VIA
CRUCIS CON PAPA RATZING
PRIMA
STAZIONE
Gesù è condannato a morte
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Dal Vangelo secondo Matteo. 27, 22-23.26
Disse
loro Pilato: “Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?”. Tutti gli
risposero: “Sia crocifisso!”. Ed egli aggiunse: “Ma che male ha fatto?”.
Essi allora urlarono: “Sia crocifisso!”.
Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò
ai soldati perché fosse crocifisso.
Il
Giudice del mondo, che un giorno ritornerà a giudicare tutti noi, sta lì,
annientato, disonorato e inerme davanti al giudice terreno. Pilato non è un
mostro di malvagità. Sa che questo condannato è innocente; cerca il modo di
liberarlo. Ma il suo cuore è diviso. E alla fine fa prevalere sul diritto la
sua posizione, se stesso. Anche gli uomini che urlano e chiedono la morte di Gesù
non sono dei mostri di malvagità. Molti di loro, il giorno di Pentecoste, si
sentiranno “trafiggere il cuore” (At 2, 37), quando Pietro dirà loro:
“Gesù di Nazareth – uomo accreditato da Dio presso di voi – … voi
l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi…” (At 2, 22s). Ma in quel
momento subiscono l’influenza della folla. Urlano perché urlano gli altri e
come urlano gli altri. E così, la giustizia viene calpestata per vigliaccheria,
per pusillanimità, per paura del diktat della mentalità dominante. La sottile
voce della coscienza viene soffocata dalle urla della folla. L’indecisione, il
rispetto umano conferiscono forza al male.
Signore,
sei stato condannato a morte perché la paura dello sguardo altrui ha soffocato
la voce della coscienza. Accade sempre così, lungo tutta la storia, che degli
innocenti vengano maltrattati, condannati e uccisi. Quante volte abbiamo, anche
noi, preferito il successo alla verità, la nostra reputazione alla giustizia.
Dona forza, nella nostra vita, alla sottile voce della coscienza, alla tua voce.
Guardami come hai guardato Pietro dopo il rinnegamento. Fa’ che il tuo sguardo
penetri nelle nostre anime e indichi la direzione alla nostra vita. A coloro che
il Venerdì santo hanno urlato contro di te, il giorno di Pentecoste hai donato
la commozione del cuore e la conversione. E così hai dato speranza a tutti noi.
Dona anche a noi, sempre di nuovo, la grazia della conversione.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Stabat
mater dolorosa,
iuxta crucem lacrimosa,
dum pendebat Filius.
SECONDA STAZIONE
Gesù è caricato della Croce
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Allora
i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno
tutta la coorte. Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto e,
intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella
destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: “Salve, re
dei Giudei!”. E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo
percuotevano sul capo. Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello,
gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo.
Gesù,
condannato come sedicente re, viene deriso, ma proprio nella derisione emerge
crudelmente la verità. Quante volte le insegne del potere portate dai potenti
di questo mondo sono un insulto alla verità, alla giustizia e alla dignità
dell’uomo! Quante volte i loro rituali e le loro grandi parole, in verità,
non sono altro che pompose menzogne, una caricatura del compito a cui sono
tenuti per il loro ufficio, quello di mettersi a servizio del bene. Gesù, colui
che viene deriso e che porta la corona della sofferenza, è proprio per questo
il vero re. Il suo scettro è giustizia (cfr. Sal 45, 7). Il prezzo della
giustizia è sofferenza in questo mondo: lui, il vero re, non regna tramite la
violenza, ma tramite l’amore che soffre per noi e con noi. Egli porta la croce
su di sé, la nostra croce, il peso dell’essere uomini, il peso del mondo. È
così che egli ci precede e ci mostra come trovare la via per la vita vera.
PREGHIERA
Signore,
ti sei lasciato deridere e oltraggiare. Aiutaci a non unirci a coloro che
deridono chi soffre e chi è debole. Aiutaci a riconoscere in coloro che sono
umiliati ed emarginati il tuo volto. Aiutaci a non scoraggiarci davanti alle
beffe del mondo quando l’obbedienza alla tua volontà viene messa in ridicolo.
Tu hai portato la croce e ci hai invitato a seguirti su questa via (Mt 10, 38).
Aiutaci ad accettare la croce, a non sfuggirla, a non lamentarci e a non
lasciare che i nostri cuori si abbattano di fronte alle fatiche della vita.
Aiutaci a percorrere la via dell’amore e, obbedendo alle sue esigenze, a
raggiungere la vera gioia.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Cuius
animam gementem,
contristatam et dolentem
pertransivit gladius.
TERZA STAZIONE
Gesù cade la prima volta
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Eppure
egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e
noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto
per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà
salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.
L’uomo
è caduto e cade sempre di nuovo: quante volte egli diventa la caricatura di se
stesso, non più immagine di Dio, ma qualcosa che mette in ridicolo il Creatore.
Colui che, scendendo da Gerusalemme a Gerico, incappò nei briganti che lo
spogliarono lasciandolo mezzo morto, sanguinante al bordo della strada, non è
forse l’immagine per eccellenza dell’uomo? La caduta di Gesù sotto la croce
non è soltanto la caduta dell’uomo Gesù già sfinito dalla flagellazione.
Qui emerge qualcosa di più profondo, come Paolo dice nella lettera ai Filippesi:
“Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua
uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e
divenendo simile agli uomini… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla
morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8). Nella caduta di Gesù sotto il peso
della croce appare l’intero suo percorso: il suo volontario abbassamento per
sollevarci dal nostro orgoglio. E nello stesso tempo emerge la natura del nostro
orgoglio: la superbia con cui vogliamo emanciparci da Dio non essendo
nient’altro che noi stessi, con cui crediamo di non aver bisogno dell’amore
eterno, ma vogliamo dar forma alla nostra vita da soli. In questa ribellione
contro la verità, in questo tentativo di essere noi stessi dio, di essere
creatori e giudici di noi stessi, precipitiamo e finiamo per autodistruggerci.
L’abbassamento di Gesù è il superamento della nostra superbia: con il suo
abbassamento ci fa rialzare. Lasciamo che ci rialzi. Spogliamoci della nostra
autosufficienza, della nostra errata smania di autonomia e impariamo invece da
lui, da colui che si è abbassato, a trovare la nostra vera grandezza,
abbassandoci e volgendoci a Dio e ai fratelli calpestati.
Signore
Gesù, il peso della croce ti ha fatto cadere per terra. Il peso del nostro
peccato, il peso della nostra superbia ti atterra. Ma la tua caduta non è segno
di un destino avverso, non è la pura e semplice debolezza di chi è calpestato.
Sei voluto venire incontro a noi che, per la nostra superbia, giacciamo per
terra. La superbia di pensare che siamo in grado di produrre l’uomo ha fatto sì
che gli uomini siano diventati una sorta di merce, che vengano comprati e
venduti, che siano come un serbatoio di materiale per i nostri esperimenti, con
i quali speriamo di superare da noi stessi la morte, mentre, in verità, non
facciamo altro che umiliare sempre più profondamente la dignità dell’uomo.
Signore, aiutaci perché siamo caduti. Aiutaci ad abbandonare la nostra superbia
distruttiva e, imparando dalla tua umiltà, a essere rialzati di nuovo.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
O
quam tristis et afflicta
fuit illa benedica
mater Unigeniti!
QUARTA STAZIONE
Gesù incontra sua Madre
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Dal Vangelo secondo Luca. 2, 34-35.51
Simeone
parlò a Maria, sua Madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di
molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di
molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima”.
Sua Madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.
Sulla
Via crucis di Gesù c’è anche Maria, sua Madre. Durante la sua vita pubblica
dovette farsi da parte, per lasciare spazio alla nascita della nuova famiglia di
Gesù, la famiglia dei suoi discepoli. Dovette anche sentire queste parole:
“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?… Chiunque fa la volontà del
Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt
12, 48-50). Adesso si vede che ella, non soltanto nel corpo, ma nel cuore, è la
Madre di Gesù. Ancora prima di averlo concepito nel corpo, grazie alla sua
obbedienza, lo aveva concepito nel cuore. Le fu detto: “Ecco concepirai un
figlio… Sarà grande… il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo
padre” (Lc 1, 31s). Ma poco dopo aveva sentito dalla bocca del vecchio Simeone
un’altra parola: “E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,
35). Così si sarà ricordata delle parole pronunciate dai profeti, parole come
queste: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come
agnello condotto al macello” (Is 53, 7). Ora tutto questo diventa realtà. Nel
suo cuore avrà sempre custodito la parola che l’angelo le aveva detto quando
tutto cominciò: “Non temere, Maria” (Lc 1, 30). I discepoli sono fuggiti,
ella non fugge. Ella sta lì, con il coraggio della madre, con la fedeltà della
madre, con la bontà della madre, e con la sua fede, che resiste nell’oscurità:
“E beata colei che ha creduto” (Lc 1, 45). “Ma il Figlio dell’uomo,
quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8). Sì, in questo
momento egli lo sa: troverà la fede. Questa, in quell’ora, è la sua grande
consolazione.
Santa
Maria, Madre del Signore, sei rimasta fedele quando i discepoli sono fuggiti.
Come hai creduto quando l’angelo ti annunciò ciò che era incredibile - che
saresti divenuta madre dell’Altissimo - così hai creduto nell’ora della sua
più grande umiliazione. È così che, nell’ora della croce, nell’ora della
notte più buia del mondo, sei diventata Madre dei credenti, Madre della Chiesa.
Ti preghiamo: insegnaci a credere e aiutaci affinché la fede diventi coraggio
di servire e gesto di un amore che soccorre e sa condividere la sofferenza.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Quæ
mærebat et dolebat
pia mater, cum videbat
Nati pœnas incliti.
QUINTA STAZIONE
Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Mentre
uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a
prender su la croce di Gesù.
Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi
se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Simone
di Cirene torna dal lavoro, è sulla strada di casa quando s’imbatte in quel
triste corteo di condannati – per lui, forse, uno spettacolo abituale. I
soldati usano del loro diritto di coercizione e mettono la croce addosso a lui,
robusto uomo di campagna. Quale fastidio deve aver provato nel trovarsi
improvvisamente coinvolto nel destino di quei condannati! Fa quello che deve
fare, certo con molta riluttanza. L’evangelista Marco però, assieme a lui,
nomina anche i suoi figli, che evidentemente erano conosciuti come cristiani,
come membri di quella comunità (Mc 15, 21). Dall’incontro involontario è
scaturita la fede. Accompagnando Gesù e condividendo il peso della croce, il
Cireneo ha capito che era una grazia poter camminare assieme a questo Crocifisso
e assisterlo. Il mistero di Gesù sofferente e muto gli ha toccato il cuore. Gesù,
il cui amore divino solo poteva e può redimere l’umanità intera, vuole che
condividiamo la sua croce per completare quello che ancora manca ai suoi
patimenti (Col 1, 24). Ogni volta che con bontà ci facciamo incontro a qualcuno
che soffre, qualcuno che è perseguitato e inerme, condividendo la sua
sofferenza, aiutiamo a portare la croce stessa di Gesù. E così otteniamo
salvezza e noi stessi possiamo contribuire alla salvezza del mondo.
Signore,
a Simone di Cirene hai aperto gli occhi e il cuore, donandogli, nella
condivisione della croce, la grazia della fede. Aiutaci ad assistere il nostro
prossimo che soffre, anche se questa chiamata dovesse essere in contraddizione
con i nostri progetti e le nostre simpatie. Donaci di riconoscere che è una
grazia poter condividere la croce degli altri e sperimentare che così siamo in
cammino con te. Donaci di riconoscere con gioia che proprio nel condividere la
tua sofferenza e le sofferenze di questo mondo diveniamo servitori della
salvezza, e che così possiamo aiutare a costruire il tuo corpo, la Chiesa.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Quis
est homo qui non fleret,
matrem Christi si videret
in tanto supplicio?
SESTA STAZIONE
La Veronica asciuga il volto di Gesù
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Non
ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per
potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che
ben conosce il patire,come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era
disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Di
te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”; il tuo volto, Signore, io
cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu
il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.
“Il
tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (Sal 27, 8-9).
Veronica – Berenice, secondo la tradizione greca – incarna questo anelito
che accomuna tutti gli uomini pii dell’Antico Testamento, l’anelito di tutti
gli uomini credenti a vedere il volto di Dio. Sulla Via crucis di Gesù,
comunque, ella, all’inizio, non rende altro che un servizio di bontà
femminile: offre un sudario a Gesù. Non si fa né contagiare dalla brutalità
dei soldati, né immobilizzare dalla paura dei discepoli. È l’immagine della
donna buona, che, nel turbamento e nell’oscurità dei cuori, mantiene il
coraggio della bontà, non permette che il suo cuore si ottenebri. “Beati i
puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5, 8). All’inizio Veronica vede
soltanto un volto maltrattato e segnato dal dolore. Ma l’atto d’amore
imprime nel suo cuore la vera immagine di Gesù: nel Volto umano, pieno di
sangue e di ferite, ella vede il Volto di Dio e della sua bontà, che ci segue
anche nel più profondo dolore. Soltanto con il cuore possiamo vedere Gesù.
Soltanto l’amore ci rende capaci di vedere e ci rende puri. Soltanto l’amore
ci fa riconoscere Dio che è l’amore stesso.
Signore,
donaci l’inquietudine del cuore che cerca il tuo volto. Proteggici
dall’ottenebramento del cuore che vede solo la superficie delle cose. Donaci
quella schiettezza e purezza che ci rendono capaci di vedere la tua presenza nel
mondo. Quando non siamo capaci di compiere grandi cose, donaci il coraggio di
un’umile bontà. Imprimi il tuo volto nei nostri cuori, così che possiamo
incontrarti e mostrare al mondo la tua immagine.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Pro
peccatis suæ gentis
vidit Iesum in tormentis
et flagellis subditum.
SETTIMA STAZIONE
Gesù cade per la seconda volta
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Dal libro della Lamentazioni. 3, 1-2.9.16
Io
sono l’uomo che ha provato la miseria sotto la sferza della sua ira. Egli mi
ha guidato, mi ha fatto camminare nelle tenebre e non nella luce. Ha sbarrato le
mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri.
Mi ha spezzato con la sabbia i denti, mi ha steso nella polvere.
La
tradizione della triplice caduta di Gesù e del peso della croce richiama la
caduta di Adamo – il nostro essere umani caduti – e il mistero della
partecipazione di Gesù alla nostra caduta. Nella storia, la caduta dell’uomo
assume forme sempre nuove. Nella sua prima lettera, san Giovanni parla di una
triplice caduta dell’uomo: la concupiscenza della carne, la concupiscenza
degli occhi e la superbia della vita. È così che egli, sullo sfondo dei vizi
del suo tempo, con tutti i suoi eccessi e perversioni, interpreta la caduta
dell’uomo e dell’umanità. Ma possiamo pensare, nella storia più recente,
anche a come la cristianità, stancatasi della fede, abbia abbandonato il
Signore: le grandi ideologie, come la banalizzazione dell’uomo che non crede
più a nulla e si lascia semplicemente andare, hanno costruito un nuovo
paganesimo, un paganesimo peggiore, che volendo accantonare definitivamente Dio,
è finito per sbarazzarsi dell’uomo. L’uomo giace così nella polvere. Il
Signore porta questo peso e cade e cade, per poter venire a noi; egli ci guarda
perché in noi il cuore si risvegli; cade per rialzarci.
Signore
Gesù Cristo, hai portato il nostro peso e continui a portarci. È il nostro
peso a farti cadere. Ma sii tu a rialzarci, perché da soli non riusciamo ad
alzarci dalla polvere. Liberaci dal potere della concupiscenza. Al posto di un
cuore di pietra donaci di nuovo un cuore di carne, un cuore capace di vedere.
Distruggi il potere delle ideologie, cosicché gli uomini possano riconoscere
che sono intessute di menzogne. Non permettere che il muro del materialismo
diventi insuperabile. Fa’ che ti percepiamo di nuovo. Rendici sobri e attenti
per poter resistere alle forze del male e aiutaci a riconoscere i bisogni
interiori ed esteriori degli altri, a sostenerli. Rialzaci, così che possiamo
rialzare gli altri. Donaci speranza in mezzo a tutta questa oscurità, perché
possiamo diventare portatori di speranza per il mondo.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Quis
non posset contristari,
Christi matrem contemplari,
dolentem cum Filio?
OTTAVA STAZIONE
Gesù incontra le donne di Gerusalemme che piangono su di lui
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Gesù,
voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di
me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei
quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle
che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi!
e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà
del legno secco? ”.
Sentire
Gesù, mentre rimprovera le donne di Gerusalemme che lo seguono e piangono su di
lui, ci fa riflettere. Come intenderlo? Non è forse un rimprovero rivolto ad
una pietà puramente sentimentale, che non diventa conversione e fede vissuta?
Non serve compiangere a parole, e sentimentalmente, le sofferenze di questo
mondo, mentre la nostra vita continua come sempre. Per questo il Signore ci
avverte del pericolo in cui noi stessi siamo. Ci mostra la serietà del peccato
e la serietà del giudizio. Non siamo forse, nonostante tutte le nostre parole
di sgomento di fronte al male e alle sofferenze degli innocenti, troppo inclini
a banalizzare il mistero del male? Dell’immagine di Dio e di Gesù, alla fine,
non ammettiamo forse soltanto l’aspetto dolce e amorevole, mentre abbiamo
tranquillamente cancellato l’aspetto del giudizio? Come potrà Dio fare un
dramma della nostra debolezza? – pensiamo. Siamo pur sempre solo degli uomini!
Ma guardando alle sofferenze del Figlio vediamo tutta la serietà del peccato,
vediamo come debba essere espiato fino alla fine per poter essere superato. Il
male non può continuare a essere banalizzato di fronte all’immagine del
Signore che soffre. Anche a noi egli dice: Non piangete su di me, piangete su
voi stessi… perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno
secco?
Signore,
alle donne che piangono hai parlato di penitenza, del giorno del Giudizio,
quando ci troveremo al cospetto del tuo volto, il volto del Giudice del mondo.
Ci chiami a uscire dalla banalizzazione del male con cui ci tranquillizziamo,
così da poter continuare la nostra vita di sempre. Ci mostri la serietà della
nostra responsabilità, il pericolo di essere trovati, nel Giudizio, colpevoli e
infecondi. Fa’ che non ci limitiamo a camminare accanto a te, offrendo
soltanto parole di compassione. Convertici e donaci una nuova vita; non
permettere che, alla fine, rimaniamo lì come un legno secco, ma fa’ che
diventiamo tralci viventi in te, la vera vite, e che portiamo frutto per la vita
eterna (cfr. Gv 15, 1-10).
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Tui
Nati vulnerati,
tam dignati pro me pati,
pœnas mecum divide.
NONA STAZIONE
Gesù cade per la terza volta
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
È
bene per l’uomo portare il giogo fin dalla giovinezza. Sieda costui solitario
e resti in silenzio, poiché egli glielo ha imposto; cacci nella polvere la
bocca, forse c’è ancora speranza;porga a chi lo percuote la sua guancia, si
sazi di umiliazioni. Poiché il Signore non rigetta mai. . . Ma, se affligge,
avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia.
MEDITAZIONE
Che
cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa
pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da
Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare
anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si
abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del
cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza
neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e
abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta
sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio,
dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta
autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione,
nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è
presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna
del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del
Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che
rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison –
Signore, salvaci (cfr. Mt 8, 25).
Signore,
spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa
acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania
che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma
siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte
le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa:
anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo. Con la nostra caduta ti
trasciniamo a terra, e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a
rialzarti da quella caduta; spera che tu, essendo stato trascinato nella caduta
della tua Chiesa, rimarrai per terra sconfitto. Tu, però, ti rialzerai. Ti sei
rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua
Chiesa. Salva e santifica tutti noi.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Eia
mater, fons amoris,
me sentire vim doloris
fac, ut tecum lugeam.
DECIMA STAZIONE
Gesù è spogliato delle vesti
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Dal Vangelo secondo Matteo. 27, 33-36
Giunti
a un luogo detto Gòlgota, che significa luogo del cranio, gli diedero da bere
vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere. Dopo averlo
quindi crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte. E sedutisi, gli
facevano la guardia.
Gesù
viene spogliato delle sue vesti. Il vestito conferisce all’uomo la sua
posizione sociale; gli dà il suo posto nella società, lo fa essere qualcuno.
Essere spogliato in pubblico significa che Gesù non è più nessuno, non è
nient’altro che un emarginato, disprezzato da tutti. Il momento della
spoliazione ci ricorda anche la cacciata dal paradiso: lo splendore di Dio è
venuto meno nell’uomo, che ora si trova lì, nudo ed esposto, denudato, e si
vergogna. Gesù, in questo modo, assume ancora una volta la situazione
dell’uomo caduto. Il Gesù spogliato ci ricorda il fatto che tutti noi abbiamo
perso la “prima veste”, e cioè lo splendore di Dio. Sotto la croce i
soldati tirano a sorte per dividersi i suoi miseri averi, le sue vesti. Gli
evangelisti lo raccontano con parole tratte dal Salmo 22, 19 e ci dicono così
quel che Gesù dirà ai discepoli di Emmaus: tutto è accaduto “secondo le
Scritture”. Qui niente è pura coincidenza, tutto quel che accade è racchiuso
nella Parola di Dio e sostenuto dal suo divino disegno. Il Signore sperimenta
tutti gli stadi e i gradi della perdizione degli uomini, e ognuno di questi
gradi è, in tutta la sua amarezza, un passo della redenzione: è proprio così
che egli riporta a casa la pecorella smarrita. Ricordiamoci anche che Giovanni
dice che l’oggetto del sorteggio era la tunica di Gesù, “tessuta tutta
d’un pezzo da cima a fondo” (Gv 19, 23). Possiamo considerarlo un accenno
alla veste del sommo sacerdote, la quale era “tessuta da un unico filo”,
senza cuciture (Fl J a III 161). Costui, il Crocifisso, è infatti il vero sommo
sacerdote.
ORAZIONE
Signore
Gesù, sei stato spogliato delle tue vesti, esposto al disonore, espulso dalla
società. Ti sei caricato del disonore di Adamo, sanandolo. Ti sei caricato
delle sofferenze e dei bisogni dei poveri, coloro che sono espulsi dal mondo. Ma
proprio così compi la parola dei profeti. Proprio così tu dai significato a ciò
che appare privo di significato. Proprio così ci fai riconoscere che tuo Padre
tiene nelle sue mani te, noi e il mondo. Donaci un profondo rispetto
dell’uomo in tutte le fasi della sua esistenza e in tutte le situazioni nelle
quali lo incontriamo. Donaci la veste di luce della tua grazia.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Fac
ut ardeat cor meum
in amando Christum Deum,
ut sibi complaceam.
UNDECIMA STAZIONE
Gesù è inchiodato sulla Croce
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Al
di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: “
Questi è Gesù, il re dei Giudei”. Insieme con lui furono crocifissi due
ladroni, uno a destra e uno a sinistra. E quelli che passavano di là lo
insultavano scuotendo il capo e dicendo: “Tu che distruggi il tempio e lo
ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi
dalla croce!”. Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo
schernivano: “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re
d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo”.
Gesù
è inchiodato sulla croce. La sindone di Torino ci permette di avere un’idea
dell’incredibile crudeltà di questa procedura. Gesù non beve la bevanda
anestetizzante offertagli: coscientemente prende su di sé tutto il dolore della
crocifissione. Tutto il suo corpo è martoriato; le parole del Salmo si sono
avverate: “Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio
popolo” (Sal 22, 7). “Come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era
disprezzato… Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è
addossato i nostri dolori” (Is 53, 3s). Fermiamoci davanti a questa immagine
di dolore, davanti al Figlio di Dio sofferente. Guardiamo a lui nei momenti
della presunzione e del godimento, in modo da imparare a rispettare i limiti e a
vedere la superficialità di tutti i beni puramente materiali. Guardiamo a lui
nei momenti di calamità ed angustia, per riconoscere che proprio così siamo
vicini a Dio. Cerchiamo di riconoscere il suo volto in coloro che tenderemmo a
disprezzare. Dinanzi al Signore condannato, che non volle usare il suo potere
per scendere dalla croce, ma piuttosto sopportò la sofferenza della croce fino
alla fine, può affiorare un altro pensiero ancora. Ignazio di Antiochia,
incatenato egli stesso per la sua fede nel Signore, elogiò i cristiani di
Smirne per la loro fede incrollabile: dice che erano, per così dire, inchiodati
con la carne e il sangue alla croce del Signore Gesù Cristo (1, 1). Lasciamoci
inchiodare a lui, non cedendo a nessuna tentazione di staccarci e di cedere alle
beffe che vorrebbero indurci a farlo.
Signore
Gesù Cristo, ti sei fatto inchiodare sulla croce, accettando la terribile
crudeltà di questo dolore, la distruzione del tuo corpo e della tua dignità.
Ti sei fatto inchiodare, hai sofferto senza fughe e senza compromessi. Aiutaci a
non fuggire di fronte a ciò che siamo chiamati ad adempiere. Aiutaci a farci
legare strettamente a te. Aiutaci a smascherare quella falsa libertà che ci
vuole allontanare da te. Aiutaci ad accettare la tua libertà “legata” e a
trovare nello stretto legame con te la vera libertà.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Sancta
mater, istud agas,
Crucifixi fige plagas
cordi meo valide.
DODICESIMA STAZIONE
Gesù muore sulla Croce
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Pilato
compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù
il Nazareno, il re dei Giudei”. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché
il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in
ebraico, in latino e in greco.
Da
mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso
le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che
significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Udendo questo,
alcuni dei presenti dicevano: “Costui chiama Elia”. E subito uno di loro
corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così
gli dava da bere. Gli altri dicevano: “Lascia, vediamo se viene Elia a
salvarlo!”.E Gesù, emesso un alto grido, spirò.
Il
centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il
terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano:
“Davvero costui era Figlio di Dio!”.
MEDITAZIONE
Sopra
la croce di Gesù – nelle due lingue del mondo di allora, il greco e il
latino, e nella lingua del popolo eletto, l’ebraico – c’è scritto chi è:
il Re dei Giudei, il Figlio promesso di Davide. Pilato, il giudice ingiusto, è
diventato profeta suo malgrado. Davanti all’opinione pubblica mondiale viene
proclamata la regalità di Gesù. Gesù stesso non aveva accettato il titolo di
Messia, in quanto avrebbe richiamato un’idea sbagliata, umana, di potere e di
salvezza. Ma adesso il titolo può stare scritto lì pubblicamente sopra il
Crocifisso. Egli così è davvero il re del mondo. Adesso è davvero
“innalzato”. Nella sua discesa egli è salito. Ora ha radicalmente adempiuto
al mandato dell’amore, ha compiuto l’offerta di se stesso, e proprio così
egli ora è la manifestazione del vero Dio, di quel Dio che è l’amore. Ora
sappiamo chi è Dio. Ora sappiamo com’è la vera regalità. Gesù prega il
Salmo 22, che comincia con le parole: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?” (Sal 22, 2). Assume in sé l’intero Israele sofferente,
l’intera umanità sofferente, il dramma dell’oscurità di Dio, e fa sì che
Dio si manifesti proprio laddove sembra essere definitivamente sconfitto e
assente. La croce di Gesù è un avvenimento cosmico. Il mondo si oscura, quando
il Figlio di Dio subisce la morte. La terra trema. E presso la croce ha inizio
la Chiesa dei pagani. Il centurione romano riconosce, capisce che Gesù è il
Figlio di Dio. Dalla croce egli trionfa, sempre di nuovo.
Signore
Gesù Cristo, nell’ora della tua morte il sole si oscurò. Sempre di nuovo sei
inchiodato sulla croce. Proprio in quest’ora della storia viviamo
nell’oscurità di Dio. Per la smisurata sofferenza e la cattiveria degli
uomini il volto di Dio, il tuo volto, appare oscurato, irriconoscibile. Ma
proprio sulla croce ti sei fatto riconoscere. Proprio in quanto sei colui che
soffre e che ama, sei colui che è innalzato. Proprio da lì hai trionfato.
Aiutaci a riconoscere, in quest’ora di oscurità e di turbamento, il tuo
volto. Aiutaci a credere in te e a seguirti proprio nell’ora dell’oscurità
e del bisogno. Mostrati di nuovo al mondo in quest’ora. Fa’ che la tua
salvezza si manifesti.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Fac
me vere tecum flere,
Crucifixo condolore,
donec ego vixero.
TREDICESIMA STAZIONE
Gesù è deposto dalla Croce e consegnato alla Madre
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Dal
Vangelo secondo Matteo. 27, 54-55
Il
centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il
terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano:
“Davvero costui era Figlio di Dio!”. C’erano anche là molte donne che
stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per
servirlo.
Gesù
è morto, il suo cuore viene trafitto dalla lancia del soldato romano e ne
escono sangue e acqua: misteriosa immagine del fiume dei sacramenti, del
Battesimo e dell’Eucaristia, dai quali, in forza del cuore trafitto del
Signore, rinasce, sempre di nuovo, la Chiesa. A lui non vengono spezzate le
gambe, come agli altri due crocifissi; così egli si manifesta come il vero
agnello pasquale, al quale nessun osso deve essere spezzato (cfr. Es 12, 46). E
ora che tutto è stato sopportato, si vede che egli, nonostante tutto il
turbamento dei cuori, nonostante il potere dell’odio e della vigliaccheria,
non è rimasto solo. I fedeli ci sono. Sotto la croce c’erano Maria, sua
Madre, la sorella di sua Madre, Maria, Maria di Màgdala e il discepolo che egli
amava. Ora arriva anche un uomo ricco, Giuseppe d’Arimatèa: il ricco trova
come passare per la cruna di un ago, perché Dio gliene dona la grazia.
Seppellisce Gesù nella sua tomba ancora intatta, in un giardino: dove viene
sepolto Gesù il cimitero si trasforma in giardino, nel giardino dal quale era
stato cacciato Adamo quando si era staccato dalla pienezza della vita, dal suo
Creatore. Il sepolcro nel giardino ci fa sapere che il dominio della morte sta
per finire. E arriva anche un membro del sinedrio, Nicodèmo, al quale Gesù
aveva annunciato il mistero della rinascita da acqua e da Spirito. Anche nel
sinedrio, che aveva deciso la sua morte, c’è qualcuno che crede, che conosce
e riconosce Gesù dopo che è morto. Sopra l’ora del grande lutto, del grande
ottenebramento e della disperazione, sta misteriosamente la luce della speranza.
Il Dio nascosto rimane comunque il Dio vivente e vicino. Il Signore morto rimane
comunque il Signore e nostro Salvatore, anche nella notte della morte. La Chiesa
di Gesù Cristo, la sua nuova famiglia, comincia a formarsi.
Signore,
sei disceso nell’oscurità della morte. Ma il tuo corpo viene raccolto da mani
buone e avvolto in un candido lenzuolo (Mt 27, 59). La fede non è morta del
tutto, il sole non è del tutto tramontato. Quante volte sembra che tu stia
dormendo. Com’è facile che noi uomini ci allontaniamo e diciamo a noi stessi:
Dio è morto. Fa’ che nell’ora dell’oscurità riconosciamo che tu comunque
sei lì. Non lasciarci da soli quando tendiamo a perderci d’animo. Aiutaci a
non lasciarti da solo. Donaci una fedeltà che resista nello smarrimento e un
amore che ti accolga nel momento più estremo del tuo bisogno, come la Madre
tua, che ti avvolse di nuovo nel suo grembo. Aiutaci, aiuta i poveri e i ricchi,
i semplici e i dotti, a vedere attraverso le loro paure e i loro pregiudizi, e a
offrirti la nostra capacità, il nostro cuore, il nostro tempo, preparando così
il giardino nel quale può avvenire la risurrezione.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Vidit
suum dulcem Natum
morientem, desolatum,
cum emisit spiritum.
QUATTORDICESIMA STAZIONE
Gesù è deposto nel sepolcro
V/.
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam
redemisti mundum.
Giuseppe,
preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua
tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra
sulla porta del sepolcro, se ne andò. Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di
Màgdala e l’altra Maria.
MEDITAZIONE
Gesù,
disonorato e oltraggiato, viene deposto, con tutti gli onori, in un sepolcro
nuovo. Nicodèmo porta una mistura di mirra e di aloe di cento libbre destinata
a emanare un prezioso profumo. Ora, nell’offerta del Figlio, si rivela, come
già nell’unzione di Betània, una smisuratezza che ci ricorda l’amore
generoso di Dio, la “sovrabbondanza” del suo amore. Dio fa generosamente
offerta di se stesso. Se la misura di Dio è la sovrabbondanza, anche per noi
niente dovrebbe essere troppo per Dio. È quel che Gesù stesso ci ha insegnato
nel discorso della montagna (Mt 5, 20). Ma bisogna ricordare anche le parole di
san Paolo su Dio, che “diffonde per mezzo nostro il profumo della conoscenza
di Cristo nel mondo intero. Noi siamo infatti… il profumo di Cristo” (2 Cor
2, 14s). Nella putrefazione delle ideologie, la nostra fede dovrebbe essere di
nuovo il profumo che riporta sulle tracce della vita. Nel momento della
deposizione comincia a realizzarsi la parola di Gesù: “In verità, in verità,
vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece
muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). Gesù è il chicco di grano che
muore. Dal chicco di grano morto comincia la grande moltiplicazione del pane che
dura fino alla fine del mondo: egli è il pane di vita capace di sfamare in
misura sovrabbondante l’umanità intera e di donarle il nutrimento vitale: il
Verbo eterno di Dio, che è diventato carne e anche pane, per noi, attraverso la
croce e la risurrezione. Sopra la sepoltura di Gesù risplende il mistero
dell’Eucaristia.
Signore
Gesù Cristo, nella deposizione hai fatto tua la morte del chicco di grano, sei
diventato il chicco di grano morto che produce frutto lungo il corso dei tempi,
fino all’eternità. Dal sepolcro risplende in ogni tempo la promessa del
chicco di grano, dal quale viene la vera manna, il pane di vita nel quale tu
offri te stesso a noi. La Parola eterna, attraverso l’incarnazione e la morte,
è diventata la Parola vicina: ti metti nelle nostre mani e nei nostri cuori
affinché la tua Parola cresca in noi e produca frutto. Tu doni te stesso
attraverso la morte del chicco di grano, affinché anche noi abbiamo il coraggio
di perdere la nostra vita per trovarla; affinché anche noi ci fidiamo della
promessa del chicco di grano. Aiutaci ad amare sempre più il tuo mistero
eucaristico e a venerarlo – a vivere veramente di te, Pane del cielo. Aiutaci
a diventare il tuo “profumo”, a rendere percepibili le tracce della tua
vita, in questo mondo. Come il chicco di grano si rialza dalla terra come stelo
e spiga, così anche tu non potevi rimanere nel sepolcro: il sepolcro è vuoto
perché lui – il Padre – non ti “abbandonò negli inferi, né la tua carne
vide corruzione” (At 2, 31, Sal 16, 10 LXX). No, tu non hai visto la
corruzione. Sei risorto e hai dato spazio alla carne trasformata nel cuore di
Dio. Fa’ che possiamo rallegrarci di questa speranza e possiamo portarla
gioiosamente nel mondo, fa’ che diventiamo testimoni della tua risurrezione.
Tutti:
Pater
noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.
Quando
corpus morietur,
fac ut animæ donetur
paradisi gloria. Amen.
BENEDIZIONE
V/. Dominus vobiscum.
R/.
Et cum spiritu tuo.
V/.
Sit nomen Domini benedictum.
R/. Ex hoc nunc et usque in sæculum.
V/.
Adiutorium nostrum in nomine Domini.
R/.
Qui fecit cælum et terram.
V/.
Benedicat vos omnipotens Deus,
Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
R/.
Amen.