VIA CRUCIS COI MARTIRI DEL XX SECOLO
CANTO
D'INGRESSOTeco
vorrei, Signore, oggi portar la croce, nella tua doglia atroce io ti vorrei
seguir.
Ma
troppo infermo e lasso donami tu il coraggio acciò nel mesto viaggio non
m'abbia da smarrir.
Tu
col prezioso sangue vammi segnando i passi ch'io laverò quei sassi con il mio
lacrimar.
Né
temerò smarrirmi pel monte del dolore, quando il tuo santo amore m'insegni a
camminar.
Prima
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
Tu
vedevi, Signore, l'atrocità della morte che ti aspettava. Nel momento del tuo
annientamento, della tua sofferenza interiore, del dilemma nel mistero
insondabile del tuo essere divino e umano, hai scelto. Hai bevuto il calice, hai
pronunciato quel fiat per il quale siamo salvi. Salvi e sigillati nel tuo cuore.
Tu,
Signore, hai visto gli orrori che si preparavano nella lunga e tormentosa
storia dell'umanità: uomini e donne che avrebbero preso e sperimentato su di
sé la passione della croce. Fra questi c'ero anch'io, Edith Stein,
figlia del tuo popolo. Ho fatto la mia scelta:quella di appartenere totalmente
a te, Signore, germoglio di Davide. Ho consegnato la mia vita alla volontà
divina. Ti ho seguito fino in fondo, vittima di espiazione, vittima
dell'Olocausto. Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Se il mio Signor diletto a morte hai condannato, spiegami almen Pilato, qual
fosse il suo fallir. Che se poi l'innocenza da te orror s'appella, per colpa così
bella potessi anch'io morir.
Seconda
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
In
quanti modi, in quante lingue è stata pronunciata una condanna? Spesso non
pronunciata, ma soltanto eseguita, perché implicita nell'agire del condannato.
Condannato senza avvocato difensore, come te, Signore.
Essere
un cristiano vero, fare del Vangelo la testimonianza di tutta la mia vita, è
stato il programma nel quale, tu lo sai, Signore, ho gettato tutto me stesso:
io, don Giuseppe Puglisi, parroco in un quartiere palermitano corroso dal
malessere sociale, dal degrado, anche spirituale, dove il sole brucia ma non
illumina le coscienze atrofizzate, deviate ma anche angariate. Volevo
sottrarre i giovani alla strada, a quella della violenza soprattutto,
allontanarli dalla cultura dell'arroganza e della sopraffazione.
Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
So che del suo supplizio appare reo ch'il porta, So, che la pena é scorta del
già commesso error. Ma se Gesù si vede di croce caricato, paga l'altrui
peccato, il suo immenso amor.
Terza
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
Non
immaginavo proprio, Signore, che a me, Ceferino Giménez Malla,
toccasse il martirio e l'onore degli altari, a me, povero zingaro analfabeta,
che vivevo vendendo cavalli nelle fiere; a me che appartengo a una razza su cui
gravano, da secoli, intolleranza e pregiudizi. Un popolo, il mio, peregrinante
da sempre, che ha assaporato la discriminazione, anche violenta, nel corso della
storia.
Nel
clima tormentato della guerra civile di Spagna ho difeso un sacerdote,
aggredito dai miliziani; mi hanno arrestato e incarcerato. Sono reietto e
disprezzato, come sempre lo sono gli uomini della mia razza, e come te, Signore,
che vedo schernito e insultato. Sei un re coronato di spine e quella sarà la
prima corona della mia salvezza. Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Chi porta in pugno il mondo a terra é già caduto, né gli si porge aiuto! O
ciel che crudeltà! Se cade l'uomo ingrato tosto Gesù il conforta, ed é per
Gesù morta, al mondo ogni pietà.
Quarta
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
Ti
seguono, Signore, sul cammino del Calvario, uomini e donne: un campione
simbolico di quel fiume enorme di popolo che, nel corso della storia, vedrà la
propria vita caricata della croce, fatta, il più delle volte, delle piccole
angustie e sofferenze che la quotidiana esistenza non risparmia, ma in molti,
troppi casi, intrisa di sangue.
Sono
uomini e donne che avanzano in silenzio: il silenzio di chi è stato messo a
tacere dalla sopraffazione. Testimoni che hanno sfidato un potere perverso
condividendo, Signore, la tua passione.
Sono
uomini e donne perseguitati, torturati, uccisi nei lager, nei gulag, nelle
esecuzioni sommarie, nelle stragi. È un'umanità dolente, spesso anonima,
crocifissa con il Figlio di Dio. Corpi inceneriti, o straziati e dispersi in
fosse comuni. Soltanto tu li puoi riconoscere, Signore.
Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Sento l'amaro pianto della dolente madre, che gira tra le squadre in traccia del
suo ben. Sento l'amato Figlio che dice: "Madre, addio, più fier del dolor
mio il tuo mi passa il sen."
Quinta
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
L'avevi
detto soltanto poche ore prima, Signore: «Da questo tutti sapranno che siete
miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). E noi
volevamo dimostrare concretamente, con la nostra vita, che si può vivere da
fratelli anche se si appartiene a etnie diverse. Fra noi, nella nostra comunità,
qui a Busasamana, diocesi di Nyundo, nel nord del Ruanda, ci sono hutu e tutsi,
a testimoniare che vivere e pregare insieme rientra nel tuo disegno d'amore.
Ma
l'odio è stato più forte dell'amore e ci hanno «odiato senza ragione» (Gv
15,25).
Le
angherie, le ritorsioni, i saccheggi subiti non sono bastati: c'è voluto un
massacro per appagare la sete di sangue di coloro che hanno fatto del genocidio
uno scopo e una ragione di guerra.
Ci
hanno colte in preghiera e così ci siamo presentate a te, Signore, con la tua
lode sulle nostre labbra, poiché «la tua grazia vale più della vita...» (Sal
62,4). Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Se di tue crude pene sono io, Signor, il reo, non deve il Cireneo la croce tua
portar.
S'io
sol potei per tutti di croce caricarti, potrò in aiutarti per uno sol bastar.
Sesta
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
Non
mi hanno «costretto» a portare la croce di un altro. Mi sono offerto io. Mi
sono fatto avanti e ho detto agli aguzzini: prendete me. Follia? Ma la croce è
follia. Si erge in tutta la sua potenza in questa terra di Caino che si chiama
Auschwitz, dove il respiro dell'agonia è l'unica libertà concessa nel delirio
del terrore e della disperazione. Io, Massimiliano Maria Kolbe,
sono un prete, segnato dalla tua grazia speciale, Signore, anche se qui mi hanno
segnato con un numero: 16670.
In
questo deserto di degradazione, dove esseri umani si contendono anche
minuscole porzioni di cibo, non ho pane né vino da offrire al tuo altare, ma
offro me stesso, perché tu l'hai detto: «Non c'è amore più grande che dare
la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Gloria al
Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Si vago é il vostro affanno bel volto del mio bene, che quasi in voi diviene
amabile il dolor. In cielo, che farete, se in velo rozzo impresso, da tante pene
oppresso innamorate ancor?
Settima
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
Il
mio Paese, Signore, porta impresso il tuo nome, ma non il tuo volto: El
Salvador. Non ci sono lacrime che lo lavino, né lini che lo asciughino. E’
una dura maschera incrostata dal fango, dall'odio e dalla violenza. E’ la
violenza porta dolore e disperazione. Io, Oscar Arnulfo Romero,
sono il pastore di un popolo diseredato, oppresso, angariato. Non si può tacere
o negare, defilarsi e ignorare quando tu, Signore, hai detto di gridare la verità
dai tetti.
Devo
farmi voce di chi non ha voce, devo urlare contro l'ingiustizia e la
sopraffazione. «La Chiesa, che difende i diritti di Dio, la legge di Dio, la
dignità umana, la persona, non può restare silenziosa davanti a tanta ignominia».
Soltanto l'amore che tu ci hai mostrato, Signore, con le tue braccia aperte
sulla croce, è la mia bussola, per non valicare quel sottile confine che sbocca
nell'odio. Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Sotto i pesanti colpi della ribalta scorta, un nuovo inciampo porta a terra il
mio Signor. Più teneri dei cuori siate voi duri sassi, né più ingombrate i
passi al vostro Creator.
Ottava
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
Un
sentiero tracciato in questa terra un pò misteriosa, il Laos, dove io, padre
Mario Borzaga, ho vissuto come avevo desiderato: da sacerdote, apostolo,
missionario, martire. Non potevo sottrarmi, perché «noi missionari siamo
fatti così: il partire è una normalità, andare una necessità... Se saremo
costretti ad ancorarci in una casa, la trasformeremo in una strada che conduce a
Dio ». «Perciò ogni difficoltà non è che una grazia, ogni prova un dono,
ogni dolore e sofferenza qualcosa di rigorosamente semplice e naturale nella
vita di coloro che hanno scelto la croce per salvare il mondo ».
«Sapevo
che la mia vocazione era quella di identificarmi con il Cristo crocifisso, in
qualsiasi istante della mia vita. Il Cristo che mi ha scelto è il medesimo che
ha dato vita e forza ai martiri, alle vergini: erano esseri umani come me,
impastati di nulla e di debolezza: sono stati scelti per il combattimento, hanno
lottato e hanno vinto ». Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Figlie, non più su queste piaghe, che porto impresse, ma sopra di voi stesse vi
prego a lacrimar. Serbate il vostro pianto, o sconsolate donne, quando l'empia
Sionne vedrete rovinar.
Nona
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
Sì,
le nostre mamme e i nostri papà sono stati costretti a piangere su di noi e
avrebbero preferito gridare, come Davide: «Figlio mio, Assalonne! Fossi morto
io invece di te!» (2Sam 19,1).
Il
mondo ha visto l'indicibile sofferenza e la morte di una schiera di piccoli
martiri innocenti, vittime dell'odio e delle guerre. Su di loro sono ricadute
atrocità, si sono compiuti crimini spaventosi, molto spesso ignorati,
occultati.
Io
non ho nome, non hanno potuto darmelo, perché sono passato dal grembo di mia
madre nel tuo grembo accogliente, o Signore della vita, che hai pietà degli
indifesi e che, per tua bontà e grazia speciale, vorrai dare anche a me, piccolo
innocente privato della vita terrena, la vita eterna.
Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO: L'ispido monte mira il Redentor languente, e sa, che inutilmente per molti ha da salir. Quest'orrido pensiero, sì al vivo il cor gli tocca che languido trabocca, e sentesi morir.
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
La
strada del Calvario è breve a Gerusalemme, ma si è allungata a dismisura e
arriva anche qui, a San Luis, nella Cordigliera delle Ande, dove io, padre
Daniele Badiali, mi sono impegnato a servire gli ultimi, nella carità
vissuta in totale fedeltà al Dio dell'amore.
«Perché
mi appare che nel mondo attuale la breccia aperta sia quella della carità,
demolendo così l'egoismo di questo mondo... Oggi pìù che mai sento che la
vita si gioca o a favore di Dio o contro di lui».
Ma
il mio sentiero si è interrotto subito, i miei passi sono andati poco lontano
dalla mia parrocchia. Li hanno fermati due colpi alla nuca, il 15 marzo 1997. La
mia avventura è conclusa: «dolorosissima ma bellissima», come mi ero
augurato; unica, che «non avrei mai osato cambiare per tutto l'oro del mondo ».
Perché è proprio questo, Signore, «il sentiero della vita, gioia piena nella
tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11).
Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Mai l'Arca del Signore, del vel si vede carca, e ignudo il Dio dell'Arca
vedrassi e senza vel? Se nudità sì bella or ricoprir non sanno dite, mio Dio,
che fanno li Serafini in ciel?
Undicesima
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
La
maniera più alta di amare la vita è quella di donarla.
E
ciò che ho fatto io, padre Christian de Chergé, monaco
trappista, priore della comunità monastica di Notre-Dame-de-l`Atlas, a
Tibhirine, in Algeria, dove, con altri fratelli ho voluto essere, fino in fondo,
«testimone dell'Emmanuele, cioè del Dio-con-noi».
La
mia sola eredità è un'offerta e un perdono: sono nella pagina del mio
testamento, scritto quando ancora non sapevo che la grazia del martirio mi
sarebbe stata concessa, il 21 maggio 1996. «Se mi capitasse un giorno (e
potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo, che sembra voler
coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia
comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era
donata a Dio e a questo paese. Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Vedo sul duro tronco disteso il mio diletto, e il primo colpo spetta dell'empia
crudeltà. Quelle vezzose mani che al tornio sembran fatte ahi! Che il martel le
batte, senz'ombra di pietà.
Dodicesima
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
Sono
chiodi, o lame taglienti, o pallottole, o gas mortali: è vasta la sconvolgente
risorsa di ferocia che l'uomo ha escogitato per esercitare sopraffazione,
vendetta e dilatare l'odio. Ma se l'odio inchioda, l'amore salva.
Volevo
salvare il mio gregge, Signore. Povere pecorelle braccate dai lupi; alcune
centinaia rifugiate nella mia casa. Fra queste, donne poco più che bambine, che
i soldati volevano costringere a seguirli per «un lavoro in caserma ». Il
grido di una ragazza. Era come se avessi sentito il tuo grido sulla croce
Signore.
E'
stato facile per loro colpirmi: una raffica di proiettili al ventre e una vana
corsa all'ospedale. Era il Venerdì santo. Tre giorni di agonia, su un giaciglio
che è stato la mia croce. Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Veder L'orrenda morte del suo Signor non puole, Onde si cuopre il sole, e mostra
il suo dolor. Trema commosso il mondo; il sacro vel si spezza; piangon per
tenerezza I duri marmi ancor.
Tredicesima
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
C'è
una targa sulla cassa di legno di quercia nella quale gli operai di Huta
Warszawa hanno ricomposto il mio corpo massacrato con inaudita violenza: «Jerzy
Popieluszko. E' vissuto trentasette anni, dodici come prete. E' morto
nel 1984».
Colei
che mi ha dato la vita ha visto lo strazio che il mio corpo ha subito. Non
vacilla, perché la sorregge tua Madre, Signore, alla quale non è stato
risparmiato il dolore del Figlio messo a morte su una croce. Due madri,
lacerate nel cuore, ma forti nella fede. Entrambe mie madri: tutte e due tramite
d'amore, nella natura e nello spirito, tra me e la sorgente dell'amore, cui mi
affido con infinita speranza.
Io
sono già nel cuore dell'amore, anche se il mio corpo, per ora, resta qui, nel
giardino della chiesa di San Stanislao Kotska.
Sì,
restate saldi, non abbiate paura. «Bisogna aver paura soltanto di tradire
Cristo per i trenta denari di una meschina tranquillità ».
Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Tolto di croce il Figlio l'avide braccia stende l'afflitta Madre, e prende nel
grembo il morto ben. Versa per gli occhi il core in lagrime disciolto; bacia
quel freddo volto, e se lo stringe al sen.
Quattordicesima
stazione
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
Nessuno
scorgerebbe un esplosivo «ex sessantottino» in me, padre Christophe
Lebreton, monaco trappista in terra d'Algeria. O forse sì, per quello
slancio, quell'ardore di chi cerca ideali forti nella vita e avverte commosso di
essere parte di un corpo mistico, la Chiesa, adorna come una sposa che va
incontro al suo sposo, il «servo sofferente ».
So
di andare incontro alla morte, ma non mi fa paura la tomba, perché oltre la
tomba la vita si chiamerà ancora vita, in un corpo glorificato. Questo corpo
terreno lo lascio «per la terra ma, per favore, nessuna barriera tra lei e me.
Il mio cuore è per la vita ma, per favore, nessuna leziosità tra lei e me. Le
mie braccia per il lavoro saranno incrociate molto semplicemente ». Questo io
dispongo nel mio testamento. «E per il mio volto: rimanga nudo per non impedire
il bacio, e lo sguardo, lasciatelo vedere».
Tutto
questo è accaduto, il 21 maggio 1996. Siamo stati messi a morte, «stimati come
pecore da macello...» (Sal 43,12), io e i miei confratelli: Christian,
Luc, Bruno, Michel, Celestin, Paul, «eterni mendicanti d'amore ». E
ora sto dinanzi al volto di Dio, unico bene della mia vita donata.
Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Tomba, che chiudi in seno il mio Signor già morto: fin ch'ei non sia risorto
non partirò da te. Alla spietata morte allor dirò con gloria, dov'é la tua
vittoria? dov'é, dimmi dov'é?
Ti
adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento
il mondo.
Chi
mi darà la forza di sperare oltre il dolore e la morte? La tua croce, Signore,
e una lunga, invisibile fila di uomini, donne e bambini che si tengono per
mano: un filo incandescente d'amore, che getta un arcobaleno di gioia e di
speranza tra la terra e il cielo, una catena ininterrotta di mani che stringe le
nostre mani e si salda, Signore, alle tue mani forate dai chiodi, fissate al
legno della croce.
È
una catena che, in virtù della comunione dei santi, ci porta tutti all'amore
del Padre: tutti attirati dalla preghiera di intercessione dei martiri, tutti
ricolmi della stessa speranza che Gesù ha consegnato al mondo con il soffio del
suo Spirito, nel suo ultimo respiro sul la croce. Dal chicco di grano sepolto
nella terra è germogliata per l'essere umano la vita eterna.
E’
l'alba della storia, perché tutta l'umanità è chiamata a sperare nell'eternità,
e un uomo che spera è giovane. Sperare non è evadere: è credere
nell'impossibile, umilmente e audacemente. E credere in una promessa, è aprir
si a Dio entrando per sempre in comunione gioiosa e profonda con il Creatore
dell'uni verso. La speranza è stata infusa in noi da Gesù con la sua morte e
risurrezione. Gloria al Padre…
Santa
Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.
CANTO:
Alleluja...
Canto
per Cristo che mi libererà quando verrà nella gloria Quando la vita con lui
risorgerà Alleluja...
Canto
il Cristo un giorno tornerà Festa per tutti gli amici Festa di un mondo che più
non morirà Alleluja...
PREGHIAMO:
Ero
uscito di casa per saziarmi di sole. Trovai un uomo che si dibatteva nel dolore
della crocifissione. Mi fermai e gli dissi: Permetti che io ti aiuti a staccarti
dalla croce. Lui rispose: Lasciami dove sono, i chiodi nelle mani e nei piedi,
le spine intorno al capo, la lancia nel cuore. Io dalla croce da solo non
scendo. Non scendo dalla croce fino a quando sopra vi spasimano i miei fratelli.
Io dalla croce non scendo fino a quando per distaccarmi non si uniranno tutti
gli uomini. Gli dissi: Cosa vuoi che faccia per te? Mi rispose: Va' per il mondo
e di' a coloro che incontrerai che c'è un uomo che aspetta inchiodato sulla
croce...