LA VITA DI SANTA RITA DA CASCIA

I suoi paesi nel 1400. Roccaporena:       un centinaio di abitanti in poche case grigi e, basse, serrate fra monti scoscesi, la cui ombra le copre per la maggior parte del giorno. Da una gola senza luce precipita un torrentaccio che non di rado diguazza negli orti e fra le case, e che si butta nel Corno, fiumicello or grigio or bianco fra alte file di pioppi. Sono contadini o pastori o tagilalegna, ma i giovani sentono aria nuova e vanno a cercare altrove un pane più comodo, anche se, spesso, meno pu-ilto. A Cascia vanno in groppa al muli per i sentieri del fondovalle, ma solo nella buona stagione, perché bisogna guadare molte volte il Corno stretto fra i greppi; oppure per sentieri che s'inerpicano fra i boschi per scorrere poi sull'altipiano.

Cascia: appartiene allo Stato Pontificio e non dista molto dal confine col Re-gno di Napoli. Digradante dalla cima di un colle, è tutta raccolta fra le Sue mu-ra, nella fierezza delle sue memorie, e gode ancora una certa indipendenza, ma fino a poche decine d'anni prima era repubblica indipendente, dominava quaranta castelli e avevi il diritto di pace e di guerra. Ha sei Conventi di frati, cinque monasteri, tre collegiate di Canonici, due Vescovi, dei quali uno Agosti-niano.

 

I suoi tempi. Stati e staterelli, principi e signorotti in continua guerre. Dappertutto un profondo rimescolìo di desideri di libertà, di riforma e dl novità. Ghibellini, guelfi, bianchi, neri, partigiani del Papa o dei Re stranieri o dei Principi di casa; e poi vassalli, mercenari, servi della gleba. Sete di dominio e di ricchezza. L'odio e le rivalltà dividono le città, i paesi, le famiglie, fin su nei villaggi e nei caso-lari. S'è persa come un vano canto di rosignuolo l'invocazione del Petrarca  "I' vo gridando: Pace, pace, pace!.." Ma sui monti fioriscono anche romitori di pre-ghiera e di penitenza; nelle città e nei paesi pregano e lavorano monache e re-ligiosi, predicatori infaticabili, riformatori santi. Il santo è di casa: parafulmine di ogni contrada, paciere di ogni contesa, salvatore della società. Umbria santa!

 

I suoi genitori. Antonio Mancini e Amata Ferri. Sono i  pacieri. del villaggio: la loro parola di pace riesce a comporre i dissidi tra le famiglie, riesce a smorzare le passioni partigiane fomentate dai contatti con le città. Lavorano un orticello intorno alla casa, un pezzo di terra sul pendìo del monte e curano un paio di caprette. Poca roba, molto amore e una lunga malinconia: dopo tanti anni di matrimonio nessuno che li chiami: papà, mamma.. Ogni giorno s'inginocchiano davanti alle immagini di S. Agostino, rinato alla ma-dre dopo lunghi pianti, di S. Giovanni Battista e di S. Nicola da Tolentino, do-nati ai genitori molto avanti negli anni. Sulla faccia di Amata si moltiplicano le rughe e le mani di Antonio si fanno sem-pre più dure e più stanche. Ma anche sulla terra brulla, anche sulle rocce na-scono i fiori. Anche nella casa di Anto-nio, Dio fa nascere un fiore: Rita. E' l'anno 1381.

 

Il primo dono. Antonio e Amata lavorano nel campo. Nell'aria primaverile che addolcisce i prati, le api volano di primula in primula persuase dai nettare; volano nella boccuccia di Rita, il fiore più bello che sorride all'ombra d'un vecchio rovere. Germano, un falciatore che passa tam-ponandosi una larga ferita al braccio, non può sapere che quelle api bianche vivranno ancora, dopo cinque secoli, nei muri del monastero di S. Maria Madda-lena. Le scaccia, chiama Antonio, poi grida spaventato: Miracolo!.. La ferita s'è improvvisamene chiusa. E' il primo dono, e a un umile contadino.

 

Il primo incontro. La Comunione: il sole e il fiore, Gesù e l'anima: vicendevole offerta d'amore, veri sponsali che generano luminosi frut-ti di vita; la prima, unica, non interrotta offerta del cuore, dei dolori, dei sogni: sia fatta la tua volontà. La piccola Rita apre nel tetto della sua casa un pezzo di cielo dove i suoi occhi, e, più, il suo cuore trovano spazio e silenzio per pregare, per contemplare quelle immagini celesti di cui le parla, nelle sere d'inverno, il romito agostinia-no che scende spesso dal suo romitorio montano per predicare l'amore e la pace. Dopo trent'anni Rita salirà lo 'sco-glio', un'alta rupe scoscesa e solitaria fasciata di arbusti e di licheni a pochi passi dal villaggio, per non avere nessun ostacolo materiale alla sua preghiera, per un istintivo desiderio di solitudine e di silenzio.

 

Sia fatta la tua volontà. Come tutti i giovani, anche Rita cu-stodisce nel cuore un sogno: il Chiostro. Non è paura dell'uomo, ma rinuncia all'amore dell'uomo per l'amore più grande. Non è insensibilità ai bisogni dei suoi vecchi genitori: la sua fede nella Prov-videnza supera i calcoli della previdenza umana. Ma Dio vuole da lei il sacrificio. I giovanotti di Roccaporena pensano che una sposa migliore non è neppure im-maginabile. Paolo di Ferdinando, un giovane focoso e violento, ma anche gene-roso come tutti gli impulsivi, sebbene abbia visto Rita scantonare quando ha tentato di fermarla per fare quattro chiacchiere, riesce a convincere con i suoi modi sbrigativi la titubanza di An-tonio e Amata e a ottenere il  "si" di Rita. Guardando i fatti singoli, viene da chiedersi:  E la Provvidenza?, perché noi sappiamo appena un poco dell'ieri, pochissimo dell'oggi e nulla del domani. Chi ha fede e fiducia dona i suoi sospiri e i suoi timori a chi possiede in un unico pensiero l'ieri, l'oggi e il domani e non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande. (Manzoni). Matrimonio senza amore? Nel senso puramente umano, forse si; ma chi ac-cetta la volontà di Dio nulla accoglie o sopporta senza amore: un amore più for-te e più sicuro di qualunque sentimento istintivo o ispirato da motivi umani. Rita fidanzata, Rita alla cerirnonia nuzlale: il Sacramento suggella l'unione indissolu-bile.

 

Il suo sposo. Paolo di Ferdinando non è un uomo di casa, non ama la tranquillità del foco-lare domestico, non accetta le responsa-bilità di uomo sposato. Il temperamento focoso, le compagnie, le avventure par-tigiane gli impediscono di comprendere la moglie, inaspriscono le sue abitudini alla violenza e alla vendetta. In casa tutto lo irrita, tutto è mal fatto, ogni pretesto è sufficiente per rimbrottare e picchiare la moglie. Neppure la nascita di due figli riesce a cambiare durevol-mente la sua vita scapestrata. Ma che cosa è l'amore se non dono senza inte-resse? Che cosa è se non preghiera e azione benigna per chi si ama? Rita è martire dell'amore indissolubile il suo martirio è la salvezza dello sposo. Egli sente una sempre minor soddisfazione a sfogare la sua ira sulla moglie che non si ribella, che non si vendica, che piange, ma da sola, che insegna ai figli il ri-spetto e l'amore al padre, che tutti i gior-ni lo ama con la stessa tenacità. Ma una fredda sera d'inverno, aul sentiero che passa sotto la cupa torre di Collegiacone, dove dormono avvinazzati i mercenari, Paolo viene pugnalato. Rita, con l'aiuto di buone persone, riesce a portarsi sul pauroso luogo del delitto, accompagnata dai suoi figliuoli spaventati. Paolo è agonizzante e si spegne, con uno sguardo supplichevole, al fioco lume delle lan-terne. La povera donna rimane sgomenta per l'indicibile dolore, moltiplicato dalla pietosa visione dei flgliuoli; ma è il dub-bio della. salvezza eterna del marito che le porta il maggior lutto nel cuore: quante lacrime su quella croce! Quante penitenze, quante preghiere!

 

I suoi figli. Giangiacomo e Paolo Maria, due orfani col temperamento del padre: nelle loro pupille il sangue raggrumato dell'ucciso, già idolo dei loro sogni battaglieri. Nei loro cuore la più triste delle tentazioni: la vendetta. Essi si ribellano quando la mamma, nella preghiere della sera, ag-giunge un'invocazione di perdono per gli assassini del loro padre. Svanisce nel loro cuore l'ideale dl bontà, di carità di perdono nel quale il ha cresciuti. L'amore è sacrificio dei propri affetti, è immede-simarsi in chi si ama; è sostituire chi si ama nei suoi bisogni spirituali: Rita offre a Dio i suoi figli, prima che l'istinto della vendetta armi le loro mani inno-centi e il delitto perda le loro anime. Giangiacomo e Paolo Maria, colpiti da un morbo improvviso, si spengono sere-namente riconquistati dall'amore ma-terno.

 

Come Gesù. Il fiore dell'alpe dopo la tempesta: più lindo, più luminoso se ha resistito ai venti e alle acque. Così l'anima sotto la croce. Rita ha preso la sua e ha seguito Gesù: senza riposo, senza soddisfazioni. Come Gesù è rimasta nascosta nella sua umile casa pregando e lavorando; come Gesù ha detto:  pPassi da me questo ca-lice amaro, ma sia fatta la tua volontà; come Gesù ha perdonato agli uccisori del marito; come Gesù ha detto: che vale guadagnare anche tutto il mondo se si perde l'anima? Come Gesù ha sernpre fatto la volontà di Dio. Come Gesù va a pregare sul monte nel silen-zio e nella solitudine, più vicina ai cielo, mentre nella sua casa non è rimasto che l'inutile verso dell'assiuolo. In questo suo salire c'è il desiderio della luce, il desiderio di lasciare la mundana e trista foce. Nel vivo silenzio dei monti il vento porta la voce dei campanili di Cascia: è la stessa voce dei primi anni.

 

" Picchiate..." A Cascla prosperano cinque monasteri e Rita va 'umilmente a bussare al monastero di S. Maria Maddalena, delle Suore Agostiniane. Ma non c'è posto per le donne che portano il segno del mon-do: il fiore toccato dall'uomo, il fiore che ha resistito alle bufere dell'alpe non può fiorire accanto ai vergini fiori dei giardini, dai petali freschi e profu-mati. Per tre volte la vedova va a bus-sare alla stessa porta, ma la regola è inflessibile. Perchè non si rivolge a un altro monastero? No, le api bianche sono volate dopo il paziente e lungo lavoro nei prati, alla quiete del monastero di S. Maria Maddalena, miracolose staffette di un'umile regina.

 

"... E vi sarà aperto". Sullo scoglio spira un alito dl vento che muove la luna posata sul cespugli e ondula il lieve mormorio del torrente, di cui si scorge, qua e là nella valle, l'irrequieta lucentezza. Gli occhi di Rita, prima vividi nel trasporto della pre-ghiera vocale, sono come spenti. Non ve-de più le cime chiarite dalla luna nè le poche stelle all'orizzonte. Tutto il Pa-norama è mutato in una visione inte-riore: sfondo poetico al suo atto d'amore, così intenso da toglierle il senso del  peso fisico. In questa specie dl visione, la pallida luce lunare diventa luminosa e poi viva per la presenza di tre lucenti figure e per una voce soavissima: . Vieni, Rita.... Sono S. Giovanni Battista, S. Agostino, S. Nicola da Tolentino, i tre santi al quali Antonio e Amata ave-vano elevato le loro suppliche. E' un attimo: tutto si concentra in una fiam-mella pallida e tremula che appena vince il buio intorno a sè, appena scopre il grigiore di una parete e un discreto profumo di fiori freschi. Le Suore al mattino trovano Rita nel coro, nella profonda letizia del ringraziamento. Gesù ha trapiantato il fiore delle tempesta nel suo giardino: in volo, come le api bianche.

 

Suora. Eccola a trentasei anni, vedova da po-co più d'un anno, sola da pochi mesi, con le stigmate del dolore nel corpo e nell'anima, sposa esemplare, madre eroi-ca, eccola a ricominciare: è novizia e deve ubbidire come e più delle sue gio-vani consorelle; sbriga i lavori più umili; soddisfa anche i più piccoli e strani or-dini della superiora. Eccola inaffiare per lunghe settimane un pezzo di legno pian-tato disinvoltamente dalla superiora nel cortile. Tutte le suore possono vedere la loro consorella attingere l'acqua dal pozzo e versarla intorno allo sterpo. Ma che cosa è più facile a Dio: dare la forza a una giovane di sopportare la rottura dei suoi sogni, a una sposa di sop-portare il marito incomprensivo e vio-lento e di perdonare agli assassini di lui, a una madre di chiedere il sacrificio dei figli, - o dar vita a un pezzo di legno inaffiato dall'ubbidienza e dall'umiltà di una suora? E Dio fa germogliare anche il pezzo di legno e una meravigliosa vite ornerà per secoli i vecchi muri di S. Ma-ria Maddalena. Il

 

grande dono. L'amore è irresistibile come la mor-te; l'amore porta all'immedesimazione con chi si ama, col prossimo e con Dio. Dio amò tanto il mondo da mandare il Figlio suo Unigenito.. Rita ama tanto il prossimo da immedesimarsi in lui: nei suoi dolori e nei suoi bisogni. Ama tanto Gesù da desiderare la partecipa-zione alla sua Passione. La notte del giovedì santo del 1442, dopo aver ascoltato nella cattedrale di Cascia (allora non vi-geva la clausura stretta) l'infuocata pre-dica del P. Giacomo della Marca, mentre nel romitorio del Monastero è inginoc-chiata davanti all'immagine del Crocifisso, una spina le perfora violentemente la fronte. Dono d'amore, supplizio d'a-more. La ferita giunge a suppurazione ed esala un continuo, nauseante fetore che costringe Rita alla solitudine di un dolore indicibile. Così per quindici anni, fino alla morte.

 

A Roma. Anno Santo 1450. L'anno di grazia chiama alla Città di Pietro innumerevoli schiere di cattolici da ogni parte del mondo. Anche le monache di Cascia, an-che Rita. Ha 69 anni e solo un miracolo ha convinto la superiora a concederle il permesso di partire con le consorelle: la piaga è, superficialmente, scomparsa, e non apparirà che dopo il ritorno. ll viaggio é lungo; le monache si sfamano presso qualche casolare dell'Agro e cam-minano pregando e cantando per lunghe giornate, consolate dalla fede dei Magi. Roma: il Papa, i martiri, le basiliche, le catacombe: visioni che commuovono pro-fondamente l'umile cuore di Rita; vi-sioni della Gerusalemme terrestre pre-ludio di quelle della Gerusalemme celeste. E poi ancora il misero giaciglio di Cascia, ancora mesi e anni nella solitu-dine, nel dolore continuo, progressivo per la ferita che i medici non sanno nè possono curare perché è ferita d'amore.

 

Ritorno a Roccaporena. Una mattina dell'ultimo inverno della sua vita, a una parente venuta a tro-varla, Rita esprime il desiderio di avere una rosa e due fichi del suo orticello di Roccaporena. La povera donna riprende addolorata il sentiero, osservando me-lanconicamente la neve che copre quasi tutti i pendii e il fondovalle. Ma nell'or-ticello di Rita sopra la neve è fiorita una splendida rosa e dal gran fico pen-dono due grossi fioroni maturi. Deside-rio di cose semplici, come frate Francesco:  Laudato si', mi' Signore per tucte tue creature.. Pace con tutto il passato: i dolori della sposa e della ma-dre sono profumo e miele.

 

In patria. 22 maggio 1457, la morte serena, con-fortata da visioni celestiali; liberazione dal dolore, sublimazione dell'amore. Le campane suonano a festa, da sole, e tutto il popolo accorre per vedere e toccare il corpo della santa. Anche Cecco Bar-bari, un bravo falegname che aveva la-vorato per il Monastero prima che una paralisi gli immobilizzasse un braccio. desidererebbe ardentemente di poter fa-re la cassa funebre, ma purtroppo... An-che il falegname Cecco Barbari, come il falciatore Germano, si trova improvvisamente guarito e potrà preparare non una ma due casse. Il tempo si è fermato davanti al corpo di S. Rita: da cinque secoli è incorrotto e non raramente ema-na un profumo soavissimo; talvolta, benedizione o ammonimento, si muove.

 

I suoi devoti. La Chiesa la dichiara Santa nel 1900, ma la devozione del popolo comincia dal 1457. Il notaio Domenico d'Angrio auten-ticò i primi undici miracoli ottenuti per l'intercessione di S. Rita dal 25 maggio al 18 giugno 1457 (Moretti). Nei secoli successivi la devozione a S. Rita si este-se a tutta l'ltalia, all'Europa, alle Ame-riche. a tutto il mondo. Il popolo l'ha definita  la Santa degli impossibili. Leone XIII: la perla dell'Umbria. Quali sono i motivi dl questa univer-sale devozione per una santa di cinque secoli fa, di umilissime origini, analfa-beta, lontana da ogni attività rumorosa, ignorata dalla storia e perfino dalle cro-nache dei suoi tempi? I miracoli, certa-mente, la splendida pioggia di rose; ma anche la sua vita, anzi le sue vite: di fanciulla, di sposa, di madre, di suora. Il suo modo di vivere la vita: compietamente, senza rimpianti, senza tenten-namenti, anche nelle ore più dure. Le sue sofferenze che hanno segnato tutti gli aspetti della sua vita. E' la vicinanza al nostro vivere quotidiano, alle nostre croci tanto simili alle sue, al nostro mi-sero andare tra il male fisico e morale, al nostro desiderio di purificazione. E' il suo amore, l'atto ininterrotto che ha costruito la sua dolorosa scala di ascesa, che ha santificato e valorizzato tutte le sue azioni. S. Rita ha compreso quanto sia vero e bello ciò che ha detto il grande cuore di S. Agostino: Ama e fa' ciò che vuoi. Ti doni la Provvidenza gioie o dolori, salute o malattia, ti conceda di raggiungere i tuoi sogni più belli o ti sbarri la strada con la vocazione alla sofferenza, ti accompagni a gente buona o cattiva, ti apra le porte alle grandi responsabilità o ti chiuda in un umile, insignificante la-voro, ama, e tutto diventerà luminoso e santo, per te e per il tuo prossimo.