LA VITA DI SANT’ANNA E SAN GIOACCHINO

Da: L’”Evangelo come mi è stato rivelato” Capitoli 1-9 Volume 1

1. Pensiero d'introduzione. Dio volle un seno senza macchia.

“Dio mi possedette all'inizio delle sue opere Salomone”, Proverbi cap. 8 v. 22.

22 agosto 1944.

Gesù mi ordina: «Prendi un quaderno tutto nuovo. Copia sul primo foglio il dettato del giorno 16 agosto. In questo libro si parlerà di Lei ». Ubbidisco e copio. 16 agosto 1944.

Dice Gesù: «Oggi scrivi questo solo. La purezza ha un valore tale che un seno di creatura poté contenere l'Incontenibile, perché pos­sedeva la massima purezza che potesse avere una creatura di Dio. La Ss. Trinità scese con le sue perfezioni, abitò con le sue Tre Persone, chiuse il suo Infinito in piccolo spazio - né si di­minuì per questo, perché l'amore della Vergine e il volere di Dio dilatarono questo spazio sino a renderlo un Cielo - si ma­nifestò con le sue caratteristiche: il Padre, essendo Creatore nuovamente della Creatura co­me al sesto giorno ed avendo una "figlia " vera, degna, a sua perfetta somiglianza. L'impronta di Dio era stampata in Ma­ria così netta che solo nel Primogenito del Padre le era supe­riore. Maria può essere chiamata la" secondogenita " del Pa­dre perché, per perfezione data e saputa conservare, e per di­gnità di Sposa e Madre di Dio e di Regina del Cielo, viene se­conda dopo il Figlio del Padre e seconda nel suo eterno Pen­siero, che ab aeterno in Lei si compiacque; il Figlio, essendo anche per Lei "il Figlio "e insegnandole, per mistero di grazia, la sua verità e Sapienza quando anco­ra non era che un Germe che le cresceva in seno; lo Spirito Santo, apparendo fra gli uomini per una antici­pata Pentecoste, per una prolungata Pentecoste, Amore in" Colei che amò ", Consolazione agli uomini per il frutto del suo seno, Santificazione per la maternità del Santo. Dio, per manifestarsi agli uomini nella forma nuova e completa che inizia l'èra della Redenzione, non scelse a suo trono un astro del cielo, non la reggia di un potente. Non volle neppure le ali degli angeli per base al suo piede. Volle un se­no senza macchia. Anche Eva era stata creata senza macchia. Ma spontanea­mente volle corrompersi. Maria, vissuta in un mondo corrotto - Eva era invece in un mondo puro - non volle ledere il suo candore neppure con un pensiero volto al peccato. Conobbe che il peccato esiste. Ne vide i volti diversi e orribili. Tutti li vide. Anche il più orrendo: il deicidio. Ma li conobbe per espiarli e per essere, in eterno, Colei che ha pietà dei peccatori e prega per la loro redenzione. Questo pensiero sarà introduzione ad altre sante cose che darò per conforto tuo e di molti ».  

2. Gioacchino e Anna fanno voto al Signore.

22 agosto 1944. Vedo un interno di casa. In essa è seduta ad un telaio una donna di età. Direi, nel vederla coi capelli un tempo certo ne­ri, ora brizzolati, e nel volto non rugoso ma già pieno di quella serietà che viene con gli anni, che ella possa avere dai cinquan­ta ai cinquantacinque anni. Non più. Nell'indicare queste età femminili prendo per base il volto di mia madre, la cui effigie ho più che mai presente in questi giorni che mi ricordano i suoi ultimi giorni presso il mio let­to... Dopodomani è un anno che non la vedo più... Mia mam­ma era molto fresca nel volto, sotto i capelli precocemente in­canutiti. A cinquant'anni era bianca e nera come al termine della vita. Ma, tolta la maturità dello sguardo, nulla denun­ciava i suoi anni. Potrei perciò errare anche nel dare alle don­ne attempate un certo numero di anni. Questa che vedo tessere, in una stanza tutta chiara di lu­ce, che penetra dalla porta spalancata su un vasto orto-giardino - un poderetto, direi, perché si prolunga a sali e scendi su un dolce altalenare di verde pendìo - è bella nei tratti decisamente ebrei. Occhio nero e profondo che, non so perché, mi ricorda quello del Battista. Ma questo, pur essendo fiero come di regina, è anche dolce. Come se sul suo balenare di aquila fosse steso un velo d'azzurro. Dolce e un poco appena mesto, come di chi pensa, e rimpiange, a cose perdute. La tinta del volto è bruna, ma non eccessivamente. La bocca, lievemente larga, è ben di­segnata, e sta ferma in una mossa austera che non è però du­ra. Il naso è lungo e sottile, lievemente piovente in basso. Un naso aquilino che sta bene con quegli occhi. E' robusta ma non grassa. Ben proporzionata e credo alta, a giudicare da come appare seduta. Mi pare stia tessendo una tenda o un tappeto. Le spole mul­ticolori vanno rapide sulla trama che è marrone scuro, e il già fatto mostra un vago intreccio di greche e rosoni in cui verde, giallo, rosso e azzurro cupo si intersecano e fondono come in un mosaico. La donna veste di un abito semplicissimo e molto scuro. Un viola-rosso che pare copiato a certe viole del pensiero. Si alza sentendo bussare alla porta. E' alta realmente. Apre. Una donna le chiede: «Anna, vuoi darmi la tua anfora? L'empirò per te ». La donna ha con sé un frugolino di cinque anni che si at­tacca subito alla veste della nominata Anna, che lo carezza mentre va in un altro ambiente e ne torna con una bell'anfo­ra di rame, che porge alla donna dicendo: «Sempre buona, tu, con la vecchia Anna. Dio te ne compensi in questo e nei figli che hai e avrai, te beata! ». Anna sospira. La donna la guarda e non sa che dire per quel sospiro; per sviare la pena, che si comprende esiste, dice: «Ti lascio Alfeo, se non ti dà noia, così faccio più presto e ti empirò molte broc­che e giarre ». Alfeo è ben lieto di restare, e se ne spiega il motivo. Anda­ta via la madre, Anna se lo prende in collo e lo porta nell'orto, lo alza sino ad una pergola d'uva bionda come il topazio e di­ce: «Mangia, mangia, che è buona» e se lo bacia sul visetto impiastricciato di succo d'uva, che il bambino sgrana avida­mente. Poi ride di gusto, e pare subito più giovane per la bella dentatura che appare e per la giocondità che le copre il viso, cancellando gli anni, quando il bambino dice: «E ora che mi dài? » e la guarda con due occhioni sgranati di un grigio az­zurro cupo. Ride e scherza chinandosi sui ginocchi e dicendo: «Che cosa mi dài se ti do... se ti do... indovina! ». E il bambi­no, battendo le manine, tutto ridente: «Baci, baci ti do, Anna bella, Anna buona, Anna mamma!...» Anna, sentendosi dire: «Anna mamma », ha un vero grido di affetto gioioso e si stringe contro il piccolino, dicendo: «O gioia! Caro! Caro! Caro! ». Ad ogni «caro » un bacio scende sulle gotine rosee. E poi vanno ad una scansia, e da un piatto scendono focaccine di miele. «Le ho fatte per te, bellezza del­la povera Anna, per te che mi vuoi bene.. Ma, dimmi, quanto mi vuoi bene?». E il bambino, pensando alla cosa che più l'ha colpito, dice: «Come al Tempio del Signore ». Anna lo bacia ancora sugli occhietti vispi, sulla boccuccia rossa, e il bambi­no le si strofina contro come un gattino. La madre va e viene con la brocca colma e ride senza dire nulla. Li lascia alle loro espansioni. Entra dall'orto un uomo anziano, un poco più basso di Anna, con un testa di folti capelli tutti bianchi. Un viso chia­ro, dalla barba tagliata in quadrato, con due occhi azzurri co­me turchesi fra ciglia di un castano chiaro quasi biondo. E' vestito di un marrone scuro. Anna non lo vede perché volge le spalle all'uscio, e lui le viene alle spalle dicendo: «E a me nulla?». Anna si volge e dice: «O Gioacchino! Hai finito il tuo lavoro? ». Contempora­neamente il piccolo Alfeo gli corre ai ginocchi dicendo: «An­che a te, anche a te », e quando il vecchiotto si curva e lo ba­cia, il bambino gli si avvinghia al collo spettinandogli la bar­ba con le manine e coi baci. Anche Gioacchino ha il suo dono: leva da dietro alla schie­na la mano sinistra e offre una mela così bella che pare di ce­ramica, e dice ridendo al bambino che tende le manine avida­mente: «Aspetta che te la faccio a pezzi. Così non puoi. E' più grossa di te », e con un coltelluccio che ha alla cintola, un col­tello da potatore, ne fa fette e fettine, e pare imbocchi un uc­cellino nidiace tanta è la cura con cui mette i bocconi nella bocchina aperta, che sgrana e sgrana. «Ma guarda che occhi, Gioacchino! Non sembrano due pez­zettini del mar di Galilea quando il vento della sera spinge un velo dì nube sul cielo?». Anna parla tenendo appoggiata una mano sulla spalla del marito e appoggiandovisi lievemente anche lei, una mossa che rivela un profondo amore di sposa, un amore intatto dopo i molti anni di coniugio. E Gioacchino la guarda con amore e annuisce dicendo: «Bellissimi! E quei ricciolini? Non hanno il colore delle biade che il sole ha seccato? Guarda: e dentro c'è misto oro e rame». «Ah! se avessimo avuto un bambino lo avrei voluto così, con questi occhi e questi capelli... ». Anna si è chinata, ingi­nocchiata anzi, e bacia con un sospirone i due occhioni azzurro-grigi. Gioacchino sospira anche lui. Ma la vuol consolare. Le po­ne la mano sui capelli cresputi e canuti e le dice: «Ancora oc­corre sperare. Tutto può Dio. Finché si è vivi, il miracolo può avvenire, specie quando lo si ama e ci si ama». Gioacchino calca molto sulle ultime parole. Ma Anna tace, avvilita, e sta a capo chino per non mostra­re due lacrime che scendono e che vede solo il piccolo Alfeo, il quale, stupito e addolorato che la sua grande amica pianga come fa lui qualche volta, alza la manina e asciuga quel pianto. Non piangere, Anna! Siamo felici lo stesso. Io, almeno, lo sono perché ho te ».  «Anche io per te. Ma non ti ho dato un figlio... Penso aver spiaciuto al Signore, poiché mi ha inaridito le viscere... «O moglie mia! In che vuoi avergli spiaciuto tu, santa? Sen­ti. Andiamo ancora una volta al Tempio. Per questo. Non solo per i Tabernacoli. Facciamo lunga preghiera... Forse ti avver­rà come a Sara... come ad Anna di Elcana. Molto attesero e si credevano riprovate perché sterili. Invece per loro, nei cieli di Dio, si maturava un figlio santo. Sorridi, mia sposa. Il tuo pianto mi è più dolore che l'esser senza prole... Porteremo Alfeo con noi. Lo faremo pregare, lui che è innocente... e Dio pren­derà la sua e nostra preghiera insieme e ci esaudirà ». «Si. Facciamo voto al Signore. Suo sarà il nato. Purché ce lo conceda... Oh! sentirmi chiamare " mamma "! ». E Alfeo, spettatore stupito e innocente: «Io ti ci chiamo!». «Sì, gioia cara... ma ce l'hai la mamma tu, e io... io non ho bambino... La visione cessa qui. Comprendo che si è iniziato il ciclo della nascita di Maria. E ne sono molto contenta, perché lo desideravo tanto. Penso e sarà contento anche lei. Prima che io iniziassi a scrivere, ho sentito la Mamma dir­mi:   «Figlia, scrivi dunque di me. Ogni tua pena verrà conso­lata». E, mentre diceva questo, mi posava la mano sul capo in una carezza soave. Poi è venuta la visione. Ma sul princi­pio, ossia finché non sentii chiamare la cinquantenne a nome, non compresi d'esser di fronte alla madre della Mamma e per­ ciò alla grazia della sua nascita.  

3. Alla festa dei Tabernacoli. Gioacchino e Anna possedevano la Sapienza.

23 agosto 1944. Prima che venga il seguito, faccio una nota. La casa non mi è parsa quella ben nota, di Nazaret. Alme­no l'ambiente è molto diverso. Anche l'orto-giardino è più va­sto, e oltre si vedono i campi. Non molti, ma insomma ci sono. Dopo, quando Maria è sposa, vi è solo l'orto, vasto ma limita­to a orto, e questa stanza, che ho visto, non l'ho vista mai nel­le altre visioni. Non so se pensare che per motivi pecuniari i genitori di Maria si disfecero di parte del loro avere o se Ma­ria, uscendo dal Tempio, passò in un'altra casa, forse datale da Giuseppe. Non ricordo se nelle passate visioni e lezioni eb­bi mai accenno sicuro che la casa di Nazareth era la casa natìa. La mia testa è molto stanca. E poi, soprattutto per i dettati, io ne dimentico subito le parole, pur rimanendomene incisi i comandi e nell'anima la luce. Ma i particolari dileguano im­mediatamente. Se dopo un'ora dovessi ripetere quel che udii, tolto una o due frasi principali, non saprei più niente. Mentre le visioni restano vive alla mente, perché le ho dovute osser­vare da me. I dettati li ricevo. Quelle invece le devo percepire. Restano perciò vive nel pensiero, che ha faticato a notarle nelle loro fasi. Speravo ci fosse un dettato sulla visione di ieri. Invece niente. Comincio a vedere e scrivo. Fuori delle mura di Gerusalemme, sui colli e fra gli ulivi, vi è gran folla. Pare un enorme mercato. Ma non ci sono ban­chi e baracconi. Non vocìo di ciarlatani e venditori. Non giuo­chi. Vi sono tante tende di lana ruvida, certo impermeabili al­l'acqua, stese su pioli confitti al suolo, e legate ai pioli sono frasche verdi che fanno ornamento e frescura. Altre, invece, sono tutte di frasche confitte al suolo e legate così, che fanno come delle piccole gallerie verdi. Sotto ognuna, gente di ogni età e condizione, e un parlare pacato e raccolto, rotto solo da qualche strillo di bambino. Scende la sera e già le luci di lucernette a olio splendono qua e là per l'accampamento strano. Intorno alle luci qualche famiglia consuma la cena stando seduta per terra, le madri coi più piccoli in grembo, e molti di questi, stanchi, si addor­mentano con ancora il pezzo di pane nelle ditine rosee e cadono col capino sul petto materno come pulcini sotto la chioccia, e le madri finiscono di mangiare come possono, con una sola mano libera, mentre l'altra tiene contro il cuore il figliolino. Altre famiglie, invece, non sono ancora a cena e parlano nel semibuio del crepuscolo, attendendo che il cibo sia pronto. Dei focherelli sono accesi qua e là, e intorno ad essi si affannano le donne. Qualche ninna nanna lenta lenta, direi quasi lamen­tosa, culla un infante che stenta ad addormentarsi. In alto un bel cielo sereno, che diviene sempre più azzurro cupo sino a parere un enorme velario di velluto pastoso d'un nero azzurro, su cui, piano piano, invisibili artefici e decora­tori appuntino gemme e lumini, quali isolati, quali in bizzar­re linee geometriche, fra le quali primeggia l'Orsa maggiore e minore con la sua forma di carro dalla stanga appoggiata al suolo, poi che i buoi furono staccati dal giogo. La stella po­lare ide con tutti i suoi bagliori. Comprendo che è ottobre perché una grossa voce d'uomo lo dice: « Bello questo ottobre come pochi ci furono! ». Ecco Anna che viene da un fuoco con delle cose fra le ma­ni, stese sul pane che è largo e piatto come una focaccia delle nostre e fa anche da vassoio. Alle gonnelle ha Alfeo, che cia­ramella con la sua vocetta. Gioacchino, che sulla soglia della sua piccola capanna tutta di frasche parla con un uomo sui trent'anni - che Alfeo da lontano saluta con uno stridetto di­cendo: «Papà» - quando vede avanzarsi Anna si affretta ad accendere la lucernetta. Anna passa con il suo incedere regale fra le file delle ca­panne. Regale e pure umile. Non è altera con nessuno. Rialza il piccino di una povera, molto povera donna, che le è caduto, inciampando nella sua corsa sbarazzina, proprio ai piedi e, po­sto che si è impiastricciato il visetto di terra e piange, ella lo pulisce e consola e lo rende alla madre accorsa, che si scusa, dicendo: «Oh! non è nulla! Sono contenta che non si sia fatto male. E' un bel bambino. Quanto ha?». «Tre anni. E' il penultimo e fra poco ne avrò un altro. Ho sei maschi. Ora vorrei una bambina... Per la mamma è molto una bambina...». «L'Altissimo ti ha molto consolata, donna! » Anna sospira. E l'altra: «Sì. Sono povera, ma i figli sono la nostra gioia e gia i piu grandicelli aiutano al lavoro. E tu, signora (che An­na sia di più elevata condizione tutto lo mostra, e la donna l'ha visto) quanti bambini hai?». Nessuno». «Nessuno?! Non è tuo questo? ». «No, di una vicina molto buona. E' il mio conforto... «Ti sono morti o... «Non ne ho mai avuti». «Oh! ». La povera donna la guarda con pietà. Anna la saluta con un sospirone e và alla sua capanna. «Ti ho fatto attendere, Gioacchino. Mi ha trattenuta una povera donna madre di sei maschi, pensa!, e fra poco avrà un altro figlio ». Gioacchino sospira. Il padre d'Alfeo chiama il suo bimbo, ma questo risponde: «Con Anna resto io. L'aiuto ». Ridono tutti. «Lascialo. Non dà noia. Ancora non è tenuto alla Legge. Qui o lì non è che un uccellino che mangia» dice Anna e siede col bimbo in grembo a cui dà focaccia e, mi pare, pesce arrosti­to. Vedo che lavora prima di darlo, forse gli leva la spina. Pri­ma ha servito il marito. Ultima mangia lei. La notte è sempre più gremita di stelle e i lumi sempre più numerosi nel campo. Poi piano piano molti lumi si spen­gono. Sono di quelli che hanno cenato per primi e che ora si mettono a dormire. Anche il brusio diminuisce lentamente. Vo­ci di bimbo non se ne odono più. Solo qualche lattante fa sen­tire la sua vocina di agnellino che cerca il latte della mamma. La notte soffia il suo alito sulle cose e le persone, e annulla pene e ricordi, speranze e rancori. Anzi, forse questi due so­pravvivono, per quanto attutiti, anche nel sonno, nel sogno. Anna lo dice al marito, mentre culla Alfeo che comincia a dormirle fra le braccia: «Questa notte ho sognato che il pros­simo anno io verrò alla Città Santa per due feste invece che per una sola. E una sarà l'offerta al Tempio della mia creatu­ra... Oh! Gioacchino!... «Spera, spera, Anna. Altro non hai sentito? Il Signore nulla ti ha mormorato al cuore? ». «Nulla. Un sogno soltanto... «Domani è l'ultimo giorno di preghiera. Già tutte le offer­te sono state fatte. Ma le rinnoveremo domani ancora, solen­nemente. Vinceremo Dio col nostro fedele amore. Io penso sem­pre che ti abbia ad accadere come ad Anna d'Elcana». «Lo voglia Dio... e avessi subito chi mi dice: "Va' in pace. Il Dio d'Israele ti ha concesso la grazia che chiedi! " «Se la grazia verrà, il tuo bambino te lo dirà rivoltandosi  per la prima volta nel tuo seno, e sarà voce di innocente, per­ciò voce di Dio ». Ora il campo tace nel buio. Anche Anna riporta Alfeo alla capanna contigua e lo pone da sé sul giaciglio di fieno presso ai fratellini, che dormono già. E poi si conca a fianco di Gioac­chino, e anche la loro lampadetta si spegne. Una delle ultime stelline della terra. Restano più belle le stelle del firmamento a vegliare su tutti i dormenti.

Dice Gesù: I giusti sono sempre dei sapienti perché, essendo amici di Dio, vivono in sua compagnia e sono da Lui istruiti; da Lui, Infinita Sapienza. I miei nonni erano giusti e possedevano perciò la sapienza. Potevano dire con verità quanto dice il Libro, cantando le lodi della Sapienza nel libro di essa: "Io l'ho amata e ricercata fin dalla giovinezza e procurai di prenderla in sposa ". Anna d'Aronne era la donna forte di cui parla l'Avo nostro. E Gioacchino, stirpe di re Davide, non aveva cercato tanto av­venenza e ricchezza quanto virtù. Anna possedeva una gran­de virtù. Tutte le virtù unite come mazzo fragrante di fiori per divenire un’unica bellissima cosa, che era la Virtù. Una virtù reale, degna di stare davanti al trono di Dio. Gioacchino aveva dunque sposato due volte la sapienza amandola più d'ogni altra donna": la sapienza di Dio chiu­sa nel cuore della donna giusta. Anna d'Aronne altro non aveva cercato che di unire la sua vita a quella di un uomo retto, certa che nella rettezza è la gioia delle famiglie. E ad esser l'em­blema della " donna forte "non le mancava che la corona dei figli, gloria della donna sposata, giustificazione del coniugio, di cui parla Salomone, come alla sua felicità non mancavano che questi figli, fiori dell'albero che ha fatto un sol uno con l'albero vicino e ne ottiene dovizia di nuovi frutti, in cui le due bontà si fondono in una, perché, per conto dello sposo, mai nes­suna delusione le era venuta. Ella, ormai volgente a vecchiezza, moglie da più e più lu­stri a Gioacchino, era sempre per lui "la sposa della sua gio­vinezza, la sua gioia, la cerva carissima, la graziosa gazzel­la ", le cui carezze avevano sempre il fresco incanto della pri­ma sera nuziale e affascinavano dolcemente il suo amore, te­nendolo fresco come fiore che una rugiada irrora e ardente co­me fuoco che sempre una mano alimenta. Perciò, nella loro afflizione di senza figli, l'un l'altro si dicevano "parole di con­solazione nei pensieri e negli affanni. E su loro la Sapienza eterna, quando fu l'ora, dopo averli istruiti nella vita, li illuminò con i sogni della notte, diana del poema di gloria che doveva da essi venire e che era Maria Ss., la Madre mia. Se la loro umiltà non pensò a questo, il loro cuore però trepidò nella speranza al primo squillo della pro­messa di Dio. Già è certezza nelle parole di Gioacchino: "Spe­ra, spera... Vinceremo Dio col nostro fedele amore". Sogna­vano un figlio: ebbero la Madre di Dio. Le parole del libro della Sapienza paiono scritte per loro: "Per lei acquisterò gloria davanti al popolo... per essa otterrò l'immortalità e lascerò eterna memoria di me a quelli che do­po me verranno "Ma, per ottenere tutto questo, dovettero farsi re di una virtù verace e duratura che nessun evento lese. Vir­tù di fede. Virtù di carità. Virtù di speranza. Virtù di castità. La castità degli sposi! Essi l'ebbero, ché non occorre esser ver­gini per esser casti. E i talami casti hanno a loro custodi gli angeli e ad essi scendono figli buoni, che della virtù dei geni­tori fanno la norma della loro vita. Ma ora dove sono? Ora non si vogliono figli, ma non si vuole però neppure castità. Onde Io dico che l'amore e il tala­mo sono profanati ».  

4.Anna con un cantico annunzia di esser madre.

Nel suo seno è l'anima immacolata di Maria.

24 agosto 1944. Rivedo la casa di Gioacchino ed Anna. Nulla è mutato nell'interno, se si toglie i molti rami fioriti, messi in anfore qua e là, certo frutto delle potature fatte sugli alberi dell'orto che sono tutti in fiore: una nuvola che svaria dal bianco neve al rosso di certi coralli. Anche il lavoro di Anna è diverso. Su un telaio più piccolo dell'altro ella tesse delle belle tele di lino, e canta, ritmando il moto del piede sul canto. Canta e sorride... A chi? A se stes­sa, a qualche cosa che ella vede nel suo interno. Il canto, lento e pur lieto - che ho scritto a parte per se­guirlo, perché lo ripete più volte come beandosi di esso, e lo dice sempre più forte e sicuro, come chi ha ritrovato un ritmo nel suo cuore e prima lo mormora in sordina e poi, sicuro, va più spedito e alto di tono - dice (e lo trascrivo perché, nella sua semplicità, è tanto dolce): «Gloria al Signore onnipotente che dei figli di Davide eb­be amore. Gloria al Signore! La sua suprema grazia dal Ciel m'ha visitata. La vecchia pianta ha messo nuovo ramo, ed io son beata. Per la festa delle Luci gettò seme la speranza; or di nisam la fragranza lo vede germogliar. Come il mandorlo si infiora la mia carne a primavera. Il suo frutto, sulla sera, essa sente di portar. Su quel ramo sta una rosa, sta un pomo dei più dolci. Sta una stella rilucente, sta un pargolo innocente. Sta la gioia della casa, dello sposo e della sposa. Lode a Dio, al mio Signore, che pietà ebbe di me. Me lo disse la sua luce: "Una stella a te verrà". Gloria, gloria! Tuo sarà questo frutto della pianta, primo e estremo, santo e puro come dono del Signor. Tuo sarà, e per lui venga gioia  e pace sulla terra. Vola, o spola. Il filo serra per la tela dell'infante. Egli nasce! A Dio osannante vada il canto del mio cuor». Entra Gioacchino quando ella sta per ripetere per la quarta volta il suo canto. «Sei felice, Anna? Mi sembri un uc­cello che faccia primavera. Che canto è mai questo? Non l'ho mai udito da nessuno. Da dove ci viene?». «Dal mio cuore, Gioacchino». Anna si è alzata ed ora si dirige verso lo sposo, tutta ridente. Pare più giovane e più bella. «Non ti sapevo poeta » dice il marito, guardandola con pa­lese ammirazione. Non sembrano due sposi attempati. Nei lo­ro sguardi è una tenerezza da giovani sposi. «Sono venuto dal fondo dell'orto udendoti cantare. Erano anni che non sentivo la tua voce di tortora innamorata. Vuoi ripetermi quel canto?». «Te lo ripeterei anche se tu non lo chiedessi. I figli di Israele hanno sempre affidato al canto i gridi più veri delle loro spe­ranze, e gioie, e dolori. Io ho affidato al canto la cura di dirmi e di dirti una grande gioia. Sì, anche di dirmela, perché è cosa così grande che, per quanto ne sia certa, ormai, mi sembra an­cora non vera...» e ricomincia il canto, ma arrivata al punto: «su quel ramo sta una rosa, sta un pomo dei più dolci, sta una stella...» la sua ben tonata voce di contralto si fa prima tre­mula e poi si spezza, e con un singhiozzo di gioia ella gnarda Gioacchino e, alzando le braccia, grida: «Sono madre, mio di­letto! » e gli si rifugia sul cuore, fra le braccia che egli ha tese e che ora ha rinserrate intorno alla sua sposa felice. Il più ca­sto e felice abbraccio che io abbia visto da quando sono al mon­do. Casto e ardente nella sua castità.  Il dolce rimprovero fra i capelli bianco-neri di Anna: «E non me lo dicevi? ». «Perché volevo esserne certa. Vecchia come sono... saper­mi madre... Non lo potevo credere vero... e non volevo darti una delusione più amara di tutte. E' dalla fine del dicembre che io sento farsi nuove le mie viscere profonde e mettere, co­me dico, un nuovo ramo. Ma ora su quel ramo è sicuro il frut­to... Vedi? Quella tela è già per quello che verrà». «Non è il lino che hai comperato a Gerusalemme in otto­bre? ». Sì. L'ho poi filato mentre attendevo... e speravo. Speravo perché l'ultimo giorno, mentre pregavo nel Tempio, il più possibile che sia per una donna presso la Casa di Dio, ed era già sera... ricordi che dicevo: "Ancora, ancora un poco". Non sapevo staccarmi di là senza aver avuto grazia! Ebbene, nel­l'ombra che già scendeva, dall'interno del luogo sacro, che io guardavo con attrazione d'anima per strappare un assenso dal Dio presente, ho visto partire una luce, una scintilla di luce bellissima. Era candida come luna, eppure aveva in sé tutte le luci di tutte le perle e gemme che sono sulla terra. Pareva che una delle stelle preziose del Velo, le stelle poste sotto ai piedi dei cherubini, si staccasse e divenisse splendida di una luce soprannaturale... pareva che da oltre il Velo sacro, dalla Gloria stessa, partisse un fuoco e venisse a me veloce, e nel tagliare l'aria cantasse con voce celeste dicendo: "Ciò che hai chiesto ti venga". E' per quello che io canto: "Una stella a te verrà". Che figlio sarà mai il nostro, che si manifesta come luce di stella nel Tempio e che dice: "Io sono "nella festa del­le Luci? Che tu abbia visto giusto pensandomi una nuova An­na d'Elcana? Come la chiameremo la creatura nostra, che dolce come canto d'acque sento parlarmi in seno col suo picco­lo cuore che batte e batte come quello di una tortorina presa fra il cavo delle mani? ». «Se sarà maschio, la chiameremo Samuele. Se  femmina, Stella. La parola che ha fermato il tuo canto per darmi questa gioia di sapermi padre. La forma che ha preso per manifestar­si fra la sacra ombra del Tempio ». «Stella. La nostra stella, perché, non so, penso, penso sia una bambina. Mi pare che carezze così dolci non possano ve­nire che da una dolcissima figlia. Perché io non la porto, non ne ho sofferenza. E' lei che porta me su un sentiero azzurro e fiorito, come se io fossi sorretta da angeli santi e la terra fos­se già lontana... Ho sempre sentito dalle donne dire che il con­cepire e il poftare è dolore. Ma io non ho dolore. Mi sento for­te, giovane, fresca più di quando ti donai la mia verginità nel­la giovinezza lontana. Figlia di Dio - poiché è di Dio più che nostra questa che nasce da un tronco inaridito - alla sua mam­ma non dà pena. Ma solo le porta pace e benedizione: i frutti di Dio, suo vero Padre ». «Maria allora la chiameremo. Stella del nostro mare, per­la, felicità. Il nome della prima grande donna d'Israele. Ma questa non peccherà mai contro il Signore, e a Lui solo darà il suo canto perché a Lui è offerta, ostia prima di nascere ». «A Lui è offerta, sì. Maschio o femmina che sia, dopo aver giubilato per tre anni sulla nostra creatura noi la daremo al Signore. Ostie noi pure con essa, per la gloria di Dio ». Non vedo né odo altro.

Dice Gesù: «La Sapienza, dopo averli illuminati coi sogni della notte, scese, Essa, "vapore della virtù di Dio, certa emanazione del­la gloria dell'Onnipotente", e divenne Parola per la sterile. Colui che ormai vedeva prossimo il suo tempo di redimere, Io, il Cristo, nipote di Anna, quasi cinquant'anni dopo, mediante la Parola, opererò miracoli sulle sterili e le malate, sulle os­sesse, sulle desolate, su tutte le miserie della terra. Ma intanto, per la gioia di avere una Madre, ecco che mor­moro arcana Parola nell'ombra del Tempio che conteneva le speranze d'Israele, del Tempio ormai al limitare della sua vi­ta, perché nuovo e vero Tempio, non più contenente speranze di un popolo, ma certezza di Paradiso per il popolo di tutta la terra, e per i secoli dei secoli sino alla fine del mondo, sta per essere sulla terra. E questa Parola opera il miracolo di render fecondo ciò che infecondo era. E di darmi una Madre, la quale non ebbe soltanto ottimo naturale, come era sorte lo avesse nascendo da due santi; e, non avendo soltanto un'anima buo­na come molti ancor l'hanno, non avendo soltanto continuo ac­crescimento di questa bontà per il suo buon volere, non aven­do soltanto un corpo immacolato, ebbe, unica fra le creature, mmacolato lo spirito. Tu hai visto la generazione continua delle anime da Dio. Ora pensa quale dovette esser la bellezza di quest'anima che il Padre aveva vagheggiata da prima che il tempo fosse, di que­st'anima che costituiva le delizie della Trinità, la quale Trini­tà ardeva di ornarla dei suoi doni per farne dono a Se stessa. O Tutta Santa, che Dio creò per Sé e poi per salute agli uomi­ni! Portatrice del Salvatore, la prima salvezza tu fosti. Viven­te Paradiso, hai col tuo sorriso cominciato a santificare la terra. L'anima creata per esser anima della Madre di Dio! Quan­do, da un più vivo palpito del Trino Amore, scaturì questa scintilla vitale, ne giubilarono gli angeli, ché luce più viva mai aveva visto il Paradiso. Come petalo di empirea rosa, un peta­lo immateriale e prezioso che era gemma e fiamma, che era alito di Dio che scendeva ad animare una carne ben diversa­mente che per le altre, che scendeva tanto potente nel suo fuoco che la Colpa non poté contaminarla, essa valicò gli spazi e si chiuse in un seno santo. La terra aveva, e non lo sapeva ancora, il suo Fiore. Il ve­ro, unico Fiore che fiorisce eterno: giglio e rosa, mammola e gelsomino, elianto e ciclamino insieme fusi, e con essi tutti i fiori della terra in un Fiore solo, Maria, nella quale ogni virtù e grazia si aduna. Nell'aprile la terra di Palestina pareva un enorme giardi­no, e fragranze e colori davano delizia al cuore degli uomini. Ma ancora ignota era la più bella Rosa. Ella era già fiorente a Dio nel secreto dell'alvo materno, poiché mia Madre amò da quando fu concepita, ma solo quando la vite dà il suo sangue per farne vino, e l'odor dei mosti, zuccherino e forte, empie le aie e le nari, Ella avrebbe sorriso prima a Dio e poi al mondo, dicendo col suo superinnocente sorriso: "Ecco, la Vite che vi darà il Grappolo da esser premuto nello strettoio per divenire Medicina eterna al vostro male, è fra voi Ho detto: "Maria amò da quando fu concepita". Cosa è che dà allo spirito luce e conoscenza? La Grazia. Cosa è che leva la Grazia? Il peccato d'origine e il peccato mortale. Ma­ria, la Senza Macchia, non fu mai priva del ricordo di Dio, del­la sua vicinanza, del suo amore, della sua luce, della sua sa­pienza. Ella poté perciò comprendere e amare quando non era che una carne che si condensava intorno ad un'anima imma­colata che continuava ad amare. Più avanti ti farò contemplare mentalmente la profondià delle verginità in Maria. Ne avrai una vertigine celeste co­me quando ti ho fatto considerare la nostra eternità. Intanto considera come il portare in seno una creatura esente dalla Macchia, che priva di Dio, dia alla madre, che pure l'ha con­cepita naturalmente, umanamente, una intelligenza superio­re e ne faccia un profeta. Il profeta della figlia sua, che ella chiama: "Figlia di Dio". E pensa cosa sarebbe stato se dai Primigenitori innocenti fossero nati innocenti figli, come Dio voleva. Questo, o uomini che dite di avviarvi al "superuomo", e coi vostri vizi vi avviate unicamente al superdemone, sarebbe stato il mezzo per portare al  superuomo". Saper rimanere senza contaminazione di Satana per lasciare a Dio l'ammini­strazione della vita, della conoscenza, del bene, non desiderando più di quanto - ed era poco meno che infinito - Dio non vi avesse dato, per poter generare, in una continua evoluzione verso il perfetto, dei figli che fossero uomini nel corpo e figli dell'Intelligenza nello spirito, ossia trionfatori, ossia forti, os­sia giganti su Satana, che sarebbe stato atterrato tante migliaia di secoli avanti l'ora in cui lo sarà, e con lui tutto il suo male».  

5. Nascita di Maria.

La sua verginità nell'eterno pensiero del Padre.

26 agosto 1944. Vedo Anna uscire nell'orto-giardino. Si appoggia al brac­cio di una parente certo, perché le somiglia. E' molto grossa e pare affaticata forse anche dall'afa, proprio simile a questa che accascia me. Per quanto l'orto sia ombroso, pure l'aria vi è rovente, pe­sante. Un'aria da tagliarsi come una pasta molle e calda, tan­to è densa, sotto uno spietato cielo di un azzurro che la polve­re sospesa negli spazi fa lievemente fosco. Da molto deve es­servi siccità, perché la terra, dove non e irrigata, è letteral­mente ridotta a polvere finissima e quasi bianca. Di un bian­co lievemente tendente ad un rosa sporco, mentre è marrone rosso scuro, per esser bagnata, al piede delle piante o lungo le brevi aiuole dove crescono filari di ortaggi, e intorno ai ro­sai, ai gelsomini, ad altri fiori e fioretti, che sono specie sul davanti e lungo una bella pergola che taglia per metà il brolo sino al principio dei campi, ormai spogli di biade. Anche l'er­ba del prato, che segna la fine della proprietà, è arsiccia e ra­da. Solo ai margini di esso, là dove è una siepe di biancospino selvatico, già tutto tempestato dei rubini dei piccoli frutti, l'erba è più verde e folta, e là, in cerca di pastura e d'ombra, sono delle pecorelle con un piccolo mandriano. Gioacchino è intorno ai filari e agli ulivi. Ha con lui due uomini che l'aiutano. Ma, per quanto anziano, è svelto e lavo­ra con gusto. Stanno aprendo delle piccole chiudende ai limiti di un campo, per dare acqua alle piante assetate; e l'acqua si fa strada gorgogliando fra l'erba e la terra arsa, e si stende in anelli, che per un momento paiono di un cristallo gialla­stro e poi sono solo anelli scuri di terra umida, intorno ai tral­ci e agli ulivi stracarichi. Lentamente Anna, per la pergola ombrosa, sotto la quale api d'oro ronzano, ghiotte dello zucchero di acini biondi, va ver­so Gioacchino, che quando la vede le si affretta incontro. «Fin qui sei giunta?». «La casa è calda come un forno ». E tu ne soffri ». «L'unica sofferenza di questa mia ultima ora di gravida. La sofferenza di tutti, uomini e bestie. Non ti accaldare trop­po, Gioacchino ». «L'acqua, sperata da tanto e che da tre giorni pareva pro­prio vicina, non è ancora venuta, e la campagna brucia. Buon per noi che vi è la sorgente vicina ed è così ricca d'acque. Ho aperto i canali. Poco sollievo per le piante, che hanno le foglie vizze e coperte di polvere. Ma quel tanto da tenerle in vita. Se piovesse!... ». Gioacchino, con l'ansia di tutti gli agricolto­ri, scruta il cielo, mentre Anna, stanca, si sventola con un ven­taglio che pare fatto con una foglia secca di palma, intreccia­ta con fili multicolori che la tengono rigida. La parente dice: «Là, oltre il grande Hermon, sorgono nu­bi veloci. Vento di settentrione. Rinfrescherà e forse darà ac­qua». «E' tre giorni che si leva e poi cade col sorger della luna. Farà così ancora ». Gioacchino è sconfortato. «Torniamo in casa. Anche qui non si respira, e poi penso che sia bene tornare...» dice Anna, che sembra ancor più oli­vastra per un pallore che le è venuto sul viso. « Soffri? ». «No. Ma sento quella gran pace che ho sentito nel Tempio quando mi fu fatta grazia, e che ho sentito ancora quando sep­pi d'esser madre. E' come un'estasi. Un dolce sonno del corpo, mentre lo spirito giubila e si placa in una pace senza parago­ne umano. Ti ho amato, Gioacchino, e quando sono entrata nel­la tua casa e mi sono detta: " Sono sposa di un giusto ", ho avuto pace, e così tutte le volte che il tuo provvido amore ave­va cure per la tua Anna. Ma questa pace è diversa. Vedi, io credo che è una pace come quella che dovette invadere, come olio che si spande e molce, lo spirito di Giacobbe, nostro pa­dre, dopo il suo sogno d'angeli; e, meglio ancora, simile alla pace gioiosa dei Tobia dopo che Raffaele si manifestò loro. Se mi vi sprofondo, nel gustarla essa sempre più cresce. E' come io salissi per gli spazi azzurri del cielo... e, non so perché, da quando io ho in me questa gioia pacifica, io ho un cantico in cuore, quello del vecchio Tobia. Mi pare sia stato scritto per quest'ora... per questa gioia... per la terra d'Israele che la ri­ceve... per Gerusalemme peccatrice e ora perdonata... ma... - ma non ridete dei deliri di una madre... - ma quando dico: "Ringrazia il Signore per i tuoi beni e benedici il Dio dei se­coli, affinché riedifichi in te il suo Tabernacolo ", io penso che colui che riedificherà nella Gerusalemme il Tabernacolo del Dio vero sarà questo che sta per nascere..., e penso ancora che non più della Città santa, ma della mia creatura sia profetiz­zata la sorte quando il cantico dice: "Tu brillerai di luce splen­dida, tutti i popoli della terra a te si prostreranno, le nazioni verranno a te portando doni, adoreranno in te il Signore e ter­ranno come santa la tua terra, perché dentro di te invoche­ranno il Grande Nome. Tu sarai felice nei tuoi figli, perché tutti saranno benedetti e si riuniranno presso il Signore. Bea­ti quelli che ti amano e gioiscono della tua pace!... "; e la pri­ma a gioirne sono io, la sua madre beata... Anna si trascolora e si accende come cosa portata da luce lunare a gran fuoco e viceversa, nel dire queste parole. Delle dolci lacrime le scorrono sulle gote, né se ne avvede, e sorride alla sua gioia. E intanto va verso casa fra lo sposo e la paren­te, che ascoltano e tacciono commossi. Si affrettano perché le nubi, spinte da un vento alto, ga­loppano e crescono per il cielo, e la pianura si fa scura e abbri­vidisce per un avviso di temporale. Quando giungono alla so­glia di casa, un primo lampo livido solca il cielo e il rumore del primo tuono pare il rullare di un'enorme grancassa che si mesca all'arpeggio delle prime gocce sulle foglie arse. Entrano tutti e Anna si ritira, mentre Gioacchino, raggiunto dai garzoni, parla, sulla porta, di questa tanto attesa acqua, che è benedizione per la terra sitibonda. Ma la gioia si muta in timore, perché viene un temporale violentissimo con fulmi­ni e nubi cariche di grandine. «Se la nube rompe, l'uva e le ulive saranno frante come da mola. Miseri noi! ». Un'altra ansia ha poi Gioacchino, per la sposa a cui è giunta l'ora di dare alla luce il figlio. La parente lo rassicura che An­na non soffre affatto. Ma egli è in orgasmo, e ogni volta che la parente o altre donne, fra cui la mamma di Alfeo, escono dalla stanza di Anna per poi tornarvi con acqua calda e bacili e lini asciugati alla fiamma, che splende ilare sul focolare cen­trale in un'ampia cucina, va e chiede, e non si placa per le lo­ro rassicurazioni. Anche l'assenza di gridi da parte di Anna lo preoccupa. Dice: «Io sono uomo e non ho mai visto partori­re. Ma mi ricordo d'aver sentito dire che l'assenza di doglie è fatale... Viene la sera, anticipata dalla furia temporalesca che è vio­lentissima. Acqua torrenziale, vento, fulmini, vi è di tutto, me­no la grandine che è andata ad abbattersi altrove. Uno dei garzoni nota questa violenza e dice: «Sembra che Satana sia uscito coi suoi demoni dalla Geenna. Guarda che nubi nere! Senti che fiato di zolfo è nell'aria, e fischi e sibili e voci di lamento e maledizione. Se è lui, è furente questa se­ra! ». L'altro garzone ride e dice: «Gli sarà sfuggita una grande preda, oppure Michele lo ha percosso con nuova folgore di Dio, e lui ne ha corna e coda mozze e arse ». Passa di corsa una donna e grida: «Gioacchino! Sta per na­scere! E tutto fu svelto e felice! » e scompare con un' anforetta fra le mani. Il temporale cade di colpo, dopo un ultimo fulmine così violento che sbatte contro le pareti i tre uomini; e sul davanti della casa, nel suolo dell'orto, resta a suo ricordo una buca ne­ra e fumante. E mentre un vagito, che pare il lamento di una tortorina che per la prima volta non pigoli più ma tubi, viene da oltre la porta di Anna, un enorme arcobaleno stende la sua fascia a semicerchio su tutta l'ampiezza del cielo. Sorge, o per lo meno pare sorgere, dalla cima dell'Hermon che, baciata da una lama di sole, pare di alabastro di un bianco rosa delicatis­simo; si alza fino al più terso cielo di settembre e, valicando per spazi detersi da ogni impurità, sorvola le colline di Gali­lea e la piana che appare, fra due alberi di fico, che è a sud, e poi ancora un altro monte; e sembra posare la sua punta estre­ma all'estremo orizzonte, là dove un'aspra catena di monti chiu­de ogni altra veduta. Che cosa mai vista! ». «Guardate, guardate! ». Pare che leghi in un cerchio tutta la terra di Israele, e già, ma guardate, già vi è una stella mentre ancor non è scom­parso il sole. Che stella! Brilla come un enorme diamante!...». E la luna, là, è tutta piena, mentre ancor mancano tre giorni al suo esserlo. Ma guardate come splende! ». Le donne sopraggiungono festanti con un batuffolino ro­seo fra candide tele. E' Maria, la Mamma! Una Maria piccolina che potrebbe dor­mire fra il cerchio di braccia di un fanciullo, una Maria lunga al massimo quanto un braccio, una testolina di avorio tinto di rosa tenue e dalle labbruzze di carminio, che non piangono già più ma fanno l'istintivo atto di succhiare, così piccine che non si sa come faranno a prendere un capezzolo, un nasetto minuto fra due gotine tonde e, quando stuzzicandola le fanno aprire gli occhietti, due pezzettini di cielo, due puntini inno­centi e azzurri che guardano, e non vedono, fra ciglia sottili e di un biondo quasi roseo, tanto è biondo. Anche i capellucci sulla testolina tonda hanno la velatura roseo-bionda di certi mieli che sono quasi bianchi. Per orecchie, due conchigliette rosee e trasparenti, perfet­te. E per manine... cosa sono quelle due cosine che annaspano per l'aria e poi vanno alla bocca? Chiuse come ora, due bocci di rosa borraccina che abbiano fenduto il verde dei sepali e spor­gano la loro seta di rosa tenue; aperte come ora, due gioiellini d'avorio appena rosato, di alabastro appena rosato, con cinque pallide granate per unghiette. Come faranno quelle manine ad asciugare tanto pianto? E i piedini? Dove sono? Per ora sono solo uno zampettio na­scosto fra i lini. Ma ecco che la parente si siede e la scopre... Oh! i piedini! Lunghi un quattro centimetri, hanno per pian­ta una conchiglia corallata, per dorso una conchiglia di neve venata d'azzurro, per ditine dei capolavori di scultura lillipu­ziana, anche loro coronate di piccole scaglie di granata palli­da. Ma come si troveranno sandaletti, quando quei piedini di bambola faranno i primi passi, tanto piccini da poter stare su quei piedini? E come faranno quei piedini a fare tanto aspro cammino e sorreggere tanto dolore sotto una croce? Ma ora questo non si sa, e si ride e sorride del suo annaspa­re e sgambettare, delle belle gambette tornite, delle cosce mi­nute che fanno fossette e braccialetti tanto sono grassottelle, della pancina, una coppa capovolta, del piccolo torace perfetto sotto la cui seta candida si vede il moto del respiro e certo si ode, se, come fa il padre felice ora, vi si appoggia la bocca ad un bacio, battere un cuoricino... Un cuoricino che è il più bel­lo che ha la terra nei secoli dei secoli, l'unico cuore immacola­to di uomo. E la schiena? Ecco che la rivoltano, e si vede la falcatura delle reni e poi le spalle grassottelle e la nuca rosea così forte che, ecco, la testolina si alza sull'arco delle vertebre minute, e pare il capino di un uccello che scruti intorno il mondo nuo­vo che vede, e ha un gridino di protesta per esser così mostra­ta, Lei, la Pura e Casta, agli occhi di tanti, Lei che uomo non vedrà mai più nuda, la Tutta Vergine, la Santa ed Immacola­ta. Coprite, coprite questo Boccio di giglio che non sarà mai aperto sulla terra e che darà, più bello ancor di Lei, il suo Fio­re, pur restando boccio. Solo nei Cieli il Giglio del Trino Si­gnore aprirà tutti i suoi petali. Perché lassù non vi è polvere di colpa che possa involontariamente profanare quel candore. Perché lassù vi è da accogliere, alla vista di tutto l'Empireo, il Trino Iddio che ora, fra pochi anni, celato in un cuore senza macchia, sarà in Lei: Padre, Figlio, Sposo. Eccola di nuovo fra i lini e fra le braccia del padre terreno, cui Ella somiglia. Non ora. Ora è un abbozzo d'uomo. Io dico che gli somiglia fatta donna. Della madre non ha nulla. Del padre il colore della pelle e degli occhi, e certo anche dei ca­pelli che, se ora sono bianchi, in gioventù erano certo biondi come lo dicono le sopracciglia; del padre le fattezze, rese più perfette e gentili per esser Lei donna, e quella Donna; del pa­dre il sorriso e lo sguardo e il modo di muoversi e la statura. Pensando a Gesù, come lo vedo, trovo che Anna ha dato la sua statura al Nipote e il colore più avorio carico della pelle. Men­tre Maria non ha quell'imponenza di Anna, una palma alta e flessuosa, ma la gentilezza del padre. Anche le donne parlano del temporale e del prodigio del­la luna, della stella, dell'immenso arcobaleno, mentre con Gioacchino entrano dalla madre felice e le rendono la creatu­rina. Anna sorride ad un suo pensiero: «E' la Stella» dice. «Il suo segno è nel cielo. Maria, arco di pace! Maria, stella mia! Maria, pura luna! Maria, perla nostra! ». Maria la chiami? Si. Maria, stella e perla e luce e pace... «Ma vuol dire anche amarezza... Non temi portarle sven­tura? ». «Dio è con Lei. E' sua da prima che fosse. Egli la condurrà per le sue vie ed ogni amarezza si muterà in paradisiaco mie­le. Or sii della tua mamma... ancora per un poco, prima di es­ser tutta di Dio... E la visione ha termine sul primo sonno di Anna madre e di Maria infante. 27 agosto 1944.

Dice Gesù: «Sorgi e ti affretta, piccola amica. Ho ardente desiderio di portarti con Me nell'azzurro paradisiaco della contemplazio­ne della Verginità di Maria. Ne uscirai con l'anima fresca co­me fossi tu pure testé creata dal Padre, una piccola Eva che ancora non conosce carne. Ne uscirai con lo spirito pieno di luce, perché ti tufferai nella contemplazione del capolavoro di Dio. Ne uscirai con tutto il tuo essere saturo d'amore, perché avrai compreso come sappia amare Dio. Parlare del concepi­mento di Maria, la Senza Macchia, vuol dire tuffarsi nell'az­zurro, nella luce, nell'amore. Vieni e leggi le glorie di Lei nel Libro dell'Avo: "Dio mi possedette all'inizio delle sue opere, fin dal principio, avanti la creazione. Ab aeterno fui stabilita, al principio, avanti che fosse fatta la terra, non erano ancora gli abissi ed io ero già concepita. Non ancora le sorgenti dell'acque rigurgitavano ed i monti s'erano eretti nella loro grave mole, né le colline eran monili al sole, che io ero partorita. Dio non aveva ancora fatto la terra, i fiumi e i cardini del mondo, ed io ero. Quando pre­parava i cieli io ero presente, quando con legge immutabile chiuse sotto la volta l'abisso, quando rese stabile in alto la volta celeste e vi sospese le fonti delle acque, quando fissava al ma­re i suoi confini e dava leggi alle acque, quando dava legge alle acque di non passare il loro termine, quando gettava i fon­damenti della terra, io ero con Lui a ordinare tutte le cose. Sem­pre nella gioia scherzavo dinanzi a Lui continuamente, scher­zavo nell'universo...". Le avete applicate alla Sapienza, ma parlan di Lei: la bella Madre, la santa Madre, la vergine Ma­dre della Sapienza che Io sono che ti parlo. Ho voluto che tu scrivessi il primo verso di questo inno in capo al libro che parla di Lei, perché fosse confessata e nota la consolazione e la gioia di Dio; la ragione della sua costante, perfetta, intima letizia di questo Dio uno e trino, che vi regge e ama e che dall'uomo ebbe tante ragioni di tristezza; la ra­gione per cui perpetuò la razza anche quando, alla prima pro­va, s'era meritata d'esser distrutta; la ragione del perdono che avete avuto. Aver Maria che lo amasse. Oh! ben meritava creare l'uo­mo, e lasciarlo vivere, e decretare di perdonarlo, per avere la Vergine bella, la Vergine santa, la Vergine immacolata, la Ver­gine innamorata, la Figlia diletta, la Madre purissima, la Sposa amorosa! Tanto e più ancora vi ha dato e vi avrebbe dato Id­dio pur di possedere la Creatura delle sue delizie, il Sole del suo sole, il Fiore del suo giardino. E tanto vi continua a dare per Lei, a richiesta di Lei, per la gioia di Lei, perché la sua gioia si riversa nella gioia di Dio e l'aumenta a bagliori che empiono di sfavillii la luce, la gran luce del Paradiso, ed ogni sfavillìo è una grazia all'universo, alla razza dell'uomo, ai beati stessi, che rispondono con un loro sfavillante grido di alleluia ad ogni generazione di miracolo divino, creato dal desiderio del Dio trino dì vedere lo sfavillante riso di gioia della Vergine. Dio volle mettere un re nell' universo che Egli aveva creato dal nulla. Un re che, per natura della materia, fosse il primo tra tutte le creature create con materia e dotate di materia. Un re che, per natura dello spirito, fosse poco men che divino, fuso alla Grazia come era nella sua innocente pri­ma giornata. Ma la Mente suprema, a cui sono noti tutti gli avvenimenti più lontani nei secoli, la cui vista vede incessan­temente tutto quanto era, è, e sarà; e che, mentre contempla il passato e osserva il presente, ecco che sprofonda lo sguardo nell'ultimo futuro e non ignora come sarà il morire dell'ulti­mo uomo, senza confusione né discontinuità, non ha mai igno­rato che il re da Lui creato per esser semidivino al suo fianco in Cielo, erede del Padre, giunto adulto al suo Reguo dopo aver vissuto nella casa della madre - la terra con cui fu fatto - durante la sua puerizia di pargolo dell'Eterno per la sua gior­nata sulla terra, avrebbe commesso verso se stesso il delitto di uccidersi nella Grazia e il ladrocinio di derubarsi del Cielo. Perché allora lo ha creato? Certo molti se lo chiedono. Avre­ste preferito non essere? Non merita, anche per se stessa, pur così povera e ignuda, e fatta aspra dalla vostra cattiveria, di sser vissuta, questa giornata, per conoscere e ammirare l'in­finito Bello che la mano di Dio ha seminato nell'universo? Per chi avrebbe fatto questi astri e pianeti che scorrono co­me saette e frecce, rigando l'arco del firmamento, o vanno, e paiono lenti, vanno maestosi nella loro corsa di bolidi, rega­landovi luci e stagioni e dandovi, eterni, immutabili e pur mu­tabili sempre, una nuova pagina da leggere sull'azzurro, ogni sera, ogni mese, ogni anno, quasi volessero dirvi: "Dimenti­cate la carcere, lasciate le vostre stampe piene di cose oscure, putride, sporche, velenose, bugiarde, bestemmiatrici, corrut­trici, e elevatevi, almeno con lo sguardo, nella illimitata libertà dei firmamenti, fatevi un' anima azzurra guardando tanto se­reno, fatevi una riserva di luce da portare nella vostra carce­re buia, leggete la parola che noi scriviamo cantando il nostro coro siderale, più armonioso di quello tratto da organo di cat­tedrale, la parola che noi scriviamo splendendo, la parola che noi scriviamo amando, poiché sempre abbiamo presente Co­lui che ci dette la gioia d'essere, e lo amiamo per averci dato questo essere, questo splendere, questo scorrere, questo esser liberi e belli in mezzo a questo azzurro soave oltre il quale ve­diamo un azzurro ancor più sublime, il Paradiso, e del quale compiamo la seconda parte del precetto d'amore amando voi, prossimo nostro universale, amandovi col darvi guida e luce, calore e bellezza. Leggete la parola che noi diciamo, ed è quel­la su cui regoliamo il nostro canto, il nostro splendere, il no­stro ridere: Dio "? Per chi avrebbe fatto quel liquido azzurro, specchio al cie­lo, via alla terra, sorriso d'acque, voce di onde, parola anch'essa che con fruscii di seta smossa, con risatelle di fanciulle sere­ne, con sospiri di vecchi che ricordano e piangono, con schiaffi di violento, e cozzi, e muggiti e boati, sempre parla e dice: "Dio "? Il mare è per voi, come lo sono il cielo e gli astri. E col mare i laghi e i fiumi, gli stagni e i ruscelli, e le sorgenti pure, che servono tutti a portarvi, a nutrirvi, a dissetarvi e mondarvi, e che vi servono, servendo il Creatore, senza uscire a sommergervi come meritate. Per chi avrebbe fatto tutte le innumerabili famiglie degli animali, che sono fiori che volano cantando, che sono servi che corrono, che lavorano, che nutrono, che ricreano voi: i re? Per chi avrebbe fatto tutte le innumerabili famiglie delle piante, e dei fiori che paiono farfalle, che paiono gemme e im­moti uccellini, dei frutti che paiono monili o scrigni di gem­me, che son tappeto ai vostri piedi, riparo alle vostre teste, sva­go, utile, gioia alla mente, alle membra, alla vista e all'olfatto? Per chi avrebbe fatto i minerali fra le viscere del suolo e i sali disciolti in algide o bollenti sorgive, gli zolfi, gli iodi, i bromi, se non perché li godesse uno che non fosse Dio ma fi­glio di Dio? Uno: l'uomo. Alla gioia di Dio, al bisogno di Dio nulla occorreva. Egli si basta a Se stesso. Non ha che contemplarsi per bearsi, nu­trirsi, vivere e riposarsi. Tutto il creato non ha aumentato di un atomo la sua infinità in gioia, bellezza, vita, potenza. Ma tutto l'ha fatto per la creatura che ha voluto mettere re nell'o­pera da Lui fatta: l'uomo. Per vedere tant'opera di Dio e per riconoscenza alla sua po­tenza che ve la dona, merita di vivere. E di esser viventi dove­te esser grati. L'avreste dovuto anche se non foste stati reden­ti altro che alla fine dei secoli, perché, nonostante siate stati nei Primi, e lo siate tuttora singolarmente, prevaricatori, su­perbi, lussuriosi, omicidi, Dio vi concede ancora di godere del bello dell'universo, del buono dell' universo, e vi tratta come foste dei buoni, dei figli buoni a cui tutto è insegnato e conces­so per rendere loro più dolce e sana la vita. Quanto sapete, lo sapete per lume di Dio. Quanto scoprite, lo scoprite per indi­cazione di Dio. Nel Bene. Le altre coguizioni e scoperte, che portano segno di male, vengono dal Male supremo: Satana. La Mente suprema, che nulla ignora, prima che l'uomo fosse sapeva che l'uomo sarebbe stato di se stesso ladro e omi­cida. E poiché la Bontà eterna non ha limiti nel suo esser buo­na, prima che la Colpa fosse pensò il mezzo per annullare la Colpa. Il mezzo: Io. Lo strumento per fare del mezzo uno stru­mento operante: Maria. E la Vergine fu creata nel Pensiero sublime di Dio. Tutte le cose sono state create per Me, Figlio diletto del Padre. Io-Re avrei dovuto avere sotto il mio piede di Re divino tappeti e gioielli quale nessuna reggia ne ebbe, e canti e voci, e servi e ministri intorno al mio essere quanti nessun sovrano ne ebbe, e fiori e gemme, tutto il sublime, il grandioso, il gen­tile, il minuto è possibile trarre dal Pensiero di un Dio. Ma Io dovevo esser Carne oltre che Spirito. Carne per sal­vare la carne. Carne per sublimare la carne, portandola in Cielo molti secoli avanti l'ora. Perché la carne abitata dallo spirito è il capolavoro di Dio, e per essa era stato fatto il Cielo. Per esser Carne avevo bisogno di una Madre. Per esser Dio avevo bisogno che il Padre fosse Dio. Ecco allora Dio crearsi la Sposa e dirle: "Vieni meco. Al mio fianco vedi quanto Io faccio per il Figlio nostro. Guarda e giubila, eterna Vergine, Fanciulla eterna, ed il tuo riso em­pia questo empireo e dia agli angeli la nota iniziale, al Para­diso insegni l'armonia celeste. Io ti guardo. E ti vedo quale sarai, o Donna immacolata che ora sei solo spirito: lo spirito in cui Io mi beo. Io ti guardo e dò l'azzurro del tuo sguardo al mare e al firmamento, il colore dei tuoi capelli al grano santo, il candore al giglio e il roseo alla rosa come è la tua epidermi­de di seta, copio le perle dai tuoi denti minuti, faccio le dolci fragole guardando la tua bocca, agli usignoli metto in gola le tue note e alle tortore il tuo pianto. E leggendo i tuoi futuri pensieri, udendo i palpiti del tuo cuore, Io ho il motivo di gui­da nel creare. Vieni, mia Gioia, abbiti i mondi per trastullo sinché mi sarai luce danzante nel Pensiero, i mondi per tuo riso, abbiti i serti di stelle e le collane d'astri, mettiti la luna sotto i piedi gentili, fàsciati nella sciarpa stellare di Galatea. Sono per te le stelle ed i pianeti. Vieni e godi vedendo i fiori, che saranno giuoco al tuo Bambino e guanciale al Figlio del tuo seno. Vieni e vedi creare le pecore e gli agnelli, le aquile e le colombe. Sumi presso mentre faccio le coppe dei mari e dei fiumi e alzo le montagne e le dipingo di neve e di selve, mentre semino le biade e gli alberi e le viti, e faccio l'ulivo per te, mia Pacifica, e la vite per te, mio Tralcio che porterai il Grappolo eucaristico. Scorri, vola, giubila, o mia Bella, e il mondo universo, che si crea d'ora in ora, impari ad amarmi da te, Amorosa, e si faccia più bello per il tuo riso, Madre del mio Figlio, Regina del mio Paradiso, Amore del tuo Dio ". E ancora, vedendo l'Errore e mirando la Senza Errore: "Vieni a Me, tu che cancelli l'amarezza della disubbidienza umana, della fornicazione umana con Satana, e dell'umana ingratitu­dine. Io prenderò con te la rivincita su Satana. Dio, Padre Creatore, aveva creato l'uomo e la donna con una legge d'amore tanto perfetta che voi non ne potete più nem­meno comprendere le perfezioni. E vi smarrite nel pensare a come sarebbe venuta la specie se l'uomo non l'avesse ottenu­ta con l'inseguamento di Satana. Guardate le piante da frutto e da seme. Ottengono seme e frutto mediante fornicazione, mediante una fecondazione su cento coniugi? No. Dal fiore maschio esce il polline e, guidato da un complesso dileggi meteoriche e magnetiche, va all'ova­rio del fiore femmina. Questo si apre e lo riceve e produce. Non si sporca e lo rifiuta poi, come voi fate, per gustare il giorno dopo la stessa sensazione. Produce, e sino alla nuova stagione non si infiora, e quando s'infiora è per riprodurre. Guardate gli animali. Tutti. Avete mai visto un animale maschio ed uno femmina andare l'un verso l'altro per sterile abbraccio e lascivo commercio? No. Da vicino o da lontano, vo­lando, strisciando, balzando o correndo, essi vanno, quando è l'ora, al rito fecondativo, né vi si sottraggono fermandosi al godimento, ma vanno oltre, alle conseguenze serie e sante della prole, unico scopo che nell'uomo, semidio per l'origine di Gra­zia che Io ho resa intera, dovrebbe fare accettare l'animalità dell'atto, necessario da quando siete discesi di un grado verso l'animale. Voi non fate come le piante e gli animali. Voi avete avuto a maestro Satana, lo avete voluto a maestro e lo volete. E le opere che fate sono degne del maestro che avete voluto. Ma, se foste stati fedeli a Dio, avreste avuto la gioia dei figli, san­tamente, senza dolore, senza spossarvi in copule oscene, inde­gne, che ignorano anche le bestie, le bestie senz' anima ragio­nevole e spirituale. All'uomo e alla donna, depravati da Satana, Dio volle op­porre l'Uomo nato da Donna soprasublimata da Dio, al punto di generare senza aver conosciuto uomo: Fiore che genera Fiore senza bisogno di seme, ma per unico bacio del Sole sul calice inviolato del Giglio-Maria. La rivincita di Dio! Fischia, o Satana, il tuo livore mentre Ella nasce. Questa Pargola ti ha vinto! Prima che tu fossi il Ribelle, il Tortuoso, il Corruttore, eri già il Vinto, e Lei è la tua Vincitrice. Mille eserciti schierati nulla possono contro la tua potenza, cadono le armi degli uomini contro le tue scaglie, o Perenne, e non vi è vento che valga a disperdere il lezzo del tuo fiato. Eppure questo calcaguo d'infante, che è tanto roseo da parere l'inter­no di una camelia rosata, che è tanto liscio e morbido che la seta è aspra al paragone, che è tanto piccino che potrebbe en­trare nel calice di un tulipano e farsi di quel raso vegetale una scarpina, ecco che ti preme senza paura, ecco che ti confina nel tuo antro. Eppure ecco che il suo vagito ti fa volgere in fuga, tu che non hai paura degli eserciti, e il suo alito purifica il mondo dal tuo fetore. Sei vinto. Il suo nome, il suo sguardo, la sua purezza sono lancia, folgore e pietrone che ti trafiggono, che ti abbattono, che ti imprigionano nella tua tana d'In­ferno, o Maledetto, che hai tolto a Dio la gioia d'esser Padre di tutti gli uomini creati! Inutilmente ormai li hai corrotti, questi che erano stati creati innocenti, portandoli a conoscere e a concepire attraverso a sinuosità di lussuria, privando Dio, nella creatura sua dilet­ta, di essere l'elargitore dei figli secondo regole che, se fossero state rispettate, avrebbero mantenuto sulla terra un equili­brio fra i sessi e le razze, atto ad evitare guerre fra popoli e sventure fra famiglie. Ubbidendo, avrebbero pur conosciuto l'amore. Anzi, solo ub­bidendo avrebbero conosciuto l'amore e l'avrebbero avuto. Un possesso pieno e tranquillo di questa emanazione di Dio, che dal soprannaturale scende all'inferiore, perché anche la car­ne ne giubili santamente, essa che è congiunta allo spirito e creata dallo Stesso che le creò lo spirito. Ora il vostro amore, o uomini, i vostri amori, che sono? O libidine vestita da amore. O paura insanabile di perdere l'a­more del coniuge per libidine sua e di altri. Non siete mai più sicuri del possesso del cuore dello sposo o della sposa, da quando libidine è nel mondo. E tremate e piangete e divenite folli di gelosia, assassini talora per vendicare un tradimento, dispe­rati talaltra, abulici in certi casi, dementi in altri. Ecco che hai fatto, Satana, ai figli di Dio. Questi, che hai corrotti, avrebbero conosciuto la gioia di aver figli senza ave­re il dolore, la gioia d'esser nati senza paura del morire. Ma ora sei vinto in una Donna e per la Donna. D'ora innanzi chi l'amerà tornerà ad esser di Dio, superando le tue tentazioni per poter guardare la sua immacolata purezza. D'ora innanzi, non potendo concepire senza dolore, le madri avranno Lei per conforto. D'ora innanzi l'avranno le spose a guida e i morenti a madre, per cui dolce sarà il morire su quel seno che è scudo contro te, Maledetto, e contro il giudizio di Dio. Maria, piccola voce, hai visto la nascita del Figlio della Ver­gine e la nascita al Cielo della Vergine. Hai visto perciò che ai senza colpa è sconosciuta la pena del dare alla vita e la pe­na del darsi alla morte. Ma se alla superinnocente Madre di Dio fu riserbata la perfezione dei celesti doni, a tutti, che nei Primi fossero rimasti innocenti e figli di Dio, sarebbe venuto il generare senza doglie, come era giusto per aver saputo con­giungersi e concepire senza lussuria, e il morire senza affanno. La sublime rivincita di Dio sulla vendetta di Satana è stata il portare la perfezione della creatura diletta ad una super­perfezione, che annullasse almeno in una ogni ricordo di uma­nità, suscettibile al veleno di Satana, per cui non da casto ab­braccio d'uomo ma da divino amplesso, che fa trascolorare lo spirito nell'estasi del Fuoco, sarebbe venuto il Figlio. La Verginità della Vergine!... Vieni. Medita questa verginità profonda, che dà nel con­templarla vertigini d'abisso! Cosa è la povera verginità forza­ta della donna che nessun uomo ha sposato? Meno che nulla. Cosa la verginità di quella che volle esser vergine per esser di Dio, ma sa esserlo solo nel corpo e non nello spirito, nel quale lascia entrare tanti estranei pensieri, e carezza e accetta ca­rezze di umani pensieri? Comincia ad essere una larva di ver­ginità. Ma ben poco ancora. Cosa è la verginità di una clau­strata che vive solo di Dio? Molto. Ma sempre non è perfetta verginità rispetto a quella della Madre mia. Un coniugio vi è sempre stato, anche nel più santo. Quello di origine fra lo spirito e la Colpa. Quello che solo il Battesi­mo scioglie. Scioglie, ma, come di donna separata da morte dello sposo, non rende verginità totale quale era quella dei Primi avanti il Peccato. Una cicatrice resta e duole, facendo ricorda­re di sé, ed è sempre pronta a rifiorire in piaga, come certi morbi che periodicamente i loro virus acutizzano. Nella Vergine non vi è questo segno di disciolto coniugio con la Colpa. La sua ani­ma appare bella e intatta come quando il Padre la pensò adu­nando in Lei tutte le grazie. E' la Vergine. E' l'Unica. E' la Perfetta. E' la Completa. Pensata tale. Generata tale. Rimasta tale. Incoronata tale. Eternamente tale. E' la Vergine. E' l'abisso della intangibili­tà, della purezza, della grazia, che si perde nell'Abisso da cui è scaturito: in Dio, Intangibilità, Purezza, Grazia perfettissime. Ecco la rivincita del Dio trino ed uno. Contro alle creature profanate Egli alza questa Stella di perfezione. Contro la cu­riosità malsana, questa Schiva, paga solo di amare Dio. Con­tro la scienza del male, questa sublime Ignorante. In Lei non è solo ignoranza dell'amore avvilito; non è solo iguoranza del­l'amore che Dio aveva dato agli uomini sposi. Ma più ancora. In Lei è l'ignoranza dei fomiti, eredità del Peccato. In Lei vi è solo la sapienza gelida e incandescente dell'Amore divino. Fuoco che corazza di ghiaccio la carne, perché sia specchio tra­sparente all'altare dove un Dio si sposa con una Vergine, e non si avvilisce, perché la sua Perfezione abbraccia Quella che, come si conviene a sposa, è di solo un punto inferiore allo Spo­so, a Lui soggetta perché Donna, ma senza macchia come Egli è».  

6. Purificazione di Anna e offerta di Maria,

che è la Fanciulla perfetta per il regno dei Cieli.

28 agosto 1944. Vedo Gioacchino ed Anna, insieme a Zaccaria e Elisabet­ta, uscire da una casa di Gerusalemme, certo di amici o pa­renti, e dirigersi al Tempio per la cerimonia della Purificazione. Anna ha fra le braccia la Bambina, tutta avvolta nelle fa­sce e, anzi, tutta stretta in un ampio tessuto di lana leggera ma che deve essere morbida e calda. E con che cura e amore ella porti e sorvegli la sua creaturina, sollevando di tanto in tanto il lembo del fine e caldo tessuto, per vedere se Maria re­spira bene, e poi raggiustandolo per ripararla dall'aria rigida di una giornata serena ma fredda di pieno inverno, non è da dire. Elisabetta ha degli involti fra le mani. Gioacchino trasci­na con una corda due grossi agnelli candidissimi, già più mon­toni che agnelli. Zaccaria non ha nulla. E' tutto bello nella sua veste di lino, che un pesante mantello di lana, pure bianca, lascia intravedere. Uno Zaccaria molto più giovane di quello già visto per la nascita del Battista, nella piena virilità, come Elisabetta è una donna matura, ma ancora d'apparenza fre­sca, la quale, ogni volta che Anna guarda la Bambina, si pie­ga in estasi sul visino dormente. Anche lei è tutta bella in una veste d'un azzurro tendente al viola scuro e nel velo che le co­pre il capo, scendendo poi sulle spalle e sul mantello, scuro più della veste. Ma Gioacchino ed Anna, poi, sono solenni nei loro abiti di festa. Contrariamente al solito, egli non ha la tunica marrone scuro. Ma una lunga veste di un rosso cupissimo, noi direm­mo ora " rosso S. Giuseppe ", e le frange messe al suo manto sono nuovissime e belle. In capo ha lui pure una specie di velo rettangolare, cinto da un cerchio di cuoio. Tutta roba nuova e fine. Anna, oh! non veste di scuro oggi! Ha una veste di un gial­lo tenuissimo, quasi color avorio vecchio, stretta alla vita, al collo e ai polsi da un cinturone che pare d'argento e oro. Il suo capo è velato da un velo leggerissimo e come damascato, pure trattenuto alla fronte da una lamina sottile ma preziosa. Al collo una collana di filigrana, e braccialetti ai polsi. Pare una regina, anche per la dignità con cui porta la veste e specie il mantello, di un giallo tenue bordato da una greca in ricamo molto bello, tinta su tinta. «Mi sembra vederti il giorno in cui fosti sposa. Ero poco più che fanciulla, allora, ma ricordo ancora quanto eri bella e felice » dice Elisabetta. «Ma ora lo sono di più... e ho voluto mettere la stessa ve­ste per questo rito. L'avevo sempre tenuta per questo... e non speravo più metterla per questo ». «Il Signore ti ha molto amata...» dice con un sospiro Eli­sabetta. «E' per questo che io gli dò la cosa più amata. Questo mio fiore ». «Come farai a strappartelo dal seno quando sarà l'ora?». «Ricordando che non l'avevo e che Dio me lo dette. Sarò sempre più felice ora di allora. Quando la saprò nel Tempio mi dirò: "Prega presso il Tabernacolo, prega il Dio d'Israele anche per la sua mamma " e ne avrò pace. E più grande pace avrò nel dire: "Ella è tutta sua. Quando questi due vecchi fe­lici che l'ebbero dal Cielo non saranno più, Egli, l'Eterno, le sarà Padre ancora". Credi, io ne ho ferma convinzione, que­sta piccina non è nostra. Nulla io potevo più fare... Egli l'ha messa nel mio seno, dono divino per asciugare il mio pianto e confortare le nostre speranze e le nostre preghiere. Perciò è sua. Noi ne siamo i felici custodi... e di questo ne sia bene­detto! ». Le mura del Tempio sono raggiunte. «Mentre andate alla porta di Nicanore, io vado ad avverti­re il sacerdote. E poi verrò io pure » dice Zaccaria. E scompare dietro ad un arco che immette in un cortilone cinto da portici. La comitiva continua ad inoltrare per le successive terraz­ze. Perché, non so se l'ho mai detto, il recinto del Tempio non è su terreno piano, ma sale, a scaglioni successivi, sempre più in alto. Ad ogui scaglione si accede mediante gradinate, ed in ogni scaglione sono cortili e portici e portali lavoratissimi, di marmo, bronzo e oro. Prima di raggiungere il posto prefisso, si fermano per libe­rare dagli involti le cose portate, ossia delle focacce, mi pare, larghe e basse e molto unte, della farina bianca, due colombi in una gabbiuzza di vimini e delle grosse monete d'argento, certe patacche così pesanti che per fortuna allora non c'erano tasche. Le avrebbero sfondate. Ecco la bella porta di Nicanore, tutta un lavoro di ricamo nel bronzo pesante laminato d'argento. Là è già Zaccaria, a fianco di un sacerdote tutto pomposo nella sua veste di lino. Anna riceve l'aspersione di un'acqua, suppongo lustrale, e poi riceve l'ordine di avanzare verso l'ara del sacrificio. La Bambina non è più fra le sue braccia. L'ha presa Elisabetta, che resta al di qua della porta. Invece Gioacchino entra dietro la moglie, tirandosi dietro un disgraziato agnello belante. E io... faccio come per la puri­ficazione di Maria: chiudo gli occhi per non vedere sgozzamenti di sorta. Ora Anna è purificata. Zaccaria dice piano qualche parola al collega, il quale an­nuisce sorridendo. E poi si accosta al gruppo ricomposto e, fe­licitandosi con la madre e il padre per la loro gioia e per la loro fedeltà alle promesse, riceve il secondo agnello e la fari­na e le focacce. «Questa figlia è dunque sacra al Signore? La benedizione di Lui sia con lei e con voi. Ecco Anna che giunge. Sarà una delle sue maestre. Anna di Fanuel, della tribù di Aser. Vieni, donna. Questa piccina è offerta al Tempio in ostia di lode. Tu le sarai maestra, e santa crescerà sotto di te ». La già tutta bianca Anna di Fanuel vezzeggia la Bambina, che si è svegliata e guarda coi suoi occhi innocenti e stupiti tutto quel bianco e quell'oro che il sole accende. La cerimonia deve essere compiuta. Non ho visto speciale rito per l'offerta di Maria. Forse bastava il dirlo al sacerdote, e soprattutto a Dio, presso il luogo sacro. « Vorrei dare l'offerta al Tempio e andare là dove vidi la luce lo scorso anno ». Vanno, accompagnati da Anna di Fanuel. Non entrano nel Tempio vero e proprio; si capisce che, essendo donne e trat­tandosi di una bambina, non vanno neppure là dove andò Ma­ria per offrire il Figlio. Ma, da ben presso alla porta spalanca­ta, guardano nell'interno semiscuro, da cui vengono dolci canti di fanciulle e brillano lumi preziosi che spandono una luce d'oro su due aiuole di testoline velate di bianco, due vere aiuole di gigli. «Fra tre anni anche tu sarai là, mio Giglio » promette Anna a Maria, che guarda come affascinata verso l'interno e sor­ride al canto lento. «Pare comprenda» dice Anna di Fanuel. «E' una bella bam­bina! Mi sarà cara come fosse delle mie viscere. Te lo promet­to, o madre. Se l'età mi concederà di esserlo ». «Lo sarai, donna » dice Zaccaria. «Tu la riceverai fra le sacre fanciulle. Io pure vi sarò. Voglio esservi quel giorno per dirle di pregare per noi sin dal primo momento... » e guarda la moglie, che comprende e sospira. La cerimonia è finita e Anna di Fanuel si ritira, mentre gli altri escono dal Tempio parlando fra loro. Odo Gioacchino che dice: «Non due e i migliori, ma tutti li avrei dati i miei agnelli per questa gioia e per dar lode a Dio! ». Non vedo altro.

Dice Gesù: «Salomone fa dire alla Sapienza: "Chi è fanciullo venga a me ". E veramente dalla rocca, dalle mura della sua città, l'eterna Sapienza diceva all'eterna Fanciulla: "Vieni a Me". Ardeva di averla. Più tardi, il Figlio della Fanciulla purissi­ma dirà: "Lasciate venire a Me i bambini, poiché il Regno dei Cieli è loro e chi non diviene simile a loro non avrà parte nel mio Regno ". Le voci si rincorrono e, mentre la voce dal Cielo grida a Maria piccolina: "Vieni a Me ", la voce dell'Uomo di­ce, e pensa a sua Madre nel dirlo: "Venite a Me se sapete es­ser fanciulli. Il modello ve lo do in mia Madre. Ecco la perfetta Fanciulla dal cuore di colomba semplice e puro, ecco Quella che anni e contatti di mondo non inselva­tichiscono in una barbarie di spirito corrotto, tortuoso, bugiar­do. Perché Ella non lo vuole. Venite a Me guardando Maria. Tu che la vedi dimmi: il suo sguardo di infante è molto di­verso da quello che le vedesti ai piedi della Croce, o nel giubi­lo della Pentecoste, o nell'ora che le palpebre scesero sul suo occhio di gazzella per l'ultimo sonno? No. Qui è lo sguardo in­certo e stupito dell'infante, poi sarà quello stupito e verecon­do dell'Annunciata, e poi quello beato della Madre di Betlem­me, e poi quello adorante della mia prima sublime Discepola, poi quello straziato della Torturata del Golgota, poi il radioso sguardo della Risurrezione e Pentecoste, poi quello velato dal­l'estatico sonno dell'ultima visione. Ma, sia che si apra alle prime viste, sia che si chiuda stanco sull'ultima luce, dopo tanto aver visto di gaudio e di orrore, l'occhio è il sereno, puro, pla­cido lembo di cielo che splende sempre uguale sotto la fronte di Maria. Ira, menzogua, superbia, lussuria, odio, curiosità, non lo sporcano mai delle loro nubi fumose. E' l'occhio che guarda Dio con amore, sia che pianga o ri­da, e che per amore di Dio carezza e perdona e tutto sopporta, e dall'amore per il suo Dio è fatto inattaccabile agli assalti del Male, che tante volte si serve dell'occhio per penetrare nel cuo­re. L'occhio puro, riposante, benedicente che hanno i puri, i santi, gli innamorati di Dio. Io l'ho detto: "Lume del tuo corpo è l'occhio. Se l'occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà illuminato. Ma se l'occhio è torbi­do, tutta la tua persona sarà nelle tenebre ".1 santi hanno avu­to quest'occhio che è lume allo spirito e salvezza alla carne, perché come Maria non hanno che per tutta la vita guardato Dio. Anzi, più ancora, si sono ricordati di Dio. Ti spiegherò, piccola voce, cosa è il senso di questa mia pa­rola».  

7. La piccola Maria con Anna e Gioacchino.

Sulle sue labbra è già la Sapienza del Figlio.

29 agosto 1944. Vedo ancora Anna. E' da ieri sera che la vedo così: è se­duta all'inizio della pergola ombrosa, intenta ad un lavoro di cucito. E' tutta vestita di un color grigio sabbia, un abito mol­to semplice e sciolto, forse per il gran caldo che deve fare. Al termine della pergola si vedono i falciatori segare il fie­no. Ma non deve essere, però, maggengo, perché l'uva è già dietro a colorarsi d'oro, e un grosso melo mostra fra le foglie scure i suoi frutti che stanno divenendo di una lucida cera gialla e rossa, e poi il campo a grano non è che stoppia su cui ondeg­giano lievi le fiammelle dei papaveri e si drizzano rigidi e se­reni i fiordalisi, raggiati come una stella e azzurri come il cie­lo d'oriente. Dalla pergola ombrosa viene avanti una Maria piccina, ma già svelta e indipendente. Il suo breve passo è sicuro e i san­daletti bianchi non inciampano nei sassolini. Ha già in abboz­zo il suo dolce passo lievemente ondulante di colomba, ed è tutta bianca come una colombina nella vesticciuola di lino lunga fi­no ai malleoli e ampia, arricciata al collo da un cordoncino ce­leste e dalle manichine corte che lasciano vedere gli avambracci rosei e grassottelli. Coi suoi capellucci serici e biondo miele, non molto ricci ma tutti a dolci onde che al termine finiscono in un lieve cannolo, gli occhi di cielo, e il dolce visino lieve­mente roseo e sorridente, sembra un piccolo angelo. Anche il venticello, che le entra dalle ampie maniche e le gonfia il lino della vesticciola alle spalle, contribuisce a darle l'aspetto di un piccolo angelo con le ali già socchiuse al volo. Nelle manine ha papaveri e fiordalisi e altri fioretti che cre­scono fra i grani, ma dei quali non so il nome. Va e, quando è prossima alla madre, spicca una breve corsa, gettando una vocina festosa e va, come una tortorina, a fermare il suo volo contro i ginocchi materni, che si sono un poco aperti per rice­verla, mentre il lavoro è stato posato lì presso, perché Ella non si punga, e le braccia sono state tese ad abbracciarla. Fin qui ieri sera, e stamane si ripresenta e continua così. «Mamma! Mamma! ». La tortorina bianca è tutta nel nido delle ginocchia materne, coi piccoli piedi sull'erba corta e la faccina curva sul grembo materno, e non si vede che l'oro pal­lido dei suoi capellucci sulla nuca sottile che Anna si curva a baciare con amore. Poi la tortorina alza il capino e dà i suoi fioretti. Tutti alla mamma, e di ogni fiore dice una storia che si è creata. Questo, così azzurro e grande, è una stella che è venuta giù dal cielo per portare il bacio del Signore alla sua mamma. Ec­co, lo baci lì, sul cuore, sul cuore, questo fiorellino celeste, e sentirà che ha sapore di Dio. Quest'altro, invece, che è azzurro più pallido, come sono gli occhi del papà, ha scritto sulle foglie che il Signore vuole mol­to bene al papà perché è buono. E questo, piccino piccino, unico trovato (è un miosotis), è quello che il Signore ha fatto per dire a Maria che le vuol bene. E questi rossi, lo sa la mamma che sono? Sono pezzi della veste di re David, intrisi nel sangue dei nemici di Israele e se­minati sui campi di lotta e di vittoria. Sono nati da quei lembi di eroica veste regale, stracciata nella lotta per il Signore. Invece questo, bianco e gentile, che pare fatto di sette cop­pe di seta che guardino il cielo, piene di profumi, e che è nato là, presso la sorgente - glie lo ha colto papà di fra le spine - è fatto con la veste che aveva re Salomone quando, nello stesso mese in cui la piccola sua nipote era nata, tanti anni - oh! quanti! quanti prima! - tanti anni prima, egli, nella pom­pa candida delle sue vesti, camminò in mezzo alla moltitudi­ne d'Israele davanti all'Arca e al Tabernacolo, e giubilò per la nuvola tornata a circondar la sua gloria, e cantò il cantico e la preghiera della sua gioia. «Io voglio esser sempre come questo fiore, e come il re sag­gio io voglio cantare per tutta la vita cantico e preghiera da­vanti al Tabernacolo » termina la piccola bocca di Maria. «Mia gioia! Come sai queste cose sante? Chi te le dice? Il padre tuo? ». «No. Non so chi sia. Mi par di averle sempre sapute. Ma forse è uno che me le dice e che io non vedo. Forse uno degli angeli che Dio manda a parlare agli uomini che son buoni. Mamma, me ne racconti ancora?. - Oh! figlia mia! Quale fatto vuoi sapere? ». Maria pensa; seria e raccolta, è da pitturarsi per eternar­ne l'espressione. Sul visetto infantile si riflettono l'ombre dei suoi pensieri. Sorrisi e sospiri, raggi di sole e ombre di nubi, pensando alla storia d'Israele. Poi sceglie: «Ancora quello di Gabriele a Daniele, in cui è promesso il Cristo ». E ascolta ad occhi chiusi, ripetendo piano le parole che la madre le dice, come per ricordarle meglio. Quando Anna ter­mina, chiede: «Quanto manca ancora ad aver l'Emmanuele? » - Trent'anni circa, diletta ». «Quanto ancora! E io sarò nel Tempio. - Dimmi, se io pre­gassi tanto, tanto, tanto, giorno e notte, notte e giorno, e voles­si esser solo di Dio, per tutta la vita, per questo scopo, l'Eter­no mi farebbe grazia di dare prima il Messia al suo popolo?». «Non lo so, cara. Il Profeta dice: " Settanta settimane ". Credo che profezia non erri. Ma è tanto buono il Signore» si affretta ad aggiungere Anna, vedendo imperlarsi di un pian­to le ciglia d'oro della sua bambina, «che io credo che se tu pregherai tanto, tanto, tanto, Egli ti esaudirà». Il sorriso torna sul visetto che è lievemente alzato verso la madre, e un occhiellino di sole che passa fra due pampini fa brillare le stille del già cessato pianto, come fossero goccioli­ne di rugiada sospese agli steli esilissimi del musco alpino. « E allora io pregherò e mi farò vergine per questo ». Ma sai tu che vuol dire tal cosa? ». «Vuol dire non conoscere amore d'uomo ma solo di Dio. Vuol dire non aver altro pensiero che per il Signore. Vuol dire ri­manere bambine nella carne e angeli nel cuore. Vuol dire non avere occhi altro che per guardare Dio, orecchie per udirlo, boc­ca per lodarlo, mani per offrirsi ostie, piedi per seguirlo velo­ci, e cuore e vita per darli a Lui ». «Te benedetta! Ma allora non avrai mai bambini, tu che ami tanto i bambini e gli agnellini e le tortorine... Sai? Un bam­bino per una donna è come un agnellino bianco e ricciuto, è come una colombina dalle piume di seta e la bocca di corallo che si possono amare, baciare e sentirsi dire: " Mamma  ». «Non importa. Io sarò di Dio. Nel Tempio pregherò. E for­se un giorno vedrò l'Emmanuele. La Vergine che gli deve es­ser Madre, come dice il gran Profeta, già deve esser nata ed è nel Tempio.. - Io le sarò compagna. - e ancella.. - Oh! sì! Se la potessi conoscere, per luce di Dio, la vorrei servire, quella beata! E, dopo, ella mi porterebbe il Figlio, mi porterebbe al suo Fi­glio, e servirei Lui pure. Pensa, mamma!... Servire il Mes­sia!!... ». Maria è sopraffatta da questo pensiero, che la subli­ma e la annienta insieme. Con le manine incrociate sul picco­lo seno e la testolina un poco curva in avanti e accesa d'emo­zione, pare una infantile riproduzione dell'Annunciata che io vidi. Riprende: «Ma me lo permetterà il Re d'Israele, l'Unto di Dio, di servirlo? ». «Non ne aver dubbi. Non dice re Salomone: "Sessanta son le regine e ottanta le altre mogli e le fanciulle son senza nu­mero "? Tu vedi che nella reggia del Re saranno senza nume­ro le fanciulle vergini che serviranno il loro Signore ». «Oh! vedi allora che devo esser vergine? Lo devo. Se Egli per madre vuole una vergine, è seguo che ama sopra ogni co­sa la verginità. Voglio mi ami, me, sua serva, per la verginità che mi farà un poco simile alla sua Madre diletta. - Questo vo­glio... Vorrei anche esser peccatrice, tanto peccatrice, se non temessi di offendere il Signore... Dimmi, mamma. Si può es­ser peccatrici per amore di Dio? ». «Ma che dici, tesoro? Io non comprendo ». «Voglio dire: peccare per poter essere amata da Dio che diviene Salvatore. Si salva chi è perduto. Non è vero? Io vor­rei esser salvata dal Salvatore per avere il suo sguardo d'a­more. Per questo vorrei peccare, ma non fare peccato che lo disgusti. Come può salvarmi, se non mi perdo? Anna è sbalordita. Non sa più che dire. La soccorre Gioacchino che, camminando sull'erba, si è av­vicinato senza rumore dietro la siepe dei tralci bassi. «Ti ha salvata avanti, perché sa che tu lo ami e vuoi amare Lui solo. Per questo tu sei già redenta e puoi esser vergine come tu vuoi » dice Gioacchino. Davvero, padre mio? ». Maria gli si stringe ai ginocchi e lo guarda con le chiare stelle dei suoi occhi, così simili a quelli paterni e così felici per questa speranza che il padre le dà. «In verità, piccolo amore. Guarda. Io ti portavo ora questo piccolo passero volato, al suo primo volo, presso la fonte. Avrei potuto lasciarlo, ma le sue deboli ali e le zampine di seta non avevano forza di sollevarsi a nuovo volo o di rattenerlo sulle pietre muscose che scivolano. Sarebbe caduto nella fonte. Non ho aspettato che avvenisse. L'ho preso e te lo dono. Ne farai ciò che vuoi. Il fatto è che è stato salvato prima di cadere nel pericolo. Lo stesso, Dio ha fatto con te. Ora dimmi, Maria. Ho amato più il passero salvandolo prima, o l'avrei amato di più salvandolo poi? ». «Ora l'hai amato, perché non hai permesso si facesse male coll'acqua gelata ». «E Dio ti ha amata di più, perché ti ha salvata avanti che tu peccassi ». «Ed io allora lo amerò del tutto. Del tutto. Passerino bello, io son come te. Il Signore ci ha amati in modo uguale, dandoci salvezza.. - Ora io ti alleverò e poi ti lascerò andare. E tu can­terai nel bosco e io nel Tempio le lodi di Dio, e diremo: "Man­da, manda il tuo Promesso a chi attende ". Oh! papà mio! Quando mi conduci al Tempio?». «Presto, mia perla. Ma non ti duole lasciare il padre tuo?». «Tanto! Ma tu verrai. - e poi, se non facesse male, che sa­crificio sarebbe? ». E ti ricorderai di noi? ». «Sempre. Dopo la preghiera per l'Emmanuele io pregherò per voi. Che Dio vi dia gioia e lunga vita. -  sino al giorno in cui Egli sarà Salvatore. Poi dirò che vi prenda per portarvi alla Gerusalemme del Cielo ». La visione mi cessa con Maria stretta nel laccio delle brac­cia paterne.. –

Dice Gesù: «Sento già i commenti dei dottori del cavillo: "Come può una bambina di non ancora tre anni parlare così? E' una esa­gerazione - E non riflettono che loro mi fanno mostruoso al­terando la mia infanzia ad atti da adulto. L'intelligenza non viene a tutti nello stesso modo e tempo. La Chiesa ha fissato la responsabilità delle azioni a sei anni, perché quella è l'età in cui anche un tardivo può distinguere, almeno rudimentalmente, il bene e il male. Ma vi sono bam­bini che molto prima sono capaci di discernere e intendere e volere con ragione già sufficientemente sviluppata. La piccola Imelde Lambertini, Rosa da Viterbo, Nellie Organ, Nennoli­na, vi diano base, o dottori difficili, per credere che mia Ma­dre potesse pensare e parlare così. Non ho preso che quattro nomi a caso nelle migliaia di santi bambini che popolano il mio Paradiso, dopo aver ragionato da adulti sulla terra per più o meno anni. Cosa è la ragione? Un dono di Dio. Dio la può dunque dare nella misura che vuole, a chi vuole e quando vuole darla. La ragione è, anzi, una delle cose che più vi fanno somiglianti a Dio, Spirito intelligente e ragionante. La ragione e l'intelli­genza furono grazie date da Dio all'Uomo nel Paradiso terre­stre. E come erano vive quando la Grazia era viva, ancora in­tatta e operante nello spirito dei due Primi! Nel libro di Gesù Bar Sirac è detto: "Ogni sapienza viene dal Signore Iddio ed è stata sempre con Lui anche avanti i se­coli". Quale sapienza avrebbero perciò avuto gli uomini se fos­sero rimasti figli a Dio? Le vostre lacune nell'intelligenza sono il frutto naturale del vostro decadimento nella Grazia e nell'onestà. Perdendo la Gra­zia vi siete allontanata, per secoli, la Sapienza. Come meteo­ra che si nasconde dietro a nebulosità di chilometri, la Sapienza non vi è più giunta coi suoi netti bagliori, ma attraverso fo­schie che le prevaricazioni vostre rendevano sempre più gravi. Poi è venuto il Cristo e vi ha reso la Grazia, dono supremo dell'amore di Dio. Ma voi la sapete custodire, questa gemma, netta e pura? No. Quando non la frantumate con individuale volontà di peccato, la sporcate con le continue colpe minori, le debolezze, le simpatie al vizio, anche le simpatie, che, se non sono veri coniugi col vizio settiforme, sono indebolimento del­la luce della Grazia e della sua attività. Avete poi, a indeboli­re la magnifica luce dell'intelligenza che Dio aveva dato ai Pri­mi, secoli e secoli di corruzioni, che si ripercuotono deleterie sul fisico e sulla mente. Ma Maria era non solo la Pura, la nuova Eva ricreata per gioia di Dio: era la super Eva, era il Capolavoro dell'Altissi­mo, era la Piena di Grazia, era la Madre del Verbo nella men­te di Dio. "Fonte della Sapienza" dice Gesù Bar Sirac " è il Verbo". Il Figlio non avrà, dunque, messo sul labbro della Madre la sua sapienza? Se a un profeta, che doveva dire le parole che il Verbo, la Sapienza, gli affidava per dirle agli uomini, fu mondata la bocca coi carboni ardenti, non avrà l'Amore, alla sua Sposa infante che doveva portare la Parola, nettata ed esaltata la favella, perché non più parlasse da bambina e poi da donna, ma solo e sempre da creatura celeste, fusa alla gran luce e sapienza di Dio?  mostrata in pue­rile età da Maria, come poi da Me. Il miracolo è nel contenere la Intelligenza infinita, che vi abitava, negli argini atti a non trasecolare le folle e a non svegliare l'attenzione satanica. Ancora parlerò su questo, che rientra nel "ricordarsi "che i santi hanno di Dio».  

8. Maria accolta nel Tempio.

Ella, nella sua umiltà, non sapeva di essere la Piena di Sapienza.

30 agosto 1944. Vedo Maria fra mezzo al padre e alla madre camminare per le vie di Gerusalemme. I passanti si fermano a guardare la bella Bambina, tutta vestita di un bianco di neve e avvolta in un leggerissimo tes­suto che per i suoi disegni, a rami e fiori, più opachi fra il te­nue dello sfondo, mi pare sia lo stesso che aveva Anna il gior­no della sua Purificazione. Soltanto che, mentre ad Anna esso non sorpassava la cintura, a Maria, piccolina, scende fin qua­si a terra e l'avvolge in una nuvoletta leggera e lucida di una vaghezza rara. Il biondo dei capelli sciolti sulle spalle, meglio, sulla nuca gentile, traspare là dove non vi è damascatura nel velo, ma unicamente il fondo leggerissimo. Il velo è trattenuto sulla fron­te da un nastro di un azzurro pallidissimo, su cui, certamente per opera della mamma, sono ricamati in argento dei piccoli gigli. L'abito, come ho detto, candidissimo, scende fino a terra, e i piedini appena si mostrano nel passo, coi loro sandaletti bianchi. Le manine sembrano due petali di magnolia che escano dalla lunga manica. Tolto il cerchio azzurro del nastro, non vi è altro punto di colore. Tutto è bianco. Maria pare vestita di neve. Gioacchino ed Anna sono vestiti, lui con lo stesso abito del­la Purificazione, e Anna invece di viola scurissimo. Anche il mantello, che le copre anche il capo, è viola scuro. Ella se lo tiene molto calato sugli occhi. Due poveri occhi di mamma, rossi di pianto, che non vorrebbero piangere e non vorrebbero, so­prattutto, esser visti piangere, ma che non possono non pian­gere sotto la protezione del manto. Protezione che serve per i passanti, e anche per Gioacchino, che del resto ha il suo oc­chio, sempre sereno, oggi arrossato e opaco di lacrime già sce­se e ancora scendenti, e che va molto curvo sotto il suo velo messo a quasi turbante, con le ali laterali che scendono lungo il viso. Un vecchio affatto, ora, Gioacchino. Chi lo vede deve pen­sarlo nonno e forse bisnonno della piccolina che egli ha per mano. La pena di perderla dà al povero padre un passo stra­scicante, una lassezza di tutto il portamento che lo invecchia di un vent'anni, e il viso pare quello di un malato oltre che vecchio, tanto è stanco e triste, con la bocca che ha un lieve tremito fra le due rughe, che sono così marcate oggi, ai lati del naso. Cercano i due di celare il pianto. Ma, se possono farlo per molti, non lo possono per Maria, che per la sua statura li vede dal basso in alto e, alzando il piccolo capo, guarda alternati­vamente il padre e la madre. Ed essi si sforzano di sorriderle con la bocca che trema, e aumentano la stretta della loro mano sulla manina minuta ogni volta che la loro figliolina li guar­da e sorride. Devono pensare: «Ecco. Un'altra volta di meno da vedere questo sorriso ». Vanno piano. A rilento. Pare vogliano protrarre il più a lungo il loro cammino. Tutto serve a fermarsi... Ma una stra­da deve pur finire! E questa sta per finire. Ecco là, in cima a questo ultimo pezzo di strada che sale, le mura di cinta del Tempio. Anna ha un gemito e stringe più forte la manina di Maria. «Anna, cara, io sono con te! » dice una voce, uscendo dal­l'ombra di un basso arco gettato su un incrocio di strade. E’ Elisabetta, che certo era in attesa, la raggiunge e stringe al cuore. E, posto che Anna piange, le dice: «Vieni, vieni in que­sta casa amica per un poco. Poi andremo insieme. Vi è anche Zaccaria. Entrano tutti in una stanza bassa e scura, in cui è lume un vasto fuoco. La padrona, certo amica di Elisabetta, ma estra­nea ad Anna, cortesemente si ritira lasciando liberi i soprag­giunti. «Non credere che io sia pentita, o che dia con mala volon­tà il mio tesoro al Signore » spiega Anna fra le lacrime... «ma è che il cuore... oh! il mio cuore come duole, il mio vecchio cuo­re che torna nella sua solitudine di senza figli!... Se sentissi...» «Lo capisco, Anna mia... Ma tu sei buona e Dio ti conforte­rà nella tua solitudine. Maria pregherà per la pace della sua mamma. Non è vero?». Maria carezza le mani materne e le bacia, se le passa sul viso per esserne carezzata, e Anna serra fra le sue quel visino e lo bacia, lo bacia. Non si sazia di baciare. Entra Zaccaria e saluta: «Ai giusti la pace del Signore». «Sì » dice Gioacchino, «supplicaci pace, perché le nostre viscere tremano nell'offerta come quelle di padre Abramo men­tre saliva il monte, e noi non troveremo altra offerta per ri­scattare questa. Né lo vorremmo fare, perché siamo fedeli a Dio. Ma soffriamo, Zaccaria. Sacerdote di Dio, comprendici e non ti scandalizzare di noi ». «Mai. Anzi, il vostro dolore, che sa non soverchiare il leci­to e portarvi all'infedeltà, mi è scuola nell'amare l'Altissimo. Ma fatevi cuore. Anna profetessa avrà molta cura di questo fiore di Davide e Aronne. In questo momento è l'unico giglio della sua stirpe santa che Davide abbia nel Tempio, e sarà cu­rato come perla regale. Per quanto i tempi volgano al termine e dovrebbe esser cura delle madri della stirpe di consacrare le figlie al Tempio, poiché da una vergine di Davide uscirà il Messia, pure, per rilassamento di fede, i posti delle vergini so­no vuoti. Troppo poche nel Tempio, e di questa stirpe regale nessuna, dopo che ne uscì sposa, or sono tre anni, Sara di Eli­seo. Vero che ancora sei lustri mancano al termine, ma... Eb­bene, speriamo che Maria sia la prima di molte vergini di Da­vide davanti al Sacro Velo. E poi... chissà... ». Zaccaria non dice altro. Ma guarda pensoso Maria. Poi riprende: «Io pure veglierò su Lei. Sono sacerdote ed ho il mio potere là dentro. Lo userò per quest'angelo. E Elisabetta verrà sovente a tro­varla...». «Oh! di certo! Io ho tanto bisogno di Dio e verrò a dirlo a questa Bambina, perché lo dica all'Eterno ». Anna si è rinfrancata. Elisabetta, per sollevarla più an­cora, chiede: «Non è il tuo velo di sposa questo? Oppure hai filato del nuovo bisso? ». «E' quello. Lo consacro con Essa al Signore. Non ho più occhi... E anche le ricchezze sono molto scemate per tasse e sventure... Non mi era lecito fare gravi spese. Ho provveduto solo ad un ricco corredo per il suo tempo nella Casa di Dio e per poi... perché penso che non sarò io quella che la vestirà per le nozze... e voglio sia sempre la mano di sua mamma, an­che se fredda e immota, che la para alle nozze e le fila i lini e le vesti da sposa ». Oh! perché pensare così?! ». «Sono vecchia, cugina. Mai come sotto questo dolore me lo sento. L'ultime forze della mia vita le ho date a questo fio­re, per portarlo e nutrirlo, ed ora... ed ora.. - sulle estreme sof­fia il dolore di perderlo e le disperde ». Non dire così, per Gioacchino ». «Hai ragione. Vedrò di vivere per il mio uomo ». Gioacchino ha fatto mostra di non sentire, intento ad ascol­tare Zaccaria, ma ha udito e sospira forte con gli occhi lucidi di pianto. «Siamo a mezzo fra terza e sesta. Credo sarebbe bene an­dare » dice Zaccaria. Si alzano tutti per rimettersi i mantelli e andare. Ma, prima di uscire, Maria si inginocchia sulla soglia a braccia aperte: un piccolo cherubino implorante. «Padre! Ma­dre! La vostra benedizione! ». Non piange, la piccola forte. Ma le labbruzze tremano e la voce, spezzata da un interno singulto, ha più che mai il trepi­do gemito della tortorina. Il visetto è più pallido e l'occhio ha quello sguardo di rassegnata angoscia che, più forte sino a di­venire inguardabile senza soffrirne profondamente, le vedrò sul Calvario e nel Sepolcro. I genitori la benedicono e la baciano. Una, due, dieci volte. Non se ne sanno saziare... Elisabetta piange silenziosamente e Zaccaria, per quanto voglia non mostrarlo, è commosso. Escono. Maria fra il padre e la madre, come prima. Davan­ti, Zaccaria e la moglie. Eccoli dentro le mura del Tempio. «Vado dal Sommo Sa­cerdote. Voi salite sino alla grande terrazza. Valicano tre cortili e tre atri sovrapposti. Eccoli ai piedi del vasto cubo di marmo incoronato d'oro. Ogni cupola, convessa come una mezza arancia enorme, sfolgora al sole che ora, sul mezzodì, cade a perpendicolo sul vasto cortile che circonda il fabbricato solenne, ed empie il vasto piazzale e l'ampia scali­nata che conduce al Tempio. Solo il portico che fronteggia la scalinata, lungo la facciata, è in ombra, e la porta altissima di bronzo e oro è ancor più scura e solenne in tanta luce. Maria pare ancor più di neve fra il gran sole. Eccola ai pie­di della scalinata. Fra padre e madre. Come deve battere il cuore a quei tre! Elisabetta è a fianco di Anna, ma un poco indietro, di un mezzo passo. Uno squillo di trombe argentine e la porta gira sui cardi­ni, che pare diano suono di cetra nel girare sulle sfere di bron­zo. Appare l'interno con le sue lampade nel profondo, ed un corteo viene dall'interno verso l'esterno. Un pomposo corteo fra suoni di trombe argentee, nuvole d'incenso e luci. Eccolo sulla soglia. Davanti, colui che deve essere il Som­mo Sacerdote. Un vecchio solenne, vestito di lino finissimo, e sul lino una più corta tunica pure di lino, e su questa una spe­cie di pianeta, qualcosa fra la pianeta e la veste dei diaconi, multicolore: porpora e oro, violaceo e bianco vi si alternano e brillano come gemme al sole; due gemme vere brillano su esso ancor più vivamente al sommo delle spalle. Forse sono fibbie con il loro castone prezioso. Sul petto, una larga placca splendente di gemme, sostenuta da una catena d'oro. E pen­dagli e ornamenti splendono alla base della tunica corta, e oro splende sulla fronte al disopra del copricapo, che mi ricorda quello dei preti ortodossi, la loro mitra fatta a cupola anziché a punta come quella cattolica. Il solenne personaggio viene avanti, da solo, sino al princi­pio della scalinata, nell'oro del sole che lo fa ancora più splen­dido. Gli altri attendono stesi a corona fuor dalla porta, sotto il portico ombroso. A sinistra è un gruppo candido di fanciulle con Anna profetessa e altre anziane, certo maestre. Il Sommo Sacerdote guarda la Piccola e sorride. Le deve parere ben piccina ai piedi di quella scalinata degna di un tem­pio egizio! Alza le braccia al cielo in una preghiera. Tutti cur­vano il capo, come annichiliti davanti alla maestà sacerdota­le in comunione con la Maestà eterna. Poi, ecco. Un cenno a Maria. E Lei si stacca dalla madre e dal padre e sale, come affascinata sale. E sorride. Sorride all'ombra del Tempio, là dove scende il Velo prezioso... E' in alto della scalinata, ai piedi del Sommo Sacerdote che le im­pone le mani sul capo. La vittima è accettata. Quale ostia più pura aveva mai avuto il Tempio? Poi si volge e, tenendole la mano sulla spalla come a con­durla all'ara, l'Agnellina senza macchia, la conduce presso la porta del Tempio. Prima di farla entrare chiede: «Maria di David, sai il tuo voto?». Al «sì » argentino, che gli risponde, egli grida: «Entra, allora. Cammina in mia presenza e sii per­fetta». E Maria entra e l'ombra l'inghiotte, e lo stuolo delle vergi­ni e delle maestre, poi quello dei leviti, sempre più la nascon­dono, la separano... Non c’è più... Ora anche la porta gira sui suoi cardini armoniosi. Uno spi­raglio sempre più stretto permette vedere il corteo che inoltra verso il Santo. Ora è proprio un filo. Ora non è più niente. Chiusa. All'ultimo accordo dei sonori cardini risponde un singhioz­zo dei due vecchi e un grido unico: «Maria! Figlia! »; e poi due gemiti che si invocano: «Anna! », «Gioacchino! »; e termina­no: «Diamo gloria al Signore, che la riceve nella sua Casa e la conduce sulla sua via ». E tutto finisce così.

Dice Gesù: «Il Sommo Sacerdote aveva detto: "Cammina in mia pre­senza e sii perfetta ". Il Sommo Sacerdote non sapeva che par­lava alla Donna solo a Dio inferiore in perfezione. Ma parlava in nome di Dio e perciò sacro era il suo ordine. Sempre sacro, ma specie alla Ripiena di Sapienza. Maria aveva meritato che la" Sapienza la prevenisse e le si mostrasse per prima ", perché " dal principio del suo giorno Ella aveva vegliato alla sua porta e, desiderando d'istruirsi, per amore, volle esser pura per conseguire l'amore perfetto e meritare d'averla a maestra. Nella sua umiltà non sapeva di possederla da prima d'es­ser nata e che l'unione con la Sapienza non era che un conti­nuare i divini palpiti del Paradiso. Non poteva immaginare questo. E quando nel silenzio del cuore Dio le diceva parole sublimi, Ella umilmente pensava fossero pensieri di orgoglio, e levando a Dio un cuore innocente supplicava: "Pietà della tua serva, Signore! Oh! veramente che la vera Sapiente, la eterna Vergine, ha avuto un sol pensiero sin dall'alba del suo giorno: "Rivolgere a Dio il suo cuore sin dal mattino della vita e vegliare per il Signore, pregando davanti all'Altissimo ", chiedendo perdo­no per la debolezza del suo cuore, come la sua umiltà le sugge­riva di credere, e non sapeva di anticipare le richieste di per­dono per i peccatori, che avrebbe fatto ai piedi della Croce in­sieme al Figlio morente. "Quando poi il gran Signore lo vorrà, Ella sarà riempita dello Spirito d'intelligenza" e comprenderà allora la sua su­blime missione. Per ora non è che una pargola, che nella pace sacra del Tempio allaccia, " riallaccia " sempre più stretti i suoi conversari, i suoi affetti, i suoi ricordi con Dio. Questo è per tutti. Ma per te, piccola Maria, non ha nulla di particolare da dire il tuo Maestro?" Cammina in mia presenza, sii perciò per­fetta ". Modifico lievemente la sacra frase e te la dò per ordi­ne. Perfetta nell'amore, perfetta nella generosità, perfetta nel soffrire. Guarda una volta di più la Mamma. E medita su quello che tanti ignorano, o vogliono ignorare, perché il dolore è materia troppo ostica al loro palato e al loro spirito. Il dolore. Maria lo ha avuto dalle prime ore della vita. Esser perfetta come El­la era, era possedere anche una perfetta sensibilità. Perciò più acuto doveva esserle il sacrificio. Ma per questo più merito­rio. Chi possiede purezza possiede amore, chi possiede amore possiede sapienza, chi possiede sapienza possiede generosità ed eroismo, perché sa il perché per cui si sacrifica. In alto il tuo spirito anche se la croce ti curva, ti spezza, ti uccide. Dio è con te ».  

9. La morte di Gioacchino e Anna fu dolce, dopo una vita di sapiente fedeltà a Dio nelle prove.

31 agosto 1944. Dice Gesù: «Come un rapido crepuscolo d'inverno, in cui un vento di neve accumuli nubi sul cielo, la vita dei miei nonni conobbe rapida la notte, dopo che il loro Sole si era fissato a splendere davanti alla sacra Cortina del Tempio. Ma non è detto: " La Sapienza ispira vita ai suoi figli, prende sotto la sua protezione quelli che la cercano... Chi ama lei ama la vita e chi veglia per lei godrà la sua pace. Chi la possiede avrà in eredità la vita... Chi la serve ubbidirà al Santo e chi l'ama è molto amato da Dio... Se crederà in lei l'avrà in eredità, che sarà confermata ai suoi discendenti perché l'ac­compagna nella prova. Prima di tutto lo sceglie, poi manderà sopra di lui timori, paure e prove, lo tormenterà con la sferza della sua disciplina, finché l'abbia provato nei suoi pensieri e possa fidarsi di lui. Ma poi gli darà stabilità, tornerà a lui per diritto cammino e lo renderà contento. Scoprirà a lui i suoi arcani, metterà in lui tesori di scienza e di intelligenza nella giustizia "? Si, è detto tutto questo. I libri sapienziali sono applicabili a tutti gli uomini che in essi hanno uno specchio dei loro com­portamenti e una guida. Ma felici coloro che possono esser rav­visati fra gli spirituali amanti della Sapienza. Io mi sono circondato di sapienti nella mia parentela mor­tale. Anna, Gioacchino, Giuseppe, Zaccaria, e più ancora Eli­sabetta, e poi il Battista, non sono forse dei veri sapienti? Non parlo di mia Madre, in cui la Sapienza aveva dimora. Dalla giovinezza alla tomba, la sapienza aveva ispirato la maniera di vivere in modo grato a Dio ai nonni miei e, come una tenda che protegge dalle furie degli elementi, ella li ave­va protetti dal pericolo di peccare. Il santo timore di Dio è ba­se alla pianta della sapienza, la quale da esso si slancia con tutti i suoi rami per raggiungere col vertice l'amore tranquil­lo nella sua pace, l'amore pacifico nella sua sicurezza, l'amo­re sicuro nella sua fedeltà, l'amore fedele nella sua intensità, l'amore totale, generoso, attivo dei santi. "Chi ama lei ama la vita e avrà in eredità la Vita " dice l'Ecclesiastico. Ma questo si salda al mio: "Colui che perderà la vita per amor mio la salverà ". Perché non si parla della povera vita di questa terra ma della eterna, non delle gioie di un'ora ma di quelle immortali. Gioacchino ed Anna l'hanno in tal senso amata. Ed essa fu seco loro nelle prove. Quante, voi che per non essere completamente malvagi vor­reste non aver mai a piangere e soffrire! Quante ne ebbero que­sti giusti che meritarono di avere per figlia Maria! La perse­cuzione politica che li cacciò dalla terra di Davide, impoveren­doli oltre misura. La tristezza di veder cadere nel nulla gli anni senza che un fiore dicesse loro: "Io vi continuo". E, dopo, il trepidare per averlo avuto in età in cui era certo non vederlo fiorire in donna. E poi, il doverselo strappare dal cuore per deporlo sull'altare di Dio. E, ancora, il vivere in un silenzio an­cor più grave, ora che si erano abituati al cinguettio della loro tortorina, al rumore dei suoi passetti, ai sorrisi e ai baci della loro creatura, e attendere nei ricordi l'ora di Dio. E ancora e ancora. Malattie, calamità di intemperie, prepotenze di poten­ti... tanti colpi di ariete nel debole castello della loro modesta prosperità. E non basta ancora: la pena di quella creatura lon­tana, che rimane sola e povera e che, nonostante ogni loro pre­mura e sacrificio, non avrà che un resto del bene paterno. E come lo troverà se per anni ancora resterà incolto, chiuso in attesa di Lei? Timori, paure, prove e tentazioni. E fedeltà, fe­deltà, fedeltà, sempre, a Dio. La tentazione più forte: non negarsi il conforto della fi­glia intorno alla loro vita declinante. Ma i figli sono di Dio prima che dei genitori. E ogni figlio può dire ciò che Io dissi alla Madre: "Non sai che Io devo fare gli interessi del Padre dei Cieli? "E ogni madre, ogni padre devono imparare l'atti­tudine da tenersi, guardando Maria e Giuseppe al Tempio, An­na e Gioacchino nella casa di Nazareth, che si fa sempre piu spoglia e più triste, ma nella quale una cosa non diminuisce mai, anzi sempre più cresce: la santità di due cuori, la santità di un coniugio. Che resta a Gioacchino infermo e che alla sua dolente spo­sa per luce, nelle lunghe e silenziose sere di vecchi che si sen­tono morire? Le piccole vesti, i primi sandaletti, i poveri tra­stulli della loro piccina lontana, e i ricordi, i ricordi, i ricordi. E, con questi, una pace che viene dal dire: "Soffro, ma ho fat­to il mio dovere d'amore verso Dio. E allora ecco una gioia sovrumana, che brilla di una luce celeste, ignota ai figli del mondo, e che non si offusca per ca­dere di palpebra grave su due occhi che muoiono, ma nell'ora estrema più splende, e illumina verità che erano state dentro per tutta la vita, chiuse come farfalle nel loro bozzolo, e dava­no segno d' esservi solo per dei movimenti soavi, fatti di lievi bagliori, mentre ora aprono le loro ali di sole e ne mostrano le parole che le decorano. E la vita si spegne nella conoscenza di un futuro beato per loro e la loro stirpe, e con una benedi­zione sul labbro per il loro Dio. Così la morte dei nonni miei. Come era giusto fosse per la loro santa vita. Per la santità hanno meritato d'essere i primi custodi della Amata di Dio, e solo quando un Sole più grande si mostrò nel loro vitale tramonto essi intuirono la grazia, che Dio aveva loro concessa. Per la loro santità, ad Anna non tortura di puerpera ma estasi di portatrice di chi è Senza Colpa. Per ambedue non af­fanno di agonia ma languore che spegne, come dolcemente si spegne una stella quando il sole sorge all'aurora. E se non eb­bero il conforto di avermi Incarnata Sapienza, come mi ebbe Giuseppe, Io ero, invisibile Presenza che diceva sublimi paro­le, curvo sul loro guanciale per addormentarli nella pace in attesa del trionfo. Vi è chi dice: "Perché non dovettero soffrire nel generare e nel morire, poiché erano figli di Adamo? "A costui rispon­do: "Se, per esser stato avvicinato da Me nel seno della ma­dre, fu presantificato il Battista, figlio di Adamo e concepito con la colpa d'origine, nulla avrà avuto dì grazia la madre santa della Santa in cui non era Macchia, della Preservata da Dio che seco portò Dio nel suo spirito quasi divino e nel cuore em­brionale, né mai se ne separò da quando fu pensata dal Padre, fu concepita in un seno e tornò a possedere Dio pienamente nel Cielo per una eternità gloriosa?". A costui rispondo: "La retta coscienza dà morte serena e le preghiere dei santi vi ot­tengono tal morte Gioacchino ed Anna avevano tutta una vita di retta coscien­za dietro a loro, e questa sorgeva come placido panorama e fa­ceva loro guida sino al Cielo, e avevano la Santa in orazione davanti al Tabernacolo di Dio per i suoi genitori lontani, po­sposti a Dio, Bene supremo, ma amati, come legge e sentimento volevano, di un amore soprannaturalmente perfetto ».