VITA

DI CATERINA LABURE'

 

(27 novembre 1830 ore 17,30: La Santa Vergine appare a Caterina Laburè...)

 

1. L'INFANZIA

E IL LUTTO

(1806-1818)

 

Nove ottobre 1815. L'Imperatore Napoleone I è in cammino per Sant'Elena dove arriverà il 15 col suo piccolo gruppo di fedeli. In Francia si stabilisce e riprende vita la Restaurazione mentre i grandi sogni di rivolu-zione e di gloria si dissipano come nubi su campi di rovine.

 

Un'orfana

A Fain-les-Moutiers, villaggio della Borgogna, di appena duecento abitanti, una bambina piange. Si chiama Caterina Labouré ma risponde al nome di Zoe, la santa del giorno della sua nascita. Caterina non è sola a piangere, è l'ottava di dieci figli che hanno perduto la loro mamma, Maddalena Gontard, 46 anni, di famiglia agiata, divenuta fattoressa in seguito al suo matrimonio con Pietro Labouré. La morte è stata improvvisa, la casa è in lutto dalle 5 del mattino. I vicini presentano le loro condoglianze e offrono i loro servizi al fattore, Pietro Labouré, che fino al mese precedente era stato il signor Sindaco. La grande sala della fattoria è piena di bi-sbigli soffocati; si prega con quel gusto nuovo della preghiera nato dopo la clandestinità della Rivoluzione, ancora vicina. Si compiangono i figli più piccoli: Caterina, 9 anni, Tonina, 7, e Augu-sto, 5, infermo a causa di un incidente. Questa notte le porte non saranno chiuse a catenaccio. Delle ombre si avvicenderanno intorno al letto su cui riposa la defunta dal volto di avorio. La morte della fattoressa fa apparire in forma di disordine e di imperiose necessità tutto ciò che ella faceva e che non si farà più: tutto quello che l'ha consunta. distrutta a fuoco lento. Educata in un ambiente ricco, quasi spensie-rato, ella ha ceduto sotto il peso della fattoria: la terra, il bestiame, la gente, i figli; in meno di vent'anni ne ha avuti 17, dei quali 10 sopravvis-suti. Soltanto questi ultimi venivano contati in quei tempi di elevata mortalità infantile. Si dove-vano alleggerire i bilanci di morte. Maddalena era così sopraffatta che non ha neppure insegnato a leggere ai figli minori. Caterina rimarrà a lungo confusa di non saper fare la propria firma. Quanto all'ultimo piccino, Augusto, il suo misero stato sembra testimoniare il logorio cui era giunta la madre sulla quarantina... Affidato alla donna di servizio nella «carrozza » che riconduceva la famiglia da Senally, il bambino era caduto sulla strada. Lo raccolsero esanime, rimase in coma parecchi giorni e sarebbe stato infermo per il resto della vita, abbastanza lucido per esserne profondamente umiliato, bizzarro per mascherare la propria angustia. Che fare di tutto questo piccolo mondo? Con la pazienza caratteristica dei contadini, il fattore improvvisa soluzioni di fortuna: delle due bambine, Caterina e Tonina, si assumerà la responsabilità una sua sorella, Margherita, mo-glie di Antonio Jeanrot, commerciante d'aceto a Saint-Remy, che dista 9 chilometri a nord-est di Fain. uesto diminuirà il peso di Maria Luisa, 20 anni, secondogenita, la maggiore delle figlie. Fino ad oggi ella viveva in un pensionato a Lan-gres, presso una zia materna, senza figli, vedova di un ufficiale. Ritorna a casa e continua coraggiosamente il gravoso impegno che ha schiacciato sua madre. Quanto al padre, egli si rallegra di aver rinun-ciato il mese scorso alla carica di sindaco, nella quale era succeduto al cugino Nicola Labouré nel 1811.

 

L'esilio di Saint-Remy (1815-1818)

Nell'autunno del 1815 Caterina, la mano nella mano di Tonina, lascia la fattoria natale incam-minandosi attraverso i sentieri i cui grandi alberi hanno cominciato a riprendere le loro tinte d'oro e di porpora. Ella si sente doppiamente orfana perché la morte della mamma l'allontana anche dal padre. E questo strappo non è il minore. Suo padre conta molto per lei, che è la maggiore delle due figlie vissute fino allora nella casa. La sua vita rimane orientata verso la fattoria paterna, come una bussola verso il suo polo. Riguardo al vuoto lasciato dalla mamma, Caterina ha trovato da sé una soluzione. Nella camera della defunta (questa si trovava ancora sul letto di morte?) c'era una statua di Maria. « Zoe » non era tanto alta da poterla toccare. Tutta in lacrime, sale sul mobile e abbraccia la Madonna. Le chiede così di sostituire la mamma perduta. La bambina si credeva sola, ma la donna di servizio, cui nulla sfugge, l'ha vista e fu lei a raccontare, in seguito, il fatto a Tonina. Quelle lacrime sono le prime e le ultime. Caterina ora è forte. La nuova madre che si èscelta le insegna non a gemere e a vivere nella dipendenza, ma ad assumere la responsabilità della propria vita. La prova, per il momento, è l'esilio a Saint-Remy. La località, sulla riva della Brenne, è pia-cevole. La grande casa dal tetto di tegole è acco-gliente col suo portico e il viavai dei clienti dello zio, ma il muro del giardino impedisce la vista del paesaggio dal lato del fiume: parte pericolosa e interdetta all'accesso. La casa è ani-mata: due cugini e quattro cugine dai 10 ai 18 anni: tutti, dunque, maggiori delle due bimbe. Ma la zia Jeanrot, troppo affaticata da questa numerosa famiglia e dal suo commercio d'aceto, abbandona quasi sempre i ragazzi alla donna di servizio. Senza dubbio aveva presunto delle pro-prie forze facendo la proposta di accogliere in casa sua le due orfane.

 

Il ritorno (gennaio 1818)

Due anni dopo, il padre che, sotto il colpo della perdita della moglie, aveva acconsentito a malincuore a separarsi dalle due figliolette, « sente la mancanza di Caterina », la preferita delle sue tre figlie e la richiama alla fattoria. Questo ritorno per essa è una festa sotto ogni aspetto poiché ritorna a casa anche per fare la prima comunione fissata per il 25 gennaio 1818. E' pervasa allora da un grande fervore, da uno slancio gioioso verso Dio, amplificato dalla gioia umana di ritrovare la sua casa. Caterina ama il lavoro e ha il dono dell'iniziativa. Per Maria Luisa, la sorella maggiore che l'abi-tua ai lavori casalinghi, questo ritorno è la solu-zione di un problema. Al momento della morte di sua madre, ella si preparava a « fare il postu-lato » tra le Figlie della Carità a Langres, la città dove era stata allevata. Il ritorno a Fain costituì per lei una costrizione, un esilio. Le iniziative di Caterina, la sua buona intesa col padre, liberano Maria Luisa. Fin dal 5 maggio seguente, ella ritorna a Langres per cominciarvi il postulato presso le Figlie della Carità. Caterina-Zoe, che conta appena 12 anni, ha facilitato questa partenza. Quando se ne è trat-tato, ha guardato gaiamente la sorellina minore, Tonina, 9 anni, e le ha detto: « A noi due: porte-remo avanti la casa ». Il ricorso a Maria non è stato per essa un passivo rifugio di bambina paurosa. Nella notte della fede, aveva stretto quel vincolo di ragazza libera e responsabile. A 12 anni, è matura per assumere il fardello che aveva schiacciato sua madre e divenire la prima collaboratrice del padre.

 

2. LA VOCAZIONE (1818 - 1830)

 

Una fattoressa di 12 anni

Ecco dunque Caterina divenuta fattoressa. E' lei che assume il ruolo di madre di famiglia e di padrona di casa. La fattoria, dal tetto di tegole rosso-grigie, forma un rettangolo di fabbricati chiuso presso-ché come un chiostro. Si apre sulla strada per mezzo di un atrio e culmina a 10 metri di altezza nella famosa pic-cionaia, quasi tozza tanto è larga, che indica i Labouré « come una delle famiglie principali del paese ». La gente ci pensa due volte prima di varcare il portone dell'antico Sindaco. « Non andavate a giocare con Zoe? » fu chie-sto a una ragazza di Fain, coetanea di Caterina. Ella rispose: « Oh, no! I Labouré erano di condizione più elevata della nostra. Non ci permettevano di andare in casa loro senza motivo; erano grandi proprietari... Era una delle migliori famiglie di Fain, la loro...». Fain era un paesetto, ma il padre di Caterina vi era considerato il primo cittadino per l'istru-zione e il prestigio di cui godeva. Huysmans ha presentato Caterina come « una antica serva di fattoria », ma non era questa la sua posizione. La Vergine l'ha scelta « rozza e limitata » come egli aggiunge? La verità è che era analfabeta e lo sarebbe stata fino a 20 anni: più a lungo che Bernadetta di Lourdes. Ma, come Bernadetta, ha una statura morale unita a quella ricchezza umana, propria dei po-veri che non hanno atteso ad apprendere a leg-gere e scrivere per esistere. Bernadetta, come primogenita, avrà dei do-veri di « erede » secondo il costume di Bigorre. Il titolo di erede era un'ironia per Bernadetta, i cui genitori avevano soltanto debiti... mentre i genitori di Caterina possedevano la terra che coltivavano. Come orfana, Caterina è stata promossa pa-drona di casa fin dall'infanzia: una posizione che molte donne raggiungevano soltanto sulla cin-quantina o mai, giacché alcune restavano, fino alla tomba, sotto il giogo di una suocera onni-potente. A 12 anni, Caterina è la regina in questa grande fattoria, chiusa come una fortezza: una regina laboriosa ma che comanda ai servi e alla donna di servizio. Il suo regno è costituito dal recinto, la stalla, il giardino e, soprattutto, la sala della fattoria. Il padre vi è re quando rientra dai campi. Le sue parole sono rare, ma determinanti. Garanti-scono, anzitutto, a Caterina l'autorità su questo locale che funge nello stesso tempo da cucina e sala di soggiorno. La regina non conta che alle dipendenze del re e tace in sua Dresenza. Il suo dominio è pure il locale dove è situato il forno, il frutteto, la stalla, il pollaio, la colom-baia di 1121 compartimenti, che ospita da 600 a 800 piccioni. Caterina ama il suo popolo che ru-moreggia e tuba, che sbatte le ali intorno a lei per afferrare a volo il grano che ella lancia senza arsimonia. Le immagini fatte sulla testimonianza dei contemporanei di Caterina, hanno dato retro-spettivamente a questa volata una forma di co-rona o d'aureola.

 

La giornata di Caterina

Come padrona, Caterina è la prima ad alzarsi nella casa. In ogni stagione, deve svegliarsi per prima. I suoi occhi si aprono quando albeggia e l'orizzonte comincia a tingersi di azzurro o di malva, attraverso le finestre che si aprono sul pianoro boscoso. Le piace l'aurora, soprattutto l'inverno, quando le notti sono più lunghe della sua stanchezza, ed ella spia il primo raggio di sole da sotto il piumino. Al solstizio d'estate èun altro affare. Caterina comincia la giornata alle 4 e questa non è mai troppo lunga per il lavoro. Svegliandosi, deve lottare con la stan-chezza e gli indolenzimenti per riprendere la catena. L'aurora, allora, insiste, quasi aggressiva, incalzando un rimorso. A noi due, mio Dio... e il mio lavoro! La principale mansione quotidiana della massaia è quella di preparare la cucina. Tre pasti: la prima « colazione », che rompe il digiuno della notte, consiste in una zuppa con distribuzione di uno spuntino che gli operai por-tano nei campi. Il pranzo è pesante, in estate, quando lo si deve portare ai mietitori. La cena richiede una cucina più laboriosa, ma consiste sempre nella stessa vivanda: piatti di legumi misti al lardo. La fattoressa è padrona e serva: paga di persona, più di ogni altro. Non mangia a tavola con gli uomini ma nell'angolo, presso il camino; non interviene nella conversazione. Caterina è stata formata in un mondo gerar-chico, alla scuola del rispetto e del silenzio, ma anche a lente deliberazioni per far riuscire i suoi progetti e, quando è necessario, render pos-sibile l'impossibile. La cura del bestiame ritma le giornate. Mun-gere le mucche, mattina e sera, costituisce un lavoro duro per le mani e, ancora di più, per il dorso costretto a rimaner curvo. Caterina distri-buisce il foraggio e conduce la mandria all'ab-beveratoio comunale. Versa ai maiali la zuppa ingrassata da tutti i resti e rifiuti. Raccoglie le uova dal pollaio. Per tutta la giornata va e viene dai pozzi, fortunatamente non troppo distanti, per attingere l'acqua che viene usata con misura. Nelle lunghe serate invernali, i piccoli lavori casalinghi si prolungano senza tregua. Si veglia ora in una famiglia ora in un'altra, alla luce delle candele, davanti al fuoco del camino: spesso in casa dei Labouré che hanno una grande sala e un forno. Ci si rifugia in quel locale quando gela da spaccar le pietre. La temperatura vi si mantiene elevata, di un calore denso, sostenuto dallo spessore dei mattoni arroventati. Quegli incontri fanno economizzare la legna e forniscono un tempo per scambiarsi notizie, ricordi, racconti paurosi o affascinanti. La pre-ghiera che conclude la serata porta più lontano la comunicazione: tutto uno spazio di libertà, programmato dall'intimo, attraverso il rito e la tradizione.

 

La settimana

Nella trama delle giornate occorre sistemare le attività periodiche: ogni settimana, Caterina impasta la farina col lievito e scalda il forno. Le sono necessarie sette o otto fascine di legna. Quando il calore è penetrato bene nella pietra, Caterina toglie cenere e carbone con la paletta, raccoglie la brace negli spengitoi, poi afferra le lunghe pale di legno per infornare, in bell'ordine, sette o otto pagnotte di pasta bianca e molle. Bisogna allora aspettare... facendo un altro la-voro. E al termine di una lunga ora, le ritira lievitate e brucianti sotto la crosta dura e bruna. Che paura, le prime volte, che il miracolo non si realizzi! Il giovedì è giorno di mercato a Montbard (distante 15 chilometri). Ogni settimana si deve fare il bucato della biancheria minuta: occupazione abituale e banale.

 

L'anno a Fain

Due o tre volte all'anno, ben altra cosa è il bucato in grande: quello della biancheria di casa, che si conserva di generazione in generazione, perché si consuma poco a motivo di questa lenta rotazione. E' un avvenimento: si tirano fuori dalle cassepanche vere montagne di lenzuola. I vicini vengono a dare una mano. E' festa, una rude festa! In fondo all'enorme tinozza, Caterina dispone dei mannelli ricavati dalla potatura delle viti. Li ricopre con un lenzuolo, depone su que-sto uno strato di cenere di legna (attenzione che non vi si mescolino gusci d'uova, che macchiano)! Ricopre la cenere con un altro lenzuolo e vi pone sopra la biancheria che era a mollo nel-l'acqua fredda fin dalla vigilia. Comincia allora l'operazione. La grande conca è là sul fuoco, che bolle a tutto vapore. Per mezzo di bricchi, Cate-rina versa sulla biancheria l'acqua bollente che penetra la massa. Poi, instancabilmente, riprende dal disotto quell'acqua filtrata lentamente e la versa dall'alto. La liscivia così si concentra. Ma non bisogna andare troppo oltre perché il « de-tersivo » finirebbe per rovinare le mani e la stessa biancheria. Caterina impara che l'ottimo è, tal-volta, nemico del bene. Quando la cenere ha compiuto l'opera sua, il bucato viene portato in una carriola al lavatoio comunale sito di fronte alla casa, a ridosso di questa. Le lavandaie vi scendono per una scala di parecchi gradini. In ginocchio, nella vasca, risciacquano e sbat-tono la biancheria mentre spiano se il tempo e il vento la faranno asciugare più o meno rapi-damente, prima che venga stirata e messa negli armadi che si riempiranno di nuovo di candide lenzuola, profumate di bulbi d'iris o di lavanda. Ogni anno, all'inizio dell'inverno, si uccide il maiale. In una fattoria grande come questa se ne uccidono anche due, ripetendo l'operazione, se necessario, il martedì grasso. L'animale è stato ingrassato fino a raggiungere il peso di 300 libbre all'incirca. E' un'altra festa, più gioiosa di quella del bucato: un'orgia di sanguinacci, di carne ai ferri, di cicciolini perché occorre mangiare o dar via molto presto le parti deperibili. Gli abi-tanti della fattoria e quelli che son venuti a dar loro una mano, possono consumare in quei giorni fino a dodici o tredici piatti di carne. Gli stomaci solidi compensano in tal modo le carenze arre trate di proteine. Il pasto va innaffiato... E, seb-bene i Labouré non abbiano vigne, si trova o arriva immancabilmente qualche bottiglia di virio accompagnata da tanto buon umore. L'importante è ciò che non si mangia quel giorno: prosciutto e lardo vengono subito salati: forniranno, per il resto dell'annata, il nutrimento carneo, poiché la carne costituisce una rarità. Soltanto sotto Napoleone III, l'Auxois si trasfor-mò in regione di allevamento di bestie da macello. La carne di manzo sopraggiunge talvolta in abbondanza, ma a causa di una calamità: quando una mucca è accidentata o vecchia. La si divide con i vicini, a condizione che renderanno lo stesso dono. Le perdite così divengono feste perché ènecessaria che niente si perda. La disgrazia si cambia in abbondanza e condivisione. Così Caterina fa suoi i riti, le ricette culinarie e tradizioni innumerevoli che comprende sem-pre meglio, di anno in anno. Dev'essere vigilante con le bestie (la mucca che si rifiuta di dar latte perché le è stato tolto il vitello), con la gente (queste signore che tirano più che possono sul prezzo del burro e delle uova) e perfino col tempo. E' un tempo aperto sull'eternità, attraverso l'eterno ritorno ascendente del ciclo delle feste. Ogni anno, Caterina capisce meglio il ciclo liturgico: dall'Avvento a Pasqua e all'intermina-bile serie delle domeniche verdi dopo la Pente-coste: il periodo dei grandi lavori. Quando l'anno sta per finire, il 2 novembre, il parroco viene in chiesa dove tutto il villaggio è riunito... Molti-plica le benedizioni per i defunti lungo tutto il pomeriggio: è una cerimonia interminabile, ma ogni famiglia vuole la propria benedizione. Le giornate diventano brevi: si entra nella notte come nel seno materno. Si sogna, si parla, si dorme a lungo. E' di stagione la morte che entra nel ciclo della vita.

 

Il segreto di Caterina

Caterina sa svolgere bene il suo compito e dare a ciascuno il necessario secondo la propria condizione e i propri bisogni, a cominciare dal padre e dal fratellino malaticcio, oggetto delle sue più attente cure. I due meglio serviti sono Pietro, perché è il padrone, e Augusto perché la sua infelicità è un appello lanciato verso il cielo... Vengono poi i fratelli, la sorella, i dome-stici, per ultima lei. Caterina non geme sui propri errori di principiante ma li ripara senza rumore e da ogni cosa trae una lezione. E' la sua scuola, questa, perché ella a scuola non va. Chi le ha concesso di dominare così, a 12 anni, questo compito schiacciante? La sua vita quotidiana èpiena, dai primi bagliori dell'alba, quando riat-tizza il fuoco, fino alla sera, quando l'ultima fiam-mata ravviva la penombra per terminare i lavori pesanti: quelli che si possono fare anche senza vederci troppo chiaro; non più il cucito ma la rigovernatura delle stoviglie e la rassettatura della casa. Caterina è ordinata. Se la cava tanto bene che la domestica diventa superflua. E poi, l'interferenza di una persona adulta, che non accetta facilmente l'autorità di una « giovinezza », apporta più preoccupazione che aiuto. E' un riposo quando il lavoro avanza e la ragazza vi si muove a proprio agio con la complicità attiva di Tonina. A 14 anni Caterina si separa dalla domestica, appena le si presenta l'occasione pro-pizia. E' sicura di riuscire: le cose vanno meglio di prima. E' l'amore della terra che la sostiene. Sì, Cate-rina ama la madre terra, l'alba che la sveglia ogni mattina e il lavoro che le riempie la vita, dopo il vuoto dell'esilio di Saint-Rémy. Ma que-ste non sono che le apparenze. Sarebbe l'attrat-tiva del guadagno, la passione contadina di gua-dagnare a qualsiasi costo, facendo economie? Caterina organizza ingegnosamente le sue diverse mansioni. Altrimenti, sarebbe la rovina; di ciò la gente di città non ha un'idea. Occorre far fronte agli imprevisti: malattie delle bestie, delle piante, intemperie, disgrazie. Ma Caterina ama persone e cose, più del denaro pur necessario. Sa che la sua piccola gestione casalinga, a cir-cuito chiuso, non è che un elemento dell'economia domestica di cui l'essenziale si trova nelle mani di suo padre. Il segreto di Caterina è nascosto nelle sue assenze dalla fattoria. Sparisce, ogni giorno, per qualche tempo. Non per vedere un corteggiatore. L'amor suo si nasconde nella chiesa di Fain, vicina alla fattoria, che sorge un po' più in alto dalla parte opposta della strada: una chiesa senza prete perché il clero, durante la Rivoluzione, si è dileguato. Fain dipende da un cappellano che si reca di luogo in luogo a celebrare matrimoni e funerali, raramente la messa domenicale. Le domeniche in cui vi è la Messa, Caterina e i familiari occupano un banco riservato nella cappella della Vergine, detta la cappella dei La-bouré, perché è la famiglia che l'ha fatta restaurare. Non è l'onore del banco riservato ai membri del consiglio di fabbrica della parrocchia, che attira Caterina alla chiesa. Vi si reca sola, in settimana, e prega a lungo sul freddo pavimento. Si dice sia là che ella avrebbe contratto l'artrosi. Questa preghiera dà significato a tutto il resto. « Le preghiere non fanno progredire il lavoro », dicono le vicine. Il lavoro, tuttavia, viene sbri-gato; Caterina è coraggiosa e di buona salute. Il tempo consacrato ad esso non è l'essenziale per lei, ma viene in soprappiù. « Tempo perduto », si pettegola talvolta al villaggio, dove la pietà di Caterina non ne aumenta la reputazione. Ella non se ne preoccupa affatto: il suo tempo non è quello delle vicine impantanate nel quotidiano. Caterina vive l'im-pegno di ogni giorno, ma in un'altra dimensione, che dà senso al ricominciare senza fine, alle per-sone che si avvicinano e che è meglio... incon-trare: un senso che non passerà. Caterina abita con Dio nella Fede e nell'Amore, e anche nella comunione dei Santi, da coraggiosa concittadina. A Saint-Rémy, la zia le ha mostrato la statua della sua patrona: santa Caterina d'Alessandria, ricca di sapienza e di luce, forte contro i persecutori. Zoe-Caterina ha familiarità coi protettori, le cui immagini ispiranti fiducia ornano i muri della chiesa, a Fain come a Saint-Rémy. Ma più ancora con la Vergine Maria che trova ogniqualvolta si reca alla chiesa di Fain: prima al disopra del portale, col Bambino tra le braccia, poi all'interno, le mani tese in un gesto d'accoglienza. Il tabernacolo è vuoto, in questa chiesa senza prete, ma la presenza del Signore impregna la sua casa, si rivela in fondo al cuore. Per Caterina è una felicità nella quale prova il bisogno di rituffarsi. E' qui che trova la forza di far buon viso e di ben servire. Qui è il suo sogno per l'avvenre, che Tonina ha ben presto intuito. La sorellina ha percepito chiaramente che Caterina era dive-nuta « tutta mistica », come ella dice, « dopo la sua prima comunione »: senza dubbio nel senso in cui il compatriota San Bernardo era « mire contemplativus », meravigliosamente contempla-tivo, secondo i suoi primi biografi. Il fiume della preghiera, apparentemente dis-seccato dalla Rivoluzione, riprende in Caterina come in altri contemporanei a lei sconosciuti: Giovanni Maria Vianney, Giovanna lugan, Gio-vanna Antida Thouret, Madre Javouhey, Madda- «Com'erano pie queste signorine (Labouré: Caterina e Tonina); non andavano a divertirsi con le altre ragazze», testimonia una donna an-ziana di 88 anni, contemporanea di Caterina. Assorbita prematuramente dalle responsabi-lità, maturata prima del tempo dalle rudi man-sioni della fattoria, Caterina non era troppo « amante del gioco ». Ma sarebbe un'esagerazione agiografica dare eccessiva importanza all'espres-sione del nipote Filippo Meugniot che descrive il suo come « un carattere serio, modesto e di-gnitoso ». Un'altra contemporanea - « una ragazzina sua coetanea » di cui non conosciamo il nome - estimonia che Caterina si divertiva quando i genitori la conducevano alla sagra di Cormarin in casa di cugini e cugine.

 

La festa di San Roberto

Ecco il ricordo di una bambina di Cormarin, un po' aureolato dagli 80 anni passati della testi-mone, nel 1896: « Caterina non era graziosa ma era gentile e buona, sempre amabile e dolce con le com-pagne anche quando queste la stuzzicavano come fanno i bambini. E se vedeva che alcune si bisticciavano tra loro, cercava di metter pace. Se un povero si presentava gli dava le ghiotto-nerie che poteva trovare (...). Durante la Messa in onore del Patrono, Caterina pregava come un angelo (...) e non voltava la testa a destra e a sinistra

 

Il digiuno che nutre

A 14 anni, ella comincia a digiunare il venerdì e il sabato, per tutto l'anno. Tonina se ne accorge, teme che le faccia male e cerca di dissuaderla... Invano. Minaccia di avvertire il padre, ma Cate-rina non si lascia impressionare: - Ebbene, diglielo! Tonina, provocata, mette in esecuzione la minaccia. Il padre le dà ragione. Ma Caterina ha deciso: quel digiuno è un affare tra Dio e lei. Vi trova la sua forza. Questo non riguarda nes-suno, neppure il padre, dal momento che il lavoro è fatto... Caterina continua. Non porta rancore: il padre è il padre; Dio, è Dio. Questa contesa non ha neppure turbato le sue buone relazioni con Tonina, il cui aiuto è valido e avveduto.

 

Vocazione

Verso quella stessa epoca, Caterina confida alla sorella - solo a lei - il suo progetto di vita: una vocazione, ma che non sa né come né dove si realizzerà. Non è « per fare come Maria Luisa », è un progetto intimo tra lei e Dio. Tonina comprende, sostiene la sorella e l'aiuterà in questa via. Ciò resta un segreto tra loro per-ché il padre ha regolato il suo conto col buon Dio, al riguardo. Non ha recriminato per la par-tenza di Maria Luisa, sebbene la presenza ne fosse ben necessaria per la fattoria. Ha dato la figlia e la dote: bene, ma ora basta.

 

Un sogno

Ed ecco che una notte, quella chiamata pren-de la forma d'un sogno. Caterina si trova nella chiesa di Fain, al suo posto abituale, nella cap-pella dei Labouré. Prega. Quand'ecco sopraggiun-ge un prete anziano, riveste i sacri paramenti e celebra la Messa sull'altare candido, dalle moda-nature in oro. Quello che la colpisce, è 10 sguardo del sacerdote quando si volta per il « Dominus vobiscum». All'« Ite missa est », le fa cenno di avvicinarsi. La ragazza è assalita dal timore. Si allontana indietreggiando, affascinata. Non può distaccarsi da quello sguardo, che ricorderà per tutta la vita. Uscendo di chiesa, Caterina va a far visita ad un'ammalata (sempre in sogno) là ritrova il vecchio prete che le dice: «Figlia mia, è buona cosa assistere i malati. Tu ora mi sfuggi, ma un giorno sarai felice di seguirmi! Dio ha dei disegni su di te. Non dimeuticarlo! ». Ella si allontana di nuovo, sempre timorosa ma col cuore ardente. « I suoi piedi non tocca-vano più terra ». Varcando il portico della casa paterna si sveglia... Non era che un sogno, ma per Caterina costituisce un nuovo slancio. Il suo regno - la sala della fattoria - è divenuto un luogo provvisorio, se non un esilio. Compie il proprio lavoro ancora meglio di prima, ma ècome se non lo facesse. La sua vita reale domina il vissuto quotidiano che ella ha già abbandonato con lo spirito. Caterina riflette, abbozza progetti: per entrare in Comunità, dovrebbe almeno saper leggere e scrivere; le hanno detto che questa èuna delle condizioni per essere ammessa. La sua mancanza d'istruzione, inoltre, la umilia. Solo per mascherare la propria ignoranza, la giovane paga allora 30 franchi-oro - le sue economie -a un buon parlatore che si è impegnato ad inse-gnarle a fare la propria firma. Ma non basta, ètempo di imparare a leggere, scrivere, far di conto: sulla carta e non solo nella sua testa, sebbene una testa di contadina e le sue dieci dita, come segni di riferimento, costituiscano una ottima calcolatrice.

 

Primo soggiorno a Chatillon (1824-1826)

Caterina ha 18 anni, ed ecco che Antonietta Gontard, una cugina germana da parte della ma-dre, le propone di prenderla in casa sua a Chà-tillon, dove gestisce un pensionato che gode buona reputazione, al fine di istruirla. Tonina ha 16 anni, è abbastanza robusta per assumersi la responsabilità della casa, e sempre complice... Il padre è molto reticente: la sag-gezza e il fervore della figlia lo preoccupano, teme di perderla; ma non è fiero dell'ignoranza dei suoi ultimi figli mentre i primi erano partiti nella vita con un bagaglio tanto considerevole. Così Caterina ottiene ciò che vuole. A Chàtillon, è felice di avere la messa vici-nissima: una chiesa col Santo Sacramento e un prete a disposizione. E' Don Gailhac, decano dei parroci, un ottuagenario (1743-1828). Ella osa confictargli il suo sogno. Il sacerdote conosce bene le Figlie della Carità; è colpito dalla descrizione del vegliardo: la barba, la berretta nera e il servizio dei poveri: - Figlia mia, credo che quel prete sia pro-prio San Vincenzo. Qualche tempo dopo, Caterina si reca dalle Suore, in via della Juverie, accompagnata dalla cugina. Nel parlatorio, quale sorpresa! Il ritratto che vi si trova è quello del prete visto in sogno. - Ma è il nostro Padre, San Vincenzo de' Paoli! le spiegano le Suore. Ci si è chiesto come mai la ragazza non avesse mai visto il ritratto autentico del Santo, conservato dalle Suore di Moutiers. In realtà, questo quadro, pieno di vita, attri-buito a Francesco di Tours, si trovava allora in una sala di comunità riservata alle Suore. Caterina, ormai, ha deciso. Ma che fare? L'en-trata in postulato esigerebbe il consenso del padre e questo è escluso, per il momento. Aspettare? La fretta di Caterina è grande e vi è ancora tempo perché diventi maggiorenne: mancano due anni e mezzo. E ciò sembra un'eternità, alla sua età, anche a motivo dello slancio di un desiderio così ardente. Inoltre, Caterina si sente a disagio in casa della cugina. A 18 anni, il suo livello scolastico è quello delle « piccole » e le sue abitudini di fattoressa stonano con quelle delle signorine ospiti del pensionato. La cugina e le compagne l'invitano amabilmente ad imitare le loro buone maniere. Ma quelle « toilettes » ornate di nastri e quella raffinatezza non l'attirano mentre la degnazione delle compagne ferisce la sua fierezza e, talvolta, anche la sua rettitudine e la sua semplicità.

 

Dramma

Tra due decisioni che appaiono senza via di uscita, la ragazza preferisce quella leale e corag-giosa: ritornare a casa. Il soggiorno a Chàtillon è stato relativamente breve, ma non è stato tempo perduto. Di ritorno a Fain, Caterina può apporre la sua firma, con mano sicura, il 16 lu-glio 1826, in occasione del Battesimo della fi-glioccia, Caterina-Zoe Suriot. E' senza dubbio in tale circostanza che indossa per la prima volta il vestito di seta viola che farà parte del suo « corredo ». Il padre glielo ha fatto confezionare, poiché è in età da maritarsi. Un colpo di ful-mine aggiusterebbe ogni cosa. Nell'attesa, la vita della fattoria continua: « vitelli, mucche, maiali, covate ». Caterina, imperturbabile e silenziosa non rifiuta il lavoro, ma ha altri pensieri: la sua vocazione la sollecita. Tutto procede bene, per quanto riguarda Tonina che ha assunto corag-giosamente il suo compito di massaia. Ma quanto al padre, il cielo è nero, e sarebbe una follia far scoppiare il temporale prima di poter eser-citare i suoi diritti. E Caterina attende pazien-temente di essere maggiorenne. Ed ecco il 2 maggio 1827: ha 21 anni e mani-festa la propria decisione. Il padre rifiuta vio-lentemente il consenso: ha già dato una figlia a Dio e ha sempre sostenuto che non ne avrebbe date due. E poi, Caterina è utile, è una ragazza normale, è allegra, non rifugge dalle feste dei villaggi circonvicini: Senailly, Cormarin. Riceve richieste di matrimonio e finirà bene per lasciarsi tentare da un bel ragazzo o da un buon partito! Se ne presentano, è vero, ma Caterina, ahimé, per Pietro Labouré, sa quel che vuole... e quello che Dio vuole per lei.

 

L'esilio a Parigi (1828-1829)

Nella primavera del 1828, il padre cambia tat-tica per dissuaderla. Il suo quinto figlio, Carlo, ha aperto a Parigi, in via dell'Echiquier, un com-mercio di vini e di tappi. La moglie vi gestiva pure un ristorante per una compagnia di operai. Ma ecco che la donna viene a morire, due anni dopo il matrimonio, il 21 febbraio 1828. Carlo desidera un aiuto, perciò Caterina andrà ad aiutarlo. La capitale sveglia le ragazze e quel ristorante le offrirà le occasioni di essere cor-teggiata. Per la giovane, tale decisione apre un'altra ferita: dopo aver rifiutato la sua vocazione, il padre la manda via di casa; di conseguenza, si spezzano dei vincoli che per lei contano molto. Soltanto il senso del dovere e la sua accortezza la trattengono in questo nuovo lavoro presso il fratello vedovo che comincia a consolarsi. Egli è soddisfatto della sorella e vorrebbe che rima-nesse con lui « per il governo della casa ». Cerca perciò di trovarle marito sul posto, ma gli ap-procci degli spasimanti, per i quali questa bor-gognona di 22 anni non è affatto priva di attrat-tiva, i frizzi galanti e i tentativi della clientela del ristorante non toccano Caterina. Le distra-zioni del sobborgo e lo stesso successo della sua cucina presso i clienti la trovano incrollabile. Carlo non si ostina nel suo progetto e giunge l'occasione di liberare Caterina: egli si riam-moglia il 3 febbraio 1829. Due donne in una casa? Una sarebbe di troppo... Caterina non si lascia dunque sfuggire l'occasione e scrive alla cognata di Chàtillon, molto commossa per la sua prova, e poi a Maria Luisa, che l'anno precedente èstata nominata Suor Servente, cioè responsabile delle Figlie della Carità a Casteisarrasin (Tarn-et-Garonne). La risposta della sorella è traboccante di felicità e di fervore: «Che significa essere Figlia della Carità? E' darsi a Dio senza riserve per servirlo nei poveri, sue membra sofferenti (...). Se, in questo mo-mento, una persona fosse così potente da offrir-mi di possedere non un regno ma tutto l'uni-verso io considererei ciò come la polvere delle mie scarpe, convinta come sono che nel pos-sesso dell'universo non troverei la felicità e la soddisfazione che provo nella mia vocazione...». Maria Luisa arresta questo slancio, presa da uno scrupolo: « Desidero tanto che tu trascorra qualche tempo in casa della nostra cara cognata come ella stessa ti ha proposto, per acquisire una certa educazione, cosa necessaria in qualsiasi occasione ci si possa trovare. Imparerai a par-lare francese un po' meglio di quanto si faccia nel nostro villaggio, ti applicherai a scrivere e a far di conto e, soprattutto, alla pietà, al fer-vore, all'amore dei poveri. Non rientra nei nostri usi invitare alcuno a entrare nella nostra Comunità Ma ella si dà ben presto pace di questa « de-bolezza » e termina ripetendo il desiderio che Caterina sia del numero di quelle che un giorno saranno chiamate... « Val meglio servire Dio che il mondo...». Maria Luisa riceverà più tardi questa lettera, in contrattacco, in circostanze che ritroveremo tra qualche tempo (24 aprile 1834). Per il momento, ella consiglia alla sorella di ritornare a Chàtillon.

 

Secondo soggiorno a Chatillon

La grande casa della cugina ai piedi della collina Saint-Vorles è cambiata dal primo sog-giorno di Caterina: il 15 novembre 1828 Giovanna Antonietta Gontard è divenuta sua cognata spo-sandone il fratello maggiore, Uberto, sottotenente di gendarmeria dopo essere stato guardia del corpo di Carlo X a Parigi nel 1824. I giovani sposi sono dei buoni avvocati presso papà Labouré, poco fiero della strada senza uscita in cui si era cacciato per dispetto. Egli afferra l'occasione per un onorevole com-promesso; Caterina ritrova, dunque, quel pen-sionato che non l'attrae molto, ma frequenta sempre di più le Figlie della Carità. Questa volta vi ha trovato una suora nuova: Suor Vittoria Séjole, subito presa per Caterina da una simpatia non esente da ammirazione, che le farà ripetere, ogniqualvolta riparlerà di lei, e durante tutta la vita: « Non ho mai conosciuto un'anima così can-dida e pura ». Caterina e Suor Vittoria hanno molte affinità: due contadine di buon ceppo, quasi coetanee, 22 e 27 anni, ognuna preceduta da una sorella maggiore tra le Figlie della Carità. E, soprat-tutto, l'una come l'altra, amano profondamente la Santissima Vergine e i poveri. Suor Vittoria comprende il disagio di questa figlia dei campi nell'ambiente raffinato del pen-sionato; perciò insiste presso Suor Cany, supe-riora dal 1814: «La riceva, è tutta candore e pietà. Non è al suo posto tra quelle saputelle; è una buona ragazza di villaggio, come quelle che San Vin-cenzo predilige ». Ecco che suor Cany si convince; cominciano le trattative. Caterina ha ricevuto con gioia la notizia ma non vuole entrare senza dote, sapendo che questa è la consuetudine dell'epoca. Si assume quindi la responsabilità di parlarne, in via confidenziale, a suo fratello e alla cognata. Su questo punto Pietro Labouré resta inflessibile. La figlia farà quel che le piace ma, parola di Labouré, lui non darà una seconda dote. Il fratello e la cognata di Caterina provvede-ranno a che il proposito paternò non si effettui. Hanno infatti una posizione finanziaria agiata, poiché entrambi guadagnano, lui come ufficiale, lei come direttrice di un pensionato che gode di buona reputazione.

 

Il postulato

Al principio dell'inverno 1830, Suor Cany manda il suo parere favorevole alla Casa Madre, dove il Consiglio delle Figlie della Carità l'adotta in questi termini, in data 14 gennaio: «Suor Cany propone la signorina Labouré, sorella di quella che è superiora a Castelsarra-sin. Ha 23 anni ed è molto adatta al nostro istituto: è pia, ha buon carattere, un forte tem-peramento, ama il lavoro, è molto allegra. Si comunica regolarmente ogni otto giorni. La fa-miglia è illibata quanto ai costumi e all'onestà, ma poco agiata: si insiste molto perché venga accettata ». In quel « sì », c'è in primo piano Suor Séjole. E l'allusione alla famiglia « poco agiata » vuole preparare ad accettare una dote piuttosto tenue per la consuetudine del tempo. Il 22 gennaio giunge la risposta da Parigi ed è positiva. Caterina fa gioiosamente gli addii alle pensionanti amichevoli ma troppo raffinate. Ella varca con gioia i cancelli della via della Juverie. Suor Séjole è felice di formarla al modo di pregare e alla vita di comunità. La inizia pure alla distribuzione della « minestra ai malati po-veri », opera che era stata soppressa al principio della Rivoluzione come un qualcosa di « monar-chico ». Ma era stato necessario ristabilirla al più presto perché rispondente a urgenti neces-sità. Caterina impara così a conoscere la miseria e il servizio nelle sue massicce dimensioni: due volte alla settimana, la domenica e il giovedì, verso l'una del pomeriggio, una grande quantità di brodo viene preparata nella caldaia bollente; i poveri affluiscono muniti chi di un tegame, chi di una casseruola o di un altro recipiente, in cui mettono la minestra per portarla ai malati. Marietta, vecchia dipendente della casa, am-mira la pietà di Caterina: ogni giorno la postu-lante, alle tre pomeridiane, si reca in cappella e recita l'atto prescritto dalla Regola: « Vi adoro, Salvator mio Gesù Cristo, che spirate sulla croce per amor mio. Vi ringrazio di essere morto per riscattarmi. Eterno Pa-dre (...), ricevete il Suo divin sacrificio (...). E' la morte di un Dio, è Dio medesimo che vi offro... » (MISERMONT, Vie, p. 50-51). La « morte di un Dio »: queste parole risuo-navano stranamente all'indomani di tanti atten-tati contro Dio e i suoi ministri! Fin dall'inizio del postulato, Caterina ricevette dalla sorella maggiore, sempre Suor Servente a Castelsarrasin, una lettera inviata per posta il 22 gennaio 1830. Maria Luisa, « molto edificata »dall'ultima lettera di Caterina, che sfortunata-mente non ci è stata da lei conservata, esorta la sorella con entusiasmo costante.

 

La partenza

Alla metà d'aprile, la prova del postulato giunge al termine: Caterina se l'è cavata con soddisfazione. E' l'ora di preparare il corredo che viene messo in ordine nel baule: - 4 paia di lenzuola usate - 12 salviette usate - un pezzo di tela per camicie e - 11 camicie confezionate, - 5 vestiti: 4 d'indiana e 1 di seta viola - 11 zzoletti da naso, - 3 paia di tasche (che allora fungevano da borsetta). Caterina porta con sé anche la dote offertale da Uberto e dalla cognata: 693 franchi. Gli sposi si fanno trovare alla stazione di partenza della diligenza. Il pesante veicolo esce solennemente dalla città attraverso la « porta di Parigi », come da un arco di trionfo. Suor Hinault, di 70 anni, che è stata lunghi anni Suor Servente a Chàtillon, accompagna Caterina: ella va a raggiungere la Comunità delle suore anziane alla rue du Bac. Il percorso è lungo 300 chilometri, 100 leghe come si diceva allora. La campagna è tutto uno sbocciare di nuove fronde e di fiori, è la luce e la germinazione della Pasqua.

 

3. IL SEMINARIO (1830 - 1831)

 

1. L'ARRIVO

Mercoledì, 21 aprile 1830. Gli zoccoli dei cavalli battono sul selciato delle strade di Parigi, tra-scinando il rumore sordo delle ruote ferrate, come una specie di tuono, lontano e pur vicino. Per Caterina la capitale non è una scoperta. Ma quale differenza con la prima volta! Due anni prima, era la costrizione, l'esilio: lontano dal padre che la rigettava, lontano dal sogno che il Signor Vin-cenzo le aveva fatto balenare. Ed ecco il babbo riconciliato, la casa del Signor Vincenzo aperta per accoglierla. Gli ostacoli sono crollati come le mura di Gerico. Satura di tutte queste diffi-coltà, Caterina assapora, malgrado la stanchezza, la vittoria promessa alla fede che trasporta le montagne. Parigi non sarà più il ristorante, le bottiglie, i frizzi volgari degli operai; sarà la preghiera, il silenzio, il servizio dei poveri e dei malati. Il sogno diviene realtà. E' stato detto a Caterina che la formazione sarà dura, ma ella è pronta a tutto: nulla le pesa ora che tutto risponde al desiderio del suo cuore. Ecco la stazione terminale della diligenza col trambusto dei cavalli che nitriscono e dei coc-chieri. Alcune suore della Casa Madre, vestite come quelle di Chàtillon, sono ad attendere le viaggiatrici: è la stessa famiglia che esprime lo stesso calore affettuoso nell'accogliere la suora anziana e la giovane postulante.

 

Scoperta della rue du Bac

Le viaggiatrici vengono « imbarcate » su una carrozza, con i loro bagagli. Le ruote risuonano sotto il portico del n. 132 di rue du Bac, poi una cinquantina di metri più in là, sotto un se-condo portone, per fermarsi nel cortile rettan-golare: a destra il fabbricato dell'orologio, a sinistra il Seminario con la campana che convo-cherà Caterina agli esercizi comunitari. Caterina è accompagnata da questo lato: l'Hòtel di Chàtillon, strana dimora per un novi-ziato. La casa era stata progettata nel XVII se-colo per ostentare il prestigio della famiglia La Vallière: le finestre sono di un'altezza smisurata. Dalla parte opposto al cortile d'arrivo - quella del giardino - un doppio scalone di pietra, dalle sontuose ringhiere di ferro battuto, porta alla balconata del primo piano: quello dove risiede - la Superiora generale. Le Suore del Seminario si trovano al disotto, a pianoterra, a un livello infe-riore dell'edificio, che funge da sottosuolo. Sono allo stretto, essendo 112, per gli esercizi comu-nitari ed i pasti. La notte, salgono nei dormitori situati al secondo piano costruito a mansarda, il quale comunica attraverso le soffitte con la cap-pella allora più bassa dell'attuale. Anche qui c'è affollamento. Caterina cambia il suo costume di contadina, corsetto e doppia gonna con la cuffia e lo scialle delle suore del Seminario. Nella Comunità l'abito non ha importanza: il Signor Vincenzo aveva voluto che le Suore vestissero da secolari, non come le donne di mondo ma come le popolane. Per forza di cose l'abito si è evoluto nel senso di un'uniforme religiosa. Caterna potrebbe pure stupirsi di certe differenze che, non esistevano a Chàtillon: colore e qualità della stoffa variano da una suora all'altra. Dalle calzature, alcune sembrano delle signore... Si confezionano cornette smisurate. Portano grandi « colletti » e abbon-danti « orli » agli abiti, guarnizioni di nastro, si vestono perfino di lana di castoro e hanno grem-biuli di merino, mentre altre suore hanno con-servato il loro aspetto di donne del popolo, più nella linea delle intenzioni del Signor Vincenzo. E' questo il risultato del rilassamento contro cui si lotta invano in quel periodo di « Restaura-zione ». Tale parola suona come sinonimo di mol-lezza e di permissività: il nostalgico ritorno a un passato estinto. Ma la fiamma arde nel cuore di Caterina che guarda tutto con occhi nuovi, come la terra pro-messa e nn si ferma ancora sulle deficienze. La giovane fattoressa, che era costretta a contendere il tempo della preghiera con un'esistenza incalzante e senza momenti liberi, gusta ora le vacanze dello spirito e del cuore, poiché Dio e la preghiera hanno qui il primo posto. All'arrivo, una notizia rianima la sua speranza: domenica prossima le reliquie di San Vincenzo saranno trasportate solennemente da « Notre-Dame » a « San Lazzaro ». L'Arcivescovo le ha restituite ai Lazzaristi e precederà il corteo; sarà presente anche il Re, personaggio lontano e quasi mitico. Il Seminario parteciperà alla processione. Il Signor Vincenzo di nuovo fa cenno a Caterina di avvicinarsi e questa volta la giovane suora on fugge, neppure indietreggiando... Tutto il suo essere si slancia verso questo appuntamento: una festa per la quale ci si attende una grande partecipazione di popolo.

 

2. LA TRASLAZIONE DELLE RELIQUIE DI SAN VINCENZO

 

Vincenzo de' Paoli aveva attraversato la Rivo-luzione senza eclissi. Il suo prestigio di « padre dei poveri » era così grande che alcuni inni del-l'epoca ne associano il nome a quelli di Rousseau e di Voltaire. Era meglio avvalersi del suo irra-diamento umanitario e avere uomini come lui dalla propria parte piuttosto che contro. Ciò non aveva impedito alle due Comunità da lui fondate di venir disciolte e perseguitate. Ma il commissario Delivry, incaricato di sgombrare la chiesa dei Lazzaristi, aveva loro lasciato il corpo del Fondatore, conservato intatto nella cassa. La solenne traslazione, che riporterà a casa sua il corpo del Signor Vincenzo, comincia il 24 aprile, tre giorni dopo l'arrivo di Caterina in Seminario. L'indomani, 25 aprile, alle 9, il Nun-zio Apostolico, Monsignor Lambruschini, celebra la messa cantata pontificale dinanzi all'urna, po-sta su un palco: un pesante reliquiario d'ar-gento, lungo 7 piedi, realizzato da Odiot per una somma di 40.000 franchi-oro. Un'immensa folla circonda l'Arcivescovo assistito da 12 Vescovi. Il pomeriggio, alle due, mentre nella Cattedrale di Notre-Dame si intonano i Vespri, il corteo comincia a sfilare. L'urna è circondata dai Lazza-risti e dai canonici del Capitolo metropolitano. Seguono i Cappellani del Re, i Vescovi, infine l'Arcivescovo, preceduto dalla croce e dal suo portinsegna, inquadrato da assistenti in cappa e seguito da alti funzionari. Un plotone di gen-darmi chiude la processione. Ma vi sono pure orfanelli e poveri: quelli che contavano per San Vincenzo e che non l'hanno dimenticato. Essi formano la folla. Il Seminario è presente: una foresta di 112 cuffiette bianche. Sotto una di que-ste, Caterina, felice di far corteo all'Uomo del suo sogno e della sua vocazione. La folla s'ingrossa, « avida com'è di veder ~ resti così preziosi del santo prete che arricchì questa grande città dei monumenti e delle 15ti-tuzioni creati dalla sua carità per il sollievo di ogni genere di miseria », registra enfaticamente il verbale ufficiale della cerimonia. Solo alle 6 pomeridiane, la processione giunge alla rue de Sévres. Cominciò così, sotto gli occhi di Caterina, quella domenica 25 aprile, l'ottava-rio che vide sfilare una grande folla e perfino il Re Carlo X, nella cappella dei Lazzaristi. Le Suore della rue du Bac, tanto vicine (a 300 metri), vi si recano ogni giorno. Tra di esse la nostra giovane Suora borgognona che festeggerà i suoi 24 anni la domenica 2 maggio, ottava della Traslazione. Ella si sente leggera come un pallone di cui si tagliano i cavi che lo tenevano prigioniero. Solo ventisei anni dopo tali avvenimenti, Cate-rina redigerà il racconto della propria esperienza su richiesta del suo Direttore e lo farà con uno stile obiettivo, spoglio di lirismo e non ortografico... Caterina situa la sua esperienza con esat-tezza nel tempo e in quella dimensione nella quale ella « non vive più sulla terra ». Si tratta di uno « stato estatico ». Non è un sogno, è sulle ali di un desiderio ricco di esi-genze che ella accede alla visione: « Imploravo da San Vincenzo tutte le grazie necessarie a me, alle due famiglie e all'intera Francia. Mi sem-brava che ne avessero grande bisogno ». Caterina pensa alle latenti minacce rivolu-zionarie, ma soprattutto allo slancio spirituale che stenta a riprender vigore in quest'inizio di secolo.

 

3. LE APPARIZIONI aprile - dicembre 1830)

 

Il cuore del Signor Vincenzo (25 aprile - 2 mag-gio 1830)

L'avvenimento nasce da questo desiderio: « Pregavo, infine, il Signor Vincenzo di inse-gnarmi che cosa dovevo chiedere, con viva fede. E ogniqualvolta tornavo da San Lazzaro (dove mi ero recata per pregare dinanzi all'urna), provavo tanta pena che mi sembrava di ritro-vare, in Comunità, San Vincenzo o, almeno, il Suo cuore. (Questo) mi appariva tutte le volte che ritornavo da San Lazzaro. Avevo allora la dolce consolazione di vederlo (nella cappella della rue du Bac), al disopra del reliquiario in cui erano esposte le piccole reliquie di San Vin-cenzo de' Paoli ». Il piccolo reliquiario era un cofanetto di metallo e vetri, posto a sinistra dell'altar mag-giore. La visione del cuore avvenne al disopra di esso. «Mi apparve, tre volte, in modo diverso, tre giorni di seguito: bianco carnicino, come ad an-nunziare la pace, la calma, l'innocenza e l'unione. Poi l'ho visto color fuoco, a simboleggiare la carità che si accenderà nei cuori; mi pareva che tutta la Comunità dovesse rinnovarsi ed espandersi fino alle estremità del mondo. La terza volta, mi apparve rosso-nero, visione che mi colmò il cuore di tristezza. Mi sentivo così oppressa da questa tristezza che duravo fatica a sormontarla e non capivo come, né perché, potesse essere motivata da un cambiamento di governo ». E' questo il racconto autografo di Santa Cate-rina che, 26 anni dopo, serba il ricordo di 3 visioni i cui colori significano per lei l'innocenza, l'amore, la prova. Il suo confessore e il Padre Etienne, per una confusione di date, situarono queste visioni in luglio, in occasione della festa (e non della traslazione delle reliquie) di San Vincenzo. Le stilizzarono in un dittico: la prima visione, di colore oscuro, l'ultima di colore ver-miglio, al contrario di Caterina. Secondo la loro interpretazione, che circolava fin dal 1833, 23 anni prima che Caterina scri-vesse il suo racconto, la veggente non colse soltanto i simboli, ma senù interiormente delle parole. Per la visione di colore oscuro: « Il cuore di San Vincenzo è afflitto profon-damente alla vista dei mali che si abbatteranno sulla Francia Per la visione di colore vermiglio: «San Vincenzo è un po' consolato, avendo ottenuto, per l'intercessione della Vergine San-tissima, che le due famiglie non periscano in mezzo a queste grandi calamità Leggendo attentamente i racconti di Cate-rina, questi messaggi espliciti le furono dati solo più tardi: quando la Madonna le apparve, nella notte dal 18 al 19 luglio, festa di San Vincenzo. Si spiega così come Etienne e Aladel avessero taciuto quell'apparizione e fissato, in tale data, la visione del cuore del Fondatore. I documenti ufficiali hanno sintetizzato le predizioni ricevut da Caterina in maniera progressiva, e diffuse in via confidenziale, le quali stimola-ono con tanta forza la rinascita delle due famiglie del Signor Vincenzo, prima ancora di essere pro-clamate sotto il generalato del Padre Etienne. Queste promesse hanno avuto grande impor-tanza, poiché furono incessantemente confermate da una straordinaria protezione constatata negli sconvolgimenti del secolo: dalla Rivoluzione del luglio 1830 alla Comune del 1871. Per Caterina, l'importante è questo nuovo incontro col Signor Vincenzo che « ritrova » sei anni dopo il sogno di Fain, ma, questa volta, ben sveglia. Ella non esagera, però, l'importanza della vi-sione, anzi relativizza il segno che le è stato dato di scorgere: «Mi sembrava di ritrovare San Vincenzo o, almeno, il Suo cuore...». Non si tratta del cuore di carne, che non si trovava nella cappella, né nell'urna di San Lazzaro, essendo stato prelevato come reliquia, e che aveva seguito un proprio destino. Nel 1790, il Padre Cayla, Superiore generale, l'aveva affidato all'assistente italiano, Padre Siccardi, che l'aveva trasportato, camuffandolo in un in-folio squarciato internamente, fino a Torino. Dopo qualche avventura, la reliquia era ritornata in Francia, a Lione, il 1°gennaio 1805, su richiesta del Cardinal Fesch. Di questa reliquia « assente », Caterina non sa nulla. Ma insiste, giustamente, sul carattere simbolico dell<apparizione: non si tratta di un pezzo anatomico, ma di un'icona. I tre colori non dipendono da un cobra-mento pittoresco e immaginario. Costituiscono un messaggio, denso di significato che Caterina traduce col laconico vigore delle persone domi-nate da una forte percezione. La visione del colore chiaro indica piuttosto una dimensione della Incarnazione che un colorito. Questo colore chiaro è il bianco, la tinta della pelle (non del sangue) e simboleggia: « la pace, la calma, l'in-nocenza e l'unione ». Caterina è giunta in una comunità convalescente, che sta rinascendo dopo l'emorragia della Rivoluzione. Non ha trovato l'ideale che se ne era fatto, ma uria realtà più sbiadita e, talvolta, scioccante. La speranza, tut-tavia la preserva da espressioni negatve. C'era, in quel tempo, molto da riformare. Caterina lo dirà ben presto e i Superiori già ne hanno co-scienza. Ma la visione oltrepassa la realtà difet-tosa in direzione di un migliore avvenire. Il rosso fuoco della seconda visione significa piuttosto un ardore intimo che un colore. Cate-rina percepisce, a sua volta, lo splendore che, da Abramo a Mosé e a Pascal, fa pronunciare la parola « fuoco », allorché Dio è vicino. Questo fuoco che il cuore di San Vincenzo diffonde, « deve accendere nei cuori la carità ». Caterina non fa riferimento alle mancanze che in funzione di un superamento promesso dalla visione. La Comunità deve « rinnovarsi » - precisa la suora - cioè riformarsi. Questa speranza si apre a dimensioni universali: «Mi sembrava che tutta la Comunità do-vesse estendersi sino ai confini del mondo ». La terza visione, però, si trasforma in fune-sto annuncio e ispira a Caterina « tristezze » quasi insormontabili. Si tratta di una nuova Rivolu-zione coi suoi morti, come nel 1793? Qui la visione di Caterina si concentra simbolicamente sul vecchio monarca che, forse, ha intravisto andando a pregare presso l'urna di San Vincenzo. La giovane suora ha saputo, almeno, che il Re ha partecipato a questa celebrazione. Nel suo universo gerarchico, in cui il Sovrano (consa-crato con l'unzione) è un'autorità, come suo padre nella fattoria, il Papa a Roma, e la Supe-riora nella casa, l'omaggio del Re al Signor Vin-cenzo prende un senso. La Restaurazione, giunta agli ultimi bagliori d'un sole al tramonto - un sole invernale - le è apparsa nella sola sua luce religiosa, prima di ricadere nella notte del niente. Caterina Labouré, da contadina del vec-chio popolo di Francia, come la Violaine di Paul Claudel, conferiva a questo governo il carattere di un segno sacro. E vedeva nella sua caduta un sinistro presagio: la corruzione del vecchie mondo religioso cui apparteneva con tutte le sue fibre, pur essendo figlia di un padre che aveva esercitato le prime funzioni di ufficiale di stato civile della Rivoluzione. Ella si sen~ ora latrice di un messaggio che va al di là dclla sua persona, ma che deve restare un segreto tra lei e il cielo. Profitta della confes-sione settimanale, senza dubbio il sabato ì~ mag-gio, per confidarlo al Padre Aladel, ma le riesce difficile esprimere ciò che ha percepito: quel messaggio d'amore, di promesse e di calamità imminenti. Caterina non trova eco dietro la grata: la figura nera non le risponde che con parole di timore e di rifiuto: - Ancora una ragazza che si monta la testa e vaneggia - pensa il confessore e l'invita alla calma e all'oblio: - Non ascolti queste tenta-zioni (vi ha aggiunto: « del demonio »?). Una Figlia della Carità è fatta per servire i poveri e non per sognare. Caterina è pienamente d'accordo per quanto riguarda il servizio, ma questa dissuasione la stupisce perché la visione decupla le sue forze per amare e servire. Allora, perché opporre quest'ultima a quello? Raccoglie, almeno, senza amarezza le consegne ricevute: « Il mio confessore mi ha calmata il più pos-sibile, distogliendomi da questi pensieri Il più possibile! Ma é « possibile » calmare gli ardori suscitati da Dio? La giovane suora si rifugia in una preghiera prudente, austera, nelle formule ufficiali e nei riti sacramentali. Non vede più il cuore di San Vincenzo. Al disopra del reliquario cesellato in metallo, ora vi è sol-tanto il quadro sacro in cui Sant'Anna è assisa sulla poltrona con la Vergine Maria, bambina, le mani appoggiate sulle ginocchia della mamma, in atto di imparare a leggere.

 

Nostro Signore nell'Eucaristia

Ma ecco altre visioni... Durante la Messa, improvvisamente, l'ostia diventa trasparente co-me un velo. Al di là delle apparenze del pane, Caterina vede Nostro Signore. Il fatto è avve-nuto prima che ella abbia avuto il tempo di resistere, secondo l'invito del confessore? Si trat-terebbe di un'illusione? Caterina si applica a quest'esercizio critico... e non vede più che l'ostia nel suo spogliamento. Ma quando si lascia andare all'impulso intimo - quando si rimette a pre-gare davvero allora l'ostia rivela Colui che ordi-nariamente nasconde. Non è un sogno né un'esal-tazione, ma come il mistico accedere alla Realtà. Ella riassume così la visione: «Ho visto (...) Nostro Signore nel Santissimo Sacramento (...) durante tutto il periodo del mio Seminario, eccetto quando dubitavo (cioè quan-do resistevo); allora, la volta seguente, non ve-devo più niente perché volevo approfondire (...), dubitavo di questo mistero (e) credevo di sba-gliarmi». Come San Pietro, mentre affondava nel mare dubitando dell'inverosimile possibilità di cam-minare sulle onde. Il 6 giugno 1830, festa della Trinità, la visione diviene oscuro presagio (di funesti eventi), come il cuore del Signor Vincenzo, due mesi prima. Caterina riprende il vocabolo « nero » per signi-ficare l'impatto di questa visione che la rattrista. « Nostro Signore mi apparve come un Re, con la croce sul petto, (sempre) nel Santissimo Sacramento. Ciò avvenne durante la Santa Mes-sa, al Vangelo. Mi sembrò che la croce cadesse (dal petto) sui piedi di Nostro Signore. E mi sembrò che Egli fosse spogliato di tutti i suoi ornamenti. Tutto cadde a terra. Fu in quel momento che ebbi i pensieri più neri e più tetri. Questa visione delle sofferenze di Cristo, nella Chiesa, Suo corpo, si rifà al modello tanto vicino dei martiri della Rivoluzione. L'interpretazione di Caterina si polarizza sul Re di Francia. I teo-logi, a un dato momento, avevano fatto della sua unzione, un ottavo sacramento, per rialzare il titolo di rappresentante di Dio che l'apostolo Paolo già attribuiva ai sovrani del paganesimo (Rom. 13, 1-4; Tim. 2, 1-2; Tit. 3,1). Caterina distingue chiaramente la sua visione dall'applica-zione che ne fa all'anziano Re, intravisto, sfinito, nell'aprile precedente, quando egli era venuto a rendere omaggio a San Vincenzo. «Non saprei spiegare come » - ammette - «ma ho pensato che il Re terreno sarebbe per-duto (cioè detronizzato) e spogliato delle insegne regali Caterina tenta di confidare i propri « pen-sieri » al Signor Aladel, ahimé, senza successo. Ma il cielo, irresistibilmente, continua le sue comunicazioni, attraverso simboli. Il desiderio di Dio, che le aveva ispirato la vocazione, ne infiamma la realizzazione. La giovane suora è felice in Seminario: leg-gera abitante dei quartieri celesti, e tuttavia robusta per spazzare cortili e lavare caldaie. E' davvero per caso che, un giorno, in refettorio, ella resti così assorta in seguito a un'apparizione, sganciata dal mondo esterno, da sentire Suor Cailhot, la terza direttrice, interrogarla: « Ebbene, Suor Labouré, è in estasi? ». Suor Cailhot ha pronunciato quelle parole rudemente, senza alcun sospetto, giacché la for-mula era consueta per sanzionare le distrazioni. Non è questo il genere di Caterina, che si mette a mangiare semplicemente, come se nulla fosse accaduto. Non verrà più colta in fallo al riguardo. Ai primi di giugno, riceve una lettera della sorella maggiore, spedita dal mezzogiorno della Francia il 25 del mese di Maria. Maria Luisa ha appena saputo che Caterina era entrata in Seminario, ed è un tantino scontenta: « Il tuo silenzio dal 4 marzo m'ha causato grande inquietudine (...). Ti compiangevo (...)». Detto questo, la gioia domina la sorella mag-giore: «Non ti compiango più, ringrazio il buon Dio (...). Se non hai nulla di particolare da comunicarmi, puoi aspettare qualche tempo per scrivermi! (...). La tua felicità sarà perfetta tanto quanto lo si può sperare sulla terra, se sarai docile nell'ascoltare i buoni consigli che non ti mancheranno. Spero che abbia perduto la tua volontà propria sulla via da Chàtillon a Parigi e me ne congratulo con te. Non recla-marla mai. Quella dei nostri Superiori vale certo più della nostra. Convinciti bene che non ti trovi più a casa tua, che non sai fare più nulla (...). In Seminario, mia cara, dobbiamo far provvista di tutte le virtù (...); soprattutto, l'umiltà (...). Non è, poi, difficile credersi l'ultima di tutte quando vi si riflette un po' ». La sorella incarica Caterina di uno speciale ricordo per la Madre Marta, uno dei grandi fari del noviziato: «Oh! come ci piace di intrattenerci a parlare delle sue sante istruzioni! » (n. IX, CLM, 1, p. 180).

 

Una missione per Caterina (18 luglio 1830)

E' proprio Suor Marta che fa l'istruzione in Seminario la sera del 18 luglio, vigilia della festa di San Vincenzo, ed evoca con fervore la devo-zione del Fondatore verso la Vergine Maria. Caterina ne beve le parole... Ha visto San Vin-cenzo, ha visto Nostro Signore... ma non ha visto la Santissima Vergine. Ed eccola traspor-tata da un nuovo slancio: «Sono andata a letto col (...) pensiero che, quella notte, avrei visto la mia buona Mamma. Era tanto tempo che desideravo vederla ». Suor Marta ha fatto un regalo alle novizie: un pezzettino del « rocchetto » (specie di cotta) che un tempo San Vincenzo indossava. Prima di addormentarsi, Caterina è presa da una strana idea. Rompe in due il pezzetto di stoffa e, afferma lei stessa senza ambagi, «l'ho inghiottito e mi sono addormentata, col pensiero che San Vincenzo mi avrebbe ottenuto la grazia di vedere la Vergine Santa » (n. 564, CLM 1, p. 336). La giovane suora riprende bruscamente il suo racconto con un « finalmente » che traduce la segreta impazienza della sua attesa: «Finalmente, alle lì e mezzo della sera, sentii chiamarmi per nome: - Sorella, sorella! Mi sveglio, guardo dal lato da cui veniva la voce, cioè dalla parte del passaggio accanto al letto. Ti ro la tenda e vedo un bambino sui quattro o cinque anni, biancovestito, che mi dice: - Alzati in fretta e vieni in Cappella, la Santa Vergine ti attende! - Mi sentiranno! - pensai. Il fanciullo ri-sponde (al mio pensiero): - Sta' tranquilla, sono le 11,30, tutte dor-mono profondamente. Vieni, ti aspetto. Mi vestii in fretta e mi diressi dalla parte di quel bambino che era rimasto in piedi, a capo del letto, senza avanzare. Egli mi seguì, o piuttosto io lo seguii, avendolo sempre alla mia sinistra, irradiando luce ovunque passava. Lungo il nostro passaggio, tutte le luci erano accese, il che mi meravigliava molto. Ma la mia sorpresa crebbe, quando, giunta alla porta della Cappella, questa si aprì appena il fanciullo l'ebbe toccata con la punta di un dito ». Narrando ingenuamente la sua avventura, Caterina non sospetta di ripetere quella di San che un tempo San Vincenzo indossava. Prima di addormentarsi, Caterina è presa da una strana idea. Rompe in due il pezzetto di stoffa e, afferma lei stessa senza ambagi, « l'ho inghiottito e mi sono addormentata, col pensiero che San Vincenzo mi avrebbe ottenuto la grazia di vedere la Vergine Santa » (n. 564, CLM 1, p. 336). La giovane suora riprende bruscamente il suo racconto con un « finalmente » che traduce la segreta impazienza della sua attesa: « Finalmente, alle lì e mezzo della sera, sentii chiamarmi per nome: - Sorella, sorella! Mi sveglio, guardo dal lato da cui veniva la voce, cioè dalla parte del passaggio accanto al letto. Tiro la tenda e vedo un bambino sui quattro o cinque anni, biancovestito, che mi dice: - Alzati in fretta e vieni in Cappella, la Santa Vergine ti attende! - Mi sentiranno! - pensai. Il fanciullo ri-sponde (al mio pensiero): - Sta' tranquilla, sono le 11,30, tutte dor-mono profondamente. Vieni, ti aspetto. Mi vestii in fretta e mi diressi dalla parte di quel bambino che era rimasto in piedi, a capo del letto, senza avanzare. Egli mi segui, o piuttosto io lo seguii, avendolo sempre alla mia sinistra, irradiando luce ovunque passava. Lungo il nostro passaggio, tutte le luci erano accese, il che mi meravigliava molto. Ma la mia sorpresa crebbe, quando, giunta alla porta della Cappella, questa si aprì appena il fanciullo l'ebbe toccata con la punta di un dito ». Narrando ingenuamente la sua avventura, Caterina non sospetta di ripetere quella di San Pietro negli Atti degli Apostoli (2, 6-11), quando fu liberato dalla prigione: « Durante la notte, l'Angelo del Signore lo fece alzare... La porta si aprì da sé dinanzi a loro... Egli credeva di so-gnare... ». La veggente continua: « Ma la mia sorpresa fu al colmo quando (entrata in Cappella), vidi tutte le candele e le lampade accese, come alla Messa di mezzanotte. Tuttavia, non vedevo affatto la Santa Vergine. Il bambino mi condusse, allora, nel santuario, vicino alla poltrona che usava il nostro Diret-tore, e là mi inginocchiai, mentre il fanciullo restava sempre in piedi. Poiché il tempo mi sembrava lungo, guar-davo se mai le vigilatrici passassero dalla tri-buna. Finalmente, giunse l'ora e il bimbo mi prevenne, dicendomi: - Ecco la Vergine Santa, eccola! Sentii come un fruscio di una veste di seta venire dalla parte della tribuna, presso il quadro di San Giuseppe. Una signora venne a sedersi sui gradini dell'altare, dal lato del Vangelo, in una poltrona simile a quella di Sant'Anna. Non era tuttavia, Sant'Anna, seduta in quella poltrona, ma la Vergine Santissima. Non aveva (infatti) la fisionomia di Sant'Anna... Dubitavo che fosse la Madonna. Pertanto, il fanciullo ch'era là, mi ripeté: - Ecco la Santissima Vergine. Non mi è possibile esprimere ciò che provai e ciò che passò dentro di me in quel momento: mi sembrava di vedere la Madonna». Tutto questo inizio (della visione) sembra un sogno, come, negli Atti, la liberazione dell'apo-stolo Pietro, che credeva di sognare; ma il rac-conto è intessuto di precisazioni realistiche che mal si confanno a un sogno. Caterina teme che passino le vigilatrici che circolano di notte nella tribuna laterale. Dubita dell'identità della Ver-gine... Anche Bernardetta si difenderà, all'inizio della prima apparizione, osservando gli alberi che non si muovono, malgrado lo strano colpo di vento. Caterina, in piedi nel coro, a sinistra, da-vanti alla balaustra, osserva attentamente la pol-trona in cui la sconosciuta si è seduta, di fronte a lei, sui gradini dell'altare, e che è simile a quella del quadro appeso al disopra del reliquiario di San Vincenzo: il dipinto in cui è raffigurata Sant'Anna, in atto di insegnare (a leggere) alla figlioletta, la Vergine Maria bambina. Se non èSant'Anna, quella signora seduta, sarebbe dun-que la Santissima Vergine, che si trova in piedi nel quadro della Santa? Si sarebbe seduta sulla poltrona della mamma? Il fanciullo ripete: « Ecco la Santissima Vergine! ». Ma Caterina non comprende e rimane a di-stanza, vicino alla poltrona di P. Richenet, posta là per la Messa solenne della Festa di San Vincenzo: « Allora, il bambino non mi parlò più con voce infantile, ma con un tono di voce virile, simile a quella del più robusto parlatore, pro-nunciando parole molto severe. Alzai, allora, gli occhi in volto alla Vergine e, senza più esitare, feci un balzo verso di lei e mi gettai in ginoc-chio sui gradini dell'altare poggiando le mani sulle ginocchia della Santissima Vergine. Quello fu il momento più dolce della mia vita. Mi sarebbe impossibile esprimere tutto ciò che provai. La Vergine mi insegnò come regolarmi col mio Direttore e aggiunse molte cose che non devo dire; il modo di comportarmi nelle mie pene...». La Santissima Vergine le indica « con la mano sinistra i piedi dell'altare ». « Là devo recarmi, prostrarmi (...), effondervi il mio cuore » - con-tinua Caterina. «Vi avrei ricevuto tutte le consolazioni di cui avrei avuto bisogno (...). Le ho domandato (allora) cosa significassero tutte le cose viste (...) ed Ella si è degnata spiegarmi tutto ». Quali spiegazioni ha ascoltato Caterina, du-rante quest'intimo incontro, a contatto con la Madonna? La veggente ha tentato di trascri-verle, alla fine della vita, 46 anni dopo l'appari-zione, il 30 ottobre 1876, in due volte. Ne stabi-liamo la versione più completa possibile, unen-do le due redazioni (pubblicate in riassuno in CLM 1, p. 352-357): «Figlia mia, il buon Dio vuole affidarti una missione. Avrai molto da soffrire, ma supererai tutto pensando che lo fai per la gloria di Dio. Conoscerai ciò che viene da Dio e ne sarai tormentata finché non l'avrai svelato a chi ha cura di guidarti. Sarai contraddetta, ma non temere, sarai sostenuta dalla grazia. Rendi conto di tutto, con fiducia e semplicità; confida, non temere. Vedrai certe cose; rendine conto (cioè): di quello che vedrai e sentirai ». Quello che Caterina è invitata a dire con fidu-cia sono le visioni e i messaggi che le verranno dati. Sarà la Medaglia riguardo alla quale, ben presto, riceverà l'invito a farla coniare. L'apparizione conclude: «Sarai ispirata nelle tue orazioni, rendine conto ». Questa promessa di aiuto è seguita dall'an-nuncio di sciagure: «I tempi saranno tristissimi; sciagure si ab-batteranno sulla Francia; il trono sarà rove-sciato; il mondo intero sarà sconvolto da di-sgrazie di ogni specie. (La Santissima Vergine appariva molto afflitta dicendo questo). Ma ve-nite ai piedi di questo altare; qui le grazie saranno sparse su tutte le persone che le chie-deranno con fiducia e fervore: sui grandi e sui piccoli. Grazie saranno sparse particolarmente su coloro che le domanderanno a Dio. Figlia mia, io sono felice di spandere in modo speciale le grazie sulla Comunità. L'amo molto, fortunatamente. (E, tuttavia,) sono rat-tristata perché vi sono grandi abusi circa la regolarità: le Regole non sono osservate, vi èuna grande rilassatezza nelle due Comunità. Dillo a Colui che è incaricato di voi, sebbene non sia Superiore. Fra qualche tempo la Comu-nità gli sarà affidata in modo particolare. Egli deve fare tutto il possibile per rimettere la Regola in vigore. Digli, da parte mia, che vegli sulle cattive letture, le perdite di tempo e le visite. Allorché la Regola sarà (ri)messa in vigore, vi sarà una Comunità che verrà ad unirsi alla tua. Non è l'uso ma io l'amo. Dì che la ricevano. Dio le benedirà ed esse vi godranno una grande pace ». Tale predizione si realizzerà nel 1850: due Comunità entrarono nella Famiglia di San Vin-cenzo: quella delle Suore della Carità, fondata da Elisabetta-Anna Seton (divenuta, in seguito, la prima santa canonizzata degli Stati Uniti), poi quella delle Suore di Carità d'Austria, fondata da Leopoldina de Brandis. «La Comunità godrà di una grande pace e diverrà grande » conclude la Madonna. Ma continua poi con l'annuncio di imminenti sconvolgimenti. «Sopraggiungeranno grandi mali, il pericolo sarà grande. Non temete, tuttavia; di' di non temere perché la protezione di Dio è sempre su di voi, in una maniera tutta particolare; anche San Vincenzo proteggerà la Comunità (la Santissima Vergine era sempre triste). Io stessa sarò con voi. Ho sempre vegliato su di voi, vi accorderò molte grazie! Verrà un momento in cui il pericolo sarà grande. Si cre-derà che tutto sia perduto; (anche) allora sarò con voi. Abbiate fiducia, riconoscerete la mia visita e la protezione di Dio con quella di San Vin-cenzo sulle due Comunità. Abbiate fiducia! Non vi scoraggiate; allora sarò con voi. Ma non accadrà la stessa cosa per altre Comunità: vi saranno delle vittime. (Dicendo questo, la Vergine Santa aveva le lacrime agli occhi). Vi saranno vittime nel clero di Parigi: Monsignor Arcivescovo (nuove lacrime a questa parola), morrà ». Questa predizione non si realizzerà nel 1830. Non si tratta neppure della morte di Monsignor Affre, ucciso sulle barricate del giugno 1848. Il racconto autografo di Caterina precisa il tempo: 40 anni dopo la visione del 1830. Si tratterebbe, dunque, della morte di Monsignor Darboy, avve-nuta nel 1871. Caterina, purtroppo, registrò tale interpretazione soltanto nel 1876: «post factum », ma ricordava di averlo detto a Padre Aladel molti anni prima, come ella stessa precisa: «A quelle parole pensai: Quando avverranno tali cose? E ho compreso benissimo: (fra) 40 anni ». (La seconda redazione aggiunge: «e, 10 anni dopo, la pace ». «Al riguardo, il Signor Aladel mi rispose, chiedendomi: - E noi due, ci saremo? Io gli risposi: - Se non vi saremo noi, vi saranno altri. L'apparizione insisteva sulle prossime disgra-zie: « Figlia mia, la Croce sarà disprezzata, cal-pestata; il sangue colerà... Il costato di Nostro Signore sarà nuovamente aperto. Le vie saranno piene di sangue. Monsignor Arcivescovo sarà spo-gliato dei suoi abiti. (A questo punto, la Santa Vergine non poteva più parlare, la sofferenza era dipinta sul suo volto): - Figlia mia - mi diceva - il mondo intero sarà nella tristezza ». La visione, infine, comincia a comunicare a Caterina progetti che si preciseranno più tardi: la nuova Associazione di Figlie di Maria, che il suo confessore dovrà fondare; vi si celebreranno « con grande solennità » il mese di Maria e quello di S. Giuseppe e ci sarà « grande devozione per il Sacro Cuore » Riprendiamo qui l'autografo del 1856 in cui Caterina narra la fine dell'apparizione. « Non so quanto tempo sia restata (presso la Vergine). So soltanto che, quando Ella se n'è andata, ho veduto solo qualcosa che si andava spegnendo, alla fine solo un'ombra che si diri-geva dalla parte della tribuna (a destra), (per) la stessa via da dove era arrivata. Mi sono rialzata dai gradini dell'altare e ho scorto il bambino, (là) dove l'avevo lasciato. Egli mi dice: - E' andata via. Abbiamo ripreso lo stesso cammino, sempre tutto illuminato, e quel fanciullino era sempre alla mia sinistra. Credo che fosse il mio Angelo Custode reso visibile per farmi contemplare la Vergine Santa, giacché avevo pregato tanto che mi ottenesse questo favore. Egli era vestito di bianco, circonfuso d'un chiarore soprannaturale, cioè risplendente di luce: sembrava avere presso a poco 4 o 5 anni. Ritornata a letto, ho sentito suonare le 2 del mattino e non mi sono più riaddormentata ». Questa lunga veglia, lucidissima fino al mat-tino, garantisce a Caterina che non ha sognato. Ella non tarda a confidare il suo messaggio al Signor Aladel, tanto più che è fortemente scossa da ciò che la Vergine le ha lasciato capire: « Sarai tormentata fino a quando non l'avrai detto a colui che è incaricato di guidarti ». La richiesta riceve cattiva accoglienza: il Signor Aladel non vi scorge che « illusione » e « immaginazione ». Indubbiamente, le domande relative alla riforma delle due Famiglie si iden-tificano con le sue preoccupazioni evangeliche. Egli è una delle giovani speranze cui s'incomincia a dar fiducia per riorientare la Compagnia. Ma si chiede: Di che cosa s'immischia questa gio-vane suora? La prospettiva di essere promosso fondatore lo urta. Adulazione che si maschera sotto le apparenze di una missione? Infine, quella funesta profezia circa una nuova rivoluzione gli sembra inverosimile. La traslazione delle reliquie di San Vincenzo ha manifestato un grande fervore nel popolo mentre la rapida conquista dell'Alge-ria gli sembra che « prometta alla Francia una grande prosperità ». Contrariamente a questi pronostici ricchi di ottimismo, prima della fine del mese, cioè dal 27 al 29 luglio, scoppia la rivoluzione. Le « tre gloriose » giornate vedono realizzarsi la caduta del trono e, nello stesso tempo, i moti sanguinosi annunciati paradossalmente (nella visione del 18 luglio). Ecco i sentimenti del Padre Etienne di fronte a tali avvenimenti: «Vengono profanate chiese, le croci sono ro-vesciate, Comunità religiose invase, devastate e disperse; i preti perseguitati e maltrattati. Lo stesso Arcivescovo di Parigi è oggetto del furore del popolaccio, obbligato a travestirsi e a nascondersi (« spogliato degli abiti vescovili », diceva Caterina). Crediamo di veder riapparire i giorni tristi del 1793 (n. 619, CLM 1, p. 340). Più ancora che le violenze preannunciate, si verifica, però, la protezione sui Lazzaristi e le Figlie della Carità. Le minacce sembrano arre-starsi alla porta delle loro case: una banda di giovani insorti dai 12 ai 14 anni assale con grida scomposte la casa dei Lazzaristi in rue de Sévres, 95. - Abbiamo visto entrare delle armi. « Un buon Padre che porta ancora l'abito ta-lare non avendo neppure « voluto travestirsi come gli altri », viene a parlare loro con calma. - Figlio mio, volete vedere le mie armi? dice al capo della banda. - Sì, signore, fatecele vedere. Il Padre apre il « suo breviario », ne mostra le immagini che hanno la fortuna di interessare il giovane interlocutore. - Ne vuoi una? - gli chiede il Padre. «Gliene diede una e il ragazzo se ne andò trionfante, con la sua immagine, seguito da tutta la banda. Un altro giorno i ragazzi ritornarono per togliere la croce dal frontespizio della casa. Ma il coraggio e l'energia del Signor Etienne li fece filare prontamente. Più nulla venne a turbare la tranquillità », narra Suor Pineau che rico-nosce in questo una manifestazione delle pro-messe fatte a Caterina. Caterina era scesa a precisazioni ch'erano sem-brate assurde: « Un Vescovo perseguitato avrebbe trovato riparo presso i Lazzaristi ». La loro Casa Madre sembrava il meno indicato dei rifugi. Ed ecco che un Arcivescovo, Monsignor Frayssinous, ministro dei culti sotto Carlo X, viene a chiedere ospitalità al Signor Salhorgne, Superiore generale, che ritiene più sicuro inviarlo a Saint-Germain-en-Laye. Vivamente impressionato da tali eventi e tali sorprese, il signor Aladel ascolta Caterina con maggior interesse in questi tempi di torbidi ma « senza farle capire che annette la minima impor-tanza alla sue visioni ». Dopo la tormenta, Caterina ritorna alle sue confessioni normali: i suoi peccatucci ordinari dei quali il suo sentimento di contrizione e la sua umiltà accrescono l'importanza. Questo lascia sperare al confessore che la giovane suora ridi-venti una penitente senza storie né visioni.

 

La Medaglia

Tutto è finito davvero? No. Quattro mesi dopo, eccola messaggera di una consegna precisa: far coniare una medaglia con l'effige dell'Immacolata che ella ha contemplato raggiante delle grazie divine. Quel giorno Caterina fu presa di nuovo da un « grande desiderio di vedere la Santissima Ver-gine », un desiderio che veniva da lontano: «Pensavo che la Madonna mi avrebbe fatto questa grazia; questo desiderio era così forte che ero convinta di vederla in tutto lo splendore della sua bellezza. Ho scorto la Vergine Santa all'altezza del quadro di San Giuseppe (...), in piedi, vestita di bianco, di statura media, il volto così bello che mi sarebbe impossibile descriverne la bel-lezza. Indossava una veste di seta bianco aurora ». Questa volta l'apparizione non è avvenuta di notte, ma « alle 5 e mezzo della sera, il 27 novem-bre, durante l'orazione, dopo la lettura del punto di meditazione, in un profondo silenzio »: non più presso l'altar maggiore, come l'apparizione nella poltrona, ma a destra, dal lato del quadro di San Giuseppe. Caterina non ha dovuto spo-starsi: ha visto, dal suo posto - sul davanti, a destra - dove faceva la meditazione, (confusa) tra le file serrate delle suore, senza che nessuna se ne accorgesse. Ha confidato la sua visione al Padre Aladel nel segreto del confessionale, ed ecco quello che egli ne ha ritenuto e diffuso: « La novizia ha visto durante l'orazione un quadro che rappresentava la Santissima Ver-gine, come è rappresentata ordinariamente sotto il titolo di Immacolata Concezione, in piedi, in atto di tendere le braccia. (Era) vestita di bianco e indossava un manto di colore azzurro argen-tato, con un velo aurora. Dalle sue mani scaturivano come dei fasci di raggi di uno splendore meraviglioso. (La Suora) udì contemporaneamente una voce che diceva: - Questi raggi simboleggiano le grazie che Maria ottiene agli uomini. Intorno al quadro, ella lesse la seguente invocazione, scritta in lettere d'oro: - O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi! ». L'autografo di Caterina precisa i suoi senti-menti di quel momento: «A questo punto non so esprimermi su ciò cbe ho provato e che ho percepito: la bellezza e lo splendore, i raggi (...). - Io spando (queste grazie) sulle persone che me le chiedono - (udì Caterina. La voce) mi fece comprendere quanto sia dolce pregare la Santissima Vergine e quanto Ella sia generosa verso coloro che la invocano. Quante grazie concede alle persone che gliele domandano e quale gioia prova nell'accordarle. Non so se in quel momento esistevo o non esistevo: godevo ». Aladel continua il suo racconto in termini che coincidono laconicamente con quelli usati da Cate-rina: «Alcuni istanti dopo, quel quadro si voltò: sul rovescio, la veggente distingue la lettera M sormontata da una piccola Croce e, in basso, i sacri Cuori di Gesù e di Maria. Dopo che la suora ebbe attentamente osservato la visione, la voce le disse: - Si deve far coniare una medaglia su questo modello; le persone che la porteranno indul-genziata e che reciteranno con pietà questa - breve preghiera, godranno di una specialissima prote-zione della Madre di Dio ». Ecco come Aladel narrerà dopo qualche tempo l'apparizione. Ma, per il momento, egli accoglie molto male la novizia. Questo ritornare delle visioni è un cattivo segno: - Pura illusione! - controbatte. - Se vuole onorare la Madonna, « ne imiti le virtù » e stia in guardia contro l'immaginazione. Caterina si ritira, apparentemente calma, « sen-za agitarsi oltre », come constata il confessore (n .52, CLM 1, p. 220). Ma questo dipende, anzi-tutto, dalla padronanza di sé e dalla grazia pro-messa, giacché lo « choc » è stato forte. Solle-vata per aver osato parlare, ella tenta ora di obbedire. Aladel si è interessato così poco al messag-gio che non ha mai ritenuto la data di questa prima apparizione: 27 novembre. Caterina la ricorderà molto tempo dopo, nel 1841. Egli non ha calcolato neppure quanti giorni dopo l'avve-nimento, Caterina venne a confidarglielo. L'im-portante, per lui, era di invitarla con fermezza a non ritornare più sul fatto.

 

Ultima apparizione (dicembre 1830)

Ma ecco che in dicembre Caterina rivede il quadro. Dopo qualche tempo ella narrerà per iscritto questa « terza apparizione della Madon-na », seconda e ultima della Medaglia, di cui non ha « notato il tempo », cioè la data. Come il 27 novembre, avviene alle 5 e mezza, dopo la lettura del punto della meditazione, pre-ceduta dallo stesso segno: il fruscio di un vestito di seta. Ma vi è qualche differenza: la Vergine non arriva più dal lato della tribuna, ma dietro l'altare, e il « quadro » della Medaglia non si presenta più « all'altezza del quadro di San Giu-seppe » a destra, ma al centro, « presso il taber-nacolo », un po' all'indietro. La stessa « tunica accollata » - « alla Ver-gine », come dice Caterina - « color aurora », lo stesso « velo azzurro ». « I capelli, divisi nel mezzo, sono raccolti in una specie di cuffietta, ornata da una leggera trina, larga circa due dita », come precisa minuziosamente la veggente con espressioni analoghe a quelle da lei usate per l'apparizione del 27 novembre. I raggi che si diffondevano dalle mani « (allargandosi) verso il basso, lo coprivano tutto, tanto che i piedi della Santissima Vergine non si vedevano più ». Come l'ultima volta, « una voce » le risuona in fondo « al cuore ». - Questi raggi simboleggiano le grazie che la Vergine Santa impetra alle persone che gliele domandano. L'apparizione ha le caratteristiche di un addio. E Caterina, ormai al termine del suo Seminario, riceve questo messaggio: - Non mi vedrai più, ma sentirai la mia voce durante le tue orazioni. E' dunque la fine delle visioni che hanno avuto luogo tutte nella cappella della rue du Bac e che avranno un prolungamento solo in comu-nicazioni e ispirazioni intime. Ecco Caterina in conflitto tra il dovere di comunicare la richiesta così rinnovata (della Ma-donna) e l'obbedienza al suo Direttore che non vuole più sentir parlare di queste « immagina-zioni ». Dà la priorità all'obbedienza terrena dal momento che la Vergine Santa non ha posto urgenze.

 

4. PRESA D'ABITO

 

Fine del Seminario

Il 30 gennaio 1831 termina il periodo del Se-minario: Caterina prende l'abito e l'indomani lascia il Seminario.

 

Primo allarme

« Prima di recarsi alla nuova destinazione trascorre qualche giorno in una casa delle nostre suore, narra Suor Pineau nel marzo 1877 »(CLM 2, p. 57-58). Questa breve tappa sembra fosse stata pre-vista da Aladel per osservare a fondo Caterina. « Egli trova il pretesto di una visita alle suore di quella casa ». Già era circolata la voce delle visioni del cuore di San Vincenzo, aureolata dalla straordinaria protezione che le suore avevano sperimentato durante la rivoluzione di luglio. « Era risaputo che il Signor Aladel aveva rice-vuto delle confidenze e, dal suo arrivo, le suore lo circondarono assalendolo, a gara, di domande ». Egli teneva gli occhi bene aperti... Caterina viene provocata più di lui e se ne preoccupa. Finirà ella per tradirsi?... No! « Senza sconcertarsi », Suor Caterina è« la più attenta a interessarsi a tutte le domande, con grande calma e senza tradirsi minimamente ». Il confessore ne è impressionato: quella che era stata accolta così severamente da lui, ha segnato un punto a suo favore (ma egli non lascia appa-rir nulla). Questa giovane suora che gli arrivava nell'ombra del confessionale, tutta piena di vi-sioni e messaggi inopportuni, era dunque aliena dall'ostentazione, sovranamente padrona di sé e capace di custodire il segreto. Vi era in ciò una specie di carisma. Aladel ignorava, in quell'epoca, la seconda e ultima apparizione della Medaglia, giacché Caterina, obbediente, non aveva osato parlargliene. La viva impressione che egli con-servò di quel giorno fu che « la Vergine Santis-sima aiutasse la suora a custodire il suo segreto e che tale segreto le fosse gradito ». Suor Marta Velay, la prima direttrice del Seminario, evidentemente, non aveva intuito nulla, quando, al termine del periodo di forma-zione, poneva per iscritto la seguente valutazione che sottolinea il carattere ordinario di Caterina: « Robusta, di statura media sa appena leggere e scrivere. Sembra di buon carattere. La sua intelligenza e il giudizio non sono brillanti. Ha sufficienti risorse. E' pia, lavora alla perfezione ».

 

4. PRIMI PASSI NELL'OSPIZIO DI ENGHIEN (1831 - 1836)

 

Dalla presa d'abito ai voti (5 febbraio - 3 mag-gio 1835)

Il 5 febbraio 1831, Caterina suona al n. 12 della via di Picpus: l'Ospizio di Enghien dove è stata destinata. L'accolgono quattro Figlie della Carità mentre gli ospiti, anziani di ambo i sessi, osservano la nuova arrivata. Ella ha 24 anni: le rimane da vivere quasi il doppio della sua età in questa stessa casa, situata nel comune di Reully, sobborgo poverissimo a sud-est di Parigi, a 5 chilometri dalla rue du Bac... e solo a 4 chilometri dal ristorante di Carlo La-bouré, situato anch'esso ad est, ma più a nord della città. L'Ospizio di Enghien non conta che 12 anni di vita, essendo stato fondato nel 1819 dalla Du-chessa di Borbone, in memoria del figlio, il Duca d'Enghien, fucilato nel 1804 nei fossati del ca-stello di Vincennes, per ordine di Napoleone I. La Duchessa aveva eretto l'Ospizio in via di Va-renne per assistere i convalescenti dimessi dagli ospedali di Parigi, insieme a dodici povere donne anziane. Fu l'erede, Madama Adelaide d'Orléans, sorella di Luigi Filippo - il Re attuale - a trasferire la fondazione a Reully nel 1829, aggiun-gendovi l'obbligo di ospitarvi 50 domestici an-ziani della famiglia d'Orléans, affinché vi trovas-sero un'esistenza dignitosa, dopo aver lasciato la scintillante livrea. Il motivo per cui Aladel ha voluto che Cate-rina dimorasse in una periferia così vicina è di vegliare più accuratamente su questa giovane suora, che si presenta come una persona normale nel servizio quotidiano, ma preoccupa per le sue visioni.

 

1. CUCINA, ORTO E POLLAIO

 

La casa, dai corridoi a vòlte, si apre su un orto che si estende su due ettari di terra fino alla via di Reully. Su questo terreno, ben presto, Suor Caterina troverà un lavoro proporzionato alle sue forze. Troppo giovane per il servizio degli anziani, talvolta troppo intraprendente, è adibita alla cu-cina e ci si avvede che la giovane suora ci sa fare. Ella ha presto ritrovato l'abilità ai lavori domestici che aveva nella fattoria paterna, per-fezionata dall'esperienza del ristorante Labouré dove la clientela esigeva più raffinatezza e inven-tiva. Caterina tratta i suoi vecchietti come dei clienti che bisogna onorare. L'unico suo tormento è causato dalla cuoca titolare, Suor Vincenza, di 35 anni. Questa suora, che si trova nella casa fin dalla fondazione, è molto stimata per la sua grande abnegazione e la sua viva sensibilità, ma è troppo parsimoniosa. Per Caterina, cui piace donare generosamente, tali restrizioni sono intollerabili. - Bisogna sopportare questa compagna con pazienza - risponde imperturbabile Padre Ala-del, confessore della casa di Enghien. Caterina, turbata, fa del suo meglio senza, tuttavia, arri-vare a rassegnarsi. Sarebbe così poco dotata di virtù? La giovane suora cerca di convincersene umilmente. Tutto va bene nel pollaio che le è stato affi-dato, poiché la sua competenza non ha rivali, come nel vasto orto dove le suore cittadine lavo-rano senza alcun profitto, e che diviene il suo dominio. Ella gestisce, organizza e difende que-sto « territorio » contro i passeri e gli altri pre-doni: persone e bestie. Poco a poco rinnoverà i metodi di coltivazione per fare di queste terre una piccola fattoria come quella della Borgogna. Vi ritrova le sue origini, sebbene in una terra meno generosa di quella natale. Caterina realizza così, come aveva imparato a Fain, un sogno del Signor Vincenzo che era tanto tormentato dalla sua attività « non produt-tiva », da scrivere il 24 luglio 1655: « Noi viviamo del patrimonio di Gesù Cristo, del sudore della povera gente... Ho spesso questo pensiero che mi genera turbamento: - Miserabile! Ti sei guadagnato il pane che mangerai, quel pane che ti è procurato dal la-voro dei poveri? ». L'analisi evangelica del Signor Vincenzo è radicale. Carlo Marx accordava soltanto il « plus-valore » al lavoro dei poveri, mentre Vincenzo è puramente e semplicemente cosciente che essi sono i soli autori legittimi del pane che mangia... Caterina, massaia, vive al di là di questo problema: serve i poveri, aumentando di anno in anno i prodotti per la loro sussistenza. Alle migliaia di polli e di piccioni si aggiungerà ben presto i1 latte delle mucche che istallerà nella stalla di Reully: questa fatica è un tonico per la sua coscienza.

 

2. FINALMENTE LA MEDAGLIA

 

Caterina respinta

Il ritorno a mansioni materiali improbe ha posto termine alle visioni di Caterina. Questa ha parlato soltanto una volta della Medaglia al Si-gnor Aladel, dopo l'apparizione del 27 novembre. Ed egli le ha imposto con tanta autorità di non pensarvi, che la giovane suora ha mantenuto il segreto sulla seconda apparizione, quella di di-cembre. Se ora non « ha più visioni », come la Madonna le aveva preannunciato, una voce inte-riore la sollecita a trasmetterne il messaggio. A primavera, Caterina cede, dunque, a questa ispirazione che la tormenta. Fatica sprecata, il Signor Aladel la vede arrivare e previene ogni effusione. La consegna resta immutata: resistere all'illusione. Caterina si sente sollevata d'aver parlato e il Padre Aladel si rallegra di vederla andar via così tranquilla. Ma la voce interiore continua ad insistere. Che fare tra questi ordini contraddittori: quello della Madonna e quello del rappresentante di Dio? In autunno, ella osa replicare alla Madonna: - « Egli » non vuole ascoltarmi. Egli è il Signor Aladel. - « Egli » è un mio servo - risponde l'in-tima voce - temerebbe di darmi un dispiacere. Quello stesso autunno, Caterina ritorna, dun-que, alla carica una terza volta, presso colui che la Madonna vuole raggiungere: - La Vergine è spiacente! - osa dirgli. Aladel resta impassibile, ma quelle parole lo toccano e lo tormentano, a sua volta. Si domanda se non è un « cattivo servo » di Colei che si com-piace di chiamare: « Rifugio dei peccatori »! Perplesso, lascia parlare Caterina più delle prime due volte, senza tradire, tuttavia, il proprio tur-bamento. E la rinvia, come le altre volte, senza lasciarle sperar nulla. Questa volta, però, ne parla seriamente al P. Etienne, Procuratore Generale dei Lazzaristi e suo amico, a cui aveva già fatto un vago cenno della cosa, sotto l'impressione prodotta in lui nel luglio 1830 dalle predizioni della Rivoluzione. Queste due giovani speranze della Congregazione, già cariche di responsabilità a soli 30 anni, condividono preoccupazioni e progetti. Conoscono l'estrema prudenza che la Chiesa esige in materia d'apparizioni. Sottomettono, tuttavia, il caso al Signor Salhorgne, Superiore Generale, che non si mostra affatto contrario (n. 626, p. 33): - Devo recarmi tra poco dall'Arcivescovo di Parigi, Mon-signor de Quélen, per affari della Congregazione; mi accompagni - propone il Signor Etienne al confratello - ne profitteremo per presentargli questa domanda... in mezzo alle altre. Che ne penserà il prelato? Si domandano i due in attesa dell'udienza. Sorpresa! L'apparizione di Maria nel mistero della sua grazia originale incontra in lui una profonda attrattiva. Quale bella illustrazione di tale mistero è questo irradiamento del sole di giustizia, Cristo! Sì, Maria, la Donna rivestita di sole di cui parla l'Apocalisse vuole irradiare Colui che ha messo al mondo: - Non vi sono inconvenienti di sorta a far coniare la Medaglia - conclude l'Arcivescovo. Tutto, in essa, è perfet-tamente conforme alla fede e alla pietà e questa medaglia può contribuire a far onorare Dio. La via è dunque libera, pur con la prudenza che la Chiesa richiede in simili casi: - Non si formulino giudizi prematuri sulla natura della visione, e non se ne divulghino le circostanze. Si diffonda semplicemente questa medaglia... L'albero verrà giudicato dai frutti. Il progetto allora prende forma, ma senza precipitazione. Aladel stabilisce un modello ri-condotto ai tratti essenziali dell'apparizione. Per il davanti della medaglia, l'invocazione che deve esservi iscritta: « O Maria, concepita senza pec-cato » invita a coniare il tipo classico dell'Imma-colata Concezione, secondo il desiderio dell'Arci-vescovo. Il modello sarà, dunque, la statua di Bouchardon, che si trova nella Chiesa di san Sul-pizio ma con le mani dalle quali si effondono raggi di luce, il che costituisce la novità della visione. Per il rovescio, Aladel è più in imba-razzo e, contrariamente alle sue abitudini, con-sulta Caterina al confessionale di Reully: - Non vi era alcun'altra iscrizione, come sul davanti? Ella non ricorda più... Pregherà... Alla con-fessione seguente, dà la risposta ricevuta nel-l'orazione: - La M e i due cuori dicono abbastanza.

 

Il colera

L'esecuzione della Medaglia comincerà all'ini-zio del marzo 1832. Ma ecco che il colera, il 26 dello stesso mese, irrompe su Parigi in pieno carnevale. L'epidemia, giunta dalla Russia, attra-verso la Polonia, provoca diarree torrenziali che obbligano gli ospedali, sovraffollati, a forare i letti dei malati affinché l'ondata coli nei vasi disposti d'urgenza. In 4 o 5 ore il corpo di un uomo in buona salute si trova ridotto ad uno stato scheletrico. Il bilancio dei morti s'ingrossa con un crescendo impressionante. Vi saranno, in totale, 18.400 decessi ufficiali: in realtà saranno più di 20.000 perché le stati-stiche e la stampa minimizzano il fenomeno per limitare il panico. I medici accorsi a Parigi per informarsi sul-l'epidemia contribuiscono a propagarla in provin-cia. I grandi professori combattono, più che la malattia, i suoi sintomi: diarrea, crampi o vo-miti. Bottiglie e bagni caldi lottano contro il freddo che agghiaccia il corpo dei malati. Salassi, calomelano, oppio tentano di addormentare gli spasimi il cui vigore sembra concentrarsi in que-ste scariche inestinguibili. Duputroyen, influen-zato da una ricetta delle prostitute di Amburgo « per nascondere le loro regole », applica acetato di piombo per arrestare le feci. Altri prescrivono preparati all'ipeca « col fine di sostituire i vomiti naturali per mezzo di vomiti artificiali » secondo il principio: « Vomitus vomitu curatur » (Il male si cura col male). Récamier e Chaumel praticano frizioni. Camomilla, valeriana, menta, etere e laudano sono prescritti nelle ricette di Velpeau all'Ospedale della Carità. All'Hòtel-Dieu, Magen-die salva 8 malati su 20, grazie a pozioni alter-nate di ponce e di camomilla misti ad acetato di ammoniaca. Broussais pubblica i trionfi del suo metodo: ingestione di altea e di ghiaccio, cataplasmi e sanguisughe dietro l'orecchio e sulla nuca. Queste terapie molto strane rivelano una loro logica quando sappiamo che Broussais rite-neva il colera una «gastroencefalite ». Le sangui-sughe poste nell'ano, secondo il giudizio comune, « attiravano il movimento dal centro alla perife-ria ». Egli aveva ottenuto, come assicurava, 39 guarigioni, su un numero di 40 malati. La Gazzetta Medica contestò questo bilancio opponendovi la cifra di 24 guarigioni su 129 casi. Broussais inviò i propri testimoni al redattore, Giulio Guérin; proprio in quel tempo morì nel suo reparto Casimir-Périer (presidente del consiglio dei mi-nistri) « sebbene fosse stato curato da lui ». Guariva, dunque, chi poteva. Monsignor de Quélen apprende la notizia del flagello nel rifugio in cui si nascondeva, da quando un moto popolare l'aveva scacciato dal Vescovato, il 15 gennaio 1831: egli aveva dovuto cercar rifugio nel monastero di San Michele, poi presso i Caffarelli. Immediatamente, l'Arcivescovo ritorna al suo popolo oppresso dalla calamità, celebra la Messa nella Casa Madre delle Figlie della Carità (nella cappella delle apparizioni) e si dirige verso l'Hòtel-Dieu. Il Signor Etienne, preoccupato per le violenze da cui il Presule sembra minacciato, insiste per accompagnarlo negli ospedali della città. Ma il gesto dell'Arci-vescovo ha vinto l'odio. Le sue preghiere, le sue benedizioni, sono messaggere di speranza. Su domanda di Monsignor de Quélen, Padre Etienne apre le porte di San Lazzaro ai malati. Egli èafferrato dal turbine di questo ministero in cui si moltiplicano dramma e inquietudini, come il Signor Aladel, la cui salute subirà un grave colpo.

 

Vachette conia la Medaglia

Alla fine di maggio, l'epidemia sembra dimi-nuire e i giornali ne annunciano la fine. AladeI prende finalmente contatto con l'orefice Vachette, al n. 54 del lungo Senna degli Orafi, e lo incarica di coniare la medaglia. L'epidemia, purtroppo, riprende fin dalla se-conda metà di giugno: il panico raddoppia, ma ormai la coniatura è in cammino. Vachette con-segna i primi 1500 esemplari il 30 giugno. L'Arci-vescovo riceve per primo la Medaglia e non tar-derà a far fare per la sua camera una statua della Vergine, « secondo il modello mostrato alla suora ». Caterina riceve la sua Medaglia ai primi di luglio, nella sua comunità locale, senza che niente la distingua e possa scoprirne il segreto. La veg-gente guarda l'effigie. Ne aveva avuto, forse, uno schizzo in precedenza? Nessun documento lo fa pensare. Quali sono i suoi sentimenti in quella circostanza? Anzitutto, la gioia perché la richie-sta della Madonna è stata esaudita, dopo la situa-zione in cui si è trovata, così sfavorevole, appa-rentemente senza speranza di riuscita: la figura della Vergine appare sul davanti della medaglia, radiosa, circondata dall'invocazione; sul rovescio, la Croce e i due cuori. Caterina si è preoccupata della libertà di interpretazione di Aladel che aveva stilizzato il modello ispirandosi alla Vergine di Bouchardon, e di quella dell'orefice che aveva impresso sul rovescio le stelle omesse sul davanti della Me-daglia (intorno al capo della Madonna), aggiun-gendovi due sbarrette orizzontali e un trifoglio: il suo marchio di fabbrica? Il Signor Aladel gli aveva lasciato carta bianca per i dettagli, sapendo che per esprimere una visione ineffabile e luminosa nel minuscolo basso-rilievo di una medaglia, l'artista poteva usare soltanto una interpretazione personale. A Lour-des Don Peyramale si dibatterà fra qualche anno con lo stesso probelma, tra Bernadetta e lo scul-tore Fabisch, incaricato di scolpire una statua conforme alla visione. Egli dovrà soffocare la delusione della veg-gente, per deferenza nei riguardi del rinomato artista che ha interpretato la visione « a regola d'arte». In ogni modo, la medaglia non poteva essere coniata secondo la realtà della visione. Caterina non si è fermata ai dettagli, troppo felice di veder realizzato l'essenziale: l'invoca-zione, l'Immacolata, dalle cui mani si diffondono raggi luminosi, i segni della Croce e dell'Amore. In occasione di questa prima distribuzione della medaglia, la veggente manifesta soltanto la sua approvazione. - Ora bisogna diffonderla - dice, sicura che Dio farà il resto. Se la realizzazione materiale, le ha procurato qualche delusione, le prime guarigioni e con-versioni non tarderanno a rassicurare Caterina, al di là di ogni attesa.

 

Prinii raggi

La Medaglia fu distribuita, dalle Figlie della Carità, anzitutto nella regione di Parigi, in occa-sione della nuova epidemia di colera. A Parigi, nella scuola di Piazza del Louvre, la piccola Carolina Nenain (8 anni), l'unica bam-bina della sua classe che non porta la Medaglia, era stata pure l'unica colpita dal colera. Le suore le procurano la Medaglia ed ecco che subito la bambina guarisce e all'indomani della guarigione ritorna a scuola. Avvengono anche delle conversioni: il 13 giu-gno 1833, un militare di Alenšon « bestemmiatore arrabbiato », al quale le suore avevano dato la Medaglia, si mette a pregare, contro ogni attesa. Vede venire la morte con tanta serenità da arrivare a dire: «Ciò che mi è causa di dolore è di aver amato così tardi e di non aver amato abba-stanza». La Medaglia è stata diffusa senza riferimenti espliciti all'apparizione. Altrimenti, si sarebbe dovuto procedere ad un'inchiesta canonica rife-rendone i risultati a Roma dove questi dossiers vengono accolti male.

 

Maremoto

Ma il successo viene a superare questa discre-zione. I miracoli di cui si parla provocano do-mande sulle origini della Medaglia e risposte improvvisate. La voce pubblica s'ingrossa come l'ondata violenta di un maremoto. Lettere riconoscenti giungono a San Lazzaro senza essere state sollecitate, in cui vengono chieste altre medaglie e spiegazioni riguardo ad essa. Il 5 agosto 1833, il Signor Lambolley, lazza-rista, emigrato in Spagna durante la Rivoluzione, manda una relazione delle apparizioni: vi narra non solo quella della Medaglia ma anche le appa-rizioni del cuore di san Vincenzo, care alle « due famiglie » da lui fondate. Fin dal mese di febbraio 1834, prima che alcun racconto fosse pubblicato circa le apparizioni, la Medaglia era correntemente qualificata come miracolosa. In che modo canalizzare questo mo-vimento senza porsi in una falsa situazione di fronte alla Santa Sede che proibisce di propa-gare prematuramente rivelazioni e miracoli?

 

Prima pubblicazione

La soluzione del problema viene trovata dal P. Le Guillou, un sacerdote bretone, artista e musicista, che l'Arcivescovo ha chiamato a Parigi e che è divenuto uno dei suoi consiglieri. Egli propone di pubblicare un'informazione inserita modestamente in un « Mese Mariano », giacché si ammette che tali libri di pietà siano illustrati da « miracoli » ed « esempi », narrati liberamente, a mo' di esempio, per stimolare il fervore dei fedeli. La Medaglia sarà presentata dunque in questa maniera. A tal fine, Le Guillou chiede al Signor Aladel una lettera in cui questi narrerà l'appa-rizione (rispettando l'anonimato). La lettera, scritta il 17 marzo 1834, è laconica; lunga appena una pagina, meravigliosamente prudente. «Verso la fine dell'anno 1830, una persona mi confidò una visione da lei avuta - secondo quanto mi disse - durante l'orazione. Aveva visto, come in un quadro, la Santissima Ver-gine...». Alcuni « cenni di guarigioni, conversioni e pro-tezione » vengono menzionati con prudenza. Le Guillou precisa che i medici ne restano perplessi e affermano in toni diversi: - E' un fenomeno! Alcuni lasciano intendere ironicamente: - Si tratta di magnetismo! Il « Mese Mariano » viene pubblicato con l'ap-provazione personale dell'Arcivescovo, in data 10 aprile 1834. Prestissimo (e con estrema pru-denza) un giovane di 21 anni, Federico Ozanam, ne scrive la recensione. Ora si può dire a chi vuole avere delle informazioni sulla Medaglia: - Legga Le Guillou a pag. 317. Questa prima diffusione fa desiderare una notizia « ex-professo » sulla Medaglia, secondo le richieste del pubblico. Aladel si decide a scriverla personalmente, sempre sotto l'anonimato. Sviluppa un po' il laco-nico racconto del 17 marzo, riprende la redazione per due volte, senza correzioni, che manifestano le sue esitazioni. Precisa un po' l'identità della veggente: non si tratta più soltanto di una « persona », ma di una « Suor M.» novizia a Pa-rigi, in una delle comunità consacrate al ser-vizio dei poveri ». Aladel che aveva affermato prudentemente nel suo manoscritto: ella ha « creduto di vedere », osa dire, in questa edizione, che la veggente « ha visto durante l'orazione un quadro ». Ma que-st'ultima parola relativizza l'apparizione, mentre il seguito sottolinea che la « Santissima Vergine »vi appare « come si usa vederla rappresentata sotto il titolo dell'Immacolata Concezione ». Queste precauzioni sono una garanzia nel caso che Roma dovesse mostrare qualche inquietu-dine. Ricevendo le bozze del volume, in luglio, Ala-del chiede a Caterina l'autorizzazione di divul-gare (rispettando, certo, l'anonimato) le sue con-fidenze al confessionale e di menzionare tale autorizzazione. In occasione di questo stesso incontro egli ripara un 'omissione segnalata con ardore da Caterina: « Da poco, Suor M. ci ha comunicato una circostanza che avevamo omesso narrando le tre visioni: cioè che le grazie simboleggiate dai raggi, si diffondevano più abbondantemente su una parte del globo che si trovava ai piedi di Maria e che questa parte privilegiata era la Francia La Notizia viene pubblicata il 20 agosto. Il racconto dell'apparizione è ancora laconico, spo-glio: la visione non vi è descritta nei particolari, né vi si parla di colori. Aladel si esprime come se le « tre visioni » che ricorda, fossero rigorosa-mente identiche e molto distanziate nel tempo, secondo intervalli che egli modifica nelle succes-sive redazioni. Segue un fiorilegio di miracoli fisici e spirituali, nei quali si trova già la guari-gione di una donna muta, avvenuta a Costanti-nopoli il 10 giugno 1834. Questa prima edizione della Notizia, con una tiratura di 10.000 copie, è esaurita in meno di due mesi e non sarà possi-bile reperirla nei due seguenti. La seconda edizione, che appare finalmente il 20 ottobre, sparisce ancora più presto, in meno di un mese, sebbene tirata in 15.000 copie. La terza ne conta 37.664.

 

Dieci milioni di medaglie

Nelle ulteriori edizioni, i racconti di guari-gioni si estendono agli Stati Uniti (1836), alla Polonia (1837), alla Cina, alla Russia (1838) e all'Abissinia (1839). In quest'ultimo periodo, la medaglia è stata diffusa nel mondo intero in oltre 10 milioni di esemplari. Viene coniata da una quantità di orafi tanto che il signor Vachette, sopraffatto, non ha più il tempo di combattere i numerosi concorrenti e contraffattori. Come spiegare tale diffusione? E' stata l'epi-demia del colera a lanciare la Medaglia? L'ipotesi sembra ovvia, ma non resiste ad un esame appro-fondito. I medici dell'Istituto Pasteur, che non trascurano le scienze umane, hanno notato chia-ramente la differenza di risonanza psicologica tra la peste ed il colera. La peste risveglia il sentimento di un castigo divino e stimola la sensibilità religiosa, mentre il colera, con le sue grottesche diarree, provoca piuttosto la derisione come pure la collera contro i pubblici poteri. La gente se la prende con loro piuttosto che con Dio. E, soprattutto, la grande diffusione della Me-daglia non era cominciata nel 1832, quando l'epi-demia stava terminando. All'inizio del 1834, epoca in cui il colera è ormai dimenticato da oltre un anno, soltanto diecimila medaglie all'incirca erano state diffuse, mentre il culmine di 50.000 non fu superato che ai primi di marzo dello stesso anno. Durante l'estate ne furono diffuse 150.000 e 500.000 in autunno (alla fine di novem-bre). In seguito, il movimento si estende su scala mondiale, indipendentemente dalle circostanze particolari.

 

Rendimento di grazie

Caterina rende grazie continuamente a Dio, perché questa folgorante espansione della Me-daglia è accompagnata da conversioni, guarigioni, episodi di protezione, che alimentano le conver-sazioni quotidiane. La Fede, che sembrava impo-tente, guarisce, converte, protegge. La Buona No-vella, annunziata da Isaia, ritorna attuale: « I cie-chi vedono, gli zoppi camminano, i poveri sono evangelizzati ». Si opera un risveglio di fede nel popolo, la cui tradizione religiosa non è stata sradicata dalla Rivoluzione. La Medaglia è una Bibbia dei poveri, un'icona, il segno di una pre-senza amica e potente: quella di Maria nella comunione dei Santi, nella luce del Cristo, al-l'ombra della Croce, sotto il segno dell'unico Amore, figurato in forma di cuore sul rovescio della medaglia. Caterina è felice perché la mis-sione che le era stata affidata nell'oscurità, si realizza nello splendore della luce.

 

3. CATERINA ESPOSTA

 

Ma ecco, contemporaneamente viene minac-ciato il segreto: si cerca di indovinare « quale novizia del 1830 » abbia avuto la visione e le persone più perspicaci mettono Caterina in dif-ficoltà.

 

L'allarme del 1835

Nel 1835, anno in cui le medaglie sono già diffuse in numero di oltre un milione, i Supe-riori, stupiti per il rinnovamento di fervore e di vocazioni, fanno eseguire dal pittore Lecerf due quadri commemorativi delle apparizioni del 1830: il cuore di San Vincenzo e la Medaglia mira-colosa. E' questo il quadro dipinto con maggior impegno di esattezza. Aladel si è preoccupato di indicare le tinte, specialmente il manto azzurro argentato. Il pittore riproduce con grande preci-sione la cornice della Cappella di rue du Bac, com'era prima degli ampliamenti apportativi in seguito. L'interpretazione della visione non è mi-nuziosa: il davanti e il rovescio della Medaglia sono rappresentati su un unico quadro. Può darsi che Aladel abbia rivolto brevi domande a Cate-rina su un punto o un altro della visione. Ed èsempre lui che le procura l'occasione di vedere i due dipinti, dopo che sono stati collocati in Se-minario. La visita è discreta, insignificante e avviene, senza dubbio, in occasione di un ritiro di Caterina alla Casa Madre. Ma la porta della sala è aperta, come si conviene. Mentre il con-fessore e la penitente contemplano silenziosa-mente i dipinti, giunge una suora che afferma ingenuamente, additando Caterina: - E' certamente questa la Suora che ha avuto la visione! Il Signor Aladel, imbarazzato, si volse verso Suor Caterina che abbozzò un sorriso, dicen-dogli: - E' un incontro fortunato! Allora, la Suora, che credeva aver indovinato, esclamò: - Oh! non ci credo più, perché se lo fosse, lei, Padre, non si sarebbe rivolto ad essa per farmelo sapere. La maniera discreta per diffondere la Meda-glia, autorizzata dall'Arcivescovado, è ormai su-perata dagli avvenimenti. La Medaglia è cono-sciuta a livello mondiale come « miracolosa ». Nessuno più ignora che è il frutto di una visione; per conseguenza, i dicasteri romani avrebbero ragione di denunciare in ciò un abuso. Indubbia-mente non v'è pericolo nel ritardo perché anche a Roma i cardinali Lambruschini e Rivarola so-stengono la Medaglia e in quell'anno 1835 la fanno coniare a loro spese, mentre patrocinano l'edi-zione italiana del libro di Le Guillou. Ma, per poco che il Sant'Uffizio se ne occupi, sotto il sigillo del suo temibile segreto, tale influenze po-trebbero non essere sufficienti: occorre fare qualcosa.

 

4. UN PROCESSO IN CONTUMACIA

 

Monsignor de Quélen apre dunque un processo per avallare il movimento di grazie alla sua origine. Apparizioni, Medaglia e miracoli vengono esaminati secondo i metodi stabiliti dal Papa Benedetto XIV fin dal secolo XVIII.

 

Un rifiuto

Ma sorge un ostacolo: la testimonianza es-senziale, cioè quella della stessa veggente. Fino ad oggi Caterina ha parlato solo protetta dal segreto del confessionale. Perfino il Padre Etienne non la conosce neppure di nome. L'Arcivescovo aveva domandato di vederla, magari col volto coperto, e senza cercare di sco-prirne l'identità, ma ha ceduto dinanzi al rifiuto della veggente. Il canonico Quentin, che l'Arcive-scovo ha incaricato del processo, urta contro il medesimo ostacolo, e lo constata fin dall'inizio della sua relazione (1836): «A motivo della regolarità dell'inchiesta, l'au-torità ecclesiastica avrebbe dovuto conoscere i dettagli della visione dalla viva voce della suora. Avrebbe dovuto essere informata da lei stessa su tutte le circostanze dell'apparizione del qua-dro. Infine, la fedeltà e la verità del racconto della veggente, avrebbero dovuto essere assicu-rate e garantite » (n. 368, CLM 1, p. 264). Dal momento che egli definisce con tanta chiarezza il proprio dovere, perché ha rinunciato a tale testimonianza? Perché il confessore che aveva « invitato » la veggente « a comparire di-nanzi alle autorità ecclesiastiche (...), ha trovato in essa una tale ripugnanza che non ha potuto vincere». Ciò avveniva nel 1835. Verso il dicembre dello stesso anno il Padre Aladel aveva rinnovato le sue insistenze chieden-dole, questa volta, « di fare personalmente la sua dichiarazione al promotore », ma Caterina vi si era formalmente rifiutata. Per uscire dalla difficile situazione, Monsi-gnor Quéntin fece un ultimo tentativo, certa-mente nel gennaio 1836, prima di iniziare gli interrogatori. Ma su questa ultima insistenza, Aladel ha dichiarato: « Cosa degna di stupore: questa Suora non ricorda ora quasi nessuna circostanza della vi-sione e, di conseguenza, qualsiasi tentativo per ottenere da lei delle informazioni; sarebbe del tutto inutile » (ib.). Quest'ultimo argomento effettivamente mera-viglia perché la strana dimenticanza non era una ragione per sottrarre Caterina a comparire di-nanzi all'autorità ecclesiastica. Anzi, richiedeva un esame della causa e la natura dell'oblio. Quando? Come? E perché era sopraggiunta que-sta « amnesia »? Quale ne era la portata? Era provvidenziale, patologica o diplomatica? L'ar-gomento tratto dall'episodio è oggi tanto più sconcertante giacché Caterina ritrovò la memoria ogniqualvolta dovette fornire delle spiegazioni. Anzi, poté scrivere, dopo molto tempo, nel 1841, 1856, 1876, racconti dettagliati delle apparizioni.

 

I motivi di Aladel

Si indovina il dialogo svoltosi tra il direttore un po' rude e la nostra contadina preoccupata di proteggere il suo segreto: - Ma io non ricordo più niente! Vi era senza dubbio del vero nelle sue parole; il ricordo di un'esperienza mistica è fragile, eva-nescente più di un sogno perché dipende dalla grazia di un momento. Ma non vi era anche una buona dose di prudenza paesana? - Non so più... Non mi ricordo più... Questa risposta ancestrale, ben programmata nella memoria dei popoli, sorge spontaneamente, irrimediabilmente, nei casi difficili. Misermont, vice-postulatore del processo di canonizzazione, presenta un terzo argomento. Sarebbe stata la Vergine Santa a intimare il segreto a Caterina, ma né Aladel, né Quentin, né Caterina hanno mai detto questo. Si tratta di una tardiva induzione mistica o apologetica. Se questa era veramente la ragione, Aladel non l'avrebbe detto al processo? Egli avrebbe potuto convocare Caterina d'au-torità, in funzione di un interesse pubblico e generale, allo stesso titolo della missione di cui ella era stata incaricata. Perché non lo fece? Per delicatezza nei riguardi del segreto promesso? Senza dubbio. Gli era parso che il segreto fosse « gradito proprio alla Vergine e da Lei protetto », secondo il Signor Boré, suo biografo. Ma non fu guidato pure dalla preoccupazione di evitare confronti su di una missione che egli aveva inter-pretato in modo personale, semplificandola? L'in-chiesta non avrebbe malauguratamente e inutil-mente agitato qualche controversia su dettagli, sollevato discussioni sulla coniatura della Meda-glia e creato imbarazzi poco propizi al movi-mento di grazie che era in pieno sviluppo? Aladel non era indotto a proteggere il segreto da uno spirito possessivo. Egli, infatti, aveva conservato l'anonimato e non ci teneva ad essere il factotum di tale movimento. Nel 1835, aveva anche chiesto di partire in missione, proprio mentre la diffusione della Medaglia e della sua Notizia diveniva trionfale. Soltanto la sua ele-zione a terzo assistente del Superiore Generale, nell'Assemblea del mese di agosto, aveva impe-dito la sua partenza. Ma egli poteva temere il confronto dell'opera da lui abbozzata a grandi linee con le precisazioni più complesse di Cate-rina, e anche l'eventuale alterazione del riservato rapporto di coscienza tra confessore e penitente per le necessità dell'inchiesta. Il segreto protegge la guida di una grande impresa. La storia non può evitare di sollevare tale problema in quanto tensioni e contrasti sorgeranno ben presto tra Aladel e Caterina proprio riguardo all'apparizione. C'è dunque in questo un enigma che le buone parole e gli argomenti apologetici non sono mai riusciti a dissimulare.

 

Il punto di vista del Promotore

Se i motivi di silenzio restano vaghi, da parte di Caterina e di Aladel, sono chiarissimi da parte del Promotore. Cosciente della necessità che la veggente porti la sua testimonianza per la riu-scita normale dell'inchiesta, si è infine piegato davanti al segreto di una coscienza e al « segreto del Re »: « avendo Dio i suoi disegni in ogni cosa », come egli afferma formalmente (CLM 1, p. 264). Ne comprendiamo la decisione nella logica della sua vita: giovane prete, a 26 anni, sotto il Terrore, egli si trovò destinato, nel 1793, a eser-citare il suo ministero sotto la condotta del vescovo intruso e scismatico del Loir-et-Cher e aveva così fatto ritorno alla vita laica... Partì alla volta di Parigi, si guadagnò la vita entrando in una pubblica amministrazione, fece una car-riera brillante e profittò della sua posizione per salvare dei preti perseguitati. Alla fine della Rivo-luzione, Don Desjardins, che glieli indirizzava, gli consigliò di riprendere il ministero sacerdo-tale. L'esperienza che Monsignor Quentin aveva acquisito gli procurò l'incarico « della direzione degli affari temporali » nella diocesi di Parigi. Così egli divenne Canonico, successivamente Vi-cario generale (1833)... e Promotore responsabile delle questioni canoniche. Si compiaceva di ripe-tere la consegna rivoltagli dal suo Arcivescovo nell'affidargli queste funzioni giuridiche: - Si ricordi che, nella Chiesa, non esiste un procuratore del Re ma, secondo l'esempio di Gesù Cristo, sia sempre, nella sua funzione, un uomo misericordioso. Questa giustizia non è sog-getta ad errore. La decisione del Promotore, incresciosa dal punto di vista del diritto e della storia, nasceva dunque da un'istanza superiore: il Vangelo.

 

Ciò che Caterina evitò

La vita e la santità di Caterina vi hanno tro-vato la loro utilità poiché la veggente sfuggi in tal modo a una prova penosa per la sua vita psichica e per il suo lavoro. Messa in balia dei giudici, poi degli avversari e degli ammiratori, avrebbe conosciuto le inestricabili difficoltà che non favorirono certo i veggenti della Salette. Senza dubbio, Caterina avrebbe manifestato ri-sorse nascoste che ignoreremo per sempre, ma a qual prezzo? La sua vita sarebbe stata certa-mente abbreviata come quella di Bernardetta. Non erano tali, però, la sua grazia e la sua scelta: ella conservò l'incognito solo per Dio e per il servizio dei poveri in cui si era impegnata con tutta l'anima. Così il processo della Medaglia miracolosa fu per Caterina un processo in contumacia, nel senso in cui questa parola significa: il rifiuto di pre-sentarsi davanti a un tribunale, non nel senso etimologico in cui contumacia significa orgoglio. Tutt'altro: è a giusto titolo che Aladel ed Etien-ne attestano:«La ripugnanza della suora a com-parire è causata solo dalla sua umiltà ». L'umiltà integra qui una grande prudenza e un grande realismo, giacché Caterina presentiva quali umiliazioni sarebbero derivate da una scelta diversa, date le condizioni della donna e la sua subordinazione a quel tempo.

 

5. I VOTI E IL TRAUMA

 

Mentre si svolgevano questi avvenimenti, Cate-rina continuava imperturbabile il suo servizio.

 

La fine di una prova

Gli anziani apprezzavano questa giovane suora, di servizio in cucina, che li serviva generosamente, quando Suor Vincenza Bergerault non le stava addosso. Caterina nascondeva i suoi moti di im-pazienza nei riguardi della cuoca parsimoniosa, li accusava in confessione ma non sapeva rasse-gnarsi su quel punto. La Superiora, Suor Sa-vart, ebbe pietà di lei: dopo due o tre anni dalla destinazione a Enghien di Suor Caterina, la chia-mo e le disse con un bel sorriso: - D'ora in poi, il suo ufficio non sarà più la cucina, ma il guardaroba. Ed ecco Caterina occupata nel fare il bucato, nello stirare e rammendare la biancheria. E' af-fare suo: uno dei suoi mestieri di contadina, giacché la biancheria costituisce l'onore di una casa. Caterina mette una cura particolare nel conservare quella dei poveri pulita e ben rat-toppata.

 

Caterina e gli anziani

La giovane suora è messa presto alla prova nella sala degli anziani del reparto uomini, che non sono sempre facili, il linguaggio e la bramosia dei quali turbano le giovani suore. Robusta e ferma, Suor Caterina si fa rispet-tare. Questo sarà ormai il suo ufficio.

 

I Voti (3 maggio 1835)

Esso le è stato certamente confermato in occasione dei Voti che ella emette, secondo l'uso della Comunità, al termine di cinque anni di Vocazione. Il 3 maggio 1835, domenica del Buon Pastore, nella modesta cappella di Enghien, dopo l'elevazione del Calice, la sua voce s'innalza nella piccola comunità che conta sempre cinque membri: «Io, Caterina Labouré, alla presenza di Dio e di tutta la corte celeste, rinnovo le promesse del mio Battesimo e faccio voto a Dio di po-vertà, castità e obbedienza...». A questi tre voti, le Figlie di San Vincenzo de' Paoli ne aggiungono un quarto, caro a Cate-rina, e già ben radicato nella sua vita: e di impiegarmi al servizio corporale e spirituale dei poveri malati, nostri veri padroni, nella Compagnia delle Figlie della Carità: il che imploro per i meriti di Gesù Cristo croci-fisso e l'intercessione della Santissima Vergine Caterina ha sigillato così i suoi primi anni di validi servizi, preparati dalla propria esperienza di contadina.

 

Uno scambio

Ma questo bel giorno è velato da un'ombra: l'anno precedente, il 26 aprile 1834, la sorella maggiore, Maria Luisa, che l'aveva preceduta di 12 anni nella Comunità, ha lasciato le Figlie della Carità, avvalendosi della libertà, data dal Signor Vincenzo alle sue figlie, di rinnovare o meno la loro donazione ogni anno. Per Caterina, questo è uno choc incomprensi-bile: stimolata dall'entusiasmo di Maria Luisa nella vocazione di Figlia della Carità, ella non era rimasta delusa. La defezione della sorella maggiore era tanto più sconcertante in quanto la sua vocazione era stata agli inizi una riuscita sotto ogni aspetto. Suor Servente a 33 anni, Maria Luisa esprimeva a Caterina, ancora alla ricerca della via da seguire, la sua irreversibile felicità e scriveva che non avrebbe mai abbandonato la propria vocazione, neppure per diventare regina. La lettera dell'agosto 1831, giunta a Caterina ai tempi delle sue prime armi a Reully, riflette lo stesso entusiasmo con l'unica preoccupazione che la sorella si applichi a tutti i suoi « doveri con semplicità, candore, gioia, diligenza, apertura di cuore » e che si mantenga all'altezza della Vocazione: « Una Figlia della Carità che ha la carità (...) dà soddisfazione a tutti coloro che la circon-dano. Vedendola si dice: Ecco l'immagine di Dio! Quale umiltà, quale compassione, quale in-dulgenza e bontà! Chi ammira una Figlia della Carità dice a se stesso: Se Dio è così buono nelle sue deboli creature, che sarà quando contempleremo le sue infinite perfezioni? Come sono felici le Figlie della Carità che hanno qualche rassomiglianza con Dio! Egli non potrà rinne-garle! (...). Mia cara Zoe, (...) riconosciamo di essere mediocri pittori, non è vero? Sappiamo fare solo danni... Che fare? Non scoraggiarsi (...). Tua sorella che per tutta la vita è nell'amore di Gesù e Maria, Maria Luisa Eppure, in quell'epoca, Maria Luisa subiva il contraccolpo di una calunnia così grave, che nel 1829 era stata « deposta » dal suo ufficio di Supe-riora. Era rientrata nelle file come semplice «compagna», dapprima sul posto, restandovi per due anni in una situazione traumatizzante, a con-tatto con chi l'avversava... Due cambiamenti, il primo per l'ospedale di Saint-Cloud, nel 1832, l'altro a Tarbes nel 1833 erano giunti troppo tardi... Qualcosa si è infranto... Il 2 aprile 1834, quando sta per essere pubblicato il primo opu-scolo sulla Medaglia, Maria Luisa viene richia-mata alla Casa Madre dove il confronto coi Supe-riori non è felice... I Labouré sono fieri, hanno una viva sensibilità e la parola tanto impetuosa quanto laconica nelle difficoltà. Sotto il colpo dell'ingiustizia, Maria Luisa si è irrigidita, perdendo quello slancio che dà un senso e rende possibile una vita quotidiana austera e talvolta eroica. I Voti che Caterina emette, un anno dopo, assumono il valore di uno scambio... nell'attesa del ritorno della sorella. Caterina, infatti, prega con una speranza te-nace: se nella Comunità si verificano, da tre anni a questa parte, tanti miracoli, perché non po-trebbe accadere quello da lei implorato? Questo choc non ha scosso la giovane suora: forte per due, in questa prova come per il resto, ella attende l'aurora.

 

5. LA STAGIONE DEI FRUTTI (1836 - 1879)

 

Il periodo che va dai voti di Caterina e dal suo processo in contumacia (1836) fino alla guerra e alla Comune (1870-1871), non ha attirato, a tut-t'oggi, l'attenzione degli storici: poteva sembrare come una lunga distesa di nebbia... E, tuttavia, è un tempo pieno, nella sua vita: la stagione dei frutti.

 

« Al centro della scienza medica »

E' questo il tempo felice della gente che non ha storia? Sarebbe illusione il pensarlo... L'appa-renza di giovane robusta, cui tutto riesce, si trova smentita da questa lettera dell'11 giugno 1841 in cui Suor Cany esprime a Caterina la sua compassione: « Si trova al centro della scienza medica, eppure non riesce a ottenerne sollievo Caterina è stata ospedalizzata per « dolori sciatici » senza che vi si possa però apportare rimedio. Il fatto desta stupore: come conciliare questo handicap con la sua efficienza su tanti fronti? La nipote, Leonia Labouré, che le fa fre-quenti visite dal 1850 in poi, conferma questo handicap fisico e ci spiega come la zia ha risolto il problema, superando i lamenti: «Aveva male alle ginocchia: è una malattia di famiglia, di cui soffro anch'io. Se tentavamo di compiangerla, rispondeva che non era nulla e che si sarebbe ritenuta fortunata finché avesse avuto la forza di lavorare». Suor d'Aragon l'ha compreso chiaramente an-che lei. « Sotto un'apparenza di floridissima sa-lute, ella soffriva in continuazione e nessuno la compiangeva » (n. 1013, 22 dicembre 1899, CLM 2, p. 345). « Chi semina nelle lacrime raccoglie nella gioia » (5. 126). Visitiamo, dunque, i giardini di Caterina meraravigliosamente svariati, da quelli ai più intimi e segreti.

 

1. IL GIARDINO TERRESTE DI REULLY

 

Una nuova fattoria

Vi è, anzitutto, l'orto-giardino che Caterina coltiva nel terreno tra via di Picpus e via di Reully, e che ella trasforma a poco a poco in una specie di piccola fattoria in cui le bestie prosperano: fu lei, probabilmente, a introdurre l'allevamento dei piccioni, poco comune nella regione parigina.

 

Mucche e conti

Caterina ha organizzato pura la stalla dove vivranno in permanenza due mucche e, talvolta, tre. Compera la prima il 19 marzo 1846 per 480 franchi, ma deve farla curare perché si è amma-lata. La recupera il 18 aprile e la rivende per260 franchi con una perdita di 220 franchi. Tutto è annotato, registrato... Ma Caterina non si sco-raggia: acquista una seconda mucca il 10 mag-gio per 310 franchi, e la rivende in ottobre, questa volta con 10 franchi di guadagno. La mucca n. 2 ha prodotto nel frattempo 1247 « pinte » di latte (quasi altrettanti litri, poiché a Parigi una « pinta » misura 0,93 litri): il fatto è incorag-giante. Ma le noie tornano con la terza mucca, che Caterina aveva acquistato per 400 franchi, lo stesso giorno... Deve rivenderla nell'ottobre se-guente per 240 franchi: quasi la metà in meno sul prezzo d'acquisto; la perdita è, tuttavia, com-pensata da una produzione di 2436 « pinte » di latte. Caterina perde così un buon centinaio di franchi su ciascuna delle mucche. La quattordicesima mucca raddrizza la situa-zione: la suora la compra per 420 franchi, il 19 agosto 1851, per rivenderla con 30 franchi di guadagno (a 450 franchi), sei anni dopo, il 31 marzo 1857. Dal 1852 al 1861, la situazione si mantiene stabile, ma con fatica. Anche se Cate-rina rivende a suo scapito, il deficit è minimo e vi è un' eccezione per la diciottesima mucca, ven-duta con 40 franchi di guadagno, il 1~ giugno 1855, poi per la ventiquattresima, rivenduta al prezzo di costo. Ma, in seguito, piombano i dispiaceri: i prezzi salgono da 3 o 400 franchi a 5 e perfino a 600 franchi-oro. La ventisettesima mucca, ac-quistata a 500 franchi, il 21 gennaio 1860, viene rivenduta il 26 novembre di quello stesso anno « per causa di malattia », neppure a metà prezzo. La trentesima e ultima mucca, comprata a 580 franchi il 1° novembre, è venduta in perdita il 13 ottobre 1862, a 120 franchi di meno sul prezzo di costo. La nuova Superiora di quel tempo, Suor Dufès, giunta il 18 ottobre 1860, si preoccupa: la stalla aggrava un bilancio già molto serrato... Suor Dufès non è affatto contenta della gestione e ne domanda conto a Caterina, che incolonna le sue cifre in ordine perfetto. Ma la somma mette in luce l'ampiezza del deficit. Il 17 anni, Suor Cate-rina ha perduto 3.655 franchi-oro sulla compra-vendita del bestiame. E' una brava fattoressa, ma non una buona sensale e a Fain, questo era un affare segreto del padre cui egli non l'ha ini-ziata. Caterina è troppo retta per tentare il gioco, cosicché rivende a prezzo minore di quello d'ac-quisto. Se fa eccezione la diciottesima mucca, il fatto è dovuto a un caso. Caterina ne era così fiera che non ha potuto nascondere i propri sen-timenti nel suo registro di conti. Conclude, in-fatti, il « curriculum vitae » di questa brava be-stia con una punta di lirismo inabituale (tra le righe): « Questa mucca ha prodotto 16.302 "pin-te" di latte in 5 anni e 8 mesi ». Le costa tanto separarsi dall'animale ormai vecchio, che ha dato al sensale l'impressione che si tratti di un vero tesoro. In tal modo, ella ha venduto, per una volta almeno, a un prezzo superiore al suo valore, questa mucca ormai esausta.

 

Non c'è una trentunesima mucca Caterina non si è data per vinta nell'ora in cui Suor Dufès le chiede di ricapitolare i conti (1862). Sempre in anticipo con un nuovo progetto, aveva già scritto sul suo registro: « 31.ma mucca acquistata il...». Queste parole sono rimaste in sospeso sulla pagina bianca. Suor Dufès è infles-sibile e Caterina obbedisce pur rimpiangendo quel latte fresco, tanto apprezzato dagli anziani, e che non rientrava nella contabilità della casa. La suora, malgrado ciò, non resta inattiva: nel registro dei conti da lei tenuto vediamo appa-rire maiali e conigli, fino al 1875. Dal 1861, vediamo pure apparire un cavallo, poi dei cavalli, di uno dei quali conosciamo il nome: si chiamava « Bibi » ed era abbastanza capriccioso. « Un giorno » - narra Suor Levacher: «Dovevamo recarci in carrozza alla Casa Ma-dre, in rue du Bac: Suor Vincenza voleva che prendessimo le strade principali, più facili per il cavallo che, d'altra parte, era noto come molto indocile. Suor Caterina, invece, avrebbe prefe-rito che si prendessero altre vie. Per qual ra-gione? Non saprei proprio dirlo, ma ciò di cui mi ricordo è quello che ella disse a Suor Vin-cenza, con una punta di malizia: - Ecco! lei vuol far vedere il suo cavallo, il suo « Bibi »! Tuttavia, com'è bello il suo « Bibi »! (n. 998, Suor Levacher, PO 68, CLM 2, p. 319). Il pollame rimane la base permanente delle sue occupazioni. Come a Moutiers, ella vende dei polli per comperare quanto occorre a mandare avanti la fattoria. A quel che sembra, le uova entrano integralmente tra gli alimenti consumati nella casa; il loro numero è considerevole: nel 1861, le 39 galline fecero 2.626 uova. La piccionaia è più ricca; infatti solo nel 1864 Caterina vende 313 piccioni. Se le vendite scen-dono al numero di 194 nel 1867 e nel 1868, regi-strano un rialzo nel 1870: 257.

 

Bilancio

Caterina ha provveduto alla sussistenza della comunità con la sua fattoria? Sì, nell'insieme, perché, pur avendoci rimesso nella vendita delle mucche, queste le fruttarono 97.258 « pinte » di latte a 50 centesimi l'una, cioè 48.629 franchi, il che supera il totale delle perdite (acquisti ali-mentari: 33.859 franchi). L'allevamento dei piccioni è anch'esso positivo lungo i 14 anni (1861-1874), nei quali sono com-putati 3.656,85 franchi in acquisto di grani di mais e 4.852,70 franchi nella vendita, cioè un guadagno di 1.195,85 franchi. Lo sfruttamento del pollaio sembra pure posi-tivo per i 4 anni computati (1861-1864). L'ali-mentazione e la manutenzione hanno comportato 900 franchi di spese. Il valore delle uova, di per sé, è di 775 franchi, e quello dei polli venduti, di 203,50 franchi... senza contare quelli che sono stati mangiati dalla comunità. Queste colonne di cifre, che riassumono in una pagina o due un anno di attività come fatto-ressa, allevatrice di polli e di piccioni, divertono Suor Dufès. Ma Caterina, che ha imparato con molto ritardo a fare i conti, si sente responsa-bile del bene dei poveri e sa che, secondo il pensiero del Signor Vincenzo, una Figlia della Carità dev'essere onesta nel maneggio del denaro. Un ricordo riferito da Suor Olalde illustra il sapore di questo contributo nella vita quotidiana: «Una sera, la suora di cucina aveva dimen-ticato di preparare la minestra. L'ora della cena si avvicinava e quella suora esclamò: - O Dio! non ho preparato la minestra! Suor Caterina, lungi dal rimproverarla, disse con calma: - Non si agiti, sorella mia, ho munto or ora le mticche, la gente di casa sarà molto contenta di avere questa sera per cena latte fresco! La suora era proprio Suor Vincenza, la cuoca parsimoniosa: quella che la faceva soffrire».

 

2. SERVIZI DI OGNI GENERE

 

Pur « producendo », come una contadina, Suor Caterina rende servizio dappertutto nella casa. Dopo il tirocinio in cucina, poi in guardaroba dove continua a dare uno sguardo, collabora ai lavori pesanti; durante la ricreazione, ha sempre un lavoro fra le mani; il suo compito principale è la cura degli anziani, reparto uomini. Caterina è ferma, imparziale, fa regnare un ordine perfetto e sa prevenire ogni genere di confusione. Ma, soprattutto, ama i suoi « pa-droni » e ne è ricambiata. Il suo « difetto » in questo reparto, ritenuto difficile, dove occorre dominare antichi guardiacaccia, camerieri, mag-giordomi, portieri, che hanno la nostalgia delle loro livree dorate, è che ella non li rimprovera spesso, né a lungo, secondo Suor Dufès. Mette a letto l'ubriacone incorreggibile che rientra in casa ebbro e aspetta l'indomani per farlo ragio-nare. E quando questi le chiede perdono, gli dice: - Non deve chieder perdono a me, ma al buon Dio. Suor Caterina è buona anche con gli ospiti più sgradevoli, come se i « cattivi » (così si diceva allora) avessero diritto ad attenzioni particolari e anche a una piccola preferenza. Li vedeva come erano in realtà: feriti che gridano aiuto e bat-tono la fronte contro il muro e contro la gente, come bambini ai quali si deve restituire il co-raggio e la stima di loro stessi. Caterina non «si fa, certo, abbindolare », perché ha il senso della giustizia ed è pronta a reagire se si devia da questa virtù. Serviva generosamente i suoi anziani a tavola e non si stancava di ripetere: Ne avete a sufficienza? Quale consolazione per questi vecchi, osses-sionati dalla « paura di mancare di qualcosa »! Caterina era dotata d'intuito psicologico? Era, soprattutto, buona perché agiva disinteressata-mente, mai per calcolo. «Quando uno dei suoi ospiti non sopportava questo o quel genere di alimentazione, ella era attenta a procurare loro un altro cibo » (n. 947, 15 febbraio 1898, PO 41, CLM 2, p. 268). L'ufficio dell'assistenza agli anziani era asso-ciato alla responsabilità della portineria. Caterina organizzava questo servizio che doveva essere svolto dalle 7 del mattino alle 7 di sera, e lo faceva personalmente nei momenti liberi o nelle ore di punta. Ella manteneva la portineria pulita e arredata sobriamente, senza ninnoli, come una cella monastica.

 

I poveri

Secondo quanto riferiscono le sue compagne, Suor Caterina amava soprattutto «i poveri» che erano per lei le membra sofferenti di Gesù Cristo. Nei loro riguardi, come verso gli anziani, era animata dal pensiero di San Vincenzo: «In verità, quando Dio ha costituito questa Compagnia, non ha mai avuto lo scopo che voi curaste solo il corpo (...). Ora l'intenzione di Nostro Signore era che vi preoccupaste del-l'anima dei poveri malati » (cfr. MISERMONT, Ame, p. 152). Suor Maurel afferma che per. Suor Caterina era una felicità fare l'elemosina a questi poveri. - Nessuno mai si è lamentato del modo in cui era accolto da lei (dice Suor Combes, n. 982, CLM 2, p. 314).

 

La Nera

Un giorno, verso il 1860, una povera donna, sulla cinquantina, tutta in lacrime, suona alla porta: - Biagina! - esclama Suor Caterina abbrac-ciandola. E' una sua antica compagna di Seminario, Suor Lafosse, il cui misticismo faceva credere che avesse vocazione, invece la giovane si rivelò irrimediabilmente travagliata da disastrose turbe psichiche. I suoi slanci di buona volontà sfocia-vano in dimenticanze, goffaggini, spropositi e pa-role pungenti che non risparmiavano neppure Caterina. In Biagina si alternavano, inoltre, cicli di esaltazione e di depressione, di fame insazia-bile e di inquietante digiuno. Mentre Caterina metteva radici a Enghien, Biagina aveva avuto, in 25 anni, 14 cambiamenti di casa: un record! Due volte aveva lasciato la Comunità per rien-trarvi all'improvviso, e ne era uscita una terza volta, senza speranza di riammissione, il 14 apri-le 1855. Ormai la donna sta per entrare nel vagabondaggio di professione. Caterina non agi-sce per vie traverse: riesce a convincere la Supe-riora e accoglie la poveretta; non ne riceve, certo, complimenti, ma solo lamentele. - Questa figliola ha perduto la testa! - E' pazza - constatano le suore quando Biagina cade nelle sue stravaganze. Caterina, senza illudersi, lascia cadere le recri-minazioni e sostiene Biagina, malgrado le diffi-coltà. Solo lei ha una certa influenza sulla povera figliola soprannominata « la Nera » a motivo del suo umore e dei risultati della sua attività. Soltanto Caterina può convincerla a mangiare, durante i suoi acecssi di depressione, durante i quali rifiuta ogni genere di cibo, e questo perché Biagina ha saputo che la suora è la veggente della Medaglia. E lo ridice (in confidenza!) quando Caterina volta le spalle: il che non favorisce il mantenimento dell'incognito...

 

3. IL GIARDINO FAMILIARE

 

Caterina non ha perduto i contatti con i suoi cari: una famiglia numerosa, la sua, ed ella partecipa vivamente alle grandi gioie ma anche alle grandi preoccupazioni che vi si alternano. Il 18 luglio 1835, il fratello Giacomo, il terzo-genito, si sposa e viene a stabilirsi a Parigi; d'ora in poi, farà alle sorelle due o tre visite all'anno, conducendo le sue bimbette: Luisa, seguita da Leonia, nata nel 1842, che sarà più tardi testi-mone al processo di canonizzazione della zia. L'11 settembre 1838, si marita Tonina, la sua brava compagna di lavoro a Fain: Tonina ha quasi 30 anni, le sue sono perciò delle nozze abbastanza tardive, perché ha dovuto rimanere accanto al padre per servirlo, nella fattoria del villaggio natale dove i partiti sono rari. La ragazza aveva ereditato anche la cura di Augusto, l'ultimo nato, che ora ha 29 anni, sempre malaticcio e di carattere strano. Finalmente, Tonina va sposa a Claudio Meugniot, comm~rciante in legna a Viser-nay. Caterina è contenta per la sorella, ma addo-lorata per il padre e il « fratellino» che ella aiuta a sistemare presso il fratello Antonio, il quale compra la casa paterna, prendendo il fra-tello così com'è. Nove mesi dopo, il 14 giugno 1839, Caterina apprende la nascita di Maria Antonietta, figlia maggiore di Tonina, con la quale avrà ben pre-sto relazioni di privilegio.

 

Morte del padre

Papà Labouré non sopravviverà che sei anni alla partenza di Tonina, in una casa divenuta triste e solitaria: muore, infatti, il 19 marzo 1844. Giuseppe, un altro fratello, stabilitosi a Parigi, avvertito da Antonio, lo comunica a Suor Cate-rina, tre giorni dopo: « Papà era molto malato (...). E' stato sepolto ieri, giovedì, 21 corrente. Non avendo potuto assisterlo negli ultimi momenti di vita, abbiamo l'intenzione di far celebrare una Messa e di riunirci in famiglia. Ti farò sapere la data...». Caterina non aveva valutato la portata del senso di abbandono di suo padre, morto di soli-tudine e ne ha ora il cuore profondamente ferito. Questa pena intima sgorgherà come un grido dalla sua penna, il 15 settembre di quello stesso anno 1844, quando Maria Luisa, la sorella mag-giore, uscita dalla Compagnia delle Figlie della Carità, formulerà il progetto di tornare a Fain « per occuparsi di Augusto ». Ritornare a Fain, ora che il padre è morto? Ah! no! la vivacità di Caterina rivela l'intima sua ferita: « Andar a prendersi cura di un fratello, buona cosa, che il mondo approverà. Ma avrebbe ap-provato pure, dieci anni or sono, quando sei uscita dalla Comunità, che tu fossi andata a rendere quegli ultimi servizi che si rendono nella vecchiaia, a un padre afflitto com'era il nostro, nei suoi ultimi anni (...) e che è morto lontano dai familiari, sebbene vivesse in famiglia, ab-bandonato in questa sua stessa familia. Il mondo avrebbe applaudito se tu fossi andata a ren-dergli gli ultimi doveri che un figlio rende ai suoi genitori al momento della morte (...), so-prattutto quando se ne ha la libertà, come ce l'avevi tu ». Caterina, che aveva rinunciato, con la morte nell'anima, ad assistere il padre, per l'unica volta nella sua vita, ha invidiato questa « libertà »... «Non essere dunque sorpresa - conclude la lettera - se non sei ben vista in famiglia e non aspettarti di esservi bene accolta Caterina unisce qui la sua duplice sofferenza: l'abbandono del padre e la vocazione stroncata della sorella maggiore: due disgrazie che non hanno potuto incontrarsi per confrontarsi a vicenda...

 

Maria Luisa farà ritorno?...

La lettera continua ad essere tesa poiché Maria Luisa ha proposto alla sorella di venire a rivederla a Enghien. Ma questo progetto urta contro le Regole della Comunità riguardo alle Suore che hanno « lasciato » la vocazione. Fin dove arriva Caterina? Dopo aver dissuaso Maria Luisa dal ritornare a Fain, la dissuade pure dal venire all'ospizio di Enghien. « Mia cara amica, quanto al tuo progetto di venire a trovarmi, vi sarebbero molti inconvenienti, perché sei conosciuta dalla maggior parte delle suore di questa casa. Io non ti incoraggio, perciò, a venirci. Mi dici che farai un sacrificio nel lasciarmi. Credevo che il tuo sacrificio fosse stato fatto, dieci anni fa, e pensavo che l'avessi compiuto allegramente. Non credevo che sa-rebbe stato ancora da compiere. Quanto a me, l'ho fatto, questo sacrificio che mi è costato tanto caro e il buon Dio conosce la pena che ho provato. Sì, Dio solo e Maria, nostra buona Madre, la conoscono! E questa pena si rinnova ancora oggi! ». Caterina parla, anche qui, attraverso una fe-rita: sempre la stessa! La morte del padre, avve-nuta lontano e nella desolazione, risveglia in lei il ricordo di quella morte al padre, per cui dové passare la sua vocazione e fa risorgere, dal pro-fondo della sua anima, un senso del tempo che è alla base della filosofia contadina: «Avevo pensato fino allora che saresti rien-trata in una Comunità. Ma vedo che il tempo passa e anzi è già passato. Sì, trascorre ogni giorno...». Caterina ha contato questi dieci anni tra-scorsi dalla partenza di Maria Luisa, nel 1834: il fatto che la sorella sia stata ferita da calunnie, che abbia saputo cambiare attività in modo ono-revole e utile nella professione di insegnante elementare a Parigi, resta incomprensibile per Caterina che non si rassegna a questo presente. « Il tempo passato non è più in nostro potere, il presente sì; l'avvenire, invece, non lo è ancora. Profittiamo del momento presente, diamoci a Dio totalmente, in modo assoluto. Ti ricordo la lettera che ti scrissi sei anni fa, in cui ti presentavo le più belle proposte che tu mi hai rifiutato in blocco. E ora rimetto tutto nelle mani del buon Dio e della Vergine Santa, tua Patrona. Ti raccomando alla Vergine come a una tenera madre (...). Ella ti prenda sotto la sua protezione! Ti prego di invocarla per me. Addio, per ora, e, forse, per sempre...». Si tratta di una rottura? Dove vuole arri-vare Caterina? Non lo sa neppure lei... In questa circostanza è trascinata più che non trascini ella stessa, divisa com'è tra insuccessi persistenti e sentimenti inestirpabili, tra le Regole della Comu-nità e la sua speranza. No! Non si rassegna a una rottura e a, un tratto, riprende: « Occorre sperare che ci rivedremo ma quando? ». L'obiezione è costituita dalla disciplina comu-nitaria sulla quale ella ritorna: «Sai bene che quando si esce dalla nostra Comunità, non vi sono più comunicazioni con le persone che ne sono uscite. Conosci le nostre sante Regole... E in questo momento, più che mai, il fervore si rinnova nella Comunità come ai tempi di San Vincenzo...». Propone la soluzione che ha finalmente tro-vata, con sofferenza, ma senza far pressione: «La nostra buona Madre m'incarica di dirti mille cose da parte sua. E' sempre pronta a venirti incontro in tutto ciò che le sarà possi-bile e in ogni occasione potrai contare sulle sue delicate attenzioni. Ti vuole sempre bene e sarà felice di renderti servizio. Se hai, tuttavia, qual-cosa da comunicarci, puoi venire in qualsiasi giorno, eccetto giovedì prossimo. Conosci le ore in cui siamo libere, scrivimi, dunque, il giorno e l'ora in cui potrai recarti nella comunità delle Darne bianche, nella nostra stessa via (di Pic-pus) al n. 15 (...). In fondo al cortile, vi è una cappella dove ci aspetterai. Ti prego di dire al Fratello sacrestano che aspetti la mia Supe-riora e me. Addio, mia cara sorella, ti abbraccio di tutto cuore e resto, per la vita, la tua devotissima sorella...». La fierezza di Maria Luisa reagisce male a que-sta lettera, di cui il lato negativo la irrigidisce ancora di più. Ebbene, sì, ritornerà a Fain ad assistere il fratello presso il quale Dio e la carità ne saranno meglio avvantaggiati. Quale certezza spinge dunque Caterina ad in-sistere? Scrive di nuovo, il 29 settembre, dopo aver riletto la lettera ardente che Maria Luisa le aveva inviato all'inizio della sua vocazione, nel 1829: un inno entusiasta alla vita delle Figlie della Carità (cfr. p. 30). Caterina ricopia la lettera e rinvia l'originale a Maria Luisa, per un confronto con se stessa, nel tempo in cui Dio così parlava in lei. La tensione è abbastanza forte: Caterina alterna il Voi al Tu rivolgendosi alla sorella che le è doppiamente sorella, come figlia di Pietro Labouré e del signor Vincenzo. La sua lettera è scritta un mese dopo l'elezione a Superiore generale del P. Etienne che riaccende, viva, la fiamma del fervore nelle due famiglie spirituali di San Vincenzo: «Ti rimando una lettera che vi farà certa-mente piacere. Me la scriveste quando io volevo entrare nella nostra Comunità (...). I buoni consigli che Voi mi deste, applicateli ora a Voi stessa e meditate bene su queste parole (...): "Se in questo momento una per-sona fosse così potente da offrirmi di possedere, non un regno, ma tutto l'universo, io considererei tale offerta come la polvere delle mie scarpe, essendo ben convinta che non potrei trovare, nel possesso dell'universo, la felicità e la soddisfa-zione che provo nella mia cara vocazione" Nell'ardore della sua perorazione, Caterina ag-giunge la parola cara, che non si trovava affatto nell'originale. E continua in seconda pagina: «Che cosa avete preferito a questa felicità? Non oso dirlo!... Una tentazione...». Caterina diventa tenace e severa, tanto le sembra chiaro che la luce di Dio e l'avvenire sono presenti, al di là delle sue tensioni: si mette, dunque, al posto di Dio per atteggiarsi a maestra? No, la lezione la fa a se stessa. Dopo il tu e il voi, infatti, usa il noi, per parlare di umiltà: « Dobbiamo confessare che noi siamo deboli, quando non riponiamo tutta la nostra fiducia in Dio che conosce le più segrete profondità dei nostri cuori...». Suor Caterina attacca l'ultima trincea di Maria Luisa, l'ultima difesa che la ragione innalza con-tro il suo cuore, facendole addossare a Dio i suoi progetti di fuga: «In quasi tutte le vostre lettere, mi parlate di miracolo, come se il buon Dio ne compisse per ogni nonnulla. Noi siamo ben povere crea-ture per sperare che il buon Dio ci accordi dei miracoli! ». No, Caterina che se ne intende, non crede ai miracoli che avvengono a vanvera a seconda dei propri desideri; continua: «(Ne sarebbe avvenuto) uno quando siete uscita dalla comunità! Ahimé! Dio sa se si tratta di un miracolo! Nostro Signore e la Vergine Santissima e tutti i santi hanno forse vantato i loro miracoli? Dov'è la nostra umiltà? E' ben lontana dalla loro, o per dir meglio, noi non ne abbiamo affatto ». La finale è un ironico incoraggiamento alla fuga: «Addio, ti incoraggio a recarti nella nostra casa paterna. Vi troverete completamente sola ed è là che Dio parlerà al vostro cuore ». Ciò che emerge da queste parole, nel cuore di Caterina impegnata in questa lotta di Giacobbe, èla duplice morte che l'ha segnata, che l'ha fatta sollevare così in alto, verso la Madonna e Nostro Signore. Tali sentimenti le fanno riprendere la lettera arrivata in fondo alla seconda pagina e che ella prolunga, di traverso, sulla prima: « Meditate bene la morte di nostra madre cui assisteste e quella di nostro padre, ancora così recente (...). E' il mezzo migliore per trovar grazia davanti a Dio » (n. 532, CLM 1, p. 319). E' proprio ciò che accadrà: Maria Luisa ac-corre ben presto all'appuntamento della via di Picpus. Tutto si risolve serenamente, senza dubbio, con Suor Montcellet, l'attiva Superiora che co-mincia a estendere la casa, sviluppandone le atti-vità dal lato dei miserabili quartieri del sobborgo. Il 26 giugno 1845, il Consiglio generale accetta di reintegrare Maria Luisa tra le Figlie della Carità: « considerate le circostanze esistenti al momento della sua uscita e, in seguito, la sua condotta edificante ». Ella riprenderà l'abito di suora nella casa di Enghien: ha cinquant'anni, è dunque nella comunità di Caterina che Maria Luisa abbandona l'abito civile e ritrova la cuffia dalle grandi ali, probabilmente il 2 luglio, nella festa della Visitazione. Caterina ha pregato tanto per questo! Quale gioia questa « visitazione » per le due sorelle, riunite nel solco della Madonna e del Signor Vincenzo: una gioia nascosta in fondo al cuore, che va al di là delle parole. Ma è la soglia di una nuova separazione poi-ché quello stesso 2 luglio, Maria Luisa riceve la sua destinazione per Torino, insieme ad altre tre Suore, per decisione del P. Etienne. Arri-verà il 19 nella comunità di San Salvano e pre-sterà servizio nelle ambulanze durante la guerra d'Italia; non rivedrà Caterina che nel 1858, quan-do sarà richiamata alla Casa Madre, in rue du Bac.

 

Contrasti con un artista

Verso il 1855, ecco un nuovo venuto a Parigi; si tratta di Antonio-Ernesto, figlio di quel Carlo, commerciante in vini e proprietario di un risto-rante, presso il quale Caterina ha provato la sua vocazione. Il giovane proviene da Semur-en-Auxois per continuare gli studi nella capitale. Caterina guarda questo piccione viaggiatore d'una ventina d'anni, « che ha l'aria d'artista », violinista estroso, tuttavia molto dotato. Ed ecco che Anto-nio-Ernesto riesce a farsi assumere come membro dell'orchestra dell'Opera! Pericolosa capitale per una simile natura! Questa volta, Caterina è presa dal panico. Inviandole il figlio unico, il fratello non gliene affida la responsabilità? Gli scrupoli coltivati dalla Chiesa di quei tempi s'abbattono su di lei. Il nipote alloggia molto vicino, senza dubbio grazie alla zia che va a trovarlo spesso da madre-chioccia... Al ragazzo però non piace troppo questa « cornetta » che viene di frequente a ispezionare. Un mattino - tardi per Caterina che si alza alle 4, presto per lui, uccello notturno - la suora trova il nipote ancora a letto e la tavola piena di bottiglie vuote e di bicchieri sporchi... La sua ansietà, allora, scoppia: - Ehi! Tu fai baldoria! Ricevi qui delle donne! No, soltanto degli amici! l giovane aggiunge freddamente: - Qui sono a casa mia. Non tornate più, ve ne prego. Nato nel 1834, Antonio-Ernesto è ora maggio-renne e Caterina sa cosa significhi ciò, poiché si era avvalsa di questo titolo nei confronti di suo padre... Comprende di aver sbagliato e non rimetterà più piede in casa del nipote. Questi verrà a Enghien all'inizio del 1861 per presentare alla zia la moglie, Clara Letort. Il matrimonio era stato celebrato a Puligny, in Borgogna, il 14 gennaio 1861 e, a guisa di viaggio di nozze, Antonio-Ernesto ha ripreso i suoi turni come sostituto all'Opera per offrire alla giovane sposa un inverno piacevole: un'esperienza felice che rinnoverà negli anni seguenti. Ma egli non ritorna troppo spesso dalla zia e dimenticherà perfino di presentarle il figlio maggiore, Carlo-Antonio, nato l'8 giugno 1863. Caterina è ora tutta presa da Tonina e dai suoi figli. Antonio-Ernesto e Clara se ne ingelosiscono e danno le loro preferenze a Maria Luisa, ritornata ormai alla rue du Bac.

 

Tonina a Parigi

Questa preoccupazione di Caterina per la fami-glia di Tonina, è tutta una storia che avrebbe costituito un mediocre romanzo tanto è inve-rosimile. Tonina è giunta a Parigi nel 1857, due o tre anni dopo il nipote violinista. La capitale ha sempre attirato i Labouré... Il marito, uomo ca-pace e generoso, ha venduto il suo commercio di legna e importanti vigneti. Egli aveva la debo-lezza di non poter sopportare la minima quan-tità di alcool, cosa difficile nella sua professione. Il minimo sbaglio lo rendeva folle e Tonina ne soffriva. Per sottrarsi a questo cerchio infernale, egli aveva liquidato gli affari e trovato un posto nelle ferrovie. Per Caterina è una gioia ritrovare la confi-dente dei suoi primi anni e di conoscerne i tre figli: Maria Antonietta, 18 anni, Carlo Alberto, 17, Filippo, 13. Nel 1858, fa ricevere la maggiore tra le Figlie di Maria a Reully, dal P. Aladel in persona e assiste alla cerimonia con le lacrime agli occhi. Nel marzo 1858, all'epoca delle apparizioni di Lourdes, Caterina viene a sapere da Tonina e Maria Antonietta che Filippo fa un soggiorno in casa del parroco del suo villaggio: - Vuoi farti prete? - gli domanda quando lo rivede. - Credo sia questa la mia via - risponde Filippo che compirà tra poco 14 anni - ma non posso promettere nulla. Qualcosa lo attira, ma egli maledice il latino che il « buon parroco » del villaggio vuole inse-gnarli. Ciò potrebbe farlo dubitare della sua vo-cazione! Essere prete? Si! Entrare in questi misteri? Ah, no! Ma il ragazzo supererà questo ostacolo. Caterina ottiene dai Lazzaristi che si assumano la responsabilità degli studi del ragaz-zo nel Collegio di Montdidier (Somme), grazie all'aiuto finanziario di una sua compagna e si sente responsabile di tale aiuto. Perciò, un gior-no, dice a Filippo: - Se tu non avessi l'intenzione di abbrac-ciare lo stato ecclesiastico, dovresti dirmelo. Filippo ha 17 anni e non dimenticherà l'inso-lita provocazione lanciatagli dalla zia verso la fine dei suoi studi: - Se vuoi entrare tra questi Signori, ti rice-veranno. Vi si può essere nominato ben presto Superiore, poi andare in Cina come il Padre Perboyre... Si può viaggiare, vedere molti paesi... Si può anche ritornare in Patria. «Ella disse questo con aria maliziosa come se avesse letto nel futuro e io lo presi come una facezia ma tutto si è avverato alla lettera e nello stesso ordine da lei indicatomi. Il 9 agosto 1863 la zia mi accompagnò quando entrai a San Lazzaro. Nel frattempo mi aveva condotto a far visita al Padre Etienne, Supe-riore generale. Ha agito in tutto con la più delicata carità e con l'approvazione dei suoi Superiori (...), ma senza mai esercitare su di me la minima pressione ». Caterina ha compreso che bisogna rispettare la libertà di ogni persona, a costo di moderare il proprio zelo.

 

Morti e conversioni

Nel frattempo, Claudio Meugniot, padre di Filippo, è stato investito da una locomotiva nel gennaio 1861, iniziando così un calvario che du-rerà 33 mesi... Da borghese di quell'epoca, Clau-dio è un po' miscredente: la religione è affare di donne... Caterina se ne preoccupa, visita il cognato, ma le idee di questi sono semplici e assolute: - Non ne vale la pena! Abbiamo una santa nella famiglia. Non morremo dannati. Caterina (la santa...), malgrado ciò, lo inco-raggia, dicendo sovente: - Io prego per voi, ma pregate a vostra volta! Claudio rimane scettico: - Zoe vuole convertirmi, ma non vi riu-scirà! e aggiunge senza acrimonia: - Tuttavia, è una brava figlia! Filippo ritorna continuamente sulla salute del padre nella sua corrispondenza e vuole notizie che i familiari tendono a nascondergli, perché non sono buone. Nell'autunno del 1862, il medico non lascia più speranze sullo stato del malato, la cui salute, pertanto, con grande meraviglia di tutti, sembra migliorare. Maria Antonietta viene a partecipare la buona notizia alla zia che le risponde: - Vedi? Non dobbiamo mai disperare! E' allora che Claudio, scosso da questa regres-sione della malattia, si converte e diventa da quel momento « un modello di pazienza » come attesta la figlia Maria Antonietta. Sopravviverà un anno, levandosi spesso dal letto: è l'ultima ripresa fisica poiché egli muore il 26 ottobre, in via di Chàlon. « In famiglia, abbiamo sempre pensato che la conversione di mio padre era dovuta alle preghiere di mia zia, confida la figlia, Maria Antonietta Duhamel ». Caterina assiste i fratelli man mano che, a uno a uno, arrivano al momento della morte. Giacomo muore nel 1855 e la sorella gli rimette al collo la medaglia miracolosa. Poi, è la volta di Antonio che è ospite della famiglia Meugniot, quando si fa operare a Parigi, prima di morire a Fain, nel 1864...

 

America e vedovanza

Il 15 ottobre 1864, Maria Antonietta Meugniot, a 25 anni, va sposa a un giovane brillante, Euge-nio Duhamel, di 32 anni, che ha il fascino degli uomini avventurosi. Come un tempo il suocero, egli fa carriera nelle ferrovie dove gode di una situazione agiata. L'anno seguente, il 4 agosto 1865, nasce Marta, la maggiore di questa nuova famiglia, e Cate-rina non tarda a conoscerla, perché i Duhamel abitano anche loro nel 120 circondano in cui l'Imperatore ha integrato il villaggio di Reully. Nel dicembre 1866, Maria Antonietta sta per dare alla luce un secondo figlio, quando Eugenio sparisce all'improvviso. Si tratta di un assassinio? La polizia conduce inchieste, e ricerca il corpo del giovane in diversi luoghi. Invano, Maria Antonietta, allora, si veste a lutto. Il 22 gennaio 1867 nasce Giovanne Carolina: i vagiti della piccola asciugano le lacrime della mamma che assume coraggiosamente il suo com-pito dominando la situazione. Le due « mamme » di Fain, Tonina e Caterina, sono accanto a Maria Antonietta, decise e soste-nerla: Caterina con la sua intrepida fede in Dio, che tutto risolve, anche l'impossibile; Tonina col suo buon senso e il suo bagaglio di amare espe-rienze. Ella dice un giorno alla sorella: - Se avessi saputo quel che doveva succe-dermi, mi sarei fatta suora come te. Ma Caterina replica: - Ciascuno ha la propria vocazione. Non avresti oggi la consolazione di aver donato un figlio a Dio. Suor Caterina non si limita ai consigli di ordi-ne spirituale e si occuperà delle nipotine la cui educazione, per il fatto che sono orfane, porrà tanti problemi, in primo luogo di carattere finan-ziario. I fratelli Meugniot, nati dal primo matri-monio del padre, restano indifferenti nei riguardi di Maria Antonietta, loro sorellastra; Caterina, invece, darà alla nipote un aiuto costante e riu-scirà ad interessare anche la sua superiora alla drammatica situazione di Maria Antonietta (n. 961, test. di Leonia Labouré, CLM, 2, p. 283). « Due anni » dopo il dramma, la giovane donna è convocata al Ministero degli affari esteri. - Signora, si tratta di suo marito. - Sì, signore, egli è morto... - No, signora, vive! Maria Antonietta cade priva di sensi... Tornata a casa viene a sapere il seguito della storia. Un amico aveva avuto la sorpresa di incontrare in America Eugenio che si riteneva fosse stato assas-sinato e che invece aveva impiantato un'impor-tante lavanderia industriale. L'amico, non osan-do parlare della sua scoperta alla famiglia di Eugenio, ne aveva informata il Ministero. Che cosa era avvenuto? Il giovane, un bel giorno, aveva preso il treno per le Havre, donde aveva ricevuto sollecitazione per accettare un buon posto in America. Una nave era giusto in partenza, egli vi si imbarcò come un pazzo e solo quando la terra d'Europa disparve al suo sguardo, si rese conto della sua follia... Giunto in America, un mese dopo, non vedeva più altra via d'uscita che di rifarsi una vita sul nuovo continente con la speranza di ritornare in famigila, reso illustre dal successo e dalla for-tuna. Erano quelli i tempi della ricostruzione dell'America, dopo la guerra di secessione, l'as-sassinio di Lincoln e l'abolizione della schia-vitù (1869). Il Nord attirava allora emigranti robusti per confermare la sua preponderanza e la sua vittoria. Ma perché, dunque, Eugenio era partito dal suo paese? Per disaccordo con la moglie? Nien-te affatto: era un marito delicato e premuroso. Una storia di donna? No, storia di mamma: una madre possessiva. Eugenio era l'ultimo nato e la madre, vedova, si era aggrappata a lui come all'estrema difesa contro la solitudine: vedeva in lui il « maritino » della sua vecchiaia. Per meglio conservarselo, si era fatta prendere finan-ziariamente a carico dal figlio, come dallo sposo defunto, spendendo senza contare, con una pro-digalità che mal si armonizzava con la situazione economica del figlio che, pur essendo agiata, non gli permetteva di provvedere senza diffi-coltà al bilancio delle due case: soprattutto quella di sua madre, più dispendiosa. Maria Antonietta amava il marito e aveva creduto ingenuamente di cattivarsi la suocera a forza di gentilezze. Ogni mese le consegnava (senza dirlo neppure a sua madre Tonina) « una busta contenente una parte dello stipendio del marito », ma il problema non era questo. La suocera tormentava il figlio facendogli balenare allo sguardo le meraviglie del-l'America e le proposte mirabolanti provenienti da laggiù: inconsciamente preferiva perdere quel figlio piuttosto che condividerne l'affetto con la nuora. Eugenio tentava di conciliare il tutto partendo con Maria Antonietta. La giovane sposa, ignorando donde venisse la pressione, cercava di far ragionare il marito: - Prender la nave, incinta come sono, con Marta, una bambina di 17 mesi? Sarebbe una vera follia! Debole e diviso tra le due donne - la mamma e la sposa - Eugenio era partito per sfuggire all'ossessione di questo continuo conflitto, ine-briato anche dal miraggio del viaggio. I rimorsi e la vergogna lo straziavano ed egli tentò di addormentarli con il lavoro, accarezzando l'idea di ritornare a casa giustificato da una fortuna che avrebbe reso felici i suoi cari. Anticipiamo l'epilogo di questa storia, che ci riporta a dopo la morte di Suor Caterina. A undici anni dopo la sua partenza, Eugenio torna per l'Esposizione del 1878, dove ha impiantato uno stand « che richiama numerosi clienti per l'abilità di due operaie negre ». Ha fatto fortuna, riannoda i rapporti con gli amici ma non osa presentarsi alla moglie, ed è comprensibile! Arde, però, dal desiderio di rivedere le figlie. La scuola, avver-tita, elude le sue domande; allora egli spia l'usci-ta delle scolare. Avvicina la figlia minore, Gio-vanna: - Sei Adriana? Prima che la bimba nascesse, aveva stabilito con la moglie di darle questo nome, ma gli avve-nimenti avevano disposto in modo diverso: - No, Giovanna! - Figlia mia, vuoi permettermi di abbrac-ciarti? Lo assale tutto un mondo di ricordi che lo scuote: un immenso desiderio di fare qualcosa per sua moglie che ha perduto ogni fiducia in lui, per le figlie che ha abbandonato con deboli mezzi finanziari. Riparte alla volta di New-York architettando progetti di trasferimento dei suoi beni e di liberalità a vantaggio della famiglia. Ma le ricchezze si accumulano e si dissipano presto oltre Atlantico: un incendio divora tutto il quartiere edificato da Eugenio con case di legno. Egli non è coperto da nessuna assicura-zione, la salute non gli resiste sotto questo colpo ed ecco che, a soli 57 anni, ritorna in patria malato: sembra un ottuagenario. Maria Antonietta ha rifiutato il denaro che il marito le offriva, e la ripresa della vita coniugale, ferita da quel-l'abbandono che le era sembrato inesplicabile. Si sente forte. A quel tempo, Caterina non è più in vita: è passata dal suo pollaio al Paradiso. Maria Antonietta si rifiuta di rivedere il marito pentito e saranno le due figlie a trascinarla nella camera della clinica dove Eugenio, distrutto, si lascia cadere dal letto e si getta in ginocchio piangendo ai piedi della sposa. Morrà, poco tempo dopo, il 14 settembre 1889. Ma ritorniamo ai tempi della vita di Caterina. Il 22 maggio 1869, Filippo Meugniot riceve l'or-dinazione sacerdotale nella cappella di San Laz-zaro: è questa una grande gioia per Caterina.

 

Abbondanza di frutti

I frutti sono stati abbondanti nei giardini fa-miliari. Soccorrendo materialmente Maria Anto-nietta, Suor Caterina l'ha salvata dalla dispera-zione e dalla miseria. L'aiuta anche a divenire una donna forte, nel ruolo simultaneo di padre e di madre delle sue due orfanelle, prima di essere, per la terza generazione, una amabile e matriar-cale nonna. Due vocazioni, grazie a Caterina si sono realiz-zate: quella di Maria Luisa, ripresa, e quella di Filippo, suscitata e sostenuta fino al termine da lei. Ha riconciliato con Dio i fratelli e il cognato, miscrendenti o con una fede mediocre, persuasi com'erano che bastasse una « santa nella fami-glia ». Riscoprendo tanti piccoli episodi, sepolti fino ad oggi nell'oblio, ci si meraviglia che Cate-rina abbia fatto tanto per la sua famiglia. Mai, però, a detrimento del dovere di stato. Un giorno, Maria Antonietta Duhamel viene a trovarla mentre sta mungendo le vacche. Suor Caterina continua a far schizzare il tiepido latte nel secchio dove se ne ammassa la schiuma e dice alla nipote, con uno sguardo implorante, lan-ciato di sotto la bestia: - Vedi come mi trovo! Ma, terminato di mungere, va dalla nipote e le presta tutta la sua attenzione. La fedeltà di Caterina al proprio dovere, talvolta, ha irritato i familiari: per lei, l'ufficio è tutto! Leonia Labouré lo sa e si organizza per recarsi dalla zia « durante la ricreazione », ma bisognava cercarla, qualche volta: - Sono quasi certa che è in Cappella - di-ceva Leonia. - Vado a vedere! La trovavo, infatti, quasi sempre là! (CLM 2, p. 284). Leonia si muoveva per farsi notare, ma invano: Caterina, gli occhi fissi sul tabernacolo, sembrava trasformata in una statua; era tutta immersa in Dio. Quando la zia aveva finito di pregare, Leonia mostrava il suo malcontento: - E' molto tempo che vi aspetto. E Caterina, per tutta risposta: - Non ti trovavi in istrada, ma in casa del buon Dio, dove non si sta mai troppo a lungo... La zia era molto puntuale perché ci conge-dava al primo tocco della campana - soggiunge Leonia (CLM 2, p. 282).

 

4. 1 GIARDINI DEL SIGNOR VINCENZO

 

I giardini che fioriscono meglio durante questo periodo, formando la gioia di Suor Caterina, sono quelli del Signor Vincenzo, nelle sue due « fami-glie »: Lazzaristi e Figlie della Carità. Caterina, la cui vocazione era stata suscitata da un sogno meraviglioso, fu sensibile alla deca-denza seguita all'epoca della Rivoluzione. La Ma-donna le aveva affidato la missione di interve-nire presso il suo confessore affinché si uscisse da quello stato: « La Regola non è osservata, la regolarità lascia a desiderare. Vi è un grande rilassamento nelle due Comunità. Dillo a colui che è inca-ricato di voi...».

 

Primi segni di ripresa

Guarigioni, conversioni, atti di protezione crea-no un nuovo clima in comunità. Ogni giorno l'impossibile vede la luce e l'avvenimento nutre le conversazioni e la preghiera: - Non sa che cosa è accaduto?... Le riforme progrediscono: non vi è più posto per compromessi e trufferie. Spariscono stiva-letti, indumenti di seta e preoccupazioni di abbi-gliamenti mondani... Nel 1834, la Madre Boulet ristabiliva l'uniformità nella Compagnia delle Fi-glie della Carità: abito grigio, cornetta uniforme, e la regolarità nella vita comune.

 

Luci del Ritiro

Il 25 maggio 1838, dopo una conferenza ascol-tata alla Casa Madre, sul tema del Nome santis-simo di Maria, Caterina annota la seguente riso-luzione: «Prenderla per modello all'inizio di ogni mia azione (...). Riflettere se Maria ha fatto tale azione, come e perché l'ha compiuta, con quale intenzione. Oh! quanto il nome di Maria è bello e consolante! ». Il Ritiro predicato dal P. Aladel, alla fine del mese di Maria, nel 1843, « amplia i suoi orizzonti » e negli appunti di Suor Caterina si scorge un afflato senza pari. All'inizio, due percezioni ven-gono fissate da lei: « Maria ritta ai piedi della croce, Maria nel Cenacolo con gli Apostoli. Aspettare in silenzio i doni dello Spirito - annota Caterina. - Maria si trovava nel Cenacolo con gli Apostoli e conservava il silenzio, aspettando la discesa dello Spirito. Quale lezione! Maria è il nostro modello (...). O Maria, fate che io vi ami e non mi sarà difficile di imitarvi » (« Appunti di Ritiro », p. 74). Attraverso Maria, Caterina intravede che il servizio dei poveri conduce a « una morte soave» (p. 76): «Maria ha amato i poveri, e una Figlia della Carità che ama i poveri, non temerà la morte. Proverà una grande consolazione perché avrà servito bene i poveri. Non si è mai inteso dire che una Figlia della Carità che ha amato i poveri, sia stata presa da angosce paurose al momento della morte. La si è vista, invece, arricchita delle più dolci consolazioni, morire nel modo più sereno ». Il 4 agosto seguente, il Signor Etienne viene eletto Superiore generale delle due Comunità, a 42 anni. Il 15 agosto, festa dell'Assunzione, egli conclude l'Assemblea rinnovando l'atto di consa-crazione a Maria, pronunciato per la prima volta il 15 agosto 1662, due anni dopo la morte del Fondatore. Quest'atto derivava da quello che le Figlie della Carità pronunciavano fin dal 1658, mentre il Signor Vincenzo viveva ancora, nella festa dell'Immacolata Concezione. « Noi ricorriamo a voi (...). Gradite di acco-glierci tutte in generale, e ciascuna in partico-lare, sotto la vostra protezione (...) e di impe-trarci dall'infinita Bontà che la piccola Com-pagnia delle Figlie della Carità, di cui siamo membri, vi consideri sempre come la sua vera e unica Madre ». Fin dalla prima circolare, in data 8 settembre 1843, il nuovo Superiore generale evoca aperta-mente le apparizioni, come sorgente della Grazia che solleva ora le due famiglie di San Vincenzo. Caterina dové trasalire interiormente, leggendo quanto il Superiore scriveva: «Non posso disconoscere un intervento ve-ramente manifesto dell'Augusta e Immacolata Maria che ci ha dato prove (...) così straordi-narie della sua tenerezza (...). La sua potente mediazione ha ottenuto da Dio che le nostre due famiglie non perissero tra le disgrazie che le hanno accasciate e che il Signore se ne sa-rebbe servito per rianimare la fede. Possiamo attribuire ad altra causa queste vocazioni, così incomprensibilmente numerose, che sorgono da ogni parte (...), questo sviluppo così prodigio-so (...) della vostra Compagnia nel culmine stesso della tempesta? ». L'anno seguente, il 4 agosto 1844, anniversario della sua elezione, il Signor Etienne precisa il proprio pensiero in una lettera di quaranta pa-gine: l'influenza delle visioni di Caterina vi appare ancora più evidente. I sentimenti di gratitudine di Suor Caterina esplodono in rendimento di gra-zie quando ella scrive alla sorella il 15 settembre 1844: « In questo momento, più che mai, il fervore si rinnova nella Comunità, come ai tempi di San Vincenzo. Se vi sono stati degli abusi ora tutto si rinnova! ». Sì, Caterina non teme di ripetere questa pa-rola rinnovare, né di dire: tutto. Si tratta di un rinnovamento radicale, che si opera dall'in-terno, e che investe progressivamente tutta la vita: la preghiera, le relazioni umane, l'iniziativa, la generosità, l'efficacia. Nel maggio 1845, l'elezione di Madre Mazin a capo delle Figlie della Carità accentua questo movimento. Una suora le rende la seguente testi-monianza: «Ci credevamo tornate al tempo felice in cui la nostra Venerabile Luisa de Marillac get-tava, sotto la guida del Santo Fondatore, le basi della Comunità nascente (...). I desideri dei Superiori, non appena conosciuti o intuiti, erano accolti dappertutto con sottomissione e realiz-zati senza che vi si opponesse la minima resi-stenza. Che spettacolo bello offriva allora la Casa Madre! La pietà, il raccoglimento, l'unione ne facevano un luogo di delizie e la serenità diffusa su tutti i volti rivelava la comune feli-cità ». Il rendimento di grazie sommerge le due fami-glie, trascinate in un rinnovamento, al tempo stesso qualitativo e quantitativo. La forza del governo del P. Etienne consiste nel fatto che egli accorda una priorità allo slancio carismatico, dono gratuito, ma unendolo all'osservanza della Regola, di modo che la fiamma e l'ordine regnino in frut-tuosa armonia: la stessa che ispira la vita di Caterina. Il 1° gennaio 1855, il Signor Etienne esprime il parere generale, scrivendo: «La Compagnia, rialzatasi a stento dalle sue rovine, non aveva che un'esistenza molto debole e sterile, e poche speranze di riprendere un giorno il bel posto che aveva occupato nella Chiesa, quando una voce misteriosa le annunciò che Dio si sarebbe servito delle due famiglie di San Vincenzo per rianimare la fede». «La Voce» di cui parla il Signor Etienne èquella intesa da Caterina... Egli continua: «Poco tempo dopo, ebbe luogo, nella cappella della Casa Madre delle Figlie della Carità, la apparizione di Maria Immacolata che fece na-scere la Medaglia Miracolosa. Tale evento si verificò nel 1830. Cominciò, allora, una nuova èra per la Compagnia». In passato, malgrado gli sforzi enumerati daJ Signor Etienne nella sua circolare: «la Compagnia sembrava sempre impotente a risollevarsi, conservando della sua antica vita-lità soltanto un debole bagliore che pareva do-vesse spegnersi ben presto. Le vocazioni vi erano rare e incostanti; non si contavano in Francia che alcune istituzioni languenti e, nei paesi lon-tani, qualche casa abbandonata dove antichi Missionari terminavano tristemente una carriera apostolica che era stata colmata solo di lacrime e di sofferenze, senza che avessero potuto essere addolcite neppure da una speranza consolante. Ma dopo quest'apparizione di Maria Immacolata, tutto cambiò volto. La vita sembrò rinascere nel seno della Comunità. Dal 1831, colonie di Missionari, animati dal più puro e ardente zelo, traversarono i mari andando, nel Levante e in Cina, a riallacciare con le nostre missioni estere quella catena di generazioni che la Rivoluzione aveva spezzato». Un inno di riconoscenza, questo, nel duplice senso del termine: riconoscere e render grazie! Padre Etienne evoca l'espansione mondiale seguita a questo cambiamento di qualità. Il nu-mero delle suore del Seminario è aumentato da appena un centinaio a più di cinquecento. Occorre costruire un gigantesco edificio per accoglierle, ma neppure questo basterà e sarà necessario de-centrare la formazione delle novizie nei diversi paesi e nelle provincie della Comunità. Il movimento è analogo per i Lazzaristi, dove le case agonizzanti ricevono sangue nuovo: un afflusso di giovani. Si devono fare con accani-mento nuove fondazioni, nominando giovani supe-riori che entrano in carica appena la loro forma-zione è terminata: nel 1839, i padri si stabiliscono in Cina e le suore a Smirne. Nel 1842 è la volta della fondazione di Algeri... Il Signor Etienne constata: «Tutto questo è avvenuto durante i 24 anni decorsi dall'apparizione di Maria Immacolata. Chi non vedrebbe in ciò un intervento mera-viglioso del Cielo? Chi non proverebbe gli stessi sentimenti di ammirazione di San Vincenzo e non esclamerebbe con lui: Vi è in questo la mano di Dio? ». La conclusione sfugge al trionfalismo attra-verso lo stesso cammino del Fondatore: « Tutto questo si fonda su un fatto essen-ziale per i figli di San Vincenzo: la virtu' del-l'umiltà ». Le due famiglie vincenziane non sono che uno strumento, ma l'irradiamento della Medaglia èmondiale. La sua diffusione è incalcolabile e rag-giunge il miliardo. Le notizie di conversioni si moltiplicano. Caterina percepisce tutti questi eventi. Nel 1837, una lettera del P. Perboyre, missionario in Cina, molto stimato da Suor Caterina, narra come la Medaglia abbia liberato una donna pazza, che forse era posseduta dal demonio. Dai primi del 1842, Caterina ha saputo una notizia che si diffonde con la rapidità di un ful-mine: tutta la stampa ne parla. Un giovane ban-chiere ebreo, alsaziano, da poco fidanzato, recatosi a Roma con occhio critico riguardo al Catto-licesimo, aveva accettato la Medaglia, provocato da un amico francese: Teodoro de Bussières. E si converte improvvisamente, nella chiesa di Sant'Andrea delle Fratte. La Vergine gli è apparsa come è raffigurata sulla Medaglia: « Non mi ha detto nulla ma ho capito tutto», dice il convertito che, dopo la conversione avvenuta il 20 gennaio, è ricevuto dal Papa Gregorio XVI verso la fine dello stesso mese. Il Cardinal Vicario istruisce sull'evento un processo ufficiale in forma canonica secondo la consuetudine romana. Tutti i testimoni hanno fatto la loro deposi-zione in tale processo: dall'amico del giovane ebreo ai sacerdoti che ne hanno ricevuto le con-fidenze e al sacrestano. Alfonso Ratisbonne, che abbraccia lo stato ecclesiastico, domanda di vedere la suora che, per la prima, ha avuto la medesima visione; vorrebbe condividere con lei la grazia e confermarla... Ma Caterina ha fatto la sua scelta: quella della discre-zione e del lavoro... E rifiuta.

 

Sviluppo e problemi di Reully

A Reully, la comunità in cui vive Suor Cate-rina, il rinnovamento mondiale si concretizza in una laboriosa quotidianità. La casa è impiantata in una strana situazione di cui la nobile fondatrice, Adelaide d'Orlèans, non aveva affatto idea: - Una vera Cina! - dirà ben presto Suor Dufès. Fondata e sovvenzionata dalla famiglia del Re Luigi-Filippo, il vasto edificio di recente costru-zione, sorge in un quartiere miserabile, sempre in effervescenza. Le figlie del Signor Vincenzo vi lavorano cer-cando di farsi tutte a tutti, senza prospettive poli-tiche, preoccupate soltanto di rispondere alle esigenze del Vangelo. E' tutta l'avventura della casa di Reully che assumerà ben presto una forma drammatica. Suor Savart, la prima Superiora di Suor Cate-rina (1819-1844), non si era chiusa nella proprietà come in un'isola: Caterina aveva conservato di lei un luminoso ricordo. - Era una buona suora anziana - diceva - ella voleva che, ogni anno, i primi frutti del-l'orto fossero portati a famiglie bisognose del quartiere o ai suoi buoni anziani; le suore pote-vano gustarne soltanto dopo di loro. L'ebbe come Suor Servente per tredici anni, fino alla morte, avvenuta il 29 dicembre 1844 (n. 656, CLM 2, p. 101). Suor Montecellet, che le succede nel 1845, apre l'era delle fondazioni a servizio del quartiere. Nel 1849 - l'anno del colera - fonda, dal-l'altro lato del giardino, l'opera della « Provvi-denza Santa Maria »: le scuole e un asilo, co-struiti, ma non pagati, che accolgono la miseria fisica e morale, compresa quella dei figli di operai che, in quel tempo, erano sfruttati orri-bilmente. Nel 1850, apre un piccolo internato per le orfane del colera. L'anno seguente è eletta Superiora generale (9 giugno 1851). Suor Mazin, antica Superiora generale, la sostituisce ma solo per alcuni mesi (1851-1852). A Suor Mazin succede Suor Randier, dal 1852 al 1855: un'organizzatrice nata, che unisce, in maniera unica, doti di intelligenza a una gene-rosità creativa. Caterina vuoi molto bene a que-sta sua quarta superiora che, però, le viene tolta assai presto. Le succede Suor Guez (1855-1860), donna av-veduta, che apprezza molto Suor Caterina e sta-bilisce eccellenti relazioni, a tutti i livelli. Ma eccola sostituita anch'essa. L'evoluzione che Suor Guez ha reso stabile, è stata rapida. La casa mantiene difficilmente l'equilibrio tra l'ospizio casalingo dove vivono gli anziani e il servizio del quartiere; tra il compito affidato alla comunità dalla famiglia d'Orléans e le urgenze create dalla miseria. L'amministrazione della famiglia reale protesta contro la partenza di Suor Guez. E anche le suore... Ed ecco arrivare Suor Dufès, l'ultima supe-riora di Caterina. Giunge nella casa il 18 ottobre 1860, ha trentasette anni, progetti grandiosi ed una volontà di ferro, che impegna senza indugi per soccorrere l'immensa miseria del quartiere. La sua giovinezza intraprendente affanna la comu-nità che difende le abitudini stabilite da due Superiore generali. Le suore vorrebbero trovare un appoggio in Caterina, suora anziana dal giu-dizio sicuro, che ormai ha superato la tappa delle nozze d'argento, e può resistere al nuovo stile di vita, che gli anziani ospiti non apprezzano... E quando essi si preoccupano o si lamentano presso la regina Amelia, che si trova in esilio, si crea, di conseguenza, una situazione di disagio. Caterina non entra minimamente in questi motivi di malcontento e difende l'autorità. Giunge fino a riunire le giovani suore esitanti per dir loro: - Non vi immischiate. Nel fuoco della discussione, aggiunge anche: - La Superiora rappresenta il buon Dio! (n. 993, e più avanti, al cap. IX). Suor Dufès le deve moltissimo, avendola scam-pata bella giacché avrebbe potuto essere depo-sta dal suo ufficio (come in altri tempi Maria Luisa Labouré). Le difficoltà tendono a rinascere e Suor Com-bes, di 28 anni, giunta nella casa nel 1861, vi si trova implicata: - Piu' volte fui incitata da Suor Caterina a sottomettermi alla Superiora - ricorda la suora (n. 983, CLM 2, p. 316). Ugualmente, Suor Maurel d'Aragon (21 anni), arrivata a Reully nel 1862, che Suor Caterina un giorno chiama nel suo ufficio: - La nostra vita, è la fede: vedere Dio in tutto, nei Superiori, negli avvenimenti. Suor Maurel ha compreso, per tutta la vita, l'assoluto di Dio, al di là delle lamentele umane. Le lamentele sono quelle degli anziani che si sentono emarginati in questo alveare popolare che accende in loro la nostalgia della vita nel castello. Caterina, che capisce l'importanza dei poveri del quartiere, deve por fine alle loro lamen-tele e mobilitare i loro buoni sentimenti. Suor Dufés ha preso con maestria il soprav-vento sulla situazione, ma è molto difficile far coesistere queste due case situate ai lati opposti del giardino: l'ospizio fondato dalla famiglia d'Orléans e le opere del quartiere popolare. Nel 1865, senza dubbio in seguito a nuove lamentele degli anziani presso la regina Amelia, Caterina dice a Suor Cosnard, una giovane suora: - Enghien sarà trasferito in un castello... Ella ha creduto vedere un « castello della Loi-ra» su cui era scritto « Ospizio di Enghien», ma non indugia su questo presagio che si realizzerà nel 1901 e che costituisce una eccezionale confi-denza. Una vera, reciproca confidenza si è stabi-lita tra Suor Caterina e Suor Cosnard, una nor-manna di 24 anni, che ha saputo apprezzare l'esempio di Caterina e ricorderà tutta la vita i piccoli segreti « pratici di povertà » che Suor Caterina le ha insegnato fin dal suo arrivo nella casa, nel 1864 (CLM 2, p. 258). L'accoglienza di Caterina a queste giovani suore principianti è un tesoro nascosto: « Al mio arrivo (1858), fu suor Caterina ad accogliermi, abbracciandomi per prima con grande cordialità - narra Suor Clavel » (n. 969, CLM 2, p. 296). L'unità della casa deve molto a questa acco-glienza che viene dal cuore, a questi consigli ricchi di profonda esperienza pratica, che Suor Caterina offre alle nuove arrivate: Suor Millon (1859), Suor Combes e Suor Tomas (1861), Suor Maurel d'Aragon e la bretone, Suor Tranchemer (1862): giovani di famiglie nobili e popolane sono riunite al servizio dei poveri in una comunità in cui non vi sono distinzioni e dove si alternano preghiera, momenti di gioia, lavoro... Le più accorte percepiscono la sorprendente santità di Caterina. « Altre suore, forse, apparivano esteriormente altrettanto perfette, ma nessuna produceva, come lei, l'impressione di un'anima annientata dal-l'amor di Dio, della Santissima Vergine e com-pletamente staccata da se stessa », dirà qualche tempo dopo suor Cosnard (n. 938, CLM 2, p. 259). Nel 1856 o 1857, Caterina, nota una suorina di 23 anni, che è stata mandata per qualche giorno a Enghien allo scopo di farla distrarre. Intuisce quel che non va nella giovane suora? Le si accosta mentre attraversa il giardino per andare da Reully a Enghien: - Piccina mia, lei sta rimuginando un cat-tivo pensiero. Ha colto nel segno, Suor Caterina! La « pic-cola » le risponde: - Ero entrata in comunità per curare i ma-lati e non riuscirò mai a parlare in pubblico!... Suor Fouquet, infatti, è stata destinata nel mese di agosto all'asilo di Boulogne e ciò che la rende ammalata nen è il fatto di doversi occupare dei bambini, ma di essere esposta al pubblico, giacché, a quei tempi, tutti « potevano entrare e assistere alle lezioni che la suora faceva ai bimbi », compresi gli adulti. Così la « sorellina », scoraggiata, concluse tristemente: - Preferisco rientrare in famiglia. - Si faccia coraggio - riprese Suor Caterina facendo vibrare il suo robusto accento di borgo-gnona - Io pregherò la Santissima Vergine per lei. Mi prometta di pregarla, a sua volta, per un anno. Sarà promossa agli esami e perseverera nella sua Vocazione! Per due anni, infatti, Suor Fouquet sormonta le sue ripugnanze dopo di che, nel 1858, è desti-nata, secondo il suo primo desiderio, alla casa Nesle (Somme) per assistere gli anziani... come Caterina a Enghien. (Testimonianze di Suor Lenoi--mand, n. 956, PO 45 CLM 2, p. 275; n. 957, CLM 2, p. 276; n. 1268, PAspec, p. 363; cfr. p. 825). Nel 1860, al suo arrivo, Suor Giuseppina Com-bes di 29 anni, azzarda una confidenza impru-dente a una delle compagne. Come Suor Caterina ha potuto saperlo? « Ella mi rimproverò (narra Suor Combes), soggiungendo: - Vedrà tra qualche tempo! Qualche tempo dopo, questa compagna rinun-ciava alla sua vocazione e ritornava nel mondo » (n. 1297, 20 luglio 1909, PAspec, p. 725). Sostenuta ora dalla sua comunità, Suor Dufès procede, tra inestricabili difficoltà finanziarie. La « Provvidenza Santa Maria », costruita da molto tempo in via di Reully, non è stata ancora pagata. Le scadenze incalzano la superiora. Un giorno ella non ha di che pagare il fornaio ed entra in cappella per confidare la sua preoccupazione alla Madonna. Sulla soglia, una visitatrice le chiede dove si trova la cassetta delle offerte, vi depone la propria e se ne va. Suor Dufès vi troverà esattamente la somma che le mancava. Al suo arrivo nella casa, ella sentì stringersi il cuore vedendo girare nella strada dei ragazzi della prima Comunione, ubriachi fradici. Sono dei « tiratori », come vengono chiamati: ragazzi sfruttati dagli stabilimenti di carta da parati, che prosperano sulla miseria di Reully. I giovani vi sono trattati come « bestie da soma », secondo la constatazione di Suor Dufès. La maggior parte non fanno neppure la prima Comunione e quelli che la fanno non vengono preparati all'impor-tante atto. La festa si svolge come una rivincita di questo ambiente frustrato, degradato dalla mi-seria. E' dunque, un combattimento quotidiano, sulla breccia... Alla richiesta del governo, final-mente preoccupato dalla « Cina » di Reully, la scuola delle suore, fondata per questi ragazzi, diventerà ben presto scuola comunale. Il piccolo orfanatrofio, fondato nel 1850 dal-l'Arcivescovo per le orfanelle del colera, vede fiorire delle vocazioni. La domenica è impiegata laboriosamente per insegnare alla gioventù - compresi i « tiratori » delle fabbriche di carta da parati - a leggere e scrivere e il catechismo. I compiti nuovi ed illimitati obbli-gano ad aumentare locali e suore, cosa facilitata dalla sovrabbondanza di novizie. In seguito al colera del 1866 occorre sistemare le soffitte per altre orfane. La casa di Enghien contava 5 suore quando vi giunse Caterina, 29 nel 1860 all'arrivo di Suor Dufés, 40 nel 1870. Le nuove creazioni della comunità stimolano slanci generosi ma in mezzo ad avventure che lasciano le suore in allarme. Il 17 febbraio 1863, martedì grasso, alle 4 del mattino, un violento incendio scoppia nella fab-brica di carta da parati, contigua alla cappella di Reully. Le fiamme lambiscono il tetto delle suore, minacciando di divorare tutto il caseg-giato. « Eravamo costernate, scrive Suor Filomena Millon. Suor Caterina, calmissima, prega da-vanti alla statua della Madonna del giardino. Ella rassicura Suor Dufès e tutta la comunità: - Non abbiamo paura di niente; l'incendio si fermerà e non accadrà loro alcun male ». I bambini, ai quali le suore fanno ripetere il catechismo nei parlatori, sono i figli degli insorti del 1848: tumultuosi, innalzano un giorno una barricata nella via di Picpus, allora tanto tran-quilla. Panico degli anziani, antichi servitori del-l'alta nobiltà, i quali avevano pur predetto che le suore avevano torto di attirare in casa quella ragazzaglia. Essi presentano le loro rimostranze al riguardo presso influenti personalità. Dal fondo dell'esilio, la regina Maria Amelia abbandona la sua consueta benevolenza per pregare Suor Dufès di non accogliere più quella gioventù turbolenta in casa. (n. 1360, p. 17-18). Suor Dufès non cede: l'avvenire di quei ragazzi è l'avvenire di Dio in questo quartiere abbando-nato. Al n. 79 della via di Reully (accanto al 77 dove le Suore fondarono le prime opere) la comu-nità possiede un vasto appezzamento di terreno occupato da un cordaio che l'ha preso in affitto. Questi avanza delle pretese elevate per disdire il contratto... Suor Dufès, allora, mobilita la preghiera: le suore improvvisano, un'intera notte di adora-zione continuata. Ed ecco che l'indomani, il loca-tario viene spontaneamente con proposte ragio-nevoli, che Suor Dufès accetta immediatamente. E costruisce scuole dotate di un cortile interno: viene fondato così il patronato dei ragazzi, dove fin dal 1864 i giovani sono formati, istruiti, cate-chizzati. Autorizzati ad aggregarsi a una nuova Associazione di Figli di Maria, organizzata dal Signor Etienne, essi vi entrano con entusiasmo. (Crapez, Vita di Caterina Labouré, 1911, p. 167). Nel 1868, la regale fondatrice si preoccupa di vedere la sua opera - l'ospizio - emarginata da questo profluvio di attività. Non è questo lo scopo della fondazione, che ella sovvenziona sempre con un contributo di 500 F. per ogni ospite an-ziano, di 600 F. per ciascuna suora e di 1200 per il cappellano. Agisce perciò con tutta la sua auto-revole influenza, ma Suor Dufès non si piega. Dopo tutto, la famiglia reale non ha fondato che la casa di Enghien ed ora vi sono due case. Le 25 suore occupate nelle opere del quartiere - non sovvenzionate - alloggeranno all'altro lato del giardino, in via di Reully, compresa Suor Dufès che prende così le proprie distanze. E, fin dal 1867, gli esercizi di comunità vengono trasferiti anch 'essi in via di Reully, mentre nell'ospizio in via di Picpus, vengono lasciate soltanto le suore incaricate di assistere gli anziani. Suor Dufès af-fida la responsabilità della casa a Suor Caterina, consegnandogliene le chiavi. Tale soluzione obbliga a costruire ancora e le preoccupazioni finanziarie diventano grandi co-me case, le scadenze dei pagamenti impossibili a rispettarsi. Un giorno, mentre Suor Dufès fa la questua, non per la sua casa, ma per la chiesa della Madonna delle Vittorie, viene interpellata da una benefattrice, molto attenta... Tempo perduto, a suo avviso, in una giornata tanto piena... Ma la signora ha annotato l'indirizzo e qualche giorno dopo, passa a Reully e consegna a Suor Dufès 30.000 franchi-oro per la casa, in memoria della figlia defunta: il problema economico è ormai risolto.

 

Suora « Tutto fare »

Quale posto occupa Suor Caterina in questa comunità? Sebbene responsabile dell'Ospizio, non partecipa alle deliberazioni e decisioni riguardo alla casa: si fa poco caso della sua persona. E' solo la « suora regolare », vaccaia, contadina, suora «tuttofare », il che sembra del tutto natu-rale. E, poiché ella appare contenta, non si va tanto per il sottile... Caterina si compiace di vedere la gioventù della casa e non crea problemi a nessuno. Né in portineria, né altrove; nessuno, infatti, si lamenta di lei che è la brava faccen-diera, capace di risolvere i mille problemi, mate-riali o... caratteriali. Tutto ciò sembra normale e nessuno pensa a essergliene riconoscente. Suor Dufès, sebbene sia stata avvertita in via confidenziale, che Caterina è la veggente del 1830, la tratta con severità: « Cinque o sei volte - narra Suor Cosnard -, ho visto Suor Caterina in ginocchio davanti a Suor Dufès, che la rimproverava di mancanze da lei non commesse e delle quali non era responsabile. I rimproveri erano vivaci, molto vivaci, ma Suor Caterina, benché innocente, non si è mai scusata. Mi è sembrato, tuttavia, che nel suo animo vi fosse una lotta... Le labbra le si muovevano come volessero aprirsi (...). La lotta è sempre finita col trionfo dell'umiltà. Sono stata tanto impressionata (...) che ho chiesto a Suor Dufès come poteva trattar(la) così... (... Ella) mi rispose, con un tono di grande fermezza: - Mi lasci fare, Sorella mi sento ispirata ad agire così » (n. 291, PAspec 44, p. 652 e n. 937, CLM 2, p. 256). L'atteggiamento severo della superiora è con-tagioso: alcune suore istruite, che fanno bella figura nella comunità, non fanno alcun conto del-la persona e del giudizio di questa suora incolta, le cui maniere e il grembiule sanno di stalla... Come assicura Suor Clavel, una di queste suore « umilia », « schernisce » la veggente fino a trat-tarla da « stupida » e « sempliciotta » (n. 970 e 972, CLM 2, p. 298-300). Ma Caterina, accogliente, è un rifugio per le nuove venute, che spesso in questo maledetto quartiere si trovano a disagio o imbarazzate di fronte a compiti nuovi. Se le domestiche le vogliono molto bene, è per-ché ella è attenta alle loro necessità. Cecilia Delaporte, la piccola guardarobiera di 20 anni, cade ammalata al suo arrivo nella casa, nel 1868, ed è Suor Caterina che va a farle visita (come Bernardetta visiterà Giovanna Jar-det, la servetta ammalata di Nevers, dimenticata nella sua mansarda). Nel gran freddo del tragico inverno 1870-1871, ella porterà a Cecilia « un piumino e un bicchierino di elisir »: « Un giorno - ricorda la ragazza - porgevo i ferri alle suore che stiravano. Suor Caterina si accorse che avevo caldo e mi diede un bic-chiere di latte » (n. 1018, PO 85, CLM 2, p. 348). Tra Caterina, i poveri e i bambini si stabilisce subito un rapporto: tutti quelli che si trovano in imbarazzo ricorrono a lei come a una buona non-na, che ha messo radici nella casa, salvo a dimen-ticare l'anziana dopo aver imparato a volare con le proprie ali... I vecchi le sono grati perché Suor Caterina mantiene in ordine l'ospizio, quando è diventato un'opera marginale, nell'alveare straripante di attività. E quell'ordine torna a vantaggio di Suor Dufès, che i fondatori avrebbero voluto far partire se così non fosse stato. Caterina non si rispar-mia e sembra meravigliosamente presente su tutti i fronti: l'orto e il cortile, la portineria e i poveri. Continua ad addossarsi le faccende pe-santi e umili; è sempre lei, infatti, che dà la cera con grande fatica alle scale degli anziani. Si pensa che Suor Caterina sia robusta; tuttavia faccende del genere non sono più per la sua età, che tocca la sessantina! Si meraviglia di sentire talvolta che il cuore le cede... Ma supera il males-sere e riprende respiro: volere è potere! Suor Caterina gode una riputazione discreta ma solida come assistente degli agonizzanti... Sì priva del sonno secondo le esigenze di queste agonie, frequenti negli anziani: soltanto tra gli uomini, ne muoiono tre o quattro l'anno. Caterina unisce armoniosamente la cura del corpo alla pre-ghiera e tutti coloro che sono vegliati da lei tro-vano la pace. Se miscredenti si riconciliano con Dio e, tal-volta, fanno una « santa morte » come si dice nella casa. Suor Dufès, alla fine della vita di Suor Caterina, constata che nessuno dei ricoverati èmorto senza essersi riconciliato col Signore. Suor Elisabetta de Brioys, di nobile famiglia, ma anche donna di « grande intelligenza e grande virtù », tiene a che Caterina le renda quest'ultimo servizio. Figlia della Carità dal 1852, Elisabetta è stata accettata in Comunità per le sue doti spirituali, malgrado fosse affetta da una tuber-colosi che si complica poi con una meningite. Durante l'estate del 1863, il 24 agosto la suora esce dal coma e, lucidissima, dice a Suor d'Aragon che la veglia: - Muoio, cerchi Suor Caterina, le dica di noi lasciarmi! E' tardi e Suor d'Aragon rimanda la realizza-zione del desiderio della compagna, che appare prematuro tanto più che ella stessa le sta vicina per assisterla... Alle 11 di sera l'ammalata « ripete » la sua domanda. Suor Caterina è a letto dalle 9 e dorme profondamente. Suor Clara la scuote, ella si sveglia amabilmente, si mette la cornetta ed eccola al suo posto accanto al letto della moribonda, a vegliarla con lo sguardo buono dei suoi occhi azzurri pregando tranquillamente. Alle 4 del mattino suona la campana dell'alzata: Cate-rina continua a pregare... Il rantolo dell'ammalata si accentua, ma con ritmo tranquillo... Suor Elisabetta si spegne alle sei, ai primi raggi del sole del '25 agosto. Suor Caterina si allontana e riprende il suo lavoro quotidiano.

 

Il giardino delle Figlie di Maria

In questo irradiamento Caterina è particolar-mente sensibile a un punto, quello che era stata incaricata di trasmettere al P. Aladel: « La Vergine Santa vuole da lei una mis-sione (...). Lei ne sarà il fondatore e il direttore. Si tratta di una Confraternita di Figlie di Maria, alla quale la Santissima Vergine accorderà molte grazie. Lei otterrà delle indulgenze (...). Si celebreranno molte feste, il mese di Maria si celebrerà con grande solennità e la devozione diverrà generale ». Il desiderio della Madonna trovò una realizza-zione spontanea nel 1838, in un periodo nel quale il P. Aladel era terzo assistente e collaboratore del P. Etienne, allora procuratore generale. Be-nigna Hairon, nata a Beaune nel 1822, riunisce in quella città un primo gruppo di Figlie di Maria, l'8 dicembre 1838: la ragazza ha 16 anni e diviene così, come ella stessa affermava, « la prima asso-ciata », nella casa delle Figlie della Carità. L'As-sociazione è costituita il 2 febbraio 1840 e, da allora, si diffonde un po' dappertutto in provin-cia: a Sant'Eulalia di Bordeaux, il 19 marzo 1840, a Saint-Flour, nel 1841. La prima Associazione parigina nasce a Saint-Louis-en-l'Isle, il 16 dicem-bre 1845. Il P. Etienne nomina allora Aladel diret-tore della nuova opera. Il 20 giugno 1847, egli si reca a Roma ed ottiene da Pio IX un'udienza in cui il Papa accorda, apponendovi la sua firma, la facoltà « di stabilire nelle scuole dirette dalle Figlie della Carità », un'Associazione sotto il patrocinio della Vergine Immacolata, con tutti i privilegi di cui godeva l'Associazione fondata da lunga data a Roma dai Padri Gesuiti. Nel 1848, P. Aladel pubblica un Manuale delle Figlie di Maria, le cui edizioni si succedono a ritmo incessante: 25.000 copie in meno di 10 anni. Nel 1851 il movimento si estende a Reully dove vi sono tredici candidate. Il 21 novembre il Signor Aladel viene a fondare di persona l'As-sociazione, con la collaborazione del cappellano Don Pietro Coullié, futuro cardinale, e consegna la medaglia alle tre prime aspiranti, orfanelle, Ester, Antonietta e Zoe. L'8 dicembre seguente, altre entrano nel gruppo che elegge una presi-dente, Carolina Huot, dodicenne: una fiamma ar-dente, quest'adolescente! E' l'incantesimo di una specie di « millenari-smo »? No, il registro dei verbali di Reully annota spietatamente un rilassamento nell'Associa-zione. In data 20 febbraio 1853, come si legge nel detto registro, per mancanza di « riunioni so-lenni delle Figlie di Maria », non esiste « un consiglio, non vi sono nuove ammissioni. Poco a poco diminuisce il fervore (...). Le nostre riunioni settimanali diventavano di volta in volta meno numerose. Le Figlie di Maria sembravano non capire più l'ineffabile felicità di apparte-nere alla loro (...) amabile Madre. Questo titolo così dolce sembrava essere divenuto solo un nome vano e quel nastro azzurro (...) un frivolo ornamento ». Ma il carisma, svuotato dall'interno, ritrova un secondo soffio ancor più profondo. E' così che il gruppo accoglie nel 1858 Maria Antonietta Meu-gniot, nipote di Suor Caterina. Nel 1860, Carolina, la presidente-fondatrice, cade ammalata; conta ora 21 anni di età e 9 di carica, ma il declino fisico sembra intensificare il fervore e la qualità della sua testimonianza. Smagrita, diafana, sempre gioiosa, presiede le riunioni e pronuncia parole così luminose che vi si scorge un'ispirazione divina. « Giustezza e precisione mostravano che le sue parole erano dettate dal buon Dio », leg-giamo nel registro il 17 dicembre 1859, all'indo-mani della sua morte. Caterina resta vigilante e i suoi consigli come il suo esempio sostengono il fervore.

 

5. IL GIARDINO SEGRETO

 

Ella serba nell'intimo del cuore il suo « giar-dino chiuso » di cui difende l'intimità con rara efficacia. I grossi zoccoli, il grembiale sudicio di contadina e la sua discrezione sono i baluardi dietro i quali si mette al sicuro il suo segreto che è più minacciato di quanto non appaia.

 

L'incognito in pericolo

Diventa, infatti, sempre più difficile dissimu-lare chi è « la novizia del 1830 »: la notizia co-mincia a circolare negli anni '50... mentre i Supe-riori e altri lo sanno o l'indovinano. Nel 1855 Suor Charvier, durante il periodo di Seminario, sente dire: «La Suora che ha visto la Santissima Ver-gine è adesso occupata a curar le vacche in una casa di Parigi. Ora (racconta Suor Charvier), fui destinata proprio alla casa di Enghien, nello stesso ufficio di Suor Caterina. Ebbi allora l'idea che quella Suor Labouré, addetta alla cura delle vacche, potesse essere la veggente della Vergine Santis-sima. L'osservavo, quindi, più da vicino, la tro-vavo molto pia ed umile e, tuttavia, mi dicevo: - No, non può essere lei che ha visto la Sautissima Vergine. Non la trovavo, infatti, abbastanza mistica...». Dal 1855 in poi, Caterina è continuamente insidiata. Non solo Suor Dufès, prima di essere nominata superiora della casa nel 1860, è stata avvertita del segreto, ma anche giovani suore provenienti a Reully dal Seminario, « sanno »... Ugualmente, i sacerdoti (il futuro cardinal Coul-lié, cappellano della casa), la famiglia di Cate-rina..., e « La Nera » che lo dice al primo che capita. Tentativi di violare il « giardino chiuso » di Suor Caterina e piccoli incidenti si moltipli-cano... ed è soltanto a forza di ascendente ma anche di astuzia paesana che ella riesce a difen-dere la discrezione... suscitando spesso il dubbio. Un giorno Suor Dufès si lascia convincere da alcune benefattrici desiderose di « vedere la suora che ha avuto la visione della Santissima Vergine » e, dopo essersi schermita, ha finito col cedere: - Ebbene! le accompagnerò al refettorio de-gli anziani dove la suora in questione sta facendo il servizio. « Le visitatrici erano appena entrate », che Suor Caterina « si eclissò con grande stupore della Superiora che non l'aveva mai veduta compor-tarsi in quel modo ». Come aveva sospettato il tranello? Dopo la partenza delle persone venute in visita si recò da Suor Dufès e la pregò « di non indirizzarle più visite simili » n. 1014).

 

Il Giardiniere

Suor Caterina sa di non essere la giardiniera di questo « giardino chiuso », ma è il P. Aladel che detiene l'autorità di Dio e della Chiesa, e lui che possiede sapere e potere in un mondo che essa intuisce complicato. Da buona contadina, ella sa che gli impulsi chimerici sono destinati a finire in uno smacco. Vede « l'incapacità » delle giovani suore volenterose ad allevare piccioni o polli e sa di aver anch'essa la peggio quando contratta con i sensali: si sente incapace nelle cose che ignora. Il successo di cui è lo strumento non la me-bria: tutto progredisce in uno slancio in cui non mancano le spine dolorose come accade nelle ore del parto. Le relazioni con il Padre Aladel restano diffi-cili, tese; il confessore sospetta sempre l'eccesso, l'illusione. La Medaglia è un affare chiuso... Che non vi si ritorni più sopra! Caterina, invece, vi ritorna, anche se non ha più alcuna apparizione. Ma la voce interiore della Madonna le ricorda la missione che le ha affidato e le conseguenze che ne derivano. Come mai quella cappella è ancora chiusa al pubblico, mentre la Madonna vi ha aperto una sorgente di grazie? Come mai l'anniversario di quell'evento non è commemo-rato da qualche pellegrinaggio, da una comunione annuale di tutta la Comunità?

 

Richeste insoddisfatte

Ciò che tormenta Suor Caterina, fin dal 1839, è la costruzione di un altare e di una statua commernorativa nel luogo della prima apparizione a lato dell'altare, a destra di chi guarda. E tale statua avrà un globo nelle mani: cosa che fino ad oggi è stata dimenticata. Si decide a parlare, osa e insiste nell'ombra del confessionale. Il Si-gnor Aladel si accalora e il malcontento la vince sull'abituale discrezione del suo carattere: - Vespaccia! L'interiezione ha passato la tendina nera del confessionale e raggiunge qualche orecchio fine... - Il confessionale tremava - ha creduto po-ter affermare un testimone... Richiesta non sod-disfatta. Nel 1841-1842, tuttavia, P. Aladel, che è in profonda armonia di sentimenti con Suor Ca-terina a dispetto delle tensioni superficiali, sem-bra si lasci convincere. Lo stesso successo della Medaglia miracolosa, le 100.000 copie della No-tizia da lui scritta, esaurite, lo costringono a fare una nuova edizione del suo opuscolo, da lui rive-duto. Egli fa ampliare la cappella della rue du Bac, divenuta troppo angusta, e costruire un nuovo Seminario per 500 giovani Suore. Questo obbliga a riflettere, a tracciare piani. A lungo andare, l'insistenza di Caterina si fa strada... Fu il P. Aladel a invitarla, il 15 agosto 1841, a met-tere per iscritto il racconto dell'apparizione della Medaglia? Oppure ella lo fece perché fosse letto, giacché non riusciva a farsi ascoltare? Quest'autografo insiste su dettagli descrittivi: «Attraverso il velo, ho scorto i capelli che incorniciavano la fronte e le tempia, ricoperti da una trina alta tre centimetri, senza incre-spature, cioè appoggiata leggermente sui capelli: il volto era piuttosto scoperto ». Ma ciò che le interessa, sono i desideri della Vergine che ella ha già presentato a viva voce... In un tempo in cui la comunione quotidiana non era accordata, Caterina chiede una comunione supplementare di tutta la Comunità per celebrare l'anniversario dell'apparizione di Maria. E, so-prattutto, ripete per iscritto: « Ora mi sento spinta, da due anni, a dirle di far costruire o innalzare un altare della Santissi-ma Vergine nel luogo stesso in cui è apparsa ». Quest'altare deve comportare una statua della Vergine, come ella l'ha vista in quel luogo: Cate-rina insiste su un dettaglio inedito: la Madonna tiene «una «sfera » tra le mani, rappresentante il globo terrestre. Teneva le mani elevate all'al-tezza della vita, in atteggiamento molto spon-taneo, gli occhi rivolti al Cielo ». (n. 445457, CLM 1, p. 293). E' uno sguardo di implorazione e un gesto di offerta per questo mondo: i suoi figli che Ella desidera proteggere. «A questo punto il suo volto era di una bellezza straordinaria che non potrei descrivere e poi, d'un tratto, ho scorto degli anelli alle sue dita, adorni di pietre preziose, l'una più bella dell'altra ». La voce le fa comprendere che non si ha mai troppa speranza nella protezione di Maria: « Le pietre che non emanano luce, sono le grazie che ci si dimentica di implorare». (n. 631-632, CLM 1, p. 344-346). In quell'anno 1841, la domanda insistente di Caterina provoca un'inchiesta supplementare. Le sue indicazioni, per la prima volta, vengono an-notate su un foglio in forma di progetto, che sarà consegnato al pittore Letaille perché ese-guisca l'immagine che ella domanda. L'« essen-ziale » consiste in questo: « La Vergine Santissima tiene leggermente il globo tra le mani, rischiarandolo di viva luce. L'importante è dare la percezione esatta di que-sta luce intensa che illumina la terra e che è concentrata nelle mani, da lui nasce la sorgente luminosa. La Vergine Santa guarda questa po-vera terra con tenerezza materna. Intorno alla figura vi sarà la scritta: O Maria concepita senza peccato, pregate per noi». Letaille, sulla traccia di tali indicazioni, ab-bozza il disegno del quadro desiderato: una Ver-gine in piedi, coronata di stelle, la luna sotto i suoi piedi secondo il cap. 12 dell'Apocalisse e il foglietto-programma. La Madonna tiene tra le mani un enorme globo: mezzo (sorprendente) per impedire che i raggi emananti dalle mani nascondano questo globo. Malgrado le speranze di Caterina, il progetto non viene preso in considerazione.

 

La Croce del 1848

Nel 1848, all'inizio della Rivoluzione, come già nel 1830, ella è pervasa da un soffio simbolico e profetico che riceve come una grazia, come una richiesta... E questo in un clima nuovo giacché in quegli ultimi anni si è affermato l'irradiamento religioso di Chateaubriand. L'ostilità all'oscuran-tismo medievale ha fatto posto ad una nostalgia del Medio Evo gotico e della Chiesa: un movi-mento carismatico e poetico è nato intorno alla Medaglia. Ozanam la portava quando fondò le Conferenze di San Vincenzo de' Paoli nel 1833; Newman se l'era messa al collo, il 22 agosto 1845, due mesi prima della sua conversione, avve-nuta il 9 ottobre. Caterina non ha analizzato tutti questi avve-nimenti anche perché non legge molto. La nuova visione la domina improvvisamente, gratuita-mente, dall'intimo del suo spirito, come le pre-cedenti: ciò che le è concesso di contemplare, è il trionfo della Croce, un trionfo che si deve realizzare: un crocifisso monumentale deve es-sere innalzato nella città di Parigi: esso raffor-zerà i vincoli dei cristiani col Cristo crocifisso. Caterina non dà, alla caduta del Re Luigi Fi-lippo, maggior importanza di quella che diede alla caduta di Carlo X nel 1830; è tutta protesa verso l'avvenire di Dio. « Questa croce sarà chiamata la croce della vittoria. Sarà tenuta in grande venerazione. Da tutta la Francia e dai paesi più lontani, per-fino dall'estero, verranno a contemplarla, gli uni per devozione, gli altri in pellegrinaggio, altri ancora per curiosità. Infine, si verifiche-ranno fatti di protezione tanto speciali, che assomiglieranno a miracoli. Nessuno verrà a Parigi senza recarsi a visitare e vedere questa croce, come un'opera d'arte. Nell'autografo, Suor Caterina, invece di « l'art » « l'arte »), ha scritto « lard » (= « lardo »), il che diminuisce il suo credito. Il sublime si af-fonda nella volgarità e il P. Aladel vi trova motivo per sorriderne... Ma ella continua imper-turbabile, passando dal futuro al passato: « Sul piedistallo della croce, sarà rappresen-tata tutta la rivoluzione, così come si è svolta. La base della croce mi è sembrato misurasse da 10 a 12 piedi di larghezza e la croce da 15 a 20 piedi d'altezza; una volta innalzata, tuttavia, mi pareva fosse alta circa 30 piedi ». Le proporzioni sono più modeste di quelle di Paul Claudel quando progettava una cattedrale sotterranea a Chicago con un campanile di 700 metri. « Sotto questa croce, riposerà una parte dei morti e dei feriti durante gli avvenimenti tanto penosi (...) ». Tra quei morti, Caterina ne discerne uno con particolare intensità (come nella visione del 1830): « A questo punto, appare un braccio e una voce risuona, dicendo: - Scorre il sangue! E, indicando quel sangue: - L'innocente muore, il pastore dà la pro-pria vita ». Sappiamo che Monsignor Affre morì sulle bar-ricate del 1848, in atto di recarvisi come messag-gero di pace... « La croce mi è apparsa bellissima. Nostro Signore sembrava appena spirato, con la corona di spine sul capo, i capelli sparsi tra le spine della corona, sulla nuca, la testa inclinata dalla parte del cuore. La piaga del fianco destro (...) mi sembrava fosse lunga tre dita e ne scaturi-vano gocce di sangue. Questa croce mi sembrò di un legno prezioso, non comune e ornata d'oro o dorata ». La vivace visione è piena di speranza. Cate-rina si sente spinta a parlarne al P. Aladel. - Ci risiamo!... - pensa il confessore. Ripete le sue solite raccomandazioni contro ogni genere di illusioni. Caterina torna alla ca-rica, ma senza successo, cosicché il 30 luglio 1848, si decide a prender la penna: « Padre, ecco (...) che, per la terza volta, le parlo di questa croce, dopo aver consul-tato il buon Dio, la Santissima Vergine e San Vincenzo, nostro padre, il giorno della sua festa e per tutta l'ottava in cui mi sono abbandonata completamente a Lui e l'ho pregato che mi liberasse da qualsiasi pensiero singolare a que-sto riguardo e su tante altre cose. Invece di sentirmi sollevata, mi sono sentita sempre più spinta a riferirle tutto per iscritto. Così, per obbedienza, mi sottometto e penso che non sarò più turbata da simili pensieri. Col più profondo rispetto, sono la sua figliola, devotissima al Sacro Cuore di Gesù e a Maria ». Lancia quest'ultima implorazione sulla carta, come si lancia una bottiglia in mare; lascia in bianco la terza pagina, mentre scrive l'indirizzo su una parte della quarta (che spesso, allora, veniva utilizzata a tale scopo, per economizzare una busta). L'indirizzo è redatto secondo la for-mula tradizionale che ripete cerimoniosamente il titolo del destinatario: Al Signor Signor Aladelle Direttore delle Figlie della Carità. Caterina ha commesso un errore di ortografia scrivendo il nome del direttore, che ha messo al femminile... Prima di chiudere la lettera, aggiunge, in pri-ma pagina, uno schizzo per esprimere concretamente il luogo dove la croce era collocata. Questa iscrizione, che accompagna lo schizzo, traduce il suo tormento: «Dal momento in cui è stata innalzata ed ha percorso una parte della città di Parigi per gettare il terrore nei cuori, ed è venuta a fer-marsi davanti alla cattedrale di « Notre-Dame», era portata da parecchi uomini che apparivano corrucciati in volto. Infine, essi hanno abban-donato la croce che è caduta nel fango e sono fuggiti. Mi è sembrato che li avesse invasi uno sbigottimento interiore, costringendoli ad andar-sene, abbandonando tutto. Questa croce è coperta da un velo di crespo». Da Vincenzo: Tale visione, dai colori intensi, è interpretata Suor Caterina come quella del cuore di San « Il bianco che tocca la testa di Nostro Si-gnore, simboleggia l'innocenza, Il rosso (è) il sangue che scorre L'azzurro, è la livrea della Santissima Ver-gine». Caterina non sembra aver sognato che questi sono i tre colori della bandiera francese... seb-bene in ordine inverso. Proietta il vivo delle sue visioni, senza vagliarle con la ragione. Quale vincolo corre tra quest'immagine di profanazione e la croce trion-fale che deve essere eretta? E' un atto di ripa-razione? Ella non lo precisa... Tutto ciò può sem-brare strano, oggi. Ma la visione si presentava con un'apparenza imponente che penetrava nella coscienza popolare della metà del secolo XIX, in cui la Croce aveva un prestigio e una popolarità immensi. L'apparizione di una croce luminosa a Migné (Vienne) nel 1826 aveva lasciato un ricordo durevole negli animi... Vi furono anche altre ap-parizioni della Croce, più frequenti in quell'epoca di quelle della Vergine. Era il tempo in cui venivano innalzati in tutta la Francia dei cai-vari, a migliaia, come una protesta all'icono-clastia e alle bestemmie dell'inizio di secolo. In piena Rivoluzione, nel 1848, il 24 febbraio, senza dubbio dopo la visione profetica di Caterina, una croce, presa durante l'invasione del Palazzo Reale, era stata effettivamente portata in trionfo dagli insorti: punto in comune con la visione di Caterina. L'insurrezione che saccheggiava il Pa-lazzo Reale era divenuta processione per accom-pagnare quel Crocifisso in chiesa, stando alle cro-nache del tempo. « Giovedì scorso (24 febbraio), nel momento in cui il popolo aveva invaso le « Tuileries » e ne stava gettando dalle finestre mobili e pitture, un giovane che fa parte della Conferenza di San Vincenzo de' Paoli, accorse in tutta fretta in cappella, temendo (...) una profanazione (...). Il pio giovane pregò alcune delle guardie nazio-nali di aiutarlo a portar via i vasi sacri e il Crocifisso (...). Nel cortile, risuonarono grida contro gli uomini che passavano carichi di quel prezioso deposito. Allora, quello che portava il Crocifisso, lo innalzò in aria gridando: - Volete essere rigenerati? Ebbene! non dimenticate che potrete esserlo soltanto per mezzo del Cristo! - Oh! sì, sì, rispose un gran numero di voci, è il Maestro di noi tutti! E tutti si scoprirono il capo al grido di: Viva il Cristo! Il Crocifisso e un calice senza patena furono portati per così dire in processione fino alla chiesa di San Rocco dove furono ricevuti dal Parroco (dall'Amico della Religione, 29 feb-braio 1848, p. 497. CLM 1, p. 321)». Nel 1848, a differenza del 1830, il popolo rivo-luzionario di Parigi acclamava spontaneamente alla croce di Cristo. Caterina lo percepiva e se si fosse innalzato il calvario che ella chiedeva, avrebbe potuto avere un irradiamento analogo a quello avuto dalla Medaglia miracolosa. Questo monumento sarebbe stato il logico coronamento delle sue visioni perché le avrebbe ricentrate sul Cristo. Tale logica era una convinzione profonda di Caterina che l'esprimerà in una delle sue ultime parole, quelle in cui, sul letto di morte, tradurrà la sua gioia di andare a ricongiungersi con « Nostro Signore, la Santissima Vergine e San Vincenzo ». Questa frase riassume il tema delle sue visioni ma in ordine inverso. Caterina ebbe prima la visione del cuore di San Vincenzo, nell'aprile 1830, continuò con le apparizioni della Vergine a cominciare dall'estate dello stesso anno. E tutto culminava in quel trionfo della Croce di Nostro Signore nel 1848, nel solco delle visioni eucaristiche del 1830. San Vincenzo e la Madonna avevano trovato, non senza difficoltà, un'eco presso il P. Aladel, ma il grandioso pro-getto della Croce non fu accolto e venne sepolto... non senza sofferenza da parte di Caterina. Le sembrava che il desiderio stesso del Signore e, nello stesso tempo, la sua missione fossero stati amputati. In conflitto tra la visione e l'obbe-dienza, si è liberata la coscienza, mettendo tutto per iscritto e ora si rifugia nel Signore. Non ne riparlerà più...

 

Un altare ed una statua

La Suor Caterina continua ad essere tormen-tata dall'ansioso desiderio di un altare, con la Vergine del globo, che commemorerebbe l'apparizione e aprirebbe la cappella alla sua vocazione di luogo di pellegrinaggi. Il P. Aladel, sempre più carico di responsa-bilità per lo sviluppo delle « Figlie di Maria », prende allora le distanze da Suor Caterina. Nel 1851, il P. Chinchon diviene il suo confessore ordinario a Reully e lo sarà fino al 1875. Egli ha 35 anni ed ascolta di più, sebbene non cooperi maggiormente del confratello. E' dietro iniziativa del P. Chinchon o del P. Aladel che Suor Cate-rina, nel 1856, redige un racconto autografo sulle prime apparizioni: quella del cuore di San Vin-cenzo e quella, del tutto sconosciuta, in cui la Vergine le aveva affidato una missione, il 18 lu-glio 1830? Questi scritti rimarranno segretissimi. Ma qualcosa si produce nel senso dei suoi voti. L'ampliamento della cappella, cominciato nel 1849, comporta la realizzazione di un nuovo altar maggiore, dietro cui si innalzerà una statua della Vergine dei raggi, secondo il modello della Medaglia miracolosa. Tali realizzazioni si verificarono secondo la logica del progetto di ampliamento che compor-tava l'aggiunta delle navate laterali, più che se-condo le richieste di Caterina: -Non era affatto questo che ella doman-dava - assicurava Suor Hannezò, bene informata al ri-guardo (n. 1315). Né il luogo, né la forma: - Ella non era affatto contenta della sta-tua della Santissima Vergine perché questa non era rappresentata come l'aveva vista lei (...), con la « sfera » del mondo tra le mani (Suor Cosnard, n. 937, CLM 2, p. 255). Il P. Chincon, il nuovo confessore, riconosce che Caterina si lamentava con lui dell'« atteg-giamento» che il P. Aladel dava alla Vergine. Ugualmente il P. Chevalier. Ed è nel luogo della prima apparizione della Medaglia, a destra e non al centro, che ella desiderava l'altare. Almeno la statua ricordava l'apparizione e rispondeva al desiderio d'illustrare il pellegrinaggio alla rue du Bac. Ma la Comunità, sempre più numerosa, con più di 500 novizie in quegli anni, non permetteva di aprire la cappella al pubblico. Caterina, che ne sperimentava i grandi bene-fici, ogni volta che vi si recava, avrebbe deside-rato di condividere generosamente questa grazia.

 

Lourdes e la rue du Bac

Quando sentì parlare dell'apparizione di Lour-des (1858), disse: - E' la stessa! « Ciò che vi è di più straordinario - scrive Suor Dufès sua Superiora - è che Suor Cate-rina, pur non avendo letto nessuna delle opere pubblicate, era più al corrente di tutti gli avve-nimenti, delle persone che avevano fatto quel pellegrinaggio ». Secondo Suor Tranchemer, sua compagna, Caterina avrebbe detto: - E dire che questi miracoli potrebbero aver luogo nella nostra Cappella! Si sarebbe espressa così anche con Suor Millon: - Se i Superiori avessero voluto, la Vergine Santa avrebbe scelto la nostra cappella. Secondo Suor Pineau, Suor Dufès avrebbe trovato: « tra gli oggetti appartenenti a Caterina, un pezzo di carta su cui si leggono le seguenti parole, scritte di pugno dalla suora: - Mia buona Madre, qui non vogliono fare ciò che voi volete, manifestatevi altrove. In diverse circostanze, racconta Suor Cosnard, Suor Caterina ha insistito con forza per persua-dermi che il pellegrinaggio a « Nostra Signora delle Vittorie » (la cui Confraternita aveva come insegna la Medaglia Miracolosa) e quello a Lourdes erano stati accordati dalla Santissima Vergine, per supplire a quelli che i superiori non avevano ritenuto dover autorizzare nella nostra cappella. - Tuttavia, mi disse Suor Caterina, più volte, con un accento particolare, dei pellegrinaggi verranno fatti malgrado tutto. Il tormento di non essere ascoltata, in certi periodi, la irrigidisce un po' e ne perderebbe il sonno e l'equilibrio se non trovasse, ai piedi dell'altare, ciò che la Madonna le aveva promesso: una sorgente di pace!

 

6. MORTE DEL P. ALADEL

 

La domenica, 23 aprile 1865, il P. Aladel fa una conferenza in cui ricorda le apparizioni del cuore di San Vincenzo. Due giorni dopo, martedì 25 aprile, festa di San Marco, i confratelli si meravigliano che egli sia assente perché è la regolarità in persona. Ma non si muovono. La suora d'ufficio della sa-crestia della Comunità, dove egli celebrava la Messa, si preoccupa di vedere che, per la prima volta, ritarda. Corre a San Lazzaro in cerca di notizie. Salgono nella camera del Padre e lo trovano disteso sul pavimento, privo di conoscenza, col viso contro terra, colpito da un attacco apoplettico. Muore lo stesso giorno verso le 3 del pomeriggio. Le ultime parole della sua ultima predica presero così il senso di un presentimento: «Quando l'ultimo giorno della nostra vita, dopo il Consummatum est delle ultime soffe-renze, l'anima nostra lascerà il corpo che la trattiene prigioniera, se il nostro Beato Padre San Vincenzo ritroverà in noi un grande spirito di fede, una grande carità, una tenera predile-zione per la Vergine Immacolata, ci presen-terà a Lei, e l'Immacolata Maria ci condurrà a Gesù». I suoi confratelli hanno pensato che egli avesse offerto la propria vita in cambio di quella del Superiore generale che gli sembrava minacciata. Il giovedì, 27 aprile, i funerali vengono cele-brati dal P. Eugenio Vicart che gli succederà come direttore delle suore e ammonitore del Superiore generale. Alla celebrazione liturgica partecipano alcuni studenti lazzaristi. Uno di loro è Filippo Meu-gniot (20 anni), il nipote di Caterina. Di questa celebrazione egli ha conservato un ricordo che lo colpì di « stupore». « Svolgevo l'ufficio di turiferario. Voltandomi per compiere un movimento del cerimoniale, lo sguardo mi cadde su Suor Caterina che si tro-vava nel primo banco con la sua superiora (Suor Dufès). Fui impressionato dall'aspetto ra-dioso della sua fisionomia. Non me ne spiegavo il motivo (...): ricordo e riflessi celesti delle relazioni che ella aveva avuto col venerato defunto?». Tale serenità sarà ben presto turbata da una nuova tormenta.

 

6. LA GUERRA E LA COMUNE (Luglio 1870-Giugno 1871)

 

1 LA GUERRA DEL 1870

 

Il 19 luglio 1870, l'Imperatore dichiara guerra alla Prussia. I Francesi, che l'epopea napoleonica fa ancora sognare, si esaltano. Perfino in casa delle suore si prega per la vittoria, come testimonia Suor Tranchemer, 44 anni, bretone, legittimista, della quale Suor Dufès giudica la « pietà esaltata» (n. 630). Caterina non partecipa a questo entusiasmo: - Poveri soldati! - dice soltanto.

 

Il serpente nel deserto

Il 4 agosto 1870, il P. Etienne pubblica una circolare per esortare alla fiducia. Vi evoca lo straordinario movimento di grazie che anima Lazzaristi e Figlie della Carità e lo attribuisce - più esplicitamente che mai - alla prima visione di Caterina: quella del cuore di San Vincenzo «profondamente afflitto dai grandi mali che stanno per abbattersi sulla Francia». Le due Case Madri hanno beneficiato di una stupefacente protezione, nel 1830, secondo la predizione della veggente ancora sconosciuta, come egli ricorda.

 

Assedio di Parigi

La guerra va male: sconfitta in Alsazia fin dai primi di agosto, poi in Lorena. Il 2 settembre capitola Sedan. Napoleone si costituisce prigioniero, l'Impero crolla, la Repubblica è proclamata il 4 settembre. I Prussiani si avvicinano a Parigi; il 13 e il 14 settembre, le suore delle 30 case della peri-feria, talvolta accompagnate dai loro poveri, si rifugiano nella capitale. Un'ambulanza è organiz-zata alla Casa Madre. Caterina si dà da fare presso i « fornelli » di Reully per nutrire non solo gli anziani del-l'ospizio, ma anche i poveri affamati, il cui numero va crescendo... Si dovranno moltiplicare le porzioni fino a 1200 al giorno. Compito duro per le suore e dura prova questa! L'11 settembre 1870, i superiori le autorizzano in via eccezionale alla Comunione quoti-diana ed esse vi attingono forza e pace. Il 18 settembre 1870, i Prussiani assediano Parigi. Le suore si affidano alla protezione di Maria: appendono la Medaglia alle porte e fine-stre della casa: - Bisogna nasconderle! - dice una Suora. - No! - protesta Caterina - Mettetele in mezzo al portone.

 

Caterina Superiora?

Durante i primi giorni dell'assedio, il nipote Filippo, ormai lazzarista, viene a farle visita a Enghien. La ritrova « nel suo ufficio della porti-neria» nell'angusto locale, che ella mantiene disadorno come una cella monastica. « Non si dilungò sui tragici avvenimenti. La sua conversazione fu un po' più familiare di quanto non lo fosse abitualmente. Mi parlò della sua gioventù, passò alla vita di comunità. Mi ricordo soltanto di una cosa (...): la Supe-riora generale delle Figlie della Carità (che era credo la Madre Devos, morta in odore di san-tità), l'(aveva fatta) venire e le (aveva) comu-nicato che pensava di nominarla Suor Servente (cioè superiora di una casa). - Oh, Madre! rispose Suor Caterina - sa bene che non ne sono capace. « E fui rimandata a Enghien» (concludeva). Il tono della voce completava bene il suo pen-siero e voleva dire: - E hanno fatto bene. Caterina non sarà mai Superiora di nome, ma sta per rivelarsi superiore agli avvenimenti. Metz capitola il 31 ottobre; a questa notizia scoppia una rivoluzione che, però, muore sul na-scere. Gli eventi non impediscono che si effettui una « presa d'abito » per 30 suore, il 14 novem-bre, alla Casa Madre. Esse sostituiranno le suore inviate a Bicétre per assistere i colpiti dal vaiolo. Altre 23 prendono l'abito il 28 per facilitare l'invio di un rinforzo sperimentato al medesimo ospedale.

 

Fame e cucina

A Reully « le scuole e l'asilo» sono convertiti in ambulanza mentre l'ospedale militare del Val de Gràce, servito dalle Figlie della Carità, vi sta-bilisce la propria «succursale». Il sindaco inca-rica le suore di distribuire la carne alle piccole ambulanze del quartiere. Viene instaurato il razionamento dei viveri: la penuria diventa fame e complica il compito di Caterina nella cucina economica. I 40 cavalli del magazzino del « Bon Marché», « così belli, puliti, ingrassati», sono venduti come carne da macello, non avendo più di che nutrirli. Le suore della rue du Bac vengono a saperlo troppo tardi... Ne avrebbero comprato qualcuno! « La carne d'asino è venduta a 5 franchi la libbra (e non se ne trova) neppure (...) a questo prezzo esagerato. Non vi sono più aringhe salate né salumi, non si trova che riso, pane e vino». « Siamo razionati a 30 grammi di carne a testa per giorno», si legge nel Diario del 10 novembre 1870 (Anfr. 1871, p. 221). In data 12 novembre, un coniglio costa 20 franchi-oro, un gatto 8 franchi, si comincia a mangiare carne di cane («eccellente»)... e di topo (p. 226). Suor Caterina, cui piace servire con larghezza, si vede ridotta a quella parsimonia che non sop-portava in Suor Vincenza, ai tempi delle sue prime armi in cucina. La giovane Suor Mauche, 25 anni (futura Superiora generale), non può rassegnarsi a nutrire così male i suoi feriti e diventa ingegnosa per procurare loro dei « sup-plementi». Si dà tanto da fare che i malati la chiamano « l'ebreo errante». Un giorno, mentre le suore pregano in cappella, essi ne celebrano i meriti con tanto entusiasmo che tutta la comu-nità li ode, attraverso il tramezzo, compresa la suorina che nasconde il viso tra le mani. Non è forse riuscita a preparare per i suoi 90 malati un'« insalata» di arance innaffiate da tre litri di rhum, carpiti al medico e al « comandante», un severo ufficiale dalla barba bianca? Quel lusso mascherava la realtà: non vi era neppure una arancia a testa. Suor Caterina si ingegna ugualmente per la sala dell'ambulanza, di cui è responsabile, come ci comunica Suor Tranchemer (CLM 2, p. 147). Le sue due nipoti, Marta di 6 anni e Giovanna di 4 «di salute delicata», ricorderanno a lungo « i sollievi» che ella procurava loro, in occasione delle visite a Reully, « col permesso dei Superiori. Ricordo la no-stra gioia infantile - scrive Marta - nel ricevere da lei del pane bianco e una porzione di piselli conditi col lardo: cosa molto rara in quel mo-mento. Mia sorella, nella sua ingenuità di bam-bina, supplicava la nonna (Tonina): - Ancora un pisello - (Relazione di Marta Duhamel, p. 4)». I dolciumi sono riservati ai malati e ai feriti. Le suore sono ridotte alla porzione minima. Suor Dufès si preoccupa di vederle « divorare in certi giorni nient'altro che un pezzo di pane nero», dopo un lavoro sfibrante. La giovane Suor Euge-nia confesserà più tardi che prima di lavare il mestolo del servizio, guarda vergognosa se è dav-vero sola e lecca avidamente le magre particelle di minestra rimaste sul cucchiaio con cui è stata servita.

 

Vere e false speranze

L'ingenua speranza che Dio accorderà la vit-toria predomina sempre nella comunità delle suore. Una di loro mobilita Caterina a pregare: - Povere figlie - risponde questa -, pre-ghino anche per i nostri poveri soldati così disgra-ziati in questa terribile guerra (...). Quando viene annunciata una pretesa vitto-ria, ella sorride con aria incredula: - Uccello di cattivo augurio - protesta Suor Tranchemer. Caterina replica: - Non si spaventi, la Ver-gine Santa ci protegge. Veglia su di noi e su tutta la comunità. Suor Tranchemer, affascinata da Suor Cate-rina, che sa esser la veggente della Medaglia, non ne comprende però l'atteggiamento: sembra che veda solo disgrazie, capitolazione, entrata dei Prussiani in Parigi, manifestando, tuttavia, una calma e una fiducia a tutta prova, che invita a condividere. Il 16 dicembre, due piccioni viaggiatori recano una notizia incredibile: i Prussiani hanno pas-sato la Loira, Orléans è caduta. A Parigi, il 1° dell'anno 1871 è sinistro, senza ricevimenti. Ma la Gazzetta Ufficiale del 2 gennaio afferma « che non si capitolerà, costi quel che costi ». Si conta sulle 400.000 Guardie nazionali per una operazione massiccia. Corrono profezie circa una grande battaglia che dovrà svolgersi sotto le mura di Parigi e che farà delle vittime, ma sarà vitto-riosa (Diario, in Anfr., 1871, p. 264).

 

Inverno totale

Dal mese di dicembre, il gelo spacca le pietre: il 5 gennaio 1871, la temperatura scende a li gradi sotto zero. Gli obici piovono sulla capitale; i monelli parigini ne vendono le schegge. Si rac-conta di questo dialogo tra uno di loro e un suo cliente: - Quanto costa una scheggia d'obice? - Borghese non ne ho più, ne aspetto. Si spiano dei segni in cielo. Il 17 gennaio, verso le sette della sera, il giardino di Reully è ricoperto di uno strato di neve friabile. Le giovani operaie, andandosene a casa, danno in esclamazioni dinanzi alla tinta « fuori dell'ordinario » dell'« Qrizzonte, misterioso, velato»... che esse recepiscono come un presagio: - Il cielo è in lutto per tutti i nostri lutti - dice Suor Tranchemer. Caterina guarda e tace. La compagna comprenderà ben presto che quella sera la Vergine appariva nel villaggio di Pont-main, anch'esso ammantato di neve. E' a questa visione che pensava Caterina?, si domanda la suora senza ottener risposta all'interrogativo. L'11 gennaio «un'aurora boreale getta il ter-rore» su tutto il personale della casa: suore, bambine, feriti. Caterina non si sconvolge... Il 18 gennaio i generali Trochu e Ducrot pre-parano in segreto un'operazione per la quale mobilitano tutte le forze possibili. Si vengono a cercare gli uomini validi all'ambulanza diretta da Suor Caterina. Alcuni di questi sono appena ristabiliti: - Poveri agnelli! - ella dice - Li conducono al niacello. L'indomani, 19 gennaio, è la sortita di Buzen-val. Le truppe conquistano le alture di Montre-tout, Garches e La Jonchère, ma si ritirano con una sanguinosa sconfitta.

 

Caduta di Parigi

Il 26 gennaio 1871, alle 4,30 del mattino, 72 bombe piovono sull'ospedale militare del Val de Gràce. Il fuoco crepita, l'infermiera - una Figlia della Carità che fa la veglia - fa traspor-tare i malati al piano superiore. Appena gli ultimi hanno abbandonato la sala, crolla il soffitto. Il 29, si conclude un armistizio e il 1° marzo i tedeschi entrano in Parigi.

 

2. LA COMUNE (marzo-maggio 1871)

 

Un'altra guerra

E' la pace umiliante ma anche densa di rim-proveri e minacce. Recandosi a pregare davanti alla « Vergine del giardino» con Suor Caterina, Suor Tranchemer le dice: - Capisce questo, Suor Caterina? Abbiamo capitolato e tutti i nostri militari dicono che avremo la guerra! Una guerra ancor piu' terribile dell'altra! Caterina, apparentemente pessimista riguardo agli avvenimenti, irradia una pace e una fiducia che non sono intaccate dagli choc quotidiani. Suor Tranchemer crede di ricordare che ella ha predetto la « guerra civile». Alla data in cui colloca la conversazione, infatti, cioè il 21 marzo, la Comune non è più una profezia. Si è stabilita dopo una lunga fermentazione e la creazione di comitati segreti, fin dal 2 marzo. Questo movi-mento di resistenza popolare, anarchico e laico, è ostile a tutto ciò che ricorda l'antico regime: il clero, la famiglia reale che sovvenziona l'ospizio di Enghien. Le suore si trovano, dunque, « dalla parte cattiva». Il loro instancabile servizio in favore di ogni genere di miseria, dona loro, tut-tavia, l'affetto e la simpatia del popolo. Esse tengono un posto incalcolabile nel quartiere che la Comune vuole risvegliare a un nuovo ideale. Tra i comunardi dalla sciarpa rossa, dalla parola generosa, e le suore sicure della loro fede e della loro missione, estranee al clima politico in cui tutto è immerso, che lo si voglia o no, sarà uno scatenarsi di drammi psicologici che si conclu-deranno quasi sempre senza vincitori né vinti. La nuova rivoluzione è un'esplosione adole-scenziale in cui si uniscono violenza e gentilezza, utopia e organizzazione, ideologia e umanità. Gli umiliati, promossi alla parola e al potere, non hanno sempre la stoffa per tali funzioni. E il movimento spesso strariperà a causa di questi caratteriali contro i quali esso si farà un dovere di infierire. Nella notte dal 17 al 18 marzo, la « vigilia della festa di San Giuseppe», gli insorti hanno preso d'assalto la « Butte Montmartre». Il can-none tuona e lo si sente da Reully. La sede della Comune è ora all'« Hotel de Ville », dove prepara le elezioni per il 22 marzo. La vigilia, Suor Tranchemer aveva profittato di un momento di sosta per prendere in trappola Caterina, il cui apparente pessimismo urta il suo patriottismo: - Ma, Suor Caterina, come ha saputo quello che sarebbe accaduto? Chi glielo ha detto? Il suo buon angelo? Nostro Signore?... Allora, se non è il suo angelo custode, né Nostro Signore, è dunque la Santissima Vergine! Caterina elude ogni risposta ma rimane pessi-mista: - Mio Dio, quanto sangue, quante rovine! Suor Tranchemer, esaltata da questa sinistra prospettiva, va a trovare la superiora, che si accalora parlando col P. Chinchon, il confessore della casa. Giunto da Dax, egli si è recato a Enghien il 21 marzo. - Che cos'ha? - domanda freddamente la superiora conoscendo l'esaltazione dell'importuna, che esagera sempre le cose. Il P. Chinchon tace, Suor Dufès rimprovera: - Ecco! Lei perde la testa e anche Suor Caterina. Vada dunque a comunicare queste pre-dizioni alle sue compagne... E' questo che fara? - Oh no, certo, « ma Soeur »! - Va bene, conservi il silenzio! - Sì, « ma Soeur» - conclude Suor Tran-chemer che si ritira, poco lusingata, ma impres-sionata dalla calma di Caterina e dalla sua spe-ranza su un orizzonte dallo sfondo così oscuro. Conseguenza dell'episodio, un colloquio di Caterina col P. Chinchon, suo confessore, che è impensierito da questa conversazione. E' in quella occasione che egli le avrebbe fatto mettere per iscritto le predizioni ricevute nella notte dal 18 al 19 luglio 1830, compresa la morte dell'Arci-vescovo annunciata entro il termine di 40 anni. Le elezioni decise dalla Comune urtavano con-tro opposizioni vivaci. L'impresa era rischiosa, ma il nuovo regime ha il prestigio della sua resistenza ai Prussiani e delle sue idee generose per una società nuova nascente sulle rovine di un impero crollato catastroficamente. La parte-cipazione si rivela superiore alle previsioni: 229.000 elettori su 480.000 iscritti, con una forte maggioranza nei quartieri operai. Il 26 marzo, il nuovo governo comincia a legiferare. A dispetto della contro-propaganda versagliese, rimette in funzione i pubblici servizi, mette una tassa sul pane e la carne, controlla i mercati pubblici e privati, riorganizza il servizio sanitario (13 aprile), sopprime il lavoro notturno dei panettieri, e il diritto, fino ad allora riconosciuto ai padroni, di prelevare delle ammende sui salari (20 mag-gio). Prepara l'elezione di una camera federale di lavoratrici. I comitati rivoluzionari proliferano. La reazione contro l'antica società implica l'anti-clericalismo. Le suore non hanno più posto in una simile società e sono minacciate. Il pessi-mismo le investe, ed ecco che Caterina le ras-sicura: - La Vergine veglierà, custodirà tutto. Non ci accadrà alcun male - afferma. E aggiunge: - Dobbiamo pregare affinché Dio abbrevi i giorni cattivi.

 

Un sogno?

Nei primi giorni di aprile, Suor Dufès, preoc-cupata, riceve una visita di Caterina nel suo studio: « Ella mi disse con la sua abituale semplicità: - « Ma Soeur», la Santissima Vergine è venuta a vederla, e non l'ha trovata. - Come? - le risposi - E' venuta la Santis-sima Vergine? - Si, ma Soeur, è entrata nella sala di comu-nità e ha chiesto di lei. Non trovandosi lei nella sala, la Vergine si è recata nel suo studio, si è seduta al suo posto e mi ha detto: « Dica a Suor Dufès di stare tranquilla, non accadrà nulla a questa casa, ella può andarsene. Io terrò il suo posto». Poi Suor Caterina mi annunciò che avrei dovuto lasciar la casa, che sarei partita con Suor d'Aragon, la cui famiglia volentieri ci avreb-be ospitate, e non sarei tornata che il 31 maggio». Suor Dufès alza le spalle: un bel sogno! Ma il « sogno» ha fatto colpo. Caterina è interrogata al riguardo durante la ricreazione. Suor Maui-el d'Aragon, che non era presente, l'interroga l'indomani. Ella raccoglie un'altra versione che si riassume nel modo seguente: - Quando ho visto la Vergine Santa, sono venuta a cercarla perché le facesse gli onori di casa ed è lei che l'ha accompagnata nello studio di Suor Dufès. La Vergine si è seduta alla scri-vania dicendo che avrebbe custodito la casa. Dopo di che è scomparsa. La comunicazione di Caterina non viene presa sul serio: miraggio che ci si compiace di far balenare nei periodi di turbamento. E' accolta più con « humour» che con tragicità. Caterina stessa è un po' stupita di aver fatto questa con-fidenza, lei che non è chiacchierona. Incontrando Suor Dufès, quello stesso giorno, le dice: - Sorella, non deve prestare eccessiva atten-zione a quello che ho narrato. - Oh, cara sorella, non vi ho neppure peli-sato! - risponde la Suor Servente. Per tutti, non si tratta che di un sogno fan-tastico, ma più tardi, quando si avvererà, Suor Dufès lo considererà una visione. Caterina glielo avrebbe confermato in seguito. Suor Chiara d'Aragon è rimasta con la persua-sione che se Caterina ha parlato di sogno, sul momento, « è per umiltà». E, tuttavia, la maggior parte dei testimoni lo narrano come un sogno.

 

Venerdì Santo (7 aprile)

La situazione peggiora in questa calda pri-mavera. Il 7 aprile, Venerdì Santo, allarme all'ospe-dale improvvisato dove le suore curano più di 200 soldati. Due di loro «sono andati a denun-ciare la presenza di due gendarmi nell'ambu-lanza. Il fatto corrisponde a verità». Sono due feriti. Ma la notizia è esplosiva perché « i gendarmi di Versailles fucilano e assas-sinano i patrioti», secondo l'affermazione dei manifesti della Comune. « La folla si reca nella casa delle suore per impadronirsi di questi due uomini e fucilarli. Essi non poterono sfuggire e furono condotti al corpo di guardia». Il risultato sembra senza speranza. Ma Suor Dufès accorre « nella caserma di Reuilly» e insiste: - Questi gendarmi non hanno preso parte a nessuna spedizione contro il popolo. Sono dei malati; si trovano nell'ambulanza dietro prescri-zione medica. La sua autorità ottiene l'impossibile: le ven-gono restituiti i due uomini: - E' sotto la sua responsabilità! Le cose restano a questo punto per oggi.

 

Pasqua violenta (9 aprile)

Il giorno di Pasqua, nuova ed ultima visita del P. Chinchon, perché gli audaci viaggiano in questi tempi torbidi: egli partirà alla volta di Bruxelles prima di rientrare a Dax. Il P. Chin-chon confessa: Caterina, che è sua penitente da 20 anni, ne approfitta. E' in quell'occasione che egli raccoglie da lei le profezie del quaderno nero: « di 15 centimetri per 21 », il cui contenuto impressionerà tanto fortemente il P. Serpette al suo arrivo a Dax? Il P. Chinchon celebra la Messa che non era stata celebrata da molto tempo. Meraviglia in questa festa di Pasqua! Nello stile scarno e nell'incertezza, l'Eucaristia assume tutto il suo valore trascendente nella morte e la resur-rezione di Cristo, ritrovando una dimensione insospettata. La gioia e la pace relativizzano pri-vazioni, preoccupazioni e drammi quotidiani. Quella sera di Pasqua, durante la ricreazione, una folla di 100 comunardi armati invade di nuovo la casa. Alla loro testa, questa volta, vi è colui che è stato eletto Sindaco del XII cincon-dario (Diaire, Anfr 1871, p. 395). La liberazione dei gendarmi è stata contestata. Come mai i rappresentanit del popolo si sono lasciati influenzare dagli argomenti presentati da una suora, senza dubbio complice della reazione? Quelli che stamane avevano ceduto se ne vergo-gnano. La truppa ostile viene tumultuosamente a reclamare i due gendarmi. Le suore resistono; una di esse riconosce, in prima fila, un uomo che aveva sfamato, insieme alla sua famiglia, durante l'assedio: - Lei! - esclama la suora. L'uomo si na-sconde a malapena dietro gli altri ma non osa intervenire per calmare i camerati. - Consegnateci i due gendarmi! - Mai! - risponde Suor Dufès. Si levano delle sciabole, alcune mani si ten-dono verso di lei ma senza osare di toccarla (n. 1360)). Uno dei soldati della Guardia mobile di Pa-rigi, che aveva denunciato i due gendarmi, forza la barriera formata dalle suore, « seguito dalle guardie» e incomincia «una perquisizione nella casa per trovare i due proscritti che conosceva benissimo avendo trascorso più di due mesi in loro compagnia. Uno di questi era ben nascosto; perciò non lo trovò. L'altro era a letto e Dio permise che la guarda lo vedesse, gli passasse davanti e non lo riconoscesse...». L'insuccesso della perquisizione suscita l'esa-sperazione. Suor Dufès incassa il colpo senza cedere, ma la sua autorità fonde in questa for-nace... Uno degli invasori le mette le mani addosso, vuole rapirla di forza: - gendarmi o la superiora! - grida. - Ella se ne è fatta garante. Alcuni infermieri e dei soldati feriti la sosten-gono. Le 30 suore (tra le quali Caterina) arri-vano e fanno corpo con la loro Suor Servente. Saranno condotte via tutte o nessuna! La soli-darietà delle trenta « cornette » pone il problema di questo ospedale, il cui servizio dev'essere assi-curato... Lo psicodramma volge nella facezia: - Cosa volete che faccia di tutte queste ron-dinelle spaurite? - esclama il sindaco del XII cir condario, scoppiando a ridere. Questa uscita salva la situazione. Ma egli aggiunge: - Domani avrete mie notizie. Nessuno ha perduto la faccia. Sono le 10 della sera. Le suore sono stupefatte di queste fiam-mate di violenza nel loro paese. Il comandante ha usato un linguaggio truculento, « sconve-niente »! Mai avevano visto nulla di simile, nep-pure quelle di loro che erano state in Medio Oriente o negli Stati Uniti!

 

Lunedì di Pasqua (10 aprile)

Le suore, che hanno molti amici nella piazza, sono avvertite discretamente che un «mandato d'arresto» regolare è stabilito contro Suor Dufès per « cospirazione con gli Orléans», fondatori del l'ospizio di Enghien. Due religiose di Picpus, vicinissime di casa, e due Figlie della Carità sono state condotte nella prigione di San Laz-zaro. Suor Dufès non potrà evitare l'arresto; viene sollecitata, perciò, a fuggire. Il Lunedì di Pasqua, 10 aprile, alle 11 ella fugge, profittando del momento in cui le guardie nazionali si trovano al caffè. Conduce con sé non Suor d'Aragon, come aveva predetto Suor Cate-rina, ma Suor Tanguy. Giungono la sera stessa a Versailles, dove l'esercito regolare ha posto i suoi quartieri. Ma all'arrivo, Suor Dufès è invasa dall'angoscia. Che idea ha avuto di condurre con sé Suor Tanguy? Lascia la comunità senza capo, in una situazione difficile! In realtà, la comunità ha reagito bene: di fronte alla dram-matica situazione, si è rifatto un capo...

 

Caterina al Quartier Generale

Mentre Suor Dufès si nascondeva, « una suo-ra» che il Diario della Comune conserva ano-nima, ha la geniale idea di prevenire gli avveni-menti: si reca al Quartier Generale degli insorti a Reuilly. E' meglio che la discussione avvenga in casa loro che nella comunità. E tale diver-sione maschera la fuga di Suor Dufès. Chi è la suora di cui non conosciamo il nome? Non è Suor Tanguy che è da poco partita, nè la piccola Suor Mauche, che è troppo giovane. E' Caterina, l'anziana, già responsabile dell'ospi-zio di Enghien e che sostituisce la superiora quando è assente. L'anonimato sotto cui la custo-discono gli appunti dell'epoca si spiega con la discrezione che è di rigore quando si tratta di Caterina, il cui segreto è soltanto trapelato. Ella viene a difendere con calma la causa della sua superiora davanti al nuovo Sindaco del XII circondano. Tutto questo le ricorda il tempo in cui suo padre era il signor Sindaco a Fain. Ma qui, quanti tipi robusti con la cintura rossa! Ve ne è di che turbare persone meno solide di lei. Questa visita tormenta i comunardi, preoccu-pati delle loro relazioni con le suore, sostenute dall'opinione pubblica e riconosciute di pubblica utilità. Caterina è stupita della facilità con cui ha « potuto penetrare in questo santuario ». « Ella si trova di fronte a una sessantina di individui, gli uni seduti intorno a un tavolo, gli altri armati di fucili; altri mangiano o fumano, tutti avvolti in cinture rosse che salgono loro fino al collo, come scrive la cronaca del Diaire con una punta di esagerazione ». La Comune è al corrente dell'affare. Non ap-pena Caterina ha pronunciato la sua arringa sul giusto diritto di Suor Dufès, è accolta da una ondata di invettive. Ella « subisce » l'affronto senza batter ciglio, per il tempo necessario, ritta e calma. Quando essi hanno vuotato ben bene il sacco e torna il silenzio, domanda: - Volete permettermi di spiegarmi? Il momento era stato ben scelto. Istintiva-mente, Caterina ha ricordato la vecchia regola del Vangelo: quando vi troverete dinanzi ai tri-bunali, non preoccupatevi di quello che direte, lo Spirito Santo ve lo suggerirà. Ella si spiega « coraggiosamente, con poche parole » e la sua laconicità serve la causa che difende. Secondo la cronista, la sua argomentazione si riassume in quanto segue: « La superiora non era tenuta a mantenere la parola data, dal momento che aveva ottenuto dalla stessa Comune dei lascia-passare, su cui era stato apposto il timbro ufficiale per i gen-darmi, i quali, naturalmente, avevano potuto servirsene - E' falso, è falso - le gridano. - D'altra parte, Lei avrebbe dovuto dircelo. Il sangue borgognone di Caterina le monta alla testa: - Come - risponde - spetta a noi di fun-zionare da polizia? E, dal momento che ci viene mostrato un lascia-passare, col vostro timbro, dobbiamo tenerlo per sospetto? La si vuole trarre in arresto, ma ella gioca sull'ordine e la regolarità dei prestigiosi docu-menti nei quali la Comune mette il proprio onore: - Mostratemi il vostro ordine, il vostro man-dato! - dice Suor Caterina. A questo punto, il comandante del distacca-mento sguaina la sciabola: - Ecco il mio ordine, ecco il mio mandato! Parecchi uomini dalla cintura rossa circondano Caterina, ma uno dei soldati da lei curato nel-l'ambulanza (un uomo di cuore), si è levato in piedi più presto degli altri: «Afferrando la suora per le braccia, la strap-pa a quei furiosi. L'aveva afferrata con tanta forza, che la suora ha ancora le braccia illividite, nota la cronista Caterina era stata forse afferrata dapprima in maniera più rude. Quel che è certo è che lascia liberamente il municipio: ha vinto! « La sera, le guardie nazionali che occupavano la casa di Reuilly furono fatte partire ». I comunardi ritorneranno? si domandano tre-manti le suore. Il racconto della spada sguainata le impressiona, come le braccia « tutte livide »che Caterina ha dovuto mostrare al suo ritorno. La Comune spera ancora di durare. Per que-sto, deve ristabilire la pace con le suore che vivono senza paura in questo quartiere.

 

Medaglie e insicurezza

Il 23 aprile i combattimenti si intensificano. Un mattino, grande emozione: una battaglia si prepara per l'indomani. Dei comunardi accorrono ma questa volta è per chiedere medaglie a Suor Caterina. Quelle che ha date hanno accreditato la sua protezione. Un giovane, bestemmiatore inveterato, ne vuole una. - Dove corre così? - gli domanda Suor Tranchemer. - A cercare una medaglia! - Ma Lei non crede né a Dio né al diavolo! Cosa ne farà? - E' vero - risponde - ma domani andiamo al fuoco! Essa mi proteggerà! - Vada, dunque, speriamo che La converta - soggiunge Suor Tranchemer. L'altro è pronto a tutto per ottenere ciò che vuole, e Caterina distribuisce generosamente, senza preferenza nè di partito nè di persona. La Vergine riconoscerà i suoi e convertirà gli altri: Caterina si affida a Lei. La vita continua a Enghien-Reuilly. Caterina si dedica al suo lavoro, tanto più schiacciante in quanto il numero delle suore è diminuito nella tormenta: da 33, eccole ridotte a 14. C'è da averne il respiro corto, con le respon-sabilità, la cucina, le pressioni della Comune, l'in-sicurezza per gli anziani e le bambine. Si trova il mezzo di mandare le donne anziane a Ballain-villiers da Suor Mettavent, in una zona tranquilJa. Riguardo alle orfanelle, quelle che hanno una famiglia più o meno lontana sono state inviate ad essa. Ma ne restano una trentina. Che fare? Il Dottor Marjolin, medico dell'ospedale « Santa Eugenia» (oggi, « Trousseau »), vedendo la situa-zione, « viene spontaneamente a proporre » di « accoglierle nel suo convalescenziario di Epinay-sous-Bois (Senna e Marna), Suor Millon ve le conduce « al riparo da ogni pericolo ». - Sono convinta che dobbiamo alla protezione della Vergine Santa questo felice avvenimento e di Suor Caterina non vi è estranea - affer-mava Suor Millon al processo di canonizzazione (n. 966, 10 giugno 1898, CLM 2, p. 293).

 

Maniera in cui si avvera la profezia

A Versailles, tuttavia, Suor Dufès, strappata alle sue responsabilità, è divorata dall'inquietu-dine. L'indomani del suo arrivo, 11 aprile, la battaglia tra i Versagliesi ed i comunardi ha avuto inizio. Che cosa accadrà nella casa? E che idea ella ha avuto di condurre con sé l'elemento più dinamico e più solido della comunità: Suor Angelica Tanguy? Quasi quasi sarebbe pronta a ripartire! Ma Suor Tanguy previene questo pro-getto suicida: è lei che tornerà ad Enghien. Suor Dufès accetta, sollevata: - Mi mandi Suor Chiara d'Aragon. E se la situazione si prolunga, mi recherò con essa nel Mezzogiorno. La famiglia di Suor Chiara abita nelle vici-nanze di Tolosa e ha offerto di accoglierle. Ed è pure a Tolosa, alla casa S. Michele, che trent'anni prima, al termine del Seminario, che Suor Dufès era stata destinata. Il 17 o 18 aprile, Suor Tanguy riparte dunque per la casa di Enghien, dove arriva senza osta-coli e manda immediatamente Suor Chiara a Versailles. Suor Dufès parte subito con la nuova compagna per Tolosa dove arriverà il 20 aprile. Vi rimarrà più di un mese... Si realizza così la predizione di Caterina: - Non vi pensavo neppure più - dirà più tardi Suor Dufès. - Ma in seguito, questa coincidenza mi colpì molto.

 

Le cittadine

Sin dal suo ritorno, Suor Tanguy ha ripreso la direzione della scuola che funziona come può: manca di personale e, soprattutto, di locali, in seguito all'invasione dei feriti. Pare che, fin dal 18 aprile, ella vede giungere due donne, delle cittadine dalla cintura rossa: - Veniamo a sostituire le suore. Hanno un ordine di missione: si tratta di educare le bambine secondo il nuovo spirito, evitando « ciò che potrebbe violentare le giovani coscienze ». Questo implica il fatto « di non par-lare più di Dio », di « togliere il Crocifisso, di non fare più il catechismo », ecc. Quel giorno, le « cittadine » non si spingono oltre, e se ne vanno dicendo: - Ritorneremo! Il che avviene presto. Un'antica alunna di Suor Angelica si presenta per prendere « il posto di direttrice ». - Come, sei tu, cittadina! - risponde l'an-tica maestra alla sua antica alunna venuta a soppiantarla. - Sei tu che accetti un simile man-dato! Non te ne vergogni? La ragazza non vuole udir nulla, si installa in cattedra, come ha visto fare, in altri tempi, a Suor Tanguy e si prepara a dare un compito alle bambine. Ma una di queste, si mette in ginoc-chio, imitata dalle altre: - Perdono, signora, non abbiamo fatto la preghiera. La nostra maestra ci faceva comin-ciare sempre da essa. Una volta di più, la solidarietà va contro cor-rente. Le Figlie di Maria sorvegliano la casa perché niente venga rubato, e nascondono a poco a poco quello che sembra minacciato. Le cittadine sono diventate la preoccupazione numero uno. Sono là sul territorio delle suore per soppiantarle. Una di loro è terribile: la « Va-lentin » che i testimoni qualificano come « mo-struosa » senza precisare meglio.

 

Caterina e la « mostruosa » Valentin

Poco dopo la metà di aprile, due comunardi armati attraversano il giardino di Reuilly. Entrano nel piccolo refettorio di Enghien e chiedono di Suor Caterina. Vi trovano due suore, che non si curano di informarli: i due puntano il revolver alla gola di una di esse. Suor Tranchemer inter-viene: - Disgraziati! non è Suor Caterina! Riponete la vostra arnia nel fodero e ve la farò conoscere, se mi garantite che non le sarà fatto alcun male! - Vengo a cercarla per condurla a Reuilly; il cittadino Filippo vuol vederla, ma non le verrà fatto del male. Ve la ricondurrò! - Guardate, eccola! Ma riponete le armi, le suore non hanno bisogno di queste per cammi-nare, se quello che si domanda loro non è con-trario alla coscienza. Le suore la vedono andar via, col cuore stretto. Si parla di ostaggi, di esecuzioni... Si mettono in preghiera, mantengono « le finestre aperte »e spiano il rumore di una « denotazione ». Trascorrono due ore che sembrano « eterne ». Ecco Caterina di ritorno, scortata dalle sue due guardie del corpo. Era stata convocata, non a motivo del processo delle suore ma per quello della « Valentin »... e come testimone di accusa. La Comune ne aveva abbastanza delle stranezze di questa esaltata: voleva dare un esempio. Per-ché citare Caterina? A causa della fiducia che ella ispirava? O perché aveva particolarmente sofferto per colpa della « cittadina »? Il tribunale si attendeva la ferma accusa di questa suora che sa parlare con giustizia. Sor-presa! Ella si pone come testimone in difesa, e discolpa la Valentin. Decisamente, con le suore accade sempre qualcosa di inaspettato! Non si arriva a sapere da quale parte stanno... Ecco i giudici costretti a essere misericordiosi!

 

Ultima Messa a Reuilly

La sera del 23 aprile, seconda Domenica di Pasqua, il P. Mailly, Procuratore di San Lazzaro intrepido « passe-partout », viene in cerca di no-tizie. Da quindici giorni, le suore non hanno avuto « nè messa, nè comunione». Egli promette di tornare l'indomani e mantiene la parola. E' diven-tato abile nel passare inosservato, secondo i set-tori che traversa... Eccolo il lunedì mattina, 24; il suo nuovo travestimento fa ridere le suore. Trovano che egli ha « i modi di un artista decoratore di terza categoria» (sic). Ma il Padre si è munito di un pacchetto contenente una veste talare che indossa al suo arrivo... Celebra la messa, confessa fino alle 9 e si eclissa... Fa bene, perché questa messa è stata scoperta; inoltre egli ha lasciato alle suore tutto un carico di provviste inviate dagli Inglesi, per le famiglie povere. La distribuzione ha inizio poco dopo che è andato via.

 

Distribuzione agitata

« Alle 10 », arrivano i delegati della Comune. Più di 200 persone fanno la coda sulla strada: le suore hanno cominciato il loro lavoro. Su con-siglio del P. Mailly, preoccupato di prevenire la ressa e la collera della gente frustrata, esse hanno avvertito: - Buona gente, ve ne sarà soltanto per i primi arrivati. L'attesa è rassegnata, ma ansiosa: - Fermate la distribuzione! - comandano i delegati. - Signori, vi preghiamo di annunciarlo voi stessi, perché le donne del quartiere ci strappe-ranno gli occhi, se le rimandiamo a mani vuote! - Certo! - rispondono i delegati. Detto fatto annunciano: - La Comune requisisce i viveri! Ne risulta una mostruosa gazzarra: i delegati devono ricorrere a una squadra di guardie nazio-nali armate, per far portar via le botti di gal-lette e di carne salata. Questo spiegamento di forze non accomoda niente! L'« irritazione popo-lare » prende le proporzioni di una sommossa. I delegati rinunciano: - La distribuzione continua! - Cittadini, fatela voi stessi - dicono edu-catamente le suore. I delegati sono lusingati da questo ruolo van-taggioso, ma non è facile distribuire viveri limitati a una folla affamata. Preoccupati di riparare la cattiva impressione fatta, gli ultimi arrivati di-ventano amabili. Tentano di « rispondere » a tutti simultaneamente. Ne risulta un nuovo disordine: «un concerto di schiamazzi e di grida "guada-gna" tutta la strada ». - Vedete questa ladra! - grida un monello. - Sono tre volte che torna, dopo aver deposto in luogo sicuro ciò che ha già ricevuto! Il tono si alza, non ci si sente più... Sopraf-fatti, spolmonati, i delegati chiedono consiglio alle suore per calmare questa folla ed esse vi si applicano. Con la fiducia ritorna l'ordine... I dele-gati se ne meravigliano: - Vi trovate spesso di fronte a scene del genere? - domanda uno di loro alla fine della distribuzione. - Ma, signore, ogni giorno nella cucina! - Ebbene, vi auguro di divertirvi molto!... Se ne vanno. Caterina è sempre calmissima e dice: - Stia tranquillo, non accadrà nulla! Continua ad assistere anziani e feriti. La pe-nuria crescente la rattrista, ma sa farla accet-tare senza panico.

 

Medaglie e cinture rosse

Rimane spesso nella portineria di via Picpus, n. 12, dalla parte di Enghien, dove è necessario sorvegliare. Le sue medaglie hanno successo. I comunardi di guardia si fanno sostituire dai camerati per venire a cercarne. Ella ne dà a chiunque viene, con una parola di esortazione adatta a ciascuno. Ecco pure Siron, il capo degli occupanti, un antico galeotto, che viene a chie-derne una. Caterina non fa eccezione di per-sone... E questo bandito dice apertamente senza dissimulazione: - Sono completamente cambiato! Si farà difensore delle suore.

 

Il parossismo

Ve n'è bisogno perché la lotta tra Versailles e Parigi si indurisce e la violenza si esaspera in combattimenti disperati. Il 28 aprile un circolo vota la morte dell'Arcivescovo di Parigi. A Reuilly le accuse vengono lanciate contro le suore: l'immaginazione si accende in quest'ora in cui cresce una delle più antiche necessità sociali del mondo: quella di trovare dei capri espiatori. Le suore sono accusate di aver ucciso tre donne del quartiere, Caterina è convocata dal cittadino Filippo per un interrogatorio dal quale si trae fuori a forza di calma. Il 28, arrivano degli uomini in collera, coi fucili carichi e inva-dono la sala di comunità. Le suore, riunite in numero di 14, si rifugiano al primo piano del guardaroba, proprio al disopra, e attraverso il pavimento odono grida e minacce.

 

Viatico

L'indomani, una di loro, temendo la profa-nazione, va a prendere il ciborio in cappella. Lo depone su un tavolino, tra, due candele accese. Nella pace, le suore restano in adorazione atten-dendo gli eventi. Il sacerdozio dei fedeli riprende le proprie dimensioni in tempo di crisi. In basso, gli occupanti scoprono le bottiglie di vino destinate all'ambulanza. Si trovavano forse in quella famosa « cantina » che sarà l'ultima dimora di Caterina? Queste bottiglie non sono state nascoste dalle Figlie di Maria. I tappi sal-tano e la perquisizione, incoraggiata da questa fortuna, continua in una esaltata euforia da cui emergono minacce di morte contro le suore. I delegati salgono con grande schiamazzo. Davanti alla porta del guardaroba esitano, inco-raggiandosi reciprocamente: - Entriamo? Siron è con loro, li ferma e grida attraverso il tramezzo: - Non abbiate paura, Sorelle, passeranno sul mio corpo prima di giungere fino a voi! Detto questo, si conca per traverso davanti alla porta e, sotto l'effetto delle libagioni, si addormenta, seguito dagli altri. Che fare? A mezzanotte, al passaggio dal 29 al 30 aprile, le suore si comunicano con le pro-prie mani: è il loro viatico? Si sentono forti, come Elia, per camminare 40 giorni e 40 notti. Si è fatto di nuovo silenzio. Socchiudono la porta, i comunardi sono profondamente addormentati. In punta di piedi, le suore scavalcano i corpi giacenti. Raggiungono un'altra ala della casa e si pre-parano a partire. A Caterina costa lasciare gli anziani: se fosse sola, rimarrebbe, ma non è più lei a comandare, deve obbedire.

 

La corona

Prima di lasciare la casa, ella va a inginoc-chiarsi un'ultima volta davanti alla statua della Madonna: è la vigilia del mese di Maria - do-mani sarà il 1° maggio: - Saremo di ritorno prima che esso sia ter-minato - dice Caterina. Le suore pregano e cantano un inno. « Nep-pure una comunarda osa intervenire, nemmeno la Valentin! ». Caterina toglie la corona alla sta-tua, per sottrarla ad ogni profanazione. Ve la restituirò - confida alla Madonna. Gli occupanti le lasciano partire dopo averle sottoposte a minuziosa perquisizione: vuotano a terra i sacchi blu, non senza frizzi. - Non vi emozionate, non accadrà niente di grave - dice Caterina alle suore preoccupate. (n. 1255, citato nota 53).

 

3. L'ESODO

 

Alle 6 della sera, esse salgono in un omnibus. Sulla strada, l'ambiente è febbrile: la folla, mon-tata contro tutto quello che riguarda il clero, insulta le suore, ma il tragitto è diretto e rapido: un'ora dopo, alle 7, giungono a San Dionigi, da Suor Randier.

 

San Dionigi

Filippo Meugniot, il nipote di Caterina, vi è passato questo stesso giorno ed è appena andato via « con un'andatura di commesso viaggiatore declassato, le mani in tasca, senza breviario, s'intende, munito soltanto di non so quale pas-saporto straniero che ha mostrato agli « oltran-zisti ». Il documento indica così gli agenti della Co-mune « partigiani della guerra a oltranza » con-tro i tedeschi. Caterina per poco non ha potuto vedere il nipote che è ripartito per Loos dove insegnerà quasi senza libri. Suor Randier fa buona accoglienza alle suore. E' stata la terza superiora di Caterina a Enghien, dal 1852 al 1855. Purtroppo, l'amministrazione l'autorizza a ospitare una sola persona. La comunità di Reuilly si disperde, secondo le occasioni o affinità familiari o comunitarie. La metà delle suore avevano preso altre dire-zioni prima di arrivare a San Dionigi. L'indo-mani, Suor Angelica parte subito per Tolosa per andare a raggiungere Suor Dufès. Il 1° maggio, quindi, non restano a San Dio-nigi che le due « anziane »: Suor Caterina, 65 anni, e Suor Tranchemer, 45... Nell'incertezza, nella dispersione e nel rilas-samento, Caterina sente rifluire in sé tutta la tensione arretrate... Sorge in lei il pensiero del-la morte con la preoccupazione di tutto ciò di cui resta debitrice alla Madonna: tutto quello che ancora le è stato rifiutato. Nel momento in cui Suor Angelica, robusta e giovane, va a rag-giungere Suor Dufès e le altre si sparpagliano; ella prova il bisogno di non restare sola, ma forse anche di sostenere la fragile personalità di Suor Tranchemer. Mentre i Versagliesi cominciano a bombar-dare la capitale, ella dice alla compagna: - Eccoci sole, noi le anziane. Che cosa faremo? - Suor Randier la ospita volentieri. - Si, ma me sola... Scendono in giardino, Caterina confida: - Non mi sento bene, ho la mia età, posso morire. Desidererei avere vicina una compagna. Vuole seguirmi? - Ma certo, Suor Caterina! A sua disposi-zione! - Grazie! Non ci lasceremo piu! Immediatamente, va a ringraziare Suor Ran-dier che le incoraggia entrambe a riposare fino all'indomani.

 

Ballainvilliers (2-30 maggio)

Il martedì, 2 maggio, le due suore partono alla volta di Ballainvilliers; Caterina precisa al-lora alla compagna: - Ho qualcosa da confidarle al momento del-la morte. Non posso dirlo a suore estranee, desi-dererei una compagna... ed è lei! Partiamo dun-que! Si mette in cammino, con un « buon sorriso ». Quello stesso martedì, verso le 5 di sera, tutte e due sono « installate » nel « castello di Ballain-villiers », in casa di Suor Mettavent. E' questa una donna energica, sulla cinquan-tina, che ha girato molto in Medio Oriente: Costantinopoli, Alessandria, dove ha fatto le esperienze più penose: colera (1865), sommosse, calunnie, un oceano di miserie, una spaventosa mortalità. Nominata superiora a Ballainvilliers, poco prima del 1870, vi ha già fondato un orfanatrofio, una scuola materna, una farmacia, oltre la scuola esistente al suo arrivo. Durante la guerra, ella ha organizzato due ambulanze, rac-colto vecchi abbandonati. Il suo intervento presso i Prussiani ha salvato parecchi condannati, tra i quali un padre di famiglia. Incontrando un giorno una colonna di 300 prigionieri francesi, morenti di freddo e di fame, Suor Mettavent si assunse la responsabilità di requisire nei pani-fici tutta la pasta che si poteva far cuocere, facendone poi la distribuzione sotto gli occhi dei Prussiani, sbalorditi di ammirazione. Appena fu-rono aperte le porte di Parigi, dopo l'assedio, era partita con una grande carrozza per rifor-nirne di viveri la Casa Madre dove era stata eco-noma dal 1866 al 1868. Le sentinelle tedesche l'avevano ricacciata come gli altri, ma un uffi-ciale prussiano l'aveva riconosciuta. Questi aveva presa la briglia del cavallo, facendola passare, con tutte le provviste. A Ballainvilliers, la suora preserva ora il paese dal saccheggio e organizza giuste distribuzioni. Si è presa anche la cura di nascondere una provvista di grano, che riserva per la semina e che darà ai contadini che hanno preso la fuga, quando faranno ritorno. Caterina e la compagna collaborano volentieri con la coraggiosa padrona di casa, tanto più che ella aveva accolto, da parecchie settimane, le donne anziane dell'ospizio di Reuilly: è questa una delle ragioni che hanno attirato Caterina a Ballainvilliers, dove si ritrova in un ambiente conosciuto. Ella scrive a Suor Dufès una lettera di otto pagine: questa missiva, purtroppo distrutta, ha lasciato il ricordo di una predizione che allora sembrava folle: tutta la comunità sarebbe stata a Reuilly per la chiusura del mese di Maria! Il mese di maggio avanza, le violenze non fanno che esasperarsi. Per i preti non è più il caso di circolare in abito talare, sotto pena di essere tratti in arresto. I lazzaristi si vestono « da laici, da borghesi, da borghesucci » come si diceva allora: - Si crederà che tutto sia perduto, le chiese saranno chiuse - aveva affermato Caterina. Il 16 maggio, la colonna Vendòme è abbattuta nel cuore di una disordinata festa popolare. Il 18, un battaglione di « vendicatori della Repubblica » saccheggia la chiesa della Madonna delle Vittorie, sede di un'arciconfraternita cono-sciuta a livello mondiale, di cui la Medaglia Mira-colosa è l'insegna. Caterina apprende la notizia: - Hanno toccato la Madonna, non andranno piu lontano. A Cecilia Delaporte, la guardarobiera di Reuil-ly, una laica con la quale spesso ha lavorato, Suor Caterina conferma tranquillamente: La Vergine Santa custodisce la nostra casa. La ritroverete intatta.

 

Morte dell'Arcivescovo

Il 21 maggio, le truppe di Versailles pene-trano in Parigi attraverso la porta di Saint-Cloud. Una settimana di duri combattimenti ha inizio, gli ostaggi presi dalla Comune sono minacciati. Il 24 maggio, nella prigione della Roquette, Mon-signor Darboy, arcivescovo di Parigi, è fucilato, come il parroco della Maddalena, 5 Gesuiti, 15 altri preti e 45 gendarmi. Caterina aveva intravisto la morte dell'arci-vescovo, da 40 anni. Il P. Chinchon, suo confes-sore, aveva raccolto questa predizione, in occa-sione del suo passaggio a Reuilly, alla fine di marzo, e la teneva registrata in un quaderno nero. Di ritorno a Dax, il 19 maggio, egli ha confidato tale predizione ai confratelli, nella mat-tinata cinque giorni prima del massacro degli ostaggi, come assicura il P. Serpette, giovane laz-zarista, (22 anni), testimone della conversazione. Colpito da tale annuncio, egli si è recato la sera stessa dal P. Chinchon, il confessore di Caterina, che ha sfogliato con lui il famoso quaderno nero: « Mi lesse due righe che predicevano la morte di Monsignor Darboy. Mi disse che gli altri preti pure sarebbero stati messi a morte... Egli pianse e mi congedò senza darmi la benedizione, come si usa alla fine della comunicazione spirituale. Era troppo emozionato. Da quel giorno, appena ci era possibile parlare con qualche prete, che leggeva il giornale, domandavo sempre se vi erano notizie dell'arcivescovo di Parigi... Final-mente queste giunsero, terribili ». Quel quaderno, purtroppo, non ha potuto es-sere ritrovato e neppure esattamente identifi-cato.

 

Parossismi e protezioni

Il 27 maggio, Suor Tranchemer, tornando da Longjumeau, vede i bagliori dell'incendio, nel centro di Parigi ed esclama: - Parigi brucia! Che diverrà la Casa Madre? Caterina è imperturbabile: - Non tema per le nostre case, la Santissima Vergine le custodisce. Essi non le toccheranno. La comunità, tuttavia, vive in pieno dramma. San Lazzaro è stato accerchiato dalle guardie nazionali. Il 105° di Linea ha installato un posto di guardia permanente nel parlatorio. Gli ultimi novizi lazzaristi lasciano la capitale per Dax. Si vorrebbero far sfollare anche le suore del Semi-nario, ma i delegati vi si oppongono per tutta la giornata. Solo alle 10 della sera il 27 maggio esse prendono il treno in direzione del « Ber-ceau » di San Vincenzo de' Paoli. Nella Casa Madre, non si celebra più la Messa da parecchi giorni. Il P. Mailly continua a cele-brarne quà e là. Il 24 maggio egli ha rischiato di saltare il muro degli « Incurabili » (oggi Ospe-dale Laennec) per celebrare una Messa nella Cap-pella della Medaglia Miracolosa. Gli obici piovono; uno di questi colpisce il muro del Seminario e rimbalza sulla soglia del refettorio San Giuseppe, ma non scoppia. Un altro penetra in un dormitorio e vi mette fuoco. Un « commando » s'introduce nell'ospedale degli Incurabili e spara all'interno della casa. I fede-rati contrattaccano dall'infermeria, dalle cucine, dal giardino. La Superiora generale riunisce la comunità nel laboratorio San Giuseppe e dà le consegne. In casa, le suore pregano, fuori si spara col fucile. Il Consiglio di Stato, le Tuileries, il Louvre sono in fiamme. Nel pomeriggio, detona-zioni violente: è la polveriera del Lussemburgo che scoppia. In questa giornata del 24 maggio l'incendio si propaga fino ai « lungo Senna ». I combattimenti infuriano, i cadaveri si allineano sui marciapiedi, ma « non vi sono vittime » tra le suore. Tuttavia, si avvicenda dramma su dramma, urgenze su urgenze, incertezza su incertezza. Vie-ne innalzata una barricata in via dell'Inferno, presso l'asilo dei Trovatelli tenuto dalle Figlie della Carità. Gli insorti, in una posizione insostenibile, danno l'ordine di sfollare, perché incen-dieranno la casa. In un quarto d'ora, bisogne-rebbe, in pieno combattimento, portar via 700 bambini. E' impossibile! La Suor Servente si getta alle ginocchia del comandante che ritorna sulla decisione presa dicendo: - Sorella, io credo in Dio; la sua casa non sarà incendiata. Ordina ai cannonieri di portar via i pezzi già pronti in batteria. E' obbedito, ma non si ritorna impunemente su un ordine disperato. Gli insorti lo afferrano e lo fucilano sul posto perché ha indebolito la resistenza. Come avviene che anche qui le suore e tutti i loro malati siano incolumi, così come alla rue du Bac, in via dell'Inferno e altrove? Il 28 maggio l'armata versagliese sottomette Parigi.

 

4. RITORNO A ENGHIEN (31 maggio)

 

Suor Dufès è richiamata da Tolosa per tele-gramma. A Versailles ritrova le compagne di Ballainvilliers: Caterina e Suor Tranchemer. Le suore desidererebbero rientrare fin dal mar-tedì 30, ma occorre un permesso per ottenere il quale perdono del tempo; la partenza è riman-data all'indomani, 31 maggio. Alle 5 del mattino, assistono insieme alla Messa in cui Suor Eugenia Mauche, la sorel-lina delle arance al rhum, futura Superiora gene-rale, pronuncia i Voti. Nella prima mattinata di questo mercoledì 31 maggio, Suor Dufès è a Reuilly con tutta la sua comunità, eccetto Suor Chiara, la compagna che è rimasta nel Mezzo-giorno e che le raggiungerà soltanto il 4 giugno. Ecco dunque quest'appuntamento del 31 mag-gio che Caterina aspettava con fiducia. La statua del giardino ha subito degli assalti, è stata rive-stita di una stoffa rossa e, forse, è sciupata. E' alla Vergine della « cappella di Enghien » che Caterina restituisce la corona tolta il 30 aprile. Non importa la statua, ma quello che essa rap-presenta: - Ve l'avevo detto, mia buona Madre, che sarei tornata per incoronarvi prima della fine del mese. La casa si trova in disordine, ma i danni sono insignificanti. Le Figlie di Maria riportano gli oggetti che avevano messo al sicuro. Suor Dufès ripensa al sogno di Caterina e alla promessa della Madonna: - Custodirò la casa. Voi sarete rientrate pri-ma della fine del mese di Maria. Le due famiglie di San Vincenzo sono state incredibilmente protette. Al riguardo circolano innumerevoli racconti, accompagnati da rendi-mento di grazie, che sono stati registrati, lo stesso anno, in gran numero, nella cronaca di questi tempi eroici. Alcuni giovani lazzaristi ne sono turbati e scandalizzati: perché questa protezione per le due famiglie del Signor Vincenzo, mentre altri, compresi religiosi e religiose, hanno sofferto fino alla morte? Il Padre Fiat dovrà spendere una grande ingegnosità per rassicurare questi insod-disfatti della croce. Li comprendiamo perché la pace ristabilita è rude e violenta. A Reuilly, alcuni comunardi feriti sono stati messi nel dormitorio delle orfanelle, trasformato in ambulanza, per esservi curati. Ma nell'attesa di un giudizio inesorabile Suor Dufès li affida a Suor Mauche, che godeva tanta reputazione pres-so i suoi malati, durante la carestia, per il « suo buon cioccolato », il buon caffè al latte » e il suo buon cuore. Ella è forte per i Voti emessi quella mattina durante la Messa, prima della partenza per Reuilly. Affidandole i malati, le comunicano la sorte che li attende: sono una trentina. Era un po' spaventata dai loro volti, diffidenti od ostili, dai loro sguardi ansiosi. Ed eccola schiacciata da un timore più grave, più irrimediabile. Che fare? Ricorre a Suor Caterina che ha dato tante meda-glie agli insorti: - Ne ha ancora? Ne riceve una manata con qualche incorag-giamento: - Suvvia, piccola mia, non tema niente. Suor Eugenia teme di provocare delle bestem-mie e spingere all'impenitenza finale. Attende, perciò, per due giorni il momento favorevole. Una sera le vicne un'idea; prende il coraggio a due mani e dice: - Amici miei, ho qualche cosa da chiedervi. - Cosa vuole? - Il permesso di recitare una preghiera. - Faccia pure, sorella. I feriti indovinano fin troppo la sorte che li attende. Si sono tolto il berretto di cotone e l'hanno gettato sul letto. Suor Eugenia comincia fervorosamente a pre-gare ma alla fine del Padre nostro scoppia in lacrime. Tutti la guardano sorpresi: - Miei poveri amici, è per domani. Cade il silenzio, l'emozione è tale che Suor Eugenia non osa offrire le medaglie. Se ne va in una stanza vicina e le infila ciascuna ad un cordoncino. E' calata la notte: la suora prega e depone lievemente una medaglia su ogni guan-ciale. Quando lascia il dormitorio, verso le 4 del mattino, per la Messa, i feriti dormono, la meda-glia è sempre sul guanciale. Quando risale, essi l'hanno al collo, gliela mostrano ringraziandola. Frattanto si sono confessati, su proposta di Suor Dufès; è venuto un prete, che è un antico ostag-gio della Comune e che se n'è andato via pro-fondamente edificato. Alle 7 del mattino, carrozze e barelle vengono a prendere i feriti per condurli a Versailles. Essi son calmissimi e ringraziano le suore... Saranno tutti giustiziati. L'armata di Versailles ha perduto 877 uomini, ne ha fucilati 20.000 nelle strade, durante la san-guinosa settimana. Ha tratto in arresto 38.578 sospetti, dei quali 1064 donne e 614 ragazzi. La vita è ripresa in un bagno di sangue. A Enghien-Reully le suore rimettono la casa in ordine, le scuole vengono riaperte, Caterina ritrova i suoi anziani, che non l'hanno dimenti-cata. Durante il mese di maggio, essi ripetevano spesso ai cittadini infermieri: - Faremo quello che Suor Caterina faceva. Le restano ormai solo sei anni di vita.

 

7. DECLINO O VITA IN ASCESA (1871 - 1876)

 

Il ritorno

Il 31 maggio 1871, Suor Caterina ha ritro-vato l'ospizio, il pollaio, la portineria. L'ambiente è quello in cui si ristabiliscono relazioni inter-rotte... I poveri, più numerosi dopo tanti scon-volgimenti, sono felici di rivederla nella porti-neria, presente e soccorrevole: sanno di essere i suoi preferiti. Gli anziani le fanno festa perché, come testi-monia Suor Millon, nel loro reparto, nessuna suora « è amata quanto lei ». Essi ne amano l'equità, la forza che fa segnare l'ordine a bene-ficio di tutti; soprattutto, la sua attenzione pre-veniente per ciascuno, talvolta burbera ma sem-pre viva. Sanno bene che è loro affezionata e che possono contare su di lei.

 

1. LE OPERE E I GIORNI

 

Caterina ha passato i 65 anni ma si alza sem-pre al suono della campana, alle 4 del mattino. La sua vecchiaia è solida, la preghiera esemplare e sobria: si tiene dritta, immobile, le mani ap-poggiate sull'inginocchiatoio, lo sguardo traspa- rente fisso Sul tabernacolo o sulla statua della Madonna. Per la festa di Santa Caterina, il 25 novem-bre 1871, Caterina, divenuta da quattro giorni la «decana » della comunità di Enghien-Reuilly, è gratificata di questo poema in versi dozzinali come li sapevano fare in quel secolo. Se nei Cieli viene cantata una santa bene-detta, anche sulla terra è festeggiata una suora molto amata: la decana di Enghien che è cir-condata dal nostro amore, e che vorremmo con-servare sempre, sempre. Caterina fu più sensibile a questo « compli-mento» che uno dei suoi anziani le rivolse, in nome di tutti gli altri: - Sorella, lei è buona per tutti. A tavola, ci chiede sempre: « Ne avete a sufficienza »? (n. 920, Suor Tanguy, CLM 2, p. 236). Perché questi complimenti? Forse perché il coraggio e le predizioni di Caterina, durante la Comune, le hanno procurato la sua ora di gloria? E', molto più verosimilmente, perché la vene-ratissima decana della comunità, Suor Vincenza Bergerault, di 75 anni, nata nell'altro secolo, ul-tima testimone della fondazione (1819), è morta alcuni giorni prima, il 21 novembre 1871. Questa cuoca parsimoniosa era stata una prova per Caterina, ma aveva una vera riputazione di santa. Il suo coraggio eroico durante la lunga malat-tia era stato oggetto di ammirazione. Nel perio-do della Comune, era già un cadavere ambulante, che avevano dovuto rivestire, dopo l'Estrema Unzione, per trasportarla alla meglio alla Casa Madre, il 30 aprile, quando le suore furono scac-ciate da Reuilly A coronamento di tutta la sua vita, Suor Vin-cenza era morta il 21 novembre, festa della Pre-sentazione della Vergine, e poiché il segreto perdurava, alcune suore erano indotte a vedere in lei la veggente della Medaglia miracolosa.

 

Un'anziana poco onorata

Caterina, la nuova decana, non beneficiava della stessa venerazione di Suor Bergerault. Il suo genere di santità grossolana deludeva, la sua semplicità sembrava eccessiva, la vecchiaia non le procurava un'aureola. Caterina non ha voce in capitolo nelle deci-sioni comunitarie. Accetta questo disprezzo che la protegge. Un giorno, la nipote Leonia Labouré, le domanda: - Zia, com'è che stai sempre nella stessa casa da più di 40 anni? - Vengono cambiate soltanto le suore intelli-genti - risponde Caterina, che non è sciocca (n. 1280, Leonia Vittoria Labouré, 2 luglio 1909, PAspec 34, p. 497).

 

Intuizioni e intercessioni

Poco consultata dall'autorità, Suor Caterina è più che mai un punto di riferimento e un soccorso per le giovani suore, soffocate da que-sta casa faticosa di un quartiere popolare, che sconcerta ancora la loro inesperienza. Suor Felicita Hébert (26 anni), che deve la sciare la comunità locale per motivi di salute, si raccomanda alle sue preghiere e riceve questa confortante risposta: - Oh, piccola mia, la Vergine Santa ha per lei un grande affetto! Può stare tranquilla, tutto andrà bene. La casa ha ripreso rapidamente il suo slan-cio, dopo il ritorno di Suor Dufès che molti-plica i progetti con un ritmo affannoso per l'età avanzata di Caterina, sempre trattata rudemente, sempre senza amarezza.

 

Maria e Gabriella

Nella primavera del 1872 giungono a Reuilly due postulanti: il 10 maggio Gabriella de Billy, la cui famiglia è di elevata condizione; il 25 giu-gno Maria Lafon, figlia di un coltivatore d'Aunì-lac, che ha conservato un caloroso ricordo della suora anziana. Per aiutare le postulanti ad acclimatarsi, la Regola le autorizzava ad andare a passeggio con le loro famiglie. Verso la fine di giugno, un calesse si ferma davanti al n. 77 della via di Reuilly. Il signore de Billy e sua moglie, condotti dal cocchiere, vengono a prender la figlia per il pomeriggio. E Maria, la contadinella, rimane sola. Senza pensarci due volte, Caterina si reca da Suor Dufès con un pretesto per andare a rue du Bac. Non conosce luogo migliore, quaggiù. Il per-messo è accordato e Caterina aggiunge: - Mi permette di condurre la « piccola»? Bibi, il cavallo della comunità, è impegnato per altri lavori? Ebbene, la passeggiata è fatta a piedi, ma allegramente, dalla postulante di 23 anni e dalla suora di 66. Se la intendono come due amiche, se non come due complici. Suor Cosnard, ora in ufficio al Seminario, al loro arrivo dice scherzosamente (forse con un pizzico di gelosia?): - Oh, oh! suor Labouré, credo che ella abbia una piccola preferenza per la signorina Maria! A queste parole, la testa della nostra borgo-gnona si riscalda e la risposta parte impetuosa: - In fede mia, quando la signorina Gabriella va a passeggio in carrozza, la signorina Maria può ben permettersi di passeggiare a piedi! «Quanto a me, narra candidamente quest'ul-tima, non avevo fatto il paragone tra l'altra postulante e me. Ma suor Caterina vi aveva pensato, temendo di vedermi in pena». L'altro ricordo di Suor Maria è quello di una sera d'estate un po' strana, in uno di quei pe-santi tramonti che non finiscono mai. Un vecchio era morto a Enghien, sotto quella canicola. E si parlava di un pazzo che era evaso, il giorno precedente, dal manicomio vicino. E' un po' scossa da tali avvenimenti, «la signorina Ma-ria», ma li ha dimenticati durante la scuola serale ai giovani operai che frequentano i corsi di Reuil-ly; questi hanno chiacchierato con lei ed è dopo le 9 che la ragazza rientra all'ospizio di Enghien. L'attività le aveva fatto dimenticare le sue paure; la notte le risveglia. Il lungo vestito sfiora le foglie morte e il fruscio le dà l'impressione di essere inseguita. Si affretta e il fruscio si fa più forte. Si slancia verso la porta di Enghien, vici-nissima; ma ecco, davanti a lei, nel cortile, una forma nera: è un fantasma o il pazzo evaso? Maria cerca una scorciatoia per la scala esterna che porta al dormitorio. Fatalità! la porta è chiusa a chiave! La giovane postulante bussa, tamburella con le dita la porta gridando: - Suor Labouré! Suor Labouré! Mentre Caterina si affretta a scendere al suo richiamo, Maria discerne meglio il fantasma nero che si avvicina: né il pazzo, né il morto, è il signor Cappellano che rientra in casa. Suor La-bouré apre la porta con la candela in mano. - Che c'è, figlia mia? Maria, confusa, balbetta la propria emozione: il morto, il pazzo, le foglie... Caterina canzonerà la piccola postulante così poco coraggiosa? No, l'accompagna al dormitorio traversando i corridoi oscuri, nei quali la can-dela proietta sul soffitto ombre che ormai non sono più minacciose. Caterina ha ritirato la sopra-coperta e sparisce nella cucinetta ove si prepa-rano le tisane, mentre Maria si sveste. Ritorna con un bicchiere di acqua zuccherata al fior di arancio. Presa questa, « la piccola Maria » dor-mirà come un ghiro. Alle 4, la campana suona la sveglia; ella cerca di aprire gli occhi pesanti ma un sussurrio dolcissimo la rassicura: - Zitte, zitte! - dice Caterina alle compa-gne - La piccola dorme... Le postulanti venivano esercitate a poco a poco all'alzata delle 4. « Dormivano » più a lungo, tre volte alla settimana, durante il primo mese, due volte nel secondo, e potevano, in seguito, essere scusate secondo le loro condizioni. Cate-rina, responsabile della casa, aveva diagnosticato necessario che Maria riposasse a lungo. Caterina si sente più vicina alle giovani, man mano che vede sfrondarsi le fila della sua gene-razione, mentre l'età media assume i principali incarichi della casa. Ella pensa più a lungo alla morte come a una prossima scadenza.

 

Viaggio in cielo

Poco dopo la Comune, fa questo sogno che narra ingenuamente alla nipote Maria Antonietta: « Ero appena morta e arrivavo in cielo, dove entravo attraverso una porta molto luminosa. Vi incontravo prima mio padre, poi il minore dei miei fratelli (Augusto), poi tua madre. Dissi al babbo: - Luisa non è qui? Luisa era la maggiore delle sorelle. Allora mio padre, mi rispose: - No non è qui, ma l'aspettiamo. Macabro sogno! Né Augusto, né Tonina (la madre dell'interlocutore) erano morti. Realista e maliziosa, Maria Antonietta esclama: - Ma, zia, non si deve credere ai sogni, è superstizione! - C'è sogno e sogno - risponde sentenzio-samente Caterina. Voleva dire « che vi sono sogni ai quali si deve credere? Quale grado di fiducia annetteva a questo »? - Non me l'ha detto - soggiunge Maria An-tonietta. Ma la sognatrice teneva a quel sogno che raccontò in seguito al nipote Filippo Meugniot, il fratello di Maria Antonietta, la versione del quale è un po' diversa. Caterina, arrivando in cielo, aveva detto a Tonina: - Come, tu, la più piccola, sei arrivata in cielo per prima? - Perché no? - aveva risposto Tonina. - Questo sogno mi ha scossa molto - diceva Caterina, sebbene simulasse di non credervi troppo. Nel dicembre 1873, Filippo era venuto a con-fidare alla zia una grossa preoccupazione: a 29 anni, era stato consultato per divenire superiore del piccolo Seminario di Saint-Pons, nella dio-cesi di Montpellier... E la casa si trovava in « difficoltà »: - Pregate perché la cosa non avvenga! - dice a Caterina. Ella risponde tranquillamente: - Pregherò perché si faccia la volontà di Dio. « La volontà di Dio » ne confermò la pesante carica. Sembra che né lui né lei abbiano riparlato in quell'occasione della predizione che Caterina gli aveva fatto, quando era ragazzino: - Se vuoi entrare tra questi signori... si può diventare superiore... Filippo diventava superiore prima dei 30 anni: età eccezionale! Sembra che non abbia neppure ricordato alla zia la confidenza da lei fattagli nel 1871: come gli avesse dato il cattivo esempio, rifiutando per sé una carica di superiora... Con l'età Caterina diviene più aperta alle confidenze. Verso la stessa epoca (1873 o 1874), racconta alla sorella Maria Luisa, in presenza di Suor Cosnard (ora « Suora d'ufficio » al Semi-nano), il sogno che le aveva illuminato il cam-mino della vocazione: la chiamata del vecchio prete in cui aveva riconosciuto molto tempo dopo il Signor Vincenzo. Suor Cosnard è impressionata dal suo accento, quando ella parla di quello sguardo che le rimane presente (capitolo 2, nota 65).

 

Addio a Tonina

Il sogno profetico sulla morte dei familiari aveva cominciato a realizzarsi fin dall'ottobre 1872. Tonina cade ammalata in quel periodo e nell'aprile del 1873 si alletta per sempre. Soffre molto. Caterina la visita di frequente durante l'ora della ricreazione perché ella abita vicinis-sima: al n. 5 di via Crozatier, nel XII circon-dario: queste visite sono un sollievo per Tonina. A metà gennaio 1874, l'ammalata cade in una specie di coma: girata verso il muro non sembra più in istato di cambiare posizione. Per curarla, si è dovuto tirare il letto in mezzo alla camera. Ella non parla e sembra che non abbia cono-scenza. Caterina è avvertita, giunge il 16 gennaio alle 13, l'ora della ricreazione. E' responsabile del tempo dei suoi anziani. E' la prima volta che trova Tonina in questo stato. Maria Antonietta e le sue due figlie, Marta e Giovanna sono presenti, silenziose davanti alla malata che giace in coma. Caterina le fa uscire e chiude la porta. Ma ecco che sentono parlare nella camera e per un pezzo. Dopo un'ora, Caterina riappare: - Andate a vedere vostra madre, vuole par-larvi. Ella riprende il cammino di Enghien, verso le miserie dei suoi anziani. Maria Antonietta, Marta (8 anni e mezzo) e Giovanni (7 anni) si precipitano, Tonina le acco-glie sorridente, appoggiata al guanciale. Sembra felice, guarda con affetto le due nipotine e tutto il cuore le passa attraverso parole banali: - Siate sempre molto buone! - E' la zia Caterina che l'ha risuscitata? - domanda una delle bambine, senza che vi sia il tempo di approfondire... Passata un'ora, l'amma-lata ricade in letargo, indebolendosi poco a poco. Il terzo giorno, alle 4 del mattino, Tonina muore: è il 20 gennaio 1874, 32° anniversario dell'apparizione della Vergine a Maria-Alfonso Ratisbonne, il convertito della Medaglia miracolosa. In questo stesso anno, Caterina fa entrare le due nipotine nella scuola delle suore, al n. 77 di via de Reuilly. «Là avemmo la soddisfazione di vedere la nostra zia Caterina quasi ogni giorno (raccontano le ragazze). Ci affezionammo di più a lei perché, sebbene avesse i lineamenti più fini, somigliava alla nonna (Tonina), che non avevamo più. Durante la ricrea-zione delle alunne, dopo il pranzo, la vedevamo spesso attraversare i cortili della casa di Reuilly per ritornare a quella della via di Picpus; corre-vamo verso di lei e l'accompagnavamo fino in fondo al giardino ». Un giorno, ella le accompagna ad una passeg-giata. Per le bambine è una festa, ma Caterina vuol fare anche un piacere a qualchedun altro. Si recano nella « casa dei Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio », in via Oudinot, dove suo fratello Carlo Labouré è «venuto dalla Borgogna per farsi operare, soffrendo del «male della pietra». Il suo stato abbastanza grave poteva fra presumere che non sarebbe vissuto a lungo (...). Non conoscevamo questo prozio. Ella aveva ritenuto opportuno di presentarci a lui, ricordava Marta Duhamel che, trent'anni dopo conservava un luminoso ricordo di quest'avventura insolita favorita dalla compli-cità di Caterina (n. 1453 a, Marta Duhamel, rap-porto scritto poco prima del 1914, p. 101).

 

Visita al Superiore generale

Il 12 marzo di questo stesso anno 1874, muore il Signor Etienne, Superiore generale, che spira alle 11 precise in piena lucidità e senza agonia. Tre giorni prima egli aveva chiesto l'Unzione degli infermi, che aveva ricevuto in presenza di tutta la Comunità. -La mia missione è terminata... Vado a raggiungere la grande famiglia del cielo. Do-mando perdono a tutti quelli ai quali forse ho recato della pena. Oh sì! Ho amato le due fami-glie di San Vincenzo (« Vita del P. Etienne », Paris, 1881, p. 348-350). Egli ne aveva guidato lo sviluppo meraviglioso. Pare che avesse finalmente saputo, poco dopo la sua elezione, che Caterina era la veggente. Ella ha lasciato un appunto autografo sul loro ultimo colloquio in cui aveva rinnovato la do-manda che la cappella della rue du Bac fosse aperta al pubblico. Gli aveva anche presentato il desiderio che Maria fosse onorata nella Con-gregazione col titolo di « Regina dell'Universo ». Il superiore aveva risposto in maniera evasiva ma incoraggiante: - Ebbene, Suor Caterina, la Vergine Santa le ha detto quando vorrebbe essere onorata sotto questo titolo? Quando glielo dirà, faremo quanto sarà necessario. Preghi per questa intenzione. La Vergine Santa vuole da lei qualcosa. L'11 settembre 1874 il Signor Boré diviene Superiore generale... Poco dopo la sua elezione, preoccupato di illuminare il proprio governo, con-voca Caterina e l'interroga, insieme con i « Supe-riori maggiori », « circa le rivelazioni di cui era stata onorata nel 1830. Come conseguenza, intorno ad essa, si formò una specie di aureola che contribuì ad accentuare la sua riputazione di santità, come assicura il P. Chinchon, suo confessore o. Ella, tuttavia, sembrò sconcertata da questo inatteso interrogatorio e non parlò molto, perciò deluse... Per la Francia, questi sono anni oscuri e pe-nosi... Le esecuzioni capitali dei comunardi con-tinuano fino al 6 giugno 1874, ma il Paese si rialza dalle rovine. Caterina prosegue il proprio cammino nel suo faticos o lavoro e le sue intui-zioni.

 

Predizione?

Nell'autunno 1875, Don Olmer suona alla porta dove Caterina « tira la cordicella o. E' una forza della natura ma anche della grazia e, per il mo-mento, un costruttore. Egli si è reso illustre nella Comune per il suo coraggio, la sua dedizione, infine per un'evasione senza di cui sarebbe morto. Nominato l'anno precedente amministratore della nuova parrocchia fondata nel quartiere, ha già due vicari e comincia a costruire la chiesa dedi-cata a santa Radegonda. Ma si delinea tutto un movimento perché la patrona ne sia la Madonna. E' il desiderio di Caterina che sembra abbia una doppia vista quando si tratta della Vergine Ma-ria. Il suo saluto è amabile e insolito: - Buongiorno, signor parroco dell'Immacolata Concezione! - Ma io non sono parroco! - Lo sarà! - Sì, ma la parrocchia si chiama Santa Radegonda! - Si chiamerà l'Immacolata Concezione! Don Olmer vi fu insediato come parroco due anni dopo: il 29 settembre 1877. E fu questa la prima chiesa dedicata all'Immacolata Conce-zione nella diocesi di Parigi. Caterina rimpiange sempre che la cappella della rue du Bac non sia aperta ai pellegrinaggi perché è sempre sollecitata da questa promessa della Madonna: - Si avvertirà il mio passaggio! (Suor Cosnard, CLM 2, p. 266). La difficoltà consisteva nell'« aprire al pub-blico la cappella della casa dove si trovava un noviziato (numeroso) come il nostro o, spiega Suor Cosnard. E Caterina, tuttavia, avrebbe detto con un sospiro, udendo il racconto della guari-gione di una sordomuta avvenuta a Lourdes: - Tutti questi miracoli avrebbero dovuto aver luogo nella nostra cappella! Le rincresceva pure che non si tenesse conto della medaglia, soggiunge Suor Cosnard. « Ella mi disse: - Ci sono alcune suore del Seminario che non portano la Medaglia e non si pensa a darla loro. Le chiesi: - Come lo sa? E mi rispose: - Ah! si informi e vedrà. Dovetti convenire che era vero Suor Caterina invita « a pregare molto o, ma « ad aggiungere alla preghiera lo spirito di peni-tenza e di sacrificio o: « Si chiede troppo ciò che si desidera e non abbastanza quello che vuole il buon Dio » - avrebbe detto a Suor Tranchemer che troppo facilmente prendeva i propri desideri « legitti-misti » per quelli di Dio stesso. Il Maresciallo di Mac-Mahon è stato eletto Presidente della Repubblica il 24 maggio 1873. La moglie diventa amica della casa. Questa donna forte, generosa e discreta, viene senza apparato. Le confidano il nome della veggente e Suor Dufès trova un pretesto per presentargliela... Caterina ha capito, ma non fugge. Qualche giorno prima, una povera donna era venuta a chiederle 60 fran-chi (introvabili) per pagare l'affitto. Le daranno lo sfratto. Caterina narra questo dramma, la si-gnora ha cuore e le dà i 60 franchi.

 

Nella fila

Durante lo stesso anno 1874, Suor Dufès de-cide di sostituire Suor Caterina come responsa-bile dell'ospizio di Enghien. Ha bisogno di un braccio destro per rinsal-dare l'unità delle due case e vincere certe tensioni. E' Suor Angelica Tanguy, di 36 anni, che pone alla direzione dell'ospizio, col titolo di assistente. Dura prova per Caterina perché è sempre diffi-cile passare in sottordine nel luogo dove si ave-vano funzioni direttive. Come reagirà? Le suore se lo domandano nell'ora in cui Suor Dufès annunzia la promozione di Suor Angelica, decorata di questo titolo di assistente, che Cate-rina non ha mai avuto pur esercitando le stesse funzioni. Le suore incaricate degli anziani pre-feriscono Suor Caterina alla nuova responsabile, più secondo il nuovo stile di Reuilly, più rigida e con minore esperienze. Ma Caterina si affretta a dire a Suor Dufès: - Oh! « sorella o, le obbediremo come fosse lei in persona! Non è adulazione, né diplomazia per lusin-gare la nuova assistente, poiché Suor Tanguy non è presente (l'ha precisato ella stessa al Processo). E' con apprensione che quest'ultima avvi-cina Caterina di cui prende il posto: - Spero che si troverà bene con me e che non mi procurerà delle noie - le dice quel giorno. - Oh no! mia buona sorella, non avrà mai nulla a temere da me - risponde Caterina. Il sacrificio è fatto nell'insieme, ora deve rea-lizzarlo nei dettagli, giorno per giorno. Da quando Suor Dufès risiedeva in via di Reuilly, dall'altra parte del giardino (1868), Cate-rina aveva in consegna le chiavi, simbolo del suo potere sulla casa. Ogni sera, chiudeva le porte della via di Picpus e portava le chiavi nella sua camera: - Mantenga le chiavi - suggeriscono le suore a Caterina. Le tentatrici non sapranno mai che Suor Tan-guy, giunta con passo leggero, ha sorpreso la conversazione e si dilegua senza farsi vedere mentre Caterina risponde: - Sì! Le consegnerò fin da questa sera a suor assistente che rappresenta la superiora. La sera, Suor Tanguy spia i passi di Caterina: il tintinnio delle pesanti serrature che ella chiude le giunge amplificato nel silenzio notturno... Ed ecco che dopo l'ultimo scatto, il passo tranquillo di Suor Caterina si avvicina. Essa depone il mazzo di chiavi accanto al letto nel gran silenzio che sarà rotto soltanto dalla cam-pana del mattino. L'indomani, in refettorio, le posate di Suor Caterina sono messe, come abitualmente, al posto d'onore, accanto alla superiora, Suor Dufès. La suora del refettorio non ha cambiato nulla per rispetto all'«Anziana». Questa non vi fa attenzione... fino a quando scorge Suor Tanguy in un posto più modesto. Non si muove ma, terminato il pranzo, va a tro-vare la suora d'ufficio in refettorio, Suor de la Haye Saint-Hilaire (28 anni): - Per favore cambi il mio coperto e dia il mio posto a suor assistente... Mi stanca di pas-sare da questo lato della tavola - aggiunge per dare una motivazione senza importanza al suo proposito. « Questo mi fu detto con una tale semplicità che avrei potuto cadere in inganno, narra l'inter-locutore. Ma la dififcoltà da vincere per raggiun-gere il posto che aveva occupato fino ad al-lora, (...) era troppo insignificante per lasciar dubbi sul motivo (...): deferenza e umiltà o. Caterina conserva la libertà di spirito nelle responsabilità che le restano. Un giorno, distri-buisce agli anziani, aiutata da Suor Cantel, « alcune porzioni avanzate o. Le piace dare con larghezza. L'assistente passa e la rimprovera. Caterina tace rispettosamente, la compagna ne ècolpita, ma Caterina la rassicura: - Non si turbi, sono in regola: ho i miei permesst. Secondo Suor Cantel ciò significava l'autoriz-zazione della stessa Suor Dufès, ma Caterina non se ne valse per non far perdere la faccia alla giovane assistente, ancora fragile nell'esercizio della sua autorità. Caterina la sostiene in ogni circostanza: In una giornata d'adorazione, sapendo quanto sarebbe stata felice di andare in cappella, narra Suor Giovanna Maurel, le dissi: - Sorella, spetta a me stare in portineria e a lei di andare dal bunn Dio. Suor Caterina risponde: - Suor Angelica l'ha detto, ciò basta. Dobbiamo applicare al prezzo di questi sacri-fici la riflessione che Caterina fece un giorno a Suor Tanguy: - Ho avuto grandi pene, grandi difficoltà, un momento ho pensato di chiedere il cambia-mento di casa. Ho pregato, ho consultato il mio confessore e sono rimasta.

 

Impulsiva e paziente

Suor Giovanna Maurel (31 anni), giunta nel-l'ottobre 1875, ci presenta uno sguardo nuovo su Caterina che la iniziava ai primi uffici: guarda-roba e piccionaia. Venuta da una famiglia che non l'aveva for-mata ai lavori materiali, ella riconosce che era poco « adatta o al primo lavoro, «ancor meno» al secondo. Ma - afferma - Suor Caterina «mi riprendeva con tanta carità che ne ero con-fusa». Un giorno, la giovane suora lascia morire un piccione e Caterina ne è rattristata, ma è molto amichevolmente che le fa capire il suo errore, perché Suor Giovanna tenderebbe allo scoraggia-mento. A Suor Giovanna ripugna tanto assistere gli anziani; Caterina l'aiuta «a superarsi» e le dice un giorno sentenziosamente: - Ha un bel fare, è lei che mi sostituirà. E' proprio quel che accade: quando Caterina declinerà, sarà lei a prenderne il posto... Suor Giovanna si preoccupa molto di un vec-chio che non è cattolico. E Caterina: - Lei manca di fiducia, il buon Dio può tutto. Fu esaudita perché, prima di morire, egli chiese anche il signor Cappellano (n. 1299, PAspec 52, p. 746). Suor Maurel sentiva il beneficio dell'irradiamento di Caterina: «Mi piaceva tanto mettermi al suo posto in cappella, quando ella non c'era. Una sorella mi ha fatto al riguardo dei rimproveri, dicendo che ero veramente orgogliosa per occupare quel po-sto. Io lo desideravo perché, per me, era una santa che vi pregava, e a mia volta vi pregavo come fossi stata sulla tomba di una santa» (ib., p. 745; cf. p. 746). «Un giorno (racconta ancora Suor Maurel), mi sono impazientita con la suora che doveva darmi la colazione degli anziani. Era sempre in ritardo e ciò mi impediva spesso di arrivare alla Messa, dall'inizio. Ne ero urtata e Suor Cate-rina mi disse: - Bisogna dare tutto al buon Dio, non andare a lamentarsi. Così faceva lei. Quello che più ha colpito Suor Maurel, è la pazienza instancabile di Caterina nei riguardi di Biagina, «La nera», la sua aiutante in porti-neria. - Tenuta solo per carità, la donna era sgar-bata anche verso Suor Caterina. Più volte, avrei voluto andare da Suor Dufès per informarla di tutto e far mettere quella figliola alla porta. Ma Suor Caterina sempre mi fermò: - Perché (diceva) questa persona è incapace di fare qualcosa nel mondo. Caterina subiva allora le bizzarre punzecchia-ture di una suora burlona che era chiamata «la piccola imbecille dell'asilo». Per sondare il segreto di Caterina sull'apparizione della Meda-glia, questa giovane suora' un giorno, in piena ricreazione, davanti a Caterina, china sul suo lavoro a maglia, alla destra dell'assistente, dice in tono provocatorio: - Quella che l'ha veduta, non ha visto che un quadro! L'ultima parola non faceva che riprendere quella del P. Aladel nella sua Notizia (n. 52), ma ella lo diceva con tono scettico e deliberatamente provocatorio. Caterina si drizza d'impulso, il ros-sore le è salito al volto: - Cara, la suora che ha visto la Santissima Vergine l'ha vista in carne ed ossa, come lei e me! Suor Tanguy, che presiede la ricreazione, devìa la conversazione. Per una volta, Caterina presa alla sprovvista, ha rischiato di tradirsi. Si im-merge di nuovo nel lavoro, con una specie di indifferenza, e ritrova il suo silenzio. Di solito ella si distingueva specialmente per l'umile discrezione: «Un giorno, durante la ricreazione, una gio-vane suora sosteneva il contrario di quello che Suor Caterina diceva». Poiché questa difendeva il proprio punto di vista, intervenne la superiora: - Vedo che sostiene energicamente le sue opinioni. Suor Caterina si inginocchiò in mezzo al cortile e domandò perdono (...). - Riconosco che non sono che un'orgogliosa. Il vedere questa suora anziana umiliarsi così, attirò le lacrime negli occhi delle compagne. Il ricordo più saliente di Suor Maurel, è questo consiglio di Suor Caterina, quando si trovava in difficoltà: - Dobbiamo aver fiducia.

 

2. IL SEGRETO IN PERICOLO

 

Il segreto di Caterina trapela da ogni parte ed ella deve, perciò, raddoppiare la prudenza. Dalla parte del Seminario Antonietta di Montesquiou de Fezenam (27 anni), entrata in Seminario nell'aprile del 1873, sente dire da Suor Mauche, suora d'ufficio per la formazione delle giovani suore, che «la sup-posta veggente» è Suor Caterina Labouré. Suor Antonietta arde dal desiderio di conoscerla. Suor Mauche ne trova l'occasione: - Ecco la suora di cui le ho parlato... Tutta felice di questa scoperta, narra Suor Montesquiou, « indicai Suor Caterina a una compagna di-cendo: - E' quella là. « Suor Caterina lo notò e mi mostrò un volto severo. Questo mi sconcertò totalmente, tanto che non osavo più guardarla o. (n. 1285, Suor de Montesquiou, 7 luglio 1909, PAspec 39, p. 577).

 

Dalla parte dell'Arcivescovado

Monsignor Fages, futuro vicario generale di Parigi, allora segretario particolare del coadiu-tore, Monsignor Richard, si, reca a Enghien con Don Odelin per scoprire il famoso segreto. Si èorganizzato per venire nell'ora in cui proprio Caterina è di guardia in portineria. Viene con l'intenzione di parlare, ma Caterina vedendolo arrivare con le sue scarpe ornate di fibbie, con estrema rapidità, « taglia corto prontamente»: - Cerca la direzione, Reverendo, eccola! E poiché i due ecclesiastici insistono, s og-giunge: - Li accompagno dalla Superiora, che rispon-derà loro! Suor Maria Luisa de la Haye Saint-Hilaire (30 anni), che riceve la visita dei suoi amici il conte e la contessa d'Avenel de Nantré, crede poter condividere con loro, discretamente, il se-greto della casa.«Mentre li riaccompagnavo alla porta, in-contrammo Suor Caterina e io dissi all'orecchio della signora d'Avenel: - Ecco la suora che ha avuto la visione della Medaglia miracolosa. Contro ogni previsione da parte mia, il signor d'Avenel si girò e rivolgendosi a Suor Caterina, disse: - Oh, sorella, sono felice di vedere e di salu-tare la suora che ha avuto il grande favore della visione della Medaglia miracolosa! Non sapendo che fare, mi rivolsi alla signora d'Avenel: - Signora, sapesse quello che fa suo marito! Fino a qual punto mi contraria! La suora non vuole che si sappia. Con grande disinvoltura, la signora - Giuseppe, ti sbagli, la suora non ha detto questo! Nel frattempo, Suor Caterina scuoteva la testa e simulava un grande stupore. Durante la ~iornata, la superiora mi fece chiamare, Suor Caterina era passata da lei. La superiora mi disse di chieder perdono a Suor (Caterina), ciò che feci subito: - Piccola, mi disse Suor Caterina, alla buona e con grande dolcezza, - non bisogna parlare così a casaccio. E non mi tenne affatto il broncio per questo incidente. Secondo Suor Demoulins, Suor de la Haye Saint-Hilaire, confusa, avrebbe risposto a Suor Caterina: - Sorella, in Seminario mi avevano detto che era una suora del pollaio di Enghien che aveva visto la Santissima Vergine!

 

Lettura d'anime

Caterina che sa ben nascondersi, ha il dono di leggere nei cuori? E' l'impressione che ha dato a Suor Darlin, in occasione di una delle sue visite alla sua cara rue du Bac, «verso il 1875. «Ero di guardia al piccolo parlatorio, in Semi-nario (...). Parecchie suore di Enghien vennero a trovare la loro postulante e cominciarono un'animata conversazione. Una delle suore re-stava un po' isolata, senza prender parte alla conversazione. Mi avevano detto che era la suora che aveva avuto le apparizioni della Santissima Vergine... Avrei ben voluto parlare alla Venera-bile, ma non osavo. Nel medesimo istante, ella lasciò il suo banco, venne a trovarmi in ufficio, e mi disse guardandomi con bontà: - Sorella, venga con me nella classe Santa Maria a dire un'« Ave Maria alla Santissima Vergine. Ora questa classe era precisamente quella di cui ero incaricata. Mi alzai senza rispondere e, molto contenta; ero meravigliata delle sue parole, perché ella non mi aveva mai veduta. Ma Suor Darlin commette l'errore di lasciar troppo trasparire la sua ammirazione per la veg-gente che l'ha resa felice... Caterina immediatamente saluta e se ne va.

 

3. LA GRANDE CONFIDENZA (primavera 1876)

 

Tensione con Suor Dufès

Agli inizi del 1876, le « note annuali di Suor Dufès su Suor Caterina attestano laconicamente: « Salute pessima. Non si alza» (sottinteso: alle 4, l'ora di Regola). Le due annotazioni seguenti attestano la ten-sione che esiste nei rapporti tra la superiora e Suor Caterina: « Carattere molto impulsivo, giudizio passabile. In altri termini, Suor Dufès non è sempre d'accordo con Caterina, il che genera un'ombra, malgrado la docilità di quest'ultima. Ma tutto termina con un omaggio senza riserve: ...pietà solida, adem pie benissimo il suo ufficio. L'elogio assume tutto il suo valore in quanto le note di Suor Dufès sono spietate. Se Suor Caterina « adempie benissimo il suo ufficio», lo fa superando una stanchezza che si appesan-tisce sempre di più giorno dopo giorno. omincia a dire che non passerà l'anno. Si alza ora un po' più tardi, ma è presente, veramente presente presso gli anziani e in porti-neria: accogliente e discreta, in questo piccolo locale (che ha conservato spoglio come una cella monastica).Ciò che stupisce di più è l'umiltà con la quale sopporta la severità particolare di Suor Dufès. Non solo accetta i rimproveri e domina la sua impulsività, che le fa arrossire il volto, ma, quando il rimprovero sarebbe tale da innalzare una bar-riera, viene personalmente a riprendere i con-tatti come se nulla fosse accaduto. Caterina trova nella sua mente qualche permesso da chiedere (di quelli che la superiora non rifiuta mai), bussa al suo ufficio e le domanda... - Ma Soeur, vuol essere così buona da accor-darmi il tal permesso? (n. 937, 1291). Il rapporto è ristabilito, il permesso accor-dato. La superiora è contenta di ritrovarsi buona: questo calma la sua inquietudine di coscienza su ciò che la « spinge o a provare in tal modo Cate-rina. Ci si meraviglia che la « fierezza dei La-bouré» sia abbassata a tal punto. Bernardetta non seppe trovare questa risorsa nei confronti di Madre Maria Teresa Vanzou.

 

Caterina perde il suo confessore

In questa primavera 1876, Caterina non viene a domandare un « piccolo permesso o, quando bussa alla porta dell'ufficio di Suor Dufès: - Ma Soeur, vorrebbe essere così buona da permettermi di andare a vedere il Padre Boré? Si tratta del Superiore generale. - Nientemeno! Caterina continua con calma: - Ci ha ritirato il nostro confessore, il P. Chin-chon e, in coscienza, io ho bisogno di rivolgermi a lui. Vorrei domandargliene il permesso. Sì, verso la fine dell'anno scorso, il Superiore generale ha liberato il P. Chinchon di tutte le attività esterne - compresa Reuilly - perché si occupi esclusivamente della formazione degli studenti e novizi. Ora Caterina sente che la fine si approssima, conosce bene la propria natura e i sentieri della morte che tanto sovente ha se-guito da vicino. E' ansiosa di regolare gli ultimi doveri della sua missione, che da 40 anni le sono stati ricusati, ma che la « tormentano o sempre. Il P. Chinchon è più accessibile del P. Aladel ma non acconsente di più a richieste che oltre-passano le sue competenze. Gli accade pure di essere severo, come narra Suor Cosnard: « Tra il 1864 e il 1873 (non saprei precisare meglio l'epoca) il P. Chinchon (...) pubblicamente, in una riunione di suore, ha umiliato Suor Cate-rina, rimproverandole di voler far passare i suoi sogni per realtà e (di) ridicolizzare tutta la comunità. Suor Caterina era rimasta umile, tranquilla al suo posto, senza rispondere, né manifestare malcontento... La cosa era molto impressionante. (...) Il Padre voleva parlare delle apparizioni? (...) Probabilmente, ma egli aggiustava le cose in modo che ci si poteva sbagliare. Io sono uscita dalla riunione quasi scandalizzata di questa maniera d'agire del P. Chinchon. In seguito ho pensato che egli volesse provare la virtù di Suor Caterina perché mai ne parlava così, lui che era tanto discreto (n. 1291, Suor Cosnard, 10 luglio 1909, PA 44, p. 653). A dispetto di tale severità, una specie di dia-logo e di fiducia si era stabilito per intuizione tra il confessore e la sua penitente. Quando era preoccupato per qualche affare, il P. Chinchon le chiedeva: - Offra una comunione per i miei studenti e novizi! Ella preparava presso di lui il terreno, per ottenere quello che rimaneva in sospeso: l'altare e la statua della Vergine col globo, da erigere nel luogo della prima apparizione. Il P. Chinchon l'ascoltava più di Aladel. Le suore che conoscevano la laconicità di Caterina, si meravigliavano delle sue confessioni, piuttosto lunghe, che contribuivano ad allungare l'attesa di quelle che seguivano. - Suor Caterina, lei che è così sbrigativa in tutto, come mai ha bisogno di tanto tempo per le sue confessioni? E' forse scrupolosa? - le dice scherzosamente una di queste. - Cara, ciascuna ha le sue esigenze perso-nali, ecco tutto! Questo fossato, improvvisamente scavatosi tra loro, era una catastrofe.

 

Rifiuto al vertice

Ecco perché in questo mese di maggio, Cate-rina chiede di vedere il P. Boré per ottenere da lui l'autorizzazione a rivolgersi al suo confessore. Suor Dufès, dapprima poco favorevole, finisce per acconsentire. Purtroppo, il colloquio è un fiasco: non si possono fare eccezioni, né creare precedenti!

 

Domani alle 10

Caterina ritorna a Reuilly, con gli occhi ancora pieni di lacrime. Suor Tanguy se ne meraviglia perché non l'hanno mai vista piangere, neppure nelle grandi pene di famiglia. - E tuttavia, avrei bisogno di rivolgermi a questo confessore - ella dice a Suor Dufès e aggiunge: - Ormai non vivrò piu' a lungo. Credo sia giunto il momento di parlare... Lo sa di che? Commossa, Suor Dufès risponde: - Mia buona Suor Caterina, sospetto forte-mente, è vero, che lei abbia ricevuto la Medaglia miracolosa, ma per discrezione non gliene ho mai parlato. - Ebbene, ma soeur, domani chiederò consi-glio alla Santissima Vergine durante l'orazione. Se Ella mi dice di narrare tutto, lo farò. Altri-menti, conserverò il silenzio. Se la Vergine Santa mi permette di parlare, la manderò a chiamare alle 10. Lei verrà a Enghien, nel parlatorio, sa-remo piu' tranquille. Suor Dufès confida questo colpo di scena a Suor Tanguy, aggiungendo: - Giudichi in quale stato di ansia sarò fino a domattina. L'indomani, Caterina le fa cenno ed ella ac-corre. « Il colloquio cominciò alle 10 e non ter-minò che a mezzogiorno. Ciò che meraviglia Suor Dufès è il vedere Caterina così poco loquace esprimersi « con precisione e facilità. Ella racconta le prime apparizioni: il cuore del Signor Vincenzo, il Cristo nell'Eucaristia e la Vergine nella poltrona, il 18 luglio 1830: queste ultime del tutto sconosciute. Erano rimaste nel segreto delle confidenze e dell'autografo del 1856, ignorati da tutti. Suor Dufès, la cui durezza nei riguardi di Caterina era un riflesso di difesa, «Si sente più volte spinta a gettarsi alle sue ginocchia per domandarle perdono di averla così poco conosciuta. (Ritiene questo gesto esagerato), ma non può trattenersi dal mormorare: - E' stata davvero favorita. - Oh! - risponde Caterina - non sono stata uno strumento. Non è per me che la Vergine Santissima è apparsa. Se mi ha scelta, ignorante come sono, è perché non si possa dubitare di lei». In quest'occasione, come spesso, Caterina è un'eco interiore del Signor Vincenzo che diceva: « Sono stato scelto perché non ero niente, nessuno potrà dubitare che cose sì grandi non siano l'opera di Dio».

 

La Vergine col globo

Caterina arriva al punto difficile che la tor-menta « da sì lungo tempo »: la Santissima Ver-gine aveva in mano un globo. Nessuna imma-gine la rappresenta così. Il P. Aladel ha sempre rifiutato. Suor Dufès è perplessa... Che novità è quella? E come conciliare questa immagine con quella della Medaglia: la Vergine dalle mani aperte? Davvero Caterina passa i limiti: - Diranno che è pazza! - Oh! non sarebbe la prima volta! Il P. Aladel mi ha perfino trattata da « vespaccia » quando insistevo a tal riguardo. Suor Dufès comprende il senso: è un gesto di Madre e di Regina dell'Universo. La Madonna protegge e offre a Dio il globo che rappresenta la terra; tuttavia, la superiora è sconcertata: - Ma che ne è stato di questo « globo»? -domanda, preoccupata di non riuscire ad armo-nizzare le due immagini. - Non vidi piu' che i raggi emanati dalle sue mani - risponde evasivamente Caterina. Suor Dufès è sempre più perplessa: - Ma che ne sarà della Medaglia se questa visione viene diffusa pubblicamente? - Oh! non bisogna toccare la Medaglia mira-colosa! Suor Dufès insiste: - Ma se il Signor Aladel ha rifiutato, aveva delle buone ragioni. - E' il martirio della mia vita! - confessa Suor Caterina, che non può rassegnarsi a tale omissione. - E lei conoscerebbe qualcuno che potrebbe garantire il suo racconto? - C'è Suor Grand, che in quel tempo era in ufficio al Segretariato. E' ora superiora a Riom; ha lavorato col P. Aladel. Il pomeriggio di quella stessa giornata, Suor Dufès, sconvolta dalla confidenza, ne fa parte a Suor Tanguy. E' sedotta, ma perpiessa dinanzi a questo contrasto sulla stessa apparizione, dun-que sulla Medaglia. Caterina, ora che è anziana, non esagera?... La superiora si ricorda di alcuni piccoli fatti che hanno alimentato la sua perplessità e la sua aggressività nei confronti della veggente. Quando era in vita il P. Etienne, dopo la Comune, Cate-rina non ha avuto l'idea che si sarebbe trovata a « m. 1,50» di profondità « una pietra piatta come una pietra tombale » - ha annotato Suor Dufès senza capire (n. 699, CLM 2, p. 120) - e «materiale per la costruzione di una cappella», o piuttosto « di una chiesa »? Ella aveva pensato a un tesoro e, poiché il meraviglioso compimento delle predizioni di Caterina durante la Comune le aveva valso un certo credito, aveva avvertito il P. Etienne. Insieme decisero di fare degli scavi. Ma dove? A tal riguardo, Caterina era più in imbarazzo. Gli scavi non ebbero risultato... Ripresi sotto il generalato del Padre Boré, non hanno portato che alla scoperta di un pozzo turato che avrebbe costretto a discendere a oltre 18 metri sotto terra. - Sorella, si è sbagliata - ha detto recisa-mente Suor Dufès a Caterina che non ha solle-vato discussioni e ha risposto umilmente: - «Ma Soeur », va bene, mi sono ingannata, credevo di aver detto il vero. Sono veramente contenta che si conosca la verità (n. 645, CLM 2, p. 48). Ma quanta ansia e fatica spese in questa inu-tile opera di scavo! Caterina si sbagliava anche questa volta? Per verificarlo, Suor Dufès scrive a Suor Grand; la risposta si fa attendere e non partirà che il 24 giugno. Essa conferma la straordinaria visione di Caterina: «Sì, mia buona Suor Dufès, la nostra dolce Regina è apparsa tenendo la « sfera» del mondo nelle sue mani verginali e benedette, riscaldan-dola col suo amore, poggiandola sul suo cuore misericordioso e guardandola con ineffabile tene-rezza. Conservo pure uno schizzo, progettato molto tempo fa, che la rappresenta in questo atteggiamento » (n. 460). Suor Grand aggiunge una perorazione calorosa ma confusa per armonizzare le due visioni, quella col globo e quella senza.

 

La veggente e lo scultore

In seguito a tale conferma, Suor Dufès ac-compagna Caterina alla rue du Bac, dopo un « pranzo anticipato ». E, « mentre la comunità èin refettorio » la conduce in cappella dove si fa indicare il posto esatto in cui collocare la statua e l'altare: dal lato destro di chi guarda l'altare, dove si trova il quadro di San Giuseppe. Suor Dufès presenta la richiesta ai superiori, ma non se ne fa nulla. Si avrebbero così due statue della Vergine il che solleverebbe delle difficoltà presso le autorità. Ma niente impedisce che il modello sia realizzato per la casa di Reuilly, a titolo privato. Suor Dufès vi provvede. Soltanto Cheva-lier (fin dal 1878), secondo Suor Dufès, ha notato alcuni particolari concreti della descrizione: « Né troppo giovane, nè troppo sorridente, ma di una gravità mista a tristezza, che spari-vano durante la visione, quando il volto si illu-minava dei chiarori (...) dell'amore, soprattutto nel momento della sua preghiera » (n. 674, CLM 2, p. 111). Suor Dufès ordina la statua presso la Ditta Froc-Robert e invia Caterina al laboratorio per esaminare il bozzetto. La sicurezza e le critiche della suora mettono lo scultore in allarme: - Non è la suora delle apparizioni? (n. 1251, PAspec 7, p. 180). Ciò serve ad abbreviare il dialogo. Caterina si eclissa con l'aria trasognata che prende in tali circostanze. Questo intervento della contadina presso l'artista fa veramente ridere l'accompa-gnatrice: - Ma di che cosa s'impiccia? Ha perduto la testa? Caterina non può nascondere la sua delusione: no, non è questo. Suor Dufès le fa fare il giro dei magazzini di San Sulpizio per tentare di scoprire l'introvabile modello. Inutilmente. Qualche settimana dopo, la statua è conse-gnata a Reuilly. Suor Dufès non la metterà in cappella ma, discretamente, nell'ufficio dove la-vora e dove Caterina è invitata a recarsi. Ella osserva con molta attenzione: molti dettagli da lei descritti sono stati scrupolosamente eseguiti: il globo d'oro sormontato da una croce, « il ser-pente verdastro » sotto i piedi dell'Apparizione, ma non manifesta entusiasmo, anzi torce il naso. Un po' delusa, Suor Dufès la esorta: - Non si dev'essere troppo difficili! Gli artisti terreni non possono realizzare quello che non hanno visto!

 

La fine del martirio

La confidenza e la realizzazione della statua costituiscono per Caterina un grande sollievo e le apportano una grande pace. Le ferite si cica-trizzano; questo segno insperato le dona la spe-ranza che la statua sarà un giorno collocata nella cappella.

 

Quale importanza?

Responsabile verso la Madonna di quanto era stato omesso, Caterina ora si sente scaricata, pronta alla partenza che avverte prossima. Nel l'ora in cui il corpo le viene meno, la serenità del profondo risale alla superficie. La sua vec-chiaia diventa un bell'autunno, ma la contadina sa bene che queste ultime gioie annunciano l'in-verno e la morte; non le costa di vederla avvi-cinarsi, si abbandona all'incontro sconosciuto come ad un viaggio verso la persona amata. Quello che avverrà in seguito non la riguarda: il cielo e i superiori ne avranno cura. Quale importanza aveva la realizzazione com-plementare di questa Vergine col globo? E' diffi-cile valutarlo! Questa statua non ha esercitato un influenza paragonabile neppure in minima parte a quella della Medaglia miracolosa che veniva nell'ora giusta per risvegliare nella Chiesa una nuova primavera di carismi e di conversioni. Se il P. Aladel non si faceva scrupolo per i det-tagli, aveva rispettato però l'essenziale: l'invo-cazione, la rappresentazione più classica dell'Im-macolata Concezione e le mani da cui emanavano i raggi, simbolo nuovo della luce di Dio attra-verso Colei che generò il Verbo. Ma era legittimo che Caterina desiderasse veder rappresentato quest'elemento complemen-tare che deriva anch'esso da una tradizione? Tocchiamo a questo punto la relatività delle visioni. La Chiesa ha sempre insistito al riguardo, sottolineando il contrasto tra le rivelazioni pri-vate e la rivelazione evangelica. Le prime non sono che un carisma particolare, destinato a risvegliare la speranza.

 

« E' l'ultima volta »

E' senza angoscia che ad ogni festa liturgica, Caterina ripete ciò che è divenuto un ritornello: - Celebro questa festa per l'ultima volta! Pensano che vaneggi poiché non si avverte che declina ma ella persevera nella propria idea e vi ritorna il 15 agosto, festa dell'Assunzione, nel ricevere la visita di Maria Antonietta Duhamel con le due nipotine: « Donò alcune immagini alla maggiore in ricordo della sua prima Comunione (narra Maria Antonietta). Le feci osservare che non vi era alcuna fretta perché la bambina avrebbe fatto la prima Comunione solo l'anno seguente, ma ella mi rispose: - Oh! hia cara figliola, l'anno prossimo noi ci sarò più. - Ma è troppo presto - replica Marta - io non farò la prima Comunione che nel mese di maggio! - Lo so, ma non sarò più qui. Preferisco dartele subito ». Suor Caterina le offre un'immagine che rap-presenta una comunicanda, e qualche ricordo. Maria Antonietta Duhamel insiste: - Ma voi godete buona salute come sempre. - Non volete credermi! - dice scherzosamente Caterina ferma nella sua convinzione - Vedrete! L'8 settembre, visita di Filippo Meugniot il quale non sa che è l'ultima. Suor Dufès gli svela il segreto di Caterina, che egli ignorava. Il gio-vane non osa parlarne alla zia e si meraviglia di trovarla sempre tanto discreta. E' molestata dal cuore che le provoca dei soffocamenti, ma si mette seduta nel letto. Il nipote è impressionato dalla sua calma, dalla sua « tranquillità »: « è pronta a comparire dinanzi a Dio ». Evoca alle-gramente il riposo forzato (che le costa): - Eccomi come una regina... Bernardetta farà uso dello stesso paragone, in una lettera del 1876 indirizzata a Madre Sofia Cresseil. Verso la fine del mese, Caterina è ancora allettata. Suor Henriot viene a farle visita e l'assiste poiché l'infermiera abituale è assente: - Preghi per me - le dice. - Pensi a me, io pregherò per lei - risponde Caterina. Nel marzo seguente, Suor Henriot ricorderà questa promessa. Veglierà in preghiera, presso la tomba di Suor Caterina, per una suora grave-mente ammalata... Quella suora guarira...

 

4. UN AUTUNNO RADIOSO

 

Declino

In ottobre Caterina si alza; il declino è lento: « indebolimento, languore, vecchiaia, logorio, sfi-nimento », dicono i testimoni. - Non è più lei... - dicono coloro che la vedono indebolirsi. - Ne han dette ben altre di Nostro Signore - confida Caterina che conserva buono l'udito e buoni gli occhi azzurri dietro le lenti dalla mon-tatura di ferro. Il suo cuore cede, la respirazione è soffocata. Per sollevarla, le applicano delle san-guisughe sui reni. La sua pazienza aumenta in proporzione dei dolori alle gambe. Suor Combes si stupisce di vederla « sempre calma come se non soffrisse ». Quando la soffe-renza diventa palese e la compiangono, ella dice: - Il buon Dio merita certamente che soffriamo per Lui.

 

Ultime attività

Ha cessato di lucidare con la cera i pavi-menti con lo straccio pesante. E' stata disim-pegnata dagli impieghi regolari, ma quando può alzarsi custodisce la portineria. Fa piccoli bucati complementari, passa in rivista il vestiario degli anziani e vigila sulla loro alimentazione di cui conosce così bene i problemi da 46 anni: perché ognuno abbia tutto il necessario! Ella mette le giovani suore al corrente delle mansioni che lascia. « Negli ultimi mesi del 1876 », Suor Cabanes, incaricata della cucina, la vede arrivare « ogni giorno, prima dei pasti, per assi-curarsi che tutto sia conveniente » ed è messa da lei al corrente « dei piccoli dettagli », con grande « bontà». - Ecco come facevo io - dice Caterina - e come faceva la suora che l'ha preceduta. Se in-contra qualche pena, non si spaventi - aggiun-ge - io ne ho incontrate altre! Il 30 ottobre 1876, prende la penna per met-tere in iscritto la confidenza fattale dalla Ma-donna, seduta sulla misteriosa poltrona, alla rue du Bac: « Figlia mia, il buon Dio vuole affidarti una missione! ». In quegli stessi giorni, dice a Suor Millon: - Morrò prima dell'anno prossimo e non vi sarà bisogno di carro funebre per portarmi al cimitero! - Scherza, Suor Caterina? - Vedrà, mia cara! (n. 1257, PAspec p. 237).

 

Ritiro di novembre

Il 5 novembre 1876, Caterina è ancora abba-stanza forte per recarsi a fare il ritiro alla Casa Madre. Ve la conducono in carrozza: in una cornice dorata di foglie autunnali, ella si mostra coraggiosa, segue tutti gli esercizi, resta in ginoc-chio come le suore più giovani, malgrado la sua artrite, tanto dolorosa e le ginocchia gonfie. Rifiuta anche un cuscino che le viene offerto per arrecarle sollievo. Anche in tale occasione, il suo vaneggiare stupisce: - E' il mio ultimo ritiro - dice a Suor Pi-neau (n. 892; cfr. n. 1278, 1660, MISERMONT, Vita, 1931, p. 227; ed. 1933, p. 229). Non le prestano gran che fede per tale affer-mazione... Civetteria di un'anziana che cerca di farsi compatire... Ella, tuttavia, dice questo senza affettazione. Al suo arrivo, fa una visita alla sorella maggiore, Maria Luisa. Non è tanto sod-disfatta di trovarla a letto, sebbene sia ottua-genaria: - Presti troppa attenzione ai tuoi malanni; credo che, se lo volessi, potresti alzarti! Non è che Caterina manchi di compassione per le infermità. Tempo addietro, andando a far visita a un fratello ammalato all'Ospedale Lan-boisière, si era affrettata a discendere dalla car-rozza per prima per aiutare la sorella anziana. Ma, nella fretta, si era slogato il polso, cosa che non le aveva impedito di fare volentieri la visita, con la mano fasciata. Ma Caterina, che conosce ora la vecchiaia, sa quanto le costi, ogni mattina, sollevare dal letto le sue vecchie ossa, malgrado tutto... Non è più come a Fain, quando era gio-vane! Questa volta, ella parla soprattutto a Suor Cosnard, sua antica compagna di Reuilly dal 1864 al 1873, che si trova ora in ufficio al Semi-nario. C'è una vera comprensione tra lei e Suor Caterina che spera far passare attraverso la compagna il messaggio della Madonna, ancora troppo misconosciuto... Suor Cosnard fa parte di quelle che « sanno ». Interiore e discreta, sebbene fervorosa, sa condi-videre in profondità. Riesce così a far parlare Caterina sulle apparizioni, per accenni, senza che ella si sveli. Caterina può in tal modo confidare il messaggio che le sta a cuore: - Quando è apparsa a « una delle nostre suore » (...) la Vergine Santissima teneva fra le mani la « sfera » del mondo. Ella la offriva (...). Nessuna stampa delle apparizioni la rappresenta in tale atteggiamento. Ella lo vuole, però, e vuole anche un altare nel luogo dove è apparsa. Tutto questo, a proposito del Seminario e della formazione delle suore. Caterina si duole che qualcuna di loro non porti neppure la Me-daglia e che la cappella della rue du Bac rimanga sempre chiusa ai pellegrini... L'ultimo giorno (14 novembre), Caterina chie-de a Suor Cosnard: - Mi accompagni in Seminario. Durante quell'ora di ricreazione, in cui non vi è nessuno, vuole rivedere, un'ultima volta, i due quadri delle apparizioni, dipinti da Lecerf nel 1835: i primi e quelli più accuratamente ese-guiti per commemorare il messaggio presso le Figlie della Carità. Caterina si inginocchia e prega, si alza poi (non senza sforzo) e contempla a lungo quelle pitture che Aladel le aveva mostrato, 31 anni prima... Si attarda... la campana suona la fine della ricreazione e le giovani suore rien-trano in Seminario. Spiano la suora dagli occhi azzurri e una di loro si lancia a indovinare: - Oh! E' la suora che ha visto la Santissima Vergine! Caterina ritorna in sé: - Va bene! sorella, va bene! - dice recisamente. Sarebbe un tiro giocato per « mostrarla »? Suor Cosnard ha forse svelato il suo segreto? Se ne va bruscamente e rientra a Reuilly senza andare a salutarla. Suor Cosnard ne soffre molto. Caterina la ritiene colpevole? E' irritata? Quale triste epilogo di quegli incontri così belli! « Sono le nostre perle! » Malgrado tale incidente, il soggiorno alla rue du Bac ha fatto del bene a Caterina. Ha ripreso coraggiosamente i suoi lavori. Il 24 novembre, vigilia della festa di Santa Caterina, Suor Tran-chemer, che le gira sempre d'intorno, le conduce delle bimbe per augurarle buona festa. Caterina è inginocchiata davanti alla fontana del cortile. Lava, da sola, le sedie degli anziani, cioè le sedie bucate, che gli anziani utilizzavano di notte per i loro bisogni in un tempo in cui non vi erano bagni nel piano. Non è un'occupazione piace-vole. Le bambine si turano il naso, ella sorride della loro delusione e dice: - Questo è essere Figlie della Carità, bam-bine, sono queste le nostre perle! Si lava le mani e si toglie il grembiule, tutta pulita: - Ora venite perché vi abbracci! Era cosa rara perché, come racconta in altra sede Suor Tranchemer, « Caterina non aveva l'abitudine di abbracciare i bambini, ma si chi-nava e faceva loro una leggera carezza ». In un giorno di festa, però, seguendo la buona tradi-zione paesana, ci si abbraccia. - Siate tanto buone, tanto obbedienti e la Santa Vergine vi amerà molto. Io la pregherò per voi - dice prima di riprendere il lavoro. Il 30 novembre, morte di Augusto, « il fratel-lino » infermo di Caterina che ella aveva assi-stito quando era giovane. Era rimasto handicap-pato per tutta la vita, a carico degli uni e degli altri. Il l° settembre 1867, uno dei fratelli lo aveva ricoverato alla « Certosa » di Digione, l'ospizio del dipartimento, in via Plombières. Una polmonite se l'era portato via, dopo 9 anni di ricovero. Caterina non l'aveva rivisto da lungo tempo. Il beniamino della famiglia aveva 67 anni.

 

Ultima festa dell'Immacolata

L'8 dicembre, Suor Dufès le procura la gioia di recarsi alla Casa Madre, in occasione della festa dell'Immacolata. E' prendere due piccioni con una fava, perché Suor Cosnard è triste dopo il brusco addio del ritiro... « Caterina era un po' irritata contro di me, persuasa com'era che avessi provocato proprio io l'esclamazione delle novizie (racconta Suor Cosnard). Ci abbracciamo, in segno di riconcilia-zione, senza spiegarci diversamente » (n. 939). Il segreto di Caterina trapela sempre più, ma si evita di provocarla. Il fervore intorno a lei mantiene le distanze... Avviene forse perché non l'aiutano a salire in carrozza? Lasciando la Casa Madre ella cade e si sloga il polso, ma non ne fa parola e nessuno se ne accorge. Come può, avvolge il braccio con-tuso nel fazzoletto: - Che le succede, Suor Caterina? - domanda Suor Dufès. Questa mostra il polso fasciato che sostiene con l'altra mano e risponde allegramente: - Ah! sorella mia, ho il mio mazzo di fiori. Ogni anno, la Vergine Santa mi invia doni di tal genere! Caterina prende come regali avvenimenti lieti e tristi... La confidenza non colpisce meno Suor Charvier che esclama: - La sistema bene, la Santissima Vergine! Vale la pena che lei si disturbi per andarla a pregare alla Casa Madre? Caterina risponde « con grande calma »: - Quando la Vergine Santa invia una soffe-renza, è una grazia che ci fa (n. 976, CLM 2, p. 307). Sì, tutto è grazia per Caterina!

 

5. QUANDO GIUNGE L'INVERNO

 

Per Suor Caterina il declino si accentua: il polso rifiuta di funzionare, ella è spesso costretta a stare a letto ma si alza appena può, tanto affaticata che fa pena. Coraggiosa senza debo-lezza, ha bisogno soltanto di piccoli riguardi per il suo indebolimento. « Quello che vuole » Non è difficile per il vitto e mangia sempre di meno. La mattina non può prendere nulla, la sera quando le chiedono che cosa desidera, ri-sponde: - Quello che vuole. E se insistono, conclude invariabilmente: - Delle uova strapazzate. « Sollievi »? Un giorno, tuttavia, il ritornello varia; Cate-rina si sente debole, non ha mangiato in questi giorni e la preoccupazione di riprendere le forze, le dà l'idea di chiedere: - Una mela cotta! Lei, che sembra ordinariamente indifferente, fa vedere che aspetta questa mela che ritarda. Ha fame? Sì, un'improvvisa fame di moribonda, sussulto di un organismo sfinito. - Come! Una suora che si dice abbia visto la Santissima Vergine si lascaia andare a deside-rare tali delicatezze! - esclama Suor Tanguy. Dice questo davanti al P. Chinchon, l'antico confessore, che la stupisce prendendo le difese di Caterina: - Oh! - egli afferma - potrei citarvi un santo canonizzato (il cui nome è stato dimenticato dal testimone), che chiese delle fragole sul letto di morte (n. 979, Suor Cantel, CLM 2, pa-gina 310). Come tutte le persone che si indeboliscono, Caterina sente talvolta il bisogno di cibi più cor-roboranti. Negli ultimi tempi in cui non poteva sopportare niente al mattino, si manteneva pren-dendo la sera « brodo, latte, tisana o anche del-l'uva passita ». Ella non suppone che questi piccoli dettagli saranno presto considerati in maniera sospet-tosa nei processi di canonizzazione. L'avvocato del diavolo, meravigliato di queste tendenze na-turali in una candidata alla santità, si domanderà se la golosità non sia stato il demonio della sua vecchiaia. Era il punto di vista del P. Hamard, lazzarista, il cui spirito critico e faceto si diver-tiva a smontare fervori che gli sembravano eccessivi. - Suor Caterina era una buona figlia - di-ceva alle suore di Reuilly - ma si lasciava andare a un po' di sensualità durante la malattia. Suor Lenormand si crederà obbligata a rife-rire queste parole, in coscienza, poiché ha giu-rato di dire tutto in fedeltà al giuramento. Avrà bisogno di lunghe dissertazioni per dissipare que-ste critiche basate su false apparenze. Questo lavoro riuscirà a dare l'esatta visione dei mo-desti desideri di Caterina, che saranno trovati conformi alle Regole del Signor Vincenzo e para-gonabili alle tendenze, talvolta più raffinate, di certi santi nella loro ultima malattia. Vent'anni dopo, durante l'estate 1869, Teresa di Lisieux morente, esprimerà desideri di cibi più costosi: arrosto o un dolce alla crema di cioccolato (RENè LAURENTIN, Thérèse de Lisieux, Paris, 1973, pa-gina 125). La santità non esclude innocenti desideri na-turali, né la semplicità del cuore.

 

Un'infermiera negligente

Se Caterina ha dovuto talvolta spilluzzicare è perché la sua infermiera negligente, Suor Ma-ria, dimenticava di portarle il pranzo quando la « decana » malata non poteva scendere. Caterina non si sarebbe lamentata per nulla al mondo; di conseguenza si contentava di quello che tro-vava. Da ciò, i suoi pasti frugali e fuori serie, che sono stati presi per cose superflue. Anche l'assistente, Suor Tanguy, l'ha ricono-sciuto come pure Suor Olalde: « Caterina non si lamentava e sopportava tutto. (...). Essendomi accorta della cosa, volli sapere ciò che ne pensasse la Venerabile. Questa mi rispose con calma e semplicità: - Suor (Maria) non è una lavoratrice! Abbandonata, senza lamentarsi, Caterina non raccoglierà che rimproveri piuttosto vivaci, com-presi quelli di Suor Tanguy. Suor Cabanes rac-conta: «Ho visto proprio io la suora assistente della comunità fare a Suor Caterina rimproveri molto vivi perché avrebbe omesso di prendere delle medicine che la suora della farmacia le aveva portato, quando era ammalata e costretta a letto. (...) Ella non si scusò e (...) mantenne il silenzio. (...) Quando Suor Assistente se ne fu andata, Suor Caterina si voltò dalla mia parte e mi disse con grande dolcezza: - Non l'ho vista in tutta la giornata e vede come mi tratta quando viene (...). Ella aveva preso le medicine prescrittele. Un giorno, Suor Tranchemer la scopre senza fuoco, in pieno dicembre: - Deve aver molto freddo, Suor Caterina. Riaccenderò il fuoco... - No, lasci, non è nulla. Tutto è grazia per Caterina in queste lunghe notti senza luce. Verso la metà di dicembre (secondo Suor Maurel): « non poteva prendere niente altro, il suo stomaco era malandato (...). A malapena, riusci-vamo a farle bere un po' di brodo verso le 9 del mattino Il 18 dicembre Suor Cessac, una postulante in partenza per il Seminario, viene a farle gli addii. «Suor Caterina era molto calma e mi disse: - Me ne vado in cielo! Andrò a Reuilly Verso il 20 dicembre, Suor Maria Thomas (l'infermiera negligente, secondo Suor Pineau, n. 892) la trova sempre benevola: - Oh, come è buona la mia superiora! -esclama Caterina. Suor Maria si stupisce di sentirla dire, dopo il ritornello ben conosciuto riguardo alla sua morte, « prima del prossimo anno »: - Non ci sarà bisogno del carro funebre. Suor Maria esclama: - Ma come si farà con un corpo così grande? Ella replica: - Ebbene, sarà così. Io verrò a stare con voi a Reuilly. E aggiunge: - Non vi sarà bisogno di cordoni. Caterina intende parlare di ciò che allora si chiamavano i « cordoni della coltre mortuaria »: quei nastri che degli amici tenevano cerimonio-samente ai quattro angoli del carro funebre. Suor Thomas si affretta a riferire questo strano discorso a Suor Dufès: - Tenga questo per lei - risponde la supe-riora (n. 645, CLM 2, p. 50).

 

La Marescialla ed altre visite

Caterina resta spesso a letto, il che comporta un piccolo flusso di visite: coloro che sanno, specialmente la Marescialla de Mac-Mahon. Suor Caterina le consegna delle corone e alcune Medaglie. Ma Leonia Labouré, venuta a far visita alla zia qualche settimana prima della sua morte, non ha il permesso di salire al dormitorio e Caterina non è in condizioni da poter discendere. Fra le visite quotidiane, oltre Suor Tranche-mer, c'è Suor Charvier, che attesta: «Andavo a farle visita ogni giorno e, tal-volta, più volte al giorno. Le portavano di tanto in tanto la santa comunione (...). Le chiesi una volta perché non sollecitasse questa grazia più di frequente ed ella mi rispose: - Quando mi portano il buon Dio, sono con-tenta ma preferisco fare come tutti, non voglio farmi notare ». Anche Suor Cabanes: «La vedevo ogni giorno da quando si era allettata; io le dicevo: - Mia buona Sorella, è molto sola! Ella mi rispondeva: - Vada! Non sono molto da compiangere, ho tutto quello che mi è necessario! ».

 

Infine, il confessore

Giunta a uno stato di pazienza inalterabile, Caterina ha espresso, tuttavia, un desiderio: rivedere il P. Chinchon, il confessore che le è stato ricusato l'anno scorso, dopo un quarto di secolo in cui tante cose si erano avviate. E' una richiesta serena; ora che si è confidata, Caterina si sente al disopra delle ferite subite: è un ultimo scambio, un incontro, un addio. Il 29 dicembre, Suor Tranchemer le fa un'ul-tima visita, mentre Suor Dufès è al capezzale dell'ammalata, ed è affascinata dalla serenità del volto di Caterina.

 

Unzione degli infermi

Negli ultimi giorni di dicembre, Caterina chiede l'Olio degli infermi, ma la cosa sembra prematura. Tuttavia, poiché ci si accorge che ella sta per mancare, viene fatta la proposta di andare in cerca di un sacerdote vicino, dai Padri di Picpus. - Posso aspettare il lazzarista che confessa... Paradosso! Questo lazzarista è il P. Hamard... Caterina riceve gli ultimi Sacramenti mediante il ministero di colui che sarà il più pericoloso avvocato del diavolo all'apertura del processo di canonizzazione, non per ostilità ma per gusto del paradossale... Molte delle compagne sono presenti: - Domando loro perdono di tutte le mie man-canze a loro riguardo - dice Caterina secondo l'uso. Riceve in piena lucidità l'unzione su ognuno dei cinque sensi, a cominciare dagli occhi azzurri: - Il Signore ti rimetta i peccati commessi con lo sguardo. Le formule hanno qualcosa di assurdo da-vanti a questa trasparenza; Caterina rinnova i suoi voti con uno slancio tranquillo.

 

Ultima confidenza

Il 30 dicembre visita di Suor Cosnard mentre altre suore sono presenti. Dopo la riconciliazione dell'8 dicembre, Suor Consard desidererebbe una conversazione più intima, ma come fare? Si avvicina al letto e mormora: - Suor Caterina, ci lascerà senza una parola sulla Vergine Santissima? Caterina la fa avvicinare, annota Suor Pineau, si china, le parla all'orecchio, le altre non sen-tono... Sì, Caterina ha qualche cosa da dire a Suor Cosnard perché è suora « d'ufficio », incaricata della formazione in Seminario. La morente con-serva desideri immensi e anche rimpianti riguardo alle due famiglie del Signor Vincenzo: - Faccia pregare bene; il buon Dio ispiri ai superiori di onorare Maria Immacolata: è il te-soro della Comunità. Si reciti bene il Rosario. Le vocazioni saranno numerose... se si trae pro-fitto da questi tesori. Di fronte alla recessione degli anni 1860-70, ella avrebbe aggiunto: - Diminuiranno se non si è fedeli alla Regola, all'immacolata Concezione, alla corona... Noi non siamo più abbastanza le serve dei poveri! Ricorda le giovani suore che ha aiutate a vincere delle ripugnanze, tra le quali, ultima-mente, Suor Maurel che l'ha sostituita: - Le postulanti dovrebbero andare negli ospedali per imparare a superarsi. Si interrompe, temendo di andare oltre la sua missione: - Non spetta a me parlare. E' il P. Chevalier (il direttore delle Figlie della Carità) che ha que-sta missione! Ricorda forse la suora che la trattava da sciocca e cercava opere più appariscenti? Sog-giunge: - Le giovani suore sono state troppo innal-zate, invece di essere mantenute sempre nel-l'umiltà. Che esse ascoltino le suore anziane... Imparino lo spirito di San Vincenzo... La Santissima Vergine ha promesso grazie ogniqualvolta si pregherà nella cappella: soprat-tutto la purezza di spirito, di cuore, di volontà... Il puro amore.

 

Preghiere degli agonizzanti

Intorno al letto di Caterina che si indebolisce, oggi vengono recitate le preghiere degli agoniz-zanti, che ella stessa ha chiesto. - Non ha paura di morire? - domanda Suor Dufès. Gli occhi azzurri di Caterina sembrano espri-mere meraviglia, come un cielo senza una nube: - Perché temere di andare a vedere Nostro Signore, sua Madre e San Vincenzo?

 

8. MORTE DI CATERINA (31 dicembre 1876)

 

1. LUCIDA E PACIFICATA

 

31 dicembre 1876: l'anno termina e Caterina non è morta, né sembra prossima alla morte; Suor Dufès canzona questa testarda... Caterina le dichiara tranquillamente: - Non arriverò a domani! Suor Dufès contesta: - Ma domani è il primo dell'anno! Non è il ;nomento di lasciarci! Caterina ripete imperturbabile: - No, non arriverò a domani!

 

Visita del biografo

Nel pomeriggio, il P. Chevalier, vice-direttore delle Figlie della Carità, viene a darle la benedi-zione. L'ammalata l'ha veduto più volte in que-st'anno, perché egli termina una nuova edizione - riveduta e rimaneggiata - del libro sulla Me-daglia, di cui Aladel aveva pubblicato l'ottava edi-zione nel 1842. Egli si era preoccupato della Ver-gine col globo: - Non l'ha sognata? - Ho visto davvero questo globo! - Perché il P. Aladel non ne ha parlato? Caterina non trova risposta e il P. Chevalier la cercherà a lungo. Egli contava pubblicare l'opu-scolo nell'anno, ma Caterina gli diceva allegra-mente: - Quando questa notizia apparirà, io sarò morta! - E' pronta! - aveva replicato lui nella precedente visita. - La coglierò alla sprovvista. Nel 1842 dicevo anche al P. Aladel che né lui, né io avremmo visto l'edizione seguente. Caterina è sempre preoccupata della rue du Bac: Fonte sconosciuta, fonte sigillata: - I pellegrinaggi che le suore fanno altrove non ne favoriscono la pietà - afferma. La Vergine Santa non ha detto che si doveva andare a pre-gare tanto lontano. Ella vuole che le suore l'invo-chino nella cappella della comunità. E' là il loro pellegrinaggio. Il suo futuro storico la benedice prima di an-darsene, ella sembra felice.

 

2. PRIMI ALLARMI

 

Verso le 3 pomeridiane, ecco una visita gradita: Maria Antonietta Duhamel, la figlia di Tonina, con le sue bambine: Marta e Giovanna, come pure un'altra nipote. Più fortunate di Leonia Labouré, ricacciata indietro a metà dicembre, esse hanno il privilegio di salire « nel dormitorio » di Caterina, che respira con difficoltà. « Il sudore le imperla la fronte » ma il suo cuore si risveglia per acco-gliere... Si siede, « con le gambe penzoloni » dal letto di ferro, la cornetta che le è stata messa alla meglio dall'infermiera negligente. Ha prepa-rato le strenne per le bambine e invia una suora a prenderle nell'armadio: caramelle, cioccolato... e una manciata di medaglie per la mamma. La visita non deve essere troppo lunga per non stan-carla: - Ritornerò domani per augurarvi buon anno, dice Maria Antonietta alzandosi. - Se torni, mi vedrai ma io non ti vedrò perché me ne sarò andata - risponde sentenzio-samente Caterina. Ella sembra assopirsi, il suo sguardo azzurro diventa vago. Maria Antonietta e le nipotine sono appena giunte in fondo al giardino che Suor Caterina si accascia sul guanciale; stava preparando i doni per le suore: dei pacchetti di medaglie che le ca-dono di mano sparpagliandosi sul letto. L'infer-miera avverte con urgenza Suor Dufès, accorre al dormitorio la comunità che comincia a pre-gare, ma Caterina apre gli occhi: falso allarme! - Mia buona Suor Caterina - dice scherzo-samente Suor Dufès - non sa dunque che è il 31 dicembre! Le pare un giorno adatto per pro-curarci simili spaventi? - Ma io non volevo che la disturbassero, ma Socur! Non è ancora la fine! Decidono, tuttavia, di portarle il Viatico; le suore scendono per accompagnare il Santissimo Sacramento. In quel momento arriva Suor d'Ara-gon, la compagna di Suor Dufès durante l'esodo al tempo della Comune. Profittando che sono so-le, ella si avvicina al letto dell'ammalata: - Suor Caterina, preghi per me... per i miei nuovi compiti! La suora è stata da poco nominata Suor Ser-vente (cioè Superiora) nella casa dei Blancs-Man-teaux. Caterina promette, ed aggiunge: - Ho visto il P. Chevalier. Sono felice! Riceve il Viatico... Una suora le chiede: - Farà le mie commissioni per il cielo? Col suo abituale realismo, Caterina risponde: - Non so come questo avvenga lassù! In vita, come in morte, non si deve mai pro-mettere quello che non si potrà mantenere! Suor Dufès si domanda se la compagna veda il cielo come una maestosa corte: - Andiamo, Suor Caterina! In cielo non è ne-cessano conporre delle frasi! Basterà uno sguar-do, per confidare le sue intenzioni al buon Dio! - Oh! allora, Lo pregherò! risponde Caterina che si ritrova in questa prospettiva. Suor Dufès è chiamata in parlatorio. - Sono delle giovani che vengono ad augurarle buon anno. Ella esita, ma Caterina le dice: - Ha certo il tempo, può andarvi. La farò av-vertire. Verso le 5, Suor Dufès manda Suor Clavel al capezzale della malata. - Non credo che sia così vicina alla fine, ma se vede che si indebolisce, venga a dirmelo. Verso le 5,30, Suor Combes raggiunge Suor Clavel. Alle 6, ha improvvisamente l'impressione che Caterina se ne vada; discende in cerca di Suor Dufès, ma vedendo la superiora, Suor Caterina si riprende ancora una volta e ricomincia ancora una volta l'antifona: Morrò oggi stesso.

 

3. LA PARTENZA

 

Suor Dufès è scesa per la cena. Una suora giunge con delle medaglie; infatti Caterina aveva ripreso a preparare i pacchettini per la comunità, e per Suor Cosnard e, non avendone a sufficienza, le aveva chiesto: - Suor Caterina, ecco le sue medaglie! Questa non risponde e non dà segno di vita, Suor Tranchemer gliene mette alcune nelle ma-ni; le medaglie cadono sul lenzuolo. Sono le 6,30: questa volta, Suor Caterina se ne va. Suor Dufès interrompe il pasto e sale in fretta. Suonano la campana: non si usa farlo per l'a-gonia, ma si tratta di Caterina... La comunità ac-corre: non è questo l'uso, ma si tratta di Cate-rina! Ella aveva previsto la liturgia della sua morte: 63 bambine per dire ognuna delle invocazioni li-taniche... Suor Dufès aveva arricciato il naso da-vanti a quest'insolito programma: - Non vi sono 63 invocazioni nelle litanie della Vergine Santa! - Ci sono, nell'Ufficio dell'Immacolata Conce-zione... Nel nostro libro di preghiere! Vanno a vedere nelle Litanie dell'Immacolata, nel Formulano di preghiere all'uso delel Figlie della Carità: queste non comportano che 37 in-vocazioni! Ma Caterina non ha detto le litanie, bensì l'Ufficio... E, infatti, il piccolo Ufficio, pub-blicato nello stesso Formulano, contiene ben 63 titoli litanici, da quello di Regina del mondo (Do-mina mundi) a Salute degli infermi... Essi si suc-cedono in serie, senza l'alternarsi del prega per noi, preghiera che non si presta ad essere recitata dai bambini! Le ammiratrici di Caterina non si preoccupano per questo ... Esse preparano le 63 invocazioni su altrettanti cartoncini. Caterina ha fatto bene il conto delle litanie come al tempo della sua contabilità di fattoressa. Ha pensato al simbolismo intenzionale di que-ste 63 invocazioni? Non lo sappiamo. Ma l'autore dell'Ufficio le ha contate evidentemente in fun-zione della tradizione che attribuisce 63 anni alla Madonna: 15 prima e 15 dopo i 33 anni del Cristo. I cartoncini sono dunque pronti ma, l'ultimo dell'anno, non vi sono più bambine nella casa. Le orfanelle sono sparse nelle famiglie che le ospi-tano in occasione del capodanno. Se ne troveran-no soltanto 2 o 3, che non sono in condizioni di recitare le litanie. Almeno, Caterina non morrà lontano dai bimbi: ha visto questo pomeriggio le sue tre nipotine che conserveranno come reli-quie le caramelle che ella aveva dato loro. Tre bambinette, rimaste in casa, vengono volentieri a quest'ultima cerimonia. Le suore recitano le litanie. Caterina aveva chie-sto che si ripetesse l'invocazione Terrore dei de-moni, la diciottesima. Viene ripetuta tre volte... La moribonda sembra associarsi a questa preghie-ra ma non si ode il suono della sua voce. - Vuole dunque lasciarci - le dice dolcemen-te e con tenerezza Suor Dufès; Caterina non ri-sponde: « silenziosa nell'ora della morte come lo era stata durante la vita ». Le suore continuano con le preghiere degli agonizzanti, ripetono l'invo-cazione della medaglia: O Maria concepita senza peccato... Caterina si assopisce a poco a poco, si ad-dormenta senza agonia. Suor Cantel si meravi-glia di non veder apparire « sul suo volto nes-suno dei segni che si notano sul viso dei mori-bondi »... Non ha « mai visto nulla di simile ». Caterina accetta docilmente e a doppio titolo, la morte, da campagnola, abituata com'è ad adat-tarsi perfettamente ai ritmi della vita, da cristia-na, felice di andare a raggiungere, secondo una del-le sue ultime parole, « Nostro Signore, la Madre sua e san Vincenzo ». Un sorriso... due grosse lacrime: è morta. Le chiudono gli occhi, sono le 7 pomeridiane. Suor Caterina aveva previsto questa morte 33 anni prima, durante il ritiro del maggio 1843, uni-camente alla luce dei poveri e della Santissima Vergine: « Maria ha amato i poveri e una Figlia della Carità che ama i poveri (...) non avrà alcun timore della morte. Non si è mai inteso dire che una Figlia della Carità, che ha amato vera-mente i poveri, abbia provato timori spaventosi di fronte alla morte. Al contrario, (...) l'hanno vista fare la morte più dolce possibile » (n. 524, Note del Ritiro predicato dal P. Aladel, Qua-derno degli Autografi, p. 76-78). Proprio così l'anno vista vivere sera del 31 dicembre 1876.

 

4. LA LUCE

 

- Sì, era veramente lei che ha visto la Santissima Vergine! La cospirazione del silenzio ha perduto la sua ragion d'essere, con la fine della vita terrena di colei che aveva così coraggiosamente difeso il suo segreto.

 

Avrai la grazia

In refettorio, questa sera stessa, Suor Dufès di-chiara: - Poiché Suor Caterina è morta, non vi è più nulla da nascondere. Leggerò quanto ella ha scritto. Va a prendere nella sua scrivania il racconto autobiografico che Caterina aveva scritto per lei il 30 ottobre, dopo essersi confidata. E' la lettura spirituale per la comunità, questa sera.

 

Veglia

Le suore si disputano la felicità di preparare e poi di vegliare la salma questa notte. Anche quelle che temono di restare sole con un cada-vere, lo fanno con gioia e premurosamente. Cate-rina è esposta nella « camera mortuaria » che l'ar-chitetto ha creata in quest'ospizio, accanto alla cappella, a sinistra dell'ingresso. Nelle sue mani una corona con la medaglia, al disopra del capez-zale, una statua della Madonna, sulla salma un giglio e delle rose di macchia, venuti non si sa da qual parte in questa stagione. - Come è bella nella morte - si meraviglia Suor Maddalena, che non la trovava « bella », quan-do era viva.

 

Fotografie

Si vuole fissare il ricordo di questo volto che non vedrà più; quindi un fotografo è convocato fin dall'indomani, al mattino del 1° gennaio. - Dobbiamo prenderla con l'abito che indos-sava al tempo delle apparizioni! suggerisce una suora. Le mettono la cuffia del Seminario, che ringio-vanisce stranamente la sua maschera di anziana. Poi le rimettono l'alata cornetta per una secon-da fotografia.

 

Diffusione della notizia e affluenza

Fin da questo mattino del 1° gennaio, le voci che corrono suscitano una sfilata di persone pro-venienti dal quartiere, dalla Casa Madre, da San Lazzaro e d'altrove. - La folla sembra uscire di sottoterra - dice meravigliata Maria Antonietta Duhamel. Occorre canalizzare questo afflusso, proteggere colei che ha ceduto le armi. Due suore si collocano, una a capo e l'altra ai piedi di Caterina; interponendosi, prendono gli oggetti che la gente vuol far toccare al suo corpo: corone e medaglie. Anche gli uomini sono conta-giati; non avendo altro, presentano i loro orologi alle due suore e li riprendono con fervore. Le piccole Duhamel sono presenti e aiutano a ordinare il via vai tra la gente che affluisce e questa salma, tempio di Dio. Caterina attira « co-me una santa », osserva la piccola Marta. «Quando muore una delle nostre sorelle, la tristezza ci invade, è questo un sentimento naturalissimo - attesta Suor Angelica. - Ora, alla morte di Suor Caterina, nessuna pianse e noi non ci sentivamo tristi » (n. 1254, Suor Tanguy, PAspec 10, p. 208). Caterina, che era di carattere gaio, aveva dovuto far emergere la sua gioia da molti affanni... e non ha voluto lasciare tristezze. Sembra una persona che dorme, le sue membra rimangono morbide. - E' morta veramente? - arriva a dire Maria Antonietta Duhamel.

 

Rue du Bac

La comunità non può sopportare di abbando-nare Caterina al cimitero, ma sembra impossi-bile custodirne le spoglie. Fin da questa mattina, Suor Clavel e Suor Charvier sono andate alla Casa Madre per annun-ziare il decesso... Strano capodanno! Leonia Labouré, recatasi a far visita a Maria Luisa per presentarle gli auguri, apprende la no-tizia: - Era una santa! - dice la sorella maggiore, sapendo ciò che le deve. - La pregherò perché mi chiami quest'anno presso il buon Dio. Alla mia età, sono soltanto un peso per la comunità. Suor Maria Luisa morrà in questo stesso anno, il 25 luglio, a 82 anni. Le due suore vanno al Segretariato e lanciano - follemente e timidamente - l'idea di seppelli-re la defunta a Reuilly. Sorpresa! Suor De Geof-fre è sedotta e si incaricherà personalmente di ottenere il permesso dei superiori. Di ritorno a casa, le due suore non osano met-tere Suor Dufès al corrente della loro iniziativa (indiscreta)? Per questa è dunque una sorpresa, nel pomeriggio, quando due superiore della Casa Madre, venute a Enghien per pregare presso la salma, le annunciano: - Ebbene, sì, l'autorizziamo a fare le pratiche necessarie per conservare il corpo di Suor Cate-rtna. Suor Dufès si volta verso le sue emissarie di questa mattina: - Loro hanno fatto il peccato, saranno dun-que loro a farne la penitenza! Le incarico di fare loro stesse le pratiche necessarie. Le suore hanno le ali ai piedi per recarsi dal commissario di polizia: - La loro richiesta è molto difficile e oltre-passa le mie competenze - risponde questi -Ma credo che abbiano degli amici all'Eliseo. Detto, fatto. L'indomani mattina, 2 gennaio, ec-co le due suore al Palazzo presidenziale. La Ma-rescialla de MacMahon telegrafa al Prefetto di po-lizia per ottenere l'autorizzazione. Viene a portar-la di persona la sera stessa, e prega presso le spo-glie della serva di Dio. Si tratta di un'autorizzazione « temporanea », ma con la garanzia che sarà presto trasformata in autorizzazione definitiva, quando il luogo e le modalità della sepoltura saranno state determi-nati. Il problema è questo: - Dove seppellirla?

 

La tomba si trova sotto la cappella

Si è giunti a questo punto alla sera del 1° gen-naio - narra Suor Dufès che è oppressa dalla dif-ficoltà. - Preghiamo! - dice alle suore. « Esse passarono la notte a supplicare Maria Immacolata di non permettere che la nostra compagna ci fosse portata via. Durante tutta la notte, io cercavo invano un luogo conveniente per deporne la spoglia (...). Improvvisamente, al suono della campana delle 4 del mattino, credetti sentir risuonare all'orecchio queste parole: La tomba si trova sotto la cappella di Reuilly» (n. 645, Suor Dufès, CLM 2, p. 53). Queste parole sono sorte spontaneamente. L'ar-chitetto avrebbe voluto colmare quello scavo inu-tile, nel centro della casa. Ma la superiora prece-dente, Madre Mazin, aveva opposto un rifiuto non si sa perché... Questo scantinato sembra offrirsi come luogo adatto per la sepoltura. La Marescialla ha tenuto ad assumersi perso-nalmente la spesa di una triplice cassa: d'abete (all'interno), di piombo e di quercia (all'esterno): protezione necessaria contro la putrefazione e i rischi previsti dai regolamenti d'igiene in seguito alle epidemie. Questa ermetica bara permette di attendere l'autorizzazione definitiva e la sistema-zione che verranno solo fra tre mesi. Sono chia-mati in fretta degli operai che cementano il suolo di questa caverna e preparano un apertura suffi-ciente per farvi discendere la bara.

 

Né carro funebre né cordoni

I funerali si svolgono il mercoledì 3 gennaio, nella festa di Santa Genoveffa, cara a San Vin-cenzo; la cerimonia comincia alle 10. La Messa cantata viene celebrata dal P. Chinchon nella Cap-pella di Enghien, troppo piccola, straripante. Ca-terina aveva detto alle suore: - Egli ritornerà da noi. L'anno seguente, infatti, egli riprenderà le sue funzioni di confessore a Reuilly (n. 898, CLM 2, p. 224). I poveri hanno offerto una corona, gli anziani un'altra. Ci tengono ad essere in testa al corteo per accompagnare all'ultima dimora colei che li ha assistiti così bene. Si, « nessun'altra suora era tanto amata come lei! ». Ma questo dono, questa presenza sembravano naturali al punto che essi se ne accorgono soltanto ora. Dietro a loro, «il corteo è aperto dallo sten-dardo dei giovani», seguiti dalle Figlie di Maria, anch'esse con lo stendardo in testa. Vengono poi gli « esterni » che hanno « lasciato il lavoro » per essere presenti, e le orfanelle col velo bianco. Finalmente, la salma portata a braccia: si rea-lizza così la predizione di Caterina. - Non si avrà bisogno del carro funebre. An-drò a Reuilly. Suor Maria Thomas, l'infermiera negligente, comprende improvvisamente questa frase che l'a-veva sconcertata e ricorda che Caterina aveva det-to pure: - Non saranno necessari i cordont. « E ciò che corrisponde da noi ai cordoni della coltre mortuaria tenuti da coloro che ac-compagnano i defunti, spiega Suor Cosnard ». Quale folle idea sale nel cervello di Suor Maria? - In mancanza di cordoni - ella dice, «andai ad afferrare uno dei quattro angoli del drappo mortuario con la segreta intenzione di far trovare bugiarda Suor Caterina, quando uno dei portatori mi disse: - Si ritiri, sorella, ci disturba! Suor Maria si eclissa... Altre suore (tra le quali Suor Cosnard) cui ella, avvalendosi della sua auto-rità di sacrestana, aveva fatto cenno di tenere gli altri angoli del drappo, rientrano nel corteo. A di-spetto « della solennità del momento », Suor Maria sbalordita mormora a voce abbastanza alta per-ché Suor Cosnard la senta: - Lei è sempre la stessa, Suor Caterina! Il suo tentativo è stato vano e la predizione si è compiuta. Marta Duhamel racconta: « Mia sorella ed io camminavamo proprio dietro la cassa e non piangevamo, malgrado la pena di averla per-duta perché la consideravamo già come una "beata" di cui non si può rimpiangere la feli-cità

 

Processione

Seguono le Figlie della Carità, in numero di 250, poi il clero con numerosi lazzaristi, infine, un'immensa folla di gente del popolo, venuta da tutto il quartiere. Sono venuti alcuni giovani operai del sobbor-go Saint-Antoine, con la medaglia all'occhiello, so-spesa ad un nastro azzurro e la Marescialla de Mac-Mahon, amica discreta della casa. Accanto alla cassa, viene portata la magnifica corona che ella ha offerto con queste parole da lei scritte: In rispettoso omaggio a Suor Caterina. Da Enghien a Reuilly il corteo attraversa, pas-sando per il viale principale, l'orto-giardino che Caterina « ha fatto a sua immagine » durante 46 anni. Gli alberi da frutta da lei piantati, le aiuole da lei formate, adattando l'esperienza della terra di Borgogna a quella dell'Ile-de-France, restano un prolungamento vivo del suo corpo di contadina e porteranno ancora per lungo tempo i frutti che ella ha preparato. Il volo dei piccioni che si librava sulla sua infanzia, si libra ora sulla sua morte. Il corteo procede lentamente a causa della fol-la, della strettezza del viale, ma anche per il fer-vore dei partecipanti.

 

MALATTIA E MORTE DI CATERINA

Caterina, molto robusta in apparenza, soffrì d'artrite e fu ricoverata in ospedale già nel giugno 1844 (vedi cap. 5°). Durante la giovinezza vi è una sola forma di artrite frequente: il « reumatismo articolare acuto». Secondo Bouillaud, che l'ha identificato un secolo fa, è caratte-rizzato da atralgie mobili, colpisce le articolazioni e attacca il cuore.

 

Il lato medico

Il reumatismo osservato durante la sua giovinezza, sembra aver determinato una lesione cardiaca, per molto tempo non riconosciuta, cosa che non meraviglia in quel tempo. Caterina sopportò, senza lamentarsi, le conseguenze di questo male. Il suo duro lavoro accentuò l'indebolimento del mu-scolo cardiaco, la qual cosa può spiegare il rigonfiamento degli arti inferiori, l'edema, le difficoltà respiratorie degli ultimi anni: d'origine cardiaca, secondo i testimoni. Così la morte di Caterina fu quell'usura e quell'estinzione che essi descrivono.

 

La notte e l'aurora

Come ha accolto santa Caterina questa morte sor-prendentemente pacifica? Si è esitanti di fronte a una realtà così personale. La dottoressa Elisabeth Kubler-Ross (U.S.A.) ha de-nunciato i falsi drammi e i travestimenti della morte in una società piena di tranelli. Essa ha identificato le fasi normali di una morte ben accolta. Essa distingue: 1. Lo schoc; 2. Il rifiuto; 3. La collera; 4. La de-pressione; 5. Il mercanteggiamento: se guarirò... »; 6. L'ac-cettazione; 7. La decatheixis (10° stadio secondo la medi-cina ellenica) che comporta un'apertura serena verso un'altra cosa. Caterina ha bruciato le tappe ansiose, conflittuali e negative di ogni morte. Non si trova traccia delle prime cinque. E' entrata immediatamente nelle fasi finali della pace e della luce. Ha forse inventato la morte senza dolore, di cui so-gnano i medici? Sì, se la morte senza dolore è, come il parto indolore, l'arte difficile di assumere un passaggio arduo e la violenza di rudi aggressioni interiori. Si, so-prattutto, se è lo slancio dell'amore verso l'Incontro che ella ha espresso, in maniera limpida, fino al giorno della sua morte: «raggiungere Nostro Signore, la Santa Ver-gine e San Vincenzo ». Le invocazioni e i canti sgorgano come per una festa. Non canti mortuari ma il Benedictus, il Ma-gnificat, le litanie della Vergine e, soprattutto, l'invocazione impressa sulla medaglia: - Maria concepita senza peccato... Questa è cantata con crescente fervore. All'ar-rivo a Reuilly, le prime file si dividono e si rag-gruppano per lasciar passare la bara. Il canto è ripreso con nuovo fervore nel momento in cui i quattro portatori calano la bara attraverso la stretta apertura costruita ieri, fino al suolo della tomba, di recente ricoperto di cemento. La gente si è arrampicata sui tetti delle case vicine. No, non è un corteo funebre, ma una gioio-sa processione quella che la folla ha improvvi-sato. Si vede, tuttavia, qualche lacrima: gli anziani che sanno ciò che perdono e poi, la nipote, Leonia Labouré: ci si meraviglia, la si consola. - Ma lei non deve piangere! E' una santa, ha visto la Santissima Vergine!

 

Pellegrinaggio a Reuilly

Nei giorni seguenti continua l'affluenza alla tomba in cui la cassa è stata deposta su due ca-valletti: la Marescialla de Mac-Mahon, la contes-sa d'En, figlia dell'ex imperatore del Brasile, la moglie del senatore Buffet, ma soprattutto il po-polino del quartiere... Nei primi giorni, una povera donna conduce, in una cassetta montata su rotel-le, un ragazzo di 12 anni, « nato con le gambe le-gate », secondo la sua espressione. Sconsolata, ci tiene a calarlo nella tomba... La cosa non è facile, non vi è che una scala piuttosto ripida. Una suora calma il ragazzo inquieto con delle leccornie. I familiari lo calano aiutandosi con delle corde. Ed ecco che egli si rialza da sé... Le sue gambe sono divenute solide. E' senza dubbio il primo miracolo di Caterina per i poveri. Ma il beneficiario è spa-rito prima delle inchieste, come molti poveri che rimangono anonimi... Nella folla, i bambini sono numerosi. L'autorizzazione definitiva per la sepoltura è ottenuta solo dopo tre mesi, nell'aprile 1877, in se-guito all'ispezione decisiva di un architetto e di un commissario di polizia. Strana coincidenza: Caterina aveva detto, prima di morire: « alla pro-fondità di m. 1,50 » si « vedrà una pietra tombale (...) e vi si troverà del materiale sufficiente per far costruire (...) una chiesa ». Suor Dufès aveva capito che si trattava di un tesoro nascosto; in collegamento con due Superiori generali, aveva fatto fare degli scavi, ma invano. Caterina si era dunque veramente ingannata e ne aveva conve-nuto! Ed ecco che il commissario di polizia pre-scrive di seppellirla proprio « a m 1,50 di profon-dità ». Di conseguenza si prepara la tomba con pietra tombale. Verso il 1896 un prete spagnolo, Don Dadorda, venuto in Francia per Caterina, ot-tiene con grande fatica il permesso di trasforma-re lo scantinato in cappella, spendendovi 3.000 Franchi-oro. Vi si colloca un altare offerto dalla Signora Gil Moreno de Mora. Simili feste, simili pellegrinaggi alla tomba non anticipavano il giudizio della Chiesa? Se ne preoc-cuparono più tardi, durante il processo di cano-nizzazione. Ma l'impossibile diventa ora possibi-le. Caterina aveva risentito come « un matirio » i rifiuti ai quali si erano urtate, per più di 40 anni le richieste della Vergine di cui ella era l'impotente messaggera. Temeva il 1870 come un anno oscuro ma in-travedeva, per il 1880, una speranza che sarebbe stata colmata. L'aveva scritto in uno dei suoi au-tografi, l'anno in cui morì: « 10 anni dopo, la pace! » (n. 639, CLM 2, p. 3,57). Ciò che le era stato rifiutato fino allora, le è accordato in quell'anno: l'altare commemorativo e la statua della Vergine col globo sono collo-cati nella cappella delle apparizioni dal P. Fiat. Questa cappella, finalmente viene aperta ai pelle-grinaggi, vi è celebrato il cinquantenario... Le due comunioni chieste da Caterina per l'anniversario delle apparizioni del cuore di San Vincenzo e dellla - medaglia sono autorizzate. Caterina aveva detto per iscritto: - Domandino a Roma e verrà loro concesso piu di quanto chiedono. Questa speranza intravista nel 1880, parve pre-sto smentita da un intoppo. Nel 1881 la Congre-gazione dei Riti ordina di togliere la Vergine col globo, collocata da meno di un anno nella Cap-pella. Ma, quattro anni dopo, Leone XIII la fa ri-mettere. Nel 1894. il P. Fiat, scottato da questo incidente, aveva introdotto una timida richiesta per celebrare « delle messe votive », senza neppur parlare della medaglia. Egli si vede concedere, da parte dlla Congregazione dei Riti, l'Ufficio della Medaglia con delle letture che narravano l'appa-rizione della Vergine e la vita di Caterina. La festa liturgica della manifestazione della Medaglia miracolosa viene così celebrata il 27 novembre 1894. E questo non basta al Cardinale Aloisi Masella che ha oltrepassato la richiesta... Egli si dichiara « scandalizzato dalla modestia » eccessiva dei laz-zaristi e scrive: - Li ho biasimati ad alta voce. L'anno seguente prende in disparte la Supe-riora generale delle Figlie della Carità, venuta a Roma: - Quando introdurranno la causa di canoniz-zazione? Alla risposta piuttosto evasiva della Superiora, risponde energicamente: - Ma come! E' una religiosa di eminente san-tità! Se non lo fanno loro, lo farò io stesso! Le obiezioni suscitate da questo luogo di pel-legrinaggio quale Reuilly era divenuto e che pote-va anticipare il culto, spariscono, come pure quel-le costituite dalla vita troppo ordinaria di Cate-rina. Lo scandalo di questa banale veggente, che la gloria umana non ha sfiorato neppure con la punta della sua ala selvaggia, obbliga a risalire alla sorgente stessa del Vangelo: è a questa sorgente che ci riconduce la sconcertante san-tità di Caterina, obbligandoci a rimettere in onore il Vangelo stesso. E' quello che ha fatto la prima biografa, Suor De Geoffre, per tentare di ridurre una considerevole opposizione. « I contemporanei di Nostro Signore non si scandalizzavano perché i suoi parenti erano poveri, che egli era di Nazareth, mangiava e beveva come tutti e conversava coi peccatori? ». Le critiche sono sommerse: quello che emer-ge è la santità dei poveri, frequente e misconosciu-ta. E' il punto di partenza del Cristo: Beati i po-veri! (Mat. 5,11). Il 27 luglio 1947, Pio XII dichiara Caterina santa di fronte alla Chiesa universale, nella Basi-lica di San Pietro a Roma. Settant'anni prima, indovinava già il giudizio di Dio quella Suor Dufès, che aveva impiegato tanto tempo a comprendere Caterina, quando, il 4 gennaio 1877, all'indomani della sepoltura scri-veva a Filippo Meugniot che non si era trovato presente a quel momento luminoso: « La guardavo come la benedizione della casa e ora, mi compiaccio nel considerarla in Cielo come una protettrice (...). Felice di aver potuto conservare i suoi pre-ziosi resti, saremo contente (...) di ricordare le grazie inestimabili che ella aveva ricevute...Vi impareremo ancora come muoiono i santi, con quali sentimenti di fiduci e di gioia si vede giungere quest'ultimo momento quando si è saputo vivere per Dio e per Dio solo».

 

CONCLUSIONE

 

Come possiamo vedere il Cristo quaggiì...

Questa vita semplice, trasparente, parla da sé sfidando ogni commento. Dobbiamo trarne delle conclusioni? Ciò che vi è di meraviglioso in Caterina, si dirà, sono le apparizioni con il loro prestigio e i loro frutti? Non lo è, ancora di più, il servizio dei poveri: « nostri padroni », come diceva Cate-rina sull'esempio del Signor Vincenzo? Ella vi apprese ad incontrare Gesù Cristo in profondità ed è questa, forse, la conclusione più indispensa-bile di questo libro. Il segreto di santa Caterina non consiste tanto nell'aver nascosto la sua identità di veggente, ma piuttosto nella meravigliosa articolazione che ha saputo stabilire tra lo splendore delle apparizioni e l'umiltà del suo servizio: gli anziani dell'ospizio, i poveri del quartiere, per i quali ebbe una predi-lezione, e tutti gli afflitti, i funestati, gli emargi-nati, i caratteriali (p.e. la Nera, sua antica compa-gna di noviziato). Caterina fu per essi un porto e li amò con predilezione. Seppe andare incontro a loro anche nella po-vertà: raccomodava ugualmente i loro indumenti e i propri con rattoppi fatti accuratamente che andavano di pari passo con una impeccabile puli-zia, secondo i testimoni. Ha donato generosamente lavoro, veglie, affetto, tutto ciò che possedeva, non lasciando quasi nulla alla sua morte al punto che ci si trovò in imbarazzo nel « dare dei ricordi »all'infuori dei suoi occhiali e dei suoi indumenti... Ella non aveva complessi: osava parlare di Dio a coloro che soccorreva. Donare Dio e donare il pane, donare Nostro Signore e donare il proprio affetto ai sofferenti erano due movimenti simul-tanei che sgorgavano da uno stesso cuore. Come non dare ciò che ella riteneva il bene migliore? In lei, all'alba del XIX secolo, lo Spirito Santo cominciava a formare, per i tempi nuovi, un nuovo tipo di santità ritrovato alle sorgenti stesse del Vangelo: una santità senza successi né trionfi umani. La gloria non ha « sfiorato Caterina nep-pure con la più piccola estremità della sua grande ala selvaggia ». Fu trattata da stupida e sempli-ciotta... In lei non vi era altro che un amore pre-sente ed efficace. Tutta di Dio solo, e per questo tutta per gli uomini: il segreto di Caterina sta nell'alleanza di questi due amori in un unico amore, nell'armonia tra le visioni e il servizio... La preghiera è sgorgata in lei da fonte genui-na, fin dall'infanzia, in una chiesa dal tabernaco-lo vuoto. Si scavò così in lei una fame profonda, così si accesero in lei gli stessi desideri di Dio. Ella scoprì pure il digiuno come una forza e una luce, imparò solo da Dio a visitare i poveri ma-lati presso i quali venne a raggiungerla in sogno il Signor Vincenzo. Caterina ha vissuto questi doni di luce nella prova. Sebbene robusta, soffrì giovanissima di una artrite che la obbligò a ricoverarsi in ospedale a soli 35 anni e causò la sua morte per insuffi-cienza cardiaca. La Missione ricevuta dalla Ma-donna, incontrò una costante opposizione che ella chiamò senza esagerare, « il suo martirio », poi-ché era straziata dal conflitto interiore tra l'auto-rità del suo confessore e la luce di Dio che la sospingeva. Ha superato questo « tormento », non con volontarismo, ma ricorrendo alle profonde sorgenti della natura e a quelle della grazia che era stata invitata a trovare ai piedi dell'altare nella cappella della rue du Bac. Il suo segreto non consiste tanto nelle appari-zioni di cui quest'opera stabilisce finalmente il rac-conto autentico, senza vane aggiunte, né sottra-zioni e confusioni. Non sta nell'aver saputo nascon-dere la sua identità; che era stata intuita da lunga data, ma svelata solo alla sua morte. E' la sua stessa trasparenza, è quella semplicità che ha sconcertato parte di coloro che vissero con lei... Così alcune sue compagne non davano alcun peso a questa contadina: è una santità diversa, più mistica, più brillante ed eloquente di quella che avrebbero voluto trovare in lei Suor Dufès o Suor de Tréverret, come affermano i testimoni. Il XIX secolo era il secolo dell'eloquenza, nell'arte e nella religione. La vita di Caterina, senza enfasi né romanti-cismo, è impregnata anzitutto di vera semplicità: questa virtù che il Signor Vincenzo metteva al primo piano dello spirito evangelico e che defi-niva come sguardo in Dio. Sì, Caterina ha saputo tutto vedere in Dio, tutto accettare in Lui. Dio in tutto e tutto in Dio, sono queste le espressio-ni che segnano l'intera sua vita. E ancora: Tutto per Dio. Quando la compiangevano perché veniva trat-tata da sciocca, diceva: - Tanto è per il buon Dio. Caterina sapeva vedere Dio nella gioia e nella prova, nei superiori e nei poveri. Ci si stupiva che con il suo ascendente e la sua naturale autorità non rimproverasse di più i vecchi ubriaconi verso i quali si manteneva amorevole... - Che volete - rispondeva - vedo in loro Nostro Signore. Al di là delle visioni eccezionali, limitate ai pochi mesi del Seminario (aprile-dicembre 1830), il dono della veggenza per Caterina consisté nel edere il Cristo nella vita quotidiana: soprattut-to i poveri e i peccatori, secondo l'identificazio-ne che Egli ci ha insegnato: - Avevo fame e mi avete dato da mangiare... Ero in prigione e mi avete visitato... Quello che avrete fatto ai più piccoli dei miei, l'avrete fatto a me. Caterina aveva orrore del peccato, ma amava i peccatori e sperava da Dio la conversione che li avrebbe identificati pienamente al Cristo, at-traverso la loro « via crucis »... Fu questa la sua santità, questo il suo sguardo che può essere condiviso ed è pieno di significato: una bella icona dello stesso Vangelo.