VITA
DELLA SERVA DI DIO EDVIGE CARBONI
Una testimonianza cristiana delle virtù evangeliche
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Eccelso Dio, ci rivolgiamo fiduciosi a Te, memori delle parole: “Cercate e troverete, chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto”. Degnati di glorificare su questa terra la tua fedele serva Edvige Carboni e per la sua intercessione concedi a noi di imitare le sue virtù, la sua inalterabile pazienza e il suo amore verso Dio e il prossimo e, infine, la grazia che umilmente imploriamo…
Per relazioni di grazie, biografie, immagini, invio di offerte rivolgersi al Postulatore P. Leonardo Rocco Bordoni C.P. – Piazza San Giovanni Laterano, 14 – 00184 Roma.
Oppure ai P.P. Passionisti – 07041 Alghgero – (SS), Via F.lli Kennedy 151.
PRESENTAZIONE DEL VESCOVO DI ALGHERO-BOSA
I santi sono pagine vive del Vangelo.
Come tutta la Bibbia è ispirata da Dio e ci porta alla Sua conoscenza, così ogni santo, ispirato da Dio, manifesta il suo piano d'amore, rivelandoci Dio stesso.
Siamo grati al Signore perché una pagina viva di Vangelo, rivelatrice dell'amore di Dio, ha avuto origine nella nostra diocesi ed è divenuta sempre più leggibile e credibile dentro una nostra comunità.
Edvige Carboni, nata a Pozzomaggiore, è vicina a noi e noi siamo i fortunati che possiamo comprendere la sua testimonianza con maggiore verità e profondità, conoscendo meglio fede e costumi del nostro popolo e delle nostre famiglie.
Edvige Carboni, una laica di una comune famiglia, vuole ricordarci che ogni battezzato è chiamato a manifestare Dio nel mondo intero. In fedeltà al Concilio "Tutti nella Chiesa, sforzandosi di imitare il divino Maestro, possono e debbono dare tale testimonianza che in molti casi è l'unico modo di essere missionario".
È per me cosa gradita poter ricordare che il Vescovo della mia Cresima (Sacramento di Testimonianza) Mons. Ernesto M. Piovella notò la forza e la semplicità eroica della testimonianza di Edvige. Disse che "un giorno tutti i sardi sarebbero stati orgogliosi quando, nel momento che Iddio avrebbe prescelto, l'avrebbero vista venerata negli altari".
Nell'attesa, grazie all'opera, ormai alla 5a edizione, di P. Fortunato, rivisitiamo la vita della Serva di Dio.
L'autore ci fa penetrare dentro la grande spiritualità di Edvige, mostrandocela ricca di tante virtù evangeliche. Meditando i capitoli della 2a parte, tutta dedicata alle virtù della Serva di Dio, saremo aiutati a riprendere in mano il Vangelo per conoscere meglio Gesù. Edvige ci accompagnerà nel cammino verso il Giubileo, inviterà tutti "ad accostarsi volentieri al Sacro testo, sia per mezzo della Sacra Liturgia, che è impregnata. di parola divina, sia mediante la pia lettura".
Sarà impegno di tutti inserire il Vangelo nel cuore d'uomini e donne di oggi.
Ripercorrendo il cammino di Edvige verso la santità, saremo facilitati a mettere in crisi i valori apparenti, i modelli di vita in contrasto con la Parola di Dio e a vivere il Vangelo attraverso i gesti concreti della vita quotidiana.
Possa tutto ciò verificarsi in ogni lettore. Sarà la ricompensa più gradita a P. Fortunato Ciomei.
+ Mons. Antonio Vacca Vescovo di Alghero-Bosa
PARTE PRIMA
Vita storica della Serva di Dio
CAP. I
POZZOMAGGIORE PATRIA DELLA SERVA DI DIO EDVIGE CARBONI
Pozzomaggiore è situato nella zona sud-ovest della provincia di Sassari, a circa 56 km. dal capoluogo, a m. 438 sul mare, nella zona denominata Nurkara, tra le più antiche della Sardegna. Nuraghi, reperti neolitici e vestigia di antichi insediamenti romani attestano la sua primitiva vitalità. A pochi chilometri sorgeva, in epoca romana, la Gurulis vetus, oggi Padria. Altro paese vicinissimo è Mara. Ricostruire la storia dell'abitato non è semplice; pare che Pozzomaggiore si sia formato nel sec.VIII con l'unificazione di piccoli villaggi, una volta sparsi nella vasta zona chiamata "Plana de murtas", spinti dalle vicende politiche di allora a riunirsi in luogo più sicuro, e ricco di acque potabili.
Anche i monaci Camaldolesi, insediatisi a «S. Nicolò di Trullas», nelle vicinanze, contribuirono alla vita sociale e religiosa dei pozzomaggioresi.
Dopo il dominio bizantino passò al Giudicato di Torres e, successivamente al governo aragonese e, infine, sotto Casa Savoia. Attualmente il paese della Serva di Dio conta circa 3500 abitanti e vive soprattutto d'agricoltura e pastorizia; è pure fiorente l'industria del tappeto e dell'alluminio.
I pozzomaggioresi sono rinomati in tutta l'isola per la passione che nutrono per i cavalli; 1'«ardia» che si corre il 6-7 luglio in onore di S. Costantino, richiama in paese migliaia di turisti anche del continente. Il culto del santo risale all'epoca bizantina.
La chiesa parrocchiale, dedicata al martire S.Giorgio, di stile gotico-aragonese, risale al 1570 ed è tra i monumenti più belli della Sardegna. Degne di particolare nota anche le chiese di S.Croce con un bellissimo crocifisso e antichi affreschi, e quella del Convento. Pozzomaggiore apparteneva originariamente alla diocesi di Bosa; all'epoca di Edvige Carboni era già passata da tempo a quella di Alghero cui, nel 1986, fu unita a Bosa.
Vi operano le suore del Cottolengo con una casa di assistenza per anziani.
Al tempo di Edvige Carboni vi erano parroci D. Luigi Carta e il dott. Giovanni Solinas; attualmente (1996) il P. Quintino Manca dei Figli di S. Giovanni Leonardi.
Una storia più completa su Pozzomaggiore, paese natale della Serva di Dio, è presente nelle due opere, più avanti spesso citate, di Ernesto Madau, Presidente del Comitato che a Pozzomaggiore è sorto nel 1988, con lo scopo di far conoscere la vita e le virtù di Edvige Carboni.
CAP. II
L'AMBIENTE RELIGIOSO E SOCIALE DI POZZOMAGGIORE
Le origini
Riassumo informazioni avute dal parroco don Angelico Fadda nel 1969, e altre più recenti e complete del Prof. Ernesto Madau. Il parroco Fadda mi faceva notare che la religiosità di Pozzomaggiore ha qualche cosa di monastico, retaggio delle sue origini. Nel secolo XII, vicino a Pozzomaggiore esisteva un monastero camaldolese, detto "S.Nicolb di Trullas", fondato nel 1113, con filiale in Pozzomaggiore stessa (chiesa di S. Pietro).
Il paese a quel tempo era in formazione: case raggruppate vicino alle acque sorgive o scavate in pozzi, e appezzamenti di terreno ortivo ed agricolo. I pochi abitanti erano direttamente o indirettamente alle dipendenze del monastero per ragioni di lavoro o di altro. Infatti un libro di quel monastero, scoperto di recente e pubblicato a Cagliari da Fossataro col nome di Condaghe, riporta quasi tutti i cognomi delle famiglie più antiche di Pozzomaggiore.
È una specie di libro dei conti, con relazioni di altri fatti di cronaca locale monastica, lavori ecc. Risulta che il monastero era un centro di arti e mestieri e cultura, particolarmente tessitura, agricolture, scultura ecc., in cui veniva adibita gran parte della mano d'opera locale.
È facile comprendere come tutta quella gente ricevesse una impronta monastica nel modo di vivere la propria vita religiosa e civile. È questa impronta che si è perpetuata nei secoli.
Inoltre nel secolo XVII, ai due conventi camaldolesi suddetti, si aggiunse un altro convento di Agostiniani, situato nel paese, e tuttora chiamato "il Convento", accentuando sempre più il carattere monastico della religiosità pozzomaggiorese. E non valsero a scalfirla neppure le novità del pensiero ateo e razionalista infiltratevisi all'inizio del nostro secolo.
Il clero locale
Fa meraviglia il gran numero di vocazioni ecclesiastiche e religiose nate nel paese. Al tempo di Edvige vi erano una ventina di sacerdoti pozzomaggioresi, sparsi in diocesi e fuori.
Tutta una lunga serie di parroci virtuosi e dotti hanno dato una impronta di profonde convinzioni religiose al paese che dura tuttora. Don Angelico Fadda mi diceva il 20 Settembre 1969, che a Pozzomaggiore ogni giorno si potevano fare in chiesa un migliaio di comunioni, oltre ad una ottantina di malati e vecchietti nelle famiglie, se pregiudizi inutili e scrupolosità eccessive non l'avessero impedito. Basti pensare ai frequentatissimi primi venerdì del mese, in cui gran parte della popolazione si comunica; e si portavano nelle case quasi cento comunioni agli infermi ed invalidi.
L'organico del paese era, nel passato, di un parroco e tre viceparroci.
Sono ricordati a memoria d'uomo: il Vicario don Pischedda; il Vicario Senes, ricordato dai vecchi come il Vicario per antonomasia (su Vicariu Senes), valente predicatore (il titolo "Vicario"perchè occupavano la carica del Vicario foraneo); il parroco don Luigi Carta (confessore di Edvige) di grande spiritualità, ma poco adatto alla predicazione; il parroco don Corongiu, carattere paterno; il dottor Solinas, intellettuale, "vittima di pettegolezzi, malintesi e gelosie che gli costarono, suo malgrado, la rimozione dalla carica e, per i dispiaceri, una morte prematura. Ci fu quasi una sommossa di popolo con l'intervento dei carabinieri e il ferimento di alcune persone". Ci fu allora un temporaneo disorientamento religioso nel paese. Perfino il padre di Edvige proibì alla figlia di andare in chiesa fuorchè per la messa domenicale.
Per superare quel momento critico, anche su consiglio di Edvige al Vescovo di Alghero, fu eletto parroco don Angelico Fadda, da tutti stimato.
Con l'assiduo lavoro del nuovo parroco, il paese tornò ben presto alla normalità e religiosità di prima, quasi senza che il popolo si sia accorto della difficile parentesi religiosa che nessuno ricorda, sebbene il tempo intercorso sia relativamente breve.
Scuole di catechismo e di lavoro
Nel secolo XIX, sia negli anni antecedenti che susseguenti ad Edvige Carboni, fiorirono in Pozzomaggiore, particolarmente, le scuole di catechismo.
Durante l'anno erano tenute nelle case private, e durante la quaresima e l'avvento in chiesa, sotto il controllo dei parroci.
Le scuole in famiglia consistevano in gruppi di giovanetti e di ragazze e anche altre persone più grandi che si radunavano in determinate famiglie dove c'erano delle brave donne che insegnavano le formule del catechismo e la Bibbia in versi di Melchiore Murenu, che poi cantavano durante i lavori campestri o casalinghi. Frammischiati al catechismo, venivano raccontati i fatti della "Palistoria", ossia del vecchio Testamento.
Le scuole di catechismo in famiglia erano abbinate a varie scuole di lavoro, esistenti nel paese: 1) "La farmacista", ossia Lucia De Muro, venuta da Sorso e sorella del farmacista, bravissima nel ricamo a tinte unite e in bianco. Il lavoro a tinte unite non ha sfumature, ma è un colore unico per un determinato oggetto, fiore ecc. Precorreva così i tempi moderni. Molte ragazze la frequentavano. Anche Edvige spesso si univa alla De Muro a fare insieme con lei pregiati lavori, specialmente per la chiesa.
2) Altra scuola di lavoro e di catechismo, quella di Lucia Senes un'orfanella che aveva imparato alla perfezione ogni sorta di ricamo dalle suore dov'era vissuta nei primi anni. Era nipote del Parroco Senes, da tutti ricordato sotto il nome di "Vicario Senes", uomo di veneranda memoria.
Sicchè l'opera di questa nipote era preziosa per la parrocchia alla quale avvicinava tutte le ragazze che la frequentavano, promovendo così anche lo spirito di pietà delle fanciulle.
3) Una terza scuola era diretta da Assunta Oppes, frequentata da molte ragazze, sapendo essa ricamare molto bene.
Il ricamo di ciascuna scuola differiva dall'altra per la diversa specializzazione che avevano queste maestre. Il lavoro della Oppes durò moltissimi anni essendosi fatta Suora Mercedaria all'età di 50 anni.
Il fatto che le suore l'abbiano accettata a tale età dimostra che doveva avere delle qualità preziose, specialmente nel ricamo ed altre buone qualità direttive, perchè fu quasi sempre superiora ed è morta a Mandas, lasciando un buon ricordo di sè, tanto fra le suore che nel paese.
4) Una quarta scuola fu quella di Falchi Michelina, anima di Dio che viveva santamente e irradiava nelle sue allieve un non so che di mistico e di vita soprannaturale.
Era stata formata alla scuola della De Muro, e proseguì poi la sua scuola di ricamo a "tinte unite".
Tutte queste maestre in determinate ore e giorni dell'anno insegnavano il catechismo ai piccoli anche nella chiesa, localizzate ciascuna in una delle cappelle della chiesa (una diecina) e nei locali parrocchiali, come del resto si usa un pò dappertutto nelle parrocchie della Sardegna.
5) Anche Edvige Carboni insegnò il catechismo di cui sopra, in chiesa, per vario tempo, specialmente al tempo del Parroco Carta, che era anche suo confessore.
Una scuola di ricamo vera e propria in casa sua non la ebbe, per le particolari condizioni delle stimmate e altre manifestazioni soprannaturali per cui faceva vita ritirata, come tutti i conoscenti la ricordano, e per le condizioni della sua famiglia nella quale era un pò l'infermiera di tutti (la zia Giovanna Maria, poi la nonna, infine la mamma, complessivamente una diecina di anni).
Però insegnò a ricamare a molte persone alla spicciolata, e le stesse maestre, compresa la Oppes, andarono da lei per suggerimenti di lavori particolari.
Associazioni religiose
Esistevano nel paese varie confraternite religiose che tenevano deste e diffondevano forme di pietà e di culto fra il popolo. Vanno ricordate particolarmente:
- la Confraternita di S. Croce;
- la Confraternita del Rosario;
- la Confraternita della Madonna della Salute;
- la Confraternita della Madonna di Itria;
- l'Unione di S. Giorgio; - l'Unione di S. Pietro;
- l'Unione di S. Giuseppe;
- il Terz'Ordine Francescano (TOF);
- le Guardie d'onore della SS. Eucarestia;
- l'ACI nelle sue varie sezioni.
Inoltre vi era una singolare costumanza propria del luogo: il sacrista si S. Croce, specie di eremita, ogni lunedì usciva per il paese con un crocifisso abbastanza grande, e lo presentava a baciare alle varie persone di ogni famiglia, e riceveva da essi un'offerta di farina di grano per le ostie.
Come si vede precorreva certi usi liturgici di oggi...
In tal modo si teneva viva anche la devozione al crocifisso. La vista del crocifisso, infatti, è già una predica da se stessa, particolarmente se lo rapportiamo ai tempi di allora.
Questo l'ambiente sociale e religioso in cui nacque e visse la Serva di Dio Edvige Carboni per quasi cinquant'anni (1880-1929), e dove avvennero gran parte dei fatti descrittti in questo libro della sua vita.
Notizie più esaurienti sull'ambiente sociale e religioso a Pozzomaggiore ai tempi della Serva di Dio, sono presenti nelle due opere di E. Madau, spesso citate:
Edvige Carboni, ricordo della Serva di Dio nelle testimonianze dei Cittadini di Pozzomaggiore, Sassari 1990.
La Serva di Dio Edvige Carboni, Ricerche, Alghero 1994.
Cap. III
FAMIGLIA DI EDVIGE CARBONI
"Mia sorella Edvige è nata a Pozzomaggiore (Sassari) il 2 Maggio 1880, verso mezzanotte. Mia mamma e la stessa Edvige erano solite ripetere che era nata il 3 Maggio, giorno della Santa Croce che - a Pozzomaggiore - si festeggia in modo particolare nella chiesa che porta questo stesso titolo, e dove si venera un bel Crocifisso. Edvige mi diceva spesso: «sono nata il giorno di S. Croce; mi hanno sbagliato anche la mia data di nascita, e quindi dovrò sempre soffrire". (Paolina)
Venne iscritta all'anagrafe comunale diversi giorni dopo, troppi per la verità, il giovedì 6 Maggio.
Intanto il 4 era stata battezzata, come risulta dal seguente Atto che riporto integralmente dal Registro dell'Archivio parrocchiale, e che traduco alla lettera dal latino: N. 58
Il giorno 4 Maggio dell'Anno del Signore mille ottocento ottanta io sottoscritto ho battezzato una bambina nata ieri l'altro dai coniugi Battista Carboni figlio del fu Giorgio e Maria Domenica Pinna figlia di Paolo alla quale è stato messo nome Edvige.
Padrini furono Giovanni Antonio Bella e Maria Antonia Saccu. Sanna pro Parroco. La mamma soleva raccontare che, quando nacque Edvige, ebbe un sogno misterioso: vide una sfera risplendente (un ostensorio con l'ostia per l'esposizione eucaristica); e sul petto della bambina venne impressa una crocetta.
Il padre di Edvige
Giovanni Battista Carboni, era nato il 7 Luglio 1851 da Giorgio Carboni e da Giovanna Pischedda, i quali erano santi genitori. Morendo lasciarono nel dolore sette figli; Giovanni Battista contava sette anni quando perse la madre, quattordici quando morì il padre.
Le sorelle presto si sposarono. I fratelli avevano in gestione l'impresa delle carrozze che trasportava i viaggiatori dalla Stazione di Giave ad Alghero, passando per Pozzomaggiore e paesi intermedi. Facevano buoni affari e vivevano agiatamente. Il piccolo Giovanni Battista fu avviato al mestiere di falegname insieme al fratello Antonio Diego, nato nel 1845. Il lavoro fu ereditato dal nonno Giorgio.
«All'età di 26 anni sposò Maria Domenica Pinna, donna di esile costituzione e non temprata alla fatica. Papà era un uomo onesto e molto buono; ricordo che una volta egli si risentì perchè alcune donne avevano osato sparlare sull'onestà di un'altra donna del paese.
Benchè mio padre fosse un semplice artigiano, ha fatto sacrifici per dare ai figli una posizione sociale migliore di quella che aveva lui. Difatti io e Galdino abbiamo studiato e conseguito un diploma. Anche Edvige lo avrebbe conseguito, se non fosse dovuta uscire dal collegio per assistere la mamma inferma e tutta la famiglia.
Ma principalmente i miei genitori hanno impartito a tutti i loro figli una profonda educazione religiosa. Il babbo era laboriosissimo e onesto. Soleva dire Non ho mai litigato con nessuno per nessun motivo.
Lavorava anche mobili finissimi ed era un bravo artigiano. Aveva una grande fede, rispettava i giorni festivi, non tralasciando di osservare il precetto pasquale.
Il venerando Padre Manzella, direttore spirituale di Edvige, gli voleva tanto bene, e scherzavano insieme come fossero due ragazzini. Il caro babbo era amato anche da un altro padre spirituale di Edvige, il canonico Deriu, nativo di Pozzomaggiore. La famiglia di questo canonico era in cordiali rapporti con la mia famiglia».
Il Padre di Edvige, Giovanni Battista, morì ad Albano Laziale (Roma) il 20 luglio 1937.
La mamma di Edvige
Maria Domenica Pinna nacque l' 11 Novembre 1850 da Paolo Pinna e Maria Antonia Saccu. Buoni e laboriosi genitori, possedevano la casa, una vigna ed altre terre che formavano una piccola proprietà.
La mamma Maria Domenica discendeva da una buona famiglia del paese; nella fanciullezza era stata educata dalla nonna materna, ricevendone una fine educazione che la rendeva accetta e simpatica a tutti.
Maria Domenica era di statura media, come Edvige, lineamenti fini e delicati, capigliatura folta e nera, snella e dal portamento attraente.
Nella onesta e laboriosa famiglia presto subentrò il dolore: un giorno Paolo Pinna si trovava in campagna, fece una brutta caduta da cavallo, riportando la paralisi completa degli arti inferiori che lo rese inabile al lavoro dei campi, lasciando nella desolazione cinque figlioli in tenera età. Morì all'età di 79 anni, nel 1889.
La povera moglie, Maria Antonia, cercò di arrangiarsi alla meglio. Allora nel paese era fiorente l'industria della tessitura in casa, con telai costruiti da falegnami del posto. La povera donna cercò di guadagnare un pò di denaro da questa modesta industria, aiutata dalle due figliole Maria Domenica e Giovanna Maria.
"Giovanna Maria, sorella di mia mamma, era una giovane esemplare: pia, seria, laboriosa, semplice e pura come un angelo, mite e paziente, frequentava assiduamente i sacramenti.
La zia Giovanna fu chiesta in sposa diverse volte, ma lei rifiutò sempre. Era una giovane donna carina, affettuosa e attraente. All'età di 42 anni s'ammalò gravemente di ulcera allo stomaco, forse a causa del suo faticoso lavoro.
Durante tutto il periodo della sua infermità fu paziente e rassegnata.
Edvige, allora giovanissima, fu la sua buona samaritana, vegliandola negli ultimi mesi fino alla sua dolorosa morte. La zia Giovanna morì santamente all'età di 47 anni, e, dopo la sua morte, sentimmo un grande vuoto.
L'impressione prodotta nella giovane nipote fu tale da lasciarla nel dolore per parecchi tempo appresso.
Edvige per questa zia aveva espressioni di vero elogio, dipingendola come un angelo.
La nonna Maria Antonia era una donna alta, forte, mentre le figlie erano di salute assai cagionevole e delicata.
Tessevano l'orbace sardo per abito da uomo, bellissime coperte bianche variamente drappeggiate, tovaglioli e asciugamani; il tutto veniva venduto in paese e fuori.
Mia nonna, Maria Antonia, aveva un carattere severo, amava il lavoro e la famiglia e non si perdeva in chiacchiere e pettegolezzi; con i clienti era riservata e prudente, e durante la giornata non stava mai in ozio, ma guidava ed aiutava le figliole nei lavori al telaio, mentre i figli attendevano al lavoro dei campi nella loro modesta proprietà. "(Paolina, Doc. extr, pp. 211-212)
Giovanni Battista Carboni e Maria Domenica Pinna si sposarono il 6 Aprile 1877. Ebbero sei figli: Giorgio, Edvige, Antonio,
Giuseppe, Salvatore, Galdino, Paolina.
Giorgio, il primo figlio (1878-1917). Fu chiamato così per ricordare il nome del nonno paterno Giorgio Carboni, deceduto all'età di appena 50 anni, nel 1865. In famiglia fu sempre chiamato Giorgino.
Frequentò le elementari sotto la direzione del maestro Carlo Corbu, anticlericale. Di vivace intelligenza, gli furono fatti continuare gli studi; prima coi Salesiani a Cagliari, poi nelle scuole Statali per trovarsi un impiego.
Conservò sempre sentimenti cristiani, esprimandoli nella vita civile. Si sposò a Jerzu con la signorina Paola Demurtas Melis nel 1917. Morì cinque mesi dopo, senza lasciare prole.
Essendo il primogenito, fu il beniamino della nonna materna, Maria Antonia Saccu, che alla morte (1915) gli intestò tutti i suoi beni. Edvige (1880-1952), descritta nel testo.
Antonio Giuseppe (1883-1972), nato dopo Edvige. Compiuti gli studi elementari, imparò il mestiere di sarto sul luogo, e andò a perfezionarsi a Sassari presso la sartoria "Noce", divenendo un abile sarto.
Emigrato negli Stati Uniti d'America, impiantò una sartoria in proprio a Saratoga Springs (New York). Non ritornò mai più in Italia, né si sposò. Condusse una vita esemplare. Aiutò anche finanziariamente la famiglia; intrattenne una fraterna corrispondenza epistolare con i suoi, specialmente con Edvige e Paolina. Salvatorico (1886-1890). Visse solo circa 4 anni.
Galdino (1889-1977), frequentò le classi elementari sotto il maestro anticlericale Carlo Corbu; intelligente, impegnato e volenteroso, fu amato dal suo maestro che lo aiutò a proseguire gli studi, prima a Cagliari, poi nelle scuole Governative. Diplomatosi, riuscì a entrare nelle ferrovie dello Stato a Cagliari e, nel 1923-24, nel Dipartimento di Roma, dove venne trasferito.
Due anni dopo nel (1927) si sposò con la signorina Gerundini Penelope Paola, nella parrocchia di S. Maria Maggiore. Ebbero un figlio, Silvano.
Per l'educazione ricevuta nelle elementari dal maestro Corbu, tanto ostile ad Edvige fino a metterla in ridicolo nel paese, Galdino rimase sempre contrario alla spiritualità della sorella e ai Passionisti che ne promuovono la Causa. Non volle deporre nel Processo.
Mi disse che la morte di Edvige fu accelerata dall'essere stata lungamente quel 17 Febbraio, in Piazza S. Maria Maggiore ad ascoltare il discorso di P. Lombardi.
E probabilmente aveva ragione, perchè nel dopo pranzo, quel freddo potè causarle una costipazione e l'attacco cardiaco che la spense la sera stessa.
Paolina (1895-1980), sesta ed ultima figlia. Sarà la teste principale nei Processi della Serva di Dio.
Anche lei nelle elementari fu alunna del maestro Corbu. Distintasi per intelligenza, nel 1911 (dopo la morte della mamma) fu mandata a proseguire gli studi presso le suore si S. Vincenzo De Paoli a Cagliari. Nel 1918 conseguì il Diploma di maestra elementare, e nei due anni seguenti, 1919-1920, in corsi estivi, quello di maestra giardiniera.
Non avendo posto stabile, si limitò a supplenze nelle elementari locali (1922-23), e come maestra giardiniera, prima dell'arrivo delle Suore, nell'Asilo di Calangianus (1927-1929), aperto per interessamento del P. Manzella.
Su segnalazione di Galdino, già a Roma, tentò un concorso nel Lazio per le scuole dell'Agro Romano, svoltosi a Marino e a Rieti (1929). Vinse.
E nel Novembre dello stesso anno 1929 emigrò dalla Sardegna e prese servizio a Marcellina Scalo presso Tivoli (1929-1933); poi in altre località: Agosta (1933 provvisoria); Serrone (1933-1934); La Forma (1934-37); Osteria del Curato presso Cinecittà (1937-38); Quadraro (1938-39); alla Scuola Cagliero, provvisoria (1939-47), di ruolo (1947-63).
Tutti questi particolari ci sono utili per la vita di Edvige che le fu costantemente vicina ovunque, e l'aiutò con tutte le sue possibilità, condividendo con lei gli inevitabili disagi dovuti a quei continui cambiamenti. La mamma, morendo, gliel'aveva tanto raccomandata; ed Edvige mantenne la promessa.
I due anni a Calangianus furono provvidenziali per la conoscenza delle amiche Azzena, che sono state tanta parte della sua vita. Senza di loro non avremmo i due volumi di lettere così importanti per la conoscenza della sua spiritualità.
E da una di loro, Angelina, essendo benestante, fu validamente aiutata in tempo di guerra, anche per le sue opere caritative.
Fanciullezza di Edvige
Edvige fin dall'infanzia aveva una spiccata tendenza per la pietà. A quattro anni fece la Cresima: Ricordo che quando si avvicinò il Vescovo io piangevo perchè vedevo un uomo alto e sulla testa una grande mitra. Piangevo perchè avevo paura; ricordo che il Vescovo mi accarezzò. Ma io facevo del tutto per svincolarmi dalle braccia della zia.
Era il giorno 11 Giugno 1884: il vescovo era Mons. Eliseo Giordano di Alghero; madrina, Donna Corda Igina.
Chi legge si domanda, naturalmente, perchè la bambina venne cresimata così piccola, a 4 anni. Anch'io ho fatto questa domanda al parroco di Pozzomaggiore, Don Angelico Fadda. Egli, tirando fuori dall'archivio parrocchiale un vecchio registro contenente l'elenco lunghissimo (varie centinaia) dei cresimati in quella circostanza, di tutte le età, da quella infantile di Edvige fino a quella di persone molto adulte, mi ha risposto che a quei tempi le cresime, nei paesi, si facevano raramente; e allora tutti approfittavano per farla dare ai loro figli e alle persone in qualche modo attinenti, senza troppo badare all'età.
È facile comprendere che quel giorno fu come una grande festa per tutto il paese, anche se giorno feriale: era mercoledì.
La madrina, come si vede dal nome, era dell'alta aristocrazia locale; ciò fa supporre che la famiglia Carboni fosse bene in vista nel paese, non solo per le virtù cristiane e l'onestà, ma anche per altri riguardi sociali.
Donna Corda Igina apprezzava moltissimo i genitori di Edvige. Il suo giardino confinava col cortile della famiglia Carboni, e le sue due figliole si trastullavano volentieri con Edvige, allora piccola.
Come tutte le bambine, anche Edvige era animata da un prepotente bisogno di giocare. Aveva una bambola regalatele dallo zio materno Nicolò. Ma più che con le compagne, con questa bambola si trastullava con Gesù Bambino!
Ce lo racconta lei stessa nel suo Diario.
"All'età di cinque anni feci voto di verginità; capivo che Gesù lo voleva. Dopo fatto il voto divenni più assennata, non giocavo più se non qualche volta. In casa della nonna c'era un bel quadro grande (della Madonna) col Bambino nelle braccia. Quand'ero sola mi mettevo sopra una sedia, stendevo le braccine e dicevo: Mamma bella, io ti voglio bene tanto tanto, dammi il tuo bambino a giocare un poco con me. La vergine parecchie volte mi accontentò. Giocavamo con una bambola che m'era stata regalata da uno zio materno. Gesù mi diceva: la cedo a te la bambola, a me basta un momento. Come era buono Gesù Bambino!, lo ricordo tanto bene. Gesù è stato verso di me sempre buono".
Per il voto di verginità mi si fa osservare che a quell'età non poteva capire...
Certo! Bambina com'era, non poteva capire sicuramente. Ma ci sono delle cose che hanno valore anche senza capire: per esempio il martirio da piccoli; il battesimo dei bambini ecc.; e tante cose che tutti facciamo senza capirci poco o nulla, o addiritura contro il nostro modo di vedere; più tardi ci si è accorti di aver fatto bene, di avere indovinato, che è stato provvidenziale, che c'era il dito di Dio...
Così in quella bambina, se lo mettiamo in relazione col seguito della sua vita intiera. "Tutte le sere la mamma mi portava in chiesa per fare la visita al SS.mo Sacramento. Io giungevo le mani al petto e ripetevo il voto di verginità. Mio Dio, dicevo, fo voto di castità perpetua, vi consacro la mia verginità. Questa preghiera me l'aveva insegnata Gesù quando giocavamo"
Anche S. Caterina da Siena aveva fatto lo stesso voto a sette anni; e S. Scolastica si consacrò a Dio fin dall'infanzia.
Per capire la consistenza di questi voti, trovo opportuna la interpretazione che viene data alla celebrazione liturgica della Presentazione di Maria SS.mo tempio (21 Novembre).
Con tale festa "celebriamo insieme ai cristiani d'Oriente quella dedicazione che Maria fece a Dio di sè stessa fin dall'infanzia, mossa dallo Spirito Santo, della cui grazia era stata ricolma nella sua immacolata concezione".
Appunto!. Tali voti, se si prendono come una dedicazione della propria persona a Dio, trovano la loro giusta accezione a qualunque età. Perfino gli oggetti e i luoghi possono essere "dedicati" a Dio, tanto più le persone.
Quel quadro esiste tutt'ora. È a colori, dipinto su un fondo di cartone molto dura, imitazione legno. È una riproduzione della Madonna di Raffaello.
Quando avvenne il fatto del Bambinello, raccontato da Edvige, il quadro apparteneva alla nonna, ed era appeso alla parete. Più tardi, mentre assisteva la nonna malata, Edvige staccò quel quadro dalla parete e lo pose sopra un tavolino, sempre vicino alla parete, con due candele. Ivi in ginocchio faceva le sue fervide preghiere. Passarono gli anni ed Edvige con Paolina e il babbo emigrarono nel Lazio, come si vedrà più avanti. Tornata in Sardegna, nel dopoguerra, per vendere la casa e i mobili, chiamò una delle più intime amiche avute da bambina e da giovane, tale Foccis Giuseppa, sposata Unali (avrebbero voluto farsi suore insieme), e le espresse il desiderio che quel quadro rimanesse nelle sue mani. La Foccis che conosceva tanti segreti spirituali di Edvige, ben volentieri lo prese, ma volle pagarglielo. Lo mise nella sua camera da letto e lo conservò sempre come una preziosa reliquia.
Successivamente fu conservato ivi stesso e con la medesima devozione, dalla figlia della Foccis, Angela, dalla quale mi è stata raccontata in sardo questa storia che, via via, mi traduceva la signorina Chiara Maria Cuccuru, presente.
Ora (1997) è conservato dalla signora Giuseppina Oppes in Madeddu, in via Diaz, pronipote della Foccis Giuseppa cui la Serva di Dio affidò il quadro.
A sette anni cominciò a frequentare le scuole elementari che consistevano, allora, nelle prime tre classi.
«Essendo ancora piccola - attesta Paolina - i miei genitori le fecero ripetere la terza elementare».
Come si può ancora vedere dal certificato degli esami, i suoi voti erano buoni: appariva una giovinetta intelligente.
In questi anni di scuola soffrì molto a causa di un'otite, e per questo la maestra, Signora Salis, la mise al primo banco. Edvige ricorda con affetto la signora Salis definendola anima timorata di Dio, ben compresa del suo dovere di farlo amare dalle sue allieve.
Edvige biasimava un'altra maestra, perché faceva dormire il cane nel proprio letto.
La ragazza non perdeva tempo con le compagne, preferendo studiare e aiutare la mamma nelle facende domestiche. «Essendo già grandetta da sette a nove anni andavo a scuola, però vedevo che la mia mamma era poco sana, soffriva di fegato; io per accontentare la mamma spazzavo, facevo le faccendine adatte alla mia età. «Ricordo di non aver mai dato un diaspiacere alla mia mamma».
Nei periodi in cui la famiglia aveva bisogno, Edvige ancora piccola, tesseva per aiutare la mamma. Quando la vedeva preoccupata e afflitta per le condizioni finanziarie di casa, le diceva:" Mamma, non pianga, non s'affligga, Gesù ci manderà la provvidenza; lavorerò anche al telaio e guadagnerò, però stia tranquilla" (in Sardegna si dava del lei ai genitori).
Qualche volta Edvige si recava dalle zie paterne.
Intanto la famiglia cresceva e c'era sempre maggior bisogno d'aiuto nelle faccende domestiche.
A quel tempo a Pozzomaggiore v'erano soltanto tre fontane d'acqua: Funtana de donnas (lavatoio), funtana manna (all'uscita del paese), funtana frida (a nord).
La bimba, come tutte le altre donne, attingeva l'acqua a queste fontane comuni, lavava i panni, rammendava e aiutava a fare il pane che, in Sardegna, è un lavoro faticoso perchè ci si deve alzare presto, sia per lavare il frumento che per portarlo al molino e la lavorazione. Il forno era in casa.
In più c'era il lavoro del telaio che la stancava molto.
A Edvige sarebbe piaciuto imparare il mestiere di sarta, ma la mamma preferì che imparasse a ricamare.
Perciò la mandò da una pia signorina, nativa di Sorso, venuta in paese insieme al fratello farmacista: Lucia Demuro. Era presidente delle Associazioni parrocchiali, insegnava il catechismo. Ammirò la bontà di Edvige; e sotto il suo insegnamento, questa imparò presto a ricamare in bianco. Ma la mamma desiderava che si perfezionasse nel ricamo e, all'età di otto anni, mandò Edvige per un pò di tempo ad Alghero dove fu affidata alla sorella del Canonico Deriu, che risiedeva in quella città. In quel periodo Edvige prese lezioni di ricamo dalle Suore di S. Vincenzo de' Paoli.
Però la sorella del Canonico, Antonina, non la poteva seguire molto, per i suoi numerosi impegni, e la povera piccola si sentiva sola e sperduta. Perciò ben presto fu fatta ritornare a casa sua.
La Prima Comunione
Ormai era grandina, ma non aveva ricevuto ancora la Prima Comunione perchè a quel tempo si faceva tardi: sui dodici-quattordici anni.
Lei cercò d'anticiparla il più possibile. Ecco il suo racconto: «La Prima Comunione la feci all'età di undici anni presso a poco. Non ero vestita di bianco, no. Mi ricordo che ero con un vestito color cannella, cucito da una zia materna. La mamma era malata; non pensava al lusso. La prima volta ricordo che Gesù mi disse: Mi vuoi bene? Tanto tanto, io risposi. Io dissi al confessore che Gesù mi aveva detto così. Lui mi rispose: Anche a me lo dice sovente se gli voglio bene. Ed io: Va bene; ora a Gesù gli vorrò bene davvero. »
E la sorella Paolina lo conferma:
«Fece la Prima Comunione con un abitino dimesso, color avana, senza velo, senza pompa.»
Preparò a Gesù un cuore umile, ardente d'amore, purificato dalle sofferenze e dalle umiliazioni. In quel giorno Gesù le parlò manifestandole le sue divine compiacenze, invitandola alla sofferenza.
Nel 1952 Edvige mi disse che da allora uscivano dalle sue mani dei lavori meravigliosi. Ricamava anche lavori che le venivano ordinati: federe, lenzuola, quadri artistici in carta bristol. Tante famiglie si rivolgevano a lei perchè, oltre a ricamare, poteva accudire alle faccende domestiche; e il denaro che le veniva consegnato tutto lo dava alla madre.
Al fine di perfezionarsi nel ricamo a colore, Edvige andò a prendere lezioni dalla signorina Lucia Senes, molto devota, sorella del farmacista di Padria, paese vicino a Pozzomaggiore. Il fratello era sposato a una nostra cugina ricca, Giovanna Maria Carboni, chiamata anche Minnia per soprannome.
Edvige lavorava in casa, e delle volte, il pomeriggio, si recava dalla signorina Lucia Demuro, sua prima maestra "in bianco". Ricamavano insieme tovaglie e filet per gli altari della parrocchia, merletti finissimi per camici. Una volta Edvige ricamò in oro un portamessali di velluto rosso per le feste, senza nessun compenso. La signorina Demuro la fece iscrivere alle Guardie d'Onore, ed Edvige da allora faceva la sua ora di guardia da mezzogiorno all'una. E cominciò la sua missione di zelatrice, conciliando dissidi familiari, e incrementando fra le persone l'amore per il divino Redentore. S'iscrisse al Terz'Ordine Francescano, e in più era maestra di catechismo nella Parrocchia. A quell'epoca s'insegnava la religione in lingua italiana per chi sapeva leggere e scrivere, e in dialetto per gli altri.
Alle classi degli scolari in dialetto pensava mia zia e un'altra donna; a quelli in lingua italiana pensava Edvige e altre signorine che sapevano leggere e scrivere.
CAP. IV
LA CASA DI EDVIGE CARBONI
Uno studio accurato sulla Casa di Edvige è stato fatto dal Prof. Ernesto Madau con paziente amore e diligenti ricerche di archivio. In esso ho pescato le seguenti notizie riassuntive.
I genitori di Edvige, Battista Carboni e Domenica Pinna, anche prima di sposarsi abitavano nella stessa Via Marchese, a pochi metri di distanza: lui al N.1 dove aveva anche la sua bottega di falegname; lei al N.10 in una casa di cinque vani abbastanza grandi da contenere, oltre le persone di casa, anche il telaio per la tessitura, costantemente in azione.
Appena sposati (6.4.1877) abitarono nella casa di lui al N.1, ma per la nascita dei due primi figli, Giorgio (21.1.1878) ed Edvige (2.5.1880), Domenica tornò nella propria casa al N.10 dove poteva avere maggiore assistenza da parte della madre ed altri familiari e conoscenti. E così Edvige nacque al N.10, in quella che poi sempre sarà chiamata "la casa di Edvige".
Invece tutti gli altri figli nacquero al N.1, nella casa di Battista. Si sono fatte diverse ipotesi sul perchè non siano nati anch'essi nella casa di lei al N.10 come i due primi. Probabilmente era cambiata la situazione familiare: il babbo di Domenica, Paolo Pinna, aveva oltrepassato la settantina; poi, in data imprecisata di quegli anni, ebbe una brutta caduta da cavallo nel tornare dalla campagna, e rimase paralizzato alle gambe fino alla morte {1889), e il peso della famiglia ricadde tutto sulla madre di Domenica, Maria Antonia, sua moglie, anche lei sopra la sessantina. In più la sorella di Domenica, che viveva con la madre nella stessa casa, era di poca salute.
Penso che queste mutate condizioni di famiglia siano state le ragioni per cui gli altri figli non poterono nascere in quella casa.
Intanto i bambini dei coniugi Carboni crescevano, e passavano indifferentemente da una casa all'altra, essendo a pochi metri.
A cinque anni troviamo Edvige a giocare in casa della nonna dov'era nata, e dove ebbe l'animazione del quadro della Madonna e del Bambino Gesù che il lettore già conosce.
Si può dire che in questa casa Edvige sia cresciuta ed abbia sempre vissuto. Vi assisté poi tutti i suoi parenti malati: Giovanna Maria, sorella della madre, che morì a 45 anni (1907); il fratello della stessa, Salvatore (morto il 1908); la sua stessa mamma che vi mori nel 1910; infine la nonna, morta a 94 anni nel 1915. Sappiamo che questa donna era difficile ed esigente, e voleva che Edvige dormisse in un lettino posto di traverso in fondo al suo.
Dopo queste morti, la casa venne in proprietà della famiglia Carboni che vi si trasferì, modificando il vano d'ingresso per ricavarne una camera per il padre, Battista, che sulle prime si era adattato a dormire in cucina su di un lettino provvisorio. E nel 1921 vendette l'altra casa al N.1, ora del tutto trasformata.
In questa casa al N.10, Edvige ebbe le stimmate nel 1909, e vi trascorse la vita fino al 1929, quando partì per il Lazio con Paolina e il babbo. Il fratello Antonio era andato in America nel 1909; Giorgio si era sposato nel nuorese nel 1917, dove morì lo stesso anno di infarto; Galdino si era trasferito a Roma nel 1924. E così in casa vi erano rimasti solo il padre, anziano, Paolina, insegnante senza lavoro, ed Edvige su cui ricadeva il peso di famiglia.
Partiti anch'essi (1929), la casa rimase vuota, affidata a Grazia Calaresu e Raffaella Piu; il terreno in località Baddhe, dato in affitto. Nel 1934, le due sorelle tornarono per svendere i mobili di casa; e poi, più tardi, per consiglio del P. Cappello, tutto fu venduto. L'ultima volta che Edvige e Paolina tornarono in Sardegna (Settembre 1938), essendo la casa già venduta, alloggiarono per alcuni giorni a Mara dalla parente Vincenza Arru, poi dall'amica Grazia Calaresu a Pozzomaggiore.
Attualmente è conosciuta da tutti come la "Casa di Edvige Carboni".
Via Marchese ha cambiato nome, ed è diventata la "Via Edvige Carboni", il numero della casa è 18.
Purtroppo ora la casa è stata completamente ristrutturata e Pozzomaggiore ha probabilmente perso la possibilità di trasformarla in un museo o in luogo di preghiera.
Il Comitato di Edvige Carboni tentò di acquistarla, ma non fu possibile; il suo presidente avrebbe voluto riportarla allo stato originario e sistemarvi le varie suppellettili che attualmente sono reperibili presso le varie famiglie di Pozzomaggiore i cui antenati le acquistarono da Edvige e Paolina nel 1934.
A Pozzomaggiore, il Comitato ha tuttavia raccolto e tiene esposti i vari oggetti e lavori appartenenti alla Serva di Dio, in un locale attiguo alla chiesa parrocchiale.
CAP V
GRAZIA CALARESU, LE AMICHE DI CALANGIANUS, VITALIA, IL SERVO DI DIO P. MANZELLA
«Verso gli ultimi tempi delle sue persecuzioni, Edvige conobbe Grazia Calaresu, una giovane contadina, buona ed onesta, un pò più grande di mia sorella. Anche Grazia Calaresu veniva guidata spiritualmente dal parroco Don Carta e, dopo la morte di costui, dal canonico Deriu.
Non abbiamo più trovato, in seguito, un'amica fedele quanto Grazia. Questa, all'età di 33 anni, si consacrò completamente a Gesù, offrendogli tutto il suo cuore. Grazia difendeva Edvige dalle cattive lingue. Ella viveva con un fratello non sposato.
Più volte si trova nel Diario il nome di Grazia nelle estasi avute da Edvige. Eccone una: 12 Giugno (1941): «Il 12 Giugno, dopo la S. Comunione, vidi tre croci. In una, in mezzo, c'era Gesù; nelle altre due non c'era nessuno. Allora m'avvicinò Don Bosco e mi disse "Figliola, Gesù mi ha incaricato di cercare delle anime vittime per riparare tante offese che continuamente si fanno contro di Lui, specie le mode immodeste; e poi queste vittime serviranno per ottenere la pace fra le Nazioni. Figlia, in tanto girare trovai te e Grazia. Queste due croci vuote serviranno una per te, l'altra per Grazia».
Quest'anima sapeva molto di Edvige, perchè era un'anima segreta, buona e tutta conforme alle vedute spirituali della Carboni, che le confidava, come una figliola, tante cose riguardanti il suo spirito. Poi, da lontano, continuò a scriverle.
Grazia era dotata d'un animo gentile e sensibilissimo; semplice come una bambina e nello stesso tempo piena di prudenza; dal viso scarno per le continue sofferenze.
La sua vita è stata un continuo martirio che culminò con l'offrirsi vittima della pace delle nazioni durante l'ultima guerra. Gesù accettò l'offerta e Grazia divenne cieca.
Soffri, rassegnata, la cecità per dieci anni.
Non potendo leggere da se stessa, si faceva leggere le lettere di Edvige più volte, e poi le faceva in pezzettini minuti. Di Edvige sapeva tante cose, ma si sarebbe fatta uccidere prima di svelarle. Ripeteva: «Dopo la sua morte saprete chi è Edvige».
Con lei mia sorella si recava al santuario della Vergine di Bombey (Bonuighinu), chiesa vicino a Mara.
A questo proposito ricordo un episodio raccontatomi da Grazia ed Edvige:
Si era in primavera. A Pozzomaggiore e nei paesi vicini c'era una grande siccità, non avendo piovuto da più mesi. Per invocare il miracolo della pioggia il parroco locale, Don Falchi, fece portare processionalmente in paese la statua della Vergine.
Per desiderio di Grazia era venuta anche Edvige; tutte e due fervorosamente pregarono perchè il miracolo avvenisse.
Allora improvvisamente il tempo si mise al brutto e cominciò a cadere una pioggia torrenziale.
Si sparse la voce che nella chiesa era presente Edvige, e questo bastò per riempire la chiesa di un cumulo di fedeli e di curiosi. Tutti presi dalle virtù taumaturgiche di Edvige, volevano vederla e toccarla. Mia sorella e Grazia si trovarono aggredite da quella folla, e in serio imbarazzo. Fortunatamente il parroco, col suo intervento, valse a scongiurare più gravi conseguenze. Le fece uscire da una porticina della sagrestia, ma dopo un breve tratto di strada, il popolino le rincorse e le accompagnò fino a «Fache 'e Sole», che si trova a mezza via tra Mara e Pozzomaggiore.
Edvige ritornò a casa avvilita, triste ed umiliata.
Giuseppina Azzena aggiunge un particolare a questo fatto: "una madre di famiglia, uscita di casa per curiosità a causa del trambusto che si era fatto per Edvige, al suo rientro trovò il figlioletto che si era scottato con la caduta di un recipiente di acqua calda. La madre allora andò in escandescenze, mentre altre donne che conoscevano la bontà e la santità di Edvige, le suggerirono di recarsi da lei per chiedere la guarigione del bambino. Accondiscendendo ella, la raggiunse, le parlò e quando fece ritorno a casa, trovò che il bambino era guarito".
Edvige, come faceva con tante persone, così anche beneficava la sua amica, regalandole cibo, denaro e vestiti.
Durante la permanenza ad Albano e a Roma spediva pacchi a Grazia e a suo fratello.
Il bene per il prossimo la rendeva completamente felice. Grazia Calaresu morì il 17 Novembre 1951 all'Ospizio delle suore del Cottolengo di Pozzomaggiore, dove si era ritirata, tre mesi prima della scomparsa di Edvige.
Di ricordi non ha lasciato nulla. Prima di entrare nel ricovero mi disse di aver distrutto tutto.
Le amiche Azzena di Calangianus
Ecco come si conobbero:
«Padre Manzella aveva fatto aprire un asilo a Calangianus, e in attesa delle suore, mi mandò là ad insegnare: cosa che feci per due anni. Durante la mia permanenza a Calangianus fui ospitata da una signorina di famiglia ricchissima, figliola spirituale di Padre Manzella» (Paolina).
Ma si erano conosciute in precedenza a Pozzomaggiore. Attesta Giuseppina Azzena di Calangianus, poi suora: «Nell'anno 1926 a Pozzomaggiore, in casa di mia zia materna, Caterina Giua, sposata al Cav. Francesco Tanda, titolare di quel centro postelegrafico, ebbi l'onore e il gran piacere di conoscere le gentilissime signorine Edvige e Paolina Carboni.
Dopo alcuni giorni che ero a Pozzomaggiore, siccome andavo mattina e sera alla chiesa parrocchiale per i Vespri, la Messa e la Comunione, trovavo sempre le signorina Edvige. Un giorno mi venne vicino e m'invitò a recarmi con lei al cimitero, ove doveva celebrarsi una Messa. Le risposi di si, e insieme ci avviammo verso l'uscita. Edvige mi portò alla pila dell'acqua benedetta e, nel farsi la croce, notai che la sua mano era intrisa di sangue, e che però subito nascose sotto lo scialle di lana, forse per evitare la mia curiosità. Ricordo che quel giorno era di venerdì.
Un giorno mia cugina ed io in compagnia delle sorelle Carboni, ci recammo a visitare l'asilo infantile di Pozzomaggiore, tenuto dalle suore del Cottolengo, che ci fecero vedere l'Istituto e conoscere le loro attività.
Uscite che fummo, Paolina domandò se le suore del Cottolengo mi fossero piaciute e se avessi tendenza ad abbracciare quella comunità.
Intervenne subito Edvige, la quale disse, che io non ero destinata a vestire quell'abito, ma quello di un'altro ordine. Cosa che poi di fatto si verificò.
Nei mesi estivi venne a Calangianus, da Pozzomaggiore, la zia Caterina, accompagnata dalla buona Paolina. Nella nostra famiglia si desiderava la presenza di Edvige e volevamo scrivere perchè anche lei non mancasse di onorarci della sua visita in cambio della nostra, fatta a Pozzomaggiore, tanto più che lo zio Francesco era legato da parentela, perchè la prima moglie dello stesso era cugina della madre di Edvige.
Riuscimmo a convincerla, e io e mia cugina decidemmo di recarci a Pozzomaggiore per prelevarla. Con viva soddisfazione di tutta la famiglia, ma in modo particolare di mia sorella Angelina, fu ospite con Paolina in casa nostra per diciassette giorni, non avendo voluto prorogare di più la loro permanenza in mezzo noi. Debbo confessare che per me e per mia sorella quei giorni di soggiorno tra noi furono giornate di paradiso.
Quando ci recavamo in chiesa insieme e rimanevo vicina a Edvige, la vedevo andare in estasi e rimanere immobile delle ore; poi si risvegliava e rientravamo a casa sempre un pò tardi, per cui la sorella Paolina mi fece notare che ritardavamo un pò a rientrare. Avendole risposto che quando Edvige andava in estasi - e questa durava a lungo - io tentavo di risvegliarla, ma non ottenevo l'effetto desiderato, allora mi suggerì un espediente: Se non riesci a scuoterla, le dovrai dire: Edvige, in virtù di santa obbedienza, andiamo che è tardi.
Infatti, avendo in seguito usato questo sistema, ottenni quanto desideravo. Si risvegliava e si alzava tutta serena e tranquilla e facevamo ritorno a casa. Lei camminava piano, perchè talvolta le facevano male le piaghe dei piedi.
In casa non voleva mai rimanere inoperosa. Un giorno si mise a riordinare la credenza. Era un venerdì. Finito il lavoro, osservai che quando si lavava le mani, dal dritto e dal rovescio delle stesse usciva del sangue vivo.
Poi si recò in una camera attigua; la raggiunsi e la trovai che si era tolta una scarpa e la calza di un piede. Le chiesi cosa avesse, e mi rispose che le faceva male il piede, in quanto la calza si era attaccata; poichè teneva il piede un pò sollevato, notai una polla di sangue in parte raggrumato.
Presi un fazzoletto bianco e le asciugai la ferita. Lo stesso fazzoletto bagnato di sangue venne da me donato al mio e suo direttore spirituale, Rev.mo Parroco di allora, Canonico Geronimo Scampuddu, che bene la conosceva attraverso le confessioni.» (Giuseppina Azzena)
Di queste due amiche, la prima, Giuseppina, si fece suora della Visitazione; l'altra, Angelina, rimase in casa, e questa fu la vera confidente di Edvige, alla quale sono indirizzate la maggior parte delle lettere della Serva di Dio che contengono i segreti intimi del cuore.
Vitalia Scodina
È l'amica fedele che Gesù le preparò a Roma, dove le fu valido appoggio materiale e spirituale. Senza di lei gran parte della vita mistica di Edvige sarebbe rimasta nell'oscurità e, probabilmente, non si sarebbe arrivati al Processo della sua beatificazione.
La sua storia è un'odissea come quella di tante povere donne di servizio, anche se oggi vengono chiamate "collaboratrici domiciliari".
Anche Vitalia è sarda. Nacque a Serrenti (Cagliari) il 14 Febbraio 1901 da Giovanni Scodina e Maria Pinna, famiglia ricca di fede, ma povera di mezzi economici, terza di cinque figli.
Ben presto dovette cominciare a dare una mano, come poteva, per tirare avanti; ma ammalatasi di malaria, fu sul punto di morire. Con l'aiuto di Dio e le tante preghiere della mamma si riprese.
A 7 anni fece la Prima Comunione, presto per quei tempi; la ottenne per le sue lunghe insistenze.
Poi fu mandata a Cagliari per qualche serviziolo, ma ritornata quasi subito in famiglia, si prodigò ad aiutare la mamma nelle faccende domestiche e il padre nei lavori di campagna, distante circa un'ora di cammino a piedi, che facevano scalzi perchè non c'erano soldi per comprare le scarpe.
A 9 anni le morì la mamma.
Di nuovo dovette tornare a Cagliari a servizio, dove rimase per 14 anni. Studi non ne aveva potuti fare. Però durante questo tempo, un'Istituto di Suore della Carità faceva ogni Domenica mezz'ora di scuola gratuita alle ragazze di servizio, ed anche Vitalia vi partecipò a 12 lezioni con tanto impegno che imparò l'essenziale.
Nel frattempo il padre si era risposato.
A 24 anni le suggerirono di sposarsi, ma lei inclinava per la vita religiosa, e l'8 Giugno 1924 andò a Roma per farsi suora; ma, purtroppo, la salute non l'assistette, e dopo 9 mesi dovette uscire e trovarsi un lavoro.
Fece la cuoca in varie case di nobili romani (Conte Franciosi, Principessa Dalcontis, Cardinale Marongi, Principe Pignatelli, Ingegnere Cappo), dovunque svolgendo un'attività preziosa e portandovi il suo benefico sentimento religioso che, in qualche caso, fu di vero apostolato laico.
Nel 1938 si ammalò e venne operata. Dopo di chè lasciò il servizio e, col suo gruzzolo di soldi risparmiati in tanti anni di lavoro, mise sù un negozietto di articoli casalinghi, nell'Ottobre 1938.
E fu appunto qui, ai primi del 1940, che conobbe Edvige Carboni. Ce lo racconta così:
"Venne a comprare un oggetto al mio negozio e mi domandò se ero della Sardegna; ed io gli risposi di sì. Un altro giorno ritornò ancora al negozio e mi incominciò a confidare che erano due sorelle sole; (e mi chiese) se avevo piacere di andare a trovarle alla sera quando chiudevo, per scambiarci due parole. E così anch'io confidai con loro le mie sofferenze, e conobbi che erano delle anime belle. Il Signore esaudì le mie preghiere lunghe e indegne. Mi trovavo sola, angustiata, sofferente, priva di un'anima che mi potesse dare un conforto. Bramavo un'anima spirituale...; me l'ha fatta trovare"
Da quel giorno tra di loro si strinse un vincolo più che di amicizia, fraterno: Edvige, Paolina e Vitalia sono come tre sorelle che hanno gli stessi sentimenti e le stesse aspirazioni sante, ed una totale fiducia fra di loro. Le diedero anche le chiavi di casa.
Fu Vitalia che guidò le due sorelle, Edvige e Paolina, successivamente ai vari confessori dove lei già andava: Mons. Massini, Vitali, e infine P. Ignazio. Era già incamminata per le vie dello spirito:
"Ero io la penitente di questo Padre (Ignazio) e fui la prima a parlargli della Serva di Dio, e fui io a presentargliela". Vitalia fu la grande confidente di Edvige:
"Solo con me, e negli ultimi tempi della sua vita, si è confidata e per ordine di Gesù, come essa stessa mi confidò".
Perciò le sue deposizioni nel Processo di beatificazione sono la più completa e solida testimonianza, di capitale interesse ai fini della beatificazione.
Il Servo di Dio P. Giovanni Battista Manzella (1855-1937)
Nella vita di Edvige si trova più volte nominato il P. Manzella: la confessava quando era a Pozzomaggiore; la difese in più occasioni; ne lodava la virtù presso i seminaristi ed altri; fece dare il posto d'insegnante a Paolina, sorella di Edvige, all'Asilo di di Calangianus; le andò a trovare a Marcellina Scalo; le scrisse alcune lettere. Perciò credo opportuno riportare qui alcune notizie su di lui. Ciò sarà anche cosa gradita da tanti sardi che lo ricordano con venerazione.
Nacque a Soncino (Cremona) il 21 Gennaio 1855 da Carlo e Laura Zanardi. Di famiglia operaia, ed operaio anche lui, fino a 15 anni fece il materassaio nella casa paterna, aiutando il padre e la madre; poi fu commesso per alcuni anni in un negozio di ferramenta a Castello sopra Lecco, dove si era trasferita la sua famiglia; infine, per dieci anni, in un grande emporio di ferramenta a Cremona, in via Garibaldi.
Morto il padrone, rimase l'uomo di fiducia della vedova, Linda Vignolo, che lo tenne come figlio fin verso i trent'anni.
Chi avrebbe potuto pensare che quell'uomo, già maturo, sarebbe diventato un sacerdote, il futuro missionario della Sardegna?
Ma su di lui vegliava la Madonna che a 12 anni, in una misteriosa visione, gli aveva detto: "Battista, fatti animo che io non ti abbandono. Tu sarai sacerdote e missionario".
Da quell'ora, degli anni ne erano passati tanti; studi ne aveva fatti pochi, solo le scuole tecniche del paese dove aveva imparato disegno, matematica e un pò di scienze naturali.
Sembrerà un caso fortuito, ma le vie della Provvidenza son fatte così: mentre continuava, come commesso, il suo infaticabile lavoro nel negozio di ferramenta di Cremona, uno degli amici lo invitò alle Conferenze di carità di S. Vincenzo de' Paoli che si occupano dei poveri. Si entusiasmò di quella benefica attività. "Eravamo poveri anche noi, dirà più tardi, ma non ci mancava l'ardimento; si andava avanti coi debiti quando non c'erano denari... Questa carità mi fece amare S. Vincenzo dè Paoli, ed in seguito mi feci missionario".
Ecco l'origine della vocazione del P. Manzella..., e anche il valore provvidenziale dei buoni compagni!
Intanto andava orientandosi per il sacerdozio. Ma c'era il problema degli studi.
A Monza esisteva l'Istituto Villoresi, una specie di seminario per giovani ed adulti, gestito alla familiare. Studi accelerati, ma completi; spirito di corpo che li rendeva tutti uno.
Di là, più tardi, ciascuno prendeva il volo per la propria via: sacerdote diocesano, vita religiosa, missionario ecc. Ci uscirono anche dei vescovi.
Per cinque anni Manzella vi si temprò agli studi ecclesiastici e alle più alte virtù dell'anima.
Ci pensate a quell'uomo, al di là della trentina, curvo sui banchi di scuola, insieme ai ragazzi, ad imparare i primi elementi del latino e delle altre materie necessarie al sacerdote?... Intelligenza ne aveva da vendere..., tenacia lombarda non gli mancava davvero. E ce la fece. Ma i soldi per mantenercelo?
Li dava la signora Linda Vignolo, santamente affezionata al suo ex commesso di negozio. Costei aveva un figlio, Tonfino, che voleva farsi sacerdote, ma ammalatosi, morì ancora ragazzetto. Prima di morire disse alla mamma: "Manderai in vece mia, Battista (il Manzella, commesso del negozio). E così la mamma Linda prese ad assistere finanziariamente il Manzella quando entrò in seminario.
Ormai il Manzella stava pensando al futuro: il Collegio Albereni di Piacenza o i Somaschi?...
Invece per strada si imbattè nel Superiore dei Vincenziani che lo accettò subito nell'Istituto dei Missionari Vincenziani. Era proprio li che Dio lo guidava.
Il 21 Novembre 1887, festa della Madonna, fece la vestizione; due anni dopo, la Professione dei voti religiosi; e il 27 Febbraio 1893 venne consacrato sacerdote con sua grande gioia. Aveva 38 anni.
Ma proprio ora le cose presero una piega diversa da quella sognata: invece della missione, fu mandato coi ragazzi per sette anni..., e se non vi avesse messo mani la Provvidenza in un modo brusco, che si vedrà fra poco, probabilmente vi sarebbe rimasto per sempre. E allora addio missione in Sardegna!
Prima a Scarnafigi (Cuneo) con gli alunni dell'Istituto; poi a Chieri (Torino) come maestro dei novizi; di lì a Como, poi a Casale Monferrato come direttore ed economo del seminario diocesano... E qui, appunto, avvenne un fatto banale, ma che portò il Manzella sulla via che la Provvidenza gli aveva tracciato: nel registro dei conti, per uno sbaglio di scrittura, segnò uno zero in più nella cifra del deficit mensile: invece di 1000 scrisse 10000. Quasi un secolo fa, quella somma equivaleva a più milioni di oggi.
Si sa, di frante agli ammanchi non c'è ragione che tenga!... E il superiore che lesse quella cifra non la fece tanto lunga: te lo prese e lo schiaffò dritto dritto in Sardegna!...
E così, senza volerlo, compì il disegno divino che lo voleva qui. Le vie di Dio sono veramente diverse da quelle degli uomini!... Più tardi, visto il gran bene che il Manzella operava nell'Isola, quel Superiore ebbe a dire: "Non avrò mai a pentirmi di aver mandato il Signor Manzella in Sardegna!".
Sbarcò in Sardegna nel Novembre 1900, giusto all'inizio del secolo. E vi rimase per 37 anni... Sempre in movimento..., facendo suoi tutti i problemi dell'Isola, sempre assillato per il bene di tutti. E non solo per il bene spirituale, ma anche sociale.
La Sardegna di allora non era quella di oggi: malaria, banditismo, rivalità tra famiglie, superstizione, massoneria, libero pensiero iniettato fra le masse incolte, analfabetismo, strade inesistenti o impraticabili, isolamento dei paesi interni, la dannosa costumanza del "su corruttu" per la quale le donne vedove di qualsiasi età, si condannavano a stare chiuse in casa fino alla morte, nell'oscurità, vere sepolte vive, con danno immenso per la famiglia e per sè stesse: triste usanza che il Manzella seppe eliminare quasi dappertutto. E altri mali che facevano scrivere a Grazia Deledda: "Povera e cara Isola disgraziata, ma indimenticabile!".
Il Manzella percorse tutti gli angoli della Sardegna, anche i più sperduti, una ventina di volte!... Vi predicò più di mille missioni: gli stazzi della Gallura, le capanne della Nurra, "sas pinnettas" della Barbagia, le baracche dei minatori della diga del Coghinas..., e dovunque si trovassero uomini a lavorare, là compariva il Manzella a familiarizzare con loro, a farsi tutto a tutti.
Arrivando nei paesi, suonava la sua famosa "trombetta" che ancora si conserva tra i suoi cimeli a Sassari, trascinando piccoli e grandi in chiesa, alla missione.
Non si contentava delle catechesi e prediche in chiesa, andava a trovare i pastori nelle loro capanne; evangelizzava sul luogo stesso la gente dimenticata da tutti; confessava, celebrava sul suo altarino portatile, portava la comunione agli ammalati sparsi nella campagna, rimanendo digiuno fino a tardi.
Gli anziani ricordano ancora i prodigi compiuti da lui con la "medaglia miracolosa" della Madonna che distribuiva a tutti. Ma le condizioni sociali che trovava dappertutto, lo assillavano: fondava Conferenze di S. Vincenzo per i poveri, Asili per i bambini, case per gli operai, orfanotrofi, ricoveri per vecchi. Ciechi, sordomuti, ragazze pericolanti, bambini abbandonati... per tutti la sua sollecitudine per una giusta assistenza.
E i mezzi?...
Prendeva con una mano e dava con l'altra quel che la Provvidenza gli mandava. Si dice che gli siano passati per mano circa 30/40 milioni..., come dire, circa altrettanti miliardi di oggi! Ma partivano come il vento per tutte quelle opere e tanti poveri. E quando si trovava all'asciutto, si rivolgeva alla Madonna e, confidenzialmente, le diceva: "O Maria, concepita senza peccato, aiuta il P. Manzella disperato!..."
Carattere faceto, a tutti gradito!
Ma la sua attività non si arrestava qui: Suggerì la fondazione del settimanale cattolico sassarese "La Libertà", e vi scrisse diversi articoli anche lui; iniziò la Giornata Missionaria Mondiale insieme ad altri del seminario arcivescovale di Sassari (1926); istituì le Suore del Getsemani (Manzelliane); stese le Regole di un altro Istituto (Figlie di S. Filippo Neri) di Sassari; attese alla formazione dei seminaristi e alla direzione spirituale di molte anime mistiche della Sardegna, per esempio, oltre Edvige, Leontina Sotgiu...
Viaggiava come poteva: a piedi, a cavallo, col treno, in auto... soprattutto col suo calessino, tirato da ún somarello, che scherzosamente diceva, per ricompensarlo, l'avrebbe iscritto all'università!... Si spense il 23 Ottobre 1937, pianto da tutta la Sardegna.
"C'è da domandarsi - disse il P. Mariano alla TV, il 12 Febbraio 1963 - come ha fatto quest'uomo per dieci, venti, trenta, quarant'anni, senza stancarsi mai, senza fermarsi mai, a lavorare, ad operare, a pregare tanto!..."
E lo definiva: Il "Signor" Manzella, "Signore" della bontà. L'Arcivescovo di Sassari, Mons. Mazzotti, durante il funerale, alla presenza di più migliaia di persone, commosso, esclamò: "...possiamo affermare che il Signor Manzella è un Santo!".
E questo è condiviso da tutti in Sardegna e fuori.
Anche il Papa Giovanni Paolo II, nel suo memorabile viaggio in Sardegna (1985) lo ha ricordato a Sassari e a Cagliari tra le persone più insigni che hanno illustrato 1'Isola.
È stato anche aperto un Processo per la sua beatificazione. Fu appunto quest'uomo a guidare Edvige Carboni per le vie di Dio, e ad esprimersi a favore dei suoi carismi soprannaturali.
CAP. VI
PEREGRINAZIONI DI EDVIGE
Racconta Paolina:
"Per interessamento di Edvige mio fratello Galdino fu assunto nelle Ferrovie dello Stato come impiegato, e nel 1924 si trasferì a Roma. Nell'anno Santo 1925 Galdino ci fece venire nella capitale e qui alloggiammo in via Merulana, vicino a S. Prassede. Facemmo il santo Giubileo e fummo ammesse alla presenza del Papa Pio XI. Roma ci piacque tanto; visitammo le catacombe di S. Callisto, e la lasciammo a malincuore.
Nel 1929 venne bandito un concorso per l'insegnamento elementare nell'Agro Romano, nelle scuole allora dirette dal Comm. Marcucci. Dato che le prove scritte si svolgevano nel mese di luglio, per quel tempo salpammo alla volta del continente. Venni accompagnata da Edvige e nuovamente fummo ricevute dal Papa Pio XI.
Effettuate con successo le prove scritte, dovetti seguire per un certo periodo di tempo, un corso obbligatorio presso le Maestre Pie Venerini di Marino. Questo corso era frequentato da altre 40 maestre. Superate le prove orali, tornai con Edvige in Sardegna in attesa della graduatoria.
Nel mese di Novembre mi fu assegnato il posto di Marcellina Scalo, località a mezza via tra Roma e Tivoli.
Il mezzo più comodo per raggiungere quella località era la ferrovia.
Non volendo farmi partire da sola, il babbo ed Edvige mi accompagnarono. La nostra casa a Pozzomaggiore era vigilata da Grazia e da un'altra donna da noi ricompensata.
Il 23 Novembre 1929 presi servizio.
A Marcellina Scalo
L'appartamento messo a nostra disposizione consisteva in una camera e nell'aula scolastica, senza l'uso di cucina; ma noi ci accomodammo lo stesso, adibendo a questo uso l'attigua terrazzina.
Alunni e famiglie, tutti presero a volerci bene, anche perchè era la prima volta che si apriva una scuola in quel luogo.
Gli abitanti erano pochi e tutti forestieri. Marcellina Scalo dista quasi 5 chilometri da Marcellina paese, e noi, la domenica, dovevamo andare a messa a Tivoli. I primi tempi furono duri.
Dal terrazzino della casa dove abitavamo ci giungevano i rintocchi delle campane della chiesa di Marcellina.
Edvige soffriva molto, perchè non poteva assistere alla S. Messa e fare la Comunione ogni giorno, com'era abituata a farlo da sempre. Aveva allora 49 anni. Dovevamo fare ogni genere di sacrifici, anche perchè sul posto non si trovava quasi niente.
Il mio superiore ci voleva molto bene. Aveva una grande stima di papà e di Edvige e s'intratteneva volentieri a discorrere con noi. Veniva spesso, perchè la nostra casa si trovava nel suo itinerario d'ispezione delle scuole locali.
Anche Padre Manzella ci fece un'improvvisata: venne a visitarci e si trattenne a pranzo con noi. Fu un giorno pieno di allegria. La notizia della venuta del santo Sacerdote presto si sparse, e tutti i bambini lo vollero conoscere e poi l'accompagnarono alla stazione. A Padre Manzella piacque molto l'ambiente, e quando tornò in Sardegna a tutti raccontò dove e come vivevamo.
Alla fine dell'anno scolastico rientravamo a Pozzomaggiore per tutte le vacanze scolastiche. In autunno eravamo di nuovo a Marcellina Scalo.
Anche qui Edvige continuava nella sua opera benefica verso i poveri e i vecchi abbandonati. Quando venivano mio fratello e mia cognata, li colmava d'ogni ben di Dio.
Edvige lavorava, spazzava e cucinava, portando l'acqua da lontano; per delicatezza non mandava i miei alunni. Mancando ancora la luce elettrica, dovevamo usare i lumi a petrolio. Negli ultimi tempi, prima d'andare via, il Comune fece l'impianto elettrico.
In altre località del Lazio
Nel frattempo vennero banditi dei concorsi per le scuole di Roma, e Galdino volle che anch'io vi partecipassi. Qualche volta ci recavamo in città per confessarci da Padre Cappello, che veneravamo come un santo. Davvero ispirato, questo Padre mi disse che avrei vinto il concorso e sarei venuta a Roma.
Vinsi il concorso per le scuole statali e, dopo una permanenza di tre anni a Marcellina Scalo, venni trasferita ad Agosta, vicino a Subiaco.
Ad Agosta presi servizio il 15 Febbraio del 1932. L'appartamentino a nostra disposizione era molto più comodo rispetto a quello di Marcellina Scalo. Ci distaccammo con dolore da questo luogo, dove avevamo fatte tante gradite amicizie, dove lasciammo tanto rimpianto.
Anche nella nuova località Edvige conquistava a sè uno stuolo di fedeli. I santi consigli e la carità che elargiva non tenevano conto della bontà delle persone, ma erano indiscriminati e rivolti a quanti
ne avevano bisogno. In pochi mesi fece tanto bene ai poveri e ai ragazzi abbandonati.
Lì almeno potevamo assistere alla S. Messa senza dover camminare dei chilometri.
Ad Agosta, di domenica, venivano dei buoni sacerdoti in aiuto del parroco ottantenne.
Nel mese di Luglio del 1932 andammo a Tivoli, dove passammo un periodo di vacanze, mentre io continuavo a ricevere lezioni dal Prof. Melorci dovendomi preparare a sostenere gli esami presso il Governatorato. La sede di Agosta mi era stata data provvisoriamente: ora dovevo scegliere la sede definitiva nelle scuole di Stato. Galdino e il Prof. Melorci, nella domanda, inclusero diversi nomi di paesi da me preferiti, l'ultimo dei quali fu quello di Serrone, in provincia di Frosinone.
Quando mia sorella sentì pronunziare questo paese, subito si oppose alla sua scelta, ma mio fratello non le diede retta. Alla prova dei fatti mi fu assegnato proprio Serrone, che era molto distante da Tivoli, in collina circa 700 metri sul livello del mare, impervio e scomodo.
La scelta di mio fratello non si dimostrò felice; e per quattro lunghissimi anni dovemmo affrontare degli enormi sacrifici. Anche in questa nuova sistemazione l'opera di Edvige fu instancabile.
La signora Fulli ci affittò la sua casa, perchè lei d'inverno stava a Roma.
Vicino a noi c'era una famiglia in bassa fortuna, al momento molto povera. Edvige non si stancava mai di soccorrerla, nonostante la loro indifferenza.
La chiesa era vicina e le cerimonie commoventi; il parroco che ci conosceva bene, s'intratteneva frequentemente con noi. Insieme al babbo andavamo alle principali funzioni liturgiche. I miei scolari erano pii, e molti di questi si fecero chi sacerdote chi suora.
Finito l'anno scolastico 1932-33, Galdino ci volle a Roma.
Io intanto venni trasferita alla borgata La Forma, facente parte del Comune di Serrone, ai piedi del monte Scalambra, sulla strada Roma-Fiuggi. Qui conoscemmo lo zelante parroco Don Ernesto Damizia, e insieme a lui si fece un pò di bene.
Edvige dava lezioni di ricamo alle Giovani Italiane. In tutti i paesi, in cui siamo state, la mia buona sorella insegnava sempre ricamo alle fanciulle e le faceva studiare nella sua camera per dare un aiuto a me.
A La Forma propagò le devozione dei primi Venerdì del mese, facendo in questo modo accostare ai Sacramenti molte persone ignoranti e miscredenti.
Una mattina Edvige si recò in chiesa un pò tardi, quando ormai non c'era più nessuno, s'inginocchiò davanti al quadro della Madonna di Pompei per invocare una grazia. Ad un tratto sentì un sasso infrangersi contro la sua fronte: si voltò e vide un brutto ceffo dileguarsi dalla porta della sagrestia; vi corse subito anche lei, ma non vi era assolutamente nessuno là dentro.
Intanto molto sangue grondava dalla ferita prodotta dal sasso; s'asciugò col fazzoletto che aveva in tasca, ma non bastò. Prontamente s'avviò verso casa, perchè la ferita cominciava a prendere una brutta piega, e li se la fasciò alla bella meglio.
Il fatto venne raccontato al buon Don Damizia, che nonostante la sua incredulità al riguardo, finì con l'ammettere che tutto l'accaduto aveva l'apparenza d'un brutto scherzo diabolico.
Il babbo a La Forma si dimostrò amico esemplare del parroco e con la sua benevolenza s'accattivò la simpatia di tutti.
Dietro consiglio di Padre Cappello vendemmo la casa di Pozzomaggiore, e Galdino ci fece prendere in affitto una casa ad Albano, presso il canonico Mons. Stella, in via Aurelio Saffi. Sicchè il punto di riferimento divenne Albano, e le nostre vacanze le trascorrevano lì.
Nel 1934 ci trasferimmo ad Albano, pur dovendo io insegnare a La Forma, dove rimasi sola, in attesa che mi trasferissero a Roma. Chiesi ripetutamente l'incarico ad Albano, ma non mi fu concesso.
Edvige mi raccontò che in certi periodi di tempo, soffrì la fame, nonostante che io le mandassi mezzo stipendio.
Proprio ad Albano ebbe modo di beneficare una giovanetta traviata, non solo dandole santi consigli, ma condividendo con essa il suo pasto e regalandole tutta la biancheria che poteva, anche quella personale. Probabilmente era questa la ragione per cui, in certi periodi, soffrì la fame.
Nella cittadina laziale frequentavamo la chiesa di S. Paolo, ufficiata dai religiosi del Preziosissimo Sangue.
Un giorno, con Edvige, vedemmo un vecchietto seduto sui gradini della chiesa; mia sorella gli si avvicinò, l'accarezzò come se fosse stato un bambino e gli regalò una sciarpa che si tolse dal collo.
Intanto veniva perseguitata da persone che aveva beneficato. Le perdonò e le accolse in casa, dimenticando le offese ricevute. Una volta che eravamo tutte e due molto addolorate, perché mi avevano trasferito momentaneamente in una scuola rurale distante da Albano, e piangevamo e pregavamo, improvvisamente ci apparve papà (morto) che toccò il braccio di Edvige dolcemente e ci esortò a non pigliarcela per il mio trasferimento, perché Gesù ci avrebbe senz'altro aiutato, facendomi assegnare una sede più vicina. Infatti nel mese di ottobre venni trasferita in una scuola del Quadrato, località che potevo facilmente raggiungere col tram dei Castelli Romani.
A Roma
Dopo la morte del babbo, mio fratello Galdino ci esortò a trasferirci a Roma, anche perché la mia malferma salute e una noiosa bronchite m'impedivano di praticare una vita di continui strapazzi.
Eravamo affezionate ad Albano, anche perché nel suo cimitero giaceva la salma di babbo.
Venimmo a Roma e cercammo casa nelle vicinanze della scuola. Chiedemmo a Don Orione se la nostra presenza a Roma fosse volontà di Dio, e questo santo sacerdote ce lo confermò. La famiglia Stella s'inquietò a motivo del nostro trasferimento, dicendo che dovevamo dare ascolto a quello che voleva fare nostro fratello Galdino. A Roma trovammo quasi subito l'appartamento, situato in via Camilla 47, dove appunto è morta Edvige.
Ci siamo trasferite là il 2 Novembre 1938.
Durante i primi mesi sentimmo molta nostalgia di Albano, ma subito ci ambientammo. Ed Edvige era molto felice di poter vivere nella città santa, perché era volontà di Dio. Qualche volta andavamo a confessarci da Padre Cappello.
Nel settembre del 1938, poco prima del trasferimento, ci eravamo recate in Sardegna da una parente molto ricca, tale zia Vicenzina Arru. Questa donna pia e di retti costumi ci ospitò a Mara per alcuni gioni.
Una mattina, appena svegliatasi, Edvige mi raccontò d'aver visto, in sogno, Padre Manzella, mentre questi le diceva di stare tranquilla perché avrebbe intenerito il cuore di zia Vincenza e ci avrebbe fatto ottenere duemila lire, necessarie per il trasporto dei mobili da Albano a Roma. Infatti il sogno s'avverò completamente e la zia ci diede la somma richiestale.
Dopo alcuni giorni di permanenza a Mara ci recammo a Pozzomaggiore, questa volta ospiti di Grazia, perché avevamo venduta la nostra casa.
Da quel lontano settembre 1938 non ritornammo più in Sardegna".
CAP. VII
EDVIGE NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE
"... Il più grande conflitto della storia. Durante 5 anni, è costato la vita a 55 milioni di persone; altri tre milioni di persone risultano disperse. Addiritura incalcolabili sono i danni materiali".
I feriti, le lacrime, i disagi dei sopravvissuti in tutto il mondo chi mai potrà contarli?
Il nome che Edvige dava alla guerra del 1939-1945 era «Questo grande flagello universale». E lo aveva inteso da Gesù nelle sue estasi. Già prima che scoppiasse, ella venne preavvisata ripetutamente in varie visioni che ebbe:
«Vidi una processione ove in fondo portavano la Madonna Ausiliatrice. La processione arrivò fino alla porta S. Giovanni. La Vergine proprio lì parlò e disse "Verrà fra pochi mesi una terribile guerra. Io sto trattenendo il braccio del mio Figliolo sdegnato per le mode immodeste e altri peccati orribili, ma non riesco a placarlo. Però io sono Protettrice della mia zona, affinchè non abbia, in questa tremenda guerra, nessun danno". E la processione ritornò in via Appia fino alla Chiesa di Maria Ausiliatrice» (Diario).
"Un giorno Edvige si avviò alla Posta di via Taranto, e, mentre camminava, passando per il negozio Ginori senti chiamarsi da una voce e lei sconosciuta dapprima, ma che poi si rivelò per quella del babbo (defunto). Questi le disse che lo mandava Gesù per annunciargli una prossima tremenda catastrofe: la seconda guerra mondiale. Edvige lo pregò tanto di andare a visitare anche Paolina, al che lui si scusò dicendo che la sua apparizione avrebbe portato in quell'anima un grande turbamento. Quando Edvige fu di ritorno mi raccontò l'accaduto".
Dopo alcuni mesi è scoppiato il secondo conflitto mondiale che ha fatto soffrire tutti.
Vitalia Scodina aggiunge: "Quando stava per iniziare l'ultima guerra, Edvige mi disse di aver incontrato un angelo, sotto forma di bambino, in via Camilla, che le disse: «Prega, perchè sta per cominciare il grande flagello.
Dopo qualche settimana da quando Edvige vide l'angelo che le fece la predizione, la guerra scoppiò.
Anche Paolina attesta questo fatto.
"Noi eravamo col cuore triste pensando che tanti nostri fratelli lasciavano le loro famiglie per andare a morire lontano.
Tutte le sere, sebbene a notte buia, mi recavo in casa Carboni per unirmi in preghiera a Edvige e Paolina, perchè il Signore facesse finire presto quell'orrore. Promisi di recitare tutti i giorni le quindici poste del Rosario; anche loro le recitavano. Le ultime cinque, insieme. Nel mese di maggio si pregava la Vergine Santa; in Giugno il Sacro Cuore di Gesù; nel mese di Luglio il Preziosissimo Sangue per la cessazione dell'immane flagello"».
Se si vogliono comprendere certe situazioni e certi atti virtuosi di Edvige durante il periodo bellico, va tenuto conto delle circostanze difficili di allora: la tessera dei generi alimentari e altri, «i punti» da presentarsi per ogni piccolo acquisto, misurati persona per persona; che oltre alla scarsità, faceva perdere mucchi di tempo ai bottegai, per cui si creavano fe lunghissime ai negozi con le immancabili liti per la precedenza; l'oscuramento che rendeva quasi impossibile muoversi di notte; la mancanza d'acqua causata dai bombardamenti degli acquedotti e delle centrali elettriche; la paralisi delle comunicazioni, ferme o quasi, per cui era necessario ricorrere a mezzi di fortuna; e in più la «borsa nera», cioè la vendita clandestina a prezzo elevatissimo e arbitrario di ogni sorta di generi «imboscati» da trafficanti disonesti: un vero strozzinaggio, al quale, purtroppo, era necessario ricorrere per la sopravvivenza.
Ma nessuna descrizione è sufficiente a spiegarlo: bisogna averlo vissuto quel tempo per rendersene conto.
È in esso che vanno collocati fatti di Edvige, così mentre la sorella e le altre persone conoscenti ce li descrivono.
Sentiamo Paolina:
«I viveri scarseggiavano sempre e dovevamo fare delle file interminabili per portare a casa qualche cosa da mangiare. Andavamo in luoghi molto lontani, sotto il sole cocente, per un pò di verdura. Ma tutto questo non bastava, perchè Edvige doveva portare dei viveri anche alla famiglia di mio fratello Galdino. Ogni giorno che passava si mostrava sempre più affaticata, ma lei non si lamentava. Nè si lamentava se doveva fare tutte le scale a piedi, o se il nutrimento quotidiano era insufficiente».
Chi non ha inteso persone, anche pie, accusare i mali di questo mondo e specialmente la guerra, come se fossero mandati da Dio? Ecco la risposta del Divin Maestro in una delle tante estasi di Edvige:
«Settembre 1941. Una mattina, dopo la S. Comunione, fui rapita. Vidi Gesù che mi diceva: "Figliola, Io agli uomini ho dato la libera volontà di operare come a loro piace. Il mondo è tanto cattivo, che sono stato costretto ad abbandonarlo a se stesso. Non sono Io che ho mandato la guerra, no, no. Sono i peccati degli uomini che hanno attirato il presente flagello; sono i capi, che fanno da soli. E Io interverrò, quando vedrò che gli uomini non possono fare più niente. Allora salverò la mia Sposa, la Chiesa"».
In un'altra estasi:
«...Si, è vero che il mondo è cattivo e che si disprezzano i tuoi Ministri, ma lo fanno perchè sono ignoranti della religione. Perdonali perchè non sanno quello cha fanno. Fà terminare questo immane flagello e vedrai che il mondo diventerà più buono...»
Racconta Vitalia:
Ecco che poco tempo dopo (non ricordo la data precisa) la Germania dichiarò guerra alla Russia, e anche l'Italia doveva mandare degli aiuti.
Non ricordo che anno fosse, mi pare il 1942 o il 1943. Ricordo solo che era una serata di luna chiarissima (tanto che sembrava giorno) e stavamo contemplando il cielo stellato. Recitavamo il santo Rosario, quando ad un tratto Edvige non rispose più alla preghiera, rimanendo per un pezzo zitta con le mani giunte.
Guardava verso il cielo, mentre noi, - io e Paolina -, continuavamo a recitare il Rosario. Quando si scosse, rientrando in se stessa, Paolina le chiese cosa evesse visto nell'estasi. E lei raccontò che si era sognata (la visione la chiamava sogno) d'aver visto una moltitudine innumerevole di soldati partire per la Russia, e in mezzo a loro c'era il S. Cuore di Gesù. I soldati, tutti con il Santo Rosario in mano, cantavano lodi a Dio; allora Edvige pregava Gesù di salvare quei poverini, molti dei quali erano padri di famiglia, e di far terminare presto questo flagello.
Che Edvige vedesse giusto nelle sue visioni riguardo ai soldati in Russia e il Santo Rosario e la devozione alla Madonna si potrebbe mostrare con alcuni fatti:
«Fronte Russo. 6.4.942.
...grazie a Dio (la Pasqua) l'abbiamo passata ottimamente bene. Tutta unita la mia squadra abbiamo offerto la nostra preghiera, abbiamo recitato tutti insieme il Santo Rosario alla Madonna...» Angelino Cuccuru.
Sempre a proposito dei soldati in Russia e la Madonna, voglio aggiungere quest'altro fatto che mi fu raccontato da un reduce in una Missione che tenni a S. Secondo Parmense nel 1980 insieme ad altri miei confratelli.
Il reduce si chiama Pietro Maranzoni.
Mi raccontò che nel 1942, in Russia, vide in sogno la Madonna della sua chiesa di S. Secondo (statua della Madonna col Bambino in braccio, situata in cima alla navata destra, entrando) che gli disse: «Tu ritornerai qui davanti a me» (cioè nella chiesa di S. Secondo). Svegliatosi, disse ai suoi compagni che sicuramente sarebbe ritornato a casa, perchè glielo aveva detto la Madonna in sogno. Fatto prigioniero dai Russi fino al 1944, dovette camminare sulla neve per interminabili chilometri, durante nove giorni di seguito. Gli ultimi due giorni addiritura a piedi nudi, senza scarpe, che erano finite in brandelli.
Invocando la Madonna si sentiva sollevato e poteva camminare in punta di piedi per non posare sulle bolle che aveva sotto le piante dei piedi doloranti.
Giunto a Berlino, un soldato russo gli piantò contro il petto un fucile mitragliatore per ucciderlo.
Nell'atto di sparare, cadde a terra, dal fucile, il caricatore. E il prigioniero rimase in vita.
Tornato a casa, ha chiesto al parroco di S. Secondo che quella statua della Madonna, che gli era apparsa in sogno in Russia, fosse messa in particolare venerazione, contribuendo anch'egli come poteva.
Oggi quella statua, illuminata e decorosamente conservata sopra l'altare della navata laterale, a destra dell'altare maggiore, è visitata con devozione da tante persone del paese, oltre che dall'uomo che possiamo definire «miracolo vivente»
La sua partecipazione interiore alla guerra
La sua immedesimazione al dolore di tutti, nell'immane catastrofe umana della guerra, si manifestò particolarmente nelle estasi. Quasi un dramma di dolore, di preghiera e di penitenza riparatrice.
Riporto qui alcuni tratti di una decina di estasi, sparse nel suo Diario di quegli anni di guerra.
1) Nome dato alla guerra. (ripetuto una decina di volte).
Il presente flagello; cotesto orribile flagello; il presente flagello della guerra...
2) Motivi che hanno attirato questo castigo di Dio.
La disonestà e il malcostume (motivi ricorrenti in ogni estasi); le bestemmie orrende contro Dio e la Madonna; la ribellione e l'ingratitudine verso il Creatore (il non volerlo riconoscere né adorare); la rivolta contro Dio...; gli uomini che fanno da soli (senza Dio)...
3) Rimedi suggeriti.
Prega, prega e fa pregare; pregate e fate penitenza; fate penitenza, fate penitenza se volete che nel mondo torni la calma e la pace intera.
4) L'intercessione della Madonna.
Recitate sovente il santo Rosario, arma potente ed unica per attirare le benedizioni celesti; io mi inginocchiai davanti al Cuore immacolato (di Gesù), pregandolo che terminasse il flagello della guerra...; lo facesse per amore della sua Mamma Immacolata e di tanti innocenti bambini...; (il castigo doveva essere maggiore, ma la Mamma Immacolata si è opposta, chiedendo perdono per voi tutti...; dicevo alla Madonna: Mamma, prega il tuo Figlio Gesù perchè cessi il presente flagello...; vicino a me pregava Don Bosco con tanti bambini attorno. Diceva: Mamma mia, ti presento questi bambini innocenti che sono senza pane. Dì al Bambino Gesù che cessi il presente flagello della guerra; la cessi presto, almeno per amore di queste innocenti creature. Madonna Ausiliatrice, da te speriamo di ottenere la sospirata grazia...; da buono, Gesù, ascoltaci, ci faremo tutti buoni; e non ricordi che tutti siamo tuoi figliuoli, riscattati col tuo Sangue preziosissimo... Gesù mi sorrise e mi disse: Amo tanto la mia Mamma, e per la sua tristezza e per il suo Immacolato Cuore sono costretto a cedere...
Se nelle estasi la mente di Edvige era tanto immersa in questi pensieri, è facile immaginare quanto facesse, durante le sue giornate, con preghiere ed opere di penitenza.
Per affrettare la cessazione della guerra, Edvige faceva penitenza di ogni genere, oltre che incessanti preghiere.
"Durante una estate del tempo di guerra (mi pare) rimase un mese intero senza bere acqua, invocando la fine della guerra" (Vitalia, Summarium, p. 132).
E a questo scopo offriva tutte le privazioni, come queste, durante la guerra, descritte in una lettera all'amica Angelina di Calangianus (Scritti, II, pp. 311-314). È aggiustata solo la punteggiatura).
"...Angelina mia, se sapessi quanto si soffre a Roma! Anche la fame. Se sapessi quanti giorni ci manca il pane, i grassi e tutto! Ma lo offriamo al Signore per la salvezza di tante anime e per il suo regno, affinchè trionfi la S. Chiesa. Angelina mia, vedrai che io ti ricompenserò tutto appena cessa la guerra. Quante cose belle ti regalerò, vedrai! Anche tu non dimenticarci. Guarda che il bene che farai a noi in quest'ora tremenda, Gesù ve lo ricompenserà. Mi apro come ad una cara sorella, altrimenti, se non ti avessi conosciuta santa, non mi sarei aperta.
Si desidera il pane, il formaggio, i grassi, tutto. Tu non puoi immaginarlo. Eppure siamo grasse e mangiamo una sola volta al giorno. Non basta la roba. Sono segreti che per posta non ti avrei mai scritto. Perciò, ripeto, non abbandonarci. Quando capita qualche persona di venire (sic) a Roma, ricordati di noi, e noi ci ricorderemo di Voi, vedrai!
Quando vado a comprare il pane, un etto e mezzo, le gran file!
Mi prendo(no) a spintoni, colle parole brutte; ed io alzo gli occhi al cielo. File lunghe per un grammo di roba! Tu non puoi immaginare le pene ed umiliazioni... Te lo scrivo senza saperlo (sic) Paolina. Essa dice che è vergogna; ma io mi sfogo con una sorellina tanto cara e santa, la mia buona Angelina.
Paolina che ti scrivo tutto questo non lo sa; però vedo che la sera mi dice: Come ho farne! Vorrei questo e quest'altro che a casa mia, prima, avevo lardo e formaggio, ed ora si deve soffrire la fame anche del pane!...
P.S. Non abbandonarci, no, sorellina..."
Altre sofferenze che offriva al Signore furono le stimmate ai piedi e il mal di cuore. Camminava con difficoltà.
Chiude queste note sulla mortificazione di Edvige il seguente fatto raccontato da Vitalia.
"Un giorno andai in casa sua, e la trovai che cuoceva sulla graticola tre panini, e le dissi cosa stesse facendo di buono. Lei mi rispose: - Sto cuocendo tre panini.
Ed io le ridomando:
- E con che cosa sono impastati? E lei:
- Con cenere e farina. - E te li mangi?
- Si, purchè finisca la guerra!
Di quei panini ne presi uno anch'io per assaggiarlo, ma dopo che l'ebbi masticato e inghiottito (un piccolissimo pezzettino), cominciai a sentire un bruciore allo stomaco da non resistere, tanto che poi, per farmelo passare, dovetti prendere tre limonate col bicarbonato, per quanto mi sentii quasi avvelenata.
Il giorno dopo Edvige venne al negozio e mi domandò: - Te lo sei mangiato il panino?
Ed io la guardai restando zitta; poi le dissi:
- E tu te li sei mangiati? - Si, mi rispose.
Ed io, scherzando, le dissi: - E stai ancora in piedi?..
Ma, dato che le avevo detto che n'era rimasto un pezzettino, me lo chiese e mi disse:
- Dammelo... dammelo... che me lo mangio io.
La supplicai di lasciarmelo, promettendole che me lo sarei mangiato un pò per volta. Invece lo volli conservare per ricordo delle sue grandi penitenze, e lo diedi a P. Ignazio per conservarlo.
A distanza di pochi giorni andai di nuovo da Edvige e la trovai che arrostiva, su una graticola, una pizza fatta di crusca. Allora le dissi: - Quella pizza te la mangi tu?
Lei, alzando gli occhi al cielo, mi rispose:
- Si, me la mangio io, purchè il Signore faccia finire presto questo flagello universale.
Allora le domandai se me ne dava un pezzettino per mangiarlo pure io, perchè finisse la guerra.
- Prendilo!
Lo presi, facendo vista di mangiare, ma non ne mangiai per paura che mi facesse male come il panino. E lo diedi al P. Ignazio per suo ricordo."
Questo episodio successe nel periodo 1942-1943.
(Il panino di farina e cenere e la pizza di crusca sono attualmente conservati dai Passionisti ad Alghero).
«Ricordo che quando Edvige mangiò i panini impastati con la cenere, come conseguenza le venne l'ulcera allo stomaco, e ne soffrì per lungo tempo; dopo Gesù la guarì miracolosamente da questo male.
In genere Edvige sapeva nascondere le sue sofferenze. Quando si accorgeva che io avevo capito la sua sofferenza, ella sempre deviava il discorso su altri argomenti di conversazione».
«Un giorno Gesù misericordioso disse alla sua figlia diletta: "La fine della guerra coinciderà con la fioritura del melograno". «Eravamo nel 1944 e, passando per S. Croce in Gerusalemme, vedemmo tanti melograni fioriti. Allora ricordandomi della promessa di Gesù ad Edvige, le feci notare che, nonostante la fioritura dei melograni, la guerra non era ancora finita. Ma io mi sbagliavo di grosso, perchè di lì a quindici giorni i tedeschi si arresero».
CAP. VIII
CULTURA DI EDVIGE
Sua pedagogia
Stando con la sorella insegnante, Edvige si trovò per necessità di cose a condividere con lei, fino a un certo punto, l'educazione scolastica delle alunne.
L'unica che ci può dare informazioni giuste a questo riguardo, è Paolina. Ella era solita affermare che Edvige era il suo braccio destro nella scuola. Faceva sacrifici perchè funzionasse bene e voleva che spendesse per le Riviste e i Sussidi Scolastici.
Per natura maestra ed educatrice, si mostrava valente catechista. Intelligentissima, riusciva egregiamente nel disegno, come ce l'attestano il ricamo a colori che sembra pittura, il ricamo in oro e in bianco, pizzo a tombolo, ricamo in ritagli, ecc.
Aveva il genio dell'arte: gli artistici cestini di semi di melone, i fiori di trucioli e foglie di carciofi secchi, lavorati con filo d'argento, sembravano eseguiti da mano di fata.
Sapeva dare un giudizio su poesie, brani da dettare alle alunne di quinta classe, sebbene non avesse studiato.
La consigliava sul modo di seguire per educare le alunne: "Non essere nè tanto severa nè sdolcinata; non baciare le bimbe senza motivo. Gesù non è contento che tu ti mostri nervosa".
In occasione delle feste suggeriva:
"Dalle alunne non devi prendere nessun regalo; non abbassarti a queste cose; devi essere dignitosa ed adempiere al tuo dovere senza pretendere ricompensa di sorta".
Quando faceva ripetizioni, non voleva che la sorella venisse pagata dalle fanciulle povere.
E lei si sacrificava senza fine perchè la cucina, dove Paolina faceva ripetizione, era piena di bambine; e molte volte facevano a meno di una pietanza, dato che non si poteva cucinare (questo avveniva quando Paolina andava a scuola nel pomeriggio, e durò per anni e anni). Rimproverava con serietà le fanciulle pigre e quelle che le davano dispiaceri. Era dignitosa nelle carezze con le bambine e non le piaceva baciarle; diceva che Gesù non era contento, ad accezione di qualche caso particolare.
Un giorno venne una scolara brava e intelligente. Paolina disse ad Edvige che era bravissima. Quando quella bambina andò via, la sorella la rimproverò così:
«Non devi mai vantarle tanto, se no si credono chissà che cosa, e non studiano più. Vedrai che quella fanciulla ti farà soffrire, perchè l'hai lodata troppo».
Non passò molto tempo, infatti, che oltre a non studiare, divenne indisciplinata e la fece disperare.
Quando Paolina insegnava a Marcellina e a Serrone, Edvige insegnava il ricamo alle alunne. Quei lavori venivano anche mandati alle mostre didattiche che si tenevano a Roma e a Frosinone.
Allorchè le leggeva dei temi svolti dalle alunne, lei che non era colta, dava il giudizio su ciascuno. Ed era giusto.
«Se io mi lamentavo che le bambine non studiavano, - diceva Paolina - ella m'incoraggiava: «Vedrai che alla fine dell'anno proverai tanta gioia; avrai anche le lodi dei superiori». E così avveniva.
«Nel 1939 fu adottato per la prima volta, nella prima elementare, il metodo «globale». Ella venne con me ad una conferenza su questo metodo; si entusiasmò. lo avevo paura che questo metodo non mi riuscisse; Edvige m'incoraggiò e mi costrinse a seguirlo.
Occorreva parecchio materiale didattico da preparare tutti i giorni a casa, e lei mi aiutava.
Tutte fecero bene fino alla quinta, e qualcuna frequentò il liceo. Edvige era il mio braccio destro nella scuola» (Paolina).
Disegni di Edvige Carboni
Ad Alghero abbiamo una ricca collezione dei suoi disegni, portati da Roma nel Dicembre 1989.
Li aveva donati la sorella Paolina ai Passionisti della Scala Santa insieme ad altri effetti personali della Serva di Dio, e oggetti vari di casa.
C'è da rimanere meravigliati davanti alla grande produzione di disegni, tanto vari per soggetto e dimensioni. Sono disegni a soggetto composto: geometrici ornamentali, floreali, figurativi.
Vi si incontrano spesso figure di oggetti vari, animali, bambini, persone adulte, angeli...
Lo stesso vale per le pitture su vetro od altro fondo.
La carta di cui si serviva in gran parte è quella che serviva da modello nel ritaglio di indumenti alle sarte. A quel tempo a Pozzomaggiore vi era un numeroso gruppo di sarte, amiche fra loro e di Edvige, che le passavano quei fogli dopo l'uso di sartoria, e a lei servivano per i suoi disegni di ricamo. Un modello, rimasto inutilizzato, portato da Edvige da Pozzomaggiore a Roma, le era stato dato da Luisa Pinna, amica vicina di casa, sarta, come ha lasciato scritto Paolina.
Quando, partita da Pozzomaggiore, non potè avere più quella carta, Edvige si arrangiò come potè: fogli di quaderno a righe o a quadretti incollati insieme fino ad ottenere la grandezza voluta del foglio, o altri tipi di carta che poteva avere sotto mano.
Da ciò si può arrivare approssimativamente a datare i suoi disegni: quelli su carta da modello usati dalle sarte, per il periodo della sua permanenza a Pozzomaggiore (fino al 1929); su di uno c'è perfino la data: 29.5.1927. Gli altri in epoca posteriore, durante le sue peregrinazioni nei paesi del Lazio, e durante la guerra a Roma, quando mancava tutto.
Naturalmente quei disegni non erano inventati di sana pianta, ma ricopiati su modelli preesistenti, stampati su album di ricamo, editi da varie case editrici. Ci rimangono dodici album ben conservati, uno anche francese. Non ci risulta che fosse abbonata a tali pubblicazioni, ma si può ritenere che provenissero da amiche, conoscenti, e da colleghe di Paolina nell'ambiente scolastico. Ne ebbe anche da Calangianus, come si vede da una lettera ad Angelina Azzena del 20 Aprile 1932: "per favore dirai alla Signora Santina che i disegni li ricevetti ieri; vanno benone".
Si trattava dunque di studiarli, sceglierli, adattarli, ricalcarli,
comporli insieme ad altri, e tirarne fuori la creazione voluta per i suoi ricami.
Una volta stesi su carta, li realizzava in ricamo, in bianco o a colori, di cui ci restano lavori suoi di ogni tipo.
Se si arriverà, come spero, a raccogliere i suoi disegni con le relative didascalie studiate da persone qualificate in questo ramo di cultura, si potrà avere più voluminosi albums completi, assai interessanti.
Ad Alghero abbiamo anche l'attrezzatura tecnica di cui si serviva: pennelli, compassi, matite, pantografo...
Tutta questa attività intelletuale, richiedeva anche tempo senza fine. E non si sa come lo trovasse, date le sue interminabili occupazioni di casa e la cura di tante persone inferme che abbiamo potuto incontrare nelle pagine di questa sua storia.
Quello che sappiamo è che la sua giornata era occupata a tempo pieno, e quando è morta ha lasciato lavori incominciati, o mezzi fatti coi relativi gomitoli o rocchetti di filo attaccati ai lavori da proseguire. Restano così come li ha lasciati, e si trovano qui ad Alghero.
Pitture di Edvige Carboni
Tra gli oggetti suddetti vi sono tre arazzi dipinti su tela uso camoscio, rispettivamente delle dimensioni 58x92 e 46x59.
Erano stati portati dalla Sardegna a Roma. Quindi dipinti in Sardegna. Rappresentano soggetti sardi, in costume sardo. E potrebbero essere appesi convenientemente alle pareti di appartamenti ragguardevoli.
Ma non furono le uniche sue pitture perchè una pittura molto fine si trova nel paliotto di S. Giorgio nella chiesa parrocchiale di Pozzomaggiore, al centro di pregiati ricami in oro e colore, eseguito in équipe da Edvige e altre sue compagne, come attestava la sorella Paolina.
Fra gli oggetti suddetti, portati ad Alghero da Roma, vi sono anche altre pitture di fiori eseguiti su vetro.
Per questi ed altri suoi lavori, Edvige si serviva di un vero cor-
redo di attrezzature tecniche specifiche: pennelli di vario tipo e finezza, di cui ne rimane un rilevante numero; compassi; pantografo e altri strumenti di misurazione che, nell'uso, comportavano applicazione di mente non comune.
Anche questa attrezzatura tecnica è stata portata ad Alghero insieme alle suddette cose personali della Serva di Dio.
Ricami della Serva di Dio
Assai ricca è la gamma dei suoi ricami in bianco, in colore, in oro. Oltre quelli già riferiti nelle sue biografie, sparsi nelle varie famiglie per le quali furono eseguiti, ve ne sono altri, portati ad Alghero da Roma.
Fra questi vi è un set, completo di tovaglia con sei tovagliolini e altri nove, tutti ricamati finemente a giorno nei contorni, e fiori in angolo.
Una grande borsa bianca tutta in ricamo; molti capi di biancheria con altri ricami.
Due grandi cuscini completamente ricamati in rilievo con motivi floreali e grappoli d'uva, per la zia Arru Vincenza di Mara. Così pure un'altro grande cuscino tutto a colori, ancora imbottito come lo ha lasciato lei.
Vi sono a Pozzomaggiore antiche famiglie che conservano gelosamente altri ricami di Edvige, come ho potuto vedere personalmente. E, dato che li conservano giustamente come cimeli preziosi, sarebbe conveniente ne facessero almeno un catalogo per conoscere le famiglie dove si trovano e, possibilmente, la riproduzione fotografica, da conservarsi presso il Comitato pro Edvige, o in Parrocchia.
Non posso omettere di ricordarne uno in particolare: la mamma di Edvige, quando era viva, aveva promesso al suo confessore, don Luigi Carta, di farle ricamare una cotta dalla figlia. Ed essa, obbediente, gliela ricamò tutta in filet, alla perfezione.
Non volendo, poi, essere ricompensata, quel parroco le regalò un bel Crocifisso dal quale, più tardi, Edvige ebbe le stimmate.
Questo genere di lavori richiede applicazione e capacità notevoli, com'è ben noto a tutti, e attrezzatura tecnica adatta.
Edvige ne era ben provvista: aghi per lana, ed altri tipi per ogni sorta di ricamo e cucito.
Buon numero di essi è stato portato ad Alghero, ed attestano la sua competenza nella scelta degli acquisti specifici per tutti i suoi lavori.
Anche il materiale occorente, sia per la qualità come per i colori, era ben adatto ai suoi lavori, come si pub vedere in quello rimasto ancora da usare alla sua morte improvvisa, ed ora qui ad Alghero.
Desta meraviglia vedere tanti lavori compiuti, ed altri iniziati, ancora attaccati al gomitolo dal quale venivano eseguiti.
E non si sa come trovasse il tempo per tutti. Davvero, questa donna non .perdeva un minuto di tempo; lavorava più con la testa che con le mani!
Lavori casalinghi
È già noto dalle biografie quanto la Serva di Dio fosse abile nelle faccende domestiche, nel confezionare dolci, preparare cibi, mantenere la casa.
Il numeroso vasellame e quanto è necessario in famiglia per le faccende domestiche, appartenuto a Edvige Carboni e portato ad Alghero, desta meraviglia per la completezza degli oggetti necessari e per la scelta oculata negli acquisti, nonostante i tempi difficili da lei vissuti.
Niente di superfluo, ma nulla manca del necessario per una conveniente vita di famiglia: poteva mettere a tavola decorosamente ospiti anche di riguardo.
Tutti sanno per esperienza che solo donne di casa, dotate di particolare intuizione e intelligenza, sono capaci di cavarsela bene di fronte alle difficoltà familiari; cosa appunto che riusciva a fare la Serva di Dio Edvige Carboni.
Capacità scolastiche
Un accenno ai suoi anni scolastici (1886-1891).
Esistono tuttora tre REGISTRI ANNUALI in cui sono segnati i voti mensili da Ottobre a Luglio da lei riportati a scuola. Nell'anno scolastico 1890-91 riportò voti complessivi 52/60. Le materie in cui eccelleva erano l'aritmetica e la geometria, in cui per sette mesi consecutivi riportò dieci, e la lettura, esercizi di memoria e spiegazioni delle cose lette, in cui riportò dieci per tre mesi consecutivi, e vari nove e otto.
Il suo posto di merito a fine di ogni mese per tutte le materie, in tale anno, fu il 2° da Ottobre a Dicembre, e il 1° da Gennaio a Luglio. Ebbe il 2° premio scolastico. Fu sempre promossa.
Economia domestica
Questo lato della vita sembrerà inesistente per la Serva di Dio che "viveva più in cielo che in terra", secondo l'espressione del P. Manzella, o inadatto alla sua spiritualità.
Invece è una realtà.
E può farci capire meglio la normalità della sua vita fra tante vicende umane, nonostante i suoi carismi spirituali.
Esistono due volumi di sue lettere all'amica di Calangianus, fonte preziosa di tante notizie umane.
Da queste ne estraggo alcune di natura economica, ma sarebbero tante.
"Mi avete scritto che la Sig.ra Cassandra voleva del filet. Una persona vende una tenda tutta a filet, ricamata, bellissima. È di cotone, illo cordonè, lunga undici palmi, larga sei, colle frange; insomma è bella. Il prezzo ne vogliono L.400 perchè a fare una sola tenda di quella qualità, ci vuole almeno otto mesi di lavoro. Dunque lire 400 non è molto; io che del filet me ne intendo. Se la vuole risponda. Questa ha pure altri oggetti a filet: copri-credenza ecc... Da noi le signore tutte queste cose le usano" (Pozzomaggiore, 24.5.1927).
"...Mi farete un favore: mi piace una sciarpa come quella che porta Pietrina, colle frange lunghe come quella, però il colore lo vorrei come quella di zia Caterina: un marrone dorè.
Pietrina mi disse che la comprò da Nicolina. Io non vorrei spendere più di 50 lire; perciò fatemi sapere il prezzo e (mandatemi) una frangia per vedere il colore. Il campione lo potrà portare in una busta zia Caterina. Una o due frange basta. Se non potete farlo non fa niente" (Pozzomaggiore, senza data, 1927 ?).
"Le sedie che tu hai visto belle in chiesa, sono (state) comprate a Sassari. L'anno scorso c'era uno di Sassari che faceva sedie, poi non guadagnava e se ne partì. Ora ce n'è venuto un altro. Questo le fa di legno, anche dove si siede e s'inginocchia; però sopra la tavola ci mette un cuscino di velluto imbottito, e questa sedia rimane bellina, però non è noce nè legno di lusso; cosa che può fare ogni falegname. Di queste, fatte così, vuole L.50, l'ultimo prezzo. Ce n'era un'altra di legno, però col fondo colorato come dicevi tu; di questa voleva L.38.
Quest'ultima però, la legnà (il telaio?) è fatta da lui, cioè lavorata, però il fondo è fatto fare a Sassari, perchè lui lavora soltanto la tavola; però non è legno di lusso, tanto l'una che l'altra. A Sassari si compra più bene, più di lusso ed a buon prezzo. Ora a tuo piacere". (Pozzomaggiore, senza data, 1927/1928)
"Ti chiedo un favore: da voi per Natale ci sono molti agnellini. Io vorrei la pelle, di quella piccole, bianche, belle, per mettere ai piedi del letto; di quelle che non servono, piccoline. Però vorranno conciate. Io non lo so fare. Se non ne hai, non pensarci. Lo dico perchè qualche volta le buttano" (Albano Laziale, 13.11.1931). "Per favore dirai alla cara Margherita se quando Paolina insegnava all'asilo di costì, dipendeva da Ente Morale, perché se è così, quegli anni di insegnamento glieli contano alla pensione.
Da buona, Angelina, da Margherita, se puoi, ci andrai subito per sapere se dipendeva da Ente Morale o no" (Marcellina Scalo, 21.2.1932).
"Eravamo a Roma tutte le vacanze, oggi siamo partite per il nostro paese. Ci rimarremo una quindicina di giorni, forse qualche giorno in più, se gli affari non si fanno prima.
Ci stabiliamo a Roma, perciò vendiamo tutto il mobilio e biancheria, e la casa si affitta" (Roma, 18.8.1934).
"...Ti scrissi una cartolina, sarà un otto giorni (...). Ti chiedevo un favore, ed è di spedirmi un pacco di formaggio di cinque chili; però vero pecorino da grattugiare, buono, senza essere mischiato nè con latte di capra nè di vacca: vero pecorino buono.
Tu mi scrivesti che costi, costava L.5 al chilo, se non erro. Ove siamo noi è più caro, e non buono. Ti spedirò i soldi di tutta la spesa appena ricevuto il pacco (Albano Laziale, 5.8.35).
Di queste richieste di formaggio ve ne sono una quindicina, sparse in varie lettere. In alcune chiede anche lardo.
"...Per la lana dirai alla sig.ra Antonia che mi farebbe un gran favore se me la desse (...). Mi abbisogna per due materassi di lettini, pulita. Ce ne vorrà un 16 chili per ogni materasso (...). Gliela pago un poco ogni mese perchè tutto insieme non posso, avendo avuto tante spese; però è sicuro, non abbia paura (...).
La lana bada che sia molto asciugata perchè io non ho dove stenderla, anzi mi farai un favore: la lana nel sacco non lasciarla dalla sig.ra Antonia, portala a casa tua, mettila in un posto pulito per la polvere; poi ti scriverò. Quando son pronta io, ti dirò di spedirmela; e (fammi sapere) quanto si può spendere per il viaggio" (Da più lettere, Albano Laziale, 1936).
"Ti scrissi una volta (chiedendoti) quanto costa costi la tela di casa. Mi rispondesti: sette lire. Ma è una barbarie; è bassa; non devono pretendere tanto!. Al Continente è più cara, ma è il Continente avaro. Ti chiedo una carità: tu fattela dare a lire tre. Di più non posso pagarla. Io per tre lire ti mando i soldi subito, però la tela bianca per due materassi" (La Forma, Fr., 17.1.1937).
"Cara Angelina, ti chiedo un favore: mi dirai come tu fai il budino di caffè e latte, ossia la timballa; spiegami tutto. Io tutto dimenticai. Che vuoi? i dispiaceri son tanti. Sia tutto per Gesù. È per una Sig.ra che lo vuol sapere. E poi come fate il ripieno di melanzane e di zucchine. Erano buone, ma non le ricordo. Mi spiegherai tutto bene.
Poi come fate i ravioli di carne, se la carne vuole cotta, o che carne; insomma me lo spiegherai tutto; se ci vuole uova nella carne e come. Mi dirai anche come fai la crema; ed anche come fai lo zabaione.
Mi dirai: come sono seccante, voler sapere tutte queste cose! (...). Non è che io faccia tutte queste cose buone, perchè a Roma è tutto caro e bisogna soffrire, ma è per una sig.ra ricca che io vantai della tua cucina e lo vuol sapere" (Roma, 1.5.1939).
Quasi la stessa richiesta per un Istituto di suore dei Castelli Romani: "Vi chiedo un favore: mi direte come voi fate il budino di caffè e latte, se le uova si mette (sic) bianco o rosso. Poi come fate i pomodori in dolce, se ci vuole riso o no. Come fate i pabassini fini e certe altre cosette.
È per imparare (sic) le suore dove ci troviamo in pensione. Poi spiegatemi una cosa: voi dite 3 libre di farina. Ditemi 3 libre a quanto corrisponde; poi 4 oncie a quanto corrisponde. A Roma dicono etti; once e libre non le comprendono, ed io non mi ricordo". (Roma, 31.8.1950).
Per necessità economiche e per altro, Edvige mise in vendita un' suo cappotto nuovo, un vestito ed un impermeabile che la sorella Paolina le aveva fatto comprare, affidandoli all'amica Angelina di Calangianus. In base alle spese di acquisto della stoffa, fodera ecc., confezione da parte di una brava sarta, calcolò che "meno di sei o sette mila lire non si pub dare".
Però in Sardegna fu giudicato troppo caro, per cui Edvige lo lasciò alla libera offerta.
Nelle lettere di Edvige ci sono anche tante altre informazioni: prezzi a borsa nera e di mercato, visite mediche, medicine, viaggi... oltre quelle personali sue e di altri, insieme alle cose spirituali di cui sono piene; e tanti convenevoli.
Per finire:
"Ti ho inviato tre scatole di cacao buono: due per voi, una per Girolama. Accettate il buon cuore; non avevamo altro di buono". (Roma, 4 Novembre 1950).
Come non vedere in questa donna una testa al posto, piena di buon senso, giudiziosa, attiva, capace, e dalle molteplici iniziative?
CAP. IX
SALUTE FISICA DI EDVIGE
Non avendo a disposizione cartelle cliniche ed altri referti medici, mi limito a riferire quanto si trova nei suoi scritti e in qualche testimonianza dei Processi.
Non risulta che sia mai stata ricoverata in ospedale. La sorella Paolina ricorda una otite di Edvige in età scolare.
Ritengo opportuno questo capitolo, sia per una maggiore conoscenza delle sue virtù, sia per una giusta valutazione dei fenomeni straordinari che in lei si verificarono.
Va tenuto conto che si ammalò solo negli ultimi anni della sua vita (+ 1952); e la maggior parte di quei fenomeni si erano già verificati in precedenza.
Le sue malattie ebbero origine in tempo di guerra. Ce lo lascia capire lei stessa in un brano di lettera, scritta alle amiche di Calangianus:
"...In tempo di guerra quanto abbiamo sofferto! Se non fosse stato l'aiuto del S. Padre, saremo morte dalla fame. Ed ora quelle sofferenze vengono fuori: io col mal di cuore...". (Roma, 13.7.1948).
Non si trova accenno a malattie nei suoi scritti anteriori alla guerra; solo dispiaceri.
Dopo la guerra: mal di cuore e di reni con riflessi al capo e alla vista.
La prima volta che accenna alla sua salute, è in questa sua lettera: "...Di salute come state? Spero bene. Noi al solito. Soltanto io soffro sempre di nefrite, che certi giorni mi mette un velo negli occhi. Sia tutto per Gesù! Tutto è poco per suo amore (...).
Quest'anno per me hanno speso migliaia di lire (in) medicine, viaggi, professori. Dio l'ha voluto; bisogna chinare la testa...". (Lettera senza data; dal contesto va assegnata al 1945).
"...Io soffro un mal di testa tanto orrendo, che mi si è diminuita la vista di molti gradi che appena posso leggere. I nervi mi sembrano tirarmi (sic) gli occhi, e non mi lasciano vedere bene (...).Ora, poco sana, sono costretta a lavorare anche per casa. Non.lo posso, eppure lo faccio perchè la cara sorella lavora per la scuola (...). Debbo scrivere al Parroco, ma questa volta non mi sento la testa. Mentre scrivo non vedo niente" (1945 ?).
"...A Roma sta facendo un caldo terribile! Per la bronchite di Paolina il professore vuole che vada in montagna. E chi affronta tali spese? Tutto è caro.
Allora abbiamo deciso di viaggiare poche volte la settimana per i pini dei Castelli romani, e prendere l'aria. Ma che strapazzo e spesa di viaggio! Sia tutto per Gesù. A noi che poco o niente ci piace viaggiare; a me che mi fa male il cuore, ed ho bisogno di riposo! Poi penso che Paolina, se non si cura, fra pochi anni non potrà (più) insegnare. Sia tutto a gloria di Dio!
In medicine abbiamo speso più di dieci mila lire; e tutto è niente!" (Roma, 7.7.1947).
"...Io di salute al solito: sofferente di cuore; non posso lavorare come prima. Una parte del cuore si è distaccata; se si stacca del tutto volerò verso Gesù.." (24.5.48).
"...Prima io (sono stata) malata, e poi Paolina è rimasta tutta l'estate malata. Si avvicina alle porte dell'eternità: malata grave che il professore ordinava di farle cambiare aria. Ed in macchina l'abbiamo portata a Tivoli dove (siamo) rimaste un mese. Lì, al cambiamento d'aria, ha cominciato a migliorare. Ora ha ripreso servizio e sta un pochino meglio" (27.10.48).
(Erano state invitate a Calangianus) "...Non possiamo venire perchè io, sofferente di cuore, non posso fare un viaggio tanto lungo. Forse andremo nei Castelli Romani per un mese o più" (20.7.49). "...Da tua sorella andai con Paola (...) Non ci ritornai perchè io soffro tanto al cuore e non posso strapazzarmi. Questi giorni mi sento tanto male che per la malattia non sempre posso fare la S. Comunione; per il cuore debbo prendermi qualche cosa. Sia tutto per Gesù!...In questa settimana dobbiamo offrire tutte le sofferenze fisiche e morali al nostro sposo Crocifisso" (7.4.1950).
"...Mi fate un gran favore se non mi mandate nè parenti nè amici, perchè non posso accettare nessuno.
Soffro al cuore e ai reni. Non posso mettere a tavola nessuno per la fatica. Non posso neppure fare le scale.
Dovrei fare i raggi per i reni, ma ci vuole molta spesa, ed io non posso" (4.11.1950).
Ed ora qualche rara teste:
Sr. M. Longaroni, l'accompagnò per una visita medica dal Prof. Armellini, che le diagnosticò L'angina pectoris. Non sappiamo la data precisa.
La stessa Suora le faceva le iniezioni. E Vitalia:
- "Io ero solita per un certo tempo, recarmi di mattina a fare delle pennellature alla gola di Edvige che era malata". Ma anche qui ci manca la data".
- "...Quella mattina, essendo Edvige malata, mi recai a casa a portarle la spesa".
- "La Serva di Dio soffriva con estrema pazienza le infermità corporali..."
Per completare queste notizie sulla salute fisica di Edvige Carboni, credo opportuno aggiungere il quadro dell'età raggiunta dai suoi familiari:
Battista Carboni, il padre, 86 anni Maria Domenica, la madre, 59 anni Giorgio, fratello, 39 anni (infarto) Edvige, la Serva di Dio, 72 anni Antonio Giuseppe, fratello, 89 anni Salvatorico, fratello 4 anni Galdino, fratello, 88 anni
Paolina, sorella 85 anni (investita)
CAP. X
EDVIGE CHIUDE LA SUA VITA TERRENA
Alcuni ricordi della sua amica Vitalia, a base storica, che chiudono questa parte biografica.
"La Serva di Dio è morta a Roma, in via Camilla, il 17 Febbraio 1952 per un attacco di angina pectoris.
Sette anni prima il Signore le aveva predetto che sarebbe morta nel mese di Febbraio, come di fatti avvenne.
Essa stessa aveva predetto al Padre Ignazio che non sarebbe stato presente alla sua morte; e di fatti fu così, nonostante che si fosse fatto del tutto per rintracciarlo.
L'avevo incontrata poche ore prima nella chiesa di Santa Maria Maggiore, poi mi ero ritirata in casa mia. Fui chiamata urgentemente dal Prof. Capobianco perchè Edvige si era sentita molto male improvvisamente.
Quando arrivai in casa Carboni, la Serva di Dio rantolava gli ultimi respiri.
Andai a chiamare un sacerdote nella parrocchia, che giunse proprio nel momento in cui Edvige esalava l'ultimo respiro, tanto che le somministrò il Sacramento degli infermi sotto condizione.
Anche la mattina di quel giorno la Serva di Dio si era comunicata come al solito.
La salma fu ricomposta nella camera da letto.
Il cadavere rimase nella cameretta per due notti, vegliato da me e dalla sorella Paolina. Io non ricordo che sia accaduto nulla di straordinario alla presenza del cadavere in quel giorno e in quelle due notti, solo che io stessa ho visto che attorno al capo della Edvige si era formata una aureola di raggi, che è rimasta impressa nel cuscino, scomparendo in seguito.
Il 18 mattina fu finalmente rintracciato padre Ignazio che venne a Via Camilla e fece varie fotografie al cadavere della Serva di Dio, poi vennero molti altri sacerdoti, i padri passionisti e suore; tra i Padri Passionisti venne Padre Rosati che poi scrisse la prima biografia della Serva di Dio.
Tra i prelati venne mons. Massimi, e tra le suore venne suor Maria Longaroni, che era intima amica della Serva di Dio.
I funerali della Serva di Dio furono ultra semplici; la levata del cadavere venne fatta dal padre Ignazio e don Bruno, ma non andò in parrocchia (...); proseguì direttamente per il cimitero di Albano, ove la salma fu collocata nella cappellina, perchè i seppellitori avevano già smesso il turno di lavoro. Fino a questo punto fui presente anch'io.
La salma fu inumata l'indomani, ma io non c'ero; essa riposa tuttora nel posto di allora" .
Semplice come la sua vita fu la sua morte. Dopo tante virtù, tanti doni meravigliosi, estasi, apparizioni... ci si aspetterebbe un trapasso d'eccezione da questo mondo alla vita eterna.
Nulla di tutto questo: morte semplice e naturale come quella di tutti, nell'umiltà, nella semplicità com'era vissuta.
Gesù una volta le aveva detto: «Tu ti chiami Edvige e devi essere l'effige della mia Passione».
Anche nella morte! Infatti la morte di Gesù sulla croce è quanto di più umile si possa immaginare. Così per Edvige.
Alludendo alla sua fine, aveva detto più volte ad amiche: «A Gesù ci dobbiamo andare sole... ». Nelle tante rivelazioni soprannaturali avrà avuto qualche preavviso di ciò che realmente sarebbe accaduto al termine della sua vita? - Morire anche senza il conforto d'un sacerdote accanto!
Negli ultimi anni soffriva di disturbi al cuore, ma non si preoccupava troppo e continuava nel solito lavoro, nelle opere di bene e nelle sue devozioni, come se nulla fosse.
Qui vorrei tentare quasi un diario degli ultimi avvenimenti, sulla scorta di varie testimonianze:
Il 9 Aprile 1950, a Siena, dove si era recata in gita-pellegrinaggio con tante altre, le apparve S. Caterina tutta vestita di bianco. Le si avvicinò e le disse: «Sorelle mie, fatevi sante, il tempo è breve».
Durante tutta la quaresima 1951 il Crocifisso di Edvige e la statuina di S. Giuseppe avevano trasudato misteriosamente e con tanta abbondanza. Alcune settimane prima della morte, Gesù le chiese di offrirsi vittima per la salvezza di tanti peccatori, e lei accettò generosamente.
Il giovedì 14 Febbraio, di mattina, mentre Paolina stava a scuola, Domenico Savio suonò il campanello, ed Edvige domandò chi era.
- Sono Domenico Savio - rispose.
Allora Edvige aprì e Domenico entrò. Era vestito da studente, come viene riprodotto nelle sue biografie. Disse:
- Preparati, sorellina, la vita è breve.
Le diedi due pacchetti contenenti oggetti di cui alcuni furono a lungo conservati dalla sorella, e disparve.
Inoltre la sua amica, suor Maria Longaroni, c'informa che «Edvige non aveva predetto il giorno della sua morte, ma l'aveva lasciato intendere, e io me n'ero accorta dai fenomeni straordinari ancora più del solito, che avevo visto il venerdi precedente (15 Febbraio).
Il sabato avanti (16 Febbraio) - continua a informarci la Longaroni - avevo visto Edvige a casa sua e poi alla Scala Santa. Non volle che le facessi la solita iniezione, pure asserendo di essere stata molto male la notte precedente.
Alla Scala Santa, poi, dopo che si fu confessata, mi chiamò e fu molto espansiva, cosa contraria al suo modo abituale.
Le cose che mi disse riguardano personalmente me e non la Serva di Dio; comunque si possono riassumere nell'assicurazione che il Signore mi avrebbe sempre aiutata».
Domenica 17 Febbraio, si era recata in parrocchia per la Messa e Comunione, senza prendere nulla, perchè allora il digiuno eucaristico cominciava a mezzanotte.
Tornata a casa aveva accudito alle varie faccende domestiche come a1 solito, nonostante un leggero malessere per tutta la persona. Finito il pranzo espresse alla sorella il desiderio di recarsi alla Scala Santa per conferire col suo direttore spirituale, forse presentendo la fine, nonostante ci fosse andata anche il giorno precedente. Ma la sorella preferì andare ad ascoltare la predica di Padre Lombardi alla basilica di Santa Maria Maggiore. E lei, abituata da sempre a obbedire, annuì.
Essendo arrivate per tempo, ebbero modo di pregare davanti alla Madonna così celebre, venerata nella sua maggiore basilica: per Edvige fu anche il suo saluto d'addio.
Terminato il discorso, ritornarono a casa col cuore colmo dei santi affetti che il famoso oratore gesuita sapeva suscitare nel suo uditorio. Ma Edvige, appena giunta, si buttò sul letto, così vestita come era, perchè avvertì dei sintomi di malessere più gravi del solito. Avendo sentito i suoi gemiti, la sorella Paolina che nel frattempo si era messa a telefonare a un collega nella stanza vicina, accorse in fretta e, molto preoccupata, chiamò la signora Capobianco e suo marito, Prof. Raffaele, che abitavano vicino, sulle stesse scale del palazzo.
«Le praticai un'iniezione di canfora, ma Edvige entrò ugualmente in coma e non si riprese più» - attesta lui.
Continuò, infatti, ad aggravarsi rapidamente. Alzatasi a sedere sul letto, esclamò:
- Io muoio!. Così per due volte. E dopo un poco:
- Ma io non ci vedo più! E volse la testa da un lato. Sopraggiunte altre persone coinquiline, le praticarono anche delle frizioni al petto con spirito canforato, le misero borse calde ai piedi e alle mani per riattivare la circolazione, nel mentre che veniva chiamato un medico d'urgenza e il parroco di S. Maria Ausiliatrice. Il medico sentenziò che era un infarto cardiaco e che, se avesse superato quella crisi, si sarebbe salvata. Le ordinò delle iniezioni che, purtroppo, a nulla valsero; continuò a peggiorare.
Intanto Edvige muoveva le labbra in preghiera. La sorella le avvicinò il Bambinello Gesù che tante volte aveva baciato in vita; quasi subito arrivarono due sacerdoti della parrocchia, uno dei quali, il viceparroco, le amministrò l'Olio degli infermi, perchè era in fin di vita. Alle 20.30 del 17 Febbraio 1952 Edvige rese la sua anima a Dio. Aveva 72 anni.
Appena morta, dalla sua fisionomia trasparì una grande pace, un sorriso angelico e celestiale, e assunse, man mano, l'aspetto di una santa.
Attesta Dionisio Argenti ch'ella morì offrendo la sua vita come espiazione di tanti peccati contro il Signore.
Effettivamente spesse volte durante la vita e, l'ultima, pochi giorni prima di morire, si era offerta al Signore a tale scopo.
Molti si raccolsero presso la sua salma, chiesero grazie e portarono via qualcosa di lei come reliquia.
A questo punto credo opportuno inserire il racconto della sua fedelissima amica, suor Maria Longaroni, che le aveva fatto anche da infermiera negli ultimi anni.
«La mattina del lunedì fui avvertita che la Serva di Dio era morta improvvisamente la sera avanti (...). Arrivata a casa Carboni prestissimo, trovai che il cadavere della Serva di Dio era già composto nella camera da letto, che fungeva da camera ardente. Era vestita di nero, con in capo il velo che io stessa, per suo volere, le avevo confezionato diverso tempo prima.
In casa trovai la Paola, il fratello Galdino, la moglie di questi e il nipote, di cui non ricordo il nome.
Ai funerali io non presenziai (...). Rimasta sola in casa e, ritornata nella camera da letto della Serva di Dio, la trovai pervasa da un profumo acutissimo, profumo che fu sentito da Paola e da altri parenti dopo il loro ritorno dai funerali.»
La Longaroni narra di essere "rimasta in casa Carboni tutto il lunedì, la notte sul martedì e il martedì stesso fino al pomeriggio, quando il cadavere fu levato per i funerali (...) e durante la veglia, la Serva di Dio mi è apparsa, e così pure nei quindici giorni successivi, ed ho conversato amabilmente con lei...".
Qui devo fare una precisazione, su informazioni che ebbi da Vitalia il 26.6.1980: la Longaroni venne in casa Carboni la mattina del 18; vi rimase fino all'ora di pranzo; vi ritornò dopo pranzo fino alla sera; ritornò ancora la mattina seguente, fino a pranzo; nuovamente vi ritornò subito dopo pranzo, ripartendo la sera. Non fece assistenze notturne alla salma.
Perciò, se si deve dar credito ad una apparizione di Edvige a lei "durante la veglia", ciò sarebbe avvenuto nel suo Istituto, non in casa Carboni. - Si tengano presenti anche le esigenze della vita religiosa del suo Istituto contro assenze tanto prolungate.
Va notato che la Longaroni al momento della sua deposizione nel Processo, aveva 85 anni, e non poteva ricordare con precisione le circostanze dei fatti raccontati, avvenuti più di trenta anni prima.
Il corpo di Edvige Carboni fu tumulato al Cimitero di Albano Laziale, nella tomba di famiglia, vicino al suo babbo che era morto ad Albano nel 1937.
Ora il suo sepolcro è meta di pellegrinaggi da parte di persone che vanno ad implorare grazie dal Signore a sua intercessione.
PARTE SECONDA
Le virtù evangeliche della Serva di Dio
PRINCIPI GENERALI SULLA SANTITÀ DEL CONCILIO VATICANO Il
"Dio è amore e chi dimora nell'amore dimora in Dio e Dio in lui. Ora Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato; perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui.
Ma perchè la carità, come buon seme, cresca e fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio, e coll'aiuto della sua grazia, mettere in opera la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all'Eucarestia, e alle sacre azioni; applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, all'attivo servizio dei fratelli e all'esercizio di ogni virtù.
La carità infatti, quale vincolo della perfezione e compimento della legge, regola tutti i mezzi della santificazione, dà loro forma e li conduce a compimento. Perciò il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità sia verso Dio che verso il prossimo"(LG, 42). Questo brano del Vaticano II è come uno specchio nel quale possiamo vedere riflesse le virtù cristiane della Serva di Dio, Edvige Carboni.
CAP. I
EDVIGE, DONNA DI FEDE
Il Vaticano II ha effuso tanta luce su questo mistero fondamentale della vita cristiana: la fede. Ne tratta quasi dappertutto nei suoi Documenti.
Afferma, fra l'altro:
Per la fede "l'uomo si abbandona a Dio tutto intero, liberamente, prestandogli il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà, e acconsentendo volontariamente alle, rivelazioni date da Lui" (DV 5).
In altre parole, la fede è l'accoglimento e la professione della salvezza operata da Dio per mezzo di Gesù Cristo: una certezza. Si tratta, quindi, di un'adesione totale a Dio, un incontro di amore.
Però da non confondersi con la "fiducia". Questa è soltanto una buona disposizione naturale che favorisce l'accoglimento e l'esercizio della fede. Si può dire che la fiducia sta alla fede come il coraggio alla fortezza cristiana: fiducia e coraggio sono buone disposizioni naturali; fede e fortezza cristiana doni soprannaturali. "Trattandosi di un atto soprannaturale, vi deve intervenire la grazia, sia per illuminare l'intelletto, sia per aiutare la volontà. Onde la fede diventa un atto libero, soprannaturale e meritorio (...). Essendo la fede nello stesso tempo dono di Dio e libera adesione dell'anima è chiaro che per farvi progresso, bisogna appoggiarsi sulla preghiera e sui nostri sforzi. Sotto questa doppia efficacia, la fede diverrà più illuminata e semplice, più ferma e più operosa". Tutti i fedeli sanno che la fede, essendo soprannaturale, non si può acquistare in nessun modo con mezzi naturali: ci viene regalata nel Battesimo. Poi agisce nell'anima come il lievito del Vangelo, ma va coltivata coi mezzi e insegnamenti della Chiesa.
Ora vediamo questo abbandono "tutto intero" di Edvige all'azione di Dio nella sua vita, questa adesione totale, questo incontro di amore con Dio che hanno animato la sua esistenza.
Così la ricorda Vitalia: "Edvige visse sempre la fede che in lei era molto viva. Si notava che aveva sempre di fronte a sè la Divina Presenza ed il santo timore di Dio, alle quali cose invitava anche gli altri.
Chi aveva raccomandato una qualche intercessione alla Serva di Dio sentiva rispondere: - Abbi fede in Dio, che non ti fa mancare niente, come non fa mancare niente agli uccelli dell'aria".
Al riguardo posso dire quanto accadde ad una signora mia amica, che da anni si lamentava con me del marito che era lontano dai Sacramenti.
Quando io conobbi Edvige, che venne per caso in un mio negozietto di articoli casalinghi e che subito, avendo saputo che ero sarda, mi invitò a casa sua, le indirizzai anche la detta signora.
Costei dopo breve tempo mi incontrò e mi disse tutta felice che il marito si era convertito, attribuendo la cosa alla preghiera di Edvige. La Serva di Dio era tutta dedita all'orazione, nella quale si immergeva a tal punto da non sentire più quanto avveniva intorno a lei"
E Paolina: "La Edvige aveva grande fede nella SS. Trinità, negli altri misteri della Fede, e la sua fede era pratica. Verso la Divina Maestà, verso Gesù Cristo, verso la Madonna, verso i Santi dimostrava grande riverenza.
La sua fede la dimostrava nell'amore alla preghiera, non che vi dedicasse lungo tempo appositamente, ma perchè pregava mentre lavorava; così mi ha detto lei stessa. Ed in verità mia sorella non stava mai in ozio; lavorava continuamente e teneva la casa che era uno specchio.
Amava particolarmente la Divina Eucarestia e, potendo, si comunicava ogni giorno. Quando per impedimento di forza maggiore non riusciva a fare la Santa Comunione, essa restava ugualmente serena e contenta perchè era sicura che il Signore era contento ugualmente in quanto faceva la di Lui santa volontà".
Questa serenità fu notata anche da altri: "Veniva in chiesa e vi stava con molta semplicità, senza dare nell'occhio di nessuno" (Don Giulio Reali, parroco di S. Maria Ausiliatrice).
Che fosse "donna di fede", quasi tutti lo attestano nel Processo Informativo; eccone solo alcune):
"Edvige aveva una fede molto intensa ed operava come se avesse sempre dinanzi agli occhi il Signore" (Giovi. Maria Calaresu). "La Edvige fin da bambina ha sempre mantenuto un contegno molto riservato, mostrando una inclinazione verso le cose di Dio, fiducia nella Provvidenza e benevolenza verso il prossimo" (Giovi. Maria Angius).
"Io da bambina e da ragazza ho avuto occasione di frequentare casa Carboni, ed ho notato che Edvige era una donna di profonda fede" (Caterina Fonnesu).
"La Serva di Dio aveva una grande fede che manifestava nella sua riverenza verso la divina maestà di Dio, nel timore di offenderlo anche minimamente" (Suor Caterina M. Corongiu). "Edvige ha condotto una vita di preghiera (...) A casa, pure durante il lavoro si facevano preghiere, e dimostrava di essere sempre alla presenza di Dio" (Suor Carmela Porqueddu).
"...un'anima eletta in quanto era donna di profonda fede, di grande preghiera e di benevolenza verso il prossimo. Non era di molte parole, però da quelle poche che diceva, appariva chiaro che sentisse la presenza di Dio ed avesse una fiducia illimitata nella Provvidenza" (Suor Maria Pes).
"Indubbiamente la Edvige è stata dotata della virtù della Fede, che manifestava con le parole e le opere" (Maria Chiara Cuccuru). "Era una donna tutta di Dio. Passava la sua giornata nel lavoro e nella preghiera" (Pietruccia Piu).
"Edvige visse sempre di fede, che in lei era molto viva. Si notava che aveva sempre di fronte a sè la Divina Presenza ed il santo timore di Dio alle quali cose invitava anche gli altri" (Vitalia).
Sua pietà e devozione
È naturale che la fede e l'amore di Dio si manifestino anche all'esterno con opere pie e pratiche di devozione.
Quelli che conobbero Edvige attestano unanimi che in lei spiccava uno spirito particolare di preghiera, di raccoglimento, di devozione nutrito dall'assidua frequenza ai sacramenti.
Però questo spirito di pietà cristiana non è nato da sè in Edvige, come un fungo nel bosco. È frutto dell'educazione cristiana dei suoi genitori, come inculca il Concilio Vàticano II - Dichiarazione sull'educazione cristiana, n. 3: "Soprattutto nella famiglia cristiana, arricchita della grazia e della missione del matrimonio-sacramento, i figli fin dalla più tenera età devono imparare a percepire il senso di Dio e venerarlo, e ad amare il prossimo, secondo la fede che hanno ricevuto nel battesimo".
Nella vita di Edvige vediamo realizzarsi alla lettera tale insegnamento.
Attinse la sua profonda pietà dall'amore ardente della mamma per il Signore e la Vergine SS.ma.
Donna esemplare, la mamma la portava con sè in chiesa alla Messa, alla quale assisteva tutti i giorni, facendo anche la Comunione, e la Domenica sera alla funzione solenne. Il suo posto era davanti alla Madonna di Lourdes, allora cappella del Santissimo Sacramento, ragione per cui Edvige continuò poi, sempre, a stare nello stesso posto dove l'aveva abituata la mamma.
Edvige ricordava sua madre così:
"...quando sono nata io (o Gesù), alla mamma hai fatto vedere un'Ostia luminosa, collocata in una bella sfera (ostensorio). Me lo raccontava lei stessa...". Mi diceva: "Ricordati, se muoio, che tu devi fare la Santa Comunione tutti i giorni, e ti devi fare buona, perchè Gesù, appena da pochi minuti eri nata, mi presentò un'Ostia come ti dissi. Questo non devi dirlo e nessun'altra bambina, capito hai?" (modo di dire caratteristico sardo, col verbo in fine).
Io me lo ricordo bene ciò che raccontava la mamma. Anch'io ero cattivella; obbediente, sì, però pregavo poco, comunque la notte mi alzavo di nascosto a pregare in ginocchio ai piedi del letto. Se vedevo che qualcuno se ne fosse accorto, subito mi mettevo a letto.
- Che fai?, mi diceva la zia.
- Niente! dicevo anche la bugia - Niente, ripetevo.
Chi avesse incontrato Edvige per le strade con la pesante borsa della spesa, non l'avrebbe distinta da tutte le altre donne affaccendate per la stessa cosa. Ma nella sua mente e nel suo cuore c'era ben altro!
Sentiamo lei stessa:
"Io offro al Signore le mie sofferenze fisiche e morali, gli offro anche le fatiche. Quando faccio la spesa e la borsa mi pesa e mi viene l'affanno nel salire le scale, allora dico a Gesù:" tutto per la gloria tua, mio Dio, ed in suffragio delle povere anime del Purgatorio". Queste cose le confidava alla sorella Paolina che condivideva con lei la vita, e le ha deposte.
Pensieri di Edvige sulla devozione e spirito di pietà (Dalle sue lettere)
- La devozione è la cosa più bella, più santa e più cara che si possa trovare al mondo, però bisogna prenderla con calma, con poche penitenze, perchè la gioventù d'ora è tutta debole, e il sangue con la debolezza fa mille scherzi.
- Soffrire senza impazzire, nè fare impazzire quelli di casa... Gesù e la Vergine non vogliono che s'impazzisca per la devozione; chi ama il Signore deve rimanere allegro e rassegnato a tutte le traversie della vita...
- La devozione si deve prendere sempre con calma, senza scrupoli, perchè gli scrupoli rovinano tutto il pò di bene che noi facciamo.
- Oggi NN. viene da te ...; si trova un poco malaticcia, avendo avuto la febbre: perciò ti raccomando di non lasciarla molto in chiesa, nè che faccia molte orazioni. In questi giorni voglio che si divaghi. Pregherà di nuovo, quando tornerà in paese. Nè voglio che esca a fare passeggiate di tre ore a piedi, perchè non è abituata. Sono contenta che vada nelle vostre campagne vicine.
- Non dire mai: «Gesù non mi perdona..., Gesù mi condanna... ». Questo è dannoso alla salute, e poi è un'offesa grande, enorma a Gesù come se fosse un barbaro, un Nerone... Gesù è amore, è bontà. Gesù le nostre colpe, piccole o grandi, non solo le perdona, ma le dimentica.
- Arricchirai la tua corona con gemme di rassegnazione e di costanza.
- Tutto sta nella perseveranza; il già fatto sin qui ti gioverebbe a niente se non continui sino alla fine.
- Gesù da noi vuole che l'amiamo, senza ammalarci, calmi, rassegnati, obbedienti alle leggi di Dio, amando il prossimo. Ecco la santità vera!.
CAP. II
FERMA SPERANZA DI EDVIGE
«Dio onnipotente ed eterno, accresci in noi la fede, la speranza e la carità». È la pressante richiesta che la Chiesa fa al Signore per tutti i fedeli nella sua liturgia«).
Fede, Speranza e Carità: tre sorelle inseparabili; tre regali che Dio fa ad ogni fedele nel battesimo, tutti insieme.
Possiamo anche immaginare la Speranza cristiana come la pianticella dell'edera che si arrampica sull'albero. Quanto più questo è alto, tanto più può salire. Così la Speranza.e la Fede. Quanto più è la Fede in un'anima, tanto maggiore sarà in essa la Speranza.
Per questo in Edvige fu tanto grande, come la ricordano le numerose testimonianze.
Afferma Vitalia:
"La Serva di Dio nutriva una grande speranza; da Gesù essa si riprometteva tutto e non disperava di nulla. Era solita dirmi: - Spera e vedrai che Dio ti aiuterà".
Nutriva anche grande speranza di convertire i peccatori, e a questo scopo pregava Dio con grande fiducia. Riusciva nel suo intento, tanto che il demonio la odiava e, apparendole, la rimbrottava "di avergli strappata anche quest'altra anima".
Anche nel modo di comportarsi nelle sue afflizioni la Serva di Dio dimostrava al sua speranza, perchè era convinta che le sofferenze avrebbero giovato a sè e agli altri nella maggior gloria di Dio; in tutto ripeteva "sia fatta la volontà di Dio".
Aveva una grande stima della preghiera e ripeteva che "ogni minuto trascorso non in preghiera era perduto" e per questo stava di continuo in orazione".
E Paolina:
"La speranza della Serva di Dio si manifestava nell'abbandono in Dio che essa manifestava in modo particolare quando aveva qualche contrarietà o quando non poteva compiere gli atti di religione che essa avrebbe voluto.
Non si scomponeva mai, ripetendo a sè e agli altri: "Questa è la volontà del Signore; sia fatta la volontà di Dio". La Serva di Dio sperava dal Signore ogni aiuto per santificarsi ed anche per vivere.
Io mi turbavo quando mi veniva ordinato qualche trasferimento di sede; la Serva di Dio mi esortava a stare calma e ad avere fiducia in Dio benedetto. (...) Nelle angustie di spirito e nelle tentazioni la Serva di Dio si rifugiava unicamente in Gesù, ed inculcava a me di fare altrettanto".
E la cugina, Suor Caterina M. Francesca Corongiu che le fu vicina a Pozzomaggiore e a Roma, attesta: "La virtù della speranza della Serva di Dio si è manifestata nella fiducia che ella ha sempre dimostrato in Nostro Signore. Molte furono le sofferenze di Edvige, sia in rapporto alla sua famiglia, ben presto orbata della madre, sia nella sua vita privata. Ma mai essa si è perduta di coraggio, anzi l'ha sempre infuso anche agli altri familiari, ricordando loro che la sofferenza era segno della predilizione di Dio, e che da essa derivava una grande pace all'anima di chi soffriva".
Mi limito ad un'altra: "Quanto alla speranza la Serva di Dio non faceva che parlare del santo Paradiso, e diceva che "era bellissimo".
E ciò corrisponde alle parole di S. Paolo apostolo, dove accenna al Paradiso da lui veduto: "...fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare" (2 Cor., 12, 2-4).
CAP. III
AMORE DI EDVIGE VERSO DIO
"A chi ama Dio è già sufficiente di essere gradito a colui che ama; e non brama ricompensa maggiore dell'amore stesso. L'anima pura e santa è talmente felice di essere ripiena di lui, che non desidera compiacersi in nessun altro oggetto al di fuori di lui". (S. Leone Magno, Disc. 92).
In queste parole del grande Pontefice si rispecchia tutta la vita della Serva di Dio Edvige Carboni; e si può intravvedere anche dalle seguenti testimonianze.
Spigoliamo, senza citare i nomi per brevità:
- «Sulla virtù della carità verso Dio posso attestare che Edvige Carboni era solita dire: tutto sia per Gesù.
Andando a salutarla quando fui trasferita a Viterbo e mi sentivo triste, la Serva di Dio mi ripetè tre volte: Si faccia coraggio, ami Gesù, ami Gesù, ami Gesù: è tutto».
- «Parlava di Dio con grande trasporto. Il tenore dei suoi discorsi era tutto improntato all'amore verso Nostro Signore».
- «...io ho ricevuto dalla Serva di Dio un'ottima impressione, come di persona che vivesse unicamente per il Signore».
- «Tra le virtù che egli (sac. D. Falchi) diceva l'avevano maggiormente colpito nella Serva di Dio, era la diligenza con cui essa compiva le azioni anche più piccole e insignificanti per amore del Signore e nel modo più perfetto possibile».
- «Quanto alla carità verso Dio posso soltanto riassumere il mio pensiero in questi termini: viveva soltanto per il Signore a cui si era consacrata con i soliti voti, benchè non appartenesse ad alcun ordine religioso».
- «Edvige amava tanto il Signore. Viveva continuamente unita a Lui... trascorreva la giornata lavorando e pregando contemporaneamente». (Dai Processi)
I suoi scritti sono pieni di espressioni che manifestano il suo grande amore per Gesù. Ne trascrivo alcune:
«Signore, vorrei morire a forza di amarti!».
E all'amica Angelina Azzena: «Gesù da noi non pretende molto, no, Lui vuole che noi l'amiamo tanto, tanto; poi vuole l'obbedienza ai nostri superiori, la calma nelle contrarietà e la pazienza in tutte le avversìe (sic), tutto prendere dalle mani Dio... Gesù è l'amore infinito: ci vuole tutti santi».
«Tutto per Gesù, tutto è poco per suo amore».
Vitalia Scodina, camminando un giorno per Roma con la Serva di Dio, la sentì dire: «II Signore non è amato. Gesù cerca anime vittime e non ne trova; tutti vogliono godere e hanno paura di soffrire». La stessa teste, in altra occasione, l'udì esclamare:
- «Mi vorrei consumare a forza di amarti, o Gesù! Vorrei essere come una lampada accesa al Tuo Tabernacolo. Ti amo! Ti amo tanto! Tu lo sai che ti amo! ».
Edvige aveva profonda consapevolezza di essere molto amata da Dio. E di qui la sua imperturbabile serenità ed equilibrio in tutte le cose. Chi leggesse il suo Diario non farebbe che trovare sentimenti di amore a Cristo in contraccambio del suo amore per lei e per tutti. Eccone una pagina:
«Gesù è buono, Gesù mi ama, Gesù non m'abbandona. Io 1' tanto. Vorrei avere nelle mani tutti i cuori degli uomini e tutti li darei a Gesù. Del mio cuore vorrei farne una candela sempre accesa davanti a Gesù sacramenteto.
Gesù, Gesù, tu lo sai quanto ti amo. Se tu mi mandi all'inferno, io lì non farò che cantare lodi a te e alla Mamma celeste e farò sentire la mia voce gridando: Gesù, ti amo, Gesù, ti amo, Gesù, ti amo. Ti amo, sebbene mi vegga miserabile ai tuoi occhi. Puniscimi quanto vuoi, sempre ti amerò. Notte e giorno vorrei starmene vicino a Gesù sacramentato; vorrei morire ai tuoi piedi, o Gesù. Niente altro desidero se non che il mio cuore si possa sciogliere davanti a te come una candela di cera. Non voglio beni terreni, non onori: il tuo amore mi basta, Gesù. Dammi tanto amore quanto ne sei degno. Vorrei morire bruciata d'amore per te, Gesù. Se fossi un angelo, prenderei
una tromba, farei il giro dell'oceano e griderei a tutti gli esseri umani: amate Gesù, amatelo, uomini, il buon Gesù. Ricordate che è morto in croce per salvare noi miseri peccatori».
«Era tanto e tale l'amore della Serva di Dio per Nostro Signore - aggiunge Vitalia - che Gesù un giorno le chiese se gli donava il suo cuore. A risposta affermativa il Signore staccò il cuore di Edvige lasciandolo legato con un legame simile a un filo di seta; e difatti la Serva di Dio era solita dire che sentiva il cuore starle in petto "a penzoloni" e, come Gesù le aveva detto, "quando si strappò quel filo di seta" la Serva di Dio morì».
A questo proposito riporto qui un brano dell'opera del P. Agostino Poulain S. J.: «Diversi santi, come S. Caterina da Siena, la Ven. Orsola Benincasa, S. Caterina de' Ricci (Vita, scritta dal P. Bayonne, t. I, c. VIII), hanno ricevuto una grazia che si chiama cambiamento del cuore. Ne ignoriamo la natura. Succede qualche cosa nel cuore materiale. È forse una modificazione reale, o una semplice impressione? I santi non l'hanno dichiarato. In ogni modo ciò è sempre un simbolo di una vita nuova per l'anima, e forse anche per il corpo».
Pensieri di Edvige sull'amore di Dio (Dalle sue lettere)
- (Gesù ad Edvige): «L'amore è santità: chi più mi ama più si farà santo».
- Ogni momento dico a Gesù: Gesù, ti amo e vorrei morire a forza di amarti ...«Gesù ti amo» glielo dico anche quando dormo.
- Noi ti amiamo anche per quelli che non ti amano.
- (Gesù): Dimmelo, mi vuoi bene? Ed io: tanto tanto!
- Io a Gesù ho messo un soprannome: lo chiamo «Bruciacuori».
- Come vorrei morire martire per amore di Gesù!
- Quel Dio che ti diede la vita si degni di essere il tuo custode nel tempo e nell'eternità. Gesù ti ha fatto nascere per Lui, per Lui
solo. Devi dire spesso, ogni momento, a Gesù che lo ami. A queste parole «Gesù ti amo», trasalisce di gioia.
- L'amore dello Spirito Santo ci consumi. Sia tutto a gloria di Dio. Tutto è poco per suo amore.
"Ieri, giorno della festa del Sacro Cuore, ho pregato tanto tanto, ed ho detto a Gesù che se il mio cuore lo potessi accendere come una candela, l'avrei acceso e messo davanti al S. mo Sacramento e l'avrei lasciato acceso giorno e notte fino alla fine del mondo ".
Suo spirito di riparazione
È un aspetto saliente della spiritualità di Edvige, che affiora dai suoi scritti e più dalla sua vita quotidiana. Questa caratteristica è comune alle anime mistiche di tutti i tempi; e consiste praticamente nel contrapporre il proprio amore alle tante offese di ogni genere, commesse dai peccatori contro la bontà di Dio, intercedendo per essi con intensa preghiera, e arrivando perfino a chiedere sù di sè i castighi dovuti a chi ha commesso il male: una sostituzione!...
Come si vede, si tratta di vero eroismo spirituale. È fondato sull'esempio di Gesù, tanto bene predetto da Isaia, attuato perfettamente nel sacrificio della croce, e presentato al mondo da S. Paolo.
La chiesa ce lo ricorda particolarmente nella celebrazione liturgica del S. Cuore di Gesù; e Pio XI ne parlò diffusamente nella sua Enciclica "Charitate Christi compulsi" del 3 Maggio 1932; e prima nella Enciclica "Miserentissimus Redentor" del 8.5.1928.
È addirittura impossibile qui citare l'esempio dei santi; sarebbe troppo lungo. E si trova perfino attuato in tante persone comuni che vivono dappertutto la loro vita cristiana.
Edvige si distinse in questo amore di Dio. Spigoliamo dai suoi scritti: "Dopo la S. Comunione Gesù mi ha detto:
- Figlia mia, ripara per tanti fratelli che invece di adorarmi mi oltraggiano (...).
- Povero Gesù, quanto sei offeso! Quanto ti vorrei riparare! Castiga me, e salva i miei fratelli tutti!"m.
In molte altre estasi del Diario si trovano espressioni simili sulla riparazione del male, offerta da Edvige a Gesù, per i castighi minacciati sul mondo peccatore).
Per non dilungarmi, riporto solo le due seguenti: "...Dimmi, Gesù buono, cosa vuoi che io faccia, che penitenza vuoi che faccia per riparare i miei peccati e quelli dei miei fratelli che io tanto amo? ...Perdonalil...Bada, Gesù, che non sanno quello che fanno di male; non capiscono il dolore che tanti enormi peccati recano a Te Dio, loro Creatore e Salvatore e Redentore mille volte delle loro anime".
"Dopo la S. Comunione fui rapita (= in estasi): Vidi Gesù triste, e mi disse: «Sono in cerca di anime vittime. Il mondo sta cadendo in rovina; sono in cerca di anime vittime, ma ne ho trovate poche pochissime. E tu vuoi accettare? ...Per i peccati dei tuoi fratelli ti manderò qualche tribolazione, l'accetti?»
Ed io risposi: - Volentieri, Gesù caro, io l'accetto pur di salvare tutti i miei fratelli.
Ebbene, replicò Gesù, io quanto prima ti metterò sulla croce. Le tante sofferenze della vita che sopportava con tanta fede e uniformità alla volontà di Dio, hanno indubbiamente questa origine. I testi del Processo ammirano la sua inalterabile pazienza nella sopportazione delle sue pene, ma non tutti potevano sospettare che sotto vi fosse il fermento così vivo della partecipazione alla salvezza delle anime, che aveva fatto esclamare a S. Paolo "Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa".
Le testimonianze del suo Processo informativo e i suoi scritti sono pieni di questo spirito di riparazione, ma voglio limitarmi alla seguente di Argia Papini: "Mi parlava dei peccati degli uomini che offendono molto Iddio; si può dire che l'argomento preferito delle sue conversazioni era precisamente la riparazione che si doveva a Dio per i peccati commessi dagli uomini"
CAP. IV
CARITÀ VERSO IL PROSSIMO
«Il secondo comandamento è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gesù nel Vangelo).
Anzi Gesù sublima e consacra l'antico precetto immergendolo nel suo stesso amore per noi: «amatevi come vi ho amato io». La carità di Edvige per il prossimo non aveva limiti.
«La sua più grande gioia era quando poteva aiutare, sia moralmente che materialmente, una persona. Nessuno picchiava invano alla sua porta, ed ella era felice di dare a tutti quello che poteva.
Spesse volte si privava del proprio cibo per distribuirlo ai poveri. Per quanto fosse sofferente, non si curava mai della sua salute, ma correva al capezzale degli ammalati, e si preoccupava solo di chi soffriva».
Questa testimonianza è comune a quanti ebbero la sorte di avvicinarla e di trattare con lei.
Nell'Ospizio adiacente alla Chiesa di S. Pietro in Vincoli era ricoverata una donna poverissima, Annunziata C.. Si sa che negli ospedali, ricoveri, ecc. quando gli assistiti ricevono visite e regali, per loro è festa! Al contrario quelli che non hanno visite e nessuno si ricorda di loro si avviliscono e penano.
Tale era la donna qui ricordata. Non aveva nessuno.
Edvige la domenica mattina s'affaccendava a preparare dolci e altre cose da mangiare per portare tutto alla povera donna. In vista di questo dovevamo sbrigare le nostre faccende domestiche, se volevamo fare in tempo all'entrata in quell'Ospizio.
In tale periodo mia sorella lentamente cominciò ad aggravarsi, e non poteva più strapazzarsi troppo; una volta, dopo essersi recata, come al solito, all'Ospizio, si aggravò tanto, che sembrò dovesse morire da un momento all'altro.
Molta parte delle sue giornate - aggiunge Gemma Manini - era dedicate alla visita dei malati bisognosi, ai quali portava cibo e tutto ciò di cui avevano bisogno, privandosene ella stessa con gioia.
«Una sera, e cioè la vigilia di Natale, trovandomi disoccupato e senza mezzi, (Edvige) venne nella mia casa e mi offrì con sincera spontaneità i mezzi per far gustare anche ai miei bambini le feste che tutti ricordano, e cioè il S. Natale e Capodanno, imponendomi e pregandomi di non dire niente a nessuno.
Venne come un angelo e se ne andò più soddisfatta essa che io, perchè ero rimasto interdetto da quell'anima generosa».
L'uomo che rende questa testimonianza si chiama Francesco Massari. Altri ricordano che delle volte andava con la sorella, di nascosto, a depositare cose necessarie vicino alla porta di famiglie bisognose, lasciandole lì, e se ne tornava via pian piano per non essere sentita, volendo mantenere l'incognito e non mortificare persone che soffrivano senza apparire.
All'occorenza non si limitava al pane, pure così prezioso in tempo di guerra, che si toglieva dalla bocca per darlo ad altri, ma metteva mano addiritura al suo guardaroba, e donava lenzuola, asciugamani ed altro.
Una volta l'Asilo del Cottolengo del nostro paese si trovava in condizioni disagiate. Allora Edvige mandò tutto quello che potè. La Superiora l'amava come una santa.
Altra volta, mentre il babbo faceva provvista di grano, Edvige regalò a una famiglia bisognosa una còlvula (misura locale) di frumento. Dava coperte e biancheria alla gente bisognosa, e anche il corredo a giovani fidanzate, abbandonate dai genitori.
«Il suo cuore sensibilissimo si commoveva alle miserie umane e consolava con parole sante che ridavano speranza, e con mezzi materiali per quanto le era possibile».
"Per un lungo periodo di tempo mandò cibo e vestiario ad un detenuto politico, che in carcere, ignorato dalla famiglia, soffriva il freddo e la fame. Anche la vecchia mamma di questo detenuto venne assistita da mia sorella. Una domenica, mentre pranzavamo, mi disse che metà del nostro pranzo lo dovevamo riservare alla famiglia di quel detenuto; obbedii alle preghiere di mia sorella e portai tutto quel ben di Dio alla famiglia di quel detenuto".
Ci sono addirittura testimonianze le quali riferiscono che più di una volta si tolse di dosso indumenti personali, come sottana, calze, scarpe ...e le diede a persone bisognose.
Una volta regalò un suo vestito nuovissimo alla giovinetta Marianna Bizolu, che partiva come novizia per Torino.
Di questi casi ne avvennero diversi:
«Una volta - diceva la Longaroni - io stessa procurai alla Serva di Dio una sottoveste di lana, perchè, praticandole delle iniezioni, avevo visto che era tanto miseramente vestita.
Nei giorni successivi, però, la sottoveste non fu mai vista addosso ad Edvige, per cui le chiesi che fine aveva fatto, dato che la sapevo molto freddolosa.
Con tono di poca importanza mi rispose che la sottoveste era portata da qualcuna più bisognosa e meritevole di lei».
Nel fatto seguente, per motivi di riguardo, ometto i nomi, ma si tratta di cosa attestata con giuramento da persone viventi:
«Era tempo di guerra ... Edvige faceva tanta carità. Un giorno avendole manifestato che avevo due sorelle povere e che andavo a trovarle in paese, in mia presenza si tolse di dosso le calze e una sottana rosa e me le diede per loro ... Le mie sorelle tengono la sottana di Edvige come una reliquia, sapendo l'anima bella che era».
«Aveva un cuore molto sensibile - conferma Vitalia - nel sentire le sofferenze dei bisognosi, arrivando anche al punto di levarsi di dosso il vestito pur di offriglierlo. Una volta, infatti, rimase con una sola camicia vecchia, accomodata, perchè tutto aveva dato ai poveri».
Quest'altro lo racconta Paolina:
«Una sera mentre aspettavamo il tram alla pensilina di S. Giovanni, s'avvicinò una che chiedeva l'elemosina; faceva freddo e la povera vecchia indossava panni troppo leggeri per il tempo e l'inclemenza della stagione. Allora Edvige, mossa a compassione, si sfilò la blusa che aveva addosso per regalarla alla vecchina così tremante dal freddo che, commossa e meravigliata, ci ringraziò infinitamente. Edvige, rimasta con la sottoveste, si coprì col cappotto, e così se ne andò a casa tanto felice per aver beneficato quella poveretta». Ogni commento è superfluo. Due racconti riferiti da Vitalia:
«Un giorno, poco dopo che ci eravamo conosciute, venne al mio negozio con una sporta di roba e mi disse: Mi faresti un grande piacere, se mi venissi ad accompagnare da una famiglia povera in via Tusculana.
Chiusi il negozio e ci avviammo verso quella parte. La famiglia era veramente povera, abitava a pian terreno, dietro un palazzo nascosto dalla strada.
Edvige si peritava ad entrare, poichè quella gente viveva nel disordine, non praticavano la chiesa, non erano nemmeno sposati, e avevano tanti figli ammucchiati dentro una stanza. Il loro padre era sofferente di cuore in modo grave, e da un momento all'altro poteva morire. All'improvviso Edvige gli disse che si doveva confessare e comunicare, perchè il suo male era serio e avrebbe potuto morire in peccato.
Dopo qualche tempo da questo fatto si seppe che quell'uomo era morto con il conforto di tutti i sacramenti».
«Un'altra povera che conosco, vive con un figlio ammalato - continua a dire Vitalia -. Tante volte bastava che io le facessi il loro nome e citassi il loro caso che Edvige non finiva più di dargli tanta grazia di Dio: pane, pasta, lardo, formaggio, caffè, e delle volte anche degli indumenti usati».
Per comprendere quegli atti di carità bisognava aver vissuto nei tremendi tempi della guerra. Alle nuove generazioni del consumismo sono incomprensibili.
Sfogliando qua e là questo libro sulla vita di Edvige Carboni, tutta immersa nella spiritualità, preghiera e fenomeni mistici, ti sarai fatto il concetto che fosse estranea alle brutture del mondo.
Tutt'altro. Ecco alcuni altri episodi della carità concreta: «C'era una ragazza che doveva sposarsi, ma essendo di famiglia numerosa, non aveva la possibilità di comprarsi il corredo. Edvige con tanta generosità glielo donò» (Deriu Antonica).
Il seguente lo prendo addiritura da una lettera di Edvige alla sua amica di Calangianus:
«È un poverello che viene a te per chiedere l'elemosina: straccione, nudo e affamato. Questo poverello non sono io, no; questo poverello è Gesù che viene da te per chiedere aiuto. Lui è morto per salvare le anime nostre; patì e morì sopra un duro legno. Dopo tanti strazi vede che le anime che Lui ha voluto salvare, ora tantissime, sono nella via della perdizione; e Gesù grida e piange dicendo: "Salvami queste anime; per queste io ho patito e sono morto".
Ah! Potresti resistere a queste lacrime di Gesù, senza piangere anche tu di commozione salvando queste anime che Lui tanto amò? ... mi fa ribrezzo a dirlo, ma penso che mi sfogo con una santa come sei tu: Vicino a me c'è una giovane sposata, con un figlio di tenera età. E questa - dice lei - per fame (perchè il marito è disoccupato) se ne vuole scappare e andare a vivere contro la legge di Dio, con uno, abbandonando il proprio figlio e il marito.
Fino ad ora sono riuscita a tenerla a freno soccorrendola con soldi e togliendomi dalla bocca anche il necessario, affinchè non le venga a mancare il pane e non abbia a cadere in sì tremendo peccato.
Ora vorrei il tuo piccolo aiuto insieme a quello di altre tre care amiche segrete ... (nomi).
Bada, mia buona A., che il bene che fate a queste anime il Signore ve lo ricompenserà in benedizione e l'elemosina vi aprirà le porte del paradiso. Chi è avaro coi poveri vuol dire che non ama Gesù.
Io dò, dò, ma non basta.
Per soccorrere quest'anima mi privo del necessario... Vorrei fare, fare per Gesù... Se io a voi mi rivolgo, vuol dire che le cose sono gravi. È Gesù che cerca di salvare queste anime.
Pensa, mia cara A., se venisse tuo fratello (defunto) e ti dicesse: Salva questo mio amico che sta per morire dalla fame! Tu che hai tanto amato tuo fratello, non oseresti negargli un tozzo di pane. Leggi come puoi e ricevi mille baci. Tua aff.ma E.». Che ne dici, lettore?
E non pensare che si trattasse di una sola di queste povere persone! Dal brano che segue di un'altra sua lettera alla medesima amica, puoi intravederne molte altre:
«Non dirmi seccante.. Non sai il bene che ti prepari per il paradiso facendo codeste opere. Se sapessi, ove sono io (a Roma) quante anime corrotte! e io le salvo con elemosine, esortandole alla frequenza dei sacramenti; e con la mia misera e scarsa elemosina le libero dalle mani del diavolo. In queste il merito l'hai avuto anche tu. Dò, di nascosto ai miei, le vesti e quanto posso per liberarle. Ma anche io sono povera.
Quanta corruzione! Mi fa ribrezzo ricordarmene. Se fossi ricca quanto farei!
Dò la pasta cruda e il formaggio per nutrirsi e non fare le cattive. Povero Gesù! Son povera anch'io, altrimenti quante anime Ti avevo salvato!».
Manifestava all'amica tutte queste cose per sollecitarla all'aiuto fraterno e generoso, pregandola poi di strappare subito le sue lettere. «C'è un vecchio che i figli non vogliono in casa. Poveretto! Sfinito dai rimproveri vuole scappare; è vecchio assai. Io di nascosto metto 100 lire per farlo accettare in un ricovero; più non posso perchè anch'io non sono ricca.
Unisciti a N., P., zia G. M. che è tanto buona. Non voglio che tu lo dica ad altre, perchè il mondo è cattivo; e il poco vostro e il mio l'uniremo per soccorrere questo vecchio disgraziato». Vero cuore di santa!
Pensieri di Edvige sulla carità del prossimo (Dalle lettere e dal Diario)
- L'elemosina è cara a Gesù... è l'opera più accetta.
- Chi sfama il povero sfama Gesù.
- In paradiso troverete il bene fatto ai poveri disgraziati, e loro vi apriranno le porte del cielo.
- ...niente pietà, niente amore al prossimo, perciò i castighi di Dio.
- I poveri sono i miei più cari amici, i miei prediletti, io per i poveri dò tutto, anche le cose più care. anelli e orecchini; tutto mi levai.
- Non posso; altrimenti me ne andrei in un ricovero per aiutare i poveri malati. Quanto li amo!
- Li amo perchè li ama Gesù. Non bastando il mio, cerco le anime amiche, sante, che mi aiutino..
- (Gesù), Dimenticate le vostre sofferenze per sollevare quelle dei vostri fratelli; anteponete le altrui alle vostre...
Postilla alla carità di Edvige in tempo di guerra
Affinchè non sembrino esagerate le necessità della gente in tempo di guerra - oggi incomprensibili -, presentate da Edvige, e il suo impegno cristiano di soccorso fraterno, riporto qui il brano di una lettera scritta da un personaggio ineccepibile: Armida Barelli, Serva di Dio.
La nota «Sorella maggiore della Gioventù Femminile di Azione Cattolica Italiana» scrive da Marzio alla sorella Gemma (24.8.43): «Se hai qualcosa di vestiario da poter cedere, ricorda le mie collaboratrici e impiegate che hanno perso tutti gli indumenti (dal fazzoletto alle scarpe)...»
Dimensione sociale della carità di Edvige
Il Vescovo di Bosa e di Alghero, Mons. Francesco Spanedda, nella sua omelia per il XXV della morte di Edvige Carboni a Roma (Scala Santa, 13 Febbraio 1977), fece rilevare un lato quanto mai attuale nella Serva di Dio: la dimensione sociale della sua carità.
Dopo aver tratteggiato la multiforme carità di Edvige, il Vescovo così continuava: «... Ma nella sua carità c'era un elemento che ci sembra di dover sottolineare: la dimensione sociale.
Edvige Carboni aveva l'animo aperto ai problemi scottanti della società e sapeva riconoscere come esigenza necessaria dell'autentico amore cristiano i valori della giustizia e della pace.
Il motivo della giustizia sociale ricorre più volte nei suoi scritti, ed è significativo che esso risuoni anche nei fenomeni mistici di cui era favorita. "Chi disprezza il povero disprezza me" le disse un giorno il Signore. "Chi usurpa il sangue del povero, usurpa il mio sangue". Sembra di risentire il terribile "guai" di Gesù riportato nella lezione evangelica della Messa. E ancora: "I giovani lavoratori si sentono crocifissi alle macchine, al campo e dappertutto, perchè non sentono attorno a loro l'amore fraterno predicato da me crocifisso".
La carità di Edvige si esprimeva inoltre nell'ansia di concordia e di pace. La Serva di Dio visse con intima sofferenza la tragedia della seconda guerra mondiale. Di fronte a tanti orrori, come risulta dagli scritti e dal diario, il tema della pace era sempre presente al suo spirito. Era un assillo, che si esprimeva nell'appasionata preghiera perchè avesse a cessare la tempesta dell'odio e della violenza. Ma la pace fra i popoli comincia dentro ciascuno di noi, con l'adesione alla volontà di Dio, con la disponibilità alla comprensione, alla pazienza, al perdono. Edvige ebbe a provare dolorosamente i colpi della persecuzione e della calunnia, ma fu sempre pronta al perdono delle offese; non solo, ma fu operatrice di pace nel suo ambiente, travagliato talvolta da risentimenti e discordie».
Se ai rilievi del Vescovo si aggiungono gli aspetti tanto umani descritti poco sopra: la sua carità a quelle povere donne sulla via di perdersi e ad altre che cercava di recuperare; il soccorso al povero vecchio espulso da casa, alla famiglia di via Tuscolana e ad altre persone emarginate..., davvero che la carità di Edvige rifulge in modo particolare di quella dimensione sociale sottolineata da Mons. Spanedda, e può essere portata ad esempio delle più moderne attività sociali di beneficenza. Confermerà tutto il seguente fatto, anteriore al 1948, riportato nei Processi:
«La Serva di Dio beneficò moltissimo un iscritto al partito comunista, malgrado che costui avesse detto che "se andavano sù loro (al governo) le prime a far fuori sarebbero state le signorine Carboni". Edvige aiutò sempre questo poveretto, specie nel frangente di un pignoramento che essa impedì raccogliendo, anche col mio contributo, la somma di L.10.000 (allora erano un valore). Ella ottenne che i figli di questo comunista facessero la Prima Comunione e cresima.
Il comunista da lei beneficato fu anche invitato in casa di Edvige per imbiancare le pareti; a lui e al suo figlioletto che lo aiutava, la Edvige preparava un bel panino imbottito e un bicchiere di vino (si pensi sempre a quei tempi difficili del dopoguerra, quando non si trovava niente); alla fine del lavoro lo pagò regolarmente, nonostante che gli avesse già dato tanto.
Quando Edvige morì, come mi raccontò Paolina, questo comunista si presentò in casa con un mazzo di fiori e, deponendoli sulla salma, disse: "Questa era veramente una santa".
CAP. V
COI MALATI E GLI ANZIANI
Edvige fu veramente la buona samaritana della nostra casa, narra Paolina. Prima di tutti dovette assistere la zia Giovanna, sorella della mamma, che morì giovane, all'età di 47 anni, fra indicibili dolori, causati da un'ulcera allo stomaco.
Per tre mesi le fu vicina giorno e notte, assistendola in tutto, sebbene Edvige allora fosse giovanissima. Quegli acutissimi dolori e quella morte incisero assai sulla sua tempra giovanile, e par di vederne i segni nelle sue fotografie di quel tempo.
Poi vennero gli altri: mamma, zio, nonna, babbo.
La mamma soffriva tanto per il suo mal di fegato, cosicchè Edvige doveva badare da sola a tutte le faccende domestiche.
La mamma assisteva tutti i giorni alla S. Messa e faceva la Comunione. Il suo padre spirituale era D. Corongiu. Questo giovane sacerdote aveva una venerazione per la mamma e la elogiava continuamente. La povera donna sopportava il male con rassegnazione cristiana e spesso ripeteva: «Tutto per voi, mio Dio, sono tanto contenta di soffrire per Voi. Fate soffrire solo me e risparmiate a tanti altri le mie sofferenze».
Dimagriva, non poteva lavorare come una volta, ma non stava mai in ozio e, seduta sul divano, eseguiva altri lavori. Tutti ammiravano la sua pazienza e ne rimanevano edificati. Si perfezionava sempre più e sentiva una grande attrattiva per le sofferenze.
Mia madre era molto caritatevole.
C'era una donna di costumi cattivi, ma poverissima; nonostante tutto, mia madre le mandò una coperta pesante per mezzo di Edvige. La buona mamma, nei suoi discorsi copriva sempre le colpe altrui col manto della carità. Durante la malattia un'ardente preghiera affiorava sulle sue labbra, mentre il corpo lentamente andava disfacendosi, logorato da un male inesorabile.
Era sempre serena e sorridente, e per tutti aveva una parola di conforto e di comprensione. Negli ultimi anni specialmente, si recava mattina e sera in chiesa, aiutandosi in questo modo a sopportare meglio le pene corporali del momento.
Aveva un viso angelico, uno sguardo affettuoso e dolce, una voce delicata. Tutti l'amavano per la sua bontà. Dopo si ammalò gravemente e rimase allettata per tanti mesi. Le si formarono delle piaghe che la poverina sopportava pazientemente, non lamentandosi mai e offrendo le sue pene al Signore. Edvige l'assisteva medicandole quelle piaghe e sorreggendola spiritualmente.
La mamma morì il 4 Aprile 1910, all'età di 59 anni.
Durante il trapasso raccomandò le sue figliole al confessore, perchè avesse cura di loro. Poi, rivolgendosi ad Edvige, le disse: «Ti raccomando tanto la sorellina Paolina».
Morì come una santa; io piansi tanto. Edvige rimase forte nel suo dolore e, quasi senza accorgersene, subentrò nel suo ufficio materno, avendo tante cure per noi.
La mia buona sorella soffrì con rassegnazione la perdita della mamma, offrendo al Signore il suo dolore, facendosi forza per non piangere. A me mancò la parola, lei invece rimase impietrita dal dolore, come l'Addolorata.
Mentre assisteva la mamma malata doveva vegliare anche lo zio Salvatore che morì poco prima della mamma. Era rimasto celibe e non aveva altri che lo potessero assistere.
Ci fu Edvige anche per lui!
Poi venne la volta del fratello Giorgino. Ritornato a casa dopo la leva militare s'ammalò. E, come sempre, mia sorella gli fece da premurosa infermiera.
Giorgino era tanto buono, ma anche lui fu messo contro Edvige dalle chiacchere che allora correvano in Pozzomaggiore, a causa dei fatti soprannaturali.
Edvige non rispondeva alle offese del fratello e seguitò nella sua assistenza fino alla completa guarigione.
Fu questa l'unica assistenza che potè fare a Giorgino, perchè nell'Aprile 1917 egli si sposò in provincia di Nuoro; doveva ritornare per una visita a casa nel Settembre. Ma il 2 di questo mese arrivò un telegramma che annunciava la sua morte improvvisa.
Edvige, presa la ferale notizia, disse: «Signore, sia fatta la tua volontà» e, impietrita dal dolore, si raccolse nella preghiera.
A me, che stavo in collegio, dissero che era ammalato. Il giorno seguente mi venne comunicata la notizia della morte. Edvige, sempre mantenendosi calma, continuamente ripeteva: «Fiat!»
Dopo la morte di Giorgino presi il diploma di maestra elementare, ma, nonostante tutti i miei sforzi e le domande al Provveditorato agli Studi non riuscivo a impiegarmi, e dovetti rimanere in famiglia per nove lunghissimi anni.
Una volta, mentre Edvige si trovava sola in casa, ricevette la visione del fratello Giorgino; era consumato dalle sofferenze, e le disse di non spaventarsi, perchè era stato condannato dal tribunale celeste a scontare otto lunghi anni di Purgatorio; a motivo di questo la invitava a pregare fervidamente per la sua liberazione. Lasciandola le strinse la mano scottandogliela. I segni di quella ustione si mantennero evidenti fino alla sua morte.
Dopo tanti anni, nel 1950, venni a sapere da mia sorella che allora io non riuscivo a ottenere il posto, perchè c'era bisogno delle mie sofferenze affinchè Giorgino volasse in Paradiso.
Quando la nonna rimase a letto per tre lunghi anni, a causa di una brusca caduta con la rottura del femore, Edvige dovette rinunciare tante volte alla colazione, per potersi accostare alla Santa Comunione. Prima accudiva a tutte le faccende domestiche e poi si recava in chiesa. Non aveva nessuna cura del suo corpo e si sacrificava per tutti i suoi familiari pur di vederli sorridere.
Giorgino aveva detto ad Edvige: «Senti, sorella mia, se vuoi assistere la nonna, assistila pure, ma non sperare in un compenso finanziario, perchè nessuno è disposto a dartelo.»
Edvige senza annettere soverchia importanza a queste parole, si accinse all'opera benefica con eroica rassegnazione.
Per il sostentamento della malata non erano sufficienti in quel tempo le risorse familiari, perchè il babbo era anziano, e io e Galdino studiavamo. Intervenne mio fratello Antonio (dall'America) che di tanto in tanto mandava somme a favore dell'ammalata.
Io ero in collegio a Cagliari, Edvige rimase sola a casa con il babbo vedovo e la nonna novantatreenne. Questa rimase a letto per tre anni a causa della frattura del femore, e poi divenne cieca.
Il lavoro di Edvige era gravoso, perchè doveva passare quasi tutta la giornata al capezzale della vecchia e soddisfare tutti i suoi desideri, più o meno capricciosi.
Come se tutto ciò non bastasse, quasi ogni sera al tramonto, Edvige doveva sentirsi apostrofare in questo modo: «Povera me! Mi sono morti quattro figli giovani e mi sei rimasta proprio tu che sei una bizzoca!»
Edvige proseguiva imperterrita, tutta compresa nel suo dovere di buona samaritana. Però quando la si doveva cambiare di posto, la vecchia inferma voleva che questo fosse fatto unicamente da Edvige, perchè era la sola, secondo lei, che la muovesse con delicatezza, nonostante la sua non indifferente mole.
A pranzo e a cena esigeva che tutti noi mangiassimo in camera sua, il che era un grosso sacrificio.
Un giorno essa desiderava del pesce, che in genere veniva portato da Bosa o da Alghero, ma che quel giorno mancava al mercato. La nonna però insisteva nella sua richiesta, non credendo alle parole di Edvige, che, per accontentare la vegliarda in uno dei suoi tanti
capricci, dovette rivolgersi alla cugina Petronilla. Questa gestiva l'albergo principale del paese, ed Edvige pensava che forse lì avrebbe sicuramente trovato il pesce. Ma Petronilla, nonostante tutte le suppliche di mia sorella, si mostrò irremovibile nella sua volontà di non darglielo perchè, a sentire lei, serviva tutto per i suoi forestieri.
La mia buona sorella tornò a casa desolata e afflitta, e a casa trovò la nonna che chiedeva di avere il pesce.
Mentre Edvige stava apparecchiando la tavola e si trovava ad aprire il cassetto delle posate, con sua grande meraviglia trovò un piatto di pesce fritto di bontà squisita. La buona sorella non fece sapere ai familiari di questo fatto che avvenne quando io mi trovavo in collegio, e me lo raccontò dopo molti anni.
Nei lunghi anni nei quali Edvige assistette la nonna venne bastonata più volte dal diavolo. Queste cose me le ha confidate lei stessa più volte.
Edvige dormiva su un lettino, messo di traverso, ai piedi di quello della nonna. Ma le ore di riposo di Edvige erano ben poche e, negli ultimi mesi non entrò più in letto.
Dopo la morte della nonna Edvige si sentì molto esaurita.
La nonna di tanto in tanto riceveva la Santa Comunione, e tre volte anche l'Estrema Unzione.
Il suo male, la vecchiaia, e la morte dei quattro figli avevano fatto di lei un essere molto difficile.
Un pò di tempo prima di morire divenne calma e, negli estremi momenti del trapasso, mentre pregava con me, ci chiamava con nomi affettuosi.
Il babbo voleva tanto bene alla nonna, la rispettava e la compativa, avendo per lei tenere parole di scusa.
A questo punto c'è da sottolineare un grande atto virtuoso, sconosciuto, di Edvige.
Paolina attesta:
"La nonna possedeva la casa ed alcuni terreni che, alla morte, lasciò al nipote prediletto: Giorgio. Edvige chinò il capo e continuò la sua opera di misericordia per amore di Dio" (Summarium, p.103).
Quel testamento creò delle seccature. Racconta Paolina: "In seguito alla morte di mio fratello (Giorgino), abbiamo tanto sofferto per via di un testamento che la nonna aveva fatto in favore a Giorgino, e che doveva far annullare in occasione della sua visita in famiglia. I parenti della sposa si accanirono contro di noi, misero in croce mio padre, che per questo dovette fare dei penosi viaggi a Cagliari.
Edvige soffriva in silenzio per tutte le preoccupazioni derivategli da questi interessi terreni". (Doc. extraiudicialia, p. 243).
Da quanto detto sopra, conosciamo già tanti sacrifici di Edvige per la nonna, e il disinteresse di Giorgino per essa fino a dissuadere Edvige dall'assisterla, negandole qualsiasi aiuto o ricompensa.
Eppure alle tante incomprensioni (per non dire ingratitudini) della nonna per Edvige, si aggiunse l'ultima: nel testamento lasciò quei suoi beni a Giorgino; a lei niente ... Edvige lo sapeva già in precedenza.
Al suo posto un'altra donna che avesse agito solo con criteri umani, che avrebbe fatto?
Probabilmente l'avrebbe abbandonata al suo destino.
Invece Edvige "chinò il capo e continuò la sua opera di misericordia per amor di Dio", fino alla morte della nonna: a 94 anni! La nonna Maria Antonia era, oltre tutto, madrina di battesimo di Edvige. Come non vederci un-alto di vera santità della serva di Dio?
Ma c'è dell'altro.
"Dopo il suo decesso si fecero le spartizioni, ma un parente non si mostrava mai soddisfatto, sospettando qualche inesistente tranello, secondo lui tramato alle sue spalle dalla nipote Edvige quando assisteva la nonna.
Edvige venne accusata da questo parente di essersi appropriata di beni di casa anche a lui spettanti. La povera martire offriva tutto al Signore, mentre per poter accudire la nonna ammalata aveva perso un bel posto all'Amministrazione delle Poste e Telegrafi.
Il parente morì, ma le calunnie misero radici ben profonde nell'animo dei figli che, a loro volta, le trasmisero a mio fratello Galdino, il quale finì per crederci.
Edvige perdonava tutti dicendo che solo Dio sa la verità; e continuò a beneficare il prossimo con tutto ciò che poteva, non conservando nessun astio, contenta di vivere povera e di morire povera. Anzi alle figlie di costui regalò un suo vestito di lana" (Paolina). Non solo coi malati di famiglia, bensì con tutti gli altri sentiva lo stesso affetto e desiderio di aiutarli, arrivando a compiere prodigi per essi.
Racconta Maria Deroma)
"Io avevo un fratellino con le piaghe al collo e non riuscivano a rimarginare, nonostante le cure fatte. Un giorno mamma mi mandò da Edvige, e le dissi che per guarirlo ci voleva la sua mano (così infatti era stato detto, non so da chi, a mamma).
La Serva di Dio mi rispose: «Se ci vuole la mia mano, portalo». Difatti io le portai il bambino: lei segnò una croce sulle piaghe che, nello sazio di breve tempo, si asciugarono e sparirono".
Stavamorendo il senatore Salvatore Parpaglia. Era stato retto, cortese, filantropo, ma assolutamente non voleva saperne di pratiche religiose.
La nipote, Lina Passino di Bosa e gli altri familiari si preoccupavano per la sorte spirituale del congiunto.
Lo raccomandarono a Edvige che pregò intensamente per lui. "Sembrava che il Signore non volesse ascoltarla, ma alle insistenze di preghiere della Serva di Dio ci fu la misericordiosa voce di Gesù stesso che le disse «Manda il tuo Crocifisso e vedrai che prima di morire lo bacerà».
Così fu fatto. Il Crocifisso venne da noi consegnato al Segretario del Vescovo Don Bastonero, presentatosi a noi per notizie e avvicinare il malato. Il ministro di Dio restò solo con lui. Dopo, riaprendo le porte della camera, ci comunicò che tutto si era svolto felicemente, ed egli continuò la sua assistenza al moribondo che baciò diverse volte il Crocifisso" (Lina Passino).
Era l'amica dei poveri e dei derelitti avendo parole di conforto per tutti.
Da lei andava una donna afflitta dalla miseria e dalla cattiveria della sua famiglia. Edvige la confortava continuamente, non stancandosi mai di sentire le sue eterne lamentele. Questa donna restava a narrare la sua odissea per ore ed ore.
Tutti ricorrevano alla sua bontà e riversavano su di lei i loro dolori e le loro pene.
Ma, soprattutto Edvige è stata il bastone della vecchiaia di suo padre col quale ha peregrinato da un luogo all'altro insieme alla sorella Paolina, ovunque doveva trasferirsi per ragioni di scuola: Marcellina Scalo, Agosta, Serrone, La Forma, Albano. Dappertutto Edvige lo accudiva con devozione filiale, rendendogli la vita confortevole e socialmente conveniente.
Nel 1937 mio padre, pure di tempra sana e robusta, si ammalò di tumore allo stomaco e si spense rapidamente nello spazio di cinque mesi.
Ne parla Edvige all'amica Angelina Azzena:
«Noi abbiamo il babbo malato. Da un mesetto non si è più alzato: prima la polmonite, ora la pleurite. Sia tutto per Gesù ... Se lo vedi come è magro, sembra un Crocifisso, causa la malattia e poi la vecchiaia... Come ti vorremmo vicina! Tu tanto buona ci avresti confortato...»
«Babbo sta peggiorando e non ho voglia di comprare niente; aveva migliorato, ma oggi sta più male; mi sembra che Gesù se lo prenderà in Paradiso fra poco ....
Dopo morto:
«Angelina, grazie del bene che hai fatto per il povero nostro babbo: era vecchio, per noi lasciò un gran vuoto. Le lacrime mi scendono a rivi, non posso scordarlo, faceva delle penitenze, si privava di tante cose; nella malattia soffrì, soffrì con rassegnazione, stava sempre a pregare, riceveva la S. Comunione ogni tanto, spirò con le mani giunte.
Prima di morire era così dimagrito che a guardarlo piangevano anche i cuori più duri; dopo morto divenne bello bello, sembrava un viso d'angelo, più il tempo passava e più bello appariva. Sentendo di tale bellezza, tutti venivano a vederlo e a chiedere grazie davanti alla sua salma. L'accompagnarono in folla al cimitero grandi e piccoli. Un prete che l'assisteva, ch'era un avvocato dei Santi (è il padrone della casa ove siamo) ci disse che il babbo era un santo perchè lui l'assistè fino all'ultimo respiro, e che tale bellezza era segno di santità».
(Così di passaggio faccio notare che nell'appartamento di Mons. Giuseppe Stella, ubicato sopra quello di Edvige, dal 1935 al 1945 è stato organizzato e composto in gran parte il Processo di S. Maria Goretti dal P. Mauro Liberati Passionista, Postulatore, e Mons. Giuseppe Stella, Avvocato della causa di S. Maria Goretti, che tanto hanno lavorato insieme per quel Processo di Canonizzazione. È il sacerdote di cui parla Edvige).
"Io e Paolina accompagnavamo babbo fino alla tomba; la gente dietro diceva: è morto un santo.
Angelina mia, il nostro adorato babbo in vita è stato sempre buono, onesto, non fissava mai donne, le mandava via; se qualche persona faceva discorsi non buoni, «via», diceva, «via», come ad anime brutte; era un santo il nostro caro babbo.
Angelina mia, seguita a pregare per il nostro adorato babbo e fa pregare tutte le tue amiche invitandole a ricevere tutte la S. Comunione.
Fammi questo, mia cara sorellina, fammelo! Bada, in questo modo in Paradiso avrai un santo protettore in più: scrivilo pure alla cara Giuseppina."
Aggiunge Paolina:
«Prima di morire ci chiamò al suo letto di morte e ci benedì, dicendoci che, dopo morto, sarebbe stato spiritualmente vicino a noi. Il babbo apparve qualche volta ad Edvige e le disse che sarebbe rimasto poco tempo in Purgatorio con l'aiuto delle sue Preghiere».
CAP VI
PRUDENZA E SEMPLICITÀ DI EDVIGE
Tutti sanno che la prudenza è una virtù fondamentale. Infatti il suo contrario, l'imprudenza, intacca e distrugge ogni crescita interiore. La prudenza invece sublima la virtù, la fa splendere e apprezzare da Dio e dagli uomini.
Quando la prudenza, che è una buona qualità umana, viene animata dalla fede, da motivi soprannaturali, allora abbiamo la prudenza cristiana, la prudenza dei santi, che sanno indirizzare e subordinare tutto a Dio.
Tale è la prudenza di Edvige Carboni, una di quelle vergini prudenti di cui parla il santo Vangelo, come lo dimostrano le opere della sua vita e le numerose testimonianze su di lei.
«Ha sempre dimostrato le belle qualità di donna saggia, donna veramente esemplare» - attesta una sua antica conoscente, Minnia Angius.
«Ricordo come consigliasse piamente tutti coloro che a lei si rivolgevano per sciogliere dubbi e avere conforto nelle traversie della vita» - aggiunge Luigia Carotti Allegrini.
Chi non sa che senza una grande prudenza, qualunque consiglio può generare rovina? Perciò il consiglio è uno dei sette doni dello Spirito Santo, il quale agisce specialmente nelle anime piene di Dio. Tale era Edvige. Lei però non la pensava così.
«Sommamente umile, aveva timore anche di dare un consiglio, perchè - diceva lei - non aveva nessuna prerogativa a fare ciò. Invece quanto era saggio il suo parere! Si vedeva la mente illuminata da Dio».
Perciò veniva anche consultata da persone di riguardo, ad esempio, Mons. Vitali di Roma, per cose di rilevante importanza.
Ho inteso dire da Paolina che, dopo un periodo burrascoso nella parrocchia di Pozzomaggiore, il Vescovo di Alghero si rivolse a lei per avere un parere sulla scelta del nuovo parroco. Edvige espresse umilmente le sue idee, indicando Don Angelico Fadda che tanto bene ha fatto, poi, in qualità di Parroco di Pozzomaggiore, e che tutta la popolazione ricorda con venerazione.
Spigoliamo fra le testimonianze:
"Nel dare i suoi consigli, la Serva di Dio aveva sempre presente la maggior gloria di Dio e il bene di coloro ai quali parlava" (Paolina). "Edvige era molto seria e molto quadrata, e faceva le cose dopo avervi pensato" (Caterina Fonnesu).
"La serva di Dio parlava poco, ed era prudente nell'esprimere i suoi pensieri. Lo stesso dicasi di quando dava consigli a qualcuno".
"La prudenza della Serva di Dio si manifestava nella sua grande moderazione nel parlare; la comunità di Marino era composta da sette Maestre Pie, ma nessuna di esse si accorse o seppe dei doni straordinari di cui la Serva di Dio era insignita".
Per non dilungarmi aggiungo quest'altra testimonianza soltanto. Maria Tumminello, impiegata, che abitava al piano sottostante a quello di Edvige a Roma, afferma: "L'ho trovata molto prudente, equilibrata, amante della giustizia, temperante. E quando si sentiva male, bastava una piccola attestazione da parte mia o di mia madre, per sentirsi sollevata e riconoscente".
Inutile aggiungere che a lei ricorrevano sacerdoti, suore, persone secolari, peccatori..., e a tutti dava buoni consigli.
Conseguenza di questo lume interiore che la guidava era una specie di sicurezza nelle sue azioni, senza tentennamenti. Fu ben notato da alcune testi nel suo Processo canonico:
«Ho trovato in Edvige una persona prudente, giusta, decisa nell'agire».
«Sempre prudente nelle sue azioni, piena di senso della giustizia, coraggiosa nelle difficoltà e contenta di quel poco che il Signore le aveva dato».
Questa sicurezza emerge specialmente nell'indicare con certezza la vocazione da seguire per alcuni giovani, ad esempio, Giuseppina Azzena, alla quale indicò con tanta chiarezza l'Istituto della Visitazione, quello, cioè, di S. Margherita Alacoque, la veggente del S. Cuore.
Ciò è facilmente comprensibile se si pensa alle continue visioni soprannaturali nelle quali le parlavano il Signore, la Madonna, gli Angeli e i Santi.
Qui necessita chiarire un fatto. Negli ultimi anni della sua vita, Edvige ebbe un'amica carissima a Roma, alla quale confidò tantissimi segreti spirituali e grazie di ogni sorta, ricevute da Gesù. Questa amica è Vitalia Scodina, di origine sarda, ma domiciliata nella capitale. Senza di questa amica saremmo all'oscuro di gran parte della vita spirituale di Edvige.
Come è possibile conciliare la prudenza e l'umiltà della Serva di Dio con questa grande apertura d'animo che le faceva confidare tutto all'amica?
Ci scioglie questo interrogativo la stessa Vitalia:
«Edvige era prudente e, prima di tutto, nel non parlare mai di sè stessa. Solo con me, e negli ultimi tempi della sua vita, si è confidata per ordine di Gesù, come essa stessa mi precisò».
Gesù volle questo per non farci rimanere all'oscuro di tanti preziosi carismi donati a Edvige per il suo messaggio del soprannaturale all'umanità.
Prima di voltar pagina un'ultima testimonianza:
«Ho potuto ammirare la sua bontà, la carità, la semplicità nel parlare e nel vestire; il suo nascondimento e l'umiltà» (Lina Pischedda Pes).
E così attuava in sè il detto di Gesù: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe».
Pensieri di Edvige sul mondo e sul rispetto umano (Dalle sue lettere)
- Il mondo è cattivo, non il mondo fatto da Dio; è cattivo il peccato che vi esiste.
- Sorella mia, che mondo cattivo! Se vedessi le donne fumare, mezze nude, eppure hanno fame!
- Al buon Gesù non piace il male... Più di coscienza si deve vivere! con educazione...
- Amici di tutti, ma fidarsi di Dio solo!
- Gesù non ama quelli che hanno la testa come le banderuole, che ad ogni vento si girano, per ogni cosa si offendono. Non va bene. Gesù ama gli umili.
- X.X. frequenta i sacramenti? Seguiti ad essere sempre religioso, senza rispetto umano: Gesù lo premierà.
- Le vie sono due soltanto: quella del paradiso e quella dell'inferno. Una terza non si trova: è inutile cercarla.
- Basta l'anima che, illuminata da Dio, disprezza i beni e i godimenti terreni per apprezzare i futuri dell'eternità.
- Fuggi il rispetto umano!
CAP. VII
FORTEZZA, PAZIENZA E PERDONO DELLE OFFESE
Sono inseparabili, queste tre virtù evangeliche; si danno la mano l'una l'altra, e non si trovano mai sole.
La Fortezza
Il Vaticano II presenta in più documenti la fortezza cristiana come Dono dello Spirito Santo. Quindi un'azione divina che corrobora la volontà, sempre in difficoltà per le tante situazioni umane, naturali e preternaturali che la ostacolano nel suo cammino spirituale. Questo Dono viene dato specialmente nella Cresima ed anche con gli altri sacramenti e, in genere, con la grazia santificante. Osserva uno scrittore di cose mistiche: "L'operazione dei doni dello Spirito Santo suppone una risposta libera dell'uomo e la docilità allo Spirito Santo, per la quale ragione l'attività connessa al dono è anche meritoria".
E il Tanquerey commenta: "Il segreto della nostra fortezza sta nella diffidenza di noi e nella assoluta confidenza in Dio. Incapaci di fare nulla di bene nell'ordine soprannaturale senza l'aiuto della grazia, diventiamo partecipi della stessa forza di Dio e riusciamo invincibili se procuriamo di appoggiarci a Gesù (...) A questa doppia disposizione bisogna aggiungere profonde convinzioni e abitudine di operare secondo queste convinzioni.
Convinzioni fondate sulle grandi verità, in particolare sul fine dell'uomo e del cristiano, sulla necessità di sacrificare tutto per conseguire questo fine; sull'orrore che deve ispirarci il peccato, solo ostacolo al nostro fine; sulla necessità di sottomettere la nostra volontà
a quella di Dio onde schivare il peccato e conseguire il fine, ecc.". La condotta di Edvige durante tutta la sua vita è modellata su questi principi. E il lettore se ne sarà accorto da se stesso nel leggere la prima parte di questo libro. Qui aggiungiamo qualche altra notizia. Racconta Paolina: "La Serva di Dio era fornita della virtù della fortezza, tanto che io la definivo una martire per tutte le sofferenze che ha patito nell'anima e nel corpo.
Ricordo la fortezza meravigliosa con la quale ricevette il telegramma dell'improvvisa morte di mio fratello Giorgio, giovane di appena 37 anni e sposato da pochi mesi. In quella circostanza ho potuto notare la contenutezza e il dominio che la Serva di Dio aveva sui più comuni sentimenti naturali.
Uguale contegno notai in lei di fronte alla morte di papà e ancor più della mamma, che metteva in particolare disagio tutta la famiglia". L'amica Vitalia descrive a lungo nei processi un'altra fonte di sofferenze insolite che misero in risalto la sua fortezza: le persecuzioni diaboliche, di cui parlerò diffusamente più avanti.
Un colpo d'ira può infrangere anche il vincolo del sangue. A Pozzomaggiore Edvige ricevette un calcio dal fratello Giorgio: eppure si volevano tanto bene! Fu costretta a stare lungo tempo a letto con la caviglia rotta, causatale da quel gesto insano. Lo discolpò dicendo "che tutto era stato per colpa del diavolo", e non solo lo scusò, ma poi anche tanto pregò per lui, e continuò a volergli bene più di prima.
Affrontare la vita in mezzo ai disagi, senza lamentarsi, non è poco. La sua conoscente Pietruccia Piu di Pozzomaggiore afferma di lei che si dimostrò sempre "coraggiosa nelle difficoltà e contenta di quel poco che il Signore le aveva dato".
Nelle inevitabili infermità e nei fenomeni straordinari che ebbe, rifulse più che mai la sua fortezza. "Mai perdeva la calma, agiva con molta pazienza e moderazione e non si avviliva di fronte ai commenti poco benevoli che si facevano sopra di lei".
Sua inalterabile pazienza
"La pazienza è una virtù cristiana che ci fa sopportare con animo tranquillo, per amor di Dio e in unione con Gesù Cristo, i patimenti fisici o morali".
Stimolo ad essere pazienti è di fare la volontà di Dio. "Ma lo stimolo più efficace è la meditazione di Gesù che patisce e muore per noi (...) Le anime nobili e generose vi aggiungono un motivo di apostolato: patiscono per dar compimento alla passione del Salvatore Gesù, lavorando così alla redenzione delle anime. Qui sta il segreto della pazienza dei santi e dell'amore loro per la croce".
In questo è come dipinta la vita di Edvige. Il suo comportamento e le sue lettere traboccano di questa virtù. E tutto con animo tranquillo. Questa pazienza ammirabile rimase scolpita nel ricordo di quanti la conobbero, e oggi ne fanno ampia testimonianza.
Tecla Vernacchia afferma "di non aver mai rilevato in essa uno scatto, per quanto lieve, nè un alzar di voce, nè un moto avvertito d'impazienza".
"Che cosa ci vuoi fare - invariabilmente era il suo motto - sia tutto per amor di Dio!'.
Par di sentir rivivere in lei la calma e la pazienza della sua mamma che usava simili espressioni.
Tutto ciò è confermato anche dall'amica Vitalia che attesta: "Edvige era di carattere molto mite e di una pazienza ammirevole. Non s'inquietava mai. Tutte le cose se le prendeva con santa rassegnazione dicendo: "Sia fatta la volontà di Dio!".
E questo non per un giorno, per una circostanza, ma per l'intera vita. Qui tutti i testimoni sono concordi.
E la pazienza suppone una grande padronanza di sè, e uno spirito di sacrificio a tutta prova.
Perdono delle offese
Direttamente connesso con la pazienza e la fortezza è il perdono delle offese che suppone una buona dose d'umiltà vera e d'amor di Dio. Infatti la superbia, l'orgoglio, l'amor proprio spingono alla vendetta, e fanno considerare una viltà il perdono delle offese, e rendono incomprensibile il beneficare le persone dalle quali si ricevono dei torti. Direi quasi che questa virtù del perdono delle offese è la pietra di paragone, il controllo, per vedere se le altre virtù sono veramente virtù o finzioni temporanee.
«La bontà di Edvige - attesta la sua grande confidente, Angelina Azzena -, perdonava sinceramente tutti, non escluse quelle persone che la deridevano e l'offendevano».
I fatti, più sopra riportati, parlano da sè. Alla loro luce chi avesse ancora qualche dubbio sull'eroicità delle sue virtù è ora che lo deponga e dia luogo a una serena ammirazione. E si può vedere anche da quanto segue:
«In tempo di guerra, nonostante la sua cattiva salute (soffriva di nefrite cronica e di angina pectoris) e la sua età avanzata, Edvige beneficò per diverso tempo un'Opera Religiosa nascente, adoperandosi quanto più poteva per non farle mancare nulla.
Un giorno vide una suora di quell'istituto, china a terra per lavare i pavimenti. Mossa a compassione, il giorno dopo le portò uno scopettone a manico lungo, senza badare, sul tram, alla gente che, sotto sotto, la metteva in ridicolo. A quelle povere suore donava biancheria e tutto quel che poteva.
Questa piccola comunità di suore eseguiva lavori di maglieria, ma poco era conosciuta; Edvige s'ingegnò a procurarle clienti, sia nel nostro palazzo che nelle zone vicine.
Le fece conoscere anche una ricca signora che, dietro preghiera di Edvige, procurò a quella piccola comunità lavoro, viveri ed ogni ben di Dio.
Purtroppo, così permettendole il Signore per meglio santificarla, Edvige venne ricompensatra con tanta ingratitudine dalla superiora di quelle suore. Ben presto le fecero perdere l'amicizia e la stima di quella signora che aveva fatto loro conoscere, e gliela misero contro.
Tra il 1941-44, avendo noi bisogno di denaro, le aveva venduto un bellissimo cuscinetto friulano, che Edvige aveva fatto, con tanta pazienza e precisione, per noi.
Alla signora piaque tanto quel cuscino e ci dette 300 lire. Un giorno lo fece vedere a quelle suore che glielo disprezzarono. La ricca signora ne fece un pettegolezzo; mandò a chiamare mia sorella in casa sua e, indispettita, le strappò il cuscino ricamato davanti agli occhi. Per di più pretese la restituzione della somma che le aveva versato. Allora per noi quella cifra valeva milioni e, non avendo la possibilità di restituirgliela, Edvige dovette farsela prestare dalla sua cara amica Vitalia Scodina.
Pare si riferisca a questo affronto la visione seguente, annotata da Edvige nel suo Diario:
«4 Maggio 1941. Ho avuto una grande umiliazione da una Signora. Mentre pregavo mi si presentò la Vergine Ausiliatrice col Bambino in braccio. Io, inginocchiata davanti, pregavo e piangevo; la Madonna celeste mi sorrise e mi diede per un momento il S. Bambino. Passai pochi momenti di paradiso».
Un giorno la superiora di quell'istituto venne a casa nostra e, con aria di disprezzo, ci disse che da noi non aveva mai ricevuto la carità. Edvige le rispose umilmente che aveva ragione, ma che non aveva potuto far di più per lei, dato che doveva vivere col modesto stipendio della sorella. In cuor suo Edvige perdonò le offese ricevute, continuando a beneficarle.
Una volta infatti che quelle suore erano prive di pane da circa tre giorni (si pensi al tempo di guerra), Edvige, come ispirata dal Signore, portò loro una grossa pagnotta. Meravigliate sussurrarono che glielo aveva ispirato Dio.
Mi pare appunto che sia connessa con questi fatti la visione seguente, notata nel Diario.
«S Giugno 1941. Gesù con la Vergine Ausiliatrice mi disse. Tali Suore sono senza pane, oggi per mio amore darai la metà dell'offerta che dovevi a S. Antonio, ossia alle orfanelle, a dette suore. Io risposi: Obbedisco, però mi hanno fatto piangere. E Lui: non fa niente. Nel libro della vita ci devi scrivere altre sofferenze».
«Sempre in tempo di guerra, quando i viveri mancavano, molte volte mia sorella invitò a pranzo quelle religiose, offrendo loro ripetutamente pane e carne, che allora costavano molto cari a borsa nera».
Nel dopoguerra a Edvige era rimasta una sola camicia, perchè le altre le aveva regalate ai poveri sfollati. E io solevo dirle che se avessi dovuto portarla all'ospedale per una malattia, non avrebbe avuto nemmeno una camicia per cambiarsi. Ella, calma e sorridente, rispondeva che non le importava, perchè il suo Signore ci avrebbe certamente pensato.
«Un giorno Edvige ricevette dal fratello Antonio (era in America) una lettera nella quale diceva: "Mi è giunta notizia che voi non conducete una vita corretta, ma scandalosa; e ciò mi stupisce conoscendo la vostra moralità. Sarebbe stato molto meglio allora che vi foste create una famiglia, se ciò che è stato scritto fosse vero. La lettera è anonima".
Edvige non dette importanza al fatto, e anzi più tardi, seppe da Gesù il nome del calunniatore. Ella non solo dimenticò perdonando, ma quando la necessità nera entrò nella casa di colui che aveva scritto ad Antonio, ella andò e offri qualche biglietto da mille e dei viveri. Edvige seguiva alla perfezione l'insegnamento del suo Sposo celeste: "Perdonate dimenticando all'infinito".
Da lettera spedita il 5.1.1927 alle amiche Angelina e Giuseppina, dopo il ritorno da Calangianus a Pozzomaggiore:
"Mia buona Giuseppina, ti chiedo un favore: canta per me un inno di ringraziamento al Signore per un regalo che ricevetti, non appena (ritornata), dalle mie amiche di paese. Mi dissero che eravamo venute a Calangianus per cercare uomini a sposarci. Questo le poche che giurarono.
Mio Dio che pensieri brutti che fanno quelle anime! Io sono sposa di Gesù da bambina; Paolina è innocente. Mi accusarono al Missionario come io ero venuta per quello che ho detto.
Giuseppina mia, prega per quelle anime ed amale. Io per dette anime con questa calunnia mi sembra di averle messo un nuovo amore. Soffrire sempre e non morire mai. Ti perseguiteremo fino alla morte, mi dissero. Che fortuna, Giuseppina mia, morire perseguitata, morire come una martire, che bello!".
Pensieri di Edvige sul perdono delle offese (Dalle sue lettere)
- Che sono mai le mortificazioni, le persecuzioni, le umiliazioni, i patimenti e qualunque altra cosa in confronto del Paradiso che ci meritiamo con questi?
- Non dovete odiare il nemico, no, no, perchè Gesù anche per quei disgraziati sparse il Sangue Santissimo. Pregate, pregate per coloro che sono diretti dal nemico di Dio.
- Ama le persone che ti hanno fatto del male; amale e perdonale, altrimenti ricordati che non puoi recitare il Pater Noster.
- Io voglio bene a tutti gli uomini del mondo, cattivi e buoni, tutti li ho messi dentro il mio povero cuore bruciato.
CAP. VIII
SPIRITO DI PENITENZA E DI POVERTA’ DI EDVIGE
Lo spirito di penitenza o «mortificazione» è una caratteristica di tutte le anime sante che, meditando le pene del Salvatore, sentono il desiderio di conformare la propria vita a quella di Lui che si sottopose, con tanto amore, a tutte le pene per noi.
Edvige fu straordinaria anche nella penitenza.
«Sentivo dire di penitenze e di sacrifici straordinari cui Edvige si sottoponeva e di prodigi straordinari che accadevano in virtù delle sue preghiere e attorno alla sua persona», attesta Pietro Fadda, nativo di Pozzomaggiore e deputato al Parlamento per due legislature. «Mia sorella - aggiunge Paolina -, trattava il suo corpo con rudezza. Soffriva con pazienza fame, sete, freddo, caldo... Se in famiglia qualcosa non piaceva, la mangiava lei per mortificazione.
Molte volte l'esortavo a nutrirsi. Non si curava del suo corpo... Diceva: "Quante delicatezze per questo corpaccio!".
Non era attaccata ai beni della terra e regalava con facilità anche oggetti d'oro che le erano stati offerti da persone amiche. Di tutto ella si privava: libri, quadri, immagini sacre, oggetti diversi.
Non aveva riguardi per sè: si asciugava con panni ruvidi che non erano asciugamani, ma panni da cucina, tessuti con telaio in casa quando era ancora giovane. Soltanto negli ultimi anni, dietro mia insistenza - continua a dire la sorella - si asciugava con un asciugamano di spugna che lei considerava un lusso.
Gli abiti le duravano anni e anni. Indossava la biancheria più ordinaria, rattoppata e ruvida. Quando morì portava una sottoveste comune, da poverella... Se qualche volta andava un pò ben vestita, lo faceva per me che ero insegnante, e per non farmi fare brutta figura davanti alle mie colleghe che la conoscevano.
Soleva dire: Che importa se il mondo mi disprezza? Dobbiamo essere buone per piacere a Gesù. Il mondo è vanità, è un cane che abbaia!»
E intendeva dire del mondo di cui parlò Gesù..., il mondo di queste tenebre..., il mondo tutto posto nel maligno...
Questo distacco dal mondo proveniva in lei da spirito di fede, nutrito nel suo cuore da sempre.
«Edvige sin da piccola - è ancora Paolina a dirlo - si dimostrava distaccata dalle frivolezze di questo mondo e dalle comodità. Soleva dire: "Che cosa sono gli onori e le ricchezze di questo mondo in paragone dei godimenti di lassù nel cielo?. Niente in cielo portiamo, ma soltanto le buone opere che abbiamo fatto in vita; le ricchezze le lasciamo su questa terra». Era distaccata dai beni fugaci, perchè amava quelli del cielo. Un giorno venne in casa nostra l'amica Vitalia Scodina e ci disse che una sua conoscente aveva avuto la fortuna di guadagnare una forte somma di denaro.
Edvige con voce calma e indifferente a tale notizia, rispose: «lo non invidio il suo denaro, ma invidio Maria Goretti e Gemma Galgani (le chiamava così familiarmente) pérchè hanno saputo conquistarsi il Paradiso.
Spirito di povertà
Tenendo presente il materiale portato ad Alghero, spicca un altro lato della vita della Serva di Dio: uno straordinario spirito personale di povertà. Oltre i capi di vestiario e di biancheria accuratamente conservati, vi sono alcuni involti di stoffe di "paracadute" che il fratello Antonio le mandava dall'America. E lei se ne serviva per confezionare sottovesti per sè stessa. Non sappiamo se anche per altre persone povere.
Erano i tempi di guerra o del primo dopoguerra in cui tutto scarseggiava.
Altri involucri contengono ritagli di stoffa comune da servire per rattoppi; un altro raccoglie, ben puliti e piegati, stracci per spolverare, ricavati da biancheria fuori uso.
Ci sono due scatole ricucite ai bordi con filo di refe, essendosi strappate. Dovevano essere proprio i tempi più neri della guerra quando fece questo per custodire posaterie e altre cose povere come le scatole!
Un'altra scatola più grande e forte, invece, contiene piccole ferramenta domestiche tutte insieme: chiodi vecchi e nuovi, martello, tenaglie, cacciaviti e altre minutaglie del genere che le servivano nelle ordinarie piccole riparazioni famigliari.
Come si vede era molto industriosa, economica, previdente. Messi tutti insieme questi rilievi, fanno vedere che Edvige era una donna intelligente, ben dotata, saggia, laboriosa, che fa ricordare quella descritta nella Bibbia.
Insegnano gli scrittori di spiritualità che nella vita presente l'amor di Dio non può praticarsi senza rinunziare all'amore disordinato di sè stessi: in pratica all'amore bisogna aggiungere il sacrificio.
Si può dire che tutte le nostre opere- buone sono insieme atti di amore e atti di sacrificio: atti di sacrificio in quanto ci distaccano dalle creature e da noi stessi; atti di amore in quanto ci uniscono a Dio.
Ora vediamo come anche i pensieri di Edvige corrispondano a questi insegnamenti.
Pensieri di Edvige sulla penitenza (Dalle sue lettere)
- Soffrire tutto per Gesù! Tutto è poco per suo amore! Soffrire con amore e poi il santo Paradiso!
- In Paradiso non si entra se prima non attraversiamo la via del Calvario.
- Bisogna passare per la via del Calvario. Non vi è altra via di mezzo. Una sola: quella che trafficò Gesù, e poi di seguito la traversarono i santi e le sante. Per godere eternamente bisogna prima soffrire, soffrire senza tregua.
- Preghiamo Gesù che c'innamori tanto e poi tanto delle croci, dei dispiaceri, dei disprezzi e dei dolori, anche della povertà.
- Se un Dio, Sapienza Infinita, Santità infinita, ha scelto per sè e per i suoi cari la strada del Calvario, noi cristiane vorremmo camminare per altra via, come se Egli non avesse saputo scegliere la migliore?
- Le croci sono il più prezioso monile della nostra vita cristiana.
- La croce bisogna accoglierla come Gesù ce la manda, sia infiorata di rose, sia di gigli o di spine: noi dobbiamo chinare il capo e dire. «fiat».
- Sento che le sofferenze accettate sono le monete di maggiore valore per acquistare un posto in Paradiso. E, soprattutto, ci rendono oggetto di compiacenza da parte di Dio che ama tanto vedere negli uomini i lineamenti del suo Figlio Santissimo.
- Io voglio soffrire tutto per amore di Gesù, affinchè si salvino le anime.
- I grandi santi e sante tutti sono passati per la via del Calvario.
- È grande misericordia del Signore stare in basso e patire alcun poco, perché come gli alberi sbattuti dalla bufera, meglio sprofondano le loro radici e crescono più forti, così noi diventeremo più robusti se Iddio si degnerà di flagellarci coi venti di grande prove. Nessun santo si è fatto santo senza prima soffrire tutte le pene che soffrì il nostro Divino Sposo.
- La divisa per conoscere se siamo figli di Dio è la Croce, segno benedetto che tutti dobbiamo baciare con amore.
- Uno sguardo al Crocifisso e poi dirai con gioia: Patirò volentieri ed amerò di cuore, sempre, il mio Gesù.
- Ama la croce e portala con amore perché i patimenti sono necessari per togliere il grave disordine che nella natura umana ha cagionato il peccato.
CAP. IX
PUREZZA DI EDVIGE
Dopo quanto è stato detto basterà un accenno a questa virtù che forma l'habitat spirituale in cui si sviluppano tutte le altre. Infatti, come ogni vivente - vegetale o animale - ha bisogno del «suo» ambiente, adatto alle proprie condizioni di vita, così tutte le virtù cristiane, per sviluppare, per fiorire e per fruttificare hanno bisogno del loro ambiente spirituale e morale: la purezza cristiana. Senza di essa le altre virtù non attecchiscono e, se coltivate per forza stentano e periscono ben presto.
Che Edvige fosse un'anima pura lo dimostrano già tutte le altre virtù, cosi fiorenti, che sono cresciute in essa. Ma riferiamo solo qualche fatto:
Vitalia conferma: «La Serva di Dio era pura come un angelo. Per mantenersi pura pregava e si mortificava. Era modesta nel comportarsi, come nel vestire; e sempre occupata, perchè temeva l'ozio...
La sua conversazione verteva abitualmente su cose spirituali, mai di cose di mondo, mai di cose inutili.
«Quando qualcuno, nel discorso, parlava di cose non buone - riferisce la sorella - Edvige deviava il discorso su altri argomenti». Ma tentazioni ce ne sono per tutti. Basta mettersi sulla via del cedimento per arrivare, a poco a poco, fino al precipizio.
Edvige seppe resistervi e mantenersi salda, con l'aiuto di Dio. Giorgino, fratello della Serva di Dio, aveva invitato i suoi amici a casa sua, ed Edvige, allora giovane, cercò di fargli fare una bella figura preparandogli un buon pranzo e dei bei dolci come sapeva fare lei. Fu durante il pranzo che uno di questi giovani, impiegato, se ne uscì con questa espressione: «Edvige mi piace, è tanto carina! ». Ma lei fece finta di non sentire. Il suo cuore era legato ben saldamente a Gesù.
«Mia sorella rimase indifferente a quel complimento, perchè aveva offerto il suo cuore a Gesù - conclude Paolina -, che riferisce l'episodio avvenuto in sua presenza».
Pare che il babbo stesso sia stato a suggerirle, fin da giovinetta, i mezzi e il modo di allontanare i pericoli contro la purezza. Egli amava molto questa virtù, come il padre di S. Teresina del Bambino Gesù.
Quando morì, i suoi vicini di Albano Laziale, lo chiamavano «il nostro S. Giuseppe».
Dice di lui la figlia Paolina: «Aveva uno sguardo di cielo, sembrava un patriarca dell'Antico Testamento».
Qualche altra testimonianza fra tante:
Circa le virtù della castità il mio parere è nettamente favorevole. Nessuno ha potuto dir nulla su di lei, perchè è stata riservata e modesta nel parlare, nel vestire, nel trattare.
«La castità era la virtù che la Serva di Dio prediligeva». Edvige se incontrava ragazze seminude o con la sigaretta in bocca, così le affrontava: Povero mondo! Povera Italia cattolica!... Voi attirate i castighi di Dio sull'umanità! Che vergogna... S. Teresina e S. Gemma non vestivano così! In questo modo Gesù non è contento di voi e non lo è nemmeno l'Angelo Custode!
Rimproverava tutti senza paura, quando si trattava della serietà morale e della purezza.
E il sacerdote Giulio Reali: «Era ineccepibile nella virtù della castità».
Aggiungo solo qualche constatazione: chi l'avvicinava si sentiva portato a essere migliore.
«Mons. Vitali, ora defunto, e P. Ignazio hanno dichiarato che lo stare a contatto con la Serva di Dio fu per loro incentivo a migliorarsi».
Lo stesso attesta Paolina.
Pensieri di Edvige sulla purezza (Dalle sue lettere e dal Diario)
- Il disonesto e l'ubriacone si attira la maledizione!
- Gli amoreggiamenti da bambina sono sempre una rovina!
- Un'anima prima di decidersi a tale stato (il matrimonio) deve pregare, pregare, non amoreggiare leggermente.
- Sii sempre buono; Gesù ti vuole puro. Fuggi i compagni cattivi, fuggili come la peste. Un uomo puro è buono per la patria, per la società e per Iddio.
- Gesù stamattina mi ha detto: Nei cristiani la purezza è una virtù soprannaturale, si ottiene con la preghiera.
- (Gesù): Il mio sangue prezioso si chiama cibo che produce illibatezza. Figliola mia, il primo sconcerto, che l'uomo sentì in sè dopo il peccato, fu la ribellione del senso; e questa tutt'ora è la cagione di tanti mali in vita e dannazione in morte. Disonori, miserie, discordie, omicidi, e, di più, 1'impenitenza finale sono i terribili effetti della disonestà.
CAP. X
LA SUA UMILTÀ E MITEZZA
"L'umiltà è la maestra e la madre di tutte le virtù" (S. Gregorio Magno) Edvige era di carattere molto mite e di una pazienza ammirevole. Non si inquietava mai. Tutte le cose le prendeva con santa rassegnazione, dicendo: Sia fatta la volontà di Dio!.
Chi conobbe Edvige vide in lei la personificazione dell'umiltà cristiana: i suoi modi erano di una modestia straordinaria, e il suo parlare rivelava molta umiltà; cercava sempre di celarsi, di non mettersi in vista. Era umile e andava d'accordo con tutti.
Ciò è appunto il frutto dell'umiltà; invece la superbia mette zizzania fra le persone e crea infiniti disagi per tutti.
Ma sentiamo il parere di Francesco Azzena. Di solito gli uomini vedono le cose da altri punti di vista; e di umiltà se ne intendono poco. Egli l'ebbe ospite delle sorelle in casa sua a Calangianus per quindici giorni. Così ha deposto:
"Sopra ogni altra cosa Edvige aveva quell'umiltà che in lei eccelleva e traspariva da ogni suo discorso, da ogni atto che compiva con sorriso dolce e sereno, forse frutto della sofferenza continua che in lei aveva preso dimora fissa e che si era imposta per il bene delle anime a lei affidate, e per il santo sacerdozio per il quale si era offerta in olocausto".
Anche a Roma fece la stessa impressione a tutti quelli che la conobbero:
"Ciò che più mi ha colpito nella vita della Serva di Dio, è stata la sua umiltà e il suo perfetto nascondimento - attesta Argia Papini -. Non si faceva mai avanti di nessuno; sembrava quasi che non esistesse; parlava poco ed usava parole ben misurate".
Tutte le testimonianze, e sono tante, concordano sul punto dell'umiltà e mitezza di Edvige Carboni. Eccone solo alcune:
"A mio giudizio, asserisce Giovanna Maria Calaresu, Edvige si è distinta per l'umiltà che la spingeva ad essere a disposizione di tutti in qualsiasi momento vi fosse da fare un pò di bene".
E qui non si può tacere un episodio che ha dell'eroico. Lo riferisce Maria Luisa Marongiu:
"In paese era risaputo che la Serva di Dio aveva esercitato in grado eroico la virtù dell'umiltà e della pazienza nell'assistere la nonna materna che, pur essendo un donnone di mole enorme e paralizzata, non voleva che nessuno la toccasse all'infuori di Edvige. Ciò nonostante quella donna usava sgarberie e trattava male la nipote, che non poteva nemmeno recarsi in chiesa a piacimento. Una volta, tornando dalla messa, trovò che la nonna si era sporcata. Questa, adirata, lanciò le feci in faccia ad Edvige che le ricevette in umiltà e silenzio". Ora sentiamo Angelina Azzena:
"Era l'umiltà la virtù che maggiormente spiccava nella Serva di Dio; il suo modo di parlare, il suo modo di guardare e di giudicare persone e cose, era tutto un esercizio di umiltà".
"L'umiltà della Serva di Dio, aggiunge Vitalia, era veramente grande e si manifestava principalmente nel perdono generoso che concedeva a chiunque l'avesse offesa... Ho saputo da Edvige del perdono che concesse a una signora di via Tuscolana che l'aveva umiliata. Questa si tenne anche imbronciata per diverso tempo, îinchè la Serva di Dio non le si accostò per prima e le rivolse la parola. L'umiltà della serva di Dio si può commisurare dal discorso che mi fece un giorno, parlando di un peccatore: "Se Gesù non mi tenesse le mani in capo, chissà se anch'io non sarei capace di compiere simili cose?".
Tanta umiltà la portava naturalmente alla familiarità e condiscendenza coi piccoli. Anche Gesù, mite ed umile di cuore, si vedeva volentieri circondato dai bambini e si faceva piccolo con loro.
L'ultima della famiglia fu Paolina. Di conseguenza la beniamina, quella a cui venivano date tutte vinte. Coi capricci e le bizze proprie dei bimbi faceva un pb disperare Edvige che era ormai una ragazza fatta.
Racconta Paolina: «Ero molto vivace e giocherellona. Le compagne di scuola le facevo venire nel mio cortile per giocare, e lei, paziente non si lamentava mai, anche se facevamo un chiasso indiavolato.
Giocavamo agli Angeli Custodi, come usano nelle processioni del mio paese durante la Settimana Santa, ed essa ci faceva le ali di cartone.
Mi aiutava a tagliare vestitini e cuffiette e accomodava le bambole rotte. Rifaceva teste, occhi, nasi e cuciva vestitini.
Quando mi pettinava, volevo che mi raccontasse delle favole, e invitavo, perchè sentissero, le compagne di scuola che abitavano nella mia via; e tutte pendevano felici dalle sue labbra».
Se la sua umiltà fu grande davanti al prossimo, fu immensa davanti a Dio, come ce lo dimostra la seguente preghiera dell'umiltà: «Sono un membro mistico del Tuo Figlio: un pò di fango di fronte al Sole!. Intieramente miserabile, mi prostro davanti alla Tua Grazia: ogni giorno moltiplico peccati. Tuo figlio ci ha riscattato col suo Sangue.
Tu sei Dio Padre, e io una miserabile, perchè tutti i giorni aumento le mie colpe. Non mi allontanare, o Signore, da Te!».
Pensieri di Edvige sull'umiltà (Dalle sue lettere)
- Io sono quella pianta che - come dice il vangelo - non dà frutto, e temo che il Signore, sdegnato di me, tagli l'albero della mia vita.
- La santa umiltà è proprio quella virtù che ci rende care a Dio
e che rende pregevoli perfino la più piccole cose.
- Vi confido che ho ricevuto dal Signore grazie grandissime, ma temo assai che, appunto per le mie cattiverie, il Signore abbia da fermare il corso delle sue misericordie.
- ...senza giudizio sono io che avendo tutti i mezzi, potendo far molto per il paradiso, faccio niente.
- Se tu sapessi quante croci!...; ma no, non sono croci, bensì cose meritate per i miei peccati.
- La passione della superbia è tanto radicata in me che per liberarmene si esige un atto dell'Onnipotenza Divina.
CAP. XII
EROICA OBBEDIENZA DELLA SERVA DI DIO
Questa virtù evangelica è giustamente ritenuta dal Vaticano II per "un dono della propria volontà nel servizio di Dio e dei fratelli", responsabile, volontario, che ci conforma a Cristo "il quale annientò sè stesso prendendo la condizione di servo..., fatto abbediente fino alla morte" (Fil., 2, 7-8). Cfr. PO, 15.
È una specie di sintonia della volontà umana con quella divina, espressa direttamente nella Legge di Dio e, indirettamente, attraverso quelli che lo rappresentano. Tutti i santi si sono specializzati in questa virtù. Anche la Serva di Dio Edvige Carboni.
La teste più qualificata a questo riguardo è la sua amica Vitalia. Essa depone: "La Serva di Dio fu obbediente, prima di tutto nei confronti di suo padre, finchè visse, e questo me lo confidò lei stessa.
Era poi obbedientissima alle disposizioni della S. Madre Chiesa. Allorchè il Santo Uffizio proibì la recita della preghiera detta "la coroncina della misericordia" la Serva di Dio smise subito di recitarla".
Altro atto di ubbidienza alla Chiesa, anche più eroico, riguardante P. Pio da Pietrelcina, lo troverai a pag. 288 di questo libro. Continua Vitalia:
"Ubbidiva prontamente ai suoi confessori. Ancora giovinetta - come essa mi raccontò - aveva abbandonato gli studi in Cagliari per attendere ai fratelli e alla mamma ammalata a Pozzomaggiore. Questo fu per obbedienza al confessore di allora.
Sebbene fosse maggiore di molti anni di Paolina, obbediva alla stessa con mitezza e docilità ammirevoli in tutto ciò che la comandava.
Anche quando era rapita in estasi bastava che, Mons. Massini o altri confessori le dicessero di rientrare in sè, in virtù di santa obbedienza, che la Serva di Dio faceva ciò immediatamente. Persino uno degli ultimi atti della sua vita fu un atto di obbedienza a Paolina. La sera in cui la Serva di Dio morì improvvisamente, aveva espresso il desiderio di recarsi da Padre Ignazio alla Scala Santa, ma obbedì poi prontamente alla sorella Paolina che aveva preferito recarsi a Santa Maria Maggiore per ascoltare la predica di Padre Lombardi".
Quanto deposto da Vitalia è confermato da Sr. M. Longaroni che precisa: "...Eppure la Paola era donna piuttosto esigente; fu per essere obbediente alla sorella che (Edvige) si recò per l'ultima volta a Santa Maria Maggiore, nonostante il freddo intenso di quella sera, che fu per lei micidiale perchè soffriva di angina pectoris").
E la stessa Paolina, oltre ricordare quanto sopra, aggiunge: "Un Padre Salesiano consigliò ad Edvige e a me di fare il voto di obbedienza reciprocamente: così fu fatto ed Edvige osservò scrupolosamente questo voto".
Altri atti di obbedienza che le costarono moltissimo, furono quelli di farsi fotografare con le stimmate, per ordine del suo confessore e parroco, D. Luigi Carta; e quello di scrivere il suo Diario per ordine di un'altro confessore: Mons. Massimi. Quanto in lei fosse radicato il concetto dell'ubbidienza si può cogliere anche dall'espressione più ricorrente nella sua giornata e nei suoi scritti:
“Sia fatta la volontà di Dio”
Questa sincera manifestazione della sua sottomissione alle disposizioni divine, è talmente frequente nei suoi scritti e nelle deposizioni processuali, che appare come un'abitudine spirituale della sua vita.
E non finiva di raccomandarlo anche alle persone a lei tanto care: "Bisogna che NN. sia più obbediente e più umile verso chi il Signore (le) diede per sue Superiore: umiltà e obbedienza Gesù vuole da noi tutte".
CAP. XII
GENTILEZZA, AFFABILITA’, UMANITA’ DI EDVIGE
Dopo quello che precede, chi legge penserà che la Serva di Dio fosse musona e mesta, di carattere triste...
Tutt'altro. Era la creatura più accostevole, semplice, gentile e disinvolta che tu potessi incontrare.
Parlino le testimonianze:
Era d'una bontà squisita e gentile, riferisce Girolama Giua. La si trova al matrimonio di un congiunto a salutare gli sposi e far loro gli auguri come tanti altri.
Molinas Pietrina riferisce: «Per il matrimonio, insieme alla sua sorella Paolina, mi fece il regalo di un'acquasantiera e un lavoretto di filet fatto da lei. Quando consacrai la famiglia al S. Cuore, ella intervenne».
Ancora a proposito di matrimoni: La giovane Meucci Pierina riferisce, che era stata preparata da Edvige alla Prima Comunione e che aveva frequentato le elementari con Paolina, alla vigilia delle nozze, andò a trovare le due sorelle per partecipare loro la sua gioia. Era tempo di guerra, non si trovava nulla da poter, li per lì, regalare convenientemente a una sposa così vicina al loro cuore. Ebbene, Edvige mise mano al suo uncinetto e, durante tutta la notte che passò in piedi, ricamò un bel cuscino che fece portare l'indomani, da Paolina, alla chiesa di S. Maria Ausiliatrice dove la Meucci si sposò.
All'occorenza sapeva anche essere scherzosa, mentre dal suo volto traspariva l'intima unione della sua anima col Signore.
«Un giorno volle donarmi un suo cappellino nero di paglia (che conservo), scrive Tecla Vernacchia. Avendole fatto notare che a me non sarebbe stato adatto, Edvige se lo pose in capo e, presami a braccetto, andava fuori la cucina pavoneggiandosi...: - Tienilo, tienilo! ». In altra occasione con la medesima:
- «Scusami, sai, se ti passo avanti...; con te non faccio complimenti..., tu sei di casa».
E benchè le facesse male il cuore «da sembrare che volesse staccarsi», come si esprimeva lei, Edvige con umile grazia declinava la mia fraterna offerta di aiuto.
- «Te ne vai già?, mi domandava quando accennavo ad andarmene. Siedi, stai ancora!..., rimani, mi fai piacere!. »
"Quando io sono andata a casa Carboni la Serva di Dio mi ha sempre ricevuto con grande affabilità. La Edvige era molto modesta e affabile di carattere".
Questa sua schietta cordialità era la prima buona impressione che faceva a tutti.
Edvige non aveva falsi scrupoli:
«Mi accompagnò qualche volta a vedere i fuochi artificiali in occasione delle feste della nostra parrocchia - dice Paolina - a visitare Musei ed altre bellezze artistiche».
Per assecondare la sorella, si recava con lei in gita anche lontano: a Siena dove s'interessa della piazza del Palio; in vacanza a Napoli per una settimana, dove si sposta fino a Sorrento; a Tivoli dove s'entusiasma delle bellezze naturali e artistiche; alla spiaggia di Nettuno, dove accompagna la sorella allo stabilimento balneare «Le Sirene» per le cure del mare, e dove con tutta naturalezza conversa coi bagnanti in costume, lavorando all'uncinetto, seduta sotto l'ombrellone...
Assieme a Francesco Azzena, fratello della sua amica Angelina di Calangianus, compra perfino un biglietto della Lotteria di Merano e comunica a lei la Serie e il Numero: Serie T, n. 08552. Pur di far piacere agli altri si fa tutta a tutti dove non c'è niente di male.
Il suo carattere aperto la tiene desta al mondo circostante: alle manifestazioni della vita pubblica, alle bellezze naturali e artistiche, manifestando i suoi giudizi al riguardo.
Sa apprezzare l'arte dei nostri grandi artisti della pittura, della scultura, della musica, ecc.
I vestiti!
Chi non sa che per la donna i vestiti sono il numero uno? Colore, taglio, qualità, moda... Dalle più piccine fino alle più grandi! «Quando ero giovinetta, dice Paolina, le piaceva (ad Edvige) che vestissi decorosamente e che non facessi brutta figura.»
Mi diceva:
«Non mi piace che tu vesta di scuro. Devi metterti abiti chiari come S. Agnese, S. Lucia..., e m'indicava le sante martiri».
Mi faceva confezionare per l'estate dei vestiti di color chiaro; la stoffa me la comprava lei; e scarpe bianche.
Diceva:
«Mi piace che tu vesta come gli angeli...; » e si compiaceva di portarmi, così vestita, in chiesa.
Dichiarandosi a favore dei vestiti chiari, quando veniva interpellata, favoriva le aspirazioni della gioventù, ed era un pò antesignana dei tempi nuovi, sempre con tanta discrezione.
La Presidente dell'Azione Cattolica locale, Maria Cossu, racconta:
«Volli andare da Edvige per avere da lei dei consigli su problemi che mi angustiavano; in quel tempo c'erano fra me e le dirigenti dell'Azione Cattolica dei contrasti sul modo di vestire e le direttive da dare in ordine al modo di vestire e di comportarsi. Contrariamente a certi orientamenti io vestivo di chiaro...
Ella mi guardò con viva e affettuosa comprensione e con uno sguardo profondo mi disse: «Stia tranquilla e non si faccia scrupolo. Lei veste benissimo».
Molti ricordano come ella si presentasse con un certo garbo, anche se disprezzava la vanità.
Diceva:
«Per me preferisco il nero».
Confida alla sua amica di Calangianus che vuole disfarsi d'un soprabito marrone perchè le sembra «un poco giovanile» e aggiunge: «spesi tanto nel panno, fodera, e poi lo diedi a una brava sarta: insomma è di moda».
E ancora:
«Mi piace una sciarpa come quella che porta Pierina, con le frange lunghe, però il colore lo vorrei come quello di zia Caterina: un marrone dorè».
La sua partecipazione alla maniera di abbigliarsi delle amiche si basava sul gusto, l'utilità, la modestia.
Inoltre Edvige curava molto la pulizia dei vestiti del babbo e le piaceva che andasse ben vestito e pulito; e così per i fratelli e la nonna.
Pretendeva che ogni cosa fosse al suo posto. Ovunque è stata, teneva la casa ordinata e pulita. Diceva che bisogna essere puliti nell'anima e nel corpo.
Praticava l'igiene in tutto e lo faceva praticare a me fin da piccola, afferma sempre Paolina.
Era signorile e ime in tutte le cose. Adornava le camere con semplicità fin dai suoi primi anni. E quando le persone entravano in casa esclamavano: - Come è bello! Che pulizia!...
Pretendeva che i mobili si tenessero puliti, e stava attenta, nel, sedersi, a non avvicinare la sedia alla parete per non scrostarla. Non si appoggiava sui mobili, e così voleva che facessero tutti. Quando ritornava dalla chiesa o dalla spesa, appendeva il vestito accuratamente.
La nostra cucina sembrava un salotto. Cucinando non buttava nulla per terra. Le posate non le metteva sul tavolo, ma sul piatto. Guardando i tiretti e il baule c'era da rimanere meravigliati: tutto era coperto da cartavelina, tutto ben stirato e piegato».
Era sensibile agli inviti ed ai regali, rispondendo sempre con lettere piene di gentilezza, e quando poteva, partecipando di persona alla gioia degli altri.
Anche lei faceva doni. Per le feste natalizie e altre circostanze confezionava dolci squisiti, finemente adornati, che regalava a persone amiche e parenti.
Di propria mano si era trascritta le ricette per confezionarli, ed esistono tuttora fra i suoi scritti.
Tra le sue amicizie più intime vi erano Grazia Calaresu, Angelina e Teresa Azzena, Vitalia Scodina, Suor Maria Longaroni, Flora Argenti e suo fratello Dionisio, Tecla Vernacchia ecc. Prima di loro vi era stata Mercedes Farci, morta a soli 28 anni, la donatrice del prodigioso Bambinello Gesù.
Appartenevano a varie categorie sociali: povere come Grazia Calaresu, operaie come Mercedes; Vitalia aveva un negozio, la Longaroni e Teresa erano suore, Angelina una casalinga benestante.
Per tutte mille gentilezze e sentimenti di bontà. Le sue lettere traboccano di affetto e di espressioni sempre più nuove di sentimento umano; e qua e là, inseriti con tanta naturalezza, i pensieri più sublimi di spiritualità. È appunto dalle lettere che ho preso i «Pensieri di Edvige» riportati in fondo a molti capitoli delle sue virtù.
Per portare avanti un'attività cosi complessa, in questo libro appena abbozzata, bisogna dire che Edvige era di una laboriosità instancabile, oltre che di una intelligenza perspicace.
Ce lo assicura anche la sua amica Tecla Vernacchia:
«Ogni volta che ho avuto il piacere di recarmi da lei, non l'ho mai trovata inattiva, ma operosa sempre: dal finissimo lavoro di filet al lavaggio dei pavimenti ed altri simili doveri di casa, sempre con la stessa inalterabile calma e diligenza.
La prima cosa che m'impressionò in Edvige fu la sua aderenza alla vita di ogni giorno... Il suo sguardo, il suo gesto era quanto di più semplice e naturale si fosse trovato... Si sarebbe potuto dire essere per lei lo stesso: tanto adorare in chiesa il Signore, quanto, per amor suo, recarsi a far là spesa, o tenere in perfetto ordine la casa; parlare di Dio a qualcuno, o salire con pazienza i suoi cinque piani di scale... Non dimenticherò mai quel ripassare più volte lo straccio bagnato sui pavimenti, per quanto io, sapendo le gravi condizioni del (suo) cuore, le dicessi che poteva bastare...
Essa lo faceva per Gesù, dunque doveva proprio essere ben fatto! ».
Chiudo con un'osservazione dell'insegnante Arnalda Virgili, altra sua amica:
«Il suo comportamento, nulla di diverso da coloro che vivono senza doni celesti..., tranquilla, sorridente..., franca, sincera, aperta». Chi non vorrebbe un'amica come lei?
Pensieri di Edvige sulla gentilezza e affabilità
- Saluti distinti a tutta la cara e amata famiglia che io tanto amo... A te mille baci nel Cuore di Gesù. Tua aff.ma Edvige che tanto t'ama, t'ama.
- Se sapessi quanto noi ti vogliamo bene, bene, bene tanto, dopo Gesù tu sei la nostra cara angioletta.
- Avrei voluto volare per confortarti!...
- A te mille abbracci. Tua aff.ma Edvige.
- Vorrei volare per consolarti, ma non potendo t'invio Gesù, e Lui ti farà da padre amorosissimo.
- Tu ricevi i più affettuosi baci. Tua sempre aff.ma Edvige. Non vedo il momento di riabbracciarti. Tu sei la più cara delle amiche che io abbia su questa terra... Sì, ti amo perchè sei un'anima cara al Signore.
- Io, dopo Gesù, ti amo tanto; sei la mia più cara amica che io abbia al mondo.
- Intanto ricevete un milione di baci dalla vostra aff.ma Edvige.
- ...e a voi cosa dirò? - che vi voglio un bene immenso.
CAP. VIII
APOSTOLATO DI EDVIGE
"Ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di diffondere, per quanto gli è possibile, la fede" (LG, 17).
Questo insegnamento del Vaticano II, forma gran parte del comportamento di Edvige Carboni. Come nei tranquilli specchi d'acqua si vedono riflessi gli oggetti e la vegetazione circostante, così nei Documenti del Concilio, e particolarmente nel Decreto sull'Apostolato dei Laici, si riflettono tanti aspetti della vita della Serva di Dio, attuati da lei già nel suo tempo.
Racconta Pierina Meucci, ex scolara di Paolina: "Siccome (Marcellina Scalo) dista circa cinque chilometri dalla parrocchia, Edvige si assunse l'incarico di farci il catechismo in preparazione alla Prima Comunione: ricordo che quell'anno eravamo cinque comunicande. La Serva di Dio ci impartì i primi elementi della Dottrina Cristiana con molta passione; ci ha pure istruite nel canto sacro insegnandoci canzoncine adatte alla circostanza.
Era una donna che parlava poco e sottovoce, non si spazientiva mai neppure con noi bambine, nè con quelle che alcune mamme le lasciavano in custodia allorché dovevano recarsi al lavoro.
La Serva di Dio educava noi bambine alla preghiera; era lei che dirigeva la funzione del mese di maggio che si faceva nei locali della scuole, ove era stato eretto un altarino.
Tutte le domeniche raccoglieva i fanciulli più grandicelli e li conduceva seco alla Santa Messa a Marcellina (5 Km) o a Quintigliolo (Km 5/6). A quel tempo non vi erano strade asfaltate e il viaggio oltre che lungo era anche faticoso".
E la sorella, Innocenza Meucci, aggiunge:
"Si prestava anche ad aiutare le bambine che restavano indietro nello studio".
Se si aggiunge l'accostamento personale alle persone bisognose di consiglio e di conforto, si comprende il dispiacere della gente alla sua partenza: "Tutte le persone di Marcellina Scalo volevano un gran bene alla Edvige perché ella era buona con tutti e si comportava con carità verso tutti".
E questo il medesimo apostolato lo svolse pure negli altri luoghi dove successivamente dovette trasferirsi per esigenze di scuola della sorella Paolina.
(Ad Agosta) "in pochi mesi fece tanto bene ai poveri ed ai ragazzi abbandonati" (4).
"In tutti i paesi, in cui siamo state, la mia buona sorella dava sempre lezioni di ricamo alle fanciulle, le faceva studiare nella sua camera per dare un aiuto a me. Alla borgata La Forma propagò l'usanza dei primi venerdì del mese, facendo in questo modo accostare ai Sacramenti molte persone ignoranti e miscredenti".
De resto era la naturale continuazione di ciò che aveva fatto in Sardegna fin da ragazza.
Edvige temeva il peccato, ma compativa i peccatori, che invitava a confessarsi e comunicarsi, cercando di far loro capire che era una brutta cosa rimanere in peccato".
Il mondo è sempre stato pieno di situazioni familiari dolorose. A rimedio di queste la gente senza fede, sobillata dal demonio e dai clamori di piazza, ha invocato a squarciagola il divorzio... Invece ecco in che modo la bontà di Edvige cercava di lenire le dolorose piaghe di questo male.
Lo depone una teste, di cui, per la delicatezza del caso, riporto qui solo il numero di disposizione nel Processo canonico di Edvige, anzichè il nome. La testimonianza porta il numero 41.
Racconta: «E’ stata la Serva di Dio a insegnarmi le verità della dottrina cristiana e specialmente a pregare.
Edvige sapeva che io avevo un marito il quale mi faceva soffrire molto; soprattutto ero preoccupata perchè P., oltre a non credere lui, istradava pure i nostri figli. La Serva di Dio mi ha sempre raccomandato di portar pazienza, di essere tollerante e di non perdere la speranza in un miglioramento del marito.
Per non danneggiare i figlioli, io ho preferito separarmi da P., ma la Serva di Dio mi ha raccomandato caldamente di non abbandonarlo del tutto. E infatti ho sempre accudito alle sue necessità materiali, come lavargli la biancheria, fargli il pane e preparargli da mangiare.
Sono passati molti anni, ma alla fine ho avuto la consolazione che P. si è accostato ai Sacramenti in occasione di una missione al popolo, predicata dai Missionari Vincenziani.
Attualmente sono tornata a vivere con mio marito, perchè lo devo curare essendo malato. Mi comporto così, dato che Edvige mi ha consigliato in tale senso».
Non ti sembra qui di vedere il volto umano della Carboni? Nonostante i suoi carismi soprannaturali, le sue estasi, le sue stimmate... aveva un'indole tanto umana e la sapeva trasfondere in chi le stava vicino e in tutto il suo ambiente, elevandolo moralmente e spiritualmente.
Un altro esempio:
«Fece un gran bene a un uomo che si professava comunista, certo M., il quale venendo con la famiglia a visitare la salma della Serva di Dio, esclamò, davanti al cadavere di Edvige, che costei era una santa; e si pensi che egli conviveva con un'altra donna dopo aver abbandonata la moglie legittima.
In seguito questo tizio lasciò l'amante; mi disse che, essendo ricoverato in ospedale, si era confessato e comunicato, il che conferma
ciò che la Madonna SS.ma, in una visione, aveva detto a mia sorella: "Vedrai che M. si convertirà"».
Tipico, poi, il fatto della povera famiglia di via Tuscolana, riportato dove si parla della sua Carità - vero apostolato, quello! Pur di far accostare a Dio metteva mano anche a prodigi. Eccone uno riferito da Maria Angela Oggianu:
«Racconterò un episodio: Era un anno di grande siccità e tutta la campagna era riarsa; si profilava lo spettro della fame per gli abitanti del paese, che sono quasi tutti contadini e pastori. Non ricordo esattamente se si trattava del 1913 o del 1914.
Un contadino, certo Angelo Maria Carboni incontrò Edvige che usciva di chiesa e le raccomandò di pregare per avere la pioggia. Il poveretto si dimostrava disperato. Edvige lo rincuorò, rassicurandolo che entro la settimana la pioggia sarebbe caduta; poi gli domandò se aveva fatto il precetto. Alla risposta negativa, la Serva di Dio gli ricordò che bisognava essere buoni, osservare i comandamenti e pregare per ottenere l'aiuto di Dio.
Il contadino promise che avrebbe fatto la Pasqua se fosse piovuto; e di nuovo Edvige promise la pioggia entro tre giorni. Così fu e piovve per 48 ore, con grande sollievo per i poveri contadini.
Il signor Carboni non dimenticò mai più questo fatto e lo ha raccontato mille volte. Io che ero stata presente al colloquio con Edvige, posso testimoniare la verità».
Il suo apostolato scaturiva come fonte limpidissima dall'amore stragrande che le ardeva nell'anima per il Signore e per il prossimo. Sentiamo anche qui alcune testimonianze:
«Mi disse Edvige: - Si deve sempre dare conforto e speranza ad un animo tribolato!».
Che lei personalmente si regolasse così, lo dimostra tutta la sua vita spesa nel dare, aiutare, consolare, consigliare, salvare. Chiunque l'ha avvicinata assicura che lei irradiava intorno a sè quel senso di serenità e di bontà che trasformava, senza avvedersene, anche i più estranei al mondo spirituale.
Ed è questo il motivo di tante persecuzioni del demonio contro di essa. Se ne parlerà a suo luogo. Spesso era Gesù stesso a indicarle delle anime in via di perdizione, perchè contribuisse alla loro salvezza. Ed Edvige si metteva subito all'opera, che era poi la ragione del suo agire in determinate maniere, delle volte incomprensibile per chi l'osservava e non era addentro al suo spirito, come, per esempio, certe penitenze straordinarie e preghiere prolungate.
In una delle sue lettere ad Angelina Azzena di Calangianus è commovente vedere con quanto amore, più che materno, e con quanta comprensione cercasse di tirare fuori dalla malavita una donna di sua conoscenza, fornendole vitto e denaro per darle la possibilità di vivere diversamente e da buona cristiana.
Si aggiunga che erano i difficilissimi tempi di guerra!
Pensieri di Edvige sull'apostolato (Dalla sue lettere)
- Come faremo a consolarlo (Gesù)? Ah! Ce lo insegna Egli stesso: «Cercami anime, fammi amare».
- ... mi rallegrai con Gesù per la bella confessione del tuo babbo e zio.
- Chi arde incendia.
- Ho un mal di capo che solo Dio sa. Gesù, salva tutti i peccatori! Ricordati che anche per essi hai sparso il tuo Sangue prezioso.
- XX spero avranno fatto una santa confessione e comunione (per il Precetto Pasquale), altrimenti non gli vorrei più bene....
Sull'apostolato dei laici (Dal suo Diario)
- Gesù, stamattina, mi hai detto piangendo: Figlia mia, tanti operai non mi conoscono.
Chi mi farà conoscere?
Mi farà conoscere il lavoratore cristiano parlando di me con l'esempio, col sacrificio, con la parola. Ognuno dev'essere apostolo là dove l'ho messo io. Bisogna, figliola, predicare, parlare di Me. Slanciatevi alla conquista dei fratelli!
Quale tristezza vivere senza di Me!
Mi fanno pena tanti operai che sembrano diventati anch'essi materia come le loro macchine. Gli operai non credono più a Me, perchè non mi conoscono. I giovani lavoratori di oggi si sentono crocifissi alle macchine, al campo, e dappertutto, perchè non sentono attorno a loro l'amore fraterno predicato da Me Crocifisso.
Io voglio ritornare, e nascere nell'officina!
- Figlia mia, anch'io sono stato operaio, ho lavorato, ho fatto del bene; e in ricompensa, sono stato odiato, tradito da Giuda, rinnegato da S. Pietro. Questo ricordo basterebbe perchè i lavoratori gridassero: «O Gesù, ritorna, e vieni a nascere nell'officina!».
CAP. XIV
IN DIFESA DEL PAPA
Una virtù notata da tutti in Edvige, fu il suo ardente amore al Papa. "Per lui si dichiarava disposta a donare la propria vita. La sorella Paolina mi raccontava che quando si discorreva di qualche dolore del Papa, gli occhi della Serva di Dio s'intristivano fino alle lacrime; era anche rispettosissima dei sacerdoti".
"Aveva visto (in visione), ed ella stessa me lo raccontava, il Santo Padre aggredito dai nemici, preso a sassate dalla gente cattiva".
Ma non è detto a quale Pontefice si riferisca.
Edvige timida, umile e nascosta, s'infuocava come un leone, quando sentiva parlar male del Papa e dei sacerdoti.
Allora alzava la voce in difesa del Vicario di Cristo e non aveva paura di nessuno; in quei momenti avrebbe dato la sua vita per la giusta causa.
Per una via di Marino una vecchia donna sulla settantina, imbevuta di idee contro il Papa e i sacerdoti, si mise a dire mille bestialità con parole sprezzanti.
Edvige alzò la voce, noncurante dei passanti; difese validamente il Papa contro quel mucchio di calunnie, controbattendo punto per punto quelle falsità.
Inoltre le disse francamente che essendo lei vecchia, doveva vergognarsi di parlare a quel modo, che la morte le era vicina e che doveva stare attenta, perchè quando fosse precipitata nell'eternità dell'inferno, avrebbe capito l'enormità del suo errore e della sua perdita. La vecchia promise di ravvedersi.
Un'altra volta successe un fatto simile vicino a Piazza Vittorio. Stavamo aspettando il tram che ci doveva portare al Policlinico per visitare un giovane malato, molto sofferente di cuore, e per il quale Edvige aveva la borsa piena di regali.
Ad un tratto un uomo cominciò a inveire contro il Papa. Edvige subito insorse contro quell'uomo. Tutta la gente guardava incantata il coraggio di quella donna cosi magrolina e sofferente. Contro mia sorella intervennero due coniugi e una popolana... Edvige non ebbe paura di quelle quattro persone che imprecavano contro la chiesa e il Papa, rimproverandoli severamente. Senonchè la discussione fu interrotta dal tram che arrivò, ed Edvige parti con la sorella per l'opera di misericordia all'ospedale dov'erano dirette.
Un'altra volta dal droghiere di via Camilla alzò la voce in difesa del Papa, perchè una donna aveva osato vilipenderlo con frasi volgari e oscene.
Era presente una coinquilina del palazzo, dama di carità, che la invitò a tacere, ma lei alzando ancora di più la voce, disse che per il Vicario di Cristo sarebbe stata pronta ad affrontare il martirio0>. Amava e venerava Pio XII come un santo.
«Ricordo che mi conduceva tanto volentieri nella basilica di S. Pietro, quando vi erano delle beatificazioni o canonizzazioni, sia sotto il Pontificato di Pio XI che di Pio XII. Specie di quest'ultimo mia sorella aveva una venerazione profonda.
Durante il pontificale per la santificazione della Madre Rossello, la Serva di Dio esclamò più volte che Pio XII era un santo e mi disse anche di vederlo con un'aureola intorno al capo al momento dell'elevazione. In quel momento io le ero vicina».
Diceva pure che il Cardinale di Milano (Schuster) e quello di Firenze (Elia della Costa) erano due santi porporati, prediletti da Gesù. «Il Beato Papa Pio X le venne in visione spesso, le parlava e lasciava anche biglietti scritti che due volte potei leggere. Uno di questi diceva: "Edvige, coraggio, coraggio, coraggio! Grandi cose sono preparate per te. Tu hai assistito a tante Beatificazioni in S. Pietro, e anche tu avrai la gioia degli altari"».
Edvige l'aveva conosciuto in vita.
Attesta Mons. Vittorio Pinna: "Don Falchi mi narrava che grande fu la gioia della Edvige, quando, partecipando al pellegrinaggio della diocesi di Alghero a Roma, fu tra i pellegrini ricevuti in udienza dal S. Padre Pio X.
Fu in quell'occasione che la Serva di Dio offrì alla sorella di Pio X un servizio completo di tovaglia e tovaglioli, ricevendo in cambio un collare usato dal Santo Padre.
Questo collare restò poi nelle mani di Don Falchi che ne fece dono alla chiesa parrocchiale di Sedilo ove tuttora è venerato dai fedeli come una reliquia".
Pensieri di Edvige sul Papa e i Sacerdoti (Dalle sue lettere e dal diario)
- Pregate per il Papa. è un santo, ma è maltrattato. E così i preti. Tempi da piangere! (1947).
- Il S. Padre! tu non sai i disprezzi attraverso i giornali ed affissi! Credimi, il S. Padre è un santo. Il bene che fece alla città di Roma in quei periodi brutti, solo lui lo poteva fare; ed ora la ricompensa!
Bisogna pregare anche per la conversione di tanti uomini, non solo, ma anche di tante donne che stanno andando contro la Chiesa.
- (1947)... che mondo cattivo! Anche le donne contro i preti e contro il Papa! A un santo!
- Chi non frequenta la chiesa per quel motivo (cattivo esempio di qualche sacerdote) è un uomo senza fondamento, è un albero senza radice che presto verrà sradicato.
- Gesù stamattina mi ha detto: «Figliola, ama e rispetta il Sacerdote, perchè è stato consacrato dal Mio Sangue Prezioso. Tutti i santi hanno rispettato e amato i miei Sacerdoti».
- (Gesù): Io amo tutti gli uomini. Sono pronto sempre a perdonarli, purchè, pentiti, si gettino ai piedi di un Sacerdote.
- (Gesù):... E tu, figlia mia, ama tanto i Sacerdoti, amali e prega per la loro santificazione, perchè innumerevoli sono i beni che vengono elargiti per mezzo loro.
Sono essi che vi fanno membri della santa Chiesa col battesimo, vi ammaestrano nella divina Legge con la predicazione, vi assolvono dai peccati con la confessione, vi santificano con l'amministrazione degli altri sacramenti. Sono essi che pregano per voi con la recita del divino Ufficio, e per voi offrono a Dio Padre un sacrifico di valore infinito col celebrare la S. messa.
Sono essi che, dopo evervi elargito tanti benefici in vista, non cessano di beneficarvi in morte, ma vi assistono fino allo spirare; accompagnano il vostro cadavere al sepolcro e offrono per voi oblazioni e preci.
Perciò, figlia mia, amali i Sacerdoti, e prega per loro.
CAP. XV
EDVIGE, DONNA DI PREGHIERA
Riscoprire il valore della preghiera...!" (Giov. Paolo II, Angelus, 1 Dic. 1996).
Possiamo concepire la preghiera come un "famigliarizzare" con Dio, e viene definita "un'elevazione dell'anima a Dio per rendergli i nostri doveri e chiedergli le grazie necessarie a divenir migliori per la sua gloria": per tutte le necessità dell'anima e del corpo, come ci ha insegnato Gesù nel "Padre nostro".
Di preghiera trabocca la Sacra Scrittura, sia nel Vecchio come nel Nuovo Testamento; al centro c'è Gesù che "prega per noi, prega in noi, ed è pregato da noi", secondo la nota espressione di S. Agostino.
La Chiesa - continuazione vivente di Cristo nel mondo - è la naturale portatrice di preghiera nel tempo, attraverso i fedeli, che sono una preghiera vivente: tutti insieme per la preghiera pubblica; e ciascuno personalmente per la preghiera privata.
Questa non è fatta di sole parole, ma di tutta la vita cristiana, come insegna il Concilio Vaticano II, riferendosi ai laici: "Tutte le loro opere, la preghiera e le iniziative apostoliche, la vita coniugale o famigliare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono cmpiute nello Spirito (= in grazia di Dio), e persino le molestie della vita (= dolori e tribolazioni d'ogni specie), se sono sopportate con pazienza, diventano sacrifici graditi a Dio per Gesù Cristo, i quali nella celebrazione dell'Eucarestia sono piissimamente offerti al Padre insieme all'oblazione del Corpo del Signore" (LG, 34).
Proprio in questo insegnamento del Concilio si specchia tutta la vita di preghiera di Edvige Carboni, come affermano le testimonianze del Processo Informativo e gli scritti che di lei ci rimangono. Sentiamone alcuni:
"La Serva di Dio ha sempre amato la preghiera e non potendo stare molto in ginocchio, perché si dedicava al suo lavoro di casa, pregava continuamente durante le sue occupazioni: per lei il lavoro era preghiera. Ciò mi ha detto essa stessa, allorché le ho chiesto quando essa si dedicava alla preghiera").
"Edvige ha condotto una vita di preghiere. La mattina andava sempre in chiesa, ascoltava la Messa e faceva la Comunione, intrattenendosi a lungo per il ringraziamento. A casa pure, durante il lavoro, si facevano preghiere e dimostrava di essere sempre alla presenza di Dio".
"La Edvige era una donna ben formata; andava tutti i giorni in chiesa, accostandosi quasi sempre alla S. Comunione, ed anche la sera vi tornava per la visita al SS. Sacramento".
"Per lungo tempo restava davanti al SS.mo Sacramento nella visita che faceva nel pomeriggio".
"Si notava che aveva sempre di fronte a sé la Divina Presenza ed il santo timore di Dio, alle quali cose invitava anche gli altri" ce). E quasi tutti i testimoni parlano nello stesso modo, sulla partecipazione di Edvige alla S. Messa, ai Sacramenti, alle manifestazioni religiose.
Tale costanza alle cose sante sta sempre più a manifestare il suo spirito di orazione ed intimità con Dio.
Un'osservazione sulla frequenza di estasi in Edvige.
Le estasi, in qualsiasi modo si voglia giudicarle, non possono nascere dal nulla, all'impensata, in una mente indaffarata nelle mille preoccupazioni distrattive del quotidiano.
Infatti l'estasi, di sua natura, è come il decollo di un intenso pensiero-base, covato nella testa, che trascina la mente, e spesso anche il corpo, a contemplare come realizzato l'oggetto di quel pensierobase preeseistente.
A questo fatto si associano spesso visioni mistiche e lasciano intravvedere di che cosa era piena la mente della persona estatica. Di questi fenomeni di Edvige Carboni la Censura ecclesiastica ha rivelato: "La piena normalità della Serva di Dio, quale traspare dai suoi scritti, come il significato di detti fenomeni, aventi sempre una finalità di edificazione e di santificazione, ci sembrano una seria garanzia della loro autenticità e della loro origine soprannaturale e carismatica".
Pertanto se ne può dedurre che la mente della Serva di Dio fosse piena di pensieri santi, conformi alle sue estasi, e fosse veramente "donna d'orazione".
E i suoi scritti sono pieni zeppi dello stesso spirito di preghiera. Dal Diario spirituale:
"Mentre pregavo davanti al S. Sacramento, d'un tratto fui rapita dai sensi e vidi Gesù in Croce grondante Sangue da ogni piaga, e il Sangue scendeva a riva e bagnava il pavimento..." (p. 1).
"Un altro giorno pregavo, quando mi vidi davanti il Sacro Cuore che mi disse: Figlia mia, tu piangi per una piccola umiliazione, ed io fui tradito innocente..." (p. 1).
"Mentre pregavo, in un istante mi si presentò la Mamma celeste col Bambino sulle ginocchia..." (p. 5).
"Mentre pregavo mi si presentò davanti una scala dove ci erano angeli ai lati..." (p. 5).
"Una notte pregavo; mi si presentò davanti un angelo con una corona in mano, di spine..." (p. 9).
si presentò la Vergine con le mani giunte in atto di preghiera verso il Crocifisso Gesù. La mamma celeste diceva al suo caro figliuolo: Perdona, Figlio mio, perdona al genere umano..." (p. 29).
Quasi tutte le estasi cominciano nello stesso modo: la preghiera e la sua motivazione, spesso la richiesta di far cessare la guerra, allora in atto.
Altrettanto nelle lettere, nelle quali suggerisce preghiere e ne chiede per sé e per Paolina, ed assicura che "anche noi non vi dimentichiamo nelle nostre misere orazioni" (Lettere 11, p. 317).
CAP. XVI
DEVOZIONE DI EDVIGE A GESÙ BAMBINO
In particolare la sua vita si orientò verso l'amore di un prodigioso «Bambinello Gesù» che oggi è conservato come una preziosa reliquia dai PP. Passionisti di Alghero, e dal quale Edvige ottenne i più segnalati favori spirituali e materiali.
A suo luogo, parlando dei carismi spirituali della Serva di Dio, vengono riferiti alcuni particolari a questo riguardo.
Ecco ora l'origine di questo «Bambinello» dono di Mercedes Farci, morta giovanissima, e che ha da dire la sua parola alla gioventù di ogni tempo.
Seguiamo il racconto di Paolina.
Mercedes Farci
«Quando presi il diploma di maestra mi regalò un bellissimo Bambino Gesù che è divenuto miracoloso, e che si è animato tante volte.
Mercedes era una pia giovane impiegata della Singer; mori a 28 anni e, all'età di 14 anni, si era consacrata allo Sposo Celeste,. Voleva farsi suora di S. Vincenzo de' Paoli, ma la sorella vedova glielo aveva proibito, perchè era sola.
Ce la fece conoscere una santa e giovane religiosa, Suor Giuseppina del mio Collegio, quando era a Cagliari.
Mercedes era la Presidente delle Figlie di Maria del Collegio Carlo Felice, sezione operaie. Lo frequentava come esterna.
Aveva sentito parlare di Edvige da suor Giuseppina. A questa gliene aveva parlato una nobile signora del mio paese, Donna Maria Licheri, perchè la figlia frequentava il collegio per le lezioni di pittura.
Mecedes prese a volerci bene come sorelle. Ci presentò al suo Padre spirituale, e l'amicizia divenne intima. Due volte l'ospitammo in casa nostra a Pozzomaggiore. Amava tanto il Signore perchè era sua sposa. Offriva le sue pene a Lui.
Ecco alcuni dei suoi pensieri, scritti da lei dietro un'immaginetta francese che rappresenta la deposizione di Gesù dalla croce fra le braccia della Madonna: «(S. a G.) Mio signore, più pene, più croci. Gesù mio straziato, fammi soffrire con amore le pene di questa vita. Dammi, o Gesù, quell'amore che da me cerchi». Mercedes. «Come tardi ti conobbi! come tardi ti amai, o Gesù!». (Forse quel S. a G. iniziale vuol dire = Sospiri a Gesù).
Mercedes probabilmente aveva familiarità con le «Confessioni» di S. Agostino, come dimostra l'ultima frase.
Fu chiesta in sposa da un giovane, suo collega, che l'avrebbe resa felice, ma vi rinunziò, nonostante le istanze del giovane. Era bella fisicamente, intelligentissima, poetessa, aveva doni vari, piena di santità e di umiltà. Dipingeva e ricamava divinamente. Soffriva: languiva per la vocazione, ma era rassegnata.
Il confessore, parlando di lei, diceva: Nel mondo non troverete un'anima simile a Mercedes.
Si mostrava affettuosa, allegra di carattere; noi eravamo amiche predilette e ci chiamava sorelline. Mio padre lo chiamava «babbo». Prima di morire, il Sacro Cuore di Gesù le apparve in visione e, additandole un peccatore che ella conosceva, le disse:
- Vedi questo peccatore? Se muore, se ne va all'inferno. Vuoi offrirti vittima per lui?.
Mercedes rispose di si.
E Gesù non se lo fece ripetere due volte. Subito Mercedes s'ammalò gravemente, e in venti giorni mori di tisi fulminante, compianta da tutti e specialmente dai colleghi, dalle Suore e dalle Figlie di Maria.
Da impiegata dattilografa offriva continuamente a Gesù le sue fatiche; col suo lavoro aiutava la sorella vedova. Amava la povertà e, parlando delle cugine milionarie, diceva:
- Non le invidio: io sono sposa di Gesù e sono più felice di loro. Il giovane che la voleva per sposa si faceva vedere ovunque ella andasse: una vera tentazione! Lei abbassava gli occhi e faceva finta
di non vederlo. Era forte nelle attrattive mondane e le sapeva allontanare.
Scrisse una bella poesia su Edvige che io stracciai, e ora me ne pento.
Quando stava per morire, la santa amica Suor Giuseppina Mignone disse alla sua Superiora: «Mi lasci andare da Mercedes, perchè le voglio dare delle commissioni per il Cielo».
E infatti vi andò.
Dopo morta, apparve ad Edvige vestita di bianco: sembrava un angelo.
Questa l'origine del miracoloso Bambinello Gesù, e l'ho voluta riportare qui, perchè nessuno si meravigli se il Signore si serve di questa benedetta effige sacra per distribuire i suoi prodigi, dato che la donatrice, Mercedes Farci, è stata un'anima così eroica. Dio è mirabile nei suoi santi!
Gesù Bambino in casa di Mercedes e poi in quella di Edvige poteva veramente sentirsi a suo agio, nel suo ambiente!
Ed ora voglio accennare solo di sfuggita a qualche altra delle sue devozioni.
Quella a S. Giuseppe fu sempre fra le sue preferite, e non passava giorno senza invocarlo e onorarlo con qualche preghiera. Insieme alla sacra effige del Bambinello Gesù, la statuina di S. Giuseppe e un bel Crocifisso costituivano il suo piccolo santuario domestico, dove spesso era trovata in preghiera e in estasi. Attualmente la statuina di S. Giuseppe è conservata presso i PP. Passionisti di Alghero, insieme al Bambinello Gesù e al Crocifisso di Edvige.
Ebbe anche devozione particolare per S. Anna, raccomandatale dalla Madonna stessa, che le garantì la protezione della sua Mamma
per chiunque l'avesse invocata. Inoltre le furono cari S. Giovanni Bosco, nella cui chiesa ebbe tante estasi e apparizioni di lui; S. Paolo della Croce, che le portò tante volte la Comunione misteriosamente; S. Sebastiano che le promise direzione spirituale dopo la morte di Mons. Vitali; San Domenico Savio, S. Teresina, S. Gioacchino ecc.
Pensieri di Edvige su Gesù Bambino e S. Giuseppe (Dalle sue lettere)
- Facciamo nei nostri cuori una culla ben comoda e adorna dove abbia a riposarsi il caro e amato Bambino.
Ma come orneremo la culla del nostro cuore? Con la mortificazione, con la sobrietà, con l'adorazione e meditazione, con l'umiltà e col fervore.
- Ti lascio in Paradiso, vicino a Gesù... e ti aspetto nella stalla di Betlemme.
- Io amo tanto S. Giuseppe e la Madonna del Buon Consiglio.
CAP. XVII
EDVIGE E LA MADONNA
La fedelissima della Madonna
Un'anima così straordinaria come Edvige necessariamente è stata la beniamina della Regina del cielo.
«Fu sempre devota della Madonna - attesta la sorella Paolina - e si era iscritta tra le Figlie di Maria da quando era a Pozzomaggiore». E l'amica Vitalia nota che «devozione particolare di Edvige Carboni era quella della Madonna, invocata sotto vari titoli: Assunta, Immacolata, Ausiliatrice, del S. Rosario, del Carmelo, Addolorata ecc.
Si manteneva fedele alla recita quotidiana del S. Rosario di quindici poste, alla pia pratica del mese di Maggio, alle varie novene in preparazione alle feste della Madonna. Premetteva i quindici sabati alla festa della Madonna del Rosario, e i primi sabati in onore della Madonna di Fatima».
Cogliendo l'occasione dei continui spostamenti scolastici della sorella nelle varie località dell'agro romano, Edvige si faceva apostola della devozione mariana dovunque si trovasse.
Durante il mese di Maggio la Serva di Dio preparava un altarino nella scuola, e invitava poi tutta la gente della borgata alla pia pratica del santo rosario che lei stessa "segnava".
Oltre a questo premetteva una rigorosa quaresima iniziandola il 30 giugno, in preparazione della festa dell'Assunzione di Maria SS.ma. E la Madonna contraccambiava questo affetto con innumerevoli grazie. A sentire Flora Argenti, «Edvige era ogni giorno in estasi con Gesù e la Madonna». E forse è poco, perché nel suo diario, certe volte, se ne trovano più di una al giorno!
Fu particolarmente devota della Madonna del Buon Consiglio, venerata a Genazzano; si era fatta promotrice di quella devozione, la raccomandava nelle sue lettere e nelle sue conversazioni, diffondeva immagini e libri che la spiegavano. Ne mandò anche uno alla sua amica di Calangianus, raccomandandole che lo tenesse caro, perchè «se lo era comprato per sè a Genazzano».
Devozione di Edvige alla Madonna del Buon Consiglio
Una menzione particolare merita questa sua devozione.
La Madonna del Buon Consiglio è la Patrona dell'Albania, ma il centro del suo culto è a Genazzano nel Lazio, dove si trova la sua immagine, venuta miracolosamente dall'Albania.
Nel pomeriggio del 22 aprile 1993, Giovanni Paolo II si è recato a quel Santuario a recitarvi il santo Rosario insieme a tutta la popolazione locale per avere una particolare assistenza della Protettrice dell'Albania nel suo viaggio apostolico in quella Nazione, che compì tre giorni dopo: il 25 aprile 1993.
Tutti sanno lo scopo pastorale di quel viaggio: riaprire alla Chiesa quella Nazione dopo tanti anni di persecuzione religiosa.
A Genazzano il Papa disse: "Son venuto ai piedi della Vergine del Buon Consiglio ad invocare, insieme a voi, la materna protezione di Maria sul viaggio apostolico che, a Dio piacendo, compirò domenica prossima.
Come sapete, infatti, mi recherò in Albania, Paese che ha subìto lunghi anni di oppressione e di autentica persecuzione religiosa. Là mi sarà dato, per la prima volta, di incontrare la Comunità cattolica ed assicurare a quei nostri fratelli nella fede il sostegno e la comunione della Chiesa intera. Possano con l'aiuto di Dio esprimere sempre in piena libertà e in costante fedeltà al Vangelo la loro vitalità spirituale e missionaria.
Carissimi, a voi è ben noto il profondo legame che unisce questo Santuario alla città di Scutari, dove domenica ventura celebrerò l'Eucaristia ed ordinerò quattro vescovi albanesi.
Da Scutari proviene l'immagine della Madonna del Buon Consiglio qui venerata: secondo una pia tradizione, essa trasmigrò dalla chiesa che l'ospitava, scampando così miracolosamente all'invasione turca del 1467 ...".
Prima di lui, quel Santuario era stato visitato anche da altri Sommi Pontefici e da santi:
Urbano VIII nel 1630 per implorare la cessazione di una grave peste; Pio IX e Giovanni XXIII rispettivamente nel 1864 e nel 1959 per chiedere alla Madonna la protezione sul Cancilio Vaticano I e sul II, da loro convocati. Leone XIII aveva dichiarato quella chiesa Basilica della Madonna del Buon Consiglio.
Tra i santi: S. Alfonso de' Liguori, Don Orione, Don Bosco per implorare "materna assistenza alla nascente congregazione salesiana", Don Alberione, ecc.
Ed Edvige rimase talmente affascinata da quella Madonna che ne parla più volte nelle sue lettere, e se ne fece zelante propagatrice. Maria SS. veramente «al nostro dimandar precorre», secondo la nota espressione di Dante.
Qui, non richiesta da nessuno, la Madonna viene in soccorso, attraverso la sua fedelissima Edvige.
C'era una abitazione infestata dal demonio, il quale terrorizzava una bambina. Edvige stava ritornando verso casa con un quadro della Madonna Ausiliatrice che aveva comprato presso la parrocchia stessa. A un certo punto, come racconta lei nel suo Diario, la Madonna le parlò dal quadro e le disse: «Portami da Vitalia...Voglio andare dai parenti di Vitalia».
Era appunto la famiglia di cui sopra.
Edvige, anzichè portarla personalmente, preferì consegnare il quadro all'amica con l'incombenza che ve lo portasse lei, dato che aveva rapporti di parentela con la famiglia.
Immediatamente la casa rimase libera da ogni infestazione. Questo beneficio della Madonna si può chiamare veramente «gratuito», perchè non chiesto da nessuno.
Ancora:
In un incidente ai Castelli Romani con una motcicletta morirono due uomini, uno dei quali padre di 4 figli.
«Io ed Edvige - narra Vitalia - pregammo intensamente per lui. La Madonna disse ad Edvige: "Nonostante che quel disgraziato una volta avesse voluto impedire una processione in mio onore e menasse una vita cattiva, al momento della morte si è pentito dei suoi peccati, e Dio, perdonandolo, lo ha mandato in Purgatorio".
Abbiamo pregato perchè uscisse presto dal Purgatorio, e così mi pare che fu».
La risurrezione del ragazzo di Mara
È raccontato dalla signora Cossu nel Processo canonico. Prima lo riporto come lo depone lei - con le sue parole - poi aggiungo delle precisazioni storiche assunte da me sul luogo.
Racconta Maria Cossu:
«Durante la guerra del 1914-18 accompagnai la mia padrona, la Serva di Dio e la sorella Paolina alla parrocchia di Mara, dove c'era la festa della Madonna di "Bombey" con la processione.
V'assistemmo tutt'e quattro. A un certo momento si sparse la voce che il figlio della signora Maria Leonarda Manai era morto in seguito a un calcio del suo cavallo. Siccome tutti andavano a far visita al cadavere del bambino che giaceva sul letto di casa, anche Edvige volle andare a compiere questo atto di misericordia e di carità fraterna.
Dopo aver pregato attorno alla salma, la Serva di Dio accarezzò con la sua mano la fronte del bambino morto, e poi tutta la piccola comitiva s'incamminò per far ritorno a Pozzomaggiore. A un certo momento vedemmo un gruppo di ragazzi che, festanti, ci correvano dietro, gridando: "La santa ha compiuto il miracolo, perchè il figlio della signora Manai è risuscitato".
Il corteo di ragazzi acclamati ci segui fino a metà strada per Pozzomaggiore, mentre la Serva di Dio, la mia padrona, la signorina Paolina e io stessa non sapevamo cosa rispondere agli evviva e stavamo zitte.
Prima di entrare a Pozzomaggiore la comitiva si arrestò un momento ed Edvige disse alla mia padrona: "Hai visto che miracolo ha fatto la Madonna?"
E la mia Padrona: "Ma mi pare che il miracolo l'hai fatto tu!". Ed Edvige: "Ma sono forse una santa io?". Il discorso fu troncato a questo punto.
Otto giorni dopo, ancora durante i festeggiamente della Madonna di Bombey, la Serva di Dio propose di tornare a Mara per poter offrire alla Madonna l'anello nuziale della propria mamma, in ringraziamento del miracolo compiuto otto giorni prima.
Io posso attestare che quanto ho detto l'ho visto con i miei occhi: il bambino della Manai era morto e stava steso su un tavolo con le braccia penzoloni. Era stato colpito dal calcio del cavallo, mentre si trovava in campagna. La disgrazia non era ancora successa, quando noi donne eravamo arrivate a Mara; mentre stavamo in chiesa, si sparse la notizia della disgrazia, e noi quattro con tutti gli altri andammo a far visita al cadavere già esposto in casa Manai.
Questo ragazzo risuscitato l'ho poi rivisto diverse volte in perfetta salute; l'ho rivisto dopo che si era sposato e ho conosciuto anche i suoi figli. In seguito è morto di diabete.
Per diverso tempo si è parlato a Mara del miracolo della risurrezione del figlio della Signora Manai, poi i discorsi si sono andati attenuando, ma credo che ancor oggi ci sia chi lo ricorda. Il parroco di quel tempo era lo zio del morto risuscitato, Don Salvatore Falchi».
Si può pensare che al momento della preghiera sul bambino morto Edvige abbia promesso alla Madonna il ricordo più caro che avesse: l'anello nuziale della mamma defunta da lei custodito in casa; e per questo abbia voluto ritornare otto giorni dopo a offrirglielo.
Al momento di questa deposizione nel Processo, Maria Cossu era già molto anziana, e non poteva ricordare i particolari con precisione. Perciò ho voluto accertarmene di persona. Il 17 Febbraio 1980 sono andato a Mara con Don Giuseppe Pinna, ex parroco di Mara, e la sorella di questi, Maria. Alla presenza di una cugina della signora Manai, Luigia Manai in Piu, e due figli di questa, Paola e Antonio, ho potuto appurare quanto segue:
Leonarda Manai, madre del ragazzo colpito dal calcio, si era sposata con Leonardo Falchi, perciò il cognome del ragazzo è Falchi. Il fatto è vero, ma la Cossu scambia il vero risuscitato con un suo fratello, Giommaria, e lo dice morto di diabete. Invece il risuscitato si chiama Giuseppe Falchi e vive tuttora (1980), ha 80 anni, ed è in buona salute, va ancora in campagna e lavora normalmente, sente, ci vede e ragiona come un giovane. Il 17 Febbraio 1980 l'ho intervistato sul fatto del calcio del cavallo raccontato dalla Cossu, alla presenza delle persone sopraddette. Senza esitare ha risposto:
«Su calchidu de s'ebba Pappo rezzidu deo» = Il calcio della cavalla l'ho ricevuto io. E ha rettificato che non in campagna, ma nella piazza di Mara ebbe il calcio della cavalla (non del cavallo).
«Stavo rientrando dalla campagna; ho legato la cavalla. C'era vicino alla cavalla un asino di Balloe (Salvatore) Saccu. L'asino disturbava la cavalla mentre io toglievo la bisaccia dalla cavalla. La cavalla si è imbizzarrita e ha sferrato dei calci prendendomi alla pancia. Non ero un bambino; avevo tredici anni».
Di fronte alla Madonna il demonio deve fuggire sempre
Edvige ebbe molto da soffrire da parte del diavolo che, come faceva a S. Gemma Galgani e ad altri santi, la perseguitava a morte. In molti casi vi furono presenti anche Paolina e Vitalia. Racconta quest'ultima: «Quando il diavolo picchiava ferocemente Edvige o la maltrattava in vari modi, io e Paolina che sentivamo quelle percosse, recitavamo la giaculatoria O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi!. E la bestia se ne fuggiva immediatamente».
Tralascio molte altre cose e ne aggiungo solo una di quelle che lei nel suo Diario, chiamava «sogno»
«Mi sognai la S. Vergine; si avvicinò dicendomi: Oggi è 1'8 settembre, festa della mia nascita. Figlia mia, confidate in Me; tutte le grazie passano nelle mie mani. La giornata d'oggi è la più odiata dal nemico infernale, perchè con la mia nascita doveva venire la salvezza del genere umano, giorno senza notte è il giorno della mia nascita, ma il mondo poco o niente capisce tali misteri; tu assieme a Paola pregate oggi molto molto, pregate per tutti quelli che non mi conoscono, oppure mi conoscono, ma non mi amano, anzi mi oltraggiano con le più orrende bestemmie».
CAP. XVIII
EDVIGE E LE ANIME DEL PURGATORIO
«In cima ai suoi pensieri - rifesrisce Dionisio Argenti - erano sempre le Anime Sante. Ella spessissimo aveva la visione di alcune di esse che chiedevano preghiere e sante Messe. Passava ore e ore per far salire al cielo le anime Purganti. E, per privilegio divino, ella vedeva queste anime, divenute splendenti, salire nel regno della beatitudine».
Nel 1951 venne esteso a tutto il mondo il Giubileo da lucrarsi con particolari preghiere e visite alle chiese locali.
A Marino, nel pomeriggio, restavano aperte solo due chiese: Edvige, allora in vacanza con la sorella a Marino, ripetè moltissime volte quelle visite per suffragare i defunti.
Quando trovava le chiese chiuse, s'inginocchiava sulla soglia e, faceva le preghiere prescritte. La gente che passava, a volte rideva. Ed Edvige: - Che importa, se noi vogliamo mandare in Cielo tante anime che soffrono in Purgatorio?
E le anime, piene di gratitudine, le apparivano nell'atto d'andarsene al Cielo per le sue preghiere e suffragi.
Di tali apparizioni se ne potrebbero collezionare un gran numero da formare un volume. Qui ne riporto alcune:
Luglio 1941. Ieri mattina, dopo la S. Comunione, mi sentii toccare la spalla, e una voce triste mi disse: «Sono morta da poche ore sotto le macerie: soffro nel purgatorio; mi sembra un secolo! Dio è severo, Dio è giusto, Dio punisce! Prega per me e fà pregare Mons. Massimi, come pure Paola e anche Vitalia. Pregate, pregate, liberatemi da tante pene».
«Quando ritornammo a Pozzomaggiore (da Roma, dopo l'Anno Santo 1925), non riuscivo a ottenere il posto da insegnante.
Una volta, mentre Edvige si trovava in casa, ricevette la visione del fratello Giorgino: era consumato dalle sofferenze, comunque le disse di non spaventarsi. Era stato condannato dal tribunale celeste a scontare otto lunghi anni di Purgatorio; a motivo di questo la invitava a pregare fervidamente per la sua liberazione. Lasciandola le strinse la mano scottandogliela. I segni di questa ustione si mantennero evidenti fino alla sua morte.
Dopo tanti anni, nel 1950, venni a sapere da mia sorella che allora io non riuscivo a ottenere il posto, dato che c'era bisogno delle mie sofferenze perchè Giorgino volasse in Paradiso».
Qualche mese dopo l'inizio dell'ultima guerra morì in Sardegna la mia matrigna, racconta Vitalia.
Mentre un giorno uscivo da Edvige, incontrai per le scale una donna vestita di nero, come le donne anziane di certe zone della Sardegna. Mi chiese l'elemosina per le anime del Purgatorio. Io risposi che l'elemosina la facevo in chiesa, e la lasciai.
Dopo pranzo tornai da Edvige, ed essa mi disse che quella donna a cui avevo rifiutato l'elemosina era la mia matrigna defunta.
La notte seguente apparve ad Edvige chiedendole di farle celebrare due Messe, una da Mons. Vitali e una da Mons. Massimi, e la recita di 100 requiem per 8 giorni di seguito.
Per dimostrarle che non si trattava di una illusione le poggiò la mano sul braccio destro.
La mattina, presto, Edvige e Paolina vennero a svegliarmi, invitandomi ad andare alla Messa di Mons. Vitali. Tanto io quanto Monsignore potemmo vedere la vistosa scottatura, a forma di mano, che c'era sul braccio.
Passati gli otto giorni, una nuova apparizione della mia matrigna svelò ad Edvige che era salva, e si trovava in Paradiso.
Quindici giorni dopo, essendo Edvige ammalata, le si presentò una donna vestita di nero con il manto scuro in testa. Le chiese se avesse bisogno di qualche servizio e, poichè Corinna, la lavandaia, non si era presentata, Edvige pensò che quella persona buona l'avesse mandata Gesù.
Quand'ebbe finito i suoi servigi, Edvige voleva ricompensarla; ma quella donna le disse che era la mia matrigna, venuta per disobbligarsi del bene che le avevano fatto, anticipandole l'ingresso nel paradiso.
«Ad Edvige erano apparsi due uomini di origine russa. Uno disse di chiamarsi Vischin (l'altro non lo ricordo).
Raccontarono di essere nati cattolici, ma di essere divenuti atei a causa della loro adesione al comunismo; erano stati feriti nell'ultima guerra e in punto di morte si erano ricordati dei buoni insegnamenti ricevuti dai genitori, per cui avevano pregato Iddio di perdonarli, pentiti com'erano dei loro errori.
Questi due russi chiedevano a Edvige suffragi ad opera di Mons. Massimi, di Mons. Vitali e di altre anime pie.
Nello scomparire dalla camera avevano lasciato le loro impronte sul pavimento, in camera e nell'ingresso. Io ho visto queste impronte e ho saputo da Edvige la causa di esse.
Queste impronte furono poi cancellate da me strofinando a lungo e fortemente con lo scopettone di casa.»
Essendo morto a Roma Mario Azzena, fratello dell'amica Angelina e Giuseppina di Calangianus, la buona Edvige venne a fare le condoglianze. La sorella del defunto chiese a Edvige se l'anima del fratello si era salvata. Edvige rispose che Mario le era apparso in modo molto chiaro e le aveva detto di essere in Purgatorio, dove attendeva il suffragio delle preghiere. Edvige ha visto anche le anime del Paradiso. Ha avuto la visione di mia madre portata da Gesù in paradiso. Anche l'insegnante d'asilo, Agnese Onnis, sarda, è apparsa a Edvige per assicurarla che era nell'eterno gaudio.
La Serva di Dio ha visto anche, in mezzo a un giardino di gigli, una brava fanciulla che abitava in via Clelia ed era morta santamente (Paolina).
Così, in estasi, vide in Paradiso un giovane, morto tisico, ben conosciuto da Vitalia, di nome Umbertino: «Quanto sei bello, Umbertino mio, beato te che ti trovi in Paradiso!... Dimmi, ti faranno santo e ti metteranno sugli altari? -: No, sugli altari non ci vado, ma sono santo lo stesso in Paradiso...».
In altra estasi; - Come sei bello! ... E poi soggiunge: - e questa corona per chi è?. E Gesù rispose: - È per la vergine. Ed Edvige: - Chi è questa vergine?... Com'è bella, com'è bella!...
In egual modo Gesù portò la Serva di Dio a vedere le pene dell'inferno. Ricordo che durante quella visione Edvige si contorceva mostrando di soffrire e pronunciava parole di dolore.
Ebbe anche la visione di alcuni defunti che le erano apparsi in stato di dannazione.
Quasi a comprova che non si trattava di fantasticherie, ma d'una visione oggettiva, uno di questi agguantò un libro che parlava di cose sacre, scritto da Mons. Vitali, e che stava nella camera della Serva di Dio. Al contatto delle mani di lui, il libro restò bruciacchiato. Questo libro è conservato dai P. Passionisti della Scala Santa, se non vado errata.
Pensieri di Edvige sulle Anime del Purgatorio (Dalle sue lettere e dal Diario)
- Ti prego di essere più devota delle anime del Purgatorio, non scordarle mai, no, no.
- NN. ha bisogno del vostro e del nostro aiuto, cioè ha bisogno di preghiere, e lo pretende dai suoi cari. Ma sono lontano dal dare tali aiuti al loro genitore, non comprendendo cosa siano le pene del Purgatorio, cosa sia il soffrire in mezzo, alle fiamme. Da sè non si può liberare; aspetta, aspetta il nostro aiuto.
Il bene che faremo a un'anima del Purgatorio ci sarà ricompensato tutto, tutto.
- Mentre ieri pregavo per le anime del Purgatorio e per loro offrivo il Preziosissimo Sangue, lo buttava sopra le fiamme e tante anime, in forma di colombe, volavano al Paradiso.
CAP. XIX
LE SUE ISCRIZIONI E PIE ASSOCIAZIONI RELIGIOSE
Edvige, appartenne a varie associazioni religiose: le Guardie d'Onore, le Figlie di Maria, il Terz'ordine Francescano, 1'Arciconfraternita della Passione, le Zelatrici delle Opere Salesiane, e, mi pare, al Quadrante della Misericordia.
Simpatizzante anche per l'Azione Cattolica, sebbene non vi fosse iscritta.
Come al solito, mi limito a riportare alcune testimonianze dei Processi e di chi la conobbe:
«La signorina Demuro la fece iscrivere alle Guardie d'Onore del Signore ed Edvige, da allora, faceva la sua ora di guardia dal mezzogiorno all'una. Si iscrisse al Terz'ordine, ed in più, era maestra di catechismo in Parrocchia. In questo modo si faceva molto amare da tutte le fanciulle del paese». (Paolina)
Più tardi, in una apparizione, S. Francesco le regalò un cordone francescano, essendo appunto lei iscritta al Terz'ordine.
Di Figlia di Maria abbiamo tutt'ora la sua «medaglia» tra i vari ricordi ed oggetti appartenuti ad Edvige, conservati presso i PP. Passionisti di Alghero.
Dal 1941 fino alla morte (1952) appartenne con tanta dedizione alla Arciconfraternita della Passione, ora «Associazione della Passione», che ha sede alla Scala Santa.
Ad ascriverla fu P. Silvio Passionista. Abbiamo le sue Pagelline di frequenza alle adunanze, fino all'ultima del mese di febbraio che precedette la sua morte avvenuta il 17 di quel mese.
Ciò è confermato da Paolina nel Processo con queste Parole: «A Roma la Serva di Dio si era iscritta, nel 1941, alla Congregazione (intendi "Associazione") diretta dai Padri Passionisti ed era fedele nel frequentare le conferenze sulla Passione di Nostro Signore e nell'assistere alle adunanze mensili».
Altri particolari su ciò sono stati riportati qui appresso, trattando di «Edvige e i Passionisti».
Via Camilla rientra nell'ambito parrocchiale dei salesiani di Don Bosco: S. Maria Ausiliatrice.
Edvige frequentava assiduamente questa sua parrocchia dove ha avuto anche tante estasi e manifestazioni soprannaturali. Per invito di Don Bosco, che l'è apparso tante volte, era diventata Zelatrice delle opere salesiane, cooperando per quanto poteva a quelle attività parrocchiali.
E, infine si trovano di lei riferimenti al Quadrante della Misericordia a cui iscriveva persone particolarmente bisognose dell'intervento divino.
Edvige e i Passionisti
Edvige conobbe i Passionisti la prima volta a Pozzomaggiore, durante una missione. Non sappiamo l'anno preciso.
Ne parla con entusiasmo all'amica Angelina Azzena in una lettera che scrive in fretta perchè, dice, «debbo andare alla predica». Afferma che erano due valenti predicatori e che facevano del bene alle anime. Poi rivide i Passionisti appena arrivata a Marcellina Scalo. Racconta Paolina:
«Un giorno da Stazzano era di passaggio a Marcellina un Passionista che attendeva la partenza del treno per recarsi a predicare in un paese più lontano di Tivoli.
Si fermò a scuola ed insegnò il Padre Nostro cantato alle alunne. Edvige rimase ammirata del fervore di quel Passionista, e le rimase impresso per sempre, e ne parlava spesso.
Era un sacerdote di mezza età, piuttosto magro».
«Nel 1936 o 37, quando abitavamo ad Albano, ci fu una Missione predicata dai Passionisti (ad Àriccia); Edvige partecipò ad alcune prediche, ed era entusiasta di quei Passionisti.
Quella volta della Missione di Ariccia, Edvige si confessò da un Passionista e ne rimase entusiasta» (Paolina).
I Missionari erano:
P. Basilio Giannella - predicatore; P. Saverio Janiro - catechista della sera; P. Giov. Battista Salvatori - catechista della mattina. «Qualche volta si recava ai Santi Giovanni e Paolo. Vi si recò per le prediche in onore di S. Gemma, quando venne santificata. Fin dal 1939 frequentava quella chiesa.
Con le amiche e conoscenti parlava dei Passionisti con entusiasmo, dicendo che la loro vita di penitenza porta al bene tante anime» (Paolina).
Poi li conobbe definitivamente alla Scala Santa e, più tardi ne scelse uno per suo direttore spirituale: P. Ignazio Parmeggiani. «Edvige - continua a dire Paolina - era un'autentica Passionista come S. Gemma, perchè fin dal 1942 (per esattezza dal 1941) apparteneva all'Arciconfraternita della Passione, che ha sede alla Scala Santa. Appena iscritta cercava nuove socie, e diffuse questa santa istituzione. Quando c'erano le adunanze, faceva il giro delle socie per ricordar loro che dovevano intervenire.
Cercava sempre nuove abbonate al «Crocifisso», bollettino mensile, e portava la quota, felice, a P. Ignazio. Nonostante il mal di cuore non risparmiava fatiche per raccogliere il denaro dell'abbonamento. Qualche volta anticipava le 350 lire che, poi, non venivano rimborsate, e lei, paziente, perdonava, contenta che quella famiglia potesse leggere quello che c'è di bello nel giornaletto. Tutto per fare del bene alle anime.
Quando mia sorella doveva vendere i calendari, faceva più volte le scale; ne dava fuori del nostro quartiere per aiutare i Passionisti... Rimaneva quasi sconosciuta da essi, ma li amava. Parlava poco e operava molto. Maggiormente ora proteggerà dal cielo i Passionisti che considerava come fratelli.
Leggeva con interesse la vita di S. Paolo della Croce, il fondatore, e ne parlava con entusiasmo; così pure di S. Gemma, sua sorella spirituale, della quale era devota fin da quando era venerabile». Conobbe i Passionisti anche in alcune manifestazioni straordinarie. Attesta Paolina: "Edvige ha potuto contemplare la figura di S. Paolo della Croce, di S. Vincenzo Strambi, di S. Gabriele dell'Addolorata nonchè di Nicolini, allievo Passionista".
Più volte fu comunicata prodigiosamente dallo stesso S. Paolo della Croce, da S. Vincenzo Strambi, accompagnati da S. Gabriele e da Galileo Nicolini; conversò ripetutamente col Servo di Dio P. Nazzareno dell'Immacolata; vide in bilocazione il vescovo Mons. Guthbert O'Gora, martoriato in Cina per la fede.
Edvige ed i Salesiani
Da quando prese domicilio a Roma, in via Camilla, fino alla morte (1938-1952), Edvige appartenne alla Parrocchia dei Salesiani di via Tuscolana: S. Maria Ausiliatrice.
Gran parte della sua spiritualità di quel tempo - tutti gli anni difficili della guerra e dell'immediato dopoguerra - è collegata a quella parrocchia: li si recava quasi ogni mattina per la Messa e Comunione; lì si raccoglieva in preghiera, solitamente nella cappella di S. Anna; lì avvennero gran parte delle estasi e fatti prodigiosi, raccontati da Vitalia e riportati nel Diario.
Appartenne anche alla "Pia Unione delle Collaboratrici Salesiane", nella quale si iscrisse il 25 Settembre 1941, invitata a ciò da San Giovanni Bosco in una delle tante visioni che ebbe di lui.
Familiarizzò addirittura col Beato Domenico Savio, apparsole tantissime volte.
Nel suo Diario troviamo ben 20 apparizioni di S. Giovanni Bosco alla Serva di Dio, spesso insieme alla Madonna Ausiliatrice o al Beato Domenico Savio. In tali apparizioni le dava suggerimenti intorno alle virtù, la invitava alle devozioni alla Madonna, la incoraggiava nelle difficoltà, le chiedeva preghiere e sacrifici per la pace nel mondo, le mostrava il gran bene che facevano i Salesiani, di molti dei quali elogiava la santità, e la invitava a pregare e ad amare le suore Salesiane"che sono tanto buone".
E fu ancora Don Bosco a portarle qualche volta la Comunione prodigiosamente durante le malattie.
Edvige aveva anche un cugino in secondo grado, sacerdote e missionario salesiano, don Aurelio Pischedda, che poi lasciò un interessante Documento alla Postulazione per la Causa di Edvige.
Egli attesta di aver ricevuto delle grazie ad intercessione della Serva di Dio. Ha passato quasi tutta la sua vita in Equador; ed Edvige gli scrisse delle lettere piene di spiritualità.
Nei suoi rari incontri con lei, in occasione di visite in Italia, egli attesta: "Notavo che più che trattare con un parente, si sentiva felice di trovarsi con un salesiano missionario, per lei ancora più caro".
Suo Parroco nella chiesa di S. Maria Ausiliatrice, fu dal 1945 fino alla morte (1952), don Giulio Reali, nativo di Frascati, col quale collaboravano altri sacerdoti salesiani. Più tardi, trasferito a Cagliari nella parrocchia di S. Paolo, fece una importante testimonianza nel Processo informativo sulle virtù della Serva di Dio(').
Nel bollettino salesiano "Letture Cattoliche - Don Bosco" del 1 Maggio 1952, nel necrologio "Preghiamo per i nostri morti", è detto di lei: "... Fu anche un'ardente zelatrice delle opere salesiane
e nutriva una fiduciosa devozione per San Giovanni e per il B. Domenico
Savio che l'assistevano con grazie straordinarie. Chiuse la sua vita angelica con l'atto eroico di offerta di se stessa a Dio per il trionfo della Chiesa" (1).
Edvige e i francescani (Del Prof. E. Madau)
Affermare che Francesco d'Assisi abbia posato il suo paterno sguardo sulla Comunità ecclesiale di Pozzomaggiore e in particolare sulla famiglia francescana durante i suoi cento anni di vita, non è assolutamente retorico.
Quando nel 1892, l'allora parroco di Pozzomaggiore Teol. Angelo Senes pensò di istituire il Terzo Ordine Francescano, non immaginava certo che, nella vita della semplicità più genuina e della santità, pur se fuori dal convento, ma operose tra le mura domestiche e il lavoro quotidiano, tra le seguaci di San Francesco, ve ne sarebbe stata una già segnata dalla Grazia in un modo del tutto singolare: Edvige Carboni.
La Serva di Dio fece parte del Terzo Ordine secolare a partire dall'ottobre 1906, data della sua vestizione, ma la professione avvenne nello stesso mese dell'anno successivo, 1907; era una delle 120 iscritte che si registrarono a Pozzomaggiore dal 1892 al 1908. A proporle l'iscrizione fu la signorina Lucia Demuro, di Sorso, sorella del farmacista che allora gestiva "sa buttecaria" del paese.
Edvige Carboni visse il francescanesimo nello spirito più genuino voluto dalla Regola, in povertà e letizia: lavoro in casa, vita umile, semplice, piena di attenzioni per gli altri, i poveri e gli ammalati in modo particolare.
Dio stava al centro di ogni suo pensiero e di ogni sua attività; l'Eucaristia fu per lei fonte perenne di grazia; santa la sua devozione a Maria; ammirevole il suo spirito di penitenza e fedele il suo amore alla Chiesa e al Papa. La sua vita è tutta costellata di luminosi esempi di fede e di carità; "Chi arde, incendia", era uno dei suoi motti. Fu perseverante alle adunanze che ogni mese teneva il Direttore del Terzo Ordine Francescano, il Rev. don Salvatore Corongiu; il suo esempio di donna cristiana, di laica, impegnata nella vita della parrocchia, nella catechesi dei bambini con la parola e degli adulti con i fatti, la portarono ad essere eletta maestra delle novizie. In Edvige non c'era posto per l'ozio, tanto era il lavoro che l'attendeva nella vigna del Signore. A Pozzomaggiore tutti sapevano del suo impegno sociale in seno alla famiglia e all'intera Comunità; Edvige era stimata per le sue virtù e il modo straordinario di vivere la vita più ordinaria e semplice come quella delle donne vissute ai primi del Novecento.
Il poverello d'Assisi fu senz'altro soddisfatto di lei, se un giorno le apparve e le consegnò un cordone da saio francescano; un'altra volta ancora le si animò la statua di Sant'Antonio da Padova.
Eppure, nonostante tante prove di fede, di speranza e di carità, come San Francesco, anche Edvige Carboni non fu capita; fu spesso anzi derisa e calunniata. L'invidia di alcune false amiche e devote, creò una situazione ostile nei suoi confronti, al punto che lo stesso Direttore del Terzo Ordine, don Corongiu, le si mise contro. Il buon sacerdote, che più tardi riconobbe le virtù di Edvige e tanto fece per farne conoscere la santità dei costumi, si laciò convincere dalle male lingue al punto di far intervenire il Padre Provinciale del Terzo Ordine stesso, il Padre Luigi Carta (omonimo dell'allora parroco di Pozzomaggiore), nativo di Bonarcado (1875-1938), stimato per la sua dottrina, i suoi santi costumi, la sua predicazione e il ministero assiduo della Confessione.
È presumibile che la difficile situazione che si venne a creare intorno alla figura della Serva di Dio, fosse stata causata dalle insistenti voci sui doni mistici e i carismi in cui Dio l'arricchì sin da bambina e ai quali molti non volevano credere.
Due anni dopo la professione religiosa nel Terzo Ordine Secolare, Edvige ricevette le stimmate, avvicinandosi così ancora di più al Serafico Padre San Francesco.
Il singolare avvenimento fu visto dagli invidiosi e dagli increduli come l'eccesso della simulazione e della mistificazione; eppure non era così. Edvige non parlava mai dei suoi doni se non per obbedienza e ai soli direttori spirituali o intime amiche; mai li strumentalizzò e propagandò a proprio vantaggio. Si parlò anche di isterismo; ma nel carattere buono, semplice ed equilibrato di Edvige non vi era mai stato nulla che avesse potuto far pensare a malattie psichiche; lo stesso Tribunale Ecclesiatico di Roma lo escluse categoricamente. Sante persone come il Servo di Dio Padre Giovanni Manzella e lo stesso parroco di Pozzomaggiore vedevano in lei il dito di Dio; eppure Edvige Carboni ebbe le sue persecuzioni e fu persino accusata presso il Vescovo, ma perdonò tutto a tutti.
Il padre Provinciale stesso, sentito quanto si diceva sulle estasi, le levitazioni, i sudori di sangue e le visioni di Edvige, volle conferire con lei; saputo inoltre delle stimmate la volle vedere. Edvige, mai e poi mai le avrebbe fatte vedere; le nascondeva con le maniche lunghe del suo giubbetto e coi mezzi guanti e, a quanti le videro, ciò accadde solo per caso e insperatamente, fatta eccezione per la sorella e le amiche più care. Quella volta, però, dietro richiesta del Direttore don Corongiu, Edvige fu, suo malgrado, costretta a mostrare le piaghe delle mani e dei piedi al Padre Carta. Proprio nell'atto di togliersi le scarpe, il Padre Provinciale la rimproverò: "non sono venuto per vedere le tue false stimmate, ma per dirti che sei sospesa dal Terz'Ordine per tre anni e che, d'ora in poi, non sarai più maestra delle novizie" le disse. Questo è quanto Edvige confessò in lacrime ad una sua amica che poi testimoniò durante il Processo di Beatificazione.
La Serva di Dio lasciò l'incarico con sua grande umiliazione e confusione; solo il tempo e la perseveranza nell'umiltà fecero ricredere tante persone sulla figura di Edvige. Nel 1929, insieme alla sorella Paolina e al padre Battista, Edvige lasciò Pozzomaggiore e si trasferì nel Lazio; quì non dimenticò i suoi doveri di francescana e mantenne sempre viva la devozione verso San Francesco. Nel suo Diario (p. 13) scrisse: "Gesù mi fece vedere la gloria di San Francesco d'Assisi; lo vidi risplendere, il più bello del Paradiso". Prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, in compagnia della sorella, Edvige fece un viaggio ad Assisi per venerare le spoglie del Serafico Padre; si spostarono poi a Padova e qui, accanto alla tomba di S. Antonio, Edvige vide il Santo che le parlò esortandola alla santità. Fu d'altronde questo l'unico scopo della sua vita.
CAP. XX
I CONFESSORI DI EDVIGE
La confessione, oltre che disinfettare spiritualmente l'anima dal male, liberandola dai peccati, serve anche a dirigere le anime sulla via della santità cui tutti si è invitati da Gesù nel Vangelo.
Presto, infatti, ci s'accorge che le virtù costano sacrificio e che la via della perfezione è più lunga, penosa e impegnativa di quanto ci s'immaginava ... Solo una voce paterna, saggia e illuminata potrà incoraggiare l'anima in difficoltà a proseguire il cammino tracciatole dal Signore!
E di solito è il confessore.
Edvige, chiamata fin da bambina a percorrere una via di tanta perfezione, carica d'un grosso bagaglio soprannaturale, più degli altri sentì questo bisogno di guida spirituale.
I confessori che, via via, le mise davanti il Signore furono i seguenti:
Mons. Salvatore Deriu
Nato a Pozzomaggiore nel 1874 e ivi morto a 65 anni, il 9 Settembre 1939, fu un attivissimo sacerdote, prima in varie parrocchie della diocesi di Alghero, poi come professore e padre spirituale nei Seminari di Sassari e di Cuglieri, fino ad essere eletto Canonico Penitenziere e poi Vicario Generale del Vescovo di Alghero.
Tutti quelli che lo conobbero hanno ancora la mente piena della sua bontà paterna, delle sue doti intellettuali e della saggezza nella direzione delle anime. Una di queste che si affidarono a lui senza riserve fu Edvige Carboni. Egli la conosceva fin da fanciulla (aveva soltanto sei anni più di lei), prima d'entrare in seminario.
Ebbe sempre molta stima della sua penitente, proprio come di una santa. A questo proposito ecco una dichiarazione di una testimone, Antonica Deriu, che fu coetanea di Edvige nell'insegnamento del catechismo:
- «Di lei ho sentito parlar bene dal Canonico Deriu, col quale Edvige parlava molto spesso. Mi disse Edvige è un'anima privilegiata».
Mons. Vittorio Pinna, Canonico Penitenziere di Albano Laziale, poi Canonico della Basilica di S. Pietro a Roma, attesta:
- (A Cuglieri) «ebbi come professore di Teologia morale, Diritto canonico, Pastorale e Musica il Rev. Can. Deriu Salvatore, il quale ebbe a dirigere spiritualmente la Carboni. Ci parlava spesso della sua virtù, delle sue stigmate, sottolineando come in tutti i tempi Iddio suscita delle anime belle che rispondono con slancio alla divina grazia».
Altre sue testimonianze sul concetto di santità di Edvige le troverai alla fine di questo volume.
Don Luigi Carta
Dopo Mons. Deriu subentrò, nella direzione spirituale di Edvige, il parroco D. Luigi Carta, da tutti stimato nel paese per il suo spirito di fede, di pietà e di operosità pastorale. Era pure Canonico onorario del Capitolo di Alghero.
Come testimonia un suo successore, Don Angelico Fadda, aveva dato al paese un'impronta di grande spiritualità. Ed è ancora ricordato con venerazione da tante persone adesso anziane.
«Don Luigi Carta, persuaso che le cose che avvenivano in Edvige erano da Dio, e prevedendo la sua futura missione nella Chiesa, voleva che mia sorella annotasse giorno per giorno tutto quello che le accadeva, mandandoglielo per iscritto. Io la vedevo scrivere, ma per prudenza non osavo guardare».
Le fece prendere anche delle fotografie allo stesso scopo. Don Luigi Carta mori dopo la prima guerra mondiale, conservando parecchie lettere e le fotografie di Edvige, da lui confessata per tanti anni.
Alla morte del parroco, prima che queste lettere e fotografie potessero andare in giro, un nostro parente, amico di Don Luigi Carta, ce le fece riavere. Mia sorella, senza chiedere il parere di Padre Manzella, insieme all'amica Grazia, ne fece un falò, bruciandole tutte. Don Luigi Carta aveva parlato delle estasi e delle stimmate di Edvige con altri sacerdoti e con dei secolari. La notizia si sparse da un capo all'altro dell'isola, e i forestieri venivano a Pozzomaggiore per curiosare. Mio padre con severità mandava via tutte queste persone.
Quando andava in chiesa la gente incuriosita la osservava; maggiormente quando andava in estasi e dalle mani piagate uscivano gocce di sangue.
Morto Don Luigi Carta (1920), Edvige fu diretta dal canonico Don Corongiu, sacerdote dotto e saggio, da cui si era confessata, fino alla morte, anche la mamma di Edvige. Per ragioni del suo canonicato della cattedrale di Alghero doveva fare una vita pendolare tra Alghero e Pozzomaggiore, dove aveva casa, fratelli e nipoti. Altro confessore di Edvige fu Don Piu Rosas, viceparroco di Pozzomaggiore dal 1922 al 1930, poi canonico ad Alghero, cappellano di S. Agostino.
Quando il P. Manzella veniva a Pozzomaggiore, sempre in giro per le sue missioni nella Sardegna, Edvige si confessava da lui e ne riceveva consigli e direzione spirituale.
Essendo, però, cosa saltuaria, egli suppliva scrivendole delle lettere spirituali che, dopo la morte di lui, essa «mandò per obbedienza all'Arcivescovo di Sassari per il Processo di Beatificazione del venerabile Padre».
Altre cose sul Manzella e la Serva di Dio saranno riportate nel capitolo dove si parla del concetto di Santità di Edvige, verso la fine di questo libro.
Durante la sua permanenza a Calangianus, si confessava da Mons. Scampuddu, parroco del paese, il quale conservò sempre un'altissima stima per lei; mentre essa si esprime con parole di grande venerazione per lui nelle lettere alle amiche Azzena di Calangianus. Nelle sue peregrinazioni in continente dovette confessarsi da chi le capitava, specialmente da P. Damizia, a La Forma (Fr.).
Di tanto in tanto andava, con la sorella, da P. Cappello S. J., noto per la sua dottrina in Diritto Canonico e Morale, ma in Roma conosciutissimo da tante anime per l'illuminata direzione spirituale. Il suo confessionale era sempre affollato di penitenti.
Alcune lettere spirituali di lui indirizzate alle sorelle Carboni vengono ancora conservate con devozione fra gli scritti di Paolina:
- «Qualche volta Edvige e io ci recavamo a Roma per confessarci da Padre Cappello, che veneravamo come un santo. Quasi ispirato, questo padre mi disse che avrei vinto il concorso e sarei venuta a Roma».
Pare che si sia confessata da Don Orione, come si può rilevare da alcuni consigli ricevuti da lui: per esempio, quello di stabilirsi a Roma.
Ma due confessori meritano particolare menzione perchè più stabili, nei primi tempi della sua dimora nella città eterna: Mons. Massimi e Mons. Vitali.
Mons. Massimi
«Nei primi tempi della guerra andavamo a confessarci da Mons. Massimi, cappellano della Chiesa del Corpus Domini, a Via Nomentana, e ci andavamo quasi sempre nel pomeriggio della domenica. In quella chiesa anche Monsignore vide Edvige in estasi. Le parlò
anche il quadro (della Madonna) del Buon Consiglio, esposto in una cappellina della chiesa.
Mons. Massimi esortava Edvige ad implorare dal Signore la fine dell'immane conflitto, ma Gesù rispondeva che l'umanità ancora non la meritava quella grazia celeste.
Il diavolo non era contento ché noi andassimo a confessarci da Mons. Massimi che, per disprezzo, chiamava "il gallo di Porta Pia" ».
Possiamo comprendere la stima che Monsignore aveva di Edvige anche dalla seguente relazione di Tecla Vernacchia: «Ricordi di Edvige Carboni. Mi confessavo al Corpus Domini da Mons. Don Giuseppe Massimi. Un giorno mi disse: Voglio farti conoscere un'anima, una signorina che come te vive nel mondo e che il Signore ha ornata di grandi grazie... È stimmatizzata e nella preghiera viene elevata in estasi».
Pare che sia stato lui ad imporre alla Serva di Dio di scrivere il suo Diario, oggi prezioso per la conoscenza della spiritualità e santità di Edvige. Altri pensano che sia stato P. Cappello.
In estate, un dopopranzo, mentre stavamo riposando, Edvige in una visione vide il diavolo che, infuriato, prendeva il suo diario, riposto in un cassetto della credenza, e lo stava per buttare dalla finestra. Allora Edvige, prontamente rinvenuta dalla visione, si alzò ed effettivamente rinvenne il diario vicino alla finestra, un pò bruciacchiato.
Mons. Massimi volle benedire il quaderno, affinchè il maligno non continuasse a distruggerlo; ci diede pure una teca contenente delle reliquie, per metterla nella busta, dove conservavo il mio stipendio.
Quando ritornavamo dalla visita a Monsignore, ritrovavamo i cuscini gettati per terra, all'ingresso di casa, oppure appesi alle maniglie delle porte o delle finestre.
A queste scene diaboliche era presente la nostra amica intima, Vitalia Scodina, perchè anche quest'anima si confessava da Monsignore e quindi ritornavamo insieme a casa.
Nella chiesa del Corpus Domini Edvige ebbe molte visioni. Una volta Gesù le disse che amava tanto quella comunità di suore, perchè erano umili. In quella chiesa dal mattino vi è esposto Gesù Sacramentato.
Ben presto però Edvige dovette abbandonare la direzione di Mons. Massimi, perchè era troppo lontano dal Quadraro e, dato che i tram non camminavano (per la guerra), era impossibile ad Edvige potervisi recare.
Mons. Vitali
Questo santo sacerdote l'abbiamo conosciuto dopo la direzione spirituale di Mons. Massimi.
Aveva 78 anni ed era cappellano della chiesa di S. Sebastiano al Palatino: uomo dotto, valente oratore e scrittore, pieno di carità verso il prossimo e umile.
Gesù amava tanto Mons. Vitali, perchè questi cercava la santità, guidava tante anime sul Suo sentiero, esorcizzava invasi dal demonio.
Una volta abbiamo assistito a un esorcismo: che lotta doveva compiere contro il nemico infernale!
Mons. Vitali diceva che da quando aveva conosciuto Edvige, si sentiva migliore, gli sembrava di percorrere più speditamente la strada della perfezione, era più illuminato, e Gesù gli dava molte consolazioni durante la S. Messa, sentendo la sua viva presenza e ricevendone delle ispirazioni celesti.
Edvige pregava, implorava grazie per quelle persone raccomandatele da Monsignore e poi riferiva a lui, suo padre spirituale, i voleri del Signore Gesù.
Mons. Vitali aveva scritto dei libri sulle anime del Purgatorio, sul Sacro Cuore e su S. Giuseppe. Questi libri ce li regalò per leggerli e per fare opera di propaganda cristiana. Ma furono bruciacchiati e distrutti dal demonio. Nelle sue vessazioni a Edvige il demonio chiamava Mons. Vitali «Mosè sul monte».
Nell'inverno del 1949 Gesù confidò a mia sorella che ci avrebbe tolto una persona cara: Mons. Vitali. In seguito a questa visione, Edvige lo avvertì perchè si preparasse a fare una degna morte. Egli dichiarò di sentirsi pronto e per nulla spaventato dal fatto incombente che lo riguardava. Dopo pochi mesi il male, che Monsignore si portava da molti anni, si aggravò, ed egli morì di lì a poco nel novembre 1949.
Padre Ignazio Parmeggiani Passionista
Fu l'ultimo confessore e direttore spirituale di Edvige Carboni. Ecco come avvenne: P. Ignazio dice che Edvige si recava alla Scala Santa «per vivere più intimamente la Passione di Cristo».
Abbiamo già ricordato che essa era iscritta fin dal 1941 all'Arciconfraternita della Passione - oggi Associazione della Passione - con sede in quel Santuario della Scala Santa.
Per appunto il P. Ignazio era redattore del periodico mensile di quell'associazione della Passione: «II Crocifisso».
Così, anche per ragioni di quel periodico, di cui lei era zelatrice e ne distribuiva personalmente tante copie, Edvige si trovò a trattare spesso col P. Ignazio. Essendo morto Mons. Vitali, suo direttore spirituale, nel Novembre del 1949, Edvige cominciò a confessarsi dal P. Ignazio stesso, e con lei anche la sorella Paolina e Vitalia, tutte provenienti dalla direzione di Mons. Vitali.
Del P. Ignazio (28.11.1912 - 13.4.1987) riporto qui il sereno giudizio del Vescovo di Alghero-Bosa, Mons. Giovanni Pes:
«Il ricordo del padre Ignazio Passionista induce in me, con naturalezza, il riferimento alla santità. Il dono della grazia che Dio iscrive nella vita di tanti fratelli non sempre è leggibile, anche quando non è cancellato. Gli eventi, gli interessi, le azioni, le ambiguità si sovrappongono spesso in noi al segno divino.
Ma ci sono delle figure, e bisogna ringraziarne il Signore in modo particolare, in cui lo Spirito quasi traspare, tanta è la loro fedeltà, la sincerità della loro resa, la purezza della loro intenzione.
Nel P. Ignazio ho sempre visto una di queste figure. Avvicinarlo significava avvicinare un amico di Dio, ma di un Dio sempre presente e presentato: nelle parole, negli atteggiamenti, nella dedizione continua e totale, un Dio comunicato attraverso l'esempio e l'esortazione, invocato in una preghiera estesa su tutti gli spazi di una vita, amato con lode e speranza nelle ore della prova.
Ritengo che molti condividano con me, con il rimpianto per il fratello e il padre, il ricordo benedicente di un testimone autentico della grazia che santifica: e attendiamo ancora da lui un conforto per lo Spirito».
Giovanni Pes Vescovo
PARTE TERZA
IL SOPRANNATURALE nella Serva di Dio Edvige Carboni
PREMESSA
Di fronte al soprannaturale
In questa terza parte ho riportato i principali fatti soprannaturali verificatesi nella vita di Edvige Carboni, e che nella teologia tradizionale ascetico-mistica vengono chiamate "grazie gratisdate". Il Tanquerey le definisce:
"Doni gratuiti, straordinari e passeggeri, conferiti direttamente a vantaggio altrui, benchè indirettamente possano pure servire alla propria santificazione. S. Paolo ne parla col nome di carismi".
Oggi questo concetto teologico va aggiornato e integrato alla luce del Vaticano II, che ne tratta in diversi Documenti.
Per esso vi sono carismi più semplici e comuni adatti alle varie posizioni dei fedeli, e carismi straordinari, ma tutti volti al bene della chiesa.
"E questi carismi, straordinari o anche più semplici e più comuni, siccome sono soprattutto adatti e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione. I doni straordinari però non si devono chiedere imprudentemente, nè con presunzione si devono da essi sperare i frutti delle opere apostoliche; ma il giudizio sulla loro genuinità e sul loro ordinato uso appartiene all'Autorità ecclesiastica, alla quale spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono" (LG, 12).
Va tenuto presente che non sono i carismi soprannaturali che costituiscono la santità, sebbene di solito fioriscano su di essa, e i fatti soprannaturali suscitano problemi e reazioni diverse.
E’ scontato che la parapsicologia tenti di ridurre tutte queste manifestazioni a semplici fenomeni naturali, spiegabili come misteriosi influssi dell'organismo umano, definendoli estrasensoriali. Ma non essendo possibile un rigoroso controllo scientifico di gabinetto, queste spiegazioni lasciano perplessi...
Osserva Camillo Becattini: - La "verità" della persona mistica, con i suoi vissuti e i suoi fenomeni, sopravanza le possibilità della psicologia e della psichiatria poichè il fatto mistico sfugge, nella sua essenza, alle metodologie delle scienze empiriche -.
Il senso cristiano dei fedeli vi annette, in determinati casi, l'intervento divino, o per lo meno, rimane con un proprio giudizio sospeso, non essendovi nessun obbligo di credervi.
Ragionamoci insieme:
Un fatto qualunque può avere origini diverse. Per esempio la comunicazione a distanza può essere realizzata col telefono, la radio, la televisione ecc.
Ci fu un tempo in cui questi mezzi non esistevano, e il fatto si verificò lo stesso!... Nella vita di S. Paolo della Croce (1694-1775) si narra che più di una volta le sue prediche, tenute in chiesa, furono udite, parola per parola, e con molta chiarezza, a distanza di molti chilometri, in campagna o lungo la via, da uomini che, a quel richiamo di fede, andarono da lui a confessarsi, convertendosi da una vita di perdizione.
Ed è ben nota la celebre visione di S. Chiara d'Assisi:
"È la notte di Natale 1252. L'amore che non conosce limiti di spazio, rende presente a Chiara - lasciata sola (inferma a letto) - le solenni cerimonie nella basilica di S. Francesco, anzi la natività del "santissimo e dilettissimo Puero involto nè poveri pannicelli" nella povertà del presepe di Betlem.
È per questo suo vedere e sentire da lontano che Chiara fu proclamata Patrona della Televisione, col Breve Christus explendescit del 14 Febbraio 1958".
Penso di fare cosa gradita a chi desidera conoscere le parole stesse del Papa, riportandone qui alcune che più interessano:
"... Patrona (della televisione) è stata richiesta Santa Chiara, la quale, come viene tramandato, una certa notte del Natale del nostro Salvatore Gesù Cristo, ad Assisi, essendo ammalata nel proprio letto del suo convento, udì, come se fosse presente, i canti religiosi che si facevano durante i sacri riti nella basilica di S. Francesco e vide il presepe del Pargolo divino (...). Pertanto (...) facciamo, costituiamo e dichiariamo Santa Chiara, vergine di Assisi, celeste Patrona per sempre presso Dio dell'invenzione televisiva, con tutti i privilegi e onori che giuridicamente competono a tali Patroni...". Fatti analoghi se ne trovano in altri santi e servi di Dio.
Come si vede, qui è diverso il mezzo e il fine di questa comunicazione a distanza. E ciò potrebbe avvenire anche oggi, al di fuori dei mezzi tecnici che esistono.
Questo vale anche per le guarigioni: ci sono tante medicine, però nessuno può impedire che lo stesso effetto possa essere ottenuto senza medicina, per intervento soprannaturale. Le vite dei santi sono piene di tali fatti. In Sardegna sono celebri, per questo, S. Ignazio la Làconi, S. Salvatore da Horta, fra Ignazio da Gesturi e altri servi di Dio. Altro fatto da tener presente: il rapporto di Dio con l'uomo non è inerte, ma vivo. Se vivo, ha le sue manifestazioni viventi. Non invano Gesù dice che chi avesse creduto in Lui avrebbe compiuto le sue stesse opere ed anche maggiori. Si capisce: "creduto" in senso maiuscolo, da santi!.
Ed è appunto questo che si trova nella vita di Edvige Carboni: la fede in Dio, senza limiti, senza misura; le sue virtù evangeliche a tutta prova, sulle quali poggia tutta la sua struttura mistica.
Leggendo questo libro avrai avuto l'impressione che in Edvige i due aspetti della vita, il di qua e l'aldilà, il visibile e l'invisibile, il presente e il futuro... si fondono insieme. La parete che separa questo dall'altro mondo sembra demolita, e Dio appare più vicino, in mezzo a noi. E mi pare proprio questa la sua missione: risvegliare nel mondo materializzato le certezze del soprannaturale, del divino in mezzo all'umano, facendolo quasi toccare con le mani.
Va tenuto presente, però, che il soprannaturale parte da Dio ma sfocia nell'umano, come un fiume dalla sorgente alla foce, dove porta con sè quello che raccoglie nel suo corso.
Così l'azione divina nella persona umana contiene carattere, abitudini, personalità e accaduti dell'individuo in cui si manifesta.
Si pensi alle opere degli artisti: pur eseguendo lo stesso soggetto, vi hanno lasciato impressa - quasi autoritratto - la propria personalità diversa l'uno dall'altro, come si scorge nelle loro grandi opere.
Pertanto nei fatti preternaturali dei santi, e nel nostro caso, della Serva di Dio Edvige Carboni, va tenuto conto del soprannaturale nell'umano, e interpretarli seconde le sagge norme della Chiesa, e le loro personalità.
Alcuni indizi sulla natura dei fenomeni mistici ed in Edvige Carboni Dettare leggi fisse alle manifestazioni straordinarie che si verificano nei mistici, è come voler mettere le briglie al vento.
Però ci sono dei segnali che ci rassicurano sufficientemente sulla loro natura e provenienza. Li riporto da studi critici di autori assai qualificati. La sottolineatura è mia.
1) I fenomeni mistici (veri) lasciano nel soggetto un senso di chiarezza e pienezza di vita.
Tale stato si riscontra costantemente in Edvige Carboni. Al termine delle sue estasi e altri fenomeni straordinari, tutto in lei tornava normale come se nulla fosse stato, e riprendeva col solito impegno le sue attività di prima.
2) Una personalità forte ed equilibrata è l'indice più attendibile riguardo il significato e l'origine dell'esperienza e della fenomenologia mistica.
Queste doti emergono durante tutta la sua vita, come si è visto nella prima parte di questo libro. Esistono anche due volumi di sue lettere, tutte piene di senso pratico ed equilibrato dove domina il buon senso e il retto giudizio.
3) II mistico attribuisce sempre valore molto relativo a queste manifestazioni, con un atteggiamento di umiltà, di sottomissione alla volontà di Dio che opera per puro dono.
Tutti i testimoni del Processo Informativo di Edvige (sono 103) e gli altri estraprocessuali e quanti altri la conobbero, sono tutti d'accordo su questo comportamento della Serva di Dio.
4) L'esperienza soprannaturale mette il mistico in grado di conciliare in modo più efficiente la realtà personale e sociale.
Di fatto egli trae da questo vissuto particolare più energia, più perseveranza, più decisione, più risolutezza quando torna ad impegnarsi nell'attività esterna. L'unione con Dio, che è l'obbiettivo del mistico, una volta ottenuta, lo muove non solo verso il suo mondo «interno», ma gli conferisce anche nuova forza da usare nei suoi compiti.
In queste parole del Becattini mi par di vederci dipinta con tanta realtà la vita di Edvige Carboni nel suo aspetto globale.
5) Dal punto di vista morale e religioso, i teologi sottolineano le seguenti qualità: sincerità, indole buona, umiltà, docilità, rassodamento nella pratica costante delle virtù cristiane, conformità con gli insegnamenti della Chiesa sia dogmatici che morali, sentimento durevole di pace interiore....
Cose tutte che abbandonano nella vita e nei fatti straordinari di Edvige Carboni.
6) "Un criterio di somma importanza, per valutare l'autenticità e l'efficacia dei fenomeni straordinari nella vita spirituale, è la passione che accendono nell'anima, dell'imitazione di Cristo, della conformazione alla sua vita, e soprattutto della partecipazione alla sua passione.
La validità di questo criterio, oltre che dalla constatazione dalla vita e dell'esperienza dei santi, lungo tutta la tradizione della Chiesa, è dedotta proprio dalla natura stessa della santità cristiana e da tutto il disegno perseguito da Dio nella storia della salvezza".
Tale è stata, senza dubbio, tutta la vita di Edvige Carboni. Altra valutazione scientifica
Siccome lo "straordinario" in Edvige Carboni, tanto frammisto all'ordinario - specialmente le piccole manifestazioni del soprannaturale più che le grandi, come il dono di oggetti materiali da parte del Signore, della Madonna, dei santi, ecc. - lascia perplessi e fa ritenere "miracolismo" questo lato della vita mistica della serva di Dio, ritengo necessario aggiungere qui uno studio su questa materia del Prof. don Albino Ronco, Ordinario di Psicologia Dinamica dell'Università Pontificia Salesiana di Roma, laureato in filosofia e psicologia a Bonn.
Dopo le premesse scientifiche, base delle sue deduzioni, egli conclude: "Gli indici che emergono dai documenti, sono:
1) Un "Io" stabile e forte, esteso e impegnato.
Vi è nella Serva di Dio un centro coordinatore sicuro, che non è sopraffatto dagli impulsi, che è lontano dal narcisismo ed è aperto a molti interessi, soprattutto umani e spirituali, e prende l'iniziativa per operare secondo questi suoi interessi.
2) Ricchezza emotiva, unita a sicurezza e dominio delle emozioni. L'affettività della Serva di Dio è profonda e delicata, e perciò lontana dalla insensibilità, e tuttavia non degenera in ansia irragionevole, né in marasma emotivo. La sua calma imperturbabile è spesso segnalata nei documenti.
3) La capacità di un incontro profondo con le persone, ma senza dipendenza nevrotica.
La Serva di Dio ha avuto profonde amicizie e veri contatti anche con persone incontrate casualmente nella sua azione caritativa. In questa comunicazione la Serva di Dio si mostra incurante delle proprie reazioni e attenta ai bisogni e ai sentimenti dell'altro e soprattutto è capace di vedere nell'altro il fondo ultimo dell'esistenza dei suoi problemi e della sua vocazione divina.
Pur venendo incontro alle richieste altrui, anche con grande sacrificio personale, non vi è traccia di una dipendenza che derivi dal bisogno di piacere ad altri per essere la loro accettata e sostenuta.
4) Un realismo verso di sè e verso i compiti.
La Serva di Dio mostra di gestire normalmente la propria vita; da chiari segni di valutare realisticamente le sue capacità, le situazioni, le persone; in questo realismo entra senz'altro anche la sua visione di fede, e perciò l'umiltà verso di sè, e la carità verso gli altri.
I fenomeni talora non comuni o "strani" che le accadono non sono da lei ricercati o coltivati, e non la distolgono da un continuo e sano realismo. Perciò appare ingiustificato attribuire alla Serva di Dio un predominio della fantasia sulla realtà.
5) Una chiara "tendenza proattiva", o progettualità.
Nella Serva di Dio si nota una serena e continua tensione verso il bene, che per Lei è la volontà di Dio; pare da escludere il dominio
del rimpianto o di pulsioni inconscie o di dipendenze infantili e con ciò pare da escludersi ogni ogni radice di ripiegamento su di sè, di ogni ansietà patologica nello strutturare la sua personalità.
Questa "progettualità" sostanziale esclude nella Serva di Dio una personalità nevrotica.
6) Infine la Serva di Dio pare guidata da una "intenzione centrale" abitualmente e intensivamente attiva, l'intenzione cioè di fare la volontà di Dio, di rispondere al suo amore e di aiutare coloro che ella percepisce e ama come figli di Dio.
La "intenzione centrale", quando è così vivamente operante, unifica, integra ed anima tutta la condotta.
Conclusione
Seguendo questi criteri, giustificati dagli studi citati in bibliografia, e abbastanza evidenti per se stessi, non pare vi sia luogo a dubbio ragionevole sulla sanità e maturità psichica complessiva della Serva di Dio.
Di conseguenza l'interpretazione dei fatti messi in discussione non può partire dall'ipotesi di una personalità paranoide.
Alla stessa conclusione si giunge prendendo in considerazione la "intenzione centrale" così evidente nella vita della Serva di Dio. G.W. Allport, già presidente della American Psycological Association, scrive:
"Se in una vita riusciamo a identificare alcune intenzioni centrali, avremo modo di tenere nella giusta prospettiva le tendenze secondarie (1997, p. 190): uno stile apparentemente infantile nell'ammettere certi fenomeni dev'essere valutato alla luce della volontà, quanto mai seria, "adulta' e impegnativa di servire Dio".
Roma 25 marzo 1992
Sac. Prof. Don Albino Ronco Università Pontificia Salesiana Ordinario di Psicologia Dinamica Nota Bibliografica
ALLPORT G.W. Piscologia della personalità, Roma, LAS, specie capitoli 10, 12.
RONCO A., Introduzione alla Psicologia, I, Psicologia Dinamica, Roma, LAS, 1991, V ed., specie capitoli 1, 3, 8.
I teologi sono concordi nell'affermare che quando nella vita dei santi si pub provare l'equilibrio psicosomatico e psichico ed in particolare l'eroicità delle virtù, pur essendoci nella loro vita prodigi inspiegabili alla ragione critica umana, tali fenomeni non impediscono di procedere alla loro canonizzazione. (Benedetto XIV, Lib. III, c. 51 - P. Vittorio Marcozzi, S.J.: Voto S.C: per le Cause dei Santi, 6 marzo 1986).
Le stimmate del P. Pio e di Edvige Carboni
- Si possono dire contemporanee: in P.Pio ci furono dei primi dolori misteriosi nel 1912; poi le stimmate invisibili nel 1915, infine quelle permanenti nel 1918. In Edvige nel 1909 circa.
- Lui aveva l'età di 31 anni; Edvige di 29/30.
- L'uno e l'altra le ebbero dal Crocifisso quasi nello stesso modo. - In P.Pio furono permanenti: "La ferita del cuore gitta assiduamente del sangue, specie dal giovedi al sabato" (Epist. I, 510 e anche 509). Quelle di Edvige sanguinavano dal giovedì al venerdi. - Furono assai dolorose: P.Pio parla di "dolore e di strazio" (1. c.).
- In ambedue non andavano in suppurazione.
- in ambedue trapassavano da parte a parte i punti feriti.
- Al P. Pio sparirono qualche giorno prima della morte. Ad Edvige durarono fino alla morte, ma nel tempo che visse nel Lazio e a Roma sparirono quelle delle mani, le altre rimasero (Gesù le disse d'avergliele tolte per liberarla dalla pubblicità).
- Ambedue ebbero anche le pene della coronazione di spine. Ma più che i carismi esterni del corpo, nel Padre Pio ed Edvige è presente la santità interna dell'anima, come si può vedere nelle loro lettere e biografie.
Fra tanti ammirò da vicino questa santità in P. Pio il compianto Paolo Carta, vescovo di Foggia, poi arcivescovo di Sassari e Amministratore Apostolico di Alghero, deceduto a Cagliari il 9 Marzo 1996. Scrive: "Ho avuto il privilegio di essere a lui vicino e di lui amico, io ho cercato precisamente di scoprire la sua ricchezza interiore e di qualificare la sua personalità nella storia della santità cattolica. Sono arrivato così alla convinzione che proprio della santità cattolica Padre Pio costituisce una mirabile sintesi.
Con queste personali convinzioni, in udienza dal Papa Giovanni Paolo 11, il 10 dicembre 1981, ho detto: "Sono un testimone della santità di P. Pio. La supplico, perciò, di fare iniziare quanto prima la Causa per la sua elevazione all'onore degli altari" .
P. Pio ed Edvige Carboni (di Ernesto Madau)
Ma quali furono i contatti tra Padre Pio ed Edvige Carboni, quali i sentimenti che uno nutriva dell'altro, quali gli intenti che li legavano? Entrambi furono figli del grande Francesco d'Assisi: Padre Pio fu sacerdote, Edvige Carboni fu una Terziaria del suo Ordine.
Sappiamo per certo che la Serva di Dio non si recò mai a S. Giovanni Rotondo (FG) come le migliaia di visitatori che, a partire dal 1918, cominciarono ad affrontare disagi di ogni genere pur di poter vedere, sentire e confessarsi dal venerato Padre; eppure Edvige Carboni ebbe dei contatti con S. Giovanni Rotondo.
Argia Papini, testimone ai processi canonici della Carboni, depose così: "l'ultima volta che io la vidi, due mesi prima della morte, mi incaricò di portare un pacco di vestiario ad una donna ammalata e povera che abitava a S. Giovanni Rotondo". In che modo Edvige venne a conoscenza delle difficoltà economiche di questa signora? È bello pensare che sia stato lo stesso Padre Pio a rivelarlo alla Serva di Dio, la quale "ebbe in visione vari colloqui con lo stigmatizzato del Gargano, il più grande confessore di quest'epoca. Un giorno Edvige disse alla sorella Paolina di aver parlato con Padre Pio; era stato tanto affettuoso con lei, come un padre con una figlia. Il Signore le parlò più volte del suddetto sacerdote e l'assicurò che lo avrebbe lasciato sulla terra fino a tarda età per convertire e poter condurre a Lui ancora molte anime".
Se furono tanti i peccatori a vedere in Padre Pio uno spiraglio di luce e di misericordia e poi la certezza del perdono in nome di Dio, è facile supporre che anime candide e buone come quella di Edvige Carboni, avessero la certezza che Padre Pio fosse - come ebbe a dire Papa Benedetto XV - "uno di quegli uomini che Dio manda di tanto in tanto sulla terra per convertire i peccatori", un vero "Martire della Confessione, Martire del Sacramento del perdono e della Misericordia del Signore", per riprendere le parole del compianto Mons. Paolo Carta, Vescovo di Foggia dal 1955 al 1962.
Edvige Carboni stimava l'operato e la missione di Padre Pio e per lui pregava; senza dubbio soffri in silenzio quando il Santo Uffizio, nel periodo che va dal 1920 al 1930 ed anche in periodi successivi, ordinò pesanti restrizioni al ministero sacerdotale del venerato Padre. Edvige, nonostante fosse pienamente consapevole della santità del sacerdote, senza cessare di pregare per lui, non contestò le disposizioni del Santo Uffizio che, soprattutto in riferimento ai fenomeni soprannaturali di cui il Padre era circondato, attirando a sè schiere di anime in cerca di luce, ritenne suo dovere esortare i fedeli affinché si astenessero dall'andare a visitare devotionis causa Padre Pio.
Di fronte alla sua devozione per il Padre Pio, troviamo quindi in Edvige quello che potremmo definire un suo atto eroico. L'amica Vitalia Scodina ai processi canonici depose che quando la Santa Sede si pronunciò nei confronti di Padre Pio da Pietrelcina, Edvige preferì non parlare più del sacerdote, ma solamente per obbedienza stretta alle disposizioni ecclesiatiche. Ciò costò ad Edvige indubbiamente un atto eroico, perché conosceva bene la santità di Padre Pio. Rinunciare alle proprie evidenze, in qualsiasi modo raggiunte, in ossequio all'obbedienza, è atto eroico. È questo fece Edvige Carboni di fronte alle decisioni della Chiesa in quel tempo. Si potrebbe dire che fu per lei una specie di "caso Galileo", che accettò con religiosa sottomissione, come anche Padre Pio. Prove da santi! Oggi tutti sanno che del venerato Padre Pio la Santa Sede sta mandando avanti il Processo di beatificazione che tutti ci auguriamo prossima.
Il sacerdote stigmatizzato sopravvisse ad Edvige per sedici anni, ma non si scordò di lei; sempre Argia Papini così depose ai processi canonici: "mi risulta anche che a S. Giovanni Rotondo, Padre Pio da Pietrelcina consigliava a tante anime il ricorso alla Serva di Dio Edvige Carboni". Ed un'altra teste, Alda Colusso riferisce di "aver sentito dire da Padre Pio da Pietrelcina (…) queste precise parole: "Beata lei che gode il gaudio del Paradiso". con un tono quasi di invidia, "perché per Edvige le croci e le sofferenze sono terminate"
Edvige Carboni e Padre Pio: due anime che, nella partecipazione generosa ai patimenti di Cristo e dietro le tracce di S. Francesco, hanno lasciato al mondo una testimonianza profonda di virtù e di santità. Noi tutti preghiamo il Signore per la glorificazione, anche in terra, di questi due giganti che Lo servirono "in santità e giustizia, al suo cospetto, per tutti i loro giorni" (Cfr. Lc 1,75).
CAP. I
L'EFFIGIE DELLA PASSIONE
Indiscutibilmente la parte più vistosa dei fatti soprannaturali di Edvige sono le sue Stimmate e le altre pene che la resero partecipe della Passione di Cristo. Proprio come lo aveva detto Gesù in una delle tante sue visioni: "Tu ti chiami Edvige, e devi essere l'effigie della mia Passione"!.
Scrive il Becattini: - Fenomeno molto studiato e discusso, è la stigmatizzazione: "Spontanea apparizione nel corpo umano di ferite simili a quelle prodotte nel corpo di Gesù Cristo dagli strumenti della Passione". Le stigmate si differenziano in visibili o invisibili, permanenti o periodiche, totali o parziali; variano inoltre la forma, il punto esatto, le circostanze in cui esse si manifestano.
Il Tanquerey, dal canto suo, aveva già scritto: "Il fatto delle stimmate è provato da testimonianze così numerose che anche gli increduli generalmente l'ammettono, cercando però di darne una spiegazione naturale (...). Il Dr. Imbert ne conta trecentoventuno, di cui quarantuno di uomini; e degli stimmatizzati sessantadue vennero canonizzati". Egli nota 5 segni per distinguere le vere dalle false stimmate, che riassumo: avvengono nelle parti del corpo ove Nostro Signore ricevette le cinque piaghe; si rinnovano specialmente nei giorni e tempi che ricordano la Passione di Gesù; queste piaghe non fanno suppurazione e non si guariscono con gli ordinari rimedi naturali umani; si riscontrano in persone che praticano le più eroiche virtù e che specialmente hanno grande amore alla croce.
Tutte queste caratteristiche si riscontrano in Edvige, come si può vedere subito.
Stimmate e corona di spine
È la cosa più attestata nei Processi e da quanti la conobbero. L'origine ce la descrive lei stessa nel suo Diario che compose per ordine del confessore, pare Mons. Massimi di Roma.
"Un giorno, mentre facevo orazione, fui rapita. Mi si presentò Gesù e mi disse: Figlia, vuoi soffrire? Io risposi: Sì, Signore, per tuo amore voglio soffrire tanto tanto!. In quel momento Gesù mi si presentò in forma di Crocifisso; dalle ferite di Gesù uscivano ragggi di luce, e detti raggi vennero a ferirmi le mani, i piedi e la testa ed il costato. Mi sentii un dolore in tutte le parti ferite che rimasi (per) ore caduta a terra. Mi risvegliai e vidi che dalle parti ferite mi usciva un poco di sangue con dolore immenso in tutte le parti. Ero sull’età di 29 anni. Da (quel) giorno mi affezionai a meditare mattina e sera la Passione di Gesù. Mio Gesù, io da (quel) giorno non desiderai più consolazioni, ma solo di soffrire per te, soffrire tanto da dimenticare me stessa e vivere solo per te, o Signore".
Sappiamo da Paolina che quando avvenne il fatto, era in preghiera davanti al Crocifisso regalatole dal parroco di Pozzomaggiore, don Luigi Carta, che si trovava appeso alla parete della sua camera. Sicuramente in quella preghiera stava chiedendo a Gesù di soffrire per lui, come era solita fare. Di qui la domanda di Gesù: "Vuoi soffrire?".
Fu veduta molte volte grondare sangue dalle stimmate. Nonostante i fori alle mani, ella in casa lavorava, lavava i piatti, la biancheria e tante altre cose. Le ferite non imputridivano, ma si rimarginavano da sole. Questo era un fatto che lasciava molto meravigliato il padre Manzella che di tanto in tanto ne parlava alle anime che dirigeva o alle quali predicava.
«Dal 3 all' 11 Settembre predicai un ottavario a Pozzomaggiore con Sua Ecc. Rev.ma Mons. D'Errico, vescovo della diocesi di Alghero, essendo vicario della parrocchia il Dott. Giovanni Solinas. Già da qualche tempo avevo sentito parlare d'una giovane di Pozzomaggiore che aveva le stimmate, ma che io non conoscevo. Durante l'ottavario, mentre eravamo a pranzo nella casa parrocchiale, Sua Ecc.za Mons. Vescovo mostrò al vicario e a me un fazzoletto bianco con macchie di sangue, dicendo: «Questo è il sangue che stamani ho preso dalle ferite delle mani di Edvige». Anch'io desideravo conoscerla e vedere le stimmate di cui avevo sentito parlare; pur tuttavia non dissi nulla.
Al mattino del giorno seguente, mentre ero nella sacrestia della chiesa parrocchiale, il Vicario Solinas, avvicinatosi a me, mi indicò una donna dicendomi: «Quella è Edvige».
Era vestita modestamente, tutta raccolta in preghiera e io m'accontentai di osservarla. Poco dopo, quando si alzò per uscire dalla chiesa, il Vicario mi disse; «Venga con me» e mi condusse in un corridoio che immette nella strada pubblica per dove Edvige stava passando.
Io allora presi una medaglietta della Madonna, e gliela presentai pensando che, nel prenderla, avrei potuto vedere la sua mano. Ma essa nell'allungare la mano, coprì la ferita con lo scialle. Allora il Vicario, visto il gesto della giovane, alzò lo scialle e mi fece vedere la ferita, dicendo: «Veda un pò come Dio la castiga!».
In tal modo potei osservare una ferita di circa due centimetri da cui usciva sangue vermiglio.
Io pensai che realmente il fatto avesse del miracoloso perchè, a mio giudizio, se la ferita fosse stata prodotta ad arte, il sangue sarebbe stato nero e raggrumato.
In seguito la notizia delle stimmate e della santità di vita della giovane, l'ho intesa confermare, poichè era un pò di dominio pubblico.
«Non potevo negare l'esistenza delle stimmate, perchè le avevo viste e toccate io personalmente.
Un giorno sorpresi Edvige in chiesa, mentre era in estasi; mi avvicinai, la scossi ben bene senza ottenere risposta: allora approfittai per guardare bene sulle mani che teneva giunte sul petto e volli toccare una piccola ferita, coperta da un pò di sangue rappreso.
Inoltre, siccome dalla fronte fuoriusciva del sangue, ne asciugai un pò col fazzoletto con l'intenzione di conservarlo come ricordo».
"A proposito di fenomeni straordinari racconterò prima quanto ho visto con i miei occhi e in secondo luogo quanto mi è stato raccontato dalla compianta mia sorella Mimmia.
Mentre ero dal parroco D. Luigi Carta, fui inviata in casa Carboni per una commissione. Conferendo con la Sig.ra Edvige, ho visto da due ciocche di capelli, che le scendevano sulla tempia, scorrere del sangue; l'ho osservata molto bene; non mi azzardai a fare osservazione, perchè avevo già sentito dire che alla sig.ra Edvige capitavano cose straordinarie, cose sante.
Nel porgermi la brocca per andare ad attingere l'acqua, notai che anche sul dorso della mano c'era un livido color paonazzo, come di chi ha battuto contro un corpo contundente.
Quando tornai con la brocca d'acqua non potei più notare nulla perchè la Serva di Dio si era coperta la tempia con il fazzoletto da testa e le mani con i guanti di lana, monchi a metà dita.
«Due volte mi capitò di vedere la fronte di Edvige imperlata di gocce di sangue: la prima a casa sua, e le gocce erano appena visibili, perchè si ritiravano all'interno; la seconda nel mio negozio, quando il sangue giungeva a scorrerle sulle guance. Io le chiesi cosa avesse, ma essa si coprì meglio con il cappello e andò via.
Edvige non mi dette mai spiegazione di questi fenomeni, ma era evidente il rinnovamento del mistero della coronazione di spine». «Naturalmente la mia conoscenza della Serva di Dio è contrassegnata dalla mia curiosità, propria dei bambini, di vedere le stimmate di cui tanto si chiaccherava in paese. E difatti, andando a scuola di ricamo in casa Carboni, ho potuto vedere una volta due piccoli tagli, non sanguinanti, sul dorso delle sue mani. La Serva di Dio li aveva scoperti inavvertitamente movendo le mani per ricamare il filet. Ingenuamente chiesi ad Edvige «perchè aveva quei due cosi sulle mani». Essa disattese la mia domanda rispondendo di non farci caso, perchè non significavano nulla.
La mia madrina di battesimo, signorina Petronilla Longheu, oggi defunta, con la quale parlavo spesso del fenomeno delle stimmate della Serva di Dio, mi assicurò che essa una volta le aveva viste sanguinanti e, su richiesta di Edvige, le aveva fasciate, perchè la Serva di Dio non voleva che il fratello Giorgio vedesse il sangue che usciva; e ci tengo a precisare che la comare Petronilla era una così santa donna che non avrebbe detto una bugia per tutto l'oro del mondo».
«Ricordo che il sabato santo 1928 la Serva di Dio mi portò un piccolo regalo per ringraziarmi di minuscoli favori che le avevo fatto. In quella circostanza ho avuto modo di ammirare i segni delle stimmate alle mani.
Si trattava di ferite rimarginate di recente e che recavano attorno un alone di colore bluastro. La Serva di Dio mi esortò a non fare caso a tali cose, «perchè non erano niente».
Ordinariamente Edvige portava le maniche lunghe fino alle dita in modo che coprissero le stimmate e così non si vedessero. Anche la mia povera mamma ha visto le stimmate di Edvige, la quale veniva a lavare i panni nel nostro cortile». «Conoscevo la voce corrente a Pozzomaggiore, a anche fuori, che Edvige era insignita del dono delle stimmate, ma non ero molto persuasa dalla realtà e cercavo curiosamente una comprova del fatto. La ebbi il giorno dell'Epifania di un anno che non ricordo più quale: il primo anno di residenza delle Suore del Cottolengo a Pozzomaggiore.
Le ragazze del paese erano andate a solennizzare la Messa del giorno con Mottetti. Io mi sono trovata inginocchiata in un banco dietro a quello in cui si trovava Edvige e la sorella Paolina. Edvige aveva il caratteristico scialle di color marrone delle donne sarde. Al momento dell'Elevazione la Serva di Dio portò una mano in testa per tirare sulla fronte lo scialle che era scivolato un pò all'indietro. In quell'istante io alzai la testa e potei vedere sulla mano di Edvige una fuoriuscita di sangue abbondante e di color rosso vivo. Fu per me uno choc, e ricordo che pensai: il Signore mi ha umiliata, proprio come S. Tommaso, perchè, come lui, non avevo voluto credere se non dopo aver visto.
Alla fine della Messa noi ragazze siamo uscite insieme per raggiungere la chiesa parrocchiale con Edvige e sua sorella; io avevo sparso la voce di aver visto le stimmate, e tutte le mie compagne divennero curiose come ero già stata io.
Stando in parrocchia potei vedere una seconda volta la mano cicatrizzata della Serva di Dio, però il sangue non era più color vivo, bensì appariva già rappreso.
La Serva di Dio rimase ulteriormente in chiesa, quando noi ragazze uscimmo per tornare ciascuna a casa propria».
«Quando l'ho conosciuta, Edvige aveva passato i trent'anni, mentre io ne avevo meno di venti.
Da una persona amica sentivo parlare delle grandi virtù di quest'anima e dei fatti straordinari che in lei si verificavano, come stimmate ed estasi, che essa stessa aveva riscontrato. Si tratta di Donna Maria Licheri, ved. Loi, oggi defunta, ma che credo abbia lasciato qualche testimonianza.
Rimasi colpita da quei racconti e volli conoscere personalmente Edvige. Per avvicinarla, poichè in quel periodo stava molto ritirata per la campagna che si conduceva contro di lei, tramite questa signora, chiesi di poter apprendere da lei il filet, lavoro in cui la Serva di Dio era molto versata. Così avvenne che io fui ammessa in casa Carboni, per un certo periodo, quasi tutti i giorni.
Il primo giorno, che era mercoledì, mentre io tenevo la matassa che lei dipanava, potei notare sul dorso delle mani, delle ferite che si aprivano e lasciavano scendere il sangue. Appena se ne avvide si affrettò ad asciugare le piaghe e poi si assentò. La sorella Paolina mi disse: «Hai visto? È la seconda volta che una cosa del genere avviene di mercoledì».
«Siccome avevo inteso che nelle mani aveva le stimmate, un giorno fissai l'attenzione e gli occhi sulle sue mani, mentre stava ad attingere acqua dal pozzo di mia nonna.
Potei così constatare che nel dorso della mano più vicina vi era una macchia rossa».
«A Cagliari, con le suore mantenevo un estremo riserbo, ma queste vennero lo stesso a conoscenza dei sublimi doni di Edvige per mezzo d'un forestiero venuto in città, e la voce allora si sparse.
Un santo sacerdote, Don Giuseppe Piras, la volle conoscere e, insieme a lui, Mons. Addari.
L'Arcivescovo Rossi aveva tanta stima di Edvige. Una volta essa andò in estasi nella cappella del prelato, mentre era presente la sorella dell'arcivescovo; e mi pare che le avesse viste anche le stimmate.
Da studentessa mi ammalai di tonsillite; da settimane soffrivo tanto, e mi dovevano incidere l'ascesso.
Di nascosto di Edvige appoggiai i guanti neri a mezze dita di mia sorella, e immediatamente le mie tonsille si sgonfiarono del pus e guarirono.
Il babbo comprendendo a pieno le doti soprannaturali della figliola, non la mortificava, e la venerava come un angelo sulla terra». La voce della santità di Edvige si diffondeva sempre più e la gente voleva vederla, ma mio padre mandava via tutti, anche le suore questuanti di Bosa, alle quali faceva la carità, non permettendo però che si accostassero a Edvige. Al riguardo il babbo era molto prudente.
Anche con me Edvige era molto riservata e non faceva vedere i numerosi fazzoletti macchiati di sangue delle sue piaghe.
Per non far vedere la corona di spine, si copriva la testa e la fronte con un gran fazzoletto.
Don Carta fece fotografare mia sorella a mezzo busto, e le stimmate vennero inquadrate bene. Dopo la morte di Don Carta Edvige venne in possesso nuovamente della fotografia e la stracciò. Io rimasi indifferente, dato che quello che faceva lei era ben fatto; ma ero troppo giovane e non ero buona a darle nessun consiglio.
Il fotografo che scattò la fotografia conservò la negativa, ed Edvige era sempre torturata dal pensiero che costui ne avrebbe fatto altre copie.
Per non prolungarmi troppo, tralascio altre testimonianze che ci confermano la presenza delle stimmate in Edvige, e accenno solo a questi nomi:
Irene Clemente Dettori che asciugò il sangue con un fazzoletto che poi conservò sempre con devozione;
l'On. Pietro Fadda, allora ragazzo che, mentre Edvige lo aiutava a caricarsi un grosso vaso di fiori da portare in chiesa, potè osservare «distintissimamente» in entrambe le mani (rimaste nello sforzo momentaneamente scoperte dalle larghe e lunghe maniche) le famose piaghe... Erano lunghe, sul dorso della mano, un tre centimetri, all'interno, sulla palma, un tantino più corte.
Giovannica Mannu, che oltre aver osservato le stimmate, ricorda che un fazzoletto col quale erano state asciugate, venne dato «a una donna che non riusciva a partorire e ne ebbe un improvviso beneficio». Ma l'elenco non finirebbe qui.
Varie altre pene come quelle della Passione di Gesù
Sudore di sangue - piaghe alle spalle - lividure alle ginocchia -un occhio velato di sangue - croce sulle spalle.
Anche queste forme di partecipazione alla Passione di Cristo si trovano testimoniate, sia pur brevemente, da alcune persone che le furono vicine.
«...sono venuto a conoscenza dal suo confessore, parroco canonico Carta, che il Signore l'aveva privilegiata delle stimmate e anche, in qualche giorno della settimana, di sudar sangue.
Le stimmate non mi sono mai preso la curiosità di vederle, avendo la giacca che le copriva quasi la mano; m'accorsi solo del suo sudar sangue. Essendo una mattina entrata in sagrestia per inzuppare un fazzoletto nell'acqua e potersi così pulire il viso, vidi che gocciolava dalla fronte e i pori capelluti davano sempre sangue».
«Scorsi una grossa macchia di sangue sulla vestaglia di casa, dietro la spalla sinistra; ne chiesi la ragione a Edvige, ma essa andò subito a cambiarsi l'abito.
(Altra volta) vidi la vestaglia macchiata di sangue dalla parte destra. lo le chiesi: "Cosa hai fatto a quella spalla?". Lei mi rispose: "Niente! ...Niente! ...".
Poi Edvige entrò nel bagno, si lavò e si cambiò la vestaglia macchiata di sangue, e uscì come se nulla fosse stato.
Le vidi anche, una volta, tutte e due le ginocchia livide, come da sangue pesto; essa era sul letto assorta in preghiera e aveva le vesti sollevate fino a quel punto.
Notai il bianco dell'occhio macchiato di sangue come ricordo della spina che gli passò internamente».
«Gesù Crocifisso apparve più volte ad Edvige. Una volta, mentre essa era alla Scala Santa, la caricò della sua croce, che Edvige portò fino a casa, naturalmente restando la croce invisibile a tutti. Comunque Edvige diceva che era una croce molto pesante» (Paolina). Per ultimo metto qui ciò che nella sua vita fu la prima cosa di tutte: la crocetta impressa sul petto. Nacque con questa crocetta sul petto ed è attestata da moltissime testimonianze, tutte concordanti. Fu anche fotografata dopo morta.
Trovandomi ad un congresso, dove furono trattati anche problemi di parapsicologia, esposi a una professoressa il caso di questa crocetta di Edvige. Essa mi rispose che poteva essere una «voglia» della madre. Anche volendolo ammettere, restano due fatti in contrario, attestati da Vitalia e da Paolina: sanguinava, non era costante. Attestano:
«Edvige aveva una ferita a forma di croce nella parte alta del petto, che una volta essa mi mostrò sanguinante.
Ho visto (...) la crocetta che Edvige portava sul petto. Questa crocetta non era stabile, bensì compariva e scompariva; era presente al momento della morte; lo stesso dicasi delle stimmate nelle altre parti del corpo».
Con ciò è da escludersi la spiegazione parapsicologica di «voglia», che avrebbe dovuto essere costante e non sanguinante.
Da tutti i testimoni, cominciando dalla mamma, questo segno fu interpretato come un simbolo della continua e totale dedizione e consacrazione di Edvige alla devozione e al culto di Cristo Crocifisso. Ecco adesso qualcun'altra delle numerose testimonianze.
«Mi sovviene (...) di quanto potei osservare una sola volta che andai a trovarla, mentre era in casa sua a letto, perchè ammalata. Ricordo che mettendosi a sedere, sempre sul letto, potei notare sul petto una croce ben delineata, "incarnata", di colore oscuro. Sorpresa, non ebbi il coraggio di chiedere nulla, ma tornata a casa, ai miei padroni Tanda Francesco e Marietta, raccontai quello che avevo visto. Ricordo che essi commentarono il fatto con le parole: - Lo sappiamo, è una buona anima».
«Ho visto che la Serva di Dio aveva sul petto una croce lunga circa cm. 5».
Quando la Serva di Dio si ammalò, accettò di essere visitata da un medico forestiero, certo dottor Nuvoli, il quale raccontò poi a donna Peppina Dettori, che lui, nella sua lunga carriera di medico, non aveva mai visto una cosa simile: la Edvige portava impresso sul petto la figura di Gesù Crocifisso (= una crocetta).
"Il giorno memorabile della nascita sembrò suggellarle il mistero della Passione di Cristo, scolpendole sul petto una crocetta di carne. Edvige aveva ancora sul letto di morte questa crocetta. Molti come me l'hanno potuta constatare. Anzi io ho potuto fotografarla... e l'ho fatta dare alle stampe. Questo rilievo fotografico lo presi il giorno 18 Febbraio 1952, il giorno dopo la morte di lei»
Chiude questo argomento la sorella della Serva di Dio: «Il segno di croce sul petto della Serva di Dio era lungo circa 5 cm. e largo 4 circa. Il venerdì e i giorni che ricordavano la Passione questo segno si vivificava di rosso.
Tutte le manifestazioni rigurdanti la partecipazione alla Passione da parte di Edvige, continuarono, escluse le stimmate alle mani che non si verificavano nel continente, fatta eccezione di una volta a Marcellina Scalo, dove le si sono riaperte le ferite.
Ricordo una volta a Roma Gesù disse ad Edvige che le stimmate delle mani gliele aveva tolte per evitare pubblicità».
Segno di contraddizione
Gesù fu veramente il «segno di contraddizione», preannunziato già nel tempio del santo vecchio Simeone: si verificò durante la sua vita, si acuì nella Passione e non finì neppure dopo la morte in croce...
Edvige doveva essere proprio una copia anche di questo martirio di Cristo.
È necessario cogliere qui alcuni aspetti di questa rassomiglianza con Gesù appassionato.
I fenomeni straordinari che si verificarono in Edvige le furono causa di molti dolori spirituali e umiliazioni.
La popolazione, nei suoi confronti, era divisa: i più la deridevano ritenendola una «visionaria», chiamandola per burla «la santa»; altri la rispettavano, pochi la difendevano.
Tra i contrari vi era un medico che la riteneva «isterica», ma soprattutto un maestro di quinta che scrisse anche sui giornali contro di lei, e la disprezzava mettendola in ridicolo davanti agli alunni della sua classe. Fra questi vi era anche il fratello di Edvige, Galdino, che, naturalmente, si vergognava della sorella.
Si sa che la voce del maestro è un oracolo pe gli alunni, così il disprezzo di quel maestro per Edvige non si can ellò più in Galdino, anche in età matura. Tanto può un falsa edu azione a scuola!
La sorella Paolina attesta che il parroco don Luigi Carta fece esaminare le stimmate «non so se dal farmacista o da un medico, che convalidarono la natura di esse, non attribuendole a isterismo, data la condotta calma di Edvige».
adesso". Era con me anche la signorina Peppina Luciano, ora defunta, e di lei disse: "Di questa ne faremo una sposina di Gesù Crocifisso". Noi pensammo che sarebbe rimasta nel mondo per sacrificarvi la propria vita. Passarono gli anni e noi due - io e la Luciano - decidemmo di entrare nella Congregazione delle Figlie di san Giuseppe; ma, al momento della partenza, l'amica dovette rinviare il suo ingresso in religione perchè si ammalò. Io pensai che si fosse così realizzata integralmente la predizione della serva di Dio. Invece, più tardi, la Luciano si ristabilì ed entrò nella congregazione delle Figlie di Gesù Crocifisso, avverandosi in tal modo le parole di Edvige: "Di questa ne faremo una sposina di Gesù Crocifisso" ».
Nove anni prima che accadessero predisse gli attuali cambiamenti della Regola dei PP. Passionisti:
«Edvige mi confidò che la nostra santa Regola sarebbe stata riveduta e addolcita, il mattutino della notte sarebbe stato tolto. Questa revisione della Regola sarebbe avvenuta tra otto-nove anni.
Trascorsi il periodo indicato, il Capitolo Generale costituì la Commissione per tale aggiornamento della nostra vita passionista. Si avverò quanto Edvige aveva previsto».
Suor Camilla Porqueddu, Superiora della Scuola Materna di Castelsardo, che la conobbe da ragazza, insieme a molti altri fatti ricorda che Edvige le predisse con hiarezza c e si sarebbe fatta Suora, come infatti avvenne.
«Nell'ottobre 1929, poco prima che la Serva di Dio lasciasse Pozzomaggiore, fu richiesta da mia madre di un consiglio: se era bene che io lasciassi il paese per seguire mio fratello che aveva vinto la condotta medica d'un paese vicino ad Olbia.
La Serva di Dio rispose a mamma "che era molto meglio" trasferirsi altrove, perchè a "Pozzomaggiore sarebbero accadute cose gravi e incredibili, nelle quali potevo essere coinvolta anch'io". Mia madre mi lasciò partire, ed effettivamente al paese accaddero le cose gravi previste dalla Serva di Dio».
«A Sassari la mia padrona, una volta lesse un articolo su di un giornale che parlava della "santa" di Pozzomaggiore. Chiese a me informazioni e le spiegai che si trattava di Edvige Carboni. La signora, che era di Domodòssola, mi diede l'incarico di chiedere a questa santa se essa fosse guarita dalla malattia che la tormentava e che io non sapevo quale fosse. Andando a trovare mia madre (a Pozzomaggiore), riferii ad Edvige che la mia padrona le mandava i suoi saluti e le chiedeva di pregare Gesù perchè la facesse guarire.
Edvige stette un pò in pensiero, poi volse gli occhi al cielo e mi disse: "Ringrazio dei saluti che contraccambio, ma purtroppo la tua padrona non guarirà più, perchè tra un anno morirà. Essa è malata di nervi". Tornata a Sassari riferii l'esito del mio colloquio, capovolgendolo però la finale. La signora s'illuse, ma allo scadere dell'anno essa morì, come aveva predetto Edvige.
A proposito devo dire che fare domande a persone ritenute sante per conoscere il futuro, e cosa imprudente, inutile e dannosa. Il nostro futuro è nelle mani di Dio. Ai santi va chiesto preghier e consiglio per ottenere aiuto divino e possibilità di bene operare.
«Aveva il dono della scrutazione dei cuori, perchè tante volte mi diceva cose che io avevo pensato, e mi risolveva dubbi avuti, mai espressi».
Questo dono è analogo a quello del «discernimento degli spiriti». Inoltre nella vita di diversi santi e sante, si trova che hanno ricevuto una scienza infusa su alcune questioni religiose, come l'interpretazione di passi della Sacra Scrittura.
Non si tratta evidentemente di cognizioni scientifiche o storiche o risoluzioni esegetiche, ma di pensieri adatti ad eccitare la pietà, ad elevare l'anima. Qualche volta ne ebbe S. Teresa, come si legge nel c. XV della sua Vita.
Un giorno ebbi a dire alla mia donna: «La signorina Edvige dev'essere un'indovina. Stamani mi ha letto nell'anima come in un libro aperto».
A proposito di spirito profetico di Edvige, ecco un altro fatto. Lo racconta la signora Grazietta Pischedda, moglie di Salvatore Fumera, titolare telegrafico di Alghero: Il marito desiderava essere trasferito con lo stesso impiego all'ufficio di Tempio per stare più vicino al suo paese natio: Berchidda.
Fu bandito il concorso, e la signora Grazietta, nativa di Pozzomaggiore e parente di Edvige, conoscendo la sua bontà, si rivolse a lei perchè pregasse che suo marito riuscisse vincitore. La Edvige la tranquillizzò, dicendole che il posto sarebbe stato occupato dal Sig. Fumera. Però avvenne che il concorso fu vinto da altro concorrente. La signora Grazietta fece in famiglia dei commenti poco favorevoli ad Edvige, la quale, consapevole di ciò, enza che nessuno l'avesse informata, e senza badare agli apprezamenti fatti nei suoi confronti, con spirito veramente cristiano, scrisse una lettera alla sua parente perchè non si preoccupasse, che il posto sarebbe stato ricoperto dal marito. Infatti le sue parole e le sue previsioni non furono vane perchè il vincitore del concorso si ritirò, non si sa per quali ragioni, ed il signor Fumera, secondo in classifica, fu destinato a Tempio con grande gioia e soddisfazione della moglie e di tutta la famiglia. Un altro caso di profezia:
Un giovane di Luras, residente a Pozzomaggiore, si recò in casa di Edvige per salutarla, dicendole che doveva partire per andare sotto le armi con l'intenzione di arruolarsi nei carabinieri. Ma Edvige gli disse: «Tu non sarai un carabiniere, ma diverrai sacerdote». Infatti lo stesso giovane è oggi sacerdote al servizio del Signore, e gode fama di ottimo ministro di Dio.
Alcune predizioni che fanno pensare
In un'estasi sentì da Gesù:
"Io nella Russia... pianterò la mia Chiesa, e presto andrò per metterci il mio trono. Anche lì voglio vivere e regnare" ("Agosto 1941).
In altra estasi di data imprecisata, ma collocata nel 1942, oltre i fatti della guerra allora in atto, il Signore le parlò di castighi "terroranti" (sic) = terrificanti di tempi futuri:
"Tante Nazioni scompariranno;
Le Nazioni che vorranno riconoscere il Creatore e adorare il Dio Onnipotente, saranno liberate;
Al contrario (quelle che non lo vorranno riconoscere e adorare) saranno abbattute da grandi persecuzioni;
Il S. Padre ne soffrirà, ma la gran nave di Pietro sarà salva e trionferà dappertutto. Se il mondo si umilia pregando e facendo penitenza, io invierò la pace fra tutte le Nazioni;
Se il mondo sarà indifferente alle mie chiamate, i tempi verranno peggiori, non solo mancando il pane, ma grandi malattie distruggera(nno) più e più del genere umano" = (AIDS ?).
Inoltre, Vitalia sentì da lei "Che il mondo un giorno si sarebbe diviso in tanti piccoli Stati" e che "sette anni prima il Signore le aveva predetto che sarebbe morta in Febbraio", cosa che effettivamente avvenne.
a) Russia. Dopo lo storico incontro tra il Papa e Gorbaciov, e successivamente dopo la caduta del muro di Berlino, la Russia si aprì timidamente alla religione.
b) Scomparsa di Nazioni. Si pensi alla divisione della Germania dopo la 28 guerra mondiale; alla Corea agli inizi degli anni Cinquanta; al Vietnam; alla Persia, oggi Irak, e a tanti altri Stati dell'Africa; più recentemente allo sfaldamento dell'U.R.S.S. e al frazionamento dell'ex Ungheria.
c) Riconoscimento di Dio. Per le nazioni che riconosceranno e adoreranno Dio è predetta la pace e la liberazione dai castighi. Le nazioni che invece lo rifiuteranno, o spariranno o saranno devastate da persecuzioni.
d) La Chiesa e il Papa. Sono note le vicende degli ultimi Papi: Papa Giovanni XXIII che invoca la pace sulla terra; Paolo VI e la crisi postconciliare della Chiesa e l'attentato a Manila, il suo insistente invito alla pace, alla penitenza, alla fede; Papa Giovanni Paolo II nell'attentato di Piazza S. Pietro, e le sue numerose sofferenze affrontate per amore e la salvezza della Chiesa.
e) Fame e malattie. È nota la tragedia del terzo mondo per la fame e le tristi condizioni degli innumerevoli profughi. Riguardo poi alle "grandi malattie", le ultime stime sull'AIDS parlano di 23 milioni di sieropositivi nel mondo e di 8,4 milioni di casi conclamati tra adulti e bambini (Cfr. L'Osservatore Romano del 2-3 Dicembre 1996). Da aggiungere il terribile virus dell'EBOLA, altre temibili malattie infettive, e la DROGA tanto micidiale, disgrazia numero uno della persona, delle famiglie e della società moderna.
CAP. IV
BILOCAZIONE
Un interessante studio su questo argomento l'ha compiuto Vittorio Marcozzi S.J., dal quale riporto le seguenti informazioni: "La bilocazione si definisce come la presenza simultanea di una persona in due luoghi diversi.
Charles Richet distingue la bilocazione soggettiva dalla bilocazione oggettiva. La bilocazione soggettiva si ha quando l'individuo ha l'impressione di recarsi in altro luogo, mentre il suo corpo rimane dov'era. La bilocazione oggettiva si avrebbe quando di fatto viene accertato che l'individuo si trova contemporanemente in due luoghi".
Al termine del suo accurato studio, il Marcozzi riporta alcuni esempi di bilocazione di santi, ritenuti i più sicuri, ed accenna al giudizio di Benedetto XIV nella sua celebre opera De Servorum Dei beatificatione et Beatorum canonizatione, pars 1, c. 32, pp. 17-18.
Dai fatti seguenti si può ritenere che anche la Serva di Dio Edvige Carboni abbia più volte avuto questo singolare dono di Dio.
A Sindia
Racconta Mons. Giuseppe Masia, parroco di Sindia:
«Nel Marzo 1925 il P. Manzella teneva una missione a Sindia. Però la partecipazione del popolo alla missione era quasi nulla, per quanto l'uomo di Dio si affaticasse per il bene di tutte quelle anime.
A un certo punto l'umiltà del santo missionario fece attribuire alla propria miseria la scarsa partecipazione del popolo. E, rivolto ai presenti, disse: "È per la mia indegnità e poca preghiera che questa popolazione non viene alla missione, ma ora chiamo a pregare qui, insieme a me, due anime che sanno pregare".
Detto questo, s'inginocchiò davanti all'altare, con le spalle al popolo, e immediatamente furono viste due donne pregare intensamente, voltate allo stesso modo, inginocchiate una di qua e una di là da lui.
Sebbene le persone che erano in chiesa le vedessero soltanto di spalle, conobbero bene che una era Edvige di Pozzomaggiore e l'altra Leontina Sotgiu di Bonorva, paesi limitrofi, comparse lì non si sa come, non essendo prima in chiesa».
Il fatto lo ha raccontato Pellegrino Serra, uomo qualificato, guardia carceraria in pensione, che allora era sagrestano di Sindia insieme a suo padre Pietro Serra.
Egli fu presente, in chiesa, al fatto che racconta. Nello spazio di 30 anni lo ha ripetuto e confermato al parroco Mons. Masia tutte le volte che lo interrogava su ciò. È morto a 91 anni, stimato e compianto da tutto il paese.
Inutile aggiungere che l'esito della missione del Manzella fu dei più strepitosi, ricchissimo di ritorni a Dio e conversioni. I matrimoni regolati furono nove, come risulta dal Registro dei Matrimoni 1915-1930 dell'Archivio parrocchiale di Sindia.
A Bosa (Sardegna)
«Tra il 1928 e il 1930, non ricordo con precisione la data, (comunque non potè essere dopo il 1929, perchè in quell'anno Edvige partì da Pozzomaggiore) ero andata a Bosa Marina per le cure del mare.
Il canonico Obino, parroco di Bosa, sentendo che ero di Pozzomaggiore, mi disse:
- È vero che avete una santa a Pozzomaggiore?
- Sì, risposi io; la conoscevo bene e, quand'ero piccola, andavo a tirarle lo scialle...
- Com'è vestita? - mi chiese il parroco.
- Veste di bleu scuro con lo scialle rosso scuro a frange di seta - risposi io.
Allora mi raccontò che a Bosa c'era un signore ammalato, gravissimo a giudizio del dottore, ma che da tanto tempo non riceveva i sacramenti, e a causa della febbre era fuori di sè.
La moglie non si poteva dar pace che suo marito morisse così. Chiamò un servo e lo mandò a Pozzomaggiore per invitare Edvige a venire a Bosa. Giunto il servo a Pozzomaggiore e chiesto di Edvige, fu indirizzato alla casa di lei dalla gente del posto. Ma sulla porta trovò il babbo che, sentito appena quello che l'uomo voleva, ci mancò poco che lo buttasse giù dallo scalino della porta, dicendogli che sua figlia non andava via con gli uomini!...
Il servo se ne tornò a Bosà tutto interdetto. La padrona lo sgridò dicendogli che non aveva fatto bene la commissione... che lei l'avrebbe ricompensata bene... ecc...
Era già tardi, e col cuore in tumulto la padrona si ritirò in camera del marito ammalato, proibendo severamente alle serve di entrare, se non le avesse chiamate lei, perchè voleva riposare.
E infatti si assopì a fianco del letto con la testa appoggiata sulle coperte.
Circa le 10 di notte, sentì aprire la porta ed entrare una persona che si avvicinò al letto del malato, prima da piedi, poi anche dall'altra parte.
La padrona pensò che fosse una serva la quale, nonostante il suo divieto, era entrata lo stesso.
Alzò la testa e vide una donna vestita di scuro con sopra la testa un grande scialle (corrispondente al modo di vestire di Edvige sopra descritto). La signora la vide nel momento che stava uscendo dalla porta, perciò non notò il viso.
Subito uscì a domandare alle serve chi era entrata.
Ma le serve risposero che assolutamente nessuna era entrata. La signora rimase un pò interdetta e perplessa, anche per lo stato d'animo che aveva da prima, all'arrivo del servo.
Ritornata in camera, s'accorse che qualcosa stava cambiando: suo marito riacquistava la conoscenza... e verso le 11 di notte manifestò il desiderio di confessarsi, ma disse di non chiamare il parroco per non disturbarlo.
La moglie gli fece osservare che lui sarebbe stato contento di essere chiamato, qualunque ora fosse. Ma il malato volle aspettare ancora un poco, cioè fino alle due dopo mezzanotte, per farlo dormire almeno il necessario.
Dopo di che fu chiamato e il malato si confessò a suo agio. Il sacerdote gli disse se voleva far subito la Comunione, o se preferiva aspettare la mattina.
Il malato rispose che preferiva farla la mattina, subito dopo che il parroco avesse finito di celebrare una Messa secondo la sua intenzione. Chiamò la moglie e fece dare al parroco l'offerta dovuta.
Come stabilito, la mattina si comunicò, passò la giornata in preghiera e morì la sera stessa serenamente e con evidenti segni della sua salvezza eterna».
In Cina
«Era una sera del Dicembre 1945, mi pare. Edvige, Paolina e Vitalia si erano inginocchiate in camera da letto, ai piedi di Gesù Crocifisso.
Le tre genuflesse pregano, ma ecco che Paolina e Vitalia non hanno più per compagna nella preghiera Edvige; ella è stata rapita in estasi e le sue compagne, abituate a prodigiosi rapimenti, non osano disturbarla... Gesù ha voluto condurla nella lontana Cina, in una prigione dove si batte a sangue un nuovo martire della Chiesa.
l? sospesa nella cella al di sopra di tutti, ma tutti s'accorgono di lei. Comincia il dialogo tra Edvige, il Vescovo, gli uomini, le donne cinesi che, munite di mazze di ferro, le alzano e le abbassano sul prelato, il quale esalta e difende il Papa Pio XII.
Ecco il dialogo:
- Cosa vi ha fatto di male? Perchè lo picchiate? Non vedete che piange e soffre?
I cinesi alzano gli occhi e gridano a perdifiato: - La strega, la strega!...
Hanno riconosciuto dai lineamenti e dal colorito della pelle che non è asiatica, e le chiedono:
- Chi sei?... Da dove vieni?...
E con bastoni cercano di battere anche lei. Vorrebbero scacciarla, perchè è una testimone delle loro nefandezze, ma non possono arrivare fino a lei, e si vendicano con maggiore accanimento contro il Vescovo.
Edvige riprende:
- Vengo da Roma. Il Papa è il rappresentante di Gesù sulla terra, e noi lo amiamo come Gesù ama noi.
- Ah! sei tu l'amante del Papa! Come hai fatto a giungere sin qui? Il Papa Pio XII, quello che vuole le insurrezioni, la guerra... Via strega!...
Edvige risponde:
- Streghe siete voi; non vedete che versa sangue da ogni parte? Il Vescovo alza gli occhi verso di lei e dice:
- Se taccio smettono di battermi, ma se difendo il Capo della Chiesa mi picchiano a morte.
Come agnello mansueto soffriva e piangeva; e rivolgendosi ancora a lei disse:
- Pregate per questi miei figliuoli.
Paolina e Vitalia vedono Edvige che gesticola, che si agita, che rimprovera quella gente e consola il Vescovo il quale guarda con muto ringraziamento. Quando l'estasi è passata, torna alla sua diletta sorella e alla sua cara Vitalia, ma la sofferenza l'ha abbattuta, ed a stento riesce a narrare ciò che è accaduto» (Vitalia, confermato da Paolina).
Poi Edvige, di propria mano, descrisse, quasi con gli stessi termini, quanto sopra in una lettera al suo confessore. La lettera esiste tuttora. Disse al P. Ignazio che quel Vescovo si chiamava Mons. O'Gara ed era un Passionista.
Il P. Ignazio ignorava che ci fosse in Cina un Vescovo Passionista di quel nome. Telefonò, pertanto, alla direzione generale dei Passionisti ai Ss. Giovanni e Paolo per sapere se esisteva un Vescovo passionista in Cina e come si chiamava.
Gli fu risposto che c'era e si chiamava Mons. Gutberto O'Gara! Cosa che poi controllò anche sull'elenco generale della Congregazione. Inutile dire che il P. Ignazio rimase col fiato sospeso...
Per chiarimento riporto ancora un'espressione di Gesù a Edvige, presa dalla suddetta lettera al confessore:
- (Gesù): «...finora sono stati arrestati dieci Vescovi, l'ultimo, come ti dissi l'altra volta, è stato Mons. Gutberto O'Gara passionista, Vescovo di Nanchinkg, reo di essersi opposto alla così detta chiesa nazionale cinese. Prima uccisero un sacerdote cinese per lo stesso motivo, Padre Lionghao, parroco di Naniong».
È da questa informazione di Gesù che Edvige apprese il nome di Mons. O'Gara, mai inteso fino allora, e lo riferì al confessore. Paolina e Vitalia, inoltre, ci spiegano il modo con cui Edvige stava in quel carcere: «La figura della Serva di Dio fu vista dalle donne torturatrici, perchè essa stava in alto, vicino al soffitto» (Paolina).
«...essa era appollaiata su una trave di una specie di soffittta» (Vitalia).
Le due precisazioni non si contraddicono, ma si completano. Evidentemente le hanno avute dalla stessa Edvige in seguito alle loro domande. E di qui si può anche comprendere perchè quelle donne la chiamavano «strega».
La Cina è un popolo così grande (oltre un quarto di tutta l'umanità), e la sua civiltà, da sempre, così influente nel mondo, che è necessario pensare che Dio abbia i suoi divini disegni su quella immensa popolazione.
A suo riguardo valgono le parole del Papa Giovanni Paolo II nella preghiera dell'Angelus Domini, la Domenica 19 Agosto 1979: "...La nostra preghiera s'indirizzerà, costantemente, a Dio per il grande popolo cinese, il più numeroso di tutta la terra. Soltanto una parte di figli e figlie di quel popolo potè accogliere in passato l'insegnamento di Cristo.
Nell'anno 1949 i cattolici cinesi erano più di tre milioni e la Gerarchia contava circa cento Vescovi, dei quali una quarantina erano cinesi di nascita. I sacerdoti erano cinquemilaottocento, di cui duemilasettecento cinesi. Era una Chiesa viva, che manteneva perfetta unione con la Sede Apostolica.
Dopo trent'anni, sono poche ed incerte le notizie che abbiamo di quei nostri fratelli; non cessiamo, tuttavia, di nutrire la speranza di poter nuovamente riallacciare con loro quel contatto diretto, che spiritualmente non fu mai interrotto. Infatti non hanno mai cessato di essere presenti, in modo particolare nella nostra preghiera, coloro che per mancanza della possibilità di un visibile rapporto potevano sembrare assenti. Desideriamo fare tutto il possibile, affinchè il ricordo e la sollecitudine, che nutre per essi la comunità cattolica nel mondo contemporaneo, possano portare ad un avvicinamento e quindi ad un incontro.
È difficile dire qualcosa di più su questo tema, tuttavia alcune notizie circa recenti fatti, che possono far pensare ad un nuovo rispetto nei riguardi della religione, ci permettono di esprimere una qualche, anch'essa nuova, fiducia.
Formulo di cuore l'auspicio che possano aversi sviluppi positivi, i quali segnino per i nostri fratelli e sorelle del continente cinese la possibilità di godere della piena libertà religiosa".
Il Papa consegnava questa sua paterna premura alla Madonna: "La Madre di Cristo, che è la Madre della Chiesa, ci sia presente in questo incontro domenicale che ci unisce ai misteri dell'Incarnazione e della salvezza".
E a Macerata:
«Il suo ricordo (di Padre Matteo Ricci) mi porta col pensiero alla illustre Nazione cinese, in cui egli trascorse gran parte della propria esistenza, potendola così conoscere, stimare ed amare profondamente. Questa Cina lontana, questa Cina gigantesca come popolo, come storia, come importanza nel mondo. Si tratta di un popolo ricco di antichissime tradizioni culturali, che non è restato insensibile all'annuncio evangelico: i semi della fede, recati dai missionari nei secoli scorsi, hanno dato i frutti. Affido al Signore quella diletta Comunità cattolica, che, nonostante le molte ed anche gravi difficoltà, continua a dare un luminoso esempio di fedeltà a Cristo e alla Chiesa. A Lui affido pure il vivo desiderio di poter un giorno - quanto vorrei che il tempo di attesa fosse breve! - incontrare personalmente quei cristiani, per ringraziare insieme a loro il Signore dei tanti doni ricevuti e per confermarli nel loro cammino di fedeli e generosi discepoli di Cristo e di buoni cittadini, pienamente dediti al bene del loro Paese».
L'Osservatore Romano, 21-22 giugno 1993 Il 3 Dicembre 1996 in un vivo Messaggio alla Chiesa che è in Cina, il Santo Padre esprime sempre più apertamente la sua apostolica "voglia di Cina".
L'ardente desiderio del Papa per la Cina fa pensare a quello di Gesù quando disse: "Io sono venuto a gettare un fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!" (Lc 12, 49).
Nell'impossibilità di riportare tutto il Messaggio, ci limitiamo a qualche brano quanto mai significativo, e ci uniamo tutti ai voti del Santo Padre.
Come Francesco Saverio, arrivando alle porte della Cina ardeva dal desiderio di portare la luce del Vangelo al popolo cinese, anche noi, oggi, guardiamo a quel grande Paese con i medesimi sentimenti mentre ricordiamo due significative ricorrenze: il settantesimo anniversario dell'ordinazione del primo gruppo di Vescovi cinesi a Roma per le mani del papa Pio XI, e il cinquantesimo anniversario dell'istituzione della Gerarchia ecclesiastica in Cina, voluta dal suo Successore, Pio XII.
Questi due anniversari suscitano nel mio animo di Pastore universale della Chiesa pensieri, aneliti e voti circa il senso e i compiti attuali del ministero episcopale nella Chiesa che è in Cina in piena comunione con il Collegio Episcopale, presieduto dal Successore di Pietro. Permettetemi che apra il cuore a voi, sorelle e fratelli qui presenti, quasi in una conversazione ideale con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiose e in numerosi fedeli che vivono nella Cina continentale. È un meditare ad alta voce, quasi una preghiera partecipata, sotto gli occhi di Cristo, Sommo Sacerdote, Pastore misericordioso, Signore della storia.
I cattolici cinesi, in comunione con al Chiesa sparsa in tutto il mondo, si sono caratterizzati per la loro fedeltà a Cristo, al Papa e alla realtà di una Chiesa universale, unita come famiglia di popoli. Questa tradizione ha reso la Chiesa che è in Cina una perla preziosa della Chiesa cattolica, per la testimonianza di generazioni di pastori e di fedeli che hanno dato la loro vita per Cristo e sono stati, secondo le immagini del Vangelo, sale, luce e lievito della società.
Io so che la Chiesa, che è nella Repubblica Popolare Cinese, desidera essere veramente cattolica, pur nelle sofferenze e nella peculiarietà del suo cammino storico. Dovrà pertanto, mantenersi unita a Cristo, al Successore di Pietro e a tutta la Chiesa universale anche e specialmente attraverso il ministero dei Vescovi, in comunione con la Sede Apostolica. È questa una verità di fede, vissuta ampiamente nella tradizione cinese fin dalla «plantatio Ecclesiae» in quelle terre.
Le autorità civili della Repubblica Popolare Cinese siano riassicurate. Un discepolo di Cristo pub vivere la propria fede in qualsiasi ordinamento politico, purché sia rispettato il suo diritto a comportarsi secondo i dettami della propria coscienza e della propria fede. Per questo ripeto a quei governanti, come tante volte l'ho detto ad altri, di non avere paura né di Dio né della sua Chiesa. Anzi, chiedo loro, con sensi di deferenza, che, nel rispetto di un autentica libertà che è diritto nativo di ogni uomo e donna, anche i credenti in Cristo possano sempre più dare il contributo delle loro energie e dei loro talenti allo sviluppo del Paese. La Nazione cinese ha un ruolo importante da svolgere in seno alle comunità delle Nazioni. I cattolici potranno dare un apporto notevole a ciò; e lo faranno con entusiasmo e con dedizione.
Cari fratelli e sorelle, ho voluto farvi partecipi del mio affetto e della mia sollecitudine per la Chiesa che è in Cina. È una sollecitudine apostolica, piena di speranza nell'azione dello Spirito Santo nei cuori e fiduciosa nella fedeltà che i cattolici cinesi professano, e sempre più devono professare, a Cristo Signore e al suo Vangelo. La Chiesa di Roma, che presiede nella carità tutte le Chiese cattoliche particolari soparse nel mondo e guidate dai loro pastori, è con voi, Vescovi e fedeli cinesi, nella preghiera. Essa segue con simpatia la vostra storia e desidera che arrivi il momento della piena e totale comunione visibile fra tutti, pastori e fedeli, attorno al Papa. Allo stesso modo che il mondo ammira la Nazione cinese per la sua cultura e per la sua intraprendenza, tutta la Chiesa attende anche di poter vedere pienamente espressa la testimonianza della fede dei cattolici cinesi ed il loro contributo alla predicazione e alla testimonianza del Vangelo, alle soglie del terzo millennio.
«Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre! » (Eb 13, 8). Mentre ci apprestiamo a celebrare, nell'anno 2000 dell'era cristiana, il Grande Giubileo della nascita di Gesù, il Papa guarda con fiducia e simpatia verso la Cina e verso la Chiesa che è in Cina, e nutre il desiderio di poter incontrare personalmente i cattolici cinesi per esprimere con la stessa fede e con lo stesso amore il ringraziamento al Padre, quando a Lui piacerà.
Affido queste intenzioni alla Vergine Maria, tanto venerata ed invocata dai cattolici cinesi come Madre e Regina.
«Il Dio della pace vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Eb. 13, 21).
Con la mia affettuosa Benedizione. Dal Vaticano, 3 Dicembre 1996. L'Osservatore Romano, 4 Dicembre 1996
Al Palatino - Roma
Il fatto è raccontato da due testi: Flora Argenti e Vitalia, quasi con le stesse parole. Ecco il racconto di Vitalia:
1950. "Una sera, prima dell'imbrunire, Edvige andò in estasi, e Gesù le disse: Adesso ti faccio vedere una scena. E le fece vedere, in una grotta del Palatino, un uomo che stava per uccidersi perchè disperato e disoccupato, ed aveva quattro figli.
Era l'antivigilia di Natale. L'uomo diceva: Tutti hanno fagotti di roba e panettoni, ed io non ho un pezzo di pane da dare ai figli. Gesù disse ad Edvige :«Presto, prendi 20.000 lire dallo stipendio di Paolina e portale a quell'uomo».
In bilocazione Edvige si trovò immediatamente sulla salita del Palatino dove le venne incontro S. Sebastiano vestito da Ufficiale romano. C'era una rete metallica. Ma Edvige si senti leggera e sollevata in alto, insieme a S. Sebastiano, e passarono dall'altra parte, nell'interno.
S. Sebastiano esclamò: «Fermati, fratello! Ecco, questa donna ti porta 20.000 lire. Vai a fare Natale anche tu con la tua famiglia». All'uomo calarono delle lacrime dagli occhi. S. Sebastiano gli promise che gli avrebbe fatto trovare lavoro.
Paolina disse ad Edvige di farsi dare da Gesù l'indirizzo di quell'uomo, che gli avrebbero portato altra roba. Ma Gesù rispose: «No, perchè è una persona dignitosa e non vuole essere conosciuto - (era un pittore), tanto gli faccio trovare un lavoro».
Budapest
«Per due volte, - come essa mi ha raccontato - la Serva di Dio è stata trasportata nelle carceri ov'era rinchiuso il Card. Mindzenty, e ha conversato con lui insieme a Nostro Signore ...».
E la signora Valeria Capobianco: «Mi ha colpito il fatto che Edvige, invitandoci a pregare per il Card. Mindzenty prigioniero, aggiungeva delle notizie che ora non sono in grado di ricordare, ma che allora non si potevano avere in maniera naturale, perchè era calata la cortina di ferro».
La bilocazione qui ricordata poté verificarsi soltanto negli ultimi quattro anni della vita di Edvige, cioè dal 1948 al 1952, anno della sua morte.
Infatti il Card. Mindszenty venne arrestato dai comunisti nel 1948 e condannato all'ergastolo, ridotto a sette anni che passò in carcere e, sulla fine, agli arresti domiciliari. Al termine di questi rimase libero, ma per poco, perché nel 1956 (occupazione sovietica dell'Ungheria) dovette rifugiarsi nella Legazione americana fino al 1971. Pertanto il fatto di Edvige poté verificarsi solo dal 1948 al 1952, che furono gli anni più duri del carcere del Card. Mindszenty.
Il P. Ignazio e Flora Argenti lo mettono nel 1951 quasi con le stesse parole:
"Un giorno del 1951 il Signore si servì di Edvige per alleviare le pene del Card. Mindszenty, carcerato dai Comunisti. In spirito ella si trovò nella prigione dove era il Porporato e lo incoraggiò e gli portò sollievi anche materiali. E narrò poi le inumane condizioni in cui era stato gettato il Cardinale"W$>.
A Mosca - Russia
«La Serva di Dio fu trasportata in estasi a Mosca, due volte. Entrò al Cremlino, nella stanza di Stalin e lo vide battere i pugni sul tavolo affermando: "Io sono il forte, terribile nemico di Dio".
Anche questo fatto me lo ha raccontato lei stessa» (Paolina). Al riguardo Vitalia riferisce: «Mi trovavo in casa di Edvige. Era presente anche Paolina. La vedemmo assorta in preghiera e la sentimmo pronunciare parole di questo genere: "Tu devi convertirti. Se vuoi essere eterno nemico di Dio, lo sarai".
Quando si riebbe, la sorella le chiese a chi mai dovessero riferirsi quelle parole.
Ella rispose di essere stata, in quel breve intervallo di tempo, nella dimora di Stalin a Mosca, d'aver attraversato enormi saloni sotto lo sguardo delle guardie che non la fermarono, e di essere arrivata al cospetto del dittatore.
Ai suoi inviti alla conversione, che noi avevamo percepito, egli aveva risposto: "Non mi convertirò mai; voglio essere eterno nemico di Dio".
Così si spiegano le ultime parole pronunciate poi da Edvige».
Un brutto scherzo del diavolo
"Un giorno vidi la Serva di Dio andare con due borse piene d'ogni ben di Dio, e mi spiegò che portava quella roba a casa d'una sua cognata che abitava a via Bixio. Mi spiegò che sperava così di far la pace con lei, in quanto un giorno il Signore l'aveva portata in quella casa, mentre allo stesso tempo restava in casa sua, per farla assistere a un brutto scherzo del diavolo.
Questi, infatti, prese le sue sembianze, aveva attaccato con la cognata una gran lite, con parole offensive e indegne, mai uscite dalla sua bocca. Naturalmente la cognata si era adirata contro di lei».
CAP. V
COMUNIONI MISTERIOSE
Spesso Edvige ricevette la Comunione misteriosamente, da Gesù, da Angeli, da vari santi. Fatti analoghi si leggono nella vita di S. Geraldo Maiella che fu comunicato da S. Michele Arcangelo, di Imelda Lambertini e di S. Lucia Filippini alle quali l'Ostia consacrata andò da sè stessa a posarsi sulla loro lingua.
Riporto alcuni fatti senza aggiungere commento di sorta. «Qualche volta l'ho vista con la Comunione in bocca senza che si potesse sapere come e da chi l'avesse ricevuta.
La prima volta fu il sabato precedente l'Epifania del 1942. La Serva di Dio era nella Cappella di S. Anna della chiesa di S. Giovanni Bosco.
La cosa si ripetè in casa sua.
Il giorno 9 Febbraio 1942 era ammalata. Andai a trovarla di mattina per portarle del latte. Paolina era a scuola.
Entrai (avevo le chiavi), chiamai Edvige, ma lei non mi rispose. Stava giù dal letto, inginocchiata, con le mani giunte, davanti alla Madonna Ausiliatrice (quadro), e il capo chino con 1'Ostia'Santa in bocca. Gesù stesso l'aveva comunicata.
Ai primi di Novembre del 1942 Edvige era di nuovo ammalata. Come al solito Paolina si trovava a scuola. Andai su (in) cucina, entrai in camera e vidi che Edvige era in estasi sul letto, con le mani giunte e con l'Ostia Santa sulla lingua...
(8 Aprile 1951). «Ieri sera mi sentivo molto male e fra me dicevo: domani non potrò fare la S. Comunione. La mattina verso le 4 e mezzo, credo non più, sento aprire la porta; vedo e riconosco S. Paolo della Croce con due chierici ai fianchi, uno era S. Gabriele dell'Addolorata; i chierici portavano due candele. S. Paolo fece recitare il confiteor e mi diede la S. Comunione. "Obbedisci - mi disse - obbedisci; a Padre Ignazio voglio bene, bada che è un figlio del mio cuore, caro tanto a Gesù. Tu non lo sai quanto ha sofferto cotesto mio figlio, ora ne voglio fare una perla dei miei ritiri"».
Martedi 5 Aprile '51. Appena alzata mi sono rivolta ad Edvige, ma non mi rispondeva. L'ho guardata e ho visto che fra i denti aveva una particola. Durante il ringraziamento non parlava. Quando è tornata dall'estasi, mi ha detto che l'aveva comunicata S. Paolo della Croce, accompagnato da due chierici: S. Gabriele dell'Addolorata e un altro giovane Passionista.
11 Aprile 1951. Anche oggi, quando mi sono alzata, Edvige era in estasi. Aveva la particola in bocca e si vedeva un poco. Rinvenuta, mi ha detto che l'aveva comunicata S. Paolo della Croce con due chierici: S. Gabriele e un altro giovane Passionista. Il nome di quest'ultimo è Nicolini. Morì dopo S. Gabriele in odore di santità. Non era ancora sacerdote. Il suo nome glielo ha domandato oggi Edvige.
Sono entrati dalla porta con le torce e con la cotta. Prima della Comunione S. Paolo ha detto: Devi cercare nuove croci per la salvezza dei sacerdoti... Fatevi sante! S. Gabriele e Nicolini, erano pieni di difetti, e poi sono arrivati a un'alta perfezione. Specialmente a Gabriele piacevano i vestiti eleganti, era nervoso, gli piacevano i balli..., i teatri, i passatempi. Anche tu e Paolina vi potete far sante...».
14 Aprile 1951. Stamattina ho ritrovato Edvige in estasi con le mani giunte. Aveva la santa Particola in bocca.
Edvige mi ha poi raccontato che dalla porta della camera era entrato S. Paolo della Croce con la mantella e la cotta sotto; era accompagnato da S. Gabriele e da Galileo Nicolini. Prima della Comunione Nicolini mi ha detto: - Mi chiamo Galileo Nicolini; ho imitato la vita di S. Gabriele e sono morto in odore di santità. Offrivo le mie sofferenze al Signore...
S. Gabriele e Nicolini portavano le torce accese, e dopo averla comunicata, uscirono nuovamente dalla porta.
14 Aprile 1951. Le è apparso P. Nazzareno dell'Immacolata, morto in odore di santità. Le ha detto: - Sono nato a Caldarola in provincia di Macerata. La mia vita l'ho passata come un angelo sulla terra. Ero maestro di tanti novizi e, fra questi, due verranno innalzati agli onori degli altri. Galileo Nicolini ed Eugenio dell'Addolorata. Sono morto a Monte Argentario... La santità è facile, non difficile (Paolina).
Faccio notare che tutte le indicazioni fornite a Edvige in queste apparizioni corrispondono a realtà storica; sia quelle di S. Gabriele dell'Addolorata che quelle di Nicolini, del P. Nazzareno e di Eugenio dell'Addolorata, sebbene lei non li avesse mai intesi nominare prima di allora.
Altre volte a darle queste Comunioni misteriose furono S. Vincenzo Strambi, Vescovo Passionista, il P. Manzella, il santo missionario della Sardegna, morto nell'Ottobre 1937 e S. Giovanni Bosco accompagnato da S. Domenico Savio.
CAP. VI
ANIMAZIONE DI SACRE IMMAGINI E ALTRI FATTI STRAORDINARI
La cosa non è nuova nelle vite dei santi. Si pensi al Crocifisso che abbracciò S. Paolo della Croce, staccando la mano dal legno e stringendolo affettuosamente al suo cuore in un'estasi che durò tre ore.
Analogo fatto si legge nella vita di S. Gemma Galgani.
Si sa anche di un quadro della Madonna che si animò e parlò al beato Domenico della Madre di Dio, passionista, nella chiesa di S. Angelo presso Vetralla (Viterbo).
In molte vite di santi si trovano fatti simili. Anche a Edvige accaddero le stesse cose. Mi limito ad alcune più significanti.
La prima nel tempo, per la sua semplicità, è quella presa dal Diario con le sue stesse parole, e riportata nella prima parte di questo libro, dove si parla dell'infanzia della Serva di Dio.
Le si animarono pure la Madonna di Pompei nel 1950; particolarmente la Madonna del Buon Consiglio di Genazzano, per la quale, poi, nutrì sempre tanta devozione, e la propagò anche per lettera; come pure il quadro della Madonna della Consolazione presso le Maestre Pie Venerini di Marino; e la Madonna Ausiliatrice a Roma. Così anche le statue di vari santi: S. Anna nella chiesa delle Maestre Pie Venerini di Napoli, in via dei Tribunali; S. Gennaro ecc. Particolarmente il Crocifisso miracoloso della chiesa di S. Croce a Pozzomaggiore, e quello ricevuto in dono dal suo confessore, don Luigi Carta, dal quale ebbe le stimmate.
Della statuetta di Gesù Bambino sono state attestate molte cose, ma io qui ricordo solo un fatto, perchè avvenuto presente il P. Ignazio, raccontato da Vitalia: "La terza volta che lo vidi (sul pianerottolo delle scale, fuori della porta di casa) fu quando mi recai dalle signorine (Carboni) assieme al Padre Ignazio. Arrivati alla porta di casa, eccotì Gesù Bambino giù per terra.
Lo raccolsi e lo presentai (diedi) a Padre Ignazio che era con me. Aprii la porta con le chiavi che Edvige mi aveva dato, ed entrammo, mentre dicevo: È permesso?..., Edvige!..., Edvige!... Ma niente; nessuno rispondeva. Allora io mi feci avanti ed entrai nella sua camera da letto; ella era in estasi, pregava rivolta verso il Crocifisso. Quando il P. Ignazio le comandò di rispondere, essa allora si svegliò".
Si deve notare che poco tempo prima era uscita da quella porta la sorella Paolina per andare a scuola, e certamente la statuetta del Bambino Gesù non vi era. Non ve lo avrebbe lasciato; lei che ci teneva a quella sacra effigie che le era stata regalata al momento del suo Diploma magistrale a Cagliari, e per la sua devozione verso di esso. Per la "Madonna della Consolazione" delle Maestre Pie di Marino credo opportuno riferire questi particolari:
Nel 1929 Paolina dovette prepararsi ad un concorso scolastico. L'accompagnò anche Edvige, ed ambedue furono ospitate dalle suore per alcuni giorni.
Nella camera dove dormiva Edvige c'era un bel quadro della Madonna, pitturata ad olio, senza alcun titolo.
La Madonna parlò più volte da questo quadro ad Edvige, e le disse, fra l'altro: «Io sono la Madre della Consolazione».
Il quadro venne poi, dalla Superiora, trasferito nella sala. Notava la Superiora:
«L'immagine della Madonna, dipinta su tela, che trovasi nel nostro istituto, e che ha parlato più volte ad Edvige, dicendole pure "Io sono la Madre della Consolazione", ha un non so che di misterioso. Ha la testa china, gli occhi e la bocca semiaperti e le mani giunte in atto di preghiera, ora appare triste, ora atteggiata a un bel sorriso. Alcune volte sembra quasi animata.
Anche un santo sacerdote, fratello di una suora della mia comunità, dopo avere osservato detta immagine, ha detto che egli riscontrava in lei qualcosa di misterioso. (Mi pare bene che Edvige mi abbia detto un giorno che questa immagine aveva la bocca chiusa e che, dopo che ha parlato con lei, le è rimasta semiaperta».
Trasudamenti di sacre effigi
A raccontarlo sono Paolina e Flora Argenti: il crocifisso e la statuina di S. Giuseppe hanno trasudato abbondantemente nell'anno 1951, e dopo asciugati tornavano a trasudare.
"Di questo fatto ne parlammo al P. Ignazio. Venne in casa per rendersi conto di quanto avevamo visto e raccontato. Asciugò le gocce di profumo. Contemporaneamente, in sua presenza, mentre era stato bene asciugato, il Crocifisso tornava a bagnarsi.
Il P. Ignazio tornò altre volte e lo asciugò di nuovo per accertarsi se il profumo era stato messo da noi.
Tutte le volte che veniva asciugato si ripeteva il fatto soprannaturale, e così succedeva anche quando noi e le poche amiche intime eravamo presenti.
Questo fenomeno si ripetè fino alla morte di Edvige" (1952).
Profumi misteriosi
Questo fatto non è raro nella vita dei santi: le stimmate di S. Francesco emanavano alcune volte soavi odori. Alla morte di S. Teresa d'Avila, l'acqua con cui fu lavato il corpo rimase profumata; per nove mesi continui una misteriosa fragranza emanò dalla sua tomba. A tutti sono noti i profumi percepiti dai fedeli, relativi a Padre Pio da Pietralcina.
Durante la vita di Edvige Carboni si avvertirono spesso profumi straordinari che si possono rassomigliare a quelli di viole, di rose, di gigli, che emanavano sia dalla sua persona che da oggetti appartenenti a lei, oppure da luoghi dove stava o era stata.
La teste Argia Papini ricorda specialmente una casa di Tivoli dove Edvige era stata per qualche mese; Suor M. Longaroni la casa stessa di Edvige, dopo la morte della Serva di Dio. Anche altrove, come ad Alghero, furono avvertiti qualche volta questi stessi profumi misteriosi.
Tali effluvi emanavano anche da sacre effigi di devozione che le appartenevano: crocifisso, statuetta di S. Giuseppe, Bambino Gesù ecc. Il P. Ignazio si diffonde specialmente a parlare della statuetta di S. Giuseppe che più di ogni altra emanava tale profumo, e la volle portare alla Scala Santa per alcuni suoi accertamenti.
CAP. VII
VESSAZIONI DIABOLICHE
"Anche se la psichiatria ha dimostrato che l'attività del subconscio spiega molti, per non dire la maggior parte, dei fenomeni anormali che le generazioni passate attribuivano all'attività diabolica, essa non pretende di spiegare in maniera completa tali fenomeni. Pur presupponendo che tale spiegazione sia corretta in un dato caso, si tratta sempre di una spiegazione data entro i limiti della scienza. Essa non esclude di per sè la casualità concomitante, che potrebbe essere esercitata da elementi i quali non sono oggetto della scienza psichiatrica".
Che gran parte dei mali dell'umanità provengano dal diavolo non si può negare, tanti sono i riferimenti biblici, patristici, conciliari, teologici e liturgici della Chiesa!
"In un discorso tenuto nell'udienza generale del 15 Novembre 1972, Paolo VI ha riaffermato l'antica fede cristiana nell'esistenza di un diavolo o spirito del male personale. Egli ha dichiarato: con l'esistenza del demonio il male non è più soltanto una deficienza, ma una efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa (...). È il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo così (dalla Bibbia) che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero, e con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana".
Il Marcozzi fa una interessante esposizione delle infestazioni diaboliche, breve, ma sufficiente a farci capire anche i fenomeni di questo genere avvenuti nella vita di Edvige Carboni.
Egli scrive: "In queste (nelle infestazioni) si osservano fantasmi e mostri paurosi, gravi danni agli oggetti, urla, fischi, schiamazzi, percosse dolorose, ventate di freddo, gemiti, risate, ecc.
Non pochi fatti d'infestazione sono frutto d'immaginazione o dell'inganno, ma altri sono certamente provati. Ci limitiamo ad alcuni di questi, accaduti nella vita di qualche santo, perchè solitamente documentati e in assenza di adolescenti o di nevrotici. Ci riferiamo alle infestazioni che subirono San Giovanni Maria Vianney, san Paolo della Croce e san Giovanni della Croce.
San Giovanni Maria Vianney, più noto come il santo Curato d'Ars, univa ad una pietà eccezionale, il dono del consiglio e della direzione spirituale. Il suo confessionale era assediato, di giorno e buona parte della notte, da penitenti, che venivano non solo da vari luoghi della Francia, ma anche dall'Europa. Il dottore Saunier, che per diciassette anni visitò il prete Vianney, rilasciò una dichiarazione sul perfetto equilibrio fisico e morale del nostro santo; eppure questi per circa trentacinque anni fu vittima di innumerevoli forme di infestazione, a molte delle quali furono presenti dei testimoni che poi deposero con giuramento al processo dell'Ordinario.
Si sentì lacerare la tenda del letto; si udirono colpi contro la porta, mentre forti grida risuonavano nella corte (e non c'era nessuno); una notte si vide come una lingua di fuoco che cadeva nella canonica. Si udirono voci infernali, il grugnito di animali, lo scalpitio di bestie da soma. Una volta fu imbrattata un'immagine dell'Annunciazione, ricoprendola di immondizia. Un'altra volta gli fu bruciato il letto, ma in modo che umanamente non si poteva spiegare".
Degli altri due santi ricordati sono descritti fatti analoghi, che tralascio per brevità.
Ora ci sarà più facile comprendere questi stessi fatti avvenuti nella vita di Edvige Carboni, e che hanno contribuito non poco al suo martirio interno ed esterno.
Tali vessazioni diaboliche cominciarono assai presto e durarono tutta la vita.
Consistevano in cose strane: dai disturbi prodotti invisibilmente (voci, frastuoni, rumori spaventosi) alle visioni terrificanti di figure non sempre identiche, ma sempre paurose; dalle minacce ai fatti, come percosse, bastonate che la lasciavano sanguinante; in sottrazione di oggetti, distruzione di cose varie come lettere, cartamonete, libri, immagini ecc. ecc., sia col fuoco che in altro modo; in dispetti di ogni genere.
Quando ciò avveniva non era solo lei ad accorgersene, ma anche altre persone presenti percepivano e constatavano lo stesso fenomeno pauroso. Quindi non si possono attribuire a semplice fantasia.
I fatti sono tali e tanti da riempirne un volume. Ne riporto solo alcuni.
«Edvige più volte al giorno aveva bisogno di buttarsi a letto per riposare il cuore, quando d'improvviso la brutta bestia infernale le era addosso per picchiarla ferocemente e fortemente. Io e Paolina sentivamo le percosse e allora recitavamo la giaculatoria: "O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi...". E la bestia se ne fuggiva via, lasciando il battipanni che aveva preso in camera da bagno e col quale la picchiava.
La picchiava specialmente nelle parti che sempre le facevano male: ad es. ai reni, quando ella soffriva di nefrite.
Il diavolo la bastonava specialmente quando ella pregava per i peccatori e quando glieli strappava dalle grinfie. Spesso si presentava a lei sotto forma mostruosa e le diceva: "Maledetta ... maledetta! Mi hai strappato anche quest'anima che era mia".
Altre volte le faceva dispetti, rompendole dei piatti, degli specchi, i vetri delle finestre e altri oggetti».
«La brutta bestia perseguitava Edvige con calci, sgraffiature, scorticature profonde, simili a quelle che potrebbero fare un felino, e altre volte con le sue unghie aguzze le strappò perfino le capsule d'oro dei suoi denti, e quando ritornava dal dentista costui rimaneva meravigliato come si potessero staccare, perché lui glieli aveva attaccati molto bene. Ma Edvige manteneva il segreto.
Era in tempo di guerra, nel 1942. Mentre Edvige era in estasi nella Cappella di S. Anna, nella chiesa della nostra parrocchia, la vidi graffiata al braccio destro e le usciva del sangue».
«Il diavolo, quando sapeva che Edvige andava da P. Ignazio per confessarsi, la picchiava forte, dandole pedate nelle gambe per impedirle di camminare; e questo avveniva anche riguardo ai precedenti confessori.
Ma Edvige, coraggiosa e buona, e sia pure zoppicando, andava lo stesso dal confessore. E Satana rimaneva sconfitto.
Della ripetuta distruzione di cartamoneta col fuoco, ne parlerò in un capitolo a parte».
Il pomeriggio di una domenica, mentre Edvige era a letto, Paolina e Vitalia erano in cucina.
«Mentre ragionavamo, sentimmo scricchioalre qualche cosa nella camera da letto di Edvige.
Andammo subito a vedere di che si trattava e assistemmo a uno spettacolo impressionante: Edvige era legata mani e piedi ai ferri della rete del letto, con un fazzoletto stretto intorno al collo, che minacciava di soffocarla: tutto questo per opera diabolica. I nodi del fazzoletto erano così stretti e ingarbugliati che la poverina fu salva per puro miracolo.
A questo spettacolo invocammo subito la Madonna: "O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi". E i nodi subito si sciolsero.
Edvige, appena fu slegata da quella stretta infernale, ci disse:
Scioglietemi le mani e i piedi; stavo per soffocare! Ora mi sento il cranio rotto da mille bastonate. Il diavolo mentre mi legava e mi bastonava, diceva: "Pillina (Paolina) e la strega (Vitalia) in cucina stanno dicendo male dei miei amici" e intanto mi picchiava con un pugno di ferro sulla testa, e ora mi sento il cranio tutto mollo. Il diavolo diceva ancora: "Maledetta tu!... maledetta Pillina!... maledetta la strega... ».
«Il demonio faceva il dispetto di portar via alla Serva di Dio un bastone per stendere i panni e attaccarlo, poi, alla porta degli altri inquilini i quali, naturalmente, si accanivano tra di loro per il dispetto di cui si credevano fatti segno. Alla fine il bastone rifiniva in casa Carboni.
Allora Edvige lo diede a me e io lo buttai per la strada, ma fu ritrovato nuovamente in casa.
La Serva di Dio mi pregò di farlo sparire nuovamente, e io lo conservo ancora».
«Amalia Faccenda aveva ospitato a Tivoli le sorelle Edvige e Paolina Carboni.
Edvige, durante la notte, era infastidita dal diavolo che non la lasciva dormire. A riprova di questa vessazione mi mostrarono alcune impronte della palma di mano d'uomo che appariva sulla federa bianca del materasso.
Ricordo che si notavano i chiaroscuri e le rilevanze della mano, come se questa fosse stata arroventata e sporca di carbone.
La signora Amalia mi diceva che aveva provato con acqua, sapone e detersivi a eliminare quello sporco, ma non era riuscita a nulla. Allora io indossai la stola, recitai con molto fervore, insieme ai presenti (c'erano anche Edvige e la sorella) la formula degli esorcismi di Leone XIII e aspersi con l'acqua santa. Quando finii, tutto scomparve come per incanto, e ne ringraziammo insieme il Signore.
In quella occasione Edvige parlò pochissimo. Ricordo che si mise in ginocchio e chiese la benedizione».
«La Serva di Dio era fatta segno sovente, da parte del demonio, di ogni dispetto e affronto; il demonio la picchiava anche con il matterello.
La mia Superiora mi raccontò che anche a Marino il demonio picchiava spesso la Serva di Dio, specie quando essa pregava per i poveri peccatori.
Madre Filomena Pianura mi disse che lei stessa aveva medicato la Serva di Dio dalla ferita che il demonio le aveva inferto, piantandole le unghie nella schiena.
Ebbene, Edvige non ha mai emesso un lamento».
«Il diavolo la perseguitò per tutta la vita. Le rompeva oggetti di casa, la maltrattava, la ingiuriava. Ultimamente ella dovette stare a letto, perchè lo spirito maligno le aveva dato una martellata in un ginocchio.
Anch'io una volta m'accorsi che lo spirito maligno era per la casa, perchè d'un tratto vedemmo conficcato nella porta d'entrata un coltello da cucina e, un'altra volta, il mio cappello tutto sgualcito e coperto di nero».
«Un giorno Mons. Vitali donò alle sorelle Carboni i tre libretti da lui composti: Mese di Novembre, Mese di S. Giuseppe e Mese del S. Cuore. Quando ritornarono, dissero che il demonio li aveva bruciati e gettati nel gabinetto, perchè gli davano fastidio! Gliene diede un'altra copia di ciascuno, che involse in un giornale; anche questi, ancora involti, ebbero la stessa sorte. Paolina involse in un altro giornale i pezzetti carbonizzati e i tre libretti, dei quali erano bruciati, se ben ricordo, una parte della foderina e precisamente quella del frontespizio e qualche altro foglio, e li riportò a Monsignore. Questi conservò tutto in una scatola e, quando gliene capitava l'occasione, li mostrava».
«Un giorno Amalia (una signora amica delle sorelle Carboni) mi condusse a Roma a trovare le signorine Carboni nella loro abitazione di via Camilla. Andammo da Tivoli, portando anche diverse cosette di cibarie, tanto scarse in quell'immediato dopoguerra, mentre Amalia ne era provvista.
Prevedemmo una giornata felice e l'Amalia godeva al pensiero che io finalmente avrei potuto toccare con mano ciò che da anni mi veniva dicendo.
Salendo le scale di via Camilla 47 int. 18, trovammo subito dinanzi alla porta di casa delle strane cose. Appeso al pomo centrale della porta d'ingresso si trovava un cuscino meraviglioso, ricamato da Edvige, e insieme, legato da bei nastri di seta, anche il matterello della pasta. Io rimasi stranamente colpita; la cara Amalia, anima buona e semplice, essendo avvezza a vedere cose strane, si mise a ridere e mi disse: "Vedi, Argia, quella brutta bestia già sapeva del nostro arrivo, e chissà ora come rimarrà mortificata Edvige".
Bussammo, e loro cautamente vennero ad aprire. Fu proprio così. Mortificata e confusa, Edvige tolse quella roba, la depose dentro e ci fece poi tanta festa».
«Quando dovevamo andare a confessarci da Monsignore, il diavolo si accaniva contro di noi in tutti i modi, dicendo che andavamo da "Mosè sul monte" - così Monsignore veniva chiamato dal demonio -.
Mentre Edvige lavorava o lavava i piatti, le dava dei colpi sulla mano, in modo che quello che sorreggeva andava malauguratamente a terra; in questo modo diversi piatti e suppellettili varie si sono rotte. Le lividure prodottele dal maligno erano visibili all'esterno e molto estese. Una sera venne a farci visita la signorina Velletrani; quando l'accompagnammo alla porta, vedemmo una lettera che bruciava per terra. Il fumo era tanto e irrespirabile. Riuscimmo a sapere che quella lettera ce l'aveva inviata un'amica di Calangianus e il demonio era geloso di quest'anima, perchè tanto buona e tanto amante del buon Gesù.
Si può dire che non c'era giorno che Satana non la tormentasse in qualche maniera. Perciò chiudo con una specie di elenco, incompleto, di tali maltrattamenti, fatto dalla sorella nel Processo:
« Il demonio si accaniva contro Edvige: la picchiava alla testa, ai reni: la graffiava, tanto che io dovevo medicarla e disinfettarla con alcool. Le ha bruciato anche libri, lettere; le ha disfatto il lavoro di lana raffigurante S. Teresa del Bambino Gesù. Una volta strappò un piccolo quadro.
Talora cercava di spaventarla imitando, per esempio, il grugnito del maiale... Un'altra volta l'ha bastonata, mentre essa stava a letto, lasciando, però, cadere il bastone per terra (un manico di scopettone), che noi conservavamo nel ripostiglio; un'altra volta buttò una catinella d'acqua sul lettino sul quale giaceva ammalata. Fu in quella circostanza che le apparve la Madonna la quale miracolosamente asciugò la parte bagnata del letto. Un'altra volta il demonio suonò il campanello di casa e, a Edvige che andò ad aprire, gridò in faccia: " Maledetta!..., non crepi ancora?".
Durante il periodo di villeggiatura a Marino il demonio legò la Serva di Dio al collo per strozzarla, tanto che io chiamai la superiora in aiuto.
E potrei narrare altri episodi del genere».
CAP. VIII
II. DEMONIO LE BRUCIA PIÙ VOLTE IL DENARO
Un capitolo a parte merita questo fatto, così insolito, della persecuzione diabolica contro Edvige Carboni.
Tutti i fatti seguenti sono stati attestati da Vitalia all'autore di questo libro, oltre essere già stati deposti da lei e altri nel Processo canonico. Qui vengono catalogati e descritti in ordine di tempo. Ma probabilmente ne erano successi altri in antecedenza, vista la paura di Edvige per i rimproveri di Paolina per l'ammanco di denaro. Si tenga presente che lo stipendio di Paolina era l'unica entrata stabile della piccola famiglia composta dalle due sorelle e dal padre fin che visse. Anche per questo Paolina controllava spesso il modesto deposito di denaro, e ne dava volta per volta piccole somme contate ad Edvige per le spese occorenti. Si doveva arrivare al 27 di ogni mese! «Contava spesso il denaro», osserva Vitalia che «era di casa», parlando di Paolina. Questo per comprendere meglio lo sgomento di Edvige quando il diavolo le bruciava il denaro, e il suo raccomandarsi a Vitalia per rimediare agli ammanchi causati dal demonio.
La prima volta che mi accorsi del denaro bruciato, dice Vitalia, fu quando entrai nella sua casa (avevo le chiavi) e la trovai in estasi seduta sul letto, con l'Ostia in bocca (per una di quelle comunioni misteriose raccontate in questo libro).
Vidi per terra che bruciavano 2000 lire di carta. Quando si rinvenne le feci osservare la cenere per terra: - «E questa roba cos'è?» - E lei si accorse subito del brutto dispetto del diavolo: -«Ahi, Vitalia mia!... Come faccio per fare la spesa per Paolina fino al 27 ...?» Mancavano 4 giorni.
Allora gliene ho ridate altrettante io, per non far succedere niente di spiacevole con la sorella.
Edvige si trovava nella cappella di S. Anna della chiesa di S. Maria Ausiliatrice, sua parrocchia. Paolina le aveva dato 4000 lire per pagare due fiaschi d'olio alla mamma di una sua allieva di scuola, alla quale lo aveva commissionato.
Edvige, nell'andare a ritirarlo e pagarlo, passò per la chiesa a fare una preghiera. Venne rapita in estasi proprio nella cappella di S. Anna. Durante ciò il diavolo le mandò in fiamme le quattromila lire.
Gesù, durante l'estasi le disse: - «Il demonio ti ha fatto un dispetto». Essa rispose: - «II demonio me ne fa sempre di dispetti». Finita l'estasi, essa guardò nella borsetta, ma i soldi non c'erano più. Lì per terra c'era un mucchietto di cenere. Essa vi diede sopra un soffio e la cenere si sparse qua e là. Poi si avviò per l'uscita e si incontrò con Vitalia che, vedendola tutta pallida, le domandò: -«Che cosa ti è successo?».
Rispose: - «Ahi!...; il diavolo mi ha bruciato le quattromila lire che Paolina mi ha dato per pagare l'olio. Come farò quando viene Paolina e non mi trova l'olio? ... ».
Ne ebbi compassione, dice Vitalia, e le diedi io le quattromila lire per l'olio, perchè non succedesse niente di spiacevole.
Altra volta, dopo la guerra, Edvige venne al negozio tutta sgomenta, chiedendomi di prestarle 5000 lire perchè il demonio gliele aveva bruciate, promettendomi di restituirle il 27 del mese. Cosa che effettivamente fece (Vitalia).
Dopo circa un mese le bruciò altre 10.000 lire, ed essa tornò da Vitalia a chiederle in prestito, promettendole che le avrebbe restituite anche questa volta alla fine del mese.
Invece, mentre gliele stava riportando come convenuto, il diavolo gliele scippò di mano e le bruciò per aria!... Essa vide la mano brutta del diavolo che faceva ciò. Ma non ci fu altro da fare che arrivare da Vitalia tutta pensierosa e dirle: - «Vitalia mia...! Non te le posso restituire neppure oggi quelle diecimila lire perchè il diavolo me le ha bruciate mentre te le stavo portando! ... » -
E Vitalia: - «Lascia fare; non fa niente!».
Il mese dopo, quando stava per finire, il demonio le bruciò altre 10.000 lire, e lei, come al solito, andò di nuovo da Vitalia a chiederle in prestito.
Il 27 del mese stava riportandole puntualmente, secondo la promessa, quando il diavolo gliele bruciò di nuovo, come al solito. Tutta demolita arrivò da Vitalia e riuscì a dirle: - «Scusami, Vitalia, di non potertele restituire neppure ora perchè il diavolo me le ha bruciate come l'altra volta!...»
Vitalia ne ebbe tanta compassione e le rispose: - «Lascia fare, non importa! ».
Nuovamente, il mese successivo, venne a chiedere altre 10.000 lire perchè il diavolo gliene aveva ancora bruciate.
Gliele diedi con la condizione che almeno quelle me le restituisse alla fine del mese.
Invece allora si presentò più triste che mai, con un fagottello in mano, dicendomi: - «Vitalia mia, neppure questa volta te le posso restituire perchè il diavolo è tornato a bruciarmele!...».
Risposi: - «Ahi, Edvige mia!... Questa volta i soldi proprio mi servivano per un pagamento!».
Edvige se andò triste, non sapendo come fare.
Il fatto si ripetè ancora una volta nel mese successivo: il demonio le bruciò altre 10.000 lire. Ed Edvige non ebbe il coraggio di ritornare da Vitalia a chiederle.
Quando Paolina se ne accorse, era sul punto di partire per la scuola: erano già le 7.30. L'ansietà dell'orario, il tram da non perdere
che stava per passare, la preoccupazione della scuola..., e così, è facile immaginarlo, ebbe un grave scatto d'ira contro la sorella, e le diede un calcio nello stomaco mentre Edvige, proprio in quel momento, si era chinata a raccogliere lo straccio cadutole nello spolverare il tavolo. E partì sbuffando e sbattendo la porta...
Non fu così piccola, perché ad Edvige vennero ripetuti sbocchi di sangue, appena partita la sorella.
"Dopo un paio d'ore Edvige venne al mio negozio con la bocca ancora sanguinanante e mi raccontò l'accaduto".
Mattinata agitata, quella di Paolina a scuola. Non vedeva l'ora di ritornare a casa per scusarsi con la sorella.
Difatti, appena rimesso piede in casa, le chiese umilmente perdono: - "Ahi, che cosa ti ho fatto questa mattina...!".
Ma Edvige, buona buona, la scusò dicendole che non era stato niente, e che non lo aveva fatto lei, ma il diavolo...
Ottenuto questo suo diabolico scopo, il demonio cessò di bruciarle il denaro.
CAP. X
CONCETTO DI SANTITA PER EDVIGE
Le sue virtù così genuine, autentiche, semplici, alla portata di tutti i cristiani: umiltà schietta, inalterabile pazienza, spirito di preghiera, di penitenza; la sua viva fede, l'ardente amore a Dio, alla Madonna, ai santi; soprattutto il suo cuore aperto alle miserie altrui con spirito di carità fraterna senza esclusione di persone o di situazioni, anzi più grande era la miseria morale o materiale più grande era la sua comprensività e aiuto fraterno; l'eroico perdono delle offese; il suo amore a Gesù crocifisso, all'Eucarestia, al Papa; il suo apostolato in sintonia con gli insegnamenti del Concilio...
Tutto in quest'anima dice santità.
Qui riporto il giudizio del P. Bartolomeo Sorge S.I., ex Direttore de "La Civiltà Cattolica", estratto dalla sua Relazione per il XXV anniversario della morte di Edvige Carboni, 13 febbraio 1977;
e poi le attestazioni di autorevoli personalità che la conobbero, ed altri.
P. Bartolomeo Sorge S.I.
Edvige Carboni è una chiara risposta di Dio ai dubbi, ai timori che il nostro tempo nutre di fronte al mistero della vita divina comunicata agli uomini. Anzi, vorrei dire che in Edvige la forza del soprannaturale irrompe in maniera del tutto straordinaria, quasi fino ad abbagliare. La pratica costante di tutte le virtù cristiane ci fa scorgere in Edvige non soltanto una creatura umana più perfetta di altre, ma portatrice di una vita che chiaramente è di qualità superiore. La carità, l'umiltà, la preghiera, la fortezza, la prudenza, la profonda comprensione dei misteri di Dio, uniti ai fatti straordinari di cui è intessuta la sua esistenza, rivelano l'opera del Signore; sono qualche cosa di qualitativamente diverso che manifesta l'opera di Dio, la grazia che eleva e divinizza l'umano.
Vi confesso che, leggendo i documenti riguardanti la vita della Serva di Dio, mi sono reso conto che essa non è un segno tra i più semplici da scandagliare. Il numero notevolissimo di grazie mistiche
e di fenomeni straordinari impongono prudenza, discernimento, applicazione oculata e anche critica attenta alla luce della teologia spirituale, della ecclesiologia e delle scienze umane. Ma non c'è dubbio che questa irruzione del divino nel nostro tempo pone Edvige come una risposta al nostro scetticismo, al nostro materialismo, al positivismo scientista che devia i nostri giudizi. Si possono applicare alla Carboni le parole del Concilio su questa trasparenza di Dio che i Santi portano in mezzo al mondo: "Nelle vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra umanità, sono tuttavia più perfettamente trasformati dall'immagine di Cristo, Dio manifesta la sua presenza e il suo volto. In loro è Egli stesso che ci parla e ci mostra il segno del suo Regno, verso il quale, avendo intorno a noi un tale nugolo di testimoni e una tale affermazione del Vangelo, siamo potenziamente attirati". (Lumen gentium, 50)...
«... concludo auspicando che la Chiesa possa, al più presto, illuminata dallo Spirito Santo e sotto la guida del Magistero, riconoscere la santità di questa nostra sorella, figlia del nostro tempo, affinchè il messaggio che proviene dalla sua esistenza possa illuminare il nostro difficile cammino, a gloria di Dio e a salvezza dei fratelli e nostra».
Il Servo di Dio, Mons. Piovella parla di Edvige
Chi volesse conoscere la grande figura e la santità di questo venerato Arcivescovo di Cagliari, legga il bel volume scritto dal sac. Dott. Edoardo Lobina e stampato a Cagliari nel 1968 - Prima di Cagliari era stato vescovo di Alghero, poi Arcivescovo di Oristano.
Mons. Ernesto Piovella ebbe un altissimo concetto di santità di Edvige Carboni, come dimostra il presente episodio narrato dall'On. Pietro Fadda, un trent'anni fa.
«Un giorno (non ricordo se negli ultimi mesi del 1942 o ai primi del 1943), (...) dovetti recarmi dall'Arcivescovo di Cagliari, Mons.
Piovella, che era già stato per anni Vescovo di Alghero e Arcivescovo di Oristano.
Presentandomi, e saputo da lui che ero di Pozzomaggiore, mi chiese subito, e con vivissimo interessamento, notizie di Edvige, «della nostra cara santa» - com'egli la chiamò.
A dire il vero io nulla sapevo di lei, e in questo senso risposi all'Arcivescovo.
Questi, a sentire ciò, si mostrò amorevolmente meravigliato del come i Pozzomaggioresi non s'interessano, per quanto lontana, di Edvige «di cui un giorno tutti i sardi - mi disse - sarebbero stati orgogliosi quando, nel momento che Iddio avrebbe prescelto, l'avrebbero vista venerata sugli altari».
Con gli occhi chiusi, come scrutando l'avvenire, espresse il giudizio che un giorno Edvige, con Salvatore da Horta e con S. Ignazio da Làaconi, avrebbe costituito uno dei fari luminosi di santità per tutta la Sardegna.
Rimasi in un certo senso mortificato e assai meravigliato dell'altissimo concetto in cui l'Arcivescovo (uomo letteralmente venerato in tutta la Sardegna per il suo zelo pastorale, per la sua pietà, per la sua sconfinata bontà quasi chiaroveggente) teneva questa umile lavoratrice del mio paese, ormai da tanto tempo lontana dalla Sardegna.
Mons. Deriu parla di Edvige
«Mons. Salvatore Deriu era nativo di Pozzomaggiore. Fu per vario tempo confessore e direttore spirituale di Edvige.
Si trasferì ad Alghero, perchè venne nominato Canonico e, in seguito, Vicario Generale del Vescovo.
Santo sacerdote, pio e valente predicatore, profondo conoscitore dell'animo umano, dotto scrittore, noto in tutta la provincia di Sassari per la prudenza e santità di vita, amicissimo del P. Manzella.
Era il direttore spirituale di molte persone della diocesi di Alghero; e tante anime venivano dalla provincia e anche da lontani paesi per essere guidate da lui nella strada della perfezione.
Conosceva Edvige fin da fanciulla ed aveva una grande venerazione per lei, recandosi spesso a Pozzomaggiore per il suo compito di direttore spirituale.
Mi diceva:
- Edvige è un'anima privilegiata; ciò che avviene in lei è opera di Dio... Tua sorella è una santa.
Soleva anche parlare di Edvige con le sue figlie spirituali e con il P. Manzella»(2).
Il Servo di Dio, P. Manzella parla di Edvige
«Il Servo di Dio Giovanni Battista Manzella, Missionario della Sardegna, dell'ordine di S. Vincenzo de' Paoli, un tempo direttore spirituale dei seminaristi di Sassari, disse loro di aver conosciuto nel paese di Pozzomaggiore una santa che aveva le stimmate alle mani, ai piedi, al costato. Detta donna si chiamava Edvige Carboni. Fece notare che quando le piaghe si aprono, nei giorni di giovedì e venerdì, ella fa tutti i servigi, accudendo alle necessità domestiche e lava senza preoccupazione alcuna che le ferite, pur rimanendo aperte, vadano soggette a infezioni: ciò che invece non si verifica in noi. Se abbiamo una ferita e non la curiamo con disinfezioni, marcisce, con tutte le conseguenze.
Tutto questo ci conferma che le ferite sono state concesse dal SS. Crocifisso».
Il P. Manzella diceva ancora:
- È una santa, vive più in cielo che in terra -.
Di quest'uomo è in corso il Processo di Beatificazione, perciò va ritenuto un conoscitore delle cose divine; e quindi il suo giudizio ha un grande peso.
Sentiamolo parlare di Edvige in un'altra testimonianza, quella di Pietro Fadda, testimone oculare:
Il P. Manzella, quando, nel suo incessante peregrinare per tutti i paesi della Sardegna, capitava a Pozzomaggiore, allogggiava in casa del Parroco, cioè in casa mia.
Spesso s'intratteneva a parlare in edificante familiarità. Era in queste occasioni che, fra noi, soleva parlare insistentemente di Edvige, manifestando nei suoi confronti un'ammirazione e una venerazione davvero singolari.
Sentivo dire che di essa soleva parlare negli stessi termini anche in altre case del paese».
Il Fadda racconta che ciò avvenne particolarmente sotto i suoi occhi in occasione di una visita ad una ammalata dove il P. Manzella fu invitato dalla madre di questa. Egli, allora ragazzo, ve l'aveva accompagnato.
Dopo la visita e la benedizione all'inferma, si trattenne coi numerosi vicini accorsi in quella casa, e colse l'occasione, da missionario qual'era, ad invitarli alla conversione, alla preghiera, alla virtù, sull'esempio di Edvige Carboni che avevano tra loro in paese. Disse che se altri paesi l'avessero avuta e avessero potuto ammirare da vicino la sua santità, certamente avrebbero fatto a gara ad imitare le sue virtù. Soggiunse che le sue preghiere erano molto efficaci presso Dio e la Madonna; e che il paese era debitore a Edvige di molti benefici e misericordie divine.
Alla fine distribuì a tutti la «medaglia miracolosa» di cui ne portava sempre con sè un gran numero.
L'alto concetto e questa sicurezza che il P. Manzella aveva della santità di Edvige viene confermato da Paolina:
Il P. Manzella si confidava con Edvige e le scriveva.
Quando era in missione a Pozzomaggiore, veniva a trovarci in casa. Un giorno mentre si trovava a predicare a Tempio nella Gallura, spinto dall'entusiasmo della predicazione, disse:
- In Sardegna abbiamo una santa -
Edvige lo venne a sapere e ne rimase offesa, perchè la notizia
si sparse in un baleno in tutta la provincia di Sassari. Il P. Manzella morì dell'inizio della guerra.
Edvige conservava alcune sue lettere, ma le dovette mandare -per obbedienza - all'Arcivescovado di Sassari in vista del Processo di beatificazione del venerato Padre».
Mons. D'Enrico, Vescovo di Alghero, parla di Edvige
Già trattando delle stimmate della Serva di Dio e dell'inchiesta o Processetto fatto a suo carico, ho avuto modo di accennare alla devota ammirazione di questo vescovo per essa. Qui aggiungo parte di una lettera che ne completa il quadro:
«... Nelle mie visite pastorali, dal 1914 al 1923, all'indimenticabile diocesi di Alghero, a Pozzomaggiore mi fu indicata una giovane dimessa, raccolta, modesta e devota, di nome Edvige Carboni, e, colpito dal suo atteggiamento ieratico volli conoscerla da vicino e la feci pregare di una sua breve visita nella casa del Parroco, dove, naturalmente, io ero ospitato; a prima vista vidi le stimmate alle mani come, miracolosamente, si videro in S. Francesco d'Assisi, S. Caterina da Siena e tanti altri privilegiati. Mi rallegrai con lei di questo insigne favore, di questa grazia divina, e raccomandadomi alle sue efficaci preghiere l'accomiatai benedicendola ...».
Mons. Vitali parla di Edvige
Nel corso di questo libro, parlando dei confessori di Edvige, ho avuto modo di mettere in rilievo il grande concetto in cui egli teneva la Serva di Dio, e l'affermazione di sentirsi migliore, spiritualmente, da quando l'aveva conosciuta.
Qui aggiungo solo parte della dichiarazione della signora Elena Teodonio, relativa al concetto che Mons. Vitali aveva per Edvige. Dice la signora Elena:
«...Mons. Alfredo Vitali, direttore della Congregazione delle Figlie di Maria nell'Istituto San Luigi in via San Giovanni Decollato, delle Suore del Preziosissimo Sangue, a cui appartenevo come Figlia di Maria, accennava spesso di Edvige Carboni, specialmente in tempo di guerra.
Ci parlava delle sue comunicazioni con Gesù, la Madonna...; delle sue cose e fatti straordinari. Dimostrava per lei venerazione e grande fiducia».
Mons. Massimi parla di Edvige
Per chi avesse ancora dei dubbi sulla perfetta normalità ed equilibrio psichico nelle sue manifestazioni soprannaturali, metto qui parte delle dichiarazioni di Mons. Massimi, officiale della Dataria Apostolica, confessore di Edvige. Forse è un pb lunga, ma necessaria, perchè sicuramente qualche lettore o lettrice sarà rimasta perplessa di fronte a tutto questo soprannaturale, e qualche dubbio le sarà affiorato nella mente sulla normalità di Edvige.
Scrive dunque Mons. Massimi:
Ho avuto modo di conoscere Edvige Carboni in incontri più frequenti durante gli anni dell'ultima guerra; meno frequenti negli anni successivi. Ho parlato con lei per ragioni diverse, alla presenza di altre persone. L'ho trovata schiva di sè, di poche parole e semplici, raramente vivace, sempre remissiva, spesso sorridente, mai sospirante. Una vera donnetta di casa insomma: nel suo comportamento e nel suo parlare non mostrava, nè faceva supporre niente di particolare o di straordinario.
Eppure non rare volte qualche cosa di molto straordinario si è manifestato ai miei occhi... E anche allora la sua figura, il suo atteggiamento, il suo parlare, il suo fisico, direi il suo spirito, rimaneva nella solita cornice, nel solito stato, normale, tranquillo, semplice. Questo era ciò che maggiormente colpiva e maggiormente spiccava in quelle manifestazioni straordinarie, che direi quasi le «capitavano» e alle quali ella non dava alcun peso, come fossero cose ordinarissime e di nessun rilievo.
Fatti straordinari. La prima di queste manifestazioni straordinarie alle quali ho assistito di persona e nelle quali sono stato chiamato «in causa» fu la seguente.
Durante gli anni di guerra - forse ogni dieci o quindici giorni - Edvige veniva spesso nel pomeriggio dei giorni feriali o festivi al Corpus Domini di via Nomentana. Era sempre accompagnata dalla sorella Paolina. In chiesa abitualmente si trovavano diverse persone da confessare, dopo la funzione vespertina. Finito il ministero le salutavo e me ne tornavo a casa. Ma una sera Paolina mi fermò e mi disse: «Padre, venga qui. Edvige non mi ascolta... È già tardi e noi abitiamo lontano. Ci provi lei a farla venire via» Era la prima volta e non capivo questo linguaggio di Paolina. Andai con lei all'altare della Madonna. Edvige era là inginocchiata dinanzi alla balaustra, in preghiera. Niente di non comune negli occhi aperti, nelle mani giunte, appoggiate alla balaustra, col cappellino in testa, con la borsetta deposta sul gradino al suo fianco.
«Padre, le dica che è tardi, che venga; la scuota per il braccio»mi diceva Paolina. Edvige non dava segno di udire o d'accorgersi di nulla. Eppure era là col suo aspetto sereno, la sua faccia distesa, i suoi occhi aperti, ferma sui suoi ginocchi. Le passai la mano sulla fronte: il caldo naturale. Le passai qualche cosa dinanzi agli occhi; nessun movimento, nessun cenno di percezione. Ripetei le istanze di Paolina, la scossi ancora per il braccio. Nulla... Allora Paolina mi suggerisce: -Padre, le dica: «per ubbidienza». Provai a ripetere le due parole di Paolina e, non avevo finito di pronunziare «obbedienza» che Edvige, buona buona, dolce dolce, tranquilla tranquilla, mi guarda e mi dice: «Ecco, vengo subito».
Raccoglie la sua borsetta, si passa la mano sul cappellino per aggiustarselo, e se ne va con Paolina. Sulla,porta della chiesa mi saIuta col solito «buona sera» e si avvia alla circolare nera che la riporterà a casa.
Tutto qui. Queste manifestazioni, accadute sotto i miei occhi forse quattro cinque volte, si svolgevano quasi sempre alla stessa maniera.
Una normalità del genere esclude ogni finzione e altre contraffazioni: ed è garanzia del soprannaturale in Edvige.
Aggiungo una cartolina, scritta da Mons. Massimi a don Aurelio Pischedda, e da questi conservata:
"Ho promesso a Paolina di scriverti anch'io e lo faccio solo per assicurarti che nella persona nota (Edvige) il Signore manifesta fatti e fenomeni particolari.
Del resto non riguardano essi la virtù specifica di un'anima, nè, appunto per questo, conviene dare ad essi un significato che per sè non hanno, ne servirsi di essi per infastidire l'umiltà di quell'anima, nè allettare la curiosità nostra.
Iddio ludit se crede e come crede. Noi si tace e si prega. Sac. Massimi. Data 23.7.1941".
Mons. F. Spanedda parla di Edvige
È stato Vescovo di Bosa e Alghero, poi Arcivescovo di Oristano. Nel XXV della morte di Edvige, celebrato a Roma il 13 Febbraio 1977, concludeva l'omelia della solenne concelebrazione con questo auspicio:
«...mi sembra di poter umilmente formulare il voto che le virtù di Edvige Carboni abbiano a ottenere il supremo riconoscimento della Chiesa con la sua elevazione alla gloria degli altari ....
"Fra Nazareno" parla di Edvige
Il nome di "Fra Nazareno" è celebre a Cagliari e in tutta la Sardegna per il suo concetto di santità.
Attesta Anna Maria Manca di Pirri che «Fra Nazareno suggeriva di recitare tre Ave Maria ad Edvige Carboni per ottenere grazie dal Signore».
Parole rassicuranti estratte dal Summarium del Processo Informativo della Causa della Serva di Dio Edvige Carboni (p. 61).
"Dalla breve e sintetica esposizione del nostro Summarium, pur ignorando del tutto i doni soprannaturali che Edvige Carboni ha goduto sulla terra, non possiamo non concludere che ella esercitò in modo eroico tutte le virtù, in modo particolare quelle inerenti al proprio stato di laica nel mondo. Dall'esercizio di tali virtù la Serva di Dio fu considerata santa in vita e dopo la morte e questa fama di santità quindi ben fondata e genuina...".
Avv. Luigi Valenti, Patrono