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[6a
edizione]
Torino
1880
Tipografia
e Libreria Salesiana.
(tratto
dal sito http://www.sdb.org)
Giovani
Carissimi,
Voi
mi avete più volte dimandato, Giovani
carissimi, di scrivervi qualche cosa intorno al vostro compagno Savio
Domenico; ed io ho fatto quello che ho potuto per appagare questo vostro pio
desiderio. Eccovi la vita di lui descritta con quella brevità e semplicità che
so tornare a voi di gradimento.
Due
difficoltà si opponevano alla pubblicazione di questo lavoro; la prima è la
critica a cui per lo più va soggetto chi scrive cose delle quali avvi
moltitudine di testimonii viventi. Questa difficoltà credo di aver superato
col farmi uno studio di narrare unicamente le cose che da voi o da me furono
vedute, e che quasi tutte conservo scritte e segnate di vostra mano medesima.
Altro
ostacolo era il dovere più volte par-| p. 4 |-lare di me, perciocché essendo
questo giovane vissuto circa tre anni in questa casa, mi tocca sovente di
riferire cose, a cui ho preso parte. Questo ostacolo credo pure di aver superato
tenendomi al dovere dello storico, che è di scrivere la verità dei fatti,
senza badare alle persone. Tuttavia se troverete qualche fatto, ove io parli di
me con qualche compiacenza, attribuitela al grande affetto che io portava
all’amico defunto e che porto a tutti voi; il quale affetto mi fa aprire a voi
l'intimo del mio cuore, come farebbe un padre, che parla a' suoi amati figli.
Taluno
di voi dimanderà, perché io abbia scritto la vita di Savio
Domenico e non quella di
altri giovani che vissero tra noi con fama di specchiata virtù. È vero, miei
cari, la Divina Provvidenza si degnò di mandarci parecchi modelli di virtù;
tali furono Fascio Gabriele, Rua Luigi, Gavio
Camillo, Massaglia Giovanni, ed
altri: ma le azioni di costoro non sono state ugualmente note e speciose come
quelle del Savio,
il cui tenor di vita fu
notoriamente maraviglioso. Per
altro, se Dio mi darà sanità e grazia, ho in animo di raccogliere le azioni
di questi vostri compagni, per essere in grado di appagare i. vostri
ed i miei desiderii col darvele a leggere e ad imitare in quello che è
compatibile col vostro stato.
|
p. 5 |
In
questa quinta edizione poi, ho aggiunto varie notizie che spero la renderanno
interessante anche a coloro che hanno già letto quanto si è nelle
antecedenti edizioni stampato.
Intanto
cominciate a trar profitto da quanto vi verrò descrivendo; e dite in cuor
vostro quanto diceva s. Agostino: Si ille,
cur non ego? Se un mio compagno, della stessa mia età, nel medesimo
luogo, esposto ai medesimi e forse maggiori pericoli, tuttavia trovò tempo e
modo di mantenersi fedele seguace di Gesù Cristo, perché non posso anch'io
fare lo stesso? Ricordatevi però bene che la religione vera non consiste in
sole parole; bisogna venire alle opere. Quindi,
trovando qualche cosa degna d'ammirazione, non contentatevi di dire questo
è bello, questo mi piace. Dite
piuttosto: voglio adoperarmi per far quelle cose
che lette di altri, mi eccitano alla maraviglia.
Dio
doni a voi e a tutti i lettori di questo libretto sanità e grazia per trar
profitto di quanto ivi leggeranno; e la Vergine Santissima, di cui il giovane Savio
era fervoroso divoto, ci ottenga di poter fare un cuor solo ed un'anima sola per
amare il nostro Creatore, che è il solo degno di essere amato sopra ogni
cosa, e fedelmente servito in tutti i giorni di nostra vita.
|
p. 6 |
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p. 7 |
Patria
- Indole di questo giovine - Suoi
primi atti di virtù.
I
genitori del giovinetto, di cui intraprendiamo a scrivere la vita, furono
Savio Carlo e Brigida di lui consorte, poveri, ma onesti concittadini di
Castelnuovo d'Asti ([1]),
| p. 8 | paese distante dieci miglia da Torino. L'anno 1841, trovandosi i buoni
conjugi in gravi strettezze e privi di lavoro, andarono a dimorare in Riva ([2]),
paese distante due miglia da Chieri, ove il marito si diede a fare il
fabbro-ferraio, mestiere a cui erasi nella sua giovinezza esercitato. Mentre
dimoravano in questo paese, Dio benedisse il loro matrimonio concedendo un
figliuolo, che doveva esser la loro consolazione. La nascita di lui avvenne il
2 di aprile 1842. Quando lo portarono ad esser rigenerato nelle acque
battesimali, gl'imposero il nome di Domenico, la qual cosa, sebben per sé sia
indifferente, tuttavia fu soggetto di alta considerazione pel nostro
fanciullo, siccome vedremo.
Compieva
Domenico il secondo anno di sua età, quando per alcune convenienze di famiglia,
i suoi genitori deliberarono di ritornare in patria, e andarono a fissare la
loro dimora in Murialdo, borgata di Castelnuovo d’Asti.
Le
sollecitudini de’ buoni genitori erano tutte rivolte a dare una cristiana
educazione | p. 9 | al loro fanciullo, che fin d’allora formava l’oggetto
delle loro compiacenze. Egli aveva sortito dalla natura un’indole buona, un
cuore propriamente nato per la pietà. Apprese con maravigliosa facilità le
preghiere del mattino e della sera, ed all’età di soli quattro anni già
recitavale da sé. Anche in quella età di naturale divagazione egli dipendeva
in tutto e per tutto dalla sua genitrice; e se qualche volta da lei si allontanava
era solamente per mettersi in qualche cantuccio della casa e fare con maggior libertà
preghiere lungo il giorno.
«Fin
dalla più tenera età, affermano i suoi genitori, nella quale per mancanza di
riflessione i fanciulli sono un disturbo e cruccio continuo per le madri; età
in cui tutto vogliono vedere, toccare e per lo più guastare, il nostro Domenico
non ci diede mai il minimo dispiacere. Non solo era ubbidiente, pronto a
qualsiasi nostro comando, ma si studiava di prevenire le cose, che egli scorgeva
tornare a noi di gradimento. »
Erano
poi curiose e nel tempo stesso piacevoli le accoglienze che faceva al padre
quando lo vedeva giungere a casa, dopo i suoi ordinari lavori. Correva ad
incontrarlo e presolo per mano e talor saltandogli al collo, caro papà, gli
diceva, quanto siete stanco! non è vero? voi lavorate tanto per me ed io non
sono buono ad altro che a darvi fastidio; io pregherò il buon Dio che doni a
voi la sanità, e che mi faccia buono. Così dicendo lo accompagnava in casa,
gli | p. 10 | presentava la sedia o lo scanno perché vi si sedesse; gli teneva
compagnia e gli faceva mille carezze. Questo, dice il padre, era per me un
dolce conforto nelle mie fatiche, ed io era come impaziente di giungere a
casa per imprimere un tenero bacio al mio Domenico, che possedeva tutti gli
affetti del mio cuore.
La
sua divozione cresceva più dell’età, ed a soli quattro anni non occorreva più
di avvisarlo di recitare le preghiere del mattino e della sera, prima e dopo il
cibo, dell’angelus;
che anzi egli medesimo invitava gli altri di casa a recitarle
qualora se ne fossero dimenticati.
Avvenne
che un giorno i suoi parenti distratti da alcuni schiamazzi si posero
senz’altro a desinare. O papà, disse l’attento Domenico, non abbiamo
ancora invocato la benedizione del Signore sopra i nostri cibi. Ciò detto
cominciò egli stesso a fare il segno della santa croce e a recitare la solita
preghiera.
Altra
volta un forestiere accolto in casa
sua si pose parimenti a mangiare senza fare alcun atto di religione.
Domenico non osando avvisarlo si ritirò afflitto in un angolo della casa.
Interrogato di poi da' suoi parenti intorno a tale novità rispose: io non ho
osato pormi a tavola con uno che si mette a mangiare come fanno le bestie.
|
p. 11 |
Morale
condotta tenuta in Murialdo - Bei tratti di virtù - Sua frequenza alla scuola
di quella borgata.
Qui
ci sono cose che appena si crederebbero, se chi le asserisce non escludesse i
nostri dubbi. Io mi attengo alla relazione che il Cappellano di quella borgata
([3])
ebbe la cortesia dì farmi intorno a quel suo caro alunno.
«Nei
primi giorni, egli dice, che io sono venuto a questa borgata di Murialdo, vedeva
spesse volte un fanciullo di forse cinque anni venire alla chiesa in compagnia
di sua madre. La serenità del suo sembiante, la compostezza della persona,
il suo atteggiamento divoto, trassero sopra di lui gli sguardi miei e gli
sguardi degli atri. Che se giunto alla chiesa l’avesse trovata chiusa, allor
succedeva un ameno spettacolo. Ben lungi dallo scorrazzare o schiamazzare da sé
o con altri, come sogliono fare i ragazzi di tale età, egli recavasi sul
limitare della porta, si metteva in ginocchio e col capolino chinato e colle
innocenti manine giunte dinanzi al petto fervorosamente pregava finché venisse
aperta ha
chiesa. Si noti che talvolta il
terreno era coperto di fango, oppure cadeva neve o piog-| p. 12 |-gia; ma egli
a nulla badava e vi si metteva egualmente ginocchioni a pregare. Maravigliato
e mosso da pia curiosità ho voluto sapere chi fosse quel fanciullo, che era
divenuto l’oggetto della mia ammirazione, e seppi essere il figliuolo del
ferraio Carlo Savio.
«Quando
poi m'incontrava per la strada cominciava di lontano a dar segni di compiacenza,
e con un’aria veramente angelica preveniva rispettosamente il mio saluto. Cominciò
egli pure a venire alla scuola, e poiché era fornito d’ingegno ed assai
diligente nell’adempimento de’ suoi doveri, fece in breve tempo notevole
progresso nello studio. Egli era costretto a conversare con giovani discoli e
divagati, ma non mi è mai accaduto
di vederlo in contesa. Se poi fosse avvenuto qualche alterco, egli,
sopportando con pazienza gl’insulti dei compagni, tosto da loro si
allontanava. Né mi ricordo di averlo veduto a prendere parte a divertimenti
pericolosi, a dare il minimo disturbo nella scuola. Anzi molti compagni lo
invitavano ad andare seco loro a fare delle burle a persone d’età avanzata,
a scagliar sassi, a rubar frutta altrui o a cagionar guasti nelle campagne; ma
egli destramente sapeva disapprovare la loro condotta e rifiutavasi dal
prendervi parte.
«La
pietà già dimostrata pregando sul limitare della chiesa non venne meno col
crescere dell’età. Di cinque anni egli aveva già imparato a servire la
santa Messa e la serviva divotissimamente. Ogni giorno vi an-| p. 13 |-dava, e
se altri voleva servirla, egli la ascoltava, altrimenti vi si prestava con un
contegno il più edificante. Siccome era giovane d'età e piccolo di statura,
non poteva trasportare il messale; ed era cosa curiosa il vederlo avvicinarsi
ansioso all’altare, levarsi sulla punta dei piedi, tendere quanto poteva le
braccia, fare ogni sforzo per toccare il leggío. Se il sacerdote od altri
avesse voluto fargli la cosa più cara al mondo, doveva, non già trasportare il
messale, ma avvicinargli il leggío tanto che lo potesse raggiugnere; ed
allora egli con gioia lo portava all’altro lato dell’altare.
«Si
confessava con frequenza, e come fu capace di distinguere il pane celeste dal
pane terreno, venne ammesso alla santa comunione, che egli riceveva con una
divozione veramente ammirabile. Alla vista di que’ belli lavori, che la grazia
Divina compieva in quell’anima innocente, ho più volte detto tra me: Ecco
un giovinetto di ottime speranze. Dio voglia che gli si apra una strada per condurre
a maturità frutti così preziosi.» Fin qui il Cappellano di Murialdo.
È
ammesso alla prima Comunione Apparecchio - Raccoglimento e ricordi di quel
giorno.
Nulla
mancava a Domenico per essere ammesso alla prima comunione. Sapeva a memoria
tutto il piccolo catechismo; aveva | p. 14 | chiara cognizione di questo augusto
Sacramento, e ardeva del desiderio di accostarvisi. Soltanto l’età se gli
opponeva, perciocché ne’ villaggi ordinariamente non si ammettono i
fanciulli a fare la prima comunione se non agli undici o dodici anni compiuti.
Il Savio correva soltanto il settimo anno di sua età. Oltre la fanciullesca sembianza
aveva un corpicciuolo che lo faceva parer ancor più giovane; sicché il Cappellano
esitava a promuoverlo. Ne dimandò anche: consiglio ad altri sacerdoti, i quali
ponderata bene la cognizione precoce, l’istruzione ed i vivi desiderii di
Domenico, lasciarono da parte tutte le difficoltà, e lo ammisero a partecipare
per la prima volta al cibo degli Angeli.
E
assai difficile esprimere gli affetti di santa gioia, di cui gli riempi il cuore
un tale annunzio. Corse a casa e lo disse con trasporto alla madre; ora
pregava, ora leggeva; passava molto tempo in chiesa prima e dopo la messa, e
pareva che l’anima sua abitasse già cogli angeli del Cielo. La vigilia del
giorno fissato per la comunione chiamò la sua genitrice: Mamma, le disse,
domani vo a fare la mia comunione; perdonatemi tutti i dispiaceri che vi diedi
pel passato: per l'avvenire vi prometto di essere molto più buono; sarò
attento alla scuola, ubbidiente, docile, rispettoso a quanto sarete per
comandarmi. Ciò detto fu commosso e sì mise a piangere. La madre, che da lui
non aveva ricevuto altro che consolazioni, ne fu ella pure commossa e
rattenendo a stento le lacrime lo | p. 15 | consolò dicendogli: Va pure
tranquillo, caro Domenico, tutto è perdonato: prega Iddio che ti conservi
sempre buono, pregalo anche per me e per tuo padre.
Al
mattino di quel memorando giorno si levò per tempo e, vestitosi de’ suoi
abiti più belli, andò alla chiesa, che trovò ancor chiusa. S’inginocchiò,
come già aveva fatto altre volte, sul limitare di quella e pregò finché
giungendo altri fanciulli ne fu aperta la porta. Tra le confessioni,
preparazione e ringraziamento della comunione la funzione durò cinque ore.
Domenico entrò il primo in chiesa e ne usci l’ultimo. In tutto quel tempo
egli non sapeva più se fosse in cielo o in terra.
Quel
giorno fu per lui sempre memorabile e si può chiamare vero principio o piuttosto
continuazione di una vita , che può servire di modello a qualsiasi fedel
cristiano. Parecchi anni dopo facendolo parlare della sua prima comunione, gli
si vedeva ancora traspirare la più viva gioia sul volto. Oh! quello, soleva
dire, fu per me il più bel giorno ed un gran giorno. Si scrisse alcuni ricordi
che conservava gelosamente in un libro di divozione e che spesso leggeva. Io ho
potuto averli tra le mani e li inserisco qui nella loro originale semplicità.
Erano di questo tenore: «Ricordi fatti da me Savio Domenico l'anno 1849
quando ho fatta la prima comunione essendo di 7 anni. -
1°
Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il
confessore mi darà licenza.-
|
p. 16 |
2°
Voglio santificare i giorni festivi. –
3°
I miei amici saranno Gesù e Maria. –
4°
La morte, ma non peccati.» -
Questi
ricordi, che spesso andava ripetendo, furono come la guida delle sue azioni sino
alla fine della vita.
Se
tra quelli che leggeranno questo libretto vi fosse mai chi avesse ancora da fare
la prima comunione, io vorrei caldamente raccomandargli di farsi modello il
giovane Savio. Ma raccomando poi quanto so e posso ai padri, alle madri di
famiglia e a tutti quelli che esercitano qualche autorità sulla gioventù, di
dare la più grande importanza a questo atto religioso. Siate persuasi che la
prima comunione ben fatta pone un solido fondamento morale per tutta la vita; e
sarà cosa strana che si trovi alcuno che abbia compiuto bene quel solenne
dovere, e non ne sia succeduta una vita buona e virtuosa. Al contrario si
contano a migliaia i giovani discoli, che sono la desolazione dei genitori e di
chi si occupa di loro; ma se si va alla radice del male si conosce, che la loro
condotta cominciò ad apparire tale nella poca o nessuna preparazione alla
prima comunione. È meglio differirla, anzi è meglio non farla, che farla
male.
|
p. 17 |
Scuola
di Castelnuovo d’Asti. - Episodio edificante. - Savia risposta ad un cattivo
consiglio.
Compiute
le prime scuole, Domenico avrebbe già dovuto molto prima essere inviato
altrove per proseguire i suoi studi, il che non poteva fare in una cappellania
di campagna. Ciò desiderava Domenico, ciò eziandio stava molto a cuore a’
genitori di lui. Ma come effettuarlo mancando affatto i mezzi pecuniari? Iddio,
padrone supremo di tutte le cose, provvederà i mezzi necessari affinché
questo fanciullo possa camminare per quella carriera a cui lo chiama.
Se
io fossi un uccello, diceva talvolta Domenico, vorrei volare mattina e sera a
Castelnuovo e così continuare le mie scuole.
Il
suo vivo desiderio di studiare gli fece superare ogni difficoltà e risolse di
recarsi alla scuola municipale del paese, sebbene vi fosse la distanza di quasi
due miglia. Ed ecco un fanciullo appena di dieci anni intraprendere un cammino
di sei miglia al dì tra andata e ritorno dalla scuola. Talvolta vi è un vento
molesto, un sole che cuoce, un fango, una pioggia che opprimono. Non importa, si
tollerano tutti i disagi e si superano tutte le difficoltà; egli vi trova
l’ubbidienza a’ suoi genitori, un mezzo per imparare la scienza della
salute, e questo basta per fargli tollerare con piacere ogni inco-| p. 18 |
modo. Una persona alquanto attempata vedendo un giorno Domenico solo andare a
scuola alle due pomeridiane mentre sferzava un cocente sole, quasi per
sollevarlo gli si avvicino e gli tenne questo discorso:
-
Caro mio, non hai timore a camminare tutto solo per queste strade?
-
Io non sono solo, ho l’angelo custode che mi accompagna in tutti i passi.
-
Almeno ti sarà penosa la strada per questo caldo, dovendola fare quattro volte
al giorno!
-
Niente è penoso, niente è fatica quando si lavora per un padrone che paga
molto bene.
-
Chi è questo padrone?
-
È Dio creatore che paga un bicchiere d’acqua dato per amor suo.
Quella
medesima persona raccontò questo episodio ad alcuni suoi amici, e finiva sempre
il suo discorso dicendo: un giovinetto di così tenera età, che già nutrisce
tali pensieri, farà certamente parlare di sé in quella carriera che sarà
per intraprendere.
Nell’andare
e venire da scuola egli corse un grave pericolo per l’anima a motivo di alcuni
compagni.
Sogliono
molti giovanetti nei caldi estivi andarsi a bagnare ora nei fossi, ora nei ruscelli,
ora negli stagni e simili. Il trovarsi più fanciulli insieme, svestiti e
talvolta in luoghi pubblici a bagnarsi, riesce cosa pericolosa pel corpo, a
segno che noi dobbiamo purtroppo spesse volte lamentare annegamenti di
ragazzi e di altre persone, che | p. 19 | terminano la loro vita affogati
nell’acqua; ma il pericolo è assai maggiore per l’anima. Quanti giovanetti
deplorano la perdita della loro innocenza ripetendone la cagione dall’essere
andati a bagnarsi con que’ compagni in que’ luoghi malaugurati!
Parecchi
condiscepoli del Savio avevano l’abitudine di andarvi. Non paghi di andarvi
eglino stessi, volevano condurre seco loro anch' esso, ed erano riusciti a
sedurlo una volta. Ma essendo stato avvertito che tal cosa era male, si mostrò
profondamente addolorato; né fu mai possibile indurvelo di nuovo, anzi deplorò
e pianse più volte il pericolo in cui si era messo riguardo all’anima e
riguardo al corpo. Tuttavia due compagni dei più disinvolti e ciarlieri gli
diedero un nuovo assalto parlando così:
-
Domenico, vuoi venire con noi a fare una partita?
-
Che partita?
-
Una partita a nuotare.
-
Oh no! io non ci vado, non sono pratico, temo di morire nell’acqua.
-
Vieni, fa molto piacere. Quelli che vanno a nuotare non sentono più il caldo,
hanno molto buon appetito, ed acquistano molta sanità.
-
Ma io temo di morire nell’acqua.
Oibò,
non temere, noi t’insegneremo quanto è necessario; comincierai a vedere come
facciamo noi, e poi farai tu altrettanto. Tu ci vedrai a camminare nell’acqua
come pesci, e faremo salti da gigante.
|
p. 20 |
-
Ma non è peccato l’andare in quei luoghi dove sono tanti pericoli?
-
Niente affatto; anzi ci vanno tutti.
-
L’andarvi tutti non dimostra che non sia
peccato.
-
Se non vuoi tuffarti nell’acqua, comincerai a vedere gli altri.
-
Basta; io sono imbrogliato, e non so che dire.
-
Vieni, vieni: sta sulla nostra parola; non c’è male, e noi ti libereremo da
ogni pericolo.
-
Prima di fare quanto mi dite voglio dimandare licenza a mia madre: se ella mi
dice di sì; ci andrò; altrimenti non ci vado.
-
Sta zitto, minchione; guardati bene dal dirlo a tua madre; essa non ti lascerà
certamente venire, anzi lo dirà ai nostri genitori e ci faranno passare il
caldo con buoni colpi di bacchetta.
-
Oh! se mia madre non mi lascia andare, è segno che è cosa malfatta; perciò
non ci vado; se poi volete che vi parli schiettamente, vi dirò che fui
ingannato e vi andai una volta sola, ma non ci andrò mai più per l’avvenire;
perché in tali luoghi avvi sempre pericolo o di morire nell’acqua, o di
offendere altrimenti il Signore. Né statemi più a parlare di nuoto; se tal
cosa dispiace ai vostri genitori, voi non dovreste più farla; perché il
Signore castiga quei figliuoli che fanno cose contrarie ai voleri del padre e
della madre.
Così
il nostro Domenico, dando una savia |
p. 21 |risposta a quei cattivi consiglieri, evitava un grave pericolo, in cui se
si fosse precipitato, avrebbe forse perduto l’inestimabile tesoro
dell’innocenza a cui tengono dietro mille triste conseguenze.
Sua
condotta nella scuola di Castelnuovo d’Asti. - Parole del suo maestro.
Nel
frequentare questa scuola, egli cominciò ad imparare il modo di regolarsi
co’ suoi compagni. Se egli vedeva un compagno attento alla scuola, docile,
rispettoso, che sapesse bene le lezioni, che facesse i suoi lavori, e che fosse
lodato dal maestro, questi diveniva tosto l’amico di Domenico. Eravi un
discolo, un insolente, che trascurasse i suoi doveri, parlasse male o
bestemmiasse? Domenico lo fuggiva come la peste. Quelli poi che erano un po’
indolenti ei li salutava, loro rendeva qualche servizio, qualora ne fosse caso,
ma non contraeva seco loro alcuna famigliarità.
La
condotta da lui tenuta nella scuola di Castelnuovo d’Asti può servire di
modello a qualsiasi giovane studente, che desideri progredire nella scienza e
nella pietà. Su tal proposito io trascrivo la giudiziosa relazione scritta dal
suo maestro D. Allora sac. Alessandro, tuttora maestro comunale di questo
capoluogo di mandamento. - Eccone il tenore: -
|
p. 22 |
«Molto
mi compiaccio di esporre il mio giudicio intorno al giovinetto Savio Domenico
che in breve tempo seppe acquistarsi tutta la mia benevolenza, sicché io l’ho
amato colla tenerezza di padre. Aderisco di buon grado a questo invito, perché
conservo ancora viva, distinta e piena memoria del suo studio, della sua
condotta e delle sue virtù.
«Non
posso dire molte cose della sua condotta religiosa, perché dimorando assai
distante dal paese era dispensato dalla congregazione, a cui se fosse
intervenuto avrebbe certamente fatto risplendere la sua pietà e divozione.
«Compiuti
gli studi di 1a
elementare in Murialdo, questo
buon fanciullo chiese ed ottenne distintamente l’ammissione alla mia scuola di
2a
elementare, propriamente il 21
giugno 1852; giorno dagli scolari dedicato a s. Luigi protettore della gioventù.
Egli era di una complessione alquanto debole e gracile, di aspetto grave misto
al dolce con un non so che di grave e piacevole. Era d’indole mitissima e
dolcissima, di un umore sempre uguale. Aveva costantemente tale contegno nella
scuola e fuori, in chiesa ed ovunque, che quando l’occhio, il pensiero od il
parlare del maestro volgevasi a lui, vi lasciava la più bella e gioconda impressione.
La qual cosa per un maestro si può chiamare uno de’ cari compensi delle dure
fatiche, che spesso gli tocca di sostenere indarno nella coltura di aridi e
mal disposti animi di certi allievi. Laonde posso dire che | p. 23 | egli fu
Savio di nome e tale pur sempre si mostrò col fatto, vale a dire nello studio,
nella pietà, nel conversare co’ suoi compagni ed in ogni sua azione. Dal
primo giorno che entrò nella mia scuola sino al fine di quell’anno scolastico
e ne’ quattro mesi dell’anno successivo ei progredì nello studio in modo
straordinario. Egli si meritò costantemente il primo posto di suo periodo, e
le altre onorificenze della scuola e quasi sempre tutti i voti di ciascuna
materia, che di mano in mano si andava insegnando. Tal felice risultato nella
scienza non è solo da attribuirsi all’ingegno non comune, di cui egli era
fornito, ma eziandio al grandissimo suo amore allo studio ed alla sua virtù.
«E
poi degna di speciale ammirazione la diligenza con cui procurava di adempiere i
più minuti doveri di scolaro cristiano e segnatamente l’assiduità e la
costanza mirabile nella frequenza della scuola. Di modo che, debole quale egli
fu sempre di salute, percorreva ogni giorno oltre 4 chilometri di strada, il che
ripeteva pur quattro fiate tra l’andata ed il ritorno. E ciò faceva con
maravigliosa tranquillità d’animo e serenità di aspetto anche sotto
l’intemperie della stagione invernale, per crudo freddo, per pioggia o neve,
cosa che non poteva a meno di essere riconosciuta dal proprio maestro per prova
ed esempio di raro merito. Ammalando frattanto sì degno alunno nel corso
dello stesso anno 1852-53, ed i parenti di lui mutando successivamente
domicilio, fu cagione che con | p. 24 | mio vero rincrescimento non ho più
potuto continuare l’insegnamento ad un sì caro allievo, le cui grandi e
bellissime speranze andavano scemando col crescere de’ timori, ch’io aveva
che non potesse più proseguire gli studi per mancanza di salute o di mezzi di
fortuna.
«Mi
riuscì poi di grande consolazione quando seppi che egli era stato accolto fra i
giovani dell' Oratorio di S. Francesco di Sales, essendogli tosi aperta la via
alla coltura del raro suo ingegno e della sua luminosa pietà.» (Fin
qui il maestro di scuola).
Scuola
di Mondonio ([4]).
Sopporta una grave calunnia.
Pare
che la divina provvidenza abbia voluto far vedere a questo giovanetto che
codesto mondo è un vero esiglio ove andiamo di luogo in luogo pellegrinando; o
meglio abbia voluto che egli andasse a farsi conoscere in diversi paesi e tosi
mostrarsi in più luoghi esimio specchio di virtù.
|
p. 25 | Sul finire dell’anno 1852 i genitori di Domenico da Murialdo
andarono a fissar la loro dimora in Mondonio, che è un piccolo paese confinante
con Castelnuovo. Egli continuò colà nel tenor di vita praticato in Murialdo ed
a Castelnuovo; perciò dovrei ripetere le cose che di lui scrissero gli
antecedenti suoi maestri; giacché il signor D. Cugliero ([5]):
che l’ebbe a scolaro, fa una relazione quasi simile. Io trascelgo da essa
solamente alcuni fatti speciali, ommettendo il rimanente per non tare
ripetizioni.
«Io
posso dire, egli scrive, che in venti anni da che attendo ad istruire i ragazzi
non ne ebbi mai alcuno che abbia pareggiato il Savio nella pietà. Egli era
giovane di età, ma assennato al pari di un uomo perfetto. La sua diligenza,
assiduità allo studio, e l’affabilità si cattivavano l’affetto del
maestro e lo rendevano la delizia dei compagni. Quando lo rimirava in chiesa, io
era compreso da alta meraviglia nel vedere tanto raccoglimento in un
giovanetto di così tenera età. Più volte ho detto tra me stesso: Ecco un’anima
innocente, cui si aprono le delizie del paradiso, e che co’ suoi affetti va ad
abitare cogli angeli del cielo.»
Tra
i fatti speciali il suo maestro annovera il seguente:
|p.
26 |
«Un
giorno fu fatta una mancanza tra i miei allievi, e la cosa era tale che il colpevole
meritava l’espulsione dalla scuola. I delinquenti prevengono il colpo, e
portandosi dal maestro si accordano di gettare tutta la colpa sopra il buon
Domenico. Io non poteva crederlo capace di simile disordine; ma gli accusatori
seppero dare tale colore dì verità alla calunnia, che dovetti crederla. Entro
adunque nella scuola giustamente sdegnato pel disordine avvenuto: parlo al colpevole
in genere: poi mi volgo al Savio, e questo fallo, gli dico, bisognava che fosse
commesso da te? non meriteresti dì essere sull’istante cacciato dalla scuola?
Buon per te che è la prima che mi fai di questo genere, altrimenti...., fa
che sia pur l’ultima. Domenico avrebbe potuto dire una sola parola in
discolpa, e la sua innocenza sarebbe stata conosciuta. Ma egli si tacque: chinò
il capo, e a guisa di chi è con ragione rimproverato, più non alzò gli
occhi.
«Ma
Dio protegge gl’innocenti, e il dì seguente furono scoperti i veri colpevoli
e tosi palesata l’innocenza di Domenico. Pieno di rincrescimento pei
rimproveri fatti al supposto colpevole, il presi da parte, e, Domenico, gli
dissi, perché non mi hai subito detto che tu eri innocente? Domenico rispose:
perché quel tale essendo già colpevole di altri falli sarebbe forse stato
cacciato di scuola; dal canto mio sperava di essere perdonato, essendo la prima
mancanza di cui era accusato nella scuola; d’altronde pensava | p. 27 |
anche al nostro Divin Salvatore, il quale fu ingiustamente calunniato.
«Tacqui
allora, ma tutti ammirarono la pazienza del Savio, che aveva saputo render bene
per male, disposto a tollerare anche un grave castigo a favore del medesimo
calunniatore.» (Così D. Cugliero).
Prima
conoscenza fatta di lui. Curiosi episodi in questa congiuntura.
Le
cose che sono per raccontare posso esporle con maggior corredo di circostanze,
perché sono quasi tutte avvenute sotto gli occhi miei, e per lo più alla
presenza di una moltitudine di giovani che tutti vanno d' accordo
nell’asserirle. Correva l’anno 1854 quando il nominato D. Cugliero venne a
parlarmi di un suo allievo per ingegno e per pietà degno di particolare
riguardo. Qui in sua casa, egli diceva, può avere giovani uguali, ma
difficilmente avrà chi lo superi in talento e virtù. Ne faccia la prova e troverà
un s. Luigi. Fummo intesi che me lo avrebbe mandato a Murialdo all’occasione
che sono solito di trovarmi colà coi giovani di questa casa per far loro godere
un po’ di campagna, e nel tempo stesso fare la novena e celebrare la solennità del Rosario di Maria
Santissima.
Era
il primo lunedì d’ottobre di buon mattino, alloraché vedo un fanciullo accompagnato
da suo padre che si avvicina per | p. 28 | parlarmi. - Il volto suo ilare,
l’aria ridente, ma rispettosa, trassero verso di lui i miei sguardi.
Chi
sei, gli dissi, onde vieni?
Io
sono, rispose, Savio Domenico, di cui le ha parlato D. Cugliero mio maestro, e
veniamo da Mondonio.
Allora
lo chiamai da parte, e messici a ragionare dello studio fatto, del tenor di vita
fino allora praticato, siamo tosto entrati in piena confidenza egli con me, io
con lui.
Conobbi
in quel giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore e rimasi non
poco stupito considerando i lavori che la grazia divina aveva già operato in
cosi tenera età.
Dopo
un ragionamento alquanto prolungato, prima che io chiamassi il padre, mi disse
queste precise parole: ebbene che gliene pare? mi condurrà a Torino per
istudiare? - Eh! mi pare che ci sia buona stoffa.
- A
che può servire questa, stoffa?
- A
fare un bell' abito da regalare al Signore.
-
Dunque io sono la stoffa; ella ne sia il sarto; dunque mi prenda con lei e farà
un bell’abito pel Signore.
-
Io temo che la tua gracilità non regga per lo studio.
-
Non tema questo; quel Signore che mi ha dato finora sanità e grazia, mi aiuterà
anche per l’avvenire.
-
Ma quando tu abbia terminato lo studio del latino, che cosa vorrai fare?
-
Se il Signore mi concederà tanta gra-| p. 29 |-zia, desidero ardentemente di
abbracciare lo stato ecclesiastico.
-
Bene: ora voglio provare se hai bastante capacità per lo studio: prendi questo
libretto (era un fascicolo delle Letture
Cattoliche), di quest’oggi
studia questa pagina, domani ritornerai per recitarmela.
Ciò
detto lo lasciai in libertà d’andarsi a trastullare con altri giovani, indi
mi posi a parlare col padre. Passarono non più di otto minuti, quando ridendo
si avanza Domenico e mi dice: se vuole, recito adesso la mia pagina. Presi il
libro e con mia sorpresa conobbi che non solo aveva letteralmente studiato
la pagina assegnata, ma che comprendeva benissimo il senso delle cose in essa
contenute.
Bravo,
gli dissi, tu hai anticipato lo studio della tua lezione ed io anticipo la
risposta. Sì; ti condurrò a Torino e fin d’ora sei annoverato tra i miei
cari figliuoli, comincia anche tu fin d’ora a pregare Iddio, affinché aiuti
me e te a fare la sua santa volontà.
Non
sapendo egli come esprimere meglio la sua contentezza e la sua gratitudine, mi
prese la mano, la strinse, la baciò più volte e infine disse: spero di
regolarmi in modo che non abbia mai a lamentarsi della mia condotta.
Viene
all’Oratorio di S. Francesco di Sales. – Suo primo tenore di vita.
Egli
è proprio dell’età volubile della gioventù di cangiar sovente proposito
intorno a quello che si vuole; perciò non di rado avviane che oggi si delibera
una cosa, dimani un’altra; oggi una virtù praticata in grado eminente, domani
l’opposto; e qui se non avvi chi vegli attento, spesso va a terminare con mal
esito un’educazione che forse poteva riuscire delle più fortunate. Del nostro
Domenico non fu così. Tutte quelle virtù, che noi abbiamo veduto a nascere e
crescere ne’ vari stadi di sua vita, crebbero ognora maravigliosamente e
crebbero insieme senza che una fosse di nocumento all’altra.
Venuto
nella casa dell’Oratorio, si recò in mia camera per darsi, come egli diceva,
intieramente nelle mani de’ suoi superiori. Il suo sguardo si portò subito su
di un cartello, sopra cui a grossi caratteri sono scritte le seguenti parole che
soleva ripetere s. Francesco di Sales: Da
mihi animas, coetera tolle. Fecesi a leggerle attentamente, ed io desiderava
che ne capisse il significato. Perciò l’invitai, anzi l’aiutai a tradurle e
cavar questo senso: O Signore, datemi
anime, e prendetevi tutte le altre cose. Egli pensò un momento e poi
soggiunse: ho capito; qui non avvi negozio di danaro, ma negozio di | p. 31 |
anime, ho capito; spero che 1’anima mia farà anche parte di questo commercio.
Il
suo tenor di vita per qualche tempo fu tutto ordinario; né altro in esso
ammiravasi che un’esatta osservanza delle regole della casa. Si applicò con
impegno allo studio. Attendeva con ardore a tutti i suoi doveri. Ascoltava
con delizia le prediche. Aveva radicato nel cuore che la parola di Dio è la
guida dell'uomo per la strada del cielo; quindi ogni massima udita in una
predica era per lui un ricordo invariabile che più non dimenticava.
Ogni
discorso morale, ogni catechismo, ogni predica quantunque prolungata era sempre
per lui una delizia. Udendo qualche cosa che non avesse ben inteso, tosto
facevasi a dimandarne la spiegazione. Di qui ebbe cominciamento quell’esemplare
tenore di vita, quel continuo progredire di virtù in virtù, quella esattezza
nell'adempimento de’ suoi doveri, oltre cui difficilmente si può andare.
Per
essere ammaestrato intorno alle regole e disciplina della casa, egli con bel
garbo procurava di avvicinarsi a qualcheduno dei suoi superiori; lo interrogava,
gli dimandava lumi e consigli, supplicando di volerlo con bontà avvisare ogni
volta lo vedessero trasgredire i suoi doveri. - Né era meno commendevole il
contegno che egli serbava coi suoi compagni. Vedeva egli taluno dissipato,
negligente ne’ proprii doveri, o trascurato nella pietà? Domenico lo fuggiva.
- Eravi un compagno esemplare, studioso, diligente | p. 32 | lodato dal maestro
? Costui diveniva tosto amico e famigliare di Domenico. Avvicinandosi la festa
dell’Immacolata Concezione di Maria, il Direttore diceva tutte le sere qualche
parola d' incoraggiamento ai giovani della casa, affinché ciascuno si desse
sollecitudine a celebrarla in modo degno della gran madre di Dio, ma insistette
specialmente a voler chiedere a questa celeste protettrice quelle grazie di
cui ciascuno avesse conosciuto maggiore bisogno.
Correva
l’anno 1854 in cui i cristiani di tutto il mondo erano in una specie di spirituale
agitazione perché trattavasi a Roma della definizione dogmatica
dell’Immacolato Concepimento di Maria. Anche tra di noi si faceva quanto la
nostra condizione comportava per celebrare quella solennità con decoro e
con frutto spirituale de’ nostri giovani.
Il
Savio era uno di quelli che sentivansi ardere dal desiderio di celebrarla
santamente. Scrisse egli nove fioretti, ovvero nove atti di virtù da
praticarsi, estraendone a sorte uno per giorno. Si preparò e fece con piacere
dell’animo suo la confessione generale, e si accostò ai santi Sacramenti col
massimo raccoglimento.
La
sera di quel giorno, 8 dicembre, compiute le sacre funzioni di chiesa, col consiglio
del Confessore, Domenico andò avanti l'altare di Maria, rinnovò le promesse
fatte nella prima comunione, di poi disse più e più volte queste precise
parole: Maria, vi | p. 33 | dono il mio cuore; fate che sia sempre vostro. Gesù
e Maria, siate voi sempre gli amici miei! ma per pietà, fatemi morir piuttosto
che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato.
Presa
così Maria per sostegno della sua divozione, la morale di lui condotta apparve
così edificante e congiunta a tali atti di virtù, che ho cominciato fin
d’allora a notarli per non dimenticarmene.
Giunto
a questo punto a descrivere le azioni del giovane Savio, io mi veggo davanti
un complesso di fatti e di virtù che meritano speciale attenzione e in chi
scrive ed in chi legge. Onde per maggior chiarezza giudico bene di esporre le
cose non secondo l’ordine dei tempi, ma secondo l’analogia dei fatti che
hanno tra di loro special relazione od hanno rapporto colla medesima materia.
Dividerò pertanto le cose in altrettanti capitoli, cominciando dallo studio
del latino, che fu motivo principale per cui venne e fu accolto in questa casa
di Valdocco.
Studio
di latinità. - Curiosi incidenti. - Contegno nella scuola. - Impedisce una
rissa. - Evita un pericolo.
Egli
aveva studiato i principii di latinità, a Mondonio; e perciò colla sua grande
assiduità nello studio e colla non ordinaria sua capacità ottenne in breve
di essere classificato nella quarta, o come diciamo oggidì, | p. 34 | nella
seconda grammatica latina. Fece egli questo corso presso il pio e caritatevole
professore Bonzanino Giuseppe; imperciocché allora non erano ancora
stabilite le scuole ginnasiali nella casa dell’Oratorio, come sono
presentemente. lo dovrei anche qui esprimere il suo contegno, profitto e la sua
esemplarità colle stesse parole degl’antecedenti suoi maestri. Laonde
esporrò solamente alcune cose che in quest’anno di latinità e ne’ due
susseguenti furono notate con particolare ammirazione di coloro che lo
conobbero. Il professore Bonzanino ebbe più volte a dire che non ricordavasi
di aver avuto alcuno più attento, più docile, più rispettoso, quale era il
giovane Savio. Egli compariva modello in tutte le cose. Nel vestito e nella
capigliatura non era punto ricercato; ma in quella modestia di abiti e nella
umile sua condizione egli appariva pulito, ben educato, cortese, in guisa che i
suoi compagni di civile ed anche di nobile condizione, i quali in buon numero
intervenivano alla detta scuola, godevano assai di potersi trattenere con
Domenico non solo per la sua scienza e pietà, ma anche per le sue civili e
piacevoli maniere di trattare. Se poi fosse avvenuto al professore di
ravvisare qualche scolaro un po’ ciarliero, mettevagli Domenico a’
fianchi, ed egli con destrezza studiavasi di indurlo al silenzio, allo
studio, all'adempimento de’ suoi doveri.
Egli
è nel decorso di quest’anno , che la, vita di Domenico ci somministra un
fatto | p. 35 | che ha dell’eroismo, e che è appena credibile in quella
giovanile sua età. Esso riguarda a due suoi compagni di scuola che vennero
tra di loro ad una rissa pericolosa. Il litigio cominciò da alcune parole
dettesi scambievolmente in dispregio della loro famiglia. Dopo alcuni insulti
si dissero villanie e si sfidarono a far valere le loro ragioni a colpi di
pietra. Domenico giunse a scoprire quella discordia; ma come impedirla, essendo
i due rivali maggiori di forze e di età? Si provò di persuaderli a desistere
da quel progetto facendo ad ambidue osservare che la vendetta è contraria alla
ragione ed alla santa legge di Dio; scrisse lettere all’uno e all’altro;
li minacciò di riferire la cosa al professore ed anche ai loro parenti; ma
tutto invano, i loro animi erano cosi inaspriti, che tornava inutile ogni
parola. Oltre il pericolo di farsi grave male nella persona, commettevasi
grande offesa contro Dio. Domenico era oltre modo crucciato, desiderava di
opporsi e non sapeva come. Dio lo inspirò di fare così. Li attese dopo la
scuola, e come potò parlare ad ambidue da parte, disse: Poiché persistete nel
bestiale vostro divisamento, vi prego almeno di voler accettare una
condizione. L'accettiamo, risposero, purché non impedisca la nostra sfida.
Egli è un birbante, replicò tosto un di loro: ed io non sarò in pace con lui,
soggiungeva l’altro, finché egli od io non abbiamo rotta la testa. Savio
tremava a quel brutale diverbio, tuttavia nel desiderio d'impedire maggior
male | p. 36 | si frenò e disse: La condizione che sono per mettervi non
impedisce la sfida.
Comp.
Qual è questa condizione?
Sav.
Vorrei soltanto dirvela al
luogo dove volete misurarvi a sassate.
Comp.
Tu ci minchioni, o studierai di metterci qualche incaglio.
Sav.
Sarò con voi, e non vi minchionerò: state tranquilli.
Comp.
Forse tu vorrai andare a chiamare qualcheduno.
Sav.
Dovrei farlo, ma nol farò; andiamo, io sarò con voi. Mantenetemi soltanto la
parola.
Glielo
promisero. Andarono nei tosi detti prati
della Cittadella fuori di Porta Susa. ([6])
Tanto era l’odio dei due contendenti che a stento il Savio poté impedire che
non venissero alle mani nel breve tratto di strada che era a farsi.
Giunti
al luogo stabilito, il Savio fece una cosa che certamente niuno sarebbesi immaginato.
Lasciò che si ponessero in una certa distanza; già avevano le pietre in mano,
cinque cadono, quando Domenico parlò così: prima di effettuare la vostra
sfida voglio che adempiate la condizione accettata. Ciò dicendo trasse fuori
il piccolo Crocifisso, che aveva al collo, e tenendolo alto in una mano, voglio,
disse, che ciascheduno fissi lo sguardo | p. 37 | in questo Crocifisso, di poi,
gettando una pietra contro di me, pronunzi a chiara voce queste parole: Gesù
Cristo innocente morì perdonando a’ suoi crocifissori, io peccatore voglio
offenderlo e far una solenne vendetta.
Ciò
detto andò ad inginocchiarsi davanti a colui che mostravasi più infuriato
dicendo: Fa il primo colpo sopra di me: tira una forte sassata sul mio capo.
Costui, che non si aspettava simile proposta, cominciò a tremare. No, disse,
e mai no. Io non ho alcuna cosa contro di te e vorrei difenderti, se qualcuno ti
volesse oltraggiare.
Domenico,
ciò udito, corse dall’altro dicendo le stesse parole. Egli pure ne fu sconcertato
e tremando diceva, che essendo egli suo amico, non gli avrebbe mai fatto alcun
male.
Allora
Domenico si rizzò in piedi, e prendendo un aspetto severo e commosso: come,
loro disse, voi siete ambidue disposti ad affrontare anche un grave pericolo
per difendere me, che sono una miserabile creatura, e non siete capaci di
perdonarvi un insulto ed una derisione fattavi nella scuola per salvare
l’anima vostra, che costò il sangue del Salvatore, e che voi andate a perdere
con questo peccato? Ciò detto si tacque, tenendo sempre il Crocifisso alto
colla mano.
A
tale spettacolo di carità e di coraggio i compagni furono vinti. «In quel
momento, asserisce uno di loro, io fui intenerito; un freddo mi corse per le
membra, e mi sentii pieno di vergogna per aver costretto un a-| p. 38 |-mico sì
buono, come era Savio, ad usare misure estreme per impedire l’empio nostro
divisamento. Volendogli almeno dare un segno di compiacenza perdonai di cuore
a chi mi aveva offeso, e pregai Domenico di suggerirmi qualche paziente e
caritatevole Sacerdote per andarmi a confessare. Egli mi appagò; ed alcuni
giorni dopo andai col mio rivale a fare la confessione. In questa guisa dopo di
essermi novellamente fatto suo amico fui riconciliato col Signore, che coll’odio
e col desiderio di vendetta aveva di certo gravemente offeso.»
Esempio
è questo ben degno di essere imitato da ogni giovane cristiano qualora gli avvenga
di vedere il suo simile in atto di far vendetta. od essere da altri in qualche
maniera offeso, oppure ingiuriato.
Quello
poi che in questo fatto onora singolarmente la condotta e la carità del Savio
si è il silenzio in cui seppe tenere quanto era accaduto. Ed ogni cosa sarebbe
stata totalmente ignorata se coloro stessi, che vi ebbero parte, non
l’avessero ripetutamente raccontata.
L’andata
poi ed il ritorno da scuola, che è tanto pericoloso pei giovanetti che dai villaggi
vengono nelle grandi città, pel nostro Domenico fu un vero esercizio di virtù.
Costante nell’eseguire gli ordini dei suoi superiori, andava a scuola,
ritornava a casa senza neppur dare un’occhiata, o porre ascolto a cosa che
ad un giovane cristiano non convenisse. Se avesse veduto alcuno a | p. 39 |
fermarsi, correre, saltellare, tirar pietre, o andar a passare in luoghi non
permessi, egli tosto da costui si allontanava. Che anzi un giorno fu invitato ad
andare a far una passeggiata senza permesso; un’altra volta venne
consigliato ad ommettere la scuola per andarsi a divertire, ma egli seppe
sempre rispondere con un rifiuto. Il mio divertimento più bello, loro
rispondeva, è l’adempimento de’ miei doveri: e se voi siete veri amici, dovete
consigliarmi ad adempirli con esattezza e non mai a trasgredirli. Nulladimeno
ebbe la sventura di aver alcuni compagni che lo molestarono a segno, che il
Savio si trovò sul punto di cadere nei loro lacci. E già risolvevasi di
andare con loro e così per quel giorno tralasciare la scuola. Ma fatto breve
tratto di cammino si accorse che seguiva un cattivo consiglio , ne provò gran
rimorso, chiamò i tristi consiglieri, e loro disse: Miei cari, il dovere
m’impone di andare a scuola ed io vi voglio andare: noi facciamo cosa che
dispiace a Dio ed ai nostri superiori. Sono pentito di quello che ho fatto; se
mi darete altra volta somiglianti consigli, voi cesserete di essere miei
amici.
Quei
giovani accolsero l’avviso del loro amico; andarono seco lui a scuola, e per
l’avvenire non cercarono più di distoglierlo da’ suoi doveri. Nel fine
dell’anno, mediante la sua buona condotta o la sua costante sollecitudine allo
studio, meritò di essere promosso fra gli ottimi alla classe superiore. Ma sul
principio del terzo anno di gramma-| p. 40 |-tica la sanità di Domenico
apparendo alquanto deteriorata, si giudicò bene di lasciargli fare il corso
privato qui nella casa dell'Oratorio, a fine di potergli usare i dovuti riguardi
nel riposo, nello studio e nella ricreazione.
L'anno
di umanità o di 1a
retorica sembrando meglio in salute, fu mandato dai benemerito signor
professore D. Picco Matteo. Esso aveva già più volte udito a parlare delle
belle doti che adornavano il Savio, sicché di buon grado l’accolse
gratuitamente nella sua scuola che passava fra le migliori approvate in questa
nostra città.
Molte
sono le cose edificanti o dette o fatte dal Savio nell' anno di terza, gramatica
e di prima retorica; e noi le andremo esponendo di mano in mano che racconteremo
i fatti che con quelle sono collegati.
Sua
deliberazione di farsi santo.
Dato
così un cenno sullo studio fatto nelle classi di latinità, parleremo ora della
grande sua deliberazione di farsi santo.
Erano
sei mesi da che il Savio dimorava all’Oratorio, quando fu ivi fatta una
predica sul modo facile di farsi santo. Il predicatore si fermò specialmente
a sviluppare tre pensieri che fecero profonda impressione sull’animo di
Domenico, vale a dire: è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi: è
assai facile di riuscirvi: è un gran premio | p. 41 | preparato in cielo a chi
si fa santo. Quella predica per Domenico fu come una scintilla che
gl’infiammò tutto il cuore d’amor di Dio. Per qualche giorno disse nulla,
ma era meno allegro del solito, sicché se ne accorsero i compagni e me ne
accorsi anch’io. Giudicando che ciò provenisse da novello incomodo di sanità,
gli chiesi se pativa qualche male. Anzi, mi rispose, patisco qualche bene. -
Che vorresti dire? Voglio dire che mi sento un desiderio ed un bisogno di farmi
santo: io non pensava di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho
capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, io voglio assolutamente,
ed ho assolutamente bisogno di farmi santo. Mi dica adunque come debbo regolarmi
per incominciare tale impresa.
Io
lodai il proposito, ma lo esortai a non inquietarsi, perché nelle commozioni
dell’animo non si conosce la voce del Signore; che anzi io voleva per prima
cosa una costante e moderata allegria: e consigliandolo ad essere perseverante
nell’adempimento dei suoi doveri di pietà e di studio, gli raccomandai che
non mancasse di prendere sempre parte alla ricreazione coi suoi compagni.
Un
giorno gli dissi di volergli fare un regalo di suo gusto; ma esser mio volere
che la scelta fosse fatta da lui. Il regalo che domando, prontamente egli
soggiunse, è che mi faccia santo. Io mi voglio dare tutto al Signore, per
sempre al Signore e sento un bisogno di farmi santo, e se non mi fo santo | p.
42 | io fo niente. Iddio mi vuole santo, ed io debbo farmi tale.
In
una congiuntura il direttore voleva dare un segno di speciale affetto ai giovani
della casa e fece loro facoltà di chiedere con un biglietto qualunque cosa
fosse a lui possibile, promettendo che l’avrebbe concessa. Quivi può ognuno
facilmente immaginarsi le ridicole e le stravaganti dimande fatte dagli uni e
darli altri. Il Savio, preso un pezzetto di carta, scrisse queste sole parole:
Dimando che mi salvi l’anima e mi faccia santo.
Un
giorno si andavano spiegando alcune parole secondo la etimologia. E Domenico,
egli disse, che cosa vuol dire? Fu risposto Domenico
vuol dire del
Signore. Veda,
tosto soggiunse, se non ho ragione di chiederle che mi faccia santo: fino il
nome dice che io sono del Signore. Dunque io debbo e voglio essere tutto del
Signore e voglio farmi santo e sarò infelice finché non sarò santo.
La
smania che egli dimostrava di volersi fare santo non derivava dal non tenere una
vita veramente da santo, ma ciò diceva, perché egli voleva far rigide
penitenze, passar lunghe ore nella preghiera, le quali cose erangli dal
direttore proibite, perché non compatibili colla sua età e sanità e colle sue
occupazioni.
|
p. 43 |
Suo
zelo per la salute delle anime.
La
prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo fu di adoperarsi per guadagnar
anime a Dio; perciocché non avvii cosa più santa al mondo che cooperare al
bene delle anime, per la cui salvezza Gesù Cristo sparse fin l’ultima goccia
del prezioso suo sangue. Conobbe Domenico l’importanza di tale pratica, e fu
più volte udito a dire: Se io potessi guadagnare a Dio tutti i miei compagni,
quanto sarei felice! Intanto non lasciava sfuggire alcuna occasione per dare
buoni consigli, avvisar chi avesse detto o fatto cosa contraria alla santa legge
di Dio.
La
cosa che gli cagionava grande orrore e che recava non piccolo danno alla sua
sanità, era la bestemmia, o l’udir nominare il santo nome di Dio invano. Se
mai nelle vie della città o altrove gli fosse accaduto di udire alcuna di
somiglianti parole, egli tosto abbassava dolente il capo, e diceva con cuor
divoto: sia lodato Gesù Cristo.
Passando
un giorno per mezzo ad una piazza della città, un compagno lo vide a togliersi
il cappello e proferire sotto voce alcune parole, Che fai? gli disse, che dici?
Non hai udito? Domenico rispose: quel carrettiere nominò il santo nome di Dio
invano. Se avessi creduto utile sarei corso ad avvisarlo di non farlo mai più:
ma temendo di fargli dire cose peggiori, mi limito a to-| p. 44 |-gliermi il
cappello e dire: sia lodato Gesù Cristo. E questo con animo di riparare qualche
poco l’ingiuria fatta al santo nome del Signore. -
Il
compagno ammirò la condotta ed il coraggio di Domenico, e va tuttora con
piacere raccontando tale episodio ad onore dell’amico e ad edificazione dei
compagni.
Nel
ritornare dalla scuola una volta udì un cotale di età alquanto avanzata che
proferì un’orribile bestemmia. Il nostro Domenico tremò all’udirla;
lodò Dio in cuor suo, dipoi fece una cosa certamente ammirabile. Con aria la
più rispettosa corse verso l’incauto bestemmiatore e gli dimandò se sapeva
indicargli la casa dell’Oratorio di S. Francesco di Sales. A quell’aria di
paradiso l’altro depose quella specie di ferocia, e non so, caro
ragazzino, mi rincresce.
Oh!
se non sapete questo, voi potreste farmi un altro piacere.
Dimmelo
pure volentieri. –
Domenico
gli si avvicinò quanto poté all’orecchio, e piano che altri non capisse,
voi, soggiunse, mi farete un gran piacere se nella vostra collera direte altre
parole senza bestemmiare il santo nome di Dio. -
Bravo,
disse l’altro, pieno di stupore e di ammirazione; bene, hai ragione: è questo
un vizio maledetto che voglio vincere a qualunque costo.
Un
giorno avvenne che un fanciullo di forse nove anni si pose, ad altercare con un
compagno in vicinanza della porta della | p. 45 | casa, e nella rissa proferì
l’adorabile nome di Gesù Cristo. Domenico a tale parola, sebbene sentisse un
giusto sdegno in cuor suo, tuttavia con animo pacato s’intromise tra i due
contendenti e li acquetò; poi disse a chi aveva nominato il nome di Dio invano:
vieni meco e sarai contento. I suoi bei modi indussero il fanciullo ad accondiscendere.
Lo prese per mano, lo condusse in chiesa avanti all’altare, di poi lo fece
inginocchiare vicino a lui dicendogli: dimanda al Signore perdono
dell’offesa che gli hai fatta col nominarlo invano. E poiché il ragazzo non
sapeva l’atto di contrizione, lo recitò egli seco lui. Dopo soggiunse: Dì
con me queste parole per riparare l'ingiuria fatta a Gesù Cristo: Sia lodato
Gesù Cristo, e il suo santo e adorabile nome sia sempre lodato.
Leggeva
di preferenza la vita di quei santi che avevano lavorato in modo speciale per la
salute delle anime. Parlava volentieri dei missionari, che faticano tanto in
lontani paesi pel bene delle anime, e non potendo mandar loro soccorsi
materiali, offeriva ogni giorno al Signore qualche preghiera, e almeno una
volta alla settimana faceva per loro la santa comunione.
Più
volte l’ho udito esclamare: Quante anime aspettano il nostro ajuto nell’Inghilterra;
oh se avessi forza e virtù vorrei andarvi sul momento, e colle prediche e col
buon esempio vorrei guadagnarle tutte al Signore. Si lagnava spesso con se
mede-| p. 47 |-simo, e spesso ne parlava ai compagni del poco zelo che molti
hanno per istruire i fanciulli nelle verità della fede. Appena sarà chierico,
diceva, voglio andare a Mondonio, e voglio radunare tutti i fanciulli sotto di
una tettoia e voglio far loro il catechismo, raccontare tanti esempi e farli
tutti santi. Quanti poveri fanciulli forse andranno alla perdizione per.
mancanza di chi li istruisca nella fede! Ciò che diceva con parole lo
confermava coi fatti, poiché per quanto comportava la sua età ed istruzione
faceva con piacere il catechismo nella chiesa dell’Oratorio, e se
qualcheduno ne avesse avuto bisogno, gli faceva scuola e lo ammaestrava nel
catechismo a qualunque ora del giorno ed in qualunque giorno della settimana, ad
unico scopo di poter parlare di cose spirituali e far loro conoscere l’importanza
di salvar l’anima.
Un
giorno un compagno indiscreto voleva interromperlo mentre raccontava un esempio
in tempo di ricreazione. Che te ne fa di queste cose? gli disse. Che me ne fa?
rispose; me ne fa perché l’anima de’ miei compagni è redenta col sangue di
Gesù Cristo; me ne fa perché siamo tutti fratelli, e come tali dobbiamo amare
vicendevolmente l’anima nostra; me ne fa perché Iddio raccomanda di
aiutarci l’un l’altro a salvarci; me ne fa perché se riesco a salvare
un’anima, metterà anche in sicuro la salvezza della mia.
Né
questa sollecitudine pel bene delle | p. 47 | anime in Domenico si rallentava
nel breve tempo di vacanza, che passava nella casa paterna. Ogni immagine,
medaglia, crocifisso, libretto od altro oggetto che egli si fosse guadagnato
nella scuola o nel catechismo mettevalo da parte per servirsene quando fosse
in vacanza. Anzi prima di partire dall'Oratorio soleva fare speciale dimanda
a’ suoi superiori, che gli volessero dare simili oggetti per far stare
allegri, cime egli diceva, i suoi amici di ricreazione.
Giunto
appena in patria, vedevasi tosto circondato da fanciulli suoi pari, più piccoli,
ed anche più grandi, che provavano un vero piacere trattenendosi con lui. Egli
poi distribuendo i suoi regali a tempo opportuno, eccitavali a star attenti
alle dimande, che loro faceva ora sul catechismo, ora sui loro doveri.
Con
questi bei modi riusciva a condurne parecchi con lui al catechismo, alla preghiera,
alla messa e ad altre pratiche di pietà.
Sono
assicurato che egli impiegò non poco tempo per istruire un compagno. Se giungerai,
dicevagli, a far bene il segno della santa croce, ti fo dono d’una medaglia,
di poi ti raccomanderò ad un prete che ti doni un bel libro. Ma vorrei che
fosse ben fatto, e che dicendo le parole colla bocca, la, mano destra partisse
dalla fronte, si portasse al petto, indi andasse a toccar bene la spalla
sinistra, poscia la destra e termi-| p. 48 |-nasse col giungere veramente le
mani dicendo: Così sia. Egli desiderava ardentemente che questo segno di
nostra redenzione fosse ben fatto, ed egli stesso facevalo più volte alla loro
presenza, invitando gli altri a fare altrettanto.
Oltre
l’esattezza nell’adempimento d’ogni più minuto suo dovere, egli
prendevasi poi cura, di due fratellini, cui insegnava a leggere, scrivere,
recitare il catechismo e li assisteva nella preghiera del mattino e della sera.
Li conduceva in chiesa, porgeva loro l’acqua benedetta, mostrava loro il vero
modo di far il segno della santa croce. Il medesimo tempo che avrebbe passato
qua e là trastullandosi, egli lo passava raccontando esempi ai parenti, o ad
altri compagni che l'avessero voluto ascoltare. Anche in patria era solito a
fare ogni giorno una visita al Santissimo Sacramento; ed era per lui un vero
guadagno quando poteva indurre qualche compagno ad andargli a tenere compagnia.
Onde si pub dire che non presentavasi a lui occasione di far opera buona, di
dare un buon consiglio, che tendesse al bene dell' anima, che egli la lasciasse
sfuggire.
Episodii
e belle maniere di conversare coi compagni.
Il
pensiero di guadagnare anime a Dio lo accompagnava ovunque. In tempo libero era
l’animo della ricreazione; ma quanto diceva | p. 49 | o faceva tendeva sempre
al bene morale o di sé o di altri. Aveva ognor presente que’ bei principii di
educazione, di non interrompere gli altri quando parlano. Se per altro i compagni
facevano silenzio, egli tosto metteva fuori questioni di scuola, di storia, di
aritmetica, ed aveva sempre alla mano mille storielle, che rendevano amabile la
sua compagnia. Se mai taluno avesse rivolto il discorso intorno a cose che
fossero mormorazioni o simili, egli lo interrompeva e metteva fuori qualche
facezia od anche una favola o altra cosa per far ridere, e intanto distoglieva
il discorso dalla mormorazione ed impediva l’offesa di Dio tra’ suoi
compagni.
La
sua aria allegra, l’indole vivace lo rendevano caro anche ai compagni meno
amanti della pietà, per modo che ognuno godeva di potersi trattenere con lui, e
prendevano in buona parte quegli avvisi che di quando in quando suggeriva.
Un
giorno un suo compagno desiderava andarsi a mascherare, ed egli non voleva.
Saresti contento, gli diceva, di divenir realmente quale vuoi vestirti, con
due corna sulla fronte, con un naso lungo un palmo, con un abito da ciarlatano?
Mai no, rispose l’altro. Dunque, soggiunse Domenico, se non desideri avere
questo sembiante, perché vuoi comparir tale e deturpare le belle fattezze che
Dio ti ha donato?
Una
volta in tempo di ricreazione accadde che un uomo si avanzò in
mezzo ai giovani che si
divertivano; e voltosi ad uno di loro | p. 50 | si mise a discorrere, ma con
voce alta che tutti i circostanti potevano udire. L’astuto, onde trarli vicino
a sé, da principio si diede a raccontare cose strane per far ridere. I
giovani tratti dalla curiosità in breve gli furono attorno affollati, e attenti
pendevano dal suo labbro nell'udire quelle stranezze. Appena si vide così
circondato, fece cadere il discorso su cose di religione, e, come suol fare tal
sorta di gente, gettava giù degli strafalcioni da far inorridire, mettendo in
burla le cose più sante e screditando tutte quante le persone ecclesiastiche.
Alcuni degli astanti, non potendo soffrire tali empietà e non osando
opporsegli, si contentarono di ritirarsi. Un buon numero incautamente
continuava ad ascoltarlo. Intanto per caso sopraggiunse il Savio. Appena poté
conoscere di che genere fosse quel, discorso, rotto ogni rispetto umano,
subito si rivolse ai compagni: Andiamocene, disse, lasciamo solo quest’infelice;
egli ci vuol rubare l’anima. I giovani ubbidienti alla voce di un sì amabile
e virtuoso compagno, tutti quanti si allontanarono prontamente da quell’inviato
del demonio. Questi, vedutosi così da tutti abbandonato, se ne partì senza
più lasciarsi vedere.
Altra
volta alcuni volevano andarsi a bagnare, la qual cosa, se è altrove
pericolosa, lo è assai più nel
circondario di Torino, ove, senza parlare dei pericoli d’immoralità,
trovansi acque sì profonde ed impetuose, che spesso i giovani restano vittima
| p. 51 | infelice del nuoto. Se ne accorse Domenico, e cercava di trattenersi
con loro raccontando or questa, or quell’altra novità. Ma quando li vide
decisi di volersene assolutamente andare, allora si pose a parlare risoluto: No,
disse, io non voglio che andiate.
-
Noi non facciamo alcun male.
-
Voi disubbidite ai vostri superiori, voi vi esponete al pericolo di dare o ricevere
scandalo, o di rimaner morti nell’acqua, e questo non è male?
-
Ma, noi abbiamo un caldo che non ne possiamo più.
-
Se non potete più tollerare il
caldo dì questo mondo, potrete poi tollerare il caldo terribile dell’inferno,
che voi vi andate a meritare?
Mossi
da queste parole cangiarono divisamento e si posero seco lui a fare ricreazione,
e all’ora dovuta andarono in chiesa per assistere alle sacre funzioni.
Alcuni
altri giovani dell’Oratorio amanti del bene de’ loro compagni si unirono in
una specie di società per darsi alla conversione dei discoli. Savio vi
apparteneva ed era dei più zelanti. Se avesse avuto un confetto, un frutto, una
croce, una medaglia, un’immagine o simili, le riserbava per questo scopo.
Chi lo vuole, chi lo vuole, andava dicendo. Io, io, da tutti si gridava correndo
verso di lui. Adagio, egli diceva, voglio darlo a chi meglio mi risponderà ad
una domanda di catechismo. Intanto egli interrogava solo i più discoli, ed
appena essi | p. 52 | davano risposta alquanto soddisfacente faceva loro quel
piccolo regalo.
Altri
poi erano guadagnati in altre maniere: li prendeva, li invitava a passeggiare
con lui, li faceva discorrere, se occorreva, giuocava con loro. Fu talvolta
veduto con un grosso bastone sulle spalle che sembrava Ercole colla clava,
giuocare alla rana,
volgarmente cirimella,
e mostrarsi perdutamente
affezionato a quel giuoco. Ma ad un tratto sospendeva la partita e diceva al
compagno
Vuoi
che sabato ci andiamo a confessare? L’altro per la distanza del tempo e per
ripigliare presto la partita e anche per compiacerlo rispondeva di sì. Domenico
ne aveva abbastanza e continuava il giuoco. Ma nol perdeva più di vista: ogni
giorno o per un motivo o per l’altro gli richiamava sempre quel si alla
memoria, e gli andava insinuando il modo di confessarsi bene. Venuto il sabato,
qual cacciatore che ha colto buona preda, l'accompagnava in chiesa, lo precedeva
nel confessarsi, per lo più ne preveniva il confessore, si tratteneva seco
dopo a fare il ringraziamento. Questi fatti, che pur erano frequenti,
tornavano a lui della più grande consolazione e di grande vantaggio ai
compagni; perciocché spesso avveniva che taluno non riportasse alcun frutto da
una predica udita in chiesa, mentre arrendevasi alle pie insinuazioni di
Domenico.
Avveniva
qualche volta che taluno il lusingava tutta la settimana e poi al sabato non
lasciavasi più vedere per l’ora di con-| p. 53 |-fessarsi. Come poi lo vedeva
di nuovo, quasi scherzando gli diceva; eh! biricchino! me 1' hai fatta. Ma vedi,
dicea l’altro, non era disposto, non mi sentiva... Poverino, soggiungeva
Domenico, hai ceduto al demonio che era assai ben disposto a riceverti; ma ora
ancor più sei indisposto, anzi ti vedo tutto di mal umore. Orsù fa la prova di
andarti a confessare, fa uno sforzo e procura di confessarti bene e vedrai di
quanta gioia sarà ripieno il tuo cuore. Per lo più dopo che quel tale erasi
confessato andava tosto da Domenico col cuore pieno di contentezza: È vero,
diceva, sono veramente contento; per l’avvenire voglio andarmi a confessare più
sovente.
Nelle
comunità di giovani sogliono esservene alcuni che o per essere alquanto
rozzi, ignoranti, meno educati o cruciati da qualche dispiacere, sono per lo più
lasciati da parte dai loro compagni. Costoro soffrono il peso dell’abbandono,
quando avrebbero maggior bisogno del conforto di un amico.
Questi
erano gli amici di Domenico. Loro si avvicinava, li ricreava con qualche buon
discorso, loro dava buoni consigli; quindi spesso è avvenuto che giovani,
decisi di darsi in preda al disordine, animati dalle caritatevoli parole del
Savio ritornavano a buoni sentimenti.
Per
questo motivo tutti quelli che avevano qualche incomodo di salute dimandavano
Domenico per infermiere, e quelli che avevano delle pene provavano conforto
espo-| p. 54 |-nendole a lui. In questa guisa egli aveva la strada aperta ad
esercitare continuamente la carità verso il prossimo ed accrescersi merito
davanti a Dio.
Suo
spirito di preghiera. - Divozione verso la Madre di Dio. - Il mese di Maria.
Fra
i doni, di cui Dio lo arricchì, era eminente quello del fervore nella
preghiera. Il suo spirito era così abituato a conversare con Dio, che in
qualsiasi luogo, anche in mezzo ai più clamorosi trambusti, raccoglieva i
suoi pensieri e con pii affetti sollevava il cuore a Dio.
Quando
poi si metteva a pregare in comune pareva veramente un angioletto: immobile
e composto a divozione in tutta la persona, senza appoggiarsi altrove, fuorché
sopra le ginocchia, colla faccia ridente, col capo alquanto chino, cogli occhi
bassi avresti detto un altro S. Luigi.
Bastava
vederlo per esserne edificati. L’anno 1854 fu eletto il signor conte Cays
priore della compagnia di S. Luigi, eretta in quest’Oratorio. La prima volta
che prese parte alle nostre funzioni vide egli un giovanetto che pregava con
atteggiamento così divoto, che ne fu pieno di stupore. Terminate le sacre
funzioni volle informarsi e sapere chi fosse quel fanciullo che era stato il
soggetto della sua ammirazione : quel fanciullo era Domenico Savio.
|
p. 55 | La stessa sua ricreazione era quasi sempre dimezzata; una parte per lo
più era passata in pia lettura, oppur in qualche preghiera che egli andava a
fare in chiesa con alcuni compagni in suffragio delle anime del purgatorio o in
onore di Maria Santissima.
La
divozione verso la Madre di Dio in Domenico era grande assai. In onore di lei
faceva ogni giorno qualche mortificazione. Non rimirava mai in laccia persone di
sesso diverso; andando a scuola non alzava mai gli occhi. Talvolta passava
vicino a pubblici spettacoli, che dai compagni rimiravansi con tale ansietà
da non saper più dove si fossero. Interrogato il Savio se quelli spettacoli gli
fossero piaciuti rispondeva, che nulla aveva veduto. Di che quasi incollerito
una volta un compagno lo rimproverò dicendo: Che vuoi dunque fare degli
occhi, se, non te ne servi a rimirare queste cose? Io voglio servirmene, rispondeva,
per rimirare la faccia della nostra celeste Madre Maria, quando, se coll’aiuto
di Dio ne sarò degno, andrò a trovarla in paradiso.
Aveva
una speciale divozione all’immacolato cuore di Maria. Tutte le volte che
recavasi in chiesa andava avanti all’altare di lei per pregarla ad ottenergli
la grazia di conservare il suo cuore sempre lontano da ogni affetto impuro.
Maria, diceva, io voglio essere sempre vostro figliuolo: ottenetemi di morire
prima che io commetta | p. 56 | un peccato contrario alla virtù della modestia.
Ogni
venerdì poi sceglieva un tempo di ricreazione, si portava in chiesa con altri
compagni per recitare la corona de’ sette dolori di Maria, o almeno le litanie
di Maria addolorata.
Non
solo era egli divoto di Maria SS., ma godeva assai quando poteva condurre
qualcheduno a prestarle pratiche dì pietà. Un giorno di sabato aveva invitato
un compagno a recarsi con lui in chiesa a recitare il vespro della B.
Vergine. Questi si arrendeva di malavoglia, adducendo aver freddo alle mani.
Domenico si levò i guanti dalle mani e glieli diede, e così andarono ambidue
in chiesa. Altra volta si tolse il mantelletto dalle proprie spalle, per imprestarlo
ad un altro, affinché andasse volentieri con lui in chiesa a pregare. Chi non
sentesi compreso d'ammirazione a tali atti di generosa pietà?
In
nessun tempo Domenico appariva maggiormente infervorato verso la celeste
nostra protettrice Maria quanto nel mese di maggio. Si accordava con altri per
fare ogni giorno di quel mese qualche pratica particolare oltre a quanto aveva
luogo nella pubblica chiesa. Preparavasi una serie di esempi edificanti, che
egli andava con gran piacere raccontando per animare altri ad essere divoti di
Maria. Ne parlava spesso in ricreazione: animava tutti a confessarsi e
frequentare la santa comunione special-| p. 57 |-mente in quel mese. Egli ne
dava l’esempio accostandosi ogni giorno alla mensa eucaristica con tale
raccoglimento, che maggiore non si può desiderare.
Un
curioso episodio fa vedere la tenerezza del suo cuore per la divozione di
Maria. Gli alunni della camera, ove egli dormiva, deliberarono di fare a spese
proprie un elegante altarino, che servisse a solennizzare la chiusura del mese
di Maria. Domenico era tutto in faccende per questo affare; ma venendosi alla
quota che ciascuno avrebbe dovuto sborsare: ohimè! esclamò, sì che stiamo bene! per questi affari ci vogliono
danari; ed io non ho un quattrino in tasca. Pure voglio fare qualche cosa a
qualunque costo. Andò, prese un libro, che eragli stato donato in premio, e
chiestone il permesso dal superiore, ritornò pieno di gioia dicendo: Compagni,
eccomi in grado di concorrere anch’io per onorar Maria prendete questo libro,
cavatene quell’utilità che potete; questa è la mia oblazione.
Alla
vista di quell’atto spontaneo e così generoso s’intenerirono i compagni, e
vollero essi pure offerir libri ed altri oggetti. Con essi fu fatta una
piccola lotteria, il cui prodotto fu abbondante per sopperire alle spese che
occorrevano.
Terminato
l’altare, i giovani desideravano di celebrare la loro festa colla massima
sontuosità. Ognuno se ne dava grande sollecitudine, ma non essendosi potuto
totalmente terminare l’apparato, era mestiere | p. 58 | lavorare la notte
precedente alla festa. Io, disse il Savio, io passerò volentieri la notte
lavorando. Ma i suoi compagni, perché aveva poco prima fatto una malattia,
l’obbligarono di andarsi a coricare. Non voleva arrendersi, e solo andò a
letto per ubbidienza. Almeno, disse ad uno dei compagni, appena sia tutto
terminato, vienmi tosto a risvegliare, affinché io possa essere de’ primi a
rimirare l’altare addobbato in onore della nostra cara madre.
Sua
frequenza ai santi Sacramenti della confessione e comunione.
Egli
è comprovato dall’esperienza che i più validi sostegni della gioventù sono
il sacramento della confessione e della comunione. Datemi un giovanetto, che
frequenti questi Sacramenti, voi lo vedrete crescere nella giovanile, giungere
alla virile età e arrivare, se cosi piace a Dio, fino alla più tarda vecchiaia
con una condotta, che è l’esempio di tutti quelli che lo conoscono. Questa
massima la comprendano i giovanetti per praticarla; la comprendano tutti quelli.
che si occupano dell'educazione dei medesimi
per insinuarla.
Prima
che il Savio venisse a dimorare all’Oratorio frequentava questi due Sacramenti
una volta al mese secondo l’uso delle scuole. Di poi li frequentò con assai
mag-| p. 59 |-giore assiduità. Un giorno udì dal pulpito questa massima:
Giovani, se volete perseverare nella via del cielo, vi si raccomandano tre
cose: accostatevi spesso al sacramento della confessione, frequentate la santa
comunione, sceglietevi un concessore cui osiate aprire il vostro cuore, ma non
cangiatelo senza necessità. Comprese Domenico l’importanza di questi
consigli.
Cominciò
egli a scegliersi un confessore, che tenne regolarmente tutto il tempo che dimorò
tra noi. Affinché questi potesse poi formarsi un giusto giudicio di sua
coscienza, volle, come si disse, fare la confessione generale. Cominciò a
confessarsi ogni quindici giorni, poi ogni otto giorni, comunicandosi colla
medesima frequenza. Il confessore osservando il grande profitto che faceva nelle
cose di spirito, lo consigliò a comunicarsi tre volte per settimana e nel
termine di un anno gli permise anche la comunione quotidiana.
Fu
qualche tempo dominato dagli scrupoli; perciò voleva confessarsi ogni quattro
giorni ed anche più spesso; ma il suo direttore spirituale nol permise e lo
tenne all’obbedienza, della confessione settimanale.
Aveva
con lui una confidenza illimitata. Anzi parlava col medesimo con tutta semplicità
delle cose di coscienza anche fuori di confessione. Qualcheduno lo aveva consigliato
a cangiar qualche volta confessore, ma egli non volle mai arrendersi. Il confessore,
diceva, è il medico dell’anima, né | p. 60 | mai si suole cangiar medico se
non per mancanza di fiducia in lui, o perché il male e
quasi disperato. Io non mi trovo
in questi casi. Ho piena fiducia nel confessore che con paterna bontà e
sollecitudine si adopera pel bene dell’anima mia; né io vedo in me alcun male
che egli non possa guarire. Tuttavia il direttore ordinario lo consiglio a
cangiar qualche volta confessore, specialmente in occasione degli spirituali
esercizi; ed egli senza opporre difficoltà prontamente ubbidiva.
Il
Savio godeva di se medesimo. Se ho qualche pena in cuore, egli diceva, vo dal
confessore, che mi consiglia secondo la volontà di Dio; giacché Gesù Cristo
ha detto che la voce del confessore per noi è come la voce dì Dio. Se poi
voglio qualche cosa di grande, vo a ricevere l’Ostia santa in cui trovasi
corpus quod pro nobis traditum est,
cioè quello stesso corpo, sangue, anima e divinità, che Gesù Cristo offers
al suo Eterno Padre per noi sopra la croce. Che cosa mi manca per essere felice?
nulla in questo mondo: mi manca solo di poter godere svelato in cielo colui, che
ora con occhio di fede miro e adoro sull'altare.
Con
questi pensieri Domenico traeva i suoi giorni veramente felici. Di qui nasceva
quella ilarità, quella gioia celeste che traspariva in tutte le sue azioni. Né
pensiamoci che egli non comprendesse l'importanza di quanto faceva, e non
avesse un tenor di vita cristiana, quale si conviene a | p. 61 | chi desidera di
far la comunione frequente. Perciocché la sua condotta era per ogni lato
irreprensibile. Io ho invitato i suoi compagni a dirmi se ne’ tre anni, che
dimorò fra noi, avessero notato nel Savio qualche difetto da correggere o
qualche virtù da suggerire; ma tutti asserirono d’accordo che in lui non
trovarono mai cosa che meritasse correzione; né avrebbero saputo quale virtù
aggiungere in lui.
Il
suo apparecchio a ricevere la santa eucarestia era il più edificante. La sera
che precedeva la comunione, prima di coricarsi faceva una preghiera a questo
scopo e conchiudeva sempre così: Sia lodato e ringraziato ogni momento il
santissimo e divinissimo Sacramento. Al mattino poi premetteva una sufficiente
preparazione; ma il ringraziamento era senza limite. Per lo più, se non era
chiamato, dimenticava la colezione, la ricreazione e talvolta fino la scuola,
standosi in orazione; o meglio in contemplazione della divina bontà che in
modo ineffabile comunica agli uomini i tesori della sua infinita misericordia.
Era
per lui una vera delizia il poter passare qualche ora dinanzi a Gesù sacramentato.
Almeno una volta al giorno andava invariabilmente a fargli visita, invitando
altri ad andarvi in sua compagnia. La preghiera a lui prediletta era una
coroncina ([7]) | p. 62 | al sacro cuore
di Gesù per compensare le ingiurie che riceve dagli eretici, dagli infedeli e
dai cattivi cristiani.
Affinché
le sue comunioni fossero più fruttuose e nel tempo stesso in ciascun giorno
gli dessero novello eccitamento a farle con fervore egli si era prefisso ogni dì
un fine speciale.
Ecco
come distribuiva le comunioni lungo la settimana.
Domenica. In onore della
santissima Trinità.
Lunedì.
Pe’ miei benefattori
spirituali e temporali.
Martedì.
In onore di S. Domenico e
del mio Angelo custode.
Mercoledì.
A Maria addolorata per la conversione dei peccatori.
Giovedì.
In suffragio delle anime del purgatorio.
Venerdì.
In onore della passione di
Gesù Cristo.
Sabato.
Ad onore di Maria SS. per ottenere
la sua protezione in vita ed in Morte.
Prendeva
parte con trasporto di gioia a tutte le pratiche, le quali riguardassero ai
Santissimo Sacramento. Se gli fosse capitato d’incontrare il Viatico quando
veniva portato a qualche infermo, egli si inginocchiava tosto ovunque fosse;
e, se il tempo glielo permetteva, l’accompagnava finché fosse terminata la
funzione.
Un
giorno passavagli vicino il Viatico mentre pioveva e le strade erano fangose. |
p. 63 | Non avendo miglior sito, si pose ginocchioni in mezzo alla fanghiglia.
Un compagno ne lo rimproverò di poi, osservandogli non essere necessario
imbrattarsi così g,li abiti, né il Signore comandare tal cosa. Egli
rispose semplicemente: ginocchia e calzoni è tutto del Signore, perciò tutto
deve servire a rendergli onore e gloria. Quando passo vicino a lui non solo mi
getterei nel fango per onorarlo, sibbene mi precipiterei in una fornace, perché
cosi sarei tutto partecipe di quel fuoco di carità infinita che lo spinse ad
istituire questo gran Sacramento.
In
simile congiuntura vide un giorno un militare che se ne stava in piedi nel momento
appunto che passava vicino il Santissimo Sacramento. Non osando invitarlo ad
inginocchiarsi, trasse di saccoccia il piccolo suo moccichino, lo stese sul
terreno insudiciato, poi fe’ cenno al militare a volersene servire. Il
soldato si mostrò da prima confuso, poi lasciando a parte il moccichino, si
inginocchiò in mezzo della medesima strada.
Alla
festa del Corpus Domini fu con altri compagni vestito da chierico, e mandato
alla processione della parochia. Egli vi andò con sommo piacere, ed ebbe tal
cosa come prezioso regalo, che maggiore niuno gli avrebbe potuto fare.
|
p. 64 |
Sue
penitenze.
La
sua età, la sanità cagionevole, l’innocenza di sua vita l’avrebbero
certamente dispensato da ogni sorta di penitenza; ma egli sapeva che
difficilmente un giovane può conservare l’innocenza senza la penitenza, e
questo pensiero faceva si che la via dei patimenti per lui sembrava coperta di
rose. Per penitenza non parlo del sopportare pazientemente le ingiurie e i dispiaceri,
non parlo della continua mortificazione e compostezza di tutti i suoi sensi
nel pregare, nella scuola, nello studio, nella ricreazione. Queste penitenze in
lui erano continue.
Io
parlo solamente delle penitenze afflittive del corpo. Nel suo fervore avea stabilito
di digiunare ogni sabato a pane ed acqua in onore della Beata Vergine, ma il
confessore glielo proibì; voleva digiunare la quaresima, ma dopo una settimana
la cosa venne a notizia del Direttore della casa, e tosto gli fu vietata. Voleva
almeno lasciare la colezione, ed anche tal cosa gli venne proibita. La ragione
per cui non gli si permettevano quelle penitenze era per impedire che la sua
cagionevole sanità non venisse rovinata intieramente. Che fare adunque ?
Proibito di fare astinenza nel cibo, prese ad affiggere il corpo in altre
maniere. Cominciò a mettersi schegge di | p. 65 | legno e pezzi di mattone in
letto per rendersi molesto il medesimo riposo; voleva portare una specie di
cilicio; le quali cose gli vennero eziandio tutte proibite. Egli si appigliò ad
un novello mezzo. In tempo d’autunno e d’inverno lasciò inoltrare la
stagione senza accrescere coperte al letto, sicché eravamo a gennaio, ed egli
era tuttora coperto da estate. Un mattino rimasto a letto per qualche
incomodo, il Direttore l’andò a visitare. Al vederlo tutto aggomitolato gli
si avvicinò, e si accorse che non aveva altro addosso che una sottile
copertura. Perché hai fatto questo, gli disse? Vuoi morire di freddo? No,
rispose, non morrò di freddo. Gesù nella capanna li Betlemme, e quando pendeva
in croce, era meno coperto di me.
Allora
gli fu assolutamente proibito di intraprendere penitenze di qualsiasi genere,
senza prima dimandarne espressa licenza; al quale comando, sebben con pena, si
sottomise. Una volta lo incontrai tutto afflitto, che andava esclamando:
povero me! io sono veramente imbrogliato. Il Salvatore dice, che se non fo
penitenza, non andrò in paradiso; ed a me è proibito di farne: quale adunque
sarà il mio paradiso?
-
La penitenza, che il Signore vuole da te, gli dissi, è l’ubbidienza.
Ubbidisci, e a te basta.
-
Non potrebbe permettermi qualche altra penitenza ?
- Sì:
ti si permettono le penitenze di | p. 66 | sopportare pazientemente le ingiurie
qualora te ne venissero fatte; tollerare con rassegnazione il caldo, il
freddo, il vento, la pioggia, la stanchezza e tutti gli incomodi di salute che
a Dio piacerà di mandarti.
-
Ma questo si soffre per necessità.
-
Ciò che dovresti soffrire per necessità offrilo a Dio, e diventa virtù e
merito per l'anima tua.
Contento
e rassegnato a questi consigli, se ne andò tranquillo.
Mortificazioni
in tutti i sensi esterni.
Chi
mirava il Savio nella sua compostezza esteriore ci trovava tanta naturalezza
che avrebbe facilmente detto essere stato così creato dal Signore. Ma quelli
che lo conobbero da vicino, od ebbero cura della sua educazione, possono
assicurare che vi era grande sforzo umano coadiuvato dalla grazia di Dio.
I
suoi occhi erano vivacissimi, ed egli doveva farsi non piccola violenza per tenerli
raccolti. Da prima, egli ripeté più volte con un amico, quando mi son fatto
una legge di voler assolutamente dominare gli occhi miei, incontrai non poca
fatica: e talvolta ebbi a patire grave male di capo. La riservatezza de’ suoi
sguardi fu tale che di tutti quelli che lo conobbero niuno si | p. 67 | ricorda
di averlo veduto a dare una sola occhiata, la quale eccedesse i limiti della più
rigorosa modestia. Gli occhi, egli soleva dire, sono due finestre. Per le
finestre passa ciò che si fa passare. E noi per queste finestre possiamo far
passare un angelo, oppure il demonio colle sue corna e condurre l’uno e
l’altro ad essere padroni del nostro cuore.
Un
giorno avvenne che un giovanetto estraneo alla casa inconsideratamente portò
seco un giornale sopra cui erano figure sconce ed irreligiose. Una turba di
ragazzi lo circonda per vedere le maraviglie di quelle figure, che avrebbero
fatto ribrezzo ai turchi ed ai pagani medesimi. Corre pure il Savio, pensandosi
di lontano, che colà si facesse vedere qualche immagine divota.
Ma
quando ne fu vicino fece atto di sorpresa, poi quasi ridendo prese il foglio,
e lo fece in minuti pezzi. Rimasero i suoi compagni pieni di stupore, sicché
l'uno guardava l'altro senza parlare.
Egli
allora parlò così: poveri noi! il Signore ci ha dato gli occhi per
contemplare la bellezza delle cose da lui create, e voi ve ne servite per mirare
tali sconcezze inventate dalla malizia degli uomini a danno dell’anima
nostra? Avete forse dimenticato quello che tante volte fu predicato? Il Salvatore
ci dice, che dando un solo sguardo cattivo macchiamo di colpa l’anima nostra;
e voi pascete i vostri occhi sopra oggetti di questa fatta?
|
p. 68 | Noi, rispose uno, andavamo osservando quelle figure per ridere.
Si,
sì, per ridere, intanto vi preparate per andare all’inferno ridendo.... ma
riderete ancora se aveste la sventura di cadervi?
Ma
noi, ripigliò un altro, non ci vediamo tanto male in quelle figure.
Peggio
ancora; il non vedere tanto male in guardar simili sconcezze è segno che i
vostri occhi sono già abituati a rimirarle; e queste abitudini non vi scusano
dal male, ma vi rendono più colpevoli.
O
Giobbe, o Giobbe ! tu eri vecchio, tu eri un santo, tu eri oppresso da una
malattia per cui giacevi sdraiato sopra un letamaio; nulladimeno facesti un
patto co’ tuoi occhi di non dar loro la minima libertà intorno alle cose
invereconde!
A
quelle parole tutti si tacquero e niuno più osò di fargli alcun rimprovero,
neppure altra osservazione.
Alla
modestia degli occhi era congiunta una grande riservatezza nel parlare.
O
per torto o per ragione quando alcuno parlava, egli taceva e più volte troncava
la propria parola per dar campo ad altri di parlare. I suoi maestri e gli altri
suoi superiori vanno tutti d’accordo nell’asserire, che non ebbero mai
alcun motivo di soltanto avvisarlo d’aver detto anche una sola parola fuori di
proposito nello studio, nella scuola, nella chiesa o mentre aveva luogo
l’adempimento di qualche dovere di | p. 69 | studio o di pietà. Anzi in
quelle stesse occasioni che riceveva qualche oltraggio, sapeva moderare la
lingua e la bile.
Un
giorno egli aveva avvisato un compagno di una cattiva abitudine. Costui invece
di accogliere con gratitudine la fatta ammonizione si lasciò trasportare a
brutali eccessi. Lo copri di villanie, di poi lo percosse con pugni e calci.
Il Savio avrebbe potuto far valere la sua ragione coi fatti, poiché era
maggiore di età e di forza. Egli per altro non fece altra vendetta se non
quella dei cristiani. Divenne bensì tutto rosso nella faccia, ma frenando
l’impeto della collera si limitò a queste parole: Io ti perdono; hai fatto
male; non trattar con altri in simile guisa.
Che
diremo poi della mortificazione degli altri sensi del corpo? Mi restringo ad accennare
soltanto alcuni fatti.
In
tempo d’inverno egli pativa i geloni alle mani. Ma comunque ne sentisse dolore,
non fu mai udito a fare parola o dar segno di lamento. Piuttosto pareva che ne
avesse piacere. Più sono grossi i geloni, egli diceva, e più faranno bene alla
sanità, volendo indicare la sanità dell’anima. Molti suoi compagni
asseriscono, che nei crudi freddi invernali egli soleva andare a scuola a passo
lento e ciò pel desiderio di patire e fare penitenza in ogni cosa che gliene
porgesse occasione. Più volte il vidi, depone un suo compagno, nel più
rigido inverno squarciarsi la pelle ed anche la carne | p. 70 | con aghi e con
punte di penna, affinché tali lacerazioni convertendosi in piaghe lo rendessero
più simile al suo Divin Maestro.
Nella
comunità di giovani se ne incontrano di quelli che non sono mai contenti di
nulla. Ora si lamentano della funzioni religiose, ora della disciplina, ora del
riposo, o degli apprestamenti di tavola; in tutto trovano di che dsapprovare.
Costoro
sono una vera croce pei superiori; perché il malcontento di uno solo si
comunica agli altri compagni, talvolta con non piccolo danno della comunità. La
condotta del Savio era totalmente opposta a costoro.
Non
mai il suo labbro proferiva voce di lamento né pel caldo dell’estate, né pel
freddo dell’inverno. Facesse bello o cattivo tempo egli era sempre ugualmente
allegro. Checché gli si fosse apprestato a mensa mostravasi in tutto
soddisfatto. Anzi, con un’arte ammirabile trovava ivi un mezzo onde
mortificarsi. Quando una cosa era censurata da altri, perché troppo cotta o
troppo cruda, meno o molto salata, egli all’opposto mostravasi contento,
dicendo essere quello appunto il suo gusto.
Era
sua pratica ordinaria trattenersi in refettorio dopo i suoi compagni,
raccogliere i minuzzoli di pane lasciati sopra la tavola o dispersi sul
pavimento, e quindi mangiarseli come cosa saporita. Ad alcuni che ne facevano le
maraviglie egli copriva il suo spirito di penitenza dicendo: le pagnotte non si
mangiano intere e se sono ridotte | p. 71 | in bricciole è già un
lavoro fatto pei denti.
Ogni
rimasuglio di minestra, di pietanza, o di altra qualità di cibo era da lui
colto e mangiato. Né ciò faceva per ghiottoneria, perciocché spesso egli
donava la medesima sua porzione agli altri compagni.
Interrogato
perché si desse tanta sollecitudine per raccogliere quegli avanzi che
avrebbero mosso taluno a schifo, egli rispondeva: Quanto abbiamo nel mondo,
tutto è dono prezioso fattoci da Dio: ma di tutti i doni, dopo la sua santa
grazia; il più grande è l’alimento con cui ci conserva la vita. Perciò la
più piccola parte di questo dono merita la nostra gratitudine, ed è veramente
degno di essere custodito colla più scrupolosa diligenza.
Il
pulire le scarpe, spazzolare abiti ai compagni, prestare agli infermi i più
bassi uffizi, scopare e fare altri simili lavori era per lui un gradito
passatempo. Ciascuno faccia quel che può, soleva dire: Io non sono capace di
far cose grandi, ma quello che posso, voglio farlo a maggior gloria di Dio; e
spero che Iddio nella sua infinita bontà vorrà gradire queste miserabili mie
offerte.
Mangiar
cose contrarie al suo gusto, evitare quelle che gli sarebbero piaciute: domare
gli sguardi anche nelle cose indifferenti; trattenersi ove sentisse ingrato
odore; rinnegare la sua volontà; sopportare con perfetta rassegnazione ogni
cosa che avesse prodotto afflizione al suo corpo od al suo | p. 72 | spirito
sono atti di virtù che da Domenico esercitavansi ogni giorno, e possiamo anche
dire ogni momento di sua vita.
Taccio
pertanto moltissimi altri fatti di questo genere che tutti concorrono a dimostrare
quanto in Domenico fosse grande lo spirito di penitenza, di carità e di mortificazione
in tutti i sensi della persona, e nel tempo stesso quanto fosse industriosa la
sua virtù nel saper approfittare delle grandi e piccole occasioni, anzi delle
stesse cose indifferenti per santificarsi ed accrescersi il merito davanti al
Signore.
La
compagnia dell’Immacolata Concezione.
Tutta
la vita di Domenico si può dire essere un esercizio di divozione verso Maria
Santissima. Né lasciavasi sfuggire occasione alcuna a fine di tributarle
qualche omaggio. L’anno 1854 il supremo Gerarca della Chiesa definiva dogma di
fede l’immacolato concepimento di Maria. Il Savio desiderava ardentemente di
rendere tra di noi vivo e durevole il pensiero di questo augusto titolo dalla
Chiesa dato alla Regina del cielo. Io desidererei, soleva dire, di fare qualche
cosa in onore di Maria, ma di farlo presto, perché terno che mi manchi il
tempo.
Guidato
egli adunque, dalla solita industriosa sua carità, scelse alcuni de’ suoi
fidi compagni e li invitò ad unirsi insieme | p. 73 | con lui per formare una
compagnia detta dell’Immacolata
Concezione.
Lo
scopo era di assicurarsi la protezione della gran Madre di Dio in vita e specialmente
in punto di morte. Due mezzi proponeva il Savio a questo fine: esercitare e
promuovere pratiche di pietà in onore di Maria Immacolata, e la frequente comunione.
D’accordo co’ suoi amici compilò un regolamento e dopo molte sollecitudini
nel giorno 8 di giugno 1856, nove mesi prima di sua morte, leggevalo con loro dinanzi
all'altare di Maria SS. Io lo trascrivo di buon grado, nel pensiero che possa
servire ad altri di norma a fare altrettanto. Eccone adunque il tenore.
«Noi
Savio Domenico, ecc. (segue il nome di altri compagni) per assicurarci in vita
ed in morte il patrocinio della Beatissima Vergine Immacolata e per dedicarci
intieramente al suo santo servizio, nel giorno 8 del mese di giugno, muniti
tutti dei SS. Sacramenti della confessione e comunione, e risoluti di
professar verso la Madre nostra una filiale e costante divozione, protestiamo
davanti all'altare di Lei e col consenso del nostro spiritual Direttore, di
voler imitare per quanto lo permetteranno le nostre forze, Luigi
Comollo ([8]).
Onde ci obblighiamo:
|
p. 74 |
1°
Di osservare rigorosamente le regole della casa.
2°
Di edificare i compagni ammonendoli caritatevolmente ed eccitandoli al bene
colle parole, ma molto più col buon esempio.
3°
Di occupare esattamente il tempo. A fine poi dì assicurarci della perseveranza
nel tenor di vita, cui intendiamo di obbligarci, sottomettiamo il seguente
regolamento al nostro Direttore.
N.
1. A regola primaria adotteremo una, rigorosa obbedienza ai nostri superiori,
cui ci sottomettiamo con una illimitata confidenza.
N.
2. L’adempimento dei proprii doveri sarà nostra prima, e speciale
occupazione.
N.
3. Carità reciproca unirà i nostri animi, ci farà amare indistintamente i
nostri fratelli, i quali con dolcezza ammoniremo, quando apparisce utile una
correzione.
N.
4. Si sceglierà una mezz’ora nella settimana per convocarci, e dopo
l’invocazione del S. Spirito, fatta breve lettura spirituale, si
tratteranno i progressi della Compagnia nella divozione e nella virtù.
N.
5. Separatamente per altro ci ammoniremo di quei difetti, di cui dobbiamo emendarci.
N.
6. Procureremo di evitare fra noi qualunque minimo dispiacere, sopportando con
pazienza i compagni e le altre persone moleste.
N.
7. Non è fissata alcuna preghiera | p. 75 | giacché il tempo, che rimane dopo
compiuto il dover nostro, sarà consacrato a quello scopo che parrà, più
utile all' anima nostra.
N.
8. Ammettiamo tuttavia queste poche pratiche:
§
1° La frequenza ai SS. Sacramenti, quanto più sovente ci verrà permesso.
§
2° Ci accosteremo alla mensa Eucaristica tutte le domeniche, le feste di precetto,
tutte le novene e solennità di Maria SS. e dei Ss. Protettori dell’Oratorio.
§
3° Nella settimana procureremo di accostarvici al giovedì, eccetto che ne siamo
distolti da qualche grave occupazione.
N.
9. Ogni giorno, specialmente nella recita del Rosario, raccomanderemo a Maria
la nostra società, pregandola di ottenerci la grazia della perseveranza.
N.
10. Procureremo di consacrare ogni sabato in onor di Maria qualche pratica
speciale od atto di cristiana pietà in onor dell’immacolato suo concepimento.
N.
11. Useremo quindi un contegno viemaggiormente edificante nella preghiera,
nelle divote letture, durante i divini uffizi, nello studio e nella scuola.
N.
12. Custodiremo colla massima gelosia la santa parola di Dio e ne rianderemo le
verità ascoltate.
N.
13. Eviteremo qualunque perdita di tempo per assicurare l'animo nostro dalle
tentazioni che sogliono fortemente assalirci nell’ozio; perciò:
|
p. 76 |
N.
14. Dopo aver soddisfatto agli obblighi che appartengono a ciascun di noi, consacreremo
le ore rimaste libere in utili occupazioni, come in divote ed istruttive letture
o nella preghiera.
N.
15. La ricreazione è voluta o almeno permessa dopo il cibo, dopo la scuola e
dopo lo studio.
N.
16. Procureremo di manifestare ai nostri superiori qualunque cosa possa
giovare alla nostra morale condotta.
N.
17. Procureremo eziandio di fare gran risparmio di quei permessi, che ci vengono
largiti dalla bontà dei nostri superiori, imperciocché una delle nostre mire
speciali è certamente un’esatta osservanza delle regole della casa, troppo
spesso offese dall’abuso di codesti permessi.
N.
18. Accetteremo dai nostri superiori quello che verrà destinato a nostro alimento
senza mai movere lamento intorno agli apprestamenti di tavola e distoglieremo
anche gli altri dal farlo.
N.
19. Chi bramerà far parte di questa società, dovrà anzi tutto purgarsi la coscienza
col Sacramento della Confessione e cibarsi alla mensa Eucaristica, dar quindi
saggio di sua condotta con una settimana di prova, leggere attentamente queste
regole e prometterne esatta osservanza a Dio ed a Maria SS. Immacolata.
N.
20. Nel giorno di sua ammessione i fratelli si accosteranno alla santa Comunione
pregando Sua Divina Maestà di accordare | p. 77 | al compagno le virtù della
perseveranza, dell’ubbidienza, il vero amor di Dio.
N.
21. La società è posta sotto gli auspizi dell’Immacolata Concezione, di cui
avremo il titolo e porteremo una divota medaglia. Una sincera, figliale,
illimitata fiducia in Maria, una tenerezza singolare verso di Lei, una divozione
costante ci renderanno superiori ad ogni ostacolo, tenaci nelle risoluzioni,
rigidi verso di noi, amorevoli col nostro prossimo, ed esatti in tutto.
Consigliamo
inoltre i fratelli a scrivere i SS. nomi di Gesù e di Maria prima nel cuore e
nella mente, poi sui libri e sopra gli oggetti che ci possono cadere
sott’occhio.
Il
nostro Direttore è pregato di esaminare queste regole e di manifestarci
intorno ad esse il suo giudizio, assicurandolo che noi tutti intieramente
dipendiamo dalla sua volontà. Egli potrà far subire a questo regolamento
quelle modificazioni, che gli parranno convenienti.
E
Maria? Benedica essa i nostri sforzi, giacché 1' ispirazione di dar vita a
questa pia società fu tutta sua. Ella arrida alle nostre speranze, esaudisca i
nostri voti, e noi coperti dal suo manto, forti del suo patrocinio, sfideremo
le procelle di questo mare infido, supereremo gli assalti del nemico
infernale. In simil guisa da lei confortati speriamo di essere l'edificazione
dei compagni, la consolazione dei superiori, diletti figliuoli di Lei. E se Dio
ci concederà grazia e vita di poterlo servire nel sacer-| p. 78 |-dotal
Ministero, noi ci adopreremo con tutte le nostre forze, per farlo col massimo
zelo, e diffidando delle nostre forze, illimitatamente fidando del divino
soccorso, potremo sperare che dopo questa valle di pianto, consolati dalla
presenza di Maria, raggiungeremo sicuri in quell’ultima ora quel guiderdone
eterno, che Iddio tien serbato a chi lo serve in ispirito e verità.
Il
Direttore dell’Oratorio lesse di fatto il sopra esposto regolamento di vita, e
dopo di averlo attentamente esaminato, lo approvò colle seguenti condizioni
1.
Le mentovate promesse non hanno forza di voto.
2.
Nemmeno obbligano sotto pena di colpa alcuna.
3.
Nelle conferenze si stabilisca, qualche opera di carità esterna, come la nettezza
della Chiesa, l'assistenza od il catechismo di qualche fanciullo più
ignorante.
4.
Si dividano i giorni della settimana in modo che in ciascun giorno vi siano alcune
comunioni.
5.
Non si aggiunga alcuna pratica religiosa senza speciale permesso dei superiori.
6.
Si proponga per iscopo fondamentale di promuovere la divozione verso Maria SS.
Immacolata, e verso il SS. Sacramento.
7.
Prima di accettare qualcheduno, gli si faccia leggere la vita di Luigi Comollo ([9]).
|
p. 79 |
Sue
amicizie particolari - Sue relazioni col giovane Gavio Camillo.
Ognuno
era amico con Domenico: chi non lo amava, lo rispettava per le sue virtù. Egli
sapeva poi passarsela bene con tutti. Era |
p. 80 | così rassodato nella virtù che fu consigliato di trattenersi anche con
alcuni giovani alquanto discoli per far prova di guadagnarli |
p. 81 | al Signore. Ed egli approfittava della ricreazione, dei trastulli, dei
discorsi anche indifferenti per tirarne vantaggio spirituale. Tuttavia quelli
che erano inscritti nella società dell’Immacolata Concezione erano i suoi
amici particolari, coi quali, come si è detto, si radunava ora in conferenze
spirituali, ora per compiere esercizi di cristiana pietà. Queste conferenze
tenevansi con licenza dei superiori; ma erano assistite e regolate dagli
stessi giovani. In esse trattavano del modo di celebrare le novene delle
maggiori solennità, si ripartivano le comunioni, che ciascuno avrebbe avuto
cura di fare in giorni determinati della settimana, si assegnavano a vicenda
quei giovani che | p. 82 | avevano maggior bisogno di assistenza morale e
ciascuno lo faceva suo cliente,
ovvero protetto, e adoperavano tutti i mezzi che suggerisce la carità
cristiana per avviarlo alla virtù.
Il
Savio era dei più animati, e si può dire che in queste conferenze la faceva da
dottore. Si potrebbero accennare parecchi compagni del Savio che prendevano
parte a queste conferenze e che trattarono molto con lui, ma essendo ancor essi
tra’ vivi, pare prudenza non parlarne. Ne accennerò solamente due, che sono
già stati da Dio chiamati alla patria celeste. Questi sono Gavio Camillo di
Tortona, e Massaglia Giovanni di Marmorito. Il Gavio dimorò solamente due
mesi tra noi, e questo tempo bastò per lasciare santa rimembranza di sé presso
i compagni.
La
sua luminosa pietà e il suo gran genio per la pittura e scoltura avevano
risolto il municipio di quella città ad aiutarlo affinché potesse venire a
Torino a proseguir gli studii per l'arte sua. Egli aveva fatto una grave
malattia in patria; e come venne all'Oratorio sia per essere convalescente,
sia per trovarsi lontano dalla patria e dai parenti, sia anche per la
compagnia dei giovanetti tutti sconosciuti, se ne stava osservando gli altri a
trastullarsi, ma assorto in gravi pensieri. Lo vide il Savio, e tosto si
avvicino per confortarlo, e tenne secolui questo preciso discorso.
Il
Savio cominciò: Ebbene, mio caro, non conosci ancora alcuno, non è vero?
|
p. 83 |
Gavio
È vero, - ma mi ricreo rimirando gli altri a trastullarsi.
-
Come ti chiami?
-
Gavio Camillo di Tortona.
-
Quanti anni hai ?
-
Ne ho quindici compiuti.
-
Da che deriva quella malinconia che ti trasparisce in volto; sei forse stato
ammalato?
- Sì,
sono stato veramente ammalato; ho fatto una malattia di palpitazione, che mi
portò sull’orlo della tomba, ed ora non ne sono ancora ben guarito.
-
Desideri di guarire, non è vero?
-
Non tanto, desidero di far la volontà di Dio.
Queste
ultime parole fecero conoscere il Gavio per un giovane di non ordinaria pietà e
cagionarono nel cuor del Savio una vera consolazione: sicché con tutta
confidenza continuò: chi desidera di fare la volontà di Dio, desidera di
santificare se stesso; hai dunque volontà di farti santo?
-
Questa volontà in me è grande.
-
Bene: accresceremo il numero dei nostri amici, tu sarai uno di quelli che prenderanno
parte a quanto facciamo noi per farci santi.
-
È bello quanto mi dici; ma io non so che cosa debba fare!
-
Te lo dirò io in poche parole; sappi che noi qui facciamo consistere la santità
nello star molto allegri. Noi procureremo soltanto di evitar il peccato, come un
gran | p. 84 | nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore,
procureremo di adempiere esattamente i nostri doveri, e frequentare le cose di
pietà. Comincia fin d’oggi a scriverti per ricordo: Servite Domino in laetitia, serviamo il Signore in santa allegria.
Questo
discorso fu come un balsamo alle afflizioni del Gavio, che ne provò un vero
conforto. Che anzi da quel giorno in poi egli divenne fido amico del Savio e
costante seguace delle sue virtù. Ma la malattia che lo aveva portato
sull’orlo della tomba, e che non era stata sradicata, in capo a due mesi
ricomparve, e malgrado le sollecitudini dei medici e degli amici non le si poté
più trovare rimedio. Dopo alcuni giorni di peggioramento, dopo di aver con
grande edificazione ricevuti gli ultimi Sacramenti, mandava l’anima al
Creatore il 30 dicembre 1856.
Domenico
andò più volte a visitarlo nel corso della malattia e si offriva di passare le
notti vegliando presso lui, sebbene non gli venisse permesso. Quando seppe che
era spirato, volle andarlo a vedere per l’ultima volta, e mirandolo estinto,
commosso gli diceva: Addio, o Gavio, io sono intimamente persuaso che tu sei
volato al cielo; perciò prepara anche un posto per me. Io ti sarò sempre
amico, ma finché il Signore mi lascierà in vita, pregherò pel riposo
dell’anima tua.
Dopo
andò con altri compagni a recitare l’uffizio dei morti nella camera del
defunto, si fecero altre preghiere lungo il giorno; | p. 85 | quindi invitò
alcuni dei più buoni condiscepoli a fare la santa comunione, ed egli steso la
fece più volte in suffragio dell’amico defunto.
Tra
le altre cose egli disse a’ suoi amici Miei cari, non dimentichiamo l’anima
del nostro amico. Io spero che a quest’ora egli goda già la gloria del cielo;
tuttavia non cessiamo di pregare pel riposo dell’anima di lui. Tutto quello
che ora facciamo per lui, Dio disporrà che altri lo faccia un giorno per noi.
Sue
relazioni col giovane Massaglia Giovanni.
Più
lunghe e più intime furono le relazioni del Savio con Massaglia di Marmorito,
paese poco distante da Mondonio.
Vennero
amendue contemporaneamente nella casa dell’Oratorio; erano confinanti di
patria; avevano amendue la stessa volontà di abbracciare lo stato
ecclesiastico, con vero desiderio di farsi santi.
-
Non basta, un giorno Domenico diceva al suo amico, non basta il dire che
vogliamo farci ecclesiastici, ma bisogna, che ci adoperiamo per acquistare le
virtù che a questo stato sono necessarie.
-
È vero, rispondeva l’amico, ma se facciamo quello che possiamo dal canto nostro,
Dio non mancherà di darci grazia e | p. 86 | forza per meritarci un favore così
grande quale si è diventar ministri di Gesù Cristo. Venuto il tempo pasquale
fecero cogli altri giovani gli spirituali esercizi con molta esemplarità.
Terminati gli esercizi, Domenico disse al compagno: Voglio che noi siamo
veri amici; veri amici per le cose dell’anima; perciò desidero che d’ora
in avanti siamo l’uno monitore dell’altro in tutto ciò che può contribuire
al bene spirituale. Quindi se tu scorgerai in me qualche difetto, dimmelo
tosto, affinché me ne possa emendare: oppure se scorgerai qualche cosa di
bene che io possa fare, non mancar di suggerirmelo.
-
Lo farò volentieri per te, sebbene non ne abbisogni, ma tu lo devi fare assai
più verso di me, che, come ben sai, per età studio e scuola mi trovo esposto a
maggiori pericoli.
-
Lasciamo i complimenti da parte ed aiutiamoci vicendevolmente a farci del bene
per l’anima.
Da
quel tempo il Savio ed
il Massaglia divennero veri amici, e la loro amicizia fu durevole, perché
fondata sulla virtù; giacché andavano a gara coll’esempio e coi consigli
per aiutarsi a fuggire il male e praticare il bene.
Alla
fine dell’anno scolastico, subiti gli esami, fu a ciascun giovane della casa
data licenza di andar a passare le vacanze o coi genitori o con qualche altro
parente.
Alcuni,
mossi dal desiderio di progre-| p. 87 |-dire nello studio ed attendere meglio
agli esercizi di pietà preferirono di rimanere all’Oratorio, e tra questi
furono Savio e Massaglia. Sapendo io quanto fossero ansiosamente aspettati dai
parenti, e quanto essi medesimi avessero bisogno di ristorare la loro
stanchezza, dissi ad ambidue: Perché non andate a passare qualche giorno in
vacanza? Essi invece di rispondere si misero a ridere. - Che cosa volete dirmi
con questo ridere?
Domenico
rispose: Noi sappiamo che i nostri parenti ci attendono con piacere; noi
eziandio li amiamo e ci andremmo volentieri; ma sappiamo che l’uccello finché
trovasi in gabbia non gode libertà, è vero; è per altro sicuro dal falcone.
Al contrario se è fuori di gabbia, vola dove vuole, ma da un momento
all’altro può cadere negli artigli del falcone infernale.
Ciò
non ostante ho giudicato bene di mandarli qualche tempo a casa pel bene della
loro sanità, e si arresero alla mia volontà soltanto per ubbidienza,
restandovi quei soli giorni che erano stati strettamente loro comandati.
Se
volessi scrivere i bei tratti di virtù del giovane Massaglia, dovrei ripetere
in gran parte le cose dette del Savio, di cui fu fedele seguace finché visse.
Egli godeva buona salute, e dava ottima speranza di sé nella carriera degli
studii. Compiuto il corso di rettorica, subì con esito felice l’esame per
la vestizione clericale. Ma questo | p. 88 | abito, da lui tanto amato e tanto
rispettato poté soltanto portarlo alcuni mesi. Colpito da una costipazione, che
aveva aspetto di semplice raffreddore, non voleva nemmeno interrompere i suoi
studi. Pel desiderio di fargli fare una cura radicale, e per toglierlo
dall’occasione di studiare, i genitori lo condussero a casa. Fu nel tempo di
questa sua dimora in patria che scrisse al suo amico una lettera del seguente
tenore:
Caro
amico,
Mi
pensava di. dover passare solamente alcuni giorni a casa e poi ritornare
all’Oratorio, perciò ho lasciato tutti i miei arnesi di scuola costì. Ora
per altro mi avveggo che le cose vanno a lungo e l’esito di mia malattia
rendesi ognor più incerto. Il medico mi dice che va meglio. A me sembra che
vada peggio. Vedremo chi ha ragione. Caro Domenico, io provo grande afflizione
lungi da te e dall'Oratorio, perché qui non ho comodità di attendere agli
esercizi di divozione. Solo mi conforto rammentando quei giorni che noi
fissavamo per prepararci ed accostarci insieme alla santa comunione.
Spero
nulladimeno che, sebbene separati di corpo, nol saremo di spirito.
Intanto
io ti prego di andare nello studio e di fare una visita da questore al mio cancello.
Ivi troverai alcune carte manoscritte, là vicino havvi ìl mio amico, il Kempis,
ossia. De
imitatione Christi. Farai di
tutto un pacco | p. 89 | solo e me lo invierai. Bada bene che tal libro è
latino; perché sebbene mi piaccia la traduzione, tuttavia è sempre una traduzione,
ove non trovo il gusto che provo nell’originale latino. Mi sento stanco dal
fare niente; tuttavia il medico mi proibisce studiare. Fo molte passeggiate
per la mia camera, e spesso vado dicendo: Guarirò da questa malattia?
Ritornerò a vedere i miei compagni? Sarà questa per me l’ultima malattia?
Che che ne sia per essere di tutte queste cose, Dio solo il sa. Parmi di essere
pronto a fare in tutti e tre i casi la santa ed amabile volontà di Dio.
Se
hai qualche buon consiglio, procura di scrivermelo. Dimmi come va la tua sanità;
ricordati di me nelle tue preghiere e specialmente quando fai la santa comunione.
Coraggio, amami di tutto cuore nel Signore; che se non potremo trattenerci
insieme lungo tempo nella vita presente, spero che potremo un giorno vivere
felici in dolce compagnia nella beata, eternità.
Saluta
i nostri amici e specialmente i confratelli della compagnia dell’Immacolata
Concezione. Il Signore sia con te e credimi sempre il tuo affezionatissimo
Massaglia
Giovanni
Domenico
esegui la commissione dell’amico, e, nel mandargli quanto gli chiedeva,
univa la seguente lettera:
|
p. 90 |
Mio
caro Massaglia,
La
tua lettera mi ha fatto piacere, perché con essa fui assicurato che tu vivi
ancora, perciocché dopo la tua partenza noi non avevamo più avuto notizie di
te e non sapeva se dovessi dirti il Gloria Patri o il De profundis. Riceverai gli oggetti che mi hai richiesto. Debbo
soltanto notarti che il Kempis è un buon amico, ma egli è morto, né mai si
muove di posto. Bisogna adunque che tu lo cerchi, lo scuota, lo legga, adoperandoti
per mettere in pratica quanto ivi andrai leggendo.
Tu
sospiri la comodità che abbiamo qui per gli esercizi di pietà, ed hai ragione.
Quando sono a Mondonio ho il medesimo fastidio. Io studiava di supplire con fare
ogni giorno una visita al SS. Sacramento, procurando di condur meco quanti compagni
poteva. Oltre al Kempis leggeva il Tesoro nascosto nella santa messa del beato
Leonardo. Se ti par bene fa anche tu altrettanto. Mi dici di non sapere se
ritornerai all’Oratorio a farci visita; la mia carcassa appariste anche
assai logora, e tutto mi fa presagire che mi avvicino a gran passi al termine
de’ miei studi e della mia vita. Ad ogni modo facciamo così preghiamo l’uno
per l’altro, perché ambidue possiamo fare una buona morte. Colui che sarà
il primo di noi ad andarsene al Paradiso prepari un posto all’amico, e | p. 91
| quando lo andrà a trovare, gli porga la mano per introdurlo nell’abitazione
del Cielo. Dio ci conservi sempre in grazia sua, e ci assista a farci santi, ma
presto santi, perché temo che ci manchi il tempo. Tutti i nostri amici
sospirano il tuo ritorno all’Oratorio e ti salutano caramente nel Signore.
Io
poi con fraterno amore ed affetto mi dichiaro sempre
Affezionatissimo
amico
Savio
Domenico.
La
malattia del giovane Massaglia dapprima sembrava leggiera; più volte parve
perfettamente vinta, più volte ricadde, finché quasi inaspettatamente venne
all’estremo della vita.
«Egli
ebbe tempo, scriveva il teologo Valfré direttore spirituale nelle vacanze, di
ricevere colla massima esemplarità tutti i conforti di nostra santa cattolica
religione; moriva della morte del giusto che lascia il mondo per volare al cielo»
([10])
|
p. 92 |
Alla
perdita di quell’amico il Savio fu profondamente addolorato, e sebbene rassegnato
ai divini voleri lo pianse per più giorni. Questa è la prima volta che vidi
quel volto angelico a rattristarsi e piangere di dolore. L’unico conforto fu
di pregare e far pregare per l’amico defunto. Fu udito talvolta ad esclamare:
Caro Massaglia, tu sei morto, e spero che sarai già in compagnia di Gavio in
paradiso, ed io quando andrò a raggiungervi nell' immensa felicità del cielo?
Per
tutto il tempo che Domenico sopravvisse al suo amico l’ebbe ognor presente
nelle pratiche di pietà e soleva dire, che non poteva andar ad ascoltare la
santa messa, od assistere a qualche esercizio di-| p. 94 |-voto senza
raccomandare a Dio l’anima di colui che in vita erasi cotanto adoperato pel
suo bene. Questa perdita fu assai dolorosa al tenero cuor di Domenico, e la medesima
sanità di lui fu notevolmente alterata.
Grazie
speciali e fatti particolari.
Finora
ho raccontato cose che presentano nulla di straordinario, se non vogliamo
chiamare straordinaria una condotta costantemente buona, che si andò sempre
perfezionando coll’ innocenza della vita, con le opere di penitenza e
coll’esercizio della pietà. Potrebbesi pur chiamare cosa straordinaria la
vivezza di sua fede, la ferma sua speranza e l’infiammata sua carità e la
perseveranza nel bene sino all' ultimo respiro. Qui per altro io voglio esporre
grazie speciali ed alcuni fatti non comuni, che forse andranno soggetti a
qualche critica. Per la qual cosa io stimo bene di notare al lettore, che quanto
ivi riferisco ha piena somiglianza coi fatti registrati nella Bibbia e nella
vita dei Santi; riferisco cose che ho vedute cogli occhi miei, assicuro che
scrivo scrupolosamente la verità, rimettendomi poi interamente ai riflessi
del discreto lettore: eccone il racconto.
Più
volte andando in chiesa, specialmente nel giorno che Domenico faceva la santa |
p. 94 | comunione oppure era esposto il Santissimo Sacramento, egli restava come
rapito dai sensi; talmente che lasciava passare del tempo anche troppo lungo, se
non era chiamato per compiere i suoi ordinari doveri. Accadde un giorno che
mancò dalla colezione, dalla scuola, e dal medesimo pranzo. e niuno sapeva
dove fosse, nello studio non c’era, a letto nemmeno. Riferita al Direttore
tal cosa, gli nacque sospetto di quello che era realmente, che fosse in Chiesa,
siccome già altre volte era accaduto. Entra in chiesa, va in coro e lo vede là
fermo come un sasso. Egli teneva un piede sull’altro, una mano appoggiata sul
leggio dell'antifonario, l’altra sul petto colla faccia fissa e rivolta
verso il tabernacolo. Non moveva palpebra. Lo chiama, nulla risponde. Lo scuote,
e allora gli volge lo sguardo e dice: oh è già finita la messa? Vedi, soggiunse
il Direttore, mostrandogli l’orologio, sono le due. Egli dimandò umile
perdono della trasgressione delle regole di casa, ed il Direttore lo mandò a
pranzo, dicendogli: Se taluno ti dirà: onde vieni? Risponderai, che vieni
dall’eseguire un mio comando. Fu detto questo per evitare le dimande inopportune,
che forse i compagni avrebbero fatte.
Un
altro giorno, terminato l’ordinario ringraziamento della messa, io era per
uscire dalla sacrestia, quando sento in coro una voce come di una persona che
disputava. Vado a vedere e trovo il Savio che parlava
|
p. 95 | e poi si arrestava, come chi dà campo alla risposta. Fra le altre cose
intesi chiaramente queste parole: Sì, mio Dio, ve l’ho già detto e ve lo
dico di nuovo, io vi amo e vi voglio amare fino alla morte. Se voi vedete che io
sia per offendervi, mandatemi la morte: si, prima la morte, ma non peccare.
Gli
ho talvolta dimandato che cosa facesse in quei suoi ritardi, ed egli con tutta
semplicità rispondeva: Povero me, mi salta una distrazione, e in quel momento
perdo il filo delle mie preghiere, e parmi di vedere cose tanto belle, che le
ore fuggono come un momento.
Un
giorno entrò nella mia camera dicendo: Presto, venga con me, c’è una bell’opera
da fare. Dove vuoi condurmi? gli chiesi. Faccia presto, soggiunse, faccia
presto. Io esitava tuttora, ma instando egli, ed avendo già provato altre
volte l’importanza di questi inviti, accondiscesi. Lo seguo. Esce di casa,
passa per una via, poi un’altra, ed un'altra ancora, ma non si arresta, né fa
parola; prende infine un’altra via, io lo accompagno di porta in porta, finché
si ferma. Sale una scala, monta al terzo piano e suona una forte scampanellata.
È qua, che deve entrare, egli dice, e tosto se ne parte.
Mi
si apre; oh presto, mi vien detto; presto, altrimenti non è più a tempo. Mio
marito ebbe la disgrazia di farsi protestante; adesso è in punto di morte e
dimanda per pietà di poter morire da buon cattolico.
|
p. 96 | Io mi recai tosto al letto di quell’infermo, che mostrava viva ansietà
di dar sesto alle cose della sua coscienza. Aggiustate colla massima prestezza
le cose di quell’anima, giunge il Curato della parochia di s. Agostino, che
già prima si era fatto chiamare: Esso poté appena amministrargli il sacramento
dell’Olio Santo con una sola unzione, poiché l’ammalato divenne cadavere.
Un
giorno ho voluto chiedere al Savio come egli avesse potuto sapere che colà
eravi un ammalato, ed egli mi guardò con aria di dolore, di poi si mise a
piangere. Io non gli ho più fatta ulteriore dimanda.
L’innocenza
della vita, l’amor verso Dio, il desiderio delle cose celesti aveano portato
la mente di Domenico a tale stato che si poteva dire abitualmente assorto in
Dio.
Talvolta
sospendeva la ricreazione, voltava altrove lo sguardo e si metteva a passeggiare
da solo. Interrogato perché lasciasse così i compagni, rispondeva: Mi
assalgono le solite distrazioni e mi pare che il paradiso mi si apra sopra del
capo, ed io debbo allontanarmi dai compagni per non dir loro cose che forse essi
metterebbero in ridicolo. Un giorno in ricreazione parlavasi del gran premio da
Dio preparato in cielo a coloro che conservano la stola dell' innocenza. Fra le
altre cose dicevasi: Gli innocenti sono in cielo i più vicini alla persona del
nostro divin Salvatore, e gli canteranno speciali inni di gloria in eterno.
Questo
bastò per sollevare il suo spirito | p. 97 | al Signore e, restando immobile,
si abbandonò come morto nelle braccia di uno degli astanti.
Questi
rapimenti di spirito gli succedevano nello studio, e nell’andata e ritorno
dalla scuola e nella scuola medesima.
Parlava
assai volentieri del Romano Pontefice, ed esprimeva il suo vivo desiderio di
poterlo vedere prima di morire, asserendo ripetutamente che aveva cosa di grande
importanza da dirgli.
Ripetendo
spesso le medesime cose, volli chiedergli qual fosse quella gran cosa che
avrebbe voluto dire al Papa.
-
Se potessi parlare al Papa, vorrei dirgli che `in mezzo alle
tribolazioni che lo attendono non cessi di occuparsi con particolare
sollecitudine dell’Inghilterra; Iddio prepara un gran trionfo al
cattolicismo in quel regno.
-
Sopra quali cose appoggi tu queste tue parole?
-
Lo dico, ma non vorrei, che ne facesse parola con altri, per non espormi forse
alle burle. Se però andrà a Roma, lo dica a Pio IX. Ecco adunque. Un mattino
mentre faceva il ringraziamento della comunione fui sorpreso da una forte
distrazione, e mi parve di vedere una vastissima pianura piena di gente avvolta
in densa nebbia. Camminavano, ma come uomini che, smarrita la via, non vedono
più ove mettono il piede. Questo paese, mi disse uno che mi era vicino, è
l’Inghilterra. Mentre voleva dimandare | p. 98 | altre cose vedo il Sommo
Pontefice Pio IX tale quale aveva veduto dipinto in alcuni quadri. Egli
maestosamente vestito, portando una luminosissima fiaccola tra le mani, si
avanzava verso quella turba immensa di gente. Di mano in mano che si avvicinava
al chiarore di quella fiaccola, scompariva la nebbia, e gli uomini restavano
nella luce come di mezzogiorno. Questa fiaccola, mi disse l’amico, è la
religione cattolica che deve illuminare gl’Inglesi.
L’anno
1858 essendo andato a Roma, ho voluto raccontare tale cosa al Sommo Pontefice,
che la udì con bontà e con piacere. Questo, disse il Papa, mi conferma nel mio
proposito di lavorare energicamente a favore dell’Inghilterra, a cui ho già
rivolto le mie più vive sollecitudini. Tal racconto, se non altro, mi è
come consiglio di un’anima buona.
Ommetto
molti altri fatti simiglianti, contento di scriverli, lasciando che altri li
pubblichi, quando si giudicherà che possano tornare a maggior gloria di Dio.
Suoi
pensieri sopra la morte, e sua preparazione a morir santamente.
Chi
ha letto quanto abbiamo finora scritto intorno al giovane Savio Domenico, conoscerà
di leggeri che la vita di lui fu una continua preparazione alla morte. Ma egli
reputava la compagnia dell’Immacolata Con-| p. 99 |-cezione come un mezzo
efficace per assicurarsi la protezione di Maria in punto di morte, che ognuno
presagiva non essergli lontana. Io non so se egli abbia avuto da Dio rivelazione
del giorno e delle circostanze di sua morte, o ne avesse egli solo un pio presentimento.
Ma è certo che ne parlò molto tempo avanti che quella avvenisse; e ciò facea
con tale chiarezza di racconto, che meglio non avrebbe fatto chi ne avesse parlato
dopo la medesima di lui morte.
In
vista del suo stato di salute gli si usavano tutti i riguardi per moderarlo
nelle cose di studio e di pietà; tuttavia e per la naturale gracilità, e per
alcuni incomodi personali ed anche per la continua tensione di spirito, gli si
andavano ogni giorno diminuendo le forze. Egli stesso se ne accorgeva, e
talvolta andava dicendo: Bisogna che io corra, altrimenti la notte mi sorprende
per istrada. Volendo dire che gli restava poco tempo di vita e che doveva essere
sollecito in fare opere buone prima che giungesse la morte.
Avvi
l’uso in questa casa che i nostri giovani facciano l’esercizio della buona
morte una volta al mese. Consiste questo esercizio nel prepararci a fare una
confessione e comunione come fosse l’ultima della vita. Il regnante Pio IX
nella sua grande bontà arricchì questo esercizio di pietà di varie indulgenze.
Domenico lo faceva con un raccoglimento, che non si può dire maggiore. In
fine della sacra funzione si suole recitare un | p. 100 | Pater ed Ave per colui che
tra gli astanti sarà il primo a morire. Un giorno scherzando egli disse: In
luogo di dire per colui che sarà il primo a morire, dica così: un Pater
ed Ave per Savio Domenico che di noi sarà il primo a morire. Questo
disse più volte.
Sul
finire di aprile del 1856 egli si presentò al Direttore e gli domandò come avrebbe
dovuto fare per celebrare santamente il mese di Maria.
-
Lo celebrerai, rispose, coll’esatto adempimento de’ tuoi doveri,
raccontando ogni dì un esempio in onore di Maria, e procurando di regolarti
in modo da poter fare in ciascun giorno la santa comunione.
-
Ciò procurerò di fare puntualmente; ma quale grazia dovrò dimandare?
-
Dimanderai alla santa Vergine che ti ottenga da Dio sanità e grazia per farti
santo.
-
Che mi aiuti a farmi santo, che mi aiuti a fare una santa morte, e che negli
ultimi momenti di vita mi assista e mi conduca al cielo.
Di
fatto egli dimostrò tale fervore nel decorso di quel mese, che sembrava un angelo
vestito di umane spoglie. Se scriveva parlava di Maria; se studiava, cantava, andava
a scuola, tutto era per onore di Lei. In ricreazione procurava di aver ogni
giorno pronto un esempio per raccontarlo ora a questi, ora a quegli altri
compagni radunati.
Un
compagno un giorno gli disse: Se fai tutto in quest’anno, che cosa vorrai fare
un altro anno?
|
p. 101 |
Lascia
far da me, rispose: in quest’anno voglio fare quel che posso; l’anno
venturo, se ci sarò ancora, ti dirò quello che sarò per fare.
Per
usare tutti i mezzi atti a fargli riacquistare la sanità ho fatto fare; un
consulto di medici. Tutti ammirarono la giovialità, la prontezza, di spirito e
l’assennatezza delle risposte di Domenico. Il dottor Francesco Vallauri, di
felice memoria, che era uno dei benemeriti consulenti, pieno dì ammirazione:
Che perla preziosa, disse, è mai questo giovanetto!
-
Qual è l’origine del malore che gli fa diminuire la sanità ogni giorno più?
gli dimandai.
-
La sua gracile complessione, la cognizione precoce, la continua tensione di
spirito, sono come lime che gli rodono insensibilmente le forze vitali.
-
Qual rimedio potrebbe tornargli maggiormente utile?
-
Il rimedio più utile sarebbe lasciarlo andare al paradiso, per cui mi pare
assai preparato. L’unica cosa che potrebbe protrargli la vita si è
l’allontanarlo intieramente qualche tempo dallo studio, e trattenerlo in
occupazioni materiali adattate alle sue forze.
|
p. 102 |
Sua
sollecitudine per gli ammalati – Lascia l’Oratorio
- Sue parole in tale occasione.
Lo
sfinimento di forze in cui si trovava non era tale da tenerlo continuamente a
letto; perciò talvolta andava a scuola, allo studio; oppure si occupava in
affari domestici. Fra le cose in cui si occupava con gran piacere era il
servire i compagni infermi qualora ve ne fossero stati nella casa.
Io
non ho alcun merito avanti a Dio, diceva, nell’assistere o visitare
gl’infermi, perché lo fo con troppo gusto; anzi mi è un caro divertimento.
Mentre
poi loro faceva de’ servizi temporali, era accortissimo nel suggerire sempre
qualche cosa di spirituale. Questa carcassa,
diceva ad un compagno incomodato, non vuol durare in eterno, non è
vero? Bisogna lasciare che si logori poco per volta, finché vada alla tomba; ma
allora, caro mio, l’anima nostra sciolta dagli impacci del corpo volerà
gloriosa al cielo e godrà una sanità ed una felicità interminabile.
Avvenne
che un compagno rifiutavasi di bere una medicina, perché amara. Caro mio,
dicevagli Domenico, noi dobbiamo prendere qualsiasi rimedio, perché così
facendo obbediamo a Dio, che ha stabilito medici e medicine, perché sono
necessari a riacqui-| p. 103 |-stare la perduta sanità: che se proviamo qualche
ripugnanza pel gusto, avremo maggior merito per l’anima. Del resto credi che
questa tua bevanda sia tanto amara ed aspra quanto era amaro il fiele misto con
aceto di cui fu abbeverato l’innocentissimo Gesù sopra la croce? Queste
parole dette colla maravigliosa sua schiettezza facevano sì che niuno osava più
opporre difficoltà.
Sebbene
la sanità del Savio fosse divenuta assai cagionevole, tuttavia l’andare a
casa era cosa per lui la più disgustosa, perciocché gli rincresceva
interrompere gli studi e le solite sue pratiche di pietà. Alcuni mesi prima io
ve l’aveva già mandato, ed egli vi dimorò solo pochi giorni e tosto mel vidi
ricomparire all’Oratorio. Io debbo dirlo; il rincrescimento era reciproco: io
l’avrei tenuto in questa casa a qualunque costo, il mio affetto per lui era
quello di un padre verso di un figliuolo il più degno di affezione. Pure il
consiglio de’ medici era tale, ed io voleva eseguirlo; tanto più che da
alcuni giorni erasi in lui manifestata una ostinata tosse.
Se ne avverte adunque il padre, e si stabilisce la partenza pel primo di Marzo 1857. Si arrese Domenico a tale deliberazione, ma solo per farne un sacrificio a Dio. Perché, gli si domandò, vai a casa così di mal animo; mentre dovresti andarvi con gioia per godervi la compagnia de' tuoi amali genitori? Perché, rispose, desidero di terminare i miei giorni all’Oratorio.
|
p. 104 |
-
Andrai a casa, e, dopo che ti sarai alquanto ristabilito in salute, ritornerai.
-
Oh ! questo poi no, no, io me ne vo e non ritornerò più.
La
sera precedente alla partenza non poteva levarmelo d’attorno; sempre aveva
cose da dimandare. Fra le altre diceva: Qual è la cosa migliore che possa fare
un ammalato per acquistar merito davanti a Dio?
-
Offrire spesso a Dio quanto egli soffre.
-
Quale altra cosa potrebbe ancor fare?
-
Offrire la sua vita al Signore.
-
Posso essere certo che i miei peccati mi siano stati perdonati?
-
Ti assicuro a nome di Dio che i tuoi peccati ti sono stati tutti perdonati.
-
Posso essere certo di essere salvo?
-
Si, mediante la divina misericordia, la quale non ti manca, tu sei certo di salvarti.
-
Se il demonio venisse a tentarmi che cosa gli dovrei rispondere?
-
Gli risponderai che hai venduto l’anima a Gesù Cristo, e che egli l’ha
comperata col prezzo del suo Sangue; se il demonio ti facesse ancora altra
difficoltà, gli chiederai qual cosa abbia egli fatto per l’anima tua. Al
contrario Gesù Cristo ha sparso tutto il suo Sangue per liberarla
dall’inferno e condurla seco lui al paradiso.
-
Dal paradiso potrò vedere i miei compagni dell’Oratorio, ed i miei
genitori?
-
Si, dal paradiso vedrai tutte le vicende dell’Oratorio, vedrai i tuoi
genitori, le cose | p. 105 | che li riguardano, ed altre cose mille volte ancor
più belle.
-
Potrò venire a fare loro qualche visita?
-
Potrai venire, purché tal cosa torni a maggior gloria di Dio.
Queste
e moltissime dimande andava facendo, e sembrava una persona che avesse già un
piede sulle porte del paradiso e che prima d’entrarvi volesse bene informarsi
delle cose che entro vi erano.
Dà
l'addio a’ suoi compagni.
Il
mattino di sua partenza fece co’ suoi compagni l’esercizio della buona morte
con tale trasporto di divozione nel confessarsi e nel comunicarsi, che io, che
ne fui testimonio, non so come esprimerlo. Bisogna, egli diceva, che faccia
bene questo esercizio, perché spero che sarà per me veramente quello della
mia buona morte. Ché se mi accadesse di morire per la strada, sarei già
comunicato. Il rimanente della mattinata lo impiegò tutto per mettere in sesto
le cose sue. Aggiustò il baule mettendo ogni oggetto come se non dovesse
toccarlo mai più. Dopo andava visitando un per uno i suoi compagni, a chi dava
un consiglio, avvisava questo ad emendarsi di un difetto, incoraggiava quell’altro
a perseverare nel bene. Ad uno cui doveva ri-| p. 106 |-mettere due soldi, il
chiamò e gli disse: Vien qua, aggiustiamo i nostri conti, altrimenti tal cosa
mi cagionerà imbrogli nell’aggiustamento de’ conti col Signore. Parlò ai
confratelli della Società dell’Immacolata Concezione, e colle più animate
espressioni li incoraggiava ad essere costanti nell’osservanza delle
promesse fatte a Maria SS. ed a riporre in lei la più viva confidenza. Al
momento di partire mi chiamò e dissemi queste precise parole: Ella adunque
non vuole questa mia carcassa (carcame ovvero scheletro) ed io sono costretto a
portarla a Mondonio. Il disturbo sarebbe di pochi giorni,... poi sarebbe tutto
finito; tuttavia sia fatta la volontà di Dio. Se va a Roma, si ricordi della
commissione dell’Inghilterra presso il Papa; preghi affinché io possa fare
una buona morte e a rivederci in paradiso. Eravamo giunti alla porta che mette
fuori dell’Oratorio, ed egli mi teneva tuttora stretta la mano quando si volta
ai compagni che lo intorniavano e disse: Addio, amati compagni, addio tutti, pregate
per me e a rivederci colà dove saremo sempre col Signore. Era sulla porta del
cortile, quando lo vedo tornare indietro e dirmi:
-
Mi faccia un regalo da conservare per sua memoria.
-
Dimmi che regalo ti aggrada e te lo farò sull’istante. Vuoi tu un libro?
-
No: qualche cosa di meglio. - Vuoi danaro pel viaggio?
|
p. 107 |
- Sì
appunto: danaro pel viaggio dell’eternità. Ella ha detto che ha ottenuto dal
Papa alcune indulgenze plenarie in articolo di morte, metta anche me nel numero
di quelli che ne possono partecipare.
- Sì,
mio figlio, tu puoi ancora essere compreso in quel numero e vo subito a scrivere
il tuo nome in quella carta.
Dopo
di che egli lasciava l’Oratorio dove era stato circa tre anni con tanto
piacere per sé, con tanta edificazione de’ suoi compagni e de’ medesimi
suoi superiori, e lo lasciava per non ritornarvi mai più.
Noi
eravamo tutti maravigliati di quei suoi insoliti saluti. Sapevamo che egli pativa
molti incomodi di salute, ma poiché si teneva quasi sempre fuori di letto, non
facevamo gran caso della sua malattia. Di più avendo un’aria costantemente
allegra, niuno dal volto poteva scorgere, che egli patisse malori di corpo o di
spirito. E sebbene quegli insoliti saluti ci avessero posti in. afflizione,
avevamo però la speranza di rivederlo presto a ritornare fra noi. Ma non era
così, egli era maturo pel cielo; nel breve corso di vita erasi già guadagnata
la mercede dei giusti, come se fosse vissuto a molto avanzata età, ed il
Signore lo voleva sul fiore degli anni chiamare a sé per liberarlo da’
pericoli in cui spesso fanno naufragio anche le anime più buone.
|
p. 108 |
Andamento
di sua malattia - Ultima confessione, riceve il Viatico - Fatti edificanti.
Partiva
il nostro Domenico da Torino il primo marzo alle due pomeridiane in compagnia
di suo padre, e il suo viaggio fu buono: anzi pareva che la vettura, la varietà
de’ paesi, la compagnia de’ parenti gli avessero fatto del bene. Onde giunto
a casa, per quattro giorni non si pose a letto. Ma veduto che gli si diminuivano
le forze e l’appetito, e che la tosse si mostrava ognor più forte, fu
giudicato bene di mandarlo a farsi visitare dal medico. Questi trovò il male
assai più grave che non appariva. Comandò che andasse a casa e si mettesse
tosto a letto, e giudicando che fosse malattia d’infiammazione fece uso dei
salassi.
È
proprio dell’età giovanile il provare grande apprensione pei salassi. Perciò
il chirurgo nell’atto di cominciare l’operazione esortava Domenico a voltare
altrove la faccia, aver pazienza e farsi coraggio. Egli si pose a ridere e
disse: Che è mai una piccola puntura in confronto dei chiodi piantati nelle
mani e nei piedi dell’innocentissimo nostro Salvatore? Quindi con tutta
pacatezza d’animo, faceziando e senza dar segno del minimo turbamento mirava
il sangue ad uscire dalle vene in tutto il tempo dell’operazione. Fatti alcuni
salassi, la ma-| p. 109 |-lattia sembrava volgere in meglio; così assicurava
il medico, così credevano i parenti: ma Domenico giudicava altrimenti.
Guidato dal pensiero che è meglio prevenire i Sacramenti, che perdere i
Sacramenti, chiamò suo padre: Papà! gli disse, è bene che facciamo un
consulto col medico celeste. Io desidero di confessarmi e di ricevere la santa
comunione.
I
genitori che eziandio giudicavano la malattia in istato di miglioramento udirono
con pena tale proposta, e solo per compiacerlo fu mandato a chiamare il Prevosto,
che lo venisse a confessare. Venne questi prontamente per la confessione, poscia
sempre per compiacerlo gli portò il Santo Viatico. Ognuno può immaginarsi con
quale divozione e raccoglimento siasi comunicato. Tutte le volte che si
accostava ai santi Sacramenti sembrava sempre un san Luigi. Ora che egli
giudicava essere veramente quella l’ultima comunione della sua vita, chi
potrebbe esprimere il fervore, gli slanci di teneri affetti che da quell’innocente
cuore uscirono verso l’amato suo Gesù?
Richiamò
allora alla memoria le promesse fatte nella prima comunione. Disse più volte:
si, si, o Gesù, o Maria, voi sarete ora e sempre gli amici dell’anima mia.
Ripeto e lo dico mille volte: morire, ma non peccati. Terminato il
ringraziamento, tutto tranquillo disse: Ora sono contento; è vero che debbo
fare il lungo viaggio del-| p. 110 |-l’eternità, ma con Gesù in mia
compagnia ho nulla a temere. Oh! dite pur sempre, ditelo a tutti: chi ha Gesù
per suo amico e compagno non
teme più alcun male, nemmeno la morte.
La
sua pazienza fu esemplare in tutti gli incomodi sofferti nel corso della vita;
ma in questa ultima malattia apparve un vero modello di santità.
Non
voleva che alcuno lo aiutasse negli ordinari bisogni. Finché potrò, diceva
egli, voglio diminuire il disturbo a’ miei cari genitori; essi hanno già
tollerati tanti incomodi e tante fatiche per me; potessi io almeno in qualche
modo ricompensarli! Prendeva con indifferenza i rimedi anche i più disgustosi;
si sottomise a dieci salassi senza dimostrare il minimo risentimento.
Dopo
quattro giorni di malattia, il medico si rallegrò coll’infermo, e disse ai
parenti: Ringraziamo la divina Provvidenza, siamo a buon punto, il male è
vinto, abbiamo soltanto bisogno di fare una giudiziosa convalescenza.
Godevano di tali parole i buoni genitori. Domenico però si pose a ridere e
soggiunse: il mondo è vinto, ho soltanto bisogno di fare una giudiziosa comparsa
davanti a Dio. Partito il medico, senza lusingarsi di quanto eragli stato detto,
chiese che gli fosse amministrato il Sacramento dell’Olio Santo. Anche quivi
i parenti accondiscesero per compiacerlo, perciocché né essi, né il
prevosto scorgevano | p. 111 | in lui alcun pericolo prossimo di morte, anzi la
serenità del sembiante e la giovialità delle parole il facevano realmente
giudicare in istato di miglioramento. Ma egli o fosse mosso da sentimenti di
devozione, oppure fosse così inspirato da voce divina che gli parlasse al
cuore, fatto sta che contava i giorni e le ore di vita come si calcolano
colle operazioni dell’aritmetica, ed ogni momento era da lui impiegato a prepararsi
a comparire dinanzi a Dio. Prima di ricevere l’Olio Santo fece questa
preghiera: Oh Signore, perdonate i miei peccati,
io vi amo, vi voglio amare in eterno! Questo Sacramento, che nella vostra
infinita misericordia permettete che io riceva, scancelli dall’anima mia
tutti i peccati commessi coll’udito, colla vista, colla bocca, colle mani e
co’ piedi; sia il mio corpo e l’anima mia santificata dai meriti della
vostra passione: così sia.
Egli
rispondeva a ciascuna occorrenza con tale chiarezza di voce e giustezza di concetti,
che noi l’avremmo detto in perfetto stato di salute.
Eravamo
al 9 marzo, quarto di sua malattia, ultimo di sua vita. Gli erano già stati
praticati dieci salassi con altri rimedi e le sue forze erano intieramente
prostrate, perciò gli fu data la benedizione papale. Disse egli stesso il Confiteor,
rispondeva a quanto diceva il sacerdote. Quando intese a darsi che con
quell’atto religioso il Papa gli compartiva la benedizione apostolica col-| p.
112 |-l’indulgenza plenaria, provò la più grande consolazione. Deo
gratias, andava dicendo, et
semper Deo gratias. Quindi si volse al crocifisso e recitò questi
versi che gli erano molto famigliari nel corso della vita:
Signor,
la libertà tutta, vi dono,
Ecco le
mie potenze, il corpo mio,
Tutto
vi do, che tutto è vostro, o Dio,
E
nel vostro voler io m'abbandono.
Suoi
ultimi momenti e sua preziosa morte.
E
verità di fede che l’uomo raccoglie in punto di morte il frutto delle opere
sue. Quae
seminaverit homo, haec et metet. Se
in vita sua ha seminato opere buone, egli raccoglierà in quegli ultimi
momenti frutti di consolazione; se ha seminato opere cattive, allora raccoglierà
desolazione sopra desolazione. Nulladimeno avviene talvolta che anime buone
dopo una santa vita provino terrore e spavento all’avvicinarsi l’ora della
morte. Questo accade secondo gli adorabili decreti di Dio, che vuole purgare
quelle anime dalle piccole macchie che forse hanno contratto in vita e tosi
assicurare e rendere loro più bella la corona di gloria in cielo. Del nostro
Savio non fu tosi. Io credo che Iddio abbia voluto dargli tutto quel centuplo
che alle anime dei giusti egli fa precedere alla gloria del paradiso. Difatto
l’innocenza con-| p. 113 |-servata fino all’ultimo momento di vita, la sua
viva fede, e le continue preghiere, le lunghe sue penitenze e la vita tutta
seminata di tribolazioni gli meritarono certamente quel conforto in punto di
morte.
Egli
adunque vedeva appressarsi la morte colla tranquillità dell’anima innocente;
anzi sembrava che nemmeno il suo corpo provasse gli affanni e le oppressioni che
sono inseparabili dagli sforzi che naturalmente l’anima deve fare nel rompere
i legami del corpo. Insomma la morte del Savio si può chiamare piuttosto
riposo, che morte.
Era
la sera del 9 marzo 1857, egli aveva ricevuto tutti i conforti di nostra santa
cattolica religione. Chi l’udiva soltanto a parlare e ne rimirava la serenità
del volto, avrebbe in lui ravvisato chi giace a letto per riposo. L’aria
allegra, gli sguardi tuttora vivaci, piena cognizione di se stesso, erano cose
che facevano tutti maravigiare e niuno fuori di lui poteva persuadersi che egli
si trovasse in punto di morte.
Un’ora
e mezzo prima che tramandasse l’ultimo respiro il prevosto l’andò a
visitare, e al vederne la tranquillità lo stava con istupore ascoltando a
raccomandarsi l’anima. Egli faceva frequenti e prolungate giaculatorie, che
tendevano tutte a manifestare il vivo di lui desiderio di andare presto in
cielo. Quale cosa suggerire per raccomandare l’anima ad agonizzanti di questa
fatta? disse il prevosto. Dopo aver recitato con lui alcune preghiere, il paroco
| p. 114 |era per uscire, quando Savio lo chiamò dicendo: signor prevosto,
prima di partire mi lasci qualche ricordo. - Per me, rispose, non saprei che
ricordo lasciarti. - Qualche ricordo, che mi conforti. - Non saprei dirti altro
se non che ti ricordi della passione del Signore. Deo
gratias, rispose, la passione di nostro Signor Gesù Cristo sia
sempre nella mia, mente, nella mia bocca, nel mio cuore. Gesù, Giuseppe e
Maria, assistetemi in questa ultima agonia; Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in
pace con voi l’anima mia. Dopo tali parole si addormentò e prese mezz’ora
di riposo. Indi svegliatosi volse uno sguardo ai suoi parenti: papà, disse, ci
siamo.
-
Eccomi, figliuol mio, che ti abbisogna?
-
Mio caro papà, è tempo; prendete il mio Giovane
provveduto ([11])
e leggetemi le preghiere della buona morte.
A
queste parole la madre ruppe in pianto e si allontanò dalla camera
dell'infermo. Al padre scoppiava il cuore di dolore, e le lagrime gli
soffocavano la voce; tuttavia si fece coraggio e si mise a leggere quella
preghiera. Egli ripeteva attentamente e distintamente ogni parola; ma infine
di ciascuna parte voleva dire da solo: Misericor-| p. 115 |-dioso Gesù,
abbiate pietà di me. Giunto alle parole: Quando finalmente l’anima, mia comparirà
davanti a voi, e vedrà per la prima volta lo splendore immortale della vostra
maestà, non la
rigettate dal vostro cospetto,
ma degnatevi di ricevermi nel seno amoroso della vostra misericordia, affinché
io canti eternamente le vostri lodi; ebbene, soggiunse, questo è appunto quello
che io desidero. Oh caro papà, cantare eternamente le lodi del Signore! Poscia
parve prendere di nuovo un po’ di sonno a guisa di chi riflette seriamente a
cosa di grande importanza. Di lì a poco si risvegliò e con voce chiara e
ridente: Addio, caro papà, addio: il prevosto voleva ancora dirmi altro, ed
io non posso più ricordarmi... Oh! che bella cosa io vedo mai... Così dicendo
e ridendo con aria di paradiso spirò colle mani giunte innanzi al petto in
forma di croce senza fare il minimo movimento. Va pure, anima fedele al
tuo Creatore, il cielo ti è
aperto, gli angioli ed i santi ti hanno preparata una gran festa; quel Gesù che
tanto amasti t’invita e ti chiama dicendo: Vieni, servo buono e fedele,
vieni, tu hai combattuto, hai riportato vittoria, ora vieni al possesso di un
gaudio che non ti mancherà mai più: Intra
in
gaudium Domini tui.
|
p. 116 |
Annunzio
di sua morte. Parole del prof. D. Picco ai suoi allievi.
Quando
il padre di Domenico il vide proferire parole nel modo che abbiamo riferito, e
poi piegare il capo come per riposare, pensavasi realmente che avesse di nuovo
preso sonno. Lo lasciò alcuni istanti in quella posizione, ma tosto volle
chiamarlo, e si accorse che egli era già fatto cadavere. Lascio ad ognuno
immaginare la desolazione dei genitori per la perdita di un figliuolo che alla
innocenza, alla pietà univa i modi più graziosi e più atti a farsi amare!
Noi
pure quivi nella casa dell’Oratorio eravamo ansiosi di avere notizie di questo
venerato amico e compagno; quando ricevo dal padre di lui una lettera che
incominciava così: «Colle lagrime agli occhi le annunzio la più trista
novella: il mio caro figliuolo Domenico, di lei discepolo, qual candido giglio,
qual Luigì Gonzaga, rese l’anima al Signore ieri sera 9 del corrente mese di
marzo dopo di aver nel modo più consolante ricevuto i santi Sacramenti e la
benedizione papale».
Tale
notizia pose, in costernazione i suoi compagni. Chi piangeva in lui la perdita
di un amico, di un. consigliere fedele; chi sospirava di aver perduto un modello
di vera pietà. Alcuni si radunarono a pregare | p. 117 | pel riposo
dell’anima di lui. Ma il maggior numero andavano dicendo: Egli era santo,
ora è già in paradiso. Altri cominciarono a raccomandarsi a lui come ad un
protettore presso Dio. Tutti poi andarono a gara per avere qualche oggetto che
avesse appartenuto a lui.
Recata
quella notizia al prof. D. Picco, ne fu profondamente addolorato. Come furono
radunati i suoi alunni, tutto commosso partecipava loro il tristo annunzio con
queste parole:
«Non
è molto tempo, o giovani carissimi, parlandovi a caso della caducità della
vita umana, vi faceva osservare come la morte non risparmii talvolta anche la
vostra florida età, e per esempio vi adduceva, come or son due anni, in questi
stessi giorni frequentava questa medesima scuola, sedeva qui presente ad
ascoltarmi un giovane pieno di vita e di vigore, il quale, dopo l’assenza di
pochi giorni, passava da questa vita, dai parenti e dagli amici compianto ([12]).
Quando io vi rammentava quel caso doloroso era ben lungi dal pensare che il
presente anno avesse ad essere funestato da un somigliante duolo, e che tale
esempio si avesse a rinnovare sì presto in uno di quelli stessi che mi
ascoltavano. Sì, miei cari, io debbo amareggiarvi con una dolorosa nuova. La
falce della morte | p. 118 | mieteva ieri l’altro la vita di uno tra i più
virtuosi vostri compagni, del buon giovinetto Domenico Savio. Voi forse vi
ricorderete, come negli ultimi giorni, in cui frequentò la scuola, si mostrasse
tormentato da una tosse maligna, che già mi faceva presagire una seria
malattia, onde nissuno di noi si stupì quando udimmo che era stato da quella
obbligato ad assentarsi dalla scuola. Per meglio curare il suo morbo, e già prevedendo,
come replicatamente disse ad alcuni, il suo prossimo fine, egli secondò il
consiglio de’ medici e de’ suoi superiori, e andò in seno della famiglia.
Quivi la violenza del male si sviluppai oltre modo e dopo soli quattro giorni
di malattia rese l’innocente suo spirito al Creatore.
Io
lessi ieri la lettera, con cui il desolato genitore dava la dolorosa nuova, e
questa nella sua semplicità faceva tale pittura della santa morte di
quell’angelo, che mi commosse fino alle lagrime. Egli non trova espressioni più
acconcie a lodare l’amato suo figliuolo che col chiamarlo un altro S. Luigi
Gonza sì nella santità della vita come nella beata rassegnazione alla morte.
Io vi assicuro che assai mi duole, che egli abbia frequentato sì poco la mia
scuola, e che in questo breve tempo la sua poca sanità non mi abbia permesso di
conoscerlo o praticarlo più che si può fare in una scuola alquanto numerosa.
Perciò io lascio a’ suoi superiori il dirvi quale fosse la santità dei
suoi sentimenti, quale | p. 119 | il suo fervore nella divozione e nella pietà;
lascio a’ suoi compagni ed amici, che quotidianamente lo avevano seco, e con
lui domesticamente conversavano, il dirvi la modestia de’ suoi costumi e di
ogni suo portamento, la severità de’ suoi discorsi; lascio a’ suoi parenti
il dirvi quale fosse la sua obbedienza, il suo rispetto, la sua docilità. E che
potrò io ricordarvi che a tutti voi non sia già noto? Io altro non dirò se
non che sempre si rese commendevole pel suo contegno e per la sua tranquillità
nella scuola, per la sua diligenza ed esattezza nell’adempimento di ogni suo
dovere, e per la sua continua attenzione a’ miei insegnamenti, e che io sarei
beato se ognuno di voi si proponesse di seguirne il santo esempio.
Prima
ancor che l’età e gli studi gli permettessero di frequentare la nostra
scuola, essendo egli da tre anni annoverato tra quelli che hanno ricetto ed
istruzione presso l’Oratorio di S. Francesco di Sales, io ne aveva più volte
udito a fare parola dal direttore di quell’Oratorio, e lo aveva udito ad
encomiare come uno tra i più studiosi e virtuosi giovani di quella casa. Tale
era il suo ardore nello studio, tale il rapido progresso che aveva fatto nelle
prime scuole di latinità; che sommo era il mio desiderio di porlo nel numero
de’ miei allievi e grande era l’aspettazione che io aveva della felicità
del suo ingegno. E prima di averlo in iscuola già l’aveva annunciato ad
alcuno | p. 120 | de’ miei allievi come un emulo, con cui bello sarebbe stato
il gareggiare non meno nello studio che nella virtù. E nelle frequenti mie
visite all’Oratorio scorgendo in lui una fisonomia sì dolce, quale voi sapete
essere stata la sua, scorgendo quel suo sguardo sì innocente, mai nol vedeva
che non mi sentissi tratto ad amarlo e ad ammirarlo. Alle belle speranze, che io
ne aveva concepite, certamente egli non venne meno allorché nel presente anno
scolastico prese a frequentare la mia scuola. A voi mi appello, giovani
dilettissimi, che siete stati testimoni del suo raccoglimento e della sua
applicazione non solamente nel tempo che il dovere lo chiamava ad ascoltarmi, ma
in quello eziandio, il quale per lo più non si fanno scrupolo di perdere molti
giovanetti, i quali non sono privi di docilità e diligenza. A voi domando,
che gli eravate compagni non solo nella scuola, ma pur anche negli usi domestici
della vita, se mai lo avete veduto a far cosa che lo mostrasse dimentico di
alcuno dei suoi doveri.
Parmi
ancora di vederlo, quando con quella modestia, che era tutta sua propria,
entrava nella scuola, prendeva il suo luogo e in tutto il tempo dell’ingresso,
lungi dal vano cicaleccio consueto dei giovani della sua età, ripeteva la sua
lezione, scriveva annotazioni, oppure si tratteneva in qualche utile lettura;
e quindi cominciata la scuola con quale applicazione io vedeva quel suo angelico
volto pendere dalle mie | p. 121 | parole! Perciò non fa maraviglia se non
ostante la sua tenera età e la sua poca salute fosse grandissimo il profitto
che col suo ingegno dagli studi ricavava. E prova ne sia che in un considerevole
numero di giovani, la maggior parte di più che mediocre ingegno, benché già
covasse in seno la malattia, che alfine lo trasse alla tomba, e fosse perciò
obbligato a frequenti assenze, tuttavia egli tenne quasi sempre i primi posti
della sua classe. Ma una cosa destava in modo affatto particolare la mia
attenzione, e traeva a sé la mia ammirazione, ed era il vedere come quella
giovanile sua mente si mostrasse unita con Dio, ed affettuosa e fervida nelle
preghiere. Ella è cosa consueta anche nei giovani meno dissipati, che tratti
dalla naturale vivacità e dalle distrazioni, a cui va soggetta questa fervida
vostra età, pochissima riflessione facciano al senso delle orazioni, cui sono
invitati a recitare e quasi con nessuno affetto del cuore le accompagnino. Onde
avviene che in gran parte di essi niente altro vi ha che le labbra e la voce.
Ora se così abituale è la distrazione della gioventù anche nelle preghiere
che indirizzano al Signore nel silenzio e nella tranquillità delle chiese,
oppure nella solitudine delle proprie celle, nelle quotidiane orazioni, voi, o
giovani, lo sapete quanto questo avvenga più facilmente in quelle brevissime
preghiere che sogliono dirsi prima e dopo le lezioni della scuola. Ed è appunto
in queste che mi fu dato di | p. 122 | pietà, e l’unione dell’anima sua con
Dio. Quante volte io l’osservai con quel suo sguardo rivolto al cielo, al
cielo che sì presto doveva essere la sua dimora, raccogliere tutti i suoi
sentimenti, e con quell’atto offrirli al Signore ed alla Beatissima sua madre,
con quella pienezza di affetti che appunto richiedono le recitate preghiere! E
questi sentimenti, o amatissimi giovani, erano poi quelli, che animavano i suoi
pensieri nel compiere ogni suo dovere, erano quelli, che ogni suo atto, ogni sua
parola santificavano, che tutta la stia vita interamente dirigevano alla gloria
di Dio. O beati quei giovani che a tali concetti s’inspirano! Faranno la loro
felicità in questa vita e nell’altra, e beati renderanno i parenti che li
educano, i maestri che li istruiscono, tutte le persone che si occupano del
loro bene.
Dilettissimi
giovani, la vita è un dono preziosissimo, che Iddio ci fece, per darci il mezzo
di acquistarci dei meriti pel cielo, e così sarà se tutto quello che noi
facciamo è tale che offerir si possa a quel supremo Donatore, come appunto
faceva, il nostro Domenico. Ma che direm noi di quel giovane, che passa tutta
intera la vita dimentico affatto del fine a cui Dio lo ha destinato, che mai
non trova un momento, in cui pensi a dedicare i suoi affetti al Creatore, che
nel suo cuore; non dà mai luogo ad alcuna aspirazione che lo sollevi verso | p.
123 | il suo Dio? Inoltre che diremo di quel giovane che fa quanto sta in lui
per tenere da sé lontani simili sentimenti, o per combatterli o soffocarli,
se li sente vicini a penetrare nel suo cuore? Deh! riflettete alquanto sulla
santa vita e sul santo fine del carissimo vostro compagno, sulla invidiabile
sorte, di cui possiamo avere fiducia che goda; e quindi ritornando col pensiero
su di voi stessi esaminate che cosa, ancora vi manchi per somigliargli e quali
voi essere vorreste, se al par di lui vi trovaste sul punto di dovervi
presentare a quel tribunale ove Dio chiederà a tutti stretto conto di ogni più
leggero mancamento. Quindi se a questo confronto voi ritrovate che grande sia la
differenza, proponetevelo per esempio, imitatene le cristiane virtù, disponete
l’anima vostra ad essere come la sua, pura e monda agli occhi di Dio,
acciocché all'improvvisa chiamata, la quale immancabilmente o tosto o tardi
dovrà udirsi da tutti noi, le possiamo rispondere coll’ilarità sul volto,
col sorriso sulle labbra, come fece l’angelico vostro condiscepolo. Ascoltate
ancora un mio voto, con cui io conchiudo queste mie parole. Se io m’accorgerò
che i miei allievi diano luogo nella loro condotta ad un notevole
miglioramento, se li vedrò d’or innanzi più esatti nei loro doveri, e più
compresi nell’importanza di una vera pietà, lo crederò effetto del santo esempio
del nostro Domenico e lo riguarderò quale grazia di lassù impetrata dalle sue
| p. 124 | preghiere in premio di essergli stati per breve tempo voi compagni ed
io maestro.»
Così
il professore D. Picco esponeva ai suoi allievi la profonda e dolorosa
sensazione provata all’annunzio della morte del caro suo alunno Savio
Domenico.
Emulazione
per la virtù del Savio. – Molti si raccomandano a lui per ottenere celesti
favori, e ne sono esauditi. – Un ricordo per tutti.
Chiunque
ha letto le cose che abbiamo scritto intorno al giovanetto Savio Domenico, non
si maraviglierà che Dio siasi degnato di favorirlo di doni speciali, facendo
risplendere le virtù di lui in molte guise. Mentre egli ancor viveva, molti si
davano sollecitudine per seguirne i consigli, gli esempi ed imitarne le virtù;
molti anche mossi dalla specchiata condotta, dalla santità della vita,
dall’innocenza de’ suoi costumi, si raccomandavano alle sue preghiere. E
si raccontano non poche grazie ottenete per le preghiere fatte a Dio dal giovane
Savio mentre egli era ancora nella vita mortale. Ma dopo morte crebbe assai
verso di lui la confidenza e la venerazione.
Appena
giunse tra noi la notizia di sua morte, parecchi suoi compagni lo andavano
proclamando per santo. Si radunarono essi | p. 125 | per recitare le Litanie per
un defunto; ma invece di rispondere ora
pro eo, cioè Santa Maria, pregate pel riposo
dell’anima di lui, non pochi rispondevano: ora pro nobis: Santa Maria, pregate
per noi. Perché, dicevano, a quest’ora Savio gode già la gloria
del Paradiso e non ha più bisogno delle nostre preghiere.
Altri
poi soggiungevano: Se non è andato direttamente al Paradiso Domenico Savio, che
tenne una vita così pura e così santa, chi potrà, mai dirsi che ci possa
andare? Laonde fin d’allora diversi amici e compagni, che ammirarono le sue
virtù in vita, studiavano di farselo modello nel bene operare e cominciavano
a raccomandarsi a lui come a celeste protettore.
Quasi
ogni giorno si raccontavano grazie ricevute ora pel corpo ora per l’anima. Io
ho veduto un giovane che pativa mal di dente che lo faceva smaniare. Raccomandatosi
al suo compagno Savio con breve preghiera, ebbe calma sull’istante, e finora
non andò più soggetto a questo desolante malore. Molti si raccomandarono per
essere liberati dalle febbri e ne furono esauditi. Io fui testimonio di uno che
istantaneamente ottenne la grazia di essere liberato da gagliarda febbre ([13]).
Ho sott’occhio molte relazioni di persone che espongono celesti fa-| p.
126 |-vori da Dio ottenuti per intercessione del Savio. Ma sebbene il carattere
e l’autorità delle persone che depongono questi fatti siano per ogni lato
degne di fede, tuttavia essendo esse ancor viventi, stimo meglio di ommetterli
per ora e contentarmi di riferire qui soltanto una grazia speciale ottenuta da
uno studente di filosofia, compagno di scuola di Domenico. L’anno 1858 questo
giovane incontrò gravi incomodi di salute. La sua sanità fu così alterata che
dovette | p. 127 | interrompere il corso di filosofia, assoggettarsi a molte
cure e in fine dell’anno non gli fu possibile di subire l’esame. Stavagli
molto a cuore di potersi almeno preparare per l’esame di Tutti i Santi, perciocché in tale guisa avrebbe impedito la perdita
di un anno di studio. Ma, aumentandosi i suoi incomodi, le sue speranze andavano
ognor scemando. Si recò a passare il tempo autunnale ora coi parenti in patria,
ora con amici in campagna, e già parevagli di avere alquanto migliorato nella
sanità. Ma giunto a Torino e postosi per poco tempo a studiare, egli ricadde
peggio di prima. «Io era vicino agli esami, egli depone, e la mia salute
trovavasi in deplorevole stato. I malori di stomaco e di capo mi toglievano
ogni speranza di poter subire il desiderato esame, che per me era cosa della
massima importanza. Animato da quanto udiva raccontare del mio amato compagno
Domenico, volli anch’io a lui raccomandarmi facendo a Dio una novena in
onore di questo mio collega. Fra le preghiere che mi era prefisso di fare era
questa: Caro compagno, tu che a somma mia consolazione e fortuna mi fosti
condiscepolo più di un anno, tu che santamente meco gareggiavi per primeggiare
nella nostra classe, tu sai quanto io abbia bisogno di subire il mio esame.
Impetrami adunque, ti prego, dal Signore un po’ di salute, affinché io mi
possa preparare.
Non
era ancor compito il quinto giorno | p. 128 | della novena, quando la mia salute
cominciò a fare così notabile e rapido miglioramento, che tosto potei
mettermi a studiare, e con insolita facilità, imparare le materie prescritte e
prendere benissimo l’esame. La grazia poi non fu di un momento, imperciocché
attualmente io mi trovo in uno stato di regolare salute, che da oltre un anno
non ho più goduto. Riconosco questa grazia ottenuta da Dio per intercessione di
questo mio compagno, mio famigliare in vita, mio aiuto e conforto ora che gode
la gloria del cielo. Sono oltre due mesi che tale grazia fu ottenuta, e la mia
sanità continua ad essere la medesima con grande mia consolazione e
vantaggio.»
Con
questo fatto io pongo termine alla vita del giovine Savio, riservandomi a stampare
più sotto alcuni altri fatti in forma d’appendice, nel modo che sembrano
tornare a maggior gloria di Dio e vantaggio delle anime. Ora, o amico lettore,
giacché fosti benevolo di leggere quanto fu scritto di questo virtuoso
giovanetto, vorrei che venissi meco ad una conclusione che possa apportar vera
utilità a me, a te e a tutti quelli cui accadrà di leggere questo libretto;
vorrei cioè che ci adoperassimo con animo risoluto ad imitare il giovane Savio
in quelle virtù che sono compatibili col nostro stato. Nella povera sua
condizione egli visse una vita la più lieta, virtuosa ed innocente, che fu
coronata da una santa morte. Imitiamolo nel modo di vivere ed avremo una doppia
ca-| p. 129 |-parra di essergli simili nella preziosa morte.
Ma
non manchiamo d’imitare il Savio nella frequenza del Sacramento della confessione,
che fu il suo sostegno nella pratica costante della virtù, e fu guida sicura
che lo condusse ad un termine di vita cotanto glorioso. Accostiamoci con
frequenza, e con le dovute disposizioni a questo bagno di salute nel corso della
vita; ma tutte le volte che ci accosteremo al medesimo non manchiamo di volgere
un pensiero sulle confessioni passate per assicurarci che siano state ben
fatte, e se ne scorgiam il bisogno rimediamo ai difetti che per avventura fossero
occorsi. A me sembra che questo sia il mezzo più sicuro per vivere giorni
felici in mezzo alle afflizioni della vita, in fine della quale vedremo anche
noi con calma avvicinarsi il momento della morte. E allora colla ilarità sul
volto, colla pace nel cuore andremo incontro al nostro Signore Gesù Cristo, che
benigno ci accoglierà per giudicarci secondo la sua grande misericordia e
condurci, siccome spero per me e per te, o lettore, dalle tribolazioni della
vita alla beata eternità, per lodarlo e benedirlo per tutti i secoli. Così
sia.
[1]
Anticamente appellavasi Castelnuovo di Rivalba, perché dipendeva dai conti
Biandrate signori di questo paese.
Circa
l'anno 1300 essendo stato conquistato dagli astigiani, fu di poi detto
Castelnuovo d’Asti. - In quel tempo era molto popolato di gente
industriosa ed applicatissima al commercio, che andavano ad esercitare in
varie città d'Europa.
Fu
patria di molti uomini celebri.
Il
famoso Argentero Giovanni, detto il gran
medico di quel secolo, nacque in Castelnuovo d’Asti nel 1513 -
scrisse molte opere di vasta erudizione. Egli
era molto pio ed assai divoto della gran
madre di Dio, ed eresse in di Lei onore la cappella della B. V. del popolo
nella chiesa parochiale di s. Agostino in Torino. - Il suo corpo fu sepolto
nella chiesa metropolitana con una onorevole iscrizione, che tuttora si osserva - Molti altri personaggi illustrarono questo paese.
Ultima mente fu il sacerdote Giuseppe Caffasso, uomo commendevolissimo
per pietà, scienza teologica e carità verso gli ammalati, carcerati,
condannati al patibolo ed infelici di ogni genere. Nacque nel 1811 e morì
nel 1860. (V. Casalis. diz.)
[2]
Dicesi Riva di Chieri per distinguersi da altri paesi di questo nome. È
distante quattro chilometri da Chieri. L’imperator Federico con diploma
del 1164 investì il conte Biandrate del dominio di Riva di Chieri. Di poi
venne ceduto agli astigiani. Nel secolo decimo sesto passò sotto al dominio
di Casa Savoja - Monsignor Agostino della Chiesa, e Bonino nella biografia
medica parlano
a lungo di
molti celebri
personaggi che ivi ebbero i loro natali.
[3]
Cappellano di questa Borgata era allora il sac. Zucca
Giovanni di Moriondo; ora domiciliato patria sua.
[4]
Mondonio, o Mondomio, oppure Mondone è un piccolo paese di circa 400
abitanti; distante due miglia da Castelnuovo d’Asti, con cui ha facile
relazione per mezzo di una strada che ultimamente fu praticata mediante il
traforo di una collina - Vi sono memorie di questo paese che rimontano al
1034. Passò al dominio di Casa Savoia col trattato di Cherasco del 1631. (V. Casalis, diz.).
[5]
Il Sac. Cugliero Giuseppe, dopo aver passato alcuni anni in quarta di
Cappellano beneficiato a Pino di Chieri, dopo una vita esemplare riposava
nel Signore in quello stesso paese.
[6]
Quei prati ora sono tutti coperti di edifizi ed il sito di quell’alterco
corrisponde all’ara sopra cui giace la chiesa parochiale di S. Barbara.
[7]
Questa coroncina trovasi stampata in molti libri e fra gli altri nel Giovane
Provveduto.
[8]
Luigi Comollo nacque in Cinzano
l’anno 1818 e moriva l'anno 1839 in concetto di singolar virtù nel
Seminario di Chieri in età d’anni 22. La vita di questo modello della
gioventù fu la seconda volta stampata nell’anno I delle Letture
Cattoliche.
[9]
Uno fra quelli che più efficacemente aiutarono Savio Domenico
nell’istituire la Compagnia dell’Immacolata Concezione e compilarne il
regolamento fu Bongioanni Giuseppe. Questi, rimasto orfano di padre e di
madre, era stato raccomandato da una zia al Direttore dell'Oratorio, che
caritatevolmente lo accolse nel Novembre del 1854. Trovavasi allora.
all’età di 17 anni, e a malincuore
forzato dalle circostanze egli venne, ma ancora colla mente piena delle
vanità del mondo e con varii pregiudizi in fatto di religione. Si vide però
in lui chiaramente l’operazione della divina grazia, giacché in breve
si affezionò grandemente alla casa, alle regole e ai Superiori; rettificò
insensibilmente le sue idee e diedesi con tutto ardore all’acquisto della
virtù ed alla pratiche di pietà. Dotato com’era d’ingegno molto
perspicace e di grande facilità ad imparare venne applicato allo studio.
Con mirabile rapidità compié gli studi classici, facendovi eccellente
riuscita. Fornito di fervida immaginazione spiegò una grande abilità nel
poetare sia nell’italiana favella, sia in dialetto; e mentre nelle
famigliari conversazioni serviva di diletto agli amici coll’improvvisare
su argomenti scherzevoli, scriveva al tavolino bellissime poesie di cui
molte furon pubblicate, come quella ad onore di Maria Ausiliatrice che
comincia: Salve, Salve, pietosa Regina ecc.
che trovasi nel Giovane provveduto.
Avviatosi
alla carriera ecclesiastica sempre si segnalò durante il chericato per la
sua pietà e fedele osservanza delle regole e zelo pel bene de’ suoi compagni.
Fatto sacerdote nel 1863, non è a dire con qual ardore siasi dato
all’esercizio del sacro ministero. Sebbene
poco fosse favorito nella voce, riusciva tuttavia di tanto gradimento
nella predicazione per la bellezza della materia e per l’unzione nell’
esposizione,
che era ascoltato molto volentieri e ne riportava copiosi frutti.
Dopo
aver aiutato Savio Domenico, con cui era unito in santa amicizia, ad
istituire la Compagnia dell’Immacolata, essendo allora solamente
cherico, fondò col permesso del Superiore un’altra compagnia ad onore del
SS. Sacramento che aveva per iscopo di promuoverne il culto fra la gioventù
e di addestrare gli allievi più noti in virtù al servizio delle sacre
funzioni, formando così un piccolo clero ad accrescerne la maestà e la
grazia. Tale compagnia continuò a coltivare con maggior attività e con
ottimi risultati quando fu sacerdote. E ben si può dire che se la Congregazione
di S. Francesco di Sales poté già dare alla Chiesa un bel numero di
ministri degli altari, in gran parte si deve alle sante premure del Sac.
Bongiovanni intorno al Piccolo Clero.
Nel
1868 avvicinandosi l’epoca della consacrazione della Chiesa eretta in
Valdocco ad onore di Maria Ausiliatrice, D. Bongiovanni s’adoperò con
tutto l’impegno per disporre le cose necessarie a tale funzione e
specialmente nel preparare il Piccolo Clero a fare con edificazione la parte
sua nel giorno della festa e nell’ottava successiva, che dovevasi pur
solennizzare in modo straordinario. Trasportato da ardente amore verso Maria
SS. nulla risparmiò di sollecitudini, di fatiche e sudori,
particolarmente nella vigilia che fu agli 8 di Giugno di tale anno. La Vergine
Ausiliatrice aggradendo la sua fervorosa divozione ed ossequio, gliene
ottenne ben presto il premio. Prima però lo volle assoggettare ad una
prova che sopportata con rassegnazione riuscì certamente al buon sacerdote
di gran merito. Egli che tanto erasi adoperato per la buona riuscita delle
feste, ai 9 Giugno, giorno della consacrazione trovossi infermo, in modo da
non poter alzarsi dal letto. Pei giorni seguenti la malattia continuava.
Esso desideroso di poter almeno una volta celebrare i divini misteri nella
nuova chiesa, supplicò la SS. Vergine con calde istanze ad ottenergliene la
grazia. Fu esaudito. Nella domenica fra l’ottava seutissi tale
miglioramento ed aumento di forze, che poté colla debita preparazione accostarsi
all’altare e celebrare la santa Messa con immensa consolazione dal suo
cuore. Dopo la messa disse a qualcuno de’ suoi amici che era tanto contento
che ben poteva intonare il Nunc
dimittis. E così fu: giacché sentendosi venir meno le forze ritornò
a letto, né più si rialzò. Al mercoledì successivo, essendo finita
l’ottava, si fece un servizio funebre pei benefattori defunti; e nel
pomeriggio, compiuta ogni funzione e solennità, i giovani allievi de’
vari collegi che eran venuti a prendere parte alla festa, partirono per la
loro destinazione.
Un’ora
dopo il Sac. Bongioanni Giuseppe munito dei conforti della religione,
assistito dall’amato suo Direttore, circondato da una corona de’ suoi più
cari amici e confratelli rese la sua bell’anima al Signore, andando, come
fermamente si spera, a vedere come si festeggia in Cielo Colei, che formava
l'oggetto della sua più tenera divozione.
[10]
Il sacerdote teologo Valfrè Carlo nacque in Villafranca di Piemonte il 23
luglio 1813. Con una condotta veramente esemplare e con felice successo
egli percorreva la carriera degli studi; secondando la sua vocazione
abbracciò lo stato ecclesiastico. Con zelo apostolico lavorò più anni nel
sacro ministero, finché in un concorso fu giudicato degno della parochia di
Marmorito.
Era
indefesso nello adempimento de’ suoi doveri. L’istruzione ai poveri
ragazzi; l’assistenza agli infermi; sollevare i poverelli erano le doti
caratteristiche del suo zelo. Per bontà, carità e disinteresse poteva
proporsi a modello di qualunque sacerdote che abbia cura di anime.
Quando
le cure parochiali il comportavano, egli andava altrove a dettare esercizi
spirituali, tridui, novene e simili. Il Signore benediceva le sue fatiche,
le quali erano sempre coronate da frutto copioso.
Ma
nel tempo che noi avevamo maggior bisogno di lui, Iddio lo trovò maturo pel
cielo. Dopo breve malattia, colla morte del giusto, egli passava alla vita
beata nella bella età d'anni 47, il 12 febbraio dell’anno 1861.
Questa
perdita privò la Chiesa di un degno ministro, tolse a Marmorito un pastore
che a buon diritto chiamavasi il padre del popolo; ma siamo tutti non poco
consolati nella speranza di aver acquistato un benefattore presso Dio in
cielo.
[11]
Con questo nome indicava un libro totalmente diretto alla
gioventù che ha per titolo: il Giovane
Provveduto per la pratica de suoi doveri, degli esercizi di cristiana
pietà, per la recita dell’uffizio della B. Vergine, dei vespri di tutto
l’anno e dell’uffizio dei morti ecc.
[12]
Leone Cocchis studente di 2a Retorica, giovanetto di
belle speranze, morto il 25 marzo 1855 in età di 15 anni.
[13]
Tale venerazione e confidenza nel giovine Savio crebbe grandemente da che fu
ivi fatto un curioso racconto dal genitore di Domenico, che è pronto a
confermare la sua asserzione in qualunque luogo
e in presenza di qualunque persona. Egli espose la cosa così:
«La
perdita di quel mio figliuolo, egli dice, mi fu causa di profondissima
afflizione, che si andava fomentando dal desiderio di sapere che si fosse
avvenuto di lui nell’altra vita. Dio mi ha voluto consolare. Circa un mese
dopo la sua morte, una notte, dopo essere stato lungo tempo senza poter
prender sonno, mi parve di vedere spalancarsi il soffitto della carnera in
cui dormiva, ed ecco in mezzo ad una grande luce comparirmi Domenico con
volto ridente e giulivo, ma con aspetto maestoso ed imponente. A quel
sorprendente spettacolo io sono rimasto fuori di me. O Domenico! mi posi ad
esclamare: Domenico mio! come va? Dove sei? sei già in paradiso? Sì,
padre, rispose, io sono veramente in paradiso. Deh! io replicai, se Iddio ti
ha fatto tanto favore di poter andar a godere le felicità del cielo,
prega pei tuoi fratelli e sorelle, affinché possano un giorno venir con te.
Sì, sì, padre, rispose, pregherò Dio per loro affinché possano un
giorno venire con me a godere l’immensa felicità del cielo. Prega anche
per me, replicai, prega per tua madre, affinché possiamo tutti salvarci e
trovarci un giorno insieme in Paradiso. Sì, sì, pregherò. Ciò detto disparve,
e la camera tornò nell’oscurità come prima.»
Il
padre assicura, che depone semplicemente la verità e dice che né prima
ne dopo, né vegliando né dormendo, ebbe ad essere consolato da somigliante
apparizione.