LA VENERABILE MAMMA NINA SALTINI

Gesù mette sempre a tavola le mie bambine

Di REMO RINALDI

LA FAMIGLIA SALTINI

La signora Filomena Saltini è in soffitta, valuta a occhio il volume del sacco dei fagioli, poi posa alla sommità due pagliuzze. Ha dei sospetti: se qualcuno sottrae fagioli dal sacco, le pagliuzze cadono a terra.

L'indiziata è la figlia Nina che, - mamma Filomena prova una stretta al cuore -, da qualche tempo dà segni di squilibrio.

 

Marianna, detta Nina in famiglia, nasce a Fossoli di Carpi, nella provincia di Modena, il 28 agosto 1889, in una famiglia patriarcale di proprietari e fittavoli terrieri, assai benestanti, che coltivano direttamente i loro terreni, e altri presi in affitto, aiutati da parecchi braccianti. E' la terza figlia di Cesare e Filomena Righi, i cui due primi figli sono morti in tenera età.

 

Il nonno Giuseppe, capofamiglia, ha la saggezza di intrattenere rapporti sereni con i molti salariati dipendenti. E' un fatto eccezionale in quei tempi di violente rivendicazioni bracciantili, guidate dai socialisti e osteggiate in modo intransigente dagli agrari del territorio.

 

La famiglia Saltini è di solida religiosità essenziale, che educa assai più con l'esempio che con le parole. Sin da bambina, Nina aiuta la mamma nei lavori di casa, nell'educazione dei molti fratellini, insegna loro le orazioni e il catechismo, sorveglia che studino e facciano i compiti, li prepara per la messa festiva alla quale li accompagna. A quei tempi, la prima figlia non è mai destinata agli studi, poiché deve aiutare la mamma in casa, anche nelle famiglie della borghesia agricola. Nina perciò non va oltre la terza elementare. E' una ragazza assennata, generosa, molto bella, ritenuta scontrosa dalle amiche perché non si associa ai loro discorsi frivoli o ai pettegolezzi.

 

IL MATRIMONIO

A vent'anni, si fidanza con il carpigiano Arturo Testi, ma il matrimonio è contrastato in famiglia, specie dal nonno Giuseppe, perché la professione di sarto del giovane non dà sicure garanzie economiche per il futuro. Non è ammissibile che Nina, ricca e bella, sposi un giovane, sia pure onesto, che a mala pena riesce a sbarcare il lunario. Nina è buona, brava, ma possiede carattere deciso. Per superare la difficoltà, si lascia convincere da Arturo a fuggire di notte da casa, rifugiandosi presso i coniugi Gamberini, zii di lui.

E' il 10 novembre 1910. Figurarsi il putiferio che succede il mattino in casa Saltini! Il nonno Giuseppe accusa il figlio Cesare e la nuora Filomena di complotto. Papà Cesare se la prende con la moglie ritenuta complice della fuga.

 

Dopo qualche giorno, interviene monsignor Eugenio Loschi, parroco della Cattedrale di Carpi, il quale conosce bene il giovane. Riesce a rabbonire il nonno Giuseppe che non vuole subire l'affronto. Arriva poi il consenso dei genitori, e il 21 dicembre i due giovani si sposano. Dal matrimonio nasceranno sei figli: Sergio, Vincenzo, Enzo, Maria, Francesco, Gioacchino. La signora Nina, oltre ad accudire alla casa, ad allevare e educare i figli, assiste di notte ammalati poveri della città, con il permesso del marito.

 

Dopo la nascita dell'ultimo figlio, Gioacchino, nel 1925, il marito Arturo si ammala gravemente e non si riavrà più. Nina, oltre ad allevare i sei figli, deve assistere il marito e occuparsi del laboratorio di sartoria. Per alleviarla un po' dalle fatiche, nel periodo natalizio del 1926, papà Cesare la convince ad affidare il piccolo Gioacchino, di 17 mesi, al fratello Sergio e alla cognata Aderita Benatti, che non hanno figli. La situazione della famiglia Testi si fa preoccupante per l'interminabile grave malattia di Arturo.

Data l'onerosità della situazione e l'urgenza di decisioni, alcuni della famiglia Saltini intervengono senza troppi riguardi, vendono la villetta di Via Sbrillanci dove abitano Nina e Arturo, escludendo dalla decisione il figlio maggiore Sergio, ormai diciottenne, ignorando Giuseppe, il fratello di Arturo, comproprietario. All'ultimo momento i Saltini scovano un appartamentino d'affitto, che non basta per tutti, dove Nina deve traslocare con il marito moribondo. Più tardi, questi fatti incresciosi provocheranno una lite tra parenti: una vicenda penosa, mai accennata dai fratelli di Nina perché li mette a disagio, ma ricordata con discrezione dopo molti anni, per amore di verità, dai figli sacerdoti di Nina.

 

VEDOVA

Il 21 aprile 1929 Arturo muore. Nina resta sola a 39 anni, con sei figli e una sartoria senza lavoro. Le hanno venduto la villetta, parte del mobilio e delle suppellettili di casa finiscono chissà dove, non può tenere tutti i figli con sé.

Trascorsi alcuni mesi di smarrimento, la vedova Nina si risolleva, parenti e conoscenti la trovano cambiata, intuiscono che è accaduto qualcosa, ma non riescono a capire. Con una sicurezza impensabile, Nina prende decisioni importanti per l'avvenire dei figli. Impegna le macchine per cucire della sartoria e manda il figlio più grande, Sergio, a perfezionarsi presso una scuola sartoriale di Parigi. Il secondogenito Vincenzo è ad Alba nell'Istituto di don Alberione, dove andrà anche il terzogenito Enzo. Il piccolo Gioacchino è con gli zii Sergio e Aderita. Nina scriverà semplicemente: "Gesù mi faceva sentire una forte vocazione mai avuta neppure da ragazza".

Nel 1933, per ridurre le spese di famiglia, papà Cesare convince Nina a recarsi a San Giacomo Roncole di Mirandola, dove il fratello don Zeno ha iniziato ad accogliere i figli dell'abbandono e della miseria.

Eppure, la famiglia Saltini è molto ricca e potrebbe facilmente sobbarcarsi l'onere delle spese famigliari di Nina. In ogni caso, Nina affermerà che ha "imparato la carità" dal fratello don Zeno. Resta a San Giacomo per un anno o poco più. Ha con sé i figli: Maria, -che entra provvisoriamente in un collegio femminile fondato da don Alberione in Alba -, Sergio e Francesco. Durante un momento di riposo in cucina, seduta su uno sgabello, "le pareti di quella stanzetta si fecero tanto splendide che io non so spiegare". Vede san Francesco, in compagnia di un frate alto e un po' curvo, passare lentamente uscendo dalla stanza. Nina interpreta la visione come un invito ad abbandonare la collaborazione con don Zeno, per dedicarsi a una sua missione particolare: "Quella di ubbidire a quella insistenza che Dio da anni mi faceva sentire": la salvezza delle bambine abbandonate e in pericolo morale. Nel marzo 1934, si trasferisce a Fossoli. Aiuta l'unica maestra dell'asilo parrocchiale, adattandosi a far di tutto: bidella, cuoca, aiuto-educatrice, catechista. Assiste anche i malati poveri della parrocchia. Non interrompe completamente la collaborazione con don Zeno, perché sul foglietto periodico l'Apostolo, del 2 settembre 1934, è scritto che Nina porta a San Giacomo, nella comunità di don Zeno, una piccola orfana scalza e vestita di stracci. I figli Sergio e Francesco restano per il momento a San Giacomo.

 

LA FORTE VOCAZIONE

Il parroco di Fossoli, don Gino Lugli, dopo qualche perplessità, si convince che Nina è chiamata a una grande missione. Don Vincenzo, l'altro fratello di Nina, segretario del vescovo, invece è dubbioso, prudente, per il fatto che conosce gli umori della famiglia e sa bene che non è risolta la questione dei figli ancora bisognosi dell'assistenza materna. La figlia Maria, anzi, la reclama. Dopo sette mesi di permanenza a Fossoli, papà Cesare e mamma Filomena, impongono a Nina di trasferirsi a Carpi, nell'appartamento del fratello avvocato Giovanni, ancora celibe. A Carpi, Nina avvicina prostitute, mezzane e le convince ad affidarle le loro figlie, per toglierle dalla strada. Alcune di queste bambine, d'estate, vivono di espedienti e dormono all'aperto, sotto i portici della vasta piazza della città. Proprio in quegli anni si svolgono a Carpi clamorosi processi per corruzione di minorenni. Una situazione sociale che, oggi, fa restare increduli, ma non dimentichiamo che, nei primi anni Trenta del Novecento, la disoccupazione nel territorio della pianura modenese raggiunge punte altissime. Nel 1931, il prefetto di Modena informa Mussolini degli stenti impressionanti dei disoccupati. Il questore di Modena segnala casi di sfinimento per denutrizione nei bambini. Le autorità fasciste affrontano il grave momento pubblico con misure inefficaci, e avvertono spesso l'autorità centrale della preoccupante situazione occupazionale. Una buona parte del territorio emiliano di allora, può essere considerato come il Sud del Nord.

Nina cura le bambine che le sono affidate, offre loro da mangiare e le fa custodire da qualche famiglia, pagando. A Carpi si parla con dileggio della "pazza Saltini". "Guardala lì, pianta i suoi figli per sbaciucchiare le sue mocciose!", le gridano per strada. La mamma Filomena è assai contrariata per l'attività della figlia ed esclama: "Non basta che a causa di don Zeno soffriamo tante umiliazioni?". Ma quando le riferiscono che: "Tutti dicono che don Zeno è matto", ha la prontezza di rispondere: "Anche al Signore dissero che è matto".

 La signora Nina si presenta al vescovo Giovanni Pranzini, prospettandogli l'impegno che, "per esplicita chiamata di Gesù", vuole assumersi per la salvezza di tante fanciulle. Il vescovo è perplesso, il segretario don Vincenzo lo ha informato da tempo sulla situazione precaria dei figli, sul malumore della famiglia Saltini. Il vescovo, però, conosce anche la condizione di tante povere creature esposte ai pericoli della strada. E' pensieroso. Poi, sorprendentemente, dà la sua approvazione: "Sì, signora Nina, è ciò che il Signore vuole da lei". La donna esce dall'incontro decisa a superare ogni ostacolo. Qualcuno mette in dubbio la provata saggezza del vescovo. I famigliari ricorrono a tutti i mezzi per far desistere Nina dalla sua fissazione, ritenuta morbosa. Usano parole ingiuriose, derisioni, intimidazioni, minacce. Il fratello Sergio arriva a investirla con parole orribili: "Sei peggio delle mie vacche! Loro non abbandonano i vitelli. Tu, dove li metti i tuoi figli?". "Ma Sergio, è Gesù che mi chiama!". Questo è Vangelo allo stato più genuino: "Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me" (Mt 10, 37). Alessandro Maggiolini, il vescovo promotore della causa di beatificazione di Mamma Nina, afferma: La vicenda di Mamma Nina mi sembrava disumana. Soltanto dopo avere bene esaminato tutto, avere riflettuto e pregato, mi sono accorto che qui eravamo davanti al Vangelo puro, nella sua radicalità, sine glossa.

Nina soffre e tace. Riunisce le prime bimbe in una stanza dell'appartamento della signora Irene Tassi, mamma di undici figli, disposta ad aiutarla. Porta loro ogni giorno quanto la Provvidenza le fa arrivare: cibo, vestiario, legna, coperte, posate, profittando anche dell'abbondanza che c'è nelle case dei Saltini, a Fossoli e a Carpi, confessando candidamente: "Il Signore mi aiutava sempre a coprire i furti della farina che portavo alle bambine". Mamma Filomena, messa in guardia dai vicini, negava le sottrazioni, perché se fossero accadute le avrebbe certamente notate. Insospettita dalle voci, però, controllava tutto accuratamente, ma "Dio sollevava la farina nei sacchi e la mamma non se ne accorgeva", scrive Nina.

Anche nella casa carpigiana del figlio avvocato, mamma Filomena non nota ammanchi nel corredo di casa, nonostante qualche cosa abbia preso certamente il volo.

 

BUONA DI FAR NIENTE?

Nella primavera del 1935, Nina è riuscita a vestire a nuovo le sue bambine, le vuole presentare al vescovo perché le benedica. Monsignor Pranzini, sessantenne, è già molto malato. Riceve La signora Nina e le figlie in vescovado. Sta in poltrona, ha le gambe gonfie, avvolte in una coperta, è contento della visita. Si alza, vorrebbe intrattenersi, ma il male ha il sopravvento: "Perdonate, figliole, non ne posso più, sì vi benedico". Fissa gli occhi commossi sulle bimbe, traccia un ampio segno di croce e deve congedarle.

Il vescovo muore il 22 giugno 1935. Nina ha parole toccanti e semplici per il suo vescovo: "Eccellenza, adesso che siete davanti a Gesù, ricordatevi quel che mi avete detto, e ditegli proprio che mi aiuti. Lo sapete che sono una povera ignorante, che non sono buona di far niente".

Dopo qualche mese, nel settembre 1935, riesce a sistemare le bambine in un locale del palazzo Molinari, in Corso Fanti. "Andai in tre camerette con niente: avevo in tasca sette lire e cinquanta centesimi, un materasso e basta. […] Il Signore mi aveva chiamata sul serio. Non mi lasciava sola, mi stava accanto, giorno per giorno mi mandava il necessario". Da questo momento le bambine la chiamano "mamma Nina". D'ora in poi, tutti la chiameranno sempre e solo così.

Le tensioni con i figli e con la famiglia non sono placate. La difficoltà più grave di Mamma Nina, per realizzare il suo proposito, è la sistemazione dei figli, nessuno dei quali è ancora in grado di affrontare da solo la vita. La posizione dei cinque figli maschi è più o meno soddisfacente, ma quella della figlia Maria è davvero difficile. La famiglia Saltini non è più disposta ad aiutare. "La mia mamma, assieme al mio babbo, combinarono di non pensarci più per i miei bambini, così sarebbe stato l'unico rimedio per farmi tornare". Mamma Nina non si dispera, affida il problema al Signore, certa che Gesù avrebbe provveduto.

Dopo pochi giorni, "ricevo una lettera da Campobasso che una signora aveva fatto una borsa di studio per i miei figli chierici". Il più piccino è adottato dal fratello di Nina, che già l'aveva in affido. Il penultimo, Francesco, è nel collegio modenese del Sacro Cuore retto dai Giuseppini. La figlia tredicenne Maria, entra nel collegio delle Orsoline in Modena. Infatti, un giorno, Mamma Nina va a Modena con il fratello avvocato. Si reca al collegio delle suore Orsoline e tiene, pressappoco, questo discorso alla madre superiora: "Madre, sono vedova con sei figli piccoli. Gesù mi ordina di accogliere e di educare le bambine che vivono in ambienti malfamati o che sono abbandonate, per portarle al matrimonio. Ma devo trovare una sistemazione per i miei figli. Dovete prendere la mia figlia Maria nel vostro collegio, che è il migliore di Modena, così i miei parenti non potranno dire che la trascuro. Le mie possibilità economiche sono zero, perciò dovete tenerla gratuitamente, come faccio io con le bambine che il Signore mi affida".

La superiora è sbalordita per il discorso insolito, per il contrasto tra l'aspetto dimesso della donna e la sua strana sicurezza. Ha l'impressione di avere davanti a sé una squilibrata e le risponde che non è possibile.

Mamma Nina, tranquilla, si accorda con la superiora di ripassare dopo otto giorni per la risposta. Appena partita, la suora si affretta a scriverle per ribadire il rifiuto. Trascorsi gli otto giorni, Mamma Nina si ripresenta. La superiora è allibita, le chiede se ha ricevuto la lettera. Mentre chiede, vede che la lettera è ancora lì, sul tavolo del parlatorio, nella stessa posizione in cui l'aveva messa dopo averla scritta, con il proposito di spedirla subito. Turbata, risponde che la richiesta è accettata. Dopo una settimana, la figlia Maria entra a malincuore nell'Istituto delle Orsoline, dove sarà trattata come una figlia sino al conseguimento del diploma magistrale. La figlia, però, non le perdona d'averla messa in collegio.

Molti, a Carpi, rimproverano a Nina d'aver abbandonato i figli troppo presto, alcuni l'ammirano, altri non si esprimono. Le vacanze scolastiche dell'estate 1936 si prospettano tristi per i figli: il papà Arturo è morto, non hanno più la loro casa, la mamma si interessa di tante altre bimbe sconosciute. La figlia Maria non si rassegna ad accettare una situazione tanto triste. I figli, d'accordo con i parenti, convocano la mamma - quasi una citazione in giudizio - nel parlatorio delle monache clarisse, dov'è la zia suor Scolastica.

Mamma Nina si presenta e ascolta in silenzio tutte le recriminazioni e i rinfacci dei figli, particolarmente animosi quelli della figlia Maria. Alla fine, sommessamente, ricacciando il pianto, riesce a dire: "Me lo ha detto Gesù. Lui mi ha consegnato le bambine. Perciò io devo seguire la mia strada. Il Signore, con la sua Divina Provvidenza, penserà a voi". "Rispondevo io, ma non erano le mie parole, erano risposte secondo la volontà del Signore che davo ai miei famigliari e ai miei figlioli, perché la mancanza della mamma li faceva soffrire". Per sdrammatizzare la situazione, decidono di chiedere il parere del vescovo. Monsignor Carlo de Ferrari, con fatica, riesce a far accettare ai figli la decisione della loro mamma, che ha tutti i caratteri di una eccezionale chiamata divina. Dopo qualche anno, la figlia Maria si riconcilierà definitivamente con la mamma, come avevano già fatto gli altri suoi fratelli.

Nella primavera del 1936, il Comune di Carpi offre in uso a mamma Nina il palazzo Benassi, situato dietro il teatro comunale, nei pressi dell'antica pieve della Sagra. La permanenza della numerosa comunità di bambine (una cinquantina nel 1937), nel corso degli anni, incontra varie difficoltà. La più nota è quella della progettata requisizione del palazzo da parte del Comune per finalità diverse da quelle di mamma Nina. Al podestà, che mette in dubbio che Dio si scomodi per le bambine, mamma Nina risponde: "Eppure, è proprio così. E' Lui che si prende cura di tutto. Se Gesù volesse, lei domani non sarebbe più podestà di Carpi". Dopo alcuni giorni, il prefetto di Modena, con un telegramma, accetta le dimissioni, mai date, del podestà. Mamma Nina sa solo pregare, non ha certo manovrato con le autorità per ottenere questo risultato. Tanto che il podestà successore, Salesio Schiavi, che vuole destinare il palazzo Benassi a sede di uffici pubblici, di fronte alla sommessa protesta di mamma Nina, dichiara apertamente di non voler battagliare con Domineddio. Il palazzo è conquistato così.

 

UNA NUOVA FAMIGLIA

Nel marzo 1936, il vescovo De Ferrari approva, con uno statuto provvisorio, l'opera di mamma Nina e le finalità che si propone. Nel 1937, don Vincenzo Saltini, è nominato assistente ecclesiastico dell'Istituto denominato "Casa della Divina Provvidenza". Nel marzo 1938, l'istituto è canonicamente eretto con l'approvazione definitiva dello statuto della Casa.

Nel frattempo, due figli di mamma Nina, Vincenzo (don Samuele) ed Enzo (don Maggiorino), diventano sacerdoti nella società San Paolo di don Alberione. Un terzo, Francesco, lo diventerà nel dopoguerra (don Franco). Maria è a Modena nell'Istituto delle Orsoline. Il più piccino, Gioacchino, che diventerà medico, è col fratello di Nina, Sergio. Il figlio maggiore, Sergio pure lui, perfezionatosi a Parigi, è ormai un sarto affermato.

Sempre nel 1937, Mamma Nina apre una seconda sede dell'Istituto a Modena, in un vasto appartamento donato da Fernanda Forghieri, una nubile attempata. Poi passa in sedi sempre più vaste: in Via Carteria, in Via Selmi. Infine, la vedova di un ufficiale dell'esercito offre una villetta in Via Barbieri. L'insediamento nelle varie sedi, specie nella prima, è caratterizzato da difficoltà e preoccupazioni non lievi, tutte felicemente superate in circostanze che fanno pensare all'intervento prodigioso del Signore.

 

IL MALE NON VINCE

Siamo nell'autunno del 1936. Una donna dall'aspetto forzuto, iraconda, amica del lambrusco, diffidata dal Commissario di Polizia a riprendere la figlia ospitata da Mamma Nina, si avvicina alla Casa della Divina Provvidenza sbraitando. Per una strana associazione di idee, identifica Nina con Gesù. "Dov'è Cristo?", grida, "devo fare i conti con lei!". Maria Lodi le apre la porta, cerca di ammansirla, dice che Mamma Nina è fuori. "Non ci credo, poche chiacchiere, se no ce n'è anche per te!", le grida la donna infuriata, "Resto qui finché non la vedo. Vedremo chi comanda a mia figlia: io, il Commissario o quel Cristo! La schiaccio sotto i piedi come una lumaca!". Le bimbe della casa sono impaurite, pensano a cosa può succedere quando la mamma rientra. Poi, le più grandi si organizzano per la difesa, tengono a portata di mano il matterello, il bastone per rimestare la polenta, l'attizzatoio, lo schiacciapatate, la boccia di legno per rammendare le calze. Tre ragazzi di don Zeno, lì per caso, si piazzano davanti alle bambine, nell'atrio d'ingresso, cercando di assumere un'espressione minacciosa, pronti a scattare. Poco dopo Mamma Nina si avvicina alla casa. Maria Lodi dalla finestra le fa segno per indicare chi c'è alla soglia.

Mamma Nina intuisce, dissimula la paura, si avvicina alla donna serena e sorridente, la saluta per nome: "Grazie per essere venuta a trovarmi, era tempo che desideravo tanto parlare con lei. Vedo che state bene.

Anche vostra figlia sta bene, sono sicura che ne siete contenta". Le bimbe osservano sgomente, s'aspettano che la donna si scagli contro la loro mamma. Invece il donnone sta fermo, guarda il viso sereno di Mamma Nina, si lascia prendere sotto braccio e condurre fuori sulla strada, ascolta le parole di Nina che parla con dolcezza. Una bimba le rincorre e grida: "Mamma Nina, quella donna è cattiva, torna indietro!". Nina risponde: "Non temere, è una mia amica, non mi può accadere nulla di male". Rientra a casa dopo un'oretta: "Mi ha promesso che non offenderà più il Signore, preghiamo perché abbia la forza di mantenere la promessa". La lotta per l'affidamento e l'educazione della fanciulla dura, tra alterne vicende, per anni, con asprezza da una parte e con pazienza e bontà dall'altra. Al sopraggiungere della vecchiaia la donna perde gradualmente la sua aggressività, accetta le visite e gli aiuti di Mamma Nina.

Abbandonata da tutti, afflitta da malanni, solo Mamma Nina si interessa a lei, l'assiste. Vuole confessarsi, riceve l'Eucaristia, l'unzione degli infermi. Si è resa conto che Mamma Nina è la sola vera amica che ha.

Se lo consideriamo un bell'episodio, solo buono per commuoverci, saremmo superficiali. In un certo senso, Mamma Nina scorge il fondo di bontà, invisibile ai più, che sta sepolto nel cuore di quella donna e che è la sua verità più profonda. Lo psicologo, il sociologo, vi scorgerebbero altre verità, ma non riuscirebbero, forse, a essere altrettanto acuti. Non è questione di gentilezza o di ingenuo ottimismo: Mamma Nina, con umiltà, con pazienza, con fiducia, riesce a portare in superficie quel fondo nascosto di bontà, a farlo prevalere sul male, convinta che ha di fronte non una donna cattiva, ma una persona buona che ha fatto cose cattive. L'amore fa vedere ciò che comunemente è invisibile. E così, la forza distruttiva del male, alla fine, non ha il sopravvento, non vince sul bene. Il male resta nel passato, mai nel futuro delle persone. Il male è condannato a essere sempre in ritardo. Mamma Nina ha visto come stanno realmente le cose.

 

LE FIGLIE DI SAN FRANCESCO

Mamma Nina ha in mente di fondare un'istituzione religiosa per l'assistenza e l'educazione delle bambine. Nel marzo 1938, nella cattedrale di Carpi, riceve l'abito religioso dal figlio Vincenzo (don Samuele), che celebra la prima messa solenne. Si uniscono a lei, nel costituire la nuova famiglia religiosa delle "Figlie di san Francesco": Ottorina Ballerini, Fernanda Forghieri, Maria Lodi, Ines Lugli, Erminia Martinello.

Dopo la cerimonia religiosa, è previsto un pranzo di festa per varie decine di persone: parenti e amiche delle religiose. A palazzo Benassi si presenta, però, anche un numero incredibile di poveri, che si erano passati la voce. I commensali sono più di trecento. Mamma Nina non si sgomenta, alle sorelle e alle figlie allarmate dice che ci avrebbe pensato Gesù. Lei stessa serve alle tavole improvvisate. Alla fine del pranzo si raccolgono gli avanzi: molto pane e parecchia carne.

I fratelli sacerdoti vorrebbero indirizzare la sua attività su binari diversi. Don Vincenzo la invita a rivolgersi alle istituzioni civili per ricevere aiuti economici. Mamma Nina rifiuta con decisione. "Nessuna bambina paga la retta: il Signore fin dall'inizio mi proibì di chiedere. […] Gli amministratori sono i Santi; tutti i giorni li preghiamo, io non ho mai tenuto i conti, mai tenuto una fattura, perché Sant'Antonio è segretario. San Francesco ha voluto essere il protettore". Don Zeno insiste perché vada a San Giacomo ad aiutarlo. Mamma Nina non va, ma poiché si tratta di attività caritative, manda qualcuna delle sue compagne suore ad aiutare.

 

L'ECONOMIA SCONVOLTA

Dalla fede e dalla smemoratezza. Si tratta solo di un episodio molto strano. Eloquentissimo, per dimostrare qualcosa che non ha bisogno di ragionamenti per essere convincente. Nell'estate 1938, Mamma Nina si reca a Pavullo, sull'Appennino modenese, per visitare le sue bambine ospitate per cura dall'Istituto Climatico Infantile. L'Istituto, diretto dal tisiologo professor Italo Cornia, è condotto dalle suore del Cottolengo. Superiora è madre Candida, che conosce e stima Mamma Nina. Le due donne si confidano a lungo; suor Candida vorrebbe ospitare per qualche giorno tutte le bimbe di Mamma Nina, ne parla con il professor Cornia, il quale approva con entusiasmo. Mamma Nina noleggia una corriera dei fratelli Valenti di Carpi e porta 45 bambine a Pavullo per un breve soggiorno. Madre Candida ha dato istruzioni alla suora addetta agli acquisti perché a tavola siano offerte cose buone e abbondanti.

Nell'ampia veranda dell'Istituto si collocano parecchi lettini e brande. Le bimbe compiono lunghe passeggiate nei boschi, siedono a tavola con buon appetito, gradiscono molto il cibo offerto. Mamma Nina e suor Candida si attardano la sera in cappella per ringraziare Gesù e, anche, per parlare davanti al Signore.

Dopo il ritorno di Mamma Nina a Carpi, con le 45 figlie, madre Candida, controllando i documenti di acquisto, nota che si è speso come nei giorni normali, prima dell'arrivo delle 45 bambine. Chiede spiegazioni. La suora addetta alle spese, cadendo dalle nuvole, ammette di essersi dimenticata di aumentare gli acquisti come le era stato ordinato. Una cosa è certa, le 45 bambine hanno mangiato molto e con grande appetito. Madre Candida è sbalordita, poi informa il direttore professor Cornia, il podestà di Pavullo avvocato Onorio Castelli, sottopone loro i documenti di spesa perché controllino e si convincano dell'accaduto. A conti fatti, devono almeno constatare che le leggi dell'economia, per una volta, sono state sconvolte. Madre Candida comunica tutto a Mamma Nina. In realtà, è il Vangelo a sovvertire le regole dell'economia. "Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta". (Mt 6, 25)

 

LA DIRETTRICE

Ormai mamma Nina si è guadagnata la stima e l'ammirazione di tutti. La Casa della Divina Provvidenza, "fondata da Gesù", si afferma con una fisionomia tutta sua: non collegio, convitto, orfanotrofio, ma una casa-famiglia, dove le bambine vivono seguite con affetto materno da Nina e dalle sue compagne. E' la stessa idea pedagogica dell'Opera Piccoli Apostoli di don Zeno. Nella casa, sostenuta com'è dai segni pressoché quotidiani del Signore, non manca niente del necessario, senza chiedere nulla a nessuno, perché "Gesù non vuole". Le bambine diventano ben presto un centinaio e oltre.

La gente di Carpi non si stupisce quasi più dei fatti straordinari che accadono nella "Casa della Divina Provvidenza". Per Mamma Nina non c'è niente di strabiliante: "Gesù mi ha detto che metterà sempre a tavola le mie bambine". Tuttavia, è estremamente umile e riservata. E' convintissima di essere una povera ignorante e "tanto cativa". E' sempre molto inquieta quando le attribuiscono il merito di qualche prodigio che accade nella Casa. Un giorno il professor Cornia le dice: "Mamma Nina, ho ricevuto la sua lettera, grazie. Le conservo tutte sa, un giorno serviranno, perché certamente la faranno santa!". "Ha fatto bene a dirmelo, così non le scriverò mai più". E mantiene la promessa. Le sue occupazioni principali sono: cucinare e lavare mastelli di biancheria. Spesso riceve i visitatori in lavanderia e, con tutta semplicità, dice che quello è l'ufficio della direttrice. Mentre lavora, se può prega. Dopo aver lavorato, trascorre lungo tempo in cappella a pregare. E' noto che, se arriva una bambina e non c'è il letto disponibile, le cede il suo e se ne va a dormire in cappella sulla predella dell'altare. Non si tratta di irriverenza, è la metafora più concreta dell'amore per Gesù: un piccolo fatto che, nella sua quasi banalità, raggiunge l'alto simbolismo mistico dell'amore per il Signore, quale appare nel "Cantico dei cantici".

Mamma Nina accorre di nuovo in aiuto di don Zeno, negli ultimi mesi del 1939, quando il fratello, che si era trasferito nel Lazio, a Magliano Sabina, rientra a San Giacomo. Nina è la sorella maggiore, ha confidenza, conosce la generosità del fratello, si prende qualche libertà e accoglie alcuni fanciulli a sua insaputa. Don Zeno è piuttosto autoritario, non concede certi margini di libertà alla sorella. Tra i due c'è un franco scambio di opinioni e Mamma Nina, che ha carattere, ritorna a Carpi, ma lascia nell'Opera Piccoli Apostoli di don Zeno due delle sue suore.

All'inizio degli anni Quaranta del Novecento, il provveditore agli studi di Modena, il professor Roberto Mazzetti, che ha già conosciuto don Zeno, incontra Mamma Nina e ce ne lascia una singolare testimonianza.

Sua sorella, Mamma Nina, aveva fondato anche lei delle case, delle piccole comunità dove raccoglieva le ragazze sventurate. Io l'ho vista, sono andato a visitarla a Modena, questa donnina piccola, semplice, acutissima con uno sguardo molto vivo, materna con quelle sue bambine. Ricordo che aveva già altre case oltre a quella di Modena e diceva: "Vede, io quando ho dei guai, delle difficoltà per mandare avanti questa comunità, vado davanti al Santissimo e risolvo tutti i miei problemi".

Guardate, io sono un laico, non vengo qui a difendere niente: dico le mie testimonianze.

 

TEMPO DI GUERRA

L'Italia entra in guerra contro Francia e Inghilterra, a fianco della Germania, nel giugno 1940. La carità di Mamma Nina si allarga a soccorrere nuove povertà. Nel dicembre 1940, è assegnato a Mamma Nina il "Premio della notte di Natale", di quattromila lire, istituito dall'industriale milanese Angelo Motta. Nel giugno 1941, don Zeno riunisce le donne di San Giacomo che vanno in Piemonte, per qualche settimana, come mondariso: un lavoro faticosissimo, esaltato da don Zeno per il suo alto significato spirituale e morale. A queste donne parla Mamma Nina, con parole di profonda sapienza evangelica. Sono varie le occasioni in cui parla in pubblico, anche di fronte a un uditorio numeroso, in circostanze che non sembrano facili. Facciamo un salto di dieci anni.

Siamo nel 1950, sua sorella Cesarina, che a Milano ha dato vita all'Agape degli artisti, per aiutare negli studi giovani cantanti lirici, ha organizzato nel teatro Ponzi di Monza un concerto. C'è anche Mamma Nina. Dopo essersi intrattenuta un po' con gli artisti, si ritira dietro le quinte per recitare il rosario e ascoltare rapita alcune arie d'opera. Terminato il primo tempo, dopo un entusiastico applauso del pubblico per il soprano Mafalda Favero, Mamma Nina avvicina l'artista e le chiede il permesso di parlare al pubblico. Inebriata dal successo, la cantante risponde d'impulso: "Sì, Mamma Nina, farà tanto bene!".

Mamma Nina sbuca dai due veli del sipario, - il pubblico stupisce, inizia ad alzarsi per trascorrere l'intervallo nel ridotto del teatro, i poliziotti sono contrariati -, e con parole semplici parla dell'arte come mezzo di elevazione dello spirito. Poi parla della Casa della Divina Provvidenza che lei, vedova, ha fondato a Carpi per ordine di Gesù, delle molte bimbe che vi accoglie, alle quali provvede il Signore, senza che lei chieda aiuti a qualcuno. Il discorso termina con un applauso come quello a Mafalda Favero.

Il 28 luglio 1941, Benito Mussolini è a Carpi. Gli parlano della Casa della Divina Provvidenza, vuole visitarla. Mamma Nina lo accoglie nell'atrio, con le sorelle e le bambine. Il Duce vuol sapere come fa a mandare avanti la casa. "Venga con me e le mostrerò come faccio", dice Nina, e lo invita a seguirlo all'interno. Il corteo dei gerarchi s'accoda. Mussolini li ferma: "Vado da solo!". Entrano nella cappella.

Mamma Nina indica il tabernacolo. Non si sa che cosa si sono detti. Escono dopo un po'. Mussolini non ha la solita espressione da dominatore: è conquistato e commosso, lascia in dono centomila lire. Il giorno dopo, mamma Nina si reca alla stazione ferroviaria e gli regala un crocefisso, che il Duce accetta volentieri.

A metà agosto entra a Carpi il nuovo vescovo, il cappuccino Vigilio Federico Dalla Zuanna. Il canonico Vincenzo Saltini, assistente religioso della Casa, ragguaglia il vescovo su Mamma Nina e sulla Casa della Divina Provvidenza. Nella sua prima visita alla Casa, compiuta il 21 agosto, il vescovo dice di vedere nella Casa:

- Una grande fede, profonda, sicura, la fede nella divina Paternità di Dio. […] Fede nelle parole di Gesù Cristo più difficili: i gigli del campo. Fede nelle parole: chiedete e vi sarà dato.

- Fede che […] Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio.

- Una carità squisita e piena. Squisita verso i più cari a Gesù, verso i più bisognosi. Piena: sostentamento e educazione.

- Una prova della paterna bontà di Dio.

Nei tempi di guerra, per provvedere ai necessari sfollamenti, Mamma Nina apre case provvisorie a Mirandola (in Via Spalti), Rovereto, S. Marino, Gainazzo, Campogalliano, Soliera. Una delle sue compagne, sorella Luigina, dice: Fra la guerra, le bimbe che continuavano ad arrivare e la miseria, c'era molta fame in giro, però a noi non è mai mancato il pane e la minestra, anzi ne avanzava addirittura, per quelli che venivano a bussare alla nostra porta. Per me era un miracolo continuo.

In altra occasione, quando in casa non c'è niente, Mamma Nina fa porre la pentola con l'acqua sul fuoco. Sorella Luigina pensa che è inutile, tanto in casa non c'è nulla. Mentre pensa questo, suonano alla porta, entra un signore che consegna diecimila lire, una bella somma a quel tempo. Mamma Nina le dà subito tutte a una signora piangente perché non ha nulla da dare a suo figlio ammalato. "Perché gliele hai date tutte? Potevi dargliene metà", le dice sorella Luigina, "anche noi non abbiamo nulla!". "Hai poca fede", le dice Mamma Nina fissandola negli occhi, "Gesù mi ha detto che le sue bimbe le metterà sempre a tavola". Poco dopo arriva un signore che offre tanta roba da mettere a tavola tutte. Sorella Luigina soggiunge: Giuro che quello che dico è la verità, tutte noi abbiamo vissuto, condiviso e assistito a queste cose che hanno del miracoloso. Lei [Mamma Nina] era incrollabile e assieme non avevamo paura di nulla.

Durante la guerra e la Resistenza Mamma Nina ospita nelle sue case parecchi perseguitati, specie donne ebree. Svuota la dispensa per sfamare povera gente. Aiuti inaspettati le arrivano dalle parti in lotta. Le autorità pubbliche sono insospettite dal fatto che le bambine hanno cibo e vestiario sufficiente, fanno controllare le tessere annonarie, sospettano che Mamma Nina ne abbia molte più del dovuto. Risulta, invece, che ne ha una quarantina di meno. Perché? Le ha date a dei bisognosi. Esponenti della Guardia repubblicana, alludendo alle donne ebree che ospita, le dicono: "Mamma Nina, sappiamo che nelle sue case non tutto è in ordine, ma chiudiamo gli occhi perché è lei". In altra occasione, rifiuta le vettovaglie che sa di provenienza furtiva e risponde a certe loro rimostranze: "Par mè a si tut me fioi. Me a go 'na bandiera sola, quela dl'amor!". In altra occasione, i Carabinieri l'avvertono in anticipo d'una ispezione dei tedeschi alla casa.

Nell'immediato dopoguerra, un capo partigiano comunista le dice: "Mamma Nina, lei ha le carte in regola, nessuno verrà a molestarla". Nina, che ha nuovi perseguitati rifugiati in casa, risponde: "Grazie, stia sicuro che continuerò a fare quello che ho sempre fatto".

Il periodo della Resistenza è segnato anche da gravi preoccupazioni per i figli. Il penultimo figlio, Francesco, vissuto per vari anni col fratello maggiore Sergio e poi presso parenti, dopo il conseguimento della maturità deve entrare nell'Accademia militare di Modena. Si è costituita nel frattempo la Repubblica sociale italiana, il paese sta precipitando nella guerra civile. E' destinato presso Cremona, ma, per timore di essere coinvolto in azioni fratricide, diserta, nascondendosi a Sustinente (Mantova) presso la zia Ernegilde, sorella di mamma Nina. Sa di essere stato condannato a morte, di essere ricercato. Per non compromettere i parenti, fugge di nuovo e, dopo varie traversie, riesce a raggiungere i partigiani delle "Brigate Italia" sull'Appennino modenese. Durante questo fortunoso trasferimento, sfinito dalle fatiche e dai pericoli, incontra nottetempo la mamma nei pressi di Soliera. Quella notte gli riesce di dormire. Dopo la liberazione si iscrive alla facoltà di medicina, interrompe gli studi al quinto anno e si fa sacerdote nella Congregazione di don Alberione, come gli altri suoi due fratelli.

 

MAMMA NINA DEI MATRIMONI

Le bimbe accolte nella Casa della Divina Provvidenza crescono e diventano belle ragazze. Attirano l'attenzione dei giovani di Carpi. Un fatto naturale che potrebbe dare, si pensa, preoccupazioni a delle suore. Mamma Nina affronta il problema come qualsiasi altra mamma. Certo, con le idee e i metodi del suo ambiente contadino e religioso, dal quale proviene e nel quale si è formata ai suoi tempi. Piuttosto rigorosi, accusati anche di essere superati. Mamma Nina, però, non deflette dai suoi principi e non trova mai opposizioni da parte delle sue figliole. Il fratello don Zeno la critica, tuttavia, per altre ragioni, pensa che allevi le figlie con una mentalità borghese, perché si preoccupa di sistemarle bene, di dare loro una formazione professionale. Mamma Nina ha le sue convinzioni e non si lascia influenzare. Lei fa quel che ritiene giusto. Una donna di carattere, consapevole che a questo mondo è impossibile accontentare sempre tutti e non essere soggetti a qualche critica

Una donna molto pratica e semplice, che non saprebbe complicarsi la vita con problemi ideologici come quelli di don Zeno.

Come qualsiasi altra mamma, prepara le sue ragazze al matrimonio, con la formazione morale e professionale, cura la loro preparazione religiosa al sacramento, accetta i fidanzati in casa organizzando festicciole, pensa al corredo, al pranzo, al viaggio, le porta all'altare. La Divina Provvidenza, in queste occasioni, è più generosa del solito. Un matrimonio che l' ha colmata di gioia eccezionale, è quello della figlia Maria con Ermes Canossa di Serravalle Po. Il 19 ottobre 1946, si celebrano due matrimoni, quello di Maria con Ermes e quello di un'altra delle sue molte figlie: Maria Santunione con Giuseppe Bassi di Carpi. Mamma Nina le conduce all'altare attraversando in corteo tutta la bellissima piazza di Carpi. In cattedrale le nozze sono benedette dal vescovo monsignor Dalla Zuanna. Mamma Nina scrive: Una era figlia del mio matrimonio e l'altra figlia spirituale datami particolarmente dal Signore: come era bello vederle tutte e due vestite di bianco, ugualmente. Dicono tante persone che non avevano mai visto una cerimonia uguale, cose che solo Dio sa fare. Dio nella sua bontà non ha lasciato mancare nulla, corredi, pranzi imponenti con tanti invitati senza mancare cibo a tutti, anche a quelli che non credevano alle sue verità; in Cattedrale tanta gente come fosse Congresso Eucaristico, il Vescovo commosso nel vedere le grazie che il Signore concede e per i prodigi che continuamente opera in questa Casa.

Mamma Nina ne porta parecchie di spose all'altare, sino a non molti mesi dalla morte. Le segue anche dopo il matrimonio, partecipa alle loro gioie, condivide i loro dolori e le loro difficoltà, è disponibile a ogni loro richiesta di aiuto, è sempre e soprattutto madre.

 

SENSIBILITÀ SOCIALE

Dopo quel 19 ottobre, nel tardo autunno, va a Sustinente a trovare la figlia Maria nella casa del marito. Quando arriva, si trova in un'ampia corte di tipo mantovano, costruita su una vasta tenuta agricola, difesa dai rischi dell'alluvione dai poderosi argini del Po. Si stupisce dell'abbondanza dei frutti prodotti da quella terra ubertosa, depositati nei magazzini della corte. Maria è accasata in modo più che soddisfacente, è amata dai suoceri, ha dinanzi a sé un avvenire sereno. Mamma Nina ringrazia il Signore con fervida preghiera. La visita è anche un'occasione che ci fa conoscere la sensibilità sociale di Mamma Nina, sulla quale ha probabilmente influito anche il fratello don Zeno. Rientrata a Carpi, non può fare a meno di paragonare le tante miserie che soccorre con l'abbondanza che ha trovato nella nuova casa di sua figlia. Il giorno dopo scrive al figlio Franco: "Sono andata a trovare Maria a Serravalle: l' ho trovata tanto bene ed anche in famiglia la trattano come una figlia. Ermes è molto buono; sono troppo ricchi e credo abbiano tanta responsabilità". La grande agiatezza vista in quella casa la rende inquieta, teme che faccia dimenticare tante necessità. Troverà il modo di avvertire la figlia, con delicatezza, senza incrinare l'armonia di quel matrimonio e la serenità che regna in quella casa.

Al fratello avvocato, signorilmente sistemato con la moglie e la piccola figlia a Modena, in un bell'appartamento, rammenta che a Carpi ci sono poveri che abitano in tuguri e precisa: "Vi auguro che Gesù vi ritenga degni di stare poi in compagnia di quei poveri in paradiso!".

Mamma Nina non offre quel che resta ai poveri, ma condivide con loro tutto quanto c'è nella casa. Il fratello Giovanni, avvocato, scrive che non ipoteca l'avvenire contraendo debiti, né lo assicura ammassando scorte o accantonando risparmi. Di solito, dà fondo nella giornata a tutto quanto ha e non si dimostra ansiosa per il domani, certa che il Signore provvederà generosamente.

 

DON VINCENZO, DON ZENO

Il 22 gennaio 1943, si celebra a San Giacomo Roncole l'undicesimo anniversario dell'Opera piccoli Apostoli di don Zeno, fratello di Mamma Nina. Con la presenza del vescovo monsignor Dalla Zuanna, si riuniscono una quarantina di sacerdoti che condividono le iniziative pastorali di don Zeno. Sono pure presenti: don Vincenzo, fondatore dell'Istituto Oblati di Gesù Sommo Sacerdote; Mamma Nina; Cesarina Saltini che fonderà a Milano l'Agape degli artisti. Si formulano progetti interessanti: l'Unione dei sacerdoti che aderiscono all'apostolato di don Zeno; l'Unione dei padri di famiglia, che accettano le idee sociali e pedagogiche di don Zeno; il "Pranzinianum".

Il "Pranzinianum" è probabilmente un'idea di don Zeno che, trovandosi in conversazione con don Vincenzo, Mamma Nina e la sorella Cesarina, propone un coordinamento o una collaborazione stretta delle iniziative che fanno capo alle loro persone, accettando pure la collaborazione di altre istituzioni animate dello stesso spirito delle loro. Viene abbozzato un breve statuto per un segretariato diocesano di collaborazione e di rappresentanza dei tre enti: Opera Piccoli Apostoli, Istituto Oblati, Casa della Divina Provvidenza. Il segretariato è denominato "Pranzinianum" in memoria del vescovo monsignor Pranzini. L'idea, però, resta allo stato di progetto. Don Vincenzo e Mamma Nina non sono del parere di associare in qualche modo le loro iniziative all'attività di don Zeno, pur senza escludere di aiutarsi se necessario. Ci sono pure le vicende tragiche e rovinose della guerra che pesano e rendono il progetto inattuabile.

Questo dimostra, tuttavia, come Mamma Nina non viva isolata nel suo istituto, staccata dalla realtà ecclesiale. In ogni caso, lei è l'unica dei tre che, quando può, aiuta concretamente i ragazzi accolti dai due fratelli sacerdoti.

Nel 1947, don Zeno entra con le sue famiglie e i suoi molti ragazzi, nell'ex campo di concentramento di Fossoli e vi fonda Nomadelfia: la città della fraternità cristiana. E' una permanenza che dura pochi anni, perché Nomadelfia, per ragioni legate alle idee sociali di don Zeno che non s'accordano al clima politico di quegli anni, è ostacolata dalle autorità governative e religiose. Mamma Nina è molto inquieta. Nel 1952, quando Nomadelfia è costretta all'autoscioglimento e anche la stampa cattolica dà sull'accaduto versioni discutibili, Mamma Nina scrive al quotidiano "L'Avvenire d'Italia" di Bologna per smentire certe voci.

Io non sapevo nulla di carità, e da lui ho imparato tutto. Io sono una povera donna ignorante, che crede in Dio e a Dio ha dedicato la sua opera di carità e di redenzione. Non so di giornali e di articoli, so solo soffrire leggendo che, al di sopra di quella grande opera di carità di mio fratello, si intromettono altre cose e altri interessi. La prego di rettificare quanto ha pubblicato circa me e don Zeno, perché ci siamo sempre amati da veri fratelli, e siamo sempre andati d'accordo nelle sue opere di carità.

Può sembrare una dichiarazione dettata solo dall'affetto che Mamma Nina nutre per don Zeno. In realtà, sono parole schiette e pensate. Si faccia caso: "Al di sopra di quella grande opera di carità, si intromettono altre cose e altri interessi"; "siamo sempre andati d'accordo nelle sue opere di carità".

L'allusione alle manovre delle autorità politiche e religiose per affossare l'iniziativa caritativa di don Zeno è chiara. Come è chiara l'allusione al disaccordo sulle iniziative non caritative, ossia politiche, del fratello. Pure il vescovo monsignor Dalla Zuanna la pensa più o meno così. Mamma Nina, in sostanza, è dello stesso parere. Nina non ha studiato, è semplice, ma non è sprovveduta, è intelligente, acutissima, come dice il provveditore Mazzetti.

Quando don Zeno ottiene dalla Santa Sede la riduzione allo stato laicale, Mamma Nina è sconvolta, non riesce a comprendere come si possa rinunciare all'esercizio del ministero sacerdotale per porre rimedio alle difficoltà della gente della ex Nomadelfia. Anche la sorella suor Scolastica, monaca clarissa nel monastero di Santa Chiara, condivide la stessa inquietudine. Don Zeno raccomanda al fratello don Vincenzo di tranquillizzarle, con non molto successo.

A decorrere dal 1952, la salute di Mamma Nina comincia a peggiorare seriamente e anche questo ha i suoi aspetti prodigiosi. Il primario dell'ospedale di Carpi, professor Carlo Tosatti, confida all'avvocato Giovanni Saltini di essere credente e, ciò nonostante, piuttosto scettico sui prodigi che accadono nella Casa della Divina Provvidenza. Secondo lui, però, un vero continuo miracolo c'è. E' la vitalità di Mamma Nina. Con il cuore, i polmoni, l'apparato digerente, i reni, tutti in grave stato, dovrebbe vivere solo stando in letto. In realtà, la cosa più sorprendente di Mamma Nina non sono i prodigi, che accendono sovente una morbosa attenzione fra la gente, ma è il voler bene smisurato di Mamma Nina a Dio, ai piccoli, ai poveri. Il miracolo più grande è questa capacità immensa di amare, oltre i limiti del sangue e dell'istinto, che Dio concede a una donna.

Non si può tralasciare di dire che mamma Nina conosce il fondatore della Pia Società San Paolo, don Giacomo Alberione di Alba, l'apostolo dei mezzi di comunicazione, della cui congregazione fanno parte tre dei suoi figli. Ha scambio di corrispondenza con lui, gli chiede notizia dei figli, lo incontra pure qualche volta. Don Alberione tiene in altissima considerazione Mamma Nina.

 

FACCIAMO A METÀ?

Mamma Nina, nel 1938, con due piccine e un fiasco di latte, si porta a Roma. Scende alla stazione Termini, segue il flusso dei viaggiatori che si dirigono all'uscita. Vuole recarsi alla sede della Pia Società San Paolo, dove vivono due dei suoi figli sacerdoti. All'esterno della stazione, senza chiedere informazioni, sale sull'autobus verso cui si avvia la maggior parte della gente. Mentre l'automezzo s'inoltra per le vie di Roma, Mamma Nina guarda spesso fuori come fosse incerta. Un signore la osserva.

L'autobus arriva al capolinea in piazza Venezia. Quel signore, desideroso d'aiutarla, le chiede dove è diretta e le spiega che ha sbagliato mezzo, che può recarsi a destinazione utilizzando altri due mezzi pubblici. Ma sta arrivando un temporale e invita Mamma Nina, con le due bimbe che l'accompagnano, a rifugiarsi in un bar vicino, dove possono anche rifocillarsi un poco. Lì, Mamma Nina racconta in breve la sua vicenda e la sua vocazione, che è di essere chiamata da Gesù a far da mamma a tante figlie dell'abbandono. Nel bar c'è Luigi Pelliccioni, un giovane che aiuta al banco gli zii, titolari del locale.

Ascolta e resta colpito da quella storia singolare, spiega a Mamma Nina di essere orfano di madre, di avere una sorella, ancora ragazzina, che è sola con il papà in Romagna, non lontano da Riccione. Le chiede se può prendere nella casa di Carpi la sorellina Maria, anche se è un po' vivace. Mamma Nina dice di sì, che sarebbe contenta di avere una figlia di 12 anni, che potrebbe esserle d'aiuto con le più piccine. Anche gli zii di Luigi restano impressionati da quella donna semplice e generosa, le offrono ospitalità per i pochi giorni di permanenza a Roma. Mamma Nina, sbrigate le faccende che deve trattare nella capitale, torna a Carpi dove è raggiunta ben presto dalla ragazzina romagnola Maria Pelliccioni.

La signorinella Maria, durante la guerra, è sfollata a San Marino con l'amica Rita Bertolini. Insieme accudiscono a una quarantina di bambine di Mamma Nina. Maria ha 19 anni, Rita 16. Quando si è giovani si ha voglia di un po' di allegria anche se c'è la guerra. Si hanno tante buone ragioni d'essere contente da giovani, anche se a San Marino arrivano notizie dolorose. Le due amiche, per divertirsi, cantano insieme sotto un albero.

Un giorno Mamma Nina, con tutta la casa, va a vedere il film Don Bosco. Arrivano a film iniziato e si accomodano un po' qua un po' là, dove intravedono posti liberi. Maria siede una fila o due davanti a Mamma Nina. In una scena del film si vede don Bosco che porge un frutto a un ragazzino mogio mogio, che diventerà don Rua, il suo successore -, dicendo: "Facciamo a metà?".

Mamma Nina, che ha i suoi progetti, tocca sulla spalla Maria per farla voltare, e le ripete sorridendo: "Facciamo a metà?". Maria, senza dar peso al significato recondito della domanda, risponde: "Sì, sì!", e non ci pensa più. Poi Maria, aiutata anche dalle amiche, avverte il significato sottinteso della domanda e, quando Mamma Nina gliela ripete, non risponde, diventa sfuggente. Anzi, cerca in tutti i modi di evitare le occasioni di incontro in cui Mamma Nina le potrebbe ripetere la domanda. Non vorrebbe impegnarsi, tra i suoi progetti di vita non c'è quello di farsi suora. Mamma Nina, invece, ha intravisto nel cuore di Maria il germe di una chiamata e attende pregando. Maria intuisce che il Signore la chiama a incamminarsi per una strada diversa da quella sognata. Quando si è presi di mira da Dio è difficile svignarsela. Maria cerca di contrastare questa chiamata sommessa e imperiosa nello stesso tempo. Prega perché il Signore distolga il suo sguardo da lei. Ma che vuole il Signore? Ci sono tante ragazze che si farebbero suore volentieri! Che vada da loro!

Il Signore, però, se vuole, riesce a mostrare le rose anche ai ciechi, come dice un antico proverbio orientale. E alla fine Maria Pelliccioni diventa Sorella Teresa, il 13 ottobre 1947, nella chiesa della Sagra, davanti al vescovo Vigilio Federico Dalla Zuanna. Sorella Teresa ha sentito il profumo delle rose e poi le ha anche viste. Le rose di Dio. Dubitare, trovare, vedere, arrendersi al Signore, in realtà non è altro che essere cercati, trovati, guardati, vinti da Dio.

 Dieci anni dopo, nel 1957, sorella Teresa succede a Mamma Nina, e diventa Mamma Teresa.

 

LA VITA E' TRASFORMATA, NON TOLTA

La vita di mamma Nina e del suo istituto scorre sui binari della Provvidenza per anni. Dal 1936 al dicembre 1957, anno della morte di Mamma Nina, sono state ospitate nelle varie Case della Divina Provvidenza oltre mille bambine. Mamma Nina lavora instancabilmente per le figlie, prega intensamente Gesù eucaristico, ha una fiducia incrollabile nell'aiuto di Dio, che si manifesta spesso con segni prodigiosi. Una vita faticosa, travagliata da dolori, incomprensioni e preoccupazioni, consolata dall'aiuto evidente del Signore, spesa nell'amore materno al suo grado più elevato. L'amore materno, come lo ha praticato Mamma Nina, è la cifra che spiega tutta la sua vita. Ascoltiamo padre David Maria Turoldo, che l'ha conosciuta. Sono parole improvvisate, dette nel 1982.

Io quasi mi sento smarrito a stare sotto il quadro di Mamma Nina, quell'immagine, che ho conosciuto proprio qui a Carpi […] Credo di non averla mai dimenticata, l' ho sempre davanti quel volto. […]

Mamma Nina non è santa perché si è fatta suora; vorrei quasi dire che si è fatta suora perché era santa, insomma. Non deve esserci questo monopolio della santità soltanto ridotta in monasteri, alle istituzioni […] Era il suo modo di vivere, di sentire la maternità, che era proprio il modo santo di vivere, di sentire la maternità, che era proprio il modo santo di vivere la propria vita, e questo è molto importante. […] Vi dirò semplicemente che quando penso a queste cose, Mamma Nina è proprio quella che ha varcato il limite del sangue, ha varcato il limite dell'istinto, è quella che ha sentito che la maternità e la paternità, non è madre, padre […] E' qualcosa di enorme! […] Non c'è nulla di più insidioso del sangue, non c'è nulla di più angusto e ambizioso del sangue, Certo, non che si deve disprezzare, perché fa parte della creazione di Dio, ma non è quello il termine. Mamma Nina è andata oltre e ha slargato il limite e proprio per questo è avvenuto quell'inevitabile strappo. Lei non ha mai rinunciato alla maternità del sangue, l'ha completata con la maternità dello spirito. E questo è il suo veramente grande messaggio. […] Lei non si è ridotta a fare la madre; come papa Giovanni diceva: "Io cerco di non fare il prete, cerco di essere prete". Capite: cerco di essere! E lei è passata dal fare all'essere. Lei non faceva la madre, lei era la madre! […] E' esplosivo è rivoluzionario il messaggio di mamma Nina.

Infatti, alla morte di Mamma Nina, uno studente anonimo scrive su un giornaletto controcorrente: A parte il Paradiso e Dio e le cose ultraterrene, Mamma Nina era un essere sociale che della società capiva e cercava di riparare i difetti e gli errori. Ma non lo faceva con le chiacchiere, non lo faceva con le rivoluzioni e la mitraglia: lo faceva col suo sangue. Oggi che se ne va, è il mondo intero che ha perduto qualcosa di buono.

Negli ultimi anni di vita, Mamma Nina è ricoverata alcune volte in ospedale. Nel 1957 il crollo, è costretta a letto sino alla fine, mantenendosi in un incredibile stato di serenità, a volte addirittura allegra.

Continua a ricevere persone, a consolare, ad ammonire. Ecco un piccolo episodio toccante. In questi ultimi mesi della sua vita riceve nella stanza dov'è degente un gruppetto di donne mirandolesi. Le ha accompagnate, con l'auto, Gino Rinaldi di Mirandola, che si tiene scostato in un angolo vicino alla porta.

Giovane ufficiale d'artiglieria, durante la guerra e la prigionia è scampato a traversie, pericoli, sventure, d'ogni genere. E' tornato con l'animo sconvolto per sempre da tutti gli orrori e le crudeltà cui ha dovuto assistere. Esce dalla stanza per ultimo, voltandosi a guardare. Mamma Nina gli fa cenno di avvicinarsi, di chinarsi, lo bacia in fronte senza dire nulla e lo saluta con un gesto della mano. Quel bacio lo sconcerta e lo rincuora.

L'ho conosciuta anch'io Mamma Nina. Mi è facile rivederla con l'immaginazione. La vedo a Mirandola, in tempo di guerra, nel 1944, camminare col suo passo dondolante - forse soffriva di artrosi alle anche -, sbucare dal nebbione di novembre, attraversare di sbieco la via Montanari dove abito, imboccare la via Castelfidardo, dirigersi in via Spalti, dove tiene nascoste: la moglie del rabbino di Reims, signora Lucia, evasa dal campo di Fossoli, le sorelle Ines e Gilda Levi di Bologna con la loro mamma. Camminando, rimette sul capo, con un suo gesto abituale, il velo che le sta scivolando sulle spalle. La vedo a Carpi, nel dopoguerra, intorno al 1950, entrare in Seminario, avvicinarsi alla portineria e chiedermi:

"Ghél don Tonino?", mentre noto una lieve ciocca di capelli grigi, mai troppo ordinati, che le esce dasotto la reticella che li contiene.

"Sì, Mamma Nina!"

"Pòssia andèr su?". E senza attendere risposta, mi fissa sorridendo:

"Tant, a sun vècia c'mè la bùba!".

Lo stato di salute di Mamma Nina si aggrava ulteriormente negli ultimi mesi del 1957.

I medici che la curano non hanno mai potuto accertare con esattezza la malattia che la porta inesorabilmente alla morte.

Erano tutti gli organi e gli apparati del suo organismo che erano scarsamente efficienti e funzionavano sempre peggio. Non riusciva più a deglutire neppure un sorso d'acqua, ma quando riceveva il Pane eucaristico, non si notava alcun segno apparente di sforzo per deglutire. Alla fine, le stanno attorno tutti e sei i suoi figli naturali. Don Samuele è tornato un mese prima da Tokio, don Maggiorino è accorso da Madrid, don Franco arriva un quarto d'ora prima del trapasso: la mamma gli aveva promesso di aspettarlo. Spira il mattino del 3 dicembre 1957, per entrare nella casa del Risorto.

Non è facile sintetizzare in poche parole la religiosità di Mamma Nina, apparentemente semplice, perché, in realtà, si tratta di una vita e di una religiosità caratterizzate da decisioni e aspetti umanamente duri da accettare e da giustificare. Spiegabili solo se si presuppongono doni mistici dall'Alto, sui quali Mamma Nina è estremamente riservata, anzi nascosta. Solo al fratello don Vincenzo pare abbia confidato qualcosa, ma questi non ha lasciato appunti in proposito. E allora accontentiamoci di uno scritto di Mamma Nina al figlio don Samuele:  Dopo pranzo siamo andati in teatro a Carpi ed ho parlato io. Il più grande miracolo è quello di parlare di cose profonde, io che non so nulla; c'era pieno il teatro.

Alla nostra casa è un miracolo continuo, nulla manca; si capisce, le prove non mancano, ma quelle sono la garanzia della vera e santa opera di Dio.

Se tu vedessi questa casa, non la riconosceresti più; la chiesa nuova, la cucina tutta cambiata, solo qui a Carpi siamo in centoquattro; tre sartorie dove le bambine imparano un mestiere; capirai che spese, noi non possiamo avere nessun contributo, Dio pensa a tutto e per tutti, non manca mai il necessario.

Nessuno si sente più di consigliarmi, tanto il miracolo di questa opera è grande; tu sai quanto io sia ignorante sotto tutti i rapporti, confido e non faccio un passo senza prima chiederlo al Signore, giacché non ho nessuna capacità. Lui mi guida in tutte le cose piccole e grandi, perché io non so fare da sola neppure le cose piccole; dico sempre che questo è il miracolo più grande di questa Casa, sapere così poco… Dio mi deve assistere sempre ed anche accompagnare; se mi lasciasse un solo istante andrebbero le cose tutte al rovescio. Alla sera meditando sono tanto contenta dicendogli: "Anche oggi nulla vi ho rubato, tutto a gloria Vostra". Se vedessi, è sempre un continuo venire a visitare la Casa, restano confusi per la grande Opera tutta particolare del Signore. Noi continuiamo a prendere delle povere bambine che passano cantando e suonando per le piazze, senza neppure il vestito.

C'è bisogno di commentare? Don Zeno scrive a don Vincenzo: Credo di non esagerare pensando che mamma Nina rimarrà viva nel popolo come la santa della città di Carpi. […] Ha reso Dio tangibile […]. Ha dimostrato che il popolo ha sete e bisogno di santi. […] Secondo me ha saputo vivere l'essenza del cristianesimo dalle cose più insignificanti alla contemplazione del Paradiso.

Dalle cose più insignificanti, ossia da un mastello di biancheria da lavare, dal servire a tavola. La santità è sovente una cosa misteriosa, tanto più è grande, tanto più sta invisibie dietro le azioni più ordinarie.

Fino alla contemplazione del Paradiso. E' vero, tutta la vita e l'attività di Mamma Nina è incomprensibile, inspiegabile, se non si presuppongono doni mistici dall'Alto. Come spiegare altrimenti certe affermazioni di Mamma Nina, quali: "Gesù mi ha detto…"? Tra questi doni, ci deve essere stato anche quello di una esperienza della vita beata dopo la morte. Mamma Nina stessa ce ne dà una conferma indiretta. Del paradiso ne parlava spesso ed era uno dei suoi costanti pensieri, dei suoi discorsi con le compagne. Tanto che un giorno una di queste le chiede: "Senta, lei ci parla sempre del Paradiso, che lo dobbiamo meritare, che è tanto bello. Ma lei, lo ha visto il paradiso?". Mamma Nina sta un attimo assorta e: "Non per niente ho lasciato i miei bambini". Per noi, uomini e donne del Duemila, smaliziati dal progresso scientifico, resi ottusi dal benessere, una vita ricondotta all'essenzialità del Vangelo sembra una vita impossibile e incredibile. Eppure, non è incredibile, è ancora così. Basta andare a controllare, a Carpi, in provincia di Modena, Casa della Divina Provvidenza, Via Matteotti, 71. E saper guardare dietro le azioni umili di ogni giorno.

Il carisma di Mamma Nina, ossia accogliere, formare e accompagnare bambine e ragazze all'età adulta, capaci di affrontare le responsabilità e le difficoltà della vita, si sviluppa e continua. Nel dicembre 2004, a fianco del palazzo Benassi, sorge la Casa Agape, che accoglie donne e giovani madri in difficoltà.

Dio continua a raccontarsi agli uomini per mezzo dei santi. I santi non stanno nel passato, stanno nel futuro, sono una sfida lanciata agli uomini e alle donne che verranno dopo. Sono attuali. In una società che sembra dare importanza solo all'apparenza, al successo, al denaro, dove sembrano trionfare lo spreco, la volgarità, il potere, i santi ci provocano, ci indicano la strada senza deviazioni che dobbiamo percorrere.

 

PREGHIERA

per chiedere l'intercessione della venerabile Mamma Nina

 

Padre, noi ti ringraziamo per il modello di abbandono alla Provvidenza e di servizio ai piccoli che ci hai dato in mamma Nina Saltini.

Ti chiediamo, se è tua volontà, che questa credente esemplare sia dalla Chiesa dichiarata beata a gloria del tuo Nome e a nostra consolazione e aiuto.

Per sua intercessione concedi a noi la grazia che imploriamo con fiducia. Per Cristo nostro Signore.

 (si recitino tre "Gloria")

Imprimatur: Carpi, 1 dicembre 1984

+ Alessandro Maggiolini, vescovo