LA
VENERABILE MAMMA NINA SALTINI
Gesù
mette sempre a tavola le mie bambine
Di REMO RINALDI
LA
FAMIGLIA SALTINI
La
signora Filomena Saltini è in soffitta, valuta a occhio il volume del sacco dei
fagioli, poi posa alla sommità due pagliuzze. Ha dei sospetti: se qualcuno
sottrae fagioli dal sacco, le pagliuzze cadono a terra.
L'indiziata
è la figlia Nina che, - mamma Filomena prova una stretta al cuore -, da qualche
tempo dà segni di squilibrio.
Marianna,
detta Nina in famiglia, nasce a Fossoli di Carpi, nella provincia di Modena, il
28 agosto 1889, in una famiglia patriarcale di proprietari e fittavoli terrieri,
assai benestanti, che coltivano direttamente i loro terreni, e altri presi in
affitto, aiutati da parecchi braccianti. E' la terza figlia di Cesare e Filomena
Righi, i cui due primi figli sono morti in tenera età.
Il
nonno Giuseppe, capofamiglia, ha la saggezza di intrattenere rapporti sereni con
i molti salariati dipendenti. E' un fatto eccezionale in quei tempi di violente
rivendicazioni bracciantili, guidate dai socialisti e osteggiate in modo
intransigente dagli agrari del territorio.
La
famiglia Saltini è di solida religiosità essenziale, che educa assai più con
l'esempio che con le parole. Sin da bambina, Nina aiuta la mamma nei lavori di
casa, nell'educazione dei molti fratellini, insegna loro le orazioni e il
catechismo, sorveglia che studino e facciano i compiti, li prepara per la messa
festiva alla quale li accompagna. A quei tempi, la prima figlia non è mai
destinata agli studi, poiché deve aiutare la mamma in casa, anche nelle
famiglie della borghesia agricola. Nina perciò non va oltre la terza
elementare. E' una ragazza assennata, generosa, molto bella, ritenuta scontrosa
dalle amiche perché non si associa ai loro discorsi frivoli o ai pettegolezzi.
IL
MATRIMONIO
A
vent'anni, si fidanza con il carpigiano Arturo Testi, ma il matrimonio è
contrastato in famiglia, specie dal nonno Giuseppe, perché la professione di
sarto del giovane non dà sicure garanzie economiche per il futuro. Non è
ammissibile che Nina, ricca e bella, sposi un giovane, sia pure onesto, che a
mala pena riesce a sbarcare il lunario. Nina è buona, brava, ma possiede
carattere deciso. Per superare la difficoltà, si lascia convincere da Arturo a
fuggire di notte da casa, rifugiandosi presso i coniugi Gamberini, zii di lui.
E'
il 10 novembre 1910. Figurarsi il putiferio che succede il mattino in casa
Saltini! Il nonno Giuseppe accusa il figlio Cesare e la nuora Filomena di
complotto. Papà Cesare se la prende con la moglie ritenuta complice della fuga.
Dopo
qualche giorno, interviene monsignor Eugenio Loschi, parroco della Cattedrale di
Carpi, il quale conosce bene il giovane. Riesce a rabbonire il nonno Giuseppe
che non vuole subire l'affronto. Arriva poi il consenso dei genitori, e il 21
dicembre i due giovani si sposano. Dal matrimonio nasceranno sei figli: Sergio,
Vincenzo, Enzo, Maria, Francesco, Gioacchino. La signora Nina, oltre ad accudire
alla casa, ad allevare e educare i figli, assiste di notte ammalati poveri della
città, con il permesso del marito.
Dopo
la nascita dell'ultimo figlio, Gioacchino, nel 1925, il marito Arturo si ammala
gravemente e non si riavrà più. Nina, oltre ad allevare i sei figli, deve
assistere il marito e occuparsi del laboratorio di sartoria. Per alleviarla un
po' dalle fatiche, nel periodo natalizio del 1926, papà Cesare la convince ad
affidare il piccolo Gioacchino, di 17 mesi, al fratello Sergio e alla cognata
Aderita Benatti, che non hanno figli. La situazione della famiglia Testi si fa
preoccupante per l'interminabile grave malattia di Arturo.
Data
l'onerosità della situazione e l'urgenza di decisioni, alcuni della famiglia
Saltini intervengono senza troppi riguardi, vendono la villetta di Via
Sbrillanci dove abitano Nina e Arturo, escludendo dalla decisione il figlio
maggiore Sergio, ormai diciottenne, ignorando Giuseppe, il fratello di Arturo,
comproprietario. All'ultimo momento i Saltini scovano un appartamentino
d'affitto, che non basta per tutti, dove Nina deve traslocare con il marito
moribondo. Più tardi, questi fatti incresciosi provocheranno una lite tra
parenti: una vicenda penosa, mai accennata dai fratelli di Nina perché li mette
a disagio, ma ricordata con discrezione dopo molti anni, per amore di verità,
dai figli sacerdoti di Nina.
VEDOVA
Il
21 aprile 1929 Arturo muore. Nina resta sola a 39 anni, con sei figli e una
sartoria senza lavoro. Le hanno venduto la villetta, parte del mobilio e delle
suppellettili di casa finiscono chissà dove, non può tenere tutti i figli con
sé.
Trascorsi
alcuni mesi di smarrimento, la vedova Nina si risolleva, parenti e conoscenti la
trovano cambiata, intuiscono che è accaduto qualcosa, ma non riescono a capire.
Con una sicurezza impensabile, Nina prende decisioni importanti per l'avvenire
dei figli. Impegna le macchine per cucire della sartoria e manda il figlio più
grande, Sergio, a perfezionarsi presso una scuola sartoriale di Parigi. Il
secondogenito Vincenzo è ad Alba nell'Istituto di don Alberione, dove andrà
anche il terzogenito Enzo. Il piccolo Gioacchino è con gli zii Sergio e
Aderita. Nina scriverà semplicemente: "Gesù mi faceva sentire una forte
vocazione mai avuta neppure da ragazza".
Nel
1933, per ridurre le spese di famiglia, papà Cesare convince Nina a recarsi a
San Giacomo Roncole di Mirandola, dove il fratello don Zeno ha iniziato ad
accogliere i figli dell'abbandono e della miseria.
Eppure,
la famiglia Saltini è molto ricca e potrebbe facilmente sobbarcarsi l'onere
delle spese famigliari di Nina. In ogni caso, Nina affermerà che ha
"imparato la carità" dal fratello don Zeno. Resta a San Giacomo per
un anno o poco più. Ha con sé i figli: Maria, -che entra provvisoriamente in
un collegio femminile fondato da don Alberione in Alba -, Sergio e Francesco.
Durante un momento di riposo in cucina, seduta su uno sgabello, "le pareti
di quella stanzetta si fecero tanto splendide che io non so spiegare". Vede
san Francesco, in compagnia di un frate alto e un po' curvo, passare lentamente
uscendo dalla stanza. Nina interpreta la visione come un invito ad abbandonare
la collaborazione con don Zeno, per dedicarsi a una sua missione particolare:
"Quella di ubbidire a quella insistenza che Dio da anni mi faceva
sentire": la salvezza delle bambine abbandonate e in pericolo morale. Nel
marzo 1934, si trasferisce a Fossoli. Aiuta l'unica maestra dell'asilo
parrocchiale, adattandosi a far di tutto: bidella, cuoca, aiuto-educatrice,
catechista. Assiste anche i malati poveri della parrocchia. Non interrompe
completamente la collaborazione con don Zeno, perché sul foglietto periodico
l'Apostolo, del 2 settembre 1934, è scritto che Nina porta a San Giacomo, nella
comunità di don Zeno, una piccola orfana scalza e vestita di stracci. I figli
Sergio e Francesco restano per il momento a San Giacomo.
LA
FORTE VOCAZIONE
Il
parroco di Fossoli, don Gino Lugli, dopo qualche perplessità, si convince che
Nina è chiamata a una grande missione. Don Vincenzo, l'altro fratello di Nina,
segretario del vescovo, invece è dubbioso, prudente, per il fatto che conosce
gli umori della famiglia e sa bene che non è risolta la questione dei figli
ancora bisognosi dell'assistenza materna. La figlia Maria, anzi, la reclama.
Dopo sette mesi di permanenza a Fossoli, papà Cesare e mamma Filomena,
impongono a Nina di trasferirsi a Carpi, nell'appartamento del fratello avvocato
Giovanni, ancora celibe. A Carpi, Nina avvicina prostitute, mezzane e le
convince ad affidarle le loro figlie, per toglierle dalla strada. Alcune di
queste bambine, d'estate, vivono di espedienti e dormono all'aperto, sotto i
portici della vasta piazza della città. Proprio in quegli anni si svolgono a
Carpi clamorosi processi per corruzione di minorenni. Una situazione sociale
che, oggi, fa restare increduli, ma non dimentichiamo che, nei primi anni Trenta
del Novecento, la disoccupazione nel territorio della pianura modenese raggiunge
punte altissime. Nel 1931, il prefetto di Modena informa Mussolini degli stenti
impressionanti dei disoccupati. Il questore di Modena segnala casi di sfinimento
per denutrizione nei bambini. Le autorità fasciste affrontano il grave momento
pubblico con misure inefficaci, e avvertono spesso l'autorità centrale della
preoccupante situazione occupazionale. Una buona parte del territorio emiliano
di allora, può essere considerato come il Sud del Nord.
Nina
cura le bambine che le sono affidate, offre loro da mangiare e le fa custodire
da qualche famiglia, pagando. A Carpi si parla con dileggio della "pazza
Saltini". "Guardala lì, pianta i suoi figli per sbaciucchiare le sue
mocciose!", le gridano per strada. La mamma Filomena è assai contrariata
per l'attività della figlia ed esclama: "Non basta che a causa di don Zeno
soffriamo tante umiliazioni?". Ma quando le riferiscono che: "Tutti
dicono che don Zeno è matto", ha la prontezza di rispondere: "Anche
al Signore dissero che è matto".
La
signora Nina si presenta al vescovo Giovanni Pranzini, prospettandogli l'impegno
che, "per esplicita chiamata di Gesù", vuole assumersi per la
salvezza di tante fanciulle. Il vescovo è perplesso, il segretario don Vincenzo
lo ha informato da tempo sulla situazione precaria dei figli, sul malumore della
famiglia Saltini. Il vescovo, però, conosce anche la condizione di tante povere
creature esposte ai pericoli della strada. E' pensieroso. Poi,
sorprendentemente, dà la sua approvazione: "Sì, signora Nina, è ciò che
il Signore vuole da lei". La donna esce dall'incontro decisa a superare
ogni ostacolo. Qualcuno mette in dubbio la provata saggezza del vescovo. I
famigliari ricorrono a tutti i mezzi per far desistere Nina dalla sua
fissazione, ritenuta morbosa. Usano parole ingiuriose, derisioni, intimidazioni,
minacce. Il fratello Sergio arriva a investirla con parole orribili: "Sei
peggio delle mie vacche! Loro non abbandonano i vitelli. Tu, dove li metti i
tuoi figli?". "Ma Sergio, è Gesù che mi chiama!". Questo è
Vangelo allo stato più genuino: "Chi ama il figlio o la figlia più di me
non è degno di me" (Mt 10, 37). Alessandro Maggiolini, il vescovo
promotore della causa di beatificazione di Mamma Nina, afferma: La vicenda di
Mamma Nina mi sembrava disumana. Soltanto dopo avere bene esaminato tutto, avere
riflettuto e pregato, mi sono accorto che qui eravamo davanti al Vangelo puro,
nella sua radicalità, sine glossa.
Nina
soffre e tace. Riunisce le prime bimbe in una stanza dell'appartamento della
signora Irene Tassi, mamma di undici figli, disposta ad aiutarla. Porta loro
ogni giorno quanto la Provvidenza le fa arrivare: cibo, vestiario, legna,
coperte, posate, profittando anche dell'abbondanza che c'è nelle case dei
Saltini, a Fossoli e a Carpi, confessando candidamente: "Il Signore mi
aiutava sempre a coprire i furti della farina che portavo alle bambine".
Mamma Filomena, messa in guardia dai vicini, negava le sottrazioni, perché se
fossero accadute le avrebbe certamente notate. Insospettita dalle voci, però,
controllava tutto accuratamente, ma "Dio sollevava la farina nei sacchi e
la mamma non se ne accorgeva", scrive Nina.
Anche
nella casa carpigiana del figlio avvocato, mamma Filomena non nota ammanchi nel
corredo di casa, nonostante qualche cosa abbia preso certamente il volo.
BUONA
DI FAR NIENTE?
Nella
primavera del 1935, Nina è riuscita a vestire a nuovo le sue bambine, le vuole
presentare al vescovo perché le benedica. Monsignor Pranzini, sessantenne, è
già molto malato. Riceve La signora Nina e le figlie in vescovado. Sta in
poltrona, ha le gambe gonfie, avvolte in una coperta, è contento della visita.
Si alza, vorrebbe intrattenersi, ma il male ha il sopravvento: "Perdonate,
figliole, non ne posso più, sì vi benedico". Fissa gli occhi commossi
sulle bimbe, traccia un ampio segno di croce e deve congedarle.
Il
vescovo muore il 22 giugno 1935. Nina ha parole toccanti e semplici per il suo
vescovo: "Eccellenza, adesso che siete davanti a Gesù, ricordatevi quel
che mi avete detto, e ditegli proprio che mi aiuti. Lo sapete che sono una
povera ignorante, che non sono buona di far niente".
Dopo
qualche mese, nel settembre 1935, riesce a sistemare le bambine in un locale del
palazzo Molinari, in Corso Fanti. "Andai in tre camerette con niente: avevo
in tasca sette lire e cinquanta centesimi, un materasso e basta. […] Il
Signore mi aveva chiamata sul serio. Non mi lasciava sola, mi stava accanto,
giorno per giorno mi mandava il necessario". Da questo momento le bambine
la chiamano "mamma Nina". D'ora in poi, tutti la chiameranno sempre e
solo così.
Le
tensioni con i figli e con la famiglia non sono placate. La difficoltà più
grave di Mamma Nina, per realizzare il suo proposito, è la sistemazione dei
figli, nessuno dei quali è ancora in grado di affrontare da solo la vita. La
posizione dei cinque figli maschi è più o meno soddisfacente, ma quella della
figlia Maria è davvero difficile. La famiglia Saltini non è più disposta ad
aiutare. "La mia mamma, assieme al mio babbo, combinarono di non pensarci
più per i miei bambini, così sarebbe stato l'unico rimedio per farmi
tornare". Mamma Nina non si dispera, affida il problema al Signore, certa
che Gesù avrebbe provveduto.
Dopo
pochi giorni, "ricevo una lettera da Campobasso che una signora aveva fatto
una borsa di studio per i miei figli chierici". Il più piccino è adottato
dal fratello di Nina, che già l'aveva in affido. Il penultimo, Francesco, è
nel collegio modenese del Sacro Cuore retto dai Giuseppini. La figlia tredicenne
Maria, entra nel collegio delle Orsoline in Modena. Infatti, un giorno, Mamma
Nina va a Modena con il fratello avvocato. Si reca al collegio delle suore
Orsoline e tiene, pressappoco, questo discorso alla madre superiora:
"Madre, sono vedova con sei figli piccoli. Gesù mi ordina di accogliere e
di educare le bambine che vivono in ambienti malfamati o che sono abbandonate,
per portarle al matrimonio. Ma devo trovare una sistemazione per i miei figli.
Dovete prendere la mia figlia Maria nel vostro collegio, che è il migliore di
Modena, così i miei parenti non potranno dire che la trascuro. Le mie
possibilità economiche sono zero, perciò dovete tenerla gratuitamente, come
faccio io con le bambine che il Signore mi affida".
La
superiora è sbalordita per il discorso insolito, per il contrasto tra l'aspetto
dimesso della donna e la sua strana sicurezza. Ha l'impressione di avere davanti
a sé una squilibrata e le risponde che non è possibile.
Mamma
Nina, tranquilla, si accorda con la superiora di ripassare dopo otto giorni per
la risposta. Appena partita, la suora si affretta a scriverle per ribadire il
rifiuto. Trascorsi gli otto giorni, Mamma Nina si ripresenta. La superiora è
allibita, le chiede se ha ricevuto la lettera. Mentre chiede, vede che la
lettera è ancora lì, sul tavolo del parlatorio, nella stessa posizione in cui
l'aveva messa dopo averla scritta, con il proposito di spedirla subito. Turbata,
risponde che la richiesta è accettata. Dopo una settimana, la figlia Maria
entra a malincuore nell'Istituto delle Orsoline, dove sarà trattata come una
figlia sino al conseguimento del diploma magistrale. La figlia, però, non le
perdona d'averla messa in collegio.
Molti,
a Carpi, rimproverano a Nina d'aver abbandonato i figli troppo presto, alcuni
l'ammirano, altri non si esprimono. Le vacanze scolastiche dell'estate 1936 si
prospettano tristi per i figli: il papà Arturo è morto, non hanno più la loro
casa, la mamma si interessa di tante altre bimbe sconosciute. La figlia Maria
non si rassegna ad accettare una situazione tanto triste. I figli, d'accordo con
i parenti, convocano la mamma - quasi una citazione in giudizio - nel parlatorio
delle monache clarisse, dov'è la zia suor Scolastica.
Mamma
Nina si presenta e ascolta in silenzio tutte le recriminazioni e i rinfacci dei
figli, particolarmente animosi quelli della figlia Maria. Alla fine,
sommessamente, ricacciando il pianto, riesce a dire: "Me lo ha detto Gesù.
Lui mi ha consegnato le bambine. Perciò io devo seguire la mia strada. Il
Signore, con la sua Divina Provvidenza, penserà a voi". "Rispondevo
io, ma non erano le mie parole, erano risposte secondo la volontà del Signore
che davo ai miei famigliari e ai miei figlioli, perché la mancanza della mamma
li faceva soffrire". Per sdrammatizzare la situazione, decidono di chiedere
il parere del vescovo. Monsignor Carlo de Ferrari, con fatica, riesce a far
accettare ai figli la decisione della loro mamma, che ha tutti i caratteri di
una eccezionale chiamata divina. Dopo qualche anno, la figlia Maria si
riconcilierà definitivamente con la mamma, come avevano già fatto gli altri
suoi fratelli.
Nella
primavera del 1936, il Comune di Carpi offre in uso a mamma Nina il palazzo
Benassi, situato dietro il teatro comunale, nei pressi dell'antica pieve della
Sagra. La permanenza della numerosa comunità di bambine (una cinquantina nel
1937), nel corso degli anni, incontra varie difficoltà. La più nota è quella
della progettata requisizione del palazzo da parte del Comune per finalità
diverse da quelle di mamma Nina. Al podestà, che mette in dubbio che Dio si
scomodi per le bambine, mamma Nina risponde: "Eppure, è proprio così. E'
Lui che si prende cura di tutto. Se Gesù volesse, lei domani non sarebbe più
podestà di Carpi". Dopo alcuni giorni, il prefetto di Modena, con un
telegramma, accetta le dimissioni, mai date, del podestà. Mamma Nina sa solo
pregare, non ha certo manovrato con le autorità per ottenere questo risultato.
Tanto che il podestà successore, Salesio Schiavi, che vuole destinare il
palazzo Benassi a sede di uffici pubblici, di fronte alla sommessa protesta di
mamma Nina, dichiara apertamente di non voler battagliare con Domineddio. Il
palazzo è conquistato così.
UNA
NUOVA FAMIGLIA
Nel
marzo 1936, il vescovo De Ferrari approva, con uno statuto provvisorio, l'opera
di mamma Nina e le finalità che si propone. Nel 1937, don Vincenzo Saltini, è
nominato assistente ecclesiastico dell'Istituto denominato "Casa della
Divina Provvidenza". Nel marzo 1938, l'istituto è canonicamente eretto con
l'approvazione definitiva dello statuto della Casa.
Nel
frattempo, due figli di mamma Nina, Vincenzo (don Samuele) ed Enzo (don
Maggiorino), diventano sacerdoti nella società San Paolo di don Alberione. Un
terzo, Francesco, lo diventerà nel dopoguerra (don Franco). Maria è a Modena
nell'Istituto delle Orsoline. Il più piccino, Gioacchino, che diventerà
medico, è col fratello di Nina, Sergio. Il figlio maggiore, Sergio pure lui,
perfezionatosi a Parigi, è ormai un sarto affermato.
Sempre
nel 1937, Mamma Nina apre una seconda sede dell'Istituto a Modena, in un vasto
appartamento donato da Fernanda Forghieri, una nubile attempata. Poi passa in
sedi sempre più vaste: in Via Carteria, in Via Selmi. Infine, la vedova di un
ufficiale dell'esercito offre una villetta in Via Barbieri. L'insediamento nelle
varie sedi, specie nella prima, è caratterizzato da difficoltà e
preoccupazioni non lievi, tutte felicemente superate in circostanze che fanno
pensare all'intervento prodigioso del Signore.
IL
MALE NON VINCE
Siamo
nell'autunno del 1936. Una donna dall'aspetto forzuto, iraconda, amica del
lambrusco, diffidata dal Commissario di Polizia a riprendere la figlia ospitata
da Mamma Nina, si avvicina alla Casa della Divina Provvidenza sbraitando. Per
una strana associazione di idee, identifica Nina con Gesù. "Dov'è
Cristo?", grida, "devo fare i conti con lei!". Maria Lodi le apre
la porta, cerca di ammansirla, dice che Mamma Nina è fuori. "Non ci credo,
poche chiacchiere, se no ce n'è anche per te!", le grida la donna
infuriata, "Resto qui finché non la vedo. Vedremo chi comanda a mia
figlia: io, il Commissario o quel Cristo! La schiaccio sotto i piedi come una
lumaca!". Le bimbe della casa sono impaurite, pensano a cosa può succedere
quando la mamma rientra. Poi, le più grandi si organizzano per la difesa,
tengono a portata di mano il matterello, il bastone per rimestare la polenta,
l'attizzatoio, lo schiacciapatate, la boccia di legno per rammendare le calze.
Tre ragazzi di don Zeno, lì per caso, si piazzano davanti alle bambine,
nell'atrio d'ingresso, cercando di assumere un'espressione minacciosa, pronti a
scattare. Poco dopo Mamma Nina si avvicina alla casa. Maria Lodi dalla finestra
le fa segno per indicare chi c'è alla soglia.
Mamma
Nina intuisce, dissimula la paura, si avvicina alla donna serena e sorridente,
la saluta per nome: "Grazie per essere venuta a trovarmi, era tempo che
desideravo tanto parlare con lei. Vedo che state bene.
Anche
vostra figlia sta bene, sono sicura che ne siete contenta". Le bimbe
osservano sgomente, s'aspettano che la donna si scagli contro la loro mamma.
Invece il donnone sta fermo, guarda il viso sereno di Mamma Nina, si lascia
prendere sotto braccio e condurre fuori sulla strada, ascolta le parole di Nina
che parla con dolcezza. Una bimba le rincorre e grida: "Mamma Nina, quella
donna è cattiva, torna indietro!". Nina risponde: "Non temere, è una
mia amica, non mi può accadere nulla di male". Rientra a casa dopo
un'oretta: "Mi ha promesso che non offenderà più il Signore, preghiamo
perché abbia la forza di mantenere la promessa". La lotta per
l'affidamento e l'educazione della fanciulla dura, tra alterne vicende, per
anni, con asprezza da una parte e con pazienza e bontà dall'altra. Al
sopraggiungere della vecchiaia la donna perde gradualmente la sua aggressività,
accetta le visite e gli aiuti di Mamma Nina.
Abbandonata
da tutti, afflitta da malanni, solo Mamma Nina si interessa a lei, l'assiste.
Vuole confessarsi, riceve l'Eucaristia, l'unzione degli infermi. Si è resa
conto che Mamma Nina è la sola vera amica che ha.
Se
lo consideriamo un bell'episodio, solo buono per commuoverci, saremmo
superficiali. In un certo senso, Mamma Nina scorge il fondo di bontà,
invisibile ai più, che sta sepolto nel cuore di quella donna e che è la sua
verità più profonda. Lo psicologo, il sociologo, vi scorgerebbero altre verità,
ma non riuscirebbero, forse, a essere altrettanto acuti. Non è questione di
gentilezza o di ingenuo ottimismo: Mamma Nina, con umiltà, con pazienza, con
fiducia, riesce a portare in superficie quel fondo nascosto di bontà, a farlo
prevalere sul male, convinta che ha di fronte non una donna cattiva, ma una
persona buona che ha fatto cose cattive. L'amore fa vedere ciò che comunemente
è invisibile. E così, la forza distruttiva del male, alla fine, non ha il
sopravvento, non vince sul bene. Il male resta nel passato, mai nel futuro delle
persone. Il male è condannato a essere sempre in ritardo. Mamma Nina ha visto
come stanno realmente le cose.
LE
FIGLIE DI SAN FRANCESCO
Mamma
Nina ha in mente di fondare un'istituzione religiosa per l'assistenza e
l'educazione delle bambine. Nel marzo 1938, nella cattedrale di Carpi, riceve
l'abito religioso dal figlio Vincenzo (don Samuele), che celebra la prima messa
solenne. Si uniscono a lei, nel costituire la nuova famiglia religiosa delle
"Figlie di san Francesco": Ottorina Ballerini, Fernanda Forghieri,
Maria Lodi, Ines Lugli, Erminia Martinello.
Dopo
la cerimonia religiosa, è previsto un pranzo di festa per varie decine di
persone: parenti e amiche delle religiose. A palazzo Benassi si presenta, però,
anche un numero incredibile di poveri, che si erano passati la voce. I
commensali sono più di trecento. Mamma Nina non si sgomenta, alle sorelle e
alle figlie allarmate dice che ci avrebbe pensato Gesù. Lei stessa serve alle
tavole improvvisate. Alla fine del pranzo si raccolgono gli avanzi: molto pane e
parecchia carne.
I
fratelli sacerdoti vorrebbero indirizzare la sua attività su binari diversi.
Don Vincenzo la invita a rivolgersi alle istituzioni civili per ricevere aiuti
economici. Mamma Nina rifiuta con decisione. "Nessuna bambina paga la
retta: il Signore fin dall'inizio mi proibì di chiedere. […] Gli
amministratori sono i Santi; tutti i giorni li preghiamo, io non ho mai tenuto i
conti, mai tenuto una fattura, perché Sant'Antonio è segretario. San Francesco
ha voluto essere il protettore". Don Zeno insiste perché vada a San
Giacomo ad aiutarlo. Mamma Nina non va, ma poiché si tratta di attività
caritative, manda qualcuna delle sue compagne suore ad aiutare.
L'ECONOMIA
SCONVOLTA
Dalla
fede e dalla smemoratezza. Si tratta solo di un episodio molto strano.
Eloquentissimo, per dimostrare qualcosa che non ha bisogno di ragionamenti per
essere convincente. Nell'estate 1938, Mamma Nina si reca a Pavullo,
sull'Appennino modenese, per visitare le sue bambine ospitate per cura
dall'Istituto Climatico Infantile. L'Istituto, diretto dal tisiologo professor
Italo Cornia, è condotto dalle suore del Cottolengo. Superiora è madre
Candida, che conosce e stima Mamma Nina. Le due donne si confidano a lungo; suor
Candida vorrebbe ospitare per qualche giorno tutte le bimbe di Mamma Nina, ne
parla con il professor Cornia, il quale approva con entusiasmo. Mamma Nina
noleggia una corriera dei fratelli Valenti di Carpi e porta 45 bambine a Pavullo
per un breve soggiorno. Madre Candida ha dato istruzioni alla suora addetta agli
acquisti perché a tavola siano offerte cose buone e abbondanti.
Nell'ampia
veranda dell'Istituto si collocano parecchi lettini e brande. Le bimbe compiono
lunghe passeggiate nei boschi, siedono a tavola con buon appetito, gradiscono
molto il cibo offerto. Mamma Nina e suor Candida si attardano la sera in
cappella per ringraziare Gesù e, anche, per parlare davanti al Signore.
Dopo
il ritorno di Mamma Nina a Carpi, con le 45 figlie, madre Candida, controllando
i documenti di acquisto, nota che si è speso come nei giorni normali, prima
dell'arrivo delle 45 bambine. Chiede spiegazioni. La suora addetta alle spese,
cadendo dalle nuvole, ammette di essersi dimenticata di aumentare gli acquisti
come le era stato ordinato. Una cosa è certa, le 45 bambine hanno mangiato
molto e con grande appetito. Madre Candida è sbalordita, poi informa il
direttore professor Cornia, il podestà di Pavullo avvocato Onorio Castelli,
sottopone loro i documenti di spesa perché controllino e si convincano
dell'accaduto. A conti fatti, devono almeno constatare che le leggi
dell'economia, per una volta, sono state sconvolte. Madre Candida comunica tutto
a Mamma Nina. In realtà, è il Vangelo a sovvertire le regole dell'economia.
"Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Il
Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la
sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta". (Mt 6, 25)
LA
DIRETTRICE
Ormai
mamma Nina si è guadagnata la stima e l'ammirazione di tutti. La Casa della
Divina Provvidenza, "fondata da Gesù", si afferma con una fisionomia
tutta sua: non collegio, convitto, orfanotrofio, ma una casa-famiglia, dove le
bambine vivono seguite con affetto materno da Nina e dalle sue compagne. E' la
stessa idea pedagogica dell'Opera Piccoli Apostoli di don Zeno. Nella casa,
sostenuta com'è dai segni pressoché quotidiani del Signore, non manca niente
del necessario, senza chiedere nulla a nessuno, perché "Gesù non
vuole". Le bambine diventano ben presto un centinaio e oltre.
La
gente di Carpi non si stupisce quasi più dei fatti straordinari che accadono
nella "Casa della Divina Provvidenza". Per Mamma Nina non c'è niente
di strabiliante: "Gesù mi ha detto che metterà sempre a tavola le mie
bambine". Tuttavia, è estremamente umile e riservata. E' convintissima di
essere una povera ignorante e "tanto cativa". E' sempre molto inquieta
quando le attribuiscono il merito di qualche prodigio che accade nella Casa. Un
giorno il professor Cornia le dice: "Mamma Nina, ho ricevuto la sua
lettera, grazie. Le conservo tutte sa, un giorno serviranno, perché certamente
la faranno santa!". "Ha fatto bene a dirmelo, così non le scriverò
mai più". E mantiene la promessa. Le sue occupazioni principali sono:
cucinare e lavare mastelli di biancheria. Spesso riceve i visitatori in
lavanderia e, con tutta semplicità, dice che quello è l'ufficio della
direttrice. Mentre lavora, se può prega. Dopo aver lavorato, trascorre lungo
tempo in cappella a pregare. E' noto che, se arriva una bambina e non c'è il
letto disponibile, le cede il suo e se ne va a dormire in cappella sulla
predella dell'altare. Non si tratta di irriverenza, è la metafora più concreta
dell'amore per Gesù: un piccolo fatto che, nella sua quasi banalità, raggiunge
l'alto simbolismo mistico dell'amore per il Signore, quale appare nel
"Cantico dei cantici".
Mamma
Nina accorre di nuovo in aiuto di don Zeno, negli ultimi mesi del 1939, quando
il fratello, che si era trasferito nel Lazio, a Magliano Sabina, rientra a San
Giacomo. Nina è la sorella maggiore, ha confidenza, conosce la generosità del
fratello, si prende qualche libertà e accoglie alcuni fanciulli a sua insaputa.
Don Zeno è piuttosto autoritario, non concede certi margini di libertà alla
sorella. Tra i due c'è un franco scambio di opinioni e Mamma Nina, che ha
carattere, ritorna a Carpi, ma lascia nell'Opera Piccoli Apostoli di don Zeno
due delle sue suore.
All'inizio
degli anni Quaranta del Novecento, il provveditore agli studi di Modena, il
professor Roberto Mazzetti, che ha già conosciuto don Zeno, incontra Mamma Nina
e ce ne lascia una singolare testimonianza.
Sua
sorella, Mamma Nina, aveva fondato anche lei delle case, delle piccole comunità
dove raccoglieva le ragazze sventurate. Io l'ho vista, sono andato a visitarla a
Modena, questa donnina piccola, semplice, acutissima con uno sguardo molto vivo,
materna con quelle sue bambine. Ricordo che aveva già altre case oltre a quella
di Modena e diceva: "Vede, io quando ho dei guai, delle difficoltà per
mandare avanti questa comunità, vado davanti al Santissimo e risolvo tutti i
miei problemi".
Guardate,
io sono un laico, non vengo qui a difendere niente: dico le mie testimonianze.
TEMPO
DI GUERRA
L'Italia
entra in guerra contro Francia e Inghilterra, a fianco della Germania, nel
giugno 1940. La carità di Mamma Nina si allarga a soccorrere nuove povertà.
Nel dicembre 1940, è assegnato a Mamma Nina il "Premio della notte di
Natale", di quattromila lire, istituito dall'industriale milanese Angelo
Motta. Nel giugno 1941, don Zeno riunisce le donne di San Giacomo che vanno in
Piemonte, per qualche settimana, come mondariso: un lavoro faticosissimo,
esaltato da don Zeno per il suo alto significato spirituale e morale. A queste
donne parla Mamma Nina, con parole di profonda sapienza evangelica. Sono varie
le occasioni in cui parla in pubblico, anche di fronte a un uditorio numeroso,
in circostanze che non sembrano facili. Facciamo un salto di dieci anni.
Siamo
nel 1950, sua sorella Cesarina, che a Milano ha dato vita all'Agape degli
artisti, per aiutare negli studi giovani cantanti lirici, ha organizzato nel
teatro Ponzi di Monza un concerto. C'è anche Mamma Nina. Dopo essersi
intrattenuta un po' con gli artisti, si ritira dietro le quinte per recitare il
rosario e ascoltare rapita alcune arie d'opera. Terminato il primo tempo, dopo
un entusiastico applauso del pubblico per il soprano Mafalda Favero, Mamma Nina
avvicina l'artista e le chiede il permesso di parlare al pubblico. Inebriata dal
successo, la cantante risponde d'impulso: "Sì, Mamma Nina, farà tanto
bene!".
Mamma
Nina sbuca dai due veli del sipario, - il pubblico stupisce, inizia ad alzarsi
per trascorrere l'intervallo nel ridotto del teatro, i poliziotti sono
contrariati -, e con parole semplici parla dell'arte come mezzo di elevazione
dello spirito. Poi parla della Casa della Divina Provvidenza che lei, vedova, ha
fondato a Carpi per ordine di Gesù, delle molte bimbe che vi accoglie, alle
quali provvede il Signore, senza che lei chieda aiuti a qualcuno. Il discorso
termina con un applauso come quello a Mafalda Favero.
Il
28 luglio 1941, Benito Mussolini è a Carpi. Gli parlano della Casa della Divina
Provvidenza, vuole visitarla. Mamma Nina lo accoglie nell'atrio, con le sorelle
e le bambine. Il Duce vuol sapere come fa a mandare avanti la casa. "Venga
con me e le mostrerò come faccio", dice Nina, e lo invita a seguirlo
all'interno. Il corteo dei gerarchi s'accoda. Mussolini li ferma: "Vado da
solo!". Entrano nella cappella.
Mamma
Nina indica il tabernacolo. Non si sa che cosa si sono detti. Escono dopo un
po'. Mussolini non ha la solita espressione da dominatore: è conquistato e
commosso, lascia in dono centomila lire. Il giorno dopo, mamma Nina si reca alla
stazione ferroviaria e gli regala un crocefisso, che il Duce accetta volentieri.
A
metà agosto entra a Carpi il nuovo vescovo, il cappuccino Vigilio Federico
Dalla Zuanna. Il canonico Vincenzo Saltini, assistente religioso della Casa,
ragguaglia il vescovo su Mamma Nina e sulla Casa della Divina Provvidenza. Nella
sua prima visita alla Casa, compiuta il 21 agosto, il vescovo dice di vedere
nella Casa:
-
Una grande fede, profonda, sicura, la fede nella divina Paternità di Dio. […]
Fede nelle parole di Gesù Cristo più difficili: i gigli del campo. Fede nelle
parole: chiedete e vi sarà dato.
-
Fede che […] Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi
dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio.
-
Una carità squisita e piena. Squisita verso i più cari a Gesù, verso i più
bisognosi. Piena: sostentamento e educazione.
-
Una prova della paterna bontà di Dio.
Nei
tempi di guerra, per provvedere ai necessari sfollamenti, Mamma Nina apre case
provvisorie a Mirandola (in Via Spalti), Rovereto, S. Marino, Gainazzo,
Campogalliano, Soliera. Una delle sue compagne, sorella Luigina, dice: Fra la
guerra, le bimbe che continuavano ad arrivare e la miseria, c'era molta fame in
giro, però a noi non è mai mancato il pane e la minestra, anzi ne avanzava
addirittura, per quelli che venivano a bussare alla nostra porta. Per me era un
miracolo continuo.
In
altra occasione, quando in casa non c'è niente, Mamma Nina fa porre la pentola
con l'acqua sul fuoco. Sorella Luigina pensa che è inutile, tanto in casa non
c'è nulla. Mentre pensa questo, suonano alla porta, entra un signore che
consegna diecimila lire, una bella somma a quel tempo. Mamma Nina le dà subito
tutte a una signora piangente perché non ha nulla da dare a suo figlio
ammalato. "Perché gliele hai date tutte? Potevi dargliene metà", le
dice sorella Luigina, "anche noi non abbiamo nulla!". "Hai poca
fede", le dice Mamma Nina fissandola negli occhi, "Gesù mi ha detto
che le sue bimbe le metterà sempre a tavola". Poco dopo arriva un signore
che offre tanta roba da mettere a tavola tutte. Sorella Luigina soggiunge: Giuro
che quello che dico è la verità, tutte noi abbiamo vissuto, condiviso e
assistito a queste cose che hanno del miracoloso. Lei [Mamma Nina] era
incrollabile e assieme non avevamo paura di nulla.
Durante
la guerra e la Resistenza Mamma Nina ospita nelle sue case parecchi
perseguitati, specie donne ebree. Svuota la dispensa per sfamare povera gente.
Aiuti inaspettati le arrivano dalle parti in lotta. Le autorità pubbliche sono
insospettite dal fatto che le bambine hanno cibo e vestiario sufficiente, fanno
controllare le tessere annonarie, sospettano che Mamma Nina ne abbia molte più
del dovuto. Risulta, invece, che ne ha una quarantina di meno. Perché? Le ha
date a dei bisognosi. Esponenti della Guardia repubblicana, alludendo alle donne
ebree che ospita, le dicono: "Mamma Nina, sappiamo che nelle sue case non
tutto è in ordine, ma chiudiamo gli occhi perché è lei". In altra
occasione, rifiuta le vettovaglie che sa di provenienza furtiva e risponde a
certe loro rimostranze: "Par mè a si tut me fioi. Me a go 'na bandiera
sola, quela dl'amor!". In altra occasione, i Carabinieri l'avvertono in
anticipo d'una ispezione dei tedeschi alla casa.
Nell'immediato
dopoguerra, un capo partigiano comunista le dice: "Mamma Nina, lei ha le
carte in regola, nessuno verrà a molestarla". Nina, che ha nuovi
perseguitati rifugiati in casa, risponde: "Grazie, stia sicuro che
continuerò a fare quello che ho sempre fatto".
Il
periodo della Resistenza è segnato anche da gravi preoccupazioni per i figli.
Il penultimo figlio, Francesco, vissuto per vari anni col fratello maggiore
Sergio e poi presso parenti, dopo il conseguimento della maturità deve entrare
nell'Accademia militare di Modena. Si è costituita nel frattempo la Repubblica
sociale italiana, il paese sta precipitando nella guerra civile. E' destinato
presso Cremona, ma, per timore di essere coinvolto in azioni fratricide,
diserta, nascondendosi a Sustinente (Mantova) presso la zia Ernegilde, sorella
di mamma Nina. Sa di essere stato condannato a morte, di essere ricercato. Per
non compromettere i parenti, fugge di nuovo e, dopo varie traversie, riesce a
raggiungere i partigiani delle "Brigate Italia" sull'Appennino
modenese. Durante questo fortunoso trasferimento, sfinito dalle fatiche e dai
pericoli, incontra nottetempo la mamma nei pressi di Soliera. Quella notte gli
riesce di dormire. Dopo la liberazione si iscrive alla facoltà di medicina,
interrompe gli studi al quinto anno e si fa sacerdote nella Congregazione di don
Alberione, come gli altri suoi due fratelli.
MAMMA NINA DEI MATRIMONI
Le
bimbe accolte nella Casa della Divina Provvidenza crescono e diventano belle
ragazze. Attirano l'attenzione dei giovani di Carpi. Un fatto naturale che
potrebbe dare, si pensa, preoccupazioni a delle suore. Mamma Nina affronta il
problema come qualsiasi altra mamma. Certo, con le idee e i metodi del suo
ambiente contadino e religioso, dal quale proviene e nel quale si è formata ai
suoi tempi. Piuttosto rigorosi, accusati anche di essere superati. Mamma Nina,
però, non deflette dai suoi principi e non trova mai opposizioni da parte delle
sue figliole. Il fratello don Zeno la critica, tuttavia, per altre ragioni,
pensa che allevi le figlie con una mentalità borghese, perché si preoccupa di
sistemarle bene, di dare loro una formazione professionale. Mamma Nina ha le sue
convinzioni e non si lascia influenzare. Lei fa quel che ritiene giusto. Una
donna di carattere, consapevole che a questo mondo è impossibile accontentare
sempre tutti e non essere soggetti a qualche critica
Una
donna molto pratica e semplice, che non saprebbe complicarsi la vita con
problemi ideologici come quelli di don Zeno.
Come
qualsiasi altra mamma, prepara le sue ragazze al matrimonio, con la formazione
morale e professionale, cura la loro preparazione religiosa al sacramento,
accetta i fidanzati in casa organizzando festicciole, pensa al corredo, al
pranzo, al viaggio, le porta all'altare. La Divina Provvidenza, in queste
occasioni, è più generosa del solito. Un matrimonio che l' ha colmata di gioia
eccezionale, è quello della figlia Maria con Ermes Canossa di Serravalle Po. Il
19 ottobre 1946, si celebrano due matrimoni, quello di Maria con Ermes e quello
di un'altra delle sue molte figlie: Maria Santunione con Giuseppe Bassi di
Carpi. Mamma Nina le conduce all'altare attraversando in corteo tutta la
bellissima piazza di Carpi. In cattedrale le nozze sono benedette dal vescovo
monsignor Dalla Zuanna. Mamma Nina scrive: Una era figlia del mio matrimonio e
l'altra figlia spirituale datami particolarmente dal Signore: come era bello
vederle tutte e due vestite di bianco, ugualmente. Dicono tante persone che non
avevano mai visto una cerimonia uguale, cose che solo Dio sa fare. Dio nella sua
bontà non ha lasciato mancare nulla, corredi, pranzi imponenti con tanti
invitati senza mancare cibo a tutti, anche a quelli che non credevano alle sue
verità; in Cattedrale tanta gente come fosse Congresso Eucaristico, il Vescovo
commosso nel vedere le grazie che il Signore concede e per i prodigi che
continuamente opera in questa Casa.
Mamma
Nina ne porta parecchie di spose all'altare, sino a non molti mesi dalla morte.
Le segue anche dopo il matrimonio, partecipa alle loro gioie, condivide i loro
dolori e le loro difficoltà, è disponibile a ogni loro richiesta di aiuto, è
sempre e soprattutto madre.
SENSIBILITÀ SOCIALE
Dopo
quel 19 ottobre, nel tardo autunno, va a Sustinente a trovare la figlia Maria
nella casa del marito. Quando arriva, si trova in un'ampia corte di tipo
mantovano, costruita su una vasta tenuta agricola, difesa dai rischi
dell'alluvione dai poderosi argini del Po. Si stupisce dell'abbondanza dei
frutti prodotti da quella terra ubertosa, depositati nei magazzini della corte.
Maria è accasata in modo più che soddisfacente, è amata dai suoceri, ha
dinanzi a sé un avvenire sereno. Mamma Nina ringrazia il Signore con fervida
preghiera. La visita è anche un'occasione che ci fa conoscere la sensibilità
sociale di Mamma Nina, sulla quale ha probabilmente influito anche il fratello
don Zeno. Rientrata a Carpi, non può fare a meno di paragonare le tante miserie
che soccorre con l'abbondanza che ha trovato nella nuova casa di sua figlia. Il
giorno dopo scrive al figlio Franco: "Sono andata a trovare Maria a
Serravalle: l' ho trovata tanto bene ed anche in famiglia la trattano come una
figlia. Ermes è molto buono; sono troppo ricchi e credo abbiano tanta
responsabilità". La grande agiatezza vista in quella casa la rende
inquieta, teme che faccia dimenticare tante necessità. Troverà il modo di
avvertire la figlia, con delicatezza, senza incrinare l'armonia di quel
matrimonio e la serenità che regna in quella casa.
Al
fratello avvocato, signorilmente sistemato con la moglie e la piccola figlia a
Modena, in un bell'appartamento, rammenta che a Carpi ci sono poveri che abitano
in tuguri e precisa: "Vi auguro che Gesù vi ritenga degni di stare poi in
compagnia di quei poveri in paradiso!".
Mamma
Nina non offre quel che resta ai poveri, ma condivide con loro tutto quanto c'è
nella casa. Il fratello Giovanni, avvocato, scrive che non ipoteca l'avvenire
contraendo debiti, né lo assicura ammassando scorte o accantonando risparmi. Di
solito, dà fondo nella giornata a tutto quanto ha e non si dimostra ansiosa per
il domani, certa che il Signore provvederà generosamente.
DON VINCENZO, DON ZENO
Il
22 gennaio 1943, si celebra a San Giacomo Roncole l'undicesimo anniversario
dell'Opera piccoli Apostoli di don Zeno, fratello di Mamma Nina. Con la presenza
del vescovo monsignor Dalla Zuanna, si riuniscono una quarantina di sacerdoti
che condividono le iniziative pastorali di don Zeno. Sono pure presenti: don
Vincenzo, fondatore dell'Istituto Oblati di Gesù Sommo Sacerdote; Mamma Nina;
Cesarina Saltini che fonderà a Milano l'Agape degli artisti. Si formulano
progetti interessanti: l'Unione dei sacerdoti che aderiscono all'apostolato di
don Zeno; l'Unione dei padri di famiglia, che accettano le idee sociali e
pedagogiche di don Zeno; il "Pranzinianum".
Il
"Pranzinianum" è probabilmente un'idea di don Zeno che, trovandosi in
conversazione con don Vincenzo, Mamma Nina e la sorella Cesarina, propone un
coordinamento o una collaborazione stretta delle iniziative che fanno capo alle
loro persone, accettando pure la collaborazione di altre istituzioni animate
dello stesso spirito delle loro. Viene abbozzato un breve statuto per un
segretariato diocesano di collaborazione e di rappresentanza dei tre enti: Opera
Piccoli Apostoli, Istituto Oblati, Casa della Divina Provvidenza. Il
segretariato è denominato "Pranzinianum" in memoria del vescovo
monsignor Pranzini. L'idea, però, resta allo stato di progetto. Don Vincenzo e
Mamma Nina non sono del parere di associare in qualche modo le loro iniziative
all'attività di don Zeno, pur senza escludere di aiutarsi se necessario. Ci
sono pure le vicende tragiche e rovinose della guerra che pesano e rendono il
progetto inattuabile.
Questo
dimostra, tuttavia, come Mamma Nina non viva isolata nel suo istituto, staccata
dalla realtà ecclesiale. In ogni caso, lei è l'unica dei tre che, quando può,
aiuta concretamente i ragazzi accolti dai due fratelli sacerdoti.
Nel
1947, don Zeno entra con le sue famiglie e i suoi molti ragazzi, nell'ex campo
di concentramento di Fossoli e vi fonda Nomadelfia: la città della fraternità
cristiana. E' una permanenza che dura pochi anni, perché Nomadelfia, per
ragioni legate alle idee sociali di don Zeno che non s'accordano al clima
politico di quegli anni, è ostacolata dalle autorità governative e religiose.
Mamma Nina è molto inquieta. Nel 1952, quando Nomadelfia è costretta all'autoscioglimento
e anche la stampa cattolica dà sull'accaduto versioni discutibili, Mamma Nina
scrive al quotidiano "L'Avvenire d'Italia" di Bologna per smentire
certe voci.
Io non sapevo nulla di carità, e da lui ho imparato tutto. Io sono una povera donna ignorante, che crede in Dio e a Dio ha dedicato la sua opera di carità e di redenzione. Non so di giornali e di articoli, so solo soffrire leggendo che, al di sopra di quella grande opera di carità di mio fratello, si intromettono altre cose e altri interessi. La prego di rettificare quanto ha pubblicato circa me e don Zeno, perché ci siamo sempre amati da veri fratelli, e siamo sempre andati d'accordo nelle sue opere di carità.
Può
sembrare una dichiarazione dettata solo dall'affetto che Mamma Nina nutre per
don Zeno. In realtà, sono parole schiette e pensate. Si faccia caso: "Al
di sopra di quella grande opera di carità, si intromettono altre cose e altri
interessi"; "siamo sempre andati d'accordo nelle sue opere di carità".
L'allusione
alle manovre delle autorità politiche e religiose per affossare l'iniziativa
caritativa di don Zeno è chiara. Come è chiara l'allusione al disaccordo sulle
iniziative non caritative, ossia politiche, del fratello. Pure il vescovo
monsignor Dalla Zuanna la pensa più o meno così. Mamma Nina, in sostanza, è
dello stesso parere. Nina non ha studiato, è semplice, ma non è sprovveduta,
è intelligente, acutissima, come dice il provveditore Mazzetti.
Quando
don Zeno ottiene dalla Santa Sede la riduzione allo stato laicale, Mamma Nina è
sconvolta, non riesce a comprendere come si possa rinunciare all'esercizio del
ministero sacerdotale per porre rimedio alle difficoltà della gente della ex
Nomadelfia. Anche la sorella suor Scolastica, monaca clarissa nel monastero di
Santa Chiara, condivide la stessa inquietudine. Don Zeno raccomanda al fratello
don Vincenzo di tranquillizzarle, con non molto successo.
A
decorrere dal 1952, la salute di Mamma Nina comincia a peggiorare seriamente e
anche questo ha i suoi aspetti prodigiosi. Il primario dell'ospedale di Carpi,
professor Carlo Tosatti, confida all'avvocato Giovanni Saltini di essere
credente e, ciò nonostante, piuttosto scettico sui prodigi che accadono nella
Casa della Divina Provvidenza. Secondo lui, però, un vero continuo miracolo c'è.
E' la vitalità di Mamma Nina. Con il cuore, i polmoni, l'apparato digerente, i
reni, tutti in grave stato, dovrebbe vivere solo stando in letto. In realtà, la
cosa più sorprendente di Mamma Nina non sono i prodigi, che accendono sovente
una morbosa attenzione fra la gente, ma è il voler bene smisurato di Mamma Nina
a Dio, ai piccoli, ai poveri. Il miracolo più grande è questa capacità
immensa di amare, oltre i limiti del sangue e dell'istinto, che Dio concede a
una donna.
Non
si può tralasciare di dire che mamma Nina conosce il fondatore della Pia Società
San Paolo, don Giacomo Alberione di Alba, l'apostolo dei mezzi di comunicazione,
della cui congregazione fanno parte tre dei suoi figli. Ha scambio di
corrispondenza con lui, gli chiede notizia dei figli, lo incontra pure qualche
volta. Don Alberione tiene in altissima considerazione Mamma Nina.
FACCIAMO A METÀ?
Mamma
Nina, nel 1938, con due piccine e un fiasco di latte, si porta a Roma. Scende
alla stazione Termini, segue il flusso dei viaggiatori che si dirigono
all'uscita. Vuole recarsi alla sede della Pia Società San Paolo, dove vivono
due dei suoi figli sacerdoti. All'esterno della stazione, senza chiedere
informazioni, sale sull'autobus verso cui si avvia la maggior parte della gente.
Mentre l'automezzo s'inoltra per le vie di Roma, Mamma Nina guarda spesso fuori
come fosse incerta. Un signore la osserva.
L'autobus
arriva al capolinea in piazza Venezia. Quel signore, desideroso d'aiutarla, le
chiede dove è diretta e le spiega che ha sbagliato mezzo, che può recarsi a
destinazione utilizzando altri due mezzi pubblici. Ma sta arrivando un temporale
e invita Mamma Nina, con le due bimbe che l'accompagnano, a rifugiarsi in un bar
vicino, dove possono anche rifocillarsi un poco. Lì, Mamma Nina racconta in
breve la sua vicenda e la sua vocazione, che è di essere chiamata da Gesù a
far da mamma a tante figlie dell'abbandono. Nel bar c'è Luigi Pelliccioni, un
giovane che aiuta al banco gli zii, titolari del locale.
Ascolta
e resta colpito da quella storia singolare, spiega a Mamma Nina di essere orfano
di madre, di avere una sorella, ancora ragazzina, che è sola con il papà in
Romagna, non lontano da Riccione. Le chiede se può prendere nella casa di Carpi
la sorellina Maria, anche se è un po' vivace. Mamma Nina dice di sì, che
sarebbe contenta di avere una figlia di 12 anni, che potrebbe esserle d'aiuto
con le più piccine. Anche gli zii di Luigi restano impressionati da quella
donna semplice e generosa, le offrono ospitalità per i pochi giorni di
permanenza a Roma. Mamma Nina, sbrigate le faccende che deve trattare nella
capitale, torna a Carpi dove è raggiunta ben presto dalla ragazzina romagnola
Maria Pelliccioni.
La
signorinella Maria, durante la guerra, è sfollata a San Marino con l'amica Rita
Bertolini. Insieme accudiscono a una quarantina di bambine di Mamma Nina. Maria
ha 19 anni, Rita 16. Quando si è giovani si ha voglia di un po' di allegria
anche se c'è la guerra. Si hanno tante buone ragioni d'essere contente da
giovani, anche se a San Marino arrivano notizie dolorose. Le due amiche, per
divertirsi, cantano insieme sotto un albero.
Un
giorno Mamma Nina, con tutta la casa, va a vedere il film Don Bosco. Arrivano a
film iniziato e si accomodano un po' qua un po' là, dove intravedono posti
liberi. Maria siede una fila o due davanti a Mamma Nina. In una scena del film
si vede don Bosco che porge un frutto a un ragazzino mogio mogio, che diventerà
don Rua, il suo successore -, dicendo: "Facciamo a metà?".
Mamma
Nina, che ha i suoi progetti, tocca sulla spalla Maria per farla voltare, e le
ripete sorridendo: "Facciamo a metà?". Maria, senza dar peso al
significato recondito della domanda, risponde: "Sì, sì!", e non ci
pensa più. Poi Maria, aiutata anche dalle amiche, avverte il significato
sottinteso della domanda e, quando Mamma Nina gliela ripete, non risponde,
diventa sfuggente. Anzi, cerca in tutti i modi di evitare le occasioni di
incontro in cui Mamma Nina le potrebbe ripetere la domanda. Non vorrebbe
impegnarsi, tra i suoi progetti di vita non c'è quello di farsi suora. Mamma
Nina, invece, ha intravisto nel cuore di Maria il germe di una chiamata e
attende pregando. Maria intuisce che il Signore la chiama a incamminarsi per una
strada diversa da quella sognata. Quando si è presi di mira da Dio è difficile
svignarsela. Maria cerca di contrastare questa chiamata sommessa e imperiosa
nello stesso tempo. Prega perché il Signore distolga il suo sguardo da lei. Ma
che vuole il Signore? Ci sono tante ragazze che si farebbero suore volentieri!
Che vada da loro!
Il
Signore, però, se vuole, riesce a mostrare le rose anche ai ciechi, come dice
un antico proverbio orientale. E alla fine Maria Pelliccioni diventa Sorella
Teresa, il 13 ottobre 1947, nella chiesa della Sagra, davanti al vescovo Vigilio
Federico Dalla Zuanna. Sorella Teresa ha sentito il profumo delle rose e poi le
ha anche viste. Le rose di Dio. Dubitare, trovare, vedere, arrendersi al
Signore, in realtà non è altro che essere cercati, trovati, guardati, vinti da
Dio.
Dieci
anni dopo, nel 1957, sorella Teresa succede a Mamma Nina, e diventa Mamma
Teresa.
LA
VITA E' TRASFORMATA, NON TOLTA
La
vita di mamma Nina e del suo istituto scorre sui binari della Provvidenza per
anni. Dal 1936 al dicembre 1957, anno della morte di Mamma Nina, sono state
ospitate nelle varie Case della Divina Provvidenza oltre mille bambine. Mamma
Nina lavora instancabilmente per le figlie, prega intensamente Gesù
eucaristico, ha una fiducia incrollabile nell'aiuto di Dio, che si manifesta
spesso con segni prodigiosi. Una vita faticosa, travagliata da dolori,
incomprensioni e preoccupazioni, consolata dall'aiuto evidente del Signore,
spesa nell'amore materno al suo grado più elevato. L'amore materno, come lo ha
praticato Mamma Nina, è la cifra che spiega tutta la sua vita. Ascoltiamo padre
David Maria Turoldo, che l'ha conosciuta. Sono parole improvvisate, dette nel
1982.
Io
quasi mi sento smarrito a stare sotto il quadro di Mamma Nina, quell'immagine,
che ho conosciuto proprio qui a Carpi […] Credo di non averla mai dimenticata,
l' ho sempre davanti quel volto. […]
Mamma
Nina non è santa perché si è fatta suora; vorrei quasi dire che si è fatta
suora perché era santa, insomma. Non deve esserci questo monopolio della santità
soltanto ridotta in monasteri, alle istituzioni […] Era il suo modo di vivere,
di sentire la maternità, che era proprio il modo santo di vivere, di sentire la
maternità, che era proprio il modo santo di vivere la propria vita, e questo è
molto importante. […] Vi dirò semplicemente che quando penso a queste cose,
Mamma Nina è proprio quella che ha varcato il limite del sangue, ha varcato il
limite dell'istinto, è quella che ha sentito che la maternità e la paternità,
non è madre, padre […] E' qualcosa di enorme! […] Non c'è nulla di più
insidioso del sangue, non c'è nulla di più angusto e ambizioso del sangue,
Certo, non che si deve disprezzare, perché fa parte della creazione di Dio, ma
non è quello il termine. Mamma Nina è andata oltre e ha slargato il limite e
proprio per questo è avvenuto quell'inevitabile strappo. Lei non ha mai
rinunciato alla maternità del sangue, l'ha completata con la maternità dello
spirito. E questo è il suo veramente grande messaggio. […] Lei non si è
ridotta a fare la madre; come papa Giovanni diceva: "Io cerco di non fare
il prete, cerco di essere prete". Capite: cerco di essere! E lei è passata
dal fare all'essere. Lei non faceva la madre, lei era la madre! […] E'
esplosivo è rivoluzionario il messaggio di mamma Nina.
Infatti,
alla morte di Mamma Nina, uno studente anonimo scrive su un giornaletto
controcorrente: A parte il Paradiso e Dio e le cose ultraterrene, Mamma Nina era
un essere sociale che della società capiva e cercava di riparare i difetti e
gli errori. Ma non lo faceva con le chiacchiere, non lo faceva con le
rivoluzioni e la mitraglia: lo faceva col suo sangue. Oggi che se ne va, è il
mondo intero che ha perduto qualcosa di buono.
Negli
ultimi anni di vita, Mamma Nina è ricoverata alcune volte in ospedale. Nel 1957
il crollo, è costretta a letto sino alla fine, mantenendosi in un incredibile
stato di serenità, a volte addirittura allegra.
Continua
a ricevere persone, a consolare, ad ammonire. Ecco un piccolo episodio toccante.
In questi ultimi mesi della sua vita riceve nella stanza dov'è degente un
gruppetto di donne mirandolesi. Le ha accompagnate, con l'auto, Gino Rinaldi di
Mirandola, che si tiene scostato in un angolo vicino alla porta.
Giovane
ufficiale d'artiglieria, durante la guerra e la prigionia è scampato a
traversie, pericoli, sventure, d'ogni genere. E' tornato con l'animo sconvolto
per sempre da tutti gli orrori e le crudeltà cui ha dovuto assistere. Esce
dalla stanza per ultimo, voltandosi a guardare. Mamma Nina gli fa cenno di
avvicinarsi, di chinarsi, lo bacia in fronte senza dire nulla e lo saluta con un
gesto della mano. Quel bacio lo sconcerta e lo rincuora.
L'ho
conosciuta anch'io Mamma Nina. Mi è facile rivederla con l'immaginazione. La
vedo a Mirandola, in tempo di guerra, nel 1944, camminare col suo passo
dondolante - forse soffriva di artrosi alle anche -, sbucare dal nebbione di
novembre, attraversare di sbieco la via Montanari dove abito, imboccare la via
Castelfidardo, dirigersi in via Spalti, dove tiene nascoste: la moglie del
rabbino di Reims, signora Lucia, evasa dal campo di Fossoli, le sorelle Ines e
Gilda Levi di Bologna con la loro mamma. Camminando, rimette sul capo, con un
suo gesto abituale, il velo che le sta scivolando sulle spalle. La vedo a Carpi,
nel dopoguerra, intorno al 1950, entrare in Seminario, avvicinarsi alla
portineria e chiedermi:
"Ghél
don Tonino?", mentre noto una lieve ciocca di capelli grigi, mai troppo
ordinati, che le esce dasotto la reticella che li contiene.
"Sì,
Mamma Nina!"
"Pòssia
andèr su?". E senza attendere risposta, mi fissa sorridendo:
"Tant,
a sun vècia c'mè la bùba!".
Lo
stato di salute di Mamma Nina si aggrava ulteriormente negli ultimi mesi del
1957.
I
medici che la curano non hanno mai potuto accertare con esattezza la malattia
che la porta inesorabilmente alla morte.
Erano
tutti gli organi e gli apparati del suo organismo che erano scarsamente
efficienti e funzionavano sempre peggio. Non riusciva più a deglutire neppure
un sorso d'acqua, ma quando riceveva il Pane eucaristico, non si notava alcun
segno apparente di sforzo per deglutire. Alla fine, le stanno attorno tutti e
sei i suoi figli naturali. Don Samuele è tornato un mese prima da Tokio, don
Maggiorino è accorso da Madrid, don Franco arriva un quarto d'ora prima del
trapasso: la mamma gli aveva promesso di aspettarlo. Spira il mattino del 3
dicembre 1957, per entrare nella casa del Risorto.
Non
è facile sintetizzare in poche parole la religiosità di Mamma Nina,
apparentemente semplice, perché, in realtà, si tratta di una vita e di una
religiosità caratterizzate da decisioni e aspetti umanamente duri da accettare
e da giustificare. Spiegabili solo se si presuppongono doni mistici dall'Alto,
sui quali Mamma Nina è estremamente riservata, anzi nascosta. Solo al fratello
don Vincenzo pare abbia confidato qualcosa, ma questi non ha lasciato appunti in
proposito. E allora accontentiamoci di uno scritto di Mamma Nina al figlio don
Samuele: Dopo pranzo siamo andati
in teatro a Carpi ed ho parlato io. Il più grande miracolo è quello di parlare
di cose profonde, io che non so nulla; c'era pieno il teatro.
Alla
nostra casa è un miracolo continuo, nulla manca; si capisce, le prove non
mancano, ma quelle sono la garanzia della vera e santa opera di Dio.
Se
tu vedessi questa casa, non la riconosceresti più; la chiesa nuova, la cucina
tutta cambiata, solo qui a Carpi siamo in centoquattro; tre sartorie dove le
bambine imparano un mestiere; capirai che spese, noi non possiamo avere nessun
contributo, Dio pensa a tutto e per tutti, non manca mai il necessario.
Nessuno
si sente più di consigliarmi, tanto il miracolo di questa opera è grande; tu
sai quanto io sia ignorante sotto tutti i rapporti, confido e non faccio un
passo senza prima chiederlo al Signore, giacché non ho nessuna capacità. Lui
mi guida in tutte le cose piccole e grandi, perché io non so fare da sola
neppure le cose piccole; dico sempre che questo è il miracolo più grande di
questa Casa, sapere così poco… Dio mi deve assistere sempre ed anche
accompagnare; se mi lasciasse un solo istante andrebbero le cose tutte al
rovescio. Alla sera meditando sono tanto contenta dicendogli: "Anche oggi
nulla vi ho rubato, tutto a gloria Vostra". Se vedessi, è sempre un
continuo venire a visitare la Casa, restano confusi per la grande Opera tutta
particolare del Signore. Noi continuiamo a prendere delle povere bambine che
passano cantando e suonando per le piazze, senza neppure il vestito.
C'è
bisogno di commentare? Don Zeno scrive a don Vincenzo: Credo di non esagerare
pensando che mamma Nina rimarrà viva nel popolo come la santa della città di
Carpi. […] Ha reso Dio tangibile […]. Ha dimostrato che il popolo ha sete e
bisogno di santi. […] Secondo me ha saputo vivere l'essenza del cristianesimo
dalle cose più insignificanti alla contemplazione del Paradiso.
Dalle
cose più insignificanti, ossia da un mastello di biancheria da lavare, dal
servire a tavola. La santità è sovente una cosa misteriosa, tanto più è
grande, tanto più sta invisibie dietro le azioni più ordinarie.
Fino
alla contemplazione del Paradiso. E' vero, tutta la vita e l'attività di Mamma
Nina è incomprensibile, inspiegabile, se non si presuppongono doni mistici
dall'Alto. Come spiegare altrimenti certe affermazioni di Mamma Nina, quali:
"Gesù mi ha detto…"? Tra questi doni, ci deve essere stato anche
quello di una esperienza della vita beata dopo la morte. Mamma Nina stessa ce ne
dà una conferma indiretta. Del paradiso ne parlava spesso ed era uno dei suoi
costanti pensieri, dei suoi discorsi con le compagne. Tanto che un giorno una di
queste le chiede: "Senta, lei ci parla sempre del Paradiso, che lo dobbiamo
meritare, che è tanto bello. Ma lei, lo ha visto il paradiso?". Mamma Nina
sta un attimo assorta e: "Non per niente ho lasciato i miei bambini".
Per noi, uomini e donne del Duemila, smaliziati dal progresso scientifico, resi
ottusi dal benessere, una vita ricondotta all'essenzialità del Vangelo sembra
una vita impossibile e incredibile. Eppure, non è incredibile, è ancora così.
Basta andare a controllare, a Carpi, in provincia di Modena, Casa della Divina
Provvidenza, Via Matteotti, 71. E saper guardare dietro le azioni umili di ogni
giorno.
Il
carisma di Mamma Nina, ossia accogliere, formare e accompagnare bambine e
ragazze all'età adulta, capaci di affrontare le responsabilità e le difficoltà
della vita, si sviluppa e continua. Nel dicembre 2004, a fianco del palazzo
Benassi, sorge la Casa Agape, che accoglie donne e giovani madri in difficoltà.
Dio
continua a raccontarsi agli uomini per mezzo dei santi. I santi non stanno nel
passato, stanno nel futuro, sono una sfida lanciata agli uomini e alle donne che
verranno dopo. Sono attuali. In una società che sembra dare importanza solo
all'apparenza, al successo, al denaro, dove sembrano trionfare lo spreco, la
volgarità, il potere, i santi ci provocano, ci indicano la strada senza
deviazioni che dobbiamo percorrere.
PREGHIERA
per
chiedere l'intercessione della venerabile Mamma Nina
Padre,
noi ti ringraziamo per il modello di abbandono alla Provvidenza e di servizio ai
piccoli che ci hai dato in mamma Nina Saltini.
Ti
chiediamo, se è tua volontà, che questa credente esemplare sia dalla Chiesa
dichiarata beata a gloria del tuo Nome e a nostra consolazione e aiuto.
Per
sua intercessione concedi a noi la grazia che imploriamo con fiducia. Per Cristo
nostro Signore.
(si
recitino tre "Gloria")
Imprimatur:
Carpi, 1 dicembre 1984
+ Alessandro Maggiolini, vescovo