Uberto
Mori (servo di Dio)
Il
lavoro e la fede di un imprednitore
«Io
posso vedere il sole anche quando sta piovendo». Non è lafrase suggestiva di
un pazzo, o di un visionario, ma la concreta convinzione di un laico, profondamente
immerso nel suo tempo, da qualche anno avviato alla santità degli altari:
Uberto Mori, nato a Modena il 28 gennaio 1926 e morto il 6 settembre 1989, dopo
una grave operazione al cuore, all'ospedale di Pavia.
Sessantatré
anni di vita, e di vita spesa bene fino all'ultimo spicciolo, interamente
per il Vangelo. Un imprenditore di successo, l'ingegner Mori, che aveva
scommesso però tutta la sua esistenza su Dio. E Dio gli aveva restituito di
ogni cosa il cento per uno, anche i dolori e le amarezze, da convertire -
attraverso l'esercizio della fede - in certezze e speranze di vita futura.
«Spiegare
la croce: il sacrificio di un Dio, l'amore che egli porta agli uomini, a un uomo
del 2000, non è cosa facile - diceva - ma se quello stesso uomo, in un atto
di abbandono e di fede accetta le parole di Maria, la madre di Gesù Cristo, e
comincia a viverle, ecco che allora assumeranno concretezza e significato
parole come vita eterna, paradiso e salvezza».
Nella
bufera della guerra. Uberto Mori, figlio di un ufficiale di artiglieria, compie
i suoi studi elementari e ginnasiali nelle città di Firenze, Trieste, Gorizia
e Casale Monferrato, in ragione dei numerosi spostamenti del padre. Nel 1940 la
famiglia si trasferisce a Verona. Il padre, Mario, nominato generale, parte
per il fronte e Uberto può proseguire con profitto i suoi studi classici.
Nel
1943 è sfollato con la madre e la sorella Paola a Monticello di Levizzano
Rangone. Durante l'estate il padre viene ricoverato all'ospedale militare per un
tumore. Il Comando della Repubblica sociale richiama ugualmente il generale
Mori, nonostante le sue condizioni di salute, e Uberto si offre di
sostituirlo, pur avendo appena 17 anni.
Lo
scambio è accettato e il ragazzo è destinato a Nonantola e poi a Pavia. A
Nonantola appunto, a soli 17 anni, dopo l'armstizio dell'8 settembre, con
un intervento tempestivo e determinante, Uberto avverte 107 ragazzi ebrei,
rifugiati a villa Emma, che possono così mettersi in salvo prima dell'arrivo
dei tedeschi trovando riparo in seminario e in case private.
Mario
Mori muore nell'agosto del '44. Uberto pensa di essere ormai sciolto dal
generoso e gravoso impegno assunto e di potersene restare a casa, non avendo
ancora l'età per la leva. Ma i partigiani, che lo considerano un avversario,
irrompono a casa sua insultandolo, finché con la rivoltella del padre tentano
persino di ucciderlo, ma la pallottola non parte ed egli riesce miracolosamente
a mettersi in salvo.
Nell'autunno
di quello stesso anno Uberto si iscrive all'Università di Bologna, Facoltà
di ingegneria meccanica, riuscendo a laurearsi a pieni voti solo nel 1959, perché
nel frattempo deve mettersi a lavorare.
Diventa
docente presso la cattedra di chimica e tecnologia dei prodotti ceramici
all'Università di Bologna e nel 1952 si sposa con Gilda Cavedani, da cui
nasceranno i figli Mario, nel 1953, e Maria Teresa, nel 1955. Un terzo figlio,
che aspettano nel 1958, non vedrà la luce. Nascerà invece nel 1961 Maria
Manuela, ma il morbo blu la porterà via a solo un anno di vita.
Attività
e preghiera. Nel 1960 viene aperto lo studio tecnico Mori, nel 1968 nasce
la società Forni impianti industriali ceramici Mori con l'inizio della
progettazione e della produzione dei forni a rulli per ceramica, con cottura
rapida in monocottura. Si trattava allora di una innovazione prodigiosa, destinata
a trasformare il settore della ceramica in Italia e all'estero.
Nel
1980 Uberto Mori dà vita infine al Gruppo Mori, comprendente la Mori spa., la
Mori iberica, la Ing. Uberto Mori spa e l'emittente televisiva Antenna Uno.
Come vediamo, un impegno lavorativo a tutto campo, coronato da un grande
successo imprenditoriale che però non ostacola - anzi, rafforza - il forte
impegno ugualmente profuso da Uberto nel campo della perfezione cristiana.
Nel
1958 c'è l'importante incontro con padre Pio da Pietrelcina ed un maggiore
approfondimento della fede e della spiritualità francescana. Si rafforza anche
la devozione alla Madonna e nel 1963 i coniugi Mori vanno in pellegrinaggio a
Lourdes. Quattro anni più tardi, il 19 febbraio 1967, Uberto entra formalmente
nel Terz'ordine francescano a Modena. Con la moglie Gilda inizia una fitta
collaborazione, materiale e spirituale, con il santuario Nostra Signora della
salute di Puianello, che diventerà ben presto un frequentato centro di spiritualità
e di preghiera.
Apostolo
mariano. Successi, progetti, iniziative continue e grandissime opere di
solidarietà e di promozione umana e cristiana. Uberto Mori vive intensamente
gli anni della piena maturità coinvolgendo un gran numero di persone che
incontra, giorno dopo giorno, nel suo cammino di uomo, di marito, di padre, di
imprenditore.
La
famiglia sarà fonte di gioie profonde e di acute sofferenze per Uberto ed avrà
sempre un posto particolarissimo nel suo cuore. Fin dal 1953 aveva consacrato
tutti i suoi membri alla Madonna. Nella quotidianità della vita familiare, con
le sue gioie e i suoi dolori, portava la sua fede salda come una roccia, profondamente
incardinata nell'amore di Dio e nell'intercessione potente ed umile di Maria.
«La Madonna - sosteneva - ci ricorda che l'amore è sacrificio. Un sacrificio
che va accettato e vissuto nella vita quotidiana, rinunciando a noi stessi,
perché solo Gesù viva e trionfi in noi. Se pensiamo a noi stessi, amarci
(ed è il nostro primo dovere) vuol dire accettare ciò che è il nostro
vero bene: non ciò che maggiormente ci attira, ci alletta, ci seduce, ma ciò
che produce il nostro bene. Se pensiamo al nostro prossimo: amarlo vuol dire
accettare nel nostro cuore, per poi attuarlo, tutto ciò che è il suo bene.
Non dunque l'accondiscendenza, ma anche la severità, l'impopolarità, se
sono necessari per il suo bene. Si comincia così a capire perché amore vuol
dire sacrificio perché la risposta che dovremo attenderci sarà di riconoscenza
e di ricompensa, ma solo da Dio, non dal nostro prossimo».
«Cercate
prima il Regno». Gli ultimi anni della sua vita sono di fatica, malattia e
preghiera.
Il
7 aprile 1987 viene colpito da infarto e inizia la sua personale via crucis
nei vari ospedali. Morirà due anni più tardi, il 6 settembre 1989, lasciando
il ricordo di un uomo interamente dedito al bene degli altri, in cui vedeva
riflesso l'amore misericordioso e provvidente di Dio.
«Cercate
prima il Regno e la suo giustizia, e tutto il resto vi sarò dato». Potremmo
dire che in questa frase evangelica si trova riassunto tutto il senso della
sua vita.
«Chi
vive la vita di Gesù è inevitabilmente condotto ad accettare il suo modo
di vivere e di considerare Dio Padre, e nello stesso tempo il mondo e se stesso
in rapporto al Padre», sosteneva, «con umiltà, consapevoli cioè del nostro
niente di fronte alla grandezza, alla misericordia ed all'amore di Dio».
È
Dio che agisce in noi e attraverso di noi: per questo è necessario «che tutto
il nostro essere si apra maggiormente all'azione divina, che il nostro abbandono
diventi totale, fiducioso, senza riserve e timori».
Era,
questo, un pensiero pressoché costante in Uberto Mori: l'uomo deve aprirsi a
Dio per raggiungere la pienezza della propria identità e personalità.
Il
29 giugno 2000 si è chiuso nel Duomo di Modena il Processo informativo
diocesano sulla vita e le virtù del servo di Dio Uberto Mori.
Una
brillantissima intelligenza, un'umiltà profonda, un abbandono fiducioso nella
preghiera e un lascito spirituale tutto racchiuso nella sua costante e sincera
devozione alla Vergine Maria.
«Continuate
così, cercando una cosa sola: di capire l'amore di Dio e di aumentarlo
sempre in voi. È l'unica cosa che conti».