TARCISIO CAVARA

Semplice e buono, assai precoce di intelligenza e di fe­de. Chierichetto assiduo, piccolo apostolo. Consumato da lunga sofferenza, merita la nostra imitazione.

Castiglione dei Pepoli (Bologna), ridente paese sull'Appennino tosco-emiliano, gli diede i natali, il 7 maggio 1940. La mamma, Armida Rapezzi, e il papà, Gaetano Cavara, crecevano nella fede e nella vita cri­stiana, altri due figli: Maria, la maggiore, e Sergio. Al battesimo, amministratogli, il sabato vigilia di Pentecoste, fu chiamato Tarcisio, come il giovane martire dell'Eucaristia.

Piccolo prodigio

A tre anni, Tarcisio Cavara prese a frequentare l'a­silo del paese, tenuto dalle suore, rivelandosi subito un bimbo intelligente e piuttosto precoce. Quando la sorel­la Maria, giovanissima dirigente dell'Azione Cattolica, andava a insegnare catechismo ai ragazzi della parroc­chia, Tarcisio pretendeva che lo portasse con sé. Impossibile liberarsene: bisognava accontentarlo.

In aula si arrampicava su una sedia vicino alla so­rella e se ne stava zitto e buono ad ascoltare, attentis­simo ad imparare i bellissimi discorsi su Dio, su Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, sui suoi comandamenti, sulla fuga dal peccato, sul Paradiso cui siamo chiama­ti. Una grande gioia, provò in cuore, quando scoprì la storia del suo santo protettore S. Tarcisio, il ragazzo che, nell'antica Roma, mentre si recava, in tempo di persecuzione, a portare Gesù-Ostia ai cristiani con­dannati a morte, era stato bloccato da una marmaglia di giovani pagani che pretendevano vedere "ciò" che teneva stretto al cuore, e lui preferì morire ucciso che lasciare profanare da quelli il più prezioso tesoro che abbiamo, il SS.mo Sacramento (250 d.C).

Tarcisio Cavara promise che nell'amore a Gesù sarebbe stato deciso e forte come lui.

Presto si scoprì la sua bella voce, le sue capacità di recitare in modo incantevole. Ancora piccolo, toccava spesso a lui cantare in chiesa, dire un discorsetto davan­ti a Gesù Bambino nel presepio o a una autorità in visi­ta al paese. A Castiglione dei Pepoli, assai presto diven­tò popolare: tutti lo conoscevano e lo apprezzavano.

Gesù, immolato sulla croce per noi, Gesù che ri-presenta il suo Sacrifico sull'altare nella S. Messa e rimane sempre nel Tabernacolo, affascinava Tarcisio in modo singolare. A cinque anni, era già chierichetto, capace di servire all'altare in modo perfetto: tutto sembrava più bello quando lui partecipava alle sacre celebrazioni.

Non sapeva ancora leggere e già conosceva a me­moria non solo le lodi più belle che si cantavano in chiesa, ma i salmi dei Vespri e dell'Ufficio dei defun­ti... Era straordinario vederlo con un gran libro in ma­no - che non sapeva leggere - impegnato a cantare, al­ternandosi con il parroco, gli inni in latino! Ma quan­do imparò a leggere, "pretese" di poter leggere lui in italiano, come lettore, "l'epistola" nella Messa, men­tre il parroco la leggeva in latino.

Il 6 luglio 1947, Tarcisio, con il cuore in festa, si ac­costò per la prima volta a ricevere Gesù nella Comunione. Si era preparato frequentando il catechismo con passione e profitto, con un intenso impegno di mi­gliorarsi, con la Confessione accurata dei suoi peccati, il perdono di Dio. Da quel giorno, davvero Gesù diventò il suo intimo Amico.

Afferma il suo Parroco don Ercole Lorenzini: "Ho conosciuto fin dalla sua infanzia Tarcisio Cavara e non l'ho mai perso di vista, anche perché frequenta­va giornalmente, mattina e sera, la chiesa, essendo il più assiduo dei chierichetti. Ottimo, di indole buona, docile e intelligentissimo... imparò presto a suonare l'harmoium... Speravo di avviarlo in Seminario, ma la Provvidenza di Dio ha voluto diversamente ".

Dunque, Tarcisio, ogni mattina si recava alla Messa e vi partecipava con la Comunione. Vi ritorna­va alla sera, in chiesa, per il Rosario alla Madonna, e per la visita a Gesù nel Tabernacolo. Una gioia veder­lo, guardarlo, immobile, in preghiera, proprio lui che godeva assai giocare, vivace e appassionato, con i nu­merosi piccoli amici.

"Sarò sacerdote"

Il 6 agosto 1950 - Anno santo - la Cresima, dalle mani del Card. Nasalli Rocca, Arcivescovo di Bologna. Era giunta per lui l'ora dell'impegno, della testimonianza in prima persona: interessatissimo a tut­te le "cause" più belle, le Missioni, l'Università catto­lica, iscritto agli "aspiranti" dell'Azione Cattolica, al­l'apostolato della preghiera, alla milizia dell'Im­macolata, come piccolo "milite " della Madonna. Disponibile a diffondere la buona stampa, a raccoglie­re le offerte, a dare il proprio contributo, frutto spesso di rinuncia, a condurre altri compagni al catechismo e agli incontri formativi in parrocchia.

Aveva un forte ascendente sui compagni, per la bontà, l'intelligenza, la signorilità dei modi, la purez­za... Se c'era lui, presente, non era possibile essere grossolani e volgari: incuteva rispetto e correttezza. Gli altri lo ammiravano, sentendolo recitare i versi che lui stesso componeva, o cantare, in chiesa, a scuola, nelle recite, o suonare all'harmonium, come un piccolo arti­sta. Non c'era argomento che non lo interessasse e lui vi partecipava, volendo saperne di più, pregando per la so­luzione delle difficoltà, scrivendone nelle sue composi­zioni scolastiche. Dai fatti dell'Anno Santo 1950, con Papa Pio XII protagonista, alla "guerra di Corea" nel 1952, all'alluvione in Olanda nel 1953.

Nulla lo intimidiva: davanti a persone sofferenti, o trovandosi in mezzo a avvenimenti dolorosi, Tarcisio, nei suoi "verdissimi" anni, sapeva dire la pa­rola giusta, di conforto e di incoraggiamento, animato dalla fede. Come davanti a comportamenti scorretti, non gli mancava l'autorevolezza di dire la parola di luce e di rimprovero. Davvero si sentiva in lui, la pre­senza di Gesù vivo, del Quale si alimentava ogni gior­no nella Comunione.

Si avviava verso l'adolescenza, con i primi turba­menti dell'età, ma continuò, nel silenzio e nella pre­ghiera, nel colloquio ancora più intenso con Gesù, il grande amico della sua vita, in fondo l'unico Vero Amico, ad essere riservatissimo, limpido, di un candore luminoso. La confidenza piena, soltanto con la mamma, sempre lontanissimo dalle occasioni di peccato, fossero compagnie, letture o situazioni: "La realtà più cara che ho è Gesù e basta!". "Un giorno - disse - anch'io sarò sacerdote e allora salverò tante anime".

Un giorno... sarebbe venuto?

A undici anni, Tarcisio cominciò a soffrire per uno scompenso cardiaco. Non si scoraggiò e confidò a lungo nelle cure e nell'aiuto di Dio per guarire, tra mi­glioramenti e ricadute. Continuava a studiare, alla scuola media, presente alle lezioni anche quando gli costava assai sacrificio: "Devo riuscire... Voglio di­ventare sacerdote ".

Ma su di lui, ormai si stendeva l'ombra della croce. Non servirono né le cure premurose e insi­stenti, né la salubrità di luoghi marini né il riposo... Tutto sembrava vano. Il medico, alla fine di settem­bre 1953, disse: "È molto grave, occorre ricoverarlo all'ospedale e tentare l'impossibile". Non poteva più alzarsi da letto e vennero tutti a salutarlo, prima che fosse ricoverato in una clinica di Bologna. Non per­se l'abituale serenità: "Quanta gente per me! Ma nemmeno se dovessi morire!".

Ecco la croce!

Il 24 dicembre 1953, lasciava la sua casa, sereno, sperando di guarire. A Bologna si fece di tutto per far­gli ricuperare la salute, anche con cure pesanti e dolo­rose. Tarcisio scherzava con i medici: "Ma, signori, mi avete preso per un campo di esperienze?". Ma dallo sguardo dei medici, compredeva che cosa ormai stava per succedergli.

Si conquistò la simpatia di tutti, dei medici e degli ammalati, colpiti dalla sua bontà, dal suo spirito di fede. Un medico dirà: "L'ho conosciuto, alla fine del 1953, quando era già molto grave. Aveva una grande bontà. Uno spirito di sopportazione della sofferenza ben diffi­cile da riscontrare in ragazzi della sua età. Sopportava con eroismo sovrumano le sofferenze che lo soffocava­no e le cure tormentose che tentammo per salvarlo ".

Finché gli fu possibile, la sera giocava con gli al­tri ammalati. Il dolore più grande, lo confidò alla mamma: "Sentissi, mamma, quante parolacce certuni dicono e come parlano male della Madonna e del Papa...". Si trattava di bestemmie o di discorsi osce­ni, che chi non crede, spesso vomita contro Dio, qua­si a vendicarsi della sofferenza.

"E tu che fai? " - gli domandò al mamma. "Dico loro che sbagliano tutti a comportarsi così: che offen­dono il Signore, poi, chiudo gli occhi e stringendo la corona sotto il lenzuolo, prego, per riparare, per chie­dere a Gesù e alla Madonna, la loro salvezza".

Un giorno, sembrava assopito, poi, sollevando­si, vedendo la mamma, le spiegò: "Ho detto due Rosari, uno per te e l'altro per me". Anche all'o­spedale, la Comunione diventò il centro della sua giornata, dividendo il suo tempo metà per prepararsi, e metà per adorare e ringraziare, come sanno fa­re i santi.

Da Castiglione dei Pepoli, in molti venivano a far­gli visita, portandogli doni e la promessa di preghiera. Nella sua stanzetta, in clinica, si accumulavano i re­gali, così che una volta, egli disse: "Quando sarò gua­rito, aprirò un negozio per vendere tutta questa ro­ba". A Natale 1953, si struggeva di non essere a casa, nella sua parrocchia, per vedere il presepio in casa sua, in chiesa, per partecipare da chierichetto e letto­re, alla Messa di mezzanotte. Gli portarono la radio, affinchè potesse sentire qualcosa di bello. Rispose: "Non voglio sentire nulla. Soffrirei di più. Offro tutto al Signore". La sera si addormentò sereno. Al risve­glio disse alla mamma: "Ho visto un bellissimo prese­pe, con Gesù Bambino tutto sorridente".

L'8 dicembre 1953, Papa Pio XII ha inaugurato l'Anno mariano, nel centenario della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione di Maria santissi­ma (8 dicembre 1854). Tarcisio lo sa e si affida alla Madonna con nostalgia, ricordando quanti fiori egli era solito portare al suo altare nella chiesa di Castiglione, quante volte aveva partecipato alle funzioni del mese di maggio in suo onore, cantando con la sua bella voce: "Il Signore mi ha dato una bella voce, perchè io canti le sue lodi". "Oggi ho fatto tanti fioretti per la conver­sione di qualche uomo lontano da Dio".

"Sarò sacerdote, ma tu dovrai pregare molto per­ché sia santo prete, perché io salvi tante anime". Ora sul letto di morte, commenta: "Il Signore non mi ha creduto degno di servirlo". Scrive al Santo Padre Pio XII per chiedergli di pregare per lui e di mandargli la sua benedizione. Da parte sua, Tarcisio offre le sue sofferenze per il Papa. Inizia il nuovo anno 1954, Anno Mariano. Tarcisio si avvia dolcemente alla fine.

Il cappellano della clinica lo confessa, gli porta Gesù-Viatico per la vita eterna, unge le sue membra con l'olio santo degli infermi. Gli legge la lettera del Papa, giunta da Roma, per lui, che lo benedice.

Alle prime luci del 15 gennaio 1954, Tarcisio ri­volge il suo sguardo verso l'alto: sorride come a Qualcuno che gli viene incontro, con lo sguardo radio­so. Contempla Dio. Ha soltanto 13 anni e otto mesi.

Il 17 gennaio 1954, il funerale nella chiesa di Castiglione dei Pepoli è un vero trionfo: ci sono pro­prio tutti, in un corteo interminabile e tutti vogliono toccare la sua bara bianca, tutti pregano il "piccolo an­gelo". Il parroco dice: "Siamo fiduciosi che il suo esempio attirerà altri fanciulli a imitarlo". (Tratto da: “In braccio a Gesù” – Profili di ragazzi esemplari di Paolo Risso)