SUOR RITA DELLO SPIRITO SANTO

Cercola (NA) – 3 aprile 1920  Santa Croce sull’Arno (PI) – 26 novembre 1992

Il cuore dell’uomo è nelle mani di Cristo, ma Cristo si serve delle mani degli uomini

Cristina Montella, poi suor Rita dello Spirito Santo, nacque a Cercola, provincia di  Napoli, da Luigi e da Francesca D’Avanzo. Era il 3 aprile 1920, sabato santo.

Penultima di otto figli subito mostrò quelle caratteristiche spirituali che la contraddistinsero per tutta la vita: Umiltà, Innocenza, Semplicità, Preghiera continua, ricerca della sofferenza per amore di Gesù e delle Anime, desiderio di annullarsi in Dio.

La casetta dove è nata, attualmente, ha il civico 219 del Corso Domenico Riccardi.

Per accedervi bisogna attraversare uno stretto portone.

Tutto è abbandonato e mostra il logorio del tempo che inghiotte anche i ricordi.

Una scalinata, composta da una quindicina di scalini, consente l’accesso a quelle mura, ormai diroccate.

Proprio sotto di esse si intravede un forno che, in passato,ha sentito gli scricchiolii del legno sacrificato alla cottura del pane.

In questa casetta Cristina ha vissuto pochissimo. Per la povertà della famiglia fu affidata ad una Zia, Carolina Manna, e da lei imparò l’arte del cucito e del ricamo.

La mamma, Francesca D’Avanzo, pia e timorata di Dio, arrotondava i pochi spiccioli guadagnati dal marito aggiustando sedie di paglia.

Il padre, Luigi Montella, svolse varie occupazioni, ma nessuna particolarmente remunerativa.

I primi tenerissimi anni di vita Cristina, quindi, li ha trascorsi presso la zia, che risiedeva in un appartamento sito nel Palazzo Scarpetta sul medesimo Corso Riccardi. Da alcuni anni questo palazzo monumentale è stato demolito per far posto ad un complesso di abitazioni più moderne.

Proprio in questo appartamento si sono verificate le prime esperienze soprannaturali. Ad esso, che si trovava al primo piano, si accedeva attraverso un’ampia e massiccia scalinata.

Un piccolo ingresso dava in un ampio e alquanto buio corridoio, illuminato da qualche candela dalla fioca luce.

In una delle stanze, adibita a sala di cucito, appeso ad un muro, c’era un quadro di San Gerardo Maiella.

Cristina aveva circa due anni quando si è verificato il cosiddetto episodio del “quadro”.

Quel giorno era rimasta sola in quella stanza. Forse giocava o forse già sentiva nel suo cuore il dolce richiamo del Signore.

Guardando quel quadro, che certamente l’affascinava, lo vide improvvisamente animarsi.

Lo sguardo di San Gerardo incominciò a diventare vivo. La sua bocca lentamente si animò ed una smorfia innocente fu rivolta alla piccola impaurita.

Cristina, con un grido soffocato, scappò subito. Andò in cucina, dove era la zia, e si accovacciò fra le sue braccia, senza dire nulla.

 

San Gerardo Maiella

Passò qualche giorno da quell’episodio e Cristina incominciò a riprendere coraggio. Nella stanza guardava sempre quel quadro per scrutare se i lineamenti del volto del Santo mostravano ancora quella vitalità che l’aveva impaurita.

A volte le sembrava che sorridesse. A volte le sembrava che parlasse.

Era questo un modo, da parte del santo, per infonderle coraggio e a non aver paura. Quasi entrò in confidenza con lui.

E quando ogni timore svanì dal suo cuore ecco verificarsi una scena celestiale.

Le mani di San Gerardo si proiettarono dal quadro verso di lei, quasi per invitarla ad avvicinarsi.

Cristina lentamente si avvicinò e fu presa da quelle mani che l’attrassero al petto.

Il santo l’accarezzò, la baciò e le parlò: “Cristina, tu ti farai monaca!”.

L’episodio del quadro certamente non rimase isolato.

Le esperienze si succedettero in un crescendo incalzante. Ebbero, però, un punto di confluenza nel dono delle stimmate.

Tutto ciò che lo precedette fu, perciò, di preparazione alla sublimità della conformazione al Cristo anche nei segni visibili.

Fattasi un poco più grandicella, Cristina, tornò a vivere stabilmente con i genitori, che nel frattempo, avevano cambiato abitazione.

Si erano trasferiti di fronte alla casa in cui era nata lei: un appartamento del “Palazzo dei Baroni”.

Tale complesso, denominato per l’esattezza “Palazzo De Campora”, porta attualmente il civico n. 20 e, dopo quasi un ventennio, è stato quasi del tutto ristrutturato.

Tale ampio complesso ha la caratteristica dei grandi palazzi padronali di un tempo.

Vi si accede attraverso un ampio portone che introduce ad uno spazioso cortile.

Da qui si accede all’abitazione situata all’ultimo piano nella parte centrale da chi guarda dall’interno.

Dal cortile si accede anche ad un giardino che sarebbe divenuto luogo di “incontri” celestiali.

Cristina, infatti, amava portarsi spesso in quel luogo, sia per giocare sia per pregare. Questa necessità di appartarsi da sola scaturiva non soltanto dal suo carattere riservato, ma anche dalla presenza di qualche “personaggio” che non poteva essere visto.

Come due “innamoratini” si davano appuntamento lei ed un adolescente “misterioso” che era solito “arrivare” a piedi scalzi.

Questo adolescente “misterioso” non era altri che Gesù. 

Anche allora (anni venti /trenta) la situazione economica non era per niente florida. Anzi! Il papà e la mamma dovevano fare grandi sacrifici per portare avanti la famiglia che era abbastanza numerosa.

Vestire le tre femminucce e i quattro maschietti era un’impresa ardua. (Una sorellina,

anch’essa di nome Cristina, era già morta perché colpita da un’epidemia di “spagnola”).

Si può immaginare perciò la festa che si faceva quando si riusciva ad acquistare qualche capo d’abbigliamento nuovo.

Tra di essi i più desiderati erano le scarpe. Esse erano l’ultima cosa a cui si pensava, perché, veramente erano un lusso.

A turno, quando proprio non se ne poteva fare a meno, venivano comprate.

La gioia di Cristina fu grande quando ricevette una paio di scarpette nuove.

Subito le calzò e con esse si recò il mattino successivo all’appuntamento con Gesù. Quasi alla fine dell’incontro Gesù, guardando le scarpette, le chiese di donargliene una.

Senza esitazione e senza pensare alle conseguenze di quel gesto, Cristina subito gliela diede, ed in quello stato ritornò dalla mamma.

Questa, accorgendosi subito della mancanza della scarpetta, chiese spiegazioni alla figlia.

Con grande candore e con grande semplicità Cristina rispose che l’aveva data ad un bambino che ne aveva bisogno. Di più non disse non potendo rivelare tutta la verità. La reazione della mamma fu abbastanza comprensibile. Qualche scapaccione, una grande sgridata e l’avvertimento a non fare più la sciocca per l’avvenire.

Questo evento, “scherzoso e innocente” ma altamente speculare per il significato che

rappresentava riguardo al totale “spogliamento” spirituale di Cristina, si arricchirà di ulteriori episodi.

Una volta il Bambino dai piedi scalzi le chiese un orecchino, che doveva dare ad una bambina poverissima, e un’altra volta la aiutò a trasportare, da un luogo ad un altro, una carriola di legno piena di terreno.

Nel contempo Cristina fu iscritta alla Scuola Elementare.

La sua esperienza scolastica, però, risultò abbastanza amara, perché interrotta durante il corso della quinta classe per un discutibile motivo di carattere politico.

Il papà era antifascista perciò contrario al regime che da circa un decennio guidava le sorti dell’Italia.

Era per lui impensabile vedere Cristina nelle vesti di una ridicola “figlia della lupa”. Per questo la ritirò dalla scuola appena fu precettata la tessera del partito e la frequenza della “Riunione delle Piccole Italiane”!

Lasciata la scuola, Cristina dette più spazio alle attività domestiche e si impegnò fortemente nella pastorale parrocchiale.

Più grandicella fu incaricata a formare i bambini per la Prima Comunione e si prodigò perché crescesse nella comunità parrocchiale un vero spirito di preghiera.

Negli anni che precedettero la svolta della sua consacrazione, aumentò sempre più il suo amore e la sua devozione per la Madonna.

Le sue apparizioni, con istruzioni e messaggi personali, le avevano creato un altissimo concetto della bontà e della missione materna di Maria.

Molto spesso si recava nel vicino Santuario della Madonna dell’Arco, nelle cui mani affiderà la sua vita nel momento cruciale.

Madonna dell’Arco, frazione del comune di Sant’Anastasia, dista da Cercola circa tre chilometri.

La strada che permetteva il collegamento, in quell’epoca, era quasi una stradetta di campagna.

Poche abitazioni sorgevano su di essa e, ai lati del marciapiedi, stretto e scomodo, si elevavano grosse mura di separazione con una fiorente campagna.

Il campanile del Santuario era già visibile a metà strada.

Ora non più, nascosto dalle numerose abitazioni costruite negli ultimi decenni.

Alla vista del Santuario Cristina affrettava il passo con maggiore lena e il cuore le batteva più forte nel petto.

Finalmente poteva porsi davanti alla sua “Mamma Bella” senza temere la presenza indiscreta di nessuno.

Questo suo “pellegrinaggio”, che era iniziato durante gli anni della scuola elementare, divenne quasi quotidiano a partire dal 1935, anno in cui il Signore le impresse i “suoi segni”.

S’intratteneva, senza essere vista, in dolci colloqui e la sua anima si inebriava e si fortificava sempre più in vista delle prove che l’attendevano.

Proprio nelle mani della Madonna consegnò il suo turbamento per quelle mani e quei piedi che sanguinavano, in quel fatidico 14 settembre 1935.

Nella notte del 26 agosto 1934, mentre Cristina era in preghiera, le apparve Padre Pio da Pietrelcina, dicendo semplicemente: “Cristina, sono Padre Pio cappuccino!”

Da quel momento non mancò una notte dal visitarla in bilocazione e vivere con lei quella missione di immolazione e di riparazione alla quale erano stati chiamati entrambi dal Signore.

Nel tempo questo “Connubio mistico spirituale” assumerà la caratteristica di unicità e di piena complementarietà fra i due.

Indubbiamente la presenza di Padre Pio doveva rispondere anche alla “esigenza” di istruirla ed educarla ad accogliere l’estrema sofferenza del Calvario che si sarebbe reso visibile anche sul suo corpo con i “Segni della Passione”.

Il periodo di preparazione durò all’incirca un anno.

Era il 14 settembre del 1935. Quella notte Cristina era sola nella sua cameretta.

Era a letto a pregare quando le si aprì un lembo di Paradiso.

Si presentarono a lei quattro personaggi: Gesù, la Madonna, San Giuseppe, accompagnati da Padre Pio.

Il personaggio di prima linea era Gesù nella forma viva del Crocifisso con raggi sulle piaghe delle mani, dei piedi e del costato.

Gesù le si avvicinò e le domandò: “Cristina, vuoi sentire le sofferenze delle mie piaghe?”

Cristina subito rispose: “Si Gesù mio!”.

All’istante quei raggi luminosi le penetrarono piedi, mani e costato, che cominciarono a sanguinare.

Nel contempo fu investita da un’immensa sofferenza che noi mortali difficilmente riusciamo a dimensionare.

Istintivamente portò una mano al petto e subito la ritrasse piena di sangue.

Anche la sua camicia da notte ne fu pienamente inzuppata.

A regola dovette, la mattina successiva, inventare una scusa per giustificarsi con le sorelle.

Una piccola bugia che contribuì, ancor più, ad aumentarle la sofferenza.

Con l’arrivo della mattina Cristina s’involò quasi verso il Santuario della Madonna dell’Arco per pregare la Mamma celeste e chiedere un consiglio a qualche sacerdote. Appena entrò nella sacrestia del Santuario s’incontrò con un giovane Sacerdote Passionista: Padre Paolo Guida.

Forse affascinata dal segno della Croce, che questi Religiosi portano sul petto, gli si avvicinò e, con tutta sincerità, gli manifestò l’esperienza vissuta nella notte.

A conferma gli mostrò le mani ancora sanguinanti.

Il padre, benché sorpreso dall’imprevedibile scena, si richiamò ad una doverosa prudenza.

Poi chiese delucidazioni sulla sua situazione familiare.

E Cristina, prontamente, gli spiegò il particolare caso di suo padre che si teneva lontano dalla frequenza della chiesa.

A questo punto il religioso, quasi illuminato da una luce superiore, le disse: “Figlia mia, questi segni non stanno bene scoperti! Fatti coraggio! Inginocchiati davanti alla Madonna e chiedile la grazia che Gesù li riprenda!”.

Cristina obbedì e pregò la Mamma celeste perché volesse ottenere da Gesù quanto le aveva consigliato il passionista. La grazia fu concessa all’istante.

Si riportò subito dal padre mostrandogli risanate le ferite delle mani e dei piedi.

La sorpresa fu comune.

Quella grazia, però, riguardò l’invisibilità dei segni alle mani e ai piedi e non la scomparsa della sofferenza.

La piaga del costato (perché coperta) rimase visibile e versò sangue in continuazione fino agli ultimi anni di vita.

Il Padre passionista, poi, la guidò spiritualmente fino alla sua partenza per il monastero di Santa Cristiana in Santa Croce sull’Armo (PI), avvenuta il 9 agosto 1940.

Al momento del congedo, affidandole una lettera che Cristina doveva consegnare al suo futuro direttore spirituale, si raccomandò dicendole: “Cristina, rimani sempre bambina!”.

La profezia, adombrata dalle parole di San Gerardo Maiella durante l’episodio del “quadro”, cominciava a manifestarsi in maniera decisa e particolarmente sconvolgente.

Una consacrazione piena nel nascondimento e nel segreto. Perciò la clausura.

In questa scelta giocarono un ruolo importante anche il Parroco del tempo Don Pasquale Pandolfo, il veggente Fra Umile, (il cosiddetto Monaco di San Pasquale) e il francescano padre Eletto Santini; quest’ultimo era il confessore di quel lontano monastero agostiniano.

 

Beata Cristiana (Oringa Menabuoi)

Per potersi immolare nel luogo scelto dal Signore, però, Cristina dovette superare un ostacolo grosso e delicato: l’opposizione del padre.

Per non contristare eccessivamente la figlia, egli avrebbe accettato anche di vederla Suora Figlia di S. Anna, in virtù della presenza a Cercola di un Istituto di quella Congregazione Religiosa.

Cristina, invece, sentiva che il Signore la chiamava ad una vita di penitenza, di preghiera e di assoluto nascondimento di sé.

Non si oppose al papà, ma nemmeno aderì a consacrarsi in un modo diverso da quello che il Signore aveva predisposto per lei.

E che il Signore la voleva proprio a Santa Croce farà fede uno dei primi episodi della sua vita claustrale.

Sembrava che l’ostacolo dell’opposizione del padre dovesse continuare all’infinito

quando la Provvidenza lo rimosse d’incanto.

Il 5 gennaio del 1940 il papà Luigi ebbe un attacco di angina pectoris, che sembrò superare quasi subito.

Ma la sera del 10 gennaio, coricatosi sul letto, all’improvviso gli riprese il malore. Riuscì a mala pena ad invocare la Madonna del Carmine, di cui era particolarmente devoto, e a chiamare la figlia Cristina, che accorse subito al capezzale e lo vide spirare dopo un minuto.

Immediatamente Cristina si rivolse al suo Gesù chiedendo di “patire” al posto del papà per ottenere la sua liberazione dal Purgatorio.

Dopo sette giorni di preghiere e di sofferenze estreme, Gesù le concesse di liberare il papà e di condurlo in Paradiso.

La sofferenza cercata, accolta e offerta per amore di Gesù e delle anime era da tempo divenuta parte costitutiva del suo spirito.

La sua persona, altresì, era veramente un tutt’uno con essa.

In tal modo divenne espiatrice vicaria in forza dell’Amore che l’aveva investita nella pienezza.

Così, anche lei, era stata resa capace di “completare nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo per la sua Chiesa”.

Con la morte del papà, Cristina poté orientarsi decisamente a portare a compimento la volontà di Dio su di lei.

Con la guida del Parroco Pandolfo e la direzione del francescano Padre Eletto Santini, venne fatta la scelta del monastero agostiniano di Santa Cristiana in Santa Croce sull’Arno (PI).

Ed era proprio lì che Gesù l’attendeva per condurla alla piena immolazione in una missione di riparazione.

Di questa missione fu messa al corrente anche dal veggente Fra Umile, che, in un incontro nella sacrestia della Parrocchia di Cercola, le dipinse a fosche tinte la vita che l’attendeva, nonché le ragioni di tanta sofferenza.

Pur impaurita dalle previsioni ascoltate, Cristina pronunciò il suo Fiat per dare Gloria a quel Signore che la voleva tutta per sé sull’Altare dell’Amore Crocifisso.

Il 9 agosto di quello stesso anno, compiute tutte le pratiche burocratiche, partì dal suo paese natio per quel luogo lontano.

Nel viaggio di trasferimento alla sua nuova patria, Cristina non fu sola.

Fu accompagnata dal suo Angelo custode e da quell’Adolescente, suo compagno di giochi nel giardino di Villa De Campora.

Anzi quell’adolescente, che era Gesù, la consolò e la incoraggiò ad ascendere quella Via Crucis a cui l’aveva preparata.

Arrivò a Santa Croce il giorno 10 e si presentò al portone del convento nel primo pomeriggio.

Fino alle 14 del giorno successivo rimase nell’ambiente della foresteria.

In quell’ora non scappò dal mondo, ma si immerse in maniera diversa nelle sue contraddizioni per fare la parte che il Signore le aveva affidato nel “Grande Negozio della Salvezza”.

Santa Croce sull’Arno fu per Cristina veramente la seconda patria, proprio come San Giovanni Rotondo lo fu per Padre Pio.

Lì è vissuta fino al giorno del suo beato transito, avvenuto il 26 novembre 1992.

Cittadina in provincia di Pisa, Santa Croce si estende lungo la riva destra del fiume Arno, ed è centro di una fiorente attività artigianale che ruota attorno all’industria conciaria.

In passato vi sorse un intenso movimento di religiosità per i particolari carismi di una donna chiamata Oringa Menabuoi, nata nel 1240.

Dopo numerose traversie, che la portarono anche lontano, proprio nel suo paese natio, Santa Croce, fondò un monastero di clausura dimensionandolo nella spiritualità agostiniana.

Il suo nome nuovo fu “Cristiana”, quasi segno profetico per quella Cristina che dopo settecento anni dalla sua nascita entrava nel suo monastero.

La prima sorpresa si presentò agli occhi di Cristina proprio il giorno dopo il suo ingresso al convento.

Tale sorpresa, che s’innestava in maniera sorprendente nel suo passato, confermava alla sua meravigliosa innocenza la verità delle sue precedenti esperienze soprannaturali.

Queste non l’abbandonarono con il suo ingresso nella vita claustrale.

Al contrario si affinarono collegandosi a quelle trascorse in un crescendo che la porterà a vette straordinarie, ma sempre relazionate alla missione che il Signore le aveva assegnato.

Alle 6 del mattino del 12, dunque, Cristina si portò alla “Cappella o coretto del noviziato” per pregare in quel luogo riservato alle probande e alle novizie.

Entrata rimase subito impressionata dalla singolarità d’un quadro di Gesù Bambino rappresentato in piedi con le braccine aperte e con davanti una croce, un calice e dei chiodi.

L’aspetto più sorprendente era il riscontro di perfetta somiglianza nei tratti con quel Bambino che normalmente le appariva dagli anni di infanzia.

Dietro la prima sorpresa emergeva evidente la conferma che Gesù dall’inizio l’attendeva in quel mistico Calvario con gli strumenti della Passione già pronti: La Croce! Il Calice! I Chiodi!

Con questa rassicurante conferma iniziò il suo periodo di probandato, che ebbe una prima interruzione dopo otto mesi, per poi ricominciare per un altro anno.

Già questa stranezza dà il senso del Calvario vissuto da Cristina.

Nonostante la sua salute non manifestasse segnali di grande solidità, le furono assegnati i lavori più pesanti, a cui lei si sottoponeva con gioia e docilmente, sempre. Proprio in relazione ai lavori pesanti a lei assegnati si iscrive un episodio raccontato nei suoi quaderni autobiografici.

Era d’inverno e le fu ordinato di salire sulla legnaia per preparare la legna.

Per mezzo di una scala salì sul luogo dove era accatastato il legname e, mentre si accingeva a quella incombenza, sentì che stava per “uscire fuori di testa”, cioè stava andando in estasi.

Nel suo cuore risuonava misteriosamente ed imperiosamente la voce di Gesù che l’attirava a sé.

Si sentì un po’ imbarazzata in quanto doveva svolgere il lavoro ordinato.

Ma quando Gesù chiama non si può dire mai di no. E Lei si abbandonò teneramente al Cuore del Suo Signore!

Tornata in sé cominciò a preoccuparsi per non aver potuto compiere il lavoro ordinato.

Quali scuse poteva trovare nei confronti dei suoi superiori?

Con questo stato d’animo si rivolse a Gesù dicendogli: “Mi hai messa in un bel pasticcio! Ora come faccio?”.

Mentre diceva questo, volgendo lo sguardo verso la legnaia, vide che il lavoro che avrebbe dovuto fare lei era già stato fatto da mani invisibili: il suo angelo custode, con l’aiuto di altri colleghi celesti, aveva approntato il tutto!

Piena di gioia scese da lì e ritornò fra le sue consorelle!

Inserita nel contesto descritto, Cristina svolse serenamente tutti gli obblighi previsti dal cosiddetto probandato.

Alla fine di marzo del 1941 si doveva procedere ad un adempimento giuridico: stabilire cioè se Cristina veniva ammessa al noviziato come “corale” o come “conversa”.

Da parte sua non ci fu nessuna richiesta specifica.

E proprio su questo suo pieno riserbo, fu innestato un pericoloso gioco delle parti.

Come in ogni comunità ci sono i favorevoli e i contrari.

L’allora Madre Badessa Suor Eleonora Pieroni propendeva per nominarla corale.

La maggioranza delle consorelle la voleva conversa.

Nel momento della decisione risultò vincente la linea di coloro che la volevano conversa.

Per non perdere la faccia, la Badessa si rimangiò la sua scelta scaricando su Cristina ogni responsabilità riguardo alle conseguenze della sua ambiguità.

Non essendo riuscita a farla accettare come corale cambiò le carte in tavola attribuendo a Cristina la decisione di trasferirsi al monastero agostiniano di Radicondoli (SI), mentre, invece, era stata lei a decidere quell’allontanamento con la motivazione che lì Cristina poteva essere accolta come corale.

Obbedendo docilmente agli ordini dalla Badessa, Cristina si lasciò accompagnare a Radicondoli.

Era l’undici aprile del 1941, venerdì santo.

Appena giunta, però, non volle entrare in quel monastero in quanto diceva che non era quello che Gesù le aveva fatto vedere!

Rimase nell’ambito della foresteria e lì vi rimase fino a quando non le fu consentito di andare via.

Liberata dall’obbedienza di rimanere lì, il giorno di Pasqua, alle 09.00 del mattino, lasciava quel monastero per fare ritorno in quello che le aveva fatto vedere Gesù, e cioè quello di Santa Cristiana in Santa Croce sull’Arno.

Arrivata al monastero fu accolta con grande imbarazzo dalla Badessa che la costrinse a rimanere alcuni giorni nell’ambito della foresteria.

Con l’intervento risolutorio del Vicario della Diocesi, Cristina fu riaccolta e subito scattò l’inizio di un nuovo anno di probandato.

Infatti il valore di quello già compiuto veniva giuridicamente azzerato.

Passò quindi un altro anno, anch’esso vissuto nell’obbedienza più completa e nella docilità più piena.

Ebbe ricadute di alcune malattie, che poi risulteranno scientificamente impossibili a catalogarsi.

Alla fine, però, fu ammessa all’anno di noviziato come conversa, e le fu assegnato un nome nuovo: Suor Rita dello Spirito Santo.

Fu stabilito anche la data della vestizione religiosa: il 27 aprile del 1942.

E proprio nella notte che precedette la data della solenne cerimonia a Cristina, prossima Suor Rita, fu concesso il “dono” dello “Sposalizio mistico”.

La vigilia di quella giornata la trascorse nel silenzio e nella preghiera, tutta assorta nel suo Dio ed ancor più coinvolta nel suo “Mistero d’Amore”.

Pensava alla gioia di quel “sì” che poteva gridare e deporre nelle mani della Santa Madre Chiesa.

La notte che la separava da quell’evento, forse, sarebbe sembrata struggente per le emozioni e le sensazioni che avrebbe provato.

E lo fu ma per motivi che lei non immaginava.

Come ogni notte, anche in quella particolare vigilia fece l’Ora Santa per i Sacerdoti insieme a Padre Pio (Via Crucis nel completo e personale coinvolgimento).

Non però nella sua stanzetta bensì nel coretto del noviziato dove vi era il Santissimo Sacramento.

Al termine della “Via Crucis” tutto sparì dalla sua vista.

Una luce soprannaturale invase quell’angusto sito che sembrò diventare immenso. Angeli luminosissimi si portarono verso di lei e, guidati da Maria, la prepararono ad un incontro particolare rivestendola del niveo abito della purezza e dell’innocenza.

La scena si animò vieppiù di personaggi celesti: S. Agostino, Santa Cristiana, Santa Caterina da Siena, Santa Gemma Galgani, San Gabriele dell’Addolorata, Santa Chiara da Montefalco e tanti altri.

C’era, ovviamente, anche Padre Pio da Pietrelcina. Al centro di questo scenario si era portata la Madonna che l’aspettava, e che la prese per mano, conducendola da Gesù.

“Rita, vuoi essere mia sposa?” le chiese Gesù.

“Sì, lo voglio, o mio Gesù!” rispose Rita.

E Gesù infilò al suo anulare l’anello nuziale, che occhio umano non può vedere. Canti di gioia e di felicitazioni seguirono a quella scena.

La “Mamma Bella” l’abbracciò fortemente a sé e le augurò la santificazione; così pure tutti gli altri.

Solo la melodia del silenzio può commentare tutto ciò.

Ormai Cristina era diventata Sposa del Crocifisso.

La Croce, e solamente essa, doveva essere il suo talamo sulla quale spirare continuamente e dalla quale dispensare la grande Grazia di Gesù: la Salvezza per tutta l’umanità

Durante il Rito dello Sposalizio le fu presentato da Gesù anche il suo futuro Direttore Spirituale, Padre Teofilo dal Pozzo ofmc. 

Questi, solamente nel 1947 poté iniziare il suo arduo e difficilissimo compito.

Passò un altro anno perché Suor Rita potesse emettere i suoi voti religiosi temporanei.

La cerimonia, che sancì l’annessione ufficiale alla comunità agostiniana di Santa Croce, ebbe luogo nel mattino del 28 aprile 1943, alle ore 09.00.

La cerimonia fu presieduta dal Vicario ad Moniales Don Eligio Giuntini.

La professione solenne fu celebrata il 23 maggio 1946.

Terminato il suo mandato di Badessa, Suor Eleonora Pieroni fu sostituita prima da Suor Eletta Mancini e successivamente da Suor Matilde Gazzarrini, di cui fece funzione di segretaria per i rapporti con l’esterno.

E proprio lei, che era stata la prima a non comprendere la immensa ricchezza spirituale e carismatica di Suor Rita, dirà parole stupefacenti in venti lettere inviate al Monastero Agostiniano di Radicondoli (SI)

Anche analizzando velocemente questo carteggio epistolare si può avere un’idea abbastanza chiara della figura di suor Rita.

Alla fine non si può che convenire con quanto ha magistralmente sottolineato la dottoressa Paola Ricci Sindoni nella prefazione al libro di Cristina Siccardi: La Bambina di Padre Pio. La valente dottoressa afferma: Sembrava che Suor Rita agisse e parlasse come se il piano divino si incontrasse e si fondesse con quello umano in modo del tutto ovvio, quasi spontaneo.

Non c’era in lei – mi pare oggi di capire – la volontà di sottolineare, sia pure inconsapevolmente, la straordinarietà dei suoi gesti e delle sue parole, ma al contrario si ponesse con molta naturalezza dentro il soprannaturale, vivendolo come naturale, come dono immediato che lei semplicemente distribuiva agli altri senza nulla trattenere.

Sembrava inoltre che quasi si schermisse e si scusasse se tanta Grazia invadeva la sua vita, dando l’impressione di desiderare ardentemente di scomparire, di annullarsi per far posto alla presenza che l’abitava.

Non era questione di timidezza o di falsa modestia, ma di sofferto stile interiore, di disciplina dell’anima, di un modo di essere e di presentarsi che le imponeva – alla maniera dell’autentico “fare posto a Cristo” per diventare Cristo – la progressiva rarefazione della sua personalità.

In lei, quindi, anche se tendeva a nasconderlo, il soprannaturale risultava in maniera palpabile.

E dove è presente una pur minima dimensione di mistero si generano forti contrasti.

Nelle vicende storiche di altri campioni della fede e dell’alta mistica cattolica si sono verificate sempre lotte e persecuzioni. Infatti l’irruzione del soprannaturale, in maniera forte, turba, spaventa e confonde gli animi non solo di quelli che sono impreparati ma anche di quelli che, per orgoglio o per presunzione, non accettano la gratuità dei doni dello Spirito negli altri, ritenendosi i soli meritevoli dell’attenzione di Dio!

A volte capita che anche anime rette rimangano incapaci di penetrare nella profondità di quello spirito particolare!

E ciò è permissione della imperscrutabile Sapienza dell’Altissimo!

Ma c’è anche qualcosa d’altro: la sottile e superiore intelligenza dell’“avversario” che vorrebbe intralciare i piani della Provvidenza divina, creando ostacoli a non finire ed ingaggiando, infine, una lotta furiosa!

E la prova è ancora più dura quando la ricchezza dei doni convive in uno spirito semplice e innocente!

Vivere nella perfetta “Povertà di spirito” contrasta profondamente anche con un “normale vivere da cristiani”.

Come Gesù anche suor Rita, al pari di Padre Pio, è stata “segno di contraddizione, perché fossero svelati i segreti di molti cuori!” (Cfr. Lc. 2, 34b-35a). L’incomprensione o il rifiuto, d’altra parte, l’ hanno resa simile a quel Signore che ha amato al di sopra di ogni cosa.

Questo non essere capiti nel giusto modo da tutti divenne, anche per lei, grazia, in quanto la preservava dalla tentazione dell’orgoglio e della presunzione!

Quindi nessuno scandalo.

Con l’ingresso di Padre Teofilo dal Pozzo ofmc nella vita di Suor Rita si aprì un nuovo ed esaltante capitolo.

Fino al 1947 il Signore non le aveva procurato nessuna vera direzione spirituale.

Per guidare quell’anima così particolare era necessario uno spirito molto aperto al soprannaturale e, nel contempo, molto pratico e prudente nel trattare con l’Ufficialità. Si rischiava,diversamente, di rovinare tutto e di produrre ancora più lacerazioni e contraddizioni di quelle che furono naturalmente prodotte.

Per non correre invano, il Padre, andando in quegli anni a S. Giovanni Rotondo e parlando col santo confratello Pio, per assicurarsi intorno a quell’anima che doveva guidare, capì che v’erano dei rapporti fra loro due.

L’assicurazione l’ebbe piena. “Va’ pur sicuro riguardo alla bambina; preoccupati piuttosto di altre Anime che hai fra mano”. (Cfr. lettera R. n. 1 del 11/07/49).

Avuta piena assicurazione Padre Teofilo permise quasi subito che, con molta discrezione e con molta prudenza, si instaurassero rapporti con persone esterne affidabili e sinceramente animate da spirito religioso.

Tra le prime ad usufruire di questa “grazia” furono le consorelle del Monastero di Radicondoli, dove Suor Rita era passata velocemente nel 1941.

Ed è proprio nella prima lettera del carteggio su accennato che viene definita, a grandi linee la ricchezza spirituale di Suor Rita. Vi è scritto: La giovane che per insipienza mia e per permissione Divina avevo mandata a Lei quel famoso Sabato Santo (Venerdì santo) e subito tornò qua è una perla preziosa (proprio incastrata nel masso, tanto si nasconde agli occhi di tutti e di se stessa).

E più avanti: “Cara Madre, dopo questo accenno Ella può pensare mille altre cose, tutto ciò che vuole … perché tutti i doni sono in questa piccolissima, semplicissima creatura.

E per sovrabbondanza e squisitezza di doni essa si stacca da tutti gli altri campioni che finora ci ha presentato Santa Chiesa.

Se mai a me fa pensare al nostro S. Nicola da Tolentino, e mi danno ragione.

Da ciò Ella arguisce che non si tratta della “piccola via” di una seguace di Santa Teresina.No: altro spirito.

Senta, è Gesù stesso (che dice) “E’ una via nuova: arrivare alla più eccelsa grandezza mediante la più grande semplicità. Perché hai conosciuto il tuo nulla.

Sei la mammoletta nascosta, ma poi tutti ti conosceranno (qui lei protesta, ché non vorrebbe neppure dopo); tutte le Anime, in qualunque stato, avranno un campione da imitare e sarà gloria di tutto l’Ordine”.

 

San Nicola da Tolentino

La grande fiducia di Padre Teofilo nei confronti della sua diretta, oltre che dalla assicurazione ricevuta da Padre Pio, derivava anche da riscontri oggettivi e prove, cui sottopose Suor Rita per tutto il periodo della direzione.

In questo fu aiutata da alcune consorelle del Monastero di Santa Croce.

In primo luogo la segretaria Pieroni, poi la Badessa Gazzarrini ed, infine, la custode Annita Maria Isola.

Si era appena alla fine della II guerra mondiale. Un nemico terribile dell’uomo era stato sconfitto, ma un altro si profilava all’orizzonte.

Del resto fino alla fine del mondo il demonio seminerà nel mondo sempre nuove e terribili forme di confusione.

Al Nazismo fece seguito, infatti, il Comunismo ateo.

L’occupazione comunista dell’est europeo ebbe come primaria conseguenza la negazione di ogni libertà politica, civile e religiosa.

La preoccupazione dei popoli ancora liberi, come l’Italia, era rivolta ad arginarne l’avanzata anche se, proprio in ragione della libertà professata, non si poteva negare asilo ad ogni ideologia.

Nel nostro Paese, poi, la presenza comunista era particolarmente aggressiva.

La preoccupazione divenne ancora più marcata quando ci furono le elezioni politiche del 1948.

Suor Rita, che aveva avuto il dono dal Signore di una preveggenza o, quanto meno, della certezza di ciò che poteva succedere se gli eventi si sviluppavano in una direzione anziché in un’altra, pregò, espiò e ottenne dal Signore una evoluzione non traumatica dei fatti storici e politici.

Rimane significativo ciò che comunicò Suor Eleonora Pieroni alla Madre Badessa di Radicondoli nella lettera del 29/12/49.

Ad una domanda esplicativa in merito a possibili flagelli o castighi, rifacendosi anche ad eventi passati, così poté rispondere.

Non so se faccio a tempo a scriverle le solite righe, perché ho tante cose da dire a Lei, Madre!

Ora senta circa i castighi Divini all’umanità. Sono diversi giorni che si parla di questa cosa con la bambina e anche il Padre, venuto qua.

Essa dice così: “Dei particolari che dicono, di speciale, di fissato per ora non c’è proprio niente da parte di Gesù.

Di meritare l’umanità grandi castighi l’ha sempre detto, ma sempre ha fatto capire che i Suoi meriti, quelli della Madonna ecc. reggono il mondo.

Anche ora “l’umanità meriterebbe i Miei castighi” ma nulla di più”.

E noti, Madre, che quest’Anima tratta sempre di peccatori con Gesù ed Egli per le elezioni passate parlò chiaro: “Voglio castigare anche l’Italia. Rita, che scene di sangue verranno! (Perché si doveva andare anche noi in mano ai comunisti).

Lei pianse, pregò, espiò e … Rita tu hai vinto”.

Poche ore prima il 18 aprile. Ora invece non c’è accenno di nulla. Che ne dice?

L’avversione verso il comunismo, la cui ideologia trionfò con la pesante imposizione sovietica nei regimi dell’est europeo con la fine della seconda guerra mondiale, era dovuta certamente alla assoluta diversità della sua fede nel soprannaturale che le si mostrava vivo ogni momento della giornata, rispetto a quella visione atea e materialista.

Accanto a ciò, altresì, è da considerarsi la sua esperienza diretta delle atrocità commesse da quei regimi.

Pur vivendo sempre nell’oasi dell’eremo claustrale di Santa Croce sull’Arno, con il permesso del Signore, attraverso i doni carismatici ricevuti, portava sollievo e conforto a tante persone, semplici ed illustri.

Per il soccorso alle prime è da annoverarsi, tra l’altro, un episodio presente nell’epistolario, tante volte utilizzato.

La Pieroni, con una certa enfasi, dichiara: Sì, tutto avviene in mezzo a meraviglie: la bambina è al suo lavoro e si sente dire: -Va verso il parlatorio, c’è la tal persona; viene per questo. –Infatti la Madre la chiama.

Alla Badessa, giorni indietro disse di essere stata a Napoli!! E come mai?

Rispose: - Ho portato del pane a un bambino che non mangiava da due giorni; perché urlava! … Oh come urlava! … Mi ci ha portato Gesù!-

Certamente, conoscendo l’acutezza della sofferenza e le differenze di sopportazioni tra un individuo e un altro, correva, senza risparmiarsi mai, verso i luoghi di bisogno, sia esso materiale sia esso spirituale.

E, fedele al comando di Gesù di amare i propri nemici e di pregare per essi, durante quel periodo di grande confusione civile rappresentato dal dopo guerra, espiò proprio per colui che, ideologicamente e politicamente, si opponeva all’avvento del Regno di Cristo.

È sempre la Pieroni a dirci: Graziosa quanto mai, così in estasi. Mentre la notte avanti v’era stata colle braccia in croce per un’ora a riparare per Togliatti… E chiedeva a Gesù per sé sola patimenti, croci, persecuzioni, incomprensioni.… Da ieri in qua ha dolori forti al ventre e alla testa.

Speriamo che Gesù e Mamma Bella la tocchino presto, per risanarla.

Per il soccorso alle persone così dette “Illustri” è da considerare il racconto della sua bilocazione al Cardinale Mindszenty da sola o in compagnia con Padre Pio.

È interessante raccontare la prima volta.

Il Santo di Pietrelcina, forse, già aveva ottenuto dal Signore il permesso di recarsi dall’illustre prigioniero delle carceri comuniste, o forse l’aveva ricevuto insieme a Suor Rita.

Sta di fatto che un giorno, verso la fine degli anni quaranta, Suor Rita si recò dalla sua Madre Badessa Suor Matilde Gazzarrini dicendole: “Padre Pio mi ha chiesto di accompagnarlo dal cardinale Mindszenty in carcere per portargli “l’occorrente” per la celebrazione della Messa”

La Madre le rispose: “Che, forse, hai bisogno del mio permesso!?”

Poi Le chiese quando dovevano andare ed Ella subito rispose che era stato stabilito per l’indomani sera.

La madre, allora, autorizzò Suor Rita a prendere quanto occorreva e di portarlo anticipatamente nella sua camera.

All’ora della partenza poteva andare da lei e prendere tutto quanto.

L’indomani sera, dopo aver chiuso a chiave la sua cameretta, la Gazzarrini si tenne in attesa degli eventi pregando.

L’emozione e la paura erano forti e sentiva il cuore in gola.

Ad un certo momento sentì bussare e subito disse avanti, pur sapendo che la porta era chiusa a chiave.

A tale permesso Suor Rita entrò nella stanzetta, portandosi vicino al tavolo già preparato e prese tutto l’occorrente. Quindi se ne uscì come era entrata.

Nel mentre che andava via, la Badessa cercò d’andarle dietro e guardarla, essendo rimasta aperta la porta della sua camera.

Ad un certo momento Suor Rita le sparì davanti agli occhi. Allora si recò subito nella sua cella per verificare se vi fosse lì col corpo; la vide a letto.

Con un po’ di stupore ritornò sui suoi passi dirigendosi verso la sua camera che, inspiegabilmente trovò chiusa.

La dovette aprire con la chiave, così anche con la chiave la richiuse. Quindi si tenne a pregare durante l’attesa del ritorno della suora.

Solo dopo tanto tempo ella arrivò ripetendo la stessa scena della prima entrata.

Ossia ella bussò, entrò a porta chiusa e mise tutto al suo posto sul tavolino. Poi se ne andò dando alla Madre la buona notte.

Le voci su questa particolare bilocazione presso il Cardinale Mindzsenty fecero nascere il desiderio di ottenere, tramite essa, una granitica prova della veridicità dei carismi della Suora.

Padre Teofilo le ordinò che, in una di quelle “declamate” visite, pregasse il Cardinale di consegnarle una cartolina o un “bigliettino” da inviare al Santo Padre.

La delicata missione fu conclusa in tempi rapidi. Nella successiva comparsa al monastero, il direttore ricevette dalla suora quanto aveva richiesto al Cardinale.

Si trattava d’una cartolina con l’immagine della Madonna col Bambino.

Nel retro vi era scritto in latino “un ringraziamento a Dio e una richiesta di benedizione” al papa Pacelli.

La data era del 26 maggio ‘49 e le parole latine le seguenti: Deo Gratias …Me benedic.

Additissimus Filius. Joseph Mindszenty . E  XXVI – V - MCMXLIX

Dall’ufficio postale di Santa Croce questa cartolina fu inviata al Santo Padre e poi fatta rientrare per l’archivio dello stesso Padre Teofilo.

Il tutto tramite un personaggio che all’epoca lavorava nei dicasteri pontifici.

Con grande probabilità, oggigiorno, sembra che questi si identifichi con il carmelitano padre Isidoro Giannoni.

Di lui si fa riferimento, in maniera anonima, in una lettera del carteggio epistolare Santa Croce / Radicondoli.

È la lettera del 16 agosto del 1949. In essa viene riferito quanto segue: Senta cos’è accaduto.

La nostra privilegiata continua la sua via, si capisce, e Dio seguita a operare in lei.

Giorni indietro eravamo tutte al parlatorio, perché un Vescovo titolare di Roma (che ha qua una sorella sposata) si era degnato visitarci.

Ci tenne una bella e santa conversazione dopo la quale le Converse si ritirarono per andare alle loro faccende e rimanemmo noi Corali.

In un cantuccio, però, dietro la grata e non vista era rimasta la bambina, caso strano per lei così modesta e ritirata! … Ma era trattenuta da forza superiore!

Ad un tratto il Vescovo uscì in questa espressione: “O quella mano? Cos’è quella mano?”.

Nessuna di noi seppe che dire; io dispiacente al sommo credetti che la bambina avesse fatto un gesto poco educato e la guardai un po’ male; ma lei disse umilmente, sottovoce: “Io non mi sono mossa”.

Ecco cosa dové spiegare alla Rev.a Madre.

“E’ stato l’Angelo. Quando parla con me ha sempre la mano alzata.

Era davanti alla grata accennandomi col dito Monsignore e mi ha detto: - Vedi quello lì? Sarà di grande aiuto al Padre! –

Pensi, Madre, che cosetta meravigliosa, questa. Un estraneo può far testimonianza che alla Figliuola è apparso l’Angelo ecc … E sa perché?

Il Padre ha da fare un gran lavoro (già annunziato ed espressamente comandato da Gesù): scrivere tutta la vita di lei e poi introdurla a Roma ecc.

Avrà bisogno, si capisce, di aiuti influenti e si vede che questo Altolocato è destinato Lui da Dio. …

In questo intrecciarsi di eventi e con queste scoperte risultò necessaria una ulteriore prova.

Questa fu messa in atto in modo deciso dal Reverendo Cappuccino Giovanni da Baggio, con l’appoggio, anzi lo stimolo, del confratello Padre Teofilo.

Il connubio mistico-spirituale tra Suor Rita e Padre Pio risultava veramente sconvolgente per gli addetti ai lavori.

La cartolina del Cardinale Mindzsenty, confermando pienamente la bilocazione della suora non diceva alcunché sulla presenza di Padre Pio.

Anche per questi, del resto, solo recentemente si sono ottenute delle prove schiaccianti della sua assistenza al Cardinale prigioniero.

Furono prese le più grandi precauzioni per la delicatezza del caso e durante una sua visita alla suora la pregò di consegnare al mistico di San Giovanni un libro con “sua firma personale”.

Appena a San Giovanni lo avrebbe ritirato dalle mani del suo confratello.

L’occasione buona si presentò nei giorni 23-28 novembre ‘49 quando il padre Giovanni si trattenne a San Giovanni Rotondo.

Appena gli fu consentito si portò nella camera del padre Pio, come già nei sette incontri precedenti.

La conversazione, spirituale e commovente, gli fece sfuggire di mente l’importante richiamo alla vicenda del libro.

Appena però uscito dalla camera, fu lo stesso Pio a rincorrerlo pronunciando una tipica espressione monastica: «Padre molto Reverendo, questo libro è vostro; ma questi scherzi non si fanno!».

La prova non poteva essere più lampante e allo steso tempo esilarante!

Accanto a queste prove di carattere “spirituale e carismatico”, dovevano, altresì, considerarsi altri riscontri più “scientifici”.

Furono investiti valenti Medici e Psichiatri per sgombrare il campo da tutti gli equivoci che potevano sorgere in merito alla serietà e alla autenticità di quel mistero che era Suor Rita.

Padre Teofilo la sottopose a snervanti ed accurati esami clinici e psichici.

In primo luogo le furono fatte praticare due visite mediche dal Dottor Renato Galletti, medico chirurgo della cittadina e della stessa comunità monastica.

Esse ebbero luogo nella prima metà del settembre ’49.

Successivamente, nell’ottobre dello stesso anno si provvide al ricovero di Suor Rita in una Casa di Cura a Firenze in via Cherubini 6, per effettuare le necessarie radiografie. Infine, dal 5 al 17 dicembre, presso l’ospedale di Carreggi in Firenze, la monaca fu sottoposta ad accurate analisi psichiatriche.

L’obiettivo fu quello di avere una adeguata conferma dei risultati positivi già raggiunti. La si ottenne in pieno.

Il 1962 deve essere considerato uno spartiacque nella storia di Suor Rita.

Dopo quarantadue anni di vita, di cui ventidue trascorsi nell’eremo claustrale, davanti a lei si aprì un nuovo capitolo.

La curia di San Miniato, che aveva sempre apprezzato la Direzione di Padre Teofilo e le conseguenti timide aperture della Madre Badessa Suor Maria Matilde Gazzarrini, improvvisamente sembrò assumere un atteggiamento diverso.

L’Ordine Agostiniano, al corrente del caso, sollecitato da alcune frange dell’ordine, da alcune suore di Santa Cristiana e da alcuni Parroci del luogo, decise di controllare  più da vicino il caso, determinando la sostituzione del Cappuccino con un Confratello: Padre Luigi Marban de Santamarta.

Considerando lo stato claustrale di vita voluto dal Signore per Suor Rita e le esigenze delle altre consorelle, le prime scelte di quest’ultimo si orientarono verso un necessario ermetismo verso l’esterno.

Anche se ciò impediva, al momento, l’“apostolato dell’al di là” verso l’esterno, tale restrizione rese felice Suor Rita in virtù del suo carattere riservato.

Ciò, comunque, non significò un totale ribaltamento della intima direzione spirituale. Padre Luigi, infatti, ordinò alla sua diretta di continuare a scrivere le sue esperienze spirituali.

L’allontanamento di Padre Teofilo fu, comunque, per il cappuccino un evento che lo segnò profondamente per quel poco che ebbe ancora da vivere.

La sofferenza per tale stato di cose non durò a lungo in quanto quel Gesù, che dialogava con lui tramite Suor Rita, lo chiamò a sé dopo qualche mese.

Era il 30 settembre 1962. La sua prematura morte, d’altronde, gli era stata preannunciata da Padre Pio: “E tu che vai facendo? Non vedi che ti reggi come se fossi su una foglia di prezzemolo!”, gli disse il venerato Padre durante una visita fatta qualche mese prima a San Giovanni Rotondo.

Le iniziative prese dal Padre Marban furono tutte orientate ad avere ulteriori riscontri sulla veridicità delle esperienze mistiche di Suor Rita. Già il suo carattere docile, umile, semplice e indirizzato alla piena consumazione per amore di Gesù e di tutti gli uomini, erano una conferma rassicurante in merito alla “Fonte Divina”.

Una delle espressioni, che ebbi la grazia di ascoltare da lui, alcuni anni fa, si riconnette essenzialmente a quanto poté sperimentare.

Mi disse: “Suor Rita emana una luce spirituale così forte che non tutti riescono a sostenere. Alla fine tutto il mondo chiederà di essere illuminato da lei e riscaldarsi col “Fuoco” che dimorava in lei!” .

Nel primo periodo della sua direzione fu coadiuvato dalla Madre Badessa Suor Matilde Gazzarrini.

Dal 1966 al 1969, anno in cui Padre Marban dovette ritornare in Spagna, fu coadiuvato dalla Reverenda Madre Michelina Bernardi.

Questa, nata a Bologna nel 1919, era entrata al Monastero di Santa Cristiana nel 1952. Diresse il monastero fino al 1984, anno in cui subentrò alla carica di Badessa la Reverenda Madre Suor Rosaria Sturlini.

Un anno prima che Padre Luigi entrasse nello spirito di suor Rita, si verificò un episodio che, controllato da Padre Teofilo e vissuto anche dalla Madre Badessa suor Maria Matilde Gazzarrini, fu uno straordinario biglietto di presentazione per lui.

Tale fatto ha come protagonisti, oltre Suor Rita, la Signora Luisa Falchi Cavallini e il marito Salvatore.

L’evento è da dimensionarsi nella grande sollecitudine di Rita per la salvezza delle anime. Per non aggiungere nulla che potrebbe sminuire la “drammatica bellezza” del fatto, riporto l’episodio tale e quale l’ha raccontato la Signora Luisa.

“Mio marito Salvatore soffriva di cuore e il dottore ci consigliò di lasciare la residenza di Bologna per un luogo più fresco.

Si scelse Casciana Terme (PI) dove, del resto, ogni anno soggiornavamo per circa un mese.

Partimmo il mattino 5 luglio ’61 accompagnati da un autista perché io non volli che guidasse mio marito.

Passando nei pressi di Santa Croce facemmo una breve sosta al monastero per salutare Rita e la madre badessa.

Fummo ricevute da entrambe con tanta cortesia e bontà.

Uscito mio marito dal colloquio, io mi trattenni un istante ancora.

Suor Rita, però, mi disse subito: - Vada, Luisa, vada! -.

Appena venuta fuori, vidi che Salvatore mi aspettava lì, davanti al portone d’ingresso del monastero.

Notai subito, però, che era molto pallido. Ci dirigemmo lentamente alla vicina piazza dove ci attendeva l’autista.

Appena toccata la maniglia della macchina per salirvi, mio marito cadde riverso sull’asfalto.

Io ebbi appena il tempo per sostenerlo in qualche modo. Adagiato per terra, cominciò ad ansimare e a tenere gi occhi chiusi.

Erano le ore 13.00. nessuno a quell’ora transitava per la piazza e i negozi vicini erano chiusi.

Lo affidai alle persone che accorsero dal vicino bar pregandole che mi mandassero un medico.

Io mi riportai subito al convento dove, alla grata dell’ingresso (stranamente) vi erano ancora la badessa e suor Rita che in piedi mi aspettavano!

Non ricordo con quali parole potetti loro comunicare l’accaduto. Rita mi disse di tornare in piazza dove un uomo (forse il farmacista) gli praticò una iniezione, facendomi ben comprendere che non c’era più nulla da sperare.

Immediatamente venne un sacerdote che gli diede “l’Estrema Unzione”.

Seppi poi che il sacerdote era stato avvertito spiritualmente da suor Rita.

Sopraggiunge la Croce Rossa che lo portò all’ospedale di Fucecchio dove gli si voleva fare l’autopsia contro la mia volontà.

Fortunatamente un’infermiera, che venne con me e alla quale io mi raccomandai tanto, ottenne che non si facesse. - Dove andare? – ci chiesero. – Al monastero di Santa Croce -, io risposi.

Che grazia, vedere la madre badessa permettere che in una sala dell’Asilo (che a quel tempo tenevano) fosse allestita la “camera ardente”.

S’interessarono di tutto loro: chiamarono i miei figli e mio fratello Pietro, e fummo ospitati tutti nella foresteria.

Pensarono anche per il trasporto della bara a Lugo con tanta bontà e amore che non potrò mai dimenticare.

Mio marito, pur morendo così improvvisamente, al momento del trapasso pronunciò le parole più adatte per quel delicato momento: - Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito -

Ciò, poi, che maggiormente mi consolò fu la parola di Rita che subito si aggiunse ad assicurarmi che lei l’aveva assistito e che era salvo.

Da allora in poi, in occasione di telefonate, di visite o di lettere, mi trasmetteva spesso il suo saluto dal cielo.

Il contorno di questa morte in quel luogo privilegiato fu anche per mio fratello Pietro quasi un miracolo. In passato gli avevo molto parlato di suor Rita; ma egli se ne rideva accusandomi di essere “credulona”.

Conoscendola, però, direttamente in quell’occasione, forse per una luce superiore, credette finalmente alla santità di quella suora.

Si avvicinò di più a Gesù pur rimanendo non praticante”.

Nel 1963 entrò in scena, anche se per un lungo periodo il suo ingresso fu velato dall’anonimato, il Reverendo Padre Franco D’Anastasio, dell’Ordine dei Passionisti. Gli fu consentito di intraprendere un contatto stretto con la monaca, in virtù della sua ricerca di studioso e di pastore di anime.

Fino al 1969 tali contatti si limitarono a consigli e a dialoghi informali.

Di reperire ulteriori notizie non c’era necessità in quanto Suor Rita doveva, per obbedienza, continuare a scrivere le sue esperienze mistiche giornaliere.

Con la fine della Direzione di Padre Luigi si pensò di affidare al Passionista il compito di “registrare” nuovi eventi e di archiviare quanto si poteva del passato in vista di una “Biografia” solida e veritiera.

Il padre seppe essere all’altezza del compito avendo conservato tutto quanto necessario per presentare alla Chiesa e al mondo una vita, quella di Suor Rita, vissuta sempre nel Fuoco dell’Amore Crocifisso.

Dal 1984 fino al 1992, anno del beato transito di Suor Rita, fu Madre Abbadessa del monastero la Reverenda Suor Rosaria Sturlini.

Anche durante quegli anni continuava l’Opera di Gesù in lei.

E Suor Rita dispensava quelle grazie senza trattenere nulla per sé.

Le dispensava con l’unico obiettivo di portare quante più anime al Signore e, per quanto le era concesso, si adoperava perché i Disegni di Dio arrivassero al giusto e pieno compimento.

Alcuni sprazzi di questo “servizio” possono essere individuati in alcuni episodi degli anni ’70,’80.

L’Italia, alla fine degli anni ’70, ha vissuto una tragedia immane, che ancora oggi non è stata del tutto assorbita: Il sequestro e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro e della sua scorta, e l’inizio di un terrorismo bestiale e inescusabile!

I tentativi di ritrovarlo in vita si frantumarono in fallimenti continui.

Mitomani del terrore giocarono parecchio e confusero ancora di più le acque già torbide della ricerca.

I detectives indirizzarono i loro sforzi in varie direzioni, sia all’interno della città di Roma, sia fuori di essa.

Per un attimo sfiorarono il covo ma non riuscirono a localizzare la prigione dell’Onorevole Moro.

Per cui i loro sforzi maggiori si indirizzarono all’esterno, fuori dalle mura cittadine.

Il ritrovamento della salma, a pochi passi dal centro, nei pressi dei luoghi storici dei principali partiti politici, costituì, sì, lo scacco finale per le forze dell’ordine, ma anche l’inizio della loro riscossa e quella di tutto il paese civile.

Anche Suor Rita visse con viscerale compassione questa tragedia.

Non poteva intervenire perché il Signore aveva pensato diversamente. Soffriva perché i detectives erano stati accecati inconsapevolmente nelle loro ricerche.

Dopo la conclusione della vicenda, o a ridosso di essa, così, amaramente si espresse ad una sua “figlia spirituale”. “Lo vanno a cercare fuori. Invece è vicino a loro!”

Quella tragedia portò, indirettamente, anche alla morte di Sua Santità Paolo VI e la successiva elezione di Giovanni Paolo I.

Questi, quasi subito, lasciò il campo a Giovanni Paolo II.

Questo Papa, immenso per la sua statura spirituale e pastorale, ha segnato, d’altronde, una nuova pagina nella storia della Chiesa.

Proprio per la sua missione fondamentale per l’umanità della fine del secondo millennio e l’inizio del terzo, doveva subire attacchi pesantissimi, che solamente la Onnipotenza Divina poteva contrastare e distruggere.

E, come in tutte le cose, anche in questa, il Signore con la materna presenza di Maria, si servì di una piccolissima e umilissima creatura: Suor Rita dello Spirito Santo!.

Erano circa le 17.30 del 13 maggio 1981.

Dalle strade di tutta Italia risuonavano voci

allarmanti e preoccupate. Dovunque ti giravi vedevi volti stralunati che cercavano di dire quanto era successo alcuni minuti prima a Piazza San Pietro: avevano sparato al Santo Padre e sembrava che fosse morto.

Grazie a Dio, dopo le prime notizie, che non davano alcuna assicurazione sul superamento di quella tragedia, il Papa si riprese e poté proseguire la sua missione, anche se accompagnata da tanta sofferenza tenuta sempre nascosta nel cuore.

Fu subito evidente che nella sua salvezza aveva operato potentemente la mano materna di Maria.

La data, 13 maggio, era altamente significativa per il richiamo forte alla prima apparizione della Madonna di Fatima.

Trascorsero circa 16 anni da quell’ evento. Suor Rita era morta da circa 5 anni.

La sua salma riposava, non a Santa Croce, bensì in una cappella privata dei coniugi Ceccarelli – Trinci, a Sovigliana – Spicchio (FI).

Da parte di alcuni suoi devoti si dette iniziò ad un movimento che, con rispetto e umile docilità, intendeva richiedere al Vescovo di San Miniato, Monsignor Edoardo Ricci, e ai responsabili del monastero di Santa Cristiana, la conclusione della pratica della traslazione della salma verso il coro del convento e l’inizio della causa di beatificazione.

Tra questi devoti c’era il più volte nominato Padre Franco D’Anastasio.

Fu proprio lui ad illustrarmi l’iniziativa. Era stato costituito un comitato, composto sia da laici sia da religiosi e presbiteri, che si era prefissato l’obiettivo su esposto.

Nei numerosi dialoghi telefonici avuti, sottolineava l’importanza di fare presto in quanto molti testimoni diretti della “presunta santità” di suor Rita, potevano venire a mancare.

Nel suo convinto parlare, poi, iniziò a farmi partecipe di un segreto tenuto nascosto fino a quel momento.

Si trattava, è vero, di una esperienza che era da porsi nella casistica della bilocazione per un salvataggio in extremis, pur tuttavia la collocava direttamente nel grande mistero della presenza del divino nella nostra storia.

Questa presenza, a volte sfumata e nascosta, realizza quei cambiamenti necessari a condurla al pieno compimento nei disegni di Dio.

Il fatto che Padre Franco mi andava a raccontare era strettamente collegato all’attentato al santo Padre avvenuto per mano di Alì Agçà il 13 maggio 1981.

“Quel giorno, assieme alla Madonna, era presente anche Suor Rita in piazza san Pietro.

Non vista dalla moltitudine era accostata al turco e, oltre a spingerlo per deviare i primi due colpi sparati, gli bloccò il polso per impedirgli altri spari!”

Questa presenza, non l’identità della suora che non poteva essere individuata, fu annotata in alcuni articoli giornalistici e in una deposizione di Ali Agça al Giudice Martella.

Questi dettagli sono stati mirabilmente provati dallo scrittore Antonio Socci nel suo libro “Il Segreto di Padre Pio”.

Il Padre Franco, pur sorridendo alla mia sorpresa, continuò nel suo racconto spiegandomi anche che questo fatto non poteva dirlo prima, perché aveva giurato a Suor Rita di non manifestarlo se non dopo la sua morte.

Mi confermò la presenza di complici che erano scappati molto prima e che l’attentato doveva avere esito mortale.

Col senno di poi è giusto riflettere se, anche teologicamente, è corretta l’ipotesi di una presenza “umana” inviata per quel salvataggio.

La salvezza del Papa, in virtù della sua figura di Vicario di Cristo, Figlio di Dio e Salvatore del Mondo, equivaleva a una nuova “Nascita”.

La sua nuova entrata nel mondo era stata voluta dal Cielo a dispetto delle manovre operate dal principe del male che guida numerose forze oscure.

E come Gesù era entrato nel mondo attraverso l’umiltà obbediente e pienamente umana di Maria, così il “dolce Cristo in terra” aveva ricevuto una nuova nascita grazie ad una donna, mandata dal Cielo e accompagnata da Maria, artefice principale di questa salvezza.

Questa donna era Suor Rita, concretamente coinvolta e presente nelle vicende umane per far sentire ancora il vero “Profumo” di Cristo, primo Difensore e Custode Invincibile della sua Chiesa.

Suor Rita era consapevole che, se non era inviata, lei non poteva andare da nessuna parte.

Questa piena sottomissione alla volontà di Dio è magistralmente espressa in tanti episodi.

Infatti, la sua volontà era stata offerta e consumata sull’Altare della Misericordia di Dio.

Suor Rita è volata al cielo il 26 novembre 1992.

La riservatezza, che aveva sempre contrassegnato il comportamento del monastero nei riguardi della Suora, fu accentuata, ancora di più in questa occasione.

Poche notizie sono trapelate in merito al modo e alle cause del decesso.

Tutte, comunque, in linea con lo stile di vita di Suor Rita: Sola e nascosta a tutti, fino all’ultimo istante.

Nessuno avrebbe assistito al suo ultimo attimo di vita. È rimasto, anch’esso, nascosto ad occhi umani, per rifulgere unicamente agli Occhi dell’Altissimo.

Le ultime persone esterne con le quali ha parlato furono i suoi familiari.

Era a telefono con il nipote Luigi Aurino quando, assalita da brividi di freddo, fu trasportata nella sua celletta.

Era il 24 ottobre. Da quel momento nessuno ha più saputo notizie.

Neanche alle sue consorelle fu permesso di visitarla. Le uniche che avevano libero accesso alla sua stanza erano la Madre Badessa Suor Rosaria Sturlini e la nipote di Suor Rita, Suor Immacolata degli Angeli. Forse anche la Madre Vicario, Suor Michelina Bernardi.

In un primo momento fu curata con antibiotici, in quanto molte monache, in quel periodo, erano state colpite da influenza e curate in tale modo.

I medici che la visitarono, non riuscirono a diagnosticare alcunché.

Non riuscivano a dare alcuna spiegazione ai sintomi che manifestava la suora.

Le analisi, a cui fu sottoposta, pur evidenziando dei valori anormali, non chiarirono il quadro della situazione.

Altre volte era stata colpita da sintomatologie preoccupanti e sempre si era ripresa. Questa volta, al contrario, non dava alcun cenno di miglioramento.

In questo clima di incertezze trascorse più di un mese dall’inizio di quel malore che l’aveva colpita. Si giunse, così, all’ultima settimana di novembre.

Era il giovedì dell’ultima settimana dell’anno liturgico.

La sequenza era dell’anno C, ultimo dei tre cicli liturgici: il giovedì conclusivo del ciclo triennale.

Non poteva essere giornata più significativa e l’accostamento naturale non poteva non riguardare la memoria eucaristica che si rinnovava pienamente in uno dei membri della Chiesa: Suor Rita,

Come al solito lei non aveva preso nessun cibo. Forse, per tirarla un po’ su, credendo di far bene, le fecero bere qualcosa, forse un caffè.

Il suo fisico, ormai totalmente consumato nel dono di sé, non sopportò neppure quel po’ di refrigerio.

Suor Rita rimise la bevanda sporcando lenzuola e quant’altro.

La nipote, che si era data il cambio con la Badessa, uscì per procurarsi un panno per pulirla.

Fu proprio in questo momento che Suor Rita tentò di alzarsi. Era particolarmente debilitata. Non riuscì a stare in piedi e cadde ginocchioni a lato del lettino, con le braccia distese in croce sul materasso.

In questo momento rientrò la nipote e riuscì, forse, a sentire la sua ultima invocazione: “Ohi! Ohi!”. Nulla più!

Erano, all’incirca, le 13.00 del 26 novembre.

Subito furono avvertite le madri e tutte le consorelle. Si provvide a ricomporla e si dette inizio a tutte le incombenze del caso.

Furono, successivamente, avvertiti i familiari e quella piccola e ristretta cerchia di devoti che l’aveva seguita e ammirata nel segreto.

La salma fu composta nel Coro della Chiesa di Santa Cristiana, che non fu aperta subito al pubblico.

La bara fu addobbata da lenzuola di seta e cuscini merlettati. Tutt’intorno un mare di fiori bianchi.

Suor Rita sembrava dormisse serenamente. Le sue mani, incrociate sul petto, stringevano una corona.

Il suo volto sembrava, a volte, trasformarsi in quello di Gesù, e a volte prendeva una leggera somiglianza con il volto di Padre Pio.

Erano, indubbiamente, impressioni dettate dalla forte emozione di chi, avendola conosciuta, la guardava per l’ultima volta.

La sua pelle sembrava, comunque, particolarmente elastica.

Non dava l’impressione di essere sottoposta al “rigor mortis”.

Solamente il giorno dopo, 27 novembre, si permise ai fedeli di Santa Croce di recitare una preghiera sulla salma.

Anche i familiari più stretti arrivarono il giorno successivo il decesso della Suora e furono sistemati in foresteria.

I funerali furono celebrati sabato 28 novembre. Nelle prime ore di quella mattina arrivò anche il Rev. Padre Franco D’Anastasio, che s’incontrò con i familiari di Suor Rita e con loro trascorse quella giornata, in attesa dell’inizio della celebrazione eucaristica.

Con il passar del tempo aumentava l’affluenza dei fedeli e la Chiesa si riempiva anche di devoti confluiti da varie parti d’Italia. Nel primo pomeriggio si dette inizio alla Celebrazione Eucaristica. Fu presieduta dal Preposto del paese e concelebrata dal Rev. Padre Franco e da due altri Sacerdoti del luogo.

Fu particolarmente coinvolgente. Le letture e le preghiere dei fedeli furono proclamate da parenti di Suor Rita.

L’omelia ebbe come tema di riflessione il chicco di grano che dà molto frutto quando è sepolto nella terra e muore.

La Cerimonia funebre ebbe termine dopo circa un’ora.

Finita la celebrazione Eucaristica, furono abbassate le tendine del coro e un Sacerdote vi entrò per gli ultimi adempimenti. Dopo circa mezz’ora fu aperta la porta del parlatorio da dove uscì la bara per l’ultimo viaggio.

Molte persone si accalcarono per sfiorarla e i parenti furono invitati a salire nelle macchine per accompagnarla verso il Cimitero di Sovigliana Spicchio (FI) per tumularla nella Cappella privata dei coniugi Ceccarelli Trinci.

La cappella privata dei coniugi Ceccarelli Trinci era già aperta.

Era piccola ma particolarmente adatta ad accogliere, temporaneamente, la salma di Suor Rita.

Il loculo riservato alla tumulazione si trovava sul lato sinistro per chi entra, ultima fila, seconda dal basso.

Dopo le rituali preghiere la bara fu deposta nel loculo e murata.

Sul cemento fresco fu fatto scrivere dalla nipote Rosaria Aurino il nome: Suor Rita.

Questa sistemazione doveva essere provvisoria in attesa della traslazione solenne prevista di lì a pochi mesi. Invece la salma rimase sino al 1 Marzo 2002 quando, con una traslazione privilegiata, fu trasportata nella Chiesa del monastero di Santa Cristiana, e deposta in una cappellina dietro l’altare.

 

DICHIARAZIONE DELL’AUTORE

Si dichiara

1. Di presentare questo libricino in totale obbedienza alla Chiesa Cattolica e, se la

Competente Autorità ecclesiastica dovesse farne richiesta, l’autore è pronto a ritirare

quanto di esso stampato.

2. Che agli eventuali fenomeni soprannaturali raccontati in questo libricino va prestata una fede solamente umana, in conformità con i decreti di Urbano VIII e con il decreto della Sacra Congregazione della Dottrina della Fede, pubblicato in “Acta Apostolicae Sedis”

(A.A.S N. 58/18 del 29/12/1996, già approvato da Papa Paolo VI il 14/10/1966); si ricorda che in base a questo decreto non è proibito pubblicare senza Imprimatur scritti

riguardanti presunti fatti soprannaturali.__