SUOR RITA DELLO SPIRITO SANTO
Cercola
(NA) – 3 aprile 1920 Santa Croce
sull’Arno (PI) – 26 novembre 1992
Il
cuore dell’uomo è nelle mani di Cristo, ma Cristo
si
serve delle mani degli uomini
Cristina
Montella, poi suor Rita dello Spirito Santo, nacque a Cercola, provincia di
Napoli, da Luigi e da Francesca D’Avanzo. Era il 3 aprile 1920, sabato
santo.
Penultima
di otto figli subito mostrò quelle caratteristiche spirituali che la
contraddistinsero per tutta la vita: Umiltà, Innocenza, Semplicità, Preghiera
continua, ricerca della sofferenza per amore di Gesù e delle Anime, desiderio
di annullarsi in Dio.
La
casetta dove è nata, attualmente, ha il civico 219 del Corso Domenico Riccardi.
Per
accedervi bisogna attraversare uno stretto portone.
Tutto
è abbandonato e mostra il logorio del tempo che inghiotte anche i ricordi.
Una
scalinata, composta da una quindicina di scalini, consente l’accesso a quelle
mura, ormai diroccate.
Proprio
sotto di esse si intravede un forno che, in passato,ha sentito gli scricchiolii
del legno sacrificato alla cottura del pane.
In
questa casetta Cristina ha vissuto pochissimo. Per la povertà della famiglia fu
affidata ad una Zia, Carolina Manna, e da lei imparò l’arte del cucito e del
ricamo.
La
mamma, Francesca D’Avanzo, pia e timorata di Dio, arrotondava i pochi
spiccioli guadagnati dal marito aggiustando sedie di paglia.
Il
padre, Luigi Montella, svolse varie occupazioni, ma nessuna particolarmente
remunerativa.
I
primi tenerissimi anni di vita Cristina, quindi, li ha trascorsi presso la zia,
che risiedeva in un appartamento sito nel Palazzo Scarpetta sul medesimo Corso
Riccardi. Da alcuni anni questo palazzo monumentale è stato demolito per far
posto ad un complesso di abitazioni più moderne.
Proprio
in questo appartamento si sono verificate le prime esperienze soprannaturali. Ad
esso, che si trovava al primo piano, si accedeva attraverso un’ampia e
massiccia scalinata.
Un
piccolo ingresso dava in un ampio e alquanto buio corridoio, illuminato da
qualche candela dalla fioca luce.
In
una delle stanze, adibita a sala di cucito, appeso ad un muro, c’era un quadro
di San Gerardo Maiella.
Cristina
aveva circa due anni quando si è verificato il cosiddetto episodio del
“quadro”.
Quel
giorno era rimasta sola in quella stanza. Forse giocava o forse già sentiva nel
suo cuore il dolce richiamo del Signore.
Guardando
quel quadro, che certamente l’affascinava, lo vide improvvisamente animarsi.
Lo
sguardo di San Gerardo incominciò a diventare vivo. La sua bocca lentamente si
animò ed una smorfia innocente fu rivolta alla piccola impaurita.
Cristina,
con un grido soffocato, scappò subito. Andò in cucina, dove era la zia, e si
accovacciò fra le sue braccia, senza dire nulla.
San
Gerardo Maiella
Passò
qualche giorno da quell’episodio e Cristina incominciò a riprendere coraggio.
Nella stanza guardava sempre quel quadro per scrutare se i lineamenti del volto
del Santo mostravano ancora quella vitalità
che
l’aveva impaurita.
A
volte le sembrava che sorridesse. A volte le sembrava che parlasse.
Era
questo un modo, da parte del santo, per infonderle coraggio e a non aver paura.
Quasi entrò in confidenza con lui.
E
quando ogni timore svanì dal suo cuore ecco verificarsi una scena celestiale.
Le
mani di San Gerardo si proiettarono dal quadro verso di lei, quasi per invitarla
ad avvicinarsi.
Cristina
lentamente si avvicinò e fu presa da quelle mani che l’attrassero al petto.
Il
santo l’accarezzò, la baciò e le parlò: “Cristina,
tu ti farai monaca!”.
L’episodio
del quadro certamente non rimase isolato.
Le
esperienze si succedettero in un crescendo incalzante. Ebbero, però, un punto
di confluenza nel dono delle stimmate.
Tutto
ciò che lo precedette fu, perciò, di preparazione alla sublimità della
conformazione al Cristo anche nei segni visibili.
Fattasi
un poco più grandicella, Cristina, tornò a vivere stabilmente con i genitori,
che nel frattempo, avevano cambiato abitazione.
Si
erano trasferiti di fronte alla casa in cui era nata lei: un appartamento del “Palazzo
dei Baroni”.
Tale
complesso, denominato per l’esattezza “Palazzo De Campora”, porta
attualmente il civico n. 20 e, dopo quasi un ventennio, è stato quasi del tutto
ristrutturato.
Tale
ampio complesso ha la caratteristica dei grandi palazzi padronali di un tempo.
Vi
si accede attraverso un ampio portone che introduce ad uno spazioso cortile.
Da
qui si accede all’abitazione situata all’ultimo piano nella parte centrale
da chi guarda dall’interno.
Dal
cortile si accede anche ad un giardino che sarebbe divenuto luogo di
“incontri” celestiali.
Cristina,
infatti, amava portarsi spesso in quel luogo, sia per giocare sia per pregare.
Questa necessità di appartarsi da sola scaturiva non soltanto dal suo carattere
riservato, ma anche dalla presenza di qualche “personaggio” che non poteva
essere visto.
Come
due “innamoratini”
si
davano appuntamento lei ed un adolescente “misterioso”
che
era solito “arrivare”
a
piedi scalzi.
Questo
adolescente “misterioso”
non
era altri che Gesù.
Anche
allora (anni venti /trenta) la situazione economica non era per niente florida.
Anzi! Il papà e la mamma dovevano fare grandi sacrifici per portare avanti la
famiglia che era abbastanza numerosa.
Vestire
le tre femminucce e i quattro maschietti era un’impresa ardua. (Una sorellina,
anch’essa
di nome Cristina, era già morta perché colpita da un’epidemia di “spagnola”).
Si
può immaginare perciò la festa che si faceva quando si riusciva ad acquistare
qualche capo d’abbigliamento nuovo.
Tra
di essi i più desiderati erano le scarpe. Esse erano l’ultima cosa a cui si
pensava, perché, veramente erano un lusso.
A
turno, quando proprio non se ne poteva fare a meno, venivano comprate.
La
gioia di Cristina fu grande quando ricevette una paio di scarpette nuove.
Subito
le calzò e con esse si recò il mattino successivo all’appuntamento con Gesù.
Quasi alla fine dell’incontro Gesù, guardando le scarpette, le chiese di
donargliene una.
Senza
esitazione e senza pensare alle conseguenze di quel gesto, Cristina subito
gliela diede, ed in quello stato ritornò dalla mamma.
Questa,
accorgendosi subito della mancanza della scarpetta, chiese spiegazioni alla
figlia.
Con
grande candore e con grande semplicità Cristina rispose che l’aveva data ad
un bambino che ne aveva bisogno. Di più non disse non potendo rivelare tutta la
verità. La reazione della mamma fu abbastanza comprensibile. Qualche
scapaccione, una grande sgridata e l’avvertimento a non fare più la sciocca
per l’avvenire.
Questo
evento, “scherzoso e innocente” ma altamente speculare per il significato
che
rappresentava
riguardo al totale “spogliamento” spirituale di Cristina, si arricchirà di
ulteriori episodi.
Una
volta il Bambino dai piedi scalzi le chiese un orecchino, che doveva dare ad una
bambina poverissima, e un’altra volta la aiutò a trasportare, da un luogo ad
un altro, una carriola di legno piena di terreno.
Nel
contempo Cristina fu iscritta alla Scuola Elementare.
La
sua esperienza scolastica, però, risultò abbastanza amara, perché interrotta
durante il corso della quinta classe per un discutibile motivo di carattere
politico.
Il
papà era antifascista perciò contrario al regime che da circa un decennio
guidava le sorti dell’Italia.
Era
per lui impensabile vedere Cristina nelle vesti di una ridicola “figlia
della lupa”. Per
questo la ritirò dalla scuola appena fu precettata la tessera del partito e la
frequenza della “Riunione
delle Piccole Italiane”!
Lasciata
la scuola, Cristina dette più spazio alle attività domestiche e si impegnò
fortemente nella pastorale parrocchiale.
Più
grandicella fu incaricata a formare i bambini per la Prima Comunione e si prodigò
perché crescesse nella comunità parrocchiale un vero spirito di preghiera.
Negli
anni che precedettero la svolta della sua consacrazione, aumentò sempre più il
suo amore e la sua devozione per la Madonna.
Le
sue apparizioni, con istruzioni e messaggi personali, le avevano creato un
altissimo concetto della bontà e della missione materna di Maria.
Molto
spesso si recava nel vicino Santuario della Madonna dell’Arco, nelle cui mani
affiderà la sua vita nel momento cruciale.
Madonna dell’Arco, frazione del comune di Sant’Anastasia, dista da Cercola circa tre chilometri.
La
strada che permetteva il collegamento, in quell’epoca, era quasi una stradetta
di campagna.
Poche
abitazioni sorgevano su di essa e, ai lati del marciapiedi, stretto e scomodo,
si elevavano grosse mura di separazione con una fiorente campagna.
Il
campanile del Santuario era già visibile a metà strada.
Ora
non più, nascosto dalle numerose abitazioni costruite negli ultimi decenni.
Alla
vista del Santuario Cristina affrettava il passo con maggiore lena e il cuore le
batteva più forte nel petto.
Finalmente
poteva porsi davanti alla sua “Mamma
Bella” senza
temere la presenza indiscreta di nessuno.
Questo
suo “pellegrinaggio”,
che
era iniziato durante gli anni della scuola elementare, divenne quasi quotidiano
a partire dal 1935, anno in cui il Signore le impresse i “suoi
segni”.
S’intratteneva,
senza essere vista, in dolci colloqui e la sua anima si inebriava e si
fortificava sempre più in vista delle prove che l’attendevano.
Proprio
nelle mani della Madonna consegnò il suo turbamento per quelle mani e quei
piedi che sanguinavano, in quel fatidico 14 settembre 1935.
Nella
notte del 26 agosto 1934, mentre Cristina era in preghiera, le apparve Padre Pio
da Pietrelcina, dicendo semplicemente: “Cristina,
sono Padre Pio cappuccino!”
Da
quel momento non mancò una notte dal visitarla in bilocazione e vivere con lei
quella missione di immolazione e di riparazione alla quale erano stati chiamati
entrambi dal Signore.
Nel
tempo questo “Connubio
mistico spirituale”
assumerà la caratteristica di unicità e di piena complementarietà fra i due.
Indubbiamente
la presenza di Padre Pio doveva rispondere anche alla “esigenza”
di
istruirla ed educarla ad accogliere l’estrema sofferenza del Calvario che si
sarebbe reso visibile anche sul suo corpo con i “Segni della Passione”.
Il
periodo di preparazione durò all’incirca un anno.
Era
il 14 settembre del 1935. Quella notte Cristina era sola nella sua cameretta.
Era
a letto a pregare quando le si aprì un lembo di Paradiso.
Si
presentarono a lei quattro personaggi: Gesù, la Madonna, San Giuseppe,
accompagnati da Padre Pio.
Il
personaggio di prima linea era Gesù nella forma viva del Crocifisso con raggi
sulle piaghe delle mani, dei piedi e del costato.
Gesù
le si avvicinò e le domandò: “Cristina,
vuoi sentire le sofferenze delle mie piaghe?”
Cristina
subito rispose: “Si
Gesù mio!”.
All’istante
quei raggi luminosi le penetrarono piedi, mani e costato, che cominciarono a
sanguinare.
Nel
contempo fu investita da un’immensa sofferenza che noi mortali difficilmente
riusciamo a dimensionare.
Istintivamente
portò una mano al petto e subito la ritrasse piena di sangue.
Anche
la sua camicia da notte ne fu pienamente inzuppata.
A
regola dovette, la mattina successiva, inventare una scusa per giustificarsi con
le sorelle.
Una
piccola bugia che contribuì, ancor più, ad aumentarle la sofferenza.
Con
l’arrivo della mattina Cristina s’involò quasi verso il Santuario della
Madonna dell’Arco per pregare la Mamma celeste e chiedere un consiglio a
qualche sacerdote. Appena entrò nella sacrestia del Santuario s’incontrò con
un giovane Sacerdote Passionista: Padre Paolo Guida.
Forse
affascinata dal segno della Croce, che questi Religiosi portano sul petto, gli
si avvicinò e, con tutta sincerità, gli manifestò l’esperienza vissuta
nella notte.
A
conferma gli mostrò le mani ancora sanguinanti.
Il
padre, benché sorpreso dall’imprevedibile scena, si richiamò ad una doverosa
prudenza.
Poi
chiese delucidazioni sulla sua situazione familiare.
E
Cristina, prontamente, gli spiegò il particolare caso di suo padre che si
teneva lontano dalla frequenza della chiesa.
A
questo punto il religioso, quasi illuminato da una luce superiore, le disse: “Figlia
mia, questi segni non stanno bene scoperti! Fatti coraggio! Inginocchiati
davanti alla Madonna e chiedile la grazia che Gesù li riprenda!”.
Cristina
obbedì e pregò la Mamma celeste perché volesse ottenere da Gesù quanto le
aveva consigliato il passionista. La grazia fu concessa all’istante.
Si
riportò subito dal padre mostrandogli risanate le ferite delle mani e dei
piedi.
La
sorpresa fu comune.
Quella
grazia, però, riguardò l’invisibilità dei segni alle mani e ai piedi e non
la scomparsa della sofferenza.
La
piaga del costato (perché coperta) rimase visibile e versò sangue in
continuazione fino agli ultimi anni di vita.
Il
Padre passionista, poi, la guidò spiritualmente fino alla sua partenza per il
monastero di Santa Cristiana in Santa Croce sull’Armo (PI), avvenuta il 9
agosto 1940.
Al
momento del congedo, affidandole una lettera che Cristina doveva consegnare al
suo futuro direttore spirituale, si raccomandò dicendole: “Cristina,
rimani sempre bambina!”.
La
profezia, adombrata dalle parole di San Gerardo Maiella durante l’episodio del
“quadro”, cominciava a manifestarsi in maniera decisa e particolarmente
sconvolgente.
Una
consacrazione piena nel nascondimento e nel segreto. Perciò la clausura.
In
questa scelta giocarono un ruolo importante anche il Parroco del tempo Don
Pasquale Pandolfo, il veggente Fra Umile, (il
cosiddetto Monaco di San Pasquale)
e il francescano padre Eletto Santini; quest’ultimo era il confessore di quel
lontano monastero agostiniano.
Beata
Cristiana (Oringa Menabuoi)
Per
potersi immolare nel luogo scelto dal Signore, però, Cristina dovette superare
un ostacolo grosso e delicato: l’opposizione del padre.
Per
non contristare eccessivamente la figlia, egli avrebbe accettato anche di
vederla Suora Figlia di S. Anna, in virtù della presenza a Cercola di un
Istituto di quella Congregazione Religiosa.
Cristina,
invece, sentiva che il Signore la chiamava ad una vita di penitenza, di
preghiera e di assoluto nascondimento di sé.
Non
si oppose al papà, ma nemmeno aderì a consacrarsi in un modo diverso da quello
che il Signore aveva predisposto per lei.
E
che il Signore la voleva proprio a Santa Croce farà fede uno dei primi episodi
della sua vita claustrale.
Sembrava
che l’ostacolo dell’opposizione del padre dovesse continuare all’infinito
quando
la Provvidenza lo rimosse d’incanto.
Il
5 gennaio del 1940 il papà Luigi ebbe un attacco di angina
pectoris,
che sembrò superare quasi subito.
Ma
la sera del 10 gennaio, coricatosi sul letto, all’improvviso gli riprese il
malore. Riuscì a mala pena ad invocare la Madonna del Carmine, di cui era
particolarmente devoto, e a chiamare la figlia Cristina, che accorse subito al
capezzale e lo vide spirare dopo un minuto.
Immediatamente
Cristina si rivolse al suo Gesù chiedendo di “patire” al posto del papà
per ottenere la sua liberazione dal Purgatorio.
Dopo
sette giorni di preghiere e di sofferenze estreme, Gesù le concesse di liberare
il papà e di condurlo in Paradiso.
La
sofferenza cercata, accolta e offerta per amore di Gesù e delle anime era da
tempo divenuta parte costitutiva del suo spirito.
La
sua persona, altresì, era veramente un tutt’uno con essa.
In
tal modo divenne espiatrice vicaria in forza dell’Amore che l’aveva
investita nella pienezza.
Così,
anche lei, era stata resa capace di “completare
nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo per la sua Chiesa”.
Con
la morte del papà, Cristina poté orientarsi decisamente a portare a compimento
la volontà di Dio su di lei.
Con
la guida del Parroco Pandolfo e la direzione del francescano Padre Eletto
Santini, venne fatta la scelta del monastero agostiniano di Santa Cristiana in
Santa Croce sull’Arno (PI).
Ed
era proprio lì che Gesù l’attendeva per condurla alla piena immolazione in
una missione di riparazione.
Di
questa missione fu messa al corrente anche dal veggente Fra Umile, che, in un
incontro nella sacrestia della Parrocchia di Cercola, le dipinse a fosche tinte
la vita che l’attendeva, nonché le ragioni di tanta sofferenza.
Pur
impaurita dalle previsioni ascoltate, Cristina pronunciò il suo Fiat
per
dare Gloria a quel Signore che la voleva tutta per sé sull’Altare
dell’Amore Crocifisso.
Il
9 agosto di quello stesso anno, compiute tutte le pratiche burocratiche, partì
dal suo paese natio per quel luogo lontano.
Nel
viaggio di trasferimento alla sua nuova patria, Cristina non fu sola.
Fu
accompagnata dal suo Angelo custode e da quell’Adolescente, suo compagno di
giochi nel giardino di Villa De Campora.
Anzi
quell’adolescente, che era Gesù, la consolò e la incoraggiò ad ascendere
quella Via
Crucis a
cui l’aveva preparata.
Arrivò
a Santa Croce il giorno 10 e si presentò al portone del convento nel primo
pomeriggio.
Fino
alle 14 del giorno successivo rimase nell’ambiente della foresteria.
In
quell’ora non scappò dal mondo, ma si immerse in maniera diversa nelle sue
contraddizioni per fare la parte che il Signore le aveva affidato nel “Grande
Negozio della Salvezza”.
Santa
Croce sull’Arno fu per Cristina veramente la seconda patria, proprio come San
Giovanni Rotondo lo fu per Padre Pio.
Lì
è vissuta fino al giorno del suo beato transito, avvenuto il 26 novembre 1992.
Cittadina
in provincia di Pisa, Santa Croce si estende lungo la riva destra del fiume
Arno, ed è centro di una fiorente attività artigianale che ruota attorno
all’industria conciaria.
In
passato vi sorse un intenso movimento di religiosità per i particolari carismi
di una donna chiamata Oringa Menabuoi, nata nel 1240.
Dopo
numerose traversie, che la portarono anche lontano, proprio nel suo paese natio,
Santa Croce, fondò un monastero di clausura dimensionandolo nella spiritualità
agostiniana.
Il
suo nome nuovo fu “Cristiana”, quasi segno profetico per quella Cristina che
dopo settecento anni dalla sua nascita entrava nel suo monastero.
La
prima sorpresa si presentò agli occhi di Cristina proprio il giorno dopo il suo
ingresso al convento.
Tale
sorpresa, che s’innestava in maniera sorprendente nel suo passato, confermava
alla sua meravigliosa innocenza la verità delle sue precedenti esperienze
soprannaturali.
Queste
non l’abbandonarono con il suo ingresso nella vita claustrale.
Al
contrario si affinarono collegandosi a quelle trascorse in un crescendo che la
porterà a vette straordinarie, ma sempre relazionate alla missione che il
Signore le aveva assegnato.
Alle
6 del mattino del 12, dunque, Cristina si portò alla “Cappella
o coretto del noviziato” per
pregare in quel luogo riservato alle probande e alle novizie.
Entrata
rimase subito impressionata dalla singolarità d’un quadro di Gesù Bambino
rappresentato in piedi con le braccine aperte e con davanti una croce, un calice
e dei chiodi.
L’aspetto
più sorprendente era il riscontro di perfetta somiglianza nei tratti con quel
Bambino che normalmente le appariva dagli anni di infanzia.
Dietro
la prima sorpresa emergeva evidente la conferma che Gesù dall’inizio
l’attendeva in quel mistico Calvario con gli strumenti della Passione già
pronti: La Croce! Il Calice! I Chiodi!
Con
questa rassicurante conferma iniziò il suo periodo di probandato, che ebbe una
prima interruzione dopo otto mesi, per poi ricominciare per un altro anno.
Già
questa stranezza dà il senso del Calvario vissuto da Cristina.
Nonostante
la sua salute non manifestasse segnali di grande solidità, le furono assegnati
i lavori più pesanti, a cui lei si sottoponeva con gioia e docilmente, sempre.
Proprio in relazione ai lavori pesanti a lei assegnati si iscrive un episodio
raccontato nei suoi quaderni autobiografici.
Era
d’inverno e le fu ordinato di salire sulla legnaia per preparare la legna.
Per
mezzo di una scala salì sul luogo dove era accatastato il legname e, mentre si
accingeva a quella incombenza, sentì che stava per “uscire
fuori di testa”, cioè
stava andando in estasi.
Nel
suo cuore risuonava misteriosamente ed imperiosamente la voce di Gesù che
l’attirava a sé.
Si
sentì un po’ imbarazzata in quanto doveva svolgere il lavoro ordinato.
Ma
quando Gesù chiama non si può dire mai di no. E Lei si abbandonò teneramente
al Cuore del Suo Signore!
Tornata
in sé cominciò a preoccuparsi per non aver potuto compiere il lavoro ordinato.
Quali
scuse poteva trovare nei confronti dei suoi superiori?
Con
questo stato d’animo si rivolse a Gesù dicendogli: “Mi
hai messa in un bel pasticcio! Ora come faccio?”.
Mentre
diceva questo, volgendo lo sguardo verso la legnaia, vide che il lavoro che
avrebbe dovuto fare lei era già stato fatto da mani invisibili: il
suo angelo custode, con l’aiuto di altri colleghi celesti, aveva approntato il
tutto!
Piena
di gioia scese da lì e ritornò fra le sue consorelle!
Inserita
nel contesto descritto, Cristina svolse serenamente tutti gli obblighi previsti
dal cosiddetto probandato.
Alla
fine di marzo del 1941 si doveva procedere ad un adempimento giuridico:
stabilire cioè se Cristina veniva ammessa al noviziato come “corale”
o
come “conversa”.
Da
parte sua non ci fu nessuna richiesta specifica.
E
proprio su questo suo pieno riserbo, fu innestato un pericoloso gioco delle
parti.
Come
in ogni comunità ci sono i favorevoli e i contrari.
L’allora
Madre Badessa Suor Eleonora Pieroni propendeva per nominarla corale.
La
maggioranza delle consorelle la voleva conversa.
Nel
momento della decisione risultò vincente la linea di coloro che la volevano
conversa.
Per
non perdere la faccia, la Badessa si rimangiò la sua scelta scaricando su
Cristina ogni responsabilità riguardo alle conseguenze della sua ambiguità.
Non
essendo riuscita a farla accettare come corale
cambiò
le carte in tavola attribuendo a Cristina la decisione di trasferirsi al
monastero agostiniano di Radicondoli (SI), mentre, invece, era stata lei a
decidere quell’allontanamento con la motivazione che lì Cristina poteva
essere accolta come corale.
Obbedendo
docilmente agli ordini dalla Badessa, Cristina si lasciò accompagnare a
Radicondoli.
Era
l’undici aprile del 1941, venerdì santo.
Appena
giunta, però, non volle entrare in quel monastero in quanto diceva che non
era quello che Gesù le aveva fatto vedere!
Rimase
nell’ambito della foresteria e lì vi rimase fino a quando non le fu
consentito di andare via.
Liberata
dall’obbedienza di rimanere lì, il giorno di Pasqua, alle 09.00 del mattino,
lasciava quel monastero per fare ritorno in quello che le aveva fatto vedere Gesù,
e cioè quello di Santa Cristiana in Santa Croce sull’Arno.
Arrivata
al monastero fu accolta con grande imbarazzo dalla Badessa che la costrinse a
rimanere alcuni giorni nell’ambito della foresteria.
Con
l’intervento risolutorio del Vicario della Diocesi, Cristina fu riaccolta e
subito scattò l’inizio di un nuovo anno di probandato.
Infatti
il valore di quello già compiuto veniva giuridicamente azzerato.
Passò
quindi un altro anno, anch’esso vissuto nell’obbedienza più completa e
nella docilità più piena.
Ebbe
ricadute di alcune malattie, che poi risulteranno scientificamente impossibili a
catalogarsi.
Alla
fine, però, fu ammessa all’anno di noviziato come conversa, e le fu assegnato
un nome nuovo: Suor
Rita dello Spirito Santo.
Fu
stabilito anche la data della vestizione religiosa: il
27 aprile del 1942.
E
proprio nella notte che precedette la data della solenne cerimonia a Cristina,
prossima Suor Rita, fu concesso il “dono” dello “Sposalizio mistico”.
La
vigilia di quella giornata la trascorse nel silenzio e nella preghiera, tutta
assorta nel suo Dio ed ancor più coinvolta nel suo “Mistero d’Amore”.
Pensava
alla gioia di quel “sì” che poteva gridare e deporre nelle mani della Santa
Madre Chiesa.
La
notte che la separava da quell’evento, forse, sarebbe sembrata struggente per
le emozioni e le sensazioni che avrebbe provato.
E
lo fu ma per motivi che lei non immaginava.
Come
ogni notte, anche in quella particolare vigilia fece l’Ora Santa per i
Sacerdoti insieme a Padre Pio (Via Crucis nel completo e personale
coinvolgimento).
Non
però nella sua stanzetta bensì nel coretto del noviziato dove vi era il
Santissimo Sacramento.
Al
termine della “Via Crucis” tutto sparì dalla sua vista.
Una
luce soprannaturale invase quell’angusto sito che sembrò diventare immenso.
Angeli luminosissimi si portarono verso di lei e, guidati da Maria, la
prepararono ad un incontro particolare rivestendola del niveo abito della
purezza e dell’innocenza.
La
scena si animò vieppiù di personaggi celesti: S.
Agostino, Santa Cristiana, Santa Caterina da Siena, Santa Gemma Galgani, San
Gabriele dell’Addolorata, Santa Chiara da Montefalco e
tanti altri.
C’era,
ovviamente, anche Padre Pio da Pietrelcina. Al centro di questo scenario si era
portata la Madonna che l’aspettava, e che la prese per mano, conducendola da
Gesù.
“Rita,
vuoi essere mia sposa?” le
chiese Gesù.
“Sì,
lo voglio, o mio Gesù!” rispose
Rita.
E
Gesù infilò al suo anulare l’anello nuziale, che occhio umano non può
vedere. Canti di gioia e di felicitazioni seguirono a quella scena.
La
“Mamma Bella” l’abbracciò fortemente a sé e le augurò la
santificazione; così pure tutti gli altri.
Solo
la melodia del silenzio può commentare tutto ciò.
Ormai
Cristina era diventata Sposa del Crocifisso.
La
Croce, e solamente essa, doveva essere il suo talamo sulla quale spirare
continuamente e dalla quale dispensare la grande Grazia di Gesù: la Salvezza
per tutta l’umanità
Durante
il Rito dello Sposalizio le fu presentato da Gesù anche il suo futuro Direttore
Spirituale, Padre Teofilo dal Pozzo ofmc.
Questi,
solamente nel 1947 poté iniziare il suo arduo e difficilissimo compito.
Passò
un altro anno perché Suor Rita potesse emettere i suoi voti religiosi
temporanei.
La
cerimonia, che sancì l’annessione ufficiale alla comunità agostiniana di
Santa Croce, ebbe luogo nel mattino del 28 aprile 1943, alle ore 09.00.
La
cerimonia fu presieduta dal Vicario ad Moniales Don Eligio Giuntini.
La
professione solenne fu celebrata il 23 maggio 1946.
Terminato
il suo mandato di Badessa, Suor Eleonora Pieroni fu sostituita prima da Suor
Eletta Mancini e successivamente da Suor Matilde Gazzarrini, di cui fece
funzione di segretaria per i rapporti con l’esterno.
E
proprio lei, che era stata la prima a non comprendere la immensa ricchezza
spirituale e carismatica di Suor Rita, dirà parole stupefacenti in venti
lettere inviate al Monastero Agostiniano di Radicondoli (SI)
Anche
analizzando velocemente questo carteggio epistolare si può avere un’idea
abbastanza chiara della figura di suor Rita.
Alla
fine non si può che convenire con quanto ha magistralmente sottolineato la
dottoressa Paola
Ricci Sindoni nella
prefazione al libro di Cristina
Siccardi:
La
Bambina di Padre Pio.
La valente dottoressa afferma: Sembrava
che Suor Rita agisse e parlasse come se il piano divino si incontrasse e si
fondesse con quello umano in modo del tutto ovvio, quasi spontaneo.
Non
c’era in lei – mi pare oggi di capire – la volontà di sottolineare, sia
pure inconsapevolmente, la straordinarietà dei suoi gesti e delle sue parole,
ma al contrario si ponesse con molta naturalezza dentro il soprannaturale,
vivendolo come naturale, come dono immediato che lei semplicemente distribuiva
agli altri senza nulla trattenere.
Sembrava
inoltre che quasi si schermisse e si scusasse se tanta Grazia invadeva la sua
vita, dando l’impressione di desiderare ardentemente di scomparire, di
annullarsi per far posto alla presenza che l’abitava.
Non
era questione di timidezza o di falsa modestia, ma di sofferto stile interiore,
di disciplina dell’anima, di un modo di essere e di presentarsi che le
imponeva – alla maniera dell’autentico “fare posto a Cristo” per
diventare Cristo – la progressiva rarefazione della sua personalità.
In
lei, quindi, anche se tendeva a nasconderlo, il soprannaturale risultava in
maniera palpabile.
E
dove è presente una pur minima dimensione di mistero si generano forti
contrasti.
Nelle
vicende storiche di altri campioni della fede e dell’alta mistica cattolica si
sono verificate sempre lotte e persecuzioni. Infatti l’irruzione del
soprannaturale, in maniera forte, turba, spaventa e confonde gli animi non solo
di quelli che sono impreparati ma anche di quelli che, per orgoglio o per
presunzione, non accettano la gratuità dei doni dello Spirito negli altri,
ritenendosi i soli meritevoli dell’attenzione di Dio!
A
volte capita che anche anime rette rimangano incapaci di penetrare nella
profondità di quello spirito particolare!
E
ciò è permissione della imperscrutabile Sapienza dell’Altissimo!
Ma
c’è anche qualcosa d’altro: la sottile e superiore intelligenza dell’“avversario”
che
vorrebbe intralciare i piani della Provvidenza divina, creando ostacoli a non
finire ed ingaggiando, infine, una lotta furiosa!
E
la prova è ancora più dura quando la ricchezza dei doni convive in uno spirito
semplice e innocente!
Vivere
nella perfetta “Povertà
di spirito” contrasta
profondamente anche con un “normale
vivere da cristiani”.
Come
Gesù anche suor Rita, al pari di Padre Pio, è stata “segno
di contraddizione, perché fossero svelati i segreti di molti cuori!” (Cfr.
Lc. 2, 34b-35a). L’incomprensione o il rifiuto, d’altra parte, l’ hanno
resa simile a quel Signore che ha amato al di sopra di ogni cosa.
Questo
non essere capiti nel giusto modo da tutti divenne, anche per lei, grazia, in
quanto la preservava dalla tentazione dell’orgoglio e della presunzione!
Quindi
nessuno scandalo.
Con
l’ingresso di Padre Teofilo dal Pozzo ofmc nella vita di Suor Rita si aprì un
nuovo ed esaltante capitolo.
Fino
al 1947 il Signore non le aveva procurato nessuna vera direzione spirituale.
Per
guidare quell’anima così particolare era necessario uno spirito molto aperto
al soprannaturale e, nel contempo, molto pratico e prudente nel trattare con
l’Ufficialità.
Si
rischiava,diversamente, di rovinare tutto e di produrre ancora più lacerazioni
e contraddizioni di quelle che furono naturalmente prodotte.
Per
non
correre invano, il
Padre,
andando
in quegli anni a S. Giovanni Rotondo e parlando col santo confratello Pio, per
assicurarsi intorno a quell’anima che doveva guidare, capì che v’erano dei
rapporti fra loro due.
L’assicurazione
l’ebbe piena. “Va’
pur sicuro riguardo alla bambina; preoccupati piuttosto di altre Anime che hai
fra mano”. (Cfr.
lettera R. n. 1 del 11/07/49).
Avuta
piena assicurazione Padre Teofilo permise quasi subito che, con molta
discrezione e con molta prudenza, si instaurassero rapporti con persone esterne
affidabili e sinceramente animate da spirito religioso.
Tra
le prime ad usufruire di questa “grazia” furono le consorelle del Monastero
di Radicondoli, dove Suor Rita era passata velocemente nel 1941.
Ed
è proprio nella prima lettera del carteggio su accennato che viene definita, a
grandi linee la ricchezza spirituale di Suor Rita. Vi è scritto: La
giovane che per insipienza mia e per permissione Divina avevo mandata a Lei quel
famoso Sabato Santo (Venerdì
santo) e
subito tornò qua è una perla preziosa (proprio incastrata nel masso, tanto si
nasconde agli occhi di tutti e di se stessa).
E
più avanti: “Cara
Madre, dopo questo accenno Ella può pensare mille altre cose, tutto ciò che
vuole … perché tutti i doni sono in questa piccolissima, semplicissima
creatura.
E
per sovrabbondanza e squisitezza di doni essa si stacca da tutti gli altri
campioni che finora ci ha presentato Santa Chiesa.
Se
mai a me fa pensare al nostro S. Nicola da Tolentino, e mi danno ragione.
Da
ciò Ella arguisce che non si tratta della “piccola via” di una seguace di
Santa Teresina.No: altro spirito.
Senta,
è Gesù stesso (che dice) “E’
una via nuova: arrivare alla più eccelsa grandezza mediante la più grande
semplicità. Perché hai conosciuto il tuo nulla.
Sei
la mammoletta nascosta, ma poi tutti ti conosceranno (qui
lei protesta, ché non vorrebbe neppure dopo);
tutte le Anime, in qualunque stato, avranno un campione da imitare e sarà
gloria di tutto l’Ordine”.
San
Nicola da Tolentino
La
grande fiducia di Padre Teofilo nei confronti della sua diretta, oltre che dalla
assicurazione ricevuta da Padre Pio, derivava anche da riscontri oggettivi e
prove, cui sottopose Suor Rita per tutto il periodo della direzione.
In
questo fu aiutata da alcune consorelle del Monastero di Santa Croce.
In
primo luogo la segretaria Pieroni, poi la Badessa Gazzarrini ed, infine, la
custode Annita Maria Isola.
Si
era appena alla fine della II guerra mondiale. Un nemico terribile dell’uomo
era stato sconfitto, ma un altro si profilava all’orizzonte.
Del
resto fino alla fine del mondo il demonio seminerà nel mondo sempre nuove e
terribili forme di confusione.
Al
Nazismo fece seguito, infatti, il Comunismo ateo.
L’occupazione
comunista dell’est europeo ebbe come primaria conseguenza la negazione di ogni
libertà politica, civile e religiosa.
La
preoccupazione dei popoli ancora liberi, come l’Italia, era rivolta ad
arginarne l’avanzata anche se, proprio in ragione della libertà professata,
non si poteva negare asilo ad ogni ideologia.
Nel
nostro Paese, poi, la presenza comunista era particolarmente aggressiva.
La
preoccupazione divenne ancora più marcata quando ci furono le elezioni
politiche del 1948.
Suor
Rita, che aveva avuto il dono dal Signore di una preveggenza o, quanto meno,
della certezza di ciò che poteva succedere se gli eventi si sviluppavano in una
direzione anziché in un’altra, pregò, espiò e ottenne dal Signore una
evoluzione non traumatica dei fatti storici e politici.
Rimane
significativo ciò che comunicò Suor Eleonora Pieroni alla Madre Badessa di
Radicondoli nella lettera del 29/12/49.
Ad
una domanda esplicativa in merito a possibili flagelli o castighi, rifacendosi
anche ad eventi passati, così poté rispondere.
Non
so se faccio a tempo a scriverle le solite righe, perché ho tante cose da dire
a Lei, Madre!
Ora
senta circa i castighi Divini all’umanità. Sono diversi giorni che si parla
di questa cosa con la bambina e anche il Padre, venuto qua.
Essa
dice così: “Dei particolari che dicono, di speciale, di fissato per ora non
c’è proprio niente da parte di Gesù.
Di
meritare l’umanità grandi castighi l’ha sempre detto, ma sempre ha fatto
capire che i Suoi meriti, quelli della Madonna ecc. reggono il mondo.
Anche
ora “l’umanità meriterebbe i Miei castighi” ma nulla di più”.
E
noti, Madre, che quest’Anima tratta sempre di peccatori con Gesù ed Egli per
le elezioni passate parlò chiaro: “Voglio castigare anche l’Italia. Rita,
che scene di sangue verranno! (Perché si doveva andare anche noi in mano ai
comunisti).
Lei
pianse, pregò, espiò e … Rita tu hai vinto”.
Poche
ore prima il 18 aprile. Ora invece non c’è accenno di nulla. Che ne dice?
L’avversione
verso il comunismo, la cui ideologia trionfò con la pesante imposizione
sovietica nei regimi dell’est europeo con la fine della seconda guerra
mondiale, era dovuta certamente alla assoluta diversità della sua fede nel
soprannaturale che le si mostrava vivo ogni momento della giornata, rispetto a
quella visione atea e materialista.
Accanto
a ciò, altresì, è da considerarsi la sua esperienza diretta delle atrocità
commesse da quei regimi.
Pur
vivendo sempre nell’oasi dell’eremo claustrale di Santa Croce sull’Arno,
con il permesso del Signore, attraverso i doni carismatici ricevuti, portava
sollievo e conforto a tante persone, semplici ed illustri.
Per
il soccorso alle prime è da annoverarsi, tra l’altro, un episodio presente
nell’epistolario, tante volte utilizzato.
La
Pieroni, con una certa enfasi, dichiara: Sì,
tutto avviene in mezzo a meraviglie: la bambina è al suo lavoro e si sente
dire: -Va
verso il parlatorio, c’è la tal persona; viene per questo. –Infatti
la Madre la chiama.
Alla
Badessa, giorni indietro disse di essere stata a Napoli!! E
come mai?
Rispose:
- Ho
portato del pane a un bambino che non mangiava da due giorni; perché urlava!
… Oh come urlava! … Mi ci ha portato Gesù!-
Certamente,
conoscendo l’acutezza della sofferenza e le differenze di sopportazioni tra un
individuo e un altro, correva, senza risparmiarsi mai, verso i luoghi di
bisogno, sia esso materiale sia esso spirituale.
E,
fedele al comando di Gesù di amare i propri nemici e di pregare per essi,
durante quel periodo di grande confusione civile rappresentato dal dopo guerra,
espiò proprio per colui che, ideologicamente e politicamente, si opponeva
all’avvento del Regno di Cristo.
È
sempre la Pieroni a dirci: Graziosa
quanto mai, così in estasi. Mentre la notte avanti v’era stata colle braccia
in croce per un’ora a riparare per Togliatti… E chiedeva a Gesù per sé
sola patimenti, croci, persecuzioni, incomprensioni.… Da ieri in qua ha dolori
forti al ventre e alla testa.
Speriamo
che Gesù e Mamma Bella la tocchino presto, per risanarla.
Per
il soccorso alle persone così dette “Illustri” è da considerare il
racconto della sua bilocazione al Cardinale Mindszenty da sola o in compagnia
con Padre Pio.
È
interessante raccontare la
prima volta.
Il
Santo di Pietrelcina, forse, già aveva ottenuto dal Signore il permesso di
recarsi dall’illustre prigioniero delle carceri comuniste, o forse l’aveva
ricevuto insieme a Suor Rita.
Sta
di fatto che un giorno, verso la fine degli anni quaranta, Suor Rita si recò
dalla sua Madre Badessa Suor Matilde Gazzarrini dicendole: “Padre
Pio mi ha chiesto di accompagnarlo dal cardinale Mindszenty in carcere per
portargli “l’occorrente” per la celebrazione della Messa”
La
Madre le rispose: “Che,
forse, hai bisogno del mio permesso!?”
Poi
Le chiese quando dovevano andare ed Ella subito rispose che era stato stabilito
per l’indomani sera.
La
madre, allora, autorizzò Suor Rita a prendere quanto occorreva e di portarlo
anticipatamente nella sua camera.
All’ora
della partenza
poteva
andare da lei e prendere tutto quanto.
L’indomani
sera, dopo aver chiuso a chiave la sua cameretta, la Gazzarrini si tenne in
attesa degli eventi pregando.
L’emozione
e la paura erano forti e sentiva il cuore in gola.
Ad
un certo momento sentì bussare e subito disse avanti,
pur sapendo che la porta era chiusa a chiave.
A
tale permesso Suor Rita entrò nella stanzetta, portandosi vicino al tavolo già
preparato e prese tutto l’occorrente. Quindi se ne uscì come era entrata.
Nel
mentre che andava via, la Badessa cercò d’andarle dietro e guardarla, essendo
rimasta aperta la porta della sua camera.
Ad
un certo momento Suor Rita le sparì davanti agli occhi. Allora si recò subito
nella sua cella per verificare se vi fosse lì col corpo; la vide a letto.
Con
un po’ di stupore ritornò sui suoi passi dirigendosi verso la sua camera che,
inspiegabilmente trovò chiusa.
La
dovette aprire con la chiave, così anche con la chiave la richiuse. Quindi si
tenne a pregare durante l’attesa del ritorno della suora.
Solo
dopo tanto tempo ella arrivò ripetendo la stessa scena della prima entrata.
Ossia
ella bussò, entrò a porta chiusa e mise tutto al suo posto sul tavolino. Poi
se ne andò dando alla Madre la buona notte.
Le
voci su questa particolare bilocazione presso il Cardinale Mindzsenty fecero
nascere il desiderio di ottenere, tramite essa, una granitica prova della
veridicità dei carismi della Suora.
Padre
Teofilo le ordinò che, in una di quelle “declamate”
visite,
pregasse il Cardinale di consegnarle una cartolina o un “bigliettino”
da
inviare al Santo Padre.
La
delicata missione fu conclusa in tempi rapidi. Nella successiva comparsa al
monastero, il direttore ricevette dalla suora quanto aveva richiesto al
Cardinale.
Si
trattava d’una cartolina con l’immagine della Madonna col Bambino.
Nel
retro vi era scritto in latino “un
ringraziamento a Dio e una richiesta di benedizione” al
papa Pacelli.
La
data era del 26 maggio ‘49 e le parole latine le seguenti: Deo
Gratias …Me benedic.
Additissimus
Filius. Joseph Mindszenty . E XXVI
– V - MCMXLIX
Dall’ufficio
postale di Santa Croce questa cartolina fu inviata al Santo Padre e poi fatta
rientrare per l’archivio dello stesso Padre Teofilo.
Il
tutto tramite un personaggio che all’epoca lavorava nei dicasteri pontifici.
Con
grande probabilità, oggigiorno, sembra che questi si identifichi con il
carmelitano padre Isidoro Giannoni.
Di
lui si fa riferimento, in maniera anonima, in una lettera del carteggio
epistolare Santa Croce / Radicondoli.
È
la lettera del 16 agosto del 1949. In essa viene riferito quanto segue: Senta
cos’è accaduto.
La
nostra privilegiata continua la sua via, si capisce, e Dio seguita a operare in
lei.
Giorni
indietro eravamo tutte al parlatorio, perché un Vescovo titolare di Roma (che
ha qua una sorella sposata) si era degnato visitarci.
Ci
tenne una bella e santa conversazione dopo la quale le Converse si ritirarono
per andare alle loro faccende e rimanemmo noi Corali.
In
un cantuccio, però, dietro la grata e non vista era rimasta la bambina, caso
strano per lei così modesta e ritirata! … Ma era trattenuta da forza
superiore!
Ad
un tratto il Vescovo uscì in questa espressione: “O quella mano? Cos’è
quella mano?”.
Nessuna
di noi seppe che dire; io dispiacente al sommo credetti che la bambina avesse
fatto un gesto poco educato e la guardai un po’ male; ma lei disse umilmente,
sottovoce: “Io
non mi sono mossa”.
Ecco
cosa dové spiegare alla Rev.a Madre.
“E’
stato l’Angelo. Quando parla con me ha sempre la mano alzata.
Era
davanti alla grata accennandomi col dito Monsignore e mi ha detto: - Vedi quello
lì? Sarà di grande aiuto al Padre! –
Pensi,
Madre, che cosetta meravigliosa, questa. Un estraneo può far testimonianza che
alla Figliuola è apparso l’Angelo ecc … E sa perché?
Il
Padre ha da fare un gran lavoro (già annunziato ed espressamente comandato da
Gesù): scrivere tutta la vita di lei e poi introdurla a Roma ecc.
Avrà
bisogno, si capisce, di aiuti influenti e si vede che questo Altolocato è
destinato Lui da Dio. …
In
questo intrecciarsi di eventi e con queste scoperte
risultò
necessaria una ulteriore prova.
Questa
fu messa in atto in modo deciso dal Reverendo Cappuccino Giovanni da Baggio, con
l’appoggio, anzi lo stimolo, del confratello Padre Teofilo.
Il
connubio mistico-spirituale tra Suor Rita e Padre Pio risultava veramente
sconvolgente per gli addetti
ai lavori.
La
cartolina del Cardinale Mindzsenty, confermando pienamente la bilocazione della
suora non diceva alcunché sulla presenza di Padre Pio.
Anche
per questi, del resto, solo recentemente si sono ottenute delle prove
schiaccianti della sua assistenza al Cardinale prigioniero.
Furono
prese le più grandi precauzioni per la delicatezza del caso e durante una sua
visita alla suora la pregò di consegnare al mistico di San Giovanni un libro
con “sua
firma personale”.
Appena
a San Giovanni lo avrebbe ritirato dalle mani del suo confratello.
L’occasione
buona si presentò nei giorni 23-28 novembre ‘49 quando il padre Giovanni si
trattenne a San Giovanni Rotondo.
Appena
gli fu consentito si portò nella camera del padre Pio, come già nei sette
incontri precedenti.
La
conversazione, spirituale e commovente, gli fece sfuggire di mente
l’importante richiamo alla vicenda del libro.
Appena
però uscito dalla camera, fu lo stesso Pio a rincorrerlo pronunciando una
tipica espressione monastica: «Padre
molto Reverendo, questo libro è vostro; ma questi scherzi non si fanno!».
La
prova non poteva essere più lampante e allo steso tempo esilarante!
Accanto
a queste prove di carattere “spirituale e carismatico”, dovevano, altresì,
considerarsi altri riscontri più “scientifici”.
Furono
investiti valenti Medici e Psichiatri per sgombrare il campo da tutti gli
equivoci che potevano sorgere in merito alla serietà e alla autenticità di
quel mistero
che
era Suor Rita.
Padre
Teofilo la sottopose a snervanti ed accurati esami clinici e psichici.
In
primo luogo le furono fatte praticare due visite mediche dal Dottor Renato
Galletti, medico chirurgo della cittadina e della stessa comunità monastica.
Esse
ebbero luogo nella prima metà del settembre ’49.
Successivamente,
nell’ottobre dello stesso anno si provvide al ricovero di Suor Rita in una
Casa di Cura a Firenze in via Cherubini 6, per effettuare le necessarie
radiografie. Infine, dal 5 al 17 dicembre, presso l’ospedale di Carreggi in
Firenze, la monaca fu sottoposta ad accurate analisi psichiatriche.
L’obiettivo
fu quello di avere una adeguata conferma dei risultati positivi già raggiunti.
La si ottenne in pieno.
Il
1962 deve essere considerato uno spartiacque nella storia di Suor Rita.
Dopo
quarantadue anni di vita, di cui ventidue trascorsi nell’eremo claustrale,
davanti a lei si aprì un nuovo capitolo.
La
curia di San Miniato, che aveva sempre apprezzato la Direzione di Padre Teofilo
e le conseguenti timide aperture della Madre Badessa Suor Maria Matilde
Gazzarrini, improvvisamente sembrò assumere un atteggiamento diverso.
L’Ordine
Agostiniano, al corrente del caso, sollecitato da alcune frange dell’ordine,
da alcune suore di Santa Cristiana e da alcuni Parroci del luogo, decise di
controllare più da vicino il caso,
determinando la sostituzione del Cappuccino con un Confratello: Padre Luigi
Marban de Santamarta.
Considerando
lo stato claustrale di vita voluto dal Signore per Suor Rita e le esigenze delle
altre consorelle, le prime scelte di quest’ultimo si orientarono verso un
necessario ermetismo verso l’esterno.
Anche
se ciò impediva, al momento, l’“apostolato dell’al di là” verso
l’esterno, tale restrizione rese felice Suor Rita in virtù del suo carattere
riservato.
Ciò,
comunque, non significò un totale ribaltamento della intima direzione
spirituale. Padre Luigi, infatti, ordinò alla sua diretta di continuare
a scrivere le sue esperienze spirituali.
L’allontanamento
di Padre Teofilo fu, comunque, per il cappuccino un evento che lo segnò
profondamente per quel poco che ebbe ancora da vivere.
La
sofferenza per tale stato di cose non durò a lungo in quanto quel Gesù, che
dialogava con lui tramite Suor Rita, lo chiamò a sé dopo qualche mese.
Era
il 30 settembre 1962. La sua prematura morte, d’altronde, gli era stata
preannunciata da Padre Pio: “E
tu che vai facendo? Non vedi che ti reggi come se fossi su una foglia di
prezzemolo!”, gli
disse il venerato Padre durante una visita fatta qualche mese prima a San
Giovanni Rotondo.
Le
iniziative prese dal Padre Marban furono tutte orientate ad avere ulteriori
riscontri sulla veridicità delle esperienze mistiche di Suor Rita. Già il suo
carattere docile, umile, semplice e indirizzato alla piena consumazione per
amore di Gesù e di tutti gli uomini, erano una conferma rassicurante in merito
alla “Fonte Divina”.
Una
delle espressioni, che ebbi la grazia di ascoltare da lui, alcuni anni fa, si
riconnette essenzialmente a quanto poté sperimentare.
Mi
disse: “Suor
Rita emana una luce spirituale così forte che non tutti riescono a sostenere.
Alla fine tutto il mondo chiederà di essere illuminato da lei e riscaldarsi col
“Fuoco” che dimorava in lei!” .
Nel
primo periodo della sua direzione fu coadiuvato dalla Madre Badessa Suor Matilde
Gazzarrini.
Dal
1966 al 1969, anno in cui Padre Marban dovette ritornare in Spagna, fu
coadiuvato dalla Reverenda Madre Michelina Bernardi.
Questa,
nata a Bologna nel 1919, era entrata al Monastero di Santa Cristiana nel 1952.
Diresse il monastero fino al 1984, anno in cui subentrò alla carica di Badessa
la Reverenda Madre Suor Rosaria Sturlini.
Un
anno prima che Padre Luigi entrasse nello spirito di suor Rita, si verificò un
episodio che, controllato da Padre Teofilo e vissuto anche dalla Madre Badessa
suor Maria Matilde Gazzarrini, fu uno straordinario biglietto di presentazione
per lui.
Tale
fatto ha come protagonisti, oltre Suor Rita, la Signora Luisa Falchi Cavallini e
il marito Salvatore.
L’evento
è da dimensionarsi nella grande sollecitudine di Rita per la salvezza delle
anime. Per non aggiungere nulla che potrebbe sminuire la “drammatica
bellezza” del fatto, riporto l’episodio tale e quale l’ha raccontato la
Signora Luisa.
“Mio
marito Salvatore soffriva di cuore e il dottore ci consigliò di lasciare la
residenza di Bologna per un luogo più fresco.
Si
scelse Casciana Terme (PI) dove, del resto, ogni anno soggiornavamo per circa un
mese.
Partimmo
il mattino 5 luglio ’61 accompagnati da un autista perché io non volli che
guidasse mio marito.
Passando
nei pressi di Santa Croce facemmo una breve sosta al monastero per salutare Rita
e la madre badessa.
Fummo
ricevute da entrambe con tanta cortesia e bontà.
Uscito
mio marito dal colloquio, io mi trattenni un istante ancora.
Suor
Rita, però, mi disse subito: -
Vada,
Luisa, vada! -.
Appena
venuta fuori, vidi che Salvatore mi aspettava lì, davanti al portone
d’ingresso del monastero.
Notai
subito, però, che era molto pallido. Ci dirigemmo lentamente alla vicina piazza
dove ci attendeva l’autista.
Appena
toccata la maniglia della macchina per salirvi, mio marito cadde riverso
sull’asfalto.
Io
ebbi appena il tempo per sostenerlo in qualche modo. Adagiato per terra, cominciò
ad ansimare e a tenere gi occhi chiusi.
Erano
le ore 13.00. nessuno a quell’ora transitava per la piazza e i negozi vicini
erano chiusi.
Lo
affidai alle persone che accorsero dal vicino bar pregandole che mi mandassero
un medico.
Io
mi riportai subito al convento dove, alla grata dell’ingresso (stranamente)
vi
erano ancora la badessa e suor Rita che in piedi mi aspettavano!
Non
ricordo con quali parole potetti loro comunicare l’accaduto. Rita mi disse di
tornare in piazza dove un uomo (forse il farmacista) gli praticò una iniezione,
facendomi ben comprendere che non c’era più nulla da sperare.
Immediatamente
venne un sacerdote che gli diede “l’Estrema Unzione”.
Seppi
poi che il
sacerdote era stato avvertito spiritualmente da suor Rita.
Sopraggiunge
la Croce Rossa che lo portò all’ospedale di Fucecchio dove gli si voleva fare
l’autopsia contro la mia volontà.
Fortunatamente
un’infermiera, che venne con me e alla quale io mi raccomandai tanto, ottenne
che non si facesse. - Dove
andare? – ci
chiesero. – Al
monastero di Santa Croce -, io
risposi.
Che
grazia, vedere la madre badessa permettere che in una sala dell’Asilo (che a
quel tempo tenevano) fosse allestita la “camera ardente”.
S’interessarono
di tutto loro: chiamarono i miei figli e mio fratello Pietro, e fummo ospitati
tutti nella foresteria.
Pensarono
anche per il trasporto della bara a Lugo con tanta bontà e amore che non potrò
mai dimenticare.
Mio
marito, pur morendo così improvvisamente, al momento del trapasso pronunciò le
parole più adatte per quel delicato momento: -
Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito -
Ciò,
poi, che maggiormente mi consolò fu la parola di Rita che subito si aggiunse ad
assicurarmi che lei
l’aveva assistito e che era salvo.
Da
allora in poi, in occasione di telefonate, di visite o di lettere, mi
trasmetteva spesso il suo saluto dal cielo.
Il
contorno di questa morte in quel luogo privilegiato fu anche per mio fratello
Pietro quasi un miracolo. In passato gli avevo molto parlato di suor Rita; ma
egli se ne rideva accusandomi di essere “credulona”.
Conoscendola,
però, direttamente in quell’occasione, forse per una luce superiore, credette
finalmente alla santità di quella suora.
Si
avvicinò di più a Gesù pur rimanendo non praticante”.
Nel
1963 entrò in scena, anche se per un lungo periodo il suo ingresso fu velato
dall’anonimato, il Reverendo Padre Franco D’Anastasio, dell’Ordine dei
Passionisti. Gli fu consentito di intraprendere un contatto stretto con la
monaca, in virtù della sua ricerca di studioso e di pastore di anime.
Fino
al 1969 tali contatti si limitarono a consigli e a dialoghi informali.
Di
reperire ulteriori notizie non c’era necessità in quanto Suor Rita doveva,
per obbedienza, continuare a scrivere le sue esperienze mistiche giornaliere.
Con
la fine della Direzione di Padre Luigi si pensò di affidare al Passionista il
compito di “registrare” nuovi eventi e di archiviare quanto si poteva del
passato in vista di una “Biografia” solida e veritiera.
Il
padre seppe essere all’altezza del compito avendo conservato tutto quanto
necessario per presentare alla Chiesa e al mondo una vita, quella di Suor Rita,
vissuta sempre nel Fuoco dell’Amore Crocifisso.
Dal
1984 fino al 1992, anno del beato transito di Suor Rita, fu Madre Abbadessa del
monastero la Reverenda Suor Rosaria Sturlini.
Anche
durante quegli anni continuava l’Opera di Gesù in lei.
E
Suor Rita dispensava quelle grazie senza trattenere nulla per sé.
Le
dispensava con l’unico obiettivo di portare quante più anime al Signore e,
per quanto le era concesso, si adoperava perché i Disegni di Dio arrivassero al
giusto e pieno compimento.
Alcuni
sprazzi di questo “servizio” possono essere individuati in alcuni episodi
degli anni ’70,’80.
L’Italia,
alla fine degli anni ’70, ha vissuto una tragedia immane, che ancora oggi non
è stata del tutto assorbita: Il
sequestro e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro e della sua scorta, e
l’inizio di un terrorismo bestiale e inescusabile!
I
tentativi di ritrovarlo in vita si frantumarono in fallimenti continui.
Mitomani
del terrore giocarono parecchio e confusero ancora di più le acque già torbide
della ricerca.
I
detectives indirizzarono i loro sforzi in varie direzioni, sia all’interno
della città di Roma, sia fuori di essa.
Per
un attimo sfiorarono il covo ma non riuscirono a localizzare la prigione
dell’Onorevole Moro.
Per
cui i loro sforzi maggiori si indirizzarono all’esterno, fuori dalle mura
cittadine.
Il
ritrovamento della salma, a pochi passi dal centro, nei pressi dei luoghi
storici dei principali partiti politici, costituì, sì, lo scacco finale per le
forze dell’ordine, ma anche l’inizio della loro riscossa e quella di tutto
il paese civile.
Anche
Suor Rita visse con viscerale compassione questa tragedia.
Non
poteva intervenire perché il Signore aveva pensato
diversamente.
Soffriva perché i detectives erano stati accecati inconsapevolmente nelle loro
ricerche.
Dopo
la conclusione della vicenda, o a ridosso di essa, così, amaramente si espresse
ad una sua “figlia spirituale”. “Lo
vanno a cercare fuori. Invece è vicino a loro!”
Quella
tragedia portò, indirettamente, anche alla morte di Sua Santità Paolo VI e la
successiva elezione di Giovanni Paolo I.
Questi,
quasi subito, lasciò il campo a Giovanni Paolo II.
Questo
Papa, immenso per la sua statura spirituale e pastorale, ha segnato,
d’altronde, una nuova pagina nella storia della Chiesa.
Proprio
per la sua missione fondamentale per l’umanità della fine del secondo
millennio e l’inizio del terzo, doveva subire attacchi pesantissimi, che
solamente la Onnipotenza Divina poteva contrastare e distruggere.
E,
come in tutte le cose, anche in questa, il Signore con la materna presenza di
Maria, si servì di una piccolissima e umilissima creatura: Suor Rita dello
Spirito Santo!.
Erano
circa le 17.30 del 13 maggio 1981.
Dalle
strade di tutta Italia risuonavano voci
allarmanti
e preoccupate. Dovunque ti giravi vedevi volti stralunati che cercavano di dire
quanto era successo alcuni minuti prima a Piazza San Pietro: avevano sparato al
Santo Padre e sembrava che fosse morto.
Grazie
a Dio, dopo le prime notizie, che non davano alcuna assicurazione sul
superamento di quella tragedia, il Papa si riprese e poté proseguire la sua
missione, anche se accompagnata da tanta sofferenza tenuta sempre nascosta nel
cuore.
Fu
subito evidente che nella sua salvezza aveva operato potentemente la mano
materna di Maria.
La
data, 13 maggio, era altamente significativa per il richiamo forte alla prima
apparizione della Madonna di Fatima.
Trascorsero
circa 16 anni da quell’ evento. Suor Rita era morta da circa 5 anni.
La
sua salma riposava, non a Santa Croce, bensì in una cappella privata dei
coniugi Ceccarelli – Trinci, a Sovigliana – Spicchio (FI).
Da
parte di alcuni suoi devoti si dette iniziò ad un movimento che, con rispetto e
umile docilità, intendeva richiedere al Vescovo di San Miniato, Monsignor
Edoardo Ricci, e ai responsabili del monastero di Santa Cristiana, la
conclusione della pratica della traslazione della salma verso il coro del
convento e l’inizio della causa di beatificazione.
Tra
questi devoti c’era il più volte nominato Padre Franco D’Anastasio.
Fu
proprio lui ad illustrarmi l’iniziativa. Era stato costituito un comitato,
composto sia da laici sia da religiosi e presbiteri, che si era prefissato
l’obiettivo su esposto.
Nei
numerosi dialoghi telefonici avuti, sottolineava l’importanza di fare presto
in quanto molti testimoni diretti della “presunta santità” di suor Rita,
potevano venire a mancare.
Nel
suo convinto parlare, poi, iniziò a farmi partecipe di un segreto tenuto
nascosto fino a quel momento.
Si
trattava, è vero, di una esperienza che era da porsi nella casistica della
bilocazione per un salvataggio in extremis, pur tuttavia la collocava
direttamente nel grande mistero della presenza del divino nella nostra storia.
Questa
presenza, a volte sfumata e nascosta, realizza quei cambiamenti necessari a
condurla al pieno compimento nei disegni di Dio.
Il
fatto che Padre Franco mi andava a raccontare era strettamente collegato
all’attentato al santo Padre avvenuto per mano di Alì Agçà il 13 maggio
1981.
“Quel
giorno, assieme alla Madonna, era presente anche Suor Rita in piazza san Pietro.
Non
vista dalla moltitudine era accostata al turco e, oltre a spingerlo per deviare
i primi due colpi sparati, gli bloccò il polso per impedirgli altri spari!”
Questa
presenza, non l’identità della suora che non poteva essere individuata, fu
annotata in alcuni articoli giornalistici e in una deposizione di Ali Agça al
Giudice Martella.
Questi
dettagli sono stati mirabilmente provati dallo scrittore Antonio Socci nel suo
libro “Il
Segreto di Padre Pio”.
Il
Padre Franco, pur sorridendo alla mia sorpresa, continuò nel suo racconto
spiegandomi anche che questo fatto non poteva dirlo prima, perché aveva giurato
a Suor Rita di non manifestarlo se non dopo la sua morte.
Mi
confermò la presenza di complici che erano scappati molto prima e che
l’attentato doveva avere esito mortale.
Col
senno di poi è giusto riflettere se, anche teologicamente, è corretta
l’ipotesi di una presenza “umana” inviata per quel salvataggio.
La
salvezza del Papa, in virtù della sua figura di Vicario di Cristo, Figlio di
Dio e Salvatore del Mondo, equivaleva a una nuova “Nascita”.
La
sua nuova entrata
nel
mondo era stata voluta dal Cielo a dispetto delle manovre operate dal principe
del male che guida numerose forze oscure.
E
come Gesù era entrato nel mondo attraverso l’umiltà obbediente e pienamente
umana di Maria, così il “dolce Cristo in terra” aveva ricevuto una nuova
nascita grazie ad una donna, mandata dal Cielo e accompagnata da Maria,
artefice principale di questa salvezza.
Questa
donna era Suor Rita, concretamente
coinvolta e presente nelle vicende umane per far sentire ancora il vero
“Profumo” di Cristo, primo Difensore e Custode Invincibile della sua Chiesa.
Suor
Rita era consapevole che, se non era inviata, lei non poteva andare da nessuna
parte.
Questa
piena sottomissione alla volontà di Dio è magistralmente espressa in tanti
episodi.
Infatti,
la sua volontà era stata offerta e consumata sull’Altare della Misericordia
di Dio.
Suor
Rita è volata al cielo il 26 novembre 1992.
La
riservatezza, che aveva sempre contrassegnato il comportamento del monastero nei
riguardi della Suora, fu accentuata, ancora di più in questa occasione.
Poche
notizie sono trapelate in merito al modo e alle cause del decesso.
Tutte,
comunque, in linea con lo stile di vita di Suor Rita: Sola
e nascosta a tutti, fino all’ultimo istante.
Nessuno
avrebbe assistito al suo ultimo attimo di vita. È rimasto, anch’esso,
nascosto ad occhi umani, per rifulgere unicamente agli Occhi
dell’Altissimo.
Le
ultime persone esterne con le quali ha parlato furono i suoi familiari.
Era
a telefono con il nipote Luigi Aurino quando, assalita da brividi di freddo, fu
trasportata nella sua celletta.
Era
il 24 ottobre. Da quel momento nessuno ha più saputo notizie.
Neanche
alle sue consorelle fu permesso di visitarla. Le uniche che avevano libero
accesso alla sua stanza erano la Madre Badessa Suor Rosaria Sturlini e la nipote
di Suor Rita, Suor Immacolata degli Angeli. Forse anche la Madre Vicario, Suor
Michelina Bernardi.
In
un primo momento fu curata con antibiotici, in quanto molte monache, in quel
periodo, erano state colpite da influenza e curate in tale modo.
I
medici che la visitarono, non riuscirono a diagnosticare alcunché.
Non
riuscivano a dare alcuna spiegazione ai sintomi che manifestava la suora.
Le
analisi, a cui fu sottoposta, pur evidenziando dei valori anormali, non
chiarirono il quadro della situazione.
Altre
volte era stata colpita da sintomatologie preoccupanti e sempre si era ripresa.
Questa volta, al contrario, non dava alcun cenno di miglioramento.
In
questo clima di incertezze trascorse più di un mese dall’inizio di quel
malore che l’aveva colpita. Si giunse, così, all’ultima settimana di
novembre.
Era
il giovedì dell’ultima settimana dell’anno liturgico.
La
sequenza era dell’anno C, ultimo dei tre cicli liturgici: il
giovedì conclusivo del ciclo triennale.
Non
poteva essere giornata più significativa e l’accostamento naturale non poteva
non riguardare la memoria
eucaristica che si rinnovava pienamente in uno dei membri della Chiesa:
Suor Rita,
Come
al solito lei non aveva preso nessun cibo. Forse, per tirarla un po’ su,
credendo di far bene, le fecero bere qualcosa, forse un caffè.
Il
suo fisico, ormai totalmente consumato nel dono di sé, non sopportò neppure
quel po’ di refrigerio.
Suor
Rita rimise la bevanda sporcando lenzuola e quant’altro.
La
nipote, che si era data il cambio con la Badessa, uscì per procurarsi un panno
per pulirla.
Fu
proprio in questo momento che Suor Rita tentò di alzarsi. Era particolarmente
debilitata. Non riuscì a stare in piedi e cadde ginocchioni a lato del lettino,
con le braccia distese in croce sul materasso.
In
questo momento rientrò la nipote e riuscì, forse, a sentire la sua ultima
invocazione: “Ohi!
Ohi!”.
Nulla più!
Erano,
all’incirca, le 13.00 del 26 novembre.
Subito
furono avvertite le madri e tutte le consorelle. Si provvide a ricomporla e si
dette inizio a tutte le incombenze del caso.
Furono,
successivamente, avvertiti i familiari e quella piccola e ristretta cerchia di
devoti che l’aveva seguita e ammirata nel segreto.
La
salma fu composta nel Coro della Chiesa di Santa Cristiana, che non fu aperta
subito al pubblico.
La
bara fu addobbata da lenzuola di seta e cuscini merlettati. Tutt’intorno un
mare di fiori bianchi.
Suor
Rita sembrava dormisse serenamente. Le sue mani, incrociate sul petto,
stringevano una corona.
Il
suo volto sembrava, a volte, trasformarsi in quello di Gesù, e a volte prendeva
una leggera somiglianza con il volto di Padre Pio.
Erano,
indubbiamente, impressioni dettate dalla forte emozione di chi, avendola
conosciuta, la guardava per l’ultima volta.
La
sua pelle sembrava, comunque, particolarmente elastica.
Non
dava l’impressione di essere sottoposta al “rigor mortis”.
Solamente
il giorno dopo, 27 novembre, si permise ai fedeli di Santa Croce di recitare una
preghiera sulla salma.
Anche
i familiari più stretti arrivarono il giorno successivo il decesso della Suora
e furono sistemati in foresteria.
I
funerali furono celebrati sabato 28 novembre. Nelle prime ore di quella mattina
arrivò anche il Rev. Padre Franco D’Anastasio, che s’incontrò con i
familiari di Suor Rita e con loro trascorse quella giornata, in attesa
dell’inizio della celebrazione eucaristica.
Con
il passar del tempo aumentava l’affluenza dei fedeli e la Chiesa si riempiva
anche di devoti confluiti da varie parti d’Italia. Nel primo pomeriggio si
dette inizio alla Celebrazione Eucaristica. Fu presieduta dal Preposto del paese
e concelebrata dal Rev. Padre Franco e da due altri Sacerdoti del luogo.
Fu
particolarmente coinvolgente. Le letture e le preghiere dei fedeli furono
proclamate da parenti di Suor Rita.
L’omelia
ebbe come tema di riflessione il chicco
di grano che dà molto frutto quando è sepolto nella terra e muore.
La
Cerimonia funebre ebbe termine dopo circa un’ora.
Finita
la celebrazione Eucaristica, furono abbassate le tendine del coro e un Sacerdote
vi entrò per gli ultimi adempimenti. Dopo circa mezz’ora fu aperta la porta
del parlatorio da dove uscì la bara per l’ultimo viaggio.
Molte
persone si accalcarono per sfiorarla e i parenti furono invitati a salire nelle
macchine per accompagnarla verso il Cimitero di Sovigliana Spicchio (FI) per
tumularla nella Cappella privata dei coniugi Ceccarelli Trinci.
La
cappella privata dei coniugi Ceccarelli Trinci era già aperta.
Era
piccola ma particolarmente adatta ad accogliere, temporaneamente, la salma di
Suor Rita.
Il
loculo riservato alla tumulazione si trovava sul lato sinistro per chi entra,
ultima fila, seconda dal basso.
Dopo
le rituali preghiere la bara fu deposta nel loculo e murata.
Sul
cemento fresco fu fatto scrivere dalla nipote Rosaria Aurino il nome: Suor
Rita.
Questa
sistemazione doveva essere provvisoria in attesa della traslazione solenne
prevista di lì a pochi mesi. Invece la salma rimase sino al 1 Marzo 2002
quando, con una traslazione privilegiata, fu trasportata nella Chiesa del
monastero di Santa Cristiana, e deposta in una cappellina dietro l’altare.
DICHIARAZIONE
DELL’AUTORE
Si
dichiara
1.
Di presentare questo libricino in totale obbedienza alla Chiesa Cattolica e, se
la
Competente
Autorità ecclesiastica dovesse farne richiesta, l’autore è pronto a ritirare
quanto
di esso stampato.
2.
Che agli eventuali fenomeni soprannaturali raccontati in questo libricino va
prestata una fede solamente umana, in conformità con i decreti di Urbano VIII e
con il decreto della Sacra Congregazione della Dottrina della Fede, pubblicato
in “Acta
Apostolicae Sedis”
(A.A.S
N. 58/18 del 29/12/1996, già approvato da Papa Paolo VI il 14/10/1966); si
ricorda che in base a questo decreto non è proibito pubblicare senza Imprimatur
scritti
riguardanti
presunti fatti soprannaturali.__