SUOR MARIA MARTA CHAMBON
Presentazione
Questo libro non pretende di essere una biografia storicamente compiuta di suor Maria Marta Chambon. Si limita, infatti, a delineare la vicenda tutta interiore di questa mistica, in Italia quasi ancora sconosciuta, senza neppure accennare al contesto storico, francese ed europeo, nel quale è vissuta. Nel racconto, sono scarsissime le date riguardanti la stessa Chambon e non vi sono riferimenti storici sicuri neanche a quei personaggi (familiari, monache, superiori ecclesiastici) che certamente sono entrati in qualche modo, sia pure soltanto sporadicamente, nella sua vita. Nessun cenno di bibliografia. Assente qualsiasi elemento di critica storica. Il libro appartiene al caro genere dei «fioretti» di francescana memoria. Tuttavia, affermando che in queste pagine circola il sapore dei «fioretti», non vogliamo affatto disprezzare questo genere di letteratura spirituale, che racconta, senza pretese di cultura critica, fatti veri per anime semplici o semplificate, che desiderano essere «edificate» o confermate nella loro vita religiosa e nella loro esperienza evangelica di unione con il Signore.
L'«edificazione»
consiste e proviene dalla vita spirituale di un'umile religiosa della
Visitazione di Chambéry, vissuta tra il 1841 e il 1907: suor Maria Marta
Chambon. È una vita tutta carismatica: nelle origini, nella vocazione,
nell'esperienza mistica altissima, nella «missione» ricevuta e adempiuta. Ed
è una vita tutta fasciata di silenzio e di orazione, svoltasi quasi tutta
nell'ambito di un unico monastero di clausura, senza successi visibili, spesso
punteggiata da umiliazioni e incomprensioni di non breve durata, non
illuminata neanche da quei doni naturali, che non raramente segnalano una
persona all'attenzione degli altri. Suor Chambon, nata contadina, conservò
sempre il tratto aspro e duro della contadina abituata alle fatiche dei campi,
rimase sempre analfabeta e non ebbe fattezze fisiche né belle né gradevoli.
Ma l'anima sua, semplice e innocente, conobbe l'intimità divina fin
dall'infanzia, onorata dal Signore segretamente di una felicità, che pochissime
creature conoscono.
Con
l'intimità con Gesù, le vennero la semplicità della preghiera, una forma di
sapienza intuitiva, una carità ecclesiale universale, la missione di capire e
propagare la devozione alle Piaghe di Gesù Crocifisso e ai dolori della Madre
di Dio.
In
suor Chambon, è dato di osservare e venerare la misteriosa elezione che il
Signore suole fare dei veri «poveri nello spirito», i soli strumenti che, da
sempre, egli predilige per continuare sulla terra l'opera infinita della sua
misericordia. Contemporanea di santa Bernadette Soubirous, di santa Teresa di
Gesù Bambino, di santa Gemma Galgani, suor Maria Marta Chambon è figlia di
quella Visitazione, che aveva espresso santa Margherita Maria Alacoque. Non è a
caso che lei, con i suoi carismi, si presenta come l'erede e la continuatrice
della spiritualità del Sacro Cuore, che, nell'epoca moderna, ebbe nella
Visitazione la sua prima sorgente e il suo centro propulsore.
Ci auguriamo che la lettura di queste pagine alimenti sia la riscoperta di quella fecondissima spiritualità sia la memoria della Religiosa francese, che ad essa si ispirò approfondendola. Ci auguriamo altresì che questa lettura susciti l'esigenza di una vera biografia di lei, condotta con metodo storico-critico sulle fonti disponibili, e di uno studio teologico accurato dei doni di grazia che ella ebbe. Sarebbe, l'una e l'altro, cosa di grande valore per la Chiesa del nostro tempo, tanto sensibile alla teologia dei carismi, e per l'uomo d'oggi, che, lo sappia o no, ha bisogno della misericordia che ancora si rivela e parla dal quel Cuore e da quelle Piaghe.
Roma,
La Civiltà Cattolica, novembre 1998
GIANDOMENICO
MUCCI, S.J.
Francesca
Chambon nacque nel Villaggio della Croce Rossa presso Chambery (Francia), da una
famiglia di contadini modesta, ma molto religiosa, il 6 marzo 1841. Fu
battezzata il giorno stesso della nascita ed ebbe per madrina una sorella del
padre che avrà poi una grande influenza sulla sua formazione spirituale.
La
sua vita fu subito simile per povertà e sofferenza a quella di Gesù. Venne
alla luce in una misera capanna dal tetto dì paglia, dal pavimento di terra
battuta, che poteva rivaleggiare in povertà con la grotta di Betlemme.
L'alloggio della giovane famiglia Chambon fu, agli inizi, una sola stanza
fredda ed umida.
Francesca
fu la maggiore di una sorella e di sei fratelli. La ricchezza della famiglia era
costituita da una capra che la piccola, appena l'età glielo permise, cominciò
a portare al pascolo.
Il
padre era un uomo semplice, retto, che si procurava il necessario per
mantenere la famiglia lavorando nei campi o nelle cave vicino al suo paese;
la madre, secondo l'opinione di quanti la conobbero, era una santa. Conduceva
con sé la piccola Francesca alle cerimonie religiose e spesso saliva con lei
la Via Crucis costruita sulla collina che, per la sua somiglianza con il Golgota,
si chiamava Calvario.
Da
adulta, Suor M. Marta dirà di lei: «Mia madre anteponeva a tutto il servizio
di Dio, era molto ferma con i miei fratellini e non dava loro colazione se
prima non avevano recitato le preghiere».
Sotto
l'influenza della madre l'anima della bimba si volgeva verso Dio; aveva fatto in
un cantuccio della loro stanza una specie di altarino dove aveva posto delle
immagini e ogni notte si alzava piano piano e, inginocchiata per terra, pregava
a lungo finché la madre, accorgendosene, la faceva tornare a letto.
Il
Signore si rivelò molto presto a Francesca. Aveva otto o nove anni quando,
condotta dalla zia il Venerdì Santo alla adorazione della Croce, Gesù le si
presentò «tutto coperto di sangue e tutto lacero». «In quale stato era!»,
dirà più tardi. Fu questa la prima rivelazione della Passione del Salvatore,
Passione che occuperà un gran posto in tutta la sua vita.
Nella
sua infanzia, però, ella godette soprattutto della visione di Gesù Bambino,
che le si presentò la prima volta 1'8 settembre 1850, giorno della sua Prima
Comunione. Le apparve nell'Ostia e le promise che ogni volta che si fosse
comunicata, l'avrebbe rivisto. E così fu.
Ma
Gesù divenne anche il suo inseparabile compagno; la seguiva nei lavori dei
campi, parlandole e cantando insieme a lei il «Tantum Ergo e tutte le altre
cose che si cantano in Chiesa». Una volta, nella festa della natività di Maria,
le apparve la Madonna che le diede da tenere in braccio, per un po'di tempo, il
piccolo Gesù. Verso la fine della sua vita Sr. M. Marta ricordando questi
momenti diceva alle consorelle: «Noi eravamo sempre insieme; quanto ero felice...
avevo il Paradiso nel cuore!».
Al
tempo, però, in cui queste visioni avvenivano, lei non diceva niente a
nessuno perché nella sua grande ingenuità pensava che anche gli altri avessero
gli stessi suoi privilegi.
Tuttavia
la purezza e il fervore di questa bambina non poterono non essere notati dal
curato della parrocchia che le consentiva di assistere con frequenza alla Santa
Messa e di comunicarsi spesso.
Sembrava
avere una sapienza innata delle virtù cristiane e comprendeva già, così
piccola, il valore della mortificazione. Nonostante conducesse una vita piena
di privazioni, chiedeva alla mamma di darle la minestra prima di metterci il
burro.
A
poco a poco nacque in Francesca la vocazione religiosa e quando, andando a
fare erba o a raccogliere legna, si spingeva fin sotto i muri dei monasteri
del Carmelo e della Visitazione diceva a Gesù: «Gesù Bambino vi prego, fatemi
entrare là dentro! ».
In
seguito, se in Monastero le domandavano perché avesse desiderato tanto entrare
in convento dal momento che aveva sempre Gesù vicino a sè, rispondeva: «Volevo
occuparmi solo di Lui, vivere come gli angeli e non vedere più le cose del
mondo».
Francesca
fu presentata prima al Carmelo, ma non fu accettata perché giudicata non
abbastanza robusta per sostenere il peso della regola; fu invece accettata
alla Visitazione di Chambery dove entrò nel 1862 a 21 anni. Il distacco dalla
famiglia non fu indolore né per i suoi genitori, che amavano tanto quella
loro primogenita, né per lei. Lei, sempre così restia a parlare di sè,
confessava più tardi ad una compagna: «I primi tempi la mia mente era sempre
laggiù, con i miei genitori, ma appena me ne accorgevo le mettevo la briglia e
la riconducevo al dovere».
Gli
inizi della vita in monastero non furono privi di difficoltà, perché
esternamente si presentava rozza nel modo di muoversi e nell'esprimersi, non
molto pronta d'intelligenza e di poca memoria; non sapeva né leggere né
scrivere.
Nei
lavori commetteva sbagli, dimenticanze, sbadataggini che le procuravano non
poche umiliazioni da parte della Maestra delle novizie. Aveva inoltre un
temperamento vivo e ostinato che faceva talvolta perdere la pazienza alle sorelle.
Lei se ne rammaricava e nella sua estrema semplicità si lamentava con il
Signore. Gli diceva: «Mio buon Gesù con tutte le vostre grazie mi lasciate,
intanto, con tutti questi difetti».
Lui
le rispondeva: «Le tue imperfezioni sono la più grande prova che tutto quello
che avviene in te viene da Dio: Io non te le toglierò mai, sono il velo che
nasconde i miei doni». Dal punto di vista morale, però, presentava già
qualche cosa di originale per una novizia: fedele a tutti i suoi doveri,
modesta, silenziosa e raccolta, si distingueva per la sua obbedienza e docilità.
Aveva
già una particolare devozione alla Passione di Nostro Signore.
Era
il 2 agosto 1864; aveva 23 anni. Nei due anni che seguirono la Professione, se
si eccettuano un modo di pregare non comune e un costante raccoglimento, nulla
di notevole appariva nel comportamento di Suor M. Marta che potesse far presagire
le straordinarie, soprannaturali grazie di cui godrà in seguito.
Prima
di accennare ad esse sarà bene dire che tutto quello che stiamo per scrivere è
tratto dai manoscritti delle Superiore alle quali Suor M. Marta confidava tutto
quello che le accadeva, spronata in questo da Gesù stesso che un giorno le
disse: «Dì alle tue Madri di scrivere tutto ciò che viene da me e ciò che
viene da te. Non è male che si conoscano i tuoi difetti: io desidero che tu
riveli tutto ciò che si verifica in te, per il bene che ne risulterà un
giorno, quando sarai in Paradiso».
Lei
non poteva certo controllare gli scritti della Superiora ma ci pensava il
Signore; a volte si vedeva ricomparire l'umile conversa che riferiva che Gesù
le aveva detto: «Tua Madre ha omesso di scrivere questa cosa; io voglio che sia
scritta».
Le
Superiore, d'altra parte, avevano avuto il consiglio di mettere tutto per
scritto e di custodire il segreto su queste confessioni anche da illuminati
superiori ecclesiastici, cui si erano rivolte per non assumersi del tutto la
responsabilità di quella sorella straordinaria; essi, dopo un esame serio e
completo, furono concordi nell'affermare che «la via per la quale camminava
Suor M. Marta aveva l'impronta del divino»; così esse non tralasciarono di
riportare nulla di quanto riferiva loro quella sorella e lasciarono, all'inizio
dei loro manoscritti, questa dichiarazione: «Alla presenza di Dio e dei nostri
SS. Fondatori noi trascriviamo qui, per obbedienza e il più esattamente
possibile, ciò che crediamo essere manifestato dal Cielo, per il bene della
Comunità e a vantaggio delle anime, in grazia di una amorosa predilezione del
Cuore di Gesù».
Va
detto anche che, fatta eccezione di alcune austerità volute da Dio e delle sue
esperienze soprannaturali che rimasero sempre il segreto delle Superiore, le
virtù e il comportamento esteriore di Suor M. Marta non si allontanarono mai
dall'umile vita visitandina; non ci fu nulla di più semplice e di più
ordinario delle sue occupazioni.
Nominata
refettoriera dell'Educandato, trascorse tutta la sua esistenza in questo
ufficio, lavorando nascosta e silenziosa, spesso lontana dalla compagnia delle
sorelle. Svolgeva una grande quantità di lavoro perché aveva anche la cura del
Coro e le era stata affidata la raccolta della frutta che, in alcune stagioni,
l'obbligava ad alzarsi alle quattro della mattina.
Le
Superiore, però, che conoscevano la sua intimità con Dio, incominciarono ad
incaricarla di intercedere presso di Lui. Nel 1867 il colera imperversò nella
Savoia e fece numerose vittime anche a Chambery. Le Madri, allarmate, le
fecero chiedere di preservare la Comunità dalla malattia e se dovevano
accettare quell'anno le educande. Gesù rispose di farle entrare subito e
promise l'immunità; nessuna infatti nel monastero fu colpita dal terribile
morbo.
Fu
in questa occasione che, promettendo la sua protezione, il Signore domandò,
insieme a qualche penitenza, delle «preghiere in onore delle SS. Piaghe».
Già
da tempo Gesù aveva affidato a Suor M. Marta la missione di far fruttificare i
meriti della sua Passione «offrendo incessantemente all'Eterno Padre le sue SS.
Piaghe per la Chiesa, la Comunità, per la conversione dei peccatori e per le
anime del Purgatorio», ma ora lo chiedeva a tutto il monastero.
«Con
le mie Piaghe - diceva - voi compartite alla Terra tutte le ricchezze del Cielo»,
- e ancora - «Voi dovete far fruttificare questi tesori delle mie SS. Piaghe.
Non bisogna restare poveri mentre Vostro Padre è così ricco: la vostra
ricchezza è la mia S. Passione».
Nel
mese di settembre del 1867, in un triduo di grazie, il Signore mostrò
chiaramente a Suor M. Marta la «missione» che doveva improntare tutta la sua
vita: «missione» che lei chiamò poi sempre «il mio compito».
Rimase
per tre giorni, il 26, 27, 28, immobile, senza parola, senza sguardo, senza
prendere nessun nutrimento; il polso però restava regolare e il viso
leggermente colorito. Nella sua cella si riversarono «tutti gli splendori del
Cielo» perché vi discese la SS. Trinità.
Il
primo giorno le si presentò il Padre che mostrandole Gesù le disse: «Io ti
dono colui che tu mi offri così spesso. Ti associo ai miei angeli dei quali tu
hai più potere perché tu puoi offrirmi continuamente le piaghe del mio Divin
Figlio per i peccatori, mentre essi le contemplano soltanto».
Il
Padre era circondato dai Serafini ed essa potè gustare un poco di ciò «che
l'occhio non vide, l'orecchio non udì, lo spirito umano non saprebbe
comprendere».
Suor
M. Marta non trovò mai parole adeguate per esprimersi in proposito.
Il
secondo giorno fu trasportata in spirito alla grotta di Betlemme e vide S.
Giuseppe e la SS. Vergine che le poneva tra le braccia il Bambino dicendole: «Figlia
mia, lo dono a te come l'ho donato al mondo».
«In questa visione - dicono testualmente i manoscritti - le furono indicate due vie aperte alle anime: quella di abbandono alla volontà di Dio, per amore, che porta direttamente al Paradiso e quella per cui si fa il bene perché bisogna farlo, senza amore; seguendo quest'ultima si soffre molto e si progredisce poco».
Nel
terzo giorno vide la SS. Trinità. L'eterno Padre le fece dono di un raggio
dello Spirito Santo dicendole: «Questa è la luce, la sofferenza e l'amore.
L' amore sarà per me, la luce per farti vedere la mia volontà, la sofferenza
per patire ad ogni momento».
Poi,
mostrandole la Croce di suo Figlio, le fece capire profondamente il valore «delle
Sante Piaghe di Gesù in rapporto al suo bene personale» ed ella comprese quale
era la sua «missione».
È
facile comprendere che alla fine di queste tre giornate Suor M. Marta,
illuminata dai chiarori divini, riaprisse a stento gli occhi alle cose di
quaggiù.
Si
legge nei manoscritti: «Essa non aveva più che il corpo sulla Terra».
Anche
la SS. Vergine le apparve, nel giorno della Visitazione, accompagnata dai SS.
Fondatori e da Santa M. Margherita Alacoque, a confermarla nella sua missione,
dicendole: «Io dò mio Figlio alla Visitazione come l'ho portato alla mia
cugina Elisabetta... Tu, figlia mia, sei stata prescelta per placare la Divina
Giustizia, facendo valere i meriti della passione e delle Sante Piaghe del mio
unico figlio Gesù».
Nostro
Signore mostrandole le sue piaghe si degnò confermarle più volte i vantaggi
di questa devozione e gli infiniti tesori in essa racchiusi. Le diceva: «Figlia
mia, ogni volta che offrite a mio Padre i meriti delle mie divine piaghe voi
guadagnate ricchezze immense».
«Il
Padre mio si compiace dell'offerta delle mie piaghe e dei dolori della mia
Divina Madre. Offrirgli le mie Piaghe è come offrirgli la sua Gloria: offrire
il Cielo al Cielo».
«Non
bisogna temere di mostrare le mie piaghe alle anime. La via delle mie piaghe è
così semplice e facile per andare in Paradiso».
Nostro
Signore continuò sempre a confermare all'umile conversa che l'aveva veramente
chiamata a ravvivare ed a diffondere la devozione alle Sante Piaghe
Redentrici e mostrandogliele le diceva: «Non distogliere lo sguardo da questo
libro e tu sorpasserai in dottrina i più grandi sapienti. La preghiera alle
Sante Piaghe comprende tutto e poi... Io voglio che mediante questa devozione
si santifichino non solo le anime con le quali vivi ma molte ancora... Ma
voglio che tu sia sempre nascosta... Sta a me far conoscere in seguito che con
questo mezzo si otterrà la salvezza del mondo e altresì per mezzo della mia
Immacolata Madre».
Per
aumentare il suo zelo le esponeva i vantaggi di questa devozione a più
riprese: «Una sola goccia del mio sangue è bastevole a purificare la Terra e
voi non ci pensate... Non ne conoscete il valore... Chi è povero venga con fede
e confidenza e prenda dal tesoro della mia Passione. Ecco di che pagare per
tutti coloro che hanno debiti... Nella contemplazione delle mie Piaghe si trova
tutto per sé e per gli altri».
Nello stesso tempo Gesù moltiplicava le promesse: «Accorderò per questa devozione tutto ciò che mi si domanderà. Coloro che onorano le mie Sante Piaghe avranno una vera cognizione di Gesù Cristo».
Un
giorno Suor M. Marta, piena di angoscia per i peccati di cui era piena la Terra,
esclamò: «Gesù mio, abbiate pietà dei vostri figli, non guardate i loro
peccati!».
Il
divino Maestro le insegnò allora questa invocazione da ripetersi spesso: «Gesù
mio, perdono e misericordia per i meriti delle vostre Sante Piaghe».
E
soggiunse: «Molti proveranno l'efficacia di questa invocazione... Se
pronunziata vicino agli ammalati solleverà l'anima e il corpo... Non vi sarà
morte per l'anima che spirerà nelle mie Piaghe; esse danno la vera vita».
Il
peccatore che dirà: «Eterno Padre vi offro le Piaghe di nostro Signore per
guarire quelle delle anime nostre», otterrà la conversione.
Un'altra
volta dichiarò: «Io desidero che i sacerdoti diano spesso questa preghiera
come penitenza nel Sacramento della Confessione».
Qualche
volta Gesù le mostrava una sola Piaga. Un giorno si scoprì il piede destro
dicendo:
«Quanto
devi venerare questa piaga e nasconderti in essa come una colomba!».
Un
altro, accennando alla mano sinistra: «Prendi sulla mia mano sinistra i miei
meriti per le anime affinché siano alla mia destra per l'eternità».
Chiedeva
poi per la sua testa coronata di spine un culto particolare di venerazione, di
riparazione e di amore: «La mia corona di spine mi ha
fatto soffrire più di tutte le altre piaghe. Essa è stata per me la sofferenza
più crudele dopo quella dell'Orto degli Ulivi... La mia corona di spine
illuminerà il Cielo e tutti gli spiriti beati».
Alla sua contemplazione il Signore offrì anche la visione del Giudizio Universale: vide le anime elette che si gettavano nelle braccia del Salvatore e le altre che precipitavano nell'abisso dell'Inferno. Raccontando queste cose «tremava ancora tutta di spavento».
È
interessante notare a questo punto che, quando Gesù le presentava le piaghe,
a volte, per incitarla alla compassione e alla loro devozione, gliele
mostrava aperte, sanguinanti in tutta la loro crudezza; altre volte, invece,
per confortarla, gliele mostrava splendenti, luminosissime, tanto che non poteva
sostenerne la vista; la corona e il cuore soprattutto le parevano centri di
luce vivissima.
Allora
le diceva: «Figlia mia, ecco ciò che ti è serbato di vedere... Dopo averle
bene invocate per tutta la vita, le contemplerai così per tutta l'eternità».
Ormai
Suor M. Marta aveva come unico desiderio quello di suscitare nel mondo
sentimenti di amore riconoscente per Gesù crocifisso e la devozione alle sue
Sante Piaghe.
Il 17 ottobre 1867 faceva redigere alla
sua superiora, Madre Teresa Eugenia, a nome suo, le seguenti dichiarazioni: «Io,
Suor M. Marta Chambon, prometto a Nostro Signore Gesù Cristo di offrirmi ogni
mattina in unione alla sue Sante Piaghe al Divin Padre per la salvezza del mondo
intero e per il bene e perfezionamento della mia comunità... Lo adorerò in
tutti i cuori che lo ricevono nella SS. Eucaristia, lo ringrazierò della sua
degnazione nel discendere in tanti cuori così poco preparati... Prometto a
Nostro Signore che ogni dieci minuti - con il concorso della sua grazia e in
spirito di obbedienza a Lui - offrirò le sue Sante Piaghe all'Eterno Padre e
vi unirò tutte le mie azioni secondo le intenzioni del suo Sacro Cuore, per
il trionfo della sua Santa Chiesa, per i peccatori, per le anime del Purgatorio,
per tutti i bisogni della mia Comunità, del Noviziato e dell'Educandato in
espiazione di tutte le mancanze che vi si commettono. Tutto ciò per amore e
senza pena di peccato in caso di dimenticanza».
La
sua vita si svolgeva in una continua immolazione e in una incessante
preghiera. Era sempre raccolta, con gli occhi socchiusi, «le si leggeva in viso
la sua unione con Dio».
Il
Signore continuava, apparendole, ad aumentare il suo fervore e a dirle che
doveva imitarlo in tutto.
Alla
fine le diede anche i segni esteriori di questa imitazione imprimendo sul suo
corpo le stimmate.
Il
12 giugno 1874, festa del Sacro Cuore, Gesù le apparve e immediatamente lei
sentì l'impressione che un ferro rovente le forasse il piede sinistro.
Le
sue Superiore scrissero: «Era una ferita, assai profonda, della larghezza di
una moneta di cinque centesimi, dolorosissima, dalla quale scorreva sangue
abbondante».
Quindici
giorni dopo, avvenne la stessa cosa al piede destro, tanto che stentava a
camminare. Suor M. Marta fu presa dal timore che le Sorelle potessero
accorgersene e pregò il Signore di rendere questi fenomeni solo interiori; lo
ottenne solo molti mesi dopo, nel novembre, quando le ferite diventarono
molto piccole e sanguinavano leggermente solo il venerdì.
Nel
maggio dell'anno seguente dalle stimmate ricominciò a sgorgare sangue in
abbondanza tre volte la settimana ed ella chiese di nuovo al Signore che le
cambiasse questa manifestazione in un'altra meno visibile; le piaghe allora scomparvero,
non si videro neppure più le cicatrici, ma il sangue le affluì alla testa con
tale veemenza da procurale «spasimi atroci» che durarono per molto tempo.
Nostro
Signore voleva dimostrare in tal modo che desiderava avere un dominio assoluto
sulla sua anima ed «essere il suo tutto».
A
tal fine volle che per quattro anni la SS. Eucarestia fosse il suo unico cibo.
Se le Superiore le portavano «un po' di vino addolcito o qualche altro
corroborante» si sentiva subito male.
Durante
questo lungo periodo, tuttavia, «la nostra giovane sorella» - scrive la
Superiora - «gode una robusta salute e sta meglio di quando prendeva i suoi
pasti. Essa lava, strofina i pavimenti, è meravigliosa!... E alla fine dice,
tutta contenta, che non sente affatto la debolezza e che ha lavorato con tanta
facilità».
In
realtà qualche volta si sentiva mancare le forze ma se ne lamentava solo con
Gesù, il quale le rispondeva aprendo il suo Cuore tutto luminoso: «Ecco
la tua forza. Vieni a ricevermi. Io sarò come olio sparso che fortificherà
le tue membra; nùtriti delle mie Piaghe».
Solo
dopo quattro anni, poichè Suor M. Marta lo pregava con insistenza di
permetterle di riprendere la vita della Comunità, il Signore cedette e il
cibo non le fece più male.
Annotano
le Superiore a questo proposito: «Già da diversi mesi essa ci aveva fatto
domanda di riprendere i pasti ordinari: - Ci occorre la prova che Gesù lo
vuole, rispondemmo; vi daremo per otto giorni un po' di nutrimento: se non vi fa
male, riconosceremo la volontà del Signore -. Ma la minestrina che prese la
fece così orribilmente soffrire che dovemmo desistere. Il 20 settembre 1873,
per assicurarci ancora della volontà divina, ricominciammo la prova e il cibo
non le fece più male, cosicché pochi giorni dopo potè riprendere posto in
refettorio. Essa ora ci va a tutti i pasti, con l'inesprimibile consolazione di
poter seguire in questo la Comunità; ma del suo Regime Eucaristico le rimase un
distacco totale da tutto ciò che non è Dio».
Da
queste ultime esperienze che abbiamo riferito, si potrebbe pensare che ormai
quella di Suor. Marta fosse divenuta una vita austera, severa, fatta solo di
preghiera e di riparazione.
Essa,
invece, continuò a godere della compagnia di Gesù Bambino con il quale aveva
deliziosi e intimi incontri. Gesù Bambino non solo continuava a mostrarsi
ogni mattina nella Santa Comunione, ma godeva della intimità di questa anima
che continuava a rimanere così pura, innocente e candida.
«La
sua confidenza è semplice e infantile - scriveva la Superiora - si rivolge al
Signore come un piccolo bimbo al migliore dei padri».
Suor
M. Marta mentre si associava alla vita umiliata, sofferente e redentrice di Gesù
Crocifisso, conduceva contemporaneamente una vita semplice, candida, espansiva,
in compagnia di Gesù Bambino.
Egli
la soccorreva non solo nei bisogni spirituali ma anche in quelli temporali.
Quando si sentiva molto stanca o era in ritardo nel suo lavoro, lo chiamava in
suo aiuto ed Egli accorreva.
Un giorno che si sentiva male ed era molto in ritardo, mentre pensava di cercare un'aiutante per il suo lavoro, esclamò: «Gesù buono, vedete a che punto mi trovo, che cosa devo fare? ... ». Immediatamente le si presentò un meraviglioso bambino di circa sette anni che le disse: «Se tu lo vuoi, potrei aiutarti io».
Ben
presto tutto fu in ordine: le tavole apparecchiate, le stoviglie lavate,
spazzati il Coro e il refettorio e preparata la merenda delle educande. Un'ora
dopo, Suor M. Marta era libera per la Lettura.
Spesso
Gesù si offriva spontaneamente ad aiutarla e le diceva: «Non chiedere
aiuto a nessuno per il tuo lavoro, sarò io stesso il tuo aiuto»; lei gli
diceva che cosa fare e poi si meravigliava continuamente di come le faccende
fossero sbrigate in poco tempo.
Il
suo candore era sempre quello della sua infanzia: leggiamo, infatti nel
manoscritto: «Ella crede che se in quei momenti venisse qualche sorella,
vedrebbe Gesù Bambino che lava i piatti e lei che li sciacqua... allora chiude
l'uscio perché nessuno si avveda di ciò che accade in quel luogo benedetto».
Le
altre suore erano costantemente stupite di quanto lavoro sbrigasse da sola la
loro sorella conversa, ma non potevano certo immaginare la causa di tanto
profitto.
La
raccolta della frutta costituiva per lei un'altra fonte di gioia spirituale,
perché nell'orto si intratteneva continuamente, e ad alta voce, con il
Bambino Gesù. Egli stesso l'avvertiva quando era ora di uscire dal Coro e
diceva: «Spicciati che è l'ora!». Lei si affrettava portando due
grosse ceste e lo vedeva raccogliere la frutta con alacrità di modo che erano
presto riempite. A quel punto gli diceva: «Buon Maestro, io non posso portare
da sola questi grossi panieri... ma se Voi mi aiutate, lo farò facilmente».
Rientravano allora in Monastero dividendosi il peso.
Nei
trattenimenti riferiva alla Superiora: «Mia Madre, io sono allora così vicina
a Lui come ora sono vicina a Vostra Carità».
In
una festa di Natale Gesù Bambino le si rivelò con una tale bellezza che il
tempo trascorse senza che lei se ne accorgesse; stette tutta la notte in
contemplazione e al mattino dopo la ritrovarono in Coro nella stessa posizione
in cui era alla vigilia. In un altro Natale Gesù le sussurrò: «Se non
avessi che un cuore come il tuo per prendervi le mie delizie, ancorchè tutti
gli altri mi fossero ingrati, non rimpiangerei di essere venuto sulla terra».
Una tale familiarità Suor M. Marta non l'ebbe solo con Gesù, ma anche con la Madonna. Una volta che una sorella le chiese se voleva bene alla Santa Vergine rispose: «Oh, questa buona Madre, sicuro che l'amo!». Leggendo i manoscritti si trova molto spesso notata, accanto alla visione di Gesù, quella della sua Santa Madre.
La
Vergine la ricambiava con tenero affetto; spesso, quando lei la pregava, le si
mostrava sorridente e «ben contenta», come diceva Suor M. Marta nella sua
spontaneità. Un giorno le disse: «Ricordati che sono tua Madre:
ricorri a me con fiducia illimitata e sarai esaudita»; e lei si regolò
sempre, in seguito, su questa affermazione. Scrisse la Superiora:- «Quando le
si affidava qualche particolare intenzione, se vedeva nostro Signore
inflessibile alle sue preghiere, si rivolgeva all'Eterno Padre, ma più spesso
ancora alla Vergine Immacolata, dalla quale, ordinariamente, otteneva la grazia
desiderata», e questo non solo per richieste di ordine soprannaturale ma anche
per cose di poco conto. Un giorno che la Comunità aveva chiesto invano un po'
di bel tempo dopo tanta pioggia, lei si rivolse alla Madonna: «Vedete che non
otteniamo nulla, degnatevi domandarlo Voi per noi». Il giorno stesso il tempo
divenne splendido.
Tra
le pratiche di devozione preferite da Suor M. Marta c'era la recita del S.
Rosario perché, diceva, è «gradita e molto efficace».
Durante
il ritiro del 1870, mentre in tempo di ricreazione le sorelle recitavano il
Rosario, Maria le disse: «Le Sorelle che procurano
d'intervenire al Rosario mi fanno piacere; quelle che lo dicono con fervore
saranno un giorno al mio seguito».
Un
giorno in cui tutta la Comunità era intenta alla pia pratica, le fu concesso di
«vedere» le grazie e le benedizioni numerose che Gesù riversava sulle
famiglie, per le preghiere in onore di sua Madre.
Anche
la Madonna talvolta le ricordava «la missione» che le era stata affidata.
Confermava: «La salvezza delle anime non si opera
che per i meriti della passione di Cristo... Se volete consolarmi mettetevi a
piè della Croce di mio Figlio e offrite con umiltà i suoi meriti all'Eterno
Padre, in soddisfazione dei peccati degli uomini».
A
volte fu dato a Suor M. Marta di contemplare la Sacra Famiglia. Dopo una lunga
estasi diceva alla sua Superiora: «Mia Madre, io torno dal Paradiso! Non
posso dire ciò che ho visto! Posso solo dire che mi sono prostrata davanti alla
Sacra Famiglia e ho detto a San Giuseppe: "Mio buon Padre, vi ringrazio che
mentre eravate sulla terra mi avete custodito la mia dolce Madre Maria"».
San Giuseppe fu «molto contento» e le raccomandò di ripetere spesso la
giaculatoria: «Gesù,
Giuseppe e Maria vi dono il cuore e l'anima mia».
E
quando Suor M. Marta non pregava e non aveva le visioni?
Conduceva
vita normale e amava teneramente con altrettanto candore e semplicità le
creature terrene: la Superiora, alla quale come abbiamo visto, confidava tutto
ciò che le accadeva, la Comunità e le sue «educande». Nella Comunità tutto
le era caro: i beni spirituali, gli interessi materiali, gli atti comuni, le
tradizioni; nulla di quanto la riguardava le era indifferente.
Come
abbiamo già visto a proposito del suo «regime eucaristico», soffriva quando
si vedeva privata delle riunioni di famiglia; alle Sorelle dava tutte le sue
forze, le preghiere del giorno e della notte e i sacrifici. Aveva una
tenerezza speciale per le ammalate, soffriva vicino alle moribonde; ricordava
continuamente a Dio quelle defunte.
L'atto
di offerta che abbiamo sopra riportato, nel quale era inclusa la sua Comunità,
doveva essere ben accetto al Signore se si considerano le benedizioni di cui
fu oggetto il Monastero di Chambery nel periodo della sua permanenza. I fatti
straordinari che continuarono ad accadere sono riportati nei manoscritti e,
riferiti, dopo la sua morte, dalle testimonianze delle Sorelle che le vissero
accanto, le quali, non essendo a conoscenza della vita intima e straordinaria di
lei, li attribuivano alla santità della Superiora. Una nota degli annali
che riguarda il 1873 attesta: «È impossibile numerare qui tutte le grazie
che la Comunità riceve per mezzo di questa umile figlia che vive ignorata tra
le sue Sorelle... Noi sentiamo realmente un'assistenza soprannaturale visibile
che circonda questa Sorella benedetta. Tutto ciò che è affidato a questa anima
semplice si moltiplica in modo che ricorda l'olio e la farina della vedova di
Zarepta».
Il
7 marzo 1868 nostro Signore manda la sua umile serva a benedire la provvista,
quasi esaurita, di patate e le ordina di mettersi in ginocchio, di umiliarsi
molto e di fare tre segni di Croce nel nome della Santa Trinità.
L'umile
conversa conobbe in quel momento che la SS. Trinità aveva accolto la sua
preghiera. La sera ci disse che avremmo avuto le patate fino all'anno seguente.
Infatti, contro ogni umana previsione, il mucchietto delle patate non diminuì
e le ultime erano così buone e fresche che parevano appena raccolte».
Un
altro giorno Suor M. Marta aveva preso moltissime fragole; l'indomani, mentre
coglieva le susine, sentì un forte impulso di tornare alle piante di fragole:
«Gesù mio, è inutile - disse - ieri le ho prese tutte, non ce ne sono più».
Ma, poiché continuava a sentire l'ispirazione cedette: le piante erano piene
di grosse fragole. Ella allora esclamò: «Grazie, buon Maestro, concedetemene
altrettante l'anno venturo!».
Le
Sorelle ricordavano la straordinaria quantità di frutta che aveva sempre
prodotto il giardino quando l'incarico di coglierla era stato dato a Suor M.
Marta. Raccontavano che, durante un ritiro, dovette andare, per obbedienza,
con suo sacrificio, a raccogliere l'uva per la marmellata e avvenne che ne
riempì nove ceste da viti già vendemmiate. Le domandarono dove avesse preso
tutta quell'uva e lei rispose: «Io non so come ciò avvenga, ma quando ho
tagliato un grappolo, ne vedo tosto un altro di fianco».
La
Sorella giardiniera osservava che anche quando non si vedeva più nulla sugli
alberi, Suor M. Marta riempiva tutti i giorni dei panieri di frutta.
Una
volta mancava l'olio da ardere e, come di consueto, ci si rivolse a lei che,
sebbene non avesse rinnovato la sua provvista, trovò il suo recipiente
quasi pieno e potè accontentare la richiesta delle Sorelle.
Se
il vino inacidiva o le patate incominciavano a marcire, l'obbedienza la mandava
in cantina dove lei invocava la SS. Trinità e le Sante Piaghe: il vino
tornava normale, le parti marcite delle patate seccavano e il resto rimaneva
sano.
Anche
i benefici spirituali derivati dalla sua presenza in Manastero furono grandi e
numerosi. Sebbene la Comunità non sapesse nulla delle meraviglie che la Grazia
compiva in quell'anima pura, avevano tutte una grande fiducia nelle sue
preghiere che sembravano così gradite al Signore e le si raccomandavano nei
momenti più difficili; lei dava dei consigli semplici ma così convincenti
che toccavano le anime.
Ad
una giovane Sorella che un giorno le domandò che cosa si doveva fare per
essere ben accette al buon Dio rispose, fissando su di lei i suoi occhi
aperti, limpidi, penetranti: «Sorellina, non bisogna vedere che Lui... Non
bisogna pensare che a Lui... Non amare che Lui... Niente altro che Lui!».
E
a un'altra che le fece pressapoco la stessa domanda: «Bisogna molto
umiliarsi... Molto molto umiliarsi...». Quando pregava per le sue Sorelle, Gesù
le diceva: «Io sono il guardiano di questa Comunità... La proteggerò
sempre», e quando si preannunciavano dei pericoli la rassicurava: «Di'
alla Superiora di non avere inquietudini, nessun male si avvicinerà a voi».
Suor
Maria Marta e l'educandato
L'Educandato, annesso alla Visitazione di Chambery, al quale, come abbiamo visto, era stata assegnata come refettoriera fin dal tempo del suo noviziato e dove trascorse quasi tutta la sua vita, costituiva un'altra tenera premura di Suor M. Marta, e anch'esso godette di benefici materiali e spirituali derivati dalle grazie che il Signore elargiva per le sue preghiere e sacrifici continui.
Le
educande la prendevano un po' in giro per il suo modo originale di esprimersi
come quando, ad esempio, diceva a quelle che chiedevano un pezzo più grosso di
cioccolata o di dolce: «Signorine, bisogna abituarsi a mangiare chi si sia!».
Ma le volevano un gran bene perché avevano l'intuizione della sua santità.
Una le disse un giorno: «Mia Sorella, si direbbe che voi vedete il buon Dio»;
e un'altra: «Quando voi siete ammalata e venite sostituita, le cose non vanno
più così bene come quando ci siete voi». Confidavano a lei le pene più
intime e ricevevano un gran conforto e, ancor molti anni dopo aver lasciato il
collegio, la mandavano a salutare e la ricordavano con affetto e venerazione.
Fatti
straordinari avvennero anche nell'Educandato, come, ad esempio, «il miracolo
del vino». Come refettoriera Suor M. Marta lo doveva preparare un po' allungato
con acqua per le allieve. Lei prese l'abitudine, suggeritale da Gesù, di fare
su ogni bottiglia tre segni di Croce in onore della SS. Trinità. Con questo
sistema si ebbe una tale moltiplicazione del vino che la Madre Teresa Eugenia lo
paragonava al «miracolo delle nozze di Cana». Scrisse: «Un litro di vino, e
qualche volta una quantità minore, basta per il pranzo di 50-60 educande...».
Ancora
molti anni più tardi la Madre Giovanna Francesca Breton riferiva: «Al
principio di ogni anno scolastico Suor M. Marta veniva a domandare alla
Superiora se doveva preparare il vino per le educande come glielo aveva
insegnato nostro Signore. E sempre la stessa grazia le era concessa a patto che
le promettessimo di poter continuare la vita di penitenza e di mortificazione
che conduceva da tanti anni. Constatammo noi stesse la verità del fatto».
Se
accadeva che, per qualsiasi ragione, dovesse essere sostituita, la Sorella
incaricata della cantina dichiarava di non capire come mai quando Suor M.
Marta serviva le educande il vino quasi non si consumava.
Numerose
furono inoltre le guarigioni improvvise delle allieve da malattie gravi e
preoccupanti. Riportiamo, come esempio, la descrizione di una di queste.
«Una
delle nostre educande si trovava a letto da due giorni con febbre ardente.
Impensierite facemmo pregare la Serva di Dio per ottenere la guarigione della
nostra malatina. Non appena essa ebbe terminato la sua preghiera, la bambina,
istantaneamente guarita, chiese di alzarsi e di mangiare. Noi non potevamo
credere ai nostri occhi: sembrava che non avesse avuto il minimo male! Potè
subito tornare in classe e nessuno avrebbe supposto quanto questa allieva fosse
stata male. La Sorella infermiera era grandemente meravigliata, mentre dai
nostri cuori saliva al Cielo l'espressione della più viva riconoscenza».
Per
«le sue bambine» Suor M. Marta offriva le preghiere, i sacrifici e le sue
continue premure. Il Signore gliele aveva raccomandate: «Amale come io le amo»,
le aveva detto, e perché la sua protezione fosse conosciuta ordinava: «Voglio
che si prenda nota che dopo cinque anni e due mesi che il tuo letto è
all'infermeria non vi sono state gravi malattie».
Alla
vigilia delle Prime Comunioni e nei momenti più difficili, per ottenere più
grazie sulle educande Suor M. Marta, secondo il «compito» che le era stato
assegnato, intensificava le preghiere, aumentava le penitenze. Intercedeva per
loro anche quando, al termine degli studi, ritornavano in famiglia e
affrontavano le esperienze della vita, perché Gesù le aveva detto: «Le
fanciulle portano nel mondo i loro ricordi di educandato; è necessario avere
sempre molta cura delle loro anime».
Dopo
la sua morte, furono molte quelle che continuarono ad invocarla nel momento del
bisogno.
Abbiamo
sopra accennato ai difetti di Suor M. Marta che il Signore si rifiutava di
toglierle; non erano certamente di ordine morale, erano spesso piccole mancanze
di comportamento esteriore, dovute alla sua vivacità naturale, oppure un po' di
ostinazione nel sostenere una idea che lei credeva buona e utile; non avvenne
mai che rispondesse in modo offensivo o che dimostrasse qualche risentimento
nei confronti di una Sorella.
Le
sue virtù invece furono tante e grandi, soprattutto se si tiene conto della
difficile situazione in cui si veniva spesso a trovare a causa delle sue
esperienze straordinarie.
La
sua umiltà
Tutti
coloro che le sono vissuti accanto hanno testimoniato la sua grande semplicità
di cuore, la confidenza e l'abbandono in Dio, l'incessante preghiera, ma
particolarmente la sua eccezionale umiltà. E non c'è da meravigliarsene dal
momento che Gesù stesso le aveva insegnato, a più riprese, questa virtù.
Egli l'aveva più volte richiamata: «Figlia mia, se
non ti umili, non seguirai la via che ti ho tracciata per venire a me... Non
devi avere altro desiderio che di essere disprezzata e trattata come
meriti...».
A volte le aveva dato anche severe lezioni a questo proposito. Nel 1878 i bruchi avevano ricoperto il ribes nel giardino pregiudicandone la raccolta. Suor M. Marta pregò e i bruchi se ne andarono. Alcuni giorni dopo, visitando un'ammalata, le raccontò l'accaduto forse con un po' di vanagloria perché nostro Signore la riprese: «Orgogliosa che sei, saprò farti capire ciò che vali». Lei replicò: «Mio buon Maestro, cosa farete? Rimetterete i bruchi?». Due giorni dopo il ribes era di nuovo invaso dai piccoli animali.
Un
altro giorno aveva lasciato la porta aperta perché dopo di lei doveva passare
una Sorella con un grosso carico; passò un'altra suora e chiuse la porta;
riaprendola, Suor M. Marta esclamò: «Un po' di buon senso! Non vede che una
Sorella carica sta per passare?». Aveva appena dette queste parole che Gesù se
ne andò dalla sua presenza e tornò vicino a lei solo dopo che ebbe confesssato
la colpa all' «Obbedienza» (un rito penitenziale comunitario).
Suor
M. Marta aveva fatto tesoro di questi insegnamenti e aveva così progredito
nell'esercizio di questa virtù che la Superiora scrisse in proposito: «Ciò
che mi colpiva di più... era non solo la purità e la candida semplicità
dell'anima sua, ma l'umiltà così rara e profonda che scorgevo in lei. Essa ne
sembrava, per così dire, impastata».
La
sua fedeltà a questa virtù era così perfetta da procurare a volte un certo
imbarazzo a chi le viveva accanto; quando credeva di aver mancato di rispetto
a una Sorella, andava a cercarla, la fermava anche nei momenti meno opportuni
per chiederle ripetutamente scusa, a volte, fino a mettere alla prova la sua
pazienza.
Del
resto, le stesse grazie straordinarie che il Signore le accordava erano vere
occasioni di umiliazione, perché le causavano spesso spiacevoli commenti o
osservazioni poco benevole. Se, rapita in Dio, ritardava a recarsi in cucina,
si sentiva dire: «Comodo, vero, starsene tranquillamente a pregare e lasciare
la fatica agli altri!».
Se,
richiesta, non sapeva cosa era avvenuto in Coro, né quale inno era stato
cantato le dicevano: «Certo, vostra carità era in estasi!». Lei arrossiva,
taceva, ma queste frasi le procuravano grande disagio perché, schiva come
era, soffriva nel vedersi al centro dell'attenzione degli altri.
Un
giorno che le sue Sorelle converse recitavano in cucina la coroncina della
Sante Piaghe che, come abbiamo visto, le era stata suggerita da Gesù stesso,
una di esse disse: «Perché diciamo: perdono e misericordia?». «Perché -
rispose un'altra - questa è l'ultima invenzione di Suor M. Marta». Una
espressione di contrarietà le apparve nel volto, tuttavia si limitò a dire: «Queste
invocazioni sono molto gradite a nostro Signore». Dopo la sua morte, tutte le
suore furono concordi nell'affermare che mai, in nessuna occasione, ella fece il
minimo accenno o ammissione alle sue esperienze straordinarie.
Le
sue consorelle,anche se non furono mai messe al corrente di esse, tuttavia
qualcosa avevano intuito o sospettato, e spesso facevano qualche allusione, a
volte anche scherzosa, al riguardo.
Quando,
durante la lettura a tavola, si narravano vite di santi che avevano vissuto
fenomeni mistici, le sue compagne, guardandola, le dicevano: «Voi conoscete
molto bene queste cose, vero?». Lei, in risposta, sorrideva e scuoteva la
testa.
Una
volta che, in refettorio, lessero la vita di una santa che era vissuta tanto
tempo senza mangiare, una suora che non sapeva che quella era stata anche
l'esperienza di Suor M. Marta, in ricreazione le disse: «Ha sentito? Questa
santa è rimasta per anni senza mangiare nulla!». Lei rimase un momento
silenziosa poi riprese tranquilla la sua ricreazione.
Si
potrebbe pensare che, essendo così favorita dal Cielo, lo fosse anche dalle sue
Superiore, esse invece, ad eccezione di una, Madre Teresa Eugenia, la guidarono
sempre con mano ferma e si fecero un dovere di umiliarla continuamente; non le
risparmiavano nulla né in pubblico, né in privato, anzi, rilevavano
severamente le più leggere dimenticanze e le minime imperfezioni. In queste
occasioni Suor M. Marta assumeva un aspetto di grande gioia e di profondo
annientamento. Davanti alle correzioni e agli avvertimenti - dichiararono le
sue compagne - diventava inimitabile e se, quasi gelose, le domandavano come
potesse comportarsi in tal modo, rispondeva: «Questo fa tanto bene all'anima e
fa tanto piacere a Lui». Gesù, d'altra parte, continuava a riprenderla anche
se solo manifestava qualche piccola compiacenza, come quando fece notare ad una
Sorella che le lucerne delle quali doveva aver cura non avevano avuto bisogno
di riparazioni, o quando, vedendo un guasto prodotto da un'altra, pensò che lei
sarebbe stata più attenta. Le diceva: «Capisci quanto vali! Vai a riferire
tutto alla Superiora». Tuttavia, come sempre, il Signore alternava con lei
rimproveri e consolazioni.
Un
giorno le concesse una grande grazia: si trovò improvvisamente trasportata in
Cielo dove i beati, mostrandole un posto vuoto nelle loro file cantavano: «Colui
che è stato il più piccolo diverrà il più grande!». Consolazioni come
queste riempivano il suo cuore di riconoscenza verso Dio, così buono con il suo
piccolo nulla.
Più
che di castità, riguardo a Suor M. Marta, si dovrebbe parlare di limpida
innocenza e di amore verginale.
Una
delle sue più grandi preoccupazioni, soprattutto durante gli Esercizi
Spirituali, era quella di trovare materia di accusa per la confessione.
Una
volta che le Sorelle la videro angustiata per questa ragione, le consigliarono
di accusarsi di uno dei gravi peccati della vita passata, come suggerivano le
Costituzioni. Lei confessò: «Io non capisco bene in che cosa consistono; forse
qualche piccola disobbedienza ai miei genitori?».
Fu
Gesù, come al solito, che le venne in aiuto e più volte la rassicurò: «Figliola,
ciascuno ha la propria coscienza e non è necessario conformarsi agli altri. Tu
non conosci il male più di un bambino che non ha ancora l'uso di ragione».
«Noi crediamo con certezza - affermarono le Superiore - che la sua anima abbia conservata intatta la candida stola del Battesimo».
La
sua infanzia infatti era trascorsa nella calma silenziosa dei campi e sotto la
protezione materna. Il Signore stesso aveva avuto cura di tenerla lontana da
tutto ciò che avrebbe potuto offuscare la sua innocenza. Normalmente, dal suo
paese, le figlie dei contadini scendevano in gruppo a Chambery per vendere la
frutta dei loro orti o i prodotti dei loro poderi. Un giorno, la Signora Chambon
affidò sua figlia ad alcune di esse che andavano al mercato; poco dopo se la
vide tornare di corsa a casa, tutta tremante, perché, le disse, aveva avuto
un grande spavento; San Giuseppe l'aveva accompagnata a casa. Non si sa bene quale
pericolo essa corse ma sappiamo che da quel giorno la madre non la mandò mai più
in città. Entrata in Monastero senza nessuna esperienza del male, Suor M. Marta
restò un'anima veramente angelica.
Riferì
la sua Assistente: «Un giorno, desiderosa di penetrare più addentro nella sua
anima, le dissi: - Parlatemi della vostra infanzia e delle misericordie di
Dio verso di voi... Questi ricordi fanno tanto bene, non è vero? - Oh si! Il
buon Dio è tutto amore: Egli mi ha tanto favorito!. - Ma perché vi ama
tanto? Che cosa trova in voi che lo attiri? - Oh, mia sorella, è perché sono
una ignorante e poi ho il cuore libero: Lui e basta... non ho bisogno di
nulla, non desidero nulla... Il mio cuore è libero!». Ciò nonostante
aggiunsi: - Mi sembra che il vostro impiego vi desti interesse. - L'orto?... Oh
si! perché me lo ha affidato l'obbedienza... - E i vostri nipoti non occupano
un posticino nel vostro cuore?. - Oh non ci penso molto: chiedo a Dio che si
mantengano buoni cristiani e poi non ci penso più».
Durante
il ringraziamento di una fervente Comunione, Gesù le disse: «Essere
religiosa, figlia mia, è aver bandito dal cuore tutto il Creato... è vedere
ovunque Gesù vostro sposo e cercare lui solo... La sposa che non farà così,
si esporrà a soffrire molto... sarà spesso turbata e guadagnerà poco
...Voi siete tutto per me, bisogna che anche io sia il vostro Tutto ... Voglio
che siate senza desideri, che la Terra non sia nulla per voi».
A
queste parole ella si entusiasmava e offriva a Gesù il suo cuore, quello delle
sue Madri, delle sue Sorelle, di tutte le creature, anche di quelle che non lo
amavano. Tuttavia era inconcepibile per lei che qualcuno non amasse Dio. Diceva
spesso: «È perché non sanno quanto è buono».
E
il Signore era geloso della sua sposa. Un giorno che lei andò tutta contenta
a confidarsi con la sua Maestra la riprese dicendole: «Forse non ti basto
io?».
E un'altra volta, in cui il suo pensiero
si era trattenuto su degli affari temporali della sua famiglia, le disse: «Come,
figlia mia, pensi agli interessi dei tuoi parenti e trascuri i miei?».
Ma Gesù, che non lascia mai senza
ricompensa il sacrificio degli affetti e il distacco del cuore, un giorno che
ella provava rimorso per aver lasciato trascorrere molto tempo senza pregare per
i suoi genitori, le disse con tenerezza: «A loro penso io, tutti i giorni, e
nel modo stesso che darò all'anima religiosa il centuplo che ho promesso, così
lo darò pure ai tuoi cari».
Generosamente
docile per natura e istruita, come in tutte le altre virtù, da Gesù stesso,
Suor M. Marta fu sempre molto fedele all'osservanza delle regole e
all'obbedienza alle Superiore.
Più volte, al momento dell'«Obbedienza»,
essa vide comparire Gesù al posto della Superiora, quasi immedesimato in Lei
che le diceva: «Io sono al posto della Madre... Ascolto ciò che le viene
detto... Essa tiene il mio posto e io il suo».
Lo
stesso accadeva in «Capitolo» (atto comunitario formativo) dove talvolta il
Signore prendeva il posto della Superiora mentre quest'ultima scompariva agli
occhi della conversa.
Con queste luci che illuminavano la sua anima è facile comprendere quale fosse il suo comportamento nei confronti delle Superiore: era umile, piena di rispetto e venerazione; si comprende anche qual fiducia riponesse in loro e come ne osservasse ogni minima decisione.
Il
pensiero: «Me l'ha detto Nostra Madre» era il rimedio efficace in ogni
perplessità, dubbio o timore.
La
sua ferma fiducia nell'autorità e la sua semplicità infantile arrivavano
perfino a «operare miracoli».
Si
legge nei manoscritti che, essendo Suor M. Marta ammalata da diversi giorni, la
Superiora andò a visitarla e, a modo d'incoraggiamento le disse: «Via, domani
sarete guarita!». Essa prese le sue parole alla lettera. Questa fede commosse
Gesù che le rese all'istante la salute dicendole: «Come
prova della guarigione, voglio che tu ceni questa sera come se tu fossi in
refettorio con le tue Sorelle».
E
lei, sebbene avesse da parecchi giorni bevuto solo un po' di acqua, mangiò
tutto quello che le venne presentato, la notte dormì tranquillamente,
l'indomani si alzò per la Santa Messa e poi riprese le sue consuete
occupazioni. Gesù le insegnava: «Le Superiore, per essere buone, devono
dare alle loro figlie la morte interiore: è qui tutto il loro compito»,
e lei seguiva perfettamente questi insegnamenti.
Se le venivano rivolte parole di biasimo o di incoraggiamento, se le si davano ordini o proibizioni, manifestava sempre una grande sottomissione e una profonda umiltà. Tutti quelli che furono suoi Superiori o Superiore furono unanimi nell'attestare che qualunque fatica o sacrificio le fosse stato richiesto, non ci fu mai da parte di Suor M. Marta né resistenza né replica, né, tanto meno, una osservazione su un ordine ricevuto.
Riferirono
le Superiore che la parola «obbedienza», aveva su di lei ogni potere, anche
quello di strapparla dalle sue lunghe profonde contemplazioni davanti a Gesù
Sacramentato. Si racconta, a questo proposito, che una buona Sorella anziana,
forse un poco gelosa della sua straordinaria pietà, un giorno, mentre lei era
tutta assorta, andò a scuoterla come aveva visto fare dalla Madre Superiora per
risvegliarla dal suo mistico sonno. Suor M. Marta apri gli occhi, la guardò e
disse dolcemente: «Avete il permesso?».
Essa
ebbe non solo l'amore all'obbedienza verso la Superiora ma anche alle Regole e
alle Costituzioni delle quali, con le illuminazioni divine ricevute, sentiva
l'importanza e la bellezza.
La
preoccupava soprattutto la puntualità alle riunioni di comunità alle quali
spesso non riusciva a partecipare per il suo impiego nell'Educandato.
Durante le vacanze vi partecipava con gioia ed andava recitando: «Oh, quanto è
bello e dolce, per i fratelli abitare insieme!».
Le
stava particolarmente a cuore la regola del silenzio; le sue Sorelle ricordavano
con edificazione con quanta esattezza, specialmente in Quaresima,
l'osservasse.
Tra
le virtù, la povertà evangelica, fu forse la prediletta da Suor M. Marta, ma
quella che fu meno compresa e, a volte, criticata.
Certamente
la sua entrata in Monastero non le costò un grande sacrificio materiale perché,
nata in una famiglia molto modesta, non dovette rinunciare a quegli agi e
comodità di cui dovettero privarsi le Sorelle di diversa condizione sociale, ma
acquistò nel Chiostro il vero spirito di povertà e praticò questa virtù in
grado eroico, nei modi più diversi.
Applicò,
anche in questo caso, le direttive che le venivano dalle illuminazioni divine.
Fin
dai primi anni della sua vita religiosa le fu dichiarato, mentre contemplava una
immagine di Gesù Bambino: «Nessun bambino venne mai al mondo in maggior povertà».
Un
giorno, mentre faceva la Via Crucis, alla decima stazione nostro Signore le
fece comprendere che lo spogliamento delle vesti da lui subito aveva meritato
molte grazie alle anime chiamate a seguirlo nella povertà e le chiese di
offrire le sue Sante Piaghe per le sue Sorelle che non ne praticavano con
diligenza il voto. Le disse in quell'occasione: «Non vi sono che le anime
religiose che possono partecipare veramente al mio spogliamento sulla Croce,
lasciandosi togliere tutto...». Suor M. Marta fu povera in tutto: nelle
vesti logore e rattoppate all'estremo, nel cibo, riservando per sé, col
dovuto permesso, i rifiuti delle altre e la frutta quasi del tutto marcia che «solo
lei poteva mangiare», nell'impiego di refettoriera, poiché aveva cura di non
rompere quasi nulla di quanto le era stato affidato.
Scrissero
le Superiore: «Nelle sue mani gli oggetti più fragili si conservavano
indefinitivamente e quasi senza deteriorarsi».
Fu
povera anche nel buon uso del tempo, poiché è anche questa una delle
esigenze della povertà religiosa; fu sempre attivissima e «faceva
giornalmente il lavoro di due persone».
Il
Signore, senza dubbio, gliene dava la forza ma le aveva dato anche l'esatta
comprensione del voto di povertà.
Quando
coglieva la frutta e i legumi, lo faceva in modo che nulla andasse perduto e,
durante la vendemmia, raccoglieva ad uno ad uno i chicchi caduti per terra.
Per
spirito di povertà mischiava all'insalata le erbette selvatiche raccolte nei
campi e, nel colmo dell'inverno, trovava ancora, sotto la neve, qualche legume
fresco che portava come un tesoro alla cuoca. Aveva capito che i beni del
Monastero appartenevano a Dio e soffriva quando li vedeva trattati con
negligenza.
Riferì,
dopo la sua morte, una sorella che le era stata molto vicina: «Sr. M. Marta non
dava mai lezioni; era molto umile, notava solo le mancanze di povertà».
Talvolta,
per questa ragione, fu accusata di avarizia e questi rimproveri le davano
molta pena perché, nella sua umiltà, temeva che fossero giusti.
Verso
la fine della sua vita infatti confidò alla Suora Assistente (Vice Superiora):
«Alcune sorelle dicono che sono attaccata ai cavoli e agli spinaci...
No!... solamente mi fa pena quando vedo andare a male qualche cosa perché si
tratta di beni appartenenti al buon Dio che ce ne fa dono... e poi abbiamo fatto
voto di povertà!...».
La
sua povertà s'immedesimava così con la sua castità e contribuiva a far sì
che la sua anima, vuota di tutto, fosse ricca solo di Dio.
Sull'amore che Suor M. Marta nutriva per il Signore, unico oggetto del suo desiderio e delle sue aspirazioni, è inutile qui soffermarci perché traspare da quanto si è detto fino ad ora e da quanto si dirà in seguito.
La
sua unione con Lui era perfetta e lei passava ore intere davanti all'Eucarestia,
dimentica di sé. La sua Assistente un giorno le chiese: «Non vi stancate a
stare in ginocchio, digiuna, tutta la mattina?».
«A
queste cose non si bada, non ce se ne accorge». «Ma, certo, dopo sarete molto
stanca».
«No,
non si sa neppure dove siamo».
«Voi
dovete dire molte cose a Gesù durante questo tempo». «Oh no: ci si ama!».
Gesù
le diceva: «Io ho bisogno soltanto del tuo cuore e tu del Mio».
Giovanni dice che l'amore del prossimo è segno infallibile dell'amore che la
creatura nutre per Dio: «Si conoscerà che siete miei
discepoli se vi amate gli uni gli altri, come io vi ho amato».
Suor
M. Marta riversava il suo amore per il Signore sulle creature sotto forma di
carità fraterna e di abnegazione completa; dava al prossimo il suo tempo, il
suo cuore, la sua vita.
Tuttavia anche questa sua virtù rimase spesso offuscata dall'umiltà e dal nascondimento che il Signore voleva da lei. Non aveva quelle doti esteriori che attirano spontaneamente la simpatia delle persone e che, spesso, rendono più accetti i piccoli servizi, le attenzioni, le premure. Il Signore non le aveva dato la bellezza del viso e dello sguardo né la dolcezza della voce; non aveva grazia ed eleganza nel portamento e nei gesti; la conversazione era un po' scialba così che la sua carità e disponibilità non erano apprezzate nel loro giusto valore.
Inoltre,
le sue numerose occupazioni, a volte, le facevano chiedere l'aiuto delle Sorelle
già molto occupate per cui le rispondevano duramente e le rivolgevano
rimproveri di poca discrezione e opportunità: «Perché venite continuamente
a chiedere aiuto? Non capite che questo annoia, quando si ha già troppo da
fare?». Lei rispondeva con tranquillità e semplicità ma ci rimaneva male,
si capiva che soffriva della propria rozzezza e che le sarebbe piaciuto
essere più amabile e più amata.
Gli
aiuti che richiedeva, però, erano spesso di breve durata mentre, va detto, che
lei si prestava sempre volentieri alle richieste delle altre che, molte volte,
ne approfittavano. La cuoca, per esempio, la impiegava spesso nei lavori più
noiosi, come pulire i legumi o sbucciare i fagioli o pelare le patate.
Quando,
d'estate, l'Educandato era chiuso e lei aveva più tempo libero, dava sempre una
mano alla Sorella addetta alla cantina che era un po' debole e l'aiutava a
portare le bottiglie in refettorio.
Vi
fu sempre in lei molta sopportazione nei confronti del prossimo e molta
compassione per ogni debolezza, pena o dolore.
Dopo
la sua morte le sue compagne dichiararono: «Non ricordiamo che ci abbia mai
detto una parola offensiva né che ne abbia rivolto alle altre; se avevamo dei
torti a suo riguardo era sempre lei che si accusava per prima». Nei manoscritti
non si trova una sola allusione a tanti piccoli soprusi che le vennero fatti, ma
sempre parole di benevolenza nei confronti di tutti.
Suor
M. Marta si comportava così perché aveva sempre presenti le parole che Gesù
a più riprese le aveva detto: «Rimarrai sempre con
i tuoi difetti apparenti perché ti voglio nascosta ed umiliata... Le tue
mancanze devono provare che tutto ciò che avviene in te proviene da me».
Tuttavia,
la carità verso il prossimo Suor M. Marta la estendeva ben al di là
dell'ambito del Monastero. Per mezzo dell'offerta quotidiana che abbiamo
riferito, pregava e s'immolava per la Chiesa, per i peccatori, per le anime del
Purgatorio. Gesù le aveva detto: «Offri le mie divine Piaghe al mio Eterno
Padre per il trionfo della mia Chiesa, e tutto passerà per le mani di mia Madre
Immacolata». Ma le aveva anche spiegato che tale trionfo non sarebbe
stato materiale né visibile e che la condizione della Chiesa è quella «di
lottare, lottare sempre per la salvezza delle anime, la salvezza del mondo...
Il vero trionfo della Chiesa è nelle anime».
Pregava
per il Papa, per i nemici della Chiesa, per i sacerdoti. Questi ultimi il
Signore glieli aveva particolarmente raccomandati e le aveva fatto capire la
grandezza del loro ministero, i pericoli e le difficoltà che li circondavano,
la necessità di una maggiore perfezione. Le diceva: «I
sacerdoti e i religiosi hanno ricevuto da Dio un grande onore nella grazia
della loro vocazione. Essi devono rendergliene gloria santificandosi e aiutando
la santificazione degli altri».
Raddoppiò i suoi sacrifici quando il Signore glielo chiese per la buona riuscita del Concilio che era in corso in quegli anni (Vaticano I).
Il
6 ottobre 1867, festa della Madonna del Rosario, la Madonna le insegnò questa
preghiera: «Nostra Signora del Rosario proteggete il Santo Padre,
convertite i nemici della Chiesa e del Santo Padre»; e ogni giorno di
quel mese la visitò facendole vedere quante grazie scendevano sul mondo per
mezzo delle Sante Piaghe di Gesù e della sua materna intercessione.
Per
la conversione dei peccatori trascorreva intere notti davanti al SS.
Sacramento.
Riferiva
poi alla Superiora: «Ho passato la notte a raccogliere delle anime con il
potere che Dio mi ha concesso per i meriti delle Sante Piaghe di Gesù».
Recitava
in continuazione la Corona della Misericordia, ricordando che un giorno il
Maestro le aveva detto: «Ad ogni parola di essa che
pronunziate io lascio cadere una goccia del mio sangue sull'anima di un
peccatore... Quando, con le mie Sante Piaghe, cancellate i peccati degli uomini
fate più della Veronica; ciò che essa toglieva al mio viso era leggero ma i
peccati sono molto più pesanti... Io ti mostro la moltitudine dei peccatori
affinché tu non perda tempo».
Il
Signore glielo dimostrava davvero; una domenica che lei era in giardino e
vedeva degli uomini che lavoravano nei campi adiacenti il Monastero, si sentì
dire: «Ecco ciò che attira i castighi di Dio»; e le fece più volte
capire che ciò che più lo rattristava era veder violato il riposo festivo.
Spesso le venivano affidati casi particolari: o di persone in punto di morte che avevano bisogno di preghiere per essere salvate, o di ritiri comunitari durante i quali ci dovevano essere delle conversioni. Allora lei intensificava le preghiere e le immolazioni.
Gesù
le raccomandava anche le anime del Purgatorio perché «spesso sono
completamente dimenticate dagli uomini» mentre sono poche quelle che non
vanno in quel luogo di pena. Affidandole questa missione le aveva detto: «Tu
non sei di questa terra; la tua vita deve essere sospesa tra il Cielo e il
Purgatorio. Tu devi considerarti come stabilita alla porta del Purgatorio per
farne uscire le anime, alla porta del Cielo per farvele entrare».
Si
legge, sempre nei manoscritti, che accadde più di una volta che le anime delle
sue Sorelle defunte le apparvero per chiederle preghiere e che, dopo un po' di
tempo, tornarono a ringraziarla perché, grazie a lei, avevano finito di soffrire.
Anche
in questo caso il Signore dopo averle chiesto tante sofferenze, le concesse la
consolazione di avere una chiara conoscenza delle pene che si soffrono in
Purgatorio e di contemplare la gioia dei Beati all'arrivo in Cielo delle anime
liberate. Una di esse le diceva: «Guarda quante anime hai liberate! Non
possono venire tutte a ringraziarti ma ti verranno incontro tutte quando lascerai
la terra».
Oltre
le sofferenze che accettava dalla volontà di Dio o che gli offriva
spontaneamente per amore delle anime, Suor M. Marta, come era prevedibile,
ebbe molti fastidi che non le resero facile la vita nel Monastero. Una serie di
fatti che avevano dello straordinario destavano meraviglia, curiosità e, a
volte, anche sospetto.
Il
suo lungo digiuno di cinque anni, le eccezionali misure prese dai Superiori
che sembravano talvolta contrarie al senso comune; la «pratica» delle due
nuove invocazioni che andava diffondendosi nel Convento; il silenzio delle
Superiore sulle grazie straordinarie ed una certa meraviglia di fronte ad alcune
sue imperfezioni persistenti, non contribuivano certamente a creare intorno a
lei un clima di serenità e di comprensione.
Accaddero
anche, in proposito, due incidenti piuttosto incresciosi. Il primo avvenne nel
1875 nel corso di una visita Canonica, quando due Sorelle, forse bene
intenzionate ma imprudenti, riportarono all'Arcivescovo, appena nominato in
quella diocesi, diversi fatti riguardanti Suor M. Marta che a loro sembravano
inesplicabili e intollerabili nel loro Monastero. Il Vescovo invece di
chiarire con la Superiora quanto gli era stato riferito, credette bene di dare
soddisfazione alle due Suore e usò, nei confronti di Suor M. Marta, toni molto
duri proibendole la Comunione quotidiana. L'incidente fu poi chiuso grazie
all'intervento del Confessore delle Suore, Canonico Boubier, che la conosceva a
fondo, ma la prova fu piuttosto dura per lei e per la Superiora.
Nel
1870 avvenne invece che, confessandosi ad un confessore
"straordinario", avesse accennato al suo stato interiore che, essendo
senz'altro fuori dell'ordinario, turbò il sacerdote il quale le rispose che,
con ogni probabilità, lei si trovava in una situazione di illusione o di
inganno demoniaco. La povera Suora, la quale spesso già temeva che le sue
manifestazioni straordinarie fossero opera del diavolo, cadde in uno stato di
grande prostrazione dal quale riuscì a sollevarla San Francesco di Sales che,
apparendole, la tranquillizzò sullo stato della sua anima.
Tuttavia
tra le prove più frequenti che Suor M. Marta dovette sopportare, ci furono
proprio le tentazioni del demonio il quale, nella sua furbizia, approfittava
della ingenuità e della semplicità della conversa.
Le
insinuava che si sarebbe dannata perché era fuori della Regola e di cattivo
esempio alle Sorelle; che era ingannata e ingannava le Superiore, le quali lo
sapevano bene ma fingevano di crederle; che nel suo orgoglio, credendosi
santa, commetteva lo stesso peccato degli angeli e sarebbe andata all'inferno
con loro. La metteva contro la Superiora dicendole: «La Madre è troppo dura
con te, chiedi un po' di riposo». La tentava contro la fede insinuando: «A
che ti servono le tue Comunioni? Dio non c'è! A che cosa servono le preghiere
se Dio non c'è?».
Suor
M. Marta poteva resistere tra tanti combattimenti interiori per la sua grande
fede e per l'aiuto di Gesù che, nelle prove più penose, interveniva a
sostenere la sua debolezza.
Il
Signore permise poi un'altra terribile prova che è forse la più terribile per
chi ama: la sua assenza. Questo abbandono da parte di Gesù, alla cui
presenza, come abbiamo visto, era abituata fin dai primi anni della sua vita,
gettava Suor M. Marta in uno stato di desolazione e la si vedeva vagare per il
Monastero quasi smarrita. Nell'agosto del 1869 il Signore non si fece vedere né
sentire per una settimana procurandole una pena indescrivibile; quando alla
fine tornò le disse: «Sulla croce, nel colmo delle
mie sofferenze ero solo... Ecco perché ho voluto che tu provassi a soffrire così».
Un'altra
volta, dopo essere stato senza rispondere alle sue preghiere per diversi
giorni le ripete: «Con questa assenza ho purificato
tutto in te... Ricorda che nel giardino degli Ulivi e sulla Croce ho pianto per
essere stato abbandonato da tutti...».
Per
questo suo grande amore verso Dio e il prossimo il Signore la ricompensava con
grazie straordinarie. Oltre a quelle già riferite, notevole fu la sua capacità
di leggere nel futuro.
Pur
non avendo avuto la possibilità di seguire gli avvenimenti del mondo, venne a
conoscere la vittoria delle truppe pontificie a Mentana, (avvenimento che la
Superiora apprese solo pochi giorni dopo, in parlatorio), alla quale contribuì
- diceva - l'offerta delle Sante Piaghe.
Previde
la morte di Pio IX, la cui anima le apparve qualche tempo dopo per
ringraziarla delle sue preghiere che gli avevano aperte le porte del Paradiso.
Previde
i massacri di preti e religiosi che sarebbero avvenuti in Francia durante la
guerra del 1878 e gli orrori della Comune ed ebbe, in quell'occasione,
l'assicurazione che la Savoia non avrebbe subito persecuzioni.
Riguardo
alla vita intima della Comunità fece sorprendenti predizioni e previsioni che
lasciavano addirittura attonite le Superiore. Una di esse scrisse questa
dichiarazione: «Un giorno noi eravamo persuase che una Sorella Novizia
dovesse applicarsi particolarmente in tre punti, ma, non osando ancora
segnalarle il terzo, le comunicammo gli altri due. La mattina dopo, la nostra
cara privilegiata venne con molta umiltà a farci notare questa omissione: «Mia
Madre nostro Signore dice che nell'anima della Sorella N. vi sono tre punti
nei quali è necessario che ella si applichi». La Superiora rimase stupefatta.
A
volte sembrava leggere nelle coscienze. Portava da parte del «Buon Maestro» -
come diceva lei - dei consigli che riguardavano le disposizioni interne
delle Sorelle. Quando la Superiora li utilizzava nei Trattenimenti (colloqui
personali tra la Superiora e le monache) si sentiva sempre rispondere: «Madre,
pare che il Signore le faccia leggere nell'anima mia».
Spesso
era l'anima della Superiora stessa che a Suor M. Marta diventava quasi
trasparente, e le diceva: «Il Maestro mi ha detto di pregare per lei, perché
si trova in questa situazione di spirito», oppure «Mia Madre, lei è
impressionata dalla tal cosa... Nostro Signore non è contento», e sempre
quello che lei riferiva corrispondeva a verità.
Non
avendo la Superiora confidato a nessuno il suo intimo, era costretta a
riconoscere che si trattava di ispirazioni soprannaturali.
Fenomeni
come questi si verificarono molte volte. Suor M. Marta prevedeva la sorte delle
Sorelle o delle educande ammalate e le Madri furono generalmente avvertite
della morte più o meno prossima di esse. Avevano preso l'abitudine di
interrogarla quando qualcuna si trovava in pericolo e lei, sebbene le sue
occupazioni la tenessero lontana dalle moribonde e non potesse perciò seguire
i progressi del male, non si sbagliò mai sulla loro sorte. Una direttrice
dell'Educandato rivelò ad una sua confidente: «Tutte le volte che ho
manifestato i miei timori per una allieva ammalata, Suor M. Marta mi ha detto
quale sarebbe stato l'esito della malattia e non si è mai sbagliata». Ebbe la
visione chiara della morte di sua sorella venticinquenne, monaca nel suo stesso
Convento, col nome di Suor M. Claudina.
Una
notte del settembre 1870, mentre, come al solito, stava davanti al SS.
Sacramento, la vide vestita di bianco, immobile sull'altare, raggiante di
bellezza, circondata da spiriti beati e Gesù che le diceva: «Ora non morirà
più». Poco dopo si ammalò e il 20 maggio morì.
Nel 1878 le fu annunziato in modo sorprendente il decesso di suo fratello minore, che le comparve per rassicurarla di essere andato subito in Paradiso.
L'anno
dopo ebbe la visione della morte di suo padre, per la quale - riferisce la
Superiora - provò un dolore indicibile confortato solo dal fatto che anche
l'anima di questo defunto venne a dirle: «Io sono felice... Sono carico dei
meriti e delle ricchezze delle Sante Piaghe di Gesù».
Dopo
la scomparsa delle due Madri che furono le confidenti dei suoi segreti, benché
sempre silenziosa e immersa in una vita di nascondimento, ogni tanto le nuove
Superiore se la vedevano venire a riferire rispettosamente quello che il Signore
le imponeva di dire loro; poi si ritirava, senza aggiungere altro e senza
preoccuparsi se avevano prestato attenzione o no alle sue parole.
Una
volta, su una proposta presentata dall'esterno del Monastero, si doveva
prendere una decisione importante. La cosa era assolutamente ignorata dalla
Comunità poiché la Superiora ne aveva parlato solo in Consiglio la mattina.
All'uscita dal refettorio, Suor M. Marta si avvicinò a lei per dirle con
umiltà: «Nostro Signore ha detto che non bisogna fare questo» poi, silenziosa,
si ritirò al suo posto. La Madre non riusciva a riaversi dalla sorpresa.
Dopo
la sua morte, quante volte le Sorelle sentirono le Madri rammaricarsi di non
avere più spesso interrogata quella prediletta del Signore; certamente entrava
nei piani di Dio tenerla il più possibile nascosta e quasi ignorata.
Se
per tutta la vita, fin da quando era molto piccola, Suor M. Marta aveva goduto
della presenza e della compagnia di esseri soprannaturali che tuttavia non la
distoglievano dal condurre una vita quasi normale e dall'attendere a tutte le
sue occupazioni quotidiane, ad un certo punto della sua vita, ebbe vere e
proprie estasi. Sembra che queste fossero causate soprattutto dall'apparizione
di nostro Signore in uno stato straordinario di gloria.
Le
accadeva di trovarsi tutta assorbita in Dio e privata dell'uso dei sensi
esterni. Questi fenomeni, naturalmente, aumentarono l'interesse e la curiosità
intorno alla sua persona.
La
domanda che con più insistenza si facevano le Sorelle era: «Vedeva il Divino
Maestro proprio con gli occhi del corpo?». Raccontò una sua compagna di
noviziato: «Ci avevano proibito di interrogarla in proposito, ma un giorno
non potei frenarmi e le chiesi: «Vostra carità vede nostro Signore, vero?»,
e lei rispose: «Non lo vedo ma è come se lo vedessi».
Tuttavia,
leggendo nei manoscritti le relazioni dei suoi rapporti con il soprannaturale si
trovano due espressioni ben distinte: a volte c'è scritto: «Lo vidi con gli
occhi dell'anima»; altre volte: «Questa volta l'ho visto con gli occhi del
corpo».
Alcune
Sorelle, non riuscendo a capacitarsi di questi lunghi periodi in cui rimaneva
immobile, senza respirare, come morta, vollero fare con lei le prove a cui fu
sottoposta a Lourdes Bernardetta Soubirous: un giorno avvicinarono un cero acceso
alle sue mani giunte fino a bruciarle, ma lei non diede il minimo segno di
dolore. Un'altra volta, una sorella le punse profondamente le dita con una
spilla, ma, di nuovo, rimase insensibile.
Spesso
la Superiora, Madre Giovanna Francesca Breton, prendeva tra le sue le mani di
Suor M. Marta; in seguito dichiarò: «Le sue mani avevano un non so che di
immateriale, il loro contatto incuteva rispetto e commoveva l'anima penetrandola
di una profonda impressione di soprannaturale; era come il contatto con altra
vita».
In
questo stato di estasi fu trovata molte volte; durante le vacanze
dell'Educandato o in tempo di ritiro, all'una dopo mezzogiorno era ancora in
Coro, inginocchiata, immobile, a continuare il ringraziamento della Comunione.
Più volte cadeva a terra, priva di sensi,e ritornava in sé dopo alcune ore
come se si svegliasse da un sonno profondo. Un giorno, trasportata sul suo
letto, rimase per quarantotto ore senza dare segno di conoscenza ma con il volto
colorito e una espressione celestiale. Quando si destò, anche se molto
debole, tornò al suo lavoro senza aver mangiato né bevuto nulla. Un altro,
che doveva portare la Croce alla processione dopo essere andata in estasi,
sentendosi molto debole volle consegnare la Croce ad una delle sue compagne ma
Gesù le disse: «Sarà mai detto "mia sposa", che tu mi faccia portare
da un'altra dopo le grazie che ti ho concesso ora?». Allora le forze le
ritornarono e potè assolvere senza fatica il suo impegno.
Solo
la parola «obbedienza» la faceva ritornare subito in sé: allora si alzava
tutta vacillante e andava a fare quanto le era stato comandato.
La
sua aiutante spirituale le domandò durante un trattenimento: «Mia Sorella,
come accade che il piccolo Gesù vi tiene qualche volta tutta la mattina in
Coro mentre, altre volte, vi lascia andare via?». Rispose: «Ebbene, vedete,
mia Sorella, quando non ho nulla da fare allora, non so come avvenga, mi lascio
cadere... E allora non si vede più niente.. Il tempo non esiste più... Stiamo
insieme... Siamo felici».
Man
mano che gli anni passavano, Suor M. Marta viveva più in Cielo che in terra, il
suo programma era quello di andare in Paradiso, aprendolo alle anime per
mezzo delle Sante Piaghe. Sospirava rivolgendosi al Signore: «Cosa ci guadagnate
mio buon Gesù a lasciarmi vivere ancora?... Mio buon Maestro, prendetemi».
Il Signore le rispondeva come aveva risposto agli Apostoli: «Io vado a
prepararti il posto». Ed ella aspettava rassegnata, confortata tuttavia da
visioni che forse le facevano già pregustare la felicità celeste. Si sentiva
dire da Gesù: «La Terra è un nulla, figlia mia, la Terra tutta intera è
un nulla... Solo il Cielo è degno dei tuoi desideri... Ricordati che tu
appartieni alla grande famiglia del Paradiso, devi fissare il tuo cuore in cielo».
Un giorno le fu fatto vedere lo spettacolo della separazione dell'anima dal
corpo mentre Gesù le spiegava: «L'anima ritorna a
Dio che è il suo principio, il corpo ritorna pure al suo principio, cioè alla
terra. Questo corpo diventerà glorioso alla Resurrezione generale, in virtù
dei meriti della santa umanità di Gesù Cristo. Allora io lo risusciterò con
la mia onnipotenza e le anime saranno felici di condividere la loro beatitudine
con gli inseparabili compagni della vostra povera vita terrestre... Voi
festeggiate troppo poco il giorno della vostra morte! È questo il giorno in cui
raccogliete ciò che avete seminato».
Facciamo
notare, a questo punto, che in questa occasione, come in altre, parole del
genere non potevano in nessun modo essere frutto della mentalità e della
preparazione spirituale dell'umile conversa analfabeta.
Suor
M. Marta quasi certamente pregustò già in Terra un anticipo della gloria e
degli splendori del Cielo.
I
manoscritti affermano: «Essa rimane compresa di meraviglia alla vista di tanta
bellezza... Alla vista dei beni immensi di cui godono gli eletti... Partecipa in
certo modo al loro gaudio... La sua anima gusta veramente qualche particella
delle gioie del Paradiso... ne è ricolma ma non ha che il silenzio di fronte a
tante meraviglie; solo la sua aria raggiante parla per lei e tradisce questo
indicibile godimento che nulla sulla Terra potrebbe esprimere».
Nel
resoconto del 27 febbraio 1873 si legge che, dopo l'apparizione di Gesù
circondato da anime di Vergini che Egli chiamava per nome, vide il piedistallo
della Vergine Maria; i suoi occhi non potevano salire più in alto neppure fino
ai piedi della Vergine ma lo vide così bello, così splendido, così
trasparente che lei non trovò un termine di paragone per poterlo spiegare.
Non
c'è quindi da meravigliarsi se rimanere su questa Terra costituiva per lei un
vero martirio e che desiderasse raggiungere i santi in Paradiso.
Abbiamo
già detto che dopo la morte delle Superiore, sue confidenti, la vita di Suor M.
Marta divenne sempre più ritirata.
Su
sua richiesta, il Signore le aveva concesso che per la salvezza di alcune anime,
sarebbe sceso il silenzio sulle grazie straordinarie di cui la colmava e che
un nascondimento sempre più impenetrabile l'avrebbe avvolta. Permise che le
nuove Superiore non avessero una conoscenza precisa dei favori di cui aveva
goduto e godeva ancora. L'ultima Superiora deposta, Suor M. Alessia Blanc
infatti, per scrupolo di coscienza, aveva consegnato, dopo la morte di Madre
Teresa Eugenia Revel, i loro manoscritti all'Abate Calonge, nuovo confessore
del Monastero, ed essi rimasero presso di lui fino alla morte di Suor M. Marta.
Durante
quest'ultimo periodo della sua vita, nulla apparve più all'esterno di quanto
avveniva di straordinario in lei, eccetto le lunghe ore durante le quali
rimaneva presso il SS. Sacramento immobile, insensibile, come in estasi. Un solo
fatto di rilievo avvenne in questo tempo, come si ricava dal «Ristretto»
della vita si Suor M. Marta, inedito, scritto dalla Madre Giovanna Breton che
l'assistette negli ultimi giorni della sua vita, fino alla morte.
Questa
Madre, poco dopo la sua prima elezione era in uno stato di sofferenza interiore
perché si sentiva incapace e inadatta a ricoprire la carica cui era stata
designata. Suor M. Marta le si avvicinò con rispetto e molta umiltà e le
disse: «Il Buon Dio dice che può fare una Superiora anche con un legno secco».
E la Superiora scrisse: «Non potemmo non sorridere a questo incoraggiamento
inatteso ma venuto così a proposito, e ammirare la perfetta semplicità con cui
ci era presentato».
Per
il resto, la vita di Suor M. Marta si svolgeva tra la preghiera continua, il
lavoro, le mortificazioni, il silenzio e il nascondimento completo.
Quando
le Sorelle le chiedevano se conosceva qualche cosa dei disegni della Provvidenza
sul Monastero rispondeva: «Egli non dice più nulla ...».
Diceva
così anche alla Superiora nei trattenimenti fino agli ultimi giorni di vita e
come a far capire che non dipendeva da lei ripeteva: «Io ho fatto il mio
compito».
Un
grande dolore fu per lei la chiusura dell'Educandato, avvenuta nel 1904; per quarant'anni
aveva lavorato per il benessere delle «nostre bambine» alle quali aveva dato
tutta se stessa ed ora esse le mancavano.
Lavorava
sempre molto in comunità nonostante le sue crescenti infermità, e nostro
Signore continuava a benedire tutto quello che le veniva affidato. I
fragolai continuavano a produrre eccezionalmente e le «fragole di Suor M. Marta»
erano molto apprezzate. Le persone amiche alle quali erano vendute trovavano in
esse uno squisito «sapore di bosco».
Alle
quattro del mattino era già china fino a terra, nonostante le gambe gonfie, a
cogliere quella buona frutta di cui consegnava all'economa una enorme quantità.
Chissà
se Gesù Bambino le raccoglieva ancora insieme a lei! Non se ne seppe più
nulla. Quando ci fu una grande siccità nel 1906 con aria molto triste diceva:
«Il Buon Dio è scontento ed adirato contro gli uomini... È buono ma è tanto
offeso... lo prego sempre perché perdoni, ma non basta... Bisognerebbe che
tutti pregassero». E veramente la sua vita era una continua preghiera. Malgrado
la sua età ormai avanzata, la si vedeva spesso percorrere le stazioni della Via
Crucis, con le braccia in croce offrendo le Sante Piaghe per la salvezza del
mondo.
Durante
l'ultima notte di Natale che trascorse sulla terra pare che Gesù l'abbia
avvertita della sua prossima morte e delle sofferenze che doveva ancora
sopportare.
Una
Sorella, vicina a lei in Coro, durante la S. Messa di mezzanotte la sentì dire
angosciata: «O mio Gesù, non questo!... Tutto sì, ma questo no...».
Questa
frase fu interpretata nel senso che le fosse stato annunciato una prossima
assenza nella sua vita della presenza divina. Solo questa eventualità poteva
sconvolgere a tal punto una creatura che non si era mai sottratta a nessuna
penitenza, a nessuna mortificazione, a nessun sacrificio, ma che aveva goduto
per tutta la vita di tale presenza.
«Da
quel giorno - riferirono le Suore - la sua fisionomia fu sempre velata da una
profonda tristezza che non l'abbandonò più».
Intanto
le forze declinavano sempre più, i suoi dolori crescevano e fu stabilita
nell'infermeria. Il dottore constatò «un caso di albumina con gravi
complicazioni». Lei ebbe il presentimento della sua prossima fine e domandò
gli ultimi Sacramenti; ma doveva ancora salire un triste calvario: cinque mesi
di grande sofferenza durante i quali il Signore l'associò ai dolori fisici e
morali della sua passione.
Il
gonfiore di tutto il corpo non le permetteva una posizione sopportabile, per
cui, negli ultimi tempi, si dovette stenderla su un semplice pagliericcio e le
medicine che le somministravano accrescevano le sofferenze; inoltre sembrava
in preda ad un abbandono interiore più duro e prolungato di quelli provati
fino a quel momento. Divenne silenziosa e fu presa da una specie di sonnolenza.
Gli
ultimi tre giorni della sua vita furono strazianti, diceva in continuazione:
«Mio Tutto... Mio Tutto... Venite! Venite! Ma venite presto!».
La
notte dal mercoledì al giovedì 21 marzo fu terribile e gridò fino al mattino:
«Madre
mia soccorretemi... Soccorretemi!». Alle otto della sera successiva l'ultimo
suo respiro fu così tranquillo che nessuno si accorse del suo trapasso; i
suoi lineamenti si distesero e assunsero una distinzione e nobiltà che non
avevano mai avuto durante la vita e un'aria di giovinezza straordinaria si
sparse sul suo viso. Poiché da molti anni al Monastero era stato vietato di inumare
le Sorelle defunte nel loro piccolo cimitero, Suor M. Marta fu seppellita nel
cimitero della città dove rimase per dieci anni.
Ora
riposa nella Cappella dell'Addolorata nel Monastero della Visitazione di
Chambery.
Solo
dopo la sua morte, come abbiamo già riferito, i manoscritti relativi alle
grazie straordinarie di cui ella godette erano passati dalle mani del confessore
della Comunità in quelle della Madre M. Giovanna Francesca Breton. Appena lette
le prime pagine, ella ne comprese il valore, desiderò diffondere le ricchezze
spirituali contenute nelle preziose memorie, tracciò, secondo l'uso stabilito
dai Santi Fondatori dell'Ordine della Visitazione un «ristretto» della vita e
delle virtù della defunta e lo inviò ai vari Monasteri dell'Ordine invitandoli
a pregare per la sua glorificazione.
Tuttavia,
per quindici anni ancora l'ombra che l'aveva avvolta durante la vita continuò
ad accompagnarla, fino a che improvvisamente la breve biografia dettata
dalle circostanze, mise in luce la devozione alle Sante Piaghe e l'umile
conversa cui il Signore aveva affidato la missione di propagarla.
Nel
1915 divenne Superiore nel Monastero di Chambery il Canonico Maillet, teologo
molto apprezzato e spirito positivo, il quale aveva conosciuto Suor M.
Marta. Dopo aver letto il ristretto e i manoscritti dichiarò: «Tutto è
conforme alla più pura dottrina. Io non vi ho trovato nulla di contrario agli
insegnamenti della Chiesa». Fu lui a convincere la Comunità a far conoscere il
racconto delle grazie. Poiché anche il vescovo Mons. Castellano era
favorevole, fu stampato un piccolo volume che ebbe allora una grande diffusione
in Italia ed all'Estero. È inspiegabile come la sua fortuna iniziale non abbia
avuto un seguito nel tempo.
Nel
1892 si ottenne solo, su domanda della Superiora del Monastero, l'estensione al
Mondo intero dell'Indulgenza legata alle Sante Piaghe che era stata accordato,
in precedenza, per dieci anni, dal Sommo Pontefice a tutto l'Ordine della
Visitazione.
La
prima domanda che si presenta alla mente di chi viene a conoscere la vita di
Suor M. Marta è: come mai una creatura così eccezionale, favorita da Dio fino
dai suoi primi anni con visioni celestiali e grazie straordinarie, che ha
condotto una esistenza di preghiera, di sacrifici, di lavoro e di completa
abnegazione di sè, non è salita agli onori degli altari?
Non
è facile rispondere.
Un
primo motivo si potrebbe ricercare nel fatto che San Francesco di Sales e Santa
Giovanna Francesca di Chantal, nel fondare l'Ordine della Visitazione, il quale
ha tra i suoi carismi l'umiltà, il nascondimento e l'annientamento di sè,
avevano chiesto a Dio che queste prerogative fossero mantenute alle loro
religiose anche dopo la morte.
Il
caso di Santa Margherita Maria Alacoque nel '600, e la recente beatificazione di
sette Sorelle Visitandine, morte martiri durante la rivoluzione spagnola nel
1936, rappresentano, come si è soliti dire, l'eccezione che conferma la
regola.
Sono
state molte le Madri appartenenti a questo Ordine morte in concetto di santità,
delle quali è stata scritta la vita esemplare ma mai intrapresa una causa di
beatificazione.
Inoltre,
si potrebbe obiettare che la Chiesa santifica figure che siano di esempio e di
edificazione all'umanità in determinati periodi della storia, ma che non
sempre i gradi di virtù e i meriti di una anima corrispondono alla
glorificazione che avviene sulla terra; alcuni nascondimenti, alcuni martirii
d'amore senza dubbio valgono, allo sguardo di Dio, più di azioni grandiose, di
fenomeni straordinari che egli concede e permette per determinate sue finalità.
In
questa ottica forse, dobbiamo guardare alla vicenda di suor M. Marta,
considerando che i disegni di Dio rimangono sempre imperscrutabili.
A
lei era stato affidato dal Cielo «un compito preciso». Il Signore le aveva
detto, non molto tempo dopo la sua entrata in Monastero: «La tua missione è
di farmi conoscere e amare soprattutto nell'avvenire... Un giorno svelerò tutte
queste cose e si vedranno chiaramente le grazie che ho accordato a te così
miserabile... Occorrerà molto tempo per stabilire la devozione alle mie Sante
Piaghe ma bisogna attendervi con costanza e coraggio».
Un
giorno nel 1868, mentre stava davanti al SS. Sacramento, le sembrò di essere un
ricchissimo vestito, dal quale moltissime persone venivano a strappare piccoli
pezzi. Confidò alla Superiora: «Io non ho proprio capito che cosa il Signore
volesse dirmi con questo».
Oggi noi lo comprendiamo benissimo: lei era la vittima designata a intercedere perché la devozione alle Sante Piaghe si espandesse ovunque per la salvezza delle anime. Infatti a Suor M. Marta non fu dato di vedere lo sviluppo che avrebbe avuto nel tempo tale devozione, ebbe solo la consolazione di vederla introdotta, anche se con molta difficoltà da parte delle Madri, nella sua Comunità dove le Sorelle anziane vedevano malvolentieri la nuova preghiera introdotta da una conversa.
A
quel tempo il Signore la incoraggiava: «Figlia mia, le
grazie di Dio non sono donate senza che vi siano ostacoli... I profeti della
Legge antica erano obbligati a dire e ridire quello che voleva Dio... A te
pure sarà data questa croce».
D'altra
parte, dato il silenzio di Suor M. Marta, noi non sappiamo quali siano stati gli
ulteriori accordi e intese tra lei e Gesù. È un fatto però che, se dopo la
sua morte non si è parlato di lei quanto ci si sarebbe aspettato, la devozione
alle Sante Piaghe si è divulgata in modo straordinario, quasi, si potrebbe
dire, spontaneamente, anche se sempre in mezzo ad ostacoli e difficoltà.
Estesa
da prima a tutti i Monasteri della Visitazione, e uscita da essi, si è
propagata nel Mondo.
Quasi ovunque si è diffuso 1'opuscoletto delle Sante Piaghe e le pagelle con il Rosario della Misericordia. Da ogni parte della Terra salgono le invocazioni «alla sorgente della salvezza» e da ogni dove arrivano innumerevoli voci di riconoscenza per le grazie ricevute per mezzo di questa santa pratica: grazie d'illuminazione, di forza per sopportare le croci, di conversioni e di guarigioni.
A
noi piace pensare che questo contribuisca a rendere perfetta la beatitudine che
Suor M. Marta gode nel cielo, accanto a Gesù che, molto prima della sua morte,
le aveva fatto vedere il posto preparato per lei, vicino al suo trono.