Suor Gabriella Borgarino – Serva di Dio -

UNA VITA PER GESU’

A cura delle “Figlie della Carità” della provincia di Torino

Tra campi, filande e fornaci

Sullo stemma del municipio, c'è la figura di un bue. Il paese sorge sulla riva sinistra del torrente Colla, che discende dal monte Bisalta, a circa dieci chilometri a sud di Cuneo, a 400 metri di altezza. Attorno, ci so­no verdi campagne e pascoli. Di qui il nome: Boves, l'antica Bovice, dal latino Bovivium, che stava ad in­dicare proprio l'abbondanza del bestiame che vi veni­va allevato.

Ma gli abitanti, neppur nel passato, erano tutti dediti all'agricoltura. Attorno al 1880, nella zona c'erano dieci filande di seta e canapa e otto fornaci di mattoni, che assicuravano il lavoro a un migliaio di persone. Nei dintorni, c'erano pure numerose cave di marmo, di lavagna e di pietra da calce.

Da alcuni anni, in un'umile casetta, circondata da un appezzamento di terreno coltivato a orto, abitava­no Lorenzo Borgarino e Maria Cerato, sposi cristia­ni, ricchi di fede e di carità. Nel 1880, erano già nati loro cinque figli. Il 2 settembre di quell'anno, avven­ne il sesto lieto evento nella piccola casa: vi nacque­ro due gemelli, un bambino e una bambina, che l'in­domani, 3 settembre, furono portati al battesimo nel­la chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo.

La bambina fu chiamata Teresa ed è di lei che ci apprestiamo a narrare la storia. Il fratello gemello, morirà attorno agli otto anni.

Intanto, a casa Borgarino, erano nati altri cinque figli.

Frequentavano pochi anni di scuola e presto, an­cora in giovanissima età, ragazzi e ragazze andavano a lavorare: in casa, in campagna, dove si trovava la­voro. Così vediamo i fratelli di Teresa, Tommaso e Battista impegnati come "minatori" nelle vicine cave, Giuseppe, come fuochista in una fornace, Rosina e Anna alla filanda.

Era bionda, con gli occhi azzurri e limpidi, la pic­cola Teresa Borgarino, che, in casa, chiamavano "Ginota". La mamma cresceva i suoi figli, istruendoli nella fede, con la parola e con l'esempio, insegnando loro a pregare, mattino e sera. Papà parlava soprat­tutto con il suo esempio: per partecipare alla Messa ogni giorno, nella stagione dei lavori agricoli, si alza­va anche alle tre del mattino.

Ripensando alla sua infanzia, Teresa scriverà, semplice e sincera:

«Già in quell'età, Gesù mi parlava, benché io capissi poco; ma dopo che Gesù si è manifestato, pare che un raggio di luce interiore mi abbia fatto capire le sue tenerezze per la mia povera anima.

Avevo appena da sei a sette anni - mi ricordo bene - ero seduta sul lettino, aspettando la mia mamma che veniva tutte le mattine a vestirmi, quan­do vidi una bianca colomba posarsi sulla spalla e far­mi sentire ben chiaro queste parole: "Sii buona, ub­bidiente ai tuoi buoni genitori, osserva bene i santi comandamenti di Dio e poi vedrai, vedrai..."».

"Ginota" raccontò la cosa alla sua mamma, che le raccomandò di non dirlo a nessuno. Come farà, per molti anni.

A sei anni, andò a scuola e, una volta imparato a leggere e a scrivere, intraprese a prepararsi alla pri­ma Comunione. «Fui preparata dalla mia povera mamma - racconterà - non avendo mai trattato con suore. Essa mi preparò con una semplicità di contadini poveri, ma Gesù non guarda quello». Noi sappiamo che la dispose a quel giorno, anche il suo vecchio parroco. A sette anni, come allora a volte capitava, aveva già ricevuto la Cresima.

«Fui ammessa alla prima Comunione - narra ancora Teresa - a 9 anni e sei mesi (quindi, nella primavera del 1890). La mattina fortunata, la mia mamma mi ha fatto indossare una vestina pulita e mi disse di andare in chiesa con le mie altre com­pagne. Eravamo molte e quando ebbi ricevuto Ge­sù, sentii la sua voce divina che mi disse: “Ti farai suora”.

Venuta a casa, lo dissi alla mamma: "Gesù mi ha detto che mi farò suora". Non l'avessi mai det­to; la mamma mi sgridò tanto e mi disse che mai l'avrebbe permesso».

La buona mamma forse temeva che la vita reli­giosa fosse troppo dura per la figlia, poiché una sua sorella, entrata tra le Figlie della Carità, vi era morta quattro anni dopo. Così, quella mattina di festa, Te­resa ebbe il rabbuffo materno e per poco rimase sen­za colazione.

Eppure, Gesù le aveva segnato la strada. 

Operaia

Dopo quel giorno felice, Teresa ha un grandissimo desiderio di stare davanti al tabernacolo, di partecipa­re sovente alla Messa con la Comunione, alla Bene­dizione eucaristica. Sembra che Gesù le parli al cuore e la intrattenga con un'attrattiva singolare. Il parroco le concede - come era richiesto a quei tempi - il permesso di accostarsi spesso a ricevere Gesù - Pa­ne di vita, preparata dalla Confessione e da un solido impegno di vita cristiana.

«Una domenica - cediamo ancora la parola a lei - il mio fratello maggiore, Giuseppe, venne con la sua sposa Marietta a vedere i nostri buoni genitori e domandarono di noi tutti, e dissero: "E Teresina, com'è? E buona?". I genitori gli dissero: "È tanto ub­bidiente che se le dicessero di metter la testa nel forno, siamo sicuri che la metterebbe". lo ero pre­sente e sono stata tanto confusa che non volevo più obbedire, per paura di essere troppo buona».

Davvero di una semplicità incantevole, questa bimba.

Fino a dieci anni va a scuola, fermandosi alla ter­za elementare. Impara quanto basta a saper esprime­re il suo pensiero con chiarezza, anche se non man­cheranno gli errori di grafia e di grammatica. Le in­segnano presto a lavorare: «Eravamo poveri - ricor­derà - ma quando la mamma faceva il pane, mentre era ancora caldo, chiamava me e mia sorella e ci diceva: "Prendete, il primo pane deve essere per il Signore: portatelo a quel povero. Fatelo di nascosto, perché così va fatta l'elemosina".

La mamma - aggiunge ancora - non ci voleva mai oziose. Finite le faccende di casa, ci dava da fare delle "solette" e ce le pagava due soldi al paio. Que­sti soldi formavano la nostra piccola fortuna. Ma per insegnarci lo spirito di sacrificio e di distacco, ogni tanto, ella richiedeva il nostro piccolo capitale, pre­gandoci di venirle in aiuto per una spesa imprevista, alla quale non poteva far fronte da sola. Noi, conten­te, versavamo il nostro tesoro nelle sue mani».

A circa undici anni, Teresa incomincia a lavorare come operaia nella filanda: ogni mattina, vestita di un semplice abito da lavoro con un fazzoletto bianco in testa, inizia la sua giornata di giovane lavoratrice. Si trova con altre buone ragazze come lei, con le quali condivide pensieri, desideri, ideali. Gli anni pas­sano così, con giorni più o meno uguali. E un'adole­scente come le altre di Boves, e si distingue solo per il suo amore a Gesù - Eucaristia, il suo stile di pre­ghiera e di amore ai poveri.

Non dimentica mai l'invito ricevuto da Gesù, il giorno della sua Prima Comunione. 

Per amore di Gesù

Un giorno Teresa ha una ciste da estirpare. Il medico consiglia di andare all'ospedale di Boves per il piccolo intervento. Lì, forse per la prima volta, si trova a con­tatto con le Figlie della Carità che vi prestano servizio, le quali l'accolgono con amore materno: una di loro la prepara all'operazione, raccomandandole di star ferma, perché tutto si sarebbe risolto rapidamente.

«Non mi muoverò, per amore di Gesù» promet­te la giovanissima Teresa. A "cosa fatta", la suora la elogia per essere stata brava. Ella risponde: «Pensavo che Gesù sulla croce ha sofferto molto di più». Davvero Gesù - e questi crocifisso - è già entrato nella sua esistenza, ed ella, in seguito, farà molte co­se "per suo amore", fino a dargli se stessa.

Le Figlie della Carità - che l'hanno anche im­pressionata per la singolare cornetta che portavano in capo, ma ancor più per la bontà con cui trattano i malati - non dimenticano più Teresa. La quale co­mincia a frequentare l'ospedale, soprattutto nei gior­ni festivi, per stare in loro compagnia e dare una ma­no ai malati.

Una vecchietta, ospite dell'ospedale, rimane col­pita dalla sua delicatezza e, una volta, vedendola pas­sare nella corsia, esclama: «Quella è già una vera Fi­glia della Carità».

A 17 anni, Teresa lascia la filanda e passa a lavo­rare come governante in casa Caviglia. Si trova subito a suo agio, anche perché la figlia, sua coetanea, pensa di entrare nel monastero delle Clarisse di Bo­ves: le due ragazze si intrattengono in lunghi colloqui sul dono delle loro vite al Signore. Insieme visitano le Clarisse, ma Teresa comprende di non esser fatta per la loro vita di clausura.

E attirata sempre più dal servizio a Gesù nei ma­lati, nei poveri, nei piccoli, proprio delle Figlie della Carità, che continua ad avvicinare all'ospedale di Bo­ves. I suoi genitori le fanno qualche opposizione, ma ella conta di "vincerli" presto, perché essi sanno che la vocazione religiosa è un grande dono di Dio per la loro famiglia.

A 19 anni, Teresa ha un'altra preoccupazione: quella di non riuscire a perseverare, una volta che ab­bia intrapreso quella via. Ha solo frequentato la terza elementare, sa compiere solo le faccende domesti­che, ha lavorato soltanto come umilissima operaia in una filanda. Come avrebbe imparato a curare i malati a fianco dei medici? Eppure, ormai, deve prendere una decisione. «Ero troppo ignorante e povera - dirà - e ciò mi pareva un ostacolo, perché crede­vo che tutte le suore fossero almeno maestre... ed invece Gesù me ne ha fatto la grazia, malgrado la mia indegnità».

Spiega le sue difficoltà alla superiora dell'ospeda­le, la quale la incoraggia a non desistere... La notizia della decisione di Teresa fa il giro di tutte le bocche in paese.

È vero che ti fai suora? - le domanda una com­pagna. - Povera te! Là dentro quante te ne faranno vedere! Ti faranno scopare e poi spargeranno di nuovo l'immondizia, perché tu scopi di nuovo... e sempre zitta!»

Teresa, che ha sperimentato la bontà e il buon senso delle "sue" suore, risponde imperterrita: «Non importa, non importa!». C'è Qualcuno dentro che la muove e le fa sentire desiderabile l'offerta e il dono di sé:

"L'amore del Cristo mi sospinge, al pensiero che Lui è morto per tutti, perché quelli che vivo­no, non vivano più per se stessi, ma per Lui che è morto e risorto per loro"(2 Cor 5,14-15).

Così, alla fine di marzo del 1900, la superiora dell'ospedale di Boves accompagna Teresa alla co­munità delle Figlie della Carità, presso l'ospedale di Fossano, per incominciare il "postulato", il primo passo, in cui chiede come "postulante" di intrapren­dere la via della consacrazione a Dio.

«A 20 anni - narrerà nei suoi appunti autobio­grafici - entrai in postulato... Gesù mi dava la prova che era contento... Per tutta la settimana se­guente al Corpus Domini, io ebbi visibile davanti al cuore l'Ostensorio, in modo che la mia anima poté restare in adorazione. Mi meravigliavo che potessi attendere ai lavori di scopare e lavare e in­sieme alla preghiera, Gesù mi fece capire che a Lui niente è impossibile».

Per un singolare dono, questa ragazza di campa­gna ha già imparato la meravigliosa sintesi del Cri­stianesimo: l'amore di Dio e del prossimo, in Gesù, diventano una cosa sola. 

"La gioia d'esser sua"

Il 29 giugno 1900, Teresa entra nella Casa Provin­ciale delle Figlie della Carità, a Torino, e inizia il se­minario, il periodo di tempo necessario per conosce­re ed apprendere a vivere secondo lo spirito e lo stile di consacrazione a Dio, stabilito dal fondatore, S. Vincenzo de' Paoli, che, nel Seicento, insieme a Luisa de Marillac diede vita alla Compagnia delle Fi­glie della Carità per il servizio dei poveri e dei piccoli.

Teresa è molto lieta, pur sperimentando, ora più che mai il distacco dai suoi cari: non più la vita fami­liare della sua casa, ma un'altra "Famiglia" più gran­de, in cui ognuno ha il suo compito preciso, regolato dall'obbedienza e dove si alternano preghiera, studio e lavoro. Si impegna con buona volontà, con qualche nostalgia per l'ambiente lasciato, guardando conti­nuamente a Gesù per superare ogni difficoltà.

Ma dopo sei mesi, la sua salute sembra compro­messa. Un giorno, mentre fa pulizia in casa, si feri­sce ad una gamba. Viene rimandata in famiglia per riprendersi in salute, poi si vedrà. L'angoscia l'assale: «Che diranno in paese? Forse che è una suora falli­ta... Che diranno i genitori, che non erano troppo contenti che partisse?». Ma in seguito narrerà:

«Mia madre, giunta a casa, mi accolse bene e qualche volta, che nella pena di essere lontana dalla comunità, piangevo, ella mi consolò tante volte. Da quel giorno, Gesù mi fece tante grazie e io sentivo che non vivevo che per Lui e per le anime».

La mamma si prende una grande cura di lei. Il vit­to di famiglia e l'aria salubre dei suoi monti le ridona­no le forze e comprende che presto potrà definitiva­mente rispondere all'invito di Gesù, il giorno della sua Prima Comunione: "Sarai suora!".

I suoi sono d'accordo, ma le domandano: « È pro­prio necessario ritornare a Torino? Non potresti an­dare dalle Clarisse qui a Boves? Saresti suora e ti avremmo vicino!» Teresa va a far visita alle Clarisse che la invitano a una novena a S. Francesco e a San­ta Chiara d'Assisi. Accetta, ma al terzo giorno, sente in cuore un desiderio intenso: «Sarò figlia della Ca­rità di S. Vincenzo de' Paoli».

Riceve una lettera dalla direttrice del seminario, suor Baucherio: «Ora che stai bene, ritorna in comu­nità». È assai contenta, Teresa, e si prepara a partire, ma il suo papà cade da un albero fratturandosi tre costole. È ricoverato all'ospedale e protesta: «Va' pu­re, Teresa, ma se tu parti, mi farai morire». Intervie­ne il parroco che chiede ai superiori delle Figlie della Carità, a Torino, qualche giorno ancora di dilazione in attesa che l'infortunato migliori.

Appena papà sta meglio, Teresa parte per Tori­no. La Visitatrice l'accoglie e, dopo un brevissimo periodo di postulato, alla fine di giugno 1901, l'am­mette di nuovo in seminario. Ha solo 21 anni: ha trovato davvero la sua vita e la percorrerà con slancio fino alla vetta.

Riempie le sue giornate di preghiera e di lavoro, attentissima alle istruzioni della direttrice del semina­rio. Lo spirito di carità di S. Vincenzo de' Paoli, il medesimo di Gesù nel Vangelo, diventa sempre più il suo spirito, il suo stile. Già gode di un'intensa inti­mità con Gesù, che cresce di giorno in giorno.

È semplice, generosa, esemplare.

«La sua pietà - afferma una sua compagna di seminario - il suo raccoglimento, ci animavano a seguire il suo esempio». «La sua gioia di appartene­re a Gesù - afferma un'altra - irradiava fino al punto di farci desiderare i sacrifici che gliel'aveva­no fatta acquistare».

«Carattere buono, un po' indecisa e minuziosa - dice di lei la direttrice alla fine del seminario - mol­to pia, laboriosa, servizievole, previdente. Ha atti­tudine per i malati e per la cucina».

Sembra un giudizio molto prosaico, assai simile a quello che Teresa dava di sé prima ancora di entrare tra le suore, nel timore di essere capace a poco o nulla: una ragazza di campagna che sa sfaccendare in casa tra orto e cucina, che, per fare un po' di be­ne, va a dare una mano ai malati.

In fondo, tra le Figlie della Carità, non avrebbe fatto molto di più o di diverso. Ma proprio su questa trama, Gesù, già aveva iniziato a scrivere una meravi­gliosa "storia d'amore", nella fedeltà e nella gioia. 

Angera prima tappa

Il 10 maggio 1902, Teresa Borgarino veste "il santo abito" di Figlia della Carità, la divisa azzurra con la bianca cornetta, come in uso. È festa umile e raccol­ta nella cappella della comunità, a Torino, alla pre­senza di Suor Visitatrice, della Direttrice del Semina­rio e di alcune consorelle.

Alla "vestizione" si è preparata in silenzio, con gli esercizi spirituali, ed ora attende la sua prima desti­nazione. Ha in cuore un grande desiderio di mettersi a servizio dei più poveri. "L'obbedienza" che le viene assegnata, l'accontenta subito: è mandata alla comu­nità di Angera, con l'ufficio di cuciniera.

Il suo primo nome da religiosa è suor Caterina, poi si chiamerà suor Gabriella. Con questo nome, noi la chiamiamo fin da ora.

Parte da Torino, suor Gabriella, con il sacco da­tole in seminario, che contiene tutto il suo umile cor­redo di Figlia della Carità: sarà povera tra i poveri, ricca soltanto della carità di Cristo, che alimenterà ogni giorno nella Messa e Comunione eucaristica, nel colloquio con Lui davanti al Tabernacolo, nella preghiera.

Angera, sulla riva sinistra del Lago Maggiore, in Lombardia, in quel momento è un paese di agricolto­ri e di pescatori, che vivono del loro umile faticoso lavoro. Le Figlie della Carità abitano una casetta do­ve viene la gente più semplice in cerca di aiuto mate­riale, di assistenza infermieristica, di conforto. Non mancano i poveri e i sofferenti. Per questo, la loro casa, si chiama "la Misericordia".

Lì, Suor Gabriella, si occupa soprattutto della cu­cina, lieta di preparare ogni giorno la minestra e il ci­bo alle sue consorelle e di distribuirne molto ai pove­ri. Questi, essendo già i prediletti di ogni Figlia della Carità, cominciano ad affezionarsi assai alla giovane suora che li tratta con la stessa delicatezza che ha per Gesù.

La sua giornata operosa inizia alle quattro del mattino, quando il paese dorme ancora e i pescatori più solerti tornano a riva con il pesce da vendere: percorre con le altre il tratto di strada dalla casa alla parrocchia vicina dove partecipa alla Messa e, in Ge­sù offerto al Padre in Sacrificio e ricevuto nella Co­munione eucaristica, trova la luce e l'ardore per com­piere il dono quotidiano sempre più pieno.

Il colloquio cominciato con Lui ai piedi dell'altare, Gabriella lo continua, nel suo cuore, lavorando tra l'orto e le pentole: dove il servizio la chiama, lì c'è Gesù da amare e da onorare, con dedizione. Tutto quello che compie, in semplicità e letizia, è solo per Lui. Presto le Sorelle della casa e quelli che l'avvici­nano, intravvedono in lei il singolare rapporto con Dio, che cresce e trabocca anche nelle piccole cose di ogni giorno.

Non ha ancora pronunciato i primi voti, ma nel cuore appartiene solo a Cristo e si prepara con im­pegno e con gioia a consacrarsi definitivamente a Lui. I primi quattro anni di vita religiosa, li trascorre così, alla "Misericordia" di Angera, nel lavoro e nel nascondimento, in preghiera e carità.

Si avvicina il giorno e ha l'anima in festa... Un giorno, dalla Casa di Torino giunge alla superiora della comunità di Angera, il biglietto che annuncia a suor Gabriella una nuova destinazione: c'è bisogno di una suora come lei, addetta alla cucina, in una casa più importante.

È un gran sacrificio per lei lasciare il "nido" in cui ha vissuto il primo dono di sé dopo il seminario, i po­veri che le vogliono bene, le umili abitazioni della "sua" gente che la conosce e la ama, il bel lago con i pescatori. Ma con un momento di preghiera davanti al Tabernacolo, ritrova subito la serenità.

Riprende il suo sacco, che contiene le sue cose, e parte: «Ovunque mi mandi l'obbedienza, troverò Ge­sù da servire e questo mi basta». Il parroco di Ange­ra, che ha imparato ad apprezzarla, saputolo, com­menta: «Mi dispiace che ce la portino via. Questa è un'altra Bernadette!».

La nuova destinazione è tra i vecchietti della Casa di Riposo "Rezzonico" a Lugano, nella Svizzera ita­liana. È il gennaio del 1906, l'aurora del nuovo an­no; per suor Gabriella, l'aurora di una stupenda av­ventura. 

Lugano: “alla Madonnetta”

Una domenica glaciale del gennaio 1906, mentre nevica a larghe falde e la conca di Lugano, tra il monte Bré e il monte S. Salvatore è avvolta nel can­dido manto, verso sera, suor Gabriella giunge nella comunità dove l'obbedienza la manda.

I vecchietti non hanno voluto coricarsi per atten­dere la nuova suora e accoglierla in festa. Ha 26 an­ni e si è fatta robusta e sicura, rimanendo semplice e concreta, impegnata nel lavoro con diligenza e bontà.

Si trova subito bene in mezzo agli anziani. Si oc­cupa delle pentole della cucina e delle galline del pol­laio. Impara a conoscere uno per uno gli ospiti e si interessa volentieri dei loro problemi per far loro pia­cere, più che può. Al pomeriggio prepara, per chi la gradisce, una buona bevanda calda e dolce con i fon­di del caffè del mattino, cui aggiunge qualche cuc­chiaio di caffè appena macinato.

Gli anziani corrispondono alle sue premure e chi di loro può, l'aiuta nei suoi umili lavori. La sua gior­nata inizia al mattino presto con la meditazione, la Messa e la Comunione, si chiude a sera con la pre­ghiera davanti al Tabernacolo ed è tutta intessuta di lavoro, senza sentimentalismi di sorta, secondo lo spirito di S. Vincenzo de' Paoli, anzi del Vangelo. Passano sei mesi così. Il 2 luglio 1906, festa, nel calendario liturgico vigente, della visitazione di Maria SS., suor Gabriella, nella cappella della casa, vestita a festa con fiori e ceri, pronuncia i suoi primi Voti di castità, obbedienza, povertà e servizio ai poveri. Ora è davvero contenta di essere diventata "sposa di Ge­sù". L'indomani, riprende a lavorare come al solito, con l'impegno ancor più saldo in cuore di darsi tutta a Lui solo.

Intanto ha esplorato l'ambiente in cui ha comin­ciato a lavorare con tanta generosità. A pochi passi dal "Rezzonico", è potuta entrare nella chiesa della "Madonnetta", dominata dal grande quadro della Vergine che stringe al seno il Bambino Gesù, posto sull'altare maggiore: non dimenticherà più quel 18 gennaio 1906, quando per la prima volta "passò in­nanzi alla cara Madonnetta". Là, Gesù le avrebbe donato grazie singolari. Spesso vi si reca a pregare.

La prima domenica d'ottobre 1907, fa l'ingresso, come rettore della "Madonnetta", don Annibale Lan­franchi: sulla piazza c'è ad aspettarlo il suo popolo, ma il buon prete vi giunge attraverso un sentiero in mezzo ai campi ed entra subito in chiesa per una porticina laterale.

La chiesa è completamente vuota: c'è solo una giovane suora che sta accendendo la lampada vicino al Tabernacolo, ed è appunto suor Gabriella Borgari­no. Entrambi ricorderanno per sempre quell'incontro, come l'inizio di una missione voluta da Gesù stesso. Scriverà suor Borgarino a don Lanfranchi: «Gesù mi disse che non a caso mi ha fatto trovare pro­prío sulla porta della Madonnetta, quando lei fece la sua entrata: era in quella cara chiesa che Gesù volle manifestare il suo bellissimo Cuore... Fin dall'inizio Gesù mi disse che io sono la radice di questo grande albero; e non è della radice rimane­re ben sotto terra e con il suo lavoro nascosto da dare vita, fiori e frutti alle anime? Gesù mi disse che la mia missione era di pregare e soffrire e Lui, con i suoi ministri farà il resto, ma vuole essere aiutato e, quantunque Dio onnipotente, vuole che nella salvezza delle anime, vi sia chi l'aiuti, come sulla via del Calvario volle essere aiutato a portare la croce».

D'ora in poi, nella vita umilissima di questa suora sconosciuta, si ripeterà questa sua affermazione: «Ge­sù mi dice... Gesù mi ha detto...». Tra pentole e gal­line, suor Gabriella diventerà sempre di più la confi­dente di Gesù. La sua vita, apparentemente, resta molto comune, in una normalità assoluta. Nulla di eccezionale, nulla di "mistico", fuori dall'ordinario.

Ma Gesù le parla al cuore, come una brezza leggera. 

Nella notte una luce

Giorni e anni passano uguali, più o meno con il soli­to ritmo. Suor Gabriella cresce nella carità per Dio e per i fratelli che serve ogni giorno con maggiore de­dizione. C'è un fatto che la distingue: il suo indugiare frequente e prolungato, appena le è consentito, da­vanti al Tabernacolo. Lì adora Gesù-Ostia, lo ascolta, si lascia ammaestrare da Lui. Quasi, si direbbe, che invidia la lampada che arde continuamente davanti a Lui per indicare la sua presenza reale e gli fa sempre compagnia. Anch'ella vorrebbe essere come il picco­lo lume ardente e non muoversi di là.

Ma si rompe la schiena, per amore di Gesù, a servire gli anziani e i poveri tra i quali vive, a far pia­cere a ciascuno di loro e a chiunque incontra, in ca­sa, per la strada, in chiesa... Non per nulla è Figlia della Carità: buona, osservante, dello spirito e della lettera del suo Istituto, fervorosa, di un'estrema sem­plicità e schiettezza. È serena e felice del suo dono, ma giunge per lei l'ora dell'oscurità.

Fino al 1913, regolarmente da Como arriva a Lugano il Missionario vincenziano, che è il confesso­re e il direttore spirituale delle suore della casa di ri­poso. Suor Gabriella ha in lui una guida saggia e si­cura che l'aiuta nel cammino verso la santità. Con il 1914, iniziata la "grande guerra", le frontiere si chiu­dono e il Missionario non può più recarsi a Lugano. Con il confessore locale, suor Gabriella non rie­sce ad aprirsi come vorrebbe e diverse pene interiori cominciano ad opprimerla. Dirà a una consorella di­versi anni dopo: «Ho passato cinque anni di grandi desolazioni, senza alcuna persona che mi aiutasse. Un giorno, in cui ero molto penato, ne ho detto qualche parola al confessore e lui mi rispose: "Fac­cia un bell'atto di dolore!". Poi non ne ho più par­lato con alcuno».

Nonostante il tempo difficile, "la notte oscura" scesa nella sua anima, continua ad essere fedele al suo stile di vita, sopportando e offrendo a Dio, per tutti i fratelli, la prova interiore che sembra non finir più.

«Mi trovavo nelle tenebre più fitte - scriverà - e cercavo di non lasciar nulla trapelare all'esterno. Infine Gesù si fece sentire e, tra le altre cose, com­presi che avrei potuto cogliere per Lui dei fiori ovunque, anche sulla neve. Da allora cerco di rac­cogliere incessantemente i piccoli fiori di virtù: presso le mie compagne, i poveri, quando mi trovo in chiesa. Gesù mi segue, e mi invita a fare atti di umiltà, di dolcezza, di mortificazione».

È il segno che, in fondo, la guida delle anime, quando mancano gli uomini deputati a questo, è Lui, "l'unico Maestro, il Cristo".

Intanto, il 25 giugno 1914, una quarantina di persone si erano incontrate con don Annibale Lan­franchi ed avevano preso la decisione di costruire a Lugano il santuario diocesano dedicato al Cuore di Cristo. Suor Gabriella ne è assai entusiasta e subito sostiene l'iniziativa con la preghiera e il sacrificio, certa che dal culto e dall'amore al Cuore di Gesù, centro, sorgente e segno dell'infinito amore divino, sarebbe scaturita per molti anni una inesauribile ca­scata di grazia.

Nel 1915, mons. Emilio Poretti, parroco della cattedrale di Lugano, diventa per alcuni anni confes­sore delle Figlie della Carità al "Rezzonico".

Suor Gabriella, illuminata interiormente dal Si­gnore, comprende che proprio quel sacerdote è l'in­viato di Dio per guidarla nella vita e nella missione che sarebbe stata presto la sua. E si apre con Mons. Poretti. È la luce di Dio che comincia a illuminare la sua oscurità. 

Apostola al lazzaretto

Nel 1918, la guerra finalmente finisce, ma una nuo­va sciagura si abbatte sull'Europa: la terribile epide­mia di "spagnola" con un numero enorme di vittime, anche in Svizzera. La casa di riposo di Lugano diven­ta lazzaretto aperto a tutti gli ammalati. Le suore so­no impegnate in ogni servizio agli infermi e ai mori­bondi. Suor Gabriella continua a lavorare in cucina, ma spesso si reca ad assistere i malati con le conso­relle.

Li avvicina con la sua fede, la sua carità, pensan­do ad ogni istante a quanto disse un giorno Gesù: "Quello che hai fatto al più piccolo dei miei fratel­li, l'hai fatto a me"(Mt 25,40). Davvero ella, in ognuno di loro, vede Gesù infermo, tribolato, croci­fisso. Di questo periodo ella stessa, in seguito, rac­conterà due episodi significativi.

«Dopo la guerra, il nostro ricovero dei poveri vec­chi fu cambiato in lazzaretto per raccogliere e curare i colpiti dalla "spagnola". Ce ne portavano di giorno e anche di notte. Ci fu portato un signore colpito da questo male, ma nel consegnarlo, dissero a noi suo­re: "Facciano tutto quel che possono per servirlo be­ne, ma non gli parlino di religione, perché è un socialista sfegatato e di più, in segreto, è un sacerdote disfatto".

Che pena! Facevamo come ci avevano detto. Lui qualche volta parlava ma mai una parola che sapesse un po' di fede: tutto materiale. Non si poteva far niente. Anche il cappellano non poteva avvicinarlo.

Una notte io vegliavo: vi era l'uomo (l'infermiere) per gli uomini e una donna (l'infermiera) per le don­ne; la suora aveva da sorvegliare e far scaldare le co­se per i malati. Io ero in cucina che facevo scaldare qualche cosa; erano le undici, quando venne l'infer­miere e mi disse: "Suor Gabriella, vi è quel signore che sta male, ma io non ci vado. Quello lì il demonio se lo porta via appena morto: è troppo cattivo. Ho paura e non ci vado!"

Io pensai: come Figlia della Carità, potrei abban­donare un'anima che Gesù ama tanto e che si trova in pericolo di vita? Diedi quello che era necessario per i malati e, quantunque avessi il cuore che mi batteva forte, perché era la prima volta che vedevo qualcuno morire, avvicinandomi a quel poverino e vedendo la sua fronte bagnata di sudore freddo, cercai di asciu­garla, gli rivolsi qualche buona parola e poi gli dissi mostrandogli il Crocifisso: "Abbia confidenza! Gesù è morto per noi, per salvarci. Baci questo caro Gesù!".

Lui non fece mostra di muovere le labbra. Allora mi venne da dirgli: "Non è vero che quando lei era giovane, tante volte ha pregato e fatto pregare? Ge­sù riceve le preghiere di allora e vuole perdonare tutti i suoi peccati!".

Per mezzo di Gesù, avevo toccato la fibra più te­nera del suo cuore. Egli mi guarda e, non potendo quasi più parlare, con gli occhi mi faceva capire di aiutarlo. Allora presi di nuovo il Crocifisso. Lo baciò, mentre io lo animavo alla confidenza nella infinita misericordia. Si vedeva che la Grazia di Dio lavorava in quell'anima e Gesù aveva accolto questo suo ex sacro ministro. Morì mezz'ora dopo mezzanotte, ma il demonio non ebbe più alcun potere su quell'ani­ma... Così Gesù mi affidava i suoi sacerdoti».

Grazie a lei, un ex-prete si pente e può sperare nella salvezza.

Suor Gabriella continua a raccontare:

«Ci fu portato un maestro ateo e per di più scrive­va sui giornali, facendo molto del male. Per pruden­za, ci dissero di non dir niente di religione, perché sarebbe stato peggio. La buona superiora lo serviva e mi aveva detto che tutti i giorni alle tre gli portassi una tazza di zabaglione. Io non gli dicevo niente, ma lo salutavo cordialmente e lasciavo che Gesù facesse Lui. Venne che stava bene e, pochi giorni prima di andare a casa, mi disse: "Suora, vorrei darle una pic­cola retribuzione, perché mi ha servito bene".

Io gli dissi: "Signor maestro, noi non prendiamo niente". Ma lui insisteva. Allora io gli dissi: "Mi farà un piacere l'ultimo giorno". Venuto quel giorno, gli dissi: "Venga con me in cappella; dirò un'Ave Maria per lei e si unirà a dirla con me".

Condotto in cappella, disse l'Ave Maria con me, parola per parola. Io intanto supplicavo Gesù che per mezzo della Madonna lo ricevesse nel suo divin Cuore. Uscì dalla cappella penetrato da qualche cosa e diceva che quel che aveva provato in quel momen­to, non lo sapeva spiegare. "Gesù ha cominciato co­sì la sua manifestazione per i sacerdoti e per i massoni"».

Il maestro si converte e vive e muore da buon cri­stiano. 

"Prega per i peccatori "

Tutte le mattine, le Figlie della Carità, dalla casa di ri­poso Rezzonico, sono solite recarsi a Messa alla "Madonnetta"; suor Gabriella ha cominciato dunque a frequentare questa chiesa da quando, nel 1906, è giunta a Lugano. Lì ha passato lunghe ore in pre­ghiera davanti al Tabernacolo e all'immagine della SS. Vergine.

Ha imparato a conoscerne la storia umile e gran­de. La cappella primitiva risale al 1700 ed era stata costruita lungo una strada solitaria che conduceva al fiume Cassarate. L'affresco raffigura la Madonna dall'aspetto materno, con Gesù Bambino sulle ginoc­chia, rivolto a S. Giovannino che gli porge della frut­ta. Sullo sfondo c'è S. Giuseppe all'ombra di un albe­ro. Nel 1725, un, gruppo di giovani iniziò a costruire una chiesetta sul luogo della cappella, conservando l'affresco mariano venuto così a trovarsi proprio sull'altar maggiore. Il 3 novembre 1726, si celebrò la prima Messa nella chiesetta nuova.

Da quel giorno, i fedeli della zona alla "Madon­netta" ebbero ogni domenica la S. Messa e una scuo­la di dottrina cristiana i cui maestri generosi furono alcuni giovani laici cattolici. Da costoro nacque una Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, con l'obbli­go, per i suoi membri, di insegnare il catechismo. Il 7 maggio 1747, fu aggregata all'Arciconfraternita del Sacro Cuore, fondata in Roma nel 1729. La "Ma­donnetta" diventò proprietà della Confraternita.

Davvero si poteva dire che Maria SS. apriva la porta al suo divin Figlio Gesù: la devozione alla Ma­donna, fiorita attorno al piccolo tempio portava i fe­deli - e i lontani da Dio - al catechismo, alla fre­quenza dei Sacramenti della Confessione e dell'Euca­restia, alla conversione e alla vita cristiana.

Dal primo giorno, "la Madonnetta" diventa subito assai cara a suor Gabriella Borgarino. Ma ora, pro­prio lì, ella sarebbe diventata la confidente di Gesù per una missione singolare, nella sua Famiglia religio­sa e nella Chiesa.

Nel 1919, ha 39 anni ed è religiosa da circa ven­ti. È rimasta umile, semplice e concreta, come quan­do a Boves faceva l'operaia. Come Figlia della Ca­rità, lavora con la fatica delle sue braccia a servizio degli anziani, dei malati, dei più sofferenti, per amore del suo Sposo Gesù. Ha una straordinaria bontà, un forte spirito di fede, di preghiera, di carità ed è così semplice che nessuno può aspettarsi da lei del "me­raviglioso".

In una parola: potremmo dire che è della "stoffa" della sua consorella Caterina Labouré, quando, nel 1830, stava facendo il suo seminario a Parigi, in rue du Bac, ragazza sana, normalissima, schietta e since­ra... O come Bernadette Soubirous, quattordicenne nel 1858, semplice e buona e... impegnata a trovare un po' di legna per i suoi rimasti al freddo... Persone tutt'altro che visionarie. Ma pare sia nella logica di Dio che a tipi così Egli si riveli di preferenza.

È il giugno 1919... Lasciamo la parola a suor Ga­briella Borgarino, che scrive a Mons. Poretti:

«Una volta, ero alla Messa e mi sono sentita co­me un carbone ardente penetrare nel cuore e un cal­do ardente dalla parte del cuore. Io pensavo: non può essere effetto fisico questo, perché non bevo vi­no, né nessuna cosa che possa mettere calore, e poi sarebbe anche in altri tempi; invece solo nel tempo della S. Messa e della S. Comunione. Ne parlai a lei e mi disse di star tranquilla che Gesù manifesterà la sua volontà a poco a poco. Intanto andavo avanti molto riconoscente a Gesù che avesse voluto aiutar­mi così bene; quando una volta Gesù mi fece vedere come due profondi pozzi e mi disse, indicandomi il primo: "Questo significa il purgatorio, nel quale le anime possono uscire quando sono ben purificate, ma l'altro significa l'inferno, da cui non si può più uscire!", e si vedeva come una bocca profondissima, da cui non era possibile uscire.

Gesù mi disse: "Prega tanto per i poveri pecca­tori perché si abbiano a salvare, con il penti­mento!".

Anche la notte, Gesù voleva che rivolgessi il mio cuore dalla parte del Tabernacolo, al fine di essere sempre in adorazione e in riparazione, anche dor­mendo. Qualche volta ero in cucina: lavorando, mi sentivo come una cordicella che dal santo Taber­nacolo, tirava il mio cuore a Gesù».

Da notare: ha appena partecipato alla Messa - Sacrificio di Gesù in espiazione dei peccati degli uo­mini - con la Comunione, esperimenta quasi sensi­bilmente la Sua presenza. E Lui le mostra un pezzo dell'aldilà, con il purgatorio e l'inferno, che rende terribilmente seria la vita presente destinata al premio eterno del Paradiso se si vive in fedeltà totale a Dio, anche passando attraverso la purificazione del Purgatorio, ma, esiste pure l'inferno eterno, castigo liberamente scelto dall'uomo che offende gravemente Dio con il peccato. Gesù le chiede di pregare molto per i peccatori, affinché si convertano. 

“Voglio darti una missione”

Continua a raccontare suor Borgarino:

«Era il mese di giugno 1919: una mattina ero con le nostre suore alla S. Messa alla Madonnetta, come quasi sempre, si faceva la Comunione prima della Messa; io ero lì che facevo il ringraziamento, quando ad un tratto non vidi più niente e si fece avanti a me come un grande lenzuolo e in mezzo un bellissimo Cuore di color carne naturale; al posto della corona di spine ov'è circondato, vidi tante rose, rose rosse, divise da cinque rose bianche e al posto delle gocce di sangue che uscì dalla ferita del divin Cuore, vi era­no tre rose rosse e una bianca in fondo e una bianca in cima; e interiormente Gesù mi disse:

"Questo è l'ornamento del mio divin Cuore. Io voglio che tu componi un coroncino che ricordi i miei 33 anni che io ho passato sulla terra. Queste rose rosse sono 33 e queste cinque bianche signifi­cano le mie cinque piaghe nelle quali i peccatori troveranno il perdono e la salute eterna".

Quella mattina, io sono andata a casa dopo Mes­sa con le suore, ma davvero il mio cuore era là ...». Molti anni dopo, aggiungerà altri particolari: «Per tut­to quel poco di tratto che c'era dalla Madonnetta al nostro Ricovero, vedevo le pietre tutte lucenti, come argentate, molto belle; io non so se era il riverbero della divina Bellezza di Gesù, vista nella Santa Messa in quel bellissimo Cuore». E ancora: «Mi ricordo che mi alzai ancora (in piedi) per il S. Vangelo; dopo non mi accorsi più e non vidi più né sacerdote né altare, ma solo Gesù con il suo Santissimo Cuore».

Nessuna delle suore presenti - sono una dozzina - si accorge di nulla. Solo la superiora ha l'impres­sione che una gioia singolare abbia inondato l'anima di suor Borgarino. Quella mattina, infatti, va spesso a vederla lavorare in cucina e la osserva con attenzio­ne, aspettando forse qualche confidenza. Ma la pro­tagonista, prega interiormente: "Gesù mio, non la­sciar scorgere quello che passò tra Te e me". La su­periore non le fa alcuna domanda.

«Pochi giorni dopo - racconta ancora suor Ga­briella - Gesù mi disse: "Dì tutto al confessore". Io con tutta semplicità raccontai tutto (a Mons. Poretti). Egli mi disse: “Ha pensato qualcosa prima, oppure letto qualcosa”. Io non avevo pensato né letto vien­te: lo dissi e il confessore mi rispose: "Ebbene, si ve­drà; intanto preghi e faccia tutti i suoi doveri comuni, senza lasciar scorgere niente e poi si vedrà. Se Gesù vorrà qualche cosa, lo farà conoscere meglio».

Così si comporta suor Gabriella, come se nulla fosse avvenuto. I soliti lavori umili, la solita genero­sità e molta preghiera. Ha l'anima piena di pace e di gioia. Le confidenze di Gesù continuano. Racconta:

«Gesù stesso si incaricò, pochi giorni dopo, di insegnarmi come doveva essere recitato il coronci­no richiesto. Sui 33 grani rossi (rose rosse), divisi i primi trenta per decine e gli ultimi tre come chiusa, si doveva recitare la giaculatoria: "O mio dolce Tesoro

Gesù, dammi il tuo bel Cuore". Sui cinque grani bianchi (rose bianche) si doveva recitare il Gloria al Padre. Il coroncino doveva essere iniziato e termina­to con la recita della preghiera: "O Gesù d'amore acceso, /non t'avessi mai offeso; /o mio caro buon Gesù, /con la tua santa grazia/ non ti voglio offen­der più", che in Lombardia e nella Svizzera italiana equivale all'atto di dolore.

Le invocazioni della giaculatoria avrebbero onora­to i trentatré anni della vita e dei sacrifici nascosti di Gesù, mentre i cinque Gloria avrebbero onorato le sue cinque piaghe».

Quanto ha scritto, in un italiano elementare, dalla sintassi fragile, ma di singolare immediatezza ed es­senzialità, lo ha fatto per obbedienza al suo confesso­re, al Direttore delle Figlie della Carità e alla Visitatri­ce (la superiora provinciale). Richiesta di altri partico­lari, suor Gabriella è venuta precisando sempre più con sua caratteristica schiettezza.

È vero che nella manifestazione vidi solo il bellis­simo Cuore, ma Gesù vi era tutto sul santo Altare, perché dal primo Vangelo fino all'ultimo (allora la Messa finiva con la lettura del prologo del Vangelo di Giovanni, 1,1-14) durò questa celestiale visione. Gesù ha fatto vedere il suo divin Cuore circon­dato di rose per insegnare a tutti la carità, piccoli e grandi atti di carità...

Nel contemplare quel Cuore sì bello, vidi come una fornace di fiamme simbolo del suo infinito Amo­re e in mezzo una croce. Dissi anche a Gesù: "Il tuo divin Cuore è circondato di rose, e le spine?". Allora Gesù mi disse: "Le spine ci sono, ma sono nasco­ste dalle rose, simbolo del mio grande amore per tutte le creature".

In seguito mi disse: "Voglio darti una missio­ne!". Da quel momento beato non ho smesso di sup­plicare Gesù con la preghiera, con i piccoli atti di ca­rità e le piccole sofferenze; mi sembra sempre di es­sere presente a tanto Paradiso». Quale sarà questa missione per la piccola suora? 

"Per i sacerdoti..."

Sembra che la missione specifica di suor Borgarino sia stata quella di pregare e di sacrificarsi in modo particolare per i sacerdoti e i religiosi infedeli alla lo­ro vocazione, e per la conversione dei massoni.

«Gesù mi disse - scriverà ancora - che voleva con questa manifestazione affidare alla Famiglia di S. Vincenzo due classi di persone: i sacerdoti in­fedeli e i massoni. Dei primi mi disse che sono spi­ne al suo cuore e i secondi sono i suoi carnefici.

Mi manifestò quello che gli faceva tanta pena: tre cose specialmente: la sensualità, l'attacco disordinato alle cose di questa terra e la profanazione dei Santi Misteri (l'Eucaristia). Dei massoni mi disse che lo ol­traggiano nella sua stessa Persona e gli rapiscono le anime a Lui più care».

A prima vista sembrano solo parole disadorne, quasi ingenue, ma a pensarci e a conoscere la storia del suo e del nostro tempo, c'è da rimanere sconcer­tati, per l'attualità impellente della missione che Gesù le affida.

Che esistano sacerdoti e religiosi infedeli, suor Gabriella non l'ha mai saputo né sospettato, nella sua semplicità: non ne aveva mai sentito parlare, an­che se proprio dall'inizio del secolo XX si era diffuso il modernismo, definito da Papa S. Pio X, "la sintesi di tutte le eresie", che aveva seminato zizzania e di­spersione a partire dal clero.

Condannato da Papa S. Pio X, con l'enciclica Pa­scendi nel 1907, che pur aveva preso severe misure per arginarlo, il modernismo non è mai stato sradica­to e proprio negli anni seguenti al Concilio Vaticano II è di nuovo dilagato così da far dire a Papa Paolo VI che "il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio"(29 giugno 1972), con le gravissime conseguen­ze che tutti vediamo, prima fra tutte una grande defe­zione tra i sacerdoti e "il diffondersi di un pensiero non più cattolico all'interno della Chiesa" (sono an­cora parole di Paolo VI).

Suor Gabriella non può certo sapere tutto questo, ma Gesù l'ha chiamata a offrirsi per la santificazione dei sacerdoti e a diffondere tra i buoni la preghiera e il sacrificio per loro.

«Con questo coroncino (quello di ripetere per 33 volte "Mio dolce tesoro, Gesù, dammi il tuo bel Cuo­re") - le ha detto Gesù - io voglio ricordare ai peccatori il mio amore... L'atto di pentimento, pri­ma e dopo, cancellerà i peccati veniali nelle anime in grazia di Dio e disporrà i peccatori al pentimen­to; solo che sia recitato con grande attenzione, perché si domanda nientemeno che il mio divin Cuore... Adesso cerco di attirare le anime a me, con le bellezze del mio Cuore divino».

Pare un mezzo infantile di apostolato, eppure è Gesù stesso che vuole donarsi e salvare le anime, at­traverso l'invocazione a Lui fatta con parole semplici e la fede dei bambini, perché in fondo è solo facen­dosi come bambini che potremo entrare nel Suo re­gno e condurre altri ad entrarvi.

«Gesù mi disse - continua imperterrita suor Ga­briella - che penetrerebbe anche in quei cuori che non vogliono, purché vi siano anime che recitino il caro coroncino, con l'intenzione di fare, a ogni in­vocazione, una comunione spirituale... Gesù desi­dera tanto di entrare nel cuore delle sue creatu­re... Per farmi meglio capire questo, mi disse: "Molte volte il raggio del sole penetra dove non si vuole, che pure è solo una creatura inanimata; tanto più il raggio del mio divin Cuore penetra nel cuore delle creature, perché è l'Essere onnipotente».

Con questa onnipotenza, Gesù, invocato dai suoi amici più fedeli, può vincere nell'intimo di chi è pen­tito dei propri peccati e decide di non offendere più Iddio; può impedire le profanazioni contro l'Eucari­stia da parte di chi si accosta a riceverla in peccato mortale o compiendo "cose abominevoli", come suc­cedeva qualche volta ai tempi di suor Borgarino, e avviene spesso oggi, come tutti sappiamo.

«Non sono capace di dirle - spiega suor Gabriel­la al suo direttore spirituale - quanto amore abbia Gesù per i suoi Ministri e quanta pena rechino al suo divin Cuore le loro infedeltà; pure mi disse che non disperino e confidino nel suo Cuore. Esso ha dei te­sori di misericordia e la più grande pena che abbia provata il suo divin Cuore nella sua passione fu la di­sperazione di Giuda.

Sovente Gesù mi dice di pregare per i sacerdoti - insiste suor Gabriella. Un giorno mi disse: “ I sacer­doti sono la pupilla dei miei occhi; prega tanto perché siano tutti come desidero io: umili, puri, di­staccati dai beni di questa terra, uniti a me nella più intima unione. Questa unione li farà gustare il Paradiso in terra, aiutandoli a sopportare come merito le pene annesse al loro sublime ministero di salvare le anime”.

Le mancanze dei sacerdoti che diventano spine per il Cuore di Gesù - ricorda ancora la suora tutt'altro che intimidita - sono la sensualità, l'at­taccamento ai beni della terra e il maneggiare con poco rispetto e devozione il SS. Sacramento».

Non c'è bisogno di aggiungere altro, tanto è at­tuale. 

“… e per i più lontani”

Dei massoni, suor Gabriella sa soltanto che sono gente cattiva: «Davvero non so quasi chi siano; so che sono gente cattiva, ma Gesù mi disse "Sei quasi tu sola che preghi per loro e mi fai gran piacere, perché io li amo queste mie povere creature; eppu­re essi non hanno che disprezzo per me".

Ora lo sa bene chi sono i massoni, per averlo ap­preso da Gesù stesso: "coloro che oltraggiano Gesù nella sua stessa persona" e "rapiscono le anime"». È definizione esatta: vagamente deisti, spesso atei, negatori del Cristo, Figlio di Dio incarnato per la sal­vezza del mondo mediante la sua passione redentri­ce, in lotta contro la Sua Chiesa, da sempre fino ad oggi, nonostante l'umanitarismo e la filantropia che professano, fatti unica regola e dio per se stessi, but­tati a costruire una società - "il nuovo ordine dei se­coli" - senza Cristo e senza Chiesa, con le con­seguenze gravissime che tutti vediamo sotto i nostri occhi.

Eppure Dio chiama anche loro a conversione in­dicando Gesù Cristo da seguire come unico Amico e Salvatore. Gesù a suor Gabriella affida anche la mis­sione di pregare e di sacrificarsi per essi, di diffonde­re tra le anime la preghiera e l'offerta per loro, nella certezza che dalla loro conversione potrà venire un bene grande al mondo intero: nessuno si opporrà più con la loro organizzazione occulta o palese, al regno di Cristo nella società.

Dio solo sa quanto tutto questo sia attuale, neces­sario e urgente oggi, per poco che conosciamo il mondo e la situazione contemporanea, in cui tutto appare coalizzato contro Gesù e la Sua Chiesa, nep­pure più in modo nascosto, ma quanto mai aperto, nella scuola, nella cultura, nei mezzi di comunicazio­ne, nel lavoro, nella politica, nelle leggi sempre più anticristiane (divorzio e aborto legalizzati, in procinto di esserlo eutanasia, omosessualità...), nel dibattito sociale.

Proprio nel 1919, quando suor Gabriella acco­glieva la prima manifestazione di Gesù, in seguito ai trattati di pace che si preparavano a Parigi, si ripren­deva il progetto, da parte di alcuni potenti della terra, di una società delle nazioni, di un ordine nuovo nel mondo, in cui l'uomo sia dio all'uomo, senza Dio e senza Cristo. Sotto forme diverse, con dittature di di­verso colore, all'Est e all'Ovest, con democrazie agnostiche e laiche si dava corpo a questo piano massonico.

Tra cucina e pollaio, la piccola suora, ignota al mondo, e che riceve da Gesù questa duplice missio­ne, appare un gigante. Era stata in qualche modo preparata dalle conversioni avvenute sotto i suoi oc­chi, durante il servizio ai malati al tempo della spa­gnola, dell'ex-prete e del maestro massone. Ora Ge­sù stesso era venuto a farle percorrere questa via e ad indicarla agli altri. Una realtà grandissima.

Più tardi si parlerà di singolari conversioni, avve­nute nella chiesa della "Madonnetta" di Lugano pre­scelta da Gesù per la sua prima manifestazione a suor Gabriella e tanto cara a lei. Di una è stata lascia­ta relazione scritta da don Alberto Morandi.

Un giorno del 1938, un giovane massone svizze­ro, John C., di passaggio a Lugano, vedendo la chie­sa della Madonnetta piccola e antica e pensando che ci sia qualcosa d'interessante da osservare, vi entra... Si sente costretto ad inginocchiarsi, davanti all'altare, rimanendo in quella posizione, con il sudor freddo addosso, senza sapere che cosa facesse.

Alzatosi, si sente aperto alla fede, cambia vita, e nel settembre 1938, dopo adeguata istruzione reli­giosa, chiede il battesimo.

Ma solo Dio può sapere quanti fratelli abbia por­tato a Lui la preghiera e la vita offerta in dono e sa­crificio, di suor Gabriella. Le pagine più belle della storia delle anime, Dio le riserva per Sé solo, men­tre a noi è dato solo di sollevare alquanto il velo, quando da Lui ci è permesso. 

“Io mi do a tutti”

Mons. Poretti chiederà a suor Gabriella la data preci­sa della prima manifestazione di Gesù. Sarà Gesù stesso, da lei interpellato in proposito, a ricordarglie­lo: il 25 giugno 1919.

«”Come è possibile, Gesù - gli domanda suor Gabriella - che Tu possa dare a tutti il tuo cuore”. "Io tutte le mattine - risponde Gesù - mi do a migliaia e migliaia di anime e resto tutto intero in ciascuna di loro: questo è effetto della mia divi­na onnipotenza; così pure per tutte le anime con­sacrate, io sono lo Sposo di ciascuna in particolare e Sposo di tutte; così è del mio divin Cuore: lo do a tutte quelle che me lo chiederanno... Io cerco di attirare a me le anime con le bellezze del mio di­vin Cuore... esse per cosa da nulla si allontanano da me".

Gesù - spiega ancora suor Gabriella - si face­va sentire molto penato così che io piangevo a calde lacrime con Lui; Gesù mi disse: "Desidero che le anime domandino il mio Cuore. Oh, io lo do loro ben volentieri, con tutti i suoi tesori"».

In quel 25 giugno 1919, Gesù chiede pure alla sua confidente che il 25 di ogni mese sia una giorna­ta di preghiera per il Papa: "II Santo Padre ha biso­gno di molte preghiere!". Gesù stesso mi insegnò come dovevo santificare questo giorno per il Papa".

Ricchi del Cuore di Gesù - Lui vivo in noi - non si può far altro che amare Dio e i fratelli con il suo medesimo amore: Gesù rivela a suor Gabriella - affinché la percorra e insegni agli altri a percorrerla - una "piccola via della carità": “Gesù vuole che i miei venerati superiori prendano a cuore questa manifestazione. Mi disse che ha scelto la nostra comunità come centro della carità. Gesù desidera che nella comunità si facciano tanti atti di carità, anche piccoli, ma fatti con retta intenzione e per puro amor di Dio, formano tanti bei fiori che ador­nano e rallegrano il suo divin Cuore. Gesù in Para­diso ne ha tanti fiori, ciò è la felicità eterna, eppure gradisce di più quelli che gli presentano le sue povere creature».

Ella stessa comincia a darne l'esempio con cento premure al giorno per le consorelle, per gli ospiti del ricovero, per i poveri e per coloro che avvicina. Sarà così per tutta la sua vita e lo insegnerà senza posa a tutti, come la virtù più caratteristica delle Figlie della Carità e di ogni cristiano: "Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli al­tri" (Gv 13, 34-35). È il segno che Gesù vivo nelle anime, in grazia di Dio, con la Sua presenza, conti­nua a compiere la Sua opera di amore verso il Padre e verso ogni fratello.

Insieme a quanto abbiamo finora narrato, nella sua missione, suor Borgarino comincia a ritenere che tocchi anche a lei collaborare alla edificazione del Santuario del Sacro Cuore di Gesù, con preghiere e sacrifici.

Nelle narrazioni da lei fatte della manifestazione di Gesù del 1919 sembra non esserci cenno al San­tuario del Sacro Cuore di Lugano, tuttavia suor Bor­garino, Mons. Lanfranchi e Mons. Poretti colleghe­ranno in qualche modo la manifestazione di Gesù al­la costruzione del grande Santuario medesimo.

C'è sempre, inspiegabilmente, un 25 del mese che ritorna: il 25 giugno 1914 iniziava la storia del santuario; il 25 giugno 1919, come sappiamo, è il giorno delle prime confidenze di Gesù a suor Gabriel­la; il 25 giugno 1937 sarà consacrato dal Vescovo di Lugano Mons. Angelo Jelmini... Suor Gabriella stes­sa, sapendo il luogo dove si era stabilito di erigerlo, dicendosi scontenta, dirà dove sarebbe stato costruito - vicino alla "Madonnetta" - come sarebbe difatti avvenuto. Mons. Aurelio Bacciarini, santo Vescovo di Lugano, devotissimo al Sacro Cuore di Gesù, bene­dirà la prima volta il santuario il 6 novembre 1927.

Nel santuario del Sacro Cuore, Gesù davvero si sarebbe dato a tutti coloro che l'avessero invocato. Ma Suor Gabriella non lo vedrà mai di persona, lieta di esserne la "radice nascosta" e di collaborare con la preghiera, il sacrificio e la carità al trionfo di Gesù nelle anime e sul mondo.

«Anche per il santuario, Gesù ci pensa: è casa sua; è Lui che nella sua infinita misericordia, volle formarsi questa piscina evangelica, nella quale le anime trovano la salute eterna» (lettera del 14 set­tembre 1929).

«Le ricordo ancora l'altra promessa, che a tutti quelli che entreranno nel santuario, Gesù darà loro uno sguardo di compiacenza paterna, nel vedere le anime avvicinarsi a Lui con confidenza; oppure uno sguardo di misericordia che le attiri soavemente al suo divino e bellissimo Cuore» (lettera del 13 dicem­bre 1933).

Ma ormai sono molti anni che ella non è più a Lugano e non ci sarebbe tornata mai più, neppure quando, nel 1932, la Visitatrice suor Zari le propone di andarci per una visita. Le risponde suor Gabriella: “Gesù non vuole, perché io non sono che la radice nascosta di questo grande albero e bisogna che stia ben nascosta nell'umiltà; del resto non sono che il misero strumento del quale Gesù volle ser­virsi. Non desidero altro che amarlo, servirlo e aiu­tarlo nella salvezza delle anime» (4 agosto 1932). 

A Grugliasco, in ascolto

Dopo 13 anni di servizio al "Rezzonico" di Lugano, suor Gabriella all'inizio di novembre 1919, viene tra­sferita a Grugliasco, alla periferia di Torino, in una casa di riposo e di cura per suore ammalate, "Casa S. Giuseppe": ancora in cucina e in altri umili uffici, assai più gravosi, a servizio di consorelle inferme.

A Lugano, le era aperto un campo di azione e di apostolato; lì invece, ogni apostolato attivo le è di fatto precluso. Forse, nella sua semplicità, suor Ga­briella si era lasciata sfuggire qualcosa delle manife­stazioni ricevute da Gesù, per cui i superiori avevano deciso di lasciarla appositamente nell'ombra, in un altro luogo, dove fosse sconosciuta. Ella accetta, obbedientissima e serena come sempre, anche se si­curamente le costa assai ogni giorno il non esser più a Lugano, alla "Madonnetta", luogo del nascente Santuario al Sacro Cuore. A Lugano non tornerà mai più.

Il 16 novembre 1919, suor Gabriella scrive a Mons. Poretti: «Gesù mi ha chiesto questo sacrificio e io l'ho offerto con tutto il cuore, quantunque ne sentissi tutta la pena: basta poter assecondare le divine intenzioni del suo Cuore. Mi trovo proprio bene; sono con una giovane suora a far la cucina a più di cinquanta suore che per l'età o per la malattia, sono in cura; ho una buona superiora e le suore so­no tutte buone. Monsignore, vorrei raccomandarle la missione che Gesù con tanto amore le ha affidato; non si perda d'animo, ma faccia tutto il possibile per seguire la divina volontà. lo da qui l'aiuterò con le mie povere preghiere e piccoli sacrifici».

Un mese dopo, il 19 dicembre 1919, scrive an­cora al medesimo: «Quando è ai piedi di Gesù e della SS. Vergine, domandi per me che io sia fede­le a quel che Lui vuole e mi doni grazia di tanto soffrire per espiare i miei peccati e quelli dei pove­ri peccatori e di farmi santa, poi di accontentare i miei venerati superiori, che tante cure hanno di noi, anche la mia tanto buona superiora di qui e queste care suore che ho la fortuna di servire, che tanto mi edificano con la loro bontà».

Lontano da Lugano, manterrà, con il consenso dei suoi superiori, una corrispondenza epistolare ab­bastanza regolare con Mons. Poretti, il suo direttore spirituale, e più tardi anche con il Can. Lanfranchi. Ne verrà un gran bene a tutti e tre, nella missione di diffusione dell'amore al Cuore di Cristo e nel compie­re le sue richieste. Nel silenzio della Casa S. Giusep­pe a Grugliasco, alcuni mesi dopo il suo arrivo, Gesù si manifesta di nuovo a suor Gabriella. Ella stessa co­sì racconterà a Mons. Poretti: «Era il 25 giugno 1920: io ero in cappella per la Benedizione eucari­stica, dalle tre alle quattro del pomeriggio; ero in fondo alla cappella. Mentre si cantava l'inno del Sacro Cuore, io guardavo l'Ostia esposta sull'alta­re, quando a un tratto mi parve di non vederla più e al suo posto un bel Cuore circondato da rose rosse e bianche e, nel medesimo tempo, sentii in tut­ta la mia persona come una scossa e la mia faccia come una fiamma; due calde lacrime caddero sulle guance e io non potei dire altro che questo: "Sì, o mio Gesù, è proprio così il tuo bel Cuore!"

Siccome ero lontana dall'altare, temevo che fosse allucinazione della vista o qualche illusione o che fos­se il pensiero che anche senza volerlo mi è sempre presente. Lo scrissi a lei per sapere come regolarmi e lei mi rispose che era un tratto delle predilezioni di Gesù. Allora restai tranquilla».

Dunque, la prima a temere di illudersi è proprio suor Gabriella, la quale pensa sempre al suo Sposo, ma per servirlo nei comuni doveri della cucina e dei malati. Eppure, non può non riconoscere di "vede­re", come, spiegandosi ancor più, scrive al Can. Lan­franchi:

«Durante il tempo della benedizione, nella cap­pella di Grugliasco, facendomi vedere nella SS. Ostia il suo bellissimo Cuore, Gesù era tutto inte­ro, Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Mi ricordo che mi riempì di tanta consolazione da poter dire: "Buona cosa è lo stare qui!" Invece il mio dovere è di fare meglio che posso il piccolo ufficio».

Sa benissimo che il suo primo dovere è l'obbe­dienza, là dove è chiamata a servire, e per questo è pronta a lasciare il colloquio con il Signore per recar­si là dove è il suo posto. Fatti simili si narrano anche nella vita di S. Teresa d'Avila e stanno a dimostrare l'equilibrio e la verità di chi ne è protagonista. 

Obbedienza e carità

Anche a Grugliasco, suor Gabriella gode di una sin­golare intimità e confidenza con Gesù. Ma rimane sempre concreta, con i piedi per terra, pronta a star là dove è chiamata dalla regola di vita, dai doveri del­la carità e dell'obbedienza.

«Facevo la mia meditazione dalle due e mezzo alle tre, - racconta in tutta semplicità al Padre Bor­gna, Direttore delle Figlie della Carità - mi tratte­nevo con Gesù gustando una felicità di paradiso, quando venne una suora a dirmi: "Suor Gabriella, la superiora mi manda a dirle che sono arrivate tre suore da Torino, vada a dar loro qualche cosa!". Subito dissi a Gesù: "Me ne vado, caro Gesù!".

Andai subito a dare alle care sorelle quel che ave­vano bisogno e poi ritornai in cappella. Ma qual fu la mia contentezza quando vidi Gesù dalla parte del Santo Vangelo (alla sinistra dell'altare), grande come un giovane, di una bellezza straordinaria, dirmi molto grazioso: "Perché sei andata per obbedienza, io ti ho aspettata per amore!"

L'impressione che mi ha fatto fu grande e capii quanto a Gesù piace l'ubbidienza».

Riceve così da Gesù, la certezza che Lui approva il suo comportamento mosso da obbedienza e carità, secondo la via comune che un cristiano, tanto più consacrato, deve percorrere, di norma. Racconta an­cora, rivolgendosi al medesimo Padre Direttore:

«Ero ancora a Grugliasco, quando una mattina venivo dal dormitorio per recarmi in cappella: vidi una buona suora che voleva aprire una finestra. lo subito le fui vicina e gliela aprii. Questa fu contenta ma nel mio cuore dissi a Gesù: "Per Te, Gesù mio, per presentarti un bel fiore!". Venendo giù dalla scala, incontrai una suora che stentava e io le dissi: "Si attacchi al mio braccio e ben volentieri l'aiu­to". Ella lo fece e nel mio cuore espressi la medesima intenzione. Quando fui vicino alla cappella vidi anco­ra una suora che voleva mettersi lo scialle e non po­teva e ben volentieri glielo misi.

Poi entrai in cappella, ringraziando Gesù che mi avesse dato tutte queste occasioni di fargli piacere e non pensai che a fare le solite preghiere di comunità. Ma quando facevo il ringraziamento della S. Comunio­ne, vidi presentarsi davanti a me tre bellissime rose e la voce di Gesù che mi diceva: "Sono i tre atti di ca­rità da te fatti questa mattina; li ho tanto graditi".

Questi atti di carità sono sempre alla portata di tutte le suore. Gesù poi mi disse che ama tanto la no­stra comunità, ma vuole che ci perfezioniamo di più nella pratica della carità, la carità dolce, prudente e semplice, che non cerchi che Lui solo. Quanto bene ne viene alle anime e quanto il divin Cuore di Gesù sarà consolato dalle Figlie della Carità. Dei Missiona­ri, Gesù mi disse che è contento, e anche di noi, solo che vuole più carità».

È la conferma, da parte di Gesù, della "piccola via della carità" che fa parte della "missione" di suor Gabriella nella sua Congregazione e in mezzo agli al­tri. Proprio nell'esercizio della carità, umile e nasco­sta, assai premurosa fino all'ultimo, sta la santità di suor Gabriella. 

... E ancora obbedienza

Dopo aver ascoltato e ancor più letto e meditato le lettere di suor Gabriella, Mons. Poretti, con somma prudenza, comincia a credere che davvero Gesù le abbia aperto il cuore a confidenze singolari. Su ri­chiesta della suora, si impegna a far stampare e diffondere un'immagine del Cuore di Gesù coronato di rose, come ella l'aveva visto. Contemporaneamen­te, insegnava il "coroncino" con la giaculatoria "O mio dolce Tesoro Gesù, dammi il tuo bel Cuore".

Nel 1925, suor Gabriella ha per la prima volta tra le mani un'immagine di Gesù con il Cuore coronato di rose e ne è felice: «L'ho ricevuta dal Padre Traver­so (Visitatore dei Missionari vincenziani a Torino)... Lei può capire con che rispetto e amore baciai quel Cuore santissimo, che forma le compiacenze di tutto il paradiso e che è la mia consolazione... Gesù non vuole che si dia come un'immagine qualsiasi, ma che si spieghino le sue divine intenzioni, le sue promesse, il suo amore infinito per le creature, che a ogni invo­cazione del coroncino si faccia una comunione spiri­tuale...».

Negli anni successivi, 1926-27, diventa quasi abi­tuale, nella chiesa della Madonnetta di Lugano, pregare con il coroncino, che si diffonde assai. C'è chi, come il Padre Guido Cocchi di Genova, lavora per ottenere una sua approvazione dall'autorità della Chiesa. Ma quell'immagine è "una novità": dal mar­zo 1925 si è mosso con un'inchiesta segreta il Sant'Uffizio di Roma. Il 13 agosto 1926, Mons. Po­retti sottopone i fatti e gli scritti di suor Gabriella al giudizio del suo Vescovo di Lugano, Mons. Aurelio Bacciarini... e attende una risposta.

Il buon Card. Giuseppe Gamba, arcivescovo di Torino, all'inizio del 1927, approva l'immagine e in­dulgenza la recita del coroncino al Cuore di Gesù... Sembra che si debba giungere presto ad un'approva­zione della Chiesa. Invece, nel marzo 1928, una let­tera del Superiore Generale dei Missionari di S. Vin­cenzo e delle Figlie della Carità, per ordine del Sant'Uffizio, proibisce la diffusione dell'immagine e del coroncino.

Suor Gabriella - e con lei Mons. Poretti e Mons. Lanfranchi - rispondono con l'obbedienza assoluta, con il silenzio e con la preghiera, secondo lo stile dei santi. Però, per lei, comincia un martirio interiore che durerà per tutta la vita: ella è certa della manife­stazione di Gesù e del fatto che Lui le ha affidato una missione da compiere, ma nel medesimo tempo, si vede come bloccata nel realizzarla.

Continua a sperare, contro ogni speranza e, nel medesimo tempo, si offre vittima per il trionfo dei desideri di Gesù, perseverando a compiere il suo umile dovere, al posto dove l'obbedienza la vuole, in semplicità e abbandono alla volontà di Dio, preoc­cupandosi, in fondo, solo di cercare la perfezione della carità, nell'unione con Dio e nel servizio del prossimo.

Ma sperimenta pure l'incertezza, la lacerazione interiore: «Il demonio vorrebbe che io non credessi a Gesù, specialmente nel Santo Tabernacolo, alle sue divine manifestazioni, e mi dice che è da di­menticare tutto quello che per bontà di Gesù, io ho visto. Mi sento tranquilla di tutto quel che dissi e scrissi, perché è tutto da Gesù che imparai a co­noscere il suo divin Cuore... Sono ben contenta se potessi, con il sacrificio di me stessa, realizzare i desideri di Gesù. Tutta la mia confidenza è in Lui e nella preghiera: quando ho qualche pena, la pre­ghiera è il mio sollievo» (6 dicembre 1925).

E ancora:

«Potrei dubitare della mia esistenza, cosa im­possibile, ma sento più Gesù che la mia vita. Non desidero altro che di far bene la santa volontà del Signore e, se Egli mi vorrà dar la grazia di soffrire, o almeno di continuare a soffrire per questa mani­festazione, sono ben contenta. Basta che Gesù non si allontani da me; con Lui ho il vero Paradi­so, ma ho anche un ardentissimo desiderio della salvezza di tutte le anime, in modo particolare di quelle che Gesù mi ha affidate, i sacerdoti infedeli e i massoni» (11 maggio 1932).

È disposta a sparire, purché Gesù cresca e trionfi: «Se è di impedimento la mia povera persona per questa manifestazione, o Gesù mio, che mi hai scelta, nascondimi pure nella fossa, purché anche là possa contribuire alla tua grande gloria e alla salvezza eterna di tutte le anime» (29 ottobre 1932).

Nel suo quaderno "segreto" di note spirituali, ella in quei giorni così prega, ardente: «Mio dolce Gesù, a Te confido i miei desideri e le mie ansie. Dammi Tu la risposta del nostro Santo Padre. Io con tutto il cuore mi offro a tutto soffrire per il Santo Padre, per i sacerdoti infedeli e per i massoni. Non aver riguardo alle mie miserie, ma dammi, Gesù, la si­curezza dell'approvazione del Santo Padre e dei venerati superiori. Sono sicura di Te».

Ma si tratta di desiderio, preghiera e sofferenza purissima, in assoluta obbedienza alla Chiesa e a Dio. Intanto suor Gabriella ha la gioia di saper termina­to il Santuario del Sacro Cuore a Lugano, benedetto da Mons. Bacciarini il 6 novembre 1927, ancora pri­vo di rifiniture interne, in seguito solennemente con­sacrato il 25 giugno 1937, dal suo successore Mons. Angelo Jelmini, ed eretto in "Basilica minore".

Ma ella, come già abbiamo narrato, non tornerà più a Lugano, soddisfatta di comunicare ripetutamen­te al Can. Lanfranchi, che il Santuario sarebbe stato luogo privilegiato di grazie e di santificazione, da par­te dell'amore di Gesù, per tutti coloro che vi sarebbe­ro entrati. Anche questo è parte della missione che Gesù ha affidato a suor Gabriella. 

“Tu sta’ in dispensa”

Già nel 1930, è informata che presto dovrà lasciare la "Casa S. Giuseppe" di Grugliasco per continuare il suo servizio in un'altra Casa delle Figlie della Carità, a Luserna (Torino), in diocesi di Pinerolo: "Si dice - scrive a Mons. Poretti, nel giugno 1930 - che è un posto adatto per le malate. Certamente sento il di­stacco da questa cara cappella, in cui ricevetti tante grazie e più volte la dolce presenza di Gesù, ma tutto offro e vorrei soffrire molto di più, affinché Gesù affretti l'ora del riconoscimento delle sue manifesta­zioni".

Ma solo nel luglio 1931, suor Gabriella lascia Grugliasco per Luserna, da dove subito fa sapere al suo direttore spirituale: “Le devo dire che Gesù tanto si mostra pieno di tenerezze qui come a Lu­gano e a Grugliasco; anzi direi che qui forse anche di più, perché vi è più sacrificio. Una prova che Gesù mi diede in questi giorni, appena arrivata, è che non mi permette più di dubitare sulle parole sempre così confortanti che escono dal suo divin Cuore”.

Sente ancora la presenza di Gesù accanto a sé, ma quel che ella cerca è il lavoro e il sacrificio. Null'altro. Viene incaricata, prima della dispensa e del refettorio per le suore ammalate, in seguito le affidano il pollaio, la campagna e gli operai addetti ai diversi lavori, per quanto può compiere una suora, ormai non più giovane. Nulla di poetico o di delicato, anzi soltanto la prosa del quotidiano che a lungo an­dare non solo è monotono, ma diventa logorante. Suor Gabriella non ha proprio nulla per "montarsi la testa": come sempre, accetta, fedelissima agli umili incarichi che le sono assegnati, svolgendoli con uno straordinario amore, ad immagine di Gesù che si of­fre e ama.

Due giorni dopo il suo arrivo a Luserna, Gesù le dice: “Io per amor tuo sto in questo Tabernacolo e tu per mio amore sta' nella tua dispensa e cuci­na; quello che non puoi fare secondo il tuo deside­rio, Io a tutto supplisco”. Questo mi rende santa­mente tranquilla. Mi sono abbandonata intera­mente a Gesù: Lui sa tutto, vede il martirio del mio cuore per le sue manifestazioni e quando sarà l'ora sua, Lui tutto farà... Le dico che anche il demonio venne per spaventarmi: ricorsi subito a Ge­sù e a Maria SS.; anche nella solitudine e bellezza di questo castello (la casa di Luserna) sa trovare le anime».

Pur compiendo vita ritirata e nascosta, scopre su­bito che a Luserna e nella valle del Chisone ci sono numerosi protestanti Valdesi: per loro moltiplica pre­ghiere e sacrifici per ricondurli alla Chiesa Cattolica. Quando, nel 1935, la nuova cappella della Casa vie­ne dedicata all'Immacolata, ella ne è assai lieta, nella speranza che, per la sua intercessione, tanti prote­stanti abbiano a convertirsi al Cattolicesimo.

Ma il suo primo dovere è star là, in dispensa e in refettorio, come vuole l'obbedienza, come Gesù stes­so le ha raccomandato. È di una straordinaria bontà con le giovani suore malate e spesso bisognose, oltre che di cure, di una parola di conforto. La "refettorie­ra" porta loro il cibo più adatto e insieme il coraggio e la gioia. Quasi sembra chiedere scusa di voler par­lare, tanto è delicata.

«Ne fui molto edificata - ricorderà una di loro - per il devoto garbo quando ci serviva, premurosa ed anche compiacente nell'accontentarci nei nostri gu­sti. Era nostro piacere quando potevamo avvicinarla qualche momento libero in giardino, per sentire qual­che parola edificante e anche, perché come si sup­poneva, sembrava presagire il nostro incerto avveni­re. Alcune le disponeva a fare la volontà di Dio... e queste sono partite per il Cielo».

Un giorno, una suora, un po' indiscreta, le do­manda: «È lei, suor Gabriella, che parla al Cuore di Gesù?». Ella diventa tutta rossa in viso, abbassa la te­sta e non risponde. Per qualche tempo, non va più in mezzo a loro, che lo stretto necessario, per non di­re il suo segreto.

«Mi piaceva osservarla - ricorda un'altra suora - quando tornava dalla S. Comunione. II suo volto era così luminoso. Sembrava trasformato in un'estasi di Paradiso... Io posso dire che fu il mio angelo con­solatore nel mio soggiorno a Luserna».

Carità, unione con Gesù nella partecipazione alla Messa, nella preghiera davanti al Tabernacolo, nella vita di grazia, lavoro e ancora lavoro.

«Quando nell'ampio prato, davanti alla casa - testimoniano altre consorelle - suor Gabriella volta­va o rastrellava il fieno, non alzava mai gli occhi, sempre raccolta come in contemplazione davanti al Tabernacolo. Nulla la distraeva, anche se avessero sparato un colpo di cannone».

A una giovanissima consorella ricoverata per cu­re, dà l'incarico di tenere acceso il lume di cera da­vanti alla statuetta del Sacro Cuore di Gesù, nel ripo­stiglio degli attrezzi agricoli. Un giorno, la suora pian­ge, perché si sente peggiorata nelle sue condizioni fi­siche. Suor Gabriella le dice sicura: «Non pianga, non abbia paura; lei obbedisce e non deve temere di nulla. Il Signore è con lei, non dubiti; preghi e abbia fiducia: presto la toglieranno di qui e presto guarirà del tutto». Come di fatto avviene. 

Apostola del silenzio

Ora, davvero, non ha più alcun motivo di dubitare della verità della manifestazione di Gesù a Lugano, nel 1919, a Grugliasco, nel 1920, e di tutte le altre che sono seguite. Obbedisce alle disposizioni della Chiesa che la riguardano, ma tra il 1932 e il 1935, prova a insistere presso i superiori affinché solleciti­no un'approvazione della manifestazione di Lugano, per facilitare il compimento dei desideri di Gesù e la sua missione. Le dicono che "essi esigono un avveni­mento straordinario per poter parlare a Roma" (lette­ra del 5 dicembre 1932).

Il P. Domenico Borgna, già medico, poi sacerdo­te e ricercato direttore spirituale, le parla in modo energico, affinché non si illuda. Il P. Fugazza, Assi­stente generale italiano per la Congregazione della Missione, le dice che "tutto può essere anche fanta­sia". Suor Gabriella soffre intensamente: sono forse questi gli anni più duri della sua esistenza.

“Non ho che il cielo che possa aiutarmi - scrive a Mons. Poretti, il 5 dicembre 1932 - e dal Cielo, anzi da Colui che forma il Cielo, il Cuore di Gesù e l'Immacolata nostra Madre, attendo l'aiuto... Certa­mente, se non fosse stato per Gesù, io non avrei mai parlato... Gesù che è sempre l'unico conforto, mi disse: "La salvezza delle anime non dipende dall'approvazione delle creature; tu puoi salvarle lo stesso unita a me. Continua la tua vita di pre­ghiera, di lavoro per me».

Ora comprende che, anche se l'approvazione uf­ficiale della manifestazione di Lugano non è stata an­cora ottenuta, ella potrà compiere, mediante la sua silenziosa offerta, la missione cui si crede chiamata da Gesù stesso. Non c'è bisogno di questa o quella immagine, ma solo della sua fede e del suo amore ar­dente, della sua obbedienza e della sua preghiera, delle sue fatiche quotidiane, offrendo tutto per Lui, in unione a Lui, per le anime.

E allora, coraggio e avanti! Come ha saputo tro­vare Gesù in cucina e in dispensa, così ora lo troverà nelle altre umili occupazioni assegnatele.

“Sono stata a fare il mio dovere presso le galli­ne - confida a suor Maltecca - Cerco di farlo me­glio che posso per farle rendere, perché è la picco­la mansione che mi ha dato il Padre di famiglia... Io lavoro per esseri dai quali non ricevo alcuna ri­compensa e quindi l'amor proprio non vi trova nessuna soddisfazione e ne sono contenta, perché sono certa di lavorare esclusivamente per il Signo­re che le ha create”.

Si prende cura anche dell'orto, suor Gabriella, mettendo a profitto quel che si ricorda di aver impa­rato dai genitori, quando li aiutava nel medesimo la­voro a Boves. Un giorno, ha trovato dei pomodori molto belli e grossi e li raccoglie per utilizzarli in cuci­na. “Li avevo tagliati - racconta - e cavatone fuori il seme, lo raccolsi in una bacinella, che nascosi per paura che venisse buttato via da qualche sorella. Ri­tornata poco dopo per riprendere la catinella, non era più a suo posto. Domandai alla compagna che mi rispose di averla portata in cucina. Andai in cuci­na ma il seme era già stato buttato via. Allora Gesù mi disse: "Sono io che ho permesso questo. Usa ca­rità verso la tua compagna; non dirle il tuo disgusto, perché si farebbe della pena"».

Le sorelle, però, la contraccambiano con la me­desima carità ricca di premure, come quella volta che, rotta la sua scodella, non osa chiederne un'altra e per spirito di povertà si accontenta di usare il solo bicchiere. Ma una mattina, trova nel suo cassetto una scodella nuova. "Posso adoperarla?" - si chiede. Gesù le risponde: "Sono io che l'ho voluto, usala con tranquillità".

Anche a Luserna, suor Gabriella è la confidente di Gesù. Mettersi in comunicazione con Gesù, in mo­do diretto, per lei è cosa semplicissima.

Capita un giorno che le suore di Luserna, sba­gliando il numero di telefono, hanno una comunica­zione errata. Suor Gabriella ascolta in silenzio, poi commenta: «Non avviene così con Nostro Signore. Con Lui non si sbaglia mai; basta un po' di amore, di confidenza, di umiltà ed eccoci subito in comu­nicazione».

Ogni luogo - la dispensa e il refettorio, il pol­laio, il giardino, il prato o l'orto - è buono per co­municare con Gesù, ma è nella nuova cappella della Casa dell'Immacolata, inaugurata nel 1936, il posto abituale in cui Gesù si confida con la sua prediletta: ancora e sempre presso il Tabernacolo. 

"Provvidenza divina…”

Ed è proprio lì che suor Gabriella gode della terza manifestazione singolare di Gesù. Il 17 settembre 1936, (qualcuno dice, 1937) Gesù si mostra e le affi­da un altro incarico. Ma lasciamo la parola alla prota­gonista che lo ha raccontato, diverse volte, con qual­che particolare diverso.

«II 17 settembre 1936 - così si esprime Gesù - ti feci vedere il mio divin Cuore e ti dissi: "Il mio Cuore straripa di amore per le mie creature e con la mano destra ti feci vedere il prezioso fo­glietto, con scritta l'invocazione "Provvidenza divi­na del Cuore di Gesù, provvedeteci". Ti raccoman­dai di diffonderla ovunque: dicendo la preziosa in­vocazione con amorosa confidenza e amoroso ri­spetto al mio santissimo Nome Gesù, si ottengono tante grazie».

Un'altra volta, scrivendo al Canonico Lanfranchi, suor Gabriella narra: «Gesù, un giorno, in cappella, intrattenendosi con questa povera anima, mi disse: "Siccome non c'è ancora l'approvazione dei desi­deri che con tanto amore ho manifestati, sappi che il mio divin Cuore è tanto pieno di amore che vor­rebbe espandersi". Allora Gesù mi disse di far pa­lese, se fosse possibile a tutto il mondo, questa sua invocazione: "Provvidenza divina del Cuor di Gesù, provvedeteci!"

Gesù mi assicurò che in qualsiasi necessità, mora­le, spirituale e materiale, Egli ci avrebbe soccorsi, per­ché come disse, il suo Divin Cuore è un tesoro, dove racchiude ogni sorta di beni e tutte le virtù. Così si può dire a Gesù, per chi manca di qualche virtù: "Provvedeteci di umiltà, di dolcezza, di distacco dalle cose della terra, ecc... ". Gesù a tutto provve­de; anzi mi disse che il suo divin Cuore è come un torrente che, impedito di scorrere, straripa. Cioè, con questa breve invocazione, detta con tanta confidenza, noi in certo modo diamo sollievo al suo Divin Cuore nel suo grandissimo amore per tutte le creature e noi ci arricchiamo di virtù e di meriti, per il tempo e per l'eternità» (lettera del 23 ottobre 1938).

Un mese dopo, suor Gabriella spiega a Mons. Poretti il modo da seguire per pregare con questa in­vocazione:

«Dirla con tanta confidenza e, se si può, per ono­rare i 33 anni divini. Gesù mi fece sottolineare la pa­rola divina, perché tutti capiscano che viene proprio dal sul divin Cuore... Abbiamo già ricevuto tante grazie, anzi Gesù mi disse che la sua Provvidenza è un attributo della sua Divinità, perciò sorgente inesauribile... Gesù mi disse di stare tranquilla, che non vi è niente di contrario alla santa Chiesa, anzi è favorevole alla sua azione di Madre comune a tutte le creature» (lettera del 6 novembre 1938).

Quando suor Gabriella scrive così, l'invocazione è già molto diffusa tra le Figlie della Carità («I nostri su­periori di Torino - afferma - l'hanno tanto racco­mandata e anche a Luserna la superiora la racco­manda e la recita più che può»). Ella stessa, fin dal 1936-37, la diffonde scritta di suo pungo su poveri foglietti di carta. Nel 1938 la giaculatoria è già ampiamente conosciuta e usata da moltissimi fedeli, in un momento così difficile - la guerra non è più lon­tana - che tutti sentono il bisogno di invocare la Provvidenza di Dio.

Diversi anni dopo, suor Gabriella, scrivendo a Mons. Poretti, rivelerà altri particolari della manife­stazione della "Provvidenza divina": «II 17 settem­bre, Gesù mi era apparso e mi disse: "Ho il Cuore tanto pieno di grazie da dare alle mie creature che è come un torrente che straripa; fa' di tutto per far conoscere ed apprezzare la mia Provvidenza di­vina, il mio braccio non si è accorciato!"

Che cosa non avrei fatto per manifestare a tutto il mondo questo paterno desiderio di Gesù? Lui mi aveva insegnato: "Provvidenza divina del Cuore di Gesù, provvedeteci!". Le prime volte le scrissi su al­cune immagini che avevo e, quando potevo la inse­gnavo alle nostre buone sorelle; ma Gesù sa che so­no povera, perciò compì in parte il suo amoroso de­siderio. Un giorno, mentre ero in cappella per la meditazione, vidi Gesù con un foglietto in mano con scritta proprio questa preziosa invocazione: mi disse di scriverla e farla benedire e di sottolineare la parola "divina", perché tutti sappiano che è sua...

Gesù vuole insegnare a tutte le sue creature a ri­conoscere Lui come loro buonissimo Padre e di attri­buire a Lui la grande provvidenza e non attribuire so­lo a loro la riuscita del lavoro e dell'industria. Gesù, come buonissimo Padre, gode che si provi una ben giusta soddisfazione del dovere compiuto, ma vuole essere anche riconosciuto come il Datore di ogni be­ne. Questa invocazione dà al cuore questo sentimen­to di filiale riconoscenza. Gesù, in questa invocazione scrisse il suo bel nome, perché, come mi disse, desi­dera tanto che sia pronunciato con amoroso rispetto» (lettera del 2 aprile 1946).

Obbedientissima ai suoi superiori sino allo scru­polo, suor Gabriella consegna questa lettera alla sua superiora, suor Pesenti, la quale, conoscendo bene chi è l'autrice, copia lo scritto, prima di spedirlo. Ma aggiunge alcuni particolari, che a voce aveva sentito narrare da suor Gabriella stessa:

«Ero in cappella per la meditazione - le aveva spiegato suor Gabriella - quel giorno vidi Gesù scendere i gradini dell'altare, tutto splendente di luce e di maestà e avvicinarsi al mio banco. Quan­do fu vicino, non vidi più la sua luminosa persona, ma solo il braccio e mi mostrò un foglietto nella sua mano in cui vi era scritta la preziosa invocazio­ne: "Provvidenza divina del Cuore di Gesù, provve­deteci!". Mi disse di scriverla, di farla benedire e sot­tolineare divina, perché tutti sappiano che è sua».

In breve, la missione di suor Gabriella si è com­pletata con un incarico semplice e grande, di singola­re attualità, per il suo momento storico e per noi og­gi, come vedremo. 

Gesù si spiega

Con semplicità di bambina, sicuramente per obbe­dienza, suor Gabriella scrive per la sua superiora suor Pesenti, numerosi appunti in cui riporta, con il suo linguaggio semplice, le spiegazioni che Gesù le ha dato riguardo alla sua Provvidenza.

Ha sperimentato che la prima manifestazione di Gesù a Lugano non ha avuto alcun riconoscimen­to ufficiale da parte dei Superiori della Congregazio­ne né dalla Chiesa, per cui espone a Gesù il timore che anche la giaculatoria della "Divina Provvidenza" trovi difficoltà di approvazione. Gesù la incoraggia e le dice:

«Ti indicherò tre sorgenti inesauribili della mia Provvidenza. La prima la vedi alle nozze di Cana. Io per intercessione della mia SS. Madre, feci il mira­colo della mutazione dell'acqua in vino e, nel me­desimo tempo, procurai a quegli sposi altre grazie. Questa è la prima sorgente della Provvidenza divina materiale.

La seconda sorgente è il Cenacolo. Là, io mi sono dato tutto per le mie creature. Mi nascosi sot­to le specie del pane, per essere non solo alimento dell'anima, ma conforto dei cuori nelle pene morali...

La terza è sul Calvario. Questa sorgente è tutta spirituale. Nella mia Passione e Morte, vi è l'intero riscatto delle anime: tutte possono trovare salvezza. La mia infinita Provvidenza sa trovare nella loro mi­seria l'inizio della loro redenzione.»

In una parola: Gesù riporta il significato della Sua Provvidenza alla sorgente della salvezza che Egli ci ha meritato: il Suo sacrificio sulla Croce, il Calvario, l'Eucaristia che è Lui stesso in stato di offerta al Pa­dre e di dono agli uomini, Maria sua e nostra Madre, associata per prima alla sua redenzione, per l'inter­cessione della Quale, ci è dato di avvicinarci più facil­mente a Lui.

Invocare la Provvidenza divina, significa dunque avere fede in Dio che, come ben definisce il Catechi­smo di S. Pio X: «ha cura e provvidenza delle cose create e tutte le conserva e dirige al proprio fine con sapienza, bontà e giustizia infinita». Proprio per que­sto, affinché l'uomo giunga "al proprio fine", Dio ci ha mandato il Figlio suo Gesù Cristo, Salvatore no­stro mediante la Croce e l'Eucaristia; da Lui ci viene il perdono dei peccati e la vita divina della grazia, il Paradiso.

Pertanto invocare la Provvidenza divina del Cuo­re di Gesù, perché ci provveda, è accostarci a Cristo, per ricevere dalla pienezza di Lui, grazia su grazia, per le nostre necessità temporali e ancor più per la nostra santificazione.

Suor Gabriella, ancora nei medesimi appunti, continua a narrare:

«Gesù mi disse, anzi promise, che se qualche creatura morisse dicendo: "Provvidenza divina del Cuore di Gesù, provvedeteci!", è tanto grande ai suoi occhi questo atto di filiale confidenza, unita all'invo­cazione del SS. Nome di Gesù (pensi, cosa è per noi il SS. Nome di Gesù) che entrerebbe subito in Paradiso: contiene tanto amore, tanto per riguardo a Dio come per riguardo al caro prossimo. Con questa in­vocazione, si ottiene tutto quello di cui abbiamo bisogno, spiritualmente, moralmente e material­mente».

Raccomanda, l'umile suora, che nella corrispon­denza tra i membri della Famiglia vincenziana, si cer­chi di nominare sempre in qualche modo, il SS. No­me di Gesù, in riparazione delle bestemmie con il quale viene offeso. "Nominando questo nome, se­condo quanto ha detto Gesù, l'anima si arricchisce di preziosi meriti per il Paradiso e comincia a seguire Gesù nell'umiltà e nell'amore".

In uno stile semplici imo, la teologia e la fede è grandissima. Noi sappiamo dalla Rivelazione che "Non c'è altro Nome dato agli uomini in cui essi possano essere salvi, che il nome di Gesù" (Atti 4,12). È questo il centro della predizione degli Apo­stoli e della Chiesa, in tutti i secoli, basata sul Vange­lo stesso di Gesù: "Io sono la Via, la Verità e la Vita (cioè, l'unica Via, l'unica Verità, l'unica Vita): nessu­no va al Padre, se non per mezzo di me" (Gv 14,6). Gesù solo è l'unico Salvatore del mondo e oc­corre credere e seguire Lui, vivere di Lui e per Lui, per essere salvi e ottenere tutto da Dio.

Gesù chiede di nominare con amore il suo Nome: sembra una cosa facile, quasi banale, ma - in realtà - è raro dire o sentir dire di frequente il suo nome ("Gesù"): si preferisce dire Dio, il Signore, insomma qualcosa di più vago, perché spesso il "rispetto uma­no", quasi un complesso di inferiorità, ci fa arrossire di questo Nome come fosse cosa da bambini.

Eppure è Gesù solo il Salvatore, il Maestro, l'Amico per eccellenza, il Dio-con-noi. È Gesù che ci distingue dai non-credenti, dai credenti delle altre re­ligioni. Confessare il suo Nome, riconoscerlo davanti agli uomini con fierezza, significa seguirlo nell'umiltà e nell'amore, sentendo che noi da soli non possiamo nulla, affermando che la nostra vita vale solo se amiamo Lui.

Il messaggio di suor Borgarino è l'eco di Gesù stesso: "Chiunque mi riconoscerà davanti agli uo­mini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli" (Mt 10, 32-33).

Discorso di singolare attualità oggi, in cui si pensa che l'uomo non ha bisogno di nessuno e neppure di Gesù Cristo, che ognuno possa salvarsi solo con le povere energie della coscienza individuale, che una religione valga l'altra, mentre oggi e nei secoli, Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, crocifisso, morto e risorto, resta l'unico Salvatore.

Suor Gabriella ce lo ricorda, a nome di Gesù, con parola chiarissima e sicura, senza paura di smentita. 

Foglietti per il mondo

L'invocazione della "Provvidenza divina...", non tro­va alcuna difficoltà e si diffonde subito nelle case del­le Figlie della Carità, dei Missionari vincenziani, e al­trove.

All'elezione a Sommo Pontefice di Pio XII, il 2 marzo 1939, suor Gabriella spera di poter ottenere il riconoscimento della "manifestazione" di Lugano, ma ciò non avviene. Pochi mesi dopo, è lo scoppio della seconda guerra mondiale con il susseguirsi di anni terribili, in Italia, in Europa e nel mondo. C'è bi­sogno di tutto: di pane, di sicurezza, di salute, di pa­ce, di coraggio e di carità e di ogni virtù cristiana per continuare a vivere, per superare l'odio e le tentazio­ni più gravi, per vincere la disperazione.

La preghiera "Provvidenza divina del Cuore di Gesù, provvedeteci" pare proprio la preghiera del momento, dell'ora terribile che si passa, in cui "le ne­cessità morali, spirituali e materiali" sono enormi.

Il Vescovo di Lugano, Mons. Angelo Jelmini, la ap­prova e la arricchisce di indulgenza, 1'8 maggio 1940; altrettanto farà più tardi, il 19 luglio 1944, allora festa di S. Vincenzo de' Paoli, il Card. Maurilio Fossati, Ar­civescovo di Torino. Si sperimenta subito l'efficacia di questa preghiera recitata per 33 volte sulla corona: vengono abbondanti le grazie di ogni genere.

Si diffonde rapidamente e diventa assai popolare: la dicono le suore al mattino e alla sera e nei ritagli di tempo, la dicono le mamme che hanno i figli lontani in guerra, la dicono i soldati al fronte, la insegnano i sacerdoti e le anime di più intensa preghiera, dovun­que. Si fanno novene in continuazione per questa o quella intenzione. Gesù risponde con generosità - davvero Provvidenza divina - con favori di ordine materiale e spirituale... Capita spesso che chi è stato aiutato così, per riconoscenza a Lui, cambi vita, si converta dal peccato, o diventi più fervoroso.

È una pioggia di grazie... e di grazia santificante per molti. (Lo scrivente ha sentito raccontare che le Figlie della Carità operose nella Casa di riposo Serra­trice, del proprio paese, Costigliole d'Asti, durante gli anni della seconda guerra mondiale, pregavano e in­segnavano, "in modo accanito", a tutti, questa invo­cazione "miracolosa", che si ripeteva in, molte fami­glie, e che parecchi ottennero da Gesù quanto aveva­no chiesto con angoscia e incrollabile fiducia).

Lieta dell'approvazione avuta da illustri Vescovi, suor Gabriella, in tutto il tempo libero che le è con­cesso, non fa altro che scrivere su immagini e fogliet­ti l'invocazione e diffonderla come tantissimi petali di fiori, per seminare speranza e fiducia in fratelli e so­relle scoraggiati. Ella stessa, ritagliando da giornali e riviste figure di Gesù, incollandole su rettangolini di carta su cui scrive la sua invocazione, prepara "pove­re immaginette" da dare e mandare dovunque può.

Durante la guerra e negli anni immediatamente successivi, c'è come un'invasione di questa giaculato­ria. Suor Gabriella, nel 1946, ringraziando per iscrit­to il Card. Fossati, gli manda un "mazzo" di queste «immagini del Sacro Cuore con la giaculatoria scritta", affinché "le dia ai suoi sacerdoti pregando­li di spiegare e di inculcare amorosa confidenza nella Provvidenza divina». Cosa che subito fa anche sua Eminenza, in persona.

Intanto, alla missione di suor Gabriella, si è aper­ta un'altra strada. Sapendo, nonostante il silenzio della protagonista, che è diventata la confidente di Gesù, parecchi cominciano a interpellarla per chie­derle luce e consiglio su problemi, anche di difficile soluzione. Ella ascolta, prega ("ne parla a Gesù") e ri­sponde, spesso stupendo per la saggezza e lungimi­ranza delle risposte che dà, pur nella sua semplicità. Come stiamo per raccontare. 

Suora “del buon consiglio”

Presto si comincia a dire e a pensare che Gesù mani­festi a suor Gabriella anche le cose future e le sugge­risca le decisioni più opportune. Per questo, la inter­pellano consorelle e superiori, direttori di Seminari, fratelli e sorelle in difficoltà per diversi motivi, anche sul destino eterno dei defunti. Di tutto questo è rima­sta traccia nelle testimonianze rilasciate dalle persone interessate e anche dalle lettere della medesima suor Gabriella.

Una religiosa ha un fratello soldato che fa parte dell'aviazione elvetica: durante l'ultima guerra, il suo aereo è abbattuto per rappresaglia dai tedeschi. Il gio­vane muore: i suoi cari hanno un gran timore per la sorte della sua anima e confidano la loro pena a suor Gabriella. La quale, pochi giorni dopo, risponde che il giovane si è salvato l'anima perché, con un gruppo di commilitoni, prima di morire, si era confessato e co­municato per soddisfare al precetto pasquale.

I compagni del soldato morto presto confermano che le cose erano andate proprio come ha detto suor Borgarino.

Una mattina, suor Gabriella, domanda a una con­sorella: «Esiste una nazione di nome Uruguay o Paraguay e dove si trova?» (Quale semplicità!) Le rispon­dono: «Sì, esistono entrambe queste nazioni nel­l'America Latina. Ma perché fa questa domanda?» Spiega suor Gabriella: «Ah, ora capisco perché Gesù stamane mi ha detto di pregare per quella nazione. Mi sembra che vi saranno dei torbidi...».

Al giornale radio delle 13, le suore, con somma meraviglia, sentono che "un pronunciamento milita­re" era scoppiato in una di quelle nazioni.

La superiora della Casa di Pallanza è in angoscia per la minaccia di chiusura dell'ospedale. Suor Ga­briella le scrive: «che cosa teme per il suo ospedale, quando il Sacro Cuore di Gesù nella sua umiltà si è costituito quasi il portinaio della sua casa?». Forse al­lude solo alla presenza della statua di Gesù, posta sull'entrata, intanto però l'ospedale è ancora aperto e continuano a lavorarvi le Figlie della Carità.

Un'altra superiora si è raccomandata alle pre­ghiere di suor Gabriella, la quale, ricevuta la Comu­nione, prega subito per lei. Ma «il nostro amato Gesù - riferirà suor Gabriella a quella - mi nominò Lui stesso il suo nome, prima ancora che io la raccoman­dassi al suo misericordioso Cuore... Perciò stia tran­quilla che Gesù le vuol bene di amore di predilezione e, se permette che abbia qualche pena, lo fa perché non abbia ad attaccare il cuore alle cose terrene e sia tutta di Gesù. Agisca sempre nel ricordo che Gesù le sta vicino sempre e si compiace. Ovunque viva nell'amore purissimo di Gesù e stia in pace».

Sono soltanto alcuni piccoli (o grandi) episodi quelli ora ricordati. Ma quanti ne sono avvenuti di si­mili, sarebbe impossibile raccontare. Allo stesso mo­do, c'è pure qualcosa di miracoloso che la riguarda, come il fatto della "moltiplicazione del vino", che ella stessa ha narrato al Padre Traverso:

“La suora della dispensa era al ritiro; io fui incari­cata di dare il vino alle suore in refettorio. Quella mattina ne avevo poco e pregai la mia giovane com­pagna di andare in cantina a prenderlo. Ella mi disse: "Ho tante cose da fare, non posso proprio; preghi il divin Cuore di Gesù che lo moltiplichi, perché ne ab­bia abbastanza". Io le dissi: "Questo non è possibile, perché Gesù non è obbligato a far questi miracoli: è impossibile". Ella mi disse: "È il Cuore di Dio: pre­ghi!". Io non dissi più niente e mi misi a dare il vino; solo dissi a Gesù: "Adesso è proprio il momento di far vedere la tua bontà e la tua potenza per glorifi­care il tuo bellissimo Cuore!". Intanto dicevo il caro coroncino. Misi il vino a tutte con la misura abbon­dante e poi ne avanzai nel bottiglione più di una bella spanna.

Con meraviglia dovetti dire alla mia compagna: "È un vero miracolo: diedi il vino a tutte e ne avanzai ancora così tanto!". Quella meravigliata lo raccontò alla superiora. Questa per prudenza disse di non dir niente, ma Gesù sa che tutto questo viene da Lui: di mio non ho altro che le mie miserie» (lettera del 16 novembre 1927, da Grugliasco).

Davvero non si sente "una taumaturga", né pen­sa di far da maestra o da guida ad alcuno: sempre umile, semplice, assai concreta. Eppure, maestra e modello lo è per tutti coloro che l'avvicinano, con l'esemplarità della sua vita di consacrata, sempre alla ricerca della perfezione, nelle piccole e grandi cose di ogni giorno, nella via ordinaria (ma quanto straordi­naria per lei) della fede, speranza e carità con tutte le migliori virtù cristiane e religiose.

Per questo, per aver vissuto la sua missione di Fi­glia della Carità, più che per le singolari manifestazioni che crede di aver avuto, è grande suor Borgari­no ed è ricordata ancor oggi, a cinquant'anni dal suo "dies natalis". 

“Il Cuore che ha tanto amato"

Tutta la sua esistenza s'incentra nel Cuore di Cristo.

Oggi forse è difficile comprendere questa espressio­ne: "il Cuore di Cristo", "il Sacro Cuore", ma non c'è alcun dubbio che è nata dal Vangelo, dal dramma finale del Redentore Crocifisso, quando - come narra l'evangelista Giovanni, testimone oculare del fatto - "i soldati, venuti da Gesù, e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua" (Gv 19, 33-35).

Da quell'ora il costato, aperto, il Cuore trafitto di Gesù, è diventato il segno stesso del Suo amore infi­nito con cui Egli ha amato gli uomini e si è sacrificato sulla croce in espiazione dei peccati, per meritarci la salvezza.

L'amore umano-divino del Cristo, simboleggiato dal Suo Cuore di carne è la causa prima della salvez­za, di tutta l'opera della Redenzione, dei Sacramenti, della Chiesa, della santificazione degli uomini che lo accolgono nella fede e nell'obbedienza a Lui. Gesù ci ha conosciuti e amati tutti e ciascuno, durante la Sua vita, la Sua agonia e la Sua passione, e per ognuno di noi si è immolato: "Il figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20).

«Ci ha amati tutti con un cuore umano. Per que­sto motivo, il Cuore di Gesù, trafitto a causa dei no­stri peccati e per la nostra salvezza è considerato il segno e simbolo principale di quell'amore infinito con il quale il Redentore divino incessantemente ama l'eterno Padre e tutti gli uomini» (E. Zoffoli, Cristia­nesimo, Corso di Teologia, Segno, Udine, 1994, p. 514).

Tutto il Nuovo Testamento, dai Vangeli alle lette­re degli apostoli Giovanni e Paolo, è illustrazione di questo amore infinito di Cristo. I Padri della Chiesa non fanno altro che meditarlo, che approfondire il mistero di questo amore divino del Salvatore. I mistici più illustri del Medioevo lo hanno particolarmente onorato. Ma è soprattutto nel secolo XVII (Il Seicen­to) che la devozione al Cuore di Cristo si propaga dai monasteri al popolo e diventa culto pubblico... soprattutto in seguito alle apparizioni di Gesù a S. Margherita Maria Alacoque, monaca visitandina, diretta e sostenuta a Paray-le-Monial da S. Claudio de La Colombière.

Fu anche reazione alle asprezze del giansenismo che allontanava con eccessiva severità - condanna­ta dalla Chiesa - le anime da Dio. Nel 1765, Papa Clemente XIII ne istituì la festa liturgica che il venera­bile Pio IX, nel 1856, estese a tutta la Chiesa. I Pon­tefici che seguirono ne resero più solenne il culto e lo spiegarono in profondità, affermando che "il culto del Sacro Cuore sottende tutte le verità di fede, anima e riassume tutte le pratiche della pietà cri­stiano, è la più logica premessa di ogni strategia e successo di vita spirituale, di partecipazione all'at­tività apostolica della Chiesa" (E. Zoffoli, ivi).

Pio XI ritiene il culto al Cuore di Gesù "la somma della religione" (Miserentissimus Deus, 1928). II suo successore il Servo di Dio Pio XII, nell'enciclica Haurietis aquas (15 maggio 1956), lo definirà "la più perfetta professione del Cristianesimo" ("maxi­ma professio fide).

In una parola: dire "il Sacro Cuore di Gesù" signi­fica dire Gesù stesso, Gesù tutto intero, Gesù Salva­tore con la potenza e la dolcezza del Suo amore umano-divino, fonte del perdono e della grazia santi­ficante, di ogni virtù, per ciascuno di noi, in partico­lare.

Questo amore di Cristo, stimola ad associarci alla Sua Passione espiatrice e redentrice per amarlo co­me Lui merita, per identificarci con la Sua offerta e diventare "uno con Lui", per supplire alla indifferen­za e alla protervia con cui l'umanità si ostina a offen­dere Dio.

Di qui nasce la nostra adorazione a Lui, la nostra riparazione del peccato, la preghiera e l'azione inces­sante affinché sia conosciuto e amato da tutti, senza limiti.

Tutto questo sa e compie suor Gabriella Borgari­no, illuminata dall'educazione cristiana e religiosa che ha ricevuto, dalla sua fede e dalle "manifestazioni" che crede di aver ricevuto da Gesù stesso. Dal simbo­lo del Cuore umano-divino, ella passa alla contem­plazione della Passione del Crocifisso e all'amore Il compassivo", a voler cioè condividere nella sua vita la medesima offerta del Redentore. Cediamo a lei la parola: più comprensibile e più forte dei teologi. 

Gesù oltraggiato oggi

"Quando ero in croce - le confida Gesù - vede­vo una gran turba sottostante. Pochi mi guardava­no con compassione e meno ancora con confiden­za. Il mio divin Cuore ne ha sofferto tanto. Ma se quella turba mi avesse dato un solo sguardo di amorosa confidenza, io non avrei esitato un mo­mento a distaccare per poco tempo la mia mano destra per benedirli".

"La sua manifestazione" (quella di Lugano) - continua suor Gabriella - è per dire a tutti che con­fidino in Lui: Egli è onnipotente e di più è padre amoroso e a tutti vuol dare il suo divin Cuore” (lettera del 2 ottobre 1938).

Sì, Gesù è misericordioso e vuol salvare tutti - ella lo sa, per averlo appreso prima di tutto dal Van­gelo - ma è ben consapevole che occorre accoglie­re la Sua salvezza, farla nostra, essere fedeli a Lui, ai suoi comandamenti ("Se mi amate, osservate i miei comandamenti" - Gv 14,15) nei doveri comuni fi­no, se occorre, al sacrificio di se stessi per Lui.

Suor Gabriella non solo vive tutto questo in modo sempre più perfetto ma alla contemplazione del Cro­cifisso, si accende di un desiderio ardente di soffrire con Gesù, in spirito di riparazione: «È già da un po' di tempo - ella riconosce - che quando mi metto a riflettere un po' sulla passione di Gesù, non pos­so continuare, perché un vivo desiderio si accende in me di soffrire per Gesù, nella mia persona, e ve­dendomi priva, ne faccio dolce lamento a Gesù» (lettera del 14 gennaio 1921).

Gesù Crocifisso è sempre presente al suo sguar­do, alla sua preghiera, al suo amore che adora e pati­sce come Lui e con Lui. La "visione" più grandiosa del Crocifisso, suor Gabriella la annota nel settembre 1943 a Luserna, attorno ai giorni terribili dell'incen­dio di Boves da parte delle truppe dei nazisti.

“Un venerdì di settembre - scrive - ero in cap­pella per la meditazione, quando vidi sull'altare la croce con Gesù appeso, e ai piedi della croce, il glo­bo del mondo. Dalle mani, dai piedi e dal sacratis­simo costato gocciolava il sangue di Gesù sul mon­do, il globo sottostante alla croce. Gesù mi disse: "Recita cinque gloria Patri, per le cinque parti del mondo lo lo redimo con il mio preziosissimo san­gue". Mi fece una così santa impressione! Recitai i cinque gloria tra lacrime di amore e di compassio­ne... Sapendo di far piacere a Gesù, li recito sovente» ("Quaderno di aspirazioni" di suor Borgarino, p. 24).

È la certezza grande, consolantissima, che Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, si è immolato sulla croce in espiazione dei peccati dell'umanità, di ogni uomo, che pertanto ogni uomo, ogni popolo, il mondo inte­ro ormai è nell'orbita della Sua attrazione di amore, della Sua salvezza. E insieme è l'affermazione sicura che ogni credente, ogni intimo di Gesù, deve far la sua parte per portare agli altri questa salvezza affin­ché il sangue del Redentore non sia sparso invano.

Suor Gabriella ha approfondito in modo assai pe­netrante il mistero della Redenzione e l'ha scoperto come realtà viva e operante oggi: «Un giorno, Gesù mi disse: "Il Venerdì santo è per me tutti i giorni e sono ancora più oltraggiato di notte che di gior­no". Pensi la pena che provo quando Gesù, con tanta tenerezza, mi svela le sue sofferenze. Allora calde lacrime riempiono i miei occhi e offro tutto ciò che posso, preghiere, piccole sofferenze e so­prattutto l'amore filiale. Oh, se io potessi farlo co­noscere e amare da tutti!» (lettera del 1° giugno 1946).

Certamente "il venerdì santo è per me tutti i gior­ni" - può affermare Gesù, perché essendo Egli il Fi­glio di Dio che supera tutti i tempi e tutti i luoghi, il suo sacrificio non è di ieri (lo è solo per il suo aspetto di "cronaca", fenomenico), ma è contemporaneo, è di oggi e di sempre, per cui giustamente si può dire: "Cristo soffre e muore oggi per noi": così chi lo of­fende con il peccato, lo crocifigge oggi, come chi lo ama e fa la sua volontà, ripara, lo consola, lo fa gioi­re oggi. Di qui tutta la partecipazione dei cristiani e dei santi al Suo Sacrificio, in tutte le forme suggerite dall'amore più intenso.

Suor Gabriella, con la preghiera e con la vita, con la penitenza e con la carità, dà al suo Sposo e Signo­re Crocifisso "oltraggiato oggi", "più di notte che di giorno", tutta la sua dedizione. Fin dagli anni in cui era a Lugano, prende l'abitudine di fare la "via Cru­cis" durante la notte dal giovedì al venerdì di ogni settimana (la notte del tradimento e del processo di Gesù, tra il giovedì e il venerdì santo, prima della Sua crocifissione e morte) particolarmente per la conver­sione dei massoni.

“Cosa sorprendente - afferma - senza che io ci pensassi, quasi sempre verso mezzanotte, come una voce mi dicesse: "Recita il Rosario, oppure fa' la via Crucis per i massoni: essi mi fanno tanto soffrire, sono per me come i carnefici della mia Passione!” (relazione di suor G. B. a Mons. Poretti, marzo 1921).

Per tutta la vita, suor Gabriella farà la via Crucis durante la notte, quando non può dormire: "Stanot­te - le capita spesso di narrare alla sua superiora di Luserna - non so se ho dormito una o due ore. Sono sempre stata unita al Signore. Ho fatto una via Crucis lunga lunga".

Con il permesso dei superiori, per lunghi periodi della sua esistenza, tiene nel letto dei pezzetti di le­gno per far penitenza, per condividere in qualche modo i dolori di Cristo nella sua Passione. Sono le "follie dell'amore", le follie dei santi, ma ella sa indi­care ciò che è possibile compiere a chiunque: «Ho compreso che Gesù soffre quando abbiamo poca de­licatezza verso il Crocifisso del nostro Rosario che portiamo al fianco. Qualche volta lo deponiamo sen­za attenzione, lo urtiamo. Gesù prova una gran pe­na nel vedersi trattato con tanta indifferenza. Nel­la Passione, il suo volto adorabile fu profanato. Desidera trovare maggior delicatezza verso le sue spose. Mi sembra che le Figlie della Carità dovreb­bero baciare il loro Crocifisso con amore, in ripara­zione del bacio di Giuda».

«Gesù desidera - spiega a suor Pia Maltecca - che le Figlie della Carità, prima di riceverlo nella S. Comunione, diano un bacio al loro Crocifisso, in ri­parazione del bacio di Giuda». 

La vita come offerta

Gesù, il Crocifisso Vivente, suor Gabriella lo trova nell'Eucaristia: il Santo Sacrificio della Messa con la Comunione, la presenza reale di Gesù nell'Ostia del Tabernacolo, è il centro della sua vita, così che ella vive per Lui e di Lui eucaristico. Proprio come il divi­no Maestro promise a Cafarnao: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno... Chi mangia di me, vivrà per me" (Gv 6, 54-56).

Tutto nella sua esistenza, gravita attorno all'Euca­ristia. Si può dire che l'unica realtà per lei è l'Eucari­stia. La Santa Messa è TUTTO in ogni sua giornata e nella sua vita: ella sa e crede con fede vivissima che lì, nella Messa, può unirsi al medesimo Sacrificio of­ferto da Gesù a Dio sul Calvario in espiazione dei peccati degli uomini e per ottenere loro la salvezza.

«È sempre dopo l'elevazione della S. Messa (e dopo la preghiera della sera) quando deposti i pen­sieri del mio ufficio, mi getto con santo abbando­no sul suo divin Cuore: allora Gesù mi svela tante cose che non potrei descrivere... Molte volte Gesù, si fa sentire tanto più vicino al mio cuore, che sen­to piuttosto un ardente carbone che mi riscalda, che un cuore di carne, e allora l'unico desiderio è di ricevere Gesù tutti i giorni e la Comunione spirituale ogni mezz'ora. Ah, se potessi consumare la mia povera vita nel far amare Gesù e nel salvare le anime"» (lettera del 19 settembre 1920).

La Comunione eucaristica è l'atto più sublime che compie: ne gode e si impegna a immedesimarsi con Gesù, a farsi una cosa sola con Lui in ogni istan­te del giorno: «La terra con tutte le sue bellezze non sembra più niente a confronto delle visite di Gesù - scrive - ma specialmente nella S. Comu­nione e nelle ore del silenzio, Gesù più si avvici­na». Durante il giorno ella "prolunga" la Comunione con una singolare unione con Lui eucaristico: «Gesù mi disse: "Verrò nel tuo cuore alla mattina e lì starò: tu non soffrirai per questa assenza (a Luser­na, le suore erano state alcuni giorni, senza il SS. Sa­cramento nel Tabernacolo, a causa di restauri); mi farò sentire nel tuo cuore che ci sono". Difatti è stato proprio così» (lettera del 21 settembre 1931).

«II Cielo - scrive - l'ho già nel cuore: è Gesù. Quanto è santa e dolce questa unione con Gesù, quante cose Gesù mi dice! Le mie miserie non im­pediscono che io parli e conversi con Lui, anzi Gesù mi ascolta con più tenerezza» (lettera del 21 maggio 1935). Ai sacerdoti, per i quali continua a pregare e a offrirsi, si permette di raccomandare: «"All'eleva­zione della Messa, innalzate bene l'Ostia: Gesù infonderà negli sguardi delle sue creature nel con­templare l'Ostia Santa due virtù: l'umiltà e la pu­rezza; sono proprio queste che mancano alla no­stra gioventù". Gesù mi ha detto che più un'anima guarda l'Ostia Santa, tanto più diventa pura nelle sue intenzioni».

Ha capito davvero in profondità che cos'è la San­ta Messa: della sua vita fa un'offerta continua al Padre, potremmo dire, "una Messa continua" per le grandi intenzioni della Chiesa, per i sacerdoti e i massoni per i quali Gesù le ha chiesto di spendersi interamente: «Questa mattina nella S. Comunione supplicai Gesù che prendesse tutta la mia povera vita come un atto continuo del più perfetto amore e mi desse la grazia di morire martire come Lui vuole, materialmente o spiritualmente. Ieri sera, inginocchiandomi davanti al Tabernacolo per dare a Gesù "la felice notte", in contraccambio mi diede co­me una saetta al cuore, infuocata del suo purissimo amore. A questi segni, come posso dubitare di Lui?». 

“Come l’edera sul tabernacolo”

La giornata iniziata con la S. Messa si conclude da­vanti al Tabernacolo ogni sera, prima del riposo. Ma quante volte, durante il giorno, suor Gabriella è an­data là, da Lui! Del resto, anche nel suo lavoro na­scosto, vive in unione con Lui.

Sono parole sue: «Qualche volta ero in cucina: lavorando mi sentivo come una cordicella che dal Tabernacolo tirava il mio cuore a Gesù. Anche di notte, Gesù vuole che io rivolga il mio cuore dalla parte del Tabernacolo, al fine di essere sempre in adorazione e riparazione anche dormendo» (relazione del marzo 1921).

Oramai ella vive "là, con Lui: «Quando ancora non ero abituata alla continua unione con Dio - spiega suor Gabriella a suor Pia Maltecca - mentre ero in cucina o in qualunque parte del mio lavoro, sentivo d'improvviso e di tanto in tanto, come se un anello di catena agganciasse il mio cuore, cate­na che andava a finire nel Tabernacolo. Ora poi non ho più bisogno di questo richiamo. Quando sono davanti al SS. Sacramento, sento come l'ani­ma strapparsi dal petto e andarsi ad attaccare co­me l'edera alla porticina del Tabernacolo» (dagli appunti per suor Pia Maltecca).

«Sempre unita a Gesù, - ricorda la sua superio­ra suor Pesenti - con Lui conversava familiarmente e sensibilmente. Parlava poco; era abitualmente in compagnia di Gesù, sempre però pronta a risponde­re cordialmente a tutte quelle che si rivolgevano a lei per consiglio, tagliando corto quando il discorso non presentava più l'utilità; allora ritornava subito alla sua intimità con Gesù e Gesù a sua volta si confidava con lei. Quando si veniva a conoscenza di qualche triste fatto accaduto riguardo al SS. Sacramento profanato o derubato in qualche chiesa, o di qualche fatto pe­noso, mi diceva: "Gesù me l'ha detto; aveva il Cuo­re tanto penato che mi domandò riparazione. Pen­si che cosa avrei fatto per consolarlo e che pena per me, non poter far nulla, perché la mia salute non mi permette di far penitenze straordinarie! E allora prego molto, anche la notte, perché non posso far altro» (Suor Pesenti, Ricordi su suor G.B.).

Anche quando, per dono di Dio e la sua corri­spondenza alla grazia, ha raggiunto una singolare unione con Lui, suor Gabriella non sta fuori di questo mondo: vive la carità sempre più perfetta a servizio del prossimo e, nel medesimo tempo, sa delle profa­nazioni che si compiono contro l'Eucaristia, consape­vole - pensiamo con sicurezza - da chi vengono queste profanazioni. Non può far altro che riparare, riparare ancora di più con una vita tutta di amore: se potesse di più, non solo farebbe aspre penitenze, ma andrebbe a combattere e a conquistare costoro a Cri­sto, lei piccola suora, armata soltanto di passione ar­dente per il suo Sposo.

Anch'ella, nonostante l'altezza della contempla­zione cui è giunta, sperimenta le tentazioni: contro la fede, l'immortalità dell'anima, la speranza della sal­vezza, la presenza reale di Gesù nell'Eucaristia, ma è sicura che Lui non l'abbandona mai: «Gesù è vicino e non mi abbandona - scrive a P. Traverso - ma vuole che lei sappia come il gran nemico mi tribo­la. Prima di tutto continuamente mi dice e mi fa sen­tire: "Guarda che tutto quel che si dice di Gesù, di Gesù in Sacramento e le cerimonie della Chiesa, non è niente vero; non esistono tante cose come dico­no!". Quando sono in cappella, fa di tutto perché io non vi stia con attenzione. La mia volontà è ferma a tutte le Verità della Santa Chiesa, così che, mi pare, darei volentieri la mia vita per queste verità» (lettera del 27 maggio 1923).

«Fui tentata di disperazione - confessa ancora al medesimo Padre - Lei sa con che amore io amo Gesù, ebbene una forte voce mi suggeriva di oltrag­giarlo... A che punto! Io internamente dicevo a Ge­sù: “Tu solo sei il mio Tesoro, Tu solo conosci quello che soffre il mio cuore” (lettera del 26 feb­braio 1928).

Anche per queste prove, noi la sentiamo sorella, suor Borgarino, ma per lei è l'ora in cui più in fretta e con maggior confidenza va ai piedi di Gesù davanti al Tabernacolo, perché lì c'è Dio, c'è TUTTO, con la sua Vita: «Racconto a Gesù le mie cose e anche i miei desideri. Gesù vuole e gode in questa amorosa confidenza; lo faccio anche per riparare e, se fosse possibile, fargli dimenticare la indifferenza di tante anime. Quasi sempre, quando mi avvicino alla balau­stra, sento come se mi avvicinassi al fuoco, ma non spaventoso, dolce, che mi fa dire: “Lo so, caro Ge­sù, che ci sei! Anzi Lui mi disse di entrare spiri­tualmente nel Tabernacolo: Là Egli esercita la stessa vita che conduceva su questa terra, cioè ascolta, istruisce, consola” (lettera del 20 agosto 1939). 

Riparazione, amore

«È un Paradiso, quando Gesù parla, ma quando tace, quanto l'anima ne soffre! E più ancora quando il co­mune nemico mi perseguita: allora io corro ai piedi di Gesù Sacramento e ricevo un'accoglienza che a parole non si può spiegare... Ma quel che più mi sta a cuore è la pratica delle virtù. Dica a Gesù che mi tenga ben umile, dolce e ubbidiente» (lettera del 14 dicembre 1927).

L'amore a Lui, la conduce sempre all'impegno della riparazione: «Una sera di carnevale mi prostrai alla balaustra e dissi: Gesù mio, Tu sei tanto oltrag­giato: prendi il mio cuore come scudo di difesa al tuo SS. Cuore, fa' che io possa soffrire per Te» (let­tera del 16 marzo 1930). Nei giorni di carnevale, avrebbe voluto fermarsi in cappella tutta la notte per riparare, ma secondo l'obbedienza, alle 20,30 deve andare a riposare. Gesù le dice: "Va' a riposo tran­quilla e dormi, quando soffrirò di più, ti sveglierò!". Come di fatto, avviene, così che può tra­scorrere tempo della notte in preghiera.

Riconosce con candore: «Gesù ha preso talmen­te possesso di me, che anche nel sonno, sveglian­domi, mi sento tutta compresa di Lui. Anche la mia superiora, qualche volta mi dice, sorridendo: "Dov'è in Paradiso o no?". Ma la colpa è di Gesù... è solo per sua bontà che si intrattiene con l'ultima delle sue spose» (lettera dell'8 febbraio 1937).

Fin dai giorni della prima "manifestazione" di Lu­gano, suor Gabriella può confidare al suo direttore spirituale: «Sento che Gesù ha operato qualcosa nel mio cuore, perché dalla sua presenza non posso più allontanarmi. Anche nelle occupazioni del mio ufficio e nella notte, quando mi sveglio, pare che Gesù mi dica: "Sono qui: amami!» (lettera del 19 settembre 1920).

Davvero per Lei - come dev'essere per ogni credente - l'Eucaristia è tutto. Dal Sacrificio eucaristico, sa che viene salvata l'umanità e discende l'abbondanza della vita divina e di ogni grazia per chi vi si unisce, con le dovute disposizioni, mediante la Comunione. Adorando Gesù-Ostia nel Tabernacolo, ella vive ogni istante la sua fede e la sua unione-inti­mità con il Figlio di Dio, con la SS. Trinità.

Tutto deve condurla là, al Cuore di Gesù, cioè a tutto Gesù, Crocifisso ed eucaristico. La sua affezio­ne alla Madonna, sotto il titolo bellissimo dell'Imma­colata, con cui preferibilmente è invocata dalle Figlie della Carità, la porta là, a Gesù-Ostia: «Gesù mi dis­se: "lo lascio alla mia SS. Madre la potenza di far grandi miracoli; ma nel Tabernacolo, quanti vi so­no che appena sanno che io ci sono! Eppure la sal­vezza e i conforti alle anime, tutto dipende dalla mia vita di preghiera e di immolazione nel SS. Sa­cramento!» (lettera del 24 marzo 1937).

Ed è così che c'è un amore solo in suor Gabriella: l'amore a Cristo e a sua Madre sono, nella sua ani­ma, una cosa sola: «Gesù mi disse che quando la SS. Vergine fu data alla terra, la SS. Trinità si riposò, per così dire: aveva assicurato una Madre Immacolata a tutto il mondo e le creature erano tutte affidate a questa tenerissima Madre e da Lei tutto il bene a noi» (lettera dell' 11 dicembre 1936).

Non può che dire: «"Io tutto aspetto dalla no­stra celeste Madre e nelle sue purissime mani e nel suo cuore di Madre, ho deposta tutta la mia missione". E rivolta a Gesù: "Tu che hai tanto ama­ta la mia Mamma Immacolata da arricchirla di tante belle virtù, concedimi di imitarla, affinché di­venti una buona Figlia della Carità, umile, ubbi­diente, caritatevole, dolce, semplice e tutta tua, in vita e per l'eternità"» ("Quaderno di aspirazioni").

E questo che più le importa: non le manifestazio­ni sensibili, straordinarie, ma la risposta fedele di ogni istante all'amore di Dio, la santità da ricercare nelle cose comuni dell'esistenza vissute per purissimo amore. Compiere tutto questo, lo può, con la grazia di Gesù, per l'intercessione della Madonna, con la forza dell'amore e della confidenza.

Forse, il messaggio di fondo di questa umile crea­tura sta proprio qui: sì, Gesù ha bisogno di predicato­ri, di martiri, di confessori della fede, ma soprattutto di amici che vadano a Lui con la confidenza del bam­bino, capaci di "rubargli" il Cuore per rivelarne le te­nerezze infinite agli uomini del nostro tempo, inariditi dall'indifferenza e dall'egoismo e incendiarli del Suo amore, anzi di Lui: Gesù solo! 

Davvero figlia della carità

Proprio con questo stile degli "amici intimi" di Gesù, e di Sua confidente, suor Gabriella vive un'intensa vi­ta di carità verso il prossimo, a cominciare dalle sue consorelle, e servendo le persone cui è stata destina­ta. Non c'è da cercare dei grandi fatti nella sua esi­stenza, delle azioni eccezionali, ma la santità nella vi­ta religiosa ordinaria, che però diventa straordinaria per l'intensità della fede e dell'amore.

Fin dall'inizio, ella vede la vita alla luce del giudi­zio di Dio, davanti al quale nessuno sfugge: «Sentivo distintamente la voce di Gesù che mi giudicava e la cosa che mi ha fatto più impressione è questa: "Da te voglio una carità a tutta prova!". Ecco per­ché ho sempre tanto timore di mancare alla ca­rità».

Nei ritiri, nella preghiera quotidiana, così fissa i suoi propositi, di estrema semplicità, che tutti posso­no realizzare, con la grazia di Dio:

«"Devo pensare alla mia santificazione, prati­cando una grande dolcezza e mai scusarmi; piutto­sto silenzio, per ottenere dal Divin Cuore di Gesù tante grazie per le anime e per la mia cara comu­nità"».

«Procurerò di far morire quella suscettibilità che tanto mi fa soffrire e fa soffrire anche le altre. Procu­rerò, per far piacere a Gesù, di aver sempre un dolce sorriso sulle labbra, quantunque il cuore abbia qual­che pena».

«Gesù rendimi dolce, silenziosa, laboriosa!» «Avrò sempre maniere dolci, perché in tutto ve­drò Gesù».

Si esamina con scrupolo sulle sue giornate e rico­nosce le sue mancanze, con l'impegno di crescere nella carità:

«Ho dato pena a Gesù. Una suora è venuta a chiedermi un limone per una malata e, siccome in quel momento mi trovavo un po' imbarazzata (cioè impegnata in qualche altra occupazione), le ho detto di andare in dispensa. Ella, non avendo trovato nes­suno, è stata costretta a ritornare. Gesù mi ha rim­proverata di non averla accontentata subito. Il mio atto sarebbe stato più perfetto.     

Stavo facendo un lavoro e mi si venne a chiama­re per preparare la cena a una malata. Risposi: "In dispensa ci sono le altre due sorelle che lo possono fare, vada da loro", dovendo io terminare il mio lavo­ro. Andò, ma le sorelle nella dispensa insistevano perché andassi io. Lasciai il lavoro e andai. Nel cuore avevo la pena di non aver risposto un sì pronto e ge­neroso alla prima chiamata. Era Gesù che nella per­sona di quella malata mi chiedeva un piacere».

Ne chiede perdono a Gesù e si sente dire da Lui: "vedi, ho tanti servi nella Chiesa. Chi mi serve nell'apostolato, con la penitenza ecc... tu mi servi con le rose, ossia con lo spirito di carità".

Non lascia passare occasione, anche la più picco­la, per vivere la carità, con premura, con delicatezza, con cuore di madre, anzi con il Cuore medesimo di Gesù, lasciando che Lui ami per mezzo suo e serva gli altri con le sue mani. Tutte le sue più piccole azio­ni quotidiane diventano fiori di carità da offrire a Lui: «"Gesù mi fece sentire e, tra le altre cose, compresi che avrei potuto cogliere per Lui dei fiori dovun­que, anche sulla neve".

"Gesù mi ha detto di spigolare, di non lasciare cadere a terra le piccole occasioni, ma da tutto saper raccogliere, per offrirgli delle rose". "Gesù mi ha so­prannominata la sua piccola fioraia, la sua spigo­latrice"». (Lettera del 23 aprile 1935).

Lo ha imparato e lo mette in pratica ogni giorno: «Questi piccoli atti di virtù, mentre rendono fe­lice la nostra povera vita di quaggiù, rendono al caro prossimo la contentezza e la pace e a Gesù la consolazione di vedere che il suo più caro coman­damento dell'amore è praticato. Tutte le volte che posso fare qualche piacere o rendere qualche pic­colo servizio alle mie care sorelle, provo una con­tentezza tale sapendo di far piacere a Gesù».

E così con tutti, a cominciare dai più poveri - consapevole che Gesù l'ha voluta tra le Figlie della Carità per servire proprio loro e che solo così sarà una consacrata vera, nello spirito del Vangelo, di S. Vincenzo de' Paoli e S. Luisa de Marillac, i santi fondatori della sua famiglia religiosa.

A Grugliasco, un giorno sta rientrando in casa, carica di una borsa di pane. Incontra un povero che le viene incontro e la guarda. Suor Gabriella gli si av­vicina e gli domanda: "Mi pare che abbia fame. Vuo­le una pagnotta?". Quello le risponde: "Oh, molto volentieri" e lo prende, ringraziandola con un sorriso. Ella, ricordando la parola di Gesù: "Quello che hai fatto al più piccolo dei miei fratelli, l'hai fatto a me" (Mt 25,30), in quello ha visto davvero Gesù.

A coloro che la interpellano, più che dare rispo­ste su questioni straordinarie, preferisce raccomanda­re la carità: «Pensi - scrive a una consorella - che quando fa un piacere al suo prossimo, lo fa a Gesù". A una superiora che non sa più sorridere per le sofferenze che porta dentro, suor Gabriella ricorda umilmente: "Quando Gesù, nel suo amore le pre­senta, anche un po' sovente, la sua croce, faccia senza distinzione a tutti un bel sorriso".

"Sia come Gesù - scrive ad un'altra - che si la­sciava circondare dai poveri e la sua dolcezza attirava a sé. Lei, buona Figlia della Carità, sia tanto buona con tutti e a tutti sarà di conforto". “Un fraterno consiglio che attingo da Gesù è quello di essere buoni, pazienti con tutti; in tutti veder sempre e unicamente Gesù e Maria SS. Si attenga tanto lei come le buone compagne, a questo e saranno feli­ci” (lettere del 1947 e del 1948).

Insieme all'intimità con Gesù - di cui dicevamo nel capitolo precedente - "in questa piccola via della carità" sta pure il messaggio di suor Gabriella per il nostro tempo: non la filantropia o la simpatia umana, neppure le grandi cose possibili a pochi e in condizioni speciali, ma la carità che è Cristo vivo in noi, che ama e si sacrifica per i fratelli. 

In cammino verso il Cielo

Una certezza non l'ha mai lasciata dall'inizio della sua vita religiosa: quella di essere un'anima in cammino verso la meta, entrata tra le Figlie della Carità per guadagnarsi meglio e più in fretta il Paradiso. Il suo atteggiamento di fondo è riassunto in due afferma­zioni: «Guardiamo il bel Paradiso, nostra vera pa­tria». E ancora: «Uno sguardo al Tabernacolo e l'al­tro al Cielo».

Ha un desiderio grandissimo di purificarsi sempre di più per andare da Lui e, per questo, accetta prove e sofferenze, come un dono di Dio: «Come desidero di essere con Gesù! Apprezzo questa terra creata da un sì buonissimo Padre celeste, ma non mi pa­re più niente a confronto dell'amore di Gesù» (let­tera dell'8 aprile 1943).

Scrive così durante la seconda guerra mondiale ed è pure vissuta durante la prima, con l'immancabile sequenza di dolori e di lutti. Sa che cos'è la vita e che cos'è la morte: la sua unica speranza - che è certez­za - è il Signore che non viene meno, anzi che le viene incontro, mentre tutto il resto si allontana e di­venta piccolo e scialbo.

«Dica a Gesù - chiede al suo direttore spirituale - che mi faccia parte della sua croce e delle sue pene; non desidero altro che purificare la mia ani­ma per mezzo delle afflizioni e così presto vedere il bellissimo Cuore di Gesù nel bel Paradiso, ma an­che la pazienza e la rassegnazione in tutto. Gesù mi ha levato ogni gusto per qualsiasi piacere che sappia di terra e mi ha messo in cuore una grande voglia di soffrire per suo amore, sebbene per la mia debolezza non ne sia capace» (dagli scritti del 1920-1921).

Tutta la sua vita è segnata così dalla croce - quelle comuni a tutti come i lutti familiari, le incom­prensioni, i problemi di salute, la fatica quotidiana - a cui, per lei, si è aggiunto il martirio di non veder uf­ficialmente riconosciuta la "manifestazione" che Ge­sù le aveva donato. Ma, in fondo, che importa? Ella ha camminato nella fede, alla luce dello Sposo, guar­dando e attendendo l'incontro definitivo con Lui e il­luminando anche il cammino degli altri con la mede­sima luce.

Il mistero del dolore e della morte, che senza la fede finisce nell'angoscia e nella disperazione, non le dà paura né la fa tremare: chi ha Gesù vivo con sé non trema, ma guarda all'aldilà con la sicurezza che una realtà infinitamente più grande e più lieta si apre, una volta compiuto il pellegrinaggio su questa terra. Suor Gabriella diventa portatrice di speranza e di gioia.

Alla morte del suo fratello maggiore, scrive: «Un giorno, forse presto vedrò l'anima del mio carissi­mo congiunto tra gli eletti. Mi disse Gesù, che per la responsabilità di insegnante, doveva fare più lungo purgatorio ma che le preghiere sono effica­cissime per abbreviarlo».

Ad un altro fratello - Giuseppe - e alla sua fa­miglia, invia il libro che illustra la grande promessa di Gesù a chi per nove primi venerdì consecutivi del me­se, si sarà accostato alla Confessione e alla Comunio­ne riparatrice, spiegando, a nome di Gesù stesso: «Se potete far fare a tutti i nove venerdì come spiega il li­bro, proprio bene, sarà assicurata a tutti la salvezza dell'anima immortale. Guardiamo sovente il bel Para­diso nostra vera patria» (lettera del 24 gennaio 1939).

Dopo la morte di Giuseppe, consola i suoi cari: «Alziamo gli occhi al cielo... pensate che il Paradiso sarà per sempre nostro». Così, quando muore una sua giovanissima nipote, lasciando orfane le sue bambine, suor Gabriella scrive loro con cuore di mamma, raccomandando la fedeltà al Signore Gesù, la confidenza in Lui, l'attesa del Paradiso dove "si starà tutti insieme, per sempre". Invita a suffragare i defunti e insieme semina tranquillità, pace, in deci­ne e decine di persone che vengono da lei in cerca di conforto per la perdita dei loro cari. Il segreto di que­sta forza che vince la morte, lo rivela nelle sue note d'anima: «Perché penarmi? Uno sguardo a Gesù e al Cielo rianimi il coraggio con un dolce sorriso!». 

“Ecco lo SPOSO!”

«Godo grande intimità con Gesù - scrive a Mons. Poretti il 27 marzo 1942 - a Lui racconto tutto, pene e consolazioni, e desidero proprio tanto di vederlo presto. So che ho molte miserie in me e di questo domando perdono; ma sento anche nel cuore tanto amore per Gesù. Come mi fa pena, quando so che è offeso! Prego tanto per chi l'of­fende e confido che Gesù perdona loro, come con tanta generosità ha perdonato ai suoi crocifissori».

Sente che l'incontro definitivo con il Signore non è più lontano: «Gesù mi parla sovente che viene a prendermi come sua povera sposa e io ben volen­tieri acconsento, perché i suoi infiniti meriti sup­pliscono alle mie miserie... forse dovrò ancora aspettare degli anni, perché riguardo all'eternità il tempo è poco. Sovente dico a Gesù: "Quando sarò con Te in Paradiso, mi permetterai di continuare la mia missione di far conoscere al mondo intero le infinite misericordie del tuo bellissimo e inno­centissimo Cuore e di cercare sempre la Provviden­za divina a pro delle tue creature» (lettera del 4 ot­tobre 1942).

La guerra finisce nell'aprile 1945 e ci si avvia a un clima più sereno, nonostante le innumerevoli diffi­coltà della ricostruzione. Suor Gabriella continua a diffondere i foglietti con l'invocazione alla Divina Provvidenza, consapevole che ce n'è è più che mai bisogno. Nel 1947, ella si ammala seriamente: un'anemia perniciosa le toglie, a poco a poco, ma ir­reversibilmente, le forze. «Sono stata quasi vicina ad andarmene eternamente - scrive il 17 settembre a Mons. Poretti - a vedere il bellissimo Cuore di Gesù e a prendere la mia vera missione di far tanto del be­ne alle anime e alle persone, che tutti hanno bisogno della Provvidenza divina del Cuore di Gesù. Ma, avendo intravisto il bel Paradiso, mi è toccato di ri­manere ancora sulla terra».

Però la sua salute declina visibilmente con il pas­sare del tempo. Nella primavera del 1948, si impe­gna a fondo con la preghiera e con l'offerta di se stessa, affinché l'Italia alle elezioni del 18 aprile, non abbia a perdere la libertà e la fede, per il trionfo del regno di Gesù. Il 2 settembre 1948, compie 68 anni: riceve una lettera della Visitatrice, suor Zari, che le esprime tutta la stima dei superiori e della sua fami­glia religiosa: «Le migliori notizie della sua salute mi hanno fatto piacere. Lei con il desiderio affretta l'ora dell'eterno abbraccio con il Cuore di Gesù e noi con l'affetto e la preghiera la tratteniamo sulla terra, con­siderandola parafulmine della Provvidenza e interme­diaria tra noi e la Provvidenza divina. La vita è un do­no di Dio e, impiegata bene nella sofferenza, come la sa impiegare lei, tutti i minuti formano una catasta di meriti».

Sembra star bene ancora, suor Gabriella, perché, finché può, partecipa alla vita della sua comunità, si alza ogni mattina per essere presente alla Santa Mes­sa, e lungo il giorno, se ne sta a tavolino a risponde­re alle numerose lettere di chi le chiede consiglio, e a scrivere i foglietti della Provvidenza divina, che distri­buisce come una pioggia di petali, più che può. Interviene alla novena del Natale 1948.

Il 19 dicembre 1948, scrive alla superiora dell'Ospedale di Lugano, suor Brizzolara: «Oh, se sa­pesse, mia buona e cara sorella, come viviamo ben unite a loro. Noi qui nella preghiera facciamo co­me un piccolo impianto elettrico, la fine del quale ci congiunge tutte nel caro Santuario (del Sacro Cuore) e alla cara "Madonnetta".

Posso campare anni e anni, e i miei peccati mi tengono ancora lontana dall'eterno e desiderato ab­braccio di Gesù e di Maria; però è già un po' che non sto niente bene, sebbene la buona superiora fac­cia tutto quello che può. Se sentisse della mia mor­te, se può, avrei tanto caro una santa Messa alla cara "Madonnetta", alla cappellina del Ricovero Rezzonico e al Santuario. Dal Paradiso restituirò tanta carità».

Il 23 dicembre 1948, mentre alla sera sia andan­do in cappella per la benedizione eucaristica, sente fortissimi dolori allo stomaco e non si regge più in piedi. La superiora, suor Pesenti, la fa trasportare in infermeria. Non può più parlare, soffre molto, ma senza lamentarsi mai. Viene assistita da tutte le suo­re, giorno e notte, sino all'ultimo. Riceve i Sacra­menti, lucida e serena. Accoglie tutti con un sorriso, che rivela la sua pace, la sua intima unione con Dio.

Alle 23,45 del 1° gennaio 1949, suor Gabriella Borgarino, contempla per sempre il Signore Gesù, avvolta nell'amore infinito del suo Cuore. 

La sua missione continua

All'aggravarsi del suo male, suor Fortunati, da Luga­no, il 29 dicembre 1948 ha scritto: «Da quanto pa­re, il lavoro di suor Gabriella, tanto attivo e frut­tuoso sino ad oggi per la gloria di Dio, sta per in­cominciare nell'eternità in un modo ancora più at­tivo e più fruttuoso... Il filo elettrico, che da Luser­na era in continua attività verso il Santuario del dolce "Tesoro" che è il cuore di Gesù, non si spez­za, ma si rafforza».

Alla morte di suor Gabriella, avviene proprio così. Esposta per due giorni, è un continuo accorrere di suore e di persone di ogni ceto, per vederla ancora una volta, pregare davanti alla sua salma e far tocca­re alle sue mani, corone, immagini, fazzoletti e altri oggetti, fino al punto di tagliarle qualche pezzetto dell'abito, per tenerli come reliquie.

Viene sepolta nel cimitero di Luserna, nella terra, come le altre suore, come i poveri. E subito comincia il pellegrinaggio alla sua tomba e si diffonde la fama di grazie e di celesti favori ottenuti per sua interces­sione. Prima di chiudere la tomba, le suore cantano la sua giaculatoria: "Provvidenza divina del Cuore di Gesù, provvedeteci!", fra la commozione di tutti.

Il 30 gennaio 1949, mons. Lanfranchi celebra la Messa di trigesima, nel santuario del Sacro Cuore di Lugano. Accorrono in molti, che ancora ricordano suor Borgarino, che là era rimasta dal 1906 al 1919, ma che pure vi mancava da trent'anni. All'omelia Mons. Lanfranchi afferma: «Anche tra noi rimase il profumo delle virtù che ha praticato qui. A lei devo essere riconoscente e penso anche che i fedeli con me, perché ella si occupò in modo angelico nell'ope­ra santa di salvare le anime e perché la sua azione continuò sino alla fine».

Alla sua umile tomba di Luserna, è un continuo affluire di suore, sacerdoti e fedeli, in preghiera... II 29 maggio 1959, alla presenza di 170 Figlie della Carità e di 12 sacerdoti, dei Superiori delle Famiglie Vincenziane della Provincia di Torino, i resti mortali di suor Gabriella sono traslati in una cappellina costruita appositamente lungo il muro di cinta del giardino della Casa dell'Immacolata, dove riposano tuttora, vegliati da una bella immagine di Gesù che indica il suo Cuore divino come sorgente di grazia e di santità.

Oggi, a distanza di 50 anni dalla morte, davanti alla sua tomba sostano numerosi in preghiera: suore di passaggio, sacerdoti, semplici fedeli, spesso perso­ne che soffrono e che cercano la sua intercessione presso Dio. Con il trascorrere degli anni, la fiducia nell'intercessione della "suora del pollaio" di Luserna sembra aumentare sempre più, avverandosi le sue parole: "La mia missione comincia in Cielo".

L'abbiamo sperimentato in molti, anche lo scri­vente, che da bambino fino ad oggi ripete spesso, nelle ore del bisogno, l'invocazione che Gesù ha in­segnato alla piccola suora: "Provvidenza divina del Cuore di Gesù, provvedeteci!". "Mio dolce Tesoro, Gesù, dammi il tuo bel Cuore". Un giorno d'estate 1985, ha avuto la gioia di pregare così davanti alla sua tomba a Luserna, anzi, di sentir raccontare da un'anziana Figlia della Carità: «Vede quell'albero grande del prato? Lì, quando suor Gabriella aveva fi­nito di scopare le foglie secche, veniva a riposare un momento e Gesù le parlava appoggiandosi a quell'al­bero». Lo scrivente non poté, per istinto, far altro che appoggiarsi al medesimo albero e rivolgersi a Lui, il Redentore divino, Gesù, l'unico che può for­mare persone così...

Quanti uomini e donne così ci sono nella Chiesa e tra le Figlie della Carità, da S. Vincenzo e da S. Luisa de Marillac ad oggi: le sante martiri di An­gers e le sante martiri di Cambrai, uccise dai senza­ Dio della rivoluzione francese, nel 1794; S. Caterina Labouré (1806-1876), confidente dell'Immacolata che le assegnò di diffondere la medaglia miracolosa; Madre Rosalia Rendu (+ 1856), che stupì Parigi e l'Europa per la sua carità senza limiti, per citare solo le più note... Suor Gabriella è della medesima razza. 

"Lui solo!"

Nella vita e nel messaggio di quest'umile suora, c'è un'unità e una coerenza assoluta, dall'inizio alla fine, che si concentra nelle due invocazioni che sono le sue.

La prima "Mio dolce tesoro Gesù, dammi il tuo bel Cuore", è domanda per ottenere Gesù stesso, per sé e per tutti, per i sacerdoti fedeli e per quelli che sono in difficoltà o che già hanno lasciato o tra­dito, per coloro, i massoni, che combattono il divin Salvatore e la sua Chiesa, affinché tutti abbiano a tornare a Lui, a convertirsi.

È sete struggente di comunione con Gesù, di identificazione con Lui, di donare Lui ai fratelli, an­che ai più lontani.

La seconda invocazione "Provvidenza divina del Cuore di Gesù, provvedeteci", secondo la spiegazio­ne che ella ne ha dato, è continuo accostarsi alla Croce e al Cenacolo di Gesù, al Suo Sacrificio ripre­sentato ogni giorno nella celebrazione della Messa su tutti gli altari della terra, Sacrificio che è fonte della grazia santificante, vita divina per la nostra vita, e di ogni altra grazia e virtù. Soltanto Gesù Crocifisso ed Eucaristico può provvedere, anzi, è la Provvidenza da cui scaturisce grazia su grazia.

Dunque, Gesù al centro, Gesù che è tutto.

Gesù, unico Salvatore per ogni uomo di ieri, di oggi e di sempre.

Gesù, risposta unica e adeguata ad ogni proble­ma, a ogni difficoltà.

Gesù, colui che ci distingue come veramente suoi, perché Egli vuole vivere in ciascuno di noi per rivelarsi per mezzo nostro ai fratelli e condurci al Padre.

Proprio come scrisse San Gian Gabriele Perboyre (+ 1839) il missionario vincenziano, martire in Cina a soli 37 anni, crocifisso come Gesù, il patrono di suor Gabriella, del quale ella portava il nome: «Tutto quel­lo che possiamo desiderare, lo troviamo nel Croci­fisso, nel Vangelo e nell'Eucaristia: non c'è altra via, non c'è altra verità, non c'è altra vita. Perciò siamo tenuti ad attaccarci a Lui solo, ad appren­dere nient'altro che Lui e a seguirlo senza interru­zioni.

Non possiamo salvarci che conformandoci a Gesù Cristo. Dopo la morte non ci sarà chiesto se siamo stati sapienti, se abbiamo occupato posti im­portanti, se ci siamo guadagnati la stima degli uo­mini, ma ci sarà chiesto se ci siamo applicati a co­noscere e a vivere Gesù Cristo.

Se Dio non troverà in noi alcun tratto del mo­dello divino che ci ha offerto, saremo senz'altro re­spinti; ma se ci saremo sforzati di conformaci a Lui, saremo glorificati».

Al mondo d'oggi, suor Gabriella Borgarino non ha altro da dire che Lui: Gesù, e ancora Gesù.

 

Quanti ricevessero grazie per intercessione della Serva di Dio Suor Gabriella Borgarino sono pregati di darne notizia a:

Visitatrice delle Figlie della Carità di S. Vincenzo Via Nizza, 20 - 10125 Torino