SUOR ELENA
AIELLO – “ ’A MONACA SANTA”
Fondatrice
delle " Suore Minime della Passione di N.S.G.C.

Il lettore troverà forse questa premessa alquanto
singolare; scorrerà, infatti, una dopo l'altra, tre testimonianze, tanto piú
efficaci, quanto nervose e sintetiche. Esse si stagliano a breve distanza
dalla morte di Suor Elena: all'arrivo della salma a Cosenza, dopo dieci giorni
dalla morte, e nel trigesimo.
La prima testimonianza è del P. Francesco Saragò,
dei Minimi, per anni direttore spirituale dell'Aiello; venerando e dotto
religioso, ben noto a tutto il giovane clero della Calabria.
Eccone il testo: « Davanti alle bare vi è sempre da
apprendere. E' il mistero del tempo e dell'eternità che siamo portati a
contemplare, il mistero della miseria e della grandezza umana, del corpo che è
polvere e ritorna polvere, e dello spirito che viene da Dio e a Lui deve
ritornare.
« Questo per tutte le bare e per tutte le anime
contemplanti.
« Ma i viandanti dal tempo all'eternità non
possiedono tutti la medesima statura, non sono tutti uguali nel compimento dei
propri doveri, nella ricerca e nella conquista della vera vita nell'amore verso
Dio e verso il prossimo, nell'affermazione della vera civiltà.
« Abbiamo cosí gli eroi, i geni che sono l'onore
del genere umano, abbiamo soprattutto i santi, immagini viventi di Dio, che
illuminano la storia con la vera sapienza, e infiammano i cuori con la carità:
la vera grandezza è qui, perché criterio della vera grandezza è l'amore. Le
grandi menti e i grandi cuori si inseriscono nella storia e la spingono verso i
suoi eterni destini. Ci troviamo ora davanti alla salma di una di codeste anime.
E' doveroso per noi fermarci un momento per coglierne le linee essenziali,
ringraziarne il Signore e custodire gli ammonimenti che ne derivano. Gli
aspetti fondamentali di Suor Elena Aiello possiamo ridurli a tre, che, poi, in
fondo, sono una sola fiamma nella fornace della sua anima.
I) La fondatrice delle Terziarie Minime della
Passione di N.S.G.C.
II) L'anima orante.
III) Il lungo martirio.
« I) La Fondatrice. - Nata a Montalto Uffugo il 16
aprile 1895. Dopo una breve dimora nella Congregazione del Sangue Sparso in
Nocera, dovette per ragioni di malattia ritornare a casa.
« Guarita prodigiosamente, ebbe l'ispirazione, in
collaborazione con l'amica Suor Gigia Mazza, di fondare una Congregazione
Religiosa. Si orientarono verso il grande Taumaturgo di Paola, e scelsero come
bandiera la sua bandiera: la Carità. Ebbe cosí inizio l'Opera il 17 gennaio
1928. Il riconoscimento il 20 gennaio 1948, il riconoscimento come Ente morale
il luglio 1949.
« Scopo speciale della Congregazione è "
l'esercizio delle opere di carità verso il prossimo, portandosi in aiuto
delle bambine abbandonate in ospizi di carità ".
« Fine delle Suore è di raccogliere dalla strada e
togliere dal vizio le bambine senza genitori e abbandonate da tutti: renderle
cristianamente educate, buone massaie, esperte di cucito, di telaio, di
ricamo, e rimetterle nella vita capaci di procacciarsi il pane, ed essere nella
società e nella famiglia donne cristiane e civili. Le Suore, oltre
all'educazione delle piccole abbandonate, si debbono occupare a preparare alle
Comunioni tardive, far battezzare e cresimare le persone di una certa età,
insegnare il catechismo, e, se richiesto dagli Ordinari dei luoghi, assistere
anche i Seminari. Curano anche l'assistenza dei Sacerdoti invalidi e vecchi,
raccolti in apposite case fondate dalla Congregazione.
« Ci troviamo davanti alla realizzazione del regno
di Gesú Cristo mediante l'aspetto piú seducente della carità: l'amore di
misericordia, l'amore cioè verso chi ha maggiore bisogno di pane dell'anima e
di pane del corpo; l'amore portato da Gesú, il quale passò facendo sempre del
bene, convertendo i peccatori, consolando gli afflitti, guarendo gli ammalati,
sanando tutti. Parlare di amore di misericordia vuol dire guardare verso le
miserie umane, volerle alleviare, alleviarle davvero, imitare il buon
samaritano che scende dal suo cavallo, fascia le ferite dell'umanità dolorante
e la conduce a salvamento.
« L'occhio vigile della Madre Suor Elena Aiello
guardò attorno, vide anime abbandonate, le cercò, le trovò, le raccolse.
Cuore materno dolorante coi miseri sentí che bisognava dare delle madri tenere
e buone a tante figliuole che ne erano prive; ebbe volontà tenace e
perseverante nella continuazione dell'opera caritatevole e nella sempre
crescente diffusione di essa.
« Come tutte le opere benedette da Dio, le Terziarie
Minime della Passione sono in continuo progresso, vanno sempre allargando e
intensificando la loro attività caritativa.
« Attualmente si trovano a Cosenza con un Noviziato,
un Orfanotrofio, un Asilo Infantile e opere catechistiche varie; a Moltalto
Uffugo hanno un Istituto Magistrale Parificato con educandato e, in un'altra
Casa, un Orfanotrofio e un Asilo Infantile; a Paola un Orfanotrofio, Scuole
Elementari e un Asilo Infantile. Le stesse attività svolgono a Marano
Marchesato, Cerchiara, Bucita, San Vito di Cosenza. A San Lucido un Ospizio
dei Vecchi. Asilo e opere catechistiche a Roma, Orsomarso, San Sisto, San
Fili, Castrovillari, Carolei, Rovito, Spezzano Piccolo e Lauropoli.
« Per il sorgere e per il continuo buon funzionamento
delle case la Madre anche dal letto era in continua cura e in continua preghiera
perché Dio benedicesse e facesse crescere abbondante la messe e la sorreggesse
con la sua infinita misericordia.
« II) L'anima orante. - Sventuratamente molta
gente ora prega poco, e quindi spiritualmente e socialmente vive male; noi
viviamo bene nella misura in cui ci eleviamo al Padre Celeste; ne contempliamo
la grandezza e la carità e imploriamo dal Suo cuore infinitamente
misericordioso luce e forza per continuare a chiudere la nostra giornata
terrena, in attesa fidente dell'eterno riposo. La preghiera cosí, come dice
S. Agostino, abbraccia tutta la religione. La vita della Madre Elena Aiello
era una continua elevazione a Dio e una continua richiesta di grazie non solo
per la propria vita, per il proprio Istituto, per le anime che a Lei
ricorrevano, ma per tutto il mondo, come è dovere delle anime davvero
cristiane.
« Le anime ne erano convinte, e in tutti i loro
bisogni spirituali e temporali, ricorrevano a Lei, alle sue Suore, alle
orfanelle.
« Inculcò vivamente, nella Regola, la preghiera
alle sue figlie.
« Benemerita, dunque, degli individui e della società
anche per la potenza e il fervore della sua preghiera. Vera grandezza anche qui:
amore di Dio e amore del prossimo.
« III) Il lungo martirio. - Anche qui si è ben
lontani dal valutare l'importanza della sofferenza. Secondo S. Bonaventura la
vita deve articolarsi mediante questa logica interna: nascere - morire -
rinascere, e dei tre momenti il piú importante è il secondo, " per
crucem ad lucem ". Se il grano di frumento non cade nella terra e non muore
non dà frutto. Il Mistero della Redenzione si compì sulla Croce. " Quando
sarò salito sulla Croce trarrò tutto a me ", disse il Divino Maestro. Noi
dobbiamo somigliare a Lui: " Gli abbassamenti e gli annientamenti sono il
preludio degli innalzamenti nella casa del Padre: sono i crocifissi che col
Crocifisso salvano il mondo ". Nostro Signore disse a S. Gemma: " Ho
bisogno di vittime e di vittime forti ".
« Chi può misurare le sofferenze patite da questa
grande Scomparsa? Martirio del corpo: non vi fu fibra del suo organismo che non
fosse tormentata. Incapacità a cibarsi, immobilizzata sopra una sedia o nel
letto, e negli ultimi anni consumata dalla febbre. Grande e dolorosa effusione
di sangue, finché le sue forze vennero meno e venne l'ora della partenza.
« Patimenti nel martirio dello spirito, ben piú
duri di quelli del corpo: agonia per i mali del mondo ai quali le anime
consacrate a Dio non rimangono indifferenti. Agonia per la cura delle anime e
per il retto andamento della famiglia monastica. Agonia perché offertasi
vittima al Divino agonizzante dell'orto. Martirio completo, e, quindi, opera
di redenzione delle anime.
« La Sua voce è un invito a non chiudere le anime
nostre ai dolori spirituali e fisici del mondo: figli del medesimo Padre
Celeste, dobbiamo condividere con i fratelli gioie e dolori: l'anima che vale è
l'anima che esce da sé ed entra nelle altre anime come nell'anima propria.
« E' un invito a pregare. La preghiera è il respiro
dell'anima. Quando preghiamo il Padre, siamo uniti tra di noi, ci ricordiamo del
medesimo viaggio, del medesimo punto di arrivo, della via che ci deve unire
per sempre nel regno del Padre.
« L'invito ad affermare i diritti dello spirito
sopra le prepotenze della materia. Uccidere l'uomo vecchio perché sorga
l'uomo nuovo, l'uomo della luce e della libertà; sono figli di Dio quelli che
crocifiggono la propria carne con i vizi e le concupiscenze.
« La sua voce è che l'opera da lei fondata non
cada, ma cresca continuamente e porti le sue benedizioni in tutti i punti del
mondo. La madre vive nei figli, e la Madre Elena vive nelle sue figlie.
L'Istituto è una luce che non deve spegnersi, ma muovere sempre in avanti da
questa terra dove sorse, da questa patria calabra, da questa grande anima
cosentina».
La seconda testimonianza. Il 29 giugno 1961 il P.
Bonaventura da Pavullo, della Curia Generalizia dei Cappuccini, Assistente
Pontificio delle Suore Minime della Passione, in una lettera alla M. Vicaria,
Suor Gigia Mazza, scriveva:
« Rev.ma Madre e Suore Carissime in Gesú e Maria,
da dieci giorni la Vostra amatissima Madre Generale non è piú! Se n'è volata
al Cielo, all'alba..., nel silenzio solenne degli uomini e delle cose... Due
ministri del Signore, come Ella aveva desiderato, e una schiera di Angeli
invisibili assistettero e resero dolce il suo cristiano trapasso.
« Nell'ora stessa della risurrezione di Gesú, la
anima sua mosse incontro allo Sposo divino, recando in mano la lampada accesa
e ben fornita di olio.
« Nel momento stesso in cui i Sacerdoti salivano
l'altare per rinnovare il S. Sacrificio del Calvario, anch'essa consumava il suo
lungo martirio, pienamente unita alla Vittima Divina: al Santissimo
Crocifisso, cui si era consacrata fin dai piú teneri anni della sua
fanciullezza, con nodo santo di tenero e forte amore, mantenendosi fedelissima
fino all'estremo anelito, che fu il suo " fiat " e il suo "
consummatum est ".
« Ha spiccato il volo per l'eternità da questa città
eterna da essa tanto amata, perché sede del " dolce Cristo in terra
", come essa, con Santa Caterina, chiamava e venerava il Sommo Pontefice.
Roma calamitava il suo cuore anche perché la " Città santa " per
eccellenza, per le gloriose tombe dei Principi degli Apostoli e di innumerevoli
martiri, che gelosamente custodisce.
« Qui, a Roma, aveva poi tante persone care e
devote, insigni benefattrici delle sue case ed opere di carità, per cui è
parso come una delicata disposizione della Divina Provvidenza, che prima di
partire per la patria celeste, passasse a salutare, a ringraziare e ad
assicurarle del suo perenne ricordo lassú, ove ogni ben si eterna...; in Suor
Elena l'amicizia e la riconoscenza assumevano qualcosa di sacro.
« Ed ora, figliuole, siete rimaste orfane!
« Non è piú tra voi chi vi fu da mamma tenerissima,
e anche papà, dalla mano sicura e, all'occorrenza, anche forte. Essa
s'immedesimò del volere di Dio che le affidava di costituire, nella Chiesa, una
nuova famiglia religiosa, nel caldo palpito e nella saldezza della disciplina
monacale.
« E voi l'avevate ben compreso, per cui non vi
costava seguirla nell'arduo cammino della perfezione che essa v'insegnava,
prima con l'esempio, poi con la parola. Vi era veramente uno scambio di
amorosi sensi celesti fra il cuore suo e i vostri; fra l'animo suo materno e i
vostri di figlie devote. Essa vi amò tutte indistintamente, perché vi amò in
Dio, e amò la Congregazione piú di se stessa. Tanto da non misurare sacrifici,
né umiliazioni, né lotte, pur di sorreggerla, ampliarla, difenderla; farla
grande e bella dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini.
« Soprattutto si preoccupò perché l'Istituto
rispondesse a pieno al grande compito caritativo per cui il Signore l'aveva
suscitata. L'abbiamo sentita piú volte ripetere: " Anche dopo la mia
morte, io mi farò sentire dalla tomba contro chiunque oserà opporsi o comunque
ostacolare il cammino di carità e di bene della mia Congregazione
« Non siete quindi rimaste orfane, o buone figlie
Minime della Passione.
« Perciò la Vostra Madre Generale ancora vive:
« vive, con le sante regole e sagge direttive che vi
ha tracciate;
« vive, nell'amore della passiflora che ha profumato
la sua umile celletta, veramente cenobitica;
« vive, soprattutto, con l'amorosa assistenza che vi
continua dal cielo dove, c'è di sommo conforto pensare, l'ha portata il suo
ardente amore a Gesú e Maria, consacrato dal continuo sacrificio e
dall'esercizio della piú bella virtú cristiana e religiosa.
« A voi, in modo particolare, e a quanti le vollero
bene in vita, spetta ora affrettare con la preghiera confidente e con le buone
opere l'infallibile giudizio della Chiesa Santa. Amen. Cosí sia! ».
Le due autorevoli testimonianze delineano i tratti
essenziali della vita e dell'opera di Suor Elena Aiello, che possono guidare
alla stesura di brevi cenni biografici. E' quello che abbiamo inteso di fare in
queste pagine.
L'Osservatore Romano, il 20 luglio 1961, pubblicava
la nota da noi scritta nel trigesimo della morte: « Il 19 dello scorso giugno,
suor Elena Aiello chiudeva la sua laboriosa esistenza a Roma, nella Casa da
lei aperta in via dei Baldassini.
« Era nata a Montalto Uffugo (Cosenza), il 16 aprile
1895. Nel gennaio 1928, accompagnata dalla attuale Madre Vicaria, iniziò a
Cosenza l'opera cui dedicò tutta se stessa: raccogliere le piccole abbandonate,
per allevarle, educarle alla luce e al calore della carità evangelica.
« Per sé, per le sue figlie, elesse a norma la
Passione del Signore e la carità di S. Francesco di Paola, compendiate nel nome
prescelto: " Suore Minime della Passione di N. S. Gesú Cristo ". «
Lascia bene sviluppate 18 Case, operanti in tre diocesi (Cosenza, Cassano,
Roma), con circa 150 suore.
« Nel febbraio del 1948, la S. Congregazione dei
Religiosi riconosceva l'opera dell'ardente Suora calabrese.
« " Il giusto se ne va, ma la sua luce rimane
dopo di lui "; il cammino della carità, tracciato da Suor Elena Aiello non
soltanto rimane, ma è destinato a prolungarsi, ad ampliarsi.
« La luce da lei lasciata non si esaurisce però
nella sua opera.
« Non si possono dimenticare la sua spiccata
personalità, le sue continue sofferenze, le avversità quasi
ininterrottamente subite da parte di chi voleva intralciare e mortificare la
giovane congregazione.
« Da circa venti anni ella ha pregato ed alacremente
operato quasi sempre dal suo letto, in una piccola stanza, priva di sole. La
sofferenza era per lei la normalità. Eppure accoglieva e rianimava col suo
sorriso, col suo sguardo limpido e penetrante, i bisognosi che continuamente ricorrevano
a lei; e non rifiutava mai di prendere su di sé i loro dolori, le loro ansie,
le loro tribolazioni. Soffriva e pregava per quanti, sofferenti, le si
rivolgevano.
« La sofferenza, amata, fonte di gioia soprannaturale
- dono dello Spirito Santo - è la caratteristica del cristiano, il sublime
paradosso del Cristianesimo; il segno di predilezione, che con l'esercizio della
carità verso i piccoli e i sofferenti, dona quella certezza e semplicità di
fede che tutto ottiene dall'Onnipotente.
« Pregava ancora per coloro che non pregano,
soffriva in riparazione del mal costume.
« Roma e il Sommo Pontefice ritornavano con
frequenza sulle sue labbra: era venerazione, era amore filiale, era intera,
incondizionata, illuminata devozione. Per il Sommo Pontefice, per la Chiesa,
offriva tutta se stessa.
« A chiare note e diverse volte, aveva accennato
alla sua prossima fine; da due mesi, una febbre alta non la lasciava mai; contro
di essa ogni rimedio si era dimostrato inutile, come d'altronde ogni analisi
per diagnosticare il male era risultata negativa. E tuttavia, 1'8 giugno volle
venire a Roma; volle finire a Roma il suo luminoso cammino.
« Le sue spoglie mortali sono rientrate nella
diletta Calabria, nella Casa Madre di Cosenza ». Partendo dalla morte, le tre
testimonianze, accennando a tratti salienti, sono risalite indietro nel tempo,
fino alla culla. Adesso rifaremo il cammino inverso, con l'aiuto di tre poveri
quaderni di appunti che forniscono informazioni preziose, dall'infanzia fino
al 1937; di scelti testimoni, quali Mons. Gaetano Mauro, Decano di Montalto,
confessore e direttore spirituale della giovane Elena; Suor Agata Napoli, sua
compagna di postulandato a Pagani, e attualmente Superiora delle Suore del
Sangue Sparso, nella casa di riposo S. Pio X, a Roma.
Numerose sono le persone che potrebbero essere
interrogate e sicuramente deporre particolari a loro conoscenza, oltre,
s'intende, all'attuale Madre Generale, compagna di Suor Elena dal 1923 circa;
le altre Suore; gli stretti parenti tuttora superstiti.
Solo allora si potrà pensare a una biografia
accurata.
Nei cenni che andremo svolgendo, dal 1935 in poi
parlerà quanto personalmente udimmo e vedemmo; ci aiutano a ricordarlo la
numerosa corrispondenza superstite in nostro possesso.
In famiglia (1895-1920)
Suor Elena nacque a Montalto Uffugo, provincia di
Cosenza, il 10 aprile 1895, mercoledí della Settimana Santa, ore 10
antimeridiane, da Pasquale Aiello e Teresa Paglilla, nella loro abitazione di
Via Mercato (l'attuale Corso Garibaldi), all'angolo con Piazza Enrico Bianco.
In diversi atti, anche ufficiali, come ad es. una
carta d'identità rilasciata dal Comune di Cosenza, il 12 novembre 1937, è
dato, come giorno di nascita, il 16 aprile, e cosí comunemente si riteneva da
tutti.
L'esame degli Atti dello Stato Civile, compiuto dal
compianto avv. Di Napoli, concittadino e devoto estimatore di Suor Elena, ha
permesso la rettifica.
Basti d'altronde costatare che la Pasqua in quell'anno
cadde il 14 aprile ed Elena nacque nella Settimana Santa, come risulta da tutti
i testi e dal terzo nome impostole: Elena, Emilia, Santa, appunto perché nata
in un giorno di quella settimana.
Il 15, lunedí, fu fatta denuncia della nascita al
Comune. In questo stesso giorno, la piccola fu battezzata nella Chiesa di S.
Domenico (allora appartenente alla Parrocchia S. Maria Assunta della Serra),
dal Parroco don Francesco Benincasa; madrina, la signora Genise Maria.
Il primo nome, Elena, fu voluto dalla mamma, perché
- come essa stessa spiegava - « durante la processione delle rogazioni, aveva
chiesto al Signore una bambina, cui avrebbe dato il nome di Elena, in memoria
di S. Elena imperatrice, per consacrarla alla Croce di Nostro Signore ».
La cittadina di Montalto Uffugo, di circa 12 mila
abitanti, sorge su colli ameni, a 475 m. di altezza e domina, con superba
visuale, l'ampia valle del Crati chiusa a nord dalla lontana catena del
Pollino, ad est dall'imponente massa dei Monti della Sila, ad ovest, quasi alle
spalle, dagli Appennini, e infine a sud, a circa 24 chilometri, dalla
strozzatura in cui il Busento s'immette nel Crati, dominata dai sette colli, di
cui si fregia la città di Cosenza.
Uffugum è il nome del primitivo aggregato di
abitazioni, sorte su palafitte lungo la riva sinistra del Crati; esso divenne
centro importante per il periodo della civiltà ellenica, con un territorio
molto vasto, che risalendo dal Crati, per le feraci colline, superava i folti
boschi di castagni e di pini dell'Appennino, per stendersi lungo il litorale del
Tirreno.
Dal III sec. a. C., incominciò la dominazione
romana; e l'abitato fu trapiantato sui colli, nell'ubicazione attuale, con la
denominazione di Mons altus: colonia civium romanorum. Seguirono le varie
dominazioni. Da Ferdinando I di Aragona le venne conferito il titolo di « città
», 1° gennaio 1489; confermatole da Filippo III, il 14 febbraio 1614; e,
infine, riconosciutole con decreto presidenziale del 16 maggio 1958.
Dall'unificazione del regno d'Italia furono abbinati
definitivamente i due nomi: Montalto Uffugo.
Oltre alla Chiesa di S. Domenico, vanno ricordati
il Santuario di S. Maria della Serra e la Chiesa di S. Francesco di Paola.
Queste due chiese si collegano alle due peculiari devozioni di Suor Elena:
alla Vergine e a San Francesco di Paola.
A questa seconda Chiesa, già dedicata all'Annunziata,
nel 1516 don Ferrante d'Aragona, duca di Montalto Uffugo, diede il ritratto di
S. Francesco eseguito nel 1483, per ordine del re di Napoli.
Il P. Roberti cosí ne scrive:
Ferdinando « diede ordine ad un valente pittore,
il quale, non potendo ottenere che Francesco posasse dinanzi a lui, dovette
contentarsi di osservarlo dalla fessura, praticata nella porta della sua stanza.
Il prezioso dipinto, eseguito da un buon artista - non però come ritiene qualcuno,
dallo Spagnoletto - si crede sia precisamente quello, che piú tardi, nel
1516, don Ferrante d'Aragona, duca di Montalto Uffugo, diede alla nostra
chiesa dell'Annunziata dove tuttora si venera.
« Il ritratto è disegnato egregiamente sopra due
tavole di legno di noce, che misurano m. 1,89 per 78 cm. Il Santo è in piedi e
sembra sostenuto dal suo lungo bastone; ha l'abito color marrone, molto
sdrucito, specialmente all'orlo della manica sinistra e nell'orlo inferiore
soprastante al piede sinistro; sulla manica destra sono visibili alcuni punti di
cucitura a refe bianco.
« Il Santo dalle ginocchia in su, è disegnato sopra
un fondo color cenere, e circondato da tredici stelle. Il fondo finisce in un
grande arco al disopra della testa, e in due piccoli archi laterali, che fanno
vedere tre porzioni di colonne con capitelli. Questo dipinto, eseguito quando
il Santo aveva 67 anni, viene comunemente stimato come il piú somigliante ».
Dovendo accennare alla situazione ambientale, ci
piace riportare alcune costatazioni e riflessioni del già citato P. Roberti.
Rilevati i gravi mali - si pensi in particolare allo
scisma d'Occidente - e i disordini del secolo decimoquinto, l'autore prosegue:
« L'Italia peraltro, centro del Rinascimento, non poteva soccombere a
questa gravissima crisi, che la travagliava. V'era in essa, come ha osservato lo
Schlegel, quella " potenza meravigliosa di ristoramento, che raddrizzava
continuamente la cristianità dell'Occidente e la rialzava, con qualche
leggera modificazione, dalla profonda ruina in cui momentaneamente cadeva, e
dall'orribile caos, dove in quei momenti di transizione si inabissavano lo Stato
e la Chiesa; cosí fatta potenza di risorgimento non può attribuirsi ad
altro, se non alla solidità della base religiosa, sopra la quale posava
l'edificio dei popoli cristiani e della loro storia ".
« Nella sua immensa bontà il Signore veniva
preparando delle anime elette, nelle quali gl'ideali cristiani spregiati e
negletti dalla Rinascenza e dall'Umanesimo, dovevano risorgere, riaffermarsi e
rifulgere nella loro vita, per mostrare agli uomini con la luce dell'amore
l'arduo sentiero della perfezione e della gloria» (p. 41).
Religiosità confermata, ad. es., dal grande e dotto
camaldolese Ambrogio Traversari, il quale assicurando l'austero pontefice
Eugenio IV, profugo a Firenze, che « la fede è ancora molto forte », in
una lettera del 1431, precisava: « Dovunque brilla qualche segno di santità,
il popolo corre facilmente, anzi con gioia e desiderio. Seguirebbe con
felicità colui che lo guidasse nel sentiero di Dio ».
Tale caratteristica è rimasta e permane attraverso
le piú varie tempestose vicende, a noi piú vicine.
Per esse ci soccorre il giudizio di un altro storico,
il P. Francesco Russo nel bel volume dedicato alla Storia della Arcidiocesi di
Cosenza: « L'unità d'Italia, raggiunta nel 1860, non apportò vantaggi
immediati all'Italia Meridionale e soprattutto alla Calabria, in cui le cose
peggiorarono sensibilmente, al punto che nel popolo venne a formarsi la
convinzione che la causa di tutti i mali fossero i Piemontesi.
« La situazione religiosa peggiorò ancora di piú,
per la insipienza della classe dirigente che credette di cementare la unione,
facendo leva sull'anticlericalismo della peggiore lega e nella lotta al
Papato, presentato ipocritamente come il nemico dell'Italia. E il Governo,
dimenticando il contributo di pensiero, di sacrifici e di sangue, che il clero
meridionale aveva apportato alla causa nazionale, lo guardò con diffidenza e
sospetto, anzi con ostilità, pretendendo di scorgere in esso l'alleato naturale
dei regimi decaduti e della reazione.
« Le sette e i partiti politici non mancavano di
soffiare sul fuoco, per acutizzare il dissidio e spingerlo alle estreme
conseguenze.
« L'applicazione delle leggi eversive sulle Congregazioni
religiose e sui beni ecclesiastici fu effettuata nell'Italia meridionale con
zelo eccessivo, mentre nell'Italia centro-settentrionale si ebbe
un'applicazione piú blanda. Di qui la differenza economica che distingue la
stessa classe nelle due parti della nazione, differenza che pesa ancora
sinistramente sulla condizione sociale del clero meridionale di fronte a quella
dell'alta Italia.
« In Calabria entro il primo ventennio del Regno
furono soppressi tutti gli Ordini religiosi, chiuse tutte le loro case e
incamerati i pochi beni, che erano stati rivendicati dopo l'occupazione napoleonica.
Un colpo ancor piú duro venne dalla legge del 15 agosto 1867 che incamerò i
beni ecclesiastici, assegnando una congrua ai vescovi e ai parroci, nonché
una pensione di appena 459 lire agli altri sacerdoti. Per di piú ai preti fuori
ruolo fu negato il diritto di successione alle pensioni vacanti, anche se
ordinati prima della legge.
« Veniva cosí sottratta la possibilità di un'esistenza
dignitosa ai preti, che non fossero in cura d'anime. E questa è stata
certamente una delle cause determinanti della continua diminuzione dei candidati
al sacerdozio, che è stata proprio in ragione diretta dell'aumento della
popolazione » (p. 273 s.).
E ancora:
« Gli Ordini furono duramente provati dalle leggi
eversive dei liberali, in opposizione ai loro stessi principi di libertà.
« Nel 1860 le case dei religiosi erano piuttosto
poche: in tutta la vasta diocesi di Cosenza non raggiungevano la quindicina, di
fronte alle 200
e piú che esistevano nel Seicento. Francescani,
Minimi, Cappuccini. I Conventuali e i Domenicani a Cosenza.
« Ora tutti questi conventi furono chiusi inesorabilmente
tra il 1865 e il 1875. I religiosi, scacciati dalle loro case, si videro
costretti a secolarizzarsi o a menare vita privata, lavorando nel ministero
parrocchiale o nell'insegnamento scolastico.
« Pochi invece restarono fedeli al loro ideale, in
attesa di tempi migliori, vivendo in comunità in case private o ottenendo
qualche misera stanzetta nei loro stessi conventi, per uflìciare le loro
chiese, che altrimenti sarebbero rimaste incustodite. E questi buoni
religiosi, con la fede che li anima e la costanza che li distingue, prepararono
la ripresa del loro apostolato evangelico e il ritorno in alcuni dei loro
conventi » (p. 276 s.).
Quanto alle sette e ai partiti politici, già in
altro libretto e, indicavamo nel socialismo e nella massoneria, i due mali che,
in grado e perversità diversi, afflissero il regno d'Italia, appena formato,
dal 1870 all'avvento di Mussolini.
Raggiunta l'unità d'Italia, la massoneria volendo
continuare la sua odiosa campagna contro la Chiesa - campagna che aveva
sfruttato l'idea patriottica dell'unione con Roma a capitale - sfruttò la mèta
raggiunta, presentandola come suo merito esclusivo, contro i cattolici « privi
di ogni sentimento nazionale » e perenni oppositori.
Furono tolti dalla scuola il crocifisso ed ogni
insegnamento religioso; ai ragazzi, ai giovani, agli universitari, si ammanní
una cultura laica, preparata con cura dalla massoneria imperante. Per ottenere
un posto, per non avere intralci e palesi ingiustizie nella carriera bisognava
iscriversi alla massoneria, che si circondava di mistero e di ombra.
Bastava in un quartiere popolare la presenza di
qualche affiliato, in genere professionista, per estendere la nefasta propaganda
contro la Chiesa.
Il massone si presentava come il detentore della
cultura: storia, scienza, letteratura.
Il povero parroco avrebbe dovuto subire i suoi
sarcasmi, il ridicolo di cui il grande e bonario barbone amava ricoprirlo.
Quanto al socialismo sfruttava la miseria, e
l'ignoranza; proprio quei due mali che avrebbe dovuto combattere.
Si presentava come paladino degli operai, promettendo
il paradiso terrestre; come ostacolo da sormontare presentava la Chiesa, alleata
dei ricchi, ladri ed avari; sanguisuga della povera gente, che lavora.
Solo la fatica manuale veniva presentata come
lavoro; la fatica intellettuale che stanca e consuma molto di piú, considerata
svago da signori.
Il prete poi l'ideale del vagabondo. La dottrina
della Chiesa con quella continua esortazione all'amore, alla rassegnazione, un
vero e proprio incitamento alla schiavitú attiva nei ricchi e passiva negli
operai, nei contadini, nei dipendenti in genere.
La Chiesa infine era una vecchia mummia del passato;
la sua ignoranza, la sua cieca opposizione alla scienza, al progresso, non
avevano piú bisogno di dimostrazione: basta ricordare le torture inflitte a
Galileo: i roghi che arsero i Savonarola, Wicleff, Huss, ecc..
Il contatto tra la massoneria e il socialismo qui
diventa strettissimo; si trattava addirittura di fusione della linea d'attacco;
l'uno pigliava i motivi dell'altra e viceversa.
Anche questa volta, si erse e si impose quella «
potenza meravigliosa di ristoramento » di cui parla lo Schlegel, fondata sulla
« solida base religiosa ».
Scacciata (almeno ufficialmente) dalla scuola, dalla
vita pubblica, mortificata, umiliata, nella stessa organizzazione ecclesiastica,
la religiosità della nostra gente inconsciamente preparava la rivincita nella
sua cittadella, il focolare domestico.
Si deve riconoscere che la politica attuata da
Mussolini: scioglimento della massoneria; pace e ordine all'interno; previdenze
sociali, cura dei bimbi, con scuole, colonie estive; rispetto e riconoscimento
della religione cattolica; politica stabilmente concretata nel Trattato e nel
Concordato con la Santa Sede, siglati nel 1929, poteva essere considerata
dalla nostra brava gente, quale espressione della suddetta « potenza
meravigliosa di ristoramento » e trionfo del suo sano sentimento religioso.
Questi motivi spiegano il giudizio favorevole di
tante persone pie, della stessa Suor Elena, per l'opera di Mussolini.
« Nella casa paterna, il nostro caro fanciullo -
scrive di S. Francesco di Paola il P. Roberti (p. 70) - trovò un vero
santuario, dove le parole, gli sguardi, le azioni dei genitori erano esempio
eloquente di quella sentita pietà, di quella purezza e integrità di costumi,
che è fondamento della perfezione cristiana, della prosperità morale e civile
dei popoli ».
L'uomo non ha ricordi piú preziosi di quelli della
sua prima infanzia, vissuta nella casa dei genitori, specialmente se c'è un po'
d'amore e di unione in famiglia.
La piccola Elena si trovò in un ambiente domestico
esemplarmente cristiano.
Pasquale Aiello era annoverato tra i migliori sarti
del circondario, con una clientela rispettabile fin dalla stessa Cosenza.
L'avv. Di Napoli lo descrive: « Bell'uomo; di una
probità eccezionale; squisito nei modi; appariva ed era un perfetto
gentiluomo; rispettava ed era rispettato ».
Nella bottega, al piano terra della sua abitazione
(mentre il piano di sopra era riservato per la famiglia), ferveva il lavoro
davvero senza sosta; sempre numerosi, giovani e ragazzi vi apprendevano il
mestiere.
Nel 1905 (1° dicembre) morí, ancor giovane la
moglie, Teresa Paglilla, lasciando ben otto figliuoli: Emma, Ida, Elena,
Evangelina, Elisa, Riccardo, Giovannina e Francesco; un'altra figlia, M.
Teresa, era volata al cielo un mese prima, a un solo anno di età. La maggiore,
Emma, alla morte della mamma, era ancora giovanetta e Francesco di appena alcuni
mesi.
Rifulse allora la virtú di questo umile artigiano:
richiamò in casa tutti i figliuoli, volendo vigilare personalmente alla loro
formazione sanamente e integralmente cristiana. Ciascuno di essi aiutava,
adeguatamente all'età e alle altre occupazioni peculiari, il genitore nel suo
lavoro.
Nato a Montalto il 22-2-1861, maestro Pasquale vi
morí, ultraottuagenario (16-11-1955), continuando nel suo lavoro, fin quasi
al termine della sua fruttuosa giornata, sempre assistito dalla primogenita,
signorina Emma, tanto riservata e tanto cara.
Elena, la terzogenita, alla morte della mamma era nel
suo 11° anno, e alcuni mesi prima era stata cresimata da S. Ecc. Mons. Sorgente
(187-1911), nella Cappella della Marchesa Donna Amalia Spada, madrina Donna
Agnesina Turano.
Aveva manifestato subito una intelligenza sveglia:
a quattro anni ripeteva già le formule del catechismo; a sei (1901) è mandata
dalle Suore del Preziosissimo Sangue, per frequentare le scuole elementari e
continuare l'istruzione religiosa.
Nell'istituto delle Suore, la piccola, dopo la
preghiera, esprimeva sempre il desiderio di voler assistere alla S. Messa; ma
nell'Istituto non ogni mattina veniva celebrato il S. Sacrificio e la piccola
Elena, quando poteva, eludendo con relativa facilità la vigilanza della Suora
preposta, scappava nella vicina Chiesa per soddisfare il suo vivo desiderio. Le
capitò in una di queste scappate, di cadere per terra, mentre si affrettava
verso la Chiesa, e di ferirsi con un vetro al labbro superiore; a casa, dove
alcuni passanti la portarono, il medico di famiglia, dott. Adolfo Turano, richiuse
con qualche punto la ferita.
Rientrando a casa, dopo la scuola, aiutava anche lei,
sotto la guida della sorella, nel comune lavoro di cucito.
Le Suore dell'Istituto, vedendo il suo progresso e
la sua preparazione nella conoscenza del catechismo, incominciarono - ad otto
anni - a portarla con loro, per abituarla ad insegnare ai piú piccoli la
dottrina cristiana.
Nel 1904 (a nove anni), dopo un'adeguata preparazione
e un corso di esercizi al popolo, predicato dal rev.mo P. Timoteo, passionista,
Elena fece la prima comunione, il 21 giugno. Verso la fine degli esercizi, con
numerose altre bambine, essa andò a confessarsi dal P. Timoteo, insistendo
perché le concedesse l'uso delle catenelle e ottenendone il permesso.
Finita la missione, la nostra giovanetta si recò
nell'abitazione di una sua cugina, Clara, che era in comunicazione con la casa
dove i missionari erano ospiti; la cugina, nel togliere la sbarra di legno che
chiudeva la porta, colpiva inavvertitamente Elena alla bocca, facendole
saltare due incisivi.
Nonostante il dolore, con la bocca insanguinata,
Elena, raccolti in un fazzoletto i due denti, volle raggiungere il P. Timoteo
per avere le catenelle promesse.
Nonostante li avesse già mutati, i denti caduti le
rinacquero. Tali particolari svelano questo desiderio della mortificazione,
della sofferenza, che sarà manifestato nei fatti che seguiranno e che
costituisce una caratteristica spiccata della esistenza di Suor Elena. La
sofferenza, direi abituale, continua, abbracciata con amore.
Dopo la morte della mamma, « Elena, già istruita
nell'arte del cucito, aiutava il babbo, insieme alle altre sorelle. Il tempo
libero lo adibiva negli altri lavori domestici ed alle immancabili preghiere
quotidiane. Ogni mattina, il primo pensiero era quello di ascoltare la Messa e
fare la S. Comunione ».
« Ogni ricercatezza di vanità e di modernità non
vennero mai a disturbare il cielo sereno della famiglia Pasquale Aiello ».
La narrazione, nel quaderno, cosí prosegue: « Alla
vigilia di Natale del 1906, Elena ed Evangelina osservarono da casa una scena
ridicola; nel raccontarla al babbo, per farlo distrarre dal pensiero della morte
della loro genitrice (era passato appena un anno), Elena, mentre rideva, ebbe un
colpo di tosse convulsa, per un po' di acqua che bevendo era entrata
nell'esofago. Comunque, per circa un anno e mezzo, si ebbe l'abbassamento
della voce e tosse continua, che cessava soltanto durante la notte. Furono
senza esito le varie cure tentate; il dr. Francesco Valentini, di Cosenza,
infine, le ordinò il lavaggio dello stomaco, con una sonda gastrica.
« Sotto le sofferenze, causatele da tali lavaggi, e
dal persistere del grave disturbo, una sera, dopo la recita del S. Rosario
(recita che mai trascurava), Elena fece voto alla SS. Vergine di Pompei di
farsi religiosa nel suo Santuario se l'avesse liberata da quel terribile male.
« Nella notte (1908) ebbe chiara la visione della
SS. Vergine di Pompei che l'assicurava della guarigione ».
In realtà, al mattino, ogni disturbo era definitivamente
scomparso, ed Elena ritornava con gioia all'Istituto Marigliano Marini retto
dalle Suore del Preziosissimo Sangue.
La giovane Elena ha ora una mèta ideale da
perseguire concretamente: il compimento del voto fatto; rendendosi suora fra
le bianche vergini del Santuario di Pompei; e l'Istituto delle Suore è ora,
sempre piú, il suo ambiente.
L'attesa si protrasse piú del prevedibile: le
complicazioni politiche in campo interno e internazionale e infine lo scoppio
della grande guerra (1915) suggerirono al prudente genitore di rimandare ogni
decisione.
La Calabria, oltre ai lutti per l'eroica morte dei
suoi figli nella logorante vita di trincea e nelle dure battaglie in campo
aperto, risentí i contraccolpi dell'immane sforzo nazionale; ospitò i
profughi, giunti fin qui dalle Venezie; vide in Sila un bel gruppo di
prigionieri austriaci; ma principalmente subí come e forse piú delle altre
regioni, per le carenze in campo igienico e sanitario, la furia dell'epidemia:
« la spagnola » gettava nella desolazione quartieri e paesi interi.
Anche Montalto fu raggiunta dal morbo. L'epidemia
sembrò moltiplicare le forze e l'ardore di carità della nostra giovane, che
aveva un bell'esempio ed era assecondata dalla dinamica superiora, Suor
Angelica, e dallo zelo del Sac. don Francesco Rizzo.
Elena passava la sua giornata assistendo i poveri
infermi, occupandosi financo della confezione di rozze casse di legno per
seppellire « cristianamente - come ella s'esprime - le infelici vittime
dell'epidemia ».
Durante l'influenza del morbo, maestro Pasquale
lasciò che Elena passasse anche la notte nell'Istituto con le Suore, per timore
che portasse il contagio in famiglia. E le Suore incominciarono a
considerarla come una di casa, accarezzando il pensiero di accoglierla quanto
prima nella loro congregazione.
Ma già da tempo la giovane, aspirante alla vita
religiosa, aveva prescelto la via sicura dell'esercizio della carità, per
rendere certa la propria vocazione e alimentare l'interno slancio per
un'integrale vita di perfezione: assisteva i poveri, gl'infermi e i moribondi.
Sono molto indicativi i due episodi ricordati con
la consueta semplicità, nei citati quaderni. « Un giorno il dottore Turano,
avendo trovato Elena presso il capezzale di Bianca C., da tutti abbandonata
perché affetta da etisia, mentre la pettinava, prese la giovane per un orecchio
e la condusse al padre: "Caro Pasquale, o la legate voi o la lego io al suo
lettino, perché si spinge troppo, senza riguardo alcuno, anche con pericolo
di contagiarsi ».
Accorreva, in particolare, presso i moribondi che
rifiutavano i sacramenti.
« Un giorno, avvisata dalle gravi condizioni di un
signore, appartenente alla massoneria, Alessandro A., si reca dall'ammalato e
con dolcezza cerca persuaderlo a ricevere i Sacramenti. La risposta è un
assoluto diniego. Elena insiste e l'ammalato in un accesso di collera, afferra
una bottiglia e la lancia contro di lei. Elena scansa il colpo diretto al volto,
piegando il capo; ma rimane colpita al collo, con una ferita abbastanza notevole,
che le lascerà una visibile cicatrice. Comprimendo la ferita con un
fazzoletto, ella ritorna accanto al letto dell'ammalato, con soavità,
ripetendo l'esortazione a ricevere i Sacramenti, per la salvezza dell'anima che
correva il pericolo di perdersi; e aggiungendo che non se ne sarebbe andata se
prima non aveva da lui l'assicurazione che avrebbe bene accolto il sacerdote
».
L'ammalato fu commosso di tanto calore di carità e
promise di accontentarla in tutto, a una condizione però: che Elena fosse
andata a visitarlo ogni giorno. Ricevette infatti i Sacramenti dal Sac. Don
Eugenio Scotti; e per tre mesi, fino alla sua buona morte, ebbe la visita e le
cure di Elena: trasformato in fervido cristiano, paziente e rassegnato nelle
sue sofferenze.
Ed era ben nota questa benefica attività della
giovane Elena, se fu richiesta dal Cancelliere Ripoli di andare ad assistere un
moribondo, affetto da cancro, tormentato « perché sentiva di aver tradito
Iddio iscrivendosi alla setta massonica, per la sistemazione dei suoi figli ».
Anche in questo caso, Elena riusciva a consolarlo e
fargli amministrare i sacramenti dal P. Leone, cappuccino, che molti di noi ben
ricordano a Cosenza.
Scrivendo del vescovo Myriel, l'Hugo
dice tra l'altro: « Il dolore sparso dappertutto non era per lui che
l'occasione di una bontà continua. Egli s'inchinava su ciò che geme e su ciò
che espia.
« Amatevi l'un l'altro; egli dichiarava completo
questo precetto, che costituiva tutta la sua dottrina... L'anima deve
rinchiudersi in tale precetto, come la perla nella conchiglia. Era un'anima
umile e piena d'amore... Le gigantesche meditazioni hanno senza dubbio un
vantaggio morale e sono le strade faticose che avvicinano alla perfezione; ma
egli aveva prescelto il sentiero che accorcia, il Vangelo ».
E ancora: « L'avvenire è aperto ai cuori ben piú
che alle menti. Amare, ecco la sola cosa che possa occupare e riempire l'eternità.
All'infinito corrisponde l'inesauribile.
« Di tutte le cose create da Dio, il cuore è quello
che emana piú luce ».
E' l'unico precetto lasciato da Gesú ai suoi: «
Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi », quale loro segno distintivo
(Giov. 13, 34 s.). E il precetto dell'amore soprannaturale è l'essenza del
cristianesimo.
« In cielo, ricordati, è detto: si gioisce piú per
un peccatore che si pente che per dieci giusti: chi si pente, ama. E amando,
appartiene già a Dio... Con l'amore si compra tutto, si salva tutto. Cercate di
sentire per il vostro prossimo un amore attivo e continuo. Man mano che andrete
avanti in questa via di amore, vi persuaderete sempre piú della verità della
nostra fede... Amate specialmente i bambini, perché sono innocenti come
angeli e vivono per la nostra tenerezza, per la purificazione dei nostri cuori.
« Talvolta ti fermi perplesso davanti a un'idea,
specialmente davanti a certi peccati umani; perplesso senza sapere se devi
reagire con forza o con umile amore. A questa domanda, devi rispondere sempre:
" con umile amore ". Se tu prendi questa risoluzione una volta per
sempre, potrai vincere tutto il mondo. L'umiltà nell'amore è una forza senza
eguale ».
L'amore di Dio e del prossimo è la ragione del voto
di verginità, ne è la forza e la protezione migliore.
L'esercizio della carità è tutto il cristianesimo;
porta con sé il dono mirabile ed unico della gioia e della pace, lasciatoci da
Gesú. « Una sola è la scuola ascetica - scrive don Giovanni Rossi - che può
condurre il cristiano alla santità e all'apostolato: la scuola di Gesú Cristo.
Il cristiano che crede, ama ed imita Gesú in modo perfetto, diviene via,
verità e vita di molti fratelli. L'uomo fatto santo, l'uomo che ama, è necessariamente
un salvatore di anime, come la lucerna che, ardendo, illumina.
« La vita di Gesti in noi è interiormente Santità,
esteriormente apostolato. Con la sua rivelazione fa libero l'uomo nella mente
e nel cuore, è capace di trasformare in gioia ogni sofferenza; nell'orazione,
nella carità fraterna, l'eleva a vivere la sua stessa vita, formando di lui
una creatura nuova.
« E il cristiano, confortato dalla grazia di Gesti,
forte nell'amore, supera eroicamente i dolori, le difficoltà, gli ostacoli, le
tentazioni inevitabili del suo itinerario verso la perfezione, e con certezza
sospira la sua eterna unione con Gesú ».
L'esercizio della carità, il suo voto di consacrarsi
vergine al Signore, il desiderio di soffrire per Lui, ci mostrano di quale
ottima lega fosse il « nodo santo di tenero e forte amore » con cui Elena si
legò al Crocifisso, « fin dai piú teneri anni della sua fanciullezza », e a
cui si mantenne « fedelissima fino all'estremo anelito ».
Elena era già pronta per i disegni che il Signore
aveva formulato su di lei. « Imperocché i meriti non si misurano da questo;
cioè, se alcuno abbia molte visioni e consolazioni, o sia perito nelle
Scritture, o trovisi in piú alto grado: ma invece, se sia fondato in vera umiltà,
e ripieno di carità divina; se cerchi sempre l'onor di Dio puramente e
intieramente; se reputi un nulla se stesso, e si disprezzi davvero; e anche
degli altri piú goda d'essere disprezzato e umiliato, che ricolmo di onori »
E noi vedremo divenir continuo, intensificarsi,
essere la ragione medesima della sua esistenza, questo esercizio della carità;
e perpetuarsi oltre la tomba, nell'opera mirabile di amorevole assistenza a un
numero sempre crescente di bambine.
A Nocera dei Pagani (18 agosto 1920 - 3 maggio
1921)
Pasquale Aiello, vista la decisione e l'insistenza
di Elena, finita ormai la tempesta del dopoguerra, le diede il permesso di
farsi suora, ma soltanto per entrare nell'Istituto delle Suore del Preziosissimo
Sangue.
E cosí Elena, il 18 agosto 1920, suo giorno
onomastico, parte da Montalto, per Nocera dei Pagani, insieme alla Madre
generale, Suor Maria Co'.
Elena, si era recata a Cosenza per chiedere consiglio
a Suor Teresa Vitari, delle Cappuccinelle, da tutti ritenuta in concetto di
santa. La virtuosa suora fece presenti alla giovane le difficoltà della vita
religiosa. E ne ebbe come risposta che le sarebbe bastato Cristo Crocifisso.
Suor Teresa la consigliò di entrare tra le Suore della Divina Provvidenza,
allora venute a Cosenza, a prender possesso di quel convento, dove ultima tra le
Cappuccine, rimaneva la veneranda Vitari; aggiungendo, però senza ambagi che
non sarebbe rimasta nemmeno tra le Suore del Preziosissimo Sangue, perché il
Signore aveva su di lei altri disegni.
Elena rimase presso la sorella Giovannina, che per
ragioni di studio, era ospite nella casa della Signora Luigina Garofalo, e andò
ad informare di tutto Mons. Angelo Sironi, vicario della arcidiocesi di
Cosenza e suo direttore spirituale da circa un anno.
Egli approvò la decisione di Elena di partire per la
Casa Madre delle Suore del Preziosissimo Sangue.
Testimonianza della stima e della grande fiducia
che la Madre Generale e la Madre Maestra avevano per la giovane calabrese, è
l'ufficio affidatole di prefetta delle sedici probande. Ufficio espletato con
diligenza e grande tatto.
Furono mesi di sofferenza. Prima soffrí per una
febbre viscerale che dal 29 agosto in poi la tormentò a lungo, per circa un
mese. Quindi, la prima domenica di ottobre, mentre si stava per recitare la
supplica alla Madonna di Pompei, invitata e quasi costretta da una suora ad
aiutarla a spostare una pesante cassa, subí alla spalla sinistra uno strappo
doloroso.
Dopo la supplica, il dolore aumentò. Consigliata
anche da una suora, suor Emilia, che conosceva da piccola a Montalto, e a cui
si era confidata, Elena decise di non dir nulla. La costrinse a dir tutto alla
Madre Maestra, il confessore, il venerando P. Villanacci. Ma non si diede peso
alla cosa. Si arrivò cosí al mese di marzo: « Un giorno la Madre Generale
mentre saliva le scale, da un finestrino vide nella lavanderia Elena svenuta e
distesa a terra. Subito fu sollevata e messa a letto; e costatarono allora che
dall'omero sinistro fino al collo era tutto nero. Fu chiamato il medico che
consigliò un intervento chirurgico. Ma si tardò ancora, mentre insorgeva una
febbre persistente ».
Le Suore decisero allora di farla operare dallo
stesso medico della comunità, assumendo esse ogni responsabilità.
Il 25 marzo (martedí santo), nello stesso dormitorio,
seduta e legata ad una sedia, Elena sopportò l'asportazione della carne
annerita, senza anestesia, neppure locale; tenendo tra le mani un piccolo
crocifisso di legno e avendo di fronte un quadro dell'Addolorata.
Insieme alla carne annerita, il medico tagliò anche
dei nervi, sí che la spalla rimase immobile e la bocca serrata. L'impressione
lasciata sulla sofferente fu tremenda; per circa quaranta giorni, fu
tormentata dal vomito.
« Avvicinandosi poi il tempo della vestizione,
Elena, con un grande sforzo di volontà, con la ferita ancora aperta, volle
alzarsi da letto e seguire il corso degli esercizi spirituali, nella speranza
di vestire l'abito religioso.
Per correggere il difetto della spalla riuscí a
mettere un busto, che serviva a raddrizzarla. Ma il P. Direttore non poté che
rimandare l'infortunata Elena cosí mal ridotta, fermamente consigliandola
di ritornare in famiglia per curarsi bene e potere quindi ritornare in
monastero.
Elena scrive nei suoi appunti di avere ricevuto due
volte, in quella circostanza, e pochi giorni prima che lasciasse il monastero,
da parte del Signore, un invito alla rassegnazione, ad accettare quanto
avrebbe disposto su di lei, e un invito ad abbracciare la croce che le andava
preparando.
Il 2 maggio 1921, la Madre Maestra con telegramma
avvisava Maestro Pasquale che Elena avrebbe fatto ritorno in famiglia. Prima però
del telegramma, alle 4 di quello stesso mattino, M. Pasquale sentí bussare alla
porta dell'abitazione e una voce distintamente avvisarlo: « Pasquale, domani
arriverà Elena ». M. Pasquale corse al balcone, sovrastante la porta per
vedere chi avesse bussato e vide scendere dalla piccola scala verso la strada
un vecchio monaco, curvo e con la barba, che si dirigeva verso la Chiesa di San
Francesco di Paola.
Alle 9 circa, arrivava il telegramma della M.
Maestra. E il 3 maggio Elena fece ritorno a Montalto. Ma in quale stato!
La M. Generale delle RR. Suore di Nocera, salutava
Elena partente con le seguenti parole: « Figliola mia, mi sarei contentata di
averti in cappella soltanto a pregare; ma la tua salute richiede
necessariamente il ritorno in famiglia. Ti auguro di guarir presto, per
ritornare contenta tra noi ».
Simultaneamente, le RR. Suore avevano scritto al
Decano di Montalto, Mons. Mauro, con la preghiera non si dicesse alla famiglia
la causa del grave stato di Elena. E cosí Mons. Mauro la diceva « ammalata »
e basta.
I particolari della operazione, senza anestesia, ci
sono stati confermati da Suor Agata Napoli, compagna di postulandato a Pagani,
della nostra Elena, ed attualmente superiora, nella Casa di Riposo S. Pio X, a
Roma (Via delle Spighe, 1).
« Era tanto buona - ci ha detto - e sapeva tanto
soffrire ». Lo spostamento della cassa, piena di biancheria... il lungo
travaglio... il taglio.
« Aveva un crocifisso di legno che amava tanto ». E
il timore di dovere lasciare le Suore. « Piangeva Elena, e diceva: "
Piango, perché la Madre non mi vorrà piú qui ". Il giorno che la Madre
decise di rimandarla a casa, Elena piangeva accanto alla porta della stanza di
lavoro. "Vedi che la Madre mi manda a casa! " ».
Elena era deperita a tal punto da essere irriconoscibile.
Non poteva lavarsi e pettinarsi da sé; il braccio sinistro era paralizzato;
sulla spalla c'era una piaga, che ben presto incomincerà a verminare. Maestro
Pasquale il 4 maggio la condusse a Cosenza, dal Prof. Roberto Falcone, Direttore
dell'Ospedale Civile, cui l'ammalata narrò ogni cosa.
Il professore, dopo l'esame, cosí concluse: «
Niente posso farti, figlia mia, perché sei stata rovinata; il medico che ti ha
operato... non è un chirurgo; sono stati tagliati dei nervi...; solo un
miracolo potrà risolvere il tuo stato di salute; ormai è già in atto la
cancrena! ».
Quindi, rivolto al padre di Elena, gli consigliava
di chiedere all'Istituto il risarcimento dei danni. Al riguardo, però, Elena
intervenne, convincendo il babbo a non chiedere nulla; ella sperava ancora di
poter ritornare a Pagani per riprendere la vita religiosa.
Incominciò a Montalto, nella sua stanzetta, questa
nuova dolorosa parentesi. Costretta a letto quasi ogni giorno, si recava
soltanto una volta alla settimana all'Istituto delle Suore, cui si sentiva
sempre legata, per confessarsi; e per non essere vista, in quel suo stato, quasi
deforme, passava per il giardino che univa la casa all'istituto. Ogni giovedí
poi riceveva la SS. Eucaristia. Furono mesi di silenziosa sofferenza: ma sempre
con la ferma fiducia di riprendere ogni attività.
Nel mese di agosto 1921, quasi a toglierle ogni
illusione, sopravvenne un forte dolore allo stomaco, mentre quel po' di
nutrimento liquido, che le veniva somministrato con un cucchiaino attraverso
un angolo della bocca, quasi interamente serrata, veniva regolarmente rigettato
a circa un'ora di distanza.
I medici curanti ordinarono una visita accurata e
la radiografia. Fu ricondotta pertanto all'Ospedale Civile di Cosenza, dove il
Dr. Cerrito la visitò, e all'esame radiografico le riscontrò un cancro allo
stomaco.
Mentre il Dr. Cerrito, spiegando alla sorella di
Elena, Giovannina, la gravità della diagnosi, concludeva: « Col male della
spalla poteva tirare ancora innanzi, ma con quello dello stomaco, è proprio
finita; anch'io - confidava - ne soffro; è un male che non perdona ». Elena
percepí queste parole, sempre sveglia, intelligente, come l'abbiamo conosciuta;
entrò nella stanza dove s'intratteneva il dottore con la sorella, e con quella
franchezza e fortezza di fede che le era abituale, interloquí: « Caro dottore,
voi morrete, ma io non morrò di questo male, perché Santa Rita mi guarirà ».
E' facile immaginare con quanta poca convinzione
l'interpellato poté accogliere la preannunziata guarigione di quella buona
giovane cosí malridotta.
Elena, molto affaticata, anziché tornare subito a
Montalto, preferí fermarsi un po' in casa della cugina Elvira Landolfi Aiello,
nei pressi della Chiesa parrocchiale di San Gaetano. Prima di entrare in casa
della cugina, Elena volle entrare in Chiesa e rivolse una fervida prece a
Santa Rita (vi era esposta una statua non grande della Santa), domandando la
guarigione del nuovo male che l'aveva colpita allo stomaco. Elena narra, nei
suoi appunti, che mentre cosí pregava, vide la statua circondarsi di vividi
fulgori abbaglianti; e voltasi alla cugina che le era accanto, le disse
impressionata che la statua bruciava. La cugina nulla vedendo non comprese
neppure la meravigliata esclamazione di Elena. Nella notte, la Santa le
apparve, le parlò: voleva istituita a Montalto la devozione, il suo culto,
per ravvivare la fede di quella gente, e chiedeva ad Elena di fare un triduo in
suo onore.
Il giorno dopo, Elena ritornò a Montalto e incominciò
il triduo a Santa Rita. Alla fine di esso, la visione si rinnovò: il triduo,
diceva la Santa, andava ripetuto; compiutolo, Elena sarebbe stata guarita,
quanto allo stomaco; le sarebbe rimasto il male della spalla, dovendo soffrire
per i peccati degli uomini; rinnovò il desiderio di vedere affermata a Montalto
la sua devozione.
La realtà di tali visioni, l'esattezza sostanziale
di tali racconti ci sono anche attestate da Mons. Mauro, allora confessore e
direttore di Elena. Egli, infatti, riceveva da essa, con candore e immediatamente,
la narrazione di quanto le succedeva; si che poté confrontare il preannunzio
degli eventi con la loro esatta realizzazione. Il 20 ottobre 1963, qui a Roma,
Mons. Mauro, tanto benevolmente, ci manifestava questo suo giudizio positivo.
E la sua testimonianza ha un valore ineccepibile.
In realtà, il 21 ottobre di quel 1921, cosí decisivo
per la vita di Elena, alle 5 del mattino, Elena risultò completamente guarita
del cancro allo stomaco.
Negli appunti leggiamo: « 21 ott., ore 5, S. Rita
da Cascia è apparsa nella sua celletta tutta raggiante di luce e facendo un
giro attorno alla camera si avvicinò al letto, piegò le coltri e le poggiò la
mano destra sullo stomaco, dicendo: "Mangia tutto quello che credi, perché
ormai sei guarita. Voglio però che si faccia una statua e sia messa nella
Chiesa di S. Domenico e precisamente nella nicchia di S. Giuseppe ".
« Da notare che la Chiesa di S. Domenico, molto
danneggiata dal terremoto del 1905, non era allora frequentata da Elena, che non
sapeva neppure dove fosse la nicchia di S. Giuseppe.
« La sorella Evangelina dalla camera attigua vide la
forte luce che attraverso la fessura della porta si irraggiava dalla stanza di
Elena, e credendo si trattasse d'incendio, svelta si levò ed entrò nella
stanza della sorella.
« Si accostò al suo letto, vide che Elena era come
assopita priva dei sensi e se ne impressionò, sí da chiamare gli altri
familiari; temette addirittura che fosse morta. Rientrata, insieme a tutti di
casa, trovarono Elena pienamente normale che raccontò loro la visita di S.
Rita, la guarigione, le altre parole della visione; e chiese qualcosa da
mandare giú. Le fu preparata una bella tazza di caffé con uova frullate, che
Elena prese senza avvertire piú alcun fastidio. I familiari, intanto,
chiamarono subito il Decano, Mons. Mauro, al quale Elena raccontò di nuovo
tutto dettagliatamente, e chiese il permesso di far venire una statua di S.
Rita, per collocarla nel luogo indicato dalla stessa Santa ».
Il Decano acconsentí senz'altro; e il padre di Elena
ordinava subito la statua alla ditta Guacci di Lecce. Lo stesso Mons. Mauro dopo
pochi giorni ebbe un'altra conferma della oggettiva realtà di quelle visioni,
e della sincerità di Elena nel riferire con esattezza quelle comunicazioni.
Nella notte dell'8 novembre 1921 (venerdí), -
riprendiamo a citare dagli appunti - « le apparve Gesú, vestito di bianco,
il cuore era visibile sul petto e dalla ferita del cuore si sprigionò un
raggio di luce, che investí il capo di Elena, lasciando su di esso una striscia
di capelli inceneriti; mentre Gesú le spiegava che quei raggi erano l'invito
del suo amore alla sofferenza; era invitata a partecipare alla Sua Passione, in
espiazione dei peccati degli uomini.
« Fu tale lo spavento per quelle faville che
l'investivano il capo che Elena saltò dal letto per entrare nella stanza
attigua dove dormivano le sorelle; ma cadde svenuta sulla soglia di comunicazione.
La sorella Emma, sentendo del rumore, si alzò e nell'attraversare la porta
suddetta per andare a prendere i fiammiferi e far luce, passò sul corpo di
Elena... Le sorelle la presero e la poggiarono su uno dei loro letti. Al
mattino, fu chiamato il Decano ». E Mons. Mauro (come di recente ci confermava)
osservò e trovò che realmente sulla testa di Elena c'era una striscia di
capelli bruciati, che raccolse e ancora conserva.
Elena aveva lunghi e folti capelli. La sorella Emma
glieli raccolse anche quel pomeriggio del 9 novembre, come di consueto, in due
lunghe trecce; Elena doveva infatti recarsi dalle Suore del Preziosissimo Sangue
per confessarsi. Le Suore, dallo stesso Mons. Mauro avevano appreso il
fenomeno dei capelli bruciati; appena Elena arrivò, la Superiora, Suor Rosa
Migali, la fece sedere e dinanzi alle altre Suore le chiese di poter dare uno
sguardo ai capelli. Elena era alquanto restia; alle insistenze di quella, non
potendo ella muovere il braccio, lasciò che la Superiora stessa le
togliesse il velo, per osservare i capelli.
« Elena, in quel momento, - come è scritto negli
appunti, - chiedeva al Signore che desse comunque un segno, tale da convincere
le Suore della realtà di quanto era avvenuto. Ed immediatamente avvertí,
come da una mano invisibile, lo strappo della treccia destra, che cadde ai piedi
della M. Superiora, la quale, meravigliata e atterrita, la raccolse e la pose
sulle ginocchia di Elena, dicendo: « Vedi! una tua treccia; come va? l'hai
tagliata tu? »
La treccia, esaminata dai medici locali, « apparve
stroncata dal bulbo e nella parte piú nodosa era manifesta l'impronta di una
mano ». Il mattino seguente, i capelli mancanti riapparvero integri e vennero
ricomposti nella consueta treccia.
Prima di proseguire ci si permetta qualche
osservazione. Il mondo di oggi, nello stesso campo cattolico, vede l'avanzare
di un criticismo che ha per insegna e scopo di togliere dalla stessa Sacra
Scrittura, dalle narrazioni dei Santi Evangeli, il soprannaturale.
Si è idolatri della propria ragione; è un soggettivismo
che confina col ridicolo, una presunzione che osservata specialmente in tanti
giovani, appena usciti dai banchi della scuola, suscita insieme indignazione e
sgomento: indignazione per l'irresponsabilità di quanti li hanno cosí deformati;
sgomento per le tristi conseguenze, che purtroppo non è raro costatare.
Cosa diranno costoro della vita, ad es., di un S.
Francesco di Paola, tutta impregnata di soprannaturale e di autentici
miracoli?
« Scrivendo di un Santo - bene osserva il P. Roberti,
op. cit. p. 46 s. - non si può assolutamente prescindere dal soprannaturale...
Il soprannaturale avviva meravigliosamente tutto l'essere di S. Francesco,
informa il suo operare in modo da fare della sua vita mirabile un intreccio,
direi quasi non interrotto, di prodigi. Tale, senza dubbio, è la sua figura
storica, se non vogliamo negare valore alle testimonianze della probità umana
».
Lo stesso autore riporta quindi (p. 50) le osservazioni
del Bossuet (Orazioni paneg.in onore di S. Francesco di Paola):
« Sono due le ragioni principali per le quali Iddio
stende il suo braccio ad opere prodigiose: la prima è per mostrare la sua
grandezza e per convincere gli uomini della sua potenza; la seconda per
manifestarci la sua bontà e l'amore che porta ai suoi servi. Ora in queste due
specie di miracoli io noto questa differenza, che allorquando Dio vuol
mostrare col miracolo la sua onnipotenza, egli si serve delle occasioni
straordinarie; ma quando vuol mostrare ancora la sua bontà, allora si vale
delle occasioni piú volgari (o meglio piú comuni, piú semplici). Il che
deriva anche dalla differenza che corre tra questi due divini attributi.
L'onnipotenza affronta i piú grandi ostacoli e li sormonta; la bontà invece
discende fino a sovvenire i piú piccoli bisogni ».
In rapporto particolarmente a questa seconda specie
di eventi straordinari, va ricordata la potenza della fede: cf. Mt. 17, 20 « se
avete tanta fede quanto un granello di senapa, potrete dire a questo monte:
"Spostati di qui e là", ed esso si sposterà e nulla vi sarà
impossibile »; Lc. 17, 5 s. « Gli apostoli dissero al Signore: "Aumenta
la nostra fede". Rispose loro: "Se avete tanta fede quanto un granello
di senapa, potrete dire a questo gelso: " Estirpati e trapiantati in
mare; e vi ubbidirebbe " ».
La fede è condizione essenziale per ottenere i
miracoli, essa dà gloria a Dio; una fede viva, anche in piccola misura, può
ottenere miracoli. In S. Matteo Gesú parla di un monte, in S. Luca di un gelso,
difficile a sradicarsi per la quantità e l'estensione delle radici profonde.
Variano le immagini, l'idea espressa, tanto efficacemente, è la stessa. Con
ogni probabilità Gesú è ritornato su questo argomento varie volte nel suo
insegnamento; cf. infatti nel secondo evangelo (Mc. 11, 22 ss.) : « Gesú
disse ai discepoli: Abbiate fede in Dio. (Pietro aveva espresso la sua
meraviglia nel vedere seccato il fico che Gesú aveva maledetto il giorno
prima).
« In verità, vi dico: chi dirà a questo monte:
"Levati e gettati in mare", e non dubiterà in cuor suo, ma crederà
che quanto dice avvenga, gli sarà concesso. Perciò vi dico: Tutto ciò che
domandate nella preghiera, credete di averlo ottenuto, e l'avrete ». Si
tratta evidentemente della fede, piena, integrale dedizione dell'uomo a Dio.
« Sappiamo bene che Dio non esaudisce i peccatori
(è il cieco dalla nascita, guarito da Gesú, che cosí parla contro i Farisei e
in difesa del suo Guaritore), ma esaudisce colui che è timorato di Dio e compie
la sua volontà » (Giov. 9, 31).
Ora tale fede sembra ornamento e pregio delle anime
candide.
« Quando ci si fida del proprio valore, dei propri
mezzi, quando si ha fiducia in sé, com'è possibile provare il bisogno di
abbandonarsi a Dio con l'intensità che caratterizza la devozione?
« Tutto ciò che dà a noi motivo d'affermarci e di
imporci, e non solo il sapere, dice San Tommaso (Summa Theol., 2a 2ae, q. 82
a. 3 ad 3), è l'occasione che ci porta ad avere fiducia in noi e per questo non
ci offriamo, non ci consegniamo totalmente a Dio. Ecco perché la devozione
è piú diffusa presso i semplici e le donne. Notate che dico occasione
soltanto, perché ogni perfezione umana, sapere compreso, può essere
perfettamente sottomessa a Dio, e allora la devozione sovrabbonda ».
Si ricordino le solenni parole di Gesú: « Io ti
lodo e ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute
nascoste queste cose ai saggi e agli scaltri, e le hai rivelate ai semplici »
(Mt. 11, 25).
S. Francesco di Paola dinanzi al Prelato Girolamo
Adorno inviato da Paolo II, che lo esortava a mitigare i rigori della regola,
ritenuti eccessivi, prese con le mani dei carboni accesi dal braciere e glieli
presentò con queste parole: « Non temete, Monsignore, a chi ama e serve Iddio
con sincerità di cuore tutto è possibile. Tutte le creature diventano docili
al volere di Colui che attende fedelmente a compiere la volontà del Creatore
».
Non fa pertanto meraviglia alcuna questa fiducia
immensa di anime semplici, ricolme di viva fede, nei loro rapporti con Dio, con
Gesú N. Signore; una fiducia che porta queste anime elette a rivolgersi a Dio,
senza sminuirne in nulla l'infinita maestà, senza ignorarne alcuna delle
infinite perfezioni, come fa un bambino verso suo padre.
E l'Onnipotente risponde prontamente, facendo
risplendere la sua Bontà, come notava il Bossuet, il Suo paterno amore.
In Elena Aiello troviamo la fede viva, la fiducia
immensa e filiale in Gesú; disposizione abituale; non fa pertanto meraviglia
se il soprannaturale - come vedremo - entri nella sua esistenza, elemento
direi quasi normale.
Parlando di S. Francesco di Paola, il P. Giuseppe
M. De Giovanni, S. J., in una delle sue meditazioni, tanto espressive e dense di
pensiero, lo definiva: il piú santo dei calabresi e il piú calabrese dei
santi. E nell'illustrare questo secondo punto, rilevava fra le altre
caratteristiche la ricchezza del sentimento, questa carica emotiva, che se
rivolta al bene, e nel nostro caso, a Gesú N. Signore, porta ben presto a
quell'ardore nella carità, che rende vividissima la fede, e spontaneo, direi,
il clima soprannaturale.
Quando, poi, la carità è sostanziata dal sacrificio,
dall'amore delle sofferenze, è escluso ogni pericolo di illusione; al
sentimento è congiunta la fortezza di carattere, quella tenacia nell'operare,
che bandisce l'indecisione e l'incostanza.
Il P. Saragò nella sua « testimonianza », riportata
qui all'inizio, pone quale « terzo aspetto fondamentale di Suor Elena » il
lungo martirio nel corpo e nell'animo. Alle sofferenze fisiche già
riscontrate finora, mentre permaneva il male alla spalla, in progressivo
peggioramento, con la conseguente deformità, nel 1922 ci è dato rilevare
qualcosa delle sofferenze dell'animo. E' appena un saggio delle lotte, delle
umiliazioni che accompagneranno l'esistenza di Elena.
« Le cose piú sublimi - scrive 1'Hugo - sono quasi
sempre le piú difficili a comprendere; perciò molti cittadini, commentando
il contegno del vescovo Myriel, nell'assistere un condannato alla ghigliottina,
lo chiamarono affettazione. Ma fu solo nelle sale signorili; il popolo che nelle
opere sante non suppone mai l'astuzia, ne rimase commosso ed ammirò ».
In caso poi di eventi soprannaturali i dispareri e
le conseguenti reazioni sono ancora piú accusati; creano talvolta delle
incresciose situazioni, nei confronti delle stesse autorità ecclesiastiche.
Quanto abbiamo narrato finora appassionò ben presto
i concittadini di Elena. La sua richiesta di voler diffondere a Montalto la
devozione di S. Rita e, in particolare, di porre nella Chiesa di S. Domenico, la
statua, aveva ottenuto l'assenso del suo confessore, Mons. Mauro, ch'era
insieme Decano del Capitolo di Montalto, ma trovò l'opposizione del parroco
della Chiesa del Carmine, don Angelo Bonelli, Tesoriere del Capitolo.
Questi affermava che aveva pensato già, da tempo, a
introdurre tale devozione nella sua parrocchia; non disponeva ancora di una
statua soltanto perché era mancato il danaro necessario per l'acquisto.
Chi ha conosciuto Suor Elena è rimasto colpito
dalla schiettezza e semplicità con cui esponeva il suo pensiero, mentre
fissava l'interlocutore con quegli occhi vivi d'intelligenza, che penetravano
nell'animo. « Sia il vostro parlare: sí, sí, no, no: il di piú viene dal
malvagio » (Mt. 5, 37); Giac. 5, 12). Non conosceva le sfumature, le attenuanti
velate, l'ingannevole forma del « dire e non dire ».
Alla schiettezza univa la purezza dell'intenzione e
la tenacia, la straordinaria forza di carattere, nell'attuazione. D'altra
parte, ella non aveva ormai dubbi sulla reale apparizione della santa: ne
erano garanti il confessore, tutti gli episodi costatati dal medesimo
confessore e dai familiari. Ella aspettava fermamente da S. Rita la guarigione
completa del male alla spalla, ma era stata già guarita dalla Santa dal cancro
allo stomaco.
A Don Bonelli riaffermò pertanto che avrebbe
compiuto fedelmente quanto S. Rita le aveva indicato; lo riaffermò in modo
risoluto: non avrebbe lasciato nulla di intentato, ricorrendo, se necessario,
anche all'Arcivescovo.
Ci piace riportare qui una pagina dedicata da G. De
Libero al venerabile Cardinale Baronio (+ 1607), per alcuni punti di contatto,
tra « la natura fiera e rigida » del Baronio, come lo definiva san Filippo
Neri, e « l'energia e schiettezza » accennate in Suor Elena:
« La santità suppone un temperamento energico,
volitivo, deciso. Una natura incerta, paurosa, vacillante non è stoffa da farne
eroi di nessun genere.
« Per essere santi non bastano gli entusiasmi
fugaci, le buone intenzioni; ma occorre decisione irremovibile: sono permesse
neppure paure, soste, come quelle dell'aratore (cf. Lc. 11, 57. 62) che volge
indietro lo sguardo magari per compiacersi del lavoro compiuto. Sempre avanti!
« Baronio ebbe, e anche questo, certo, fu dono di
Dio, un temperamento generoso, capace di ogni ardimento, di ogni immolazione:
era tutto di un pezzo, duro, senza le incrinature delle eccezioni, senza
riguardo anche per le persone piú grandi e che avrebbero potuto nuocergli.
« Messosi al servizio di Dio, sotto la guida di un
santo amabile come Filippo, la natura restò, ma la carità, la pietà, l'addolcí,
la pervase, la purificò, senza però cambiarla o distruggerla.
« Nell'interesse, nella dedizione al compito assegnatogli
in nome di Dio, non usava mezzi termini, non faceva complimenti.
« La grazia affina la natura, non la distrugge mai
».
Don Bonelli comprese benissimo che sarebbe stato
inutile insistere, e ordinò immediatamente una statua di S. Rita, alla Ditta
Giovanni Malocore, pure di Lecce.
La risposta di Elena fu ritenuta un atto di
intemperanza, di poco rispetto verso il clero e di disobbedienza alle loro
disposizioni.
Le voci pervenivano alla povera sofferente, che ne
provava intima pena e insieme reagiva con quella vivacità caratteristica del
suo carattere.
L'incresciosa situazione si protrasse a lungo.
L'Arcivescovo di Cosenza, interessato dal clero, scriveva al Decano Mons. Mauro,
di « tener duro perché un solo culto era possibile per santa Rita », nello
stesso paese; e alla giovane Elena: « Signorina Aiello, preghi il Signore che
non la renda vittima di illusioni diaboliche! ».
Non c'è bisogno di rilevare la gravità della
proposizione, con l'accenno di condanna e di disistima in essa implicito!
L'Arcivescovo, però, ad una susseguente lettera di
Elena, ordinava che la statua ordinata dalla famiglia Aiello fosse conservata
nella loro abitazione e che per la Chiesa del Carmine si provvedesse
diversamente. Il 13 maggio arrivò la statua di S. Rita e venne sistemata nella
casa di Elena, in uno stipo costruito dal cognato, Giovanni Ferrari.
Era allora Pastore dell'Arcidiocesi di Cosenza, Mons.
Tommaso Trussoni (1912-1934). « Il suo governo fu seminato di spine fin
dall'inizio per le tristi vicende dei tempi - scrive il P. F. Russo a - sia per
il settarismo imperante sia per i lutti arrecati dalla prima Guerra Mondiale.
Egli, da buon Pastore, smussò gli odi con l'umiltà e la carità del suo grande
cuore e fu angelo di conforto per le anime afflitte e desolate per la perdita
dei propri parenti in guerra ».
Uomo di Dio, nel senso pieno della frase, attraeva,
cattivava gli animi con la bontà del cuore, e la benevolenza dei modi. Già
professore dì Morale nel Seminario di Como, legato da vincoli di parentela
con quell'apostolo di carità che fu il servo di Dio don Luigi Guanella, di
Como, aveva tutte le doti per discernere e dirigere con l'evangelica prudenza
le anime piú privilegiate e le iniziative per l'affermazione del regno di Dio.
Egli darà a Elena, come direttore di spirito e
direttore dell'opera, il suo stesso Vicario, Mons. Angelo Sironi.
Egli, fra qualche anno, accoglierà a Cosenza,
incoraggerà e proteggerà l'opera di Suor Elena, dando - come vedremo - sagge
direttive per evitare ogni inutile e dannosa pubblicità ai fenomeni
straordinari di cui parleremo.
E' facile rilevare la prudenza con cui Mons. Trussoni
procedette nei confronti di Elena, dalla prima esortazione severa e, direi,
distaccata, riportata di sopra; alla considerazione attenta e alla stima con
cui ne seguí sempre la vita e l'opera.
La congregazione delle Suore Minime della Passione di
N.S.G.C. ha in Mons. Tommaso Trussoni l'illuminato Pastore che ne ha permesso,
protetto, aiutato e benedetto l'atto di nascita e i primi passi sempre cosí
difficili.
Nel congedare Elena, recatasi, pur sofferente, da
lui, Sua Eccellenza l'assicurò delle sue preghiere per la guarigione o per la
rassegnazione piena alla volontà del Signore; esortandola ad accettare tutti
quei dispiaceri e quei dolori quali gocce del calice amaro di Nostro Signore.
La statua posta nella casa di Elena, vi rimase finché
ella rimase a Montalto; quando nel 1927 ella si trasferí a Cosenza per iniziare
la sua opera, la statua fu dislocata nella Chiesa di san Domenico, proprio
nella nicchia indicata, e dove si vede tuttora.
Elena, intanto, dimesse le vesti di probanda delle
Suore del Preziosissimo Sangue, dopo la prima guarigione ottenuta da santa Rita,
indossò per voto l'abito che hanno le suore di questa Santa a Cascia. Lo
porterà fino a quando non sceglierà quello ideato per la nuova congregazione
da lei fondata.
Le sofferenze fisiche e quelle, talvolta piú
brucianti, dell'animo, servivano ad affinarne lo spirito e a preparare Elena
alla missione cui è - destinata.
In tutto il 1922, si ripeterono gli inviti del Signore
a un nuovo genere di sofferenza; Elena ne avvisa il suo confessore: « Tu
soffrirai, ma non temere; non è una malattia; ma espressione di carità ». «
Ti farò entrare in tristezza con me e il venerdí mi sarai piú unita ».
Nell'inverno, tennero a Montalto una missione,
quattro Padri Passionisti, guidati dal P. Ildefonso, che tanta fama ha
lasciato nell'Arcidiocesi di Cosenza. Colto, di grande fede; avvince ed esalta
con l'esempio, con la sua infiammata eloquenza. Il suo è il tema preferito
dalla pietà di Elena: la Passione di N. Signore. Ed Elena ne ascolta le
prediche, e va ad esporgli il suo animo. Probabilmente nelle mani di P.
Ildefonso finirono gli appunti, gettati giú da Elena, visti da Emma, in
un'assenza della sorella, e non piú rintracciati. In essi, Elena aveva
annotato quanto riteneva le venisse comunicato dal Signore e da santa Rita.
Dal contatto col rev.mo P. Ildefonso ricevé luce e
vigore.
Infine, proprio mentre tanta diversità di pareri
turbinavano intorno ad Elena, per la penosa faccenda della statua e dei ripetuti
interventi di S. Rita riferiti da lei al proprio confessore, il 2 marzo 1923,
primo venerdí del mese, avvenne, per la prima volta, quel fenomeno
straordinario che attirerà su Elena l'attenzione di tanta gente, da regioni
anche lontanissime, e che si ripeterà annualmente, fino alla sua morte.
E' il 2 marzo; al mattino, dopo la comunione, una
voce interna le preannunzia imminente il nuovo genere di sofferenza prescelto
per lei dal Signore.
Riporto dagli appunti del 2° quaderno in mio
possesso:
« Il primo venerdí di marzo, verso le ore 15 era a
letto molto sofferente per la piaga cancrenosa alla spalla sinistra, leggeva
il nono venerdí in onore di S. Francesco di Paola; le apparve il Signore
vestito di bianco, con la corona di spine; all'invito se voleva partecipare alle
sue sofferenze, Elena rispondeva affermativamente; allora il Signore
togliendosi dal Suo capo la corona la poneva sul capo di lei.
« A tale contatto usciva un'abbondante effusione
di sangue. Il Signore le comunicava che voleva quella sofferenza per
convertire i peccatori, per i molti peccati d'impurità, ed essere vittima per
soddisfare la Divina Giustizia. Una certa donna, a nome Rosaria, inserviente
di famiglia, dopo aver prestato il suo servizio stava per andarsene; avvertendo
alcuni lamenti che venivano dalla stanzetta di Elena, si affacciò cautamente
per rendersi conto di quanto non sapeva spiegare. Sorpresa alla visione di tanto
sangue, subito avvisò i familiari pensando che Elena fosse stata uccisa.
Immediatamente corsero nella stanzetta la sorella Emma con tutti i familiari e
trovandosi di fronte a quello spettacolo sanguigno fecero chiamare il Dott.
Turano e tutti i medici del paese, il Decano Mauro con parecchi altri sacerdoti.
Il Dott. Adolfo Turano incominciava immediatamente a praticare dei lavaggi, ma
il sangue continuava ad uscire dal capo. Dopo tre ore di alterna emanazione
sanguigna il fenomeno scomparve da sé.
« Tutti rimasero sorpresi, confusi, impressionati
perché non sapevano spiegare in nessun modo quanto era avvenuto.
« Il secondo venerdí di marzo prima delle ore
quindici si trovarono in casa il Dott. Adolfo Turano con parecchie altre
persone per controllare se si fosse ripetuto il fenomeno. Infatti, alla stessa
ora precisa si verificava lo stesso fenomeno sanguigno; allora il dottore cercò
di asciugare il sangue con un fazzoletto, ma al contatto della parte sofferente
la pelle si irritava talmente da lasciarle tutti i pori aperti e dolentissimi.
« Alcuni pezzetti della pelle frontale rimanevano
attaccati al fazzoletto. Il sangue continuò ad uscire ad intervalli per oltre
tre ore.
« Il terzo venerdí di marzo pensando che fosse il
fenomeno determinato da fissazione religiosa, il confessore toglieva dalla sua
cella l'immagine del crocifisso e le proibiva di leggere qualunque libro che
trattasse della Passione di Gesú. Nonostante tale precauzione il fenomeno sanguigno
si verificava allo stesso orario e nel medesimo modo. Una signora di S.
Benedetto Ullano (D. Virginia Manes), madre del medico dr. Aristodemo Milano,
fu mandata dal figlio per costatare il fatto e bagnare un fazzoletto nel
sangue. Difatti, rimasta sola nella celletta di Elena, asciugava con un
fazzoletto la fronte, poi lo piegava e lo conservava con un pensiero di
diffidenza che non fosse quella una malattia pericolosa. Ritornata a San
Benedetto trovava il fazzoletto completamente pulito e senza alcuna traccia di
sangue. Il figlio dinanzi al racconto della mamma si convertí ricevendo il
battesimo.
« Nella visione il Signore rispondendo alle lagnanze
di Elena per tutto quello che le veniva fatto per il sudore di sangue
affermava che era Lui che la faceva soffrire, doveva essere una sua vittima
per il mondo, che non si doveva affliggere che le avevano tolto il Crocifisso
perché Lui era sempre presente nel suo cuore e che a conferma di questo le
avrebbe dato un segno a tutti visibile facendo riflettere nel suo corpo le
piaghe della sua Passione. Difatti nell'ultimo venerdí di marzo Elena soffriva
nel corpo coperto di piaghe e Gesú le diceva: "Anche tu devi essere simile
a Me perché devi essere la vittima per tanti peccatori e soddisfare alla
giustizia del Padre mio perché essi siano salvi".
« Verso le cinque Gesú le diceva: " Figlia
mia, ammira come soffro! Ho versato tutto il mio sangue per il mondo ed ora va
tutto in rovina; nessuno si avvede delle scelleraggini di cui è ricoperto.
Considera l'acerbità del mio dolore per tante ingiurie e disprezzi che ricevo
da tanti malvagi e dissoluti". " E che cosa posso fare io, rispondeva
Elena, o Gesú mio? Se non Vi fate vedere nessuno mi crederà". Gesú
soggiungeva ancora: " Sono tanti peccatori ostinati che determinano la
mia giustizia. Non scoraggiarti però, Figlia mia, poiché mi farò vedere verso
le ore 13. Dirai al tuo confessore che venerdí verso le ore 13 gli darò un
segno ". Ciò detto disparve.
« Il Venerdí seguente, a tutte le altre piaghe
delle mani e dei piedi si aggiunse la ferita del Costato. Il Venerdí santo, a
mezzogiorno preciso, incominciava il fenomeno. Verso le sei la processione dei
misteri passava sotto i balconi della casa di Elena; il segno promesso al
confessore è stato quello di potersi (Elena) alzare immediatamente dal letto
completamente in sensi ed andare al balcone per assistere alla processione.
« Quando Gesú morto passò sotto il balcone, di
nuovo Elena perdeva i sensi con emissione di lagrime di sangue. Alcune gocce
cadevano sulla testa della sorella Ida, affacciata al balcone sottostante. In
quel momento la sorella Ida si rivolgeva col pensiero verso Gesú lamentandosi
che aveva mandato alla sua famiglia quella croce molto fastidiosa per la grande
affluenza di gente che veniva da ogni parte e teneva la casa sempre sottosopra.
« Nella notte seguente Ida ebbe in sogno l'avviso
di Nostro Signore di non lamentarsi di quella croce perché Elena doveva
soffrire per la salvezza di molti peccatori.
« Allora Ida capì che non doveva lamentarsi poiché
quella era la missione della sorella Elena. « Il confessore che aveva tutto
osservato poté convincersi dopo le molte prove che aveva fatto che il fenomeno
non era effetto di suggestione... « Finito il fenomeno e ritornata in sensi
dopo che passò la processione, rimase con le piaghe dei piedi, delle ginocchia,
del costato e del braccio destro, aperte e doloranti fino al mese di giugno.
Il giorno del Corpus Domini si rinnovò il dolore alle piaghe con una nuova
effusione di sangue dalle medesime che infine si rimarginavano perfettamente
».
Vedi al riguardo in appendice le relazioni dei
medici. Abbiamo già sottolineato che la santità sta nel compiere la volontà
del Signore, nell'esercizio della carità: l'amore, la dedizione di tutto se
stesso a Dio e al prossimo.
I fenomeni sopra accennati in Elena non ostacolarono
affatto la sua straordinaria attività, la normalità della sua vita religiosa;
l'espletamento delle sue funzioni di fondatrice e superiora generale di una
nuova congregazione.
Le sofferenze del venerdí santo, avvenivano, di
consueto, con la assoluta esclusione di ogni curioso; le porte della casa
assolutamente chiuse; al mattino del sabato santo suor Elena era già, come di
consueto, al suo posto di preghiera, di lavoro, di responsabilità, esternamente
come se nulla fosse accaduto.
Quei fenomeni non le facilitarono certo i rapporti
con le autorità ecclesiastiche. Risultarono talvolta una fonte di dispiaceri e
di umiliazioni.
Ma la gente, nelle sue tribolazioni, accorreva a lei;
a lei ci si rivolgeva prima di decisioni importanti.
Chi chiedeva di lei, per averne l'indirizzo, al nome
di Suor Elena o di Suor Elena Aiello, vedeva per lo piú sul volto
dell'interpellato l'espressione manifesta di chi sente per la prima volta
nominare quella persona; ma bastava aggiungere qualche accenno ai fenomeni
suddetti, come « la suora che suda sangue », per sentirsi rispondere: « Ah!
voi cercate 'a monaca santa », e aveva subito l'indicazione precisa.
E fu questo l'appellativo abituale di Suor Elena.
Guarigione istantanea e completa di Elena (22 maggio
1924)
Diversi sono stati al riguardo i preannunzi dati da
Elena che sarebbe completamente guarita dal tormentoso male della spalla: cosí
in una lettera del 10 maggio 1924 a Mons. Mauro:
«Rev.do Padre, ieri verso le ore 3 pomeridiane mi
apparve Gesú dicendomi: " Figlia mia diletta vuoi guarire oppure vuoi
soffrire? ". Io gli dissi: " A soffrire con Voi, Gesú mio, si soffre
tanto bene. Ma fate quello che volete ".
« E Gesú: " Ebbene ti farò guarire, ma sappi
che ogni venerdí, ti farò entrare in tristezza, cosí mi starai piú unita
". Detto questo scomparve.
« Mi raccomando alle Sue sante preci; umilmente Le
bacio la mano. Sua umilissima serva in G.C. Elena Aiello ».
Cosí al dott. Adolfo Turano, chiamato dai familiari
per l'aggravarsi dello stato dell'inferma, Elena appena qualche giorno prima del
22, rifece il racconto di una visione avuta da S. Rita, con la indicazione che
l'avrebbe guarita il giorno 22, nel pomeriggio.
Il dottore, date le condizioni dell'inferma, giudicò
espressione di delirio quella comunicazione! E in tal senso ne parlò ai
familiari.
E il 22 maggio, alle 14,45, vestita dalla sorella
Emma, fu condotta non senza fatica al piano sottostante, nel salotto dove era
la statua di S. Rita: venne adagiata su un divano di fronte alla statua. Ecco
la narrazione fatta dalla sorella di Elena, Emma, all'avv. Di Napoli, il 30
ottobre 1961: essa parte dallo stato miserando immediatamente precedente. Elena
con grande forza d'animo, toglieva da sé, aiutandosi con uno specchio e usando
degli stecchini, i vermi che si formavano nella sua piaga alla spalla.
« E' esatto ciò che vi ha detto la Signora Alina (Caracciolo,
sposata Palazzolo, residente a Verona). Potemmo svelare il segreto dei vermi
per avere Giovannina spiate le mosse di Elena in una delle sue improvvise
sparizioni. Quando assunsi il pietoso compito di estrarli, usai lo stesso metodo
di Elena: lo stecchino. Slabbravo la pelle che circondava le piaghe profonde e
li facevo saltare con lo stecchino, ma piú ne toglievo, piú ce n'erano! Poi
vi deponevo una polverina gialla che mi avevano indicato, senza nessun
risultato.
« Elena sopportava con rassegnazione quel tormento,
ma la sua fede in S. Rita era incalcolabile. Aveva la certezza di guarire; ma
non tutti potevano credere. Erano tre anni!
« Nella notte del 21 maggio 1924 Elena sognò S.
Rita dirle che all'indomani alle 15 l'avrebbe guarita.
« In quel mese di Maria, come nei precedenti giorni
recitavamo il Rosario; c'erano alcune vicine, e l'assiduo notaio Carlo
Taormina, il quale nutriva verso Elena uno speciale affetto.
« In quell'anno Elena era estenuata per le forti
crisi avute nel mese di aprile. Dovevamo prendercela in braccio per farla
discendere dal piano superiore, come una moribonda, adagiandola poi in quel
divano..., sistemato avanti la statua di S. Rita.
« Attendemmo.
« Eravamo trepidanti, inquieti, emozionati, ma non
sapevamo dire una parola.
« Recitato il Rosario, a cospetto della statua con
lo sportello della custodia aperto, Elena cominciò a pregare in questi
termini, con un fil di voce:
« " Dal tuo santuario di misericordia, o Santa
degli impossibili e padrona dei casi disperati, rivolgi a me i tuoi occhi
pietosi e guarda le angosce che mi opprimono, le sventure che mi percuotono, i
bisogni che mi stringono; né alcuna via piú mi rimane! Inaridita è la
sorgente delle mie lagrime e la preghiera sta per morire sulle mie labbra
confuse! Mi rimane la speranza!
« O S. Rita, potente e pietosa, soccorrimi in questa
estrema necessità, concedimi la grazia ch'io ti domando!
« Tu me l'hai promesso! Mi devi fare la grazia e
non devi farmi rimanere bugiarda! ".
« E aiutata da me, si alzò e si accostò alla
statua.
« Avemmo l'impressione che la mano di Santa Rita,
protesa verso il Crocifisso, si fosse scostata per raggiungere la mano del lato
offeso di Elena e sollevargliela in alto, e che una vibrazione scuotesse la
statua e la custodia. Elena, fra la commozione di noi ancora increduli, ripeté:
" Sono guarita! Sono guarita! ". E senza aiuto si mosse liberamente
fino al balcone. Vedendo ad una finestra del palazzo dirimpetto sporta la
moglie del notaio Ceci, sollevando le braccia esclamò: " Donna Valentina,
vedete, sono guarita ".
« Quando le volli vedere la piaga, la trovai chiusa,
e vi si scorgeva una cicatrice ».
Nel 2° quaderno leggiamo:
« Nella notte del 21 maggio 1924 ebbi una visione
di S. Rita alla quale tante volte mi ero rivolta perché mi guarisse, avendo
ottemperato al suo ordine. Che la statua si trovasse ancora in casa mia, ciò
non era da me dipeso. Il mio voto si poteva considerare appagato. Ella
riconfermando la promessa, mi disse che lo avrebbe fatto, ma che le sofferenze
sarebbero perdurate, conchiudendo: " Domani, dopo il Rosario, vieni
vicino alla mia immagine che ti guarisco ".
« Ansiosa e confortata, verso le tre del pomeriggio,
dopo aver recitato il Rosario con parte delle mie sorelle, con alcune amiche e
col compare, aiutata da Emma mi mossi dal divano e mi avvicinai alla statua.
« Pregai rivolgendo ad essa il mio sguardo. Ad un
tratto mi sentii leggera e libera nei movimenti. Mi alzai, nella gioia intima
che sentivo, e vedendo gli altri in istato di perplessa commozione, dissi:
" Sono guarita ". Mi spostai e raggiunsi il balcone; e come vidi
donna Valentina Vescillo, istintivamente esclamai, alzando le braccia: "
Sono guarita! Vedete ".
La piaga verminosa non esisteva piú ».
Ancora a Montalto - Gigia Mazza Riprendiamo il filo
dei nostri appunti. Essi ci portano a Bucita, piccolo borgo tra i castagni,
frazione del comune di San Fili, e non molto distante da Montalto.
Qui, in una famiglia numerosa, esemplarmente
cristiana, troviamo la giovane che sarà la compagna fedele di Elena, fin
dagl'inizi dell'opera, e le succederà nella direzione di essa.
Gigia Mazza nasceva a Bucita il 28 ottobre 1892, da
Santo, onesto artigiano e da Maria Guccione. Dei dodici figli, ben quattro
fanno parte del glorioso Ordine dei Minimi:
fra Giovanni (nato il 18 giugno 1888); padre
Beniamino (del 20 novembre 1893): emigrato negli Stati Uniti nel 1909, militò
nello esercito americano (1917-1918), in Inghilterra e in Francia; rientrato in
Italia (1920), entrò nell'Ordine di San Francesco di Paola a Genova: fu
ordinato sacerdote, a Roma, il 3 luglio 1927;
padre Francesco (del 3 novembre 1903): entrò a 12
anni nel convento annesso al Santuario di Paola; dopo il servizio militare, compí
a Roma il corso filosofico e teologico; ordinato sacerdote nel 1930, fu rettore
del Collegio dei Minimi (allora a piazza Pompei) fino al 1937; quindi a Paola,
dove fu due volte Provinciale (1945-1948 e 1955-1958) ;
padre Arturo (del 7 dicembre 1908), ordinato
sacerdote nel 1932.
Tra i figli della sorella maggiore, Pasqualina (morta
nel 1918), sposa all'artigiano Vincenzo Laganà, due seguirono gli zii nello
stesso Ordine: fra Giovanni (del 1911) e padre Biagio (del 1915); la figliola
Concetta (del 1916) entrò nella congregazione fondata da Suor Elena (nel
1930): morí nel 1932.
Una famiglia dunque particolarmente devota di San
Francesco di Paola.
Soltanto a 30 anni, nel 1922, Gigia perseguendo il
suo desiderio di dedicarsi al Signore, ottenne dai genitori il permesso di
entrare nella Congregazione delle Suore Riparatrici del S. Cuore, a Napoli; la
grande guerra, prima, e quindi (1918) la morte della sorella Pasqualina, che lasciava
7 figli in tenera età, avevano fatto rimandare la sua partenza.
Ma a Napoli, rimase solo pochi mesi (1 gennaio - 4
maggio 1923): incominciò infatti a sentirsi poco bene, quindi una caduta
indusse il medico a rimandarla a casa, per curarsi e ritemprare la propria
salute.
Proprio nella quaresima di quell'anno, erano
incominciati i fenomeni straordinari di cui abbiamo parlato e a Bucita, come
negli altri paesi della provincia, - e forse ancor piú, data la vicinanza, - si
parlava della Suora di Montalto che seguiva, in modo cosí impressionante, la
passione del Signore. Gigia inoltre, affidata dai familiari alle cure del Dott.
Turano, medico della famiglia Aiello e della stessa Suor Elena, si recava periodicamente
a Montalto, cosí ebbe modo di informarsi ancora meglio.
Cosí, il venerdí dopo Pasqua, accompagnata dalla
mamma, si recò in casa di Elena; per vederla, chiederle consiglio circa la
propria vocazione, se dovesse ritornare nel monastero, donde era stata
costretta ad uscire, o se il Signore destinasse diversamente, e infine, per
assistere alle sofferenze di cui aveva sentito parlare; credeva infatti che
Elena soffrisse ogni venerdí.
Con la consueta semplicità, Elena « rispose che col
venerdì santo erano finite le sofferenze e che perciò ci voleva l'anno
prossimo, perché soltanto nei venerdí di quaresima del mese di marzo si
verificavano quei fenomeni. La confortava poi per l'uscita dal Monastero; anche
lei era stata costretta a lasciare, per motivi di salute, la congregazione dove
era andata, e a ritirarsi in famiglia, afflitta da tante sofferenze ».
E non c'era bisogno che Elena aggiungesse altro su
questo punto; quella piaga alla spalla la rendeva quasi deforme.
« Certo - continuava Elena a conforto di Gigia -
se il Signore aveva permesso questo, lo aveva fatto senz'altro per un fine, e
che non avrebbe mancato di farlo conoscere ».
Confortata da tali parole, Gigia se ne ritornò a
casa, animata da viva speranza per il futuro della sua vocazione.
Fu questo l'inizio dei rapporti che legheranno sempre
piú la giovane di Bucita ed Elena; ritornando a Montalto dal dr. Turano per
la cura, Gigia si recava da Elena, con la quale era ormai solita
intrattenersi confidenzialmente. Nella quaresima del 1924 fu presente ai
fenomeni che abbiamo descritto.
Perdurando la piaga alla spalla, Elena nel maggio di
quell'anno, disse a Gigia di non pensare piú al ritorno a Napoli presso la
Congregazione d'onde era uscita; sarebbe stata suora, ma per fare con lei
stessa un'opera nuova. A Gigia venne spontaneo il pensiero: « Sta morendo e
pensa di istituire un'opera! ». Ed Elena subito: « Non ti preoccupare, perché
Santa Rita il 22 di questo mese, mi guarirà ». E le diceva che sarebbe
andata a passare qualche settimana di quiete, in casa sua, a Bucita.
Gigia riferí tutto ai suoi familiari. Una vicina di
casa, la signora Angelina Asta in Ferrari, afflitta da due tumori all'inguine,
nel sentire quanto di Elena veniva narrato, pregò Gigia di interessare Elena
del suo caso, perché le ottenesse con le sue preghiere la guarigione.
Gigia l'accontentò: accompagnata dal signor Michele
Ferrari, sposo dell'ammalata, e dalla madre di questi, ritornò a Montalto.
Elena accondiscese e diede loro una immaginetta di S. Rita, con alcune foglie
di rosa, ricevute da Cascia, da applicare sulla parte ammalata. Sulla via del
ritorno, Michele Asta con sua madre riassumeva a Gigia le proprie impressioni:
« Abbiamo fatto questo cammino, perdendo il nostro tempo ».
Erano rimasti colpiti dalle condizioni compassionevoli
in cui Elena allora versava.
« Un'ammalata in quelle condizioni avrebbe mai
potuto guarire gli altri? ».
Comunque, ritornati a casa, fiduciosi in santa Rita,
applicarono sulle parti sofferenti dell'Angelina 1'immaginetta e le foglie di
rosa. Durante la notte, i due ascessi si ruppero; e al mattino, il prof. Santoro
che era venuto per l'intervento chirurgico, trovò già l'inferma avviata alla
guarigione.
La straordinaria guarigione di Elena (22 maggio)
richiamò di nuovo a Montalto Suor Gigia che la trovò perfettamente guarita.
Elena promise che presto sarebbe andata a trovarla a Bucita. Difatti in
seguito alle lunghe sofferenze della bocca durante i tre anni di degenza a
letto, per il continuo uso di ghiaccio, si era determinata una forte periostite.
Nel mese di novembre successivo non potendo piú tollerare i forti dolori Elena
si decide di andare a Cosenza dal dentista Chimenti. Lungo la via, per una
rottura al camion nei pressi di Bucita, Elena approfittò per fare una visita a
Suor Gigia. Era la prima volta che Elena visitava la casa di Suor Gigia a Bucita.
Riparato il camion poté raggiungere Cosenza e dal dentista fu giudicato
necessario estrarre tutti i molari.
« Solo cosí incominciarono a cessare le insopportabili
sofferenze che da tanto tempo l'avevano fatta soffrire. Le fu anche praticata
una piccola operazione di periostite per un dente molare spezzato qualche anno
prima dal medico di Montalto poco competente. Dopo qualche mese, dovendo
ritornare a Cosenza per una seconda visita medica, di nuovo ebbe occasione di
fermarsi a Bucita e nel salutare Suor Gigia disse alla mamma, zia Maria, che il
Signore voleva iniziata un'opera con la figliuola Suor Gigia e che perciò
dovevano consentire di farla partire con lei per Cosenza.
« La mamma rispose che se era cosí avrebbe dato il
permesso ma se doveva ritornare invece di nuovo in un'altra Congregazione
religiosa non avrebbe avuto piacere, dato che la prova non era riuscita bene ».
Anni di preparazione per il nuovo Istituto
(1925-1927)
Rileviamo dagli appunti in nostro possesso (II
quaderno):
« Nel 1926 le sofferenze dei venerdí di marzo e del
venerdí santo si ripetevano regolarmente. Il Signore nelle visioni manifestava
chiaramente ad Elena che voleva iniziata l'Opera.
« Intanto, mentre da Cosenza il Sig. Michele Stillo
aveva offerto una casa ad Elena per fare un'Opera di beneficenza, il Decano
Mauro aveva persuaso Elena di fondare a Montalto un'Opera a favore dei vecchi.
Elena in un primo tempo aveva accettato; quando poi s'accorse che il Decano
voleva fondare l'Opera con l'intervento della Superiora dell'Istituto Marigliano
delle Suore del Preziosissimo Sangue, rifiutò la sua collaborazione: le parve
infatti non fosse quella la volontà del Signore.
« Anche Sorella Gigia informata da Elena della nuova
situazione rifiutò di recarsi a Montalto a quelle condizioni. Elena per
tranquillizzarsi in coscienza volle scrivere al suo direttore straordinario
Mons. Sironi, per chiedere consiglio e Monsignore le rispondeva di recarsi a
Cosenza per esporre all'Arcivescovo quanto gli aveva scritto. « Dovendo Elena
recarsi a Cascia insieme alla sorella Giovannina per sciogliere un voto fatto a
S. Rita (e vi era aspettata dalla M. Superiora Suor Teresa Fascio, che l'aveva
con tanta insistenza invitata da quando aveva letto sui giornali i miracoli
fatti a lei da S. Rita) andò a Cosenza per parlare con l'Arcivescovo e poi
proseguire per Roma.
« A mons. Trussoni, Arcivescovo di Cosenza, Elena
espose ogni cosa.
« Sua Ecc. avendo compreso bene l'idea di Elena, le
consigliò di seguire la volontà del Signore indipendentemente da ogni altro
e per maggiore sicurezza di coscienza le suggeriva, dovendosi recare a Roma,
di andare con una sua lettera di presentazione, dal Gesuita P. Marchetti a
chiedere consiglio e direttive.
« Il P. Marchetti a Roma confermava il pensiero
dell'Arcivescovo insistendo anche da parte sua di iniziare l'Opera che il
Signore le ispirava senza accodarsi a nessun altro.
« Quindi insieme alla contessa Sacconi, presso la
quale fu ospite gradita, andò a Cascia per sciogliere il suo voto dinnanzi
all'urna di S. Rita. La Badessa di quel monastero voleva persuadere Elena a
rimanere come suora e perciò la ospitò in una celletta nell'interno della
clausura per invogliarla. Elena però non sentiva alcuna attrattiva per quella
vita di stretta clausura, pregava quindi la contessa e la sorella che
alloggiavano nella foresteria di ritornare presto a Roma.
« Da Roma raggiunse di nuovo Cosenza ed espresse
all'Arcivescovo il desiderio di uscire dal suo paese natio per sottrarsi alla
grande pubblicità che si faceva nel periodo delle sue sofferenze.
L'Arcivescovo condivise il pensiero di Elena, esortandola a realizzare il suo
proprio disegno. E lei, approfittando della sosta a Cosenza, andò a parlare
con Michele Stillo per concludere la donazione della casa tante volte offerta.
Ma non si riuscí a concludere nulla.
« Ritornata a Montalto Elena pensò che per andare
a Cosenza era necessario prendere in fitto, momentaneamente, un'abitazione.
« A Montalto anche don Duilio Ceci pensava di aprire
una casa per Orfani di guerra con l'aiuto e la cooperazione di Elena, ma anche
questo invito ella declinò come in precedenza col Decano. « Nel 1927 di
nuovo nelle sofferenze il Signore manifestava ad Elena che insieme a suor Gigia
dovevano senz'altro iniziare l'Opera da lui voluta. Dopo le sofferenze Elena
invitava suor Gigia per recarsi a Cosenza, ma essendo prossima l'ordinazione
sacerdotale del fratello, Beniamino, Gigia rispondeva ad Elena che ormai se ne
sarebbe parlato dopo la festa della prima messa che si sarebbe celebrata a
Bucita durante quell'estate. Elena, approfittando di questa circostanza,
manifestò a suor Gigia il pensiero di passare un mese all'aria di Bucita
perché i medici le avevano ordinato cambiamento di aria e precisamente
l'avevano consigliata a respirare l'aria mite e salubre del dolce paesello.
« Nel mese di agosto dello stesso anno 1927 Elena si
recava a Bucita e aiutava suor Gigia nei preparativi per la festa della prima
Messa del P. Beniamino che si recava lí nei primi di settembre.
« In quella circostanza, oltre tutti i fratelli
Mazza, vi erano il Rev. P. Pietro Lalli, Correttore Generale dell'Ordine, il
molto Rev. P. Bartolomeo Verde, Correttore Provinciale e molti altri Padri e
Religiosi del Santuario di Paola, che ebbero l'occasione di conoscere Elena.
Nello stesso giorno della festa tutti i Religiosi si recarono a Montalto a
visitare la casa di Elena e ad osservare la famosa treccia.
« Durante il mese di settembre rimasero in famiglia
i fratelli di Suor Gigia e durante questo tempo fu decisa l'andata a Cosenza per
iniziare l'Opera di cui Elena aveva tante volte parlato.
« Nella discussione che si fece per definire quale
particolare Opera di beneficenza si dovesse iniziare, si convenne di lasciare
che si manifestasse chiaramente la Provvidenza; avrebbe seguito il cenno a lei
offerto dalla occasione iniziale.
« Nello stesso mese di settembre i fratelli di Suor
Gigia si recarono dall'Arcivescovo per ottenere il nulla-osta per la dimora di
Elena e di Suor Gigia a Cosenza.
« L'Arcivescovo non mancò di far presente le
difficoltà sia nei riguardi dell'Opera come per i fenomeni straordinari che
avrebbero certamente suscitato scalpore.
« Fu data assicurazione che per l'Opera avrebbero
seguito quello che la Provvidenza avrebbe indicato; quanto ai fenomeni,
avrebbero fatto di tutto per tenerli nascosti alla curiosità ed alla conoscenza
del pubblico.
« L'Arcivescovo, dopo tale garanzia, diede il suo
consenso per la venuta delle due Suore a Cosenza. Parlarono anche col Vicario
Monsignor Sironi il quale accettò di dare il suo appoggio e la sua direzione
alle due Suore che già conosceva.
« Nel mese di novembre vennero a Cosenza e presero
alloggio presso la casa del Can. Colistro che teneva un collegio di studenti e
che perciò aveva molto interesse di far fermare nella sua casa le due Suore per
accudire alla direzione dello studentato.
« Per mezzo della famiglia Fusaro, molto amica
delle due Suore, si venne intanto a conoscenza che si fittava la casa
Cavalcanti presso le Scuole Normali; fu combinato l'affitto, ma il signor
Cavalcanti non volle firmare il compromesso poiché voleva la garanzia dei
rispettivi genitori. Il giorno seguente Suor Gigia ritornò in famiglia mentre
Elena dovette rimanere ancora fino al giorno seguente, ospite della famiglia
Fusaro. La mattina seguente si recò nella vicina Chiesa di S. Nicola dove pregò
molto per la casa dinnanzi all'immagine di S. Teresina del Bambino Gesú.
« Nel pomeriggio dello stesso giorno, verso le ore
14, Suor Elena si recò al postale per ritornare a Montalto e s'incontrò con
un suo parente, precisamente con l'ing. Giacinto Della Cananea, il quale
sconsigliò assolutamente la casa Cavalcanti perché non adatta allo scopo. Suor
Elena salita nel postale prese posto nel sedile vicino allo sportello e pensava
come risolvere il difficile problema della casa.
«
Elevò il pensiero verso i suoi santi protettori e particolarmente verso S.
Teresa del Bambino Gesú perché l'avessero aiutata in quel suo urgente
bisogno. Mentre era assorta in questa invocazione sente aprirsi lo sportello del
postale; guarda e vede una suora con l'abito da Carmelitana che le domanda se
andava in cerca di una casa. Suor Elena, credendo che fosse una Suora di
Castrovillari, le baciò la mano narrandole quanto difficilmente le riusciva di
trovare un locale adatto che rispondesse ai suoi desideri. La Suora,
benevolmente e sorridente, la invitava a scendere dal postale dicendo: « Vieni
che t'insegnerò io la casa ».
« Suor Elena, allora, scese dal postale e disse all'Ing.
Della Cananea di avvisare i suoi familiari che sarebbe ritornata l'indomani
perché doveva andare con una Suora che le avrebbe insegnato una casa.
« Lungo la strada la Suora misteriosa le precisava
il luogo dove si trovava la casa, esattamente al secondo Vico Revocati,
specificando anche il nome della padrona della casa e cioè Maria De Rosa; le
diceva ancora che già l'aveva impegnata con un ufficiale di posta per lire
260 mensili. « Andate Voi, concludeva la Suora, e vedrete che sarete
preferita per lire 250 ». Arrivate alla svolta del secondo vicolo la Suora
additò a Suor Elena il balcone della casa e ad un tratto si trasformò col
Crocifisso tra le mani ed uno spiovente fascio di rose che scendeva dai piedi
del Crocifisso. La visione diventò evanescente e rimpicciolendosi dopo
pochi istanti svaní come una nuvola.
«
Raggiunta l'abitazione della Signora De Rosa, Elena, vincendo la naturale
commozione, chiese della casa in questione e quella Signora si stimò felice di
preferire la nuova venuta, con dieci lire di meno. La stessa sera, per mezzo di
Pietro Fusaro che anticipò lire 250 a nome di Suor Elena, fu stipulato il
contratto. La mattina seguente Suor Elena si recava dall'Arcivescovo raccontando
quanto le era accaduto il giorno precedente. L'Arcivescovo consigliò Suor Elena
di dedicare la prima casa di Cosenza alla Santa di Lisieux.
A Cosenza - L'inizio via Revocati - Palazzo
Caselli (1928)
« Ritornata a Montalto comunicò a Suor Gigia la
sistemazione della casa e di comune accordo decisero di ritornare a Cosenza,
verso la fine dell'anno. Difatti, dopo la festa di Natale, si trovarono nel
capoluogo e presero possesso della casa. « La sera del Capodanno, benché
avessero avuto molti inviti da famiglie conoscenti, vollero ritirarsi in
casa; essendo sprovviste di tutto, andarono a riposare, dopo aver consumato un
pezzo di pane dolce (mostacciolo) sopra un mezzo giornale.
« Dopo qualche giorno decisero di ritornare in famiglia per sistemare definitivamente ogni cosa e fornirsi di quanto era necessario per arredare la casa.
« Il 17 dello stesso mese, dopo aver preparato tutto
su di un carro trainato, di mattina, prestissimo, senza preavvisare nessuno,
poiché sapeva che avevano progettato di non farla partire da Montalto, Suor
Elena lasciava il suo paese natio decisa di seguire la volontà di Dio
raggiungendo Cosenza.
« La prima visita, entrando in città, la fece
all'immagine di S. Teresina nella Chiesa di S. Nicola, ascoltandovi la S.
Messa e partecipandovi con la Comunione.
« Nell'uscire dalla Chiesa s'incontrò col Decano
Mauro che era venuto appositamente da Montalto per cercare di persuadere Suor
Elena a ritornare in famiglia.
« Suor Elena, risoluta, rispondeva: "Se mi
troverò bene continuerò, altrimenti ritornerò in famiglia".
« Il 28 dello stesso mese Suor Gigia, lasciando di
nuovo i suoi vecchi genitori, raggiungeva Suor Elena a Cosenza ed il 29 gennaio,
solennità di S. Francesco di Sales, iniziarono il loro lavoro di apostolato per
attuare quanto da loro il Signore desiderava.
« Il primo lavoro fu dedicato per l'educazione dei
figli del popolo, tanto necessario in quel quartiere un po' trascurato. Ne
furono raccolti un centinaio, che vennero istruiti, educati nell'asilo e nella
scuola di ricamo e preparati per la prima Comunione.
« Animate da un ardente desiderio di portare
dovunque il beneficio della loro azione vollero recarsi nel difficile
quartiere di Panebianco, dove i protestanti avevano iniziato un'azione di
propaganda. Le due Suore raccoglievano per le case i bambini e le giovanette
nella Chiesa della Madonna di Loreto istruendoli nelle verità religiose e
preparandoli alla prima Comunione. Molte volte Suor Elena si recava nella sala
dei protestanti nell'ora dell'adunata e dinnanzi al Pastore chiamava quella
povera gente per recarsi nella Chiesa Cattolica.
« Furono fatti molti matrimoni di gente che viveva
in peccato, Comunioni tardive e parecchi bambini furono anche battezzati.
« Un giovanotto di 14 anni chiamato volgarmente
Ciccio il ladro, che era il terrore di tutto il quartiere per le sue
ladronerie notturne per tutte le campagne, fu avvicinato dalle due Suore e
convinto a recarsi alla loro chiesa per frequentare le lezioni di Catechismo.
Fedele alla parola data si recò puntualmente alla Chiesa per quindici giorni
e fu ben preparato per la Prima Comunione. Nello stesso giorno della prima
Comunione ricevette anche il Sacro Crisma con molta fede e fervore religioso
da meravigliare tutti coloro che l'avevano conosciuto.
« Ed in quel fervore spirituale, dopo otto giorni
appena dalla prima Comunione, con una broncopolmonite il Signore lo chiamava a
Sé al premio eterno del Cielo.
« Durante quei primi mesi dell'anno 1928 l'azione
delle due Suore fu cosí rapida nel suo sviluppo da essere costrette a cercare
subito un'altra casa piú adatta alle nuove esigenze.
« Le sofferenze di Suor Elena nel marzo del 1928 si
ripetevano regolarmente come negli anni precedenti, ma Suor Gigia la chiuse in
una soffitta per sottrarla completamente alla ansiosa aspettativa di tutte le
Autorità e di tanti conoscenti.
« Alle molte persone che si recavano a chiedere
notizie, Suor Gigia rispondeva che Elena si era ritirata in un luogo nascosto
lontano da Cosenza. La famiglia Fusaro, avendo avuto assicurazione dal padre
di Suor Elena, il quale era andato a Cosenza per vedere la sua figliuola che si
trovava sofferente in casa, subito si recò in via Revocati per osservare il
fenomeno, ma Suor Gigia mantenne la promessa data all'Autorità Ecclesiastica,
di non fare entrare nessuno. Anche la Questura fece molte insistenze finanche
presso l'Arcivescovo ma nulla potette ottenere.
« Durante i mesi estivi la Signora Abate nel
trattare con Suor Elena per il corredo di una sua figliuola, suggerí alle due
Suore di potersi trasferire al palazzo Caselli in via Giostra Vecchia perché
molto piú adatto per l'ampiezza dei locali allo scopo della loro missione.
« Fu fatto il compromesso con l'avv. Nicola Vaccaro,
legale della famiglia Caselli: e l'ebbero in fitto per lire 450 mensili.
« In settembre i fratelli di Suor Gigia, trovandosi
in famiglia, si recarono al palazzo Caselli e prepararono l'impianto elettrico
per tutta la casa. Suor Elena e Suor Gigia per preparare il pranzo frugalissimo,
era tanta la povertà della casa, dovettero adattare a tavola da pranzo un
vecchio banchetto che reggevasi appena in piedi; era l'unico mobile del palazzo!
« Negli ampi locali fu poi aperto un laboratorio
di ricamo molto frequentato da numerose giovanette delle piú distinte famiglie
di Cosenza.
« Elena intanto pensava quale opera di beneficenza
dovesse iniziare. Ne parlò a Suor Gigia e a tale scopo il 4 dicembre fecero
celebrare dal P. Giovanni Corrao, O.F.M., una Messa al Sacro Cuore di Gesú
nella vicina Chiesa di S. Francesco d'Assisi.
« Nello stesso giorno, alle ore 12, si presentò il
Signor Giovanni Zeni, Capitano di Vascello, mandato dall'Arcivescovo con una
bambina a nome Rita Panno, orfana, residente in Portapiana. « Detto Signore,
accompagnato da Mons. Sironi, nel consegnare la bambina, in memoria della
moglie promise lire cinquanta mensili per il sostentamento della bambina;
consegnò inoltre una spilla di brillanti, che Suor Elena vendé per lire
settemila, e con queste procurò un bel corredino, per la piccola Rita.
« Dopo qualche giorno, Suor Elena ebbe in sogno una
visione: mentre usciva di casa per accompagnare due ragazze di Rossano (alloggiate
nel palazzo Caselli momentaneamente) al Liceo, presso la Cartoleria Grillo,
dove c'è una cancellata di ferro con una cassetta postale, vide un uomo
vestito di nero con tre bambine che andava in cerca della Suora che non
conosceva.
« Nel vedere Suor Elena subito le chiese di
ricoverare le tre bambine perché la madre era morta e le tre orfanelle
soffrivano molto perché la zia le portava quasi tutti i giorni al fiume.
« Suor Elena esprimeva tutta la sua preoccupazione
per le tre bambine sofferenti, ma l'uomo rispondeva insistendo di fidare nella
Provvidenza.
« Svegliatasi, raccontò a Suor Gigia la visione
avuta nel sogno. La stessa mattina, mentre realmente si recava ad accompagnare
le due ragazze al Liceo, al punto sognato trovò l'uomo con le tre bambine che
ripeteva le parole su riportate.
« Suor Elena, con l'animo commosso, abbracciava le
tre bambine e le accoglieva nella sua casa. Le tre sorelle erano: Lillina
Rende, di anni sette, Ernestina di anni quattro e Sandrina di anni tre.
« Nello stesso mese vennero ricoverate Assunta
Ruffolo di 8 anni e Anna Miranda di anni 4. « Il 19 dicembre Mons. Trussoni
incaricava il suo Vicario di benedire la Cappella accompagnando una bambina
deficiente a nome Gina Martino, figlia di una profuga della guerra (1915-18).
Mons. Vicario si compiaceva dell'attività delle due Suore e benediceva a nome
dell'Arcivescovo il loro lavoro e tutte le ardenti aspirazioni di bene. La
casa fu dedicata a S. Teresa del Bambino Gesú.
« L'Opera, benedetta da Dio e incoraggiata dalle
Autorità ecclesiastiche, ebbe il plauso di tutta la città di Cosenza che non
mancò d'incoraggiarla e sostenerla con la cooperazione della carità cristiana.
Dopo un anno erano già ricoverate 24 bambine ».
Da rilevare l'interessamento affettuoso dei fratelli
Mazza.
In secondo luogo, risalta la viva fede che animò
tutta la vita di Suor Elena. Era in lei radicata, era persuasione la sentenza di
Paolo: « Dio fa convergere tutte le cose al bene di coloro che lo amano »
(Rom. 8, 28); la piena fiducia nella Provvidenza divina: « Non temere, o
piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro, di darvi il regno. Vendete
i vostri averi e fatene elemosina; formatevi dei tesori che non invecchiano, che
non vengono meno in cielo, dove non giunge ladro, né tignola consuma; perché
dov'è il vostro tesoro, lí è anche il vostro cuore » (Lc. 12, 32 ss.); e le
parole affini del Discorso del Monte: « Non vi affannate per la vostra vita di
quel che mangerete di quel che berrete... guardate gli uccelli dell'aria...
guardate i gigli dei campi... se Iddio riveste cosí l'erba dei campi...
quanto piú vestirà voi, o gente di poca fede...; il vostro Padre celeste sa
che di tutto questo voi avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua
giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in piú. Non vi affannate
dunque per il domani, perché il domani avrà anch'esso il suo affanno: basta a
ciascun giorno il suo travaglio » (Mt. 5, 25-34).
E cosí che, fidando nella Provvidenza, Elena inizia
dal nulla l'opera chiestale dal Signore; e con la piú grande tranquillità,
baderà giorno per giorno, a compiere i suoi doveri di religiosa e di Superiora,
nei confronti delle piccole e della comunità; lei che aveva atteso con calma,
per determinare la natura dell'opera e per iniziarla, l'indicazione
dall'alto.
Dove l'uomo, privo della fede, vede il caso; l'anima
pervasa della presenza di Dio, unita a Lui, assidua nella preghiera di conoscere
la sua volontà per adempierla, riconosce, umile e grata, la precisa
manifestazione della divina provvidenza. Tutta la vita di Elena fu una
continua dimostrazione di questa fede ardente, di questa quiete inalterabile
dell'animo che proviene dall'abbandono completo a Dio, onnipotente e (se fosse
possibile) anche piú paterno e misericordioso verso di noi. Fede operosa, e
continuamente irrobustita dall'esercizio della carità di Cristo.
Un grande scrittore russo ben esprime questa verità
quando scrive: « Cercate di sentire per il vostro prossimo un amore attivo e
continuo. Man mano che andrete avanti in questa via d'amore, vi persuaderete
sempre piú dell'esistenza di Dio e dell'immortalità della vostra anima. Se
giungerete poi alla piena abnegazione per l'amore del prossimo, acquisterete
infallibilmente la fede integra, e nessun dubbio potrà piú penetrare nella
vostra anima. E' sperimentato, è proprio cosí ».
Carità soprannaturale che si esercitava ora verso
queste piccole abbandonate: oggetto peculiare della divina Provvidenza. Suor
Elena amava richiamare spesso il brano evangelico, in cui Gesú benedice i
fanciulli: « Gli furono condotti dei bimbi, perché imponesse loro le mani e
pregasse per essi. I discepoli li sgridarono; ma Gesú disse loro: "
Lasciate fare ai bimbi, e non impedite che vengano a me, poiché di quelli che
sono come loro è il regno dei cieli". E impose loro le mani... » (Mt. 19,
13 ss.).
Carità soprannaturale che ci fa amare, per amore di
Gesú, chi ha bisogno di noi; amare: ed Elena faceva da madre a quelle piccole,
spesso ignare dei propri genitori, educandole insieme alla vita
soprannaturale. Al mattino, bisognava pulire, lavare, vestire, le piú piccole,
e assisterle per l'intero giorno; provvedere alla loro istruzione, al loro
sostentamento, alla loro formazione. Non si può abbracciare con slancio una
tale missione se non si ha il cuore ardente di carità soprannaturale: se
non si ama Gesú e per lui quanti Egli ci affida.
Carità soprannaturale che fa compiere con piena
responsabilità la missione intrapresa, vigile su se stessa, per impedire e
spegnere sul nascere qualsiasi « veduta » umana o « sensibilità », che
finirebbe a poco a poco nel trasformare un atto meritorio di carità, in
semplice atto di simpatia umana, e peggio. Sempre memori delle parole di Gesú,
in risposta ai discepoli che gli chiedevano: « Chi dunque è il piú grande nel
regno dei Cieli? »: « Ed Egli, chiamato a sé un fanciullo, lo pose in
mezzo a loro e disse: " In verità vi dico, che se non vi muterete e non vi
farete come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. Chi dunque si farà
piccino come questo fanciullo, quegli sarà il piú grande nel regno dei cieli.
E chi accoglierà un fanciullo come questo nel nome mio, accoglie me; chi invece
avesse a scandalizzare uno di questi piccini che credono in me, sarebbe
meglio per lui che gli fosse appesa una macina da somaro al collo, e fosse
sommerso nel profondo del mare" ». (Mt. 18, 1-6).
« Non c'è arte piú grande - scrive S. Giovanni
Crisostomo nella omelia, a questo capitolo 18 di Mt. - di questa che si volge
alla formazione e alla direzione della mente e del carattere del fanciullo.
Chi è dotato di tale facoltà deve impegnarsi con maggiore impegno di qualsiasi
pittore o scultore; ché non c'è cosa piú preziosa dell'anima ».
E lo scrittore russo, già citato, ha sull'argomento
delle osservazioni davvero pertinenti: « Ogni giorno, ogni ora e ogni momento
osserva che il tuo aspetto sia dignitoso. Ecco, sei passato accanto a un
bambino: eri pieno d'ira, con una cattiva parola sulle labbra, con la collera
nell'anima; tu non ti sei accorto del bambino, ma il bambino si è accorto di
te, ti ha notato, e la tua immagine cosí brutta e cattiva è forse rimasta
improntata nel suo cuore senza difesa.
« A tua insaputa, è possibile che tu abbia gettato
un seme cattivo nell'anima sua, e quel grano cattivo forse vi crescerà, solo
perché non ti sei dominato davanti al bimbo, perché non hai saputo educare
in te l'amore vigile e attivo.
« L'amore è un maestro, ma bisogna saperlo
acquistare, perché si acquista con difficoltà, si compra ad alto prezzo, ché
non si deve amare per un momento solo, per caso, ma occorre amare per tutta la
vita ».
Suor Elena era già preparata a questa vita di
sacrificio e di amore soprannaturale; la fede ardente, acquisita fin
dall'infanzia, la virtú della carità, affinata dalle sofferenze, consolidata e
irrobustita dall'esercizio, nell'assistenza agli ammalati, ai moribondi,
accompagnata dalla piú viva preghiera per la salvezza delle loro anime, le permisero
di dare alla sua opera fin dall'inizio quella intonazione e quell'ambiente
soprannaturali, quella direttrice sicura e perfetta che ne assicurarono, con
il costante sviluppo, i feraci risultati che tutti han potuto costatare e
celebrare ammirati.
E a tale missione, ebbe cura di formare, fin
dagl'inizi, le giovani che incominciarono ben presto a porsi sotto la sua
direzione, per dedicarsi al Signore, nell'opera appena iniziata.
Ecco perché Elena scelse a distintivo di essa la
carità di S. Francesco di Paola, con le insegne della Passione di N. Signore
Gesú, e a nome del suo istituto: Suore Minime della Passione di N.S. Nome e
distintivo che erano già un programma in atto, e che indicavano nettamente alle
giovani vocazioni la natura e lo scopo dell'istituzione.
A Palazzo Caselli: fino al 1932
Nel 1929 le bambine salirono a 26; nei primi mesi
dello stesso anno, arrivarono le due prime giovani aspiranti, ambedue da Bucita:
Carmelina Cribari, attualmente Superiora della Casa di S. Fili, ed Emilia Arturi.
Un'ex-suora, Dolorosa da C., accolta per viva raccomandazione di un sacerdote,
fu ben presto dovuta rimandare.
Subito dopo la Pasqua, una dottoressa, tramite
l'opera della Maternità ed Infanzia, ottenne da Roma un'inchiesta: una malata
di tisi (Suor Elena) terrebbe nella stessa casa vecchi ammalati e piccole
abbandonate! La commissione inviata dalla Prefettura (Dr. Mario Misasi,
Francesco Misasi e il ragioniere Capo della Prefettura, dr. Volpe) costatò
l'assoluta falsità della denuncia.
Nel 1° venerdí di marzo 1930, morí l'ultima delle
tre sorelline ricoverate nel dicembre 1928: Sandrina Rende. Suor Elena fu colta
improvvisamente dai fenomeni straordinari, mentre finiva amorevolmente di
ornare di fiori l'esanime spoglia dell'angioletto; le suore la sollevarono e
1'adagiarono sul suo letto, dove i fenomeni si svolsero come di consueto.
Particolare benevolenza, in questo tempo, dimostrarono
verso Suor Elena e le sue bambine, il Prefetto Dr. Bianchetti e la sua Signora,
che animati da nobili sentimenti di carità cercavano di sollevare con ogni cura
i poveri e i sofferenti. La Signora Bianchetti, in tale sua attività, volle ed
ebbe spesso con sé Suor Elena, cui sembrava di ritornare indietro negli anni,
quando nella nativa Montalto, si recava nelle famiglie piú colpite dalla
sventura o ad assistere gl'infermi, piú bisognosi di una parola buona.
S. Teresa del Bambino Gesú mostrò talvolta la sua
compiacenza alla piccola comunità che a lei s'intitolava, dando segno tangibile
della sua protezione e vigile presenza. Un giorno, apparve dolcemente
sorridente a tutte le piccole che nel laboratorio lavoravano recitando qualche
preghiera; il chiasso che ne seguí fece accorrere Suor Elena dal piano
superiore: eran tutte eccitate per « aver visto » la santa carmelitana.
Risalendo donde era venuta, Elena vide anche lei S. Teresa che dalla soglia
della stanza le sorrise.
Nell'agosto 1930 partecipò alla festa per la
celebrazione della prima Messa del P. Francesco Mazza a Bucita, mentre nuovi
dolori la tormentavano. Fu visitata, verso la fine di settembre, dal prof.
Falcone, e subito dopo a Roma dal Prof. Bastianelli, che ordinò il taglio
dell'appendice. L'operazione ebbe luogo nell'Ospedale Civile di Cosenza,
soltanto ai 16 di novembre; Suor Elena aveva voluto prima finire l'arredamento
necessario della picola casa, addossata alla Chiesa di S. Francesco di Paola,
dove dovevano prendere alloggio i Padri Minimi, che ritornavano finalmente a
Cosenza.
Nel dicembre, arrivò la terza aspirante: Concetta
Laganà, nipote di Suor Gigia.
Il 13 giugno 1931, accrebbe il numero delle piccole,
una bimba di appena 11 mesi: la mamma, costretta ad abbandonarla, l'affidò
alle Suore né piú si rivide. Solo dopo diligenti indagini si venne a
conoscere il nome di costei, e lo stesso nome venne dato alla bimba: Anna B. D.
Un'altra si aggiunse nel modo seguente: un tizio
(Pasquale C.) da S. Vincenzo La Costa scendeva a Cosenza a vender ricotta e
portava seco una bimba (sua figlia), che faceva circolare mal vestita per il
quartiere di Panebianco a chieder l'elemosina; a sera, la legava al cesto e la
riportava al paese. Un giorno, nei pressi del Palazzo Caselli, questo figuro
contrattava con un giovane cocchiere, suo pari, la vendita della bimba per L.
30. Elena sentí il discorso e avvertí subito l'avv. Arabia, abitante là di
fronte, invocando il suo intervento. I due compari se la squagliarono,
abbandonando l'infelice bambina (Marietta C.) che Suor Elena prese con sé. La
Questura, informata del caso, autorizzò la Suora a trattenere la bimba,
contro qualsiasi eventuale pretesa o richiesta del padre.
Nell'agosto del 1931 si diffuse a Cosenza la
scarlattina. Ne fu colpita Ernestina Rende: Suor Elena portò tutte le altre a
Bucita, mentre la piccola infetta veniva trasferita al lazzaretto. Dal paese
vicino, riapparve il venditore di ricotta, che cercò anche con la forza di
portarsi via la bambina: la prontezza e la decisione di Suor Elena, che gliela
tolse di mano, frustrarono l'insano proposito. Nella notte, in sogno Elena vide
la casa di Cosenza dove erano rimaste Suor Gigia e Suor Carmelina, isolata sotto
vigilanza sanitaria, mentre la piccola Anna B. veniva ricoverata anch'essa al
lazzaretto. Il medico V. Vercillo, di ritorno da Cosenza, riferí a Suor Elena
che, di fatto, aveva visto le guardie municipali recarsi a disinfettare
l'abitazione delle Suore a Palazzo Caselli, ma non seppe dire altro. Elena
preoccupata, si recò immediatamente a Cosenza: la casa era stata disinfettata
e chiusa, Anna B. trasferita al lazzaretto; le due suore rimaste però stavano
bene; nello stesso giorno, Elena ritornò a Bucita.
Nell'ottobre, cessata del tutto l'epidemia, con le
bambine rientrate al completo, la comunità riprese a Palazzo Caselli la sua
vita normale.
Cesare Guasti dedicò a sua figlia la traduzione
dalla Imitazione di Cristo: « Perché tu impari - ad amare e a soffrire -
cristianamente - ti raccomando questo libro - o mia Angiolina - tu - leggendo
e meditando - ripensa a tuo padre »; e subito dopo, aggiunse questi versi:
« Qui trovi alle fugaci ore serene Degno obietto
l'amore; Qui della vita nelle lunghe pene Cerchi conforto il cuore. Cosí,
mentre la gioia e il duol s'alterna, Di chi s'affida in Dio la pace è eterna ».
Quest'alternativa caratterizza il fluire del nostro tempo quaggiú; di essa è
intessuta principalmente la storia di ogni opera buona, con frequenti
tribolazioni: incomprensioni e magari persecuzioni da parte di alcuni, e
ammirazione, fattiva simpatia e aiuti da parte di altri; e l'immutata
Provvidenza divina, che tutto fa convergere al bene di chi Le si affida.
In via dello Spirito Santo (febbraio 1932 -
settembre 1937)
Per la povertà di Suor Elena il fitto dell'abitazione
era un peso non indifferente; anche qui venne inatteso l'aiuto.
Il Sac. Prof. D. Carlo De Cardona, fondatore e
Direttore della Cassa Rurale, mise a disposizione dell'Istituto i vecchi
locali della sua Banca siti in Via dello Spirito Santo, tra la Chiesa omonima
e la strada che sale verso la Prefettura. Suor Elena e Suor Gigia si
trasferirono subito nella nuova casa. I locali molto piú ampi permisero di
aumentare il numero delle orfanelle e delle suore. Nell'agosto, celebrava a
Bucita la sua prima Messa il P. Arturo Mazza; vi si recarono Suor Elena e Suor
Concetta Laganà, per i consueti preparativi; ma quest'ultima si ammalava;
ricoverata all'Ospedale di Cosenza, vi spirava serenamente alle 10 del 15
agosto.
Nel novembre 1932 erano accolte Suor Luisa Perna, che
assisterà Suor Elena fino alla fine; e Suor Giulia Montemurro.
1933 - Anno Santo - Pellegrinaggio a Roma di Suor
Elena e Suor Gigia, in autunno.
Nel settembre 1934, entrano: Suor Angela Padula,
Suor Modesta Petrone, Suor Teresa Infusino, Suor Filomena Santelli, Suor Maria
Saltelli; il 2 gennaio 1935, Suor Adelina Cristiano, Suor Laura Miceli.
Il 6 gennaio 1935 faceva il suo ingresso a Cosenza,
il nuovo Arcivescovo, Mons. Roberto Nogara, eletto il 27 agosto precedente.
Alcuni mesi prima, S. Ecc. Trussoni, dimissionario, aveva lasciato
l'Arcidiocesi, fatto segno ad una commovente dimostrazione d'addio, da parte
di tutta la cittadinanza. Il nuovo Pastore ebbe un'accoglienza entusiasta,
oltremodo affettuosa e devota.
« Mons. Nogara - scrive il P. Russo - fu un vescovo
fortemente conquiso dall'ansia delle anime. Aveva scelto come motto del suo
episcopato " volentem duco nolentem traho ", e, come San Paolo, fu
un irrequieto del Regno di Dio. Instancabile nel lavoro, trovava riposo nel cambiare
occupazione. Anche nel modo di parlare era rapidissimo. Come in San Paolo,
infinite volte ricorreva nei suoi discorsi il nome di Gesú. Fu di una
rettitudine totale, donde quell'apparenza di austerità e di rigore; ma ebbe un
cuore grande, aperto alla massima comprensione, incapace di doppiezza,
sensibilissimo ai bisogni delle anime, del clero, dei tempi. Non poche volte,
nel corso di visite pastorali, restò digiuno fino a sera, quando stanco
rientrava nel suo episcopio, per non portare aggravio al misero bilancio dei
parroci. Quante belle, grandi case canoniche volle per le parrocchie della sua
Diocesi! ».
La figura di Mons. Nogara è rimasta scolpita nei
cuori del clero cosentino, in special modo, nei cuori del giovane clero, ch'egli
seguiva con una preoccupazione piú che paterna. Ed è unanime il rimpianto
della sua immatura perdita. L'Arcidiocesi insensibilmente aveva ripreso la
dinamica dei periodi migliori: l'azione pastorale era animata dalle direttive
e dall'esempio dell'infaticato Pastore. L'esempio di una vita, tutta dedita al
bene delle anime, dallo spirito di fede e di sacrificio, capace di ogni
rinunzia, è come il vessillo che ritempra e sospinge l'ardore del soldato sul
campo di battaglia.
« Quelli dunque di voi, che sono seniori (a capo
delle comunità cristiane), - scrive S. Pietro (I Pt. 5, 14), - li esorto, io
pure seniore e testimonio dei patimenti di Cristo...: pascete il gregge di Dio a
voi affidato governandolo non per forza, ma volentieri, secondo Dio; né per
vile guadagno, ma generosamente; né quasi spadroneggiando i dipendenti, ma
facendovi modello del gregge (la Volgata, con una espressione tanto espressiva:
" sed forma facti gregis ex animo ") ».
S. Ecc. Nogara presto si rese conto dello stato
dell'arcidiocesi; e, per quanto interessa la nostra narrazione, dell'opera di
bene compiuta da Suor Elena.
Il Canonico Saverio Mazzuca gli fece una relazione
precisa dei fenomeni straordinari, avvenuti, come di consueto, nei venerdí di
quaresima di quell'anno, e terminati al venerdí santo.
L'opera di Suor Elena aveva la sua predilezione e
la sua stima. Ne è testimone la seguente lettera, che è un attestato,
rivolta a Suor Elena: (Cosenza, Giovedí Santo 1935).
« L'Arcivescovo di Cosenza Alla Rev.da Suor Elena
Aiello Cosenza
« Conoscendo l'opera veramente santa a cui ha
dedicato tutta la sua vita, raccogliendo ed educando maternamente tante povere
bambine abbandonate e pericolanti, compio il dovere di esprimerle tutta la mia
riconoscenza ed assicurarla dell'interessamento col quale seguo lo sviluppo
di una istituzione tanto benemerita e che ha incontrato tanto favore presso
tutta la cittadinanza. E ciò sento il bisogno di manifestarle in modo
speciale, per sfatare tutte le dicerie e le malevole insinuazioni colle quali si
è tentato gettare dei sospetti e mettere in cattiva luce la stia attività,
ispirata unicamente ai piú puri sensi della carità cristiana. Sono persuaso
che questa attestazione del suo Arcivescovo mentre le assicurerà ed anzi
aumenterà la benevolenza dei buoni che la seguono e le sono larghi di aiuto,
le sarà anche di conforto e la compenserà almeno in parte delle amarezze
incontrate: dico in parte, perché la vera ricompensa, ne son certo, non
l'aspetta dagli uomini, ma da Dio unico giusto rimuneratore del poco di bene che
possiamo fare in questa vita.
« Benedicendo cordialmente a Lei, a tutte le sue
Consorelle, alle care Fanciulle ricoverate, mi confermo obb.mo
Roberto Nogara Arcivescovo ».
Le prove abbastanza penose cui l'Arcivescovo allude
erano incominciate da qualche anno. Nel 1933 in occasione dell'Anno Santo, in
ricordo della Redenzione, i fenomeni straordinari avvennero con una intensità
particolare; nel loro corso, alcune persone riuscirono ad arrivare fino alla
stanza di Elena, per avere qualche elemento per la loro critica « acerba e
deleteria », sí da potere « confermare » (!) le insinuazioni di... «
fenomeni simulati », dell'intervento di « forze occulte » e addirittura
di perturbazioni « diaboliche ».
Si tentava di squalificare Elena e la sua istituzione;
nessuna meraviglia, quando leggiamo, nel s. Evangelo, dell'insinuazione da parte
dei capi giudaici, che Gesú benedetto avrebbe liberato gli ossessi... col
potere medesimo di Satana! (Cf. Mc. 3, 22-30).
Negli appunti a nostra disposizione, si parla di una
insegnante (R. B.) che tentò coinvolgere Elena e il suo istituto nelle poco
liete vicende che tanto dolore avevano procurato al vicario, Mons. Sironi, e
allo stesso Arcivescovo Mons. Trussoni. Questi tipi di persone che si vedono
nelle chiese, non dinanzi ad un altare in preghiera, ma piú spesso nelle
sagrestie a raccogliere e a formulare pettegolezzi, mentre con vera disinvoltura
offendono poi nella vita la giustizia e la carità, costituiscono un vero
scandalo, e fanno del gran male.
Si ripeteva quanto era avvenuto a Moltalto: alla
benevolenza, alla stima della cittadinanza e delle autorità civili, non mancò
mai il gruppetto dei critici, dei malevoli, talvolta minacciosamente ostili.
Elena per suggerimento dell'Arcivescovo Nogara
sporse regolare querela e l'incauta diffamatrice fece a Sua Eccellenza, in
presenza del rappresentante legale, piena confessione della sua maldicenza e
della sua tendenziosa invenzione; chiese e ottenne col ritiro della querela
anche il perdono di Suor Elena.
Appena arrivato il nuovo Pastore, gli furono
presentate tutte insieme le rimostranze e le accuse contro l'invadenza della
Suora che « si faceva » chiamar « santa » e con i suoi fenomeni, con la
distribuzione di cartine con polvere dell'uva di S. Rita, ecc. e con la « scusa
» delle orfanelle agiva indebitamente sulla buona fede della gente, a scapito
degli altri istituti.
S. Ecc. Nogara chiamò Suor Elena, l'ascoltò
attentamente, con quei suoi occhi vivi e penetranti e con quel fervore di
carità che l'animava tutto. Elena espose con semplicità e con grande sicurezza
il proprio operato in favore delle sue orfanelle il cui sostentamento
proveniva soltanto dalla carità dei buoni.
S. Eccellenza Nogara s'impose con la sua dirittura;
con la consueta energia tagliò corto alle manovre subdole e rivendicò
ufficialmente i diritti della verità e della giustizia.
Quando nel febbraio del 1936 (novenario per la
Madonna del Pilerio), il predicatore (ospite ingenuo) osò fare dal pulpito
apprezzamenti poco lusinghieri su Suor Elena e la sua opera, S. Ecc. Nogara gli
fece ritrattare, dallo stesso pulpito, quanto troppo leggermente aveva detto.
Frate Avemaria, eremita cieco di Don Orione, che
visse in solitudine, preghiera e penitenza nell'impervio convento di sant'Alberto
di Butrio, tra i castagneti della Val Staffora, rivolgeva agli sfiduciati
queste parole « Ricordate che l'uomo non è stato creato per essere interamente
creatore del proprio destino: è stato creato da Dio, che vuole essergli Padre,
quindi per vivere in una famiglia divina. Guai a chi crede di poter fare da sé,
a chi pensa di sbrogliare da se stesso i suoi problemi; Iddio vuole partecipare
alla nostra vita, e ci è sempre accanto: è Lui che indirizza la nostra
esistenza nella via giusta. Bisogna dire a tutti che non respingano Dio, ma che,
dopo aver fatto serenamente quanto è da loro, guardino poi alla Provvidenza
Divina con fiducia filiale... ».
Questa fiducia illimitata spiega la serenità di Suor
Elena nella cura quotidiana delle piccole e della comunità intera e nel dare
impulso sempre maggiore allo sviluppo della sua Opera. Ella stendeva la mano
ai buoni, chiedeva pazienza e comprensione ai suoi creditori, ma principalmente
volgeva il suo sguardo alla Divina Provvidenza, e portava ai piedi dell'altare
le sue orfanelle.
Per qualche tempo si serví anche di un modesto
foglio inviato ai benefattori, con sulla testata, ai due lati una piccola
effigie di S. Francesco di Paola e una di S. Teresa del Bambino Gesú « alla
cui protezione è affidata la Prima Casa del novello Istituto ». Per qualche
difficoltà piú notevole Elena si rivolgeva talvolta alla Prefettura. Negli
appunti è ricordato il suo primo incontro con il Prefetto Giacone. Elena si
era recata in prefettura per domandare un sussidio; S. Eccellenza il Prefetto
volle conoscerla e parlarle personalmente; non nascose la sua commozione: «
Ho sempre desiderato di fare la vostra conoscenza ed ora ho il piacere di
vederVi nel mio ufficio a chiedere il mio aiuto. Non so esprimerVi a parole la
mia soddisfazione. Farò quanto è nelle mie possibilità per aiutarVi nella
Vostra opera benefica ».
Stabiliva come primo contributo, 10 (dieci) Kg. di
pane al giorno e 250 lire mensili. E quindi non lasciava sfuggire l'occasione
per ricordarsi dell'Istituto.
Un giorno, non avendo pagato il canone per il consumo
dell'energia elettrica, fu interrotta l'erogazione della corrente, sicché si
passò una serata al buio. Elena, dopo aver pregato, si recò alla Direzione
della Società chiedendo la loro comprensione e la collaborazione. E il
Direttore non solo impartí immediatamente l'ordine di erogazione della
corrente, ma dispose che Suor Elena « non venisse disturbata », quando non
poteva pagare.
Quello che ha sempre colpito di piú è l'aiuto
modesto offerto da povera gente, da semplici artigiani: talvolta si trattava -
un ricordo d'infanzia - di alcuni di quei grossi pani che da Donnici venivano
a vendere nel capoluogo, e che erano comprati e mandati «alle bambine di Suor
Elena».
Ma ci voleva ben altro per equilibrare e assicurare
un bilancio, tra oneri quotidiani sicuri e offerte inadeguate alterne utili per
superare difficoltà contingenti.
Questa sproporzione evidente fa intravedere l'azione
della Provvidenza, che, con interventi anche straordinari, non fece mancare
mai il necessario.
L'11 settembre 1935, mentre Suor Gigia si reca con i
fratelli a Bucita, Suor Elena passa sofferente la notte. Al mattino del 12,
benché sfinita, inizia la consueta attività: non c'era proprio nulla in cucina
per il pranzo. Mentre Suor Angela chiede alla Superiora del denaro, entra un
sacerdote che domanda di dir Messa e passa subito in sagrestia; Suor Elena,
che non aveva nulla, rispose a Suor Angela di ascoltare prima la Messa, in qualche
modo il Signore avrebbe poi provveduto.
E la preghiera di Elena, delle Suore e delle orfanelle
fu subito accolta: dopo l'elevazione per la Cappella si avvertí un forte
profumo; Suor Elena che recitava l'ufficio della Madonna, nel suo libretto,
alla 2a pagina, vide tra 1'immaginetta della Madonna Addolorata e quella di S.
Teresina, un biglietto da L. 50. Era sicura che prima nel suo libretto non c'era
proprio nulla; aveva recitato la sera precedente le medesime preghiere, nella
medesima pagina.
Comunque, finita la S. Messa e donate le 50 lire per
la spesa del giorno, Suor Elena con le sue bambine ritornò in Cappella pregando
il Signore, a udita di tutte « di far trovare altre cinquanta lire allo
stesso posto nel libro, per dimostrare chiaramente che le prime cinquanta lire
erano state non dimenticate da qualcuno, ma mandate realmente dalla
Provvidenza »!
Durante la giornata qualcuna delle orfanelle piú
grandi e l'una o l'altra delle Suore andarono a spiare, nel libretto rimasto lí
al suo posto.
A sera, quando la comunità si adunò in cappella
per le ultime preghiere, durante la recita del Confiteor si avvertí lo stesso
profumo del mattino. Grande fu la commozione di Elena, che non osò aprire il
libretto, ma lo passò a tale scopo a Suor Teresa. La Suora ubbidí e nello
stesso punto, tra le due immaginette, furono trovate altre cinquanta lire, con
scritto nel rotondo bianco a lapis verde 50+50=100 e con alcune lettere
dell'alfabeto greco ». Al mattino seguente, Elena raccontò l'episodio al
confessore, Can. Mazzuca, che volle vedere il biglietto delle cinquanta lire,
01670 e 0039; ma la scritta nel tondo bianco era completamente scomparsa. Il
biglietto volle conservarlo il P. Beniamino Mazza, che intanto lo scambiò con
uno di cento lire, ed è in nostro possesso.
Nel 1934, vigilia di S. Giuseppe, si doveva pagare
al signor Pietro Rizzo di Montalto l'importo per un quintale di olio. Suor Elena
adunò le sue orfanelle intorno all'altare, pregando il grande santo, capo della
S. Famiglia; verso sera si presentò all'Istituto un benefattore con
un'offerta, corrispondente con esattezza all'importo dovuto per il quintale di
olio.
Un giorno (già nell'attuale Casa Generalizia, 1937),
mancando il pane, la Suora che chiedeva del danaro per andarlo a comprare, si
sentí rispondere di andare ancora a credito dal fornaio. La Suora non ne ebbe
il coraggio (ché il credito durava già da tempo!) e ritornò all'Istituto a mani
vuote. Quando si fu a mensa, Elena nel dare la benedizione si accorse della
mancanza del pane, e mentalmente ne rivolse preghiera al Signore. In quel
momento, una guardia municipale bussò per consegnare all'Istituto trentasei kg.
di pane, sequestrato in quella mattinata.
Un'altra volta, Suor Elena vide avvicinarsi delle
bambine per riferirle una costatazione poco simpatica: in cucina c'era soltanto
la pasta. Suor Elena accarezzandole le portò con sé in cappella: « Pregate e
vedrete che il Signore provvederà ». Di lí a poco, Elena fu chiamata: era
giunto il Questore con 18 (diciotto) kg. di pesce. E grande fu la commozione del
funzionario quando sentí riferire da Elena quanto ora abbiamo narrato e quando,
invitato a entrare in Cappella, vide le bambine intente ancora a pregare.
Nel 1938, suor Angela accolse un signore, che
visitato l'Istituto, lasciava un'offerta di L. 5.000. La Suora ne fu commossa;
spiegava al benefattore che proprio in quel giorno, il fornaio aveva sospeso
l'invio del pane all'Istituto perché il debito era arrivato a L. 5.000!
Come già a Montalto, molti si rivolgevano a Suor
Elena, per moribondi restii a ricevere i Sacramenti. Ed ella pregava ed
accorreva anche di persona. Cosí per l'intagliatore Antonio, dalla vita
disordinata. In fin di vita, per un cancro da fumatori, non voleva nessuno in
casa. La madre dell'infermo ne parlò a Suor Elena; nella stessa sera, questa
si presentò con dei mandarini, cosí per salutarlo (diceva) e avere notizie
della sua salute. L'ammalato apparve tanto lieto della visita inattesa. Suor
Elena s'intrattenne a lungo, parlando della ferita e invitandolo a bere un po'
di acqua zuccherata... confortandolo e conquistando la fiducia dell'infermo.
Suor Elena si diceva pronta a ritornare a visitarlo purché fosse ben disposto a
ricevere i Sacramenti. L'infermo acconsentí di buon grado e chiese del
Superiore dei Minimi. Suor Elena l'accontentò immediatamente; il Superiore
nella stessa sera lo confessava e comunicava. L'ammalato dalla mezzanotte
perdeva la parola; riprendeva i sensi a mezzogiorno e chiedeva l'estrema
unzione, amministratagli ancora dal Superiore dei Minimi. E quasi subito dopo
spirava, sempre assistito da Elena.
Accennerò a un altro solo caso: « Conoscendo la
poco religiosità della famiglia..., Suor Elena raccomandava al Superiore della
Chiesa di S. Francesco, di portare loro un bel quadretto del Santo, in occasione
della questua, per la imminente festa. Mentre era in atto la questua, Elena
sogna che il Signor N. (della suddetta famiglia) si era suicidato. Al mattino,
al P. Superiore dei Minimi, Suor Elena raccomanda vivamente di recarsi dalla
famiglia..., riferendogli il sogno avuto. Era circa mezzogiorno. Il P.
Superiore, uscito dall'Istituto, si diresse direttamente a casa dei S.,
accompagnato dal Signor Giulio Domma. Mentre salgono le scale, odono una forte,
doppia detonazione di fucile: accorrono e unendosi al figlio maggiore Alberto,
irrompono nella stanza del signor N.: in un momento di aberrazione, col fucile
da caccia, si era sparato due colpi sotto il mento; una mascella inferiore era
quasi asportata del tutto insieme a parte della superiore fino all'occhio. -
Era stato un attimo di pazzia e ne era pentito -, disse il suicida al Superiore,
e ben disposto volle confessarsi col Parroco della Cattedrale, D. Antonio
Del Vecchio, e cosí assistito piamente ricevette anche gli altri Sacramenti ».
Nell'attuale Casa Generalizia (1937)
Nel novembre 1956, in occasione del I° Capitolo
Generalizio, fu stesa una relazione particolareggiata sul governo, sulle
condizioni disciplinari e personali dell'Istituto.
In tale relazione, che è un documento ufficiale,
dopo avere accennato alla Casa in Via Revocati (1928), vien cosí descritta
l'opera lí svolta: « Felici di aver raggiunto il nostro ideale tanto desiderato,
abbiamo deciso di raccogliere i bambini per l'asilo, un centinaio, mentre
l'Arcivescovo c'invitava a fare il catechismo nella Chiesa del Rito a
Panebianco... e nella Chiesa di S. Giovanni.
Ci siamo occupate inoltre delle comunioni tardive,
dell'assistenza ai moribondi...
In Vico II Revocati siamo state oltre un anno ».
Segue quindi la dimora a Palazzo Caselli « con locali molto ampi, adatti allo
sviluppo dell'opera. Difatti, oltre all'asilo, si poté bene avviare un
dopo-scuola, un laboratorio di ricamo e di cucito per le ragazze del rione; e
assumere la direzione di un oratorio festivo ».
La relazione continua: « Il 4 dic. del 1929 ho fatto
celebrare una Messa nella Chiesa di S. Francesco d'Assisi dal Superiore P.
Giovanni Corrao per avere una chiara manifestazione della missione (precisa)
che avremmo dovuto svolgere nella nostra opera e che per mezzogiorno aspettavamo
qualche segno indicatore. A mezzogiorno si presentò Mons. Sironi, a nome
dell'Arcivescovo, ed il signor Giovanni Zeni... con una fotografia della moglie
morta ed una bambina orfana, Rita Panno di Portapiana, che voleva ricoverare in
memoria della moglie defunta, offrendo lire 50 mensili e una spilla ecc. Dal
4 al 18 dic. entrarono altre 6 bambine ecc. »
« L'idea fu benedetta da Dio ed incoraggiata
dall'Arcivescovo Mons. Trussoni, ebbe il plauso del popolo cosentino che non
mancò mai d'incoraggiarla e sostenerla con aiuti e protezione ».
Si accenna quindi al passaggio nella vecchia sede
della Cassa rurale, nel rione dello Spirito Santo, dove « le bambine
raggiunsero il numero di 60 »; in particolare, si ricorda con gratitudine, «
la premurosa benevolenza dei Prefetti: Bianchetti, Giacone, La Russa,
Palmardita, Bellini, Arinolfi, Endrise (dal 1942 in poi), Adami, Marfisa, Lo
Monaco e di tutte le autorità della Provincia ».
Si mette in rilievo l'azione dei fratelli della M.
Vicaria: i rev. Padri Mazza « sono stati per noi veri Angeli tutelari; ci hanno
seguito passo passo fin dall'inizio dell'opera e ci sono stati di guida e di
buon esempio in tutte le difficoltà. Non potremo mai dimenticare tutto il
bene che essi come ministri di Dio hanno fatto alle anime nostre e anche per gli
aiuti materiali elargiti dalla loro famiglia ».
Ed ecco come viene descritta l'azione in favore delle
orfanelle: « Il piccolo seme si sviluppò rigogliosamente. Giorno per giorno,
la Provvidenza non fece mancare il necessario.
« Si è potuto provvedere anche alla loro formazione
spirituale e materiale per prepararle alla vita sociale e renderle buone
massaie, esperte nel cucito, nel taglio e nella maglieria: le orfanelle devono
frequentare la scuola fino alla V elementare.
« Le piccole possono rimanere nell'Istituto fino
all'età di 22 anni. Non debbono essere date come persone di servizio, ma solo
per essere o legittiinate o sposate. Altrimenti, resteranno nella comunità,
essendo questo il fine specifico dell'Istituto.
« Durante la dimora, nel rione dello Spirito Santo,
furono adottate, come figlie: Franceschina Chiodo, Iolanda Bianco, Maria Gallo,
Mariantonia Torchio ».
Quindi la relazione passa a narrare l'acquisto della
attuale Casa Generalizia.
« Durante i quattro anni della nostra dimora nel
suddetto rione, le Suore e le piccole abbandonate crebbero continuamente »;
il sospiro continuo di Elena era « una casa molto piú grande e possibilmente
con giardino ».
« Di fronte ai nostri balconi (proprio al di là del
fiume) si profilava il fabbricato grezzo (un bell'isolato, destinato ad
abitazione privata, ma rimasto incompiuto; proprietà dei Ferri, residenti a
Bologna) con un vasto giardino annesso. Si presentava al nostro pensiero come un
sogno, un desiderio irrealizzabile. Sentivo tuttavia una spinta interna a
pregare e a far pregare le piccole, perché nulla è impossibile a Dio.
« E il Signore accolse le nostre insistenti preghiere.
Ne parlammo nell'estate del 1935 ai fratelli della M. Vicaria e all'Avvocato
Francesco Cribari (che sarà sempre affezionatissimo all'Istituto), i quali,
presa visione del fabbricato incompleto e del vasto terreno, decisero di farne
immediatamente l'acquisto.
« L'avv. Cribari partí per Bologna e per mezzo di
Giuseppe D'Andrea (cosentino), Ispettore Generale della Polizia segreta, poté
ottenere da Giacomino Ferri, nipote del senatore Giacomo Ferri, la casa con
annesso terreno per la somma di L. 165.000.
« L'Arcivescovo Nogara diede molto incoraggiamento
per la compera; era infatti entusiasta e della casa e della posizione: essendo
la casa ampia e salubre. E promise che non appena fosse entrata in nostro
possesso, ci avrebbe ottenuto un prestito dalla Banca del Lavoro, tramite suo
nipote Aldisio, Direttore Generale della medesima ».
La proprietà suddetta era stata donata dal senatore
Ferri al nipotino Giacomino, residente a Bologna, che ad un dato momento decise
di venderla. Molti cercarono di acquistarla; tra gli altri le Suore C., che
rifiutarono di prenderla per centomila lire.
Anche suor Gigia, per mandato di Suor Elena, si recò
dall'avvocato amministratore, il quale, conoscendo la povertà delle due
Suore, fu molto spiccio: « Avete del denaro? » chiese. E sentí rispondersi
«coraggiosamente»: «Niente». «Ebbene, - concludeva l'avvocato - se la
volete, com'è, potrò cedere la proprietà Ferri soltanto per 148.000 lire».
L'avv. Cribari andò - com'abbiam visto - a Bologna a
trattarne direttamente con i Ferri.
Il contratto fu stipolato a Cosenza il 29 giugno
1936. La sera precedente, Elena era rientrata molto stanca; aveva girato,
cercando indarno di raccogliere almeno i denari necessari per il giorno dopo; «
a tarda ora diceva nel salotto il rosario, avendo di fronte un grande quadro del
Sacro Cuore di Gesú; nel sentirsi i piedi rotti a sangue, ad un dato momento
esclamò: « O Signore, abbi pietà di me. Non ti basta il foro dei piedi con i
tuoi chiodi? Aiutaci tu ». Si sentí allora un forte crepitio, come se si fosse
spaccato il vetro che ricopriva il quadro. Il rumore fu sí forte che suor Gigia
già a letto, si levava preoccupata; accesa la luce, non fu riscontrata alcuna
rottura. Interpretarono quel rumore come un segno, dato dal Signore, circa
la sua assistenza. E in realtà, al mattino, Suor Elena recatasi dall'avv.
Cribari, mentre chiedeva come avrebbero fatto a versare il danaro necessario per
la conclusione dell'atto di compravendita, il notaio Francesco Goffredo
telefonava all'avv. di recarsi subito da lui, perché se Suor Elena non si
trovava il denaro disponibile, l'avrebbe volentieri anticipato lui. Mentre le
due Suore si recavano per il contratto, il cav. Piro diede loro L. 10, con le
quali poterono comprare il foglio di carta bollata ».
Il notaio Goffredo anticipò le prime 14.000 lire per
le spese dello strumento; Suor Elena non aveva che L. 1.000 ricevute in
prestito dal sig. Francesco Florio.
Bisognò ultimare i lavori e rendere abitabile la
bella casa acquistata. Dietro consiglio di S. Ecc. Nogara i lavori furono fatti
ad economia: si chiamò a Cosenza Maestro Vincenzo Laganà, cognato della M.
Vicaria, come persona di fiducia, che si incaricò di organizzare tutto il
lavoro necessario per il completamento del fabbricato e di tutte le baracche
circostanti. Furono chiamati venti operai e molte ditte di Cosenza: Mancuso,
Cipparrone, Pignitore, fornirono il materiale a credito senza impegno alcuno.
La prima offerta pervenuta per la nuova casa, fu un
libretto di 5.000 lire, dato da don Filippo Nigro, parroco di Zumpano: per
interessamento del Prefetto Palmardita e del Direttore della Banca d'Italia
detto parroco era riuscito a recuperare il denaro depositato presso una banca
allora fallita.
I lavori durarono circa un anno. Furono spese circa
170.000 lire: « la Provvidenza faceva pervenire offerte ed aiuti, da poter
saldare, volta per volta, tutte le spese ».
Nell'estate del 1937 una parte della comunità si
trasferí nella nuova sede: Suor Elena volle aspettare il completamento della
Cappella, per potersi trasferire insieme a Gesú Eucaristia. Il 20 settembre,
finalmente, ebbe luogo la solenne inaugurazione alla presenza di tutte le
autorità ecclesiastiche e civili, primi fra tutti e entusiasti: S. Ecc.
Nogara e il Prefetto Palmardita.
Nella relazione leggiamo ancora:
« Durante questo periodo di tempo dal 1937 al 1942
il numero delle piccole è salito a 80, quello delle Suore a 52 di cui 22
professe, 14 novizie e 16 aspiranti.
Di dette Suore, 14 si sono diplomate di taglio e
cucito, 4 presero il diploma di maglieria, 6 di ricamo.
« Nello stesso anno, si raccoglievano tra le piccole
abbandonate le prime vocazioni: Suor Angelica Trotta (l'attuale M. Vicaria,
fin dall'inizio di quella casa: Superiora a Montalto) e Suor Veronica.
« Nel 1940, è stato riconosciuto il Laboratorio
Professionale per l'insegnamento tecnico ed abbiamo esposto, i lavori alla
prima mostra alla presenza del ministro Bottai e siamo state premiate con n.
quattro macchine di maglieria, fra le quali una macchina commerciale, e L. 5.000
».
A questo punto, dopo un accenno « alle contrarietà
e alle invidie dei ciechi », la relazione cita per intero la lettera di S. Ecc.
Nogara, già da noi riportata. Indi continua: « Nel 1941, n. 4 Suore hanno
studiato per conseguire il diploma di Maestra giardiniera e nel 1942 si sono
diplomate a Roma nell'Istituto Magistrale e Scuola di Metodo del P. Giovanni
Semeria.
« Nel 1942, il 24 febbraio, cinque novizie hanno
emesso la professione e n. 14 postulanti hanno fatto la vestizione.
« Nel 1942, il 10 luglio alle ore 10,30, siamo state
ricevute in udienza privata dal S. Padre (Pio XII) io, la Madre Vicaria e altre
quattro Suore.
« Il S. Padre ci domandò quante Suore eravamo ed
il fine specifico dell'Istituto, con quali fondi si andava innanzi; ho
risposto che l'Opera si sosteneva con la carità dei buoni. Udito questo il
volto del Papa s'illuminò di gioia dicendomi: « Figlie buone, siate
tranquille, vi assicuro che la Vostra opera progredirà perché fondata sulla
Provvidenza ». Profezia santa! Cosí fu e la nostra Opera andò sempre piú
affermandosi.
« La guerra con l'invasione del 1943 ha determinato
una sosta di accettazione di nuove Suore, poiché anche noi sfollate a Montalto
abbiamo avuto le conseguenze dei bombardamenti bellici con gravi danni per cui
le novizie non hanno potuto professare ed otto postulanti non hanno potuto fare
la vestizione.
« Però subito nel 1946 abbiamo ripreso le nostre
attività con l'accettazione di nuove probande. « Nel 1947 hanno fatto la
vestizione n. 13 postulanti, ed il 1948 la professione dei voti temporanei.
« Nel 1949 hanno emesso per la prima volta i voti
perpetui n. 25 suore.
« Dal 1949 al 1955 (incluso) altre 42 Suore han
fatto la professione temporanea.
« Nel 1956 altre 8 probande sono state ammesse al
noviziato e n. 22 Suore hanno fatto la professione dei voti perpetui.
« Avendo affidata l'opera alla potente intercessione
di S. Francesco di Paola, per la particolare devozione da noi avuta sempre verso
il gran Santo della carità, per seguire una norma sicura di vita religiosa ci
siamo ispirate piú che alle Regole allo spirito di S. Francesco di Paola. Stesi
poi un regolamento al quale man mano vennero aggiunte altre pie pratiche e
norme suggerite dalla quotidiana esperienza, perché servissero meglio a raggiungere
lo scopo specifico dell'Istituto.
« Il 21 aprile del 1944 fu eletto il Consiglio
Generalizio: composto dalla Madre Generale Suor Elena Aiello, dalla M. Vicaria
Suor Gigia Mazza, assistite da 3 Suore anziane e cioè: Suor Carmelina Cribari,
Suor Teresa Infusino e Suor Angela Padula. L'Istituto ha funzionato sempre con
piú vigore e disciplina benché lo spirito religioso non fosse mai mancato. Si
è provveduto alla formazione spirituale con tutte le cure possibili. Ogni
anno si sono tenuti corsi di S. Spirituali esercizi ai quali tutte le Suore
hanno potuto partecipare ed il ritiro mensile tenuto dal Rev.mo Padre Francesco
Mazza, dei Minimi. In seguito trovandosi il P. Mazza a Palermo come Superiore,
ne assunse l'incarico il Sac. Don Aniello Calcara, mentre per Direttore venne
nominato il Rev.mo P. Saragò dei Minimi. Dopo il ritorno da Palermo, il
Rev.mo P. Mazza eletto Provinciale per desiderio espresso dal Padre
Francesco Saragò, trasferito a Roma, ha ripreso il suo lavoro e dal 1946
continua con il ritiro mensile alle Suore mentre il Padre Vincenzo Donnarumma,
ritornato a Cosenza come P. Superiore, venne nominato Direttore ».
Purtroppo, nell'aprile 1940, una morte immatura
rapiva all'Arcidiocesi il suo Pastore.
« Nel settembre 1939, Suor Elena mi diceva: « Nel
prossimo anno di questi tempi, S. Eccellenza non sarà piú a Cosenza ».
« Non chiesi altro, né badai alla gravità con cui
quelle parole mi erano state rivolte, e andando da S. Ecellenza, che
accompagnavo spesso, riferii le parole della Suora; siccome da qualche tempo era
Amministratore di Reggio Calabria, credetti, nel mio entusiasmo, che sarebbe
stato trasferito a Reggio Calabria, anche perché fino a quel momento S. Ecc.
appariva in ottima salute.
« Il giorno dopo quando la informai che avevo
riferito le sue parole a S. Eccellenza, intendendole di un suo trasferimento a
Reggio Calabria, Suor Elena visibilmente si rattristò; quindi con la consueta
semplicità accennò che si trattava di ben altro ».
Nel novembre si ebbero i primi sintomi dell'aggravarsi
del male. S. Eccellenza era lieto per avere in qualche modo cooperato alla
Beatificazione di Gemma Galgani: i due miracoli esaminati ed accolti per
l'occasione, erano avvenuti nella Arcidiocesi di Cosenza, ed egli col consueto
dinamismo aveva svolto quanto era necessario. Egli aspettava da Gemma la
guarigione. Ma il Signore aveva stabilito diversamente. Troppo tardi si pensò
ad un intervento chirurgico, che non fu piú possibile. Suor Elena si recò a
visitarlo, quando, sempre in piena lucidità, aspettava ormai la fine: appena
entrata, - come mi narrò - scorse accanto al letto da un lato la sorella
dell'Arcivescovo M. Giulia, Superiora delle Adoratrici del Garda, e
dall'altro Gemma Galgani.
S. Eccellenza Nogara, prima di morire, disse a M.
Giulia, che avrebbe desiderato una sola cosa: poter dare l'approvazione, il
riconoscimento giuridico all'Istituto di Suor Elena.
Con la scomparsa di S. Ecc. Nogara incomincerà ben
presto per Suor Elena e il suo Istituto un lungo periodo di grandi sofferenze
dell'animo, permanendo quelle fisiche, fino a divenire una linea continua, con
solo brevi interruzioni. Alla paterna bontà, all'illuminata comprensione di
S. Ecc. Trussoni, alla protezione, al sincero, fattivo interessamento di S.
Ecc. Nogara, che aveva formato come un palladio per l'Istituto, e per Suor
Elena uno sprone, un conforto a superare le varie, immancabili avversità,
succederà ben presto l'incomprensione, la diffidenza, frequenti atti e
manifestazioni che, - prescindendo dalle intenzioni - mortificavano, umiliavano
la fondatrice, le sue Suore, la Sua istituzione.
L'Istituto alla morte di S. Ecc. Nogara era già
solidamente, saldamente rafforzato; sprizzava ormai di salute; piú che
fondamenta aveva messo radici robuste, che - come si vide - compresse in un
punto, spuntavano rigogliose altrove; era pronto ormai per quel moto espansivo
che sotto l'impulso straordinario di questa donna, sofferente e tanto
energica, diffonderà l'opera benedetta da Dio, moltiplicherà il lavoro
benefico, tramite le sue figlie, per 1'Arcidiocesi e fuori, fino a Roma.
Dal 1940 al 1961, l'opera iniziata nel 1928 ebbe il
suo coronamento, con il riconoscimento giuridico della S. Sede.
Le realizzazioni di Suor Elena (1940-1961)
Le Case aperte da Suor Elena sono 18: in Appendice
ne è dato l'elenco, cronologicamente, con l'indicazione dell'anno di apertura e
qualche cenno dell'attività specifica per ciascuna.
Inoltre, per diversi anni le Suore, richieste con
insistenza da quel rev. Parroco, ebbero una Casa a Pentone (Catanzaro), aperta
il 10 febbraio 1952, con asilo infantile e laboratorio di taglio, cucito e
ricamo.
Per qualche tempo furono a Pietrapaola (Arcidiocesi
di Rossano) che lasciarono il 31 agosto del 1953.
Dovunque, alle attività specifiche della Congregazione
(educazione delle bambine), le Suore han sempre congiunto, come indicato in
appendice, per la Casa Generalizia, l'assistenza nelle parrocchie, con
catechismo, azione cattolica, Messa del fanciullo.
Ciascuna di queste case ha una propria storia; per la
fondazione di alcune, Suor Elena dovette sostenere una dura battaglia: per ben
due volte, dovette decidere in suo favore la S. Congregazione dei Religiosi; per
S. Sisto, in particolare. Dovette inoltre superare difficoltà di altro genere,
contro la burocrazia, per le innumeri pratiche richieste.
Con uno stile, un po' enfatico, la relazione letta
nel 2° capitolo generalizio, del 1961, celebrato appena dopo la morte di Suor
Elena, nel consuntivo delle realizzazioni, aggiunge qualche altro particolare.
Parla del nuovo edificio, destinato al noviziato,
costruito accanto alla Casa Generalizia; ricorda che la casa di ricovero per
anziani, aperta a S. Fili è dovuta al « nobile cuore dei Fratelli Emma e Carlo
Manes »; che S. Eccellenza Mons. Barbieri, Vescovo di Cassano Ionio, nel 1958
« ha voluto alcune delle nostre Suore perché nei mesi estivi prestassero la
loro opera nel Seminario di Mormanno »; ricorda l'acquisto della casa di via
dei Baldassini, a Roma, fatto da Suor Elena, venuta per l'occasione nella
capitale, accompagnata da Suor Imelda Mazzulla e da Suor M. Francesca Lopez,
(29 novembre 1957); si sofferma quindi su Montalto Uffugo e sulla Casa di
Cosenza-S. Vito.
« Nel 1958 a Montalto il vecchio edificio dell'Istituto
" S. Rita da Cascia " a causa di alcuni muri resisi pericolanti,
dovette essere ricostruito. La perspicacia e l'attività febbrile della cara Madre
Fondatrice svolta presso il Ministero dei Lavori Pubblici, ci fanno ottenere
nel giugno del 1959 un primo stanziamento di dodici milioni e ad opera del Genio
Civile di Catanzaro si dà inizio ai lavori di demolizione, cui seguono quelli
di ricostruzione. Dopo tre anni circa, con uno stanziamento globale di 83
milioni, l'edificio può dirsi completato. Esso, oggi, dalla posizione eminente,
dalla visuale panoramica incantevole, ha assunto un aspetto tutto nuovo,
grandioso, imponente. E' un complesso di due piani rialzati e di uno seminterrato
con 36 ampi vani oltre la Cappella e i servizi igienici e tale da ospitare
circa un centinaio di educande.
« Una vasta ala dell'edificio è adibita a scuola.
Oltre alle classi elementari, c'è la Scuola Media e l'Istituto Magistrale. La
prima, già da anni, è legalmente riconosciuta; la parifica della 4a classe
delle Magistrali, avvenuta nel 1960, ha coronato tutti gli sforzi, tutti i
sacrifici, le difficoltà, le ansie che ne hanno accompagnato il sorgere e lo
sviluppo ».
Suor Elena ne comprese l'importanza e l'utilità
per la giovane Congregazione, e non badò a spese, e ne sollecitò
insistentemente il riconoscimento giuridico. Mons. Umberto Cameli, della S.
Congregazione delle Università e dei Seminari, le prestò valido aiuto, con i
suoi consigli e le sue direttive.
« Oggi le due Scuole costituiscono una ben solida,
benefica istituzione apprezzata non solo in paese, ma soprattutto in provincia e
oltre. L'ottima preparazione culturale dei docenti e lo zelo instancabile
della Superiora (Suor Angelica Trotta: attuale M. Vicaria) concorrono sempre piú
alla sua piena affermazione.
« Notevoli benefici la Scuola ha reso, principalmente
alla Comunità, dando la possibilità ad alcune di conseguire il diploma di
abilitazione magistrale, e ad altre di accedere alla Facoltà di Magistero ».
Due, già laureate, insegnano nella Scuola a Montalto;
un'altra è prossima alla laurea; quattro sono insegnanti elementari e dieci
diplomate all'insegnamento di grado preparatorio ».
La Casa di Cosenza, rione di S. Vito, « diventa una
realtà, il 1° Ottobre 1960. Fu costruita su un suolo avuto dal Barone Mollo.
Non sembra vero: la buona Madre aveva dato l'avvio ai lavori, disponendo
soltanto di L. 15.000! E i lavori sono stati portati a termine, con le offerte
ricevute e con le prestazioni di mano d'opera di vari cantieri di lavoro.
« L'Istituto dedicato al Cuore Immacolato di Maria,
Mediatrice tra gli uomini e Dio, ospita circa 50 bambini dell'ENAOLI ».
Abbiamo accennato al clima creatosi dopo la morte di
S. Ecc. Nogara: atmosfera di ufficiosa ostilità. Il Signore permetteva ciò per
accentuare forse, direi quasi perché fosse manifesto, che l'Opera e il suo
sviluppo erano un effetto peculiare della Sua Provvidenza. E questa, nella sua
azione forte e soave, raggiunge i suoi fini con i mezzi piú impensati. Cosí
per Suor Elena e il suo Istituto, se da una parte permise l'incomprensione,
l'ostilità suddetta, dall'altra, oltre che alla schiera sempre crescente di
benefattori anche autorevoli, suscitò il vivo interessamento di persone
capaci di far superare direttamente ogni ostacolo.
Al primo posto, il compianto Mons. Roberto Sposetti
(almeno fino al 1953), esperto e anziano Aiutante di Studio, della S.
Congregazione dei Religiosi. Quindi i due rev.mi Padri Assistenti, di cui
parleremo: P. Giuseppe Manzo S. J. (1949-1952), già Padre Provinciale a Napoli,
e P. Bonaventura da Pavullo (dal 1952), tuttora Assistente Pontificio
dell'Istituto. Abbiamo già ricordato il rev.mo P. Francesco Saragò.
Infine, il sacerdote, cui dobbiamo gran parte delle
notizie dal 1937 in poi. Egli ci ha gentilmente trasmesso un dossier
interessante, con un centinaio di lettere, tra quelle da lui conservate. E' la
voce di un testimone.
Praticamente dal 1935 ha potuto seguire le vicende
che cerchiamo di delineare in questi appunti.
Come, prevalentemente, nelle lettere è chiamato
dalla M. Generale, lo nomineremo senz'altro don Franco, e lo mostriamo subito in
azione nel saggio di documentazione che qui doniamo, soltanto a titolo di
esemplificazione.
Per la Casa di S. Sisto, si dovette faticare dal
gennaio del 1951 fino al 5 marzo 1952.
Il 29.5.51 Suor Elena cosí scriveva al P. Manzo:
« Come già ho informato V. P. per la casa di S. Sisto, dal mese di gennaio u.s.,
per mezzo del Rev.mo P. Saragò, Assistente Generale dei Minimi (di passaggio
allora per Cosenza) chiesi ed ottenni da S. E. l'autorizzazione di poter
andare a prendere possesso del lascito di questi benefattori ed aprire la casa
» (da loro donata all'Istituto).
Eguale dichiarazione in una lettera a S.Ecc. Prefetto
di Cosenza del 21 luglio 1951, quando questi proibí la colonia estiva, già
concordata, per S. Sisto, per la opposizione dell'autorità ecclesiastica.
Da gennaio a maggio, infatti, la situazione era
mutata. Quando, in aprile, la M. Generale mandò alcune Suore per preparare
l'apertura della casa, adattata nel frattempo allo scopo, si ebbe ostentatamente
l'ostilità del giovane Parroco: per impedire che esse ascoltassero la S.
Messa, incominciò a celebrare a porte chiuse (eccettuata la domenica). La
popolazione reagí contro di lui; da Cosenza invece fu chiesto ai Carabinieri
di allontanare le Suore Minime da S. Sisto; questi, invece, dal risultato
dell'inchiesta, conclusero all'unica responsabilità del Parroco.
Nel mese di giugno da S. E. fu trasmessa alla S.
Congregazione dei Religiosi la fandonia che Suor Elena si era recata a S. Sisto
a mostrare le « stimmate », i fori delle mani e a parlare di visioni!
Suor Elena era andata, sofferente, per alcuni rilievi
che un tecnico venuto con lei, doveva fare nella loro Casa; dalla macchina era
stata aiutata a entrare nella casa, senza che nessuno sapesse della sua visita a
S. Sisto. Ne erano ripartiti allo stesso modo, appena finito il sopraluogo.
L'offerta della casa di S. Sisto era arrivata proprio
al momento buono; quando cioè il Genio Civile dichiarava inabitabile la casa
di Paola (Marina) e si imponeva pertanto il problema di ricoverare altrove le
bambine di quella casa. E' il motivo cui accenna esplicitamente la lettera del
delegato arcivescovile, del 16.6.51:
« M. Rev. Suor Elena Aiello, Cosenza in risposta
alle due Sue lettere, Le comunico che è a nostra diretta conoscenza come per
ben due volte con lettere del 24 e del 26 dello scorso maggio, Le è stato
negato esplicitamente il permesso di aprire una casa religiosa a S. Sisto dei
Valdesi. Per le bambine di Paola - cosí ha scritto a Lei... - provvedete presso
le altre vostre case o diversamente.
Quindi non possiamo far altro che ricordare il grave
dovere di osservare gli ordini espliciti... La ossequiamo il Delegato »
Dopo alcuni mesi, infine, a un deciso intervento del
P. Manzo, S. E. rispose che avrebbe tolto il parroco e permesso alle Suore
Minime di rimanere a S. Sisto, a condizione però che la M. Generale
firmasse la dichiarazione che veniva acclusa alla lettera; nella dichiarazione
era Suor Elena a confessare di essere in difetto. La M. Generale, per
ubbidire al P. Manzo, che nella sua qualità di Assistente Religioso
dell'Istituto le consigliava di firmare, fece apporre il proprio nome da altra
Suora, informandone il Rev. Padre con la consueta chiarezza, in una lettera in
cui vibra l'animo, colpito nel suo innato culto per la verità e per la
giustizia.
Il caso veniva chiuso dalla seguente comunicazione:
« Alla Superiora Generale delle Suore Minime Cosenza
5.3.1952 « Giacché mi faceste pervenire la lodevole dichiarazione del
2.2.1952, dalla quale rilevai il rinnovato e praticato proposito d'una
sollecita obbedienza ossequiosa, e giacché mi è finalmente riuscito di
rimettere in ordine, mandandovi un altro Sacerdote, la Parrocchia di S. Sisto,
ben di cuore permetto che nel detto paese apriate la Vostra casa, dove le
Suore possono andare anche subito. Ne avviserete il Parroco prima.
Le accompagno con la mia benedizione pastorale,
perché con la promessa e dovuta docilità al Parroco, lavorino molto e bene per
la salvezza delle anime e la gloria di Dio.
Paternamente vi benedico nel Signore ». Nello stesso
anno (1951), falliva l'apertura di un asilo, in un paesetto della Diocesi di
Tropea, ne dava notizia alla M. Generale, il P. Oreste De Simone, dei
Redentoristi (15.XI.1951), a motivo di informazioni "poco
soddisfacenti" date da S. E. 1'A.
Eguale sorte subí la donazione di una Casa a Lago (Cs.).
Con testamento pubblico ricevuto dal Notaio Avv.
Luigi Goffredo in data 13 febbraio 1952 e pubblicato il 5 Giugno 1953, il Signor
Michele Adamo lasciava la « Casa di Salute » a Suor Elena, per il ricovero
delle Orfanelle. La M. Generale inviava copia del testamento a S. E. 1'A.
chiedendo il suo beneplacito per l'apertura dell'Orfanotrofio, secondo la volontà
del defunto (6.7.1953).
Sua Eccellenza benevolmente dava il permesso, con
la seguente lettera:
« Alla molto Rev.da Suor Elena ecc. Cosenza « Prese
le necessarie informazioni, siamo lieti di poter permettere, in conformità alla
vostra domanda in data 6.7.953, che apriate una Casa nella Parrocchia di Lago,
a fine di tenervi un ricovero per le Orfanelle...
« Quanto all'assistenza alle opere parrocchiali
che già vien fatta dalle Suore della Divina Provvidenza, le vostre Suore
faranno quanto al Parroco sembrerà utile chiedere per la esatta coordinazione
delle attività e il regolare funzionamento di esse.
« Per l'inaugurazione della Casa, vi compiacerete
di prendere i necessari accordi col molto Rev.mo Parroco D. Federico Faraco, al
quale vorrete comunicare anche copia della presente lettera. « Paternamente
benediciamo ».
Il 17 agosto 1955 arrivava anche « il nulla osta
della S. Congregazione dei Religiosi » per l'accettazione, da parte
dell'Istituto di Suor Elena, della eredità disposta dal Signor Adamo.
« Al Lago si recava ancora il Rev.mo P. Assistente
con la Madre Vicaria, e restavano pienamente d'intesa col Parroco.
« L'unica difficoltà per l'Opera era costituita
dalla presenza di inquilini col fitto bloccato.
« Ora mentre si era in attesa che gli inquilini se
n'andassero, la sorella del defunto donatore, ottenuto il permesso da S. Ecc.
l'Arcivescovo, ha mandato via gli inquilini e ha immesso d'accordo col Parroco
nel dic. 1964 nella casa di nostra proprietà una ex Suora Francescana, con
cinque vecchi ».
Né si ottenne altro.
Per i due asili di Carolei e S. Fili, don Franco cosí
scriveva a S. Ecc. Calcara, da Roma, il 22 setsembre 1956: « Eccellenza
Rev.ma, oggi, alla segreteria di Mons. Carol, ho appreso che han già
concordato, il suddetto ufficio con la Eccellenza V., per l'attribuzione del
nuovo asilo di Carolei, ieri inaugurato, alle Suore Minime della Passione; per
quello di S. Fili, invece, l'Eccellenza V. penserebbe alle Suore della Divina
Provvidenza...
« Sono rimasto molto sorpreso (dalle V. parole,
quando in questi mesi si parlò sull'argomento, avevo la convinzione della
benevola considerazione della Eccellenza V. nei riguardi delle Suore Minime,
per i due, asili) e addolorato per questa esclusione delle Suore Minime, lí a
S. Fili, dove sono da diversi anni. Esclusione che evidentemente comporta, nel
fatto stesso, un giudizio sfavorevole ai danni della giovane Congregazione.
« Mi permetto rivolgere alla Eccellenza V. viva
preghiera perché voglia risparmiare alla Congregazione delle Suore Minime,
oltre tutto, questa umiliazione.
« Mi prostro... »
E ne aveva la seguente risposta: Cosenza, 28
settembre 1956
« Rev.mo Professore, il pensiero del Parroco di
Carolei che vuole alla direzione della Casa del Fanciullo le Minime, e il
pensiero del Parroco di S. Fili che non le vuole, mi riguarda fino a un certo
punto, perché sarò io a decidere. Ma per decidere attendo una risposta
proprio dall'ufficio di Mons. Carol...
« Intanto occorre prendere definitivamente una
decisione da parte vostra, perché non abbiano a rinnovarsi gli equivoci con
disagio di tutti e danno all'Istituto delle Minime, a cui si vorrebbe invece
giovare. Dopo che la S. Congregazione dei Religiosi ha chiarita la situazione
giuridica di questo Istituto come Istituto di diritto diocesano I, il suo
protettore è l'Arcivescovo, come lo è stato in passato, e quindi voi, e
qualche altro con voi, dovete smetterla dal fare da protettori del mentovato
Istituto, perché si ha l'impressione, specie dalle interessate, che lo
esercitiate per difendere le Minime nientemeno che dall'Arcivescovo che ne
sarebbe... ciò che fanno pensare certi ricorsi stilati da persone che sanno
scrivere.
« Cessi dunque una volta per sempre l'insano
equivoco, e le Minime riacquistino una fiducia incondizionata nel loro
Arcivescovo, la quale non deve venir meno neppure se talvolta egli dovrà
decidere diversamente dalla loro opinione e dal loro desiderio, cosa che
potrebbe fare in certe circostanze, come pur si suole, per provarne la virtú e
saggiarne lo spirito di obbedienza, che è fondamento della perfezione
spirituale.
« Siete intelligente e però avete compreso che
l'unico modo di giovare a far progredire l'Istituto che pur vi sta a cuore, è
quello da me suggerito. « In questa certezza vi benedico di cuore
+ A. Calcara Arciv. ».
« - Convincete le Suore Minime a venire direttamente
da me, come fanno tutte le altre Suore, sia per la faccenda della Casa del
Fanciullo che per altre cose che possono riguardarle. E' la via normale.
« - Sollecitate l'informazione che attendo personalmente
da Mons. Carol ».
Don Franco che aveva copia delle lettere inviate in
precedenza da Suor Elena a S. E. sull'argomento, e conosceva bene l'iter della
pratica, tramite la stessa segreteria di Mons. Carol, poteva rettificare con
precisione:
« Eccellenza Rev.ma Le sono grato per la lettera del
28 u.s. Mi sono recato, con essa, all'ufficio di Mons. Carol; mi è stata
rimessa, a firma del Segretario, la risposta che accludo. Per Mons. Carol, la
questione è chiusa; han tutto rimesso nelle Sue mani. La M. Generale, Suor
Elena Aiello, dispone, mi risulta, di altri nominativi (non suore, ma facenti
parte dell'Istituto), con il titolo richiesto.
« Per il mio interessamento, attuale, - di cui
parlai a voce con l'Eccellenza V. - nulla ho scritto alla M. Generale, delle
informazioni avute e della preghiera a Lei da me trasmessa.
« Per il passato, non è possibile esporLe per
lettera quanto dovrei; mi riservo di farlo a voce, se l'Eccellenza V. lo
desidera, alla prima occasione...
« Veda, Eccellenza; le altre Suore non hanno un
Assistente Pontificio che, per mandato della S. Congregazione, avochi tutto a sé,
come lo hanno le Suore Minime nella persona del Rev.mo P. Bonaventura da
Pavullo... ».
La M. Generale, da parte sua, il 9 ottobre 1956 cosí
scriveva a S. Ecc.:
« Eccellenza Reverendissima, accludo le altre due
copie dei diplomi richiesti - Per Carolei la Signorina Franca Turano che fa
parte della nostra Comunità, per S. Fili la Signorina Flora Alcise. Le altre
due copie dei diplomi delle Suore: Suor Crocifissa Vetere e Suor Rita Osso,
sono state inviate alla Eccellenza Vostra in data 1.6.1956 che già sono in
possesso della Federazione Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia. Le accludo
altre 4 copie dei diplomi che 1'Ecc. Vostra può conservare nell'Archivio; come
pure copia conforme del riconoscimento dell'Asilo S. Francesco di Paola - S.
Fili, riconosciuto il 23 11.1939 e S. Luigi Gonzaga Carolei, riconosciuto il
2.12.1938.
« Per i suddetti Asili sono stati iscritti n. 50
bambini a S. Fili e n. 55 a Carolei.
« Pertanto mi affido alla bontà dell'Ecc. Vostra
Rev.ma affinché i predetti asili siano aperti al piú presto possibile perché
la popolazione aspetta.
« Prostrata al bacio del S. Anello imploro la S.
Benedizione dev.ma ».
Anche questa partita finiva positivamente. Con vero
calore invece le Suore erano accolte a Pentone (Diocesi di Catanzaro).
Il Parroco cosí ne scriveva alla M. Generale
(11.2.1952):
« Rev.ma Madre, « L'ingresso delle Sue Suore a
Pentone è stato un avvenimento, che rimarrà incancellabile nella mente e nel
cuore di tutti.
« La manifestazione di giubilo e di simpatia per le
Suore, riuscita spontanea ed entusiastica, è stata la prova piú evidente della
fede religiosa di questo popolo, di cui indegnamente sono Padre e Pastore.
« Le Sue Figlie, che Lei affida alle mie cure spirituali,
formeranno la porzione piú cara e prediletta del mio gregge, e quindi saranno
custodite e protette con la massima premura e attenzione.
« La nostra dolce Madonna di Termine benedica il
loro lavoro, perché possa produrre frutti abbondanti di bene all'infanzia e al
popolo.
« Siamo piú che certi che la presenza delle Sue
ottime Suore porterà nella Parrocchia un maggiore risveglio di vita religiosa
per la gloria di Dio e per la salute delle anime.
« Ringraziandola della sua particolare benevolenza
e del dono tanto gradito, Le porgo il mio cordiale saluto e la mia piú profonda
riconoscenza, in unione di preghiere.
Dev.mo in G.C. Sac. Virgilio Tarantino Arciprete ».
E il 31.7.1955 inviava alla M. Generale una relazione
accurata sulla benefica attività delle Suore, nel triplice campo: asilo-cura
delle orfanelle, apostolato nell'Azione Cattolica e insegnamento della Dottrina
Cristiana in Parrocchia. L'acquisto della casa di Roma, concluso personalmente
dalla M. Generale nel 1957, fu preceduto da tutta una lunga serie di
tentativi, compiuti a dir poco a partire dal 1948. Tramite altri conoscenti e
Don Franco tentò a Via di Porta Latina, a Viale Cortina d'Ampezzo, nei pressi
di Via Gallia (accanto alla Parrocchia), e in ultimo ad Acilia: circa 11
ettari con una casetta.
In una lettera del 22.1.1951 la M. Generale cosí
scrive:
«Rev.mo Don Franco, Rispondo subito alla vostra
ultima per informarvi che proprio ieri, mi ha scritto la Signorina Maria Di
Marco dicendo che la Signora B. vuole per la casa (nei pressi di Via Gallia)
venti milioni e diversi dei quali all'atto di possesso.
« Questo mi ha molto sorpreso perché nella sua
ultima diceva che per quattordici milioni era disposta a darla, nell'atto della
vendita le dovevamo dare due milioni e il rimanente dopo dieci anni. Per
assicurarvi meglio vi potete informare dalla Signora B. Se risulta a verità
quello della Signorina Maria, bisogna bussare a qualche altra porta.
« So da fonte sicura che le case servite durante
l'anno Santo sono in vendita pagando una certa somma per diversi anni. Vedete
ancora con l'On. Foderaro per la casa del Fascio. Con i presenti fogli bianchi
ve ne potete servire per fare la domanda.
« Vi accludo nella presente quanto mi avete chiesto
a riguardo della nostra Congregazione: l'elenco del numero delle Suore, quello
delle case aperte e quelle prossime ad aprire, vi mando anche l'attività
svolta dall'Istituto che da ciò potete rilevare tante cose.
« Vi mando questo indirizzo dove vi potete rivolgere
a questo Avvocato per avere qualche villino che si paga mensilmente.
« Voglia il Signore appagare i nostri desideri. «
Gradite gli ossequi della Vicaria. Vi bacio la mano.
« Bacio la mano anche a Mons. Sposetti ».
La difficoltà qui era la mancanza del denaro, e
l'ottimo principio di non contrarre grossi debiti. Finalmente, Suor Elena poté
disporre del denaro: la Signorina Manes, costruita la casa di Ricovero per i
vecchi a S. Fili, mise a disposizione dell'istituto lire 10 milioni, per il
suo funzionamento. La M. Generale assunse su di sé l'impegno e l'onere del
sostentamento dei ricoverati, e ottenne dalla benefattrice di poter usare la suddetta
somma per acquistare una casa a Roma.
Ancora a metà novembre 1957 si pensava all'acquisto
del terreno ad Acilia, ma per raggiungere la cifra richiesta erano necessari
altri 10 milioni.
Il 13.11.1957 Suor Elena cosí scriveva a D. Franco:
« Giorno 5 c. m. sono andata a San Lucido per
l'inaugurazione dell'ospizio dei vecchi; grazie a Dio è riuscita una bellissima
festa.
« Giorno 7 c. m. è venuto il rev.mo Padre Bonaventura
il quale si è recato dal Vescovo per far presente la situazione delle ex Suore
M. e L. M.; gli ha fatto anche un esposto di cui in appresso vi manderò la
copia.
« Padre Bonaventura m'incarica di pregarvi come
poter trovare la forma per contrarre il mutuo di 10.000.000 onde poter
acquistare la proprietà di Acilia.
« Ci siamo messi d'accordo con il Padre Assistente
che quando si farà lo strumento della Proprietà di Acilia verrà a Roma.
« Sarei venuta subito, ma il Signore vuole che io
debba soffrire, mi trovo con una foruncolosi dietro le orecchie e per
conseguenza non posso viaggiare; se mi sento meglio conto di venire il 21 o il
22 c. m.
« In pari data ho avvisato anche la Signora
Campanari.
« Assicurandovi il mio ricordo nella preghiera per
tutte le vostre intenzioni, vi bacio la mano assieme alla Vicaria Dev.ma Suor
Elena Aiello « P.S. - Il Padre Provinciale si trova a Roma, cercate di mettervi
d'accordo per portarlo a vedere la proprietà di Acilia».
Il 21 novembre Suor Elena venne a Roma, ospite delle
Suore di S. Brigida, in Via delle Isole, accompagnata da Suor Imelda e da Suor
M. Francesca; come al solito, inferma.
Scartò la proprietà di Acilia, non riuscendo tra
l'altro ad avere il mutuo suddetto e concluse invece l'atto di acquisto della
casa di Via dei Baldassini: un isolato ben recinto, di 3 piani, con un po' di
terreno intorno, potendo offrire i dieci milioni disponibili e assumendo
l'onere di estinguere un mutuo già esistente.
L'approvazione ecclesiastica (1940-1948)
« E' di somma importanza per la storia dell'Istituto,
- è scritto nella relazione del 1° Capitolo Generalizio - ricordare
l'approvazione ecclesiastica della nostra Congregazione, con riconoscimento
canonico e giuridico da parte della Chiesa e dello Stato ».
Abbiam visto come S. Eccellenza Nogara pensasse a
dare all'opera di Suor Elena la veste giuridica di congregazione canonicamente
eretta di diritto almeno diocesano. E' questo il primo passo, per poi ottenere
quello della stessa S. Sede, col riconoscimento di diritto pontificio. E' il suggello
dell'autorità ecclesiastica; direi l'autentica che dona prestigio alla giovane
Opera e ne rafforza ed incrementa la vitalità.
Suor Elena raccolse il pensiero del morente
Arcivescovo e appena il nuovo eletto Mons. Aniello Calcara, prese possesso
dell'Arcidiocesi (ottobre 1940) e incominciò a mostrare interessamento per
l'Istituto, gli rivolse espressamente e fervidamente la preghiera di concedere
ad esso il riconoscimento canonico.
Se ne interessava intanto, come poteva, don Franco.
Capitato a Roma nel 1941, egli ebbe occasione di essere ricevuto da S.
Eminenza il Card. Cremonesi, al quale, con molto ardore, parlò dell'Istituto
di Suor Elena, e chiese se era possibile ottenerne l'approvazione da parte
della S. Congregazione dei Religiosi.
S. Eminenza, tanto benevolmente, annuí: « Mi porti
i documenti necessari ».
Appena poté rientrare a Cosenza, don Franco, tutto
lieto, riferí a Suor Elena il colloquio avuto con il Card. Cremonesi e
l'insperata conclusione.
La M. Generale, con un certo imbarazzo, gli rispose:
« Il nostro Arcivescovo si è già offerto di portare personalmente a Roma,
alla S. Congregazione, tutti i documenti. Sarebbe indelicatezza... ». Come
di consueto, don Franco non insisté: « Madre, faccia come crede », fu la sua
risposta. « L'interessante è ottenere lo scopo ».
Passarono cosí circa tre anni. La Madre rinnovò
di tanto in tanto, sempre molto discreta, la preghiera a Sua Eccellenza, perché
volesse sollecitare da Roma la pratica riguardante la tanto sospirata
approvazione.
Preoccupazione piú che legittima, perché in caso di
morte della Fondatrice, mancando il riconoscimento giuridico, cui deve
precedere l'approvazione ecclesiastica, potevano essere dispersi o comunque
gravati di tasse ingenti gli immobili dell'Istituto; e la stessa opera rimanere
alla merce dell'Ordinario.
D'altra parte, la guerra con le sue devastazioni,
con le difficoltà di ogni genere, sembrò piú che sufficiente a spiegare da
sola il perdurante silenzio.
Ma ripresi i contatti normali dal 1945 in poi,
l'attesa cominciò ad impensierire Suor Elena, che si rivolse a don Franco.
Questa volta, però, quasi con una vena di
incertezza: « Vedete, se potete informarvi presso la S. Congregazione, della
nostra approvazione ».
Anche quando si tratta di approvazione rilasciata
dal Vescovo nella cui Diocesi è sita la Casa Madre di una nuova congregazione,
è sempre necessario che la S. Congregazione dei Religiosi dia il
nulla-osta.
Nel nostro caso, si trattava appunto di avere il
nulla-osta da Roma, perché l'Arcivescovo potesse dare il decreto con cui
l'Istituto di Suor Elena veniva eretto a Congregazione di diritto diocesano, e
quindi potesse ottenere il riconoscimento giuridico (ente morale), da parte
dello Stato.
Don Franco ebbe occasione di conoscere il Card.
Lavitrano, allora Prefetto della S. Congregazione dei Religiosi e lo pregò
per la pratica riguardante l'Istituto delle Suore Minime. « Da alcuni anni S.
Ecc. l'Arcivescovo ha portato personalmente a codesta S. Congregazione tutti i
documenti necessari ».
S. Eminenza promise tanto benevolmente che si sarebbe
interessato della cosa.
Alla distanza di due mesi, don Franco ebbe occasione
di incontrare S. Eminenza e, accompagnandolo, di pregarlo ancora per
l'Istituto delle Suore Minime.
Il Card. Lavitrano apparve meravigliato e dispiaciuto,
perché nessuna risposta fosse stata data dalla S. Congregazione al riguardo. «Vada,
a nome mio, da Mons. Sposetti.
Don Franco conobbe cosí Mons. Roberto Sposetti.
L'accoglienza fu piú che benevola.
« Veda, ho qui sul tavolo, il Suo esposto, col
biglietto di S. Em. il Card. Lavitrano.
« Ma qui in Congregazione non c'è niente altro. Ho
fatto guardare in archivio ecc.; abbiamo perduto del tempo inutilmente ».
« Invece di stare lí incantato, si segga e scriva
quali documenti sono necessari ». Finito di dettargli (e si trattava di ben
11 numeri), continuò: « Scriva alla Madre che prepari questi documenti e me
li spedisca, - se crede - tramite la Curia... ».
E, difatti, dopo reiterate sollecitazioni, finalmente
la Curia trasmise la maggior parte dei documenti, trattenendone (chi sa perché)
due o tre. Questa volta, la S. Congregazione chiese d'ufficio i documenti
indebitamente trattenuti e poté cosí procedere.
Le lettere intercorse per circa un anno tra le città
dove don Franco insegnava, Roma e Cosenza, formerebbero da sole un bel
documento, abbastanza istruttivo.
Ecco il testo del Decreto, inviato direttamente dalla
S. Congregazione dei Religiosi alla M. Generale.
N. 207-46 C-139 Decreto.
« La Superiora con il suo consiglio generale delle
Suore Terziarie Minime della Passione di N. S. G. C. della Diocesi di Cosenza
espone alla Congregazione dei Religiosi, che il suo Istituto abbastanza
sviluppato e diffuso in alcune diocesi lavora efficacemente per il bene della
cristiana Società.
« L'Istituto oltre il fine generale della santificazione
delle Suore con l'osservanza perfetta della vita comune e dei voti semplici di
obbedienza, castità e povertà a norma dei S. Canoni e Costituzioni, ha il
fine speciale di raccogliere in case adatte le bambine orfane ed abbandonate,
perché siano educate cristianamente ed apprendano i lavori domestici fino a
quando possano procacciarsi un onesto sostentamento.
« Poiché molto giova alla maggiore santificazione
delle Suore ed all'incremento ed all'attività delle opere, alle quali le
Suore sono preposte, se la S. Sede si benignasse di approvare il medesimo
Istituto, l'oratrice lo domandò insistentemente, presentando speciali
Costituzioni, e munita di lettere commendatizie dei vari Ordinari interessati.
« La Sacra Congregazione dei Religiosi avendo
esaminato opportunamente ogni cosa e specialmente il consenso degli Ordinari
diocesani, come si è detto sopra, ed il voto favorevole della Commissione dei
Rev.mi consultori, con questo decreto, eleva l'Istituto delle Suore Minime della
Passione di N. S. G. C. a Congregazione di diritto Pontificio, a norma della
prassi, della S. Congregazione e delle Costituzioni, che vengono dichiarate
dalla S. Congregazione, ed un esemplare delle stesse Costituzioni viene
custodito nell'archivio della Sacra Congregazione, sempre restando fermi i
diritti degli ordinari locali, nonostante qualunque cosa contraria.
« Dato a Roma, dalla Segreteria della S. Congregazione
dei Religiosi il 2 gennaio 1948.
Luigi Cardinale Lavitrano-Prefetto F.L.E.
Pasetto-Segretario ».
Suor Elena, a letto, ricevette la lieta comunicazione
e in una visita occasionale fattale da S. E. gliela mostrò. « Ci è pervenuta
questa bella notizia ». Le fu risposto che era una stupida: quel foglio di
carta non aveva valore alcuno, finché non fosse intervenuto il riconoscimento
canonico diocesano.
Nella relazione suddetta, leggiamo:
« A tale inaspettata notizia dell'approvazione
Pontificia tutti rimasero commossi, tanto che lo stesso nostro Arcivescovo volle
manifestare questa incontenibile commozione dell'animo suo con la seguente
lettera:
« Cosenza 21 febbraio 1948 Alla molto Rev.da Suor
Elena Aiello Superiora Generale delle Terziarie Minime della Passione di
N.S.G.C.
Cosenza « Innalziamo fervidi ringraziamenti al
Signore. « Con lettera in data 17 febbraio 1948, n. 207-46, la S. Congregazione
dei Religiosi mi comunica il Decreto di approvazione delle Costituzioni e della
Congregazione delle Terziarie Minime della Passione. Decreto che porta la data
del 2 gennaio 1948, n. 207-46 C. 139.
« C'è dunque, davvero da ringraziare il Signore
con tutto lo slancio dell'anima, per l'accoglimento delle mie reiterate
istanze.
« Fin da quando venni a prendere il governo di
questa Arcidiocesi, ebbi in animo il raggiungimento di questo scopo, perché
vidi il grande bene che avrebbe potuto fare la Congregazione delle Terziarie
Minime della Passione; e perciò fu mia costante premura perfezionarne la disciplina
interna con l'opera di Direttori zelanti e di promuovere una formazione sempre
piú completa, religiosa e culturale, delle Suore.
« Per rendere possibile l'approvazione, un'altra
cosa si stimava indispensabile, cioè l'allargarsi dell'attività dell'Istituto:
di qui il mio incoraggiamento ad aprire numerose case in Diocesi,
incoraggiamento seguito con lodevole zelo dalle due Fondatrici, Suor Elena
Aiello e Suor Gigia Mazza.
« Questa approvazione della S. Sede giunge anche
come un meritato premio alla loro santa perseveranza in un'opera che non è
stata senza difficoltà in un ventennio di assidue e premurose fatiche.
« Per tutte queste ragioni che io faccia la consegna
del Decreto in una solenne funzione, con l'intervento di tutte le Suore delle
diverse case, in giorno prossimo da stabilirsi; e che la funzione si chiuda con
un Te Deum di ringraziamento a Dio, che ha riserbato a me e alla Congregazione
delle Terziarie Minime della Passione, e particolarmente alla loro Madre Generale,
una cosí eletta consolazione.
« Come auspicio di molte e grandi grazie dal Signore
mando alla Madre Generale, alla Madre Vicaria e a tutte le Suore una mia
particolare paterna benedizione.
L'Arcivescovo di Cosenza + Mons. Aniello Calcara ».
L'istituto ottenne quindi il riconoscimento giuridico, con Decreto Presidenziale
dell'8-7-1949, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 189, del 30 agosto 1949.
La « proclamazione », fatta, come abbiam visto, cosí
solennemente per espresso volere di S. Ecc. l'Arcivescovo e da lui medesimo,
dinanzi alle Autorità e a numerosi benefattori esultanti, poteva apparire una
benefica conclusione definitiva delle passate incomprensioni, o, per lo meno,
poteva lasciar sperare una diuturna tregua che, a poco a poco, avrebbe
eliminato ogni malinteso.
Il riconoscimento della S. Sede sembrò invece
suscitare un sentimento quasi di rivalsa: agire come se nulla fosse cambiato, e
nulla fosse stato concesso da Roma.
Le stesse colonie estive che, iniziate - come vedremo
- da Suor Elena nel 1946, raggiunsero ben presto un grande e fruttuoso sviluppo,
causarono nel 1948 nuovi dispiaceri ed umiliazioni a Suor Elena.
Tali motivi indussero la S. Congregazione dei
Religiosi, tramite l'interessamento di Mons. Sposetti (accuratamente edotto
dalla M. Generale
e da Don Franco) a dare alla Congregazione delle
Suore Minime un Assistente Pontificio. La scelta cadde sul rev.mo P. Giuseppe
Manzo S. J.
La S. Congregazione in data 7-11-1949 lo « designa
e stabilisce, date speciali circostanze, come Assistente Religioso di detto
Istituto per quanto vorrà la S. Sede.
E' ufficio del Revmo Assistente ordinare principalmente
le condizioni economiche dell'Istituto a norma dei SS. Canoni e delle
Costituzioni col consiglio e con la vigilanza, prestare aiuto alla Superiora
Generale e alle sue Consigliere negli affari di maggiore importanza e ogni anno
riferire a questa S. Congregazione sulle condizioni dell'Istituto ».
Le « circostanze speciali », da noi accennate
finora, appariranno sempre meglio nel seguito di questi appunti.
L'Assistente Pontificio era il portavoce ufficiale
della S. Congregazione dei Religiosi. L'Istituto aveva d'ora innanzi la
possibilità di portare a Roma i problemi sorti « in loco », le difficoltà
opposte al suo sviluppo; ne abbiam visto qualche esempio per l'erezione di
alcune Case.
La nomina dell'Assistente Pontificio portava, oltre
al resto, un beneficio immediato e di non lieve entità: era la fine dei «
direttori » nominati da S. Eccellenza.
Nel testo da noi trascritto, questi cosí ne parla:
« e perciò (visto, cioè, il gran bene che avrebbe
potuto fare la Congregazione delle Suore Minime) fu mia costante premura
perfezionare la disciplina interna con l'opera di Direttori zelanti... ».
Agl'inizi del 1941, S. Ecc. aveva nominato a tale
incarico il P. Vincenzo Donnarumma, Superiore dei PP. Minimi a Cosenza. Il
28-12-1944, seguí la nomina del P. Francesco Saragò, che rimase a Cosenza fino
al 1947. Quindi, ritornò nel medesimo incarico il P. Donnarumma, fino alla
nomina dell'Assistente Pontificio.
L'azione del P. Saragò, religioso esemplare per pietà
e dottrina, fu, sotto ogni aspetto, benefica per l'Istituto: oltre tutto, era
un valido aiuto contro gli ostacoli esterni; consigliere esperto e sicuro per le
difficoltà che si affacciano nella vita di ogni comunità.
L'Istituto, sotto la guida illuminata di Suor Elena,
procedeva infatti spedito e regolare nel suo corso, irrobustendosi sempre piú e
sviluppandosi sotto la visibile protezione della Provvidenza. Bastava non
ostacolarne il cammino. E, al riguardo, il P. Saragò agí in sua difesa, pur
nei limiti della sua posizione, senza « accezione di persone » e umilianti
compromessi.
Il P. Donnarumma, invece, talvolta si lasciò
intimidire; e, forse per debolezza di carattere, mosso da vedute di opportunità,
recitò in molte occasioni la parte di Don Abbondio, finendo con l'avallare
l'ingiustizia.
In particolare nei due anni 1947-49, arrivò a farsi
il portavoce dei suggerimenti che miravano a scardinare l'Istituto,
incominciando col minare l'autorità della M. Generale; come, ad es., quello
di intestare i beni dell'Istituto a un altro ente'; e l'altro di invitare Suor
Elena a mettersi da parte. E lavorò in tal senso, anche dopo l'approvazione
della S. Sede: cercando di mettere qualche giovane suora inesperta in contrasto
con la M. Generale.
Non c'è cosa che piú addolora, il vedere un
estraneo entrare a far da padrone nella propria casa, apportandovi i semi della
indisciplina, della discordia; costatare in chi avrebbe dovuto essere angelo
tutelare del bene, lo strumento sia pure inconscio del turbamento.
In queste circostanze, rifulse l'energia, l'intelligenza,
e principalmente la virtú di Suor Elena, che, pur molto soffrendone, seppe
conservare la disciplina, il consueto affiatamento nella comunità,
neutralizzando e superando l'azione disgregatrice del « direttore ».
La prova dimostrò inoltre la salda formazione
religiosa e la bontà essenziale delle Suore, che attendevano con serietà al
loro lavoro assiduo, nella Casa Madre, fedeli e devote alla loro Madre
Generale; soffrendo anzi per le umiliazioni di cui essa era oggetto.
Finalmente anche questo tormento cessò. Il rev.mo P.
Manzo prese contatto con Suor Elena, si rese conto della vita dell'Istituto, e
ne fu entusiasta. Trovò nella Madre Generale una docilità che contrastava
assolutamente con la « caparbietà » e la « disobbedienza » di cui parlava
chi doveva trovare una giustificazione ai propri errori e ai propri arbitri.
Do come semplice saggio dei rapporti tra la Madre
Generale e il P. Manzo le seguenti tre lettere.
« Rev.mo Assistente Pontificio P.G.M. Napoli
« Rev.mo Padre, ho ricevuto la Sua del 14 c. m. e La
ringrazio di tutto il bene che fa per la nostra nascente Congregazione.
« La relazione del nostro Istituto era già pronta
fin dall'ottobre u. s., ma le diverse e molteplici preoccupazioni per i fatti
incresciosi di S. Sisto mi hanno fatto ritardare di inviarla alla P. V.
« Le copie legali degli atti di donazione o compera
delle case sono accluse nella presente.
« A riguardo del Comm. Antonio Stigliano debbo
dirle che ancora non si è concluso nulla a causa di non buone relazioni fatte
dal D. M. di Montalto e dall'A. di Cosenza.
« Della casa di Castrolibero ho soltanto l'atto di
compromesso dato che per mancanza dell'ultima quota di danaro (L. 300.000) non
abbiamo potuto fare ancora l'atto di donazione. I proprietari di detta casa
sono tanto bravi che le Suore non hanno da pagare nessun interesse per detta
somma. La casa è di nostra proprietà. A Bucita poi stiamo ancora nella solita
casa perché la famiglia Mazza non ha terminato il lavoro di divisione
dell'eredità.
« I lavori di restauro della casa di Paola, grazie
a Dio, incominceranno subito. Per il Convento di S. Chiara ho fatto tutte le
pratiche presso
il Provveditore di Catanzaro per fare incominciare
i lavori al piú presto.
« La casa di Marano non è di nostra proprietà,
ma vi è l'amministrazione; vicino a detta casa vi è un pezzo di terreno di
circa 5 tomolate che ne usufruiscono le Suore, hanno anche un mensile di 12.000.
« Le posso assicurare che le Suore vivono bene su
tutti i punti di vista. Riguardo alla casa di Pietrapaola, 1'11 maggio vanno due
Suore per preparare la casa per poi mandare quelle di Comunità. Il mensile
delle Suore è di 5.000 per ciascuna.
« Per S. Mango d'Aquino prima di aprirla bisogna
pensarci bene perché la casa non è idonea per una comunità di Suore.
« Il resoconto finanziario è dall'ottobre 1950
a quello 1951. Se poi V. P. lo vuole fino ad oggi, la
prego di scrivermi di nuovo.
« Le accludo nella presente anche le relazioni di
tutte le nostre case filiali.
« Non mancherò di continuare a pregare per la
vostra paternità e che il buon Dio la faccia vivere per molti e molti anni
ancora.
« Gradisca Rev.mo, i miei sentiti ossequi, anche
da parte della Madre Vicaria e di tutte le Suore, bacio la mano chiedendo la S.
Benedizione. Dev.ma in G. C.
Suor Elena Aiello Sup. Generale ». Ed ecco due
lettere del P. Manzo.
Napoli, 5-5-52 «Rev.ma M. Generale, ho ricevuto il
plico raccomandato ed assicurato insieme con la Vostra lettera, che conteneva
le dovute spiegazioni.
Vi ringrazio e mi congratulo del molto bene che fanno
le vostre Suore in tutte le case del vostro Istituto.
Vi prego di mandarmi, con sollecitudine, l'elenco
delle case, nelle quali vi è l'Orfanotrofio e il numero delle orfanelle di
ciascun Orfanotrofio.
Raccomandatemi al Signore.
Tanti saluti anche alla Madre Vicaria. Insieme con
Lei vi benedico, con tutto il cuore Padre Giuseppe Manzo Assistente Pontificio
»
Napoli, 8-3-52 «Rev.ma Madre, Rispondo, con alquanto
ritardo, alla Vostra del 27 dello scorso mese, perché sono stato sempre in
giro a Roma per il mio ufficio di Visitatore Apostolico.
Sono contento che il Padre Pasquale De Florio dei
Liguorini abbia dato gli esercizi alle Novizie che dovevano essere ammesse alla
Professione.
Ho ricevuto la bella immaginetta-ricordo delle
nuove nove professe. Nel ringraziarle, mi congratulo con esse che hanno
ascoltato la voce dello Sposo Divino che le invitava e si sono consacrate
completamente a Lui, e auguro loro di essere spose fedeli di Gesú fino alla
morte.
Mi congratulo poi vivamente con Voi per l'apertura
della prima casa fuori Diocesi a Pentone. E' un notevole progresso fatto dalla
Vostra Congregazione. Sia ringraziato il Signore.
Non trovo difficoltà che mandiate le Suore prima a
S. Mango d'Aquino e poi in seguito a Rossano.
Per la metà dell'entrante settimana (nella prima
metà sarò fuori di Napoli) fatemi sapere se avete avuto il permesso scritto
dall'Arcivescovo di aprire la casa a S. Sisto, essendo trascorsi dal 27 del
mese scorso parecchi giorni. Coraggio e fiducia nel Signore. Le Opere di Dio
sono sempre le piú combattute.
Pregate per me che vi benedico, con tutto il cuore.
P. Giuseppe Manzo Ass. Pontificio ».
In quello stesso anno, al re.mo P. Manzo, cui l'età
incominciava a rendere penoso lo spostarsi per l'Italia e l'attendere ai
diversi incarichi, successe come Assistente Pontificio, il rev.mo P.
Bonaventura.
Il documento relativo, trasmesso alla M. Generale,
è di tale tenore:
« Sacra Congregazione dei Religiosi N. 721-49
« La Sacra Congregazione dei Religiosi tenendo
conto della particolare situazione in cui si trova la Congregazione delle
Suore Minime della Passione, la di cui Casa Madre è nella Città di Cosenza,
ha decretato di stabilire,
come con questo decreto stabilisce, il Rev.mo Padre
Bonaventura da Pavullo, Assistente Religioso del medesimo Istituto con la
facoltà annessa a codesto Ufficio.
Pertanto spetterà all'Assistente Religioso, con
opportuno Consiglio e diligente cura assistere e dirigere il Governo Generale,
nella direzione della Congregazione. Se ocorresse però qualche negozio di
maggior momento non sarà nella potestà dell'Assistente Religioso
provvedervi, ma si dovrà ricorrere a questa S. Congregazione. Non ostante
qualsiasi cosa in contrario dato da Roma il 30-9-1952.
P. Arc. Larraona Segretario ».
Al P. Bonaventura è toccato di continuare
nell'incarico suddetto. Quali siano i sentimenti del suo animo verso Suor Elena
e la sua Opera è indicato abbastanza dalla lettera inviata alle Suore in
occasione della morte della loro fondatrice, madre e superiora, e da noi
riportata all'inizio.
Nella relazione al 1° capitolo generalizio in modo
abbastanza conciso e pur tanto significativo, subito dopo aver riferito la
lettera circa « l'approvazione della S. Sede, è detto:
« Essendo sorta, in seguito, fra 1'Ecc.mo Arcivescovo
di Cosenza ed il Consiglio Superiore dell'Istituto, disparità di giudizio sul
valore giuridico del su citato decreto, affermando da un lato Sua Ecc. Revma
che con quello la Congregazione delle Suore Minime della Passione non veniva
riconosciuta di diritto diocesano; mentre il contrario ritenendo il Consiglio
Generalizio, che non solo veniva con quel decreto la Congregazione costituita
di diritto diocesano; ma addirittura di diritto pontificio, o quasi, la S. Congregazione
dei Religiosi invitata ad esprimersi in merito, con suo venerato documento
dell'8 giugno 1956 N. 721/49/C. 139 inviato all'Ecc.mo Arcivescovo con
l'incarico di darne poi comunicazione alla Rev.ma Madre Generale, derimeva il
dubbio cosí:
1) L'Istituto delle Suore Minime della Passione è
certamente Congregazione Religiosa di diritto diocesano a norma del Can. 488,
n. 3. La concessione, infatti, del Pro-Decreto, non ha solo un aspetto
meramente civile, ma implica un'appositio manum Sanctae Sedis che supera anzi
gli estremi richiesti dal Can. 492.
2) Manca tuttavia il " decreto di lode ".
3) Qualora non sia stato fatto, venga convocato il
Capitolo Generale a norma delle Costituzioni e del Diritto Canonico ».
D'altra parte, bastava la presenza dell'Assistente
Pontificio a dimostrare che qualcosa senz'altro era intervenuto di nuovo col
pro-decreto della S. Congregazione.
La Provvidenza disponeva che, non ostante tutto,
l'avversità continuasse. Certo chi ne risentiva, giorno per giorno, i duri
contraccolpi era principalmente e quasi esclusivamente Suor Elena. Una pausa
si aveva soltanto nei brevi periodi di permanenza di don F. a Cosenza, tre o
quattro volte durante l'anno.
Quindi, ogni occasione era buona per sminuire
l'Istituto delle Suore Minime e la sua fondatrice. In particolare si insisteva
nel trattarle come « foglie in balia del vento », denegando ogni valore al
riconoscimento ottenuto. E' l'assunto, epresso irosamente - come abbiam
riferito - alla prima lettura del suddetto decreto.
La M. Generale, ormai da tempo costretta quasi
sempre a letto, ne soffriva immensamente; ma ergendosi in difesa delle sue
figlie, ribatteva con energia l'assurda e continua campagna denigratrice. Già
parecchie volte, ragguagliandone Don Franco aveva espresso di recarsi a Roma,
per far presente (se fosse stato possibile) a Sua Santità l'incresciosa
situazione. Si decise, infine, nell'ottobre 1953.
Prese alloggio, per qualche giorno, presso le Sig.ne
Di Marco (Via Gallia). Lí don Franco condusse per visitarla, il prof. Giacomo
Giangrasso;
il gonfiarsi degli arti, fino al ginocchio, in maniera
cosí preoccupante, poteva far pensare a qualche frattura o, comunque, a qualche
causa che doveva eventualmente essere definita e tolta. Il prof. Giangrasso la
volle ricoverare presso la Clinica « Salvator Mundi n, dove si sarebbe
proceduto con ogni comodità alle varie analisi, all'esame radiologico.
Suor Elena rimase in quella clinica dal 28 ottobre
al 9 novembre.
Non fu riscontrato nulla di patologico; il gonfiamento
e le sofferenze agli arti erano causate dai fori dei piedi. Niente da fare.
Eppure Elena non poteva reggersi in piedi, senza
essere aiutata.
Appena in Clinica, Suor Elena che pensava soltanto al
modo di allontanare la nebbia che aduggiava pesantemente la sua giovane congregazione,
ripeté a don Franco, questa volta, a viva voce la sua determinazione di esporre
umilmente, di far pervenire a Sua Santità la scarna descrizione dei fatti.
A tale scopo, ella aveva portato con sé la necessaria
documentazione.
Il sacerdote, dopo avere attentamente considerato
ed essersi consigliato da persona piú che prudente ed autorevole, si recò in
Segreteria di Stato, facendo presente il desiderio, la preghiera dell'umile
Suora.
L'illimitata fiducia di Suor Elena nella Sede
Apostolica ricevette in quell'occasione un vero premio. S. Ecc. Montini (il
Sommo Pontefice Paolo VI) allora Pro-Segretario di Stato di Sua Santità,
andò personalmente a sentire questa figlia di S. Francesco di Paola, venuta
dalla Calabria, non per cercare un rimedio (che ben sapeva inesistente) alle
sue sofferenze fisiche, ma per invocare protezione e difesa per le sue Figlie,
per la sua Opera, e perché fosse rispettato il decreto della S. Congregazione
dei Religiosi.
S. Ecc. Montini s'intrattenne per piú di venti
minuti, ascoltando attentamente Suor Elena che, dal suo letto, espose col cuore
sulle labbra, l'incresciosa (e quasi incredibile) situazione perdurante
ormai da anni, nei rapporti con S. E.
Non è facile descrivere, illustrare, la forza di
quel linguaggio, di quella eloquenza spontanea, mentre l'anima limpida e ardente
scintillava in quelle pupille che davano l'impressione di penetrare e di
leggere nel vostro interno.
S. E. Montini si rese subito conto delle ragioni
della Suora e le promise che la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Sua
Santità ne sarebbe stato edotto.
Chiese infine che gli fosse rimessa la relativa
documentazione. « Non ha nessuno, qui, a Roma, cui affidarla? ». « C'è il
prof... » rispose subito Suor Elena ». E cosí don Franco, dopo alcuni giorni,
consegnò bene ordinata, in nove punti ben distinti, la documentazione a sua
disposizione, accompagnandola con una lettera (Roma 15 nov. 1953).
In essa faceva presente che la stessa documentazione
era stata già presentata alla S. Congregazione dei Religiosi dal Rev.mo P.
Giuseppe Manzo S. J., il quale, per incarico del medesimo Sacro Dicastero aveva
scrupolosamente esaminato sul posto i fatti, specie quelli riguardanti i casi di
S. Fili e di S. Sisto.
Che egli stesso, interessato dalla Superiora Generale
e dal P. Manzo, aveva interposto la sua modestissima opera presso l'Arcivescovo
di Cosenza, Mons. Baldelli, e le Sacre Congregazioni dei Religiosi,
Concistoriale e dei Seminari, nell'intento di vedere dissipati difficoltà e
fraintesi per il bene dell'Istituto che tanto amore riscuote presso la
popolazione, specialmente piú bisognosa, di Cosenza.
E concludeva: « La Madre Aiello, per il mio sommesso
tramite, rinnova alla benevola comprensione della Eccellenza Vostra la piú
viva gratitudine che per sempre Le serberà davanti a Dio, mentre confida
ch'Ella, con il Suo autorevolissimo intervento, riuscirà a sollevare la
Famiglia religiosa delle Minime della Passione dal grave disagio nel quale da
anni si trova ».
Da una lettera, inviata da Suor Elena a S. Ecc.
Montini, copia della quale ella come di consueto trasmette al P. Assistente,
risulta ancora la benevolenza dimostrata da S. Eccellenza.
Ecco il testo della lettera: « Cosenza 9.6.1954
A Sua Ecc.,za Giovanni Battista Montini Segreteria di
Stato
Città del Vaticano Eccellenza Rev.ma, ho ricevuto la
Sua pregiatissima del 2 c.m. n. 324445 con il ricambio degli Auguri Pasquali e
La ringrazio delle Sue pastorali e confortanti espressioni che animano il nostro
spirito a sostenere, con forza e fiducia in Dio, quanto Egli dispone nello
svolgimento delle Sue Opere, per la nostra santificazione.
Con venerazione bacio la Sacra Destra ecc ».
Superando l'opposizione di alcuni (dello stesso Mons. Sposetti che avrebbe
voluto non si facesse nulla), dopo qualche mese, la S. Congregazione dei
Religiosi rimise la faccenda al P. Bonaventura, deputandolo come visitatore a
« mettere pace » tra S. E. e l'Istituto.
In una lettera del 30 gennaio 1954, la Madre Generale
informava don Franco: « Il P. Bonaventura, quando ha parlato con S.E. 1'A.
l'ha trovato molto aspro, quindi si vede chiaro che Mons. Sposetti lo aveva
informato di tutto...; ha ripetuto le stesse frasi, cioè: noi non siamo
ancora riconosciute e .che siamo sotto la sua dipendenza; che se noi vogliamo
aprire altre case fuori (Diocesi), abbiamo bisogno del suo permesso, anche se si
tratta della casa di Roma ».
Il P. Bonaventura doveva frenare l'impazienza e lo
slancio di don Franco e procedere secondo le direttive donategli. Agí
rettamente, secondo coscienza, e nel 1956 si ebbe la risoluzione della S.
Congregazione dei Religiosi, da noi sopra trascritta.
Di essa, S. E. dovette dare comunicazione alla M.
Generale: l'Istituto delle Suore Minime col Pro-Decreto del 1948 era senz'altro
piú di una semplice congregazione di diritto diocesano. La Diocesi era stata
superata dall'intervento della S. Sede.
S. E., tuttavia, continuerà, sia pure in tono minore
e ad intervalli sempre piú lunghi, a parlare dell'approvazione che egli
avrebbe dovuto ancora dare. Lo fece (e per l'ultima volta, ché dopo una
settimana circa, si spense) mentre il feretro di Suor Elena era appena arrivato
da Roma nella Cappella della Casa Madre e la comunità era come smarrita per
la perdita della sua grande Fondatrice. Dopo aver chiesto con una certa
irritazione, come si era ottenuto il seppellimento, lí nella Cappella, si
rivolse alla M. Vicaria, aggiungendo: « Ora che Suor Elena è morta, l'Istituto
è alle mie dipendenze » e accennò alla nomina di un direttore!
Le Suore, da questi pochi saggi, avranno conferma o
apprenderanno come la loro congregazione sia venuta su qual tenero virgulto tra
le spine, seguendo il cammino che la Provvidenza ha tracciato nel suo stesso
Figliolo a tutte le anime elette, a tutte le opere di bene: la via regia della
santa croce.
Ritorniamo a fissare lo sguardo su Elena Aiello, a
seguirne l'attività, la vita.
La storia di un'anima, come la storia spirituale di
un popolo, è cosí intima che è difficile a raccontarsi, e la sua parte
migliore è scritta dagli Angeli nel Libro di Dio. E i nostri sono appena dei
cenni.
La narrazione ci ha portato oltre; ma fra tante
altre, c'è qualcosa che piace rievocare.
Dal 1.8.1936 al 24.3.1939, proprio al tempo del
passaggio all'attuale Casa Madre, fu prefetto di Cosenza, il dr. Guido
Palmardita. Una sua figliola, Vera, dal nov. 1936 e per i pochi mesi (nel luglio
1937 morí a Roma) della sua permanenza a Cosenza, fu sempre vicina a Suor
Elena.
L'è che fin dai suoi primi contatti la giovane
eletta fu conquisa dalla semplicità, dalla virtú, dall'opera di Suor Elena:
e col padre, ne decantava le virtú e lo spirito di abnegazione: « Si era
immedesimata dell'ansia, delle preoccupazioni della Suora, per il
trasferimento dell'opera nascente in locali piú adatti; e insisteva: la
protezione, l'aiuto a Suor Elena, lo desidera Gesú per la salvezza di tante
creature derelitte; Suor Elena ha la passione, l'ardore, l'entusiasmo per esse
ed ascolta la voce del Signore. Qualunque cosa si faccia è sempre poco... ».
E' questo un appunto, datomi gentilmente da S. Ecc.
Palmardita, attualmente dimorante a Roma. Nel diario di Vera (nov. 1936)
leggiamo: « Io non so, darei tutto ai poveri, specialmente i bimbi mi fanno
tanta pena...
« Oggi sono stata dalla Monaca Santa; veramente
Santa è Suor Elena o meglio la sua opera. Care quelle bimbe, quanto sento di
amarle! E dire che alle volte mancano di pane, mentre c'è chi ne ha troppo.
Signore, pietà, pietà di loro e provvidenza per quelle piccole abbandonate,
che non conoscono il sorriso della mamma. Darei tutto per esse!».
« Dopo la scomparsa di Vera, tutti noi - continua
l'appunto - fummo piú vicini a Suor Elena. Eravamo edificati dall'ardenza del
suo cuore. Essa fu l'unico conforto per la desolata mamma di Vera ».
E quale conforto! « Fui personalmente in due venerdí
del marzo 1938, con il Questore, il maggiore dei Carabinieri e il Prof.
Santoro ai fenomeni straordinari: le doloranti ferite delle mani, dei piedi,
del costato, il sudore sanguigno, le vi-
sioni e la trasformazione immediata alla fine, con la
scomparsa del sangue, sul volto luminoso e raggiante ».
Riporto dalle brevi note conservate da S. Ecc.
Palmardita, alcune frasi di Suor Elena, durante il fenomeno: « Cosenza, 24
marzo 1938 « Ah! se mamma mettesse le sue lacrime nel costato e nel cuore di
Gesú! » (Suor Elena ripete a voce alta, quanto Vera che le appare beata, le
riferisce).
« Il Cuore di Gesú - Gemma Galgani e Vera con in
mano due gigli. Vera mi si avvicina, mandata da Dio per aiutarmi a sopportare
tante sofferenze, perché altrimenti ne morirei.
« Maria Maddalena ai piedi della Croce; Marta,
gli Angeli raccolgono le gocce di sangue ».
« 15 aprile 1938. Vuoi entrare con me nel Getsemani?
Devi soffrire per i peccatori... Il peccato d'impurità ha reso l'uomo
abominevole... Beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt.
« Gli Angeli s'appressano a Gesú e tendono le mani
per togliere il sangue aggrumato dai suoi occhi.
« Per essere perfetta (è Vera che le parla), devi
attraversare il deserto, prima di giungere alla terra promessa. Euge, euge.
Coraggio: ogni dolore è una fiamma che trafigge: ma il Signore - un giorno ti
farà risorgere alla gloria divina.
« Gesú dice: Padre perdona loro, perché non sanno
quello che fanno.
« Guarda le orecchie intrise di sangue, peste dagli
schiaffi, lacerate dalle spine. E le anime sono sorde, ostinate alla voce
della grazia.
« I soldati bestemmiano; nella destra, il buon
ladrone: " Ricordati di me quando sarai nel tuo regno
« Gesú è morto. Giuseppe, Marta, Maddalena,
Nicodemo preparano il lenzuolo per avvolgere Gesú ».
« Il soldato dalla parte destra ferisce il cuore di
Gesú ».
« Gesú è deposto dalla Croce: gli Angeli a mille
a mille, sopravolano dalla Croce ed accompagnano Gesú ».
« Gesú è nelle braccia di Maria; Marta lo sorregge,
Maddalena ai piedi; gli Angeli raccolgono il sangue. Bisogna soffrire per i
peccati degli uomini; è l'impurità che trafigge il cuore di Gesú ». « Un
campo di soldati. L'Italia attraversa un periodo terribile, ma sarà salva,
perché vi è la Sede del Vicario di Cristo. Oh! l'Inghilterra firma il
contratto con l'Italia, ma non è sincera... ».
« Devi soffrire non solo per i peccatori, ma per la
civiltà d'Italia ».
Alle ore 5 del mattino del giorno 17 Aprile 1938:
sabato santo; Gesú risorto appare ad
Elena dicendole: « Sorgi e combatti ».
Nel trigesimo della morte di Vera, Suor Elena cosí
scriveva ai genitori:
« Grazie della bellissima figurina, che costituisce
il mio, il nostro migliore e gradito ricordo della indimenticabile Vera.
« La sua nobile figura, il suo sorriso di bontà e
di purezza, la sua anima elettissima vive e vivrà nel ricordo che non muore di
tutti coloro che ebbero la fortuna, come noi, di conoscerla ed amarla.
« Ella, sempre prima in tutte le manifestazioni di
carità, era l'angelo consolatore delle mie piccole abbandonate, per le quali
aveva sempre la parola buona e confortatrice, ed alle quali insegnava ad amare
e benedire la vita...
« Non ci sembra vero che Ella non sia piú fra
noi... la vediamo ogni ora, ci intratteniamo con lei, a lei esponiamo i nostri
bisogni, a lei rivolgiamo la nostra diuturna e fervida preghiera... « Nel
trigesimo della sua scomparsa abbiamo fatto celebrare la Messa nella nostra
Cappella, sul catafalco le bambine hanno deposto i piú bei fiori del nostro
giardino, quei fiori che Ella tanto amava...
Cosenza, Luglio 1937-XV ». S. Ecc. Palmardita a
proprie spese curò l'erezione dell'asilo interno, nella Casa Madre, che fu
intestato a Vera.
In una lettera, la Madre Generale ricorda quel
periodo di tempo (con S. Ecc. Nogara e il prefetto Palmardita) come davvero
fausto per la sua opera.
« Cosenza 28.6.1947. Eccellenza, di ritorno da Roma,
sento il dovere d'inviarLe i miei ringraziamenti per tutte le premure usatemi.
Abbiamo parlato di loro a tutta la comunità e tutte l'aspettano con ansia qui a
Cosenza.
« Speriamo che questa venuta si verifichi al piú
presto e la loro presenza apporti al mio Istituto un raggio del primitivo
benessere.
« Gradisca i miei ossequi estensibili alla Signora
e alle gentili Signorine ».
S. Ecc. Palmardita parlò di Suor Elena a Mussolini,
che se ne interessò vivamente e mandò anche un sensibile aiuto alla Casa di
Cosenza. E' questo un precedente che spiega la perplessità creata nel Duce
dalla missiva che Suor Elena gli fece pervenire alla vigilia della grande ultima
guerra.
Tale lettera fu pubblicata il 19 marzo 1956 dal «
Giornale d'Italia ».
Don Franco la lesse a Roma, quando per il 2 maggio
Suor Elena, venuta per la canonizzazione di Gemma Galgani, la portò per
consegnarla alla sorella del Duce, la buona, modestissima e tanto affettuosa
signora Edvige.
« Cosenza 23 Aprile 1940 Al Capo del Governo Benito
Mussolini Duce,
vengo a Voi in nome di Dio per dirvi ciò che il
Signore mi ha rivelato e che vuole da voi. Io non volevo scrivere, ma ieri, 22,
il Signore mi è apparso di nuovo imponendomi di farvi sapere quanto segue:
« Il mondo è in rovina per i molti peccati e
particolarmente per i peccati d'impurità che
sono arrivati al colmo dinanzi alla Giustizia del mio
Padre Celeste. Perciò tu dovrai soffrire ed essere vittima espiatrice per il
mondo e particolarmente per l'Italia, dove è la sede del mio Vicario. Il mio
Regno è regno di pace, il mondo invece è tutto in guerra.
« I Governatori dei popoli sono agitati per
acquistare nuovi territori. Poveri ciechi!... Non sanno che dove non c'è Dio
non vi può essere alcuna vera conquista! Nel loro cuore non vi è che malvagità
e non fanno che oltraggiarmi, deridermi, disprezzarmi! Sono demoni di discordia,
sovvertitori dei popoli e cercano di travolgere nel terribile flagello anche
l'Italia, dove sta Dio in mezzo a tante anime e la sede del mio Vicario, Pastor
Angelicus.
« La Francia, tanto cara al mio cuore, per i suoi
molti peccati, presto cadrà in rovina e sarà travolta e devastata come
Gerusalemme ingrata.
« All'Italia, perché sede del mio Vicario, ho
mandato Benito Mussolini, per salvarla dall'abisso verso il quale si era
avviata, altrimenti sarebbe arrivata in condizioni peggiori della Russia. In
tanti pericoli l'ho sempre salvato; adesso deve mantenere l'Italia fuori della
guerra, perché l'Italia è civile ed è la sede del mio Vicario in terra.
« Se farà questo avrà favori straordinari e farò
inchinare ogni altra Nazione al suo cospetto. Egli invece ha deciso di
dichiarare la guerra, ma sappia che se non la impedirà, sarà punito dalla mia
Giustizia! ».
« Tutto questo mi ha detto il Signore. Non crediate,
o Duce, che io mi occupi di politica. Io sono una povera Suora dedicata
all'educazione di Piccole abbandonate e prego tanto per la vostra salvezza e
per la salvezza della nostra Patria.
Con sincera stima dev.ma Suor Elena Aiello ».
La lettera fu consegnata alla sorella del Duce, D.
Edvige, il 6 maggio 1940; ed ella la consegnò a Mussolini qualche giorno
dopo.
Un'eco di essa la riscontriamo nella seguente inviata
a D. Edvige.
« Montalto Uff. 15 Maggio 1943 « Gent.ma Donna
Edvige,
questo mio lungo silenzio vi avrà fatto forse
pensare che io mi sia dimenticata di voi, mentre invece io mi ricordo tutti i
giorni, nelle mie povere preghiere, seguendo sempre le dolorose vicende
della nostra bella Italia.
« Noi ci troviamo fuori Cosenza, a causa dei
bombardamenti. La barbarie nemica ha sfogato il suo odio, sganciando bombe sulla
città di Cosenza, causando devastazione, dolore e morte fra la popolazione
civile.
« Io mi trovavo a letto con le sofferenze: tre bombe
sono cadute vicino al nostro Istituto, ma il Signore ci ha salvato nella sua
infinita bontà e misericordia. Per tenere lontane le bambine dal pericolo di
nuove incursioni, ci siamo rifugiate a Montalto Uffugo, mio paese natio, dove
ci troviamo certamente a disagio, ma tutto offriamo al Signore per la salvezza
dell'Italia.
« La ragione di questo mio scritto è per rivolgermi
nuovamente a voi, come nel mese di maggio del 1940, quando venni a Roma presentata
dalla Baronessa Ruggi, per consegnarvi in inscritto le rivelazioni avute dal
Signore riguardo al Duce. Ricordate quando il 6 maggio del 1940 dicevamo che il
Duce aveva deciso di fare la guerra, mentre il Signore gli faceva sapere nella
mia lettera che doveva salvare l'Italia dalla guerra altrimenti sarebbe stato
punito dalla Sua divina Giustizia? " In tanti pericoli - diceva Gesú -
l'ho sempre salvato; anche lui, adesso, deve salvare l'Italia dal flagello
della guerra, perché vi è la sede del mio Vicario. Se farà questo gli darò
favori straordinari e farò inchinare ogni altra Nazione al suo cospetto;
invece lui ha deciso di fare la guerra, ma sappia che se non la impedisce, sarà
punito dalla mia Giustizia ".
« Ah!... se il Duce avesse dato ascolto alle parole
di Gesú, l'Italia non si sarebbe trovata ora in cosí triste condizione!...
« Io penso che il cuore del Duce sarà molto
rattristato nel vedere l'Italia, da un giardino fiorito, trasformato in un
campo deserto, seminato di dolore e di morte. Ma perché continuare questa
guerra terribilmente crudele, se Gesú ha detto che per nessuno vi sarà vera
vittoria? Perciò, Cara Donna Edvige, dite al Duce, a nome mio, che questo è
l'ultimo avviso che il Signore gli manda. Potrà ancora salvarsi mettendo tutto
nelle mani del Santo Padre. Se non farà questo - diceva il Signore - presto
scenderà su di lui la Giustizia Divina. Anche gli altri Governatori che non
ascolteranno gli avvisi e le direttive del mio Vicario saranno raggiunti e
puniti dalla mia Giustizia. Vi ricordate il 7 luglio dell'anno scorso quando
mi dicevate che cosa ne sarebbe stato del Duce ed io vi risposi che se non si
fosse mantenuto unito al Papa sarebbe finito peggio di Napoleone? Ora vi
ripeto le stesse parole: Se il Duce non salverà l'Italia rimettendosi a
quanto dirà e farà il Santo Padre, presto cadrà; anche Bruno dal cielo chiede
al padre la salvezza dell'Italia e di lui stesso.
« Il Signore dice spesso che l'Italia sarà salva
per il Papa, vittima espiatrice di questo flagello, perciò non vi sarà altra
via per la vera pace e per la salvezza dei popoli, fuori di quella che traccerà
il Santo Padre.
« Cara Donna Edvige, riflettete bene come tutto ciò
che ha detto il Signore si sia perfettamente avverato.
« Chi è che ha causato tanta rovina all'Italia? Non
è stato forse il Duce per non avere ascoltato le parole di nostro Signore Gesú
Cristo?
« Ora potrà ancora rimediare facendo quanto vuole
il Signore.
Io non mancherò di pregare ».
Riflessi di questa corrispondenza con la signora
Edvige, riscontriamo nella seguente lettera, che non ha bisogno di commenti:
« Rev.ma
Suor Elena Aiello
Superiora dell'Istituto S. Teresa del B. Gesú
Cosenza « Rev.ma Madre,
sono passati sette anni dal giorno in cui ebbi
l'onore e la gioia di essere da lei ricevuta nel Convento, Suore di Malta, Via
Iberia - Roma. Da quel giorno non ho mai dimenticato quell'ora santa che passai
in Sua compagnia. Le chiesi una grazia che poi ottenni: come avrei potuto
dimenticare un incontro con una Santa?
«Non so dirLe, Rev.ma Madre, quante volte nel mio
grande strazio di madre e di sorella abbia pensato a Lei e alle Sue parole
profetiche che mi scrisse ai primi tempi della guerra. Nell'aprile del 1945
oltre che alla perdita di mio fratello ebbi quella di mio figlio Giuseppe
ventunenne e del marito della mia prima figlia i quali furono tutti assassinati
al nord d'Italia nello stesso giorno.
«Rev.ma Madre come io abbia potuto sopravvivere a
tanto dolore non lo so, lo saprà il buon Dio dal momento che mi tiene in vita.
Come non bastasse tutto questo, la mia vita è un continuo susseguirsi di guai e
di preoccupazioni, ora è la volta di una mia figlia ammalata di nome Maria
Teresa madre di due bambini, la quale oltre ad essere ammalata si trova in
condizioni finanziarie poco buone.
Suo marito dovrebbe vincere una causa che gli
potrebbe fruttare da vivere discretamente, ma se non ci sarà l'aiuto del nostro
Signore e dei Santi sarà difficile gli sia resa giustizia.
« Ho pure mio figlio Paolo l'unico maschio rimastomi,
che nella seconda quindicina di ottobre dovrebbe sostenere gli ultimi due
esami per poi laurearsi. Questo mio figlio è stato sei anni fuori corso per i
grandi patimenti e sofferenze avute durante e dopo la guerra, quindi anche lo
studio ora gli riesce piú faticoso.
«Rev.ma Madre, nelle condizioni in cui si trovano
questi miei poveri figli tanto bisognosi di aiuto, mi rivolgo a Lei a mani
giunte supplicandola di spandere su di essi le sue grazie e le sue
benedizioni. Fiduciosa di essere esaudita Le invio devoti saluti unitamente
alle sue Consorelle e con un abbraccio nel Signore mi creda sempre la sua aff.ma
Edvige Mancini Mussolini Roma, Anno Santo 1950 ».
Durante il periodo della guerra, le bambine della
Casa Madre ebbero sempre per la bontà della famiglia Leonetti, il pane di buona
farina. Non lieve fu il disagio del loro trasferimento a Montalto Uffugo, come
gravi furono i danni materiali causati dal bombardamento.
Delle 16 macchine, da calze, da cucito, da maglieria
ecc., buona parte andarono distrutte, il resto rese inservibili; banchi,
scrivanie, lavagne, tavoli, sedie... tutto da rifare.
Nell'esposto presentato alla Intendenza di Finanza,
dopo l'elenco dei danni subiti, era detto: « Si tratta di uno dei piú antichi
laboratori per l'insegnamento tecnico della Provincia di Cosenza, che ha fatto
delle mostre e vinto concorsi.
Per mancanza di mezzi ora non può funzionare,
mancando tutta l'attrezzatura necessaria.
« La sottoscritta (Suor Elena) fa presente che in
detti laboratori vengono educate piccole abbandonate, figlie di reduci e di
disoccupati, con corsi gratuiti e temporanei, organizzati dal Consorzio
Provinciale per l'istruzione tecnica a favore delle categorie assistibili...
». Ricorda le altre attività: scuole elementari, refettori scolastici, asili
infantili e le altre opere di carità.
La ricostruzione fu lenta, e le offerte dei buoni,
anche questa volta, dettero il maggiore apporto. Il mutamento avvenuto nella
direzione della cosa pubblica, non contribuí certo ad alleviare il disagio: e
l'atteggiamento dell'autorità ecclesiastica verso l'Istituto di Suor Elena ebbe
i suoi riflessi negativi nella stessa Prefettura.
Suor Elena, inoltre, il 28 agosto 1943, mentre
attraversava, in una pubblica carrozza, il Corso Mazzini a Cosenza, veniva
sbattuta a terra, dopo aver posto in salvo la bimba che aveva accanto; riportò
la frattura del malleolo tibiale sinistro, del coccige, e altre ferite
lacero-contuse.
Da allora, fu costretta a passare la maggior parte
della giornata nella sua stanzetta, per lo piú a letto o su una poltrona, con
la schiena sorretta da due cuscini. Era una sofferenza per lei il muoversi, mal
reggendosi in piedi.
E dalla sua stanzetta o dalla loggia della quasi
attigua grande sala, ella conduceva la sua grande battaglia in difesa dell'opera
affidatale dalla Provvidenza.
Don Franco ricorda l'attività della M. Generale in
quella stanzetta, nei mesi estivi, talvolta costretta per lunghi periodi a
pigliare soltanto un pezzetto di ghiaccio, perché lo stomaco non sopportava
nient'altro.
Attività che andava di continuo aumentando con
l'affermarsi, con lo svilupparsi della Congregazione.
La Madre, al mattino, appena riassettata la stanza,
aspettava che il sacerdote celebrante in Cappella le portasse la S. Comunione.
Ella non poteva piú scendere in Cappella, se non eccezionalmente e con grande
fatica. Solo in poche ricorrenze si otteneva il permesso di far celebrare la
S. Messa o nella stanzetta della Madre, su un altare portatile o in una stanza
accanto adibita a cappella.
Quindi, dava le eventuali direttive alle Suore per la
giornata; anche le novizie, condotte dalla Madre Maestra, dopo la meditazione e
la celebrazione della S. Messa, salivano a ricevere dalla Madre la
benedizione, accompagnata non di rado con moniti e direttive particolari.
L'arrivo della posta, con la messa a punto della
corrispondenza da evadere, impegnava la Madre, che dava le linee della
risposta e talvolta la dettava alla Suora addetta. Oltre alle pratiche
dell'Istituto, oltre ai problemi delle altre case, erano lettere di benefattori,
di ignoti, che da ogni parte d'Italia e dall'America Settentrionale, si rivolgevano
a Suor Elena nelle loro sofferenze, chiedendole con viva fede che pregasse per
loro, per i loro cari; lettere di anime angustiate che chiedevano consiglio e si
raccomandavano alla sua intercessione.
Il vivo senso di gratitudine di Suor Elena verso i
benefattori dell'opera, si manifesta nella parte cosí toccante che ella
prendeva ai loro lutti; le lettere inviate in tali occasioni sono tra le piú
belle: si sente la genuina e ardente carità della grande anima che le dettava.
Trascrivo, come esempio, la lettera inviata a don
Franco, un po' dopo la morte della mamma: « Cosenza, 9.11.1954. Rev.mo
Professore,
rispondo con un po' di ritardo alla Vostra lettera
perché per mezzo della Signorina Anna sapevo ch'eravate andato a Salerno. Sia
noi che quelli di casa siamo state molto preoccupate per la vostra andata a
Salerno.
« Domenica scorsa sono venuti la Signorina Anna, Don
Peppino e Gigino il quale è ancora inconsolabile per la dipartita della nonna:
benché molto sofferente, la sua presenza era sempre un insostituibile
conforto d'affetto per tutte le vicende familiari.
« Per noi poi, che abbiamo avuto la fortuna di
conoscere il suo animo ricolmo di affettuosa bontà e di assisterla fino
all'ultimo punto della sua vita è stata piú profonda e piú sentita la pena
del distacco. Però la sua anima, purificata ed arricchita di meriti preziosi,
sia per le opere di bene sempre perseguite nella sua vita terrena, sia per la
rassegnazione cristiana nella sua lunga sofferenza, è già nel gaudio di Dio e
di là vi guarda e vi protegge e con la sua efficace preghiera, continuerà a
guidarvi per la via del bene di cui vi ha lasciato luminosi esempi.
« La visione della sua gloria e della eterna felicità
raggiunta, deve lenire il vostro dolore e sollevando i vostri affetti alla
purezza del suo amore vi deve far partecipi della sua felicità, poiché di là
vi ama e vi protegge piú di quanto fece sulla terra.
« Il nostro ricordo nelle preghiere sarà quotidiano
ed immancabile, sicure che la sua protezione sarà per tutti e in modo
particolare per Voi e per la nostra opera una garanzia di prosperità e di
bene.
Con distinti saluti assieme alla Vicaria Vi bacio
la mano... ».
Sempre dal suo letto, alquanto sollevata, riceveva
quanti venivano per le questioni piú importanti dell'istituto. Nei periodi
che si trovava a Cosenza, era Don Franco, che, dopo la celebrazione della
Messa in Cappella, saliva e preso posto nella poltrona ai piedi del letto
della Madre, si intratteneva con lei; erano le Superiore delle varie case,
accolte con materna predilezione e con uno sguardo esprimente la soddisfazione,
la gioia; in questi casi, spesso era presente anche la M. Vicaria.
In particolare, erano persone che venivano anche da
lontano, per trovare uno spiraglio di luce alle loro angosce, un sollievo al
loro dolore, una parola di fede allo smarrimento apparentemente senza via di
uscita.
« Vi sono dei pensieri che sono preghiere. In certi
istanti l'anima sta genuflessa, qualunque sia la posa del corpo ». Era lo stato
abituale della anima di Suor Elena. In unione con Gesú e con Gesú Crocifisso,
aveva la grazia di comunicare agli altri la sua fede, il suo ardore, la sua serenità,
frutto dell'abbandono filiale alla divina Provvidenza.
« Ohimé! sventura a chi avrà amato solo i corpi,
le forme, le parvenze, perché la morte gli strapperà ogni cosa. Amate invece
le anime e le ritroverete ».
In tali circostanze, Suor Elena, grave e affettuosa
come una madre, non badava al tempo; era intenta a fare accettare il dolore, la
sventura, con la rassegnazione che è un dovere del fedele, nella sottomissione
filiale alla volontà di Dio.
Sapeva ascoltare silenziosa la manifestazione
dell'animo in pena; come conosceva il momento per parlare. E quale meravigliosa
consolatrice!
Non tentava di cancellare il dolore con l'oblio, bensí
d'ingrandirlo e nobilitarlo con la fede e con la speranza.
Sapeva che la fede è tuttora sana e riusciva a
confortare e a ben disporre chi era entrato da lei con la disperazione nel
cuore.
Piú spesso, si ricorreva a Suor Elena quando la
sventura era soltanto una minaccia; allora lei pregava e prometteva preghiere
dalle sue bambine, disponendo l'animo in angoscia alla speranza o alla
rassegnazione.
Qualche anno prima del 1950 ritornando come di
consueto a Cosenza, per le solennità natalizie, don Franco trovò la famiglia
nella piú viva costernazione: un'emorragia interna aveva svelato la presenza
di un grave male nella mamma settantatreenne. La diagnosi non lasciava speranza:
l'esame istologico aveva confermato il responso dei medici. Don Franco non
entrò neppure in casa; andò diritto dalla Madre Generale.
La trovò al suo posto di lavoro e di raccoglimento:
nel suo letto, con le spalle coperte dalla consueta mantelletta di lana bianca,
e il rosario in mano. « Madre, Vi avevo tanto raccomandato la salute di mia
madre »! E in breve la ragguagliò. Suor Elena sembrò raccogliersi ancor piú:
rimase per un po' grave e silenziosa; quindi, con la piú grande tranquillità:
« Don Cí, non è niente. Andate a Roma; le faranno l'applicazione del radio
e tutto scomparirà ». E don Franco non ebbe alcun dubbio. Ritornato a casa,
comunicò la sua fiducia ai familiari, che celebrarono come di consueto la
solennità del Natale. Il 26 dicembre partirono per Roma dove il Prof.
Cattaneo, confermata la diagnosi, procedette alla cura accennata da Suor
Elena. Dopo la seconda applicazione, ogni traccia del male era scomparsa: «
Se Lei chiama uno specialista - disse tutto lieto - e fa visitare la Signora,
dirà che noi abbiamo sbagliato diagnosi ».
Lo stesso don Franco, nel luglio del 1950, rientrato
a Cosenza sotto il peso di una grave pena nell'animo, andò dalla Madre a
ragguagliarla di tutto. Anche questa volta, lei rimase alquanto silenziosa, e,
quindi: « Non ogni male viene per nuocere » (e sí che l'accusa, avallata con
leggerezza, era davvero pesante). « A ottobre voi andrete a Roma e dopo
quindici giorni, avrete l'insegnamento ».
Quindi, sorridendo aggiungeva: « Ma voi non sapete
neppure difendervi ».
Tutto si realizzò, come Suor Elena aveva con tanta
semplicità preannunziato, e d. Franco dopo quindici giorni dalla sua andata a
Roma, vi incominciò il suo insegnamento.
Ecco perché i benefattori si ritenevano sempre
debitori verso " a monaca santa ": ricevevano molto piú di quanto ben
volentieri essi potevano fare per lei e per l'istituto.
Quante famiglie guardavano a Suor Elena, alle sue
preghiere, alle sue sofferenze, come a un loro parafulmine, a una loro
sicurezza, tanta era la fiducia che in lei riponevano!
Le prime ore pomeridiane erano ordinariamente di
assoluta quiete; predominava la meditazione, la preghiera; quindi riprendevano
il lavoro della corrispondenza, il disbrigo delle varie cure, fino a sera.
Nelle preghiere serali aveva spesso con sé la M.
Vicaria.
Qualche volta, la Madre confidò a don Franco che
nella notte, nel lungo e profondo silenzio, preparava o concretava le soluzioni,
le decisioni da prendere, dopo aver chiesto il consiglio dalle persone adatte.
Non di rado la Madre narrò di visite, di colloqui
avuti nella notte, con defunti che particolari rapporti avevano avuto in vita
con lei e con l'Istituto.
Cosí dopo venti giorni dalla morte, vide nella sua
« stanza », seduta alla medesima poltrona ai piedi del letto, la mamma di don
Franco, in un colloquio di circa venti minuti. Cosí una mattina presto, tutta
la Casa Madre fu svegliata da un grande rumore, come di un grande colpo che
aveva aperto la porta della stanza di Suor Elena. Accorsero: e lei con la consueta
calma, raccontò la visita fatta dal defunto P. Donnarumma, che era venuto a
ringraziarla per le intense preghiere fatte rivolgere a Dio per la sua anima da
tutta la comunità.
Ma è tempo di volgere intorno lo sguardo per la Casa
Madre. Al piano terra, la stanza della M. Vicaria che presiede all'attività
della Casa: dal lavoro nei laboratori, a quello della cucina, e del grande orto,
all'osservanza regolata degli altri doveri. Il grande vantaggio dell'ubbidienza:
ognuna svolge bene il suo compito, che viene integrato da quello delle altre.
Le tempeste, le preoccupazioni sono fermate, sono superate in alto.
In qualsiasi momento della giornata tutte e ognuna
sono occupate nel proprio lavoro, per ritrovarsi tutte in Cappella per le
pratiche di pietà in comune, nelle ricreazioni, a refettorio. Virgilio descrive
nell'Eneide (1, 614-643) la città operosa, che assimila ad un alveare:
« L'api cosí nella stagion novella s'affaticano al
sole in mezzo ai fiori quando traggon fuor la prole adulta, o quando, il miele
liquido stipando, di nettare soave empion le celle, o se prendono il carco alle
tornanti loro compagne, o se in serrata schiera dall'alveare cacciano gli sciami
infingardi dei fuchi; e l'opra ferve, e aulisce di timi il miel fragrante »
(628-638).
La Casa Madre, nell'ordine piú perfetto, offriva
un simile spettacolo.
E le piccole avevano finalmente l'aria, la luce, e
tutto il sole necessari per il loro sano sviluppo. Basta affacciarsi nell'atrio
interno tutto aperto verso i verdi colli e i monti della Sila che ad oriente
lo sovrastano; mentre ad ovest, quasi lungo il confine dell'orto, scorre il
Crati, con il suo lieto mormorio.
Veglia su tutte, dalla sua stanzetta, dal suo letto,
che è ormai da anni il suo posto di lavoro, la buona Madre Generale: vuole che
le bambine si sentano a loro agio, come le altre bimbe nelle loro famiglie.
Primeggia, naturalmente, la formazione religiosa.
Uno degli aspetti dell'attività pastorale di S. Ecc. Nogara è costituito
dall'impulso dato all'istruzione religiosa della nostra gente. Molti ricordano
le gare e i premi da lui stabiliti. Nell'Istituto di Suor Elena si conservano i
diplomi con relativi premi di I° (medaglie d'oro), II° (medaglie di
argento), III° grado (medaglie di bronzo).
Attività sempre continuata, con vero zelo dalle
Suore Minime, come rileva la seguente lettera: « Gioventú Femminile di Azione
Cattolica Italiana 27.9.1955
Rev.ma Madre Generale
Suor Elena Aiello
Cosenza Nei pochi anni che sono in Calabria in qualità di dirigente
regionale della Gioventú Femm.le di Azione Cattolica, posso affermare con tutta
sincerità e senza timore di esagerare, quale immenso beneficio ed aiuto
siano le Sue Suore nella nostra diocesi.
« Ho avuto modo di conoscerle bene nelle mie diverse
soste durante la mia attività apostolica e quale gioia ne ho avuto, quando allo
spirito di pietà, ben soda, ho trovato immensa la carità, è proprio sempre in
atto il Suo motto " Charitas " sia nel prodigarsi verso tutte le
necessità delle zone in cui vivono, ma maggiormente verso l'infanzia.
« In diversi paesi, privi di tutto, la presenza
delle Sue Suore è stata ed è veramente benefica e provvidenziale per il bene
delle anime; le Sue case sono spesso le nostre sedi di Azione Cattolica, anche
se piccole e povere vi è tutto il loro cuore e con tanta generosità
accolgono le nostre giovani di ogni età e condizione sociale perché ritemprate
nello spirito, possano guardare con serenità e fiducia la loro giovinezza.
« Voglia il Cielo che possano presto estendersi in
quasi tutta la regione Calabra e che dall'Alto venga quel meritato
riconoscimento, tanto desiderato da Lei Madre, e da tutti noi che risentiamo i
benefici di questa santa istituzione.
Con deferenti ossequi La Delegata Regionale Franca
Maltese ».
E la formazione religiosa porta frutti mirabili,
quando parte ed è accompagnata dalla piú grande carità. In Suor Elena
l'interessamento per ciascuna bambina era insuperabile.
Si senta quanto ella scriveva, il 4 febbraio del
1952, a proposito di un orfanello:
« Ringraziatemi tanto Mons. Sposetti, per la sua
squisita carità riguardo a Franco (il ragazzo circa dodicenne, che detto
Monsignore aveva cercato di porre in un istituto di Roma). Quanto è grande il
Signore, è effettivamente il tutore degli orfani: mentre Franco si stava
preparando per partire per Roma, è uscita una combinazione.
« Si dice che non bisogna credere ai sogni, ma alle
volte si avverano. Una signora aveva un figlio che si chiamava pure Franco, il
quale è morto. La suddetta Signora ha sognato la mamma defunta, la quale le
ha detto che non doveva piangere e che doveva recarsi presso il nostro istituto,
dove c'era un altro bambino di nome Franco. Cosí vennero marito e moglie a
vederlo, e il giorno 29 gennaio se l'hanno preso. Ora con l'Avv. Cribari stanno
facendo di tutto per legittimarselo e dargli il loro nome.
« Riguardo a questo sono molto contenta sia per
Franco, che per Anna (un'altra orfanella) che li abbiamo cresciuti dall'età di
16 mesi, ed ora li abbiamo situati: Anna si guadagna il pane da sé, Franco mi
è venuto a trovare e sembrava un signore ».
Al lavoro ordinario si aggiungeva talvolta quello
straordinario, ad esempio in preparazione delle mostre, per la preparazione
delle colonie estive. Abbiamo già accennato a queste ultime.
Ben può dirsi che Suor Elena iniziò, nella Arcidiocesi
di Cosenza, nel 1946, e da sola, questa benevola assistenza, che riprendeva il
corso delle colonie estive, già attuate dal fascismo.
Suor Elena, iniziandole, aveva chiamato la Sig.na
Travo Emmanuela, che ne era molto esperta, e ne aveva assimilato subito il
metodo organizzativo.
La Casa Madre per l'inizio delle colonie sembrava
(e sembra) il quartiere generale e il centro di rifornimento di un esercito. E
all'impegno con cui erano preparate, all'entusiasmo e al sacrificio con cui
erano condotte, si devono gli ottimi risultati ottenuti.
Frutti maturati fra le avversità incontrate, come
al solito, anche per questa opera di bene. Quando c'era da iniziare qualcuna di
queste importanti iniziative Suor Elena, aiutata dalla Suora che l'assisteva
lasciava la sua stanza e col vigore della volontà si portava a dirigere e a
dare il suo apporto.
Allo stesso modo - come abbiam visto per la casa di
S. Sisto, per l'acquisto della casa di Roma e per il supremo interesse
dell'Istituto -, pur tra le sofferenze, intraprese anche lunghi viaggi.
Nel I° anno delle colonie (1946) oltre al lavoro
di preparazione, ella si recò nella casa di Paola e vi si fermò per tutta la
durata di esse, circa tre mesi. L'ultima visita di Suor Elena a quella Casa è
del 24 giugno 1957.
Cosí si recò diverse volte alla grande casa di
Montalto, per i lavori di ricostruzione.
Nella relazione presentata per il I° Capitolo
Generalizio (16 nov. 1956) si accenna alle attività svolte:
« La Congregazione conta attualmente 134 Suore: di
voti perpetui n. 47; professe di voti temporanei n. 49; novizie n. 8;
postulanti n. 10; aspiranti n. 20.
« Oggi l'Istituto conta un numero di 47 diplomate
di taglio, cucito, ricamo e maglieria... Il laboratorio professionale in
questi ultimi anni ha preso un grande sviluppo con il perfezionamento dei
lavori, esponendo per cinque anni consecutivi alla fiera campionaria di Cosenza.
Il primo anno si ebbero L. 500.000 di premio... Altre tre mostre si tengono ogni
anno rispettivamente a Paola, a Montalto, a Pentone...
« Annesso alla Casa Madre... è un asilo infantile...
con circa 100 bimbi esterni...
« Il catechismo viene impartito dalle Suore in sei
Chiese della città, nelle campagne di Caricchio e Guarassano... Dal 1946 si
gestiscono le colonie marine montane distribuite nelle diverse case. Dal 1946 al
1954 le Colonie sono state permanenti o notturne; dal 1954 al 1956 soltanto
diurne, eccetto Paola.
« L'Azione Cattolica interna: tutte le bambine sono
tesserate. Le bambine della Casa Madre sono 110: di esse 50 sono ricoverate da
diversi Enti, le altre gratuitamente; secondo il fine specifico delle
Costituzioni restano in comunità fino a quando non trovano da sistemarsi... ».
Seguono le cifre riguardanti le altre Case. « La
Congregazione conta in tutto n. 340 bambine interne. La Congregazione avrebbe
potuto prendere un altro sviluppo, ma molte cause estranee concorsero ad
ostacolarla ».
Cosí in sul finire del 1956.
Il Signore benediva palesemente le iniziative
intraprese con tanto zelo, perché unicamente affidate alla Sua Provvidenza.
Suor Elena, infatti, con abbandono filiale contava soltanto su di Essa e ne
invocava e ne faceva invocare dalle Suore e dalle piccole abbandonate
l'onnipotente protezione con l'assidua preghiera.
« Il successo della vostra azione - diceva recentemente
S. Santità Paolo VI agli aspiranti al sacerdozio del Pio Collegio Brasiliano s
- sarà assicurato a misura che aumenteranno le riserve del vostro spirito. E'
infatti la vita interiore che darà forza all'apostolato, perché essa è la
base della santità dell'operaio evangelico: lo premunisce contro i pericoli del
ministero esteriore, rinvigorisce e moltiplica le sue energie, gli dà
consolazione e gioia, rafferma la sua purità d'intenzione, è scudo contro lo
scoraggiamento, è condizione necessaria per la fecondità dell'azione, attira
le benedizioni di Dio, rende l'apostolo santificatore e produce in lui
irradiamento soprannaturale.
« Dio vuole che Gesú dia la vita alle opere. Il
Divino Maestro dicendo " Ego veni ut vitam habeant " (Giov. 10, 10),
" Ego sum via, veritas et vita " (ibid. 14, 6), ha voluto scolpire
nella mente dei suoi apostoli un principio fondamentale: Egli solo, Gesú, è la
vita; di conseguenza, per partecipare a tale Vita e comunicarla agli altri,
essi debbono essere innestati su l'Uomo Dio.
« Gli uomini chiamati all'onore di collaborare col
Salvatore nella trasmissione di questa vita divina alle anime, debbono
considerare sé stessi come modesti, ma fedeli strumenti incaricati di attingere
all'unica sorgente: Gesú Cristo.
« Comportarsi nell'esercizio dell'apostolato come
se Gesú non fosse il solo principio di vita, dimenticare il proprio ruolo
secondario e subordinato, attendere la buona riuscita unicamente dall'attività
personale e dalle proprie capacità, è cadere in un errore fatale, che
provoca un deleterio capovolgimento di valori: all'azione di Dio sostituisce
un'attività naturale febbrile; disconosce la forza della grazia e colloca
praticamente nel novero delle astrazioni la vita soprannaturale, la potenza
della preghiera e l'economia della Redenzione. « Siate profondamente e
intimamente convinti della preminenza della vita interiore sulla vita attiva ».
Un
pannello di legno essuda sangue (1955-1961)
Il 25 marzo 1957, il P. Francesco Mazza inviava a
S. Ecc. L'Arcivescovo Mons. Calcara, dietro sua richiesta, una relazione « sul
fenomeno del sudore sanguigno e sul profilo del volto di Gesú » apparso su un
pannello di masonite, « nella stanza di Suor Elena ».
« Da parecchi anni tra il letto di questa e la
parete, cui è addossato, data la ristrettezza della camera, erano stati posti
alcuni riquadri di masonite, per proteggere in qualche modo la degente, dal
freddo, dall'umido causato da una batteria di rubinetti d'acqua corrente
dell'attiguo stanzino ».
Sul riquadro rispondente ai cuscini, durante i
fenomeni straordinari e in particolare nel venerdí della Settimana Santa,
alcune gocce sprizzate dal volto della sofferente erano rimaste e vi si erano
poi disseccate.
Il 29 settembre del 1955, festa di S. Michele
Arcangelo, protettore dell'Ordine dei Minimi, Suor Elena aveva rivolto
all'Arcangelo fervide preghiere invocandone la protezione e l'assistenza.
Verso la mezzanotte, mentre Suor Luisa Perna, che
l'assisteva, le dava alcune gocce di canfora, balenò una luce sull'angolo
sinistro e inferiore del suddetto pannello, attirando la meravigliata
attenzione delle due Suore.
Ed esse videro del sangue scorrere dalle antiche
disseccate gocce del pannello. Suor Elena accostò le sue dita al legno e le
ritrasse rosse di sangue. Al mattino riscontrò bagnata di sangue la bianca
sopracoperta aderente al tramezzo.
Ebbe cosí inizio questo fenomeno, assolutamente
inspiegabile. Si accostarono batuffoli di cotone e fazzoletti e furono ritirati
bagnati di sangue, in forme determinate: di croce, di corona, di cuore. E il
Padre annetteva le relative fotografie.
Il sangue continuò a fluire dal pannello suddetto
dalla mezzanotte del 29 settembre al 13 ottobre. Il fenomeno si ripeté nei
giorni 1, 21 novembre e 8 dicembre del 1955; quindi, nel 1956, il 6 gennaio,
il 3 marzo, il 2 aprile, in maniera ancora piú vistosa il 3 maggio, solennità
della S. Croce, quindi il 31 maggio festa del Corpus Domini; 1'8 giugno (S.
Cuore) e il 1 luglio festa del Preziosissimo Sangue, anche questa volta in maniera
particolarmente abbondante.
Suor Elena in quest'ultimo giorno ha voluto lavare
per ben sette volte la masonite con acqua, ma il sangue ha continuato a scorrere
per tutta la giornata.
I lineamenti di un volto incominciarono ancor
meglio, nitidi e precisi, a delinearsi sul pannello. E cosí per le altre feste,
riferentesi in particolare ai Misteri della Passione e Morte del Redentore.
Il sangue scorre in particolare dagli occhi dell'effigie
che richiama un'immagine di Gesú nella sua Passione; effigie che vi rimarrà
sempre, e vi si può tuttora osservare.
Nel novembre di quell'anno (1956), era nella Casa
Madre, per presiedere il I° Capitolo Generalizio, l'Assistente Pontificio, il
P. Bonaventura da Pavullo. Venerdí 23 novembre alle 7,30 del mattino, alla
vigilia della sua partenza per Roma, il sangue incominciò a scorrere dal
pannello e il Padre oltre a bagnarne il fazzoletto, ne raccolse abbastanza per
farlo esaminare: risultò sangue umano. Il fenomeno, ad intervalli, come sopra,
è continuato negli anni successivi, fino alla morte di Suor Elena.
Il professore Schettini, sindaco della città e
valente medico-chirurgo, altre autorità si recarono a visitare Suor Elena e a
mirare l'effigie sanguigna formatasi sul pannello di masonite; molti poterono
costatare il lento scorrere del sangue: nella relazione, il P. Francesco ne
riferisce il nome, indicando anche, per alcuni, la data esatta.
Trascrivo al riguardo il rapporto (anch'esso del
1957) di un'altra fonte che ama restare innominata.
« Un ritorno in Calabria; da Paola a Cosenza con una
littorina, sul tracciato infame che non si riesce ancora a sostituire.
« Cosenza con la sua storia, palpitante ancora dai
maestosi ruderi del Castello, col ricordo sempre vivo di Alarico, epicamente
sepolto, in armi, sotto il Busento, si stende ormai rinnovata nella pianura,
mentre le fan corona diecine di paesi che costellano le falde silane e, un po'
piú lontane, quelle dell'Appennino.
« La ricchezza della sua conca, le molteplici vie
che irraggiano da ogni lato, rendono fiorente il commercio e frequenti e
affollati i suoi mercati. Risalendo il corso del Crati, l'antica e sinuosa via
dei Casali, poco prima di lasciare le abitazioni per avviarsi fra ficheti,
uliveti e vigne, è attraversata dal cavalcavia ferroviario (Strade Ferrate
del Mediterraneo: Cosenza-Camigliatello; Cosenza-Catanzaro), nei pressi della
piccola stazione, detta dei Casali. Nell'artistico chiostro di S. Francesco
d'Assisi, nel cuore della città vecchia, tra frammenti di statue e mutile
iscrizioni, una lapide ricorda l'inaugurazione della Via dei Casali, fatta da
Federico II, insieme alla consacrazione del Duomo, gioiello dello stile
normanno.
« All'incrocio su accennato, a destra, uscendo dalla
città, due cancelli ad angolo costituiscono l'ingresso di un istituto per
orfanelle, che s'intitola a S. Teresa del Bambino Gesú. Sorto nella nostra
città fin dal 1928, l'istituto si trasferí nella sede attuale nel 1937:
celebra pertanto il suo ventennio, la nuova casa: un edificio, esternamente
ancor rozzo, inizialmente destinato ad abitazione privata.
« Ideatrice e fondatrice dell'opera è la Superiora
Generale, Suor Elena Aiello, che ha inteso ispirarsi alla carità del piú
grande santo Calabrese, Francesco di Paola...
E' questa la casa Madre della giovane congregazione,
che ospita ed educa 110 orfanelle; oltre alle Suore e al Noviziato. A Montalto
Uffugo, paese nativo della Fondatrice, l'Istituto ha, principalmente per le
proprie orfanelle, la sua scuola parificata, dalle classi medie a quelle
magistrali.
« La Casa Madre ha, direi, la sua centrale in una
stanzetta del primo piano: è la cella - in termini monacali - della Superiora.
Una specie di paravento in legno, dai pannelli levigati, separa il letto dal
muro, cui il primo è addossato, dato il pochissimo spazio, tra la porta e la
finestra. La conversazione sulla vita dell'Istituto, sul numero delle
orfanelle, delle case...; sulla Befana un tempo (sotto il fascismo) curata dalle
autorità locali, (quest'anno vi ha pensato, come le è stato possibile, la sola
Madre Generale), e cosí via, si svolge piacevole e interessante. Il mio sguardo
ritorna di tanto in tanto sul primo pannello che sta all'altezza dei cuscini.
« Nei primi giorni di ottobre del 1955, da questo
pannello incominciò a gocciolare sempre più intenso, del sangue; mi trovavo lí
in quei giorni e potetti cosí porre alla base del pannello un fazzoletto che
ritrassi bagnato di sangue.
« Il fenomeno si è ripetuto quindi, ordinariamente,
in rispondenza a solennità che celebrano le sofferenze del Redentore e della
Vergine sua Madre. Mentre permane sempre, perfettamente visibile, l'effigie di
un volto sanguinante: effigie che si è formata sul legno a poco a poco, subito
dopo l'inizio del fenomeno.
« Piú di un anno era trascorso e il mio sguardo
ritornava spesso a quell'effigie, ancora lí. Piú di un anno, da quella mattina
del 1 ottobre, quando la biancheria, in contatto col paravento, apparve rossa
per il sangue gocciolante dal pannello.
« Il legno venne energicamente lavato con soda, ma
il fenomeno è ricominciato; la fotografia riprende nitidamente l'effigie, che
nonostante tutto, vi permane; mentre l'analisi chimica ha rilevato trattarsi
precisamente di sangue, e di sangue umano.
« Vengono, con spontaneità, in mente le lacrime
della Madonna di Siracusa. Non siamo noi i giudici di fatti che umanamente non
si spiegano, basti averli controllati e averne costatato l'esistenza.
« E' naturale che ci si chieda il significato di un
tale fenomeno: perché questo sangue? han forse un linguaggio queste
manifestazioni fuor dell'ordinario?
« Forse la risposta è offerta da un povero e
semplice foglio di carta, che ho qui tra le mani, lieve come leggero soffio di
vento. Il suo contenuto, però, appare assai grave: ha il calore e il tono di
una pagina dell'Apocalisse; ne riecheggia le pressanti ammonizioni, i tremendi
annunzi; dalla visuale ampia che abbraccia tutte le nazioni, dallo sguardo
profondo che risale al movente remoto e altissimo degli umani eventi.
« Eccone le frasi piú salienti. " Gli uomini
offendono troppo Dio. Se io ti facessi vedere il numero dei peccati che si
commettono in un sol giorno, ne moriresti dal dolore.
« " I tempi sono gravi. Il mondo è tutto sconvolto
perché è diventato peggiore che ai tempi del diluvio. Il materialismo si
avanza e continua la sua marcia segnata di sangue, in lotte fratricide. Vi
sono segni evidenti e pericolosi per la pace. Il flagello sta passando sul mondo
come l'ombra di una nube minacciosa, per testimoniare agli uomini che la
giustizia di Dio preme sull'umanità e che la mia potenza di Madre di Dio
contiene ancora lo scoppio dell'uragano. Tutto è sospeso come ad un filo:
quando questo filo si spezzerà, la Giustizia divina piomberà sul mondo e
compirà il suo terribile corso purificatore. Tutte le nazioni saranno punite
perché molti sono i peccati che, come una marea di fango, ha ricoperto la
terra. Le forze del male sono preparate a scatenarsi in ogni parte del mondo,
con aspra violenza. Tremendo sarà lo sconvolgimento per quello che avverrà.
« " Già da tempo, ho avvisato gli uomini, in
tanti modi. I Governatori dei popoli avvertono il pericolo gravissimo; ma non
vogliono riconoscere che, per evitare il flagello, è necessario far ritornare
la società ad una vita veramente cristiana. Quanto strazio sente il mio cuore
nel vedere che gli uomini a tutto pensano meno che a ritornare a Dio.
« " Ma il tempo non è lontano e tutto il mondo
sarà sconvolto. Molto sangue sarà versato: di giusti, di innocenti, di santi
sacerdoti, e la Chiesa soffrirà molto. L'odio arriverà al colmo.
« " L'Italia sarà umiliata, purificata nel
sangue, e dovrà molto soffrire, perché molti sono i peccati in questa
nazione prediletta, sede del Vicario di Cristo.
« " Non puoi immaginare quello che accadrà! Si
svilupperà una grande rivoluzione e le vie saranno arrossate di sangue. Il
Papa soffrirà molto e tutto questo soffrire sarà per lui come un'agonia che
abbrevierà il suo pellegrinaggio terreno. Il suo Successore guiderà la nave
nella tempesta.
« "Ma non tarderà la punizione degli empi.
Quel giorno sarà spaventoso, nel modo piú terribile: la terra tremerà e
scuoterà tutta l'umanità.
I malvagi periranno nei tremendi rigori della giustizia
di Dio.
« " Lanciate un messaggio per avvisare subito,
possibilmente, tutti gli uomini della terra, perché ritornino a Dio con
preghiere e penitenze ".
« Il " messaggio ", ché come tale si
presenta, è dell'8 dicembre, ultimo scorso, festa della Immacolata. E'
normale la connessione tra " delitto e castigo "; normale il
riferimento alla divina Giustizia, per le ricorrenti " sciagure umane
"; normale il riconoscimento della lotta perenne tra " la città di
Dio e la città di Satana ", con la periodica, ma effimera prevalenza
delle forze del male. Normale, almeno per il credente. Anche questa volta,
lascio al lettore le considerazioni, sul giudizio amaro circa lo stato
religioso e morale dei nostri tempi; sull'avanzare del " materialismo
" ateo e sul suo vero volto, sui suoi scopi: alla Ungheria " recente
", si abbini la Spagna 1936, dove il terrore rosso si preparò e prevalse
all'ombra di un governo " cattolico ", presidente Gil Robles!
« Con i suoi tristi preannunzi, il " messaggio
" sembra prestare al pannello che scorre sangue, il linguaggio appropriato.
D'altronde, l'uno e l'altro, fan parte di una serie di fatti e comunicazioni
debitamente controllati; il materiale, che si è riusciti a raccogliere con
paziente ricerca, servirà per il futuro, volendo rispettare il riserbo che,
al riguardo, la Chiesa s'impone ed impone. Solo qualche anno addietro, un
giornale della Capitale pubblicò la lettera che, tramite la signora Edwige,
Suor Elena fece pervenire a Mussolini, il 2 giugno 1940. Vi era la
raccomandazione, in termini netti e categorici, di non entrare in guerra, con la
minaccia, rivelatasi profetica: " Altrimenti farete la fine di Napoleone
".
« Nella cameretta,
abitualmente silenziosa, Suor Elena cura il normale svolgimento della sua
opera di soprannaturale carità per l'educazione delle sue orfanelle; lí
accanto al suo letto, il pannello continua a gocciolar del sangue. Essa non ne
parla; non saprebbe - almeno cosí io penso - cosa dirne; sa che il solo vero
male non è la sofferenza, ma il peccato; è sicura del trionfo del Regno di
Dio; e questo le basta ».
Il sangue scorrente dal pannello di legno, l'effigie
su di esso delineatasi, erano certo un segno, una testimonianza dati dall'alto,
a conferma della vita e dell'Opera di Suor Elena. E un ammonimento per noi.
Nella cameretta, ormai vuota, tutti gli oggetti
rimangono lí a rievocare la figura della donna forte, che per circa ventitrè
anni nei venerdí di Passione e in particolare il venerdí santo, vi ha seguito
la Passione del Signore, preparandosi con la sofferenza e la preghiera alla
gloria della Risurrezione.
Questi brevi appunti volgono al termine. Scorrendoli,
moltissimi ci si svelano i silenzi, le lacune. A qualcuna di esse ovvierà la
riflessione del lettore; dalle poche lettere, da noi trascritte, rileverà, ad
es., il culto dell'amicizia, il vivo senso della gratitudine, e qualche altro
aspetto caratteristico nella vita di questa grande figlia di S. Francesco di
Paola. Molti episodi testimoniano della sua virtú; ne citiamo due, secondo la
testimonianza di don Franco. Era stato appena superato felicemente uno dei tanti
ostacoli... Entrando nella stanzetta della Madre, d. F. la sorprese sul suo
letto in lacrime. « Vi ho pregato - le disse - di non dare importanza a...
queste persecuzioni... ». Ebbe per risposta: « No, non è questo. Piango per
il male che egli fa all'anima sua ».
In un pomeriggio estivo, sempre nella stanzetta
della Madre, mentre Lei a proposito di una Cappella che un Signore voleva donare
alla Congregazione, esponeva i suoi disegni a don Franco e a un altro P.,
quest'ultimo intervenne in modo affatto ineducato, formulando apprezzamenti
quasi offensivi nei suoi riguardi.
Don Franco (del tutto sorpreso) osservò Suor Elena:
era sorridente e calma come lo siamo ordinariamente quando si sente qualcuno
dir le nostre lodi o rivolgerci dei complimenti!
Il lettore ci perdonerà di aver detto poco e di
averlo detto cosí come ci è stato possibile: i nostri appunti vogliono essere
un inizio, lieti se, ben presto, una documentazione piú completa permetterà
di soddisfare le sue esigenze e di presentare adeguatamente la vita e l'opera
di Suor Elena.
« Fuor della vita è il termine della sofferenza
del giusto, cittadino del cielo.
« Di tutti i loro sbandamenti (degli uomini cioè
che vivono nell'indifferenza), questo - scrive Pascal, Pensieri, 195 - è
senza dubbio quello che maggiormente li convince di follia... E' infatti
indubitabile che il tempo di questa vita non è che un istante, che la
condizione della morte è eterna...
« Si giudichi dunque, a questo proposito, di coloro
che vivono senza pensare a questa estrema fine della vita, (senza regolare la
loro condotta in base alla verità di quel punto che deve essere il nostro
fine ultimo), che si lasciano andare alle loro inclinazioni... senza
riflessione e senza inquietudine e che, come se potessero annullare l'eternità
distogliendo da essa il loro pensiero, non pensano a rendersi felici che
unicamente in questo fuggevole istante ».
Il pensiero della patria celeste era continuo in Suor
Elena che spesso parlava della sua morte. A don Franco - che ama scherzosamente
dirsi un senza tetto - diverse volte aveva detto: « Quando morrò, dovete
essere voi ad assistermi », « dovete esserci voi ».
Nel 1961 alle consuete sofferenze fisiche si aggiunse
una forte febbre continua, che i medici non riuscirono a spiegare e ad
eliminare.
Durava già da circa due mesi, quando la Madre
espresse il suo desiderio di recarsi a Roma. Tutti, medici compresi, espressero
parere contrario, considerando le sue condizioni.
La Madre prese la sua decisione e il 7 giugno a sera
partí da Cosenza, con la M. Vicaria e Suor Maria Silvana.
Alla stazione, al mattino dell'8 giugno, era ad
attenderla Suor Imelda, Superiora della Casa di Roma, con le signore Anna
Romanazzi, Diomira Piccini, Marcella e Vittoria Quaranta che s'interessarono
sempre caldamente di Suor Elena e della sua Opera. Suor Elena aveva scritto di
preferire, per il tragitto non breve da Termini a Via dei Baldassini,
l'automobile della signora Romanazzi, che ne fu lietissima.
Il suo arrivo fu davvero una sorpresa.
« Questa volta me ne vado davvero » ella disse a
don Franco accorso a salutarla.
Il perdurare della febbre, la faticosa respirazione
non allarmarono il sacerdote, che considerava ormai normali in Suor Elena e il
pensiero della morte e le piú gravi sofferenze.
Si volle sentire un clinico esperto e il prof. dott.
Raffaello Liberti, primario dell'Ospedale « S. Giovanni » si recò a
visitarla.
Suggerí il trasferimento dell'ammalata all'ospedale
suddetto, per tenerla in osservazione e procedere alle diverse analisi.
Suor Elena lasciava fare: il 12 giugno passò cosí
nella stanza n. 1 al 6° piano del nuovo ospedale « S. Giovanni », nei
pressi del Laterano (lungo la Via Ambaradam)'.
Le Suore si alternavano nell'assistenza affettuosa
e devota alla loro Madre: ella, sempre piú sofferente per la persistente febbre
ormai quasi sempre a 40 gradi, e per il caldo, sembrava spesso assopirsi.
Domenica, 18 giugno, alle 19, Suor Imelda le disse
ch'era l'orario della preghiera e le chiese se doveva incominciare la recita del
Rosario. Suor Elena le accennò con la mano, di attendere un momento; quindi
fece un ampio gesto di croce e incominciò ella stessa la recita del Rosario,
continuando a rispondere a voce alta.
Verso le 22,30 Suor Imelda, preoccupata per
l'aggravarsi della Madre, telefonò a don Franco, che accorse: oltre alla
Superiora, che era nella stanza, trovò in corridoio Suor M. Emma, Suor Silvana,
Suor Teodolinda, in lacrime, con la signora Marcella, che rimarrà con loro per
l'intera notte.
Con grande energia, e assumendosene la responsabilità,
Suor Imelda provvide al trasferimento dell'inferma nella Casa di Roma, dove attendeva
la M. Vicaria.
Appena nell'autoambulanza, con accanto la bombola
d'ossigeno - e con tutte le attenzioni del caso - Suor Elena aprí gli occhi,
riavendosi. Erano le 23,30.
Nell'autoambulanza erano con gl'infermieri, Suor
Imelda e don Franco; dinanzi aveva preso posto la signora Marcella. E' ricordato
come un sogno il tragitto da Via Ambaradam a Via dei Baldassini, in quella
chiara notte di giugno. Con i medesimi accorgimenti e cautele, l'inferma fu
trasferita dall'autoambulanza nella stanzetta da lei occupata al pian terreno.
Anche qui riconobbe e indicò a voce alta la M. Vicaria e chiese un po' di
acqua.
Accorse il P. Salvatore Schembri, parroco della
vicina S. Maria della Perseveranza.
Fu chiamato il medico condotto della zona, dr. Mario
Lucciarini, che provvide al regolare funzionamento dell'ossigeno, e prescrisse
alcune iniezioni.
Quindi, arrivò la dottoressa Adele Pignatelli,
fondatrice dell'Associazione Femminile Medico Missionaria, chiamata da don
Franco: con l'abnegazione che le è normale ella con la dottoressa Luisa
Guidotti della stessa Associazione rimase accanto al letto dell'inferma fino al
mattino.
Verso le due circa, il Parroco assistito da don
Franco amministrò l'Unzione degl'Infermi, e insieme recitarono le preci per i
moribondi.
Alle 5,30 don Franco celebrò la S. Messa nella
Cappella che è quasi di fronte alla stanza della Madre.
Finita la S. Messa, Suor Elena cessò di soffrire.
Erano circa le 6,19.
« La vostra
amatissima Madre Generale...
(scriveva il P. Bonaventura) se ne è volata al cielo, all'alba, fra lo
scintillio dei primi raggi del sole nascente; nel silenzio solenne degli uomini
e delle cose; salutata oltreché dalle sue figlie prime e predilette,
rappresentanti tutta la Congregazione, anche dall'armonioso cinguettio degli
uccelli mattinieri.
« Ha spiccato il volo per l'eternità da questa città
eterna da essa tanto amata... da questa « Città santa ».
Il P. Bonaventura accorse subito, a Via dei
Baldassini. Da Cosenza arrivarono, in quel mattino, il fratello di Suor Elena,
e le consigliere generali: Suor Angelica, Suor Celina, Suor Teresa Infusino e
Suor Rita. La morte era giunta per tutti inaspettata.
La venerata salma fu amorevolmente trasferita in
Cappella, tutta adorna di bianchi fiori. Nella notte, con le Suore vegliò in
preghiera la sig.ra Veturia Zanelli con la figliola.
Oltre alle fedeli Signore che l'avevano accolta al
suo arrivo, vennero a darle l'accorato addio, in particolare: S. Ecc. Guido
Palmardita con le figliole, S. Ecc. Gaetano Marfisa (già prefetti a Cosenza),
il dr. Dario Crocetta e il dr. Giuseppe Trombetta (ambedue della Segreteria di
S. Ecc. il Ministro Colombo); Mons. Umberto Cameli.
L'On. Salvatore Foderaro (vivamente commosso)
provvide alle pratiche per il trasporto della salma da Roma a Cosenza, e per
l'autorizzazione della tumulazione nella Cappella della Casa Madre, da parte
dei Ministeri competenti.
Il mattino del 20 giugno arrivò il P. Francesco
Mazza, dei Minimi, che con altri sacerdoti celebrò la S. Messa nella
Cappella.
Nel pomeriggio, ebbe luogo in parrocchia un solenne
rito funebre; cantavano le Suore Cateriniane, dette « Sorelle dei Poveri »,
(largo Don Guanella), con la partecipazione di tutte le altre religiose e delle
associazioni parrocchiali. Alle 16,30 la salma partiva per Cosenza.
S. Ecc. Guido Palmardita cosí telegrafava alla Casa
Madre: « Mentre sacre spoglie Vostra Fondatrice lasciano Roma dalla Procura
Generale, unisco mie preghiere alle Vostre nella fede certa che Vostra Santa
maggiormente oggi illuminerà, proteggerà et governerà Vostro Ordine, affidato
vostri sacrifici vostra dedizione sollievo infanzia abbandonata. Una fiumana
popolo fasci immensi fiori bianchi han reso in Roma onore alla vostra Madre
Generale che torna nella sua terra generosa e grande, terra forte
indimenticabile per virtú ingegno sua gente Palmardita ».
Il 21 giugno la salma arrivò a Cosenza poco dopo le
10.
Precedentemente, al bivio Acri-Bisignano, il carro
funebre proveniente da Roma, dopo una breve sosta, aveva raggiunto Montalto
Uffugo.
La notizia si era diffusa e la folla accorreva ad
ossequiare e a pregare.
Dopo il discorso dell'avvocato Armando Di Napoli,
lascia Montalto e raggiunge successivamente gli abitati di S. Sisto dei
Valdesi, Bucita e San Fili.
Tappe della sua opera e delle sue lotte. A Cosenza
la salma è stata esposta nella Chiesa Cattedrale. Alla presenza di tutte le
Autorità, è stata celebrata la S. Messa e il P. Saragò ha tratteggiato la
figura di Suor Elena.
S. Ecc. Calcara assistito dal Capitolo della
Cattedrale ha impartito la benedizione al tumulo. La bara portata dalle Suore
Minime è stata quindi riposta nel carro funebre. Precedevano le rappresentanze
delle Case fondate da Suor Elena; quindi quelle degli istituti religiosi della
Città e delle associazioni cattoliche. Seguiva una folla immensa di fedeli.
Nella Cappella dell'Istituto, la bara è stata riaperta
ed è iniziato il mesto pellegrinaggio.
L'affluenza di persone di ogni ceto è proseguita
per tutta la giornata.
Il 24 giugno, il giornale « Il Tempo », p. 12 (e
altri quotidiani) dava la seguente notizia: « Una donna " miracolata
" dalla monaca santa di Cosenza. Si tratta di una giovane, guarita
improvvisamente da una grave forma reumatica »; e cosí proseguiva:
« Suor Elena Aiello, la " monaca santa "
scomparsa a Roma alcuni giorni fa, avrebbe fatto il primo miracolo. Questa è
la sensazionale notizia diffusasi negli ambienti cosentini nella mattinata di
ieri.
« La miracolata sarebbe la signora Niní Carravetta,
di 30 anni, abitante nel Palazzo Sicea di Via Panoramica, e impiegata nel
reparto chimico della Società Tannini di Calabria. Da molti anni la signora
soffriva di una forma reumatica gravissima alla gamba destra che non le dava
pace e la costringeva a camminare zoppicando in maniera sensibile. Nell'ultima
settimana, anzi, il male della Signora Carravetta aveva raggiunto vertici
inauditi e l'inferma, che con grande forza d'anima si recava tuttavia ogni
giorno in ufficio, era caduta in uno stato grave di prostrazione.
« Ieri, proprio nell'ufficio della Società Tannini,
Niní Carravetta è stata colta da una crisi particolarmente dolorosa ed ha
invocato Suor Elena Aiello dalla cui recente morte era stata particolarmente
commossa. Lo slancio mistico e la fede di Niní Carravetta avrebbero ottenuto a
questo punto, a quanto si dice, la grazia. Dopo pochi passi ogni dolore
sarebbe scomparso e la " miracolata " avrebbe costatato con sorpresa
di poter camminare senza alcun impaccio, con la stessa agilità di un tempo.
Niní Carravetta è rimasta per piú minuti senza poter parlare ed ha raccontato
poi il suo straordinario caso ai colleghi di ufficio ed ai familiari ».
Pensavamo a una pagina conclusiva, che avesse
raccolto e fuso, almeno in un abbozzo, i lineamenti qua e là accennati.
Provvidenzialmente, il rev.mo P. Bonaventura da
Pavullo, con la seguente lettera è venuto inaspettatamente in nostro aiuto,
fornendoci un bel quadro, da vero maestro.
I lettori gliene saranno tanto grati. « Ave Maria!
Rev.mo Monsignore carissimo,
mentre V. R. sta scrivendo, con vero intelletto
d'amore e perfetta conoscenza del soggetto, la vita di Sr. Elena Aiello,
Fondatrice delle " Suore Minime della Passione di N.S.G.C. di Cosenza
", morta in concetto di santità, tre anni fa; penso fare cosa gradita a
Lei, Monsignore, e doverosa per me, che ebbi con Sr. Elena consuetudine famigliare
per oltre dieci anni, oltreché rapporti d'ufficio, come Assistente Religioso
della Sua Congregazione, (incarico che tengo tutt'ora), se Le fornisco brevi
note, illustranti la fisionomia morale-religiosa di Colei che attentamente
seguii, altamente apprezzai e santamente amai.
« Piú la ripenso, oggi, a distanza di tempo, piú
mi appare grande, piena di fascino e meritevole di alto encomio, pur nella Sua
estrema semplicità e icastica limitatezza di sapienza umana. Mi viene spontaneo
il paolino: " ...infirma mundi elegit Deus, ut confundat fortia... "
mentre Essa può ben cantare il suo " Magnificat " al Signore; perché...
respexit humilitatem Ancillae suae; et fecit mihi magna Qui potens est!.
« Ogniqualvolta l'andavo a trovare, inchiodata, 20
ore su 24, al suo bianco lettino, là nella piccola cella, 3 x 4, della casa di
Via dei Martiri, 9, era una vera festa per entrambi. M'intrattenevo sempre a
lungo, anche perché molte erano le cose da dire e gli affari da trattarsi; ma
poi Essa apriva volentieri il suo animo e parlava, parlava..., di cento
argomenti riguardanti l'Anima, la sua Opera, con le relative gioie, dolori,
ansie e speranze; poi c'erano gli eventi religiosi-politici-sociali del
giorno...; perché s'interessava di tutto e su tutto sapeva portare un giudizio
sensato, molte volte acuto e quasi profetico.
« Partecipava vivamente dei trionfi e delle sofferenze
della Chiesa e della società, come dei singoli individui e li faceva oggetto
non solo delle sue vivaci conversazioni, ma, molto piú, delle sue fervorose
preghiere e delle sue speciali sofferenze dolorose e misteriose. Non me ne
ritornavo mai, da quegli incontri, se non altamente edificato e pensieroso. Sr.
Elena fu veramente la donna " forte " della S. Scrittura.
« Di poca istruzione (ai suoi tempi in Calabria
chi faceva studiare le donne?) ebbe però una intelligenza aperta, un intuito
pratico vivissimo, un gran buon senso e una volontà adamantina, al punto,
questa, da essere scambiata qualche volta per ostinazione!
« " Figlia delle rocce Calabresi! " Le
dicevo, in simili casi, ridendo, ed Essa subito allentava la presa...
esclamando, mogia, mogia: "no, no, mi dica cosa debbo fare, che ubbidirò
senza aprire bocca ". Ciò ben dimostrava la rettitudine somma con cui si
regolava e reggeva, in tutto il suo operare, reprimendo quando occorresse, il
suo fiero carattere e la sua marcata personalità.
« Si esprimeva ordinariamente in quel suo dialetto
calabrese, di Montalto Uffugo, ove era nata, cosí caratteristico, fiorito e
incisivo! Era assolutamente schiva da pose od artifizi; ma procedeva schietta,
semplice e spontanea, sia nel tratto che nelle parole, con tutti; anche con le
alte Autorità civili, e religiose, con cui aveva spesso a che fare, senza,
con questo, venire mai meno al doveroso rispetto, e queste anziché dolersene, o
meravigliarsene, ne godevano e restavano edificate.
« Aveva uno spirito di Fede vivissimo, quasi
connaturato, che Le serviva di stella polare in tutte le sue azioni e
intraprese. Parlava di Gesú e della Madonna come di Persone di casa e di famiglia.
Nutriva profonda devozione per la SS.
Eucaristia, per la Passione di Gesú e per la Vergine
SS. Addolorata e Mediatrice degli uomini. « La corona del S. Rosario l'aveva
costantemente avvolta al polso a portata di mano, e la sgranava in tutti i
momenti liberi. Voleva bella la Chiesa, profumato di fiori freschi l'Altare, e
solenni e devote le sacre funzioni.
« Delicatissima di coscienza, era però altrettanto
aliena dagli scrupoli e dalla pietà meccanica o formalistica. Amava trattare
con il Signore, come S. Teresina, sua particolare Patrona: con grande
confidenza, pieno abbandono e naturalezza infantile. Le sue conversazioni,
anche piú indifferenti, erano regolarmente punteggiate di espressioni, o
riferimenti religiosi; ma senza alcuna posa, o forzatura.
« Sentiva la sua piccolezza e nullità, ma non per
questo era pusillanime; perché era veramente umile dell'umiltà, che è verità,
come insegna S. Teresa d'Avila.
« E questo spiega la facilità con cui parlava dei
suoi fenomeni mistici, però coi Sacerdoti e persone riservate e di confidenza,
di preferenza; affinché ne venisse lodato il Signore. E lo faceva con molta
semplicità e naturalezza.
Ebbe un culto speciale per la sincerità e la
schiettezza. Non poteva sopportare il raggiro e la doppiezza e li smascherava e
condannava apertamente e sdegnosamente.
« Addirittura poi si ribellava contro l'ingiustizia
e la denunciava, starei per dire, ferocemente, da qualsiasi punto venisse;
soprattutto se perpetrata ai danni dei poveri, dei deboli e degli indifesi. Piú
volte sacrificò la prudenza (umana) e le civili convenienze, pur di urlare in
faccia agli sfruttatori, tutto il suo sdegno e la minaccia dei severi castighi
di Dio, oltre la condanna degli onesti.
« Per questa sua franca e coraggiosa linearità,
incontrò incomprensioni, umiliazioni e anche danno materiale; ma non per questo
indietreggiò, o ammutolí.
« Donna veramente forte e virile: animo " Battistino
e Cateriniano " in fragile corpo, tanto piú ammirevole ed encomiabile, se
si pensa al tempo di generale servilismo in cui visse. Si sentiva libera della
libertà dei figli di Dio, per cui parlava con rispettosa, ma estrema
franchezza, anche ai Potenti, non esclusi gli stessi Capi di Stato, o di
governo.
« Solo il peccato le incuteva paura e orrore, e gli
mosse guerra spietata, ovunque lo scorgesse. Pei peccatori invece aveva una
compassione materna; pur di salvarli non risparmiò preghiere, lagrime di
sangue e martirio non solo mistico.
« In un mondo che va paurosamente materializzandosi
Sr. Elena volle inalberare il vessillo del candore e della purezza liliale,
esigendo dalle sue Suore e dalle ricoverate nelle sue case, il massimo impegno
perché sventolasse sempre immacolato, sotto il fulgore della Grazia divina e
il sorriso della Vergine dei vergini.
« Essa poi ne dava per prima l'esempio con una
riservatezza e un candore che era un incanto e un olezzante profumo di Cielo.
Era solita dire che il mondo, oggi, abbisogna, per redimersi, di una triplice
testimonianza: di umiltà, di carità e di purezza.
« Dell'umiltà, con cui coperse sempre sé e le
Opere che andava, via via, realizzando, ne danno ampia testimonianza tutti
quanti la conobbero. Preferiva fare anziché conclamare. Invitata ad aprire Case
della sua Congregazione in alta Italia e in America, rispondeva: " noi
non siamo atte ad assumere opere in quei luoghi, ove si richiedono Suore
istruite e capaci piú di noi ". Ma era solo la sua grande modestia che la
faceva esprimere in quel modo; mentre le sue Suore erano ben formate e atte a
figurare bene ovunque.
« Alla carità del prossimo, riflesso necessario
dell'amore di Dio, Sr. Elena donò se stessa e l'Opera da Lei fondata, senza
limiti né misura. Abbracciò tutte le opere di misericordia, sia spirituale
che corporale, facendosene un superprogramma. In particolare per le orfanelle
fu tenerissima mamma, assumendo, felice, il cumulo dei sacrifici, di
preoccupazioni e di responsabilità che tale titolo comporta. Si prodigava con
vera passione e slancio ammirevoli. Era solare che in tutti i sofferenti e in
tutti i deboli che soccorreva, vedeva Gesú. Imitava alla perfezione la figura
del divin Pastore, fra le conosciute e amate pecorelle.
« Quando parlava delle varie case della sua
Congregazione e delle svariate attività che vi si compiono, s'infiammava tutta
e diventava addirittura magniloquente.
« Piú volte l'ho sentita ripetere: " se
qualcuno oserà toccare le mie opere, mi sentirà insorgere dalla tomba e
difenderle! ". Pur di renderle sempre piú fiorenti e feconde di bene,
affrontò disagi e sacrifici non comuni; fece tacere la sua naturale
riservatezza, ogni volta che le parve opportuno, per scrivere o avvicinare alti
personaggi; organizzare mostre dei lavori eseguiti dalle orfanelle,
preparare accademie, recite ecc. ecc. E' proprio vero che: omnia vincit amor!
« Ancora per questa " Charitas " che
divenne il motto programmatico della sua istituzione, tutta l'impostazione delle
sue case era di vita di famiglia.
« Lo stesso trattamento per le Suore come per le
Orfanelle: comuni i pesi, comuni i sollievi: tutte ugualmente Figlie dello
stesso Padre che è nel Cielo.
« Aveva, spiccatissimo, il senso della riconoscenza.
Non c'era benefattore delle sue case che non esperimentasse le delicate
attenzioni della sua anima veramente nobile e estremamente grata. Coltivava
pure le sante amicizie e vi restava fedele, sopratutto nelle necessità e oltre
tomba.
« Nella laboriosità ben pochi potevano eguagliarla.
Fin che stette in piedi era sempre la prima ad alzarsi e l'ultima a ritirarsi.
In tutti i lavori, anche piú umili, metteva mano, anzi si riservava i piú
noiosi e gravosi: era addirittura instancabile. Costretta al letto, non per
questo indulse all'ozio..., che chiamava suo capitale nemico. O lavorava, come
poteva, a maglia, o verificava il lavoro delle Suore e orfanelle del laboratorio,
giacché era abilissima nel ricamo e nel taglio, o teneva istruzioni spirituali
alle Novizie e postulanti, o sbrigava la voluminosa corrispondenza, o studiava
e decideva, assieme ai Tecnici, atti legali civili, o amministrativi, progetti
di lavori da eseguire nelle varie case. La sua cameretta era diventata un vero
ufficio generale, e il suo lettino era sempre cosparso di carte e fascicoli
riferentisi alle svariate pratiche. Data la sua intelligenza vivida e la lunga
esperienza, pur non avendo studi superiori, aveva acquistata una vera competenza
nel disbrigo degli affari anche piú intricati.
« Si deve aggiungere, che nella casa durante i
lavori manuali, assai spesso si recitava il S. Rosario o altre preghiere, e si
cercava di avere sempre viva la presenza di Dio, al quale tutto veniva offerto
e indirizzato. Cosí insegnava e praticava, per prima, Sr. Elena.
« Infine è doveroso accennare al sommo amore e
profonda venerazione che Sr. Elena portava alla S. Chiesa e al S. Padre, il
Papa.
« Quando ne parlava si commoveva e avrebbe data
volentieri la vita per il Pontefice " il dolce Cristo in terra ", e
per la Chiesa.
« Nelle accademie o manifestazioni solenni non
doveva mai mancare un accenno, un canto, un quadro ecc. del S. Padre.
« Niente la feriva tanto al cuore quanto l'offesa
recata alla Chiesa, o al Suo Capo visibile sulla terra. E come ne prendeva le
difese!... Diventava un leone d'ardimento e di forza pur di sconfiggere gli
avversari del papato. Ma esigeva che tutti i buoni fossero, nel loro modo di
agire, oltreché di parlare, la dimostrazione palese della santità della Chiesa
di cui si dicevano figli.
« Qualcuno l'accusò di non essere stata altrettanto
devota al clero in genere, come alla somma Autorità gerarchica della Chiesa. Ma
chi l'affermò bisogna pur dire che non La conoscesse a fondo. L'amore e la
stima per tutta la S. Gerarchia, in Sr. Elena, ci fu sempre e altissima e il
sottoscritto ne ha abbondantissime prove; ma proprio per questo ardente
affetto e alto sentire, qualche volta si lasciò andare a recriminare certe
deficienze e lacune che non onoravano la santità della veste talare! Tutto qui.
Ma soffriva e volentieri, e pregava intensamente, perché i Religiosi e i
Sacerdoti fossero senza macchia, né ruga, come la Chiesa loro Sposa.
« Quante volte me ne parlava, incitandomi a
suscitare Ministri del Santuario e dell'Altare, santi, sempre piú santi: vera
luce e sale della terra.
« La Sua cameretta era mèta continua di salutari
visite da parte di Sacerdoti e Religiosi, e spesso anche di Ecc.mi Vescovi, e
nessuno ne godeva piú di Lei che, nelle Anime consacrate e particolarmente nei
Sacerdoti, vedeva e venerava Gesú.
P. Bonaventura da Pavullo Def. Gen. Capp.no
Assistente Pontificio delle Suore Minime della Passione di N.S.G.C. in umile e
fedele testimonianza Roma, 13 Maggio 1964 ».
Ecco la relazione che il medico dr. Adolfo Turano
scrisse sulla prima manifestazione del fenomeno:
« Il primo venerdí di marzo 1923, verso le 15 fui
chiamato a casa di Elena Aiello che giaceva supina, con gli occhi semichiusi,
con la testa reclinata da un lato. Dalla fronte gocciolava del sangue, che, in
rivoletti, si spandeva per le guance, per il collo, ed aveva impiastricciato
tutto il cuscino.
« Le braccia abbandonate, i lineamenti del volto
esprimenti una grande tristezza, la testa piegata in avanti e lateralmente, le
labbra leggermente dischiuse, le palpebre semiaperte, davano all'inferma un
aspetto mistico.
1 A. Fabrizio - A. Turano, Di un singolarissimo ed
unico caso di stillicidio sanguigno dalla fronte di un'isterica nei venerdí
di Quaresima, in Rinascita Medica, del 15 marzo 1925 e nel numero successivo;
relazione riprodotta ancora dal Prof. V. Bianchi, nel suo art. Sudor sanguigno
e stigmate religiose in Rivista di Psicologia, 1 gennaio 1926.
« Di tanto in tanto l'inferma s'irrigidiva, sollevava
la testa, spalancava le palpebre semiaperte, sbarrava gli occhi, come se
guardasse intensamente in un punto, ed assumeva diversi atteggiamenti.
« La mimica del volto lasciava facilmente indovinare
lo stato emotivo che attraversava quella psiche; lo spavento, il dolore, la
contemplazione estatica, il gaudio.
« Con la contrazione dei muscoli della fronte si
accompagnava un gemizio di sangue che veniva fuori dalla pelle.
« Piú numerose erano le goccioline di sangue sulla
fronte e propriamente al centro, altre fuoriuscivano dal cuoio capelluto,
specie lungo la sutura sagittale.
« Dopo l'atteggiamento di estasi, la paziente con
flebile voce ma chiara, narrava di aver visto comparire Gesú sulla croce, di
averne contemplate le ferite sanguinanti. Lo strano e meraviglioso fenomeno
richiamò al capezzale dell'inferma, oltre che i familiari, il confessore, i
parenti, gli amici, ai quali questa chiedeva se avessero anche essi
assistito allo stesso spettacolo.
« Il fenomeno durò tre ore, ripetendosi a brevi
intervalli gli atteggiamenti mimici piú diversi e lo stillicidio sanguigno.
« Indi, l'inferma rientrò nello stato normale.
Rimase un po' debole, sfinita, ma si riebbe ben presto tanto che al mattino
seguente, levatasi dal letto, poté riprendere le sue abituali occupazioni ».
Sullo stesso tema ecco la narrazione dell'avv. Di
Napoli, testimone oculare di quanto avvenne nel venerdí santo del 1924:
« Al capezzale di Elena Aiello, denominata
"Monaca Santa" fu in quella occasione un uomo di scienza, il Prof.
Fabrizio dell'università di Napoli, invitato dal dott. A. Turano, medico di
famiglia, intelligente e preparatissimo professionista, il quale, con
l'avvicinarsi della primavera, aveva tentato di convincere mastro Pasquale a
fare ricoverare la figlia nella clinica del Prof. Fabrizio per essere sottoposta
ad osservazione se si fossero verificati i fenomeni dell'anno precedente. Al
netto rifiuto del padre che tanta cura aveva per i figli, cresciuti con
affettuosa riservatezza, il dott. Turano, gli chiese che almeno avesse
acconsentito al Prof. Fabrizio di visitarla a casa e cosí avvenne.
« E, puntualmente, durante i venerdí di quaresima
il fenomeno riapparve. Durante una delle tante visioni, Elena pregò il Signore
di risparmiarle le piaghe alle mani per non destare la curiosità e Gesú
l'accontentò sostituendo alle ferite delle mani atroci sofferenze interne.
« Iniziati i fenomeni il decano Mauro, durante i
venerdí, volendosi accertare che realmente non si trattasse di fissazione
religiosa, di esaltazione isterica, la sottopose a diversi esperimenti. Il
terzo venerdí essa volle essere accompagnata dalla sorella Emma nella camera da
pranzo, ma alle 15 precise avvertí fortissimi dolori per tutto il corpo. La
paziente e afflitta Emma, vedendola in quelle condizioni, l'incitò di recarsi a
letto, ma Elena si oppose per " ubbidire all'ordine di resistere ".
Ma le sue angustie non perdonavano ed infine sentí il bisogno di andare a
letto. Fatti pochi passi, presa dalla crisi, cadde per terra urtando, nella
caduta, col fianco destro allo spigolo di un tavolo, per cui ne ebbe per piú
mesi.
« Venerdí Santo dell'anno 1924, oltre il sudore
dalla fronte, ci furono le stimmate ai piedi e ulcerazioni alle ginocchia. Fui
presente dallo inizio alla fine. C'era quel giorno una folla enorme, appena
appena i carabinieri riuscivano a mantenere le persone convenute anche dai
paesi vicini e da altre località, che si accontentavano di " spiare
" velocemente dalla porta, restando commosse dallo spettacolo pietoso che
offriva Elena, sofferente a letto, col busto coperto da un copertino bianco a
righe, fuori le coltri all'altezza delle ascelle.
« Fuori e per le scale " pellegrini " a
frotte, sostare, salire e scendere, commentare, o in tacite meditazioni, e
nell'ampia stanza due file, in andirivieni, nel labirinto formato da alcuni
familiari, da parenti ed amici, sbalorditi dal flusso e riflusso degli
estranei. Nessuno si preoccupava del pavimento sottoposto al collaudo di un peso
superiore alla sua portata.
« La porticina intercomunicante era aperta.
« Quando giunsi io accompagnato dal fotografo
Gabriele Serra munito di apparecchio al magnesio, Elena aveva gli occhi aperti
rivolti fissamente in alto, in estatica contemplazione di gaudio.
« Il fenomeno sangue fu preceduto da vari gemiti,
come se fosse stata torturata; ma quando il sangue copiosissimo iniziò ad
uscirle dalla fronte irrigandole il volto, Elena piú volte disse: "Com'è
lieve questa corona di spine che mi cinge la testa! Dio mio, che cosa
rappresenta questa sofferenza in confronto alla tua?! " - Di tanto in tanto
si muoveva, estranea a noi, poi cadeva in uno stato di prostrazione, i gemizi si
arrestavano, per ripigliare qualche minuto dopo. Erano le ore 10,30 del 18
aprile 1924, ora in cui la processione dei Misteri, muovendo dalla piccola
chiesa di S. Giacomo, in piazza Municipio, si avviava per percorrere le vie del
paese. Tale controllo era stato predisposto per verificare se effettivamente,
come lo scorso anno, a detta dei familiari, il fenomeno coincidesse con l'inizio
della processione.
« Il Prof. Fabrizio giunse verso le undici, a
fenomeno iniziato, accompagnato dal dott. Turano, quando già ai gemizi si
alternavano piccoli periodi di estasi. Il dott. Matteo Caracciolo, medico
condotto; il dott. Adolfo Scotti, altro medico condotto; il cav. Giuseppe
Paglilla - sindaco; l'avv. Marc. Giorgio Alimena; ed altri che fave, vano
accompagnato, osservarono un attimo ed andarono via.
« Qualche rappresentante della stampa vi fece
capolino ed uscí per attingere notizie. La presenza del Prof. Fabrizio mise
tutti in soggezione e data la ristrettezza dell'ambiente, furono osservate le
disposizioni da lui gentilmente impartite, che nessuno avesse accesso nella
cameretta dell'inferma, all'infuori dei due medici Turano e Fabrizio, di me
e del fotografo Serra.
« Elena ebbe qualche istante di completo risveglio
e provò disgusto nel vedere noi quattro importuni nella sua camera, ma il dott.
Turano la calmò, avvicinandosi al capezzale dicendole: " Elenuccia, sono
il tuo compare (la sorella Agnese l'aveva cresimata), Adolfo Turano, non ti
faccio nulla di male ". Il Prof. Fabrizio si avvicinò, a sua volta ed
approfittando di una nuova abbondante effusione di sangue, con alcuni vetrini
raccolse gocce di sangue e poi con piccole provette. Vetrini e provette,
passati sulla fronte, nei punti ove il sangue usciva, producevano in Elena sensazioni
dolorosissime e soffriva forte. Il fotografo Serra aggrinzava! Non riusciva a
far scattare l'obbiettivo. Prima di procedere a vari esperimenti, il Prof.
Fabrizio chiese di poter vedere le stimmate dei piedi, e le ulcerazioni alle
ginocchia. Il dott. Turano sospese il piede destro tanto da consentire al
prof. Fabrizio di adagiare due cerini sulle parti opposte della stimmata,
tenendo fra le dita la capocchia di accensione, premendo e affondando
discretamente i cerini, fra lo strazio di Elena. Si ebbe l'impressione che tutta
quella massa di ossicini, di nervi e di tendini fosse molle e bucata.
« Quell'esperimento richiamò l'attenzione dei
familiari, i quali intervennero irritati, e, se pur garbatamente, intimarono di
procedere meno crudelmente, sicché solamente di sfuggita si poterono
osservare le ulcerazioni alle ginocchia e nessuna altra parte del corpo, salvo
le braccia scoperte e il petto superiormente.
« Seguí una serie di altri esperimenti sulla sensibilità.
I dottori lavoravano per i fatti propri; io segnavo sul mio taccuino; il
fotografo era impressionatissimo e impappinato.
« Poi i due dottori uscirono dalla cameretta e si
soffermarono a discutere avanti la porta, lasciando a me l'incarico di guidare
il fotografo e di avvisarlo di fare scattare l'obiettivo in occasione di
qualche momento ancora piú straordinario, essendosi sparsa la voce che si
fosse verificata anche la levitazione. Il Serra ne eseguí qualcuna fuori
fuoco; ma il tanto atteso momento non giungeva mai.
« Ed ecco il prof. Fabrizio entrare con la cartella
clinica, dalla quale partí anche il Prof. Bianchi per redigere la sua
relazione nell'anno 1925.
" - ... di valida costituzione scheletrica,
senza deformità o asimmetria, con apparato muscolare ben sviluppato e
sanguinazione normale.
« Nessuna sensazione l'inferma avverte, allorché
cogliamo il sangue sul viso per lo strisciamento leggero da noi praticato,
mentre emette grida di dolore e si contorce per lo spasimo, allorché tale
manovra pratichiamo sulla fronte, e specialmente sui punti gementi.
« Accuratamente detergiamo la fronte con un
batuffolo di cotone idrofilo per osservare i punti gementi, e per quanto lunga
fosse l'osservazione non ci è dato possibile notare lesioni di continuo anche
piccolissime.
« Alla faccia dorsale di ambedue i piedi, in
corrispondenza del terzo superiore dello spazio fra il secondo e il terzo
metatarso osserviamo due lesioni di continuo, quasi identiche, circolari, della
grandezza di un centesimo a margini leggermente dentellati, a fondo rosso vivo
con scarsissima secrezione ematica. Alla parte plantare - e quasi nella parte
mediana di entrambi i piedi, notiamo due lesioni di continuo, piú piccole delle
prime con gli stessi caratteri, con la sola differenza dei margini che sono piú
irregolari, quasi frastagliati. Tali lesioni per la loro forma, per la loro
ubicazione, per la configurazione dei margini danno l'impressione dei due fori
di entrata e di uscita di un chiodo.
« Identiche lesioni, che appena possiamo osservare
per la riluttanza dell'inferma, si trovano nella faccia anteriore delle estremità
del ginocchio.
« La temperatura massima dell'inferma è di gradi
37, sei C., polsi radiali 134. espirazione 28. « La sensibilità tattile,
dolorifica e termica abolite sulla massima parte della superficie del corpo.
L'inferma non sente né il contatto dei vari oggetti, né le punture di spilli,
né il freddo, né il caldo, pure avendole prodotte delle scottature di terzo
grado all'avambraccio sinistro e sul petto con un ferro quasi rovente. Alla
fronte invece, e specialmente sui punti gementi, alla regione cardiaca, alle
ginocchia, alle facce dorsali e palmari delle mani, a quelle dorsali e palmari
dei piedi notasi iperalgesis molto accentuata, giacché lievissimi contatti
con le barbe di una penna, o toccamenti con oggetti che abbiano una temperatura
di poco diversa del normale, producono forti dolori, per cui l'inferma emette
grida disperate accompagnate da un senso di angoscia, da frequenza del ritmo
cardiaco, da lagrimazione.
« Notasi leggero esoftalmo, con midriasi, la quale
si accentua notevolmente durante i rapimenti d'estasi. Vi è aneurosi quasi
completa, non sapendo distinguere neppure i familiari che la circondavano da
altre persone.
« Alla luce del fiammifero, ed anche a quella del
magnesio non si ottiene nessuna reazione pupillare. Il senso del gusto è
completamente sovvertito.
« Le somministriamo pochi sorsi di aceto avvertendola
che è rosolio, e lei accusa invece un forte sapore amaro; le mettiamo in bocca
un pezzetto di zucchero, che ricaccia subito, contraendo i muscoli facciali e
dicendo che le abbiamo somministrato fiele. Il senso dell'olfatto è abolito,
dappoiché tenendole sotto il naso, per lungo tempo, dell'acqua di colonia,
prima, dell'ammoniaca dopo, non avverte nessuna senzazione né piacevole, né
sgradita, mentre la respirazione non subisce alcuna modificazione.
« Il senso dell'udito è parzialmente abolito.
L'inferma ode le parole che le rivolgiamo e risponde anche adeguatamente; non
ode però affatto né rumore, né suoni.
« Non ode le ore suonate da un orologio a ripetizione,
né il suono molto acuto di un campanello da bicicletta accostato
all'orecchio. Richiamata la sua attenzione su quello delle campane della
chiesa che in effetti non suonano, risponde che essendo venerdí santo non
possono suonare né campane, né campanelle. Per completare l'osservazione
facciamo funzionare delle nacchere accostate all'orecchio, ma neppure il
rumore di queste percepisce, né il suono della musica, che a breve distanza
nella via esegue una marcia funebre.
« Nulla di obiettivamente patologico notiamo
all'esame degli organi interni ».
« Dopo la visita il Prof. Fabrizio e il dott. Turano
andarono a pranzare in casa del sindaco, essendo lo zio di costui, il
colonnello a riposo Ercole Paglilla, amico del Fabrizio. Nel pomeriggio in
casa Turano vi fu una riunione di medici e ciascuno espresse il proprio parere.
Quelli del Dott. Turano e del Prof. Fabrizio furono conformi, ritenendo che
"la strana fenomenologia doveva inquadrarsi perfettamente in quella
sindrone tanto complessa e polimorfe che è denominata isterismo ". -
Cosí conclusero alquanti mesi dopo nella relazione citata.
« Il dott. Matteo Caracciolo, con la sua caratteristica
flemma, egli che non era uomo di chiesa, cosí concluse:
« Per me vi è qualcosa di soprannaturale! ".
« Mentre si discuteva in casa Turano, dopo il
passaggio della processione (seconda fase), questa volta davanti la casa di
Elena Aiello, per deporre le statue dei Misteri nella chiesuola di San
Giacomo, il fenomeno andò scomparendo. Sull'imbrunire cessò definitivamente
».
Il fenomeno si ripeterà ogni anno. Ecco ora la
relazione che il 23 novembre 1938, il Dott. Cav. G. Battista Molezzi, scrisse a
Cosenza, per S. Ecc. l'Arcivescovo Mons. Roberto Nogara.
« Suor Elena Aiello e le sue stigmate ».
« Quello che io dirò intorno a Suor Elena Aiello,
il cui organismo in ogni Venerdí di Passione presenta fenomeni tali da
rendere straordinariamente sorpresi, risulta da mie dirette osservazioni
fatte nella sua casa in Montalto Uffugo ed a Cosenza nell'istesso suo Asilo
delle " Piccole Abbandonate ".
« Non entrerò in vane discussioni, né in argomenti
dove per poco entri la religione, ma riferirò soltanto quanto ho visto, e
quello che mi ha colpito di meraviglia e di viva commozione allorquando ne'
detti Venerdí di Passione vidi prodursi in modo impressionante le diverse
stigmate sanguinanti, come appresso descriverò, ed il quadro veramente
tragico delle sofferenze che martoriano quel povero corpo.
« Tralascio di parlare delle gravi malattie delle
quali suor Elena guarí senza i rimedi della scienza, ma in seguito a
soprannaturali interventi com'essa stessa narra, e su' quali mi prefiggo, se
il Signore me ne darà la forza e l'attitudine, d'intrattenermi, sperando di
tracciare un giorno la vita della stigmatizzata.
« Molti de' fenomeni furono studiati da scienziati
quali il Fabrizio ed il Martelli, ma senza poter venire a capo di una
spiegazione qualsiasi.
« Innanzi tutto bisogna accennare all'esistenza
fisica di Suor Elena, che senza concedersi sia anche un pasto frugale, ma
cibandosi semplicemente di un po' di legumi e bevendo solo acqua, sopporta una
vita di lavoro ininterrotto che fiaccherebbe ogni altro organismo ben
costituito, e ciò nonostante le sofferenze alle quali il suo fisico va
soggetto. Può dirsi che Suor Elena viva del suo digiuno che se non è
straordinario, come quello dell'altra stigmatizzata, Suor Teresa Neumann, non
è men degno di nota.
« Ma quel che sorprende è la comparsa delle
stigmate sanguinanti che ogni Venerdí di Passione e propriamente nelle ore in
cui N. Signore Gesú Cristo soffrí sulla croce, si manifestano attorno alla
fronte con la comparsa di numerosi punti emorragici come se prodotti da acute
spine, e poi al costato, alle mani, a' piedi, e, fenomeno piú spettacoloso,
questi forati da parte a parte come si è verificato spingendo uno stecco di
legno attraverso tutte e due le piante, come se veri chiodi le avessero
traforate.
« Tutte queste stigmate sanguinano abbondantemente
tanto da restarne inzuppata molta biancheria.
« Suor Elena resta allora in istato sonnambolico
interrotto spesso da estasi dolorose, durante le quali rimane con le braccia
aperte come su una croce, e gli occhi, spalancati, esterrefatti, fissantisi
come su una lontana visione paurosa. Nello svegliarsi, e quando ha man mano
ben ripreso la coscienza, afferma essere stata spettatrice della Passione di
N. Signore, ed a parte di quella Tragedia Divina.
« Tutti questi fenomeni cessano d'incanto passato
il Venerdí Santo; delle stigmate sul costato, sulle mani e su' piedi restano
macchie cicatriziali epidermiche che alle volte si coloriscono in rosa, e
permangono, come puossi constatare in ogni tempo. Degno di nota è che Suor
Elena da uno stato di prostrazione profonda, anzi di vera adinamia durante la
quale piú di una volta fa temere per la sua vita, la mattina del Sabato Santo
si leva da letto ilare e forte, dà ordini, sopraintende a tutto, ed inizia la
sua vita di operosità e di bene, come se nulla fosse successo nel suo organismo.
« Or quanto abbiamo descritto si è voluto spiegare
con i soliti fenomeni d'isterismo o con l'influsso del sistema nervoso. Ma vi è
invece da domandarsi: ci troviamo d'innanzi ad un evento straordinario? E'
ignoranza la nostra che non spiega la fenomenologia biologica e patologica
oppure siamo d'innanzi alla manifestazione di un mistero intorno al quale la
scienza si affatica invano?
« Il certo è questo che uscendo dalla casa dove
si è assistito allo strazio di quel povero corpo, si ha sempre presente agli
occhi quel volto inanimato rigato di sangue che cola dalla fronte e dalle
tempie, quella maschera di spasimi, ed il corpo sussultante ad ogni toccamento
che il visitatore incauto si permette fare su quelle piaghe.
« Sotto l'incubo di un pensiero per ciò che non è
conosciuto e spiegato, l'uomo comune o di scienza rimane turbato e perplesso, e
la mente non rifugge dal pensare all'influsso di una forza ignota ed occulta che
spinge il dubbio ai margini del mistero. E dubbio e meraviglia crescono nel
segreto di un pensiero: come cioè quest'anima portata dal vento dell'amore,
possa dar forza al corpo martoriato continuamente da molteplici sofferenze se
non sorretta da un potere Supremo.
« Questo è quanto in mia fede e coscienza, ed anche
nella mia qualità di medico curante, mi è dato affermare su quanto interessa
la vita straordinaria di Suor Elena Aiello ».
« Dal su esposto e da quanto ho potuto fare oggetto
delle mie considerazioni, una sola cosa parmi certa ed è che tutto quello che
si verifica in Suor Elena Aiello avviene sotto l'influsso di una forza
soprannaturale, e che pertanto sfugge ad ogni controllo scientifico.
« Quest'umile Serva che, con la certezza infallibile
de' Santi, partí dal suo paesello alla conquista di un Regno, quello di Dio,
e che pertanto compie le sue opere di bene che non sarebbero possibili senza una
serie ininterrotta di eventi miracolosi, presenta manifesti segni di un potere
che trascende ogni umana concezione.
D. G. Battista Molezzi ». La relazione
Fabrizio-Turano e l'art. del Bianchi che ne dipende descrivono i fatti, e
parlano di isterismo.
Altri medici, presa visione diretta dei fenomeni e
tenendo debito conto di tutte le circostanze e degli altri eventi che li
precedettero e li seguirono, si pronunciarono allo stesso modo
del Dr. Molezzi nella sua relazione, e del Dottor
Matteo Caracciolo.
La guarigione istantanea del 22 maggio 1924 è
attestata anche nella relazione dr. A. Turanoprof. Fabrizio:
« In seguito a questo nuovo insuccesso (gli
ostacoli, cioè, incontrati per la statua di S. Rita), i suoi mali si acuirono:
l'alimentazione divenne piú difficile, piú forte il dolore alla spalla, piú
completa la paralisi del braccio, ed intorno alla ferita operatoria, non ancora
cicatrizzata, si veggono comparire numerose piaghe.
« Il collega Turano, che viene chiamato per gli
opportuni rimedi, osserva queste piaghe di forma circolare, con margini tagliati
a picco come fatti con uno stampo a fondo rosso sporco, sanguinanti e situate
a corimbo. Per lungo tempo, accuratamente medicate, non guariscono, anzi
vanno peggiorando.
«Dopo alcun tempo, però, di notte, ha una nuova
visione della Santa, la quale, poggiandole una mano sullo stomaco, amorevolmente
la ammonisce che le sue sofferenze finiranno presto. « All'indomani, infatti,
allo svegliarsi, si accorge, con grande sua meraviglia, che può aprire
liberamente la bocca, muove il braccio, paralitico da diversi mesi, e le
piaghe vanno rapidamente guarendo senza alcun rimedio terapico». La relazione
offre non poche imprecisioni nei particolari!
Molto si è scritto sui fenomeni del sudore di sangue
e delle stigmate a proposito di P. Pio da Pietralcina e di Teresa Neumann di
Konnersreuth.
Nel leggere il libro di Luciano Berra z, ci colpi la
peculiare analogia tra gli eventi che caratterizzano la gioventú di Teresa e
quella di Elena.
Anche Teresa nasce nella settimana santa, il 9 aprile
1898, da una famiglia veramente cristiana; suo padre, Ferdinando, è sarto. A
scuola, come le altre bambine; una sola cosa l'attirava: il racconto della
Passione di Gesú; la piccola scolara timida e pigra, s'incantava,
ascoltandola.
Resl (Teresina) era una fanciulla, come tutte le
altre; le piaceva giocare, le piaceva cantare. Le sue tristezze erano fugaci;
era contenta del suo mondo, né la tormentava alcun desiderio e alcuna
invidia. Anche il lavoro non le pesava: dopo le ore di scuola, lavorava in
campagna; lo sforzo fisico la rendeva piú ilare.
Nel 1912 lasciava la scuola; la sua semplicità era
rimasta intatta. Venne la prima guerra mondiale (1914). Teresa passò serva di
campagna in casa d'altri. In casa del sarto, infatti, la vita trascorreva
grigia e penosa come in tutte le case dei poveri. Nella sua miseria, Ferdinando
Neumann era, con la sua sposa, tutto abbandonato a Dio; il pensiero della
Provvidenza illuminava e consolava spesso i suoi discorsi.
Il 18 marzo 1918, una domenica, scoppia un incendio
nella fattoria di Martino Neumann, dove Resl serviva. Mentre si adopera
anch'essa a spegnere le fiamme, è colpita da un male tremendo, alla spina
dorsale. Teresa che da lunghi anni portava nell'animo il desiderio di
consacrarsi missionaria (e già aveva ottenuto il permesso di entrare tra le
Benedettine di Tutzing), ormai non è piú che un corpo invecchiato e dolorante.
Non può camminare: lesione alla spina dorsale. Due mesi di ospedale non servono
a nulla; torna a casa a Konnersreuth; il male l'ha scarnita, ròsa, contorta.
Nell'ottobre 1918, diviene anche cieca. Non può piú inghiottire cibo solido.
Anni di sofferenze, di silenzio, nel suo tettuccio;
mentre l'animo è sorretto sempre dalla preghiera, dalla fiducia in Dio.
Il 23 aprile 1923 riacquista la vista: è una grazia
di S. Teresa del Bambino Gesú, nel giorno della sua beatificazione.
Il piede si rattrappisce e dalle piaghe brucianti
manda sangue e materia fetida e schifosa; anche questa volta i medici non
possono nulla: bisogna tagliare. Ma Resl prega S. Teresa del Bambino Gesú; una
monaca carmelitana le ha mandato tre petali di rosa che a Lisieux han toccato
la tomba della piccola Santa; chiede che li pongano sulla carne malata quando le
fasciano il piede; passano pochi secondi ed il piede ritorna sano.
Il 17 maggio 1925, giorno della sua Canonizzazione,
S. Teresa del Bambino Gesú le appare; una luce splendente riempie la stanzetta
di Resl: la piccola Santa di Lisieux la guarisce: Resl può camminare, dopo
sette lunghi anni che il male la teneva inchiodata al letto.
Nuova apparizione, il 30 settembre 1925: S. Teresa
del B. G. le dice: « Tu puoi ora camminare, senza che alcuno ti sorregga ».
Il 7 novembre 1925, insorgono atroci dolori, si
tratta di appendicite.
Alla presenza dei familiari, del medico e del
Parroco, Resl entra in estasi, le appare S. Teresa del B. G., che immediatamente
la guarisce. Ritornata in sé, vuole recarsi subito in chiesa, perché cosí
la Santa le ha detto.
A metà quaresima del 1926, con la visione del
giardino del Getsemani, hanno inizio le contemplazioni estatiche della
passione di Gesú (cf. pp. 46-64).
« Ecco prima Gesú sul monte degli Ulivi (cosí
Teresa racconta la sua visione) inginocchiato mentre gli Apostoli riposano. Poi
ella vede Giuda...; è il tradimento. Si avanza allora la soldataglia...
Quindi la flagellazione.
« Le scene si susseguono, si ricostruiscono davanti
agli occhi attoniti di Teresa che è ormai insensibile ad ogni richiamo,
insensibile alla voce, alla carezza, a qualsiasi cosa che sfiori la sua carne.
« Seguono la condanna... la via Crucis... il Cireneo,
la Veronica... la crocifissione... Ai piedi della Croce Teresa non vede che la
Vergine e San Giovanni. Nell'ombra che cala improvvisa, soltanto la Croce
appare in luce. La sofferenza di Gesú è atroce. Teresa ode - nell'aramaico di
quel tempo - le sconsolate parole: Eloi, Eloi, lamma sabacthani! Mio Dio, Mio
Dio, perché mi avete abbandonato?
« Poi, dopo un ultimo sussulto, Gesú muore. « La
visione scompare. E Teresa che, per una forza misteriosa, durante tutto il
succedersi delle tragiche scene, è rimasta rapita, con le mani levate verso
l'alto, quasi sospesa, né coricata né completamente seduta, s'abbandona
pesantemente, come tutti i suoi nervi si siano rilassati improvvisamente. E'
un corpo morto che cade, che s'abbandona stanco, sfinito, non avendo piú forza
alcuna di reggersi.
« Ella, infatti, durante la visione, ha molto
sofferto. Non ha soltanto visto ma ha pure partecipato, per cosí dire, a
quell'ora di passione. Nella sua carne, si sono, cioè, ripercossi gli spasimi
del corpo tormentato di Gesú: ella ha sofferto delle battiture, delle
trafitture delle spine e dei chiodi, ha sentito gravare sopra di sé il peso
della croce. Le grida della folla accecata di odio le sono riecheggiate
nell'anima dolorosamente. Le ha dato gioia l'atto pio della Veronica, l'aiuto
del Cireneo. Ma per pochi istanti. La sofferenza l'ha subito nuovamente
posseduta. Dalla ferita del cuore il sangue è uscito continuamente.
« Fino a quel giorno Teresa aveva potuto nascondere
ai suoi di casa la ferita: soltanto sua sorella Crescenzia sapeva. Ma non
soltanto dal cuore il sangue era uscito: gli occhi avevano pianto lagrime di
sangue; il volto s'era rigato di rosso e le lagrime sanguigne s'erano fermate
e incrostate agli angoli della bocca piegata in una smorfia di dolore.
« Ed ora che l'estasi è trascorsa e s'abbandona
spossata, Teresa sente che altro sangue le esce dalle mani e dai piedi. Ma il
sangue, raggrumato sugli occhi, le impedisce di vedere cosa sia. Non dice
niente a quanti le sono vicini. Soltanto a sera chiama sua sorella Crescenzia.
« Ho tanto male alle mani e ai piedi e sento del
sangue, guarda cos'ho ».
« La giovinetta la scopre e vede che i piedi e le
mani della sorella sono segnati da ferite dalle quali esce il sangue. Allora ne
informa i genitori che fanno subito chiamare il parroco.
« Teresa non vorrebbe mostrare queste sue piaghe.
Bisogna che il sacerdote glielo comandi, glielo imponga per obbedienza ed allora
mostra le sue mani sanguinanti ed i suoi piedi. Sono come il segno di una
trafittura. Sono - non c'è dubbio e incertezza nel giudizio del sacerdote
confuso e tremante egli stesso nel farne la costatazione - il segno delle
piaghe del Salvatore: le stigmate.
« Pallida, col volto incrostato di sangue, le
braccia un poco allargate, Teresa è lí nel suo letto senza saper parlare,
senza poter vedere, tra gente che piange in silenzio. Le piaghe aperte la fanno
soffrire, ma non si lamenta, non si turba. A momenti un sorriso lieve le sfiora
il volto e par quasi una luce che la faccia tutta risplendere.
« La quiete del piccolo borgo è rotta. Il nome di
Konnersreuth che le guide non segnano, che i turisti non conoscono, che le carte
geografiche dimenticano, è ormai conosciuto come quello di una metropoli. Sulle
strade del paesotto bavarese s'incammina una folla di pellegrini che vengono
da tutti i paesi e parlano tutte le lingue. I giornali portano lunghe cronache
del "caso di Konnersreuth ". Il nome di Teresa Neumann passa tutte
le frontiere e già molti la invocano come quello di una protettrice. Gente che
crede e gente che non crede viene al capezzale della contadina e taluno
s'inginocchia e tal'altro guarda soltanto con occhi curiosi e con sorriso
scettico. Chi parla di santità e chi di trucco, chi di grazia divina e chi
d'isterismo. Non sono soltanto donne e curiosi che vengono a Konnersreuth, ma
scienziati non usi a lasciarsi trascinare dall'entusiasmo, abituati al freddo e
preciso esame scientifico, alle diagnosi mediche, alle severe indagini. Uomini
che non hanno dubbi sulla loro scienza; dei mistici della scienza alla quale
credono come alla verità suprema, insorpassabile. S'avvicinano al letto della
sofferente, la sottopongono a lunghi esami, la interrogano: vorrebbero toccare
con le loro mani il fondo del mistero e dar una spiegazione anche agli enigmi
(l'inspiegabile secondo leggi naturali è per taluno enigma) piú oscuri. Molti
si arrendono e confessano l'impossibilità per la scienza di spiegare alcuni
dei fenomeni che maggiormente hanno attirata l'attenzione. Altri tentano il
ragionamento scientifico, hanno pronte le loro teorie che dovrebbero
sciogliere ogni mistero e porre il " caso di Konnersreuth " in una
luce umana. Altri ancora vanno piú in là e affermano che si è sotto il
dominio di leggi soprannaturali ».
E infine, a p. 66 ss.: « Chi ha assistito ad una di
queste estasi n'è rimasto fortemente impressionato. E' una visione tragica.
Una donna che non ha piú percezione di quanto è attorno a lei, soffre
atrocemente e piange, e si dibatte nel suo letto con le mani tese verso l'alto,
verso " qualcosa " che soltanto i suoi occhi sanguinanti scorgono. Una
sofferenza sovrumana tortura la carne e l'anima di lei che pare non aver forza
bastante per sopportarla. Si può credere o essere degli scettici, si può
pensare ciò che si vuole dei fenomeni straordinari che si manifestano, ma di
fronte a questa scena in cui il dolore appare in una evidenza straziante, non
si può essere degli indifferenti. Né per un solo istante può passare nella
mente il pensiero d'essere davanti ad una commediante. C'è qualcosa di
misterioso che sublima la scena e che incute, a quanti vi assistono, sgomento
e rispetto. « Anche quando finalmente Teresa, dopo un ultimo gemito, dopo che
le sue braccia per l'ultima volta si sono levate verso l'alto, spossata cade
riversa sui cuscini, placata e pacificata, l'anima degli spettatori non
s'acquieta. Rimane qualcosa che tiene desti e inquieti. Non si può dimenticare
e nel tempo stesso non si può ritornare col pensiero a quanto si è visto senza
sentirsene nuovamente turbati. Uomini scettici e rudi hanno ritrovato presso il
letto di Teresa le loro lagrime. Altri ch'erano andati a Konnersreutth con
l'anima arida e impigrita ne sono venuti via smarriti come tutte le volte che si
scopre una realtà nuova, superba e dominatrice ».
Perdonerà il lettore se rileverò ancora qualche
dato comune ai tre stigmatizzati: P. Pio da Pietralcina, Teresa Neumann ed Elena
Aiello.
Luciano Berra, nel libro citato (p. 145 ss.), cosí
lo descrive:
« Teresa legge nel segreto delle coscienze. Il suo
occhio entra nella piú profonda intimità. Non si rivelano cose nuovissime
raccontando certi fatti che sono ormai famigliari a quanti conoscono Teresa
Neumann, e che sono stati riportati in tutti i libri che parlano di lei. Uno dei
piú clamorosi è l'episodio raccontato da Mons. Schrembs, Vescovo di Cleveland,
che fu a Konnersreuth nella primavera del 1928 accompagnato dal suo
Cancelliere Mons. Fadden e da alcuni pellegrini. Mons. Schrembs è oriundo
bavarese ed era assai bene a conoscenza del " caso di Konnersreuth
". La visita alla Neumann è stata da lui stesso raccontata ed è qualcosa
di piú d'una semplice " impressione ". è altissima testimonianza
di un fatto sul cui valore non vi possono essere giudizi discordi. Appunto per
questo lascio
a lui stesso la parola, riportando quanto egli
scrisse, nella traduzione che è apparsa in diverse pubblicazioni.
« Mentre mi trovavo nella camera delle visioni -
scrive Mons. Schrembs - con molti altri pellegrini, entrò la madre di Teresa.
Mons. James A. Mac Fadden, mio cancelliere, sedeva dietro di me. Ad un tratto
Teresa, che non poteva aver avvertita l'entrata della madre, disse a voce bassa:
- Mamma, questo signore accanto a te (voleva dire me) è originario di questo
paese. Nacque non molto lontano di qui. Tuttavia egli abita ora al di là del
mare e svolge una grande attività per la causa di Dio. Egli è chiamato a fare
ancora molto. Ho da dire qualche cosa, " a lui solo ". - I pellegrini
raccolti nella stanza incominciarono ad uscire e con loro anche Mons. Mac
Fadden. Allora Teresa disse: - Il signore dietro di te, può restare; tanto non
capisce il tedesco. - E cosí Monsignore divenne l'unico testimonio auricolare
del colloquio confidenzialissimo svoltosi fra Teresa e me. Ella svelò i
segreti piú profondi della mia anima che solo Iddio ed io conoscevamo. Mi
parlò poi del passato e dell'avvenire ».
Di Elena Aiello si narrano, da parte degl'interessati,
molti episodi analoghi; alcuni sono a nostra conoscenza. In attesa però che
ne siano raccolte le testimonianze giurate, ci siamo limitati a riferire, nel
corso di questi appunti, soltanto quei pochi di cui possiamo garantire, di
persona, la precisa formulazione e la oggettiva rispondenza con l'avvenuta
realizzazione.
Ancora a p. 95, di Teresa Neumann il Berra scrive: «
Ella dice di parlare per la verità. La verità è questa: e lo dice
placidamente paga della sua affermazione. Il non essere creduta non la
tormenta per sé, quanto - dice - per il rispetto dovuto alle cose divine.
« Questa sua semplicità e questa sua limpidezza
tolgono al visitatore ogni soggezione. Passato il primo istante di incertezza
si discorre con Teresa come la si conoscesse da chissà quanto tempo. Il suo
buon umore ravviva spesso la conversazione ».
E piú oltre (p. 97): « E sorprende, in una contadina,
certa finezza di osservazione che giunge ad intendere l'opportunità di tacere
una notizia o un particolare quando possano trascinare responsabilità altrui.
Di sé nulla nasconde e nulla tace, della sua vita nulla nasconde e nulla vuole
si nasconda ».
« In Teresa tutto ciò (il parlare della "
scienza ") è naturale e spontaneo: parole che sgorgano con tutta
semplicità come dopo un'intima riflessione. In lei, del resto, tutto è
naturale e spontaneo. Non artificiosità, non pose, non arie di sapiente. Si
può quasi dimenticare - parlandole in ore normali, quando non è rapita in
estasi - di essere accanto ad una donna, protagonista di cosí eccezionali
avvenimenti.
« Domina la conversazione senza che lo si avverta
» (p. 99).
« In paese tutti parlano del " miracolo ".
Pochissimi non vi credono e parlano di "trucco". Il contadino non è
uso a distinzioni ed alle sottigliezze. Teresa la chiamano " la Santa
" e credono che veramente abbia in sé potenze non umane » (p. 105). Da ciò
l'accorrere sempre crescente a lei per ogni sofferenza, per ogni caso doloroso,
in cerca di preghiere e per consigli.
Ecco lo schema delle Case, con l'indicazione
dell'anno di apertura e qualche cenno dell'attività specifica:
1. - Cosenza, Via dei Martiri 9. Casa Generalizia.
« Istituto S. Teresa del Bambino Gesú ». Dal 20 settembre 1937. (In Vico II
Revocati, gennaio 1928. Palazzo Caselli, nov. 1928. Rione Spirito Santo,
febbr. 1932).
A parte: noviziato - probandato.
Attività: Orfanotrofio con orfanelle e piccole abbandonate
dai tre ai ventuno anni. Scuole elementari. Laboratorio professionale di
taglio, cucito, maglieria, merletteria e ricamo.
Asilo infantile « Vera Palmardita ». Organizzazione delle colonie estive, per 710 assistiti, in due turni.
Assistenza parrocchiale: catechismo, Azione Cattolica,
Messa del fanciullo nelle seguenti Chiese: S. Francesco di Paola, Spirito Santo,
S.mo Crocifisso, S. Agostino, S. Giovanni, S. Lucia, S. Aniello. Piú di un
centinaio di bambine.
2. - S. Fili. Orfanotrofio « S. Francesco di Paola ».
Dal 4 ottobre 1939. Superiora': Suor Vittoria Greco, con 4 Suore professe.
Orfanotrofio. Scuola Materna.
3. - Bucita. Orfanotrofio « S. Lucia ». Dal 13
dicembre 1941. Superiora: Suor Gertrude Fiorita, con 4 Suore professe.
4. - Rovito. Asilo Infantile « S. Barbara ». Dall'11
ottobre 1942. Superiora: Suor Filomena Santelli, con 4 Suore professe. Con
laboratorio professionale: taglio, cucito, ricamo.
5. - Castrolibero. Asilo Infantile « S. Antonio di
Padova ». Dal 4 aprile 1943. Superiora: Suor Cherubina Smeriglio, con 3 Suore
professe.
6. - Montalto Uffugo. Istituto Magistrale « S. Rita
da Cascia ». Dal 12 aprile 1943. Complesso grandioso, che domina dall'alto il
paese e l'ampia valle del Crati. Superiora: Suor Angelica Trotta (attuale M.
Vicaria Generale), con 10 Suore professe. Aspirandato. Asilo Infantile. Scuole
Elementari. Scuola Media, Scuola Magistrale: legalmente parificate.
Orfanotrofio e Collegio. Laboratorio professionale.
7. - Ivi. Orfanotrofio « S. Chiara », dal 7 ottobre
1958; con 3 professe e un altro asilo in. fantile.
8. - Paola (Marina), Via S. Leonardo 7. Istituto «
S. Gemma Galgani ». Dal 23 novembre 1944. L'immobile fu acquistato da Suor
Elena il 22 dicembre 1939; danneggiato dai bombardamenti nel 1943, dovette
essere « funditus » restaurato. Solo nel 1954 ebbero fine tali lavori ed è
stata ripresa tutta l'attività. Il numero delle bambine interne è di 65.
Orfanotrofio. Asilo Infantile. Scuole Elementari.
Laboratorio professionale. Superiora: Suor Teresa Infusino, con 8 Suore
professe.
La Casa consta di tre piani: nel I° sono 4 grandi
vani; nel II° 8 e nel III° ancora 8.
9. - Spezzano Piccolo. Asilo Infantile « S. Giuseppe
». Dal 17 marzo 1946. Superiora: Suor Gemma Infusino, con 3 suore professe.
Asilo Infantile e Laboratorio di taglio, cucito, ricamo.
10. - Carolei. Asilo Infantile « S. Luigi Gonzaga ».
Dal 30 aprile 1947, nuovo edificio (Già dal 1939, le Suore vi tenevano un asilo
parrocchiale). Superiora: Suor Francesca Scovino, con 5 Suore professe. Oltre
all'asilo: orfanotrofio e laboratorio professionale.
11. - Marano Marchesato. Orfanotrofio « S. Cuore di
Gesú ». Dal 31 ottobre 1950. Superiora: Suor Rita Osso, con 4 Suore professe.
Attività, come alla Casa precedente.
12. - San Sisto. Asilo Infantile « P. Bernardino
Clausi ». Dal 15 giugno 1952. Superiora: Suor Antonietta Mazzei con 3 professe.
Asilo e Laboratorio professionale.
13. - Cerchiara (Diocesi di Cassano Ionio).
Orfanotrofio « S. Maria delle Armi ». Dal 3 dicembre 1954. Superiora: Suor
Nicolina Ramundo, con 3 professe. Oltre all'orfanotrofio: asilo infantile e
Laboratorio professionale.
14. - Orsomarso (Diocesi di Cassano Ionio). Asilo
Infantile « Madonna di Fatima ». Dal 10 maggio 1956. Superiora: Suor
Margherita Casciaro, con 3 Suore professe. Anche Laboratorio professionale.
15. - San Lucido. Casa di riposo « Antonio e Pierina
Manes ». Dal 6 novembre 1957. Superiora: Suor Carmelina Cribari, con 3
professe. Per alcuni anni, le Suore ebbero in fitto annuo un grande
edificio, in prossimità della spiaggia, per le colonie estive.
16. - Roma, Via dei Baldassini 18. Asilo Infantile «
Madonna di Fatima ». Dal 23 settembre 1959. Superiora: Suor Imelda Mazzulla,
con 5 Suore professe. Educande.
17. - Lauropoli (Diocesi di Cassano Ionio). Asilo
Infantile « S. Maria Cabrini ». Dal 24 ottobre 1959. Superiora: Suor Colomba
Celestino, con 3 professe. Asilo e orfanotrofio.
18. - Cosenza - Panebianco - Verso S. Vito. Istituto «
Cuore Immacolato di Maria ». Dal 1 ottobre 1960. Superiora: Suor Candida
Trifilio, con 6 Suore professe. Asilo. Orfanotrofio. Scuole Elementari.
Le suddette Case sono di proprietà dell'Istituto,
tranne quelle di Marano, Spezzano Piccolo, Cerchiara e Lauropoli.
In occasione della morte di Suor Elena, le Suore
Minime ricevettero diverse lettere che parlano di grazie ottenute per
intercessione della loro Madre Fondatrice.
1. - Da Pontebba (Udine), 21 giugno 1961, la signora
Venerina Englaro (Via Mazzini), cosí scrive: « Ho appreso dal giornale che
Suor E. A. è morta ieri... Per riconoscenza mi sento in dovere di comunicarvi
che per intercessione di Suor Elena nel lontano 1940 ottenni da Dio la guarigione
prima di un mio figlio, e poi dell'altro salvato miracolosamente per aver tenuto
sul petto la lettera che Suor Elena mi aveva scritto. Attraverso i pericoli
della guerra e sono trascorsi 21 anni; ho qui mentre scrivo la lettera
ingiallita dal tempo. P. S. Accludo la busta della lettera e riconoscerete
la sua calligrafia ».
2. - Il 9 luglio 1961, da Pisa, Ippolita Barberini
(Via San Mattia, 63, Napoli) che parla di una grazia ricevuta.
3. - L'8 novembre 1961, Antonietta Dionisio (Via
Giandomenico Patroni, 6, Bari) : « R. M. Superiora, la sottoscritta è una
miracolata della vostra consorella, Suor Elena Aiello. Soffrivo molto ai
denti; poco dopo la morte di Suor Elena la pregai di vero cuore se mi otteneva
la guarigione... ho sperimentato il suo soccorso ed è mio dovere pubblicarlo a
gloria Sua ».
4. - Il 21.6.1962, Maria Tanzi vedova D'Angiò, da
Foggia: « L'anno scorso il giorno 22 giugno, mi trovavo in viaggio da Bari a
Foggia di ritorno da una Clinica: con l'aiuto della Croce Rossa, riportavo mio
marito grave, ormai condannato alla morte da un male ribelle. Affranta dal
dolore, mi disperavo per la salvezza della sua anima, poiché contrario ai
Sacramenti e da molto tempo lontano.
« Lungo il viaggio, non so come, mi capitò tra le
mani un frammento di giornale, dove appresi che in quello stesso giorno
avrebbero avuto luogo i funerali della Suora santa.
« Io allora, con tanta fede, mi misi a pregare Suor
Elena per la conversione di mio marito, promettendo di far pubblicare detta
grazia.
« Sono sicura che è stato per la sua intercessione
che mio marito ricevette i Sacramenti e morí rassegnato.
« Io pregherò sempre Suor Elena Aiello in ogni mio
bisogno, specie per ottenere una buona morte ».
5. - L'l1.1.62, il signor Rocco Bottiglieri (Via
Manin, 59, San Benedetto del Tronto, Ascoli Piceno) comunica che nell'estate
dell'anno precedente dovendo subire un'operazione al collo, e data la stessa
indecisione dei medici, sia per la sua età avanzata che per l'alta azotemia, si
rivolse a Suor Elena, "passando" piú volte sul collo un batuffolo
col sangue preso dal pannello, di cui abbiamo parlato.
« Ripresi coraggio, speranza, vita ». Fu operato
felicemente « senza un lamento ».
« E' stata la santa che ha fatto il miracolo ed io
La ringrazio vivamente e La prego tutti i giorni come la mia Santa Benefattrice
».
6. - Da Roma (Via Tor Sapienza, 73), il 5.4.1963, la
signora Lucioli Francesca cosí scrive: « Non ricordo la data precisa se fu
l'ultimo di novembre o i primi di dicembre del 1961. Ero disperata a motivo
che il mio figlio, di 12 anni e mezzo, ha avuto un abbassamento di vista. Ho
invocato Cielo e terra per venirmi in aiuto...
La notte, del giorno sopra indicato, mi sogno tanta gente che camminava per la strada e gridava: Suor Elena, Suor Aiello e pregavano e chiedevano grazie. Io mi sono messa insieme a loro. Arrivati a un certo punto, abbiamo visto una tomba chiusa di fresco: sembrò che tutta quella gente piú non ci fosse. Ad un tratto ho visto una persona come in seguito spiego.
« Subito le dico: " Suor Elena, mio figlio guarisce?
". Lei mi guarda e mi dice: " Sí, fra un anno ".
« La mattina, col vivo ricordo del sogno, che rimane
tutt'ora come se fosse stato adesso, non sapendo chi fosse questa Suor Elena,
telefono ad una mia zia, cui racconto tutto. Ignorava anch'essa chi fosse Suor
Elena e suggeriva non si trattasse di santa Rita: ma non mi convincevo perché
le rassomiglianze non c'erano.
« Dopo due o tre giorni, mio figlio si trovava sul
marciapiedi dinanzi al nostro negozio di frutta; passa un signore che noi
conosciamo, con della carta per avvolgere la roba; e cosí dà a mio figlio
qualche foglio di carta. Questi, nello sfogliare la rivista, trova un articolo
che parla di una suora, e conoscendo il mio interesse per tali articoli, entra
e mi dice: " Mamma, questo è per te ".
« Con mia grande meraviglia e sorpresa e non so dire
quale gioia, era la persona che avevo sognato » (Dal foglio accluso alla
lettera, su cui la donna ha scritto: " Me l'ho sognato proprio cosí
", risulta essere "Grazia" del 4 giugno 1961, p. 60 s.: la foto
ritrae Suor Elena nel suo letto, con accanto visibile il pannello di masonite
con l'effigie che essuda sangue).
« Leggo il nome e cognome proprio quello che io
prima di allora non avevo mai inteso nominare, né mai sentito parlare di questa
suora.
« Io aspettavo la grazia, ma siccome l'anno è
passato e la grazia sembra che ancora non è arrivata, da qualche giorno mi è
venuta la pressante idea di scrivere. Prego di pregarla voi, di fare qualche
triduo o novena... che mi concederà la grazia da me tanto aspettata. Forse
vuole che la pregate voialtri che sapete veramente pregare... ».
7. Da Roma, 9-10-1963: « Io qui sottoscritta, Emilia
Francavilla, abitante a Via delle Acacie, 152, dichiaro che la Signora Anna De
Vita di Cosenza mentre ero gravissima in Policlinico, con viva fede, il 25
maggio corrente anno, mi ha passato sul corpo la reliquia (!) di N. S. Gesú
Cristo (quella imbevuta del sangue che scorreva alla parete del letto di «
Suor Elena Aiello »), implorando la grazia della mia guarigione con l'intercessione
della suddetta " Suor Elena Àiello ".
« La Signora Anna De Vita passandomi sul corpo la
"santa reliquia" ha detto: "se vedrò in piedi questa ammalata le
farò scrivere la dichiarazione ".
« Infatti due giorni prima che ella (Sig.ra De Vita)
lasciasse il Policlinico, io accompagnata da mia sorella sono andata al bagno.
Ancora non sono completamente guarita; sto un periodo bene ed un altro
malissimo, però fido nella intercessione di Suor Elena Aiello e terrò sempre
nel mio petto la reliquia preziosa ».
Segue una lettera del marito Signor Gabriele
Serena, firmata anche a nome dei figli: in essa è detto che il « giorno tre
ottobre è uscita mia moglie da una morte sicura, dopo sei mesi di dolore, di
sofferenza ».
Sono in mio possesso due lettere, di alcuni anni piú
indietro, scritte a Suor Elena Aiello, per grazie ricevute.
La prima è del 13 ottobre 1955, da Cliffside Park,
New Jersey. « Reverenda e cara Madre, il giorno 29 settembre scorso sentii la
sua voce e un po' della sua storia dalla prima trasmissione di Lucio Basco e mi
commossi un poco, ma non ci pensai tanto a lungo.
« Alla mezzanotte dello stesso giorno il mio bambino
di 4 anni e tre mesi fu preso da un grave attacco di grupp alla gola e stava
soffocando. Venne subito il dottore e me lo fece portare subito all'Ospedale
dove gli diedero l'ossigeno e gli apprestarono altre cure del caso e lo
specialista accorso d'urgenza non si peritò di dirmi che il caso era molto
grave e se nelle prossime poche ore non avesse migliorato l'unico tentativo
era di operarlo praticandogli un'apertura nella gola e intromettergli un tubo
per portare aria ai polmoni.
« Mi sentii agghiacciare e sedetti vicino al suo
lettino contemplando quel corpicino scosso e tormentato da un respiro che
sembrava un sibilo inumano senza avere nemmeno la forza né di pensare né di
pregare.
« Alle quattro del mattino era lo stesso; mi
ricordai della trasmissione radio e di voi; allora mi avvicinai alla finestra e
rivolgendo gli occhi al Cielo dissi: " Signore se non puoi per me che sono
cattiva e non merito, per l'amore che Ti porta Suor Elena Aiello, salva il mio
bambino ".
« Sentii subito una nuova speranza e dopo qualche
minuto incominciò a migliorare. Alle otto e mezzo del mattino era fuori
pericolo.
« Ora è a casa ed è quasi guarito e senza operazione
e ciò io l'attribuisco a una grazia Celeste che il Signore ha voluto fare per
amor vostro.
« Accludo la foto del bambino e una modesta
offerta per i suoi orfanelli sperando che volete ricordarci nelle vostre
preghiere ora e sempre, devotissima
Teresa Aceto
236 Lincoln Avenue - Cliffside Park New Yersey ».
La seconda, è del 13-11-1958, da Palermo. « Rev.ma
Madre,
Perdonate il mio ritardo nello scrivere per
ringraziarvi di aver spedito la pezzolina bagnata del sangue del volto di Gesú.
Forse non ricorderete piú di che cosa si tratta.
« Il mio figliolo Ignazio si trovava a quel tempo
ricoverato in un sanatorio ammalato di tubercolosi polmonare, fu nel maggio del
1957 che il suo stato divenne molto grave. Fin dal primo giorno non ho fatto che
pregare Iddio e la Santa Vergine con una tale forza d'animo da infondere nel mio
cuore una potente speranza, fu in quel periodo che lessi sul giornale dell'esistenza
di quella Vostra miracolosa immagine del Volto di Gesú e vi ho subito scritto,
nell'attesa che tale risposta aumentava il calore delle mie preghiere e di
quelle del mio figliolo che consapevole del suo stato grave rafforzava anche
lui le sue preghiere; ci accostavamo spesso al Sacramento della Comunione,
facevamo mamma e figliolo un rito che non aveva altro scopo che pregare,
ottenere da Dio il perdono dei nostri peccati in cambio della sua salute.
« La vostra risposta mi giunse dopo tre mesi tanto
che fu per me proprio inaspettata.
« Presi subito il tram e con quella reliquia dentro
la borsetta, commossa confusa per tanta fortuna, corsi al sanatorio, posi la
stessa dentro un sacchettino di stoffa e la misi al collo di mio figlio con
mille raccomandazioni di non perderla o di non farsela togliere da nessuno.
« Lui fu tanto contento quel giorno ci abbracciammo
commossi e da quel momento sentimmo che Dio ci avrebbe esauditi.
« Venne l'inverno, il male si era fermato, verso
la primavera i medici decisero un intervento chirurgico e si giunse al mese di
maggio, ma quando gli fecero una lastra prima dell'operazione trovarono che il
male non c'era piú, che per lui ormai occorreva solo un po' d'aria di montagna
e lo mandarono a Trento un posto bellissimo dove io speravo che rimanesse un
poco perché si ritemprasse bene, ma prima che finisse maggio me lo vedo
spuntare a casa d'improvviso, i medici lo avevano mandato via perché lasciasse
il posto a quelli che ne avevano bisogno perché lui stava benissimo: poteva
tornare a casa.
« Perdoni cara Madre, il mal scritto, ma sono troppo
commossa: perdonatemi ancora se non ho scritto subito, una serie continua di
contrarietà mi ha impedito di farlo; sarebbe troppo lungo parlarne. Solo Vi
dico, mio figlio si era ammalato a causa della miseria, fu a lungo disoccupato,
ora ha la salute ma non ha il posto che ha cercato di avere ma per ora con il
sussidio del Sanatorio, ma noi preghiamo sempre e confidiamo nella Divina
Provvidenza che dopo avergli dato la salute gli dia anche il suo pane
quotidiano.
« Voglia, cara Madre, gradire questa piccola offerta
di L. 1.000 che in segno di gratitudine le invio per un mazzo di fiori da fare
alla Sacra Immagine del Volto di Gesú.
« Spero vorrà ricordarmi nelle sue preghiere per
aiutarmi ad ottenere da Dio il perdono dei miei peccati per essere degna di
ottenere la grazia che gli chiedo incessantemente.
« Nel nome di Gesú e di Maria mi dico sua
devotissima
Anna Patricolo Via Costantino Lascaris, 8 Palermo »