SUOR ELENA AIELLO – “ ’A MONACA SANTA”

Fondatrice delle " Suore Minime della Passione di N.S.G.C.

Premessa

Il lettore troverà forse questa premessa alquan­to singolare; scorrerà, infatti, una dopo l'altra, tre testimonianze, tanto piú efficaci, quanto ner­vose e sintetiche. Esse si stagliano a breve distan­za dalla morte di Suor Elena: all'arrivo della salma a Cosenza, dopo dieci giorni dalla morte, e nel trigesimo.

La prima testimonianza è del P. Francesco Saragò, dei Minimi, per anni direttore spirituale dell'Aiello; venerando e dotto religioso, ben noto a tutto il giovane clero della Calabria.

Eccone il testo: « Davanti alle bare vi è sempre da apprendere. E' il mistero del tempo e dell'eternità che siamo portati a contemplare, il mistero della miseria e della grandezza umana, del corpo che è polvere e ritorna polvere, e dello spirito che viene da Dio e a Lui deve ritornare.

« Questo per tutte le bare e per tutte le anime contemplanti.

« Ma i viandanti dal tempo all'eternità non possiedono tutti la medesima statura, non sono tutti uguali nel compimento dei propri doveri, nella ricerca e nella conquista della vera vita nell'amore verso Dio e verso il prossimo, nell'af­fermazione della vera civiltà.

« Abbiamo cosí gli eroi, i geni che sono l'onore del genere umano, abbiamo soprattutto i santi, immagini viventi di Dio, che illuminano la storia con la vera sapienza, e infiammano i cuori con la carità: la vera grandezza è qui, perché criterio della vera grandezza è l'amore. Le grandi menti e i grandi cuori si inseriscono nella storia e la spingono verso i suoi eterni destini. Ci troviamo ora davanti alla salma di una di codeste anime. E' doveroso per noi fermarci un momento per coglierne le linee essenziali, ringraziarne il Signo­re e custodire gli ammonimenti che ne derivano. Gli aspetti fondamentali di Suor Elena Aiello possiamo ridurli a tre, che, poi, in fondo, sono una sola fiamma nella fornace della sua anima.

I) La fondatrice delle Terziarie Minime del­la Passione di N.S.G.C.

II) L'anima orante.

III) Il lungo martirio.

« I) La Fondatrice. - Nata a Montalto Uffugo il 16 aprile 1895. Dopo una breve dimora nella Congregazione del Sangue Sparso in Nocera, do­vette per ragioni di malattia ritornare a casa.

« Guarita prodigiosamente, ebbe l'ispirazione, in collaborazione con l'amica Suor Gigia Mazza, di fondare una Congregazione Religiosa. Si orien­tarono verso il grande Taumaturgo di Paola, e scelsero come bandiera la sua bandiera: la Ca­rità. Ebbe cosí inizio l'Opera il 17 gennaio 1928. Il riconoscimento il 20 gennaio 1948, il riconosci­mento come Ente morale il luglio 1949.

« Scopo speciale della Congregazione è " l'eser­cizio delle opere di carità verso il prossimo, por­tandosi in aiuto delle bambine abbandonate in ospizi di carità ".

« Fine delle Suore è di raccogliere dalla strada e togliere dal vizio le bambine senza genitori e abbandonate da tutti: renderle cristianamente educate, buone massaie, esperte di cucito, di te­laio, di ricamo, e rimetterle nella vita capaci di procacciarsi il pane, ed essere nella società e nella famiglia donne cristiane e civili. Le Suore, oltre all'educazione delle piccole abbandonate, si deb­bono occupare a preparare alle Comunioni tardi­ve, far battezzare e cresimare le persone di una certa età, insegnare il catechismo, e, se richiesto dagli Ordinari dei luoghi, assistere anche i Semi­nari. Curano anche l'assistenza dei Sacerdoti in­validi e vecchi, raccolti in apposite case fondate dalla Congregazione.

« Ci troviamo davanti alla realizzazione del regno di Gesú Cristo mediante l'aspetto piú sedu­cente della carità: l'amore di misericordia, l'amo­re cioè verso chi ha maggiore bisogno di pane dell'anima e di pane del corpo; l'amore portato da Gesú, il quale passò facendo sempre del bene, convertendo i peccatori, consolando gli afflitti, guarendo gli ammalati, sanando tutti. Parlare di amore di misericordia vuol dire guardare verso le miserie umane, volerle alleviare, alleviarle dav­vero, imitare il buon samaritano che scende dal suo cavallo, fascia le ferite dell'umanità dolo­rante e la conduce a salvamento.

« L'occhio vigile della Madre Suor Elena Aiello guardò attorno, vide anime abbandonate, le cer­cò, le trovò, le raccolse. Cuore materno dolorante coi miseri sentí che bisognava dare delle madri tenere e buone a tante figliuole che ne erano pri­ve; ebbe volontà tenace e perseverante nella con­tinuazione dell'opera caritatevole e nella sempre crescente diffusione di essa.

« Come tutte le opere benedette da Dio, le Terziarie Minime della Passione sono in continuo progresso, vanno sempre allargando e intensifi­cando la loro attività caritativa.

« Attualmente si trovano a Cosenza con un No­viziato, un Orfanotrofio, un Asilo Infantile e ope­re catechistiche varie; a Moltalto Uffugo hanno un Istituto Magistrale Parificato con educandato e, in un'altra Casa, un Orfanotrofio e un Asilo In­fantile; a Paola un Orfanotrofio, Scuole Elementa­ri e un Asilo Infantile. Le stesse attività svolgono a Marano Marchesato, Cerchiara, Bucita, San Vi­to di Cosenza. A San Lucido un Ospizio dei Vec­chi. Asilo e opere catechistiche a Roma, Orsomar­so, San Sisto, San Fili, Castrovillari, Carolei, Ro­vito, Spezzano Piccolo e Lauropoli.

« Per il sorgere e per il continuo buon funzio­namento delle case la Madre anche dal letto era in continua cura e in continua preghiera perché Dio benedicesse e facesse crescere abbondante la messe e la sorreggesse con la sua infinita miseri­cordia.

« II) L'anima orante. - Sventuratamente mol­ta gente ora prega poco, e quindi spiritualmente e socialmente vive male; noi viviamo bene nella misura in cui ci eleviamo al Padre Celeste; ne contempliamo la grandezza e la carità e imploria­mo dal Suo cuore infinitamente misericordioso luce e forza per continuare a chiudere la nostra giornata terrena, in attesa fidente dell'eterno ri­poso. La preghiera cosí, come dice S. Agostino, abbraccia tutta la religione. La vita della Ma­dre Elena Aiello era una continua elevazione a Dio e una continua richiesta di grazie non solo per la propria vita, per il proprio Istituto, per le ani­me che a Lei ricorrevano, ma per tutto il mondo, come è dovere delle anime davvero cristiane.

« Le anime ne erano convinte, e in tutti i loro bisogni spirituali e temporali, ricorrevano a Lei, alle sue Suore, alle orfanelle.

« Inculcò vivamente, nella Regola, la preghie­ra alle sue figlie.

« Benemerita, dunque, degli individui e della società anche per la potenza e il fervore della sua preghiera. Vera grandezza anche qui: amore di Dio e amore del prossimo.

« III) Il lungo martirio. - Anche qui si è ben lontani dal valutare l'importanza della sofferenza. Secondo S. Bonaventura la vita deve arti­colarsi mediante questa logica interna: nascere - morire - rinascere, e dei tre momenti il piú impor­tante è il secondo, " per crucem ad lucem ". Se il grano di frumento non cade nella terra e non muore non dà frutto. Il Mistero della Redenzione si compì sulla Croce. " Quando sarò salito sulla Croce trarrò tutto a me ", disse il Divino Maestro. Noi dobbiamo somigliare a Lui: " Gli abbassamen­ti e gli annientamenti sono il preludio degli in­nalzamenti nella casa del Padre: sono i crocifissi che col Crocifisso salvano il mondo ". Nostro Si­gnore disse a S. Gemma: " Ho bisogno di vittime e di vittime forti ".

« Chi può misurare le sofferenze patite da que­sta grande Scomparsa? Martirio del corpo: non vi fu fibra del suo organismo che non fosse tor­mentata. Incapacità a cibarsi, immobilizzata so­pra una sedia o nel letto, e negli ultimi anni con­sumata dalla febbre. Grande e dolorosa effusione di sangue, finché le sue forze vennero meno e venne l'ora della partenza.

« Patimenti nel martirio dello spirito, ben piú duri di quelli del corpo: agonia per i mali del mondo ai quali le anime consacrate a Dio non ri­mangono indifferenti. Agonia per la cura delle anime e per il retto andamento della famiglia monastica. Agonia perché offertasi vittima al Di­vino agonizzante dell'orto. Martirio completo, e, quindi, opera di redenzione delle anime.

« La Sua voce è un invito a non chiudere le anime nostre ai dolori spirituali e fisici del mondo: figli del medesimo Padre Celeste, dobbiamo condividere con i fratelli gioie e dolori: l'anima che vale è l'anima che esce da sé ed entra nelle altre anime come nell'anima propria.

« E' un invito a pregare. La preghiera è il re­spiro dell'anima. Quando preghiamo il Padre, siamo uniti tra di noi, ci ricordiamo del mede­simo viaggio, del medesimo punto di arrivo, della via che ci deve unire per sempre nel regno del Padre.

« L'invito ad affermare i diritti dello spirito sopra le prepotenze della materia. Uccidere l'uo­mo vecchio perché sorga l'uomo nuovo, l'uomo della luce e della libertà; sono figli di Dio quelli che crocifiggono la propria carne con i vizi e le concupiscenze.

« La sua voce è che l'opera da lei fondata non cada, ma cresca continuamente e porti le sue benedizioni in tutti i punti del mondo. La madre vive nei figli, e la Madre Elena vive nelle sue figlie. L'Istituto è una luce che non deve spegner­si, ma muovere sempre in avanti da questa terra dove sorse, da questa patria calabra, da questa grande anima cosentina».

La seconda testimonianza. Il 29 giugno 1961 il P. Bonaventura da Pavullo, della Curia Gene­ralizia dei Cappuccini, Assistente Pontificio delle Suore Minime della Passione, in una lettera alla M. Vicaria, Suor Gigia Mazza, scriveva:

« Rev.ma Madre e Suore Carissime in Gesú e Maria, da dieci giorni la Vostra amatissima Madre Generale non è piú! Se n'è volata al Cielo, all'alba..., nel silenzio solenne degli uomini e delle cose... Due ministri del Signore, come Ella aveva desiderato, e una schiera di Angeli invisibili assi­stettero e resero dolce il suo cristiano trapasso.

« Nell'ora stessa della risurrezione di Gesú, la anima sua mosse incontro allo Sposo divino, re­cando in mano la lampada accesa e ben fornita di olio.

« Nel momento stesso in cui i Sacerdoti sali­vano l'altare per rinnovare il S. Sacrificio del Calvario, anch'essa consumava il suo lungo mar­tirio, pienamente unita alla Vittima Divina: al Santissimo Crocifisso, cui si era consacrata fin dai piú teneri anni della sua fanciullezza, con nodo santo di tenero e forte amore, mantenen­dosi fedelissima fino all'estremo anelito, che fu il suo " fiat " e il suo " consummatum est ".

« Ha spiccato il volo per l'eternità da questa città eterna da essa tanto amata, perché sede del " dolce Cristo in terra ", come essa, con Santa Caterina, chiamava e venerava il Sommo Ponte­fice. Roma calamitava il suo cuore anche perché la " Città santa " per eccellenza, per le gloriose tombe dei Principi degli Apostoli e di innume­revoli martiri, che gelosamente custodisce.

« Qui, a Roma, aveva poi tante persone care e devote, insigni benefattrici delle sue case ed opere di carità, per cui è parso come una deli­cata disposizione della Divina Provvidenza, che prima di partire per la patria celeste, passasse a salutare, a ringraziare e ad assicurarle del suo perenne ricordo lassú, ove ogni ben si eterna...; in Suor Elena l'amicizia e la riconoscenza assu­mevano qualcosa di sacro.

« Ed ora, figliuole, siete rimaste orfane!

« Non è piú tra voi chi vi fu da mamma tene­rissima, e anche papà, dalla mano sicura e, al­l'occorrenza, anche forte. Essa s'immedesimò del volere di Dio che le affidava di costituire, nella Chiesa, una nuova famiglia religiosa, nel caldo palpito e nella saldezza della disciplina monacale.

« E voi l'avevate ben compreso, per cui non vi costava seguirla nell'arduo cammino della per­fezione che essa v'insegnava, prima con l'esem­pio, poi con la parola. Vi era veramente uno scambio di amorosi sensi celesti fra il cuore suo e i vostri; fra l'animo suo materno e i vostri di figlie devote. Essa vi amò tutte indistintamente, perché vi amò in Dio, e amò la Congregazione piú di se stessa. Tanto da non misurare sacrifici, né umiliazioni, né lotte, pur di sorreggerla, am­pliarla, difenderla; farla grande e bella dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini.

« Soprattutto si preoccupò perché l'Istituto rispondesse a pieno al grande compito caritativo per cui il Signore l'aveva suscitata. L'abbiamo sentita piú volte ripetere: " Anche dopo la mia morte, io mi farò sentire dalla tomba contro chiunque oserà opporsi o comunque ostacolare il cammino di carità e di bene della mia Congre­gazione

« Non siete quindi rimaste orfane, o buone fi­glie Minime della Passione.

« Perciò la Vostra Madre Generale ancora vive:

« vive, con le sante regole e sagge direttive che vi ha tracciate;

« vive, nell'amore della passiflora che ha pro­fumato la sua umile celletta, veramente cenobi­tica;

« vive, soprattutto, con l'amorosa assistenza che vi continua dal cielo dove, c'è di sommo con­forto pensare, l'ha portata il suo ardente amore a Gesú e Maria, consacrato dal continuo sacrificio e dall'esercizio della piú bella virtú cristiana e re­ligiosa.

« A voi, in modo particolare, e a quanti le vollero bene in vita, spetta ora affrettare con la preghiera confidente e con le buone opere l'in­fallibile giudizio della Chiesa Santa. Amen. Cosí sia! ».

Le due autorevoli testimonianze delineano i tratti essenziali della vita e dell'opera di Suor Elena Aiello, che possono guidare alla stesura di brevi cenni biografici. E' quello che abbiamo inteso di fare in queste pagine.

L'Osservatore Romano, il 20 luglio 1961, pub­blicava la nota da noi scritta nel trigesimo della morte: « Il 19 dello scorso giugno, suor Elena Aiello chiudeva la sua laboriosa esistenza a Ro­ma, nella Casa da lei aperta in via dei Baldassini.

« Era nata a Montalto Uffugo (Cosenza), il 16 aprile 1895. Nel gennaio 1928, accompagnata dalla attuale Madre Vicaria, iniziò a Cosenza l'opera cui dedicò tutta se stessa: raccogliere le piccole abbandonate, per allevarle, educarle alla luce e al calore della carità evangelica.

« Per sé, per le sue figlie, elesse a norma la Passione del Signore e la carità di S. Francesco di Paola, compendiate nel nome prescelto: " Suo­re Minime della Passione di N. S. Gesú Cristo ". « Lascia bene sviluppate 18 Case, operanti in tre diocesi (Cosenza, Cassano, Roma), con circa 150 suore.

« Nel febbraio del 1948, la S. Congregazione dei Religiosi riconosceva l'opera dell'ardente Suo­ra calabrese.

« " Il giusto se ne va, ma la sua luce rimane dopo di lui "; il cammino della carità, tracciato da Suor Elena Aiello non soltanto rimane, ma è destinato a prolungarsi, ad ampliarsi.

« La luce da lei lasciata non si esaurisce però nella sua opera.

« Non si possono dimenticare la sua spiccata personalità, le sue continue sofferenze, le avver­sità quasi ininterrottamente subite da parte di chi voleva intralciare e mortificare la giovane congregazione.

« Da circa venti anni ella ha pregato ed ala­cremente operato quasi sempre dal suo letto, in una piccola stanza, priva di sole. La sofferenza era per lei la normalità. Eppure accoglieva e ria­nimava col suo sorriso, col suo sguardo limpido e penetrante, i bisognosi che continuamente ri­correvano a lei; e non rifiutava mai di prendere su di sé i loro dolori, le loro ansie, le loro tri­bolazioni. Soffriva e pregava per quanti, soffe­renti, le si rivolgevano.

« La sofferenza, amata, fonte di gioia sopran­naturale - dono dello Spirito Santo - è la ca­ratteristica del cristiano, il sublime paradosso del Cristianesimo; il segno di predilezione, che con l'esercizio della carità verso i piccoli e i soffe­renti, dona quella certezza e semplicità di fede che tutto ottiene dall'Onnipotente.

« Pregava ancora per coloro che non pregano, soffriva in riparazione del mal costume.

« Roma e il Sommo Pontefice ritornavano con frequenza sulle sue labbra: era venerazione, era amore filiale, era intera, incondizionata, illumi­nata devozione. Per il Sommo Pontefice, per la Chiesa, offriva tutta se stessa.

« A chiare note e diverse volte, aveva accen­nato alla sua prossima fine; da due mesi, una febbre alta non la lasciava mai; contro di essa ogni rimedio si era dimostrato inutile, come d'al­tronde ogni analisi per diagnosticare il male era risultata negativa. E tuttavia, 1'8 giugno volle venire a Roma; volle finire a Roma il suo luminoso cammino.

« Le sue spoglie mortali sono rientrate nella diletta Calabria, nella Casa Madre di Cosenza ». Partendo dalla morte, le tre testimonianze, accennando a tratti salienti, sono risalite indie­tro nel tempo, fino alla culla. Adesso rifaremo il cammino inverso, con l'aiuto di tre poveri qua­derni di appunti che forniscono informazioni pre­ziose, dall'infanzia fino al 1937; di scelti testi­moni, quali Mons. Gaetano Mauro, Decano di Montalto, confessore e direttore spirituale della giovane Elena; Suor Agata Napoli, sua compagna di postulandato a Pagani, e attualmente Superiora delle Suore del Sangue Sparso, nella casa di ri­poso S. Pio X, a Roma.

Numerose sono le persone che potrebbero es­sere interrogate e sicuramente deporre particolari a loro conoscenza, oltre, s'intende, all'attuale Ma­dre Generale, compagna di Suor Elena dal 1923 circa; le altre Suore; gli stretti parenti tuttora superstiti.

Solo allora si potrà pensare a una biografia accurata.

Nei cenni che andremo svolgendo, dal 1935 in poi parlerà quanto personalmente udimmo e ve­demmo; ci aiutano a ricordarlo la numerosa cor­rispondenza superstite in nostro possesso. 

In famiglia (1895-1920)

Suor Elena nacque a Montalto Uffugo, pro­vincia di Cosenza, il 10 aprile 1895, mercoledí della Settimana Santa, ore 10 antimeridiane, da Pasquale Aiello e Teresa Paglilla, nella loro abi­tazione di Via Mercato (l'attuale Corso Garibal­di), all'angolo con Piazza Enrico Bianco.

In diversi atti, anche ufficiali, come ad es. una carta d'identità rilasciata dal Comune di Cosen­za, il 12 novembre 1937, è dato, come giorno di nascita, il 16 aprile, e cosí comunemente si rite­neva da tutti.

L'esame degli Atti dello Stato Civile, com­piuto dal compianto avv. Di Napoli, concittadino e devoto estimatore di Suor Elena, ha permesso la rettifica.

Basti d'altronde costatare che la Pasqua in quell'anno cadde il 14 aprile ed Elena nacque nella Settimana Santa, come risulta da tutti i te­sti e dal terzo nome impostole: Elena, Emilia, Santa, appunto perché nata in un giorno di quella settimana.

Il 15, lunedí, fu fatta denuncia della nascita al Comune. In questo stesso giorno, la piccola fu battezzata nella Chiesa di S. Domenico (al­lora appartenente alla Parrocchia S. Maria As­sunta della Serra), dal Parroco don Francesco Benincasa; madrina, la signora Genise Maria.

Il primo nome, Elena, fu voluto dalla mam­ma, perché - come essa stessa spiegava - « du­rante la processione delle rogazioni, aveva chie­sto al Signore una bambina, cui avrebbe dato il nome di Elena, in memoria di S. Elena impera­trice, per consacrarla alla Croce di Nostro Si­gnore ».

La cittadina di Montalto Uffugo, di circa 12 mila abitanti, sorge su colli ameni, a 475 m. di altezza e domina, con superba visuale, l'ampia valle del Crati chiusa a nord dalla lontana ca­tena del Pollino, ad est dall'imponente massa dei Monti della Sila, ad ovest, quasi alle spalle, dagli Appennini, e infine a sud, a circa 24 chilometri, dalla strozzatura in cui il Busento s'immette nel Crati, dominata dai sette colli, di cui si fregia la città di Cosenza.

Uffugum è il nome del primitivo aggregato di abitazioni, sorte su palafitte lungo la riva sini­stra del Crati; esso divenne centro importante per il periodo della civiltà ellenica, con un terri­torio molto vasto, che risalendo dal Crati, per le feraci colline, superava i folti boschi di castagni e di pini dell'Appennino, per stendersi lungo il litorale del Tirreno.

Dal III sec. a. C., incominciò la dominazione romana; e l'abitato fu trapiantato sui colli, nel­l'ubicazione attuale, con la denominazione di Mons altus: colonia civium romanorum. Segui­rono le varie dominazioni. Da Ferdinando I di Aragona le venne conferito il titolo di « città », 1° gennaio 1489; confermatole da Filippo III, il 14 febbraio 1614; e, infine, riconosciutole con de­creto presidenziale del 16 maggio 1958.

Dall'unificazione del regno d'Italia furono ab­binati definitivamente i due nomi: Montalto Uf­fugo.

Oltre alla Chiesa di S. Domenico, vanno ri­cordati il Santuario di S. Maria della Serra e la Chiesa di S. Francesco di Paola. Queste due chie­se si collegano alle due peculiari devozioni di Suor Elena: alla Vergine e a San Francesco di Paola.

A questa seconda Chiesa, già dedicata all'An­nunziata, nel 1516 don Ferrante d'Aragona, duca di Montalto Uffugo, diede il ritratto di S. Fran­cesco eseguito nel 1483, per ordine del re di Na­poli.

Il P. Roberti cosí ne scrive:

Ferdinando « diede ordine ad un valente pit­tore, il quale, non potendo ottenere che France­sco posasse dinanzi a lui, dovette contentarsi di osservarlo dalla fessura, praticata nella porta della sua stanza. Il prezioso dipinto, eseguito da un buon artista - non però come ritiene qual­cuno, dallo Spagnoletto - si crede sia preci­samente quello, che piú tardi, nel 1516, don Fer­rante d'Aragona, duca di Montalto Uffugo, diede alla nostra chiesa dell'Annunziata dove tuttora si venera.

« Il ritratto è disegnato egregiamente sopra due tavole di legno di noce, che misurano m. 1,89 per 78 cm. Il Santo è in piedi e sembra sostenuto dal suo lungo bastone; ha l'abito color marrone, molto sdrucito, specialmente all'orlo della mani­ca sinistra e nell'orlo inferiore soprastante al piede sinistro; sulla manica destra sono visibili alcuni punti di cucitura a refe bianco.

« Il Santo dalle ginocchia in su, è disegnato so­pra un fondo color cenere, e circondato da tre­dici stelle. Il fondo finisce in un grande arco al disopra della testa, e in due piccoli archi laterali, che fanno vedere tre porzioni di colonne con ca­pitelli. Questo dipinto, eseguito quando il Santo aveva 67 anni, viene comunemente stimato come il piú somigliante ».

Dovendo accennare alla situazione ambienta­le, ci piace riportare alcune costatazioni e ri­flessioni del già citato P. Roberti.

Rilevati i gravi mali - si pensi in particolare allo scisma d'Occidente - e i disordini del secolo decimoquinto, l'autore prosegue: « L'Italia peral­tro, centro del Rinascimento, non poteva soccom­bere a questa gravissima crisi, che la travagliava. V'era in essa, come ha osservato lo Schlegel, quella " potenza meravigliosa di ristoramento, che raddrizzava continuamente la cristianità del­l'Occidente e la rialzava, con qualche leggera mo­dificazione, dalla profonda ruina in cui momenta­neamente cadeva, e dall'orribile caos, dove in quei momenti di transizione si inabissavano lo Stato e la Chiesa; cosí fatta potenza di risorgi­mento non può attribuirsi ad altro, se non alla solidità della base religiosa, sopra la quale po­sava l'edificio dei popoli cristiani e della loro storia ".

« Nella sua immensa bontà il Signore veniva preparando delle anime elette, nelle quali gl'ideali cristiani spregiati e negletti dalla Rinascenza e dall'Umanesimo, dovevano risorgere, riaffermarsi e rifulgere nella loro vita, per mostrare agli uomi­ni con la luce dell'amore l'arduo sentiero della perfezione e della gloria» (p. 41).

Religiosità confermata, ad. es., dal grande e dotto camaldolese Ambrogio Traversari, il quale assicurando l'austero pontefice Eugenio IV, pro­fugo a Firenze, che « la fede è ancora molto for­te », in una lettera del 1431, precisava: « Dovunque brilla qualche segno di santità, il popolo cor­re facilmente, anzi con gioia e desiderio. Segui­rebbe con felicità colui che lo guidasse nel sen­tiero di Dio ».

Tale caratteristica è rimasta e permane attra­verso le piú varie tempestose vicende, a noi piú vicine.

Per esse ci soccorre il giudizio di un altro sto­rico, il P. Francesco Russo nel bel volume dedicato alla Storia della Arcidiocesi di Cosenza: « L'uni­tà d'Italia, raggiunta nel 1860, non apportò van­taggi immediati all'Italia Meridionale e soprat­tutto alla Calabria, in cui le cose peggiorarono sensibilmente, al punto che nel popolo venne a formarsi la convinzione che la causa di tutti i mali fossero i Piemontesi.

« La situazione religiosa peggiorò ancora di piú, per la insipienza della classe dirigente che cre­dette di cementare la unione, facendo leva sul­l'anticlericalismo della peggiore lega e nella lotta al Papato, presentato ipocritamente come il ne­mico dell'Italia. E il Governo, dimenticando il contributo di pensiero, di sacrifici e di sangue, che il clero meridionale aveva apportato alla cau­sa nazionale, lo guardò con diffidenza e sospetto, anzi con ostilità, pretendendo di scorgere in esso l'alleato naturale dei regimi decaduti e della rea­zione.

« Le sette e i partiti politici non mancavano di soffiare sul fuoco, per acutizzare il dissidio e spingerlo alle estreme conseguenze.

« L'applicazione delle leggi eversive sulle Con­gregazioni religiose e sui beni ecclesiastici fu ef­fettuata nell'Italia meridionale con zelo eccessi­vo, mentre nell'Italia centro-settentrionale si ebbe un'applicazione piú blanda. Di qui la differenza economica che distingue la stessa classe nelle due parti della nazione, differenza che pesa ancora sinistramente sulla condizione sociale del clero meridionale di fronte a quella dell'alta Italia.

« In Calabria entro il primo ventennio del Re­gno furono soppressi tutti gli Ordini religiosi, chiuse tutte le loro case e incamerati i pochi beni, che erano stati rivendicati dopo l'occupazione na­poleonica. Un colpo ancor piú duro venne dalla legge del 15 agosto 1867 che incamerò i beni ec­clesiastici, assegnando una congrua ai vescovi e ai parroci, nonché una pensione di appena 459 lire agli altri sacerdoti. Per di piú ai preti fuori ruolo fu negato il diritto di successione alle pensioni vacanti, anche se ordinati prima della legge.

« Veniva cosí sottratta la possibilità di un'esi­stenza dignitosa ai preti, che non fossero in cura d'anime. E questa è stata certamente una delle cause determinanti della continua diminuzione dei candidati al sacerdozio, che è stata proprio in ragione diretta dell'aumento della popolazio­ne » (p. 273 s.).

E ancora:

« Gli Ordini furono duramente provati dalle leggi eversive dei liberali, in opposizione ai loro stessi principi di libertà.

« Nel 1860 le case dei religiosi erano piuttosto poche: in tutta la vasta diocesi di Cosenza non raggiungevano la quindicina, di fronte alle 200

e piú che esistevano nel Seicento. Francescani, Minimi, Cappuccini. I Conventuali e i Domenica­ni a Cosenza.

« Ora tutti questi conventi furono chiusi ineso­rabilmente tra il 1865 e il 1875. I religiosi, scac­ciati dalle loro case, si videro costretti a secola­rizzarsi o a menare vita privata, lavorando nel ministero parrocchiale o nell'insegnamento sco­lastico.

« Pochi invece restarono fedeli al loro ideale, in attesa di tempi migliori, vivendo in comunità in case private o ottenendo qualche misera stan­zetta nei loro stessi conventi, per uflìciare le loro chiese, che altrimenti sarebbero rimaste incusto­dite. E questi buoni religiosi, con la fede che li anima e la costanza che li distingue, prepararono la ripresa del loro apostolato evangelico e il ri­torno in alcuni dei loro conventi » (p. 276 s.).

Quanto alle sette e ai partiti politici, già in altro libretto e, indicavamo nel socialismo e nella massoneria, i due mali che, in grado e perversità diversi, afflissero il regno d'Italia, appena forma­to, dal 1870 all'avvento di Mussolini.

Raggiunta l'unità d'Italia, la massoneria vo­lendo continuare la sua odiosa campagna contro la Chiesa - campagna che aveva sfruttato l'idea patriottica dell'unione con Roma a capitale - sfruttò la mèta raggiunta, presentandola come suo merito esclusivo, contro i cattolici « privi di ogni sentimento nazionale » e perenni oppositori.

Furono tolti dalla scuola il crocifisso ed ogni insegnamento religioso; ai ragazzi, ai giovani, agli universitari, si ammanní una cultura laica, preparata con cura dalla massoneria imperante. Per ottenere un posto, per non avere intralci e palesi ingiustizie nella carriera bisognava iscri­versi alla massoneria, che si circondava di miste­ro e di ombra.

Bastava in un quartiere popolare la presenza di qualche affiliato, in genere professionista, per estendere la nefasta propaganda contro la Chiesa.

Il massone si presentava come il detentore della cultura: storia, scienza, letteratura.

Il povero parroco avrebbe dovuto subire i suoi sarcasmi, il ridicolo di cui il grande e bo­nario barbone amava ricoprirlo.

Quanto al socialismo sfruttava la miseria, e l'ignoranza; proprio quei due mali che avrebbe dovuto combattere.

Si presentava come paladino degli operai, pro­mettendo il paradiso terrestre; come ostacolo da sormontare presentava la Chiesa, alleata dei ric­chi, ladri ed avari; sanguisuga della povera gente, che lavora.

Solo la fatica manuale veniva presentata co­me lavoro; la fatica intellettuale che stanca e consuma molto di piú, considerata svago da si­gnori.

Il prete poi l'ideale del vagabondo. La dottri­na della Chiesa con quella continua esortazione all'amore, alla rassegnazione, un vero e proprio incitamento alla schiavitú attiva nei ricchi e pas­siva negli operai, nei contadini, nei dipendenti in genere.

La Chiesa infine era una vecchia mummia del passato; la sua ignoranza, la sua cieca opposi­zione alla scienza, al progresso, non avevano piú bisogno di dimostrazione: basta ricordare le tor­ture inflitte a Galileo: i roghi che arsero i Savo­narola, Wicleff, Huss, ecc..

Il contatto tra la massoneria e il socialismo qui diventa strettissimo; si trattava addirittura di fusione della linea d'attacco; l'uno pigliava i motivi dell'altra e viceversa.

Anche questa volta, si erse e si impose quella « potenza meravigliosa di ristoramento » di cui parla lo Schlegel, fondata sulla « solida base re­ligiosa ».

Scacciata (almeno ufficialmente) dalla scuola, dalla vita pubblica, mortificata, umiliata, nella stessa organizzazione ecclesiastica, la religiosità della nostra gente inconsciamente preparava la rivincita nella sua cittadella, il focolare dome­stico.

Si deve riconoscere che la politica attuata da Mussolini: scioglimento della massoneria; pace e ordine all'interno; previdenze sociali, cura dei bimbi, con scuole, colonie estive; rispetto e ri­conoscimento della religione cattolica; politica stabilmente concretata nel Trattato e nel Concor­dato con la Santa Sede, siglati nel 1929, poteva essere considerata dalla nostra brava gente, quale espressione della suddetta « potenza meravigliosa di ristoramento » e trionfo del suo sano senti­mento religioso.

Questi motivi spiegano il giudizio favorevole di tante persone pie, della stessa Suor Elena, per l'opera di Mussolini.

« Nella casa paterna, il nostro caro fanciullo - scrive di S. Francesco di Paola il P. Roberti (p. 70) - trovò un vero santuario, dove le parole, gli sguardi, le azioni dei genitori erano esempio eloquente di quella sentita pietà, di quella purez­za e integrità di costumi, che è fondamento della perfezione cristiana, della prosperità morale e ci­vile dei popoli ».

L'uomo non ha ricordi piú preziosi di quelli della sua prima infanzia, vissuta nella casa dei genitori, specialmente se c'è un po' d'amore e di unione in famiglia.

La piccola Elena si trovò in un ambiente do­mestico esemplarmente cristiano.

Pasquale Aiello era annoverato tra i migliori sarti del circondario, con una clientela rispetta­bile fin dalla stessa Cosenza.

L'avv. Di Napoli lo descrive: « Bell'uomo; di una probità eccezionale; squisito nei modi; appa­riva ed era un perfetto gentiluomo; rispettava ed era rispettato ».

Nella bottega, al piano terra della sua abita­zione (mentre il piano di sopra era riservato per la famiglia), ferveva il lavoro davvero senza so­sta; sempre numerosi, giovani e ragazzi vi appren­devano il mestiere.

Nel 1905 (1° dicembre) morí, ancor giovane la moglie, Teresa Paglilla, lasciando ben otto fi­gliuoli: Emma, Ida, Elena, Evangelina, Elisa, Ric­cardo, Giovannina e Francesco; un'altra figlia, M. Teresa, era volata al cielo un mese prima, a un solo anno di età. La maggiore, Emma, alla morte della mamma, era ancora giovanetta e Francesco di appena alcuni mesi.

Rifulse allora la virtú di questo umile artigia­no: richiamò in casa tutti i figliuoli, volendo vigi­lare personalmente alla loro formazione sana­mente e integralmente cristiana. Ciascuno di essi aiutava, adeguatamente all'età e alle altre occu­pazioni peculiari, il genitore nel suo lavoro.

Nato a Montalto il 22-2-1861, maestro Pasqua­le vi morí, ultraottuagenario (16-11-1955), conti­nuando nel suo lavoro, fin quasi al termine della sua fruttuosa giornata, sempre assistito dalla primogenita, signorina Emma, tanto riservata e tanto cara.

Elena, la terzogenita, alla morte della mamma era nel suo 11° anno, e alcuni mesi prima era stata cresimata da S. Ecc. Mons. Sorgente (187-­1911), nella Cappella della Marchesa Donna Ama­lia Spada, madrina Donna Agnesina Turano.

Aveva manifestato subito una intelligenza sve­glia: a quattro anni ripeteva già le formule del catechismo; a sei (1901) è mandata dalle Suore del Preziosissimo Sangue, per frequentare le scuo­le elementari e continuare l'istruzione religiosa.

Nell'istituto delle Suore, la piccola, dopo la preghiera, esprimeva sempre il desiderio di vo­ler assistere alla S. Messa; ma nell'Istituto non ogni mattina veniva celebrato il S. Sacrificio e la piccola Elena, quando poteva, eludendo con relativa facilità la vigilanza della Suora preposta, scappava nella vicina Chiesa per soddisfare il suo vivo desiderio. Le capitò in una di queste scappa­te, di cadere per terra, mentre si affrettava verso la Chiesa, e di ferirsi con un vetro al labbro supe­riore; a casa, dove alcuni passanti la portarono, il medico di famiglia, dott. Adolfo Turano, richiu­se con qualche punto la ferita.

Rientrando a casa, dopo la scuola, aiutava anche lei, sotto la guida della sorella, nel co­mune lavoro di cucito.

Le Suore dell'Istituto, vedendo il suo progres­so e la sua preparazione nella conoscenza del catechismo, incominciarono - ad otto anni - a portarla con loro, per abituarla ad insegnare ai piú piccoli la dottrina cristiana.

Nel 1904 (a nove anni), dopo un'adeguata preparazione e un corso di esercizi al popolo, predicato dal rev.mo P. Timoteo, passionista, Ele­na fece la prima comunione, il 21 giugno. Verso la fine degli esercizi, con numerose altre bambi­ne, essa andò a confessarsi dal P. Timoteo, insi­stendo perché le concedesse l'uso delle catenelle e ottenendone il permesso.

Finita la missione, la nostra giovanetta si recò nell'abitazione di una sua cugina, Clara, che era in comunicazione con la casa dove i missionari erano ospiti; la cugina, nel togliere la sbarra di legno che chiudeva la porta, colpiva inavverti­tamente Elena alla bocca, facendole saltare due incisivi.

Nonostante il dolore, con la bocca insangui­nata, Elena, raccolti in un fazzoletto i due denti, volle raggiungere il P. Timoteo per avere le cate­nelle promesse.

Nonostante li avesse già mutati, i denti ca­duti le rinacquero. Tali particolari svelano que­sto desiderio della mortificazione, della sofferen­za, che sarà manifestato nei fatti che seguiranno e che costituisce una caratteristica spiccata della esistenza di Suor Elena. La sofferenza, direi abi­tuale, continua, abbracciata con amore.

Dopo la morte della mamma, « Elena, già istruita nell'arte del cucito, aiutava il babbo, in­sieme alle altre sorelle. Il tempo libero lo adibiva negli altri lavori domestici ed alle immancabili preghiere quotidiane. Ogni mattina, il primo pen­siero era quello di ascoltare la Messa e fare la S. Comunione ».

« Ogni ricercatezza di vanità e di modernità non vennero mai a disturbare il cielo sereno del­la famiglia Pasquale Aiello ».

La narrazione, nel quaderno, cosí prosegue: « Alla vigilia di Natale del 1906, Elena ed Evan­gelina osservarono da casa una scena ridicola; nel raccontarla al babbo, per farlo distrarre dal pensiero della morte della loro genitrice (era passato appena un anno), Elena, mentre rideva, ebbe un colpo di tosse convulsa, per un po' di acqua che bevendo era entrata nell'esofago. Co­munque, per circa un anno e mezzo, si ebbe l'ab­bassamento della voce e tosse continua, che ces­sava soltanto durante la notte. Furono senza esito le varie cure tentate; il dr. Francesco Valentini, di Cosenza, infine, le ordinò il lavaggio dello stomaco, con una sonda gastrica.

« Sotto le sofferenze, causatele da tali lavaggi, e dal persistere del grave disturbo, una sera, dopo la recita del S. Rosario (recita che mai trascura­va), Elena fece voto alla SS. Vergine di Pompei di farsi religiosa nel suo Santuario se l'avesse liberata da quel terribile male.

« Nella notte (1908) ebbe chiara la visione della SS. Vergine di Pompei che l'assicurava del­la guarigione ».

In realtà, al mattino, ogni disturbo era defini­tivamente scomparso, ed Elena ritornava con gioia all'Istituto Marigliano Marini retto dalle Suore del Preziosissimo Sangue.

La giovane Elena ha ora una mèta ideale da perseguire concretamente: il compimento del vo­to fatto; rendendosi suora fra le bianche vergini del Santuario di Pompei; e l'Istituto delle Suore è ora, sempre piú, il suo ambiente.

L'attesa si protrasse piú del prevedibile: le complicazioni politiche in campo interno e inter­nazionale e infine lo scoppio della grande guerra (1915) suggerirono al prudente genitore di ri­mandare ogni decisione.

La Calabria, oltre ai lutti per l'eroica morte dei suoi figli nella logorante vita di trincea e nel­le dure battaglie in campo aperto, risentí i contraccolpi dell'immane sforzo nazionale; ospitò i profughi, giunti fin qui dalle Venezie; vide in Si­la un bel gruppo di prigionieri austriaci; ma principalmente subí come e forse piú delle altre regioni, per le carenze in campo igienico e sani­tario, la furia dell'epidemia: « la spagnola » get­tava nella desolazione quartieri e paesi interi.

Anche Montalto fu raggiunta dal morbo. L'epi­demia sembrò moltiplicare le forze e l'ardore di carità della nostra giovane, che aveva un bel­l'esempio ed era assecondata dalla dinamica su­periora, Suor Angelica, e dallo zelo del Sac. don Francesco Rizzo.

Elena passava la sua giornata assistendo i poveri infermi, occupandosi financo della confe­zione di rozze casse di legno per seppellire « cri­stianamente - come ella s'esprime - le infelici vittime dell'epidemia ».

Durante l'influenza del morbo, maestro Pa­squale lasciò che Elena passasse anche la notte nell'Istituto con le Suore, per timore che por­tasse il contagio in famiglia. E le Suore inco­minciarono a considerarla come una di casa, ac­carezzando il pensiero di accoglierla quanto pri­ma nella loro congregazione.

Ma già da tempo la giovane, aspirante alla vita religiosa, aveva prescelto la via sicura del­l'esercizio della carità, per rendere certa la pro­pria vocazione e alimentare l'interno slancio per un'integrale vita di perfezione: assisteva i poveri, gl'infermi e i moribondi.

Sono molto indicativi i due episodi ricorda­ti con la consueta semplicità, nei citati quaderni. « Un giorno il dottore Turano, avendo trovato Elena presso il capezzale di Bianca C., da tutti abbandonata perché affetta da etisia, mentre la pettinava, prese la giovane per un orecchio e la condusse al padre: "Caro Pasquale, o la legate voi o la lego io al suo lettino, perché si spinge troppo, senza riguardo alcuno, anche con peri­colo di contagiarsi ».

Accorreva, in particolare, presso i moribondi che rifiutavano i sacramenti.

« Un giorno, avvisata dalle gravi condizioni di un signore, appartenente alla massoneria, Ales­sandro A., si reca dall'ammalato e con dolcezza cerca persuaderlo a ricevere i Sacramenti. La risposta è un assoluto diniego. Elena insiste e l'ammalato in un accesso di collera, afferra una bottiglia e la lancia contro di lei. Elena scansa il colpo diretto al volto, piegando il capo; ma rima­ne colpita al collo, con una ferita abbastanza no­tevole, che le lascerà una visibile cicatrice. Com­primendo la ferita con un fazzoletto, ella ritor­na accanto al letto dell'ammalato, con soavità, ripetendo l'esortazione a ricevere i Sacramenti, per la salvezza dell'anima che correva il peri­colo di perdersi; e aggiungendo che non se ne sarebbe andata se prima non aveva da lui l'assi­curazione che avrebbe bene accolto il sacerdote ».

L'ammalato fu commosso di tanto calore di carità e promise di accontentarla in tutto, a una condizione però: che Elena fosse andata a visitarlo ogni giorno. Ricevette infatti i Sacramenti dal Sac. Don Eugenio Scotti; e per tre mesi, fino alla sua buona morte, ebbe la visita e le cure di Elena: trasformato in fervido cristiano, pa­ziente e rassegnato nelle sue sofferenze.

Ed era ben nota questa benefica attività della giovane Elena, se fu richiesta dal Cancelliere Ripoli di andare ad assistere un moribondo, af­fetto da cancro, tormentato « perché sentiva di aver tradito Iddio iscrivendosi alla setta masso­nica, per la sistemazione dei suoi figli ».

Anche in questo caso, Elena riusciva a con­solarlo e fargli amministrare i sacramenti dal P. Leone, cappuccino, che molti di noi ben ricor­dano a Cosenza.

Scrivendo del vescovo Myriel, l'Hugo  dice tra l'altro: « Il dolore sparso dappertutto non era per lui che l'occasione di una bontà continua. Egli s'inchinava su ciò che geme e su ciò che espia.

« Amatevi l'un l'altro; egli dichiarava com­pleto questo precetto, che costituiva tutta la sua dottrina... L'anima deve rinchiudersi in tale pre­cetto, come la perla nella conchiglia. Era un'ani­ma umile e piena d'amore... Le gigantesche medi­tazioni hanno senza dubbio un vantaggio morale e sono le strade faticose che avvicinano alla per­fezione; ma egli aveva prescelto il sentiero che accorcia, il Vangelo ».

E ancora: « L'avvenire è aperto ai cuori ben piú che alle menti. Amare, ecco la sola cosa che possa occupare e riempire l'eternità. All'infinito corrisponde l'inesauribile.

« Di tutte le cose create da Dio, il cuore è quello che emana piú luce ».

E' l'unico precetto lasciato da Gesú ai suoi: « Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi », quale loro segno distintivo (Giov. 13, 34 s.). E il precetto dell'amore soprannaturale è l'essenza del cristianesimo.

« In cielo, ricordati, è detto: si gioisce piú per un peccatore che si pente che per dieci giusti: chi si pente, ama. E amando, appartiene già a Dio... Con l'amore si compra tutto, si salva tutto. Cercate di sentire per il vostro prossimo un amore attivo e continuo. Man mano che andrete avanti in questa via di amore, vi persuaderete sempre piú della verità della nostra fede... Ama­te specialmente i bambini, perché sono innocenti come angeli e vivono per la nostra tenerezza, per la purificazione dei nostri cuori.

« Talvolta ti fermi perplesso davanti a un'idea, specialmente davanti a certi peccati umani; per­plesso senza sapere se devi reagire con forza o con umile amore. A questa domanda, devi rispon­dere sempre: " con umile amore ". Se tu prendi questa risoluzione una volta per sempre, potrai vincere tutto il mondo. L'umiltà nell'amore è una forza senza eguale ».

L'amore di Dio e del prossimo è la ragione del voto di verginità, ne è la forza e la protezio­ne migliore.

L'esercizio della carità è tutto il cristianesi­mo; porta con sé il dono mirabile ed unico della gioia e della pace, lasciatoci da Gesú. « Una sola è la scuola ascetica - scrive don Giovanni Ros­si - che può condurre il cristiano alla santità e all'apostolato: la scuola di Gesú Cristo. Il cri­stiano che crede, ama ed imita Gesú in modo per­fetto, diviene via, verità e vita di molti fratelli. L'uomo fatto santo, l'uomo che ama, è necessa­riamente un salvatore di anime, come la lucerna che, ardendo, illumina.

« La vita di Gesti in noi è interiormente San­tità, esteriormente apostolato. Con la sua rive­lazione fa libero l'uomo nella mente e nel cuore, è capace di trasformare in gioia ogni sofferenza; nell'orazione, nella carità fraterna, l'eleva a vive­re la sua stessa vita, formando di lui una crea­tura nuova.

« E il cristiano, confortato dalla grazia di Ge­sti, forte nell'amore, supera eroicamente i dolori, le difficoltà, gli ostacoli, le tentazioni inevitabili del suo itinerario verso la perfezione, e con cer­tezza sospira la sua eterna unione con Gesú ».

L'esercizio della carità, il suo voto di consa­crarsi vergine al Signore, il desiderio di soffrire per Lui, ci mostrano di quale ottima lega fosse il « nodo santo di tenero e forte amore » con cui Elena si legò al Crocifisso, « fin dai piú teneri anni della sua fanciullezza », e a cui si manten­ne « fedelissima fino all'estremo anelito ».

Elena era già pronta per i disegni che il Si­gnore aveva formulato su di lei. « Imperocché i meriti non si misurano da questo; cioè, se alcuno abbia molte visioni e consolazioni, o sia perito nelle Scritture, o trovisi in piú alto grado: ma invece, se sia fondato in vera umiltà, e ripie­no di carità divina; se cerchi sempre l'onor di Dio puramente e intieramente; se reputi un nulla se stesso, e si disprezzi davvero; e anche degli altri piú goda d'essere disprezzato e umiliato, che ricolmo di onori »

E noi vedremo divenir continuo, intensificarsi, essere la ragione medesima della sua esistenza, questo esercizio della carità; e perpetuarsi oltre la tomba, nell'opera mirabile di amorevole assi­stenza a un numero sempre crescente di bambine. 

A Nocera dei Pagani (18 agosto 1920 - 3 maggio 1921)

Pasquale Aiello, vista la decisione e l'insisten­za di Elena, finita ormai la tempesta del dopo­guerra, le diede il permesso di farsi suora, ma soltanto per entrare nell'Istituto delle Suore del Preziosissimo Sangue.

E cosí Elena, il 18 agosto 1920, suo giorno onomastico, parte da Montalto, per Nocera dei Pagani, insieme alla Madre generale, Suor Ma­ria Co'.

Elena, si era recata a Cosenza per chiedere consiglio a Suor Teresa Vitari, delle Cappucci­nelle, da tutti ritenuta in concetto di santa. La virtuosa suora fece presenti alla giovane le diffi­coltà della vita religiosa. E ne ebbe come rispo­sta che le sarebbe bastato Cristo Crocifisso. Suor Teresa la consigliò di entrare tra le Suore della Divina Provvidenza, allora venute a Cosenza, a prender possesso di quel convento, dove ultima tra le Cappuccine, rimaneva la veneranda Vitari; aggiungendo, però senza ambagi che non sarebbe rimasta nemmeno tra le Suore del Preziosissimo Sangue, perché il Signore aveva su di lei altri disegni.

Elena rimase presso la sorella Giovannina, che per ragioni di studio, era ospite nella casa della Signora Luigina Garofalo, e andò ad informare di tutto Mons. Angelo Sironi, vicario della arci­diocesi di Cosenza e suo direttore spirituale da circa un anno.

Egli approvò la decisione di Elena di partire per la Casa Madre delle Suore del Preziosissimo Sangue.

Testimonianza della stima e della grande fidu­cia che la Madre Generale e la Madre Maestra avevano per la giovane calabrese, è l'ufficio affi­datole di prefetta delle sedici probande. Ufficio espletato con diligenza e grande tatto.

Furono mesi di sofferenza. Prima soffrí per una febbre viscerale che dal 29 agosto in poi la tormentò a lungo, per circa un mese. Quindi, la prima domenica di ottobre, mentre si stava per recitare la supplica alla Madonna di Pompei, in­vitata e quasi costretta da una suora ad aiutarla a spostare una pesante cassa, subí alla spalla sinistra uno strappo doloroso.

Dopo la supplica, il dolore aumentò. Consi­gliata anche da una suora, suor Emilia, che co­nosceva da piccola a Montalto, e a cui si era confidata, Elena decise di non dir nulla. La co­strinse a dir tutto alla Madre Maestra, il confes­sore, il venerando P. Villanacci. Ma non si diede peso alla cosa. Si arrivò cosí al mese di marzo: « Un giorno la Madre Generale mentre saliva le scale, da un finestrino vide nella lavanderia Ele­na svenuta e distesa a terra. Subito fu sollevata e messa a letto; e costatarono allora che dal­l'omero sinistro fino al collo era tutto nero. Fu chiamato il medico che consigliò un intervento chirurgico. Ma si tardò ancora, mentre insorgeva una febbre persistente ».

Le Suore decisero allora di farla operare dal­lo stesso medico della comunità, assumendo esse ogni responsabilità.

Il 25 marzo (martedí santo), nello stesso dor­mitorio, seduta e legata ad una sedia, Elena sop­portò l'asportazione della carne annerita, senza anestesia, neppure locale; tenendo tra le mani un piccolo crocifisso di legno e avendo di fronte un quadro dell'Addolorata.

Insieme alla carne annerita, il medico tagliò anche dei nervi, sí che la spalla rimase immobile e la bocca serrata. L'impressione lasciata sulla sofferente fu tremenda; per circa quaranta gior­ni, fu tormentata dal vomito.

« Avvicinandosi poi il tempo della vestizione, Elena, con un grande sforzo di volontà, con la ferita ancora aperta, volle alzarsi da letto e segui­re il corso degli esercizi spirituali, nella speranza di vestire l'abito religioso.

Per correggere il difetto della spalla riuscí a mettere un busto, che serviva a raddrizzarla. Ma il P. Direttore non poté che rimandare l'infortu­nata Elena cosí mal ridotta, fermamente consi­gliandola di ritornare in famiglia per curarsi be­ne e potere quindi ritornare in monastero.

Elena scrive nei suoi appunti di avere rice­vuto due volte, in quella circostanza, e pochi giorni prima che lasciasse il monastero, da parte del Signore, un invito alla rassegnazione, ad ac­cettare quanto avrebbe disposto su di lei, e un invito ad abbracciare la croce che le andava pre­parando.

Il 2 maggio 1921, la Madre Maestra con tele­gramma avvisava Maestro Pasquale che Elena avrebbe fatto ritorno in famiglia. Prima però del telegramma, alle 4 di quello stesso mattino, M. Pasquale sentí bussare alla porta dell'abitazione e una voce distintamente avvisarlo: « Pasquale, domani arriverà Elena ». M. Pasquale corse al balcone, sovrastante la porta per vedere chi aves­se bussato e vide scendere dalla piccola scala verso la strada un vecchio monaco, curvo e con la barba, che si dirigeva verso la Chiesa di San Francesco di Paola.

Alle 9 circa, arrivava il telegramma della M. Maestra. E il 3 maggio Elena fece ritorno a Mon­talto. Ma in quale stato!

La M. Generale delle RR. Suore di Nocera, salutava Elena partente con le seguenti parole: « Figliola mia, mi sarei contentata di averti in cappella soltanto a pregare; ma la tua salute ri­chiede necessariamente il ritorno in famiglia. Ti auguro di guarir presto, per ritornare contenta tra noi ».

Simultaneamente, le RR. Suore avevano scrit­to al Decano di Montalto, Mons. Mauro, con la preghiera non si dicesse alla famiglia la causa del grave stato di Elena. E cosí Mons. Mauro la diceva « ammalata » e basta.

I particolari della operazione, senza anestesia, ci sono stati confermati da Suor Agata Napoli, compagna di postulandato a Pagani, della no­stra Elena, ed attualmente superiora, nella Casa di Riposo S. Pio X, a Roma (Via delle Spighe, 1).

« Era tanto buona - ci ha detto - e sapeva tanto soffrire ». Lo spostamento della cassa, pie­na di biancheria... il lungo travaglio... il taglio.

« Aveva un crocifisso di legno che amava tanto ». E il timore di dovere lasciare le Suore. « Piange­va Elena, e diceva: " Piango, perché la Madre non mi vorrà piú qui ". Il giorno che la Madre decise di rimandarla a casa, Elena piangeva accanto alla porta della stanza di lavoro. "Vedi che la Madre mi manda a casa! " ». 

A Montalto dal 1921 al 1927

Elena era deperita a tal punto da essere irri­conoscibile. Non poteva lavarsi e pettinarsi da sé; il braccio sinistro era paralizzato; sulla spalla c'era una piaga, che ben presto incomincerà a verminare. Maestro Pasquale il 4 maggio la con­dusse a Cosenza, dal Prof. Roberto Falcone, Di­rettore dell'Ospedale Civile, cui l'ammalata nar­rò ogni cosa.

Il professore, dopo l'esame, cosí concluse: « Niente posso farti, figlia mia, perché sei stata rovinata; il medico che ti ha operato... non è un chirurgo; sono stati tagliati dei nervi...; solo un miracolo potrà risolvere il tuo stato di salute; ormai è già in atto la cancrena! ».

Quindi, rivolto al padre di Elena, gli consi­gliava di chiedere all'Istituto il risarcimento dei danni. Al riguardo, però, Elena intervenne, convin­cendo il babbo a non chiedere nulla; ella sperava ancora di poter ritornare a Pagani per riprendere la vita religiosa.

Incominciò a Montalto, nella sua stanzetta, questa nuova dolorosa parentesi. Costretta a letto quasi ogni giorno, si recava soltanto una volta alla settimana all'Istituto delle Suore, cui si sen­tiva sempre legata, per confessarsi; e per non essere vista, in quel suo stato, quasi deforme, passava per il giardino che univa la casa all'isti­tuto. Ogni giovedí poi riceveva la SS. Eucaristia. Furono mesi di silenziosa sofferenza: ma sempre con la ferma fiducia di riprendere ogni attività.

Nel mese di agosto 1921, quasi a toglierle ogni illusione, sopravvenne un forte dolore allo sto­maco, mentre quel po' di nutrimento liquido, che le veniva somministrato con un cucchiaino attra­verso un angolo della bocca, quasi interamente serrata, veniva regolarmente rigettato a circa un'ora di distanza.

I medici curanti ordinarono una visita accu­rata e la radiografia. Fu ricondotta pertanto al­l'Ospedale Civile di Cosenza, dove il Dr. Cerrito la visitò, e all'esame radiografico le riscontrò un cancro allo stomaco.

Mentre il Dr. Cerrito, spiegando alla sorella di Elena, Giovannina, la gravità della diagnosi, con­cludeva: « Col male della spalla poteva tirare anco­ra innanzi, ma con quello dello stomaco, è proprio finita; anch'io - confidava - ne soffro; è un male che non perdona ». Elena percepí queste parole, sempre sveglia, intelligente, come l'abbiamo co­nosciuta; entrò nella stanza dove s'intratteneva il dottore con la sorella, e con quella franchezza e fortezza di fede che le era abituale, interloquí: « Caro dottore, voi morrete, ma io non morrò di questo male, perché Santa Rita mi guarirà ».

E' facile immaginare con quanta poca convin­zione l'interpellato poté accogliere la preannun­ziata guarigione di quella buona giovane cosí mal­ridotta.

Elena, molto affaticata, anziché tornare subi­to a Montalto, preferí fermarsi un po' in casa della cugina Elvira Landolfi Aiello, nei pressi della Chiesa parrocchiale di San Gaetano. Prima di entrare in casa della cugina, Elena volle entra­re in Chiesa e rivolse una fervida prece a Santa Rita (vi era esposta una statua non grande della Santa), domandando la guarigione del nuovo ma­le che l'aveva colpita allo stomaco. Elena narra, nei suoi appunti, che mentre cosí pregava, vide la statua circondarsi di vividi fulgori abbaglianti; e voltasi alla cugina che le era accanto, le disse impressionata che la statua bruciava. La cugina nulla vedendo non comprese neppure la meravi­gliata esclamazione di Elena. Nella notte, la San­ta le apparve, le parlò: voleva istituita a Mon­talto la devozione, il suo culto, per ravvivare la fede di quella gente, e chiedeva ad Elena di fare un triduo in suo onore.

Il giorno dopo, Elena ritornò a Montalto e incominciò il triduo a Santa Rita. Alla fine di esso, la visione si rinnovò: il triduo, diceva la Santa, andava ripetuto; compiutolo, Elena sareb­be stata guarita, quanto allo stomaco; le sarebbe rimasto il male della spalla, dovendo soffrire per i peccati degli uomini; rinnovò il desiderio di vedere affermata a Montalto la sua devozione.

La realtà di tali visioni, l'esattezza sostanziale di tali racconti ci sono anche attestate da Mons. Mauro, allora confessore e direttore di Elena. Egli, infatti, riceveva da essa, con candore e im­mediatamente, la narrazione di quanto le succe­deva; si che poté confrontare il preannunzio de­gli eventi con la loro esatta realizzazione. Il 20 ottobre 1963, qui a Roma, Mons. Mauro, tanto benevolmente, ci manifestava questo suo giudi­zio positivo. E la sua testimonianza ha un valore ineccepibile.

In realtà, il 21 ottobre di quel 1921, cosí de­cisivo per la vita di Elena, alle 5 del mattino, Elena risultò completamente guarita del cancro allo stomaco.

Negli appunti leggiamo: « 21 ott., ore 5, S. Ri­ta da Cascia è apparsa nella sua celletta tutta raggiante di luce e facendo un giro attorno alla camera si avvicinò al letto, piegò le coltri e le poggiò la mano destra sullo stomaco, dicendo: "Mangia tutto quello che credi, perché ormai sei guarita. Voglio però che si faccia una statua e sia messa nella Chiesa di S. Domenico e pre­cisamente nella nicchia di S. Giuseppe ".

« Da notare che la Chiesa di S. Domenico, molto danneggiata dal terremoto del 1905, non era allora frequentata da Elena, che non sapeva neppure dove fosse la nicchia di S. Giuseppe.

« La sorella Evangelina dalla camera attigua vide la forte luce che attraverso la fessura della porta si irraggiava dalla stanza di Elena, e credendo si trattasse d'incendio, svelta si levò ed entrò nella stanza della sorella.

« Si accostò al suo letto, vide che Elena era come assopita priva dei sensi e se ne impressio­nò, sí da chiamare gli altri familiari; temette addirittura che fosse morta. Rientrata, insieme a tutti di casa, trovarono Elena pienamente nor­male che raccontò loro la visita di S. Rita, la gua­rigione, le altre parole della visione; e chiese qualcosa da mandare giú. Le fu preparata una bel­la tazza di caffé con uova frullate, che Elena prese senza avvertire piú alcun fastidio. I fami­liari, intanto, chiamarono subito il Decano, Mons. Mauro, al quale Elena raccontò di nuovo tutto dettagliatamente, e chiese il permesso di far ve­nire una statua di S. Rita, per collocarla nel luo­go indicato dalla stessa Santa ».

Il Decano acconsentí senz'altro; e il padre di Elena ordinava subito la statua alla ditta Guacci di Lecce. Lo stesso Mons. Mauro dopo pochi gior­ni ebbe un'altra conferma della oggettiva realtà di quelle visioni, e della sincerità di Elena nel riferire con esattezza quelle comunicazioni.

Nella notte dell'8 novembre 1921 (venerdí), - riprendiamo a citare dagli appunti - « le ap­parve Gesú, vestito di bianco, il cuore era visi­bile sul petto e dalla ferita del cuore si sprigionò un raggio di luce, che investí il capo di Elena, lasciando su di esso una striscia di capelli ince­neriti; mentre Gesú le spiegava che quei raggi erano l'invito del suo amore alla sofferenza; era invitata a partecipare alla Sua Passione, in espia­zione dei peccati degli uomini.

« Fu tale lo spavento per quelle faville che l'investivano il capo che Elena saltò dal letto per entrare nella stanza attigua dove dormivano le sorelle; ma cadde svenuta sulla soglia di co­municazione. La sorella Emma, sentendo del ru­more, si alzò e nell'attraversare la porta suddet­ta per andare a prendere i fiammiferi e far luce, passò sul corpo di Elena... Le sorelle la presero e la poggiarono su uno dei loro letti. Al mattino, fu chiamato il Decano ». E Mons. Mauro (come di recente ci confermava) osservò e trovò che realmente sulla testa di Elena c'era una striscia di capelli bruciati, che raccolse e ancora conserva.

Elena aveva lunghi e folti capelli. La sorella Emma glieli raccolse anche quel pomeriggio del 9 novembre, come di consueto, in due lunghe trecce; Elena doveva infatti recarsi dalle Suore del Preziosissimo Sangue per confessarsi. Le Suo­re, dallo stesso Mons. Mauro avevano appreso il fenomeno dei capelli bruciati; appena Elena arrivò, la Superiora, Suor Rosa Migali, la fece sedere e dinanzi alle altre Suore le chiese di po­ter dare uno sguardo ai capelli. Elena era al­quanto restia; alle insistenze di quella, non po­tendo ella muovere il braccio, lasciò che la Supe­riora stessa le togliesse il velo, per osservare i capelli.

« Elena, in quel momento, - come è scritto negli appunti, - chiedeva al Signore che desse comunque un segno, tale da convincere le Suore della realtà di quanto era avvenuto. Ed imme­diatamente avvertí, come da una mano invisibile, lo strappo della treccia destra, che cadde ai piedi della M. Superiora, la quale, meravigliata e atter­rita, la raccolse e la pose sulle ginocchia di Ele­na, dicendo: « Vedi! una tua treccia; come va? l'hai tagliata tu? »

La treccia, esaminata dai medici locali, « ap­parve stroncata dal bulbo e nella parte piú no­dosa era manifesta l'impronta di una mano ». Il mattino seguente, i capelli mancanti riapparvero integri e vennero ricomposti nella consueta trec­cia.

Prima di proseguire ci si permetta qualche osservazione. Il mondo di oggi, nello stesso cam­po cattolico, vede l'avanzare di un criticismo che ha per insegna e scopo di togliere dalla stessa Sacra Scrittura, dalle narrazioni dei Santi Evan­geli, il soprannaturale.

Si è idolatri della propria ragione; è un sog­gettivismo che confina col ridicolo, una presun­zione che osservata specialmente in tanti giovani, appena usciti dai banchi della scuola, suscita in­sieme indignazione e sgomento: indignazione per l'irresponsabilità di quanti li hanno cosí defor­mati; sgomento per le tristi conseguenze, che purtroppo non è raro costatare.

Cosa diranno costoro della vita, ad es., di un S. Francesco di Paola, tutta impregnata di so­prannaturale e di autentici miracoli?

« Scrivendo di un Santo - bene osserva il P. Roberti, op. cit. p. 46 s. - non si può assolutamente prescindere dal soprannaturale... Il so­prannaturale avviva meravigliosamente tutto l'es­sere di S. Francesco, informa il suo operare in modo da fare della sua vita mirabile un intreccio, direi quasi non interrotto, di prodigi. Tale, senza dubbio, è la sua figura storica, se non vogliamo negare valore alle testimonianze della probità umana ».

Lo stesso autore riporta quindi (p. 50) le os­servazioni del Bossuet (Orazioni paneg.in onore di S. Francesco di Paola):

« Sono due le ragioni principali per le quali Iddio stende il suo braccio ad opere prodigiose: la prima è per mostrare la sua grandezza e per convincere gli uomini della sua potenza; la se­conda per manifestarci la sua bontà e l'amore che porta ai suoi servi. Ora in queste due specie di miracoli io noto questa differenza, che allorquan­do Dio vuol mostrare col miracolo la sua onni­potenza, egli si serve delle occasioni straordina­rie; ma quando vuol mostrare ancora la sua bontà, allora si vale delle occasioni piú volgari (o meglio piú comuni, piú semplici). Il che deriva anche dalla differenza che corre tra questi due divini attributi. L'onnipotenza affronta i piú gran­di ostacoli e li sormonta; la bontà invece discen­de fino a sovvenire i piú piccoli bisogni ».

In rapporto particolarmente a questa secon­da specie di eventi straordinari, va ricordata la potenza della fede: cf. Mt. 17, 20 « se avete tanta fede quanto un granello di senapa, potrete dire a questo monte: "Spostati di qui e là", ed esso si sposterà e nulla vi sarà impossibile »; Lc. 17, 5 s. « Gli apostoli dissero al Signore: "Aumenta la nostra fede". Rispose loro: "Se avete tanta fede quanto un granello di senapa, potrete dire a questo gelso: " Estirpati e trapian­tati in mare; e vi ubbidirebbe " ».

La fede è condizione essenziale per ottenere i miracoli, essa dà gloria a Dio; una fede viva, anche in piccola misura, può ottenere miracoli. In S. Matteo Gesú parla di un monte, in S. Luca di un gelso, difficile a sradicarsi per la quantità e l'estensione delle radici profonde. Variano le immagini, l'idea espressa, tanto efficacemente, è la stessa. Con ogni probabilità Gesú è ritornato su questo argomento varie volte nel suo inse­gnamento; cf. infatti nel secondo evangelo (Mc. 11, 22 ss.) : « Gesú disse ai discepoli: Abbiate fede in Dio. (Pietro aveva espresso la sua meraviglia nel vedere seccato il fico che Gesú aveva male­detto il giorno prima).

« In verità, vi dico: chi dirà a questo monte: "Levati e gettati in mare", e non dubiterà in cuor suo, ma crederà che quanto dice avvenga, gli sarà concesso. Perciò vi dico: Tutto ciò che domandate nella preghiera, credete di averlo otte­nuto, e l'avrete ». Si tratta evidentemente della fede, piena, integrale dedizione dell'uomo a Dio.

« Sappiamo bene che Dio non esaudisce i pec­catori (è il cieco dalla nascita, guarito da Gesú, che cosí parla contro i Farisei e in difesa del suo Guaritore), ma esaudisce colui che è timorato di Dio e compie la sua volontà » (Giov. 9, 31).

Ora tale fede sembra ornamento e pregio del­le anime candide.

« Quando ci si fida del proprio valore, dei propri mezzi, quando si ha fiducia in sé, com'è possibile provare il bisogno di abbandonarsi a Dio con l'intensità che caratterizza la devozione?

« Tutto ciò che dà a noi motivo d'affermarci e di imporci, e non solo il sapere, dice San Tom­maso (Summa Theol., 2a 2ae, q. 82 a. 3 ad 3), è l'occasione che ci porta ad avere fiducia in noi e per questo non ci offriamo, non ci conse­gniamo totalmente a Dio. Ecco perché la devo­zione è piú diffusa presso i semplici e le donne. Notate che dico occasione soltanto, perché ogni perfezione umana, sapere compreso, può essere perfettamente sottomessa a Dio, e allora la devo­zione sovrabbonda ».

Si ricordino le solenni parole di Gesú: « Io ti lodo e ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai saggi e agli scaltri, e le hai rivelate ai semplici » (Mt. 11, 25).

S. Francesco di Paola dinanzi al Prelato Gi­rolamo Adorno inviato da Paolo II, che lo esor­tava a mitigare i rigori della regola, ritenuti ecces­sivi, prese con le mani dei carboni accesi dal braciere e glieli presentò con queste parole: « Non temete, Monsignore, a chi ama e serve Iddio con sincerità di cuore tutto è possibile. Tutte le crea­ture diventano docili al volere di Colui che at­tende fedelmente a compiere la volontà del Crea­tore ».

Non fa pertanto meraviglia alcuna questa fiducia immensa di anime semplici, ricolme di viva fede, nei loro rapporti con Dio, con Gesú N. Signore; una fiducia che porta queste anime elette a rivolgersi a Dio, senza sminuirne in nulla l'infinita maestà, senza ignorarne alcuna delle infinite perfezioni, come fa un bambino verso suo padre.

E l'Onnipotente risponde prontamente, facen­do risplendere la sua Bontà, come notava il Bos­suet, il Suo paterno amore.

In Elena Aiello troviamo la fede viva, la fidu­cia immensa e filiale in Gesú; disposizione abi­tuale; non fa pertanto meraviglia se il sopranna­turale - come vedremo - entri nella sua esi­stenza, elemento direi quasi normale.

Parlando di S. Francesco di Paola, il P. Giu­seppe M. De Giovanni, S. J., in una delle sue meditazioni, tanto espressive e dense di pensiero, lo definiva: il piú santo dei calabresi e il piú calabrese dei santi. E nell'illustrare questo se­condo punto, rilevava fra le altre caratteristiche la ricchezza del sentimento, questa carica emo­tiva, che se rivolta al bene, e nel nostro caso, a Gesú N. Signore, porta ben presto a quell'ardo­re nella carità, che rende vividissima la fede, e spontaneo, direi, il clima soprannaturale.

Quando, poi, la carità è sostanziata dal sacri­ficio, dall'amore delle sofferenze, è escluso ogni pericolo di illusione; al sentimento è congiunta la fortezza di carattere, quella tenacia nell'ope­rare, che bandisce l'indecisione e l'incostanza.

Il P. Saragò nella sua « testimonianza », ri­portata qui all'inizio, pone quale « terzo aspet­to fondamentale di Suor Elena » il lungo marti­rio nel corpo e nell'animo. Alle sofferenze fisiche già riscontrate finora, mentre permaneva il male alla spalla, in progressivo peggioramento, con la conseguente deformità, nel 1922 ci è dato rilevare qualcosa delle sofferenze dell'animo. E' appena un saggio delle lotte, delle umiliazioni che ac­compagneranno l'esistenza di Elena.

« Le cose piú sublimi - scrive 1'Hugo - sono quasi sempre le piú difficili a comprendere; per­ciò molti cittadini, commentando il contegno del vescovo Myriel, nell'assistere un condannato alla ghigliottina, lo chiamarono affettazione. Ma fu solo nelle sale signorili; il popolo che nelle opere sante non suppone mai l'astuzia, ne rimase com­mosso ed ammirò ».

In caso poi di eventi soprannaturali i dispa­reri e le conseguenti reazioni sono ancora piú accusati; creano talvolta delle incresciose situa­zioni, nei confronti delle stesse autorità ecclesia­stiche.

Quanto abbiamo narrato finora appassionò ben presto i concittadini di Elena. La sua richie­sta di voler diffondere a Montalto la devozione di S. Rita e, in particolare, di porre nella Chiesa di S. Domenico, la statua, aveva ottenuto l'as­senso del suo confessore, Mons. Mauro, ch'era insieme Decano del Capitolo di Montalto, ma trovò l'opposizione del parroco della Chiesa del Carmine, don Angelo Bonelli, Tesoriere del Ca­pitolo.

Questi affermava che aveva pensato già, da tempo, a introdurre tale devozione nella sua par­rocchia; non disponeva ancora di una statua sol­tanto perché era mancato il danaro necessario per l'acquisto.

Chi ha conosciuto Suor Elena è rimasto col­pito dalla schiettezza e semplicità con cui espo­neva il suo pensiero, mentre fissava l'interlocu­tore con quegli occhi vivi d'intelligenza, che pene­travano nell'animo. « Sia il vostro parlare: sí, sí, no, no: il di piú viene dal malvagio » (Mt. 5, 37); Giac. 5, 12). Non conosceva le sfumature, le atte­nuanti velate, l'ingannevole forma del « dire e non dire ».

Alla schiettezza univa la purezza dell'intenzio­ne e la tenacia, la straordinaria forza di carat­tere, nell'attuazione. D'altra parte, ella non ave­va ormai dubbi sulla reale apparizione della san­ta: ne erano garanti il confessore, tutti gli epi­sodi costatati dal medesimo confessore e dai familiari. Ella aspettava fermamente da S. Rita la guarigione completa del male alla spalla, ma era stata già guarita dalla Santa dal cancro allo stomaco.

A Don Bonelli riaffermò pertanto che avrebbe compiuto fedelmente quanto S. Rita le aveva indi­cato; lo riaffermò in modo risoluto: non avrebbe lasciato nulla di intentato, ricorrendo, se neces­sario, anche all'Arcivescovo.

Ci piace riportare qui una pagina dedicata da G. De Libero al venerabile Cardinale Baro­nio (+ 1607), per alcuni punti di contatto, tra « la natura fiera e rigida » del Baronio, come lo definiva san Filippo Neri, e « l'energia e schiet­tezza » accennate in Suor Elena:

« La santità suppone un temperamento ener­gico, volitivo, deciso. Una natura incerta, paurosa, vacillante non è stoffa da farne eroi di nessun genere.

« Per essere santi non bastano gli entusiasmi fugaci, le buone intenzioni; ma occorre decisione irremovibile: sono permesse neppure paure, so­ste, come quelle dell'aratore (cf. Lc. 11, 57. 62) che volge indietro lo sguardo magari per compia­cersi del lavoro compiuto. Sempre avanti!

« Baronio ebbe, e anche questo, certo, fu do­no di Dio, un temperamento generoso, capace di ogni ardimento, di ogni immolazione: era tutto di un pezzo, duro, senza le incrinature delle ecce­zioni, senza riguardo anche per le persone piú grandi e che avrebbero potuto nuocergli.

« Messosi al servizio di Dio, sotto la guida di un santo amabile come Filippo, la natura restò, ma la carità, la pietà, l'addolcí, la pervase, la purificò, senza però cambiarla o distruggerla.

« Nell'interesse, nella dedizione al compito as­segnatogli in nome di Dio, non usava mezzi ter­mini, non faceva complimenti.

« La grazia affina la natura, non la distrugge mai ».

Don Bonelli comprese benissimo che sarebbe stato inutile insistere, e ordinò immediatamente una statua di S. Rita, alla Ditta Giovanni Malo­core, pure di Lecce.

La risposta di Elena fu ritenuta un atto di intemperanza, di poco rispetto verso il clero e di disobbedienza alle loro disposizioni.

Le voci pervenivano alla povera sofferente, che ne provava intima pena e insieme reagiva con quella vivacità caratteristica del suo carattere.

L'incresciosa situazione si protrasse a lungo. L'Arcivescovo di Cosenza, interessato dal clero, scriveva al Decano Mons. Mauro, di « tener duro perché un solo culto era possibile per santa Ri­ta », nello stesso paese; e alla giovane Elena: « Signorina Aiello, preghi il Signore che non la renda vittima di illusioni diaboliche! ».

Non c'è bisogno di rilevare la gravità della proposizione, con l'accenno di condanna e di disi­stima in essa implicito!

L'Arcivescovo, però, ad una susseguente let­tera di Elena, ordinava che la statua ordinata dalla famiglia Aiello fosse conservata nella loro abitazione e che per la Chiesa del Carmine si provvedesse diversamente. Il 13 maggio arrivò la statua di S. Rita e venne sistemata nella casa di Elena, in uno stipo costruito dal cognato, Gio­vanni Ferrari.

Era allora Pastore dell'Arcidiocesi di Cosenza, Mons. Tommaso Trussoni (1912-1934). « Il suo governo fu seminato di spine fin dall'inizio per le tristi vicende dei tempi - scrive il P. F. Russo a - sia per il settarismo imperante sia per i lutti arre­cati dalla prima Guerra Mondiale. Egli, da buon Pastore, smussò gli odi con l'umiltà e la carità del suo grande cuore e fu angelo di conforto per le anime afflitte e desolate per la perdita dei pro­pri parenti in guerra ».

Uomo di Dio, nel senso pieno della frase, at­traeva, cattivava gli animi con la bontà del cuore, e la benevolenza dei modi. Già professore dì Mo­rale nel Seminario di Como, legato da vincoli di parentela con quell'apostolo di carità che fu il servo di Dio don Luigi Guanella, di Como, aveva tutte le doti per discernere e dirigere con l'evan­gelica prudenza le anime piú privilegiate e le iniziative per l'affermazione del regno di Dio.

Egli darà a Elena, come direttore di spirito e direttore dell'opera, il suo stesso Vicario, Mons. Angelo Sironi.

Egli, fra qualche anno, accoglierà a Cosenza, incoraggerà e proteggerà l'opera di Suor Elena, dando - come vedremo - sagge direttive per evitare ogni inutile e dannosa pubblicità ai feno­meni straordinari di cui parleremo.

E' facile rilevare la prudenza con cui Mons. Trussoni procedette nei confronti di Elena, dalla prima esortazione severa e, direi, distaccata, ri­portata di sopra; alla considerazione attenta e alla stima con cui ne seguí sempre la vita e l'opera.

La congregazione delle Suore Minime della Passione di N.S.G.C. ha in Mons. Tommaso Trus­soni l'illuminato Pastore che ne ha permesso, protetto, aiutato e benedetto l'atto di nascita e i primi passi sempre cosí difficili.

Nel congedare Elena, recatasi, pur sofferente, da lui, Sua Eccellenza l'assicurò delle sue pre­ghiere per la guarigione o per la rassegnazione piena alla volontà del Signore; esortandola ad accettare tutti quei dispiaceri e quei dolori quali gocce del calice amaro di Nostro Signore.

La statua posta nella casa di Elena, vi rimase finché ella rimase a Montalto; quando nel 1927 ella si trasferí a Cosenza per iniziare la sua ope­ra, la statua fu dislocata nella Chiesa di san Do­menico, proprio nella nicchia indicata, e dove si vede tuttora.

Elena, intanto, dimesse le vesti di probanda delle Suore del Preziosissimo Sangue, dopo la prima guarigione ottenuta da santa Rita, indos­sò per voto l'abito che hanno le suore di questa Santa a Cascia. Lo porterà fino a quando non sceglierà quello ideato per la nuova congrega­zione da lei fondata.

Le sofferenze fisiche e quelle, talvolta piú brucianti, dell'animo, servivano ad affinarne lo spirito e a preparare Elena alla missione cui è - destinata.

In tutto il 1922, si ripeterono gli inviti del Si­gnore a un nuovo genere di sofferenza; Elena ne avvisa il suo confessore: « Tu soffrirai, ma non temere; non è una malattia; ma espressione di carità ». « Ti farò entrare in tristezza con me e il venerdí mi sarai piú unita ».

Nell'inverno, tennero a Montalto una missio­ne, quattro Padri Passionisti, guidati dal P. Ilde­fonso, che tanta fama ha lasciato nell'Arcidiocesi di Cosenza. Colto, di grande fede; avvince ed esalta con l'esempio, con la sua infiammata elo­quenza. Il suo è il tema preferito dalla pietà di Elena: la Passione di N. Signore. Ed Elena ne ascolta le prediche, e va ad esporgli il suo animo. Probabilmente nelle mani di P. Ildefonso fini­rono gli appunti, gettati giú da Elena, visti da Emma, in un'assenza della sorella, e non piú rin­tracciati. In essi, Elena aveva annotato quanto riteneva le venisse comunicato dal Signore e da santa Rita.

Dal contatto col rev.mo P. Ildefonso ricevé lu­ce e vigore.

Infine, proprio mentre tanta diversità di pareri turbinavano intorno ad Elena, per la penosa faccenda della statua e dei ripetuti interventi di S. Rita riferiti da lei al proprio confessore, il 2 marzo 1923, primo venerdí del mese, avvenne, per la prima volta, quel fenomeno straordinario che attirerà su Elena l'attenzione di tanta gente, da regioni anche lontanissime, e che si ripeterà an­nualmente, fino alla sua morte.

E' il 2 marzo; al mattino, dopo la comunione, una voce interna le preannunzia imminente il nuovo genere di sofferenza prescelto per lei dal Signore.

Riporto dagli appunti del 2° quaderno in mio possesso:

« Il primo venerdí di marzo, verso le ore 15 era a letto molto sofferente per la piaga cancre­nosa alla spalla sinistra, leggeva il nono venerdí in onore di S. Francesco di Paola; le apparve il Signore vestito di bianco, con la corona di spine; all'invito se voleva partecipare alle sue sofferen­ze, Elena rispondeva affermativamente; allora il Signore togliendosi dal Suo capo la corona la poneva sul capo di lei.

« A tale contatto usciva un'abbondante effu­sione di sangue. Il Signore le comunicava che vo­leva quella sofferenza per convertire i peccatori, per i molti peccati d'impurità, ed essere vittima per soddisfare la Divina Giustizia. Una certa don­na, a nome Rosaria, inserviente di famiglia, dopo aver prestato il suo servizio stava per andarsene; avvertendo alcuni lamenti che venivano dalla stanzetta di Elena, si affacciò cautamente per rendersi conto di quanto non sapeva spiegare. Sorpresa alla visione di tanto sangue, subito av­visò i familiari pensando che Elena fosse stata uccisa. Immediatamente corsero nella stanzetta la sorella Emma con tutti i familiari e trovan­dosi di fronte a quello spettacolo sanguigno fe­cero chiamare il Dott. Turano e tutti i medici del paese, il Decano Mauro con parecchi altri sa­cerdoti. Il Dott. Adolfo Turano incominciava im­mediatamente a praticare dei lavaggi, ma il san­gue continuava ad uscire dal capo. Dopo tre ore di alterna emanazione sanguigna il fenomeno scomparve da sé.

« Tutti rimasero sorpresi, confusi, impressio­nati perché non sapevano spiegare in nessun mo­do quanto era avvenuto.

« Il secondo venerdí di marzo prima delle ore quindici si trovarono in casa il Dott. Adolfo Tu­rano con parecchie altre persone per controllare se si fosse ripetuto il fenomeno. Infatti, alla stes­sa ora precisa si verificava lo stesso fenomeno sanguigno; allora il dottore cercò di asciugare il sangue con un fazzoletto, ma al contatto della parte sofferente la pelle si irritava talmente da lasciarle tutti i pori aperti e dolentissimi.

« Alcuni pezzetti della pelle frontale rimane­vano attaccati al fazzoletto. Il sangue continuò ad uscire ad intervalli per oltre tre ore.

« Il terzo venerdí di marzo pensando che fos­se il fenomeno determinato da fissazione reli­giosa, il confessore toglieva dalla sua cella l'im­magine del crocifisso e le proibiva di leggere qua­lunque libro che trattasse della Passione di Ge­sú. Nonostante tale precauzione il fenomeno san­guigno si verificava allo stesso orario e nel mede­simo modo. Una signora di S. Benedetto Ullano (D. Virginia Manes), madre del medico dr. Ari­stodemo Milano, fu mandata dal figlio per co­statare il fatto e bagnare un fazzoletto nel sangue. Difatti, rimasta sola nella celletta di Elena, asciu­gava con un fazzoletto la fronte, poi lo piegava e lo conservava con un pensiero di diffidenza che non fosse quella una malattia pericolosa. Ritor­nata a San Benedetto trovava il fazzoletto com­pletamente pulito e senza alcuna traccia di san­gue. Il figlio dinanzi al racconto della mamma si convertí ricevendo il battesimo.

« Nella visione il Signore rispondendo alle la­gnanze di Elena per tutto quello che le veniva fat­to per il sudore di sangue affermava che era Lui che la faceva soffrire, doveva essere una sua vit­tima per il mondo, che non si doveva affliggere che le avevano tolto il Crocifisso perché Lui era sempre presente nel suo cuore e che a conferma di questo le avrebbe dato un segno a tutti visi­bile facendo riflettere nel suo corpo le piaghe della sua Passione. Difatti nell'ultimo venerdí di marzo Elena soffriva nel corpo coperto di pia­ghe e Gesú le diceva: "Anche tu devi essere si­mile a Me perché devi essere la vittima per tanti peccatori e soddisfare alla giustizia del Padre mio perché essi siano salvi".

« Verso le cinque Gesú le diceva: " Figlia mia, ammira come soffro! Ho versato tutto il mio san­gue per il mondo ed ora va tutto in rovina; nes­suno si avvede delle scelleraggini di cui è rico­perto. Considera l'acerbità del mio dolore per tante ingiurie e disprezzi che ricevo da tanti mal­vagi e dissoluti". " E che cosa posso fare io, ri­spondeva Elena, o Gesú mio? Se non Vi fate vedere nessuno mi crederà". Gesú soggiungeva ancora: " Sono tanti peccatori ostinati che deter­minano la mia giustizia. Non scoraggiarti però, Figlia mia, poiché mi farò vedere verso le ore 13. Dirai al tuo confessore che venerdí verso le ore 13 gli darò un segno ". Ciò detto disparve.

« Il Venerdí seguente, a tutte le altre piaghe delle mani e dei piedi si aggiunse la ferita del Co­stato. Il Venerdí santo, a mezzogiorno preciso, incominciava il fenomeno. Verso le sei la proces­sione dei misteri passava sotto i balconi della casa di Elena; il segno promesso al confessore è stato quello di potersi (Elena) alzare immedia­tamente dal letto completamente in sensi ed an­dare al balcone per assistere alla processione.

« Quando Gesú morto passò sotto il balcone, di nuovo Elena perdeva i sensi con emissione di lagrime di sangue. Alcune gocce cadevano sulla testa della sorella Ida, affacciata al balcone sot­tostante. In quel momento la sorella Ida si rivol­geva col pensiero verso Gesú lamentandosi che aveva mandato alla sua famiglia quella croce molto fastidiosa per la grande affluenza di gente che veniva da ogni parte e teneva la casa sempre sottosopra.

« Nella notte seguente Ida ebbe in sogno l'av­viso di Nostro Signore di non lamentarsi di quella croce perché Elena doveva soffrire per la sal­vezza di molti peccatori.

« Allora Ida capì che non doveva lamentarsi poiché quella era la missione della sorella Elena. « Il confessore che aveva tutto osservato poté convincersi dopo le molte prove che aveva fatto che il fenomeno non era effetto di suggestione... « Finito il fenomeno e ritornata in sensi dopo che passò la processione, rimase con le piaghe dei piedi, delle ginocchia, del costato e del brac­cio destro, aperte e doloranti fino al mese di giu­gno. Il giorno del Corpus Domini si rinnovò il dolore alle piaghe con una nuova effusione di sangue dalle medesime che infine si rimargina­vano perfettamente ».

Vedi al riguardo in appendice le relazioni dei medici. Abbiamo già sottolineato che la san­tità sta nel compiere la volontà del Signore, nel­l'esercizio della carità: l'amore, la dedizione di tutto se stesso a Dio e al prossimo.

I fenomeni sopra accennati in Elena non osta­colarono affatto la sua straordinaria attività, la normalità della sua vita religiosa; l'espletamento delle sue funzioni di fondatrice e superiora ge­nerale di una nuova congregazione.

Le sofferenze del venerdí santo, avvenivano, di consueto, con la assoluta esclusione di ogni curioso; le porte della casa assolutamente chiuse; al mattino del sabato santo suor Elena era già, come di consueto, al suo posto di preghiera, di lavoro, di responsabilità, esternamente come se nulla fosse accaduto.

Quei fenomeni non le facilitarono certo i rap­porti con le autorità ecclesiastiche. Risultarono talvolta una fonte di dispiaceri e di umiliazioni.

Ma la gente, nelle sue tribolazioni, accorreva a lei; a lei ci si rivolgeva prima di decisioni im­portanti.

Chi chiedeva di lei, per averne l'indirizzo, al nome di Suor Elena o di Suor Elena Aiello, ve­deva per lo piú sul volto dell'interpellato l'espres­sione manifesta di chi sente per la prima volta nominare quella persona; ma bastava aggiungere qualche accenno ai fenomeni suddetti, come « la suora che suda sangue », per sentirsi rispondere: « Ah! voi cercate 'a monaca santa », e aveva su­bito l'indicazione precisa.

E fu questo l'appellativo abituale di Suor Elena.

Guarigione istantanea e completa di Elena (22 maggio 1924)

Diversi sono stati al riguardo i preannunzi dati da Elena che sarebbe completamente guarita dal tormentoso male della spalla: cosí in una lettera del 10 maggio 1924 a Mons. Mauro:

«Rev.do Padre, ieri verso le ore 3 pomeridiane mi apparve Gesú dicendomi: " Figlia mia diletta vuoi guarire oppure vuoi soffrire? ". Io gli dissi: " A soffrire con Voi, Gesú mio, si soffre tanto bene. Ma fate quello che volete ".

« E Gesú: " Ebbene ti farò guarire, ma sappi che ogni venerdí, ti farò entrare in tristezza, cosí mi starai piú unita ". Detto questo scomparve.

« Mi raccomando alle Sue sante preci; umil­mente Le bacio la mano. Sua umilissima serva in G.C. Elena Aiello ».

Cosí al dott. Adolfo Turano, chiamato dai fa­miliari per l'aggravarsi dello stato dell'inferma, Elena appena qualche giorno prima del 22, rifece il racconto di una visione avuta da S. Rita, con la indicazione che l'avrebbe guarita il giorno 22, nel pomeriggio.

Il dottore, date le condizioni dell'inferma, giu­dicò espressione di delirio quella comunicazione! E in tal senso ne parlò ai familiari.

E il 22 maggio, alle 14,45, vestita dalla sorella Emma, fu condotta non senza fatica al piano sot­tostante, nel salotto dove era la statua di S. Rita: venne adagiata su un divano di fronte alla sta­tua. Ecco la narrazione fatta dalla sorella di Ele­na, Emma, all'avv. Di Napoli, il 30 ottobre 1961: essa parte dallo stato miserando immediatamente precedente. Elena con grande forza d'animo, to­glieva da sé, aiutandosi con uno specchio e usan­do degli stecchini, i vermi che si formavano nella sua piaga alla spalla.

« E' esatto ciò che vi ha detto la Signora Alina (Caracciolo, sposata Palazzolo, residente a Vero­na). Potemmo svelare il segreto dei vermi per avere Giovannina spiate le mosse di Elena in una delle sue improvvise sparizioni. Quando assunsi il pietoso compito di estrarli, usai lo stesso me­todo di Elena: lo stecchino. Slabbravo la pelle che circondava le piaghe profonde e li facevo sal­tare con lo stecchino, ma piú ne toglievo, piú ce n'erano! Poi vi deponevo una polverina gialla che mi avevano indicato, senza nessun risultato.

« Elena sopportava con rassegnazione quel tormento, ma la sua fede in S. Rita era incalcola­bile. Aveva la certezza di guarire; ma non tutti potevano credere. Erano tre anni!

« Nella notte del 21 maggio 1924 Elena sognò S. Rita dirle che all'indomani alle 15 l'avrebbe guarita.

« In quel mese di Maria, come nei precedenti giorni recitavamo il Rosario; c'erano alcune vici­ne, e l'assiduo notaio Carlo Taormina, il quale nutriva verso Elena uno speciale affetto.

« In quell'anno Elena era estenuata per le forti crisi avute nel mese di aprile. Dovevamo prender­cela in braccio per farla discendere dal piano superiore, come una moribonda, adagiandola poi in quel divano..., sistemato avanti la statua di S. Rita.

« Attendemmo.

« Eravamo trepidanti, inquieti, emozionati, ma non sapevamo dire una parola.

« Recitato il Rosario, a cospetto della statua con lo sportello della custodia aperto, Elena co­minciò a pregare in questi termini, con un fil di voce:

« " Dal tuo santuario di misericordia, o Santa degli impossibili e padrona dei casi disperati, ri­volgi a me i tuoi occhi pietosi e guarda le angosce che mi opprimono, le sventure che mi percuotono, i bisogni che mi stringono; né alcuna via piú mi rimane! Inaridita è la sorgente delle mie lagrime e la preghiera sta per morire sulle mie labbra confuse! Mi rimane la speranza!

« O S. Rita, potente e pietosa, soccorrimi in questa estrema necessità, concedimi la grazia ch'io ti domando!

« Tu me l'hai promesso! Mi devi fare la gra­zia e non devi farmi rimanere bugiarda! ".

« E aiutata da me, si alzò e si accostò alla statua.

« Avemmo l'impressione che la mano di Santa Rita, protesa verso il Crocifisso, si fosse scostata per raggiungere la mano del lato offeso di Elena e sollevargliela in alto, e che una vibrazione scuo­tesse la statua e la custodia. Elena, fra la com­mozione di noi ancora increduli, ripeté: " Sono guarita! Sono guarita! ". E senza aiuto si mosse liberamente fino al balcone. Vedendo ad una fi­nestra del palazzo dirimpetto sporta la moglie del notaio Ceci, sollevando le braccia esclamò: " Donna Valentina, vedete, sono guarita ".

« Quando le volli vedere la piaga, la trovai chiusa, e vi si scorgeva una cicatrice ».

Nel 2° quaderno leggiamo:

« Nella notte del 21 maggio 1924 ebbi una vi­sione di S. Rita alla quale tante volte mi ero ri­volta perché mi guarisse, avendo ottemperato al suo ordine. Che la statua si trovasse ancora in ca­sa mia, ciò non era da me dipeso. Il mio voto si poteva considerare appagato. Ella riconfermando la promessa, mi disse che lo avrebbe fatto, ma che le sofferenze sarebbero perdurate, conchiu­dendo: " Domani, dopo il Rosario, vieni vicino alla mia immagine che ti guarisco ".

« Ansiosa e confortata, verso le tre del pome­riggio, dopo aver recitato il Rosario con parte delle mie sorelle, con alcune amiche e col compare, aiutata da Emma mi mossi dal divano e mi avvicinai alla statua.

« Pregai rivolgendo ad essa il mio sguardo. Ad un tratto mi sentii leggera e libera nei movimenti. Mi alzai, nella gioia intima che sentivo, e vedendo gli altri in istato di perplessa commozione, dissi: " Sono guarita ". Mi spostai e raggiunsi il balco­ne; e come vidi donna Valentina Vescillo, istin­tivamente esclamai, alzando le braccia: " Sono guarita! Vedete ".

La piaga verminosa non esisteva piú ».

Ancora a Montalto - Gigia Mazza Riprendiamo il filo dei nostri appunti. Essi ci portano a Bucita, piccolo borgo tra i castagni, frazione del comune di San Fili, e non molto di­stante da Montalto.

Qui, in una famiglia numerosa, esemplarmen­te cristiana, troviamo la giovane che sarà la com­pagna fedele di Elena, fin dagl'inizi dell'opera, e le succederà nella direzione di essa.

Gigia Mazza nasceva a Bucita il 28 ottobre 1892, da Santo, onesto artigiano e da Maria Guc­cione. Dei dodici figli, ben quattro fanno parte del glorioso Ordine dei Minimi:

fra Giovanni (nato il 18 giugno 1888); padre Beniamino (del 20 novembre 1893): emigrato negli Stati Uniti nel 1909, militò nello esercito americano (1917-1918), in Inghilterra e in Francia; rientrato in Italia (1920), entrò nel­l'Ordine di San Francesco di Paola a Genova: fu ordinato sacerdote, a Roma, il 3 luglio 1927;

padre Francesco (del 3 novembre 1903): en­trò a 12 anni nel convento annesso al Santuario di Paola; dopo il servizio militare, compí a Roma il corso filosofico e teologico; ordinato sacerdote nel 1930, fu rettore del Collegio dei Minimi (al­lora a piazza Pompei) fino al 1937; quindi a Pao­la, dove fu due volte Provinciale (1945-1948 e 1955-1958) ;

padre Arturo (del 7 dicembre 1908), ordi­nato sacerdote nel 1932.

Tra i figli della sorella maggiore, Pasqualina (morta nel 1918), sposa all'artigiano Vincenzo Laganà, due seguirono gli zii nello stesso Ordine: fra Giovanni (del 1911) e padre Biagio (del 1915); la figliola Concetta (del 1916) entrò nella congre­gazione fondata da Suor Elena (nel 1930): morí nel 1932.

Una famiglia dunque particolarmente devota di San Francesco di Paola.

Soltanto a 30 anni, nel 1922, Gigia perseguen­do il suo desiderio di dedicarsi al Signore, ot­tenne dai genitori il permesso di entrare nella Congregazione delle Suore Riparatrici del S. Cuo­re, a Napoli; la grande guerra, prima, e quindi (1918) la morte della sorella Pasqualina, che la­sciava 7 figli in tenera età, avevano fatto riman­dare la sua partenza.

Ma a Napoli, rimase solo pochi mesi (1 gen­naio - 4 maggio 1923): incominciò infatti a sentirsi poco bene, quindi una caduta indusse il medico a rimandarla a casa, per curarsi e ritemprare la propria salute.

Proprio nella quaresima di quell'anno, erano incominciati i fenomeni straordinari di cui abbia­mo parlato e a Bucita, come negli altri paesi della provincia, - e forse ancor piú, data la vicinanza, - si parlava della Suora di Montalto che segui­va, in modo cosí impressionante, la passione del Signore. Gigia inoltre, affidata dai familiari alle cure del Dott. Turano, medico della famiglia Aiello e della stessa Suor Elena, si recava perio­dicamente a Montalto, cosí ebbe modo di infor­marsi ancora meglio.

Cosí, il venerdí dopo Pasqua, accompagnata dalla mamma, si recò in casa di Elena; per ve­derla, chiederle consiglio circa la propria voca­zione, se dovesse ritornare nel monastero, donde era stata costretta ad uscire, o se il Signore de­stinasse diversamente, e infine, per assistere alle sofferenze di cui aveva sentito parlare; credeva infatti che Elena soffrisse ogni venerdí.

Con la consueta semplicità, Elena « rispose che col venerdì santo erano finite le sofferenze e che perciò ci voleva l'anno prossimo, perché soltanto nei venerdí di quaresima del mese di marzo si verificavano quei fenomeni. La confortava poi per l'uscita dal Monastero; anche lei era stata costretta a lasciare, per motivi di salute, la congregazione dove era andata, e a ritirarsi in fami­glia, afflitta da tante sofferenze ».

E non c'era bisogno che Elena aggiungesse altro su questo punto; quella piaga alla spalla la rendeva quasi deforme.

« Certo - continuava Elena a conforto di Gi­gia - se il Signore aveva permesso questo, lo aveva fatto senz'altro per un fine, e che non avrebbe mancato di farlo conoscere ».

Confortata da tali parole, Gigia se ne ritornò a casa, animata da viva speranza per il futuro della sua vocazione.

Fu questo l'inizio dei rapporti che legheranno sempre piú la giovane di Bucita ed Elena; ritor­nando a Montalto dal dr. Turano per la cura, Gi­gia si recava da Elena, con la quale era ormai so­lita intrattenersi confidenzialmente. Nella quare­sima del 1924 fu presente ai fenomeni che abbia­mo descritto.

Perdurando la piaga alla spalla, Elena nel maggio di quell'anno, disse a Gigia di non pen­sare piú al ritorno a Napoli presso la Congrega­zione d'onde era uscita; sarebbe stata suora, ma per fare con lei stessa un'opera nuova. A Gigia venne spontaneo il pensiero: « Sta morendo e pensa di istituire un'opera! ». Ed Elena subito: « Non ti preoccupare, perché Santa Rita il 22 di questo mese, mi guarirà ». E le diceva che sareb­be andata a passare qualche settimana di quiete, in casa sua, a Bucita.

Gigia riferí tutto ai suoi familiari. Una vicina di casa, la signora Angelina Asta in Ferrari, afflitta da due tumori all'inguine, nel sentire quanto di Elena veniva narrato, pregò Gigia di interes­sare Elena del suo caso, perché le ottenesse con le sue preghiere la guarigione.

Gigia l'accontentò: accompagnata dal signor Michele Ferrari, sposo dell'ammalata, e dalla ma­dre di questi, ritornò a Montalto. Elena accondi­scese e diede loro una immaginetta di S. Rita, con alcune foglie di rosa, ricevute da Cascia, da ap­plicare sulla parte ammalata. Sulla via del ri­torno, Michele Asta con sua madre riassumeva a Gigia le proprie impressioni: « Abbiamo fatto questo cammino, perdendo il nostro tempo ».

Erano rimasti colpiti dalle condizioni compas­sionevoli in cui Elena allora versava.

« Un'ammalata in quelle condizioni avrebbe mai potuto guarire gli altri? ».

Comunque, ritornati a casa, fiduciosi in santa Rita, applicarono sulle parti sofferenti dell'Ange­lina 1'immaginetta e le foglie di rosa. Durante la notte, i due ascessi si ruppero; e al mattino, il prof. Santoro che era venuto per l'intervento chi­rurgico, trovò già l'inferma avviata alla guari­gione.

La straordinaria guarigione di Elena (22 mag­gio) richiamò di nuovo a Montalto Suor Gigia che la trovò perfettamente guarita. Elena promi­se che presto sarebbe andata a trovarla a Bu­cita. Difatti in seguito alle lunghe sofferenze della bocca durante i tre anni di degenza a letto, per il continuo uso di ghiaccio, si era determinata una forte periostite. Nel mese di novembre successivo non potendo piú tollerare i forti dolori Elena si decide di andare a Cosenza dal dentista Chimenti. Lungo la via, per una rottura al camion nei pressi di Bucita, Elena approfittò per fare una visita a Suor Gigia. Era la prima volta che Elena visitava la casa di Suor Gigia a Bucita. Ri­parato il camion poté raggiungere Cosenza e dal dentista fu giudicato necessario estrarre tutti i molari.

« Solo cosí incominciarono a cessare le in­sopportabili sofferenze che da tanto tempo l'ave­vano fatta soffrire. Le fu anche praticata una pic­cola operazione di periostite per un dente molare spezzato qualche anno prima dal medico di Mon­talto poco competente. Dopo qualche mese, do­vendo ritornare a Cosenza per una seconda vi­sita medica, di nuovo ebbe occasione di fermarsi a Bucita e nel salutare Suor Gigia disse alla mamma, zia Maria, che il Signore voleva iniziata un'opera con la figliuola Suor Gigia e che perciò dovevano consentire di farla partire con lei per Cosenza.

« La mamma rispose che se era cosí avrebbe dato il permesso ma se doveva ritornare invece di nuovo in un'altra Congregazione religiosa non avrebbe avuto piacere, dato che la prova non era riuscita bene ». 

Anni di preparazione per il nuovo Istituto (1925-1927)

Rileviamo dagli appunti in nostro possesso (II quaderno):

« Nel 1926 le sofferenze dei venerdí di marzo e del venerdí santo si ripetevano regolarmente. Il Signore nelle visioni manifestava chiaramente ad Elena che voleva iniziata l'Opera.

« Intanto, mentre da Cosenza il Sig. Michele Stillo aveva offerto una casa ad Elena per fare un'Opera di beneficenza, il Decano Mauro aveva persuaso Elena di fondare a Montalto un'Opera a favore dei vecchi. Elena in un primo tempo aveva accettato; quando poi s'accorse che il De­cano voleva fondare l'Opera con l'intervento della Superiora dell'Istituto Marigliano delle Suore del Preziosissimo Sangue, rifiutò la sua collabora­zione: le parve infatti non fosse quella la volontà del Signore.

« Anche Sorella Gigia informata da Elena della nuova situazione rifiutò di recarsi a Montalto a quelle condizioni. Elena per tranquillizzarsi in co­scienza volle scrivere al suo direttore straordi­nario Mons. Sironi, per chiedere consiglio e Monsignore le rispondeva di recarsi a Cosenza per esporre all'Arcivescovo quanto gli aveva scritto. « Dovendo Elena recarsi a Cascia insieme alla sorella Giovannina per sciogliere un voto fatto a S. Rita (e vi era aspettata dalla M. Superiora Suor Teresa Fascio, che l'aveva con tanta insi­stenza invitata da quando aveva letto sui giornali i miracoli fatti a lei da S. Rita) andò a Cosenza per parlare con l'Arcivescovo e poi proseguire per Roma.

« A mons. Trussoni, Arcivescovo di Cosenza, Elena espose ogni cosa.

« Sua Ecc. avendo compreso bene l'idea di Elena, le consigliò di seguire la volontà del Si­gnore indipendentemente da ogni altro e per maggiore sicurezza di coscienza le suggeriva, do­vendosi recare a Roma, di andare con una sua lettera di presentazione, dal Gesuita P. Marchetti a chiedere consiglio e direttive.

« Il P. Marchetti a Roma confermava il pensie­ro dell'Arcivescovo insistendo anche da parte sua di iniziare l'Opera che il Signore le ispirava senza accodarsi a nessun altro.

« Quindi insieme alla contessa Sacconi, presso la quale fu ospite gradita, andò a Cascia per scio­gliere il suo voto dinnanzi all'urna di S. Rita. La Badessa di quel monastero voleva persuadere Ele­na a rimanere come suora e perciò la ospitò in una celletta nell'interno della clausura per invogliarla. Elena però non sentiva alcuna attrattiva per quel­la vita di stretta clausura, pregava quindi la contessa e la sorella che alloggiavano nella foresteria di ritornare presto a Roma.

« Da Roma raggiunse di nuovo Cosenza ed espresse all'Arcivescovo il desiderio di uscire dal suo paese natio per sottrarsi alla grande pubbli­cità che si faceva nel periodo delle sue sofferenze. L'Arcivescovo condivise il pensiero di Elena, esor­tandola a realizzare il suo proprio disegno. E lei, approfittando della sosta a Cosenza, andò a parla­re con Michele Stillo per concludere la donazione della casa tante volte offerta. Ma non si riuscí a concludere nulla.

« Ritornata a Montalto Elena pensò che per an­dare a Cosenza era necessario prendere in fitto, momentaneamente, un'abitazione.

« A Montalto anche don Duilio Ceci pensava di aprire una casa per Orfani di guerra con l'aiuto e la cooperazione di Elena, ma anche questo in­vito ella declinò come in precedenza col Decano. « Nel 1927 di nuovo nelle sofferenze il Signore manifestava ad Elena che insieme a suor Gigia dovevano senz'altro iniziare l'Opera da lui voluta. Dopo le sofferenze Elena invitava suor Gigia per recarsi a Cosenza, ma essendo prossima l'ordina­zione sacerdotale del fratello, Beniamino, Gigia rispondeva ad Elena che ormai se ne sarebbe par­lato dopo la festa della prima messa che si sa­rebbe celebrata a Bucita durante quell'estate. Ele­na, approfittando di questa circostanza, manife­stò a suor Gigia il pensiero di passare un mese all'aria di Bucita perché i medici le avevano ordi­nato cambiamento di aria e precisamente l'avevano consigliata a respirare l'aria mite e salubre del dolce paesello.

« Nel mese di agosto dello stesso anno 1927 Elena si recava a Bucita e aiutava suor Gigia nei preparativi per la festa della prima Messa del P. Beniamino che si recava lí nei primi di set­tembre.

« In quella circostanza, oltre tutti i fratelli Mazza, vi erano il Rev. P. Pietro Lalli, Correttore Generale dell'Ordine, il molto Rev. P. Bartolomeo Verde, Correttore Provinciale e molti altri Padri e Religiosi del Santuario di Paola, che ebbero l'oc­casione di conoscere Elena. Nello stesso giorno della festa tutti i Religiosi si recarono a Montalto a visitare la casa di Elena e ad osservare la famo­sa treccia.

« Durante il mese di settembre rimasero in fa­miglia i fratelli di Suor Gigia e durante questo tempo fu decisa l'andata a Cosenza per iniziare l'Opera di cui Elena aveva tante volte parlato.

« Nella discussione che si fece per definire quale particolare Opera di beneficenza si dovesse iniziare, si convenne di lasciare che si manifestas­se chiaramente la Provvidenza; avrebbe seguito il cenno a lei offerto dalla occasione iniziale.

« Nello stesso mese di settembre i fratelli di Suor Gigia si recarono dall'Arcivescovo per otte­nere il nulla-osta per la dimora di Elena e di Suor Gigia a Cosenza.

« L'Arcivescovo non mancò di far presente le difficoltà sia nei riguardi dell'Opera come per i fenomeni straordinari che avrebbero certamente suscitato scalpore.

« Fu data assicurazione che per l'Opera avreb­bero seguito quello che la Provvidenza avrebbe indicato; quanto ai fenomeni, avrebbero fatto di tutto per tenerli nascosti alla curiosità ed alla conoscenza del pubblico.

« L'Arcivescovo, dopo tale garanzia, diede il suo consenso per la venuta delle due Suore a Co­senza. Parlarono anche col Vicario Monsignor Sironi il quale accettò di dare il suo appoggio e la sua direzione alle due Suore che già cono­sceva.

« Nel mese di novembre vennero a Cosenza e presero alloggio presso la casa del Can. Colistro che teneva un collegio di studenti e che perciò aveva molto interesse di far fermare nella sua casa le due Suore per accudire alla direzione dello studentato.

« Per mezzo della famiglia Fusaro, molto ami­ca delle due Suore, si venne intanto a conoscen­za che si fittava la casa Cavalcanti presso le Scuo­le Normali; fu combinato l'affitto, ma il signor Cavalcanti non volle firmare il compromesso poi­ché voleva la garanzia dei rispettivi genitori. Il giorno seguente Suor Gigia ritornò in famiglia mentre Elena dovette rimanere ancora fino al giorno seguente, ospite della famiglia Fusaro. La mattina seguente si recò nella vicina Chiesa di S. Nicola dove pregò molto per la casa dinnanzi all'immagine di S. Teresina del Bambino Gesú.

« Nel pomeriggio dello stesso giorno, verso le ore 14, Suor Elena si recò al postale per ritor­nare a Montalto e s'incontrò con un suo pa­rente, precisamente con l'ing. Giacinto Della Ca­nanea, il quale sconsigliò assolutamente la casa Cavalcanti perché non adatta allo scopo. Suor Elena salita nel postale prese posto nel sedile vicino allo sportello e pensava come risolvere il difficile problema della casa.

« Elevò il pensiero verso i suoi santi protet­tori e particolarmente verso S. Teresa del Bam­bino Gesú perché l'avessero aiutata in quel suo urgente bisogno. Mentre era assorta in questa invocazione sente aprirsi lo sportello del postale; guarda e vede una suora con l'abito da Carmeli­tana che le domanda se andava in cerca di una casa. Suor Elena, credendo che fosse una Suora di Castrovillari, le baciò la mano narrandole quanto difficilmente le riusciva di trovare un loca­le adatto che rispondesse ai suoi desideri. La Suora, benevolmente e sorridente, la invitava a scendere dal postale dicendo: « Vieni che t'inse­gnerò io la casa ».

« Suor Elena, allora, scese dal postale e disse all'Ing. Della Cananea di avvisare i suoi fami­liari che sarebbe ritornata l'indomani perché do­veva andare con una Suora che le avrebbe inse­gnato una casa.

« Lungo la strada la Suora misteriosa le pre­cisava il luogo dove si trovava la casa, esatta­mente al secondo Vico Revocati, specificando an­che il nome della padrona della casa e cioè Maria De Rosa; le diceva ancora che già l'aveva im­pegnata con un ufficiale di posta per lire 260 men­sili. « Andate Voi, concludeva la Suora, e vedrete che sarete preferita per lire 250 ». Arrivate alla svolta del secondo vicolo la Suora additò a Suor Elena il balcone della casa e ad un tratto si tra­sformò col Crocifisso tra le mani ed uno spioven­te fascio di rose che scendeva dai piedi del Croci­fisso. La visione diventò evanescente e rimpiccio­lendosi dopo pochi istanti svaní come una nuvola.

« Raggiunta l'abitazione della Signora De Rosa, Elena, vincendo la naturale commozione, chiese della casa in questione e quella Signora si stimò felice di preferire la nuova venuta, con dieci lire di meno. La stessa sera, per mezzo di Pietro Fu­saro che anticipò lire 250 a nome di Suor Elena, fu stipulato il contratto. La mattina seguente Suor Elena si recava dall'Arcivescovo raccontan­do quanto le era accaduto il giorno precedente. L'Arcivescovo consigliò Suor Elena di dedicare la prima casa di Cosenza alla Santa di Lisieux. 

A Cosenza - L'inizio via Revocati - Palazzo Caselli (1928)

« Ritornata a Montalto comunicò a Suor Gigia la sistemazione della casa e di comune accordo decisero di ritornare a Cosenza, verso la fine del­l'anno. Difatti, dopo la festa di Natale, si trova­rono nel capoluogo e presero possesso della casa. « La sera del Capodanno, benché avessero avu­to molti inviti da famiglie conoscenti, vollero ri­tirarsi in casa; essendo sprovviste di tutto, anda­rono a riposare, dopo aver consumato un pezzo di pane dolce (mostacciolo) sopra un mezzo gior­nale.

« Dopo qualche giorno decisero di ritornare in famiglia per sistemare definitivamente ogni cosa e fornirsi di quanto era necessario per arre­dare la casa.

« Il 17 dello stesso mese, dopo aver preparato tutto su di un carro trainato, di mattina, prestis­simo, senza preavvisare nessuno, poiché sapeva che avevano progettato di non farla partire da Montalto, Suor Elena lasciava il suo paese natio decisa di seguire la volontà di Dio raggiungendo Cosenza.

« La prima visita, entrando in città, la fece all'immagine di S. Teresina nella Chiesa di S. Ni­cola, ascoltandovi la S. Messa e partecipandovi con la Comunione.

« Nell'uscire dalla Chiesa s'incontrò col De­cano Mauro che era venuto appositamente da Montalto per cercare di persuadere Suor Elena a ritornare in famiglia.

« Suor Elena, risoluta, rispondeva: "Se mi troverò bene continuerò, altrimenti ritornerò in famiglia".

« Il 28 dello stesso mese Suor Gigia, lasciando di nuovo i suoi vecchi genitori, raggiungeva Suor Elena a Cosenza ed il 29 gennaio, solennità di S. Francesco di Sales, iniziarono il loro lavoro di apostolato per attuare quanto da loro il Signore desiderava.

« Il primo lavoro fu dedicato per l'educazione dei figli del popolo, tanto necessario in quel quar­tiere un po' trascurato. Ne furono raccolti un centinaio, che vennero istruiti, educati nell'asilo e nella scuola di ricamo e preparati per la pri­ma Comunione.

« Animate da un ardente desiderio di por­tare dovunque il beneficio della loro azione vol­lero recarsi nel difficile quartiere di Panebianco, dove i protestanti avevano iniziato un'azione di propaganda. Le due Suore raccoglievano per le case i bambini e le giovanette nella Chiesa della Madonna di Loreto istruendoli nelle verità reli­giose e preparandoli alla prima Comunione. Molte volte Suor Elena si recava nella sala dei pro­testanti nell'ora dell'adunata e dinnanzi al Pasto­re chiamava quella povera gente per recarsi nel­la Chiesa Cattolica.

« Furono fatti molti matrimoni di gente che viveva in peccato, Comunioni tardive e parecchi bambini furono anche battezzati.

« Un giovanotto di 14 anni chiamato volgar­mente Ciccio il ladro, che era il terrore di tut­to il quartiere per le sue ladronerie notturne per tutte le campagne, fu avvicinato dalle due Suore e convinto a recarsi alla loro chiesa per frequen­tare le lezioni di Catechismo. Fedele alla parola data si recò puntualmente alla Chiesa per quin­dici giorni e fu ben preparato per la Prima Co­munione. Nello stesso giorno della prima Comu­nione ricevette anche il Sacro Crisma con molta fede e fervore religioso da meravigliare tutti co­loro che l'avevano conosciuto.

« Ed in quel fervore spirituale, dopo otto giorni appena dalla prima Comunione, con una bronco­polmonite il Signore lo chiamava a Sé al premio eterno del Cielo.

« Durante quei primi mesi dell'anno 1928 l'azione delle due Suore fu cosí rapida nel suo sviluppo da essere costrette a cercare subito un'altra casa piú adatta alle nuove esigenze.

« Le sofferenze di Suor Elena nel marzo del 1928 si ripetevano regolarmente come negli anni precedenti, ma Suor Gigia la chiuse in una soffitta per sottrarla completamente alla ansiosa aspetta­tiva di tutte le Autorità e di tanti conoscenti.

« Alle molte persone che si recavano a chie­dere notizie, Suor Gigia rispondeva che Elena si era ritirata in un luogo nascosto lontano da Co­senza. La famiglia Fusaro, avendo avuto assi­curazione dal padre di Suor Elena, il quale era andato a Cosenza per vedere la sua figliuola che si trovava sofferente in casa, subito si recò in via Revocati per osservare il fenomeno, ma Suor Gigia mantenne la promessa data all'Autorità Ecclesiastica, di non fare entrare nessuno. Anche la Questura fece molte insistenze finanche pres­so l'Arcivescovo ma nulla potette ottenere.

« Durante i mesi estivi la Signora Abate nel trattare con Suor Elena per il corredo di una sua figliuola, suggerí alle due Suore di potersi trasferire al palazzo Caselli in via Giostra Vecchia perché molto piú adatto per l'ampiezza dei locali allo scopo della loro missione.

« Fu fatto il compromesso con l'avv. Nicola Vaccaro, legale della famiglia Caselli: e l'ebbero in fitto per lire 450 mensili.

« In settembre i fratelli di Suor Gigia, tro­vandosi in famiglia, si recarono al palazzo Caselli e prepararono l'impianto elettrico per tutta la casa. Suor Elena e Suor Gigia per preparare il pranzo frugalissimo, era tanta la povertà della casa, dovettero adattare a tavola da pranzo un vecchio banchetto che reggevasi appena in piedi; era l'unico mobile del palazzo!

« Negli ampi locali fu poi aperto un labora­torio di ricamo molto frequentato da numerose giovanette delle piú distinte famiglie di Cosenza.

« Elena intanto pensava quale opera di bene­ficenza dovesse iniziare. Ne parlò a Suor Gigia e a tale scopo il 4 dicembre fecero celebrare dal P. Giovanni Corrao, O.F.M., una Messa al Sacro Cuore di Gesú nella vicina Chiesa di S. Francesco d'Assisi.

« Nello stesso giorno, alle ore 12, si presentò il Signor Giovanni Zeni, Capitano di Vascello, mandato dall'Arcivescovo con una bambina a nome Rita Panno, orfana, residente in Portapiana. « Detto Signore, accompagnato da Mons. Si­roni, nel consegnare la bambina, in memoria del­la moglie promise lire cinquanta mensili per il sostentamento della bambina; consegnò inoltre una spilla di brillanti, che Suor Elena vendé per lire settemila, e con queste procurò un bel cor­redino, per la piccola Rita.

« Dopo qualche giorno, Suor Elena ebbe in sogno una visione: mentre usciva di casa per accompagnare due ragazze di Rossano (alloggia­te nel palazzo Caselli momentaneamente) al Li­ceo, presso la Cartoleria Grillo, dove c'è una can­cellata di ferro con una cassetta postale, vide un uomo vestito di nero con tre bambine che anda­va in cerca della Suora che non conosceva.

« Nel vedere Suor Elena subito le chiese di ricoverare le tre bambine perché la madre era morta e le tre orfanelle soffrivano molto perché la zia le portava quasi tutti i giorni al fiume.

« Suor Elena esprimeva tutta la sua preoccu­pazione per le tre bambine sofferenti, ma l'uomo rispondeva insistendo di fidare nella Provvidenza.

« Svegliatasi, raccontò a Suor Gigia la visione avuta nel sogno. La stessa mattina, mentre real­mente si recava ad accompagnare le due ragazze al Liceo, al punto sognato trovò l'uomo con le tre bambine che ripeteva le parole su riportate.

« Suor Elena, con l'animo commosso, abbrac­ciava le tre bambine e le accoglieva nella sua ca­sa. Le tre sorelle erano: Lillina Rende, di anni sette, Ernestina di anni quattro e Sandrina di anni tre.

« Nello stesso mese vennero ricoverate As­sunta Ruffolo di 8 anni e Anna Miranda di anni 4. « Il 19 dicembre Mons. Trussoni incaricava il suo Vicario di benedire la Cappella accompa­gnando una bambina deficiente a nome Gina Martino, figlia di una profuga della guerra (1915­-18). Mons. Vicario si compiaceva dell'attività del­le due Suore e benediceva a nome dell'Arcive­scovo il loro lavoro e tutte le ardenti aspirazioni di bene. La casa fu dedicata a S. Teresa del Bambino Gesú.

« L'Opera, benedetta da Dio e incoraggiata dal­le Autorità ecclesiastiche, ebbe il plauso di tutta la città di Cosenza che non mancò d'incoraggiarla e sostenerla con la cooperazione della carità cri­stiana. Dopo un anno erano già ricoverate 24 bambine ».

Da rilevare l'interessamento affettuoso dei fra­telli Mazza.

In secondo luogo, risalta la viva fede che ani­mò tutta la vita di Suor Elena. Era in lei radicata, era persuasione la sentenza di Paolo: « Dio fa convergere tutte le cose al bene di coloro che lo amano » (Rom. 8, 28); la piena fiducia nella Prov­videnza divina: « Non temere, o piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro, di darvi il regno. Vendete i vostri averi e fatene elemosina; formatevi dei tesori che non invecchiano, che non vengono meno in cielo, dove non giunge ladro, né tignola consuma; perché dov'è il vostro tesoro, lí è anche il vostro cuore » (Lc. 12, 32 ss.); e le parole affini del Discorso del Monte: « Non vi affannate per la vostra vita di quel che mange­rete di quel che berrete... guardate gli uccelli del­l'aria... guardate i gigli dei campi... se Iddio rive­ste cosí l'erba dei campi... quanto piú vestirà voi, o gente di poca fede...; il vostro Padre celeste sa che di tutto questo voi avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in piú. Non vi affan­nate dunque per il domani, perché il domani avrà anch'esso il suo affanno: basta a ciascun giorno il suo travaglio » (Mt. 5, 25-34).

E cosí che, fidando nella Provvidenza, Elena inizia dal nulla l'opera chiestale dal Signore; e con la piú grande tranquillità, baderà giorno per giorno, a compiere i suoi doveri di religiosa e di Superiora, nei confronti delle piccole e della co­munità; lei che aveva atteso con calma, per deter­minare la natura dell'opera e per iniziarla, l'indi­cazione dall'alto.

Dove l'uomo, privo della fede, vede il caso; l'anima pervasa della presenza di Dio, unita a Lui, assidua nella preghiera di conoscere la sua volontà per adempierla, riconosce, umile e grata, la precisa manifestazione della divina provviden­za. Tutta la vita di Elena fu una continua dimo­strazione di questa fede ardente, di questa quiete inalterabile dell'animo che proviene dall'abban­dono completo a Dio, onnipotente e (se fosse pos­sibile) anche piú paterno e misericordioso verso di noi. Fede operosa, e continuamente irrobusti­ta dall'esercizio della carità di Cristo.

Un grande scrittore russo ben esprime questa verità quando scrive: « Cercate di sentire per il vostro prossimo un amore attivo e continuo. Man mano che andrete avanti in questa via d'amore, vi persuaderete sempre piú dell'esistenza di Dio e dell'immortalità della vostra anima. Se giunge­rete poi alla piena abnegazione per l'amore del prossimo, acquisterete infallibilmente la fede in­tegra, e nessun dubbio potrà piú penetrare nella vostra anima. E' sperimentato, è proprio cosí ».

Carità soprannaturale che si esercitava ora verso queste piccole abbandonate: oggetto pecu­liare della divina Provvidenza. Suor Elena amava richiamare spesso il brano evangelico, in cui Ge­sú benedice i fanciulli: « Gli furono condotti dei bimbi, perché imponesse loro le mani e pregasse per essi. I discepoli li sgridarono; ma Gesú disse loro: " Lasciate fare ai bimbi, e non impedite che vengano a me, poiché di quelli che sono come loro è il regno dei cieli". E impose loro le mani... » (Mt. 19, 13 ss.).

Carità soprannaturale che ci fa amare, per amore di Gesú, chi ha bisogno di noi; amare: ed Elena faceva da madre a quelle piccole, spes­so ignare dei propri genitori, educandole insieme alla vita soprannaturale. Al mattino, bisognava pulire, lavare, vestire, le piú piccole, e assisterle per l'intero giorno; provvedere alla loro istru­zione, al loro sostentamento, alla loro formazione. Non si può abbracciare con slancio una tale mis­sione se non si ha il cuore ardente di carità so­prannaturale: se non si ama Gesú e per lui quanti Egli ci affida.

Carità soprannaturale che fa compiere con piena responsabilità la missione intrapresa, vi­gile su se stessa, per impedire e spegnere sul nascere qualsiasi « veduta » umana o « sensibi­lità », che finirebbe a poco a poco nel trasformare un atto meritorio di carità, in semplice atto di simpatia umana, e peggio. Sempre memori delle parole di Gesú, in risposta ai discepoli che gli chiedevano: « Chi dunque è il piú grande nel re­gno dei Cieli? »: « Ed Egli, chiamato a sé un fan­ciullo, lo pose in mezzo a loro e disse: " In verità vi dico, che se non vi muterete e non vi farete co­me fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. Chi dunque si farà piccino come questo fanciullo, quegli sarà il piú grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un fanciullo come questo nel nome mio, accoglie me; chi invece avesse a scandaliz­zare uno di questi piccini che credono in me, sa­rebbe meglio per lui che gli fosse appesa una macina da somaro al collo, e fosse sommerso nel profondo del mare" ». (Mt. 18, 1-6).

« Non c'è arte piú grande - scrive S. Gio­vanni Crisostomo nella omelia, a questo capi­tolo 18 di Mt. - di questa che si volge alla for­mazione e alla direzione della mente e del carat­tere del fanciullo. Chi è dotato di tale facoltà deve impegnarsi con maggiore impegno di qual­siasi pittore o scultore; ché non c'è cosa piú preziosa dell'anima ».

E lo scrittore russo, già citato, ha sull'argo­mento delle osservazioni davvero pertinenti: « Ogni giorno, ogni ora e ogni momento osserva che il tuo aspetto sia dignitoso. Ecco, sei passato accanto a un bambino: eri pieno d'ira, con una cattiva parola sulle labbra, con la collera nel­l'anima; tu non ti sei accorto del bambino, ma il bambino si è accorto di te, ti ha notato, e la tua immagine cosí brutta e cattiva è forse rimasta improntata nel suo cuore senza difesa.

« A tua insaputa, è possibile che tu abbia get­tato un seme cattivo nell'anima sua, e quel grano cattivo forse vi crescerà, solo perché non ti sei dominato davanti al bimbo, perché non hai sa­puto educare in te l'amore vigile e attivo.

« L'amore è un maestro, ma bisogna saperlo acquistare, perché si acquista con difficoltà, si compra ad alto prezzo, ché non si deve amare per un momento solo, per caso, ma occorre ama­re per tutta la vita ».

Suor Elena era già preparata a questa vita di sacrificio e di amore soprannaturale; la fede ar­dente, acquisita fin dall'infanzia, la virtú della carità, affinata dalle sofferenze, consolidata e irrobustita dall'esercizio, nell'assistenza agli amma­lati, ai moribondi, accompagnata dalla piú viva preghiera per la salvezza delle loro anime, le per­misero di dare alla sua opera fin dall'inizio quella intonazione e quell'ambiente soprannaturali, quel­la direttrice sicura e perfetta che ne assicurarono, con il costante sviluppo, i feraci risultati che tutti han potuto costatare e celebrare ammirati.

E a tale missione, ebbe cura di formare, fin dagl'inizi, le giovani che incominciarono ben pre­sto a porsi sotto la sua direzione, per dedicarsi al Signore, nell'opera appena iniziata.

Ecco perché Elena scelse a distintivo di essa la carità di S. Francesco di Paola, con le insegne della Passione di N. Signore Gesú, e a nome del suo istituto: Suore Minime della Passione di N.S. Nome e distintivo che erano già un programma in atto, e che indicavano nettamente alle giovani vo­cazioni la natura e lo scopo dell'istituzione. 

A Palazzo Caselli: fino al 1932

Nel 1929 le bambine salirono a 26; nei primi mesi dello stesso anno, arrivarono le due prime giovani aspiranti, ambedue da Bucita: Carmelina Cribari, attualmente Superiora della Casa di S. Fili, ed Emilia Arturi. Un'ex-suora, Dolorosa da C., accolta per viva raccomandazione di un sacer­dote, fu ben presto dovuta rimandare.

Subito dopo la Pasqua, una dottoressa, trami­te l'opera della Maternità ed Infanzia, ottenne da Roma un'inchiesta: una malata di tisi (Suor Ele­na) terrebbe nella stessa casa vecchi ammalati e piccole abbandonate! La commissione inviata dal­la Prefettura (Dr. Mario Misasi, Francesco Misasi e il ragioniere Capo della Prefettura, dr. Volpe) costatò l'assoluta falsità della denuncia.

Nel 1° venerdí di marzo 1930, morí l'ultima delle tre sorelline ricoverate nel dicembre 1928: Sandrina Rende. Suor Elena fu colta improvvi­samente dai fenomeni straordinari, mentre finiva amorevolmente di ornare di fiori l'esanime spo­glia dell'angioletto; le suore la sollevarono e 1'adagiarono sul suo letto, dove i fenomeni si svolsero come di consueto.

Particolare benevolenza, in questo tempo, di­mostrarono verso Suor Elena e le sue bambine, il Prefetto Dr. Bianchetti e la sua Signora, che animati da nobili sentimenti di carità cercavano di sollevare con ogni cura i poveri e i sofferenti. La Signora Bianchetti, in tale sua attività, volle ed ebbe spesso con sé Suor Elena, cui sembrava di ritornare indietro negli anni, quando nella na­tiva Montalto, si recava nelle famiglie piú colpite dalla sventura o ad assistere gl'infermi, piú biso­gnosi di una parola buona.

S. Teresa del Bambino Gesú mostrò talvolta la sua compiacenza alla piccola comunità che a lei s'intitolava, dando segno tangibile della sua pro­tezione e vigile presenza. Un giorno, apparve dol­cemente sorridente a tutte le piccole che nel labo­ratorio lavoravano recitando qualche preghiera; il chiasso che ne seguí fece accorrere Suor Ele­na dal piano superiore: eran tutte eccitate per « aver visto » la santa carmelitana. Risalendo don­de era venuta, Elena vide anche lei S. Teresa che dalla soglia della stanza le sorrise.

Nell'agosto 1930 partecipò alla festa per la celebrazione della prima Messa del P. Francesco Mazza a Bucita, mentre nuovi dolori la tormen­tavano. Fu visitata, verso la fine di settembre, dal prof. Falcone, e subito dopo a Roma dal Prof. Ba­stianelli, che ordinò il taglio dell'appendice. L'ope­razione ebbe luogo nell'Ospedale Civile di Co­senza, soltanto ai 16 di novembre; Suor Elena aveva voluto prima finire l'arredamento necessa­rio della picola casa, addossata alla Chiesa di S. Francesco di Paola, dove dovevano prendere al­loggio i Padri Minimi, che ritornavano finalmente a Cosenza.

Nel dicembre, arrivò la terza aspirante: Con­cetta Laganà, nipote di Suor Gigia.

Il 13 giugno 1931, accrebbe il numero delle piccole, una bimba di appena 11 mesi: la mam­ma, costretta ad abbandonarla, l'affidò alle Suo­re né piú si rivide. Solo dopo diligenti indagini si venne a conoscere il nome di costei, e lo stesso nome venne dato alla bimba: Anna B. D.

Un'altra si aggiunse nel modo seguente: un tizio (Pasquale C.) da S. Vincenzo La Costa scen­deva a Cosenza a vender ricotta e portava seco una bimba (sua figlia), che faceva circolare mal vestita per il quartiere di Panebianco a chieder l'elemosina; a sera, la legava al cesto e la ripor­tava al paese. Un giorno, nei pressi del Palazzo Caselli, questo figuro contrattava con un giovane cocchiere, suo pari, la vendita della bimba per L. 30. Elena sentí il discorso e avvertí subito l'avv. Arabia, abitante là di fronte, invocando il suo intervento. I due compari se la squagliarono, abbandonando l'infelice bambina (Marietta C.) che Suor Elena prese con sé. La Questura, infor­mata del caso, autorizzò la Suora a trattenere la bimba, contro qualsiasi eventuale pretesa o ri­chiesta del padre.

Nell'agosto del 1931 si diffuse a Cosenza la scarlattina. Ne fu colpita Ernestina Rende: Suor Elena portò tutte le altre a Bucita, mentre la piccola infetta veniva trasferita al lazzaretto. Dal paese vicino, riapparve il venditore di ricotta, che cercò anche con la forza di portarsi via la bam­bina: la prontezza e la decisione di Suor Elena, che gliela tolse di mano, frustrarono l'insano proposito. Nella notte, in sogno Elena vide la casa di Cosenza dove erano rimaste Suor Gigia e Suor Carmelina, isolata sotto vigilanza sanita­ria, mentre la piccola Anna B. veniva ricoverata anch'essa al lazzaretto. Il medico V. Vercillo, di ritorno da Cosenza, riferí a Suor Elena che, di fatto, aveva visto le guardie municipali recarsi a disinfettare l'abitazione delle Suore a Palazzo Ca­selli, ma non seppe dire altro. Elena preoccu­pata, si recò immediatamente a Cosenza: la casa era stata disinfettata e chiusa, Anna B. trasfe­rita al lazzaretto; le due suore rimaste però sta­vano bene; nello stesso giorno, Elena ritornò a Bucita.

Nell'ottobre, cessata del tutto l'epidemia, con le bambine rientrate al completo, la comunità riprese a Palazzo Caselli la sua vita normale.

Cesare Guasti dedicò a sua figlia la traduzione dalla Imitazione di Cristo: « Perché tu impari - ad amare e a soffrire - cristianamente - ti rac­comando questo libro - o mia Angiolina - tu - leggendo e meditando - ripensa a tuo padre »; e subito dopo, aggiunse questi versi:

« Qui trovi alle fugaci ore serene Degno obietto l'amore; Qui della vita nelle lunghe pene Cerchi conforto il cuore. Cosí, mentre la gioia e il duol s'alterna, Di chi s'affida in Dio la pace è eterna ». Quest'alternativa caratterizza il fluire del no­stro tempo quaggiú; di essa è intessuta princi­palmente la storia di ogni opera buona, con fre­quenti tribolazioni: incomprensioni e magari per­secuzioni da parte di alcuni, e ammirazione, fat­tiva simpatia e aiuti da parte di altri; e l'immu­tata Provvidenza divina, che tutto fa convergere al bene di chi Le si affida. 

In via dello Spirito Santo (febbraio 1932 - settembre 1937)

Per la povertà di Suor Elena il fitto dell'abita­zione era un peso non indifferente; anche qui ven­ne inatteso l'aiuto.

Il Sac. Prof. D. Carlo De Cardona, fondatore e Direttore della Cassa Rurale, mise a disposi­zione dell'Istituto i vecchi locali della sua Banca siti in Via dello Spirito Santo, tra la Chiesa omo­nima e la strada che sale verso la Prefettura. Suor Elena e Suor Gigia si trasferirono subito nella nuova casa. I locali molto piú ampi permi­sero di aumentare il numero delle orfanelle e del­le suore. Nell'agosto, celebrava a Bucita la sua prima Messa il P. Arturo Mazza; vi si recarono Suor Elena e Suor Concetta Laganà, per i con­sueti preparativi; ma quest'ultima si ammalava; ricoverata all'Ospedale di Cosenza, vi spirava se­renamente alle 10 del 15 agosto.

Nel novembre 1932 erano accolte Suor Luisa Perna, che assisterà Suor Elena fino alla fine; e Suor Giulia Montemurro.

1933 - Anno Santo - Pellegrinaggio a Roma di Suor Elena e Suor Gigia, in autunno.

Nel settembre 1934, entrano: Suor Angela Pa­dula, Suor Modesta Petrone, Suor Teresa Infu­sino, Suor Filomena Santelli, Suor Maria Sal­telli; il 2 gennaio 1935, Suor Adelina Cristiano, Suor Laura Miceli.

Il 6 gennaio 1935 faceva il suo ingresso a Co­senza, il nuovo Arcivescovo, Mons. Roberto No­gara, eletto il 27 agosto precedente. Alcuni mesi prima, S. Ecc. Trussoni, dimissionario, aveva la­sciato l'Arcidiocesi, fatto segno ad una commo­vente dimostrazione d'addio, da parte di tutta la cittadinanza. Il nuovo Pastore ebbe un'accoglien­za entusiasta, oltremodo affettuosa e devota.

« Mons. Nogara - scrive il P. Russo - fu un vescovo fortemente conquiso dall'ansia delle anime. Aveva scelto come motto del suo episco­pato " volentem duco nolentem traho ", e, come San Paolo, fu un irrequieto del Regno di Dio. Instancabile nel lavoro, trovava riposo nel cam­biare occupazione. Anche nel modo di parlare era rapidissimo. Come in San Paolo, infinite volte ricorreva nei suoi discorsi il nome di Gesú. Fu di una rettitudine totale, donde quell'apparenza di austerità e di rigore; ma ebbe un cuore grande, aperto alla massima comprensione, incapace di doppiezza, sensibilissimo ai bisogni delle anime, del clero, dei tempi. Non poche volte, nel corso di visite pastorali, restò digiuno fino a sera, quan­do stanco rientrava nel suo episcopio, per non portare aggravio al misero bilancio dei parroci. Quante belle, grandi case canoniche volle per le parrocchie della sua Diocesi! ».

La figura di Mons. Nogara è rimasta scolpita nei cuori del clero cosentino, in special modo, nei cuori del giovane clero, ch'egli seguiva con una preoccupazione piú che paterna. Ed è unanime il rimpianto della sua immatura perdita. L'Arci­diocesi insensibilmente aveva ripreso la dinamica dei periodi migliori: l'azione pastorale era ani­mata dalle direttive e dall'esempio dell'infaticato Pastore. L'esempio di una vita, tutta dedita al bene delle anime, dallo spirito di fede e di sacri­ficio, capace di ogni rinunzia, è come il vessillo che ritempra e sospinge l'ardore del soldato sul campo di battaglia.

« Quelli dunque di voi, che sono seniori (a capo delle comunità cristiane), - scrive S. Pie­tro (I Pt. 5, 14), - li esorto, io pure seniore e testimonio dei patimenti di Cristo...: pascete il gregge di Dio a voi affidato governandolo non per forza, ma volentieri, secondo Dio; né per vile gua­dagno, ma generosamente; né quasi spadroneg­giando i dipendenti, ma facendovi modello del gregge (la Volgata, con una espressione tanto espressiva: " sed forma facti gregis ex animo ") ».

S. Ecc. Nogara presto si rese conto dello stato dell'arcidiocesi; e, per quanto interessa la nostra narrazione, dell'opera di bene compiuta da Suor Elena.

Il Canonico Saverio Mazzuca gli fece una rela­zione precisa dei fenomeni straordinari, avvenuti, come di consueto, nei venerdí di quaresima di quell'anno, e terminati al venerdí santo.

L'opera di Suor Elena aveva la sua predilezio­ne e la sua stima. Ne è testimone la seguente let­tera, che è un attestato, rivolta a Suor Elena: (Cosenza, Giovedí Santo 1935).

« L'Arcivescovo di Cosenza Alla Rev.da Suor Elena Aiello Cosenza

« Conoscendo l'opera veramente santa a cui ha dedicato tutta la sua vita, raccogliendo ed educando maternamente tante povere bambine abbandonate e pericolanti, compio il dovere di esprimerle tutta la mia riconoscenza ed assicu­rarla dell'interessamento col quale seguo lo svi­luppo di una istituzione tanto benemerita e che ha incontrato tanto favore presso tutta la citta­dinanza. E ciò sento il bisogno di manifestarle in modo speciale, per sfatare tutte le dicerie e le malevole insinuazioni colle quali si è tentato gettare dei sospetti e mettere in cattiva luce la stia attività, ispirata unicamente ai piú puri sensi della carità cristiana. Sono persuaso che questa attestazione del suo Arcivescovo mentre le assi­curerà ed anzi aumenterà la benevolenza dei buo­ni che la seguono e le sono larghi di aiuto, le sarà anche di conforto e la compenserà almeno in parte delle amarezze incontrate: dico in parte, perché la vera ricompensa, ne son certo, non l'aspetta dagli uomini, ma da Dio unico giusto rimuneratore del poco di bene che possiamo fare in questa vita.

« Benedicendo cordialmente a Lei, a tutte le sue Consorelle, alle care Fanciulle ricoverate, mi confermo obb.mo    Roberto Nogara Arcivescovo ».

Le prove abbastanza penose cui l'Arcivescovo allude erano incominciate da qualche anno. Nel 1933 in occasione dell'Anno Santo, in ricordo del­la Redenzione, i fenomeni straordinari avvennero con una intensità particolare; nel loro corso, alcu­ne persone riuscirono ad arrivare fino alla stanza di Elena, per avere qualche elemento per la loro critica « acerba e deleteria », sí da potere « con­fermare » (!) le insinuazioni di... « fenomeni si­mulati », dell'intervento di « forze occulte » e ad­dirittura di perturbazioni « diaboliche ».

Si tentava di squalificare Elena e la sua isti­tuzione; nessuna meraviglia, quando leggiamo, nel s. Evangelo, dell'insinuazione da parte dei capi giudaici, che Gesú benedetto avrebbe liberato gli ossessi... col potere medesimo di Satana! (Cf. Mc. 3, 22-30).

Negli appunti a nostra disposizione, si parla di una insegnante (R. B.) che tentò coinvolgere Elena e il suo istituto nelle poco liete vicende che tanto dolore avevano procurato al vicario, Mons. Sironi, e allo stesso Arcivescovo Mons. Trussoni. Questi tipi di persone che si vedono nelle chiese, non dinanzi ad un altare in preghiera, ma piú spesso nelle sagrestie a raccogliere e a formulare pettegolezzi, mentre con vera disin­voltura offendono poi nella vita la giustizia e la carità, costituiscono un vero scandalo, e fanno del gran male.

Si ripeteva quanto era avvenuto a Moltalto: alla benevolenza, alla stima della cittadinanza e delle autorità civili, non mancò mai il gruppetto dei critici, dei malevoli, talvolta minacciosamen­te ostili.

Elena per suggerimento dell'Arcivescovo No­gara sporse regolare querela e l'incauta diffama­trice fece a Sua Eccellenza, in presenza del rap­presentante legale, piena confessione della sua maldicenza e della sua tendenziosa invenzione; chiese e ottenne col ritiro della querela anche il perdono di Suor Elena.

Appena arrivato il nuovo Pastore, gli furono presentate tutte insieme le rimostranze e le accuse contro l'invadenza della Suora che « si faceva » chiamar « santa » e con i suoi fenomeni, con la distribuzione di cartine con polvere dell'uva di S. Rita, ecc. e con la « scusa » delle orfanelle agiva indebitamente sulla buona fede della gente, a scapito degli altri istituti.

S. Ecc. Nogara chiamò Suor Elena, l'ascoltò attentamente, con quei suoi occhi vivi e penetran­ti e con quel fervore di carità che l'animava tutto. Elena espose con semplicità e con grande sicu­rezza il proprio operato in favore delle sue orfa­nelle il cui sostentamento proveniva soltanto dal­la carità dei buoni.

S. Eccellenza Nogara s'impose con la sua dirit­tura; con la consueta energia tagliò corto alle ma­novre subdole e rivendicò ufficialmente i diritti della verità e della giustizia.

Quando nel febbraio del 1936 (novenario per la Madonna del Pilerio), il predicatore (ospite in­genuo) osò fare dal pulpito apprezzamenti poco lusinghieri su Suor Elena e la sua opera, S. Ecc. Nogara gli fece ritrattare, dallo stesso pulpito, quanto troppo leggermente aveva detto.

Frate Avemaria, eremita cieco di Don Orione, che visse in solitudine, preghiera e penitenza nel­l'impervio convento di sant'Alberto di Butrio, tra i castagneti della Val Staffora, rivolgeva agli sfi­duciati queste parole « Ricordate che l'uomo non è stato creato per essere interamente creatore del proprio destino: è stato creato da Dio, che vuole essergli Padre, quindi per vivere in una fa­miglia divina. Guai a chi crede di poter fare da sé, a chi pensa di sbrogliare da se stesso i suoi problemi; Iddio vuole partecipare alla nostra vi­ta, e ci è sempre accanto: è Lui che indirizza la nostra esistenza nella via giusta. Bisogna dire a tutti che non respingano Dio, ma che, dopo aver fatto serenamente quanto è da loro, guardino poi alla Provvidenza Divina con fiducia filiale... ».

Questa fiducia illimitata spiega la serenità di Suor Elena nella cura quotidiana delle piccole e della comunità intera e nel dare impulso sem­pre maggiore allo sviluppo della sua Opera. Ella stendeva la mano ai buoni, chiedeva pa­zienza e comprensione ai suoi creditori, ma prin­cipalmente volgeva il suo sguardo alla Divina Provvidenza, e portava ai piedi dell'altare le sue orfanelle.

Per qualche tempo si serví anche di un mode­sto foglio inviato ai benefattori, con sulla testata, ai due lati una piccola effigie di S. Francesco di Paola e una di S. Teresa del Bambino Gesú « alla cui protezione è affidata la Prima Casa del novello Istituto ». Per qualche difficoltà piú notevole Ele­na si rivolgeva talvolta alla Prefettura. Negli ap­punti è ricordato il suo primo incontro con il Prefetto Giacone. Elena si era recata in prefettu­ra per domandare un sussidio; S. Eccellenza il Prefetto volle conoscerla e parlarle personalmen­te; non nascose la sua commozione: « Ho sempre desiderato di fare la vostra conoscenza ed ora ho il piacere di vederVi nel mio ufficio a chiedere il mio aiuto. Non so esprimerVi a parole la mia sod­disfazione. Farò quanto è nelle mie possibilità per aiutarVi nella Vostra opera benefica ».

Stabiliva come primo contributo, 10 (dieci) Kg. di pane al giorno e 250 lire mensili. E quindi non lasciava sfuggire l'occasione per ricordarsi dell'Istituto.

Un giorno, non avendo pagato il canone per il consumo dell'energia elettrica, fu interrotta l'erogazione della corrente, sicché si passò una se­rata al buio. Elena, dopo aver pregato, si recò alla Direzione della Società chiedendo la loro com­prensione e la collaborazione. E il Direttore non solo impartí immediatamente l'ordine di eroga­zione della corrente, ma dispose che Suor Elena « non venisse disturbata », quando non poteva pa­gare.

Quello che ha sempre colpito di piú è l'aiuto modesto offerto da povera gente, da semplici ar­tigiani: talvolta si trattava - un ricordo d'infan­zia - di alcuni di quei grossi pani che da Donnici venivano a vendere nel capoluogo, e che erano comprati e mandati «alle bambine di Suor Elena».

Ma ci voleva ben altro per equilibrare e assi­curare un bilancio, tra oneri quotidiani sicuri e offerte inadeguate alterne utili per superare diffi­coltà contingenti.

Questa sproporzione evidente fa intravedere l'azione della Provvidenza, che, con interventi an­che straordinari, non fece mancare mai il neces­sario.

L'11 settembre 1935, mentre Suor Gigia si reca con i fratelli a Bucita, Suor Elena passa sofferente la notte. Al mattino del 12, benché sfinita, inizia la consueta attività: non c'era proprio nulla in cucina per il pranzo. Mentre Suor Angela chiede alla Superiora del denaro, entra un sacerdote che domanda di dir Messa e passa subito in sagre­stia; Suor Elena, che non aveva nulla, rispose a Suor Angela di ascoltare prima la Messa, in qual­che modo il Signore avrebbe poi provveduto.

E la preghiera di Elena, delle Suore e delle or­fanelle fu subito accolta: dopo l'elevazione per la Cappella si avvertí un forte profumo; Suor Ele­na che recitava l'ufficio della Madonna, nel suo libretto, alla 2a pagina, vide tra 1'immaginetta della Madonna Addolorata e quella di S. Teresina, un biglietto da L. 50. Era sicura che prima nel suo libretto non c'era proprio nulla; aveva reci­tato la sera precedente le medesime preghiere, nella medesima pagina.

Comunque, finita la S. Messa e donate le 50 lire per la spesa del giorno, Suor Elena con le sue bambine ritornò in Cappella pregando il Si­gnore, a udita di tutte « di far trovare altre cin­quanta lire allo stesso posto nel libro, per dimo­strare chiaramente che le prime cinquanta lire erano state non dimenticate da qualcuno, ma man­date realmente dalla Provvidenza »!

Durante la giornata qualcuna delle orfanelle piú grandi e l'una o l'altra delle Suore andarono a spiare, nel libretto rimasto lí al suo posto.

A sera, quando la comunità si adunò in cappel­la per le ultime preghiere, durante la recita del Confiteor si avvertí lo stesso profumo del mattino. Grande fu la commozione di Elena, che non osò aprire il libretto, ma lo passò a tale scopo a Suor Teresa. La Suora ubbidí e nello stesso punto, tra le due immaginette, furono trovate altre cinquan­ta lire, con scritto nel rotondo bianco a lapis verde 50+50=100 e con alcune lettere dell'alfa­beto greco ». Al mattino seguente, Elena raccon­tò l'episodio al confessore, Can. Mazzuca, che vol­le vedere il biglietto delle cinquanta lire, 01670 e 0039; ma la scritta nel tondo bianco era completamente scomparsa. Il biglietto volle conservarlo il P. Beniamino Mazza, che intanto lo scambiò con uno di cento lire, ed è in nostro possesso.

Nel 1934, vigilia di S. Giuseppe, si doveva pa­gare al signor Pietro Rizzo di Montalto l'importo per un quintale di olio. Suor Elena adunò le sue orfanelle intorno all'altare, pregando il grande santo, capo della S. Famiglia; verso sera si pre­sentò all'Istituto un benefattore con un'offerta, corrispondente con esattezza all'importo dovuto per il quintale di olio.

Un giorno (già nell'attuale Casa Generalizia, 1937), mancando il pane, la Suora che chiedeva del danaro per andarlo a comprare, si sentí ri­spondere di andare ancora a credito dal fornaio. La Suora non ne ebbe il coraggio (ché il credito durava già da tempo!) e ritornò all'Istituto a ma­ni vuote. Quando si fu a mensa, Elena nel dare la benedizione si accorse della mancanza del pa­ne, e mentalmente ne rivolse preghiera al Signo­re. In quel momento, una guardia municipale bussò per consegnare all'Istituto trentasei kg. di pane, sequestrato in quella mattinata.

Un'altra volta, Suor Elena vide avvicinarsi delle bambine per riferirle una costatazione poco simpatica: in cucina c'era soltanto la pasta. Suor Elena accarezzandole le portò con sé in cappella: « Pregate e vedrete che il Signore provvederà ». Di lí a poco, Elena fu chiamata: era giunto il Questore con 18 (diciotto) kg. di pesce. E grande fu la commozione del funzionario quando sentí riferire da Elena quanto ora abbiamo narrato e quando, invitato a entrare in Cappella, vide le bambine intente ancora a pregare.

Nel 1938, suor Angela accolse un signore, che visitato l'Istituto, lasciava un'offerta di L. 5.000. La Suora ne fu commossa; spiegava al benefatto­re che proprio in quel giorno, il fornaio aveva so­speso l'invio del pane all'Istituto perché il debito era arrivato a L. 5.000!

Come già a Montalto, molti si rivolgevano a Suor Elena, per moribondi restii a ricevere i Sa­cramenti. Ed ella pregava ed accorreva anche di persona. Cosí per l'intagliatore Antonio, dalla vita disordinata. In fin di vita, per un cancro da fu­matori, non voleva nessuno in casa. La madre del­l'infermo ne parlò a Suor Elena; nella stessa sera, questa si presentò con dei mandarini, cosí per sa­lutarlo (diceva) e avere notizie della sua salute. L'ammalato apparve tanto lieto della visita inat­tesa. Suor Elena s'intrattenne a lungo, parlando della ferita e invitandolo a bere un po' di acqua zuccherata... confortandolo e conquistando la fi­ducia dell'infermo. Suor Elena si diceva pronta a ritornare a visitarlo purché fosse ben disposto a ricevere i Sacramenti. L'infermo acconsentí di buon grado e chiese del Superiore dei Minimi. Suor Elena l'accontentò immediatamente; il Su­periore nella stessa sera lo confessava e comuni­cava. L'ammalato dalla mezzanotte perdeva la pa­rola; riprendeva i sensi a mezzogiorno e chiedeva l'estrema unzione, amministratagli ancora dal Su­periore dei Minimi. E quasi subito dopo spirava, sempre assistito da Elena.

Accennerò a un altro solo caso: « Conoscendo la poco religiosità della famiglia..., Suor Elena raccomandava al Superiore della Chiesa di S. Francesco, di portare loro un bel quadretto del Santo, in occasione della questua, per la immi­nente festa. Mentre era in atto la questua, Elena sogna che il Signor N. (della suddetta famiglia) si era suicidato. Al mattino, al P. Superiore dei Minimi, Suor Elena raccomanda vivamente di recarsi dalla famiglia..., riferendogli il sogno avu­to. Era circa mezzogiorno. Il P. Superiore, uscito dall'Istituto, si diresse direttamente a casa dei S., accompagnato dal Signor Giulio Domma. Mentre salgono le scale, odono una forte, doppia deto­nazione di fucile: accorrono e unendosi al figlio maggiore Alberto, irrompono nella stanza del si­gnor N.: in un momento di aberrazione, col fu­cile da caccia, si era sparato due colpi sotto il mento; una mascella inferiore era quasi asportata del tutto insieme a parte della superiore fino al­l'occhio. - Era stato un attimo di pazzia e ne era pentito -, disse il suicida al Superiore, e ben di­sposto volle confessarsi col Parroco della Catte­drale, D. Antonio Del Vecchio, e cosí assistito piamente ricevette anche gli altri Sacramenti ». 

Nell'attuale Casa Generalizia (1937)

Nel novembre 1956, in occasione del I° Capitolo Generalizio, fu stesa una relazione particolareg­giata sul governo, sulle condizioni disciplinari e personali dell'Istituto.

In tale relazione, che è un documento ufficiale, dopo avere accennato alla Casa in Via Revocati (1928), vien cosí descritta l'opera lí svolta: « Feli­ci di aver raggiunto il nostro ideale tanto deside­rato, abbiamo deciso di raccogliere i bambini per l'asilo, un centinaio, mentre l'Arcivescovo c'invi­tava a fare il catechismo nella Chiesa del Rito a Panebianco... e nella Chiesa di S. Giovanni.

Ci siamo occupate inoltre delle comunioni tar­dive, dell'assistenza ai moribondi...

In Vico II Revocati siamo state oltre un an­no ». Segue quindi la dimora a Palazzo Caselli « con locali molto ampi, adatti allo sviluppo del­l'opera. Difatti, oltre all'asilo, si poté bene avviare un dopo-scuola, un laboratorio di ricamo e di cucito per le ragazze del rione; e assumere la dire­zione di un oratorio festivo ».

La relazione continua: « Il 4 dic. del 1929 ho fatto celebrare una Messa nella Chiesa di S. Fran­cesco d'Assisi dal Superiore P. Giovanni Corrao per avere una chiara manifestazione della mis­sione (precisa) che avremmo dovuto svolgere nella nostra opera e che per mezzogiorno aspetta­vamo qualche segno indicatore. A mezzogiorno si presentò Mons. Sironi, a nome dell'Arcivescovo, ed il signor Giovanni Zeni... con una fotografia della moglie morta ed una bambina orfana, Rita Panno di Portapiana, che voleva ricoverare in me­moria della moglie defunta, offrendo lire 50 men­sili e una spilla ecc. Dal 4 al 18 dic. entrarono altre 6 bambine ecc. »

« L'idea fu benedetta da Dio ed incoraggiata dall'Arcivescovo Mons. Trussoni, ebbe il plauso del popolo cosentino che non mancò mai d'inco­raggiarla e sostenerla con aiuti e protezione ».

Si accenna quindi al passaggio nella vecchia sede della Cassa rurale, nel rione dello Spirito Santo, dove « le bambine raggiunsero il numero di 60 »; in particolare, si ricorda con gratitudine, « la premurosa benevolenza dei Prefetti: Bianchet­ti, Giacone, La Russa, Palmardita, Bellini, Ari­nolfi, Endrise (dal 1942 in poi), Adami, Marfisa, Lo Monaco e di tutte le autorità della Provincia ».

Si mette in rilievo l'azione dei fratelli della M. Vicaria: i rev. Padri Mazza « sono stati per noi veri Angeli tutelari; ci hanno seguito passo passo fin dall'inizio dell'opera e ci sono stati di guida e di buon esempio in tutte le difficoltà. Non potre­mo mai dimenticare tutto il bene che essi come ministri di Dio hanno fatto alle anime nostre e anche per gli aiuti materiali elargiti dalla loro famiglia ».

Ed ecco come viene descritta l'azione in favore delle orfanelle: « Il piccolo seme si sviluppò rigo­gliosamente. Giorno per giorno, la Provvidenza non fece mancare il necessario.

« Si è potuto provvedere anche alla loro for­mazione spirituale e materiale per prepararle alla vita sociale e renderle buone massaie, esperte nel cucito, nel taglio e nella maglieria: le orfanelle devono frequentare la scuola fino alla V elemen­tare.

« Le piccole possono rimanere nell'Istituto fino all'età di 22 anni. Non debbono essere date come persone di servizio, ma solo per essere o legitti­inate o sposate. Altrimenti, resteranno nella co­munità, essendo questo il fine specifico dell'I­stituto.

« Durante la dimora, nel rione dello Spirito Santo, furono adottate, come figlie: Franceschina Chiodo, Iolanda Bianco, Maria Gallo, Mariantonia Torchio ».

Quindi la relazione passa a narrare l'acquisto della attuale Casa Generalizia.

« Durante i quattro anni della nostra dimora nel suddetto rione, le Suore e le piccole abbando­nate crebbero continuamente »; il sospiro conti­nuo di Elena era « una casa molto piú grande e possibilmente con giardino ».

« Di fronte ai nostri balconi (proprio al di là del fiume) si profilava il fabbricato grezzo (un bell'isolato, destinato ad abitazione privata, ma rimasto incompiuto; proprietà dei Ferri, residenti a Bologna) con un vasto giardino annesso. Si presentava al nostro pensiero come un sogno, un desiderio irrealizzabile. Sentivo tuttavia una spinta interna a pregare e a far pregare le piccole, perché nulla è impossibile a Dio.

« E il Signore accolse le nostre insistenti pre­ghiere. Ne parlammo nell'estate del 1935 ai fra­telli della M. Vicaria e all'Avvocato Francesco Cri­bari (che sarà sempre affezionatissimo all'Istitu­to), i quali, presa visione del fabbricato incomple­to e del vasto terreno, decisero di farne immedia­tamente l'acquisto.

« L'avv. Cribari partí per Bologna e per mezzo di Giuseppe D'Andrea (cosentino), Ispettore Ge­nerale della Polizia segreta, poté ottenere da Gia­comino Ferri, nipote del senatore Giacomo Ferri, la casa con annesso terreno per la somma di L. 165.000.

« L'Arcivescovo Nogara diede molto incorag­giamento per la compera; era infatti entusiasta e della casa e della posizione: essendo la casa am­pia e salubre. E promise che non appena fosse en­trata in nostro possesso, ci avrebbe ottenuto un prestito dalla Banca del Lavoro, tramite suo nipo­te Aldisio, Direttore Generale della medesima ».

La proprietà suddetta era stata donata dal se­natore Ferri al nipotino Giacomino, residente a Bologna, che ad un dato momento decise di ven­derla. Molti cercarono di acquistarla; tra gli altri le Suore C., che rifiutarono di prenderla per cen­tomila lire.

Anche suor Gigia, per mandato di Suor Elena, si recò dall'avvocato amministratore, il quale, co­noscendo la povertà delle due Suore, fu molto spiccio: « Avete del denaro? » chiese. E sentí ri­spondersi «coraggiosamente»: «Niente». «Eb­bene, - concludeva l'avvocato - se la volete, co­m'è, potrò cedere la proprietà Ferri soltanto per 148.000 lire».

L'avv. Cribari andò - com'abbiam visto - a Bologna a trattarne direttamente con i Ferri.

Il contratto fu stipolato a Cosenza il 29 giu­gno 1936. La sera precedente, Elena era rientrata molto stanca; aveva girato, cercando indarno di raccogliere almeno i denari necessari per il giorno dopo; « a tarda ora diceva nel salotto il rosario, avendo di fronte un grande quadro del Sacro Cuore di Gesú; nel sentirsi i piedi rotti a sangue, ad un dato momento esclamò: « O Signore, abbi pietà di me. Non ti basta il foro dei piedi con i tuoi chiodi? Aiutaci tu ». Si sentí allora un forte crepitio, come se si fosse spaccato il vetro che ricopriva il quadro. Il rumore fu sí forte che suor Gigia già a letto, si levava preoccupata; accesa la luce, non fu riscontrata alcuna rottura. Interpre­tarono quel rumore come un segno, dato dal Si­gnore, circa la sua assistenza. E in realtà, al matti­no, Suor Elena recatasi dall'avv. Cribari, mentre chiedeva come avrebbero fatto a versare il danaro necessario per la conclusione dell'atto di compra­vendita, il notaio Francesco Goffredo telefonava all'avv. di recarsi subito da lui, perché se Suor Elena non si trovava il denaro disponibile, l'avreb­be volentieri anticipato lui. Mentre le due Suore si recavano per il contratto, il cav. Piro diede loro L. 10, con le quali poterono comprare il foglio di carta bollata ».

Il notaio Goffredo anticipò le prime 14.000 lire per le spese dello strumento; Suor Elena non ave­va che L. 1.000 ricevute in prestito dal sig. Fran­cesco Florio.

Bisognò ultimare i lavori e rendere abitabile la bella casa acquistata. Dietro consiglio di S. Ecc. Nogara i lavori furono fatti ad economia: si chia­mò a Cosenza Maestro Vincenzo Laganà, cogna­to della M. Vicaria, come persona di fiducia, che si incaricò di organizzare tutto il lavoro necessario per il completamento del fabbricato e di tutte le baracche circostanti. Furono chiamati venti ope­rai e molte ditte di Cosenza: Mancuso, Cipparro­ne, Pignitore, fornirono il materiale a credito senza impegno alcuno.

La prima offerta pervenuta per la nuova casa, fu un libretto di 5.000 lire, dato da don Filippo Nigro, parroco di Zumpano: per interessamento del Prefetto Palmardita e del Direttore della Ban­ca d'Italia detto parroco era riuscito a recupe­rare il denaro depositato presso una banca allo­ra fallita.

I lavori durarono circa un anno. Furono spese circa 170.000 lire: « la Provvidenza faceva perve­nire offerte ed aiuti, da poter saldare, volta per volta, tutte le spese ».

Nell'estate del 1937 una parte della comunità si trasferí nella nuova sede: Suor Elena volle aspettare il completamento della Cappella, per po­tersi trasferire insieme a Gesú Eucaristia. Il 20 settembre, finalmente, ebbe luogo la solenne inau­gurazione alla presenza di tutte le autorità eccle­siastiche e civili, primi fra tutti e entusiasti: S. Ecc. Nogara e il Prefetto Palmardita.

Nella relazione leggiamo ancora:

« Durante questo periodo di tempo dal 1937 al 1942 il numero delle piccole è salito a 80, quel­lo delle Suore a 52 di cui 22 professe, 14 novi­zie e 16 aspiranti.

Di dette Suore, 14 si sono diplomate di taglio e cucito, 4 presero il diploma di maglieria, 6 di ri­camo.

« Nello stesso anno, si raccoglievano tra le piccole abbandonate le prime vocazioni: Suor An­gelica Trotta (l'attuale M. Vicaria, fin dall'ini­zio di quella casa: Superiora a Montalto) e Suor Veronica.

« Nel 1940, è stato riconosciuto il Laboratorio Professionale per l'insegnamento tecnico ed ab­biamo esposto, i lavori alla prima mostra alla pre­senza del ministro Bottai e siamo state premiate con n. quattro macchine di maglieria, fra le quali una macchina commerciale, e L. 5.000 ».

A questo punto, dopo un accenno « alle con­trarietà e alle invidie dei ciechi », la relazione cita per intero la lettera di S. Ecc. Nogara, già da noi riportata. Indi continua: « Nel 1941, n. 4 Suore hanno studiato per conseguire il diploma di Maestra giardiniera e nel 1942 si sono diplomate a Roma nell'Istituto Magistrale e Scuola di Metodo del P. Giovanni Semeria.

« Nel 1942, il 24 febbraio, cinque novizie hanno emesso la professione e n. 14 postulanti hanno fatto la vestizione.

« Nel 1942, il 10 luglio alle ore 10,30, siamo state ricevute in udienza privata dal S. Padre (Pio XII) io, la Madre Vicaria e altre quattro Suore.

« Il S. Padre ci domandò quante Suore erava­mo ed il fine specifico dell'Istituto, con quali fon­di si andava innanzi; ho risposto che l'Opera si sosteneva con la carità dei buoni. Udito questo il volto del Papa s'illuminò di gioia dicendomi: « Fi­glie buone, siate tranquille, vi assicuro che la Vo­stra opera progredirà perché fondata sulla Prov­videnza ». Profezia santa! Cosí fu e la nostra Ope­ra andò sempre piú affermandosi.

« La guerra con l'invasione del 1943 ha deter­minato una sosta di accettazione di nuove Suore, poiché anche noi sfollate a Montalto abbiamo avu­to le conseguenze dei bombardamenti bellici con gravi danni per cui le novizie non hanno potuto professare ed otto postulanti non hanno potuto fare la vestizione.

« Però subito nel 1946 abbiamo ripreso le no­stre attività con l'accettazione di nuove probande. « Nel 1947 hanno fatto la vestizione n. 13 po­stulanti, ed il 1948 la professione dei voti tem­poranei.

« Nel 1949 hanno emesso per la prima volta i voti perpetui n. 25 suore.

« Dal 1949 al 1955 (incluso) altre 42 Suore han fatto la professione temporanea.

« Nel 1956 altre 8 probande sono state ammes­se al noviziato e n. 22 Suore hanno fatto la profes­sione dei voti perpetui.

« Avendo affidata l'opera alla potente interces­sione di S. Francesco di Paola, per la particolare devozione da noi avuta sempre verso il gran Santo della carità, per seguire una norma sicura di vita religiosa ci siamo ispirate piú che alle Regole allo spirito di S. Francesco di Paola. Stesi poi un re­golamento al quale man mano vennero aggiunte altre pie pratiche e norme suggerite dalla quoti­diana esperienza, perché servissero meglio a rag­giungere lo scopo specifico dell'Istituto.

« Il 21 aprile del 1944 fu eletto il Consiglio Generalizio: composto dalla Madre Generale Suor Elena Aiello, dalla M. Vicaria Suor Gigia Mazza, assistite da 3 Suore anziane e cioè: Suor Carme­lina Cribari, Suor Teresa Infusino e Suor Angela Padula. L'Istituto ha funzionato sempre con piú vigore e disciplina benché lo spirito religioso non fosse mai mancato. Si è provveduto alla formazio­ne spirituale con tutte le cure possibili. Ogni anno si sono tenuti corsi di S. Spirituali esercizi ai qua­li tutte le Suore hanno potuto partecipare ed il ritiro mensile tenuto dal Rev.mo Padre Francesco Mazza, dei Minimi. In seguito trovandosi il P. Mazza a Palermo come Superiore, ne assunse l'in­carico il Sac. Don Aniello Calcara, mentre per Direttore venne nominato il Rev.mo P. Saragò dei Minimi. Dopo il ritorno da Palermo, il  Rev.mo P. Mazza eletto Provinciale per desiderio espresso dal Padre Francesco Saragò, trasferito a Roma, ha ripreso il suo lavoro e dal 1946 continua con il ritiro mensile alle Suore mentre il Padre Vin­cenzo Donnarumma, ritornato a Cosenza come P. Superiore, venne nominato Direttore ».

Purtroppo, nell'aprile 1940, una morte imma­tura rapiva all'Arcidiocesi il suo Pastore.

« Nel settembre 1939, Suor Elena mi diceva: « Nel prossimo anno di questi tempi, S. Eccellen­za non sarà piú a Cosenza ».

« Non chiesi altro, né badai alla gravità con cui quelle parole mi erano state rivolte, e andando da S. Ecellenza, che accompagnavo spesso, riferii le parole della Suora; siccome da qualche tempo era Amministratore di Reggio Calabria, credetti, nel mio entusiasmo, che sarebbe stato trasferito a Reggio Calabria, anche perché fino a quel mo­mento S. Ecc. appariva in ottima salute.

« Il giorno dopo quando la informai che avevo riferito le sue parole a S. Eccellenza, intenden­dole di un suo trasferimento a Reggio Calabria, Suor Elena visibilmente si rattristò; quindi con la consueta semplicità accennò che si trattava di ben altro ».

Nel novembre si ebbero i primi sintomi del­l'aggravarsi del male. S. Eccellenza era lieto per avere in qualche modo cooperato alla Beatifica­zione di Gemma Galgani: i due miracoli esaminati ed accolti per l'occasione, erano avvenuti nella Arcidiocesi di Cosenza, ed egli col consueto dina­mismo aveva svolto quanto era necessario. Egli aspettava da Gemma la guarigione. Ma il Signore aveva stabilito diversamente. Troppo tardi si pen­sò ad un intervento chirurgico, che non fu piú pos­sibile. Suor Elena si recò a visitarlo, quando, sem­pre in piena lucidità, aspettava ormai la fine: ap­pena entrata, - come mi narrò - scorse ac­canto al letto da un lato la sorella dell'Arcivesco­vo M. Giulia, Superiora delle Adoratrici del Gar­da, e dall'altro Gemma Galgani.

S. Eccellenza Nogara, prima di morire, disse a M. Giulia, che avrebbe desiderato una sola co­sa: poter dare l'approvazione, il riconoscimento giuridico all'Istituto di Suor Elena.

Con la scomparsa di S. Ecc. Nogara incomin­cerà ben presto per Suor Elena e il suo Istituto un lungo periodo di grandi sofferenze dell'animo, permanendo quelle fisiche, fino a divenire una li­nea continua, con solo brevi interruzioni. Alla pa­terna bontà, all'illuminata comprensione di S. Ecc. Trussoni, alla protezione, al sincero, fattivo in­teressamento di S. Ecc. Nogara, che aveva for­mato come un palladio per l'Istituto, e per Suor Elena uno sprone, un conforto a superare le va­rie, immancabili avversità, succederà ben presto l'incomprensione, la diffidenza, frequenti atti e manifestazioni che, - prescindendo dalle intenzioni - mortificavano, umiliavano la fondatri­ce, le sue Suore, la Sua istituzione.

L'Istituto alla morte di S. Ecc. Nogara era già solidamente, saldamente rafforzato; sprizzava or­mai di salute; piú che fondamenta aveva messo radici robuste, che - come si vide - compresse in un punto, spuntavano rigogliose altrove; era pronto ormai per quel moto espansivo che sotto l'impulso straordinario di questa donna, sofferen­te e tanto energica, diffonderà l'opera benedetta da Dio, moltiplicherà il lavoro benefico, tramite le sue figlie, per 1'Arcidiocesi e fuori, fino a Roma.

Dal 1940 al 1961, l'opera iniziata nel 1928 ebbe il suo coronamento, con il riconoscimento giuridi­co della S. Sede. 

Le realizzazioni di Suor Elena (1940-1961)

Le Case aperte da Suor Elena sono 18: in Ap­pendice ne è dato l'elenco, cronologicamente, con l'indicazione dell'anno di apertura e qualche cen­no dell'attività specifica per ciascuna.

Inoltre, per diversi anni le Suore, richieste con insistenza da quel rev. Parroco, ebbero una Casa a Pentone (Catanzaro), aperta il 10 febbraio 1952, con asilo infantile e laboratorio di taglio, cucito e ricamo.

Per qualche tempo furono a Pietrapaola (Arci­diocesi di Rossano) che lasciarono il 31 agosto del 1953.

Dovunque, alle attività specifiche della Congre­gazione (educazione delle bambine), le Suore han sempre congiunto, come indicato in appendice, per la Casa Generalizia, l'assistenza nelle parroc­chie, con catechismo, azione cattolica, Messa del fanciullo.

Ciascuna di queste case ha una propria storia; per la fondazione di alcune, Suor Elena dovette sostenere una dura battaglia: per ben due volte, dovette decidere in suo favore la S. Congregazione dei Religiosi; per S. Sisto, in particolare. Dovette inoltre superare difficoltà di altro genere, contro la burocrazia, per le innumeri pratiche richieste.

Con uno stile, un po' enfatico, la relazione let­ta nel 2° capitolo generalizio, del 1961, celebrato appena dopo la morte di Suor Elena, nel consun­tivo delle realizzazioni, aggiunge qualche altro particolare.

Parla del nuovo edificio, destinato al novizia­to, costruito accanto alla Casa Generalizia; ricor­da che la casa di ricovero per anziani, aperta a S. Fili è dovuta al « nobile cuore dei Fratelli Emma e Carlo Manes »; che S. Eccellenza Mons. Barbieri, Vescovo di Cassano Ionio, nel 1958 « ha voluto alcune delle nostre Suore perché nei mesi estivi prestassero la loro opera nel Seminario di Mor­manno »; ricorda l'acquisto della casa di via dei Baldassini, a Roma, fatto da Suor Elena, venuta per l'occasione nella capitale, accompagnata da Suor Imelda Mazzulla e da Suor M. Francesca Lo­pez, (29 novembre 1957); si sofferma quindi su Montalto Uffugo e sulla Casa di Cosenza-S. Vito.

« Nel 1958 a Montalto il vecchio edificio del­l'Istituto " S. Rita da Cascia " a causa di alcuni muri resisi pericolanti, dovette essere ricostruito. La perspicacia e l'attività febbrile della cara Ma­dre Fondatrice svolta presso il Ministero dei La­vori Pubblici, ci fanno ottenere nel giugno del 1959 un primo stanziamento di dodici milioni e ad opera del Genio Civile di Catanzaro si dà ini­zio ai lavori di demolizione, cui seguono quelli di ricostruzione. Dopo tre anni circa, con uno stanziamento globale di 83 milioni, l'edificio può dirsi completato. Esso, oggi, dalla posizione eminente, dalla visuale panoramica incantevole, ha assunto un aspetto tutto nuovo, grandioso, imponente. E' un complesso di due piani rialzati e di uno semin­terrato con 36 ampi vani oltre la Cappella e i ser­vizi igienici e tale da ospitare circa un centinaio di educande.

« Una vasta ala dell'edificio è adibita a scuola. Oltre alle classi elementari, c'è la Scuola Media e l'Istituto Magistrale. La prima, già da anni, è le­galmente riconosciuta; la parifica della 4a classe delle Magistrali, avvenuta nel 1960, ha coronato tutti gli sforzi, tutti i sacrifici, le difficoltà, le an­sie che ne hanno accompagnato il sorgere e lo sviluppo ».

Suor Elena ne comprese l'importanza e l'utili­tà per la giovane Congregazione, e non badò a spese, e ne sollecitò insistentemente il riconosci­mento giuridico. Mons. Umberto Cameli, della S. Congregazione delle Università e dei Seminari, le prestò valido aiuto, con i suoi consigli e le sue direttive.

« Oggi le due Scuole costituiscono una ben so­lida, benefica istituzione apprezzata non solo in paese, ma soprattutto in provincia e oltre. L'otti­ma preparazione culturale dei docenti e lo zelo in­stancabile della Superiora (Suor Angelica Trotta: attuale M. Vicaria) concorrono sempre piú alla sua piena affermazione.

« Notevoli benefici la Scuola ha reso, princi­palmente alla Comunità, dando la possibilità ad alcune di conseguire il diploma di abilitazione ma­gistrale, e ad altre di accedere alla Facoltà di Magistero ».

Due, già laureate, insegnano nella Scuola a Montalto; un'altra è prossima alla laurea; quattro sono insegnanti elementari e dieci diplomate al­l'insegnamento di grado preparatorio ».

La Casa di Cosenza, rione di S. Vito, « diventa una realtà, il 1° Ottobre 1960. Fu costruita su un suolo avuto dal Barone Mollo. Non sembra vero: la buona Madre aveva dato l'avvio ai lavori, dispo­nendo soltanto di L. 15.000! E i lavori sono stati portati a termine, con le offerte ricevute e con le prestazioni di mano d'opera di vari cantieri di lavoro.

« L'Istituto dedicato al Cuore Immacolato di Maria, Mediatrice tra gli uomini e Dio, ospita cir­ca 50 bambini dell'ENAOLI ».

Abbiamo accennato al clima creatosi dopo la morte di S. Ecc. Nogara: atmosfera di ufficiosa ostilità. Il Signore permetteva ciò per accentuare forse, direi quasi perché fosse manifesto, che l'O­pera e il suo sviluppo erano un effetto peculiare della Sua Provvidenza. E questa, nella sua azione forte e soave, raggiunge i suoi fini con i mezzi piú impensati. Cosí per Suor Elena e il suo Istituto, se da una parte permise l'incomprensione, l'osti­lità suddetta, dall'altra, oltre che alla schiera sem­pre crescente di benefattori anche autorevoli, su­scitò il vivo interessamento di persone capaci di far superare direttamente ogni ostacolo.

Al primo posto, il compianto Mons. Roberto Sposetti (almeno fino al 1953), esperto e anziano Aiutante di Studio, della S. Congregazione dei Re­ligiosi. Quindi i due rev.mi Padri Assistenti, di cui parleremo: P. Giuseppe Manzo S. J. (1949-1952), già Padre Provinciale a Napoli, e P. Bonaventura da Pavullo (dal 1952), tuttora Assistente Pontifi­cio dell'Istituto. Abbiamo già ricordato il rev.mo P. Francesco Saragò.

Infine, il sacerdote, cui dobbiamo gran parte delle notizie dal 1937 in poi. Egli ci ha gentilmente trasmesso un dossier interessante, con un centi­naio di lettere, tra quelle da lui conservate. E' la voce di un testimone.

Praticamente dal 1935 ha potuto seguire le vi­cende che cerchiamo di delineare in questi ap­punti.

Come, prevalentemente, nelle lettere è chia­mato dalla M. Generale, lo nomineremo senz'altro don Franco, e lo mostriamo subito in azione nel saggio di documentazione che qui doniamo, sol­tanto a titolo di esemplificazione.

Per la Casa di S. Sisto, si dovette faticare dal gennaio del 1951 fino al 5 marzo 1952.

Il 29.5.51 Suor Elena cosí scriveva al P. Man­zo: « Come già ho informato V. P. per la casa di S. Sisto, dal mese di gennaio u.s., per mezzo del Rev.mo P. Saragò, Assistente Generale dei Mini­mi (di passaggio allora per Cosenza) chiesi ed ot­tenni da S. E. l'autorizzazione di poter andare a prendere possesso del lascito di questi benefattori ed aprire la casa » (da loro donata all'Istituto).

Eguale dichiarazione in una lettera a S.Ecc. Prefetto di Cosenza del 21 luglio 1951, quando questi proibí la colonia estiva, già concordata, per S. Sisto, per la opposizione dell'autorità ec­clesiastica.

Da gennaio a maggio, infatti, la situazione era mutata. Quando, in aprile, la M. Generale mandò alcune Suore per preparare l'apertura della casa, adattata nel frattempo allo scopo, si ebbe osten­tatamente l'ostilità del giovane Parroco: per impe­dire che esse ascoltassero la S. Messa, incominciò a celebrare a porte chiuse (eccettuata la domeni­ca). La popolazione reagí contro di lui; da Cosen­za invece fu chiesto ai Carabinieri di allontanare le Suore Minime da S. Sisto; questi, invece, dal risultato dell'inchiesta, conclusero all'unica re­sponsabilità del Parroco.

Nel mese di giugno da S. E. fu trasmessa alla S. Congregazione dei Religiosi la fandonia che Suor Elena si era recata a S. Sisto a mostrare le « stimmate », i fori delle mani e a parlare di vi­sioni!

Suor Elena era andata, sofferente, per alcuni rilievi che un tecnico venuto con lei, doveva fare nella loro Casa; dalla macchina era stata aiutata a entrare nella casa, senza che nessuno sapesse della sua visita a S. Sisto. Ne erano ripartiti allo stesso modo, appena finito il sopraluogo.

L'offerta della casa di S. Sisto era arrivata proprio al momento buono; quando cioè il Ge­nio Civile dichiarava inabitabile la casa di Paola (Marina) e si imponeva pertanto il problema di ricoverare altrove le bambine di quella casa. E' il motivo cui accenna esplicitamente la lettera del delegato arcivescovile, del 16.6.51:

« M. Rev. Suor Elena Aiello, Cosenza in risposta alle due Sue lettere, Le comunico che è a nostra diretta conoscenza come per ben due volte con lettere del 24 e del 26 dello scorso maggio, Le è stato negato esplicitamente il per­messo di aprire una casa religiosa a S. Sisto dei Valdesi. Per le bambine di Paola - cosí ha scritto a Lei... - provvedete presso le altre vo­stre case o diversamente.

Quindi non possiamo far altro che ricordare il grave dovere di osservare gli ordini espliciti... La ossequiamo il Delegato »

Dopo alcuni mesi, infine, a un deciso intervento del P. Manzo, S. E. rispose che avrebbe tolto il parroco e permesso alle Suore Minime di rima­nere a S. Sisto, a condizione però che la M. Ge­nerale firmasse la dichiarazione che veniva acclu­sa alla lettera; nella dichiarazione era Suor Ele­na a confessare di essere in difetto. La M. Genera­le, per ubbidire al P. Manzo, che nella sua qualità di Assistente Religioso dell'Istituto le consigliava di firmare, fece apporre il proprio nome da altra Suora, informandone il Rev. Padre con la con­sueta chiarezza, in una lettera in cui vibra l'ani­mo, colpito nel suo innato culto per la verità e per la giustizia.

Il caso veniva chiuso dalla seguente comuni­cazione:

« Alla Superiora Generale delle Suore Minime Cosenza 5.3.1952 « Giacché mi faceste pervenire la lodevole di­chiarazione del 2.2.1952, dalla quale rilevai il rin­novato e praticato proposito d'una sollecita obbe­dienza ossequiosa, e giacché mi è finalmente riu­scito di rimettere in ordine, mandandovi un al­tro Sacerdote, la Parrocchia di S. Sisto, ben di cuore permetto che nel detto paese apriate la Vo­stra casa, dove le Suore possono andare anche subito. Ne avviserete il Parroco prima.

Le accompagno con la mia benedizione pa­storale, perché con la promessa e dovuta docilità al Parroco, lavorino molto e bene per la salvezza delle anime e la gloria di Dio.

Paternamente vi benedico nel Signore ». Nello stesso anno (1951), falliva l'apertura di un asilo, in un paesetto della Diocesi di Tropea, ne dava notizia alla M. Generale, il P. Oreste De Simone, dei Redentoristi (15.XI.1951), a motivo di informazioni "poco soddisfacenti" date da S. E. 1'A.

Eguale sorte subí la donazione di una Casa a Lago (Cs.).

Con testamento pubblico ricevuto dal Notaio Avv. Luigi Goffredo in data 13 febbraio 1952 e pubblicato il 5 Giugno 1953, il Signor Michele Ada­mo lasciava la « Casa di Salute » a Suor Elena, per il ricovero delle Orfanelle. La M. Generale invia­va copia del testamento a S. E. 1'A. chiedendo il suo beneplacito per l'apertura dell'Orfanotrofio, secondo la volontà del defunto (6.7.1953).

Sua Eccellenza benevolmente dava il permes­so, con la seguente lettera:

« Alla molto Rev.da Suor Elena ecc. Cosenza « Prese le necessarie informazioni, siamo lieti di poter permettere, in conformità alla vostra do­manda in data 6.7.953, che apriate una Casa nella Parrocchia di Lago, a fine di tenervi un ricovero per le Orfanelle...

« Quanto all'assistenza alle opere parrocchia­li che già vien fatta dalle Suore della Divina Prov­videnza, le vostre Suore faranno quanto al Par­roco sembrerà utile chiedere per la esatta coor­dinazione delle attività e il regolare funziona­mento di esse.

« Per l'inaugurazione della Casa, vi compiace­rete di prendere i necessari accordi col molto Rev.mo Parroco D. Federico Faraco, al quale vorrete comunicare anche copia della presente lettera. « Paternamente benediciamo ».

Il 17 agosto 1955 arrivava anche « il nulla osta della S. Congregazione dei Religiosi » per l'accet­tazione, da parte dell'Istituto di Suor Elena, del­la eredità disposta dal Signor Adamo.

« Al Lago si recava ancora il Rev.mo P. Assi­stente con la Madre Vicaria, e restavano piena­mente d'intesa col Parroco.

« L'unica difficoltà per l'Opera era costituita dalla presenza di inquilini col fitto bloccato.

« Ora mentre si era in attesa che gli inquilini se n'andassero, la sorella del defunto donatore, ottenuto il permesso da S. Ecc. l'Arcivescovo, ha mandato via gli inquilini e ha immesso d'accordo col Parroco nel dic. 1964 nella casa di nostra pro­prietà una ex Suora Francescana, con cinque vecchi ».

Né si ottenne altro.

Per i due asili di Carolei e S. Fili, don Franco cosí scriveva a S. Ecc. Calcara, da Roma, il 22 set­sembre 1956: « Eccellenza Rev.ma, oggi, alla segreteria di Mons. Carol, ho ap­preso che han già concordato, il suddetto ufficio con la Eccellenza V., per l'attribuzione del nuovo asilo di Carolei, ieri inaugurato, alle Suore Mini­me della Passione; per quello di S. Fili, invece, l'Eccellenza V. penserebbe alle Suore della Divi­na Provvidenza...

« Sono rimasto molto sorpreso (dalle V. paro­le, quando in questi mesi si parlò sull'argomento, avevo la convinzione della benevola considerazio­ne della Eccellenza V. nei riguardi delle Suore Minime, per i due, asili) e addolorato per questa esclusione delle Suore Minime, lí a S. Fili, dove sono da diversi anni. Esclusione che evidente­mente comporta, nel fatto stesso, un giudizio sfavorevole ai danni della giovane Congregazione.

« Mi permetto rivolgere alla Eccellenza V. vi­va preghiera perché voglia risparmiare alla Con­gregazione delle Suore Minime, oltre tutto, que­sta umiliazione.

« Mi prostro... »

E ne aveva la seguente risposta: Cosenza, 28 settembre 1956

« Rev.mo Professore, il pensiero del Parroco di Carolei che vuole al­la direzione della Casa del Fanciullo le Minime, e il pensiero del Parroco di S. Fili che non le vuole, mi riguarda fino a un certo punto, perché sarò io a decidere. Ma per decidere attendo una rispo­sta proprio dall'ufficio di Mons. Carol...

« Intanto occorre prendere definitivamente u­na decisione da parte vostra, perché non ab­biano a rinnovarsi gli equivoci con disagio di tutti e danno all'Istituto delle Minime, a cui si vorreb­be invece giovare. Dopo che la S. Congregazione dei Religiosi ha chiarita la situazione giuridica di questo Istituto come Istituto di diritto dio­cesano I, il suo protettore è l'Arcivescovo, come lo è stato in passato, e quindi voi, e qualche al­tro con voi, dovete smetterla dal fare da protet­tori del mentovato Istituto, perché si ha l'impres­sione, specie dalle interessate, che lo esercitiate per difendere le Minime nientemeno che dall'Ar­civescovo che ne sarebbe... ciò che fanno pensare certi ricorsi stilati da persone che sanno scri­vere.

« Cessi dunque una volta per sempre l'insano equivoco, e le Minime riacquistino una fiducia in­condizionata nel loro Arcivescovo, la quale non deve venir meno neppure se talvolta egli dovrà decidere diversamente dalla loro opinione e dal loro desiderio, cosa che potrebbe fare in certe circostanze, come pur si suole, per provarne la virtú e saggiarne lo spirito di obbedienza, che è fondamento della perfezione spirituale.

« Siete intelligente e però avete compreso che l'unico modo di giovare a far progredire l'Istituto che pur vi sta a cuore, è quello da me suggerito. « In questa certezza vi benedico di cuore  + A. Calcara Arciv. ».

« - Convincete le Suore Minime a venire diretta­mente da me, come fanno tutte le altre Suore, sia per la faccenda della Casa del Fanciullo che per altre cose che possono riguardarle. E' la via normale.

« - Sollecitate l'informazione che attendo per­sonalmente da Mons. Carol ».

Don Franco che aveva copia delle lettere invia­te in precedenza da Suor Elena a S. E. sull'argo­mento, e conosceva bene l'iter della pratica, tra­mite la stessa segreteria di Mons. Carol, poteva rettificare con precisione:

« Eccellenza Rev.ma Le sono grato per la lettera del 28 u.s. Mi sono recato, con essa, all'ufficio di Mons. Carol; mi è stata rimessa, a firma del Segretario, la risposta che accludo. Per Mons. Carol, la questione è chiu­sa; han tutto rimesso nelle Sue mani. La M. Ge­nerale, Suor Elena Aiello, dispone, mi risulta, di altri nominativi (non suore, ma facenti parte del­l'Istituto), con il titolo richiesto.

« Per il mio interessamento, attuale, - di cui parlai a voce con l'Eccellenza V. - nulla ho scrit­to alla M. Generale, delle informazioni avute e della preghiera a Lei da me trasmessa.

« Per il passato, non è possibile esporLe per lettera quanto dovrei; mi riservo di farlo a voce, se l'Eccellenza V. lo desidera, alla prima occa­sione...

« Veda, Eccellenza; le altre Suore non hanno un Assistente Pontificio che, per mandato della S. Congregazione, avochi tutto a sé, come lo han­no le Suore Minime nella persona del Rev.mo P. Bonaventura da Pavullo... ».

La M. Generale, da parte sua, il 9 ottobre 1956 cosí scriveva a S. Ecc.:

« Eccellenza Reverendissima, accludo le altre due copie dei diplomi richie­sti - Per Carolei la Signorina Franca Turano che fa parte della nostra Comunità, per S. Fili la Si­gnorina Flora Alcise. Le altre due copie dei diplo­mi delle Suore: Suor Crocifissa Vetere e Suor Rita Osso, sono state inviate alla Eccellenza Vo­stra in data 1.6.1956 che già sono in possesso del­la Federazione Nazionale per il Mezzogiorno d'I­talia. Le accludo altre 4 copie dei diplomi che 1'Ecc. Vostra può conservare nell'Archivio; come pure copia conforme del riconoscimento dell'Asilo S. Francesco di Paola - S. Fili, riconosciuto il 23 11.1939 e S. Luigi Gonzaga Carolei, riconosciuto il 2.12.1938.

« Per i suddetti Asili sono stati iscritti n. 50 bambini a S. Fili e n. 55 a Carolei.

« Pertanto mi affido alla bontà dell'Ecc. Vo­stra Rev.ma affinché i predetti asili siano aperti al piú presto possibile perché la popolazione a­spetta.

« Prostrata al bacio del S. Anello imploro la S. Benedizione dev.ma ».

Anche questa partita finiva positivamente. Con vero calore invece le Suore erano accolte a Pentone (Diocesi di Catanzaro).

Il Parroco cosí ne scriveva alla M. Generale (11.2.1952):

« Rev.ma Madre, « L'ingresso delle Sue Suore a Pentone è stato un avvenimento, che rimarrà incancellabile nella mente e nel cuore di tutti.

« La manifestazione di giubilo e di simpatia per le Suore, riuscita spontanea ed entusiastica, è stata la prova piú evidente della fede religiosa di questo popolo, di cui indegnamente sono Padre e Pastore.

« Le Sue Figlie, che Lei affida alle mie cure spi­rituali, formeranno la porzione piú cara e predi­letta del mio gregge, e quindi saranno custodite e protette con la massima premura e attenzione.

« La nostra dolce Madonna di Termine bene­dica il loro lavoro, perché possa produrre frutti abbondanti di bene all'infanzia e al popolo.

« Siamo piú che certi che la presenza delle Sue ottime Suore porterà nella Parrocchia un maggiore risveglio di vita religiosa per la gloria di Dio e per la salute delle anime.

« Ringraziandola della sua particolare benevo­lenza e del dono tanto gradito, Le porgo il mio cordiale saluto e la mia piú profonda riconoscen­za, in unione di preghiere.

Dev.mo in G.C. Sac. Virgilio Tarantino Arciprete ».

E il 31.7.1955 inviava alla M. Generale una re­lazione accurata sulla benefica attività delle Suo­re, nel triplice campo: asilo-cura delle orfanelle, apostolato nell'Azione Cattolica e insegnamento della Dottrina Cristiana in Parrocchia. L'acquisto della casa di Roma, concluso per­sonalmente dalla M. Generale nel 1957, fu prece­duto da tutta una lunga serie di tentativi, com­piuti a dir poco a partire dal 1948. Tramite altri conoscenti e Don Franco tentò a Via di Porta Latina, a Viale Cortina d'Ampezzo, nei pressi di Via Gallia (accanto alla Parrocchia), e in ulti­mo ad Acilia: circa 11 ettari con una casetta.

In una lettera del 22.1.1951 la M. Generale cosí scrive:

«Rev.mo Don Franco, Rispondo subito alla vostra ultima per infor­marvi che proprio ieri, mi ha scritto la Signorina Maria Di Marco dicendo che la Signora B. vuole per la casa (nei pressi di Via Gallia) venti milioni e diversi dei quali all'atto di possesso.

« Questo mi ha molto sorpreso perché nella sua ultima diceva che per quattordici milioni era disposta a darla, nell'atto della vendita le doveva­mo dare due milioni e il rimanente dopo dieci anni. Per assicurarvi meglio vi potete informare dalla Signora B. Se risulta a verità quello della Signorina Maria, bisogna bussare a qualche altra porta.

« So da fonte sicura che le case servite duran­te l'anno Santo sono in vendita pagando una certa somma per diversi anni. Vedete ancora con l'On. Foderaro per la casa del Fascio. Con i presenti fogli bianchi ve ne potete servire per fare la do­manda.

« Vi accludo nella presente quanto mi avete chiesto a riguardo della nostra Congregazione: l'elenco del numero delle Suore, quello delle case aperte e quelle prossime ad aprire, vi mando an­che l'attività svolta dall'Istituto che da ciò potete rilevare tante cose.

« Vi mando questo indirizzo dove vi potete rivolgere a questo Avvocato per avere qualche vil­lino che si paga mensilmente.

« Voglia il Signore appagare i nostri desideri. « Gradite gli ossequi della Vicaria. Vi bacio la mano.

« Bacio la mano anche a Mons. Sposetti ».

La difficoltà qui era la mancanza del denaro, e l'ottimo principio di non contrarre grossi debiti. Finalmente, Suor Elena poté disporre del de­naro: la Signorina Manes, costruita la casa di Ricovero per i vecchi a S. Fili, mise a disposizio­ne dell'istituto lire 10 milioni, per il suo funzionamento. La M. Generale assunse su di sé l'im­pegno e l'onere del sostentamento dei ricoverati, e ottenne dalla benefattrice di poter usare la sud­detta somma per acquistare una casa a Roma.

Ancora a metà novembre 1957 si pensava al­l'acquisto del terreno ad Acilia, ma per raggiun­gere la cifra richiesta erano necessari altri 10 milioni.

Il 13.11.1957 Suor Elena cosí scriveva a D. Franco:

« Giorno 5 c. m. sono andata a San Lucido per l'inaugurazione dell'ospizio dei vecchi; grazie a Dio è riuscita una bellissima festa.

« Giorno 7 c. m. è venuto il rev.mo Padre Bo­naventura il quale si è recato dal Vescovo per far presente la situazione delle ex Suore M. e L. M.; gli ha fatto anche un esposto di cui in appresso vi manderò la copia.

« Padre Bonaventura m'incarica di pregarvi come poter trovare la forma per contrarre il mu­tuo di 10.000.000 onde poter acquistare la pro­prietà di Acilia.

« Ci siamo messi d'accordo con il Padre Assi­stente che quando si farà lo strumento della Pro­prietà di Acilia verrà a Roma.

« Sarei venuta subito, ma il Signore vuole che io debba soffrire, mi trovo con una foruncolosi dietro le orecchie e per conseguenza non posso viaggiare; se mi sento meglio conto di venire il 21 o il 22 c. m.

« In pari data ho avvisato anche la Signora Campanari.

« Assicurandovi il mio ricordo nella preghiera per tutte le vostre intenzioni, vi bacio la mano assieme alla Vicaria Dev.ma Suor Elena Aiello « P.S. - Il Padre Provinciale si trova a Roma, cercate di mettervi d'accordo per portarlo a vede­re la proprietà di Acilia».

Il 21 novembre Suor Elena venne a Roma, ospite delle Suore di S. Brigida, in Via delle Iso­le, accompagnata da Suor Imelda e da Suor M. Francesca; come al solito, inferma.

Scartò la proprietà di Acilia, non riuscendo tra l'altro ad avere il mutuo suddetto e concluse in­vece l'atto di acquisto della casa di Via dei Bal­dassini: un isolato ben recinto, di 3 piani, con un po' di terreno intorno, potendo offrire i dieci mi­lioni disponibili e assumendo l'onere di estingue­re un mutuo già esistente. 

L'approvazione ecclesiastica (1940-1948)

« E' di somma importanza per la storia del­l'Istituto, - è scritto nella relazione del 1° Capi­tolo Generalizio - ricordare l'approvazione ec­clesiastica della nostra Congregazione, con rico­noscimento canonico e giuridico da parte della Chiesa e dello Stato ».

Abbiam visto come S. Eccellenza Nogara pen­sasse a dare all'opera di Suor Elena la veste giu­ridica di congregazione canonicamente eretta di diritto almeno diocesano. E' questo il primo pas­so, per poi ottenere quello della stessa S. Sede, col riconoscimento di diritto pontificio. E' il sug­gello dell'autorità ecclesiastica; direi l'autentica che dona prestigio alla giovane Opera e ne raf­forza ed incrementa la vitalità.

Suor Elena raccolse il pensiero del morente Arcivescovo e appena il nuovo eletto Mons. Aniel­lo Calcara, prese possesso dell'Arcidiocesi (otto­bre 1940) e incominciò a mostrare interessamen­to per l'Istituto, gli rivolse espressamente e fer­vidamente la preghiera di concedere ad esso il riconoscimento canonico.

Se ne interessava intanto, come poteva, don Franco. Capitato a Roma nel 1941, egli ebbe oc­casione di essere ricevuto da S. Eminenza il Card. Cremonesi, al quale, con molto ardore, par­lò dell'Istituto di Suor Elena, e chiese se era pos­sibile ottenerne l'approvazione da parte della S. Congregazione dei Religiosi.

S. Eminenza, tanto benevolmente, annuí: « Mi porti i documenti necessari ».

Appena poté rientrare a Cosenza, don Franco, tutto lieto, riferí a Suor Elena il colloquio avuto con il Card. Cremonesi e l'insperata conclusione.

La M. Generale, con un certo imbarazzo, gli rispose: « Il nostro Arcivescovo si è già offerto di portare personalmente a Roma, alla S. Congre­gazione, tutti i documenti. Sarebbe indelicatez­za... ». Come di consueto, don Franco non insisté: « Madre, faccia come crede », fu la sua risposta. « L'interessante è ottenere lo scopo ».

Passarono cosí circa tre anni. La Madre rin­novò di tanto in tanto, sempre molto discreta, la preghiera a Sua Eccellenza, perché volesse solle­citare da Roma la pratica riguardante la tanto sospirata approvazione.

Preoccupazione piú che legittima, perché in caso di morte della Fondatrice, mancando il rico­noscimento giuridico, cui deve precedere l'appro­vazione ecclesiastica, potevano essere dispersi o comunque gravati di tasse ingenti gli immobili dell'Istituto; e la stessa opera rimanere alla mer­ce dell'Ordinario.

D'altra parte, la guerra con le sue devasta­zioni, con le difficoltà di ogni genere, sembrò piú che sufficiente a spiegare da sola il perdurante silenzio.

Ma ripresi i contatti normali dal 1945 in poi, l'attesa cominciò ad impensierire Suor Elena, che si rivolse a don Franco.

Questa volta, però, quasi con una vena di incertezza: « Vedete, se potete informarvi presso la S. Congregazione, della nostra approvazione ».

Anche quando si tratta di approvazione rila­sciata dal Vescovo nella cui Diocesi è sita la Casa Madre di una nuova congregazione, è sem­pre necessario che la S. Congregazione dei Reli­giosi dia il nulla-osta.

Nel nostro caso, si trattava appunto di avere il nulla-osta da Roma, perché l'Arcivescovo po­tesse dare il decreto con cui l'Istituto di Suor Elena veniva eretto a Congregazione di diritto diocesano, e quindi potesse ottenere il ricono­scimento giuridico (ente morale), da parte dello Stato.

Don Franco ebbe occasione di conoscere il Card. Lavitrano, allora Prefetto della S. Congre­gazione dei Religiosi e lo pregò per la pratica riguardante l'Istituto delle Suore Minime. « Da alcuni anni S. Ecc. l'Arcivescovo ha portato per­sonalmente a codesta S. Congregazione tutti i documenti necessari ».

S. Eminenza promise tanto benevolmente che si sarebbe interessato della cosa.

Alla distanza di due mesi, don Franco ebbe occasione di incontrare S. Eminenza e, accom­pagnandolo, di pregarlo ancora per l'Istituto del­le Suore Minime.

Il Card. Lavitrano apparve meravigliato e di­spiaciuto, perché nessuna risposta fosse stata data dalla S. Congregazione al riguardo. «Vada, a nome mio, da Mons. Sposetti.

Don Franco conobbe cosí Mons. Roberto Spo­setti. L'accoglienza fu piú che benevola.

« Veda, ho qui sul tavolo, il Suo esposto, col biglietto di S. Em. il Card. Lavitrano.

« Ma qui in Congregazione non c'è niente altro. Ho fatto guardare in archivio ecc.; abbiamo per­duto del tempo inutilmente ».

« Invece di stare lí incantato, si segga e scriva quali documenti sono necessari ». Finito di det­targli (e si trattava di ben 11 numeri), continuò: « Scriva alla Madre che prepari questi documen­ti e me li spedisca, - se crede - tramite la Curia... ».

E, difatti, dopo reiterate sollecitazioni, final­mente la Curia trasmise la maggior parte dei documenti, trattenendone (chi sa perché) due o tre. Questa volta, la S. Congregazione chiese d'ufficio i documenti indebitamente trattenuti e poté cosí procedere.

Le lettere intercorse per circa un anno tra le città dove don Franco insegnava, Roma e Co­senza, formerebbero da sole un bel documento, abbastanza istruttivo.

Ecco il testo del Decreto, inviato direttamente dalla S. Congregazione dei Religiosi alla M. Ge­nerale.

N. 207-46 C-139 Decreto.

« La Superiora con il suo consiglio generale delle Suore Terziarie Minime della Passione di N. S. G. C. della Diocesi di Cosenza espone alla Congregazione dei Religiosi, che il suo Istituto abbastanza sviluppato e diffuso in alcune dio­cesi lavora efficacemente per il bene della cri­stiana Società.

« L'Istituto oltre il fine generale della santi­ficazione delle Suore con l'osservanza perfetta della vita comune e dei voti semplici di obbe­dienza, castità e povertà a norma dei S. Canoni e Costituzioni, ha il fine speciale di raccogliere in case adatte le bambine orfane ed abbandonate, perché siano educate cristianamente ed appren­dano i lavori domestici fino a quando possano procacciarsi un onesto sostentamento.

« Poiché molto giova alla maggiore santifi­cazione delle Suore ed all'incremento ed all'atti­vità delle opere, alle quali le Suore sono prepo­ste, se la S. Sede si benignasse di approvare il medesimo Istituto, l'oratrice lo domandò insi­stentemente, presentando speciali Costituzioni, e munita di lettere commendatizie dei vari Or­dinari interessati.

« La Sacra Congregazione dei Religiosi aven­do esaminato opportunamente ogni cosa e spe­cialmente il consenso degli Ordinari diocesani, come si è detto sopra, ed il voto favorevole della Commissione dei Rev.mi consultori, con questo decreto, eleva l'Istituto delle Suore Minime del­la Passione di N. S. G. C. a Congregazione di diritto Pontificio, a norma della prassi, della S. Congregazione e delle Costituzioni, che vengo­no dichiarate dalla S. Congregazione, ed un esem­plare delle stesse Costituzioni viene custodito nell'archivio della Sacra Congregazione, sempre restando fermi i diritti degli ordinari locali, no­nostante qualunque cosa contraria.

« Dato a Roma, dalla Segreteria della S. Con­gregazione dei Religiosi il 2 gennaio 1948.

Luigi Cardinale Lavitrano-Prefetto F.L.E. Pasetto-Segretario ».

Suor Elena, a letto, ricevette la lieta comu­nicazione e in una visita occasionale fattale da S. E. gliela mostrò. « Ci è pervenuta questa bella notizia ». Le fu risposto che era una stupida: quel foglio di carta non aveva valore alcuno, fin­ché non fosse intervenuto il riconoscimento ca­nonico diocesano.

Nella relazione suddetta, leggiamo:

« A tale inaspettata notizia dell'approvazione Pontificia tutti rimasero commossi, tanto che lo stesso nostro Arcivescovo volle manifestare que­sta incontenibile commozione dell'animo suo con la seguente lettera:

« Cosenza 21 febbraio 1948 Alla molto Rev.da Suor Elena Aiello Superiora Generale delle Terziarie Minime della Passione di N.S.G.C.

Cosenza « Innalziamo fervidi ringraziamenti al Signore. « Con lettera in data 17 febbraio 1948, n. 207-46, la S. Congregazione dei Religiosi mi comunica il Decreto di approvazione delle Costituzioni e del­la Congregazione delle Terziarie Minime della Passione. Decreto che porta la data del 2 gen­naio 1948, n. 207-46 C. 139.

« C'è dunque, davvero da ringraziare il Si­gnore con tutto lo slancio dell'anima, per l'acco­glimento delle mie reiterate istanze.

« Fin da quando venni a prendere il governo di questa Arcidiocesi, ebbi in animo il raggiun­gimento di questo scopo, perché vidi il grande bene che avrebbe potuto fare la Congregazione delle Terziarie Minime della Passione; e perciò fu mia costante premura perfezionarne la disci­plina interna con l'opera di Direttori zelanti e di promuovere una formazione sempre piú com­pleta, religiosa e culturale, delle Suore.

« Per rendere possibile l'approvazione, un'altra cosa si stimava indispensabile, cioè l'allargarsi dell'attività dell'Istituto: di qui il mio incorag­giamento ad aprire numerose case in Diocesi, incoraggiamento seguito con lodevole zelo dalle due Fondatrici, Suor Elena Aiello e Suor Gigia Mazza.

« Questa approvazione della S. Sede giunge anche come un meritato premio alla loro santa perseveranza in un'opera che non è stata senza difficoltà in un ventennio di assidue e premu­rose fatiche.

« Per tutte queste ragioni che io faccia la consegna del Decreto in una solenne funzione, con l'intervento di tutte le Suore delle diverse case, in giorno prossimo da stabilirsi; e che la funzione si chiuda con un Te Deum di ringra­ziamento a Dio, che ha riserbato a me e alla Congregazione delle Terziarie Minime della Pas­sione, e particolarmente alla loro Madre Gene­rale, una cosí eletta consolazione.

« Come auspicio di molte e grandi grazie dal Signore mando alla Madre Generale, alla Madre Vicaria e a tutte le Suore una mia particolare paterna benedizione.

L'Arcivescovo di Cosenza + Mons. Aniello Calcara ». L'istituto ottenne quindi il riconoscimento giuridico, con Decreto Presidenziale dell'8-7-1949, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 189, del 30 ago­sto 1949.

La « proclamazione », fatta, come abbiam visto, cosí solennemente per espresso volere di S. Ecc. l'Arcivescovo e da lui medesimo, dinanzi alle Autorità e a numerosi benefattori esultanti, poteva apparire una benefica conclusione defi­nitiva delle passate incomprensioni, o, per lo meno, poteva lasciar sperare una diuturna tre­gua che, a poco a poco, avrebbe eliminato ogni malinteso.

Il riconoscimento della S. Sede sembrò invece suscitare un sentimento quasi di rivalsa: agire come se nulla fosse cambiato, e nulla fosse stato concesso da Roma.

Le stesse colonie estive che, iniziate - come vedremo - da Suor Elena nel 1946, raggiunsero ben presto un grande e fruttuoso sviluppo, cau­sarono nel 1948 nuovi dispiaceri ed umiliazioni a Suor Elena.

Tali motivi indussero la S. Congregazione dei Religiosi, tramite l'interessamento di Mons. Spo­setti (accuratamente edotto dalla M. Generale

e da Don Franco) a dare alla Congregazione del­le Suore Minime un Assistente Pontificio. La scel­ta cadde sul rev.mo P. Giuseppe Manzo S. J.

La S. Congregazione in data 7-11-1949 lo « desi­gna e stabilisce, date speciali circostanze, come Assistente Religioso di detto Istituto per quanto vorrà la S. Sede.

E' ufficio del Revmo Assistente ordinare prin­cipalmente le condizioni economiche dell'Istituto a norma dei SS. Canoni e delle Costituzioni col consiglio e con la vigilanza, prestare aiuto alla Superiora Generale e alle sue Consigliere negli affari di maggiore importanza e ogni anno rife­rire a questa S. Congregazione sulle condizioni dell'Istituto ».

Le « circostanze speciali », da noi accennate finora, appariranno sempre meglio nel seguito di questi appunti.

L'Assistente Pontificio era il portavoce uffi­ciale della S. Congregazione dei Religiosi. L'Isti­tuto aveva d'ora innanzi la possibilità di portare a Roma i problemi sorti « in loco », le difficoltà opposte al suo sviluppo; ne abbiam visto qualche esempio per l'erezione di alcune Case.

La nomina dell'Assistente Pontificio portava, oltre al resto, un beneficio immediato e di non lieve entità: era la fine dei « direttori » nomi­nati da S. Eccellenza.

Nel testo da noi trascritto, questi cosí ne parla:

« e perciò (visto, cioè, il gran bene che avreb­be potuto fare la Congregazione delle Suore Mi­nime) fu mia costante premura perfezionare la disciplina interna con l'opera di Direttori ze­lanti... ».

Agl'inizi del 1941, S. Ecc. aveva nominato a tale incarico il P. Vincenzo Donnarumma, Su­periore dei PP. Minimi a Cosenza. Il 28-12-1944, seguí la nomina del P. Francesco Saragò, che rimase a Cosenza fino al 1947. Quindi, ritornò nel medesimo incarico il P. Donnarumma, fino alla nomina dell'Assistente Pontificio.

L'azione del P. Saragò, religioso esemplare per pietà e dottrina, fu, sotto ogni aspetto, bene­fica per l'Istituto: oltre tutto, era un valido aiuto contro gli ostacoli esterni; consigliere esperto e sicuro per le difficoltà che si affacciano nella vita di ogni comunità.

L'Istituto, sotto la guida illuminata di Suor Elena, procedeva infatti spedito e regolare nel suo corso, irrobustendosi sempre piú e svilup­pandosi sotto la visibile protezione della Prov­videnza. Bastava non ostacolarne il cammino. E, al riguardo, il P. Saragò agí in sua difesa, pur nei limiti della sua posizione, senza « acce­zione di persone » e umilianti compromessi.

Il P. Donnarumma, invece, talvolta si lasciò intimidire; e, forse per debolezza di carattere, mosso da vedute di opportunità, recitò in molte occasioni la parte di Don Abbondio, finendo con l'avallare l'ingiustizia.

In particolare nei due anni 1947-49, arrivò a farsi il portavoce dei suggerimenti che miravano a scardinare l'Istituto, incominciando col mina­re l'autorità della M. Generale; come, ad es., quello di intestare i beni dell'Istituto a un altro ente'; e l'altro di invitare Suor Elena a mettersi da parte. E lavorò in tal senso, anche dopo l'ap­provazione della S. Sede: cercando di mettere qualche giovane suora inesperta in contrasto con la M. Generale.

Non c'è cosa che piú addolora, il vedere un estraneo entrare a far da padrone nella propria casa, apportandovi i semi della indisciplina, del­la discordia; costatare in chi avrebbe dovuto essere angelo tutelare del bene, lo strumento sia pure inconscio del turbamento.

In queste circostanze, rifulse l'energia, l'intel­ligenza, e principalmente la virtú di Suor Elena, che, pur molto soffrendone, seppe conservare la disciplina, il consueto affiatamento nella comu­nità, neutralizzando e superando l'azione disgre­gatrice del « direttore ».

La prova dimostrò inoltre la salda formazione religiosa e la bontà essenziale delle Suore, che attendevano con serietà al loro lavoro assiduo, nella Casa Madre, fedeli e devote alla loro Ma­dre Generale; soffrendo anzi per le umiliazioni di cui essa era oggetto.

Finalmente anche questo tormento cessò. Il rev.mo P. Manzo prese contatto con Suor Elena, si rese conto della vita dell'Istituto, e ne fu entu­siasta. Trovò nella Madre Generale una docilità che contrastava assolutamente con la « caparbie­tà » e la « disobbedienza » di cui parlava chi doveva trovare una giustificazione ai propri er­rori e ai propri arbitri.

Do come semplice saggio dei rapporti tra la Madre Generale e il P. Manzo le seguenti tre lettere.

« Rev.mo Assistente Pontificio P.G.M. Napoli

« Rev.mo Padre, ho ricevuto la Sua del 14 c. m. e La ringrazio di tutto il bene che fa per la nostra nascente Congregazione.

« La relazione del nostro Istituto era già pron­ta fin dall'ottobre u. s., ma le diverse e molte­plici preoccupazioni per i fatti incresciosi di S. Sisto mi hanno fatto ritardare di inviarla alla P. V.

« Le copie legali degli atti di donazione o com­pera delle case sono accluse nella presente.

« A riguardo del Comm. Antonio Stigliano deb­bo dirle che ancora non si è concluso nulla a causa di non buone relazioni fatte dal D. M. di Montalto e dall'A. di Cosenza.

« Della casa di Castrolibero ho soltanto l'atto di compromesso dato che per mancanza dell'ul­tima quota di danaro (L. 300.000) non abbiamo potuto fare ancora l'atto di donazione. I proprie­tari di detta casa sono tanto bravi che le Suore non hanno da pagare nessun interesse per detta somma. La casa è di nostra proprietà. A Bucita poi stiamo ancora nella solita casa perché la famiglia Mazza non ha terminato il lavoro di divisione dell'eredità.

« I lavori di restauro della casa di Paola, gra­zie a Dio, incominceranno subito. Per il Conven­to di S. Chiara ho fatto tutte le pratiche presso

il Provveditore di Catanzaro per fare incomin­ciare i lavori al piú presto.

« La casa di Marano non è di nostra proprie­tà, ma vi è l'amministrazione; vicino a detta ca­sa vi è un pezzo di terreno di circa 5 tomolate che ne usufruiscono le Suore, hanno anche un mensile di 12.000.

« Le posso assicurare che le Suore vivono bene su tutti i punti di vista. Riguardo alla casa di Pietrapaola, 1'11 maggio vanno due Suore per preparare la casa per poi mandare quelle di Comunità. Il mensile delle Suore è di 5.000 per ciascuna.

« Per S. Mango d'Aquino prima di aprirla biso­gna pensarci bene perché la casa non è idonea per una comunità di Suore.

« Il resoconto finanziario è dall'ottobre 1950

a quello 1951. Se poi V. P. lo vuole fino ad oggi, la prego di scrivermi di nuovo.

« Le accludo nella presente anche le relazioni di tutte le nostre case filiali.

« Non mancherò di continuare a pregare per la vostra paternità e che il buon Dio la faccia vivere per molti e molti anni ancora.

« Gradisca Rev.mo, i miei sentiti ossequi, an­che da parte della Madre Vicaria e di tutte le Suore, bacio la mano chiedendo la S. Benedizione. Dev.ma in G. C.

Suor Elena Aiello Sup. Generale ». Ed ecco due lettere del P. Manzo.

Napoli, 5-5-52 «Rev.ma M. Generale, ho ricevuto il plico raccomandato ed assi­curato insieme con la Vostra lettera, che conte­neva le dovute spiegazioni.

Vi ringrazio e mi congratulo del molto bene che fanno le vostre Suore in tutte le case del vostro Istituto.

Vi prego di mandarmi, con sollecitudine, l'elenco delle case, nelle quali vi è l'Orfanotrofio e il numero delle orfanelle di ciascun Orfano­trofio.

Raccomandatemi al Signore.

Tanti saluti anche alla Madre Vicaria. Insie­me con Lei vi benedico, con tutto il cuore Padre Giuseppe Manzo Assistente Pontificio »

Napoli, 8-3-52 «Rev.ma Madre, Rispondo, con alquanto ritardo, alla Vo­stra del 27 dello scorso mese, perché sono stato sempre in giro a Roma per il mio ufficio di Visi­tatore Apostolico.

Sono contento che il Padre Pasquale De Florio dei Liguorini abbia dato gli esercizi alle Novizie che dovevano essere ammesse alla Professione.

Ho ricevuto la bella immaginetta-ricordo del­le nuove nove professe. Nel ringraziarle, mi con­gratulo con esse che hanno ascoltato la voce del­lo Sposo Divino che le invitava e si sono consacra­te completamente a Lui, e auguro loro di essere spose fedeli di Gesú fino alla morte.

Mi congratulo poi vivamente con Voi per l'apertura della prima casa fuori Diocesi a Pen­tone. E' un notevole progresso fatto dalla Vostra Congregazione. Sia ringraziato il Signore.

Non trovo difficoltà che mandiate le Suore prima a S. Mango d'Aquino e poi in seguito a Rossano.

Per la metà dell'entrante settimana (nella pri­ma metà sarò fuori di Napoli) fatemi sapere se avete avuto il permesso scritto dall'Arcive­scovo di aprire la casa a S. Sisto, essendo tra­scorsi dal 27 del mese scorso parecchi giorni. Coraggio e fiducia nel Signore. Le Opere di Dio sono sempre le piú combattute.

Pregate per me che vi benedico, con tutto il cuore.

P. Giuseppe Manzo Ass. Pontificio ».

In quello stesso anno, al re.mo P. Manzo, cui l'età incominciava a rendere penoso lo spo­starsi per l'Italia e l'attendere ai diversi incarichi, successe come Assistente Pontificio, il rev.mo P. Bonaventura.

Il documento relativo, trasmesso alla M. Ge­nerale, è di tale tenore:

« Sacra Congregazione dei Religiosi N. 721-49

« La Sacra Congregazione dei Religiosi tenen­do conto della particolare situazione in cui si tro­va la Congregazione delle Suore Minime della Passione, la di cui Casa Madre è nella Città di Co­senza, ha decretato di stabilire,

come con questo decreto stabilisce, il Rev.mo Padre Bonaventura da Pavullo, Assistente Reli­gioso del medesimo Istituto con la facoltà an­nessa a codesto Ufficio.

Pertanto spetterà all'Assistente Religioso, con opportuno Consiglio e diligente cura assistere e dirigere il Governo Generale, nella direzione del­la Congregazione. Se ocorresse però qualche ne­gozio di maggior momento non sarà nella pote­stà dell'Assistente Religioso provvedervi, ma si dovrà ricorrere a questa S. Congregazione. Non ostante qualsiasi cosa in contrario dato da Roma il 30-9-1952.

P. Arc. Larraona Segretario ».

Al P. Bonaventura è toccato di continuare nell'incarico suddetto. Quali siano i sentimenti del suo animo verso Suor Elena e la sua Opera è indicato abbastanza dalla lettera inviata alle Suore in occasione della morte della loro fonda­trice, madre e superiora, e da noi riportata all'i­nizio.

Nella relazione al 1° capitolo generalizio in mo­do abbastanza conciso e pur tanto significativo, subito dopo aver riferito la lettera circa « l'ap­provazione della S. Sede, è detto:

« Essendo sorta, in seguito, fra 1'Ecc.mo Ar­civescovo di Cosenza ed il Consiglio Superiore dell'Istituto, disparità di giudizio sul valore giu­ridico del su citato decreto, affermando da un lato Sua Ecc. Revma che con quello la Congre­gazione delle Suore Minime della Passione non veniva riconosciuta di diritto diocesano; mentre il contrario ritenendo il Consiglio Generalizio, che non solo veniva con quel decreto la Congrega­zione costituita di diritto diocesano; ma addi­rittura di diritto pontificio, o quasi, la S. Con­gregazione dei Religiosi invitata ad esprimersi in merito, con suo venerato documento dell'8 giugno 1956 N. 721/49/C. 139 inviato all'Ecc.mo Arcivescovo con l'incarico di darne poi comu­nicazione alla Rev.ma Madre Generale, derimeva il dubbio cosí:

1) L'Istituto delle Suore Minime della Passio­ne è certamente Congregazione Religiosa di dirit­to diocesano a norma del Can. 488, n. 3. La con­cessione, infatti, del Pro-Decreto, non ha solo un aspetto meramente civile, ma implica un'ap­positio manum Sanctae Sedis che supera anzi gli estremi richiesti dal Can. 492.

2) Manca tuttavia il " decreto di lode ".

3) Qualora non sia stato fatto, venga convo­cato il Capitolo Generale a norma delle Costitu­zioni e del Diritto Canonico ».

D'altra parte, bastava la presenza dell'Assi­stente Pontificio a dimostrare che qualcosa sen­z'altro era intervenuto di nuovo col pro-decreto della S. Congregazione.

La Provvidenza disponeva che, non ostante tutto, l'avversità continuasse. Certo chi ne risen­tiva, giorno per giorno, i duri contraccolpi era principalmente e quasi esclusivamente Suor Ele­na. Una pausa si aveva soltanto nei brevi periodi di permanenza di don F. a Cosenza, tre o quattro volte durante l'anno.

Quindi, ogni occasione era buona per sminui­re l'Istituto delle Suore Minime e la sua fonda­trice. In particolare si insisteva nel trattarle come « foglie in balia del vento », denegando ogni valo­re al riconoscimento ottenuto. E' l'assunto, e­presso irosamente - come abbiam riferito - alla prima lettura del suddetto decreto.

La M. Generale, ormai da tempo costretta qua­si sempre a letto, ne soffriva immensamente; ma ergendosi in difesa delle sue figlie, ribatteva con energia l'assurda e continua campagna denigra­trice. Già parecchie volte, ragguagliandone Don Franco aveva espresso di recarsi a Roma, per far presente (se fosse stato possibile) a Sua Santità l'incresciosa situazione. Si decise, infine, nell'ot­tobre 1953.

Prese alloggio, per qualche giorno, presso le Sig.ne Di Marco (Via Gallia). Lí don Franco con­dusse per visitarla, il prof. Giacomo Giangrasso;

il gonfiarsi degli arti, fino al ginocchio, in ma­niera cosí preoccupante, poteva far pensare a qualche frattura o, comunque, a qualche causa che doveva eventualmente essere definita e tolta. Il prof. Giangrasso la volle ricoverare presso la Clinica « Salvator Mundi n, dove si sarebbe proceduto con ogni comodità alle varie analisi, all'esame radiologico.

Suor Elena rimase in quella clinica dal 28 ot­tobre al 9 novembre.

Non fu riscontrato nulla di patologico; il gon­fiamento e le sofferenze agli arti erano causate dai fori dei piedi. Niente da fare.

Eppure Elena non poteva reggersi in piedi, senza essere aiutata.

Appena in Clinica, Suor Elena che pensava soltanto al modo di allontanare la nebbia che aduggiava pesantemente la sua giovane congrega­zione, ripeté a don Franco, questa volta, a viva voce la sua determinazione di esporre umilmente, di far pervenire a Sua Santità la scarna descri­zione dei fatti.

A tale scopo, ella aveva portato con sé la ne­cessaria documentazione.

Il sacerdote, dopo avere attentamente consi­derato ed essersi consigliato da persona piú che prudente ed autorevole, si recò in Segreteria di Stato, facendo presente il desiderio, la preghiera dell'umile Suora.

L'illimitata fiducia di Suor Elena nella Sede Apostolica ricevette in quell'occasione un vero premio. S. Ecc. Montini (il Sommo Pontefice Pao­lo VI) allora Pro-Segretario di Stato di Sua San­tità, andò personalmente a sentire questa figlia di S. Francesco di Paola, venuta dalla Calabria, non per cercare un rimedio (che ben sapeva ine­sistente) alle sue sofferenze fisiche, ma per invo­care protezione e difesa per le sue Figlie, per la sua Opera, e perché fosse rispettato il decreto della S. Congregazione dei Religiosi.

S. Ecc. Montini s'intrattenne per piú di venti minuti, ascoltando attentamente Suor Elena che, dal suo letto, espose col cuore sulle labbra, l'in­cresciosa (e quasi incredibile) situazione perdu­rante ormai da anni, nei rapporti con S. E.

Non è facile descrivere, illustrare, la forza di quel linguaggio, di quella eloquenza spontanea, mentre l'anima limpida e ardente scintillava in quelle pupille che davano l'impressione di pene­trare e di leggere nel vostro interno.

S. E. Montini si rese subito conto delle ra­gioni della Suora e le promise che la sua pre­ghiera sarebbe stata esaudita. Sua Santità ne sa­rebbe stato edotto.

Chiese infine che gli fosse rimessa la relativa documentazione. « Non ha nessuno, qui, a Roma, cui affidarla? ». « C'è il prof... » rispose subito Suor Elena ». E cosí don Franco, dopo alcuni giorni, conse­gnò bene ordinata, in nove punti ben distinti, la documentazione a sua disposizione, accompagnan­dola con una lettera (Roma 15 nov. 1953).

In essa faceva presente che la stessa docu­mentazione era stata già presentata alla S. Con­gregazione dei Religiosi dal Rev.mo P. Giuseppe Manzo S. J., il quale, per incarico del medesimo Sacro Dicastero aveva scrupolosamente esaminato sul posto i fatti, specie quelli riguardanti i casi di S. Fili e di S. Sisto.

Che egli stesso, interessato dalla Superiora Generale e dal P. Manzo, aveva interposto la sua modestissima opera presso l'Arcivescovo di Co­senza, Mons. Baldelli, e le Sacre Congregazioni dei Religiosi, Concistoriale e dei Seminari, nel­l'intento di vedere dissipati difficoltà e fraintesi per il bene dell'Istituto che tanto amore riscuote presso la popolazione, specialmente piú bisogno­sa, di Cosenza.

E concludeva: « La Madre Aiello, per il mio sommesso tramite, rinnova alla benevola com­prensione della Eccellenza Vostra la piú viva gra­titudine che per sempre Le serberà davanti a Dio, mentre confida ch'Ella, con il Suo autorevolissi­mo intervento, riuscirà a sollevare la Famiglia religiosa delle Minime della Passione dal grave disagio nel quale da anni si trova ».

Da una lettera, inviata da Suor Elena a S. Ecc. Montini, copia della quale ella come di consueto trasmette al P. Assistente, risulta ancora la be­nevolenza dimostrata da S. Eccellenza.

Ecco il testo della lettera: « Cosenza 9.6.1954

A Sua Ecc.,za Giovanni Battista Montini Segreteria di Stato

Città del Vaticano Eccellenza Rev.ma, ho ricevuto la Sua pregiatissima del 2 c.m. n. 324445 con il ricambio degli Auguri Pasquali e La ringrazio delle Sue pastorali e confortanti espressioni che animano il nostro spirito a so­stenere, con forza e fiducia in Dio, quanto Egli dispone nello svolgimento delle Sue Opere, per la nostra santificazione.

Con venerazione bacio la Sacra Destra ecc ». Superando l'opposizione di alcuni (dello stes­so Mons. Sposetti che avrebbe voluto non si fa­cesse nulla), dopo qualche mese, la S. Congrega­zione dei Religiosi rimise la faccenda al P. Bona­ventura, deputandolo come visitatore a « mettere pace » tra S. E. e l'Istituto.

In una lettera del 30 gennaio 1954, la Madre Generale informava don Franco: « Il P. Bona­ventura, quando ha parlato con S.E. 1'A. l'ha tro­vato molto aspro, quindi si vede chiaro che Mons. Sposetti lo aveva informato di tutto...; ha ripetu­to le stesse frasi, cioè: noi non siamo ancora ri­conosciute e .che siamo sotto la sua dipendenza; che se noi vogliamo aprire altre case fuori (Diocesi), abbiamo bisogno del suo permesso, anche se si tratta della casa di Roma ».

Il P. Bonaventura doveva frenare l'impazien­za e lo slancio di don Franco e procedere secon­do le direttive donategli. Agí rettamente, secondo coscienza, e nel 1956 si ebbe la risoluzione della S. Congregazione dei Religiosi, da noi sopra tra­scritta.

Di essa, S. E. dovette dare comunicazione alla M. Generale: l'Istituto delle Suore Minime col Pro-Decreto del 1948 era senz'altro piú di una semplice congregazione di diritto diocesano. La Diocesi era stata superata dall'intervento della S. Sede.

S. E., tuttavia, continuerà, sia pure in tono minore e ad intervalli sempre piú lunghi, a par­lare dell'approvazione che egli avrebbe dovuto ancora dare. Lo fece (e per l'ultima volta, ché dopo una settimana circa, si spense) mentre il feretro di Suor Elena era appena arrivato da Ro­ma nella Cappella della Casa Madre e la comunità era come smarrita per la perdita della sua gran­de Fondatrice. Dopo aver chiesto con una certa irritazione, come si era ottenuto il seppellimento, lí nella Cappella, si rivolse alla M. Vicaria, ag­giungendo: « Ora che Suor Elena è morta, l'Isti­tuto è alle mie dipendenze » e accennò alla no­mina di un direttore!

Le Suore, da questi pochi saggi, avranno con­ferma o apprenderanno come la loro congregazione sia venuta su qual tenero virgulto tra le spi­ne, seguendo il cammino che la Provvidenza ha tracciato nel suo stesso Figliolo a tutte le anime elette, a tutte le opere di bene: la via regia della santa croce. 

Vicende storiche - Una giornata nella casa madre

Ritorniamo a fissare lo sguardo su Elena Aiel­lo, a seguirne l'attività, la vita.

La storia di un'anima, come la storia spiri­tuale di un popolo, è cosí intima che è difficile a raccontarsi, e la sua parte migliore è scritta dagli Angeli nel Libro di Dio. E i nostri sono ap­pena dei cenni.

La narrazione ci ha portato oltre; ma fra tan­te altre, c'è qualcosa che piace rievocare.

Dal 1.8.1936 al 24.3.1939, proprio al tempo del passaggio all'attuale Casa Madre, fu prefetto di Cosenza, il dr. Guido Palmardita. Una sua figliola, Vera, dal nov. 1936 e per i pochi mesi (nel luglio 1937 morí a Roma) della sua permanenza a Co­senza, fu sempre vicina a Suor Elena.

L'è che fin dai suoi primi contatti la gio­vane eletta fu conquisa dalla semplicità, dalla vir­tú, dall'opera di Suor Elena: e col padre, ne de­cantava le virtú e lo spirito di abnegazione: « Si era immedesimata dell'ansia, delle preoccupazio­ni della Suora, per il trasferimento dell'opera na­scente in locali piú adatti; e insisteva: la protezione, l'aiuto a Suor Elena, lo desidera Gesú per la salvezza di tante creature derelitte; Suor Elena ha la passione, l'ardore, l'entusiasmo per esse ed ascolta la voce del Signore. Qualunque cosa si faccia è sempre poco... ».

E' questo un appunto, datomi gentilmente da S. Ecc. Palmardita, attualmente dimorante a Ro­ma. Nel diario di Vera (nov. 1936) leggiamo: « Io non so, darei tutto ai poveri, specialmente i bim­bi mi fanno tanta pena...

« Oggi sono stata dalla Monaca Santa; vera­mente Santa è Suor Elena o meglio la sua opera. Care quelle bimbe, quanto sento di amarle! E dire che alle volte mancano di pane, mentre c'è chi ne ha troppo. Signore, pietà, pietà di loro e provvidenza per quelle piccole abbandonate, che non conoscono il sorriso della mamma. Darei tutto per esse!».

« Dopo la scomparsa di Vera, tutti noi - con­tinua l'appunto - fummo piú vicini a Suor Elena. Eravamo edificati dall'ardenza del suo cuore. Es­sa fu l'unico conforto per la desolata mamma di Vera ».

E quale conforto! « Fui personalmente in due venerdí del marzo 1938, con il Questore, il mag­giore dei Carabinieri e il Prof. Santoro ai feno­meni straordinari: le doloranti ferite delle mani, dei piedi, del costato, il sudore sanguigno, le vi-

sioni e la trasformazione immediata alla fine, con la scomparsa del sangue, sul volto luminoso e raggiante ».

Riporto dalle brevi note conservate da S. Ecc. Palmardita, alcune frasi di Suor Elena, durante il fenomeno: « Cosenza, 24 marzo 1938 « Ah! se mamma mettesse le sue lacrime nel costato e nel cuore di Gesú! » (Suor Elena ripete a voce alta, quanto Vera che le appare beata, le riferisce).

« Il Cuore di Gesú - Gemma Galgani e Vera con in mano due gigli. Vera mi si avvicina, man­data da Dio per aiutarmi a sopportare tante sof­ferenze, perché altrimenti ne morirei.

« Maria Maddalena ai piedi della Croce; Mar­ta, gli Angeli raccolgono le gocce di sangue ».

« 15 aprile 1938. Vuoi entrare con me nel Get­semani? Devi soffrire per i peccatori... Il peccato d'impurità ha reso l'uomo abominevole... Beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt.

« Gli Angeli s'appressano a Gesú e tendono le mani per togliere il sangue aggrumato dai suoi occhi.

« Per essere perfetta (è Vera che le parla), devi attraversare il deserto, prima di giungere alla terra promessa. Euge, euge. Coraggio: ogni dolore è una fiamma che trafigge: ma il Signore - un giorno ti farà risorgere alla gloria divina.

« Gesú dice: Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno.

« Guarda le orecchie intrise di sangue, peste dagli schiaffi, lacerate dalle spine. E le anime so­no sorde, ostinate alla voce della grazia.

« I soldati bestemmiano; nella destra, il buon ladrone: " Ricordati di me quando sarai nel tuo regno

« Gesú è morto. Giuseppe, Marta, Maddalena, Nicodemo preparano il lenzuolo per avvolgere Gesú ».

« Il soldato dalla parte destra ferisce il cuore di Gesú ».

« Gesú è deposto dalla Croce: gli Angeli a mil­le a mille, sopravolano dalla Croce ed accompa­gnano Gesú ».

« Gesú è nelle braccia di Maria; Marta lo sor­regge, Maddalena ai piedi; gli Angeli raccolgono il sangue. Bisogna soffrire per i peccati degli uo­mini; è l'impurità che trafigge il cuore di Gesú ». « Un campo di soldati. L'Italia attraversa un periodo terribile, ma sarà salva, perché vi è la Sede del Vicario di Cristo. Oh! l'Inghilterra firma il contratto con l'Italia, ma non è sincera... ».

« Devi soffrire non solo per i peccatori, ma per la civiltà d'Italia ».

Alle ore 5 del mattino del giorno 17 Aprile 1938: sabato santo; Gesú risorto appare ad Ele­na dicendole: « Sorgi e combatti ».

Nel trigesimo della morte di Vera, Suor Elena cosí scriveva ai genitori:

« Grazie della bellissima figurina, che costi­tuisce il mio, il nostro migliore e gradito ricordo della indimenticabile Vera.

« La sua nobile figura, il suo sorriso di bontà e di purezza, la sua anima elettissima vive e vivrà nel ricordo che non muore di tutti coloro che ebbero la fortuna, come noi, di conoscerla ed amarla.

« Ella, sempre prima in tutte le manifestazioni di carità, era l'angelo consolatore delle mie pic­cole abbandonate, per le quali aveva sempre la parola buona e confortatrice, ed alle quali inse­gnava ad amare e benedire la vita...

« Non ci sembra vero che Ella non sia piú fra noi... la vediamo ogni ora, ci intratteniamo con lei, a lei esponiamo i nostri bisogni, a lei ri­volgiamo la nostra diuturna e fervida preghiera... « Nel trigesimo della sua scomparsa abbiamo fatto celebrare la Messa nella nostra Cappella, sul catafalco le bambine hanno deposto i piú bei fiori del nostro giardino, quei fiori che Ella tanto amava...

Cosenza, Luglio 1937-XV ». S. Ecc. Palmardita a proprie spese curò l'ere­zione dell'asilo interno, nella Casa Madre, che fu intestato a Vera.

In una lettera, la Madre Generale ricorda quel periodo di tempo (con S. Ecc. Nogara e il pre­fetto Palmardita) come davvero fausto per la sua opera.

« Cosenza 28.6.1947. Eccellenza, di ritorno da Roma, sento il dovere d'inviar­Le i miei ringraziamenti per tutte le premure usatemi. Abbiamo parlato di loro a tutta la comunità e tutte l'aspettano con ansia qui a Co­senza.

« Speriamo che questa venuta si verifichi al piú presto e la loro presenza apporti al mio Istituto un raggio del primitivo benessere.

« Gradisca i miei ossequi estensibili alla Si­gnora e alle gentili Signorine ».

S. Ecc. Palmardita parlò di Suor Elena a Mussolini, che se ne interessò vivamente e man­dò anche un sensibile aiuto alla Casa di Cosen­za. E' questo un precedente che spiega la per­plessità creata nel Duce dalla missiva che Suor Elena gli fece pervenire alla vigilia della grande ultima guerra.

Tale lettera fu pubblicata il 19 marzo 1956 dal « Giornale d'Italia ».

Don Franco la lesse a Roma, quando per il 2 maggio Suor Elena, venuta per la canonizza­zione di Gemma Galgani, la portò per consegnar­la alla sorella del Duce, la buona, modestissima e tanto affettuosa signora Edvige.

« Cosenza 23 Aprile 1940 Al Capo del Governo Benito Mussolini Duce,

vengo a Voi in nome di Dio per dirvi ciò che il Signore mi ha rivelato e che vuole da voi. Io non volevo scrivere, ma ieri, 22, il Signore mi è apparso di nuovo imponendomi di farvi sa­pere quanto segue:

« Il mondo è in rovina per i molti peccati e particolarmente per i peccati d'impurità che

sono arrivati al colmo dinanzi alla Giustizia del mio Padre Celeste. Perciò tu dovrai soffrire ed essere vittima espiatrice per il mondo e parti­colarmente per l'Italia, dove è la sede del mio Vicario. Il mio Regno è regno di pace, il mondo invece è tutto in guerra.

« I Governatori dei popoli sono agitati per acquistare nuovi territori. Poveri ciechi!... Non sanno che dove non c'è Dio non vi può essere alcuna vera conquista! Nel loro cuore non vi è che malvagità e non fanno che oltraggiarmi, de­ridermi, disprezzarmi! Sono demoni di discor­dia, sovvertitori dei popoli e cercano di travol­gere nel terribile flagello anche l'Italia, dove sta Dio in mezzo a tante anime e la sede del mio Vicario, Pastor Angelicus.

« La Francia, tanto cara al mio cuore, per i suoi molti peccati, presto cadrà in rovina e sarà travolta e devastata come Gerusalemme ingrata.

« All'Italia, perché sede del mio Vicario, ho mandato Benito Mussolini, per salvarla dal­l'abisso verso il quale si era avviata, altrimenti sarebbe arrivata in condizioni peggiori della Russia. In tanti pericoli l'ho sempre salvato; adesso deve mantenere l'Italia fuori della guerra, perché l'Italia è civile ed è la sede del mio Vi­cario in terra.

« Se farà questo avrà favori straordinari e farò inchinare ogni altra Nazione al suo cospetto. Egli invece ha deciso di dichiarare la guerra, ma sappia che se non la impedirà, sarà punito dalla mia Giustizia! ».

« Tutto questo mi ha detto il Signore. Non crediate, o Duce, che io mi occupi di politica. Io sono una povera Suora dedicata all'educazione di Piccole abbandonate e prego tanto per la vo­stra salvezza e per la salvezza della nostra Pa­tria.

Con sincera stima dev.ma Suor Elena Aiello ».

La lettera fu consegnata alla sorella del Du­ce, D. Edvige, il 6 maggio 1940; ed ella la con­segnò a Mussolini qualche giorno dopo.

Un'eco di essa la riscontriamo nella seguente inviata a D. Edvige.

« Montalto Uff. 15 Maggio 1943 « Gent.ma Donna Edvige,

questo mio lungo silenzio vi avrà fatto forse pensare che io mi sia dimenticata di voi, mentre invece io mi ricordo tutti i giorni, nelle mie po­vere preghiere, seguendo sempre le dolorose vi­cende della nostra bella Italia.

« Noi ci troviamo fuori Cosenza, a causa dei bombardamenti. La barbarie nemica ha sfogato il suo odio, sganciando bombe sulla città di Co­senza, causando devastazione, dolore e morte fra la popolazione civile.

« Io mi trovavo a letto con le sofferenze: tre bombe sono cadute vicino al nostro Istituto, ma il Signore ci ha salvato nella sua infinita bontà e misericordia. Per tenere lontane le bambine dal pericolo di nuove incursioni, ci siamo rifu­giate a Montalto Uffugo, mio paese natio, dove ci troviamo certamente a disagio, ma tutto offria­mo al Signore per la salvezza dell'Italia.

« La ragione di questo mio scritto è per ri­volgermi nuovamente a voi, come nel mese di maggio del 1940, quando venni a Roma presen­tata dalla Baronessa Ruggi, per consegnarvi in inscritto le rivelazioni avute dal Signore riguardo al Duce. Ricordate quando il 6 maggio del 1940 dicevamo che il Duce aveva deciso di fare la guer­ra, mentre il Signore gli faceva sapere nella mia lettera che doveva salvare l'Italia dalla guerra altrimenti sarebbe stato punito dalla Sua divina Giustizia? " In tanti pericoli - diceva Gesú - l'ho sempre salvato; anche lui, adesso, deve sal­vare l'Italia dal flagello della guerra, perché vi è la sede del mio Vicario. Se farà questo gli darò favori straordinari e farò inchinare ogni altra Na­zione al suo cospetto; invece lui ha deciso di fare la guerra, ma sappia che se non la impedisce, sarà punito dalla mia Giustizia ".

« Ah!... se il Duce avesse dato ascolto alle pa­role di Gesú, l'Italia non si sarebbe trovata ora in cosí triste condizione!...

« Io penso che il cuore del Duce sarà molto rattristato nel vedere l'Italia, da un giardino fio­rito, trasformato in un campo deserto, seminato di dolore e di morte. Ma perché continuare que­sta guerra terribilmente crudele, se Gesú ha detto che per nessuno vi sarà vera vittoria? Perciò, Cara Donna Edvige, dite al Duce, a nome mio, che questo è l'ultimo avviso che il Signore gli manda. Potrà ancora salvarsi mettendo tutto nelle mani del Santo Padre. Se non farà questo - diceva il Signore - presto scenderà su di lui la Giustizia Divina. Anche gli altri Governatori che non ascolteranno gli avvisi e le direttive del mio Vicario saranno raggiunti e puniti dalla mia Giu­stizia. Vi ricordate il 7 luglio dell'anno scorso quando mi dicevate che cosa ne sarebbe stato del Duce ed io vi risposi che se non si fosse mante­nuto unito al Papa sarebbe finito peggio di Na­poleone? Ora vi ripeto le stesse parole: Se il Du­ce non salverà l'Italia rimettendosi a quanto dirà e farà il Santo Padre, presto cadrà; anche Bruno dal cielo chiede al padre la salvezza dell'Italia e di lui stesso.

« Il Signore dice spesso che l'Italia sarà salva per il Papa, vittima espiatrice di questo flagello, perciò non vi sarà altra via per la vera pace e per la salvezza dei popoli, fuori di quella che traccerà il Santo Padre.

« Cara Donna Edvige, riflettete bene come tut­to ciò che ha detto il Signore si sia perfettamente avverato.

« Chi è che ha causato tanta rovina all'Italia? Non è stato forse il Duce per non avere ascoltato le parole di nostro Signore Gesú Cristo?

« Ora potrà ancora rimediare facendo quanto vuole il Signore.

Io non mancherò di pregare ».

Riflessi di questa corrispondenza con la si­gnora Edvige, riscontriamo nella seguente lettera, che non ha bisogno di commenti:

«  Rev.ma Suor Elena Aiello

Superiora dell'Istituto S. Teresa del B. Gesú Cosenza « Rev.ma Madre,

sono passati sette anni dal giorno in cui ebbi l'onore e la gioia di essere da lei ricevuta nel Con­vento, Suore di Malta, Via Iberia - Roma. Da quel giorno non ho mai dimenticato quell'ora santa che passai in Sua compagnia. Le chiesi una gra­zia che poi ottenni: come avrei potuto dimenti­care un incontro con una Santa?

«Non so dirLe, Rev.ma Madre, quante volte nel mio grande strazio di madre e di sorella abbia pensato a Lei e alle Sue parole profetiche che mi scrisse ai primi tempi della guerra. Nell'aprile del 1945 oltre che alla perdita di mio fratello ebbi quella di mio figlio Giuseppe ventunenne e del marito della mia prima figlia i quali furono tutti assassinati al nord d'Italia nello stesso giorno.

«Rev.ma Madre come io abbia potuto soprav­vivere a tanto dolore non lo so, lo saprà il buon Dio dal momento che mi tiene in vita. Come non bastasse tutto questo, la mia vita è un continuo susseguirsi di guai e di preoccupazioni, ora è la volta di una mia figlia ammalata di nome Maria Teresa madre di due bambini, la quale oltre ad essere ammalata si trova in condizioni finanzia­rie poco buone.

Suo marito dovrebbe vincere una causa che gli potrebbe fruttare da vivere discretamente, ma se non ci sarà l'aiuto del nostro Signore e dei Santi sarà difficile gli sia resa giustizia.

« Ho pure mio figlio Paolo l'unico maschio ri­mastomi, che nella seconda quindicina di otto­bre dovrebbe sostenere gli ultimi due esami per poi laurearsi. Questo mio figlio è stato sei anni fuori corso per i grandi patimenti e sofferenze avute durante e dopo la guerra, quindi anche lo studio ora gli riesce piú faticoso.

«Rev.ma Madre, nelle condizioni in cui si tro­vano questi miei poveri figli tanto bisognosi di aiuto, mi rivolgo a Lei a mani giunte supplican­dola di spandere su di essi le sue grazie e le sue benedizioni. Fiduciosa di essere esaudita Le in­vio devoti saluti unitamente alle sue Consorelle e con un abbraccio nel Signore mi creda sempre la sua aff.ma Edvige Mancini Mussolini Roma, Anno Santo 1950 ».

Durante il periodo della guerra, le bambine della Casa Madre ebbero sempre per la bontà della famiglia Leonetti, il pane di buona farina. Non lieve fu il disagio del loro trasferimento a Montalto Uffugo, come gravi furono i danni ma­teriali causati dal bombardamento.

Delle 16 macchine, da calze, da cucito, da maglieria ecc., buona parte andarono distrutte, il resto rese inservibili; banchi, scrivanie, lava­gne, tavoli, sedie... tutto da rifare.

Nell'esposto presentato alla Intendenza di Fi­nanza, dopo l'elenco dei danni subiti, era detto: « Si tratta di uno dei piú antichi laboratori per l'insegnamento tecnico della Provincia di Cosen­za, che ha fatto delle mostre e vinto concorsi.

Per mancanza di mezzi ora non può funzionare, mancando tutta l'attrezzatura necessaria.

« La sottoscritta (Suor Elena) fa presente che in detti laboratori vengono educate piccole ab­bandonate, figlie di reduci e di disoccupati, con corsi gratuiti e temporanei, organizzati dal Con­sorzio Provinciale per l'istruzione tecnica a fa­vore delle categorie assistibili... ». Ricorda le al­tre attività: scuole elementari, refettori scolastici, asili infantili e le altre opere di carità.

La ricostruzione fu lenta, e le offerte dei buo­ni, anche questa volta, dettero il maggiore ap­porto. Il mutamento avvenuto nella direzione della cosa pubblica, non contribuí certo ad alle­viare il disagio: e l'atteggiamento dell'autorità ecclesiastica verso l'Istituto di Suor Elena ebbe i suoi riflessi negativi nella stessa Prefettura.

Suor Elena, inoltre, il 28 agosto 1943, mentre attraversava, in una pubblica carrozza, il Corso Mazzini a Cosenza, veniva sbattuta a terra, dopo aver posto in salvo la bimba che aveva accanto; riportò la frattura del malleolo tibiale sinistro, del coccige, e altre ferite lacero-contuse.

Da allora, fu costretta a passare la maggior parte della giornata nella sua stanzetta, per lo piú a letto o su una poltrona, con la schiena sorretta da due cuscini. Era una sofferenza per lei il muoversi, mal reggendosi in piedi.

E dalla sua stanzetta o dalla loggia della quasi attigua grande sala, ella conduceva la sua grande battaglia in difesa dell'opera affidatale dalla Prov­videnza.

Don Franco ricorda l'attività della M. Gene­rale in quella stanzetta, nei mesi estivi, talvolta costretta per lunghi periodi a pigliare soltanto un pezzetto di ghiaccio, perché lo stomaco non sopportava nient'altro.

Attività che andava di continuo aumentando con l'affermarsi, con lo svilupparsi della Congre­gazione.

La Madre, al mattino, appena riassettata la stanza, aspettava che il sacerdote celebrante in Cappella le portasse la S. Comunione. Ella non poteva piú scendere in Cappella, se non eccezio­nalmente e con grande fatica. Solo in poche ri­correnze si otteneva il permesso di far celebrare la S. Messa o nella stanzetta della Madre, su un altare portatile o in una stanza accanto adibita a cappella.

Quindi, dava le eventuali direttive alle Suore per la giornata; anche le novizie, condotte dalla Madre Maestra, dopo la meditazione e la celebra­zione della S. Messa, salivano a ricevere dalla Madre la benedizione, accompagnata non di rado con moniti e direttive particolari.

L'arrivo della posta, con la messa a punto del­la corrispondenza da evadere, impegnava la Ma­dre, che dava le linee della risposta e talvolta la dettava alla Suora addetta. Oltre alle pratiche dell'Istituto, oltre ai problemi delle altre case, erano lettere di benefattori, di ignoti, che da ogni parte d'Italia e dall'America Settentrionale, si ri­volgevano a Suor Elena nelle loro sofferenze, chiedendole con viva fede che pregasse per loro, per i loro cari; lettere di anime angustiate che chiedevano consiglio e si raccomandavano alla sua intercessione.

Il vivo senso di gratitudine di Suor Elena ver­so i benefattori dell'opera, si manifesta nella par­te cosí toccante che ella prendeva ai loro lutti; le lettere inviate in tali occasioni sono tra le piú belle: si sente la genuina e ardente carità della grande anima che le dettava.

Trascrivo, come esempio, la lettera inviata a don Franco, un po' dopo la morte della mamma: « Cosenza, 9.11.1954. Rev.mo Professore,

rispondo con un po' di ritardo alla Vostra let­tera perché per mezzo della Signorina Anna sa­pevo ch'eravate andato a Salerno. Sia noi che quelli di casa siamo state molto preoccupate per la vostra andata a Salerno.

« Domenica scorsa sono venuti la Signorina Anna, Don Peppino e Gigino il quale è ancora inconsolabile per la dipartita della nonna: ben­ché molto sofferente, la sua presenza era sempre un insostituibile conforto d'affetto per tutte le vicende familiari.

« Per noi poi, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere il suo animo ricolmo di affettuosa bontà e di assisterla fino all'ultimo punto della sua vita è stata piú profonda e piú sentita la pe­na del distacco. Però la sua anima, purificata ed arricchita di meriti preziosi, sia per le opere di bene sempre perseguite nella sua vita terre­na, sia per la rassegnazione cristiana nella sua lunga sofferenza, è già nel gaudio di Dio e di là vi guarda e vi protegge e con la sua efficace pre­ghiera, continuerà a guidarvi per la via del bene di cui vi ha lasciato luminosi esempi.

« La visione della sua gloria e della eterna fe­licità raggiunta, deve lenire il vostro dolore e sollevando i vostri affetti alla purezza del suo amore vi deve far partecipi della sua felicità, poi­ché di là vi ama e vi protegge piú di quanto fece sulla terra.

« Il nostro ricordo nelle preghiere sarà quo­tidiano ed immancabile, sicure che la sua pro­tezione sarà per tutti e in modo particolare per Voi e per la nostra opera una garanzia di pro­sperità e di bene.

Con distinti saluti assieme alla Vicaria Vi ba­cio la mano... ».

Sempre dal suo letto, alquanto sollevata, ri­ceveva quanti venivano per le questioni piú im­portanti dell'istituto. Nei periodi che si trovava a Cosenza, era Don Franco, che, dopo la celebra­zione della Messa in Cappella, saliva e preso po­sto nella poltrona ai piedi del letto della Madre, si intratteneva con lei; erano le Superiore delle varie case, accolte con materna predilezione e con uno sguardo esprimente la soddisfazione, la gioia; in questi casi, spesso era presente anche la M. Vicaria.

In particolare, erano persone che venivano anche da lontano, per trovare uno spiraglio di luce alle loro angosce, un sollievo al loro dolore, una parola di fede allo smarrimento appa­rentemente senza via di uscita.

« Vi sono dei pensieri che sono preghiere. In certi istanti l'anima sta genuflessa, qualunque sia la posa del corpo ». Era lo stato abituale della anima di Suor Elena. In unione con Gesú e con Gesú Crocifisso, aveva la grazia di comunicare agli altri la sua fede, il suo ardore, la sua sere­nità, frutto dell'abbandono filiale alla divina Provvidenza.

« Ohimé! sventura a chi avrà amato solo i corpi, le forme, le parvenze, perché la morte gli strapperà ogni cosa. Amate invece le anime e le ritroverete ».

In tali circostanze, Suor Elena, grave e affet­tuosa come una madre, non badava al tempo; era intenta a fare accettare il dolore, la sventura, con la rassegnazione che è un dovere del fedele, nella sottomissione filiale alla volontà di Dio.

Sapeva ascoltare silenziosa la manifestazione dell'animo in pena; come conosceva il momento per parlare. E quale meravigliosa consolatrice!

Non tentava di cancellare il dolore con l'oblio, bensí d'ingrandirlo e nobilitarlo con la fede e con la speranza.

Sapeva che la fede è tuttora sana e riusciva a confortare e a ben disporre chi era entrato da lei con la disperazione nel cuore.

Piú spesso, si ricorreva a Suor Elena quando la sventura era soltanto una minaccia; allora lei pregava e prometteva preghiere dalle sue bambine, disponendo l'animo in angoscia alla spe­ranza o alla rassegnazione.

Qualche anno prima del 1950 ritornando co­me di consueto a Cosenza, per le solennità nata­lizie, don Franco trovò la famiglia nella piú viva costernazione: un'emorragia interna aveva sve­lato la presenza di un grave male nella mamma settantatreenne. La diagnosi non lasciava speran­za: l'esame istologico aveva confermato il re­sponso dei medici. Don Franco non entrò nep­pure in casa; andò diritto dalla Madre Generale.

La trovò al suo posto di lavoro e di raccogli­mento: nel suo letto, con le spalle coperte dalla consueta mantelletta di lana bianca, e il rosario in mano. « Madre, Vi avevo tanto raccomandato la salute di mia madre »! E in breve la ragguagliò. Suor Elena sembrò raccogliersi ancor piú: ri­mase per un po' grave e silenziosa; quindi, con la piú grande tranquillità: « Don Cí, non è nien­te. Andate a Roma; le faranno l'applicazione del radio e tutto scomparirà ». E don Franco non ebbe alcun dubbio. Ritornato a casa, comunicò la sua fiducia ai familiari, che celebrarono come di consueto la solennità del Natale. Il 26 dicem­bre partirono per Roma dove il Prof. Cattaneo, confermata la diagnosi, procedette alla cura ac­cennata da Suor Elena. Dopo la seconda appli­cazione, ogni traccia del male era scomparsa: « Se Lei chiama uno specialista - disse tutto lieto - e fa visitare la Signora, dirà che noi ab­biamo sbagliato diagnosi ».

Lo stesso don Franco, nel luglio del 1950, rientrato a Cosenza sotto il peso di una grave pena nell'animo, andò dalla Madre a ragguagliarla di tutto. Anche questa volta, lei rimase alquanto silenziosa, e, quindi: « Non ogni male viene per nuocere » (e sí che l'accusa, avallata con legge­rezza, era davvero pesante). « A ottobre voi an­drete a Roma e dopo quindici giorni, avrete l'in­segnamento ».

Quindi, sorridendo aggiungeva: « Ma voi non sapete neppure difendervi ».

Tutto si realizzò, come Suor Elena aveva con tanta semplicità preannunziato, e d. Franco dopo quindici giorni dalla sua andata a Roma, vi in­cominciò il suo insegnamento.

Ecco perché i benefattori si ritenevano sempre debitori verso " a monaca santa ": ricevevano molto piú di quanto ben volentieri essi potevano fare per lei e per l'istituto.

Quante famiglie guardavano a Suor Elena, alle sue preghiere, alle sue sofferenze, come a un loro parafulmine, a una loro sicurezza, tanta era la fiducia che in lei riponevano!

Le prime ore pomeridiane erano ordinaria­mente di assoluta quiete; predominava la medita­zione, la preghiera; quindi riprendevano il lavo­ro della corrispondenza, il disbrigo delle varie cure, fino a sera.

Nelle preghiere serali aveva spesso con sé la M. Vicaria.

Qualche volta, la Madre confidò a don Franco che nella notte, nel lungo e profondo silenzio, preparava o concretava le soluzioni, le decisioni da prendere, dopo aver chiesto il consiglio dalle per­sone adatte.

Non di rado la Madre narrò di visite, di collo­qui avuti nella notte, con defunti che particolari rapporti avevano avuto in vita con lei e con l'I­stituto.

Cosí dopo venti giorni dalla morte, vide nella sua « stanza », seduta alla medesima poltrona ai piedi del letto, la mamma di don Franco, in un colloquio di circa venti minuti. Cosí una mattina presto, tutta la Casa Madre fu svegliata da un grande rumore, come di un grande colpo che aveva aperto la porta della stan­za di Suor Elena. Accorsero: e lei con la con­sueta calma, raccontò la visita fatta dal defunto P. Donnarumma, che era venuto a ringraziarla per le intense preghiere fatte rivolgere a Dio per la sua anima da tutta la comunità.

Ma è tempo di volgere intorno lo sguardo per la Casa Madre. Al piano terra, la stanza della M. Vicaria che presiede all'attività della Casa: dal lavoro nei laboratori, a quello della cucina, e del grande orto, all'osservanza regolata degli altri doveri. Il grande vantaggio dell'ubbidienza: ognu­na svolge bene il suo compito, che viene integrato da quello delle altre. Le tempeste, le preoccupa­zioni sono fermate, sono superate in alto.

In qualsiasi momento della giornata tutte e ognuna sono occupate nel proprio lavoro, per ritrovarsi tutte in Cappella per le pratiche di pietà in comune, nelle ricreazioni, a refettorio. Virgilio descrive nell'Eneide (1, 614-643) la città operosa, che assimila ad un alveare:

« L'api cosí nella stagion novella s'affaticano al sole in mezzo ai fiori quando traggon fuor la prole adulta, o quando, il miele liquido stipando, di nettare soave empion le celle, o se prendono il carco alle tornanti loro compagne, o se in serrata schiera dall'alveare cacciano gli sciami infingardi dei fuchi; e l'opra ferve, e aulisce di timi il miel fragrante » (628-638).

La Casa Madre, nell'ordine piú perfetto, of­friva un simile spettacolo.

E le piccole avevano finalmente l'aria, la luce, e tutto il sole necessari per il loro sano sviluppo. Basta affacciarsi nell'atrio interno tutto aper­to verso i verdi colli e i monti della Sila che ad oriente lo sovrastano; mentre ad ovest, quasi lun­go il confine dell'orto, scorre il Crati, con il suo lieto mormorio.

Veglia su tutte, dalla sua stanzetta, dal suo letto, che è ormai da anni il suo posto di lavoro, la buona Madre Generale: vuole che le bambine si sentano a loro agio, come le altre bimbe nelle loro famiglie.

Primeggia, naturalmente, la formazione reli­giosa. Uno degli aspetti dell'attività pastorale di S. Ecc. Nogara è costituito dall'impulso dato all'istruzione religiosa della nostra gente. Molti ricordano le gare e i premi da lui stabiliti. Nell'Istituto di Suor Elena si conservano i di­plomi con relativi premi di I° (medaglie d'oro), II° (medaglie di argento), III° grado (medaglie di bronzo).

Attività sempre continuata, con vero zelo dalle Suore Minime, come rileva la seguente lettera: « Gioventú Femminile di Azione Cattolica Ita­liana 27.9.1955

Rev.ma Madre Generale

Suor Elena Aiello  Cosenza Nei pochi anni che sono in Calabria in qualità di dirigente regionale della Gioventú Femm.le di Azione Cattolica, posso affermare con tutta sin­cerità e senza timore di esagerare, quale immen­so beneficio ed aiuto siano le Sue Suore nella nostra diocesi.

« Ho avuto modo di conoscerle bene nelle mie diverse soste durante la mia attività apostolica e quale gioia ne ho avuto, quando allo spirito di pietà, ben soda, ho trovato immensa la carità, è proprio sempre in atto il Suo motto " Charitas " sia nel prodigarsi verso tutte le necessità delle zone in cui vivono, ma maggiormente verso l'in­fanzia.

« In diversi paesi, privi di tutto, la presenza delle Sue Suore è stata ed è veramente benefica e provvidenziale per il bene delle anime; le Sue case sono spesso le nostre sedi di Azione Cattoli­ca, anche se piccole e povere vi è tutto il loro cuo­re e con tanta generosità accolgono le nostre gio­vani di ogni età e condizione sociale perché ri­temprate nello spirito, possano guardare con se­renità e fiducia la loro giovinezza.

« Voglia il Cielo che possano presto estendersi in quasi tutta la regione Calabra e che dall'Alto venga quel meritato riconoscimento, tanto desi­derato da Lei Madre, e da tutti noi che risentiamo i benefici di questa santa istituzione.

Con deferenti ossequi La Delegata Regionale Franca Maltese ».

E la formazione religiosa porta frutti mira­bili, quando parte ed è accompagnata dalla piú grande carità. In Suor Elena l'interessamento per ciascuna bambina era insuperabile.

Si senta quanto ella scriveva, il 4 febbraio del 1952, a proposito di un orfanello:

« Ringraziatemi tanto Mons. Sposetti, per la sua squisita carità riguardo a Franco (il ragazzo circa dodicenne, che detto Monsignore aveva cer­cato di porre in un istituto di Roma). Quanto è grande il Signore, è effettivamente il tutore degli orfani: mentre Franco si stava preparando per partire per Roma, è uscita una combinazione.

« Si dice che non bisogna credere ai sogni, ma alle volte si avverano. Una signora aveva un figlio che si chiamava pure Franco, il quale è morto. La suddetta Signora ha sognato la mamma defun­ta, la quale le ha detto che non doveva piangere e che doveva recarsi presso il nostro istituto, dove c'era un altro bambino di nome Franco. Cosí vennero marito e moglie a vederlo, e il giorno 29 gennaio se l'hanno preso. Ora con l'Avv. Cribari stanno facendo di tutto per legittimarselo e dargli il loro nome.

« Riguardo a questo sono molto contenta sia per Franco, che per Anna (un'altra orfanella) che li abbiamo cresciuti dall'età di 16 mesi, ed ora li abbiamo situati: Anna si guadagna il pane da sé, Franco mi è venuto a trovare e sembrava un si­gnore ».

Al lavoro ordinario si aggiungeva talvolta quel­lo straordinario, ad esempio in preparazione delle mostre, per la preparazione delle colonie estive. Abbiamo già accennato a queste ultime.

Ben può dirsi che Suor Elena iniziò, nella Ar­cidiocesi di Cosenza, nel 1946, e da sola, questa benevola assistenza, che riprendeva il corso delle colonie estive, già attuate dal fascismo.

Suor Elena, iniziandole, aveva chiamato la Sig.na Travo Emmanuela, che ne era molto esper­ta, e ne aveva assimilato subito il metodo organiz­zativo.

La Casa Madre per l'inizio delle colonie sem­brava (e sembra) il quartiere generale e il centro di rifornimento di un esercito. E all'impegno con cui erano preparate, all'entusiasmo e al sacrificio con cui erano condotte, si devono gli ottimi ri­sultati ottenuti.

Frutti maturati fra le avversità incontrate, co­me al solito, anche per questa opera di bene. Quando c'era da iniziare qualcuna di queste importanti iniziative Suor Elena, aiutata dalla Suora che l'assisteva lasciava la sua stanza e col vigore della volontà si portava a dirigere e a dare il suo apporto.

Allo stesso modo - come abbiam visto per la casa di S. Sisto, per l'acquisto della casa di Roma e per il supremo interesse dell'Istituto -, pur tra le sofferenze, intraprese anche lunghi viaggi.

Nel I° anno delle colonie (1946) oltre al lavo­ro di preparazione, ella si recò nella casa di Pao­la e vi si fermò per tutta la durata di esse, circa tre mesi. L'ultima visita di Suor Elena a quella Casa è del 24 giugno 1957.

Cosí si recò diverse volte alla grande casa di Montalto, per i lavori di ricostruzione.

Nella relazione presentata per il I° Capitolo Generalizio (16 nov. 1956) si accenna alle atti­vità svolte:

« La Congregazione conta attualmente 134 Suo­re: di voti perpetui n. 47; professe di voti tempo­ranei n. 49; novizie n. 8; postulanti n. 10; aspi­ranti n. 20.

« Oggi l'Istituto conta un numero di 47 diplo­mate di taglio, cucito, ricamo e maglieria... Il la­boratorio professionale in questi ultimi anni ha preso un grande sviluppo con il perfezionamento dei lavori, esponendo per cinque anni consecutivi alla fiera campionaria di Cosenza. Il primo anno si ebbero L. 500.000 di premio... Altre tre mostre si tengono ogni anno rispettivamente a Paola, a Montalto, a Pentone...

« Annesso alla Casa Madre... è un asilo infanti­le... con circa 100 bimbi esterni...

« Il catechismo viene impartito dalle Suore in sei Chiese della città, nelle campagne di Caricchio e Guarassano... Dal 1946 si gestiscono le colonie marine montane distribuite nelle diverse case. Dal 1946 al 1954 le Colonie sono state permanenti o notturne; dal 1954 al 1956 soltanto diurne, ec­cetto Paola.

« L'Azione Cattolica interna: tutte le bambine sono tesserate. Le bambine della Casa Madre sono 110: di esse 50 sono ricoverate da diversi Enti, le altre gratuitamente; secondo il fine specifico delle Costituzioni restano in comunità fino a quando non trovano da sistemarsi... ».

Seguono le cifre riguardanti le altre Case. « La Congregazione conta in tutto n. 340 bambine in­terne. La Congregazione avrebbe potuto prendere un altro sviluppo, ma molte cause estranee con­corsero ad ostacolarla ».

Cosí in sul finire del 1956.

Il Signore benediva palesemente le iniziative intraprese con tanto zelo, perché unicamente affi­date alla Sua Provvidenza. Suor Elena, infatti, con abbandono filiale contava soltanto su di Essa e ne invocava e ne faceva invocare dalle Suore e dalle piccole abbandonate l'onnipotente protezione con l'assidua preghiera.

« Il successo della vostra azione - diceva re­centemente S. Santità Paolo VI agli aspiranti al sacerdozio del Pio Collegio Brasiliano s - sarà assicurato a misura che aumenteranno le riserve del vostro spirito. E' infatti la vita interiore che darà forza all'apostolato, perché essa è la base della santità dell'operaio evangelico: lo premunisce contro i pericoli del ministero esteriore, rinvigorisce e moltiplica le sue energie, gli dà consolazione e gioia, rafferma la sua purità d'in­tenzione, è scudo contro lo scoraggiamento, è condizione necessaria per la fecondità dell'azione, attira le benedizioni di Dio, rende l'apostolo santi­ficatore e produce in lui irradiamento sopranna­turale.

« Dio vuole che Gesú dia la vita alle opere. Il Divino Maestro dicendo " Ego veni ut vitam ha­beant " (Giov. 10, 10), " Ego sum via, veritas et vita " (ibid. 14, 6), ha voluto scolpire nella mente dei suoi apostoli un principio fondamentale: Egli solo, Gesú, è la vita; di conseguenza, per parteci­pare a tale Vita e comunicarla agli altri, essi deb­bono essere innestati su l'Uomo Dio.

« Gli uomini chiamati all'onore di collaborare col Salvatore nella trasmissione di questa vita divina alle anime, debbono considerare sé stessi come modesti, ma fedeli strumenti incaricati di attingere all'unica sorgente: Gesú Cristo.

« Comportarsi nell'esercizio dell'apostolato co­me se Gesú non fosse il solo principio di vita, di­menticare il proprio ruolo secondario e subordi­nato, attendere la buona riuscita unicamente dal­l'attività personale e dalle proprie capacità, è ca­dere in un errore fatale, che provoca un deleterio capovolgimento di valori: all'azione di Dio sosti­tuisce un'attività naturale febbrile; disconosce la forza della grazia e colloca praticamente nel no­vero delle astrazioni la vita soprannaturale, la potenza della preghiera e l'economia della Reden­zione. « Siate profondamente e intimamente convinti della preminenza della vita interiore sulla vita attiva ». 

Un pannello di legno essuda sangue (1955-1961)

Il 25 marzo 1957, il P. Francesco Mazza invia­va a S. Ecc. L'Arcivescovo Mons. Calcara, dietro sua richiesta, una relazione « sul fenomeno del sudore sanguigno e sul profilo del volto di Gesú » apparso su un pannello di masonite, « nella stan­za di Suor Elena ».

« Da parecchi anni tra il letto di questa e la parete, cui è addossato, data la ristrettezza della camera, erano stati posti alcuni riquadri di maso­nite, per proteggere in qualche modo la degente, dal freddo, dall'umido causato da una batteria di rubinetti d'acqua corrente dell'attiguo stan­zino ».

Sul riquadro rispondente ai cuscini, durante i fenomeni straordinari e in particolare nel ve­nerdí della Settimana Santa, alcune gocce spriz­zate dal volto della sofferente erano rimaste e vi si erano poi disseccate.

Il 29 settembre del 1955, festa di S. Michele Arcangelo, protettore dell'Ordine dei Minimi, Suor Elena aveva rivolto all'Arcangelo fervide preghie­re invocandone la protezione e l'assistenza.

Verso la mezzanotte, mentre Suor Luisa Per­na, che l'assisteva, le dava alcune gocce di can­fora, balenò una luce sull'angolo sinistro e infe­riore del suddetto pannello, attirando la mera­vigliata attenzione delle due Suore.

Ed esse videro del sangue scorrere dalle an­tiche disseccate gocce del pannello. Suor Elena accostò le sue dita al legno e le ritrasse rosse di sangue. Al mattino riscontrò bagnata di sangue la bianca sopracoperta aderente al tramezzo.

Ebbe cosí inizio questo fenomeno, assoluta­mente inspiegabile. Si accostarono batuffoli di cotone e fazzoletti e furono ritirati bagnati di sangue, in forme determinate: di croce, di corona, di cuore. E il Padre annetteva le relative foto­grafie.

Il sangue continuò a fluire dal pannello sud­detto dalla mezzanotte del 29 settembre al 13 ot­tobre. Il fenomeno si ripeté nei giorni 1, 21 no­vembre e 8 dicembre del 1955; quindi, nel 1956, il 6 gennaio, il 3 marzo, il 2 aprile, in maniera an­cora piú vistosa il 3 maggio, solennità della S. Croce, quindi il 31 maggio festa del Corpus Do­mini; 1'8 giugno (S. Cuore) e il 1 luglio festa del Preziosissimo Sangue, anche questa volta in ma­niera particolarmente abbondante.

Suor Elena in quest'ultimo giorno ha voluto lavare per ben sette volte la masonite con acqua, ma il sangue ha continuato a scorrere per tutta la giornata.

I lineamenti di un volto incominciarono an­cor meglio, nitidi e precisi, a delinearsi sul pannello. E cosí per le altre feste, riferentesi in parti­colare ai Misteri della Passione e Morte del Re­dentore.

Il sangue scorre in particolare dagli occhi del­l'effigie che richiama un'immagine di Gesú nella sua Passione; effigie che vi rimarrà sempre, e vi si può tuttora osservare.

Nel novembre di quell'anno (1956), era nella Casa Madre, per presiedere il I° Capitolo Generali­zio, l'Assistente Pontificio, il P. Bonaventura da Pavullo. Venerdí 23 novembre alle 7,30 del matti­no, alla vigilia della sua partenza per Roma, il sangue incominciò a scorrere dal pannello e il Padre oltre a bagnarne il fazzoletto, ne raccolse abbastanza per farlo esaminare: risultò sangue umano. Il fenomeno, ad intervalli, come sopra, è continuato negli anni successivi, fino alla morte di Suor Elena.

Il professore Schettini, sindaco della città e valente medico-chirurgo, altre autorità si reca­rono a visitare Suor Elena e a mirare l'effigie san­guigna formatasi sul pannello di masonite; molti poterono costatare il lento scorrere del sangue: nella relazione, il P. Francesco ne riferisce il no­me, indicando anche, per alcuni, la data esatta.

Trascrivo al riguardo il rapporto (anch'esso del 1957) di un'altra fonte che ama restare inno­minata.

« Un ritorno in Calabria; da Paola a Cosenza con una littorina, sul tracciato infame che non si riesce ancora a sostituire.

« Cosenza con la sua storia, palpitante ancora dai maestosi ruderi del Castello, col ricordo sem­pre vivo di Alarico, epicamente sepolto, in armi, sotto il Busento, si stende ormai rinnovata nella pianura, mentre le fan corona diecine di paesi che costellano le falde silane e, un po' piú lontane, quelle dell'Appennino.

« La ricchezza della sua conca, le molteplici vie che irraggiano da ogni lato, rendono fiorente il commercio e frequenti e affollati i suoi mercati. Risalendo il corso del Crati, l'antica e sinuosa via dei Casali, poco prima di lasciare le abitazio­ni per avviarsi fra ficheti, uliveti e vigne, è attra­versata dal cavalcavia ferroviario (Strade Ferrate del Mediterraneo: Cosenza-Camigliatello; Cosenza-Catanzaro), nei pressi della piccola stazione, det­ta dei Casali. Nell'artistico chiostro di S. Francesco d'Assisi, nel cuore della città vecchia, tra frammenti di statue e mutile iscrizioni, una lapi­de ricorda l'inaugurazione della Via dei Casali, fatta da Federico II, insieme alla consacrazione del Duomo, gioiello dello stile normanno.

« All'incrocio su accennato, a destra, uscendo dalla città, due cancelli ad angolo costituiscono l'ingresso di un istituto per orfanelle, che s'intito­la a S. Teresa del Bambino Gesú. Sorto nella no­stra città fin dal 1928, l'istituto si trasferí nella sede attuale nel 1937: celebra pertanto il suo ven­tennio, la nuova casa: un edificio, esternamente ancor rozzo, inizialmente destinato ad abitazione privata.

« Ideatrice e fondatrice dell'opera è la Supe­riora Generale, Suor Elena Aiello, che ha inteso ispirarsi alla carità del piú grande santo Calabre­se, Francesco di Paola...

E' questa la casa Madre della giovane congre­gazione, che ospita ed educa 110 orfanelle; oltre alle Suore e al Noviziato. A Montalto Uffugo, pae­se nativo della Fondatrice, l'Istituto ha, princi­palmente per le proprie orfanelle, la sua scuola parificata, dalle classi medie a quelle magistrali.

« La Casa Madre ha, direi, la sua centrale in una stanzetta del primo piano: è la cella - in termini monacali - della Superiora. Una specie di paravento in legno, dai pannelli levigati, separa il letto dal muro, cui il primo è addossato, dato il pochissimo spazio, tra la porta e la finestra. La conversazione sulla vita dell'Istituto, sul nume­ro delle orfanelle, delle case...; sulla Befana un tempo (sotto il fascismo) curata dalle autorità locali, (quest'anno vi ha pensato, come le è stato possibile, la sola Madre Generale), e cosí via, si svolge piacevole e interessante. Il mio sguardo ritorna di tanto in tanto sul primo pannello che sta all'altezza dei cuscini.

« Nei primi giorni di ottobre del 1955, da que­sto pannello incominciò a gocciolare sempre più intenso, del sangue; mi trovavo lí in quei giorni e potetti cosí porre alla base del pannello un fazzo­letto che ritrassi bagnato di sangue.

« Il fenomeno si è ripetuto quindi, ordinaria­mente, in rispondenza a solennità che celebrano le sofferenze del Redentore e della Vergine sua Madre. Mentre permane sempre, perfettamente vi­sibile, l'effigie di un volto sanguinante: effigie che si è formata sul legno a poco a poco, subito dopo l'inizio del fenomeno.

« Piú di un anno era trascorso e il mio sguardo ritornava spesso a quell'effigie, ancora lí. Piú di un anno, da quella mattina del 1 ottobre, quando la biancheria, in contatto col paravento, apparve rossa per il sangue gocciolante dal pannello.

« Il legno venne energicamente lavato con so­da, ma il fenomeno è ricominciato; la fotografia riprende nitidamente l'effigie, che nonostante tut­to, vi permane; mentre l'analisi chimica ha rile­vato trattarsi precisamente di sangue, e di san­gue umano.

« Vengono, con spontaneità, in mente le lacri­me della Madonna di Siracusa. Non siamo noi i giudici di fatti che umanamente non si spiegano, basti averli controllati e averne costatato l'esi­stenza.

« E' naturale che ci si chieda il significato di un tale fenomeno: perché questo sangue? han for­se un linguaggio queste manifestazioni fuor del­l'ordinario?

« Forse la risposta è offerta da un povero e semplice foglio di carta, che ho qui tra le mani, lieve come leggero soffio di vento. Il suo contenu­to, però, appare assai grave: ha il calore e il tono di una pagina dell'Apocalisse; ne riecheggia le pressanti ammonizioni, i tremendi annunzi; dal­la visuale ampia che abbraccia tutte le nazioni, dallo sguardo profondo che risale al movente re­moto e altissimo degli umani eventi.

« Eccone le frasi piú salienti. " Gli uomini of­fendono troppo Dio. Se io ti facessi vedere il nu­mero dei peccati che si commettono in un sol giorno, ne moriresti dal dolore.

« " I tempi sono gravi. Il mondo è tutto scon­volto perché è diventato peggiore che ai tempi del diluvio. Il materialismo si avanza e continua la sua marcia segnata di sangue, in lotte fratri­cide. Vi sono segni evidenti e pericolosi per la pace. Il flagello sta passando sul mondo come l'ombra di una nube minacciosa, per testimoniare agli uomini che la giustizia di Dio preme sull'uma­nità e che la mia potenza di Madre di Dio contiene ancora lo scoppio dell'uragano. Tutto è sospeso come ad un filo: quando questo filo si spezzerà, la Giustizia divina piomberà sul mondo e compirà il suo terribile corso purificatore. Tutte le nazioni saranno punite perché molti sono i peccati che, come una marea di fango, ha ricoperto la terra. Le forze del male sono preparate a scatenarsi in ogni parte del mondo, con aspra violenza. Tre­mendo sarà lo sconvolgimento per quello che av­verrà.

« " Già da tempo, ho avvisato gli uomini, in tanti modi. I Governatori dei popoli avvertono il pericolo gravissimo; ma non vogliono riconoscere che, per evitare il flagello, è necessario far ritor­nare la società ad una vita veramente cristiana. Quanto strazio sente il mio cuore nel vedere che gli uomini a tutto pensano meno che a ritornare a Dio.

« " Ma il tempo non è lontano e tutto il mondo sarà sconvolto. Molto sangue sarà versato: di giusti, di innocenti, di santi sacerdoti, e la Chiesa soffrirà molto. L'odio arriverà al colmo.

« " L'Italia sarà umiliata, purificata nel sangue, e dovrà molto soffrire, perché molti sono i pecca­ti in questa nazione prediletta, sede del Vicario di Cristo.

« " Non puoi immaginare quello che accadrà! Si svilupperà una grande rivoluzione e le vie sa­ranno arrossate di sangue. Il Papa soffrirà molto e tutto questo soffrire sarà per lui come un'ago­nia che abbrevierà il suo pellegrinaggio terreno. Il suo Successore guiderà la nave nella tempesta.

« "Ma non tarderà la punizione degli empi. Quel giorno sarà spaventoso, nel modo piú terri­bile: la terra tremerà e scuoterà tutta l'umanità.

I malvagi periranno nei tremendi rigori della giu­stizia di Dio.

« " Lanciate un messaggio per avvisare subito, possibilmente, tutti gli uomini della terra, per­ché ritornino a Dio con preghiere e penitenze ".

« Il " messaggio ", ché come tale si presenta, è dell'8 dicembre, ultimo scorso, festa della Im­macolata. E' normale la connessione tra " delitto e castigo "; normale il riferimento alla divina Giustizia, per le ricorrenti " sciagure umane "; normale il riconoscimento della lotta perenne tra " la città di Dio e la città di Satana ", con la perio­dica, ma effimera prevalenza delle forze del male. Normale, almeno per il credente. Anche questa volta, lascio al lettore le considerazioni, sul giu­dizio amaro circa lo stato religioso e morale dei nostri tempi; sull'avanzare del " materialismo " ateo e sul suo vero volto, sui suoi scopi: alla Un­gheria " recente ", si abbini la Spagna 1936, dove il terrore rosso si preparò e prevalse all'ombra di un governo " cattolico ", presidente Gil Robles!

« Con i suoi tristi preannunzi, il " messaggio " sembra prestare al pannello che scorre sangue, il linguaggio appropriato. D'altronde, l'uno e l'al­tro, fan parte di una serie di fatti e comunicazio­ni debitamente controllati; il materiale, che si è riusciti a raccogliere con paziente ricerca, servi­rà per il futuro, volendo rispettare il riserbo che, al riguardo, la Chiesa s'impone ed impone. Solo qualche anno addietro, un giornale della Capitale pubblicò la lettera che, tramite la signora Edwige, Suor Elena fece pervenire a Mussolini, il 2 giugno 1940. Vi era la raccomandazione, in termini netti e categorici, di non entrare in guerra, con la mi­naccia, rivelatasi profetica: " Altrimenti farete la fine di Napoleone ".

« Nella cameretta,  abitualmente silenziosa, Suor Elena cura il normale svolgimento della sua opera di soprannaturale carità per l'educa­zione delle sue orfanelle; lí accanto al suo letto, il pannello continua a gocciolar del sangue. Essa non ne parla; non saprebbe - almeno cosí io penso - cosa dirne; sa che il solo vero male non è la sofferenza, ma il peccato; è sicura del trion­fo del Regno di Dio; e questo le basta ».

Il sangue scorrente dal pannello di legno, l'ef­figie su di esso delineatasi, erano certo un segno, una testimonianza dati dall'alto, a conferma della vita e dell'Opera di Suor Elena. E un ammoni­mento per noi.

Nella cameretta, ormai vuota, tutti gli oggetti rimangono lí a rievocare la figura della donna forte, che per circa ventitrè anni nei venerdí di Passione e in particolare il venerdí santo, vi ha seguito la Passione del Signore, preparandosi con la sofferenza e la preghiera alla gloria della Risurrezione. 

Il riposo - 19 giugno 1961

Questi brevi appunti volgono al termine. Scorrendoli, moltissimi ci si svelano i silenzi, le lacune. A qualcuna di esse ovvierà la riflessione del lettore; dalle poche lettere, da noi trascritte, rileverà, ad es., il culto dell'amicizia, il vivo senso della gratitudine, e qualche altro aspetto caratte­ristico nella vita di questa grande figlia di S. Fran­cesco di Paola. Molti episodi testimoniano della sua virtú; ne citiamo due, secondo la testimonianza di don Franco. Era stato appena superato felicemente uno dei tanti ostacoli... Entrando nella stanzetta della Madre, d. F. la sorprese sul suo letto in la­crime. « Vi ho pregato - le disse - di non dare importanza a... queste persecuzioni... ». Ebbe per risposta: « No, non è questo. Piango per il male che egli fa all'anima sua ».

In un pomeriggio estivo, sempre nella stan­zetta della Madre, mentre Lei a proposito di una Cappella che un Signore voleva donare alla Con­gregazione, esponeva i suoi disegni a don Fran­co e a un altro P., quest'ultimo intervenne in modo affatto ineducato, formulando apprezzamenti quasi offensivi nei suoi riguardi.

Don Franco (del tutto sorpreso) osservò Suor Elena: era sorridente e calma come lo siamo ordi­nariamente quando si sente qualcuno dir le nostre lodi o rivolgerci dei complimenti!

Il lettore ci perdonerà di aver detto poco e di averlo detto cosí come ci è stato possibile: i nostri appunti vogliono essere un inizio, lieti se, ben presto, una documentazione piú completa per­metterà di soddisfare le sue esigenze e di presen­tare adeguatamente la vita e l'opera di Suor Elena.

« Fuor della vita è il termine della sofferen­za del giusto, cittadino del cielo.

« Di tutti i loro sbandamenti (degli uomini cioè che vivono nell'indifferenza), questo - scri­ve Pascal, Pensieri, 195 - è senza dubbio quello che maggiormente li convince di follia... E' in­fatti indubitabile che il tempo di questa vita non è che un istante, che la condizione della morte è eterna...

« Si giudichi dunque, a questo proposito, di coloro che vivono senza pensare a questa estre­ma fine della vita, (senza regolare la loro con­dotta in base alla verità di quel punto che deve essere il nostro fine ultimo), che si lasciano an­dare alle loro inclinazioni... senza riflessione e senza inquietudine e che, come se potessero an­nullare l'eternità distogliendo da essa il loro pensiero, non pensano a rendersi felici che unicamen­te in questo fuggevole istante ».

Il pensiero della patria celeste era continuo in Suor Elena che spesso parlava della sua morte. A don Franco - che ama scherzosamente dirsi un senza tetto - diverse volte aveva detto: « Quando morrò, dovete essere voi ad assister­mi », « dovete esserci voi ».

Nel 1961 alle consuete sofferenze fisiche si aggiunse una forte febbre continua, che i medici non riuscirono a spiegare e ad eliminare.

Durava già da circa due mesi, quando la Ma­dre espresse il suo desiderio di recarsi a Roma. Tutti, medici compresi, espressero parere con­trario, considerando le sue condizioni.

La Madre prese la sua decisione e il 7 giugno a sera partí da Cosenza, con la M. Vicaria e Suor Maria Silvana.

Alla stazione, al mattino dell'8 giugno, era ad attenderla Suor Imelda, Superiora della Casa di Roma, con le signore Anna Romanazzi, Diomira Piccini, Marcella e Vittoria Quaranta che s'inte­ressarono sempre caldamente di Suor Elena e della sua Opera. Suor Elena aveva scritto di pre­ferire, per il tragitto non breve da Termini a Via dei Baldassini, l'automobile della signora Ro­manazzi, che ne fu lietissima.

Il suo arrivo fu davvero una sorpresa.

« Questa volta me ne vado davvero » ella disse a don Franco accorso a salutarla.

Il perdurare della febbre, la faticosa respira­zione non allarmarono il sacerdote, che considerava ormai normali in Suor Elena e il pensiero del­la morte e le piú gravi sofferenze.

Si volle sentire un clinico esperto e il prof. dott. Raffaello Liberti, primario dell'Ospedale « S. Giovanni » si recò a visitarla.

Suggerí il trasferimento dell'ammalata all'o­spedale suddetto, per tenerla in osservazione e procedere alle diverse analisi.

Suor Elena lasciava fare: il 12 giugno passò cosí nella stanza n. 1 al 6° piano del nuovo ospe­dale « S. Giovanni », nei pressi del Laterano (lun­go la Via Ambaradam)'.

Le Suore si alternavano nell'assistenza affet­tuosa e devota alla loro Madre: ella, sempre piú sofferente per la persistente febbre ormai quasi sempre a 40 gradi, e per il caldo, sembrava spes­so assopirsi.

Domenica, 18 giugno, alle 19, Suor Imelda le disse ch'era l'orario della preghiera e le chiese se doveva incominciare la recita del Rosario. Suor Elena le accennò con la mano, di attendere un momento; quindi fece un ampio gesto di croce e incominciò ella stessa la recita del Rosario, con­tinuando a rispondere a voce alta.

Verso le 22,30 Suor Imelda, preoccupata per l'aggravarsi della Madre, telefonò a don Franco, che accorse: oltre alla Superiora, che era nella stanza, trovò in corridoio Suor M. Emma, Suor Silvana, Suor Teodolinda, in lacrime, con la signora Marcella, che rimarrà con loro per l'intera notte.

Con grande energia, e assumendosene la re­sponsabilità, Suor Imelda provvide al trasferi­mento dell'inferma nella Casa di Roma, dove at­tendeva la M. Vicaria.

Appena nell'autoambulanza, con accanto la bombola d'ossigeno - e con tutte le attenzioni del caso - Suor Elena aprí gli occhi, riavendosi. Erano le 23,30.

Nell'autoambulanza erano con gl'infermieri, Suor Imelda e don Franco; dinanzi aveva preso posto la signora Marcella. E' ricordato come un sogno il tragitto da Via Ambaradam a Via dei Baldassini, in quella chiara notte di giugno. Con i medesimi accorgimenti e cautele, l'in­ferma fu trasferita dall'autoambulanza nella stan­zetta da lei occupata al pian terreno. Anche qui riconobbe e indicò a voce alta la M. Vicaria e chiese un po' di acqua.

Accorse il P. Salvatore Schembri, parroco del­la vicina S. Maria della Perseveranza.

Fu chiamato il medico condotto della zona, dr. Mario Lucciarini, che provvide al regolare funzionamento dell'ossigeno, e prescrisse alcune iniezioni.

Quindi, arrivò la dottoressa Adele Pignatelli, fondatrice dell'Associazione Femminile Medico Missionaria, chiamata da don Franco: con l'abne­gazione che le è normale ella con la dottoressa Luisa Guidotti della stessa Associazione rimase accanto al letto dell'inferma fino al mattino.

Verso le due circa, il Parroco assistito da don Franco amministrò l'Unzione degl'Infermi, e in­sieme recitarono le preci per i moribondi.

Alle 5,30 don Franco celebrò la S. Messa nella Cappella che è quasi di fronte alla stanza della Madre.

Finita la S. Messa, Suor Elena cessò di sof­frire. Erano circa le 6,19.

« La   vostra amatissima  Madre Generale... (scriveva il P. Bonaventura) se ne è volata al cie­lo, all'alba, fra lo scintillio dei primi raggi del sole nascente; nel silenzio solenne degli uomini e delle cose; salutata oltreché dalle sue figlie prime e pre­dilette, rappresentanti tutta la Congregazione, an­che dall'armonioso cinguettio degli uccelli matti­nieri.

« Ha spiccato il volo per l'eternità da questa città eterna da essa tanto amata... da questa « Cit­tà santa ».

Il P. Bonaventura accorse subito, a Via dei Baldassini. Da Cosenza arrivarono, in quel matti­no, il fratello di Suor Elena, e le consigliere ge­nerali: Suor Angelica, Suor Celina, Suor Teresa Infusino e Suor Rita. La morte era giunta per tutti inaspettata.

La venerata salma fu amorevolmente trasferi­ta in Cappella, tutta adorna di bianchi fiori. Nella notte, con le Suore vegliò in preghiera la sig.ra Veturia Zanelli con la figliola.

Oltre alle fedeli Signore che l'avevano accolta al suo arrivo, vennero a darle l'accorato addio, in particolare: S. Ecc. Guido Palmardita con le figliole, S. Ecc. Gaetano Marfisa (già prefetti a Cosenza), il dr. Dario Crocetta e il dr. Giuseppe Trombetta (ambedue della Segreteria di S. Ecc. il Ministro Colombo); Mons. Umberto Cameli.

L'On. Salvatore Foderaro (vivamente com­mosso) provvide alle pratiche per il trasporto del­la salma da Roma a Cosenza, e per l'autorizzazio­ne della tumulazione nella Cappella della Casa Madre, da parte dei Ministeri competenti.

Il mattino del 20 giugno arrivò il P. France­sco Mazza, dei Minimi, che con altri sacerdoti ce­lebrò la S. Messa nella Cappella.

Nel pomeriggio, ebbe luogo in parrocchia un solenne rito funebre; cantavano le Suore Cateri­niane, dette « Sorelle dei Poveri », (largo Don Guanella), con la partecipazione di tutte le altre religiose e delle associazioni parrocchiali. Alle 16,30 la salma partiva per Cosenza.

S. Ecc. Guido Palmardita cosí telegrafava alla Casa Madre: « Mentre sacre spoglie Vostra Fon­datrice lasciano Roma dalla Procura Generale, unisco mie preghiere alle Vostre nella fede certa che Vostra Santa maggiormente oggi illuminerà, proteggerà et governerà Vostro Ordine, affidato vostri sacrifici vostra dedizione sollievo infanzia abbandonata. Una fiumana popolo fasci immensi fiori bianchi han reso in Roma onore alla vostra Madre Generale che torna nella sua terra generosa e grande, terra forte indimenticabile per virtú ingegno sua gente Palmardita ».

Il 21 giugno la salma arrivò a Cosenza poco dopo le 10.

Precedentemente, al bivio Acri-Bisignano, il carro funebre proveniente da Roma, dopo una bre­ve sosta, aveva raggiunto Montalto Uffugo.

La notizia si era diffusa e la folla accorreva ad ossequiare e a pregare.

Dopo il discorso dell'avvocato Armando Di Napoli, lascia Montalto e raggiunge successiva­mente gli abitati di S. Sisto dei Valdesi, Bucita e San Fili.

Tappe della sua opera e delle sue lotte. A Co­senza la salma è stata esposta nella Chiesa Catte­drale. Alla presenza di tutte le Autorità, è stata celebrata la S. Messa e il P. Saragò ha tratteg­giato la figura di Suor Elena.

S. Ecc. Calcara assistito dal Capitolo della Cattedrale ha impartito la benedizione al tumulo. La bara portata dalle Suore Minime è stata quindi riposta nel carro funebre. Precedevano le rappresentanze delle Case fondate da Suor Elena; quindi quelle degli istituti religiosi della Città e delle associazioni cattoliche. Seguiva una folla immensa di fedeli.

Nella Cappella dell'Istituto, la bara è stata ria­perta ed è iniziato il mesto pellegrinaggio.

L'affluenza di persone di ogni ceto è prosegui­ta per tutta la giornata.

Il 24 giugno, il giornale « Il Tempo », p. 12 (e altri quotidiani) dava la seguente notizia: « Una donna " miracolata " dalla monaca santa di Co­senza. Si tratta di una giovane, guarita improvvi­samente da una grave forma reumatica »; e cosí proseguiva:

« Suor Elena Aiello, la " monaca santa " scom­parsa a Roma alcuni giorni fa, avrebbe fatto il primo miracolo. Questa è la sensazionale notizia diffusasi negli ambienti cosentini nella mattinata di ieri.

« La miracolata sarebbe la signora Niní Car­ravetta, di 30 anni, abitante nel Palazzo Sicea di Via Panoramica, e impiegata nel reparto chimico della Società Tannini di Calabria. Da molti anni la signora soffriva di una forma reumatica gra­vissima alla gamba destra che non le dava pace e la costringeva a camminare zoppicando in ma­niera sensibile. Nell'ultima settimana, anzi, il ma­le della Signora Carravetta aveva raggiunto ver­tici inauditi e l'inferma, che con grande forza d'anima si recava tuttavia ogni giorno in ufficio, era caduta in uno stato grave di prostrazione.

« Ieri, proprio nell'ufficio della Società Tanni­ni, Niní Carravetta è stata colta da una crisi par­ticolarmente dolorosa ed ha invocato Suor Ele­na Aiello dalla cui recente morte era stata parti­colarmente commossa. Lo slancio mistico e la fede di Niní Carravetta avrebbero ottenuto a que­sto punto, a quanto si dice, la grazia. Dopo pochi passi ogni dolore sarebbe scomparso e la " mira­colata " avrebbe costatato con sorpresa di po­ter camminare senza alcun impaccio, con la stes­sa agilità di un tempo. Niní Carravetta è rimasta per piú minuti senza poter parlare ed ha raccon­tato poi il suo straordinario caso ai colleghi di ufficio ed ai familiari ». 

Suor Elena Aiello

Pensavamo a una pagina conclusiva, che aves­se raccolto e fuso, almeno in un abbozzo, i linea­menti qua e là accennati.

Provvidenzialmente, il rev.mo P. Bonaventu­ra da Pavullo, con la seguente lettera è venuto ina­spettatamente in nostro aiuto, fornendoci un bel quadro, da vero maestro.

I lettori gliene saranno tanto grati. « Ave Maria!

Rev.mo Monsignore carissimo,

mentre V. R. sta scrivendo, con vero intelletto d'amore e perfetta conoscenza del soggetto, la vita di Sr. Elena Aiello, Fondatrice delle " Suore Minime della Passione di N.S.G.C. di Cosenza ", morta in concetto di santità, tre anni fa; penso fare cosa gradita a Lei, Monsignore, e doverosa per me, che ebbi con Sr. Elena consuetudine fa­migliare per oltre dieci anni, oltreché rapporti d'ufficio, come Assistente Religioso della Sua Con­gregazione, (incarico che tengo tutt'ora), se Le fornisco brevi note, illustranti la fisionomia morale-religiosa di Colei che attentamente seguii, al­tamente apprezzai e santamente amai.

« Piú la ripenso, oggi, a distanza di tempo, piú mi appare grande, piena di fascino e meritevole di alto encomio, pur nella Sua estrema semplicità e icastica limitatezza di sapienza umana. Mi viene spontaneo il paolino: " ...infirma mundi elegit Deus, ut confundat fortia... " mentre Essa può ben cantare il suo " Magnificat " al Signore; per­ché... respexit humilitatem Ancillae suae; et fecit mihi magna Qui potens est!.

« Ogniqualvolta l'andavo a trovare, inchiodata, 20 ore su 24, al suo bianco lettino, là nella piccola cella, 3 x 4, della casa di Via dei Martiri, 9, era una vera festa per entrambi. M'intrattenevo sem­pre a lungo, anche perché molte erano le cose da dire e gli affari da trattarsi; ma poi Essa apri­va volentieri il suo animo e parlava, parlava..., di cento argomenti riguardanti l'Anima, la sua Opera, con le relative gioie, dolori, ansie e spe­ranze; poi c'erano gli eventi religiosi-politici-so­ciali del giorno...; perché s'interessava di tutto e su tutto sapeva portare un giudizio sensato, mol­te volte acuto e quasi profetico.

« Partecipava vivamente dei trionfi e delle sof­ferenze della Chiesa e della società, come dei sin­goli individui e li faceva oggetto non solo delle sue vivaci conversazioni, ma, molto piú, delle sue fervorose preghiere e delle sue speciali sofferen­ze dolorose e misteriose. Non me ne ritornavo mai, da quegli incontri, se non altamente edificato e pensieroso. Sr. Elena fu veramente la donna " forte " della S. Scrittura.

« Di poca istruzione (ai suoi tempi in Cala­bria chi faceva studiare le donne?) ebbe però una intelligenza aperta, un intuito pratico vivissimo, un gran buon senso e una volontà adamantina, al punto, questa, da essere scambiata qualche volta per ostinazione!

« " Figlia delle rocce Calabresi! " Le dicevo, in simili casi, ridendo, ed Essa subito allentava la presa... esclamando, mogia, mogia: "no, no, mi dica cosa debbo fare, che ubbidirò senza apri­re bocca ". Ciò ben dimostrava la rettitudine somma con cui si regolava e reggeva, in tutto il suo operare, reprimendo quando occorresse, il suo fiero carattere e la sua marcata personalità.

« Si esprimeva ordinariamente in quel suo dia­letto calabrese, di Montalto Uffugo, ove era nata, cosí caratteristico, fiorito e incisivo! Era assolu­tamente schiva da pose od artifizi; ma procedeva schietta, semplice e spontanea, sia nel tratto che nelle parole, con tutti; anche con le alte Autorità civili, e religiose, con cui aveva spesso a che fa­re, senza, con questo, venire mai meno al doveroso rispetto, e queste anziché dolersene, o meravi­gliarsene, ne godevano e restavano edificate.

« Aveva uno spirito di Fede vivissimo, quasi connaturato, che Le serviva di stella polare in tut­te le sue azioni e intraprese. Parlava di Gesú e della Madonna come di Persone di casa e di fa­miglia. Nutriva profonda devozione per la SS.

Eucaristia, per la Passione di Gesú e per la Ver­gine SS. Addolorata e Mediatrice degli uomini. « La corona del S. Rosario l'aveva costante­mente avvolta al polso a portata di mano, e la sgranava in tutti i momenti liberi. Voleva bella la Chiesa, profumato di fiori freschi l'Altare, e so­lenni e devote le sacre funzioni.

« Delicatissima di coscienza, era però altret­tanto aliena dagli scrupoli e dalla pietà meccani­ca o formalistica. Amava trattare con il Signore, come S. Teresina, sua particolare Patrona: con grande confidenza, pieno abbandono e naturalez­za infantile. Le sue conversazioni, anche piú in­differenti, erano regolarmente punteggiate di espressioni, o riferimenti religiosi; ma senza al­cuna posa, o forzatura.

« Sentiva la sua piccolezza e nullità, ma non per questo era pusillanime; perché era veramente umile dell'umiltà, che è verità, come insegna S. Teresa d'Avila.

« E questo spiega la facilità con cui parlava dei suoi fenomeni mistici, però coi Sacerdoti e persone riservate e di confidenza, di preferenza; affinché ne venisse lodato il Signore. E lo faceva con molta semplicità e naturalezza.

Ebbe un culto speciale per la sincerità e la schiettezza. Non poteva sopportare il raggiro e la doppiezza e li smascherava e condannava aper­tamente e sdegnosamente.

« Addirittura poi si ribellava contro l'ingiu­stizia e la denunciava, starei per dire, feroce­mente, da qualsiasi punto venisse; soprattutto se perpetrata ai danni dei poveri, dei deboli e degli indifesi. Piú volte sacrificò la prudenza (umana) e le civili convenienze, pur di urlare in faccia agli sfruttatori, tutto il suo sdegno e la minaccia dei severi castighi di Dio, oltre la con­danna degli onesti.

« Per questa sua franca e coraggiosa linearità, incontrò incomprensioni, umiliazioni e anche danno materiale; ma non per questo indietreggiò, o ammutolí.

« Donna veramente forte e virile: animo " Bat­tistino e Cateriniano " in fragile corpo, tanto piú ammirevole ed encomiabile, se si pensa al tem­po di generale servilismo in cui visse. Si sentiva libera della libertà dei figli di Dio, per cui par­lava con rispettosa, ma estrema franchezza, anche ai Potenti, non esclusi gli stessi Capi di Stato, o di governo.

« Solo il peccato le incuteva paura e orrore, e gli mosse guerra spietata, ovunque lo scor­gesse. Pei peccatori invece aveva una compassio­ne materna; pur di salvarli non risparmiò pre­ghiere, lagrime di sangue e martirio non solo mistico.

« In un mondo che va paurosamente materia­lizzandosi Sr. Elena volle inalberare il vessillo del candore e della purezza liliale, esigendo dalle sue Suore e dalle ricoverate nelle sue case, il massimo impegno perché sventolasse sempre im­macolato, sotto il fulgore della Grazia divina e il sorriso della Vergine dei vergini.

« Essa poi ne dava per prima l'esempio con una riservatezza e un candore che era un incanto e un olezzante profumo di Cielo. Era solita dire che il mondo, oggi, abbisogna, per redimersi, di una triplice testimonianza: di umiltà, di carità e di purezza.

« Dell'umiltà, con cui coperse sempre sé e le Opere che andava, via via, realizzando, ne danno ampia testimonianza tutti quanti la conobbero. Preferiva fare anziché conclamare. Invitata ad aprire Case della sua Congregazione in alta Ita­lia e in America, rispondeva: " noi non siamo atte ad assumere opere in quei luoghi, ove si richiedono Suore istruite e capaci piú di noi ". Ma era solo la sua grande modestia che la faceva esprimere in quel modo; mentre le sue Suore erano ben formate e atte a figurare bene ovunque.

« Alla carità del prossimo, riflesso necessa­rio dell'amore di Dio, Sr. Elena donò se stessa e l'Opera da Lei fondata, senza limiti né misura. Abbracciò tutte le opere di misericordia, sia spi­rituale che corporale, facendosene un superpro­gramma. In particolare per le orfanelle fu tene­rissima mamma, assumendo, felice, il cumulo dei sacrifici, di preoccupazioni e di responsabi­lità che tale titolo comporta. Si prodigava con vera passione e slancio ammirevoli. Era solare che in tutti i sofferenti e in tutti i deboli che soccorreva, vedeva Gesú. Imitava alla perfezione la figura del divin Pastore, fra le conosciute e amate pecorelle.

« Quando parlava delle varie case della sua Congregazione e delle svariate attività che vi si compiono, s'infiammava tutta e diventava addi­rittura magniloquente.

« Piú volte l'ho sentita ripetere: " se qualcuno oserà toccare le mie opere, mi sentirà insorgere dalla tomba e difenderle! ". Pur di renderle sem­pre piú fiorenti e feconde di bene, affrontò disa­gi e sacrifici non comuni; fece tacere la sua naturale riservatezza, ogni volta che le parve opportuno, per scrivere o avvicinare alti perso­naggi; organizzare mostre dei lavori eseguiti dal­le orfanelle, preparare accademie, recite ecc. ecc. E' proprio vero che: omnia vincit amor!

« Ancora per questa " Charitas " che divenne il motto programmatico della sua istituzione, tutta l'impostazione delle sue case era di vita di famiglia.

« Lo stesso trattamento per le Suore come per le Orfanelle: comuni i pesi, comuni i sollievi: tutte ugualmente Figlie dello stesso Padre che è nel Cielo.

« Aveva, spiccatissimo, il senso della ricono­scenza. Non c'era benefattore delle sue case che non esperimentasse le delicate attenzioni della sua anima veramente nobile e estremamente gra­ta. Coltivava pure le sante amicizie e vi restava fedele, sopratutto nelle necessità e oltre tomba.

« Nella laboriosità ben pochi potevano egua­gliarla. Fin che stette in piedi era sempre la pri­ma ad alzarsi e l'ultima a ritirarsi. In tutti i lavori, anche piú umili, metteva mano, anzi si riservava i piú noiosi e gravosi: era addirittura instancabile. Costretta al letto, non per questo indulse all'ozio..., che chiamava suo capitale ne­mico. O lavorava, come poteva, a maglia, o veri­ficava il lavoro delle Suore e orfanelle del labo­ratorio, giacché era abilissima nel ricamo e nel taglio, o teneva istruzioni spirituali alle Novizie e postulanti, o sbrigava la voluminosa corrispon­denza, o studiava e decideva, assieme ai Tecnici, atti legali civili, o amministrativi, progetti di lavori da eseguire nelle varie case. La sua came­retta era diventata un vero ufficio generale, e il suo lettino era sempre cosparso di carte e fasci­coli riferentisi alle svariate pratiche. Data la sua intelligenza vivida e la lunga esperienza, pur non avendo studi superiori, aveva acquistata una vera competenza nel disbrigo degli affari anche piú intricati.

« Si deve aggiungere, che nella casa durante i lavori manuali, assai spesso si recitava il S. Ro­sario o altre preghiere, e si cercava di avere sem­pre viva la presenza di Dio, al quale tutto veniva offerto e indirizzato. Cosí insegnava e praticava, per prima, Sr. Elena.

« Infine è doveroso accennare al sommo amo­re e profonda venerazione che Sr. Elena porta­va alla S. Chiesa e al S. Padre, il Papa.

« Quando ne parlava si commoveva e avrebbe data volentieri la vita per il Pontefice " il dolce Cristo in terra ", e per la Chiesa.

« Nelle accademie o manifestazioni solenni non doveva mai mancare un accenno, un canto, un quadro ecc. del S. Padre.

« Niente la feriva tanto al cuore quanto l'of­fesa recata alla Chiesa, o al Suo Capo visibile sulla terra. E come ne prendeva le difese!... Di­ventava un leone d'ardimento e di forza pur di sconfiggere gli avversari del papato. Ma esigeva che tutti i buoni fossero, nel loro modo di agire, oltreché di parlare, la dimostrazione palese della santità della Chiesa di cui si dicevano figli.

« Qualcuno l'accusò di non essere stata al­trettanto devota al clero in genere, come alla somma Autorità gerarchica della Chiesa. Ma chi l'affermò bisogna pur dire che non La conoscesse a fondo. L'amore e la stima per tutta la S. Gerar­chia, in Sr. Elena, ci fu sempre e altissima e il sot­toscritto ne ha abbondantissime prove; ma pro­prio per questo ardente affetto e alto sentire, qualche volta si lasciò andare a recriminare certe deficienze e lacune che non onoravano la santità della veste talare! Tutto qui. Ma soffriva e volen­tieri, e pregava intensamente, perché i Religiosi e i Sacerdoti fossero senza macchia, né ruga, co­me la Chiesa loro Sposa.

« Quante volte me ne parlava, incitandomi a suscitare Ministri del Santuario e dell'Altare, santi, sempre piú santi: vera luce e sale della terra.

« La Sua cameretta era mèta continua di sa­lutari visite da parte di Sacerdoti e Religiosi, e spesso anche di Ecc.mi Vescovi, e nessuno ne godeva piú di Lei che, nelle Anime consacrate e particolarmente nei Sacerdoti, vedeva e vene­rava Gesú.

P. Bonaventura da Pavullo Def. Gen. Capp.no Assistente Pontificio delle Suore Minime della Passione di N.S.G.C. in umile e fedele testimonianza Roma, 13 Maggio 1964 ». 

Appendice I 

I fenomeni straordinari

Ecco la relazione che il medico dr. Adolfo Turano scrisse sulla prima manifestazione del fenomeno:

« Il primo venerdí di marzo 1923, verso le 15 fui chiamato a casa di Elena Aiello che giaceva supina, con gli occhi semichiusi, con la testa reclinata da un lato. Dalla fronte gocciolava del sangue, che, in rivoletti, si spandeva per le guan­ce, per il collo, ed aveva impiastricciato tutto il cuscino.

« Le braccia abbandonate, i lineamenti del volto esprimenti una grande tristezza, la testa piegata in avanti e lateralmente, le labbra leg­germente dischiuse, le palpebre semiaperte, da­vano all'inferma un aspetto mistico.

1 A. Fabrizio - A. Turano, Di un singolarissimo ed unico caso di stillicidio sanguigno dalla fronte di un'iste­rica nei venerdí di Quaresima, in Rinascita Medica, del 15 marzo 1925 e nel numero successivo; relazione ripro­dotta ancora dal Prof. V. Bianchi, nel suo art. Sudor sanguigno e stigmate religiose in Rivista di Psicologia, 1 gennaio 1926.

« Di tanto in tanto l'inferma s'irrigidiva, sol­levava la testa, spalancava le palpebre semiaper­te, sbarrava gli occhi, come se guardasse inten­samente in un punto, ed assumeva diversi atteg­giamenti.

« La mimica del volto lasciava facilmente in­dovinare lo stato emotivo che attraversava quel­la psiche; lo spavento, il dolore, la contempla­zione estatica, il gaudio.

« Con la contrazione dei muscoli della fronte si accompagnava un gemizio di sangue che veni­va fuori dalla pelle.

« Piú numerose erano le goccioline di sangue sulla fronte e propriamente al centro, altre fuo­riuscivano dal cuoio capelluto, specie lungo la sutura sagittale.

« Dopo l'atteggiamento di estasi, la paziente con flebile voce ma chiara, narrava di aver visto comparire Gesú sulla croce, di averne contem­plate le ferite sanguinanti. Lo strano e meravi­glioso fenomeno richiamò al capezzale dell'in­ferma, oltre che i familiari, il confessore, i pa­renti, gli amici, ai quali questa chiedeva se aves­sero anche essi assistito allo stesso spettacolo.

« Il fenomeno durò tre ore, ripetendosi a brevi intervalli gli atteggiamenti mimici piú diversi e lo stillicidio sanguigno.

« Indi, l'inferma rientrò nello stato normale. Rimase un po' debole, sfinita, ma si riebbe ben presto tanto che al mattino seguente, levatasi dal letto, poté riprendere le sue abituali occupa­zioni ».

Sullo stesso tema ecco la narrazione dell'avv. Di Napoli, testimone oculare di quanto avvenne nel venerdí santo del 1924:

« Al capezzale di Elena Aiello, denominata "Monaca Santa" fu in quella occasione un uo­mo di scienza, il Prof. Fabrizio dell'università di Napoli, invitato dal dott. A. Turano, medico di famiglia, intelligente e preparatissimo professio­nista, il quale, con l'avvicinarsi della primavera, aveva tentato di convincere mastro Pasquale a fare ricoverare la figlia nella clinica del Prof. Fabrizio per essere sottoposta ad osserva­zione se si fossero verificati i fenomeni dell'anno precedente. Al netto rifiuto del padre che tanta cura aveva per i figli, cresciuti con affettuosa ri­servatezza, il dott. Turano, gli chiese che almeno avesse acconsentito al Prof. Fabrizio di visitarla a casa e cosí avvenne.

« E, puntualmente, durante i venerdí di qua­resima il fenomeno riapparve. Durante una delle tante visioni, Elena pregò il Signore di rispar­miarle le piaghe alle mani per non destare la cu­riosità e Gesú l'accontentò sostituendo alle fe­rite delle mani atroci sofferenze interne.

« Iniziati i fenomeni il decano Mauro, duran­te i venerdí, volendosi accertare che realmente non si trattasse di fissazione religiosa, di esalta­zione isterica, la sottopose a diversi esperimenti. Il terzo venerdí essa volle essere accompagnata dalla sorella Emma nella camera da pranzo, ma alle 15 precise avvertí fortissimi dolori per tutto il corpo. La paziente e afflitta Emma, vedendola in quelle condizioni, l'incitò di recarsi a letto, ma Elena si oppose per " ubbidire all'ordine di re­sistere ". Ma le sue angustie non perdonavano ed infine sentí il bisogno di andare a letto. Fatti po­chi passi, presa dalla crisi, cadde per terra ur­tando, nella caduta, col fianco destro allo spigolo di un tavolo, per cui ne ebbe per piú mesi.

« Venerdí Santo dell'anno 1924, oltre il sudo­re dalla fronte, ci furono le stimmate ai piedi e ulcerazioni alle ginocchia. Fui presente dallo inizio alla fine. C'era quel giorno una folla enor­me, appena appena i carabinieri riuscivano a man­tenere le persone convenute anche dai paesi vi­cini e da altre località, che si accontentavano di " spiare " velocemente dalla porta, restando com­mosse dallo spettacolo pietoso che offriva Elena, sofferente a letto, col busto coperto da un co­pertino bianco a righe, fuori le coltri all'altezza delle ascelle.

« Fuori e per le scale " pellegrini " a frotte, so­stare, salire e scendere, commentare, o in tacite meditazioni, e nell'ampia stanza due file, in an­dirivieni, nel labirinto formato da alcuni fami­liari, da parenti ed amici, sbalorditi dal flusso e riflusso degli estranei. Nessuno si preoccupava del pavimento sottoposto al collaudo di un peso superiore alla sua portata.

« La porticina intercomunicante era aperta.

« Quando giunsi io accompagnato dal foto­grafo Gabriele Serra munito di apparecchio al magnesio, Elena aveva gli occhi aperti rivolti fissamente in alto, in estatica contemplazione di gaudio.

« Il fenomeno sangue fu preceduto da vari ge­miti, come se fosse stata torturata; ma quando il sangue copiosissimo iniziò ad uscirle dalla fronte irrigandole il volto, Elena piú volte disse: "Com'è lieve questa corona di spine che mi cin­ge la testa! Dio mio, che cosa rappresenta questa sofferenza in confronto alla tua?! " - Di tanto in tanto si muoveva, estranea a noi, poi cadeva in uno stato di prostrazione, i gemizi si arrestava­no, per ripigliare qualche minuto dopo. Erano le ore 10,30 del 18 aprile 1924, ora in cui la proces­sione dei Misteri, muovendo dalla piccola chiesa di S. Giacomo, in piazza Municipio, si avviava per percorrere le vie del paese. Tale controllo era stato predisposto per verificare se effettiva­mente, come lo scorso anno, a detta dei familiari, il fenomeno coincidesse con l'inizio della proces­sione.

« Il Prof. Fabrizio giunse verso le undici, a fenomeno iniziato, accompagnato dal dott. Tura­no, quando già ai gemizi si alternavano piccoli periodi di estasi. Il dott. Matteo Caracciolo, medi­co condotto; il dott. Adolfo Scotti, altro medico condotto; il cav. Giuseppe Paglilla - sindaco; l'avv. Marc. Giorgio Alimena; ed altri che fave, vano accompagnato, osservarono un attimo ed andarono via.

« Qualche rappresentante della stampa vi fe­ce capolino ed uscí per attingere notizie. La pre­senza del Prof. Fabrizio mise tutti in soggezione e data la ristrettezza dell'ambiente, furono osser­vate le disposizioni da lui gentilmente impartite, che nessuno avesse accesso nella cameretta del­l'inferma, all'infuori dei due medici Turano e Fa­brizio, di me e del fotografo Serra.

« Elena ebbe qualche istante di completo ri­sveglio e provò disgusto nel vedere noi quattro importuni nella sua camera, ma il dott. Turano la calmò, avvicinandosi al capezzale dicendole: " Elenuccia, sono il tuo compare (la sorella Agne­se l'aveva cresimata), Adolfo Turano, non ti fac­cio nulla di male ". Il Prof. Fabrizio si avvicinò, a sua volta ed approfittando di una nuova abbon­dante effusione di sangue, con alcuni vetrini rac­colse gocce di sangue e poi con piccole provette. Vetrini e provette, passati sulla fronte, nei punti ove il sangue usciva, producevano in Elena sen­sazioni dolorosissime e soffriva forte. Il fotogra­fo Serra aggrinzava! Non riusciva a far scattare l'obbiettivo. Prima di procedere a vari esperimen­ti, il Prof. Fabrizio chiese di poter vedere le stim­mate dei piedi, e le ulcerazioni alle ginocchia. Il dott. Turano sospese il piede destro tanto da con­sentire al prof. Fabrizio di adagiare due cerini sulle parti opposte della stimmata, tenendo fra le dita la capocchia di accensione, premendo e affondando discretamente i cerini, fra lo strazio di Elena. Si ebbe l'impressione che tutta quella massa di ossicini, di nervi e di tendini fosse molle e bucata.

« Quell'esperimento richiamò l'attenzione dei familiari, i quali intervennero irritati, e, se pur garbatamente, intimarono di procedere meno cru­delmente, sicché solamente di sfuggita si pote­rono osservare le ulcerazioni alle ginocchia e nes­suna altra parte del corpo, salvo le braccia sco­perte e il petto superiormente.

« Seguí una serie di altri esperimenti sulla sen­sibilità. I dottori lavoravano per i fatti propri; io segnavo sul mio taccuino; il fotografo era im­pressionatissimo e impappinato.

« Poi i due dottori uscirono dalla cameretta e si soffermarono a discutere avanti la porta, la­sciando a me l'incarico di guidare il fotografo e di avvisarlo di fare scattare l'obiettivo in occa­sione di qualche momento ancora piú straordi­nario, essendosi sparsa la voce che si fosse veri­ficata anche la levitazione. Il Serra ne eseguí qualcuna fuori fuoco; ma il tanto atteso momen­to non giungeva mai.

« Ed ecco il prof. Fabrizio entrare con la car­tella clinica, dalla quale partí anche il Prof. Bian­chi per redigere la sua relazione nell'anno 1925.

" - ... di valida costituzione scheletrica, senza de­formità o asimmetria, con apparato muscolare ben sviluppato e sanguinazione normale.

« Nessuna sensazione l'inferma avverte, allor­ché cogliamo il sangue sul viso per lo striscia­mento leggero da noi praticato, mentre emette grida di dolore e si contorce per lo spasimo, al­lorché tale manovra pratichiamo sulla fronte, e specialmente sui punti gementi.

« Accuratamente detergiamo la fronte con un batuffolo di cotone idrofilo per osservare i punti gementi, e per quanto lunga fosse l'osservazione non ci è dato possibile notare lesioni di continuo anche piccolissime.

« Alla faccia dorsale di ambedue i piedi, in corrispondenza del terzo superiore dello spazio fra il secondo e il terzo metatarso osserviamo due lesioni di continuo, quasi identiche, circolari, del­la grandezza di un centesimo a margini legger­mente dentellati, a fondo rosso vivo con scarsis­sima secrezione ematica. Alla parte plantare - e quasi nella parte mediana di entrambi i piedi, notiamo due lesioni di continuo, piú piccole delle prime con gli stessi caratteri, con la sola diffe­renza dei margini che sono piú irregolari, quasi frastagliati. Tali lesioni per la loro forma, per la loro ubicazione, per la configurazione dei margini danno l'impressione dei due fori di entrata e di uscita di un chiodo.

« Identiche lesioni, che appena possiamo os­servare per la riluttanza dell'inferma, si trovano nella faccia anteriore delle estremità del ginoc­chio.

« La temperatura massima dell'inferma è di gradi 37, sei C., polsi radiali 134. espirazione 28. « La sensibilità tattile, dolorifica e termica abolite sulla massima parte della superficie del corpo. L'inferma non sente né il contatto dei vari oggetti, né le punture di spilli, né il freddo, né il caldo, pure avendole prodotte delle scottature di terzo grado all'avambraccio sinistro e sul petto con un ferro quasi rovente. Alla fronte invece, e specialmente sui punti gementi, alla regione cardiaca, alle ginocchia, alle facce dorsali e palmari delle mani, a quelle dorsali e palmari dei piedi notasi iperalgesis molto accentuata, giacché lie­vissimi contatti con le barbe di una penna, o toc­camenti con oggetti che abbiano una temperatu­ra di poco diversa del normale, producono forti dolori, per cui l'inferma emette grida disperate accompagnate da un senso di angoscia, da fre­quenza del ritmo cardiaco, da lagrimazione.

« Notasi leggero esoftalmo, con midriasi, la quale si accentua notevolmente durante i rapi­menti d'estasi. Vi è aneurosi quasi completa, non sapendo distinguere neppure i familiari che la circondavano da altre persone.

« Alla luce del fiammifero, ed anche a quella del magnesio non si ottiene nessuna reazione pu­pillare. Il senso del gusto è completamente sov­vertito.

« Le somministriamo pochi sorsi di aceto av­vertendola che è rosolio, e lei accusa invece un forte sapore amaro; le mettiamo in bocca un pez­zetto di zucchero, che ricaccia subito, contraendo i muscoli facciali e dicendo che le abbiamo som­ministrato fiele. Il senso dell'olfatto è abolito, dappoiché tenendole sotto il naso, per lungo tem­po, dell'acqua di colonia, prima, dell'ammoniaca dopo, non avverte nessuna senzazione né piace­vole, né sgradita, mentre la respirazione non su­bisce alcuna modificazione.

« Il senso dell'udito è parzialmente abolito. L'inferma ode le parole che le rivolgiamo e risponde anche adeguatamente; non ode però af­fatto né rumore, né suoni.

« Non ode le ore suonate da un orologio a ri­petizione, né il suono molto acuto di un campa­nello da bicicletta accostato all'orecchio. Richia­mata la sua attenzione su quello delle campane della chiesa che in effetti non suonano, risponde che essendo venerdí santo non possono suonare né campane, né campanelle. Per completare l'os­servazione facciamo funzionare delle nacchere ac­costate all'orecchio, ma neppure il rumore di que­ste percepisce, né il suono della musica, che a breve distanza nella via esegue una marcia fu­nebre.

« Nulla di obiettivamente patologico notiamo all'esame degli organi interni ».

« Dopo la visita il Prof. Fabrizio e il dott. Tu­rano andarono a pranzare in casa del sindaco, es­sendo lo zio di costui, il colonnello a riposo Er­cole Paglilla, amico del Fabrizio. Nel pomeriggio in casa Turano vi fu una riunione di medici e ciascuno espresse il proprio parere. Quelli del Dott. Turano e del Prof. Fabrizio furono confor­mi, ritenendo che "la strana fenomenologia do­veva inquadrarsi perfettamente in quella sindro­ne tanto complessa e polimorfe che è denomina­ta isterismo ". - Cosí conclusero alquanti mesi dopo nella relazione citata.

« Il dott. Matteo Caracciolo, con la sua carat­teristica flemma, egli che non era uomo di chiesa, cosí concluse:

« Per me vi è qualcosa di soprannaturale! ".

« Mentre si discuteva in casa Turano, dopo il passaggio della processione (seconda fase), que­sta volta davanti la casa di Elena Aiello, per de­porre le statue dei Misteri nella chiesuola di San Giacomo, il fenomeno andò scomparendo. Sul­l'imbrunire cessò definitivamente ».

Il fenomeno si ripeterà ogni anno. Ecco ora la relazione che il 23 novembre 1938, il Dott. Cav. G. Battista Molezzi, scrisse a Cosenza, per S. Ecc. l'Arcivescovo Mons. Roberto Nogara.

« Suor Elena Aiello e le sue stigmate ».

« Quello che io dirò intorno a Suor Elena Aiello, il cui organismo in ogni Venerdí di Pas­sione presenta fenomeni tali da rendere straor­dinariamente sorpresi, risulta da mie dirette os­servazioni fatte nella sua casa in Montalto Uffu­go ed a Cosenza nell'istesso suo Asilo delle " Pic­cole Abbandonate ".

« Non entrerò in vane discussioni, né in argo­menti dove per poco entri la religione, ma rife­rirò soltanto quanto ho visto, e quello che mi ha colpito di meraviglia e di viva commozione allor­quando ne' detti Venerdí di Passione vidi pro­dursi in modo impressionante le diverse stigma­te sanguinanti, come appresso descriverò, ed il quadro veramente tragico delle sofferenze che martoriano quel povero corpo.

« Tralascio di parlare delle gravi malattie del­le quali suor Elena guarí senza i rimedi della scienza, ma in seguito a soprannaturali interven­ti com'essa stessa narra, e su' quali mi prefiggo, se il Signore me ne darà la forza e l'attitudine, d'intrattenermi, sperando di tracciare un giorno la vita della stigmatizzata.

« Molti de' fenomeni furono studiati da scien­ziati quali il Fabrizio ed il Martelli, ma senza po­ter venire a capo di una spiegazione qualsiasi.

« Innanzi tutto bisogna accennare all'esisten­za fisica di Suor Elena, che senza concedersi sia anche un pasto frugale, ma cibandosi semplice­mente di un po' di legumi e bevendo solo acqua, sopporta una vita di lavoro ininterrotto che fiac­cherebbe ogni altro organismo ben costituito, e ciò nonostante le sofferenze alle quali il suo fi­sico va soggetto. Può dirsi che Suor Elena viva del suo digiuno che se non è straordinario, come quello dell'altra stigmatizzata, Suor Teresa Neu­mann, non è men degno di nota.

« Ma quel che sorprende è la comparsa delle stigmate sanguinanti che ogni Venerdí di Passio­ne e propriamente nelle ore in cui N. Signore Gesú Cristo soffrí sulla croce, si manifestano at­torno alla fronte con la comparsa di numerosi punti emorragici come se prodotti da acute spi­ne, e poi al costato, alle mani, a' piedi, e, feno­meno piú spettacoloso, questi forati da parte a parte come si è verificato spingendo uno stecco di legno attraverso tutte e due le piante, come se veri chiodi le avessero traforate.

« Tutte queste stigmate sanguinano abbon­dantemente tanto da restarne inzuppata molta biancheria.

« Suor Elena resta allora in istato sonnambo­lico interrotto spesso da estasi dolorose, durante le quali rimane con le braccia aperte come su una croce, e gli occhi, spalancati, esterrefatti, fis­santisi come su una lontana visione paurosa. Nel­lo svegliarsi, e quando ha man mano ben ripreso la coscienza, afferma essere stata spettatrice del­la Passione di N. Signore, ed a parte di quella Tragedia Divina.

« Tutti questi fenomeni cessano d'incanto pas­sato il Venerdí Santo; delle stigmate sul costato, sulle mani e su' piedi restano macchie cicatri­ziali epidermiche che alle volte si coloriscono in rosa, e permangono, come puossi constatare in ogni tempo. Degno di nota è che Suor Elena da uno stato di prostrazione profonda, anzi di vera adinamia durante la quale piú di una volta fa te­mere per la sua vita, la mattina del Sabato Santo si leva da letto ilare e forte, dà ordini, soprainten­de a tutto, ed inizia la sua vita di operosità e di bene, come se nulla fosse successo nel suo orga­nismo.

« Or quanto abbiamo descritto si è voluto spiegare con i soliti fenomeni d'isterismo o con l'influsso del sistema nervoso. Ma vi è invece da domandarsi: ci troviamo d'innanzi ad un evento straordinario? E' ignoranza la nostra che non spiega la fenomenologia biologica e patologica oppure siamo d'innanzi alla manifestazione di un mistero intorno al quale la scienza si affatica in­vano?

« Il certo è questo che uscendo dalla casa do­ve si è assistito allo strazio di quel povero corpo, si ha sempre presente agli occhi quel volto inanimato rigato di sangue che cola dalla fronte e dalle tempie, quella maschera di spasimi, ed il corpo sussultante ad ogni toccamento che il vi­sitatore incauto si permette fare su quelle pia­ghe.

« Sotto l'incubo di un pensiero per ciò che non è conosciuto e spiegato, l'uomo comune o di scienza rimane turbato e perplesso, e la mente non rifugge dal pensare all'influsso di una forza ignota ed occulta che spinge il dubbio ai margini del mistero. E dubbio e meraviglia crescono nel segreto di un pensiero: come cioè quest'anima portata dal vento dell'amore, possa dar forza al corpo martoriato continuamente da molteplici sofferenze se non sorretta da un potere Supremo.

« Questo è quanto in mia fede e coscienza, ed anche nella mia qualità di medico curante, mi è dato affermare su quanto interessa la vita straor­dinaria di Suor Elena Aiello ». 

Giudizio

« Dal su esposto e da quanto ho potuto fare oggetto delle mie considerazioni, una sola cosa parmi certa ed è che tutto quello che si verifica in Suor Elena Aiello avviene sotto l'influsso di una forza soprannaturale, e che pertanto sfugge ad ogni controllo scientifico.

« Quest'umile Serva che, con la certezza infal­libile de' Santi, partí dal suo paesello alla con­quista di un Regno, quello di Dio, e che pertanto compie le sue opere di bene che non sarebbero possibili senza una serie ininterrotta di eventi miracolosi, presenta manifesti segni di un potere che trascende ogni umana concezione.

D. G. Battista Molezzi ». La relazione Fabrizio-Turano e l'art. del Bian­chi che ne dipende descrivono i fatti, e parlano di isterismo.

Altri medici, presa visione diretta dei feno­meni e tenendo debito conto di tutte le circo­stanze e degli altri eventi che li precedettero e li seguirono, si pronunciarono allo stesso modo

del Dr. Molezzi nella sua relazione, e del Dottor Matteo Caracciolo.

La guarigione istantanea del 22 maggio 1924 è attestata anche nella relazione dr. A. Turano­prof. Fabrizio:

« In seguito a questo nuovo insuccesso (gli ostacoli, cioè, incontrati per la statua di S. Rita), i suoi mali si acuirono: l'alimentazione divenne piú difficile, piú forte il dolore alla spalla, piú completa la paralisi del braccio, ed intorno alla ferita operatoria, non ancora cicatrizzata, si veg­gono comparire numerose piaghe.

« Il collega Turano, che viene chiamato per gli opportuni rimedi, osserva queste piaghe di forma circolare, con margini tagliati a picco co­me fatti con uno stampo a fondo rosso sporco, sanguinanti e situate a corimbo. Per lungo tem­po, accuratamente medicate, non guariscono, an­zi vanno peggiorando.

«Dopo alcun tempo, però, di notte, ha una nuova visione della Santa, la quale, poggiandole una mano sullo stomaco, amorevolmente la am­monisce che le sue sofferenze finiranno presto. « All'indomani, infatti, allo svegliarsi, si ac­corge, con grande sua meraviglia, che può aprire liberamente la bocca, muove il braccio, parali­tico da diversi mesi, e le piaghe vanno rapida­mente guarendo senza alcun rimedio terapico». La relazione offre non poche imprecisioni nei particolari!

Molto si è scritto sui fenomeni del sudore di sangue e delle stigmate a proposito di P. Pio da Pietralcina e di Teresa Neumann di Konnersreuth.

Nel leggere il libro di Luciano Berra z, ci colpi la peculiare analogia tra gli eventi che caratte­rizzano la gioventú di Teresa e quella di Elena.

Anche Teresa nasce nella settimana santa, il 9 aprile 1898, da una famiglia veramente cri­stiana; suo padre, Ferdinando, è sarto. A scuola, come le altre bambine; una sola cosa l'attirava: il racconto della Passione di Gesú; la piccola sco­lara timida e pigra, s'incantava, ascoltandola.

Resl (Teresina) era una fanciulla, come tutte le altre; le piaceva giocare, le piaceva cantare. Le sue tristezze erano fugaci; era contenta del suo mondo, né la tormentava alcun desiderio e al­cuna invidia. Anche il lavoro non le pesava: dopo le ore di scuola, lavorava in campagna; lo sforzo fisico la rendeva piú ilare.

Nel 1912 lasciava la scuola; la sua semplicità era rimasta intatta. Venne la prima guerra mon­diale (1914). Teresa passò serva di campagna in casa d'altri. In casa del sarto, infatti, la vita tra­scorreva grigia e penosa come in tutte le case dei poveri. Nella sua miseria, Ferdinando Neumann era, con la sua sposa, tutto abbandonato a Dio; il pensiero della Provvidenza illuminava e con­solava spesso i suoi discorsi.

Il 18 marzo 1918, una domenica, scoppia un incendio nella fattoria di Martino Neumann, dove Resl serviva. Mentre si adopera anch'essa a spe­gnere le fiamme, è colpita da un male tremendo, alla spina dorsale. Teresa che da lunghi anni por­tava nell'animo il desiderio di consacrarsi missio­naria (e già aveva ottenuto il permesso di entra­re tra le Benedettine di Tutzing), ormai non è piú che un corpo invecchiato e dolorante. Non può camminare: lesione alla spina dorsale. Due mesi di ospedale non servono a nulla; torna a casa a Konnersreuth; il male l'ha scarnita, ròsa, contorta. Nell'ottobre 1918, diviene anche cieca. Non può piú inghiottire cibo solido.

Anni di sofferenze, di silenzio, nel suo tettuc­cio; mentre l'animo è sorretto sempre dalla pre­ghiera, dalla fiducia in Dio.

Il 23 aprile 1923 riacquista la vista: è una gra­zia di S. Teresa del Bambino Gesú, nel giorno della sua beatificazione.

Il piede si rattrappisce e dalle piaghe bru­cianti manda sangue e materia fetida e schifosa; anche questa volta i medici non possono nulla: bisogna tagliare. Ma Resl prega S. Teresa del Bambino Gesú; una monaca carmelitana le ha mandato tre petali di rosa che a Lisieux han toc­cato la tomba della piccola Santa; chiede che li pongano sulla carne malata quando le fasciano il piede; passano pochi secondi ed il piede ri­torna sano.

Il 17 maggio 1925, giorno della sua Canoniz­zazione, S. Teresa del Bambino Gesú le appare; una luce splendente riempie la stanzetta di Resl: la piccola Santa di Lisieux la guarisce: Resl può camminare, dopo sette lunghi anni che il male la teneva inchiodata al letto.

Nuova apparizione, il 30 settembre 1925: S. Teresa del B. G. le dice: « Tu puoi ora camminare, senza che alcuno ti sorregga ».

Il 7 novembre 1925, insorgono atroci dolori, si tratta di appendicite.

Alla presenza dei familiari, del medico e del Parroco, Resl entra in estasi, le appare S. Teresa del B. G., che immediatamente la guarisce. Ritor­nata in sé, vuole recarsi subito in chiesa, perché cosí la Santa le ha detto.

A metà quaresima del 1926, con la visione del giardino del Getsemani, hanno inizio le contem­plazioni estatiche della passione di Gesú (cf. pp. 46-64).

« Ecco prima Gesú sul monte degli Ulivi (cosí Teresa racconta la sua visione) inginocchiato mentre gli Apostoli riposano. Poi ella vede Giu­da...; è il tradimento. Si avanza allora la soldata­glia... Quindi la flagellazione.

« Le scene si susseguono, si ricostruiscono da­vanti agli occhi attoniti di Teresa che è ormai insensibile ad ogni richiamo, insensibile alla voce, alla carezza, a qualsiasi cosa che sfiori la sua carne.

« Seguono la condanna... la via Crucis... il Ci­reneo, la Veronica... la crocifissione... Ai piedi del­la Croce Teresa non vede che la Vergine e San Giovanni. Nell'ombra che cala improvvisa, sol­tanto la Croce appare in luce. La sofferenza di Gesú è atroce. Teresa ode - nell'aramaico di quel tempo - le sconsolate parole: Eloi, Eloi, lamma sabacthani! Mio Dio, Mio Dio, perché mi avete abbandonato?

« Poi, dopo un ultimo sussulto, Gesú muore. « La visione scompare. E Teresa che, per una forza misteriosa, durante tutto il succedersi delle tragiche scene, è rimasta rapita, con le mani le­vate verso l'alto, quasi sospesa, né coricata né completamente seduta, s'abbandona pesantemen­te, come tutti i suoi nervi si siano rilassati im­provvisamente. E' un corpo morto che cade, che s'abbandona stanco, sfinito, non avendo piú for­za alcuna di reggersi.

« Ella, infatti, durante la visione, ha molto sofferto. Non ha soltanto visto ma ha pure par­tecipato, per cosí dire, a quell'ora di passione. Nella sua carne, si sono, cioè, ripercossi gli spa­simi del corpo tormentato di Gesú: ella ha sof­ferto delle battiture, delle trafitture delle spine e dei chiodi, ha sentito gravare sopra di sé il peso della croce. Le grida della folla accecata di odio le sono riecheggiate nell'anima dolorosamente. Le ha dato gioia l'atto pio della Veronica, l'aiuto del Cireneo. Ma per pochi istanti. La sofferenza l'ha subito nuovamente posseduta. Dalla ferita del cuore il sangue è uscito continuamente.

« Fino a quel giorno Teresa aveva potuto na­scondere ai suoi di casa la ferita: soltanto sua sorella Crescenzia sapeva. Ma non soltanto dal cuore il sangue era uscito: gli occhi avevano pian­to lagrime di sangue; il volto s'era rigato di ros­so e le lagrime sanguigne s'erano fermate e in­crostate agli angoli della bocca piegata in una smorfia di dolore.

« Ed ora che l'estasi è trascorsa e s'abbando­na spossata, Teresa sente che altro sangue le esce dalle mani e dai piedi. Ma il sangue, rag­grumato sugli occhi, le impedisce di vedere cosa sia. Non dice niente a quanti le sono vicini. Sol­tanto a sera chiama sua sorella Crescenzia.

« Ho tanto male alle mani e ai piedi e sento del sangue, guarda cos'ho ».

« La giovinetta la scopre e vede che i piedi e le mani della sorella sono segnati da ferite dalle quali esce il sangue. Allora ne informa i genitori che fanno subito chiamare il parroco.

« Teresa non vorrebbe mostrare queste sue piaghe. Bisogna che il sacerdote glielo comandi, glielo imponga per obbedienza ed allora mostra le sue mani sanguinanti ed i suoi piedi. Sono come il segno di una trafittura. Sono - non c'è dubbio e incertezza nel giudizio del sacerdote confuso e tremante egli stesso nel farne la co­statazione - il segno delle piaghe del Salvatore: le stigmate.

« Pallida, col volto incrostato di sangue, le braccia un poco allargate, Teresa è lí nel suo let­to senza saper parlare, senza poter vedere, tra gente che piange in silenzio. Le piaghe aperte la fanno soffrire, ma non si lamenta, non si turba. A momenti un sorriso lieve le sfiora il volto e par quasi una luce che la faccia tutta risplendere.

« La quiete del piccolo borgo è rotta. Il nome di Konnersreuth che le guide non segnano, che i turisti non conoscono, che le carte geografiche dimenticano, è ormai conosciuto come quello di una metropoli. Sulle strade del paesotto bavare­se s'incammina una folla di pellegrini che vengo­no da tutti i paesi e parlano tutte le lingue. I giornali portano lunghe cronache del "caso di Konnersreuth ". Il nome di Teresa Neumann pas­sa tutte le frontiere e già molti la invocano come quello di una protettrice. Gente che crede e gen­te che non crede viene al capezzale della conta­dina e taluno s'inginocchia e tal'altro guarda sol­tanto con occhi curiosi e con sorriso scettico. Chi parla di santità e chi di trucco, chi di grazia divina e chi d'isterismo. Non sono soltanto donne e curio­si che vengono a Konnersreuth, ma scienziati non usi a lasciarsi trascinare dall'entusiasmo, abituati al freddo e preciso esame scientifico, alle dia­gnosi mediche, alle severe indagini. Uomini che non hanno dubbi sulla loro scienza; dei mistici della scienza alla quale credono come alla verità suprema, insorpassabile. S'avvicinano al letto del­la sofferente, la sottopongono a lunghi esami, la interrogano: vorrebbero toccare con le loro mani il fondo del mistero e dar una spiegazione anche agli enigmi (l'inspiegabile secondo leggi naturali è per taluno enigma) piú oscuri. Molti si arrendono e confessano l'impossibilità per la scienza di spie­gare alcuni dei fenomeni che maggiormente han­no attirata l'attenzione. Altri tentano il ragiona­mento scientifico, hanno pronte le loro teorie che dovrebbero sciogliere ogni mistero e porre il " caso di Konnersreuth " in una luce umana. Al­tri ancora vanno piú in là e affermano che si è sotto il dominio di leggi soprannaturali ».

E infine, a p. 66 ss.: « Chi ha assistito ad una di queste estasi n'è rimasto fortemente impressio­nato. E' una visione tragica. Una donna che non ha piú percezione di quanto è attorno a lei, soffre atrocemente e piange, e si dibatte nel suo letto con le mani tese verso l'alto, verso " qualcosa " che soltanto i suoi occhi sanguinanti scorgono. Una sofferenza sovrumana tortura la carne e l'a­nima di lei che pare non aver forza bastante per sopportarla. Si può credere o essere degli scettici, si può pensare ciò che si vuole dei fenomeni straordinari che si manifestano, ma di fronte a questa scena in cui il dolore appare in una evi­denza straziante, non si può essere degli indiffe­renti. Né per un solo istante può passare nella mente il pensiero d'essere davanti ad una comme­diante. C'è qualcosa di misterioso che sublima la scena e che incute, a quanti vi assistono, sgo­mento e rispetto. « Anche quando finalmente Teresa, dopo un ultimo gemito, dopo che le sue braccia per l'ulti­ma volta si sono levate verso l'alto, spossata cade riversa sui cuscini, placata e pacificata, l'ani­ma degli spettatori non s'acquieta. Rimane qualcosa che tiene desti e inquieti. Non si può di­menticare e nel tempo stesso non si può ritornare col pensiero a quanto si è visto senza sentirsene nuovamente turbati. Uomini scettici e rudi hanno ritrovato presso il letto di Teresa le loro lagrime. Altri ch'erano andati a Konnersreutth con l'anima arida e impigrita ne sono venuti via smarriti come tutte le volte che si scopre una realtà nuo­va, superba e dominatrice ».

Perdonerà il lettore se rileverò ancora qual­che dato comune ai tre stigmatizzati: P. Pio da Pietralcina, Teresa Neumann ed Elena Aiello.

Luciano Berra, nel libro citato (p. 145 ss.), cosí lo descrive:

« Teresa legge nel segreto delle coscienze. Il suo occhio entra nella piú profonda intimità. Non si rivelano cose nuovissime raccontando certi fatti che sono ormai famigliari a quanti conosco­no Teresa Neumann, e che sono stati riportati in tutti i libri che parlano di lei. Uno dei piú clamorosi è l'episodio raccontato da Mons. Schrembs, Vescovo di Cleveland, che fu a Kon­nersreuth nella primavera del 1928 accompagna­to dal suo Cancelliere Mons. Fadden e da alcuni pellegrini. Mons. Schrembs è oriundo bavarese ed era assai bene a conoscenza del " caso di Kon­nersreuth ". La visita alla Neumann è stata da lui stesso raccontata ed è qualcosa di piú d'una semplice " impressione ". è altissima testimo­nianza di un fatto sul cui valore non vi possono essere giudizi discordi. Appunto per questo lascio

a lui stesso la parola, riportando quanto egli scrisse, nella traduzione che è apparsa in diverse pubblicazioni.

« Mentre mi trovavo nella camera delle vi­sioni - scrive Mons. Schrembs - con molti al­tri pellegrini, entrò la madre di Teresa. Mons. James A. Mac Fadden, mio cancelliere, sedeva die­tro di me. Ad un tratto Teresa, che non poteva aver avvertita l'entrata della madre, disse a voce bassa: - Mamma, questo signore accanto a te (voleva dire me) è originario di questo paese. Nacque non molto lontano di qui. Tuttavia egli abita ora al di là del mare e svolge una grande attività per la causa di Dio. Egli è chiamato a fa­re ancora molto. Ho da dire qualche cosa, " a lui solo ". - I pellegrini raccolti nella stanza inco­minciarono ad uscire e con loro anche Mons. Mac Fadden. Allora Teresa disse: - Il signore dietro di te, può restare; tanto non capisce il tedesco. - E cosí Monsignore divenne l'unico testimonio auricolare del colloquio confidenzialissimo svolto­si fra Teresa e me. Ella svelò i segreti piú profon­di della mia anima che solo Iddio ed io conosce­vamo. Mi parlò poi del passato e dell'avvenire ».

Di Elena Aiello si narrano, da parte degl'inte­ressati, molti episodi analoghi; alcuni sono a no­stra conoscenza. In attesa però che ne siano raccolte le testimonianze giurate, ci siamo limitati a riferire, nel corso di questi appunti, soltanto quei pochi di cui possiamo garantire, di persona, la precisa formulazione e la oggettiva risponden­za con l'avvenuta realizzazione.

Ancora a p. 95, di Teresa Neumann il Berra scrive: « Ella dice di parlare per la verità. La verità è questa: e lo dice placidamente paga del­la sua affermazione. Il non essere creduta non la tormenta per sé, quanto - dice - per il rispetto dovuto alle cose divine.

« Questa sua semplicità e questa sua limpi­dezza tolgono al visitatore ogni soggezione. Pas­sato il primo istante di incertezza si discorre con Teresa come la si conoscesse da chissà quanto tempo. Il suo buon umore ravviva spesso la con­versazione ».

E piú oltre (p. 97): « E sorprende, in una con­tadina, certa finezza di osservazione che giunge ad intendere l'opportunità di tacere una notizia o un particolare quando possano trascinare re­sponsabilità altrui. Di sé nulla nasconde e nulla tace, della sua vita nulla nasconde e nulla vuole si nasconda ».

« In Teresa tutto ciò (il parlare della " scien­za ") è naturale e spontaneo: parole che sgorgano con tutta semplicità come dopo un'intima rifles­sione. In lei, del resto, tutto è naturale e spon­taneo. Non artificiosità, non pose, non arie di sapiente. Si può quasi dimenticare - parlandole in ore normali, quando non è rapita in estasi - di essere accanto ad una donna, protagonista di cosí eccezionali avvenimenti.

« Domina la conversazione senza che lo si av­verta » (p. 99).

« In paese tutti parlano del " miracolo ". Po­chissimi non vi credono e parlano di "trucco". Il contadino non è uso a distinzioni ed alle sottigliez­ze. Teresa la chiamano " la Santa " e credono che veramente abbia in sé potenze non umane » (p. 105). Da ciò l'accorrere sempre crescente a lei per ogni sofferenza, per ogni caso doloroso, in cerca di preghiere e per consigli. 

Appendice II

Elenco delle case

Ecco lo schema delle Case, con l'indicazione dell'anno di apertura e qualche cenno dell'atti­vità specifica:

1. - Cosenza, Via dei Martiri 9. Casa Gene­ralizia. « Istituto S. Teresa del Bambino Gesú ». Dal 20 settembre 1937. (In Vico II Revocati, gen­naio 1928. Palazzo Caselli, nov. 1928. Rione Spi­rito Santo, febbr. 1932).

A parte: noviziato - probandato.

Attività: Orfanotrofio con orfanelle e piccole ab­bandonate dai tre ai ventuno anni. Scuole elemen­tari. Laboratorio professionale di taglio, cucito, maglieria, merletteria e ricamo.

Asilo infantile « Vera Palmardita ». Organizzazione delle colonie estive, per 710 assi­stiti, in due turni.

Assistenza parrocchiale: catechismo, Azione Cat­tolica, Messa del fanciullo nelle seguenti Chiese: S. Francesco di Paola, Spirito Santo, S.mo Croci­fisso, S. Agostino, S. Giovanni, S. Lucia, S. Aniello. Piú di un centinaio di bambine.

2. - S. Fili. Orfanotrofio « S. Francesco di Paola ». Dal 4 ottobre 1939. Superiora': Suor Vittoria Greco, con 4 Suore professe. Orfanotro­fio. Scuola Materna.

3. - Bucita. Orfanotrofio « S. Lucia ». Dal 13 dicembre 1941. Superiora: Suor Gertrude Fiorita, con 4 Suore professe.

4. - Rovito. Asilo Infantile « S. Barbara ». Dall'11 ottobre 1942. Superiora: Suor Filomena Santelli, con 4 Suore professe. Con laboratorio professionale: taglio, cucito, ricamo.

5. - Castrolibero. Asilo Infantile « S. Antonio di Padova ». Dal 4 aprile 1943. Superiora: Suor Cherubina Smeriglio, con 3 Suore professe.

6. - Montalto Uffugo. Istituto Magistrale « S. Rita da Cascia ». Dal 12 aprile 1943. Complesso grandioso, che domina dall'alto il paese e l'ampia valle del Crati. Superiora: Suor Angelica Trotta (attuale M. Vicaria Generale), con 10 Suore pro­fesse. Aspirandato. Asilo Infantile. Scuole Ele­mentari. Scuola Media, Scuola Magistrale: legal­mente parificate. Orfanotrofio e Collegio. Labora­torio professionale.

7. - Ivi. Orfanotrofio « S. Chiara », dal 7 ot­tobre 1958; con 3 professe e un altro asilo in. fantile.

8. - Paola (Marina), Via S. Leonardo 7. Isti­tuto « S. Gemma Galgani ». Dal 23 novembre 1944. L'immobile fu acquistato da Suor Elena il 22 di­cembre 1939; danneggiato dai bombardamenti nel 1943, dovette essere « funditus » restaurato. Solo nel 1954 ebbero fine tali lavori ed è stata ripresa tutta l'attività. Il numero delle bambine interne è di 65.

Orfanotrofio. Asilo Infantile. Scuole Elementari. Laboratorio professionale. Superiora: Suor Te­resa Infusino, con 8 Suore professe.

La Casa consta di tre piani: nel I° sono 4 grandi vani; nel II° 8 e nel III° ancora 8.

9. - Spezzano Piccolo. Asilo Infantile « S. Giuseppe ». Dal 17 marzo 1946. Superiora: Suor Gemma Infusino, con 3 suore professe. Asilo In­fantile e Laboratorio di taglio, cucito, ricamo.

10. - Carolei. Asilo Infantile « S. Luigi Gonza­ga ». Dal 30 aprile 1947, nuovo edificio (Già dal 1939, le Suore vi tenevano un asilo parrocchiale). Superiora: Suor Francesca Scovino, con 5 Suore professe. Oltre all'asilo: orfanotrofio e laboratorio professionale.

11. - Marano Marchesato. Orfanotrofio « S. Cuore di Gesú ». Dal 31 ottobre 1950. Superiora: Suor Rita Osso, con 4 Suore professe. Attività, come alla Casa precedente.

12. - San Sisto. Asilo Infantile « P. Bernardi­no Clausi ». Dal 15 giugno 1952. Superiora: Suor Antonietta Mazzei con 3 professe. Asilo e Labora­torio professionale.

13. - Cerchiara (Diocesi di Cassano Ionio). Orfanotrofio « S. Maria delle Armi ». Dal 3 dicem­bre 1954. Superiora: Suor Nicolina Ramundo, con 3 professe. Oltre all'orfanotrofio: asilo infantile e Laboratorio professionale.

14. - Orsomarso (Diocesi di Cassano Ionio). Asilo Infantile « Madonna di Fatima ». Dal 10 maggio 1956. Superiora: Suor Margherita Cascia­ro, con 3 Suore professe. Anche Laboratorio pro­fessionale.

15. - San Lucido. Casa di riposo « Antonio e Pierina Manes ». Dal 6 novembre 1957. Superio­ra: Suor Carmelina Cribari, con 3 professe. Per al­cuni anni, le Suore ebbero in fitto annuo un gran­de edificio, in prossimità della spiaggia, per le colonie estive.

16. - Roma, Via dei Baldassini 18. Asilo In­fantile « Madonna di Fatima ». Dal 23 settembre 1959. Superiora: Suor Imelda Mazzulla, con 5 Suore professe. Educande.

17. - Lauropoli (Diocesi di Cassano Ionio). Asilo Infantile « S. Maria Cabrini ». Dal 24 otto­bre 1959. Superiora: Suor Colomba Celestino, con 3 professe. Asilo e orfanotrofio.

18. - Cosenza - Panebianco - Verso S. Vito. Istituto « Cuore Immacolato di Maria ». Dal 1 ot­tobre 1960. Superiora: Suor Candida Trifilio, con 6 Suore professe. Asilo. Orfanotrofio. Scuole Ele­mentari.

Le suddette Case sono di proprietà dell'Istitu­to, tranne quelle di Marano, Spezzano Piccolo, Cerchiara e Lauropoli. 

Appendice III

In occasione della morte di Suor Elena, le Suore Minime ricevettero diverse lettere che par­lano di grazie ottenute per intercessione della lo­ro Madre Fondatrice.

1. - Da Pontebba (Udine), 21 giugno 1961, la signora Venerina Englaro (Via Mazzini), cosí scri­ve: « Ho appreso dal giornale che Suor E. A. è morta ieri... Per riconoscenza mi sento in dovere di comunicarvi che per intercessione di Suor Elena nel lontano 1940 ottenni da Dio la guarigio­ne prima di un mio figlio, e poi dell'altro salvato miracolosamente per aver tenuto sul petto la let­tera che Suor Elena mi aveva scritto. Attraverso i pericoli della guerra e sono trascorsi 21 anni; ho qui mentre scrivo la lettera ingiallita dal tem­po. P. S. Accludo la busta della lettera e ricono­scerete la sua calligrafia ».

2. - Il 9 luglio 1961, da Pisa, Ippolita Barbe­rini (Via San Mattia, 63, Napoli) che parla di una grazia ricevuta.

3. - L'8 novembre 1961, Antonietta Dionisio (Via Giandomenico Patroni, 6, Bari) : « R. M. Superiora, la sottoscritta è una miracolata della vostra consorella, Suor Elena Aiello. Soffrivo mol­to ai denti; poco dopo la morte di Suor Elena la pregai di vero cuore se mi otteneva la guarigione... ho sperimentato il suo soccorso ed è mio dovere pubblicarlo a gloria Sua ».

4. - Il 21.6.1962, Maria Tanzi vedova D'Angiò, da Foggia: « L'anno scorso il giorno 22 giugno, mi trovavo in viaggio da Bari a Foggia di ritorno da una Clinica: con l'aiuto della Croce Rossa, ri­portavo mio marito grave, ormai condannato al­la morte da un male ribelle. Affranta dal dolore, mi disperavo per la salvezza della sua anima, poi­ché contrario ai Sacramenti e da molto tempo lon­tano.

« Lungo il viaggio, non so come, mi capitò tra le mani un frammento di giornale, dove ap­presi che in quello stesso giorno avrebbero avuto luogo i funerali della Suora santa.

« Io allora, con tanta fede, mi misi a pregare Suor Elena per la conversione di mio marito, pro­mettendo di far pubblicare detta grazia.

« Sono sicura che è stato per la sua interces­sione che mio marito ricevette i Sacramenti e mo­rí rassegnato.

« Io pregherò sempre Suor Elena Aiello in ogni mio bisogno, specie per ottenere una buona morte ».

5. - L'l1.1.62, il signor Rocco Bottiglieri (Via Manin, 59, San Benedetto del Tronto, Ascoli Pi­ceno) comunica che nell'estate dell'anno prece­dente dovendo subire un'operazione al collo, e data la stessa indecisione dei medici, sia per la sua età avanzata che per l'alta azotemia, si ri­volse a Suor Elena, "passando" piú volte sul collo un batuffolo col sangue preso dal pannello, di cui abbiamo parlato.

« Ripresi coraggio, speranza, vita ». Fu ope­rato felicemente « senza un lamento ».

« E' stata la santa che ha fatto il miracolo ed io La ringrazio vivamente e La prego tutti i giorni come la mia Santa Benefattrice ».

6. - Da Roma (Via Tor Sapienza, 73), il 5.4.1963, la signora Lucioli Francesca cosí scrive: « Non ricordo la data precisa se fu l'ultimo di no­vembre o i primi di dicembre del 1961. Ero dispe­rata a motivo che il mio figlio, di 12 anni e mezzo, ha avuto un abbassamento di vista. Ho invocato Cielo e terra per venirmi in aiuto...

La notte, del giorno sopra indicato, mi sogno tanta gente che camminava per la strada e grida­va: Suor Elena, Suor Aiello e pregavano e chie­devano grazie. Io mi sono messa insieme a loro. Arrivati a un certo punto, abbiamo visto una tomba chiusa di fresco: sembrò che tutta quella gente piú non ci fosse. Ad un tratto ho visto una persona come in seguito spiego.

« Subito le dico: " Suor Elena, mio figlio gua­risce? ". Lei mi guarda e mi dice: " Sí, fra un anno ".

« La mattina, col vivo ricordo del sogno, che rimane tutt'ora come se fosse stato adesso, non sapendo chi fosse questa Suor Elena, telefono ad una mia zia, cui racconto tutto. Ignorava anch'es­sa chi fosse Suor Elena e suggeriva non si trattas­se di santa Rita: ma non mi convincevo perché le rassomiglianze non c'erano.

« Dopo due o tre giorni, mio figlio si trovava sul marciapiedi dinanzi al nostro negozio di frut­ta; passa un signore che noi conosciamo, con della carta per avvolgere la roba; e cosí dà a mio figlio qualche foglio di carta. Questi, nello sfoglia­re la rivista, trova un articolo che parla di una suora, e conoscendo il mio interesse per tali arti­coli, entra e mi dice: " Mamma, questo è per te ".

« Con mia grande meraviglia e sorpresa e non so dire quale gioia, era la persona che avevo so­gnato » (Dal foglio accluso alla lettera, su cui la donna ha scritto: " Me l'ho sognato proprio cosí ", risulta essere "Grazia" del 4 giugno 1961, p. 60 s.: la foto ritrae Suor Elena nel suo letto, con ac­canto visibile il pannello di masonite con l'effigie che essuda sangue).

« Leggo il nome e cognome proprio quello che io prima di allora non avevo mai inteso nominare, né mai sentito parlare di questa suora.

« Io aspettavo la grazia, ma siccome l'anno è passato e la grazia sembra che ancora non è arrivata, da qualche giorno mi è venuta la pres­sante idea di scrivere. Prego di pregarla voi, di fare qualche triduo o novena... che mi concede­rà la grazia da me tanto aspettata. Forse vuole che la pregate voialtri che sapete veramente pre­gare... ».

7. Da Roma, 9-10-1963: « Io qui sottoscritta, Emilia Francavilla, abitante a Via delle Acacie, 152, dichiaro che la Signora Anna De Vita di Co­senza mentre ero gravissima in Policlinico, con viva fede, il 25 maggio corrente anno, mi ha pas­sato sul corpo la reliquia (!) di N. S. Gesú Cri­sto (quella imbevuta del sangue che scorreva alla parete del letto di « Suor Elena Aiello »), implo­rando la grazia della mia guarigione con l'inter­cessione della suddetta " Suor Elena Àiello ".

« La Signora Anna De Vita passandomi sul corpo la "santa reliquia" ha detto: "se vedrò in piedi questa ammalata le farò scrivere la di­chiarazione ".

« Infatti due giorni prima che ella (Sig.ra De Vita) lasciasse il Policlinico, io accompagna­ta da mia sorella sono andata al bagno. Ancora non sono completamente guarita; sto un periodo bene ed un altro malissimo, però fido nella in­tercessione di Suor Elena Aiello e terrò sempre nel mio petto la reliquia preziosa ».

Segue una lettera del marito Signor Gabrie­le Serena, firmata anche a nome dei figli: in essa è detto che il « giorno tre ottobre è uscita mia mo­glie da una morte sicura, dopo sei mesi di dolore, di sofferenza ».

Sono in mio possesso due lettere, di alcuni anni piú indietro, scritte a Suor Elena Aiello, per grazie ricevute.

La prima è del 13 ottobre 1955, da Cliffside Park, New Jersey. « Reverenda e cara Madre, il giorno 29 settembre scorso sentii la sua voce e un po' della sua storia dalla prima trasmissione di Lucio Basco e mi commossi un poco, ma non ci pensai tanto a lungo.

« Alla mezzanotte dello stesso giorno il mio bambino di 4 anni e tre mesi fu preso da un grave attacco di grupp alla gola e stava soffo­cando. Venne subito il dottore e me lo fece por­tare subito all'Ospedale dove gli diedero l'ossi­geno e gli apprestarono altre cure del caso e lo specialista accorso d'urgenza non si peritò di dir­mi che il caso era molto grave e se nelle prossi­me poche ore non avesse migliorato l'unico ten­tativo era di operarlo praticandogli un'apertura nella gola e intromettergli un tubo per portare aria ai polmoni.

« Mi sentii agghiacciare e sedetti vicino al suo lettino contemplando quel corpicino scosso e tormentato da un respiro che sembrava un sibi­lo inumano senza avere nemmeno la forza né di pensare né di pregare.

« Alle quattro del mattino era lo stesso; mi ricordai della trasmissione radio e di voi; allora mi avvicinai alla finestra e rivolgendo gli occhi al Cielo dissi: " Signore se non puoi per me che sono cattiva e non merito, per l'amore che Ti porta Suor Elena Aiello, salva il mio bambino ".

« Sentii subito una nuova speranza e dopo qualche minuto incominciò a migliorare. Alle otto e mezzo del mattino era fuori pericolo.

« Ora è a casa ed è quasi guarito e senza ope­razione e ciò io l'attribuisco a una grazia Cele­ste che il Signore ha voluto fare per amor vostro.

« Accludo la foto del bambino e una mode­sta offerta per i suoi orfanelli sperando che vo­lete ricordarci nelle vostre preghiere ora e sem­pre, devotissima

Teresa Aceto

236 Lincoln Avenue - Cliffside Park New Yersey ».

La seconda, è del 13-11-1958, da Palermo. « Rev.ma Madre,

Perdonate il mio ritardo nello scrivere per ringraziarvi di aver spedito la pezzolina bagna­ta del sangue del volto di Gesú. Forse non ricor­derete piú di che cosa si tratta.

« Il mio figliolo Ignazio si trovava a quel tempo ricoverato in un sanatorio ammalato di tubercolosi polmonare, fu nel maggio del 1957 che il suo stato divenne molto grave. Fin dal primo giorno non ho fatto che pregare Iddio e la Santa Vergine con una tale forza d'animo da infondere nel mio cuore una potente speranza, fu in quel periodo che lessi sul giornale dell'esi­stenza di quella Vostra miracolosa immagine del Volto di Gesú e vi ho subito scritto, nell'attesa che tale risposta aumentava il calore delle mie preghiere e di quelle del mio figliolo che consa­pevole del suo stato grave rafforzava anche lui le sue preghiere; ci accostavamo spesso al Sa­cramento della Comunione, facevamo mamma e figliolo un rito che non aveva altro scopo che pregare, ottenere da Dio il perdono dei nostri peccati in cambio della sua salute.

« La vostra risposta mi giunse dopo tre mesi tanto che fu per me proprio inaspettata.

« Presi subito il tram e con quella reliquia dentro la borsetta, commossa confusa per tanta fortuna, corsi al sanatorio, posi la stessa dentro un sacchettino di stoffa e la misi al collo di mio figlio con mille raccomandazioni di non perderla o di non farsela togliere da nessuno.

« Lui fu tanto contento quel giorno ci abbrac­ciammo commossi e da quel momento sentimmo che Dio ci avrebbe esauditi.

« Venne l'inverno, il male si era fermato, ver­so la primavera i medici decisero un intervento chirurgico e si giunse al mese di maggio, ma quando gli fecero una lastra prima dell'opera­zione trovarono che il male non c'era piú, che per lui ormai occorreva solo un po' d'aria di montagna e lo mandarono a Trento un posto bellissimo dove io speravo che rimanesse un poco perché si ritemprasse bene, ma prima che finisse maggio me lo vedo spuntare a casa d'improvviso, i medici lo avevano mandato via perché lasciasse il posto a quelli che ne avevano bisogno perché lui stava benissimo: poteva tornare a casa.

« Perdoni cara Madre, il mal scritto, ma sono troppo commossa: perdonatemi ancora se non ho scritto subito, una serie continua di contra­rietà mi ha impedito di farlo; sarebbe troppo lungo parlarne. Solo Vi dico, mio figlio si era ammalato a causa della miseria, fu a lungo disoccupato, ora ha la salute ma non ha il posto che ha cercato di avere ma per ora con il sussi­dio del Sanatorio, ma noi preghiamo sempre e confidiamo nella Divina Provvidenza che dopo avergli dato la salute gli dia anche il suo pane quotidiano.

« Voglia, cara Madre, gradire questa piccola offerta di L. 1.000 che in segno di gratitudine le invio per un mazzo di fiori da fare alla Sacra Immagine del Volto di Gesú.

« Spero vorrà ricordarmi nelle sue preghiere per aiutarmi ad ottenere da Dio il perdono dei miei peccati per essere degna di ottenere la gra­zia che gli chiedo incessantemente.

« Nel nome di Gesú e di Maria mi dico sua devotissima

Anna Patricolo Via Costantino Lascaris, 8 Palermo »