IN
SANGUINE ANGNI
Suor M. ANTONIETTA PREVEDELLO delle Suore di Maria Bambina
Nulla osta alla stampa
Milano. 9 - 5 - 1957. Soc. F. Delpini - pro cancelliere Arciv.
Imprimatur
In Curia Arch. Mediol. die 9 - 5 - 1957. + J. Schiavini Vic. Gen.
PRESENTAZIONE
Vita davvero piena e consumata, quella di Suor Antonietta, ricca di frutti maturati dall'ingegno pronto e versatile, dalla eccezionale facoltà comunicativa, controllata e diretta da forte volontà e da zelo ardente, sempre vigile e insoddisfatto. All'attività didattica dei primi anni, che la pose a contatto con prelati esimii e futuri dignitari della Chiesa, ai quali avrebbe partecipato con discrezione quel suo segreto, seguì l'attività letteraria, intensa e produttiva, che formò l'impegno assorbente della sua vita operosa, fino al tramonto.
Come da limpida fonte uscirono le biografie delle due venerabili Fondatrici, Capitanio e Gerosa, poi rifatte e ripubblicate per la loro beatificazione e canonizzazione; la vita del loro direttore spirituale e quasi confondatore, il prevosto di Lovere Don Angelo Bosio (per la quale, a richiesta di Lei, ebbi a stendere la presentazione); la ponderosa storia dell'Istituto, dalle origini ai mirabili sviluppi fin allora raggiunti: opera in cinque grossi volumi, dettati in forma spigliata ma documentatissima; a cui si aggiunse la storia delle Missioni in India, oltre altri scritti postumi di carattere storico ed ascetico.
Nella visita che le feci a Lovere, nel settembre precedente alla morte, mi mostrò una grande cassa colma di documenti che si proponeva di usare per il proseguimento delle sue opere. Avendole espressa la mia meraviglia per tale e tanta mole di lavoro, mi rispose in tutta confidenza: a Oh, non è nulla in confronto di quello che succede qui dentro!
Nessuno, in verità, avrebbe potuto sospettare il lavorìo sottile, continuo e pur tormentoso della sua anima tutta presa in profondità dal Mistero del Sangue divino, se il bisogno di espansione non l'avesse costretta a rompere il riserbo, rivelando via via, più a se stessa che ad altri, in più che cento quaderni dattilografati e manoscritti, le sue elevazioni e commenti di passi scritturali, le penetranti meditazioni ed esami di coscienza, i suoi stessi propositi dopo gli esercizi spirituali: tutto un complesso di esperienze mistiche, quali sprazzi della sua anima rutilante ognora del Sangue prezioso.
La benemerita autrice di questa biografia, che scrisse già la vita del grande apostolo del Sangue di Cristo, il beato Gaspare del Bufalo, con il titolo suggestivo: «Sotto il segno vermiglio», si muove a suo agio in questa miniera di documenti spirituali, scegliendo e riportando i passi più significativi a rendere la veridica e caratteristica fisionomia interiore di Suor Antonietta, la quale rivela con incantevole spontaneità le sue ricchezze di pensiero e di sentimento, certo a glorificazione del Mistero, ma non senza uno scopo di apostolato, se ha potuto scrivere, nella sua ben provata umiltà: « dopo la mia morte, qualcuno raccolga questo patrimonio celeste, lo distribuisca e lo partecipi alle anime ». Sapeva bene che era il patrimonio del Sangue, più che sua proprietà: di esso viene ora offerto un saggio che fa. desiderare una più ampia raccolta, a comune edificazione e per la gloria del divino Tesoro.
Non è meraviglia che Suor Antonietta sentisse prepotente lo stimolo a parlarne e a indurre altri allo studio ed alle personali esperienze. Fu appunto per suo insistente suggerimento che mi decisi a pubblicare, per la Quaresima del 1938, la lettera pastorale sopra «Il Sangue prezioso di Cristo». Fui anche lieto di approvare e indulgenziare alcune sue preghiere, da lei stessa poi divulgate in foglietti a stampa che recano il profumo della sua anima inebriata. Ricordo in particolare quella serie d'invocazioni litaniche, componenti quasi un poema ascetico e liturgico, egregiamente commentate dal teologo ven. Ciano Don Sandro llottardi.
Ma documenti anche più intimi ci restano a rivelare il suo geloso segreto: sono pagine autografe, in quella sua calligrafia elegante e slanciata quasi a seguire i voli della mente e i palpiti del cuore: pagine contenenti i suoi voti - d'amore, di abbandono, di rinuncia, di maggior perfezione -; e poi atti di offerta dell'anima al Mistero della passione di Gesù, atti di consacrazione e d'immolazione; dove non si saprebbe che più ammirare, se la elevatezza dei concetti o l'eroismo della dedizione. Alcuni di essi recano a carattere di sangue la firma autografa o la conclusione: amen; tre sono interamente scritti a lettere di sangue: « La piccola riparatrice» (datato nella festa del S. Cuore, 1921), «Offerta di vita nel Sangue prezioso» (8 dicembre 1928), «Conferma di voti» (senza data). Sangue, dunque, per sangue. «Con il sangue delle mie povere labbra - così nelt'ultimo documento or accennato - intendo confermare i miei voti, i miei propositi, tutti i miei desideri, intendendo di rinnovarli ogni volta che ripeterò: Sanguis Christi, descende, illumina, purifica, sanctifica, inebria me et omnes. Amen!». Così Suor Antonietta rivisse nella sua anima il dolce e terribile Mistero.
Eminenza Cardinale Adeodato
I
Dominato dal massiccio del Grappa, che si accampa poderoso e severo - enorme paravento - a difesa di quei confini della patria che nel corso degli anni vi sarebbero stati tracciati dall'allarme, duramente contesi, vittoriosamente mantenuti, si stende il paese di Crespano. Il suo sviluppo seconda quello del suolo lievemente ondulato, offrendo lo spettacolo di un pittoresco miscuglio di case rurali e di ville graziose.
L'antica parrocchia era costituita dalla chiesetta, tuttora esistente, di S. Paolo, a mezzogiorno del paese, nel principio della campagna.
Altra chiesetta notevole è quella di S. Pancrazio, che circondata da magnifici cipressi, posta a nord sullo sperone collinoso che sporge verso il torrente Astico, a oriente del paese, costituisce una delle più suggestive vedute del luogo.
Al fine di una rapida e adeguata raffigurazione del paese in cui doveva sbocciare e fiorire la vocazione di quella della quale viene qui iniziata la biografia, e per rendersi conto dell'influsso persistente e omogeneo dell'ambiente su di lei, diremo subito che Crespano, oltre all'antica chiesa parrocchiale e l'attuale chiesa arcipretale, alle chiese minori della Madonna del Còvolo, e a tre Oratori pubblici, contava già dal tempo in cui s'inizia la nostra narrazione, varie fondazioni di attività benefica. Queste consistono tuttora nel Noviziato, fondato da mons. Scalabrini, per gli Emigrati italiani; in un Ospedale e Casa di ricovero e di salute, gestita dalle Suore di Carità della Santa Capitanio; nel Collegio femminile, con classi Magistrali, condotto pure dalle Suore di Carità; in un Orfanotrofio femminile e Asilo Infantile; nel Preventorio San Marco e, di recente apertura, una Scuola Apostolica delle stesse Suore; fondazioni in cui operano un centinaio di suore, e una cinquantina di operai e operaie; quanti cioè difficilmente si possono riscontrare in centri di sviluppo eguale a quello del paese di Crespano. Più tardi, doveva aggiungersi alle sacre costruzioni il Sacello del Grappa a Cima Grappa.
D alla parrocchiale attuale molto vasta, posta su una larga piazza, ornata di una vecchia fontana monumentale, e situata nella parte più alta del paese, scendendo a questo, accade di scorgere fra il verde, là dove le abitazioni diradano e le collinette si stringono a formare una piccola vallata, un corso d'acqua, assai rumoroso per la presenza di una cascata.
Una stradina in forte pendio, ombreggiatissima, porta in replicati zig zag giù verso l'acqua; è un piccolo bosco, quello che si traversa, di faggi e d'olmi: a metà strada, una isolata ma abitata casa colonica si leva alta dal cupo verde a immergere la sua chiara facciata, da sopra gli alberi, nel sole; poi, proseguendo in discesa, null'altro più che alberi e sterpi e la stradina sempre più umida ed erbosa. A un tratto, al rumoreggiar della cascata, l'improvviso apparire - con sorpresa di chi guarda e credeva il luogo del tutto deserto - di un tetto di casa sottostante: grosse tegole brune, qua e là macchiate di muschi.
Strana questa casa che si presenta dal tetto! Sostiamo, porgiamo l'orecchio: l'incombente mugghio dell'acqua non è accompagnato nè da voce di donna, nè dà pianto di bimbo, nè da rumor di telaio o picchio di martello. Nessun animale domestico che occhieggi o che fugga. Nessun cane alla guardia. La casa solitaria, tuffata fra la vegetazione, è muta, e sarebbe troppo gelida e misteriosa se, scendendo ancora, giù fino al suo ingresso, la cascata, apparendoci a sinistra, vicinissima, nel suo vigoroso tonfare dall'alto, - così che il corso dell'acqua fuggente ne riesce tutto mosso e spumoso - non ci avvertisse come nella presenza dell'acqua sia riposta la spiegazione dell'esistenza di questa casa a valle, e fors'anche di quella situata più a monte, e tuttora abitata da chi l'ebbe, a suo tempo, rilevata dai proprietari di entrambe le case.
La seconda casa, la più piccola e a livello quasi dell'acqua, mostra pur essa, da non pochi segni, di essere stata abitata da una famiglia numerosa e laboriosa, alla quale sappiamo che la grossa cascata metteva in azione - secondo il sistema patriarcale arrivato bellissimo sino a noi - le grandi ruote di due mulini.
A questi se ne aggiungevano altri dieci, d'altra proprietà, così che al luogo era stato dato il gaio titolo di valle dei mulini.
Tutta la valle, del resto, mostrava in origine un aspetto molto diverso da quello attuale. Al di là dei mulini, sempre seguendo il corso di quelle acque provvidenziali, si elevava una piccola industria laniera, e ancora più in là c'era una segheria. Lo stridore diuturno delle seghe, unito all'alacre ronzio delle macchine della filatura, s'accompagnava a qualche coro di filatrici, le quali, una volta, ancora libere da quei regolamenti che più tardi verrebbero creati a disciplinare l'opera di più grosse maestranze, potevano darsi, tessendo, quel tanto di dolce buon tempo di cui hanno parlato, nelle loro poesie, alcuni poeti dell'ottocento.
Si può immaginare quanto fosse vario e ridente il succedersi delle stagioni, e quanto armonioso il susseguirsi delle alacri giornate con le calme notti: vero premio, queste, di riposo e di pace dopo la fatica durata dalt'alba al tramonto. Non è dunque a stupire se, da un lato, il quotidiano spettacolo di attiva carità, in paese, delle opere assistenziali, e dall'altro, giù a valle, dov'era il nido famigliare, il forte e sereno esempio di indefettibile amore al lavoro, contribuissero fin dalla nascita alla robusta formazione spirituale di chi aveva avuto la doppia ventura di aprir gli occhi alla vita in Crespano, e in seno alla sua valle.
Chi entra, oggi, dalla stradina che conduce alla casa, che, fra le due che restano, è situata più al basso, viene a trovarsi al piano superiore di essa; una scala di legno con leggiadra sponda porta ad alcune stanze a terreno; sia sopra che sotto, l'occhio passa con piacere da un'artistica finestrella centinata a un vasto camino; dal capace forno al lavatoio domestico, che occupa di sè la buona porzione di un locale. L'abitazione è sprovvista attualmente di qualsiasi mobile; nessuno può sedere se non... sui gradini della scala e le stanze sono ingombrate di grosse fascine di legna, che qua e là cedono posto a piccole scorte di prodotti agresti.
Si nota, a terreno, una greppia col fieno dei nuovi proprietari, e, sulle pareti, senza regola alcuna, non poche multicolori prove di bordature dipinte; segno che un decoratore è andato laggiù a esercitarsi tranquillamente nel mestiere.
Se la presenza dell'artistica, finestrella, del camino, del lavatoio, riescono a determinare la destinazione di un paio di locali, nulla si può definire intorno al resto dell'abitazione.
La casa, che era una di quelle di proprietà dei Prevedello, fu ridotta dalle granate della prima guerra mondiale e dall'incuria dei soldati, a una vera spelonca. La famiglia aveva dovuto abbandonarla, dietro ordine delle autorità militari, per ospitarvi uomini e cavalli. Alla partenza, gli ospitati ricambiarono l'ospitalità lasciando danni d'ogni genere, distruggendo e bruciando.
Ma sappiamo che in quella casa viveva - e vi restò molti anni - Antonio Prevedello, con la moglie Maria Savio e ben otto figlioli, quattro maschi e quattro bambine; sappiamo che Antonio, lavoratore indefesso, uomo all'antica, allevò la famiglia più che decorosamente, sopra tutto con le sudate e sicure risorse dei suoi mulini: poi, commerciando in granaglie ai mercati di Bassano e Castelfranco, dove si recava col suo cavallo. Proprietario di campi e boschi, unendoli a quelli della moglie, aveva con lei costituito un ragguardevole patrimonio. Erano viti, frutteti, legna e fieno, per cui, alla pur numerosa famiglia, non venne mai nulla a mancare.
Così la muta casa risuona per noi a un tratto di voci e di risate; il camino si fa ardente di scoppiettanti tizzoni e lingueggia di fiamme attorno a una pentola appesa; le cartelle dei maggiori, i giocattoli dei più piccini, le matasse e i gomitoli della mamma, elevano la vecchia casa tuffata fra il verde a partecipare dell'alto concetto umano e sociale che conferisce al pater familias la realtà quotidiana di cosi numerose bocche da sfamare, di tante anime sulle quali vegliare, fra le difficoltà della vita.
Piero, Caterina, Angelina, Elvira, Roberto, Ersilia, Raffaele, Leone... I figli, però, non mostrarono d'aver disposizione a continuare il lavoro del padre, tanto che questi dovette prendersi, come aiuto, un lavorante stabile, al quale venne aggiunto qualche avventizio, per i lavori della campagna. Visto tuttavia che i figlioli riuscivano bene negli studi, il padre, ritenendosene soddisfatto, li avviò per questa strada, incoraggiato dall'ottima sua consorte, che, dotata di una certa cultura, a lei data dalla facoltosa famiglia da cui proveniva, fu preziosa nel seguirli. Moglie e marito sacrificarono via via, un po' per volta, i loro beni a vantaggio dei figli, finchè non li videro tutti decorosamente sistemati. E la morte li trovò sereni e contenti, proprio per il lungo sacrificio insieme sostenuto.
Fermiamoci. Piero, Caterina, Angelina... Piero diventerà sacerdote. Angelina prenderà il velo. Dal nome dell'infaticabile, indimenticabile babbo, assumerà il nome di suor Antonietta.
II
La discendenza dei Prevedello - pur essendo stabilita da incalcolabile numero di anni nel Veneto - era originaria del Piemonte, e veniva precisamente da Cherasco. C'era in quel rigoglioso nucleo famigliare, passato attraverso parecchi secoli di vita, al tempo stesso propulsiva e coesiva, qualche cosa della gens latina. Emigrarono e si distinsero sempre: già nel 1420 troviamo un Cesare Prevedello professore di economia a Napoli.
Si trattava di una famiglia distinta anche per una certa aristocrazia spirituale (la madre di origine albanese), contrassegnata da preziosi doni di Dio, come l'ingegno e il carattere; ma, come avviene nelle numerose famiglie, non potendo le esplicazioni dell'intelligenza e dell'energia vitale riuscir le medesime in tutti i membri (quante ragioni personali: affettive, morali, pratiche, possono influire sui vari destini!), così non c'è da sorprendersi di qualche differenziazione. La figlia Caterina morirà a sessant'anni, e la figlia Elvira, sposata, si spegnerà ancora nel fiore dell'età, in attesa del suo ottavo bambino; Così ancora, la lieta brigata amerà, in genere, lo studio, don Piero e suor Antonietta in testa; ma Roberto preferirà darsi con successo al commercio minuto, conservando in sè tuttavia tanto senso d'arte - di cui sarà ricchissima suor Antonietta - che basti, anche avanti negli anni, a distinguerlo quale intraprendente ideatore e direttore, in paese e fuori, di spettacoli teatrali, a titolo gratuito.
L'ufficio araldico internazionale brasiliano di San Paolo, via Campo Sala 33, grazie forse alla diligente cura di qualcuno dei vecchi Prevedello emigrato in America, ha potuto dare a nostra conoscenza una copia dello stemma di questa, famiglia.
Si tratta di tre acuti cocuzzoli di montagna in campo rosso, sui quali uno sparviero trasvola, reggendo nel becco un sacchetto rigonfio. Sotto, una dicitura ci illumina Praevidens providet - previdente, provvede - essa dice, e ancor più sotto una fascia ricorrente reca in italiano il nome, chiaramente derivato dal latino, di Prevedello. In alto, lo stemma è sormontato dalla terza figura, non invadente, di un guerriero, tra un fregio bilaterale di piume di struzzo.
Uno sparviero; dunque un uccello non eccessivamente temibile, ma da preda; non una indifesa colomba, non una lirica allodola. Nello sparviero che scivola via nell'aria a mettere in salvo il ben di Dio che sta entro il sacchetto, a noi piace trovare l'immagine interpretativa del coraggio, della sagacia, dell'intraprendenza dei Prevedello; e poichè ogni uccello che tesoreggia e porta al nido lo fa specialmente per la covata, nel sacchetto rigonfio vediamo la dovizia del dono, recato da generosi cuori.
Costantemente altruista, e, per indomito amore di giustizia e di verità, qualche volta lievemente aggressiva, sarà anche Angelina - suor Antonietta - con quel suo caratteristico intercalare:
« Dico io! », delle rimostranze più... tranquille. E come non sottolineare il fatto - ai fini della comprensione di questa gens operosa - che il professore di Napoli era un economista ?E come ancora non sottolineare - staccandoci dalle significazioni dello stemma per passare a quelle dei voleri di Dio - l'altro fatto, ai fini della valutazione del compimento di un raro eletto destino, che quando Angelina, neonata, fu portata da sua zia Rosina a battezzare - secondo l'uso del paese - adagiata entro un imprudente cofano di vetro, per un forte sbalzo delle ruote, rotti i vetri e precipitata nel torrente, la bambina veniva poi raccolta miracolosamente illesa?
Ingresso trionfale nella vita: era il giorno di Capodanno del 1876
Di media statura, proporzionata all'età, asciutta ma non scarna, lineamenti regolari un po' marcati, bellissimi occhi neri, Angelina si dimostra, negli anni dell'adolescenza e secondo le attendibili testimonianze scritte delle amiche di Crespano, già ricca di doti che fanno bene auspicare di lei.
Sentiamo anzitutto che cosa ne ha depositato la stessa sua sorella Ersilia:
" Più giovane di dieci anni di lei, ricordo che mi accompagnava all'asilo, sempre paziente coi miei capriccetti. Sua grande cura era di insegnarci a pregare. La sera, soleva adunare me, mio fratello Roberto ed altri bimbi, e ci faceva recitar le preghiere davanti a un piccolo altare che avevamo in casa, da lei tenuto sempre adorno di fiori. Alle preghiere quotidiane faceva seguire quella notissima per S. Luigi "di angelici costumi adorno", inculcandoci così l'amore alla purezza, virtù da lei coltivata con grande scrupolosità.
«Ed era amantissima dei fiori. Al primo sbocciare delle primule e delle viole, ci conduceva per prati e boschi a raccoglierle e a farne mazzolini per il nostro piccolo altare, non solo, ma per quello che la nonna si teneva in camera, costituito da una Madonna in legno, troneggiante da una grande nicchia; simulacro che venne poi distrutto - con gravissimo dolore della nostra buona sorella - dalle milizie che occuparono la casa durante la prima guerra mondiale. Ad Angelina si può ben applicare la vecchia frase, che torna bene al punto, di angelo della casa: aiuto costante della mamma, assillata specialmente dalle cure di noi ultimi quattro.
« Ordinata, assidua - con la mamma - alla prima Messa quotidiana, amante dello studio, abilissima in saggi di calligrafia, la domenica mi accompagnava all'Ospedale a visitar gli ammalati e le vecchie del Ricovero, ricevendo da una suora immagini e pagelle con le quali far propaganda per la S. Lega Eucaristica».
Un giorno, fu detto dalla mamma alla piccola Ersilia, che non capiva perchè essa piangesse a dirotto «Devi essere buona come Angelina; essa non tornerà più, e tu devi sostituirla nell'aiutarmi». La madre era di ritorno dal Collegio dove aveva accompagnata la sua figliola, affidandola alla Superiora che doveva condurla al Noviziato di Milano. Era il 12 marzo 1895.
La giovinetta aveva mostrato tanto geloso attaccamento alla propria vocazione, che, oltre a circondarla del massimo riserbo, esortata ad entrare in convento nel giugno, per poter esser presente alla celebrazione della Prima Messa del fratello Don Piero, aveva rinunziato a presenziarvi, per timore, rimandando l'entrata in convento, di non rimanere stabile nella vocazione.
Tutti i preparativi erano stati fatti in silenzio; un gran vuoto si aperse nella casa. E dalla partenza della figlia diciottenne sparita per consacrarsi a Dio, passarono dodici anni, prima che la giovane suora potesse rivedere i suoi cari nella nativa Crespano. Aveva lasciato Roberto di dieci anni, Ersilia di otto, Raffaele di tre, Leone di un anno. I due ultimi, prima del suo ritorno, la chiamavano « la sorella sconosciuta ».
Ritornò per poco... Aveva sognato che Ersilia continuasse gli studi e la seguisse, a mettendosi - sono parole di suor Antonietta - sotto le ali sicure di Dio ». Ma alla sorella minore Dio schiudeva altra via, nel mondo. Era del resto - e rimarrà sempre, identica a se stessa - la tendenza al proselitismo da parte della vigile suora. Felice della sua consacrazione e del suo nuovo stato, se pure accompagnato alle volte dalle spine che si incontrano in ogni condizione di vita, essa cerca anzitutto nella cerchia famigliare, più tardi in quella delle allieve (ma dopo ch'esse hanno terminato gli studi e son partite per le loro case), il campo sul quale degnamente influire, o nel quale sondare.
Qualcuna risponde, e la segue; altre prendono invece altre strade. Ma suor Antonietta, giovane o anziana, non insisterà. E' comprensiva. E' delicata e prudente. Essa stessa dirà poi a Ersilia, rimasta volontariamente nubile presso il fratello don Piero, che la sua è una grande missione, e la consiglierà ed incoraggerà ad assolvere ai doveri assunti nel migliore dei modi. Comportamento che rientra con naturalezza nel quadro generale della condotta di suor Antonietta.
Una sua compagna di Crespano, Bettina Zamin, che a vent'anni conobbe lei di quattordici, stringendo amicizia malgrado la differenza di età, la definisce modello, fin da allora, alle ragazze del paese, così che il suo confessore, don Giuseppe Ceccato, soleva dire che in Crespano nessuna la eguagliava, e rincalzava la sua affermazione con queste parole: « quella ragazza è qualche cosa di raro ».
Al tempo stesso Bettina Zamin afferma che la giovanissima amica era però senza scrupoli nè fanatismi, e narra come, presentatasi con lei per una Confessione generale allo stesso don Ceccato, (in un'ora di tutto comodo per lui, che di solito era tutt'altro che spiccio) ed essendosi la Zamin indugiata nella pia pratica piuttosto a lungo, la Prevedello, confessatasi per seconda, non si trattenne che cinque minuti. Disinvolta e lineare in tutto, fin da allora.
Vogliamo udire, ancora per mezzo della Zamin, un'ultima eco della sua armoniosa voce di adolescente? Antonietta - allora Angelina - con parecchie amiche, compie la dura ascesa del Grappa, quando ancora non c'erano strade, nè, in vetta, la storica Madonnina. Si sale per cattivi viottoli, tra sassi, sterpi, ostacoli, un po' a piedi, un po' in ginocchio, l'una dietro l'altra; Antonietta sempre in testa, così che le stanche compagne ogni tanto la chiamano per non perderla di vista.
Ed essa dall'alto lancia a un tratto, ridente, nell'ingenua semplicità dei suoi pochi anni: « Su, su, coraggio! Nostro Signore aveva la croce sulle spalle quando s'avviava al Calvario; noi non, abbiamo... che un po' di pane e quattro frutti!».
III
Scelse, come terreno fertile per la sua vocazione, la grande famiglia delle Suore di Carità delle Sante (allora Venerabili) Capitanio e Gerosa, entrando in noviziato a Milano il 12 marzo del 1895. La Congregazione era, ed è, fra le più vaste per ricchezza di iniziative, per esplicazione nei più diversi campi: l'insegnamento, la cura della gioventù e dell'infanzia, l'assistenza ai malati in Ospedale, quella ai vecchi e ai minorati della mente nei Ricoveri; la carità si prodigava anche dentro le carceri, e si slanciava nell'opera multiforme delle Missioni estere. La solita usata espressione: « entrare in convento », fu per Antonietta quasi un non-senso; si sarebbe potuto dire piuttosto: uscire incontro alla vita, affacciarsi a ignoti orizzonti, parlare con l'infinito.
La volontà dei superiori, motivata dalla grande fiducia ch'essa, pur tanto giovane, ispirava - per la sua fermezza di carattere e l'assenza di fronzoli sentimentali, accompagnate tuttavia da un vivo senso di maternità spirituale - la destinò subito, non appena professa, a poco più di vent'anni, a occupare un posto veramente singolare.
Divenuta maestra, le veniva affidato, in Pavia, l'insegnamento nel Seminario minore. Chi si sarebbe mai aspettata una scelta simile, grave di specialissime responsabilità per il genere degli scolari, nei quali - dai meno brillanti ai molto dotati, dai più aperti ai più chiusi, raccolti là dai Pastori attenti che hanno intravisto germi di vocazione - la giovane maestra doveva vedere non pochi sacerdoti di domani? Era una vera collaborazione, che le si chiedeva, all'educazione ecclesiastica. Non basta. Suor Antonietta in quell'Istituto che dipendeva dal Vescovo Riboldi, si trovava ad avere a che fare non soltanto con una scolaresca d'eccezione, ma con un corpo insegnante eccezionale a sua volta, perchè formato di sacerdoti-professori di non comune elevatezza spirituale e valore scientifico; sacerdoti divenuti più tardi Vescovi illustri, come Maffi; Ciceri, Ballerini, Cazzani e Rodolfi. Unica donna in così delicato e straordinario consesso, essa è posta nella invidiabile - in quanto alta e difficile - condizione di tornare di particolare onore all'Istituto delle sue Suore, ed anche al sesso al quale appartiene.
La scelta caduta su lei in così giovane età, ci dice molto intorno alla sua saggezza nativa, alla prontezza della sua intuizione, alla solidità della sua formazione. E sempre in Pavia esplicherà - quasi per opportuno equilibrio di forze - le sue virtù femminili, nel Collegio S. Giorgio delle Suore di Carità, presso il quale presterà pure la sua opera di insegnante. Più tardi, nella vita, come giungeranno fedeli fino a lei le voci di parecchi antichi seminaristi suoi scolari, divenuti sacerdoti, poi parroci, poi monsignori, e destinati ancora a salire, così le arriveranno frequenti le lettere nostalgiche di non poche allieve di quei bei tempi, venute a trovarsi in frangenti dolorosi; o d'altre, spose contente e mamme fortunate.
Con gli antichi scolari e le scolare, l'antica maestra, pur mutando residenza e mansioni, tenne sempre una corrispondenza nutrita, vigile, vivificante, o consolante. E iniziata, fin dai primi tempi della sua vita di suora, alla particolare conoscenza del sacerdozio, nutrì sempre per le persone consacrate il massimo rispetto e la più alta considerazione, qualunque ne fosse l'età, la dignità o l'ufficio; in questo campo la sua comprensione religiosa ed umana non avrà chi facilmente l'eguagli; costante nei sentimenti, come in tutto ciò in cui si metteva, essa si occuperà sempre, anche nel più lontano avvenire, di sacerdoti e seminaristi.
A questo punto, non è possibile passar oltre, senza mettere a conoscenza di una pagina che uno studente di teologia scrisse di lei dopo il suo trapasso; pagina che comprende anche una mirabile lettera di suor Antonietta, da Lovere, allo stesso chierico.
« Reverendo A.,
« Speravo di poter venire da lei oggi; invece devo sacrificare questo mio desiderio, ma lo offro al Signore, implorandole luce e pace in questo penosissimo momento. Monsignor S. la tratta come i suoi Santi; potrebbe trovare parole di lamento? E anche affiorassero dall'anima angosciata, quale sollievo, quale conforto, quale soluzione pratica e soddisfacente per il suo cuore affamato e assetato di Dio, per la sua vocazione, dono del Cielo, lavorata dalla stessa mano di Dio, sopra un disegno sapiente e amoroso?
« Non pensi che sia tutto perduto. Sotto l'impeto di certe bufere, anche le vette più alte del bosco piegano, ma poi si rizzano più splendide e vigorose. Non si arresti a considerare la delicatissima questione alla luce umana; anche gli uomini più dotti e più santi sono incompleti, sono sempre ai margini dell'opera di Dio. Trovi nella sua fede e nella sua pietà ragioni più nobili e più confortevoli di quelle umane, pensando che il Signore è fedele: quando chiama, precede, accompagna nella via, conduce a meta, a volte capovolgendo ogni piano dell'anima.
« Excelsior ! Precisamente dalla prova aspra, sentita, trafiggente, che le fa sanguinare il cuore, tragga argomento per elevarsi di più verso Dio, per raccogliersi nelle profondità dell'anima dove non giunge nessun inganno, e per stringersi alla croce di Cristo, donde scende a rivi il suo Sangue adorabile, tempra ai forti, usbergo dei santi. Sia generoso; abbracci con l'entusiasmo del suo spirito il profondo dolore che l'immedesima con Gesù; sia superiore a tutti e a tutto, confidi nella potenza del Signore che può aprirle qualunque via per l'ascensione al Sacerdozio, mèta dei suoi santi ideali, e senta dentro di sè la consolazione che Gesù concede a quelli che soffrono con Lui e per Lui. Le sono vicina col pensiero più vivo e la preghiera più ardente; ho pregato molto e prego perchè abbia l'eroismo dei Santi».
Scrisse di lei questo futuro sacerdote: «Anima aperta a tutto ciò che è bello, che è grande... mi confessava che al tempo della sua entrata in convento - fuggito il mondo perchè ne sentiva tutta la vacuità e le amarezze - era passata tra burrasche, lotte, incomprensioni, scontentezze, da parte di persone che non andavano tanto per il sottile. Molte volte si era sentita smarrita davanti a questa durezza, ma la mente era stata sempre fissa in Dio.
« Amava, la notte - continua il futuro sacerdote - e gustava il poeta della notte: Tagore. Prediligeva gli incontri con Dio, notturni. Invidiava - lei che di solito dormiva come una bimba - le notti bianche. Che pace, nel silenzio!
«Appassionata delle bellezze della creazione, amò la natura tutta, come mistica e come artista sensibilissima. Il suo tavolo da lavoro fu visto spesso occhieggiante di viole e di primule. Aveva un'intima predilezione per la cascata di Gòvine, che vedeva dal suo posto di lavoro quando si trovava lassù fra i monti, e che si sentiva gemere nella notte.
« Fra i quattro Vangeli, le sue preferenze andavano a quello di Giovanni, cònsono alla sua fine spiritualità. « S. Paolo è difficile: ma c'è chi ricorda una sua esegesi da teologo sulla giustificazione di Cristo nella prima Lettera ai Romani, spiegazione che meravigliò chi l'udì... ». Fin qui lo studente dell'ultimo anno di teologia.
Veneta, non perdette mai il dono della facezia e quello del garbo, come ebbe connaturato il senso e il gusto del colore. Non è a stupire se per questo dono fosse divenuta, fin dai tempi di Pavia, miniaturista di rara abilità. In seguito sarà attiva in quest'arte come decoratrice di cartelle da scrittoio, portafogli, cornici in pelle o in pergamena, segnalibri, diplomi, atti di benemerenza, menzioni, immagini, nelle più diverse ricorrenze della vita famigliare, conventuale, sociale. Il professor Provini di Pavia, col quale aveva studiato, venuto a conoscenza di ardui lavori da lei ideati e condotti a termine, le espresse per iscritto la sua profonda ammirazione.
Il pittore Duilio Corompai, autore di tele a soggetto sacro, oltre che di paesaggi, la chiamerà non di rado per avere il suo giudizio intorno a pitture sacre. Le sottoporrà, anzi, una volta, un bozzetto di quadro, eseguendo il dipinto secondo il consiglio di lei, facendole in seguito omaggio del bozzetto. Essa poi, mescolando gusto artistico e carità, insegnerà la miniatura a un certo Della Colletta, che aveva la disgrazia d'esser muto.
Cólta, ma fatta a suo modo. Se l'autore rientrava nell'alone della sua sensibilità - come s'è detto di Tagore - allora se ne occupava con interesse, vedendo in lui il casuale interprete del suo spirito. In fondo, in ogni autore essa cercava un testimonio - nel senso greco. della parola - a se stessa. Questo atteggiamento è possibile, comprensibile, nelle persone dall'anima vasta, che hanno scarso bisogno di cercare fuori di sè. E non si interessava affatto di eccellenti autori, o sospendeva a un certo punto il suo interesse, quando in qualche cosa essi si allontanavano troppo da lei.
Una sera si accomiatò da un pio giovane venuto a salutarla, con queste parole: «La sua anima sia come una casa illuminata nella notte ». Parole che possono farci comprendere quanto il suo temperamento religioso prendesse dal suo senso estetico, per rivestirsi delle immagini più felici.
IV
In una lettera privata, col pensiero a un autore tedesco, aveva scritto: « Sterben ist leben ». Morire è vivere. Il suo gusto per questa frase, che verrà citata anche nei suoi scritti religiosi, ci serve per renderci più completo il quadro della sua sensibilità spirituale. Pur nella tipica finezza, pur nel garbo, che facevano anche del1'anima sua una miniatura, essa amava l'arditezza dell'antitesi, le sorprese del contrasto, la drammaticità del dilemma, le punte dell'epigramma; non respingeva neppure la sentenza capziosa. Le sue pagine di scrittrice ci danno numerosi esempi di quest'altro aspetto di lei. Non soltanto per le citazioni, che prediligeva, ma perchè lei stessa scriveva così. Vediamo di intenderla.
Ogni anima vasta - e Antonietta Prevedello l'aveva vasta assai - portando di sua natura i propri limiti molto lontano, viene a includere nel campo della propria anima - ci si permetta l'immagine geografica - sviluppi di longitudini e di latitudini tali da determinare aspetti non solo diversi, ma addirittura opposti. Certo, anche nelle anime vaste un carattere fondamentale c'è, ma è pur vero che, appunto per quella felice vastità, questo carattere tende ad armonizzarsi con gli estremi, creando ciò che di più mirabile può trovarsi nel genio come nello spirito, e che è indispensabile per creare in ogni campo il capolavoro: l'equilibrio. E chi non sa che l'equilibrio è la risultante - anche nel campo fisico - di due forze eguali e contrarie?
Soltanto chi sia negato alla comprensione del grandioso può supporre, e magari in buona fede affermare, che l'equilibrio impedisce lo slancio. Ma come va che condizione prima per lo slancio massimo, sugli sci in montagna, sui trapezi nei circhi, è quella di prepararsi e di tenersi in perfetto equilibrio? Nelle anime vaste, anche gli slanci partono, come i raggi da un corpo luminoso, in tutte le direzioni; il complesso dei raggi diversissimi creerà nuovamente un equilibrio.
Tenendo presente tutto questo, capiremo come la Prevedello potesse essere al tempo stesso ardente e moderata, comprensiva e inflessibile, astratta e concreta, umanissima e rude, meditativa e scattante, aristocratica e popolare. Perchè mai essa incuteva a tutti, e sempre un singolare rispetto? Perchè essa era rispettosissima di tutti, anche dei giovani e degli ignoranti, e pur trattando con garbatezza e umiltà, non varcava mai le arcane distanze imposte dalla dignità.
Dote in lei eminente, durante l'intera esistenza: la carità. Carità del gesto, della parola, del consiglio; carità nel donare ai poveri, agli amici, ai famigliari, distribuendo con tatto gli stessi doni piccoli o notevoli che a sua volta riceveva; carità esercitata con lunghe assistenze epistolari prodigate alle più diverse persone: scolari e scolare, consorelle, malati, persone in angustie materiali o spirituali, sventurati, infelici; carità di arredi alle chiese povere, di generi alimentari in tempo di guerra a qualcuno che ne restava privo; carità di indumenti, fino al memorabile invio di una cassa di berrettini fatti da lei confezionare per i ragazzi di un asilo-ricovero; carità di visite, anche quando si trattò di arrampicarsi su ripidi sentieri per portar soccorsi a un sacerdote rifugiato e ricercato dai tedeschi e dai fascisti, con rischio grave per lei stessa e per la consorella che l'accompagnava; carità di prestazione influente per trovar posti a - disoccupati, soccorsi a vecchi, protezione a bimbi; e nel settore delle sollecitudini il pane altrui dal giovane laureato all'umile domestica, raccomandazioni e fervorose insistenze, avendo col tempo, in parte per il suo grado, in parte per la sua intelligente socievolezza e spontanea versatilità, esteso sorprendentemente le sue personali conoscenze. Queste andavano dal Patriarca di Venezia e da tutti i Canonici di San Marco, a capi militari, ad assessori comunali, a grandi industriali, avvocati, ingegneri, medici, architetti, direttori di cliniche, scrittori e scrittrici, giornalisti, pittori, editori, alto clero e clero modesto, frati e suore d'altri Ordini, autorità, famiglie.
La sua conversazione, il suo tratto, la dignitosa accostevolezza, la squisitezza del sentire che si manifestava cm fraterna premura, quel suo interessarsi a tutto, ma conservando la discrezione, ne rendevano cara la presenza ambita la parola. Si desiderava di conservar contatto con lei, e ciò attesta anche la foltissima corrispondenza da lei lasciata: pacchi e pacchi di lettere, cartoline, espressi, telegrammi; essa non distruggeva nulla, soprannominandosi scherzosamente a il cenciaiolo ».
In quella svariata e interessante corrispondenza fanno capolino, tra persone illustri o comunque eminenti, tipi specialissimi ai quali essa cercava di far del bene, riuscendovi spesso: l'ateo irriducibile, l'intellettuale scettica e scontenta, l'illusa, il pretino inesperto e lagnoso, il convertito, la signora di mondo che confida le sue intime pene, la buona grafomane sgrammaticata ma che torna, fedele come le castagne in novembre e i corbezzoli in luglio, la visionaria passionale che scrive là stessa lettera con due inchiostri, rosso e nero, il fraticello che ha comato delle litanie... strampalate; fa misantropa che viaggia sempre, il disgraziato che scrive sulla carta intestata dei carcere, l'assistito gratuitamente che dice male delle monache.
Qualche giovane suora della sua comunità, o di comunità diversa, ma che dipendeva da lei come segretaria della Provincia, lamentò di essere stata trattata con asprezza insistente. Nessun dubbio sulla verità dell'affermazione. Qualche volta; quando per qualche ragione ci si metteva, suor Antonietta «teneva ancor del morire e del macigno», direbbe Dante; osserviamo però che tutti, anche i santi, gli eroi, i benefattori dell'umanità, hanno avuto i loro difetti; certamente la Prevedello ebbe i suoi, tanto meno accettevoli, per qualcuno, in quanto; essendo lei sempre educatissima con tutti, i modi un po' aspri costituivano uno strappo alle buone abitudini.
Teniamo presente che, per effetto, diremo: così, di cattiva spirituale, ciascuno di noi è ovviamente più portato a vedere i difetti altrui che a conoscere i propri; se così non fosse, la sapienza greca, non avrebbe ammonito da millenni : « Conosci te stesso » e la saggezza cristiana non avrebbe energicamente rincalzato: « Non giudicare ». Ora badiamo bene: i difetti di ogni persona di natura elevata (ed è questo, quindi, il caso della Prevedello, severa anzitutto con se stessa) non sono - come dice etimologicamente la parola « difetto » - una carenza di buone qualità.
I così detti difetti delle persone che sono moralmente alte, in genere sono sovrabbondanze di iniziali ottime qualità. Così la persona schietta arriverà qualche volta allo sgarbo e alla durezza; la generosa, alla prodigalità; la molto operosa, all'invadenza; l'umile, al silenzio, anche quando sarebbe bene parlare. I difetti di suor Antonietta derivarono dalla esuberanza della sua natura schietta, che la faceva alle volte parlare anche troppo chiaro; dalla sua incompatibilità col male anche lieve, per cui - lo crediamo - avrà martellato qualche suorina un po' inerte, o che le parve inerte.
Sensibilissima in cose riguardanti il contegno, il decoro, quando le sembrava che qualcuno li negligesse, fosse pure per svista, essa poteva giungere anche all'intolleranza e all'incomprensione, e perfino ad assolutismi e infantilismi quasi divertenti, come quando si trattò di un gesto di questo genere: avendo riposto con cura una bottiglia di liquore a lei donata per offrirla, intatta, al fratello don Piero che sarebbe venuto a farle visita, non appena s'avvide che a quel liquore veniva dato il nome, sull'etichetta, di « Latte dei vecchi », non volle più saperne di quella... sconveniente bottiglia (« Dico io!... »).
Non mai, dunque, originaria meschinità o malignità riflessa, alla radice di qualche difetto in questa donna; ma la scusante, di prim'ordine, della retta intenzione, e dell'amore ch'ebbe sempre vivissimo per la coerenza tra le idee e le azioni anche minime.
Fu qualche volta di un semplicismo che rimase proverbiale. Passando in rassegna alcune giovani suore per decidere a quali si poteva dare il permesso di recarsi a un'accademia, giunta ad una che aveva oltre che poca salute, poca vista, le osservò tout court: « Tu, malandata come sei, non avrai certo voglia di uscire! ».
Un'altra volta, trovandosi in corriera con alcune consorelle e un Vescovo, accadde quel che oggi chiamiamo un incidente stradale. Sbalzate fuor del veicolo alcune persone, fra cui il Vescovo, suor Antonietta continuava a ripetere in tono di compassione per il Prelato (era Mons. Jeremich) a Eccellenza! Eccellenza!... ». E lui: « Altro che Eccellenza, Eccellenza, tirème su, invese! ».
Sbrigativa. Se però s'accorgeva di aver sbagliato, ecco nuovamente manifestarsi la sua natura aperta: eccola perfino inginocchiarsi a chieder scusa, eccola spedire lettere che strappan le lagrime.
Quando, in tempo di guerra, si trattò di dare una veste al sacerdote nascosto fra i monti, e ricercato da tedeschi e fascisti, essa nell'impossibilità di muoversi in quel momento, insisterà allo scopo presso un'amica (sorella di una suora) che occupava un impiego in località molto lontana dal luogo di rifugio del ricercato. Occorse il permesso del principale per intraprendere il viaggio (a oh, 'ste mate de mùneghe! »); i pericoli che allora accompagnavano qualunque spostamento divennero una disgrazia, quando la viaggiatrice, issatasi a stento sul camion che veniva preso d'assalto da gente che voleva mettersi al sicuro, si ferì a una gamba tanto gravemente da dovere al ritorno essere sottoposta a una operazione chirurgica. Suor Antonietta si accorò per un pezzo dell'accaduto, meditando (a voce alta) sull'inopportunità dello zelo quando è soverchio, e prodigando all'amica ferita ogni sorta d'attenzioni.
E qui entriamo nel delicato campo dei suoi segreti esami di coscienza scritti, nei quali sa accusare se stessa con tanto rigore, con tanta sottigliezza, e insieme con così ingenuo candore, da commuoverci profondamente.
Semplicismo, s'è detto, cioè alterazione involontaria della semplicità. E la semplicità fu un'altra delle belle doti di questa donna; dote tanto più preziosa in quanto, non frequente, è anche più facile a trovarsi nel mondo che non fra persone destinate a vivere in comunità, cioè chiamate a manovrare fra molti scogli.
Suor Antonietta rimarrà sempre, in qualche cosa, bambina. Perchè? Apriamo una parentesi. Perchè la sua vocazione, nata si può dire con lei, non solo la indirizzò giovanissima al convento, ma ve la condusse digiuna affatto di qualsiasi pur innocente esperienza di vita. Nessun giovane mostrò di aspirare alla sua mano, nè tanto meno alcuno si fece onestamente avanti con concrete proposte di nozze: Antonietta, pur tanto simpatica, non diede tempo a nessuno di accorgersi di lei, malgrado l'interessante pallore ambrato del suo viso, nel quale brillavano i suoi due grandi occhi bellissimi.
V
La giovane suora dal ricco temperamento, più genialmente sintetico che analitico, appassionata del bello, entusiasta del bene, si trovava ad essere particolarmente adatta alla gioventù, sia quella maschile delle scuole elementari del Seminario di Pavia, sia quella femminile del Collegio San Giorgio delle Suore.
E come non tornar cara alle scolaresche, come non influire beneficamente, quali che fossero l'indole e il destino di ciascun allievo, se sapeva attrarli, convincerli, farne schiudere l'anima con singolari trovate, alle quali è impossibile restare indifferenti?
Il canonico Faustino Gianani, che fu suo allievo di quinta elementare negli anni 1897-98, narra due episodi che è bene riportare.
« Un mezzodì suonava la campana dell'Angelus alla vicina chiesetta, e noi, in cerchio intorno a lei, lo recitavamo assai male: cantilena, ritardi, eccetera. Ci riprese; inutilmente. Si tornò daccapo: male ancora. Allora: « Basta », disse, « Quanti siete? ». E ci contò: venti. « Va bene; oggi dirò da sola venti volte l'Angelus in vostra vece. Andate pure ».
Più avanti, nello stesso scritto, il Gianani rievoca Maggio 1898: Le cose, per quel che potevamo sapere noi ragazzi, andavano male. Facevamo, un giorno, un baccano indiavolato. Suor Antonietta ci disse poche parole: « Ragazzi, sentite. In questi momenti, nel processo contro don Albertario, sta parlando l'avvocato accusatore. Voi ragazzi tacete: il Signore farà sì che ogni parola di meno sul vostro labbro, qui in scuola, sia un'accusa di meno in quel tribunale!... « Ammutolimmo... ».
E' strano come in una donna schietta, che, sia pure con garbo, soleva riprendere chi giudicava meritevole di riprensione, si manifestassero più tardi casi di tal tolleranza, di tale voluto ottimismo, da muovere a sorpresa qualche consorella, che avrebbe voluto da lei maggior vigilanza e più acuta penetrazione.
Suor Antonietta per la sua buona fede, per esempio, nei riguardi di alcune giovani suore che chiederanno il permesso di prendere, o lasciare, dati cibi, o un'esenzione da particolari piccole mansioni, verrà accusata di troppa accondiscendenza, quasi di favoreggiamento nei riguardi di soggetti ancora indietro nella via della santità. Essa risponderà, alla pur assennata osservazione, che se la richiesta dei permessi e delle esenzioni è stata suggerita dalla gola e dalla pigrizia, le richiedenti saranno giudicate da Dio che tutto vede, non da lei, che non può fare il processo alle intenzioni.
Una volta ancora assistiamo al fatto della coesistenza, nella medesima persona di questa suora, di atteggiamenti fra loro contrastanti: la sua abituale sottigliezza nel sorprendere ciò che reputa non sia bene, con quel suo tirar via a grandi linee, trascurando il dettaglio e la sfumatura; atteggiamento che qualche volta la indusse anche a prendere aperte difese non già di errori - questo non l'avrebbe mai fatto - ma delle persone che potevano averne commessi.
Così viene, una volta ancora, efficacemente riaffermata, nella presenza degli estremi, la vastità di spirito e di vedute di questa donna, che ebbe a dire e a scrivere di sentirsi a suo agio « soltanto in faccia all'infinito ». Ecco perchè il dettaglio la trovava qualche volta insofferente, anzi, impreparata; ecco perchè deduciamo ch'essa abbia dovuto ben duramente soffrire nel plasmare la sua anima e mortificarla, sino a giungere all'eliminazione di certe pur lievi e contingenti irriflessioni, a vantaggio della conquista spirituale di sè. Questa conquista, assoluta nei suoi procedimenti, richiede - come ogni cosa quaggiù di cui si vuole ottenere il perfetto risultato, dall'umile vivanda della massaia, su su fino alla soluzione dell'ardito teorema, o alla riuscita della composizione chimica - che nessun ingrediente, nessun dato, nessuna modalità, vengano dimenticati.
E poichè cade a proposito, qui, un'altra osservazione. Intorno al quadro complessivo del tipo di questa donna e suora che si stacca nettamente dal comune, nonostante qualche venialità, facciamola quest'osservazione, perchè nessuno ci possa accusare di parzialità verso l'ammirata e amata figura di suor Antonietta Prevedello.
Qualche sacerdote, insigne per doti di mente e di vita pastorale, non seppe spiegarsi - e quasi, con molto garbo peraltro, parve lagnarsene - perchè, dotata com'era suor Antonietta, fosse rimasta « sempre seconda » nella distribuzione delle alte cariche dell'Istituto.
Premesso che i « primi posti » davanti a Dio non sono quelli delle cariche, ma quelli dello spirito (e in questo anche i succitati sacerdoti sono ovviamente d'accordo con noi), si permetta, alla persona laica che scrive queste righe, di dire ciò che qualunque suora biografa dovrebbe astenersi dal dire, in quanto faciente parte viva dello stesso Istituto della biografata. Chi vive nel mondo, e gode perciò della maggior libertà di poter obbiettivare - diremo così - gli operati di carattere pubblico di un Istituto al quale non appartiene, può osservare; senza pericolo di adulazione; che - il modo ufficiale di « seconda » - ruolo importante; ma non il massimo - riservato per tutta la vita a suor Antonietta, rivelò - una sorprendente oculatezza da parte dei superiori.
Questa affermazione non tende affatto a diminuire i meriti eminenti di suor Antonietta; anzi, tende a collocarla definitivamente, al di sopra e al di fuori delle contingenze dell'Istituto, a un altro « primo posto », precisamente quello dello spirito; quel « primo posto » che Dio solo conferisce, e che l'Istituto mai le contese, e non le contende pur dopo morta, se ha dato l'amabile incarico di parlare degnamente di questa sua figlia.
Suor Antonietta è paragonabile a quei santi e a quelle sante che onorarono con lo splendore delle loro doti palesi e nascoste, con l'esempio, col consiglio, con gli scritti, gli Ordini ai quali appartennero, ma che sarebbero stati alquanto spostati se insigniti di cariche richiedenti doti indispensabili all'esercizio della massima autorità e responsabilità. I santi, come gli artisti, hanno, nei riguardi delle inesorabili esigenze della vita pratica, abbondanza di pregi non necessari, contro una tipica mancanza di indispensabili requisiti. Chi più santo di certi anacoreti cne vissero di locuste e di mortificazioni? Ma fossero stati messi a capo delle prime comunità religiose, i confratelli, dopo una settimana, non avrebbero più avuto da coprirsi e da mangiare.
Bene fecero dunque i superiori a mettere invece a frutto i capitali inalienabili di suor Antonietta: l'ingegno e la grandezza d'animo - che dovevano più tardi portarla all'arduo, delicatissimo posto di Consigliera generale - e le sue rare qualità di scrittrice ispirata e robusta. Esse le valsero la promozione all'incarico - di una vastità da sgomentare - di storiografa dell'Istituto, di biografa delle Fondatrici e di altre interessanti figure tra le figlie della Capitanio e della Gerosa. Qui, suor Antonietta mostrò di trovarsi veramente a posto, veramente nel suo regno.
Nella vita pratica, la misura da lei tenuta era sempre l'abbondante. Così, nel periodo pavese, arrivò a sostenere mattinate intere e interi pomeriggi dedicati all'insegnamento. E fu, di schianto, una laringite acuta. In questo episodio c'è tutta suor Antonietta.
Fu mandata a riposo nel Collegio di Santa Maria degli Angeli in Treviglio; non bastando questo, per le proporzioni del male che permanevano gravi, venne trasferita in cura a Castegnato, in provincia di Brescia, dove si trova una casa di cura e di riposo per le suore.
Rimessa in piedi, pur restando sempre nella gola il suo punto debole, essa venne tolta dall'insegnamento e inviata a Venezia, prima a S. Maria del Soccorso, poi nella Casa provincializia. Si era nel 1911, e suor Antonietta aveva trentacinque anni.
Credeva di dover restare laggiù un anno soltanto, e di poter poi far ritorno a Pavia.
Rimase a Venezia - salvo temporanei soggiorni altrove - per più di trent'anni.
VI
La disposizione alla vita religiosa si ripete, nei Prevedello. Oltre al fratello don Piero, divenuto poi Monsignore, e passato dal Santuario del Còvolo, nell'unghia del Grappa, a più alte cariche a Padova, due figlie di cugini: suor Michelina Prevedello e suor Elvira Dalla Riva, appartenenti al medesimo Istituto di Maria Bambina. Pure Padre Francesco Prevedello, Generale degli Scalabriniani, ha grado di cugino coi Prevedello di Crespano del Grappa.
Tolta dall'insegnamento, ed entrata più a fondo, a Venezia, nella vita religiosa, suor Antonietta, coprendo la carica - che le sarebbe lasciata per diciotto anni - di segretaria della Provinciale suor Clementina Azzini non indugiò a rimpiangere la diletta scuola, se non dal punto di vista puramente affettivo. La scuola, forse senza che lei se ne accorgesse, l'avrebbe un po' limitata, costretta a camminare in una sola direzione, nell'esecuzione di un lavoro degnissimo e quasi sacro, sì, ma al quale può tornare perfettamente idonea anche un'altra. Di fianco a suor Azzini, le possibilità di suor Antonietta trovarono un più complesso campo di esplicazione. E fu un'attività prodigiosa, la sua: viaggi, udienze, visite, colloqui, interventi, corrispondenza; tutto ciò negli anni della prima guerra mondiale, lavoro reso spesso pesante, complicato, pericoloso.
Si disse, giustamente, che la Prevedello fu la metà, e anche più della metà di suor Azzini; questa, piena di buon senso e di materno cuore; diremo piuttosto che le due si completavano a meraviglia, anche perchè a vicenda si stimavano e si amavano assai, nel formare un unico organismo: ricco delle doti pratiche e della calma serenità dell'Azzini; vivido del pronto ingegno, delle ampie vedute, della ferma disciplina dell'altra. Nè mai fra le due vennero meno i rapporti da affettuosa Madre a figlia devota.
Furono, quei diciotto anni, un periodo di splendida, completa fioritura nella vita della Prevedello. Tutto ciò che la sua natura umana e spirituale potrà dare, fu dato. Si rivelarono in lei qualità inattese, emersero quelle già evidenti; arricchendo gli altri di attenzioni, di soccorsi, nei modi più vari dell'assistenza, arricchiva, sè stessa di meriti, e il suo Istituto di prestigio.
Sicura - per carattere - nelle decisioni, le riuscì di divenire spedita nell'organizzazione e abile negli affari, che vogliono una iniziale prudenza, certo, ma anche molto slancio; umile e ritirata in sè, le tornò agevole far tesoro dei consigli che le venivano dati, e ch'essa non credeva di abbassarsi a chiedere e a seguire; ordinatissima nelle proprie cose, riuscì ben presto a sistemarsi stabilmente nell'esplicazione di attività che sembravano dover urtarsi fra loro, per scopi diversissimi, distribuzione di ore, diversità delle persone che occorreva avvicinare.
Forte nel difendere ciò che reputava doversi ritenere un diritto; seppe mettere a reale profitto dell'Istituto i vantaggi della sua cultura, della sua socievolezza, della sua geniale versatilità, dei suoi modi, attirando all'Istituto la simpatia e i consensi delle Autorità in genere, del Clero, dei laicato, e, nell'interno della grande comunità distribuita in tante Case anche molto lontane, stringendo sempre più e meglio i vincoli del cuore, creando quell'atmosfera di fiducia e di concordia che è condizione, base, intima bellezza, mezzo di sicura prosperità per ogni grande Famiglia religiosa.
Nè, sempre aperta e vasta nelle sue concezioni, si limitò entro i confini pure amplissimi della vita dell'Istituto. Da vera cristiana, spingendo il suo sguardo e il suo anelito fuor dai cancelli, sconfinò umanissima nel campo delle sventure altrui, si trattasse di laici, o di religiose appartenenti ad altre fondazioni. Assistette così, durante la guerra, validamente e a lungo, le monache di Santa Chiara e le Serve di Maria, sia nello sfollamento che nella penuria di viveri; istituì i Refettori per i figli dei richiamati, e - meraviglia delle meraviglie, nella tutta bella vergine del Signore - riuscì a condurre ospite, nella Casa di san Gioachino, una schiera di innocenti bambine preievate dal complesso dei purtroppo numerosi « figli della guerra » già raccolti nell'Istituto di san Filippo dalla carità dei fratelli mons. Celso e mons. Giovanni Costantini.
Fu a lei particolarmente cara l'assistenza diretta alle sventurate piccine dal padre sconosciuto, e qualche volta anche dalla sconosciuta o non degna madre. Occorreva vestirle, nutrirle, proteggerle, ma, altrettanto urgentemente, prepararle a seguire una loro strada: quella che conduce alle nozze terrene o a quelle celesti. Quattro di quelle bimbe entrarono nella vita religiosa; due sono divenute eccellenti maestre, e ancor oggi si dicono tanto grate a suor Antonietta che le « scoperse » e le avviò. Le altre, infilate le vie del mondo, se ne andarono col viatico dell'esempio, delle parole sublimi, dell'addio indimenticabile; indistruttibile viatico, perchè semente che prima o poi, per volgere di venti o precipitar di bufere, dà sempre un fiore.
Ma udiamo la stessa suor Antonietta scrivere di quegli anni.
«Trovai (a Venezia) una rete intensa di benedizioni. Anni ricolmi di protezione celeste, specialmente durante la grande guerra. Salva per miracolo sotto la pioggia di bombe esplose nella Casa provincializia, sostenuta per bontà di Dio in mezzo a spaventi, disagi, patimenti. Ogni giorno una sventura, molte lacrime grande abbandono in Dio. Dopo la guerra, ecco la ripresa delle opere di provincia, le ricostruzioni, le sistemazioni. Lavoro e malattie, un alternarsi di sofferenze; ma come mi appaiono ora preziose, veri doni di Dio, segni del suo amore verso questa piccola sposa che pareva non avesse che un fil di vita e nessuna resistenza! ».
Sì, stremata da un lavoro enorme, molteplice, diremmo qualche volta accanito, condotto con fede irriducibile, con indefettibile costanza.
Chiese più volte ai superiori di essere mandata in missione all'estero. Non per mutare occupazioni: l'abbiamo sentita felice di quelle che svolgeva, sicura della benedizione di Dio. Ma nel quadro delle sue aspirazioni non poteva mancare, proporzionata alla vastità del suo respiro, la richiesta ultima, l'estrema, quella che si spinge al paese più perdutamente lontano, e può includere il dono, se a Dio piaccia, della vita stessa.
Ma avrebbero potuto le sue sempre delicate corde vocali, e la sua costituzione, dimostratasi sana, sì, ma non molto robusta, sopportare i gravi disagi della missione? I superiori non credettero di esaudirla, e suor Antonietta non fu mai missionaria. Si adoperò essa tuttavia, sempre, per le Missioni, raccogliendo e mandando ogni genere di cose di cui laggiù abbisognassero. Alle partenti da Venezia per le terre lontane, prodigava, ogni volta, finezze e attenzioni materne. A lei, erano serbati altri più. vicini e meno appariscenti dolori: prima, quello della morte della Provinciale Azzini, di cui riuscì più tardi a far porre la tomba nel cuore della Casa provincializia di Venezia, vincendo non pochi ostacoli; poi, la ripresa del suo posto di segretaria a fianco della nuova Provinciale, suor Ernesta Gallotti, diversissima dalla Azzini, da cui dipese con immutato fervore, ma non senza difficoltà di adattamento e sacrificio.
Se non dunque in terre lontane, fra popolazioni idolatre, suor Antonietta fu missionaria in Italia, dovunque visse o passò o giunsero, con l'assistenza, le sollecitudini della sua penna, alunna, in questo, dell'apostolo Paolo, che riusciva a moltiplicare la propria presenza con l'ausilio delle sue celeberrime lettere.
Esplicandosi la sua attività in Venezia, suor Antonietta si affezionò alla meravigliosa città cui è tanto facile affezionarsi; la città dove è bello recarsi e dolce il rimanere, e della quale conosceva ormai tutto: dallo studio del Patriarca agli uffici del municipio; dalla stanza da lavoro del sindaco a quella del benefattore insigne; dalle abitazioni delle famiglie borghesi più in vista, alle canoniche parrocchiali, alle casupole dei pescatori e dei gondolieri; dal cortile delle carceri ai gradini delle chiese dove i senza tetto passano le notti, alla cancellata di giardino dove, all'alba, una vecchia mendicante, sempre la stessa per anni, attendeva il passaggio amoroso di lei, col dono del pane quotidiano.
Dire di questo amore per Venezia è necessario, perchè, com'era di ogni sentimento, in suor Antonietta, l'effusione quasi dolorosa per impeto di getto lo dominava, non si sa fin dove pietosamente umano, e da dove elevato pur esso a conquista spirituale. Bisogna dire di questo amore in cui la donna, l'artista, la suora, la responsabile in tutta coscienza d'una carica quale quella ch'essa copriva, a volta a volta si confondevano, si avvicendavano, si completavano, si potenziavano, legandola al campo delle sue esperienze, delle sue gioie e delle sue arcane sofferenze, con la tenacità delle corde che trattengono le navi agli ormeggi.
Questo bisogna tener presente per capire il segreto inconsolabile dolore di lei quando da Venezia verrà sbalzata, in vista di un'altra carica, in piena Milano.
Questo bisogna non lasciar più uscire dalla memoria, per saper dare a suo tempo il giusto valore - dieci anni più tardi - al gemito rassegnato e straziante che le salirà dal cuore: « Oh, Venezia! » fin sul letto di morte.
VII
Consideriamo ancora un tratto della sua personalità esteriore, prima di addentrarci negli stupendi meandri della sua segreta vita interiore.
I libri che intanto ci darà, come storiografa dell'Istituto e biografa delle Fondatrici, sono l'esponente fiorito, visibile, di una possente linfa che non sarà solamente quella dell'ingegno; così la stella alpina, bella a vedere e deliziosa a cogliere, reca con sè, fino alle grandi altezze, il filtrato nutrimento che le viene da insondabili abissi.
Ma se le sue pagine di storiografia e di biografia, pure attraverso la sua sensibilità, fanno ora da piedestallo, ora da specchio, ora da inno a ciò che altri ha meritoriamente compiuto, si dovrà ancora aspettare lunghi anni per trovare lei e lei sola: tutti gli anni della sua vita, perchè scrisse fino all'ultimo, costruendo, con le centinaia di quaderni scritti che lasciò, un edificio imperituro.
Si crede da molti che chi si dà alla vita del chiostro sia di conseguenza portato a negligere, quasi a spezzare gli affetti famigliari. Forse perchè Gesù ha detto: « Chi ama suo padre e sua madre più di me non è degno di me »? Eppure il significato di questa frase è evidente; tanto, che la spiegazione ne è sottintesa; in poche parole: occorre anteporre Gesù in tutto e a tutti; frase che si identifica con l'altra diretta a chi, con la mano sull'aratro, si volge a guardare indietro. No, Gesù non è rigoroso con gli uomini; le sue parole sono soltanto logiche e conseguenti.
Che cosa fanno di diverso il sacerdote e il medico coscienzioso, quando accorrono al capezzale del moribondo, anteponendolo anche ai propri cari, per l'adempimento di un sacro dovere liberamente scelto? E’ dunque questione di senso della responsabilità e di fedeltà alla linea di condotta adottata, e non di tendenze umane affettive.
Perciò suor Antonietta, intelligente di tutte le cose di Dio, darà prova, dal chiostro, di non aver punto scordato i suoi cari, e anzi, di aver affinato e approfondito il suo affetto per loro; ciò che le sembra - e con ragione - debba rientrare negli obblighi umano-sociali di una Suora di Carità.
Famiglie che hanno la ventura di avere uno dei loro membri consacrato a Dio, si vedono, nei frangenti, raggrupparsi di comune intesa intorno a quell'uno, magari ancor giovane, per seguirne i consigli e riceverne i conforti che sentono venire arcanamente dall'alto: più autorevoli e più disinteressati.
La Prevedello amava i suoi famigliari così, pur considerandosi essa per prima, per quanto suora, in un piano inferiore a quello del fratello sacerdote.
Siamo nel 1915, nel '16, nel '17, nel '18; il fratello Leone, l'ultimo dei figli di Antonio Prevedello, si trova sotto le armi, nell'esteso fronte del Veneto; così pure vi si trova Raffaele, ma in terra africana; il primo, più esposto ai pericoli dell'ora, durante un periodo di ventisette mesi; ufficiale decorato di medaglia d'argento al valore, presterà poi servizio - durante la seconda guerra - per un altro periodo di tre anni, e verrà congedato col grado di maggiore.
Se le lettere sono sollecite, affettuose, trepidanti per la religiosità di Leone, che la sorella non vuole si affievolisca, gli scritti al secondo fratello appaiono intensi di commozione più rattenuta, ricchi delle notizie d'Italia che quello, dall'Africa, può desiderare. A Leone essa scrive «Ora sto in attesa della tua visita; mi pare un sogno ch'io possa vederti e abbracciarti; avvisami se puoi, anche se l'ora fosse tarda, anche di notte, e che il Signore ti lasci sempre fra noi »; poi, avvenuta la visita « cara, attesa, sospirata, invocata da tanto tempo », si rammarica « Mi avrai compatito; non ho saputo interessarmi di te, delle tue pene, delle tue glorie, come mi ero prefissa; non seppi che balbettare la mia tenerezza ». D'un balzo, materna: « Ti ho trovato come ti volevo: tranquillo, fidente, buono, avvolto di mirabile semplicità... sul tuo labbro nessun encomio per te che pure hai meriti grandi... ».
Altrove: « La mia maggior pena è la tua posizione », e alludendo alla stampa immorale data laidamente in pasto ai soldati in trincea: « Chi pensa e scrive e lancia sul campo di morte non la parola calda di amore, di ammirazione, d'incoraggiamento... ma quella che abbrutisce ed umilia, chi scrive così in un momento così tragico e solenne, non ha cuore, non ha coscienza, non ha dignità. Ti scongiuro di non degradarti ».
E non scorda il capitano e il colonnello, e vuole il nome dell'attendente del fratello e del cappellano, per rivolgersi a loro se non ricevesse lettere da lui. Lettere sempre - quelle di suor Antonietta - di parecchie pagine, gentili, discorsive, adattissime a tener compagnia, a far sentire a chi le riceve - esposto al rischio di morte improvvisa e violenta - d'essere tanto amato.
Il fratello Raffaele, in terra d'Africa, è insegnante presso la scuola bilingue italo-araba, e, più tardi, sarà segretario della Banca d'Italia all'Asmara. Appassionato di lingue, collaborerà con un professore svedese alla formazione di una grammatica italo-svedese.
Interessante - nelle lettere a Raffaele, molto diverse dalle prime - conoscere almeno alcuni argomenti via via trattati. Nella prima lettera suor Antonietta traccia un ritratto di don Calabria. In una seconda incoraggia il fratello a dare gli esami magistrali. Trasferito il fratello a Massaua, ne rifà tutto il viaggio con poetica e accesa immaginazione. In realtà, lo ammonisce a non scordarsi di essere in terra idolatra, quindi piena di sorprese e di pericoli, e lo esorta a cercarsi la compagnia di un sacerdote santo.
Proseguendo nella serie degli scritti, troviamo delle note di guerra, col cuore al seguito del dilettissimo Leone che si trova nel Friuli: pagine degne di una madre e al tempo stesso degne - per precisione d'informazioni - di un consumato reporter. Altre lettere e lettere continuano sui bombardamenti di Venezia, e sulle conseguenze create da tante stragi. Fin che si giunge alle robuste lettere nelle quali si parla della resa del nemico e della liberazione. Ragguagliatrice di prim'ordine, perchè non dimentica nulla, distribuendo sapientemente le luci e le ombre, riesce a insinuare le notizie della famiglia.
Dal 1918 le lettere rimaste ci sbalzano al gennaio 1927: la mamma, « fresca, lieta, festevole », è andata a portare speciali auguri alla figliola suora che compie i cinquanta anni; il fratello don Piero, a nome di tutta la famiglia, le ha fatto dono di un artistico reliquiario foggiato a giglio, con la reliquia della Capitanio. Che intima gioia in questo scritto, che dolcezza, che grazia!
Ma il fascio delle lettere ci sbalza ancora, senza trapasso graduale, dal gennaio allo scorcio dello stesso anno. L'atmosfera idillica muta violentemente: la mamma è morta il 3 settembre 1927. Il quadro che suor Antonietta traccia di questo trapasso - avvenuto sereno ed esemplare - tra la schiera dei figli, in mezzo ai quali il sacerdote emerge, pur accanto al buon padre, come il vero, alto capo di casa, è singolarmente efficace. Non sappiamo pietosa, che si in tutto il frase ammirare in esso più la superstite prende il triste incarico di ragguagliare tello lontano, o la scrittrice finissima.
La vita fugge, incalza. I pochissimi scritti che rimangono ancora - diretti a questo fratello - segnano tappe di varia gravità. La salute del babbo declina... il Cardinal Maffi è morto... suor Antonietta ha compiuto i sessant'anni di età... il fratello Raffaele sta per partire con Mary per Roma... la vigile sorella suora gli ha preparato, laggiù, un incontro con Igino Giordani, facendo preceder l'incontro col dono, al fratello, di un libro dello stesso Giordani: Il Sangue di Cristo. Una rapida parentesi lieta il fratello è festeggiato per il « cavalierato » a lui conferito per benemerenze di guerra, ma la parentesi è chiusa, e le tristezze della vita, che non mancano a nessuno, riprendono.
Siamo nel 1939, ormai alla seconda guerra mondiale. Ecco Padova barbaramente bombardata: sotto le bombe, il fratello don Piero e la sorella Ersilia, che abitano in quella città, superano, ma restando scossi, la terribile prova. Suor Antonietta ne dà notizie a Raffaele, riprendendo lo stile - stavolta più conciso e più amaro - dei tempi della prima guerra. Suor Antonietta è stata da parecchio trasferita a Milano; ma la carica di Consigliera generale e il vario apostolato, la chiamano alle volte, per qualche tempo, altrove.
Ed è ormai con un penoso rimpianto che ci accostiamo all'ultima lettera da lei scritta a Raffaele. E’ - datata da Lovere: 6 ottobre 1945. Giubilante, la suora rievoca l'appena trascorso cinquantesimo di sacerdozio di don Piero, che ha avuto molte feste al Covolo, nella terra natale. Essa, costretta all'assenza, si rappresenta sotto la guida del cuore l'intera giornata vissuta dai suoi, accanto alle tombe dei genitori. Che festa d'anime! Che poesia di sentimenti!
E ci vien fatto di aggiungere: che modello di famiglia, questa dei Prevedello! Anche quando accadde loro di dissentire su qualche punto, in qualche frangente, sotto la guida di don Piero e per l'affettuoso influsso di suor Antonietta, finirono sempre per mettersi simpaticamente d'accordo.
Sempre generosa nel favorire qualcuno in qualche modo, la nostra suora chiude l'alato scritto raccomandando vivamente a Raffaele un sacerdote, studioso di lingue orientali, che ha bisogno di notizie dell'Africa: documenti... il Corano.... la spiegazione del a Papé satan aleppe ». Il salto, fra le due parti della lettera, non ci disorienta affatto; esso sta a testimoniare la vastità dell'anima di lei, tutta a tutti.
Poi... più nulla. Il giorno dell'estremo addio a tutto è paurosamente vicino.
VIII
Le lettere ai genitori, alla sorella Elvira - sposata - e ad Ersilia, convivente col fratello sacerdote, non sono meno vivaci e attraenti. Con le precedenti, potrebbero formare un interessantissimo epistolario. Se nutrita meno di tutte fu la corrispondenza col fratello Roberto, ciò accadde perchè questi, per temperamento, scriveva piuttosto di rado (e la sorella suora a lagnarsi dolcemente con gli altri: « Da Berto nulla. Che, è muto Berto? Berto non scrive più »). Ma quante premure anche per lui!
Non una malattia, o una convalescenza, o un lutto dei suoi cari la troveranno meno pronta all'interessamento o al conforto. Morta Elvira, essa scriverà alla mamma in occasione della dolorosa dipartita di lei, poi nuovamente nel trigesimo, nè scorderà gli anniversari. Consolerà la mamma di nuovo, nel giorno della partenza di Raffaele per l'Africa, e scriverà al papà per tenerlo allegro nel suo giorno onomastico. E si occupa del cognato, marito di Caterina, quando si ammala e quando viene a mancare... e non dimentica i nipoti.
Sfogliando la corrispondenza tenuta con don Piero, poi Mons. Piero, abbiamo la fortuna del completamento di molti scritti di lui a lei.
Per quanto riguarda suor Antonietta, possiamo osservare che questa nutritissima corrispondenza, durata tutta la vita, si differenzia nuovamente dalle precedenti. Qui, la sorella non è più la guida spirituale dei fratelli, non rappresenta più, senza volerlo, il modello per loro; qui traspira da ogni pagina il senso riposto di una umiltà sincera, sottintesa, alla presenza del sacerdote, che occupa ogni cosa arcanamente di sè.
Suor Antonietta, sia per naturale disposizione alla venerazione per i sacerdoti - nella dignità dei quali sentiva la continuazione visibile, sulla terra, di Gesù Cristo medesimo - sia perchè quella disposizione aveva preso nutrimento speciale a Pavia, mostrò di non scordare mai, un solo momento, pur scrivendo a un fratello, di rivolgersi a un sacerdote. Ha per lui i riguardi dovuti a ogni altra persona rivestita di carattere sacro; si atteggia, scrivendogli, a minore in tutto, è un comportamento riflesso, che, pur trovando radice nella volontà, fiorisce poi in spontanee finezze.
Mai una volta dimostra, per don Piero, il tenero trasporto sempre serbato a Leone, per lei rimasto sempre il piccolino di casa. Con don Piero, essa somiglia a certe figlie di re che dentro dentro amano il padre, ma colte nel momento nel quale in lui vedono soprattutto il re.
Quando, per volere dei superiori, suor Antonietta avrà intrapreso a scrivere biografie, e sarà diventata la storiografa dell'Istituto, il lavoro veramente poderoso troverà sostegno nella costante richiesta, al fratello colto, oltre che al sacerdote sollecito, di pareri e di consigli intorno ai modi di considerare la materia, di disporla e di stenderla.
Le comunicazioni di lei entreranno pur nei dettagli delle bozze, della carta, dei caratteri, delle copertine; essa si cura dei particolari estetici e bibliografici, propone correzioni e modifiche; alle prese con editori, stampatori, illustratori, pregherà il fratello di assumersi qualche incarico: ricerca di testi rari, approcci di persone, spedizione di documenti.
Quando dà tregua a questo specialissimo. genere di corrispondenza, allora riprende a scrivere alatamente; ed è l'invio di belle massime spirituali, la descrizione della visita al Papa, le considerazioni intorno alla lotta fra il bene e il male. Mostra preoccuparsi per l'avvenire degli altri fratelli; intrattiene don Piero intorno alla sua iniziativa per l'esumazione e la tumulazione, in san Gioachino di Venezia, della Provinciale Azzini; parla di una lettera del Vescovo di Firenze e del Vescovo di Luni; parla dei suoi viaggi: a Maggianico, a Torino, a Lovere, a Milano per l'inaugurazione della cappellina provvisoria, a Breganze per la vestizione delle Orsoline.
Qualche volta, dal posto di discepola, di minore, suor Antonietta si eleverà a quello umanissimo di mamma, quando l'esserlo, in quanto suora e donna, rientra nei suoi graditi doveri anche presso il fratello sacerdote. E così essa assiste il fratello sacerdote in una «prova delicata », chiamandola il « crogiolo della purificazione ».
Scocca il momento forse più solenne che passa fra i rapporti dei due. Nulla traspare di preciso dallo scritto, nè a noi importa sapere. Ciò che ci attira ed avvince, ciò che ci commuove, andando anche al di là della pur bellissima lettera per il cinquantesimo di sacerdozio al Còvolo, è precisamente il non detto, l'arcano, il patito insieme, ciò che da sorella a fratello trasvolerà via misterioso, sotto l'alito serenatore della carità, creando fra le due anime consacrate, sbocciate dallo stesso sangue, un vincolo che non è terreno.
Ma suor Antonietta, proprio come una mamma, pensa, dopo l'anima, anche al corpo, alla salute del fratello Piero e degli altri della famiglia, che durante la guerra soffrono, come molti, di gravi privazioni. E allora... oh, come piace, come quasi ci diverte, a distanza d'anni, la lettura degli scritti che fanno della nostra suora la perfetta massaia di casa sua!
Ecco suor Antonietta indaffarata per la spedizione di zucchero - un tesoro, allora! - in cambio di vino per le suore; eccola alle prese coi conigli da mandare a ritirare a Legnago dalla superiora del Ricovero; eccola a spedire dello strutto per «gentilezza eccezionale della Provinciale »; e allo strutto seguirà l'olio per don Piero ed Ersilia, e all'olio seguirà l'esortazione: «datene un poco ad Elvira... ». Par di sentirla, par di vederla.
E... che dire di una inattesa richiesta di musica? E? di un permesso per Roberto, fatto sollecitare da influente persona, al suo tenente? E della pergamena dipinta e spedita in morte del colonnello Monti su incarico di Leone? E degli altri dipinti mandati in Africa per i superiori di Raffaele? Così, immutabilmente.
E poi si dice che le figlie che prendono il velo voltano tutte, sempre, le spalle alla famiglia.
IX
Sappiamo già come suor Antonietta avesse chiesto più volte, prima della guerra e dopo, di essere mandata in missione all'estero.
Se fosse stata scelta per la Birmania o l'India, dove le suore di Maria Bambina hanno Missioni, il meno che le sarebbe potuto toccare poteva essere la malaria birmana - ben lungi ancora dall'essere debellata - o, in quel paese delle meraviglie che è l'India, qualche malattia tropicale. Se i superiori, considerato lo stato sempre un po' precario della sua laringe, e l'drganismo, se pur sano, non robustissimo, non credettero mai di poterla esaudire, ce ne dorremo?
No. Suor Antonietta non avrebbe potuto fare, in missione, più di quanto ha fatto in Italia. Basta pensare alle a figlie della guerra » per le quali essa, tanto lontana dalla triste realtà di certi mali, s'adoperò strenuamente; era l'ora in cui un'altra « santa infanzia », in patria, aveva bisogno di salvatori, di pane e di amore.
Per le anime grandi, tutto il mondo è missione, e dappertutto c'è azione. Sentiamo del resto come essa stessa giudica il fatto, fin dal 1913, anno nel quale la guerra, dalla massa, non era nemmeno prevista « Il piccolo angolo che la Provvidenza ci assegna per lavorare, soffrire, pregare, vale per noi più di tutto il mondo, purchè vi si sappia pregare, soffrire; lavorare bene ».
E’ questo il principio ch'essa terrà sempre presente; esso forma il preludio del gran concerto di una spiritualità che andrà facendosi sempre più complessa e organica.
Da principio suor Antonietta si effonde in pensieri staccati di varia ispirazione. Per conoscere l'evoluzione di quest'anima, dobbiamo scorrerne alcuni fra i più significativi.
« La mia preghiera sia quella di Gesù: Ita, Pater ! ». « È triste ripetere che tutto passa, ma è anche dolce pensare che sulle rovine del passato, specialmente su quelle che son costate amarezze e pene, si eleva il merito, che ha carattere d'immortalità ».
« Per quanto grandi ci sembrino i nostri sacrifici, sono un nulla in confronto alla generosità di Dio nel compensarli ».
« Chi guarda dall'alto di un campanile, abbraccia le cose soltanto in confuso, e non si accorge delle piccole rovine, dei piccoli guasti prodotti dalle intemperie... Com'è possibile vedere di lassù le screpolature delle case, la tortuosità delle vie? Per ben conoscere tutto ciò, bisogna scendere giù al basso. Quanti crepacci vedremo allora nell'edificio spirituale! Quante pietre fuori di posto, quante sostenute per miracolo, quante già in procinto di cadere! O divino architetto... ripara alle nostre rovine, perchè non crolli tutto, restando noi al freddo, alle intemperie, e nel vuoto ! ».
« Che vantaggi arrechi a te e agli altri, disapprovando un carattere che non puoi cambiare e correggere? Vorresti spezzare il ramo perchè è nodoso? Un giorno ingrossato, quel nodo costituirà forse una bellezza, formando il pregio del legno ».
« Noi vorremmo adattare il dolore al nostro cuore, come si adatta da libere persone l'abito al corpo. Vorremmo sceglier la stoffa, il colore, la forma. Vorremmo sceglier noi la qualità, la quantità, il tempo delle nostre pene; in una parola, vorremmo trovare il gusto nel disgusto, e mettere la nostra volontà al posto di quella di Dio ».
Quando vedi che tuo fratello è freddo verso di te, interroga la tua coscienza, vedi se l'hai offeso o trascurato... Se però non ti pare di avergli fatto nulla, domandagli un favore. La tua confidenza romperà il ghiaccio della sua freddezza ».
« Ore 241/2 - ore 21/2 antimeridiane: o sante dolcissime Comunioni notturne, fatte nel silenzio delle tenebre, dopo i fieri assalti nemici, quando il cuore sgomento sente il bisogno del Cuore divino... ».
« Cara e preziosa la tomba della mia vita religiosa! Essa seppellisce il mio orgoglio, per farvi nascere il fiore dell'eterna vita ».
I paragoni, per quanto appropriati, dei quali fece spesso abile uso, si fanno più brevi, quasi fuggevoli; se qualche volta vi insisterà, con qualche sforzo, sarà per lo scopo evidente di farsi capire.
Da uno stato riflesso e volontario, suor Antonietta passa a trasporti più immediati e spontanei. E il trapasso porta un tipico segno: se prima, in lei, parlava in modo preponderante l'ingegno, col suo estro un po' cerebrale, ora parla soprattutto il cuore, con i suoi slanci, le sue pene, le sue specialissime divinazioni. C'è sotto l'esperienza venuta gradatamente a maturazione. Essa stessa, più avanti, lo riconosce.
« La vocazione alla vita religiosa è l'inizio di mille altre chiamate misteriose e ineffabili che Dio rivolge all'anima. E’ l'inizio di un colloquio che va rendendosi sempre più intenso col procedere degli anni ». Sentiamola quando soffre.
«Il dolore mi ha colpito fino allo strazio; l'anima è triste, desolata; commossa; il cuore oppresso, affranto, sanguinante; ma lo spirito, elevandosi per virtù della tua grazia, sopra la sventura e sopra il pianto, ti ripete con tutta la vita purificata: Ti amo, o Signore! Ti amo in questo momento di prova, di ansia, di penai Ti amo perchè ci hai riempiti di tristezza, perchè ci hai ferito il cuore, perchè questa ferita non si chiuderà mai più, perchè la croce con cui ci hai avvinti non ci lascerà mai più.
Ti amo, mio Signore. Chi mi dà la forza di pronunziare e di ripetere queste parole, nelle quali compendio tutta la fede, la speranza e la carità, tutto lo slancio dei sentimenti e l'energia della vita, se mi sento così debole, sofferente e costernata? Ah, sei Tu, mio Signore, sei Tu visibile e sensibile accanto a me, con la pienezza del tuo amore. Perchè questo amore è esuberante, lo posso offrire quello che trabocca in me; perchè esso è divino, traduce in amore il mio dolore, in gaudio la sventura, in dono il sacrificio ».
Gli scritti di lei passano a un tratto, con nostra sorpresa, alla contemplazione di ciò ch'essa chiama: il Mistero del Sangue di Cristo. Mistero sotto l'aspetto della volontà di Dio per cui esso è divenuto il segno efficace del riscatto, e Mistero pure sotto l'aspetto eucaristico della sempre sua rinnovata donazione agli uomini.
Ci domandiamo: come s'accese in suor Antonietta la prima scintilla del grande incendio? Quando scoccò per lei l'ora sublime?
Non troviamo nelle sue note, nelle sue effusioni, neppure indirettamente nelle brevi preghiere di cui alle volte costella, alla maniera di S. Agostino, le meditazioni, nulla che ci riveli in che modo sia sorta per lei quell'alba, come sia partita verso quella devozione al Preziosissimo Sangue, ardente, costante, quasi esclusiva, che formerà il centro della sua vita spirituale. Un illustre prelato, tuttavia, ci assicura che il primo richiamo alla devozione venne alla giovanissima religiosa nella Cattedrale di Pavia, mentre assisteva alla cerimonia della Santa Spina di Gesù calata il giorno di Pentecoste giù dalla cupola. E all'illustre prelato dobbiamo credere. Passerà molto tempo, durante il quale il lavorìo dell'anima si compirà, forse quasi inavvertito pur da lei; fino a che suor Antonietta, a quarantadue anni, sentirà il suo Signore parlarle più alto.
Notiamo subito come, nel procedere delle sue effusioni verso il Sangue divino, essa passerà presto dal soliloquio grato e amoroso, al dialogo: fra l'anima e Gesù. Se nei suoi interni trasporti essa giunge a questa seconda aristocratica forma di espressione, noi veniamo a confermarci in una ipotesi tutta nostra: dalla prima intuizione nella cattedrale di Pavia, la Devozione le è cresciuta dentro, a fisionomia eucaristica.
Prima di abbandonarvisi, però, suor Antonietta studia bene se stessa. Già nella corrispondenza da lei ricevuta, al sorgere e poi al progredire in lei della preferenza soave, ci siamo imbattuti negli scritti di sacerdoti - dall'ignoto cappuccino all'alto prelato - dai quali risulta come essi vengano da lei interrogati. sia intorno alla devozione, sia intorno a ben altro, quando l'arcano colloquio fra l'anima e Gesù va rivestendo caratteri non di sola devozione eucaristica, ma di una realtà che sbigottisce.
Ma nessuno degli umili e degli illustri sacerdoti è in grado di pronunziarsi in nulla. E' troppo presto per farlo; presto, nei confronti della morte e dei processi che ne posson seguire, dai quali soltanto può apparire l'esatta portata delle straordinarie comunicazioni spirituali di certe anime privilegiate. I sacerdoti, discretamente interrogati, la esortano a continuare nel suo mirabile culto; riconoscono da Dio la sua attrattiva, la spronano alla massima confidenza, ma non usano, nemmeno con lei, le parole da noi qui pronunziate, di: «comunicazioni straordinarie », e di « processi » che vengono sul labbro soltanto a noi, adesso - e pur con ogni riserva - perchè la eletta creatura non è più tra i vivi.
La lasciano, i sacerdoti, alle emozioni squisite della speranza, ma anche alle cautele che la devono accompagnare. Essa ha chiesto l'intervento del loro parere non per dar valore a se stessa - come qualcuno potrebbe supporre; - giudicarla così sarebbe ingiusto e meschino.
Il silenzio assoluto, geloso, di cui essa circonda la sua intima fioritura vermiglia, (silenzio sepolcrale, che più tardi, le verrà perfino rimproverato da un alto prelato che vorrebbe da lei un aperto apostolato del Mistero) prova, se ce ne fosse bisogno, l'obbiettività scrupolosa delle sue domande. Non per sè essa ha chiesto, ma per Gesù, desiderosa come è di conoscere quanto gli deve, per poter meglio adeguarsi a Lui; essa ama troppo, in tutto, per indole, la chiarezza e l'immediatezza, per non desiderare di uscire dai dubbi e dalle incertezze, nelle quali altre anime si cullano, in materia simile, perchè temono, in fondo, una verità che le può sconcertare e anche umiliare.
Si ripiega essa dunque su se stessa, e uscirà in questo ragionamento scultorio:
« Come dubitare che non siano reali le manifestazioni di Gesù? Ma se tutto quello che viene magistralmente insegnato è appunto ciò che si svolge nell'anima con piena vitalità! Temere dei colloqui segreti, delle intimità, delle confidenze di Gesù? Ma se consiste in questo la vita di unione! Temere che l'anima si illuda se vede, sente, gusta pienamente il suo Dio? Ma non è questo cui si deve aspirare? Temere se Iddio si degna confidare i segreti del suo Cuore amoroso, offeso, addolorato? Ma non dovrebbe esser premura dell'anima buona, dell'anima verginale, aspirare a questi segreti per amare di più, per patire di più, e riparare sempre meglio? Credo, Signore, credo che sei Tu che mi parli, mi chiami, mi scuoti ». L'atto di fede che sta nell'ultima frase, è impressionante. Sforziamoci a tenerle dietro, a ragionare con lei. Se tra l'anima e Gesù, nella stretta dell'amore per il Sangue di Gesù, si insinuasse il dubbio che non è Gesù che parla, ma l'anima solitaria, che rimanda a se stessa arcani inviti che nessuno fa, misteriose parole che nessuno sussurra, non perderebbe forse, la devozione dialogata, la sua stessa ragione d'essere? Tanto varrebbe attenersi a semplici ore d'adorazione. Spieghiamoci meglio.
Suor Antonietta non ha mai, neppure con sacerdoti, accennato a visioni e apparizioni. C'è un punto, nei suoi quaderni, nel quale implicitamente c'informa di non averne mai avute, ne', in un certo senso, di tenerci ad averne, dato che dichiara ben bastante la voce di Gesù, quel parlare di Lui nell'anima, all'anima. Ora, se si può capire la logica del materialista che, non ammettendo il soprannaturale, di conseguenza abolisce la preghiera, non si capirebbe invece il credente che, ammettendo il soprannaturale, e quindi la preghiera, e praticandola, escludesse a priori le dirette manifestazioni di Gesù nell'anima. Una volta ammessa tale possibilità, perchè le anime favorite non potrebbero essere dieci, venti?
Suor Antonietta, tendente per natura, nonostante tutti gli ardori devozionali, più al logico che al mistico, mostra del resto essa stessa, per prima, di non esaltarsi punto per tali comunicazioni, che senz'altro ritiene dirette; se rileggiamo le soprascritte sue righe con attenzione, coglieremo il frutto della sua logica, che trova tutto ciò naturalissimo e conseguente.
Una mattina, comunicandosi, le accade uno «strano fatto ». Si era dopo la tumulazione, in san Gioachino, delle Ven.te spoglie della Provinciale Azzini. Il sepolcro sta accosto, attiguo all'altare. Suor Antonietta, nel suo quaderno, premette, positiva: « Dopo aver normalmente ricevuto l'Ostia fra le labbra » e continuare la scorgo allontanarsi dalla mia bocca, posarsi sulla tomba, poi tornare a me ». Nessun commento di suor Antonietta, nè un'ipotesi: Nulla. Decisamente, qui si va al di là della voce di Gesù nell'anima, ma suor Antonietta ha la testa e i nervi a posto. Sa che la scienza può spiegare molte cose, e che le meno spiegabili sono anche le meno necessarie alla santità. Proseguiamo.
« Quandò dico: Sangue di Cristo, non intendo alludere nè alla 'sua' sostanza, nè al suo colore, nè ai suoi elementi; no esso mi attrae come forza, luce, grazia, dono di Dio ».
Ecco la mente filosofica e quadrata, caratteristica preziosa per chi mira all'apostolato. Perchè? Perchè chi la possiede può uscire da sè, può quindi farsi dei discepoli e dei seguaci; mentre il mistico che è soltanto mistico, anche se raggiunge le vette, si farà degli amici, dei simpatizzanti, ma, non può far scuola.
In un giorno di ritiro:
« L'anima ha sospirato questo giorno come il prigioniero sospira la libertà, l'esiliato la patria. Non c'è maggior libertà che il distacco da ogni cosa ».
Altrove:
« Se mi si chiedesse perchè scrivo, a mia volta chiederei: Perchè portate sull'altare del Signore i fiori splendidi del vostro giardino, e quelli agresti del vostro campo? Ecco, i pensieri, gli affetti, le espressioni, sono i poveri fiori che raccolgo dall'anima mia ».
A quarantasei anni esamina i suoi titoli. Annota:
« Voto di amore. - Immolazione. - La mia morte mistica manterrà la mia vita mistica. - Ti comprendo, o vita di unione con Cristo crocifisso; ti comprendo, o voto di unione che mi stringi a Lui ineffabilmente! L'obbedienza verrà a sanzionarti ».
Prosegue:
« Esame pratico. La mia adorazione si riduce a un semplice sentimento o è pratica, nella corrispondenza del sacrificio, dell'annientamento? ».
Durante gli Esercizi del 1931 la prende un dubbio, e ci dà una pagina squisita:
Devo seppellire ogni slancio, attenuare ogni desiderio, mortificare ogni brama santa e giusta? Devo considerare superficiali questi atteggiamenti, disprezzarli come non fossero, divagare la mente, cercare altra forma di pietà e di ispirazione? Perchè mi dilungo a raccogliere le impressioni dell'anima e le sofferenze del cuore? Perchè voglio precedere l'azione di Dio? Lo spirito di fede consiste nel prendere la piccola anima com'è... e portarla ai piedi di Gesù appassionato. Accanto a Lui... posso pensare ancora a me stessa? preoccuparmi dei mezzi di avanzare, degli aiuti onde confortare lo spirito? L'anima... sola con Dio, senza altra voce e altra immagine umana, senza la veste graziosa e ambita delle belle frasi scritturali di cui si compiace, senza l'armonia degli inni liturgici... senza cognizioni... senza predisposizioni... così, semplice, piccola, umile, offrirla a Lui... Sembrerebbe ridurla nell'impotenza... e invece è proprio in questo stato di voluto annientamento che sorgono i canti più dolci, le preci più devote... perchè l'anima, direttamente illuminata da Gesù, meglio risponde ai suoi richiami, e dà, senza frode, quello che riceve. Procurerò in questo mese di spogliarmi di ogni pensiero individuale ».
Chi ha creduto immaginarsi una suor Antonietta orgogliosa, esclusiva, che tende a preponderare, si può persuadere che: o ha preso abbaglio, o è necessario riconduca il giudizio generico alle proporzioni di benevolo apprezzamento per mancanze trascurabili.
X
E avanti, avanti. Proseguendo nella lettura dei suoi quaderni, si riceve l'impressione di una distanza non in senso della lunghezza, ma dell'altezza. E come il passo di chi sale lungo ardui pendii si fa sempre più grave e ponderato, e al tempo stesso più agile, perchè « l'esercizio » affina e rende familiari anche gli abissi, così il seguirla è sempre più arduo e più gioioso.
Ha pagine potenti intorno a una rappresentazione che le si ripete con insistenza: quella del Sangue profanato. Da un sacerdote che non ha la fede. Da un sacerdote che è « ancora fragrante » del Sacrificio compiuto. Da un sacerdote che è un traditore. Da un infedele che ha cercato altre dolcezze. Alla sera l'altare « è pieno di Calici respinti » (si avverta tutta la desolazione di questa immagine). E il Sangue Prezioso? Attende la riparazione...
La troveremo in ascesa, dal Sangue, alla Trinità. È la visione integrale, massima. È la vetta. Essa getta, per raggiungerla, l'ultima cordata.
« Quando Tu entri in me, o dolcissimo Gesù, col tuo Corpo e col tuo Sangue, entra pure in me la Santissima Trinità, perchè tu entri non solo con la santissima Umanità, ma ancora con l'augusta Divinità ».
E sulla Trinità espone considerazioni profonde. Le ritorna a volte, incluso nel tema della Trinità, quello dello Spirito Santo. E del suo particolare fervore dà echi cantanti, che mostrano chiara derivazione dai moti festosi e ritmici del Veni Creator.
Esempio:
« Lo Spirito Santo canta nell'anima. Lo Spirito Santo prega nell'anima. Lo Spirito Santo piange nell'anima.
Lo Spirito Santo bacia l'anima in preghiera ». Non sembra il ritmo di David danzante intorno all'arca? Ma il suo arrivo alla contemplazione della Trinità non si è forse ammantato del silenzio nel quale ha posto, più gelosa, la devozione più intima al Preziosissimo Sangue? Una giovane suora che le fiorisce vicina, che lavora e studia con lei, vive da più anni e in silenzio di tale intelligente culto trinitario, tanto complesso e pur tanto semplice. Suor Antonietta, piamente, se ne compiace.
Ma quando la giovane suora, mescolando alla devozione trinitaria la profonda stima che ha per lei, e trovandosi per un po' lontana, le scriverà più e più volte, suor Antonietta non le risponderà mai. L'altra, rispettosamente, se ne lagna, chiedendosi perchè... Il perchè, per noi che possiamo godere, oggi, della visione - diremo così - panoramica della vita di suor Antonietta, è evidente: non vuol essere ammirata, non vuol essere prediletta. Prediletto da tutti deve essere solamente Gesù. A lei bastano il distacco e l'umiltà.
Umile anche nell'esercizio della devozione che è la più cara, scrive:
«Ogni apostolato ha la sua parte umana che sfiora quella divina. L'apostolato del Sangue non ha scoria... è compiuto da Gesù, per ciò è perfetto, efficacissimo, esteso come la sua misericordia. Noi vi cooperiamo con la volontà e con l'amore».
E allo stesso proposito ci offre un'immagine deliziosa: « Ho veduto ieri un uccellino posato su di un filo di ferro. Pareva felice, eppure era così sottile il filo su cui poggiava! appunto perchè sottile, non gli impediva di contemplare intorno a sè, sopra di sè, sotto di sè. Tutto era libero, ampio; ovunque luce, aria, bellezza. Accontentati, piccola anima, del filo sottile che ti tiene sospesa nella vita: la volontà di Dio ».
In ogni sua trattazione per feste, ricorrenze, ritiri, esercizi, tridui, novene, quaresime, avventi, mesi mariani, in ogni sua pagina occasionale, come quella, eminente, scritta per il Santuario di Loreto, o per l'elezione del nuovo Pontefice, o nell'attesa della beatificazione della Gerosa, essa prende le mosse da passi scritturali, che annunzia sempre in latino, aiutata, nella scelta, da don Piero. Ne prende a dovizia dalla Sacra Scrittura - antico e nuovo Testamento - e vi si muove con consumata conoscenza.
Cosa che davvero sorprende: i commenti non si limitano all'esposizione, come si suole, accresciuta ed elaborata, del testo. Essa fa di più e di meglio. Prende il testo da principio in se stesso, poi lo svolge, lo completa, lo adatta alla circostanza che l'ha indotta a sceglierlo, e ne fa sprizzare nuove scintille; scopre nei temi dei sotto-temi che possono riferirsi proprio all'ultima delle anime: a lei.
Ha intrapreso un lavoro vastissimo, che diventa un lavorìo (e forse un logorìo sorridente) e lo conduce avanti decisa, imperterrita, sempre desta, sempre in ascolto, sempre in cammino, sempre eguale a se stessa. E’ un martellamento ritmato, fervido, virile, una forgiatura costante, un'instancabilità che ha dell'inesorabile, ma qua e là commossa da supplici accenti per il prossimo che deve ascoltarla, deve capire, deve porsi perdutamente, con lei, al seguito del suo Signore.
Con questo stile essa tratta, giorno per giorno, con le Quaresime e gli Avventi, i mesi del Sacro Cuore, del Preziosissimo Sangue, del Cuore di Maria e dei Defunti; con questo stile esamina il Rosario, le Litanie, le preghiere quotidiane, i vari Inni della Chiesa. Nei pensieri sul Magnificat, si distende meglio e spazia più lontano. Si tuffa nei passi del Vangelo, per riportarne a galla i tesori; si fa altrettante gloriose insegne di passi noti e meno noti tolti dai Santi; la patristica le è ormai familiare. Mai, neppure nella fretta evidente delle pagine scritte, anzichè a penna, a matita, mai una sola pur piccola svista in quel latino; noi sappiamo che suor Antonietta, pur senza aver compiuti appositi lunghi studi di lingua, è riuscita a dedicarsi quanto ha potuto al latino, al francese, al tedesco: intelligenza al tempo stesso ricettiva e feconda.
Disciplinata e ferrea, dunque? Sì. Ma ascoltiamola in queste righe: «Gli Esercizi compiuti sotto la luce del Mistero, escludono un programma prestabilito. Lo spirito del Signore spira dove, come e quando vuole. Può darsi che pervada l'anima, sottraendola a se stessa, elevandola alla più alta atmosfera divina, può darsi che la sprofondi nella tenebra, che le tolga ogni libertà, ogni consolazione, ogni gusto spirituale. Ma, Signore, non chiedermi più nulla, non rendermi nessuna ragione ».
E ancora:
« Non conosco il punto dove incomincio, e nemmeno la meta cui tendo. Mi sono trovata in Te come il bimbo si trova nella famiglia dove Tu lo collochi... ».
E parrebbe incredibile, se non l'avessimo sotto gli occhi:
« Voglio disciplinare questo povero spirito riboccante di tenerezza per Gesù, con pensieri profondi, non miei; che può dare l'anima mia? Posso dire che la mia povera anima vive più di Sangue che di luce, più nella Passione che nella creazione, più nella Redenzione che nella vita umana. Esternamente concludo poco, è vero. La mia virtù è all'inizio, la mia pietà è incompleta, la mia santità in embrione. Signore, perdonami! La perfezione mi attrae... la santità m'innamora... tuttavia, sopra gli stessi beni che potrebbero formare la mia ricchezza e la mia gloria, anelo al trionfo del tuo Sangue divino, desidero sia conosciuto, amato, invocato, glorificato ».
Si chiede costernata:
« Perchè non tutti comprendono le meraviglie operate dal Sangue di Gesù? Perchè non parliamo sempre di questo mistero di amore? Perchè non sacrifichiamo la vita per esaltarlo? ».
Ma ritirandosi entro il guscio come la chiocciola colpita da troppa luce, si affretta a soggiungere:
«Il silenzio perfetto è l'estensione di Dio in me. Lo spirito del mio Dio è disceso stamane con una forza e un impero assoluto, ha pervaso l'anima, e le ha imposto silenzio profondo».
Così annientata, si ammonisce:
« Non invidiare nessuna via straordinaria; la tua è regale; seguendo il corso del Sangue non puoi sbagliare; esso ti condurrà certamente alla perfezione ».
L'ammonimento si muta però in aperto rimprovero. Le sembra, ormai, che qualche cosa di molto importante manchi al suo amore.
« E’ vero, io temo sempre di espormi, parlando del Sangue di Gesù. - Se tu vedessi - dice Gesù - una casa in fiamme, impediresti la salvezza dei meschini che l'abitavano? Se tu vedessi un fiume in piena, non aiuteresti ad arginare le sponde? Se vedessi un morente, non gli prodigheresti i rimedi per salvarlo? Hai vergogna -di manifestare un dono, un privilegio, che può diventare sorgente di infiniti benefici alle anime e alla Chiesa?... ». Inquietudine dei primi rimorsi?...
XI
Gesù, che ha bussato per la prima volta al suo cuore con un rimprovero, ha cominciato il grande colloquio al quale essa, docile, risponde, perchè vi si sente invitata. Più avanti, fatta più ardita, avverrà pure ch'essa sia quella che parli, che chieda per prima; e Gesù sarà l'amico che le risponde.
Le dice ora Gesù che le legge nel cuore:
Non dirmi che queste misericordie sono degne dei grandi santi. Le comunicherei a tutte le anime se fossero desiderose di tanto bene. Piccola anima... lascia che io abiti in te, che manifesti fra le tue piccole oscure pareti il mio splendore; che qui, nel silenzio, nel nascondimento, nella povertà... nella intimità del tuo essere... compia le mie più grandi misericordie ».
A ogni pagina bellezze, anche quando il colloquio è sospeso. Se parla essa sola, le sue forme di adorazione sono di una rara ingegnosità. I moti di umiltà sono ogni volta i primi.
C'è sempre, in fondo alla natura, la voce assillante a Che ti giovano queste cose ideali? ». E un'altra volta risponde: « Giovano a preparare lo spirito per quelle immortali ».
Prorompe, come in un canto « L'altare di Gesù è mio! Il sacrificio di Gesù è mio! Il Sangue, di Gesù è mio!».
Gesù vuol ripetere anche Lui: « L'altare della piccola anima è mio! I sacrifici che vi compie sono miei! L'amore che lo avvolge è tutto mio! ».
E nuovamente con ingenua ingegnosità, interpretando cosa che Gesù le direbbe se parlasse:
«Osservando le candele che si accendono per il Mistero, pare che Gesù mi dica: Prima di accostarti a me, accendi l'anima: voglio trovarla rammollita, per imprimervi il mio sigillo».
Essa lo supplica:
«Insegnami il massimo sforzo dell'amore! ». Ed esclama come una pia bambina:
« Vorrei... per un giorno... amarti più di tutte 1e creatare che abitano il mondo, almeno più di tutte quelle, che abitano questa città! ».
Tutto serve per condurla a Gesù; la sua grande umiltà non è tuttavia inconsapevolezza.
« L'altare di marmo, sebbene prezioso, sebbene consacrato, non intende nulla dei misteri di Gesù. L'altare del mio cuore, vaso di fragilissima creta, è reso degno di raccogliere non solo il Sangue di Gesù, ma di accogliere altresì la voce che si sprigiona da esso ».
Noi non dobbiamo temere nulla da questa precedente considerazione; infatti essa dice del suo cuore, si badi, non che è degno, ma che « è reso degno». E tuttavia, nel complesso di quelle parole, circola qualche cosa chece la fa improvvisamente ingrandire, fino ai limiti di quella coscienza di sè, che grado grado andrà confessando candidamente.
Durante gli Esercizi del 1936, le chiede pianamente Gesù:
« Piccola anima, tu sei membro vivo del mio Corpo mistico; puoi ascoltarmi? puoi comprendermi? puoi divenire il centro di una vita straordinaria, indefinibile? ».
Essa risponde il suo « sì » con parole stupende:
« Signore, è come se un gran Re dicesse a un bimbo tutto solo, sperduto sulla via: Vieni, tu sarai il mio corteo ».
Sempre più acute le sue osservazioni, sempre più profonde le sue comprensioni, e più stringata ed essenziale la forma.
« Accostiamoci all'altare. E’ composto di terra, sia pur marmo prezioso: il Calvario nuovo non è differente dall'antico ».
«È più responsabile un'anima del Sangue di Gesù, che un re del suo trono e del suo regno».
« Quando l'anima ha goduto l'amplesso di Gesù, ritorna alla vita terrena per un'altra via, come i Magi: via segreta di nascondimento, di silenzio e di sacrificio ».
«I pensieri e le preoccupazioni del dovere turbano e angustiano? Considerarli come le spine della corona di Gesù, come la lancia che lo trafisse. Se la vita di soggezione e di obbedienza crea sempre nuovi sacrifici, pensare alle mani e ai piedi di Gesù, crocifissi per amor mio. Pesa sopportare il silenzio di cose delicate e gravi? pensare al silenzio di Gesù».
« Nel Sangue di Gesù non si può vivere umanamente. Del resto tutti i miei colloqui con Gesù non hanno altro argomento che il suo Sangue e il suo amore. Il Sangue per aver l'amore; l'amore per glorificare il Sangue ».
«Oggi la via fu erta e spinosa. Nuovi dolori e nuove umiliazioni, tutto quello che più costa alla mia sensibilità, e che, in un certo senso, non ammette nè conforto nè sollievo... Grazie, o Signore... Questa nuova tribolazione è il talento prezioso col quale raddoppio le mie sostanze spirituali ».
XII
Ma ecco che il suo Gesù nuovamente le parla, e ancora per muoverle una lagnanza, su cosa che le ha già dato rimorso.
« Perchè » - le chiede - « tu che hai ricevuto tanti tesori dal Sangue divino, non hai coraggio di parlarne a tutti? Perchè non dirlo ai piccoli e ai potenti, nella intimità della Casa Religiosa, e per le vie, a contatto delle anime? La voce del Sangue può essere espressa in mille modi, come vi sono infinite forme di linguaggio: basta l'intenzione, il desiderio, la preghiera, l'adesione... basta rimanere nella via ».
Essa risponde da principio con un gemito: « O Signore, abbi pietà della mia impotenza! ».
E tuttavia, sotto il pungolo, che diventa presto un assillo, dell'invito del Signore, essa ripensa a quanto le fu detto dai sacerdoti che già l'hanno assistita, e da altri nuovamente interrogati.
« Ho cercato il Signore, l'ho desiderato, l'ho invocato, ed Egli mi ha risposto con la parola di due sacerdoti santi... Le attrazioni verso il Mistero sono grazie speciali di Dio; il Sangue Prezioso che appare dinanzi all'anima... è veramente un dono magnifico, un privilegio, del quale dovrò rendere strettissimo corto ».
A poco a poco, sia per questo vivo senso del dovere di partecipare ad altri il suo bene, sia perchè l'anima sua ormai spontaneamente ne trabocca, suor Antonietta comincerà a non nascondere le sue preferenze spirituali; poi passerà a parlarne con altri sacerdoti ancora; infine avrà la ventura di imbattersi in persone, che, vivendo nel mondo, padri di famiglia, spose, nubili, persone diversissime da lei e fra loro, le manifestano di aver avuto, quasi sempre all'insaputa l'una dell'altra, la medesima folgorazione, o almeno il medesimo avviso. Esiste dunque sotto sotto un misterioso lavorìo generale di cui Gesù governerebbe i fili, per il trionfo del suo Sangue, troppo dimenticato dai più?
Molte di queste persone non conoscevano punto suor Antonietta. Alcune - poche - si conoscevano tra loro. Il caro segreto, comunicato qualche volta a persona amica, fa sì che la schiera delle persone amiche, viventi nello stesso alone sanguigno, ingrossi; dall'una all'altra persona corre il nome di suor Antonietta, fatto da qualcuno che la conosce e sa; c'è chi si decide a scriverle, c'è chi osa andarla a trovare, per confidarsi a lei e per sentirla; in breve tempo la rete si dilata, i rapporti si moltiplicano; da Venezia, a Milano; giù giù fino all'estremo meridione d'Italia, è tutta una catena di persone, in prevalenza intellettuali e colte, dominate da una stessa idea, immerse in una medesima devozione.
Sembrerebbe che il molto sangue umano barbaramente, inutilmente sparso nella guerra, abbia rivalutato in elette anime il Sangue per eccellenza, quello sparso da Gesù per la redenzione degli uomini; quel Sangue che le coscienze sottili e le menti elevate non vogliono, con tutte le loro forze, sia stato altrettanto inutilmente sparso, come gli orrori delle carneficine umane, dopo duemila anni dal Calvario, farebbero tragicamente temere.
Anche persone di solito non particolarmente dedicate alla preghiera, persone che vivono, onestamente, sì, ma in margine alla Chiesa, mostrano una singolare comprensione del Mistero, e una stupefacente rispondenza al suo richiamo. Gli è che il ricordo del martirio di Gesù, nel segno esteriore: il suo Sangue, offre campo tanto vasto ad apprezzamenti, considerazioni, aspirazioni, da riuscire ad attrarre cuori ed ingegni. Al contrario di ogni altra pia devozione che tende ad accentrare in sè e, in un certo senso, a porre dei limiti, in quanto pone dei caratteri, la devozione al Sangue Prezioso - così ben definita, abbiamo visto, da suor Antonietta - è di sua natura comprendente ogni altra, riassorbente ogni altra.
Ciò spiega, nell'estimazione della devozione, il perchè della prevalente presenza - fra quelli che, per intenderci, chiameremo gli amici del movimento - di persone colte e d'ingegno: studiosi, abituati a partir dall'analisi per arrivare alla sintesi; artisti: dall'anima nata a spaziare.
Chi dirà, restando all'esterno del movimento, che di devozioni ce ne sono già tante e che non ne occorreva una di più, mostrerà di non aver compreso non diciamo la devozione in sè, così gagliardamente balzante, ma neppure le ragioni - ragioni vaste come la socialità umana - del suo balzo in avanti; e nemmeno i motivi supremi per i quali Gesù Cristo si è lasciato crocifiggere e ha sparso il suo Sangue, in faccia al mondo romano ed ebreo.
Questo culto - che è memoria e coscienza, non abuso di biascicate preghiere - non può finire nelle statuette di cartapesta che tutti deprechiamo, o in immagini poste sottovetro alle balaustre, per le timide carezze delle donnicciole. Il Sangue del gran Martire non finisce in medaglie da mille lire alla dozzina, con sconto ai rivenditori.
Suor Antonietta Prevedello, presa, dopo anni di maturazione, dall'ansia dell'apostolato per questa devozione, mostra, all'evidenza, di essere la pioniera, quella che, stretta ai tesori della storia, della tradizione e della pietà, li lavora nel crogiolo della propria sensibilità, per ripresentarceli adatti alla vita moderna, rispondenti ai bisogni di tutti.
Posta questa donna sul piano altissimo sul quale Dio e natura l'hanno elevata, leggiamoci ben attentamente due pensieri che da lei sgorgano incontenibili, quando ebbe la piena coscienza di trovarsi alla vetta.
Contemplando essa la massa dei suoi quaderni, che sono andati formando pile intorno a lei, esce in questa precisa invocazione, che oggi ha sapore di vaticinio Dopo la mia morte, qualcuno raccolga questo patrimonio celeste, lo distribuisca e lo partecipi alle anime! ». Ma ancora una volta l'umiltà l'invade. Teme di aspirare a voler troppo, e rivolgendosi al suo Gesù erompe, quasi avvilita:
« So che queste mie parole sono segni impotenti... che queste mie pagine si disperderanno nel nulla, che nessuno forse le conoscerà!... Che importa? Anche il fiore appassisce sull'altare, ma ti onora... io voglio onorarti così... consumarmi per Te, svigorendo la mia natura, sublimando lo spirito».
Gesù la interrompe a questo punto con una risposta lapidaria, che non possiamo leggere senza sentirci scorrere da un brivido
FIGLIOLA, UN GIORNO RACCOGLIERANNO PERSINO LE BRICIOLE DI QUESTA MENSA SQUISITISSIMA ».
Gesù, suor Antonietta! Le consorelle, eccole, si sono fatte intorno, hanno preso posto alla tavola del vostro banchetto.
E nessuna briciola cadrà...
XIII
Anche in vetta, l'umiltà, oh no, non è messa da parte; suor Antonietta sa troppo bene che ogni grandezza viene da Dio.
Seguiamola in qualche suo esame di coscienza:
« Ho avuto delle distrazioni durante le preghiere e durante le prediche. Volevo contarle, ma non lo feci, per amor proprio.
Ho avuto un po' di sonnolenza durante una predica. Ho sostenuto la mia ragione esponendola con risolutezza.
Mi son fermata a parlare in un corridoio di cose necessarie, ma sarebbe stato meglio lo avessi fatto in disparte.
Sono stata immortificata, facendo capire a una sorella che avevo fretta. Ho trascorso molti istanti, nei passaggi, e a tavola, in una specie di inerzia spirituale, mentre era ed è viva nell'anima la cognizione del valore di un istante riempito dalla preghiera, dall'unione con Dio e dall'abbandono in Lui ».
Secondo esame:
«Ho avuto un senso di compiacimento sentendo parlare degli stati di orazione, quasi li conoscessi, mentre sono la più ignorante. Sì, dico che sono la più ignorante, ma forse in fondo al cuore c'è il contrario, perchè se mi dicessero che sono proprio ignorante, forse non sarei del tutto persuasa.
Ho parlato con troppa vivacità circa un'opera in formazione. Ho esposto il mio giudizio troppo spontaneamente. Sono facile e troppo svelta a precisare il da farsi. È indizio di superbia.
Ancora distrazioni, che l'amor proprio si affretta a scusare.
Nell'orazione, invece di fissare l'anima in Dio, mi soffermo a vedere il lavoro di Dio nell'anima; forse è una ricerca di amor proprio.
Sono immortificata spiritualmente.
Ho parlato con entusiasmo delle cose di Dio.
Ho insistito perchè si facesse una cosa che mi pareva di maggior culto di Dio, ma ho contraddetto in ciò la volontà di una sorella ».
Terzo esame:
«Ho parlato di me stessa per incoraggiare una sorella. Ho sentito un po' di compiacenza nel prodigarmi per gli altri.
Negligenze nell'esame delle azioni. Non ho rinnovato la retta intenzione. Parlato a voce alta. Esposto il mio parere.
Senso di compiacenza a sentir dire che sono fervorosa. La mia pietà consiste nel pensiero e nel desiderio: non faccio altro. Vorrei intorno a me silenzio, ordine, ritiro vorrei la mia volontà!
Ho desiderato parlare delle cose di Dio; mi pareva, per mantenere la fiamma... ma forse si nascondeva la ricerca di me stessa. Nessun istante senza difetti... come posso sperare di raggiungere una perfezione elevata? ». Quarto esame
« Sono superba. Ho sentito il sacrificio di non parlar di Dio come dettava l'anima. Questa rinunzia mi costa sempre. Dover interpretare il pensiero altrui senza lasciar trasparire il proprio, è faticoso. Ho fatto un'osservazione in tempo di silenzio».
Quinto esame:
«Ho espresso il mio rincrescimento per una scortesia. Ho insistito per ottenere un favore. Ho parlato con poca delicatezza dei difetti di una sorella; difetti che forse non sono tali.
Più volte ho sentito l'invito a frenare la vita del pensiero. Mi sono provata, e ci sono riuscita almeno in parte. Tale esercizio diede all'anima mia una grande libertà, come il senso di una vita nuova.
Mi manca la dolcezza, che non acquisto per il troppo ardore dei doveri; mi manca la finezza della carità, l'unzione nella pietà.
Ho parlato troppo di quanto mi affliggeva. Mi piace grandemente la semplicità, la desidero, ma non so nè comprenderla, nè acquistarla.
Ho sentito ripugnanza per persone secolari: pare derivi dall'odore del peccato.
Com'è superficiale la mia carità! Alle volte, per giovare a una persona, ne contristo un'altra,
Dicendo la verità, sfioro la pace; non aderendo al giudizio altrui, affievolisco l'unione sorellevole.
Ho riflesso che è molto difficile l'equilibrio nella carità. No, non sono umile, e nemmeno so umiliarmi. Mi sono sottratta a qualche piccolo sacrificio, col lussuoso pretesto dei molti doveri.
Quando non mi va una cosa, un giudizio, un provvedimento, invece di umiliare me stessa, umilio gli altri, con un silenzio freddo e distante ».
Accelera nelle accuse. La preghiera vocale la stanca e la distrae. Il silenzio? La solitudine? Il ritiro? Ma se le piacciono! Non le costano! Si sente tarpare le ali, in chiesa, perfino dai quadri, dalle statue, dalle candele, dalle lampade. È un simbolismo che la opprime. L'anima sua non gusta che l'intima, interna attrazione spirituale. « Quando questa - essa dice testualmente - si manifesta negli splendori della Passione, è irresistibile».
Continua; e dobbiamo riconoscere che centra bene, e con inesorabile severità, i suoi difetti. Termina impareggiabilmente:
« A volte sono rude; mi piace dire la verità, solo la verità; qualche volta essa punge, e non so addolcirla. Mi pare di essere un povero anfibio: un po' nell'acqua e un po' sopra terra; obbedisco, e qualche volta comando; dipendo, e dispongo! ».
Il desiderio cocente di una umiltà perfetta la spingerà anche all'esame di parecchie sante, per sentirsi, nel confronto, inferiore.
« Vorrei avere gli slanci amorosi, le elevazioni sublimi, l'ardore, l'attività serafica di santa Geltrude, di santa Caterina da Siena, di santa Teresa, di santa Margherita Alacoque, di santa Teresina.
Santa Geltrude: è un giardino fiorito, dove olezzano fiori smaglianti.
Santa Caterina da Siena: è un campo immenso, ricco di spighe biondeggianti, che offre cibo, pane, sostanza, bevanda per tutti.
Santa Teresa: è una montagna candida, baciata dal sole, con i pendii verdeggianti, cinti da un monile di piante odorose.
Santa Margherita Alacoque: è un orto chiuso, dove entra a mattinare lo Sposo, e dove manifesta segreti ineffabili.
Santa Teresina: è una serra nascosta, dove sono coltivati i fiori più smaglianti.
E l'anima mia?... Contempla e adora il Sangue di Gesù, ma non trova le parole dolcissime di santa Geltrude, non la fortezza di santa Caterina... non l'ardore di santa Margherita... non la tenerezza di santa Teresina per farlo oggetto d'immenso amore. Mio Dio, mio Gesù, quale contributo aspetti dalla tua povera serva? ».
Ora, a noi pare, sinceramente, che suor Antonietta sia riuscita più volte a praticare la desiderata, difficile, vera umiltà. Quando dichiara convinta di non esserne capace, e di non averla; e quando ancora...
La penna osa appena accennare a due fatti straordinari. La suora che si accusava di non essere sempre umile, la suora che in alcune circostanze parve - o fu - alquanto orgogliosa, dimenticò un giorno, a Venezia, di nascondere, come soleva, una piccola scatola chiusa. Una consorella cui la scatola capitò tra mano, sentendola tinnire, ingenuamente l'aperse... Suor Antonietta non fece in tempo a togliergliela. Alla vista di una catenella munita di punte: « Non bisogna parlarne assolutamente a nessuno », comandò suor Antonietta riprendendo la scatola. L'altra, stupefatta, obbedì... La testimonianza è recente.
Ma nella corrispondenza più intima di suor Antonietta abbiamo trovato la lettera di un cappuccino, il quale, evidentemente interrogato, la sconsiglia da penitenze estreme. Essa deve lavorare. Tutto fa supporre che suor Antonietta abbia obbedito. Umiltà prima, e umiltà dopo.
E umilissima si fece suor Antonietta nella penosa circostanza di cui ogni Istituto religioso - se pure assai di rado - fa l'esperienza. Una sorella professa sta per abbandonare per sempre l'Istituto, dove non trova più la sua via. È tarda sera. Suor Antonietta, che sa, ha pregato lungamente in chiesa. Ora, venuta dalla infelice sorella, le sta inginocchiata davanti, supplicandola di riflettere, di soprassedere, di rimanere! La supplice non ignora che quelle che lasciano il velo - a qualunque Istituto appartengano - quasi sempre finiscono male. E là, ginocchioni, essa versa ai piedi dell'altra tutte le sue lagrime. Uno strazio.
Ogni volta, così...
XIV
Quelli che, per intenderci, abbiamo chiamato « amici del movimento » - e che in realtà contribuiscono essi stessi a formarlo - si fanno sempre più numerosi intorno a lei. E suor Antonietta annota:
« Signore, credo che ci siano delle anime incaricate, nella Chiesa, per il trionfo di questo Mistero. A poco a poco tu me le sveli: sii benedetto! Ormai è una schiera venerata di sacri Ministri, di persone religiose e secolari, e, su tutti, un Principe della Chiesa ».
Accostiamo la massa degli scritti a lei mandati - ne abbiamo davanti parecchie migliaia - che si riferiscono, più o meno diffusamente, al soggetto del Sangue Prezioso. In un primo spoglio, per farci un'idea della vastità lei suoi contatti, possiamo enunziare, fra i nomi, quelli che ricorrono più frequentemente, oppure, meno frequenti, quelli di alte personalità, così che gli scritti acquistano in importanza ciò che non possono avere in frequenza:
In testa: il Cardinale Pietro La Fontame, Patriarca, di Venezia, e il Cardinale Adeodato Piazza, il Patriarca successore, autore di una pastorale ispirata al Prezioso Sangue, che è un modello di dottrina e di fervore nell'apostolato. Poi: Mons. Giovanni Urbani, Cancelliere Patriarcale, ora Arcivescovo di Verona, del quale si contano scritti... autorevoli e numerosi al tempo stesso, sempre interessantissimi; Mons. Cattarossi, Vescovo di Feltre e di Belluno; Padre F. Rubini, Prefetto generale dei Ministri degli infermi, da Roma; Mons. Aurelio Signora, segretario a Propaganda Fide; Padre Venturini, da Trento, Superiore dei Figli del Cuore sacerdotale di Gesù; Don Giovanni Calabria, Fondatore dell'Istituto Buoni Fanciulli, da Verona, e Don Pedrollo dello stesso Istituto; Padre Alfonso Gasperino, del Santo Uffizio, di Roma; Mons. Ballerini, da Pavia; Padre Petazzi, noto gesuita, da Trieste; Padre Leandro dei Minori, Superiore del Seminario Serafico di Varese; Mons. Jeremich, Vescovo ausiliare di Venezia; Mons. Anastasio Rossi, Patriarca di Costantinopoli; Mons. Giacinto Longhin, Vescovo di Treviso-; Mons. Faustino Gianani, professore al Seminario di Pavia e al Liceo Foscolo; Padre Antonio Caminada, delle Missioni Estere di Milano, assertore della devozione in frequenti, commossi, bellissimi scritti; Padre Giovanni della Croce, Superiore dei Carmelitani Scalzi in Venezia; Padre Gregorio di san Carlo, Superiore Provinciale dello stesso Ordine; Padre Alfonso Rossi dei Carmelitani calzati, da 'Firenze ; Padre Casimiro del Preziosissimo Sangue, Superiore dei Carmelitani Scalzi, da Verona; il prof. Don Gaetano Fusi, oggi monsignore, dei Canonici del Duomo di Milano, il quale, oltre all'instancabile quanto delicata diffusione della Devozione nell'ambito di una ampia vita pastorale, potè, come Direttore della « Buona Stampa », farne partecipi scrittori e scrittrici, giornalisti e artisti, cosa alla quale suor Antonietta fu molto sensibile; Padre Clemente dei Cappuccini, da Loreto; Padre Ruffino degli stessi; Padre Ildebrando, benedettino, da Finalpia; Padre Edmondo Paolazzi, Superiore dei Benedettini, da Pontida; Padre Pietro Orsini, gesuita, da Trento; Don Luigi Orione, Fondatore dei Figli della Provvidenza, astro di prima grandezza nel cielo della. Carità; Don Alessandro Gottardi, da san Cassiano in Venezia; Padre Saverio, Rettore dei Passionisti, da Cameri; Padre Redento, passionista, da Enego; Don Luigi Belloni, Parroco a Lentate; Padre Marcalini, Parroco di san Giovanni e Paolo, da Venezia; Don Luigi Moresco, da Roma; Padre Nazareno Marinelli, barnabita, da Milano; Don Raffaele Bernardo, della Congregazione del Preziosissimo Sangue, in Roma, per suor Antonietta inestimabile corrispondente perchè insignito della preziosità del Sangue di Cristo; egli schiuse alla nostra Suora il campo già fecondato dal Fondatore della sua Congregazione: il Beato (oggi Santo) Gaspare del Bufalo, dell'Italia Meridionale; Don Luigi de Stefani dei Figli di Maria Immacolata, da Oné di Fonte; Padre Edoardo dei Passionisti, da san Zenone; Padre Giandomenico dei Cappuccini, dall'Asmara.
Don Valentino Vecchi, sacerdote novello, che ha celebrato in san Gioachino, le scrive: « Il Sangue di Nostro Signore è stato come il sole della mia prima santa Messa ».
Un futuro «don Giuseppe» le confida: «Sto per essere ordinato sacerdote; mi sento il cuore battere forte... Lei che viene chiamata la madre dei sacerdoti... e io l'ho tante volte provato... ». Quanti novelli sacerdoti essa ha scortato all'altare!
Quante vocazioni ha fiancheggiato, ha fatto sbocciare, ha ispirato!
Ma a suor Antonietta scrivono anche altri Religiosi per altre diversissime ragioni; Cappellani, in tempo di guerra, le scrivono da ospedali da campo; sono ringraziamenti speciali, inviti pressanti di suo intervento in improvvisi frangenti. Appartengono a questa categoria anche gli scritti di Don Antonio Cojazzi e di Mons. Celso Costantini; Mons. Rodolfi, ora defunto, Vescovo di Vicenza le sottopose in lettera certi suoi scritti; così pure fanno Padre Rubini, e parecchi altri sacerdoti, che prima di dare le opere loro alle stampe, vogliono conoscere le impressioni di lei.
Altre persone ancora le scrivono per inattese ragioni, anche quelle della povera vita quotidiana, e poichè l'attenzione di lei sa volgersi a tutto, Mons. Giovanni Costantini, fratello di Mons. Celso, le scrive per... pregarla del collocamento di un inserviente, con queste parole « Fra le tante opere buone, veda, se può, di compiere anche questa!».
Con lo stesso spirito caritativo essa si prende cura, per corrispondenza, di un sacerdote. ammalato, che il male rende anche alquanto irascibile; e con pari zelo veglia sulla conversione di due signorine ebree; come si adopera più volte per la dote di una « buona Giovannina ». Una suora delle Missionarie di Trieste le scrive per conoscere le indulgenze da lei ottenute con la devozione al Preziosissimo Sangue, a Roma.
Ed altro, molto altro essa ha ottenuto, vigile, da Roma, per mezzo dei Principi della Chiesa, e con ardenti, suasive lettere sue dirette anche al Pontefice; per esempio, l'elevazione della Festa del Preziosissimo Sangue a Festa di Prima Classe. Istituzioni benemerite le si rivolgono, come quella degli Esposti in Venezia, ammirandola a per l'opera sua buona e grande, sempre prodiga « tutte le Istituzioni cittadine » e ricordandola « per le sue doti, per il suo tatto, per l'intelligenza e fattiva operosità ». Un avvocato le esprime a riconoscenza perenne »; le scrivono suore e laiche, per averla tra loro un giorno, fosse pure di passaggio, il tempo di un desinare! Le scrivono perchè ricomponga la pace in una famiglia, perchè intervenga autorevole in un'altra; le scrivono perchè è dolce, è consolante sempre il rivederla, e anche soltanto il comunicare con lei.
Fra le persone laiche di fama notiamo Igino Giordani, la scrittrice Pezzé-Pascolato, il poeta Fabio Gualdo, i pittori Galizzi e Corompai.
Poniamo il nome illustre del Giordani qui, pur essendo egli stato uno dei corrispondenti più attivi e costanti della Prevedello (secondo solamente a Mons. Urbani), in quanto il nostro precedente elenco di corrispondenti fu dedicato a sacerdoti e religiosi. Igino Giordani, col suo fiammeggiante libro - addottrinatissimo - sul Sangue di Cristo, libro da lui presentato a suor Antonietta con umiltà e devozione di figlio, le aprirà una delle più ricche fonti, alla quale essa spesso si ristorerà. Essa, che aveva già tanto ben definito il Mistero nei propri scritti, farà sua una amara frase tolta a una lettera di lui. Dice la frase " Da certuni... il Mistero si interpreta quasi si volesse introdurre un'altra devozione, sezionale, anatomica!... ».
Da ultimo, vittoria insigne! gioia ineffabile per suor Antonietta! Pio XII ha tenuto più di un discorso, in Roma, sul Preziosissimo Sangue.
E gli intimi sanno che una parte del merito di questo avvenimento risale a una suora della Congregazione delle Sante Capitanio e Gerosa: suor Antonietta Prevedello.
XV
Prima di passare alla sua particolare, diversa attività di storiografa e di biografa dell'Istituto; prima di staccarci dal complesso dei suoi scritti ispirati al Sangue Prezioso, ora che, da lei istruiti, un breve florilegio composto a caso, così, come cade lo sguardo, può riuscire, di più facile comprensione, vogliamo entrare un'ultima volta nel suo giardino a comporre un ultimo mazzo?
« Donami il mio Sangue. In qual modo, Signore?
Come il contadino porta le messi al suo padrone ».
Altrove:
« Sii Sangue anche tu; non soltanto calice ». « O Maria, altare di Gesù! ».
« Che valore può avere il nulla? O anima meschinissima, il valore te lo comunica il Sangue, che segna la data della tua redenzione e segnerà quella della tua santificazione ». Fervori:
« Stamane mi sono accostata al Banchetto Eucaristico, con una preparazione non ideata da me; penso, ispirata da Gesù... Ma non potrò manifestarla se non per semplici cenni: la sua grandezza e bellezza esorbitano dalla mia comprensione ».
« Sì, voglio essere santa, prima di morire ». Quasi in un desiderio di stimmate:
« San Francesco... Santa Caterina... Ma san Paolo, l'Apostolo infaticabile, portò anche lui, in se stesso, le stimmate della Passione, senza segni esteriori. Distaccata dal mondo... inchiodata alla croce... impotente . a staccarti... ecco le stimmate più profonde, più sicure, più fruttuose ».
« Oggi compio sessant'anni di vita. C'è nell'anima un senso di riconoscenza infinita, di una responsabilità, formidabile. I giorni che mi restano... abbiano come la durata dei secoli e l'ampiezza dell'universo nell'intensità dell'amore, nella perfezione dell'unione ».
Slanci:
« Portare anime e anime al Cuore sanguinante di Gesù » che le dice a martello: « Portami delle anime! le persone care, la famiglia, l'Istituto, i poveri, i malati, i bimbi, i vecchi, gli sventurati, le anime del Purgatorio, le anime sull'orlo dell'abisso, quelle che stanno per precipitarvi, le anime dei nascituri, le anime che sono in Cielo ».
Ma un po' più avanti negli anni, ha pagine gravi, di cui è doveroso dar qualche saggio.
Son di passaggio su questa terra sconosciuta; ogni istante è nuovo, ogni passo incerto, la parola inadatta, il pensiero incompleto. Sono di passaggio. La novità è nell'istante che passa e in quello che deve giungere, che non conosco, e che ha certamente dei segreti per la mia vita spirituale. La mia spogliazione non è ancora tale da rendermi perfettamente morta a tutto; il mio pellegrinaggio quaggiù ha degli arresti che debbono diventare elementi di un'ascesa più rapida...
Ho desiderato di amarti, di seguirti, o adorato Maestro, ma i miei desideri non ebbero nè la costanza, nè l'intensità, nè la sincerità richieste dalla tua infinita amabilità.
La mia vita, che ormai volge al tramonto, l'ho vissuta sotto il tuo sguardo divino, nella tua verità; ma quali i frutti di virtù e di perfezione? ».
Poi:
« Il santo Pastore Cardinal Piazza, il grande apostolo del Sangue Prezioso, mi incoraggia nella mia umile vita... Mi dice che potrei e dovrei essere una vittima, a espiazione e riparazione dell'incoscienza con cui molte anime trascurano il Sangue Divino...
Ma io non sono libera, non sono padrona di me, devo perciò accontentarmi di essere una piccola, segreta vittima di amore. Questo consiglio, ripetutomi in nome di Gesù, mi schiude una via radiosa, impensata, rapida. Sì, mio Signore, sarò la tua piccola, nascosta vittima di amore, per il tuo Sangue Prezioso ».
« Il mio cuore è vecchio, freddo, pesante, inerte, insensibile alle sfumature della vita soprannaturale; un cuore, perciò, che ha bisogno di essere rifatto, rimpastato, riordinato, riscaldato, acceso, infiammato per Gesù. Ma ha bisogno di rinnovarsi ».
« Un cuore nuovo! Fu prodigiosamente dato a santa Caterina da Siena; un cuore sublimato da contatti divini fu concesso a santa Geltrude; un cuore trafitto da uno strale a santa Teresa; un cuore convertito negli strumenti della Passione a santa Giuliana Falconieri; un cuore profumato di carismi divini a san Francesco di Sales; un cuore incontenibile a san Filippo Neri, un cuore sanguinante a san Francesco d'Assisi e a santa Gemma Galgani...
Quanti altri cuori sacerdotali e verginali, ricolmi delle predilezioni di Dio, vissero nello spasimo di una passione incruenta... nel martirio di segrete immolazioni, di sofferenze inaudite, di eroiche dedizioni ! O Signore, dona anche a me un cuore nuovo... ampio... vuoto... capace di ricevere il tuo Sangue Divino... ».
« Gesù... mi chiede la morte mistica, il sacrificio completo di tutta me stessa, l'immolazione cosciente di tutto il mio essere. Varrebbe ben poco il mio annientamento, se in esso non seppellisco la mia volontà. Fiat! Discendere nella profondità, camminare a ritroso, per vedere il mio nulla, il frutto delle mie negligenze, delle mie tiepidezze, della mia incostanza, della mia cattiva corrispondenza. E quando ho toccato con mano tutto questo, e il cuore è compunto, e l'anima palpitante di rimorso, e lo spirito anelante al risveglio, a una ripresa di generosa attività e di amore infuocato, allora ecco l'intervento divino; Gesù che viene incontro alla sua piccola sposa, e la raggiunge dove essa si è forse arrestata impotente. Veni, Domine Jesu ! »,
Diamo a chiusura gioiosa, caratteristica dei suoi scritti personali non stampati, qualche espressione del suo senso profondo della natura, nella quale anzitutto vede il Creatore.
Ogni volta che viaggia essa contempla e annota. La scrittura riflette le scosse del treno.
Ma essa gode degli spettacoli in modo completo, cioè non solo con gli occhi dell'anima, ma con quelli del corpo; non è anche il suo corpo un dono di Dio? Pur nel suo misticismo, suor Antonietta è molto, sarà sempre molto concreta. Perchè è artista. Perchè è moderna. Perchè è equilibrata. Nonostante la sua ammirazione per le grandi mistiche del passato, essa non è foggiata per imitarle, pure sforzandosi; essa è piuttosto là a rappresentare il nuovo tipo, nel genere; nata non per imitare, ma per essere imitata.
Suor Antonietta vede, sente, ascolta, raccoglie, in faccia alla natura: ora poetessa bucolica, del piano, ora figlia ardita del monte roccioso, ora pittrice, perfetta padrona di finissimi cromatismi; scienziata in potenza, in contemplazione dell'ala di una libellula, della struttura di un sasso, del riflesso di un'onda. Tutte le Belle Arti sono al servizio dei suoi entusiasmi, delle sue espressioni.
Il suo effondersi nella natura come ravvalora in lei l'altezza delle sue ascensioni spirituali! Quanto ce la sentiamo vicina! ed essa ci piace tanto, così; alta sul piedestallo dell'anima, e pur teneramente terrena, di una terrestrità semplice, vergine, primordiale, simile à quella degli apostoli pescatori e agricoltori.
« Mi son preparata alla Comunione durante il viaggio compiuto nella splendida valle dell'Adige, che corre fra Trento e Bolzano, mentre il sole dorava le cime superbe dei monti, e tempestava di gemme la rigogliosa vegetazione. Quali meraviglie! Quanto sensibile la voce di Dio, che partiva da ogni bellezza naturale! ».
A Perugia:
« Ho sentito in questa terra perugina, che conserva le orme di san Francesco, il profumo della sua santità che è un raggio della tua, o Signore; e tutto questo poema di vita soprannaturale, raccolto da un poema di bellezze naturali, sorridenti dai verdi colli della campagna umbra, tutta pàmpini e spighe ed ulivi ».
Altrove:
«Contemplo le foglie, i fiori, le cose tutte che abbelliscono il creato. Il numero delle stille del Sangue di Gesù sorpassa quello delle foglie, dei fiori, dei granelli di arena, degli atomi».
Si sente spinta a partecipare la sua gioia al fratello don Piero:
« Il viaggio da Clusone a qui è un incanto, specialmente al giogo della Presolana. Le vette imponenti, nella loro massa granitica, circondano la pittoresca vallata; qua e là si scorgono ammassi di neve, e le catene digradanti sono coperte da immense selve di pini. Oh, potessi mandarti giù un po' di quest'aria balsamica, un po' dell'acqua limpida e diaccia che sgorga qua e là, e scende alla valle in rivi d'argento! ».
Le citazioni potrebbero essere molte, ma ci porterebbero troppo lontano.
Osserviamo del resto che, pur nelle sue pagine strettamente religiose, le immagini, i paragoni, l'ambientamento stesso, sono spesso tolti ai luoghi, ai modi, ai colori, alle vicende stagionali della natura; e non importa ch'essa ne scriva tra le pareti di una camera, in città; la sua anima le basta; la sua anima, specchio nel quale si riflettono selve, ghiacciai, e stelle.
Ebbe il gusto delle acque e quasi un sacro rispetto per gli alberi, in foresta e solitari. Amò i tramonti, ed ebbe una singolare attrazione per la notte.
Nelle sue pagine le foglie stormiscono, soffia la brezza, le messi e i frutti maturano; e a noi giungono. freschi sentori di bei laghi evangelici, dalle serene sponde.
XVI
Sebbene il suo tesoro di scritti spirituali sia ancora un segreto per tutti, la sua abilità di scrittrice, manifestata in varie occasioni, viene messa a profitto dai suoi superiori, che le affidano alti e delicati incarichi.
Iniziata la sua vita di suora con l'insegnamento, essa è chiamata, circa dodici anni dopo, a cattedra ben più importante; abituata a una scolaresca, avrà d'ora innanzi un pubblico. E così, tra l'obbedienza e la naturale esplicazione di un ingegno che aveva bisogno di non essere compresso, suor Antonietta viene a trovarsi a un posto di lavoro che le compete. Non saremo mai abbastanza grati ai superiori di non aver sacrificata una scrittrice nata. La parabola dei talenti da trafficare, e dei quali si dovrà rendere conto, torna proprio al punto.
Il primo saggio delle assai notevoli possibilità della Prevedello è dato nell'anno 1924, con la vita della Venerabile Capitanio. Diremo, con Mons. Urbani, senza timore di esagerare, che la biografia costituì una rivelazione; tanto che fu dato incarico all'autrice di prepararne l'edizione nel '26, per le feste della beatificazione.
Più tardi, nel '31, suor Antonietta pubblica pure una molto bella vita della Confondatrice, la Gerosa; vita semplice e popolare, rispondente al tipo stesso della biografata. E come aveva preparato l'edizione per la Capitanio, preparò, nel 1933, anno della sua beatificazione, quella per la Gerosa; opere edite dall'Emiliana, in Venezia.
Nel segreto dei suoi scritti spirituali, la scrittrice in quel giorno annoterà: a Festa dell'umiltà, della carità, della pietà, gemme di fulgida bellezza incastonate nell'aureola della santità della Beata, vergine sapiente e prudente. Ma si potrebbe anche chiamarla la Festa del Sangue Prezioso: Il Sangue di Gesù è nostro, diceva la Beata ».
La grande Storia dell'Istituto, che seguì, doveva essere in origine un semplice volumetto; 1a Madre Generale glielo chiese, alla Prevedello, di modeste proporzioni, in occasione del centenario dell'Istituto, per far conoscere lo spirito delle Fondatrici e l'irradiazione della Congregazione nel suo primo secolo di vita.
Ma a poco a poco, nella compilazione dell'operetta, suor Antonietta vede moltiplicarsi i documenti, per numero e per importanza; sono centinaia e poi migliaia di relazioni, opuscoli, giornali, testimonianze; farne uno spoglio e coordinarli, è già una fatica; l'operetta è destinata a diventare un'opera poderosa.
Durante il tempo della faticosa e diligente documentazione e della stesura, le persone che conobbero l'autrice più da vicino la videro spesso in viaggio lesta lesta, allo scopo di raccogliere certe notizie, certe precisazioni, per le quali occorreva trovarsi sul posto; più spessa la si troverà allo scrittoio, fra pile di manoscritti e di stampati; cartelle traboccanti, buste rigonfie, agende piene d'appunti, documenti d'archivio.
Suor Antonietta ebbe a scrivere molte lettere e molte a riceverne; diede incarichi, e ne fu ragguagliata; interrogò persone atte a informarla con esattezza; ebbe a rivolgersi a comandi e vescovati. Un bel giorno attaccò il primo foglio bianco... e, come si suol dire, non depose la penna che otto anni dopo. La poderosa Storia dell'Istituto divenne un fatto compiuto. Suor Antonietta Prevedello aveva dato il via a ben cinque grossi volumi, per un complesso di cinquemila pagine.
Chi ha avuto sotto gli occhi quest'opera, si sarà anzitutto sorpreso della sua mole, e l'avrà comparata, nelle sue ricordanze, ai lavori di certi storici, che, suddivisi in volumi severamente rilegati, allineati nelle librerie avite, o nelle biblioteche civiche incutevano soggezione - ma anche pungevano la curiosità - a chi ebbe a vederli negli anni giovanili.
Suor Antonietta, nello scrivere la Storia dell'Istituto, ha compiuto un atto di molto coraggio, accompagnato da una pazienza da certosino. E non si dica che a ciò dovette pure attenersi per l'obbedienza. Le sue erano spalle femminili, ed essa portò a termine un lavoro da uomo; nè, per l'obbedienza, ci si può improvvisare storici! Nessuno, d'altra parte, avrebbe avuto a ridire, se essa si fosse senz'altro attenuta al desiderio della Madre Sterni, di un modesto volumetto.
Possiamo dunque dire che fu, in un certo senso, l'Istituto a seguir lei, comprendendo le ragioni sulle quali suor Antonietta si appoggiava perchè si compisse un'opera di mole assai maggiore. L'Istituto, poi, sobbarcandosi alle cure, alle spese, agli impegni di una Storia secolare, può oggi gustare della meritata soddisfazione - che non è di tutti gli Istituti pur benemeriti - d'essersi comportato con l'intelligenza e 1'elevatura di un ateneo.
Senonchè, un noto studioso, venuto a conoscenza per lettura diretta della grande opera, lamentò nell'autrice la tendenza a porre tutti i fatti - importanti, meno importanti, e quasi trascurabili - su di uno stesso piano. L'autrice mancherebbe dunque di prospettiva; quella prospettiva da cui sorge il senso delle proporzioni, le quali fanno, dell'opera storica, un'opera d'arte.
Ai lettori, specialmente giovani, non abituati a questo solido genere di scrittura, va detto subito che un'opera storica, fosse pure in dodici volumi anzichè in cinque, può essere lo stesso stringatissima. Accettata così la mole materiale dell'opera, consideriamone il contenuto.
Per quali persone suor Antonietta ha scritto la sua Storia? Per il gran pubblico no; o almeno subordinatamente. Suor Antonietta scrisse la Storia dell'Istituto, e l'Istituto la pubblicò, soprattutto perchè la sua lettura aiutasse Novizie e Professe a conservare il genuino spirito dell'Istituto, esplicatosi attraverso fatti abbraccianti un secolo, e ad imitare gli esempi delle generosissime anime che ne occupano le pagine migliori. Questa fu anche l'attenzione della Madre Sterni, quando permise all'autrice di dar corso all'opera più vasta.
Chi ha qualche dimestichezza con gli usi vigenti negli Istituti religiosi - e alludiamo anche ai maschili - sa che quasi tutti presentano almeno due storie, o almeno due biografie dei loro Fondatori: una ampia, diffusa, circostanziata, capillare, è destinata ai facienti parte - attuale o futura - dell'Istituto stesso; l'altra, snella e spedita, è destinata ai profani, a tutti quelli che se ne stanno fuori dell'Istituto, e che non si interessano, nè son tenuti a farlo, degli andamenti interni, specialmente riguardo gli ostacoli un giornó superati per il raggiungimento di un felice stato di cose.
Ecco una chiara dimostrazione del fatto che le due storie - o le due biografie - hanno destinazioni diverse alle volte accade che storia - o biografia - destinate ai profani, vengano persino affidate, per la stesura, a scrittori laici, considerando che questi conoscono bene i gusti e i bisogni della loro classe. Suor Antonietta non ebbe forse a sua volta l'incarico di stendere, più tardi, una breve, agile Storia dell'Istituto? Nella Storia diffusa, essa, suora, scrive invece specialmente per le consorelle; e non c'è da rammaricarsi neppur del limite implicitamente dato al numero dei suoi lettori, se l'Istitnto conta, al presente, ben novemila suore, cui nel tempo succederanno altre novemila, o più, suppergiù a ogni ventennio. Quanti scrittori fuor di convento possono vantare una tanto notevole schiera di lettori?
Lo studioso cui non piacquero, nell'autrice, l'importanza data al dettaglio, il ricamo minuto delle circostanze, le moltissime date, l'annotazione di nomi e cognomi di persone che non furono personaggi, non pensò forse che certe prolissità, certe insistenze, certi sondaggi a carattere strettamente informativo, diventavano un obbligo e una necessità. Qualche cosa di accerchiante, di greve, per la stessa scrittrice, come può essere greve e accerchiante, per un medico illustre, la particolareggiata diagnosi ch'egli sia costretto a fare per i suoi studenti. Ogni suora che volesse istruirsi intorno a un dato periodo dell'Istituto, doveva trovare tutte le possibili informazioni; non diversamente di quanto il giovane universitario di Legge si aspetta di trovare nella lettura retrospettiva di certi celebri processi, integralmente tramandati. Così pure gli amatori di cose storiche, religiose e ambientali, il profano di domani, dovevano trovare nell'opera di suor Prevedello quella miniera di informazioni, cui essi sempre attingono quando si accingono a racconti a sfondo storico, o a riesumazioni.
Che se la capillarità, in suor Antonietta, è proprio qualche volta eccessiva, vanno però insieme tenuti d'occhio i non pochi capitoli che hanno potuto permettersi il lusso di conservare le grandi linee.
Nella prima parte della Storia dell'Istituto, che si riferisce agli albori della fondazione, c'imbattiamo in passi felici per delicatezza e fervore; nella parte che comprende il periodo della guerra vanno ammirate l'incalzante rapidità e la drammaticità. Nel mezzo, tutto l'Ottocento che si dipana maestoso.
Il ciclo dei suoi lavori importanti è arricchito dalla Vita di don Angelo Bosio. Questa nobile figura di sacerdote fu tratta generosamente dall'ombra, per non dire dal buio, da suor Antonietta. Prevosto di Lovere, direttore delle Fondatrici e delle prime suore, ebbe parte di fianco, ma importantissima, nella fondazione, nel consolidamento, nello sviluppo della Congregazione. Parve alla Prevedello un atto di stretta giustizia e di doverosa gratitudine il celebrarne le elevate quanto sconosciute gesta. La celebrazione, affidata a pagine eccellenti per lo spirito che le informa, interessanti per apporto di notizie che hanno sapore di primizie, sta a confermare, una volta di più il temperamento di suor Antonietta, felice quando può difendere una causa, e dichiarare alto un diritto.
Gli ultimi anni di vita di lei - dopo la sua elezione a Consigliera generale - sono divisi ufficialmente fra lo studio e il Consiglio. Diciamo « ufficialmente » perchè, nel segreto delle ore serali e notturne, essa conduce a compimento opere di serio impegno spirituale; opere non soltanto divulgative, ma creative, quelle che la daranno intera, in tutta la misura assegnatale da Dio.
Fra le pubblicazioni a lei affidate dall'Istituto, in vista della canonizzazione delle Fondatrici, e pubblicate postume, è una nuova vita della Capitanio e un'altra della Gerosa; un compendio breve, per uso pratico, delle vite delle medesime, con una altrettanto breve Storia dell'Istituto. Seguono due Vite, sempre brevissime, delle Fondatrici, un compendio della vita del Bosio, una storia del simulacro di Maria Bambina che si venera nella Casa generalizia di Milano, un'operetta sulle Missioni nell'India e la vita di suor Teresa Venturi.
Suor Antonietta stese la biografia di quest'ultima, che fra i suoi titoli di eletta fama conta quello di essere stata corrispondente attiva del Vescovo Bonomelli, pur sentendosi diversissima da lei. Non è qui il luogo di esaminare i caratteri di tale diversità; diremo soltanto: estrosa e inquieta la Venturi, quanto ferma e d'un pezzo la Prevedello.
Suor Antonietta non è però nuova agli adattamenti di se stessa ad altre sensibilità; lo aveva già fatto, e non in pagine scritte, ma col vivo esempio quotidiano, quando, morta la Provinciale Azzini, s'era conformata alla nuova Provinciale, tutta diversa dalla defunta e da lei stessa.
Suor Antonietta accolse l'incarico della stesura della biografia della Venturi, con volontà aperta a comprendere, con cuore aperto ad amare. E quando le due personalità sembrarono urtarsi, o al contrario, allontanarsi in direzioni opposte, quando la Prevedello « non sentì più » (sono sue parole) il suo soggetto, la comprensione ritornò, con la carità e il rispetto dovuto a una consorella di nobile vita.
Gettiamo ora uno sguardo complessivo sugli scritti tutti di suor Antonietta: quelli pubblicati durante la sua vita, i postumi, i manoscritti desunti dai molti quaderni, di cui diede saggi nel periodico « Maria Bambina », e quelli che rappresentano opere condotte a termine, ma tuttora ignote. Alludiamo ai suoi compiuti lavori: « Sacerdos alter Christus »; « La santa Messa concelebrata »; « Pastor bonus » e « Soli Deo »; « La preparazione spirituale al cinquantesimo di vita religiosa », e l'opera capitale, che non è che da rivedere e coordinare: quella che occupa le decine e decine di quaderni che si riferiscono al Preziosissimo Sangue, riversato in tutte le ricorrenze dell'anno liturgico, non una esclusa.
Il valore spirituale, ascetico, mistico della Prevedello ci è ormai noto. Esaminiamo brevemente la scrittrice; esame che, ben lungi dal non addirsi a un'autrice di questo genere, tende anzi a metterla in valore. Considerazioni di carattere esteriore, sono state fatte e diffuse per scrittrici annoverate anche fra le sante, come Caterina da Siena, della quale le notissime Lettere sono entrate a far parte del tesoro della Letteratura italiana. E così per tutta la folta schiera degli scrittori sacri, che vanno dai primi secoli della Chiesa a tutt'oggi. Ai fini dell'apostolato pratico, della penetrazione fra i pagani di tutti i tempi, è una fortuna che il santo sia anche un buono scrittore, e magari un grande scrittore.
Suor Antonietta Prevedello mostra di possedere bene la prosa. La sua lingua è corretta, il suo periodare è ampio e rotondo, ben coordinato, rispondente con chiarezza al disegno concettoso della mente e a quello gustoso dello stile. Nel complesso, qualche cosa di virile, di ragionato e di conseguente pur nel più vivo sentimento, che essa tiene sempre composto e vigilato, sotto l'insegna, diremo così, di citazioni opportunissime, dotte, di scritte bibliche e patristiche.
Piacendole, nella virtù e nella vita dello spirito, anzitutto la solidità, poi la finezza, le sue effusioni sono più ardimentose che soavi. e miti. Letta ad alta voce, la prosa di suor Antonietta Prevedello è sonante, procedente spedita fra disinvolti accorgimenti creati da antitesi come da parallelismi, da contrasti come da armonie, da raggruppamenti come da elisioni sapienti; tanto che, senza mutamenti, la sua prosa potrebbe ritmare il passo di una nutrita oratoria.
Da un autorevole sacerdote cui suor Antonietta sottopose un giorno parecchi dei suoi quaderni per avere un giudizio, fu osservato - perchè se ne guardasse - un fatto, che, frequente, salta all'occhio anche alla lettura di poche pagine: l'uso, cioè, di accompagnare, ai sostantivi, tre aggettivi, e di descrivere la stessa azione con tre verbi. Quel sacerdote le fece notare che ciò diminuisce, anzichè accrescere, la potenza degli effetti. E quel sacerdote aveva ragione. Sovrabbondanze? Sì. Necessità di qualche potatura? Sì. Suor Antonietta stessa l'avrebbe certo apportata, trovandosi alla pubblicazione definitiva.
Errerebbe però chi, riordinando per le stampe gli scritti di lei - a parte il dovere dell'intangibilità di un manoscritto - riducesse ogni volta a due o a uno solo, quegli aggettivi e quei verbi. Il consiglio di quel sacerdote va preso in considerazione, ma non alla lettera. Ci sono non infrequenti casi nei quali la Prevedello si studia di graduare, nel suo dipinto, la triplice pennellata. Essa riesce allora a raggiungere la vera ricchezza, che non è mai ridondanza; quella a cui riuscirebbe dannoso, ai fini della completezza, togliere una sola parola.
XVII
Ma come la scrittrice avanzò, con gli anni, nella vita dello spirito, così, col tempo, andò avanzando in sobrietà di prosa, divenuta essenziale e smagliante, degna in tutto della maestà dei soggetti trattati, tale da poter reggere il confronto con gli scritti dei religiosi più dotati. A edificazione, e al tempo stesso per il giusto tributo dovuto alla sua penna, riportiamo alcuni bellissimi passi di un capitolo che fa parte dello scritto in occasione del suo cinquantesimo di vita religiosa (12 marzo 1945).
«L'anima mia si trova a una tappa storica della vita, che è doveroso ricordare, e anche solennizzare nel segreto del cuore.
Non sono forse vissuta come l'onda del ruscello, che corre senza rivestirsi delle bellezze che riflette... ?
O Signore, aiutami, rendimi degna di santificare questi giorni consacrati all'omaggio più devoto verso la tua infinita bontà... La mia preparazione alla ricorrenza deve essere intima, ma pratica. Devo riformare lo spirito, ritornare sul passato per riedificare nel presente, rileggere il libro della mia vita per vederne le lacune, riempirle col
Sangue di Gesù, e accostarvi la fervorosa ripresa della vita nuova.
Non c'è lembo di terra ch'io abbia veduto, non c'è vetta superba, estensione di mare, silenzio di bosco, incanto di lago, meraviglia di natura, che riappariscano alla mia mente, senza ridestare il fascino provato e l'immediata ascesa verso il Signore.
La mia fede! O Signore, credo più di quello che mi è annunziato... La mia fede sente l'infinito della tua verità, della tua santità, della tua misericordia, dell'amore che hai per l'anima mia, della vigilanza con cui la custodisci, della provvidenza con cui la nutri».
«Non nascondo di aver versato molte lagrime; non per il pentimento di quello che avevo donato a Dio, ma per il pianto del cuore, come avulso da un ceppo vigoroso e amoroso; sentì la ferita, ma ebbe la coscienza di averla voluta.
« Non nascondo di aver versato molte lagrime; non per religiosa; da un santo nido domestico allietato da una corona di figli vivaci, all'austera disciplina del Noviziato e della comunità religiosa. Quello che mi balza alla mente è la, bontà con cui il Signore segnò il mio cammino di ogni istante, in ogni luogo, in ogni dovere, proteggendo la mia inesperienza, custodendo la mia ingenuità, mantenendo in me, sempre, il santo timore, e la gioia di servirlo in una purezza intemerata:
« Iddio, porzione dell'anima mia! ». L'espressione sarebbe assurda se non si pensasse che l'ha messa il Signore sulle labbra di Geremia, per ricordarla a tutti noi. Porzione, perchè io avrò dal mio Dio quello che posso
ricevere nella mia piccolezza... per crescere nelle spirituali possibilità, poter salire verso le manifestazioni di Dio, non per riceverle e per contenerle, ma per essere ricevuta e contenuta ».
Se lo stato religioso costituì il carattere della vita spirituale della Prevedello, e il culto al Sangue Prezioso ne fu il distintivo, la devozione al sacerdote, ornamento di speciale bellezza, accompagnò sempre il classico distintivo, con la grazia del profumo che accompagna il fiore. Ci si conceda citare un passo dell'Alter Christus:
Tutto è divino nel sacerdote: i riti che compie, la verità che manifesta, le preghiere che innalza, il conforto che dona, il perdono che concede, la grazia che dispensa nei Sacramenti... L'opera sacerdotale è più segreta che palese, poichè è tutta spirituale. La vita fisica. è sostenuta da molti elementi che la scienza non conosce, solo noti a Dio; la vita dell'anima si alimenta per segrete mirabili energie che neppure il sacerdote conosce, ma delle quali è strumento e tramite nel Sangue di Gesù.
Guerra... a ogni minuto scompaiono dalla terra cento persone. « Salvamele! », dice Gesù, « sono il prezzo del mio Sangue ». O sacerdote di Dio, forse il tuo sguardo si incontra in pupille roventi di odio, di vendetta, di peccato, e tu non puoi farle rivolgere al cielo; trasmetti ad esse il fuoco del Sangue che traspare dalle tue; investi, rivesti col Sangue benedetto le povere anime inabissate dalle colpe... San Clemente Alessandrino, stupito dinanzi alla divina potenza di cui è arbitro il sacerdote, esclama « Post Deum, terrenus deus ». Il Dio della terra, dopo Iddio ».
Nel prodigioso crescendo di amore e d'intendimento, nel raffinamento continuo di tutta se stessa, che è spasimo segreto, a volta a volta lagno di impotenza, tristezza di vita, anelito di morte, suor Antonietta chiude la serie dei suoi scritti, ispirati dal Sangue Prezioso, con una terribile domanda che il suo Gesù le muove: a Che hai tu fatto del mio Sangue? ».
La domanda terribile le rintrona tutto il giorno nell'anima, formidabile resa di conti, « riempiendola di spavento ».
Oppressa, dilaniata, essa fa eco: « Conservo il Sangue nella sua piena vitalità, o ne ho impedito l'espansione, le, operazioni, i trionfi? A chi potrò dire i tuoi desideri ? Chi potrà credere alle mie parole, se nessuno può fare affidamento sulla mia indegnità, sulla mia miseria? Gesù, aiutami! illuminami! riscaldami! ».
Un profondo accoramento è sopraggiunto a prostrarla. Anche la grafia di questa pagina è molto alterata. Tutto in lei muove a pietà; tutto, in questi gemiti, ci rimescola.
Ne abbiamo le lagrime agli occhi. A un tratto, tanto più deboli di lei, chiudiamo il quaderno alla straziante pagina, supplicandola: Basta, suor Antonietta... povera cara anima, basta!...
XVIII
Se l'ultima pagina dedicata al Prezioso Sangue ci lascia atterrati, quella che chiude tutto il lavoro suo di scrittrice, nell'opera ultima: Soli Deo, ci riempie di pace e di serenità.
Sono considerazioni alate intorno alle Beatitudini. Già nel Pastor bonus avvertiamo una distensione. Pensosa, forse, di essere alle soglie dell'estrema sua dimora quaggiù - se pure ancora di qualche anno al di qua della settantina - suor Antonietta s'è incamminata per l'erta luminosa dietro a Gesù, e come Maria di Betania s'è accoccolata ai suoi piedi, lei che aveva pure scelto a la parte migliore », per riascoltare le meraviglie del Discorso della Montagna.
E con questo spirito placato, che viene assumendo la tersità e la tenerezza dell'idillio, suor Antonietta si reca al bel Conventino di Lovere, lassù, presso il Tempio che nel cavo segreto della prima pietra nasconde un donò di fregi d'oro, di carminio, di cobalto, di una sua pergamena dipinta, degna degli alluminatori del Quattrocento.
Il desiderio di condurre a termine i suoi lavori in un ambiente di relativa quiete durante i turbinosi anni della guerra, l'aveva indotta a sistemarsi al Conventino di Lovere. L'antica maestra poco più che adolescente, dagli occhi
lampeggianti sotto la cuffia religiosa, ecco, è ritornata alla patria delle Fondatrici, dopo tanti e tanti anni di esperienze, attraverso le cariche coperte e quella di Consigliera generale che tuttora ricopre; la carica. che fu per lei un plebiscito enorme di consensi, di addii, di messaggi, di salutazioni: mazzi di fiori spirituali lanciati a colei che se ne partiva; ghirlande di gioia stese sulla strada per colei che arrivava. E a Lovere, di nuovo, per qualche tempo, insegnerà alle giovani suore, che, raccolte intorno a lei, la riporteranno alle rimembranze delle scolaresche del dolce tempo della gioventù.
Sono lezioni spirituali, che essa viene impartendo, sulle soglie dell'ultimo anno della sua vita.
Non sa, essa, che la sua strada terrena è ormai tanto breve; non sa che il commiato estremo l'attende presto, durissimo; ma a quel commiato essa è già pronta, coi suoi voti intatti; pronta, quella che a quindici anni, con la professione nel terz'ordine francescano, anticipava il voto di castità, nell'attesa che le si aprissero le porte della casa religiosa. E' già pronta, quella che sempre si adeguò alla volontà dei superiori, nella quale vedeva i disegni stessi di Dio; quella cui passarono per le mani, durante cinquant'anni, doni d'ogni genere, ch'essa sollecitamente ridonava al prossimo, per ridursi in tutto alla povertà; quella che, venendole alle volte a mancare la possibilità di donare, creava graziosi nonnulla con le mani industriose, col suo alacre pennellino d'artista, distribuendo, in mancanza d'altro, i fiorellini di minuscole immagini.
Era il 1945. Suor Antonietta, già sofferente dai primi mesi dell'anno, non doveva condurlo a termine.
A una visita medica, le venne consigliata una dieta speciale, confacente al fegato, causa delle sue sofferenze; ma sebbene la superiora le avesse destinata, premurosa, una cuciniera fra le suore, che sapesse adeguarsi alle sue necessità, essa non si curava troppo di sè e dei suoi bisogni. Si curava molto. invece, delle lezioni che veniva impartendo alle suore del Conventino e del vicino Ospedale dove si recava molto spesso.
Ma, accentuandosi i disturbi, fu pur costretta a curarsi.
Qualcuna delle sue alunne raccolse, allora, degli appunti: pensieri, aforismi, ch'essa poi commentava. Sono gli ultimi frutti, suor Antonietta, della tua stagione; e tu ce li lasci cogliere perchè sei generosa, e perchè vogliamo sentire ancora una volta, prima che abbiano inizio i giorni tremendi, il buon sapore di te.
« Dammi, o Signore, quello che vuoi ch'io dia a Te ».
«I santi non si formano a pennello, ma a scalpello ».
« La carità è collegata ai silenzio ».
« O Signore, fammi vedere la mia. anima ».
« Estasi? visioni? Sono doni di Dio, ma non sono la santità ».
«Il Signore non terrà conto del successo delle nostre azioni, ma dell'amore con cui le avremo fatte ».
«Noi, con quattro anni di guerra, abbiamo perduto quattrocento anni di vita e di attività ».
« Un Istituto che non rimanda a casa nessuno dei suoi
soggetti, non é un Istituto serio. Dice il Cardinal Schuster : Mandate a casa le scriteriate ».
« Se non puoi essere quello che vorresti, fa di volere essere quello che puoi».
« Il dolore ha finalità altissime per le nostre anime: è l'ottavo sacramento ».
Parca vendemmia, ma succosissima.
Chiuse, con la fine dell'estate, il ciclo delle lezioni, che brillarono per sobrietà e per eleganza spirituale; fu in settembre a Milano, per la ricollocazione della Santa Bambina; gustò le funzioni, assistette a tutte le Messe che potè; ma, ritornata a Lovere, sentì il male aggravarsi.
A mezzo settembre ricevette la visita di Sua Eminenza il Cardinale Adeodato Piazza, Patriarca di Venezia, salito fin lassù ad esprimerle il suo personale rincrescimento. La visita le recò una gioia inesprimibile.
Ma dovette, subito dopo, decidersi a porsi a letto. Dal letto continuò, come potè, il lavoro; ma le sofferenze si aggravarono, si moltiplicarono; al forte male al fegato, si aggiunse quello di una strana, acuta sofferenza a una gamba. Questa le fu curata con bagni di luce, praticati per mezzo di un trabiccolo illuminato all'interno elettricamente, entro il quale essa teneva, fiduciosa di quella cura, la gamba dolente. Parve che dalla cura derivassero però gravi effetti, indirettamente, sul fegato già in rovina. Fu rivisitata; la cura alla gamba le venne recisamente sconsigliata; essa volle tentarla ancora, perchè in essa la poverina credeva e perchè temeva di dar dispiacere al medico che, pure sbagliando, la curava con amore.
Un ultimo slancio: non avendo potuto festeggiare a sud tempo, in luglio, il cinquantesimo di sacerdozio del fratello, essa riuscì, nell'ottobre, a preparargli l'omaggio di alcune pagine belle, nelle quali è messa in speciale evidenza un'ascesa sacerdotale, simile a quella di Gesù, fra prove penose e avvilenti.
Superate con serena dignità le prove, ripresa la via che sale, suor Antonietta compie in quelle pagine un amabilissimo atto di squisita umiltà, attribuendo all'esempio avuto dalle virtù del fratello, l'impulso alla propria vocazione.
Alla fine d'ottobre fu necessario trasportarla alla Clinica Gavazzeni di Bergamo. Vi rimase una ventina di giorni, durante i quali il fegato mostrò assai chiara - a insaputa di lei - la presenza di un tumore maligno. Le fu prodigata ogni cura possibile; inutilmente. Ogni speranza era perduta.
Dalla Clinica Gavazzeni fu allora trasportata alla quiete di san Bernardino, in Bergamo, Casa Provincializia dell'Istituto. Poichè era la morte, morisse nella pace, circondata dalle consorelle.
Accolta con cordiale finezza dalla Provinciale e dalla Superiora, la Consigliera suor Giuseppina Agostini e la suora che da anni lavorava con lei, le si misero al fianco, e non la lasciarono se non quando il sacrificio fu tutto consumato.
Dalla Clinica, a san Bernardino, gli assopimenti gravi, senza una parola - angosciosi per chi vi assiste, quasi morte anticipata - si fecero più frequenti e più lunghi. Soltanto qualche parola di viva gratitudine per l'ospitalità e, ancora una volta, la nostalgia della sua Venezia!... Quanto l'aveva amata:
Il 15 novembre una seconda visita di Sua Eminenza il Card. Piazza, accompagnato dal Cancelliere Mons. Urbani e da padre Tarcisio, Provinciale dei Carmelitani di Venezia, ora Vescovo di Lodi. Alla presenza del Patriarca sembrò richiamata prodigiosamente, inattesamente a vita.(a Sono tanto contenta », potè dir poi : « ho messo tutto nelle mani del Cardinale! »). Raccolte tutte le forze, riuscì anche a interessarsi della Messa del giorno dopo, chiedendo fosse accompagnata dalle novizie, coi canti più belli in onore del Porporato, col quale potè sostenere dei brevi ma rinnovati colloqui, colmi di consolazione.
Più tardi, nella stessa giornata, venne anche Mons. Bernareggi, Vescovo di Bergamo. Nuova consolazione... Ma la poveretta era alla vigilia della paralisi.
Il mattino seguente, il Porporato, Mons. Urbani e padre Tarcisio, addoloratissimi, partivano.
La sera, il crollo finale.
Colpita la persona al lato sinistro, con la mano destra, pur tutta gonfia e deformata, le restava ancora possibile scrivere in qualche modo, su fogli che a volta a volta la sua segretaria e fedele aiutante da ormai 14 anni - suor Nazarena Mattiello - le sottoponeva, quando mostrava di volersi esprimere o di desiderare qualche cosa. Scarabocchi stentati, irti, spaventosi.
L'intelligenza, sempre lucida, non era secondata che confusamente dalla parola. Sofferse di sete cocente, e più volte scrisse di voler bere, bere, bere!... Assentì con gioia a ricevere l'Estrema Unzione e il santo Viatico, e seguì la cerimonia in perfetta coscienza. Nella sete inestinguibile del corpo e dell'anima, riuscì ancora a scrivere frasi tali, da dare alle ore strazianti del trapasso la maestà degli avvenimenti solenni.
« Tutto per il Sangue di Gesù ».
« Scenda il Sangue di Gesù sulle anime tutte, tutte ».
« Voglio bere a goccia a goccia il Sangue di Gesù ».
«Tutto è niente; vale solo il Sangue di Gesù ».
Offro tutto per i sacerdoti, per la Chiesa, per la pace del mondo ».
Scrisse a grandi caratteri: a Sono felice »; ma poi aggiunse: « Bisogna ancora patire ». Quindi, decisa: « Adesso voglio il Paradiso ».
Quando le fu domandato, più volte, se soffrisse, rispose sempre di no. Richiesta di una parola buona:
« Santità, e nient'altro. Unione con Dio ».
Alle superiore e alle suore che l'incoraggiavano nella sofferenza, tentò dire qualche cosa. Non riuscendo, scrisse « Tutto sia per il trionfo del Sangue di Gesù ».
« I cieli sono aperti a chi cerca Dio e lo ama ».
« Grazie di tutto a tutti; scusa a tutti » (e con la mano fece il gesto di mandare un bacio).
Qualche volta non si riuscì a intenderla... ma il movimento della mano significava offerta.
Chiese, e si stentò a capirla, un bicchiere. Ma quando l'ebbe avuto, con quella sua mano che riusciva a malapena a reggere una matita, ebbe un gesto da far muovere alle lagrime: lo alzò quanto potè, dicendo pure a stento, ma chiaramente: « Calice, Calice... ». Non bevve, e abbandonò il bicchiere a suor Nazarena.
Avvertita dalla Provinciale che stava per venire un sacerdote a benedirla, e ch'egli avrebbe fatto scendere gli angeli e cacciati i demoni, rispose chiaramente:
« Non ce ne sono di demoni qui ».
In questa risposta, ci ritorna, tutta, suor Antonietta, la stessa che un anno prima aveva scritto in un suo quaderno, calma, sicura: « Non ci può essere aridità per l'anima che onora, riceve, conserva il Sangue di Gesù ».
Non si lagno mai di nulla, anche se desiderò e chiese solo, acqua: « un fiume, un mare », diceva.
Quando le dissero che la Rev.ma Madre Generale, trattenuta a Roma da imprescindibili impegni, aveva espresso tutta la sua ansia per la diletta lontana Consigliera, essa scrisse:
« Ringraziare Madre Generale ».
A una suora che la compativa e la diceva crocifissa, rispose come potè: « Non sono crocifissa: solo Gesù è crocifisso ».
E di nuovo la sete, l'arsura... « Acqua ».
A un sacerdote venuto a visitarla, disse, con accento di preghiera:
« Mi benedica col Sangue di Gesù ». Poi come se parlasse fra sé:
« Siamo alla fine, siamo in volo! Oh gioia, oh pace! ».
« In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum ». Quando giunsero i fratelli, Monsignor Piero e Leone, (la sorella Ersilia era arrivata il 15), espresse loro, a brevi frasi stentate, ma con rinnovati sorrisi e penetranti sguardi affettuosi, stringendo loro le mani, la consolazione di averli vicino.
Alla sorella Ersilia che, angosciata, non riusciva a trattenere le lagrime: « Non piangere », mormorò dolcemente. « Scusami di tutto ». Poi le fece una carezza, la benedisse e le segnò una piccola croce in fronte.
Ripetè con insistenza:
« Sangue, anime - Sangue, anime ».
Alla Provinciale di Bergamo che, inginocchiata, le chiese la benedizione per sè, per la provincia, per il noviziato, riuscì a dire vivamente:
« La benedico nel Sangue di Gesù ». E alzata la mano, tracciò una croce con gesto sacerdotale. Poi le fece, come già alla sorella Ersilia, più crocette sulla fronte.
Ripetè l'amabile gesto a suor Nazarena e alla sorella Emilia, giunta con la signorina Ersilia.
Alla Consigliera suor Giuseppina Agostini disse chiaramente e con forza:
« Voglio essere santa ».
E cercando la Consigliera di aiutarla ancora ad esprimersi, cominciando: « Vorrei... » la malata interruppe, e ripetè
« Voglio essere santa ».
Al fratello Mons. Piero che la confortava con la sua presenza e la sua parola, precisò:
« Voglio essere la vittima del Sangue di Gesù ».
Le venne ricordato che era il 21 novembre, giorno della Presentazione della Vergine al Tempio. Essa disse con gesto risoluto: « Anch'io! ».
Fu invitata a offrire le sue sofferenze per l'Istituto, che compiva i 113 anni di vita, e per il noviziato missionario, che festeggiava il suo ventennio di fondazione. Assentì col capo, e alzò la mano verso il cielo.
A sera venne il cappellano che l'aveva assistita durante la sua degenza in clinica.
Avendo questi detto, nel licenziarsi, che doveva recarsi a confessare, credettero che desiderasse confessarsi e la lasciarono sola; ma non si confessò; era già in pace.
Più tardi una suora, leggendole in volto la sofferenza, le domandò se patisse. Rispose: «Soffro, ma non soffro, perchè soffro per Gesù ».
Furono le ultime parole che rivelassero coscienza. Venne sopraffatta dal tormento fisico, indicibile, quindi da un grave assopimento. Visse ancora, in questo stato, una interminabile giornata.
Mai aveva invocata la morte, nè dimostrato di desiderarla; si era abbandonata in tutto, pia, dolcemente, alla volontà di Dio; e come Dio dispose... si addormentò...
Tramonto del 22 novembre 1945.
Aveva tanto amato le ore notturne... ora vi si immergeva, col suo Signore, nel viaggio per l'eternità.