SORRIDERE A DIO
Madre
Teresa di Calcutta
L’AMORE COMINCIA NELLA CASA PATERNA
Credo
che il mondo oggi sia sconvolto e soffra tanto, perché nei focolari domestici
e nella vita familiare c'è veramente poco amore. Non abbiamo tempo per i figli,
non abbiamo tempo per rallegrarci a vicenda. Penso che se potessimo semplicemente
riportare indietro nelle nostre esistenze la vita che Gesù, Maria e Giuseppe
hanno vissuto a Nazaret, se potessimo fare delle nostre case un'altra Nazaret,
la pace e la gioia regnerebbero nel mondo. L'amore comincia nella casa paterna;
l'amore vive nelle case: la sua mancanza è il motivo per cui oggi nel mondo c'è
tanta sofferenza e tanta infelicità. Se prestassimo ascolto a Gesù, egli
ci farebbe sentire quel che ha detto una volta: «Amatevi gli uni gli altri,
come io ho amato voi». Egli ci ha amati soffrendo e morendo sulla croce per
noi, e così, se dobbiamo amarci a vicenda, se dobbiamo riportare quell'amore
nella vita, dobbiamo cominciare a farlo in seno alle nostre famiglie.
Dobbiamo
fare delle nostre case dei centri di compassione e perdonare senza fine. Oggi
sembra che tutti siano in preda a una terribile frenesia e si affannino per
raggiungere mete sempre più alte e raggranellare ricchezze sempre maggiori e
altre cose, cosicché i figli hanno ben poco tempo da dedicare ai genitori, i
genitori hanno ben poco tempo da dedicare l'uno all'altro, con la conseguenza
che nelle case comincia la dissoluzione della pace del mondo.
Le
persone che si amano a vicenda in maniera reale, vera e piena, sono le più
felici del mondo e noi lo costatiamo in mezzo alla nostra gente così povera.
Amano i figli e amano la loro casa. Possono anche possedere assai poco, forse
non hanno nulla, eppure sono felici. L’amore vivo fa male. Gesù, per dimostrare
il suo amore per noi, è morto in croce. La madre, per dare alla luce il figlio,
deve soffrire; se vi amate per davvero gli uni gli altri, non potete farlo senza
sacrificio.
FEDE
Rinuncerei
alla vita piuttosto che rinunciare alla mia fede.
La
fede è un dono di Dio. Senza di essa non ci sarebbe vita. E la nostra opera, se
vuol essere fruttuosa, tutta per Dio e bella, deve essere costruita sulla
fede, sulla fede in Cristo, il quale ha detto: «Avevo fame, ero nudo, ero
infermo, senza casa e voi mi avete servito». Tutta la nostra attività è
basata su queste sue parole. La fede scarseggia, perché c'è troppo egoismo e
troppa sete di guadagno solo per sé. La fede, per essere vera, ha bisogno di
essere un amore che dona. L'amore e la fede vanno di pari passo e si completano
a vicenda. Cari amici, credo di capirvi meglio adesso. Temo di non saper
rispondere alla vostra profonda sofferenza. Non so perché, però voi siete
per me come un Nicodemo, e son sicura che la risposta è la medesima: «Se
non diventate come un fanciullo...». Sono sicura che capirete bene tutto,
solo se diventerete come fanciulli nelle mani di Dio. Il vostro desiderio di Dio
è tanto profondo, eppure lui continua a mantenersi lontano da voi. Egli fa
certamente violenza a se stesso nell'agire così, perché vi ama al punto da
aver mandato Gesù a morire per voi e per me. Cristo desidera essere il vostro
Cibo. Circondati come siete dalla pienezza del Cibo di vita, monte di fame.
L'amore personale che Cristo ha per voi è infinito, mentre la piccola difficoltà
che voi provate nei riguardi della Chiesa è limitata. Superate il finito con
l'infinito. Cristo vi ha creati perché vi voleva. So che cosa provate: un
desiderio tormentoso, unito a un senso di vuoto e di oscurità; eppure è lui
che vi ama. Non so se avete mai letto le righe seguenti; a me esse dànno un
senso di pienezza e di vuoto nello stesso tempo:
Mio Dio, mio Dio, che cosa è un cuore, che tu lo spii
e lo corteggi a quel modo, profondendo su di esso tutto il tuo cuore come se non
avessi altro da fare...?
Quel
che oggi sta avvenendo sulla superficie della Chiesa passerà. Per Cristo la
Chiesa è sempre la stessa, oggi, ieri e domani. Gli Apostoli hanno provato i
medesimi sentimenti di paura e di sfiducia, di insufficienza e di infedeltà,
eppure Cristo non li ha rimproverati e si è limitato a dir loro: «Figli di
poca fede, perché avete avuto timore?». Vorrei che potessimo amare come ha
amato lui, ora.
SOFFERENZA
La
sofferenza va oggi aumentando nel mondo. La gente ha fame di qualcosa di più
bello, di qualcosa di più grande di quel che i circostanti possano dare. Oggi
nel mondo c'è una grande fame di Dio. C'è tanta sofferenza dappertutto, ma c'è
anche una grande fame di Dio e di amore reciproco.
C'è
fame del pane ordinario, e c'è fame di amore, di cortesia e di riflessione; e
c'è la grande povertà, che fa soffrire tanto la gente. La sofferenza presa in
se stessa è niente: ma la sofferenza condivisa con la passione di Cristo è
un dono meraviglioso. Il dono più bello che uno possa ricevere è di poter
prendere parte alla passione di Cristo. Sì, un dono e un segno del suo amore;
perché questo è il modo con cui il Padre ha dimostrato di amare il mondo:
mandando il Figlio a morire per noi.
Così
in Cristo è stato dimostrato che il dono più grande è l'amore: perché la sofferenza
è stata il segreto con cui egli ha pagato per il peccato.
Senza
di lui non potremmo far nulla. Ed è all'altare che noi incontriamo i nostri
poveri sofferenti. Ed è in lui che vediamo come la sofferenza può diventare
un mezzo per amare di più ed essere più generosi.
Senza
la sofferenza la nostra attività sarebbe un'attività sociale, un'attività
molto buona e giovevole, ma non sarebbe l'opera di Gesù Cristo e parte della
redenzione. Gesù ha voluto soccorrerci con dividendo la nostra vita, la
nostra solitudine, la nostra agonia, la nostra morte e ci ha redenti solo
unendosi strettamente a noi. Noi siamo chiamati ad agire allo stesso modo;
dobbiamo redimere tutta la desolazione dei poveri: non soltanto la loro povertà
materiale, bensì anche la loro miseria spirituale. E dobbiamo condividerla,
perché solo unendoci strettamente a loro possiamo redimerli, portando Dio nella
loro vita e portando loro a Dio.
La
sofferenza, quando è accettata insieme e portata insieme, diventa gioia. Tra
i nostri collaboratori abbiamo degli ammalati e degli handicappati, che molto
spesso non possono svolgere alcuna attività. Così essi adottano una Sorella
o un Fratello e offrono tutte le loro sofferenze e tutte le loro preghiere per
quel Fratello o quella Sorella, che a loro volta coinvolgono pienamente il
collaboratore ammalato in tutto ciò che essi fanno. I due diventano come
una sola persona e si chiamano l'un l'altro il loro secondo se stesso. Io ho
una seconda me stessa di tal genere in Belgio, e quando sono stata ultimamente là,
lei mi ha detto: «Son sicura che avrai molto da fare, molto da camminare,
lavorare e parlare. Lo so dal dolore che provo alla spina dorsale e dalla
operazione molto dolorosa che ho dovuto subire poco tempo fa». Si trattava
della diciassettesima operazione, e tutte le volte che ho qualcosa di speciale
da compiere, è lei che mi sta dietro e che mi dà la forza e il coraggio necessari
a fare quel che devo fare per compiere la volontà di Dio. È
questa la ragione
che mi rende capace di fare quel che sto facendo: la mia seconda me stessa
compie per me la parte indubbiamente più difficile dell'opera.
Mie
care sorelle e miei cari fratelli sofferenti, siate certi che ognuno di noi fa
leva sul vostro amore davanti al trono di Dio, e là ogni giorno noi vi
offriamo, o meglio ci offriamo a vicenda a Cristo per le anime. Quanto grate
dobbiamo essere noi Missionarie della Carità: voi perché soffrite e noi
perché lavoriamo. Completiamo a vicenda quel che manca nella nostra relazione
con Cristo. La vostra vita di sacrificio è il calice, o piuttosto i nostri
voti sono il calice e la vostra sofferenza e la nostra attività sono il vino,
il cuore immacolato. Stiamo insieme in piedi sostenendo il medesimo calice e
siamo così in grado di placare la sua ardente sete di anime.
Trovo
il lavoro molto più facile e riesco a sorridere più sinceramente quando penso
a ognuno dei miei fratelli e delle mie sorelle sofferenti. Gesù ha bisogno di
voi per continuare a versare nella lampada della nostra vita l'olio del vostro
amore e del vostro sacrificio. Voi state veramente rivivendo la passione di
Cristo. Contusi, sezionati, pieni di dolori e di ferite come siete,
accettate Gesù così come egli viene nella vostra vita.
Se
qualche volta la nostra povera gente è morta di fame, ciò non è avvenuto
perché Dio non si è preso cura di loro, ma perché voi ed io non abbiamo dato,
perché non siamo stati uno strumento di amore nelle sue mani per far giungere
loro il pane e il vestito necessario, perché non abbiamo riconosciuto Cristo
quand'egli è venuto, ancora una volta, miseramente travestito nei panni
dell'uomo affamato, dell'uomo solo, del bambino senza casa e alla ricerca di
un tetto. Dio ha identificato se stesso con l'affamato, l'infermo, l'ignudo,
il senza tetto; fame non solo di pane, ma anche di amore, di cure, di
considerazione da parte di qualcuno; nudità non solo di abiti, ma anche di
quella compassione che veramente pochi sentono per l'individuo anonimo;
mancanza di tetto non solo per il fatto di non possedere un riparo di pietra,
bensì per non aver nessuno da poter chiamare proprio caro.
IMITAZIONE DI CRISTO
Figlie
carissime, amiamo Gesù con tutto il cuore e con tutta l'anima. Siate sempre
sorridenti. Sorridete a Gesù nelle vostre pene, perché per essere una vera
Missionaria della Carità bisogna essere una vittima gioiosa. Quanto sono felice
di avervi! Voi mi appartenete tanto quanto mi appartengono le Suore di qui.
Spesso, quando il lavoro è molto duro, penso ad ognuna di voi e dico a Dio:
«Guarda alle mie figlie sofferenti e per il loro amore benedici quest'opera».
La risposta è immediata. Perciò, come vedete, voi siete la nostra tesoreria,
la centrale elettrica delle Missionarie della Carità.
Non
potendo vedere Cristo con gli occhi, non possiamo esprimergli il nostro amore;
possiamo però vedere sempre il prossimo e fare per lui quel che faremmo per
Cristo, se lo vedessimo.
Oggi
quel medesimo Cristo vive nelle persone emarginate, disoccupate, trascurate,
affamate, ignude e senza tetto. Sembrano persone inutili allo stato e alla
società; nessuno ha tempo per loro. Sei tu e sono io nella nostra qualità di
cristiani - degni dell'amore di Cristo se il nostro amore è vero - che
dobbiamo trovarli e aiutarli; essi sono là perché noi li troviamo.
C'è
sempre il pericolo che lavoriamo per amore del lavoro. È qui che il rispetto,
l'amore e la devozione entrano in gioco: dobbiamo agire per Dio, per Cristo e
questa è la ragione per cui cerchiamo di agire nel modo più bello possibile.
I
cristiani sono come la luce per gli altri... per la gente del mondo. Se siamo
cristiani, allora dobbiamo essere simili a Cristo.
Se
imparerete l'arte di essere riflessivi, diventerete sempre più simili a Cristo,
perché il suo cuore era mite ed egli pensava sempre agli altri. La meditazione
è l'inizio di una grande santità. La nostra vocazione, per essere bella, deve
pensare continuamente agli altri. Gesù è venuto per fare del bene. La Madonna
a Cana si è preoccupata solo dei bisogni degli altri e li ha manifestati a Gesù.
Un cristiano è un tabernacolo del Dio vivente. Egli mi ha creato, mi ha scelto,
è venuto ad abitare in me, perché mi ha voluto. Ed ora che sai quanto Dio ti
ama, è semplicemente naturale che tu spenda il resto della vita per
irraggiare tale amore.
Essere
veri cristiani significa accettare veramente Cristo e diventare un altro
Cristo gli uni per gli altri. Significa amare come siamo amati e come Cristo
ci ha amati dalla croce. Dobbiamo amarci a vicenda e donare agli altri. Quando
Cristo ha detto: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare», non pensava solo
alla fame di pane e di cibo materiale, ma pensava anche alla fame di amore.
Anche Gesù ha sperimentato questa solitudine. E’ venuto tra i suoi e i suoi
non lo hanno ricevuto e la cosa lo ha fatto soffrire allora e continua a farlo
soffrire. Si tratta sempre della stessa fame, della stessa solitudine, del
fatto di non essere accettati da alcuno, di non essere amati e benvoluti da
nessuno. Ogni essere umano che si trova in quella situazione assomiglia a
Cristo nella sua solitudine: e quella è la situazione più dura, la vera
fame.
PORTATRICI DELL’AMORE DI CRISTO
Cerchiamo
di vivere lo spirito delle Missionarie della Carità fin dall'inizio, spirito
fatto di totale abbandono a Dio, di amorevole fiducia reciproca e di gioia in
ogni situazione. Se accettiamo veramente questo spirito, allora saremo
sicuramente delle autentiche cooperatrici di Cristo, le portatrici del suo
amore. Questo spirito deve irraggiare dal vostro cuore sulla vostra famiglia,
sul vostro vicinato, sulla vostra città, sul vostro paese, sul mondo.
Cerchiamo di aumentare sempre più il capitale dell'amore, della cortesia,
della comprensione e della pace. Il denaro verrà, se cerchiamo anzitutto il
regno di Dio: allora ci sarà dato il resto.
Preferirei
commettere degli errori con gentilezza e compassione piuttosto che operare
miracoli con scortesia e durezza. Sappiamo che, se vogliamo veramente amare,
dobbiamo imparare a perdonare.
Non
saremmo capaci di capire e di aiutare effettivamente coloro che mancano di
tutto, se non vivessimo come loro. Ogni manifestazione di amore, per quanto piccola,
in favore dei poveri e degli indesiderati è importante agli occhi di Gesù.
Non aspettate i leaders; fatelo da sole, da persona a persona.
Ogni
Sorella deve diventare una cooperatrice di Cristo nei bassifondi e perciò
ognuna di loro deve comprendere quel che Dio e le Missionarie della Carità si
attendono da lei. Lasciate che Cristo irraggi e viva la sua vita in lei e
attraverso di lei nei bassifondi. Fate in modo che i poveri, vedendola, siano
attratti a Cristo e lo invitino a entrare nelle loro case e nella loro vita.
Lasciate che gli infermi e i sofferenti trovino in lei un vero angelo confortatore
e consolatore. Lasciate che i piccoli per le strade le si facciano attorno,
perché lei richiama alla loro mente lui, l'amico dei piccoli.
La
nostra vita di povertà è necessaria quanto la nostra stessa attività. Solo in
paradiso vedremo quanto dobbiamo ai poveri per averci aiutate ad amare meglio
Dio tramite loro. Le nostre vite sono intessute con Gesù nell'eucaristia, e
la fede e l'amore che promanano dall'eucaristia ci rendono capaci di scorgerlo
sotto le vesti misere dei poveri, per cui vi è un solo amore di Gesù, non
essendovi che una sola persona nei poveri, quella di Gesù. Facciamo voto di
castità per amare Cristo con amore indiviso; facciamo voto di povertà, che
ci libera da ogni possesso materiale al fine di essere capaci di amarlo con
amore indiviso; con quella libertà possiamo amarlo con amore indiviso e in
forza di questo voto, fatto di amore indiviso, ci abbandoniamo totalmente a lui
nella persona che lo rappresenta. Così anche il nostro voto di obbedienza
è un altro modo per dare e per essere amate. Infine il quarto voto che facciamo
è quello di servire generosamente e senza compenso i più poveri fra i
poveri. Con questo voto ci obblighiamo ad essere come loro, a dipendere
unicamente dalla divina provvidenza, a non aver niente, pur possedendo tutto
dal momento che possediamo Cristo.
Non
inorgogliamoci, né siamo vanitose nella nostra attività. Quell'opera è opera
di Dio, i poveri sono poveri di Dio. Mettetevi completamente sotto l'influenza
di Gesù, in modo ch'egli possa pensare i suoi pensieri nella vostra mente e
compiere il suo lavoro attraverso le vostre mani, perché con lui che vi
sorregge sarete onnipotenti.
State
attente a lasciare che la grazia di Dio lavori nelle vostre anime, accettando
tutto quel che egli vi dona e donandogli tutto quel ch'egli prende da voi. La
vera santità consiste nel fare la volontà di Dio con un sorriso.
Dio
è la stessa purezza; niente di impuro può comparire davanti a lui; però non
credo che Dio possa odiare, perché egli è amore e ci ama a dispetto della nostra
miseria e della nostra peccaminosità. Egli è il Padre pieno di amore, per cui
non abbiamo che da rivolgerci a lui. Dio non può odiare; ama perché è amore;
però l'impurità costituisce un ostacolo, che impedisce di vederlo. Non si
tratta solo del peccato di impurità, bensì di qualsiasi attaccamento, di
qualsiasi cosa che ci tiene lontano da lui e ci rende meno simili a Cristo;
tutto ciò che sa di odio, di mancanza di carità, è anche una impurità. Se
siamo ripiene di peccato, Dio non può riempirci, perché neppure lui può
riempire quel che è già pieno. Per questo abbiamo bisogno del perdono, per
svuotarci, e allora Dio ci riempirà di se stesso.
Le
collaboratrici devono amare agendo. Le nostre opere di amore non sono altro
che opere di pace. Compiamole con un amore e con una efficienza più grande:
ognuno e ognuna nel suo lavoro, nella vita quotidiana, in casa, nel vicinato.
Continuate
a dare Gesù alla vostra gente non con le parole, ma con l'esempio, amando Gesù,
irradiando la sua santità e diffondendo la sua fragranza di amore ovunque
andate. La gioia di Gesù sia la vostra forza. Siate felici e in pace. Accettate
tutto quello che vi dà, e date con un largo sorriso tutto quello che vi toglie.
Appartenete a lui. Ditegli: «Sono tua, e se mi tagliassi a pezzi, ogni frammento
sarebbe ancora tutto tuo». Lasciate che Gesù sia la vittima e il sacerdote
in voi.
Noi
tocchiamo effettivamente il corpo di Cristo nei poveri. È il
Cristo affamato che nutriamo in essi, il Cristo nudo che rivestiamo di
indumenti, il Cristo senza tetto che ospitiamo. Non esiste solo la fame di pane,
o il bisogno dell'ignudo di essere rivestito o del senza tetto di avere una
casa fatta di mattoni. Anche i ricchi hanno fame di amore, di attenzioni, di
benevolenza, di qualcuno da poter chiamare proprio caro.
Gesù
Cristo ha detto che agli occhi del suo Padre noi siamo molto più importanti
dell'erba, degli uccelli e dei fiori della terra; perciò, se egli si prende già
cura di queste cose, quanto più si prenderà cura della sua vita in noi. Egli
non può ingannarci, perché la vita è il dono più grande fatto da Dio
agli esseri umani. Dal momento che l'uomo è creato a immagine di Dio,
appartiene a lui e noi non abbiamo alcun diritto di distruggerlo.
Siamo
ben coscienti che quanto stiamo facendo è una goccia d'acqua nell'oceano. Ma
credo che, se quella goccia non fosse nell'oceano, questo sarebbe più piccolo e
ne sentirebbe la mancanza. Non sono d'accordo con i metodi grandiosi di fare le
cose. Quel che a noi importa è l'individuo. Per poter amare una persona, dobbiamo
entrare in stretto contatto con lei. Se aspettiamo finché ne potremo contattare
molte, finiremo per perderci nei numeri, né saremo mai in grado di mostrare
quell'amore e quel rispetto per la persona. Io credo nel contatto da persona a
persona; per me ogni persona è Cristo, e siccome c’è un solo Gesù, quella
persona in quel dato momento è l'unica persona al mondo.
Impegniamoci
sempre più affinché ogni Sorella, ogni Fratello e ogni collaboratore cresca
nella somiglianza di Cristo e affinché possa vivere la propria vita di compassione
e di bontà nel mondo attuale. Il vostro amore per Cristo deve essere grande.
Mantenete sempre accesa la sua luce nel vostro cuore, perché lui solo è la via
che dobbiamo percorrere, lui la vita che dobbiamo vivere, lui l'amore che dobbiamo
amare.
Corriamo
sempre il pericolo di diventare semplicemente delle assistenti sociali o di
lavorare per amore del lavoro; e corriamo questo pericolo quando dimentichiamo
chi è colui per il quale lavoriamo. Le nostre attività sono solo un'espressione
del nostro amore per Cristo. I nostri cuori hanno bisogno di essere ripieni di
amore per lui, e dal momento che dobbiamo esprimere quell'amore nell'azione, i
più poveri tra i poveri sono naturalmente il mezzo per esprimere il nostro
amore per Dio... Un signore indù diceva che tanto essi quanto noi stiamo
compiendo un'opera di assistenza sociale e che la differenza tra loro e noi
sta nel fatto che essi lo fanno per qualcosa, mentre noi lo facciamo per
Qualcuno. Questa bella esperienza che noi facciamo servendo, dobbiamo
comunicarla a coloro che non l'hanno fatta. Si tratta di una delle grandi
ricompense del nostro lavoro.
Se
vi sono persone che si sentono chiamate da Dio a cambiare le strutture della
società, ciò costituisce una faccenda tra loro e Dio. Dobbiamo servirlo,
qualunque sia la via per cui ci chiama a farlo. Io sono chiamata ad aiutare
gli individui, ad amare ogni persona povera, non a occuparmi di istituzioni.
Non sono in grado di giudicare. Non ho bisogno di pubblicità. No, no, non ne ho
bisogno. Le opere di Dio vanno fatte nel modo suo caratteristico; e lui
possiede le sue vie e i suoi mezzi per far conoscere il nostro lavoro. Guardate
quel che è successo nel mondo e come le Sorelle sono state accettate in
luoghi, dove nessuno aveva mai saputo niente di loro. Esse sono state accettate
dove molti altri trovano difficile vivere o rimanere. Io penso che Dio stesso
provi in tal modo che questa è una sua opera.
Siate
gentili e misericordiose. Nessuno venga a voi senza andarsene via migliore e
più contento. Siate l'espressione vivente della gentilezza di Dio; gentilezza
sul vostro viso, gentilezza nei vostri occhi, gentilezza nel vostro sorriso,
gentilezza nel vostro caldo modo di salutare. Nei bassifondi noi siamo la luce
della gentilezza di Dio per i poveri. Regalate sempre un sorriso gioioso ai
bambini, ai poveri, a tutti coloro che soffrono e sono soli. Date loro non
solo le vostre cure, ma anche il vostro cuore. Le nostre labbra devono sempre
avere un sorriso per ogni bambino che aiutiamo, per ognuno cui offriamo la
nostra compagnia o una medicina. Sbaglieremmo veramente a offrire solo le
nostre cure: dobbiamo offrire il nostro cuore a tutti. Le istituzioni
governative svolgono molte attività nel campo dell'assistenza. Noi dobbiamo
offrire qualcos'altro: l'amore di Cristo.
Dovremmo
parlare di meno; un luogo dove si predica non è ancora un luogo di incontro.
Che dobbiamo fare allora? Prendete la scopa e pulite la casa di qualcuno. Ciò
dice abbastanza. Tutte noi siamo solo strumenti di lui, che fanno la loro
piccola parte e passano oltre.
LA MADONNA
Maria
è la madre di Dio, la madre di Gesù e la nostra madre, la madre della
Chiesa.
Ella
è la madre di tutto il mondo, perché, quando l'angelo le portò la novella,
la buona novella che sarebbe divenuta la madre di Cristo, accettò di diventare
la serva del Signore e accettò così di diventare anche la madre nostra, la
madre di tutta l'umanità. Maria madre è la speranza dell'umanità.
Ella
ci ha dato Gesù. Divenendo gioiosamente la madre di Lui, è diventata la
mediatrice della salvezza dell'umanità. È diventata
nostra madre anche ai piedi della croce, perché Gesù, morendo, disse che
affidava sua madre a San Giovanni e San Giovanni a sua madre. In quel momento
noi diventammo figli di lei.
Il
lato più bello della Madonna è questo: quando Gesù entrò nella sua vita,
ella si alzò subito e in tutta fretta andò a trovare Santa Elisabetta, per
dare Gesù a lei e al suo figlio. E nel vangelo leggiamo che il bambino di
Elisabetta "sobbalzò di gioia" a quel primo contatto con Cristo.
Io
penso che, se Gesù è stato capace di prestar ascolto a Maria, anche noi dovremmo
essere capaci di prestarle ascolto. Sotto la croce la troviamo mentre condivide
la passione di Cristo. Ella viene continuamente nella nostra vita, nella vita
del mondo, a portare gioia e pace e a riportarci a Dio.
Io
non sono che un piccolo strumento nelle mani di Dio. Nostro Signore e la Madonna
diedero ogni gloria a Dio Padre: sui loro esempio, in maniera molto piccola,
intendo dare anch'io ogni gloria a Dio Padre.
Chiediamo
a nostra Signora che renda i nostri cuori "miti e umili" come quello
di suo Figlio. È
così facile
essere superbi, duri ed egoisti: è così facile! Ma siamo stati creati per
cose più grandi. Quanto possiamo imparare dalla Madonna! Ella è stata tanto
umile, perché era tutta dedita a Dio. Era piena di grazia. Dite alla Madonna
di dire a Gesù: «Non hanno vino; hanno bisogno del vino dell'umiltà e della
mitezza, della cortesia e della dolcezza». Ed ella ci dirà certamente: «Fate
tutto quello che egli vi dirà».
I RICCHI
Non
accontentiamoci di dare del denaro; il denaro non basta, perché uno può
procurarselo. I poveri hanno bisogno delle nostre mani per servirli, hanno
bisogno dei nostri cuori per amarli. La religione di Cristo è amore,
l'irraggiamento dell'amore.
Ci
deve pur essere qualche ragione che spiega perché certe persone possano vivere
agiatamente. Devono aver lavorato per quello scopo. Io mi arrabbio solo quando
vedo degli sprechi, quando vedo della gente che butta via cose che noi potremmo
usare.
Il
guaio è che i ricchi, la gente agiata, molto spesso non conoscono veramente chi
siano i poveri; e per questo possiamo perdonar loro, perché la conoscenza li
porterebbe solo ad amare e l'amore a servire. Se essi non si sentono toccati
dai poveri, è perché non li conoscono.
Io
cerco di dare alla gente povera per amore quel che i ricchi possono procurarsi
con il denaro. No, non toccherei un lebbroso per mille sterline, mentre lo
curo spontaneamente per amor di Dio!
UNA GEOGRAFIA DELLA COMPASSIONE
In
realtà non c'è molta differenza fra un paese e l'altro, perché sono sempre
persone quelle che incontri dappertutto. Le persone possono avere un aspetto diverso,
vestire diversamente, avere una diversa istruzione o posizione, ma sono sempre
persone, sempre persone da amare, sempre persone affamate di amore.
Mi
sento indiana fin nel più profondo dell'anima. Il sari permette alle Sorelle di
sentirsi povere tra i poveri, di identificarsi con gli infermi, con i bambini,
con i vecchi e con i diseredati. Le Missionarie della Carità, con il loro modo
di vestire, condividono lo stile di vita della gente più povera di questo
mondo. L'India ha naturalmente bisogno di tecnici, di esperti, di economisti,
di medici, di infermiere per il suo sviluppo. Ha bisogno di piani e di
un'azione globale coordinata. Ma quanto dovremmo aspettare prima che quei piani
producano i loro effetti? Non lo sappiamo. Nel frattempo la gente deve vivere,
ha bisogno di qualcosa da mangiare, di cure e di indumenti. Il nostro campo
d'azione è l'India attuale. Finché continuerà questo stato di bisogno,
continuerà anche la nostra opera.
Abbiamo
raccolto un giovane nelle strade di Calcutta. Aveva ricevuto una ottima
istruzione e conseguito vari titoli. Era caduto in cattive mani e gli avevano rubato
il passaporto. Dopo un po' di tempo gli domandai perché aveva abbandonato la
famiglia. Mi disse che suo padre non lo poteva vedere. «Non mi ha mai guardato
negli occhi fin da ragazzo. Era geloso di me e così io me ne sono andato». Dopo
molte preghiere le Sorelle lo aiutarono a tornare a casa, a perdonare il
padre, e ciò è riuscito utile a tutti e due. Questo è un caso di povertà
veramente grande.
Alcune
settimane fa venni a sapere che una famiglia - una famiglia indù - non mangiava
da alcuni giorni, così presi un po' di riso e andai a trovarla. Non avevo
ancora fatto in tempo a rendermi conto di dove ero, che la madre di quella famiglia
aveva già diviso il riso in due parti e ne aveva portato una metà alla famiglia
accanto, che era musulmana. Allora le domandai: «Quanto ne avrete a testa?
Siete in dieci a dividere quel poco di riso!...». Ma ella mi rispose: «Neppure
loro hanno da mangiare». Questa è vera grandezza.
In
Calcutta le nostre Sorelle e i nostri Fratelli lavorano per i più poveri fra i
poveri, che non sono benvoluti, non sono amati, sono malati e muoiono, per i
lebbrosi e i bambini piccoli; però posso dirvi che in questi ventitré anni
non ho mai sentito un povero lamentarsi, imprecare o sentirsi miserabile.
Ricordo che una volta raccolsi dalla strada un infelice ch'era quasi divorato
dagli insetti, e lui disse: «Sono vissuto come un animale per le strade, ma
morirò come un angelo, amato e curato». E morì come un angelo... una morte
molto bella.
Una
ragazza arrivò un giorno in India per unirsi alle Missionarie della Carità.
Noi abbiamo una regola secondo cui le nuove venute, il giorno dopo il loro arrivo,
devono recarsi alla Casa dei Moribondi. Perciò dissi a quella ragazza: «Hai
visto il prete durante la santa messa, hai visto con quale attenzione e amore
ha toccato Gesù nell'ostia. Fa' lo stesso, quando andrai alla Casa dei
Moribondi, perché è lo stesso Gesù che troverai là nei corpi consunti dei
nostri poveri». Partirono. Dopo tre ore la nuova venuta tornò e mi disse con
un largo sorriso, un sorriso quale mai avevo visto: «Madre, ho toccato il
corpo di Cristo per tre ore». Io le domandai: «Come, che cosa hai fatto?».
Ella rispose: «Quando siamo arrivate, hanno portato un uomo che era caduto in
un canale di scarico e che era rimasto là per un po' di tempo. Era coperto di
ferite, di sporcizia e di insetti; io l'ho ripulito e sapevo che, così
facendo, stavo toccando il corpo di Cristo».
Alcune
persone arrivarono a Calcutta e, prima di partire, mi pregarono: «Ci dica
qualcosa che ci aiuti a vivere meglio». E io dissi loro: «Sorridete gli uni
agli altri; sorridete a vostra moglie, a vostro marito, ai vostri figli,
sorridetevi a vicenda - poco importa chi sia quello a cui sorridete -, e questo
vi aiuterà a crescere nell'amore reciproco». Allora uno di quelli mi domandò:
«Lei è sposata?» e io gli risposi: «Si, e qualche volta trovo difficile
sorridere a Lui». Ed è vero: anche Gesù può essere molto esigente, ed è
proprio quando egli è così esigente che è molto bello rispondergli con un
gran sorriso.
Mentre
visito le nostre case in India, passo delle ore meravigliose con Gesù in treno.
La
sofferenza nei campi dei rifugiati è grande. Essi sembrano tutti un unico
grande Calvario, dove Cristo è ancora una volta crocifisso. C'è bisogno di
aiuti, ma se non ci sarà perdono, non ci sarà pace e questo è vero anche
per Belfast e il Vietnam.
A
Melbourne abbiamo una casa per alcolizzati privi di famiglia, e un giorno uno
di loro fu gravemente ferito da un altro. Io pensai che fosse il caso di
chiamare la polizia e la facemmo avvertire. Venne un poliziotto e domandò a
quell'uomo: «Chi è stato a conciarvi così?». Quello cominciò a raccontare
ogni sorta di bugie, ma non volle dire la verità e fare il nome di chi lo aveva
ferito, tanto che il poliziotto fu costretto ad andarsene senza poter far
niente. Noi gli domandammo: «Perché non ha detto alla polizia chi è stato a
farle del male?». Egli mi guardò e disse: «La sua pena non avrebbe
diminuito la mia». Aveva taciuto il nome del suo compagno per non farlo
soffrire. Quanto bello e quanto grande è l'amore della nostra gente! L'amore
che irradia fra loro è un miracolo continuo.
Alcuni
mesi fa nelle strade di Melbourne abbiamo raccolto un uomo che era stato
percosso. Era un alcolizzato cronico, che si trovava da anni in quella situazione,
e le Sorelle lo portarono nella loro "Casa della Compassione". Il modo
con cui esse lo trattavano e le premure che avevano per lui gli rivelarono
improvvisamente una cosa: «Dio mi ama!». Lasciò la casa, non toccò più
l'alcol, fece ritorno alla sua famiglia, ai suoi figli, al suo lavoro. Poi,
quando ricevette il primo salario, ritornò dalle Sorelle, lo consegnò loro e
disse: «Voglio che siate per altri l'amore di Dio come lo siete state per me».
In
un quartiere di Melbourne ho visitato un vecchio, che sembrava dimenticato da
tutti. Diedi uno sguardo alla sua stanza e la trovai in condizioni spaventose.
Volevo pulirla, ma lui mi diceva: «Va bene così». Non gli risposi e alla
fine lui lasciò che io dessi una ripulita. C'era là una bella lampada,
coperta da una polvere di anni. Gli domandai: «Perché non l'accende?». «E
per chi dovrei accenderla?» rispose. «Da me non viene nessuno e io non ho
bisogno di accenderla». Gli domandai ancora: «L'accenderebbe se una
Sorella venisse a trovarla?». Rispose: «Si; se sentirò una voce umana,
l'accenderò». Il giorno dopo mi mandò a dire: «Dica alla mia amica che la
luce ch'ella ha acceso nella mia vita sta ancora splendendo».
Le
Sorelle stanno facendo piccole cose a New York, aiutano i bambini, visitano le
persone sole, gli infermi, gli abbandonati. Ora noi sappiamo che il fatto di
essere abbandonati è il male più grande di tutti. E questa la povertà che
qui troviamo attorno a noi. In una delle case visitate dalle Sorelle una
donna, che viveva sola, era morta da parecchi giorni allorché finalmente la
gente se ne accorse, perché il cadavere aveva cominciato a corrompersi. Non
sapevano neppure come si chiamasse. Qualcuno mi ha detto che le Sorelle non
hanno avviato alcuna attività grandiosa e che compiono silenziosamente
piccole opere; ho risposto che, anche se aiutassero una sola persona, avrebbero
già fatto abbastanza; Gesù sarebbe morto per una sola persona, per un unico
peccatore.
Il
Ministro della corte imperiale di Addis Abeba mi ha fatto alcune domande inquisitorie:
- Che cosa volete dal governo? - Niente; sono soltanto venuta a offrire le mie
Sorelle, affinché possano lavorare fra la gente povera e sofferente. - Che
cosa faranno le sue Sorelle? - Noi serviamo gratuitamente e senza compenso i
più poveri tra i poveri. - Quale lavoro specifico sanno svolgere? - Cerchiamo
di portare un po' di amore e un po' di tenerezza e di compassione agli
emarginati, a coloro che non sono amati. - Predicate alla gente, cercando di
convertirla? - Le nostre opere di amore rivelano ai poveri sofferenti l'amore
che Dio ha per loro.
In
Inghilterra avete uno stato assistenziale, però io sono andata girando di notte,
sono entrata nelle vostre case e ho trovato della gente che moriva senza amore.
Qui avete un altro tipo di povertà, una povertà di spirito, una povertà fatta
di solitudine e di emarginazione. E oggi è questo il male peggiore del
mondo, non la tubercolosi o la lebbra. Penso che in Inghilterra la gente abbia
bisogno di conoscere di più chi sono i poveri. Qui la gente dovrebbe offrire
il proprio cuore per amare i poveri e anche le proprie mani per servirli. Ma
non lo potrà fare se non li conosce, mentre la conoscenza guiderà ad amare e
l'amore a servire.
Qui
in Inghilterra e in altri luoghi, a Calcutta, Melbourne, New York troviamo
delle persone sole, che sono conosciute unicamente in base al numero del loro
appartamento. Perché non entriamo là? Sappiamo veramente che là c'è
qualcuno, forse nella stanza accanto alla nostra? Forse vi abita un cieco, che
sarebbe felice di sentirsi leggere qualche pagina di giornale; forse vi abita
un ricco, che non ha nessuno che vada a trovano; magari possiede un mucchio di
altre cose, quasi vi affoga dentro, ma non possiede quel contatto umano e ha
bisogno del vostro contatto. Qualche tempo fa un uomo molto ricco è venuto da
noi e mi ha detto: «Per favore, venite a casa mia, lei o qualcun altro. Sono
quasi mezzo cieco e mia moglie sta dando i numeri; i nostri figli sono tutti
emigrati e moriamo di solitudine. Abbiamo un gran desiderio di sentire il
suono di una voce umana». Non accontentiamoci di dare del denaro. Il denaro
non basta, perché uno se lo può anche procurare; la gente ha bisogno del
vostro cuore, ha bisogno di un po' d'amore. Perciò irraggiate amore ovunque
andate e anzitutto nella vostra propria casa. Amate i vostri figli, vostra
moglie o vostro marito, il prossimo che abita accanto a voi.
Mi
chiedete come vedrei il compito delle Missionarie della Carità se fossi una
suora o un sacerdote nel Surrey o nel Sussex. Ebbene, il compito della Chiesa
in questi luoghi è molto più difficile di quello che noi stiamo affrontando a
Calcutta, nello Yemen o altrove, dove la gente ha bisogno di qualche benda per
le proprie ferite, di una ciotola di riso e di un abbraccio affettuoso, di
qualcuno che dica loro che sono amati e considerati. Nel Surrey e nel Sussex i
problemi della vostra gente sono molto più profondi e giacciono nel fondo del
loro cuore. Essi devono arrivare a conoscervi e ad aver fiducia in voi, a
vedervi come persone che portano la compassione e l'amore di Cristo, prima che
i loro problemi emergano e voi possiate aiutarli. Ciò prende molto tempo!
Tempo per voi, per essere persone di preghiera, e tempo da donare a ogni
individuo della vostra gente.
SCHIAVE VOLONTARIE DELLA VOLONTA’ DI DIO
«Ama il Signore tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta la tua
anima e con tutta la tua mente». Questo è il comandamento del grande Iddio,
che non può comandare l'impossibile. L'amore è un frutto di stagione in
tutti i tempi e alla portata di qualsiasi mano. Ognuno può afferrarlo e farlo
proprio senza alcun limite. Ognuno può raggiungerlo attraverso la meditazione,
lo spirito di preghiera e di sacrificio e con una intensa vita interiore.
Non
c'è limite nell'amare, perché Dio è amore e l'amore è Dio, per cui ami veramente
Dio, quel Dio il cui amore è infinito. Ma il difficile sta nell'amare e nel
dare fino a soffrire. E qui sta la ragione del fatto che non è tanto
importante quel che fai, quanto piuttosto la quantità di amore che metti
nell'azione, la quantità di amore che mettiamo nei nostri doni. Per questo le
persone, - forse anche molto ricche - incapaci di dare e di ricevere amore, sono
le più povere tra i poveri. E io penso che questo sia invece quanto le nostre
Sorelle posseggono: la capacità di irraggiare gioia, come vedete in molte religiose
che si sono donate senza riserva a Dio.
La
nostra attività è soltanto l'espressione dell'amore che nutriamo per Dio.
Dobbiamo riversare il nostro amore su qualcuno, e la gente è il mezzo per esprimere
il nostro amore per Dio. Abbiamo bisogno di trovare Dio, ma Dio non può essere
trovato nel rumore e nell'agitazione. Dio è l'amico del silenzio. Guardate come
la natura - gli alberi, i fiori e l'erba - cresce in silenzio; guardate come le
stelle, la luna e il sole si muovono in silenzio. La nostra missione non è
forse quella di dare Dio ai poveri che vivono nei bassifondi? Non un Dio morto,
ma un Dio vivo e pieno di amore. Quanto più riceviamo nella preghiera silenziosa,
tanto più possiamo dare nella nostra vita attiva. Abbiamo bisogno di silenzio
per poter entrare in contatto con le anime. La cosa essenziale non è quel che
diciamo noi, ma quel che Dio dice a noi e attraverso di noi. Tutte le nostre parole
saranno inutili, se non vengono dal di dentro; le parole che non irraggiano la
luce di Cristo aumentano solo l'oscurità.
Il
nostro progetto nella santità dipende da Dio e da noi stesse, dalla grazia di
Dio e dalla nostra volontà di essere sante. Dobbiamo avere una determinazione
veramente viva di raggiungere la santità. «Voglio essere una santa»
significa che voglio spogliarmi di tutto ciò che non è Dio, che voglio
staccare il mio cuore da tutte le cose create, che voglio vivere in povertà e
distacco, che voglio rinunciare alla mia volontà, alle mie inclinazioni, ai
miei capricci e alle mie fantasie, per fare di me stessa una schiava vivente
della volontà di Dio.
AMATE LA PREGHIERA
Signore,
facci degni di servire i nostri fratelli in mezzo al mondo, che vivono e muoiono
nella povertà e nella fame. Da' loro oggi attraverso le nostre mani il loro
pane quotidiano, e dona loro pace e gioia attraverso il nostro amore e la nostra
comprensione.
Signore,
fa' di me un canale della tua pace, fa' che, dove c'è odio, possa portare
amore, dove ci sono torti, possa portare lo spirito del perdono, dove c'è la
discordia, possa portare l'armonia, dove c'è l'errore, possa portare la verità,
dove c'è il dubbio, possa portare la fede, dove c'è la disperazione, possa
portare la speranza, dove c'è buio, possa portare la luce, dove c'è tristezza,
possa portare la gioia. Signore, concedi che io mi sforzi di confortare, più
che di essere confortata; di capire, più che di essere capita; di amare, più
che di essere amata; perché solo dimenticandoci, ritroviamo noi stessi, solo
perdonando, noi siamo perdonati, solo morendo, noi risorgiamo per la vita
eterna.
Mio
Signore, fa' che oggi e tutti i giorni io possa vederti nella persona dei tuoi
infermi e, mentre curo loro, serva te. Anche se ti nascondi dietro la figura
poco attraente del permaloso, dell'esigente, dell'irragionevole, fa' che
possa riconoscerti egualmente e dire: «Gesù, paziente mio, quanto è dolce
servirti».
Signore,
dammi questa fede perspicace, e allora il mio lavoro non sarà mai noioso.
Proverò sempre gioia nell'assecondare le voglie e nel soddisfare i desideri
di tutti i poveri sofferenti. O infermi amati, quanto mi siete doppiamente
cari, quando personificate Cristo; e quale privilegio è il mio di potervi
assistere! Dolcissimo Signore, fa' che io apprezzi la dignità della mia alta
vocazione e le sue molte responsabilità. Non permettere mai che la disonori
dando via libera alla freddezza, alla scortesia o all'impazienza. O Dio, dal
momento che sei Gesù, mio paziente, degnati anche di essere un Gesù pieno di
pazienza per me, sopporta le mie mancanze, guarda solo alla mia intenzione,
che è quella di amarti e di servirti nella persona di ognuno dei tuoi infermi.
Signore, aumenta la mia fede, benedici i miei sforzi e il mio lavoro, ora e
sempre. Signore, aiutaci a vedere nella tua crocifissione e risurrezione un
esempio di come dobbiamo sopportare e morire nell'agonia e nei conflitti
della vita quotidiana, in maniera che possiamo vivere più pienamente e più
creativamente. Tu hai accettato con pazienza e umiltà i contrattempi della
vita umana, nonché le torture della crocifissione e della passione. Aiutaci
ad accettare le pene e i conflitti di ogni giorno quali occasioni per maturare
come persone e diventare più simili a te. Rendici capaci di sopportare ogni cosa
con pazienza e con coraggio, fidando nel tuo aiuto. Facci capire che solo morendo
continuamente a noi stessi e ai nostri desideri egoistici diventiamo capaci di
vivere più pienamente, perché è solo morendo con te che possiamo con te risorgere.
Non
è possibile impegnarsi nell'apostolato diretto senza essere anime di preghiera.
Dobbiamo essere coscienti della nostra stretta unione con Cristo, così come
lui era cosciente della sua stretta unione con il Padre. La nostra attività
è veramente apostolica solo nella misura in cui gli permettiamo di agire in
noi e attraverso di noi con la sua forza, i suoi desideri e il suo amore.
Dobbiamo diventare santi non perché vogliamo sentirci santi, ma perché
Cristo deve poter vivere pienamente la sua vita in noi. Dobbiamo essere tutto
amore, tutta fede, tutta purezza per amore dei poveri che serviamo. E una volta
che avremo imparato a cercare Dio e la sua volontà, i nostri contatti con i
poveri diventeranno il mezzo per raggiungere una grande santità per noi e per
gli altri.
Amate
la preghiera, sentite spesso il bisogno di pregare durante il giorno e trovate
il modo di farlo. La preghiera dilata il cuore fino a renderlo capace di contenere
il dono che Dio fa di se stesso. Chiedete e cercate, e il vostro cuore diventerà
grande a sufficienza per riceverlo e trattenerlo come qualcosa di proprio.
Diventiamo
tutte un tralcio genuino e fruttuoso della vite Gesù, accettandolo nella nostra
vita così come a lui piace di venire: come la verità - che dobbiamo dire; come
la vita - che dobbiamo vivere; come la luce - che dobbiamo accendere; come
l'amore - che dobbiamo amare; come la via - che dobbiamo percorrere; come la
gioia - che dobbiamo dare; come la pace - che dobbiamo diffondere; come il
sacrificio - che dobbiamo offrire nelle nostre famiglie e nel nostro vicinato.
Nella
Santa Comunione abbiamo Cristo sotto le apparenze del pane. Nel nostro lavoro lo
troviamo sotto le apparenze della carne e del sangue. Ma è sempre lo stesso
Cristo.
La
Messa è il cibo spirituale che mi sostiene e senza il quale non potrei vivere
un solo giorno o una sola ora della mia vita; nella Messa abbiamo Gesù sotto
le apparenze del pane, mentre nei bassifondi vediamo Cristo e lo tocchiamo nei
corpi affranti e nei bambini abbandonati.
GIOIA
La
gioia è preghiera - la gioia è forza - la gioia è amore - la gioia è una
rete di amore con cui potete catturare le anime. Dio ama il datore gioioso. Dà
di più chi dà con gioia. Il modo migliore di mostrare la nostra gratitudine a
Dio e alla gente è quello di accettare ogni cosa con gioia. Un cuore gioioso è
il risultato inevitabile di un cuore ardente di amore. Non permettete che
niente vi riempia di tristezza, fino al punto di farvi dimenticare la gioia di
Cristo risorto. Aspiriamo tutti ardentemente al cielo, dove c'è Dio, ma
possiamo essere in paradiso con lui già ora ed essere felici con lui già in
questo stesso momento. Ma essere felici con lui già ora significa: amare come
lui ama, aiutare come lui aiuta, dare come lui dà, servire come lui serve,
redimere come lui redime, essere con lui ventiquattro ore su ventiquattro,
toccare lui nei suoi umili travestimenti.