SANTI VERSIGLIA E CARAVARIO

I PASTORI DANNO LA VITA

ENZO BIANCO – Editrice “i Fratelli dimenticati”

IL PAPA HA DETTO DI LORO...

Era il 15 maggio 1983, festa della beatificazione di mons. Luigi Versiglia e don Callisto Caravario. In una Piaz­za San Pietro gremita e festante, Giovanni Paolo II parlò dei «protomartiri della Congregazione Salesiana». Ne parlò nell'omelia, con voce lieta e commossa insieme.

«Per l'Istituto Salesiano - disse - questa cerimonia vie­ne a suggellare, in misura eloquente, oltre un secolo di lavo­ro nelle missioni in tutti i continenti».

Ricordò le parole del Concilio: con il martirio «il disce­polo è reso simile al Maestro Gesù, che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e a Lui si conforma nel­l'effusione del sangue» (LG, 42).

E sviluppò queste idee forti, che è bene meditare.

Un'eroica testimonianza a favore della castità. «I due Martiri Salesiani hanno dato la vita per la salvezza e l'integrità morale del prossimo. Si posero infatti a scudo e difesa della persona di tre giovani alunne della missione.

«Essi difesero a prezzo del loro sangue la scelta respon­sabile della castità, operata da quelle giovani, in pericolo di cadere nelle mani di chi non le avrebbe rispettate. Un'eroica testimonianza, dunque, a favore della castità, che ricorda an­cora alla società di oggi il valore e il prezzo altissimi di que­sta virtù, la cui salvaguardia, connessa col rispetto e la pro­mozione della vita umana, ben merita che si metta a repen­taglio la stessa vita. Come possiamo vedere e ammirare in altri fulgidi esempi della storia cristiana, da sant'Agnese fi­no a santa Maria Goretti».

A favore del grande e nobile popolo cinese. «Il gesto supremo di amore dei due Martiri trova un suo più vasto significato nel quadro di quel ministero evangelico, che la Chiesa svolge a favore del grande e nobile popolo cinese, a partire dai tempi del padre Matteo Ricci...

«Il Sangue dei due beati sta alle fondamenta della Chie­sa cinese, come il sangue di Pietro sta alle fondamenta della Chiesa di Roma. Dobbiamo intendere la testimonianza del loro amore e del loro servizio come un segno della profonda convergenza tra il Vangelo e i valori più alti della cultura e della spiritualità della Cina. Non si può separare, in tale te­stimonianza, il sacrificio offerto a Dio e il dono di sé fatto al popolo e alla Chiesa della Cina».

La dignità morale della donna. «Nello sfondo del tra­gico e grandioso episodio del martirio, si collocano con evi­denza due concezioni della donna tra loro inconciliabili:

- o la donna come persona, responsabilmente protesa al­l'attuazione della sua dignità morale, e facilitata e protetta in ciò dall'ambiente umano e sociale: ed ecco la scelta dei due Martiri e delle tre giovani a loro affidate;

- oppure la donna come oggetto e strumento del piacere e degli scopi altrui. Ecco allora la scelta degli uccisori...

«I due Martiri da tempo avevano forgiato la loro conce­zione della donna e della sua dignità alla luce del modello mariano. Lo scontro con gli aggressori, per quanto subita­neo e imprevisto, li trovava quindi pronti. Essi si spengono nella luce di Maria, che avevano filialmente onorato e pre­dicato tutta la vita».

L'ideale del pastore e dell'agnello. «Mons. Versiglia e don Caravario, sull'esempio di Cristo, hanno incarnato in modo perfetto l'ideale del pastore evangelico: pastore che è a un tempo agnello, che dà la vita per il gregge, che esprime la misericordia e la tenerezza del Padre...

«A noi ora il dovere di ringraziare innanzitutto il Signo­re, ma anche il proposito di imitare il loro esempio. Maria Ausiliatrice ci assista maternamente».

 

1. MISSIONARI VERSO IL MARTIRIO. E OLTRE

Torino Valdocco, 23 giugno 1887. L'indomani è l'ono­mastico di Don Bosco (l'ultimo da lui festeggiato in terra), e a sera tutti i ragazzi del suo Oratorio si raccolgono in cor­tile per fare gli auguri. Si sono preparati bene: ciascuno a scuola ha composto un discorsetto d'occasione, mettendoci quel che sentiva in cuore per Don Bosco; ora i componi­menti giudicati migliori, uno per classe, vengono letti du­rante l'accademia.

Luigi Versiglia, 14 anni, seconda ginnasiale, è il prescelto della sua classe: venuto il suo turno legge a voce alta e chia­ra, poi corre da Don Bosco, che ha per ogni ragazzo un gra­zie e un buffetto sulla guancia. «Vieni poi a trovarmi - dice Don Bosco a Luigino -. Ho una cosa da dirti».

Luigino ricorda bene quell'invito, ma non avrà mai mo­do di andare da lui. E per tutta la vita si domanderà: «Che cosa voleva dirmi Don Bosco?».

 

Linchow (Cina), 25 febbraio 1930

«I pirati allora - raccontò più tardi la maestra Maria Thong della missione cattolica - ci fecero tornare indietro finché giungemmo a una piccola pagoda, davanti alla quale ci sedemmo. Non molto tempo dopo, udimmo rintronare nell'aria cinque colpi di fucile. A queste detonazioni ci get­tammo in ginocchio per terra...

«Circa dieci minuti dopo, i due pirati incaricati dell'ese­cuzione tornarono, e confermarono di essere stati loro a spa­rare i cinque colpi. Dissero che prima avevano colpito uno ed era caduto senza che l'altro l'avesse guardato; poi aveva­no ucciso il secondo. Il primo a cadere fu certamente mons. Versiglia, poi don Caravario.

«Sono cose inspiegabili! - commentavano i pirati rimasti davanti alla pagoda -. Noi abbiamo visto tanta gente mori­re, e tutti temono la morte. Questi invece sono l'opposto. Sono morti contenti». Questo il racconto della maestra Ma­ria Thong, della missione cattolica di Shiuchow.

 

Shiuchow (Cina), 29 novembre 1951

Per oggi è fissato il processo al vescovo cattolico Miche­le Arduino, successore di mons. Versiglia. Era stato consa­crato appena tre anni prima, e subito si era tuffato nel lavoro con l'entusiasmo dei suoi quarant'anni. La cristianità gli ha risposto in modo meraviglioso; ma già l'anno dopo Mao Tse-tung aveva assunto il potere in Cina...

Ancora un anno di sostanziale libertà d'azione, durante il quale il risveglio tra i cristiani si è accentuato, i non cri­stiani hanno aderito come mai prima alla Chiesa, i bat­tesimi sono aumentati in maniera confortante. Poi le prime difficoltà: sacerdoti arrestati, improvvise perquisizioni notturne.

Nel marzo 1951 mons. Arduino e altri salesiani si trova­no isolati, e ridotti a domicilio coatto nell'episcopio. Otto mesi dopo, il processo.

Ma è un processo-farsa; mons. Arduino in realtà viene condannato: primo, perché straniero; secondo, perché ha sollecitato i suoi sacerdoti a non aderire a un movimento scissionista (la Chiesa nazionale) che vorrebbe staccare i cristiani da Roma.

Invece, nel processo-farsa recitato davanti alla popola­zione, le accuse addotte sono di tutt'altro genere: «Sono sta­to accusato - racconterà il vescovo durante il suo esilio - di aver ucciso circa 400 bambini di un orfanotrofio diretto dal­le Figlie di Maria Ausiliatrice.

«E anche le suore sono state imprigionate, come esecu­trici del mio supposto ordine...».

 

Anni 1976, 1983, 2000

Da tempo ormai i missionari salesiani in Cina sono stati espulsi, ma ben pochi sono rientrati in patria: i più sono ri­masti a lavorare in Oriente.

• Alcuni nei territori cinesi allora fuori del controllo co­munista: Hong Kong, Macao, Taiwan.

• Altri hanno rafforzato la presenza salesiana in paesi relativamente vicini: Thailandia, Giappone, Vietnam, isola di Timor (Indonesia), Australia.

• Altri hanno introdotto l'opera salesiana in nuovi paesi: Filippine, Korea del Sud. Le Filippine hanno fruttato con generosità vocazioni missionarie, ora portano soccorso nel­le missioni salesiane di Thailandia, Etiopia, e rafforzano la presenza missionaria negli arcipelaghi del Pacifico.

Quest'espansione per i salesiani è l'imprevisto frutto del loro «fallimento in Cina».

Nel novembre 1976, la decisione del Papa. È trascorso quasi mezzo secolo da quell'immolazione, i fatti sono chia­riti, Paolo VI con decreto ufficiale dichiara che mons. Versi­glia e don Caravario sono martiri, e martiri saranno d'ora in poi considerati dalla Chiesa.

Primavera 1983: Giovanni Paolo II dalla Basilica di San Pietro dichiara «a Roma e al mondo» che mons. Versi­glia e don Caravario d'ora innanzi saranno venerati nella Chiesa col titolo di beati.

1° ottobre 2000: santi.

 

2. «LUIGINO, HO UNA COSA DA DIRTI»

Luigino Versiglia sapeva servire la messa quando ancora non riusciva a trasportare il messale, e la gente di Oliva Ges­si, il suo paese, diceva: «Che bravo pretino diventerà!». Lui invece no, non voleva saperne, gli piacevano i cavalli e le armi. E quando insistevano che sarebbe stato un bravo pre­tino, lui che era gelosissimo della sua libertà decise per qualche tempo di non servire più la messa. Un vicino di ca­sa, colonnello, possedeva un cavallo, e lui imparò a caval­carlo. Quando il cavallo si ammalò fu chiamato il veterina­rio, e Luigino decise che sarebbe diventato veterinario per curare i cavalli.

Altro che prete. Accettò di andare per gli studi a Torino Valdocco solo perché gli assicurarono che dopo avrebbe po­tuto frequentare l'università e diventare veterinario. Ma Lui­gino non aveva fatto i conti con il fascino di Don Bosco.

 

Ragazzo di Don Bosco

I primi giorni di collegio a Valdocco furono duri. Una vi­ta regolare, lo studio intenso, e Luigino scriveva a casa: «Venite a prendermi, voglio tornare». Una, due, tre volte scrisse. Il padre si arrese a quegli appelli disperati, e dopo qualche tempo andò a Valdocco per ritirarlo. Arrivò troppo tardi. Luigino aveva mutato parere, era entrato nel giro di Valdocco, si trovava bene con Don Bosco e aveva deciso di restare.

Ma quel primo anno, 1885-86, le cose non andarono molto bene: Luigino figurava tra i mediocri o poco più. Però durante le vacanze si buttò a capofitto nella grammatica, e nella matematica che gli piaceva tanto. E quando tornò per la seconda ginnasiale, i professori se lo trovarono con stu­pore tra i primi della classe.

Don Bosco era la figura gigantesca e paterna con cui i ragazzi si misuravano ogni giorno. Erano quasi 600 stu­denti, arrivati da città e paesi diversi, vicini e lontani, ma fu­si insieme nell'affetto per il santo dei giovani. Non che lui fosse sempre lì tra loro: era via nei suoi faticosi viaggi; e an­che quand'era in casa, ormai vecchio stanco e malato, ben di rado lo vedevano. A volte compariva sul ballatoio della sua camera: allora i ragazzi sospendevano i giochi e si face­vano sotto a salutarlo e applaudirlo. I ragazzi degli ultimi corsi erano privilegiati, perché di quando in quando veniva loro concesso di andare a parlargli, di confessarsi da lui. Ma Luigino era tra i piccoli. Il 23 giugno 1887 ebbe l'onore di leggere quel componimento per il suo onomastico. E finì l'anno scolastico qualificandosi secondo della classe, ma senza potergli parlare.

Due avvenimenti riempirono l'anno di terza ginnasiale. Anzitutto la morte di Don Bosco: Luigino partecipò con gli altri ragazzi a tutte le trepidazioni per la sua malattia, sfilò nella chiesetta di San Francesco dove la salma rimase espo­sta per tre giorni all'affettuoso saluto dei torinesi, ac­compagnò Don Bosco nella traslazione fino alla tomba di Valsalice, in collina.

Poco dopo, la domenica 11 marzo 1888, la basilica di Maria Ausiliatrice si riempie di fedeli, salesiani e ragazzi, per la consegna del crocefisso a sette missionari partenti; e proprio quel giorno Luigino rinuncia a fare il veterinario e decide che sarà missionario salesiano. «Alla partenza della spedizione guidata da don Cassini - scriverà un giorno in una lettera -, colpito dalla grazia del Signore, abbandonai ogni precedente proposito, per farmi salesiano con la spe­ranza di andare in missione».

Intanto - stando alle testimonianze dei suoi compagni - s'era fatto un ragazzo giudizioso. «Di statura piuttosto alta, segaligno, formato di buoni nervi e muscoli, aveva un aspet­to quasi signorile che si imponeva naturalmente compagni, pur essendo amabile e allegro. Prendeva viva parte ai giochi, ci teneva a vincere, senza però fare questioni... Dimostrava un carattere giudizioso e senno maturo, superiore alla sua età. Dall'aspetto sempre sereno e gioviale, dalla naturale di­sposizione servizievole verso tutti... Era un angelo nella pre­ghiera, di comunione quotidiana... Non ebbe mai, che io ri­cordi, né una punizione né un voto in condotta inferiore al dieci (fatto singolare nella moltitudine di 600 compagni)...».

 

«Poi mi porse una mela»

Sempre nel 1888 Luigino è novizio a Foglizzo, serio e impegnato al punto che un suo compagno racconterà: «Io lo osservavo quasi con invidia, nel desiderio di riuscire a imi­tarlo».

L'anno dopo, è salesiano, e continua gli studi a Valsali­ce, dove riposano i resti di Don Bosco. Quante volte sarà andato a chiedergli - nel raccoglimento della preghiera - che cosa avesse voluto dirgli quel giorno lontano? Intanto «il mio desiderio delle missioni - scrive a un suo superiore - viene crescendo sempre più».

Poi lo mandano a studiare filosofia alla rinomata Uni­versità Gregoriana. Durante la settimana lo studio, di dome­nica l'oratorio. «Lo fece rifiorire e brulicare di ragazzi», ri­corda un compagno. Eccelle nel teatro (anche lì interpreta personaggi estremamente seri, rendendoli a meraviglia col suo comportamento solenne, con la voce pastosa e calda). «Si passava dalla Summa di san Tommaso a Molière e Gol­doni». Quanto ai ragazzi dell'oratorio, «gli volevano un be­ne dell'anima; li incantava in classe e nella ricreazione, con i suoi racconti e i suoi modi». Nel 1893, a 20 anni, è laurea­to in filosofia.

E lo rimandano a Foglizzo, per tre anni assistente e insegnante dei novizi. «Di rigidità catoniana, ma nobilmente dignitoso, vigile, oculato. Era un educatore forte, un pla­smatore di tempre austere... Era il più stimato e il più amato, quantunque fosse severo... Si acquistò la simpatia generale, come un buon compagno, senza sussiego né in scuola né fuori».

Come insegnante: «Ci faceva scuola di filosofia in la­tino. Ricordo l'impegno con cui cercava di farci compren­dere quei princìpi un po' astratti per noi. Ma in grazia del­l'insegnante si amava la materia: si discuteva, si facevano dissertazioni come filosofi veri...».

Uno dei suoi novizi, don Angelo Calcagno, ha raccon­tato: «Avevo 17 anni ed ero annoverato tra i capretti di sini­stra: sventato, indisciplinato, ma schietto e disinteressato. Il chierico Versiglia, paziente ma esigente e inflessibile, in re­fettorio mi aveva collocato vicino a sé per meglio sorve­gliarmi. Un giorno ebbi uno scatto e lui mi riprese con ener­gia. Io gli replicai citando un salmo: "Non so che farci, sono fatto così: è il Signore che ci ha fatti, non ci siamo fatti da noi". Don Versiglia si fece pallido, ma tacque. Pensavo: "Ci siamo, adesso viene la grandine". Lui invece calmo: "No, devi dominarti. Lo devi e quindi lo puoi: è questione di vo­lontà". Poi guardandomi negli occhi, mi porse una mela. Come non amarlo?».

Mentre insegna agli altri la filosofia, dà gli esami di teo­logia ed è pronto per il sacerdozio. Ma non ha ancora l'età minima richiesta, e i suoi superiori devono richiedere a Ro­ma le dispense del caso.

 

Il martello ovattato

Nel 1896 don Rua, successore di Don Bosco, ha deciso di aprire un noviziato a Genzano presso Roma, e i salesiani fanno ipotesi su chi sarà mandato come direttore e maestro. Un giorno don Versiglia riceve un biglietto poco più grande di quelli del tram, con poche righe: «Caro don Versiglia, ho dato parola al giovane XY che tu l'avresti accettato a Gen­zano come aspirante... Il Signore ti benedica in questo tuo nuovo lavoro. Sac. Michele Rua». Dunque il prescelto di­rettore sarebbe lui? A parte la procedura inconsueta per la nomina, Versiglia ha appena 23 anni e si sente incapace di reggere il peso. Corre a Torino e si fa ricevere da don Rua.

«Mi ricevette con la più amabile bontà - ha poi raccon­tato -. Io avevo preparato mille difficoltà, alcune erano dav­vero serie. Quel sant'uomo ebbe la pazienza di ascoltarmi per quasi mezz'ora, annuendo con qualche cenno del capo, e io ero convinto che le mie osservazioni facessero breccia. Ma lui a un tratto mi interruppe: "Bene, don Versiglia. Quando parti?». Non seppi rispondere che: "Ebbene, doma­ni, signor don Rua. Oggi non ci sono più treni"».

Le obiezioni di Versiglia avevano ottenuto il risultato op­posto: avevano persuaso don Rua che la sua scelta a diretto­re era buona. A Genzano però la costruzione della casa an­dava a rilento, un primo sopralluogo portò alla scoperta che erano stati dimenticati i servizi igienici (e l'ingegnere per questo particolare divenne improvvisamente famoso); la perlustrazione si concluse con un ovvio rilievo: «La casa ha bisogno di porte che chiudano, prima di poterla aprire».

Il ventitreenne direttore e maestro dei novizi arriva con una turba di 34 persone e ottiene ospitalità provvisoria nel­l'Istituto salesiano di via Marsala in Roma.

A novembre tutto è pronto: «Ho radunato le mie caprette, e su fino a Genzano. I merlotti si diedero a rovistare ogni angolo della casa e del terreno annesso. Quel giorno lo si passò nell'ordinare le poche cose che abbiamo; non ci volle molto tempo, perché sono davvero poche». Così poche, che lui non ha un vero letto: ha un sofà nell'ufficio e di notte lo trasforma in lettino. Per il resto è l'educatore sereno e auste­ro di sempre. «Era sempre allegro, sebbene avesse l'aspetto serio di un asceta. Giocava con noi, si curava delle imman­cabili questioni di gioco... Dolce nei modi, forte nel richie­dere...». Lo definiscono martello ovattato.

 

Un calice pieno di sangue

Poi gli anni passano, e don Versiglia è sempre a Genzano e continua a sognare le missioni. Di esse parla molto ai suoi novizi, e con tale entusiasmo che un impertinente gli do­manda: «Signor maestro, quando parte?». E lui: «Per me, il baule è pronto da un pezzo». Invece deve accontentarsi di veder partire i suoi ragazzi. Lui può solo, per prepararsi me­glio, montare in groppa a un cavallo e mantenere l'al­lenamento.

Intanto il nuovo secolo è incominciato, la storia volta pa­gina, in Congregazione si parla ora con concretezza di apri­re le missioni in Cina. Con concretezza, perché nei desideri e in sogno l'argomento è già stato affrontato mille volte.

Da Don Bosco per primo. Nel 1873, prima che prendes­se consistenza il suo progetto per le missioni in Patagonia, Don Bosco aveva avviato trattative per fondare una scuola professionale a Hong Kong: l'anno dopo ne parlava con Pio IX; nel '76 era invece Pio IX a suggerirgli la Cina (e solo che avesse avuto uomini, li avrebbe inviati subito). Don Bo­sco intanto ne parlava ai suoi: «Io vedo i salesiani entrare nella Cina... proprio a Pechino essi avranno una casa» (e il tono è profetico; e anche le testimonianze che seguono, che per completezza non possono essere tralasciate, vanno giu­dicate alla luce - o nella penombra - del soprannaturale in Don Bosco). Egli nel 1884, vedendosi vicino al traguardo finale, scriveva nel suo testamento riguardo ai salesiani: «A suo tempo porteranno nostre missioni in Cina, precisamente a Pechino. Ma non si dimentichi che noi andiamo per i fan­ciulli poveri e abbandonati». Nel 1885 la Cina fa capolino in un sogno, l'anno dopo in un altro sogno, e c'è una turba di ragazzi che gli dicono: «Ti abbiamo aspettato tanto!».

Mentre racconta questo sogno ai salesiani riuniti in San Benigno Canavese, Don Bosco ha il volto ispirato, e lo sguardo assorto come in una visione. D'un tratto, accorgen­dosi di avere perso il filo, chiede: «Che cosa ho detto?», e uno dei presenti - don Arturo Conelli - deve riassumergli le sue stesse parole. Don Bosco allora riprende: «Oh, non ba­dare! Don Bosco fabbrica sempre il suo solito castello in aria...». Ma poi disegna sulla carta la città di Pechino e il fiu­me che la bagna, e un ponte, e precisa: «Qui Don Bosco an­drà incontro ai missionari». Poi quasi a prevenire una legit­tima domanda aggiunge: «Ma il tempo è nelle mani di Dio».

Tutto questo è raccontato nella biografia di Don Bosco. Un altro suo sogno invece, riguardante la Cina e riferito a voce da don Conelli, non è mai stato messo per scritto. Una testimonianza del 1941 riferisce: «Don Bosco in sogno ave­va visto alzarsi in cielo due grandi calici, l'uno ripieno di sudore e l'altro di sangue dei salesiani». Di don Conelli, che a Foglizzo formò numerose generazioni di salesiani, si sa che sovente «narrava qualche sogno di Don Bosco, e parti­colarmente accennava alla visione dei due calici». E ormai «era opinione generale che don Conelli fosse stato preco­nizzato (da Don Bosco stesso) capo della prima spedizione in Cina», che «sarebbe stato il primo martire della missione cinese». E - che tempi erano quelli - «molti chierici aspira­vano alla sorte di poterlo seguire». Invece, il posto di don Conelli sarà preso da don Versiglia.

Qualunque giudizio si voglia dare su queste vicende, al­meno va ritenuto che i protagonisti dei fatti prestarono fede a quel sogno. E in don Versiglia sorgerà il dubbio se quella cosa che Don Bosco aveva da dirgli non riguardasse appun­to la Cina e i calici.

 

3. LA CINA ERA UN RIMPROVERO E UNA SFIDA

Dunque nel 1905 il vescovo di Macao (colonia porto­ghese sulla costa meridionale della Cina) chiama i salesiani e per cominciare offre loro un orfanotrofio. Poi, si sa, da co­sa nasce cosa. La spedizione è decisa, gli uomini sono pron­ti, loro capo sarà il preconizzato da tutti i tempi don Arturo Conelli, che da Roma ha già trattato con il vescovo di Ma­cao. Ma don Conelli si ammala. Il tempo stringe, e il malato scrive a don Rua: «Sono prontissimo a troncare ogni cura, prontissimo ad affrontare l'ignoto, sicuro che la vita e la morte, la sanità e l'infermità sono nelle mani di Dio». Ma il medico curante gli ha riscontrato una gravissima ipertrofia del fegato (il suo primo verdetto, in buon romanesco, era stato: «Ma questo è un macello!»), e bisogna trovargli un so­stituto. Chi, se non don Versiglia?

Va alcuni mesi in Portogallo e Gran Bretagna a imparare le lingue, rifiuta per non perdere tempo i giri turistici a cui lo invitano, fa un salto a casa per salutare i suoi (ma non osa dire alla mamma quanto lontano andrà a finire: glielo scri­verà dalla nave).

Ma intanto, che cos'era allora la Cina?

 

«Affettata come un melone»

La Cina di quel tempo si chiama Celeste Impero, ma di celeste ha poco; e quanto all'impero, sta già crollando per lasciare posto a una repubblica tormentata dalla guerra civi­le. Con i suoi 9,5 milioni di kmq (32 volte l'Italia) è tra i paesi più vasti del mondo, e con i suoi 330 milioni di abi­tanti è il più popolato in assoluto. Retta da un governo cen­trale troppo debole, viene descritta come un «grosso melo­ne» che i popoli vicini e lontani - colonialisti - vogliono di­vidersi a fette.

L'economia cinese - basata sull'agricoltura e la manifat­tura artigianale, il piccolo commercio, e molto arretrata - non è in grado di fronteggiare la spregiudicata penetrazione commerciale e finanziaria delle potenze occidentali, che in epoche diverse le si affollano tutt'intorno in numero sor­prendente: Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Germania, Stati Uniti, e a un certo punto perfino l'Italia. L'esercito ci­nese è male equipaggiato e costretto a difendere frontiere immense; e non può reggere alla spinta espansionistica so­prattutto di Russia e Giappone.

I paesi occidentali si sono divisa l'immensa costa in zo­ne d'influenza: nel sud i francesi, al centro gli inglesi, al nord i tedeschi; anche Portogallo e Stati Uniti si sono rita­gliate le loro zone franche. Tutti insieme - persuasi della su­prema bontà del sistema economico liberale - pretendono dai cinesi l'apertura dei porti ai loro commerci. Ma i pro­dotti industriali dell'Occidente, fabbricati a basso costo, danneggiano l'artigianato locale e impediscono il decollo della fragile industria cinese. Il Celeste Impero invano cerca scampo nell'isolamento, sbarrando le frontiere: le potenze occidentali rispondono con le armi (è la cosiddetta «politica delle cannoniere»), e ogni volta lo costringono a riaprire i porti. Perfino, dalla metà del secolo scorso, al commercio dell'oppio: l'oppio coltivato in Birmania e Indocina dev'es­sere venduto liberamente in Cina.

Mentre le compagnie commerciali dell'Occidente si ar­ricchiscono in modo favoloso, la società cinese si trova sempre più destabilizzata sul piano economico, frastornata da teorie spesso rivoluzionarie importate dall'Europa, malgovernata da una burocrazia sovente corrotta e da una classe conservatrice - i mandarini - sempre meno all' altezza dei compiti. Una società per di più incapace di trovare come un tempo un solido riferimento nella religione di Confucio.

E reagisce come può: con la xenofobia e le insurrezioni sanguinose. Ogni volta le insurrezioni cinesi cominciano con un bagno di sangue altrui, e finiscono soffocate nel san­gue proprio. E sono pagate dalla Cina con la rassegnata ac­cettazione di trattati di pace sempre più iniqui: ogni volta infatti gli Occidentali riescono a strappare al governo, come riparazione, nuovi porti, nuove concessioni di miniere, fer­rovie, industrie ecc.

Ed ecco un'esplosione di xenofobia nel 1900, con la ri­volta dei Boxer diretta contro i diavoli stranieri, che lascia sul campo 30 mila cinesi e 240 stranieri uccisi. La rivolta è domata da uno strano esercito internazionale, formato di contingenti francesi, inglesi, tedeschi, russi, italiani, giap­ponesi, indiani, statunitensi, agli ordini di un generale tede­sco. Ancora una volta gli stranieri vittoriosi impongono alla Cina la «politica delle porte aperte»: la Cina è e deve conti­nuare a rimanere un immenso mercato per il tornaconto del­le potenze occidentali. Perfino l'Italia si vede ricompensata per la sua partecipazione, con l'acquisizione di una parte della città di Tientsin.

Ma nel 1905, mentre don Versiglia impara le lingue per la sua futura attività missionaria, un medico cinese forma a Tokyo la «Lega unitaria dei rivoluzionari cinesi», e impo­sterà su basi nuove il modo di fronteggiare l'Occidente e di riorganizzare all'interno il paese: quel movimento, divenuto più tardi Kuomintang, avrà fra le figure di punta il generale Chang Kai-shek, che sarà protagonista nella storia fino al 1949 (e oltre).

 

Un'immagine non abbastanza limpida

Questa Cina «affettata come un melone» è lo scenario in cui si muoverà don Versiglia. Ma sensibile anzitutto all'aspetto religioso, egli vede nella Cina con le sue religioni pa­gane un rimprovero per i missionari.

La Cina era stata nei secoli e rimaneva anche allora il campo di missione più importante e promettente dell'Asia. Ma una prima grande occasione per diffondere il Vangelo era stata buttata al vento nel 17° secolo, quando una lunga e sterile controversia sui riti cinesi e sul metodo missionario dei Gesuiti aveva pregiudicato il radicarsi del Cristianesimo. E anche le possibilità nuove, che si aprivano da alcuni de­cenni all'evangelizzazione, sarebbero andate largamente sciupate per un nuovo errore (ormai i «manuali di storia del­la Chiesa» hanno il coraggio di additarlo): l'alleanza di mol­te missioni e missionari col potere economico e politico de­gli Stati colonialisti.

La «politica delle porte aperte» imposta alla Cina favo­risce l'ingresso e il lavoro dei missionari; ma essi - con­sapevoli o no - vengono coinvolti e considerati tutt'uno col potere politico-economico straniero, quindi considerati co­me nemici ogni volta che una setta xenofoba o un movi­mento nazionalista insorge.

I missionari aprono scuole, orfanotrofi, ospedali, con la carità generosa del Vangelo si attirano la simpatia della gen­te e ottengono anche sincere conversioni; ma ogni ìnsurre­zione minaccia di travolgere tutto.

I cristiani in Cina, da 300 mila che erano all'inizio del 1800, erano scesi a 200 mila nel 1846; l'ingente sforzo mis­sionario faceva risalire agli inizi del nuovo secolo il loro nu­mero a 720 mila. Soltanto, su 330 milioni di cinesi. Era il prezzo salato, pagato dalle missioni per aver presentato un'immagine non abbastanza limpida della Chiesa.

In questa realtà contraddittoria viene a inserirsi don Ver­siglia con i suoi cinque compagni di spedizione, pronti a sti­pulare alleanza non con i poteri economico-politici ma con un manipolo di ragazzi orfani da sottrarre alla desolazione della strada.

 

4. «ANDIAMO PER I RAGAZZI POVERI»

«Abbiamo cominciato!». La piccola casa dei salesiani a Macao ha aperto la porta a una trentina di ragazzini cinesi orfani o poveri. E la lingua? Un chierico cinese del semina­rio fa da interprete. «E poi - scrive uno dei missionari rife­rendo a don Rua -1'amore possiede un suo linguaggio se­greto. I nostri ragazzi cinguettano senza posa con noi, come amici di vecchia data: hanno tante cose da raccontarci. E noi, con la stessa confidenza e sicurezza rispondiamo in ita­liano, qualche volta in piemontese...».

I sei missionari di Don Bosco sono stati accolti con calo­re dal vescovo di Macao, piccolo territorio costiero che è co­lonia portoghese. L'orfanotrofio è minuscolo - arriverà a ospitare un massimo di 50 ragazzini - ma garantisce un ini­zio sicuro. In breve si aprono quattro laboratori, i ragazzi imparano a diventare sarti, calzolai, tipografi e legatori. Al più presto viene aperto l'oratorio per i ragazzi di lingua por­toghese. Vengono le prime comunioni, qualche battesimo, e la banda musicale. Strumenti di musica sono giunti dall'Eu­ropa, il fatto è eccezionale, suscita interesse e simpatia. Pre­sto non ci sarà manifestazione in Macao e dintorni a cui la banda non sia invitata. Ed ecco la grande, semplicissima scoperta: il sistema di Don Bosco funziona anche con i ra­gazzi dagli occhi a mandorla.

Il prezzo pagato per quei piccoli successi è ingente. E poi nel 1910 una rivoluzione nel lontano Portogallo manda tutto all'aria. Una rivoluzione in piena regola, con tanto di assas­sinio del re, dittatura anticlericale, e una legge che decreta la soppressione degli ordini religiosi in Portogallo e colonie.

Le autorità di Macao non capiscono perché dovrebbero cacciar via quel pugno di salesiani che si occupano di ragaz­zi abbandonati, ma gli estremisti locali pretendono l'esecu­zione puntigliosa della legge. La sera del 29 novembre arri­va l'ordine di partire: don Versiglia lo comunica nella buona notte ai ragazzi, e quelli si mettono a piangere. Raccomanda loro di comportarsi bene, e quelli non si muovono dalla cap­pella, non vogliono andare a letto. Chiedono di confessarsi, si confessano tutti. Poi alcuni vanno a dormire ma molti re­stano alzati tutta la notte.

Alle quattro don Versiglia celebra la messa e i ragazzi so­no tutti tornati. Poi nella mattinata quelli che hanno parenti vengono restituiti, gli altri dirottati al seminario che dovrà provvedere.

Nel pomeriggio i missionari colpevoli di aver lavorato quattro anni per ragazzi poveri e abbandonati, prendono il vaporetto e migrano a Hong Kong.

 

Finalmente un piede in Cina

La diocesi di Macao comprende non solo il territorio del­la colonia portoghese ma una vasta regione nell'entroterra cinese, e il vescovo pensa di affidare ai salesiani il distretto cinese dello Heungshan, lontano dalla rivoluzione. Don Ver­siglia è felice: l'orfanotrofio non offriva molte possibilità di lavoro apostolico, ora invece il campo si stende a perdita d'occhio.

Quel campo è il delta del Zhu Jiang, ossia Fiume delle Perle, un insieme di isole popolate da un milione di abitanti. I salesiani arrivano a Heungchow, piccolo porto a nord di Macao, l'8 maggio 1911, e con loro sorpresa si vedono aspettati e festeggiati: due ex alunni dell'orfanotrofio vivo­no lì, hanno saputo, e sono accorsi con la gente a dare il ben­venuto. Si sparano razzi in segno di allegria. Il vescovo af­fitta una casetta e - altra sorpresa - i salesiani vi trovano dentro i mobili che avevano lasciato all'orfanotrofio di Macao. E in compagnia dei due alunni «ci mettiamo a tavola, e con i bastoncini facciamo onore al buon riso cinese». «Finalmente abbiamo un piede in Cina», scrive don Ver­siglia, e decide di esplorare la zona. Ma una pioggia torren­ziale e prolungata glielo impedisce. I missionari fremono di impazienza. Intanto la loro casetta, solida in apparenza, pre­sto si rivela per quel che vale: le pareti sono fango pressato e ricoperto di calce, si gonfiano dell'acqua piovana che filtra dal tetto. Nel cuore della notte una parete interna crolla. Don Versiglia esce di camera per vedere i danni, e buon per lui perché poco dopo un'altra parete si rovescia sul suo letto. Al mattino ricuperano le masserizie in parte sepolte, e si tra­sferiscono in una casa vicina. E assistono al crollo delle altre pareti una dopo l'altra...

Tornato il sereno, e sistemati altrove, i missionari comin­ciano il lavoro. I cristiani risultano 300 in tutto il territorio, le comunità sono da riorganizzare.

 

Un'ecatombe di codini

Intanto l'ennesimo colpo di scena in Cina: il Celeste Im­pero è un po' come la prima residenza a Heungchow, a furia di pioverci sopra si sfascia. Accade il 10.10.1911. Qualche giorno dopo don Versiglia - non troppo al corrente dei fatti - si spinge a nord, fino a Shekki, capitale della regione e anti­ca capitale della Cina, e vi trova una minuscola comunità cristiana. I cristiani vedendolo arrivare cadono dalle nuvole: come ha osato mettersi in viaggio con quel che sta capitan­do in giro? I mandarini dell'imperatore comandano ancora a Shekki, ma le truppe rivoluzionarie scorrazzano in tutta la zona e stanno per assaltare la città. In più, i pirati approfit­tando del caos rapinano e ammazzano a mansalva. Il traffi­co è paralizzato, la gente sta trincerata in casa. I cristiani però confluiscono alla missione e si stringono attorno a don Versiglia, come se lui potesse proteggerli.

Pochi giorni dopo le truppe rivoluzionarie piombano sulla città. Le forze imperiali subito si squagliano: in parte fug­gono, in parte infilano al braccio la fascia bianca, distintivo dei rivoluzionari. I conquistatori non infieriscono: si accon­tentano di esigere la formale adesione degli abitanti col ta­glio del tradizionale codino. È un'ecatombe di codini.

I cristiani sono fieri del loro missionario, che (senza sa­perlo) ha osato sfidare i rischi del momento per andare in mezzo a loro. Don Versiglia battezza, confessa, assolve. Tra i battezzati un ladro, che sorpreso sul fatto è stato colpito a morte e abbandonato in un campo. «Ladro in vita e ladro in punto di morte - commenta don Versiglia -. In vita ha ruba­to la roba altrui, in punto di morte ha rubato il paradiso».

E la rivoluzione lascia dietro a sé il solito lungo strascico di violenze, sgomento, miseria, malattie.

 

La peste e la lebbra

Nuovi rinforzi sono giunti dall'Europa e don Versiglia nel 1912 può distribuire i suoi uomini in quattro residenze missionarie. Intanto le acque in Portogallo si sono placate, i salesiani possono tornare nell'orfanotrofio di Macao. E tor­nano anche i ragazzi: oltre ai nuovi, quasi tutti quelli di una volta (la loro «vacanza» è durata quasi dieci mesi).

Don Versiglia ora divide il tempo tra Macao e la missio­ne sul Fiume delle Perle. Ma a complicare le cose, sulla fine del 1912 arriva la peste bubbonica.

È un flagello spietato, che stranamente colpisce solo i ci­nesi. Motivo in più perché i missionari si facciano in quat­tro: prendono tutte le precauzioni suggerite dall'igiene, ogni giorno chiedono l'aiuto di Maria Ausiliatrice e Don Bosco, e poi avanti nei lazzaretti.

Il primo incontro di don Versiglia è con una fanciulla do­dicenne stesa sul tavolato, col pallore della morte, e un filo di sangue dalla bocca. E una catena al piede, perché non si vuole che gli appestati vadano in giro o scappino. Chino su di lei, suo padre la guarda impietrito dal dolore. Don Versiglia le parla di Gesù Cristo, e la ragazza ascolta avida di sa­pere. Chiede il battesimo, e don Versiglia lo amministra. «Dunque ora sono figlia di Dio?» domanda la fanciulla, e in un impeto di gioia afferra la mano del missionario e la ba­cia, lasciando l'impronta del sangue che imporporava le sue labbra. Poi addita timorosa la catena che le stringe i piedi: «Questa non mi impedirà di andare a Dio?». «No, sta' tran­quilla», la rassicura don Versiglia e fa scivolare una moneta in mano all'infermiere perché la sciolga. Poco dopo la pic­cola spira, libera nell'anima e nel corpo.

A lungo la peste imperversa, poi si attenua e scompare. Un giorno dicono a don Versiglia: «Perché non vai nell'iso­la di Mongchow? Ci sono i lebbrosi, e c'è anche una comu­nità di lebbrosi cristiani». È vero: venti o trenta poveri leb­brosi cristiani, relegati in capanne di paglia. Ricevono come gli altri una piccola sovvenzione governativa, con cui so­pravvivono. Don Versiglia ogni tanto va a trovarli. E un giorno arrivano loro alla missione, in tre, con la barca: han­no remato con i poveri moncherini, sono stremati e dispera­ti. Raccontano che i pirati sono piombati nel lebbrosario e hanno rubato tutto il rubabile, che ora non hanno più da mangiare, che gli aiuti governativi arriveranno troppo tardi e intanto là dentro tutti possono morire di fame. Bisogna soc­correrli al più presto...

 

La banda musicale

Gli anni passano, l'orfanotrofio si sviluppa, i ragazzi su­perano i cento. C'è una splendida collaborazione fra l'orfa­notrofio e la missione sul delta: questa vi manda i ragazzi che vivono allo sbaraglio, e l'orfanotrofio dopo qualche an­no li restituisce alle comunità formati e preparati, buoni ani­matori della vita cristiana. Don Versiglia condensa in poche parole la sua esperienza, vissuta giorno per giorno con i compagni di missione: «Se vogliamo costringere i cinesi a pensare e agire come noi, li mettiamo in uno stato di violenta soggezione. Se invece vengono educati liberi nei loro am­bienti, corrispondono e si affezionano».

Nel 1915 don Versiglia costruisce a Macao un'opera più grande, con laboratori moderni, e aggiunge una scuola com­merciale. I ragazzi presto salgono a 200. Nella missione sul delta si apre una breccia anche tra i protestanti: un pastore e un maestro si convertono, diventano catechisti, e altri prote­stanti li seguono. La banda di Macao si fa sempre più onore, la gente guarda il trombone stupita, e si chiede come da un'imboccatura così piccola possa uscire una musica così grande.

 

Don Versiglia ora si triplica

Nel 1917 i cristiani di Canton vanno in pellegrinaggio al­la tomba di san Francesco Saverio nell'isola di Shangchwan, e chiedono di essere accompagnati dalla banda. Don Versi­glia la guida e tra una marcetta e una fanfara si incontra col Vicario apostolico di Canton. Costui in confidenza gli rac­conta che ha ricevuto dalla Santa Sede il suggerimento di of­frire ai salesiani una parte del suo immenso Vicariato, terri­torio che dopo qualche tempo potrebbe diventare missione autonoma.

Don Versiglia è felice della proposta, che rende i salesiani indipendenti nel loro lavoro, e costituisce anche un atto di fi­ducia del Papa. Dietro l'iniziativa suppone (non a torto) che ci sia lo zampino del cardinal Cagliero, il primo missionario di Don Bosco. Egli dopo aver strutturato le missioni salesiane in Patagonia, aveva ricevuto da Don Bosco stesso l'ordine di «pensare all'Asia». Tre giorni prima di morire, Don Bosco aveva chiamato l'allora vescovo Cagliero: «Vieni vicino a me». «Don Bosco, sono qui», aveva risposto. Ed era avvenu­to questo dialogo: «Ti raccomando le missioni». «Sì, le care missioni d'America». «Ti raccomando l'Asia». «Ma io mi so­no dedicato all'Occidente. Come potrei andare in Oriente?». E Don Bosco con calma: «Ti raccomando l'Asia».

Sono passati ormai 29 anni, la raccomandazione final­mente ha effetto. Il primo cardinale salesiano, andato a Ro­ma, ha preparato quella svolta decisiva. Il Vicario apostoli­co di Canton è di parola, nel 1918 i salesiani cominciano a lavorare nei distretti più settentrionali del Kwangtung, a nord di Canton.

Don Versiglia, che prima si sdoppiava per badare ai ra­gazzi di Macao con la loro banda, e alle promettenti comu­nità sul Fiume delle Perle, ora si triplica per rendersi pre­sente anche nella nuova missione di Shiuchow.

 

5. E INTANTO LA CINA SI TINGE DI ROSSO

La nuova missione di Shiuchow ha bisogno di nuove braccia, che arrivano puntuali a Macao sulla fine di settem­bre 1918. Don Versiglia è lì ad attendere i missionari in erba, e don Sante Garelli, che ha guidato la spedizione, gli conse­gna un dono del superiore dei salesiani, il Rettor Maggiore. E un bel calice, don Garelli glielo porge compiaciuto e ac­compagna il gesto con parole augurali.

Stranamente don Versiglia sembra turbato più che con­tento, sembra come distratto da altri pensieri, assorto da preoccupazioni lontane. «Don Bosco - dice alla fine ringra­ziando, ma la sua voce è alterata -, Don Bosco vide che quando in Cina un calice si fosse riempito di sangue, l'ope­ra salesiana si sarebbe meravigliosamente diffusa in mezzo a questo popolo immenso. Tu mi porti il calice visto da Don Bosco: a me il riempirlo di sangue per l'adempimento della visione».

Così quel sogno, strano e quasi dimenticato, d'improvvi­so riaffiora nella sua tragica suggestione. E gettava lo scompiglio nei presenti: «Sentivamo tutti che quella era una profezia - dichiarerà più tardi don Garelli -, e ci trovammo in un tremendo contrasto di sentimenti, fra l'augurarne o scongiurarne l'adempimento».

Ma la vita incalza, la nuova missione di Shiuchow at­tende, c'è per gli arrivati una lingua difficile da imparare, c'è per gli altri tutto da organizzare, proprio non c'è tempo per fermarsi a fantasticare.

Il nuovo territorio di missione nell'interno della Cina mi­sura 34 mila kmq (quanto Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta messi insieme), e conta 3 milioni circa di abitanti sparsi nel­la campagna. I centri sono piccoli, il capoluogo conta appe­na 60 mila abitanti. E sono pochini i cristiani, 1.400 in tutto, sebbene i primi missionari abbiano cominciato a lavorare lì nel lontano 1589.

Primissimo era giunto il famoso gesuita padre Matteo Ricci, che dopo sei anni di permanenza a Shiuchow si era trasferito a Pechino per viverci e morirci. I suoi confratelli avevano lavorato a lungo nella missione, e dopo sanguinose persecuzioni avevano ceduto il campo ai Francescani, i qua­li a loro volta dopo altre persecuzioni l'avevano ceduto ai padri delle Missioni Estere di Parigi. Ora i Salesiani.

 

«Chi protende il mento, chi contorce la bocca»

I nuovi arrivati sono alle prese con la lingua, e don Ver­siglia li segue con tenerezza: «Sono tutti occupati - scrive al Rettor Maggiore - in un'impresa che muoverebbe al riso se non fosse così faticosa: stanno martellandosi il cervello e logorandosi i polmoni e gli organi vocali, intorno a quella lingua che ognuno si ostina a chiamare benedetta. Alcuni, fatto con la mano padiglione all'orecchio, la bocca aperta, il mento proteso in avanti, si sforzano di afferrare l'inafferra­bile tono; chi invece contorce la bocca in mille modi per imitare le smorfie del maestro...». Lassù, evidentemente, don Versiglia non può inviare i principianti.

Uno da inviare è don Ludovico Olive, salesiano francese venuto in Cina con lui nel 1906. Nel 1883 Don Bosco a Marsiglia aveva fatto visita alla sua famiglia, su invito della mamma aveva predetto il futuro dei suoi fratelli, e a suo ri­guardo aveva dichiarato: «Questo sarà per Don Bosco». E la mamma, donna di fede: «Se così è la volontà di Dio, si faccia».

Don Versiglia sceglie dunque don Olive e l'altro vete­rano don Guarona, e li manda in due distretti diversi della nuova missione. Poi, due mesi più tardi, finalmente si mette in viaggio per raggiungerli. Giunto a Shiuchow, apprende che le località in cui i due si trovano sono travolte dal turbi­ne della guerra civile: generali del nord e del sud si combat­tono, e dovunque passano seminano incendi, devastazioni e stragi. Raggiunto don Guarona, don Versiglia con lui accor­re a Namung dove spera di trovare don Olive. Ma Namung è un cumulo di macerie, non esiste più.

Don Olive a capo della piccola comunità cristiana ha tro­vato scampo in un villaggio fuori mano, e là don Versiglia lo ritrova per caso. Passano insieme giorni di incubo, sotto la minaccia della guerra. Poi i soldati portano la desolazione altrove, e i missionari possono tornare a casa.

Nel 1919 giungono altri sette salesiani, che si mettono subito a imparare la lingua, mentre gli esperti si portano ne­gli avamposti. Tra i nuovi c'è una famosa bacchetta, don Carlo Braga, e subito don Versiglia gli ordina: «Prepara un elenco di strumenti per piccola banda, e io li manderò a comprare in Italia». «Ma i ragazzi per suonarli dove sono? Non abbiamo né collegi, né scuole, né oratori...». «Abbi fe­de e vedrai sorgere case e collegi, e avrai suonatori di banda finché vorrai». Così nasce la seconda banda salesiana in Ci­na, nella missione di Shiuchow.

 

L'anno delle fondazioni

Il lavoro missionario, molto sacrificato, dà però buoni ri­sultati. Le comunità cristiane, curate in passato da troppo pochi missionari, ora si ricostituiscono e riprendono vigore. Il Vicario apostolico di Canton manda a Roma relazioni più che positive, e Roma risponde elevando la missione salesia­na a Vicariato apostolico. In parole povere ciò comporta l'e­piscopato per don Versiglia.

La consacrazione episcopale avviene il 9.1.1921, nella cattedrale di Canton. I ragazzi dell'orfanotrofio sono venuti da Macao e cantano con le belle voci bianche. Qualche gior­no dopo, a sera, mons. Versiglia fa l'ingresso a Shiuchow.

Apre il corteo una luminaria fantastica come solo si sa fare in Cina; segue la banda di Macao. Al suono della fanfara le porte già chiuse si spalancano e la gente si schiera in doppia fila: «Non sai? È il vescovo dei cristiani!».

E infine l'ingresso nella cattedrale di Shiuchow. Che è una cappellina bassa, stretta, scura, e spoglia di tutto.

E il resto, nella vita del nuovo vescovo, corre secondo lo stesso stile di povertà. Gli indumenti che indossa li sceglie dai pacchi di vestiti che giungono dall'Italia per i poveri. Da giovane ha imparato a tagliare i capelli, e anche da vescovo continua a fare il barbiere per i suoi salesiani.

Ma non disperde certo la sua azione in questi dettagli. Raduna i suoi missionari (ne ha 17 nel Vicariato), e dice: «Non abbiamo fondi, non sappiamo se avremo da mangiare, non conosciamo le sorprese che la Provvidenza ci prepara. Ma necessitiamo di catechisti e catechiste più del pane che mangiamo, e dobbiamo pensare a mettere su il seminario. Edifici e uomini non possiamo illuderci di trovarli, ma dob­biamo formarceli. Quindi domando a tutti se sono contenti che fin da quest'anno si pensi ad aprire una scuola comple­mentare cristiana allo scopo di preparare i catechisti. Poi, tra gli allievi migliori potremo scegliere i più adatti e pro­porre loro di entrare nel seminario»

La risposta è: «Si patisca la fame ma si abbiano le scuo­le di preparazione per i catechisti e il seminario».

E il vescovo tira fuori dal suo repertorio insospettate do­ti di architetto: progetta gli edifici, e ne segue la realiz­zazione. Da questo momento metterà in piedi in media una costruzione all'anno, nel capoluogo e nei vari distretti, più le piccole chiese e piccole residenze sparse qua e là.

Già nel 1921 apre poco lontano da Shiuchow un orfa­notrofio con scuola elementare, catecumenato e scuoletta di latino in vista del seminario.

Ma questo è davvero l'anno delle fondazioni: a Shanghai viene fondato anche il Partito Comunista cinese, e tra i fon­datori c'è un certo Mao Tse-tung.

 

Un'alleanza disastrosa

Ormai la storia della Cina, delle missioni cattoliche e di mons. Versiglia è a una svolta, e la svolta si chiama comuni­smo. Da molti decenni in Cina circolava una produzione li­braria di orientamento rivoluzionario. La conquista del pote­re nel 1917 dei bolscevichi in Russia accende nei simpatiz­zanti cinesi le più fervide fantasie. Propagandisti inviati in Cina dal Cremlino cominciano a svolgere intensa opera di propaganda.

Intanto il governo repubblicano, di tendenza nazionali­sta e sorretto dal partito del Kuomintang, in una decina di anni non è riuscito a unificare il paese: nel nord potenti ge­nerali - i signori della guerra - dominano incontrastati su larghe fette di territorio. Il governo cerca fra le potenze stra­niere, un tempo così interessate alla Cina, un aiuto per scon­figgerli, ma Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna non vanno più in là di buone parole; l'unico vero aiuto viene dal gover­no russo. Così nel 1923 il Kuomintang, nelle cui file milita il generale Chang Kai-shek, stringe col partito comunista ci­nese un'alleanza arrischiata, e a lungo andare disastrosa.

Quegli stessi anni mons. Versiglia ha costruito la casa per le Figlie di Maria Ausiliatrice, le suore di Don Bosco, che cominciano a lavorare in Cina accogliendo le prime catechi­ste e un gruppo di orfanelle. Nel 1924, mentre il Kuomin­tang tiene il congresso decisivo e apre nelle sue file larghi spazi alla penetrazione comunista, Versiglia apre a Shiu­chow il collegio Don Bosco con scuole elementari, magi­strali e professionali.

Nel 1925 il vescovo costruisce la cattedrale, modesta ma dignitosa, un orfanotrofio, un ricovero per vecchi e un di­spensario medico. Intanto muore Sun Yatsen il fondatore della repubblica, e Chang Kai-shek diventa sempre più fi­gura di primo piano. La collaborazione fra nazionalisti e co­munisti in questo momento è intensa, la Russia provvede denaro, armi, aerei, navi e ufficiali perché la riscossa contro i signori della guerra, che si delinea a partire dal sud del paese, possa svolgersi rapidamente e con successo. E natu­ralmente la Russia manda i suoi propagandisti.

 

Chang dice basta ai bolscevichi

Finora il missionario in Cina si era sentito stimato e ri­spettato dalla gente e dalle autorità. E quando non era sti­mato per sé, era temuto per la protezione che riceveva dalle potenze coloniali. Le sue residenze erano asilo in cui si rifu­giavano cristiani e pagani in difficoltà. Vedendo l'iscrizione «Tin Chin Tong» cioè missione cattolica, i pirati si arresta­vano, le soldatesche non osavano proseguire.

Ma ora il clima cambia. L'esercito sta unificando il pae­se, la propaganda bolscevica penetra nelle zone affrancate, sovente precede e prepara il terreno. La campagna contro le potenze occidentali è esplicita, e infanga anche i missionari. Si vuole trapiantare la rivoluzione russa in Cina, alcune pro­vince vengono davvero sovietizzate.

La campagna contro la Chiesa inizia di solito con ma­nifesti raffiguranti missionari che piantano con un martello la Croce nella testa della gente, o suore che cavano gli occhi o strappano il cuore a bambini cinesi per - si legge nelle di­dascalie - farne medicine da spedire in Europa a curare la tubercolosi. Poi gruppi di perturbatori entrano nelle chiese e nelle scuole, parlano ai ragazzi e ai fedeli, minacciano. Poi sfasciano, poi requisiscono. Le autorità prima suggeriscono prudenza, poi tolgono il saluto ai missionari, poi diventano apertamente ostili...

L'avanzata delle truppe prosegue inarrestabile, nel mar­zo 1927 Nanchino è liberata, i consolati e le missioni sono assaltati, gli stranieri trucidati o costretti (uomini e donne) a rifugiarsi nudi e sbertucciati sulle navi del porto. L'episo­dio, noto sotto il nome di «oltraggio di Nanchino», provoca la drastica reazione del partito nazionalista. Mentre la Cina si tinge sempre più di rosso, il generale Chang Kai-shek dice basta, e separa la causa del Kuomintang da quella dei bol­scevichi.

Intanto di cose ne succedono parecchie anche nel Vica­riato di Shiuchow...

 

«Dimostrate che Dio non esiste»

A Shiuchow i guai cominciano nell'estate 1927.

L'anno prima mons. Versiglia si è recato in America in cerca di aiuti, la sua assenza si è protratta per ben tredici me­si, e al ritorno i missionari gli hanno preparato una sorpresa: un episcopio nuovo di zecca. L'edificio è modesto ma ai suoi occhi è un lusso inammissibile, e mons. Versiglia non vuole saperne. Si è sempre accontentato di locali di fortuna, dell'ospitalità del collegio, e anche ora non cambia proposi­to. Battezza l'edificio «Casa del missionario», lo destina a centro per gli esercizi spirituali, a luogo di cura e riposo per i missionari, e unicamente ritaglia per sé una cameretta. Il suo episcopio è tutto lì.

Mons. Versiglia trova anche che la zona del suo Vicariato è ormai controllata dai bolscevichi che aprono una scuola di propagandisti in cui si assegnano temi come «Dimostrate che Dio non esiste» e «La religione è nemica inconciliabile della scienza e del progresso». Un giorno un propagandista russo nel suo discorso infuocato sostiene: «Finché non di­struggerete tutte le chiese e tutti i missionari, il nostro pro­gramma non potrà attuarsi».

Poi le scuole atee diventano due; gli allievi sono tutti in­terni, sussidiati e mantenuti gratis. Poi cominciano ad appa­rire nella città manifesti, volantini, opuscoli, giornaletti illu­strati, affissi murali che pungolano il popolo all'odio verso lo straniero e alla lotta contro il cristianesimo. Così i mis­sionari si vedono messi sullo stesso piano delle compagnie commerciali e delle potenze militari venute un tempo da lontano. Con la differenza che gli affaristi se ne sono andati, e i missionari sono rimasti al loro posto.

Poi cominciano le azioni di disturbo contro la scuola Don Bosco. I bolscevichi tentano di organizzare tra i ragazzi una cellula, ma i ragazzi reagiscono e i sobillatori devono andarsene. Le autorità locali dapprima invitano ad avere pa­zienza, poi in pubblico rifiutano il saluto, poi chiudono le porte ai missionari. Anche il collegio delle Figlie di Maria Ausiliatrice è preso di mira: gli opuscoli di propaganda spie­gano alla gente che le suore uccidono i bambini e gli cavano gli occhi.

Nel 1927 davanti al Don Bosco sono appesi due ma­nifesti di tela impermeabile che dicono: «Chi entra nella scuola cattolica seppellisce la sua intelligenza», e «Chi fre­quenta la scuola cattolica è un cane segugio degli stranieri». Poi i ragazzi sono invitati a frequentare altre scuole, ma essi - ormai ci vuole del coraggio - continuano a frequentare il Don Bosco.

La notte del 13.12.1927 tutte le missioni e le chiese di Shiuchow devono essere incendiate: la notizia del piano or­mai deciso è stata comunicata in gran segreto al vescovo, che fa seppellire gli oggetti sacri per sottrarli alla profa­nazione. I bolscevichi a mezzanotte puntano sulla città, ma trovano le sue porte chiuse e presidiate: non si sentono di at­taccare battaglia, e si ritirano contrariati.

Qualche giorno dopo è Natale e i bolscevichi lo sanno: irrompono nel collegio delle Figlie di Maria Ausiliatrice du­rante il pranzo, e guastano la festa. I propagandisti comin­ciano con discorsi a illustrare le loro ragioni, ma le future maestrine del corso magistrale non si limitano a starli a sen­tire: intervengono, discutono, replicano punto su punto. Tra esse la più coraggiosa è una giovane che da poco ha abbrac­ciato la fede, ma l'ha abbracciata sul serio: Maria Thong. Per lei mons. Versiglia berrà il calice del martirio.

 

6. UN BAMBINO BUONO DI NOME CALLISTO

Esistono i bambini buoni? Di sicuro uno è esistito, e si chiamava Callisto Caravario. Dirà mamma Rosa: «Callisto non mi ha mai dato alcun dispiacere, non faceva che darmi consolazioni». A volte lo esorta: «Va' a giocare un poco fuo­ri...». E lui: «Lasciami qui, io sto bene vicino a te». Veden­dola triste le corre accanto, la prende per mano e le dice: «Coraggio mamma, io pregherò per te». E davvero portato alla preghiera: «Condurlo in chiesa a pregare era per lui il regalo più bello». E all'opposto di Luigino Versiglia che non voleva saperne, fin da piccolo Callisto ha deciso: «Io sarò sacerdote».

A cinque anni la sua famiglia si trasferisce dalla nativa Cuorgnè a Torino: vicino alla stazione di Porta Nuova, e vi­cino a un oratorio salesiano. Quell'oratorio diventa la se­conda casa di Callisto. E vi trova due salesiani che un gior­no saranno in Cina con lui: il chierico Carlo Braga e don Sante Garelli.

«Sulle prime - ricorda don Braga - Callisto non ebbe le mie simpatie, perché giocava assai di rado. Ma quando fissai quei suoi grandi occhi innocenti e pieni di bontà, cominciai a stimarlo grandemente. All'oratorio non perdeva il suo tempo, ma avvicinava i nuovi arrivati o si intratteneva con quelli che si divertivano in maniera più quieta». Il gioco non era il suo forte, ma lui si prestava per mille piccoli lavori anche senza essere richiesto.

Callisto passa gli ultimi anni delle elementari nella scuo­la salesiana del San Giovannino, e don Braga è suo in­segnante, che si specchia così di continuo in quegli occhi limpidi come laghetti alpini: «Mi fissava sempre gli occhi buoni in volto, con un'aria lieta, raccolta, attenta, con così sentita cordialità da essermi di sollievo». Don Garelli, diret­tore dell'Oratorio, se lo trova ogni mattina sulla porta della Chiesa per servire la messa; don Garelli arriva molto presto, ma Callisto è lì sempre prima di lui.

Da quando frequenta la scuola salesiana riesce bene, è tra i primi della classe. Don Garelli dirà: «Ero tanto sicuro che il Signore voleva Callisto sacerdote, che in coscienza mi sentii obbligato a sobbarcarmi le spese per i suoi studi».

 

«Monsignore, la seguirò in Cina»

L'oratorio di don Garelli non naviga nell'oro: «Quando feci il mio ingresso come direttore, in cassa c'erano cinque lire». E c'era la guerra. Don Garelli trova amici che aiutino, e Callisto va a Valdocco per gli studi ginnasiali. Poi è novi­zio, poi salesiano. Don Braga nel 1919 parte per la Cina, e lui gli dice fiducioso: «La seguirò». Nel 1922 mons. Versi­glia è venuto in visita a Torino, parla delle missioni ai chie­rici, e Callisto gli promette: «Monsignore, vedrà, sarò di pa­rola: la seguirò in Cina».

Nel 1924 anche don Garelli è già partito per la Cina. Rientra in Italia per una breve visita, e dice ai chierici che andrà ad aprire una casa a Shanghai. Questa volta Callisto tanto insiste presso i superiori che ottiene davvero di par­tire.

La domenica prima dell'imbarco è festa grande nel suo vecchio oratorio; c'è anche mamma Rosa, e dice a don Garel­li: «Volentieri lascio mio figlio nelle mani di Don Bosco. Lo affido a lei, mi raccomando, gli faccia da padre». E piange.

Prima che Callisto parta, mamma Rosa gli consegna un involtino con tutti i suoi risparmi.

Mentre la nave lo porta lontano, Callisto scrive nel dia­rio: «Con tutto l'affetto e la generosità di cui sono capace, ti ringrazio Signore di avermi dato una mamma così buona».

E scrive alla mamma: «Penso sovente all'Italia, ma senza piangere. Il Signore mi ha dato la forza di fare volentieri, an­zi allegramente, il sacrificio di me stesso».

 

Due anni a Shanghai

A fine novembre 1924 il chierico Callisto è a Shanghai agli ordini del suo antico direttore d'oratorio, don Garelli. La loro opera è un internato per ragazzi poveri e abbando­nati, come sarebbe piaciuto a Don Bosco.

Callisto ha l'incarico di preparare al battesimo i ragazzi che lo chiedono, ma prima deve imparare per sé e per gli al­tri le lingue. Studia cinese, francese, inglese; scrive a casa: «A vent'anni imparo a scrivere e a balbettare. Il cinese non è facile, ma se mamma prega, Callisto riuscirà». Qualche mese più tardi: «Mamma, una notizia che ti farà piacere: questa mattina ho fatto la mia prima lezione di catechismo in cinese. Non erano spiegazioni molto lunghe. Mentre guardavo il quaderno per non perdere il filo del discorso, osservavo anche i miei bravi scolaretti per vedere se mi ca­pivano. E con piacere vedevo che capivano abbastanza!».

Intanto l'opera salesiana si allarga fino a ospitare 300 ra­gazzi abbandonati, e lui scrive alla mamma: «E’ vero che io ho lasciato te, ma qui ci sono tanti ragazzi senza mamma...». Trascorrono così due anni di lavoro intenso (Callisto prepa­ra anche gli esami di teologia) e di intensa preghiera, perché la gioia della preghiera in lui col tempo è andata crescendo.

E su Shanghai si profila la minaccia delle truppe comu­niste. Avanzano a grandi passi, don Garelli pensa per ogni evenienza di ridurre il personale, di mettere in salvo Cal­listo che ora ha 21 anni e anche con la talare addosso è pur sempre un ragazzo. «L'avevo allevato io fin da piccolo, l'a­vevo avuto in consegna dalla mamma, per due anni mi era stato di valido aiuto nel lavoro che più mi stava a cuore, la formazione cristiana di quei neofiti...». Ma è meglio che tor­ni a Macao.

«Quando glielo annunciai, ancora una volta mi fissò con quegli occhioni scrutatori, poi abbassò il capo e disse la fra­se che gli era abituale: "Sia fatta la volontà del Signore"».

 

Due anni nell'isola di Timor

La nuova destinazione, dopo breve sosta a Macao, è l'i­sola di Timor, colonia portoghese nell'arcipelago dell'In­donesia. Cinque salesiani nell'aprile 1927 sbarcano a Dili, la capitale di 7.000 abitanti, e vanno a iniziare l'opera sale­siana con una scuola industriale e la parrocchia. Si comincia con 30 ragazzi, poi essi aumentano, ma il loro numero non sarà mai troppo impegnativo. Callisto legge, studia, si pre­para al sacerdozio. Nella sua semplicità lui è una sicurezza, infonde fiducia al timido direttore. Costui, don Erminio Rossetti, lo definisce chierico ideale, e assicura: «Al suo fianco avrei affrontato senza titubanze le situazioni più cri­tiche, perché mi sentivo ben appoggiato. E andavo dicendo tra me: ecco il futuro superiore della missione di Timor. Col suo lavoro la piccola isola potrà diventare in pochi anni tut­ta cristiana».

Invece due anni dopo, tenuto conto della situazione pre­caria in cui versava quella missione, i loro superiori de­cidono di rimandare a più tardi la presenza salesiana nell'i­sola e ritirano tutto il personale. Un giorno torneranno, e la loro missione fiorirà. E un salesiano diventerà vescovo, e premio Nobel per la pace: mons. Carlos Felipe Belo.

Intanto Callisto torna in Cina, e si prepara all'ordinazio­ne sacerdotale. Da questo momento due vite, che prima si erano solo sfiorate, Versiglia e Caravario, si congiungono e procedono parallele fino al martirio.

 

7. «MONS. VERSIGLIA E’ MORTO PER ME»

«Mons. Versiglia aveva due occhi neri magnetici, fulmi­nanti, di cui si è servito più di una volta per tenere a freno la scolaresca e certi chiacchieroni. Ma negli ultimi anni quello sguardo si era fatto più dolce... Ornava la sua nobile testa una barba folta e fluente; i baffi si piegavano morbidamente in alto e lasciavano intravedere una bocca sempre pronta al sorriso...

«Con i suoi collaboratori lasciava molto spazio all'ini­ziativa personale... Gli erano carissimi i giovani; sulle pri­me essi restavano presi da timore riverenziale per la sua fi­gura dignitosa, ma appena udivano le sue parole scherzose e vedevano il suo sorriso, gli si assiepavano intorno e non si staccavano più». Ci voleva questa sua personalità forte e dolce per tenere unito un gregge tanto provato e presto vota­to a prove più dure.

Nel 1928 si è già consumata la rottura tra Chang Kai­shek e i comunisti, che forti di molte adesioni fondano per conto proprio l'Armata Rossa e controllano vasti territori. Al termine di quell'anno mons. Versiglia scrive nella sua re­lazione: «Data la critica situazione, quest'anno non si è po­tuto pensare a nuove fondazioni. Nonostante i pericoli tutte le cristianità, anche le più remote, sono state visitate almeno una volta al mese...».

Mons. Versiglia sente tutto il peso del suo lavoro, e ogni tanto dice: «Avrò ancora due o tre anni di vita». Gli fanno no­tare che la salute è buona, e lui replica: «Sento che il Signore mi chiama, è meglio che mi prepari a fare una buona morte». E un giorno: «Ho finito ora di scrivere il mio testamento».

Tra i suoi collaboratori ora c'è don Callisto. Rientrato a Macao nell'aprile 1929, viene inviato a Shiuchow perché il vescovo gli conferisca il sacerdozio e gli faccia posto nella sua difficile missione. Callisto scrive felice: «Mia buona mamma, prega perché il tuo Callisto sia sacerdote non solo per metà ma tutto intero». Il 18 maggio: «Mamma, ti scrivo col cuore pieno di gioia. Stamani sono stato ordinato, sono sacerdote in eterno. Ormai il tuo Callisto non è più tuo: egli dev'essere completamente del Signore. Sarà lungo o breve il tempo del mio sacerdozio? Non lo so. L'importante è che presentandomi al Signore io possa dire di aver fatto fruttare la grazia che mi ha dato».

Poco dopo è a Linchow, la sua residenza. «Siamo due sa­cerdoti: c'è una scuola maschile e un'altra femminile, e 150 cristiani». E si mette a studiare la lingua locale, detta Haka. Dopo il portoghese, il francese, l'inglese, lo shanghese e il timorese. Accompagnato dal catechista cinese visita tutte le famiglie casa per casa. Piuttosto timido ma sempre sereno, incontra subito con la popolazione. I ragazzi delle scuole diventano tutti suoi amici.

 

Il terribile 1929

La situazione nel 1929 si fa più difficile. Un missionario è sequestrato dai pirati, maltrattato, minacciato di morte; mons. Versiglia prova le pene dell'inferno, si prodiga in tut­ti i modi, spesso dice: «Se per il Vicariato è necessaria una vittima, prego il Signore di prendere me».

«La missione - spiega a fine anno nella sua relazione - è luogo di passaggio obbligato da sud a nord, per i movimenti delle milizie regolari e non regolari; le sue montagne sono il rifugio preferito dei soldati sbandati, e dei banditi che dalle alture spiano il momento per scendere a saccheggiare. La missione si trova in un campo di battaglia, varie cristianità sono state devastate e saccheggiate ripetute volte, e gruppi di cristiani crudelmente trucidati. La propaganda che si fa contro l'opera dei missionari è così accanita che pochi hanno il coraggio di farsi vedere in buone relazioni con loro, per paura di rappresaglie. Molto spesso dobbiamo presen­ziare a fatti che fanno rizzare i capelli».

E insiste con i suoi missionari: «Sono vecchio, non sono più capace di nulla». Gli altri a dire: «E noi siamo tutti gio­vani inesperti, ci è necessaria la sua presenza». «Spero di aiutarvi dal paradiso».

Nell'azione, che egli non interrompe ma anzi intensifica, dimostra grande calma e un'assoluta padronanza di sé. Con lo spirito è continuamente unito a Dio. «Monsignore è ma­turo per il cielo - osserva uno della missione -, non rimarrà più a lungo con noi. Nel suo dire non c'è più nulla dell'uo­mo, udiamo solo il pellegrino stanco della terra e assetato del paradiso».

Così si chiude il terribile 1929, e si apre un anno ancora peggiore.

 

Un viaggio lungo lungo

Il 13 febbraio 1930 don Caravario è a Shiuchow per ac­compagnare il vescovo nella visita pastorale alla sua mis­sione di Linchow, e scrive la sua ultima lettera alla mamma: «Come si sente che siamo nelle mani di Dio! Fatti coraggio, mamma. Nulla ti spaventi. Passerà la vita e finiranno i dolo­ri: in paradiso saremo felici».

Il 22 febbraio il Vicariato fa ancora un progresso: si inau­gura il nuovo seminario, l'ultima costruzione. Nel 1918, ar­rivando, aveva trovato sei residenze con missionario fisso, 12 senza missionario, e tre scuole; ora può contare 15 resi­denze con missionario e altre 40 senza, inoltre un or­fanotrofio, una casa di formazione per catechisti e cate­chiste, un istituto professionale, due magistrali, diverse scuole elementari, il ricovero per i vecchi, il dispensario me­dico, la piccola cattedrale, la casa del missionario. Arri­vando aveva trovato sei sacerdoti; lascerà 19 sacerdoti mis­sionari e due cinesi, 10 suore estere e 15 cinesi, 2 religiosi laici, 31 catechisti e catechiste, 25 seminaristi. Arrivando aveva trovato 1.479 cristiani, ne lascia 3.083: nonostante i tempi, sono più che raddoppiati.

Il 23 febbraio a sera mons. Versiglia dà la buona notte ai ragazzi del Don Bosco, dice che sta per incominciare «un viaggio lungo lungo», vede che tutti si rattristano e racconta qualche battuta di spirito ma nessuno ride. E conclude: «Se non ci sarà dato di vederci in questo mondo, possiamo al­meno trovarci tutti in paradiso».

Il viaggio lungo lungo ha per meta Linchow, la residen­za di don Caravario. Andranno insieme, e intanto accompa­gneranno a casa alcuni ragazzi e ragazze che hanno studiato a Shiuchow. È un viaggio estremamente rischioso, perché la zona è divenuta campo di battaglia fra le truppe comuniste guidate dal generale Chang Fatkwai e quelle nazionaliste di Chang Kai-shek, ma il vescovo rompe gli indugi: «Se aspet­tiamo che le vie siano sicure, non si parte mai. Guai se la paura comincia a prendere il sopravvento. Sarà quel che Dio vorrà». Del resto già quattro volte è stato catturato dai pira­ti, e se l'è sempre cavata...

L'indomani sveglia alle quattro, e dopo la messa tutti a prendere il treno. Oltre a mons. Versiglia e don Caravario viaggiano cinque persone. C'è l'intrepida apostolina Maria Thong, 22 anni, maestra, segretaria della gioventù femmi­nile, molto battagliera: promessa in matrimonio secondo il costume cinese fin da bambina a un giovane del posto, ha rifiutato le nozze; intende farsi suora e va in famiglia per la visita di addio. Poi il suo fratello Chong, diplomato maestro all'istituto Don Bosco e già sposato; è rimasto pagano, e purtroppo ha poco in comune con la sorella. Poi c'è Clara, catechista di 22 anni, che va a insegnare religione a Lin­chow. Ancora un fratello e sorella: Antonio (maestro cristia­no ma all'acqua di rose, 23 anni, sposato), e Paola, 16 anni, che ha finito gli studi e torna in famiglia.

La parte di viaggio in treno si prolunga più del neces­sario per un'interruzione sulla linea, e in una sosta forzata mons. Versiglia è avvicinato da tre soldati che gli pongono insistenti domande sul suo viaggio. Maria da lontano gli fa cenno di non rispondere, ma ormai i tre hanno saputo quello che volevano. La comitiva pernotta nella residenza missio­naria di Linkong How, e il giorno dopo, 25 febbraio, prose­guirà il viaggio con una barca guidata da barcaioli. Occorre risalire il fiume di Linchow fino alla cittadina omonima.

 

«Portiamo via le loro mogli!»

Sembra un viaggio tranquillo. A un tratto lungo la spon­da si incontra un gruppo di armati intenti al gioco. Soldati o pirati? O l'uno e l'altro? Mons. Versiglia li saluta: «Avete mangiato il riso?». È la formula di cortesia cinese (se uno ha mangiato riso, sta bene). «Grazie, l'abbiamo mangiato. E voi?». Più oltre i viaggiatori scorgono in lontananza due fuochi sulla riva, e gente attorno. Strani, quei fuochi, perché la giornata non è fredda.

Dentro la capanna sulla barca, Maria e Clara ricamano, Paola invece lamenta un mal di capo. Mons. Versiglia son­necchia, don Caravario prega con raccoglimento, i due gio­vani chiacchierano. E la barca giunge lentamente nella lo­calità deserta chiamata Lintautsui, cioè Punta di aratro, per­ché è una lingua di terra che si incunea tra le correnti con quella forma. Lì c'è uno dei fuochi accesi, li sono appostati gli uomini in armi. «Fermate la barca!». I barcaioli sostano, dicono chi c'è sopra e dove vanno. «Non andrete avanti se non avrete pagato 500 dollari».

Pagare un pedaggio in queste circostanze, da parecchio tempo è diventata una prassi; però quella cifra è spropo­sitata. Chi, pur possedendola, di questi tempi viaggia por­tandosi dietro una somma simile? I missionari temporeggia­no, le ragazze si rendono conto del pericolo e pregano som­messe. «Fate uscire i diavoli europei», intimano i pirati ai barcaioli. Don Caravario è il cassiere della comitiva, esce e avvia quella che sembra una normale contrattazione alla cinese: si parte da una cifra altissima e poi si scende a una più ragionevole... Invece gli uomini armati ordinano di scende­re a terra, e per essere più persuasivi scaricano le armi con­tro la fiancata della barca.

I barcaioli accostano e smontano, mentre alcuni armati saltano a prua. Don Caravario fa loro un inchino e presenta il suo biglietto da visita; la risposta è: « O pagate 500 dollari, o vi fuciliamo tutti». E trasportano sulla barca delle fascine per incendiarla.

Altri gridano: «Ammazziamo i due diavoli stranieri!». Esplorano la barca, e scorgono le ragazze; allora una nuova proposta: «Portiamo via le loro mogli!». «Sono nostre alun­ne - spiega don Caravario -, e voi non dovete toccarle». Ma quelli urlano: «Uscite, venite tutti a terra!». Ora le intenzio­ni sono chiare: quella richiesta spropositata di denaro - in­vece del solito pedaggio - era stata solo un pretesto per im­possessarsi delle ragazze.

Mons. Versiglia e don Caravario si piazzano sull'ingres­so e chiudono con i loro corpi l'entrata. Allora i pirati in­cendiano le fascine, ma la legna è verde e mons. Versiglia riesce a spegnere le fiamme. Allora i pirati sciolgono le fa­scine, ne estraggono grossi rami e percuotono i missionari sulle braccia, sulle spalle, e sulla testa. Poi li colpiscono col calcio del fucile...

Mons. Versiglia a un tratto si accascia all'indietro e tra­volge Clara nella sua caduta. Ma quelli continuano a pic­chiarlo. «I pirati lo battevano così brutalmente - racconterà Clara - che io sotto di lui sentivo la ripercussione dei col­pi». Poi anche don Caravario crolla, e i pirati rimangono per un attimo interdetti. «Che fate là? - grida una voce dalla ri­va -. Presto, portate via le donne!».

 

«Bisogna distruggere la religione»

Le giovani comprendono che per loro non c'è più scam­po. Alcuni uomini salgono da poppa, uno invita con buone maniere Maria a discendere, e lei si aggrappa a un braccio del vescovo. Egli riprende i sensi, e vedendo che vogliono trascinarla via la afferra solidamente per un polso. Un pirata col bastone batte con violenza sulla mano, finché il vescovo ricade e la stretta si allenta. Maria è trascinata fuori. Mentre la portano si divincola, e si butta nel fiume. È decisa a mori­re. Ma l'acqua è bassa: la acciuffano per le trecce e la trasci­nano a terra. Poi è la volta di Clara e di Paola, afferrate per le braccia e i piedi.

Uno degli armati ora, a suo modo, le tranquillizza: «Voi siete cinesi, perché volete seguire gli stranieri e morire? Il nostro capo Chang Fatkwai abbatterà Chang Kai-shek, e voi non avrete più libri da studiare. Bisogna distruggere la reli­gione cattolica. Ora state buone e seguiteci, altrimenti vi ammazziamo».

Vengono fatti scendere a terra anche i diavoli stranieri: don Caravario scende da solo, il vescovo bisogna portarlo giù. Poi i pirati frugano nelle loro tasche, e portano via il denaro e gli orologi. Ma non osano toccare l'anello e la cro­ce pettorale. Li legano con una fune trovata sulla barca.

Segue una strana conversazione, in un'atmosfera tesa di smarrimento e dolore. «Dobbiamo assolutamente am­mazzare i due stranieri», grida uno dei pirati. E rivolto ai missionari: «Voi non avete paura di morire?». «Siamo mis­sionari - risponde il vescovo -, e perché dovremmo temere di morire?». Allora i missionari sono allontanati nel folto di un bosco. Poi i pirati costringono i barcaioli a scaricare tutti i bagagli e a disporli lungo la riva. Da una cassa saltano fuo­ri dei libri, e un pirata agitandoli in aria: «Questi sono per studiare; se Chang Fatkwai vincerà, non si studierà più. Viva il Soviet!».

 

Cinque colpi di fucile

Anche le ragazze sono condotte nel boschetto di bambù, e fatte sedere poco lontano dai missionari. Racconteranno: «Don Caravario, chinato il capo, parlava sottovoce a mon­signore. Credo che si confessassero a vicenda. Io guardavo monsignore: il suo volto aveva costantemente un aspetto di pace e di grazia. Monsignore e don Caravario ci guar­davano, ci indicavano con gli occhi il cielo. L'aspetto loro era gentile e sorridente, pregavano ad alta voce...».

Tornano gli armati, e don Caravario dice: «Noi non vo­gliamo che voi portiate via le nostre alunne. Se volete dena­ro, il padre scriverà e ne avrete quanto volete». Ma i pirati sanno che ormai si sono troppo compromessi, e rispondono: «Non vogliamo denaro, vogliamo ammazzare gli stranieri, perché se li lasciamo andare vivi certamente si vendicheran­no».

Due pirati trascinano via i missionari. Le ragazze in­tuendo quel che sta per accadere tentano di seguirli. Ma gli altri armati intervengono: «Voi andate via! Perché volete se­guirli?». «Vogliamo morire con il nostro vescovo, e salire in cielo con lui». E i pirati devono fermarle con la forza. Sono impietrite dal dolore.

Dopo un tratto di cammino, i due soldati fanno fermare i missionari. Mons. Versiglia dice: «Io sono vecchio, am­mazzatemi pure. Ma lui è giovane: risparmiatelo». E indica don Caravario. I pirati scuotono la testa e i due missionari si inginocchiano. Alzano gli occhi al cielo e rimangono as­sorti. Intanto le tre ragazze sono portate davanti a una pic­cola pagoda bianca; poco dopo sentono rintronare nell'aria cinque colpi di fucile.

 

«È morto per me»

I due pirati poco dopo rientrano, confermano di essere stati loro a sparare. È allora che uno dice: «Sono cose in­spiegabili. Abbiamo visto tanti morire, e tutti temono la morte. Questi invece erano tutto l'opposto: sono morti con­tenti. E anche queste ragazze desiderano morire».

A sera quelli che sembravano i tre caporioni della banda, si dividono le ragazze. Si saprà poi che uno dei tre era il gio­vane a cui Maria era stata promessa in sposa, e che Maria aveva respinto.

Cinque giorni dopo, l'esercito regolare si imbatte in quella marmaglia, sostiene una breve scaramuccia, mette in fuga i pirati e libera le ragazze. Intanto le due salme, sepolte sulla sponda del fiume, sono state ricuperate. La sera del due marzo le tre ragazze si inginocchiano a pregare davanti alle spoglie dei martiri, che hanno dato la vita nel tentativo di proteggerle.

Due giorni dopo, le salme sono a Shiuchow. Al rito fune­bre partecipano in massa anche i non cristiani. Per la prima volta dal 1589 (inizio dell'attività missionaria) la Croce pas­sa solenne per le strade della città. Le autorità civili accom­pagnano le bare, anche il mandarino tiene il discorso: « È meravigliosa la Chiesa cattolica che dà alla società simili uomini, vittime del dovere, pronti a sacrificare anche la vita per i figli spirituali».

Un giorno si saprà che quel ragazzo respinto da Maria aveva uno zio tra i pirati, che i pirati del suo gruppo erano di ideologia bolscevica e operavano in stretto rapporto con l'Armata Rossa, che un piano preciso era stato preparato e aveva cominciato a funzionare con l'interrogatorio fatto dai tre soldati a mons. Versiglia durante il viaggio in treno. Nel piano una cosa non era stata prevista: che i missionari inve­ce di pensare a salvarsi avrebbero difeso le loro alunne fino alla morte.

Un giorno Maria, facendo la sua deposizione per la cau­sa di martirio, scriverà sotto giuramento: «Avevo sempre avuto venerazione e affetto grandissimo per mons. Versiglia. Dopo la sua morte il mio affetto per lui è cresciuto ancor più, perché è morto per me».

 

Date e dati di questa vicenda

1873. 5 giugno. Luigi Versiglia nasce a Oliva Gessi (Pavia), da Giovanni e Maria Giorgi. 1885. 6 settembre. Luigi è a Torino Valdocco, con Don Bosco. Al suo ultimo onomasti­co (1887) gli legge un discorso.

1888. Don Bosco muore (31 gennaio). Luigi entra nel noviziato salesiano. Poi frequen­ta a Roma l'Università Gregoriana e si laurea in filosofia.

1895. 21 dicembre. Don Versiglia è ordinato sacerdote. Poi per nove anni è direttore e maestro dei novizi a Genzano (Roma).

1900. In Cina, «rivolta dei Boxer»: l'esplosione di odio xenofobo porta al massacro di numerosi cristiani.

1903. 8 giugno. Callisto Caravario nasce a Cuorgnè (Torino), da Pietro e Rosa Morgando. 1905. Si forma in Cina il «movimento nazionalista» Kuomintang, che avrà il principale esponente in Chang Kai-shek

1906. Don Versiglia guida la prima spedizione missionaria dei Salesiani in Cina (parten­za dall'Italia il 19 gennaio). Prima opera, un orfanotrofio a Macao (colonia por­toghese).

1911. 10 ottobre. Ha successo la «rivoluzione dei giovani cinesi»: finisce il Celeste Im­pero, è proclamata la Repubblica Cinese. Don Versiglia assume la responsabilità di una missione nel territorio cinese dell'Heungshan, a nord di Macao.

1913. A Torino Callisto frequenta l'oratorio salesiano. Poi diventa alunno interno a Val­docco.

1917. Cina: una vasta missione nel Kwangtung viene affidata ai salesiani.

1918. Callisto entra nel noviziato; l'anno dopo è salesiano.

1920. Il territorio del Kwangtung è elevato a Vicariato apostolico, con centro a Shiu­chow. Il 9 gennaio 1921 don Versiglia è vescovo

1921. Mao Tse-tung fonda a Shanghai il Partito Comunista Cinese.

1922. Mons. Versiglia è a Torino: Caravario si offre missionario in Cina.

1924. Il Kuomintang si apre al Partito Comunista.

Callisto parte per la Cina. Lavora a Hong Kong, poi a Shanghai. Più tardi nell'iso­la di Tímor (Indonesia).

1925. Chang Kai-shek è a capo del Kuomintang e inizia campagne militari che porte­ranno all'unificazione del paese.

1927. Violenze xenofobe («oltraggio di Nanchino»).

Chang Kai-shek prende posizione contro i bolscevichi. 1928. Si forma l'Armata Rossa, scoppia una violenta guerra civile.

1929. Callisto ritorna a Shiuchow: il 18 maggio mons. Versiglia lo ordina sacerdote e gli affida la missione di Linchow.

1930. 25 febbraio. Versiglia e Caravario con una barca accompagnano a casa tre alun­ne della missione: sorpresi da un gruppo di pirati (di orientamento bolscevico), sono massacrati.

1949. 1 ottobre. Proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, presieduta da Mao Tse-tung. Ritiro di Chang Kai-shek a Taiwan.

1950-51. I missionari salesiani sono espulsi dalla Cina.

1952. È introdotta la causa di beatificazione di Versiglia e Caravario.

1976. Paolo VI con decreto li dichiara «martiri».

1983. Giovanni Paolo II li proclama «beati».

2000. 1 ottobre. È prevista la canonizzazione dei due protomartiri salesiani.