SANTI PIETRO E PAOLO
(29
giugno)
LA
VITA DI SAN PIETRO
(a
sinistra)
(San Paolo a dfestra)
La
statua più venerata di san Pietro, che i romani festeggiano il 29 giugno come
loro patrono insieme con san Paolo, è quella di bronzo che si trova nella
navata centrale della basilica romana e ha un piede consumato dai baci dei
fedeli: si trovava originariamente nel mausoleo che all'inizio del V secolo
l'imperatore Onorio volle costruire sul lato sinistro della basilica per stare
accanto alla tomba del martire. L'apostolo seduto tiene un libro in una mano e
con l'altra benedice i fedeli. Prima di mutare il nome in Pietro l'apostolo si
chiamava Shime'on,
che in ebraico significava »
«Dio ha ascoltato»,
e insieme con il fratello Andrea faceva il pescatore sul lago di Galilea. Era
sposato e secondo gli apocrifi aveva anche una figlia, come si è già spiegato
raccontando la leggenda di santa Petronilla. Un
giorno Andrea corse da lui dicendogli che Giovanni il Battista, vedendo passare
un uomo chiamato Gesù, aveva esclamato: «Ecco l'agnello di Dio! ». Andrea,
incuriosito, aveva voluto conoscerlo e poi lo aveva accompagnato fin nella casa
dove abitava restando in sua compagnia per qualche ora. «Abbiamo trovato il
Messia! » soggiunse conducendo il fratello dal Cristo. Più tardi, dopo la
pesca miracolosa, Gesù si rivolse a Simone: «Da ora in poi sarai pescatore di
uomini)). E Simone abbandonò senza esitazioni casa e famiglia seguendolo
nelle sue peregrinazioni; -finché un giorno ricevette la celebre promessa del
primato: «E io ti dico che sei Kefas
(roccia) e
che su questa roccia io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non
prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò
che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai
sulla terra sarà sciolto nei cieli». Quelle chiavi diventeranno l'attributo
più popolare di Pietro nella sua iconografia. Kefas fu poi tradotto nel greco Petros,
che aveva lo
stesso significato, e infine nel latino Petrus che invece è diverso dal vocabolo petra,
come
d'altronde l'italiano Pietro rispetto a «pietra»: sicché nella nostra lingua
non è possibile il gioco di parole dell'aramaico o del greco. Ci si potrebbe
domandare perché egli sia diventato uno dei santi più amati: forse perché, di
là dalla sua funzione di capo della Chiesa e di là dal suo martirio,
quell'umile pescatore che aveva saputo riconoscere il Signore dicendogli «Tu
sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!», assomiglia con le sue debolezze a
un uomo comune: si pensi per esempio al suo comportamento negli ultimi giorni
della vita di Gesù, quando assume nell'Orto degli Ulivi un atteggiamento
bellicoso, tagliando l'orecchio destro del servo del sommo sacerdote per poi
rinnegare il Maestro per ben tre volte e infine pentirsene. A Roma, dove la sua
tomba è stata meta di pellegrinaggi fin dai primi secoli, è fiorita
un'aneddotica colorita e addirittura modi di dire proverbiali. Vi sono nate
anche tante leggende raccolte negli Atti
di Pietro e
in altri testi apocrifi dove si narrano alcuni celebri episodi del suo soggiorno
romano, fra cui quello del Quo vadis? cui si ispirò Henryk Sienkiewicz per l'omonimo
romanzo: un episodio le cui premesse potrebbero sembrare boccaccesche se non
si pensasse che nel cristianesimo primitivo vi era una tendenza ascetica che
privilegiava la castità anche fra gli sposati. Narra la leggenda che fra le
nobili donne discepole di Pietro vi era una certa Santippe, moglie di Albino,
che non assolveva più ai doveri coniugali mettendo in pratica le esortazioni
del maestro. Quando il marito venne a conoscere i motivi che l'avevano indotta a
quel comportamento assurdo, corse a protestare dal prefetto Agrippa, suo
intimo amico, e lo trovò su tutte le furie perché anche le sue numerose
concubine avevano seguito l'esempio della matrona. Come chiudere la bocca a quel
seminatore di zizzania? Decisero di farlo tacere per sempre. Quando Santippe
seppe del complotto che si stava preparando contro l'apostolo, gli inviò un
messo esortandolo a fuggire al più presto. E Pietro, dopo molte esitazioni,
decise di lasciare Roma travestendosi in modo da non farsi riconoscere. «Ma
mentre attraversava la porta» narrano gli Atti
di Pietro «vide
il Signore che entrava in Roma e gli disse: «Signore, dove vai così?".
Il Signore gli rispose: «Entro in Roma per esservi crocifisso". E Pietro a
lui: «Signore, per essere nuovamente crocifisso?". Rispose: «Sì, Pietro,
sarò nuovamente crocifisso". Pietro, entrato in sé stesso, vide il
Signore salire in cielo e se ne ritornò a Roma glorificando il Signore poiché
egli stesso aveva detto: «Sarò crocifisso". Ciò doveva dunque capitare a
Pietro.» Un'altra celebre leggenda rammentano due lastroni di pietra basaltica
conservati su una parete della basilica di Santa Francesca Romana. Chiamati fin
dalla prima metà del IV secolo «silices apostolici», erano considerati
miracolosi dagli infermi che bevevano l'acqua raccoltasi nelle loro concavità
sperando di ottenere la guarigione. «In queste pietre» spiega l'iscrizione
«pose le ginocchia san Pietro quando i demoni portarono Simon Mago per aria.»
Simon Mago è un personaggio realmente esistito, come testimoniano anche gli
Atti degli Apostoli. Nato in Samaria, predicava una dottrina gnostica
riportando tali successi da preoccupare anche gli ambienti cristiani. Su
questo sfondo storico è ambientata la leggenda delle sue dispute con san Pietro
a Roma e soprattutto l'episodio finale quando Simon Mago per dimostrare i suoi
«poteri divini» si libra nel cielo volando sul Foro. Allora Pietro
s'inginocchia sui due lastroni implorando il Signore di farlo cadere per
evitare che i cristiani siano scossi nella loro fede: così avviene e Simon Mago
cade fratturandosi la gamba in tre punti. Non meno fantastica è la storia delle
catene conservate nella basilica di San Pietro in Vincoli e che simboleggiano la
continuità dell'azione esercitata dal principe degli apostoli a Gerusalemme e
poi a Roma, e delle prigionie sofferte nelle due città. La leggenda narra che
Eudossia Il, moglie dell'imperatore bizantino Teodosio Il, si recò in
pellegrinaggio a Gerusalemme ricevendo in dono la catena con la quale Pietro
era stato imprigionato: poi ne inviò una parte a Roma alla figlia Eudossia
III che la donò a san Leone Magno. Quando il pontefice la depose nel
reliquiario dov'era custodita la catena della prigionia romana, entrambe si
saldarono insieme. Si racconta infine che Pietro insieme con Paolo venne
incarcerato nel carcere Mamertino. Un giorno i due carcerieri, destinati a
diventare i santi Processo e Martiniano, vedendo i miracoli operati dai due apostoli,
chiedono il battesimo. Allora Pietro fa un segno di croce verso la Rupe Tarpea e
con l'acqua che ne scaturisce battezza i due carcerieri che subito dopo aprono
le porte della prigione invitandoli a fuggire. In realtà si tratta di una
leggenda infondata sia perché le prime notizie sulla prigionia nel carcere
provengono da una fonte molto tarda, la Passio
Lini, che
risale al VI secolo, sia perché quel luogo era destinato a prigionieri che si
dovevano custodire con attenzione; ma Pietro, uno dei tanti immigrati nella
capitale dell'Impero, non era certo tale da impensierire le autorità. In ogni
modo il carcere, dov'erano stati rinchiusi personaggi celebri, da Giugurta a
Vercingetorige, era così suggestivo che gli agiografi non resistettero alla
tentazione di trasformarlo nella prigione degli apostoli. Di là dalle
leggende Pietro visse certamente a Roma nell'ultimo periodo della sua vita,
come testimonia la sua prima Lettera in cui saluta le comunità di fedeli
disseminate in Asia Minore a nome «di quella che dimora in Babilonia»: dove
Babilonia allude alla capitale dell'Impero. Anche il martirio è avvenuto a
Roma, come attestano vari autori, da Clemente Romano, terzo successore di Pietro
come vescovo della città dal 92 al 101, a Dionigi, vescovo di Corinto, che
scrive: «Pietro e Paolo, venuti nella nostra Corinto, hanno piantato e istruito
noi allo stesso modo; parimenti, andati in Italia, vi insegnarono insieme e
resero testimonianza con la loro morte circa il medesimo tempo». Anche il
modo del martirio per crocifissione è certo, come riferisce persino il non sospettabile
pagano Porfirio mentre Origene narra che Pietro volle per umiltà essere appeso
alla croce coni la testa in basso. Alle numerose prove storico-letterarie va
aggiunta sia la venerazione antichissima e costante del sepolcro in un luogo
preciso del Colle Vaticano sia il risultato dell'esplorazione archeologica
compiuta negli anni Quaranta: gli scavi hanno rivelato che la tomba del principe
degli apostoli ebbe già prima dell'epoca costantiniana una sistemazione monumentale
e subì successivamente modifiche e ristrutturazioni che documentano la
continua venerazione concentrata in quel luogo. Dopo la morte e resurrezione del
Cristo Pietro assunse il ruolo di principe degli apostoli e di maestro della
Chiesa, come testunoniano i suoi discorsi riferiti da Luca negli Atti e le due
Lettere di cui la prima è certamente autentica mentre la seconda è forse opera
di un discepolo. Come maestro è lui a rivelare per primo la discesa agli inferi
del Cristo per liberare le anime dei giusti dell'Antico Testamento; è lui a
ribadire l'insegnamento evangelico sulla fine traumatica della terra dopo la
quale nasceranno «nuovi cieli e una terra nuova»; e infine è lui a sottolineare
l'ispirazione divina della Sacra Scrittura e a offrirci la migliore definizione
della grazia scrivendo: «Infatti tutto quanto ci giova per la vita e per la
pietà ci è stato donato dalla divina potenza di Lui (il Cristo) attraverso
la perfetta conoscenza di Colui che ci ha chiamato per la propria gloria e
virtù, per mezzo delle quali ci sono state concesse preziose e grandissime
promesse affmché per esse diveniste partecipi della natura divina dopo aver
fuggito la corruzione che è nel mondo della concupiscenza». Quanto al suo
primato, Pietro lo esercita effettivamente in più occasioni dirigendo
l'elezione di Mattia al posto di Giuda, spiegando alla folla il significato del
miracolo della Pentecoste e prendendo due decisioni fondamentali: l'immissione
dei gentili nella Chiesa, con il battesimo del centuriorie Cornelio e il
principio della libertà evangelica di fronte alle prescrizioni della legge
ebraica che egli fa trionfare dopo una lunga discussione fra gli apostoli, dando
ragione a Paolo e Barnaba. Secondo alcuni agiografi Pietro sarebbe morto il 29
giugno del 64, secondo altri nel 67. Il 67 compare per la prima volta in Eusebio
di Cesarea e in san Girolamo: si tratta perciò di una notizia assai tarda,
che tuttavia è preferita da molti perché permette di sostenere la contemporaneità
col martirio di Paolo, avvenuto certamente in quell'anno. Altri invece
preferiscono la data del 64 perché unisce il capo della Chiesa alla massa di
cristiani sacrificati da Nerone. In tanta incertezza vi è però una certezza:
che egli non poté morire il 29 giugno del 64 perché l'incendio di Roma, che
scatenò la persecuzione neroniana, divampò fra il 18 e il 27 luglio. In realtà
il 29 giugno è il più antico esempio della trasfigurazione a Roma di una festa
pagana in cristiana. In quel giorno si celebrava la festa di Romolo e Remo che
i cristiani trasformarono nella solennità dei due apostoli, fondatori della
«nuova Roma». «Quelli sono i veri santi padri tuoi» diceva san Leone Magno
in un'omelia del 29 giugno «e i veri pastori che ti fondarono molto meglio e
più felicemente di coloro per opera dei quali fu stabilita la prima fondazione
delle tue mura», spiegando che Romolo aveva macchiato la città col sangue fraterno.
LA
VITA DI SAN PAOLO
San Paolo è insieme con san Pietro il patrono principale di Roma dove
appare frequentemente in chiese e piazze. Il suo attributo è la spada, simbolo
del martirio, che tuttavia è relativamente tarda perché compare soltanto
verso il XIII secolo, mentre nell'arte paleocristiana l'apostolo porta
generalmente un libro o un rotulo. Tradizionalmente lo si raffigura piccolo,
magro, calvo e barbato sulla scia degli apocrifi : Atti di Paolo e Tecla dove
è descritto come «un uomo di bassa statura, la testa calva, le gambe arcuate,
il corpo vigoroso, le sopracciglia congiunte, il naso alquanto sporgente, pieno
di amabilità». Ma oltre alle statue e ai dipinti gli sono dedicate chiese e
cappelle. La chiesa di San Paolo alla Regola ne rammenta la predicazione in un
quartiere che era abitato durante l'Impero dagli Ebrei. La cappella del
Santissimo Crocifisso, a mezzo miglio da porta San Paolo, si riferisce invece a
un episodio leggendario narrato dagli apocrifi Atti
dei santi Pietro e Paolo: «In questo
luogo» si legge in un'edicoletta sostenuta da due colonne di marmo che adorna
il fronte della chiesetta «Si separarono san Pietro e san Paulo andando al
martirio et disse Paulo a Pietro: «La luce sia con teco fundamento de la
Chiesia et pastore di tutti gli agnelli di Christo" et Pietro a Paulo: «Va'
in pace predicator de buoni et guida de la salute de giusti"». A poco più di tre miglia da Roma,
sull'attuale strada per Ardea, la chiesetta della Decapitazione di San Paolo
racchiude tre fonti di acque sgorganti a tre livelli diversi, le Tre Fontane,
che si dicono zampillate miracolosamente nei tre balzi che fece il capo
dell'apostolo. Infme la basilica di San Pàolo fuori le mura, costruita dagli
imperatori Valentiniano Il, Teodosio I e Arcadio, custodisce i resti
dell'apostolo che venne sepolto in quel luogo, predio di una matrona chiamata
Lucina, dove poi si sviluppò un'area cimiteriale. Una volta sul sepolcro, che
insieme con quello di San Pietro era meta di uno dei più popolari
pellegrinaggi del medioevo, si distribuivano al popolo i carboni spenti prelevati
dall'incensiere sospeso a un uncino e infilato nel foro della lapide
sepolcrale. Secondo la tradizione le teste dei santi Pietro e Paolo si trovavano
fm dall'VIII secolo nel Sancta Sanctorum dove rimasero fino ai tempi di Urbano
V che le collocò nel ciborio di San Giovanni in Laterano. I reliquiari che le
contenevano scomparvero durante la Rivoluzione francese e furono sostituiti nel
1814 dagli attuali busti d'argento. Paolo era nato, probabilmente verso il 5-10
d.C., a Tarso, nella Cilicia, che ora si trova nella Turchia meridionale, non
lontano dai confini con la Siria: situata sul basso corso del Cnido, presso il
mare, era nel I secolo una città cosmopolita, dove si mescolavano greci,
anatolici ellenizzati, romani e infine una colonia giudaica cui apparteneva il
padre che godeva, come tutti gli abitanti, della cittadinanza romana riconosciuta
da Marc'Antonio e poi da Augusto. Come molti ebrei dell'epoca aveva due nomi,
uno ebraico e l'altro latino o greco: l'ebraico era Saul,
come il
primo re d'Israele, che significava «implorato a Dio» e veniva dato originariamente a un figlio molto atteso e richiesto al
Signore; il latino era Paulus, che probabilmente alludeva al suo aspetto perché era il diminutivo
dell'aggettivo paucus
e si
riferiva a chi era piccolo di statura. Paulus divenne poi il suo unico nome con l'inizio della
predicazione in Occidente. A Tarso imparò il greco nella forma denominata koinéo
comune,
che si era affermata in tutto il mondo ellenistico dopo Alessandio Magno. Se,
come è probabile, non solo conosceva la lingua ma aveva anche una discreta
conoscenza della cultura ellenistica, la sua educazione era fondamentalmente
giudaica: il suo modo di ragionare e la sua esegesi biblica recano l'impronta
della scuola rabbinica. Per completare la sua formazione si trasferì a
Gerusalemme dove aderì all'indirizzo più rigoroso del giudaismo, il
fariseismo, come egli stesso scrisse nella Lettera ai Filippesi: «Circonciso
all'ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo
figlio di ebrei, secondo la legge fariseo, per zelo persecutore della Chiesa,
secondo la giustizia che nella legge è irreprensibile». Grazie a questa
duplice educazione Paolo era in condizione di predicare il Vangelo a uomini di
diverse culture. A Gerusalemme imparò ed esercitò anche il mestiere di tessitore
di tende. Dove fosse durante la predicazione pubblica di Gesù non lo sappiamo;
ma non doveva trovarsi a Gerusalemme, altrimenti avrebbe ricordato nelle sue
lettere il Cristo. Vi tornò certamente dopo la Passione perché negli Atti
degli Apostoli si narra il celebre episodio della lapidazione di Stefano dove
Paolo, pur non partecipando direttamente al martirio, «era tra coloro che
approvarono la sua uccisione», tant'è vero che custodiva i mantelli dei
persecutori (7, 58). Luca racconta negli Atti che successivamente «Saul
infieriva contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li
faceva mettere in prigione» (8, 3). D'altronde lo stesso Paolo scrisse nella
Lettera ai Qalati: («Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta
di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e
la devastassi superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e
connazionali, accanito nel sostenere le tradizioni dei padri» (1, 13-14). Un
giorno, mentre si recava da Gerusalemme a Damasco con lettere commendatizie
delle autorità religiose dell'ebraismo per fomentare nella città siriana la
persecuzione contro i cristiani, «all'improvviso l'avvolse una luce dal cielo»
narrano gli Atti «e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saul, Saul,
perché mi perseguiti?". Rispose: «Chi sei, o Signore?". E la voce:
«Io sono Gesù che tu perseguiti. Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà
detto ciò che devi fare"» (9, 3-7). Gli uomini che l'accompagnavano erano
ammutoliti perché avevano udito la voce senza vedere nessuno. Saul si alzò
brancolando perché era diventato cieco. Questo episodio, diventato proverbiale,
ha ispirato pittori e scultori sulla scia di due tradizioni iconografiche
secondo le quali Saul viaggiava a piedi oppure a cavallo. Alla seconda,
prevalente in Italia, appartengono capolavori come quelli di Giovanni Bellini
al Museo di Pesaro, del Signorelli alla Santa Casa di Loreto, di Michelangelo
nella Cappella Paolina in Vaticano e del Caravaggio nella chiesa di Santa
Maria del Popolo a Roma dove una luce abbacinante sembra schiacciare al suolo il
cavaliere disarcionato che leva attonito le braccia al cielo. Fin dal VI
secolo la Chiesa celebrò con un'apposita festa al 25 gennaio la Conversione
di san Paolo che divenne nelle tradizioni contadine una data importante, una
specie di capodanno da cui si poteva pronosticare l'avvenire. Diceva un
proverbio: «Se il giorno di San Paolo è sereno, godrem l'annata e l'abbondanza
in seno; ma se fa freddo guerra avremo ria, e se nevica o piova carestia». Gli
istriani a loro volta ammonivano: «San Paolo dei Segni, piova: epidemia,
caligo: carestia». I veneti invece sostenevano: «De le calende poco m'incuro,
se san Paolo non me guarda scuro»; cui corrispondeva il proverbio italiano: «Delle
calende non me ne curo, purché a san Paolo non faccia scuro». I due ultimi
alludevano a un'usanza antichissima, di origine pagana, che permetteva secondo i
contadini di prevedere fin dall'inizio l'andamento dell'annata. Si prendevano
dodici mezzi gusci di noci; si metteva dentro a ciascuno un po' di sale e li si
esponeva all'aria nella notte della Conversione di san Paolo. Ogni noce
rappresentava un mese. Al mattino
successivo si osservava se nei gusci il sale si fosse sciolto. Al guscio del
sale sciolto corrispondeva un mese asciutto; al guscio del sale rimasto
concreto un mese piovoso. Forse per questo motivo la festa era chiamata anche
San Paolo dei Segni. Ma le previsioni negative potevano essere annullate se il
giorno di san Paolo il tempo era sereno. Ecco il motivo dei due proverbi.
Condotto a Damasco, il futuro apostolo rimase tre giorni senza vedere e senza
prendere né cibo nè bevanda. Al quarto giorno lo andò a trovare un cristiano
di nome Anaunia che aveva ricevuto l'ordine dal Signore in una visione. «Saul,»
gli disse «fratello mio,
mi ha mandato a te il Signore Gesù che ti è apparso sulla via per la quale
venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo.» E
improvvisamente Paolo riacquistò la vista: battezzato, rimase qualche giorno a
Damasco dove proclamava Gesù figlio di Dio persino nelle sinagoghe. Ma non
ottenne alcun risultato. Allora si diresse verso il Sud, nel deserto che si
estende fino all'Arabia, dove trascorse un triennio di raccoglimento e
contemplazione. Tornato
a Damasco, riprese l'attività missionaria, ma alcuni ebrei, esasperati,
complottarono per ucciderlo; e per impedire che fuggisse facevano guardia di
giorno e di notte alle porte della città. Per eludere la sorveglianza dei
persecutori dovette fuggire di notte, calandosi in una cesta dalle mura. Giunto
a Gerusalemme, Paolo si presentò agli apostoli che diffidavano di lui. Ci
volle la garanzia di Barnaba, ex levita di grande autorità, per fugare tutti i
timori. Per quindici giorni vide quotidianamente, per ore e ore, Pietro, ma non
rinunciò a un tentativo missionario fra gli ebrei che cercarono di ucciderlo;
sicché dovette fuggire prima a Cesarea poi nella sua città natale, Tarso.
Trascorsi quattro anni su cui non abbiamo notizie certe, lo raggiunse Barnaba
che gli chiese aiuto per evangelizzare i pagani di Antiochia. Paolo accettò:
aveva trovato finalmente la sua missione, l'apostolato fra i gentili. E fu
proprio ad Antiochia, come narrano gli Atti, che i loro discepoli furono
chiamati cristiani. La vocazione di Paolo come apostolo fra i non circoncisi fu
confermata in un successivo viaggio a Gerusalemme. Narrano gli Atti che un
giorno, mentre alcuni apostoli, tra cui Paolo e Barnaba, «stavano celebrando il
culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me
Barnaba e Saul per l'opera alla quale li ho chiamati". Allora, dopo aver
digiunato e pregato, imposero loro le mani e si accomiatàrono». Cominciava nel
45 il pellegrinaggio dell'apostolo fra i gentili, i tanti viaggi in Siria, in
Asia Minore, in Macedonia e Grecia che si conclusero con il martirio a Roma.
Viaggi difficili e turbolenti tra «afflizioni, costrizioni, angustie,
percosse, prigionìe, turbamenti, fatiche, veglie, digiuni», come egli stesso scrisse nella seconda Lettera ai Corinti (6, 4-6).
Doveva difendersi dalle persecuzioni degli Ebrei e sopportare spesso gli insuccessi
della predicazione fra i pagani. Clamoroso fu quello ad Atene, quando
sull'Areopago spiegò che il «Dio ignoto»
cui era dedicata un'aa altri non era se non Colui che egli annunziava: «Quando
sentirono parlare di resurrezione dei morti»
narrano gli Atti «alcuni lo deridevano, altri dissero: «”Ti ascolteremo su
questo argomento un'altra volta”» e
se ne andarono. Pochi divennero suoi discepoli. Verso il 50 Paolo e Barnaba
tornarono a Gerusalemme per risolvere in un concilio degli apostoli una
questione spinosa: se la legge mosaica fosse o meno obbligatoria per i
cristiani. Dopo lunghe discussioni fu accettato un compromesso: non imporre ai
convertiti dal paganesimo la legge mosaica, ma esigere che nelle comunità miste
essi evitassero comportamenti ripugnanti a un fedele osservante della legge
mosaica, la cui pratica era facoltativa per gli ex ebrei. Il compromesso
provocava situazioni incresciose come quella narrata da Paolo a proposito di
una visita di Pietro ad Antiochia: «Infatti» narra Paolo «prima dell'arrivo
di alcuni inviati di Giacomo egli mangiava con i gentili; quando però
arrivarono costoro, si ritrasse e si mise in disparte per timore dei circoncisi.
Anche gli altri giudei recitarono la stessa parte tanto che lo stesso Barnaba si
lasciò attrarre dalla loro commedia». Paolo intervenne allora severamente
richiamando Pietro e gli altri apostoli a una maggiore coerenza evangelica. Da
quel momento decise di spostare la sua missione definitivamente in Occidente.
Della sua predicazione abbiamo testimoniame sia negli Atti, fino al primo arrivo
a Roma, sia nelle Lettere che espongono la sua teologia destinata ad avere un
grande influsso nella Chiesa. Il suo nucleo è l'assunzione totale ed
esclusiva di Gesù Cristo come termine di ogni verità e giudizio; e
l'affermazione che la rivelazione del Cristo comporta che Dio si rivela Dio
dei giudei e Dio dei pagani i quali ultimi non conoscono la Legge ebraica. Sicché
la Legge non è più necessaria. «Prima che sopraggiungesse la fede» scrive
nella Lettera ai Galati (3, 23-29) «la Legge ci custodiva, rinchiusi, in attesa
della fede che si rivelasse; così la Legge divenne il nostro precettore fino
al Cristo, affinché fossimo giustificati in forza della fede. Ma una volta
sopraggiunta la fede non siamo più sotto un precettore. Infatti siete tutti
figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; poiché quanti siete stati immersi in
Cristo, di Cristo vi siete rivestiti. Non vi è giudeo nè greco, non vi è
servo nè libero, non vi è maschio nè femmina». Sicché la giustificazione
viene soltanto dalla fede; e la libertà dal peccato e dalla morte si reazizza
soltanto attraverso l'azione di Dio in Gesù Cristo. In Gesù Cristo infatti
circoncisione o prepuzio non hanno forza, bensì la fede, attiva mediante la
carità; la quale ispira a Paolo, nella prima Lettera ai Corinti, uno dei brani
fondamentali del cristianesimo: «Se parlo le lingue degli uomini e quelle
degli angeli, ma non ho la carità, sono un bronzo che risuona e un cembalo che
tinnisce. E se ho la profezia e conosco tutti i misteri e tutta la scienza, e se
ho intera la fede da spostare le montagne ma non ho la carità, nulla io
sono.. - La carità è generosa, la carità è servizievole, non è ambiziosa;
la carità non si vanta, non è tronfia, non si comporta indecorosamente, non
cerca il proprio tornacònto, non si irrita, non considera il male, non gioisce
dell'ingiustizia ma gioisce della verità. Tutto sostiene, tutto crede, tutto
spera, tutto sopporta». Contro l'esaltazione spiritualistica Paolo pone la
carità come realizzazione di tutti i doni della grazia perché l'azione
dell'uomo non è sottratta al mondo e vivere con il corpo significa comunicare còn
gli altri nel Signore: «Il corpo è per il Siguore» dice nella prima Lettera
ai Corinzi «e il Signore è per il corpo». Sicché la pienezza della Legge
altro non è se non l’amore in cui tutti i comandamenti sono compresi. Nel
58 Paolo tornò a Gerusalemme dove gli Ebrei, accusandolo di aver profanato il
tempio introducendovi un cristiano non giudeo, tentarono di ucciderlo; e
soltanto grazie al tempestivo intervento del tribuno della coorte l'apostolo
riuscì a salvarsi. Siccome era cittadino romano, venne sottratto al Sinedrio e
inviato a Cesarea dal procuratore Antonio Felice che, dopo alcune udienze, rinviò
ogni decisione per due anni sperando in un lucroso riscatto. Quando Porcio
Festo succedette ad Antonio Felice nel 60, decise di risolvere il caso con un
giudizio regolare a Gerusalemme; ma Paolo si appellò al tribunale imperiale
come cittadino romano. Sicché l'apostolo venne inviato nella capitale
dell'Impero. Luca narra negli Atti il viaggio in mare col drammatico naufragio
davanti a Malta dove egli rimase tre mesi, e poi le tappe successive a Siracusa,
Reggio, Pozzuoli, Foro Appio e Tre Taverne fino all'arrivo nel 61 a Roma dove,
affittata una camera, visse due anni in regime di semilibertà in attesa del
giudizio che non fu pronunciato perché gli accusatori non arrivarono mai. Da
quel momento abbiamo poche notizie su di lui, ricavate esclusivamente dagli
accenni contenuti nelle Lettere perché gli Atti finiscono proprio a quel
momento. Fu probabilmente liberato perché nel 64 non si trovava a Roma durante
la persecuzione neroniana: forse era in Spagna, come si potrebbe congetturare
da un accenno nella Lettera ai Romani (15, 24), oppure in Oriente. Nel 66
venne nuovamente arrestato e condotto per la seconda volta a Roma, dove si trovò
abbandonato o quasi perché alcuni discepoli erano lontani per evangelizzare
nuove terre, altri erano caduti nell'apostasia. Soltanto Luca gli è vicino,
come scrive nella seconda Lettera a Timoteo (4, 11) dove presagisce la fine:
«Mi libererà il Signore da ogni opera malvagia e mi salverà per il suo regno
celeste». Venne decapitato in un anno imprecisato, forse il 67, e in un giorno
che non conosciamo, anche se la tradizione lo indica al 29 giugno, diventato
la sua festa liturgica insieme con quella dell'altro compatrono principale di
Roma, san Pietro. D'altronde non si sa nemmeno con certezza se i due apostoli
siano morti contemporaneamente oppure in anni diversi. È
invece verosimile che sia stato decapitato
alle Tre Fontane e sepolto sulla via Ostiense, dove poi è sorta la sua
basilica. Più prodighi di notizie, per la maggior parte fantasiose, sono i vari
Atti apocrifi
dove si narra fra gli altri il celebre episodio del leone battezzato. Una
notte Paolo si trovava in viaggio verso Gerico, accompagnato dalla vedova Lemma
e dalla figlia Ammia. Stavano pregando quando un enorme leone uscì dal deserto
e si avvicinò a loro senza che se ne accorgessero perché erano concentrati
nell'orazione. «Allorché terininai la mia preghiera» narra lo pseudo Paolo «la
belva si era gettata ai miei piedi. Pieno di spirito santo io la guardai e le
dissi: "Leone, che cosa vuoi?". Mi rispose: "Vorrei essere
battezzato". Lodai Dio che aveva concesso la parola alla belva e ai suoi
servi la salvezza.» In quel luogo c'era un fiume. Paolo vi entrò e dopo aver
pregato prese il leone per la criniera e lo immerse tre volte nel nome di
Cristo. «Quando risalì dall'acqua la fiera scosse bene la criniera e mi
disse: "La grazia sia con te!". Io gli risposi: "Pure con
te"». Alcuni anni dopo, Paolo venne arrestato a Efeso e condannato alle
fiere. Un brutto mattino venne condotto nell'anfiteatro dove liberarono un
leone grande e selvaggio che tra la sorpresa generale andò ad accucciarsi come
un mite agnello accanto a Paolo che, concentrato nella preghiera, non si era
accorto della belva. Quando l'apostolo terminò di pregare, il leone gli disse
con voce umana: «La grazia sia con te». E Paolo gli restituì l'augurio. Il
popolo irritato urlava: «Via il mago, via lo stregone», deluso dal mancato
massacro. Paolo intanto si accorse che quello era il leone battezzato: «Sei
tu?» gli domandò. «Si» rispose la belva. Il governatore, per placare la
folla che rumoreggiava, ordinò agli inservienti dell'anfiteatro di liberare
altre fiere perché sbranassero Paolo e agli arcieri di uccidere il leone. Ma,
oh miracolo! una grandine improvvisa scese dal cielo sereno uccidendo le fiere e
disperdendo gli arcieri mentre Paolo e il leone restavano indenni. Poi
l'apostolo, salutato l'animale che non parlava più, abbandonò l'anfiteatro,
scese al porto ed entrò nella nave diretta in Macedonia. Negli Atti
di Paolo e Tecla, composti
nell'ultimo terzo del Il secolo, secondo quanto riferisce Tertulliano (in De
baptismo, 17),
da un presbitero dell'Asia Minore che poi confessò di avere inventato tutto per
amore di Paolo, si narra che un giorno l'apostolo, fuggito da Antiochia, giunse
ad Iconio dove venne ospitato nella casa di un certo Onesiforo il quale, avendo
saputo del suo arrivo, gli era andato incontro con i figli e la moglie. Mentre
l'apostolo insegnava il Vangelo, dalla finestra della casa vicina la vergine
Tecla, che era fidanzata a un uomo di nome Tamiri, lo ascoltava estasiata.
Siccome non si staccava mai dalla finestra, la madre preoccupata avvertì il
fidanzato. «Quest'uomo» gli disse «sconvolge tutta la città di Iconio... A
tutte le donne e ai giovani che vanno da lui insegna: "È necessario temere
l'unico Dio e vivere in castità"». Ma nemmeno Tamiri riuscì a
distoglierla da Paolo. Allora, dopo aver corrotto due discepoli che
accompagnavano l'apostolo ottenendo informazioni sulla sua dottrina, si rivolse
al proconsole che decise di convocare quello straordinario «seduttore». il
quale non fece altro che confessare la sua fede. Fu arrestato e condotto in
prigione dove durante la notte lo raggiunse Tecla che era riuscita a corrompere
il custode donandogli i suoi braccialetti e uno specchio d'argento. Ma lo
spirituale colloquio era destinato a durare poco. Quando furono scoperti, il
governatore fece flagellare Paolo e poi lo scacciò dalla città. Quanto a
Tecla, seguì il consiglio della madre che gli urlava: «Brucia questa iniqua!
Brucia questa nemica del matrimonio in mezzo all'anfiteatro affinché ne abbiano
spavento tutte le donne». Ma la vergine, salita sul rogo, rimase indenne
mentre una nube carica di pioggia e di grandine oscurava il teatro facendo
annegare molti spettatori. Così Tecla poté raggiungere Paolo il quale, insieme
con la famiglia di Onesiforo, viveva in un sepolcro. Voleva ricevere il
battesimo. «Abbi pazienza» rispose l'apostolo. «Presto riceverai l'acqua
purificante.» Trascorso qualche giorno, Paolo rinviò Onesiforo e la famiglia a
Iconio e, presa. con sé Tecla, che aveva voluto seguirlo, la condusse ad Antiochia;
dove malauguratamente un siro di nome Alessandro, uno degli uomini più potenti
della città, si invaghì della giovane che cercava di avere offrendo denaro e
doni all'apostolo. Ma non ottenne se non questa risposta: «Quella donna non
è mia». Allora il giovane tentò di abbracciarla per la strada. Non l'avesse
mai fatto! Tecla cominciò a urlare lacerandogli il mantello e strappandogli la
corona dal capo. Alessandro sdegnato si appellò al governatore che, dopo aver
convocato la donna e aver saputo che era cristiana, la condannò alle fiere.
Ma la leonessa, cui era stata legata, le leccava i piedi come un affettuoso micione.
Il giorno seguente la scena si ripeté con un'altra feroce leonessa che non si
limitò a gettarsi ai suoi piedi ma sbranò, per difendere l'inerme vergine,
una feroce orsa che stava assalendola e infine morì uccidendo un leone. Fu
allora che Tecla volle battezzarsi: vista una fossa d'acqua piena di feroci
foche, «si gettò dentro nel nome di Gesù Cristo e le foche, alla vista dello
splendore di un lampo, galleggiarono morte alla superficie. Attorno a lei si
stese una nube di fuoco tanto che né le fiere potevano toccarla né poteva
essere mirata la sua nudità». La leggenda continua con ondate di nuove fiere
che s'infrangono intorpidite o pacificate ai suoi piedi. Sicché alla fine il
governatore, spaventato e ammirato, dovette lasciarla libera. Quando la
giovane seppe che Paolo si trovava a Myra, prese con sé alcune compagne e dei
giovani, e si recò da lui narrandogli quel che era successo e annunciandogli
che sarebbe tornata nella sua città natale, Iconio. «Va'» le rispose lui «e
insegna la parola di Dio.» Dopo aver visitato Onesiforo e la sua famiglia e
aver salutato con amore la vecchia madre snaturata, che ne aveva chiesto la
morte, Tecla partì per Seleucia dove «illuminò molti per mezzo della parola
di Dio e infine si addormentò in un dolce sonno». Di là dalla leggenda, si
sa che una santa Tecla di Iconio era venerata fin dai prumi secoli in molte città
orientali e occidentali. Il santuario più celebre era quello presso Seleucia,
che ora si chiama Selefide, dove nel V secolo era una grandiosa basilica; ma già
nel secolo precedente la pellegrina Eteria vi aveva trovato un martyrium intorno al quale erano sorti molti monasteri maschili
e femminili. Nell'attuale basilichetta sotterranea e nelle grotte naturali era
il centro più antico di venerazione sebbene non vi fosse il corpo perché,
secondo una leggenda, Tecla, che era vissuta negli ultimi anni in quella grotta,
scomparve penetrando nella roccia che si era richiusa dietro di lei mentre
alcuni persecutori la insegnivano. Secondo il vescovo Basilio di Seleucia, che
nel V secolo scrisse due libri sulla sua vita, santa Tecla era considerata la
protettrice delle scuole che allora fiorivano in quella regione. Alcuni studiosi
tedeschi, come lo Schulze o il Lucius, hanno sostenuto che nella sua figura
rivivessero i culti di Artemide e di Minerva, e non è un'ipotesi del tutto
insostenibile se pensiamo che spesso i nuovi cristiani proiettavano sui santi
certe funzioni esercitate dalle divinità cui avevano creduto fino a qualche
anno prima. In ogni modo il culto di santa Tecla; la cui festa cade il 28
settembre, si disse straordinariamente anche in Italia, tant'è vero che la
seconda cattedrale di Milano, eretta alla fine del IV secolo, era dedicata
proprio alla vergine di Iconio, ritratta nella statua di Nicola da Venezia (XIV
secolo) nell'attuale Duomo con la palma del martirio in una mano e il libro
nell'altra. Nella chiesa di Este, che si era votata a lei durante una
pestilenza, il Tiepolo l'ha rappresentata invece mentre intercede per
l'epidemia. Più fantasiosa è la statua custodita nella chiesa di Maria Buhel a
Salisburgo (1796) dove ai piedi della giovane, che regge nella destra il
crocifisso e nella sinistra la palma, ardono le fiamme e giace il leone della
leggenda.
Potete
leggere tutte le lettere dei due Santi Pietro e Paolo, scaricandole,
stampandole, visitando il sito
nella
sezione “LIBRI” La Sacra Bibbia.