BREVE
CENNI SULLA VITA E IL MARTIRIO DEI
SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
(Festa
26 settembre)
E' stata sempre celebre la memoria dei due Santi fratelli, Martiri insigni di nostro Signore Gesù Cristo, Cosma e Damiano, nella Chiesa tanto Greca che Latina, specialmente per i molti miracoli che il Signore ha operato a loro intercessione, e per mezzo delle loro Reliquie.
Tra
le molte Chiese, che in onore di questi Santi Martiri erano a Dio dedicate
nell'Oriente, assai rinomata fu quella che l'Imperatore Giustiniano fece con
grande magnificenza fabbricare, o piuttosto ampliare ed ornare, nella Città
di Costantinopoli, in riconoscenza e gratitudine, d'aver ottenuta
prodigiosamente la guarigione da una infermità, che l'avea ridotto agli
estremi di sua vita, mediante l'intercessione dei medesimi Santi Martiri, i
quali, apparendogli in visione, gli restituirono la sanità.
Altre
simili guarigioni per mezzo loro concesse dal Signore in quelle parti, si
riportano nelle memorie ecclesiastiche, e principalmente nel secondo Concilio
Niceno.
Quanto
poi alla Chiesa latina, oltre la festa, che essa ha istituita in onore dei
sopradetti Santi Martiri nel dì 27 di settembre, anche nel quarto giovedì di
Quaresima ella implora il loro patrocinio nell'orazione dell'Ufficio e della
Messa; e ciò che è più considerevole e di maggiore gloria dei Santi è
questo, che ogni giorno nel Canone (Preghiera Eucaristica I) della Messa fa
speciale menzione di questi insigni Martiri, il che abbastanza dimostra quanto
grande sia stata sempre anche nell'Occidente la venerazione verso i medesimi, e
quale la fiducia che i fedeli debbano avere nella loro protezione, che non mancò
mai fin dall'epoca del loro glorioso martirio, come riferisce S. Gregario
Turonese. Questo Santo, che visse nel sesto secolo, riporta molte guarigioni
avvenute al suo tempo per mezzo delle loro Reliquie, che si conservano in una
Chiesa dedicata in loro onore nelle Gallie. Finalmente antichissima è in Roma
la Chiesa dei detti Santi Cosma e Damiano, fatta fabbricare nella via Sacra da
San Felice Papa circa l'anno 528.
Egea,
Città dell'Arabia, fu la patria fortunata dei Santi fratelli Martiri Cosma e
Damiano. Nacquero essi da padre e madre cristiani nel secolo terzo. Essendo
ancora fanciulli, restarono privi del padre, morto nelle persecuzioni di quei
tempi calamitosi, e del quale non si conosce il nome, essendo stati i loro
atti, come osserva il Cardinal Boronio nelle note dei Martirologio Romano, e
dopo di lui il Tillemont, nel tom. 3°, alterati e guastati da qualche mano
metafrastica.
La
madre, che aveva nome Teodora, donna di lodevoli costumi, e grande serva di
Dio,cercò, fino dai primi momenti della loro nascita, istillare nel loro cuore
sensi di una soda pietà e di un vero timore di Dio, avvezzandoli ancor teneri
ad un sommo distacco dal mondo, ed alla indifferenza per tutto ciò che esso ha
di pompa e di beni di fortuna, e facendo acquistare loro un sommo attaccamento
alla fede di Gesù Cristo, ed una tenera e filiale devozione verso Maria
Santissima; talché fin dai primi anni essi desiderano di confessare la fede
innanzi ai tiranni, ed avere l'onore di divenire Martiri di Gesù Cristo.
Avea
ancora la pia Teodora, oltre i due suddetti figli Cosma primogenito e Damiano
secondogenito, altri tre figli minori, uno chiamato Antimo, l'altro
Leonzio ed il piccolo Eupreprio. Ben per tempo dalla industriosa e
provvida madre furono i suddetti Cosma e Damiano mandati agli studi d'ogni sorta
di scienza, che nella città di Egea fiorivano in quei tempi, ed essi fecero così
grande profitto, che in breve tempo meritarono di essere specialmente distinti
da tutti gli altri nelle scuole.
Si
applicarono essi specialmente nello studio della medicina, che esercitavano con
straordinario successo, da acquistarsi molta stima e gloria per le guarigioni
stupende che operavano. Ma, alieni essi da ogni lode mondana, ed intenti solo
alla salute spirituale dei loro infermi, che con ogni carità medicavano nel
corpo, ne attribuivano l'onore e la gloria solo a Gesù Cristo, che è la vera
salute.
Erano i nostri Santi molto caritatevoli, e specialmente con poveri, che medicavano per sola pura carità e per amor di Dio, in virtù del quale ordinariamente sanavano; non prendevano danari per le loro visite e guarigioni, per cui con nome greco venivano chiamati Anargiri, che significa senza danari, perché essi non accettavano danari, e, se erano costretti a riceverli dai ricchi, li dividevano immediatamente ai poveri.
Non
può descriversi l'amore, il rispetto, la venerazione, che si accattivarono da
ogni sorta di persone per queste loro cristiane e lodevoli azioni, talché il
loro nome era divenuto celebre da per ogni dove, e la fama del loro sapere e dei
loro santi costumi volava per ogni parte.
Regnando
i crudelissimi imperatori Diocleziano e Massimiano, si accese in quei tempi una
fiera persecuzione contro i Cristiani; per cui furono spediti in diverse partì
vari Governatori e Prefetti per far ricerca di Cristiani nelle province, ed
indurli a sacrificare agli idoli, e se erano costanti nella fede, farli
spietatamente morire.
Fu
spedito in Egea, città dell'Arabia, il Prefetto Lisia, uomo crudele e
nemicissimo dei Cristiani.
Erano
purtroppo noti i due fratelli Cosma e Damiano in quella città, come ferventi
seguaci di Cristo.
I
primi che furono citati a comparire dinanzi al suo tribunale, furono i due Santi
fratelli. Obbedirono subito; ed appena comparsi avanti a lui furono interrogati
di qual paese, di qual provincia, di qual famiglia fossero. - Risposero i Santi
ch'essi erano della città di Egea provincia dell'Arabia, e nati da una famiglia
cospicua e nobile.
-
Qual'è il vostro nome, domandò loro il Prefetto, qual'è la vostra
professione, qual'è la vostra Religione?
-
Io mi chiamo Cosma, rispose il primogenito; questo mio fratello si
chiama Damiano; la nostra professione è di medici, la nostra Religione è la
Cristiana.
-
E perché, soggiunse il Prefetto, avete abbandonati i nostri dei per seguire un
uomo crocifisso, che se fu impotente a salvare sé stesso dalla croce, molto più
sarà impotente a soccorrere voi, se colla vostra disobbedienza incorrerete
nelle pene che il nostro Imperatore minaccia ai Cristiani?
“Noi,
risposero i Santi, siamo stati dai nostri genitori allevati fin da fanciulli
nella Religione cristiana; noi professiamo questa santa Religione, come
l'unica e la vera; e confessiamo Gesù Cristo per nostro vero Iddio, il
quale quantunque fosse apparso debole come noi nel tempo della sua Passione,
pure mai non lasciò di essere Dio onnipotente, e Signore del Cielo e della
Terra.”
-
E se era tale, rispose il Prefetto, perché non si liberò dalla morte, che gli
diedero i
Giudei?
-
“Egli, il nostro Signor Gesù Cristo, risposero i Santi, patì,
perché così volle; e volle spargere tutto il suo Sangue per liberarci dalla
schiavitù del demonio; ma il terzo giorno risuscitò da morte per propria sua
virtù e potenza, mediante la quale ancora ascese al Cielo glorioso e trionfante,
ed ora siede alla destra di Dio suo Padre, e verrà alla fine del mondo a
guidarci delle nostre azioni, e darà il premio d'immensa gloria a chi avrà
creduto e sperato in Lui.”
-
Basta così, ripigliò il tiranno; vi ordino da parte dei nostri Imperatori di
venerare i nostri Dei di Roma, o altrimenti preparatevi a soffrire i più aspri
tormenti ed una morte spietata.
-
Noi, risposero i Santi, non adoriamo i demonii,
né le statue di pietra, di bronzo o di legno, ma adoriamo Gesù Cristo vero Dio
vivente, e che tutto può, e crediamo alla sua santa dottrina.”
-
Ma chi vi ha detto che Gesù Cristo, ripigliò il tiranno, sia vero Dio?
-
I Santi Apostoli, risposero i Santi, ce l'hanno detto e confermato
con i miracoli più stupendi, e l’ hanno comprovato col loro sangue. Ma,
ancorché gli Apostoli non ce lo avessero confermato, noi lo riterremmo
medesimamente per il nostro Dio e Salvatore, giacché la sua dottrina è così
santa e così pura, che nessun altro che non fosse Dio, avrebbe potuto
insegnarla al mondo per la felicità dell'uomo.”
-
Ma l'Imperatore, se voi rinunciate a Cristo, disse il Prefetto, vi farà ricchi
e potenti; voi occuperete le prime cariche dell'Impero, e sarete i più cari
amici suoi. Lasciate adunque questo Cristo, che non può togliervi dalle mie
mani, né liberarvi dalla morte, che avrete fra breve, se pentiti non offrirete
incensi ed adorazioni ai nostri Dei immortali.
-
Noi, risposero i Santi, ci gloriamo dell'umanità
e povertà di Cristo; anzi disprezziamo qualunque onore vi venga fatto, se
deve tornare a detrimento della nostra coscienza; e se l'Imperatore ci dèsse
anche il suo Impero, noi eleggiamo di essere Cristiani; anzi eleggiamo la morte
stessa, dalla quale anche può liberarci Gesù Cristo, se vuole, piuttosto che
vivere per un momento solo senza di Lui.!
Vedendo il Prefetto che niente profittava del cuore di essi, e che perdeva il tempo, fatti loro legare i piedi e le mani, li fece flagellare e battere crudelmente, dilaniandone le carni con pettini di ferro, e, legati com'erano, li fece gettare nel mare.
Mandò
il Signore in aiuto dei suoi servi un Angelo nel profondo del mare, che li
sciolse, li liberò, e salvi li mise sopra la riva senza alcun male.
Lisia,
inteso questo fatto, restò assai stupito; e, non sapendo che Cristo, a cui il
mare e la terra obbediscono, aveva operato un tale prodigio, pensò che i
Santi per arte diabolica si fossero liberati dal mare. Fattili prendere di
nuovo, li fece mettere in prigione, ed il giorno appresso come maghi li condannò
ad essere bruciati.
Fece
dunque accendere una gran fornace di fuoco, e ve li fece gettare dentro. Ma
Iddio rinnovò a pro di essi il miracolo, che aveva operato in Babilonia a
pro dei tre fanciulli Ebrei. Sicché, mentre i nostri Santi, salvi e liberi,
senza neppure bruciati un capello delle loro teste, stavano in mezzo al fuoco
lodando e ringraziando il Signore, che si degnava di operare tali prodigi in
loro favore, la fiamma erompendo dalla fornace, ravvolse ed incenerì molti dei
circostanti per godere dello spettacolo.
Restò
atterrito Lisia, ma non convertito; e li fece distendere sull'eculeo, e slogar
loro tutte le membra. Ma l'Angelo del Signore fu in difesa di essi, ed uscirono
illesi da quel tormento, con molta allegrezza.
Era
il Prefetto confuso, e non intendeva ancora il potere di Dio, e la forza e la
virtù della cristiana Religione; per cui pieno di furore e sdegno, comandò che
fossero legati a due croci, e quivi lapidati.
Ma
che può la forza dell'uomo contro il braccio di Dio? Si lanciavano contro i
Santi nembi di pietre, e nessuna arrivava a colpirli, e molte cadevano sopra a
quegli stessi che le scagliavano, e sopra quelli che rimiravano il crudele
spettacolo.
II
Prefetto attribuì anche tale prodigio a magìa, e comandò che fossero
saettati. Ma le frecce retrocedendo tornavano a ferire quelli che le lanciavano,
senza che pur una arrivasse ai corpi dei Santi.
Tutto
ciò avrebbe dovuto aprire gli occhi al Prefetto, e fargli conoscere la virtù
di Gesù Cristo, e la sua Divinità; ma egli più che mai ostinato, pronunziò
che i due Santi fratelli fossero decapitati.
I
Santi, che null'altro desideravano, che di presto unirsi con Gesù Cristo, con
grande allegrezza sentirono la loro condanna, sicché, dopo aver reso le più
fervose grazie al loro Divin Signore, che si degnava di onorarli colla corona
del martirio, presentarono nudo il collo alle mannaie e, recise le loro teste
nel dì 27 settembre dell'anno del Signore 282, volò il loro spirito beato nel
seno del loro Dio, che tanto avevano amato, per ricevere la corona della gloria
in Cielo.
Accadde
la loro morte nella città' di Egea. I loro corpi furono seppelliti fuori della
città da uomini religiosi e timorati di Dio; di poi furono trasportati in Roma,
e collocati nel magnifico tempio, che San Felice Papa edificò in loro onore e
dove oggi son riveriti con gran devozione per i molti miracoli che Dio si
degna operare per mezzo della loro intercessione.
Solevano
i Cristiani andare in pellegrinaggio alla chiesa di questi Santi Martiri, e,
come dice San Gregorio Turonese, operava Dio nostro Signore molti miracoli per
mezzo loro, e gli infermi che andavano alla loro sepoltura, ritornavano sani.
Alle volte erano gli stessi Santi che loro apparivano in visione e suggerivano
il rimedio alle loro infermità, e adoperandolo, ricuperavano la sanità.
Veneriamo
dunque, con culto religioso, questi due illustri vincitori ed atleti di Gesù
Cristo, ed invochiamo il loro patrocinio, non nelle nostre infermità corporali
solamente, ma nelle infermità spirituali soprattutto, le quali sono più
deplorevoli e richiedono maggiormente la nostra più viva sollecitudine.
Una di queste spirituali infermità, che pur troppo e comune a molti, e assai pericolosa per le anime nostre, si è l'interesse e la cupidigia chiamata da San Paolo « radice e cagione di tutti i mali» . (Tim., c.10). L'esempio dei Santi Cosma e Damiano, i quali erano così distaccati dell'interesse, che nulla prendevano nell'esercizio della loro professione di medicina, per cui erano chiamati Anargici, cioè senza argento, sia a noi di stimolo per disprezzare i beni di questa terra, e per schivare ogni sorta di avarizia. Non ci curiamo di accumulare roba e danaro in questo mondo, da cui presto dobbiamo partire, e lasciar tutto; ma bensì ci prema di farci un tesoro di opere buone, e specialmente di carità, del quale tesoro possiamo godere nell'eterna vita, come ci esorta Gesù Cristo nel Vangelo ( Matth., 6, 20). Insomma stiamo all'avvertimento dell'Apostolo (Tim., 6, 7, 58): « Conteniamoci del vitto e del vestito quotidiano, né cerchiamo altro: perocché nulla abbiamo portato in questo mondo, e nulla porteremo con noi, allorché ne partiremo».