LA PASSIONE DELLE SANTE PERPETUA E FELICITA

PREFAZìONE

I Se gli antichi documenti della fede, che rendon te-stimonianza della grazia di Dio ed edificano l'uomo, sono stati affidati allo scritto, affinché dalla loro lettura, come da una rievocazione dei fatti, derivi onore a Dio e con-forto all'uomo, perché mai allora non si dovrebbe tener nota dei documenti recenti, che pure posson servire al-l'uno e all'altro scopo? Essi pure diventeranno poi an-tichi e utili ai posteri, anche se al tempo presente è loro attribuita minor autorità, a cagione della tradizionale venerazione per le cose antiche.

Coloro che giudicano in base al numero delle genera-zioni la potenza, pertanto sempre uguale, dello Spirito Santo, considerino se non sono più importanti le manife-stazioni più recenti, come lo saranno le recentissime, dato che la grazia deve abbondare sempre più verso le ultime età del mondo. Alla fine dei giorni, dice il Signore, io riverserò il mio Spirito su tutti gli uomini; allora profetizzeranno i loro figli e le loro figlie; river-serò il mio Spirito sui miei servi e sulle mie serve; i giovani avranno delle visioni e i vecchi sogneranno bei sogni.

Così noi riconosciamo e onoriamo, come le antiche profezie, anche le recenti visioni, e tutte le altre mani-festazioni dello Spirito Santo, secondo la promessa di-vina. E le poniamo a fianco dei libri sacri della Chiesa (alla quale pure è stato inviato lo Spirito Santo per ren-dere efficaci tutti i doni secondo la distribuzione che ne fa il Signore). Perciò è necessario che noi mettiamo per iscritto tali manifestazioni e le facciamo leggere a mag-gior gloria di Dio. In tal modo non vi saranno dei deboli di fede o degli sfiduciati i quali credano che la grazia di Dio si sia manifestata soltanto presso gli antichi vuoi nella gloria del martirio vuoi in quella della rivelazione, mentre invece il Signore agisce sempre secondo le sue promesse, come prova di accusa per chi non crede, come dono benefico ai propri fedeli.

Perciò noi annunciamo anche a voi, fratelli e figliuoli, quello che abbiamo udito e toccato con mano "affinché voi che vi avete avuto parte vi sovveniate della gloria di Dio, e voi che ne avete avuto conoscenza dalla narra-zione altrui entriate in comunione con i Santi Martiri, e, per mezzo loro, con nostro Signore Gesù Cristo, cui appartiene la gloria e l'onore nei secoli dei secoli. Così sia.

II Vennero arrestati i seguenti giovani catecumeni: Revocato con Felicita sua compagna di schiavitù; Satur-nino e Secondulo; e con essi anche Vibia Perpetua, di civile condizione, signorilmente educata, sposata secondo le regole delle matrone. Essa aveva ancora padre e ma-dre, due fratelli, uno dei quali parimenti catecumeno, ed un bambinello lattante. Era in età di circa ventidue an-ni. Perpetua ha narrato essa stessa la storia del proprio martirio e ce ne ha lasciato memoria scritta di sua mano e secondo le sue impressioni.        '

 

RACCONTO DI PERPETUA

III Quando ancora, essa dice, eravamo sotto vi-gilanza di coloro che ci avevano arrestate, e mio padre cercava con le sue parole di farmi recedere dal mio pro-posito e, mosso dal proprio affetto, si ostinava a scuo-tere la mia fede, io gli dissi: "Padre mio, vedi, a mo' d'esempio il vaso che sta lì sia esso di coccio o altro?". Egli mi rispose: "Lo vedo".

Ed io a lui: "Forse che si può designare con un nome diverso da quello che esso è?".

Rispose: "No".

Ed io: "Così anch'io non posso chiamarmi in altro modo da'quello che sono: cristiana".

Allora il padre mio esasperato da questa parola, si getta su di me come se volesse cavarmi gli occhi; mi malmenò soltanto, e se ne partì sopraffatto dalle sugge-stioni del demonio. Nei pochi giorni seguenti ringraziai Iddio di essere liberata dalla presenza di mio padre e mi sentii sollevata per la sua lontananza.

In quel periodo di pochi giorni fummo battezzati: e lo Spirito mi fece intendere che non dovevo domandar altro all'acqua lustrale se non la resistenza fisica.

Pochi giorni dopo veniamo rinchiusi nel carcere: ne fui spaventata, non avvezza mai qual ero a tale oscurità. O giorno durissimo! Afa opprimente per la gran massa di gente e ruberie dei soldati. Oltre tutto questo, ero anche angosciata per il pensiero del bambino. Allora i benedetti diaconi Terzio e Pomponìo, che ci assistevano, ottennero, dietro compenso in denaro, che ci fosse con-cesso per qualche ora di rimetterci in un ambiente mi-gliore del carcere. Così, usciti che fummo, ciascuno po-teva attendere a se stesso: io davo il latte al bambino, sfinito per il lungo digiuno: preoccupata per lui, ne parlavo con mia madre, confortavo il fratello, racco-mandavo il figlio; ma mi struggevo vedendo che egli si struggeva per causa mia. Per molti giorni vissi in tali preoccupazioni: poi ottenni che il bambino rimanesse meco nel carcere, e subito ripresi forza, mi sentii libe-ra dalla gravosa preoccupazione per il bambino: il car-cere mi si trasformò in una reggia; mi trovavo meglio lì che in qualsiasi altro luogo.

IV Mio fratello un giorno mi disse: "Signora e so-rella mia, ecco, tu sei ora in tal grado di onore, da poter chiedere a Dio una visione, per sapere se ti attende il martirio o la liberazione".

Ed io che sapevo di poter parlare con il Signore da cui avevo già ricevuto tanti benefici, glielo promisi fi-duciosa, dicendogli: "Domani ne saprai qualcosa".

Richiesi la visione, ed ecco quello che mi fu mostrato.

Vidi una scala di bronzo tanto straordinariamente alta che arrivava fino al cielo, ma così stretta che non vi si poteva salire se non ad uno ad uno, e nelle barre della scala erano infissi ferri di ogni specie. Vi erano spade, lance, uncini, sciabole, spiedi, in modo che chi vi salisse sbadatamente o non tenendo fisso in alto lo sguar-do ne era straziato e lasciava brandelli di carne sui ferri. Ai piedi della scala poi stava accovacciato un drago immenso che tendeva insidie a coloro che salivano e li spaventava affinché non ascendessero. Satiro vi sali per primo: egli si era consegnato spontaneamente successi-vamente, non essendo presente quando eravamo stati arrestati: era stato lui che ci aveva convertiti. Giunse alla sommità della scala, si voltò e mi disse: "Perpetua, ti sostengo io, ma fa' attenzione che quel drago non ti addenti".

• Ed io dissi: "Non mi farà male, nel nome di Cristo".

Ed esso, quasi di me timoroso, cacciò piano piano il capo sotto la scala: io posi il piede sul capo come lo ponessi sul primo gradino, e salii. Vidi allora la distesa immensa di un giardino, in mezzo al quale sedeva un uomo canuto, vestito come un pastore, che mungeva le pecore: gli stavano intorno molte migliaia di persone biancovestite. Alzò il capo, mi vide e disse: "Ben venuta, figliuola".

Mi chiamò a sé e mi diede un boccone del cacio che fabbricava: io lo ricevetti con le mani giunte e lo man-giai: e tutti ì circostanti dissero: "Amen". Al suono di quelle voci mi risvegliai, mentre ancora stavo mangiando non so qual cosa dolce.

Tosto riferii la visione al fratello: e capimmo che ci aspettava il martirio e deponemmo ogni speranza nelle cose di questo mondo.

V Pochi giorni dopo corse voce che avremmo subito l'interrogatorio.

Accorse dalla città mio padre, sfinito dal dolore, salì fino a me per stornarmi dal mio proposito, dicendo: "Abbi pietà, o figlia, dei miei bianchi capelli; abbi pietà di tuo padre se sono degno di essere chiamato da te pa-dre; se con queste mani ti ho sorretta fino al fiore del-l'età; se ti ho sempre preferita a tutti i tuoi fratelli, non condannarmi al disonore degli uomini. Volgi lo sguardo ai tuoi fratelli, alla madre tua, alla zia; guarda il tuo figliuolo che non ti potrà sopravvivere. Rinuncia alla tua risoluzione, non voler la rovina di noi tutti: nessuno di noi potrà più parlare apertamente se ti accadesse qual-che cosa".

Così parlava, come padre, per il suo affetto, e mi ba-ciava le mani e, gettatosi ai miei piedi, piangeva e non mi chiamava più figlia ma signora. Ed io mi rattristavo per la sorte del padre mio, il solo di tutta la mia fami-glia che non avrebbe avuto gioia dal mió martirio: e lo confortavo dicendogli: "Avverrà su quel palco ciò che Iddio vorrà; sappi che noi non siamo in potere di noi stessi, ma in quello di Dio".

Ed egli si allontanò pieno di tristezza.

VI Un altro giorno, mentre si mangiava, fummo trascinati improvvisamente all'interrogatorio. Ed arri-vammo al Foro. La notizia si propagò tosto nelle adia-cenze della piazza e si formò una grandissima folla. Sa-limmo sul palco. Gli altri, interrogati, si dichiararono cristiani. Venne poi la mia volta.

E tosto si presentò mio padre con il figlio mio e mi fece scendere dalla pedana, dicendomi: "Sacrifica, abbi pietà del bambino".

Ed il procuratore Ilarione, che in quel momento era investito del diritto di vita e di morte in sostituzione del proconsole Minucio Tirminiano defunto, disse: "Rispar-mia la canizie di tuo padre, risparmia l'infanzia del tuo bambino. Compi il sacrificio per la salvezza degli Impe-ratori".

Ed io risposi: "Non lo compio".

Ilariano: "Sei cristiana?", domandò.

Risposi: "Sono cristiana".

E siccome il padre era sul punto di gettarmi a terra, per ordine di Ilariano fu strappato via e battuto con le verghe. Fui straziata per quanto era occorso a mio padre come se fossi stata percossa io stessa; fui straziata per la sua misera vecchiaia.

Allora il giudice emana la sentenza e ci condanna tutti alle fiere. Rientrammo lieti in carcere. E poiché il bambino era avvezzo ad attaccarsi al mio seno ed a star meco in carcere, mando tosto il diacono Pomponio a mio padre perché richieda il bambino. Ma mio padre non volle consegnarlo. E, come piacque a Dio, egli non chiese più le mammelle e queste non mi diedero più gra-vezza, sicché non fui angustiata dalla preoccupazione per il bimbo, né dal dolore del seno.

VII Pochi giorni dopo, mentre tutti stavamo pre-gando, improvvisamente, nel bel mezzo della preghiera, mi sfuggi un nome, quello di Dinocrate. Ne fui stupita perché non mi era mai venuto in mente prima d'ora e il pensiero della sua fine mi addolorò. Ebbi tosto la sensa-zione di essere divenuta degna e di dover intercedere per lui: e cominciai a far lunghe orazioni a suo vantaggio ed a sospirare verso il Signore.

Subito nella notte mi fu mostrato quanto segue.

Vedo Dinocrate che sta per uscire da un luogo pieno di tenebre, dove stavano anche molti altri, accaldato e assetato, in abiti sordidi, pallido in volto: ed aveva sulla faccia la piaga per la quale era morto. Era stato Dino-crate un mio fratello carnale, di sette anni, che, amma-lato di cancrena al viso, aveva avuto una fine pietosa, cosicché la sua morte aveva fatto orrore a tutti. Per lui dunque io avevo cominciato a pregare: una grande di-stanza mi divideva da lui, in modo che nessuno dei due. aveva possibilità di avvicinarsi all'altro. E ancora: là dove Dinocrate si trovava era anche una vasca piena d'acqua che aveva l'orlo più alto della statura del fan-ciullo, e Dinocrate vi si stendeva sopra come volesse bere. Ed io provavo dolore perché la vasca conteneva acqua e tuttavia egli non avrebbe potuto bere per l'al-tezza dell'orlo.

Mi svegliai, e capii che il fratello mio soffriva; avevo fiducia però di poter giovare alla sua sofferenza. Ed ogni giorno pregavo per lui, finché passammo nel carcere mi-litare: dovevamo infatti lottare in uno spettacolo milita-re: era vicino il giorno natalizio di Geta Cesare. Per Dinocrate pregai tutto il giorno e tutta la notte con ge-miti e lagrime, perché mi fosse accordata la sua grazia.

VIII In un giorno in cui eravamo tenuti in ceppi, ecco che cosa mi apparve.

Vidi ancora lo stesso luogo che mi era apparso prima, e Dinocrate con il corpo mondo, vestito bene, con aspetto sollevato: dove prima era la piaga, scorgo una cicatrice, e la vasca che avevo veduto allora aveva l'orlo abbassato sino all'ombelico del fanciullo e l'acqua fluiva ininterrot-tamente. Sull'orlo stava un'anforetta d'oro piena d'ac-qua. Dinocrate vi si avvicinò e cominciò a bere da essa e l'anfora non si vuotava. Saziato, prese a giocare con l'acqua divertendosi come fanno i fanciulli.

Mi svegliai, e capii che egli era uscito di pena.

IX Pochi giorni dopo Pudente, un aiutante che so-vraintendeva al carcere, cominciò a tessere le nostre lodi, avendo compreso che una grande forza era in noi: permetteva a molti di venire a trovarci, in modo che ci fosse possibile confortarci a vicenda. Quando poi fu vicino il giorno dello spettacolo, venne da me il padre mio, sfinito dall'angoscia, e cominciò a strapparsi e get-tare per terra ciuffi di barba, a prostrarsi con la faccia al suolo, a maledire i propri anni, a uscire in tali detti che avrebbero commosso qualsiasi creatura. Ed io sof-frivo per l'infelicità della sua vecchiaia.

X Nel giorno precedente a quello del combattimen-to ebbi la seguente visione.

Era giunto il diacono Pomponio alla porta del car-cere e bussava forte: andai a lui e gli aprii: era vestito di candida veste e calzava piccoli zoccoli. E mi disse: "Perpetua, aspettiamo te, vieni".

Mi tenne per mano e cominciammo a camminare per luoghi aspri e tortuosi. Finalmente giungemmo con fa-tica e anelanti all'anfiteatro; egli mi fece entrare nel-l'arena e mi disse: "Non aver paura, io sono qui vicino a te e ti aiuto". E scomparve.

Vidi allora una grande folla, attonita: e, sapendomi condannata alle fiere, mi meravigliavo che queste non mi fossero aizzate contro. Venne verso di me un certo Egiziano, terribile a vedersi, con i suoi aiutanti, per combattere contro di me. Intorno a me vengono giovani di bell'aspetto, aiutanti e partigiani miei.-

« Venni spogliata e diventai maschio: e quei miei fa-voreggiatori cominciarono a spalmarmi d'olio come si fa per la lotta: invece vidi quell'Egiziano ravvoltolarsi nella polvere. E comparve un uomo di straordinaria altezza, tale che superava persino il fastigio dell'antifiteatro, in tunica sciolta, con una striscia di porpora tra le due spalle in mezzo al petto; aveva degli zoccoli svariati fatti d'oro e d'argento, e teneva in mano una verga a guisa di un capo gladiatore e un ramo verde che recava pomi d'oro. Chiese silenzio, e disse: "Questo Egiziano se vin-cerà costei la ucciderà con la spada; se costei vincerà lui riceverà questo ramo". E se ne andò.

Ci accostammo l'un l'altro, e cominciammo a scambiarci colpi: l'Egiziano tentava di afferrarmi i piedi, io lo colpivo in faccia con i calcagni. E mi sentii sollevata in aria, e cominciai a percuoterlo come se io non toc-cassi terra. Ma, quando vidi che la cosa andava per le lunghe, congiunsi le mani intrecciando tra loro le dita, gli afferrai il capo, ed egli cadde bocconi ed io gli calcai il capo. Il popolo cominciò a gridare ed i miei aiutanti a cantare. E mi avvicinai al capo gladiatore e ricevetti il ramo. Egli mi baciò e mi disse: "Figlia, la pace sia con te". Ed io presi a camminare trionfante verso la porta Sanarivaria '.

Mi risvegliai. E capii che non dovevo combattere con le fiere, ma contro il demonio; ma sapevo che mia sareb-be stata la vittoria.

Ho narrato tutto quanto accadde fino alla vigilia del-lo spettacolo; lo svolgimento dello spettacolo stesso, al-tri, se lo vuole, lo scriva...

 

RACCONTO DI SATIRO

XI Ma anche il beato Satiro ci tramandò codesta sua visione, scritta da lui stesso:

Avevamo subìto il martirio, egli dice, ed avevamo lasciato la carne, quando cominciammo ad essere tra-sportati verso l'oriente da quattro angeli le cui mani pe-rò non ci toccavano. Procedevamo non supini e volti al-l'in su, ma come se salissimo per un dolce pendio. Usciti fuori dal primo mondo vedemmo una luce immensa, ed io dissi a Perpetua (essa stava infatti al mio fianco) "Questo è ciò che il Signore ci prometteva: abbiamo ri-cevuto quello che ci era stato promesso".

E mentre siamo portati dagli stessi quattro angeli, ci si apre una grande spianata che assomigliava ad un giardino ornato di alberi di rosa e di fiori d'ogni genere. L'altezza delle piante era come quella dei cipressi e le foglie ne piovevano incessantemente. Nel giardino poi erano altri quattro angeli, più fulgenti dei primi, i quali, quando ci videro, ci fecero onore e dissero ammirati agli altri angeli: "Eccoli, eccoli". Ed i quattro angeli che ci avevano portati, timorosi, ci deposero. E percorremmo con i nostri piedi uno stadio su di una via larga. Là trovammo Giocondo, Saturnino e Artassio che erano stati arsi vivi in quella stessa persecuzione, e Quinto, martire esso pure, morto in carcere. E domandammo ad essi dove fossero gli altri. Gli angeli ci dissero: "Prima venite, entrate e salutate il Signore".

XII Giungemmo vicini a un luogo le cui pareti era-no come costruite con la luce: e davanti alla porta di quel luogo stavano quattro angeli che rivestivano di candide stole quelli che entravano. Entrammo ed udim-mo una voce unissona che diceva incessantemente: "San-to, santo, santo". E sempre nello stesso luogo vedemmo seduto un uomo vecchio, dai capelli bianchi come neve e dal volto giovanile: non ne vedemmo i piedi. A destra e a sinistra stavano quattro anziani, e dietro ad essi molti altri anziani. Ed entrati pieni di ammirazione ci ponem-mo davanti al trono, e quattro angeli ci sollevarono, e lo baciammo ed egli passò la sua mano sulla nostra faccia. E gli altri anziani ci dissero: "Fermiamoci qui", e ci fermammo e ci scambiammo il bacio di pace. E gli an-ziani ci dissero: "Andate e gioite".

Io dissi a Perpetua: "Hai quello che vuoi". Ed essa mi disse: "Sia ringraziato il Signore, affinché come fui lieta nella carne sarò ora lieta qui".

XIII Ed uscimmo di là e vedemmo davanti alle por-te il vescovo Optato a destra, il prete e dottore Aspazio a sinistra; se ne stavano divisi e tristi. Essi si gettarono ai nostri piedi dicendo: "Ristabilite la pace tra noi, per-ché siete partiti e così ci avete lasciati". Dicemmo loro: "Ma non sei tu il nostro padre e tu il nostro sacerdote? Perché vi gettate ai nostri piedi?". E presi di compas-sione li abbracciammo.

Perpetua cominciò a parlar con loro in greco, e ci appartammo con essi nel giardino sotto le piante di rosa. E mentre si parlava con essi, gli angeli dissero loro: "Lasciate che costoro si riposino: se avete qualche di-vergenza tra voi, perdonatevi a vicenda". E li rimprove-rarono e dissero ad Optato: "Correggi il tuo gregge; per-ché essi accorrono a te come se tornassero dal circo e disputassero a proposito dei vari partiti".

Ci parve che volessero chiudere le porte. Ed ivi co-noscemmo molti fratelli, e anche Martiri. Tutti eravamo nutriti da un profumo indicibile che ci satollava. Allora pieno di gioia mi risvegliai ..

 

RACCONTO DELL'ANONIMO

XIV Queste sono le visioni più importanti degli stessi Martiri Satiro e Perpetua, scritte da loro stessi. Quanto a Secundolo, il Signore lo chiamò ad un trapasso antici-pato da questo mondo, quando ancora era in carcere, facendogli la grazia di non essere martirizzato dalle fiere. Se non il suo spirito, certo la sua carne conobbe la mi-naccia della spada.

XV Quanto a Felicita poi, così essa sperimentò la grazia del Signore. Era già nell'ottavo mese di gravidan-za (era stata arrestata quando già era incinta), e all'av-vicinarsi del giorno dello spettacolo si rattristava gran-demente al pensiero che per le sue condizioni - non es-sendo lecito eseguire sentenza su una donna gravida - sarebbe stata rimandata ad altra occasione e avrebbe dovuto allora versare il proprio sangue santo e innocente in mezzo a dei criminali. Anche i compagni di martirio rimpiangevano assai di dover abbandonare una così buo-na sorella, come una compagna di viaggio lasciata sola lungo il cammino della comune speranza. Uniti in un unico gemito, tre giorni prima dello spettacolo, tutti in-nalzarono preci al Signore. E, subito dopo la preghiera, Felicita fu sorpresa dai dolori. E poiché per le difficoltà naturali dell'ottavo mese soffriva durante il parto e si lamentava, uno degli assistenti dei guardiani le disse:

Se ora ti lamenti così, che cosa farai quando sarai esposta alle fiere che disprezzavi quando non hai voluto sacrificare?

Essa rispose:

Ora, chi soffre quello che soffro sono io; allora in-vece sarà; un altro che soffrirà in me per me, poiché an-ch'io soffrirò per lui ..

E così partorì una bambina che una sua sorella allevò come figlia propria.

XVI Ma poiché lo Spirito Santo permise -, e, permet-tendolo, volle - che fosse narrato per esteso anche lo svolgersi dello spettacolo, per quanto ci sentiamo inde-gni di completare la descrizione di tanta gloria, pure adempiremo l'ordine, anzi, il fidecommesso di Santa Per-petua, aggiungendo una sola prova della sua costanza e dell'elevatezza dell'animo suo. Poiché il tribuno, sulla base di avvertimenti ricevuti da gente stoltissima, teme-va che i prigionieri fossero fatti evadere dal carcere in virtù di qualche arte magica e li trattava troppo dura-mente, Perpetua lo affrontò dicendo:

Perché non permetti qualche sollievo a noi che sia-mo dei condannati tanto nobili, da esser destinati a com-battere nel giorno natalizio di Cesare? O non torna pure a tua gloria se siamo presentati in più floride condi-zioni?.

Stupì, arrossì il tribuno, e comandò che fossero trat-tati più umanamente e fosse permesso ai fratelli di lei e ad altri di visitarli e di dar loro qualche sollievo. Già lo stesso sovraintendente del carcere era diventato un credente.

XVII Anche nel giorno precedente quello del marti-rio, mentre erano riuniti per quell'ultimo pasto che si chiama cena libera, ma che essi, in quanto possi-bile, trasformarono in agape, con la stessa fermezza rivolgevano la parola al popolo, minacciando il giudizio di Dio, attestando la felicità del proprio martirio, mot-teggiando la curiosità di tutti quelli che venivano a ve-derli: e Satiro diceva:

Non vi basta il giorno di domani? Perché siete così smaniosi di vedere ciò che odiate? Oggi amici, domani nemici. Però fissatevi bene in mente le nostre facce; perché possiate riconoscerle in quel giorno.

Così tutti se ne partivano pieni di stupore, e molti di essi credettero.

XVIII Brillò il giorno della loro vittoria e dal carcere passarono all'anfiteatro come verso il cielo, ilari, com-posti in volto, trepidanti, se mai, di gioia non di paura. Veniva per ultima Perpetua, la faccia luminosa, tran-quillo l'incesso, come una matrona di Cristo, come una prediletta di Dio; con il fulgore dei propri occhi obbli-gava tutti gli spettatori ad abbassare gli sguardi. Così pure Felicita, esultante di essere uscita salva dal parto per poter affrontare le fiere, di andare da sangue a san-gue, dall'ostetrica al reziario, pronta a purificarsi dopo il parto con un secondo battesimo.

Entrati che furono, poiché si voleva costringerli ad indossare: gli uomini, l'abito dei sacerdoti di Saturno, le donne quello delle sacerdotesse di Cerere, la nata li-bera (Perpetua) si oppose con fermezza fino all'ultimo. Diceva infatti:

Siamo giunti fin qui di nostra piena volontà affin-ché la nostra libertà non fosse menomata: vì abbando-nammo la nostra vita per non far nulla di ciò: questo pattuimmo con voi ..

L'ingiustizia s'inchinò dinnanzi alla giustizia; Il tri-buno concesse che fossero introdotti nell'arena sempli-cemente come erano vestiti.

Perpetua cantava, quasi già calcasse il capo dell'Egi-zio. Revocato, Saturnino e Satiro rivolgevano minacce agli spettatori. Quando giunsero davanti a Ilariano co-minciarono a significargli con gesti e con cenni del capo:

Tu, noi; te, poi, il Signore ...

Furibondo il popolo allora chiese che fossero battuti con le verghe dai cacciatori dell'anfiteatro posti in fi-la; ed essi si compiacquero di conseguire già qualcuna delle sofferenze subite dal Signore.

XIX Ma colui che aveva detto: Chiedete e riceve-rete ad essi, che avevano chiesto, concesse la morte che ciascuno aveva desiderato. Infatti se talvolta nei lo-ro discorsi parlavano delle proprie aspirazioni al marti-rio, Saturnino dichiarava di voler essere esposto a tutte quante le fiere, e ciò per riportarne una corona più glo-riosa. E così egli e Revocato all'inizio dello spettacolo, dopo esser stati attaccati da un leopardo, ancora sul pal-co furono dilaniati da un orso. Satiro invece non aveva in orrore che l'orso; si augurava di essere finito dal pri-mo morso di un leopardo. Fu presentato ad un cinghia-le, ma la bestia, rivolgendosi al cacciatore che gli pre-sentava il Martire incatenato, lo sventrò, che morì qualche giorno dopo; Satiro fu solo trascinato per l'a-rena. E quando fu esposto legato sul palco ad un orso, l'orso non volle uscire dalla cavea. Così Satiro, illeso una seconda volta, venne fatto rientrare.

XX Per le due giovani donne il diavolo preparò una vacca ferocissima, contrariamente quindi ad ogni con-suetudine, volendo opporre loro una bestia dello stesso sesso. Vennero dunque spogliate e presentate avvolte in piccole reti. Inorridì il popolo nel vedere che l'una era una donna delicata, l'altra recente di parto e stillante latte dalle mammelle. Furono perciò richiamate e rivestite di tuniche senza cintura.

Perpetua per la prima venne lanciata in aria e ricad-de sul fianco. Rimessasi a sedere, riportò la tunica strap-pata a ricoprire la coscia, preoccupata più del pudore che del dolore. Poi, cercato uno spillone, riacconciò i capelli disciolti; non era decoroso che una Martire in-contrasse il martirio con le chiome sparse, per non sem-brare in lutto nella propria gloria. Così si rialzò, e, avendo visto Felicita prostrata, le si avvicinò, le diede la mano e la risollevò. Ambedue ristettero in piedi.

Vinta la durezza del popolo, furono rimandate alla porta dei viventi. Ivi Perpetua venne accolta da un tale Rustico, allora catecumeno, che le era devoto; come ri-svegliata dal sonno (tanto era stata in spirito e in esta-si) cominciò a guardarsi attorno e fra lo stupore di tutti disse:

Quando saremo presentate a quella vacca, non só ben quale?

E sentendo dire che ciò già era avvenuto, non credette se non quando riconobbe nel corpo e nell'abito i segni dell'aggressione. Chiamò poi il fratello e quel catecume-no e così parlò loro:

State saldi nella fede, amatevi reciprocamente e non lasciatevi turbare dalla nostra passione. ..

XXI Ad un'altra porta Satiro parimenti faceva co-raggio al soldato Pudente, e diceva:

E' certo, insomma, che, come presumevo e come pre-dissi, finora non sono stato toccato da alcuna fiera. Ed ora, credi con tutto il cuore: ecco gli vado incontro e sarò finito da un solo morso del leopardo.

Tosto, lo spettacolo essendo quasi terminato, gli venne aizzato contro un leopardo, e con un solo morso fu ir-rorato da tanto sangue che la folla gli gridò dietro, co-me a ricordo di un secondo battesimo: Salvato dal ba-gno! Salvato dal bagno!

E certamente era salvo colui che aveva preso quel bagno.

Allora Satiro disse al soldato Pudente:

Addio, e ricordati della fede e di me: queste grida non ti conturbino, ma ti confermino.

Poi si fece dare l'anellino che teneva al dito, lo im-merse nella propria ferita e glielo restituì, lasciandogli così in eredità un ricordo e un pegno del proprio mar-tirio. Poi, già quasi esanime, viene steso a terra con gli altri per essere sgozzato al posto prestabilito. Ma poiché la plebaglia li richiamava al centro dell'arena per rendere i propri occhi complici dell'omicidio, men-tre con la spada si trafiggevano i loro corpi, essi spon-taneamente si rialzarono e si portarono là dove il po-polo li voleva, ma prima si baciarono per consumare il martirio in rito di pace. Immobili e in silenzio rice-vettero il colpo: davanti a tutti Satiro che, nella visione, era salito per il primo sulla scala e per primo esalò lo spirito: poiché egli doveva sorreggere Perpetua.

Perpetua, a sua volta, per assaporare il dolore, trafitta tra le ossa mandò un lamento e guidò essa stessa verso la propria gola la mano incerta del gladiatore novizio. Forse donna siffatta, che incuteva timore allo spirito del male, non avrebbe potuto essere uccisa se essa stes-sa non l'avesse voluto.

O santissimi e beatissimi Martiri! O veramente chia-mati e prescelti nella gloria del nostro Signore Gesù Cristo! Chi questa gloria esalta, onora e adora deve leg-gere ad edificazione della Chiesa questi esempi, non in-feriori agli antichi, affinché anche codeste nuove mani-festazioni di santità testifichino che lo Spirito Santo, sempre uno ed identico, continua ad operare ancor oggi e, con Lui, Iddio Padre Onnipotente e il Figliuol suo Ge-sù Cristo nostro Signore, a cui appartiene la gloria e la sovrana potenza nel secolo dei secoli. Così sia.

 

ATTI DEL MARTIRIO DELLE SANTE PERPETUA E FELICITA

I Scoppiata, durante il consolato di Valeriano e Gal-lieno, la persecuzione, vennero arrestati in Africa, nel-la città di Tuburbio, i venerabili giovani Satiro e Satur-nino, fratelli; Revocato con Felicita sua sorella; e Per-petua, che era di famiglia nobile, aveva padre e madre, due fratelli e un figlio lattante (essa infatti era nell'età di ventidue anni).

Il proconsole Minucio disse loro:

I principi invittissimi Valeriano e Galieno hanno da-to ordine che sacrifichiate.

Satiro rispose:

Noi non lo faremo, perché siamo cristiani.

Il proconsole li fece rinchiudere in carcere; l'ora in-fatti era trascorsa.

II Il padre di Perpetua, quando seppe che essa era stata arrestata, corse al carcere e, non appena la vide, disse:

Che cosa mai facesti, o figlia? Hai portato il disoo-nore sulla tua famiglia. Nessuno mai della nostra fami-glia è stato messo in carcere.

Perpetua allora gli disse:

Padre....

Ed egli rispose:

Ebbene, o figlia?

Perpetua disse:

Ecco, vedi, a mo' d'esempio il vaso che sta lì, sia esso di coccio o di qualsiasi materia?.

Ed egli rispose:

Lo vedo. Che c'entra?

Perpetua disse:

Forse che si può designare con altro nome di quello che è?

Ed egli rispose:

No.

Perpetua disse:

Così anch'io non posso avere un nome diverso da quello che sono: cristiana.

Udita quella parola il padre si avventò su di lei, vo-lendo cavarle gli occhi: e gridando, conturbato, se ne usci.

III Furono tenuti in carcere per molti giorni, passati pregando ed élevando suppliche a Dio senza intermissio-ne; e Santa Perpetua, avendo avuto una certa notte una visione; la espose nel giorno che seguì ai santi compa-gni di martirio così dicendo:

Vidi questa notte in visione una scala di bronzo, straordinariamente alta fino al cielo; ed era così stretta che non si poteva salire se non uno alla volta. A destra poi e a sinistra erano infissi coltelli e spade in ferro, in modo che nessuno poteva guardare intorno a sé, ma solo al cielo. Sotto la scala si nascondeva accovacciato uno spaventoso drago di grande corpo, tanto che cia-scuno era trattenuto dal salire per paura di lui. Vidi anche che Satiro saliva fino alla sommità della scala, e guardava in giù a noi, diceva: "Non vi spaventi il dra-go che sta in basso; confortati nella grazia di Cristo, salite senza paura per poter aver parte meco".

Vidi anche vicino alla scala un vasto giardino pieno di verzura e ameno: e nel mezzo di esso stava seduto un vecchio in abito di pastore, che mungeva le pecore, e torno torno, in piedi, una moltitudine biancovestita: quando egli ci vide, ci chiamò a sé e diede a noi tutti da gustare prodotti del latte. E quando li ebbimo gustati la turba dei biancovesttti rispose: "Amen". E fui sve-gliata al suono di quelle voci.

E quando essi ebbero ascoltato questo, ed ebbero rin-graziato convenientemente il Signore, conobbero dalla rivelazione della beatissima Perpetua di essere resi de-gni della corona del martirio.

IV In seguito si presentò il proconsole Minucio, e, seduto davanti al tribunale, li fece condurre fuori e dis-se loro:

Sacrificate agli dèi; questo è l'ordine degli Impera-tori.

Satiro rispose:

A Dio bisogna sacrificare, e non agli idoli.

Il proconsole disse:

Rispondi per te o a nome di tutti?

Satiro disse:

A nome di tutti perché uguale volontà è in tutti noi.

Il proconsole chiese a Saturnino, Revocato, Felicita ed a Perpetua:

Che cosa dite voi?

Ma essi risposero:

E' vero: uguale volontà è in tutti noi.

Il proconsole fece allontanare le donne, e disse a Sa-tiro:

Sacrifica, o giovane, non ti credere di essere migliore dei principi.

Satiro rispose:

Io credo di essere migliore davanti al vero principe di questo secolo e del futuro, se meriterò di soffrire nel combattimento.

Il proconsole disse:

Convinciti, o giovane: sacrifica.

Satiro rispose:

Non lo farò.

Il proconsole disse a Saturnino:

Almeno tu, o giovane, sacrifica, sì che tu possa vi-vere.

Saturnino rispose:

Sono cristiano, non mi è lecito farlo.

Il proconsole disse a Revocato:

Anche tu forse segui la decisione di costoro?

Revocato rispose:

Concordo perfettamente nel loro desiderio per amor di Dio.

Il proconsole disse:

Sacrificate, affinché io non debba condannarvi a morte.

Revocato rispose:

Noi preghiamo Iddio appunto di meritarlo.

V Il proconsole ordinò che fossero portati via e che si presentassero Felicita e Perpetua.

E disse a Felicita: • Come ti chiami? .. Rispose:

Felicita.

Il proconsole chiese:

Hai un marito?

Felicita rispose:

Ne ho uno che ora disprezzo.

Il proconsole disse:

Dov'è?.

Felicita rispose:

Non è qui.

Il proconsole disse:

Di quale condizione è? ».

Felicita rispose:

Plebea.

Il proconsole disse:

Hai genitori?

Felicita rispose:

No: però Revocato è mio fratello. Del resto non po-trò avere genitori più illustri di costoro.

Il proconsole disse:

Abbi pietà di te stessa, o giovane; e sacrifica per continuare a vivere, tanto più che, a quanto vedo, tu porti un infante nel tuo seno.

Felicita rispose:

Io sono cristiana; e sono stata ammaestrata a di-sprezzare tutto ciò, per amor di Dio.

Il proconsole disse:

Pensa a te: io sento compassione di te.

Felicita rispose:

Fa' pure quello che vuoi; non potrai persuadermi.

Il proconsole disse a Perpetua:

E tu, che dici, Perpetua? Vuoi sacrificare?

Perpetua rispose:

Io sono cristiana e perseguo il significato del mio nome per divenir perpetua.

Il proconsole disse:

Hai genitori?

Perpetua rispose:

Sì.

VI Avendo avuto notizia dell'interrogatorio, i geni-tori di lei, padre e madre, i fratelli, il marito anche, in-sieme con il suo bambino che era lattante si presenta-rono, essendo di famiglia nobile. E il padre, vedendola in piedi davanti al tribunale del proconsole, si lasciò ca-dere con la faccia a terra e disse:

Figlia, anzi, non figlia ma signora, abbi compassione dei miei anni, del padre tuo, se pure merito di esser det-to padre; abbi compassione della madre tua, che ti ha fatta arrivare a questo fiore dell'età; abbi compassione dei tuoi fratelli e di questo infelicissimo tuo marito; al-meno di questo bambino che non ti potrà sopravvivere. Recedi da codesta idea; nessuno di noi potrà continuare a vivere dopo te, poiché nulla di simile avvenne nella mia famiglia.

Ma Perpetua rimaneva immobile, e, guardando il cie-lo, disse al padre:

Non temere, padre. Tua figlia Perpetua, se tu non ti opponi, sarà una figlia perpetua.

Il proconsole le disse:

Ti commuovano, ti diano dolore le lagrime dei tuoi genitori, specialmente la voce del tuo figlioletto.

Perpetua disse:

Le loro lagrime mi potranno commuovere quando mi si troverà diventata straniera nel cospetto di Dio e nel-la comunione di questi Santi, con i quali, secondo la mia visione, io sono congiunta come con buoni fratelli.

Il padre poi, ponendole al collo il bambino, egli stesso con la madre e il marito prendendole le mani, piangen-do la baciavano, dicendo:

Abbi pietà di noi, figlia, vivi con noi.

Ma ella scostando il bambino e respingendo i suoi, disse:

Allontanatevi da me, artefici di iniquità; io non vi conosco: non posso ritenervi più grandi e più buoni di Dio, che si è degnato di guidarmi a questa gloria.

VII Vedendo la loro irremovibilità, il proconsole ema-nata la sentenza, ordinò che Satiro, Saturnino e Revo-cato, dopo essere stati flagellati, Perpetua e Felicita, do-po essere state schiaffeggiate, fossero rinchiusi in carce-re in attesa di essere esposte alle, fiere nel giorno na-talizio di Cesare'.

E mentre erano in carcere Perpetua ebbe una seconda visione: un Egiziano spaventoso e nero che giaceva ai loro piedi ravvoltolandosi: e la riferì ai santi fratelli e compagni di martirio. Ed essi intendendone il significato ringraziarono il Signore che, debellato il nemico del ge-nere umano, li aveva ritenuti degni della gloria del martirio.

VIII Pieni di tristezza per la sorte di Felicita, che era nell'ottavo mese di gravidanza, s'accordarono di In-nalzare tutti insieme preghiere a Dio per lei. E mentre pregavano, improvvisamente partorì una creatura viva. Ed uno dei guardiani le disse:

Che cosa farai quando sarai nell'anfiteatro se non puoi sopportare ora questi dolori? ..

Felicita rispose:

Qui soffro io, là invece il Signore soffrirà per me.

IX Quando dunque giunse il natale di Cesare, si eb-be un grande concorso di popolo all'anfiteatro per ve-derli. Il proconsole si fece avanti e comandò che essi fossero condotti nell'anfiteatro.

E, mentre essi s'avanzavano, anche Felicita li seguiva: dal sangue della carne essa era condotta al sangue della salvezza, dall'ostetrica alla spada; e, dopo i lavaggi del parto, meritò di essere lavata di nuovo nell'effusione di un bagno di sangue.

Fra i clamori della folla vennero posti nel mezzo del-l'anfiteatro, nudi, le mani legate dietro il tergo; rila-sciate fiere diverse, Satiro e Perpetua vennero divorati dai leoni.

Saturnino invece, sottratto agli orsi, fu ucciso di spa-da; Revocato e Felicita ebbero dai leopardi il compi-mento del glorioso combattimento.

Di questi illustri e beatissimi Martiri che, imperando Valeriano e Gallieno, subirono il martirio in Africa, nel-la città di Tuburbio, il giorno 7 di marzo, sotto il pro-console Minucio, leggete dunque gli atti, invocandone fedelmente la memoria, nella chiesa - o santissimi fra-telli - ad edificazione comune, pregando la divina mise-ricordia che, per le orazioni loro e di tutti i Santi, si prenda pietà di noi, si degni di farci loro compagni, a gloria e lode del suo nome, benedetto nei secoli dei se-coli. Amen.

Tratto da: "Apologia del Cristianesimo" Tertulliano - Biblioteca Universale Rizzoli 1956.