SANTA VERONICA DA BINASCO

(Si festeggia il 13 gennaio)

 

Secolo di luci ed ombre il decimo-quinto, secolo di grandi invenzioni come la stampa, la polvere da sparo e la scoperta del nuovo mondo, secolo di grandi artisti, letterati e santi, ma anche secolo di paganesimo risorgen-te, di scismi, di eresie e di gravi scan-dali nella Chiesa. La nostra patria bella era continua-mente devastata dal passaggio di eser-citi stranieri e di compagnie di ventu-ra, mentre il governo aumentava ognor più i balzélli e le vessazioni delle tasse. In questa situazione lacrimevole, nello strato sociale più misero e indife-so, che era allora quello dei contadini, nacque nel 1445, nella cascina Cico-gnola di Binasco (Milano), la nostra beata. I suoi genitori, Zanino e Giaco-mina Negroni, poveri di beni materia-li, ma ricchi di singolare pietà, portan-dola al sacro fonte battesimale, le imposero il nome di Giovanna. Ciò perché S. Giovanni Battista era molto venerato in quei tempi a Binasco, essendo il titolare della cappella ducale del munito castello dei Visconti. Giovanna crebbe come le altre contadinelle di quell'epoca: illetterata ma particolarmente buona, incline alla preghiera e assidua alla chiesa. Appena l'età lo permise, fu avviata al lavoro dei campi, ma qualsiasi atti-vità svolgesse, tutto era compiuto con serenità e gentilezza. Tuttavia alla giovinetta di Binasco, una voce dolce e affascinante le parla-va in cuore: era la voce di Dio, che la chiamava al silenzio di un monastero per meditare la Passione di Cristo e perfezionarsi nella virtù. Così, quando Giovanna ebbe com-piuto i diciotto anni, ella decise di rea-lizzare la sua vocazione e, dopo aver moltiplicato le preghiere e i digiuni, si presentò al monastero di S. Orsola in Milano, domandando di venire accol-ta. Purtroppo, per motivi inspiegabili ricevette una decisa ripulsa, per cui dovette ritornarsene alla Cicognola e riprendere i consueti lavori dei campi. Ma una simile cocente delusione, anziché abbatterla, le accresce nell'ani-ma una più ardente vocazione, cosic-ché ella rivolse nuovamente i suoi timidi passi verso Milano e, questa volta, bussò al monastero agostiniano di S. Marta. Questa comunità monastica gode-va allora fama di rigida disciplina e di notevole santità: aveva abbracciato la regola di S. Agostino per opera della prima superiora, l'aristocratica milane-se suor Margherita Lambertenghi, alla quale era apparsa la Madonna indican-dole la forma del velo da porre sul capo. La nostra beata si presentò dunque al monastero di S. Marta, venne rice-vuta cortesemente da suor Michelina, superiora successa alla Lambertenghi ma venne rimandata a Binasco, con vaghe speranze, poiché non sapeva leggere. Si applicò allora Giovanna allo stu-dio, senza trascurare per questo le fac-cende domestiche e di lavori campe-stri, ma mancando di una guida, ne ricavò assai scarso profitto. Finché, una mattina di domenica, mentre ella se ne stava tutta sola nella sua came-retta di Cicognola, avvicendando la preghiera ai tentativi di lettura, le appararve la Madonna che le disse: "Non ti crucciare troppo per imparare a leggere: ti bastino tre lettere, ma cerca di conoscerle bene. Una è bian-ca, e significa la purezza; l'altra è nera, e simboleggia la penitenza; la terza è rossa, e raffigura la passione di Nostro Signore". Ciò detto la celaste visione scom-parve, lasciando Giovanna piena di letizia, che da quel dì curò soprattutto di approfondire le virtù rappresentate dalle tre simboliche lettere. Tra-scorsero così tre anni di prove, di spe-ranze e di desideri, ma finalmente le monache di S. Marta ruppero ogni indugio e, nel 1466, accolsero, nella loro comunità, Giovanna Negroni che, prendendo il sacro velo, mutò il suo nome in quello di Veronica. In convento suor Veronica da Binasco fece rapidi progressi nella virtù: portava il cilicio, digiunava a pane ed acqua tre volte la settimana, tutto però con l'assenso del suo con-fessore, il padre Taddeo Alciati mila-nese, uomo di grande dottrina e pietà, il quale però e proibì di alzarsi di notte a pregare come ella, nel suo grande fervore, avrebbe voluto. La vita della B. Veronica, nel chio-stro fu tutta un ascendere verso la perfezione, ma se ciò era graditissimo a Dio, non lo era affatto al demonio, il quale la tormentava continuamente, sia apparendole sotto forma di animali feroci che tentavano di sbranarla, sia lanciandole sassi o bastonandola, lasciandola sovente semiviva al suolo. Una notte apparvero alla beata parecchi demoni e, mentre essa cerca-va di sfuggirli uscendo dalla sua cella, la precipitarono giù per le scale, con grande rumore. Un'altra volta, mentre tornava dal-la questua con un cesto di uova ricevu-te in elemosina, mentre passava sopra un ponte, il demonio la precipitò nel fosso sottostante, ma per la protezione del Signore, ella non si fece alcun male, né alcun uovo si ruppe. Inoltre la nostra beata era devotis-sima della Passione di Gesù, tanto è vero che entrando in religione aveva preso il nome di quella fortunata donna che aveva asciugato il volto al Salvatore mentre saliva il Calvario, ricevendone le sacre sembianze im-presse in un lino. Capitò che un giorno, dopo la recita del Mattutino, le apparve Gesù crocifisso, tutto grondante sangue, che la eccitò a meditare continuamente la sua Passione dicendole: "Senti, fi-gliuola, io userò misericordia a tutti coloro che saranno devoti dei miei dolori, li salverò dalla dannazione eterna e darò loro il tempo di conver-tirsi prima di morire". Gesù appariva sovente alla nostra beata, ora nelle sembianze di Bam-bino, ora agonizzante sulla croce, ora glorioso e trionfante. Altre volte le appariva la Madonna che le insegnò a leggere. S. Giuseppe, S. Ago-stino, il suo angelo custode e generalmente gli angeli le erano familiari e le portavano doni, come un pane misterio-so, o un ramoscello d'ulivo, o una penna d'argento che an-cora si conserva a Binasco. Nutriva pure una tenera de-vozione verso le anime del Purgatorio e si teneva in comunicazione con loro. Veronica era anche devo-tissima della SS. Eucaristia e una notte, dopo l'ottava del Corpus Domini 1493, un an-gelo la invitò a recarsi in chiesa dove lo stesso Gesù la comunicò di sua mano. La beata fu perfino molto ammirata dai grandi del suo tempo. Il duca di Milano Ludovico il Moro la visitava sovente con la sua consorte Beatrice d'Este e Veronica aveva per tutti salutari avvisi, quando non erano coraggiosi rimbrotti. Anche Roma fu meta dell'apostolato della beata, inviata dal Signore per una misteriosa missione pres-so il papa Alessandro VI. NeI settembre del 1495 ella si mise in viaggio      caval-cando un somarello accompagnata da una consorella e da quattro uomini che, per devozione, le fecero scorta nel lungo e pericoloso cammino. -Fece sosta a Piacenza e a Firenze visitando chiese e conventi, poi a Ro-ma impiegò gli otto giorni d'attesa dell'udienza pontificia, peregrinando nelle basiliche e nei santuari per vene-rare le preziose e numerose reliquie insigni custodite nell'Urbe. Col sommo pontefice ebbe un lungo colloquio privato, del quale non si seppe mai nulla, soltanto, nel conge-dare l'umile suora, il papa disse ad alta voce ai presenti: "Fate onore a questa donna, perché è una santa". Di ritorno nel suo monastero di S. Marta a Milano, le si accrebbero i mali fisici, poiché una tisi indomabile anda-va consumando il suo fisico affranto dalle penitenze e dai digiuni. Infine, verso la sera del venerdì 13 gennaio 1497, secondo quanto ella stessa aveva predetto, spirò suor Veronica Negroni da Binasco: aveva cinquantadue anni d'età e trenta di vita religiosa. La salma della beata venne esposta nella chiesa pubblica del monastero, il popolo accorse numeroso a venerarla ed i funerali furono molto solenni per l'intervento del capitolo del Duomo. Il corpo della B. Veronica venne tumulato in un luogo piuttosto alto, nel coro delle monache. La solenne beatificazione della vergine binaschina avvenne il 15 dicembre 1517, per opera del sommo pontefice Leone X. Soppresso nel 1793, per ordine di Napoleone Bona-parte, il convento di S. Marta e disper-se le Agostiniane, le venerate reliquie della B. Veronica vennero ritirate alla Curia Arcivescovile di Milano, ed il 13 giugno 1812 trasferite nella chiesa parrocchiale di Binasco dove tuttora si custodiscono con grande devozione. Molti furono i biografi della beata. Prima, fra tutti, suor Taddea de' Bo-nalis, consorella di Veronica nel chio-stro milanese e sua confidente, tanto da apprendere dalla stessa beata i se-greti delle celesti apparizioni. Più diffusa fu la narrazione di un'altra monaca, suor Benedetta che compose una biografia della beata in tre volumi. Ma il più famoso biografo della B. Veronica fu il padre domenicano Isidoro Isolani, del convento milanese di S. Maria delle Grazie: celebre teologo, filosofo e valente oratore. La sua bell'opera, scritta nel 1518 e dedicata ai reali di Francia, allora reg-genti il ducato di Milano, reca il pomposo titolo:  INEXPLICABILIS MYSTEKII GESTA BEATAE VERONICAE VIRGIMS PRIVECLARISSIMI MONASTERII SANCTAE MARTIIAE URBIS MEDIOLANI SUB OBSERVATIONE REGULAE DIVI AUGUSTINI CUM GRATIA ET PRIVILEGIO. Ma tutti gli scrittori mi-lanesi trattarono della B. Veronica: Paolo Morigia nella sua Nobiltà di Milano (1595), il cardinale Federico Borromeo nel suo Philagios (ossia l'amante della santità), il Latuada nella sua Descri-zione di Milano (1733), il Sormani nei Passeggi storici, topografici, critici nella città di Milano (1752), nonché di-versi dottori della Biblioteca Ambrosiana dell'Ottocento e del primo Novecento.