SANTA VENERA

 Fra le tante vergini sante siciliane protagoniste di miracoli e di prodigi Venera, patrona di Acireale, ebbe il carisma della predicazione, insolito in una donna dei primi secoli. Morì martirizzata nella Gallia ma le sue reliquie furono progressivamente traslate nell'isola.

Passeggiando per Acireale ci si imbatte continuamente in testimonian-ze su santa Venera che, secondo quanto si racconta, preservò più volte la cittadina di cui è patrona dalle eruzioni dell'Etna e limitò i danni dei tanti terremoti della zona, come quello del 1693 che distrusse quasi completamente Catania. La sua cappella barocca nel Duomo, costrui-ta fra il 1658 e il 1687, dove se ne conservano le reliquie insieme con la statua d'argento di Mario d'Angelo, è decorata dai settecenteschi af-freschi e dalla pala d'altare di Antonio Filocamo; mentre in sacrestia si custodisce il fercolo d'argento che sfila nella processione del 26 luglio, festa liturgica della santa. Anche le celebri terme le sono dedicate per-ché traggono l'acqua dalla sorgente di Santa Venera al pozzo, presso le antiche terme romane Xiphoniae, dove lei si recava da ragazzina per curare e assistere i malati. Era figlia di due nobili cristiani della Gallia, Agatone e Ippolita, che si erano trasferiti in quella zona della Sicilia dove lei nacque il venerdì santo dell'anno 100. La madre volle chiamarla Venera in ricordo del fortunato giorno dedicato alla dea romana. Ma il padre, temendo che il nome fosse confuso con quello di Venere, lo modificò in Veneranda e a loro volta i greci del luogo, ispirandosi agli ebrei, in Parasceve. Ma significativamente è stato il primo nome a imporsi, quasi a volere cri-stianizzare un culto precedente. Sicché non sarebbe del tutto infonda-to congetturare che la sua passio sia in realtà il tentativo di offrire agli abitanti del luogo una figura cristiana che in qualche modo potesse sostituire quella della dea romana. Fin da ragazza Venera, come narrano il Breviario siculo e il Menologio greco, si consacrò al Signore; e per meglio prepararsi alla sua futura vi-ta religiosa, studiava la Sacra Scrittura e le vite dei martiri. Morti i genitori, si dedicò per dieci anni all'assistenza dei poveri e dei malati. Poi seguendo la sua vocazione, vendette tutti i beni distribuen-done il ricavato ai poveri e cominciò a predicare percorrendo in lungo in largo la Sicilia. A Taormina se ne perpetuò il ricordo dedicandole una chiesa dove successivamente, durante un restauro, vennero alla lu-ce molte reliquie insieme con strumenti e segnacoli di martirio, che il popolo volle chiamare "le reliquie dei martiri di santa Venera" perché secondo la tradizione si trattava delle ossa di quei cristiani che, converti-ti da lei, erano stati vittime delle prime persecuzioni. Ma non si limitò alla Sicilia: volle attraversare lo stretto per predicare in Calabria e in Campania, e già stava uscendo dalla città di Locri per incamminarsi verso Roma quando venne convocata dal prefetto Antonio che cercò di ricondurla alla religione romana prima con blandizie, addirittura offrendole di sposarla, poi con atroci torture: le fece porre in capo un elmo di ferro rovente, ordinò di condurla in aperta campa-gna inchiodandone mani e piedi in forma di croce sul terreno, di per-cuoterla aspramente e di porle infine sul petto un grosso macigno. Ma secondo il genere di queste narrazioni, che già abbiamo letto in altre vite, ogni volta il Signore la risanava o la liberava mentre gli aguzzini si convertivano. Il prefetto, naturalmente, ordinò di decapitare tutti i soldati per poi sottoporla a nuove sevizie: preparata una grande caldaia piena di pece, olio e zolfo, ordinò di accendere e alimentare sotto di essa un fuoco per sette giorni di seguito in modo da atterrire la vergine indomabile. Ma anche questa minaccia cadde nel vuoto. Allora Antonio esasperato la fece gettare nella caldaia. Tornato il giorno dopo, si accorse stupito che la santa era illesa. "Ope-rano tanto le tue magie che neppure il fuoco ti tocca?" le domandò. E lei: "Avanzati e vedrai". E siccome il prefetto non osava avvicinarsi, Vene-ra raccolse con la mano una manciata di quel miscuglio ardente gettan-dolo verso il volto del persecutore che rimase accecato: comportamento non del tutto evangelico... Ovviamente l'episodio si conclude con la guarigione del prefetto che si converte al cristianesimo e la lascia libera. A quel punto Venera, invece di avviarsi subito verso Roma, percorre quasi tutte le province della Magna Grecia convertendo molti pagani; finché un giorno viene condotta dal despota della Magna Grecia, di nome Temio o Teotimo (si osservi la macroscopica incongruenza sto-rica). Anche in questo episodio si accavallano torture atroci, come quella del taglio delle mammelle, già descritta a proposito della cata-nese sant'Agata, fino al gran finale del drago che Venera, gettata nella sua caverna, fa svanire con un segno di croce tra sibili spaventosi: sim-bolo, come in altre vite di santi, della evangelizzazione della zona. An-che Temio  naturalmente si converte. Infine Venera si trasferisce nella Gallia dove subisce l'ultimo marti-rio a opera del preside Asclepio che la condanna a una serie di nuovi tormenti dai quali esce costantemente illesa: finché viene condannata alla decapitazione. Ma prima di morire chiede ai suoi persecutori di es-sere condotta al tempio di Apollo che riesce a demolire con una sem-plice preghiera. Morì decapitata a 43 anni, il 26 luglio del 143, giorno della sua festa liturgica. Il suo corpo rimase insepolto ed esposto alle fiere: le quali tuttavia lo lasciarono miracolosamente intatto; finché alcuni cristiani lo trasportarono ad Ascoli Piceno dove fu venerato fino al secolo IV, quando un pio sacerdote di nome Antimo lo trasferì a Roma: era il 14 novembre. Sul finire del medioevo gli abitanti di Acireale cominciaro-no a reclamarlo: le reliquie giunsero a poco a poco in successive trasla-zioni sicché ancora oggi si espongono in diversi reliquiari d'argento sia il 26 luglio che il 14 novembre. All'inizio del secolo XVII si cominciò a celebrare con entusiasmo la festa liturgica di santa Venera e nel 1651, quando le sue reliquie furo-no trionfalmente trasferite dalla chiesa di Gesù e Maria a quella che og-gi è la cattedrale, la città l'acclamò patrona principale. Nel 1668 la Sa-cra Congregazione dei Riti approvò la scelta concedendo alla città di Acireale tutte le prerogative e i privilegi riservati ai santi patroni.