SANTA
MARIA SOLEDAD
Ave, Maria, Salus nostra!
«Vedi, Figlia, quante gemme ti ha regalato Gesù... e come sono belle! » e carezzava con invido occhio le eruzioni vaiolose fiorite sul volto di una suora. Altra volta, medicate con delicatezza infinita le piaghe d'un infermo, vi stampò sopra un bacio, inebriata... come al contatto di delizioso fiore.
Parole
e gesto della santa Maria Soledad Torres Acosta.
Quando
l'amore di Dio - tanto più sublime di quello del prossimo - si è fatto
incandescente, assume aspetti sconcertanti, a volte ripugnanti; ma la carità
stessa è tale malattia che non sa far calcoli, non prende cautele, rifiuta
limiti; ed allora diviene eroismo.
La
Madre Soledad lo imparò da Dio, cui servì con umile cuore; lo meditò sul
Crocifisso, rivissuto nella desolazione della sofferenza; lo rilesse sulla dura
croce del dolore a cui il peccato di Adamo inchioda l'umanità; e tutto realizzò
in scuola istituzione programma di salute, santificazione e conforto.
Oggi
l'Infermo del divino amore l'ha premiata - secondo la promessa - col regno
serbato a chi lo « visitò nel fratello infermo ».
L'avvenimento
d'una canonizzazione è appena un raggio caduto quaggiù della gloria di quel
regno beato. È piuttosto un altro nome messo all'ordine del giorno della
militante famiglia di Cristo, onde tutti ammirino ed imparino.
Qui
s'illustra, in rapida sintesi, il nome della nuova Santa, gloria della Chiesa,
decoro della cattolica Spagna, Madre di operose vergini, dietro di lei
consolatrici d'innumeri infermi.
Nella
capitale di Spagna, il 2 dicembre 1826, ebbe i natali.
La
sua famiglia è un bel contrasto fra il modesto rango e il fine, quasi
aristocratico sentire ed agire: espressione anticipata di lei che sarà
un'armoniosa dissonanza d'umiltà profondissima e di straricca opulenza
interiore.
I
suoi genitori: Francesco Emanuele Torres e Antonia Acosta, spagnoli autentici
di fede rettitudine laboriosità, assurte a virtù di apostolato, tacitamente
imposto a quanti li conoscono.
Su
questo ceppo sano e forte germinò quasi giglio - secondogenita di cinque
fratelli - Bibiana Antonia Emanuela. Poi, tanti nomi si sommeranno in uno solo
eletto e prediletto: Maria Soledad!
Manolita
- così è vezzeggiata - la rigenerarono presto nella grazia del battesimo; dopo
pochi mesi le fecero conferire anche la cresima. Perché? Forse per le precarie
sue condizioni di salute; comunque, il movente umano servì ai fini dello
Spirito Santo che voleva senza indugi iniziare le sue operazioni santificatrici
sopra un'anima segnata a grandi destini.
Come
un fiore aprendosi ai baci del sole, subito dispiega recondite leggiadrie e
sprigiona ondate di profumi, così la Manolita crescendo svela le bellezze
nascoste nel calice verginale del suo spirito, che poi la gelosa custodia
materna e la grazia dovranno ingigantire sino all'eroismo. È dolce riservata
silenziosa per indole; ma pia docile amorosa, per virtù riflessa.
«
Che sarà di questa bambina? » chiedono estasiati i genitori dinanzi a così
begli annunzi.
È
tanto buona che la mamma le commette la cura dei fratellini; ed ella assolve il
compito con senno ed amore. Un giorno per puro malestro fu causa involontaria di
una caduta alla sorellina; guidata dalla mamma andò a piangere il suo fallo
dinanzi alla Madre del Cielo, la bella Vergine dei dolori, dal volto
ingioiellato di lacrime, per offrirle le prime lacrime del suo innocente dolore.
La
Madonna! la vera stella mattutina di questa candida alba, cui aggiungendo i suoi
bianchissimi splendori, la fa sua sin dai primi battiti del cuore, perché con
lei e per lei la Madonna opererà grandi cose. Nel sollazzarsi con i fratellini
la Manolita propone di preferenza uno svago: acconciarsi alla foggia di tante
monacelle e sfilare in pio corteo ai piedi della Madonna a cantarle inni e
preci. La sua vita di domani sarà tutta una preghiera; si direbbe che ella
tenti i primi accordi, con sì poche note, al preludio di un grande poema di
perfezione e di carità, quando conducendo ai piedi di Dio teorie di vergini, le
consacrerà all'amore di Lui e della Madonna al servizio dei sofferenti.
Cresciuta,
accosta i bimbi del vicinato, figli di famiglie operaie, numerose e bisognose.
Ed ama anche questi: sono i suoi fratelli in Gesù, più bisognosi di quelli
secondo il sangue, di pane, di affetto, di cure. E porta ad essi con le sue
carezze un doppio ristoro: quello del corpo, sottratto al proprio piatto, e
quello per l'anima che è Dio dato ai pargoli nel pane del catechismo cristiano,
nella dolcezza della preghiera.
Anche
questi piccoli amici entrano a far parte del suo svago preferito, ed ingrossano
così il pio corteo di cuori innocenti portati ai piedi della Madre celeste.
Fanciulla,
frequenta la scuola presso le Figlie di S. Vincenzo de Paoli. Il fuoco che le
arde dentro per le cose che son sopra, fuori di quelle sognate da ogni bambino,
divampa in fiamma alla luce dell'istruzione, alla consuetudine d'anime
consacrate alla pietà, alla prima trasfusione del Dio delizioso che si concede
ai piccoli per svelare ai puri di cuore i segreti più alti.
Difatti,
dopo la prima Comunione ella è tanto più buona, meritoriamente virtuosa. La
pietà le è delizia, la modestia ambizione, il silenzio il suo eloquio. La
dedizione al dovere che è obbligo, ed alla carità, che è supererogazione,
diviene per lei abito, bisogno imperioso, passione.
Perciò
è più obbediente più attenta più amorosa in casa, più industriosa più
geniale più prodiga con i poverelli.
Ed
ancora tutti che la conoscono si domandano: « Che cosa sarà della Manolita? ».
Adolescente,
dilata gli spazi della carità.
C'è
una casa amica visitata dal dolore: la madre di famiglia è inchiodata a letto
da lunga e dura malattia. La Manolita si reca colà ogni giorno, avanti la
scuola, ad esercitavi gli uffici pietosi d'infermiera. Con un sorriso angelico,
con una delicatezza finissima, sollecita, ed anche con una competenza
prodigiosa, si muove intorno a quell'inferma che è un incanto. Ma dove ha
appreso a servire gl'infermi, così?
Si
ricercherebbe invano l'origine di tale perizia, se non si pensasse a qualche
cosa di superiore. La carità di Gesù le dà intuizioni arcane, le affina il
cuore più che l'intelletto, e la rende capace di tutto. Lo Spirito divino
specializza questa creatura ad un lavoro che formerà l'occupazione di tutta la
sua vita; non solo, ma ne
diverrà
maestra per insegnarlo alle anime che dietro di lei continueranno il pietoso
ufficio.
La
soprannaturalità di questo lavoro si rivela meglio e subita, quando assolto il
suo compito, la Manolita si eclissa agli occhi di tutti per ricercare l'angolo
più solitario della casa ed ivi inginocchiata pregare. Sul suo volto allora si
diffonde una dolcezza inesprimibile, i suoi occhi sfavillano di luce e le sue
mani supplicano il Cielo per altri infermi più bisognosi di cure e di amore: i
peccatori.
Tutto
l'avvenire è così preannunziato.
La
passione e la compassione del Cuore divino riservate nel suo bel cuore la
trasformano in pietosa infermiera di corpi ed efficace salvatrice di anime.
Come,
quando, dove, comincerà il suo duplice apostolato?
Questo
è un segreto del Cielo, ed ella stessa non lo saprà se non il giorno in cui la
mano di Dio quasi con un sol gesto, chiamandola, le poserà sulle spalle il nato
istituto che minaccia di morire nella culla; e lei sola dovrà ravvivarlo con la
vigoria e le riserve accumulate da un solo Maestro: lo Spirito Santo.
Frattanto,
ella vi si dispone allenandosi, sotto la direzione d'una illuminata guida,
all'esercizio delle virtù, corroborata dall'ausilio d'ignorate e minute penitenze,
note solo alla vigile indiscrezione della mamma che l'ama e l'ammira tanto.
«
Questa figlia non è fatta pel mondo » presagiva la trepidazione materna, e
presentiva già il sacrificio che Iddio le avrebbe chiesto togliendole questa
cara creatura.
Difatti
non sarà pel mondo, mai. Per designazione divina e generosa dedizione ella se
ne separerà totalmente ed assolutamente, ma per tornarvi a beneficarlo.
Rifiuterà
l'amore di uno, per moltiplicarlo e distribuirlo, diviso, all'infinito, a
tante creature di Dio. Rinunzierà ad una famiglia propria per crearne, nella
mirabile fecondità dello spirito, una nuova per numero, qualità, opere,
immensamente benefica alla Chiesa, alla stessa società.
Sarà
dunque, religiosa. Ma di quale Istituto?
Sin
da quando era bimbetta, la Manolita frequentava la casa dei nonni paterni in
Madrid. I cari vecchi la chiamavano con insistenza per godere la loro parte di
grazie della nipotina che rivelava un dì più che l'altro bellezze candori e
ricchezze interiori: era un incanto desideratissimo starle vicino e
contemplarla.
D'altra
parte, la Manolita si recava presso i nonni con trasporto, e perché doveva dare
anche ad essi la sua parte d'affetto; e per un'altra ragione. Vicino alla loro
casa c'era il reale monastero di S. Domenico. La nonna ne frequentava di
preferenza la chiesa. Naturalmente si menava dietro la nipotina. Molto spesso,
dopo soddisfatte le proprie devozioni, passava al parlatorio delle monache, e
attraverso la grata mostrava il suo piccolo angelo con commossa compiacenza a
quelle sante spose del Signore.
Così
la bambina s'incontrò la prima volta con persone consacrate a Dio, e crescendo
negli anni, sentirà crescersi il desiderio di condividerne la santa vita.
Tanto
più che un motivo non certo fortuito la invitava a quel sacro asilo di pace.
Nel
parlatorio del monastero c'era in piccolo tabernacolo racchiusa una devota
immagine della Vergine addolorata.
Ancora
la Madonna - nell'eloquenza dei suoi dolori - parla alla Manolita quasi per
additarle la via della sua vita.
E
la fanciulla attratta da questo ripetuto incontro, si recava spesso, anche di
soppiatto, a pregare davanti a quell'icone, ad accenderle la pia lampada,
simbolo di una fede viva, di un amore ardente, sembrandole così di seguire il
cenno del Cielo che la invitava al chiostro.
Avanzò
la domanda formale per essere ammessa in monastero. Le monache risposero con
entusiasmo: al primo vuoto che si fosse fatto nel numero regolamentare della
comunità, ella sarebbe stata accettata.
E
la fanciulla attese quieta il giorno desiderato. Per divina disposizione intanto
il vuoto per lungo tempo atteso non si verificava. Passarono mesi ed anni e la
Manolita era sempre lì ad anelare la sorte d'essere figlia di S. Domenico.
Per
il Signore, però, che ben altri piani aveva sopra la giovane, quel tempo non fu
perduto. Ella compiva il suo noviziato. L'attendere nel buio della fede, che è
prova d'umiltà, di pazienza, di perfetta adesione al divino volere, costituì
il tirocinio canonico di quest'anima, predestinata ad un Istituto che è
ancora nella mente divina, ed al quale ella si presenterà già provata, matura
alla professione, saltando di netto ogni noviziato.
La
giovane superò felicemente la prova: tutte le virtù cristiane e religiose
brillarono in lei in misura eroica, quali le erano indispensabili per il
prossimo domani.
Così
eroicamente paziente e santamente impaziente, la Manuela raggiunge il suo
venticinquesimo anno di età.
La
porta del real monastero domenicano è sempre chiusa. Ella, però, che sa
leggere con i santi anche nelle minime contingenze le benigne disposizioni del
Cielo, comincia a pensare di non esser chiamata a quella vita.
Senza
turbarsi, formula una preghiera, santa e saggia: « Signore! io attenderò sino
a che vi piacerà. Ma se voi volete da me qualche altra cosa, ditemi quel che
volete! ».
Fu
allora che una notizia, tanto peregrina quanto bella, giunse al suo orecchio.
Don Michele Martinez, sacerdote zelante ed apostolico, in cura d'anime quale
vicario-curato nel quartiere periferico di Madrid, detto « Chamberì », era in
procinto di realizzare un'idea singolarissima, nata da pietosa esperienza,
maturata tra preghiere consigli e difficoltà: istituire una comunità religiosa
per consacrarla all'assistenza dei malati a domicilio: opera nuova per la
Spagna.
Devotissimo
della Vergine addolorata - terziario dei Servi di Maria - avrebbe posto la nuova
famiglia sotto il patrocinio della Madonna, e intendeva iniziarla con sette
candidate, in onore dei sette dolori e dei Sette Santi Fondatori. Ne aveva
raccolte sei.
Mancava
la settima.
Maria
Addolorata! Gl'infermi! due nomi, due amori, custoditi da anni nel cuore come
due tesori, destinati dal Cielo a grandi cose. Maturi i tempi e gli avvenimenti,
verrà da essi un poema di santità e di salute. Manuela non volle saper altro.
Si presenta al promotore della nuova opera.
L'incontro
fu improntato a senso d'esitazione da parte del sacerdote. Non per altro, ma per
l'aspetto e il tono della postulante dimesso ed umile.
Si
preoccupava il buon prete di arruolare soggetti prestanti vigorosi pel genere di
lavoro da assolvere. Ma s'illudeva - e lo vedrà; - prima di questo gli
occorreva altro. La giovane umile e modesta d'aspetto, portava il meglio,
l'elemento prezioso insurrogabile ai fini ed al successo dell'opera: un'anima
corredata ed elaborata dal Maestro delle anime precisamente per quell'opera... E
fu accettata.
Il
14 agosto 1851 - vigilia dell'Assunzione di Maria in Cielo - un devoto corteo
preceduto dalla croce astile saliva alla parrocchiale di Chamberì. Erano sette
le fondatrici delle Serve di Maria, Ministre degl'Infermi, che andavano ad
inaugurare sotto gli auspici della gloriosa Madre la vita nuova.
L'indomani
- 15 agosto - per le mani dell'arcivescovo ricevevano l'abito e nelle mani del
medesimo deponevano la loro professione che le consacrava a Dio e al servizio
degl'infermi.
Il
loro convento sarà un piccolo quartierino ricavato nella stessa canonica di
Chamberì.
La
foggia del vestito: tonaca e scapolare nero, cintura di cuoio, soggolo bianco e
velo nero, un emblema metallico sul petto raffigurante il cuore trafitto di
Maria addolorata.
Manuela
come le altre mutò il nome di nascita con quello di Maria Soledad.
Quasi
tutta la sua famiglia presenziò la cerimonia, e sentirono tutti il distacco
dall'angelica figlia. Il babbo più che tutti; e continuerà ancora a ricercare
in gemiti la sua dilettissima creatura. Ma tanto - e con pieno diritto - ha
domandato Chi solo può serbare ai più ardui sacrifici successi e corone degni
della munificenza sua.
Chiusa
la cerimonia, Don Michele Martinez arringò le candidate, prospettando in vivo
quadro, senza vane promesse, l'arduo compito assunto in gloria di Dio e sollievo
degl'infermi.
Distribuì
uffici e mansioni, assegnò le cariche direttive della casa, inviando le altre
all'assistenza dei malati.
Alla
nostra toccò questo lavoro.
È
da notare che, eccettuata Suor Maria Soledad, veruna di quelle buone creature,
ricche peraltro di entusiasmo e buona volontà, era preparata a siffatto lavoro,
non solo, ma neppure ai doveri di semplici religiose. Si trovarono di colpo con
gli oneri della professione, senza quel minimo indispensabile tirocinio per cui,
con i doveri, si conoscono anche i mezzi per sorreggerli; e con i sacrifici,
s'imparano a gustare le gioie serbate in premio. Di conseguenza esse non
potranno durare; col tempo, una dietro l'altra, spaventate o fiaccate dalla
fatica, recederanno o morranno. Unica superstite: Maria Soledad! L'ultima!
E
proprio l'ultima sarà il sostegno e lo sprone alle novelle reclute che verranno
ad aggiungersi alle prime sette.
In
comunità ella è un portento di virtù, presso gl'infermi un angelo. Con la
mente e col cuore unita a Dio, assidua alla preghiera, umile garbata dolcissima
con le sorelle, docilissima col direttore.
Nell'assistenza
ai malati porta tutte le riserve attinte dai colloqui celesti: dignitosa e
affabile nel tratto, pratica e disinvolta nel curare, paziente e sorridente nel
sopportare, zelante ma non indiscreta nell'apostolato; mai attediata mai stanca
mai vinta dal lavoro che a volte è fatica lunga, snervante, insonne.
Tornava
al suo caro convento per i meritati respiri, sorridente soddisfatta in cuore
d'aver servito e glorificato Iddio nei suoi infermi.
Quando
Don Martinez ebbe idea di stendere una Regola per le sue religiose, non ebbe a
fare altra fatica che fissare sulla carta il contegno la giornata operosa
l'esemplare vita di suor Maria Soledad; e il lavoro era fatto.
Incoraggiato
ed entusiasta di così felice realizzazione, nonostante i vuoti le defezioni e
le ristrettezze finanziarie, Don Martinez pensò di diffondere la sua opera in
nuove case. Ma un tal gesto sul momento prematuro disperdeva, non diffondeva le
poche energie disponibili.
A
questo si aggiunga che, in grazia appunto della Regola, egli non incontrava le
simpatie del nuovo governo rivoluzionario; per tali motivi, d'improvviso decise
di abbandonare la patria e di portarsi missionario nella lontana colonia
spagnola di Fernando Poo, nel Golfo di Guinea.
E
partì nel 1856, dopo aver fatto un viaggio a Roma per raccomandare alla paterna
bontà di Pio IX le Serve di Maria, lasciando pesi e responsabilità sulla
giovane Maria Soledad, che designò superiora generale. A trent'anni.
L'ultima
è al primo posto. Ancora una volta la parola di Gesù trionfa.
Il
nome di Passione - Maria Soledad - non fu scelto a caso.
È
rimasta sola nella più desolante solitudine. Defezione delle prime pietre
fondamentali, secessione del primo sostegno dell'opera, scarsità di soggetti,
risorse grame, e per colmo di sventura, l'epidemia del colera funesta la
capitale, aumentando enormemente col lavoro l'afflizione.
Tutto
sta per crollare!
«
No, l'Istituto non perirà, esso diverrà grande opera... preghiamo, preghiamo
». Sono le parole di conforto alle superstiti della buona Maria Soledad.
Quando
le rovine sovrapponendosi diranno che tutto umanamente è finito, allora
l'intervento divino sarà più visibile e prodigioso.
Il
nuovo direttore sostituto di Don Martinez, credendo di salvar tutto col
cambiar direzione, esonera Maria Soledad dall'ufficio di superiora generale
relegandola nel piccolo ospedale di Getafe. Questa si avvia silenziosa ed
obbediente verso il nuovo ufficio. Quella che fu scelta a sostituirla nel
difficile incarico era un soggetto provvisto di qualche dote esteriore; ma del
tutto priva di consistenza interiore.
Le
cose quindi precipitano in modo da reclamare l'intervento dell'autorità
ecclesiastica; non c'è altro rimedio: sciogliere la Congregazione. Il decreto
è pronto, non manca che firmarlo ed eseguirlo. Ma l'arcivescovo avanti di
compiere un atto così grave, tenta l'ultimo espediente: affidare le Serve di
Maria ad altro direttore. Questi viene scelto nel degnissimo Padre Gabino
Sanchez Cortes, agostiniano ex-claustrato, maestro di spirito ricercatissimo.
Il
nuovo direttore, che accettò con riluttanza l'incarico, accostò trepidando
le mani su tante rovine per ricercare un tenue filo di vita e ravvivar tutto.
Con
somma sorpresa trovò invece un incendio di fuoco sepolto in un abisso di umiltà,
soffocato da tanti disastri... Il fuoco ardeva nell'anima di Maria Soledad che
umile e obbediente edificava tutti nella nuova destinazione. La richiamò
all'istante da Getafe e la ripose sul candelabro per illuminare e guidare le
volenterose rimaste fedeli alla loro santa vocazione.
E
Maria Soledad ricominciò dà capo, ridiscese in profondità dello spirito a
gettarvi le basi, senza di che non si edifica utilmente veruna perfezione, né
si esplica verun apostolato.
Il
Cielo benedì l'umiltà e l'obbedienza della sua Serva.
A
lei sola - dunque - il vanto di fondatrice ed istitutrice delle Serve di Maria.
E
ne fu anche legislatrice. II Regolamento di Don Martinez - oltre che
insufficiente - non esisteva più nella sua copia originale. Il nuovo direttore
si contentò di redigere pel momento un orario in luogo di una Regola, tanto più
che era sua persuasione non potersi imporre una Regola vera e propria a
religiose che per la loro attività trascorrono buona parte del giorno fuori
convento, presso gl'infermi.
Tale
persuasione, in fondo, celava uno scrupolo ancor più grave: che l'apostolato
delle Serve di Maria potesse compromettere la loro qualità essenziale di
religiose.
Il
buon Padre era in angustie, pregava e faceva pregare per essere illuminato da
Dio.
Non
meno ne soffriva la M. Soledad. Ella, che aveva idee chiare e precise intorno ai
doveri di una Serva di Maria, reclamava d'urgenza una Regola « saggiamente e
prudentemente redatta » onde le sue religiose ottenessero il duplice scopo
della loro vocazione: la santificazione propria e l'apostolato infermiero:
religiose innanzi tutto, poi infermiere. Con tale formazione e subordinazione
Iddio sarà glorificato, e molti infermi sollevati nell'anima e nel corpo.
Al
criterio trasparente aggiungeva anch'essa preghiere lacrime penitenze, perché
il direttore entrasse in quest'ordine di idee.
Il
Cielo si commosse. In una superna illustrazione mostrò al P. Gabino il felice
successo riservato all'Istituto. E questi si mise all'opera:
Sulla
traccia dell'antico Regolamento, conservato per tradizione vissuta, in
collaborazione con la Madre Maria Soledad, l'illuminata esperienza del P. Gabino
diede la nuova Regola che deve dirsi l'autentico ritratto spirituale della
Fondatrice pel fatto che fu appunto essa ad ispirare il primo direttore con la
propria edificante vita, come apprestò al secondo lumi e dettagli a redigere la
vera Regola delle Serve di Maria.
Approvata
dalle autorità civili ed ecclesiastiche in Ispagna, venne poi ratificata da
Roma, aggiornata con nuovo Diritto Canonico, ed oggi, sincronizzata allo spirito
del Concilio ecumenico, è osservata dalle Serve di Maria.
Eppure
tanto non basta alla Madre Maria Soledad! Ella insiste e piange presso le
Figlie: « Preghiamo, onde l'Istituto viva e si diffonda nel mondo!... » Quanta
audacia! Con tali esordi pensare all'espansione nel mondo! Sembrerebbe una
follia; ma la follia dei santi ha origine da Dio... e a Dio niente è
impossibile.
Al
P. Gabino subentrò un nuovo direttore degno suo confratello nella vocazione
agostiniana, uomo fervido di virtù e di zelo. Quanto occorre adesso. Primo atto
del nuovo direttore - P. Angelo Barra - fu ottenere l'autorizzazione a celebrare
il primo capitolo generale per la rinnovazione delle cariche. La Madre
Fondatrice, ad unanimi suffragi, restò confermata nel suo ufficio.
Con
tale conferma si poteva pensare praticamente alla diffusione dell'Istituto in
Ispagna.
La
regina Isabella II da tempo la sollecitava ad assumere la gestione del reale
ospedale di Madrid, detto di S. Giovanni di Dio, ambiente non facile pel genere
di malati che accoglie.
Ciononostante,
il desiderio sovrano fu accolto: la carità tutto vince, e le Serve di Maria col
loro spirito rinnovato vi trovarono un magnifico collaudo, e vi resistettero
sino alle percosse ed al pianto.
Torna
ad infierire il colera. Nuova occasione che mette in luminosa evidenza le virtù
eccezionali della Madre e la generosa dedizione delle Figlie. In ogni dove -
come sempre - esse gettarono rose d'amore... per raccogliere a volte acute spine
d'ingratitudine.
Non
importa. La loro Madre le conduce, insegnando praticamente come si applicano i
medicamenti ai corpi, come si profferisca il balsamo alle anime. Dappertutto
ella è presente col cuore pieno di carità e carica di provvidenze confluite
tra le sue mani da sorgenti regali come da umili risparmi, quasi altrettanti
rigagnoli portati al mare per essere distribuiti nuovamente a tutti.
I
malati e i poveri sono la sua passione. Non fa calcolo di quanto ha dispensato
ad essi. Se ella è povera saprà esser tanto ricca da togliere ogni giorno una
coperta dal proprio giaciglio (che l'amorosa sollecitudine delle Figlie tornerà
a sostituire con una nuova), saprà ridurre la porzione del proprio piatto, per
serbare la prima parte ad essi. Nel giovedì santo rinnova la scena del
Cenacolo: dopo averli saziati col fiore della sua carità, lava i loro piedi e
li bacia. Non solo i piedi, e non una volta sola, quasi a consacrare con un
gesto di devozione il suo nobilissimo apostolato; si curva a baciare le piaghe
amorosamente curate, che le ricordano al vivo le piaghe del suo Gesù.
Il
lavoro si moltiplica e si raddoppiano le operaie. Intenta a condurle sul campo
della loro attività, ma più attenta a formarle nella virtù, nella profondità
solida della loro vocazione. Cambia l'antico domicilio d'origine con altro più
comodo ed ampio allo scopo di piazzarvi il noviziato. La nuova dimora è un
autentico alveare che vede i mirabili passaggi delle postulanti a novizie, a
professe e operaie effettive; e vede i ritorni quotidiani delle veterane dai
campi di lavoro, stracariche dell'oro di tanti meriti, del dolcissimo miele
dell'amore dato e distribuito in nome di Gesù, di cui saziano ed inebriano
l'ape regina, onde nutra e cresca al calore del suo spirito le speranze e le
promesse pel domani.
In
grazia della Madre Iddio benedice le operose Figlie.
Alla
benedizione celeste si unisce il plauso degli uomini, che è l'augusto
compiacimento della regina di Spagna e la benedizione dell'ultimo infermo
curato. Roma, col verdetto della sua apostolica autorità, riconosce ed
approva nel 1867 e lo spirito e il lavoro delle Serve di Maria.
Che
cosa si potrebbe chiedere di meglio in premio di tante fatiche?
E
ancora alla Madre Soledad ciò non basta. Ella sa per esperienza dei santi, che
ogni cosa bella e buona ha un sigillo che incide al vivo e profondo, col fuoco
del dolore, il segno regale della virtù e dell'amore: la croce!
Nell'anno
1869 due prove di fuoco e di sangue. La violenta persecuzione religiosa,
appendice necessaria a tutti i rivolgimenti politici, non risparmia le Serve di
Maria, che, per svolgere un'attività socialmente benefica, meritavano ogni
rispetto e privilegio. Anch'esse, invece, sono provate.
È
un'agonia d'indicibili angustie che prende la Madre, trepidante per la sorte di
ciascuna delle Figlie impegnate nel caritatevole lavoro in diversi punti della
città in convulsione. Esce ella stessa a ricercarle per condurle al loro sicuro
rifugio.
In
Valenza affronta il capo dei rivoluzionari e si profferisce ad assistere i
feriti delle barricate. Mentre trema per le Figlie, sfida impavida le raffiche
delle fucilerie, e sotto la furia della mischia si curva pietosa a curare i
caduti a confortare i morenti.
Ancora.
Il profumo si deve agitare per esser percepito, e così deve agitarsi il bene
perché si diffonda e sia fecondo d'altro bene.
Le
Serve di Maria costituiscono ormai una famiglia vigorosa e fiorente, e per la
seria e profonda formazione e per la perfetta organizzazione, e pel numero
sempre in aumento di soggetti e di case. È un vero grande alveare, folto e
ricco di energie e di attività. Ma la benigna permissione del Cielo dispose che
alcune api operaie, distaccandosi dal seno amoroso dell'ape regina, sciamassero
a formare un nuovo alveare, distinto di nome, identico di attività e di
spirito. Eppure tale separazione - dolorosa certo - non fu morte, ma vita; la
divisione non generò dispersione, ma moltiplicò bene e meriti; soprattutto fu
argomento invincibile della essenziale solidità della pietra originaria donde
le dissidenti furono stagliate.
È
una ferita cruenta - questa - sfavillante di cocenti lacrime; ma è pure una
preziosa gemma per la corona di gloria della Madre Maria Soledad.
A
questo doloroso avvenimento seguì un nuovo capitolo generale da cui la
Fondatrice uscì ancora confermata nella sua alta carica pel suffragio
plebiscitario di tutte le fedeli Figlie, contro il parere ventilato da chi,
per amore di avvicendamento, avrebbe voluto lasciar riposare l'infaticabile
Fondatrice.
Dopo
la tempesta, la calma. La calma necessaria per attendere a consolidare in
profondità ed estensione la cara famiglia. È l'ora serena del magistero tacito
ma eloquente di ciò che dev'essere una Serva di Maria. Guardare la Madre ed
imparare è una cosa sola: umile silenziosa riservata, senza vani rumori o gesti
di esibizione. Procedere sempre sulla via dell'amore e del sacrificio ilare
generoso per dare tutto a Dio e condurgli il maggior numero di anime.
Precedere
tutte con umiltà d'ancella e dignità di madre, nel disimpegno d'ogni ufficio
più umile, è anche questo nota essenziale all'armonia del chiostro. È maestra
di novizie senza averne il titolo, per non cedere a nessuno il primo diritto di
formare le aspiranti alla vita religiosa. È madre di tutte le sue Figlie, senza
aver l'ufficio di superiora delle singole case, sollecita di ciascuna di esse:
del profitto spirituale come del benessere fisico. La fiamma d'amore sempre più
divorante essa l'alimenta con i piccoli fuscelli della carità provvedendo
alle minime cose che pure danno sollievo a quelle che ama in Dio e per Iddio.
Missione
piena e perfetta attuata in ogni mansione - la più vitale e la più accessoria
- nei riguardi del suo caro Istituto: lo salvò da sicura morte, lo stabilì
sopra solide basi, lo condusse su i campi fertili di lavoro, nelle belle regioni
della sua Spagna... e il suo compito non è terminato. La prima ambizione, il
suo sogno di apostolo è di lanciarlo in tutto il mondo per la conquista di
altre anime al pacifico regno di Cristo.
Nel
1873 il P. Angelo Barra chiude il proprio mandato di superiore delle Serve di
Maria. Da quest'epoca la Madre Soledad regge, in autonomia assistita dal suo
Consiglio, le sorti dell'Istituto, provvede alla sua direzione e diffusione con
dipendenza dalla sola autorità dell'arcivescovo di Madrid.
Chiamata
urgentemente in Valenza, per raddrizzare un gesto arbitrario della superiora
locale, v'incontra la prima volta il sacerdote Giuseppe Orberà, di facoltosa
famiglia valentina, già vicario capitolare di Santiago di Cuba; là esiliato
per aver resistito alle invadenti violazioni delle civili autorità, tornò in
patria dove ha conosciuto ed apprezzato lo spirito e le attività delle Serve di
Maria. Ne è entusiasta; intuisce il prezioso apporto che possono dare al
ministero sacerdotale per la salute delle anime, le domanda subito per Santiago
di Cuba, l'antica terra del suo lavoro.
Un
sussulto al cuore della Fondatrice: le vie dell'oceano si aprono dinanzi al
suo apostolato. Con somma cura ed alta discrezione sceglie le missionarie, e le
accompagna sino all'imbarco, per vederle salpare verso le terre sognate dal suo
cuore di apostolo.
Don
Orberà è preconizzato vescovo di Santander e vuole esser preceduto da una
fondazione di Serve di Maria. Trasferito subito alla sede di Almeria, le vuole
ancora ausiliari del suo pastorale lavoro. Né basta. Queste preziosissime
collaboratrici sul campo dell'azione cattolica debbono essere aiutate, debbono
sviluppare ancor più largamente. Progetta di costruire in Madrid un grande
noviziato. La Madre Fondatrice è da lui autorizzata a raccogliere i mezzi
necessari, con una questua nella di lui diocesi: « l'Andalusia - egli dice -
deve dare il primo contributo a così grande e santa opera ».
La
Madre docile ed umile accetta il consiglio come un comando di Dio, e percorre
villaggi e borgate della diocesi di Almeria, peregrinando a modo degli apostoli,
effondendo mirabili esempi di pazienza di raccoglimento di santa letizia;
lasciando ovunque delicatissimo profumo di virtù sicché il ricordo di lei
resterà indelebile nella memoria di quanti la videro.
Il
frutto della questua è consolantissimo: ella ha dato, più che non abbia
ricevuto, e quel che ha lasciato è assai più prezioso di quanto ha raccolto
per l'opera del suo cuore.
L'ultimo
decennio della vita di lei è contrassegnato da feconda operosità, alternata
sempre da gioie e dolori. Le fondazioni proseguono iniziate tutte di persona. Ai
vecchi cari nomi di Madrid, Ciudad Rodrigo Reinosa, Medina del Campo, Valenza,
se ne aggiungono altri molti: i nomi delle più belle regioni di Spagna, Andalusia,
Castiglia, Navarra. Dopo Santander e Almeria, Lucena, Saragozza, Pamplona,
Granata, San Sebastiano, Barcellona, Segovia, la Coruna. Si estendono e
s'irradiano nuove case da Santiago di Cuba in Cardenas, Havana, San Giovanni de
Portorico.
Dovunque
ella passa modesta e dignitosa è una missione di bene. Accolta a volte con
onori regali che mettono alla tortura la sua umiltà, a volte affrontata
dall'insolenza di chi non la conosce, e questo in gioia della sua eroica virtù.
Per
accompagnare la penultima spedizione di missionarie partenti per le Americhe,
nel viaggio di ritorno, che intraprende da sola da Santander alla Coruna, è
colta da una spaventosa tempesta. Due notti e un giorno in balia del mare
infuriato, tra la vita e la morte. Ma la sua fede, la sua speranza, la sua
fiducia in Dio sono di conforto ai compagni di viaggio che imparano da lei con
quale serenità i santi vanno incontro alla morte.
Negli
anni 1844-1885 ancora nuove fondazioni: in Avila, Tudela di Navarra, Huesca,
Manzanares, Matarò, Cadice, Salamanca, si accendono altrettanti focolari di
amore per Iddio e per il prossimo; il suo bilancio apostolico è una serie di
prodigi pel solo fatto che dal nulla, tra mille difficoltà e pene, ella ha
suscitato quarantasei case ospedali orfanotrofi, a cui metterà un fermaglio di
decoro la casa e la chiesa madre in Madrid.
Nel
1878 Iddio regala alla sua operosa e fedele serva una ineffabile gioia,
procuratale dalla riconoscenza di Mons. Orberà. La Madre Fondatrice è invitata
ad un viaggio a Roma.
Quanto
spesso in ispirito ella ha peregrinato verso la patria dell'anima sua! Romana di
fede e di amore, figlia fedelissima di Pietro, ella si è prostrata infinite
volte con la mente e col cuore ai piedi del suo grande e incomparabile Pio
IX,
il padre sollecito ed amoroso che ha benedetto le prime ansie e confortato le
prime prove delle Serve di Maria.
Ora,
sul declino della vita le è serbata la grazia di prostrarsi di persona ai piedi
del successore: Leone XIII.
Col
cuore nuotante in una gioia che la commoveva sino al pianto, con la mente
pervasa di celesti cose, ella attraversò Roma, la visitò nel più meditante
silenzio, finché giunse in udienza privata dinanzi al Vicario di Dio.
Ella
non parlò; ma fu presentata al Pontefice da chi poteva e sapeva enumerare tutte
le opere realizzate dall'umilissima pellegrina.
Il
Papa sorrideva di compiacenza e benediceva effusamente tutti e tutto quanto era
racchiuso nella mente e nel cuore di quella degna figlia, auspicando e invocando
con la sua benedizione il molto, il meglio, il più consolante che dovrà
venire.
Dopo
Roma per i santi non c'è che il Cielo. Sopra Roma il Paradiso!
L'ultima
purissima gioia della Madre Fondatrice è l'impresa della casa e chiesa in
Madrid sorte entrambe sul caro suolo d'origine, il vecchio rione Chamberì, che
dal lontano 1851 ha subito anch'esso una mirabile trasformazione.
Casa
e chiesa, che dalla posa della prima pietra, al giorno dell'inaugurazione - in
cui il rappresentante del Papa, il grande Monsignor Rampolla, assistito dal suo
Segretario il futuro Benedetto XV, vi celebrano il primo sacrificio di
propiziazione e di grazie - costituiscono un poema di umiltà e di fede: una
commovente tenzone tra la Provvidenza e la M. Maria Soledad, che col suo amore e
la sua preghiera seppe strappare giorno per giorno gli aiuti necessari per
toccare il fastigio del successo.
I
bilanci, infatti, di questa impresa non indifferente per mole ed importanza
segnano spese e pesi, lotte e dolori, ma pure grazie ed aiuti, che rasentando il
miracolo, dicono il compiacimento pieno del Cielo.
La
casa e la chiesa furono inaugurate in due tempi. Nella prima si trasferirono
appena pronta le religiose tutte col Consiglio generale. La Madre volle occupare
per sé un quartierino modestissimo vicino alla porteria, per tenersi agli
ordini di chi la desiderasse, - il santo pretesto cela lo spirito di
mortificazione - e tenersi pronta a partire alla volta del cimitero.
Nella
nuova casa chiusero santamente i giorni il P. Angelo Barra - che mai si allontanò
dalle sue Figlie per seguirle col suo consiglio e i suoi lumi - ed il munifico
Mons. Orberà il più grande e benefico ammiratore delle Serve di Maria.
In
un secondo tempo fu benedetta e inaugurata la nuova chiesa; la gioconda solennità
coincise con un rincrudimento del colera in Madrid. Questa volta la carità
delle Serve di Maria fu provata al fuoco del sacrificio: due suore caddero
vittime del morbo.
«
Quale gloria - scrisse la Madre - cadere martire della carità ».
Il
lutto però non velò il tripudio di vedere innalzato alla gloria di Dio un
nuovo tempio. Il vertice della gioia lo toccò la M. Maria Soledad quando con le
sue stesse mani intronizzò sopra l'altare maggiore il simulacro della «
Vergine della Salute ». La cara Madonna ha una storia di amore e di devozione
così tenera, così profonda, da costituire il memoriale, il testamento, il dono
della Madre alle Figlie. Quella che era stata per lei sin dai primi anni della
vita il mezzo potentissimo di santificazione, l'aiuto validissimo in ogni
necessità, il presidio di ogni apostolato, la tessera di pacifico ingresso
nelle case di tutti gl'infermi, doveva restare nell'avvenire l'egida del suo
Istituto, la Madre e la Regina benefica di quelle che con un nome di umiltà e
di amore si chiamano le sue « Serve ».
E
venne l'ora di riposarsi, a sessant'anni. Se gli anni non eran troppi, ardue e
complesse erano state le fatiche, duri e forti i colpi caduti su lei « come
sopra un'incudine ».
La
fine fu inaspettata, ed in compendio. Le recenti gioie sembravano averla
ringiovanita, e con febbrile fervore ella attendeva al suo abituale lavoro:
direzione, formazione, fondazioni.
All'aprirsi
dell'autunno del 1887, si dispose a partire al cenno improvviso datole dal
Signore.
Sulla
fine di settembre ammalò di polmonite. Accettò serena il volere di Dio, le
prescrizioni dei medici e la preghiera delle Figlie che le chiesero di adagiarsi
su un letto, mentre per tanti anni aveva preso i suoi brevi riposi sopra un
povero paglione steso in terra. La febbre e i dolori dei vescicanti la
straziavano; ma ella non uscì dal suo abituale silenzio, calma e sorridente
accettava tutto per farne offerta al Signore.
Ebbe
tutti i sacramenti della Chiesa, le preziose indulgenze d'ausilio per i morenti.
Ricevette la visita dell'antico direttore P. Gabino, del vescovo di Madrid, e
dopo aver dato alle sue Figlie il testamento, in due sole parole, compendio di
tanti anni di lavoro e di dolori: unione e carità! L'11 ottobre si riposò
finalmente in Dio, per sempre!...
All'annunzio
del suo transito, degno corollario della sua vita, tutta Madrid ne fu commossa.
Ricordando la sua austera e garbata virtù, le sue pietose prestazioni di carità,
tutti esclamarono: « È morta una santa! » Per tutti ne tesseva l'elogio,
nella sua lettera di condoglianze alle Serve di Maria, la prima autorità
ecclesiastica di Madrid.
Compiute
le meste esequie nella bella chiesa costruita dalle preghiere, dalle lacrime
sue, i resti mortali della M. Maria Soledad furono depositati nel civico
cimitero di S. Giusto. Dopo sei anni dalla morte, per vivo desiderio delle
Figlie, la salma fu riesumata e rinvenuta in perfetto stato di conservazione.
Ritornò nella sua casa per scendere nella degna sepoltura della cripta della
chiesa sua.
Ivi,
nell'umiliazione delle sue ossa, ella canterà ancora le misericordie di Colui
che servì con tanto umile cuore.
Però
il suo più bell'inno lo canta lo spirito suo eroico, ricco d'ogni virtù,
modello a tutti di alta perfezione conquistata con le due grandi sue ali:
l'umiltà, l'amore.
Due
virtù che scolpiscono in sintesi perfetta quello che fu e quello che volle la
M. Maria Soledad.
Il
nulla umano e il tutto divino, l'abisso in cui collocò se stessa, e il vertice
fiammante ove ricercò Iddio, furono da lei vissuti, con la consapevolezza e il
gaudio dei grandi mistici della sua Spagna.
Per
l'umiltà silente ed oscura rievoca Giovanni della Croce. Per la passione
dell'amore ardente operoso apostolico, richiama alla mente Teresa di Gesù.
Di
ciò visse, e per questo sopravvive.
Le
sue Figlie sono il monumento che ella consacrò all'amore di Dio e del prossimo.
Eredi
naturali delle dovizie interiori dei suoi insegnamenti, benedette e
moltiplicate da Dio, per i meriti e in grazia della loro Madre, esse lavorano in
vari campi del vecchio e del nuovo mondo, con un'armoniosa
disciplina
e con saggezza di tecnica e di organizzazione, al sollievo dei sofferenti, al
migliore, desiderabile benessere delle anime e dei corpi, raccogliendo invidiabili
frutti di bene e di salute che nessuno potrebbe ridire e solo gli angeli di Dio
annotano nel Libro della Vita.
Il
loro grande premio, oltre quello serbato ai pietosi samaritani nel regno eterno,
è il gaudio ineffabile di vedere la loro Madre glorificata.
Il
Processo Informativo per la beatificazione della M. Maria Soledad si iniziò
nell'anno 1915 e si concluse con l'introduzione della sua causa nel novembre
1924 dicembre 1929.
Il
Processo Apostolico sull'eroismo delle sue virtù si chiuse il 13 gennaio 1938.
I
Processi su i due miracoli ottenuti per la sua intercessione ebbero il loro
decreto di approvazione. Di poi fu pubblicato il decreto detto del « Tuto ».
Felicemente compiute tutte le formalità volute dai sacri canoni, la Madre Maria
Soledad ha asceso il primo gradino della gloria degli altari, col titolo di
beata, nell'anno giubilare 1950.
Infine
la splendente apoteosi dell'umile vergine madrilena Maria Soledad - dopo la
ricognizione giuridica della Chiesa sopra i due nuovi prodigi attribuiti alla
sua intercessione - si celebrò nella magnificenza della Basilica Vaticana, dove
l'anno 1970
l'Augusto
Fontefice Paolo VI, con un'invocazione in cui è l'anelito di tutto il mondo
cristiano, l'ha pregata: « O SANTA MARIA SOLEDAD! prega per noi, onde siam
fatti degni delle promesse di Cristo! ».
O
Santa Maria Soledad! assidua contemplatrice dei dolori della Vergine: voi della
sua mesta solitudine decoraste il vostro nome; ne faceste la vita del vostro
spirito e il farmaco di salute in pro di tanti sofferenti, per i quali spendeste
il vostro pietoso apostolato.
O
Madre Santa! riservate anche a noi le vostre preziose cure: vedete quante
infermità ci affliggono nell'anima e nel corpo: deh! otteneteci da Gesù, per
l'amore della immacolata e addolorata sua Madre, la liberazione da tutti i mali,
e la perfetta rassegnazione al suo divin volere, affinché pure noi lo serviamo
fedelmente, come voi lo serviste, e meritiamo in premio la vita eterna. Così
sia.
Serve
di Maria Ministre degli Infermi Via Antonio Musa n. 16
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ROMA - Tel. (06) 852508-858131
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