MARGHERITA MARIA ALACOQUE:
Vita scritta da lei stessa
VIVA
GESÙ
Comincio
questo scritto per obbedienza
È
quindi per amore di Voi solo, o mio Dio, che mi sottometto a scrivere, al fine
di obbedirvi, domandandovi perdono se ho opposto resistenza ai vostri voleri. Ma
poiché solo Voi conoscete la grande ripugnanza che m'ispira, Voi solo potete
darmi la forza di superarla, avendo io accolto questa obbedienza come un vostro
cenno, come una punizione per l'eccesso di gioia e di zelo che mi ha guidata nel
seguire la grande inclinazione da sempre avuta di seppellirmi in un eterno
oblio delle creature viventi. D'improvviso, dopo avere ottenuto promesse da
chi pensavo avrebbe potuto aiutarmi, e dopo avere distrutto quanto avevo scritto
per obbedienza - o, meglio, la parte che me n'era stata lasciata -, ho
ricevuto quest'ordine. O mio supremo bene, fate che io non scriva nulla se non
per la vostra maggiore gloria e per la mia maggiore vergogna.
2. Orrore
del peccato e voto di castità
Oh, mio
unico amore, quanto vi sono grata per avermi protetta sin dalla prima gioventù,
divenendo signore e padrone del mio cuore, pur sapendo che questo vi avrebbe
opposto una strenua resistenza! Non appena ho appreso a conoscermi, Voi avete
mostrato alla mia anima la bruttezza del peccato, così imprimendo un tale
orrore nel mio cuore, che ogni minima macchia mi causava un tormento
insopportabile; e per acquietare la vivacità della mia infanzia bastava che mi
dicessero che offendeva Dio. Ciò mi fermava subito e mi faceva desistere da
quanto avevo voglia di fare. E senza sapere cosa volessero esattamente dire, mi
Sentivo di continuo forzata a pronunciare queste parole: «O mio Dio, vi
consacro la mia purezza e vi faccio voto di perpetua castità». E una volta le
pronunciai tra le due elevazioni della Santa Messa, che, come al solito,
ascoltavo a ginocchia nude nonostante il freddo che poteva fare. Non capivo
cos avevo fatto nè cosa voleva dire la parola «voto», tantomeno voto di
castità; la mia vera inclinazione era nascondermi in un bosco e me lo impediva
solo il timore di potervi incontrare degli uomini.
3. Protezione
della Santa Vergine
La
Santissima Vergine si è sempre presa gran cura di me, che ricorrevo a lei per
ogni mio bisogno, e mi ha salvata dai più gravi pericoli. Non osavo rivolgermi
al suo divino figliolo, ma sempre a lei, cui offrivo la mia piccola corona del
rosario, inginocchiata per terra o prosternandomi fino a baciare la terra a
ogni Ave Maria.
4. Morte
del padre
Persi
mio padre che ero molto giovane e, poiché ero la sua unica figlia e
mia madre, assorbita dalla cura dei suoi figli, che erano cinque, era spesso
assente, sono stata educata sino a circa Otto anni e mezzo da domestiche e
contadini.
5. A
pensione presso le Clarisse di Charolles. Prima Comunione
Mi
misero a pensione in una casa religiosa, dove mi fecero comunicare che avevo
circa nove anni, e questa comunione colmò di tanta amarezza tutti i piaceri
e i divertimenti, che non potevo gustarne alcuno, sebbene mi premurassi di
ricercarli. Ma proprio quando mi accingevo a goderne con le mie compagne,
sentivo sempre qualcosa che me ne allontanava e mi richiamava in un angolo
nascosto, senza darmi tregua finché così non avessi fatto; e poi mi mettevo in
preghiera, ma quasi sempre prosternata o con le ginocchia nude o genuflessa, ma
sempre senza che mi si vedesse, ed era per me un tormento straordinario che mi
trovassero in tale posizione. Avevo molta voglia di fare tutto quanto vedevo
fare dalle religiose, le guardavo tutte come delle sante, pensando che, se fossi
diventata monaca, sarei divenuta come loro; e da ciò mi nacque un desiderio
talmente forte che vivevo solo per quello, sebbene non le trovassi così
lontane dalle cose terrene come avrei voluto esserlo io. Non conoscendo altre
religiose, pensai che dovevo restare con loro.
6. Una
lunga malattia. Guarita dalla Santa Vergine
Ma
caddi così terribilmente malata, che rimasi quattro anni senza poter
camminare. Le ossa mi bucavano la pelle da ogni parte; per questo motivo restai
solo due anni nel convento, senza che si riuscisse a trovare un rimedio ai miei
mali, tranne quello di votarmi al-la santa Vergine, promettendole che, se mi
avesse guarita, sarei un giorno divenuta una delle sue figlie. Non appena ebbi
pronunciato quel voto, ottenni la guarigione insieme alla protezione della
Vergine santissima, la quale divenne talmente padrona del mio cuore, che,
considerandomi sua, mi governava come se le fossi dedicata, rimproverandomi
delle mie colpe e insegnandomi a fare la volontà del mio Dio. Una volta mi
accadde che, essendomi seduta a dire il nostro rosario, Lei mi apparve e mi fece
un rimprovero che non si è più cancellato dalla mia mente, sebbene all'epoca
fossi ancora molto giovane: «Mi meraviglio, figlia mia, che tu mi serva con
tale negligenza!». Queste parole lasciarono un'impressione così forte nella
mia anima, che mi sono servite per tutta la vita.
7.
La dissipazione
Avendo
ritrovato la salute, pensai solo ad approfittare del piacere della mia libertà,
senza darmi troppa cura di mantenere la promessa. Ma, mio Dio, non pensavo
allora a quanto Voi mi avete fatto conoscere e sperimentare in seguito e cioè
il vostro sacro Cuore, che mi ha partorita tanto dolorosamente sul Calvario; e
la vita che mi avevate dato poteva solo nutrirsi del cibo della Croce, mio
delizioso nutrimento. Ed ecco come: non appena cominciai ad assaporare la
salute, mi avvicinai alla vanità e all'affetto delle persone, cullandomi
all'idea che la tenerezza che mia madre e i miei fratelli avevano per me mi
consentiva di godere delle mie piccole gioie e di dedicarmi ai divertimenti ogni
volta che lo desideravo. Ma Voi, mio Dio, mi mostraste che mi ero allontanata
dal mio interesse, assecondando la mia inclinazione che per natura tendeva al
piacere, ma in realtà allontanandomi dai vostri disegni, che si rivelarono
molto lontani dai miei.
8.
Persecuzione domestica
Intanto
mia madre s'era spogliata della sua autorità domestica per cederla ad altri, i
quali se ne appropriarono in maniera tale, che lei e io ci ritrovammo nella
peggiore servitù;3 non che voglia biasimare queste persone, né
credere che fecero male a farmi soffrire. Il mio Dio non mi permetteva simili
pensieri, lasciando-mi solo considerare ogni cosa come uno strumento affinché
si compisse la sua volontà. Entrambe non avevamo alcun potere in casa e non
osavamo fare nulla senza permesso. Era una guerra continua, tutto era sotto
chiave, al punto che molte volte non avevo di che vestirmi per andare alla santa
Messa e dovevo farmi prestare cuffia e abiti. Così comincIai a sentirmi prigioniera
e arrivai al punto di non poter fare nulla né uscire senza il consenso di tre
persone. Da quel momento mi volsi a cercare ogni piacere e ogni consolazione
nel santissimo Sacramento dell'altare. Ma trovandomi a vivere in un villaggio
lontano dalla chiesa, potevo recarmici solo col consenso di quelle persone; e
accadeva che, quando una consentiva, l'altra non era d'accordo; e spesso,
allorché manifestavo il mio dolore con le lacrime, mi rimproveravano che
forse avevo dato appuntamento a qualche ragazzo e che soffrivo di non potermici
recare per essere accarezzata e baciata, con la scusa della messa o della
benedizione del santo Sacramento. Proprio a me che provavo orrore di tutto ciò,
che mi sarei fatta fare a pezzi piuttosto che nutrire simili pensieri! Era in
quei momenti che non sapevo dove rifugiarmi, a parte qualche recesso del
giardino o della stalla o altri luoghi segreti, dove mi era possibile
inginocchiarmi per aprire con le lacrime il mio cuore a Dio, grazie
all'intercessione della santissima Vergine, mia madre putativa, cui mi affidavo
totalmente; restavo così per giornate intere, senza bere nè mangiare. Questo
era normale e spesso la gente del villaggio, mossa a compassione, mi regalava
verso sera un po' di latte o qualche frutto. Quando dovevo rientrare, ero così
timorosa e impaurita, che mi pareva d'essere una povera criminale che avesse
appena ricevuto la condanna; sarei stata più felice se fossi andata a mendicare
il cibo, piuttosto che vivere in quel modo, anche perché non osavo sedermi a
tavola. Infatti, sin dal momento in cui entravo in casa, ricominciava più forte
la tiritera perché non mi ero occupata dei servizi domestici né di accudire
i bambini di quelle benefattrici della mia anima; e senza che potessi dire una
sola parola, mi mettevo al lavoro con i servi. Dopodiché trascorrevo le notti,
così come le giornate, a versare lacrime, ai piedi del mio crocifisso, il quale
mi mostrò, senza che io comprendessi nulla, che voleva divenire padrone del
mio cuore e assimilarmi completamente alla sua vita di sofferenza. Per questo
motivo voleva divenire il mio padrone, rendendosi presente alla mia anima per
farmi agire come Lui aveva agito fra quei crudeli dolori, che mi mostrava di
aver patito per amor mio.
9. Ecce
homo, Amore per la sofferenza
Da quel
momento la mia anima fu da Lui così penetrata, che desiderai che le mie pene
non cessassero neppure per un istante. Perché da quel momento Lui era sempre
presente, sotto forma di un crocifisso o dell'immagine dell'Ecce Homo che
portava la sua croce; questo mi pervadeva di una tale compassione e di un tale
amore per le sofferenze, che tutti i miei dolori mi apparivano leggeri in
confronto al desiderio che provavo di patirne per conformarmi al mio Gesù
sofferente. E mi dolevo se quelle mani, che talora si levavano per colpirmi,
s'arrestavano senza aver scaricato su di me tutta la loro severità. Mi sentivo
continuamente forzata a rendere ogni sorta di servizi a questi veri amici della
mia anima, che si sarebbe di buon cuore sacrificata per loro, e non avevo
piacere maggiore che far loro del bene e dire di loro tutto il bene possibile.
Ma non ero io a fare tutto ciò che scrivo e che mio malgrado scriverò, perché
era il mio sovrano Maestro, che si era impadronito della mia volontà e non mi
permetteva alcuna protesta, sospiro o risentimento contro queste persone. Non
mi consentiva neanche di soffrire perché non mi veniva usata compassione,
dicendo che compassione non era stata usata nei suoi confronti e che Lui
voleva che, qualora non fossi riuscita a impedire che me ne parlassero, dessi
loro piena ragione e mi facessi carico di tutti i torti, dicendo, la qual cosa
è verità, che i miei peccati meritavano ben di peggio.
10. Ripugnanza
a scrivere la sua vita. Nostro Signore glielo impone e le spiega il perché
Ho
dovuto farmi un'estrema violenza per scrivere questi fatti, che avrei voluto
tenere accuratamente nascosti, evitando perfino di conservarne traccia nella mia
memoria, così da lasciare ogni cosa in quella del mio buon Maestro, con cui mi
sono lamentata per la grande ripugnanza che provo. E Lui si è fatto udire e
mi ha detto: «Continua, figlia mia, continua, nonostante tutte le tue
ripugnanze. E necessario che la mia volontà si compia». «Ma, Dio Mio, com'è
possibile ricordarsi di quanto è avvenuto più di venticinque anni fa ? ». «
Non sai forse che io sono l'eterna memoria del mio Padre celeste, che nulla mai
dimentica e nella quale il passato e il futuro sono come il presente? Scrivi
pure senza timore seguendo ciò che io ti detterò e ti prometto che ti ungerò
della mia grazia, affinché io ne sia glorificato. In primo luogo, voglio questo
da te per mostrarti come mi compiaccio di rendere inutili tutte le precauzioni
che ti ho lasciato prendere per celare la profusione di grazie con cui mi sono
compiaciuto ad arricchire una creatura povera e meschina come te. Non dovrai
mai dimenticare tali favori per rendermi continuamente azioni di grazia. In secondo
luogo, per insegnarti che non devi mai appropriarti dei miei favori, né
essere avara nel distribuirli agli altri, perché io mi sono voluto servire
del tuo cuore come di un canale per diffonderli secondo i miei disegni tra le
anime, molte delle quali, come in seguito ti mostrerò, saranno così sottratte
all'abisso della perdizione. In terzo luogo, è per mostrare che io sono la
Verità eterna, che non può mentire, fedele alle sue promesse, e che i favori
che ti ho concesso possono affrontare ogni sorta di esame o prova». Dopo queste
parole mi sono sentita così fortificata, che, nonostante il grande timore che
questo scritto sia letto, mi sono risolta a proseguire a qualunque costo per
compiere la volontà del mio Signore.
11. Malattia
della madre
La più
dura delle mie croci era non poter addolcire i tormenti di mia madre, che mi
erano cento volte più difficili da sopportare dei miei, sebbene non le offrissi
mai l'occasione di parlarmene, per paura di offendere Dio prendendo gusto a
parlare delle nostre pene. Era durante le sue malattie che la mia sofferenza si
faceva maggiore, perché lei, interamente affidata alle mie cure e ai miei
servizi, soffriva molto; tanto più che ogni cosa era sotto chiave e mi toccava
andar a elemosinare persino le uova e le altre cose necessarie a curare i
malati. Questo non era un tormento lieve per il mio carattere timido, specie
avendo a che fare con i contadini che mi intrattenevano più di quanto avessi
voluto. Mia madre ebbe una mortale risipola alla testa, di grossezza, rossore e
durezza spaventosi, e si limitarono a farla salassare da un chirurgo di
campagna di passaggio, il quale mi disse che a meno di un miracolo non si
sarebbe salvata. Senza che nessuno se ne dolesse, né provasse pena tranne me,
che potevo solo ritirarmi nel mio consueto rifugio e rivolgermi alla santa
Vergine e al mio sovrano Maestro, gli unici ai quali potevo svelare le angosce
che mi attanagliavano, senza doverne ricevere scherno, ingiurie o accuse. Mi
recai dunque alla messa il giorno della circoncisione dì Nostro Signore, per
chiedergli di divenire lui stesso il medico e la cura per la mia povera madre
e di mostrarmi quanto dovevo fare. Lui lo fece con tale misericordia che, non
appena rientrata, trovai la guancia di mia madre aperta da una piaga grande come
un palmo, che emanava un fetore intollerabile, e nessuno voleva avvicinarsi.
Non avevo alcuna nozione su come curare le piaghe e non riuscivo a guardarle né
a toccarle, prima di allora, e non disponevo di altro unguento che quello della
divina provvidenza. Tagliavo tutti i giorni pezzi di carne marcia, ma provavo
tale coraggio e fiducia nella bontà del mio Signore, che sentivo sempre presente,
che alla fine, contro ogni previsione umana, mia madre guarì in capo a pochi
giorni. Durante tutto il tempo della malattia, non mi coricai né dormii quasi
per nulla; mangiavo pochissimo e digiunai per giorni interi. Ma il mio divino
Maestro mi consolava e mi faceva sentire in perfetta conformità col suo
santissimo volere e solo con Lui mi lasciavo andare, dicendogli: «O mio sovrano
Maestro, se non lo voleste, tutto ciò non accadrebbe; ma io vi rendo grazie
per averlo permesso alfine di rendermi simile a Voi».
I 2. Attrazione
per la preghiera
E in
tutto ciò mi sentivo profondamente attratta dalla preghiera e mi faceva
soffrire molto il fatto di non sapere e non poter apprendere come si doveva
pregare, non avendo mai avuto contatti con persone spirituali; non conoscevo
altro che la parola «orazione», la quale rapiva il mio cuore. E mi rivolsi
al mio sovrano Maestro, che mi spiegò come voleva che io pregassi; e ho pregato
così per tutta la mia vita. Mi faceva prosternare umilmente davanti a Lui, per
chiedergli perdono di tutte le offese che gli avevo fatto e poi, dopo averlo
adorato, potevo offrirgli la mia preghiera, anche se non sapevo come proseguire.
In seguito Lui stesso mi appariva nel mistero che voleva che io contemplassi, e
prendeva fortemente possesso del mio spirito, tenendo la mia anima e tutte le
mie forze fisse su di sé, al punto che non riuscivo più a distrarmi, perché
il mio cuore si consumava nel desiderio di amarlo e questo m ' infondeva un
desiderio insaziabile di comunione santa e di sofferenza. Non sapevo come fare.
Avevo tempo solo durante la notte e ne approfittavo al massimo, ma, sebbene
questa occupazione mi fosse piacevole oltre ogni dire, non la consideravo una
preghiera ed ero sempre desiderosa di applicarmi; gli promisi che, se mi avesse
insegnato a pregare, avrei passato il maggior tempo possibile pregando.
Tuttavia, la sua bontà non mi faceva andare oltre quanto ho appena descritto ed
ero disgustata dalle preghiere solo verbali, che non riuscivo a formulare al
cospetto del santo Sacramento, di fronte al quale mi sentivo così presa, che
non mi stancavo mai di contemplano.
13.
Amore per il santo Sacramento e desiderio della Comunione
Avrei
trascorso giorni e notti senza bere né mangiare, senza sapere cosa stessi
facendo, a parte consumarmi alla presenza del santo Sacramento come un cero
acceso, al fine di ricambiare il suo amore. Non riuscivo a rimanere in fondo
alla chiesa e, per quanto imbarazzo provassi dentro me, mi avvicinavo il più
possibile al santissimo Sacramento. Ritenevo felici e invidiavo solo quelle
persone che potevano comunicarsi spesso e che erano libere di restare davanti
al santissimo Sacramento, sebbene io impiegassi male il tempo che trascorrevo li
e credo che non facessi altro che disonorarlo. Cercavo di procurarmi il favore
delle persone che ho menzionato prima, al fine di ottenere qualche momento da
passare davanti al santo Sacramento. Accadeva che, in punizione dei miei
peccati, non riuscivo a dormire la notte di Natale e il curato urlava durante la
predica che chi non aveva dormito non doveva comunicarsi e io non osavo farlo.4
Così quel giorno di gioia era per me un giorno di lacrime, che erano il
mio cibo e ogni mio diletto.
14.
La sua colpa più grande
Ma
avevo anche commesso crimini terribili! Una volta a Carnevale, insieme ad altre
compagne, mi mascherai per pura vanità e questo è stato causa di lacrime e
dolore per tutta la mia vita, come pure l'altro peccato di abbigliarmi, cedendo
alla vanità, per compiacere quelle persone che ho prima menzionato e che Dio
ha utilizzato come strumenti della giustizia divina, al fine di vendicarsi delle
ingiurie che gli ho fatto con i miei peccati. Quelle persone erano virtuose e
non credevano di farci del male con tutto ciò che ci hanno fatto, e anch'io ero
convinta che non ce ne facessero, perché era il mio Dio che voleva così e io
non portavo loro alcun rancore.
15. Imbarazzo
nello scrivere questo racconto
Ma,
ahimè, mio Signore, abbiate pietà della mia debolezza! Sento un dolore
profondo e una vergogna nello scrivere queste cose, dopo avervi opposto così a
lungo resistenza. Sostenetemi, mio Dio, affinché io non soccomba sotto il
rigore dei meritati rimproveri. No, mi rifiuto, col soccorso della vostra
grazia, di opporvi mai più resistenza, anche se dovesse costarmila vita,
attirare su di me tutto il disprezzo degli uomini, scatenare contro di me tutti
i furori dell'inferno per vendicare le resistenze che vi ho opposto Ve ne
chiedo perdono, così come vi chiedo la forza di portare a termine quanto
desiderate da me, nonostante ogni ripugnanza che il mio amor proprio possa
manifestare.
16.
E chiesta in sposa
A mano a mano che
crescevo, le mie croci aumentavano, perché il diavolo sollecitava quelli che il
mondo riteneva buoni partiti a cercare di sottrarmi al voto che avevo fatto. E
ciò comportava molta gente da vedere, cosa che era per me un piccolo supplizio.
Da una parte, i miei parenti facevano pressione su di me, soprattutto mia madre,
la quale piangeva continuamente e mi diceva che l'unica speranza di uscire dalla
sua miseria era riposta in me, nel conforto di cui avrebbe goduto vivendo con
me, non appena mi fossi accasata. Dall'altra parte, Dio perseguitava così
vivamente il mio cuore da non lasciarmi un attimo di tregua; avevo sempre il
mio voto dinanzi agli occhi e, se vi avessi mancato, sarei stata punita con
spaventosi tormenti. Il demonio si serviva della tenerezza e dell'affetto che
provavo per mia madre, mostrandomi senza sosta le lacrime che versava e
suggerendomi che, se mi fossi fatta monaca, sarei stata la causa della sua morte
per afflizione e ne avrei risposto a Dio, dal momento che lei era interamente
affidata alle mie cure e ai miei servizi. Questo mi causava un tormento
insopportabile, perché l'amavo teneramente e lei amava me e non potevamo
vivere senza vederci. Tuttavia, il desiderio di essere monaca mi perseguitava
senza tregua e avevo orrore dell'impurità. Tutto ciò mi faceva soffrire un
martirio e non avevo tregua; mi scioglievo in lacrime senza nessuno con cui
confidarmi e non riuscivo a prendere una decisione. Infine il tenero affetto
che provavo per mia madre cominciò a prendere il sopravvento e pensai che
sarebbe stato possibile farmi dispensare perché, quando avevo fatto quel
voto, non ero che una bambina e non capivo di cosa si trattava. Inoltre, temevo
di vincolare la mia libertà, dicendomi che non avrei potuto fare digiuni o
elemosine o discipline a mio piacimento, che la vita religiosa richiedeva a chi
l'intraprendeva una santità quale mai sarei riuscita a raggiungere, e che mi
sarei dannata.
17.
Il mondo l'attrae. Conflitto interiore
Così
cominciai a frequentare la società e a voler piacere, cercando di divertirmi
il più possibile. Solo Voi, mio Dio, siete testimone della forza e della lunghezza
di questo terribile conflitto che si combatteva dentro me e durante il quale
sarei stata sconfitta mille e mille volte senza l'aiuto straordinario della
vostra bontà misericordiosa. Questa aveva disegni ben diversi da quelli che
costruivo nel mio cuore, cui Voi faceste comprendere in questa come in mille
altre occasioni quanto sarebbe stato difficile opporre resistenza alla potente
trafittura del vostro amore, sebbene la mia malizia e la mia infedeltà mi
facessero impiegare tutte le forze e le astuzie per resistergli e per spegnere
in me ogni suo moto. Ma fu invano. Infatti, nel bel mezzo delle compagnie e
dei divertimenti, il vostro amore mi lanciava dardi così ardenti che
trafiggevano e consumavano il mio cuore da ogni parte; e la sofferenza che provavo
mi lasciava stordita. E ciò non bastava a far desistere un cuore ingrato come
il mio, e mi sentivo così legata e avvinta da corde, che ero costretta a
seguire colui che mi chiamava in un luogo segreto, dove mi rivolgeva severi
rimproveri; era geloso del mio misero cuore, che pativa persecuzioni spaventose.
E dopo avergli chiesto perd6no, con la faccia rivolta a terra, mi obbligava a
una lunga e rigida disciplina; dopodiché ritornavo come prima alle mie
resistenze e alle mie vanità. La sera, quando lasciavo quelle maledette
livree di Satana, cioè quei vani paludamenti, strumenti della sua malizia, il
mio sovrano Maestro mi appariva, sfigurato come durante la sua flagellazione,
e mi rivolgeva straordinari rimproveri: erano le mie vanità che l'avevano
ridotto in tale stato e io perdevo un tempo prezioso di cui avrei dovuto
rendergli conto nell'ora della mia morte. Mi diceva pure che lo tradivo e lo
perseguitavo, dopo che Lui mi aveva dato tali e tante prove del suo amore e del
desiderio che aveva di rendermi conforme a sé. Tutto ciò si imprimeva in me
con tanta forza e apriva piaghe così dolorose nel mio cuore, che ne piangevo
amaramente e mi è molto difficile esprimere tutto quello che soffrivo e che accadeva
dentro me.
18.
Penitenze corporali
Non
sapevo cosa fosse la vita spirituale, perché non ne ero stata istruita e non ne
avevo sentito parlare; sapevo solo ciò che il mio divino Maestro m'insegnava
e mi faceva fare con la sua amorosa violenza. E per punirmi in qualche modo
delle ingiurie che gli facevo e per riprendere la somiglianza e la conformità
con Lui, alleviando il dolore che mi tormentava, legavo questo miserabile e
criminale corpo con corde annodate e le stringevo così forte, che a malapena
potevo respirare e mangiare. E tenevo le corde strette così a lungo, che
s'immergevano profondamente nella mia carne, che vi ricresceva sopra, e riuscivo
a strapparle solo con molta violenza e crudeli dolori; lo stesso facevo con le
catenelle che legavo alle braccia e che toglievo portandomi via pezzi di carne.
Dormivo sopra un asse o sopra bastoni nodosi, e poi mi battevo con la
disciplina, cercando rimedio ai conflitti e ai dolori che sentivo dentro me.
Tutto quanto potevo soffrire esteriormente, sebbene le umiliazioni e le
contraddizioni di cui ho parlato prima fossero continue e aumentassero invece
di diminuire, mi pareva un sollievo in confronto alle pene che soffrivo dentro
me e che mi facevo violenza per sopportare in silenzio e tenere nascoste, come
il mio buon Maestro m'insegnava. Nulla traspariva all'esterno, a parte il fatto
che mi vedevano impallidire e disseccarmi. Il timore che avevo di offendere il
mio Dio mi tormentava più di tutto il resto, perché i miei peccati mi
apparivano continui e così grandi, che mi meravigliavo che l'inferno non
s'aprisse sotto i miei piedi per inghiottire una tale miserabile peccatrice.
Avrei voluto confessarmi tutti i giorni, ma potevo farlo solo di rado.
Consideravo santi coloro che indugiava-no a lungo in confessione, pensando che
non erano come me, che non sapevo accusarmi dei miei peccati. Ciò mi faceva
versare molte lacrime.
19. Desiderio
della vita religiosa
Dopo
aver passato molti anni tra questi dolori, conflitti e molti altri patimenti,
senza altra consolazione che il mio Signore Gesù Cristo, il quale era divenuto
mio maestro e governatore, il desiderio della vita religiosa si riaccese così
ardentemente nel mio cuore, che mi decisi a farmi monaca a ogni costo. Purtroppo
ciò fu possibile solo quattro o cinque anni più tardi3 e, durante
tutto quel tempo, le mie sofferenze e i miei conflitti raddoppiarono, mentre
io cercavo di raddoppiare allo stesso modo le penitenze, quando il mio divino
Maestro me lo permetteva. Lui fece cambiare molto il mio comportamento, mostrandomi
la bellezza delle virtù e sopratutto dei tre vo-ti di povertà, castità e
obbedienza, dicendomi che, quando li si pratica, si diventa santi, e lo diceva
perché io, pregando, gli chiedevo di farmi diventare santa. E poiché la mia
unica lettura erano le Vite dei Santi, dicevo aprendole: «Devo
trovarne una facile da imitare, affinché io possa comportarmi in quel modo e
così diventare santa». Ma quanto mi angosciava era vedere che offendevo molto
Dio, mentre pensavo che i santi non l'avevano fatto o, se l'avevano fatto, erano
stati sempre in penitenza. Così mi veniva voglia di fare penitenza; il mio
divino Maestro m'imprimeva un timore così grande di seguire la mia volontà,
che ero convinta che avrebbe gradito solo ciò che avessi fatto per amore e
obbedienza. Questo suscitò in me un gran desiderio di amarlo e di agire solo
per obbedienza, ma non sapevo come realizzare l'uno né l'altra; pensavo che fosse
un delitto dire che l'amavo, perché le mie azioni smentivano le mie parole. Gli
chiesi di insegnarmelo e di farmi fare ciò che voleva che facessi per fargli
piacere e amarlo e Lui lo fece nel modo che ora dirò.
20.
Carità verso i poveri e gli infermi
Lui
suscitò in me un amore così tenero per i poveri, che non avrei voluto parlare
d'altro, e impresse in me una così tenera compassione per i miseri che, se
fosse stato in mio potere, mi sarei privata di tutto; allorché avevo del denaro
lo regalavo ai poveri per attrarli presso di me e così insegnar loro il catechismo
e a pregare Dio. Ciò faceva si che mi seguissero e, certe volte, ne avevo così
tanti, che non sapevo dove metterli d'inverno, a parte uno stanzone da cui
qualche volta venivamo scacciati. Ero molto mortificata perché non volevo che
si vedesse quanto facevo; la gente pensava che davo ai poveri tutte le cose di
cui riuscivo a impossessarmi, ma non avrei potuto farlo per timore di rubare e
donavo solo ciò che era mio e mai senza il rispetto dell'obbedienza. Questo mi
costringeva a fare moine a mia madre, affinché mi consentisse di donare ciò
che avevo; poiché lei mi amava molto, consentiva facilmente. Se me lo
rifiutava, restavo tranquilla e, dopo un po' di tempo, ritornavo alla carica,
perché non potevo fare nulla senza consenso, non solo di mia madre, essendo
pure soggetta a quelli con cui vivevo, cosa che era un continuo supplizio. Ma
pensavo che dovevo sottomettermi a tutti quelli che più mi ripugnavano e
obbedire loro per vedere se potevo diventare monaca. Tutti questi permessi da
chiedere mi attirarono rifiuti e mi resero così prigioniera, che, per via
della grande autorità che veniva esercitata su di me, non poteva esserci una
monaca più sottomessa. Ma il desiderio ardente che provavo di amare Dio mi
faceva superare tutte le difficoltà e mi rendeva attenta a fare tutto quanto
più contrastava con le mie inclinazioni e per cui provavo più ripugnanza. Mi
sentivo talmente spinta ad agire in tal modo, che confessavo come un peccato il
non averlo fatto. Mi disgustava vedere piaghe e mi misi a curarle e a baciarle,
pur non sapendo come fare. Ma il mio divino Maestro sapeva supplire così bene
a tutte le mie deficienze, che le piaghe guarivano prestissimo senz'altro
unguento che quello della Provvidenza e, sebbene fossero molto pericolose, io
avevo più fiducia nella sua bontà che nei rimedi umani.
21. Rimproveri
di Nostro Signore che comincia a svelarle i suoi disegni
Ero
per natura portata all'amore per i piaceri e il divertimento. Non riuscivo più
a gustarne alcuno, ancorché cercassi di fare il possibile per procurarmene;
ma la figura dolorosa che allora mi appariva ossia quella del mio Salvatore
appena flagellato, m impediva di goderne perché mi rivolgeva questo rimprovero
che mi trafiggeva il cuore: 'Vorresti godere di questo piacere? E io che non ho
mai goduto di alcun piacere e mi sono dato a ogni sorta di amarezza per tuo
amore e per conquistare il tuo cuore! E nonostante ciò tu vorresti ancora
contendermelo! ». Tutto questo m'impressionava moltissimo, ma in buona fede
devo confessare che non capivo nulla di tutto ciò, avevo uno spirito rozzo e
poco spirituale e facevo del bene solo perché Lui mi ci costringeva con tale
forza, che non riuscivo a resistere. E questo il motivo per cui sono così
confusa dinanzi a quanto scrivo, mentre preferirei rendere noto fino a che punto
sono degna del più severo castigo eterno, a causa delle mie continue resistenze
a Dio e delle opposizioni alle sue grazie. Vorrei anche far vedere la
grandezza della sua misericordia, perché pareva che avesse deciso di
perseguitarmi e di contrapporre di continuo la sua bontà alla mia malizia e il
suo amore alle mie ingratitudini. Le mie ingratitudini sono state per tutta la
mia vita causa del più acuto dolore; non ero capace di riconoscere il mio
sovrano liberatore, che ha cominciato a prendersi così amorevolmente cura
di me fin dalla culla e ha sempre continuato a farlo. Una volta in cui ero in
un abisso di stupore, perché vedevo che i miei tanti difetti e le mie tante
infedeltà non riuscivano a respingerlo, Lui così mi rispose: «Voglio fare
di te una fusione del mio amore e della mia misericordia». In un'altra
occasione mi disse: « Ti ho scelta come sposa e, quando tu hai fatto voto di
castità, ci siamo promessi fedeltà. Sono stato io a indurti a farlo, prima
ancora che il mondo avesse parte nel tuo cuore, perché lo volevo completamente
puro, senza macchia di affetti terreni, e per conservarmelo così, ho tolto ogni
malizia dalla tua volontà, di modo che non potesse corromperlo».
22.
Affidata alle cure delle Santa Vergine
« E
poi ti ho affidata alle cure della mia santa Madre, affinché ti plasmasse
secondo i miei disegni». Lei è sempre stata per me una buona madre e non ha
mai rifiutato il suo aiuto per tutte le mie pene e i miei bisogni, e con tale
fiducia che mi pareva di non aver nulla da temere sotto la sua materna protezione.
Io le avevo fatto voto di digiunare ogni sabato e di dire l'ufficio della sua
Immacolata Concezione non appena avessi imparato a leggere, e di fare sette
genuflessioni tutti i giorni della mia vita recitando sette Ave Maria, per
onorare i suoi sette dolori. Mi ero consacrata a lei per essere sempre sua
schiava, chiedendole di non rifiutarmi che così fosse. Le parlavo con
semplicità, al pari di un bambino, come alla mia buona Madre, per la quale
sin d'allora provavo un amore tenerissimo.
23. Rischia
di lasciarsi vincere dall'amore per i suoi e dalle menzogne del demonio
Lei mi
rimproverò severamente quando mi vide pronta a soccombere al terribile
conflitto che sentivo in me. Perché, non potendo più resistere alle persecuzioni
dei miei e alle lacrime di una madre che amavo così teneramente e che mi diceva
che una figlia deve sposarsi a vent'anni, cominciavo a cedere. Satana mi
ripeteva in continuazione: « Povera miserabile, cosa credi di fare diventando
monaca? Farai ridere tutti, perché non sarai capace di perseverare. E che
vergogna lasciare l'abito da monaca e il convento! Dove potrai andare a
nasconderti ?». Mi scioglievo in lacrime perché avevo un terribile orrore
degli uomini e non sapevo che decisione prendere, ma il mio divino Maestro, che
aveva sempre presente il mio voto, ebbe infine pietà di me.
24.
Nostro Signore le restituisce le pace
Una
volta, che se non erro fu dopo la comunione, Lui volle farmi vedere che era il
più bello, il più ricco, il più potente, il più perfetto e il più consono
di tutti gli amanti, e si stupiva che, essendogli stata promessa da molti anni,
volevo rompere con Lui e prendermene un altro: «Oh! Sappi che, se mi fai questo
sgarbo, ti abbandonerò per sempre. Ma se mi resti fedele, non ti abbandonerò
mai e sarò l'arma vincente contro tutti i tuoi nemici. Scuso la tua ignoranza,
perché tu ancora non mi conosci, ma, se mi resti fedele e mi segui, t'insegnerò
a conoscermi e mi manifesterò a te». Dicendomi questo, infuse una grande calma
dentro me e la mia anima si trovò pervasa da una pace così grande, che mi
decisi a morire piuttosto che sostituirlo. Mi pareva allora che i miei legami
si fossero spezzati, che non avessi più nulla da temere, pensando che, seppure
la vita religiosa fosse stata un purgatorio, mi sarebbe stato dolce purificare
così il resto della mia vita, invece che vedermi precipitare verso l'inferno
che tante volte avevo meritato per i miei gravi peccati e per le mie resistenze.
25.
Sarà monaca nonostante tutto
Essendomi
dunque decisa a farmi monaca, quel divino Sposo della mia anima, per paura che
gli sfuggissi ancora, mi chiese di permettergli di impadronirsi e rendersi
arbitro della mia libertà, visto che io ero debole. Acconsentii senza difficoltà
e da allora in poi s'impadronì talmente della mia libertà, che non ne ho più
usufruito per il resto della mia vita. S'insinuò in quel momento così a
fondo nel mio cuore, che rinnovai il mio voto, cominciando a capirlo. Gli dissi
che, mi fosse pure costato mille vite, non sarei mai stata altro che monaca e lo
dichiarai a chiare lettere, pregando che fossero congedati i miei partiti, per
quanto vantaggiosi me li presentassero. Mia madre, vedendo ciò, non piangeva più
in mia presenza, ma lo faceva continuamente con tutti quelli che gliene
parlavano. Costoro non mancavano di venirmi a dire che, se l'avessi
abbandonata, sarei stata la causa della sua morte e ne avrei risposto di fronte
a Dio, perché lei non aveva nessuno che l'assistesse. Mi dicevano pure che
potevo farmi monaca dopo la sua morte. Un fratello che mi amava molto fece ogni
sforzo per distogliermi dal mio progetto, offrendomi parte dei suoi beni
affinché mi potessi collocare meglio nel mondo. Ma il mio cuore era diventato
duro come roccia di fronte a queste cose, anche se poi mi toccò restare ancora
per tre anni nel mondo, in mezzo a tutti questi conflitti.
26.
Vogliono attrarla verso le Orsoline di Maçon
Mi
misero presso uno dei miei zii che aveva una figlia monaca, la quale, sapendo
che anch'io volevo diventarlo, fece di tutto per avermi con lei. Ma io non
sentivo alcuna inclinazione per le Orsoline e le dicevo: «Vedi, se entro nel
vostro convento, sarà solo per amor tuo e invece io voglio andare in un
convento dove non ci siano parenti né conoscenti, al fine di essere monaca per
il solo amore di Dio». Ma poiché non sapevo quale convento sarebbe stato, né
quale regola avrei seguito, visto che non ne conosce-vo, pensai di poter cedere
alle sue insistenze; tanto più che amavo quella cugina, che si serviva dell'autorità
di mio zio, cui non potevo opporre resistenza, dal momento che era il mio
tutore. Mi diceva che mi amava come una figlia e che, per questo motivo, voleva
tenermi vicina a lui, e non consentì a mio fratello di riprendermi, dicendo che
intendeva essere lui ad avere podestà sulla mia persona. Mio fratello, che
non aveva ancora accettato che io diventassi monaca, si arrabbiò moltissimo
con me, pensando che fossi consenziente e che volessi gettarmi nelle braccia
di sant'Orsola nonostante lui e senza il consenso dei miei parenti. Ma ne ero
ben lontana; più insistevano per farmi entrare in quel convento e più la cosa
mi disgustava. Una voce segreta mi diceva: «Non ti voglio là, ma a Santa
Maria»
27.
La distolgono dalla Visitazione
Non mi
permettevano di visitare le monache di Santa Maria, nonostante vi avessi molte
parenti, e me ne dicevano cose che avrebbero allontanato anche caratteri molto
determinati. Ma più tentavano di distogliermi e più le amavo e sentivo
crescere in me il desiderio di entrare in quel convento a causa del dolce nome
di Santa Maria, che mi faceva capire che li c'era quanto cercavo. Una volta,
guardando un quadro del santissimo Francesco di Sales, mi parve che mi
volgesse uno sguardo paternamente amoroso, chiamandomi figlia, e così
cominciai a considerarlo mio padre. Non osavo riferire nulla di tutto ciò e
non sapevo come liberarmi di mia cugina e di tutta la sua comunità, che mi
dimostrava un affetto tale, che non sapevo come sottrarmi.
28.
Richiamata improvvisamente in famiglia
Proprio
quando si stava per aprire la porta del convento, ricevetti la notizia che mio
fratello era gravemente malato e mia madre allo stremo. Questo mi costrinse a
partire subito per recarmi da lei, senza che fosse possibile impedirmelo,
sebbene fossi malata anch'io più di rimpianto che altro, vedendomi forzata a
entrare in un convento dove credevo che Dio non mi chiamava. Viaggiai tutta la
notte per dieci leghe; non appena arrivata, ripresi la mia dura croce su cui ora
non indugerò, avendone già parlato diffusamente. Basti dire che le mie
sofferenze raddoppiarono. Mi facevano vedere che mia madre non poteva vivere
senza di me, poiché il poco tempo in cui ero rimasta lontana era la causa del
suo male, e che avrei risposto a Dio della sua morte. Così mi dicevano certi
ecclesiastici e ciò mi causava molto dolore, per via del tenero affetto che
provavo per lei e di cui il demonio si serviva per farmi credere che tutto ciò
sarebbe stato la causa della mia dannazione eterna.
29.
L'immagine sofferente
D'altra
parte, il mio divino Maestro insisteva moltissimo perché abbandonassi tutto e
lo seguissi, e non mi dava tregua. M'infondeva un gran desiderio di conformarmi
alla sua vita sofferente, a tal punto che le mie attuali sofferenze mi parevano
nulla, cosa che mi faceva raddoppiare le penitenze. Qualche volta, gettandomi
ai piedi del crocifisso, gli dicevo: «Mio caro Salvatore, come sarei felice se
imprimeste in me la vostra immagine sofferente!». E Lui mi rispondeva: «E ciò
che voglio, purché tu non mi opponga resistenza e vi contribuisca ». Per
donargli qualche goccia del mio sangue, mi legavo le dita e vi piantavo degli
aghi; in quaresima ogni giorno usavo la disciplina il più possibile per onorare
i colpi di frusta della sua flagellazione. Ma per quanto a lungo mi battessi con
la disciplina, non avevo abbastanza sangue da offrire al mio buon Maestro in
cambio di quello che Lui aveva versato per mio amore. Poiché era sulla schiena
che mi battevo, ci mettevo sempre un po' di tempo. Nei tre giorni di Carnevale
avrei voluto farmi a pezzi, per riparare agli oltraggi che i peccatori facevano
alla sua divina Maestà. Digiunavo più che potevo, vivendo di pane e acqua, e
davo ai poveri quello che ricevevo per nutrirmi.
30.
Ardore per la santa Comunione
La mia maggiore gioia
nell'allontanarmi dal mondo era pensare che avrei potuto comunicarmi spesso,
mentre allora potevo farlo raramente, e mi sarei ritenuta la creatura più
felice se solo avessi potuto farlo spesso e passare notti intere, da sola,
davanti al santo Sacramento. Li mi sentivo così sicura che, pur essendo
estremamente paurosa, me ne scordavo non appena mettevo piede nel luogo delle
mie delizie più dolci. E la vigilia della comunione, per la grandezza del
gesto che stavo per compiere, cadevo in un silenzio talmente profondo che non
riuscivo a parlare se non facendomi violenza. E dopo che mi ero comunicata, non
avrei voluto bere, mangiare, vedere né parlare, tanto erano grandi la pace e la
consolazione che sentivo. Finché mi era possibile mi nascondevo, per apprendere
ad amare il mio sovrano Bene, che m'invitava a ricambiare il suo amore.
Credevo che non avrei potuto amarlo, qualunque cosa facessi, se prima non avessi
imparato l'orazione. Tutto quanto sapevo era lui ad avermelo insegnato e
consisteva nell'abbandonarmi a tutte le sue sante emozioni quando potevo
rinchiudermi con Lui in qualche luogo discosto. Ma mi lasciavano assai poco
tempo libero, perché dovevo lavorare tutto il giorno con i domestici e, la
sera, si scopriva che non avevo fatto nulla che potesse contentare le persone
presso cui mi trovavo. Mi urlavano contro in tal modo che non avevo coraggio di
mangiare, e mi ritiravo dove potevo godermi qualche attimo di pace, di cui
avevo un gran desiderio. Mi lamentavo di continuo col mio divino Maestro, perché
temevo di non poterlo compiacere in tutto ciò che facevo, tanto più che c'era
una buona dose di volontà che trasformava in scelte le mie mortificazioni,
mentre consideravo di valore solo quanto veniva fatto per obbedienza. «Ahimè,
mio Signore», gli dicevo, «datemi qualcuno che mi conduca a Voi». «Non ti
basto io?» mi rispose. «Cosa temi? Un figlio amato quanto io amo te, potrebbe
mai perire tra le braccia di un Padre onnipotente?».
31.
Confessione a un francescano durante il giubileo
Non
sapevo cosa voleva dire aver una guida; tuttavia, avevo un gran desiderio di
obbedire e la sua bontà permise che, durante un giubileo,7 venisse a
casa un francescano, che vi rimase a dormire, così permettendoci di fare le
nostre confessioni generali. Era da più di quindici giorni che scrivevo la mia,
perché, nonostante mi confessassi non appena ne avevo l'occasione, mi pareva
sempre troppo poco, a causa dei miei gravi peccati che mi producevano un dolore
così grande, che non solo ne versavo molte lacrime, ma avrei pure voluto con
tutto il mio cuore, nell'eccesso del dolore, rivelarli a tutti. I miei più
grandi gemiti derivavano dal fatto che ero così cieca, da non riuscire a
riconoscerli né a raccontarli tanto erano enormi. Per questo scrissi tutto ciò
che riuscii a trovare nei libri che trattano della confessione, e mi accadde
di scrivere cose che avevo addirittura orrore di pronunciare. Ma mi dicevo: «
Forse l'ho commesso e lo ignoro o non me ne ricordo, ma è giusto che provi la
vergogna di dirlo per soddisfare la giustizia divina». E pur vero che, se
avessi commesso la maggior parte delle cose di cui mi accusavo, sarei stata
inconsolabile e lo sarei stata a maggior ragione per queste confessioni, se il
mio divino Maestro non mi avesse assicurato che avrebbe perdonato tutto a una
volontà priva di malizia. Feci dunque questa confessione e il padre mi fece
saltare molti fogli senza consentirmi di leggerli. Lo pregai di lasciar
soddisfare la mia coscienza, perché ero una peccatrice più grande di quanto
lui pensasse. Questa confessione mi lasciò una grande pace. Gli raccontai
qualcosa del modo in cui vivevo e lui mi diede molti buoni consigli. Non osavo,
però, dirgli tutto, perché credevo fosse una grande vanità, cosa che temevo
molto essendovi assai portato il mio carattere. Pensavo che facevo ogni cosa per
quell'unico motivo, non sapendo affatto discernere il sentimento dall
'acquiescenza. Questo mi faceva soffrire molto, perché temevo il peccato in
quanto allontanava Dio dalla mia anima. Jl buon francescano mi promise certi
strumenti di penitenza e gli raccontai che mio fratello mi costringeva a
rimanere nel mondo, anche se da quattro o cinque anni desideravo farmi monaca.
Lui ebbe gran scrupolo di accertarsene e mi domandò se avessi sempre avuto quel
progetto e, avendogli io detto che sarei morta
piuttosto
che cambiare, mi promise di far si che venissi soddisfatta.
32.
Interventi per metterla presso le Orsoline
Così,
quel francescano andò a negoziare la mia dote presso quella cugina che non
cessava di starmi dietro. Mia madre e i miei parenti volevano che entrassi
in quel convento e io non sapevo più come difendermi. Ma mentre lui ci
andava, mi rivolsi alla santissima Vergine, mia buona maestra, con l'intercessione
di san Giacinto, cui rivolsi molte preghiere e feci dire molte messe in onore
della mia santa Madre, la quale mi disse amorevolmente consolandomi. «Non
temere nulla, tu sarai la mia vera figlia e sarò sempre la tua buona Madre».
Queste parole mi calmarono e non mi lasciarono alcun dubbio sul fatto che ogni
cosa si sarebbe aggiustata, nonostante tutte le opposizioni. Mio fratello, di
ritorno dal convento, mi disse: «Vogliono quattromila lire. Spetta a te disporre
del tuo patrimonio come piu ti aggrada, perché non è ancora stato fissato
nulla».
33.
Andrà alla Visitazione. Paray l'attrae subito
Io gli
risposi risolutamente: « Non se ne farà mai nulla. Voglio andare dalle monache
di Santa Maria, in un convento lontano, dove non ci siano parenti né
conoscenti; voglio essere monaca solo per amore di Dio. Voglio lasciare il mondo
completamente e andare a nascondermi in un luogo lontano, per dimenticarlo ed
esserne dimenticata e non vederlo mai più». Mi vennero proposti molti conventi
tra cui scegliere, ma, non appena mi nominarono Paray, il mio cuore si riempì
di gioia e vi acconsentì subito. Tuttavia, dovetti recarmi ancora a trovare
quelle monache che mi avevano ospitata quando avevo Otto anni e ciò mi costò
una battaglia difficile da sostenere. Quelle monache mi accolsero dicendo che
ero figlia loro e domandandomi come mai volevo abbandonarle, visto che mi
amavano così teneramente. Mi dissero che non volevano vedermi a Santa Maria,
sapendo bene che li non sarei riuscita a resistere. Risposi che volevo
provare e mi fecero promettere che sarei ritornata da loro qualora avessi
cambiato idea. Sapevano bene, così dicevano, che mai avrei potuto abituarmi. E,
nonostante tutto quanto potevano dir-mi, il mio cuore restava insensibile e si
confermava nella sua decisione, ripetendo sempre: «Bisogna morire o vincere».
34.
L'amata Paray. «È qui che ti voglio»
Tralascio
tutti gli altri conflitti che ho dovuto sostenere, per mettermi a parlare del
luogo della mia felicità, l'amata Paray, dove, non appena entrai in
parlatorio, mi furono interiormente dette queste parole: « E qui che ti
voglio». Dopodiché dissi a mio fratello che bisognava mettersi d'accordo,
visto che non sarei andata in un altro posto. Ciò lo sorprese alquanto,
avendomi condotta li solo per farmi conoscere le monache di Santa Maria e
senza che io avessi precedentemente mostrato desiderio di voler diventare una di
loro. Ma, adesso, non volli venir via finché ogni cosa non fu definita. In
seguito mi parve di aver preso una nuova strada, tanto intensamente mi sentivo
felice e in pace. A rendermi così felice era il fatto che chi non sapeva quanto
stava accadendo, diceva: « Guardala, ha proprio i modi di una monaca». In
effetti, mi vestito con più vanità di quanto avessi mai fatto e del pari mi
divertivo, per la gran gioia che sentivo di appartenere tutta al mio sovrano
Bene, il quale, mentre scrivo, mi rivolge spesso questo amorevole rimprovero:
« Guarda, figlia mia, non potrai mai trovare un padre così amoroso col suo
unico figlio, che si sia preso tanta cura di lui e cui abbia dato tante e così
tenere testimonianze d'amore come quelle che io ti ho dato e che ti darò del
mio amore, che ha usato tanta pazienza e cura nel coltivarti e nell'adattarti
a modo mio fin dalla più tenera età, aspettandoti dolcemente, senza mai
rifiutarmi, nonostante tutte le tue resistenze. Ricordati che, se mai tu
dimenticassi la riconoscenza nei miei confronti e non mi attribuissi la gloria
di ogni cosa, questo sarebbe il mezzo per far inaridire questa fonte
inesauribile di ogni bene».
35.
Dice addio al mondo ed entra in convento
Quando finalmente giunse il giorno di dire addio al mondo,9 sentii
nel mio cuore una gioia e una fermezza mai provate prima e il mio cuore era
come insensibile sia all'affetto sia al dolore che mi venivano testimoniati,
soprattutto da mia madre. Non versai neanche una lacrima lasciandoli, perché mi
sembrava di essere una schiava che viene liberata dalla sua prigione e dalle
sue catene, per entrare nella casa del suo Sposo, prenderne possesso e godere in
tutta libertà della sua presenza, dei suoi beni e del suo amore. Era questo
che Lui diceva al mio cuore, che era fuori di sé. Non sapevo dare altra
spiegazione alla mia vocazione per l'ordine di Santa Maria, se non quella che
volevo essere figlia della santa Vergine. Confesso che nel momento in cui
entrai, era un sabato, tutti i dolori che avevo patito e molti altri mi
assalirono così violentemente, che mi pareva che, entrando in convento, il mio
spirito si separasse dal mio corpo. Ma subito mi fu mostrato che il Signore
aveva rotto il sacco della mia prigionia e che mi rivestiva del suo manto di
letizia. 10 La gioia mi domina-va a tal punto, che gridavo: «E qui che Dio mi
vuole». Sentii subito scolpito nel mio spirito che questa casa di Dio era un
luogo santo, che tutte quelle che l'abitavano dovevano essere sante e che questo
nome di Santa Maria significava che dovevo rimanere li a qualunque prezzo,
abbandonandomi e rinunciando a tutto, senza riserve o restrizioni. A
raddolcirmi tutto quanto mi sembrava più amaro in questo inizio, era il fatto
che per alcuni giorni fui svegliata al mattino da parole che udivo
perfettamente, anche se non le capivo: Dilexisti iustitiam col resto del
versetto;11 e altre volte: Audifilia et vide,'2 eccetera.
E ancora: «Hai riconosciuto il tuo sentiero e la tua strada, o mia
Gerusalemme, casa d'Israele! E il Signore ti guiderà lungo tutte le strade e
non ti abbandonerà mai». Dicevo tutto questo alla mia buona maestra senza
capirlo. Guardavo lei e la superiora come se fossero state il mio Gesù Cristo
in terra.
36.
La tela in attesa del pittore
Poiché
non avevo mai avuto una guida né una direzione e ignoravo cosa fosse, ero più
che mai disposta ad assoggettarmi al fine di poter obbedire. Mi sembrava un
oracolo tutto quanto mi veniva detto e pensavo che non avrei più avuto nulla da
temere, ora che facevo ogni cosa per obbedienza. Quando pregai la maestra delle
novizie di insegnarmi l'orazione, di cui la mia anima era molto desiderosa, lei
si rifiutò di credere che, essendo entrata in religione all'età di ventitré
anni, non sapessi ancora farla. Dopo che glielo ebbi assicurato, mi disse per la
prima volta: «Va' a metterti di fronte al Signore come una tela in attesa del
pittore». Avrei voluto che mi spiegasse cosa intendeva dire, perché non
capivo, anche se non osavo dirglielo, ma mi fu detto: «Vieni, te lo insegnerò
io». E non appena fui in preghiera, il mio sovrano Maestro mi mostrò che la
mia anima era una tela in attesa, sulla quale Lui voleva dipingere tutti i
tratti della sua vita dolorosa, spesa interamente nell'amore e nella privazione,
nella separazione, nel silenzio e nel sacrificio, nella sua consumazione. Vi
avrebbe dipinto tutto questo, dopo averla pulita di tutte le macchie che vi
restavano, sia dell'attrazione per le cose terrene sia dell'amore per me stessa
e per gli uomini, cui il mio carattere tendeva ancora molto.
37.
Troppo ardore per la penitenza. E ricondotta all'obbedienza da san
Francesco di Sales
In quel
momento Lui mi spogliò di tutto e, dopo aver vuotato il mio cuore e messo la
mia anima a nudo, accese un desiderio così ardente di amare e soffrire, che non
mi dava mai tregua. M'inseguiva così da vicino, che trovavo pace solo pensando
a come poterlo amare crocifiggendomi; la sua bontà èsempre stata così
grande nei miei confronti, che mi ha sempre fornito i mezzi per farlo. Sebbene
non nascondessi nulla alla mia maestra, avevo tuttavia il progetto di
intensificare oltre le sue intenzioni il permesso di fare penitenza. Mi accingevo
ad attuare il mio progetto, ma il mio santo Fondatore13 non mi
permise di proseguire e mi riprese così fortemente, che mai più ebbi il
coraggio di riprovare. Le sue parole sono rimaste incise per sempre nel mio
cuore: «Ma come puoi pensare, figlia mia, di far piacere a Dio, superando i
limiti dell'obbedienza? Questa, e non l'austerità, è il pilastro principale
e il fondamento della congregazione».
38.
Vestizione
Avevo
superato la mia prova con un gran desiderio di vedermi interamente consacrata a
Dio, il quale mi fece la misericordia di badare continuamente a me, per farmi
ottenere questa felicità. Rivestita dunque del nostro santo abito,'4 il
mio divino Maestro mi fece vedere che era il tempo del nostro fidanzamento e
che questo gli conferiva un nuovo potere su di me, dal momento che m'impegnavo
ad amarlo esclusivamente.
Poi mi
fece capire che, come tutti gli amanti più appassionati, mi avrebbe fatto
gustare durante questo periodo quanto c'era di più dolce nella soavità delle
carezze del suo amore. Queste furono in effetti così eccessive, che spesso mi
lasciavano fuori di me e mi rendevano incapace di agire. Mi ritrovavo, allora,
in un abisso di confusione così profondo, che non osavo farmi vedere. Ne venivo
rimproverata e mi si faceva intendere che non era questo lo spirito delle figlie
di Santa Maria, la quale non vuole nulla di straordinario, e che, se non
abbandonavo tutto ciò, non mi avrebbero accettata.
39.
Cercano di farle seguire il sentiero comune
Tutto
questo mi causò una gran desolazione e feci ogni sforzo, senza mai
risparmiarmi, pur di allontanarmi da quel sentiero, anche se tutti i miei
sforzi si rivelarono inutili. La nostra buona maestra vi si adoperava pure lei,
senza che io lo notassi. Mi vedeva molto desiderosa di fare l'orazione e di
imparare a farla, ma io non ci riuscivo secondo le regole che mi venivano date,
perché mi rifacevo sempre alla regola datami dal mio divino Maestro,
nonostante tutti gli sforzi per dimenticarmene e allontanarmi da Lui. Allora,
la maestra mi affidò come ausiliaria a una ufficiale. Questa mi
faceva lavorare durante l'orazione e, quando andavo a chiedere alla mia maestra
di poter riprendere a pregare, mi rimproverava aspramente, dicendomi di farlo
mentre lavoravo, fra un esercizio e l'altro del noviziato. Così io facevo,
senza che ciò potesse distrarmi dalla dolce gioia e consolazione della mia
anima; anzi, la sentivo aumentare sempre di più. Mi venne ordinato di andar
ad ascoltare i punti dell'orazione al mattino, dopodiché dovevo spazzare là
dove mi veniva indicato, fino all'ora di Prima, quando dovevo render conto
della mia orazione o, piuttosto, di quella che il mio sovrano Maestro faceva in
me e per me, perché non avevo altra possibilità in tutto ciò se non di
obbedire. Ne provavo un piacere estremo, nonostante tutte le pene che il mio
corpo, così facendo, pativa. E in seguito cantavo: « Più contraddicono il mio
amore e più quest'unico bene m'infiamma. Mi tormentino pure notte e giorno, ma
non me lo si può toglier dal cuore. Più sentirò dolore e più mi unirà al
suo Cuore».
40.
Avidità di umiliazioni e mortificazioni
Sentivo
una fame insaziabile di umiliazioni e mortificazioni, anche se per natura mi
ripugnavano vivamente. Il mio divino Maestro m'incitava senza sosta a chiederne
e io finivo per trovarne alcune assai particolari. Infatti, sebbene mi
rifiutassero quelle che cercavo, ritenendomi indegna di farle, me ne assegnavano
altre che non mi sarei aspettata e che erano così contrarie alle mie
inclinazioni, che ero costretta a dire al mio buon Maestro, nello sforzo
violento che dovevo fare: «Ahimè! Soccorretemi, vi-sto che ne siete la causa».
E Lui lo faceva, dicendomi: « Devi ammettere che non puoi fare nulla senza di
me, ma non ti farò mancare il mio aiuto, purché il tuo nulla e la tua
debolezza sprofondino davanti alla mia forza».
41.
Lotta eroica contro una ripugnanza naturale
Racconterò solo una di queste occasioni di mortificazione superiori
alle mie forze, attraverso cui mi fece provare davvero l'efficacia delle sue
promesse. Si tratta di una cosa per la quale tutta la nostra famiglia provava
una grande avversione naturale, al punto che mio fratello aveva ottenuto, nel
contratto che regolava la mia entrata in convento, che non sarei mai stata
costretta su questo punto. La cosa era stata concessa, essendo di per
sé insignificante, ma dovetti adattarmi a farla, perché su ciò fui attaccata
con tale veemenza, che non sapevo più cosa fare. Mi pareva mille volte più
facile sacrificare la mia vita e, se non avessi amato la mia vocazione più
della mia vita, l'avrei sacrificata piuttosto che costringermi a fare ciò che
volevano farmi fare. Invano opponevo resistenza, perché il mio Sovrano voleva
questo sacrificio, da cui dipendevano tanti altri. Rimasi tre giorni a
combattere con tanta violenza, che facevo compassione, soprattutto alla mia
maestra, davanti alla quale mi sentivo in dovere di fare quanto lei chiedeva,
ma il coraggio mi mancava e morivo di dolore perché non riuscivo a piegare il
mio carattere, e le dicevo: « Mi tolga la vita piuttosto che farmi venir meno
al voto di obbedienza!». E lei: «Vattene», mi disse, «non sei degna di
praticarla e ora ti proibisco di fare ciò che ti avevo ordinato». Questo mi
parve troppo. Dissi subito: «Bisogna morire o vincere». Andai davanti al
santissimo Sacramento, mio solito rifugio, dove rimasi per tre o quattro ore a
piangere e a gemere, nella speranza di trovare la forza di vincermi: «Ahimè!
Mio Dio, mi avete dunque abbandonata? Come, c'è ancora qualcosa nel mio
sacrificio che deve essere consumato fino al completo olocausto?». Ma il mio
Signore voleva spingere all'estremo la fedeltà del mio amore verso di Lui, come
mi ha mostrato in seguito, e godeva nel vedere la sua indegna schiava esitare
fra l'amore divino e le ripugnanze naturali. E alla fine fu Lui a vincere, perché,
senza altra consolazione né armi che queste parole: «L'amore non deve avere
riserve», andai a gettarmi alle ginocchia della mia maestra, chiedendole la
misericordia di consentirmi di fare ciò che aveva voluto che facessi. Lo feci,
sebbene mai abbia provato tanta ripugnanza. E una ripugnanza che ho provato
ogni volta che mi è toccato rifarlo, ma non ho mai smesso di continuare a farlo
per quasi otto anni.
42.
Questo sacrificio le procura un nuovo torrente di grazie
Fu dopo
questo primo sacrificio che tutte le grazie e i favori del mio Sovrano
raddoppiarono e inondarono la mia anima, a tal punto che ero come costretta a
dire spesso: « Interrompete, o mio Dio, questo torrente che mi travolge,
oppure aumentate la mia capacità di riceverlo!». E qui tralascio tutte
quelle predilezioni e profusioni del suo puro amore, così grandi che non saprei
come esprimerle.
43.
Si nutrono timori sulla sua vocazione. Nostro Signore si offre come suo
garante
Questo
mi provocò altri attacchi, mentre stavo per fare la mia professione di fede. Mi
dicevano che si vedeva bene che non ero adatta a vivere secondo lo spirito della
Visitazione, che teme questi sentieri soggetti all'inganno e all'illusione. Lo
riferì subito al mio Signore, lamentandomene: «Ahimè! Mio Signore, sarà
dunque a causa vostra che sarò respinta?». A ciò mi fu risposto: «Di' alla
tua superiora che non ha nulla da temere accettandoti, che io rispondo per te
e che, se mi crede solvente, sarò io la tua cauzione». Avendole riferito ciò,
lei mi ordinò di chiedergli, per essere sicura, che mi rendesse utile alla
santa religione con la pratica corretta di ogni osservanza. A questo, la sua
amorevole bontà mi rispose: «Bene! Figlia mia, te lo concedo e ti renderò
più utile alla religione di quanto lei può pensare,ma in un modo che solo io
conosco. D'ora innanzi adatterò le mie grazie allo spirito della tua regola,
alla volontà delle tue superiore e alla tua debolezza, sino a farti considerare
sospetto tutto quanto ti allontanerà dalla pratica corretta della tua regola,
che mi pare tu preferisca a tutto il resto. Inoltre, sarò lieto se preferirai
la volontà delle tue superiore alla mia, quando t'impediranno di fare quel che
io ti avrò ordinato. Lascia che facciano quel che vogliono di te. Io saprò
trovare il modo di realizzare i miei disegni, anche con mezzi che ti sembrano
opposti e contrari. E mi riservo solo la direzione del tuo intimo e,in
particolare, del tuo cuore, che io non cederò mai ad altri avendovi fissato la
sede del mio amore». La nostra madre superiora e la nostra maestra rimasero
contente di tutto questo e gli effetti si manifestarono con tale evidenza, che
non poterono più dubitare che quelle parole provenissero dalla Verità.
Infatti, non sentivo alcun turbamento in me e mi dedicai interamente a
obbedire, qualunque pena dovessi patire per farlo. La stima e il compiacimento
erano per me un supplizio insopportabile e li consideravo un giusto castigo per
i miei peccati, che mi parevano così grandi, che tutti i tormenti immaginabili
mi sarebbero stati dolci da soffrire pur di espiarli e soddisfare la
giustizia divina.
44.
Prende i voti
Essendo
dunque pervenuta al bene tanto desiderato della sacra professione, quel giorno
il mio divino Maestro volle ricevermi in sposa in un modo che mi sento incapace
di esprimere.18 Dirò solo che mi preparò e mi trattò come una
sposa del Tabor. La cosa era per me più dura della morte, perché non mi vedevo
affatto conforme al mio sposo, che immaginavo tutto sfigurato e straziato sul
Calvario. Ma mi fu detto: «Lasciami fare ogni cosa a suo tempo, perché voglio
che tu sia ora il gingillo del mio amore, che vuole giocare con te a suo
piacimento, come fanno i bambini con i giocattoli. E necessario che ti abbandoni,
cieca e senza resistenza, lasciandomi divertire a tue spese, e tu non ci
perderai». Mi promise di non lasciarmi più, dicendomi: « Sii sempre pronta a
ricevermi, perché ormai voglio abitare in te per poter conversare e
intrattenermi con te».
45.
Gratiftcata dalla misteriosa presenza del suo divino Maestro
D'allora
innanzi mi gratificò con la sua presenza divina, in un modo che mai prima
avevo sperimentato; mai prima avevo ricevuto una grazia così grande, che in
seguito ha sempre manifestato i suoi effetti su di me. Lo vedevo, lo sentivo
vicino a me, lo sentivo molto meglio che se fosse stato tramite i sensi del
corpo, i quali mi avrebbero potuto distrarre e allontanare. Invece, a tutto ciò
non potevo frapporre barriere, non essendovi alcuna mia partecipazione. Questo
determinò in me un forte annientamento e mi sentii subito come caduta e
annichilita nell'abisso del mio nulla, da cui non sono più uscita, per rispetto
e omaggio a questa infinita grandezza, al cospetto della quale avrei voluto
stare sempre con la faccia rivolta verso la terra o in ginocchio. Così ho poi
fatto, nella misura in cui il lavoro e la mia debolezza me l'hanno consentito.
Perché non mi concedeva requie se non ero in una posizione rispettosa, e io
osavo sedermi solo quando ero in presenza di qualcuno, a causa della mia
indegnità di cui mi ha sempre mostrato la grandezza, al punto che non osavo
comparire in pubblico se non con grande turbamento. Desideravo che si
conservasse ricordo di me solo per disprezzarmi, umiliarmi e ingiuriarmi, perché
null'altro mi è dovuto. Questo unico amore della mia anima traeva molto
piacere dal fatto che venissi trattata così e, malgrado la sensibilità del
mio carattere orgoglioso, non mi concedeva altra soddisfazione, allorché ero
con altri, che quella di mettermi in condizione di essere contraddetta,
umiliata, disprezzata, e voleva che tutto questo fosse il mio cibo delizioso,
che mai mi ha fatto mancare e che per Lui non era mai abbastanza. Anzi, faceva
Lui stesso ciò che altre creature o io per prima mancavamo di fare. Ma, mio
Dio, più intensamente sentivo il gusto di questo cibo quando eravate Voi a
intervenire, e sarebbe troppo lungo da raccontare.
46.
Le due santità dell'amore e della giustizia
Mi
onorava con i suoi incontri talvolta come un amico, talaltra come lo sposo più
appassionato o come un padre tutto preso d'amore per il suo unico figlio e
in mille altri modi, di cui non racconterò gli effetti che producevano in me.
Dirò solo che mi mostrò in Lui le due santità: una di amore e l'altra di
giustizia, entrambe altissime, che sarebbero state esercitate continuamente su
di me. La prima mi avrebbe fatto soffrire una specie di purgatorio molto
doloroso, per confortare le anime sante che vi erano prigioniere e alle quali
Lui avrebbe permesso di rivolgersi a me. E quanto alla sua santità di giustizia,
così terribile e spaventosa per i peccatori, mi avrebbe fatto sentire il peso
del suo giusto rigore, facendomi soffrire per i peccati e « in particolare per
le anime che mi sono consacrate, per le quali ti farò vedere e sentire in
seguito cosa dovrai patire per amore mio».
47.
Si sforza di ritrarsi dal percorso straordinario e se ne lamenta con
Nostro Signore
Dio mio,
Voi che conoscete la mia ignoranza e la mia incapacità nell'esprimere tutto
quanto è accaduto tra la vostra sovrana Maestà e la vostra infima e indegna
schiava, per l'effetto sempre operante del vostro amore e della vostra grazia,
datemi il modo di poter dire qualche piccola cosa di ciò che è più
intellegibile e sensibile, affinché io possa mostrare fino a quale eccesso di
liberalità è giunto il vostro amore nei confronti di un oggetto così
miserabile e indegno. Non nascondevo nulla alla mia superiora e alla maestra,
sebbene spesso non comprendessi io stessa ciò che dicevo loro; e poiché loro
mi fecero capire che questi percorsi straordinari non erano consoni alle figlie
di Santa Maria, provai un forte dolore e, di conseguenza, non c'è sforzo che
non abbia fatto per ritrarmi da quel percorso. Ma invano, perché quello Spirito
aveva già preso un tale possesso del mio spirito, che non potevo più
disporne, come di ogni altra mia potenza interiore, che sentivo tutta assorbita
in Lui. Facevo ogni sforzo per applicarmi a seguire il metodo d'orazione che
mi veniva insegnato con le altre pratiche, ma nel mio spirito non rimaneva
nulla. Potevo anche leggere i miei punti d'orazione: tutto svaniva e riuscivo ad
apprendere e a ricordare solo ciò che il mio divino Maestro m'insegnava, cosa
che mi ha fatto soffrire molto. Perché le mie superiore facevano di tutto per
distruggere le sue azioni in me e mi ordinavano di fare altrettanto. Combattevo
contro di Lui per quanto potevo, seguendo esattamente tutto ciò che
l'obbedienza mi ordinava per allontanarmi dalla sua potenza, che rendeva la mia
inutile. Mi lamentavo con Lui: «Cosa! » gli dicevo. «O mio sovrano Maestro!
Perché non mi lasciate sul sentiero comune delle figlie di Santa Maria? Mi
avete condotta nella vostra santa casa al fine di perdermi? Concedete quelle
grazie straordinarie ad anime scelte, che vi corrisponderanno meglio e vi
glorificheranno più di me, che, invece, vi oppongo solo resistenza. Io non
desidero altro che il vostro amore e la vostra croce e questo mi basta per
essere una buona monaca, che è tutto quanto desidero». Mi fu risposto: «
Combattiamo, figlia mia, ne sono contento, e vedremo chi vincerà, il Creatore
o la sua creatura, la forza o la debolezza, l'onnipotente o l'impotente. Ma
chi vincerà, sarà vincitore per sempre». Questo mi gettò in un'estrema
confusione, durante la quale Lui mi disse: « Sappi che non mi sento affatto
offeso da tutti questi conflitti e dinieghi che mi opponi in nome
dell'obbedienza, per la quale io ho dato la mia vita. Ma voglio insegnarti che
sono il padrone assoluto dei miei doni e delle mie creature, e che nulla potrà
impedirmi di portare a compimento i miei disegni. Ecco perché voglio non solo
che tu faccia ciò che le tue superiore ti diranno, ma pure che tu non faccia
nulla di ciò che ti ordino senza il loro consenso. Io amo l'obbedienza e,
senza di questa, non mi si può piacere». Questo piacque alla mia superiora,
che mi disse di abbandonarmi alla sua potenza, cosa che feci sentendo subito
grande gioia e pace nella mia anima, la quale pativa una crudele tirannia.
48.
Nostro Signore le chiede un nuovo abbandono di se stessa
Lui mi
chiese, dopo la santa comunione, di rinnovargli il sacrificio della mia libertà
e di tutto il mio essere, cosa che feci con tutto il cuore. «A patto», gli
dissi, «o mio sovrano Maestro, che Voi non facciate mai apparire in me nulla
di straordinario, tranne ciò che più possa causarmi umiliazione e abiezione
di fronte agli uomini e distruggermi nella loro stima. Ahimè, mio Dio, sento la
mia debolezza e temo di tradirvi e di non sapere far si che i vostri doni
siano al sicuro con me». «Non temere nulla, figlia mia», mi disse, «vi
metterò ordine io e ne sarò il guardiano, rendendoti incapace di oppormi resistenza».
«Come! Mio Dio, mi lascerete vivere senza più soffrire?». Mi fu subito
mostrata una grande croce, di cui non potevo vedere la fine, ed era tutta
coperta di fiori.
49.
I fiori e le spine della croce. Tre desideri imperiosi
«Ecco
il letto delle mie caste spose, dove ti farò consumare le delizie del mio puro
amore. A poco a poco questi fiori cadranno e ti rimarranno solo le spine, ora
nascoste per via della tua debolezza. Queste ti faranno sentire così
acutamente le loro trafitture, che avrai bisogno di tutta la forza del mio
amore per sopportarne il dolore». Queste parole mi rallegrarono molto, perché
pensavo che non avrei mai avuto abbastanza dolori, umiliazioni e disprezzo
capaci di soddisfare l'ardente sete che ne avevo, e che non avrei potuto provare
una sofferenza peggiore di quella che provavo perché non soffrivo a sufficienza,
dal momento che il suo amore non mi lasciava requie né di giorno né di
notte. Queste dolcezze mi affliggevano. Volevo la croce tutta pura e avrei
voluto vedere il mio corpo sempre provato dalle austerità o dalle fatiche,
cui mi applicavo per quanto le mie forze potevano sopportare. Infatti, non mi
era possibile vivere un solo momento senza sofferenza e più soffrivo e più
accontentavo questa santità d'amore che aveva acceso tre desideri nel mio
cuore, i quali mi tormentavano senza tregua: il primo era di soffrire, il
secondo di amarlo e comunicarmi e il terzo di morire per unirmi a lui.
50. Si
occupa dell'asina e dell'asinello durante il ritiro della sua professione e
riceve la grazia di un amore ardente per la croce
Da
quando il mio sovrano Maestro mi accompagnava ovunque, non mi preoccupavo più
del tempo né del luogo. Ero indifferente a ogni disposizione che veniva presa
nei miei confronti, perché ero sicurissima che, essendosi Lui concesso a me
senza che l'avessi meritato, ma solo per la sua pura bontà, non avrebbero
potuto togliermelo. Lo sperimentai durante il ritiro della mia professione,
quando mi mandarono nell'orto a badare a un'asina e al suo asinello. L'asina
mi dava non poco lavoro, perché non mi era permesso di legarla e volevano che
la tenessi nell'angolo che mi era stato indicato, per paura che facesse
danni, di modo che ero sempre li a correre. Non avevo tregua sino all'Angelus
della sera, quando andavo a cena; poi durante una parte del Mattutino
ritornavo nella stalla per farli mangiare. Ero contenta di questa occupazione e
non mi avrebbe dato fastidio neppure se fosse durata tutta la vita. Il mio
Sovrano mi teneva una compagnia così fedele, che tutte quelle corse che dovevo
fare non mi allontanavano da Lui. Fu li che ricevetti grazie così grandi,
che mai ne avevo sperate di simili, soprattutto quella che mi fece conoscere sul
mistero della sua santa morte e passione. E un abisso impossibile da descrivere
e la lunghezza dell'eventuale racconto me lo fa evitare, ma mi ha ispirato un
tale amore per la Croce, che non posso vivere un solo momento senza soffrire:
soffrire in silenzio, senza consolazione, sollievo o compassione, e morire con
quel Sovrano della mia anima, schiacciata sotto la croce di ogni sorta di
obbrobri, umiliazioni, dimenticanze e disprezzo. Queste cose sono durate per
tutta la mia vita, la quale, grazie alla sua misericordia, è interamente
trascorsa in questi esercizi, che sono quelli dell'amore puro. Lui ha sempre
badato a fornirmi in abbondanza questo nutrimento, che gli è tanto gradito,
senza mai dire basta.
51.
Esigenze della santità di Dio
Il mio
divino Maestro m'impartì una volta questa lezione: «Sappi», mi disse in
merito a una colpa che avevo commesso, «che sono un Maestro santo che insegna
la santità. Sono puro e non posso sopportare la minima macchia. Per questo
bisogna che tu agisca in mia presenza con semplicità di cuore e con intenzione
retta e pura. Perché non tollero il minimo inganno e ti farò conoscere che
l'eccesso del mio amore mi ha indotto a rendermi tuo Maestro, affinché tu ti
modelli a modo mio e secondo i miei disegni. Io non posso sopportare le anime
tiepide e pigre e, se sono dolce nel sopportare le tue debolezze, non sarò
per questo meno severo e puntuale nel correggere e punire le tue infedeltà».
E questo è quanto mi ha dimostrato per tutta la vita. Posso dire che non mi
lasciava passare la minima colpa, dovuta a poca volontà o a negligenza, senza
che mi punisse e mi rimproverasse, ancorché sempre nella sua misericordia e
infinita bontà. Devo confessare che nulla mi era più doloroso e terribile che
vederlo anche solo un po' arrabbiato con me. Tutti gli altri dolori, castighi
e mortificazioni non erano nulla al confronto. Così chiedevo prontamente la
penitenza per le mie colpe e Lui si accontentava di quelle che l'obbedienza mi
imponeva.
52.
Lui respinge le opere della volontà
Ciò
che Lui biasimava con più severità era la mancanza di rispetto e di
attenzione verso il santissimo Sacramento, soprattutto nel momento dell'ufficio
e dell'orazione, le mancanze di rettitudine e purezza nelle intenzioni, e la
curiosità vana. Sebbene i suoi occhi puri e chiaroveggenti scoprano anche le
minime mancanze di carità e umiltà per biasimarle severamente, nulla è
paragonabile alla mancata obbedienza, nei confronti sia dei superiori sia
delle regole. La minima risposta che manifesti ripugnanza per i superiori gli
è intollerabile in un anima religiosa. «T'inganni», mi diceva, «se pensi di
potermi piacere con questo genere di azioni e mortificazioni scelte dalla
tua volontà, fatte più per piegare che per assecondare la volontà dei tuoi
superiori. Sappi che respingo tutto ciò come il frutto corrotto dalla volontà
individuale, di cui ho orrore in un'anima religiosa. Preferirei che godesse di
tutti gli agi per obbedienza, piuttosto che si sfiancasse a forza di penitenze
e digiuni voluti dalla sua volontà». Quando mi capita di fare questo tipo di
penitenze e di mortificazioni per mia scelta e senza ordine suo o della
superiora, non mi consente nemmeno di offrirgliele e mi corregge imponendomi una
penitenza come per le mie altre colpe. Ognuna di queste trova la sua particolare
pena nel purgatorio, lì dove mi purifica per rendermi meno indegna della sua
divina presenza, comunicazione e intervento, perché Lui faceva tutto in me. E
una volta, finita un'Ave maris stella di disciplina, che mi era stata
assegnata, mi disse: «Ecco la mia parte». E poiché io continuavo, aggiunse:
«Ecco, ora è quella del demonio». A tali parole smisi immediatamente.
Un'altra volta, in cui facevo la disciplina per le sante anime del purgatorio
e volevo farne più di quanto me ne avessero consentito, le anime mi
circondarono, lamentandosi per come le battevo. Tutto ciò mi convinse a
morire piuttosto che superare di tanto o di poco i limiti dell'obbedienza.
In seguito, Lui mi assegnava una penitenza, ma io non ci trovavo nulla di
difficile, perché a quel tempo le mie pene e le mie sofferenze erano immerse
nella dolcezza del suo amore. Spesso gli chiedevo di allontanarlo da me, per
lasciarmi gustare con piacere le amarezze delle sue angosce, dei suoi
abbandoni, delle sue agonie, dei suoi obbrobri e degli altri suoi tormenti. Ma
Lui mi rispondeva che dovevo sottopormi indifferentemente a tutte le sue diverse
disposizioni e non mettermi a imporre regole a Lui. « Ti farò capire in
seguito che sono un direttore saggio e sapiente, il quale sa guidare le anime
senza pericolo, quando queste si abbandonano a me dimenticando se stesse».
53.
Si riposa sul petto di Nostro Signore, che per la prima volta le mostra
il suo cuore infiammando quello di lei
Una volta, davanti al santo Sacramento, con un po di tempo a
disposizione, perché le mie incombenze me ne lasciavano assai poco, mi ritrovai
tutta investita da questa presenza divina, così forte che mi dimenticai di
me stessa e del luogo dov'ero. Allora mi abbandonai a questo divino
Spirito, consegnando il mio cuore alla forza del suo amore. Lui mi fece riposare
a lungo sul suo petto divino e li mi fece scoprire le meraviglie del suo amore
e i segreti inesplicabili del suo sacro Cuore, che mi aveva sempre tenuto
nascosti. Quando me lo aprì per la prima volta, fu in modo così forte e
toccante, che non mi lasciò ombra di dubbio, considerati gli effetti che questa
grazia produsse in me, al punto che temo sempre di sbagliarmi in tutto quanto
dico che è accaduto in me. Ecco come mi pare che la cosa si sia svolta.Lui mi
disse: « Il mio Cuore divino arde così tanto d'amore per gli uomini e per te
in particolare, che, non potendo contenere in se stesso le fiamme della sua
carità ardente, deve diffonderle per mezzo tuo e manifestarsi agli uomini per
arricchirli dei suoi preziosi tesori. Io te li rivelo, affinché tu sappia che
contengono le grazie santificanti e salvifiche necessarie per allontanare gli
uomini dall'abisso della perdizione. Ti ho scelta, sebbene tu sia un abisso
d'indegnità e ignoranza, per il compimento di questo grande disegno, in modo
che tutto sia fatto da me». In seguito, mi chiese il mio cuore, che gli
supplicai di prendere, cosa che fece e lo mise nel suo adorabile Cuore, dove
me lo fece vedere simile a un piccolo atomo che si consumava in quella fornace
incandescente. Ritiratolo di lì come una fiamma ardente in forma di cuore, lo
rimise nel posto da cui l'aveva preso, dicendomi: «Ecco, mia amata, un prezioso
pegno del mio amore, che chiude nel tuo costato una piccola scintilla delle sue
più vive fiamme, affinché ti serva da cuore e ti consumi fino all'estremo
momento. Il suo ardore non si spegnerà e potrà trovare un po' di refrigerio
solo nel salasso. Io lo segnerò talmente col sangue della mia Croce, che ti
porterà più umiliazioni e sofferenze che sollievo. Ecco perché voglio che tu
chieda con semplicità questo rimedio, sia per praticare quel che ti è stato
ordinato, sia per darti la consolazione di versare il tuo sangue sulla croce
delle umiliazioni».
54.
Come segno ha sempre un dolore al fianco e diviene discepola del sacro
Cuore
« Come segno che la grande grazia che ti ho fatto non è
un'immaginazione, ma il fondamento di tutte quelle che ti concederò, sappi che,
pur avendo io chiuso la ferita nel tuo costato, il dolore ti rimarrà per sempre
e, se finora hai avuto solo il nome di mia schiava, adesso ti conferisco quello
di amata discepola del mio sacro Cuore». Dopo una grazia così grande e che
si protrasse per un lungo periodo, durante il quale non sapevo se mi trovavo in
cielo o sulla terra, rimasi molti giorni come infiammata e inebriata. Ero
talmente fuori di me, che non riuscivo a dire una parola se non facendomi
violenza, e mi toccava farmene una così grande per distrarmi e mangiare, che
mi ritrovavo allo stremo delle forze nel tentativo di sopportare il mio dolore e
me ne sentivo molto umiliata. Non riuscivo a dormire, perché quella ferita, il
cui dolore mi è così prezioso, mi causa20 ardori così violenti,
che mi consuma e mi fa bruciare viva. Sentivo una così grande pienezza di Dio,
che non sapevo esprimerla alla mia superiora come avrei desiderato fare, nonostante
la pena e l'imbarazzo che queste grazie mi causavano nel raccontarle, per via
della mia grande indegnità, che mi avrebbe piuttosto spinta mille volte a
scegliere di raccontare i miei peccati a tutti. Questo mi sarebbe stato di
grande consolazione, se mi fosse stato consentito farlo e leggere ad alta voce
la mia confessione generale in refettorio, per mostrare il fondo di corruzione
che era in me, e per evitare che attribuissero valore alle grazie che ricevevo.
55.
Nei primi venerdì del mese, il sacro Cuore le appare come un sole
sfolgorante, come una fornace ardente
Quanto ho riferito sul dolore al costato, si rinnovava nei primi venerdì
del mese nel seguente modo: il sacro Cuore mi appariva come un sole sfolgorante
di luce vivissima, i cui raggi ardenti colpivano il mio cuore. Me lo sentivo ben
presto infiammato da un fuoco tale, che mi pareva di ridurmi in cenere, ed era
soprattutto in quel momento che il mio divino Maestro mi spiegava ciò che
voleva da me e mi rivelava i segreti di quell'amabile Cuore. Una volta, fra le
altre, in cui il santo Sacramento era esposto, dopo essermi assorta
in me stessa con uno straordinario raccoglimento di tutti i sensi e di tutte
le facoltà, Gesù Cristo, il mio dolce Maestro, si presentò a me, sfolgorante
di gloria con le sue cinque piaghe, scintillanti come cinque soli. Da questa
sacra umanità uscivano ovunque fiamme, ma soprattutto dal suo adorabile petto,
che pareva una fornace, e apertasi la fornace, mi veniva svelato il suo amoroso
e amabile Cuore, che era la sorgente viva di quelle fiamme. Fu allora che mi
rivelò le meraviglie inesplicabili del suo puro amore e fino a quale eccesso
aveva spinto il suo amore per gli uomini, dai quali riceveva solo ingratitudine
e indifferenza. «Ciò mi ferisce più di tutto quanto ho sofferto durante la
mia passione», mi disse. «Se mi contraccambiassero con un po' d'amore,
stimerei poco quanto ho fatto per loro, e vorrei, se fosse possibile, fare
ancora di più. Invece, non hanno che freddezza e rigetto per tutte le mie
premure che mirano a far loro del bene».
56.
Dovrà supplire all'ingratitudine degli uomini
«Ma, almeno tu, dammi il piacere di supplire alle loro ingratitudini
nella misura in cui ne sei in grado». Confessando la mia incapacità, mi
rispose: « Tieni, ecco quanto ti serve per supplire a ciò che ti manca». E
contemporaneamente il suo Cuore divino si apri e ne usci una fiamma così
ardente, che credetti mi dovesse consumare. Ne fui interamente penetrata e non
riuscivo più a sopportarla, al punto che gli chiesi di avere pietà della mia
debolezza. «Sarò la tua forza», mi disse. «Non temere nulla, ma presta
attenzione alla mia voce e a ciò che ti chiedo, affinché tu ti disponga al
compimento dei miei disegni».
57.
Si comunicherà il più spesso possibile e in particolare i primi
venerdì. Farà l'Ora Santa
«Innanzitutto, mi riceverai attraverso il santo Sacramento tutte le
volte che l'obbedienza te lo vorrà permettere, nonostante ogni umiliazione e
mortificazione che te ne potrà derivare e che dovrai ricevere come pegni del
mio amore. Inoltre, ti dovrai comunicare tutti i primi venerdì del mese e,
tutte le notti tra il giovedì e il venerdì, ti renderò partecipe di quella
tristezza mortale che ho voluto provare nel giardino degli Ulivi. Quella
tristezza ti porterà, senza che tu possa capirlo, a una specie di agonia più
dura da sopportare che non la morte. E per accompagnarmi nell'umile preghiera
che allora, in mezzo a tutte le angosce, rivolsi al Padre mio, ti leverai tra le
undici e la mezzanotte e ti prosternerai per un ora con me, con la faccia a
terra, sia per placare la collera divina, chiedendo misericordia in nome di
tutti i peccatori, sia per addolcire in qualche modo l'amarezza che provavo in
seguito all'abbandono dei miei apostoli e che mi costrinse a rimproverarli perché
non erano stati capaci di vegliare un'ora insieme a me. In quell'ora, tu farai
quello che t'insegnerò. Ma ascolta, figlia mia, non credere con leggerezza a
ogni spirito e non fidarti, perché Satana muore dalla voglia di infamarti.
Quindi, non fare nulla senza l'approvazione di chi ti guida, in modo che, avendo
dalla tua parte l'autorità dell'obbedienza, lui non ti possa ingannare.
Infatti, non ha alcun potere su coloro che obbediscono».
58. La
superiora la mortifica e le rifiuta ogni cosa. L'assale una forte febbre
Durante
tutto questo tempo non avevo coscienza di me, né sapevo dove mi trovavo. Quando
mi portarono via, vedendo che non riuscivo a rispondere e neanche a reggermi,
se non con grande fatica, mi condussero dalla nostra Madre. Io mi
gettai ai suoi piedi, ma lei, vedendomi fuori di me, tutta febbricitante e
tremante, mi mortificò e mi umiliò con tutte le sue forze, cosa che mi fece un
piacere incredibile e mi rese felice. Mi sentivo talmente colpevole e confusa,
che qualunque trattamento severo mi fosse stato riservato, mi sarebbe parso
troppo dolce. Dopo che le ebbi detto, con grande imbarazzo, cos'era accaduto,
Lei mi umiliò ancora di più e non mi permise di fare, per questa volta, ciò
che io credevo che Nostro Signore mi chiedeva di fare, considerando con
disprezzo tutto quanto le avevo detto. Questo mi consolò molto e mi ritirai in
grande pace. Il fuoco che mi divorava mi causò ben presto una forte e
continua febbre, ma mi piaceva molto soffrirne e ne parlai solo quando mi
mancarono le forze. Il dottore si accorse che da molto tempo ne ero affetta e
ne soffrii ancora a lungo, per oltre sessanta accessi. Mai ho provato tanta
consolazione; tutto il mio corpo soffriva atroci dolori e questo alleviava un
po' la sete ardente che avevo di soffrire. Quel fuoco divorante, infatti, si
nutriva e si saziava solo del legno della croce, di ogni tipo di sofferenze,
disprezzo, umiliazioni e dolori, anche se io non provavo dolore che potesse
uguagliare quello di non soffrire abbastanza. Pareva che ne sarei morta.
59.
Le appaiono le tre persone della Santa Trinità
Invece, Nostro Signore continuava a tributarmi le sue grazie e
ricevetti, in un momento durante il quale avevo perso i sensi, quella
incomparabile per cui si presentarono a me le tre persone della Santa Trinità,
che riempirono di grande consolazione la mia anima. Non sono in grado di
spiegare quel che mi accadde; posso solo dire che mi parve che il Padre
eterno, mostrandomi una grandissima croce irta di spine, insieme a tutti gli
altri strumenti della passione, mi disse: «Tieni, figlia mia, ti faccio lo
stesso dono che ho fatto al mio amato Figlio». « E io», mi disse il mio
signore Gesù Cristo, « ti ci crocifiggerò come io sono stato crocifisso e ti
terrò compagnia». La terza di quelle adorabili persone mi disse che lui era
solo amore e che mi avrebbe consumata purificandomi. IL mio animo rimase in
una pace e in una gioia inconcepibili e l'impressione che mi fecero quelle
divine Persone non si è cancellata mai più. Mi apparvero sotto forma di tre
giovani vestiti di bianco risplendenti di luce, tutti della stessa età,
grandezza e bellezza. Allora non capii, come ho capito in seguito, le grandi
sofferenze che tutto ciò comportava.
60.
La obbligano a chiedere la salute come prova delle rivelazioni
Poiché mi fu chiesto di chiedere la salute a Nostro Signore, lo feci,
anche se temevo di essere esaudita. Ma mi venne detto che, grazie al
ristabilirsi della mia salute, si sarebbe capito se tutto ciò che mi accadeva
pro-veniva dallo Spirito di Dio. Dopodiché mi sarebbe stato permesso di fare
quanto Lui mi aveva comandato, riguardo sia alla comunione dei primi venerdì
sia alla veglia di un'ora che voleva da me durante la notte fra il giovedì e il
venerdì. Avendo riferito per obbedienza tutto ciò a Nostro Signore,
riacquistai subito la salute. Infatti, la santissima Vergine, mia buona Madre,
avendomi gratificata con la sua presenza, mi fece grandi carezze e mi disse dopo
un lungo incontro: «RI-prendi coraggio, cara figlia mia, con la salute che ti
porto da parte del mio divino Figlio, perché hai ancora un lungo e doloroso
cammino da percorrere, sempre sotto il peso della croce, trafitta dai chiodi e
dalle spine e lacerata dai colpi di frusta. Ma non temere, non ti abbandonerò
e ti prometto la mia protezione». E una promessa che ha poi avuto modo di farmi
sentire quando più mi è stato necessario. Il mio sovrano Signore continuava
sempre a gratificarmi con la sua presenza attuale e sensibile, come ho già
detto, avendomi promesso che sarebbe stato così per sempre. In effetti non me
ne privava, nonostante tutte le colpe che potevo commettere.
61.
La santità di Dio non sopporta macchia aleuna
Poiché la sua santità non sopporta alcuna macchia, Lui mi mostra anche
la più piccola imperfezione e non la tollera quando è frutto della pur minima
volontà o negligenza. Essendo io tanto imperfetta e miserabile da commettere
molte colpe, seppure involontarie, confesso che per me è un insopportabile
tormento apparire al cospetto di questa Santità, dopo che mi sono lasciata
andare a qualche infedeltà, e non c'è supplizio cui non mi sacrificherei,
piuttosto che sopportare la presenza di questo Dio santo allorché la mia anima
è macchiata da una colpa. Sarebbe per me mille volte più dolce gettarmi in
una fornace ardente.
62.
Nostro Signore le mostra un quadro di tutte le sue miserie
Una volta che mi ero lasciata andare a un moto di vanità parlando di
me stessa, mio Dio, quante lacrime e quanti gemiti mi causò questa mancanza!
Nel momento in cui restammo soli, Lui mi rimproverò in questo modo con un
viso severo: « Cos'hai tu, polvere e cenere, da poterti glorificare, visto che
non hai nulla di tuo se non il nulla e la miseria, che mai devi perdere di
vista, così come mai devi uscire dall'abisso del tuo nulla? E per fare in modo
che la grandezza dei miei doni non ti faccia dimenticare chi sei, voglio
mettertene davanti agli occhi il quadro». E subito mi mostrò questo quadro
orrendo, dove c'era una sintesi di ciò che io sono. Questo mi sorprese tanto e
mi suscitò tanto disgusto di me stessa, che, se lui non mi avesse sorretta,
sarei svenuta dal dolore. Non riuscivo a capire l'eccesso di una così grande
bontà e misericordia, che non mi aveva ancora fatta sprofondare nell'inferno
e riusciva a sopportarmi, mentre io non nuscivo a sopportare me stessa. Ed era
questo il supplizio mediante il quale Lui puniva in me i minimi moti di vana
compiacenza, così costringendomi talvolta a dirgli: «O mio Dio! Ahimè! Fatemi
morire oppure celatemi questo quadro, perchè non posso vivere vedendolo».
Infatti, mi causava dolori insopportabill di odio e vendetta contro me stessa
e, poiché l'obbedienza non mi permetteva di compiere su di me i rigori che
questa visione mi suggeriva, non posso esprimere quanto soffrivo. Sapendo
che quel Sovrano della mia anima gradiva tutto ciò che l'obbedienza mi
ordinava e traeva un particolare piacere dal vedermi umiliata, questo mi rendeva
così ligia nell'accusarmi dei miei peccati al fine di riceverne penitenze,
che, per quanto dure fossero, mi parevano un dolce refrigerio in confronto a
quella che m'infliggeva Lui, che vedeva difetti anche in ciò che pareva più
puro e perfetto. E quanto mi fece provare un giorno di Ognissanti, in cui mi fu
detto in modo intelligibile: «Nulla di sozzo nell'innocenza, I Nulla si perde
nella Potenza, Nulla accade in quel beato soggiorno, Tutto si consuma
nell'amare». Le spiegazioni date in merito a queste parole, per molto tempo mi
hanno tenuta impegnata. « Nulla di sozzo nell'innocenza», cioè non dovevo
avere alcuna macchia nella mia anima né nel mio cuore. « Nulla si perde nella
Potenza», cioè dovevo dare tutto e abbandonare tutto a Lui, che era la
potenza stessa; perché a dargli tutto non si perde nulla. Quanto agli altri due
versi, si riferivano al paradiso, li dove nulla accade, perché tutto è eterno
e ci si consuma nell'amore. E poiché in quello stesso istante mi fu mostrato
un piccolo assaggio di questa gloria, Dio mio, in quale trasporto di gioia e
desiderio tutto ciò mi trascinò! Ero in ritiro e passai tutto il giorno immersa
in questi piaceri inesplicabili, di cui mi pareva che non si potesse fare altro
che andare subito a goderne. Ma le altre parole mi fecero capire che ero ben
lontana dal vero. Eccole: « Invano il tuo cuore sospira, Per entrarvi come
credi. I Bisogna solo aspirarvi, Attraverso il cammino della croce». Dopodiché
mi fu mostrato tutto quanto dovevo soffrire nella mia vita e tutto il mio
corpo fu scosso da un tremito, sebbene allora non lo capissi a causa di quel
quadro, come l'ho poi capito per gli effetti che me ne sono derivati.
63.
Dio chiede umiltà e sincerità nella confessione
Mentre mi preparavo a fare la mia confessione annuale, cercando con
grande scrupolo tutti i miei peccati, il divino Maestro mi disse: «Perché ti
tormenti? Fa' ciò che è in tuo potere, supplirò io a quanto mancherà. In
questo sacramento chiedo solo che un cuore contrito e umiliato, mosso da una
volontà sincera di non dispiacermi mai più, si accusi senza mascheramenti.
In tal caso, io perdono subito e ne consegue una perfetta emendazione».
64.
Teme che lo spirito che la guida non sia lo spirito di Dio
Questo
Spirito sovrano, che operava e agiva in me indipendentemente da me stessa, aveva
preso possesso assoluto del mio essere spirituale e anche corporale, al
punto che potevo avere nel mio cuore moti di gioia e di tristezza solo se così
Lui voleva e occuparmi unicamente delle incombenze che Lui mi suggeriva. Ciò
mi ha sempre tenuta in un oscuro timore di essere ingannata, nonostante tutte
le assicurazioni che ho potuto ricevere del contrario, sia da Lui sia da chi
mi guidava, cioè dai miei superiori. Mi erano stati assegnati direttori solo
affinché esaminassero come agiva in me, con loro piena libertà di approvare
o disapprovare. Il mio dolore era che, invece di liberarmi dell'inganno in cui
credevo davvero di essere caduta, costoro mi ci spingevano ancora di più,
sia i miei confessori sia gli altri, dicendomi di abbandonarmi alla potenza di
quello spirito e di lasciarmi guidare senza riserve. Anche se si fosse fatto
di me un giocattolo nelle mani del demonio, come pensavo, dovevo continuar a
seguire i suoi impulsi.
65.
L 'abito dell'innocenza
Feci dunque la mia confessione annuale, dopo la quale mi parve di
vedermi e sentirmi al contempo spogliata e rivestita di un abito bianco, mentre
mi venivano rivolte queste parole: « Ecco l'abito dell'innocenza di cui
rivesto la tua anima, in modo che tu viva solo la vita di un Uomo-Dio, cioè
in modo che tu viva come se tu non vivessi più, ma mi lasciassi vivere in te.
Io sono la tua via e tu non vivrai più se non in me e per me, e voglio che tu
agisca come se non agissi, ma mi lasciassi agire e operare in te e per te,
rimettendo a me la cura di ogni cosa. Non devi più avere volontà, se non per
non averne, lasciandomi volere per te in tutto e per tutto».
66.
«Voglio solo te»
Una
volta, quest'unico amore dell'anima mia mi apparve recando in una mano il
quadro della vita più felice che si possa immaginare per un anima religiosa,
tutta immersa nella pace, nelle consolazioni interiori ed esteriori, di una
perfetta santità, unita al plauso e alla stima degli uomini e con altre cose
grate alla natura. Nell'altra mano recava un altro quadro di una vita
completamente povera e abietta, sempre crocifissa da ogni sorta di umiliazioni,
disprezzo e contrasti, sempre sofferente nel corpo e nello spirito.
Mostrandomi questi due quadri, mi disse: « Scegli, figlia mia, quello che ti
piace di più. Ti concederò le stesse grazie sia che tu scelga l'uno sia che tu
scelga l'altro». Gettatami ai suoi piedi per adorarlo, gli dissi: «O mio
Signore, voglio solo Voi e la scelta che Voi farete per me». E dopo che mi ebbe
fatto molte pressioni affinché mi decidessi, aggiunsi: «Voi mi siete
sufficiente, o mio Dio! Fate di me ciò che più potrà glorificarvi, senza
tenere conto dei miei interessi né delle mie soddisfazioni. Siate contento Voi
e questo mi basterà». Allora mi disse che, come Maddalena, io avevo scelto la
parte migliore, che non mi sarebbe più stata tolta, perché sarebbe stata
la mia eredità per sempre. E presentandomi il quadro della crocifissione,
disse: «Ecco quello che ho scelto per te e quello che più mi è gradito, sia
per il compimento dei miei disegni, sia per renderti conforme a me. L'altra è
una vita di godimento e non di merito; è la vita eterna». Accettai dunque
questo quadro di morte e crocifissione, baciando la mano di colui che me lo
presentava. Sebbene la mia natura fremesse, lo abbracciai con tutto l'affetto
di cui il mio cuore era capace, stringendomelo al petto, e lo sentii così
fortemente impresso in me, che mi pareva di essere un composto di tutto quanto
vi avevo visto raffigurato.
67.
È Dio che illumina la superiora sul modo di guidarla
Mi trovai talmente cambiata nelle disposizioni, che non mi riconoscevo
più. Lasciai giudice di tutto la mia superiora, con cui non potevo nascondere
nulla né omettere nulla di tutto quello che mi ordinava, purché provenisse
direttamente da lei. Lo spirito che mi possedeva mi faceva provare una
terrificante ripugnanza quando lei mi ordinava qualcosa o mi voleva guidare
seguendo i consigli altrui. Questo accadeva perché Lui mi aveva promesso di
darle sempre i lumi necessari affinché mi guidasse secondo i suoi disegni.
68.
Satana ottiene il permesso di tentarla
Le
grazie più grandi che ricevevo dalla sua bontà, mi venivano durante la santa
Comunione e nella notte, in particolare quella tra il giovedì e il venerdì,
quando si producevano favori inesplicabili. Una volta Lui mi avverti che Satana
aveva chiesto di mettermi alla prova nel crogiolo delle contraddizioni e delle
umiliazioni, delle tentazioni e degli abbandoni, come l'oro nella fornace. Lui
gli aveva tutto permesso, tranne l'impurità, non volendo che mi fosse data
alcuna pena a questo proposito, perché la odiava con tale forza, che non
aveva voluto permettergli di attaccarmi neppure minimamente con quella. Dovevo,
invece, restare in guardia per tutte le altre tentazioni, soprattutto quelle
dell'orgoglio, della disperazione e della gola, di cui avevo più orrore che
della morte. Mi assicurò che non dovevo temere nulla, perché Lui sarebbe stato
come un forte inespugnabile dentro me e avrebbe combattuto per me, divenendo
il premio delle mie vittorie e circondandomi con la sua potenza affinché non
soccombessi. Ma bisognava che vegliassi continuamente su tutto ciò che
proveniva dall'esterno, mentre lui si prendeva cura dell'interno. Non tardai
molto ad avvertire le minacce del mio persecutore. Si presentò sotto forma di
un moro spaventoso, con gli occhi scintillanti come due carboni, e mi disse, digrignando
i denti: «Che tu sia maledetta, ti agguanterò e, se solo potrò per un unica
volta tenerti in mio potere, ti farò provare quello di cui sono capace e ti farò
male ovunque». Sebbene mi facesse altre minacce, non m'intimoriva affatto, bensì
mi sentivo fortificata dentro me. Mi pareva che non avrei temuto neanche tutte
le furie dell'inferno, per la grande forza che sentivo in me, insieme alla
virtù di un piccolo crocifisso cui il mio sovrano Liberatore aveva dato la
forza di allontanare tutti quei furori infernali. Lo portavo sempre sul cuore,
notte e giorno, e ne traevo grande sostegno.
69.
In balia delle persecuzioni. E sorretta dal suo angelo custode, che la
rimprovera quando necessario
Fui mandata a lavorare in infermeria, dove solo Dio sa ciò che ho
dovuto soffrire, sia a causa del mio carattere sensibile, sia a causa degli
uomini e del demonio, che spesso mi faceva cadere e rompere tutto quanto avevo
in mano. Dopodiché mi prendeva in giro, ridendomi talvolta in faccia: «
Sciattona! Non combinerai mai niente di buono». Questo faceva sprofondare il
mio spirito in una tristezza e in una prostrazione così profonde, che non
sapevo cosa fare, perché spesso mi toglieva la possibllità di parlarne con
la nostra superiora, sapendo che l'obbedienza distruggeva tutte le sue forze.
Una volta, mi spinse dall'alto di una scala mentre reggevo un braciere pieno
di fuoco, e mi ritrovai a terra, senza che il fuoco si fosse spento e senza che
mi fossi fatta alcun male, anche se chi mi vide cadere pensò che mi fossi rotta
le gambe. Ma io sentivo il mio fedele angelo custode che mi sosteneva e avevo
spesso la felicità di godere della sua presenza e di essere rimproverata e
corretta da lui. Una volta, essendomi voluta immischiare a parlar del matrimonio
d'una parente, mi mostrò che questo era indegno di un'anima religiosa e mi
rimproverò severamente. Disse che, se mi fossi di nuovo immischiata in quel
genere di faccende, mi avrebbe nascosto il suo volto. Non poteva sopportare la
benché minima immodestia o mancanza di rispetto alla presenza del mio sovrano
Maestro, davanti al quale lo vedevo prosternato a terra, e voleva che facessi lo
stesso. E io lo facevo il più spesso possibile e non trovavo posizione più
dolce a causa delle mie continue sofferenze nel corpo e nello spirito, perché
era la più conforme al mio nulla, che mai perdevo di vista. Anzi, me ne
sentivo sempre immersa, che fossi nella sofferenza o nella gioia, li dove non
riuscivo più a provare alcun piacere.
70.
Il pane di salvezza delle sofferenze
Questa
santità d'amore mi spingeva così forte a soffrire per ricambiarlo, che avevo
requie solo sentendo il mio corpo schiacciato dalle sofferenze, il mio spirito
immerso in ogni sorta di derelizioni e tutto il mio essere sprofondato nelle
umiliazioni, nel disprezzo e nei contrasti, che non mi mancavano mai, grazie a
Dio, il quale non me ne lasciava priva un solo momento, sia dentro sia fuori di
me. Allorché questo pane di salvezza scarseggiava, ne dovevo cercare
dell'altro nella mortificazione; il mio carattere sensibile e orgoglioso me ne
forniva molte occasioni. Lui voleva che non mi lasciassi sfuggire alcuna opportunità
e, quando mi accadeva di farlo, a causa della grande violenza che dovevo farmi
per superare le mie ripugnanze, me lo faceva pagare il doppio. Quando voleva
qualcosa da me, insisteva talmente, che mi era impossibile resistere, e il fatto
di averlo voluto fare spesso, mi ha portata a soffrire molto. Lui esigeva tutto
ciò che era più in contrasto col mio carattere e contrario alle mie
inclinazioni, e voleva che camminassi incessantemente nella direzione a loro
contraria.
7
I. Trionfa sulle sue ripugnanze naturali con atti di eroismo
Ero talmente schifiltosa, che la minima sporcizia mi sconvolgeva lo
stomaco. Lui mi rimproverò tanto su questo punto, che una volta, volendo pulire
il vomito d'una malata, non riuscii a impedirmi di farlo con la lingua e di
mangiarlo, dicendogli: «Se avessi mille corpi, mille amori, mille vite, io li
immolerei per esservi schiava». E allora trovai in quell'azione tali delizie,
che avrei voluto trovarne di simili ogni giorno, per imparare a vincermi,
senza altro testimone che Dio. Ma la sua bontà, cui solo ero in debito di
avermi dato la forza per dominarmi, non mancò di rendermi palese il piacere che
quel gesto gli aveva procurato. Infatti, la notte successiva, se non mi sbaglio,
mi tenne quasi due o tre ore con la bocca incollata sulla piaga del suo sacro
Cuore, e mi sarebbe difficile esprimere ciò che provavo allora e gli effetti
che questa grazia produsse nella mia anima e nel mio cuore. Questo basta a
spiegare le grandi bontà e misericordie riversate dal mio Dio su una creatura
così miserabile. Tuttavia, Lui non voleva affatto attenuare la mia sensibilità
né le mie grandi ripugnanze, sia per onorare quelle che Lui aveva voluto
patire nel giardino degli Ulivi, sia per fornirmi strumenti di vittorie e
umiliazioni. Ma, ahimè, io non sono sempre fedele e spesso cado! Era una cosa
cui pareva prendere gusto, sia per confondere il mio orgoglio, sia per
rafforzarmi nella diffidenza verso me stessa, mostrandomi che senza di Lui
potevo solo far male e avere continue cadute senza potermi risollevare. Allora
quel sovrano Bene della mia anima veniva in mio soccorso e, come un buon padre,
mi tendeva le braccia del suo amore, dicendomi: « Sai bene che non puoi nulla
senza di me». Questo mi faceva sciogliere di riconoscenza per la sua
amorevole bontà e mi mettevo a piangere, vedendo che non si vendicava dei
miei peccati e delle mie continue infedeltà, ma m'inondava di eccessi d'amore
con cui sembrava combattere le mie ingratitudini. Talvolta me le metteva sotto
gli occhi, insieme alla moltitudine delle sue grazie, e mi ritrovavo
nell'impossibilità di parlargli se non con le lacrime agli occhi, soffrendo
più di quanto riesco a riferire. Così quel divino Amore si divertiva con la
sua indegna schiava. E una volta in cui ero stata colta da nausea mentre
accudivo una malata che aveva la dissenteria, mi rimproverò così aspramente,
che, per riparare a questa colpa, mi vidi costretta, mentre andavo a buttare
via ciò che quella aveva fatto, a bagnarvi a lungo la lingua dentro e a
riempirmene la bocca. Avrei ingoiato tutto se Lui non mi avesse ricordato
l'obbedienza, che non mi permetteva di mangiare nulla senza permesso. Dopodiché
mi disse: « Sei davvero pazza a fare queste cose!». Io gli risposi: «O mio Signore,
lo faccio per farvi piacere e conquistare il vostro cuore divino, che spero
non mi rifiuterete. Ma Voi, mio Signore, cosa non avete fatto per conquistare
il cuore degli uomini e, nonostante ciò, loro ve lo rifiutano e molto spesso vi
cacciano via». «E vero, figlia mia, che il mio amore mi ha fatto
sacrifica-re tutto per loro, senza esserne ricambiato. Ma io voglio che tu
supplisca, per i meriti del mio sacro Cuore, alla loro ingratitudine».
72.
Nostro Signore esige da lei un pesante sacrificio per la sua comunità
« Io voglio donarti il
mio Cuore. Ma prima bisogna che tu diventi la sua vittima immolata, di modo che,
con la sua intercessione, tu allontani i castighi che la giustizia divina del
Padre mio armato di collera vuole, nel suo giusto sdegno, infliggere a una
comunità religiosa, per riprenderla e correggerla». Al contempo me la
mostrava con quei difetti che l'avevano irritato e con tutto quel che avrei
dovuto soffrire per acquietare la sua giusta collera. Questa vista mi fece
fremere tutta e non ebbi il coraggio di sacrificarmi. Dissi che non era a causa
mia e che non potevo farlo senza il consenso dell'obbedienza. Ma il timore che
me lo imponessero mi fece trascurare di chiederlo e Lui mi perseguitava senza
sosta e non mi conce deva tregua. Mi scioglievo in lacrime, vedendomi infine
costretta a dirlo alla superiora, la quale, vedendo la mia pena, mi disse di
offrirmi per tutto quanto Lui desiderava da me, senza riserve. Ma, mio Dio, fu
allora che la mia pena raddoppiò, perché non avevo proprio il coraggio di
dire si e continuavo a opporre resistenza.
73.
Poiché all'inizio aveva opposto resistenza, il sacrificio le viene
imposto in condizioni più dolorose
La vigilia della Presentazione, questa divina Giustizia mi
apparve armata in modo così terribile, che ero fuori di me e, non potendo più
opporre resistenza, mi fu detto come a san Paolo: «E duro recalcitrare
contro gli strali della mia giustizia! Poiché mi hai opposto tante
resistenze pur di evitare le umiliazioni che dovrai soffrire per questo
sacrificio, te le raddoppierò. Infatti, ti chiedevo solo un sacrificio segreto;
ora lo voglio pubblico e, al contempo, estraneo a ogni ragionamento umano e
unito a circostanze così umilianti, che ti saranno motivo d'imbarazzo per il
resto della tua vita, sia dentro te sia di fronte agli uomini. Così imparerai
cosa vuol dire opporre resistenza a Dio». Lo capii bene, ahimè, perché mai mi
sono trovata in tale stato; ecco alcune piccole cose, ma non tutto. Dopo
l'orazione della sera non mi fu possibile uscire insieme alle altre e rimasi nel
coro fino all'ultimo momento della cena, piangendo e gemendo di continuo.
Andai poi a fare la piccola refezione perché, essendo la vigilia della
Presentazione, era giorno di digiuno. Dopo essermi trascinata a viva forza
nella sala della comunità, mi trovai così fortemente sospinta a fare questo
sacrificio ad alta voce, nel modo in cui Dio aveva detto di volerlo da me, che
fui costretta a uscire per recarmi a chiedere il permesso alla superiora, che
allora era malata. Confesso che ero talmente fuori di me, che mi pareva di
essere con piedi e mani legati, priva di ogni libertà sia dentro sia fuori, a
parte le lacrime che versavo in abbondanza, pensando che erano la sola
espressione di quanto soffrivo. Mi vedevo come la peggiore criminale della
terra, trascinata in catene al luogo del mio supplizio. Vedevo pure questa santità
di Dio, armata degli strali della sua giusta collera, pronta a scagliarli per
gettarmi nell'abisso, così mi pareva, di quelle fauci spalancate dell'inferno,
che vedevo aperte e pronte a inghiottirmi. Mi sentivo bruciare da un fuoco
divorante, che mi penetrava fino al midollo, e tutto il mio corpo era in preda a
un grande tremito. Non riuscivo a dire altro che: «Mio Dio, abbiate pietà di
me, in virtù della grandezza della vostra misericordia». E per tutto il
resto del tempo, gemevo sotto il peso del mio dolore, senza poter trovare la
forza di raggiungere la superiora, dalla quale arrivai verso le Otto, quando una
sorella che mi aveva trovata mi condusse da lei. La superiora fu molto
sorpresa al vedermi in quello stato, che non riuscivo neanche a esprimere, pur
credendo che lo si capisse vedendomi, sebbene non fosse vero. La superiora, la
quale sapeva che solo l'obbedienza avrebbe avuto potere su quello spirito che mi
teneva in tale stato, mi ordinò di raccontarle la mia pena. Le raccontai del
sacrificio di tutto il mio essere che Dio voleva gli facessi, davanti a tutta la
comunità, e il motivo per cui me lo chiedeva. Non riferirò quel motivo, per
timore di ferire la santa carità e, al contempo, il Cuore di Gesù Cristo, da
cui questa cara virtù nasce. E il motivo per cui non vuole che la s'intacchi
neanche un po', qualunque pretesto venga a tal fine addotto.
74.
La notte d'agonia
Infine,
avendo fatto e detto ciò che il mio divino Sovrano voleva da me, in casa se ne
parlò e vennero espressi diversi pareri. Lascio tutte queste circostanze alla
misericordia del mio Dio. Ma credo di poter assicurare che mai avevo sofferto
tanto; neanche se avessi messo insieme tutte le sofferenze fino ad allora
patite e tutte quelle che ho patito poi e tutte insieme mi fossero durate fino
alla morte, non sarebbe paragonabile a ciò che dovetti sopportare quella notte,
con cui Nostro Signore volle gratificare la sua indegna schiava, per rendere
onore alla notte dolorosa della sua passione, sebbene la mia ne fosse solo un
piccolo assaggio. Venivo trascinata da una parte all'altra, in condizioni di
terribile smarrimento. Quella notte, quindi, trascorse fra i tormenti che Dio mi
mandava e senza riposo, fin quasi all'ora della santa messa, quando mi pare di
avere udito queste parole: «Finalmente la pace è fatta e la mia santità
di giustizia è soddisfatta dal tuo sacrificio in omaggio a quello che io feci
al momento della mia Jncarnazione nel seno di mia Madre. Il merito di questo
mistero ho voluto unirlo e rinnovarlo con quello che tu mi hai fatto,
applicandolo in favore della carità, come ti ho già spiegato. Perciò non devi
pretendere più nulla per quello che potrai fare e soffrire, né al fine di
accrescere i tuoi meriti, né al fine di soddisfare penitenze o per altri
motivi, avendo tutto sacrificato e messo a mia disposizione a vantaggio della
carità. Quindi, a mia imitazione, agirai e soffrirai in silenzio, senza altro
interesse che la gloria di Dio, la quale si compirà quando il regno del mio
sacro Cuore sarà edificato in quello degli uomini, cui voglio manifestarlo per
mezzo tuo».
75.
Continua a soffrire per placare la giustizia di Dio
Il mio Sovrano mi diede questi santi insegnamenti dopo che l'avevo
ricevuto durante la comunione, ma non mi tolse dal mio stato di dolore, nel
quale sentivo una pace inalterabile, grazie all'accettazione di tutto ciò che
soffrivo e mi veniva mostrato che avrei sofferto sino al giorno del Giudizio, se
questa era la volontà del mio Dio. Lui non mi fece più apparire agli occhi
degli altri se non come oggetto di contraddizione, come una fogna di rifiuti,
disprezzo e umiliazioni, che vedevo con piacere piovermi addosso da ogni
parte, senza ricevere consolazione né dal cielo né dalla terra. Pareva che
tutto cospirasse per annientarmi. Venivo continuamente interrogata e le poche
risposte che mi venivano cavate a forza, servivano solo come strumenti per
accrescere il mio supplizio. Non potevo mangiare, né parlare, né dormire, e
ogni mio riposo e ogni mia incombenza era rimanere prosternata davanti al mio
Dio, la cui sovrana grandezza mi teneva annientata nell'abisso più profondo
del mio nulla, sempre piangendo e gemendo per chiedergli misericordia e
allontanare gli strali della sua giusta collera. L'incarico che avevo allora,
tenendo continuamente occupati il mio corpo e il mio spirito, mi causava un
tormento insopportabile; tanto più che, nonostante tutte le mie pene, il mio
sovrano Maestro non mi consentiva la benché minima omissione, né voleva farmi
dispensare dai miei doveri. Lo stesso era anche per tutti gli altri doveri e
l'osservanza delle regole, verso cui sentivo che la forza della sua potenza
sovrana mi trascinava come una criminale al luogo di un nuovo supplizio. Ne
trovavo ovunque ed ero così inghiottita e immersa nella mia sofferenza, che non
avevo più spirito né vita, tranne che per vedere quanto di doloroso mi
accadeva. Tutto ciò non mi causava il minimo moto d'inquietudine e tristezza,
anche se in mezzo a tutti questi tormenti ero sempre portata verso ciò che
era più contrario alla mia natura immortificata e opposto alle mie
inclinazioni.
76.11
refettorio come luogo di punizione
Si accorsero che non mangiavo e ricevetti molti rimproveri dalla
superiora e dal confessore, che mi ordinarono di mangiare tutto quanto mi
veniva presentato a tavola. Quest'obbedienza era al disopra della mie forze,
ma Colui che, nel bisogno, mai faceva mancare il suo aiuto, mi diede anche in
quell'occasione la forza di sottomettermi senza repliche e scuse. Dopo che
avevo mangiato, però, dovevo vomitare quanto avevo ingerito e, protraendosi a
lungo tale situazione, finii per avere sempre mal di stomaco. I dolori erano
terribili, al punto che non riuscivo a trattenere quel poco che avevo ingerito.
Decisero allora di modificare l'obbedienza e mi permisero di mangiare secondo le
mie possibilità. Devo confessare che, da quel momento in poi, il cibo è
sempre stato per me un supplizio e andavo al refettorio come a un luogo di
punizione, cui mi aveva condannata il peccato. Per quanti sforzi facessi nel
prendere con indifferenza il cibo che mi veniva presentato, non riuscivo a fare
a meno di scegliere quello più comune, essendo il più conforme alla mia povertà
e al mio nulla, come pane e acqua, che per me bastavano. Il resto era di troppo.
77.
Temono che sia posseduta dal demonio
Tornando al mio stato di sofferenza, che si protraeva, anzi aumentava
sempre più, a causa di altre penose umiliazioni, in casa iniziarono a credere
che fossi posseduta dal demonio. Mi aspergevano con acqua benedetta, facendo
segni di croce e altre preghiere per scacciare lo spirito maligno, ma Colui dal
quale mi sentivo posseduta davvero non intendeva affatto andarsene e anzi mi
stringeva più forte a sé, dicendo: «Amo l'acqua benedetta e amo così
teneramente la croce, che non riesco a fare a meno di stringermi a coloro che
la portano con me e per amore mio». Queste parole riaccesero in me il desiderio
di soffrire così tanto, che quanto stavo soffrendo mi sembrò di colpo una
goccia d'acqua, buona più per accrescere che per acquietare la mia
insaziabile sete di sofferenza. Mi pare di poter dire che in quel momento non
c'era alcuna parte del mio spirito né del mio corpo che non soffrisse il suo
particolare dolore, mentre da nessuna parte ricevevo compassione o conforto. Il
demonio mi batteva con furia e avrei avuto mille volte la peggio, se dalla mia
parte non ci fosse stata una straordinaria potenza che mi sorreggeva e
combatteva per me. La superiora, non sapendo cosa fare, mi ordinò di fare la
santa comunione e di chiedere a Nostro Signore, per obbedienza, che mi
restituisse il mio precedente stato di salute. Presentandomi, dunque, a Lui come
sua vittima d'immolazione, mi disse: «Sì, figlia mia, vengo da te come sommo
sacerdote per darti nuova forza, in modo che tu possa dedicarti a nuovi
sacrifici». Infatti, così accadde e mi ritrovai così cambiata, che mi
pareva di essere una schiava rimessa in libertà. Ma questo non durò a lungo
perché ricominciarono a dirmi che l'artefice di tutto quello che mi accadeva
era il demonio e che, se non mi fossi guardata dai suoi inganni, mi avrebbe
condotta alla perdizione.
78.
«Cos 'hai da temere?»
Questo
fu un terribile colpo per me, che avevo sempre dubitato e temuto d'ingannarmi e
d'ingannare, seppure involontariamente, gli altri. Piangevo di continuo e non
riuscivo in alcun modo a sottrarmi alla potenza di quello spirito sovrumano
che agiva in me; per quanti sforzi facessi, non riuscivo ad allontanarlo o a
impedire che agisse in me. Si era talmente impadronito delle mie facoltà
spirituali, che mi pareva di ritrovarmi in un abisso, dove più tentavo di
uscire e più mi sentivo sprofondare. Usavo a tal fine tutti i mezzi che mi
venivano consigliati, ma invano. Talvolta combattevo così tanto, che ne
restavo esausta, ma il mio Sovrano si divertiva di ciò e mi rassicurava
talmente, che dissipava subito tutti i miei timori, dicendomi: « Cos'hai da
temere fra le braccia dell'Onnipotente? Potrebbe mai lasciarti perire
abbandonandoti ai tuoi nemici, dopo che sono divenuto tuo padre, tuo maestro e
tua guida fin dalla tua più tenera età? Ti ho dato prove continue dell'amorosa
tenerezza del mio Cuore divino, li dove ho fissato la tua dimora attuale ed
eterna. Per maggiore sicurezza, dimmi quale prova vuoi più forte del mio amore
e te la fornirò. Ma perché combatti contro di me, che sono il tuo solo, vero
e unico amico?». Questi rimproveri per la mia diffidenza mi causarono un così
grande rimorso e imbarazzo, che mi proposi d'allora innanzi di non contribuire
affatto alle prove cui avrebbero sottoposto lo spirito che mi guidava,
limitandomi ad accettare umilmente e di buon cuore tutto quanto volevano che
facessi.
79.
Nuova espressione della sua ripugnanza a scrivere la sua vita
O mio Signore e mio Dio, Voi solo conoscete la pena che soffro facendo
questo atto di obbedienza, e la violenza che devo farmi per superare la ripugnanza
e l'imbarazzo che provo scrivendo questo racconto. Concedetemi la grazia di
morire, piuttosto che inserire qualcosa che non provenga dalla verità del
vostro Spirito e che a Voi non dia gloria e a me vergogna. E per misericordia,
mio sovrano Bene, vi supplico che non sia mai visto da nessuno, a parte colui
che volete che lo esamini, in modo che questo scritto non
m'impedisca di rimanere sepolta in un eterno disprezzo e oblio delle creature. O
mio Dio, concedete questa consolazione alla vostra schiava povera e meschina! Ed
ecco che la mia richiesta ha ricevuto questa risposta: «Lascia che tutto
accada secondo i miei voleri e lasciami portare a compimento i miei disegni,
senza mai immischiarti, perché mi occuperò io di tutto». Proseguirò dunque
per obbedienza, o mio Dio, senza altra pretesa che quella di accontentarvi con
questa specie di martirio che soffro nello stendere questo scritto, di cui ogni
parola mi pare un sacrificio. Possiate esserne eternamente glorificato! Ecco
come mi ha espresso la sua volontà in merito a questo scritto. Poiché mi sono
sempre sentita portata ad amare il mio sovrano Signore per il suo stesso
amore, non volendo né desiderando altri che Lui solo, non mi sono mai attaccata
ai suoi doni, per quanto grandi fossero, e li ho accettati solo perché
venivano da Lui. Vi riflettevo il meno possibile, cercando di dimenticare tutto
per non ricordare che Lui, al di là del quale tutto il resto non è nulla per
me. E quando si è reso necessario compiere quest'obbedienza, credevo che mi
fosse impossibile poter parlare di cose accadute tanto tempo fa, ma Lui mi ha
dimostrato il contrario. Infatti, per facilitarmi l'impresa, mi fa riprovare
in ogni punto lo stesso stato d'animo di cui parlo. Questo mi convince che Lui
lo vuole.
8o.
Nostro Signore le manda il reverendo padre La Colombière
In
mezzo a tutte le pene e a tutti i timori che soffrivo, avevo sempre il cuore
in una pace inalterabile. Mi fecero parlare con persone esperte in dottrina, le
quali, invece di rassicurarmi sul mio percorso, accrebbero ancora di più le
mie pene, finché Nostro Signore inviò qui padre La Colombière. Gli
avevo già parlato all'inizio, quando il mio sovrano Maestro mi aveva promesso,
poco dopo essermi consacrata a Lui, che mi avrebbe mandato un suo servo, al
quale voleva che riferissi, secondo l'intelligenza che mi avrebbe concesso,
tutti i tesori e i segreti del suo sacro Cuore che mi aveva confidato. Mi
aveva detto che me l'avrebbe inviato per rafforzarmi nella sua via e per
dividere con questi le grandi grazie del suo sacro Cuore, che avrebbe
abbondantemente sparso durante i nostri incontri. Allorché quel sant'uomo era
giunto, mentre parlava alla comunità, avevo udito interiormente queste
parole: «Ecco colui che ti invio». Me n'ero resa conto subito, durante la prima
confessione delle Quattro Tempora, perché, senza che ci fossimo mai visti né
parlati prima, si era intrattenuto molto a lungo con me e mi aveva parlato
come se avesse capito cosa mi succedeva. Ma quella volta non avevo voluto
aprirgli il mio cuore e, avendo lui visto che volevo ritirarmi per paura d'infastidire
la comunità, mi aveva chiesto se mi sarebbe stato gradito che venisse a
trovarmi un'altra volta per potermi parlare. Il mio carattere timido, che
temeva tutti questi contatti, mi aveva indotta a rispondergli che, non stando
a me decidere, avrei fatto tutto quanto l'obbedienza mi avrebbe ordinato. Mi
ero ritirata dopo un colloquio di circa un'ora e mezza. Di lì a poco, era
ritornato e, sebbene sapessi che la volontà di Dio era che gli parlassi, non
avevo smesso di provare una spaventosa ripugnanza nel parlargli ed era stata la
prima cosa che gli avevo detto. Aveva risposto che era felice di avermi dato
occasione di offrire un sacrificio a Dio. Allora, senza pena né sforzo, gli
avevo aperto il mio cuore e gli avevo mostrato il fondo della mia anima, sia nel
bene sia nel male.
81.
Il reverendo padre la rassicura insegnandole a stimare i doni di Dio
Mi
diede grandi consolazioni e mi assicurò che non c'era nulla da temere nel
comportamento di questo spirito, tanto più che non mi allontanava dall'obbedienza.
Mi disse pure che dovevo seguire i suoi moti abbandonandogli tutto il mio
essere, per così sacrificarmi e immolarmi a suo piacimento. Ammirando la
grande bontà del nostro Dio, che non aveva desistito dinanzi a tanta
resistenza, m'insegnò a stimare i doni di Dio e a ricevere con rispetto e umiltà
le frequenti comunicazioni e gli incontri con cui mi gratificava, per i quali
avrei dovuto rendere continuamente grazie di fronte a una bontà così grande.
Gli feci intendere che quel Sovrano della mia anima mi stava sempre così
vicino, in ogni tempo e luogo, che non riuscivo a pregare oralmente, sebbene mi
facessi grandi violenze, e che restavo talvolta a bocca aperta senza poter
pronunciare una sola parola, soprattutto quando si diceva il rosario. Lui allora
mi disse che non dovevo farlo più e che mi sarei dovuta accontentare di quel
che era obbligatorio, aggiungendovi il rosario allorché mi fosse stato
possibile. Avendogli raccontato qualcosa delle carezze più particolari e
delle unioni d'amore che ricevevo dall'Amato dell'anima mia, e che qui non
descriverò, mi disse che era un buon motivo perché mi umiliassi e perché lui
ammirasse la grande misericordia di Dio nei miei confronti. Quella bontà
infinita non voleva che ricevessi alcuna consolazione, senza che mi costasse
molte umiliazioni, e questo colloquio me ne attirò in gran numero, ma anche
il reverendo padre ebbe molto da soffrire a causa mia. Dicevano che volevo
raggirarlo con le mie illusioni e ingannarlo come gli altri, ma non se ne
addolorò e proseguì a prestarmi il suo soccorso per quel poco che rimase in
questa città e anche in seguito. Cento volte mi sono stupita che non mi
abbandonasse come gli altri, perché il modo in cui lo trattavo avrebbe respinto
chiunque altro, sebbene lui non risparmiasse nulla che potesse umiliarmi e
mortificarmi, cosa che mi faceva molto piacere.
82.
Il puro amore unisce questi tre cuori per sempre
Una
volta che venne a dire la messa nella nostra chiesa, Nostro Signore fece a lui
e anche a me una grandissima grazia. Infatti, quando mi avvicinai per riceverlo
nella santa comunione, mi mostrò il suo sacro Cuore come un'ardente fornace e
due altri cuori che vi si univano e vi affondavano. E mi disse: « E così che
il mio puro amore unisce questi tre cuori per sempre». Dopodiché mi fece
capire che questa unione era tutta per la gloria del suo sacro Cuore, di cui
voleva che rivelassi i tesori, in modo che il reverendo padre ne facesse
conoscere e ne divulgasse il vantaggio e l'utilità. Per questo Lui voleva che
noi due fossimo come fratello e sorella, dividendoci in misura eguale i beni
spirituali. Quando gli mostrai la mia mi-seria in quel campo e la disparità che
c'era tra un uomo di così grande virtù e una povera meschina peccatrice
quale io ero, mi disse: «Le ricchezze infinite del mio cuore suppliranno e
uguaglieranno tutto. Dighielo semplicemente e senza timore». È quanto feci
al nostro primo incontro e il modo umile e riconoscente con cui il reverendo
padre accolse il messaggio, insieme a molte altre cose che gli dissi da parte
del mio sovrano Maestro e che lo riguardavano, mi toccò molto e mi recò più
beneficio di tutte le prediche che avessi potuto ascoltare. Gli dissi pure che
Nostro Signore mi concedeva le sue grazie al solo scopo di esserne
glorificato in tutte le anime alle quali io le avrei distribuite, nel modo che
Lui mi avrebbe fatto sapere di gradire, per parola o per iscritto. Non dovevo,
quindi, preoccuparmi di quello che avrei detto o scritto, perché vi avrebbe
diffuso l'unzione della sua grazia, così producendo l'effetto che pretendeva in
quelli che avrebbero accolto bene il mio messaggio. Tuttavia, io soffrivo molto
perché mi ripugnava scrivere e consegnare certi fogli a persone da cui mi venivano
tante umiliazioni. Il reverendo padre mi ordinò che, qualunque pena e
umiliazione avessi da soffrire, non dovevo mai desistere dal seguire i santi
moti di quello spirito, riferendo semplicemente ciò che m'ispirava o, se avessi
scritto, consegnando i fogli alla mia superiora, per farne ciò che lei
avrebbe ordinato. E questo era quanto facevo.
83.
Padre La Colombière le ordina di scrivere ciò che accade in lei
Il
reverendo padre mi ordinò anche di scrivere ciò che accadeva in me, cosa per
la quale sentivo una ripugnanza mortale. Ma, poiché scrivevo solo per obbedire,
subito dopo bruciavo quanto avevo scritto, credendo di avere sufficientemente
soddisfatto l'obbedienza. Ne soffrivo molto e mi fecero venire scrupoli e mi
proibirono di continuare ad agire così.
84.
Testamento redatto da madre Greyfìé. Nostro Signore la ricambia
con una donazione che lei scrive col suo sangue e firma sul suo cuore a lettere
di sangue
Una
volta, il mio sovrano Sacrificatore mi chiese di fare a suo favore un testamento
scritto o una donazione integrale e senza riserve, come già gli avevo fatto a
voce, di tutto ciò che avrei potuto fare e soffrire e di tutte le preghiere e
i beni spirituali che fossero stati fatti per me, sia durante la mia vita sia
dopo la mia morte.28 Mi fece chiedere alla mia superiora se voleva
intervenire in qualità di notaio per quell'atto, dicendomi che Lui l'avrebbe
ben ricompensata e che, se lei avesse rifiutato, dovevo rivolgermi al suo
servo, il reverendo padre La Colombière. La mia superiora accettò di farlo e
io lo presentai all'unico Amore dell'anima mia, che me ne testimoniò un
grande piacere e mi disse che ne avrebbe disposto secondo i suoi disegni, a
favore di chi avesse scelto. Ma poiché il suo amore mi aveva spogliata di tutto
e non voleva che possedessi altre ricchezze che quelle del suo sacro Cuore, me
ne fece in quello stesso momento una donazione, ordinandomi di scriverla col mio
sangue, sotto dettatura. Poi la firmai sul mio cuore con un temperino,
incidendo il suo sacro nome di Gesù. Dopodiché mi disse che si sarebbe preso
cura di ricompensare al centuplo tutto il bene che mi venisse fatto, come se
fosse stato fatto a Lui, perché io non avevo più nulla da pretendere. Come
ricompensa a chi aveva redatto il testamento in suo favore, voleva dare la
stessa che aveva dato a santa Chiara da Montefalco, e che per questo
avrebbe aggiunto alle azioni della mia superiora i meriti infiniti delle sue.
Inoltre, con l'amore del suo sacro Cuore le avrebbe fatto meritare la stessa
corona. Questo mi diede una grande consolazione, perché l'amavo molto dal
momento che nutriva abbondantemente la mia anima col pane delizioso della
mortificazione e dell'umiliazione, così gradito al mio sovrano Maestro, avrei
voluto che tutti potessero procurarsene. Il mio Dio mi faceva anche questa
grazia di non farmi mai mancare quel cibo e la mia vita trascorreva sempre in
mezzo alle sofferenze del corpo, sia per le mie continue infermità sia per
altri motivi. Il mio spirito soffriva di derelizioni e scoramenti e perché
vedeva offendere Dio, il quale con la sua bontà mi sosteneva sempre, sia fra le
persecuzioni, i contrasti e le umiliazioni che mi venivano dagli uomini, sia
fra le tentazioni del demonio, che mi ha molto tormentata e perseguitata. Ma non
sono da sottovalutare neppure le lotte con me stessa, perché sono stata il più
crudele nemico da combattere e il più difficile da vincere.
85.
Tutto diviene umiliazione, senza che possa cercare conforto se non in
Nostro Signore
Mentre
accadevano tutte queste cose, non cessavano di gravarmi d'incombenze e faccende
esteriori finché riuscivo a sopportarne. Oltre alle pene che già pativo, se
ne aggiungeva un'altra, perché credevo che tutte le creature avessero orrore di
me e non riuscissero a sopportarmi, visto che neppure io riuscivo a sopportare
me stessa. Tutto questo mi procurava una pena continua nel conversare col
prossimo e non avevo altro soccorso né rimedio che l'amore per la mia
abiezione, in cui sprofondavo sempre più e non senza motivo, perché tutto si
trasformava in umiliazione, anche le minime azioni, e mi guardavano come una
visionaria, con la testa piena d'illusioni e fantasticherie. E intanto non mi
era permesso ricercare il minimo sollievo o conforto alle mie pene, perché il
mio divino Maestro me 10 proibiva. Infatti, voleva che soffrissi tutto in
silenzio e mi aveva dato questo motto: «Voglio soffrire senza lamenti Perché
il mio puro amore Mi vieta ogni timore». Voleva che mi aspettassi tutto da
Lui e, se accadeva che volevo procurarmi qualche conforto, mi faceva trovare
solo desolazione e ulteriori tormenti. Questa l'ho sempre considerata una
delle grazie più grandi che Dio mi abbia fatto, insieme a quella di non
liberarmi mai del prezioso tesoro della Croce, nonostante il cattivo uso che ne
ho sempre fatto e che mi rendeva indegna di tanto bene. Per Lui mi sarei voluta
sciogliere d'amore, di gratitudine e di ringraziamenti nei confronti del mio
Liberatore. Era con questi sentimenti e in mezzo alle delizie della Croce
che dicevo: « Cosa darò al Signore in cambio del grande bene che mi ha fatto?
O mio Dio, quant'è grande la vostra bontà nei miei confronti! Volete farmi
mangiare seduta alla tavola dei santi le stesse carni con cui li avete nutriti,
me, che sono solo una miserabile peccatrice, indegna del delizioso cibo dei
vostri cari e più fedeli amici».
86.
«Senza il santo Sacramento e la Croce non potrei vivere». Una copia
perfetta di Gesù crocifisso
«
Inoltre Voi sapete che, senza il santo Sacramento e la Croce, non potrei vivere
né sopportare il protrarsi del mio esilio in questa valle di lacrime, dove non
ho mai desiderato che le mie sofferenze diminuissero». Infatti, più il mio
corpo ne era sfiancato e più il mio spirito provava gioia e riusciva a unirsi
al mio Gesù sofferente, non avendo desiderio più intenso che divenire
un'autentica e perfetta copia e rappresentazione del mio Gesù crocifisso. Mi
rallegravo quando la sua sovrana bontà impiegava una moltitudine di operai
per lavorare secondo i suoi ordini al compimento di quest'opera. E quel Sovrano
non si allontanava dalla sua indegna vittima, di cui conosceva bene la
debolezza e l'impotenza nel fare qualcosa di buono, e talvolta mi diceva: «Ti
faccio l'onore, figlia cara, di servirmi di strumenti così nobili per
crocifiggerti. Il mio Padre eterno mi mise nelle mani crudeli di boia senza pietà,
che mi avrebbero crocifisso, e a tal fine io mi servo per ciò che ti concerne
di persone che mi sono devote e consacrate. A costoro ti ho consegnata e,
affinché si salvino, voglio che tu mi offra tutto ciò che ti faranno soffrire».
Io lo facevo con tutto il cuore, offrendomi sempre di portare il peso del
castigo per le offese fatte a Dio a causa mia, sebbene, a dire il vero, non
credessi che si poteva commettere alcuna ingiustizia facendomi soffrire, dal
momento che non era possibile farmi soffrire quanto meritavo. Confesso che mi
rende così felice parlare della gioia della sofferenza che scriverei volumi
interi senza poter esaurire mio desiderio, e che il mio amor proprio trova grande
soddisfazione in questo genere di discorsi.
87.
Trascorre cinquanta giorni senza bere in onore della sete di Nostro
Signore sulla croce
Una
volta, il mio Sovrano mi fece capire che voleva che mi ritirassi in solitudine,
non in quella del deserto come aveva fatto Lui, ma in quella del suo sacro
Cuore, dove voleva onorarmi con i suoi più familiari incontri, come un amante
fa con la sua amata. Li mi avrebbe dato nuovi insegnamenti sulle sue volontà
e mi avrebbe dato anche nuove forze per portarle a compimento, perché avrei
dovuto combattere fino alla morte e sostenere ancora attacchi di molti e
potenti nemici. Per questo mi chiedeva che, per onorare il suo digiuno nel
deserto, trascorressi cinquanta giorni a pane e acqua. L'obbedienza non me lo
volle permettere, per timore di farmi apparire stravagante, e Lui mi fece
capire che gli sarebbe stato comunque gradito che trascorressi cinquanta
giorni senza bere, in onore della sete ardente che aveva sempre sopportato per
la salvezza dei peccatori e quella che il suo sacro Cuore aveva sempre patito
sull'albero della Croce. Mi venne permessa questa penitenza, che mi parve più
dura dell'altra, considerata la grande arsura da cui ero sempre tormentata,
che mi costringeva a bere spesso grandi tazze d'acqua per dissetarmi.
88.
E tormentata dalla disperazione, dall'orgoglio e dalla gola
Soffrivo in quel periodo
per le dure lotte contro il demonio, che mi tentava soprattutto sul fronte della
disperazione, mostrandomi che una creatura cattiva come me non poteva pretendere
un posto in paradiso, perché già qui in terra non ne avevo nell'amore del
mio Dio, di cui sarei quindi stata privata per l'eternità. Questo mi faceva
versare torrenti di lacrime. Altre volte mi tentava con la vanagloria e poi
con quell'abominevole peccato della gola. Mi faceva sentire una fame spaventosa
e poi mi mostrava tutto quanto è più idoneo a soddisfare il palato. E questo
accadeva durante i miei esercizi, il che era per me un tormento indicibile.
Questa fame mi durava finché entravo in refettorio, del quale provavo subito
un tale disgusto, che dovevo farmi grande violenza per mangiare un po'. Non
appena mi alzavo da tavola, la fame ricominciava più violenta di prima. La
mia superiora, cui non nascondevo nulla di quanto accadeva in me, per via della
grande paura che ho sempre avuto di essere ingannata, mi ordinò di an-darle a
chiedere da mangiare quando ero attanagliata dai morsi della fame. Lo facevo
con grandi sforzi, a causa del grande imbarazzo che provavo. E la superiora,
invece di mandarmi a mangiare, mi mortificava e mi umiliava molto, dicendomi
che dovevo tenermi la fame per saziarla quando le altre andavano al
refettorio. Poi mi ritrovavo in pace con la mia sofferenza. Una volta, non mi
lasciarono terminare la penitenza della sete e, dopo che ebbi obbedito, mi
consentirono di ricominciare. Trascorsi così cinquanta giorni senza bere,
come facevo ogni venerdì. Ero del pari contenta sia che mi accordassero sia che
mi rifiutassero ciò che chiedevo; mi bastava obbedire.
89.
Particolare tentazione un giorno in cui occupa il posto del re davanti al
santo Sacramento
Il mio
persecutore non cessava di tentarmi con ogni mezzo, ma non con l'impurità,
perché il mio divino Maestro gliel'aveva proibito, anche se una volta mi fece
soffrire pene spaventose, che ora dirò. Fu una volta in cui la mia superiora mi
disse: «Va' a occupare il posto del re davanti al santo Sacramento». Ci
andai e mi sentii così fortemente aggredita da abominevoli tentazioni
d'impurità, che mi pareva di essere già all'inferno. Sopportai questa pena per
molte ore e durò finché la superiora non mi liberò da quell'obbedienza,
dicendomi di non occupare più il posto del re davanti al santo Sacramento, bensì
quello di una buona religiosa della Visitazione. Immediatamente le mie pene
cessarono. Mi ritrovai immersa in un diluvio di consolazioni, durante il quale
il mio Sovrano m'insegnò quel che voleva da me.
90.
Trova ovunque te amarezze del Calvario
Voleva pure
che fossi un continuo atto di sacrificio e, a tal fine, avrebbe accresciuto la
mia sensibilità e le mie ripugnanze, in modo che non facessi nulla senza dolore
e senza fare violenza a me stessa, per così darmi motivo di vittoria anche
nelle cose minori e poco importanti. Posso assicurare che d'allora innanzi ho
provato tutte queste cose.
Inoltre,
Lui voleva che assaporassi dolcezze solo nelle pene del Calvario e mi avrebbe
fatto trovare un martirio di sofferenza in tutto ciò che potevano procurare
la gioia, il piacere e la felicità terrena degli altri. Questo me l'ha fatto
provare in maniera intensa, perché tutto quanto si chiama piacere è divenuto
per me un supplizio. Infatti, anche durante i piccoli svaghi che ogni tanto ci
concediamo, soffrivo più che se mi fossi ritrovata negli ardori d'una febbre
violentissima, ma Lui voleva che me ne concedessi come chiunque altra. Questo mi
spingeva a dirgli: «Mio sovrano Bene, quanto mi costa caro questo piacere!».
Il refettorio e il letto erano per me tali luoghi di pena, che solo ad
avvicinarmi gemevo e versavo lacrime. Il lavoro esterno e il parlatorio mi erano
insopportabili e non ricordo di esserci mai andata senza una ripugnanza che
riuscivo a superare solo facendomi una grande violenza. M'inginocchiavo per
chiedere a Dio la forza di vincermi. Anche lo scrivere era un martirio, non solo
perché scrivevo in ginocchio, ma anche per il dolore che me ne veniva. La
stima, le lodi e i plausi mi facevano soffrire più di quanto tutte le
umiliazioni, il disprezzo e le abiezioni avrebbero fatto soffrire le persone
più vane e ambiziose di onori. In quelle circostanze finivo per dire: «O mio
Dio, scatenate tutte le furie dell'inferno contro di me, piuttosto che le
lingue degli uomini, piene di vane lodi, di adulazione e di plausi. Preferisco
che si riversino su di me tutte le umiliazioni, i dolori, i contrasti e le
vergogne».
91.
Nostro Signore vuole che accolga tutto come se provenisse da Lui e che
si occupi solo di Lui
Quanto
alla sofferenza, Lui me ne dava una sete insaziabile, anche se in certe
occasioni me ne faceva provare di molto forti, al punto che talvolta non potevo
impedirmi di darlo a vedere. Questo mi era insopportabile, perché mi sentivo
poco umile e mortificata quando non riuscivo a soffrire senza che trasparisse
all'esterno. Tutta la mia consolazione era nel ricorrere all'amore che avevo
per la mia abiezione e che mi faceva rendere grazie al mio Sovrano, dal momento
che mi faceva apparire qual ero, così annientandomi nella stima degli altri.
Inoltre, voleva che accogliessi ogni cosa come se venisse da Lui, senza
procurarmi nulla da sola, e che abbandonassi tutto a Lui, senza disporre di
nulla. Dovevo rendergli grazie delle sofferenze come dei piaceri e, nelle
occasioni più dolorose e umilianti, pensare che me lo meritavo, così come
offrire il dolore che pativo per le persone che me lo infliggevano. E, ancora,
dovevo parlare di Lui sempre con grande rispetto, e del prossimo con stima e
pietà, ma mai di me stessa, se non brevemente e con disprezzo, tranne quando,
per la sua gloria, mi avrebbe chiesto di fare altrimenti. Del pari, dovevo
attribuire sempre tutto il bene e tutta la gloria alla sua sovrana Grandezza,
e a me tutto il male. Non dovevo cercare alcuna consolazione al di fuori di Lui
e, quando me ne avesse data, dovevo sacrificargliela rinunciandovi. Infine,
dovevo non tenere a nulla, essere vuota e spogliata di tutto, non amare altri
che Lui, in Lui e per amore di Lui, non contemplare che Lui in ogni cosa e gli
interessi della sua gloria in un perfetto oblio di me stessa. E sebbene dovessi
compiere ogni mia azione per Lui, voleva che in ognuna ci fosse direttamente
qualcosa per il suo divino Cu~ re. Per esempio, durante la ricreazione bisognava
che gli dessi la sua ricreazione, fatta di dolori, di mortificazioni e tutto
quanto avrebbe procurato di non farmi mancare e che, per questo motivo, dovevo
ricevere con piacere. Allo stesso modo in refettorio voleva che lo invitassi a
pranzo sacrificandogli quel che più mi piaceva, e così voleva facessi per
tutti gli altri miei atti. Inoltre, mi proibiva di giudicare, accusare e
condannare altri che me stessa. Mi diede ancora molti precetti e, poiché la
loro quantità mi stupiva, mi disse che non dovevo temere nulla, perché Lui era
un buon Maestro, tanto potente da farmi mettere in pratica ciò che
m'insegnava, e tanto sapiente da saper bene insegnare e guidare. Posso
assicurare che, nonostante le mie ripugnanze naturali, mi faceva fare quello
che voleva.
92.
La grande rivelazione del culto del sacro Cuore
Una
volta, in un giorno dell'ottava, mentre ero davanti al santo
Sacramento, ricevetti dal mio Dio grazie straordinarie del suo amore e mi sentii
toccata dal desiderio di ricambiarlo in qualche modo e di rendergli amore per
amore. Lui mi disse: « Non puoi darmi amore più grande che fare quanto già
tante volte ti ho chiesto». Allora, rivelandomi il suo Cuore divino,
aggiunse: «Ecco questo Cuore che ha tanto amato gli uomini, che non si è mai
risparmiato, fino a spossarsi e a consumarsi al fine di testimoniar loro il suo
amore. Per riconoscenza ricevo dalla maggior parte degli uomini solo
ingratitudini, irriverenze e sacrilegi, insieme alla freddezza e al disprezzo
che mi usano in questo sacramento d'amore. Ma ciò che mi è ancora più
doloroso è che, a trattarmi così, siano cuori che mi sono consacrati. Perciò
ti chiedo che il primo venerdì dopo l'ottava del santo Sacramento sia dedicato
a una festa particolare per onorare il mio Cuore. In quel giorno ti comunicherai
e gli tributerai un'ammenda d'onore, per riparare le indegnità che ha
ricevuto durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari. Ti prometto
pure che il mio Cuore si dilaterà e spargerà in abbondanza gli influssi del
suo divino amore su quelli che gli tributeranno quest'onore e faranno si che
gli venga tributato».
93.
Deve rivolgersi a padre La Colombière per realizzare quel progetto
Avendogli
risposto che non sapevo come fare quanto da molto tempo desiderava che
facessi, mi disse di rivolgermi al servo che mi aveva inviato per realizzare
questo progetto. Lo feci e quegli mi ordinò di mettere per iscritto ciò che
gli avevo detto a proposito del sacro Cuore di Gesù Cristo e di molte altre
cose che riguardavano la gloria di Dio. E il Signore mi fece trovare molta
consolazione in quel sant'uomo, sia perché m'insegnò a conformarmi ai disegni
divini, sia perché mi rassicurò in merito al grande timore di essermi
ingannata, che mi faceva gemere senza tregua. Quando il Signore lo portò via da
questa città per impiegarlo nella conversione degli infedeli, ne
accettai il dolore con totale sottomissione alla volontà di Dio, che, in quel
poco tempo che era rimasto qui, me l'aveva reso così utile. E quando ci
pensai, mi fece subito questo rimprovero: «Come! Non ti basto io, che sono il
tuo principio e la tua fine?». Non ebbi bisogno d'altro per abbandonarmi
tutta a Lui, perché ero sicura che avrebbe badato a farmi avere tutto ciò di
cui avessi avuto bisogno.
94.
La festa di santa Margherita
Non
trovavo ancora alcun mezzo per far sbocciare la devozione al sacro Cuore, che
per me era come l'aria che respiravo; ed ecco la prima occasione che la sua bontà
mi forni. Santa Margherita cadeva di venerdì e io pregai le novizie,
di cui mi occupavo in quel periodo, che tutti i piccoli omaggi che avevano in
mente di farmi in occasione della mia festa, li facessero al sacro Cuore di
Nostro Signore Gesù Cristo. Lo fecero assai volentieri, preparando un piccolo
altare, sul quale posero una piccola immagine di carta disegnata a penna cui
tributammo tutti gli omaggi che quel Cuore divino ci suggeri. Questo attirò
su di me e anche su di loro molte reprimende, contrasti e mortificazioni e fui
accusata di voler introdurre una nuova devozione.
95.
La piccola festa del noviziato suscita contrasti
Tutte
queste sofferenze mi erano di grande conforto e non temevo nuiia, tranne che
quel Cuore divino venisse disonorato. Per questo, tutto quello che in merito
sentii dire era come una spada che mi trafiggeva il cuore. Infatti, mi fu
impedito di mettere in mostra ogni immagine di quel sacro Cuore e tutto ciò che
mi permisero fu rendergli qualche onore segreto. Non sapevo a chi rivolgermi
nella mia afflizione, tranne che a Lui, il quale sorreggeva sempre il mio
coraggio e mi diceva di continuo: « Non temere, regnerò malgrado i miei
nemici e chiunque cercherà di opporsi». Questo mi consolava molto, perché non
desideravo altro che vederlo regnare. Affidai, quindi, a Lui la cura di
difendere la sua causa, mentre io avrei sofferto in silenzio.
96.
Persecuzioni in occasione del rinvio della pretendente di Chamron
Si
levarono contro di me tante altre persecuzioni, che mi pareva che tutto
l'inferno si fosse scatenato contro di me e che tutto cospirasse per annientarmi.
Tuttavia, confesso che mai ho goduto di una pace maggiore dentro me, né
mai avevo provato tanta gioia, come quando minacciarono di mandarmi in prigione
e di farmi comparire davanti a un principe della terra, a imitazione del mio
buon Maestro, come oggetto di scherno e come una visionaria che s'intestardiva
nelle sue vane illusioni. Non racconto questo per far credere che ho sofferto
molto, ma piuttosto per rivelare le grandi misericordie del mio Dio nei miei
confronti. Io non stimavo né amavo nulla quanto la parte della sua Croce che
Lui mi dava, e che per me era un cibo così delizioso, che mai mi veniva a noia.
97;
Il suo ardente desiderio per la comunione le vale un’incomparabile parola di
Nostro Signore che la inebria d'amore e di riconoscenza
Se fossi stata libera di comunicarmi spesso, avrei avuto il cuore pieno
di gioia. Una volta che lo desideravo ardentemente, il mio divino Maestro si
presentò a me mentre ero incaricata di spazzare, e mi disse: « Figlia mia,
ho udito i tuoi gemiti e i desideri del tuo cuore mi piacciono tanto, che, se
non avessi istituito il mio divino sacramento d'amore, lo istituirei per amore
tuo, per così avere il piacere di abitare nella tua anima e riposarmi
amorosamente nel tuo cuore». Fui penetrata da un ardore tanto intenso, che
sentivo la mia anima piena di trasporto, al punto da non potermi esprimere che
con queste parole: «O Amore! O eccesso d'amore di un Dio verso una creatura
così miserabile!». E per tutta la vita questo è stato un pungolo per
spingermi alla riconoscenza nei confronti di quel puro amore.
98.
Dà sollievo all'anima sofferente di un benedettino
Un'altra
volta, mentre ero davanti al santo Sacramento nel giorno della sua festa,
d'improvviso mi si presentò davanti una persona tutta avvolta da un fuoco, i
cui ardori mi penetrarono così forte, che mi parve di bruciare insieme a
questo. l'e sue condizioni pietose mi fecero capire che si trovava in purgatorio
e versai molte lacrime per lei. Mi disse che era un benedettino che una volta
aveva ricevuto la mia confessione e mi aveva ordinato di fare la santa comunione,in
virtù della quale Dio gli aveva permesso di rivolgersi a me per trovare
sollievo alle sue pene. Mi chiese di offrirgli tutto ciò che avessi potuto fare
e soffrire per tre mesi e io gliel'accordai subito, dopo avere ottenuto il
permesso dalla mia superiora. Lui mi disse ancora che il motivo delle sue così
grandi sofferenze era aver preferito il suo interesse alla gloria di Dio, attaccandosi
troppo alla propria reputazione. Il secondo motivo era la mancanza di carità
nei confronti dei suoi fratelli; e il terzo l'eccessivo affetto naturale che aveva
nutrito per le creature durante gli incontri spirituali, cosa che a Dio
dispiaceva molto. Mi sarebbe assai difficile esprimere quanto dovetti soffrire
in quei tre mesi. Lui non mi allontanava mai e dalla sua parte era come se
bruciassi anch'io, con dolori così vivi da gemere e piangere quasi continuamente.
La mia superiora, mossa da compassione, mi ordinava buone penitenze,
soprattutto discipline, perché le pene e le sofferenze esteriori, che mi
venivano permesse per carità, davano molto sollievo alle altre, che quella
Santità d'Amore imprimeva in me come un piccolo assaggio di quelle che faceva
patire a quelle povere anime. In capo a tre mesi, vidi il benedettino in
tutt'altro modo, perché, ricolmo di gioia e di gloria, andava a godersi la
felicità eterna. Ringraziandomi, mi disse che mi avrebbe protetta davanti a
Dio. In quei tre mesi, mi ero ammalata, ma poiché la mia sofferenza cessò
insieme alla sua, guarii presto.
99.
Nostro Signore le fa patire le pene di un anima minacciata dal castigo
Il
mio Sovrano mi aveva fatto sapere che, quando avesse deciso di abbandonare a se
stessa qualche anima per cui voleva che soffrissi, mi avrebbe fatto provare lo
stato di un'anima riprovata e la desolazione in cui si trova nel momento della
morte. Non ho mai provato nulla di così terribile e non saprei come
raccontarlo. Una volta, mentre lavoravo da sola, mi apparve una monaca,
all'epoca ancora viva, e mi venne detto in modo intelligibile: «Ecco questa
religiosa solo di nome, che sono pronto a scacciare dal mio cuore e ad
abbandonare a se stessa». Al contempo fui presa da un tale terrore, che,
essendomi prosternata con la faccia a terra, così rimasi a lungo, incapace di
rialzarmi. Allora, promisi alla Giustizia divina che avrei sofferto tutto ciò
che avesse voluto, purché non l'abbandonasse. Ed essendosi la sua giusta
collera rivolta verso di me, mi parve di trovarmi in una spaventosa angoscia e
nella desolazione; mi sentivo un peso enorme sulla schiena. Se alzavo gli
occhi, vedevo un Dio adirato con me e armato di verghe e frusta, pronto a
colpirmi; inoltre, mi pareva di vedere l'inferno aperto per inghiottirmi. Io
mi sentivo dentro come in rivolta e in confusione, perché il mio nemico mi
assediava da ogni lato con violente tentazioni, soprattutto di disperazione, e
fuggivo ovunque il mio persecutore, senza riuscire a sottrarmi al suo sguardo.
Non c'è tormento cui non mi sarei abbandonata pur di sfuggirgli. Mi
vergognavo moltissimo, perché pensavo che le mie pene fossero note a tutti. Non
potevo neanche pregare né esprimere le mie pene, se non con le lacrime,
limitandomi a dire: «Ah! Com'è terribile cadere nelle mani di un Dio vivente».
Altre volte, gettandomi di faccia a terra, dicevo: «Colpite, mio Dio,
tagliate, bruciate e consumate tutto ciò che non vi piace e non risparmiate il
mio corpo né la mia vita, né la mia carne, né il mio sangue, purché
salviate per l'eternità quest'anima». Confesso che non avrei potuto reggere a
lungo uno stato così doloroso, se la sua amorosa misericordia non mi avesse
sorretta sotto i rigori della sua giustizia. Fu così che mi ammalai e
faticavo a riprendermi.
100. Si
offre di portare il peso della collera di Dio per le anime colpevoli
Lui mi
ha spesso fatto provare queste situazioni dolorose, in mezzo alle quali, una
volta che mi aveva mostrato i castighi con cui voleva punire certe anime, mi
gettai ai suoi sacri piedi, dicendo: «O mio Salvatore, sfogate su di me tutta
la vostra collera, cancellatemi dal libro della vita, piuttosto che perdere
quelle anime che vi sono costate così care». Mi rispose: «Non ti amano e non
cesseranno di affliggerti». «Non importa, mio Dio! Purché vi ami-no, non
smetterò di pregarvi di perdonarle ». «Lasciami fare; non le sopporto più».
E, abbracciandolo più forte, aggiunsi: «No, mio Signore, non vi lascerò
finché non le avrete perdonate». E Lui mi diceva: «Lo farò, se tu
accetterai di rispondere in loro vece». «Si mio Dio, ma vi pagherò con i
vostri stessi beni, che sono i tesori del vostro sacro Cuore». E di questo si
accontentò.
101. Il
concerto dei Serafini, i suoi «soci divini»
Una
volta, mentre lavoravo con le altre alla canapa, mi ritirai in un piccolo
cortile vicino al santo Sacramento, dove facendo il mio lavoro in ginocchio mi
sentii subito cadere in un grande raccoglimento, sia esteriore sia interiore, e
al contempo mi apparve l'amabile Cuore del mio Gesù, più risplendente del sole.
Era in mezzo alle fiamme del suo puro amore, circondato da Serafini che
cantavano una dolcissima melodia: « L'amore trionfa, l'amore gode, L'amore del
sacro Cuore dà gioia». E quando quegli spiriti beati m'invitarono a unirmi a
loro nelle lodi di quel Cuore divino, non osavo farlo. Mi rimproverarono e mi
dissero che erano venuti allo scopo «di associarsi a me per rendergli perenne
omaggio d'amore, adorazione e lode, e che per questo avrebbero preso il mio
posto davanti al santo Sacramento. Così io avrei potuto amarlo senza
interruzioni, grazie alla loro intercessione, e che pure loro avrebbero partecipato
al mio amore, soffrendo nella mia persona come io avrei goduto nella loro». E
intanto scrissero questa nostra associazione nel sacro Cuore a lettere d'oro e
con i caratteri ineffabili dell'amore. Questo durò circa due o tre ore, ma ne
ho risentito effetti per tutta la vita, sia per il soccorso che ne ho ricevuto,
sia per le soavità che questo aveva prodotto e produceva in me, al punto che ne
rimasi come sommersa e smarrita. Nelle mie preghiere, li chiamavo solo miei
soci divini. Questa grazia mi diede un tale desiderio di purezza d'intenzioni e
una tale idea di quanta ce ne vuole per conversare con Dio, che tutto il resto
al confronto mi pareva impuro.
102. Ottiene
con un doloroso sacrificio la grazia per la giovane monaca di Senecé
Un'altra
volta, una delle nostre sorelle cadde in un sonno letargico,34 senza
speranza che le si potessero impartire gli ultimi sacramenti. La comunità ne
era molto addolorata, soprattutto la madre superiora, che mi ordinò di
promettere a Nostro Signore tutto quanto avesse voluto pur di ottenere la
grazia. Non ebbi neanche il tempo di eseguire quest'ordine, che già il Sovrano
della mia anima mi promise che quella monaca non sarebbe morta senza ricevere
le grazie che giustamente desideravamo ricevesse, a patto che gli promettessi
tre cose che voleva assolutamente da me: la prima era che mai rifiutassi alcun
incarico nella vita religiosa; la seconda, che mai rifiutassi di recarmi in
parlatorio; e la terza, che mai rifiutassi di scrivere. A questa richiesta
confesso che tutto il mio essere fremette per la grande ripugnanza e
avversione che provavo. E risposi: « O mio Signore, Voi mi prendete per il
mio lato debole, ma chiederò il permesso». La superiora me lo accordò subito,
nonostante la grande pena che me ne sarebbe venuta, e mi fece fare una
promessa in forma di voto, affinché non potessi più sciogliermene. Ma, ahimè,
quante infedeltà ho commesso, perché non mi fu tolta la ripugnanza che provavo
e che è durata tutta la mia vita, ma quella monaca ricevette i sacramenti.
103.
Il santo Nome di Gesù Cristo sul suo cuore
Per
mostrare fin dove si spingeva la mia infedeltà in mezzo a questi grandi favori,
dirò che una volta, sentendo in me un gran desiderio di andare in ritiro e di
prepararmi con qualche giorno d'anticipo, volli per la seconda volta incidere il
santo nome di Gesù sul mio cuore. Ma mi si formarono delle piaghe. Lo dissi
alla mia superiora alla vigilia del giorno in cui dovevo ritirarmi in
solitudine, e lei mi rispose che bisognava metterci qualche medicamento, per
evitare che me ne venisse qualche pericolosa infezione. Allora me ne lamentai
con Nostro Signore: «O mio unico amore, sopporterete che altri vedano il male
che mi sono fatta per amore vostro? Non siete così potente da guarirmi, Voi che
siete il sovrano rimedio a ogni male?». Infine, toccato dalla pena che
provavo all'idea di rendere nota la cosa, Lui mi promise che l'indomani sarei
guarita; e così accadde. Non avendolo potuto dire alla superiora perché non
ero riuscita a incontrarla, lei m'inviò un biglietto in cui mi diceva di
mostrare il mio male alla monaca che lo recava, la quale vi avrebbe posto
rimedio. Poiché ero guarita, credetti di essere dispensata dall'obbedire,
almeno finché non l'avessi detto alla superiora. A tal fine andai a trovarla
e le dissi che non avevo fatto quanto mi era stato indicato nel messaggio, dal
momento che ero guarita. Mio Dio, come fui trattata severamente per quel ritardo
nell'obbedire, sia dalla superiora sia dal mio sovrano Maestro! Questi mi
relegò sotto i suoi sacri piedi e vi rimasi circa cinque giorni, senza fare
altro che piangere sulla mia disobbedienza, chiedendogli perdono con continue
penitenze. Quanto alla mia superiora, mi maltrattò senza pietà e, seguendo ciò
che Nostro Signore le ispirava, mi proibì la santa comunione, che era il
suplizio più duro che potessi soffrire nella vita, e avrei mille volte
preferito essere condannata a morte. Inoltre, mi fece mostrare la mia ferita
alla monaca, che, trovandola guarita, non fece nulla. E tutto questo mi causò
una grande vergogna. Ma tutto questo era ancora nulla, perché non c era
tormento che non volessi soffrire per il dolore di aver dispiaciuto al mio
Sovrano. Questi, dopo avermi mostrato quanto gli era sgradita la benché minima
mancanza d'obbedienza in un'anima religiosa, e dopo avermene fatto provare la
pena, venne infine Lui stesso ad asciugare le mie lacrime e a ridare vita alla
mia anima negli ultimi giorni del ritiro. Ma il dolore non cessò, nonostante
tutte le dolcezze e le carezze che mi fece, e mi bastava pensare che gli avevo
causato dispiacere per sciogliermi in lacrime. Infatti, mi fece capire talmente
bene cos'è l'obbedienza in un'anima religiosa, che confesso che sino allora
non l'avevo capito, ma è troppo lungo da spiegare. Mi disse che, per punire
il mio errore, quel nome sacro, che avevo inciso in memoria di quanto Lui
aveva sofferto assumendo il sacro nome di Gesù, non solo si sarebbe
cancellato, ma la stessa sorte avrebbero subito anche i precedenti, che erano ancora
ben visibili. Posso dire che il mio fu un autentico ritiro di dolore.
104. Madre
Greyfìé le fa chiedere cinque mesi di salute come prova che è davvero lo
Spirito di Dio a guidarla
Poiché
le mie infermità erano così continue, che non mi abbandonavano mai per più di
quattro giorni di seguito, una volta che ero molto malata e quasi non riuscivo
a parlare, la superiora venne a trovarmi al mattino e mi consegnò un
bigliettino, dicendomi di fare ciò che vi era scritto. Voleva
assicurarsi che tutto quanto avveniva in me provenisse dallo Spirito di Dio.
Se era così, Lui avrebbe dovuto concedermi piena salute per cinque mesi,
senza che avessi bisogno di alcun sollievo durante tutto quel periodo. Se invece
era lo spirito del demonio o della natura, sarei rimasta in quelle stesse
condizioni. E impossibile dire quanto quel biglietto mi fece soffrire, tanto
più che il suo contenuto mi era stato reso noto prima che lo leggessi. Mi
fece uscire dall'infermeria con parole che Nostro Signore le ispirava affinché
fossero più dolorose e mortificanti per il mio carattere. Presentai dunque
quel biglietto al mio Sovrano, il quale non ne ignorava il contenuto, e Lui mi
rispose: «Ti prometto, figlia mia, che, per provare che è lo spirito buono a
guidarti, avrei accordato tanti anni di salute quanti sono i mesi che la tua superiora
chiede e anche ogni altra assicurazione avesse voluto chiedermi». E
all'elevazione del santo Sacramento, sentii in modo chiaro che tutte le mie infermità
mi venivano tolte, come un vestito da cui venissi spogliata e che venisse
riposto. Mi ritrovai con la stessa forza e la stessa salute di una persona molto
robusta, che non è stata malata da molto tempo, e trascorsi in queste
condizioni il tempo richiesto, trascorso il quale mi ritrovai come prima.
105. Madre
Greyfìé la fa uscire dall'infermeria nonostante la febbre, per mandarla in
ritiro. Nostro Signore la guarisce
Una
volta che avevo la febbre, la superiora mi fece uscire dall'infermeria per
mandarmi in ritiro, visto che era il mio turno, e mi disse: «Vai, ti lascio
alle cure di Nostro Signore Gesù Cristo. Che ti diriga, ti governi e ti
guarisca secondo la sua volontà». Ora, sebbene ciò mi sorprendesse un po' dal
mo-. mento che tremavo di febbre, me ne andai comunque contenta di obbedire,
sia per ritrovarmi abbandonata alle cure del mio buon Maestro, sia per avere
occasione di soffrire per amor suo. Infatti, mi era indifferente come mi avrebbe
fatto passare il ritiro, nella sofferenza o nella gioia. «Mi va bene tutto,
purché ne sia contento e io possa amarlo», dicevo. Ma non appena mi fui
appartata con Lui, si presentò a me, che ero coricata per terra, tutta
intirizzita per il freddo e il dolore, e mi fece alzare prodigandomi mille
carezze e dicendomi: « Finalmente sei tutta per me e affidata alle mie cure.
Voglio restituirti in salute a chi ti ha consegnata malata nelle mie mani». E
mi restituì una salute così perfetta, che non pareva proprio che fossi stata
malata. Di ciò si stupirono molto e in particolare la mia superiora, la quale
sapeva ciò che era successo.
1o6. In
ritiro assapora deliziose gioie ed esercita su se stessa i rigori più duri.
Nostro Signore la ferma nei suoi eccessi di penitenza
Non ho
mai fatto un ritiro così pieno di gioia e delizie, credendomi in paradiso per
via dei continui favori, delle carezze e delle intimità col mio Signore Gesù
Cristo, con la sua santissima Madre, col mio santo Angelo custode e col mio
beato padre san Francesco di Sales. Non descriverò qui in dettaglio le grazie
particolari che ricevetti, perché sarebbe troppo lungo. Dirò solo che il mio
amabile Direttore, per consolarmi del dolore che mi aveva causato con la
cancellazione del suo nome sacro e adorabile dal mio cuore, dopo che l'avevo
inciso con tanto dolore, volle Lui stesso stamparmelo dentro e scriverlo
fuori, col sigillo e il bulino infuocato del suo puro amore. Così mi diede
mille volte più gioia e conforto che l'altra volta, quando mi aveva provocato
dolore e afflizione. Dal momento che mi mancava solo la Croce, senza la quale
non potevo vivere né assaporare alcun piacere celeste o divino, perché tutte
le mie delizie consistevano nel vedermi conforme al mio Gesù sofferente, non
pensai ad altro che a riversare sul mio corpo tutti i rigori permessi dalla
libertà in cui mi ritrovavo. E, in effetti, me ne procurai molti, sia con
penitenze sia col vitto e col dormire, essendomi preparata un letto di cocci su
cui mi concavo con estremo piacere, sebbene la mia natura si ribellasse. Ma era
invano, perchè non le davo retta. Volevo fare una certa penitenza, di cui
avevo grande voglia per via del suo rigore, e pensavo di poter così vendicare
su di me le ingiurie che Nostro Signore riceve nel santissimo Sacramento, sia da
me, miserabile peccatrice, sia da tutti quelli che lo disonorano. Ma il mio
sovrano Maestro, quando stavo per compiere il mio progetto, mi proibì di
continuare, dicendomi che voleva restituirmi in buona salute alla superiora, la
quale mi aveva affidata alle sue cure. Lui avrebbe gradito il sacrificio del mio
desiderio piuttosto che il suo compimento, perché, essendo spirito, voleva anche
sacrifici dello spirito. Mi sottomisi contenta.
107. Le
posa sulla testa una corona di spine
Una
volta che mi recavo alla santa comunione, l'ostia santa mi parve risplendente
come un sole, di cui non riuscivo a sostenere il bagliore.37 Li in
mezzo, Nostro Signore teneva una corona di spine, che mi posò sulla testa
dicendomi: « Ricevi, figlia mia, questa corona in segno di quella che ti sarà
presto data per renderti conforme a me». Allora non compresi quel che voleva
dire, ma ben presto lo capii dagli effetti che ne seguirono: due terribili
colpi che ricevetti sulla testa, di modo che da allora mi sembra di averla
tutta circondata da spine di dolore acuminatissime, le cui trafitture
finiranno con la mia vita. Di questo rendo grazie infinite a Dio, che dispensa
favori così grandi alla sua meschina vittima. Ma, ahimè, come dico spesso, le
vittime devono essere innocenti e io sono solo una criminale. Confesso che mi
sento più in debito col mio Sovrano per questa preziosa corona, che se mi
avesse fatto dono di tutti i diademi dei più grandi monarchi della terra. Tanto
più che nessuno me la può togliere e che mi costringe spesso a vegliare
pensando all'unico oggetto del mio amore, perché non posso appoggiare la testa
sul capezzale, a imitazione del mio buon Maestro, che non poteva appoggiare la
sua testa adorabile sul letto della Croce. Mi faceva provare gioie e
consolazioni inconcepibili il fatto di vedere in me qualche rassomiglianza
con Lui. Era con questo dolore che voleva domandassi a Dio suo Padre, in virtù
della sua corona di spine cui aggiungevo la mia, la conversione dei peccatori
e l'umiltà per quelle teste orgoglio-se, la cui vanagloria gli è così
sgradita e ingiuriosa.
108 Porta
la Croce con Nostro Signore e accetta di essere crociftssa da un 'acuta
malattia
Un'altra
volta, in periodo di Carnevale, cioè circa cinque settimane prima del mercoledì
delle ceneri, si presentò a me dopo la santa comunione in forma di un Ecce
Homo, gravato della sua Croce, tutto coperto di piaghe e lividi. Il suo
sangue adorabile colava da ogni parte e Lui diceva con voce dolorosamente
triste: «Non ci sarà nessuno che abbia pietà di me e
che voglia compatirmi e prendere parte al mio dolore nel pietoso stato
in cui mi riducono i peccatori, soprattutto in questo periodo». Io mi presentai
a Lui, prosternandomi ai suoi sacri piedi con lacrime e gemiti, e mi caricai
sulle spalle quella pesante croce, tutta irta di chiodi. E sentendo-mi
schiacciata da quel peso, cominciai a capire meglio la gravità e la malizia
del peccato, detestandola tanto nel mio cuore, che avrei preferito mille volte
precipitare nell'inferno, piuttosto che commetterne uno volontariamente. « O
maledetto peccato», dicevo, «come sei detestabile, tu che ingiuri il mio sovrano
Bene!». Ma il mio Signore mi mostrò che non era sufficiente portare la Croce,
perché bisognava che vi fossi appesa con Lui e che gli tenessi fedele compagnia
partecipando ai suoi dolori, al disprezzo, agli obbrobri e a tutte le altre
indegnità che soffriva. Mi abbandonai subito a tutto quanto Lui desiderava
fare in me e di me, lasciandomi appendere secondo il suo desiderio, con un
tormento che mi fece presto sentire le punte acute dei chiodi di cui quella
croce era cosparsa. Erano vivissimi dolori che suscitavano, invece che
compassione, solo disprezzo e umiliazioni e molte altre cose penose per la
natura umana. Ma, ahimè, cosa mai potrò io soffrire, che possa uguagliare la
grandezza dei miei crimini? Questi mi fanno sprofondare continuamente in un
abisso di vergogna, da quando il mio Dio mi ha fatto vedere l'orribile
immagine di un'anima in peccato mortale e la gravità del peccato che, ferendo
una bontà infinitamente amabile, gli è estremamente ingiuriosa. Questa vista
mi fa soffrire più di tutte le altre pene e vorrei con tutto il cuore aver
cominciato a soffrire tutte le pene che l'espiazione dei miei peccati
richiede, pur di prevenirli e impedirmi di commetterli, piuttosto che essere così
miserabile da averli commessi. Anche se sono sicura che il mio Dio, nella sua
infinita misericordia, me li perdonerebbe senza darmi quelle pene.
109. Le
sue sofferenze durante il Carnevale
Questo stato
di sofferenza, di cui ho appena parlato, mi durava normalmente per tutto il
periodo di Carnevale fino al mercoledì delle ceneri, e ne ero ridotta allo
stremo, senza poter trovare conforto o sollievo che non aumentasse ulteriormente
le mie sofferenze. Poi, d'improvviso, trovavo abbastanza forza e vigore per il
digiuno quaresimale, cosa che il mio Sovrano mi ha sempre concesso la
misericordia di fare, sebbene talvolta mi ritrovassi oppressa da tanti dolori,
che spesso, cominciando un esercizio, mi pareva che non sarei riuscita a
portarlo a termine. E invece ne cominciavo un altro con lo stesso dolore,
dicendo: «O mio Dio, fatemi la grazia di riuscire ad andare sino in fondo!».
Così rendevo grazie al mio Sovrano, perché scandiva i miei momenti con
l'orologio delle sue sofferenze, per far rintoccare tutte le ore con la ruota
dei suoi dolori.
110. Nostro
Signore talvolta le dispensava gioie invece dei dolori che aveva chiesto
Quando
voleva gratificarmi con una nuova Croce, Lui mi preparava con tale
abbondanza e piaceri spirituali, che mi sarebbe stato impossibile
sopportarli se si fossero protratti, e allora dicevo: « O mio unico Amore, vi
sacrifico tutti questi piaceri! Conservateli per quelle anime sante che vi glorificheranno
più di me. Io desidero Voi solo, nudo sulla Croce, li dove voglio amare solo
Voi per amor vostro. Toglietemi dunque tutto il resto, di modo che vi ami senza
mescolare altri interessi o piaceri». Talvolta, in questo periodo, si divertiva
a contraria-re i miei disegni, come un direttore saggio ed esperto, facendomi
godere quando avrei voluto soffrire. Confesso che entrambe le cose provenivano
da Lui e che tutti i beni che mi ha fatto sono frutto della sua pura
misericordia. Infatti, mai una creatura gli ha opposto resistenza quanto me, per
via della mia infedeltà e del grande timore che avevo di essere ingannata.
E cento volte mi sono stupita che non mi abbia annientata o che non mi abbia
fatta sprofondare a causa delle mie molteplici resistenze.
111. La
divina Presenza era severa quando aveva fatto qualeosa di sgradito a Nostro
Signore
Ma
per quanto grandi siano le mie colpe, quest'unico Bene della mia anima non mi
priva mai della sua divina presenza, così come mi ha promesso. Ma, quando gli
arreco dispiaceri, me la rende così terribile, che non c'è tormento che mi
parrebbe più dolce e cui non mi sacrificherei mille volte, piuttosto che
sopportare questa divina presenza e comparire al cospetto della santità di Dio
con l'anima macchiata da qualche peccato. In quei momenti, avrei preferito
nascondermi e allontanarmi se avessi potuto, ma ogni mio sforzo era inutile,
perché ovunque trovavo ciò che stavo rifuggendo, con tormenti così
spaventosi che mi pareva di essere in purgatorio. Tutto in me soffriva, senza
conforti né desiderio di trovarne, e talvolta mi ritrovavo a dire nella mia dolorosa
amarezza: «Oh, che cosa terribile è cadere nelle mani del Dio vivente! ». Ed
ecco come purifica le mie colpe, quando non sono abbastanza pronta e fedele da
punirmi da sola. Mai ricevo grazie particolari dalla sua bontà che non siano
precedute da tormenti di questo genere. E dopo averle ricevute, mi sento
sprofondare in un purgatorio di umiliazione e confusione, dove soffro più di
quanto riesca a esprimere. Ma conservo sempre una pace inalterabile, con la
sensazione che nulla può turbare il mio cuore, sebbene la parte inferiore sia
spesso agitata dalle mie passioni e dal mio nemico. Questi, infatti, prodiga
tutti i suoi sforzi, perché non c'è nulla in cui sia più potente e sa bene
che il suo grosso guadagno lo trova in un'anima turbata e inquieta. Il demonio
sa come farne il suo giocattolo e renderla incapace di ogni bene.