Santa
Maria della Croce (Giovanna Jugan)
Paul
MilcentPaul
Milcent, nato in Normandia
nel 1923, ordinato sacerdote nel 1949 nella congregazione degli Eudisti, si è
occupato dei giovani come professore in un collegio, poi ha esercitato le
funzioni di formatore nella sua congregazione e di consigliere di comunità
religiose, si interessa alla tradizione spirituale proveniente da Bérulle e san
Giovanni Eudes, soprattutto nella misura in cui questa spiritualità può
aiutarci a vivere oggi la Missione.
I
- FIGLIA DI UN POVERO MARINAIO (1792-1816)
Una piccola capanna con il pavimento di terra battuto; un borghetto sulle alture che sovrastano la baia di Cancale in Bretagna (Francia): ecco il quadro dove nacque Jeanne Jugan, il 25 ottobre 1792.
1792:
questa data evoca avvenimenti drammatici. Qualche settimana prima duecento
sacerdoti sono stati massacrati a Parigi poiché rifiutavano di prestare il giuramento
esigito dal potere rivoluzionario; e qualche mese dopo, il re Luigi XVI sarà
ghigliottinato. Si presagisce già che la Francia occidentale si rivolterà
per difendere le proprie tradizioni, e ci sarà, per sette o otto anni, una
dura guerra civile. Come molte altre chiese, quella di Cancale sarà chiusa, e
trasformata in magazzino di foraggi. Questi avvenimenti difficili hanno
segnato l'infanzia della piccola Jeanne.
Sarà
provata anche dalla morte prematura del padre. Era assente al momento della
nascita di Jeanne: partito in mare, per parecchi mesi, per la pesca oceanica.
Altre volte, non partirà proprio quando avrebbe dovuto imbarcarsi per
guadagnare un po' di denaro: glielo impediva la cattiva salute. Allora era
indispensabile che la mamma si mettesse a lavorare, facendo giornate di bucato
per nutrire i figli, otto in tutto, di cui quattro morti in tenera età. E poi,
un giorno, quando Jeanne aveva tre anni e mezzo, il padre è partito di nuovo,
ma non è più tornato. Lo hanno aspettato a lungo, ma alla fine hanno dovuto
accettare l'idea ormai certa: era perito in mare.
La
piccola Jeanne imparò dalla mamma a fare i lavori di casa, a custodire le
bestie, a pregare. Non vi era più il catechismo organizzato, ma molti bambini,
in quel periodo, erano catechizzati segretamente da persone del vicinato, che
avevano acquisito una fede personale e responsabile in una specie di terzo
ordine fondato da san Giovanni Eudes nel XVII secolo. In quegli anni difficili,
i membri di questo istituto vivevano la loro esistenza laica come consacrazione
al Cristo e svolsero un ruolo considerevole nella trasmissione della fede.
Senza dubbio, grazie a queste persone, Jeanne imparò a leggere e giunse alla
chiara conoscenza della fede cristiana. Più tardi, farà parte lei stessa di
questo gruppo.
Verso
i 15 o 16 anni, Jeanne fu messa, come aiutocuoca in una famiglia del
circondario. La casa, che esiste ancora, si chiamava la Mettrie-aux-Chouettes.
La ragazza vi arrivò timidissima, ma pronta a imparare e a svolgere bene il
nuovo mestiere. Sembra che M.me la Chouë l'abbia accolta affettuosamente e
l'abbia circondata di simpatia. Con il passare degli anni arrivò a nutrire per
Jeanne una grande ammirazione.
Jeanne,
infatti, non fu solo addetta ai lavori di cucina: prese parte al servizio dei
poveri. Andava a visitare famiglie indigenti e vecchi soli. Cominciava così ad
imparare la condivisione, il rispetto, la tenerezza - e quanta delicatezza
ci vuole per non umiliare chi ha bisogno di essere aiutato.
In
quegli anni, un giovane la chiese in sposa. Secondo l'uso, Jeanne lo pregò di
attendere. E continuò il suo servizio, che per lei era anche una scuola, dove
si affinò. Un po' più tardi, nel 1816, ebbe luogo a Cancale una grande
missione: dopo la terribile tempesta della rivoluzione, vi era da ricostruire
la fede e la Chiesa. Jeanne vi partecipò. Fu in quella occasione che decise di
dedicarsi esclusivamente al servizio di Dio: non si sarebbe sposata. Lo fece
sapere al suo pretendente.
Non
conosceva niente dell'avvenire. Eppure, un oscuro presentimento, forse, si era
impadronito di lei. In ogni caso, ella disse un giorno a sua madre: «Dio mi vuole
per sé. Mi riserva per un'opera che non è conosciuta, per un'opera che non è
ancora fondata».
II
- PRIMI PASSI VERSO I POVERI (1817-1823)
Nel
1817, a venticinque anni, Jeanne lascia Cancale e la famiglia. Le due sorelle
erano sposate e ben presto sarebbero diventate madri di famiglia. Jeanne aveva
fatto un'altra scelta; lasciò alle sorelle una parte dei suoi vestiti, «tutto
quello che aveva di elegante e di grazioso», come ci vien detto; e partì alla
volta di Saint-Servan per mettersi a servizio dei poveri. Voleva essere povera
insieme con loro.
Infatti,
la città di Saint-Servan era molto diseredata. Quasi la metà della popolazione
era iscritta all'Ufficio di Assistenza, e numerosi mendicanti assediavano le
poche famiglie agiate.
Jeanne
entrò come infermiera all'ospedale del Rosais, troppo piccolo per accogliere
le miserie che vi trovavano rifugio. Perché un ospedale, allora, era
piuttosto un rifugio per ogni genere di miseria che un centro della scienza
medica; la formazione che aveva un'infermiera bastava solo per preparare le
tisane, fare medicazioni, mettere dei cataplasmi...
Per
5 anni circa, Jeanne si prodigò presso i trecento malati colà ammassati, più
trentacinque trovatelli o abbandonati. Fra quei «tignosi, scabbiosi, venerei»,
con mezzi molto insufficienti, il lavoro era duro e spossante. Jeanne vi si
dedicò con tutto il cuore. Si racconta che, oltre a tutto questo, essa dedicava
i momenti liberi a iniziative apostoliche; fu così che si occupò di un infermiere
per catechizzarlo.
Era
sostenuta da una fede viva. Durante una missione, che rianimò la vita
cristiana a Saint-Servan nel 1817, furono create delle congregazioni destinate a
favorire un reciproco aiuto spirituale, a stimolare la preghiera e la
riflessione cristiana. Jeanne si inscrisse alla congregazione delle giovani.
Un
po' più tardi, entrò in un gruppo più esigente, quel «terz'ordine» eudista
(o Società del Cuore della Madre ammirabile) che lei aveva senza dubbio cominciato
a conoscere già dall'infanzia grazie alle persone devote che l'avevano
catechizzata.
Le
donne che facevano parte di questa società conducevano una specie di vita
religiosa in casa, e si riunivano regolarmente per incontri di preghiera e di
compartecipazione. Si imponevano una disciplina di vita e di preghiera
quotidiana. Qui trovavano soprattutto una tradizione spirituale forte,
proveniente da san Giovanni Eudes; l'appello a un cristianesimo del cuore,
l'iniziazione a una fede personale e libera, relazione vitale con Gesù Cristo.
Tutto
veniva fondato sul battesimo, di cui le terziarie ogni anno rinnovavano gli
impegni. Cercavano di entrare in comunione di pensiero, di sentimenti, di intenzioni,
con il Cuore di Cristo e quello di sua Madre, che sono una cosa sola: «Ognuno
di noi, diceva la regola, porta sempre con sé un piccolo crocifisso; lo
prende in mano, lo bacia, lo medita; ed Egli parla al nostro cuore... ».
I
membri di questo gruppo imparavano la libertà interiore, basata
sull'abnegazione della propria volontà allo scopo di sapere amare in verità.
«Una vera figlia del sacratissimo Cuore di Maria (...) non chiede di andare in
chiesa, alle cerimonie religiose quando la sua presenza è necessaria altrove
(...). Con una carità tenera e attiva, che si estende fino ai limiti del
possibile (...), amano i poveri, i semplici, perché Gesù Cristo e la santa
Vergine li hanno amati...».
Jeanne
fu membro del terz'ordine per una ventina di anni, e sembra che ne sia stata
profondamente segnata. Lo spirito di gruppo si ritrova nella prima Regola o usi
delle Piccole Sorelle dei Poveri, soprattutto negli aspetti di comunione vivente
con Gesù, e di rinuncia a sé, cammino verso la libertà interiore.
Ma
avevamo lasciato Jeanne all'ospedale del Rosais, in mezzo ai suoi poveri malati,
in una grande indigenza di mezzi. Alla fine di 6 anni, avendo sorpassato i
limiti delle sue forze, Jeanne è ormai sfinita e deve lasciare il lavoro.
III
- TEMPO DI PAUSA E DI MATURAZIONE (1824-1839)
Jeanne
trovò al momento opportuno un nuovo lavoro, che fu per lei al tempo stesso
una pausa benefica: una certa M.lle Lecoq, di vent'anni più anziana, e che era
senza dubbio anch'essa membro del terz'ordine, la scelse come serva e amica.
Insieme vissero per dodici anni una vita comune arricchita dalla preghiera, le
occupazioni domestiche di un'esistenza modesta, la presenza ai poveri, la
catechesi ai fanciulli. Partecipavano ogni giorno alla messa, si facevano
vicendevolmente le letture, parlavano familiarmente di Dio.
M.lle
Lecoq era attenta alla salute della sua compagna, l'obbligava a risparmiarsi e
ne prendeva cura. Vivevano con la loro gente i buoni e i cattivi giorni. E vi
furono dei giorni di miseria, particolarmente negli anni 1825-1832. A causa di
una grave crisi finanziaria a Londra nel 1825, e del cattivo raccolto in Francia
negli anni seguenti, molte persone conobbero la fame. Si vide aumentare il
numero dei mendicanti, ed anche disoccupati errare in gruppo nelle campagne. A
Saint-Servan il numero degli indigenti si accrebbe ancora... Tutte e due vi
facevano attenzione, e partecipavano generosamente agli sforzi collettivi che
miravano a soccorrere i bisognosi.
Ma
la cara M.lle Lecoq, si ammalò e, nel giugno 1835, morì. Lasciava a Jeanne i
mobili e una piccola somma di denaro.
Per
vivere Jeanne si mise a lavorare a giornata presso alcune famiglie di
Saint-Servan che ricorrevano a lei: pulizia, bucato, servizio di assistenza ai
malati... Legami di amicizia si crearono così con un certo numero di persone;
queste relazioni furono in seguito molto preziose a Jeanne e a coloro con i
quali avrebbe legato il suo destino.
Jeanne
divenne amica di una donna molto più anziana di lei, Françoise Aubert, o
Fanchon. Mettendo in comune le loro risorse, affittarono un alloggio al centro
di Saint-Servan: due camere al piano superiore e due altre sistemate sotto il
tetto. Le due compagne conducevano una vita ritmata dalla preghiera, non molto
diversa da quella che Jeanne conduceva con M.lle Lecoq. Fanchon filava in
casa; Jeanne continuava le sue giornate fuori.
Ma
presto, una terza ragazza si aggiunse a loro, una giovane di appena 17 anni,
orfana, chiamata Virginie Trédaniel. Pare che Virginie sia entrata senza fatica
nella vita di preghiera delle due donne più anziane. A partire dal 1838
condurranno tutte e tre - 72, 47 e 17 anni! una vita comune regolare, interrotta
solo dalla morte.
Jeanne
era sempre più attenta ai poveri che la circondavano a Saint-Servan, ma che
fare? Si sentiva impotente davanti a questa immensa molteplice miseria... Bastava
lasciarsi toccare il cuore? O non era il caso di lasciarsi ferire anche nella
carne? Non bisognava, con una specie di pazzia, spartire finanche il necessario,
persino la propria casa? Non voleva dire proprio questo amare? Jeanne sta per
andare proprio in questa direzione, e non tornerà più indietro.
IV
- JEANNE DA' IL SUO LETTO (1839-1842)
Verso
la fine del 1839, forse ai primi freddi dell'inverno, Jeanne prese una
decisione: con l'accordo di Fanchon e Virginie, portò in casa una vecchietta,
Anne Chauvin (vedova Haneau), cieca e inferma. Fino a quel momento, la donna era
stata assistita dalla sorella; ma quest'ultima, malata, era stata ricoverata in
ospedale: situazione disperata.
Si
racconta che Jeanne, per farle salire la ripida scala di casa, l'abbia portata
sulle spalle. Certo è che le ha ceduto il suo proprio letto e se ne è andata
ad alloggiare nel granaio. E l'«adottò come sua madre».
Poco
dopo, un'altra donna anziana, Isabelle Coeuru, raggiunse Anne Chauvin. Aveva
servito fino all'ultimo i vecchi padroni caduti in miseria, spendendo per loro
i suoi risparmi; in seguito aveva mendicato per tenerli in vita. Alla loro
morte, era rimasta spossata e malata. Jeanne apprese questa magnifica storia
di fedeltà e di condivisione. E senza perder tempo l'accolse. Questa volta toccò
a Virginie cedere il proprio letto e sistemarsi nel granaio.
La
sera, dopo essersi prese cura delle loro protette e aver augurato la buona notte
alla brava Fanchon, Jeanne e Virginie salivano la scaletta del loro granaio e,
tolte le scarpe per non far rumore, terminavano i lavori e le preghiere prima di
coricarsi.
Lavoravano
in tre (Virginie era sarta) per mantenere cinque persone, di cui due vecchie e
malate; talvolta, la sera, dopo il lavoro, era necessario vegliare per rammendare
o fare il bucato. Forse, da quel tempo, Jeanne cominciò a tendere la mano alle
famiglie che conosceva bene.
Virginie
aveva un'amica, quasi della stessa età, Marie Jamet che non tardò a conoscere
Jeanne e la sua «famiglia». La ragazza viveva con i genitori, e lavorava,
insieme con la madre, mandando avanti un piccolo negozio.
Marie
veniva spesso a trovare la sua amica, ed ebbe anche per Jeanne affetto e
ammirazione. Tutte e tre e talvolta Fanchon con esse - parlavano di Dio, dei
poveri, dei problemi che la vita poneva loro. Jeanne fece conoscere alle due
giovani amiche la sua appartenenza al terz'ordine eudista. Esse erano troppo
giovani per entrarvi, ma si fecero, con l'aiuto di Jeanne, un piccolo
regolamento di vita, ispirato a quello del terz'ordine.
Marie
e Virginie parlarono della loro amicizia e del reciproco aiuto spirituale a un
giovane vicario di Saint Servan, l'abbé Auguste Le Pailleur, loro confessore,
che le approvò e promise di aiutarle.
Conosciuta
Jeanne, egli si interessò al gruppo e alla sua attività caritativa.
Intraprendente, ingegnoso, abile, anche lui era attento ai poveri. Pensò che
bisognava aiutare quel che poteva essere l'inizio di un'opera. Il suo appoggio
sarà efficace, ma anche origine di quali prove! Il 15 ottobre 1840, con il suo
aiuto, le tre amiche formarono un'associazione di carità che adottò per
legge il piccolo regolamento elaborato da Marie e Virginie.
Questo
gruppo avrebbe presto contato un nuovo membro. Una giovane operaia di 27 anni,
molto malata, fu accolta da Jeanne. Pensava di morire... ma guarì e da quel
momento partecipò allo sforzo comune. Si chiamava Madeleine Bourges.
Così,
intorno alle due donne anziane accolte da Jeanne, una piccola cellula era nata:
era già l'embrione di una grande Congregazione che si chiamerà, molto più
tardi, Piccole Sorelle dei Poveri.
Nel
1840, Jeanne e le sue compagne non lo sapevano. Ma già esse pensavano ad
accogliere altre miserie, offrire ad altre persone conforto, sicurezza e
tenerezza. Il denaro, Dio non lo avrebbe negato. Essendo ormai piena la casa,
decisero di cambiarla.
Nel
vicinato fu messo in affitto un vecchio «cabaret»: una grande sala al piano
terra, buia, con due piccoli vani adiacenti. Chiedevano 100 franchi all'anno:
l'affare fu concluso. E il trasloco si fece a san Michele dell'anno 1841.
Questo alloggio fu chiamato, dai posteri, il «grand en-bas».
Dodici
anziane, contando quelle già accolte, lo abitarono. Jeanne, Françoise e
Virginie si sistemarono nella piccola camera del fondo. Marie e Madeleine
portavano il loro aiuto e un po' di denaro. E poi le anziane, che potevano
farlo, filavano la lana o il lino; si vendeva il frutto del loro lavoro e questo
contribuiva al sostentamento del gruppo.
Non
restarono a lungo nel «grand en-bas», che non era ancora abbastanza grande. Un
vecchio convento era in vendita: con l'aiuto di alcune offerte generose e nella
speranza di questue fruttuose per estinguere il debito fu comprata, nel febbraio
1842, la Casa della Croce. Il trasloco ebbe luogo nel settembre seguente.
Il
29 maggio 1842, le associate si riunirono con l'abbé Le Pailleur: volevano
organizzarsi più stabilmente, in vista dell'avvenire. Completarono un po' il
loro regolamento di vita, presero il nome ufficiale di Serve dei Poveri,
scelsero Jeanne per superiora e le promisero obbedienza. Così, attraverso uno
sviluppo insensibile come quello di una gemma, il piccolo gruppo prendeva a poco
a poco l'aspetto di comunità religiosa. Jeanne si lasciava condurre dagli
appelli della vita, nei quali riconosceva i richiami dello Spirito.
V
- LA QUESTUA (1842-1852)
«Sorella
Jeanne, sostituiteci, fate la questua per noi! ... » Così dicevano le buone
vecchie, che erano vissute a lungo di mendicità. Con queste parole sottolineavano
l'essenza stessa di questo cammino della questua, che avrebbe preso tanto posto
nella vita di Jeanne: ella si sarebbe sostituita ai poveri, si sarebbe
identificata con loro; o meglio, avrebbe, guidata dallo Spirito di Dio,
riconosciuto in essi «la sua stessa carne» (Is 58,7). La loro miseria era la
sua miseria, la loro questua, la sua questua.
Motivi
pratici hanno spinto inoltre Jeanne a far la questua personalmente: se avesse
lasciato che le buone donne (come le chiamavano gentilmente) continuassero i
loro giri nelle strade della città, le avrebbe esposte a moltissime miserie,
soprattutto quelle dedite al bere. Allora chiese, con rispetto, a ciascuna di
loro l'indirizzo dei propri benefattori e fece il giro al posto loro. Spiegava:
«Signore, d'ora in poi non verrà più la vecchina, verrò io. Vogliate
continuare a darci la vostra elemosina». Avrete notato il plurale...
Non
fu facile prendere questa decisione. Jeanne era fiera; aveva conosciuto, sì, a
Cancale le donne dei marinai aiutarsi tendendo la mano dignitosamente; ma
questo non bastava a farla entrare a cuor leggero nella mendicità. In
vecchiaia ricorderà ancora queste vittorie su se stessa, riportate tante volte:
«Andavo con il mio paniere a elemosinare per i nostri poveri... Mi costava, ma
lo facevo per il buon Dio e per i nostri cari poveri...».
Jeanne
fu aiutata da un Fratello di san Giovanni di Dio, Claude-Marie Gandet. Già a
quel tempo, i Fratelli avevano in Dinan una fervente comunità e un ospedale;
avranno un posto importante nell'impresa di Jeanne. Un giorno dunque, il fratel
Gandet arrivò al grand en-bas; anch'egli questuava per l'ospedale. Trovò
Jeanne in grande perplessità. I due si capirono, e il frate l'aiutò a
impegnarsi deliberatamente sul cammino della questua. Per darle coraggio, le
promise di aiutarla e di annunciarla a parecchie famiglie da cui doveva lui
stesso passare. Si dice anche che le offrisse il suo primo paniere di questua.
Jeanne
si fece dunque cercatrice di pane. Chiedeva denaro, ma anche doni in natura:
cibo - gli avanzi del pasto o i dessertes saranno spesso molto apprezzati -,
oggetti, vestiti... «Vi sono molto grata se poteste darmi un cucchiaio di sale
o un pezzettino di burro... Avremmo bisogno di un paiolo per bollire la
biancheria... Un po' di lana o di canapa ci aiuterebbe molto...». Non aveva
timore di esprimere ciò che credeva; dopo aver chiesto del legno per costruire
un letto, era capace di precisare: «Vorrei un po' di legno per ristorare un
membro di Cristo».
Non
sempre veniva accolta bene. In uno dei suoi giri aveva bussato alla porta di un
vecchio ricco e avaro. Era riuscita a persuaderlo, e lui le aveva dato
un'offerta generosa. Il giorno dopo ci ritorna: questa volta il vecchio si
arrabbia. Jeanne sorride: «Mio buon signore, i miei poveri avevano fame ieri,
oggi hanno ancora fame e domani avranno ancora fame...». Il vecchio diede di
nuovo la sua offerta e promise di continuare. Così, con il sorriso, sapeva
invitare i ricchi alla riflessione e alla scoperta delle loro responsabilità.
È
rimasto famoso un episodio. Un vecchio scapolo, irritato, l'aveva
schiaffeggiata; Jeanne risponde dolcemente: «Grazie; questo è per me. Adesso
datemi qualcosa per i miei poveri per favore! »
Andava
spesso a cercare aiuti all'Ufficio di Assistenza della città e in un primo
tempo la trattavano come una di casa. Ma un giorno un impiegato la maltrattò e
le disse di mettersi in fila tra i mendicanti. Jeanne obbedì. Dopo tutto era
mendicante, e quello era il suo posto. Nei momenti troppo duri, si faceva
coraggio. Diceva alla compagna: «Andiamo avanti per il buon Dio!» Oppure, un
giorno di festa a Saint-Servan, con uno di quei mezzi sorrisi che le erano
familiari: «Oggi faremo una buona questua perché i nostri anziani hanno avuto
un buon pranzo. San Giuseppe deve essere contento vedendo che i suoi protetti
sono ben curati. Ci benedirà!» Sembra che avesse un modo di presentarsi che impressionava
le persone e una specie di fascino che agiva su di loro. Un uomo che l'ha ben
conosciuta ha questa graziosa formula: «Aveva un dono della parola, una grazia
nel chiedere... Questuava lodando Dio, se così si può dire».
Vissuta
in questo modo, la questua si trasfigurava. Jeanne avrebbe potuto creare una
semplice catena di assistenza per quietare le coscienze dei ricchi, ma ne fece
una evangelizzazione che metteva in questione la coscienza e invitava a una
trasformazione del cuore.
Grazie
alla questua, l'azione del piccolo gruppo poté ampliarsi. Si stabilirono senza
timore nella Casa della Croce e nel novembre 1842 vi erano già 26 donne anziane,
di cui alcune molto malate. E tutto ciò richiedeva molto lavoro. Madeleine
Bourges si aggiunse alle associate. Essa e Virginie Trédaniel lasciarono il
loro lavoro per consacrarsi interamente al servizio delle persone che avevano
accolte. Poco dopo, Marie Jamet fece lo stesso. Si contava ormai soltanto sulla
questua per assicurare i mezzi di sostentamento... e finire di pagare la casa.
Un
medico, che aveva conosciuto Jeanne all'ospedale del Rosais, fu contento di
ritrovarla alla testa della Casa della Croce. Accettò di curare gratuitamente
gli anziani poveri e fino al 1857 darà prova di immensa dedizione.
Un
avvenimento importante avvenne durante l'inverno 1842-43: l'arrivo del primo
vecchio. Era stato segnalato a Jeanne questo vecchio marinaio, solo e malato
in una cantina umida: lei andò e lo trovò in uno stato miserevole, coperto
di stracci, su un po' di paglia marcia, il volto sfinito. Presa da profonda
compassione, Jeanne va, confida quello che ha visto a un benefattore e torna un
momento dopo con una camicia e dei vestiti puliti. Lo lava, lo cambia e lo
porta a casa. Qui il vecchio riacquisterà le forze. Si chiamava Rodolphe
Laisné. Presto altri uomini lo raggiungeranno.
A
volte, un aiuto inaspettato o bisogni nuovi rilanciavano la questua, o
l'allargavano. Un giorno, una certa M.lle Dubois si offerse di accompagnare
Jeanne per la questua nella campagna circostante. Era una persona conosciuta e
stimata che così si comprometteva, mendicando con Jeanne. La sua presenza
scosse l'opinione pubblica e molte borse si aprirono con più generosità. Oltre
al denaro, le questuanti ricevettero frumento, grano saraceno, patate; e poi
filo e tela... E si strinsero nuove amicizie.
Si
fece più assiduamente la questua dei dessertes. Talvolta si organizzava una
grande raccolta di biancheria. Venne instaurata la questua nei mercati e
anche, nel porto di Saint-Malo, quella sulle navi. Comprando la Casa della
Croce, era stato contratto il pesante debito di ventimila franchi. Dopo due anni
e mezzo, alla fine del '44, con sette anni di anticipo, Jeanne aveva pagato
tutto.
Talora,
arrivava un dono inatteso. Fu così quando il nipote di una vecchia pescivendola
di cattiva reputazione costatò il prodigio: accolta nella Casa della Croce
era diventata un'altra donna, aveva ritrovato la sua dignità. Nella sua
emozione il bravo nipote lasciò settemila franchi alla casa; morì poco tempo
dopo.
Questa
somma arrivava a tempo per pagare il tetto di un nuovo fabbricato la cui
costruzione era stata intrapresa senza nessuna risorsa: solo una moneta di cinquanta
centesimi che le Sorelle deposero ai piedi di una statua della Madonna. Tutti
parteciparono. Alcuni diedero le pietre, altri il cemento, altri dei carreggi
gratis, altri diedero ore di lavoro. Le Sorelle maneggiarono la pala o la
cazzuola. E, per saldare i tremila franchi che mancavano, arrivò giusto a
punto il Premio Montyon.
Era
un premio attribuito ogni anno dall'Accademia Francese a un francese povero,
autore dell'azione più meritoria. Gli amici della casa insistettero presso
Jeanne, ed essa finì per accettare che lo si chiedesse. Il sindaco di
Saint-Servan e i principali notabili della città firmarono una documentazione
per l'Accademia e l'11 dicembre 1845, davanti a un illustre auditorio dove
figuravano Victor Hugo, Lamartine, Chateaubriand, Thiers e molte altre
celebrità, M. Dupin senior fece un vibrante elogio dell'umile Jeanne. I
giornali ne parlarono. Il discorso fu pubblicato.
Jeanne
si rese conto che quel discorso le poteva essere utile. Dove sarebbe andata a
questuare, avrebbe portato, come lei diceva, l'opuscolo dell'Accademia, e ciò
sarebbe stata una raccomandazione efficace. E infatti se ne servirà, durante
le questue su nuovi territori: Dinan, Rennes, Tours, Angers e molte altre città
di Francia.
Jeanne
condusse la vita di questuante quasi senza interruzione per dieci anni, dal 1842
al 1852. E mai fu delusa da Colui nel quale aveva riposto tutta la sua
fiducia. Con meraviglia di tutti, il numero dei poveri vecchi cresceva
ininterrottamente: erano ben trattati e felici; si ingrandiva la casa e se ne
compravano altre... con niente, senza alcuna risorsa assicurata. Senza altra
spiegazione che l'infaticabile questua di Jeanne, lo sforzo collettivo di tutta
una città da lei stimolata e la sua fede nell'indefettibile amore di Dio per
i suoi poveri.
A
poco a poco il piccolo gruppo formato da Jeanne e dalle sue amiche prendeva
coscienza di condurre una vita religiosa e in conseguenza si organizzava.
Avevano
fatto i voti - voti privati, non ancora voti religiosi ufficiali - di obbedienza
e di castità. Indossavano già una specie di uniforme, ispirata peraltro
direttamente all'uso di vestirsi delle contadine della regione. Come i
Fratelli di san Giovanni di Dio, le Sorelle portavano un piccolo crocifisso e
una cintura di cuoio. Poi presero i «nomi di religione»; Jeanne si chiamò
Suor Maria della Croce.
Nel
dicembre 1843, fu rieletta superiora. Ma ecco che, due settimane dopo, l'abbé
Le Pailleur, di sua propria autorità, bocciò questa elezione e designò come
superiora la timida Marie Jamet, ventitreenne, sua penitente: sarebbe stata
nelle sue mani più docile di Jeanne Jugan, cinquantunenne, forte di una lunga
esperienza, conosciuta a Saint-Servan da ventisei anni, e che non si rivolgeva
personalmente a lui.
Il
sacerdote aveva deciso: in quell'epoca, di fronte a un sacerdote, cosa avrebbero
potuto fare delle umili donne? Si piegarono. Ma per Jeanne questo non fu certamente
senza dolore e senza preoccupazione. Continuarono la loro strada. D'altronde,
all'esterno del piccolo gruppo, nessuno seppe del cambiamento. Jeanne restò
agli occhi di tutti garante dell'opera intrapresa.
All'inizio
del 1844, l'associazione cambiò il nome ufficiale: le Sorelle scelsero di
chiamarsi Sorelle dei Poveri, senza dubbio per far risaltare la fraternità
evangelica voluta da Gesù e l'intenzione di condivisione totale, di parità
con questi fratelli e sorelle.
Poi
le Sorelle fecero per un anno i voti privati di povertà e ospitalità: questo
quarto voto - con il quale si consacravano all'accoglienza dei vecchi poveri -
si ispirava direttamente all'uso vigente presso i Fratelli di san Giovanni di
Dio.
Nel
gennaio 1844, Eulalie Jamet aveva seguito la sorella maggiore Marie alla Casa
della Croce. Alla fine del 1845, una nuova sorella si aggiunse al piccolo
gruppo: Françoise Trévily divenne la sesta Sorella dei Poveri.
L'anno
seguente, una tappa decisiva sarebbe stata raggiunta: la fondazione di una
seconda casa.
Nel
gennaio 1846, Jeanne parte per Rennes. Vi andava a questuare per i poveri di
Saint-Servan. Fece annunciare la sua questua dai giornali locali, che avevano
già parlato di lei un mese prima, dando notizie del Premio Montyon e del
discorso di Dupin all'Accademia Francese.
Fin
dai primi giorni a Rennes, Jeanne si accorse dei mendicanti, meno numerosi in
proporzione di Saint Servan, ma di cui i più vecchi imploravano aiuto. Vi era
d'altronde molta miseria nei quartieri poveri della città. Molto presto un
progetto di fondazione prese forma nello spirito di Jeanne, che chiedeva
l'autorizzazione alla sua superiora.
Da
quel momento incontrò gente importante e non sempre ben disposta. Jeanne era
però risoluta. «È vero, è una follia, sembrerebbe impossibile... Ma se Dio
è con noi, ciò si farà! » E come poteva non essere con i suoi poveri?
Marie Jamet raggiunse Jeanne, che aveva già affittato a Rennes una grande
stanza affiancata da una piccola camera. E in poco tempo ci furono dieci
pensionanti.
Bisognava
trovare una casa più grande. Le due Sorelle cercarono, ma invano. Si
rivolsero a san Giuseppe (che occuperà un posto sempre maggiore nella preghiera
delle Piccole Sorelle dei Poveri). Il 19 marzo giorno della sua festa, Marie
pregava nella chiesa di Ognissanti; si avvicinò una persona: «Avete una casa?
- Non ancora - Ho quello che fa per voi... ». Andarono a vedere; la casa,
posta nel quartiere de la Madeleine, poteva accogliere quaranta o cinquanta
poveri; e un padiglione poteva ospitare la cappella. Con l'accordo di
Saint-Servan firmano il contratto il 25 marzo e vi si sistemano lo stesso
giorno. Alcuni soldati aiutarono nel trasloco e nel trasporto delle anziane. E
la casa continuò a ingrandirsi, in povertà.
Per
fortuna, qualche postulante era entrata a Saint-Servan. Ne vennero da Rennes e
poi d'altrove.
Jeanne
aveva ripreso le questue: Vitré, Fougères... Dove passava, chiamava: succedeva
spesso che delle giovani, dopo il suo passaggio, chiedevano di entrare nel
noviziato.
In
questo periodo, probabilmente, Jeanne è andata fino a Redon. Ha suonato al
collegio degli Eudisti (lei che era pure un po' eudista). Un padre ha
raccontato: «Andai a vederla in parlatorio e mi elettrizzò (...). Senza
formalità l'introdussi nello studio dei nostri convittori, che erano circa
cento (...) e Jeanne Jugan espose con semplicità e schiettezza l'oggetto della
sua missione. Stupiti e profondamente commossi, tutti questi allievi vuotarono
completamente le loro tasche e i banchi...».
Da
parecchi anni le Sorelle avevano beneficiato dei consigli del P. Felix Massot,
già provinciale dell'Ordine Ospedaliero dei Fratelli di san Giovanni di Dio.
Nella primavera del 1846 prepararono una regola più elaborata del piccolo
regolamento primitivo. Molti punti di questo testo si ispirano direttamente alle
costituzioni dei Fratelli. Ma lo spirito proveniente da san Giovanni Eudes vi
è presente e si riconosce in tanti particolari delle preghiere quotidiane.
Un
po' più tardi, in seguito a una questua di Jeanne, una terza casa si aprì a
Dinan, in una vecchia torre delle mura. Ben presto la lasciarono per stabilirsi
in una casa meno sinistra, e poi in un vecchio convento. Ritroveremo la
vecchia torre al capitolo seguente.
Jeanne
questuava sempre. Eccola, nel gennaio 1847, a Saint-Brieuc. Un giornale locale
la presenta: «Jeanne Jugan, questa figlia cosi votata al servizio degli
infelici, che ha fatto miracoli di carità e di cui i fogli di Bretagna hanno
parlato così spesso l'anno scorso, è in questo momento tra le nostre mura.
Fa una questua per la sua opera; si presenta alle persone caritatevoli e dice
semplicemente: `Sono Jeanne Jugan'. Questo nome basta per farle aprire tutte
le borse».
Jeanne
camminava sempre, «con la bisaccia a tracolla e il paniere in mano», per
mendicare in nome dei poveri vecchi. Talvolta doveva recarsi ad aiutare una
delle case di recente fondazione: Saint-Servan, Dinan, e poi Tours (1849).
Jeanne
salverà più volte dal disastro quest'opera di cui si era vista togliere la
direzione, perché proprio in lei si aveva fiducia e perché lei sapeva quello
che si doveva fare. Arrivava, prendeva tutte le misure necessarie, otteneva i
fondi mancanti, incoraggiava gli uni e gli altri, poi scompariva; altri avevano
bisogno di lei. Non aveva «dove posare il capo»; sembra che non appartenesse
a nessuna comunità locale precisa. Purché i poveri vecchi siano ospitati,
curati, amati, lei accetta, lei, di essere sempre sulle strade.
VII - UN TURISTA INGLESE E UN GIORNALISTA FRANCESE PARLANO DI JEANNE
Ritorniamo
un po' indietro. All'inizio dell'agosto 1846, Jeanne e Marie Jamet hanno dunque
preso possesso, a Dinan, di una vecchia torre abbandonata.
Tre
settimane dopo, un turista inglese bussò alla porta: veniva per vedere Jeanne
Jugan.
Egli
ha pubblicato in seguito il racconto della visita. Ecco la traduzione parziale:
«Per raggiungere l'appartamento in cui vivevano bisognava salire una ripida
scala a chiocciola; il soffitto era basso, i muri nudi e scabri, le finestre
piccole e con le inferriate, sicché sembrava di essere in una caverna o una
prigione, ma questo cupo aspetto era un po' rallegrato dalla luce del fuoco e
dall'aria di contentezza degli abitanti di questo posto (...).
Jeanne
ci ricevette con benevolenza (...) era vestita semplicemente ma ordinatamente
con un abito nero, una cuffia e un fazzoletto bianchi; era la divisa adottata
dalla comunità. Sembra avere circa cinquant'anni, è di taglia media, di
colorito bruno, appare stanca, ma la sua espressione è serena e piena di bontà;
è impossibile trovare in lei la minima traccia di sussiego o di amor proprio».
Si
svolge allora una vera e propria intervista tra questo turista - che era anche
un uomo per bene, occupato a preparare la fondazione di un ospizio di vecchi - e
Jeanne Jugan. Con semplicità lei rispondeva alle domande.
«Non
sapeva il giorno prima, dice, da dove sarebbero venute le provviste per il
giorno dopo, ma perseverava con la ferma convinzione che Dio non avrebbe abbandonato
mai i poveri e agiva con questo sicuro principio: tutto ciò che viene fatto per
loro è fatto per Nostro Signore Gesù Cristo.
Le
ho domandato come faceva a distinguere coloro che meritavano davvero di essere
assistiti; mi rispose che riceveva quelli che si rivolgevano a lei e che
sembravano più derelitti; cominciava con i vecchi e i malati; perché erano i
più bisognosi, e si informava presso i loro vicini sul loro carattere, sulle
loro risorse, ecc.
Per
non lasciare oziosi coloro che potevano ancora fare qualcosa, faceva loro
sfilacciare e cardare vecchi pezzi di stoffa, e poi filare la lana che ne
ricavavano; arrivavano così a guadagnare sei liardi al giorno (...). Facevano
anche altri lavori, secondo le loro possibilità, e ricevevano un terzo del
piccolo guadagno ricavato».
Jeanne
specificò allora tutto quello che poteva ricevere dai vari fornitori: le
derrate anche buone ma meno facili da vendere.
«Le
ho detto che, dopo aver percorso la Francia, sarebbe dovuta venire in
Inghilterra per insegnarci a prenderci cura dei nostri poveri; mi rispose che,
con l'aiuto di Dio, sarebbe venuta, se invitata.
C'è
in questa donna qualcosa di così calmo e di così santo che, guardandola, mi
sono sentito in presenza di un essere superiore, e le sue parole andavano a tal
punto in fondo al mio cuore che i miei occhi, non so perché, si riempirono di
lacrime.
Questa
è Jeanne Jugan, l'amica dei poveri della Bretagna, e la sua sola vista
basterebbe a compensare gli orrori di un giorno e una notte passati su un mare
in burrasca».
Due
anni dopo, un giornale di Parigi pubblicava un articolo su Jeanne e la sua
opera: l'Univers, di Louis Veuillot.
Il
grande giornalista cattolico aveva avuto l'occasione di visitare la casa di
Tours di recente fondazione. Poco dopo si era trovato all'Assemblea Nazionale,
al momento di una discussione sul diritto all'Assistenza posto nel preambolo
della Costituzione del 1848 - che a lui non piaceva.
Dopo
questa discussione, scrisse un vibrante articolo per presentare ai
parlamentari, diceva, «un personaggio più esperto in socialismo di tutti voi
messi insieme»; si trattava di Jeanne Jugan.
«Ella
amava i poveri perché amava Dio. Un giorno pregò il suo confessore di
insegnarle ad amare Dio ancora di più. "Jeanne - le rispose il sacerdote
- finora avete dato ai poveri; ora dividete con loro" (...). La sera
stessa Jeanne aveva una compagna, meglio una padrona Poi raccontava la sua
visita nella casa di Tours: «Ho visto abiti puliti, volti lieti, e anche un
ottimo stato di salute. Tra le giovani Sorelle e questi vecchi c'è uno scambio
di affetto e di rispetto che rallegra il cuore (...).
Le
religiose si attengono in tutto al regime dei loro poveri, e non esiste nessuna
differenza tranne che esse servono e i poveri sono serviti... Tutto arriva puntualmente
per il bisogno del momento. A cena non resta nulla, a colazione non manca nulla.
La carità ha dato la casa. Quando arriva un pensionante, la carità manda il
letto e gli abiti» (L'Univers, 13 settembre 1848).
L'Univers
aveva una larga diffusione: l'articolo di Veuillot contribuì a far conoscere
l'opera delle Sorelle dei Poveri.
La
«casa madre» e il noviziato si trovavano, fin dagli umili inizi, nell'antico
convento della Croce, a Saint-Servan. Ma non c'era più posto, dalla fine di
quell'anno 1847, per alloggiare, oltre le persone anziane, la quindicina di
postulanti e novizie che avevano iniziato la loro formazione.
Siccome
l'abbé Le Pailleur, il consigliere di Marie Jamet, aveva avuto qualche
difficoltà con il vescovo di Rennes, si decise di sistemarsi nella casa di
Tours recentemente fondata.
Le
giovani, fin da questa data, affluiscono sempre più numerose: nell'estate del
1849 ve ne saranno quaranta. Ma, qualche mese prima, Jeanne Jugan era stata
chiamata dalle sue Sorelle in questa casa di Tours, che non era stata da lei
fondata. Vi arrivò nel febbraio 1849, soprattutto con lo scopo di ottenere le
autorizzazioni ufficiali che mancavano.
Fu
accolta con entusiasmo da M. Dupont, laico generoso e santo, che aveva fatto
tanti sforzi e speso molto denaro per preparare l'insediamento delle Sorelle: «Da
due giorni, scrive allora, abbiamo l'onore di avere con noi Jeanne Jugan, la
madre di tutte le Piccole Sorelle (...) Che ammirevole fiducia in Dio! Che amore
per il suo santo Nome! Farà del bene a noi di Tours. La volgare gente del mondo
crede che questa povera cercatrice di pane, come lei stessa si definisce, chieda
l'elemosina; ma se i loro occhi si aprissero capirebbero che sono loro a
ricevere una immensa elemosina sentendola parlare con tanto amore e semplicità
della Provvidenza di Dio».
Si
è conservata una lettera di questo periodo: la giovane Suor Pauline, di Tours,
scrive all'abbé Le Pailleur (19 febbraio 1849). Gli racconta le visite che ha
fatto ai benefattori e al vescovo in compagnia di mia sorella Jeanne. In seguito
hanno visto il parroco che le ha consigliate di rivolgersi di nuovo al vescovo
per ottenere una lettera di raccomandazione da presentare ai parroci. Ci sono
andate.
Rileggiamo
il seguito di questa lettera, che coglie dal vivo la Sorella Jeanne, e il suo
comportamento nella congregazione, dieci anni dopo gli inizi. «Monsignore ha
detto che non osava esporsi troppo. Jeanne si è messa in ginocchio, l'ha
lasciato completamente libero affidandosi alla sua grande carità. Il vescovo
ne è stato commosso e le ha detto di aspettare qualche giorno, che avrebbe
acconsentito (...). Vorremmo che M. d'Outremont (un amico della casa, membro
della Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli) fosse a Tours per fargli scrivere
qualche parolina sul giornale a proposito di "Sorella Jeanne". Lei mi
ha detto che sarebbe una cosa utile, che era entrata in molti negozi e che la
gente aveva il cuore duro come spazzole (...).
Siamo
state a trovare la moglie del Prefetto che ci ha ricevuto con bontà, e la sera
stessa ci ha mandato, da parte del marito che non avevamo potuto vedere una
autorizzazione valida per tutto il dipartimento (...).
Sono
molto contenta di Sorella Jeanne, è molto buona, si sente molto a suo agio a
Tours, ma si rattrista un po' pensando che non può ancora questuare (...).
Penso
che Suor Catherine andrà bene per la questua. Piace molto a Suor Jeanne...».
Finalmente,
Jeanne Jugan lasciò la casa di Tours consolidata e radicata nella popolazione.
Il
19 agosto, una nuova fondazione comincia: una casa a Parigi. Era stata chiesta
dalla Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli, che aveva conosciuto l'opera tramite
M. d'Outremont.
Alla
fine dello stesso anno 1849, si aprono due altre case: una a Besançon, l'altra
a Nantes.
Proprio
a Nantes si diffuse il nome di Piccole Sorelle dei Poveri, che un po' più tardi
diverrà ufficiale. L'intuizione popolare aveva trovato la denominazione che
meglio esprimeva l'intenzione di Jeanne: escludendo ogni dominio farsi piccoli
per amare meglio.
Jeanne
non aveva partecipato direttamente alla fondazione di Parigi, di Besançon, né
a quella di Nantes. Invece, è lei che dà vita alla casa di Angers. Ed ecco
come.
Proseguendo
la sua questua infaticabile, Jeanne arrivò ad Angers nel dicembre 1849, attesa
già da molte famiglie. Veniva a tendere la mano per le fondazioni già fatte,
ma fin dall'inizio ebbe (come a Rennes) l'idea di dotare la città di Angers -
che le era così amica - di un asilo per i poveri.
Grazie
a un sacerdote, che era vicario generale a Rennes, fu trovata rapidamente una
casa, e la fondazione avvenne nell'aprile 1850. Nell'intervallo, Jeanne probabilmente
è tornata a Tours con il prodotto della sua questua, poi è andata a questuare
in altre città. Il 3 aprile, dunque, ritorna ad Angers in compagnia di Marie
Jamet e due giovani Sorelle. Il vescovo, mons. Àngebaut, le riceve a braccia
aperte. Come era accaduto nelle altre città, arrivavano a mani vuote: tra tutte
e quattro avevano in borsa solo sei franchi per affrontare la nuova impresa.
I
doni affluivano, eppure un giorno mancò il burro. Jeanne vide che i vecchi
mangiavano il pane asciutto. «Ma è il paese del burro, disse. Come, non ne
chiedete a san Giuseppe?» Accese un lumino davanti a una statua di san
Giuseppe, fece portare tutti i vasi vuoti e mise un cartello: «Caro san
Giuseppe, mandateci del burro per i nostri anziani!» I visitatori si stupivano
o si divertivano di questa ingenuità; uno di loro espresse qualche dubbio -
ragionevolissimo - sull'efficacia del procedimento. Ma, sotto quei segni ingenui
si nascondeva una grande fede!... Qualche giorno dopo, un anonimo donatore fece
mandare una grossa partita di burro, e tutti i vasi furono riempiti.
Jeanne
voleva che la casa dei poveri fosse piena di gioia. Sorretta dalla rete angioina
di amicizia, andò un giorno a trovare il colonnello che comandava una unità in
guarnigione ad Angers e gli chiese di mandare, il pomeriggio di un giorno di
festa qualche suonatore del reggimento per la gioia dei suoi buoni vecchi. «Sorella
vi manderò tutta la musica per far piacere a voi e per rallegrare i vostri
cari vecchi». Questa fanfara di Angers sembra accompagnare con allegria l'amore
che si dona e che suscita amore.
Jeanne
lasciò Angers per andare in altre città, per altre questue. Durante l'inverno
1850-1851, si ritrova la sua traccia a Dinan, a Lorient e a Brest.
In
quest'ultima città, incontra una signora molto attiva, che non l'incoraggiò.
Jeanne ascoltò, rifletté e concluse: «Ebbene, mia buona signora, proveremo!»
Si
mise a questuare. L'accompagnava un'amica. Arrivarono in una casa conosciuta
come poco accogliente; la compagna l'invitò a passare oltre. Ma Jeanne, tirando
il cordone del campanello, rispose: «Suoniamo in Dio, e Dio ci benedirà».
L'elemosina fu generosa.
Mentre
stimolava la gente al senso della compartecipazione e raccoglieva i loro doni,
Jeanne restava attenta allo sviluppo della famiglia nata da lei. Dopo Angers,
vennero le fondazioni di Bordeaux, Rouen, Nancy. Non vi partecipò direttamente.
Poi
fu la volta della prima casa in Inghilterra, nella periferia di Londra. Bisogna
dire che Charles Dickens, un po' prima, era venuto a Parigi e aveva visitato
l'asilo recentemente fondato dalle Sorelle. Molto impressionato, ne aveva
steso un resoconto nel suo settimanale Household words (14 febbraio 1852).
Dopo un riassunto sulle origini, faceva una descrizione della casa di rue Saint-Jacque:
«... Un vecchio ha i piedi su una stufetta e mormora con voce fievole che ora
la vita è confortevole perché ha sempre caldo. Il ricordo del freddo degli
anni e del freddo delle strade è stampato nella sua memoria, ma ora la vita è
confortevole, molto confortevole...». Questa testimonianza del romanziere
contribuì a facilitare la sistemazione delle Piccole Sorelle dei Poveri nel suo
paese.
Parallelamente
alla crescita geografica e numerica - nel 1853, le Sorelle saranno 500 -
progredisce lo sviluppo dell'istituzione stessa: la regola si amplia e si
precisa. Il P. Felix Massot e l'abbé Le PailIeur vi hanno lavorato insieme,
a Lilla, nel 1851, durante tre settimane. Questo progetto fu sottomesso al
vescovo di Rennes, e il 29 maggio 1852 mons. Brossait Saint-Marc firmava il decreto
di approvazione degli statuti; da quel momento la famiglia delle Piccole Sorelle
dei Poveri sarà nella Chiesa una vera Congregazione religiosa.
L'approvazione
episcopale faceva dell'abbé Le Pailleur, ufficialmente, il Superiore generale
della Congregazione, congiuntamente alla Superiora generale Marie Jamet.
Egli si augurava di essere confermato in questa funzione, e fu soddisfatto.
A
Rennes fissò la sua residenza. Infatti, poco prima era stata comprata alla
periferia della città una vasta proprietà chiamata La Pilitière. Con l'asilo
di Rennes vi si stabilirono il noviziato e la casa madre, che era stata
precedentemente trasferita da Tours a Parigi. Il 31 maggio il vescovo
presiedeva alla vestizione di 24 postulanti e alla professione di 17 novizie.
IX - «MI AVETE RUBATA LA MIA OPERA» (1852-1856)
Esaminiamo
un po' lo strano itinerario dell'abbé Le Pailleur - che non si spiega, in verità,
se non a partire da un'incrinatura sottile ma senza dubbio profonda nella sua
personalità.
Nel
1843 aveva bocciato la rielezione di Jeanne Jugan come superiora per affidare
questa responsabilità alla sua figlia spirituale Marie Jamet. Negli anni seguenti,
la sua influenza sull'opera divenne sempre più grande; mentre Jeanne,
infaticabilmente, questuava per le nuove case, lavorava direttamente per due
fondazioni, accorreva per sostenere o salvare quelle che vacillavano, garantiva
con la sua presenza e il suo nome il valore e il dinamismo delle iniziative
prese in favore degli anziani privi del necessario.
Ottenuta
l'approvazione episcopale, realizzata la sistemazione della casa madre a
Rennes, l'abbé Le Pailleur prese una decisione che avrebbe modificato totalmente
l'esistenza di Jeanne: la chiamò alla casa madre. Ormai non avrebbe più avuto
relazioni costanti con i benefattori né funzioni notevoli nella sua
Congregazione; sarebbe vissuta nascosta dietro le mura de La Pilitière,
occupata in umili lavori.
Jeanne
aveva un po' meno di 60 anni ed era in piena attività. Obbedì umilmente.
Doveva restare là - a Rennes poi a La Tour Saint-Joseph in Saint-Pern - senza
responsabilità, fino alla morte, cioè per ventisette anni.
A
La Pilitière vivrà nel massimo nascondimento. Era ormai «Suor Maria della
Croce». All'interno della Congregazione, non usarono più il suo nome di
Jeanne Jugan; ma all'esterno, resterà viva in tante memorie! All'inizio, fu
incaricata di dirigere il lavoro manuale delle postulanti molto numerose:
sessantaquattro nel 1853. Si è conservato il ricordo della sua bontà, della
sua mitezza a loro riguardo. Ha sempre amato le giovani, e ne è stata riamata.
Non
rivendicava niente, viveva in pieno la sua eclisse. Molto più tardi, una
Sorella ha notato: «Mai le ho sentito dire la più piccola parola che potesse
far supporre che essa era stata la prima superiora generale. Parlava con tanto
rispetto, tanta deferenza, delle nostre prime buone Madri (= superiore). Era
"piccola" e tanto rispettosa verso di loro...».
Vide
morire a 32 anni una delle sue prime compagne, Virginie Trédaniel. Fu questa
morte o la propria sofferenza, o il ricordo delle prime lotte della fondazione?
Un giorno disse alle postulanti: «Siamo state irnnestate sulla croce».
Questo
innesto era vitale. La Chiesa lo riconobbe come suo. Il 9 luglio 1854, il papa
Pio IX approvò la congregazione delle Piccole Sorelle dei Poveri. Fu una
gioia profonda per la fede di Jeanne.
Per
farsi riconoscere come fondatore e superiore generale di questa nuova
Congregazione, l'abbé Le Pailleur aveva progressivamente deformato la storia
delle origini. Durante trentasei anni che seguiranno, le giovani che entreranno
nella Congregazione impareranno la storia truccata dove Jeanne appariva come la
terza Piccola Sorella dei Poveri.
L'abbé
Le Pailleur, da parte sua, esigeva segni di rispetto veramente eccessivi.
Esercitava sulla Congregazione una autorità assoluta; tutto passava per le
sue mani. Ogni decisione era presa da lui. Per ogni cosa bisognava ricorrere a
lui.
Ma
lo stupore, poi lo scandalo finirono per essere percepiti in alto loco.
Per
decisione della S. Sede fu fatta un'inchiesta. E nel 1890 l'abbé Le Pailleur fu
destituito e chiamato a Roma, dove finì i suoi giorni in un convento.
Per
più di quarant'anni Marie Jamet gli era stata docilmente sottomessa, credendo
di far bene. Ma era stata spesso straziata tra quello che pensava essere il suo
dovere di obbedienza e il rispetto della verità. Poco prima di morire, lo
riconobbe: «Non sono la prima Piccola Sorella dei Poveri né la fondatrice
dell'opera. È Jeanne Jugan la prima e la fondatrice delle Piccole Sorelle dei
Poveri».
Jeanne
aveva vissuto tutto questo tempo con un misto di dolore e di fiducia. Era
lucida, e non poteva approvare, ma la sua fede si elevava più in alto di
quelle manovre. Conservava lo spirito libero abbastanza per poter dire
celiando all'abbé Le Pailleur ciò che pensava di lui: «Mi avete rubato la mia
opera! Ma io ve la cedo di buon cuore!»
X - NESSUN INTROITO FISSO! (1856-1865)
Nella
primavera del 1856, la vita di Jeanne cambiò collocazione: accompagnò il
gruppo di novizie e postulanti che andarono ad abitare, con la casa madre, una
vasta proprietà a trentacinque km da Rennes: La Tour Saint-Joseph in Saint-Pern.
Là
continuò a svolgere la sua esistenza completamente nascosta e i suoi umili
incarichi.
Abitò,
per parecchi anni, in compagnia di due novizie, in una stanza chiamata camera
della campana. La tenevano lontana da ogni responsabilità, da ogni onore.
Faceva nominalmente parte del consiglio generale della Congregazione ma non
venne mai convocata. Eppure un giorno, una sola volta, fu invitata a partecipare
a una deliberazione. Vi andò. La sua firma ne fa fede. Era il 19 giugno 1865.
Si
trattava di un problema grave per la vita dell'istituto, una questione che
metteva in causa l'essenza stessa della vocazione delle Piccole Sorelle: le
esigenze della povertà nella Congregazione.
Dall'inizio,
avevano voluto vivere povere con i poveri, dipendere interamente, con loro,
dalla carità. Dunque, avevano escluso ogni fonte fissa di rendita. Unica
proprietà era quella degli edifici che assicuravano indipendenza e sicurezza.
In
realtà, nessun testo precisava questa opzione. Era capitato, nei primi anni,
che la Congregazione accettasse alcune rendite fisse o fondazioni. Ma solo
eccezionalmente.
Ed
ecco che nel 1865 un legato di 4000 franchi sotto forma di rendita viene
lasciato in favore della Congregazione. Una volta di più si pose il problema:
bisognava accettarlo? Mentre il consiglio esitava, un amico laico, che aiutava
nella gestione finanziaria, ricordò il principio: «Se mi permettete di dire
umilmente il mio parere, voi dovete accettarlo solo con l'autorizzazione di
alienare la rendita per utilizzare questo capitale nel pagamento della vostra
casa (di Parigi). Dovete possedere solamente le case in cui abitate e, per il
resto, vivere della carità quotidiana. Se si venisse a sapere che le Piccole
Sorelle hanno rendite, esse perderebbero i loro diritti a quella carità che
faceva vivere gli Israeliti nel deserto; e se accumulassero la manna, la manna
si corromperebbe tra le loro mani come capitò un tempo al popolo di Dio».
Questa
osservazione era audace: si era nel periodo del grande sviluppo del capitalismo
nascente. Nascevano le grandi banche francesi, si inventava il libretto di assegno,
e la contessa di Ségur stessa scriveva La Fortune di Gaspar! Si parlava solo di
profitto, e il denaro era oggetto di una specie di religione.
Ma
le Piccole Sorelle dei Poveri, sensibili all'appello che era stato loro rivolto,
avrebbero scelto lo spogliamento.
Chiesero
prima il parere a numerosi vescovi. Il consiglio generale si riunì.
Fu
allora che si convocò Suor Maria della Croce.
Restò
sorpresa, spaventata: «Non sono che una povera donna ignorante; cosa posso
dire?» Si insiste. «Poiché lo desiderate, obbedirò».
Venne
dunque al consiglio. Ed espresse con chiarezza il suo parere: bisognava
continuare a non accettare nessun introito fisso, e dipendere dalla carità.
Fu
questo l'orientamento adottato. La circolare inviata nelle case precisava: «La
Congregazione non potrà possedere nessuna rendita, nessun introito fisso a
titolo perpetuo»; e di conseguenza «rifiuteremo ogni legato o dono consistente
in rendite o su cui gravi l'obbligo di fondazione o di celebrare messe oppure
ogni altra obbligazione che richieda la perpetuità».
Il
consiglio scrisse al Guardasigilli dell'Impero, ministro della Giustizia e dei
Culti, per notificargli questa decisione.
Il
governo ne prendeva atto l'anno seguente, e per questo stesso fatto, prendeva
atto del rifiuto del legato di 4000 franchi.
Un
po' più tardi, vediamo Jeanne invitare le giovani Sorelle a pregare «perché
non si ceda mai alle insistenze di coloro che vorrebbero offrirci delle rendite».
Si
vedeva così che essa vegliava, nella preghiera, su questa Congregazione che
aveva fatto nascere e sulla scelta di povertà che la abbandonava all'amore del
Padre dei cieli.
XI - SAGGEZZA DI SUOR MARIA DELLA CROCE (1865-1879)
I
lunghi anni passati a La Tour Saint-Joseph non recano molti avvenimenti.
Solo,
di tanto in tanto, un'immagine: il rosario in mano, Suor Maria della Croce, «dritta,
appoggiata ad un grande bastone (...) percorreva i prati e i boschi ringraziando
Dio (...); quando rivedeva dei vecchi amici che avevano conosciuto qualche
aspetto degli inizi dell'opera (...) cantava il suo Magnificat. Era veramente
eloquente nella sua semplicità».
Poi,
sgranate lungo l'arco dei giorni, alcune parole sagge, spesso colorite, talvolta
strane. Un giorno, per esempio, spiegò alle novizie come bisognava comportarsi
quando ci dicono cose sgradevoli: «Bisogna essere come un sacco di lana che
riceve la pietra senza far rumore...» «Fare penitenza», cosa significa?
Immagina un caso concreto: «Due Piccole Sorelle stanno facendo la questua; sono
cariche, c'è la pioggia, vento, sono fradice, ecc. Se accettano questi disagi
generosamente, sottomettendosi alla volontà di Dio, esse fanno penitenza! »
Un
giorno, chiamò una giovane Sorella vicino ad una finestra aperta; le indicò
dei tagliatori di pietra: «Vedete questi operai che tagliano della pietra
bianca per la cappella? E come rendono bella questa pietra? Bisogna che anche
voi vi lasciate tagliare così da Nostro Signore!»
Suor
Claire galoppava in un corridoio. Jeanne la ferma: «Vi lasciate dietro
qualcuno!» La Sorella si volta incuriosita: «Scusate, mia buona Sorella, non
vedo nessuno... - Ma si, c'è il buon Dio! Vi lascia correre avanti perché
Nostro Signore non correva così forte e non si affrettava come fate voi...».
I
ricordi di questi anni portano così, fino a noi, una piccola raccolta di detti
saporosi. Più rari, anche, dei fatti notevoli. Un giorno, per esempio, una
madre di famiglia entrò in cappella con i suoi figliuoli. Uno di loro non
camminava: aveva 4 o 5 anni, bisognava portarlo in braccio. La mamma veniva a
pregare: spesso chiedeva la guarigione del piccolo. Uscì dalla cappella con il
bambino nelle braccia. Incontrò Jeanne. Quest'ultima prese il bimbo e poi lo
mise in terra: «Piccolo mio, come sei pesante!» Gli mise il suo bastone
nelle mani, e il bambino si mise a camminare da solo: «Il piccolo Jean cammina!
Cammina con il bastone di Jeanne Jugan! »
Gli
anni passavano. Verso il 1870, Jeanne lasciò la camera della campana per
stabilirsi nella camera dell'infermeria, che occupò fino alla morte, con
altre tre Sorelle.
Era
attenta agli avvenimenti dolorosi della guerra del '70, al primo Concilio
Vaticano, molto presto interrotto dalla presa di Roma da parte dei
rivoluzionari che combattevano per l'unità d'Italia. Si interessava pure alla
vita apostolica, e i sacerdoti della casa venivano volentieri, al ritorno dei
loro viaggi, a raccontarle le attività svolte e ad affidarle intenzioni di
preghiera. Il sacerdote che contribuì di più all'espansione della
Congregazione, fuori della Francia, Ernest Lelièvre, originario del Nord,
soleva raccomandarsi alla preghiera di Jeanne.
Si
rallegrava di quello che vedeva, della bellezza dei fiori del parco... Un giorno
ne mostrò uno a una giovane Sorella: «Sapete chi ha fatto questo?» - «È Dio»,
rispose la Piccola Sorella. Jeanne la fissò e disse con meraviglia: «È il
nostro Sposo!»
La
preghiera prendeva sempre più parte nelle sue giornate. La pietà eucaristica,
la devozione alla Passione del Salvatore, e alla via crucis, il suo amore per la
Vergine Maria non sfuggivano alle novizie. Molte sono state colpite dal suo
comportamento che irradiava gioia e attenzione amorosa quando faceva il segno di
croce o si accostava alla comunione sacramentale. Guardarla «faceva
desiderare di amare l'Eucaristia come l'amava lei». Altre hanno notato la sua
tenerezza evidente per Maria: «Era un piacere vederla pregare con il rosario.
Amava dire: "Grazie all'Ave Maria andremo in Paradiso!"».
«Viveva
in presenza di Dio, e ce ne parlava sempre», dice una novizia di quel periodo.
Parlare della preghiera, era per lei una cosa abituale. Aveva formule
pittoresche per segnare i sentieri della vita spirituale: «Bisogna essere
piccole davanti al buon Dio come una ranocchia». Oppure, per le ore difficili
(e vi è sicuramente qui, qualcosa come una confidenza): «Andate a trovarlo
quando siete al limite della pazienza e della forza, quando vi sentite sole e
deboli; Gesù vi aspetta in cappella; ditegli: "Sapete bene ciò che
accade, Gesù, solo voi sapete tutto. Venite in mio aiuto". E poi andate e
non preoccupatevi di sapere come farete; basta che l'abbiate detto al buon Dio,
che ha buona memoria...».
A
proposito della preghiera, invitava anche alla discrezione nella recita di
formule. Quando pregava con le novizie «insisteva spesso perché non
moltiplicassimo troppo queste preghiere di devozione: "Stancherete i vostri
vecchi diceva - li annoierete, e loro se ne andranno a fumare... anche durante
il rosario"! ».
Le
piaceva condividere con le giovani la propria esperienza al servizio delle
persone anziane. «Piccole mie, bisogna essere sempre di buon umore, i nostri
vecchietti non amano i volti tristi!»
Quando
parlava dei poveri «il suo cuore traboccava». «Figliole mie, diceva, amiamo
molto il buon Dio e il Povero in lui... Nei nostri anziani dobbiamo vedere Gesù
con spirito di fede, perché sono i portavoce del buon Dio».
Dava
alle Sorelle consigli molto semplici, e tuttavia molto densi: «Non bisogna
risparmiare fatica per cucinare o per curarli quando sono malati. Essere come
una madre per quelli che sono riconoscenti e per quelli che non sanno
riconoscere tutto quello che fate per loro. Dite dentro di voi: 'E’ per voi,
mio Gesù!'. Guardate il Povero con compassione, e Gesù vi guarderà con bontà,
nel vostro ultimo giorno... ».
Spesso
tornava sul tema della questua: «Non abbiate timore di dedicarvi e di mendicare
come io l'ho fatto per i poveri, poiché sono le membra sofferenti di Nostro
Signore».
Aveva
agito sempre con riflessione, e ne conosceva il prezzo. «Mie piccole, bisogna
pregare e riflettere prima di agire. È ciò che ho fatto tutta la vita.
Pesavo tutte le parole». Ella che ha così poco parlato di se stessa, ci svela
qui uno dei suoi segreti.
Un'altro
segreto, è l'amore della piccolezza: «Siate piccole, piccole, piccole; se
diveniste grandi e fiere la Congregazione finirebbe!» «Solo i piccoli
piacciono a Dio...».
A
80 anni conservava un'andatura fiera. Una giovane inglese l'ha a quel tempo
descritta: «camminava con passo fermo, una mano appoggiata sulla spalla di una
giovane Piccola Sorella, l'altra su un solido bastone, così dritta e spedita
lungo i bei viali (...). Quello che più di tutto ci colpì fu la grande
dolcezza del suo sorriso...».
A
volte con le novizie commentava sorridendo una lettura. Si parlava di sante
lacrime; fece chiudere il libro e disse alle Sorelle: «Ci sarà chi soffre a
sentire questo e dirà: "Io non riesco a piangere... Neppure io vorrei star
sempre lì a piangere..." Non inquietatevi per le sante lacrime! Non è
necessario versarne e bagnarsi gli occhi. Ma sante lacrime significa fare un
sacrificio di buon cuore, ricevere una ramanzina in pace. Sono sicura che
avrete già pianto in questo modo varie volte oggi...». Saggezza, equilibrio,
benevolenza: qui c'è la vera Jeanne Jugan.
A
poco a poco, la sua vista si indebolisce, le palpebre si paralizzano. Negli
ultimi anni era quasi cieca. Diceva: «Quando sarete vecchie non vedrete più
niente. Io, vedo solo il buon Dio». O ancora: « II buon Dio mi vede, questo mi
basta».
Questo
non le impediva di essere gaia, di raccontare storie buffe e ricordi divertenti.
Raccontava, per esempio, come un coniglio, un giorno, balzò fuori dal suo paniere
e come due ragazzini lo raggiunsero correndo e Jeanne diede loro due soldi per
premio!
Un
giorno di Pasqua, si avvicinò a un gruppo di Sorelle che ripetevano dei
canti. «Andiamo, piccole mie, cantiamo la gloria del nostro Gesù risorto!» Ed
eccola che con le due braccia dava il ritmo cantando Alleluia con un tale ardore
che sembrava voler abbandonare il suo vecchio corpo per seguire il suo Gesù!».
Che
vivacità, che giovinezza! Era occupata in un continuo ringraziamento: «In
tutto, dappertutto, in ogni circostanza io ripeto: Sia benedetto il Signore!»
Sino
alla fine amava cantare dei canti o certe filastrocche che forse aveva
composto lei stessa:
«Il
povero ci chiama con la voce e con il cuore; O la buona novella! Partiamo con
gioia... » Oppure: «Mostratevi sempre facili, non rifiutate nulla. Per delle
piccole cerca-pane tutto è sempre buono!» Oppure: «O Gesù re degli Eletti
chi vi amerà di più?»
Sembra
quasi che l'unione profonda e semplice che essa viveva con Dio sempre più nello
spogliamento crescente dell'età avesse dato via libera, in lei, alla gioia.
XII - DALLA MORTE ALLA VITA (1879)
Negli
ultimi anni di vita, Jeanne parlava molto spesso della sua morte; ne parlava
con serenità.
A
una giovane Sorella che era venuta un giorno a farle un po' di conversazione
disse: «Cantatemi il ritornello: Oh, perché prolungherò il mio soggiorno
nella riva straniera?...»
Diceva
a volte: «Vorrei morire... Non bisogna morire, le rispondevano. Sì, lo vorrei
proprio, per andare a vedere il buon Dio».
Ma
prima di partire, doveva avere un'ultima gioia. Nel novembre del '78 erano state
iniziate le pratiche per ottenere dal papa l'approvazione delle costituzioni
(l'approvazione del 1854 era soltanto ad experimentum). Il 1° marzo '79, Leone
XIII accordò la confermazione richiesta.
Vi
erano allora, quaranta anni dopo gli umili inizi di Saint-Servan, 2400 Piccole
Sorelle.
Jeanne
aveva compiuto la sua opera e la lunga missione di preghiera. Poteva dunque
partire.
Un
mattino del mese di agosto 1879, ebbe un malore. Le diedero il sacramento dei
malati. Jeanne pregò a mezza voce: «O Maria, sapete di essere mia madre, non
abbandonatemi! (...) Eterno Padre, aprite le vostre porte, oggi, alla più
miserabile delle vostre figlie, che ha però tanto desiderio di vedervi!»
(...) E con voce più debole: «O Maria, mia buona madre venite da me. Sapete
che vi amo e che ho tanto desiderio di vedervi! » Poi si spense dolcemente.
I
testimoni hanno notato l'immensa pace che emanava dal suo volto.
Aveva
finito di rimettersi, con e tra i poveri, nelle mani amorosissime del Padre
nostro.
«Vi
parleranno di me, ma voi lasciate perdere, il buon Dio sà tutto»: è l'ultimo
consiglio di Jeanne, il 19 marzo 1876, ad una giovane consorella, professa da
tre giorni, che lascerà la Tour Saint Joseph per andare a Saint-Servan.
Nascondersi,
essere dimenticata, Jeanne non ha altre ambizioni. Alla sua morte questa
ambizione sembra realizzata.
E
tuttavia! Nel 1894, colei che è stata chiamata a guidare la Congregazione dopo
la morte di Marie Jamet ne fa scrivere la storia. Questo primo lavoro di ricerca
storica esce nel 1902. È stato preceduto, tre anni prima, da una breve notizia
necrologica di Jeanne Jugan, in cui è riconosciuta come «prima Piccola Sorella
e fondatrice».
Con
la restituzione della «sua opera», la missione postuma di Jeanne comincia: si
amplierà nel corso degli anni. Nel 1935, le numerose testimonianze dei suoi contemporanei
fanno pensare che è giunto il momento di aprire, a Rennes, il processo
informativo sulla sua reputazione di santità. L'anno dopo, i resti mortali di
Jeanne sono trasportati dal cimitero della comunità alla cripta della cappella.
La seconda guerra mondiale interrompe la procedura; bisognerà aspettare al
luglio 1970 per introdurre la causa a Roma. Tutti i testimoni oculari non ci
sono più. Il processo apostolico dovrà dare un giudizio sull'eroicità delle
virtù di Jeanne Jugan a partire da un lavoro storico. Questo è terminato nel
febbraio 1979, e viene presentato a Giovanni Paolo II. Il decreto dell'eroicità
delle virtù viene promulgato il 13 luglio, sei settimane prima del centenario
della morte di Jeanne Jugan.
Tre
anni dopo è riconosciuto il carattere medicalmente inspiegabile di una
guarigione. Antoine Schlatter, persona anziana residente nella casa delle
Piccole Sorelle di Toulon (Francia), colpita dal male di Raynaud in stato
avanzato con minaccia di amputazione di una mano, è stata improvvisamente
guarita durante una novena di preghiera per l'intercessione di Jeanne Jugan.
Proclamandola
«Beata», il 3 ottobre 1982, la Chiesa offre Jeanne Jugan come esempio al
nostro tempo. Qual'è il suo messaggio? Più di un secolo dopo la sua morte, può
ancora essere attuale?
Precorritrice
nel dominio dell'azione apostolica e sociale, da un secolo e mezzo, Jeanne ha
avuto il senso umano ed evangelico della «grande età» che non è legato alla
sua epoca.
Con
l'opera di ospitalità a servizio delle persone anziane povere, stabilita oggi
in trentun paesi, ci invita a considerare nell'ottica di Dio il posto e il ruolo
degli anziani nelle nostre società moderne, il loro inserimento nella
famiglia e nella Chiesa, l'apporto unico di questa età, le sue ricchezze ed
anche le sue difficoltà. Essa ci invita all'attitudine essenziale di stila, di
mutua comprensione, di scambio, di compartecipazione e di aiuto reciproco che
deve legare le generazioni.
Ma
il messaggio di Jeanne Jugan non si ferma qui. Una persona che l'ha conosciuta
ha detto che il suo carattere particolare era «la lode di Dio».
Contraddetta, umiliata, esposta alle difficoltà, «essa andava sempre lodando
Dio».
Questa
lode si radicava nella fede. Povera con i poveri, felice di esserlo, Jeanne si
affidava completamente alla bontà paterna di Dio, si abbandonava al corso della
sua Provvidenza, si sapeva serva inutile e proclamava la sua gioia di «tutto
aspettare dal buon Dio».
Jeanne
Jugan è un richiamo a vivere le Beatitudini oggi. La sua missione continua. Una
missione autenticata dal papa Giovanni Paolo II in presenza di migliaia di
pellegrini venuti a Roma per celebrare la sua beatificazione.
«La
lettura attenta della Positio sulle virtù di Jeanne Jugan, come le recenti
biografie dedicate alla sua persona e alla sua epopea di carità evangelica,
mi inclinano a dire che Dio non poteva glorificare più umile serva»,
sottolineava Giovanni Paolo II nell'omelia della messa del 3 ottobre 1982 . «
Jeanne, - proseguiva ci invita tutti - e cito le parole della Regola delle
Piccole Sorelle
-
"a partecipare alla beatitudine della povertà evangelica, mediante un
progressivo spogliamento totale che abbandona un'anima a Dio". Essa ci
invita più con la sua vita, che attraverso le poche parole conservate di lei e
segnate dal sigillo dello Spirito Santo (...). Nel suo lungo ritiro a La Tour
Saint Joseph, esercitò certamente su numerose generazioni di novizie e di
Piccole Sorelle un influsso decisivo, imprimendo il suo spirito alla Congregazione
attraverso l'irradiamento silenzioso ed eloquente della sua vita. Nella nostra
epoca, l'orgoglio, la ricerca dell'efficienza, la tentazione dei mezzi potenti
hanno facilmente corso nel mondo e a volte, purtroppo, nella Chiesa. Essi
fanno ostacolo all'avvento del regno di Dio. È per questo che la fisionomia
spirituale di Jeanne Jugan è capace di attirare i discepoli di Cristo e
riempire il loro cuore di semplicità e umiltà, di speranza e di gioia evangelica,
attinta in Dio e nell'oblìo di sé...»
Dopo
aver meditato sull'attualità del messaggio spirituale di Jeanne Jugan,
Giovanni Paolo II metteva in luce il messaggio apostolico non meno attuale che
ella ci ha ugualmente lasciato.
«Si
può dire che essa aveva ricevuto dallo Spirito come un'intuizione profetica dei
bisogni e delle aspirazioni profonde delle persone anziane (...). Senza aver
letto e meditato i bei testi della Gaudium et Spes, Jeanne era già in segreto
accordo su quello che essi dicono circa l'attuazione di una grande famiglia
umana dove tutti gli uomini si trattano come fratelli (n. 24) e spartiscono i
beni della creazione secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla
carità (n. 69) (...) Sin dai primi anni, la fondatrice ha voluto che la sua
Congregazione, lungi dal limitarsi alla Francia dell'ovest, divenisse una vera
rete di case familiari, dove ogni persona anziana sia accolta, onorata, ed anche
- secondo le possibilità individuali - promossa alla compiutezza della sua
esistenza (...). La Chiesa intera e la società stessa non possono che ammirare
e applaudire la meravigliosa crescita del piccolissimo seme evangelico gettato
in terra bretone da quasi 150 anni dall'umilissima «Cancalaise», tanto povera
di beni, ma così ricca di fede!
«Restate
nell'ammirazione e il ringraziamento, per la beata Jeanne Jugan, per la sua vita
così umile e così feconda, veramente diventata uno dei numerosi segni della
presenza di Dio nella storia ...» «Segno della presenza di Dio nella storia».
Questa parola del Papa, possa illuminare la strada di quelli e quelle che hanno
messo la loro fiducia in Jeanne Jugan, l'umile Piccola Sorella Maria della
Croce! (Canonizzata l’11 ottobre 2009 da Papa Benedetto XVI)