SANTA MADDALENA SOFIA BARAT

PREFAZIONE

Maddalena Sofia Barat (1779 - 1865) non è certo la più conosciuta tra le sante nate in Francia. Essa occupa tuttavia un posto scelto, benché discreto, tra le fondatrici delle congregazioni religiose del secolo scorso. Grazie a lei è nata la Società del Sacro Cuore, una congregazione dal rapido sviluppo anche internazionale, poiché alla morte della Santa contava 3539 membri. Un secolo dopo, nel 1965, le religiose erano più di 7000. Attualmente si estende in una quarantina di paesi di tutti i continenti.

Dal XIX secolo, il nome di Maddalena Sofia è stato legato alle fondazioni educative che la Società aveva progres­sivamente creato in Francia, poi, col suo diffondersi, in Europa e nel mondo.

Nell'anno 2000 la Società festeggerà il 200° anniversario di fondazione. Per le religiose che la compongono, per quanti con loro collaborano, qualunque sia l'attività che è ormai la loro, tale avvenimento può essere l'occasione di ricordare chi è stata Maddalena Sofia Barat, di ripercorrere le grandi tappe della sua vita, di riscoprire le sue intuizioni spirituali e apostoliche, i suoi desideri per la Chiesa e il mondo del suo tempo. Nella misura in cui gli orientamenti della fondatrice sono alla base della vita e dell'opera di tutta una congregazione, sembra necessario far memoria della sua storia.

Questa presentazione di una vita può far luce sul modo in cui Maddalena Sofia vedeva il ruolo della "piccola società" del Sacro Cuore che aveva voluto consacrata a scoprire e manifestare l'amore del Cuore di Cristo per mezzo dell'educazione. Le "opere" create e sviluppate dalla Società del Sacro Cuore si sono evolute nel tempo, il pensiero iniziale è rimasto. Verso colei che ne fu l'iniziatrice vogliamo volgerci per tentare di definirne i tratti.

 

Capitolo I

GLI ANNI DI FORMAZIONE

Il tempo della formazione umana di un individuo è capitale per il suo futuro. L'esame della storia di Maddalena Sofia Barat rivela quanto la vita che visse in provincia, alla fine del regno di Luigi XVI, ha segnato i suoi progetti e, di conseguenza, la congregazione da lei fondata.

 

1. Un'infanzia e un'adolescenza in Borgogna alla fine dell'Ancien Régime

Sofia è nata nel nord della Borgogna, a Joigny, la notte del 12 dicembre 1779, ultima di tre figli. In seguito la Madre Barat fece celebrare la sua festa il 22 luglio, festa di Santa Maddalena per cui aveva grande devozione; la si chiamerà abitualmente Maddalena Sofia nella congregazione del Sacro Cuore, e di questo nome si farà uso in questo racconto.

Con tale nome firmò alcune lettere, durante le rivoluzioni del 1830 e del 1848, quando temeva la censura. La Madre Barat ha sempre firmato le sue lettere col cognome, senza

farlo precedere da un'iniziale o dal nome.

La vita familiare dai Barat pare sia stata felice e unita. Luigi, il primogenito e padrino di Maddalena Sofia, aveva undici anni più di lei, e si votò presto alla Chiesa. Tuttavia il suo progetto di vita sacerdotale non poté realizzarsi così facilmente come aveva immaginato, per gli eventi della Francia alla fine del XVIII secolo. Egli ebbe sulla sua famiglia, e in particolare sulla sua figlioccia, un influsso i cui aspetti saranno evidenziati più avanti. La seconda, Maria Luisa Maddalena, nove anni più di Sofia, si sposò nel 1793 e mise al mondo molti bambini, di cui pochi sopravvissero. Maddalena Sofia mantenne sempre stretti legami, almeno epistolari, con loro, dopo la sua partenza dalla Borgogna, e si occupò dell'educazione dei nipoti. Quattro di queste la raggiunsero nella Società del Sacro Cuore. Se Sofia lasciò la città natale a 15 anni e non vi tornò che di passaggio, è stata però segnata dalla formazione che vi ricevette nel suo ambiente familiare.

 

1. Joigny: una cittadina al nord della Borgogna

Alla fine del regno di Luigi XVI, Joigny era una città di circa 5000 abitanti. Situata tra Sens e Auxerre, ai confini delle province di Champagne e di Borgogna, faceva parte, per l'amministrazione civile, dell'insieme dell'Ile de France. Vicina alla frontiera dell'est, ospitava una guarnigione. Ma l'attività della sua popolazione era principalmente legata ad un ambiente rurale dominato dalle vigne e dai boschi. Alla vigilia della Rivoluzione, 5,16% dei capifamiglia della città, uomini o donne, erano "borghesi" cioè esercitavano professioni liberali diverse o vivevano di rendita; 7,13% praticavano il commercio. La maggioranza della popolazione si divideva dunque in artigiani (25,4%) e giornalieri (60,5%), questi ultimi a servizio degli artigiani e dei commercianti, oppure dei borghesi e dei contadini, in minoranza certo (1,69%), ma che non ci si può stupire di trovare in questa piccola città inclusa in una zona rurale attiva.

 

2. Un ambiente di piccola borghesia rurale

Dove situare i Barat? Nella categoria degli artigiani. Il padre e la madre di Sofia erano entrambi nati da famiglie di bottai. Alle giovani religiose della sua congregazione la Madre Barat disse un giorno: Mio padre faceva le botti e le vendeva. L'artigiano è proprio colui che produce e vende la sua produzione. Ma a quell'epoca - e tale situazione doveva continuare fina ai nostri giorni in molte zone rurali - le categorie sociali non erano né stagne le une nei confronti delle altre, né tanto marcate quanto si potrebbe credere. La Madre Barat aggiunse: Si dice che fosse un vignaiolo, ina era per farlo credere alla gente. Aveva certo una piccola vigna sulla collina di Larry, ma soprattutto era bottaio. Indubbiamente Giacomo Barat era un artigiano, ma aveva della terra, e una terra a cui la famiglia teneva. Questa vigna che possedeva lo faceva partecipe della cultura dominante della regione, il vigneto, e dava pure un'identità sociale a lui e alla sua famiglia. Nel settembre 1795, Sofia fu madrina di un bambino. Sull'atto di nascita è detta "vignaiola". Quando partì per Parigi nel 1795, s'impegnò a ritornare ogni anno a Joigny per qualche settimana al momento della vendemmia, a cui godeva tanto partecipare quando era bambina e che era il momento in cui si ricostruiva la famiglia, si approfondivano i legami, si mettevano in comune le risorse. La vigna non era certo molto estesa, ma gli serviva come risorsa di sostegno, perché in Borgogna non occorre possedere vaste proprietà per trarne un profitto discreto.

Dal punto di vista sociale, la famiglia Barat appare tipica rappresentante di quelle famiglie di artigiani che, alla fine dell' "Ancien Régime", erano in ascesa sociale entro il Terzo Stato. Si trattava di una famiglia "poco ricca" secondo la Madre Barat. Ricchezza significava Borghesia, una classe che lavorava, a contrasto con la Nobiltà da cui si scadeva quando si esercitava un'attività professionale. Ma la Madre Barat ha riconosciuto pure che suo padre e sua madre costituivano una famiglia in grado di educare convenientemente i loro figli, cioè di farli studiare. Certo non avevano raggiunto la ricchezza, almeno non quella che permetteva di non esercitare più attività remunerative e di passare nella categoria di chi viveva di rendita. Ma erano sufficientemente agiati per non progettare che il loro figlio maggiore riprendesse il lavoro familiare, mentre nelle imprese artigianali abitualmente il figlio succedeva al padre. Avevano abbastanza danaro per assicurare in casa i primi studi di Luigi: qui, fino a nove anni, fu istruito da un precettore privato. Poi fu esterno al collegio vicino alla casa paterna: gli studi erano gratuiti per gli esterni; poi andò al seminario di Sens. Seguì infine l'insegnamento del collegio delle Quattro Nazioni a Parigi, dove entrò sicuramente per raccomandazioni. Questo collegio era riservato ai nobili, ma accoglieva degli uditori, oltre agli interni.

Sotto l'Ancien Régime, la borghesia si costruiva e si manteneva pure attraverso legami sociali e partecipazioni a modi particolari di socialità. I Barat avevano un patrimonio sufficiente per fare una buona politica matrimoniale e assicurare la loro posizione sociale con legami amichevoli. Perché, non dimentichiamolo, la società francese praticava largamente l'endogamia, mescolando tutte le classi. Ci si sposava anzitutto "tra sé", tra persone del medesimo ambiente, dello stesso mestiere, regione, borgata, in funzione delle "speranze" di avanzare nella professione o nell'ambiente. Naturalmente ci si frequentava in funzione dei medesimi criteri. E i genitori di Sofia avevano i mezzi di stringere relazioni con persone che non appartenevano al mondo dell'artigianato. Gli ambienti più elevati erano presenti tra i loro intimi, padrini e madrine dei loro figli, testimoni di nozze nella loro famiglia. Essi poterono concedere la mano della loro figlia maggiore, Luisa, a Stefano Dusaussoy, un ricco artigiano, mercante di merceria e sarto, nato lui stesso da una famiglia di avvocati dove c'era un notaio e un avvocato.

La Madre Barat non cercò mai di nascondere la sua origine sociale e spesso ha insistito sulla modestia della sua famiglia. Talvolta l'ha pure accentuata: è vero che tutto ve la spingeva nel suo ambito, formato da religiose e religiosi di cui alcuni avevano conosciuto la corte di Versailles o quella dell'Impero e frequentato quanti vi avevano vissuto. Ma ha sempre dato prova di essere a suo agio con le religiose provenienti dalla nobiltà francese o straniera, ed è stata accettata da loro. Ciò si spiega non solo per la sua qualità di superiora generale o per il rispetto delle sue virtù, ma anche per la sua capacità di relazionare con ambienti diversi, capacità che datava dalla sua infanzia. La sua spontaneità e una facilità accresciuta dalla pratica l'hanno certamente aiutata nel suo compito.

I genitori di Sofia partecipavano in modo diverso alla cultura del loro tempo. Sua madre, Maria Maddalena Foufé, era nata da una famiglia di bottai, ma si trattava di una famiglia istruita, dove si sapeva firmare, leggere e scrivere. La signora Barat andava oltre queste conoscenze di base: era aperta alle mode intellettuali e culturali del suo tempo. Leggeva, per esempio, i racconti di Marmontel e li apprezzava al punto di farli ascoltare agli invitati in incontri amichevoli e mondani che si possono paragonare, salvando le proporzioni, ai "salotti" delle borghesi ricche e illuminate. Leggeva anche romanzi tradotti dall'inglese, come Clarisse Harlowe. Aveva subito l'influsso dell'Enciclopedia, ed era sensibile al fascino dell'Antichità, e volle ornare la camera delle sue figlie con una tappezzeria dipinta che dimostra l'influsso dello stile "pompeiano" nelle zone rurali; la sua camera aveva una decorazione simile a quella del Petit Trianon!

Certo Giacomo Barat era analfabeta, e poco in grado, di conseguenza, di condividere i gusti letterari di sua moglie. Tuttavia non era incolto. Abbiamo forse difficoltà ad immaginarlo ora, ma esiste, come esisteva un tempo, una cultura non libresca, non fondata sugli scritti. Tale cultura passava, come oggi, attraverso la trasmissione orale e i gesti del mestiere. Il lavoro manuale era stato messo in onore e alla moda dai filosofi dopo Rousseau, e entrava largamente nell'educazione dei bambini, senza differenza di classe. Occorre ricordare che i figli del Re, compreso il futuro Luigi XVI, e molti giovani nobili, erano stati formati a mestieri manuali. Le ragazze cucivano o ricamavano. Sofia potrà essere censita come "operaia in biancheria", al battesimo di una figlioccia nel marzo 1792. Il ricamo che è conservato nella casa dell'attuale Rue Davier, a Joigny, mostra il suo talento e la cura che impiegava ad eseguire la sua opera.

Ciò non toglie che, nella sua famiglia, Sofia potesse risentire le difficoltà che esistono in una coppia dove il livello culturale non poggia sui medesimi criteri. In casa ha pure preso coscienza dell' influsso che può esercitare una donna colta nella sua famiglia, nell'educazione dei figli, nel suo ambiente. E' chiaro, in tali condizioni, che abbia sempre insistito sulla necessità di badare all'educazione delle ragazze, e che abbia manifestato la sua cura per procurare loro una cultura quanto più larga possibile, procurando loro così la possibilità di essere elemento di equilibrio nel loro ambiente.

L'ambiente sociale da cui è uscita Sofia Barat non è dunque quello della Corte, né quello della nobiltà. D'altronde c'era a Joigny un unico nobile "con possedimenti", il duca di Villeroy, e questi non doveva certo vivere in tale piccola città! Ma questo ambiente non è neppure quello dei poveri e dei miseri. E' quello della piccola borghesia rurale, dei proprietari che, a Joigny, costituivano il 56,6% della popolazione e di cui faceva parte suo padre. Jacques Barat possedeva in Rue du Puits-Chardon una casa confortevole, dotata di tre piani e di una scala di pietra, una vigna e un altro piccolo terreno situato in riva alla Yonne.

L'ambiente della ragazza era quello della piccola borghesia colta che s'arrampica sulla scala sociale. Si trattava di una sfera unificata dal genere di vita, di un gruppo attento ad adattarsi alle mode del tempo. Sofia da religiosa si rimprovererà molto di essersi incipriata i capelli durante la sua adolescenza. Eppure l'aveva fatto, e nessuno intorno a lei vi aveva trovato a ridire, prova che ciò non aveva scandalizzato ed era stato considerato normale. Ha pure raccontato di aver deciso, in un'epoca della sua adolescenza, di dar più cura al suo abbigliamento, per le osservazioni di una compagna di Joigny, che le aveva segnalato che troppa semplicità nell'abito contravveniva agli usi del suo groppo sociale. Non badarvi, manifestare troppa autonomia in campo di apparenza era biasimevole e metteva a disagio il gruppo intero perché significava mostrarsi in disaccordo con le sottili distinzioni tra classi sociali che riguardavano non solo le attività, ma la cultura, l'abbigliamento, il copricapo e il colore della pelle, protetta dal sole o no.

L'esempio della famiglia di Sofia mostra quanto, nella società francese della fine dell' Ancien Régime, esistevano situazioni di confine, dove non si sapeva più bene dove ci si trovasse. Perché, malgrado la sua organizzazioni in classi, questa società non era bloccata. Ma è vero che le transizioni, più o meno sensibili fra categorie sociali, erano certamente più numerose nelle piccole città rurali che nelle grandi, dove il distacco fra le ricchezze era incontestabilmente maggiore, e comportava disparità sensibili tra gli individui, perciò stesso più difficili da sopportare. In ogni caso Maddalena Sofia si troverà a suo agio nelle città, grandi o piccole, e vi farà nascere le sue comunità e gli educandati. Forse perché vi era nata? Avrà cura di creare, accanto agli educandati frequentati dalla "buona società" locale scuole per bambine delle classi sociali meno favorite, decisione dettata da principi evangelici, certo, ma non era anche perché, nella sua infanzia e adolescenza, aveva visto coesistere a Joigny le une e le altre e aveva sentito che solo attraverso l'istruzione poteva realizzarsi una promozione sociale e umana?

 

3. Una educazione umanistica

La fine dell'Ancien Régime per la piccola Sofia fu il tempo di un'infanzia indubbiamente coccolata. Era nata prematura per uno choc provocato in sua madre da un incendio che mancò poco distruggesse una parte della città, insieme alla casa Barat. Sofia era minuta, forse delicata, piccola per la sua età: raccontò che doveva arrampicarsi su un panchetto nella Chiesa di S.Thibaut per rispondere al catechismo ed essere vista dal curato. Come ha notato una religiosa che l'ha conosciuta dal 1845, "era nata con due mesi di anticipo, e le sue ossa ne han sempre risentito". Fatta adulta, i suoi passi erano poco sicuri e i suoi piedi sembravano troppo piccoli. Ma se l'ossatura era fragile, la piccola era assai vivace, e tale tratto le rimase: Sono Borgognona, ricorderà in seguito quando si evocherà la prontezza delle sue battute. Si prese pure il vaiolo, che non lasciò tracce sul suo viso, è vero, tranne una macchiolina nella pupilla dell'occhio. Era timida, ma le sue prime reazioni erano impulsive, il suo carattere gaio e attraente. Amava i giochi, passeggiare sui colli, come tutti i bambini della sua età. Si affezionava facilmente a quanti la circondavano e sapeva mostrarlo con gesti di affetto spontaneo.

Presto la sua educazione fu presa in mano da suo fratello Luigi che, tra il 1787 e il 1793, insegnò al collegio di Joigny come "reggente". La vita di lavoro e di studio di Sofia si svolse sotto la mano, efficace ma rude, di questo fratello, che prese sempre il suo ruolo di primogenito un po' troppo sul serio, e che, per inesperienza certo, non seppe dosare gli sforzi che imponeva alla sua sorellina.

Molto dotata, Sofia bambina e adolescente, seguì, a casa, il programma che Luigi insegnava al collegio di Joigny. Storia antica e moderna, Sacra Scrittura, latino, matematica, greco, fisica, un po' di ebraico, ampie nozioni di italiano e di spagnolo che le permettevano di leggere Don Chisciotte nel testo originale. Il Cursus seguito dalla giovane Sofia era ampio, e certamente non studiò a fondo tutte queste materie nella stessa epoca della sua vita. Trovava spesso pesante questo programma. E' vero che aveva 7 anni quando Luigi tornò a Joigny e meno di 13 quando dovette lasciare silenziosamente la città, ma le piaceva leggere, gustava le letture serie, in particolare i classici dell'antichità greca e romana che leggeva in francese, ma anche i romanzi e i racconti che piacevano a sua madre. Tali opere "frivole" finirono tuttavia per turbarla quando fu più in grado di coglierne il senso e giunse all'adolescenza. Sarebbe stata in grado di gareggiare con i migliori alunni di suo fratello, come dice la tradizione locale. In ogni caso Luigi cercava talvolta di stimolarli dicendo che era "la ragazza", sua sorella, che aveva ancora avuto il miglior voto in greco! Il lavoro intellettuale dispensava Sofia dagli impegni casalinghi:

"Il bottaio suo padre le diceva di scendere, di lasciare i libri per aiutare sua madre in casa ... Ma suo fratello le aveva assegnato un'analisi letteraria da svolgere per scritto; una fiamma sconosciuta illuminava la sua intelligenza e l'elevava a Dio! Ella cedeva a un dovere indefinito e restava attenta ai suoi libri. ( P. Perdrau)

Questa cultura fondata sulla storia e la letteratura fece le delizie di Sofia. La civiltà greca l'appassionava. Nel 1845, sulla costa dell'Adriatico, confessò:

Cerco all'orizzonte le coste che vanno fino in Grecia. Da bambina sono stata fuoco e fiamme per questo paese del genio, delle arti, delle grandi battaglie, dove spirito e valore finivano per trionfare sulla forza e sul numero. Devo conféssarlo: Atene, Sparta, Corinto mi hanno preso il cuore. Che angoscia provavo leggendo, per esempio, il passaggio delle Termopili.

Aveva pianto sulle sventure degli eroi dell'Iliade! Piccoli sassi, andatevene in Grecia, concludeva, facendo a rimbalzello sull'acqua.

Questo gusto per la civiltà greca si spiega con un'attrattiva per la generosità intensa, che le faceva riconoscere: L'eroismo mi piace; lì almeno c'è spazio, lo spirito si dilata a suo piacere e il cuore si sente vivere. Oppure tale gusto dell'eroico apparve per gli eventi evocati e i testi scorsi durante la sua istruzione? La formazione ricevuta dovette tuttavia corrispondere alle sue affinità. In ogni caso, seppe realmente apprezzare il programma di studi tracciato da Luigi:

Il latino, i grandi autori classici, Virgilio in francese, quelli del secolo di Luigi XIV, gli oratori: Bossuet, Massillon e gli altri mi appassionavano, stimolavano le mie idee al punto di farmi dimenticare il resto! Non che dimenticassi nella preghiera i mali della religione, il pericolo che i buoni correvano in questi tempi perturbati; ma paragonando ciò che la memoria mi forniva di storia antica e moderna, soprattutto la storia della Chiesa, giungevo a considerazioni dove i disegni, i giudizi e i castighi di Dio si manifestavano al mio pensiero; adoravo i decreti della sua divina volontà invece di turbarmene.

Sofia aveva attinto nei suoi studi la forza di fare paragoni e aveva capito che l'istruzione era uno strumento per formarsi un giudizio. Grazie a Luigi Barat, ebbe pure la possibilità di leggere la Bibbia fin dall'infanzia, cosa poco comune allora. Doveva conservarne il gusto: la sua corrispondenza prova che aveva familiarità con l'Antico e i1 Nuovo Testamento, e li citava volentieri.

Sofia acquisì a Joigny una cultura di ampiezza eccezionale per una ragazza del suo tempo. Aveva preso gusto allo studio e avrebbe sempre manifestato qualità intellettuale eccezionale e giudizio rigoroso. La sua vivacità naturale si rivelava talvolta in battute spontanee o spiritose da cui tenterà di correggersi in seguito, senza riuscirci sempre!

 

4. La prima formazione religiosa.

La futura fondatrice del Sacro Cuore fu una bambina precoce sotto ogni aspetto.

Avevo solo diciassette mesi quando mi sono accorta di esistere, ha riconosciuto. Non sapremo mai quale esperienza la fece giungere a tale stadio di coscienza di sé. A cinque anni - ne testimonia lei stessa - Sofia decise di darsi a Dio, e pare, senza aver mai avuto contatti con religiose. In ogni caso no frequentò a Joigny la scuola delle Canonichesse di Sant'Agostino. Luigi raccontò in seguito che la bambina aveva preso tale decisione dopo aver sentito il passo di Matteo: "Chiunque lascerà casa, fratelli, sorelle, padre o madre ... a causa del mio nome, riceverà il centuplo e possederà la vita eterna. " La sua prima formazione religiosa avvenne in parrocchia, a Saint Thibaut, dove imparò il catechismo. Nel 1789 fece la prima comunione e ricevette, secondo la tradizione, un dono speciale di intelligenza della Scrittura. La sua vita di bambina e adolescente fu pia e fervente, segnata dalla Messa quotidiana, almeno fino al 1794, quando fu chiusa la parrocchia: A 14 anni decise di far voto di verginità.

Un poco prima senza dubbio i Barat cominciarono ad abbandonare il Giansenismo. Grazie a Luigi Barat che comprò a Parigi, durante uno dei suoi soggiorni, delle immagini del Cuore di Gesù e del Cuore di Maria. Le spedì a sua madre che le fece incorniciare. Davanti a queste immagini la famiglia si riuniva per la preghiera quotidiana. Se la signora Barat e i suoi figli furono attratti da questa devozione, nuova per loro, che svelava loro un altro aspetto del mistero di Dio, altrettanto non accadde per il resto della famiglia, che restò segnata da una dottrina di cui erano molti segnati gli ambienti popolari della regione, sotto l'influsso dei curati. A Joigny ci si era impregnati certo più dell'aspetto morale che dei fondamenti teologici del giansenismo. Ma per i Barat era solo l'inizio di un lungo processo spirituale di conversione che sarebbe durato ancora molti anni.

 

II. Gli effetti della Rivoluzione.

Sofia Barat ha vissuto i fatti rivoluzionari in due luoghi, dall'ampiezza geografica, sociale e politica ben diversa: Joigny, poi Parigi. Nella misura in cui la Rivoluzione ha parzialmente turbato la vita di famiglia, questo periodo è stato per lei un tempo di sofferenza, di formazione, e di discernimento che ebbe effetti talora inattesi nel seguito della sua vita.

 

1. Il crescere dei pericoli

Non devono essere state le prime misure legislative dell'Assemblea Costituente a sconvolgere la vita della famiglia Barat. Erano abbastanza istruiti e vicini agli ambienti ufficiali per sapere che l'organizzazione politica e amministrativa della Francia necessitava di una seria riforma. Ne avevano del resto un buon esempio nella loro regione che non era dotata di istituzioni unificate e che faceva capo a diverse istanze secondo che si trattasse di dominio giudiziario, religioso o fiscale. Quanto ai disordini economici e sociali che si produssero nella regione fin dall'estate 1789, non erano poi tanto nuovi, ma parzialmente legati alla situazione di una città inclusa in una regione economica che non le permetteva l'autosufficienza sul piano alimentare. I cattivi raccolti, la disorganizzazione dei trasporti, il rifiuto dei Comuni vicini di vendere il grano, il saccheggio dei convogli, la guerra, provocarono la fame tra la popolazione più povera della Borgogna. I Barat non furono personalmente toccati da tale situazione, né vittime del razionamento alimentare del 1793, perché il loro piccolo podere e il mestiere del padre dovevano dar loro i mezzi di essere autosufficienti. Ma la riorganizzazione ecclesiastica, paradossalmente, sconvolse la loro vita.

All'inizio degli anni 90, le decisioni prese a Parigi in campo religioso furono seguite da effetti mitigati. Nel maggio 1790 il vescovo di Auxerre, Mons. Champion de Cicé, emigrò, ma per motivi che non avevano niente a vedere con la religione. Da febbraio i voti monastici erano aboliti. A Joigny, il "memoriale delle lagnanze" redatto in occasione della convocazione degli Stati Generali, era molto critico verso i religiosi, specialmente verso i monaci che venivano considerati inutili. Nel luglio 1790 l'Assemblea Costituente votò la Costituzione Civile del clero che fu approvata dal re. In novembre gli ecclesiastici, quanti avevano una carica o un impiego pubblico, furono invitati a prestare giuramento di fedeltà alla nazione, alla Legge e al Re. Infatti, dopo la nazionalizzazione dei beni del clero, i secolari erano stipendiati dalla nazione e diventavano pubblici ufficiali. Tale decisione riguardava anche Luigi Barat, diacono dal 1790 e rettore del Collegio. La metà del clero francese giurò, ma nella Yonne la maggior parte del clero. Tale situazione venne in seguito spiegata con le pressioni esercitate sul suo clero dall'arcivescovo di Sens, ma si può vedervi un effetto del giansenismo locale segnato da spirito gallicano.

La Costituzione civile del Clero era anzitutto un testo che riformava l'amministrazione della chiesa in Francia, rafforzava la subordinazione del clero al re e tendeva a promuovere, sotto controllo del re, un'autonomia dell'episcopato nei confronti di Roma, pur non toccando i fondamenti della fede. Essa si iscriveva in una tradizione nazionale, quella del gallicanesimo, poiché la monarchia aveva sempre preso misure per regolare le questioni in campo ecclesiastico. Rimaneggiava la carta ecclesiastica facendola coincidere con la nuova carta dipartimentale. Le parrocchie sarebbero state suddivise secondo il numero della popolazione, ci sarebbe stato un solo vescovo in ogni dipartimento; nella Yonne la sede di Auxerre sparì. Ci sarebbe stata una sola parrocchia per città; a Joigny, quella di S. Thibaut. Infine i membri del clero, prima nominati dal re, sarebbero stati eletti dai cittadini, il che era del tutto discutibile.

Luigi Barat giurò nella Chiesa di S. Thibaut il 16 gennaio 1791: sotto pressione della famiglia, dicono i biografi di sua sorella. Forse il clero di Sens si comportava così, forse egli non vedeva niente di grave nel testo. In ogni caso Luigi non seguì l'esempio di uno dei rettori del collegio di Joigny che aveva prestato giuramento solo sotto condizione e con restrizioni, ciò che del resto provocò un tumulto durante la cerimonia.

La Santa Sede impiegò più di otto mesi per pronunciarsi su un testo che non era stato concordato con lei, atteggiamento perlomeno maldestro. Solo nel febbraio 1791 il Papa biasimò il Cardinale Loménie de Brienne per avere accettato la Costituzione civile del Clero, e ne decretò la destituzione. Poi dei "brevi" pontifici condannarono la Costituzione Civile del Clero, e, per giunta, la Dichiarazione dei Diritti dell'uomo e del cittadino del 1789.

Mentre molti preti della Yonne tornarono sul loro giuramento fin dall'autunno del 1791, Luigi Barat ritrattò solo il 2 maggio 1792, dopo che un nuovo breve pontificio minacciò di scomunica i preti che avevano giurato e quanti li avvicinavano, e ricordò che erano sospesi "a divinis". la sua lettera di ritrattazione mostra quanto il caso di coscienza fosse difficile da sciogliere. Sentimento patriottico, obbedienza al Papa, comunione con la Chiesa locale, fedeltà alla Stato non erano facili da conciliare, e neppure da discernere:

"Prestando il giuramento civico, non ho voluto separarmi dalla Chiesa cattolica, apostolica, romana; ho avuto la fortuna di nascere nel suo seno e spero che Dio mi farà la grazia di morirvi. Il sovrano Pontefice, in nome e con l'autorità di questa stessa Chiesa ha dato una seconda e terza ammonizione agli ecclesiastici che han prestato giuramento perché ritrattino, sotto pena di incorrere nella scomunica, e senza togliere la sospensione contro quelli che non hanno obbedito al suo primo avviso, come potete vedere nel Breve che vi mando e che so essere autentico. Mi sottometto senza alcuna riserva a quanto esige da me, e se fossi stato sicuro che il mio primo Breve comportasse la sospensione, come ora lo sono, dichiaro che mi sarei deciso subito al passo che faccio oggi...".

La ritrattazione del giuramento gli faceva perdere il posto a Joigny e le 600 lire annuali di stipendio. Di più, costrinse Luigi alla clandestinità. Ma la sanzione non era solo personale: i beni dei padri e delle madri dei refrattari erano posti sotto sequestro, dato che il loro figlio era considerato emigrato. Di fatto, fino ad un'epoca che non si può precisare, Luigi si nascose in un cantuccio del granaio dell'attuale Rue Davier. Per timore di compromettere gravemente la sua famiglia, poiché visite domiciliari avevano luogo regolarmente dai Barat, finì per fuggire a Parigi, pensando di sparire facilmente in una grande città. Ma, riconosciuto da un abitante di Joigny, fu denunciato e arrestato nel maggio 1793. Passò attraverso molte prigioni parigine e per fortuna sfuggì alla ghigliottina grazie ad un suo vecchio professore del collegio che, impiegato come cancelliere nella prigione, non lo mise in lista tra quelli che erano estratti quotidianamente per il giudizio del Tribunale.

Nella Yonne non si cercavano con troppo impegno i preti refrattari. Il municipio di Joigny non si era fatto premura di comunicare le informazioni riguardanti lo stato civile di Luigi Barat che gli erano richieste. Tuttavia il 12 maggio 1793 il Comitato di sorveglianza di Joigny decise di denunciarlo al Comitato di Salute pubblica di Parigi come refrattario e latitante. Dopo la partenza discreta di Luigi, la famiglia visse ore di angoscia che fecero temere per la salute fisica e psichica della signora Barat. Maddalena Sofia diede prova della sua forza di carattere e aiutò la madre a riprendere coraggio. Da quando Luigi fu incarcerato la pressione sui i suoi calò: il sequestro dei beni fu tolto nel marzo 1794. Ma un nuovo allarme poco dopo: in giugno 1794 il Terrore conobbe il suo apogeo con la legge che concentrava i processi a Parigi. La famiglia Barat dovette rispondere a una nuova richiesta di informazioni sulla situazione di Luigi considerato come refrattario e emigrato. La signora Barat cercò allora di stornare l'attenzione dei Comitati di Sorveglianza precisando che suo figlio non era sul punto di essere né l'uno né l'altro; "Ho appena saputo che il cittadino Barat era sul punto di essere considerato dalla municipalità come emigrato e prete refrattario. Poiché é molto importante illuminare la vostra giustizia, vi avviso che gli scriveremo immediatamente di inviare i suoi certificati di residenza ininterrotta nella repubblica, che gli sarà facile procurarsi e provare che egli non può essere un prete refrattario dal momento che ha fatto il suo primo giuramento senza aver ricevuto gli ordini maggiori, né esservi forzato: non può essere contato fra i preti refrattari".

La signora Barat proteggeva insieme suo figlio, di cui si poteva temere che fosse almeno deportato sui pontoni, ma altresì la sua famiglia e i suoi beni, perché un nuovo sequestro avrebbe potuto essere carica di conseguenze. È permesso di immaginare che Sofia, già nota dall'infanzia per il suo spirito pronto e per il suo talento nell'esporre chiaramente situazioni imbrogliate e nell'argomentare, forse prese parte all'elaborazione di questa risposta? Infine Luigi fu liberato il 19 gennaio 1795. Sofia che l'ammirava ha visto nel fratello maggiore un esempio di coraggio e di senso di dovere. La fedeltà alla fede che Luigi aveva mostrato avrebbe potuto avere conseguenze tragiche per lui e per i suoi: egli l'aveva affrontato. Questo certo rafforzò il forte attaccamento alla Chiesa che fu sempre caratteristico di Maddalena Sofia Barat.

 

2. Il Terrore in provincia

Anche a Joigny la ragazza ha sofferto del sospetto che pesava sui i suoi parenti e che era provocato dagli interventi e le denunce dei membri del Comitato di sorveglianza. L'entrata in guerra, l'invasione del territorio nazionale contribuirono a radicalizzare la rivoluzione. La devozione al sacro Cuore della famiglia Barat era apparsa ridicola ai Giansenisti, e diventava antipatriottica da quando gli insorti di Vandea avevano preso il Sacro Cuore come emblema. Madre Barat considererà in seguito un miracolo il fatto che le immagini ricevute da Luigi e venerate dalla famiglia non fossero state scoperte durante le visite domiciliaci che furono frequenti durante il Terrore a casa sua.

Sofia patì anche gli effetti del'indurimento della Rivoluzione prodotti dalla caduta del regno. Come reagì all'annuncio della messa sotto accusa, poi dell'esecuzione di Luigi XVI? Non ne sappiamo nulla. Ma, come scrisse poi Pauline Perdrau: " La morte del re e della regina sul patibolo fece su di lei un'impressione così profonda che comprese le cause sovversive della rivoluzione come se avesse avuto 24 anni. Si invecchia presto nei giorni nefasti della rivoluzione, ci ripeteva la nostra Madre, un anno ad ogni ora".

In ogni caso, la Madre Barat era stata così segnata dallo choc rivoluzionario da non esitare a lasciare la Francia all'annuncio dell'insurrezione delle Trois Glorieuses, nel luglio 1830. Per lei il liberalismo ebbe sempre una connotazione sediziosa. Nella sua infanzia aveva assimilato caduta del regno e rovina della religione. In una conferenza evocherà il 1793 come l'anno dell'odio contro Gesù Cristo, degli sforzi per rovesciarlo. Legittimista, nel 1830 non poteva certo ammettere che succedesse a Carlo X, fratello di Luigi XVI, Luigi Filippo, figlio di Philippe Egalité, quello che aveva votato nel 1793 la morte di suo cugino. Solo la constatazione della calma che regnava a Parigi la fece ritornare nel 1831. Nel 1840 il ritorno in Francia delle ceneri di Napoleone e la loro deposizione agli Invalidi le fecero frequentemente udire, dall'Hotel Biron, un inno nazionale che la faceva sempre fremere. Durante la rivoluzione del 1848, la Marsigliese e le manifestazioni popolari erano ancora associate da lei al Terrore. Però questa volta si accontentò di affittare a Versailles un locale per depositarvi carte e oggetti preziosi e di disperdere per qualche giorno nelle loro famiglie le religiose in formazione, senza progettare per sé di lasciare Parigi!

La secolarizzazione accelerò nel 1793 -1794. Lo stato civile fu laicizzato. A Joigny, il matrimonio civile di Maria Luisa Barat e Stefano Dusaussoy è il secondo nei registri municipali. S. Thibaut è ormai l'unica chiesa aperta al culto cattolico, mentre la chiesa di S. Giovanni ospita i culti civici, quello della Dea Ragione, poi quello dell'Essere supremo. Alcuni preti si spretavano, lasciavano il loro incarico e talvolta si sposavano, per voglia o per desiderio di tranquillità. Dal marzo 1794 le croci furono distrutte, le campane fuse per la difesa nazionale. A Joigny erano deposte sui marciapiedi ed alcune furono gettate di notte nel fiume da abitanti che ritenevano sacrilego tale gesto. Apparve sui campanili il berretto rosso, la guglia di Saint Thibaut fu distrutta, poi la Chiesa venne chiusa. Si assisteva a una vera "rivoluzione culturale". Il culto divenne, se non clandestino, almeno "familiare", e faceva pensare, come raccontò in seguito la Madre Barat, alle pratiche cultuali della comunità cristiana primitiva. Secondo la tradizione, la cantina della casa Barat avrebbe ospitato celebrazioni e matrimoni religiosi, e forse, chissà, quello di M. Luisa. Il periodo del Grande Terrore si concluse con la morte di Robespierre nel luglio 1794, e le sue decisioni più repressive furono abolite dalla Convenzione.

La primavera del 1795 segnò un sollievo per la famiglia Barat. Luigi, liberato, poté ritornare a Joigny. Aveva avuto a Parigi la possibilità di essere ordinato prete, clandestinamente, da Monsignore de Maillé, il 19 settembre 1795. Col migliorare della situazione, Luigi si chiedeva se la sua sorellina non dovesse lasciare Joigny e sistemarsi a Parigi dove, sotto la sua direzione, avrebbe continuato gli studi e la formazione religiosa.

La questione, discussa in famiglia, provocò difficoltà. Infatti la signora, molto attaccata ai figli, soffriva al pensiero della partenza della più giovane, che le era stata di tanto aiuto nelle prove precedenti. Sofia era in preda a dubbi sulla decisione da prendere. Esitava tra un desiderio di vita religiosa che non aveva i mezzi di realizzare e il dolore di abbandonare una madre a cui era molto vicina e che sapeva fragile. Forse anche temeva in anticipo il modo di fare che usava talvolta suo fratello! Ma Jacques Barat stesso spinse in favore di una sistemazione a Parigi. Perché egli aveva capito che la cultura di Sofia non le permetteva vivere in una piccola città rurale. Forse fu lui ad insistere perché sua figlia ritornasse ogni anno per un soggiorno in famiglia al momento della vendemmia.

 

III. Una vita a Parigi sotto il Direttorio

Infine Sofia lasciò Joigny alla fine d'autunno 1795 e raggiunse la capitale in battello. Era vestita, racconterà più tardi, di un "pierrot d' indienne", nome dato a un corsetto che si portava separato dalla gonna, e la cuffia di Borgogna.

Se il Terrore era finito, non così la Rivoluzione. Anzi, dal 1795 la politica antireligiosa sembra più aggressiva ed efficace, soprattutto nella capitale. Se la Convenzione era stata persecutoria, aveva attaccato simboli e uomini, non aveva totalmente spezzato i legami tra la Nazione e una Chiesa che essa voleva patriottica. La rivoluzione di Termidoro invece fu assai più antireligiosa, poiché dopo aver soppresso il budget dei culti, proclamò la separazione della Chiesa e dello Stato, pur riaffermando la libertà dei culti e incoraggiò una nuova dottrina, la teofilantropia, dal gennaio 1798. In agosto e in settembre 1798 l'organizzazione del culto nuovo diede occasione a nuove persecuzioni contro la Chiesa.

Il culto cattolico era ancora clandestino. La casa di Rue de Touraine era perciò diventata un luogo di culto dove l'Abbé Barat celebrava quotidianamente La Messa per i fedeli: Se Luigi si dava da fare per svolgere il suo ministero presso quanti ne erano privi da tempo, anche Sofia esercitava un'attività apostolica, incaricandosi di insegnare ai bambini e spiegando loro il catechismo. Quando ritornava a Joigny, si curava della stessa missione presso il nipote Luigi Dusaussoy, nato nel 1794. Le circostanze spingevano i fedeli a tenere il loro posto nell'evangelizzazione. Sofia si dava da fare come molte altre ragazze che in seguito entrarono nella Società del Sacro cuore o in altri istituti religiosi.

Sofia Barat incominciò la sua vita parigina in un'atmosfera di fervore. In questa Parigi del Direttorio dove le chiese erano chiuse, dove ci si riuniva in oratori privati, dove il fatto religioso era ufficialmente ignorato, emerse a poco a poco il lei il desiderio di dare ufficialmente una forma nuova al culto del Sacro Cuore, insistendo su quello del Santissimo Sacramento.

La prima idea che abbiamo avuto della forma da dare alla Società è stata di riunire quanto più possibile e nel più gran numero possibile vere adoratrici del Cuore di Gesù Eucaristia, ecco come. All'uscire dal Terrore e dalle abominazioni della Rivoluzione contro la religione e il Santissimo Sacramento, tutti i cuori rimasti Meli a Dio - e ne sorgevano da ogni parte quando le Chiese fùrono riaperte - tutti i calori, dico, battevano all'unisono. Riparare gli oltraggi a Gesù Eucaristia era il grido di raduno, compensarlo dei sacrilegi, delle empietà, degli oltraggi, era il bisogno di ogni anima desiderosa di riparazione e di espiazione. Se due persone parlavano insieme, cercavano i mezzi adatti a far rivivere Gesù Cristo nelle famiglie. Le riunioni di amici che si ritrovavano al ritorno dell'emigrazione si occupavano del culto del Santissimo Sacramento da ristabilire, del clero da far rivivere, dell'episcopato da aiutare e sostenere. Le persone libere, le vedove, consacravano il loro tempo e le loro risorse a confezionare paramenti e biancheria da chiesa e le vergini sognavano l'immolazione, la consacrazione.

Il Terrore, lo si vede, ha svolto un ruolo nella vita spirituale di Sofia. Per ripararne gli eccessi e gli errori desiderava veder nascere una nuova forma di vita religiosa. Vedeva nella Rivoluzione un Régime che aveva minacciato i diritti di Dio e oltraggiato il Cuore di Cristo nella misura in cui aveva ostacolato i modi abituali del culto, contraddetto le forme tradizionali di trasmissione della fede, rotto i quadri ecclesiastici antichi e impedito al clero di mantenere il suo ruolo. Essa frequentava allora le vittime della Rivoluzione e gli ex emigrati.

I cinque anni passati a Parigi furono per Sofia un tempo di formazione che mescolò educazione religiosa e profana. Furono un poco come un noviziato, perché Luigi le fece conoscere ragazze della sua età - due o tre certamente - a cui dava la stessa formazione che a sua sorella e che abbozzarono con lei un inizio di vita comune. La vita, nel quartiere del

Marais, era austera, le distrazioni molte ridotte. Anche la tavola era frugale. È vero che Luigi, trasformato dal soggiorno nelle carceri rivoluzionarie, era passato da cristiano pio ad asceta e contemplativo, sognava la Trappa pur aspirando a una vita apostolica. Sofia aveva occupazioni utili e serie, ed era certamente molto sola. Cuciva e ricamava. Imparò a memoria il Salterio. Aspirava sempre alla vita religiosa e, molto attratta dalla vita contemplativa, sognava la riapertura del Carmelo.

Il suo programma di studi era meno profano che a Joigny. Luigi la introdusse alla teologia, certamente. secondo il pensiero tomista, e ai Padri della Chiesa. Non tralasciò la letteratura mistica, almeno i grandi manuali. Smise di essere solo un professore e diventò direttore spirituale e confessore di sua sorella, senza aver coscienza dell'ambiguità che poteva avere tale situazione. La spinse pure alla pratica di penitenze corporali, e non esitava ad umiliarla pubblicamente, persino a darle uno schiaffo! Il suo modo di comportarsi era difficile da sopportare:

Poiché mi faceva continuare ad oltranza gli studi, toglievo all'algebra e al sonno il tempo di cucirgli per la festa di S. Luigi alcune camicie ben cucite, che gli offrii con naturale fierezza dei miei punti regolari. Le gettò nel fuoco...

La severità di Luigi provocò in Sofia una crisi di scrupoli molto acuta da cui stentò ad uscire. Luigi aveva forse scoperto la devozione al Sacro Cuore, ma, come tutti gli altri membri della famiglia, era ancora segnato dal giansenismo che sottolineava più l'indegnità dell'uomo che la misericordia di Dio. Sua sorella poté tuttavia manifestare, anche in questo campo, la sua qualità di humour che le era propria, quando prendeva le distanze da certe posizioni di suo fratello. Quando egli affermava che non sarebbe mai stata una santa, rispose: Benone, mi vendicherò con l'essere molto umile! Luigi seppe però invogliare Sofia alla comunione frequente malgrado i suoi timori e i suoi tentativi di sfuggirne! E non era così comune a quell'epoca.

 

IV Un incontro decisivo: Il Padre Varin

In tale atmosfera, mentre si mescolavano attività apostoliche, apprendimento della vita comunitaria, interiorità, studi e preghiere, vita semplice ma aperta sul mondo, il progetto di Sofia Barat prese una consistenza particolare. In un momento determinato si mise a considerare la possibile creazione di una società religiosa dai tratti particolari:

Eccomi all'idea primordiale della nostra piccola Società del Sacro Cuore, quella di unirmi a delle giovani per stabilire una piccola comunità che notte e giorno adorerebbe il Cuore di Gesù oltraggiato nel amore eucaristico, ma, mi dicevo, quando saremo ventiquattro religiose in grado di sostituirci su un inginocchiatoio per mantenere l'adorazione perpetua, sarà molto, e bere poco per un così nobile scopo ... Se avessimo le ragazze da formare allo spirito di adorazione e di riparazione, come sarebbe diverso! E vedevo centinaia, migliaia di adoratrici davanti a un ostensorio ideale, universale elevato sulla Chiesa. È questo, mi dicevo, davanti a un tabernacolo solitario: dobbiamo votarci all'educazione della gioventù, rifare nelle anime le solide fondamenta di una fede vive nel Santissimo Sacramento, combattervi le tracce di giansenismo che ha portato l'empietà, e con le rivelazioni di Gesù alla Beata Margherita Maria sulla devozione riparatrice ed espiatrice verso il suo Cuore nel Santissimo Sacramento, educheremo una fòlla di adoratrici di tutte le nazioni fino alle estremità della terra.

Questo progetto avrebbe potuto restare allo stadio di un sogno se non avesse incontrato, in certo modo, quello che formulava un religioso appena rientrato in Francia, il padre Varin.

All'estero, padre Varin aveva ritrovato un gruppo di giovani religiosi francesi che negli ultimi anni dell'Ancien Régime si erano dati alla devozione al Sacro Cuore e sognavano di ricostruire una famiglia religiosa simile a ciò che era stata la Compagnia di Gesù. Erano allora insieme sotto il nome di padri del Sacro Cuore. Uno di essi, Leonor de Tournély, che sarebbe morto giovanissimo, aveva avuto l'idea di suscitare una fondazione femminile di cui il primo abbozzo fu l'Istituto delle Dilette di Gesù. Al suo ritorno a Parigi, il padre Varin conobbe Luigi Barat e lo accolse nel 1800 fra i padri della Fede, di cui era responsabile per la Francia. Seppe così dell'esistenza di Sofia e delle sue qualità spirituali e intellettuali, Al ritorno di Sofia a Parigi, nell'autunno 1800, la incontrò:

"Ho visto, raccontava più tardi, una piccola ragazza molto piccola, molto esile, che non osava alzare gli occhi, ma già si intuiva in lei la prudenza e la maturità che le conoscete. Oh! che bella pietra fondamentale! mi sono detto. Tuttavia proprio su di lei Dio voleva innalzare il suo edificio, era quel piccolo grano di senapa che avrebbe prodotto questo grande albero i cui numerosi rami si allargano già così lontano".

Al padre Varin Sofia disse il suo desiderio di entrare al Carmelo. Forse gli confidò quanto si era interessata alla lettura della vita di S. Francesco Saverio e quanto desiderio provava di darsi tutta? Dal padre Varin apprese l'esistenza delle Dilette di Gesù, Istituto di vita religiosa nato recentemente a Vienna, le cui fondatrici, che avevano fatto la loro consacrazione nel 1799, vivevano allora in Italia. La sua attenzione fu attratta dalla loro vita, centrata sulla preghiera e l'adorazione del Santissimo Sacramento, dal loro desiderio di consacrarsi all'educazione delle fanciulle come mezzo per diffondere l'amore del Cuore di Gesù.

Al suo contatto, Sofia si distese poco a poco, e imparò da lui a puntare in tutto sulla fiducia in Dio. Joseph Varin aveva infatti per motto:" Coraggio e fiducia".

Il 21 novembre 1800, festa della presentazione della Vergine Maria, Sofia Barat faceva la sua prima consacrazione religiosa a Parigi, nella cappella della rue Touraine, circondata da tre altre giovani, di cui nessuna perseverò nell'Istituto. Sopra il Tabernacolo c'era un quadro della Vergine che teneva tra le braccio il Bambino; un altro quadro, che rappresentava S. Ignazio e i suoi primi compagni mentre pronunciavano i loro voti a Montmatre, ornava pure l'oratorio. Il primo è stato conservato nelle varie Case Madri della Società col titolo de "La Madonna della Società".

Fu, diceva in seguito Madre Barat, l'unico ricordo che mi lasciò mio fratello del nostro delizioso oratorio, portò via tutto il resto che d'altronde gli apparteneva. Quanto a me, non sapevo niente, non prevedevo niente, prendevo quel che mi davano.

La cerimonia fu semplice ma rischiò conseguenze tragiche, narrate dalla Madre Barat durante una ricreazione alla casa madre nel 1854:

Un incidente turbò la gioia di questa festa: la Madre Barat lo citava come effetto della gelosia del diavolo e della protezione di Dio. Non avendo mai visto una cerimonia religiosa, diceva, questa, per quanto semplice, mi fece profónda impressione. Uscendo, lasciammo davanti all'altare un cero che doveva bruciare fino a sera in segno di gratitudine. All'ora di pranzo. padre Varin, mio fratello e padre Roger sedettero a tavola con noi; sembrava l'agape dei primi cristiani, e vi regnava dolce e pia dilatazione. Il pranzo durò un. po' più del solito; non era ancora finito quando una signora venne a farci visita; non volendo disturbarci, entrò in cappella; e quale fù il suo spavento vedendo la tovaglia dell'altare tutta fuoco. Si affrettò ad avvertirci e il male fu presto riparato; pochi istanti ancora e l'altare sarebbe stato consumato, e chissà se la casa non sarebbe stata incendiata? così dalla nostra nascita il demonio cominciava a fàrci guerra e il Maestro a proteggerci". (M. Cahier)

Un anno dopo, in novembre 1801, una prima comunità formata con due altre giovani della Piccardia, Henriette Grosier e Geneviève Deshayes, nasceva ad Amiens. Il padre Varin, che si occupava di introdurre i padri della fede in quella città, vi aveva trovato un educandato secolare da rilevare, in Rue Martin-Bleu-Dieu. Sofia vi giunse il 13 novembre. Una vita religiosa apostolica originale stava per prendere forma.

 

Capitolo II

IL LENTO EMERGERE DELLA SOCIETÀ DEL SACRO CUORE

Gli inizi di una congregazione nascente non sono di solito facili. Nella Francia del Consolato, che cominciava a ritrovare i quadri ecclesiastici simili a quelli di prima del 1789, la vita religiosa si cercava, ma doveva nascondersi. Il Concordato aveva previsto solo la sorte dei secolari. Di conseguenza, si continuava ad applicare le leggi rivoluzionarie, oppure lo stato accordava un'autorizzazione ad esistere a poche rara ed antiche congregazioni. I voti erano sempre proibiti e le religiose non erano considerate come tali. Così le Dilette non avevano la possibilità di usare un nome collettivo, né, durante i primi mesi del loro soggiorno ad Amiens, di portare un abito che le distinguesse.

L La vita al "Berceau"

Nella congregazione del Sacro Cuore, Amiens, luogo della prima inserzione comunitaria, è sempre stato considerato come la "culla" della Società. Una vita religiosa apostolica si formò poco a poco Sofia Barat aveva fatto i voti in giugno 1801. Ad Amiens, il 21 dicembre 1802, divenne superiora della comunità, inaugurando così un superiorato che doveva terminare solo alla sua morte.

Non prevedevo ciò che Dio mi riserbava confessò alla fine della vita. Le sue qualità umane e spirituali erano già abbastanza sviluppate perché una delle Dilette, venuta da Londra per conoscere la nuova comunità, pensasse a lei per dirigere la casa. Geneviève Deshayes ha raccontato in modo spiritoso come andarono le cose:

"Madre Luisa ci faceva parlare di quella che pensavamo sarebbe stata superiora, e soprattutto di Sorelle Sofia (.... ) Finalmente una sera, vigilia della nomina della nostra Venerata Madre a superiora, ci diede una conferenza, ma di una tal forza da farci piangere, noi è soprattutto sorella Sofia, sempre concentrata in se stessa. Essa l'interpellò e le disse energicamente che occorreva che infine uscisse da sé; con un accento inesprimibile Sofia le chiese: E non potrò più rientrarvi? E tutte ci mettemmo a ridere per tale semplicità di rimpianto d'amore per la cara solitudine interiore (...). L'indomani il padre Varin dopo la messa, essendo noi tutte riunite, ci fece una conferenza e nominò sorella Sofia superiora, con gran gioia di tutte. Ella si gettò in ginocchio, e noi pure."

Fin dall'inizio del suo incarico, la Madre Barat inaugurò un modo di governo di cui doveva sempre servirsi in seguito. Lo fondò sull'amore di Dio di cui sapeva servirsi per fare accettare i sacrifici e le privazioni inerenti alla vita religiosa o a una fondazione. Sofia era sempre stata dotata di forte volontà, intuitiva e pronta nei suoi giudizi. Fu ferma, ma prudente. Nella preghiera sapeva acquistare l'umiltà "che la faceva presentare con dolcezza e tatto le esigenze dell'obbedienza spinte molto lontano" da un istituto che si fondava a tale riguardo sulla tradizione ignaziana. Concretamente lasciava alle sue compagne libertà negli impieghi e cercava consigli prima di prendere una decisione. Imparò a mettere insieme autonomia e dipendenza, come cercò in seguito di ottenere dalle superiore.

Nei primi tempi della fondazione si presero abitudini e si formò uno spirito che avrebbero segnato la vita al Sacro Cuore, e sarebbero state riprese nelle Costituzioni. La spiritualità era colorata dal posto della preghiera, dell'interiorità, dell'adorazione eucaristica, di cui si è visto il posto nella prima ispirazione della fondatrice. Era l'ora degli entusiasmi, ma anche delle sorprese e delle ricerche: "Cominciavamo, ma camminavamo come chi va nell'ombra a tentoni. E' il cammino della Provvidenza con noi: ha sempre continuato a condurci così, sollevando solo pian piano il velo delle sue volontà", Ha scritto la M. Deshayes. La fondazione ancora recente faceva pensare che tutto fosse possibile. Sofia e le sue compagne erano attratte da "Dio solo". La nuova superiora confessava la sua attrattiva per le missioni lontane, per il Canada in particolare. Era già avanti nelle vie mistiche. La sua attrattiva per l'unione con Dio era visibile. Non poteva sempre nascondere l'intensità della sua preghiera.

Ad Amiens, il tono di vita era più che modesto. Nei primi tempi le religiose dovettero dividersi tutti i compiti, l'insegnamento e la sorveglianza delle alunne, ma anche i lavori di casa:

Eravamo talvolta oppresse dalla stanchezza, ha confessato la fòndatrice. Ci coricavamo tardi perché obbligate ad approfittare del sonno delle alunne per curare la biancheria, o anche per lavorare per l'esterno, perché eravamo povere; bisognava tuttavia alzarsi alle cinque...

L'organizzazione dei locali era assai mediocre, per mancanza di mezzi:

Arrivando, portavo circa sei Banchi, resto del viaggio. Eravamo senza preoccupazioni né sollecitudini, fèlici delle privazioni che ci ricordavano il nostro divin Salvatore a Nazareth. Dormivamo tutte nella stessa camera, i nostri letti e un'unica sedia ne costituivano il mobilio; d'altronde lo spazio non avrebbe concesso di metterne di più: quando tutte eravamo in ginocchio la sera per fare l'esame, i piedi si toccavano. Per defèrenza, lasciavamo alla più anziana, M.lle Deshayes, l'uso di quest'unica sedia. Occorreva pure tuttavia servirsene durante la giornata; dimenticavamo spesso di rimetterla a posto, ciò che contrariava un poco la nostra buona sorella, di cui l'ordine e la simmetria erano estremi. Questa pensò un giorno di legare la sedia al suo letto, il che ci divertì parecchio, mentre lei ne provò un vivo rimorso, e se ne accusò come di un atto di proprietà che non poteva perdonarsi.

In realtà la crescita della comunità non faceva che accrescere le difficoltà perché il numero costringeva a vivere sempre più nell'imbarazzo. Si giunse tuttavia a trovare una stanzetta per la camera della Superiora. Sofia lasciò dunque il dormitorio comune, e godette di poter pregare più a suo agio e più a lungo.

Anche il cibo era povero:

"Avevamo solo pane a colazione, e bisognava pure prenderlo rincorrendo le ragazzine insubordinate. Mangiavamo con le bambine: il cibo era assai frugale; poiché le bambine erano servite per prime e abbondantemente, eravamo spesso ridotte ad accontentarci di pane."

Tali carenze alimentari unite a un lavoro notevole non furono senza conseguenze sulla salute di Sofia Barat, resa fragile dallo stile di vita impostole dal fratello durante il soggiorno a Parigi. Solo col trasferimento a Rue de l'Oratoire la comunità trovò un po' più di mezzi e di spazio per vivere. In questo nuovo locale disponevano finalmente di una cappella e di un giardino. Ma nei primi anni la povertà non era solo desiderata per conformità evangelica, era dovuta anche alla mancanza di risorse:

In quei tempi, non ci veniva neanche l'idea di cambiare quanto poteva servirci tal quale... "Niente denaro, niente desideri", questo detto dei Padri della chiesa diventò nostro.

Durante una visita ad Amiens, la Madre Barat raccontò come all'inizio, per risparmiare qualche soldo, la comunità aveva deciso di pulire le scarpe delle interne, ma durante l'ora di preghiera, perché le alunne non se ne accorgessero! Facevamo come i poveri che si vergognano, salvavamo le apparenze. Il caffè zuccherato era riservato alle religiose che, in occasione delle visite del Vescovo, dovevano provvedere alle composizioni letterarie e in versi. Le chiamavano " le religiose di spirito"!

La vita comunitaria era ricca di amore scambievole, quello che più tardi, doveva dare alla Società del Sacro Cuore il motto Cor unum et anima una in corde Jesu. Attraverso il racconto che ne fece la Madre Barat a giovani religiose in formazione, si può ricostruire un poco l'atmosfera della vita ad Amiens:

Quale carità regnava tra tutte! Un piccolo numero come eravamo, con un educandato, le scuole dei poveri, lavorando dalle cinque del mattino mentre non eravamo ancora a letto a mezzanotte, perché, la sera, rammendavamo quel che ci serviva, eravamo povere ah! ... Eravamo sempre occupate. Ebbene, quando, la sera, le bambine erano coricate, potevamo ritrovarci un momento, era una vera gioia. Eravamo le persone più felici della terra. Ci stringevamo attorno ad un piccolo scaldino pieno di cenere calda e non desideravamo nient'altro al mondo. E le colpe che ci rimproveravamo di più, che si sarebbe fàlto di tutto per riparare, erano le minime cose che sfùggivano contro la carità. Che cosa? Piccole cose. Un aspetto un po' serio...Ne esprimevamo il dolore senza fine. Le Sorelle dicevano: Ah mio Dio, vi ho risposto sgarbatamente. E noi non ce ne eravamo neppure accorte... Ma io ho avuto così un'aria troppo seria... Ci si rimproverava così tali inezie.

Il piccolo numero delle religiose della comunità d'allora non è l'unica spiegazione di quell'intimità che si era rapidamente creata tra di loro! Il trio iniziale aveva incontestabilmente desiderio di una vita religiosa forte. Queste giovani erano vicine di età e provenivano da un ambiente sociale e culturale abbastanza simile:

In tutto il tempo che passammo insieme, tutte e tre, mai, mai ci fu nient'altro né niente che potesse minimamente diminuire o alterare l'unione più intima dei cuori. Mai comunicazioni, osservazioni, riflessioni nei momenti di riunione che erano sempre solo la sera, dopo le otto e mezza. Mai mancanze al silenzio. Ci si sorrideva incontrandoci, e niente più. La sera, dopo la grande fatica del lavoro della giornata, quando le bambine erano a letto, ci ritrovavamo libere tutte e tre insieme, e le nostre anime nuotavano come in un bagno rinfrescante. Il benessere di ritrovarci tutte e tre era una gioia di cui non posso dire il fascino, la dolce e pura gioia, là era la nostra felicità in verità e purezza in Dio solo. Avevamo raramente la libertà di andare in parlatorio, ci andavamo solo quando vi eravamo chiamate. Ma ci ritrovavamo al focolare della cucina. Là le nostre tre teste l'una vicina all'altra avrebbero potuto rappresentare le confidenze della gioia".

E Sofia ritrovò le stesse disposizioni in molte delle nuove compagne, che man mano arrivavano. Con Catherine de Charbonnel, fece "dei buoni scambi letterari". Condivise con lei, per esempio, il suo amore per Virgilio e le fece studiare in parallelo i Padri della chiesa.

Le relazioni che si strinsero allora durarono fino alla fine della vita delle protagoniste. Non per umiltà né per cortesia la Madre Barat, molto più tardi, disse un giorno alle novizie di Conflans: Che cosa avrei fatto a ventun anni, uscita dalla modesta casa di un vignaiolo bottaio da cui sono nata, se queste madri non fóssero venute ad aiutarmi con i loro consigli e a darmi man forte? Sofia aveva il senso e il gusto dell'amicizia. Aveva bisogno di un'atmosfera d'amicizia per venir fuori. Quella di Amiens l'aiutò.

Il valore e le virtù della fondatrice non le toglievano né il suo humour né il suo buon senso, né il suo gusto della battuta. Mentre la Comunità era formata da solo nove membri, giunse una ragazza che desiderava entrare nella vita religiosa. Come raccontò poi la madre de Charbonnel in presenza del padre Varin," questa pretendente era piuttosto sempliciotta e la Madre Barat la fiutò subito. Voleva scoraggiarla subito, ma padre Varin rifiutò: "Resterà, per insegnarvi a non porre il vostro nido così in alto. Siete delle aquile, per non ammettere un passerotto tra voi?" Fu dunque accettata e le nove religiose la colmarono di gentilezze; ma la madre Sofia, non potendole far capire nulla degli usi e costumi, avendovi detto: Padre, io so che per fare dieci occorre uno zero; ma sarà molto imbarazzante.., Voi avete colto la spiritosa risposta come un buon parere e ci avete lasciate in nove".

Madre Barat, quando raccontava questa storia, aggiungeva: Io ebbi una buona lezione, e la postulante per penitenza; ma non poté restare e si ritirò da sola. Il padre Varin finì per esser d'accordo che, con il tipo delle nostre opere, occorreva che i soggetti non fossero delle nullità.

Questo aneddoto mostra chiaramente che Sofia Barat era una donna come tutte! Una contemporanea evocherà poi "la sua carnagione di solito colorita, che dimostrava un temperamento tra bilioso e sanguigno". Fino alla fine della vita, le sue reazioni furono vivaci di fronte a situazioni che non le sembravano convenire con l'idea che si faceva della vita religiosa al Sacro Cuore.

Ad Amiens, nel 1801 iniziò l'apostolato caratteristico del Sacro Cuore, svolto in funzione di utenti diversi in due tipi di scuole, gli educandati e le scuole di esterne. Un ambiente proprio della futura Società era già chiaro. Le opere erano situate all'interno della casa. Le religiose non interrompevano il loro lavoro presso le bambine che per il tempo della preghiera e le riunioni comunitarie. Non uscivano per le loro attività, l'apostolato si svolgeva all'interno, benché non fossero allora sottoposte alla clausura. La vita, fin dall'origine fu fortemente contemplativa. Lo spirito del Carmelo rassomiglia a quello della nostra Società, dirà un giorno la Madre Barat. Essa avrebbe voluto entrare in quest'ordine, che considerò sempre come il primo nella Chiesa. Tuttavia le religiose uscivano di casa per affari o per accompagnare le alunne nelle loro passeggiate. Maddalena Sofia stessa, almeno fino al 1823, si fermò a più riprese presso i suoi parenti, quando doveva passare per la Borgogna durante i suoi viaggi. Lei stessa raccomandò a Henriette Grosier di fare la cura che richiedeva il suo stato di salute. Nel 1805 fu lei a sopprimere le grate a Grenoble, malgrado il rimpianto manifestato da Filippina Duchesne: "Oh! le mie care grate!"­Le vostre grate, mia cara, non parlatemi più delle vostre grate! Le nostre intenzioni, le nostre azioni possono essere rinchiuse dietro delle grate?

 

II. Alla ricerca di un'identità religiosa specifica

Poco dopo la sua sistemazione ad Amiens, la comunità delle religiose si separò dall'istituto delle Dilette per motivi strettamente politici che non erano, del resto, legati alla loro esistenza, ma ben più alla sorte dei Padri della Fede. Questi, che avevano in Francia uno statuto di preti secolari, erano sospettati dalla Polizia imperiale di essere dei gesuiti camuffati. Erano ancora più sospetti perché il loro capo - che era anche quello delle Dilette - viveva all'estero, ed essi dirigevano in molte regioni francesi collegi il cui rapido sviluppo costituiva una minaccia di concorrenza per i Licei dello Stato. Malgrado la protezione del Cardinal Fesch, zio di Napoleone, che li apprezzava e di cui padre Varin era amico personale, non giunsero ad essere riconosciuti né dal papa né, in Francia, dal ministro dei culti. I padri della Fede, incardinati dal cardinal Fesch nella sua diocesi di Lione, si separarono dalla loro casa madre di Roma la vigilia della comparsa del decreto Messidor anno XII che scioglieva la "aggregazione conosciuta sotto il nome di padri della Fede". Essi scelsero come superiore il padre Varin.

La separazione dei padri della Fede portò con sé quella delle religiose ma, ad Amiens, non suscitò troppa emozione. La Società stava per apparire in pieno giorno nella sua specificità religiosa più facilmente prendendo la sua autonomia riguardo ad un istituto a cui certo Sofia Barat era stata legata, ma in spirito di obbedienza, senza attrattive

La situazione era almeno chiarita? Non molto, perché, per ragioni politiche, le religiose non avevano ancora la possibilità di riferirsi al Sacro Cuore, sotto pena di scioglimento. Il decreto di Messidor infatti riguardava, oltre i padri della Fede, "le diverse associazioni esistenti in Francia sotto il nome de Società del Cuore di Gesù, di Società delle vittime dell'amore di Gesù". Presero perciò un nome che caratterizzava la loro attività apostolica: quello di Dame dell'Istruzione Cristiana, di cui Genevieve Deshayes scrisse che le iniziali erano quelle di Gesù Cristo, Cuore di Gesù rovesciandole. Sotto questo titolo ricevettero un'autorizza­zione legale il 26 gennaio 1805 per una scuola di cui erano incaricate a Grenoble. Il 10 marzo 1807, al campo di Osterode in Prussia, Napoleone, appoggiato su un tamburo, firmò un decreto che autorizzava l'esistenza dell'associazione delle Dame dell'Istruzione Cristiana. Il potere non era ingannato, né la polizia male informata. Ma l'Imperatore, che aveva in progetto la ricostituzione di collegi per le ragazze, preferiva chiudere gli occhi sul modo di vita delle educatrici se queste erano abbastanza discrete per non attirare troppo l'attenzione o manifestare opinioni politiche sospette. Padre Varin aveva ottenuto la protezione di Madame Mère, Letizia Bonaparte. Soltanto sotto la Restaurazione la congregazione poté chiamarsi, ufficialmente questa volta, Società del Sacro Cuore.

La separazione della comunità di Amiens dall'autorità superiore delle Dilette rafforzò momentaneamente la dipendenza delle religiose nei confronti dei padri della Fede. Il padre Varin, nel 1804, fu considerato il superiore della comunità di Amiens. Le case del futuro Sacro Cuore furono per lo più sistemate vicino a quelle dei padri della Fede. Questi ricevevano le proposte di fondazioni e contribuirono a orientare verso la Società le giovani di cui avevano avuto le confidenze di vita religiosa. All'inizio, Sofia Barat era dunque incaricata di accogliere persone che non aveva esaminato e che non erano necessariamente adatte al tipo di vita religiosa a cui lei aspirava. I padri della Fede predicavano i ritiri alla comunità. Padre Varin e i suoi confratelli contribuirono a redigere i documenti necessari per far accogliere la Società nascente dalle autorità ecclesiastiche e civili. Furono pure all'origine delle Costituzioni. La loro azione contribuì ad ancorare la congregazione nascente nella spiritualità ignaziana. Ma la medaglia aveva il suo rovescio, perché la Società poteva temere colpi di rimbalzo nel caso in cui i padri non fossero più in grado di essere sostenuti dal potere. L'influsso della tradizione ignaziana si manifestò pure nella struttura di governo che si diede la Società. Essa provocò difficoltà almeno in due circostanze, durante la vita della fondatrice, al momento della prima crisi che ebbe termine solo nel 1815, e al momento di quella del 1839.

 

III. Gli inizi dell'espansione.

Poco dopo la separazione dalle Dilette, la Società cominciò ad espandersi in Francia. La prima casa che le si aggregò, in dicembre 1804, fu la comunità di Sainte-Mario d'En-Haut a Grenoble, un convento fondato da S. Francesco di Sales e Santa Giovanna di Chantal. Si trattava di una casa ripresa e mantenuta da un'ex novizia della Visitazione, Filippina Duchesne. Ospitava alcune ragazze di cui parecchie avevano incominciato, prima della rivoluzione, una formazione religiosa. Il secondo impianto fu quello di Poitiers nel 1806. La nuova comunità si stabilì in un antico monastero dei Feuillants nato all'inizio del XVII secolo. In queste due fondazioni, Sofia Barat ebbe un ruolo determinante. A Grenoble, poi a Poitiers, creò un noviziato, inseri la Società, lanciò la vita comunitaria e apostolica.

Le qualità di formatrice della Madre Barat e la sua arte di discernimento trovarono modo di esercitarsi in ambo i casi. Ma se a Grenoble doveva trattare con una piccola comunità già costituita, abituata agli usi religiosi, a Poitiers poté creare dal nulla. A più riprese durante la sua vita ebbe in seguito l'occasione di occuparsi da vicino del noviziato: era un compito che amava particolarmente. In ogni occasione mirava a far acquistare alle sue novizie l'umiltà e una profonda dimenticanza di sé. Una di loro, formata a Poitiers, Elisabeth Maillucheau, ha riassunto così quello che le sembrava essere il progetto della sua maestra delle novizie:

"La Madre, il cui desiderio intimo, oserei dire la passione, era di condurci all'unione con Gesù Cristo, non vedeva mezzo più sicuro per riuscire che di ispirarci una profonda dimen­ticanza di noi stesse. Per questo ci teneva a un lavoro assiduo, ci faceva applicare a lavori che prima ci sarebbero sembrati di poco conto; e ce lo comandava con un tono così naturale come se non avessimo mai fatto altro in tutta la vita. (...) La Madre generale prendeva per sé ciò che c'era di più duro; spesso la si vedeva scopare, trasportare dei mobili, dei letti, anche delle pietre, perché tutto era da pulire e da accomodare in quei vasti locali. Voleva talvolta assicurarsi che con l'obbedienza ci fosse la pazienza; così un giorno mandò una di noi a raccogliere delle noci bacchiate. La novizia ci restò fino alla sera tardi; fortunatamente ce ne accorgemmo, perché non aveva osato abbandonare il suo lavoro prima di aver finito. Nei nostri giorni neri - e quale novizia non ne ha mai avuti? - la Madre ci sollevava con forza ed energia, sgridava con veemenza quando occorreva, annientava la colpevole, ma l'accoglieva poi con bontà, purché venisse disposta ad umiliarsi; altrimenti non conveniva avvicinarsi, la si sarebbe trovata inesorabile ... Ciò del resto non succedeva mai."

Sofia Barat era anche attenta a far crescere la carità. La stessa testimone aggiunge a questo proposito:

"La Madre ci parlava spesso di questa regina delle virtù. Diceva: Io non so ciò che Dio farà di ciascuna di voi, ma vi chiedo con tutte le mie forze di mantenere la carità in qualunque posizione vi troviate; propagatela a vostre spese; nessun sacrificio vi sia penoso per stimolarla; se sappiamo mantenere intatti i vincoli della carità, essi da soli sosterranno la nostra Società, che è che così piccola e debole di per sé; Gesù la considererà come sua... Vorrei potervi far conoscere tutte le luci che ricevo da Dio su questo punto essenziale: sì, l'unione sarà la nostra forza; bisogna mantenerla, questa divina unione, a prezzo dei maggiori sacrifici. Ella ce ne dava d'altronde frequenti esempi e, se sopportava a fatica quelle piccole miserie femminili, quei ritorni su di sé, quelle preoccupazioni eccessive per la salute che frenano nel cammino della perfezione, era la prima a curarci quando ci vedeva malate, visitandoci continuamente per vedere come stavamo; nulla era più delicato del suo cuore in fatto di carità. Così questa virtù si faceva sentire e gustare in modo speciale: tutti gli interessi diventavano comuni. Non ho mai incontrato una simile fusione; ma senza familiarità, senza manifestazioni naturali; avveniva per quella dimenticanza di se che fa guardare la sorella come un altro se stesso."

Fu anche un tempo di gioia. È vero che la maestra delle novizio non era molto più anziana delle sue novizie. La Madre Barat serbò sempre un tenero ricordo di questa comunità che presentò un giorno come la sua primitiva Chiesa.

L'espansione esigeva l'organizzazione di nuove strutture di governo. Al Consiglio generale del 1806, quando aveva 26 anni, Sofia Barat fu eletta superiora generale a vita. Secondo una di quelle che presero parte all'elezione, "Madame Barat fu confermata di nuovo come superiora generale a vita perché riuniva in sé le qualità per questo compito; la sua unione intima con Dio, la sua dolcezza, la sua prudenza, il suo darsi tutta per la Società la saggezza del suo governo che avevamo già sperimentata, tutti i talenti riuniti in un'età in cui altre non fanno che offrire promesse fecero credere che Dio l'aveva "Lei sola non era affatto di questa opinione e la sua umiltà profonda le fece credere che la si confermava in questa carica solo per i suoi peccati. Fu dunque un colpo terribile per lei. Ma si sottomise per piacere a Dio, a cui si era data totalmente. Raddoppiò lo zelo, l'umiltà, la dolcezza, la carità verso tutte e credette di esser consacrata ai bisogni di tutti i membri della Società"

Poco a poco la Società sciamava. A Niort, a partire da Poitiers, a Cuignières, nella diocesi di Beauvais, a partire da Amiens - quest'ultima fondazione era vista come possibile rifugio in caso di difficoltà con le autorità -, a Doorseele, vicino a Gand in Belgio, allora annesso dalla Francia.

Iniziò allora per la Madre Barat una vita se non itinerante almeno molto movimentata. A partire dal 1806 e durante tutto il resto della sua vita, almeno fino al 1852, andò di casa in casa per fondare, aggregare nuove comunità che avevano chiesto la fusione, comunicare lo "spirito" della Società, dare dinamismo e rafforzare l'unità. Fece tuttavia tappe più o meno lunghe nelle case madri successive che organizzò. Questa donna che, nella sua corrispondenza, fa tanto spesso allusione alla sua fragile salute, che era periodicamente bloccata nella sua attività da incidenti e che, più volte, fu così gravemente malata da far temere il peggio, visse sulle strade. Percorse la Francia, poi l'Europa, in veicoli diversi, talvolta pittoreschi, certo poco confortevoli, e rischiò spesso di esser rovesciata in un fosso. Se raggiunse Poitiers, nel 1806, issata su una specie di carretta carica di mercanzie, tirata ora da cavalli, ora da buoi, usò abitualmente la diligenza e, alla fine della vita, scopri, sembra con piacere, la velocità allora relativa delle ferrovie.

Durante i viaggi diede prova del suo carattere intrepido perché, nei primi tempi, viaggiava con una sola compagna e le strade, piccole o grandi, non erano allora luoghi dove si avventurassero donne sole, soprattutto giovani. Le diligenze la mettevano a contatto con signori talvolta in vena di scherzare, Gli alberghi non le dicevano talvolta niente che meritasse e la pulizia delle camere e dei letti era spesso dubbia. I mezzi di cui dispose in seguito le permisero di usare mezzi di trasporto proprietà della Società, guidati da uomini di fiducia. Ma le "carrosses" del Sacro Cuore erano vecchie e rappezzate. La Madre Barat non era ormai più dipendente dalla buona volontà degli uni o degli altri, delle raccomandazioni sempre aleatorie quando si trovava in una regione in cui non aveva né basi né conoscenze. Ma i suoi viaggi le permisero di prendere chiara coscienza della situazione reale della Francia e dei bisogni della società all'indomani della rivoluzione. Era spaventata nel constatare la profonda ignoranza dei bambini in fatto di catechismo e il distacco nei confronti della religione di quanti incontrava, di tutte le classi sociali. I viaggi ravvivarono il suo zelo apostolico. Quando faceva sosta in un albergo, sapeva incoraggiare discretamente le confidenze dei domestici. A che ne stai col buon Dio, figlia inia? chiedeva a mezza voce a una servetta. E i cuori si aprivano davanti a questa donna che sapeva ascoltare, ma anche dar fiducia in Dio.

Tuttavia i viaggi nel XIX secolo non erano una partita di piacere e bisognava affrontare la fatica e le varie condizioni climatiche, perché la Madre Barat viaggiava in ogni stagione. Il suo ritorno da Roma verso la Francia nel 1845 è ben noto perché è stato descritto da Pauline Perdrau. La sua compagna di viaggio racconta con abbondanza di particolari come la superiora generale decideva l'ora di partenza dalle osterie delle tappe in funzione dell'ora delle messe accessibili sul percorso, come organizzava, per sé e le sue compagne, i tempi di preghiera e di lettura comunitaria:

Poiché in viaggio le austerità abituali nella vita regolare sono sospese, diceva, le sostituiremo con l'accettare di buon grado la mancanza di aiuti spirituali, gli inconvenienti della temperatura, del vivere, del cibo, degli insetti che pungono, che ronzano; e questo senza alcun lamento, con viso sorridente, con buon umore. Insomma, ciascuna dovrà praticare queste parole dell'Imitazione di Cristo: "accontentarsi di poco, godere di essere dimenticata", e io aggiungo: "a me il sacrificio, il guadagno al Cuore di Gesù ".

La Madre Barat avrebbe desiderato vivere nascosta, e confessò di aver più di una volta sognato di sprofondare nella solitudine:

Mi ricordo, diceva durante una ricreazione alla casa madre, che andando a Bordeaux e attraversando le Landes, guardavo con desiderio questi luoghi deserti che parevano così adatti ai miei desideri; pensavo all'eremita dei Pirenei. Scendere alla prima fermata, nascondermi in questi luoghi aridi, sfuggire a tutti gli sguardi mi pareva il colmo della fèlicità; già mi ci vedevo, ne godevo in anticipo... Frattanto la vettura correva, e quando si arrivava a una tappa, mi trovavo in mezzo a un villaggio; mi toccava dire addio alle mie dolci illusioni.

Con la sua grande attrattiva per la vita interiore fu costretta fin dall'inizio a prendere contatti con l'esterno, a frequentare i "grandi" di questo mondo, a trattare affari non esclusivamente religiosi. Il suo senso delle relazioni e la sua intelligenza l'aiutarono, e dava l'impressione di essere a suo agio con i rappresentanti di tutti gli ambienti sociali. E la sua distinzione naturale colpiva in una giovane donna della sua età.

 

IV. Un'autorità contestata

Dal 1807, si manifestarono le difficoltà che fino ad allora erano state larvate, e la Società nascente fu scossa da una crisi che durò parecchi anni. I motivi di questa furono diversi, e Maddalena Sofia Barat ne subì duramente i contraccolpi. A questo riguardo non fu più fortunata delle altre fondatrici di congregazioni religiose del suo tempo. Anzi, poté mantenersi a capo della Società del Sacro Cuore mentre altre superiore generali, in circostanze simili, furono dimesse dalla loro carica, o addirittura espulse dalla congregazione che avevano fondato.

Poiché la Rivoluzione aveva costretto i conventi a chiudersi e gli antichi ordini a dissolversi, ex religiose, che avevano perseverato nella loro vocazione, desideravano riprendere la vita comune, senza poter sempre ritrovare le loro prime compagne ne vivere secondo la loro prima regola. Esse sollecitavano la loro entrata nelle congregazioni esistenti secondo gli echi che ne avevano avuto, senza vere affinità con gli scopi spirituali di tali congregazioni. Anna Baudemont, una ex clarissa di Reims, entrò ad Amiens nella primavera del 1802. Aveva un quarantina d'anni una formazione religiosa già fatta. Con le sue qualità e la sua pietà prese un ascendente normale, a conti fatti, sulla comunità. Negli stessi anni il padre Louis de Sambucy-Saint-Estève, che faceva parte dei padre della Fede, fu designato dal padre Varin per essere il confessore della comunità. Anna Baudemont e Saint-Estève furono al cuore della crisi che attaccò poco a poco i caratteri fondamentali che la Società aveva voluto darsi: La consacrazione al Sacro Cuore e la tradizione ignaziana.

Senza entrare nei particolari di una faccenda piuttosto imbrogliata e vittima di molteplici rimbalzi, talvolta inattesi, ne racconteremo certi aspetti. Ma la crisi fu in parte aggravata dal ruolo di superiore maggiore del padre Varin dopo la separazione con le Dilette. Per motivi di prudenza, poiché le lettere erano sorvegliate, egli affidava dei compiti e trasmetteva direttive ad alcuni membri della Società senza informarne la madre generale. Tale modo d'agire indeboliva l'autorità di quest'ultima.

La partenza della madre Barat per Grenoble nel 1804 lasciò ad Amiens campo libero a quanti contestavano già più o meno apertamente i suoi poteri o volevano dare alla Società un orientamento diverso. La casa di Amiens cercò di diventare sempre più autonoma. Madre Baudemont, che era diventata superiora locale dopo la partenza di Sofia Barat, aspirava forse a farne un monastero come quelli che aveva conosciuto prima del 1789. In ogni caso, dal 1804, vi introdusse degli usi monastici. Poiché veniva da un ramo di clarisse, le Urbaniste, che avevano delle scuole, era in sintonia con l'apostolato della nuova congregazione. Ma, se accettava il culto del Sacro Cuore sotto forma di devozione importante, non lo percepiva come il fondamento di una spiritualità. Sofia Barat aveva voluto una società di donne le cui regole e spirito fossero adatte ai bisogni del tempo. Per questo motivo non giudicava adatto veder le sue religiose chiudersi rigorosamente nel loro convento né legarsi a esercizi religiosi come l'ufficio che non si adattavano bene con i ritmi di una vita di educandato. Anna Baudemont voleva unire educazione della gioventù e vita monastica. Così gli usi che introdusse sembravano in contraddizione con lo spirito che Maddalena Sofia aveva voluto creare ad Amiens, spirito che Geneviève Deshayes definiva anzitutto come di "dilezione, carità e amore". Ella manifestava pure una severità, una durezza che contrastavano con la tenera fermezza usata dalla madre Barat.

L'espansione della "piccola Società", secondo un'espres­sione cara a santa Maddalena Sofia, portò altre ragioni giuridiche di malinteso e poi di conflitto. L'adozione dei Regolamenti ispirati all'antica Compagnia di Gesù non piaceva né ad Anne Baudemont né a Saint-Estève, che desideravano una struttura religiosa in cui le case sarebbero state autonome, unite tra loro da un semplice vincolo di carità. In ogni caso respingevano l'idea di una superiora generale e quella di una congregazione concepita come un corpo unico. Se il Consiglio generale del 1806 optò per il generalato a vita, la Madre Barat fu eletta solo con la maggioranza dei voti. Sentendo l'indifferenza, o addirittura l'ostilità della comunità di Amiens, ben tenuta in mano dalla superiora, ella ritornò a Grenoble: preferiva non imporsi in un luogo in cui, evidentemente, la si accettava solo con difficoltà. Ma così lasciava possibilità di manovra ad Anna Baudemont che apparve sempre più come una concorrente e formò le nuove arrivate secondo lo spirito che giudicava buono. La situazione delle religiose del "Berceau" rimaste favorevoli allo spirito primitivo della fondazione divenne presto ingestibile. Mantenendo in seguito un caritatevole silenzio sulle divisioni che aveva percepito nella Società, la Madre Barat non aiutò una situazione molto complessa a chiarirsi. Ma, isolata com'era, separata dalle sue consigliere abituali, tra l'altro dal padre Varin con cui aveva solo dei rari incontri, forse non era più sicurissima della strada da seguire.

Anche la politica influì su questa faccenda. Gli scontri del Régime imperiale col potere pontificio ebbero ripercussioni sul modo di gestire le relazioni con dei religiosi di cui erano noti i legami col papa. Le precauzioni che dovettero prendere i padri della Fede, la chiusura dei loro collegi, le persecuzioni di cui furono oggetto dal 1808 alla fine dell'impero non facilitarono le cose. Padre Varin, tra l'altro, restò in residenza sorvegliata presso la sua famiglia fino al 1814. Di conseguenza, l’'abbè de Saint-Estève che aveva lasciato i padri della Fede certamente prima che la loro associazione fosse dissolta, si presentava sempre più apertamente come il consigliere o addirittura il fondatore della congregazione delle Dames de l'instruction Chrétienne. Lui stesso e Anne Baudemont utilizzavano il silenzio dei testi ufficiali. Poiché il decreto imperiale che aveva dato un'autorizzazione legale all'istituzione non faceva menzione di una casa madre, la superiora della comunità di Amiens, la più anziana, appariva come la superiora dell'intera associazione. E poiché bisognava elaborare regole per questa associazione, si manifestò un'opposizione sistematica contro l'intuizione fondamentale del padre de Tournely e di Sofia Barat. Saint-Estève et Anne Baudemont volevano fare della Società un luogo di accoglienza per le ex religiose i cui conventi erano stati chiusi. Volevano pure, confondendo il carisma con i mezzi per esercitarlo, darle come scopo l'insegnamento: ciò significava mettersi in contraddizione col progetto iniziale in Solo nel 1815 la Società del Sacro Cuore poté riprendere le sue intuizioni fondatrici. nel frattempo, soprattutto tra il 1811 e 1813, il conflitto raggiunse il suo massimo e i poteri della superiora generale furono ridotti in queste circostanze è interessante considerare il modo di agire di Maddalena Sofia Barat. Nelle case in cui poteva ancora essere ascoltata, insisteva sulla consacrazione al Sacro Cuore e faceva stabilire l'adorazione del Santissimo Sacramento. Tentava di evitare che la sua autorità diventasse obsoleta continuando a visitare le comunità e facendo fare le fondazioni in suo nome. Dava le obbedienze, vegliando a procedere sempre per invio individuale. Infine e soprattutto cercò di mantenere l'unione con un'abbondante corrispondenza che era per lei un dovere apostolico. Si rivelò umile e dolce al punto, per evitare una scissione, di difendere dei testi che non venivano da lei e che si opponevano a ciò che lei desiderava in materia di vita religiosa.

La crisi terminò in peripezie tragicomiche quando 1'Abbé de Saint-Estève, inviato a Roma come agente diplomatico durante la prima Restaurazione, cercò di far riconoscere dalla corte pontificale, dalla Madre Barat e dal padre Varin i testi di cui era in gran parte l'autore. Per giungere a ciò ricorse a mezzi tortuosi: esercitò pressioni a Roma come in Francia; inviò lettere sotto falso nome e, soprattutto, cercò di attirare a Roma, in una casa che tentava di formare, religiose di diverse case francesi, soprattutto di Amiens, dove continuava ad esercitare la sua influenza. Denigrava Maddalena Sofia Barat che accusava, in Italia come in Francia, di gallicanesimo. La presentava come una che cercava di frenare i tentativi intrapresi per far approvare le Regole dalle autorità pontificie e faceva credere che il Vaticano aveva ratificato il suo testo. Fu evitata una scissione per poco.

La Madre Barat tenne duro nella tempesta, ma vi perse la salute. Gli eventi che viveva, i pericoli che pesavano sulla Società, la separazione della casa di Doorseele nel 1814, gli attacchi di cui era oggetto e l'ostilità che la circondava, soprattutto ad Amiens, fecero temere per la sua vita. Quando era ancora bambina, era stata impressionata da un'osser­vazione sentita a proposito delle divisioni che esistevano in una comunità religiosa di Joigny:

Avevo tra quattro e sei anni quando un ecclesiastico venne a far visita a naia madre; sembrava molto agitato. "Sono indignato, disse, vengo dal parlatorio del tal convento dove sono stato testimone di una vera scena tra due religiose. Litigavano a proposito di una costraazione, e ho creduto che stessero per prendersi per la cuffia. "Io giocavo ira un angolo della carnera, aggiungeva la Madre Barat, e avevo l'aria di non sentire la conversazio1ie, fru1 Jlo)7 perdevo orna parola; rimase incisa nella. núa nìeirioria e, poiché avevo già lcr vocazione, nii dissi che non sarei stai entrata in quel convento.

Se Sofia aveva mantenuto la parola e non era entrata in quel convento, si era impegnata in una congregazione in cui la poca unione era stata abbastanza manifesta da sfiorare lo scisma. La convocazione del Consiglio generale nel 1815 fu una decisione importante da parte sua: questo Consiglio avrebbe ristabilito una situazione piuttosto compromessa e avrebbe trasferito la Società del Sacro Cuore in una nuova fase della sua storia.

 

Capitolo III

UNA DONNA D'AZIONE

Dal 1815, la Società del Sacro Cuore entra in una fase di consolidamento e di affermazione che calma progressivamente i conflitti il passaggio ad un nuovo Régime politico, soprattutto il ritorno al regno, permettevano di usare il titolo di "Sacro Cuore" a cui non si faceva prima riferimento se non all'interno. La Società poteva ormai portare un nome che esprimeva il suo carisma e la sua ragion d'essere. La situazione della Madre Barat non cambiò, era sempre la superiora generale a vita della congregazione. Ma la situazione nuova che si offriva ormai alla Società la spinse avanti, tanto più che non doveva ormai subire competizioni e che la sua carica non era contestata. Donna d'azione, Sofia Barat lo era sempre stata. Dal 1815 fino alla vecchiaia le circostanze la spinsero ad esserlo ancor più.

 

1. Il contributo del Consiglio generale del 1815

Al Consiglio generale toccò anzitutto decidere sulle Costituzioni della congregazione. Si trattava di porre fine al periodo precedente in cui si era annodato un vero imbroglio giuridico, e si era pure manifestato un tentativo di far deviare la Società dal progetto primitivo. Le Costituzioni furono adottate all'unanimità dalle capitolanti. Avrebbero subito in seguito alcune modifiche, ma il disegno generale dell'insieme, fino agli anni che seguirono il Concilio Vaticano II, non fu rimesso in discussione. Come notò la nuova segretaria generale, Filippina Duchesne, "il 16 dicembre 1815 fu la data della nostra rinascita, o piuttosto del rafforzarsi della nostra Società che aveva sempre desiderato di potersi gloriare di appartenere di nome e di fatto al Sacro Cuore di Gesù. (.... ) Questa giornata passò in santa allegrezza". Per la fondatrice terminava così un lungo periodo di incertezza.

Certamente Maddalena Sofia Barat non ha redatto le Costituzioni, ma, mediante i confronti col padre Varin e i diversi redattori dei testi, ha partecipato alla loro elaborazione, facendovi passare le sue intuizioni, i suoi desideri e il frutto della sua precedente esperienza; manifestava così i suoi punti focali, le pratiche già introdotte nelle case poste sotto la sua direzione e lo spirito che aveva contribuito a farvi regnare. Il quadro delle religiose del Sacro Cuore che ne emerge, l'insistenza sulla semplicità, la carità, il garbo modesto, l'affetto sincero e cordiale che esse devono manifestare, evidenziavano certamente caratteristiche della Madre Barat stessa. Si è pure d'accordo nel riconoscere il suo ritratto nelle aspirazioni e le qualità che doveva mostrare la superiora generale: era definita "una persona strettamente unita al Cuore di Gesù, poiché in questo centro di ogni bene doveva sempre attingere le grazie e le lucidi cui aveva bisogno per sé e che doveva attirare su tutti i membri della Società". Aveva pure "uno spirito davvero interiore, l'abitudine e il gusto dell'orazione, una grande purezza di cuore, dimenticanza di sé e del proprio interesse, impegno intero al bene della Società", uno zelo ardente per gli interessi e la gloria del Cuore di Gesù, e insieme uno spirito di prudenza e di sapienza che la dirigeva nelle scelte e nell'uso dei mezzi" ( Cost. 247)

Quando furono adottate le Costituzioni, la vita si organizzò senza intralci. La Società era come emancipata riguardo a quanti, prima, avevano avuto un ruolo di direzione. Padre Vai-in si fece da parte, pur conservando fino alla morte legami privilegiati, seppur discreti, con Maddalena Sofia Barat. Era il testimone della nascita della Società, l'amico e il sostegno nei buoni e nei cattivi giorni. Lo mostrò ancora al momento della crisi del 1839.

 

II. L'espansione della Società e le sue conseguenze.

1. La rapidità dello sviluppo

A partire dal 1815, la Società conosce uno sviluppo immediato. Anzitutto in Francia. Il Consiglio generale del 1815 aveva voluto dare indipendenza alla casa madre ponendola a Parigi. Dopo diversi tentativi che si rivelarono provvisori, questa si sistemò nell'ex hótel Biron, nel 1820. Su richiesta di vescovi e di persone danarose, si fecero fondazioni, perché la Società del Sacro Cuore apriva case in funzione delle richieste indirizzatele da famiglie che s'impegnavano a mandarvi le loro figlie e capaci di far fare altrettanto ai loro parenti e amici. Un educandato esigeva locali relativamente vasti e grandi giardini. Tali proprietà, molto costose, furono nella maggior parte dei casi acquistate. Ma i castelli e i palazzi offerti non erano tutti immediatamente adatti ad ospitare comunità ed educandati: spesso erano necessarie ristrutturazioni. Lo Stato sotto la Restaurazione era generoso con le congregazioni religiose. La Società beneficiò delle sue elargizioni, non solo per comprare hótel Biron. Se la Società fu aiutata da doni in denaro o proprietà immobiliari, venuti per la maggior parte dalle famiglie delle religiose o da donne benestanti desiderose di entrare nella congregazione o di aiutarla, la Madre Barat visse fino alla fine della vita nel timore di non poter pagare i debiti fatti in occasione delle diverse fondazioni.

Tra il 1817 e il 1820 si aggiunsero alle cinque case quella di Quimper, della Ferrandière vicino a Lione, di Bordeaux. Nei dieci anni successivi nuove comunità apparvero a Le Mans, a Autun, a Besançon, a Metz, a Lille, a Lione, a Perpignan, ad Avignone. Dopo la rivoluzione del 1830, l'estensione continuò ad Annonay, a Aix en Provence, a Charleville, a Marsiglia, a Tours, a Nantes, a Tolosa, a Kientzheim, a Nancy, a Laval, a Monpellier, a Bourges, a Rennes, a Marmoutier, vicino a Tours, a Orléans, a Layrac, a Moulins, a Saint-Brieuc, a Sai nt-Pierre-lès-Calis, ad Angouléme.

In certi casi, la Società si accrebbe aggregando società religiose o congregazioni incapaci di far vivere le loro opere, sempre degli educandati. Questi tentativi non furono sempre coronati da successo e talvolta la Società del Sacro Cuore si ritirò o si stabilì altrove. Tale espansione in Francia obbediva certo a un movimento generale per cui la vita religiosa, soprattutto femminile, si sviluppò al punto da triplicare rapidamente i suoi effettivi in rapporto a quanto esisteva prima della Rivoluzione del 1789; tuttavia fu la prova di un successo legato al carisma fondatore. Il Sacro Cuore ha partecipato di quel "Cattolicesimo al femminile", caratteristico del XIX secolo.

Fin dagli inizi della Restaurazione, La Società del Sacro Cuore divenne internazionale. Nel 1818 un piccolo gruppo di religiose diretto da Filippina Duchesne raggiunge gli Stati Uniti e sbarca in Luisiana. Lo stesso anno la Società è chiamata a Chambéry, nel Regno di Sardegna. Quattro anni dopo, le fondazioni riguardano l'Italia propriamente detta: anzitutto Torino, allora capitale del Piemonte, poi Roma nel 1828. Qui fu il papa stesso a far appello alle religiose del Sacro Cuore perché si stabilissero alla Trinità dei Monti. Far venire a Roma una congregazione diretta da una francese a Parigi era, per la Santa Sede, un modo di riconoscere l'interesse che provava nei suoi confronti. Questa incontestabile vitalità di una congregazione nuova fu riconosciuta nel dicembre 1826, sotto forma di un Breve del papa Leone XII, quando le costituzioni furono approvate della Santa Sede. Nel 1827 gli statuti erano approvati dal re Carlo X.

La rivoluzione del 1830 diede paradossalmente il modo di prendere posizione in Svizzera. L'entrata in Belgio è del 1835. La Società penetrò in Inghilterra, in Algeria, in Austria, in molte città italiane tra il 1842 e il 1844. Seguirono le fondazioni in Catalogna, in Westfalia, in Tirolo, in Olanda. Alla fine del generalato della Madre Barat, la Società si stabilì in Polonia. Durante tutto questo periodo le case dell'America del Nord, negli Stati Uniti e poi nel Canada, si moltiplicarono. Fu raggiunta a sua volta l'America del Sud, così come i Caraibi. Rapidamente vennero vocazioni da questi diversi paesi e diedero alla missione della Società un colore più "cattolico" che "nazionale".

Questo quadro potrebbe dare l'impressione di una estensione continua e senza nubi. Congregazione di spiritualità ignaziana e conosciuta come tale, la Società del Sacro Cuore soffrì a diverse riprese di esser confusa con la Compagnia di Gesù. Così fu vittima di misure liberali elaborate dai governi di diversi paesi europei o richieste dalle rivoluzioni. I movimenti rivoluzionari e i torbidi che scoppiarono a partire dal 1847 in Austria, in Svizzera, in Piemonte, negli Stati della Chiesa e, in generale, nel Nord Italia, provocarono la chiusura di diverse case, Montet, in Svizzera, che era stato concepito come un rifugio per le educande e le religiose nel 1830, fu chiuso dopo la rivoluzione del Sonderbund nel 1847. Le religiose di Torino, di Genova e di Parma furono espulse. Dieci case sparirono così in Italia. Queste partenze forzate e dolorose permisero nuove fondazioni in Francia, in America e in altri paesi d'Europa, dato che le religiose espulse, dopo un tempo di riposo, erano inviate verso nuovi terreni di missione.

Cento undici case furono fondate sotto il governo della Madre Barat. Nel 1865 venticinque non esistevano più. Dodici di queste erano state chiuse per motivi di prudenza, molte avevano cessato di vivere poco dopo la fondazione. La casa di Dooreseele si era separata nel 1814. Sainte-Madre d'En-Haut aveva dovuto chiudere sotto pressione delle autorità militari che volevano ricuperarne il terreno, ma la Società giunse, nel 1846, a ritrovare un posto nel Delfinato, grazie alla casa di Montfleury, vicino a Grenoble. Nel 1865 la Società contava ormai 3539 religiose divise in 89 case, di cui 44 in Francia, quattro in Italia, quattro nelle Isole Britanniche, tre in Belgio, una in Olanda, due in Prussia, tre negli stati austriaci, tre in Spagna, due a Cuba, venti in America del Nord e tre in America L'internazionalità era stata una scelta, poi si era imposta sempre più. Come le altre congregazioni francesi che, nel XIX secolo, vollero essere internazionali, la Società del Sacro Cuore ne pagò le conseguenze nella stessa Francia, dove ristagnò a partire dal 1850. Come le altre, non aveva i mezzi di svilupparsi insieme fuori delle frontiere e dentro il territorio nazionale. Ma l'internazionalità era come inclusa nel carisma di fondazione, poiché Sofia Barat fin dall'origine aveva voluto manifestare l'amore del Cuore di Cristo fino alle estremità della terra.

 

2. L'affluire delle vocazioni: fòrze e debolezze

La crescita di una congregazione si misura dal numero di fondazioni che è in grado di assumere. Il suo successo si giudica pure dal numero di persone che attira. Al Sacro Cuore, l'afflusso delle entrate fu anch'esso spettacolare. Nell'autunno del 1815 la Società, con tre case principali, contava 62 professe e almeno 70 suore in formazione. Se si considerano le 25 prime congregazioni con superiora Generale, il Sacro Cuore, nel 1823 - 23, occupa il dodicesimo posto, con, in Francia 210 membri. Nel 1861 conta 1300 membri ed à salito al nono posto. Il reclutamento è dunque stato straordinariamente rapido. Era indispensabile per far vivere gli educandati, che dovevano, col loro dinamismo, attirare nuove vocazioni.

Tale crescita, per quanto reale, poteva pure evidenziare alcune debolezze. La fama del Sacro Cuore attirava delle reclute, ma la fondatrice lamentava talvolta la loro ineguale qualità. E il valore delle opere dipendeva dal valore di quelle che le facevano vivere. Si trattava dunque di non lasciarsi sommergere da persone mediocri, perché l'opera lo sarebbe ugualmente diventata. Questa situazione inquietava Maddalena Sofia Barat che scrisse: L'errore che indebolisce la Società, è l'ammissione di una quantità di soggetti senza vocazione e senza virtù. È vero che l'esame delle candidate, anche accurato, si svolgeva per lo più nelle case in cui queste si presentavano. Di conseguenza la Madre Barat consigliava di essere attenta e severa sugli esami. E' tempo di fòndare sulla roccia, non sulla sabbia. Poiché, scrisse in un'altra occasione, si è conintesso ovunque un errore che sarebbe irreparabile, se continuasse: l'ammissione di soggetti senza vocazione, Molti di vocazione dubbia, parecchi troppo mediocri e non in grado di capire i nostri obblighi, per mancanza di giudizio. Ma d'altronde occorrevano sempre più religiose in una congregazione richiesta ovunque.

Le fondazioni erano assicurate dai membri delle prime case francesi, in particolare con le religiose che erano state più fedeli allo spirito della Società Ma Maddalena Sofia diede sempre fiducia alle più giovani, mandando anche nelle fondazioni religiose in formazione. Lo sforzo era immenso in una congregazione recente e ancora fragile. La Madre Barat si è sempre lamentata di non trovare il personale necessario per far funzionare educandati e comunità. Così scrive per esempio il 30 luglio 1853:

Avrei un intenso lavoro da fàre riguardo all'organiz­zazione che sarà molto difficile quest'anno a causa della penuria di personale e dei bisogni sempre crescenti delle case: le salirti sono così deboli che occorre doppio personale.

Nei nostri primi anni facevano funzionare una casa con 10 o 12 delle nostre e qualche Sorella; ma non è più così! E' vero che i genitori sono diventali molto esigenti, il piano di educazione più esteso e le saluti meno robuste.

Occorre dtrrigue piegarsi alle circostanze e cedere ai bisogni.

Ella dovette di conseguenza rifiutare numerose offerte di fondazione. Spopolava la casa madre per far fronte alle richieste, per non privilegiare la sua comunità a detrimento delle altre:

"Niente era troppo penoso per la nostra madre quando si trattava della gloria di Dio e, per non privare le altre case di persone che le sarebbero state assai utili, preferiva essere in ristrettezza che privarne le altre. Perciò teneva nella sua casa solo il personale strettamente necessario, e ancora! Poiché era non solo superiora generale, ma superiora locale, maestra delle novizie e spesso maestra generale delle bambine (....) si sacrificava così interamente all'opera del Signore, sostenendo le sue figlie con l'esempio e la parola, animandole inces­santemente con conferenze generali e particolari, facendo loro comprendere che per essere degne spose del Cuore di Gesù occorreva darsi totalmente a Lui, alla sua volontà, portare la croce osservando la regola con fervore, in una parola, tutto ciò che l'obbedienza ci impone. Le incitava al fervore, in vista dei piani del Cuore di Gesù sulla nostra società, che non chiedeva che di effondere grazie per nostro mezzo, estendendola in molti luoghi. Ma egli chiedeva a noi cuori ben disposti e di corrispondere a tutte le sue grazie, e ne avrebbe fatte assai di più se ci avesse viste più generose, più fedeli..."

Le fondazioni erano parecchie, frequenti pure le morti di religiose. Nel XIX secolo la durata media della vita era breve, e un'igiene piuttosto rudimentale aumentava le perdite dovute a epidemie e a contagi. Chi partiva non era sostituita e anche gli incarichi non erano sempre coperti come sarebbe stato necessario. Dopo il Consiglio generale del 1851 Maddalena Sofia Barat scrisse a Filippina Duchesne:

Le malattie, le perdite ripetute, la difficoltà di strappare le persone alle loro famiglie, le rivoluzioni così frequenti che allontanano le vocazioni, o servono di pretesto ai genitori, tutto questo convergere di circostanze ci fà molto soffrire e ritarda il progredire delle nostre opere, poiché la fiducia nel Sacro Cuore cresce, si espande in quasi tutte le parti del mondo, e continuamente dobbiamo rifiutare. Ah! Certo non siamo ancora all'altezza della nostra vocazione che richiederebbe virtù perfette; allora Gesù trattiene o frena i suoi doni e i suoi favori. Se ci giungessero anime così zelanti e libere come lo erano le Madri che, per prime, hanno raggiunto il paese in cui siete, non occorrerebbe tanta gente e le fòndazioni sarebbero facili. Pregate dunque, cara e buona madre, con costanza e fervore, perché il divin maestro abbia considerazione dei bisogni delle anime che ci chiamano e si degni di inviarci delle vocazioni secondo il suo cuore. Vi esaudirà, ne sono sicura, voi,la mia vecchia figlia che "ha così ben compreso il prezzo delle anime, e che non è indietreggiata davanti ad alcun ostacolo quando Gesù l'ha chiamata a soccorrerle.

 

3. L'arte del governare

La mancanza di personale creava preoccupazioni alla Superiora generale. L'espansione della Società reclamava pure, nei luoghi di fondazione o nelle diverse case, la presenza di membri del suo cerchio più vicino. Spesso la Madre Barat dovette agire da sola, senza l'aiuto delle sue consigliere o delle assistenti chiamate ad altri compiti. Le toccò spesso accumulare le cariche di Superiora generale e locale, oppure sostituire maestre delle novizie impedite dalla malattia. L'espandersi della Società era tanto rapido che le reclute, benché numerose, non bastavano. Del resto al Sacro Cuore era una faccenda lunga formare le religiose. Ma se Maddalena Sofia vide accrescersi il suo compito, non era però sola e, durante tutta la vita, seppe circondarsi di religiose a cui dava fiducia e amicizia e che divennero spesso per lei intime, qualunque ne fosse l'età.

La sfida della mancanza di personale, i molteplici incarichi che doveva reggere impedivano talvolta alla madre Barat di lasciare la sua residenza. Dovette spesso fare appello alla assistenti generali per la visita delle case, la sistemazione delle fondatrici, la ricerca degli edifici necessari, le trattative con le autorità locali, civili o ecclesiastiche. Ma, secondo le necessità e a dispetto della sua salute sempre malferma, continuò a percorrere la Francia e l'Europa continentale. Si recò pure in Gran Bretagna, apprezzando sia il traghetto che la ferrovia. La sua carica di superiora generale le impose

lunghi soggiorni a Roma. Ebbe così l'occasione di incontrare la maggior parte dei Papi del suo tempo, e seppe farsi apprezzare da tutti.

Durante il suo generalato, la fondatrice poté rivelare qualità strategiche. Il suo piano era di estendere la congregazione per far conoscere l'amore del Cuore di Cristo sia nei paesi di antica tradizione cattolica che nei paesi "misti". A metà del secolo, era attratta dalla Germania, ivi compresa, in Prussia, la regione di Berlino. La sua corrispondenza con la superiora di una casa situata alla frontiera est di Francia mostra quanto l'incoraggiò ad essere inventiva e ad accettare le proposte che le venivano fatte. Ma seppe sempre unire generosità e prudenza, fiducia nella Provvidenza e cura del "corpo". Si preoccupava costantemente di rafforzare le antiche case. Scrisse nel 1853:

Priina di allargarci ulteriormente, occorre per forza sostenere le case fondate da anni, che hanno sopportato con coraggio e fatica il peso del giorno e della calura. (.... ) E' un calcolo sbagliato lasciar soffrire case che fanno del bene per altre dove si comincia. E' preferibile, spingere meno una fondazione che in seguito crescerà poco a poco; L'essenziale è piantare in buon terreno il grano di senapa. Presto o tardi spunta e diviene un albero.

La sua arte di prevedere e di governare era sostenuta dai consigli di quanti erano in grado di fornirglieli, religiosi e religiose, ecclesiastici, laici, uomini e donne. Nella preghiera infine decideva. Mentre si profilavano nuove fondazioni in Renania e in Austria scrive:

Preghiamo lo Spirito Santo di illiuninarci, di ispirarci, poi noi agiremo secondo le sue dolci ispirazioni; abituiamoci a camminare nei suoi divini sentieri, seguendo la grazia piuttosto che la natura, e quando si vuole fare troppo in fretta, è facile trovarsi sotto il secondo influsso. Ahi! è davvero una grande arte agire solo mosse dallo spirito di Gesù!...

Sapeva per esperienza che il Divino Maestro faceva trovare le persone e i fondi necessari quando una fondazione era secondo il sito Cuore, perché aveva fretta di raddoppiare le opere della Società, per la sica Gloria.

Più che mai Maddalena Sofia dovette creare l'unione di un corpo in perenne sviluppo. Procedeva sempre allo stesso modo, con tatto e dolcezza, senza forzare le cose né malmenare le persone. Nei primi anni del suo governo, la superiora generale conosceva personalmente le religiose, e ciò l'aiutava nel suo compito. In seguito, man mano che alcune sparivano e altre entravano, tentò di assicurare l'unità della congregazione con mezzi diversi, in particolare con una corrispondenza gigantesca che finì col mettere insieme 14000 lettere. Questo non era per lei un semplice strumento di governo ma un mezzo apostolico privilegiato. Le lettere che spediva con maggior gioia erano senza dubbio quelle in cui poteva dare consigli spirituali. Scritte spesso lasciando correre la penna, le sue lettere, anche le più brevi, testimoniavano sempre alle destinatarie un vero affetto.

Ma si trattava anche di assicurare l'unità di un corpo apostolico sparso. La redazione delle circolari - ne compose 98 - era necessaria per dare notizie ma anche per favorire un unico spirito nella Società. Fu organizzato un noviziato generale. Era stato annunciato, su sua richiesta, durante il Consiglio generale del 1815. Certo le novizie non furono mai tutte riunite a Parigi e molte continuarono ad essere formate nelle diverse case della Società, ma tale progetto era per lei di capitale importanza; lo aveva spiegato a Filippina Duchesne nel 1814:

Il noviziato generale darà a tutte il medesimo spirito, unirà tutti i cuori al capo, e quanto abbiamo già sofferto dei modi d'agire particolari di tutti i paesi! Vi assicuro che il posto che occupo diventerebbe rapidamente impossibile da mantenere se tale mezzo non fosse messo rapidamente in atto.

Pare tuttavia che sia stato difficile farlo accettare. Spesso la Madre Barat ammonì alcune superiore per farsi mandare le novizie. Si impegnava a rimandare nel loro paese di origine le giovani religiose che risiedevano fuori della Francia. Il noviziato generale permise pure di stabilire l'adorazione perpetua del Santissimo Sacramento o di ricordarne l'importanza, contribuendo così a realizzare l'intuizione che aveva avuto sotto il Direttorio.

La Superiora generale desiderava parimenti di assicurare presso di lei il "terzo anno", cioè un periodo di probazione di alcuni mesi che precedeva i voti definitivi. Poiché le Costituzioni prevedevano che tale probazione poteva svolgersi nella casa in cui ci si trovava, la Madre Barat incontrava talvolta difficoltà ad ottenere che le probaniste fossero inviate a Parigi, dal momento che le superiore tendevano a tenersele vicine per timore di disorganizzare gli educandati o i servizi in cui le giovani religiose erano impegnate. Ma questa probazione presso di lei era una decisione atta a favorire il governo, poiché gli dava modo di far conoscenza con le nuove generazioni di religiose.

Maddalena Sofia Barat invitava infine presso di lei, per un tempo più o meno breve, le religiose che voleva inviare in missione. Gli andirivieni con la casa madre erano tanti che battezzò la sua residenza hótel del Sacro Cuore! Più il tempo passava, più chi arrivava giungeva da ogni paese. Madre Barat vegliava ad assicurare l'unità attraverso i mutamenti di persone tra le case. Infine il rispetto delle Costituzioni e degli usi era importante. L'uniformità di vita religiosa sotto il suo generalato era un modo di facilitare alle religiose l'adattamento a nuovi ambienti di vita. Era un modo di supportare la generosità sempre necessaria e instancabilmente richiesta alle sue figlie da santa Maddalena Sofia.

 

III. Lo choc degli anni 1839 -1843

La rapida estensione della Società, paradossalmente, rischiò di provocare se non la rovina, almeno una trasformazione profonda, addirittura una scissione in seno al nuovo istituto. Essa fu in parte all'origine della crisi che doveva scuoterla seriamente a cominciare dal 1839.

La superiora generale, che aveva abbandonato Parigi per timore della Rivoluzione nel luglio 1830, era tornata stabilmente in Francia nel 1834. Nel frattempo aveva soggiornato in Svizzera e in Italia, visitato le case e fondato comunità. Ma aveva lasciato l'hótel Biron campo libero a un fronda antigoverno costituita attorno al vecchio arcivescovo di Parigi, Mons de Quelen. Quando, in febbraio 1831, questi aveva accettato, meno di un anno dopo l'abdicazione di Carlo X, di celebrare una Messa in memoria del Duca di Berry, tale suo sostegno poco illuminato di una reazione insieme politica e religiosa suscitò una violenta manifestazione popolare. Essa finì col saccheggio dell'arcivescovado di Parigi, vicino all'hótel Biron, e per poco non venne a vie di fatto sulla persona dell'arcivescovo! La madre Eugenie de Gramont, superiora dell'hótel Biron, aveva allora accolto quest'ultimo, un po' per carità un po' perché ne condivideva le convinzioni legittimiste. Certo Mons de Quelen viveva in un piccolo padiglione in fondo al giardino dell'hótel Biron, ma le visite che vi riceveva, di nobili non allineati dei membri e del prossimo non a dunque considerato come fine col re Luigi Filippo potevano far passare la casa madre del Sacro Cuore per un focolaio di opposizione, tanto più che la Madre Barat era emigrata nel 1830. E poiché Mons de Quelen era per di più gallicano, la Società rischiava pure di esser sospetta presso la corte pontificia. Si aggiunsero a tali elementi congiunturali altri elementi strutturali, spiegabili con l'evolversi della congregazione.

L'estendersi della Società del Sacro Cuore aveva contribuito a trasformarla. Nel 1839, le case di Francia erano sempre le più numerose, ma la congregazione contava molte case in Europa e in America, il che poneva un duplice problema: la revisione delle Costituzioni e la sede della casa madre. Non occorreva forse rivedere dei testi composti quando la Società non era ancora uscita dalla Francia, e riconsiderare il modo di governo? Non occorreva in particolare alleggerire la carica della superiora generale che, pur aiutata da un consiglio di dodici membri, non avrebbe presto più avuto modo di far fronte ai doveri della sua carica? Madre Barat aveva molto viaggiato negli anni precedenti, perciò era stata spesso lontana dalle sue assistenti generali, inviate in missioni lontane o rimaste alla casa madre, oppure nelle loro case. Non bisognava che la superiora generale vivesse circondata dalle sue assistenti? Non bisognava pure trarre le conseguenze dell'internazionalizzazione della Società e programmare il trasferimento della casa madre a Roma, in una specie di terreno neutrale, fuori da ogni pressione nazionale, lontano da Parigi che, più che mai, appariva come la città delle rivoluzioni? Infine alcune religiose volevano un allinearsi delle Costituzioni su quelle della Compagnia di Gesù.

Fin da prima del Consiglio generale apparvero serie divergenze su tali questioni. Anzitutto tra le religiose stesse. La questione più cruciale era quella del trasferimento della casa madre, di cui la maggior parte delle religiose francesi non voleva sentir parlare. In più nacque un conflitto tra la Società del Sacro Cuore e i vescovi francesi, molto ostili a trasformazioni di strutture che sembravano loro entrare nel quadro della lotta tra le tesi dei Gallicani e quelle degli Ultramontani. Di conseguenza, la Madre Barat preferì tenere il Consiglio generale lontano dalle pressioni. Esso ebbe luogo finalmente lontano da Parigi nel 1839. Dopo aver pensato alla Svizzera, optò infine per Roma. Ma essa dava così l'impressione di favorire un partito a danno dell'altro. Così, al momento dell'apertura del consiglio, erano assenti tre religiose di peso sia nella Società sia per la superiora generale; le sue due prime compagne di Amiens, Geneviève Deshayes e Henriette Grosier, che potevano anche addurre a pretesto la loro età avanzata e la loro poca salute, e la superiora di Parigi, Eugénie de Gramont, influenzata da Mons de Quelen.

Il Consiglio generale del 1839 prese parecchie decisioni gravide di conseguenze. Optò per la casa madre a Roma, decise la divisione della Società in province rette da provinciali i cui poteri sminuivano quelli della superiora generale, benché fossero esercitati sotto il suo controllo e la sua autorità. Decise di sostituire il Consiglio detto "dei dodici" con una congregazione generale. Le Costituzioni infine furono parzialmente allineate a quelle dei Gesuiti. Non ci si accontentava di prendervi a prestito elementi atti a migliorare il governo. Il carisma della Società faceva le spese di questa operazione, come sottolineò con vigore il padre Varin, che non era stato consultato prima. Egli scrisse lettere rattristate e scontente a Maddalena Sofia Barat:

"Affermo dunque che ho detto molte volte, sia in colloqui particolari, sia in conferenze pubbliche, che esiste una differenza essenziale tra il fine espresso nelle Costituzioni di Sant'Ignazio e il fine della Società del Sacro Cuore. Il primo ha per oggetto la salvezza e la perfezione dei suoi membri e la santificazione del prossimo. Il secondo ha come oggetto primo e unico la gloria e gli interessi del Sacro Cuore, così che ciò che è l'oggetto e il fine della Società di Sant'Ignazio non è che un mezzo per giungere al fine della Società del Sacro Cuore. Volete la prova più evidente che la gloria del Sacro Cuore è il fine della Società del Sacro Cuore? Eccola in due parole. Certamente la Società del Sacro Cuore non sarebbe mai esistita se non ci fosse stato prima di tutto il progetto formale di lavorare per la gloria del Cuore di Gesù diffondendo la conoscenza e l'amore di questo divin Cuore. La salvezza, ma come mezzo. (...) Non è affatto un gioco di parole, poiché mai sarebbe nata la Società del Sacro Cuore se ci si fosse proposto il solo fine della salvezza delle anime. Dunque non riconoscere che la gloria del Sacro Cuore è il primo e l'unico scopo della Società significa distruggerla nel suo fondamento."

La Madre Barat, in realtà, non era stata ascoltata nelle discussioni. Era poco favorevole ad una assimilazione troppo spinta alla Compagnia di Gesù:

Si crede che le donne possano essere governate come gli uomini. L'avvenire mostrerà se è possibile, aveva fatto notare. A Roma, non giunse a far accettare il suo punto di vista, come scrisse alla madre Audé il 30 marzo 1841:

Le nostre madri, chiudendomi la bocca tanto spesso quando fàcevo loro obiezioni ragionevoli, non hanno voluto capire la nostra posizione in Francia. Bisognava trattarle con riguardo su questo punto, che era per loro il più sensibile.

Il 20 ottobre 1841 scriveva ad Henriette Grosier:

Sono pentita di non aver seguito il ratio sentire, o piuttosto la luce connessa al mio ruolo di superiora, che mi fa vedere e capire quanto le altre non possono vedere.

Ma toccava a lei trasmettere alla Società decreti non conformi al suo pensiero. Lo fece con l'umiltà che aveva usato in circostanze quasi simili negli anni 1811 - 1813. Ma la comunicazione dei decreti del 1839 suscitò una fronda in alcune case di Francia, specialmente a Parigi e a Poitiers. La loro trasmissione intempestiva ai vescovi, soprattutto a Mons le Quelen, diede alla faccenda notevoli proporzioni, perché egli mobilitò gli altri vescovi.

Ormai Maddalena Sofia era isolata, fatta bersaglio dei due campi che si organizzavano all'interno e all'esterno della Società. La sua segretaria generale, Elisabeth Galitzin, prese di testa sua iniziative compromettenti. Certo nell'ottobre 1839 la superiora generale giunse a far prendere un po' di distanza a tutte e a tutti, accettando di sperimentare i nuovi decreti per un periodo di tre anni. Ma gli spiriti erano troppo surriscaldati perché potesse avvenire una vera riconciliazione. Obbligata a ritornare a Parigi nel 1840, la madre Barat constatò l'ampiezza delle divisioni e le difficoltà della situazione. Capì quasi subito che Elisabeth Galitzin, mandata in America per trasmettere i decreti, manovrava contro di lei. Ma constatò pure che nel suo paese parecchie case le erano rimaste fedeli. Tuttavia era combattuta tra le posizioni dei vescovi di Francia da una parte e quelle del suo consigli e della corte papale dall'altra. Poiché le sue assistenti generali rifiutavano di raggiungerla e lei non poteva più governare davvero la Società da Parigi, decise di ripartire per l'Italia.

A Roma, in novembre 1841, apprese dal Segretario di Stato del Papa, il Cardinale Lambruschini, che erano state tentate manovre per provocare una scissione tra le case di Francia e le altre. Certamente erano state architettate, o anche solo coordinate, dalla madre Galitzin, per convinzione o per interesse il colpo era duro per Maddalena Sofia, che aveva sempre nutrito per Elisabeth Galitzin un grande affetto. Tentò allora di frenare l'azione di questa religiosa e di salvarne la reputazione:

Volevo avvertirvi che quando Madre Galitzin giungerà da voi, le chiediate di partire subito, di non fermarsi in nessun posto, perché è urgente che venga qui al più presto. (...) Sono costretta a pregarvi, se vi scrive o vi parla di ciò che fà in questo rnonrento di nascosto, e posso dire contro di irte, di opporvi con tutte le vostre forze e di non fare alcun passo contro nessuna delle nostre senza il rnio consenso. (...) Ricordatevi, figlia mia, che la Società non sarà salvata e benedetta da Dio se non farete tutt'uno col vostro capo: un'altra condotta attirerebbe danni incalcolabili. Colei che agisce con tanta leggerezza in questo momento non ci pensa, e ignora che io lo so! Così io la scuso...

Nella stessa epoca scrisse a diverse religiose:

Io scuso la Madre Galitzin di tutto quanto voi le rimproverate; è stata troppo precipitosa, certo, rna tutte avevamo fretta. Dunque devo prendere le sue parti. Chi non ha avuto le migliori intenzioni! Occorre farne a meno tra noi e fare meglio ora...

E' stata solo un'imprudenza; il suo cuore è con la Società; Solo facciamo molti tentativi ed esperienze. (...) Ma che mi possono importare alarne sofferenze, se possiamo salvare la Società, farla tornare al suo primo spirito di semplicità, di obbedienza, e con questo prepararla ad essere utile alle anime? Che io muoia e che essa viva. Ecco il rnio motto.

Il Papa aveva consigliato di mantenere la casa madre fuori di Roma. Maddalena Sofia Barat decise di tenere in Francia un Consiglio generale alla fine dei tre anni di prova dei decreti. Scelse Lione, come le aveva consigliato il Cardinale Lambruschini. Ma scatenò così la reazione violenta di Monsignor Affre, arcivescovo di Parigi dopo la morte di Mons de Quelen nel 1840; questi mobilitò l'episcopato francese contro la modifica delle Costituzioni e vietò che il Consiglio generale si tenesse fuori dalla casa madre di Parigi. Di necessità il Consiglio di Lione fu annullato e la Madre Barat dovette far ricorso a Roma. Il 16 agosto 1842 un breve pontificio richiamò al rispetto degli atti del Concilio di Trento e dichiarò che l'arcivescovo di Parigi non aveva autorità sulla Società intera, ma solo sulle case di sua competenza. Mons. Affre, ferito, minacciò di non intervenire in favore della Società quando il Governo lo consultasse riguardo alle nuove fondazioni. Nell'ottobre 1842 il Ministro dei culti minacciò di far decidere lo scioglimento di tutte le case di Francia se le Costituzioni del 1815, che erano state approvate dal potere regale, non fossero state rimesse in vigore.

L'affare prendeva una brutta piega. La Madre Barat era alle prese con Mons. Affre; le sue assistenti generali, scontente di vederla restare a Parigi, si rifiutavano di lasciare Roma e, appoggiandosi sull'autorità del Cardinale Protettore, consideravano la loro Superiora generale come impedita di esercitare realmente la sua carica perché sottoposta alle pressioni dell'Arcivescovo di Parigi, a cui frattanto essa resisteva con tutte le sue forze. La situazione in cui si trovava la Società era diventata tanto grave da superare la sorte di questa e minacciava di scatenare una rottura delle relazioni diplomatiche tra la Francia e la Santa Sede. Grazie alla mediazione del Cardinale Mathieu, arcivescovo di Besançon, la soluzione giunse da Roma. Il 4 marzo 1843 la Sacra Congregazione abrogò i decreti del 1839. Due assistenti generali, Elisabeth Galitzin e Pauline de Limmingue diedero le dimissioni dalla loro carica, nonostante gli sforzi della Superiora generale di trattenerle. Maddalena Sofia Barat adoperò allora una formula graziosa:

Dobbiamo rimettere il nostro amato carrettino sulle sue quattro ruote; se voi me ne togliete due, come volete che avanzi?

La Società del Sacro Cuore che aveva rischiato di perire nella tormenta ripartì sulle stesse basi. Nessuna religiosa uscì a motivo della crisi. Ma questa lasciò delle tracce. Aveva già contribuito a raffreddare le relazioni tra Maddalena Sofia e le sue due prime compagne. Ormai la Superiora generale non si sentiva più a suo agio a Parigi. Si stabilì un po' in disparte, a Conflans, dove trasferì il noviziato. Solo nel giugno 1846, quando la salute di Eugenia de Gramont era parecchio incerta, ritornò all'hótel Biron. Dopo la morte della madre de Gramont, portò insieme le cariche di superiora generale e di superiora locale, certo per ridare il medesimo spirito alle sue figlie e disarmare gli ultimi rancori. Più che mai cercava di separare la casa madre dall'educandato, perché alla Rue de Varennes le famiglie delle alunne erano in grado di tentare interventi sul governo della Società. Si applicò pure con le sue lettere circolari a rianimare il vero spirito della Società, quello delle origini.

Tale crisi aveva pure rivelato quanto Maddalena Sofia fosse legata alla sede apostolica:

Anche per me, la mia bussola sarà Pietro, il Vicario di Gesù Cristo; non possiamo dunque ingannarci, né l'una é l'altra finche saremo su questa strada; ora, piuttosto morire che uscirne mai... aveva scritto alla Madre Hardey, superiora a Saint-Michel in Luisiana, il 15 giugno 1841. L'umile Madre Barat aveva sempre voluto sottomettersi alla Chiesa. Fra il 1839 e il 1843 lo fece in modo speciale. Tale sottomissione fu costosa, addirittura straziante, poiché la fondatrice pareva essere costretta a scegliere fra l'autorità episcopale e l'autorità pontificia.

 

IV La "rifondazione" della Società del Sacro Cuore

Nei mesi e negli anni che seguirono la crisi, Maddalena Sofia Barat volle riprendere in mano la situazione. Cercò di dare impulso nella sua congregazione a una vita rinnovata, e la sua azione può esser assimilata a una "rifondazione" della Società. Cominciò con la casa della rue de Varenne che tentò di "riformare". In realtà voleva ridare a tutte le religiose, soprattutto a quelle che erano entrate dopo il 1815, uno spirito conforme a quello delle origini. Richiese di essere più esigenti in occasione delle entrate in noviziato. Raccomandò alle Maestre delle novizie di vegliare a formare le giovani religiose nel rispetto dell'obbedienza e di dare a tutte il medesimo spirito. Più che mai il "Cor unum" doveva essere il frutto di una pratica delle virtù essenziali, soprattutto della preghiera e della povertà. Insistette quanto più poteva sulla pratica di quest'ultima.

Il successo della Società del Sacro Cuore attirava delle ragazze che dovevano essere dotate di una buona cultura poiché erano chiamate a collaborare all'opera educativa della congregazione. Di conseguenza, tenuto conto della struttura sociale della Francia nel XIX secolo, venivano spesso da famiglie di notabili, il che però non significa che fossero ricche. Maddalena Sofia Barat ha sempre accolto ragazze senza dote e senza prospettiva di ricevere una qualunque eredità. Inviando a Kientzheim una religiosa, scrisse alla superiora: Non ha niente, dovrete fornirle tutto, ma i poveri di Gesù Cristo non sono forse la benedizione delle nostre case? Si sapeva però che la Società era ricca, e lo era, poiché circa dieci anni dopo la morte della fondatrice, in occasione della stima dei beni delle congregazioni francesi, il Sacro Cuore che non era più tra i primi venticinque per il personale, si trovava in testa per i beni. Ma tale situazione si spiegava con alcuni grandi apporti forniti da un piccolo numero di religiose.

Lo stabilirsi delle case in dimore spesso spaziose poteva sia attirare che scoraggiare le vocazioni. La madre Barat ne era cosciente e ne soffriva perché, per attrattiva personale, desiderava praticare una stretta povertà. Nel 1824, racconta la madre Cahier, arrivava alla rue de Varenne una giovane postulante: "Conoscendo poco la vita religiosa, disse poi, e meno ancora il Sacro Cuore, mi ero fatta un'idea molto povera e austera della casa in cui volevo entrare. Rimasi dunque penosamente sorpresa vedendo l'hòtel Biron; mi chiedevo se Dio che mi dava il gusto dell'abnegazione e della povertà non mi chiamasse altrove. Subito mi condussero dalla madre generale; la trovai occupata a rammendare una cuffia di flanella che aveva già tre o quattro pezze di diversa qualità; tale vista mi rassicurò, facendomi capire che una reale povertà si nascondeva nella Società sotto le forme di un benessere apparente".

L'attrattiva di Sofia Barat per una vita semplice e povera si ritrova nelle Costituzioni del 1815. Le religiose del Sacro Cuore devono "amare la povertà come una madre", "darle in ogni circostanza prove del loro tenero affetto". Il paragrafo consacrato alla povertà si chiude con una solenne ammonizione, non solo in accordo con la tradizione della vita religiosa, ma che viene dritto dritto dalle convinzioni personali della fondatrice: "Tutte siano intimamente persuase che il vero spirito di povertà è così essenziale alla Società del Sacro Cuore di Gesù che, se venisse a perdersi, Gesù Cristo non la riconoscerebbe più per sua, e l'abbandonerebbe a se stessa, cioè ad una prossima rovina".

Così la Superiora generale ha vegliato con cura gelosa sulla pratica della povertà e ha tentato di evitare molte deviazioni delle sue figlie. Poiché, scriveva, la povertà è la virtù sulla cui pratica non dobbiamo mai dire: basta così. Perciò rifiutava di servirsi di doni che le sembravano troppo dispendiosi e lo spiegava alle donatrici:

Ieri l'altro, cara Matilde, madre Henriette Coppens mi ha mandato il bel sacco da notte che vi siete presa cura di ricamare con tanto gusto e abilità. Esaminando e ammirando il lavoro, non ho potuto, figlia mia, che apprezzare i sentimenti che avevano fatto muovere le mani, e l'intelligenza per dirigerle. Credetelo, le apprezzo e il ricordo me ne sarà caro! Ma vi anno troppo nel Signore per nascondervi la mia pena nel vedere il tempo e la pena impiegate a fare un lavoro del tutto inutile, in quanto è contrario al voto di povertà. Io non adopero neppure uno sgabellino ricamato, come potete pensare che potrei servirmi di un così bel lavoro per i viaggi, quando ciò che si adopera in questi casi è sacrificato!

Ah! Come avrei gradito cento volte di più ricevere un paramento ricamato dalle vostre care novizie, che non sarebbe costato di più. Ma è fatta, e non c'è rimedio; ma sia, figlia mia, il primo e l'ultimo lavoro di tal genere, perché non li riceverò più, e ne provo ancor più dispiacere perché da anni non cesso di ripetere che dobbiamo rimproverarci troppa ricercatezza nei nostri parlatori, proprio a causa di tali oggetti troppo belli per parlatori di religiose; e anche Gesù non benedice, credetemi, perché dovremo rispondere di tutti questi oggetti inutili, del tempo perso, del cattivo esempio che abbiamo dato in tale Materia. Non prendete queste abitudini, figlia mia, e inculcate alle vostre novizie in tutto e per tutto lo spirito di povertà e di semplicità, le due pietre fondamentali della vita religiosa; se mancano, seguirà la rovina, come leggiamo nelle nostre Costituzioni...

Queste raccomandazioni erano senza appello. E tuttavia ci fu recidiva, il che diede alla Madre Barat occasione di una nuova messa a punto:

Ci tenevo ci ringraziarvi di tutti i vostri doni; ma che avete fatto? Il copripiedi così ben confezionato, così caldo, lo devo sacrificare, è troppo bello, la seta della fodera è smagliante. Bisogna dunque che rinunci ad usarlo, sarebbe contro la santa povertà. Dovevate foderarlo con qualche vecchio abito di indiana delle vostre postulanti, così avevo capito. E’ fatta, e ve ne sono ugualmente riconoscente, figlia mia, poiché avete voluto che questo copripiedi fosse buono e bello, occorreva solo la prima qualità! Direi altrettanto della lana, questa l'adopereremo, ma un'altra volta non cercate più cose tanto ricercate per la vostra madre! D'accordo?

Di conseguenza la madre Garabis si accontentò di mandarle i più bei frutti del giardino: Madre Barat li trovava troppo belli, ma non poteva rifiutarli e aveva la possibilità di condividerli con le altre religiose della comunità!

Le costruzioni troppo costose le apparivano come una controtestimonianza. Pauline Perdrau ricorda che ripeteva:

E' assai doloroso per me abitare antichi palazzi, castelli grandiosi, abbazie o conventi sfuggiti alle devastazioni rivoluzionarie, senza innalzare per la Società, per noi stesse, degli edifici troppo belli ... Passino ancora le belle cappelle! soprattutto a motivo delle alunne.

"Ho visto spesso, continua la madre Perdrau, la nostra madre piangere quando in ciò si era creduto di poter sorpassare le sue intenzioni, o anche quando, per sorprese dell'architetto o per malintesi, i progetti e le spese ammesse venivano superati. Questa venerata amante della santa povertà si trovava di fronte a un insieme o a un particolare che non rientrava nella convenienza che esigono le nostre opere con le persone del mondo".

La corrispondenza della madre Barat contiene numerose proteste contro eccessi di tal genere. Nella maggior parte dei casi, non poteva punire perché i lavori erano già stati effettuati. Poté talvolta fermarli, e far terminare un edificio in tutt'altro stile da quello che era inizialmente previsto. Così interruppe a Montigny la costruzione di una cappella in stile neogotico in cui si erano troppo superati i limiti. E' vero che l'architetto aveva dovuto andare molto lontano, poiché il Prefetto della Mosella aveva scritto al Ministro di Culti che le religiose del Sacro Cuore "avevano fatto costruire un magnifico convento con annessa una magnifica cappella gotica". Chiese maggior misura a Poitiers, a Sarrià e in molte altre case e, al momento del trasferimento a Conflans, diede consigli di grande semplicità. Volle addirittura far sopprimere un mancorrente di mogano alla rampa delle scale. Vi rinunciò solo quando l'architetto le dimostrò che il mogano era un legno più facile degli altri da lavorare e che non era più un materiale di lusso. Al momento della costruzione della casa madre, boulevard des Invalides a Parigi, criticò certi ornamenti ai riquadri delle finestre che davano sul giardino. Tenne fermo in ogni caso per quanto riguardava il suo appartamento. Malgrado le proteste delle sue figlie, folle che la sua camera fosse di piccolissime dimensioni.

Madre Cahier fa riferimento a una conferenza della madre Barat a religiose che, a Roma, erano sul punto di pronunciare i voti definitivi per chiarire il modo in cui vedeva la povertà e la proprietà dei beni al Sacro Cuore:

Quanto richiede il buon funzionamento di un educandato non poteva accordarsi con lo spogliatnento assoluto, tua conservando, secondo le leggi dello Stato, dei mezzi di sussistenza, li si mette in comune. Sono adoperati a provvedere indistintamente ai bisogni di tutte, a fare e a sostenere le fondazioni, facilitano l'entrata di soggetti che non hanno beni di fórtuna e permettono di assistere le membra sofferenti di Gesù Cristo sia con elemosine, sia con orfanotrofi. Le religiose individualmente non possiedono niente, e nessuna può disporre di nulla per i suoi bisogni personali, tanto meno per oggetti inutili. Gli abiti, il cibo, tutto ciò che è necessario, viene loro distribuito da quella che ne è incaricata, senza che nessun'altra debba preoccupar­sene. La superiora generale stessa, proprietaria dei beni della Società davanti allo Stato, non può adoperarli che nell'interesse dell'istituto e per la gloria di Dio. Infine, se per l'abitazione abbiamo dovuto cedere qualcosa alle esigenze del mondo, se non risparmiamo niente di quanto può contribuire al benessere delle alunne secondo la loro condizione, tutto quel che è ad liso della comunità deve rimanere nella semplicità religiosa, il necessario e nient'altro..

Ricordando le parole del divino Maestro, "le volpi hanno le loro tane, gli uccelli il loro nido e il Figlio dell'Uomo non ha dove posare il capo", insisteva sulla necessità del distacco e riassumeva così la pratica della povertà: non avere nulla per sé, non tenere a nulla, esser contenta quando ci manca qualcosa ".

Tale insegnamento riassumeva quello delle Costituzioni, e diede vita ad una pratica della Società intera. Ma fin dalle origini la madre Barat fece riservare alle alunne la parti migliori delle case, mentre le religiose erano sistemate nelle zone di servizio, preparate a loro uso in modo spesso assai sommario.

Dopo il 1852, mentre l'età avanzava e la stanchezza cresceva, la madre Barat viaggiò molto meno che nel passato. Dopo il 1860 non lasciò più la sua residenza. Sua preoccupazione era ormai di far continuare alle sue figlie l'adattamento della Società ai bisogni dell'epoca e, per assicurare l'esistenza della congregazione per l'avvenire che Gesù le ha preparato, per raccomandare, scrisse alle Superiore della Società, a quante vivranno dopo di me di raddoppiare lo zelo, l'impegno, se è possibile, per raffòrzare e consolidare questa Società sulle basi delle virtù religiose, specialmente quelle che sono più adatte alla nostra vocazione: un'umiltà senza limiti, uno zelo ardente per la salvezza delle anime, una generosità nel sacrificio che nessun ostacolo frena, quando si tratta di procurare la gloria di Gesù. Ma ella voleva che anche dopo la sua morte il generalato passasse in modo pacifico. Durante il Consiglio generale del 1864 la fondatrice presentò le sue dimissioni che furono respinte. Madre Josephine Goetz, scelta poco prima come assistente generale, fu nominata vicaria generale. Aveva il compito, come spiegò la madre Barat all'insieme delle religiose, nel tempo di forzato riposo a cui mi condanna così spesso la malattia, di portare le sollecitudini del governo generale, in modo che niente ne soffra.

Un anno dopo, il 25 maggio 1865, giorno dell'Ascensione, Sofia Barat moriva, dopo una breve agonia, nella casa madre del Boulevard des Invalides. I suoi funerali a Parigi e la sepoltura a Conflans furono seguiti da una vera folla di religiose, di alunne, di ex-alunne, di parenti e di autorità civili e religiose. Al di là della sua persona, tale omaggio era reso all'opera che aveva realizzato nel campo dell'educazione della gioventù e alla spiritualità che aveva contribuito a diffondere in Francia e nel mondo.

 

Capitolo IV

UNA DONNA APPASSIONATA PER L'EDUCAZIONE DELLA GIOVENTÙ

Durante il Terrore, Maddalena Sofia avrebbe detto a se stessa: Vogliono impedire ai preti di insegnare il buon Dio; ah! quando sarò grande, io li aiuterò. Vero o non vero, fin dalla sua fondazione la Società del Sacro Cuore si diede uno scopo educativo che doveva effettivamente diventare un elemento essenziale della sua missione. A questo proposito essa realizzò gli obiettivi del padre de Tournély, che voleva religiose competenti e formate per una missione educativa.

 

I. Il posto dell'educazione nella Società del Sacro Cuore

L'educazione fece parte del carisma fin dalle origini. Tuttavia non costituiva lo scopo, ma il mezzo per realizzare un fine, glorificare il Cuore di Cristo. Nel 1815 le Costituzioni presentarono così questo programma: "L'educazione cristiana delle giovani del mondo è il primo e più importante mezzo impiegato dalla Società per onorare il Divin Cuore di Gesù, a cui essa è consacrata". Del resto, la prima comunità era stata fondata ad Amiens per occuparsi di un educandato nel 1801.

Se proviamo a sintetizzare gli elementi fondamentali della missione educativa della Società fin dall'origine, constatiamo che sono numerosi. L'educazione è anzitutto percepita come un'opera di fede. In ogni caso la diffusione della fede è il primo scopo che vuole raggiungere: "Anzitutto occorre che le religiose chiamate a contribuire all'educazione delle giovani siano vivamente penetrate dell'importanza di quest'opera e delle grandi conseguenze che ne deriveranno per la propagazione della fede, l'onore della religione e la ricostituzione dei buoni costumi, della vera e solida pietà nel mondo". Per Sofia Barat e per la Società, lo scopo da raggiungere è proprio l'educazione cristiana della gioventù, conquistarla al Cuore di Cristo. Tale è la materia del quarto voto. Occorreva dunque collegare istruzione ed educazione in modo che la prima fosse subordinata alla seconda. La madre Barat scrisse alla madre Hardey, superiora negli Stati Uniti, nel 1848:

Che sono le scienze, le arti, in confronto alle virtù solide che dobbiamo inculcare alle nostre alunne? sabbia, polvere che il vento porta via, e quand'anche non dovessimo considerare il maggior interesse, il solo, l'unico, la salvezza delle anime, anche le persone più superficiali prefériscono sempre una donna modesta, laboriosa, consapevole dei suoi doveri piuttosto che una donna meravigliosa che amasse solo i piaceri e la vanità.

A motivo della prospettiva soprannaturale del suo ruolo educativo, la Società del Sacro Cuore volle salvaguardare per quanto poteva la sua indipendenza nei confronti dello Stato in campo di insegnamento. Perciò la Superiora generale rifiutava di allineare i suoi programmi sull'insegnamento pubblico e, per motivi di coscienza, di accettare le ispezioni delle autorità scolastiche. Ma, per non dar campo alle critiche dell'esterno, occorreva evitare ogni cedimento della qualità degli studi, poiché se scadiamo nella scienza dell'insegnamento, forniamo loro armi contro di noi. Perciò nel 1845 la madre Barat nominò la madre Aimée d'Avenas maestra generale degli studi. Parte del compito di quest'ultima era l'ispezione delle scuole della Società, la spiegazione del piano di studi, la condivisione della sua esperienza e l'introduzione di una collezione di manuali, perché non ci si poteva più accontentare di quaderni copiati a mano con molto dispendio di tempo. Incontestabilmente la madre Barat ha operato in favore del riconoscimento del famoso "carattere proprio" così spesso reclamato dall'insegnamento delle congregazioni o da quello libero in seguito.

La cura di affermare l'autonomia della Società del Sacro Cuore in materia di insegnamento fu tuttavia sorgente di conflitti gravi con le autorità pubbliche. In Savoia, lo stato sardo pretendeva di imporre ispezioni. Appoggiandosi sui vescovi che l'avevano assicurata del sostegno del Papa a tale riguardo, la madre Barat preferi veder chiedere l'educandato di Chambéry. Era l'anno 1855:

Malgrado ci costi veder consumarsi tale soppressione, scrisse alla superiora di Chambéry, non possiamo né dobbiamo impedirla, la nostra coscienza vi sarebbe impegnata e il nostro buon Maestro noti benedirebbe più il nostro lavoro. Faremo dunque questo penoso sacrificio all'integrità dello spirito della nostra Società.

L'evoluzione generale della politica o le circostanze particolari richiesero talvolta un'attenuazione di questa posizione intransigente. Nel 1845 la madre Barat aveva capito che la superiora di Lemberg, in Austria, aveva dovuto accettare l'ispezione del livello delle maestre del suo istituto:

...Secondo le spiegazioni che mi avete dato sui vostri esami, non ho potuto che approvarvi. Questa misura è una triste necessità e saremo felici finché conserveremo intatto il nostro modo di essere; soffriremo molto nel nostro paese a questo riguardo, commentò. Ma questo non le impedì, nel 1857, di scrivere alla madre Hardey, che si occupava della fondazione dell'Avana, a Cuba:

Accettiamo, sì, ma prima di stabilirci, di condurre delle fòndatrici, avevo capito che sareste andata voi sola, per intendervi con le autorità locali, assicurarvi che si accolgano le nostre Costituzioni, che non saremo obbligate ad esami universitari o ad altre esigenze contrarie al nostro spirito.

Nel 1859 accettò il principio dell'ispezione per le scuole esterne francesi, perché lo Stato, dando prova di buona volontà, aveva accolto le proposte dei vescovi che sedevano nel Consiglio superiore dell'Istruzione Pubblica: gli educandati, considerati come in clausura, dipendevano solo dall'ispezione dell'autorità ecclesiastica; ma le scuole, che non si trovavano in clausura, erano obbligate all'ispezione delle autorità civili:

Poiché la questione è stata chiusa così, non ci è più possibile invocare un diritto contro cui l'autorità si è fòrtnalmente pronunciata; ho dovuto, da quel momento, consigliarmi, pesare bene la decisione che dovremo prendere le conseguenze che potrebbe avere ogni decisione che produrrebbe un fulmine, come chiudere le nostre scuole, protestare ci sono parse non poter essere che faziose e inopportune. Ci accuserebbero di ostinazione, di opposizione sistematica alle leggi e al governo; non ho bisogno di esporvi le conseguenze che ciò potrebbe avere, voi ne capite tutta la gravita. Inoltre non potremmo rinunciare a un'opera che ci prescrivono le nostre Costituzioni e sottrarci alla legge se non nel caso che la nostra coscienza.fósse realmente posta in causa; lo sarebbe ira tale circostanza solo se in seguito alle visite avessero luogo abusi reali. Così hanno giudicato persone competenti e amiche che abbiamo consultato; queste ci hanno chiesto di impegnarci a non caanbiare in ostilità, col nostro rifiuto, disposizioni che hanno giudicato benevole...

Di conseguenza la madre Barat chiese alle superiore, nel caso in cui ciò risultasse utile, di aprire le classi gratuite all'ispezione, di accompagnare loro stesse gli ispettori che potevano solo esaminare i libri adoperati, ma non avevano il diritto di interrogare le bambine.

Al Sacro Cuore l'educazione passava attraverso una formazione da persona a persona. Alla madre Anna du Rousier la fondatrice chiese di assicurarsi che ciascuna delle sue allieve fosse curata in tutto come se fosse l'unica: in fòndo così dev'essere, i genitori hanno il diritto di esigerlo. Poiché si desiderava dare ad ogni bambina l'attenzione e la cura necessaria per assicurare una formazione accurata, gli educandati troppo numerosi non erano graditi. In una lettera indirizzata ad una religiosa che doveva essere maestra generale a Sarrià, in Catalogna, la madre Barat spiega le attitudini necessarie per questa carica e per giungere allo scopo desiderato:

Ah! figlia mia, che perfezione esige questa carica: bisogna essere dolce, paziente e tuttavia ferma, perché la debolezza rovinerebbe tutto. Bisogna che i genitori siano persuasi, come i loro figli, che si vuol loro bene; e tuttavia, se si testimoniasse loro un affetto troppo tenero, ne abuserebbero. Che fare dunque? Ah! rivestirsi di Gesù Cristo, praticare le sue virtù ad un alto grado - almeno tendervi - darsi alla preghiera e alla rinuncia all’io; allora, Gesù dirige, Gesù ispira ciò che occorre fare in questa o quella circostanza. Qui, impossibile dare regole e consigli sicuri per tutti i casi in cui ci si trova, poiché un mezzo che si usa per formare una bambina alla virtù, per correggere il suo carattere, riesce per una e sarebbe il contrario per un'altra. Tocca allo Spirito Santo guidare e ispirare questi diversi modi. E a chi li insegnerà, se non all'anima umile, spoglia di interessi personali, che non cerca e noti vuole che quelli del Maestro che serve?

Da questi orientamenti derivava uno stile di vita particolare, che documentano i Regolamenti degli educandati. I programmi erano stabiliti sui "valori fondamentali". Ma l'educazione era percepita come qualcosa che doveva essere in stretto rapporto con i bisogni e le strutture della vita sociale. Le alunne erano suddivise in "classi", l'educazione era assicurata da una maestra di classe che doveva essere una specie di tutore per le bambine. Nel 1851 la madre Barat rifiutò di organizzare l'insegnamento in "corsi" perché tale proposta era stata considerata come capace di distruggere, senza ottenere i vantaggi che si crede vedervi, il mezzo più potente del nostro modo di educazione, voglio dire l'azione costante di una maestra di. classe davvero religiosa che, nella dipendenza della maestra generale e della superiora, sa profittare con abilità e zelo di quanto le mettono in mano le scienze che insegna, per arrivare allo scopo principale, formare lo spirito e il cuore delle sue giovani alunne.

Negli educandati il compito principale toccava alla maestra generale, incaricata di vegliare sulle maestre di classe e sulle bambine. Santa Maddalena Sofia ha insistito a più riprese nella sua corrispondenza sull'importanza di questa missione: la prima missione della Società, il compito più importante di tutti, quello per cui la Società è stata fòndata, una missione che invidiava: Mai mi consolerò di esserne privata, almeno direttamente. Perché la maestra generale aveva un compito missionario. La vostra missione vale quella di un apostolo, di un missionario in Cina forse, scrisse alla madre d'Avenas. Occorreva quindi essere un Francesco Saverio.

 

II. Maddalena Sofia e la missione educativa della Società

Madre Barat ha incarnato la missione educativa della Società del Sacro Cuore. Anzitutto perché fu lei stessa un'educatrice. Era stata preparata a questo compito dalla sua formazione. Se ben presto non le toccò più dedicarsi all'istruzione propriamente detta, esercitò per tutta la vita un influsso sulle religiose di ogni età in materia di formazione, sulle bambine ed anche sui loro genitori. Nelle lettere e nelle conversazioni si è espressa sul modo in cui concepiva l'educazione, senza mai redigere un trattato.

Ma le testimonianze delle ex-alunne, raccolte al momento in cui si preparava un'eventuale beatificazione, i racconti delle religiose mostrano spesso Maddalena Sofia in mezzo alle bambine: questi aneddoti pieni di freschezza rivelano incontestabili qualità di educatrice. Amava presiedere la merenda delle più piccole, si occupava della preparazione spirituale delle prime comunicande. Vegliava pure ai particolari della sistemazione delle interne nei dormitori e Per le sue religiose, desiderava un amore davvero materno: Ogni religiosa votata alla gioventù deve prestarsi amabilmente a quei mille piccoli piaceri che fànno la fèlicità delle alunne, che saranno nostre e in fàmiglia solo a questo prezzo. Senza questo sguardo, senza questa cordialità abituale, attinta in. quella di Gesù, non parlatemi di uria supposta religiosa del Sacro Cuore; quella non ha ancora capito l'ABC dei suoi doveri, è un'albergatrice.

Così commenta Pauline Perdrau:

"Non si saprà mai con quale amore dei particolari le nostre prime madri hanno amato l'infanzia e la gioventù. (...) Un difetto di cuore, di previdenza in tale argomento, era così grave ai loro occhi che i più seri ammonimenti erano dati alla religiosa noncurante, alla sorella negligente. "Ci pesavano sul peso del nostro amore per le nostre bambine", dicevano queste madri animate dallo spirito delle origini. Una tendenza all'egoismo cancellava ai loro occhi preveggenti ogni scienza, ogni distinzione morale o fisica, e senza pietà. Mi ricordo con spavento di certe sgridate rivolte pubblicamente in comunità dalla nostra Madre a qualcuna delle nostre per aver dimenticato una bambina da sola in dormitorio."

Secondo la madre Cahier, "niente addolorava il cuore della madre Barat come la mancanza di impegno nell'opera dell'educandato e gli sbagli che una puntuale sorveglianza avrebbe potuto evitare". Erano appunto queste cure materne e assidue che affezionavano le bambine alla Società.

La madre Barat manifestava un affetto vivissimo per le bambine. Alla Trinità dei Monti, all'hóte1 Biron, a Parigi, aveva deciso che sarebbe stata lei la maestra generale del Piccolo Educandato. E' vero che anche bambine molto piccole furono affidate talvolta alle religiose. L'hótel Biron accolse un bebè di diciotto mesi di cui era appena morta la mamma, e il padre, ufficiale di cavalleria, non voleva affidarne la cura al suo attendente! Ma giungevano anche molte bimbe fra i quattro e i sette anni, le cui madri erano sovraccariche di occupazioni mondane. Questa situazione indignava la madre Barat che la commentava così:

Non è né morale né cristiano affidarci bambini ricchi al di sotto dei sette otto anni, le mamme sono fatte per educarli in questa prima età. Ma ciò le disturba, le costringe a non frequentare il mondo quanto lo desidererebbero, e questi gioielli del Cuore di Gesù, questi tesori d'innocenza sono lasciati alle domestiche durante le notti di festa, di spettacoli, di balli. Ah! che durezza! La Sacra Scrittura paragona queste madri agli struzzi, che abbandonano le loro uova sulla sabbia ai raggi del sole!

Lei stessa aveva bisogno di giovani presso di sé. Ho fame di rivedere delle bambine, diceva talvolta, o, in modo più pittoresco, Come gli orchi annusano la carne fresca, io percepisco un'anima davvero infantile. Ho bisogno di respirare l'atmosfera della giovinezza a cui siamo votate.

Aveva voluto separare la casa madre dall'educandato fin dal 1850, per maggior tranquillità ma, a Rue Cassini, le mancavano le bambine. Quando fu al boulevard des Invalides, la barriera che separava la casa madre dall'hótel Biron era spesso superata, sia da lei, sia dalle bambine che invitava a venirla a raggiungere. Sapeva raccontare delle storie appassionanti per il suo uditorio. Diceva: Al Sacro Cuore la gioventù è a casa sua, in.fàmiglia.

La Madre Barat aveva abbastanza spirito per apprezzare gli scherzi delle educande. A Trinità dei Monti disse un giorno a una religiosa:

Venite a veder sfilare l'educandato (...) non ho visto le bambine oggi, ciò mi manca. E i suoi sguardi s'attardavano con tenerezza sul piccolo educandato. Un vassoio di dolci spolverati di zucchero si trovava su un asse di servizio vicino alla porta d'entrata; la sorvegliante, un po' nuova nel suo impiego, camminava in testa alle sue dieci o dodici monelle, con gli occhi modestamente abbassati e senza volgersi né a destra né a sinistra. La prima ragazzina si piega passando e sfiora passando con un colpetto di lingua la superficie del dolci attraenti; il cattivo esempio è contagioso: ognuna ripete l'esperienza, finché le ultime, in punta di piedi, arrivavano allo scopo sporgendo un po' più la lingua. Madre Barat rideva di cuore; quando tutte furono entrate, scese dicendo: Vado a vedere i baffi bianchi che devono essere il risultato dell'impresa. Si guardò bene dal denunciarlo, ma diede ordine che in seguito i dolci fossero pronti sulle tavole prima dell'arrivo delle bambine, aggiungendo: È meglio allontanare le tentazione dalle bambine che sgridarle, quando la nostra mancanza di previdenza le ha esposte a sbagliare. Poi raccomandò alla giovane maestra di camminare dietro le bambine e non a capo fila.

Il suo senso materno le faceva capire i problemi di certe alunne, le loro reazioni a prima vista curiose o la loro natura difficile. A una religiosa che si lamentava di una bambina e le diceva: "Non ho mai visto un essere così strano", rispose:

Eppure, sono proprio quelle le bambine che preferisco. Non ha più la mamma, vero? La Società del Sacro Cuore è fondata per queste bambine. Siamo incaricate di salvare le loro anime.

Raccomandava di evitare le severità e di mantenere viva la fiducia. Ad una religiosa, Adrienne Michel, scrisse il 5 agosto 1816:

Vi raccontando le bambine. Di grazia, abbiatene una buona opinione e non trattatele con severità; bisogna amarle. Sono sgradevoli per molti anni, ma poi offrono maggiori risorse delle altre. Soprattutto, non fate paragoni, e non possano pensare che rimpiangete le alunne che avete lasciato altrove; il loro orgoglio non potrebbe tollerare questa preferenza e non vi amerebbero rnai.

Lei stessa diede prova d'indulgenza verso le bambine difficili. Un celebre aneddoto riguarda Annette de le Rochejacquelin, particolarmente agitata e distratta, ma molto affezionata alla madre generale:

"Un giorno in cui una colpa commessa dalla sua protetta richiedeva una punizione esemplare, la bambina non vide altra risorsa per sfuggirvi che di recarsi presso la madre generale allora indisposta. Ingannò la sorveglianza, corse nella sua camera; mentre sfogava il suo cuore con molte parole, qualche colpo bussato alla porta le fece supporre una visita temuta. Era la maestra generale che veniva a raccontare i fatti; poiché la colpevole poco amava il confronto, s'infilò rapidamente sotto il letto. Da tale rifugio improvvisato, ascoltò i giusti lamenti della sua maestra, poi la dolce voce della Madre che scusava che scusava la sua debole bambina trascinata dalla vivacità, dall'impeto di cui non sempre era padrona, ma animata di buoni sentimenti che avrebbero avuto la meglio sul suo carattere. Durante questa conversazione il pentimento vinceva il cuore della piccola rifugiata; commossa da tanta bontà confessò e pianse la sua colpa..."

In campo educativo, l'atteggiamento di Maddalena Sofia era guidato da un profondo e autentico rispetto della bambina e da uno sguardo di fede sulle alunne. Occorreva, come lo chiedevano le Costituzioni "che le religiose siano capaci soprattutto di vedere nelle bambine loro affidate anime riscattate dal sangue di Gesù Cristo".

Rispettiamo, diceva, onoriamo l'anima di questa piccola creatura fatta ad immagine di Dio, che ha già la possibilità di scegliere il meglio se ci occupiamo di risvegliare la sua ragione, di fàr agire il suo giudizio.

Di conseguenza il Piano di studi del 1852 raccomandò di "dirigere l'entusiasmo delle bambine verso lo studio, offrendo così un alimento utile al loro spirito", di "approfittare di ogni occasione per formare il loro spirito, il loro giudizio, il loro cuore". Poiché "lo spirito del bambino, se è aperto e sviluppato con la cura che richiede un così tenero e prezioso fiore, prende l'abitudine dell'attenzione e della riflessione, che sono le basi di ogni retto giudizio e di ogni solida istruzione". Come ha notato la madre Stuart, che fu lei stessa una notevole educatrice, all'epoca del piano di studi ci si proponeva di rendere capaci le alunne di giudicare bene cose e persone; di distinguere tra "ciò che è prezioso e ciò che non lo è".

Il rispetto può assumere varie forme. La madre Cahier ha parlato del tatto della madre Barat nei confronti delle giovani allieve di cui occorreva salvare le confidenze, presso cui era necessaria una presenza totalmente disponibile:

Datevi con le bambine, chiedono di esser guidate con fermezza, e insieme con bontà. Se siete in classe, fatele lavorare molto, il lavoro è tutto per le anime dopo il timore di Dio e del peccato. Alla ricreazione, siate tutte per il gioco perché ci si interessino; allo studio, mantenete un silenzio perfetto, l'ordine, ma senza rigidezza; in dormitorio, abbiate per loro cure e attenzioni materne, pur senza mancare di dignità. Conquisterete così i loro cuori e potrete far loro del bene, conquistateli per Gesù e non per voi stesse, perché così tutto sarebbe guastato.

Tale atteggiamento doveva tradursi in applicazioni concrete, nell'attenzione posta all'equilibrio fisico e alla salute delle bambine. Bisognava per esempio vegliare sulle alunne la cui spina dorsale aveva tendenza a curvarsi, e far loro portare la cartella con l'altro braccio. Alla madre de Gramont, che era austera per sé e per gli altri, scrisse da Metz in piena canicola:

Farete bene, finché dura il caldo, a dare alle bambine un po' d'abbondanza (acqua tinta con lui po' di vino!) a colazione e a merenda, e limonata durante il giorno. Queste piccole precauzioni evitano le malattie. E così, finché ci sarà la luna, non potrebbe ogni religiosa, la sera, passeggiare con una dozzina di bambine, oppure ogni maestra prendere la sua classe? Senza tale precauzione, non c'è modo di andare in giardino di giorno, se il caldo a Parigi è come a Metz.

Alla stessa religiosa precisò una volta:

Voi curate a meraviglia le malate, ma trascurate troppo le indisposizioni e non prevenite le malattie. Questo è materia di coscienza, poiché rispondiamo dell'anima e del corpo delle bambine.

Rispettare la bambina voleva dire pure non cercare di affrettare il suo adattamento, tollerare che la nuova educanda impieghi del tempo per accettare, per esempio, di portare un grembiule sul suo vestito d'uniforme o per mangiare ciò che le si offre in refettorio. Adattarsi al suo ritmo significava capire la suo pena al momento della separazione dalla famiglia, e di conseguenza, non lasciarla sola la prima sera. Era ammettere di non imporre il battesimo a ragazzine che non l'avevano ricevuto.

Maddalena Sofia stimava pure che un clima particolare era necessario allo svegliarsi della personalità. Nel Piano di studi del 1805 insiste sull'atmosfera di gioia e di libertà che deve regnare negli educandati. Certo si sorvegliano le amicizie che nascono tra le alunne, per "rompere quelle che fossero sospette", ma anche "per incoraggiare quelle che sono lodevoli". "Si osservano le loro divisioni per favorire gli accomodamenti, i torti per facilitare le riparazioni. Si entra nelle loro conversazioni per ispirare loro la riservatezza e la discrezione, nelle loro ricreazioni per bandirne la tristezza, non meno funesta della dissipazione. Infine ci si serve di tutto, anche dei giochi per formare la loro intelligenza". Poiché "le maestre, lungi dal forzare il gusto delle alunne, lasciano loro libertà di inventare i loro giochi. Si limitano ad osservarle con un volto gioioso e di moderarle se si riscaldano troppo". La stessa qualità di moderazione e di benevolenza doveva regnare negli altri aspetti della vita dell'educandato. Poiché le donne dovevano sapersi vestire "cercando senza affettazione l'ordine, la proporzione, e il gusto negli abiti", l'uniforme doveva esser semplice, ma graziosa. Il corredo comprendeva i nastri dei cappelli di paglia, le bordure di velluto nero degli abiti di Nanchino.

Due altre caratteristiche presenti nell'educazione al Sacro Cuore venivano certamente dalla fondatrice. Si tratta anzitutto del senso di responsabilità da sviluppare per le future padrone di casa. Nel Piano di studi, questo impegno è affidato da un'iniziazione all'economia domestica, al tenere un budget, allo svolgere, a turno, certi servizi materiali della casa. Ma le educande dovevano pure esercitare un apostolato con i bambini della scuola gratuita, insegnare loro il catechismo, prepararli alla prima comunione o a fare sforzi per le "missioni", che si svolgevano allora per tutto il paese. Bisognava formare donne forti, virtuose, attraverso la féde. Maddalena Sofia pensava che il futuro poteva riservare molte sorprese a queste ragazze favorite dalla nascita e dal patrimonio:

Avranno tanto da lottare un giorno, che hanno bisogno di acquistare o di irrobustire lo spirito di fede, e quell'energia, basata sulla virtù che non si ritrae davanti ad alcuna difficoltà, ad alcun sacrificio... Bisogna opporre alla mollezza, alla depravazione dei costumi, virtù grandi, solide, quelle di Gesù. Bisogna formare queste ragazze che ci sono affidate, che sono attese nel mondo da tanti scogli.

Infatti le educande avrebbero dovuto in seguito assicurare la formazione dei loro figli e, forse, contribuire all'evan­gelizzazione dei loro mariti. Con spirito e pensando forse ad alcuni di essi che doveva conoscere almeno attraverso le confidenze, scriveva nel 1863:

Come la fede si indebolisce nel maggior numero, soprattutto dei giovani! Quale, futuro per le nostre alunne! E tuttavia sono la nostra speranza. Toccherà a loro ricondurre quelli che sono loro destinati (...) Queste bambine devono esser formate nelle virtù solide, e aver il carattere più amabile per legare e intenerire quei porcospini!

Per Maddalena Sofia Barat la fede doveva esser solida, e non sentimentale.

La fondatrice del Sacro Cuore si augurava che le alunne avessero il senso della realtà. Di conseguenza impregnò la formazione di un rapporto col concreto. Le più piccole erano

invitate a manipolare oggetti. Le grandi studiavano i testi originali grazie alla biblioteca messa a loro disposizione. Creavano carte geografiche. Le lingue erano studiate per scritto, ma anche oralmente e attraverso la conversazione. Tutto mirava a sviluppare nelle bambine il senso e il gusto della riflessione. Lo studio della letteratura e della storia doveva contribuire a questa formazione e condurle ad un apprendimento della filosofia che fu organizzato all'hótel Biron durante la restaurazione. Lo stesso modo con cui Luigi Barat aveva formato la sua sorella ebbe così influenza sul Piano di studi:

Un tempo il mio latino, i grandi classici, gli oratori come Bossuet, Massignon ed altri mi appassionavano, innalzavano le mie idee (...) Paragonando ciò che la memoria mi forniva della storia antica e moderna (...) giungevo a considerazioni in cui i disegni di Dio si rivelavano al mio pensiero; adoravo i decreti della sua divina volontà invece di turbarmene. Allora mio fratello osservava e coronava i miei studi con quello che chiamava analisi logiche o letterarie; infondo, me ne sono resa conto, erano veri compiti di filosofia...

L'insegnamento al Sacro Cuore doveva essere qualificato. Maddalena Sofia desiderava studi seri, e li considerava un fattore potente dell'educazione. Durante tutta la vita ha raccomandato il lavoro intellettuale alle allieve e alle educatrici. Già ad Amiens i programmi erano insieme complessi e avanzati, si aprivano alle lingue, alle scienze e alla matematica allora in evoluzione. Sotto la Restaurazione i programmi furono adattati con l'aiuto del padre Loriquet e di Mons. Frayssinous, futuro ministro della Pubblica Istruzione. Per la superiora generale, le religiose dovevano essere delle sante sapienti. Fu l'augurio che rivolse da Roma a Aimée d'Avenas, allora maestra generale, nel 1833:

Se sapeste quanto la Società ha bisogno di sante sapienti, vi affrettereste a diventarlo. Delle prime ne abbiamo qui al noviziato Romano un certo numero, ma delle seconde, niente. Ebene gettare solidi fondamenti; tuttavia l'unione delle due, virtù e istruzione, darebbe la perfézione all'opera. Così legate strettamente queste due, e coprirete tutta l'estensione della vostra vocazione.

Di conseguenza, le maestre di classe dovevano lavorare per porsi e mantenersi al livello delle loro rispettive classi. In molte lettere circolari, nel 1833, nel 1845 e nel 1864, la madre Barat è ritornata su tale esigenza, per lei capitale. Così scrive nel 1833, a proposito delle modifiche introdotte nel Piano di studi:

I cambiamenti fatti al Piano di studi, aiutate dai consigli del padre Loriquet, daranno maggior fàcilità, ma i nostri lavori sarebbero vani se le maestre non vi si conformassero con esattezza e non mettessero maggior impegno nella loro preparazione personale per formarsi agli studi.

Ad imporre tale esigenza erano in parte motivi pratici:

Le lamentele che riceviamo da ogni parte, il successo che gli educandati secolari ottengono sui nostri ci fàcevano soffrire. Abbiamo cercato con cura le cause del male. La prima è la negligenza degli studi. La seconda, lo scarso impegno a formare le alunne all'economia, alla semplicità al gusto dell'ordine e dei lavori utili. La maggior parte delle alunne esce dalle nostre case avendo imparato molte cose, ma non sapendone nessuna, poiché le maestre che non hanno una gran base di istruzione non fanno altro che sfiorare le. materie, e si attardano solo sulle più gradevoli, trascurando le altre; ne deriva in gran parte delle nostre allieve l'ignoranza dell'ortografia, dell'aritmetica pratica, del modo di scrivere correttamente e gradevolmente una lettera.

Di conseguenza le superiore dovevano preoccuparsi di dare alle maestre di classe il tempo necessario per studiare. Dodici anni dopo tornò su questo tema:

Ci si lamenta che non fàccianto progredire le alunne; che molte regrediscono sotto le nostre etani, che le maestre sono spesso al di sotto delle loro classi, che molte noti sanno l'ortografia (.... ) Alcune mamme che sotto cresciute da noi, paragonando la loro istruzione con quella delle loro figlie, notano una grande differenza; così quanti lamenti mi sono stati rivolti a tal riguardo, e purtroppo fondati; non posso dire quale deficit ho trovato su tal punto in alcune case.

In una delle ultime circolari, annunciando il programma del prossimo Consiglio generale, scriveva:

L'educazione non è più quel elle era qualche anno fà; le molte istituzioni che fanno grandi concessioni alle tendenze del nostro secolo fà sì che ci si trova antiquate. Non piaccia a Dio che vogliamo transigere col dovere e sacrificare il nostro scopo principale a queste tendenze, ma dobbiamo esaminare di nuovo quanto possiamo accordare, rivedere il nostro Piano di studi.

Dal 1835 fu annunciata la creazione di un juvenat, una specie di centro di formazione per le giovani religiose. Ci vollero lunghi anni perché un inizio di realizzazione diventasse possibile, grazie alla madre d'Avenas, nel 1849. Dal 1862 la maestra delle novizie, la madre Goetz, aveva introdotto nel programma di noviziato un corso di morale e degli elementi di logica che non ottennero favore unanime nella Società del Sacro Cuore. Fu la madre Barat a risolvere la questione in suo favore. A quell'epoca, racconta la madre Perdrau:

"La nostra madre diceva di passaggio alla casa madre, e davanti a tutte noi, parole come queste: "Le idee rivoluzionarie ritornano sul tappeto; i Diritti dell'uomo del 1789 hanno fatto la loro strada sotterranea; non bisogna farne uno spauracchio per le donne e i bambini; ma occorre che le donne e i bambini prendano un po' di conoscenza degli errori del giorno per formarsi un giudizio proprio, cristiano, per conformarsi coscientemente all'insegnamento illuminato della santa Chiesa. Viene l'ora in cui si dovrà rendere conto della propria fede. Che le nostre maestre si formino al ragionamento per formare bene le alunne".

Nel 1862 o nei mesi seguenti la madre Barat abbozzò con la madre Goetz la fondazione di un juvenat elementare. Il Consiglio generale del 1864 ne decise la nascita. La madre Goetz fu incaricata di questo tentativo. Secondo Pauline Perdrau, una delle sue confidenti, "diceva che la nostra madre fondatrice aveva spesso parlato con lei del modo migliore di sviluppare specialmente in certe religiose più adatte l'istruzione classica; e questo prima di introdurre negli educandati maestre formate a scapito delle alunne".

Una delle ultime circolari, quella del 5 agosto 1863, mostra come fu sempre una necessità per madre Barat l'adattarsi ai bisogni del tempo. La messa a punto doveva avvenire in funzione della realtà, quella dell'opera e quella delle persone al suo servizio:

Saremmo meno a corto di maestre formate se ci si imoegnasse a questo lavoro, se, invece di non vedere che il bisogno presente, gli interessi di una casa, si considerasse quanto ciascuna potrebbe esser capace di fare un giorno, con cure materne e intelligenti. Occorre anche esaminare ciò che possiamo perfezionare nella nostra educazione, che presenta ancora molti difetti, meno nelle regole che nella capacità delle maestre per applicarle. Molte, forse, non hanno i mezzi che occorrerebbero, ma soprattutto non sono state seguite, formate con costanza durante il loro aspirato per le scienze, il tono giusto, l'educazione, la gentilezza, l'amore dell'ordine che devono inculcare alle bambine (...) Gesù ci aiuterà dandoci persone capaci di capire tutto ciò che occorre riunire nella nostra vocazione: la cultura dell'anima, sotto ogni aspetto, tiene il primo posto, ma quanto riguarda l'ordine esterno, la pulizia, l'economia, il lavoro, deve esser richiesto alle maestre perché esse vi applichino le loro alunne.

 

III. Le realizzazioni

Impostare un piano educativo esigeva riflessione e discernimento. L'elaborazione doveva comportare un lavoro d'équipe che associò alla superiora generale la madre de Charbonnel e poi la madre d'Avenas. Catherine de Charbonnel, cresciuta dalle Orsoline di Monistrol, era donna assai colta che possedeva nozioni svariate e numerose. Fece un giro d'ispezione degli istituti del Sacro Cuore tra il 1815 e il 1820, date di due Consigli. Quanto a Aimée d'Avenas, molto più giovane, dato che era nata nel 1804, si rivelò una notevole educatrice. Dopo i primi voti visse a Parigi, dove fu maestra generale fino al 1848. Il suo successo all'hótel Biron fu incontestabile. Lavorò dal 1826 al Piano di studi con Maddalena Sofia, che apprezzava il suo spirito, e madre de Charbonnel, che aveva scoperto le sue qualità. Mandare questa grande religiosa molto colta a Orléans, dove fondò una casa, fu per la madre Barat un modo di stringere relazioni cortesi e fruttuose con Mons. Dupanloup, vescovo di quella diocesi, molto colto e appassionato dei problemi dell'educazione della gioventù.

Il primo piano di studi, quello del 1805, costituì una specie di sintesi delle tradizioni educative anteriori, quelle del XVII secolo, adoperate allora nei conventi di diversi ordini, quelle della Compagnia di Gesù, quelle di Saint-Cyr e di Fénelon. Fu presto rimaneggiato e ripreso cinque volte fra il 1810 e il 1852. Il numero di questi rifacimenti dimostra l'importanza annessa ad adattare il Piano di studi alle evoluzioni che si manifestavano nelle Società, ma testimonia pure l'ansia di approfondire la riflessione in materia di educazione. Dal 1820, per esempio, ci si propose di perfezionare la formazione religiosa delle bambine, di accentuare la caratteristica dello spirito di famiglia che già regnava negli educandati, di dar prova di prudenza e di riserva nella scelta dei manuali scolastici. In seguito al Consiglio generale del 1826, la madre Barat cercò la collaborazione del padre Druilhet che venne a dare all'hótel Biron un corso di pedagogia, riprodotto in seguito al Piano di studi del 1852. Nel 1833, il Piano di studi riprese in esame l'insegnamento del francese, l'uso del tempo, i programmi e i metodi d'insegnamento del corso complementare.

Al Sacro Cuore era principio fondamentale che l'insegnamento dovesse essere uniforme. Maddalena Sofia lo spiegò il 9 luglio 1820:

La Società, per la grazia del nostro buon Dio, è cresciuta con qualche nuova fondazione, e i regolamenti fatti nei primi tempi sono stati aumentati o diminuiti in ogni casa secondo quanto sembrava meglio per il maggior bene delle alunne; senza accorgercene, si sono create differenze su alcuni articoli; e poiché una delle nostre maggiori preoccupazioni è di vegliare a stabilire e mantenere l'uniformità nei nostri istituti, ci sembra urgente consolidare le case già esistenti... Questa preoccupazione dettò le osservazioni rivolte alle case della Luisiana nel 1835. Tra gli abusi segnalati, la mescolanza di alunne esterne e interne, ma anche il fatto che le classi non sorto divise con ordine; e essenziale riforrnare quest'abuso, consultare il regolamento, il piano di studi, e conformarvisi, per lo studio dell'inglese e del francese, affinché tutto sia uniforme in tutte le nostre case. Lo stesso motivo ispirò nel 1838 la revisione del Piano di studi programmata in occasione del prossimo Consiglio generale:

Se ci fòsse modo di redigere, aiutate dai lumi delle prime maestre, un piano di studi più fisso, più breve e più adatto ai bisogni attuali della Società, ne benediremmo il Signore, perché su tale argomento, come su molti altri, sotto pretesto di far meglio, ci si è allontanate dalla uniformità così desiderabile in una congregazione che sembra destinata ad estendersi in tutto l'universo, se sappiamo corrispondere ai suoi disegni su di noi.

Si trattava soltanto di una uniformità dello spirito della formazione, poiché in America e nei paesi anglosassoni per esempio l'insegnamento era beninteso impartito in inglese, e la madre Barat chiedeva di adattarsi ai costumi e ai bisogni del paese. Ricordava del resto alle religiose mandate fuori di Francia che dovevano imparare la lingua del paese che le accoglieva. Però per le case di Francia l'uniformità doveva essere totale, favorita dai piani di studio stampati. Secondo Pauline Perdrau tale uniformità nella formazione favorì il successo del Sacro Cuore.

I generi d'istituto organizzati dalla Società sono in realtà più numerosi di quanto si potrebbe immaginare. Il primo e il più conosciuto è incontestabilmente l'educandato. Era destinato ad accogliere le "jeunes personnes du monde", cioè ragazze che, dopo la loro educazione, avrebbero dovuto vivere nel mondo, "senza urtarlo", dirigere una casa e le domestiche, partecipare a una vita mondana che includeva balli e spettacoli. Maddalena Sofia condivideva la visione ígnaziana che mirava a ricostituire una società cristiana per mezzo delle classi dirigenti. Per lei la nascita implicava dei doveri: formarsi umanamente e cristianamente, e anche condurre una vita esemplare nella propria famiglia e irradiare su quelli con cui si era in relazione. La vita sociale che le educande avrebbero condotto esigeva un ritocco dei programmi loro proposti. Vennero introdotti certo i lavori d'ago, ma anche le arti "d'agrément", la danza "che dona grazia al contegno, un'aria naturale, una sorta di grazia e di educazione esterna che non è indifferente nello svolgersi della vita".

Con realismo, la madre Barat ha sempre chiesto di curare l'aspetto e scriveva con spirito a Henriette Grosier: Un quadro, per quanto perfetta sia l'opera, dice poco senza vernice: occorre per lo spirito mondano che giudica il valore solo sull'esterno, occorre dunque che il piacevole si unisca all'utile. Il pubblico accolto negli educandati richiedeva mezzi idonei. In molte lettere madre Barat lo spiega:

Curate bene e coltivate le vostre alunne sotto il duplice aspetto dell'istruzione e della virtù. Troppo spesso presso di noi qualche aspetto dell'educazione è trascurato. Si bada al solido, senza dubbio, è l'essenziale, tua si dimentica forse troppo facilmente l'accessorio: buono spirito, gentilezza, lotta ai difetti. I genitori danno gran valore a questa esteriorità (…) D'altronde la vera pietà riunisce o deve riunire tutte queste qualità, e noi manchiamo una parte del nostro scopo se omettiamo o trascuriamo la minima parte di quanto costituisce la buona educazione.

Nel 1853 riassumeva i suoi obiettivi definendo l'educazione impartita al Sacro Cuore come quella che propone una solida pietà, l'amore al lavoro in ogni senso, l'ordine, l'economia, le buone maniere, il gusto, la gentilezza semplice e naturale. L'essenziale, ai suoi occhi, era dato dalla pietà solida, le buone maniere, la semplicità e la modestia:

Sarà sempre ciò che ci affezionerà le alunne e ne attirerà la fiducia, concludeva. Senza questo atteggiamento semplice e modesto, non piacciono: è la vernice dell'educazione curata e solida.

Maddalena Sofia Barat ci tenne a spiegare l'obbiettivo prioritario di formare ragazze del mondo. In una conferenza alle maestre dell'educandato di Amiens, affermò nel 1843: Allora (alla fòndazione della Società) i poveri non mancavano di aiuti, ma le classi alte della Società erano del tutto trascurate, e dunque per loro siamo state fòndate. L'opera delle orfane, quella dei poveri è eccellente, ma nota è proprio per questa che i primi membri della Società hanno sacrificato la loro attrattiva per la vita contemplativa del Carmelo, è per delle bambine che, destinate a occupare i primi posti nel mondo, hanno bisogno di un'istruzione cristiana più solida, di un fondo di pietà più forte per sostenerle in mezzo ai pericoli che le aspettano.

Proprio per questo l'educandato era "il primo e più importante mezzo che usava la Società per onorare il divin Cuore di Gesù" e "il suo scopo primario".

Questo orientamento verso il pubblico delle classi dirigenti diede dei buoni risultati. La madre Barat voleva che si eccellesse in esso:

Di solito, riconosceva, riusciamo in questa classe elevata e dobbiamo tanto più tenerci in quanto l'educazione dell'altra classe trova mille risorse in una quantità di congregazioni religiose il cui scopo è precisamente questo genere di educazione.

Benché le ragazze della nobiltà abbiano costituito in certe case la maggioranza delle iscritte, l'educandato somigliava ad un vasto ventaglio sociale. La madre Barat si lamentò tuttavia dello snobismo che sentiva in alcuni di loro, in particolare a Parigi.

In realtà si preoccupava pure, e certo sempre più, dell'ascesa delle classi medie. Sotto la monarchia di luglio queste avevano un posto particolare nella società francese perché i più ricchi, che pagavano più imposte, beneficiavano del suffragio censitario. Già nel Consiglio del 1826 aveva proposto di instaurare un. progetto di istituto per le figlie della classe media, perché la Società potesse essere utile a tutte le classi. Tale progetto fu aggiornato, certamente per mancanza di mezzi. Probabilmente si trattava di iniziare delle scuole per esterne. Il 12 gennaio 1852, in occasione di una eventuale fondazione a Basilea, la madre Barat scrisse:

Anche se questo paese non fornisse che la seconda classe della società, c'è pure un immenso bene da forre; perché è una classe che ha maggiore influenza di quanto si creda.

Non fu sempre seguita dalle sue consigliere su questo punto, come confessa lei stessa in quest'occasione. In ogni caso, nell'ultimo decennio del suo generalato, senza che si trattasse di mescolare interne ed esterne, furono aperti istituti in città che avevano già un educandato, a condizione che ci fossero solo le prime classi e che la casa di città servisse per opere come quelle delle Figlie di Maria e i ritiri. Lille molto presto ne ebbe uno nel 1840. Marsiglia ebbe un educandato per esterne nel 1853. Poi fu la volta di Nancy, di Lione e di Metz.

L'attrattiva degli educandati del Sacro Cuore si esercitò ugualmente su ambienti non cattolici o non cristiani. Gli educandati americani si vedevano affidare bambine che venivano da famiglie cattoliche e protestanti. Fu lo stesso nei paesi anglosassoni. A Parigi l'hótel Biron, che accoglieva molte bambine di diplomatici, ebbe allieve protestanti e ortodosse. L'educandato di Algeri-Mustapha, creato nel 1842, riunì, oltre ai cattolici, bambine di confessione ebraica o mussulmana. A Parigi soprattutto l'educandato era cosmopolita perché serviva l'ambiente delle ambasciate. Era un riassunto del mondo. La madre Barat godeva di questa internazionalità che corrispondeva a quella della Società e che, pure, poteva svilupparla:

...Vedete queste Messicane, queste Valacche, queste Russe, queste Cilene, queste Peruviane che tengono all'onore di esser messe al Sacro Cuore di Parigi; fatele crescere nelle grandi verità della religione, come vogliono le Costituzioni, e sappiatelo bene, avrete aperto dei Sacro Cuore nei paesi in cari esse torneranno e ci chiameranno un giorno.

Al Sacro Cuore le "classi dei poveri" non erano al primo posto, e neppure obbligatorie, ma il progetto a loro riguardo era chiaro: "Si tenderà ad organizzarle per quanto possibile, perché sono per eccellenza l'opera più cara del Cuore di Gesù" A quest'opera le religiose dovevano aspirare in primo luogo. A quelle delle due case di Roma, quella della Trinità dei Monti destinata alla nobiltà romana, quella di Trastevere aperta per le bambine di questo quartiere povero, la madre Barat raccomandava nel 1833:

Queste due case devono rivaleggiare quanto a zelo e fervore per adempiere la sublime missione che è stata loro affidata, le prime formando alla virtù la giovane nobiltà romana, le altre prodigando le loro cure alle bambine del popolo di Trastevere. Così tutte adempiranno la loro missione. Quelle al lavoro presso le nobili saranno sempre pronte a correre al servizio dei poveri (...), quelle che sono a servizio dei poveri non rifiuteranno mai di dare le loro cure ai ricchi (...) poiché infine tutte le anime sono care a Gesù Cristo.

Occupandosi dei poveri, non si trattava di entrare in concorrenza con le congregazioni che si facevano carico delle bambine di questo ambiente sociale a motivo del loro scopo apostolico. Ma Maddalena Sofia Barat giudicava che era possibile adattare l'educazione data al Sacro Cuore a queste bambine. Si doveva assicurare loro una formazione umana e professionale. In realtà le scuole gratuite seguirono dappertutto di poco l'apertura degli educandati. Del resto, erano questi che permettevano loro di vivere. La disparità tra il numero delle educande e quello delle allieve delle scuole era grande, poiché le scuole ricevevano da 2,5 a 5 volte più allieve che gli educandati. Alla morte di Maddalena Sofia, la Società contava 84 educandati e 74 scuole, 3700 educande e 5700 allieve.

Quando la fondatrice si rendeva conto che non era possibile né desiderabile aprire una scuola gratuita, faceva creare per le bambine delle classi meno favorite opere come quelle dei laboratori, degli incontri domenicali o degli orfanotrofi. Sappiamo quanto ci teneva attraverso la testimonianza della madre Goetz, e quanto vigilava al loro sorgere. Gli orfanotrofi furono aperti per andar incontro a difficoltà congiunturali. Dopo la grande epidemia di colera che, per esempio, colpì la Francia nel 1832, giovani orfane furono accolte dalla madre de Gramont all'hóte1 Biron, poi a Conflans, nella casa messa a sua disposizione da Mons de Quelen. Dei diciotto orfanotrofi aperti dalla Società, ne restavano dieci nel 1865.

Scuole specializzate vennero aperte in diversi luoghi. Nel 1808 fu progettato a Grenoble un centro d'apprendimento per la confezione di guanti. A Pinerolo, grazie a Catherine de Charbonnel, in Cile, grazie ad Anna de Rousier, il Sacro Cuore formò le future maestre, là dove i governi erano apertamente cattolici. Una scuola per i ragazzini fu fondata a Marmoutier. Chambéry accolse le sordomute. Giovani handicappate furono ricevute all'hótel Biron e a Lyon, che si procurarono un equipaggiamento ortopedico.

A partire dagli istituti educativi, le religiose furono invitate ad estendere il loro campo d'azione e talvolta a creare opere popolari originali che si rivolgevano anche agli adulti. Anna de Rousier, a Torino, aveva organizzato una biblioteca circolare e una scuola d'insegnamento di economia domestica. Maddalena Sofia stessa aveva assai presto progettato l'apertura di laboratori per i bambini che, dopo la prima Comunione, abbandonavano la scuola per fare gli apprendisti:

Quando ero a Parigi ho avuto spesso l'idea di proporre quest'opera, pensando che il resto era poca cosa senza questo complemento; ma lo confesso, ho incontrato poca simpatia: si temeva troppo quello che usciva dall'ordine abituale o da una certa tradizione a cui si era affézionate.

Se la povertà era ai suoi occhi infinitamente rispettabile, Santa Maddalena Sofia ha sempre voluto lottare contro la miseria. Suo scopo era aiutare gli infelici ad uscire da questa situazione e ad essere autonomi grazie al loro lavoro. Era generosa nelle elemosine, ma ebbe sempre a cuore di cercare di immaginare strutture educative che permettessero alle donne degli ambienti meno favoriti di non tendere più la mano.

Un terzo tipo di educazione previsto dalle Costituzioni entrava nel quadro dell'apostolato spirituale. Si trattava dell'opera dei ritiri, presentato come la prosperità della Società. La madre Barat le diede un valore molto speciale. A rigore di termini, gli educandati potevano esser situati in campagna, come scrisse, vicino a città piccole o grandi. Invece per l'opera dei ritiri, occorreva che il Sacro Cuore fosse in grandi città per attrarre le persone del mondo a centinaia:

I ritiri: li vorrei dappertutto. Aiutatemi con le vostre preghiere. Non riesco ancora a perfezionare quest'opera. E' un grande dolore per la vostra madre!

...scrisse il 5 dicembre 1853. Anche questi si diffusero. Dapprima rivolti alle ex-alunne, i ritiri radunarono donne di ogni età che non appartenevano necessariamente a questa categoria, ma vi erano state invitate da amiche e conoscenti. Quando quest'apostolato conobbe il successo a Parigi, si decise di occuparsi pure dei cocchieri che, disoccupati, aspettavano le padrone nel cortile dell'hótel Biron o nelle strade vicine. Si fece ricorso per questo alla Conferenza di San Vincenzo. Alla fine della vita, madre Barat ne mostrava tutto il frutto spirituale:

Si tratta di una delle nostre grandi risorse per fare il bene e consolidare quello che facciamo, che sarebbe assai limitato se privato di questo aiuto. Così in tutte le nostre case poniamo un grande zelo ad attirarle, a procurare loro istruzioni ogni mese, un ritiro annuale dato presso di noi; e allora cadiamo loro la nostra cappella quando la loro non basta più. Diamo alloggio a quelle che sono libere di dormire fuori casa e di fare gli esercizi per intero. Diamo il pranzo alle altre che possono passare la giornata, e nelle città in cui questa congregazione è ben diretta e curata, l'alta società si rinnova sensibilmente, e gli uomini tengono dietro!... Ah! Quante anime si possono salvare con lo zelo e l'impegno! Certamente ciò costa; ma dobbiamo badarvi?

La congregazione delle Figlie di Maria fu il secondo tipo di apostolato spirituale di cui si servì la Società. Formata su modello delle congregazioni mariane dei Gesuiti, quest'opera fu estesa a tutta la Società dal Consiglio generale del 1826. C'era anche una congregazione degli Angeli per le più giovani. Secondo la fondatrice, il fervore si manteneva e si estendeva negli educandati attraverso queste due congregazioni. La congregazione delle Figlie di Maria era all'inizio riservata alle interne, ma fu in seguito proposta alle ex-alunne. Il regolamento della congregazione non le obbligava ad alcuna forma speciale di devozione, perché si supponeva che sarebbero state in grado di collaborare alle opere secondo i bisogni degli ambienti in cui vivevano. Era loro chiesto soprattutto di esser fedeli alla preghiera mentale, se possibile al ritiro annuale, di dar esempio di vita cristiana irreprensibile con una solida devozione al Sacro Cuore e al Cuore di Maria. Alcune di loro, attratte dalla semplicità nell'abbigliamento, lottarono con energia contro la moda delle crinoline lanciata dall'imperatrice Eugenia!

Un'opera educativa di tale ampiezza non poteva esser frutto di un'azione individuale. Nel suo compito, e durante tutto il suo generalato, la madre Barat fu aiutata da numerose donne di qualità, dotate di grandi talenti, che avevano talvolta una ricca esperienza in materia di insegnamento. Poiché, all'origine almeno, entrarono nella Società persone che avevano creato o diretto, per gusto o per necessità, istituzioni scolastiche: così avevano trovato un mezzo di rispondere al loro bisogno facendo le "Istitutrici". Occorreva tuttavia un architetto, e Sofia Barat lo fu.

Questa donna dalla voce debole, che ad Amiens non era sempre riuscita a tenere allieve indisciplinate, aveva qualità che si rivelarono poco a poco durante tutta la sua vita. Aveva certo una grande cultura e fu una grande pedagogista. Ma aveva soprattutto l'amore per le persone che le venivano affidate, il desiderio di rivelarle a se stesse e di far loro produrre del loro meglio. La pazienza che aveva acquistato, la tenerezza di cui era capace si conciliavano con la fermezza. Era esigente per se stessa e per gli altri, perché aveva la convinzione che la sua opera contribuiva a far crescere quelle che le stavano di fronte.

Una educazione deve piantare dei paletti di limite, pur facendo crescere in autonomia e libertà. Maddalena Sofia Barat in questo fu straordinaria. Per di più era disinteressata e seppe far prendere coscienza alle religiose che le bambine accolte negli educandati, nelle scuole o nelle opere erano affidate alla Società da Dio, per ricevere la rivelazione del suo amore. La madre Barat diceva spesso: Per iín'anima di bambina avrei fondato la Società del Sacro Cuore. Molte altre congregazioni nel XIX secolo si davano il fine di educare la popolazione femminile. Alcune tra loro avevano come obiettivo lo stesso pubblico del Sacro Cuore. Ma per Santa Maddalena Sofia l'opera da realizzare, per bella che fosse, non era un fine in sé; l'educazione era solo un mezzo che poteva contribuire alla gloria del Cuore di Gesù.

 

Capitolo V

ALCUNI ELEMENTI DELLA SPIRITUALITÀ DI SANTA MADDALENA SOFIA.

Una spiritualità è una realtà vivente che si costituisce durante tutta un'esistenza, che fluttua secondo le attività, le esperienze, i contatti con gli altri e la corrispondenza alla grazia di Dio. Maddalena Sofia Barat non è sfuggita a questa regola di evoluzione. Tutte le testimonianze la mostrano, certo, fin dal suo primo soggiorno ad Amiens, avanzata nella vita spirituale, addirittura gratificata di esperienze mistiche. Tuttavia solo nel corso di tutta la sua vita, nelle difficoltà personali, nelle difficoltà o nei successi che la sua opera incontrava, nelle sue fasi di consolazione e desolazione, lei stessa ha assunto la sua statura spirituale, poco a poco, in funzione di tappe particolari che sono state per lei momenti di crescita, in funzione pure dei mezzi che ha ricevuto o si è data.

Piuttosto che tentare una presentazione puntigliosa delle caratteristiche della sua vita spirituale, è parso giusto partire dai consigli che ha prodigato. Se è sempre stata molto discreta, salvo can qualche amica intima, sulla propria vita interiore e sui favori o le grazie che le erano state concesse, ha abbastanza posto l'accento, nell'accompagnamento che ha esercitato, su certi elementi della vita spirituale perché si possano considerare importanti per lei, e, senza dubbio, riflesso delle sue tendenze e gusti.

 

I. Una spiritualità fondata sull'alleanza di azione e contemplazione.

Sofia Barat era stata convinta dal padre Varin a sacrificare la sua attrattiva per il Carmelo per partecipare alla vita di una congregazione apostolica. L'aveva fatto più per obbedienza che per gusto, perché credeva di riconoscere in questa proposta un appello di Dio e della Chiesa.

I nostri migliori soggetti dei pruni tempi erano destinati al Carmelo. Non oso mettermi tra questi, ma non potrei dirvi quanto mi è costato all'inizio seguire il nostro genere di vita, disse una volta, alla fine della vita, venendo a sapere che una ex-alunna entrava al Carmelo, scrisse:

Che ordine, quello del Carmelo, il primo nella Chiesa! E come tutto vi è perfetto!

Ma se fu presa, presto, da un'esistenza attiva, l'apostolato non la distolse mai dal gusto della contemplazione.

Durante diversi periodi della sua vita religiosa, Maddalena Sofia ha potuto rifugiarsi maggiormente nella solitudine, del resto molto relativa, perché aveva sempre la sua carica e molte preoccupazioni da portare. Tra questi momenti privilegiati c'era il tempo del suo ritiro annuale, che le sue figlie avevano imparato a rispettare. Alcuni ritiri furono per lei particolarmente significativi, tra gli altri quello del 1842, che ebbe luogo in un momento cruciale per la Società.

Gli anni passati a Poitiers, tra il 1806 e il 1808, furono per lei un tempo di approfondimento della propria vocazione e dello spirito della congregazione. Ebbero un peso apostolico notevole poiché in quel tempo doveva formare una decina di novizie. L'esperienza fatta nella "Solitudine" di Poitiers è stata spesso paragonata a quella di Ignazio di Loyola a Manresa. Là, nella preghiera, sembra aver ricevuto sia la conferma di certe sue intuizioni precedenti, sia dei lumi sui mezzi da adoperare per realizzarle. Vi intese di nuovo un appello all'adorazione perpetua, che evocò nella corrispondenza con Filippina Duchesne. Nella stessa epoca, sulla banchina di Bordeaux, intese di nuovo un appello alla vita missionaria nel senso tradizionale del termine, all'evangelizzazione dei popoli non cristiani: non poté realizzarlo che attraverso la sua congregazione.

Sofia Barat dovette inventare le forme e i ritmi della sua vita spirituale nella vita di ogni giorno, divorata da attività diverse, dai doveri del governo, ma anche dal farsi carico degli educandati, dalle relazioni con le religiose, le bambine, le famiglie e le autorità. Le ci volle del tempo per trovare un equilibrio tra i due poli della sua esistenza religiosa, l'attività apostolica e la vita di preghiera. Chiamata a "un'intima unione con Dio", dovette riflettere alla forma che dovevano prendere i suoi rapporti con "le creature" o "il mondo", come si diceva allora, liberarsi da ciò che non era indispensabile, moderarsi nell'agire, frenare la sua premura per la sua opera. Vi fu spinta da uno dei suoi direttori spirituali, 1'Abbé Favre, che le scriveva nel 1824: "Non potete dare che della vostra abbondanza. Se vi sfinite nutrendo le vostre figlie, cadrete in un marasma spirituale peggiore della febbre alta del peccato mortale". Di conseguenza poteva scrivere a una religiosa il 6 dicembre 1855:

Teniamoci molto vicine a Gesù. Più contatti abbiamo con le creature, più abbiamo bisogno del creatore; poiché senza il suo soccorso e la sua grazia, che cosa diventeremmo? Ad ogni persona, ad ogni azione incontriamo difficoltà e ostacoli. Non capiscono, o interpretano ci piacere loro, l'io è sempre consultato, raramente la grazia; e quando occorre servirsi di tali elementi così poco in accordo con le nostre opere e i nostri atti che dovrebbero tutti provenire dal Cuore di Gesù attraverso il suo Spirito, pensate che poca intesa troviamo e quali guai ne siano la conseguenza. Fortunatamente Gesù aiuta quando si ricorre a Lui. E dove potremmo andare? Si trova così poco nella creatura: perciò, figlia mia, non posso esagerare a spingervi a mettere il vostro appoggio, la vostra consolazione in Gesù, unico e fedele Amico dell'anima che cerca e ama Lui solo!

Per Maddalena Sofia l'azione apostolica non era l'unico scopo. La preghiera doveva esserle strettamente legata.

Lo spirito della Società, è Marta fusa in Maria, dirà rifacendosi al Vangelo, semplicemente perché la sua preghiera era "partecipazione alla sete di Gesù per le anime", dunque nettamente apostolica.

Sarebbe non entrare nello spirito della nostra vocazione, che ha per scopo la gloria di Dio e la salvezza delle anime, darci esclusivamente alla contemplazione, o esclusivamente all'azione, affermava. Così seppe, nella sua corrispondenza e nelle sue conferenze, attirare l'attenzione sui rischi di un'azione apostolica non misurata, e sui rimedi da applicare per far fronte a un tale squilibrio. Tre lettere, scritte verso la fine della sua vita, trattano questo argomento. I brani seguenti furono indirizzati a Madre Maria Mayer, Superiora di Riedengurg, in Austria a partire dal 1862.

Il necessario contatto col mondo e le forzate occupazioni non vi distolgano dal vostro intimo e soprattutto dalla vista del vostro niente. Se volete che Gesù benedica i vostri lavori, la Società, siate umile, lavorate a far nascere questa virtù in quanto vi circonda; avremo così capito la divina lezione di Gesù: "Imparate da nte che sono mite e umile di cuore ". Ma siate convinta che per comprendere e gustare questa virtù occorre la preghiera, lo spirito interiore. Una superiora che noti avanza ogni giorno nell'abitudine di questa virtù diventa sterile per sé e per le anime. Si riesce forse a stabilire un certo ordine, qualche progresso nell'educazione esterna, la gentilezza, il "bon ton ", tna manca sempre il fòndo, perché non abbiamo altra autorità sulle anime se noti quella che ci dà l'Autore della grazia, delle virtù. Ora una religiosa interiormente dissipata, ripiegata su se stessa, sui suoi atti, non attirerà certo l'azione di Gesù su di sé, né sugli altri.

Il 22 maggio 1865, tre giorni prima della morta, Maddalena Sofia scrisse ancora alla madre Mayer. Fu la sua ultima lettera:

Non temete, figlia mia, occorre un'unica disposizione, un'unica virtù; l'attingerete nel Cuore che le dà tutte abbondantemente alle anime che le ricercano con sincerità. Siate umile, setttplice, rapportate o riportate tutto quel che possedete alla sua sorgente. Se Gesù è la forza delle vostre facoltà, dei vostri atti, Egli agirà in voi mediante il suo Spirito, per mezzo di voi. Allora direte con il grande Apostolo: "Io vivo, io agisco, non è Paolo, ma Gesù che vive e opera in me e attraverso di me ". Allora troverete cuori docili alle vostre lezioni e così il vostro modesto apostolato Poco prima si era rivolta così alla maestra generale di Saint-Brieuc:

Il vostro amore per la Società vi ha illuminata; avete capito che il suo "primo mobile" era il Cuore di Gesù, che tutto ciò che siamo e possediamo deve essere adoperato per la sua gloria; dunque anche voi capite che la sua grazia, il suo Spirito devono diventare principio e fine di tutte le nostre azioni. Con il loro aiuto, la natura si cancella poco a poco, nella misura in cui, docili e fédeli ai lumi che riceviamo da questa divina sorgente: il Cuore di Gesù, giungiamo a domare le nostre piccole passioni, esigenze, sensibilità, l'io infine; e quando è riportata questa vittoria sulla natura, più nessuna distanza tra l'anima e il suo principio, il suo Dio Salvatore! È venuto per unirsi alla sua creatura. Vive in lei, opera in lei, come non benedirebbe le nostre azioni?

Queste lettere riassumono in qualche modo la sua esperienza. Sottolineano pure una tendenza spirituale propria di Maddalena Sofia, l'importanza accordata all'interiorità. La scoperta che ne fece le permise di vincere le attrattive contrarie che aveva sperimentato in se stessa. Madre Barat era giunta a prendere coscienza che l'attrattiva per la contemplazione poteva essere una tentazione. Da quando si sottomise all'originalità della sua vocazione poté fare della volontà di Dio atto di obbedienza e di amore. Un testimone poté riconoscere in seguito: "In lei poco a poco si realizzò l'unione intima dell'azione e della preghiera". Una di quelle che le succedettero nella carica di superiora generale, Janet Stuart, ha scritto: "Dal fatto che sacrificò la sua grande attrattiva per una vita di solitudine e di silenzio, si può dedurre che abbia rinunciato ai favori speciali per cui la sua anima sembrava così fatta?... Avrebbero potuto trasportarla in regioni in cui i rumori del mondo l'avrebbero appena toccata e lasciarla meno libera di dare le sue cure all'organizzazione così complessa che si sviluppò tra le sue mani. È dunque possibile che la fondatrice abbia dovuto rinunciare a un modo di preghiera più elevato per soddisfare le esigenze della sua opera; ma è ugualmente possibile che sia stata condotta nella preghiera per vie molto alte che ignoriamo. In ogni caso è certo che la sua conformità alla volontà di Dio, il suo ardente desiderio di procurarne la gloria, e l'irresistibile attrattiva che la portava verso di Lui, han dovuto prender il posto di quella che sarebbe stata per lei, con minor abnegazione, una vita di maggiori delizie".

 

II. Una spiritualità dell'interiorità

"Lo spirito della Società è essenzialmente fondato sull'orazione e la vita interiore". Questa affermazione del Piano sintetico dell'istituto è presentata come conseguenza del fine che la Società si propose fin dalle origini. Fu pure frutto dell'esperienza della stessa madre Barat. In ogni caso la fondatrice la riprenderà sempre per rianimare le comunità e le energie individuali.

Nell'agosto 1844 fece una conferenza importante sullo spirito interiore davanti alle religiose di Jette, in Belgio. Tre anni dopo riprese il medesimo argomento davanti a quelle della Rue de Varennes, a Parigi. A Jette ricordò che lo spirito interiore era stato la caratteristica della comunità di Poitiers, che restava per lei il punto di riferimento per le virtù religiose e la generosità, quella, inoltre, in cui aveva potuto agire come su terra vergine. Per la fondatrice, lo spirito interiore non è un dato: è presentato come una virtù. E si tratta della virtù fondamentale, quella che porta con sé tutte le altre:

Che cos'è lo spirito interiore? E' quell'intero sacrificio di noi stesse attraverso la rnortificazione dei sensi, l'immolazione delle passioni, il ricordo incessante li rende rinnovato della presenza di Colui per cui operiamo. Lo spirito interiore è dunque quell'intima unione della nostra anima con Dio, quel timore casto di dispiacergli, quella dipendenza assoluta, immediata, dai tocchi segreti dello Spirito Santo; è il tatto fine e delicato dell'anima per riconoscere in sé l'operare di Dio per abbandonarvisi; lo spirito interiore è lo spogliarsi totalmente di sé, dei propri interessi.

Nella misura in cui si tratta di una virtù, lo spirito interiore deve essere acquisito. E' la traduzione di un giusto rapporto dell'essere umano con Dio:

Lo spirito interiore fa sì che l'anima non respiri, non viva e non si muova che in Dio; questo San Paolo raccomandava, non a religiose, ma a semplici cristiani. In realtà, vivere, respirare, agire, è tutto l'uomo, ma che sia in Dio, attraverso Gesù Cristo, che noi agiamo. Sì, in Dio, attraverso Gesù Cristo.

Lo spirito interiore si manifesta tanto all'esterno che all'interno dell'essere. Lo si intuisce attraverso la modestia, la pace, la calma, la dolcezza, la misericordia, l'umiltà l'impegno, l'unzione, la carità, lo zelo, ma anche attraverso la gioia, l'amabilità, la fedeltà. Certo si acquista con la lotta contro ciò che è di troppo, nelle parole e negli sguardi, contro l'amor proprio, contro le preoccupazioni che si traducono in leggerezza, in dissipazione, in attaccamento agli altri e a se stessi. Lo spirito interiore può essere indebolito dall'eccesso di occupazioni, la fretta del lavoro, dalle difficoltà di ogni genere. Ma se acquistato, mantenuto e accresciuto, è il cemento che lega tra loro le diverse virtù:

Senza spirito interiore, avrete virtù isolate, che perderanno l'equilibrio al minimo assalto e alla più piccola tentazione o difficoltà.

Esso fa sì che ci mettiamo sotto la mozione dello Spirito Santo:

Un'anima interiore non fa un passo, non pronuncia una parola che non le sia stata comandata dallo Spirito Santo, che è il suo maestro e la sua guida.

Solo l'interiorità fa acquisire un amore senza mescolanze: L'anima interiore si applica soprattutto alla purezza di cuore, perché sa che il divino spirito è un Dio geloso che non sopporta alcuna divisione, né la macchia più leggera...

E la purezza di cuore ci dà accesso al Cuore di Gesù per diventare onnipotenti. Lo spirito interiore spinge, per amore, allo zelo apostolico, poiché più si ama, più si vuol far amare.

Di conseguenza l'interiorità, che unisce azione e contemplazione, è presentata dalla madre Barat come l'anima delle costituzioni e della Società del Sacro Cuore.

Quest'ultimo aspetto fu sviluppato dalla fondatrice nella conferenza di Rue de Varennes, nel 1847:

Sullo spirito interiore si fonda non solo la perfezione di ciascuna, ma anche quella della Società intera. Se dunque non avesse che un piccolo numero di anime interiori, e la maggior parte non lavorasse per entrare in questa via, presto o tardi la Società perderebbe immancabilmente il suo spirito.

In ogni caso, tale spirito può farsi raro per mancanza di formazione solida o di alimento, ed è uno spirito che fa diventare apostolo.

L'interiorità di Maddalena Sofia, è segnata dallo spirito d'orazione e di adorazione più che l'adorazione perpetua che non sempre è possibile organizzare fuori dei noviziati, era un atteggiamento che aveva voluto nella Società. Era uno spirito che portava all'adesione a Dio, all'abbandono, alla dispo­nibilità, che faceva capire chi è Dio, e cercare e trovare come rispondergli in tutta la vita.

L'interiorità e lo spirito di preghiera esigevano gli stessi atteggiamenti di dimenticanza di sé e di umiltà. Del resto la preghiera faceva crescere nello spirito interiore e quest'ultimo aiutava la preghiera a svilupparsi. Si capisce come questa interiorità fosse tutta orientata verso una spiritualità del Cuore di Cristo che era insieme il suo scopo e la sua sorgente

 

III. Una spiritualità del cuore

Il cuore di cui parla tanto spesso Maddalena Sofia Barat, deve essere inteso come il centro della persona, il suo modo d'esprimersi privilegiato, in una parola come ciò che la caratterizza. E' il punto più intimo dell'essere, l'estrema punta dell'interiorità:

Vi hanno detto spesso che il cuore dell'uomo è la sede di ciò che c'è di meglio in lui, della volontà, dell'amore. Come nell'intelligenza sussistono i pensieri, nella memoria i ricordi, nel cuore sussiste specialmente l'amore. (...) Consideriamo giustamente il cuore come la parte più nobile dell'uomo, e a questo titolo rendiamo spesso onori particolari al cuore degli uomini di cui veneriamo la memoria.

Nel Sommario, si mostra il Cuore di Cristo come progressivamente scoperto in funzione dei bisogni del mondo:

"Dio, la cui provvidenza dispone tutto con sapienza per il bene della sua Chiesa, le ha dato in ogni tempo soccorsi proporzionati ai suoi bisogni; ma soprattutto in quest'ultimo secolo ha fatto brillare verso di lei la sua bontà e la sua magnificenza, scoprendole gli immensi tesori di grazia racchiusi nel Cuore del suo Figlio".

A più riprese, Maddalena Sofia Barate ha detto che il Cuore di Cristo era il fondatore della Società del Sacro Cuore. Non era una semplice formula o una manifestazione di umiltà. In una conferenza del 1846, usa un'espressione molto forte a questo riguardo, poiché scrive che è questo Divin Cuore che ha dettato le Regole e le Costituzioni della Società. Chiamati a glorificare il Cuore di Cristo, i membri della Società sono evidentemente in rapporto particolare con Lui: egli è per tutte le religiose un centro e un modello. Il Cuore di Gesù è presentato nelle Costituzioni come la base di tutta la loro vita religiosa. In Lui sono compresi e vissuti i voti. È Lui la sorgente di tutta l'attività apostolica. Due mezzi sono proposti a tale riguardo per giungere allo scopo a cui si deve tendere: l'unione e la conformità.

Se esaminiamo da vicino i testi che vengono, direttamente o no, dalla fondatrice, in particolare le Costituzioni e le Conferenze, constatiamo il legarne particolare e forte tra il

Cuore di Cristo e l'Eucaristia. Nelle conferenze del Giovedì Santo, Maddalena Sofia ha espresso quanto sentiva. L'Eucaristia e il Cuore di Gesù appaiono sempre come due misteri da scoprire, da meditare, da desiderare, da adorare. Nel 1846, la madre generale presenta l'entrata nella Passione secondo San Giovanni come il mistero dell'abbassamento di Dio:

Notate queste parole: li amò fino alla fine. La fine dice tutto quel che c'è di più forte. Un Dio, amare le sue creature fino alla fine! Fin dove poteva andare l'amore della divinità? Fino all'infinito. Gesù si è abbassato fino a prendere la natura dell'uomo per innalzarla fino all'altezza di Dio.

Nel Sommario, il Cuore di Cristo è la rivelazione dell'amore di Dio. Questo mistero dell'amore ha fatto Dio inventivo. Allo stesso modo, questo mistero suscita da parte di quelli che lo scoprono amore e inventività. Spesso Maddalena Sofia ha adoperato a tal riguardo il Vangelo di Luca, 22, 15: Ho molto desiderato mangiare questa Pasqua con voi.., e interrogava le sue uditrici sui loro propri desideri.

Il Cuore di Cristo e l'Eucaristia sono misteri da approfondire attraverso e nella preghiera. A proposito della contemplazione del Cuore di Gesù e dell'adorazione del Santissimo Sacramento, la madre Barat sottolinea che c'è Qualcuno da contemplare, da guardare, da ascoltare, Qualcuno che è amabile. Nell'uno e nell'altra, si tratta di cominciare a scoprire i sentimenti del Cuore di Gesù, dunque di prenderlo come modello. L'atteggiamento proposto è descritto come un'attenzione di lunga durata, un cuore a cuore prolungato poiché, in questo sguardo e attraverso di esso, occorre tentare di andare al fondo dei desideri di Gesù.

La conferenza del 1846 sviluppa questo carattere di interiorità, che esiste sia nella contemplazione del Cuore di Gesù sia nell'adorazione del Santissimo Sacramento, mostrando che lo scopo è lasciarci abitare dai sentimenti del Cuore di Gesù: l'umiltà, la carità e il desiderio. Già in una conferenza del 1833 si legge:

Nulla è più atto ad inf amntarci di gratitudine per un tal beneficio e di desiderio di corrispondere a tanto amore!

Si tratta di darsi interamente a colui che ama e che si dona, di provare e manifestare riconoscenza, di bandire ogni ingratitudine.

In realtà spiritualità del Sacro Cuore e spiritualità dell'Eucaristia fanno tutt'uno:

Voi mi direte forse: Dopo la devozione all'Eucaristia, perché la devozione al Sacro Cuore se hanno lo stesso scopo, e una porta con sé l'altra? Infatti non separiamo mai il Cuore di nostro Signore dalla sua santa umanità nel Santissimo sacramento, e questo Cuore soprattutto adoriamo e veneriamo, tuttavia ci occorreva una devozione particolare a questo divin Cuore.

Le freddezze che Maddalena Sofia scopre riguardo alla vita interiore sono le stesse che nota a proposito dell'Eucaristia. I tocchi di grazia che procura la contemplazione del Cuore di Cristo sono simili ai frutti della comunione eucaristica. Il Cuore di Gesù procura consolazione e gioia. La religiosa del Sacro Cuore è chiamata ad un "essere con". Ciò costituisce insieme un progetto e una grazia da ricevere.

La contemplazione, come è presentata dalla madre Barat, non è mai estranea ad una prospettiva apostolica. Occorre, riconoscendo i doni ricevuti, abbandonarsi a Dio e alle bambine per procurare loro la fèlicità eterna:

In questa comunione pasquale attingerete lo zelo ardente, questo fuoco sacro, questo bisogno di lavorare per le anime, e se alcune sotto chiamatee a lavorare tra gli eretici, in terre lontane, lo faranno con tanto più ardore quando popoli infedeli si rivoltano contro Colui che è la loro salvezza e ci obbligano ad abbandonarli.

Tale modo di agire e di essere è ancora conformità al Cuore di Gesù perché il Cristo ha unito la passione per Dio e l'amore per gli uomini. Si opera nel Cuore cíi Cristo l'unificazione di contemplazione e di azione, dei diversi desideri che possono abitare un essere umano, quel Cuore:

Centro e focolaio dell'amore che il divino Maestro ha portato a suo Padre e a noi (...)  Quando il nostro Redentore si offrì a Dio suo Padre per essere la nostra vittima, Dio gli creò un corpo e un'anima che, unendosi al Verbo, formarono l'Uomo-Dio. Il divin Cuore fu creato allora, e cominciò allora a palpitare, a battere d'ardore per suoo Padre e per noi; poiché ciò che dominò tutto nel Signore fu l'amore, la passione per Dio e per gli uomini (...). Questa devozione al Sacro Cuore sarà il rifugio di tutte quelle che saranno sue collaboratrici e lavoreranno unite a Lui per la salvezza delle anime. Ecco per noi la grazia delle grazie, favore immenso che non capiamo abbastanza, bisogna dirlo, perché se capissimo la nostra vocazione, se la stimassimo quanto vale per aver la gioia di far conoscere questo Cuore divino, nessun sacrificio ci sarebbe troppo penoso.

 

IV. Spiritualità del Sacro Cuore e disegno apostolico

Questi pochi esempi mettono in luce il modo in cui, poco a poco, Maddalena Sofia seppe scoprire nel Cuore di Cristo il legame vitale che univa interiorità e azione apostolica. La fondatrice ha sempre ricordato alle religiose che la loro vocazione esigeva l'unità di tutta la loro vita. Scrisse a una di loro che lo spirito interiore era la prima disposizione per attirare le anime al divin Cuore. Ad un'altra mostrò come fedeltà religiosa e azione apostolica erano legate e si richiamavano l'un l'altra:

Che pungolo per farvi avanzare nella pratica delle virtù religiose, per non mettere ostacolo ai disegni del Signore e servire a tutti di modello e di apostolo.

Perché nella vita religiosa e per lavorare presso le bambine occorrevano

cuori liberi, distaccati, che non cercassero che Dio e la sua gloria, sacrificando loro stesse in ogni aspetto e in ogni senso.

La completa oblazione di tutto l'essere a Dio era considerata dalla madre Barat come l'essenza stessa dell'istituto. Restavano da valorizzare tutti questi elementi. Parlando a delle nuove professe, ha ben mostrato come vedeva i fondamenti della vita religiosa al Sacro Cuore:

Siate la luce del mondo, una luce è fàtta per illuminare; come dice in nostro buon Maestro, deve esser messa sulla montagna. Come darete luce? sarà con la vostra umiltà e dolcezza. Occorre che ciascuno lo riconosca in voi, vedendo che avete inteso questa divina lezione del Cuore di Nostro Signore: Imparate da me che sono mite e umile di Cuore. Ah! come sono rare le religiose sufficientemente spoglie di sè per lavorare per Dio solo, per trovare una specie di gioia nell'essere disapprovate quando hanno fatto del loro meglio... Sarete luce con la vostra umiltà, che si vedrà attraverso la vostra modestia, nella dolcezza che sgorga necessariamente dall'umiltà, e che vi renderà onnipotenti sul Cuore di Gesù e sui cuori che vi sono affidati (...). Vi rivolgerò ancora queste altre parole di nostro Signore: Siate il sale della terra. Dovete essere il sale della Società conservando lo spirito religioso con gli esempi che darete. Purificherete le anime che vi saranno affidate con l'unzione della grazia che lo Spirito Santo metterà in voi. Per conservare questa grazia non c'è che un mezzo, la vita interiore (...). Un'anima unita al suo Dio, attenta alla voce dello Spirito e docile a seguirla, porta sempre frutti di benedizione e di salvezza. Se anche non avesse i talenti che Dio ha dato a molte, farà il bene e salverà molte anime perché Dio agirà in lei...

Nel 1841 così ha dipinto il compito apostolico di una maestra generale e sottolineato gli atteggiamenti necessari per giungervi in modo che insiste sull'unificazione di una vita religiosa apostolica:

Che cosa occorre per guadagnare queste bambine a Gesù Cristo? Uno zelo ardente, continuo, illuminato anzitutto attraverso la propria perfezione; mai una religiosa imperfetta, piena di sé, orgogliosa, otterrà nulla di buono, di solido; semina vento, paglia, ne resterà solo polvere trascinata via dal vento; avrà in vista forse se stessa, i suoi interessi, e lavorerà invano, Gesù non benedirà. Ma una religiosa fedele, generosa, che offre tutto all'amore e alla gloria del suo divino sposo può appoggiarsi sulla sua grazia, il suo aiuto, e ottiene tutto quello che vuole per sé, per le anime che le sono affidate, tutto prospera tra le sue mani; è la donna forte che esamina e coltiva il suo campo; esso diventa buono, e i fratti pire abbondanti ne sono il prodotto. Per Maddalena Sofia, le virtù necessarie all'attività apostolica, il discernimento e lo zelo, attivo irta prudente, pieno di dolce za e tuttavia férmo senza ostirrajone dovevano essere attinti nel Cuore di Gesù. Poiché le anime sono di Dio c noti possono essere piegate otre dal suo Spirito. Ora questo Spirito non può agire che in uno strumento che gli sia docile e che possa guidare a suo piacere. Lo strumento è un canale presso una sorgerete, ma che ha tra sé e 1'acqua che deve comunicare un monticello di terra e di fango che intercetta l'acqua e le impedisce di scorrere. Quando lo strumento è unito al principio della grazia, Gesù dirige, Gesù ispira che forre in tale o talaltra circostanza. lmpossibile dare consigli, deve essere lo Spirito Santo a guidare e a ispirare questi diversi modi.

Ella è stata sempre convinta che noi non produciamo che ciò che siamo, e che sono le sante che fanno le sante.

Una spiritualità è un polo che permette di unificare una vita, di darle consistenza. La spiritualità del Sacro Cuore come è stata vissuta e espressa da Maddalena Sofia Barat è stata questo punto di stabilità che le ha permesso di tener duro nelle difficoltà e nei conflitti, di accettare tutti gli spogliamenti necessari per giungere all'unione intima con Dio, per vivere in Lui e. con Lui. Una spiritualità è anche una porta d'entrata nel mistero di Dio. Attraverso la spiritualità del Sacro Cuore, Maddalena Sofia ha potuto essere sempre e solo più attenta a Dio, docile allo Spirito Santo, in dipendenza assoluta e immediata nei confronti della grazia.

Vedeva negli avvenimenti politici che accadevano, nelle incertezze di una fondazione che falliva, segni della volontà di Dio, al punto di scrivere, a proposito di una fondazione a San Gallo che aveva desiderata e che non giungeva a farsi:

Forse il buon Maestro non ci vuole lì?

Aveva acquistato "quella semplicità che procede dalla calma di un'anima che non cerca e non desidera che il suo Dio, che, senza alcun ritorno su se stessa e sui propri interessi, non ha che un solo sguardo verso quel Dio che

Il fondamento di questa spiritualità era l'amore, ricevuto e reso. Nel 1844 scrisse che

un’anima interiore concentrata sull'oggetto amato fà del suo Dio la sua vita, il suo bene, il suo tutto.

Senza dubbio ha così discretamente espresso ciò che costituiva il fondo della propria esperienza. In una conferenza del 1827 aveva ritratto un'anima tanto unita a Dio da non vivere più che per Lui:

Ah! se vi fosse concesso di parlarvi della gioia di un'anima che si abbandona interamente allo Spirito Santo, senza alcuna riserva! Se potessi dirvi ciò che succede in lei.... se potessi dipingervi la sua gioia; non è più lei che agisce, è Dio... va, si muove solo per sua ispirazione... tutto le diviene facile... non conosce più difficoltà, non incontra più ostacoli ... Quest'aninia, lo Spirito Santo l'incatena; è sua, se la unisce. Se la felicita di una sola anima è così grande, quale sarebbe chinque quella di una riunione di anime, di una Società intera che si lasciasse guidare interamente dallo Spirito Santo e si desse a Lui senza riserve? Ah! sarebbe un pregustare il cielo! Che pace, che unione, e insieme quanto bene non saremmo capaci di fare?

Per Maddalena Sofia, la spiritualità del Sacro Cuore era in grado di dare la felicità. Lo aveva incontestabilmente sperimentato.

 

CONCLUSIONE

Ogni vita è il riflesso di un'epoca. Quella di Maddalena Sofia Barat rivela la storia di una donna del XIX secolo, segnata dal suo tempo, attenta a corrispondervi o a contestarne gli eccessi. Fondare una congregazione portava ad occupare un posto nella Chiesa. Se la superiora generale non si coinvolse nei grandi eventi politici del suo tempo, l'apertura degli educandati all'élite politica ed economica del suo tempo la portò a frequentare, oltre i sovrani pontefici, molti membri di famiglie reali o principesche dell'Europa monarchica. Forse condivideva con la maggior parte di loro un certo modo di considerare le cose? Ma vedeva anzitutto in loro, vincitori o vinti dagli scossoni rivoluzionari esseri umani in preda a difficoltà nazionali, familiari o personali. Sapeva che ogni persona vale, davanti a Dio.

Educare prioritariamente quell'ambiente sociale, mantenere legami con quelle che avevano frequentato gli educandati contribuiva ad adoperarsi per il bene di tutti. Per lei la prosperità dei popoli era legata al modo d'agire dei potenti, al loro irradiamento e, infine, alla loro virtù e al loro praticare l'amore di Dio. Ma la sua visione della società non era statica.

Mai la madre Barat fu reazionaria o sottomessa ai grandi di questo mondo. Questa donna dinamica, vivace nelle sue reazioni, non desiderava che i benefattori della Società finissero per imporvisi. Aveva temuto, a Parigi, l'influenza che esercitava sulla casa dell'hòtel Biron vil Faubourg Saint-Germain. A Torino, decise di porre un limite alle visite del re e della regina ali Sardegna, esclamando: Se sua maestà viene così spesso da noi, io, andrò a passare in rivista le sue truppe! Sapeva essere indipendente, ed era in grado di percepire le evoluzioni del mondo, le fluttuazioni dei gruppi sociali. Aveva uno sguardo abbastanza attento da percepire l'apparizione di nuove élites, esse pure da educare, per renderle capaci ali occupare il loro posto e di servire Dio e il loro ambiente. Maddalena Sofia seppe far fronte a proposito di alcune. delle sue compagne, scrivendo un giorno con una certa vivacità: Si potrà fare del bene nelle classi inferiori, e queste piacciono al divino Maestro proprio quanto le altre!

La fondatrice fu tributaria delle condizioni economiche, politiche e culturali della sua epoca. Aperta al progresso tecnico, capace di usarne con discernimento, seppe interessarsi a quello che era allora la modernità. Se la Rivoluzione aveva cambiato la sua vita e abbattuto molte convinzioni del suo ambiente familiare e sociale, fu anche per lei un potente fattore di evoluzione, poiché l'aiutò a maturare un progetto personale e collettivo.

La storia di Maddalena Sofia è singolare come ogni storia umana, e la sua santità appartiene solo a lei. Ma se la sua condotta non è da imitare, le sue intuizioni possono ancora ispirare attività e modi di essere, aiutare su molte strade. Durante la sua vita, Maddalena Sofia Barat ha pronunciato una parola nuova che, poco a poco, ha preso corpo, malgrado i limiti di colei che la proferiva e di quelle che la ricevevano. Ogni generazione rilegge la storia di quanti l'hanno preceduta in funzione della propria situazione. Allora, che cosa ricavare dalla storia della fondatrice del Sacro Cuore che possa aiutare le donne e gli uomini della fine del XX secolo a manifestare la loro personalità?

Maddalena Sofia appare vicina al mondo del nostro tempo nella misura in cui fu capace di attaccamento e di fedeltà. Attaccamento e fedeltà ai suoi anzitutto, ma anche alle "bambine" e a quelle che si unirono a lei. Riguardo a tutti e a tutte ha provato affetto e amicizia. Fedeltà anche al suo progetto iniziale: glorificare il Cuore di Cristo con l'educazione della gioventù. Fedeltà alla Chiesa, sempre. Fin dal secolo XIII, la Chiesa ha visto nella fondazione degli ordini religiosi un modo di contribuire alla propria vita e alla propria riforma. Poco dopo la nascita della Società, i Sovrani Pontefici lodarono la sua opera sottolineando la fecondità della sua azione educativa e mostrarono riconoscenza per chi l'aveva fondata. Ugualmente apprezzarono il suo modo di essere. In visita alla Trinità dei Monti, nel maggio 1870. meno di cinque anni dopo la morte di Sofia Barat, il papa Pio IX raccomandò con insistenza di riunire le testimonianze delle sue virtù, lasciando così intendere che non giudicava impossibile il riconoscimento ufficiale dei suoi meriti da parte della Chiesa. La madre Barat aveva inoltre un orientamento profondamente ultramontano che ha permesso senza dubbio la crescita di una congregazione internazionale, cosa che, allora, non era il tono dominante del cattolicesimo francese nei confronti della Santa Sede.

Queste diverse fedeltà erano conseguenza di una forte fedeltà a Dio e della gran cura di rispondere a un amore di cui aveva provato la forza e la gratuità insieme. Proprio per sostenere l'onore del Cuore di Cristo ha cercato di sviluppare un progetto insieme multiforme e unificato dal suo scopo. In epoca impossibile da identificare con precisione, Sofia Barat ha preso chiara coscienza del fatto che Dio era diverso dal quanto glie ne avevano detto. Ha constatato che l'amore di Dio, rivelato in Cristo, poteva manifestarsi nel Cuore di Gesù ed essere simboleggiato da lui.

Ma questa donna era sufficientemente armata sul piano umano, spirituale e intellettuale per non sprofondare in una devozione insulsa e sentimentale. Avrebbe potuto cercare di tradurre la sua scoperta in una vita contemplativa per cui aveva una reale attrattiva; seppe ordinarla in un nuovo modo di vedere la vita religiosa e la missione nel mondo. "L'umile madre Barat" è stata tenace, inventiva e audace.

Poco dopo la sua morte, nella prospettiva di una possibile beatificazione, si poterono rileggere certi aspetti della sua vita come provvidenziali. Senza entrare in questo modo di considerare una storia umana, non possiamo impedirci di constatare che Maddalena Sofia ha avuto intuizioni che sono risultate fondate. Presto è stata capace di capire i bisogni delle bambine e delle adolescenti, di favorire la richiesta della società in campo di educazione femminile e di cogliere il ruolo che potevano occupare le donne nelle loro famiglie, nel mondo e nella Chiesa. La sua riflessione a tale riguardo mantiene una vera attualità, benché richieda, come si augurava la stessa madre Barat, un costante riesame in funzione delle evoluzioni della situazione sociale.

Certo Maddalena Sofia fu canonizzata per aver fondato una nuova famiglia religiosa. Ma durante tutta la sua vita questa religiosa ha voluto mantenere dei legami col "mondo". Tutti i mezzi specifici escogitati per contribuire all'attività apostolica della congregazione avevano in comune questo obbiettivo. perché l'opera che aveva creato le era sempre apparsa come subordinata al fine: la glorificazione del Cuore di Cristo. Il mondo intero era chiamato a scoprire e a manifestare il suo amore. Risolutamente Maddalena Sofia ha voluto partecipare al programma tracciato per i suoi discepoli dal Cristo risorto. Far sorgere delle case del Sacro Cuore nel mondo intero significava far conoscere l'amore di Dio fino ai confini della terra, come da un polo all'altro, come si meravigliava in una delle sue lettere. Per giungervi, tutte le forze erano necessarie, tutti gli sforzi utili. La fondatrice del Sacro Cuore ha saputo dare lo slancio per mettere in cammino generazioni successive di ragazze e di giovani donne che ci si sono giocate e che vi sono riuscite.