SANTA
MADDALENA SOFIA BARAT
PREFAZIONE
Maddalena
Sofia Barat (1779 - 1865) non è certo la più conosciuta tra le sante nate in
Francia. Essa occupa tuttavia un posto scelto, benché discreto, tra le
fondatrici delle congregazioni religiose del secolo scorso. Grazie a lei è nata
la Società del Sacro Cuore, una congregazione dal rapido sviluppo anche
internazionale, poiché alla morte della Santa contava 3539 membri. Un secolo
dopo, nel 1965, le religiose erano più di 7000. Attualmente si estende in una
quarantina di paesi di tutti i continenti.
Dal
XIX secolo, il nome di Maddalena Sofia è stato legato alle fondazioni educative
che la Società aveva progressivamente creato in Francia, poi, col suo
diffondersi, in Europa e nel mondo.
Nell'anno 2000 la Società festeggerà il 200° anniversario di fondazione. Per le religiose che la compongono, per quanti con loro collaborano, qualunque sia l'attività che è ormai la loro, tale avvenimento può essere l'occasione di ricordare chi è stata Maddalena Sofia Barat, di ripercorrere le grandi tappe della sua vita, di riscoprire le sue intuizioni spirituali e apostoliche, i suoi desideri per la Chiesa e il mondo del suo tempo. Nella misura in cui gli orientamenti della fondatrice sono alla base della vita e dell'opera di tutta una congregazione, sembra necessario far memoria della sua storia.
Questa
presentazione di una vita può far luce sul modo in cui Maddalena Sofia vedeva
il ruolo della "piccola società" del Sacro Cuore che aveva voluto
consacrata a scoprire e manifestare l'amore del Cuore di Cristo per mezzo
dell'educazione. Le "opere" create e sviluppate dalla Società del
Sacro Cuore si sono evolute nel tempo, il pensiero iniziale è rimasto. Verso
colei che ne fu l'iniziatrice vogliamo volgerci per tentare di definirne i
tratti.
Capitolo
I
GLI
ANNI DI FORMAZIONE
Il tempo della formazione umana di un individuo è capitale per il suo futuro. L'esame della storia di Maddalena Sofia Barat rivela quanto la vita che visse in provincia, alla fine del regno di Luigi XVI, ha segnato i suoi progetti e, di conseguenza, la congregazione da lei fondata.
1.
Un'infanzia e un'adolescenza in Borgogna alla fine dell'Ancien Régime
Sofia
è nata nel nord della Borgogna, a Joigny, la notte del 12 dicembre 1779, ultima
di tre figli. In seguito la Madre Barat fece celebrare la sua festa il 22
luglio, festa di Santa Maddalena per cui aveva grande devozione; la si chiamerà
abitualmente Maddalena Sofia nella congregazione del Sacro Cuore, e di questo
nome si farà uso in questo racconto.
Con
tale nome firmò alcune lettere, durante le rivoluzioni del 1830 e del 1848,
quando temeva la censura. La Madre Barat ha sempre firmato le sue lettere col
cognome, senza
farlo
precedere da un'iniziale o dal nome.
La
vita familiare dai Barat pare sia stata felice e unita. Luigi, il primogenito e
padrino di Maddalena Sofia, aveva undici anni più di lei, e si votò presto
alla Chiesa. Tuttavia il suo progetto di vita sacerdotale non poté realizzarsi
così facilmente come aveva immaginato, per gli eventi della Francia alla fine
del XVIII secolo. Egli ebbe sulla sua famiglia, e in particolare sulla sua
figlioccia, un influsso i cui aspetti saranno evidenziati più avanti. La
seconda, Maria Luisa Maddalena, nove anni più di Sofia, si sposò nel 1793 e
mise al mondo molti bambini, di cui pochi sopravvissero. Maddalena Sofia
mantenne sempre stretti legami, almeno epistolari, con loro, dopo la sua
partenza dalla Borgogna, e si occupò dell'educazione dei nipoti. Quattro di
queste la raggiunsero nella Società del Sacro Cuore. Se Sofia lasciò la città
natale a 15 anni e non vi tornò che di passaggio, è stata però segnata dalla
formazione che vi ricevette nel suo ambiente familiare.
1.
Joigny: una cittadina al nord della Borgogna
Alla
fine del regno di Luigi XVI, Joigny era una città di circa 5000 abitanti.
Situata tra Sens e Auxerre, ai confini delle province di Champagne e di
Borgogna, faceva parte, per l'amministrazione civile, dell'insieme dell'Ile de
France. Vicina alla frontiera dell'est, ospitava una guarnigione. Ma l'attività
della sua popolazione era principalmente legata ad un ambiente rurale dominato
dalle vigne e dai boschi. Alla vigilia della Rivoluzione, 5,16% dei capifamiglia
della città, uomini o donne, erano "borghesi" cioè esercitavano
professioni liberali diverse o vivevano di rendita; 7,13% praticavano il
commercio. La maggioranza della popolazione si divideva dunque in artigiani
(25,4%) e giornalieri (60,5%), questi ultimi a servizio degli artigiani e dei
commercianti, oppure dei borghesi e dei contadini, in minoranza certo (1,69%),
ma che non ci si può stupire di trovare in questa piccola città inclusa in una
zona rurale attiva.
2.
Un ambiente di piccola borghesia rurale
Dove
situare i Barat? Nella categoria degli artigiani. Il padre e la madre di Sofia
erano entrambi nati da famiglie di bottai. Alle giovani religiose della sua
congregazione la Madre Barat disse un giorno: Mio padre faceva le botti e le
vendeva. L'artigiano è proprio colui che produce e vende la sua produzione. Ma
a quell'epoca - e tale situazione doveva continuare fina ai nostri giorni in
molte zone rurali - le categorie sociali non erano né stagne le une nei
confronti delle altre, né tanto marcate quanto si potrebbe credere. La Madre
Barat aggiunse: Si dice che fosse un vignaiolo, ina era per farlo credere alla
gente. Aveva certo una piccola vigna sulla collina di Larry, ma soprattutto era
bottaio. Indubbiamente Giacomo Barat era un artigiano, ma aveva della terra, e
una terra a cui la famiglia teneva. Questa vigna che possedeva lo faceva
partecipe della cultura dominante della regione, il vigneto, e dava pure
un'identità sociale a lui e alla sua famiglia. Nel settembre 1795, Sofia fu
madrina di un bambino. Sull'atto di nascita è detta "vignaiola".
Quando partì per Parigi nel 1795, s'impegnò a ritornare ogni anno a Joigny per
qualche settimana al momento della vendemmia, a cui godeva tanto partecipare
quando era bambina e che era il momento in cui si ricostruiva la famiglia, si
approfondivano i legami, si mettevano in comune le risorse. La vigna non era
certo molto estesa, ma gli serviva come risorsa di sostegno, perché in Borgogna
non occorre possedere vaste proprietà per trarne un profitto discreto.
Dal
punto di vista sociale, la famiglia Barat appare tipica rappresentante di quelle
famiglie di artigiani che, alla fine dell' "Ancien Régime", erano in
ascesa sociale entro il Terzo Stato. Si trattava di una famiglia "poco
ricca" secondo la Madre Barat. Ricchezza significava Borghesia, una classe
che lavorava, a contrasto con la Nobiltà da cui si scadeva quando si esercitava
un'attività professionale. Ma la Madre Barat ha riconosciuto pure che suo padre
e sua madre costituivano una famiglia in grado di educare convenientemente i
loro figli, cioè di farli studiare. Certo non avevano raggiunto la ricchezza,
almeno non quella che permetteva di non esercitare più attività remunerative e
di passare nella categoria di chi viveva di rendita. Ma erano sufficientemente
agiati per non progettare che il loro figlio maggiore riprendesse il lavoro
familiare, mentre nelle imprese artigianali abitualmente il figlio succedeva al
padre. Avevano abbastanza danaro per assicurare in casa i primi studi di Luigi:
qui, fino a nove anni, fu istruito da un precettore privato. Poi fu esterno al
collegio vicino alla casa paterna: gli studi erano gratuiti per gli esterni; poi
andò al seminario di Sens. Seguì infine l'insegnamento del collegio delle
Quattro Nazioni a Parigi, dove entrò sicuramente per raccomandazioni. Questo
collegio era riservato ai nobili, ma accoglieva degli uditori, oltre agli
interni.
Sotto
l'Ancien Régime, la borghesia si costruiva e si manteneva pure attraverso
legami sociali e partecipazioni a modi particolari di socialità. I Barat
avevano un patrimonio sufficiente per fare una buona politica matrimoniale e
assicurare la loro posizione sociale con legami amichevoli. Perché, non
dimentichiamolo, la società francese praticava largamente l'endogamia,
mescolando tutte le classi. Ci si sposava anzitutto "tra sé", tra
persone del medesimo ambiente, dello stesso mestiere, regione, borgata, in
funzione delle "speranze" di avanzare nella professione o
nell'ambiente. Naturalmente ci si frequentava in funzione dei medesimi criteri.
E i genitori di Sofia avevano i mezzi di stringere relazioni con persone che non
appartenevano al mondo dell'artigianato. Gli ambienti più elevati erano
presenti tra i loro intimi, padrini e madrine dei loro figli, testimoni di nozze
nella loro famiglia. Essi poterono concedere la mano della loro figlia maggiore,
Luisa, a Stefano Dusaussoy, un ricco artigiano, mercante di merceria e sarto,
nato lui stesso da una famiglia di avvocati dove c'era un notaio e un avvocato.
La
Madre Barat non cercò mai di nascondere la sua origine sociale e spesso ha
insistito sulla modestia della sua famiglia. Talvolta l'ha pure accentuata: è
vero che tutto ve la spingeva nel suo ambito, formato da religiose e religiosi
di cui alcuni avevano conosciuto la corte di Versailles o quella dell'Impero e
frequentato quanti vi avevano vissuto. Ma ha sempre dato prova di essere a suo
agio con le religiose provenienti dalla nobiltà francese o straniera, ed è
stata accettata da loro. Ciò si spiega non solo per la sua qualità di
superiora generale o per il rispetto delle sue virtù, ma anche per la sua
capacità di relazionare con ambienti diversi, capacità che datava dalla sua
infanzia. La sua spontaneità e una facilità accresciuta dalla pratica l'hanno
certamente aiutata nel suo compito.
I
genitori di Sofia partecipavano in modo diverso alla cultura del loro tempo. Sua
madre, Maria Maddalena Foufé, era nata da una famiglia di bottai, ma si
trattava di una famiglia istruita, dove si sapeva firmare, leggere e scrivere.
La signora Barat andava oltre queste conoscenze di base: era aperta alle mode
intellettuali e culturali del suo tempo. Leggeva, per esempio, i racconti di
Marmontel e li apprezzava al punto di farli ascoltare agli invitati in incontri
amichevoli e mondani che si possono paragonare, salvando le proporzioni, ai
"salotti" delle borghesi ricche e illuminate. Leggeva anche romanzi
tradotti dall'inglese, come Clarisse Harlowe. Aveva subito l'influsso
dell'Enciclopedia, ed era sensibile al fascino dell'Antichità, e volle ornare
la camera delle sue figlie con una tappezzeria dipinta che dimostra l'influsso
dello stile "pompeiano" nelle zone rurali; la sua camera aveva una
decorazione simile a quella del Petit Trianon!
Certo
Giacomo Barat era analfabeta, e poco in grado, di conseguenza, di condividere i
gusti letterari di sua moglie. Tuttavia non era incolto. Abbiamo forse difficoltà
ad immaginarlo ora, ma esiste, come esisteva un tempo, una cultura non libresca,
non fondata sugli scritti. Tale cultura passava, come oggi, attraverso la
trasmissione orale e i gesti del mestiere. Il lavoro manuale era stato messo in
onore e alla moda dai filosofi dopo Rousseau, e entrava largamente
nell'educazione dei bambini, senza differenza di classe. Occorre ricordare che i
figli del Re, compreso il futuro Luigi XVI, e molti giovani nobili, erano stati
formati a mestieri manuali. Le ragazze cucivano o ricamavano. Sofia potrà
essere censita come "operaia in biancheria", al battesimo di una
figlioccia nel marzo 1792. Il ricamo che è conservato nella casa dell'attuale
Rue Davier, a Joigny, mostra il suo talento e la cura che impiegava ad eseguire
la sua opera.
Ciò
non toglie che, nella sua famiglia, Sofia potesse risentire le difficoltà che
esistono in una coppia dove il livello culturale non poggia sui medesimi
criteri. In casa ha pure preso coscienza dell' influsso che può esercitare una
donna colta nella sua famiglia, nell'educazione dei figli, nel suo ambiente. E'
chiaro, in tali condizioni, che abbia sempre insistito sulla necessità di
badare all'educazione delle ragazze, e che abbia manifestato la sua cura per
procurare loro una cultura quanto più larga possibile, procurando loro così la
possibilità di essere elemento di equilibrio nel loro ambiente.
L'ambiente
sociale da cui è uscita Sofia Barat non è dunque quello della Corte, né
quello della nobiltà. D'altronde c'era a Joigny un unico nobile "con
possedimenti", il duca di Villeroy, e questi non doveva certo vivere in
tale piccola città! Ma questo ambiente non è neppure quello dei poveri e dei
miseri. E' quello della piccola borghesia rurale, dei proprietari che, a Joigny,
costituivano il 56,6% della popolazione e di cui faceva parte suo padre. Jacques
Barat possedeva in Rue du Puits-Chardon una casa confortevole, dotata di tre
piani e di una scala di pietra, una vigna e un altro piccolo terreno situato in
riva alla Yonne.
L'ambiente
della ragazza era quello della piccola borghesia colta che s'arrampica sulla
scala sociale. Si trattava di una sfera unificata dal genere di vita, di un
gruppo attento ad adattarsi alle mode del tempo. Sofia da religiosa si
rimprovererà molto di essersi incipriata i capelli durante la sua adolescenza.
Eppure l'aveva fatto, e nessuno intorno a lei vi aveva trovato a ridire, prova
che ciò non aveva scandalizzato ed era stato considerato normale. Ha pure
raccontato di aver deciso, in un'epoca della sua adolescenza, di dar più cura
al suo abbigliamento, per le osservazioni di una compagna di Joigny, che le
aveva segnalato che troppa semplicità nell'abito contravveniva agli usi del suo
groppo sociale. Non badarvi, manifestare troppa autonomia in campo di apparenza
era biasimevole e metteva a disagio il gruppo intero perché significava
mostrarsi in disaccordo con le sottili distinzioni tra classi sociali che
riguardavano non solo le attività, ma la cultura, l'abbigliamento, il copricapo
e il colore della pelle, protetta dal sole o no.
L'esempio
della famiglia di Sofia mostra quanto, nella società francese della fine dell'
Ancien Régime, esistevano situazioni di confine, dove non si sapeva più bene
dove ci si trovasse. Perché, malgrado la sua organizzazioni in classi, questa
società non era bloccata. Ma è vero che le transizioni, più o meno sensibili
fra categorie sociali, erano certamente più numerose nelle piccole città
rurali che nelle grandi, dove il distacco fra le ricchezze era
incontestabilmente maggiore, e comportava disparità sensibili tra gli
individui, perciò stesso più difficili da sopportare. In ogni caso Maddalena
Sofia si troverà a suo agio nelle città, grandi o piccole, e vi farà nascere
le sue comunità e gli educandati. Forse perché vi era nata? Avrà cura di
creare, accanto agli educandati frequentati dalla "buona società"
locale scuole per bambine delle classi sociali meno favorite, decisione dettata
da principi evangelici, certo, ma non era anche perché, nella sua infanzia e
adolescenza, aveva visto coesistere a Joigny le une e le altre e aveva sentito
che solo attraverso l'istruzione poteva realizzarsi una promozione sociale e
umana?
3.
Una educazione umanistica
La
fine dell'Ancien Régime per la piccola Sofia fu il tempo di un'infanzia
indubbiamente coccolata. Era nata prematura per uno choc provocato in sua madre
da un incendio che mancò poco distruggesse una parte della città, insieme alla
casa Barat. Sofia era minuta, forse delicata, piccola per la sua età: raccontò
che doveva arrampicarsi su un panchetto nella Chiesa di S.Thibaut per rispondere
al catechismo ed essere vista dal curato. Come ha notato una religiosa che l'ha
conosciuta dal 1845, "era nata con due mesi di anticipo, e le sue ossa ne
han sempre risentito". Fatta adulta, i suoi passi erano poco sicuri e i
suoi piedi sembravano troppo piccoli. Ma se l'ossatura era fragile, la piccola
era assai vivace, e tale tratto le rimase: Sono Borgognona, ricorderà in
seguito quando si evocherà la prontezza delle sue battute. Si prese pure il
vaiolo, che non lasciò tracce sul suo viso, è vero, tranne una macchiolina
nella pupilla dell'occhio. Era timida, ma le sue prime reazioni erano impulsive,
il suo carattere gaio e attraente. Amava i giochi, passeggiare sui colli, come
tutti i bambini della sua età. Si affezionava facilmente a quanti la
circondavano e sapeva mostrarlo con gesti di affetto spontaneo.
Presto
la sua educazione fu presa in mano da suo fratello Luigi che, tra il 1787 e il
1793, insegnò al collegio di Joigny come "reggente". La vita di
lavoro e di studio di Sofia si svolse sotto la mano, efficace ma rude, di questo
fratello, che prese sempre il suo ruolo di primogenito un po' troppo sul serio,
e che, per inesperienza certo, non seppe dosare gli sforzi che imponeva alla sua
sorellina.
Molto
dotata, Sofia bambina e adolescente, seguì, a casa, il programma che Luigi
insegnava al collegio di Joigny. Storia antica e moderna, Sacra Scrittura,
latino, matematica, greco, fisica, un po' di ebraico, ampie nozioni di italiano
e di spagnolo che le permettevano di leggere Don Chisciotte nel testo originale.
Il Cursus seguito dalla giovane Sofia era ampio, e certamente non studiò a
fondo tutte queste materie nella stessa epoca della sua vita. Trovava spesso
pesante questo programma. E' vero che aveva 7 anni quando Luigi tornò a Joigny
e meno di 13 quando dovette lasciare silenziosamente la città, ma le piaceva
leggere, gustava le letture serie, in particolare i classici dell'antichità
greca e romana che leggeva in francese, ma anche i romanzi e i racconti che
piacevano a sua madre. Tali opere "frivole" finirono tuttavia per
turbarla quando fu più in grado di coglierne il senso e giunse all'adolescenza.
Sarebbe stata in grado di gareggiare con i migliori alunni di suo fratello, come
dice la tradizione locale. In ogni caso Luigi cercava talvolta di stimolarli
dicendo che era "la ragazza", sua sorella, che aveva ancora avuto il
miglior voto in greco! Il lavoro intellettuale dispensava Sofia dagli impegni
casalinghi:
"Il
bottaio suo padre le diceva di scendere, di lasciare i libri per aiutare sua
madre in casa ... Ma suo fratello le aveva assegnato un'analisi letteraria da
svolgere per scritto; una fiamma sconosciuta illuminava la sua intelligenza e
l'elevava a Dio! Ella cedeva a un dovere indefinito e restava attenta ai suoi
libri. ( P. Perdrau)
Questa
cultura fondata sulla storia e la letteratura fece le delizie di Sofia. La
civiltà greca l'appassionava. Nel 1845, sulla costa dell'Adriatico, confessò:
Cerco
all'orizzonte le coste che vanno fino in Grecia. Da bambina sono stata fuoco e
fiamme per questo paese del genio, delle arti, delle grandi battaglie, dove
spirito e valore finivano per trionfare sulla forza e sul numero. Devo conféssarlo:
Atene, Sparta, Corinto mi hanno preso il cuore. Che angoscia provavo leggendo,
per esempio, il passaggio delle Termopili.
Aveva
pianto sulle sventure degli eroi dell'Iliade! Piccoli sassi, andatevene in
Grecia, concludeva, facendo a rimbalzello sull'acqua.
Questo
gusto per la civiltà greca si spiega con un'attrattiva per la generosità
intensa, che le faceva riconoscere: L'eroismo mi piace; lì almeno c'è spazio,
lo spirito si dilata a suo piacere e il cuore si sente vivere. Oppure tale gusto
dell'eroico apparve per gli eventi evocati e i testi scorsi durante la sua
istruzione? La formazione ricevuta dovette tuttavia corrispondere alle sue
affinità. In ogni caso, seppe realmente apprezzare il programma di studi
tracciato da Luigi:
Il
latino, i grandi autori classici, Virgilio in francese, quelli del secolo di
Luigi XIV, gli oratori: Bossuet, Massillon e gli altri mi appassionavano,
stimolavano le mie idee al punto di farmi dimenticare il resto! Non che
dimenticassi nella preghiera i mali della religione, il pericolo che i buoni
correvano in questi tempi perturbati; ma paragonando ciò che la memoria mi
forniva di storia antica e moderna, soprattutto la storia della Chiesa, giungevo
a considerazioni dove i disegni, i giudizi e i castighi di Dio si manifestavano
al mio pensiero; adoravo i decreti della sua divina volontà invece di
turbarmene.
Sofia
aveva attinto nei suoi studi la forza di fare paragoni e aveva capito che
l'istruzione era uno strumento per formarsi un giudizio. Grazie a Luigi Barat,
ebbe pure la possibilità di leggere la Bibbia fin dall'infanzia, cosa poco
comune allora. Doveva conservarne il gusto: la sua corrispondenza prova che
aveva familiarità con l'Antico e i1 Nuovo Testamento, e li citava volentieri.
Sofia
acquisì a Joigny una cultura di ampiezza eccezionale per una ragazza del suo
tempo. Aveva preso gusto allo studio e avrebbe sempre manifestato qualità
intellettuale eccezionale e giudizio rigoroso. La sua vivacità naturale si
rivelava talvolta in battute spontanee o spiritose da cui tenterà di
correggersi in seguito, senza riuscirci sempre!
4.
La prima formazione religiosa.
La
futura fondatrice del Sacro Cuore fu una bambina precoce sotto ogni aspetto.
Avevo
solo diciassette mesi quando mi sono accorta di esistere, ha riconosciuto. Non
sapremo mai quale esperienza la fece giungere a tale stadio di coscienza di sé.
A cinque anni - ne testimonia lei stessa - Sofia decise di darsi a Dio, e pare,
senza aver mai avuto contatti con religiose. In ogni caso no frequentò a Joigny
la scuola delle Canonichesse di Sant'Agostino. Luigi raccontò in seguito che la
bambina aveva preso tale decisione dopo aver sentito il passo di Matteo:
"Chiunque lascerà casa, fratelli, sorelle, padre o madre ... a causa del
mio nome, riceverà il centuplo e possederà la vita eterna. " La sua prima
formazione religiosa avvenne in parrocchia, a Saint Thibaut, dove imparò il
catechismo. Nel 1789 fece la prima comunione e ricevette, secondo la tradizione,
un dono speciale di intelligenza della Scrittura. La sua vita di bambina e
adolescente fu pia e fervente, segnata dalla Messa quotidiana, almeno fino al
1794, quando fu chiusa la parrocchia: A 14 anni decise di far voto di verginità.
Un
poco prima senza dubbio i Barat cominciarono ad abbandonare il Giansenismo.
Grazie a Luigi Barat che comprò a Parigi, durante uno dei suoi soggiorni, delle
immagini del Cuore di Gesù e del Cuore di Maria. Le spedì a sua madre che le
fece incorniciare. Davanti a queste immagini la famiglia si riuniva per la
preghiera quotidiana. Se la signora Barat e i suoi figli furono attratti da
questa devozione, nuova per loro, che svelava loro un altro aspetto del mistero
di Dio, altrettanto non accadde per il resto della famiglia, che restò segnata
da una dottrina di cui erano molti segnati gli ambienti popolari della regione,
sotto l'influsso dei curati. A Joigny ci si era impregnati certo più
dell'aspetto morale che dei fondamenti teologici del giansenismo. Ma per i Barat
era solo l'inizio di un lungo processo spirituale di conversione che sarebbe
durato ancora molti anni.
II.
Gli effetti della Rivoluzione.
Sofia
Barat ha vissuto i fatti rivoluzionari in due luoghi, dall'ampiezza geografica,
sociale e politica ben diversa: Joigny, poi Parigi. Nella misura in cui la
Rivoluzione ha parzialmente turbato la vita di famiglia, questo periodo è stato
per lei un tempo di sofferenza, di formazione, e di discernimento che ebbe
effetti talora inattesi nel seguito della sua vita.
1.
Il crescere dei pericoli
Non
devono essere state le prime misure legislative dell'Assemblea Costituente a
sconvolgere la vita della famiglia Barat. Erano abbastanza istruiti e vicini
agli ambienti ufficiali per sapere che l'organizzazione politica e
amministrativa della Francia necessitava di una seria riforma. Ne avevano del
resto un buon esempio nella loro regione che non era dotata di istituzioni
unificate e che faceva capo a diverse istanze secondo che si trattasse di
dominio giudiziario, religioso o fiscale. Quanto ai disordini economici e
sociali che si produssero nella regione fin dall'estate 1789, non erano poi
tanto nuovi, ma parzialmente legati alla situazione di una città inclusa in una
regione economica che non le permetteva l'autosufficienza sul piano alimentare.
I cattivi raccolti, la disorganizzazione dei trasporti, il rifiuto dei Comuni
vicini di vendere il grano, il saccheggio dei convogli, la guerra, provocarono
la fame tra la popolazione più povera della Borgogna. I Barat non furono
personalmente toccati da tale situazione, né vittime del razionamento
alimentare del 1793, perché il loro piccolo podere e il mestiere del padre
dovevano dar loro i mezzi di essere autosufficienti. Ma la riorganizzazione
ecclesiastica, paradossalmente, sconvolse la loro vita.
All'inizio
degli anni 90, le decisioni prese a Parigi in campo religioso furono seguite da
effetti mitigati. Nel maggio 1790 il vescovo di Auxerre, Mons. Champion de Cicé,
emigrò, ma per motivi che non avevano niente a vedere con la religione. Da
febbraio i voti monastici erano aboliti. A Joigny, il "memoriale delle
lagnanze" redatto in occasione della convocazione degli Stati Generali, era
molto critico verso i religiosi, specialmente verso i monaci che venivano
considerati inutili. Nel luglio 1790 l'Assemblea Costituente votò la
Costituzione Civile del clero che fu approvata dal re. In novembre gli
ecclesiastici, quanti avevano una carica o un impiego pubblico, furono invitati
a prestare giuramento di fedeltà alla nazione, alla Legge e al Re. Infatti,
dopo la nazionalizzazione dei beni del clero, i secolari erano stipendiati dalla
nazione e diventavano pubblici ufficiali. Tale decisione riguardava anche Luigi
Barat, diacono dal 1790 e rettore del Collegio. La metà del clero francese giurò,
ma nella Yonne la maggior parte del clero. Tale situazione venne in seguito
spiegata con le pressioni esercitate sul suo clero dall'arcivescovo di Sens, ma
si può vedervi un effetto del giansenismo locale segnato da spirito gallicano.
La
Costituzione civile del Clero era anzitutto un testo che riformava
l'amministrazione della chiesa in Francia, rafforzava la subordinazione del
clero al re e tendeva a promuovere, sotto controllo del re, un'autonomia
dell'episcopato nei confronti di Roma, pur non toccando i fondamenti della fede.
Essa si iscriveva in una tradizione nazionale, quella del gallicanesimo, poiché
la monarchia aveva sempre preso misure per regolare le questioni in campo
ecclesiastico. Rimaneggiava la carta ecclesiastica facendola coincidere con la
nuova carta dipartimentale. Le parrocchie sarebbero state suddivise secondo il
numero della popolazione, ci sarebbe stato un solo vescovo in ogni dipartimento;
nella Yonne la sede di Auxerre sparì. Ci sarebbe stata una sola parrocchia per
città; a Joigny, quella di S. Thibaut. Infine i membri del clero, prima
nominati dal re, sarebbero stati eletti dai cittadini, il che era del tutto
discutibile.
Luigi
Barat giurò nella Chiesa di S. Thibaut il 16 gennaio 1791: sotto pressione
della famiglia, dicono i biografi di sua sorella. Forse il clero di Sens si
comportava così, forse egli non vedeva niente di grave nel testo. In ogni caso
Luigi non seguì l'esempio di uno dei rettori del collegio di Joigny che aveva
prestato giuramento solo sotto condizione e con restrizioni, ciò che del resto
provocò un tumulto durante la cerimonia.
La
Santa Sede impiegò più di otto mesi per pronunciarsi su un testo che non era
stato concordato con lei, atteggiamento perlomeno maldestro. Solo nel febbraio
1791 il Papa biasimò il Cardinale Loménie de Brienne per avere accettato la
Costituzione civile del Clero, e ne decretò la destituzione. Poi dei
"brevi" pontifici condannarono la Costituzione Civile del Clero, e,
per giunta, la Dichiarazione dei Diritti dell'uomo e del cittadino del 1789.
Mentre
molti preti della Yonne tornarono sul loro giuramento fin dall'autunno del 1791,
Luigi Barat ritrattò solo il 2 maggio 1792, dopo che un nuovo breve pontificio
minacciò di scomunica i preti che avevano giurato e quanti li avvicinavano, e
ricordò che erano sospesi "a divinis". la sua lettera di
ritrattazione mostra quanto il caso di coscienza fosse difficile da sciogliere.
Sentimento patriottico, obbedienza al Papa, comunione con la Chiesa locale,
fedeltà alla Stato non erano facili da conciliare, e neppure da discernere:
"Prestando
il giuramento civico, non ho voluto separarmi dalla Chiesa cattolica,
apostolica, romana; ho avuto la fortuna di nascere nel suo seno e spero che Dio
mi farà la grazia di morirvi. Il sovrano Pontefice, in nome e con l'autorità
di questa stessa Chiesa ha dato una seconda e terza ammonizione agli
ecclesiastici che han prestato giuramento perché ritrattino, sotto pena di
incorrere nella scomunica, e senza togliere la sospensione contro quelli che non
hanno obbedito al suo primo avviso, come potete vedere nel Breve che vi mando e
che so essere autentico. Mi sottometto senza alcuna riserva a quanto esige da
me, e se fossi stato sicuro che il mio primo Breve comportasse la sospensione,
come ora lo sono, dichiaro che mi sarei deciso subito al passo che faccio
oggi...".
La
ritrattazione del giuramento gli faceva perdere il posto a Joigny e le 600 lire
annuali di stipendio. Di più, costrinse Luigi alla clandestinità. Ma la
sanzione non era solo personale: i beni dei padri e delle madri dei refrattari
erano posti sotto sequestro, dato che il loro figlio era considerato emigrato.
Di fatto, fino ad un'epoca che non si può precisare, Luigi si nascose in un
cantuccio del granaio dell'attuale Rue Davier. Per timore di compromettere
gravemente la sua famiglia, poiché visite domiciliari avevano luogo
regolarmente dai Barat, finì per fuggire a Parigi, pensando di sparire
facilmente in una grande città. Ma, riconosciuto da un abitante di Joigny, fu
denunciato e arrestato nel maggio 1793. Passò attraverso molte prigioni
parigine e per fortuna sfuggì alla ghigliottina grazie ad un suo vecchio
professore del collegio che, impiegato come cancelliere nella prigione, non lo
mise in lista tra quelli che erano estratti quotidianamente per il giudizio del
Tribunale.
Nella
Yonne non si cercavano con troppo impegno i preti refrattari. Il municipio di
Joigny non si era fatto premura di comunicare le informazioni riguardanti lo
stato civile di Luigi Barat che gli erano richieste. Tuttavia il 12 maggio 1793
il Comitato di sorveglianza di Joigny decise di denunciarlo al Comitato di
Salute pubblica di Parigi come refrattario e latitante. Dopo la partenza
discreta di Luigi, la famiglia visse ore di angoscia che fecero temere per la
salute fisica e psichica della signora Barat. Maddalena Sofia diede prova della
sua forza di carattere e aiutò la madre a riprendere coraggio. Da quando Luigi
fu incarcerato la pressione sui i suoi calò: il sequestro dei beni fu tolto nel
marzo 1794. Ma un nuovo allarme poco dopo: in giugno 1794 il Terrore conobbe il
suo apogeo con la legge che concentrava i processi a Parigi. La famiglia Barat
dovette rispondere a una nuova richiesta di informazioni sulla situazione di
Luigi considerato come refrattario e emigrato. La signora Barat cercò allora di
stornare l'attenzione dei Comitati di Sorveglianza precisando che suo figlio non
era sul punto di essere né l'uno né l'altro; "Ho appena saputo che il
cittadino Barat era sul punto di essere considerato dalla municipalità come
emigrato e prete refrattario. Poiché é molto importante illuminare la vostra
giustizia, vi avviso che gli scriveremo immediatamente di inviare i suoi
certificati di residenza ininterrotta nella repubblica, che gli sarà facile
procurarsi e provare che egli non può essere un prete refrattario dal momento
che ha fatto il suo primo giuramento senza aver ricevuto gli ordini maggiori, né
esservi forzato: non può essere contato fra i preti refrattari".
La
signora Barat proteggeva insieme suo figlio, di cui si poteva temere che fosse
almeno deportato sui pontoni, ma altresì la sua famiglia e i suoi beni, perché
un nuovo sequestro avrebbe potuto essere carica di conseguenze. È permesso di
immaginare che Sofia, già nota dall'infanzia per il suo spirito pronto e per il
suo talento nell'esporre chiaramente situazioni imbrogliate e nell'argomentare,
forse prese parte all'elaborazione di questa risposta? Infine Luigi fu liberato
il 19 gennaio 1795. Sofia che l'ammirava ha visto nel fratello maggiore un
esempio di coraggio e di senso di dovere. La fedeltà alla fede che Luigi aveva
mostrato avrebbe potuto avere conseguenze tragiche per lui e per i suoi: egli
l'aveva affrontato. Questo certo rafforzò il forte attaccamento alla Chiesa che
fu sempre caratteristico di Maddalena Sofia Barat.
2.
Il Terrore in provincia
Anche
a Joigny la ragazza ha sofferto del sospetto che pesava sui i suoi parenti e che
era provocato dagli interventi e le denunce dei membri del Comitato di
sorveglianza. L'entrata in guerra, l'invasione del territorio nazionale
contribuirono a radicalizzare la rivoluzione. La devozione al sacro Cuore della
famiglia Barat era apparsa ridicola ai Giansenisti, e diventava antipatriottica
da quando gli insorti di Vandea avevano preso il Sacro Cuore come emblema. Madre
Barat considererà in seguito un miracolo il fatto che le immagini ricevute da
Luigi e venerate dalla famiglia non fossero state scoperte durante le visite
domiciliaci che furono frequenti durante il Terrore a casa sua.
Sofia
patì anche gli effetti del'indurimento della Rivoluzione prodotti dalla caduta
del regno. Come reagì all'annuncio della messa sotto accusa, poi
dell'esecuzione di Luigi XVI? Non ne sappiamo nulla. Ma, come scrisse poi
Pauline Perdrau: " La morte del re e della regina sul patibolo fece su di
lei un'impressione così profonda che comprese le cause sovversive della
rivoluzione come se avesse avuto 24 anni. Si invecchia presto nei giorni nefasti
della rivoluzione, ci ripeteva la nostra Madre, un anno ad ogni ora".
In
ogni caso, la Madre Barat era stata così segnata dallo choc rivoluzionario da
non esitare a lasciare la Francia all'annuncio dell'insurrezione delle Trois
Glorieuses, nel luglio 1830. Per lei il liberalismo ebbe sempre una connotazione
sediziosa. Nella sua infanzia aveva assimilato caduta del regno e rovina della
religione. In una conferenza evocherà il 1793 come l'anno dell'odio contro Gesù
Cristo, degli sforzi per rovesciarlo. Legittimista, nel 1830 non poteva certo
ammettere che succedesse a Carlo X, fratello di Luigi XVI, Luigi Filippo, figlio
di Philippe Egalité, quello che aveva votato nel 1793 la morte di suo cugino.
Solo la constatazione della calma che regnava a Parigi la fece ritornare nel
1831. Nel 1840 il ritorno in Francia delle ceneri di Napoleone e la loro
deposizione agli Invalidi le fecero frequentemente udire, dall'Hotel Biron, un
inno nazionale che la faceva sempre fremere. Durante la rivoluzione del 1848, la
Marsigliese e le manifestazioni popolari erano ancora associate da lei al
Terrore. Però questa volta si accontentò di affittare a Versailles un locale
per depositarvi carte e oggetti preziosi e di disperdere per qualche giorno
nelle loro famiglie le religiose in formazione, senza progettare per sé di
lasciare Parigi!
La
secolarizzazione accelerò nel 1793 -1794. Lo stato civile fu laicizzato. A
Joigny, il matrimonio civile di Maria Luisa Barat e Stefano Dusaussoy è il
secondo nei registri municipali. S. Thibaut è ormai l'unica chiesa aperta al
culto cattolico, mentre la chiesa di S. Giovanni ospita i culti civici, quello
della Dea Ragione, poi quello dell'Essere supremo. Alcuni preti si spretavano,
lasciavano il loro incarico e talvolta si sposavano, per voglia o per desiderio
di tranquillità. Dal marzo 1794 le croci furono distrutte, le campane fuse per
la difesa nazionale. A Joigny erano deposte sui marciapiedi ed alcune furono
gettate di notte nel fiume da abitanti che ritenevano sacrilego tale gesto.
Apparve sui campanili il berretto rosso, la guglia di Saint Thibaut fu
distrutta, poi la Chiesa venne chiusa. Si assisteva a una vera "rivoluzione
culturale". Il culto divenne, se non clandestino, almeno
"familiare", e faceva pensare, come raccontò in seguito la Madre
Barat, alle pratiche cultuali della comunità cristiana primitiva. Secondo la
tradizione, la cantina della casa Barat avrebbe ospitato celebrazioni e
matrimoni religiosi, e forse, chissà, quello di M. Luisa. Il periodo del Grande
Terrore si concluse con la morte di Robespierre nel luglio 1794, e le sue
decisioni più repressive furono abolite dalla Convenzione.
La
primavera del 1795 segnò un sollievo per la famiglia Barat. Luigi, liberato,
poté ritornare a Joigny. Aveva avuto a Parigi la possibilità di essere
ordinato prete, clandestinamente, da Monsignore de Maillé, il 19 settembre
1795. Col migliorare della situazione, Luigi si chiedeva se la sua sorellina non
dovesse lasciare Joigny e sistemarsi a Parigi dove, sotto la sua direzione,
avrebbe continuato gli studi e la formazione religiosa.
La
questione, discussa in famiglia, provocò difficoltà. Infatti la signora, molto
attaccata ai figli, soffriva al pensiero della partenza della più giovane, che
le era stata di tanto aiuto nelle prove precedenti. Sofia era in preda a dubbi
sulla decisione da prendere. Esitava tra un desiderio di vita religiosa che non
aveva i mezzi di realizzare e il dolore di abbandonare una madre a cui era molto
vicina e che sapeva fragile. Forse anche temeva in anticipo il modo di fare che
usava talvolta suo fratello! Ma Jacques Barat stesso spinse in favore di una
sistemazione a Parigi. Perché egli aveva capito che la cultura di Sofia non le
permetteva vivere in una piccola città rurale. Forse fu lui ad insistere perché
sua figlia ritornasse ogni anno per un soggiorno in famiglia al momento della
vendemmia.
Infine
Sofia lasciò Joigny alla fine d'autunno 1795 e raggiunse la capitale in
battello. Era vestita, racconterà più tardi, di un "pierrot d' indienne",
nome dato a un corsetto che si portava separato dalla gonna, e la cuffia di
Borgogna.
Se
il Terrore era finito, non così la Rivoluzione. Anzi, dal 1795 la politica
antireligiosa sembra più aggressiva ed efficace, soprattutto nella capitale. Se
la Convenzione era stata persecutoria, aveva attaccato simboli e uomini, non
aveva totalmente spezzato i legami tra la Nazione e una Chiesa che essa voleva
patriottica. La rivoluzione di Termidoro invece fu assai più antireligiosa,
poiché dopo aver soppresso il budget dei culti, proclamò la separazione della
Chiesa e dello Stato, pur riaffermando la libertà dei culti e incoraggiò una
nuova dottrina, la teofilantropia, dal gennaio 1798. In agosto e in settembre
1798 l'organizzazione del culto nuovo diede occasione a nuove persecuzioni
contro la Chiesa.
Il
culto cattolico era ancora clandestino. La casa di Rue de Touraine era perciò
diventata un luogo di culto dove l'Abbé Barat celebrava quotidianamente La
Messa per i fedeli: Se Luigi si dava da fare per svolgere il suo ministero
presso quanti ne erano privi da tempo, anche Sofia esercitava un'attività
apostolica, incaricandosi di insegnare ai bambini e spiegando loro il
catechismo. Quando ritornava a Joigny, si curava della stessa missione presso il
nipote Luigi Dusaussoy, nato nel 1794. Le circostanze spingevano i fedeli a
tenere il loro posto nell'evangelizzazione. Sofia si dava da fare come molte
altre ragazze che in seguito entrarono nella Società del Sacro cuore o in altri
istituti religiosi.
Sofia
Barat incominciò la sua vita parigina in un'atmosfera di fervore. In questa
Parigi del Direttorio dove le chiese erano chiuse, dove ci si riuniva in oratori
privati, dove il fatto religioso era ufficialmente ignorato, emerse a poco a
poco il lei il desiderio di dare ufficialmente una forma nuova al culto del
Sacro Cuore, insistendo su quello del Santissimo Sacramento.
La
prima idea che abbiamo avuto della forma da dare alla Società è stata di
riunire quanto più possibile e nel più gran numero possibile vere adoratrici
del Cuore di Gesù Eucaristia, ecco come. All'uscire dal Terrore e dalle
abominazioni della Rivoluzione contro la religione e il Santissimo Sacramento,
tutti i cuori rimasti Meli a Dio - e ne sorgevano da ogni parte quando le Chiese
fùrono riaperte - tutti i calori, dico, battevano all'unisono. Riparare gli
oltraggi a Gesù Eucaristia era il grido di raduno, compensarlo dei sacrilegi,
delle empietà, degli oltraggi, era il bisogno di ogni anima desiderosa di
riparazione e di espiazione. Se due persone parlavano insieme, cercavano i mezzi
adatti a far rivivere Gesù Cristo nelle famiglie. Le riunioni di amici che si
ritrovavano al ritorno dell'emigrazione si occupavano del culto del Santissimo
Sacramento da ristabilire, del clero da far rivivere, dell'episcopato da aiutare
e sostenere. Le persone libere, le vedove, consacravano il loro tempo e le loro
risorse a confezionare paramenti e biancheria da chiesa e le vergini sognavano
l'immolazione, la consacrazione.
Il
Terrore, lo si vede, ha svolto un ruolo nella vita spirituale di Sofia. Per
ripararne gli eccessi e gli errori desiderava veder nascere una nuova forma di
vita religiosa. Vedeva nella Rivoluzione un Régime che aveva minacciato i
diritti di Dio e oltraggiato il Cuore di Cristo nella misura in cui aveva
ostacolato i modi abituali del culto, contraddetto le forme tradizionali di
trasmissione della fede, rotto i quadri ecclesiastici antichi e impedito al
clero di mantenere il suo ruolo. Essa frequentava allora le vittime della
Rivoluzione e gli ex emigrati.
I
cinque anni passati a Parigi furono per Sofia un tempo di formazione che mescolò
educazione religiosa e profana. Furono un poco come un noviziato, perché Luigi
le fece conoscere ragazze della sua età - due o tre certamente - a cui dava la
stessa formazione che a sua sorella e che abbozzarono con lei un inizio di vita
comune. La vita, nel quartiere del
Marais,
era austera, le distrazioni molte ridotte. Anche la tavola era frugale. È vero
che Luigi, trasformato dal soggiorno nelle carceri rivoluzionarie, era passato
da cristiano pio ad asceta e contemplativo, sognava la Trappa pur aspirando a
una vita apostolica. Sofia aveva occupazioni utili e serie, ed era certamente
molto sola. Cuciva e ricamava. Imparò a memoria il Salterio. Aspirava sempre
alla vita religiosa e, molto attratta dalla vita contemplativa, sognava la
riapertura del Carmelo.
Il
suo programma di studi era meno profano che a Joigny. Luigi la introdusse alla
teologia, certamente. secondo il pensiero tomista, e ai Padri della Chiesa. Non
tralasciò la letteratura mistica, almeno i grandi manuali. Smise di essere solo
un professore e diventò direttore spirituale e confessore di sua sorella, senza
aver coscienza dell'ambiguità che poteva avere tale situazione. La spinse pure
alla pratica di penitenze corporali, e non esitava ad umiliarla pubblicamente,
persino a darle uno schiaffo! Il suo modo di comportarsi era difficile da
sopportare:
Poiché
mi faceva continuare ad oltranza gli studi, toglievo all'algebra e al sonno il
tempo di cucirgli per la festa di S. Luigi alcune camicie ben cucite, che gli
offrii con naturale fierezza dei miei punti regolari. Le gettò nel fuoco...
La
severità di Luigi provocò in Sofia una crisi di scrupoli molto acuta da cui
stentò ad uscire. Luigi aveva forse scoperto la devozione al Sacro Cuore, ma,
come tutti gli altri membri della famiglia, era ancora segnato dal giansenismo
che sottolineava più l'indegnità dell'uomo che la misericordia di Dio. Sua
sorella poté tuttavia manifestare, anche in questo campo, la sua qualità di
humour che le era propria, quando prendeva le distanze da certe posizioni di suo
fratello. Quando egli affermava che non sarebbe mai stata una santa, rispose:
Benone, mi vendicherò con l'essere molto umile! Luigi seppe però invogliare
Sofia alla comunione frequente malgrado i suoi timori e i suoi tentativi di
sfuggirne! E non era così comune a quell'epoca.
In
tale atmosfera, mentre si mescolavano attività apostoliche, apprendimento della
vita comunitaria, interiorità, studi e preghiere, vita semplice ma aperta sul
mondo, il progetto di Sofia Barat prese una consistenza particolare. In un
momento determinato si mise a considerare la possibile creazione di una società
religiosa dai tratti particolari:
Eccomi
all'idea primordiale della nostra piccola Società del Sacro Cuore, quella di
unirmi a delle giovani per stabilire una piccola comunità che notte e giorno
adorerebbe il Cuore di Gesù oltraggiato nel amore eucaristico, ma, mi dicevo,
quando saremo ventiquattro religiose in grado di sostituirci su un
inginocchiatoio per mantenere l'adorazione perpetua, sarà molto, e bere poco
per un così nobile scopo ... Se avessimo le ragazze da formare allo spirito di
adorazione e di riparazione, come sarebbe diverso! E vedevo centinaia, migliaia
di adoratrici davanti a un ostensorio ideale, universale elevato sulla Chiesa.
È questo, mi dicevo, davanti a un tabernacolo solitario: dobbiamo votarci
all'educazione della gioventù, rifare nelle anime le solide fondamenta di una
fede vive nel Santissimo Sacramento, combattervi le tracce di giansenismo che ha
portato l'empietà, e con le rivelazioni di Gesù alla Beata Margherita Maria
sulla devozione riparatrice ed espiatrice verso il suo Cuore nel Santissimo
Sacramento, educheremo una fòlla di adoratrici di tutte le nazioni fino alle
estremità della terra.
Questo
progetto avrebbe potuto restare allo stadio di un sogno se non avesse
incontrato, in certo modo, quello che formulava un religioso appena rientrato in
Francia, il padre Varin.
All'estero,
padre Varin aveva ritrovato un gruppo di giovani religiosi francesi che negli
ultimi anni dell'Ancien Régime si erano dati alla devozione al Sacro Cuore e
sognavano di ricostruire una famiglia religiosa simile a ciò che era stata la
Compagnia di Gesù. Erano allora insieme sotto il nome di padri del Sacro Cuore.
Uno di essi, Leonor de Tournély, che sarebbe morto giovanissimo, aveva avuto
l'idea di suscitare una fondazione femminile di cui il primo abbozzo fu
l'Istituto delle Dilette di Gesù. Al suo ritorno a Parigi, il padre Varin
conobbe Luigi Barat e lo accolse nel 1800 fra i padri della Fede, di cui era
responsabile per la Francia. Seppe così dell'esistenza di Sofia e delle sue
qualità spirituali e intellettuali, Al ritorno di Sofia a Parigi, nell'autunno
1800, la incontrò:
"Ho
visto, raccontava più tardi, una piccola ragazza molto piccola, molto esile,
che non osava alzare gli occhi, ma già si intuiva in lei la prudenza e la
maturità che le conoscete. Oh! che bella pietra fondamentale! mi sono detto.
Tuttavia proprio su di lei Dio voleva innalzare il suo edificio, era quel
piccolo grano di senapa che avrebbe prodotto questo grande albero i cui numerosi
rami si allargano già così lontano".
Al
padre Varin Sofia disse il suo desiderio di entrare al Carmelo. Forse gli confidò
quanto si era interessata alla lettura della vita di S. Francesco Saverio e
quanto desiderio provava di darsi tutta? Dal padre Varin apprese l'esistenza
delle Dilette di Gesù, Istituto di vita religiosa nato recentemente a Vienna,
le cui fondatrici, che avevano fatto la loro consacrazione nel 1799, vivevano
allora in Italia. La sua attenzione fu attratta dalla loro vita, centrata sulla
preghiera e l'adorazione del Santissimo Sacramento, dal loro desiderio di
consacrarsi all'educazione delle fanciulle come mezzo per diffondere l'amore del
Cuore di Gesù.
Al
suo contatto, Sofia si distese poco a poco, e imparò da lui a puntare in tutto
sulla fiducia in Dio. Joseph Varin aveva infatti per motto:" Coraggio e
fiducia".
Il
21 novembre 1800, festa della presentazione della Vergine Maria, Sofia Barat
faceva la sua prima consacrazione religiosa a Parigi, nella cappella della rue
Touraine, circondata da tre altre giovani, di cui nessuna perseverò
nell'Istituto. Sopra il Tabernacolo c'era un quadro della Vergine che teneva tra
le braccio il Bambino; un altro quadro, che rappresentava S. Ignazio e i suoi
primi compagni mentre pronunciavano i loro voti a Montmatre, ornava pure
l'oratorio. Il primo è stato conservato nelle varie Case Madri della Società
col titolo de "La Madonna della Società".
Fu,
diceva in seguito Madre Barat, l'unico ricordo che mi lasciò mio fratello del
nostro delizioso oratorio, portò via tutto il resto che d'altronde gli
apparteneva. Quanto a me, non sapevo niente, non prevedevo niente, prendevo quel
che mi davano.
La
cerimonia fu semplice ma rischiò conseguenze tragiche, narrate dalla Madre
Barat durante una ricreazione alla casa madre nel 1854:
Un
incidente turbò la gioia di questa festa: la Madre Barat lo citava come effetto
della gelosia del diavolo e della protezione di Dio. Non avendo mai visto una
cerimonia religiosa, diceva, questa, per quanto semplice, mi fece profónda
impressione. Uscendo, lasciammo davanti all'altare un cero che doveva bruciare
fino a sera in segno di gratitudine. All'ora di pranzo. padre Varin, mio
fratello e padre Roger sedettero a tavola con noi; sembrava l'agape dei primi
cristiani, e vi regnava dolce e pia dilatazione. Il pranzo durò un. po' più
del solito; non era ancora finito quando una signora venne a farci visita; non
volendo disturbarci, entrò in cappella; e quale fù il suo spavento vedendo la
tovaglia dell'altare tutta fuoco. Si affrettò ad avvertirci e il male fu presto
riparato; pochi istanti ancora e l'altare sarebbe stato consumato, e chissà se
la casa non sarebbe stata incendiata? così dalla nostra nascita il demonio
cominciava a fàrci guerra e il Maestro a proteggerci". (M. Cahier)
Un
anno dopo, in novembre 1801, una prima comunità formata con due altre giovani
della Piccardia, Henriette Grosier e Geneviève Deshayes, nasceva ad Amiens. Il
padre Varin, che si occupava di introdurre i padri della fede in quella città,
vi aveva trovato un educandato secolare da rilevare, in Rue Martin-Bleu-Dieu.
Sofia vi giunse il 13 novembre. Una vita religiosa apostolica originale stava
per prendere forma.
Capitolo
II
IL
LENTO EMERGERE DELLA SOCIETÀ DEL SACRO CUORE
Gli inizi di una congregazione nascente non sono di solito facili. Nella Francia del Consolato, che cominciava a ritrovare i quadri ecclesiastici simili a quelli di prima del 1789, la vita religiosa si cercava, ma doveva nascondersi. Il Concordato aveva previsto solo la sorte dei secolari. Di conseguenza, si continuava ad applicare le leggi rivoluzionarie, oppure lo stato accordava un'autorizzazione ad esistere a poche rara ed antiche congregazioni. I voti erano sempre proibiti e le religiose non erano considerate come tali. Così le Dilette non avevano la possibilità di usare un nome collettivo, né, durante i primi mesi del loro soggiorno ad Amiens, di portare un abito che le distinguesse.
L
La vita al "Berceau"
Nella
congregazione del Sacro Cuore, Amiens, luogo della prima inserzione comunitaria,
è sempre stato considerato come la "culla" della Società. Una vita
religiosa apostolica si formò poco a poco Sofia Barat aveva fatto i voti in
giugno 1801. Ad Amiens, il 21 dicembre 1802, divenne superiora della comunità,
inaugurando così un superiorato che doveva terminare solo alla sua morte.
Non prevedevo ciò che Dio mi riserbava confessò alla fine della vita. Le sue qualità umane e spirituali erano già abbastanza sviluppate perché una delle Dilette, venuta da Londra per conoscere la nuova comunità, pensasse a lei per dirigere la casa. Geneviève Deshayes ha raccontato in modo spiritoso come andarono le cose:
"Madre
Luisa ci faceva parlare di quella che pensavamo sarebbe stata superiora, e
soprattutto di Sorelle Sofia (.... ) Finalmente una sera, vigilia della nomina
della nostra Venerata Madre a superiora, ci diede una conferenza, ma di una tal
forza da farci piangere, noi è soprattutto sorella Sofia, sempre concentrata in
se stessa. Essa l'interpellò e le disse energicamente che occorreva che infine
uscisse da sé; con un accento inesprimibile Sofia le chiese: E non potrò più
rientrarvi? E tutte ci mettemmo a ridere per tale semplicità di rimpianto
d'amore per la cara solitudine interiore (...). L'indomani il padre Varin dopo
la messa, essendo noi tutte riunite, ci fece una conferenza e nominò sorella
Sofia superiora, con gran gioia di tutte. Ella si gettò in ginocchio, e noi
pure."
Fin
dall'inizio del suo incarico, la Madre Barat inaugurò un modo di governo di cui
doveva sempre servirsi in seguito. Lo fondò sull'amore di Dio di cui sapeva
servirsi per fare accettare i sacrifici e le privazioni inerenti alla vita
religiosa o a una fondazione. Sofia era sempre stata dotata di forte volontà,
intuitiva e pronta nei suoi giudizi. Fu ferma, ma prudente. Nella preghiera
sapeva acquistare l'umiltà "che la faceva presentare con dolcezza e tatto
le esigenze dell'obbedienza spinte molto lontano" da un istituto che si
fondava a tale riguardo sulla tradizione ignaziana. Concretamente lasciava alle
sue compagne libertà negli impieghi e cercava consigli prima di prendere una
decisione. Imparò a mettere insieme autonomia e dipendenza, come cercò in
seguito di ottenere dalle superiore.
Nei
primi tempi della fondazione si presero abitudini e si formò uno spirito che
avrebbero segnato la vita al Sacro Cuore, e sarebbero state riprese nelle
Costituzioni. La spiritualità era colorata dal posto della preghiera,
dell'interiorità, dell'adorazione eucaristica, di cui si è visto il posto
nella prima ispirazione della fondatrice. Era l'ora degli entusiasmi, ma anche
delle sorprese e delle ricerche: "Cominciavamo, ma camminavamo come chi va
nell'ombra a tentoni. E' il cammino della Provvidenza con noi: ha sempre
continuato a condurci così, sollevando solo pian piano il velo delle sue volontà",
Ha scritto la M. Deshayes. La fondazione ancora recente faceva pensare che tutto
fosse possibile. Sofia e le sue compagne erano attratte da "Dio solo".
La nuova superiora confessava la sua attrattiva per le missioni lontane, per il
Canada in particolare. Era già avanti nelle vie mistiche. La sua attrattiva per
l'unione con Dio era visibile. Non poteva sempre nascondere l'intensità della
sua preghiera.
Ad
Amiens, il tono di vita era più che modesto. Nei primi tempi le religiose
dovettero dividersi tutti i compiti, l'insegnamento e la sorveglianza delle
alunne, ma anche i lavori di casa:
Eravamo
talvolta oppresse dalla stanchezza, ha confessato la fòndatrice. Ci coricavamo
tardi perché obbligate ad approfittare del sonno delle alunne per curare la
biancheria, o anche per lavorare per l'esterno, perché eravamo povere;
bisognava tuttavia alzarsi alle cinque...
L'organizzazione
dei locali era assai mediocre, per mancanza di mezzi:
Arrivando,
portavo circa sei Banchi, resto del viaggio. Eravamo senza preoccupazioni né
sollecitudini, fèlici delle privazioni che ci ricordavano il nostro divin
Salvatore a Nazareth. Dormivamo tutte nella stessa camera, i nostri letti e
un'unica sedia ne costituivano il mobilio; d'altronde lo spazio non avrebbe
concesso di metterne di più: quando tutte eravamo in ginocchio la sera per fare
l'esame, i piedi si toccavano. Per defèrenza, lasciavamo alla più anziana,
M.lle Deshayes, l'uso di quest'unica sedia. Occorreva pure tuttavia servirsene
durante la giornata; dimenticavamo spesso di rimetterla a posto, ciò che
contrariava un poco la nostra buona sorella, di cui l'ordine e la simmetria
erano estremi. Questa pensò un giorno di legare la sedia al suo letto, il che
ci divertì parecchio, mentre lei ne provò un vivo rimorso, e se ne accusò
come di un atto di proprietà che non poteva perdonarsi.
In
realtà la crescita della comunità non faceva che accrescere le difficoltà
perché il numero costringeva a vivere sempre più nell'imbarazzo. Si giunse
tuttavia a trovare una stanzetta per la camera della Superiora. Sofia lasciò
dunque il dormitorio comune, e godette di poter pregare più a suo agio e più a
lungo.
Anche
il cibo era povero:
"Avevamo
solo pane a colazione, e bisognava pure prenderlo rincorrendo le ragazzine
insubordinate. Mangiavamo con le bambine: il cibo era assai frugale; poiché le
bambine erano servite per prime e abbondantemente, eravamo spesso ridotte ad
accontentarci di pane."
Tali
carenze alimentari unite a un lavoro notevole non furono senza conseguenze sulla
salute di Sofia Barat, resa fragile dallo stile di vita impostole dal fratello
durante il soggiorno a Parigi. Solo col trasferimento a Rue de l'Oratoire la
comunità trovò un po' più di mezzi e di spazio per vivere. In questo nuovo
locale disponevano finalmente di una cappella e di un giardino. Ma nei primi
anni la povertà non era solo desiderata per conformità evangelica, era dovuta
anche alla mancanza di risorse:
In
quei tempi, non ci veniva neanche l'idea di cambiare quanto poteva servirci tal
quale... "Niente denaro, niente desideri", questo detto dei Padri
della chiesa diventò nostro.
Durante
una visita ad Amiens, la Madre Barat raccontò come all'inizio, per risparmiare
qualche soldo, la comunità aveva deciso di pulire le scarpe delle interne, ma
durante l'ora di preghiera, perché le alunne non se ne accorgessero! Facevamo
come i poveri che si vergognano, salvavamo le apparenze. Il caffè zuccherato
era riservato alle religiose che, in occasione delle visite del Vescovo,
dovevano provvedere alle composizioni letterarie e in versi. Le chiamavano
" le religiose di spirito"!
La
vita comunitaria era ricca di amore scambievole, quello che più tardi, doveva
dare alla Società del Sacro Cuore il motto Cor unum et anima una in corde Jesu.
Attraverso il racconto che ne fece la Madre Barat a giovani religiose in
formazione, si può ricostruire un poco l'atmosfera della vita ad Amiens:
Quale
carità regnava tra tutte! Un piccolo numero come eravamo, con un educandato, le
scuole dei poveri, lavorando dalle cinque del mattino mentre non eravamo ancora
a letto a mezzanotte, perché, la sera, rammendavamo quel che ci serviva,
eravamo povere ah! ... Eravamo sempre occupate. Ebbene, quando, la sera, le
bambine erano coricate, potevamo ritrovarci un momento, era una vera gioia.
Eravamo le persone più felici della terra. Ci stringevamo attorno ad un piccolo
scaldino pieno di cenere calda e non desideravamo nient'altro al mondo. E le
colpe che ci rimproveravamo di più, che si sarebbe fàlto di tutto per
riparare, erano le minime cose che sfùggivano contro la carità. Che cosa?
Piccole cose. Un aspetto un po' serio...Ne esprimevamo il dolore senza fine. Le
Sorelle dicevano: Ah mio Dio, vi ho risposto sgarbatamente. E noi non ce ne
eravamo neppure accorte... Ma io ho avuto così un'aria troppo seria... Ci si
rimproverava così tali inezie.
Il
piccolo numero delle religiose della comunità d'allora non è l'unica
spiegazione di quell'intimità che si era rapidamente creata tra di loro! Il
trio iniziale aveva incontestabilmente desiderio di una vita religiosa forte.
Queste giovani erano vicine di età e provenivano da un ambiente sociale e
culturale abbastanza simile:
In
tutto il tempo che passammo insieme, tutte e tre, mai, mai ci fu nient'altro né
niente che potesse minimamente diminuire o alterare l'unione più intima dei
cuori. Mai comunicazioni, osservazioni, riflessioni nei momenti di riunione che
erano sempre solo la sera, dopo le otto e mezza. Mai mancanze al silenzio. Ci si
sorrideva incontrandoci, e niente più. La sera, dopo la grande fatica del
lavoro della giornata, quando le bambine erano a letto, ci ritrovavamo libere
tutte e tre insieme, e le nostre anime nuotavano come in un bagno rinfrescante.
Il benessere di ritrovarci tutte e tre era una gioia di cui non posso dire il
fascino, la dolce e pura gioia, là era la nostra felicità in verità e purezza
in Dio solo. Avevamo raramente la libertà di andare in parlatorio, ci andavamo
solo quando vi eravamo chiamate. Ma ci ritrovavamo al focolare della cucina. Là
le nostre tre teste l'una vicina all'altra avrebbero potuto rappresentare le
confidenze della gioia".
E
Sofia ritrovò le stesse disposizioni in molte delle nuove compagne, che man
mano arrivavano. Con Catherine de Charbonnel, fece "dei buoni scambi
letterari". Condivise con lei, per esempio, il suo amore per Virgilio e le
fece studiare in parallelo i Padri della chiesa.
Le
relazioni che si strinsero allora durarono fino alla fine della vita delle
protagoniste. Non per umiltà né per cortesia la Madre Barat, molto più tardi,
disse un giorno alle novizie di Conflans: Che cosa avrei fatto a ventun anni,
uscita dalla modesta casa di un vignaiolo bottaio da cui sono nata, se queste
madri non fóssero venute ad aiutarmi con i loro consigli e a darmi man forte?
Sofia aveva il senso e il gusto dell'amicizia. Aveva bisogno di un'atmosfera
d'amicizia per venir fuori. Quella di Amiens l'aiutò.
Il
valore e le virtù della fondatrice non le toglievano né il suo humour né il
suo buon senso, né il suo gusto della battuta. Mentre la Comunità era formata
da solo nove membri, giunse una ragazza che desiderava entrare nella vita
religiosa. Come raccontò poi la madre de Charbonnel in presenza del padre Varin,"
questa pretendente era piuttosto sempliciotta e la Madre Barat la fiutò subito.
Voleva scoraggiarla subito, ma padre Varin rifiutò: "Resterà, per
insegnarvi a non porre il vostro nido così in alto. Siete delle aquile, per non
ammettere un passerotto tra voi?" Fu dunque accettata e le nove religiose
la colmarono di gentilezze; ma la madre Sofia, non potendole far capire nulla
degli usi e costumi, avendovi detto: Padre, io so che per fare dieci occorre uno
zero; ma sarà molto imbarazzante.., Voi avete colto la spiritosa risposta come
un buon parere e ci avete lasciate in nove".
Madre
Barat, quando raccontava questa storia, aggiungeva: Io ebbi una buona lezione, e
la postulante per penitenza; ma non poté restare e si ritirò da sola. Il padre
Varin finì per esser d'accordo che, con il tipo delle nostre opere, occorreva
che i soggetti non fossero delle nullità.
Questo
aneddoto mostra chiaramente che Sofia Barat era una donna come tutte! Una
contemporanea evocherà poi "la sua carnagione di solito colorita, che
dimostrava un temperamento tra bilioso e sanguigno". Fino alla fine della
vita, le sue reazioni furono vivaci di fronte a situazioni che non le sembravano
convenire con l'idea che si faceva della vita religiosa al Sacro Cuore.
Ad
Amiens, nel 1801 iniziò l'apostolato caratteristico del Sacro Cuore, svolto in
funzione di utenti diversi in due tipi di scuole, gli educandati e le scuole di
esterne. Un ambiente proprio della futura Società era già chiaro. Le opere
erano situate all'interno della casa. Le religiose non interrompevano il loro
lavoro presso le bambine che per il tempo della preghiera e le riunioni
comunitarie. Non uscivano per le loro attività, l'apostolato si svolgeva
all'interno, benché non fossero allora sottoposte alla clausura. La vita, fin
dall'origine fu fortemente contemplativa. Lo spirito del Carmelo rassomiglia a
quello della nostra Società, dirà un giorno la Madre Barat. Essa avrebbe
voluto entrare in quest'ordine, che considerò sempre come il primo nella
Chiesa. Tuttavia le religiose uscivano di casa per affari o per accompagnare le
alunne nelle loro passeggiate. Maddalena Sofia stessa, almeno fino al 1823, si
fermò a più riprese presso i suoi parenti, quando doveva passare per la
Borgogna durante i suoi viaggi. Lei stessa raccomandò a Henriette Grosier di
fare la cura che richiedeva il suo stato di salute. Nel 1805 fu lei a sopprimere
le grate a Grenoble, malgrado il rimpianto manifestato da Filippina Duchesne:
"Oh! le mie care grate!"Le vostre grate, mia cara, non parlatemi più
delle vostre grate! Le nostre intenzioni, le nostre azioni possono essere
rinchiuse dietro delle grate?
Poco
dopo la sua sistemazione ad Amiens, la comunità delle religiose si separò
dall'istituto delle Dilette per motivi strettamente politici che non erano, del
resto, legati alla loro esistenza, ma ben più alla sorte dei Padri della Fede.
Questi, che avevano in Francia uno statuto di preti secolari, erano sospettati
dalla Polizia imperiale di essere dei gesuiti camuffati. Erano ancora più
sospetti perché il loro capo - che era anche quello delle Dilette - viveva
all'estero, ed essi dirigevano in molte regioni francesi collegi il cui rapido
sviluppo costituiva una minaccia di concorrenza per i Licei dello Stato.
Malgrado la protezione del Cardinal Fesch, zio di Napoleone, che li apprezzava e
di cui padre Varin era amico personale, non giunsero ad essere riconosciuti né
dal papa né, in Francia, dal ministro dei culti. I padri della Fede,
incardinati dal cardinal Fesch nella sua diocesi di Lione, si separarono dalla
loro casa madre di Roma la vigilia della comparsa del decreto Messidor anno XII
che scioglieva la "aggregazione conosciuta sotto il nome di padri della
Fede". Essi scelsero come superiore il padre Varin.
La
separazione dei padri della Fede portò con sé quella delle religiose ma, ad
Amiens, non suscitò troppa emozione. La Società stava per apparire in pieno
giorno nella sua specificità religiosa più facilmente prendendo la sua
autonomia riguardo ad un istituto a cui certo Sofia Barat era stata legata, ma
in spirito di obbedienza, senza attrattive
La
situazione era almeno chiarita? Non molto, perché, per ragioni politiche, le
religiose non avevano ancora la possibilità di riferirsi al Sacro Cuore, sotto
pena di scioglimento. Il decreto di Messidor infatti riguardava, oltre i padri
della Fede, "le diverse associazioni esistenti in Francia sotto il nome de
Società del Cuore di Gesù, di Società delle vittime dell'amore di Gesù".
Presero perciò un nome che caratterizzava la loro attività apostolica: quello
di Dame dell'Istruzione Cristiana, di cui Genevieve Deshayes scrisse che le
iniziali erano quelle di Gesù Cristo, Cuore di Gesù rovesciandole. Sotto
questo titolo ricevettero un'autorizzazione legale il 26 gennaio 1805 per una
scuola di cui erano incaricate a Grenoble. Il 10 marzo 1807, al campo di
Osterode in Prussia, Napoleone, appoggiato su un tamburo, firmò un decreto che
autorizzava l'esistenza dell'associazione delle Dame dell'Istruzione Cristiana.
Il potere non era ingannato, né la polizia male informata. Ma l'Imperatore, che
aveva in progetto la ricostituzione di collegi per le ragazze, preferiva
chiudere gli occhi sul modo di vita delle educatrici se queste erano abbastanza
discrete per non attirare troppo l'attenzione o manifestare opinioni politiche
sospette. Padre Varin aveva ottenuto la protezione di Madame Mère, Letizia
Bonaparte. Soltanto sotto la Restaurazione la congregazione poté chiamarsi,
ufficialmente questa volta, Società del Sacro Cuore.
La
separazione della comunità di Amiens dall'autorità superiore delle Dilette
rafforzò momentaneamente la dipendenza delle religiose nei confronti dei padri
della Fede. Il padre Varin, nel 1804, fu considerato il superiore della comunità
di Amiens. Le case del futuro Sacro Cuore furono per lo più sistemate vicino a
quelle dei padri della Fede. Questi ricevevano le proposte di fondazioni e
contribuirono a orientare verso la Società le giovani di cui avevano avuto le
confidenze di vita religiosa. All'inizio, Sofia Barat era dunque incaricata di
accogliere persone che non aveva esaminato e che non erano necessariamente
adatte al tipo di vita religiosa a cui lei aspirava. I padri della Fede
predicavano i ritiri alla comunità. Padre Varin e i suoi confratelli
contribuirono a redigere i documenti necessari per far accogliere la Società
nascente dalle autorità ecclesiastiche e civili. Furono pure all'origine delle
Costituzioni. La loro azione contribuì ad ancorare la congregazione nascente
nella spiritualità ignaziana. Ma la medaglia aveva il suo rovescio, perché la
Società poteva temere colpi di rimbalzo nel caso in cui i padri non fossero più
in grado di essere sostenuti dal potere. L'influsso della tradizione ignaziana
si manifestò pure nella struttura di governo che si diede la Società. Essa
provocò difficoltà almeno in due circostanze, durante la vita della
fondatrice, al momento della prima crisi che ebbe termine solo nel 1815, e al
momento di quella del 1839.
III.
Gli inizi dell'espansione.
Poco
dopo la separazione dalle Dilette, la Società cominciò ad espandersi in
Francia. La prima casa che le si aggregò, in dicembre 1804, fu la comunità di
Sainte-Mario d'En-Haut a Grenoble, un convento fondato da S. Francesco di Sales
e Santa Giovanna di Chantal. Si trattava di una casa ripresa e mantenuta da
un'ex novizia della Visitazione, Filippina Duchesne. Ospitava alcune ragazze di
cui parecchie avevano incominciato, prima della rivoluzione, una formazione
religiosa. Il secondo impianto fu quello di Poitiers nel 1806. La nuova comunità
si stabilì in un antico monastero dei Feuillants nato all'inizio del XVII
secolo. In queste due fondazioni, Sofia Barat ebbe un ruolo determinante. A
Grenoble, poi a Poitiers, creò un noviziato, inseri la Società, lanciò la
vita comunitaria e apostolica.
Le
qualità di formatrice della Madre Barat e la sua arte di discernimento
trovarono modo di esercitarsi in ambo i casi. Ma se a Grenoble doveva trattare
con una piccola comunità già costituita, abituata agli usi religiosi, a
Poitiers poté creare dal nulla. A più riprese durante la sua vita ebbe in
seguito l'occasione di occuparsi da vicino del noviziato: era un compito che
amava particolarmente. In ogni occasione mirava a far acquistare alle sue
novizie l'umiltà e una profonda dimenticanza di sé. Una di loro, formata a
Poitiers, Elisabeth Maillucheau, ha riassunto così quello che le sembrava
essere il progetto della sua maestra delle novizie:
"La
Madre, il cui desiderio intimo, oserei dire la passione, era di condurci
all'unione con Gesù Cristo, non vedeva mezzo più sicuro per riuscire che di
ispirarci una profonda dimenticanza di noi stesse. Per questo ci teneva a un
lavoro assiduo, ci faceva applicare a lavori che prima ci sarebbero sembrati di
poco conto; e ce lo comandava con un tono così naturale come se non avessimo
mai fatto altro in tutta la vita. (...) La Madre generale prendeva per sé ciò
che c'era di più duro; spesso la si vedeva scopare, trasportare dei mobili, dei
letti, anche delle pietre, perché tutto era da pulire e da accomodare in quei
vasti locali. Voleva talvolta assicurarsi che con l'obbedienza ci fosse la
pazienza; così un giorno mandò una di noi a raccogliere delle noci bacchiate.
La novizia ci restò fino alla sera tardi; fortunatamente ce ne accorgemmo,
perché non aveva osato abbandonare il suo lavoro prima di aver finito. Nei
nostri giorni neri - e quale novizia non ne ha mai avuti? - la Madre ci
sollevava con forza ed energia, sgridava con veemenza quando occorreva,
annientava la colpevole, ma l'accoglieva poi con bontà, purché venisse
disposta ad umiliarsi; altrimenti non conveniva avvicinarsi, la si sarebbe
trovata inesorabile ... Ciò del resto non succedeva mai."
Sofia
Barat era anche attenta a far crescere la carità. La stessa testimone aggiunge
a questo proposito:
"La
Madre ci parlava spesso di questa regina delle virtù. Diceva: Io non so ciò
che Dio farà di ciascuna di voi, ma vi chiedo con tutte le mie forze di
mantenere la carità in qualunque posizione vi troviate; propagatela a vostre
spese; nessun sacrificio vi sia penoso per stimolarla; se sappiamo mantenere
intatti i vincoli della carità, essi da soli sosterranno la nostra Società,
che è che così piccola e debole di per sé; Gesù la considererà come sua...
Vorrei potervi far conoscere tutte le luci che ricevo da Dio su questo punto
essenziale: sì, l'unione sarà la nostra forza; bisogna mantenerla, questa
divina unione, a prezzo dei maggiori sacrifici. Ella ce ne dava d'altronde
frequenti esempi e, se sopportava a fatica quelle piccole miserie femminili,
quei ritorni su di sé, quelle preoccupazioni eccessive per la salute che
frenano nel cammino della perfezione, era la prima a curarci quando ci vedeva
malate, visitandoci continuamente per vedere come stavamo; nulla era più
delicato del suo cuore in fatto di carità. Così questa virtù si faceva
sentire e gustare in modo speciale: tutti gli interessi diventavano comuni. Non
ho mai incontrato una simile fusione; ma senza familiarità, senza
manifestazioni naturali; avveniva per quella dimenticanza di se che fa guardare
la sorella come un altro se stesso."
Fu
anche un tempo di gioia. È vero che la maestra delle novizio non era molto più
anziana delle sue novizie. La Madre Barat serbò sempre un tenero ricordo di
questa comunità che presentò un giorno come la sua primitiva Chiesa.
L'espansione
esigeva l'organizzazione di nuove strutture di governo. Al Consiglio generale
del 1806, quando aveva 26 anni, Sofia Barat fu eletta superiora generale a vita.
Secondo una di quelle che presero parte all'elezione, "Madame Barat fu
confermata di nuovo come superiora generale a vita perché riuniva in sé le
qualità per questo compito; la sua unione intima con Dio, la sua dolcezza, la
sua prudenza, il suo darsi tutta per la Società la saggezza del suo governo che
avevamo già sperimentata, tutti i talenti riuniti in un'età in cui altre non
fanno che offrire promesse fecero credere che Dio l'aveva "Lei sola non era
affatto di questa opinione e la sua umiltà profonda le fece credere che la si
confermava in questa carica solo per i suoi peccati. Fu dunque un colpo
terribile per lei. Ma si sottomise per piacere a Dio, a cui si era data
totalmente. Raddoppiò lo zelo, l'umiltà, la dolcezza, la carità verso tutte e
credette di esser consacrata ai bisogni di tutti i membri della Società"
Poco
a poco la Società sciamava. A Niort, a partire da Poitiers, a Cuignières,
nella diocesi di Beauvais, a partire da Amiens - quest'ultima fondazione era
vista come possibile rifugio in caso di difficoltà con le autorità -, a
Doorseele, vicino a Gand in Belgio, allora annesso dalla Francia.
Iniziò
allora per la Madre Barat una vita se non itinerante almeno molto movimentata. A
partire dal 1806 e durante tutto il resto della sua vita, almeno fino al 1852,
andò di casa in casa per fondare, aggregare nuove comunità che avevano chiesto
la fusione, comunicare lo "spirito" della Società, dare dinamismo e
rafforzare l'unità. Fece tuttavia tappe più o meno lunghe nelle case madri
successive che organizzò. Questa donna che, nella sua corrispondenza, fa tanto
spesso allusione alla sua fragile salute, che era periodicamente bloccata nella
sua attività da incidenti e che, più volte, fu così gravemente malata da far
temere il peggio, visse sulle strade. Percorse la Francia, poi l'Europa, in
veicoli diversi, talvolta pittoreschi, certo poco confortevoli, e rischiò
spesso di esser rovesciata in un fosso. Se raggiunse Poitiers, nel 1806, issata
su una specie di carretta carica di mercanzie, tirata ora da cavalli, ora da
buoi, usò abitualmente la diligenza e, alla fine della vita, scopri, sembra con
piacere, la velocità allora relativa delle ferrovie.
Durante
i viaggi diede prova del suo carattere intrepido perché, nei primi tempi,
viaggiava con una sola compagna e le strade, piccole o grandi, non erano allora
luoghi dove si avventurassero donne sole, soprattutto giovani. Le diligenze la
mettevano a contatto con signori talvolta in vena di scherzare, Gli alberghi non
le dicevano talvolta niente che meritasse e la pulizia delle camere e dei letti
era spesso dubbia. I mezzi di cui dispose in seguito le permisero di usare mezzi
di trasporto proprietà della Società, guidati da uomini di fiducia. Ma le
"carrosses" del Sacro Cuore erano vecchie e rappezzate. La Madre Barat
non era ormai più dipendente dalla buona volontà degli uni o degli altri,
delle raccomandazioni sempre aleatorie quando si trovava in una regione in cui
non aveva né basi né conoscenze. Ma i suoi viaggi le permisero di prendere
chiara coscienza della situazione reale della Francia e dei bisogni della società
all'indomani della rivoluzione. Era spaventata nel constatare la profonda
ignoranza dei bambini in fatto di catechismo e il distacco nei confronti della
religione di quanti incontrava, di tutte le classi sociali. I viaggi ravvivarono
il suo zelo apostolico. Quando faceva sosta in un albergo, sapeva incoraggiare
discretamente le confidenze dei domestici. A che ne stai col buon Dio, figlia
inia? chiedeva a mezza voce a una servetta. E i cuori si aprivano davanti a
questa donna che sapeva ascoltare, ma anche dar fiducia in Dio.
Tuttavia
i viaggi nel XIX secolo non erano una partita di piacere e bisognava affrontare
la fatica e le varie condizioni climatiche, perché la Madre Barat viaggiava in
ogni stagione. Il suo ritorno da Roma verso la Francia nel 1845 è ben noto
perché è stato descritto da Pauline Perdrau. La sua compagna di viaggio
racconta con abbondanza di particolari come la superiora generale decideva l'ora
di partenza dalle osterie delle tappe in funzione dell'ora delle messe
accessibili sul percorso, come organizzava, per sé e le sue compagne, i tempi
di preghiera e di lettura comunitaria:
Poiché
in viaggio le austerità abituali nella vita regolare sono sospese, diceva, le
sostituiremo con l'accettare di buon grado la mancanza di aiuti spirituali, gli
inconvenienti della temperatura, del vivere, del cibo, degli insetti che
pungono, che ronzano; e questo senza alcun lamento, con viso sorridente, con
buon umore. Insomma, ciascuna dovrà praticare queste parole dell'Imitazione di
Cristo: "accontentarsi di poco, godere di essere dimenticata", e io
aggiungo: "a me il sacrificio, il guadagno al Cuore di Gesù ".
La
Madre Barat avrebbe desiderato vivere nascosta, e confessò di aver più di una
volta sognato di sprofondare nella solitudine:
Mi
ricordo, diceva durante una ricreazione alla casa madre, che andando a Bordeaux
e attraversando le Landes, guardavo con desiderio questi luoghi deserti che
parevano così adatti ai miei desideri; pensavo all'eremita dei Pirenei.
Scendere alla prima fermata, nascondermi in questi luoghi aridi, sfuggire a
tutti gli sguardi mi pareva il colmo della fèlicità; già mi ci vedevo, ne
godevo in anticipo... Frattanto la vettura correva, e quando si arrivava a una
tappa, mi trovavo in mezzo a un villaggio; mi toccava dire addio alle mie dolci
illusioni.
Con
la sua grande attrattiva per la vita interiore fu costretta fin dall'inizio a
prendere contatti con l'esterno, a frequentare i "grandi" di questo
mondo, a trattare affari non esclusivamente religiosi. Il suo senso delle
relazioni e la sua intelligenza l'aiutarono, e dava l'impressione di essere a
suo agio con i rappresentanti di tutti gli ambienti sociali. E la sua
distinzione naturale colpiva in una giovane donna della sua età.
Dal
1807, si manifestarono le difficoltà che fino ad allora erano state larvate, e
la Società nascente fu scossa da una crisi che durò parecchi anni. I motivi di
questa furono diversi, e Maddalena Sofia Barat ne subì duramente i
contraccolpi. A questo riguardo non fu più fortunata delle altre fondatrici di
congregazioni religiose del suo tempo. Anzi, poté mantenersi a capo della
Società del Sacro Cuore mentre altre superiore generali, in circostanze simili,
furono dimesse dalla loro carica, o addirittura espulse dalla congregazione che
avevano fondato.
Poiché
la Rivoluzione aveva costretto i conventi a chiudersi e gli antichi ordini a
dissolversi, ex religiose, che avevano perseverato nella loro vocazione,
desideravano riprendere la vita comune, senza poter sempre ritrovare le loro
prime compagne ne vivere secondo la loro prima regola. Esse sollecitavano la
loro entrata nelle congregazioni esistenti secondo gli echi che ne avevano
avuto, senza vere affinità con gli scopi spirituali di tali congregazioni. Anna
Baudemont, una ex clarissa di Reims, entrò ad Amiens nella primavera del 1802.
Aveva un quarantina d'anni una formazione religiosa già fatta. Con le sue
qualità e la sua pietà prese un ascendente normale, a conti fatti, sulla
comunità. Negli stessi anni il padre Louis de Sambucy-Saint-Estève, che faceva
parte dei padre della Fede, fu designato dal padre Varin per essere il
confessore della comunità. Anna Baudemont e Saint-Estève furono al cuore della
crisi che attaccò poco a poco i caratteri fondamentali che la Società aveva
voluto darsi: La consacrazione al Sacro Cuore e la tradizione ignaziana.
Senza
entrare nei particolari di una faccenda piuttosto imbrogliata e vittima di
molteplici rimbalzi, talvolta inattesi, ne racconteremo certi aspetti. Ma la
crisi fu in parte aggravata dal ruolo di superiore maggiore del padre Varin dopo
la separazione con le Dilette. Per motivi di prudenza, poiché le lettere erano
sorvegliate, egli affidava dei compiti e trasmetteva direttive ad alcuni membri
della Società senza informarne la madre generale. Tale modo d'agire indeboliva
l'autorità di quest'ultima.
La
partenza della madre Barat per Grenoble nel 1804 lasciò ad Amiens campo libero
a quanti contestavano già più o meno apertamente i suoi poteri o volevano dare
alla Società un orientamento diverso. La casa di Amiens cercò di diventare
sempre più autonoma. Madre Baudemont, che era diventata superiora locale dopo
la partenza di Sofia Barat, aspirava forse a farne un monastero come quelli che
aveva conosciuto prima del 1789. In ogni caso, dal 1804, vi introdusse degli usi
monastici. Poiché veniva da un ramo di clarisse, le Urbaniste, che avevano
delle scuole, era in sintonia con l'apostolato della nuova congregazione. Ma, se
accettava il culto del Sacro Cuore sotto forma di devozione importante, non lo
percepiva come il fondamento di una spiritualità. Sofia Barat aveva voluto una
società di donne le cui regole e spirito fossero adatte ai bisogni del tempo.
Per questo motivo non giudicava adatto veder le sue religiose chiudersi
rigorosamente nel loro convento né legarsi a esercizi religiosi come l'ufficio
che non si adattavano bene con i ritmi di una vita di educandato. Anna Baudemont
voleva unire educazione della gioventù e vita monastica. Così gli usi che
introdusse sembravano in contraddizione con lo spirito che Maddalena Sofia aveva
voluto creare ad Amiens, spirito che Geneviève Deshayes definiva anzitutto come
di "dilezione, carità e amore". Ella manifestava pure una severità,
una durezza che contrastavano con la tenera fermezza usata dalla madre Barat.
L'espansione
della "piccola Società", secondo un'espressione cara a santa
Maddalena Sofia, portò altre ragioni giuridiche di malinteso e poi di
conflitto. L'adozione dei Regolamenti ispirati all'antica Compagnia di Gesù non
piaceva né ad Anne Baudemont né a Saint-Estève, che desideravano una
struttura religiosa in cui le case sarebbero state autonome, unite tra loro da
un semplice vincolo di carità. In ogni caso respingevano l'idea di una
superiora generale e quella di una congregazione concepita come un corpo unico.
Se il Consiglio generale del 1806 optò per il generalato a vita, la Madre Barat
fu eletta solo con la maggioranza dei voti. Sentendo l'indifferenza, o
addirittura l'ostilità della comunità di Amiens, ben tenuta in mano dalla
superiora, ella ritornò a Grenoble: preferiva non imporsi in un luogo in cui,
evidentemente, la si accettava solo con difficoltà. Ma così lasciava
possibilità di manovra ad Anna Baudemont che apparve sempre più come una
concorrente e formò le nuove arrivate secondo lo spirito che giudicava buono.
La situazione delle religiose del "Berceau" rimaste favorevoli allo
spirito primitivo della fondazione divenne presto ingestibile. Mantenendo in
seguito un caritatevole silenzio sulle divisioni che aveva percepito nella
Società, la Madre Barat non aiutò una situazione molto complessa a chiarirsi.
Ma, isolata com'era, separata dalle sue consigliere abituali, tra l'altro dal
padre Varin con cui aveva solo dei rari incontri, forse non era più sicurissima
della strada da seguire.
Anche
la politica influì su questa faccenda. Gli scontri del Régime imperiale col
potere pontificio ebbero ripercussioni sul modo di gestire le relazioni con dei
religiosi di cui erano noti i legami col papa. Le precauzioni che dovettero
prendere i padri della Fede, la chiusura dei loro collegi, le persecuzioni di
cui furono oggetto dal 1808 alla fine dell'impero non facilitarono le cose.
Padre Varin, tra l'altro, restò in residenza sorvegliata presso la sua famiglia
fino al 1814. Di conseguenza, l’'abbè de Saint-Estève che aveva lasciato i
padri della Fede certamente prima che la loro associazione fosse dissolta, si
presentava sempre più apertamente come il consigliere o addirittura il
fondatore della congregazione delle Dames de l'instruction Chrétienne. Lui
stesso e Anne Baudemont utilizzavano il silenzio dei testi ufficiali. Poiché il
decreto imperiale che aveva dato un'autorizzazione legale all'istituzione non
faceva menzione di una casa madre, la superiora della comunità di Amiens, la più
anziana, appariva come la superiora dell'intera associazione. E poiché
bisognava elaborare regole per questa associazione, si manifestò un'opposizione
sistematica contro l'intuizione fondamentale del padre de Tournely e di Sofia
Barat. Saint-Estève et Anne Baudemont volevano fare della Società un luogo di
accoglienza per le ex religiose i cui conventi erano stati chiusi. Volevano
pure, confondendo il carisma con i mezzi per esercitarlo, darle come scopo
l'insegnamento: ciò significava mettersi in contraddizione col progetto
iniziale in Solo nel 1815 la Società del Sacro Cuore poté riprendere le sue
intuizioni fondatrici. nel frattempo, soprattutto tra il 1811 e 1813, il
conflitto raggiunse il suo massimo e i poteri della superiora generale furono
ridotti in queste circostanze è interessante considerare il modo di agire di
Maddalena Sofia Barat. Nelle case in cui poteva ancora essere ascoltata,
insisteva sulla consacrazione al Sacro Cuore e faceva stabilire l'adorazione del
Santissimo Sacramento. Tentava di evitare che la sua autorità diventasse
obsoleta continuando a visitare le comunità e facendo fare le fondazioni in suo
nome. Dava le obbedienze, vegliando a procedere sempre per invio individuale.
Infine e soprattutto cercò di mantenere l'unione con un'abbondante
corrispondenza che era per lei un dovere apostolico. Si rivelò umile e dolce al
punto, per evitare una scissione, di difendere dei testi che non venivano da lei
e che si opponevano a ciò che lei desiderava in materia di vita religiosa.
La
crisi terminò in peripezie tragicomiche quando 1'Abbé de Saint-Estève,
inviato a Roma come agente diplomatico durante la prima Restaurazione, cercò di
far riconoscere dalla corte pontificale, dalla Madre Barat e dal padre Varin i
testi di cui era in gran parte l'autore. Per giungere a ciò ricorse a mezzi
tortuosi: esercitò pressioni a Roma come in Francia; inviò lettere sotto falso
nome e, soprattutto, cercò di attirare a Roma, in una casa che tentava di
formare, religiose di diverse case francesi, soprattutto di Amiens, dove
continuava ad esercitare la sua influenza. Denigrava Maddalena Sofia Barat che
accusava, in Italia come in Francia, di gallicanesimo. La presentava come una
che cercava di frenare i tentativi intrapresi per far approvare le Regole dalle
autorità pontificie e faceva credere che il Vaticano aveva ratificato il suo
testo. Fu evitata una scissione per poco.
La
Madre Barat tenne duro nella tempesta, ma vi perse la salute. Gli eventi che
viveva, i pericoli che pesavano sulla Società, la separazione della casa di
Doorseele nel 1814, gli attacchi di cui era oggetto e l'ostilità che la
circondava, soprattutto ad Amiens, fecero temere per la sua vita. Quando era
ancora bambina, era stata impressionata da un'osservazione sentita a proposito
delle divisioni che esistevano in una comunità religiosa di Joigny:
Avevo
tra quattro e sei anni quando un ecclesiastico venne a far visita a naia madre;
sembrava molto agitato. "Sono indignato, disse, vengo dal parlatorio del
tal convento dove sono stato testimone di una vera scena tra due religiose.
Litigavano a proposito di una costraazione, e ho creduto che stessero per
prendersi per la cuffia. "Io giocavo ira un angolo della carnera,
aggiungeva la Madre Barat, e avevo l'aria di non sentire la conversazio1ie, fru1
Jlo)7 perdevo orna parola; rimase incisa nella. núa nìeirioria e, poiché
avevo già lcr vocazione, nii dissi che non sarei stai entrata in quel convento.
Se
Sofia aveva mantenuto la parola e non era entrata in quel convento, si era
impegnata in una congregazione in cui la poca unione era stata abbastanza
manifesta da sfiorare lo scisma. La convocazione del Consiglio generale nel 1815
fu una decisione importante da parte sua: questo Consiglio avrebbe ristabilito
una situazione piuttosto compromessa e avrebbe trasferito la Società del Sacro
Cuore in una nuova fase della sua storia.
Capitolo
III
UNA
DONNA D'AZIONE
Dal
1815, la Società del Sacro Cuore entra in una fase di consolidamento e di
affermazione che calma progressivamente i conflitti il passaggio ad un nuovo Régime
politico, soprattutto il ritorno al regno, permettevano di usare il titolo di
"Sacro Cuore" a cui non si faceva prima riferimento se non
all'interno. La Società poteva ormai portare un nome che esprimeva il suo
carisma e la sua ragion d'essere. La situazione della Madre Barat non cambiò,
era sempre la superiora generale a vita della congregazione. Ma la situazione
nuova che si offriva ormai alla Società la spinse avanti, tanto più che non
doveva ormai subire competizioni e che la sua carica non era contestata. Donna
d'azione, Sofia Barat lo era sempre stata. Dal 1815 fino alla vecchiaia le
circostanze la spinsero ad esserlo ancor più.
1.
Il contributo del Consiglio generale del 1815
Al
Consiglio generale toccò anzitutto decidere sulle Costituzioni della
congregazione. Si trattava di porre fine al periodo precedente in cui si era
annodato un vero imbroglio giuridico, e si era pure manifestato un tentativo di
far deviare la Società dal progetto primitivo. Le Costituzioni furono adottate
all'unanimità dalle capitolanti. Avrebbero subito in seguito alcune modifiche,
ma il disegno generale dell'insieme, fino agli anni che seguirono il Concilio
Vaticano II, non fu rimesso in discussione. Come notò la nuova segretaria
generale, Filippina Duchesne, "il 16 dicembre 1815 fu la data della nostra
rinascita, o piuttosto del rafforzarsi della nostra Società che aveva sempre
desiderato di potersi gloriare di appartenere di nome e di fatto al Sacro Cuore
di Gesù. (.... ) Questa giornata passò in santa allegrezza". Per la
fondatrice terminava così un lungo periodo di incertezza.
Certamente
Maddalena Sofia Barat non ha redatto le Costituzioni, ma, mediante i confronti
col padre Varin e i diversi redattori dei testi, ha partecipato alla loro
elaborazione, facendovi passare le sue intuizioni, i suoi desideri e il frutto
della sua precedente esperienza; manifestava così i suoi punti focali, le
pratiche già introdotte nelle case poste sotto la sua direzione e lo spirito
che aveva contribuito a farvi regnare. Il quadro delle religiose del Sacro Cuore
che ne emerge, l'insistenza sulla semplicità, la carità, il garbo modesto,
l'affetto sincero e cordiale che esse devono manifestare, evidenziavano
certamente caratteristiche della Madre Barat stessa. Si è pure d'accordo nel
riconoscere il suo ritratto nelle aspirazioni e le qualità che doveva mostrare
la superiora generale: era definita "una persona strettamente unita al
Cuore di Gesù, poiché in questo centro di ogni bene doveva sempre attingere le
grazie e le lucidi cui aveva bisogno per sé e che doveva attirare su tutti i
membri della Società". Aveva pure "uno spirito davvero interiore,
l'abitudine e il gusto dell'orazione, una grande purezza di cuore, dimenticanza
di sé e del proprio interesse, impegno intero al bene della Società", uno
zelo ardente per gli interessi e la gloria del Cuore di Gesù, e insieme uno
spirito di prudenza e di sapienza che la dirigeva nelle scelte e nell'uso dei
mezzi" ( Cost. 247)
Quando
furono adottate le Costituzioni, la vita si organizzò senza intralci. La Società
era come emancipata riguardo a quanti, prima, avevano avuto un ruolo di
direzione. Padre Vai-in si fece da parte, pur conservando fino alla morte legami
privilegiati, seppur discreti, con Maddalena Sofia Barat. Era il testimone della
nascita della Società, l'amico e il sostegno nei buoni e nei cattivi giorni. Lo
mostrò ancora al momento della crisi del 1839.
II.
L'espansione della Società e le sue conseguenze.
1.
La rapidità dello sviluppo
A
partire dal 1815, la Società conosce uno sviluppo immediato. Anzitutto in
Francia. Il Consiglio generale del 1815 aveva voluto dare indipendenza alla casa
madre ponendola a Parigi. Dopo diversi tentativi che si rivelarono provvisori,
questa si sistemò nell'ex hótel Biron, nel 1820. Su richiesta di vescovi e di
persone danarose, si fecero fondazioni, perché la Società del Sacro Cuore
apriva case in funzione delle richieste indirizzatele da famiglie che
s'impegnavano a mandarvi le loro figlie e capaci di far fare altrettanto ai loro
parenti e amici. Un educandato esigeva locali relativamente vasti e grandi
giardini. Tali proprietà, molto costose, furono nella maggior parte dei casi
acquistate. Ma i castelli e i palazzi offerti non erano tutti immediatamente
adatti ad ospitare comunità ed educandati: spesso erano necessarie
ristrutturazioni. Lo Stato sotto la Restaurazione era generoso con le
congregazioni religiose. La Società beneficiò delle sue elargizioni, non solo
per comprare hótel Biron. Se la Società fu aiutata da doni in denaro o
proprietà immobiliari, venuti per la maggior parte dalle famiglie delle
religiose o da donne benestanti desiderose di entrare nella congregazione o di
aiutarla, la Madre Barat visse fino alla fine della vita nel timore di non poter
pagare i debiti fatti in occasione delle diverse fondazioni.
Tra
il 1817 e il 1820 si aggiunsero alle cinque case quella di Quimper, della
Ferrandière vicino a Lione, di Bordeaux. Nei dieci anni successivi nuove
comunità apparvero a Le Mans, a Autun, a Besançon, a Metz, a Lille, a Lione, a
Perpignan, ad Avignone. Dopo la rivoluzione del 1830, l'estensione continuò ad
Annonay, a Aix en Provence, a Charleville, a Marsiglia, a Tours, a Nantes, a
Tolosa, a Kientzheim, a Nancy, a Laval, a Monpellier, a Bourges, a Rennes, a
Marmoutier, vicino a Tours, a Orléans, a Layrac, a Moulins, a Saint-Brieuc, a
Sai nt-Pierre-lès-Calis, ad Angouléme.
In
certi casi, la Società si accrebbe aggregando società religiose o
congregazioni incapaci di far vivere le loro opere, sempre degli educandati.
Questi tentativi non furono sempre coronati da successo e talvolta la Società
del Sacro Cuore si ritirò o si stabilì altrove. Tale espansione in Francia
obbediva certo a un movimento generale per cui la vita religiosa, soprattutto
femminile, si sviluppò al punto da triplicare rapidamente i suoi effettivi in
rapporto a quanto esisteva prima della Rivoluzione del 1789; tuttavia fu la
prova di un successo legato al carisma fondatore. Il Sacro Cuore ha partecipato
di quel "Cattolicesimo al femminile", caratteristico del XIX secolo.
Fin
dagli inizi della Restaurazione, La Società del Sacro Cuore divenne
internazionale. Nel 1818 un piccolo gruppo di religiose diretto da Filippina
Duchesne raggiunge gli Stati Uniti e sbarca in Luisiana. Lo stesso anno la
Società è chiamata a Chambéry, nel Regno di Sardegna. Quattro anni dopo, le
fondazioni riguardano l'Italia propriamente detta: anzitutto Torino, allora
capitale del Piemonte, poi Roma nel 1828. Qui fu il papa stesso a far appello
alle religiose del Sacro Cuore perché si stabilissero alla Trinità dei Monti.
Far venire a Roma una congregazione diretta da una francese a Parigi era, per la
Santa Sede, un modo di riconoscere l'interesse che provava nei suoi confronti.
Questa incontestabile vitalità di una congregazione nuova fu riconosciuta nel
dicembre 1826, sotto forma di un Breve del papa Leone XII, quando le
costituzioni furono approvate della Santa Sede. Nel 1827 gli statuti erano
approvati dal re Carlo X.
La
rivoluzione del 1830 diede paradossalmente il modo di prendere posizione in
Svizzera. L'entrata in Belgio è del 1835. La Società penetrò in Inghilterra,
in Algeria, in Austria, in molte città italiane tra il 1842 e il 1844.
Seguirono le fondazioni in Catalogna, in Westfalia, in Tirolo, in Olanda. Alla
fine del generalato della Madre Barat, la Società si stabilì in Polonia.
Durante tutto questo periodo le case dell'America del Nord, negli Stati Uniti e
poi nel Canada, si moltiplicarono. Fu raggiunta a sua volta l'America del Sud,
così come i Caraibi. Rapidamente vennero vocazioni da questi diversi paesi e
diedero alla missione della Società un colore più "cattolico" che
"nazionale".
Questo
quadro potrebbe dare l'impressione di una estensione continua e senza nubi.
Congregazione di spiritualità ignaziana e conosciuta come tale, la Società del
Sacro Cuore soffrì a diverse riprese di esser confusa con la Compagnia di Gesù.
Così fu vittima di misure liberali elaborate dai governi di diversi paesi
europei o richieste dalle rivoluzioni. I movimenti rivoluzionari e i torbidi che
scoppiarono a partire dal 1847 in Austria, in Svizzera, in Piemonte, negli Stati
della Chiesa e, in generale, nel Nord Italia, provocarono la chiusura di diverse
case, Montet, in Svizzera, che era stato concepito come un rifugio per le
educande e le religiose nel 1830, fu chiuso dopo la rivoluzione del Sonderbund
nel 1847. Le religiose di Torino, di Genova e di Parma furono espulse. Dieci
case sparirono così in Italia. Queste partenze forzate e dolorose permisero
nuove fondazioni in Francia, in America e in altri paesi d'Europa, dato che le
religiose espulse, dopo un tempo di riposo, erano inviate verso nuovi terreni di
missione.
Cento
undici case furono fondate sotto il governo della Madre Barat. Nel 1865
venticinque non esistevano più. Dodici di queste erano state chiuse per motivi
di prudenza, molte avevano cessato di vivere poco dopo la fondazione. La casa di
Dooreseele si era separata nel 1814. Sainte-Madre d'En-Haut aveva dovuto
chiudere sotto pressione delle autorità militari che volevano ricuperarne il
terreno, ma la Società giunse, nel 1846, a ritrovare un posto nel Delfinato,
grazie alla casa di Montfleury, vicino a Grenoble. Nel 1865 la Società contava
ormai 3539 religiose divise in 89 case, di cui 44 in Francia, quattro in Italia,
quattro nelle Isole Britanniche, tre in Belgio, una in Olanda, due in Prussia,
tre negli stati austriaci, tre in Spagna, due a Cuba, venti in America del Nord
e tre in America L'internazionalità era stata una scelta, poi si era imposta
sempre più. Come le altre congregazioni francesi che, nel XIX secolo, vollero
essere internazionali, la Società del Sacro Cuore ne pagò le conseguenze nella
stessa Francia, dove ristagnò a partire dal 1850. Come le altre, non aveva i
mezzi di svilupparsi insieme fuori delle frontiere e dentro il territorio
nazionale. Ma l'internazionalità era come inclusa nel carisma di fondazione,
poiché Sofia Barat fin dall'origine aveva voluto manifestare l'amore del Cuore
di Cristo fino alle estremità della terra.
2.
L'affluire delle vocazioni: fòrze e debolezze
La
crescita di una congregazione si misura dal numero di fondazioni che è in grado
di assumere. Il suo successo si giudica pure dal numero di persone che attira.
Al Sacro Cuore, l'afflusso delle entrate fu anch'esso spettacolare. Nell'autunno
del 1815 la Società, con tre case principali, contava 62 professe e almeno 70
suore in formazione. Se si considerano le 25 prime congregazioni con superiora
Generale, il Sacro Cuore, nel 1823 - 23, occupa il dodicesimo posto, con, in
Francia 210 membri. Nel 1861 conta 1300 membri ed à salito al nono posto. Il
reclutamento è dunque stato straordinariamente rapido. Era indispensabile per
far vivere gli educandati, che dovevano, col loro dinamismo, attirare nuove
vocazioni.
Tale
crescita, per quanto reale, poteva pure evidenziare alcune debolezze. La fama
del Sacro Cuore attirava delle reclute, ma la fondatrice lamentava talvolta la
loro ineguale qualità. E il valore delle opere dipendeva dal valore di quelle
che le facevano vivere. Si trattava dunque di non lasciarsi sommergere da
persone mediocri, perché l'opera lo sarebbe ugualmente diventata. Questa
situazione inquietava Maddalena Sofia Barat che scrisse: L'errore che
indebolisce la Società, è l'ammissione di una quantità di soggetti senza
vocazione e senza virtù. È vero che l'esame delle candidate, anche accurato,
si svolgeva per lo più nelle case in cui queste si presentavano. Di conseguenza
la Madre Barat consigliava di essere attenta e severa sugli esami. E' tempo di fòndare
sulla roccia, non sulla sabbia. Poiché, scrisse in un'altra occasione, si è
conintesso ovunque un errore che sarebbe irreparabile, se continuasse:
l'ammissione di soggetti senza vocazione, Molti di vocazione dubbia, parecchi
troppo mediocri e non in grado di capire i nostri obblighi, per mancanza di
giudizio. Ma d'altronde occorrevano sempre più religiose in una congregazione
richiesta ovunque.
Le
fondazioni erano assicurate dai membri delle prime case francesi, in particolare
con le religiose che erano state più fedeli allo spirito della Società Ma
Maddalena Sofia diede sempre fiducia alle più giovani, mandando anche nelle
fondazioni religiose in formazione. Lo sforzo era immenso in una congregazione
recente e ancora fragile. La Madre Barat si è sempre lamentata di non trovare
il personale necessario per far funzionare educandati e comunità. Così scrive
per esempio il 30 luglio 1853:
Avrei
un intenso lavoro da fàre riguardo all'organizzazione che sarà molto
difficile quest'anno a causa della penuria di personale e dei bisogni sempre
crescenti delle case: le salirti sono così deboli che occorre doppio personale.
Nei
nostri primi anni facevano funzionare una casa con 10 o 12 delle nostre e
qualche Sorella; ma non è più così! E' vero che i genitori sono diventali
molto esigenti, il piano di educazione più esteso e le saluti meno robuste.
Occorre
dtrrigue piegarsi alle circostanze e cedere ai bisogni.
Ella
dovette di conseguenza rifiutare numerose offerte di fondazione. Spopolava la
casa madre per far fronte alle richieste, per non privilegiare la sua comunità
a detrimento delle altre:
"Niente
era troppo penoso per la nostra madre quando si trattava della gloria di Dio e,
per non privare le altre case di persone che le sarebbero state assai utili,
preferiva essere in ristrettezza che privarne le altre. Perciò teneva nella sua
casa solo il personale strettamente necessario, e ancora! Poiché era non solo
superiora generale, ma superiora locale, maestra delle novizie e spesso maestra
generale delle bambine (....) si sacrificava così interamente all'opera del
Signore, sostenendo le sue figlie con l'esempio e la parola, animandole incessantemente
con conferenze generali e particolari, facendo loro comprendere che per essere
degne spose del Cuore di Gesù occorreva darsi totalmente a Lui, alla sua volontà,
portare la croce osservando la regola con fervore, in una parola, tutto ciò che
l'obbedienza ci impone. Le incitava al fervore, in vista dei piani del Cuore di
Gesù sulla nostra società, che non chiedeva che di effondere grazie per nostro
mezzo, estendendola in molti luoghi. Ma egli chiedeva a noi cuori ben disposti e
di corrispondere a tutte le sue grazie, e ne avrebbe fatte assai di più se ci
avesse viste più generose, più fedeli..."
Le
fondazioni erano parecchie, frequenti pure le morti di religiose. Nel XIX secolo
la durata media della vita era breve, e un'igiene piuttosto rudimentale
aumentava le perdite dovute a epidemie e a contagi. Chi partiva non era
sostituita e anche gli incarichi non erano sempre coperti come sarebbe stato
necessario. Dopo il Consiglio generale del 1851 Maddalena Sofia Barat scrisse a
Filippina Duchesne:
Le
malattie, le perdite ripetute, la difficoltà di strappare le persone alle loro
famiglie, le rivoluzioni così frequenti che allontanano le vocazioni, o servono
di pretesto ai genitori, tutto questo convergere di circostanze ci fà molto
soffrire e ritarda il progredire delle nostre opere, poiché la fiducia nel
Sacro Cuore cresce, si espande in quasi tutte le parti del mondo, e
continuamente dobbiamo rifiutare. Ah! Certo non siamo ancora all'altezza della
nostra vocazione che richiederebbe virtù perfette; allora Gesù trattiene o
frena i suoi doni e i suoi favori. Se ci giungessero anime così zelanti e
libere come lo erano le Madri che, per prime, hanno raggiunto il paese in cui
siete, non occorrerebbe tanta gente e le fòndazioni sarebbero facili. Pregate
dunque, cara e buona madre, con costanza e fervore, perché il divin maestro
abbia considerazione dei bisogni delle anime che ci chiamano e si degni di
inviarci delle vocazioni secondo il suo cuore. Vi esaudirà, ne sono sicura,
voi,la mia vecchia figlia che "ha così ben compreso il prezzo delle anime,
e che non è indietreggiata davanti ad alcun ostacolo quando Gesù l'ha chiamata
a soccorrerle.
3.
L'arte del governare
La
mancanza di personale creava preoccupazioni alla Superiora generale.
L'espansione della Società reclamava pure, nei luoghi di fondazione o nelle
diverse case, la presenza di membri del suo cerchio più vicino. Spesso la Madre
Barat dovette agire da sola, senza l'aiuto delle sue consigliere o delle
assistenti chiamate ad altri compiti. Le toccò spesso accumulare le cariche di
Superiora generale e locale, oppure sostituire maestre delle novizie impedite
dalla malattia. L'espandersi della Società era tanto rapido che le reclute,
benché numerose, non bastavano. Del resto al Sacro Cuore era una faccenda lunga
formare le religiose. Ma se Maddalena Sofia vide accrescersi il suo compito, non
era però sola e, durante tutta la vita, seppe circondarsi di religiose a cui
dava fiducia e amicizia e che divennero spesso per lei intime, qualunque ne
fosse l'età.
La
sfida della mancanza di personale, i molteplici incarichi che doveva reggere
impedivano talvolta alla madre Barat di lasciare la sua residenza. Dovette
spesso fare appello alla assistenti generali per la visita delle case, la
sistemazione delle fondatrici, la ricerca degli edifici necessari, le trattative
con le autorità locali, civili o ecclesiastiche. Ma, secondo le necessità e a
dispetto della sua salute sempre malferma, continuò a percorrere la Francia e
l'Europa continentale. Si recò pure in Gran Bretagna, apprezzando sia il
traghetto che la ferrovia. La sua carica di superiora generale le impose
lunghi
soggiorni a Roma. Ebbe così l'occasione di incontrare la maggior parte dei Papi
del suo tempo, e seppe farsi apprezzare da tutti.
Durante
il suo generalato, la fondatrice poté rivelare qualità strategiche. Il suo
piano era di estendere la congregazione per far conoscere l'amore del Cuore di
Cristo sia nei paesi di antica tradizione cattolica che nei paesi
"misti". A metà del secolo, era attratta dalla Germania, ivi
compresa, in Prussia, la regione di Berlino. La sua corrispondenza con la
superiora di una casa situata alla frontiera est di Francia mostra quanto
l'incoraggiò ad essere inventiva e ad accettare le proposte che le venivano
fatte. Ma seppe sempre unire generosità e prudenza, fiducia nella Provvidenza e
cura del "corpo". Si preoccupava costantemente di rafforzare le
antiche case. Scrisse nel 1853:
Priina
di allargarci ulteriormente, occorre per forza sostenere le case fondate da
anni, che hanno sopportato con coraggio e fatica il peso del giorno e della
calura. (.... ) E' un calcolo sbagliato lasciar soffrire case che fanno del bene
per altre dove si comincia. E' preferibile, spingere meno una fondazione che in
seguito crescerà poco a poco; L'essenziale è piantare in buon terreno il grano
di senapa. Presto o tardi spunta e diviene un albero.
La
sua arte di prevedere e di governare era sostenuta dai consigli di quanti erano
in grado di fornirglieli, religiosi e religiose, ecclesiastici, laici, uomini e
donne. Nella preghiera infine decideva. Mentre si profilavano nuove fondazioni
in Renania e in Austria scrive:
Preghiamo
lo Spirito Santo di illiuninarci, di ispirarci, poi noi agiremo secondo le sue
dolci ispirazioni; abituiamoci a camminare nei suoi divini sentieri, seguendo la
grazia piuttosto che la natura, e quando si vuole fare troppo in fretta, è
facile trovarsi sotto il secondo influsso. Ahi! è davvero una grande arte agire
solo mosse dallo spirito di Gesù!...
Sapeva
per esperienza che il Divino Maestro faceva trovare le persone e i fondi
necessari quando una fondazione era secondo il sito Cuore, perché aveva fretta
di raddoppiare le opere della Società, per la sica Gloria.
Più
che mai Maddalena Sofia dovette creare l'unione di un corpo in perenne sviluppo.
Procedeva sempre allo stesso modo, con tatto e dolcezza, senza forzare le cose né
malmenare le persone. Nei primi anni del suo governo, la superiora generale
conosceva personalmente le religiose, e ciò l'aiutava nel suo compito. In
seguito, man mano che alcune sparivano e altre entravano, tentò di assicurare
l'unità della congregazione con mezzi diversi, in particolare con una
corrispondenza gigantesca che finì col mettere insieme 14000 lettere. Questo
non era per lei un semplice strumento di governo ma un mezzo apostolico
privilegiato. Le lettere che spediva con maggior gioia erano senza dubbio quelle
in cui poteva dare consigli spirituali. Scritte spesso lasciando correre la
penna, le sue lettere, anche le più brevi, testimoniavano sempre alle
destinatarie un vero affetto.
Ma
si trattava anche di assicurare l'unità di un corpo apostolico sparso. La
redazione delle circolari - ne compose 98 - era necessaria per dare notizie ma
anche per favorire un unico spirito nella Società. Fu organizzato un noviziato
generale. Era stato annunciato, su sua richiesta, durante il Consiglio generale
del 1815. Certo le novizie non furono mai tutte riunite a Parigi e molte
continuarono ad essere formate nelle diverse case della Società, ma tale
progetto era per lei di capitale importanza; lo aveva spiegato a Filippina
Duchesne nel 1814:
Il
noviziato generale darà a tutte il medesimo spirito, unirà tutti i cuori al
capo, e quanto abbiamo già sofferto dei modi d'agire particolari di tutti i
paesi! Vi assicuro che il posto che occupo diventerebbe rapidamente impossibile
da mantenere se tale mezzo non fosse messo rapidamente in atto.
Pare
tuttavia che sia stato difficile farlo accettare. Spesso la Madre Barat ammonì
alcune superiore per farsi mandare le novizie. Si impegnava a rimandare nel loro
paese di origine le giovani religiose che risiedevano fuori della Francia. Il
noviziato generale permise pure di stabilire l'adorazione perpetua del
Santissimo Sacramento o di ricordarne l'importanza, contribuendo così a
realizzare l'intuizione che aveva avuto sotto il Direttorio.
La
Superiora generale desiderava parimenti di assicurare presso di lei il
"terzo anno", cioè un periodo di probazione di alcuni mesi che
precedeva i voti definitivi. Poiché le Costituzioni prevedevano che tale
probazione poteva svolgersi nella casa in cui ci si trovava, la Madre Barat
incontrava talvolta difficoltà ad ottenere che le probaniste fossero inviate a
Parigi, dal momento che le superiore tendevano a tenersele vicine per timore di
disorganizzare gli educandati o i servizi in cui le giovani religiose erano
impegnate. Ma questa probazione presso di lei era una decisione atta a favorire
il governo, poiché gli dava modo di far conoscenza con le nuove generazioni di
religiose.
Maddalena
Sofia Barat invitava infine presso di lei, per un tempo più o meno breve, le
religiose che voleva inviare in missione. Gli andirivieni con la casa madre
erano tanti che battezzò la sua residenza hótel del Sacro Cuore! Più il tempo
passava, più chi arrivava giungeva da ogni paese. Madre Barat vegliava ad
assicurare l'unità attraverso i mutamenti di persone tra le case. Infine il
rispetto delle Costituzioni e degli usi era importante. L'uniformità di vita
religiosa sotto il suo generalato era un modo di facilitare alle religiose
l'adattamento a nuovi ambienti di vita. Era un modo di supportare la generosità
sempre necessaria e instancabilmente richiesta alle sue figlie da santa
Maddalena Sofia.
La
rapida estensione della Società, paradossalmente, rischiò di provocare se non
la rovina, almeno una trasformazione profonda, addirittura una scissione in seno
al nuovo istituto. Essa fu in parte all'origine della crisi che doveva scuoterla
seriamente a cominciare dal 1839.
La
superiora generale, che aveva abbandonato Parigi per timore della Rivoluzione
nel luglio 1830, era tornata stabilmente in Francia nel 1834. Nel frattempo
aveva soggiornato in Svizzera e in Italia, visitato le case e fondato comunità.
Ma aveva lasciato l'hótel Biron campo libero a un fronda antigoverno costituita
attorno al vecchio arcivescovo di Parigi, Mons de Quelen. Quando, in febbraio
1831, questi aveva accettato, meno di un anno dopo l'abdicazione di Carlo X, di
celebrare una Messa in memoria del Duca di Berry, tale suo sostegno poco
illuminato di una reazione insieme politica e religiosa suscitò una violenta
manifestazione popolare. Essa finì col saccheggio dell'arcivescovado di Parigi,
vicino all'hótel Biron, e per poco non venne a vie di fatto sulla persona
dell'arcivescovo! La madre Eugenie de Gramont, superiora dell'hótel Biron,
aveva allora accolto quest'ultimo, un po' per carità un po' perché ne
condivideva le convinzioni legittimiste. Certo Mons de Quelen viveva in un
piccolo padiglione in fondo al giardino dell'hótel Biron, ma le visite che vi
riceveva, di nobili non allineati dei membri e del prossimo non a dunque
considerato come fine col re Luigi Filippo potevano far passare la casa madre
del Sacro Cuore per un focolaio di opposizione, tanto più che la Madre Barat
era emigrata nel 1830. E poiché Mons de Quelen era per di più gallicano, la
Società rischiava pure di esser sospetta presso la corte pontificia. Si
aggiunsero a tali elementi congiunturali altri elementi strutturali, spiegabili
con l'evolversi della congregazione.
L'estendersi
della Società del Sacro Cuore aveva contribuito a trasformarla. Nel 1839, le
case di Francia erano sempre le più numerose, ma la congregazione contava molte
case in Europa e in America, il che poneva un duplice problema: la revisione
delle Costituzioni e la sede della casa madre. Non occorreva forse rivedere dei
testi composti quando la Società non era ancora uscita dalla Francia, e
riconsiderare il modo di governo? Non occorreva in particolare alleggerire la
carica della superiora generale che, pur aiutata da un consiglio di dodici
membri, non avrebbe presto più avuto modo di far fronte ai doveri della sua
carica? Madre Barat aveva molto viaggiato negli anni precedenti, perciò era
stata spesso lontana dalle sue assistenti generali, inviate in missioni lontane
o rimaste alla casa madre, oppure nelle loro case. Non bisognava che la
superiora generale vivesse circondata dalle sue assistenti? Non bisognava pure
trarre le conseguenze dell'internazionalizzazione della Società e programmare
il trasferimento della casa madre a Roma, in una specie di terreno neutrale,
fuori da ogni pressione nazionale, lontano da Parigi che, più che mai, appariva
come la città delle rivoluzioni? Infine alcune religiose volevano un allinearsi
delle Costituzioni su quelle della Compagnia di Gesù.
Fin
da prima del Consiglio generale apparvero serie divergenze su tali questioni.
Anzitutto tra le religiose stesse. La questione più cruciale era quella del
trasferimento della casa madre, di cui la maggior parte delle religiose francesi
non voleva sentir parlare. In più nacque un conflitto tra la Società del Sacro
Cuore e i vescovi francesi, molto ostili a trasformazioni di strutture che
sembravano loro entrare nel quadro della lotta tra le tesi dei Gallicani e
quelle degli Ultramontani. Di conseguenza, la Madre Barat preferì tenere il
Consiglio generale lontano dalle pressioni. Esso ebbe luogo finalmente lontano
da Parigi nel 1839. Dopo aver pensato alla Svizzera, optò infine per Roma. Ma
essa dava così l'impressione di favorire un partito a danno dell'altro. Così,
al momento dell'apertura del consiglio, erano assenti tre religiose di peso sia
nella Società sia per la superiora generale; le sue due prime compagne di
Amiens, Geneviève Deshayes e Henriette Grosier, che potevano anche addurre a
pretesto la loro età avanzata e la loro poca salute, e la superiora di Parigi,
Eugénie de Gramont, influenzata da Mons de Quelen.
Il
Consiglio generale del 1839 prese parecchie decisioni gravide di conseguenze.
Optò per la casa madre a Roma, decise la divisione della Società in province
rette da provinciali i cui poteri sminuivano quelli della superiora generale,
benché fossero esercitati sotto il suo controllo e la sua autorità. Decise di
sostituire il Consiglio detto "dei dodici" con una congregazione
generale. Le Costituzioni infine furono parzialmente allineate a quelle dei
Gesuiti. Non ci si accontentava di prendervi a prestito elementi atti a
migliorare il governo. Il carisma della Società faceva le spese di questa
operazione, come sottolineò con vigore il padre Varin, che non era stato
consultato prima. Egli scrisse lettere rattristate e scontente a Maddalena Sofia
Barat:
"Affermo
dunque che ho detto molte volte, sia in colloqui particolari, sia in conferenze
pubbliche, che esiste una differenza essenziale tra il fine espresso nelle
Costituzioni di Sant'Ignazio e il fine della Società del Sacro Cuore. Il primo
ha per oggetto la salvezza e la perfezione dei suoi membri e la santificazione
del prossimo. Il secondo ha come oggetto primo e unico la gloria e gli interessi
del Sacro Cuore, così che ciò che è l'oggetto e il fine della Società di
Sant'Ignazio non è che un mezzo per giungere al fine della Società del Sacro
Cuore. Volete la prova più evidente che la gloria del Sacro Cuore è il fine
della Società del Sacro Cuore? Eccola in due parole. Certamente la Società del
Sacro Cuore non sarebbe mai esistita se non ci fosse stato prima di tutto il
progetto formale di lavorare per la gloria del Cuore di Gesù diffondendo la
conoscenza e l'amore di questo divin Cuore. La salvezza, ma come mezzo. (...)
Non è affatto un gioco di parole, poiché mai sarebbe nata la Società del
Sacro Cuore se ci si fosse proposto il solo fine della salvezza delle anime.
Dunque non riconoscere che la gloria del Sacro Cuore è il primo e l'unico scopo
della Società significa distruggerla nel suo fondamento."
La
Madre Barat, in realtà, non era stata ascoltata nelle discussioni. Era poco
favorevole ad una assimilazione troppo spinta alla Compagnia di Gesù:
Si
crede che le donne possano essere governate come gli uomini. L'avvenire mostrerà
se è possibile, aveva fatto notare. A Roma, non giunse a far accettare il suo
punto di vista, come scrisse alla madre Audé il 30 marzo 1841:
Le
nostre madri, chiudendomi la bocca tanto spesso quando fàcevo loro obiezioni
ragionevoli, non hanno voluto capire la nostra posizione in Francia. Bisognava
trattarle con riguardo su questo punto, che era per loro il più sensibile.
Il
20 ottobre 1841 scriveva ad Henriette Grosier:
Sono
pentita di non aver seguito il ratio sentire, o piuttosto la luce connessa al
mio ruolo di superiora, che mi fa vedere e capire quanto le altre non possono
vedere.
Ma
toccava a lei trasmettere alla Società decreti non conformi al suo pensiero. Lo
fece con l'umiltà che aveva usato in circostanze quasi simili negli anni 1811 -
1813. Ma la comunicazione dei decreti del 1839 suscitò una fronda in alcune
case di Francia, specialmente a Parigi e a Poitiers. La loro trasmissione
intempestiva ai vescovi, soprattutto a Mons le Quelen, diede alla faccenda
notevoli proporzioni, perché egli mobilitò gli altri vescovi.
Ormai
Maddalena Sofia era isolata, fatta bersaglio dei due campi che si organizzavano
all'interno e all'esterno della Società. La sua segretaria generale, Elisabeth
Galitzin, prese di testa sua iniziative compromettenti. Certo nell'ottobre 1839
la superiora generale giunse a far prendere un po' di distanza a tutte e a
tutti, accettando di sperimentare i nuovi decreti per un periodo di tre anni. Ma
gli spiriti erano troppo surriscaldati perché potesse avvenire una vera
riconciliazione. Obbligata a ritornare a Parigi nel 1840, la madre Barat constatò
l'ampiezza delle divisioni e le difficoltà della situazione. Capì quasi subito
che Elisabeth Galitzin, mandata in America per trasmettere i decreti, manovrava
contro di lei. Ma constatò pure che nel suo paese parecchie case le erano
rimaste fedeli. Tuttavia era combattuta tra le posizioni dei vescovi di Francia
da una parte e quelle del suo consigli e della corte papale dall'altra. Poiché
le sue assistenti generali rifiutavano di raggiungerla e lei non poteva più
governare davvero la Società da Parigi, decise di ripartire per l'Italia.
A
Roma, in novembre 1841, apprese dal Segretario di Stato del Papa, il Cardinale
Lambruschini, che erano state tentate manovre per provocare una scissione tra le
case di Francia e le altre. Certamente erano state architettate, o anche solo
coordinate, dalla madre Galitzin, per convinzione o per interesse il colpo era
duro per Maddalena Sofia, che aveva sempre nutrito per Elisabeth Galitzin un
grande affetto. Tentò allora di frenare l'azione di questa religiosa e di
salvarne la reputazione:
Volevo
avvertirvi che quando Madre Galitzin giungerà da voi, le chiediate di partire
subito, di non fermarsi in nessun posto, perché è urgente che venga qui al più
presto. (...) Sono costretta a pregarvi, se vi scrive o vi parla di ciò che fà
in questo rnonrento di nascosto, e posso dire contro di irte, di opporvi con
tutte le vostre forze e di non fare alcun passo contro nessuna delle nostre
senza il rnio consenso. (...) Ricordatevi, figlia mia, che la Società non sarà
salvata e benedetta da Dio se non farete tutt'uno col vostro capo: un'altra
condotta attirerebbe danni incalcolabili. Colei che agisce con tanta leggerezza
in questo momento non ci pensa, e ignora che io lo so! Così io la scuso...
Nella
stessa epoca scrisse a diverse religiose:
Io
scuso la Madre Galitzin di tutto quanto voi le rimproverate; è stata troppo
precipitosa, certo, rna tutte avevamo fretta. Dunque devo prendere le sue parti.
Chi non ha avuto le migliori intenzioni! Occorre farne a meno tra noi e fare
meglio ora...
E'
stata solo un'imprudenza; il suo cuore è con la Società; Solo facciamo molti
tentativi ed esperienze. (...) Ma che mi possono importare alarne sofferenze, se
possiamo salvare la Società, farla tornare al suo primo spirito di semplicità,
di obbedienza, e con questo prepararla ad essere utile alle anime? Che io muoia
e che essa viva. Ecco il rnio motto.
Il
Papa aveva consigliato di mantenere la casa madre fuori di Roma. Maddalena Sofia
Barat decise di tenere in Francia un Consiglio generale alla fine dei tre anni
di prova dei decreti. Scelse Lione, come le aveva consigliato il Cardinale
Lambruschini. Ma scatenò così la reazione violenta di Monsignor Affre,
arcivescovo di Parigi dopo la morte di Mons de Quelen nel 1840; questi mobilitò
l'episcopato francese contro la modifica delle Costituzioni e vietò che il
Consiglio generale si tenesse fuori dalla casa madre di Parigi. Di necessità il
Consiglio di Lione fu annullato e la Madre Barat dovette far ricorso a Roma. Il
16 agosto 1842 un breve pontificio richiamò al rispetto degli atti del Concilio
di Trento e dichiarò che l'arcivescovo di Parigi non aveva autorità sulla
Società intera, ma solo sulle case di sua competenza. Mons. Affre, ferito,
minacciò di non intervenire in favore della Società quando il Governo lo
consultasse riguardo alle nuove fondazioni. Nell'ottobre 1842 il Ministro dei
culti minacciò di far decidere lo scioglimento di tutte le case di Francia se
le Costituzioni del 1815, che erano state approvate dal potere regale, non
fossero state rimesse in vigore.
L'affare
prendeva una brutta piega. La Madre Barat era alle prese con Mons. Affre; le sue
assistenti generali, scontente di vederla restare a Parigi, si rifiutavano di
lasciare Roma e, appoggiandosi sull'autorità del Cardinale Protettore,
consideravano la loro Superiora generale come impedita di esercitare realmente
la sua carica perché sottoposta alle pressioni dell'Arcivescovo di Parigi, a
cui frattanto essa resisteva con tutte le sue forze. La situazione in cui si
trovava la Società era diventata tanto grave da superare la sorte di questa e
minacciava di scatenare una rottura delle relazioni diplomatiche tra la Francia
e la Santa Sede. Grazie alla mediazione del Cardinale Mathieu, arcivescovo di
Besançon, la soluzione giunse da Roma. Il 4 marzo 1843 la Sacra Congregazione
abrogò i decreti del 1839. Due assistenti generali, Elisabeth Galitzin e
Pauline de Limmingue diedero le dimissioni dalla loro carica, nonostante gli
sforzi della Superiora generale di trattenerle. Maddalena Sofia Barat adoperò
allora una formula graziosa:
Dobbiamo
rimettere il nostro amato carrettino sulle sue quattro ruote; se voi me ne
togliete due, come volete che avanzi?
La
Società del Sacro Cuore che aveva rischiato di perire nella tormenta ripartì
sulle stesse basi. Nessuna religiosa uscì a motivo della crisi. Ma questa lasciò
delle tracce. Aveva già contribuito a raffreddare le relazioni tra Maddalena
Sofia e le sue due prime compagne. Ormai la Superiora generale non si sentiva più
a suo agio a Parigi. Si stabilì un po' in disparte, a Conflans, dove trasferì
il noviziato. Solo nel giugno 1846, quando la salute di Eugenia de Gramont era
parecchio incerta, ritornò all'hótel Biron. Dopo la morte della madre de
Gramont, portò insieme le cariche di superiora generale e di superiora locale,
certo per ridare il medesimo spirito alle sue figlie e disarmare gli ultimi
rancori. Più che mai cercava di separare la casa madre dall'educandato, perché
alla Rue de Varennes le famiglie delle alunne erano in grado di tentare
interventi sul governo della Società. Si applicò pure con le sue lettere
circolari a rianimare il vero spirito della Società, quello delle origini.
Tale
crisi aveva pure rivelato quanto Maddalena Sofia fosse legata alla sede
apostolica:
Anche
per me, la mia bussola sarà Pietro, il Vicario di Gesù Cristo; non possiamo
dunque ingannarci, né l'una é l'altra finche saremo su questa strada; ora,
piuttosto morire che uscirne mai... aveva scritto alla Madre Hardey, superiora a
Saint-Michel in Luisiana, il 15 giugno 1841. L'umile Madre Barat aveva sempre
voluto sottomettersi alla Chiesa. Fra il 1839 e il 1843 lo fece in modo
speciale. Tale sottomissione fu costosa, addirittura straziante, poiché la
fondatrice pareva essere costretta a scegliere fra l'autorità episcopale e
l'autorità pontificia.
Nei
mesi e negli anni che seguirono la crisi, Maddalena Sofia Barat volle riprendere
in mano la situazione. Cercò di dare impulso nella sua congregazione a una vita
rinnovata, e la sua azione può esser assimilata a una "rifondazione"
della Società. Cominciò con la casa della rue de Varenne che tentò di
"riformare". In realtà voleva ridare a tutte le religiose,
soprattutto a quelle che erano entrate dopo il 1815, uno spirito conforme a
quello delle origini. Richiese di essere più esigenti in occasione delle
entrate in noviziato. Raccomandò alle Maestre delle novizie di vegliare a
formare le giovani religiose nel rispetto dell'obbedienza e di dare a tutte il
medesimo spirito. Più che mai il "Cor unum" doveva essere il frutto
di una pratica delle virtù essenziali, soprattutto della preghiera e della
povertà. Insistette quanto più poteva sulla pratica di quest'ultima.
Il
successo della Società del Sacro Cuore attirava delle ragazze che dovevano
essere dotate di una buona cultura poiché erano chiamate a collaborare
all'opera educativa della congregazione. Di conseguenza, tenuto conto della
struttura sociale della Francia nel XIX secolo, venivano spesso da famiglie di
notabili, il che però non significa che fossero ricche. Maddalena Sofia Barat
ha sempre accolto ragazze senza dote e senza prospettiva di ricevere una
qualunque eredità. Inviando a Kientzheim una religiosa, scrisse alla superiora:
Non ha niente, dovrete fornirle tutto, ma i poveri di Gesù Cristo non sono
forse la benedizione delle nostre case? Si sapeva però che la Società era
ricca, e lo era, poiché circa dieci anni dopo la morte della fondatrice, in
occasione della stima dei beni delle congregazioni francesi, il Sacro Cuore che
non era più tra i primi venticinque per il personale, si trovava in testa per i
beni. Ma tale situazione si spiegava con alcuni grandi apporti forniti da un
piccolo numero di religiose.
Lo
stabilirsi delle case in dimore spesso spaziose poteva sia attirare che
scoraggiare le vocazioni. La madre Barat ne era cosciente e ne soffriva perché,
per attrattiva personale, desiderava praticare una stretta povertà. Nel 1824,
racconta la madre Cahier, arrivava alla rue de Varenne una giovane postulante:
"Conoscendo poco la vita religiosa, disse poi, e meno ancora il Sacro
Cuore, mi ero fatta un'idea molto povera e austera della casa in cui volevo
entrare. Rimasi dunque penosamente sorpresa vedendo l'hòtel Biron; mi chiedevo
se Dio che mi dava il gusto dell'abnegazione e della povertà non mi chiamasse
altrove. Subito mi condussero dalla madre generale; la trovai occupata a
rammendare una cuffia di flanella che aveva già tre o quattro pezze di diversa
qualità; tale vista mi rassicurò, facendomi capire che una reale povertà si
nascondeva nella Società sotto le forme di un benessere apparente".
L'attrattiva
di Sofia Barat per una vita semplice e povera si ritrova nelle Costituzioni del
1815. Le religiose del Sacro Cuore devono "amare la povertà come una
madre", "darle in ogni circostanza prove del loro tenero
affetto". Il paragrafo consacrato alla povertà si chiude con una solenne
ammonizione, non solo in accordo con la tradizione della vita religiosa, ma che
viene dritto dritto dalle convinzioni personali della fondatrice: "Tutte
siano intimamente persuase che il vero spirito di povertà è così essenziale
alla Società del Sacro Cuore di Gesù che, se venisse a perdersi, Gesù Cristo
non la riconoscerebbe più per sua, e l'abbandonerebbe a se stessa, cioè ad una
prossima rovina".
Così
la Superiora generale ha vegliato con cura gelosa sulla pratica della povertà e
ha tentato di evitare molte deviazioni delle sue figlie. Poiché, scriveva, la
povertà è la virtù sulla cui pratica non dobbiamo mai dire: basta così.
Perciò rifiutava di servirsi di doni che le sembravano troppo dispendiosi e lo
spiegava alle donatrici:
Ieri
l'altro, cara Matilde, madre Henriette Coppens mi ha mandato il bel sacco da
notte che vi siete presa cura di ricamare con tanto gusto e abilità. Esaminando
e ammirando il lavoro, non ho potuto, figlia mia, che apprezzare i sentimenti
che avevano fatto muovere le mani, e l'intelligenza per dirigerle. Credetelo, le
apprezzo e il ricordo me ne sarà caro! Ma vi anno troppo nel Signore per
nascondervi la mia pena nel vedere il tempo e la pena impiegate a fare un lavoro
del tutto inutile, in quanto è contrario al voto di povertà. Io non adopero
neppure uno sgabellino ricamato, come potete pensare che potrei servirmi di un
così bel lavoro per i viaggi, quando ciò che si adopera in questi casi è
sacrificato!
Ah!
Come avrei gradito cento volte di più ricevere un paramento ricamato dalle
vostre care novizie, che non sarebbe costato di più. Ma è fatta, e non c'è
rimedio; ma sia, figlia mia, il primo e l'ultimo lavoro di tal genere, perché
non li riceverò più, e ne provo ancor più dispiacere perché da anni non
cesso di ripetere che dobbiamo rimproverarci troppa ricercatezza nei nostri
parlatori, proprio a causa di tali oggetti troppo belli per parlatori di
religiose; e anche Gesù non benedice, credetemi, perché dovremo rispondere di
tutti questi oggetti inutili, del tempo perso, del cattivo esempio che abbiamo
dato in tale Materia. Non prendete queste abitudini, figlia mia, e inculcate
alle vostre novizie in tutto e per tutto lo spirito di povertà e di semplicità,
le due pietre fondamentali della vita religiosa; se mancano, seguirà la rovina,
come leggiamo nelle nostre Costituzioni...
Queste
raccomandazioni erano senza appello. E tuttavia ci fu recidiva, il che diede
alla Madre Barat occasione di una nuova messa a punto:
Ci tenevo ci ringraziarvi di tutti i vostri doni; ma che avete fatto? Il copripiedi così ben confezionato, così caldo, lo devo sacrificare, è troppo bello, la seta della fodera è smagliante. Bisogna dunque che rinunci ad usarlo, sarebbe contro la santa povertà. Dovevate foderarlo con qualche vecchio abito di indiana delle vostre postulanti, così avevo capito. E’ fatta, e ve ne sono ugualmente riconoscente, figlia mia, poiché avete voluto che questo copripiedi fosse buono e bello, occorreva solo la prima qualità! Direi altrettanto della lana, questa l'adopereremo, ma un'altra volta non cercate più cose tanto ricercate per la vostra madre! D'accordo?
Di
conseguenza la madre Garabis si accontentò di mandarle i più bei frutti del
giardino: Madre Barat li trovava troppo belli, ma non poteva rifiutarli e aveva
la possibilità di condividerli con le altre religiose della comunità!
Le
costruzioni troppo costose le apparivano come una controtestimonianza. Pauline
Perdrau ricorda che ripeteva:
E'
assai doloroso per me abitare antichi palazzi, castelli grandiosi, abbazie o
conventi sfuggiti alle devastazioni rivoluzionarie, senza innalzare per la
Società, per noi stesse, degli edifici troppo belli ... Passino ancora le belle
cappelle! soprattutto a motivo delle alunne.
"Ho
visto spesso, continua la madre Perdrau, la nostra madre piangere quando in ciò
si era creduto di poter sorpassare le sue intenzioni, o anche quando, per
sorprese dell'architetto o per malintesi, i progetti e le spese ammesse venivano
superati. Questa venerata amante della santa povertà si trovava di fronte a un
insieme o a un particolare che non rientrava nella convenienza che esigono le
nostre opere con le persone del mondo".
La
corrispondenza della madre Barat contiene numerose proteste contro eccessi di
tal genere. Nella maggior parte dei casi, non poteva punire perché i lavori
erano già stati effettuati. Poté talvolta fermarli, e far terminare un
edificio in tutt'altro stile da quello che era inizialmente previsto. Così
interruppe a Montigny la costruzione di una cappella in stile neogotico in cui
si erano troppo superati i limiti. E' vero che l'architetto aveva dovuto andare
molto lontano, poiché il Prefetto della Mosella aveva scritto al Ministro di
Culti che le religiose del Sacro Cuore "avevano fatto costruire un
magnifico convento con annessa una magnifica cappella gotica". Chiese
maggior misura a Poitiers, a Sarrià e in molte altre case e, al momento del
trasferimento a Conflans, diede consigli di grande semplicità. Volle
addirittura far sopprimere un mancorrente di mogano alla rampa delle scale. Vi
rinunciò solo quando l'architetto le dimostrò che il mogano era un legno più
facile degli altri da lavorare e che non era più un materiale di lusso. Al
momento della costruzione della casa madre, boulevard des Invalides a Parigi,
criticò certi ornamenti ai riquadri delle finestre che davano sul giardino.
Tenne fermo in ogni caso per quanto riguardava il suo appartamento. Malgrado le
proteste delle sue figlie, folle che la sua camera fosse di piccolissime
dimensioni.
Madre
Cahier fa riferimento a una conferenza della madre Barat a religiose che, a
Roma, erano sul punto di pronunciare i voti definitivi per chiarire il modo in
cui vedeva la povertà e la proprietà dei beni al Sacro Cuore:
Quanto
richiede il buon funzionamento di un educandato non poteva accordarsi con lo
spogliatnento assoluto, tua conservando, secondo le leggi dello Stato, dei mezzi
di sussistenza, li si mette in comune. Sono adoperati a provvedere
indistintamente ai bisogni di tutte, a fare e a sostenere le fondazioni,
facilitano l'entrata di soggetti che non hanno beni di fórtuna e permettono di
assistere le membra sofferenti di Gesù Cristo sia con elemosine, sia con
orfanotrofi. Le religiose individualmente non possiedono niente, e nessuna può
disporre di nulla per i suoi bisogni personali, tanto meno per oggetti inutili.
Gli abiti, il cibo, tutto ciò che è necessario, viene loro distribuito da
quella che ne è incaricata, senza che nessun'altra debba preoccuparsene. La
superiora generale stessa, proprietaria dei beni della Società davanti allo
Stato, non può adoperarli che nell'interesse dell'istituto e per la gloria di
Dio. Infine, se per l'abitazione abbiamo dovuto cedere qualcosa alle esigenze
del mondo, se non risparmiamo niente di quanto può contribuire al benessere
delle alunne secondo la loro condizione, tutto quel che è ad liso della comunità
deve rimanere nella semplicità religiosa, il necessario e nient'altro..
Ricordando
le parole del divino Maestro, "le volpi hanno le loro tane, gli uccelli il
loro nido e il Figlio dell'Uomo non ha dove posare il capo", insisteva
sulla necessità del distacco e riassumeva così la pratica della povertà: non
avere nulla per sé, non tenere a nulla, esser contenta quando ci manca qualcosa
".
Tale
insegnamento riassumeva quello delle Costituzioni, e diede vita ad una pratica
della Società intera. Ma fin dalle origini la madre Barat fece riservare alle
alunne la parti migliori delle case, mentre le religiose erano sistemate nelle
zone di servizio, preparate a loro uso in modo spesso assai sommario.
Dopo
il 1852, mentre l'età avanzava e la stanchezza cresceva, la madre Barat viaggiò
molto meno che nel passato. Dopo il 1860 non lasciò più la sua residenza. Sua
preoccupazione era ormai di far continuare alle sue figlie l'adattamento della
Società ai bisogni dell'epoca e, per assicurare l'esistenza della congregazione
per l'avvenire che Gesù le ha preparato, per raccomandare, scrisse alle
Superiore della Società, a quante vivranno dopo di me di raddoppiare lo zelo,
l'impegno, se è possibile, per raffòrzare e consolidare questa Società sulle
basi delle virtù religiose, specialmente quelle che sono più adatte alla
nostra vocazione: un'umiltà senza limiti, uno zelo ardente per la salvezza
delle anime, una generosità nel sacrificio che nessun ostacolo frena, quando si
tratta di procurare la gloria di Gesù. Ma ella voleva che anche dopo la sua
morte il generalato passasse in modo pacifico. Durante il Consiglio generale del
1864 la fondatrice presentò le sue dimissioni che furono respinte. Madre
Josephine Goetz, scelta poco prima come assistente generale, fu nominata vicaria
generale. Aveva il compito, come spiegò la madre Barat all'insieme delle
religiose, nel tempo di forzato riposo a cui mi condanna così spesso la
malattia, di portare le sollecitudini del governo generale, in modo che niente
ne soffra.
Un
anno dopo, il 25 maggio 1865, giorno dell'Ascensione, Sofia Barat moriva, dopo
una breve agonia, nella casa madre del Boulevard des Invalides. I suoi funerali
a Parigi e la sepoltura a Conflans furono seguiti da una vera folla di
religiose, di alunne, di ex-alunne, di parenti e di autorità civili e
religiose. Al di là della sua persona, tale omaggio era reso all'opera che
aveva realizzato nel campo dell'educazione della gioventù e alla spiritualità
che aveva contribuito a diffondere in Francia e nel mondo.
Capitolo
IV
UNA
DONNA APPASSIONATA PER L'EDUCAZIONE DELLA GIOVENTÙ
Durante
il Terrore, Maddalena Sofia avrebbe detto a se stessa: Vogliono impedire ai
preti di insegnare il buon Dio; ah! quando sarò grande, io li aiuterò. Vero o
non vero, fin dalla sua fondazione la Società del Sacro Cuore si diede uno
scopo educativo che doveva effettivamente diventare un elemento essenziale della
sua missione. A questo proposito essa realizzò gli obiettivi del padre de Tournély,
che voleva religiose competenti e formate per una missione educativa.
L'educazione
fece parte del carisma fin dalle origini. Tuttavia non costituiva lo scopo, ma
il mezzo per realizzare un fine, glorificare il Cuore di Cristo. Nel 1815 le
Costituzioni presentarono così questo programma: "L'educazione cristiana
delle giovani del mondo è il primo e più importante mezzo impiegato dalla
Società per onorare il Divin Cuore di Gesù, a cui essa è consacrata".
Del resto, la prima comunità era stata fondata ad Amiens per occuparsi di un
educandato nel 1801.
Se
proviamo a sintetizzare gli elementi fondamentali della missione educativa della
Società fin dall'origine, constatiamo che sono numerosi. L'educazione è
anzitutto percepita come un'opera di fede. In ogni caso la diffusione della fede
è il primo scopo che vuole raggiungere: "Anzitutto occorre che le
religiose chiamate a contribuire all'educazione delle giovani siano vivamente
penetrate dell'importanza di quest'opera e delle grandi conseguenze che ne
deriveranno per la propagazione della fede, l'onore della religione e la
ricostituzione dei buoni costumi, della vera e solida pietà nel mondo".
Per Sofia Barat e per la Società, lo scopo da raggiungere è proprio
l'educazione cristiana della gioventù, conquistarla al Cuore di Cristo. Tale è
la materia del quarto voto. Occorreva dunque collegare istruzione ed educazione
in modo che la prima fosse subordinata alla seconda. La madre Barat scrisse alla
madre Hardey, superiora negli Stati Uniti, nel 1848:
Che
sono le scienze, le arti, in confronto alle virtù solide che dobbiamo inculcare
alle nostre alunne? sabbia, polvere che il vento porta via, e quand'anche non
dovessimo considerare il maggior interesse, il solo, l'unico, la salvezza delle
anime, anche le persone più superficiali prefériscono sempre una donna
modesta, laboriosa, consapevole dei suoi doveri piuttosto che una donna
meravigliosa che amasse solo i piaceri e la vanità.
A motivo della prospettiva soprannaturale del suo ruolo educativo, la Società del Sacro Cuore volle salvaguardare per quanto poteva la sua indipendenza nei confronti dello Stato in campo di insegnamento. Perciò la Superiora generale rifiutava di allineare i suoi programmi sull'insegnamento pubblico e, per motivi di coscienza, di accettare le ispezioni delle autorità scolastiche. Ma, per non dar campo alle critiche dell'esterno, occorreva evitare ogni cedimento della qualità degli studi, poiché se scadiamo nella scienza dell'insegnamento, forniamo loro armi contro di noi. Perciò nel 1845 la madre Barat nominò la madre Aimée d'Avenas maestra generale degli studi. Parte del compito di quest'ultima era l'ispezione delle scuole della Società, la spiegazione del piano di studi, la condivisione della sua esperienza e l'introduzione di una collezione di manuali, perché non ci si poteva più accontentare di quaderni copiati a mano con molto dispendio di tempo. Incontestabilmente la madre Barat ha operato in favore del riconoscimento del famoso "carattere proprio" così spesso reclamato dall'insegnamento delle congregazioni o da quello libero in seguito.
La
cura di affermare l'autonomia della Società del Sacro Cuore in materia di
insegnamento fu tuttavia sorgente di conflitti gravi con le autorità pubbliche.
In Savoia, lo stato sardo pretendeva di imporre ispezioni. Appoggiandosi sui
vescovi che l'avevano assicurata del sostegno del Papa a tale riguardo, la madre
Barat preferi veder chiedere l'educandato di Chambéry. Era l'anno 1855:
Malgrado
ci costi veder consumarsi tale soppressione, scrisse alla superiora di Chambéry,
non possiamo né dobbiamo impedirla, la nostra coscienza vi sarebbe impegnata e
il nostro buon Maestro noti benedirebbe più il nostro lavoro. Faremo dunque
questo penoso sacrificio all'integrità dello spirito della nostra Società.
L'evoluzione
generale della politica o le circostanze particolari richiesero talvolta
un'attenuazione di questa posizione intransigente. Nel 1845 la madre Barat aveva
capito che la superiora di Lemberg, in Austria, aveva dovuto accettare
l'ispezione del livello delle maestre del suo istituto:
...Secondo
le spiegazioni che mi avete dato sui vostri esami, non ho potuto che approvarvi.
Questa misura è una triste necessità e saremo felici finché conserveremo
intatto il nostro modo di essere; soffriremo molto nel nostro paese a questo
riguardo, commentò. Ma questo non le impedì, nel 1857, di scrivere alla madre
Hardey, che si occupava della fondazione dell'Avana, a Cuba:
Accettiamo,
sì, ma prima di stabilirci, di condurre delle fòndatrici, avevo capito che
sareste andata voi sola, per intendervi con le autorità locali, assicurarvi che
si accolgano le nostre Costituzioni, che non saremo obbligate ad esami
universitari o ad altre esigenze contrarie al nostro spirito.
Nel
1859 accettò il principio dell'ispezione per le scuole esterne francesi, perché
lo Stato, dando prova di buona volontà, aveva accolto le proposte dei vescovi
che sedevano nel Consiglio superiore dell'Istruzione Pubblica: gli educandati,
considerati come in clausura, dipendevano solo dall'ispezione dell'autorità
ecclesiastica; ma le scuole, che non si trovavano in clausura, erano obbligate
all'ispezione delle autorità civili:
Poiché
la questione è stata chiusa così, non ci è più possibile invocare un diritto
contro cui l'autorità si è fòrtnalmente pronunciata; ho dovuto, da quel
momento, consigliarmi, pesare bene la decisione che dovremo prendere le
conseguenze che potrebbe avere ogni decisione che produrrebbe un fulmine, come
chiudere le nostre scuole, protestare ci sono parse non poter essere che faziose
e inopportune. Ci accuserebbero di ostinazione, di opposizione sistematica alle
leggi e al governo; non ho bisogno di esporvi le conseguenze che ciò potrebbe
avere, voi ne capite tutta la gravita. Inoltre non potremmo rinunciare a
un'opera che ci prescrivono le nostre Costituzioni e sottrarci alla legge se non
nel caso che la nostra coscienza.fósse realmente posta in causa; lo sarebbe ira
tale circostanza solo se in seguito alle visite avessero luogo abusi reali. Così
hanno giudicato persone competenti e amiche che abbiamo consultato; queste ci
hanno chiesto di impegnarci a non caanbiare in ostilità, col nostro rifiuto,
disposizioni che hanno giudicato benevole...
Di
conseguenza la madre Barat chiese alle superiore, nel caso in cui ciò
risultasse utile, di aprire le classi gratuite all'ispezione, di accompagnare
loro stesse gli ispettori che potevano solo esaminare i libri adoperati, ma non
avevano il diritto di interrogare le bambine.
Al
Sacro Cuore l'educazione passava attraverso una formazione da persona a persona.
Alla madre Anna du Rousier la fondatrice chiese di assicurarsi che ciascuna
delle sue allieve fosse curata in tutto come se fosse l'unica: in fòndo così
dev'essere, i genitori hanno il diritto di esigerlo. Poiché si desiderava dare
ad ogni bambina l'attenzione e la cura necessaria per assicurare una formazione
accurata, gli educandati troppo numerosi non erano graditi. In una lettera
indirizzata ad una religiosa che doveva essere maestra generale a Sarrià, in
Catalogna, la madre Barat spiega le attitudini necessarie per questa carica e
per giungere allo scopo desiderato:
Ah!
figlia mia, che perfezione esige questa carica: bisogna essere dolce, paziente e
tuttavia ferma, perché la debolezza rovinerebbe tutto. Bisogna che i genitori
siano persuasi, come i loro figli, che si vuol loro bene; e tuttavia, se si
testimoniasse loro un affetto troppo tenero, ne abuserebbero. Che fare dunque?
Ah! rivestirsi di Gesù Cristo, praticare le sue virtù ad un alto grado -
almeno tendervi - darsi alla preghiera e alla rinuncia all’io; allora, Gesù
dirige, Gesù ispira ciò che occorre fare in questa o quella circostanza. Qui,
impossibile dare regole e consigli sicuri per tutti i casi in cui ci si trova,
poiché un mezzo che si usa per formare una bambina alla virtù, per correggere
il suo carattere, riesce per una e sarebbe il contrario per un'altra. Tocca allo
Spirito Santo guidare e ispirare questi diversi modi. E a chi li insegnerà, se
non all'anima umile, spoglia di interessi personali, che non cerca e noti vuole
che quelli del Maestro che serve?
Da
questi orientamenti derivava uno stile di vita particolare, che documentano i
Regolamenti degli educandati. I programmi erano stabiliti sui "valori
fondamentali". Ma l'educazione era percepita come qualcosa che doveva
essere in stretto rapporto con i bisogni e le strutture della vita sociale. Le
alunne erano suddivise in "classi", l'educazione era assicurata da una
maestra di classe che doveva essere una specie di tutore per le bambine. Nel
1851 la madre Barat rifiutò di organizzare l'insegnamento in "corsi"
perché tale proposta era stata considerata come capace di distruggere, senza
ottenere i vantaggi che si crede vedervi, il mezzo più potente del nostro modo
di educazione, voglio dire l'azione costante di una maestra di. classe davvero
religiosa che, nella dipendenza della maestra generale e della superiora, sa
profittare con abilità e zelo di quanto le mettono in mano le scienze che
insegna, per arrivare allo scopo principale, formare lo spirito e il cuore delle
sue giovani alunne.
Negli
educandati il compito principale toccava alla maestra generale, incaricata di
vegliare sulle maestre di classe e sulle bambine. Santa Maddalena Sofia ha
insistito a più riprese nella sua corrispondenza sull'importanza di questa
missione: la prima missione della Società, il compito più importante di tutti,
quello per cui la Società è stata fòndata, una missione che invidiava: Mai mi
consolerò di esserne privata, almeno direttamente. Perché la maestra generale
aveva un compito missionario. La vostra missione vale quella di un apostolo, di
un missionario in Cina forse, scrisse alla madre d'Avenas. Occorreva quindi
essere un Francesco Saverio.
Madre
Barat ha incarnato la missione educativa della Società del Sacro Cuore.
Anzitutto perché fu lei stessa un'educatrice. Era stata preparata a questo
compito dalla sua formazione. Se ben presto non le toccò più dedicarsi
all'istruzione propriamente detta, esercitò per tutta la vita un influsso sulle
religiose di ogni età in materia di formazione, sulle bambine ed anche sui loro
genitori. Nelle lettere e nelle conversazioni si è espressa sul modo in cui
concepiva l'educazione, senza mai redigere un trattato.
Ma
le testimonianze delle ex-alunne, raccolte al momento in cui si preparava
un'eventuale beatificazione, i racconti delle religiose mostrano spesso
Maddalena Sofia in mezzo alle bambine: questi aneddoti pieni di freschezza
rivelano incontestabili qualità di educatrice. Amava presiedere la merenda
delle più piccole, si occupava della preparazione spirituale delle prime
comunicande. Vegliava pure ai particolari della sistemazione delle interne nei
dormitori e Per le sue religiose, desiderava un amore davvero materno: Ogni
religiosa votata alla gioventù deve prestarsi amabilmente a quei mille piccoli
piaceri che fànno la fèlicità delle alunne, che saranno nostre e in fàmiglia
solo a questo prezzo. Senza questo sguardo, senza questa cordialità abituale,
attinta in. quella di Gesù, non parlatemi di uria supposta religiosa del Sacro
Cuore; quella non ha ancora capito l'ABC dei suoi doveri, è un'albergatrice.
Così
commenta Pauline Perdrau:
"Non
si saprà mai con quale amore dei particolari le nostre prime madri hanno amato
l'infanzia e la gioventù. (...) Un difetto di cuore, di previdenza in tale
argomento, era così grave ai loro occhi che i più seri ammonimenti erano dati
alla religiosa noncurante, alla sorella negligente. "Ci pesavano sul peso
del nostro amore per le nostre bambine", dicevano queste madri animate
dallo spirito delle origini. Una tendenza all'egoismo cancellava ai loro occhi
preveggenti ogni scienza, ogni distinzione morale o fisica, e senza pietà. Mi
ricordo con spavento di certe sgridate rivolte pubblicamente in comunità dalla
nostra Madre a qualcuna delle nostre per aver dimenticato una bambina da sola in
dormitorio."
Secondo
la madre Cahier, "niente addolorava il cuore della madre Barat come la
mancanza di impegno nell'opera dell'educandato e gli sbagli che una puntuale
sorveglianza avrebbe potuto evitare". Erano appunto queste cure materne e
assidue che affezionavano le bambine alla Società.
La
madre Barat manifestava un affetto vivissimo per le bambine. Alla Trinità dei
Monti, all'hóte1 Biron, a Parigi, aveva deciso che sarebbe stata lei la maestra
generale del Piccolo Educandato. E' vero che anche bambine molto piccole furono
affidate talvolta alle religiose. L'hótel Biron accolse un bebè di diciotto
mesi di cui era appena morta la mamma, e il padre, ufficiale di cavalleria, non
voleva affidarne la cura al suo attendente! Ma giungevano anche molte bimbe fra
i quattro e i sette anni, le cui madri erano sovraccariche di occupazioni
mondane. Questa situazione indignava la madre Barat che la commentava così:
Non
è né morale né cristiano affidarci bambini ricchi al di sotto dei sette otto
anni, le mamme sono fatte per educarli in questa prima età. Ma ciò le
disturba, le costringe a non frequentare il mondo quanto lo desidererebbero, e
questi gioielli del Cuore di Gesù, questi tesori d'innocenza sono lasciati alle
domestiche durante le notti di festa, di spettacoli, di balli. Ah! che durezza!
La Sacra Scrittura paragona queste madri agli struzzi, che abbandonano le loro
uova sulla sabbia ai raggi del sole!
Lei
stessa aveva bisogno di giovani presso di sé. Ho fame di rivedere delle
bambine, diceva talvolta, o, in modo più pittoresco, Come gli orchi annusano la
carne fresca, io percepisco un'anima davvero infantile. Ho bisogno di respirare
l'atmosfera della giovinezza a cui siamo votate.
Aveva
voluto separare la casa madre dall'educandato fin dal 1850, per maggior
tranquillità ma, a Rue Cassini, le mancavano le bambine. Quando fu al boulevard
des Invalides, la barriera che separava la casa madre dall'hótel Biron era
spesso superata, sia da lei, sia dalle bambine che invitava a venirla a
raggiungere. Sapeva raccontare delle storie appassionanti per il suo uditorio.
Diceva: Al Sacro Cuore la gioventù è a casa sua, in.fàmiglia.
La
Madre Barat aveva abbastanza spirito per apprezzare gli scherzi delle educande.
A Trinità dei Monti disse un giorno a una religiosa:
Venite
a veder sfilare l'educandato (...) non ho visto le bambine oggi, ciò mi manca.
E i suoi sguardi s'attardavano con tenerezza sul piccolo educandato. Un vassoio
di dolci spolverati di zucchero si trovava su un asse di servizio vicino alla
porta d'entrata; la sorvegliante, un po' nuova nel suo impiego, camminava in
testa alle sue dieci o dodici monelle, con gli occhi modestamente abbassati e
senza volgersi né a destra né a sinistra. La prima ragazzina si piega passando
e sfiora passando con un colpetto di lingua la superficie del dolci attraenti;
il cattivo esempio è contagioso: ognuna ripete l'esperienza, finché le ultime,
in punta di piedi, arrivavano allo scopo sporgendo un po' più la lingua. Madre
Barat rideva di cuore; quando tutte furono entrate, scese dicendo: Vado a vedere
i baffi bianchi che devono essere il risultato dell'impresa. Si guardò bene dal
denunciarlo, ma diede ordine che in seguito i dolci fossero pronti sulle tavole
prima dell'arrivo delle bambine, aggiungendo: È meglio allontanare le
tentazione dalle bambine che sgridarle, quando la nostra mancanza di previdenza
le ha esposte a sbagliare. Poi raccomandò alla giovane maestra di camminare
dietro le bambine e non a capo fila.
Il
suo senso materno le faceva capire i problemi di certe alunne, le loro reazioni
a prima vista curiose o la loro natura difficile. A una religiosa che si
lamentava di una bambina e le diceva: "Non ho mai visto un essere così
strano", rispose:
Eppure,
sono proprio quelle le bambine che preferisco. Non ha più la mamma, vero? La
Società del Sacro Cuore è fondata per queste bambine. Siamo incaricate di
salvare le loro anime.
Raccomandava
di evitare le severità e di mantenere viva la fiducia. Ad una religiosa,
Adrienne Michel, scrisse il 5 agosto 1816:
Vi
raccontando le bambine. Di grazia, abbiatene una buona opinione e non trattatele
con severità; bisogna amarle. Sono sgradevoli per molti anni, ma poi offrono
maggiori risorse delle altre. Soprattutto, non fate paragoni, e non possano
pensare che rimpiangete le alunne che avete lasciato altrove; il loro orgoglio
non potrebbe tollerare questa preferenza e non vi amerebbero rnai.
Lei
stessa diede prova d'indulgenza verso le bambine difficili. Un celebre aneddoto
riguarda Annette de le Rochejacquelin, particolarmente agitata e distratta, ma
molto affezionata alla madre generale:
"Un
giorno in cui una colpa commessa dalla sua protetta richiedeva una punizione
esemplare, la bambina non vide altra risorsa per sfuggirvi che di recarsi presso
la madre generale allora indisposta. Ingannò la sorveglianza, corse nella sua
camera; mentre sfogava il suo cuore con molte parole, qualche colpo bussato alla
porta le fece supporre una visita temuta. Era la maestra generale che veniva a
raccontare i fatti; poiché la colpevole poco amava il confronto, s'infilò
rapidamente sotto il letto. Da tale rifugio improvvisato, ascoltò i giusti
lamenti della sua maestra, poi la dolce voce della Madre che scusava che scusava
la sua debole bambina trascinata dalla vivacità, dall'impeto di cui non sempre
era padrona, ma animata di buoni sentimenti che avrebbero avuto la meglio sul
suo carattere. Durante questa conversazione il pentimento vinceva il cuore della
piccola rifugiata; commossa da tanta bontà confessò e pianse la sua
colpa..."
In
campo educativo, l'atteggiamento di Maddalena Sofia era guidato da un profondo e
autentico rispetto della bambina e da uno sguardo di fede sulle alunne.
Occorreva, come lo chiedevano le Costituzioni "che le religiose siano
capaci soprattutto di vedere nelle bambine loro affidate anime riscattate dal
sangue di Gesù Cristo".
Rispettiamo,
diceva, onoriamo l'anima di questa piccola creatura fatta ad immagine di Dio,
che ha già la possibilità di scegliere il meglio se ci occupiamo di
risvegliare la sua ragione, di fàr agire il suo giudizio.
Di
conseguenza il Piano di studi del 1852 raccomandò di "dirigere
l'entusiasmo delle bambine verso lo studio, offrendo così un alimento utile al
loro spirito", di "approfittare di ogni occasione per formare il loro
spirito, il loro giudizio, il loro cuore". Poiché "lo spirito del
bambino, se è aperto e sviluppato con la cura che richiede un così tenero e
prezioso fiore, prende l'abitudine dell'attenzione e della riflessione, che sono
le basi di ogni retto giudizio e di ogni solida istruzione". Come ha notato
la madre Stuart, che fu lei stessa una notevole educatrice, all'epoca del piano
di studi ci si proponeva di rendere capaci le alunne di giudicare bene cose e
persone; di distinguere tra "ciò che è prezioso e ciò che non lo è".
Il
rispetto può assumere varie forme. La madre Cahier ha parlato del tatto della
madre Barat nei confronti delle giovani allieve di cui occorreva salvare le
confidenze, presso cui era necessaria una presenza totalmente disponibile:
Datevi
con le bambine, chiedono di esser guidate con fermezza, e insieme con bontà. Se
siete in classe, fatele lavorare molto, il lavoro è tutto per le anime dopo il
timore di Dio e del peccato. Alla ricreazione, siate tutte per il gioco perché
ci si interessino; allo studio, mantenete un silenzio perfetto, l'ordine, ma
senza rigidezza; in dormitorio, abbiate per loro cure e attenzioni materne, pur
senza mancare di dignità. Conquisterete così i loro cuori e potrete far loro
del bene, conquistateli per Gesù e non per voi stesse, perché così tutto
sarebbe guastato.
Tale
atteggiamento doveva tradursi in applicazioni concrete, nell'attenzione posta
all'equilibrio fisico e alla salute delle bambine. Bisognava per esempio
vegliare sulle alunne la cui spina dorsale aveva tendenza a curvarsi, e far loro
portare la cartella con l'altro braccio. Alla madre de Gramont, che era austera
per sé e per gli altri, scrisse da Metz in piena canicola:
Farete
bene, finché dura il caldo, a dare alle bambine un po' d'abbondanza (acqua
tinta con lui po' di vino!) a colazione e a merenda, e limonata durante il
giorno. Queste piccole precauzioni evitano le malattie. E così, finché ci sarà
la luna, non potrebbe ogni religiosa, la sera, passeggiare con una dozzina di
bambine, oppure ogni maestra prendere la sua classe? Senza tale precauzione, non
c'è modo di andare in giardino di giorno, se il caldo a Parigi è come a Metz.
Alla
stessa religiosa precisò una volta:
Voi
curate a meraviglia le malate, ma trascurate troppo le indisposizioni e non
prevenite le malattie. Questo è materia di coscienza, poiché rispondiamo
dell'anima e del corpo delle bambine.
Rispettare
la bambina voleva dire pure non cercare di affrettare il suo adattamento,
tollerare che la nuova educanda impieghi del tempo per accettare, per esempio,
di portare un grembiule sul suo vestito d'uniforme o per mangiare ciò che le si
offre in refettorio. Adattarsi al suo ritmo significava capire la suo pena al
momento della separazione dalla famiglia, e di conseguenza, non lasciarla sola
la prima sera. Era ammettere di non imporre il battesimo a ragazzine che non
l'avevano ricevuto.
Maddalena
Sofia stimava pure che un clima particolare era necessario allo svegliarsi della
personalità. Nel Piano di studi del 1805 insiste sull'atmosfera di gioia e di
libertà che deve regnare negli educandati. Certo si sorvegliano le amicizie che
nascono tra le alunne, per "rompere quelle che fossero sospette", ma
anche "per incoraggiare quelle che sono lodevoli". "Si osservano
le loro divisioni per favorire gli accomodamenti, i torti per facilitare le
riparazioni. Si entra nelle loro conversazioni per ispirare loro la riservatezza
e la discrezione, nelle loro ricreazioni per bandirne la tristezza, non meno
funesta della dissipazione. Infine ci si serve di tutto, anche dei giochi per
formare la loro intelligenza". Poiché "le maestre, lungi dal forzare
il gusto delle alunne, lasciano loro libertà di inventare i loro giochi. Si
limitano ad osservarle con un volto gioioso e di moderarle se si riscaldano
troppo". La stessa qualità di moderazione e di benevolenza doveva regnare
negli altri aspetti della vita dell'educandato. Poiché le donne dovevano
sapersi vestire "cercando senza affettazione l'ordine, la proporzione, e il
gusto negli abiti", l'uniforme doveva esser semplice, ma graziosa. Il
corredo comprendeva i nastri dei cappelli di paglia, le bordure di velluto nero
degli abiti di Nanchino.
Due
altre caratteristiche presenti nell'educazione al Sacro Cuore venivano
certamente dalla fondatrice. Si tratta anzitutto del senso di responsabilità da
sviluppare per le future padrone di casa. Nel Piano di studi, questo impegno è
affidato da un'iniziazione all'economia domestica, al tenere un budget, allo
svolgere, a turno, certi servizi materiali della casa. Ma le educande dovevano
pure esercitare un apostolato con i bambini della scuola gratuita, insegnare
loro il catechismo, prepararli alla prima comunione o a fare sforzi per le
"missioni", che si svolgevano allora per tutto il paese. Bisognava
formare donne forti, virtuose, attraverso la féde. Maddalena Sofia pensava che
il futuro poteva riservare molte sorprese a queste ragazze favorite dalla
nascita e dal patrimonio:
Avranno
tanto da lottare un giorno, che hanno bisogno di acquistare o di irrobustire lo
spirito di fede, e quell'energia, basata sulla virtù che non si ritrae davanti
ad alcuna difficoltà, ad alcun sacrificio... Bisogna opporre alla mollezza,
alla depravazione dei costumi, virtù grandi, solide, quelle di Gesù. Bisogna
formare queste ragazze che ci sono affidate, che sono attese nel mondo da tanti
scogli.
Infatti
le educande avrebbero dovuto in seguito assicurare la formazione dei loro figli
e, forse, contribuire all'evangelizzazione dei loro mariti. Con spirito e
pensando forse ad alcuni di essi che doveva conoscere almeno attraverso le
confidenze, scriveva nel 1863:
Come
la fede si indebolisce nel maggior numero, soprattutto dei giovani! Quale,
futuro per le nostre alunne! E tuttavia sono la nostra speranza. Toccherà a
loro ricondurre quelli che sono loro destinati (...) Queste bambine devono esser
formate nelle virtù solide, e aver il carattere più amabile per legare e
intenerire quei porcospini!
Per
Maddalena Sofia Barat la fede doveva esser solida, e non sentimentale.
La
fondatrice del Sacro Cuore si augurava che le alunne avessero il senso della
realtà. Di conseguenza impregnò la formazione di un rapporto col concreto. Le
più piccole erano
invitate
a manipolare oggetti. Le grandi studiavano i testi originali grazie alla
biblioteca messa a loro disposizione. Creavano carte geografiche. Le lingue
erano studiate per scritto, ma anche oralmente e attraverso la conversazione.
Tutto mirava a sviluppare nelle bambine il senso e il gusto della riflessione.
Lo studio della letteratura e della storia doveva contribuire a questa
formazione e condurle ad un apprendimento della filosofia che fu organizzato
all'hótel Biron durante la restaurazione. Lo stesso modo con cui Luigi Barat
aveva formato la sua sorella ebbe così influenza sul Piano di studi:
Un
tempo il mio latino, i grandi classici, gli oratori come Bossuet, Massignon ed
altri mi appassionavano, innalzavano le mie idee (...) Paragonando ciò che la
memoria mi forniva della storia antica e moderna (...) giungevo a considerazioni
in cui i disegni di Dio si rivelavano al mio pensiero; adoravo i decreti della
sua divina volontà invece di turbarmene. Allora mio fratello osservava e
coronava i miei studi con quello che chiamava analisi logiche o letterarie;
infondo, me ne sono resa conto, erano veri compiti di filosofia...
L'insegnamento
al Sacro Cuore doveva essere qualificato. Maddalena Sofia desiderava studi seri,
e li considerava un fattore potente dell'educazione. Durante tutta la vita ha
raccomandato il lavoro intellettuale alle allieve e alle educatrici. Già ad
Amiens i programmi erano insieme complessi e avanzati, si aprivano alle lingue,
alle scienze e alla matematica allora in evoluzione. Sotto la Restaurazione i
programmi furono adattati con l'aiuto del padre Loriquet e di Mons. Frayssinous,
futuro ministro della Pubblica Istruzione. Per la superiora generale, le
religiose dovevano essere delle sante sapienti. Fu l'augurio che rivolse da Roma
a Aimée d'Avenas, allora maestra generale, nel 1833:
Se
sapeste quanto la Società ha bisogno di sante sapienti, vi affrettereste a
diventarlo. Delle prime ne abbiamo qui al noviziato Romano un certo numero, ma
delle seconde, niente. Ebene gettare solidi fondamenti; tuttavia l'unione delle
due, virtù e istruzione, darebbe la perfézione all'opera. Così legate
strettamente queste due, e coprirete tutta l'estensione della vostra vocazione.
Di
conseguenza, le maestre di classe dovevano lavorare per porsi e mantenersi al
livello delle loro rispettive classi. In molte lettere circolari, nel 1833, nel
1845 e nel 1864, la madre Barat è ritornata su tale esigenza, per lei capitale.
Così scrive nel 1833, a proposito delle modifiche introdotte nel Piano di
studi:
I
cambiamenti fatti al Piano di studi, aiutate dai consigli del padre Loriquet,
daranno maggior fàcilità, ma i nostri lavori sarebbero vani se le maestre non
vi si conformassero con esattezza e non mettessero maggior impegno nella loro
preparazione personale per formarsi agli studi.
Ad
imporre tale esigenza erano in parte motivi pratici:
Le
lamentele che riceviamo da ogni parte, il successo che gli educandati secolari
ottengono sui nostri ci fàcevano soffrire. Abbiamo cercato con cura le cause
del male. La prima è la negligenza degli studi. La seconda, lo scarso impegno a
formare le alunne all'economia, alla semplicità al gusto dell'ordine e dei
lavori utili. La maggior parte delle alunne esce dalle nostre case avendo
imparato molte cose, ma non sapendone nessuna, poiché le maestre che non hanno
una gran base di istruzione non fanno altro che sfiorare le. materie, e si
attardano solo sulle più gradevoli, trascurando le altre; ne deriva in gran
parte delle nostre allieve l'ignoranza dell'ortografia, dell'aritmetica pratica,
del modo di scrivere correttamente e gradevolmente una lettera.
Di
conseguenza le superiore dovevano preoccuparsi di dare alle maestre di classe il
tempo necessario per studiare. Dodici anni dopo tornò su questo tema:
Ci
si lamenta che non fàccianto progredire le alunne; che molte regrediscono sotto
le nostre etani, che le maestre sono spesso al di sotto delle loro classi, che
molte noti sanno l'ortografia (.... ) Alcune mamme che sotto cresciute da noi,
paragonando la loro istruzione con quella delle loro figlie, notano una grande
differenza; così quanti lamenti mi sono stati rivolti a tal riguardo, e
purtroppo fondati; non posso dire quale deficit ho trovato su tal punto in
alcune case.
In
una delle ultime circolari, annunciando il programma del prossimo Consiglio
generale, scriveva:
L'educazione
non è più quel elle era qualche anno fà; le molte istituzioni che fanno
grandi concessioni alle tendenze del nostro secolo fà sì che ci si trova
antiquate. Non piaccia a Dio che vogliamo transigere col dovere e sacrificare il
nostro scopo principale a queste tendenze, ma dobbiamo esaminare di nuovo quanto
possiamo accordare, rivedere il nostro Piano di studi.
Dal
1835 fu annunciata la creazione di un juvenat, una specie di centro di
formazione per le giovani religiose. Ci vollero lunghi anni perché un inizio di
realizzazione diventasse possibile, grazie alla madre d'Avenas, nel 1849. Dal
1862 la maestra delle novizie, la madre Goetz, aveva introdotto nel programma di
noviziato un corso di morale e degli elementi di logica che non ottennero favore
unanime nella Società del Sacro Cuore. Fu la madre Barat a risolvere la
questione in suo favore. A quell'epoca, racconta la madre Perdrau:
"La
nostra madre diceva di passaggio alla casa madre, e davanti a tutte noi, parole
come queste: "Le idee rivoluzionarie ritornano sul tappeto; i Diritti
dell'uomo del 1789 hanno fatto la loro strada sotterranea; non bisogna farne uno
spauracchio per le donne e i bambini; ma occorre che le donne e i bambini
prendano un po' di conoscenza degli errori del giorno per formarsi un giudizio
proprio, cristiano, per conformarsi coscientemente all'insegnamento illuminato
della santa Chiesa. Viene l'ora in cui si dovrà rendere conto della propria
fede. Che le nostre maestre si formino al ragionamento per formare bene le
alunne".
Nel
1862 o nei mesi seguenti la madre Barat abbozzò con la madre Goetz la
fondazione di un juvenat elementare. Il Consiglio generale del 1864 ne decise la
nascita. La madre Goetz fu incaricata di questo tentativo. Secondo Pauline
Perdrau, una delle sue confidenti, "diceva che la nostra madre fondatrice
aveva spesso parlato con lei del modo migliore di sviluppare specialmente in
certe religiose più adatte l'istruzione classica; e questo prima di introdurre
negli educandati maestre formate a scapito delle alunne".
Una
delle ultime circolari, quella del 5 agosto 1863, mostra come fu sempre una
necessità per madre Barat l'adattarsi ai bisogni del tempo. La messa a punto
doveva avvenire in funzione della realtà, quella dell'opera e quella delle
persone al suo servizio:
Saremmo
meno a corto di maestre formate se ci si imoegnasse a questo lavoro, se, invece
di non vedere che il bisogno presente, gli interessi di una casa, si
considerasse quanto ciascuna potrebbe esser capace di fare un giorno, con cure
materne e intelligenti. Occorre anche esaminare ciò che possiamo perfezionare
nella nostra educazione, che presenta ancora molti difetti, meno nelle regole
che nella capacità delle maestre per applicarle. Molte, forse, non hanno i
mezzi che occorrerebbero, ma soprattutto non sono state seguite, formate con
costanza durante il loro aspirato per le scienze, il tono giusto, l'educazione,
la gentilezza, l'amore dell'ordine che devono inculcare alle bambine (...) Gesù
ci aiuterà dandoci persone capaci di capire tutto ciò che occorre riunire
nella nostra vocazione: la cultura dell'anima, sotto ogni aspetto, tiene il
primo posto, ma quanto riguarda l'ordine esterno, la pulizia, l'economia, il
lavoro, deve esser richiesto alle maestre perché esse vi applichino le loro
alunne.
Impostare
un piano educativo esigeva riflessione e discernimento. L'elaborazione doveva
comportare un lavoro d'équipe che associò alla superiora generale la madre de
Charbonnel e poi la madre d'Avenas. Catherine de Charbonnel, cresciuta dalle
Orsoline di Monistrol, era donna assai colta che possedeva nozioni svariate e
numerose. Fece un giro d'ispezione degli istituti del Sacro Cuore tra il 1815 e
il 1820, date di due Consigli. Quanto a Aimée d'Avenas, molto più giovane,
dato che era nata nel 1804, si rivelò una notevole educatrice. Dopo i primi
voti visse a Parigi, dove fu maestra generale fino al 1848. Il suo successo
all'hótel Biron fu incontestabile. Lavorò dal 1826 al Piano di studi con
Maddalena Sofia, che apprezzava il suo spirito, e madre de Charbonnel, che aveva
scoperto le sue qualità. Mandare questa grande religiosa molto colta a Orléans,
dove fondò una casa, fu per la madre Barat un modo di stringere relazioni
cortesi e fruttuose con Mons. Dupanloup, vescovo di quella diocesi, molto colto
e appassionato dei problemi dell'educazione della gioventù.
Il
primo piano di studi, quello del 1805, costituì una specie di sintesi delle
tradizioni educative anteriori, quelle del XVII secolo, adoperate allora nei
conventi di diversi ordini, quelle della Compagnia di Gesù, quelle di Saint-Cyr
e di Fénelon. Fu presto rimaneggiato e ripreso cinque volte fra il 1810 e il
1852. Il numero di questi rifacimenti dimostra l'importanza annessa ad adattare
il Piano di studi alle evoluzioni che si manifestavano nelle Società, ma
testimonia pure l'ansia di approfondire la riflessione in materia di educazione.
Dal 1820, per esempio, ci si propose di perfezionare la formazione religiosa
delle bambine, di accentuare la caratteristica dello spirito di famiglia che già
regnava negli educandati, di dar prova di prudenza e di riserva nella scelta dei
manuali scolastici. In seguito al Consiglio generale del 1826, la madre Barat
cercò la collaborazione del padre Druilhet che venne a dare all'hótel Biron un
corso di pedagogia, riprodotto in seguito al Piano di studi del 1852. Nel 1833,
il Piano di studi riprese in esame l'insegnamento del francese, l'uso del tempo,
i programmi e i metodi d'insegnamento del corso complementare.
Al
Sacro Cuore era principio fondamentale che l'insegnamento dovesse essere
uniforme. Maddalena Sofia lo spiegò il 9 luglio 1820:
La
Società, per la grazia del nostro buon Dio, è cresciuta con qualche nuova
fondazione, e i regolamenti fatti nei primi tempi sono stati aumentati o
diminuiti in ogni casa secondo quanto sembrava meglio per il maggior bene delle
alunne; senza accorgercene, si sono create differenze su alcuni articoli; e
poiché una delle nostre maggiori preoccupazioni è di vegliare a stabilire e
mantenere l'uniformità nei nostri istituti, ci sembra urgente consolidare le
case già esistenti... Questa preoccupazione dettò le osservazioni rivolte alle
case della Luisiana nel 1835. Tra gli abusi segnalati, la mescolanza di alunne
esterne e interne, ma anche il fatto che le classi non sorto divise con ordine;
e essenziale riforrnare quest'abuso, consultare il regolamento, il piano di
studi, e conformarvisi, per lo studio dell'inglese e del francese, affinché
tutto sia uniforme in tutte le nostre case. Lo stesso motivo ispirò nel 1838 la
revisione del Piano di studi programmata in occasione del prossimo Consiglio
generale:
Se
ci fòsse modo di redigere, aiutate dai lumi delle prime maestre, un piano di
studi più fisso, più breve e più adatto ai bisogni attuali della Società, ne
benediremmo il Signore, perché su tale argomento, come su molti altri, sotto
pretesto di far meglio, ci si è allontanate dalla uniformità così
desiderabile in una congregazione che sembra destinata ad estendersi in tutto
l'universo, se sappiamo corrispondere ai suoi disegni su di noi.
Si
trattava soltanto di una uniformità dello spirito della formazione, poiché in
America e nei paesi anglosassoni per esempio l'insegnamento era beninteso
impartito in inglese, e la madre Barat chiedeva di adattarsi ai costumi e ai
bisogni del paese. Ricordava del resto alle religiose mandate fuori di Francia
che dovevano imparare la lingua del paese che le accoglieva. Però per le case
di Francia l'uniformità doveva essere totale, favorita dai piani di studio
stampati. Secondo Pauline Perdrau tale uniformità nella formazione favorì il
successo del Sacro Cuore.
I
generi d'istituto organizzati dalla Società sono in realtà più numerosi di
quanto si potrebbe immaginare. Il primo e il più conosciuto è
incontestabilmente l'educandato. Era destinato ad accogliere le "jeunes
personnes du monde", cioè ragazze che, dopo la loro educazione, avrebbero
dovuto vivere nel mondo, "senza urtarlo", dirigere una casa e le
domestiche, partecipare a una vita mondana che includeva balli e spettacoli.
Maddalena Sofia condivideva la visione ígnaziana che mirava a ricostituire una
società cristiana per mezzo delle classi dirigenti. Per lei la nascita
implicava dei doveri: formarsi umanamente e cristianamente, e anche condurre una
vita esemplare nella propria famiglia e irradiare su quelli con cui si era in
relazione. La vita sociale che le educande avrebbero condotto esigeva un ritocco
dei programmi loro proposti. Vennero introdotti certo i lavori d'ago, ma anche
le arti "d'agrément", la danza "che dona grazia al contegno,
un'aria naturale, una sorta di grazia e di educazione esterna che non è
indifferente nello svolgersi della vita".
Con
realismo, la madre Barat ha sempre chiesto di curare l'aspetto e scriveva con
spirito a Henriette Grosier: Un quadro, per quanto perfetta sia l'opera, dice
poco senza vernice: occorre per lo spirito mondano che giudica il valore solo
sull'esterno, occorre dunque che il piacevole si unisca all'utile. Il pubblico
accolto negli educandati richiedeva mezzi idonei. In molte lettere madre Barat
lo spiega:
Curate
bene e coltivate le vostre alunne sotto il duplice aspetto dell'istruzione e
della virtù. Troppo spesso presso di noi qualche aspetto dell'educazione è
trascurato. Si bada al solido, senza dubbio, è l'essenziale, tua si dimentica
forse troppo facilmente l'accessorio: buono spirito, gentilezza, lotta ai
difetti. I genitori danno gran valore a questa esteriorità (…) D'altronde la
vera pietà riunisce o deve riunire tutte queste qualità, e noi manchiamo una
parte del nostro scopo se omettiamo o trascuriamo la minima parte di quanto
costituisce la buona educazione.
Nel
1853 riassumeva i suoi obiettivi definendo l'educazione impartita al Sacro Cuore
come quella che propone una solida pietà, l'amore al lavoro in ogni senso,
l'ordine, l'economia, le buone maniere, il gusto, la gentilezza semplice e
naturale. L'essenziale, ai suoi occhi, era dato dalla pietà solida, le buone
maniere, la semplicità e la modestia:
Sarà
sempre ciò che ci affezionerà le alunne e ne attirerà la fiducia, concludeva.
Senza questo atteggiamento semplice e modesto, non piacciono: è la vernice
dell'educazione curata e solida.
Maddalena
Sofia Barat ci tenne a spiegare l'obbiettivo prioritario di formare ragazze del
mondo. In una conferenza alle maestre dell'educandato di Amiens, affermò nel
1843: Allora (alla fòndazione della Società) i poveri non mancavano di aiuti,
ma le classi alte della Società erano del tutto trascurate, e dunque per loro
siamo state fòndate. L'opera delle orfane, quella dei poveri è eccellente, ma
nota è proprio per questa che i primi membri della Società hanno sacrificato
la loro attrattiva per la vita contemplativa del Carmelo, è per delle bambine
che, destinate a occupare i primi posti nel mondo, hanno bisogno di
un'istruzione cristiana più solida, di un fondo di pietà più forte per
sostenerle in mezzo ai pericoli che le aspettano.
Proprio
per questo l'educandato era "il primo e più importante mezzo che usava la
Società per onorare il divin Cuore di Gesù" e "il suo scopo
primario".
Questo
orientamento verso il pubblico delle classi dirigenti diede dei buoni risultati.
La madre Barat voleva che si eccellesse in esso:
Di
solito, riconosceva, riusciamo in questa classe elevata e dobbiamo tanto più
tenerci in quanto l'educazione dell'altra classe trova mille risorse in una
quantità di congregazioni religiose il cui scopo è precisamente questo genere
di educazione.
Benché
le ragazze della nobiltà abbiano costituito in certe case la maggioranza delle
iscritte, l'educandato somigliava ad un vasto ventaglio sociale. La madre Barat
si lamentò tuttavia dello snobismo che sentiva in alcuni di loro, in
particolare a Parigi.
In
realtà si preoccupava pure, e certo sempre più, dell'ascesa delle classi
medie. Sotto la monarchia di luglio queste avevano un posto particolare nella
società francese perché i più ricchi, che pagavano più imposte,
beneficiavano del suffragio censitario. Già nel Consiglio del 1826 aveva
proposto di instaurare un. progetto di istituto per le figlie della classe
media, perché la Società potesse essere utile a tutte le classi. Tale progetto
fu aggiornato, certamente per mancanza di mezzi. Probabilmente si trattava di
iniziare delle scuole per esterne. Il 12 gennaio 1852, in occasione di una
eventuale fondazione a Basilea, la madre Barat scrisse:
Anche
se questo paese non fornisse che la seconda classe della società, c'è pure un
immenso bene da forre; perché è una classe che ha maggiore influenza di quanto
si creda.
Non
fu sempre seguita dalle sue consigliere su questo punto, come confessa lei
stessa in quest'occasione. In ogni caso, nell'ultimo decennio del suo
generalato, senza che si trattasse di mescolare interne ed esterne, furono
aperti istituti in città che avevano già un educandato, a condizione che ci
fossero solo le prime classi e che la casa di città servisse per opere come
quelle delle Figlie di Maria e i ritiri. Lille molto presto ne ebbe uno nel
1840. Marsiglia ebbe un educandato per esterne nel 1853. Poi fu la volta di
Nancy, di Lione e di Metz.
L'attrattiva
degli educandati del Sacro Cuore si esercitò ugualmente su ambienti non
cattolici o non cristiani. Gli educandati americani si vedevano affidare bambine
che venivano da famiglie cattoliche e protestanti. Fu lo stesso nei paesi
anglosassoni. A Parigi l'hótel Biron, che accoglieva molte bambine di
diplomatici, ebbe allieve protestanti e ortodosse. L'educandato di
Algeri-Mustapha, creato nel 1842, riunì, oltre ai cattolici, bambine di
confessione ebraica o mussulmana. A Parigi soprattutto l'educandato era
cosmopolita perché serviva l'ambiente delle ambasciate. Era un riassunto del
mondo. La madre Barat godeva di questa internazionalità che corrispondeva a
quella della Società e che, pure, poteva svilupparla:
...Vedete
queste Messicane, queste Valacche, queste Russe, queste Cilene, queste Peruviane
che tengono all'onore di esser messe al Sacro Cuore di Parigi; fatele crescere
nelle grandi verità della religione, come vogliono le Costituzioni, e
sappiatelo bene, avrete aperto dei Sacro Cuore nei paesi in cari esse torneranno
e ci chiameranno un giorno.
Al
Sacro Cuore le "classi dei poveri" non erano al primo posto, e neppure
obbligatorie, ma il progetto a loro riguardo era chiaro: "Si tenderà ad
organizzarle per quanto possibile, perché sono per eccellenza l'opera più cara
del Cuore di Gesù" A quest'opera le religiose dovevano aspirare in primo
luogo. A quelle delle due case di Roma, quella della Trinità dei Monti
destinata alla nobiltà romana, quella di Trastevere aperta per le bambine di
questo quartiere povero, la madre Barat raccomandava nel 1833:
Queste
due case devono rivaleggiare quanto a zelo e fervore per adempiere la sublime
missione che è stata loro affidata, le prime formando alla virtù la giovane
nobiltà romana, le altre prodigando le loro cure alle bambine del popolo di
Trastevere. Così tutte adempiranno la loro missione. Quelle al lavoro presso le
nobili saranno sempre pronte a correre al servizio dei poveri (...), quelle che
sono a servizio dei poveri non rifiuteranno mai di dare le loro cure ai ricchi
(...) poiché infine tutte le anime sono care a Gesù Cristo.
Occupandosi
dei poveri, non si trattava di entrare in concorrenza con le congregazioni che
si facevano carico delle bambine di questo ambiente sociale a motivo del loro
scopo apostolico. Ma Maddalena Sofia Barat giudicava che era possibile adattare
l'educazione data al Sacro Cuore a queste bambine. Si doveva assicurare loro una
formazione umana e professionale. In realtà le scuole gratuite seguirono
dappertutto di poco l'apertura degli educandati. Del resto, erano questi che
permettevano loro di vivere. La disparità tra il numero delle educande e quello
delle allieve delle scuole era grande, poiché le scuole ricevevano da 2,5 a 5
volte più allieve che gli educandati. Alla morte di Maddalena Sofia, la Società
contava 84 educandati e 74 scuole, 3700 educande e 5700 allieve.
Quando
la fondatrice si rendeva conto che non era possibile né desiderabile aprire una
scuola gratuita, faceva creare per le bambine delle classi meno favorite opere
come quelle dei laboratori, degli incontri domenicali o degli orfanotrofi.
Sappiamo quanto ci teneva attraverso la testimonianza della madre Goetz, e
quanto vigilava al loro sorgere. Gli orfanotrofi furono aperti per andar
incontro a difficoltà congiunturali. Dopo la grande epidemia di colera che, per
esempio, colpì la Francia nel 1832, giovani orfane furono accolte dalla madre
de Gramont all'hóte1 Biron, poi a Conflans, nella casa messa a sua disposizione
da Mons de Quelen. Dei diciotto orfanotrofi aperti dalla Società, ne restavano
dieci nel 1865.
Scuole
specializzate vennero aperte in diversi luoghi. Nel 1808 fu progettato a
Grenoble un centro d'apprendimento per la confezione di guanti. A Pinerolo,
grazie a Catherine de Charbonnel, in Cile, grazie ad Anna de Rousier, il Sacro
Cuore formò le future maestre, là dove i governi erano apertamente cattolici.
Una scuola per i ragazzini fu fondata a Marmoutier. Chambéry accolse le
sordomute. Giovani handicappate furono ricevute all'hótel Biron e a Lyon, che
si procurarono un equipaggiamento ortopedico.
A
partire dagli istituti educativi, le religiose furono invitate ad estendere il
loro campo d'azione e talvolta a creare opere popolari originali che si
rivolgevano anche agli adulti. Anna de Rousier, a Torino, aveva organizzato una
biblioteca circolare e una scuola d'insegnamento di economia domestica.
Maddalena Sofia stessa aveva assai presto progettato l'apertura di laboratori
per i bambini che, dopo la prima Comunione, abbandonavano la scuola per fare gli
apprendisti:
Quando
ero a Parigi ho avuto spesso l'idea di proporre quest'opera, pensando che il
resto era poca cosa senza questo complemento; ma lo confesso, ho incontrato poca
simpatia: si temeva troppo quello che usciva dall'ordine abituale o da una certa
tradizione a cui si era affézionate.
Se
la povertà era ai suoi occhi infinitamente rispettabile, Santa Maddalena Sofia
ha sempre voluto lottare contro la miseria. Suo scopo era aiutare gli infelici
ad uscire da questa situazione e ad essere autonomi grazie al loro lavoro. Era
generosa nelle elemosine, ma ebbe sempre a cuore di cercare di immaginare
strutture educative che permettessero alle donne degli ambienti meno favoriti di
non tendere più la mano.
Un
terzo tipo di educazione previsto dalle Costituzioni entrava nel quadro
dell'apostolato spirituale. Si trattava dell'opera dei ritiri, presentato come
la prosperità della Società. La madre Barat le diede un valore molto speciale.
A rigore di termini, gli educandati potevano esser situati in campagna, come
scrisse, vicino a città piccole o grandi. Invece per l'opera dei ritiri,
occorreva che il Sacro Cuore fosse in grandi città per attrarre le persone del
mondo a centinaia:
I
ritiri: li vorrei dappertutto. Aiutatemi con le vostre preghiere. Non riesco
ancora a perfezionare quest'opera. E' un grande dolore per la vostra madre!
...scrisse
il 5 dicembre 1853. Anche questi si diffusero. Dapprima rivolti alle ex-alunne,
i ritiri radunarono donne di ogni età che non appartenevano necessariamente a
questa categoria, ma vi erano state invitate da amiche e conoscenti. Quando
quest'apostolato conobbe il successo a Parigi, si decise di occuparsi pure dei
cocchieri che, disoccupati, aspettavano le padrone nel cortile dell'hótel Biron
o nelle strade vicine. Si fece ricorso per questo alla Conferenza di San
Vincenzo. Alla fine della vita, madre Barat ne mostrava tutto il frutto
spirituale:
Si
tratta di una delle nostre grandi risorse per fare il bene e consolidare quello
che facciamo, che sarebbe assai limitato se privato di questo aiuto. Così in
tutte le nostre case poniamo un grande zelo ad attirarle, a procurare loro
istruzioni ogni mese, un ritiro annuale dato presso di noi; e allora cadiamo
loro la nostra cappella quando la loro non basta più. Diamo alloggio a quelle
che sono libere di dormire fuori casa e di fare gli esercizi per intero. Diamo
il pranzo alle altre che possono passare la giornata, e nelle città in cui
questa congregazione è ben diretta e curata, l'alta società si rinnova
sensibilmente, e gli uomini tengono dietro!... Ah! Quante anime si possono
salvare con lo zelo e l'impegno! Certamente ciò costa; ma dobbiamo badarvi?
La
congregazione delle Figlie di Maria fu il secondo tipo di apostolato spirituale
di cui si servì la Società. Formata su modello delle congregazioni mariane dei
Gesuiti, quest'opera fu estesa a tutta la Società dal Consiglio generale del
1826. C'era anche una congregazione degli Angeli per le più giovani. Secondo la
fondatrice, il fervore si manteneva e si estendeva negli educandati attraverso
queste due congregazioni. La congregazione delle Figlie di Maria era all'inizio
riservata alle interne, ma fu in seguito proposta alle ex-alunne. Il regolamento
della congregazione non le obbligava ad alcuna forma speciale di devozione,
perché si supponeva che sarebbero state in grado di collaborare alle opere
secondo i bisogni degli ambienti in cui vivevano. Era loro chiesto soprattutto
di esser fedeli alla preghiera mentale, se possibile al ritiro annuale, di dar
esempio di vita cristiana irreprensibile con una solida devozione al Sacro Cuore
e al Cuore di Maria. Alcune di loro, attratte dalla semplicità
nell'abbigliamento, lottarono con energia contro la moda delle crinoline
lanciata dall'imperatrice Eugenia!
Un'opera
educativa di tale ampiezza non poteva esser frutto di un'azione individuale. Nel
suo compito, e durante tutto il suo generalato, la madre Barat fu aiutata da
numerose donne di qualità, dotate di grandi talenti, che avevano talvolta una
ricca esperienza in materia di insegnamento. Poiché, all'origine almeno,
entrarono nella Società persone che avevano creato o diretto, per gusto o per
necessità, istituzioni scolastiche: così avevano trovato un mezzo di
rispondere al loro bisogno facendo le "Istitutrici". Occorreva
tuttavia un architetto, e Sofia Barat lo fu.
Questa
donna dalla voce debole, che ad Amiens non era sempre riuscita a tenere allieve
indisciplinate, aveva qualità che si rivelarono poco a poco durante tutta la
sua vita. Aveva certo una grande cultura e fu una grande pedagogista. Ma aveva
soprattutto l'amore per le persone che le venivano affidate, il desiderio di
rivelarle a se stesse e di far loro produrre del loro meglio. La pazienza che
aveva acquistato, la tenerezza di cui era capace si conciliavano con la
fermezza. Era esigente per se stessa e per gli altri, perché aveva la
convinzione che la sua opera contribuiva a far crescere quelle che le stavano di
fronte.
Una
educazione deve piantare dei paletti di limite, pur facendo crescere in
autonomia e libertà. Maddalena Sofia Barat in questo fu straordinaria. Per di
più era disinteressata e seppe far prendere coscienza alle religiose che le
bambine accolte negli educandati, nelle scuole o nelle opere erano affidate alla
Società da Dio, per ricevere la rivelazione del suo amore. La madre Barat
diceva spesso: Per iín'anima di bambina avrei fondato la Società del Sacro
Cuore. Molte altre congregazioni nel XIX secolo si davano il fine di educare la
popolazione femminile. Alcune tra loro avevano come obiettivo lo stesso pubblico
del Sacro Cuore. Ma per Santa Maddalena Sofia l'opera da realizzare, per bella
che fosse, non era un fine in sé; l'educazione era solo un mezzo che poteva
contribuire alla gloria del Cuore di Gesù.
Capitolo
V
ALCUNI
ELEMENTI DELLA SPIRITUALITÀ DI SANTA MADDALENA SOFIA.
Una spiritualità è una realtà vivente che si costituisce durante tutta un'esistenza, che fluttua secondo le attività, le esperienze, i contatti con gli altri e la corrispondenza alla grazia di Dio. Maddalena Sofia Barat non è sfuggita a questa regola di evoluzione. Tutte le testimonianze la mostrano, certo, fin dal suo primo soggiorno ad Amiens, avanzata nella vita spirituale, addirittura gratificata di esperienze mistiche. Tuttavia solo nel corso di tutta la sua vita, nelle difficoltà personali, nelle difficoltà o nei successi che la sua opera incontrava, nelle sue fasi di consolazione e desolazione, lei stessa ha assunto la sua statura spirituale, poco a poco, in funzione di tappe particolari che sono state per lei momenti di crescita, in funzione pure dei mezzi che ha ricevuto o si è data.
Piuttosto
che tentare una presentazione puntigliosa delle caratteristiche della sua vita
spirituale, è parso giusto partire dai consigli che ha prodigato. Se è sempre
stata molto discreta, salvo can qualche amica intima, sulla propria vita
interiore e sui favori o le grazie che le erano state concesse, ha abbastanza
posto l'accento, nell'accompagnamento che ha esercitato, su certi elementi della
vita spirituale perché si possano considerare importanti per lei, e, senza
dubbio, riflesso delle sue tendenze e gusti.
I.
Una spiritualità fondata sull'alleanza di azione e contemplazione.
Sofia
Barat era stata convinta dal padre Varin a sacrificare la sua attrattiva per il
Carmelo per partecipare alla vita di una congregazione apostolica. L'aveva fatto
più per obbedienza che per gusto, perché credeva di riconoscere in questa
proposta un appello di Dio e della Chiesa.
I
nostri migliori soggetti dei pruni tempi erano destinati al Carmelo. Non oso
mettermi tra questi, ma non potrei dirvi quanto mi è costato all'inizio seguire
il nostro genere di vita, disse una volta, alla fine della vita, venendo a
sapere che una ex-alunna entrava al Carmelo, scrisse:
Che
ordine, quello del Carmelo, il primo nella Chiesa! E come tutto vi è perfetto!
Ma
se fu presa, presto, da un'esistenza attiva, l'apostolato non la distolse mai
dal gusto della contemplazione.
Durante
diversi periodi della sua vita religiosa, Maddalena Sofia ha potuto rifugiarsi
maggiormente nella solitudine, del resto molto relativa, perché aveva sempre la
sua carica e molte preoccupazioni da portare. Tra questi momenti privilegiati
c'era il tempo del suo ritiro annuale, che le sue figlie avevano imparato a
rispettare. Alcuni ritiri furono per lei particolarmente significativi, tra gli
altri quello del 1842, che ebbe luogo in un momento cruciale per la Società.
Gli
anni passati a Poitiers, tra il 1806 e il 1808, furono per lei un tempo di
approfondimento della propria vocazione e dello spirito della congregazione.
Ebbero un peso apostolico notevole poiché in quel tempo doveva formare una
decina di novizie. L'esperienza fatta nella "Solitudine" di Poitiers
è stata spesso paragonata a quella di Ignazio di Loyola a Manresa. Là, nella
preghiera, sembra aver ricevuto sia la conferma di certe sue intuizioni
precedenti, sia dei lumi sui mezzi da adoperare per realizzarle. Vi intese di
nuovo un appello all'adorazione perpetua, che evocò nella corrispondenza con
Filippina Duchesne. Nella stessa epoca, sulla banchina di Bordeaux, intese di
nuovo un appello alla vita missionaria nel senso tradizionale del termine,
all'evangelizzazione dei popoli non cristiani: non poté realizzarlo che
attraverso la sua congregazione.
Sofia
Barat dovette inventare le forme e i ritmi della sua vita spirituale nella vita
di ogni giorno, divorata da attività diverse, dai doveri del governo, ma anche
dal farsi carico degli educandati, dalle relazioni con le religiose, le bambine,
le famiglie e le autorità. Le ci volle del tempo per trovare un equilibrio tra
i due poli della sua esistenza religiosa, l'attività apostolica e la vita di
preghiera. Chiamata a "un'intima unione con Dio", dovette riflettere
alla forma che dovevano prendere i suoi rapporti con "le creature" o
"il mondo", come si diceva allora, liberarsi da ciò che non era
indispensabile, moderarsi nell'agire, frenare la sua premura per la sua opera.
Vi fu spinta da uno dei suoi direttori spirituali, 1'Abbé Favre, che le
scriveva nel 1824: "Non potete dare che della vostra abbondanza. Se vi
sfinite nutrendo le vostre figlie, cadrete in un marasma spirituale peggiore
della febbre alta del peccato mortale". Di conseguenza poteva scrivere a
una religiosa il 6 dicembre 1855:
Teniamoci
molto vicine a Gesù. Più contatti abbiamo con le creature, più abbiamo
bisogno del creatore; poiché senza il suo soccorso e la sua grazia, che cosa
diventeremmo? Ad ogni persona, ad ogni azione incontriamo difficoltà e
ostacoli. Non capiscono, o interpretano ci piacere loro, l'io è sempre
consultato, raramente la grazia; e quando occorre servirsi di tali elementi così
poco in accordo con le nostre opere e i nostri atti che dovrebbero tutti
provenire dal Cuore di Gesù attraverso il suo Spirito, pensate che poca intesa
troviamo e quali guai ne siano la conseguenza. Fortunatamente Gesù aiuta quando
si ricorre a Lui. E dove potremmo andare? Si trova così poco nella creatura:
perciò, figlia mia, non posso esagerare a spingervi a mettere il vostro
appoggio, la vostra consolazione in Gesù, unico e fedele Amico dell'anima che
cerca e ama Lui solo!
Per
Maddalena Sofia l'azione apostolica non era l'unico scopo. La preghiera doveva
esserle strettamente legata.
Lo
spirito della Società, è Marta fusa in Maria, dirà rifacendosi al Vangelo,
semplicemente perché la sua preghiera era "partecipazione alla sete di Gesù
per le anime", dunque nettamente apostolica.
Sarebbe
non entrare nello spirito della nostra vocazione, che ha per scopo la gloria di
Dio e la salvezza delle anime, darci esclusivamente alla contemplazione, o
esclusivamente all'azione, affermava. Così seppe, nella sua corrispondenza e
nelle sue conferenze, attirare l'attenzione sui rischi di un'azione apostolica
non misurata, e sui rimedi da applicare per far fronte a un tale squilibrio. Tre
lettere, scritte verso la fine della sua vita, trattano questo argomento. I
brani seguenti furono indirizzati a Madre Maria Mayer, Superiora di Riedengurg,
in Austria a partire dal 1862.
Il
necessario contatto col mondo e le forzate occupazioni non vi distolgano dal
vostro intimo e soprattutto dalla vista del vostro niente. Se volete che Gesù
benedica i vostri lavori, la Società, siate umile, lavorate a far nascere
questa virtù in quanto vi circonda; avremo così capito la divina lezione di
Gesù: "Imparate da nte che sono mite e umile di cuore ". Ma siate
convinta che per comprendere e gustare questa virtù occorre la preghiera, lo
spirito interiore. Una superiora che noti avanza ogni giorno nell'abitudine di
questa virtù diventa sterile per sé e per le anime. Si riesce forse a
stabilire un certo ordine, qualche progresso nell'educazione esterna, la
gentilezza, il "bon ton ", tna manca sempre il fòndo, perché non
abbiamo altra autorità sulle anime se noti quella che ci dà l'Autore della
grazia, delle virtù. Ora una religiosa interiormente dissipata, ripiegata su se
stessa, sui suoi atti, non attirerà certo l'azione di Gesù su di sé, né
sugli altri.
Il
22 maggio 1865, tre giorni prima della morta, Maddalena Sofia scrisse ancora
alla madre Mayer. Fu la sua ultima lettera:
Non
temete, figlia mia, occorre un'unica disposizione, un'unica virtù;
l'attingerete nel Cuore che le dà tutte abbondantemente alle anime che le
ricercano con sincerità. Siate umile, setttplice, rapportate o riportate tutto
quel che possedete alla sua sorgente. Se Gesù è la forza delle vostre facoltà,
dei vostri atti, Egli agirà in voi mediante il suo Spirito, per mezzo di voi.
Allora direte con il grande Apostolo: "Io vivo, io agisco, non è Paolo, ma
Gesù che vive e opera in me e attraverso di me ". Allora troverete cuori
docili alle vostre lezioni e così il vostro modesto apostolato Poco prima si
era rivolta così alla maestra generale di Saint-Brieuc:
Il
vostro amore per la Società vi ha illuminata; avete capito che il suo
"primo mobile" era il Cuore di Gesù, che tutto ciò che siamo e
possediamo deve essere adoperato per la sua gloria; dunque anche voi capite che
la sua grazia, il suo Spirito devono diventare principio e fine di tutte le
nostre azioni. Con il loro aiuto, la natura si cancella poco a poco, nella
misura in cui, docili e fédeli ai lumi che riceviamo da questa divina sorgente:
il Cuore di Gesù, giungiamo a domare le nostre piccole passioni, esigenze,
sensibilità, l'io infine; e quando è riportata questa vittoria sulla natura,
più nessuna distanza tra l'anima e il suo principio, il suo Dio Salvatore! È
venuto per unirsi alla sua creatura. Vive in lei, opera in lei, come non
benedirebbe le nostre azioni?
Queste
lettere riassumono in qualche modo la sua esperienza. Sottolineano pure una
tendenza spirituale propria di Maddalena Sofia, l'importanza accordata
all'interiorità. La scoperta che ne fece le permise di vincere le attrattive
contrarie che aveva sperimentato in se stessa. Madre Barat era giunta a prendere
coscienza che l'attrattiva per la contemplazione poteva essere una tentazione.
Da quando si sottomise all'originalità della sua vocazione poté fare della
volontà di Dio atto di obbedienza e di amore. Un testimone poté riconoscere in
seguito: "In lei poco a poco si realizzò l'unione intima dell'azione e
della preghiera". Una di quelle che le succedettero nella carica di
superiora generale, Janet Stuart, ha scritto: "Dal fatto che sacrificò la
sua grande attrattiva per una vita di solitudine e di silenzio, si può dedurre
che abbia rinunciato ai favori speciali per cui la sua anima sembrava così
fatta?... Avrebbero potuto trasportarla in regioni in cui i rumori del mondo
l'avrebbero appena toccata e lasciarla meno libera di dare le sue cure
all'organizzazione così complessa che si sviluppò tra le sue mani. È dunque
possibile che la fondatrice abbia dovuto rinunciare a un modo di preghiera più
elevato per soddisfare le esigenze della sua opera; ma è ugualmente possibile
che sia stata condotta nella preghiera per vie molto alte che ignoriamo. In ogni
caso è certo che la sua conformità alla volontà di Dio, il suo ardente
desiderio di procurarne la gloria, e l'irresistibile attrattiva che la portava
verso di Lui, han dovuto prender il posto di quella che sarebbe stata per lei,
con minor abnegazione, una vita di maggiori delizie".
"Lo
spirito della Società è essenzialmente fondato sull'orazione e la vita
interiore". Questa affermazione del Piano sintetico dell'istituto è
presentata come conseguenza del fine che la Società si propose fin dalle
origini. Fu pure frutto dell'esperienza della stessa madre Barat. In ogni caso
la fondatrice la riprenderà sempre per rianimare le comunità e le energie
individuali.
Nell'agosto
1844 fece una conferenza importante sullo spirito interiore davanti alle
religiose di Jette, in Belgio. Tre anni dopo riprese il medesimo argomento
davanti a quelle della Rue de Varennes, a Parigi. A Jette ricordò che lo
spirito interiore era stato la caratteristica della comunità di Poitiers, che
restava per lei il punto di riferimento per le virtù religiose e la generosità,
quella, inoltre, in cui aveva potuto agire come su terra vergine. Per la
fondatrice, lo spirito interiore non è un dato: è presentato come una virtù.
E si tratta della virtù fondamentale, quella che porta con sé tutte le altre:
Che
cos'è lo spirito interiore? E' quell'intero sacrificio di noi stesse attraverso
la rnortificazione dei sensi, l'immolazione delle passioni, il ricordo
incessante li rende rinnovato della presenza di Colui per cui operiamo. Lo
spirito interiore è dunque quell'intima unione della nostra anima con Dio, quel
timore casto di dispiacergli, quella dipendenza assoluta, immediata, dai tocchi
segreti dello Spirito Santo; è il tatto fine e delicato dell'anima per
riconoscere in sé l'operare di Dio per abbandonarvisi; lo spirito interiore è
lo spogliarsi totalmente di sé, dei propri interessi.
Nella
misura in cui si tratta di una virtù, lo spirito interiore deve essere
acquisito. E' la traduzione di un giusto rapporto dell'essere umano con Dio:
Lo
spirito interiore fa sì che l'anima non respiri, non viva e non si muova che in
Dio; questo San Paolo raccomandava, non a religiose, ma a semplici cristiani. In
realtà, vivere, respirare, agire, è tutto l'uomo, ma che sia in Dio,
attraverso Gesù Cristo, che noi agiamo. Sì, in Dio, attraverso Gesù Cristo.
Lo
spirito interiore si manifesta tanto all'esterno che all'interno dell'essere. Lo
si intuisce attraverso la modestia, la pace, la calma, la dolcezza, la
misericordia, l'umiltà l'impegno, l'unzione, la carità, lo zelo, ma anche
attraverso la gioia, l'amabilità, la fedeltà. Certo si acquista con la lotta
contro ciò che è di troppo, nelle parole e negli sguardi, contro l'amor
proprio, contro le preoccupazioni che si traducono in leggerezza, in
dissipazione, in attaccamento agli altri e a se stessi. Lo spirito interiore può
essere indebolito dall'eccesso di occupazioni, la fretta del lavoro, dalle
difficoltà di ogni genere. Ma se acquistato, mantenuto e accresciuto, è il
cemento che lega tra loro le diverse virtù:
Senza
spirito interiore, avrete virtù isolate, che perderanno l'equilibrio al minimo
assalto e alla più piccola tentazione o difficoltà.
Esso
fa sì che ci mettiamo sotto la mozione dello Spirito Santo:
Un'anima
interiore non fa un passo, non pronuncia una parola che non le sia stata
comandata dallo Spirito Santo, che è il suo maestro e la sua guida.
Solo
l'interiorità fa acquisire un amore senza mescolanze: L'anima interiore si
applica soprattutto alla purezza di cuore, perché sa che il divino spirito è
un Dio geloso che non sopporta alcuna divisione, né la macchia più leggera...
E
la purezza di cuore ci dà accesso al Cuore di Gesù per diventare onnipotenti.
Lo spirito interiore spinge, per amore, allo zelo apostolico, poiché più si
ama, più si vuol far amare.
Di
conseguenza l'interiorità, che unisce azione e contemplazione, è presentata
dalla madre Barat come l'anima delle costituzioni e della Società del Sacro
Cuore.
Quest'ultimo
aspetto fu sviluppato dalla fondatrice nella conferenza di Rue de Varennes, nel
1847:
Sullo
spirito interiore si fonda non solo la perfezione di ciascuna, ma anche quella
della Società intera. Se dunque non avesse che un piccolo numero di anime
interiori, e la maggior parte non lavorasse per entrare in questa via, presto o
tardi la Società perderebbe immancabilmente il suo spirito.
In
ogni caso, tale spirito può farsi raro per mancanza di formazione solida o di
alimento, ed è uno spirito che fa diventare apostolo.
L'interiorità
di Maddalena Sofia, è segnata dallo spirito d'orazione e di adorazione più che
l'adorazione perpetua che non sempre è possibile organizzare fuori dei
noviziati, era un atteggiamento che aveva voluto nella Società. Era uno spirito
che portava all'adesione a Dio, all'abbandono, alla disponibilità, che faceva
capire chi è Dio, e cercare e trovare come rispondergli in tutta la vita.
L'interiorità
e lo spirito di preghiera esigevano gli stessi atteggiamenti di dimenticanza di
sé e di umiltà. Del resto la preghiera faceva crescere nello spirito interiore
e quest'ultimo aiutava la preghiera a svilupparsi. Si capisce come questa
interiorità fosse tutta orientata verso una spiritualità del Cuore di Cristo
che era insieme il suo scopo e la sua sorgente
Il
cuore di cui parla tanto spesso Maddalena Sofia Barat, deve essere inteso come
il centro della persona, il suo modo d'esprimersi privilegiato, in una parola
come ciò che la caratterizza. E' il punto più intimo dell'essere, l'estrema
punta dell'interiorità:
Vi
hanno detto spesso che il cuore dell'uomo è la sede di ciò che c'è di meglio
in lui, della volontà, dell'amore. Come nell'intelligenza sussistono i
pensieri, nella memoria i ricordi, nel cuore sussiste specialmente l'amore.
(...) Consideriamo giustamente il cuore come la parte più nobile dell'uomo, e a
questo titolo rendiamo spesso onori particolari al cuore degli uomini di cui
veneriamo la memoria.
Nel
Sommario, si mostra il Cuore di Cristo come progressivamente scoperto in
funzione dei bisogni del mondo:
"Dio,
la cui provvidenza dispone tutto con sapienza per il bene della sua Chiesa, le
ha dato in ogni tempo soccorsi proporzionati ai suoi bisogni; ma soprattutto in
quest'ultimo secolo ha fatto brillare verso di lei la sua bontà e la sua
magnificenza, scoprendole gli immensi tesori di grazia racchiusi nel Cuore del
suo Figlio".
A
più riprese, Maddalena Sofia Barate ha detto che il Cuore di Cristo era il
fondatore della Società del Sacro Cuore. Non era una semplice formula o una
manifestazione di umiltà. In una conferenza del 1846, usa un'espressione molto
forte a questo riguardo, poiché scrive che è questo Divin Cuore che ha dettato
le Regole e le Costituzioni della Società. Chiamati a glorificare il Cuore di
Cristo, i membri della Società sono evidentemente in rapporto particolare con
Lui: egli è per tutte le religiose un centro e un modello. Il Cuore di Gesù è
presentato nelle Costituzioni come la base di tutta la loro vita religiosa. In
Lui sono compresi e vissuti i voti. È Lui la sorgente di tutta l'attività
apostolica. Due mezzi sono proposti a tale riguardo per giungere allo scopo a
cui si deve tendere: l'unione e la conformità.
Se
esaminiamo da vicino i testi che vengono, direttamente o no, dalla fondatrice,
in particolare le Costituzioni e le Conferenze, constatiamo il legarne
particolare e forte tra il
Cuore
di Cristo e l'Eucaristia. Nelle conferenze del Giovedì Santo, Maddalena Sofia
ha espresso quanto sentiva. L'Eucaristia e il Cuore di Gesù appaiono sempre
come due misteri da scoprire, da meditare, da desiderare, da adorare. Nel 1846,
la madre generale presenta l'entrata nella Passione secondo San Giovanni come il
mistero dell'abbassamento di Dio:
Notate
queste parole: li amò fino alla fine. La fine dice tutto quel che c'è di più
forte. Un Dio, amare le sue creature fino alla fine! Fin dove poteva andare
l'amore della divinità? Fino all'infinito. Gesù si è abbassato fino a
prendere la natura dell'uomo per innalzarla fino all'altezza di Dio.
Nel
Sommario, il Cuore di Cristo è la rivelazione dell'amore di Dio. Questo mistero
dell'amore ha fatto Dio inventivo. Allo stesso modo, questo mistero suscita da
parte di quelli che lo scoprono amore e inventività. Spesso Maddalena Sofia ha
adoperato a tal riguardo il Vangelo di Luca, 22, 15: Ho molto desiderato
mangiare questa Pasqua con voi.., e interrogava le sue uditrici sui loro propri
desideri.
Il
Cuore di Cristo e l'Eucaristia sono misteri da approfondire attraverso e nella
preghiera. A proposito della contemplazione del Cuore di Gesù e dell'adorazione
del Santissimo Sacramento, la madre Barat sottolinea che c'è Qualcuno da
contemplare, da guardare, da ascoltare, Qualcuno che è amabile. Nell'uno e
nell'altra, si tratta di cominciare a scoprire i sentimenti del Cuore di Gesù,
dunque di prenderlo come modello. L'atteggiamento proposto è descritto come
un'attenzione di lunga durata, un cuore a cuore prolungato poiché, in questo
sguardo e attraverso di esso, occorre tentare di andare al fondo dei desideri di
Gesù.
La
conferenza del 1846 sviluppa questo carattere di interiorità, che esiste sia
nella contemplazione del Cuore di Gesù sia nell'adorazione del Santissimo
Sacramento, mostrando che lo scopo è lasciarci abitare dai sentimenti del Cuore
di Gesù: l'umiltà, la carità e il desiderio. Già in una conferenza del 1833
si legge:
Nulla
è più atto ad inf amntarci di gratitudine per un tal beneficio e di desiderio
di corrispondere a tanto amore!
Si
tratta di darsi interamente a colui che ama e che si dona, di provare e
manifestare riconoscenza, di bandire ogni ingratitudine.
In
realtà spiritualità del Sacro Cuore e spiritualità dell'Eucaristia fanno
tutt'uno:
Voi
mi direte forse: Dopo la devozione all'Eucaristia, perché la devozione al Sacro
Cuore se hanno lo stesso scopo, e una porta con sé l'altra? Infatti non
separiamo mai il Cuore di nostro Signore dalla sua santa umanità nel Santissimo
sacramento, e questo Cuore soprattutto adoriamo e veneriamo, tuttavia ci
occorreva una devozione particolare a questo divin Cuore.
Le
freddezze che Maddalena Sofia scopre riguardo alla vita interiore sono le stesse
che nota a proposito dell'Eucaristia. I tocchi di grazia che procura la
contemplazione del Cuore di Cristo sono simili ai frutti della comunione
eucaristica. Il Cuore di Gesù procura consolazione e gioia. La religiosa del
Sacro Cuore è chiamata ad un "essere con". Ciò costituisce insieme
un progetto e una grazia da ricevere.
La
contemplazione, come è presentata dalla madre Barat, non è mai estranea ad una
prospettiva apostolica. Occorre, riconoscendo i doni ricevuti, abbandonarsi a
Dio e alle bambine per procurare loro la fèlicità eterna:
In
questa comunione pasquale attingerete lo zelo ardente, questo fuoco sacro,
questo bisogno di lavorare per le anime, e se alcune sotto chiamatee a lavorare
tra gli eretici, in terre lontane, lo faranno con tanto più ardore quando
popoli infedeli si rivoltano contro Colui che è la loro salvezza e ci obbligano
ad abbandonarli.
Tale
modo di agire e di essere è ancora conformità al Cuore di Gesù perché il
Cristo ha unito la passione per Dio e l'amore per gli uomini. Si opera nel Cuore
cíi Cristo l'unificazione di contemplazione e di azione, dei diversi desideri
che possono abitare un essere umano, quel Cuore:
Centro
e focolaio dell'amore che il divino Maestro ha portato a suo Padre e a noi (...)
Quando il nostro Redentore si offrì a Dio suo Padre per essere la nostra
vittima, Dio gli creò un corpo e un'anima che, unendosi al Verbo, formarono
l'Uomo-Dio. Il divin Cuore fu creato allora, e cominciò allora a palpitare, a
battere d'ardore per suoo Padre e per noi; poiché ciò che dominò tutto nel
Signore fu l'amore, la passione per Dio e per gli uomini (...). Questa devozione
al Sacro Cuore sarà il rifugio di tutte quelle che saranno sue collaboratrici e
lavoreranno unite a Lui per la salvezza delle anime. Ecco per noi la grazia
delle grazie, favore immenso che non capiamo abbastanza, bisogna dirlo, perché
se capissimo la nostra vocazione, se la stimassimo quanto vale per aver la gioia
di far conoscere questo Cuore divino, nessun sacrificio ci sarebbe troppo
penoso.
Questi
pochi esempi mettono in luce il modo in cui, poco a poco, Maddalena Sofia seppe
scoprire nel Cuore di Cristo il legame vitale che univa interiorità e azione
apostolica. La fondatrice ha sempre ricordato alle religiose che la loro
vocazione esigeva l'unità di tutta la loro vita. Scrisse a una di loro che lo
spirito interiore era la prima disposizione per attirare le anime al divin
Cuore. Ad un'altra mostrò come fedeltà religiosa e azione apostolica erano
legate e si richiamavano l'un l'altra:
Che
pungolo per farvi avanzare nella pratica delle virtù religiose, per non mettere
ostacolo ai disegni del Signore e servire a tutti di modello e di apostolo.
Perché
nella vita religiosa e per lavorare presso le bambine occorrevano
cuori
liberi, distaccati, che non cercassero che Dio e la sua gloria, sacrificando
loro stesse in ogni aspetto e in ogni senso.
La
completa oblazione di tutto l'essere a Dio era considerata dalla madre Barat
come l'essenza stessa dell'istituto. Restavano da valorizzare tutti questi
elementi. Parlando a delle nuove professe, ha ben mostrato come vedeva i
fondamenti della vita religiosa al Sacro Cuore:
Siate
la luce del mondo, una luce è fàtta per illuminare; come dice in nostro buon
Maestro, deve esser messa sulla montagna. Come darete luce? sarà con la vostra
umiltà e dolcezza. Occorre che ciascuno lo riconosca in voi, vedendo che avete
inteso questa divina lezione del Cuore di Nostro Signore: Imparate da me che
sono mite e umile di Cuore. Ah! come sono rare le religiose sufficientemente
spoglie di sè per lavorare per Dio solo, per trovare una specie di gioia
nell'essere disapprovate quando hanno fatto del loro meglio... Sarete luce con
la vostra umiltà, che si vedrà attraverso la vostra modestia, nella dolcezza
che sgorga necessariamente dall'umiltà, e che vi renderà onnipotenti sul Cuore
di Gesù e sui cuori che vi sono affidati (...). Vi rivolgerò ancora queste
altre parole di nostro Signore: Siate il sale della terra. Dovete essere il sale
della Società conservando lo spirito religioso con gli esempi che darete.
Purificherete le anime che vi saranno affidate con l'unzione della grazia che lo
Spirito Santo metterà in voi. Per conservare questa grazia non c'è che un
mezzo, la vita interiore (...). Un'anima unita al suo Dio, attenta alla voce
dello Spirito e docile a seguirla, porta sempre frutti di benedizione e di
salvezza. Se anche non avesse i talenti che Dio ha dato a molte, farà il bene e
salverà molte anime perché Dio agirà in lei...
Nel
1841 così ha dipinto il compito apostolico di una maestra generale e
sottolineato gli atteggiamenti necessari per giungervi in modo che insiste
sull'unificazione di una vita religiosa apostolica:
Che
cosa occorre per guadagnare queste bambine a Gesù Cristo? Uno zelo ardente,
continuo, illuminato anzitutto attraverso la propria perfezione; mai una
religiosa imperfetta, piena di sé, orgogliosa, otterrà nulla di buono, di
solido; semina vento, paglia, ne resterà solo polvere trascinata via dal vento;
avrà in vista forse se stessa, i suoi interessi, e lavorerà invano, Gesù non
benedirà. Ma una religiosa fedele, generosa, che offre tutto all'amore e alla
gloria del suo divino sposo può appoggiarsi sulla sua grazia, il suo aiuto, e
ottiene tutto quello che vuole per sé, per le anime che le sono affidate, tutto
prospera tra le sue mani; è la donna forte che esamina e coltiva il suo campo;
esso diventa buono, e i fratti pire abbondanti ne sono il prodotto. Per
Maddalena Sofia, le virtù necessarie all'attività apostolica, il discernimento
e lo zelo, attivo irta prudente, pieno di dolce za e tuttavia férmo senza
ostirrajone dovevano essere attinti nel Cuore di Gesù. Poiché le anime sono di
Dio c noti possono essere piegate otre dal suo Spirito. Ora questo Spirito non
può agire che in uno strumento che gli sia docile e che possa guidare a suo
piacere. Lo strumento è un canale presso una sorgerete, ma che ha tra sé e
1'acqua che deve comunicare un monticello di terra e di fango che intercetta
l'acqua e le impedisce di scorrere. Quando lo strumento è unito al principio
della grazia, Gesù dirige, Gesù ispira che forre in tale o talaltra
circostanza. lmpossibile dare consigli, deve essere lo Spirito Santo a guidare e
a ispirare questi diversi modi.
Ella
è stata sempre convinta che noi non produciamo che ciò che siamo, e che sono
le sante che fanno le sante.
Una
spiritualità è un polo che permette di unificare una vita, di darle
consistenza. La spiritualità del Sacro Cuore come è stata vissuta e espressa
da Maddalena Sofia Barat è stata questo punto di stabilità che le ha permesso
di tener duro nelle difficoltà e nei conflitti, di accettare tutti gli
spogliamenti necessari per giungere all'unione intima con Dio, per vivere in Lui
e. con Lui. Una spiritualità è anche una porta d'entrata nel mistero di Dio.
Attraverso la spiritualità del Sacro Cuore, Maddalena Sofia ha potuto essere
sempre e solo più attenta a Dio, docile allo Spirito Santo, in dipendenza
assoluta e immediata nei confronti della grazia.
Vedeva
negli avvenimenti politici che accadevano, nelle incertezze di una fondazione
che falliva, segni della volontà di Dio, al punto di scrivere, a proposito di
una fondazione a San Gallo che aveva desiderata e che non giungeva a farsi:
Forse
il buon Maestro non ci vuole lì?
Aveva
acquistato "quella semplicità che procede dalla calma di un'anima che non
cerca e non desidera che il suo Dio, che, senza alcun ritorno su se stessa e sui
propri interessi, non ha che un solo sguardo verso quel Dio che
Il
fondamento di questa spiritualità era l'amore, ricevuto e reso. Nel 1844
scrisse che
un’anima
interiore concentrata sull'oggetto amato fà del suo Dio la sua vita, il suo
bene, il suo tutto.
Senza
dubbio ha così discretamente espresso ciò che costituiva il fondo della
propria esperienza. In una conferenza del 1827 aveva ritratto un'anima tanto
unita a Dio da non vivere più che per Lui:
Ah!
se vi fosse concesso di parlarvi della gioia di un'anima che si abbandona
interamente allo Spirito Santo, senza alcuna riserva! Se potessi dirvi ciò che
succede in lei.... se potessi dipingervi la sua gioia; non è più lei che
agisce, è Dio... va, si muove solo per sua ispirazione... tutto le diviene
facile... non conosce più difficoltà, non incontra più ostacoli ...
Quest'aninia, lo Spirito Santo l'incatena; è sua, se la unisce. Se la felicita
di una sola anima è così grande, quale sarebbe chinque quella di una riunione
di anime, di una Società intera che si lasciasse guidare interamente dallo
Spirito Santo e si desse a Lui senza riserve? Ah! sarebbe un pregustare il
cielo! Che pace, che unione, e insieme quanto bene non saremmo capaci di fare?
Per
Maddalena Sofia, la spiritualità del Sacro Cuore era in grado di dare la
felicità. Lo aveva incontestabilmente sperimentato.
Ogni
vita è il riflesso di un'epoca. Quella di Maddalena Sofia Barat rivela la
storia di una donna del XIX secolo, segnata dal suo tempo, attenta a
corrispondervi o a contestarne gli eccessi. Fondare una congregazione portava ad
occupare un posto nella Chiesa. Se la superiora generale non si coinvolse nei
grandi eventi politici del suo tempo, l'apertura degli educandati all'élite
politica ed economica del suo tempo la portò a frequentare, oltre i sovrani
pontefici, molti membri di famiglie reali o principesche dell'Europa monarchica.
Forse condivideva con la maggior parte di loro un certo modo di considerare le
cose? Ma vedeva anzitutto in loro, vincitori o vinti dagli scossoni
rivoluzionari esseri umani in preda a difficoltà nazionali, familiari o
personali. Sapeva che ogni persona vale, davanti a Dio.
Educare
prioritariamente quell'ambiente sociale, mantenere legami con quelle che avevano
frequentato gli educandati contribuiva ad adoperarsi per il bene di tutti. Per
lei la prosperità dei popoli era legata al modo d'agire dei potenti, al loro
irradiamento e, infine, alla loro virtù e al loro praticare l'amore di Dio. Ma
la sua visione della società non era statica.
Mai
la madre Barat fu reazionaria o sottomessa ai grandi di questo mondo. Questa
donna dinamica, vivace nelle sue reazioni, non desiderava che i benefattori
della Società finissero per imporvisi. Aveva temuto, a Parigi, l'influenza che
esercitava sulla casa dell'hòtel Biron vil Faubourg Saint-Germain. A Torino,
decise di porre un limite alle visite del re e della regina ali Sardegna,
esclamando: Se sua maestà viene così spesso da noi, io, andrò a passare in
rivista le sue truppe! Sapeva essere indipendente, ed era in grado di percepire
le evoluzioni del mondo, le fluttuazioni dei gruppi sociali. Aveva uno sguardo
abbastanza attento da percepire l'apparizione di nuove élites, esse pure da
educare, per renderle capaci ali occupare il loro posto e di servire Dio e il
loro ambiente. Maddalena Sofia seppe far fronte a proposito di alcune. delle sue
compagne, scrivendo un giorno con una certa vivacità: Si potrà fare del bene
nelle classi inferiori, e queste piacciono al divino Maestro proprio quanto le
altre!
La
fondatrice fu tributaria delle condizioni economiche, politiche e culturali
della sua epoca. Aperta al progresso tecnico, capace di usarne con
discernimento, seppe interessarsi a quello che era allora la modernità. Se la
Rivoluzione aveva cambiato la sua vita e abbattuto molte convinzioni del suo
ambiente familiare e sociale, fu anche per lei un potente fattore di evoluzione,
poiché l'aiutò a maturare un progetto personale e collettivo.
La
storia di Maddalena Sofia è singolare come ogni storia umana, e la sua santità
appartiene solo a lei. Ma se la sua condotta non è da imitare, le sue
intuizioni possono ancora ispirare attività e modi di essere, aiutare su molte
strade. Durante la sua vita, Maddalena Sofia Barat ha pronunciato una parola
nuova che, poco a poco, ha preso corpo, malgrado i limiti di colei che la
proferiva e di quelle che la ricevevano. Ogni generazione rilegge la storia di
quanti l'hanno preceduta in funzione della propria situazione. Allora, che cosa
ricavare dalla storia della fondatrice del Sacro Cuore che possa aiutare le
donne e gli uomini della fine del XX secolo a manifestare la loro personalità?
Maddalena
Sofia appare vicina al mondo del nostro tempo nella misura in cui fu capace di
attaccamento e di fedeltà. Attaccamento e fedeltà ai suoi anzitutto, ma anche
alle "bambine" e a quelle che si unirono a lei. Riguardo a tutti e a
tutte ha provato affetto e amicizia. Fedeltà anche al suo progetto iniziale:
glorificare il Cuore di Cristo con l'educazione della gioventù. Fedeltà alla
Chiesa, sempre. Fin dal secolo XIII, la Chiesa ha visto nella fondazione degli
ordini religiosi un modo di contribuire alla propria vita e alla propria
riforma. Poco dopo la nascita della Società, i Sovrani Pontefici lodarono la
sua opera sottolineando la fecondità della sua azione educativa e mostrarono
riconoscenza per chi l'aveva fondata. Ugualmente apprezzarono il suo modo di
essere. In visita alla Trinità dei Monti, nel maggio 1870. meno di cinque anni
dopo la morte di Sofia Barat, il papa Pio IX raccomandò con insistenza di
riunire le testimonianze delle sue virtù, lasciando così intendere che non
giudicava impossibile il riconoscimento ufficiale dei suoi meriti da parte della
Chiesa. La madre Barat aveva inoltre un orientamento profondamente ultramontano
che ha permesso senza dubbio la crescita di una congregazione internazionale,
cosa che, allora, non era il tono dominante del cattolicesimo francese nei
confronti della Santa Sede.
Queste
diverse fedeltà erano conseguenza di una forte fedeltà a Dio e della gran cura
di rispondere a un amore di cui aveva provato la forza e la gratuità insieme.
Proprio per sostenere l'onore del Cuore di Cristo ha cercato di sviluppare un
progetto insieme multiforme e unificato dal suo scopo. In epoca impossibile da
identificare con precisione, Sofia Barat ha preso chiara coscienza del fatto che
Dio era diverso dal quanto glie ne avevano detto. Ha constatato che l'amore di
Dio, rivelato in Cristo, poteva manifestarsi nel Cuore di Gesù ed essere
simboleggiato da lui.
Ma
questa donna era sufficientemente armata sul piano umano, spirituale e
intellettuale per non sprofondare in una devozione insulsa e sentimentale.
Avrebbe potuto cercare di tradurre la sua scoperta in una vita contemplativa per
cui aveva una reale attrattiva; seppe ordinarla in un nuovo modo di vedere la
vita religiosa e la missione nel mondo. "L'umile madre Barat" è stata
tenace, inventiva e audace.
Poco
dopo la sua morte, nella prospettiva di una possibile beatificazione, si
poterono rileggere certi aspetti della sua vita come provvidenziali. Senza
entrare in questo modo di considerare una storia umana, non possiamo impedirci
di constatare che Maddalena Sofia ha avuto intuizioni che sono risultate
fondate. Presto è stata capace di capire i bisogni delle bambine e delle
adolescenti, di favorire la richiesta della società in campo di educazione
femminile e di cogliere il ruolo che potevano occupare le donne nelle loro
famiglie, nel mondo e nella Chiesa. La sua riflessione a tale riguardo mantiene
una vera attualità, benché richieda, come si augurava la stessa madre Barat,
un costante riesame in funzione delle evoluzioni della situazione sociale.
Certo Maddalena Sofia fu canonizzata per aver fondato una nuova famiglia religiosa. Ma durante tutta la sua vita questa religiosa ha voluto mantenere dei legami col "mondo". Tutti i mezzi specifici escogitati per contribuire all'attività apostolica della congregazione avevano in comune questo obbiettivo. perché l'opera che aveva creato le era sempre apparsa come subordinata al fine: la glorificazione del Cuore di Cristo. Il mondo intero era chiamato a scoprire e a manifestare il suo amore. Risolutamente Maddalena Sofia ha voluto partecipare al programma tracciato per i suoi discepoli dal Cristo risorto. Far sorgere delle case del Sacro Cuore nel mondo intero significava far conoscere l'amore di Dio fino ai confini della terra, come da un polo all'altro, come si meravigliava in una delle sue lettere. Per giungervi, tutte le forze erano necessarie, tutti gli sforzi utili. La fondatrice del Sacro Cuore ha saputo dare lo slancio per mettere in cammino generazioni successive di ragazze e di giovani donne che ci si sono giocate e che vi sono riuscite.