UNA VITA PER LA VITA
Gianna
Beretta Molla – Santa il 16 maggio 2004

A
Pietro Molla e ai suoi figli. Ai fratelli di Gianna.
I
UNA
DONNA COME TANTE
I mobili sono gli stessi che Gianna aveva scelto, con
amore, prima di sposarsi. Chiari. Eleganti e funzionali. Alle pareti e sul
ripiano di un trumeau alcuni ritratti incorniciati d'argento, opera di un
fotografo famoso, caro alla buona borghesia milanese, mostrano una donna
felice tra i suoi bambini: Gianna con Pierluigi, con Laura e Mariolina. C'è
anche un piccolo quadro: una casa tra gli alberi. L'ha dipinto Gianna stessa
che, da sempre, amava la pittura.
Un pianoforte, in un angolo della stanza, ricorda la
sua passione per la musica. «Suonava molto bene, mia moglie» dice l'ing.
Pietro Molla. «Aveva imparato da piccola, guidata da sua mamma».
Dalla finestra si intravede la piazzetta di Mesero
con le sue case basse. Antiche. Un albero sbuca da un muro che delimita un
giardino segreto.
«Proprio lì di fronte» mi indica Pietro Molla «Gianna
aveva il suo ambulatorio».
Sono nella casa paterna della famiglia Molla. Nell'ambiente
in cui Pietro ha ricostruito il suo focolare dopo che Gianna è morta,
lasciandolo con quattro figli piccolissimi: Pierluigi, Laura, Mariolina e
Gianna Emanuela, l'ultima arrivata, la figlia tanto attesa per la quale Gianna
ha sacrificato la vita.
Prima, quando la mamma c'era ancora, abitavano tutti
insieme a Ponte Nuovo di Magenta, in una villa rinchiusa nel recinto della Saffa,
la fabbrica di cui l'ingegner Molla era direttore. A breve distanza dalla villa
s'intravede la chiesa in cui Gianna, negli attimi di tempo libero, andava a
pregare.
Si è detto e scritto di questa giovane donna morta a
trentanove anni nel dare alla luce la sua ultima creatura. Del suo coraggio.
Della sua fede. Del suo amore per ogni forma di vita.
Il suo gesto è stato sviscerato, sezionato, dai
tanti che l'hanno compreso e dai tanti che hanno fatto fatica ad accettarlo.
Un gesto estremo di amore, tanto più inusuale oggi, in questi nostri anni
inquieti e indifferenti.
Ma com'era veramente Gianna Beretta Molla, questa
moglie e madre che quel gesto ha saputo compierlo in silenzio, senza
reticenze, con enorme generosità e con una consapevolezza tanto più acuta in
quanto, essendo medico, ne conosceva perfettamente le conseguenze?
Lo chiedo a Pietro Molla, quasi forzando il suo
pudore. Prima di rispondere mi accompagna nel suo studio in cui tutto attorno,
un grande scaffale ricolmo di libri e di faldoni raccoglie, bene ordinati, i
documenti di una vita spesa, giorno dopo giorno, nella piena accettazione della
volontà di Dio.
Pietro Molla parla con voce talvolta incrinata, come
succede a chi deve raccontare qualcosa di estremamente personale. Con
sofferenza ancora struggente. Come di chi deve ricordare un lungo momento di
storia lontana ormai nel tempo, ma impressa, indelebile nella memoria. Nel
cuore.
«Gianna» - dice misurando le parole - «era una donna
splendida ma assolutamente normale. Era bella. Intelligente. Buona. Le piaceva
sorridere. Era anche una donna moderna, elegante. Guidava la macchina. Amava
la montagna e sciava molto bene. Le piacevano i fiori e la musica. Per anni
siamo stati abbonati ai Concerti del Conservatorio di Milano. Per non
"perderli", visto che dovevamo spostarci da Ponte Nuovo», racconta
sorridendo, «saltavamo regolarmente la cena, cosa che succedeva anche quando
andavamo a teatro. Le piacevano i viaggi. Io andavo sovente all'estero per
lavoro e, appena possibile, la portavo con me. Siamo andati in Olanda, in
Germania, in Svezia. Un po' dappertutto in Europa...».
Una donna appagata, dunque?
«Senza alcun dubbio. Una donna come tante altre. Ma
con qualcosa in più, forse: una grande religiosità, una indiscutibile
fiducia nella Provvidenza. Questa non l'ha mai abbandonata nemmeno nei suoi
ultimi mesi di vita». Pietro Molla mi guarda, turbato. Sta entrando, con i
suoi ricordi, nel cuore stesso di sua moglie. «Gianna sapeva bene che molto
probabilmente non sarebbe riuscita a sopravvivere al bambino che aspettava ma
...» - dice sicuro - «non ha mai perso la speranza che Dio li avrebbe
salvati entrambi. A conferma di questo le racconto un piccolo episodio, che
forse può sembrare banale ma che ritengo invece significativo: nel mese di
marzo, mancava poco alla nascita del nostro bambino, sono andato per lavoro a
Parigi. Gianna mi ha chiesto di portarle a casa alcune riviste di moda. "Se
Dio mi tiene qui" - mi aveva detto - "mi voglio fare dei bei
vestiti"». Pietro Molla prende dallo scaffale un paio di eleganti fascicoli
e me li mostra. «Guardi» - indica - «questi sono i segni che lei aveva
fatto accanto ai modelli che le piacevano particolarmente».
Rimane un attimo in silenzio, sfogliando lentamente
le pagine delle riviste patinate. Poi le ripone nello scaffale. «Sono certo che
il suo sacrificio accettato con tanta dedizione, le dev'essere costato
infinitamente. Gianna amava la vita. Non era uno di quei tipi mistici che
pensano sempre e solo al Paradiso. Che vivono in terra credendo che questa sia
soprattutto una valle di lacrime. Anzi. Gianna era una donna che sapeva
godere, nel senso buono della parola, le piccole e le grandi gioie che Dio ci
concede anche in questo mondo».
Nonostante questo...
«Non ha avuto nessun dubbio. Quando si è resa conto
della terribile coincidenza della sua gravidanza e della crescita di un grosso
fibroma che ne comprometteva il regolare sviluppo, la sua prima reazione,
ragionata, fu di chiedere che il bambino che aveva in seno venisse salvato. Le
era stato consigliato un intervento chirurgico che prevedeva tre tecniche: una
laparatomia totale con asportazione sia del fibroma che dell'utero. Questo le
avrebbe salvato sicuramente la vita. L'interruzione della gravidanza mediante
aborto terapeutico e asportazione del fibroma, il che le avrebbe consentito, in
seguito, di avere eventualmente altri bambini. Oppure ancora l'asportazione
del solo fibroma nel tentativo di non interrompere la gravidanza in corso.
Gianna ha scelto l'ultima soluzione, la più rischiosa per lei. A quei tempi
infatti era prevedibile che un parto, dopo un simile intervento, sarebbe stato
pericolosissimo per la madre. E questo, Gianna, come medico, lo sapeva molto
bene».
Lo guardo, senza parlare.
«Ma non è stato certo un suicidio» continua Pietro
Molla con voce sommessa «Gianna, come le ho detto, si fidava della Provvidenza.
La scelta di mia moglie è stata il risultato coerente di tutta una vita. Una
scelta le cui radici vanno cercate sin dagli anni della sua infanzia. Nella
sua famiglia d'origine. Nell'atmosfera profondamente religiosa che i suoi
genitori hanno fatto respirare, sempre, a lei e ai suoi fratelli. Nell'esempio
di amore che avevano loro dato, come forza costante. Come sicurezza anche nei momenti
duri dell'esistenza. Nel suo impegno di anni nell'Azione Cattolica e nella San
Vincenzo, vivendo esperienze che le hanno permesso di affinare la sua
spiritualità; di diventare una donna, una mamma generosa con tutti. La sua
vita, sino al gesto estremo che ha compiuto, è stata tutta un evolversi in
questa linea di donazione. Gianna non si aspettava mai niente in cambio. Quello
che ha fatto» continua cercando di spiegare una cosa in cui crede «non l'ha
fatto "per andare in paradiso". L'ha fatto perché si sentiva una
mamma... ».
Lo ascolto, commossa.
«Per comprendere la sua decisione» dice «non si può
dimenticare, per prima cosa, la profonda persuasione di Gianna, come mamma e
come medico, che la creatura che portava in sé era una creatura completa con
gli stessi diritti degli altri figli, anche se era stata concepita da appena due
mesi. Un dono di Dio, al quale era dovuto un rispetto sacro. Non si può
dimenticare nemmeno il grande amore che sentiva per i suoi bambini: li amava più
di quanto amasse se stessa. E non si può dimenticare, una volta ancora, la sua
fiducia nella Provvidenza. Era persuasa infatti, come moglie, come madre,
d'essere si utilissima a me e ai nostri tre figli, ma soprattutto di essere, in
quel preciso momento, indispensabile per la piccola creatura che stava crescendo
in lei. Senza questa fiducia incondizionata, forse... avrebbe deciso divesamente.
Ma Dio, ne era certa, avrebbe scelto il meglio con i suoi, anche se
misteriosi, piani d'amore».
Penso a quel «qualche cosa in più» di cui mi ha
detto... «Le ripeto: nella vita di ogni giorno, Gianna era una donna
normalissima. Ho avuto occasione di dirlo anche durante gli atti di
presentazione del processo di beatificazione: non mi sono mai accorto di
vivere con una santa... Ma oggi so di aver capito che la santità non è un
picco di cui avrei dovuto rendermi conto immediatamente: la santità è la
quotidianità della vita vissuta nella luce di Dio. Gianna era equilibrata,
semplice, limpida, serena...
Non ha fatto alcun dramma dopo aver preso la sua decisione.
È stata operata. Si è ristabilita. Ha continuato la solita vita. A me tornava
in mente, con insistenza, la sua richiesta che le fosse "salvata la
gravidanza", ma non osavo andare oltre con il pensiero. Non osavo
parlarne con mia moglie. Qualche tempo dopo: "Pietro" - mi ha detto
Gianna - "ho bisogno che tu, che sei sempre stato tanto amorevole... lo sia
ancora di più in questo periodo, perché sono mesi un po' tremendi per
me".
Continuavo a vederla tranquilla. Si occupava con il
solito affetto dei nostri bambini e dei suoi malati. Poi un giorno mi sono
accorto che metteva a posto la casa con un'attenzione particolare. Che
riordinava i cassetti, gli armadi... come se avesse dovuto partire per un
lungo viaggio... ».
Il sole entra dalle finestre dello studio e crea
strani giochi di luce sul volto di Pietro Molla.
«Un mese e mezzo prima della nascita di nostro
figlio» ricorda «è successa una cosa che mi ha sconvolto. Dovevo uscire per
andare in fabbrica e avevo già infilato il cappotto. Gianna, mi pare ancora
di vederla, era appoggiata al mobile dell'anticamera della nostra casa. Mi è
venuta vicino. Non mi ha detto "sediamoci", "fermati un momento",
"parliamo". Niente. Mi è venuta vicino e così, come succede quando
si debbono dire cose difficili, che pesano, ma attorno alle quali si è tanto
meditato e su cui non si vuol "tornare", "Pietro" - mi ha
quasi sussurrato - "Ti prego... se si dovrà decidere tra me e il bambino,
decidete per il bambino. Non per me. Te lo chiedo". Così. Nient'altro.
Sono stato incapace di dire qualsiasi cosa. Conoscevo benissimo mia moglie, la
sua generosità, il suo spirito di sacrificio. Sono uscito di casa senza dire
una parola».
Mi sembra giusto dare inizio alla biografia di Gianna
Beretta Molla con questi ricordi sommessi del marito. Poche parole che però
permettono di intuire il coraggio di questa giovane donna dei nostri tempi.
Non c'è stato dramma, nel suo gesto: solo l'intima e
cristiana consapevolezza di una scelta giudicata assolutamente prioritaria.
Inevitabile. Nella certezza dell'amore di Dio. Nell'adesione ai suoi
imperscrutabili disegni. Nel tentativo di rispondere, con abbandono, alla
Provvidenza. Come, sempre, aveva cercato di fare.
In tutta la vita di Gianna Beretta Molla non esistono
infatti episodi clamorosi. Fatti eccezionali. Esiste invece tutta una serie di
piccoli momenti quotidiani che, poco alla volta, l'hanno preparata al coraggio
del sacrificio totale di sé per donare la vita a un figlio tanto amato prima ancora
che venisse al mondo.
Esiste, nella sua storia, una Gianna ragazza felice,
in una bella famiglia, in belle case tra Magenta, Milano, Viggiona, Bergamo,
Genova. Una Gianna studentessa liceale e studentessa di Medicina. Una Gianna
impegnata tra i giovani dell'Azione Cattolica, tra i poveri della San Vincenzo.
Una Gianna sposa innamorata e mamma felice tra i suoi bellissimi bambini.
Cercherò pertanto di ricostruire passo passo questa
sua storia, seguendo il filo dei ricordi di tante persone che l'hanno
conosciuta e non l'hanno dimenticata. Utilizzando i documenti che ne segnano
le tappe fondamentali.
II
MARIA
E ALBERTO
I genitori di Gianna Beretta Molla erano entrambi di
origine lombarda: di Magenta Alberto Beretta che vi era nato il 23 settembre
1881; di Milano Maria De Micheli, nata il 23 maggio 1887. Entrambi provenivano
da famiglie molto numerose e profondamente cristiane.
Alberto, settimo figlio maschio di casa Beretta,
rimasto orfano di mamma a soli quattro anni, appena raggiunta l'età della
scuola era stato inviato nel Collegio San Carlo di Milano, perché fosse
educato e potesse studiare sino a conseguire un diploma.
L'esperienza dei lunghi anni di collegio aveva però
segnato la sua infanzia e giovinezza, e la mancanza degli affetti familiari
aveva inciso profondamente nel suo spirito. Ancora ragazzo aveva preso infatti
una decisione molto importante: se si fosse sposato e avesse avuto dei figli,
avrebbe fatto qualunque sacrificio perché questi potessero crescere nel
calore di una famiglia.
Prima dei trent'anni, conosciuta Maria De Micheli,
una giovane donna molto religiosa, bella e di carattere fermo e sereno, la sposò
a Milano, nella Parrocchia di San Bartolomeo. Era il 12 ottobre 1908.
I figli ricordano oggi con tenerezza un curioso
episodio: fra i tanti biglietti di auguri, il giorno delle nozze, ne giunse alla
sposa uno particolarmente divertente. Glielo aveva inviato una cara amica. Era
un cartoncino con un'illustrazione strana: una grossa tinozza ricolma di
tredici bambini. Sotto l'ingenuo disegno, un invito: «A scelta».
«Li voglio tutti», aveva detto allegramente Maria.
Ed era stata accontentata: tanti infatti furono i figli che Dio mandò alla
nuova famiglia.
Alberto e Maria Beretta, appena sposati presero in affitto
un appartamento a Milano in Piazza Risorgimento, poco lontano dal Convento dei
Cappuccini. Entrambi erano Terziari francescani, e conservarono con i frati, per
tutto il tempo del loro soggiorno a Milano, uno stretto rapporto di fiducia e di
«collaborazione spirituale». A breve distanza dalla casa in cui abitavano,
viveva Luigi Gedda con la sorella Mary, con i quali i genitori Beretta e, in
seguito, i loro figli, strinsero un forte legame di amicizia.
Alberto lavorava presso il Cotonificio Cantoni e in
questa società rimase per trentotto anni. Fece una brillante carriera che lo
portò ad alti livelli dirigenziali.
In casa pertanto si respirò sempre una certa
agiatezza, anche se mitigata dallo spirito francescano al quale i genitori
avevano improntato la vita della famiglia che diventava sempre più numerosa.
Non mancarono tuttavia, come succede a tutti, momenti duri di dolore e di
sofferenza: ma i Beretta li seppero sempre superare con fede. E la fede li
aiutò quando iniziarono gli anni difficili della prima guerra mondiale e gli
anni della diffusione della «spagnola», la terribile epidemia che seminò di
lutti anche il focolare di Alberto e di Maria.
Nella speranza di «difendere» i figli dai gravissimi rischi di questa malattia, i genitori di Gianna decisero, nel 1925, di trasferirsi da Milano a Bergamo. Qui acquistarono, in Città Alta, a Borgo Canale, una grande casa circondata da un bellissimo giardino. Una casa in cui vissero fino al 1937. Fu ancora una preoccupazione familiare - la malattia di una figlia - a far prendere la decisine di trasferirsi a Genova-Quinto, vicino al mare. Erano ormai gli anni del secondo conflitto mondiale. Nel '41, dopo il bombardamento navale della città da parte degli inglesi, i Beretta tornarono nuovamente a Bergamo, e andarono a vivere nella vecchia casa dei nonni materni a San Vigilio. Qui, nel 1942, a soli quattro mesi di distanza l'una dall'altro, Alberto e Maria morirono, ancora in giovane età.
Alice De Micheli, cugina di Maria, ha tracciato in un
documento ricordo, un'immagine affettuosa della mamma di Gianna che conosceva
fin da quando era bambina: «Un vero angelo: fede religiosa profonda, ardente
spirito di carità, raro equilibrio, carattere naturalmente fermo e deciso e
cuore generoso, in casa, con i genitori, con le sorelle minori, con tutti.
Modesta, semplice, attiva, silenziosa, riflessiva, intelligentissima, in
quanto l'intelligenza è una vera forma di bontà».
Ricordandola come madre di tanti figli, continua: «Di
ciascuno si occupò come se ne avesse avuto uno solo. Considerava l'educazione
dei suoi ragazzi quasi un compimento dell'opera di Dio nelle sue creature, quasi
la "creazione" delle loro anime. Un'impresa tutta divina, un
sacerdozio. Educazione religiosa, fisica, morale, intellettuale fatta con
sollecita cura materna, inesauribile, infinita. Laboriosissima e sempre
occupatissima, Maria non tralasciava di interessarsi attivamente delle
Missioni che le stavano molto a cuore. Fu esempio luminoso di quanto una mamma
possa sognare di bello, di grande e di eroico nella vita dei suoi figli».
Padre Felice, un Cappuccino che aveva conosciuto i Beretta
durante il loro soggiorno a Milano, ricordando Alberto scrisse: «Era stimato
da tutti per la sua profonda convinzione religiosa e per la sua grande
coerenza cristiana...». E riferendosi allo spirito con cui Alberto attendeva
alla formazione dei figli, scrisse: «Volle che i suoi figli frequentassero il
Convento (di Via Piave, nei pressi di Piazza Risorgimento, n.d.r.) e che, con
Luigi Gedda, studiassero e vivessero la vita dei Cordiglieri Terziari
francescani... Le ragazze Beretta ebbero anche, come guida nella loro formazione,
Mary Gedda, sorella di Luigi. Visitavano ogni giorno la Chiesa, imparavano a
fare la meditazione e l'esame di coscienza, recitavano l'Ufficio della Madonna
e facevano piccole mortificazioni. I genitori erano felici e aiutavano questa
formazione spirituale dei loro figli... Ho sempre visto Alberto e Maria Beretta
sereni e sorridenti, anche nei momenti più dolorosi della vita, come nelle malattie
e nella morte dei figli: li ho visti perfettamente e serenamente disponibili
alla volontà di Dio pur avendo in cuore l'agonia e la morte...».
Uno dei loro ragazzi, Enrico, diventato prima medico
e poi Padre Cappuccino, tratteggia il matrimonio dei genitori con parole molto
significative: «... hanno sempre avuto un ideale di santità. Non solo alla
luce dei precetti, ma anche dei consigli evangelici. Entrambi vissero il Terz'ordine
Francescano con intensa vita di pietà e di mortificazione evangelica,
rinunciando anche esternamente a tutto ciò che fosse superfluo...».
Riferendosi alla loro disponibilità nei confronti
dei bisognosi, Enrico ha scritto inoltre: «Non volevano veder soffrire
nessuno. I poveri erano i loro amici intimi. Li amavano e li aiutavano».
Per ricordare comunque in modo più preciso quello che e stato l'impegno di Alberto e Maria Beretta nel corso della loro vita di sposi, per stilare una traccia delle radici che hanno permesso ai figli, a Gianna in particolare, di vivere con coerenza il loro essere cristiano, sono indicative anche queste poche parole, scritte da Gianna stessa, al marito nell'aprile del 1955: «... i miei santi genitori: tanto retti e sapienti. Di quella sapienza che era il riflesso del loro animo buono, giusto e timorato di Dio...».
III
UNA
FAMIGLIA SERENA
Entra una luce splendente dalla grande finestra (occupa
tutta una parete), che si affaccia sulle colline di Città Alta, a Bergamo. Qui,
in uno dei punti più belli, a San Vigilio, tra prati e vigneti, sorge la
vecchia casa di campagna dei nonni materni di Gianna. Una casa alla quale sono
legati molti ricordi. La stessa in cui sono morti i genitori dei «ragazzi
Beretta».
Ascolto, dalla voce pacata di Giuseppe, la storia della
sua famiglia. Gioie e dolori si susseguono senza soluzione; momenti sereni e
tempi drammatici. Gli anni sono trascorsi veloci, lasciando un segno che sa di
rimpianto.
Accanto a noi Zita ascolta in silenzio. Solo di tanto
in tanto interloquisce per puntualizzare un momento che la riporta a un tempo,
lontano ma mai dimenticato. Enrico, impossibilitato a parlare a causa di una
paralisi che l'ha colpito in Brasile dov'è rimasto per oltre trent'anni, a
Grajau, come medico missionario, muove la testa annuendo. Comprende
perfettamente quanto Giuseppe sta raccontando: è anche la «sua» storia,
quella che mi si dipana davanti.
E ancora una volta, alla ricerca della matrice della
san-
Giuseppe, fratello di Gianna, nato nel 1920. Ingegnere civile, ordinato sacerdote nella Diocesi di Bergamo nel 1946.
Zita, sorella di Gianna, nata nel 1918. Farmacista, nubile.
Enrico, fratello di Gianna, nato
nel 1916. Conseguita la laurea in medicina, nel 1942, lasciò definitivamente la
famiglia per seguire la sua vocazione missionaria di Cappuccino. Prese il nome
di Padre Alberto. Ordinato sacerdote nel 1948 dal Cardinal Alfredo Ildefonso
Schuster, partì per il Brasile dove ha costruito l'ospedale di Grajau.
tità quotidiana di Gianna Beretta, mi ritrovo
immersa in un'atmosfera di serena accettazione dei disegni di Dio, senza
grandi gesti, tutta vissuta in sordina. Ma in una convinzione, in un'adesione
cristiana profonda. «I nostri genitori» dice Giuseppe «erano due creature
straordinarie e noi benediciamo ogni giorno il Signore per aver avuto un papà e
una mamma così. Erano carichi di autentica spiritualità. Avevano, cioè, una
visione religiosa della vita, ma... con i piedi per terra: mia mamma ha avuto
tredici figli, non solo un paio... da crescere.
Il nostro fratellino Davide, nelle elementari,
svolgendo un tema in classe intitolato: "La mia famiglia" tra l'altro
ha scritto: "... Mia mamma fa la balia". Un modo lombardo per dire
che vedeva sempre nostra madre con un bambino piccolo in braccio. Ci ha
allattato tutti, mia mamma. E ci ha vestiti lei, sino alla quinta ginnasio».
Trovava il tempo anche per questo?
«Aveva fatto scuola di taglio, prima di sposarsi.
Comperava la stoffa, la tagliava, l'imbastiva e poi faceva cucire gli abiti
da una sartina. E le assicuro che non sfiguravamo certo nei confronti dei
nostri compagni. Non eravamo da meno degli altri ragazzi. Era veramente molto
brava. Solo in quinta ginnasio, avevamo diritto all'abito "pulcro": un
abito fatto su misura da un buon sarto». Zita e Alberto sorridono. «Era un
momento importante per noi: ci si rendeva conto che, finalmente, si stava
diventando adulti. Le ricordo queste piccole cose per dirle della laboriosità
di nostra madre. Le ripeto: era una creatura straordinaria».
Nella vostra famiglia sono usciti due sacerdoti, uno
ingegnere e l'altro medico, e una suora, medico anch'essa... «Tutti e tre
siamo operai dell'ultima ora. Io sono entrato in seminario dopo i primi due
anni alla facoltà di ingegneria. Alberto e Virginia prima si sono laureati e
poi hanno intrapreso la loro strada di consacrati. Da parte mia ho completato
l'università dopo aver celebrato la prima messa. Oggi... faccio il prete
muratore. Mi occupo, presso la diocesi di Bergamo, della conservazione dei beni
ecclesiastici. Erga plurima: chiesa, opere d'arte...».
«Talvolta» ricorda Zíta «dicevano a mia mamma che
lei era una santa. La risposta era una battuta: "Non avete altro di
meglio da inventare?"».
Mi volete parlare di voi, a Bergamo?
«Era ancora il tempo della "spagnola", e
in casa nostra questa pestilenza aveva "battuto" pesantemente: primo
era morto Davide, poi Pierina. Poi un'altra sorellina, Rosina. I miei genitori
non sapevano più cosa fare... Amalia, inoltre, che aveva allora sedici anni,
era affetta da un principio di tubercolosi. Fu questa la molla che spinse papà
e mamma a lasciare Milano e a trasferirsi in un posto diverso, a Bergamo Alta,
sia perché qui, dove stiamo parlando, c'era la casa dei nonni, sia perché,
conoscendo benissimo questa città, erano convinti che l'aria fosse veramente
più salubre. Comperarono allora una casa in Borgo Canale, con un grande
giardino. Qui nacquero Guglielmina e Anna Maria che morirono piccolissime.
A Borgo Canale restammo dodici anni: gli anni della
prima giovinezza di Gianna. Papà Alberto, durante tutto questo tempo, ha
continuato a viaggiare tra Milano e Bergamo. Partiva ogni mattina con il treno,
e a sera tornava a casa». Cosa vi rammentate dei vostri genitori?
«Li unifichiamo nel ricordo» continua Giuseppe. «Erano
due persone straordinarie, che s'integravano tra di lo-
Virginia, sorella di Gianna, nata nel 1925. Medico.
Conseguita la laurea, nel 1950, si è fatta suora missionaria. Madre Virginia
assistette la sorella negli ultimi giorni della sua agonia.
ro perfettamente. Si volevano un gran bene. Pensi che
quando si sono sposati, avevano fatto un patto: chiedere a Dio di morire
insieme. Non potevano immaginare la loro vita separati uno dall'altro.
Effettivamente è successa una cosa incredibile: il 28 aprile del 1942, mio papà
aveva detto a mamma di sentirsi molto male. "Muoio, Maria", aveva
insistito con angoscia. Mia mamma l'aveva guardato un attimo con attenzione e:
"Non è possibile" - gli aveva risposto - "Io sto benissimo. Non
sento niente". Ma, proprio la sera dello stesso giorno, mia madre ebbe una
crisi di cuore e si spense il giorno successivo».
E il papà?
«Mio padre è morto quattro mesi dopo: ma da quel
giorno non è più stato lo stesso. L'abbiamo aiutato in tutti i modi. Quasi
forzandolo a vivere. Aveva un'anemia cerebrale e non voleva assolutamente più
alimentarsi».
Le parole rimangono come sospese per un lungo momento.
Com'era la vostra giornata, normalmente?, chiedo per
rompere la tensione.
Alberto mi regala uno dei suoi sorrisi. Sembra voler
dire qualche cosa. Ma non gli riesce. Fa ancora molta fatica a parlare.
«Papà e mamma» - continua Gíuseppe - «si
alzavano molto presto, la mattina. Andavano insieme, ogni giorno, alla prima
messa della Chiesa di Borgo Canale. Prima di uscire ci svegliavano. Alcuni di
noi spesso dovevano ancora studiare. Sa, eravamo tutti studenti».
«Io» dice Zita «preparavo la colazione. C'era un
tavoIone... E sempre tanta allegria. Fatta colazione tutti insieme, a un
certo momento il papà doveva partire per Milano. Allora, a turno, lo
accompagnavamo in bicicletta giù da Via Tre Armi, sino al "Paesetto".
Lo salutavamo. Papà scendeva dalla lunga scaletta che collega ancora oggi
Città Alta con Bergamo Bassa e in tram andava alla stazione. A sera, per
rientrare, si serviva della funicolare. Noi, sempre a turno, gli andavamo
incontro, in bicicletta, sino alla "Corsarola". Al ritorno a casa era
il papà che inforcava la bici e chi era andato a prenderlo montava sul sellino
posteriore. Erano occasioni magnifiche, per noi ragazzi, di stargli vicino. Di
godere, per pochi minuti, in esclusiva, il piacere della sua compagnia. Dopo la
cena, insieme si pregava con il rosario. I più piccoli spesso s'addormentavano».
Eravate una famiglia molto ricca...
«Non direi. La mamma, da brava donna di casa, faceva
i conti ogni giorno e cercava di risparmiare dove possibile. Non ci mancava
certo il necessario, ma il superfluo, in casa nostra, non era contemplato. Se
fosse avanzato qualche soldo... tutti sapevano benissimo che sarebbe stato
dato per aiutare chi aveva molto meno di noi. I miei genitori infatti avevano
impostato tutta l'educazione della famiglia sulla sobrietà e... sulla generosità
verso gli altri. Non ci avevano abituati a ricevere regali, salvo qualche
eccezione giustificata da occasioni speciali: una promozione, un compleanno...
In quinta ginnasio, ricordo, ci veniva donata una bicicletta e per noi, le
assicuro, era un regalo veramente eccezionale. Forse questo avveniva anche»
cerca di ricordare Giuseppe «perché non avevamo poi tanti soldi. Mio padre
spesso ci diceva che avrebbe fatto i sacrifici necessari per farci studiare,
tutti, ma che, poi, avremmo dovuto arrangiarci da soli. Infatti è riuscito a
far laureare quattro medici, due ingegneri, una farmacista, e anche a far
prendere il diploma di pianoforte a mia sorella Amelia per la quale, essendo
molto ammalata e non potendo frequentare il conservatorio, veniva
appositamente in casa il maestro Marinelli che le impartiva lezioni private».
Vostra mamma avrà avuto una gran mole di lavoro, con
tanti figli...
«La ricordo sempre con accanto due ceste di
biancheria da aggiustare. Aveva una domestica che l'aiutava... ma il lavoro non
le mancava. Le piaceva occuparsi di noi anche nei nostri studi: ha persino
imparato il latino per starci accanto. Per esserci d'aiuto».
Questi vostri genitori meravigliosi, come vi hanno
insegnato... a essere dei buoni cristiani?
«Soprattutto con l'esempio. Non ricordo che abbiano
mai alzato le mani su di noi. Ci convincevano con il ragionamento. Erano
severi... ma non ci hanno mai picchiato. Non me ne ricordo. C'era molta armonia
nella nostra famiglia. È bellissimo essere in tanti: chi non ha vissuto un'esperienza
simile, fa fatica a capire. S'impara a gioire insieme. A soffrire insieme.
Siamo cresciuti negli oratori, con alle spalle questa bella famiglia religiosa,
e abbiamo avuto una buona formazione spirituale. Quando sono entrato in
seminario, dopo la morte dei miei genitori, ricordo d'aver detto al Vescovo che,
con tutto il rispetto per il tipo di educazione che viene impartito nei seminari
stessi, io non mi sentivo in difficoltà, perché in casa avevo avuto la fortuna
di ricevere un'ottima preparazione religiosa...».
E Gianna?
«È cresciuta anche lei in quest'atmosfera serena. Nel
1928, il 4 aprile, ha ricevuto la Prima Comunione nella Parrocchia di Santa
Grata, a Bergamo. Due anni dopo, in Duomo, è stata cresimata. Dal giorno della
Prima Comunione, pur essendo piccolissima, ogni mattina accompagnava la
mamma alla Messa e riceveva Gesù. Un'abitudine che ha conservato per tutta la
vita».
IV
PERCHÉ
SANTA LA DOTTORESSA GIANNA?
Virginia, Ginia com'è affettuosamente chiamata, è
la sorella minore di Gianna. L'ultima della famiglia. Con Zita, che fungeva
spesso da vice mamma per le due «piccole» di casa Beretta, è stata forse
quella che, negli anni dell'infanzia e della giovinezza, le è stata più
vicina. A Bergamo, nella grande casa di Borgo Canale, le due sorelle dormivano
nella stessa stanza. Insieme hanno seguito gli studi. Insieme hanno giocato,
riso, scherzato. Insieme, soprattutto, hanno maturato uno stile di vita
autenticamente cristiano. «Gianna era un'entusiasta. Amava e gustava tutto quanto
di bello si trovava a vivere» ricorda «andavamo molto spesso in montagna. Ci
piaceva l'aria libera, fare lunghe passeggiate. Non solo in vacanza, ma anche
alla domenica. Eravamo molto vicine di età: Gianna aveva solo tre anni più
di me.
Andavamo insieme anche a scuola, e mi facevo aiutare
da lei per fare i compiti. Sovente ci ritrovavamo con gli stessi professori e,
perciò, con uguali piccoli problemi. Studiavamo dove capitava, nella nostra
stanza o in sala da pranzo. Anche in giardino, se la stagione era buona. Cercavamo
comunque di non darci fastidio, perché avevamo l'abitudine di ripetere le
lezioni ad alta voce».
Avevate molte amiche?
«Sì, ma generalmente non le invitavamo a casa
nostra. La mamma ci diceva sempre di ricordarci che eravamo già in tanti... A
sera, dopo cena, giocavamo fino a stancarci. C'era molta armonia, tra di noi.
Eravamo felici. Non ci mancava niente di quanto ci occorreva. Quando volevamo
qualche cosa di nuovo papà ci chiedeva sempre se fossimo convinte che si
trattasse di una cosa indispensabile... La mamma e il papà avevano spiccato
spirito di povertà francescana: non ci facevano mancare niente, è vero, ma
quanto consideravano "superfluo" preferivano destinarlo ai poveri».
Sto registrando i ricordi di Ginia nel piccolo
parlatorio dell'Istituto delle Canossiane di Ottavia, una borgata romana.
Virginia è molto somigliante a Gianna: alta di statura, il bel volto dalla
fronte spaziosa, gli occhi scuri, intelligenti. Per anni ha vissuto in India e
a Hong Kong, come medico missionario. Adesso lavora tra i borgatari di Roma.
Con lo stesso entusiasmo, con la stessa dedizione. Di Gianna ha un'immagine
colma di affetto e di ammirazione. Si volevano bene. Virginia, per puro caso,
è riuscita a stare accanto a Gianna negli ultimi dolorosi giorni del suo
calvario. «Anche questo» dice commossa «un dono insperato della Provvidenza».
Quanto racconta sa pertanto un significato tanto
particolare.
«La nostra camera da letto, il nostro
"mondo" privato, era molto semplice. C'erano mobili chiari e una
grande finestra che dava sul giardino. C'era uno scaffale sempre colmo di
libri: i miei e i suoi. Bene ordinati, e sempre tanti. C'era anche una bambola
alla quale eravamo entrambe molto affezionate. Con Gianna e con gli altri miei
fratelli, per anni, abbiamo trascorso le vacanze a Viggiona, un piccolo paese
sul lago Maggiore. Ricordo i pic-nic con i nostri genitori: loro partivano con
una vecchia Balilla carica di sdraio e di cestini con la merenda. Noi li
seguivamo a piedi e, lungo la strada, cercavamo i fiori e raccoglievamo i funghi
che poi, con la mamma, cucinavamo per tutti. Quasi sempre, quando andavamo in
vacanza con la famiglia, la mamma preferiva non portare la domestica: voleva
farci approfittare del periodo in cui non eravamo impegnate con la scuola per
insegnarci a dirigere una casa. Per insegnarci a cucinare, a stirare, ad
aggiustare la biancheria. Appena poteva, specialmente in montagna, Gianna
portava con sé colori e pennelli e, su una tela, riproduceva un paesaggio che
l'aveva colpita».
Perché, secondo lei, sua sorella è santa? Mi guarda
un attimo in silenzio.
«Perché ha sempre fatto, bene, la volontà del
Signore. Momento per momento. Nello "stato" in cui si trovava. Non
solo per il gesto di grande generosità che ha caratterizzato la sua fine: se
ha avuto la capacità di prendere "quella" decisione, ciò può
considerarsi sicuramente come il risultato di tutta la sua vita precedente.
Gianna aveva un grande spirito di fede. Qualsiasi cosa le succedesse, veniva
da lei accettata come un dono che le arrivava direttamente dalle mani di Dio.
Sin da piccola, ricordo, mi diceva sempre che noi dobbiamo fare, al meglio,
tutto quello che ci capita di dover fare. Senza mai tirarci indietro». Senza
mai tirarci indietro, dice...
«Questo mi riporta alla scelta coraggiosa di
Gianna...» riprende.
Ma l'interrompo di nuovo: Non si è mai compianta per
la sua decisione?
«Assolutamente. Io, per esempio, non lo sapevo nemmeno...
».
Sono convinta che sua sorella sperasse di salvarsi
con il suo bambino...
«Senz'altro, anche se conosceva il rischio che stava
affrontando. Con una sua amica si è confidata, prima del parto. A Mariuccia
Torregiani salutandola "forse non ti vedrò più", ha sussurrato. Lei
sapeva. Mio fratello Francesco ha trovato, pochi giorni dopo la sua morte,
nella sua casa di Ponte Nuovo, un libro di medicina aperto sulle pagine in cui
erano trattate le "maternità a rischio" e i "fibromi nel corso
delle gravidanze". Cercava evidentemente di informarsi, in segreto, sulle
complicazioni che sarebbero potute insorgere. Nonostante questo, aveva sempre
la speranza che il Signore l'avrebbe aiutata e l'avrebbe lasciata ancora con i
suoi bambini, con suo marito. Io sono tornata per caso in Italia, dalla
Missione, pochi giorni prima della sua fine. Non ero stata bene e i miei
superiori mi avevano mandata per un periodo di riposo in montagna per
riprendermi ma, lassù, ho pensato che forse avrei potuto chiedere alla mia
Madre Generale di permettermi di tornare invece a casa mia, a Magenta.
Nell'ospedale in cui lavoravo mancavano moltissime cose e speravo di riuscire
a procurarmele facendomi aiutare da Gianna. La risposta della Generale non
arrivava mai. Finalmente, un certo giorno, ho saputo che avrei potuto partire.
Ho trovato subito alcuni funzionari che mi hanno facilitato le pratiche
necessarie e mi hanno trovato un posto sulla prima nave che salpava per
l'Italia. Questa, fortunatamente, per giungere a Napoli, ha impiegato solo
undici giorni invece dei soliti quindici. Senza questa inaspettata velocità»
continua «sarei arrivata dopo la morte di mia sorella».
Lei non era informata dei problemi di salute di
Gianna? «Avevo ricevuto qualche tempo prima una sua lettera in cui mi
raccontava di aver avuto qualche complicazione ma senza particolari più
precisi. Nella stessa lettera mi assicurava anche che la sua gravidanza
procedeva bene. Appena giunta a Napoli, al porto, ho trovato mio fratello Francesco
che mi ha informato della nascita di Gianna Emanuela e delle gravissime
condizioni in cui versava mia sorella. Siamo partiti subito e, fatta una breve
sosta a Roma, abbiamo proseguito il viaggio verso Monza, dove Gianna era
ricoverata all'ospedale.
Sono giunta il martedì. Mia sorella è morta sabato.
Ho trascorso accanto a lei i suoi ultimi quattro giorni di vita». Gianna l'ha
riconosciuta?
«È rimasta lucida fino alla fine. Appena entrata
nella sua stanza, ricordo e, prima ancora di salutarmi, guardandomi fissamente
mi ha detto: "Sapessi cosa vuol dire morire lasciando soli quattro
bambini!".
Le pongo l'obiezione difficile che tanti mi hanno
fatto, sapendo che sto ricostruendo la biografia di Gianna Beretta Molla.
È giusto, per salvare una creatura, abbandonarne
altre tre? La risposta di Virginia è la stessa che ho ricevuto da Pietro
Molla.
«Per capire bisogna credere, come Gianna, nella Provvidenza.
Mia mamma diceva sempre un antico proverbio: "Ogni bambino nasce con il suo
fagottino". Gianna era sicurissima che Dio avrebbe provveduto ai suoi
bambini, e di quella vita che ormai era in arrivo, che portava in seno, lei ha
avuto tutto il rispetto. Gianna si fidava della Provvidenza» - ripete con voce
accorata.
«Arrivavo dal mio ospedale di Pratapgar,
nell'interno dell'India» dice ancora «un ospedale senza luce e senz'acqua
potabile. Avevo l'impressione, all'ospedale di Monza, d'essere finita in una
reggia. "Con queste attrezzature - le ho detto - figurati se non riescono a
salvarti...". E invece, tutte le cure che le sono state prestate, non sono
servite a niente».
Rispondo io, Virginia, a quanto le ho chiesto poco
fa: anche per questo sacrificio sua sorella è santa.
«Può darsi... ma, prima ancora, perché ha vissuto
tutta la sua vita facendo la volontà di Dio nelle cose normali che si debbono
fare: anche i mestieri di casa, lo studio, il donarsi ai poveri, alla gioventù,
ai suoi figli, a suo marito. Gianna faceva tutto molto serenamente,
volentieri. La santità consiste nel far bene il proprio dovere».
Non si è mai arrabbiata, sua sorella?
«Arrabbiata?», riflette un secondo sulla mia
domanda. «Non l'ho mai vista trascendere. Riusciva sempre a dominarsi. Aveva
un grande autocontrollo. Se qualcosa andava male... certo reagiva: non era una
"patata". Ma non ricordo d'aver mai bisticciato con lei».
Virginia, torniamo ancora nella ricerca dell'immagine
più quotidiana di Gianna, ai vostri anni felici a Bergamo Alta, in Borgo
Canale.
«Rivedo le feste di compleanno: un mese prima
dell'anniversario, e capitava di frequente perché eravamo in tanti, ci
comunicavamo a vicenda che un compleanno stava per arrivare, per cui gli
"altri" fratelli erano invitati a procurare un regalo per il
festeggiato. Rivedo con tenerezza le feste del Natale e quelle di Santa Lucia
della nostra infanzia: erano giorni bellissimi. Santa Lucia portava i suoi
doni nelle nostre stanze. Ricordo ancora l'eccitazione mia e di Gianna: era
importante svegliarsi al momento opportuno per gustare quanto avremmo trovato.
Il Natale, dopo la Messa, veniva festeggiato nella grande sala da pranzo,
accanto al presepio che tutti avevamo contribuito a costruire. Il tavolo era
apparecchiato con molta cura. Su ogni sedia era posto un cartellino con i nostri
nomi. Tutto era molto bello. Tutti ci sentivamo amati e molto felici».
V
Ferdinando, il terzo dei fratelli Beretta,
attualmente vive e lavora a Magenta dove è medico. Ha vivo nel profondo del
cuore e nella memoria il ricordo di Gianna, bambina felice nella grande casa di
Borgo Canale. Le sue piccole marachelle e la voce di sua mamma che, volendola
rimproverare, la richiamava, scandendo sillaba per sillaba il suo nome
intiero: «Gio-van-na, vieni qui».
«Lei e Ginia erano sempre insieme» dice. «Allegre,
piene di fantasia nei loro giochi. Erano molto attaccate alla mamma alla quale
ponevano, in continuazione, le domande più divertenti. Nel 1928 Gianna era
stata iscritta alla prima elementare a Colle Aperto e ogni mattina, con il
grembiulino in ordine e la cartella, se ne andava a scuola accompagnata dalla
domestica o da qualcuno di noi. Non so se il suo nuovo impegno la entusiasmasse
molto» sorride Ferdinando. «Era una scolara come tante: faceva i compiti
abbastanza volentieri ma mi sembrava chiaro che, forse, avrebbe preferito essere
libera di giocare in giardino. Di stare con la sua cara Ginia. Crescevamo
serenamente nella nostra bella famiglia. Erano gli anni del fascismo e in
casa, i maggiori tra noi, ne discutevano animatamente. Gianna era troppo piccola
per rendersi conto di cosa stesse succedendo. La nostra tavolata, all'ora di
cena, era piuttosto rumorosa: una volta due donne, passando in strada, sotto
le finestre della nostra sala da pranzo e sentendoci gridare, si sono fermate e
hanno commentato: "... i Beretta stanno litigando''. Come lei sa, papà e
mamma erano molto attenti alla nostra educazione religiosa. Ma non erano
bigotti. Ci lasciavano liberi di renderci conto da soli del valore di quanto
c'insegnavano. Enrico, in particolare (diventato poi medico missionario
cappuccino con il nome di Padre Alberto), era il più vivace di tutti». «Un
birichina» precisa ridendo Ferdinando. «Ricordo che quando frequentava la
terza liceo, ogni domenica, dopo la Messa, terminava in fretta di studiare per
essere libero, subito dopo pranzo, di andarsene a Bergamo Bassa, al cinema.
Frequentava un locale in cui c'era anche il varietà e vi s'intratteneva, sino
a sera, al termine dell'ultima proiezione. Di tanto in tanto, con alcuni
compagni d'università, noi ragazzi organizzavamo veri e propri spettacoli di
prosa, anche molto belli, di cui eravamo particolarmente fieri». E a
proposito di politica?
«Facevamo di tutto per non partecipare alle
iniziative organizzate dal fascio. Avevamo si, com'era d'obbligo, le divise di
avanguardisti, ma cercavamo di lasciarle nell'armadio il più possibile. Se
non potevamo farne a meno, andavamo anche noi alle adunate del "sabato
fascista": quando, all'appello, veniva chiamato il nostro nome, rispondevamo
con il "presente" di regola e poi, appena la fila s'incamminava, al
primo portone che trovavamo aperto c'infilavamo dentro e ce ne andavamo da
un'altra parte. Questo non ci faceva certo guardare con simpatia dai
"camerati" che ci trattavano con una certa diffidenza. Un giorno
qualcuno di loro ha scritto con il catrame, sul recinto del nostro giardino:
"O con noi o contro di noi". Un chiaro invito a prendere una
decisione. Noi ragazzi ci siamo un po' spaventati, ma nostro papà è rimasto
impassibile e, subito, ha fatto scrostare tutto il recinto del giardino e mettere
a nudo le pietre con cui era stato costruito, sperando che l'episodio non si
ripetesse più. Nonostante questo, proprio io, avendo saputo che si stava
organizzando uno dei concorsi sportivi "dux", in cui, come premio ai
migliori atleti delle diverse specialità, sarebbe stato offerto un viaggio a
Rodi con un cacciatorpediniere, ho deciso di parteciparvi. Quel viaggio mi
affascinava. Mi sembrava una vera e propria avventura e io speravo tanto di
vincere. Per settimane, tutti i giorni, ho cominciato ad allenarmi nel lancio
del giavellotto, sport che mi piaceva molto e in cui mi sentivo all'altezza
della situazione. Andavo su e giù da Borgo Canale, in bicicletta, sino al
campo sportivo Brumana, a Bergamo Bassa. Era una preparazione molto dura, ma
speravo proprio di conquistarmi il famoso viaggio. Mio padre mi lasciava fare
senza dir niente. Al termine dei lunghi allenamenti, ero quasi sicuro di
venire scelto quando mi è stato detto, categoricamente, di ritirarmi. Per me,
Ferdinando Beretta, non c'era alcuna possibilità. Ero rimasto molto
avvilito. Mio padre, allora, per consolarmi mi ha spiegato che la cosa non era
poi così importante e mi ha promesso che, se fossi stato promosso, e se anche
mio fratello Francesco lo fosse stato, ci avrebbe fatto fare lui un viaggio
"molto più bello" e senza nessuna implicazione politica. Durante
l'estate infatti ci ha mandati in Terra Santa, a Rodi e a Costantinopoli».
Terminata la prima elementare a Colle Aperto, Gianna
frequentò la seconda e la terza dalle Suore della Sagesse, in un collegio
situato proprio sopra la funicolare che collega, a Bergamo, Città Alta con
Città Bassa. Gli ultimi due anni fu iscritta, con Ginia, presso l'Istituto
delle Madri Canossiane di San Gottardo, a pochi metri da casa.
All'esame di ammissione alla prima Ginnasio (al Liceo
Paolo Sarpi), nel 1933, Gianna superò la prova con la media del sette. Venne
comunque rimandata a settembre in... educazione fisica: forse una piccola
ritorsione fascista contro uno dei ragazzi Beretta. Ma in casa nessuno ne fece
un problema.
Nello stesso anno in famiglia si stava preparando una
festa importante: il venticinquesimo di matrimonio di Alberto e Maria. C'è
una fotografia che ritrae i due sposi, dolce la mamma, impettito e severo il
padre con un bellissimo paio di baffi, attorniati dai loro ragazzi. Gianna e
Virginia sono vestite in modo identico, con un abitino confezionato dalla
mamma.
I primi quattro anni di ginnasio di Gianna
trascorsero senza storia. Alcune compagne di scuola di quel tempo la ricordano
ancora come una ragazza míte, disciplinata e buona. Non particolarmente
brillante negli studi: Gianna infatti, che andava e veniva regolarmente dal
"Sarpi", studiava con una certa fatica, in quanto la sua salute, in
quegli anni, era piuttosto cagionevole. Il terzo anno, nel 1936, fu rimandata
in italiano e latino, e trascorse una parte dell'estate a Bergamo, per
prepararsi agli esami di riparazione.
Sono piuttosto divertenti e molto ingenue le lettere
che, tra una versione e l'altra di latino (sotto la guida di don Emilio Rota),
tra un tema e l'altro di italiano, scrisse un po' a tutti i suoi cari: a
Ferdinando, militare nelle Marche, alla mamma, al papà e alle sorelle che
trascorrevano le vacanze a Viggiona. Gianna, sola in casa a Bergamo a studiare,
era piuttosto insofferente e irrequieta. Soffriva il caldo. Gli esercizi che
doveva preparare erano difficili; incontrava spesso qualcuno - scriveva al
fratello - che le faceva passare anche la poca voglia che aveva di studiare e
le faceva perdere tempo in chiacchiere senza senso.
Finalmente, superati gli esami, poté scappare anche
lei in montagna e godersi alcuni giorni spensierati di vacanza. Mentre
frequentava la quarta ginnasiale, nel gennaio 1937, morì Amalia, la sorella
maggiore, da tempo malata. Fu un triste evento per tutti. Una perdita che Gianna
patì in modo terribile. Amalia aveva appena ventisei anni. Di colpo Gianna
scoprì il mondo del dolore e la sua fede, nel momento della prova, parve
irrobustirsi. Virginia ricorda Gianna, a quell'epoca, come «protesa verso il
cielo».
«Ogni mattina faceva una meditazione, anche breve se
non aveva molto tempo: quest'abitudine era diventata la sua forza. Nel
pomeriggio faceva una puntatina in chiesa per una visita al Santissimo
Sacramento. Portava sempre con sé, in tasca o nella borsetta, la corona del
Rosario e, appena poteva, pregava qualche Ave Maria».
Nello stesso 1937, dopo tutta una vita di lavoro
presso il Cotonificio Cantoni di Milano, Alberto Beretta, già malato di
anemia perniciosa, decise di ritirarsi dall'impiego.
Questa sua decisione se ne tirò appresso un'altra
molto importante: considerato che quattro figli, Zita, Francesco, Ferdinando ed
Enrico erano iscritti all'università, che Gianna risentiva dei malesseri
dell'età, che Enrico era... appassionato di pesca, forse era giunto il momento
di lasciare Bergamo Alta e di cercare casa altrove: possibilmente in una città
al mare «sede» universitaria. Questo, in particolare, avrebbe evitato ai
ragazzi di fare lunghi spostamenti per frequentare le loro facoltà.
Trovata una bella casa a Genova-Quinto, Alberto e Maria
la affittarono e vi si trasferirono con tutta la famiglia.
VI
GL'IDEALI
DI UNA QUINDICENNE
Gli anni trascorsi a Genova-Quinto sono stati fondamentali
per la formazione di Gianna. Quando si stabilì nella nuova casa poco distante
dal mare, aveva quindici anni ed era un'adolescente riservata, in cerca della
sua strada. La morte di Amalia l'aveva duramente colpita: le mancava la
tenerezza di quella sorella tanto più grande di lei, alla quale era sempre
stata molto affezionata. Alla quale aveva sempre confidato le sue piccole e
grandi difficoltà. Gianna cercava in tutti i modi di seguire l'esempio che
Amalia le aveva lasciato. Di trovare la forza di esserne degna. In quel periodo
il suo affetto per Virginia divenne ancora più forte.
Le due ragazze vennero iscritte insieme al ginnasio
delle suore Dorotee. Insieme, ogni mattina, prima di andare a scuola,
partecipavano alla Messa nella parrocchia poco distante da casa. Tutt'e due
studiavano con impegno, aiutandosi e puntando a un buon risultato finale.
Nella primavera dell'anno successivo, nell'Istituto
da loro frequentato, fu organizzato un corso di Esercizi spirituali tenuti dal
gesuita padre Michele Avedano e le due ragazze seguirono il ritiro di
preghiera con devozione particolare.
Gianna tenne su un quadernetto gli appunti delle conferenze
e scrisse, sugli stessi fogli, i propositi che ne aveva tratto.
Il fratello Giuseppe, ricordando quel lontano
periodo, concorda con mons. Antonio Rimoldi, il biografo ufficiale di Gianna,
nel giudicarlo: «essenziale per la sua crescita spirituale».
«Leggendo con attenzione quanto scrisse in quell'occasione
- precisa infatti - si possono trovare le linee della sua condotta futura». Le
sue annotazioni iniziano con un titolo: «Ricordi e preghiere di Gianna Beretta».
E con una data: «16/17/18 marzo 1938». Gianna frequentava la Quinta
Ginnasio.
Ai vari appunti, la ragazzina faceva seguire tutta
una serie di preghiere a cui sarebbe stata fedele regolarmente. Preghiere a Gesù
e alla Madonna e, in particolare, un'orazione a Cristo per impetrare la sua
santa volontà e la grazia di una confidenza illuminata.
L'orazione inizia così: «Gesù ti prometto di
sottopormi a tutto ciò che permetterai mi accada. Fammi solo conoscere la tua
volontà». Rileggendo le sue note semplici e ingenue (aveva solo quindici
anni) è facile comprendere con quale serietà Gianna avesse seguito gli
Esercizi spirituali.
Fra i propositi indicati da Gianna è possibile
infatti intravedere come la piccola studentessa ginnasiale cominciasse a
porre sulla sua strada dei capisaldi ai quali avrebbe cercato in seguito di
uniformare la sua vita: offrire tutto a Gesù, sofferenze e gioie; morire
piuttosto che commettere peccato mortale; pregare; imparare a sopportare con
fiducia in Dio le prove e le sofferenze della vita; accettare (come risulta
dalla preghiera da lei scelta come quotidiana), la sua volontà e, infine,
cercare di conoscere i disegni imperscrutabili della Provvidenza.
Come primo risultato di questo «programma di vita»,
Gianna decise da quel momento di impegnarsi completamente nei suoi studi, «il
suo lavoro». Terminò infatti la quinta ginnasiale in modo brillante.
La sua salute, che tanto preoccupava i genitori, era
sempre piuttosto fragile. Fu per questa ragione che papà Alberto e mamma
Maria decisero, nonostante i buoni risultati, di ritirarla da scuola perché
riposasse per un anno intero prima di affrontare le fatiche del liceo
classico.
Per Gianna fu un anno di serenità che Ginia e Ferdinando
ricordano molto bene. Visse questa sospensione forzata dagli studi, felice di
potersi godere a tempo pieno la vicinanza della mamma. Felice di aiutarla a
rendere sempre più accogliente la casa per i suoi fratelli. In quell'anno
coltivò, ogni giorno, la sua passione per il pianoforte.
Approfondì inoltre la sua spiritualità, sotto la
guida di mons. Mario Righetti, il famoso liturgista, parroco di Quinto al Mare
e incontrò l'Azione Cattolica: mamma Maria, infatti, pur oberata dagl'impegni
della sua grande famiglia, aveva accettato la proposta del Parroco di diventare
Presidente delle Donne Cattoliche, e Gianna cominciò proprio in quell'anno,
sul suo esempio, a occuparsi delle Pici A.C. di cui poi divenne la delegata.
Mons. Righetti, quindici anni dopo, in occasione del
matrimonio di Gianna con l'ingegner Pietro Molla, le indirizzò un biglietto
di auguri molto significativo:
«Cara Gianna, sempre memore e grato degli esempi di
schietta vita cristiana da te e da tutti i tuoi cari ricevuti a Quinto, porgo a
te e al tuo diletto compagno, l'augurio affettuoso che il Signore vi accompagni
ora e per sempre con le sue celesti benedizioni».
Nell'ottobre del 1939 Gianna riprese gli studi al
liceo classico presso l'Istituto delle suore Dorotee, a Genova Albaro.
VII
LA
GUERRA E LA MORTE DEI GENITORI
La guerra era alle porte e, purtroppo, era facile
presagire che ci sarebbero stati anni duri per tutti. La famiglia Beretta,
unita nella bella casa di Genova Quinto, vedeva i figli crescere e incamminarsi
verso la loro strada.
Gianna e Virginia frequentavano il liceo classico ad
Albaro, mentre gli altri fratelli erano iscritti tutti all'università di
Genova: Francesco stava laureandosi in Ingegneria, Ferdinando in Medicina e
Zita in Farmacia. Anche Enrico e Giuseppe erano ormai universitari: anch'essi
avevano scelto, rispettivamente, Medicina e Ingegneria.
Con l'inizio della guerra, Genova fu una delle prime
città italiane a subirne le conseguenze: nell'agosto del '41, infatti, fu
sconvolta da un terribile bombardamento dal mare. Ci furono i primi morti tra
i civili e le prime case distrutte. Fu un momento terribile.
Mamma Maria, già debole di cuore, ne rimase particolarmente
scossa, per cui fu deciso di allontanarla da quella situazione di rischio e di
paura. Era piena estate: la famiglia Beretta allora, con mezzi di fortuna,
raggiunse Viggiona, il paese sul lago Maggiore in cui i ragazzi avevano
vissuto, per anni, vacanze felici.
Da Viggiona, in ottobre, i genitori di Gianna si
trasferirono di nuovo a Bergamo, e questa volta nella casa dei nonni materni,
sul colle di San Vigilio. In autunno, accompagnate da Marietta, la vecchia
cameriera che da sempre era stata con loro, Virginia e Gianna tornarono a Genova
perché dovevano continuare il liceo classico.
Ferdinando, nel frattempo, era stato chiamato alle armi,
e prestava servizio come ufficiale medico a Taggia, poco lontano dal confine tra
Italia e Francia. Francesco, già laureato, s'era impegnato in un'industria
milanese, e Zita, ormai farmacista, lavorava a San Giovanni Bianco in provincia
di Bergamo.
A San Vigilio, con i genitori, erano rimasti solo
Enrico e Giuseppe che dall'università di Genova si erano trasferiti a quella di
Pavia e studiavano in casa per affrontare gli esami.
Tutti i fratelli, vicini o lontani che fossero, erano
molto preoccupati per papà Alberto che, in quel periodo, soffriva moltissimo
per l'acutizzarsi della sua vecchia anemia perniciosa.
Mamma Maria, pur molto triste per questo, teneva serenamente
le fila della sua grande famiglia dispersa e pregava per i figli lontani e per
il suo sposo che talvolta, a causa della malattia, sembrava completamente
assente. Viveva ogni evento con fede che unita al suo coraggio era sempre un
grande riferimento per tutti.
«Una sera, il 30 aprile del '42 - ricorda Giuseppe -
improvvisamente, nostra madre fu colpita da un ictus cerebrale. Papà stava
male in camera sua e non si accorse di niente. Per fortuna, il giorno prima,
Ferdinando era tornato, inaspettato, in licenza. Eravamo in casa solo noi due.
Enrico era fuori per qualche suo impegno. Ci rendemmo subito conto della gravità
della situazione. Ferdinando le praticò un salasso e sembrò che la mamma
riuscisse a riprendersi. Riconobbe infatti Enrico che rientrava. "Non
preoccuparti per me" - gli disse - 'Va' invece a salutare il papà".
Riuscimmo a telefonare a Zita pregandola di tornare da San Giovanni: la mamma
era sempre più grave. Il mattino seguente mori».
Gianna non era stata avvertita?
«Avevamo cercato inutilmente di telefonarle, ma
erano tempi difficili: non eravamo riusciti a metterci in contatto con, lei e
con Virginia. Per questa ragione, Enrico corse alla stazione nella speranza di
trovare un treno che lo portasse a Genova: voleva ricondurre a casa le due
sorelle. Riuscì a partire, ma fu un viaggio disastroso, di notte. Il treno
continuava a fermarsi. Sembrava non arrivare mai. Genova era stata nuovamente
bombardata. Moltissime case erano distrutte. Da alcune si levavano ancora le
fiamme. Quando finalmente Enrico arrivò a Quinto, con il cuore colmo di
tristezza, raccontò della mamma. Gianna e Virginia cercarono con il fratello
un altro treno per tornare a Bergamo ma, quando fortunosamente giunsero a San Vigilio...
era troppo tardi. La mamma era ormai morta da parecchie ore. Ricordo: c'era un
tempo strano. Era una stagione strana. Gli alberi da frutto erano tutti in
fiore. I ciliegi, i peschi, i peri. Ma nevicava. Nevicava a larghe falde e i
colli qui attorno, erano coperti di bianco...». Rimane un attimo in silenzio.
Poi continua:
«Fu un dolore immenso per tutti. Un dolore temperato
solo dalla fede. Tra fratelli ci sentimmo ancora più strettamente legati».
Sepolta mamma Maria, dopo qualche giorno, Gianna tornò
a Genova per concludere il liceo. Aveva vent'anni. In giugno consegui la maturità
classica senza esami, in quanto questi erano stati sospesi a causa della
guerra.
«Non tornai più a San Giovanni Bianco, in farmacia»
ricorda Zita. «Rimasi in casa per assistere il papà che stava sempre più
male. Per quattro mesi riuscimmo a nascondergli la tragedia che ci aveva
colpito. Ma più il tempo passava, più ci era difficile. Nei rari momenti di
lucidità ci chiedeva sempre della mamma e facevamo fatica a rassicurarlo. Ci
sembrava che le nostre frasi: "la mamma è occupata"; "la mamma
dorme" non gli bastassero più. Un giorno, in cui sembrava stesse un po'
meglio, chiamammo il curato di San Vigilio, perché lo informasse, con le frasi
più adatte, della morte della mamma. Ma non ci fu bisogno di tante parole;
come vide il sacerdote amico, infatti, mio padre quasi lo pregò: "Lei non
può dire bugie. Mi dica se è vero quello che penso: la mia Maria è andata in
Paradiso"».
L'estate trascorse veloce mentre la guerra continuava
a seminare dappertutto lutti e sofferenze. I fratelli Beretta si tenevano
stretti tra di loro, quasi a cercare conforto uno nell'altro.
Il primo di settembre, attorniato dai suoi figli,
anche papà Alberto spirò.
Poco tempo dopo Giuseppe comunicò ai fratelli la
decisione che gli stava maturando nel cuore: voleva essere prete. Ne aveva già
discusso con il Vescovo di Bergamo, mons. Adriano Bernareggi, il quale l'aveva
consigliato di frequentare i corsi di teologia prima ancora di aver terminato
l'università e d'essersi laureato in Ingegneria. Ma pure Enrico aveva
qualcosa da dire ai suoi cari: sentiva anche lui la vocazione al sacerdozio.
Sognava di andare in Missione, come medico, tra i più bisognosi. In qualunque
povera parte del mondo ci fosse stato bisogno di lui.
«In ottobre» ricorda Zita «ci lasciarono entrambi:
Giuseppe entrò in Seminario a Bergamo, come desiderava il suo Vescovo;
Enrico, già medico, entrò dai Cappuccini e Lovere, per fare il suo noviziato.
Gianna si iscrisse a Pavia alla facoltà di Medicina. Virginia invece andò a
Barzio, in Valsassina, per concludere il liceo classico presso il Collegio
Biancone di Monza, sfollato in quel paese di montagna. Era giunto il momento di
spostarci una volta ancora: decidemmo, tutti insieme, che avremmo messo le
nostre radici a Magenta, dov'era nato nostro padre. C'era ancora in quella città,
fortunatamente vuota, la casa dei nonni Beretta: sarebbe diventata la nostra
nuova, definitiva residenza. Il trasloco da Quinto a Magenta fu molto
faticoso: non erano certo i momenti migliori per una simile operazione.
Comunque riuscimmo a portarlo a termine. Francesco, il maggiore, divenne
capo-famiglia».
Ma le disavventure non erano finite: a Enrico, in
noviziato a Lovere, venne recapitata la cartolina precetto. Frequentò infatti
la scuola per allievi ufficiali medici di Firenze ma, dopo 1'8 settembre del
'43, si rifugiò a Viggiona, da dove riuscì a espatriare clandestinamente in
Svizzera. Qui frequentò la facoltà teologica di Friburgo. Ferdinando era
in campo di concentramento. Gianna andava avanti e indietro da Pavia affrontando
notevoli rischi. Anche Virginia s'iscrisse, l'anno successivo, nella stessa facoltà
di medicina.
Zita cercava, con coraggio, di comportarsi come una
mamma; la guerra sarebbe pur finita. I tempi della speranza non dovevano
tardare.
VIII
NELL'AZIONE
CATTOLICA
Gianna visse a Magenta, nella vecchia casa di via Roma,
dal 1942 al 1955 quando, il 24 settembre, si sposò e si trasferì con il marito
a Ponte Nuovo. Sono anni che nella sua biografia meritano un capitolo a parte,
in quanto unanimemente considerati gli anni della maturazione spirituale e
caritativa attraverso l'impegno, sia nell'Azione Cattolica che nella San
Vincenzo.
Un impegno che, secondo quanto ha testimoniato il fratello
Enrico, la coinvolgeva, se possibile, più ancora degli studi che nel frattempo
portava avanti all'università per laurearsi in medicina e specializzarsi in
pediatria.
Gianna, che già da quando viveva a Quinto si era
avvicinata all'Azione Cattolica come delegata delle Piccolissime, anche a
Magenta s'inserì immediatamente, con le sorelle Zita e Virginia, sia in
questa Associazione che nelle attività parrocchiali e nell'oratorio tenuto
dalle Madri Canossiane e, nonostante il suo carattere riservato, riuscì a
legare perfettamente con le ragazze della cittadina lombarda e a diventare per
loro un'amica preziosa.
Molti ricordano: «Gianna era una persona semplicissima
che metteva tutti a loro agio»; una «donna religiosa ma non bigotta» dice
Mariuccia Parmeggiani Mainini «con un notevole ascendente su quanti avevano a
che fare con lei».
Ogni giorno, con le sorelle Zita e Virginia,
partecipava alla Messa nella piccola chiesa dell'Assunta: un'abitudine che da
anni era diventata parte integrante della sua vita.
Tra le tante testimonianze che ancora oggi si possono
" raccogliere su quel lungo periodo di tempo in cui Gianna profuse tutto il
suo entusiasmo, tutta la sua ricchezza spirituale, mi sembra particolarmente
significativa quella di Madre Adele Cattari: «... conobbi le sorelle Beretta,
Gianna, Zita e Virginia, al tempo della seconda guerra mondiale quando,
nell'ottobre del 1942, da pochi mesi orfane di entrambi i genitori, vennero ad
abitare a Magenta con i loro fratelli. S'inserirono subito nell'ambiente
dell'oratorio e le ragazze di Magenta un po' "fracassone" ma semplici
e cordiali, non tardarono molto a stringere amicizia con le nuove venute, poiché
le tre sorelle non venivano a imporsi ma a chiedere di aiutare l'oratorio,
gestito e diretto dalle Madri Canossiane. L'oratorio divenne la loro seconda
casa. Ricordo benissimo Gianna: statura un po' superiore alla media, colorito
piuttosto bruno, capelli scuri, occhi neri, profondi. Aveva una grande
tenerezza nello sguardo. Una vecchia madre canossiana che la conobbe bene
nello stesso periodo di tempo, disse che "accarezzava con lo sguardo".
Sempre serena, attiva, accogliente, aveva guadagnato le simpatie delle ragazze
più vivaci e mattacchione del mondo: le Aspiranti di Azione Cattolica, di cui
era stata eletta delegata. Ne assecondavano con entusiasmo tutte le
iniziative: giornate di ritiro, ore di studio, scampagnate, scorpacciate di
frutta nell'orto di casa Beretta, feste dell'oratorio con avventurose
"cacce al tesoro" e accademie più o meno artistiche.
Coadiuvata dalla sorella Ginia, che suonava la
fisarmonica, coglieva tutte le occasioni, o le creava, per rendere gradito
alle ragazze il soggiorno in oratorio, affollatissimo in quei tempi, sempre in
deferente e perfetta armonia con le Madri Canossiane, alle quali offriva il dono
della sua ricca giovinezza. Ricordo che organizzava perfino un campeggio
(allora!) a Viggiona, sopra Cannero, dove la famiglia Beretta possedeva una
casa di campagna, divenuta per l'occasione la base numero uno delle giovani
magentine. Ben presto Gianna fu eletta presidente della Gioventù Femminile e
rivelò allora una non comune saggezza e una precoce maturità: sapeva capire,
consigliare, incoraggiare... e ammonire anche, senza mai perdere la calma e la
fiducia. Era il tempo della fioritura spirituale giovanile attraverso la
pratica degli esercizi spirituali, e Gianna conduceva già le più volenterose
delle sue "Gieffine" a Ghiffa, dove la cordiale ospitalità delle
monache Benedettine e la bellezza dei posti contribuivano efficacemente a
ritemprare gli spiriti...».
Lascio per un momento la trascrizione di questo «ritratto»
stilato da Madre Adele Cattari, per ricordare un episodio che mi è stato
raccontato dal fratello Ferdinando.
«Una certa volta (la data esatta mi è sfuggita
dalla memoria), Gianna aveva organizzato per le sue ragazze una "otto
giorni di ritiro" a Ghiffa presso le Benedettine. Poiché infuriava
ancora la guerra e, di conseguenza, era molto difficile reperire il cibo, Gianna
e le aspiranti erano partite per Ghiffa con dei piccoli sacchetti di riso da
offrire alle monache perché non avessero difficoltà per il loro sostentamento.
Dopo alcuni giorni, alcune ragazze cominciarono a dimostrare notevole fatica nel
seguire quel corso di esercizi, giudicato "troppo lungo". Gianna non
si perse d'animo: prese il suo gruppo di aspiranti e si trasferì nella sua
casa di Viggiona, poco lontano da Ghiffa. Rimasero lassù sino al termine dei
famosi otto giorni, discutendo animatamente tra di loro, verificando insieme
il loro impegno cristiano, dando in certo qual modo vita, e assai in anticipo
sull'uso di una metodica attualmente piuttosto diffusa, a vere e proprie
"giornate di studio". Qualcuno ricorda che, per questo
"extra-imprevisto" degli esercizi spirituali, Gianna "non
chiese alcuna sia pur piccola partecipazione economica". Chiese alle
ragazze, invece, e con estrema serietà, di impegnarsi con coraggio a essere
buone cristiane».
Riprendo il tenero ritratto di Madre Adele Cattarí:
«Intanto tra le alunne della nostra scuola media e dell'avviamento, Gianna
andava reclutando giovani partícolarmente sensibili alle sofferenze altrui,
per orientarle, attraverso la San Vincenzo, alle opere assistenziali.
Soprattutto, le conduceva con sé o le affidava all'una o all'altra delle sue
sorelle nelle visite a vecchiette sole, per confortarle e servirle».
La storia di Gianna nell'Azione Cattolica di Magenta
è racchiusa in queste date: delegata delle Beniamine dal 1944 al 1945; delegata
delle Aspiranti dal 1945 al 1946; presidente della Gioventù Femminile dal 1946
al 1949. Nel 1952 ebbe l'incarico di delegata delle Giovanissime e negli anni
tra il 1952 e il 1955 fu di nuovo presidente della Gioventù Femminile. In
questo periodo, come ha annotato mons. Rimoldi nelle sue ricerche, istituì,
all'interno dell'Azione Cattolica, il «cenacolo delle Aspiranti»: ragazze
che s'impegnavano a essere le vere apostole della sezione Magentina. Per esse
organizzò adunanze settimanali su temi come «la Preghiera»; «la Grazia» e
«l'Eucaristia».
Sono questi infatti gli argomenti di base attorno ai
quali impostò e sviluppò tutto il suo apostolato tra le giovani, che cercava
di coinvolgere impartendo loro vere e proprie lezioni di dottrina cristiana, in
esposizioni semplici, comprensibili a tutte.
«Siamo apostole» sottolineava «e se desideriamo
che il nostro apostolato non sia vano bensì efficace, c'è un unico mezzo
infallibile: pregare. Ma dobbiamo pregare con fede, con speranza, con carità.
Con umiltà, con devozione e con riverenza». E insisteva spiegando che «persino
il lavoro può essere preghiera. Perché? In che modo? Offrendo al Signore
tutte le azioni che stiamo per compiere, affinché esse servano alla sua gloria.
Qualunque ossa si dica o si faccia, dev'essere compiuta infatti nel nome di
nostro Signore Gesù Cristo, rendendo per lui grazie a Dio Padre».
Per concretizzare questa proposta, in un appunto
scritto per una conferenza alle sue «Gieffine» di Magenta, indica questo vero
e proprio programma di vita spirituale, che mons. Rimoldi giudica «di evidente
sapore autobiografico»:
- «Preghiere mattina e sera, eseguite bene, non a
letto, ma in ginocchio e in raccoglimento.
- Santa Messa, pratica insostituibile.
Impareggiabile. - Santa Comunione, possibilmente. Massima libertà: deve
riceverla chi si sente, chi comprende cosa vuol dire. - Meditazione, almeno
dieci minuti.
- Visita al SS. Sacramento.
- Santo rosario: senza l'aiuto della Madonna, in
Paradiso non si va».
IX
UNA
CASA APERTA A TUTTI
Gianna dunque aveva compreso il valore spirituale
grandissimo, insostituibile, della preghiera e si sforzava in tutti i modi,
nel suo apostolato, di instillare tra le iscritte all'Azione Cattolica, «il
bisogno», «la necessità» di questa pratica essenziale.
Virginia ricorda: «Cercava sempre di inculcare
sublimi ideali, convinzioni pratiche nelle sue adunanze, sia pur brevi e
semplici, ma tanto profonde. E tutte le ragazze l'ascoltavano con piacere,
attirate dal sorriso e dalla serenità che sempre traspariva dal suo volto.
Frequentemente organizzava ritiri, corsi di Esercizi, passeggiate, recite, operette,
sempre animata dal duplice scopo di educare la gioventù all'amore di Dio e
del prossimo, distogliendole dall'egocentrismo e dalle attrattive mondane, e
soccorrere le membra sofferentí del corpo Mistico di Cristo».
Conferma questa sua immagine il fratello Enrico dicendo
che «... dedicava tutto il tempo libero dagli studi e dalle occupazioni di
casa, all'Azione Cattolica, piena di zelo per la conquista delle anime».
Ma è interessante leggere anche questa dichiarazione
della Canossiana Madre Marianna Meregalli: «Gianna era molto attiva e
generosa nel campo dell'apostolato, per il quale sacrificava senza rammarico
anche le ore destinate a un lecito sollievo o al riposo. Periodicamente per
onorare Gesù o la Madonna o per ottenere grazie particolari per l'Associazione
o per il bene delle persone che le stavano a cuore, faceva prolungate
mortificazioni di gola: si asteneva dal prendere dolci, gelati o frutta. E suo
costante esempio d'intensa vita di preghiera, accompagnato a una evidente virtuosa
tolleranza nei confronti di circostanze indisponenti, la rendevano stimabile
presso le ragazze della Gioventù Femminile e dell'oratorio. Penso che diverse
siano state indotte a mutare vita dalle sue parole e più di tutto dalla sua
silenziosa testimonianza cristiana, resa con assoluta semplicità di gesti».
Anche Lucia Re Schiantarelli, che fu tra le sue «Aspiranti»,
ricorda che «... si preoccupava sempre di metterci in condizioni di scoprire il
Signore in tutti i modi. Nonostante fossimo in tempo di guerra (1943/44),
organizzava i corsi degli Esercizi superando le molte difficoltà di allora
(trasporti difficili, pericoli di bombardamenti, approvvigionamenti
alimentari, quasi impossibili), perché era convinta che gli Esercizi
spirituali fossero un aiuto indispensabile per la nostra crescita...
Essendone, Gianna per prima, profondamente certa, talvolta andava
personalmente in casa delle sue ragazze per convincere le mamme a lasciarle
partecipare. Da parte sua, le assicurava di assumersene completamente la
responsabilità. E se qualche ragazza aveva difficoltà economiche, con
estrema discrezione Gianna ne sosteneva in proprio anche le spese di vitto e di
alloggio».
Dalla raccolta dei suoi scritti presentata alla
Congregazione per la Causa dei Santi, è possibile estrapolare qualche frase
indicativa di una linea costante di ascesi verso la santità. Ascesi che Gianna
sperimentava per prima in se stessa ma che voleva far «provare», «gustare»
anche alle ragazze per le quali si era impegnata con tanta dedizione: «La
condizione più essenziale di ogni attività feconda, è l'immobilità orante.
L'apostolato si fa prima di tutto in ginocchio. Non ci dovrebbe essere mai
nessuna giornata nella vita di un apostolo che non comprenda un tempo determinato
per un po' di raccoglimento ai piedi di Dio. Prima di fare, eleviamo l'anima a
Dio. Più si sente il desiderio di dare molto, più sovente bisogna ricorrere
alla sorgente che è Dio...».
E ancora: «Nostro compito è rendere la verità
visibile nella nostra persona, rendere la verità amabile, offrendo di noi
stessi un esempio attraente e, se possibile, eroico. L'uomo che ha sempre
bisogno di toccare, di sentire, non si lascia facilmente conquistare da una
parola. Il dire soltanto non trascina, ma "il far vedere" sì».
Oppure: «Lavorare, sacrificarsi, solo per la gloria
di Dio. Seminare, gettare il nostro piccolo seme, senza mai stancarci. E se,
dopo aver lavorato nel miglior modo possibile, ne deriva un insuccesso,
accettiamolo generosamente: un insuccesso, accettato bene da un apostolo che
aveva spiegato tutti i mezzi per riuscire, è più benefico per la salvezza
di un trionfo. Lavoriamo sempre con generosità, con umiltà. Non pretendiamo di
vedere subito i frutti del nostro lavoro. Quello che conta è lavorare, non
dormire. Salvare il mondo non è mai stato facile, né per il Figlio di Dio, né
per gli apostoli. Vi ho detto che "Azione Cattolica" è sacrificio».
Di quegli anni, ho raccolto una documentazione molto
affettuosa in un'intervista fatta a Carla Maria Leoni, un'amica che le
succedette come Presidente dell'Azione Cattolica.
«Ho conosciuto Gianna» ricorda «poco dopo la sua
venuta a Magenta. Erano gli anni della guerra, anni di fatica per tutti.
Gianna aveva da poco perduto entrambi i genitori e per questo lutto doveva
soffrire moltissimo, ma non lo dava a vedere: una delle caratteristiche del suo
carattere era infatti - me ne sono resa conto frequentandola - la
riservatezza. Quali che fossero i suoi problemi, le sue difficoltà, i suoi
dispiaceri anche, con noi ragazze era sempre serena e disponibile. Ero più
giovane di Gianna di alcuni anni, e l'ammiravo molto. Abitavo quasi di fronte
alla sua casa, in via Roma. Frequentavo anch'io l'oratorio e, poco alla volta,
malgrado la differenza d'età, siamo diventate amiche.
«Gianna faceva parte di un ceto sociale superiore al
mio: era universitaria, presto si sarebbe laureata in medicina. I suoi fratelli,
persone che a Magenta tutti stimavano moltissimo, erano tutti laureati.
Nonostante questo, la sua vita, il suo modo di fare, erano di un'estrema
semplicità. Ricordo che noi ragazze eravamo colpite anche dalla modestia
del suo abbigliamento: i suoi abiti erano confezionati dalla Gioconda, una
sartina vicina di casa. L'essere così discreta, anche nell'atteggiamento
esteriore, faceva parte dello "stile" di tutta la sua famiglia».
Cosa vi ha legato?
«Soprattutto l'Azione Cattolica e la San Vincenzo.
Ho cominciato con lei ad avvicinarmi ai bisognosi. Le devo molto della mia
formazione».
Carla Maria Leoni, sposata con un medico e madre di
due figli, abita oggi a Ponte Nuovo. La sua è una famiglia «aperta»: quando
sono andata a trovarla ho incontrato da lei una ragazzina di pelle nera,
ugandese, da tempo ospite nella sua casa.
«Guardi» - riprende a dire - «se ho imparato il
concetto di accoglienza, lo devo proprio alle esperienze di carità che a
quel tempo ho vissuto con Gianna. Ricordo che insieme andavamo a trovare alcune
vecchiette, sole e molto povere. Portavamo, come si usava a quei tempi, i
buoni del pane e del latte. Ma non consisteva solo in questo il nostro piccolo
aiuto. Non so quante volte, con Gianna, ci siamo fermate nelle loro povere
stanze per riassettarle. Gianna s'intratteneva a parlare con queste donne sfortunate.
S'interessava dei loro guai e cercava di porvi rimedio come meglio poteva.
Ripensandoci, mi sembra avesse già intuito che la carità non è fatta "di
solo pane". Gianna infatti aveva una grande sensibilità e intuiva, quasi
per istinto, quelli che oggi si chiamano i "segni dei tempi". Per
esempio: è riuscita a capire, e tra i primi, che era ora di valorizzare, e
proprio nell'Azione Cattolica, anche ragazze meno dotate, culturalmente e
socialmente, di lei. C'erano tra di noi tante operaie iscritte ai sindacati,
alle Acli. "Bisogna lasciare spazio a loro. Coinvolgerle. Dare loro
responsabilità precise" diceva. E questo era, sicuramente, ìndice della
sua apertura alla mentalità nuova che stava avanzando».
Ricorda gli Esercizi spirituali che organizzava?
«Con lei ho seguito un Corso a Esino Lario,
predicato da mons. Andrea Ghetti, a quel tempo assistente della Fuci. Ricordo
anche il bel viaggio fatto a Roma con Gianna e alcune Gieffine di Magenta in
occasione del venticinquesimo dalla fondazione della Gioventù Femminile di
Azione Cattolica. L'incontro di Roma era molto importante: avrebbe dovuto
arricchire la nostra spiritualità, come effettivamente è avvenuto. Durate il
viaggio comunque, sul treno speciale della G.F. di Milano, abbiamo trascorso ore
bellissime, chiacchierando e cantando».
Ma com'era Gianna con le ragazze?
«Splendida. Tutte le si affezionavano: sapeva stare benissimo
con loro. La sua casa era sempre aperta per tutte. Il suo giardino anche.
Ricordo che d'estate ci offriva spesso un gelato preparato da lei con una
vecchia macchinetta e con le ciliegie del suo frutteto: una vera golosità, a
quei tempi. Per noi infine era una specie di sorella maggiore con cui si parlava
di tutto: della famiglia, della vocazione, della scelta dello stato. Era
autorevole, preparata ma... non saliva mai in cattedra. Era "più" di
noi... ma era come noi...» dice con convinzione.
X
"MEDICINA"
COME VOCAZIONE
Magenta ha rappresentato per Gianna, come abbiamo
visto, il momento dell'impegno tra i giovani dell'A.C. e della San Vincenzo: il
banco di prova sul quale ha sperimentato, in concreto, gl'ideali, che aveva
fatto suoi, ai quali era stata educata in famiglia. Attorno ai quali aveva cominciato
a impostare la sua vita sin dagli anni del liceo. La guerra continuava con la
sua ferocia. Lutti e tragedie si facevano sentire anche nella città lombarda
in cui Gianna viveva la sua giovinezza: un tentativo quasi di lenire
sofferenze, sublimandole nella fede, di aiutare chi incontrava a recuperare la
speranza. E ce n'era tanto bisogno: moltissimi giovani erano al fronte e la
paura invadeva i cuori di intere comunità.
Gianna, in quell'atmosfera carica di dolore
continuava, con grande determinazione e con estrema semplicità, nel suo sforzo
di santificazione. Pregava molto. Ogni giorno, con il suo messalino, partecipava
all'Eucarestia nella piccola chiesa romanica di Santa Maria Assunta, poco
lontano da casa. Spesso si tratteneva a meditare in silenzio, la testa stretta
tra le mani, per lunghi momenti.
Forse chiedeva il coraggio d'essere coerente. Forse
la capacità di coinvolgere quante più ragazze poteva, in un approfondimento di
fede, in un impegno operativo nei confronti dei molti che avevano bisogno di
essere sostenuti in momenti così terribili.
Con le ragazze dell'A.C. e con le persone che
avvicinava si sforzava di vincere la naturale riservatezza che era un dato
caratteristico della sua personalità. Madre Luigia Pagani la ricorda infatti
affettuosamente come «... silenziosa per natura e per virtù. Schiva e
riflessiva, poco loquace» dice di lei «una che preferiva i fatti alle parole».
Nonostante questo suo istintivo modo di essere, Gianna
riusciva a mettere a suo agio chiunque l'avvicinava. Molte donne di Magenta
che furono ragazze con lei, non l'hanno più dimenticata. Alcune confidano
d'aver ricevuto, dal suo esempio, la capacità di capire che «è importante amare
chi ci sta accanto». Che «non si può essere felici da soli».
Essere presenti, aiutare, essere disponibili, con
sincerità... sono tutte bellissime qualità ma, spesso, è difficile viverle
nella maniera giusta: per Gianna, - e tutte le testimonianze sono in questo
concordi - erano ormai parte del suo comportamento abituale.
Verso la fine di quel terribile 1942, l'anno in cui
aveva tanto sofferto, Gianna s'iscrisse a Milano alla facoltà di medicina.
Diventare medico le pareva la strada maestra per mettere in pratica il suo
bisogno di dare. Per prestare il «suo» servizio all'essere umano che fa
fatica. Del resto in casa aveva due fratelli che l'avevano preceduta in questa
scelta. E uno di loro, Enrico, il più allegro e mattacchione della famiglia,
aveva già comunicato la sua decisione di diventare non solo sacerdote ma
medico missionario.
Nonostante le inevitabili difficoltà legate al
periodo di guerra, Gianna si buttò a capofitto nello studio. Frequentare
corsi e lezioni era praticamente impossibile. Milano subiva infatti
bombardamenti terrificanti. La gente scappava per ripararsi in località
giudicate più sicure. Gianna viveva questa tragedia con intensità e profonda
fede in Dio. Non poteva fare gesti eroici? Risolutivi? Avrebbe cercato di fare
al meglio quanto doveva. Studiava per essere pronta a seguire quella che
considerava una vera e propria vocazione e, tutto il tempo che poteva, lo
dedicava all'educazione delle sue ragazze, all'aiuto a chi stava peggio.
Finita la guerra, nel '45 si fece trasferire dalla
facoltà di Milano a quella di Pavia. Prese in affitto una cameretta, in quella
città e, con Virginia, iscritta anche lei a medicina, portò avanti gli studi
preparandosi nel migliore dei modi.
Fare il medico, e lo sapeva molto bene, non è un mestiere
come un altro. In una raccolta di suoi appunti, sono state recuperate alcune
righe che danno chiaramente l'idea che Gianna aveva della professione che
sognava di esercitare. «Tutti, nel mondo, lavoriamo in qualche modo a
servizio degli uomini. I medici lavorano-direttamente sull'uomo. Il nostro
oggetto di scienza e di lavoro è la persona che, dinanzi a noi, ci dice di se
stesso, e ci chiede di aiutarlo, aspettando da noi la pienezza della sua esistenza.
Noi medici abbiamo delle occasioni che il sacerdote non ha. La nostra missione
non è finita quando le medicine non servono più. C'è l'anima da portare a
Dio. C'è Gesù che dice: "Chi visita un ammalato, aiuta me". Missione
sacerdotale! Come il sacerdote può toccare Gesù, così noi medici tocchiamo
Gesù nel corpo dei nostri ammalati poveri, giovani, vecchi e bambini. Che Gesù
si faccia vedere in mezzo a noi. Trovi tanti medici che offrano se stessi per
Lui».
Il 30 novembre del 1949 Gianna si laureò a pieni
voti. Invitò nella sua casa un gruppo di amici e festeggiò con loro questa
tappa fondamentale della sua vita.
Poco più di due anni dopo, il 7 luglio del 1952,
conseguì la specializzazione in pediatria.
Nel frattempo molte cose erano cambiate all'interno
della sua famiglia: nel giugno del '46, Giuseppe era stato consacrato
sacerdote a Bergamo dal Vescovo mons. Bernareggi. Nel '48 divenne sacerdote
anche Enrico. All'altare, il cardinal Schuster gli diede l'ordinazione per
delega di mons. Lonati, Vescovo Cappuccino di Grajau, in Brasile. Enrico, che
aveva preso il nome di Padre Alberto in ricordo di papà Beretta, era stato
infatti «incardinato» in quella lontana Diocesi dove avrebbe potuto
esercitare, come aveva sognato, la sua missione di medico missionario tra i diseredati
del Nord-Est. Nel 1950 Ferdinando s'era sposato con Laura Viola e aveva aperto
un ambulatorio a Magenta, e nel '51 anche Virginia si era laureata in
medicina. Finalmente anche «Ginia» avrebbe potuto seguire la strada su cui
Dio la chiamava: era entrata infatti tra le suore della Congregazione di
Maddalena di Canossa. Molto presto sarebbe partita per l'India. Medico
missionario, anche lei.
Gianna rimase con Zita e con Francesco che, dopo la
guerra, aveva intrapreso la libera professione come ingegnere civile. Iniziò
subito la sua attività, aprendo con il fratello Ferdinando un ambulatorio a
Mesero, un piccolo paese nei dintorni di Magenta. Ogni mattina, con qualsiasi
tempo, acqua, sole, pioggia o nebbia (una nebbia fitta che per mesi ricopre
quella parte di Lombardia accanto al Ticino), partiva con una «Cinquecento»
dalla casa di Magenta e si dedicava ai suoi «cari» ammalati.
Dal Brasile Enrico le inviava lettere piene di
informazioni sconvolgenti: Grajau era un «posto» situato poco lontano
dall'Equatore. La gente, campesinos e indios, viveva con estrema fatica giornate
fatte solo di lavoro e di miseria. Non esisteva alcun presidio sanitario.
C'era bisogno di tutto e... di tutti. Faceva un caldo terribile. La zona abitata
più facilmente accessibile alla missione era distante centinaia di
chilometri. Lo Stato brasiliano, per giunta, non riconosceva la laurea italiana
in medicina, per cui, Enrico aveva dovuto rimettersi a studiare e rifare
praticamente tutti gli esami già brillantemente sostenuti in Italia.
Gianna leggeva avidamente queste notizie che le giungevano
da tanto lontano, e rispondeva ponendo, a sua volta, un'infinità di domande. La
colpiva, soprattutto, la grande tranquillità di suo fratello. Il suo coraggio
nell'affrontare situazioni tanto complicate...
Un giorno, una di queste lettere, era un invito
preciso al fratello Francesco: avrebbe potuto, lui ingegnere, recarsi in quel
povero paese per studiare la possibilità di crearvi un piccolo ospedale? I
superiori cappuccini di Enrico avrebbero favorito l'iniziativa. E Franqesco
accettò. Chiuse a tempo indeterminato il suo studio professionale e parti anch'egli
per il Brasile. Vi rimase più di due anni.
Gianna non interruppe mai il contatto epistolare con
i fratelli. Continuava la sua vita di medico; continuava nel suo impegno tra le
ragazze di A.C., ma, al tempo stesso, le pareva d'essere così vicina a Enrico e
a Francesco che, quasi... ne condivideva la vita e le esperienze.
S'interessava della costruzione dell'ospedale e delle
condizioni di salute di quella povera popolazione. Si faceva raccontare dei
bambini che morivano di stento, della difficoltà di offrire loro
un'assistenza sanitaria sufficiente.
Dall'India le giungevano anche lettere di Virginia che
operava in un piccolo lebbrosario al limitare di una foresta. Tutto un mondo
sino allora sconosciuto invadeva la sua vita. Anche lei, Gianna, era un medico.
E se...
XI
ALLA
RICERCA DELLA SUA STRADA
S'è detto e scritto molto su una giovanile «vocazione
missionaria» di Gianna. È certo che le sarebbe piaciuto andare in Brasile. Di
sicuro non come religiosa ma come laica, per aiutare i campesinos tra i quali
lavorava con amore il fratello Enrico: unico medico. Mons. Antonio Rimoldi,
nella sua documentatissima biografia, annota infatti che, questa tensione, «...
era lo sviluppo di un germe di vocazione missionaria, di cui già si era avuto
sentore durante gli esercizi spirituali della primavera del 1938. Una vocazione
favorita dall'ambiente familiare e dalla stima con cui, nella cristianità
fervente, soprattutto nell'Azione Cattolica, le Missioni erano considerate».
Le lettere da Grajau non potevano che sollecitare questo
suo desiderio. «Desiderio», ho scritto. Non «decisione». Le difficoltà che
incontrava Francesco nella costruzione dell'Ospedale erano notevoli. E si
trattava anche di difficoltà economiche. Da Magenta Gianna cercava di aiutare,
pregando e raccogliendo fondi. Esercitava la sua professione di medico con
scrupolo tra la gente della zona, ma continuava a immaginarsi in quella terra
lontana in cui, ne era sicura, c'era ancor più da fare che non da noi. Di tanto
in tanto ne parlava con qualcuno. Avrebbe voluto, quanto meno, essere utile alle
povere mamme campesine e ai loro bambini. Come donna si sentiva "più
adatta", in questo servizio, del fratello Enrico.
Sembra infatti (ma non ne esiste testimonianza
diretta) che sia andata a Milano, alla Facoltà di medicina, per informarsi a
proposito di un'eventuale iscrizione a un nuovo Corso di Specializzazione:
Ostetricia e ginecologia. Ma poi non ne fece nulla. Avendo, comunque, saputo che
un Cappuccino di Milano, Padre Cecilio, sarebbe partito per un viaggio in
Brasile, scrisse immediatamente al fratello, comunicandogli la sua speranza di
poterlo accompagnare. Le sarebbe piaciuto moltissimo rendersi conto direttamente
di come fosse la vita a Grajau. «... tu cosa ne dici? Non ho ancora trovato la
sostituta per Mesero, ma spero sempre che il Signore me la faccia saltar
fuori. Sto studiando un po' di portoghese, poi, se Dio vorrà, sarei
felicissima di venire. Tu prega che tutto vada bene...». Al di là di qualsiasi
interpretazione, è indubbio che il Brasile le si era inciso nel cuore.
In un'altra lettera a Grajau, scrive inoltre: «...
qui sembra tutto bene, e sono in attesa che mi diciate quando è ora che venga
giù...». Ne parlò anche con Giuseppe, il quale chiese al suo Vescovo, mons.
Bernareggi, qualche lume. Lo informò della situazione di Grajau. Gli disse del
caldo tropicale. Gli disse anche di come Gianna fosse poco resistente alle
alte temperature estive. «Quando veniva il caldo» mi ha detto infatti in un
colloquio che abbiamo avuto a Bergamo «Gianna sembrava liquefarsi. In questo
somigliava molto a nostra madre: anche per lei l'estate era un problema.
Bisognava prenderla e portarla in montagna dove, subito, stava bene di nuovo».
La risposta del Presule era stata piena di prudenza:
Gianna era una donna fondamentalmente buona. Ben preparata scientificamente.
Sana e sportiva. Ma queste forse non erano le uniche doti necessarie per
intraprendere una strada tanto difficile. «Il Signore» aveva concluso «quando
chiama un operaio nella sua vigna, lo prepara in tutto e per tutto. Non so se
sia questa l'autentica vocazione di sua sorella. Vi si frappongono troppi
impedimenti... ».
Giuseppe ricorda d'aver debitamente riferito quanto
mons. Bernareggi gli aveva risposto. Per Gianna fu, e proposto in modo
autorevole, l'invito a una riflessione più approfondita.
Nel '52 comunque, in una lettera Enrico, scrisse ancora:
«... Io attendo sempre di sapere di preciso quando debbo venire. Cecco dice che
potrei tornare con lui. Nando e Zita dicono che potrei aiutarti di più
rimanendo qui a lavorare. Il Vescovo dovrebbe mandarmi la sua richiesta, altrimenti
come faccio a fare tutte le carte? Scrivimi presto».
La risposta di Enrico non si fece attendere.
Sostanzialmente conteneva il consiglio di valutare bene quanto Gianna
pensava di fare. Di rimandare qualunque decisione a quando fosse stato possibile
parlarne direttamente con lui. Non solo per lettera. Le prospettava comunque,
con estremo realismo, il quadro della situazione in cui era inserito, e
continuava dicendo. «Se questa mia lettera ti giungesse tardi, cioè quando tu
avessi già detto sì a qualcuno o a qualcosa, fai il favore di dirgli che
ancora non hai deciso niente» (nel testo originale quest'ultima frase è
sottolineata), «almeno aspetti ancora un po' di tempo, perché voglio anch'io
finalmente parlarti chiaramente su questo argomento che preme più a me che a
te».
Qualche riga più avanti, Enrico proseguiva: «...
fino all'ultimo tuo scritto mi hai sempre confermato il tuo desiderio di
venire non appena il vescovo ti avesse inviato, confermandomi così la tua
volontà di passare la vita aiutando i poveri. Io ti avevo scritto una volta che
se il Signore ti avesse chiamato alla famiglia... ti sarebbe stata offerta l'opportunità
di dare alla Chiesa qualche sacerdote di cui il Brasile ha estremo bisogno. Ma,
escluso che non sia la tua strada il formare una famiglia, perché rinunciare a
venire qui, dove potresti fare, con il lavoro di medico e l'impegno nell'A.C.,
le veci quasi di un sacerdote?».
In sostanza il fratello consigliava anch'egli a
Gianna di pensare bene se la Missione fosse veramente, per lei, una chiamata di
Dio. E non mancava di indicarle un'altra vocazione altrettanto importante: il
matrimonio.
Nel frattempo la giovane dottoressa continuava a
preoccuparsi per l'assistenza delle donne a Grajau. Se lei non avesse potuto
andarvi... che almeno si trovasse un altro medico in grado di dare una mano al
fratello nel settore specifico dell'ostetricia e della ginecologia. Sono state
trovate infatti, tra i documenti di Gianna, le brutte copie di due lettere
spedite, rispettivamente, al dottor Marcello Candia e al professor Canova: due
figure (Candia specialmente) molto conosciute per il loro impegno a favore dei
diseredati, nel nord del Brasile.
A Candia, Gianna scrisse: «Mi permetto disturbarla
per chiederle un favore a nome di mio fratello, Padre Alberto, cappuccino nel
Maranhho. Come già saprà, egli sta ora ultimando gli esami per la
rivalutazione della laurea in medicina e poi ritornerebbe subito nell'interno,
a Grajau dove i Padri Cappuccini hanno, iniziato la costruzione di un
ospedale. Il lavoro che lo attende è enorme e non potendo egli, come sacerdote,
dedicarsi al ramo di ostetricia, chiede in aiuto un altro medico. Io, che pure
sono medico, specializzata in pediatria, andrei tanto volentieri ad aiutarlo,
ma tutti mi sconsigliano perché, come donna, non potrei sopportare quel clima.
Padre Alberto mi scrive di rivolgermi prima a lei per vedere se conosce già
qualche medico che avesse spirito missionario e potesse, per almeno qualche
anno, andare in Brasile ad aiutarlo. In Grajau c'è uno studente di medicina, ma
è al secondo anno. Padre Alberto spera, laureato, di prenderlo in ospedale
come aiuto, ma nel frattempo ce ne vorrebbe un altro.
Le sarei molto grata se potesse, non appena venisse a
conoscenza di qualcuno, informarmi».
Ricevuta risposta negativa da Candia, Gianna scrisse,
su consiglio di Candia stesso, al professor Canova: «Sono sorella di un Padre
Missionario Cappuccino, Padre Alberto, medico chirurgo nel Maranhao, in
Brasile. Sono stata consigliata dal dottor Candia di rivolgermi a lei per chiedere
un consiglio. Padre Alberto in Grajau ha iniziato, con l'aiuto dello Stato, la
costruzione di un ospedale. Ora però si trova a Rio del Sud per convalidare
la sua laurea e ha dovuto sostenere gli esami del 4°, 5°, 6° anno. Con questo
mese terminerà tutto e poi tornerà nell'interno. Il lavoro che lo attende è
enorme, dovendo fare di tutto, medicina e chirurgia. Come sacerdote poi la
Santa sede non gli permetterà più di dedicarsi all'ostetricia. Avrebbe proprio
bisogno di un altro medico che lo aiutasse, almeno per qualche anno. Attualmente
c'è un indigeno di Grajau che è tuttora studente del II anno e potrebbe al
termine degli esami assumere lui quel reparto. Io pure sono medico pediatra, e
sarebbe mio desiderio aiutare Padre Alberto, ma dato il clima tropicale non so
se potrò resistervi. Se conoscesse lei qualche medico disposto ad andarvi, le
sarei molto grata se potesse indicarmelo.
Perdoni il disturbo che le do, e grazie,
anticipatamente, a nome di Padre Alberto...».
Era l'anno 1952. Gianna continuava il suo lavoro tra
i «mutuati» di Mesero e cercava di leggere in sé i segni della sua vera
vocazione. Per questo pregava Dio di aiutarla, di illuminarla nei confronti
del Suo volere. Alcuni mesi più tardi, verso la fine del '52, inviò un'altra
lettera al fratello: «Solo ora ti scrivo perché ho voluto pensarci bene e
pregare. Tutto sommato, è meglio che aspetti ancora qualche anno. Tu mi dicevi
di non prendere nessun impegno con la Prelazia e di venire a fare un viaggio
di ispezione. Se è per il clima, come vi siete adattati voi mi adatterò
anch'io, mentre penso che venendo giù quando ti sarai sistemato sarebbe cosa
più giusta e più sicura.
Poi c'è la questione di Mesero che non so proprio
come risolvere. È vero che non dovrei preoccuparmi per queste cose materiali.
Ma la situazione a Mesero è questa: fino a tre anni fa c'era solo il dottor C.
che comandava e trattava la gente un po' troppo male. Ora si può dire che metà
della popolazione viene da me e grazie a Dio mi stima, è molto contenta e,
venendo da me, s'è guardata bene dal tornare anche solo una volta da lui. Tutti
gli anni aumentano gli abbonati alla mutua del paese in mio favore; quest'anno
sono più di 200. Nando non potrebbe sostituirmi per un po' di mesi, perché il
lavoro è troppo, ora poi che ha vinto la condotta di Magenta... Tu cosa dici di
fare? Io pensavo di rimanere qui anche per questo. Nando ora ha comperato
l'apparecchio dei raggi, e il debito ai C. salirà a quasi quattro milioni.
Con i miei guadagni potrei essergli un po' utile perché tra mutue e visite
private passo quasi sempre le 130 mila lire al mese. Quando invece le cose si
saranno meglio sistemate, potrò venire via più tranquilla. A Magenta non si
lavora molto perché ci sono troppi medici e in proporzione lavoro più io di
Nando. Nel frattempo posso impratichirmi di più in ostetricia, anzi mi faresti
un piacere se tu potessi scrivere due parole alla dottoressa C. (quella
specializzata in ostetricia che lavora per 1'Ummi, se non sbaglio così si
chiama...). Così con una lettera tua di presentazione mi aiuterebbe di più e
mi spiegherebbe molto meglio. Io penso che il Signore farà andare bene le
cose, mi farà trovare qualcuno che mi possa sostituire, prima per un po' di
mesi, poi se, invece, arrivata lì, tutto va bene, anche per sempre.
Anche don Giuse e con lui anche mons. Bernareggi, a
cui ho chiesto un parere, mi dicono che è meglio aspettare che il tuo ospedale
sia terminato, e venire senza impegno.
Ringrazia il tuo Vescovo dell'invito. Sono convinta
che tutto si sistemerà per il meglio.
Ti raccomando, quando ti occorre qualcosa, mandamelo
a dire, senza complimenti, e io son ben contenta di aiutarti per ora, da
lontano.
Cerca di non stancarti troppo. Prega per me e per le
mie Giovanissime di A.C.».
Qualche giorno dopo, quasi a voler mettere un altro
«punto fermo» in quella che qualcuno ha definito «la ricerca della sua
strada», Gianna scrisse di nuovo al fratello: «Sono stata proprio contenta
di aver ricevuto la tua lettera che mi ha sollevato il morale, anche se mi
dici che c'è tanto lavoro da fare laggiù e c'è tanta miseria. Io sono
felicissima di venire, e penso sia proprio la mia
vocazione. Ho pregato a tale scopo anche. A fine mese andrò a fare gli esercizi
perché il Signore mi dica sì o no. A me non importano i soldi, mi basta sapere
di trovare un appoggio presso il Convento delle Cappuccine; con le suore ci sono
sempre stata e penso di trovarmi bene anche con quelle brasiliane... ».
Mentre continuava questo scambio di corrispondenza tra Magenta e il Brasile, Gianna si occupava con passione, un giorno dopo l'altro, della cura dei «suoi» ammalati, non trascurando mai di partecipare alla vita dell'A.C. e della San Vincenzo: i due pilastri su cui aveva cementato il suo essere cristiana. Il «sogno» di una partenza per la terra di missione affiorava di tanto in tanto in lei ma, forse, era un sogno irrealizzabile. Importante per lei era, comunque, «essere al servizio».
«Fare bene» come ha detto Virginia «le cose
quotidiane. Anche le più insignificanti. Anche quelle che non sempre danno
soddisfazione. Farle bene e, soprattutto, volentieri, abbandonandosi alla
Provvidenza di Dio».
XII
MEDICO
A TEMPO PIENO
Se anche la ricerca di una precisa collocazione nella
vita, la ricerca di una «identità», come diremmo oggi, sembrava di tanto
in tanto velare di malinconia il suo carattere, Gianna era sostanzialmente una
persona felice.
Alle spalle aveva una giovinezza ricca di affetti.
Anni sereni in una bellissima famiglia in cui aveva potuto crescere in
un'atmosfera religiosa non oppressiva che aveva inciso sulla sua personalità
dandole, in cambio, certezze incrollabili e notevole forza interiore. Aveva
frequentato buone scuole e avuto buoni maestri. Aveva avuto il privilegio di
aver potuto scegliere, senza alcuna opposizione, una facoltà, medicina, che
all'epoca non era tanto frequentata da ragazze. Era stata sempre amata e
capita. Ma aveva imparato anche una lezione preziosissima: di quest'amore,
di questi suoi doni, avrebbe dovuto espandersi il frutto anche su chi era
stato meno fortunato di lei. Quanto aveva ricevuto, avrebbe pertanto dovuto
essere reso in termini di generosità e di spartizione. E di questo Gianna era
ben consapevole. E ce l'aveva messa tutta nello sforzo di corrispondere
degnamente a quanto, a suo parere, era il suo compito.
Una lettera scritta, al termine del corso di
medicina, da Pavia a Madre Marianna Meregalli, a Magenta, è molto indicativa.
«Sono ostinata, è vero, e difatti faccio sempre ciò
che voglio, mentre invece dovrei piegare il "crapone". Grazie,
Madre. Mi sforzerò. Per quello che riguarda la carità nel giudicare il mio
prossimo, è da un po' di tempo che cerco di vincermi, ma certe volte mi è
difficile. E gli altri miei difetti, perché non me li ha detti? Ne ho ancora, e
tanti, purtroppo!». Difetti, certo. Ma anche grandi passioni. La natura, per
esempio, la montagna, che aveva conosciuto sin da bambina durante le lunghe
vacanze di Viggiona. Le piaceva immensamente camminare per boschi e rocce sino
alle vette da cui poteva spaziare lo sguardo su panorami incantati. Ammirava il
rincorrersi delle cime, la luce abbagliante dei ghiacciai. Apprezzava anche la
fatica della salita. Con la montagna aveva una confidenza particolare. La
viveva con entusiasmo. Abile sciatrice, faceva, appena possibile, lunghe
traversate su neve fresca, e si gettava con sicurezza in ripide discese, il
volto arrossato dal sole, sferzato dall'aria pura e gelida. «... qui il sole è
tanto forte» aveva scritto una volta dal Sestrière «che ci fa prendere di
quelle cotte! Abbiamo il viso trasformato: un po' rosso, un po' nero, un po' di
tutti i colori. Le pomate non servono a niente; purtuttavia, l'attrazione dello
sci è tale che anche se la faccia scotta non ci si bada e si va ugualmente
sui campi».
E un'altra volta, sempre dal Sestríère: «È
meraviglioso. Quando si è in alto, con un cielo sereno, la neve bianchissima,
come si gode e si loda Iddio... Mi sento così felice, quando sono a contatto
con la natura così bella, che passerei delle ore in sua contemplazione».
Lo stesso entusiasmo, a testimonianza concorde di
quanti l'hanno conosciuta, Gianna metteva nella sua professione. Appena iscritta
all'Albo Professionale dei Medici di Milano e provincia, aveva aperto, con
Ferdinando, un ambulatorio a Mesero, paese in cui, sin dal luglio del '50, divenne
medico mutualista.
A Mesero prestò la sua attività sino a pochi giorni
dalla morte: neppure il matrimonio con l'ing. Pietro Molla, Direttore generale
della Saffa, neppure la nascita dei suoi bambini, la distrasse mai dal suo
servizio agli ammalati.
Talvolta questa sua dedizione suscitava curiosità e
sconcerto tra gli abitanti di Mesero e di Magenta.
Era difficile, a quei tempi, accettare che una
ragazza della sua condizione sociale, poi moglie d'un dirigente così importante,
continuasse in una professione tanto seria, d'accordo, ma altrettanto
faticosa. Ma Gianna non rinunciò mai a svolgere quella che considerava la sua
missione. Gli ammalati la ricambiavano di altrettanto amore e fiducia. Suoi
prediletti erano i più poveri, gli anziani, le mamme e i bambini. Gianna
sentiva che accanto a loro riusciva a concretizzare quell'ídeale del «medico
cristiano» di cui aveva tratteggiato velocemente l'immagine nelle poche, ma
profonde righe, che ho già riportato.
Nel '52 prestò la sua assistenza pediatrica, durante
l'estate, anche ai bambini della Colonia Parrocchiale di Magenta, ad Ameno,
un piccolo paese del Lago d'Orta. Accompagnò anche, l'anno successivo, come
medico, un trenoammalati per Lourdes e, molto commossa da questa splendida
avventura umana e spirituale, decise, dopo essersi iscritta all'Associazione dei
Medici Cattolici, di iscriversi anche all'Association Medicale Internationale
Notre Dame di Lourdes. Era l'anno 1954. Dopo il matrimonio, come visto,
continuò a lavorare. Al suo ambulatorio di Mesero, alle visite a domicilio
presso ricchi e poveri, aggiunse l'incarico di responsabile dell'asilo nido
del Consultorio Onmi di Ponte Nuovo di Magenta e, gratuitamente, prestò la
sua attività presso la Scuola Materna dello stesso piccolo paese in cui si era
trasferita.
Sono ancora numerosi e vivi i ricordi dei pazienti di
Gianna. In tutti balza in primo piano la sua grande umanità. La sua
attenzione alla persona. Ma anche la sua professionalità. Gianna infatti non
si faceva mai pregare quando veniva chiamata per una visita. Fosse anche una
visita notturna. Non disse mai di no, a nessuno. Per le mamme aveva una
tenerezza tutta particolare. Per loro e per le vecchiette, che considerava
amiche e che la ripagavano, talvolta con un paio di uova, con una gallina, con
un mazzo di fiori. Qualcuno ricorda che, spesso, dopo averle visitate, se le
sapeva in condizioni economiche precarie, lasciava loro qualche soldo e le
medicine necessarie per le cure.
Con le mamme intavolava lunghe discussioni sul modo
migliore di allevare i loro bambini ma anche sul valore, in assoluto, della
vita. Soffriva, nel profondo, quando ne incontrava qualcuna che aveva scelto la
strada dell'aborto. « È un peccato contro Dio» supplicava «La vita è
sacra».
Madre Emma Ricetti, canossiana, che aveva colto perfettamente
questo suo impegno anche formativo, testimonia che «Gianna mantenne il suo
spirito di sacrificio prodigandosi senza misura, con carità, competenza e
zelo onde, attraverso la cura del corpo, giungere alle anime. Solo il Signore
- dice ancora - conosce la sua carità nascosta, delicata, silenziosa: Lui
solo e le anime da lei beneficate. Fu la carità, infatti, una delle sue
caratteristiche».
Il coro potrebbe arricchirsi di mille voci: c'è la
Madre Canossiana che fu curata da Gianna con infinita delicatezza «con una
tale profonda intuizione materna che... essere curati da lei faceva bene al
cuore». C'è la famiglia intera che l'ha avuta come medico a ricordare che «Gianna
non si spazientiva mai, nemmeno quando veniva chiamata per motivi futili,
fuori orario. Di sera quando era appena rientrata da un'altra visita». Chi dà
questo affettuoso giudizio, dice: «Mia mamma che, al tempo in cui viveva la
dottoressa, aveva poco meno di sessant'anni, soffriva, d'inverno, di una leggera
forma asmatica. La dottoressa insisteva perché non si recasse in ambulatorio ma
la chiamasse a domicilio. Si sacrificava lei, ma con delicatezza, senza farlo
pesare alle persone. Ascoltava ognuno con amabilità e tanta pazienza».
Ma c'è anche chi ricorda, precisamente, quanto Gianna
fosse attenta non solo alla salute del corpo ma anche a quella dello spirito: «Ha
assistito mia mamma e mia sorella nella loro lunga malattia» racconta
Giuseppina Bianchi di Magenta «con tanta dedizione, sempre esortandole ad
aver fiducia illimitata in Dio e nella Madonna». E aggiunge: «Gianna per un
mese intero, ottobre, tutte le sere, nonostante il freddo e la nebbia, veniva
a casa mia in bicicletta a prendere un litro di latte per una Madre canossiana
ammalata che ne aveva tanto bisogno». Qualcuno, come Luigia Galli che fu
infermiera nell'ambulatorio di Mesero per molti anni, ha lasciato scritto che «...
visitava i malati e insegnava loro. Ricordo che una volta fu chiamata tre
volte nella stessa notte. Continuò l'assistenza ai malati fino all'ultimo
giorno prima di entrare in clinica per la nascita dell'ultima figlia. Se il
cliente era povero, oltre alla visita gratuita, gli dava i soldi.
S'allontanava dall'ambulatorio soltanto dopo aver concluso l'ultima visita.
Erano, a volte, già le nove e mezzo di sera».
Maria Barni completa l'immagine della dottoressa con
una particolare indicazione: «Gianna, quando qualche suo ammalato non poteva
continuare a fare lo stesso tipo di lavoro, per motivi di salute, gli cercava un
altro impiego più adatto e, molto spesso, vi riusciva: sistemò parecchie
persone».
Ma era anche una professionista conscia delle sue
capacità. Era umile, disponibile, seria, generosa ma sapeva tener testa a
luminari della medicina se credeva d'aver ragione. Non per orgoglio, ma nel
tentativo di essere sempre più utile ai suoi malati.
Il fratello Ferdinando mi ha raccontato di una
disputa fra Gianna, giovane pediatra, e un cattedratico che era stato chiamato a
consulto da una ricca famiglia, accanto al lettino di un bambino molto grave.
L'illustre medico aveva prescritto terapie e interventi che Gianna non
condivideva assolutamente. Gianna riuscì in quell'occasione a convincere la
madre del piccolo del rischio che questi avrebbe corso se, prima, non gli fosse
stata praticata una radiografia: unico mezzo per stabilire l'esattezza di una
diagnosi e per avallare una controversia che si stava giocando sulla pelle del
bambino. Fatto questo esame diagnostico, anche il cattedratico s'accorse che la
giovane pediatra aveva ragione. Superò con alterigia l'imbarazzante situazione
e, nel salutare Gianna, le disse torvo: «Che non le venga mai in mente di voler
fare un concorso nel mio reparto...».
Ma questa minaccia non la scompose
minimamente: la carriera era infatti l'ultima cosa di cui si preoccupasse. Non
aveva alcuna ambizione di questo tipo. Mirava ben più in alto. Voleva che la
sua professione avesse un significato non solo per la cura dei corpi malati ma,
soprattutto, che fosse un gesto di partecipazione umana a tante sofferenze che
si vedeva attorno.
XIII
AIUTARE
SENZA GIUDICARE
Le sofferenze che coinvolgono un essere umano possono
essere sì, fisiche, ma possono essere anche psicologiche, spirituali. E
queste, spesso e volentieri, sono più dífficili da sopportare. Specialmente
se non si ha accanto qualcuno con cui condividerle. Qualcuno a cui appoggiarsi
per ottenere la forza di superarle, il coraggio di fare scelte corrette,
talvolta in contrasto con l'istinto che spingerebbe su vie completamente
diverse.
Questo Gianna lo sapeva molto bene. Come donna e come
medico. Ma non solo lo sapeva, lo «vedeva» continuamente attorno a lei.
Nella scelta della specializzazione in pediatria
aveva posto il suo amore per i bambini ma anche, e non solo in maniera
indiretta, il pensiero che, attraverso loro, avrebbe potuto avere un contatto
continuo con le mamme. Giovani donne come lei, nella maggior parte dei casi,
con problematiche da risolvere che spesso le mettevano in gravi crisi ma di
cui lei, proprio perché anch'essa donna, avrebbe potuto comprendere, meglio
di un medico uomo, l'amarezza, la tragicità, talvolta. Donne a cui,
conosciutele, avrebbe potuto donare un seme di fiducia nella vita. Di speranza.
Di abbandono alla volontà di Dio.
E Gianna, che era stata educata in una visione di
fede profonda, sapeva benissimo che anche questo era un privilegio non
riservato a tutti e, come aveva scritto a Madre Marianna Meregalli, si sforzava
«di non giudicare». Al tempo di quella lettera Gianna era ancora una ragazza
che frequentava la facoltà di medicina. Ora che era medico, e che aveva deciso
di fare della sua professione una missione, questo «sforzo» avrebbe dovuto
viverlo nel concreto.
E deve esserci riuscita se nessuna delle tante
persone che la ricordano, conserva nella memoria suoi gesti di insofferenza.
Sue parole di biasimo.
E questo non sempre dev'esserle stato facile, in
quanto Gianna stava tra la gente partecipando con tutta se stessa alle vicende
di chi curava: nel bene e nel male. Si appassionava alle situazioni umane dei
suoi pazienti. S'interessava a loro ben al di là dei casi clinici che questi
rappresentavano, sempre tesa nello sforzo d'essere coerente con quanto
credeva.
Come succede oggi, anche a quel tempo, molte donne
cercavano di risolvere i loro problemi di maternità ricorrendo all'aborto.
Gianna era profondamente convinta del sacro valore della vita. Convinta al punto
che, al momento in cui s'è trovata lei stessa a dover fare una scelta, non ha
avuto alcun dubbio. Ma non per questo si elevava a giudice di fronte a mamme
che non avevano i suoi stessi princìpi, la sua stessa determinazione.
Ne soffriva profondamente. Cercava di aiutarle. Ma
non le trattava certamente come reprobe di cui non occuparsi. Anzi. Difendeva il
diritto alla nascita di qualsiasi creatura umana fosse stata concepita, ma
sapeva essere materna con la ragazzina di diciassette anni che la chiamava per
farsi visitare, in preda a una forte emorragia da lei denunciata come «misteriosa»
e che nascondeva invece un aborto provocato. Materna ma anche categorica,
nella certezza di essere nel giusto, come cristiana e come essere umano, nell'esortarla
a pensare a quanto male avesse fatto con il suo gesto inconsulto.
Il fratello Ferdinando che visse con Gianna questa
storia, ricorda il suo dolore di fronte a una simile scelta. Ma ricorda anche
quella sorta di catechesi (che la ragazza aveva accettato con attenzione)
fattale da Gianna, con dolcezza, dopo averla debitamente assistita. L'aveva
esortata a rendersi conto del male commesso, dell'offesa recata, non solo al suo
bambino, ma al Signore, e infine l'aveva invitata a riconciliarsi con il
Creatore.
Sapeva sempre infondere speranza in quanti avvicinava:
nella famiglia di un bambino nato con una grave malformazione (un'ernia
cervicale), per il quale si era prodigata, consultando medici specialisti e
convincendo il padre e la madre disperati a sottoporre il piccolo a un intervento
che avrebbe potuto salvarlo, e nella donna di una certa età che, rimasta
incinta con i figli già grandi, provava uno strano pudore, un vero e proprio
disagio, di fronte a loro. Di fronte a quanti la conoscevano. Non c'era niente
per Gianna che tanto amava la natura in tutte le sue espressioni, che valesse la
gioia di una maternità.
Curava i suoi piccoli pazienti con l'amore con cui
avrebbe curato i suoi stessi bambini. Le piaceva vederli nascere nelle loro
case: accogliere nuove vite tra le mura domestiche era quasi un grazie per la
benedizione di Dio che scendeva sulle famiglie. Ospedali o cliniche le
sembravano, per un parto, presìdi indispensabili solo in caso di gravi rischi
per la mamma e per il piccolo.
Un bambino nuovo era sempre un dono inestimabile: per
questo, parlando con il suo Parroco, lo pregava, con passione, di insistere,
nelle sue prediche, sulla difesa della vita nascente.
Gianna dunque viveva con serenità questo lungo periodo
della sua giovinezza. Sembrava non porsi più tante domande sul suo futuro.
Sull'indirizzo da dare alla sua vita. Aveva giornate piene di impegni. Poteva
essere accanto alla gente. Si sentiva utile e benvoluta. Ringraziava Dio di
questo, pregando tutti i giorni, felice di aver scelto una professione che le
permetteva veramente di realizzare i suoi ideali di servizio, di partecipazione,
di apostolato. Il Brasile era lontano. Le lettere di Enrico le parlavano di un
mondo in cui c'era tanto bisogno di tutto e di tutti. Lei si dava da fare per
procurargli aiuti. Le lettere dall'India di Virginia erano uno stimolo ulteriore
perché continuasse, al meglio, nella sua missione, attorno a casa sua. Anche
qui, in queste zone c'era bisogno di tutto e di tutti. Gianna attendeva lo
sviluppo dei disegni divini su di lei, in pieno abbandono alla Provvidenza.
Appena ne aveva il tempo si dedicava alla musica. Suonava
molto bene il pianoforte e aveva imparato a suonare la fisarmonica. Si divertiva
moltissimo a provare su questo strumento, non solo la musica classica ma anche
le canzoni che diventavano popolari.
Dipingeva anche. Aveva appreso a usare i pennelli con
una certa abilità e riproduceva su tele fiori e paesaggi sereni. Insomma,
come dice l'Ecclesiaste... era nel «tempo dell'attesa». Sarebbe giunto anche
«il tempo dell'adempimento». Ne era sicura.
È di quell'epoca una piccola composizione di Gianna,
dedicata al sorriso. Poche righe che il marito Pietro Molla ha definito: «un
vero e proprio inno alla gioia»:
Il sorriso
«Sorridere a Dio da cui ci viene ogni dono
Sorridere al Padre con preghiere sempre più perfette
Sorridere allo Spirito Santo
Sorridere a Gesù accostandosi alla santa Messa, alla
Comunione, alla visita
Sorridere a colui che impersona il Cristo, al Papa
Sorridere a colui che personifica Dio, il confessore,
anche quando ci chiama a tagli netti
Sorridere alla Vergine Santa, esempio al quale
dobbiamo conformare la nostra vita, sicché chi guarda noi possa essere portato
a pensieri santi
Sorridere al nostro Angelo Custode, perché ci fu
dato da Dio per guidarci in Paradiso
Sorridere ai genitori, fratelli e sorelle, perché
dobbiamo essere fiaccola di gioia, anche quando c'impongono doveri che vanno
contro la nostra superbia
Sorridere sempre perdonando le offese
Sorridere in Associazione bandendo ogni critica e
mormorazione Sorridere a tutti quelli che il Signore ci manda durante la giornata».
Fra le sue carte sono state trovate anche queste
altre piccole annotazioni:
«Il mondo cerca la gioia ma non la trova lontano da Dio. Noi comprendiamo che la gioia viene da Gesù.
Con Gesù nel cuore portiamo la gioia. Egli sarà la
forza che ci aiuta.
La felicità è avere Gesù nel cuore.
Ma "felicità", meglio ancora, il suo
segreto, è vivere momento per momento, e ringraziare il Signore di tutto ciò
che egli, nella sua bontà, ci manda».
Sono parole estrapolate da una lettera scritta al
fidanzato Pietro Molla, pochi giorni prima di sposarsi.
XIV
L'INCONTRO
CON PIETRO
Gianna aveva ormai trentadue anni. Era serena e soddisfatta
della sua professione. Ogni giorno, con la sua piccola auto, giungeva in
piazza Colombaia a Mesero, apriva il suo ambulatorio e cominciava a visitare i
sempre più numerosi pazienti che l'aspettavano con la più grande fiducia.
A Mesero era conosciuta e stimata, e nel paese tutti
erano molto soddisfatti della «loro» dottoressa e ne ascoltavano volentieri i
consigli. Anche i signori Molla, che abitavano in una casa di fronte a quella in
cui Gianna lavorava, ne seguivano l'attività con simpatia. Con loro abitava
Pietro, il figlio ingegnere che era un po' il loro orgoglio. Pietro Molla
infatti era già vice-direttore tecnico alla Saffa di Magenta, la società
attorno alla quale faceva perno, a quel tempo, l'economia di tutti i paesi
limitrofi. Pietro Molla, molto occupato nel suo lavoro, conosceva appena la
giovane dottoressa che, ogni giorno, riceveva nel suo studio lunghe code di
pazienti. L'aveva incontrata una volta, è vero, nell'ambulatorio di
Ferdinando, a Magenta, quando vi si era recato per farsi prescrivere una cura
per una piccola indisposizione, ma si erano appena guardati e salutati.
L'aveva rivista poi, sempre a Magenta, in Ospedale.
Gianna era intenta a praticare una trasfusione a sua sorella Teresina,
gravemente malata. Erano stati incontri fuggevoli, ma Pietro Molla non li
aveva certo dimenticati. Gianna gli era sembrata subito una ragazza un po'
speciale: «limpida e seria», come egli stesso l'ha definita parlando con
me. Di lei, in seguito, aveva saputo molte cose, e ne ha scritto in
un'appassionata e sofferta testimonianza dedicata ai figli, quasi un dialogo
intimo con la moglie scomparsa.
«...Sapevo già, in quegli anni, che tu eri una
ragazza ottima sotto ogni aspetto: studentessa e poi laureata in medicina e,
al tempo stesso, attivissima nell'A.C. e nella San Vincenzo. Ero a conoscenza
che, nella tua qualità di Delegata di zona, venivi periodicamente anche nella
mia Parrocchia di Mesero, a tenere conferenze alle giovani di Azione
Cattolica; nella stessa Parrocchia dove io, studente e poi laureato, spiegavo,
la domenica pomeriggio, la dottrina cristiana ai giovani e agli uomini.
Ricordo che il mio Parroco, l'ottimo don Giuseppe Airaghi,
aveva di te un'altissima stima.
Mai una voce discorde tra quanti avvicinavo, ma solo
apprezzamento unanime della limpida, esemplare testimonianza di fede e di vita
cristiana tua e della tua famiglia... Conoscevo anch'io quanto unanimi fossero
l'apprezzamento e la stima per te di tutti i tuoi ammalati, giovani e vecchi,
soprattutto delle giovani mamme e dei vecchi ammalati cronici che tanto
conforto traevano dalle tue pazienti, affettuose, premurose cure.
Tutti a Mesero sapevano che tu curavi, con competenza
e con lodevolissimo impegno, la salute dei tuoi ammalati e al tempo stesso ne
curavi anche l'anima. Era noto il tanto bene che, alla luce del Vangelo, facevi
alle madri e alle giovani quando sottoponevano a te i loro problemi di maternità».
Pietro Molla aveva incontrato nuovamente Gianna quando,
a Mesero, aveva scelto come sua infermiera Luigina Garavaglia. La donna
infatti abitava nella casa dei Molla e Gianna era venuta da lei per
organizzare il lavoro che avrebbero svolto insieme. Da allora Pietro Molla la
vide di frequente: ne seguiva con lo sguardo la svelta figura quando, la sera,
si allontanava dall'ambulatorio per tornare a Magenta. L'incrociava, in
macchina, mentre si recava alla «Saffa».
L'apprezzava sempre più. E incominciava a rendersi
conto che quella bella donna in camice bianco, così stimata e amata da tutti,
lo affascinava. Ma non aveva ancora avuto la possibilità d'intrattenersi a
lungo con lei: i loro incontri occasionali erano fatti di rapidi scambi di
saluto, di qualche leggero sorriso.
La possibilità di una conoscenza più approfondita
tra di loro, gli fu offerta dall'invito a partecipare alla celebrazione della
Prima Messa di un nuovo sacerdote: Padre Lino da Mesero.
Sul suo diario, la sera, Pietro annotò la gioia di
quell'incontro: «Ti ricordo - scrisse commosso e felice - mentre con il tuo
gentile, largo e buon sorriso ti felicitavi con Padre Lino e con i suoi parenti;
ti ricordo mentre facevi devota il segno della Croce prima della colazione. Ti
ricordo ancora in preghiera alla benedizione Eucaristica. Sento ancora la
tua cordiale stretta di mano e rivedo ancora il dolce e luminoso sorriso che
l'accompagnava». E subito il giorno dopo, quasi a fissare ulteriormente questa
sua prima sensazione di amore, scrisse ancora, sul suo diario: «Sento la
serena tranquillità che mi dà per certo di aver fatto un buon incontro. La
Madonna Immacolata mi ha benedetto».
Gianna era tornata da pochi mesi dal suo pellegrinaggio
a Lourdes con il treno degli ammalati. A qualcuno, prima di partire, aveva
confidato che avrebbe pregato la Vergine perché l'aiutasse a veder chiaro
dentro se stessa. L'incontro con Pietro fu quasi, per lei, una risposta alla
sua preghiera.
I due giovani, che ormai avevano intuito quanto importanti
stavano diventando l'uno per l'altra, festeggiarono insieme, alla Scala di
Milano, l'ultimo giorno dell'anno. Dopo lo spettacolo Pietro fu ricevuto per la
prima volta in casa Beretta dove, con Gianna e i suoi familiari, brindò
all'anno nuovo.
Il suo diario testimonia quanto stesse maturando nel
suo cuore. Vi scrisse infatti: «Questa sera può rappresentare una data
decisiva per la mia vita e le mie aspirazioni. Mi affido alla Madonna del Buon
Consiglio».
Da quel momento si videro sempre più di frequente.
Si scambiavano confidenze. Parlavano delle loro aspirazioni e dei loro desideri.
Si comprendevano sempre meglio. Avevano tantissime cose in comune: le certezze
fondamentali, le grandi speranze che possono dare senso alla vita. Insieme
erano felici.
La prima lettera di Gianna a Pietro è del 21
febbraio del '55. È la risposta a una precisa domanda di matrimonio. Gianna
chiama Pietro Molla per nome e gli parla del suo desiderio di raggiungere, con
lui, «un tale grado di confidenza che ci permetterà di capirci sempre di più
e di volerci sempre bene». Prosegue accettando con gioia la sua proposta di
sposarlo e conclude con queste parole:
«Vorrei farti felice ed essere quella che tu
desideri: buona, comprensiva e pronta ai sacrifici che la vita ci chiederà. Non
ti ho ancora detto che sono sempre stata una creatura avida di affetto e molto
sensibile. Finché ho avuto i genitori, mi bastava il loro amore. Poi, pur
rimanendo molto unita al Signore e lavorando per lui, ho sentito il bisogno di
una madre e la trovai in quella cara suora di cui ieri ti ho parlato. Ora ci sei
tu, a cui voglio bene e intendo donarmi per formare una famiglia veramente
cristiana. Ciao, caro Pietro...».
L'amore, un amore tenerissimo che si sarebbe concretizzato,
di lì a pochi mesi, nel matrimonio, era scoperto dai due giovani con profonda
gioia. Il giorno seguente infatti Pietro risponde a Gianna con un'altra
lettera. Splendída testimonianza del valore di questo sentimento:
«Mia carissima Gianna, ho letto più volte la tua
lettera e l'ho baciata. Incomincia per me una nuova vita: la vita del tuo grande
e desiderato affetto e della tua luminosa bontà. Diamo inizio alla vita del
nostro amore.
Ti voglio bene, mia carissima Gianna. Grazia più
grande e più desiderata non poteva farmi la Mamma celeste, l'invocata Madonna
del Buon Consiglio della mia chiesetta di Ponte Nuovo.
Avevo tanto bisogno e tanto desiderio di affetto e di
una nuova famiglia. Ora ho te, il tuo affetto e il tuo dono, e sono felice. Il
mio affetto è per te e con te voglio formare la mia famiglia. Anch'io voglio
farti felice e comprenderti appieno».
Il 7 marzo Pietro annota sul suo diario: «Più
conosco Gianna e più mi persuado che migliore incontro Dio non poteva donarmi».
XV
A questo punto mi sembra importante lasciar parlare
Gianna. Entrare, in punta di piedi, in questa breve, intensa e delicata storia
d'amore. Gianna accoglie Pietro con una pienezza totale di sentimenti, di
emozioni umane. Lo ama, lo stima. Vuole conoscerlo sempre meglio. Vuole che
anch'egli la conosca sempre più profondamente. Nei pochi mesi di fidanzamento
ufficiale i due giovani, spesso lontani, si scrivono molto di frequente, pieni
di affetto scambievole.
Gianna vive, con l'entusiasmo della sua fede e della
sua giovinezza, l'amore dell'uomo che Dio le ha fatto incontrare perché, con
lui, possa procedere, serena e felice, sulla strada della santificazione nel
sacramento del matrimonio. Appena possono, Gianna e Pietro s'incontrano. E questi
momenti preziosi sono caratterizzati da una serie di piccoli gesti gentili: un
mazzo di fiori per Gianna; uno scambio sempre più intimo di confidenze. Sono
momenti che permettono loro di rendersi conto di quanto bene stiano quando sono
insieme.
Laura Viola, la moglie di Ferdínando Beretta,
ricorda, con un sorriso, l'impazienza di Gianna quando Pietro, trattenuto dal
lavoro, tardava a un appuntamento.
L' 11 di marzo, Gianna scrive:
«Pietro carissimo, non ho parole per ringraziarti di tutte le premure e
le gentilezze che hai per me. Grazie delle belle rose e delle ore trascorse ieri
sera in tua compagnia. Sai, ogni volta mi viene il rimorso di portarti via tempo
prezioso per il tuo riposo, dopo una giornata piena di lavoro e di
preoccupazioni, com'è la tua, ma d'altra parte sono così felice di poterti
godere un po'... Vorrei che il tempo non passasse mai quando sono con te.
Pietro, potessi dirti tutto ciò che sento per te. Ma non sono capace. Supplisci
tu. Il Signore proprio mi ha voluto bene. Tu sei l'uomo che desideravo
incontrare, ma non ti nego che più volte mi chiedo: "Sarò io degna di
lui?" Sì, di te, Pietro, perché mi sento così un nulla, così capace
di niente che, pur desiderando grandemente di farti felice, temo di non
riuscirvi. E allora prego così il Signore: Tu che vedi i miei sentimenti e la
mia buona volontà, rimedia tu e aiutami a diventare una sposa e una madre come
tu vuoi e penso che anche Pietro desìderi. Va bene, così, Pietro?».
La primavera arriva, in quel marzo del 1955, con giornate
stupende e Gianna decide, con sua sorella Zita e un'amica, di trascorrere
qualche tempo al Sestrière per godersi la gioia della montagna ancora
innevata, per fare lunghe discese con gli sci, sua grande passione.
«Carissimo Pietro - scrive Gianna il 21 marzo - Ora
sono più contenta perché ho potuto ancora sentire la tua voce per telefono.
Come ti dissi, oggi è nevicato tutto il giorno, ma ho sciato ugualmente, circa
quattro ore. In compenso questa sera c'è una stellata magnifica per cui spero
che domani sia una bella giornata... Manchi solo tu, Pietro, e pregusto la
gioia di averti con me sabato e domenica. Ti verrò incontro senz'altro e con te
passerò le ultime ore di queste mie vacanze. Ti ringrazio della bella gita di
sabato in Svizzera. Sei troppo buono con me e non lo merito proprio. Ti prometto
che farò di tutto per essere altrettanto io verso di te».
Il 23 di marzo, in un'altra lettera, Gianna continua
le sue confidenze con l'uomo amato:
«Oggi, a mezzogiorno, di ritorno da una mia gita
sciistica, ho trovato il tuo espresso; puoi immaginare quanto mi abbia fatto
piacere per le espressioni tue, tanto dolci e affettuose, da cui traspare tutto
l'amore che hai per me. Grazie, caro Pietro, anch'io te ne voglio, e tanto, e
penso che ce ne vorremo sempre. Hai un carattere così buono e sei così
intelligente che mi capirai sempre e non potremo non andare d'accordo. Mi spiace
che lunedì tu abbia avuto così tanto lavoro. Ti seguo sempre con il pensiero e
se potessi aiutarti, lo farei con tutto il cuore.
Ieri e oggi è tornato un sole splendido. Mi alzo al
mattino alle ore otto (che lazzarona! tu sei già in ufficio!) perché alle otto
e mezzo c'è la Santa Messa. Credi, non ho mai gustato tanto la Messa e la
Comunione come in questi giorni. La chiesetta, tanto bella e raccolta, è
deserta. Il celebrante non ha nemmeno il chierichetto, quindi il Signore è
tutto per me e per te, Pietro, perché ormai dove sono io, ci sei anche tu.
Dopo colazione partiamo subito con i nostri sci e giù...
per le piste. In genere alle undici vado con il maestro di sci a fare un po' di
scuola e, modestia a parte, ho imparato a fare discese anche difficili. Ma sta'
tranquillo, non c'è nessun pericolo perché, dove il pendio è troppo ripido,
il maestro stesso mi fa scendere per la strada più facile. Ma è
meraviglioso!».
Trascorsi i giorni di vacanza, Gianna torna a Magenta
e riprende con lena la sua attività di medico. Pietro Molla, sempre più
innamorato, le fa dono di uno splendido anello con brillante. Gianna, commossa,
gl'invia un'affettuosissima lettera.
«Mio carissimo Pietro, come ringraziarti del
magnifico anello? Pietro caro, per ricompensarti, io ti dono il mio cuore e ti
amerò sempre come ti amo ora. Penso che alla vigilia del nostro fidanzamento,
ti faccia piacere sapere che tu sei per me la persona più cara a cui sono
continuamente rivolti i miei pensieri, affetti e desideri, e non aspetto che il
momento in cui poter essere tua per sempre. Pietro carissimo, tu sai che è mio
desiderio vederti e saperti felice: dimmi come dovrei essere e ciò che dovrei
fare per renderti tale. Ho tanta fiducia nel Signore e sono certa che Lui mi
aiuterà a essere la tua degna sposa.
Mi piace spesso meditare il brano dell'epistola della
Messa di Sant'Anna: "La donna forte chi la troverà? Il cuore di suo marito
può confidare in lei. Non gli farà che bene, né mai gli recherà danno, per
tutto il tempo della vita".
Pietro, potessi essere per te la donna forte del
Vangelo! Invece mi sento debole. Vuol dire che mi appoggerò al tuo braccio
forte. Mi sento così sicura, vicino a te! Ti chiedo un favore, fin da oggi,
Pietro: se vedi che faccio qualcosa che non va bene, dimmelo, correggimi, hai
capito?».
La festa di fidanzamento ufficiale viene celebrata
nell'intimità delle famiglie Beretta e Molla, l' 11 aprile, il giorno dopo
Pasqua. Gianna ricambia il dono dell'anello con un orologio d'oro che Pietro
conserva ancora.
È di tre giorni dopo la lunga lettera di Pietro a
Gianna, ormai sua promessa sposa:
«Mia carissima Gianna, vivo tuttora la grande gioia
che hai saputo darmi nel nostro fidanzamento, la gioia dolcissima che si rinnova
a ogni istante nel sapere a me rivolti i tuoi pensieri, affetti e desideri. La
dolcissima gioia che voglio altrettanto piena in te, soave oggetto dei miei
pensieri, di tutto il mio affetto, dei miei desideri. Il dono del tuo cuore e il
tuo amore hanno trovato il mio cuore tutto per te e il mio amore solo e sempre
per te, o mia carissima Gianna.
Il mio gioiello sei tu, soavissima e si dolcemente
cara, nella virtù e nella bontà, nella bellezza e nel sorriso. Più intenso
dei riflessi di luce dell'anello del nostro fidanzamento vuol essere sempre il
mio amore per te.
Il bellissimo orologio che mi hai donato, mi
accompagna nel tempo più bello della mia vita: il tempo del nostro amore e della
nostra famiglia. Tu sei la donna forte che ho invocato dal cielo e la Mamma
celeste mi ha donato.
Ti confiderò sempre tutto il mio cuore e tutto il
bene avrò da te.
Amami sempre come mi ami ora: sii con me affettuosa e
buona; premurosa e dolce e comprensiva, sempre, come lo sei ora. Ecco come già
mi fai e come ti esorto a farmi sempre felice. Tu sei per me la donna forte
della Bibbia.
Vicino a te la mia gioia è perfetta. Di certo non mi
darai occasione di doverti correggere. Alla tua domanda rispondo con uguale
domanda a te nei miei riguardi. Ti rivedo ancora devotissima nelle preghiere
della Santa Messa del nostro fidanzamento e sento sicura la benedizione divina,
caldamente invocata dal carissimo Don Giuse».
Ma c'è una piccola nube che imbarazza Gianna. Certamente
provocata da una sensazione sbagliata. Forse da una parola non bene intesa,
detta dalla mamma di Pietro. Gianna ne soffre e, coerente con la promessa
fatta al fidanzato di non nascondergli mai nulla, nel bene e nel male, si confida
con lui, scrivendogli, la sera del 18 aprile:
«Mio carissimo Pietro, proprio oggi, giorno in cui
non avrei dovuto godere la tua cara compagnia, ti ho avuto ancora più con me:
ho ricevuto la tua lettera. Pietro, sei proprio buono e affettuoso, e ti
ringrazio. Le tue parole mi hanno commossa e sono contenta che alla domanda mia:
"Come dovrei essere per renderti felice?" tu mi risponda di
continuare a essere buona, affettuosa e comprensiva come ora. Lo sarò,
carissimo Pietro, e non mi costa fatica, perché tu sei tanto buono con me.
Già lo sapevo che tu mi volevi tanto bene, ma
l'avermelo oggi confermato nella tua lettera, mi ha riempito il cuore di
gioia. Pensa però, Pietro, il Signore ci ha fatto questa grande grazia: come
dovremo essergli sempre riconoscenti!
Pietro, ti ho promesso che ti avrei detto sempre ciò
che mi preoccupa. Scusami se ora ti esprimo un mio dubbio che mi fa soffrire non
poco. Ho il timore di non soddisfare i tuoi cari. Di non essere quella che essi
desideravano per te. Lo so che sei sempre stato, e sei tuttora, il centro dei
loro affetti, e ora mi pare di portarti loro via, e pur volendo loro bene, perché
sono i tuoi cari genitori, non sento per essi quell'affetto che meriterebbero
per la bontà e la delicatezza che mi mostrano. Se ti ho dato un dispiacere
perdonami».
Pietro le fa superare subito questa sensazione:
«Mia carissima Gianna, il tuo dubbio, il tuo timore,
non hanno alcuna ragione d'essere. Per mamma, babbo e sorelle, io non potevo
trovare donna che, meglio di te, corrispondesse alle migliori loro e mie
aspirazioni, al mio carattere e alla mia vita. Mamma, babbo e sorelle,
auspicavano e desideravano tanto il nostro "incontro" e la nostra
unione molto prima del dicembre scorso e sono lietissimi del nostro affetto, del
nostro fidanzamento e del nostro prossimo matrimonio. Tu sei la donna che i miei
cari desideravano per me. Che per essi io sia il centro del loro affetto, è
vero. Ma ugualmente è vero che da anni essi mi esortavano a crearmi la mia
famiglia e per questo bene sapranno sopportare e rassegnarsi al sacrificio che
io non sia più tutto loro. Saranno largamente compensati dalla gioia di sapermi
felice con la mia dolce compagna nella famiglia che con lei sto per formare.
Mamma e babbo sono gente molto alla buona; ottima
gente, intessuta ancora del miglior stampo antico. Si esprimono a loro agio solo
nel dialetto e si trovano a loro agio nel loro ambiente. Talvolta può sembrare
preoccupato il loro riguardo, il loro modo di agire; il doversi esprimere in
italiano con persone verso le quali non hanno ancora piena confidenza e
familiarità, li fa vedere impacciati quasi preoccupati di far figura, di non
essere all'altezza di persone, circostanze, ambienti. Impaccio e preoccupazioni,
senza alcuna ragione d'essere, a mio avviso, e che scompariranno con la
confidenza e con l'affettuosa familiarità. Sapessi quanti tesori di cuore e di
spirito di sacrificio racchiudono babbo e mamma!
È troppo, mia carissima Gianna, se io oso
desiderare, se anzi desidero che tu sia per babbo e mamma la loro figlia più
cara e per le sorelle la loro più cara sorella? Tu sei la benvenuta e la
desiderata per me e per tutti i miei cari. Tu sei la mia amatissima Gianna,
che vorrei avere qui accanto a me per stringerti fortemente al cuore e
ripeterti con i miei baci tutto il mio affetto».
La piccola nube sparisce presto. Gianna è di nuovo
completamente serena. Una volta ancora vuol farne parte al suo «carissimo
Pietro». Gli scrive infatti subito dopo:
«Sapendo che ti fa tanto piacere ricevere i miei
scarabocchi, ti mando queste poche righe per ripeterti ancora una volta che sono
felice e che sono certa che con te, che hai un cuore tanto grande, buono e
comprensivo, andremo sempre d'accordo e ci vorremo sempre bene. Pietro caro,
quando domenica scorsa tua mamma ci disse che se dovesse in seguito non vederti
felice non sa quello che farebbe, mi è venuto il dubbio che io non fossi adatta
per te, cioè non buona e comprensiva abbastanza. Ora invece, dopo le tue
ripetute e convincenti parole sono tranquilla e godo nel sapere anche te
contento.
Pietro carissimo, non so come ringraziarti del bell'ambulatorio
che con tanta premura mi stai preparando. Quando sarà terminato vi entrerò,
mi sembrerà di averti ancora più vicino nel mio lavoro e così anche tu
contribuirai ad alleviare le sofferenze e a dare un po' di gioia ai miei
ammalati.
Ti amo tanto, Pietro, e mi sei sempre presente,
cominciando dal mattino quando, durante la Messa, all'Offertorio, offro il mio,
il tuo lavoro, le tue gioie, le tue sofferenze e poi durante tutta la giornata,
sino alla sera.
Vorrei vederti sempre, tutti i giorni,
ma... sarei troppo golosa. Anzi, quando sei stanco, non fare complimenti e
dimmelo, ché io ti mando a casa più presto, hai capito? Sei già stanco per il
lavoro e non voglio esserti anch'io causa di strapazzi!».
XVI
VIGILIA
DI NOZZE
I mesi del fidanzamento trascorrono veloci. Gianna
continua la sua professione di medico, e il suo impegno tra le ragazze dell'A.C.
di Magenta. È sempre sorridente e serena. Attiva. Si occupa con gioia delle
piccole grandi cose che fanno parte dei preparativi di ogni matrimonio: sceglie
con l'amica Mariuccia Parmeggiani (anche lei sta per sposarsi), tovaglie e
lenzuola per il corredo. Le due giovani donne si scambiano consigli e
confidenze. Mariuccia ricorda quel periodo come «... un tempo bellissimo, in
cui eravamo tanto felici».
Con il suo Pietro Gianna sceglie i mobili per la
prossima casa di sposa. E sono tutte incombenze che vive con entusiasmo. Non
ha alcun dubbio sul suo futuro. Il matrimonio - l'aveva scritto tempo prima
nei suoi appunti - è «vocazione». Sposare Pietro, ne è sicura, è la sua
vocazione.
Può essere utile rileggere alcune sue note: «Tutte
le cose hanno un fine particolare. Tutte ubbidiscono a una legge. Tutto si
sviluppa per un fine prestabilito. Anche a ciascuno di noi Dio ha segnato la
via, la vocazione e, oltre la vita fisica, la vita della grazia. Dal seguire
bene la nostra vocazione dipende la nostra felicità terrena ed eterna. Cos'è
la vocazione? È un dono di Dio: viene da Dio! La nostra preoccupazione dunque
dev'essere quella di conoscere la volontà di Dio. Dobbiamo entrare in quella
strada: se Dio vuole, non forzando la porta, quando Dio vuole, come Dio
vuole.
Per conoscere la nostra vocazione dobbiamo interrogare
Dio con la preghiera; interrogare il direttore spirituale e interrogare noi
stessi sapendo le nostre inclinazioni.
Ogni vocazione poi è vocazione alla maternità
materiale, spirituale, morale. Dio ha posto in noi l'istinto della vita. Il
Sacerdote è padre, le suore sono madri, madri delle anime.
Guai a quelle figliole che non accettano la vocazione
alla maternità. Ciascuno deve prepararsi alla propria vocazione: prepararsi
a essere donatori di vita, nel sacrificio di una formazione intellettuale.
Sapere cos'è il matrimonio: "sacramentum magnum", conoscere le
altre strade; formare e conoscere il proprio carattere».
Sicura di aver trovato la sua strada, quella che il
Signore aveva stabilito, tutta per lei, Gianna scrive a Pietro nel luglio del
'55:
«Sono le 9, l'ora in cui, generalmente, arriva il
mio caro Pietro, ma questa sera niente da fare. È martedì. Mi dirai che sono
troppo golosa e un po' esagerata, ma più sto con te più vorrei starvi, più
ti conosco più ti voglio bene. Caro Pietro, così è la vita. E così, per
stare un po' con te, ti scrivo.
Pietro, ti ringrazio del bene che mi vuoi, desideravo
un uomo affettuoso, buono, e il Signore me lo ha messo vicino, come vorrei
anch'io esserti sempre di gioia e sollievo, mentre a volte mi viene il dubbio
d'esserti di peso. Sei stanco e affaticato e io ti trattengo delle ore!
Domenica, mentre sceglievamo i mobili, pregustavo già
le gioie di una casetta tutta bella, lucente e nuova. Grazie della tua squisita
comprensione e premura di voler soddisfare i miei desideri. Pensa Pietro, al
nostro nido, riscaldato dal nostro affetto e rallegrato dai bei popi che il
Signore ci manderà. È vero, ci saranno anche dei dolori, ma se ci vorremo
sempre bene come ce ne vogliamo ora, con l'aiuto di Dio, sapremo insieme sopportarli.
Ti pare?
Ora però godiamo della gioia di amarci; perché a me
hanno sempre insegnato che il segreto della felicità è di vivere momento per
momento, e di ringraziare il Signore di tutto ciò che Egli, nella sua bontà,
ci manda giorno per giorno. Perciò in alto i cuori e viviamo felici!
Ciao, carissimo Pietro. Non esigo risposta. Ti ho
scritto per passare la sera con te e per dirti ancora una volta che ti voglio
tanto bene».
Il giorno del matrimonio era stato fissato per il 24
settembre. In questo ultimo mese da fidanzati, Pietro Molla dovette assentarsi
per lavoro parecchio tempo. Fece infatti un lungo viaggio in Danimarca e in
Svezia. Un viaggio durante il quale i due promessi sposi si tennero in
strettissimo contatto epistolare.
Il giorno stesso della partenza, Gianna gli scrive
una lunga lettera:
«Carissimo Pietro, ero in pensiero temendo ti fosse
accaduto qualcosa, ma la tua telefonata mi ha tranquillizzata. Pietro mio, tu
sai che gioia è per me vederti e poter stare in tua compagnia e quando motivi
più che giusti a volte non lo permettono, anche se la ragione dice che è
giusto, è opportuno fare così, il cuore protesta. E così, questa sera, per
far passare il cosiddetto magone, ti scrivo. Pietro carissimo, vorrei che tu
mi sentissi tanto vicina in questi giorni, perché non puoi immaginare quello
che provo nel saperti in viaggio e così lontano. Dirai che esagero, ma è
proprio così. Sei il mio Pietro, mi sento ormai un'anima e un cuore solo con
te. Quando penso al nostro grande amore reciproco, non faccio che ringraziare il
Signore. È proprio vero che l'amore è il sentimento più bello che il Signore
ha posto nell'animo degli uomini. E noi ci vorremo sempre bene come ora, caro
Pietro. Mancano solo venti giorni e poi... sono Gianna Molla!
Che diresti se per poter prepararci spiritualmente a
ricevere questo Sacramento facessimo un triduo? Nei giorni 21, 22 e 23, Messa e
Comunione, tu a Ponte Nuovo, io nel Santuario dell'Assunta. La Madonna unirà
le nostre preghiere, desideri, e poi-
ché l'unione fa la forza, Gesù non può non
ascoltarci e aiutarci. Sono certa che dirai di sì, e ti ringrazio.
Se ti fa piacere, pensa che il prossimo viaggio ti
sarò proprio vicina e ti dirò a voce tante e tante volte, fino a stancarti,
che sei tutta la mia vita.
Grazie mille, Pietro, per la magnifica casetta che mi
hai preparato. Più bella di così non potevo desiderarla. Ora tocca a me
ricompensarti rendendola sempre dolce e accogliente.
Buon viaggio, Pietro carissimo e non... perdere il
treno domenica prossima».
Durante quei nove giorni di assenza, dal 3 all' 11
settembre, è tutto un continuo «stare insieme» spirituale, nonostante la
distanza fisica che li separa. Pietro Molla infatti scrive a Gianna, dal treno
che lo conduce in Danimarca attraversando la Svizzera e la Germania:
«Nel leggere, leggere, leggere, leggere ancora con
gioia crescente la tua lettera, avrei voluto esserti vicino per abbracciarti e
baciarti e ripeterti ancora tutto il mio affetto. Il mio grazie per la gioia
infinita che mi dai, per ripetere con te il grazie più vivo al Signore per
averci così prediletti.
Grazie per il pensiero del Triduo. Lo accolgo con
entusiasmo. Io alla Madre del Buon Consiglio, tu all'Assunta effondiamo
desideri, speranze, promesse, eleviamo preghiere. E la Madonna del Buon
Consiglio sarà testimone che i miei desideri, le mie promesse saranno solo per
te, e la mia preghiera tutta per te e per la tua gioia. Tutto mi parla di te».
Le scrive dal traghetto King Friedrik IX che lo porta
in Danimarca, mentre davanti ai suoi occhi sfila il paesaggio dolcissimo del
nord:
«Oggi è tutto un succedersi, sereno e in tutte le
gamme, di verde nei prati e nei boschi, trapuntati di rosso, di rosa e di bianco
nelle casette, quassù tutte linde e allineate. E in ogni casetta, vedo la
nostra, quella che ho preparato con tanto amo-
re per te e che sarà per sempre lieta e dolce, per
merito tuo, o mia dolcissima Gianna. Sulla prua della nave che avanza, silenziosa
sul mare di pace, recito il Rosario e invoco ogni grazia per te e per la nostra
famiglia dalla Madonna del Mare, la Madre del Buon Consiglio della chiesetta
di Ponte Nuovo, l'Assunta delle tue fervorose e quotidiane preghiere».
Le spedisce una lettera scritta in treno tra
Stoccolma e Soderhamn:
«... Un'altra giornata di viaggio verso il nord; ma
una giornata di meno che ci separa dalla benedizione divina sul nostro
amore... ».
E poi ancora da Soderhamn:
«Il mio primo pensiero di stamane è stato per te;
un ringraziamento al Signore per la buona notte trascorsa, mia e tua e un
grande desiderio di rivederti al più presto».
In questa cittadina svedese in cui si è recato per
conoscere alcune tecniche nuove di lavorazione del legno da importare,
eventualmente, alla Saffa di Magerita, le scrive di nuovo:
«Gianna, domenica ti rivedrò dopo un'assenza che mi
pare tanto lunga. Ti voglio stringere al mio cuore e baciarti, lungamente
baciarti per ripeterti il mio amore. Ci rivedremo, lo spero, tutti i giorni e
poi saremo sempre assieme e ci vorremo sempre tanto bene. Me lo ripeto tante
volte: anch'io ne sono certissimo».
Finalmente il fidanzato, terminata la sua missione di
lavoro in Svezia, riparte verso l'Italia, le scrive ancora, intestando
questa lettera con le parole:
Sul mar del Nord, verso Copenaghen, il mattino del
penultimo sabato prima delle nostre nozze:
«Gianna amatissima, ieri sera nel lasciare Stoccolma
prima di riposare nella mia cuccetta e stamattina, alla sveglia di buon'ora
sulla nave tra Svezia e Danimarca, la prima preghiera è stata a Gesù e alla
Madonna celeste perché ci benedicano sempre e, soprattutto, in questo mese.
Sono beatissimo, Gianna, perché il treno punta a sud e mi reca a te».
Pietro invia ancora una sorta di diario del ritorno,
alla sua amata futura sposa. Non ha più carta da lettera e utilizza,
scusandosi con Gianna, un foglio di carta quadrettata.
«Ti ho già scritto, o Gianna, che le casette di
Svezia, con i fiori a tutte le finestre, quasi a irradiare il calore intimo del
focolare domestico, mi parlavano sempre della nostra casetta e della dolcezza
di affetti che tu le donerai.
Nei bimbi di Svezia che chiamano anch'essi
"mamma" come nella nostra lingua, intravedevo i doni del cielo, i
gioielli tuoi, o Gianna, i figli che Dio vorrà donarci in benedizione e gioia.
Ancora un altro sabato e poi sarai mia moglie.
Gianna, io voglio essere il marito che tu sognavi nei tuoi sogni più belli e
desideravi nei tuoi desideri più gioiosi e santi, il marito degno delle tue
virtù, della tua bontà e del tuo immenso affetto. In questi giorni, come non
mai e soprattutto nel Triduo, pregherò Gesù, la Madre celeste, la sorella mia
che sento in cielo, perché benedicano i miei propositi e siano larghissimi di
grazie per la nostra nuova famiglia.
Gianna, con la certezza che Dio ci vuole uniti, tu e
io abbiamo intrapreso la nostra nuova vita. In questi mesi è stato tutto un
crescendo di comprensione e di affetto. Ora la nostra comprensione è
perfetta, perché ci è di luce il Cielo e di guida la Legge divina, perché
Cielo e Legge divina trovano in te le più belle virtù e la bontà migliore, e
in me il desiderio vivissimo e la gioia immensa di renderti sempre felice.
Ora, il nostro affetto è pieno perché siamo un
cuore solo e un'anima sola, un sentimento e un affetto solo, perché il nostro
amore sa attendere, forte e puro, la benedizione del Cielo».
A Magenta Gianna riceve, con commozione crescente,
questo proluvio di lettere. Ne è felice. Si sente
sempre più sicura della sua scelta imminente. Si sente sempre più sicura
dell'amore di Pietro, l'uomo che Dio le ha fatto incontrare.
Nell'unica lettera che riesce a fargli pervenire,
scrive: «Pietro mio carissimo, non ho parole per ringraziarti delle tue
magnifiche e affezionatissime lettere che a catena mi sono giunte in questi
giorni. Ogni lettera, ogni tua espressione sono per me una fonte di gioia
immensa. Sei un tesoro, Pietro, e più ti leggo più mi convinco che sei buono,
tanto buono e racchiudi in te tante virtù che la tua umiltà tiene nascoste, ma
che la tua Gianna vede e apprezza. Grazie di tutto, Pietro. Vorrei poterti dire
tutto ciò che sento e ho nel cuore, ma non sono capace, e tu che ormai ben
conosci i miei sentimenti, sappimi leggere ugualmente.
Pietro carissimo, sono certa che mi renderai sempre
felice come lo sono ora e che il Signore esaudirà le tue preghiere, perché
chieste da un cuore che lo ha sempre amato e servito santamente. Pietro,
quanto ho da imparare da te! Mi sei proprio di esempio, e ti ringrazio. Così,
con l'aiuto e con la benedizione di Dio faremo di tutto perché la nostra nuova
famiglia possa essere un piccolo Cenacolo dove Gesù regni sopra tutti i nostri
affetti, desideri e azioni.
Pietro caro, mancano pochi giorni e mi sento tanto
commossa ad accostarmi a ricevere il Sacramento dell'Amore. Diventiamo
collaboratori di Dio nella creazione. Possiamo così dare a Lui dei figli che lo
amino e lo servano.
Pietro, sarò capace di essere la sposa e la mamma
che tu hai sempre desiderato? Lo voglio proprio, perché lo meriti e perché
ti voglio tanto bene».
Finalmente Pietro arriva. Il giorno delle nozze
s'avvicina velocemente mentre fervono gli ultimi preparativi. La vigilia
Pietro Molla regala a Gianna un orologio d'oro e una collana di perle
accompagnando il dono con questo dolce biglietto d'amore: «Gianna, perché
facciano corona alla meraviglia e al candore della tua bellezza e delle tue
vir-
tù il dì delle nostre nozze, e perché segni
sempre, l'un dono, il tempo più bello e più sereno della nostra vita e cantino
le perle, dall'altro, la luce d'incanto del nostro Amore. Ti donano, con
affetto di mamma, la tua e mia mamma, e con l'amore più grande, il tuo Pietro».
XVII
MOGLIE
E MAMMA
È i124 settembre del 1955. Una giornata bellissima,
senza una nuvola. Gianna, vestita di bianco, in raso, con un velo di tulle
appuntato alla nuca entra, al braccio del fratello Ferdinando, nella basilica
di San Martino, a Magenta.
Sull'altare, emozionato, commosso, l'attende il suo
Pietro. La felicità le traspare dal viso sorridente, dagli occhi luminosi. La
chiesa è addobbata di garofani bianchi e rosa. Un lungo tappeto steso
dall'ingresso verso 1'altar maggiore, è contornato da colonnine di fiori e
piante verdi.
Non appena Gianna appare sulla porta principale della
basilica, parenti e amici, e tutta la gente che ha riempito la chiesa per
assistere al suo matrimonio, battono festosamente le mani. Le campane suonano
a distesa.
Giuseppe, il fratello sacerdote, è pronto a
officiare la cerimonia.
Gianna e Pietro s'inginocchiano vicini, si scambiano
uno sguardo d'amore e si promettono, con la formula sacramentale, di restare
uniti per sempre. Di vivere insieme la loro vita, «nella buona e nella cattiva
sorte». «Quante volte - scrive nei suoi ricordi Pietro Molla - mi torna al
pensiero quell'improvviso scrosciare di battimani nella basilica di Magenta al
tuo ingresso e sino all'arrivo all'altare delle nostre nozze. Tuo fratello
Giuseppe, che le ha benedette, ci ha esortato alla testimonianza del Vangelo e
alla santità».
Terminato il ricevimento nel giardino di casa Beretta, gli sposi partono per un lungo viaggio che li porta, dopo una sosta a Roma, verso il sud d'Italia: Napoli, Ischia, Capri, e poi Palermo, Siracusa, Catania e l'incanto di Taormina, dove soggiornano al «San Domenico», lo splendido albergo ricavato da un antico convento.
«Eccoci a Taormina - scrive Gianna ai fratelli - a
terminare in una oasi di tranquillità, azzurro e fiori di tutti i colori, la
prima parte di luna di miele. Il viaggio è stato magnifico e interessantissimo
per tutti i luoghi che abbiamo visitato».
Sempre da Taormina, Gianna scrive anche al fratello
Enrico in Brasile, per confermargli la sua grande gioia: «Abbiamo concluso
questa sera il nostro viaggio di nozze che ci ha portato quassù, in questa
splendida cittadina. La giornata d'oggi era splendida e gioiosa, come l'armonia
e la lieta esultanza dei nostri cuori. Stasera abbiamo terminato la giornata
invocando la benedizione di Gesù Eucaristico, come con la medesima benedizione
s'era compiuta la cerimonia delle nostre nozze. Le giornate del nostro viaggio
non potevano essere più belle, più serene e più liete».
Ma, nonostante quanto scrive ad Alberto, il viaggio
non era terminato. Rientrati a Milano in aereo, Gianna e Pietro ripartono
subito, in treno, per la Germania e l'Olanda. Pietro aveva importanti
appuntamenti di lavoro a Dusseldorf, a Colonia, ad Hannover e ad Amsterdam.
Per la giovane sposa un'altra esperienza nuova e
felice: quella di poter partecipare, con l'amato marito, a una parte del suo
lavoro. Di poter conoscere anche le pesanti responsabilità che gravano sulle
spalle di Pietro nella sua vita professionale.
Tornati finalmente a Ponte Nuovo, inizia per i due
giovani sposi la nuova vita.
La casa che Pietro ha preparato per Gianna è molto
bella: una villa all'interno del recinto stesso della Saffa, tradizionalmente
usata come abitazione per il direttore della fabbrica.
Davanti alle finestre i rami dei cedri, delle betulle
e dei tigli che, di notte, esalano il loro acuto profumo. Tutt'attorno un
giardino che Gianna accudisce con amore. Nella casa dei suoi fratelli, a Bergamo
Alta ho visto un'aiuola di mughetti: gli stessi che fiorivano, ogni primavera, a
Ponte Nuovo. Zita e Giuseppe li avevano trapiantati sulla loro terrazza, che
s'affaccia sulla pianura lombarda, ancora tanti anni fa.
Gianna riprende subito il lavoro nell'ambulatorio di
Mesero. È sempre disponibile nei confronti di chiunque abbia bisogno delle
sue cure. Sovente viene chiamata per una visita anche di notte, e Pietro
l'accompagna dai suoi pazienti, incurante della sua stanchezza.
Poco alla volta la casa di Ponte Nuovo, già completamente
arredata e in cui sono stati sistemati con attenzione i regali di nozze e
tutto quanto Pietro e Gianna si sono portati dalle loro case d'origine, prende
sempre più l'impronta della sposa. Ne risulta una casa che è un poco il suo
riflesso: quadri allegri alle pareti (alcuni dipinti personalmente da Gianna),
una fotografia del matrimonio con cornice d'argento. I libri più cari.
Ogni giorno una visita a Gesù nella parrocchia, poco
distante. Don Agostino Cerri ricorda Gianna come «donna serena, colma di
gioia. Una gioia che aveva una irradiazione particolare e sembrava contagiare
quanti le erano vicini».
Pietro Molla, sempre più impegnato nella sua attività
manageriale, esce ogni mattina alle otto e termina la sua giornata, la sera,
molto tardi. Sovente è lontano per lavoro, ma Gianna non si lamenta mai. Sa
benissimo che, seppure in un campo completamente diverso dal suo, anche suo
marito è al servizio degli altri.
C'è solo una piccola nube nella sua vita: tarda a
realizzarsi la speranza di avere un bambino. E questo è un cruccio che
aveva già confidato a Virginia: «Purtroppo - le aveva scritto - non sento
ancora i sintomi della gravidanza. Prega perché il Signore mi mandi presto
tanti figli bravi e sani».
Pierluigi nasce il 19 novembre 1956, nella casa di
Ponte Nuovo e qui, pochi giorni dopo, lo zio Giuseppe gli amministra il
battesimo. L'arrivo del piccolo è per Gianna e Pietro il coronamento più bello
dei loro sogni: ora sono una vera famiglia. Completa.
Gianna riprende subito la sua vita attiva, aiutata da
una ragazza, Savina Passeri, che le si affeziona moltissimo e se ne andrà da
casa Molla solo dopo la morte della «signora».
Gianna accetta di occuparsi dei bambini dell'Asilo Onmi
e della scuola elementare del suo nuovo paese. Sarà per loro «la dottoressa»
che li segue con attenzione. Buona. La dottoressa che non incute paura.
Tempestiva nell'aiutarli.
Madre Emma Ciserani, la suora canossiana responsabile
dell'asilo, racconta che Gianna «era sempre pronta a ogni chiamata e sapeva
curare ogni bambino con la delicatezza propria di chi vede in ogni essere umano,
l'immagine di Gesù. Si chinava su ciascuno con delicato interesse. Molte
volte ho sentito le mamme, di mattina, quando portavano i loro piccoli,
elogiarla. Molte volte ho saputo che, di notte, incurante della fatica,
accorreva a ogni chiamata senza far pesare la sua prestazione».
Durante l'estate, Gianna trascorre un paio di mesi a
Courmayeur, in una piccola casa affittata per la sua famiglia: l'aria di
montagna, pura e frizzante, fa molto bene a lei e al suo bambino. Pietro Molla
s'intrattiene a lungo con i suoi due tesori. Insieme, Pier Luigi in spalla,
fanno lunghe, tranquille passeggiate.
Gianna, sempre più felice, aspetta il suo secondo
figlio. L' 11 dicembre del 1957 nasce infatti Maria Zita che tutti, subito,
chiamano Mariolina. Anche questo parto, come il precedente, avviene nella casa
di Ponte Nuovo con l'assistenza di Ferdinando, il fratello medico di Gianna. La
piccola viene battezzata pochi giorni dopo, nella chiesa parrocchiale, dallo
zio don Giuseppe.
La vita continua per Gianna e Pietro con impegni e responsabilità
sempre più pressanti. Gianna ha il suo daffare a tener dietro ai suoi due
bambini e al suo lavoro di medico. Pietro, sempre sovraccarico di gravi
preoccupazioni e responsabilità di lavoro, necessita di un periodo di riposo
che trascorrerà, solo, a Sanremo.
Gianna lo vede partire con molta nostalgia. Accetta
il sacrificio di questa breve lontananza con coraggio, proponendosi di
togliere a Pietro ogni preoccupazione per lei e per i bambini: è importante che
lui si riposi e possa essere in grado di affrontare con sicurezza i suoi
difficili incarichi alla Saffa.
Pierluigi non sta molto bene e Mariolina, di notte,
è molto irrequieta. Gianna fa particolarmente fatica.
Il 26 febbraio scrive al marito d'essere felice
all'idea del suo ritorno. Ha molto desiderio di riabbracciare il suo sposo. Di
sentirsi accanto il sostegno insostituibile della sua presenza. Il suo amore per
Pietro Molla sembra, se possibile, crescere ancora. Le è indispensabile, e
Gianna ne è perfettamente cosciente. Nel suo profondo senso religioso quest'amore,
questa bellissima realtà umana, è diventata così totale proprio perché lo
sente come un tutt'uno con il suo amore per Dio.
Raccontare i giorni felici di questa coppia non è
impresa facile: la felicità, si dice, non fa storia, ma è fatta di piccole
cose, di piccoli gesti preziosi che si vivono uno dopo l'altro gustandone
intimamente la bellezza.
L'unicità.
Nell'anno seguente c'è una piccola nube su questa
serenità: Mariolina ha qualche problema di ossa e le deve essere applicato,
per un certo periodo, un apparecchio ortopedico.
E di nuovo estate: Gianna lascia il suo ambulatorio
in mano al fratello Ferdinando che la sostituisce e, chiusa la casa di Ponte
Nuovo, riparte per la sua adorata montagna. Il marito resterà con lei tutto il
tempo delle vacanze. La vita continua, con ritmi regolari nei quali, il primo
posto è preso dall'affetto, dalla cura dei due piccoli bambini.
Il Natale, festeggiato con tutta la famiglia Beretta
e con tutta la famiglia Molla, è uno dei momenti felici da ricordare. Gianna
sa già di attendere il suo terzo figlio e ne ringrazia di cuore il Signore. È
tenera e commossa. Completamente appagata. Il Signore, la vita, sono buoni con
lei. Aveva tanto sognato una bella famiglia, basata su buoni principi cristiani.
Aveva tanto desiderato che i figli fiorissero «come virgulti d'olivo attorno
alla sua mensa», e questo desiderio sta diventando una concreta realtà. La
«sua» meravigliosa realtà.
I rapporti con la mamma di Pietro sono ottimi. Con i
suoi fratelli non si è assolutamente interrotto quel filo robusto di amicizia
che li ha sempre tenuti uniti.
Pietro è l'uomo che non solo l'ama teneramente ma la
capisce e la completa come essere umano.
Gianna tiene una fitta corrispondenza con Virginia,
medico missionario tra i diseredati dell'India e con il fratello che da anni
ormai vive e lavora tra i campesinos in Brasile. Racconta loro le piccole
vicende quotidiane della sua vita. Vuol essere informata delle loro esperienze.
Vuol cercare di aiutarli, anche se tanto lontani. «Come stai? - chiede al
fratello per lettera - Non lo dici mai. Sta attento alla lebbra, padre. Se ti
occorrono disinfettanti, scrivilo che te li procuro. Quanti padri missionari si
sono infettati curando i loro malati! Ti auguro di poter presto vedere finiti
i tuoi lavori dell'ospedale e che il governo ti dia gli aiuti necessari».
Poi, ricordandosi della necessità di Enrico di
trovare un altro medico che gli dia una mano, «hai trovato qualcuno che ti
aiuti?» gli scrive: «Cerca di star bene. Di non stancarti troppo. Anche Dio
il settimo giorno, riposò. Questo per insegnarci che anche il riposo è sacro,
perché voluto da Lui».
«Ho saputo che soffri tanto il caldo» scrive in
India a Virginia «Come vorrei mandarti un po' di fresco: qui piove da tre
giorni. Se proprio non resisti, non aspettare di ammalarti, ritorna qui, hai
capito? Chissà quanto lavori e quanto ti vogliono bene i tuoi ammalati. Fai
anche le operazioni? Stai allegra come sempre. Noi ti seguiamo giorno per
giorno e ti siamo vicinissimi con la preghiera. Vorrei poter fare qualche cosa
per te, aiutarti nel tuo lavoro ma cielo, mare e terra ci dividono. Stammi bene.
Papà e mamma ti aiutino a sopportare il caldo, ti diano tanta salute.
Scrivimi la verità come stai, se hai gonfi i piedi, se ti occorre qualche
cosa...».
«Siamo lontani ma siamo sempre uniti con il pensiero
e con la preghiera - scrive ancora a Enrico -. È così bello volersi bene tra
fratelli, come ci hanno insegnato i nostri genitori».
Gianna, lo ripeto ancora, è una donna felice e
appagata. Ringrazia quotidianamente il Signore - confida all'amica Mariuccia
Parmeggiani, ormai sposata anche lei, e con la quale s'incontra frequentemente -
per «tutti i doni» di cui la arricchisce, giorno dopo giorno.
Mariuccia Parmeggiani è una «testimone» affettuosa
di questo periodo pieno di gioia. «Gianna - ricorda - pur continuando nella sua
attività professionale, aveva spesso alcune ore "libere". Tutti i
pomeriggi apriva il suo ambulatorio e seguiva, con competenza, i problemi dei
suoi ammalati. Il servizio all'asilo nido e alle scuole elementari la occupava
un paio di mattine alla settimana. In casa, Savina, che ormai era diventata
esperta nell'organizzazione del suo lavoro, le dava una mano preziosa. Succedeva
pertanto molto di frequente che Gianna comparisse, all'improvviso, di mezza
mattina, davanti al cancello della mia casa, suonasse con allegria il campanello
e s'infilasse con la sua macchina nel mio giardino. Entrata con Pier Luigi e Mariolina:
"Beviamo un caffè?" chiedeva con la voce di chi vuole trascorrere
qualche minuto in santa pace, con una cara amica cui confidare i piccoli segreti
della vita quotidiana».
«Erano momenti molto piacevoli - continua Maríuccia
Parmeggiani. L'amicizia che ci legava dai tempi della nostra giovinezza ne
risultava, giorno dopo giorno, sempre più rinsaldata. Parlavamo dei nostri
mariti, dei nostri piccoli. Ci scambiavamo consigli di cucina, c'insegnavamo
"punti" nuovi per i nostri lavori a maglia. Insieme osservavamo i
progressi dei bambini, controllavamo le aiuole per rallegrarci del successo
dei nostri piccoli lavori di giardinaggio. Poi Gianna se ne tornava a Ponte
Nuovo. Ci telefonavamo molto spesso. Se aveva ospiti importanti (e per lei lo
erano tutti), mi chiedeva qualche ricetta "veloce" per poter
preparare un piatto speciale con cui fare bella figura. Era molto fiera della
sua famiglia. Voleva un bene dell'anima al suo Pietro e voleva che lui fosse sempre
contento. Facevamo anche molti progetti insieme e "ricamavamo" il
futuro che sognavamo, a occhi aperti, per i nostri bambini».
Gianna non aveva perso la bella abitudine di andare
di frequente a Milano con il marito per assistere ai concerti o per godersi,
insieme, uno spettacolo teatrale o cinematografico. I suoi bambini erano ben
protetti da Savina. Spesso anche «zia Zita» o la nonna paterna restavano alcune
ore con loro.
XVIII
TREPIDA
ATTESA DEL TERZO BAMBINO
Nella primavera del 1959, dal 26 aprile al 17 giugno,
mentre Gianna aspetta il suo terzo bambino, Pietro deve effettuare un
lunghissimo viaggio negli Stati Uniti.
Per Gianna è un momento molto delicato: la sua gravidanza,
pur vissuta con grande gioia, le dà qualche problema. La rende
particolarmente ansiosa. Al solito ha molto da fare: Pierluigi e Mariolina sono
ancora piccoli e le richiedono tante attenzioni. Forse si sente anche stanca
fisicamente.
Soffre inoltre in modo struggente l'assenza del
marito che vorrebbe vicino in un tempo così importante per la loro vita.
Comprende appieno le ragioni che lo trattengono lontano da lei, ma è sempre
preoccupata che gli succeda qualcosa; Pietro lavora troppo. È sottoposto a
responsabilità molto pesanti. A stress continui. Ha paura per lui. Teme
persino, lei che pure aveva goduto tanto il primo volo con Pietro, per i lunghi
spostamenti aerei ai quali deve assoggettarsi per tener fede ai suoi numerosi
appuntamenti. Per poter partecipare a tutte le riunioni programmate.
Gianna cerca di farsi forza e, nelle lettere che gli scrive regolarmente (ne sono rimaste ventinove), si mostra serena per non aggravare, con la sua angoscia, la fatica di Pietro. Per non fargli pesare, in modo eccessivo, una lontananza che pesa tanto anche a lui. Si confida spesso con Mariuccia che le è molto vicina. Ma anche alla sua cara amica cerca di celare la tensione che, come documenta questa lettera speditale subito dopo il ritorno del marito, dev'essere stata molto faticosa da vincere.
«Un mese fa - l'informa - dovetti essere ricoverata
d'urgenza per un'intossicazione. Avevo dolori fortissimi, contrazioni
spasmodiche continue, febbre e vomito. Correvo il rischio di perdere il
bambino. Spaventatissima ubbidii a Nando e mi lasciai portare a Monza: era già
mezzanotte, e in quell'ospedale mi attendeva già il professore ostetrico che
ben conosciamo. Fu così che con ossigeno, calmanti e ipodermoclisi, tutto passò
e potei, dopo due giorni, andare all'areoporto della Malpensa a incontrare Pietro
che, ignaro di tutto, tornava dall'America».
Leggere comunque alcuni brani della corrispondenza
tra Gianna e suo marito in questo lungo periodo, ci aiuta certamente a
comprendere ancora meglio, se possibile, quanto Gianna gli volesse bene. Quanto,
coerente con i suoi propositi, si sforzasse d'essere per lui, come gli aveva
promesso, la «donna forte» della Bibbia. Solo dalla prima lettera, infatti,
traspare un poco della sua ansia. Ma dopo questa missiva Gianna gli racconta
tutto della vita sua e dei bambini, attenta a dare a Pietro il massimo della
serenità possibile.
Il 28 giugno, solo due giorni dopo la partenza,
scrive a Pietro:
«Finalmente solo stamattina ho potuto sapere che il
vostro aereo era giunto a Boston, dopo nove ore di ritardo. Ora mi telefona
Adelaide che è già arrivato anche il vostro telegramma: Deo gratias. Attendo
notizie più dettagliate. Non posso più continuare, perché i bambini non mi
lasciano tranquilla. Riprenderò più tardi, quando saranno a riposare».
Poche ore dopo, alle due di pomeriggio infatti scrive
di nuovo al marito, felice di aver ricevuto una sua lettera scritta
dall'aereo.
«Grazie delle tue dolcissime espressioni. Gigetto,
felice con la sua cartolina, s'è addormentato dicendo: "Papà è arrivato.
Papà cade no". Dovevi sentirlo, domenica sera,
quando ha visto l'aereo alzarsi: "papà ciao... papà in cielo... papà
buon viaggio... papà torna presto". Tutta la gente, attorno, l'ascoltava
commossa, e lui spiegava: "papà è su in aeroplano. Papà va lontano".
Ieri poi, ogni volta che andavo al telefono a chiamare la Malpensa per avere
notizie, anch'egli mi seguiva, e a ogni risposta negativa, diceva, per
consolarmi: "mamma, papà cade no". Mariolina invece, a ogni
campanello che sente, corre alla porta gridando: "papà, papà" e
Gigi, da grande ometto, "no papà. Papà lontano: arriva domani".
Come vedi, Pietro mio carissimo, tu sei sempre tra
noi, anche se tanta distanza ci divide. Cerca di star bene, Pedrín d'oro, e
non stancarti; anzi, approfitta delle ore libere per fare dei bei sonni. Stai
tranquillo per me, che sono aiutata tanto, e perciò non mi stanco».
Il 5 maggio gli scrive ancora:
«Ho ricevuto questo pomeriggio la tua di giovedì
21. Non te lo nego, Pedrin d'oro, che alla notizia che fino al 10 giugno non
puoi tornare, m'è venuto un magone. Ho dovuto piangere... poi ho offerto il
sacrificio al Signore per te, perché ti protegga nei tuoi voli continui, e per
il nostro "popo" che attendiamo, perché possa nascere bello, sano e
senza difetti; e così... mi sono rasserenata. Ho dato tanti bei bacioni a
Gigetto e Mariolina, me li sono stretti forte forte al cuore e ti ho sentito,
con loro, tanto vicino a me, come se anche tu fossi già con noi.
Oggi è venuto da noi il don Giuse per godersi un
poco i nostri angioletti. Ha celebrato la Messa a Ponte Nuovo, come al solito,
e ha dato una benedizione speciale con 1'Asperges, ai nostri "popi" e
ai nipotini, venuti anch'essi alla santa Messa dello zio. Mariolina è brava
quando è in chiesa, Pierluigi invece ha resistito solo cinque minuti. Giuse
poi li ha portati a Turbigo, alla solita spiaggia, mentre io sono rimasta
volentieri a casa, tranquilla, a preparare il golfino all'Alberto o
all'Emanuela. A proposito, hai pensato al nome da dare alla bambina?».
È del 13 maggio quest'altra lettera:
«Pietro mio, puoi immaginare come il mio pensiero
sia sempre a te, ai tuoi viaggi e come desideri che venga presto il giorno
in cui avrai finito di volare. Sta bene che c'è il trinomio di Gigetto il quale
ogni volta che prega dice: "Gesù, fai fare buon viaggio al mio papà; papà
torna presto; papà cade no". Ma... la lontananza è sempre lontananza.
Ieri sera alla TV Padre Mariano, parlando del vero amore del matrimonio,
diceva che "il vero amore, è l'amore che non dura un solo giorno, ma
sempre e due sposi che sempre si sono amati, quando saranno in Paradiso
s'accorgeranno che il tempo che si son voluti bene è stato breve e gioiranno
nel pensare che hanno tutta l'eternità, dinanzi a loro, per continuare ad
amarsi". Pedrin d'oro, tu sai quanto ti amo, ti penso e desidero farti
felice».
In un'altra lettera, il 24 maggio, gli scrive:
«Sono le 15. I nostri angioletti con gli zii, con
Angela e Savina, sono andati a Legnano, invitati dai signori Viola, per vedere
la festa del Carroccio, con la sfilata dei carri. Io ho preferito starmene
tranquilla a casa. Oggi è incominciato il nono mese, e mi stanco facilmente,
così sola soletta, con gioia e tanta commozione ho letto e riletto le tue
affettuosissime lettere, che con tanta premura mi hai mandato ogni giorno
dall'America. Sono in tua dolce compagnia, oggi più su di morale... ma ieri,
non lo nego, un po' a terra. Ti desideravo vicino, sentivo tanta nostalgia di
te e avevo proprio deciso di scriverti di tornare subito. Poi, invece, m'è
passata. Oggi ti dico: Torna al più presto, Pedrin d'oro, appena puoi.
Sei proprio un carissimo e affettuosissimo maritino,
un santo papà, non d'oro, ma di brillante, il più grosso e il più prezioso
che ci sia su questa terra», gli scrive ancora il 4 giugno.
L'ultima lettera di Gianna è del 9 giugno. Le spiace
che il marito non possa essere presente, come si era augurata, alla festa del
paese.
«Pietro mio, ti ricordi la festa di Ponte Nuovo, nel
1955? Fu la prima volta che venni in casa tua e come già ci amavamo! È proprio
per questo nostro grande amore reciproco che ora, il rimanere lontani, ci è di
grande sacrificio. I tuoi tesori non passa giorno che non chiedano di te».
I bambini, il suo amore... quasi un leit motiv che ha
accompagnato Pietro, tenendolo spiritualmente unito a lei, nei lunghi giorni
della separazione. Meno di un mese più tardi, con Gianna, Pietro, Pierluigi e
Mariolina, ci sarà anche Laura.
XIX
Il sabato 18 luglio Gianna, festante, comunica
all'amica Mariuccia che, tre giorni prima, il 15, le è nata un'altra bambina.
«Non so, Mariuccia carissima, se avrai già ricevuto
la partecipazione. Mercoledì mattina, alle otto e un quarto è nata Lauretta.
Non puoi immaginare la nostra gioia, prima di tutto perché, grazie a Dio, è
andato tutto bene; poi perché è bella, buona, sana e infine perché è una
bambina, e io desideravo proprio una sorellina per Mariolina. So per
esperienza quanto sono preziose le sorelle, e così il Signore ha esaudito le
mie preghiere. Ho continuato imperterrita la mia gravidanza sino all'ultimo e
con i miei soliti dieci giorni di ritardo. Ora sono qui con la mia Lauretta
tanto buona. In questi tre giorni di vita, dorme, succhia un po' da me e non
piange quasi mai. Mi spiace non potertela far vedere, ma è bruna, anzi nera di
capelli (ne ha più lei che Mariolina a un anno e mezzo), occhi chiari e pesava,
alla nascita, kg 3,950. Un faccino piuttosto ovale, assomiglia più a Gigetto
che alla `popa'. Questa sera aspetto i miei due tesori che già da quindici
giorni sono a Courmayeur. Ogni giorno mi telefonano perché quest'anno ho
potuto avere il telefono in villetta, e sono felicissimi di venire a conoscere
la "sorellina nuova" (perché così la chiama Pierluigi). Ieri sera
poi voleva che gliela mandassi al telefono: "voglio parlare con la mia
sorellina". Sono curiosa di vedere questa sera la sua espressione e quello
che farà vicino alla culla. Ha già detto che botte alla "popa"
nuova non gliene darà; alla "popa" vecchia invece, sì».
Rileggo queste poche righe insieme all'ing. Molla.
Alza gli occhi dal foglio sorridendo: sono parole che lo riportano a un
momento molto felice della sua vita.
«Poco dopo il mio rientro dall'America, Gianna non
poteva farmi regalo più grande».
Rimane un attimo in silenzio, quasi a rivivere quel
tempo così lontano ma mai dimenticato.
Siamo nel mio studio e Pietro Molla è venuto a
trovarmi con una borsa piena di lettere e documenti preziosi. Gli sono
infinitamente grata per il suo supporto a questo mio lavoro di ricerca attorno
alla vita di Gianna. Senza la sua collaborazione non avrei assolutamente avuto
la possibilità di ricostruire, nel modo più corretto possibile, l'immagine
di sua moglie. Ma con il suo aiuto, poco alla volta Gianna mi si manifesta in
tutta la sua semplicità e anche nella sua concreta umanità.
Pietro Molla sfoglia carte e carte: tutte
rigorosamente catalogate. È molto disponibile nei miei confronti. Talvolta,
indicandomi un documento la sua voce s'incrina leggermente. Ma è solo un
attimo, durante il quale io cerco di non guardarlo per non far crescere il suo
turbamento.
È stato bello, ma anche difficile lavorare con lui.
Spesso ho avuto l'impressione di scavare impietosamente in un mondo che gli
appartiene tutto intero. A lui e ai suoi figli. Ma spesso ho anche avuto
l'impressione che mi fosse grato per questo sforzo al quale l'ho costretto. Al
quale ha aderito con grande partecipazione. E io, da parte mia, credo di avergli
«restituito» un poco la sua Gianna, fissandone i «contorni» con amore.
«Il 31 luglio - Pietro ricorda - siamo saliti a Courmayeur,
nella nuova casa, una villetta tra i prati, che avevo affittato al Verrand.
Una zona bellissima, a quel tempo ancora abbastanza isolata dal paese, non
piena di costruzioni come adesso. Pierluigi e Mariolina erano già in montagna
da parecchi giorni. Gianna ha potuto così raggiungere i suoi due bambini
portandosi appresso l'ultima arrivata. Insieme abbiamo trascorso giornate
indimenticabili. Sono riuscito a fermarmi con la mia famiglia tutto per il
mese di agosto e Gianna è tornata a Ponte Nuovo, con i piccoli, solo alla fine
di settembre. Stavano molto bene: l'aria dell'alta montagna sembrava fatta
apposta per loro. Gianna allattava Laura e si occupava dei due
"grandi" con tutto l'affetto possibile, attenta a prevenire le comiche
scene di gelosia di Pierluigi. Mariolina era troppo contenta di avere una
sorellina per farsi simili problemi. Per lei Lauretta era una bambola
"vera", con cui giocare, con una certa precauzione, perché non si
rompesse. Insieme facevano lunghe passeggiate nel verde dei boschi, proprio di
fronte al Monte Bianco. Quando io non ero con loro Gianna caricava i bambini
sulla sua macchina e, con Savina e con zia Zita, li portava sulle rive di un
torrente per la merenda. Pierluigi, in queste occasioni, si divertiva un mondo
a gettare sassi nell'acqua e Mariolina, che lo imitava in tutto, cercava di fare
altrettanto. La nostra era una vita tranquilla. A settembre sono tornato in
fabbrica ma, ogni fine settimana, andavo a trovare i miei cari e, per noi, era
una gran festa. A Mesero, l'ambulatorio era stato di nuovo affidato alle cure di
Ferdinando e questo lasciava tranquilla Gianna che, pur da lontano e molto
occupata, non si dimenticava certo dei suoi ammalati».
Dopo il ritorno a Ponte Nuovo Gianna organizza la sua
vita cercando di trovare spazio per tutto: per Pietro e per i bambini, per la
conduzione della casa e per i suoi impegni di medico. Talvolta il marito, che
la vede sempre tanto indaffarata, le chiede se non sia il caso di rinunciare
alla professione ma lo sguardo con il quale Gianna reagisce a queste
affettuose preoccupazioni, lo dissuade dall'insistere.
«Ti prometto - gli dice un giorno sua moglie - che
quando avremo dato un fratellino anche a Pierluigi... smetterò di fare il
medico, anche se mi spiace, e farò solo la mamma».
Gianna, che s'avvicinava ai quarant'anni, sognava infatti
di avere presto un altro bambino. «Siamo vecchi - scherzava di tanto in tanto -
e bisogna fare in fretta...».
«Sia io che lei - dice Pietro Molla - venivamo da famiglie
numerose e mia moglie aveva sempre desiderato di avere almeno quattro bambini.
Di vederli crescere tutti insieme. Bravi e buoni».
Scorrendo la documentazione che ho raccolto, trovo
una testimonianza di Pietro Molla, scritta nell'aprile del '73. Si riferisce
appunto ai pochi anni di matrimonio che i due sposi hanno avuto la possibilità
di condividere.
Ne stralcio alcuni paragrafi che mi sembrano
significativi. In essi l'ing. Molla rivive anni che hanno segnato profondamente
la sua esistenza: «Voglio ora ripensare, Gianna, in un colloquio diretto con
te, fra terra e cielo, i momenti più espressivi della nostra vita, del nostro
primo incontro, nel lontano 1949. Voglio esprimerti i sentimenti, le speranze
e le certezze che la tua vita, le tue virtù, il tuo eroico sacrificio
continuano ad alimentarmi. Dal mattino del nostro matrimonio cominciò per noi
la pienezza della nuova vita: tutto un succedersi di giorni di gioie ineffabili
e di serenità luminosa, di trepidazioni e di sofferenze. Il tuo sogno
ineffabile di sposa era quello di avere bambini, tanti, bravi e buoni.
Nasce Pierluigi e la tua gioia di madre è piena e
perfetta. Tale gioia si rinnova con la nascita di Mariolina e poi di Lauretta.
In ogni attesa, quanta preghiera, quanta fiducia nella provvidenza, quanta
fortezza nelle sofferenze! A ogni nascita, un inno di ringraziamento al
Signore. Hai voluto che, appena terminata la cerimonia del santo Battesimo,
ciascuno dei nostri bimbi fosse consacrato e affidato alla particolare
protezione della Madonna del Buon Consiglio.
Appena in età, hai voluto Pierluigi fanciullo di
Azione Cattolica e Mariolina "Piccolissima" nella stessa Azione
Cattolica. E godevamo con pienezza di gioia i nostri bimbi, vivevamo per essi
e ne eravamo tanto orgogliosi.
E tu continuavi a possedere la gioia della vita, a
godere l'incanto del Creato, i monti e le loro nevi, i concerti di musica
sinfonica e il teatro, come nella tua giovinezza e nel periodo del nostro
fidanzamento.
In casa eri sempre operosa: non ti ricordo una sola
volta in ozio e nemmeno in riposo nelle ore diurne, se non per indisposizione.
Nonostante gl'impegni della nostra famiglia, hai voluto continuare la tua
missione di medico a Mesero, soprattutto per l'affetto e la carità che ti
legavano alle giovani mamme, ai tuoi "vecchi", ai tuoi "ammalati
cronici".
E quante cure affettuose per i bambini della Scuola
Materna, dell'Asilo Nido e delle Scuole elementari e per il Consultorio delle
mamme a Ponte Nuovo.
I tuoi propositi, i tuoi atti, erano sempre in piena
coerenza con la tua fede, con lo spirito e l'opera di apostolato e di carità
della tua giovinezza, con la piena fiducia nella Provvidenza e con il tuo
spirito di umiltà. In ogni circostanza ti richiamavi sempre e ti affidavi
alla volontà del Signore.
Ogni giorno, lo ricordo, avevi sempre la
tua preghiera e la tua meditazione, il tuo colloquio con Dio, il tuo ringraziamento
per il dono ineffabile dei nostri meravigliosi figlioli. Ed eri tanto felice».
XX
UNA
BELLISSIMA NOVITA’
Le giornate trascorrono veloci in casa Molla, tra i
bambini che crescono e le quotidiane occupazioni di Gianna e di Pietro. È di
nuovo estate e Gianna riparte con i suoi piccoli per Courmayeur. Ancora una
volta Pietro può trascorrere tutte le sue vacanze con loro. Ancora una volta,
vivono la gioia di una famiglia che si vuole un gran bene.
Nel dicembre dello stesso anno 1960, Pietro deve recarsi
di nuovo all'estero per lavoro e desidera che Gianna faccia questo viaggio con
lui. Affidati i bambini alla zia Zita e a Savina, la sera del 10, marito e
moglie prendono il vagone letto diretti in Inghilterra. Il loro viaggio proseguirà
poi verso l'Olanda. Una bellissima occasione per stare insieme e vedere posti
nuovi, conoscere persone nuove.
Tutti i giorni Gianna telefona a casa per avere
notizie di Pierluigi, di Mariolina e di Lauretta. Va tutto bene e lei può
godersi questa imprevista vacanza. Scrive al fratello Enrico comunicandogli le
sue sensazioni:
«Da Londra, ogni giorno, mi spostavo o col treno o
con la macchina nelle varie cittadine, e così sono stata lungo il Mar del Nord,
a Norwich, a Great Yarmouth e ho potuto farmi un'idea di questi posti, delle
loro usanze, della loro vita. Da Londra, in aereo, in solo un'ora e dieci minuti,
sono giunta ad Amsterdam, città tutta attraversata da caratteristici canali.
Da Amsterdam, in treno, ieri sera, 16 dicembre, sono
giunta all'Aia. Domani sera, 18 dicembre, o al massimo lunedì torneremo dai
bambini e con loro ci prepareremo al Santo Natale».
Subito dopo le festività di fine anno, nel gennaio e
febbraio del '61, Gianna trascorre un altro lungo periodo tra le nevi di
Courmayeur, ma quando torna a casa, alla Saffa si stanno vivendo i giorni duri
degli scioperi, e Pietro Molla è sempre più coinvolto in lunghe, estenuanti
riunioni sindacali. Le manifestazioni che si svolgono al di là dei cancelli
della fabbrica, vengono vissute con apprensione anche all'interno della casa
in cui abita l'ing. Molla. Gianna ne segue infatti gli sviluppi: sa che per suo
marito queste agitazioni sono causa di altre fatiche poiché sulle sue spalle
grava la responsabilità principale dell'andamento dell'azienda.
Quando finalmente la situazione si rischiara e gli
scioperi hanno termine, Gianna si sfoga, per lettera, con la sorella Virginia
e non riesce a dominare una dura polemica; anche lei ha sofferto per le
tensioni di quel periodo: «Qui, dopo tre mesi di sciopero, è tornato da venti
giorni tutto normale. Come si vede che non c'è miseria; perdere tante ore di
lavoro così, per niente. Pietro non ne poteva più: doveva continuamente
reagire per non arrabbiarsi, e dopo tutto quello che fa per loro, ricevere
fischi e roba del genere. Ora gli operai lavorano e sono tranquilli: speriamo.
Da mercoledì Pietro è in Germania e la settimana ventura andrà a Parigi, poi
Londra e così via.
Cara Giniona, io sono sempre felice con Pietro, con i
nostri tre magnifici bambini e ne ringrazio tanto il cielo. Desidererei tanto un
altro figlio, ma proprio non arriva, pur mettendoci tutta la nostra buona volontà.
Come lo spieghi, tu? Che peccato! Prega per me, perché il Signore mi
esaudisca».
D'estate la villa al Verran di Courmayeur accoglie di
nuovo la piccola famiglia. Gianna si gode pienamente i suoi tre bambini che
hanno ormai, rispettivamente, quattro anni e mezzo, tre anni e mezzo e quasi due
anni.
La sera del 27 giugno, mentre finalmente Pierluigi,
Mariolina e Lauretta dormono, Gianna scrive al marito:
«Carissimo Pietro, adesso tutto è silenzio. Caro
Pietro, che bello poter star con loro giorno e notte, e seguirli e goderli. Capisco
come possa spiacerti quando, tornando a casa la sera, non li puoi godere un po'.
A loro poi non sembra vero avere la loro mamma vicina e tutta per loro. Gigetto
poi, forse perché costretto prima all'asilo, ora non fa che chiamarmi e
vorrebbe che fossi tutta per lui. Sono proprio tre tesori. Peccato che manchi il
mio quarto grande tesoro, il mio amatissimo e affettuosissimo Pedrin. Ti penso
tante e tante volte e ti sono vicina con il cuore e con la preghiera. Non
stancarti troppo».
In queste parole riemerge la sua continua, grande
preoccupazione.
Alcuni giorni più tardi, dall' 11 al 18 luglio,
Gianna accompagna di nuovo il marito in un suo viaggio di lavoro, in Danimarca
e Svezia, i paesi che aveva già conosciuto attraverso le lunghe lettere di
Pietro, immediatamente prima che si sposassero. Questa volta vedrà con lui i
luoghi che tanto l'avevano incuriosita. Subito dopo il ritorno in Italia,
riparte per Verran di Courmayeur. L'attendono altri giorni pieni da passare
con i suoi bambini. L'attende anche la gioia di un lungo periodo in compagnia di
Mariuccia e dei suoi figli. L'amica infatti è riuscita, per la prima volta, a
combinare la vacanza insieme a lei, accettando l'invito che Gianna le faceva
da tanto tempo.
Le due donne e la loro allegra tribù formano una
grande famiglia piena di voglia di godere la montagna e i suoi paesaggi
mutevoli. E trascorrono ore e ore raccontanbdosi di loro, dei loro progetti.
Proprio in queste settimane Gianna s'accorge di aspettare finalmente il suo quarto figlio.
E questa è una bellissima novità.
XXI
FRA
TENSIONI E SPERANZE
Ho già scritto di quanto Gianna sperasse avere, al
più presto, un altro bambino. Quando finalmente si rende conto che il suo
desiderio sta per realizzarsi, prova una gioia immensa.
Le giornate a Courmayeur, in compagnia della sua più
cara amica, sono infatti molto liete. Vissute con entusiasmo e con una carica
di allegria che Mariuccia Parmeggiani ricorda con particolare rimpianto.
Gianna sta molto bene. Fa lunghe passeggiate tra i boschi. Si gode i suoi
figli e l'amicizia di Mariuccia. Pietro, non appena gli è possibile lasciare
la fabbrica, raggiunge la sua famiglia: vuole essere vicino a Gianna, a
Pierluigi, a Mariolina e a Lauretta. È un periodo spensierato e felice.
La gravidanza non sembra dare alcun problema particolare
sino a quando, un giorno, Gianna s'accorge di qualche cosa che non va: ha la
sensazione di un gonfiore anomalo dell'addome. Di un «qualche cosa» che non le
sembra naturale. Ne parla con il marito. Gli spiega che, forse, si tratta di
una cisti ovarica. Pietro le consiglia un ritorno immediato a Magenta e un
controllo da parte di Ferdinando.
Gianna organizza il tempo della sua assenza: lascia i
suoi bambini affidati alle cure di Mariuccia e di Savina. È tranquilla. Sa
che sono in buone mani e spera di poter tornare tra di loro nel giro di
pochissimi giorni.
Con Ferdinando Beretta che l'ha assistita con amore,
ricostruisco quei giorni improvvisamente difficili.
«Visitata mia sorella, mi sono subito reso conto
che, accanto all'utero, stava crescendo un grosso fibroma che, tra l'altro,
cominciava a darle coliche sempre più dolorose. D'urgenza, l'ho fatta
sottoporre a una nuova visita, questa volta dal professor Mario Vitali, il
quale ha confermato la mia diagnosi e ha consigliato un intervento tempestivo.
Al momento dell'operazione si sarebbe potuto giudicare meglio la situazione.
Comunque, essendo Gianna medico essa stessa, il professore le prospettò con
chiarezza anche tutti i rischi ai quali sarebbero andati incontro sia lei che il
bambino che, da poco più di due mesi, si portava in seno». Inizia proprio in
questo momento quella parte eroica della vita di Gianna Beretta Molla che
l'avrebbe condotta al compimento del suo sacrificio, i mesi strazianti, fatti
di speranza ma anche di tensioni, sia pure celate nel profondo del cuore, che si
sarebbero conclusi il 28 aprile 1962, il primo sabato dopo Pasqua, con la sua
morte. «Ricordo di aver discusso a lungo con Gianna - dice ancora commosso
Ferdinando Beretta -; mi ascoltava con pazienza e con interesse, ma
manifestava, decisamente, una sola preoccupazione: che le venisse salvata la
gravidanza. E fu questa la richiesta che espresse anche al professor Vitali
quando, alcuni giorni dopo, venne sottoposta all'intervento chirurgico». Era il
6 settembre.
Nella relazione clinica stesa da Ferdinando Beretta
che, con il prof. P. Stradella era in sala operatoria, si legge: «Dopo due mesi
di gestazione, compare una sintomatologia dolorosa a tipo minaccia d'aborto,
con lieve metrorragia, subito domata con antiemorragici e sedativi uterini.
Non espletandosi l'aborto e aumentando sempre più la sintomatologia dolorosa,
il chirurgo ginecologo decide la laparatomia.
Prima dell'intervento, presenti il professor Vitali,
il marito e il sottoscritto, la paziente non esitava ad anteporre la vita
della sua creatura alla propria, quasi presaga di quanto sarebbe avvenuto, e
pregava il chirurgo di ispirarsi, durante il suo intervento, a questo suo
desiderio.
All'apertura del cavo addominale si riscontra una
grossa massa di fibroma uterino sieroso, situato tra la parete posteriore
uterina e la laterale destra, in parte intramurale e in parte sottosierosa.
Con mano sapiente il chirurgo asporta la grossa massa neoplastica, praticando
una corretta emostasi, senza ledere la cavità uterina, suturando i bordi
della ferita chirurgica con cura, così da permettere la continuazione della
gravidanza, contrariamente alla prassi normale della demolizione totale, del
resto giustificata, onde evitare ulteriori e gravi rischi della madre. Una sutura
praticata sull'utero i primi mesi di gravidanza, spesso cede con secondaria
rottura dell'utero e pericolo mortale immediato per la paziente, al quarto,
quinto mese di gestazione, nozione ben nota alla dottoressa Gianna.
Preoccupati per la vita della gestante, ci si
augurava che si verificasse un aborto spontaneo nel decorso postoperatorio;
infatti vi fu un'ultima minaccia d'aborto a circa tre settimane
dall'intervento».
Gianna, da parte sua, non appena in grado di farlo,
scrive all'amica Mariuccia:
«... E ora ti dirò bene cosa mi è successo. Martedì,
visitandomi Nando, ha trovato che, oltre alla gravidanza, c'era una
tumefazione piuttosto grossa. Abbiamo pensato a una ciste dell'ovaia. Sono stata
dal professor Vitali e anche lui ha confermato il nostro dubbio, però ha detto
che non più tardi di quindici giorni dopo sarebbe stato meglio toglierla.
Avevo già deciso di tornare a Courmayeur il giorno dopo senonché, al mattino,
comincio ad avere un po' di emorragia. Subito a letto, iniezioni, borsa di
ghiaccio, e così l'emorragia è cessata, ma non fu necessario fare il raschiamento.
Siccome il vomito persiste, anche il professore dice che può darsi sia stata
solo una minaccia di aborto e che quindi la gravidanza continui. Però, anziché
aspettare, è meglio fare subito l'operazione; così hanno deciso per la
settimana ventura.
Cara Mariuccia, puoi immaginare quello che provo in
questi giorni; come il mio cuore e il mio pensiero sia sempre rivolto ai miei
carissimi tesori. Ho fiducia nel Signore e nella Madonna della Guérison. Fa'
pregare i miei "popi". La Madonna ascolta sempre le preghiere degli
innocenti.
Alla Savina tanti tanti saluti e grazie per quello
che fa per i bambini. A te, Mariuccia, i bacioni più affettuosi e un grazie di
cuore. Ai miei tesori e ai tuoi "popi", bacioni grossi grossi dalla
loro mammina».
Otto giorni dopo l'intervento, Gianna le scrive
ancora: «Carissima Mariuccia, oggi senza i punti che mi tirano, posso scriverti
e rispondere alla tua carissima. Grazie infinite ancora per quello che fai per
i miei tesori, che sono certa hanno trovato in te una seconda mamma, affettuosa
e premurosissima. Ho solo il timore, e ciò mi spiacerebbe tanto, che tu ti
stanchi troppo.
Ho sentito da Pietro che anche i tuoi
"popi" cominciano a sentire il vantaggio dell'aria di Courmayeur e
sono proprio contenta che mangino con appetito.
Spero che anche Gian Piero possa fermarsi qualche
giorno a tenerti compagnia e a godere la sua famigliola. Non fare complimenti,
Mariuccia, decidi tu, se preferisci rimanere ancora sino a domenica 24, rimani
pure...
Il professore non ha ancora detto niente di quando mi
lascerà in libertà. Come operazione tutto bene, teme ancora per l'aborto e
vuole stare a vedere qualche giorno. Non appena me lo dirà ti avviserò. Però
fare un viaggio a Courmayeur, anche a metterci tutta la buona volontà, non me
la sento proprio, sarebbe un'imprudenza, giacché tutto è andato bene.
Ciao Mariuccia, vivi felice, che presto potremo
rivederci. I bacioni più belli a tutti i bellissimi "popi". A te un
forte abbraccio».
Alla lettera all'amica, Gianna unisce anche alcune parole
per i suoi bambini:
«Carissimi miei tesori, papà vi porterà tanti bei
bacioni
grossi; vorrei tanto poter venire anch'io, ma devo
stare a letto perché ho un po' di bibi. Fate i bravi, obbedite alla Mariuccia e
alla Savina. Pierluigi che è il maggiore, faccia giocare le sue sorelline,
senza bisticciare. Mariolina che è la "maggiore", sia buona e
compiacente con Lauretta.
Vi ho qui nel cuore e vi penso ogni momento. Dite
un'Ave Maria per me, così la Madonnina mi farà guarire presto, e potrò
tornare a Courmayeur e riabbracciarvi e stare sempre con voi. Con tanto affetto
vi bacia e vi abbraccia la vostra mamma».
Dall'ospedale Gianna scrive anche ad Enrico e a Zita.
«Caro Padre Alberto, vado migliorando ogni giorno. Così spero proprio che la
Madonna mi aiuti a portare a termine la gravidanza». E a Zita: «Se nasce un
maschietto si chiamerà Enrico e chissà che non diventi un don Enrico». Tra le
tante visite che riceve in ospedale, una delle più gradite è certamente quella
di Madre Ada Deitinger. A lei confessa, in un impeto di amore:
«Ho sofferto molto, ma sono felice perché la
maternità è salva. Mi auguro che nasca un maschietto e vorrei che divenisse un
don Enrico, nome di battesimo del mio fratello missionario».
Dimessa dall'ospedale, Gianna torna alla sua casa,
tra i suoi bambini che nel frattempo sono rientrati da Courmayeur. Poco alla
volta si ristabilisce completamente e riprende, senza sosta, la sua abituale
vita di famiglia e di lavoro.
Ogni giorno va all'ambulatorio di Mesero, per
visitare i suoi ammalati. Spesso, nel pomeriggio, carica i suoi piccoli in
macchina e «passa» da Magenta per affidarli a Zita. I piccoli sono felici:
vogliono molto bene a questa zia tanto paziente e affettuosa con loro. È bello,
nel tiepido autunno lombardo, giocare nel grande giardino della casa dei nonni,
correre tra i filari della vigna e raccogliere gli ultimi fiori da donare alla
mamma.
«In quei mesi - ricorda ancora Mariuccia Parmeggiani
- ci siamo viste di frequente. Ci volevamo tanto bene. Non ci sono più, oggi,
amicizie così belle».
«Quanto bene ha fatto la mia signora» - dice Savina
Passeri.
Sono andata a cercarla nella casa in cui vive da
quando si è sposata. Ha sempre «dentro» un ricordo vivissimo degli anni che
ha trascorso con la dottoressa e la sua famiglia. «Al mattino restava in casa
con i bambini e con me. Al pomeriggio, ogni giorno, andava all'ambulatorio.
Era una gran brava persona, la mia signora. Sempre contenta. Nonostante la
confidenza che, con il tempo, si era creata tra di noi, non mi ha mai fatto
capire niente del dramma che stava vivendo. Quando era in casa, mi aiutava
sempre. Ricordo che poco prima di entrare in clinica ha rimesso in ordine, in
modo preciso, tutto quanto aveva. Ha sistemato i cassetti degli armadi. Ha fatto
con me le pulizie generali, anche se non erano in programma. Io mi chiedevo cosa
le fosse venuto in mente. Solo quando è morta, ho pensato che, forse, lei
sentiva che, dopo la nascita del bambino che aspettava, non sarebbe più
tornata a casa. Io non avevo capito proprio niente. Prima di andare in ospedale
mi ha detto solo: "Ti raccomando i bambini". Era tranquilla, o almeno
così mi sembrava. Aveva lavorato sino all'ultimo giorno. La sua professione
le piaceva molto e poiché aveva la possibilità di poter contare su di me (e se
io non "bastavo", poteva chiamare anche un'altra domestica), era contenta
di poter continuare ad aiutare i suoi vecchietti. Di poter aiutare le mamme a
crescere i loro piccoli. Non lo faceva certo "per il suo lusso": si
sentiva, molto semplicemente, come noi. Era sempre in ordine, d'accordo, ma
avrebbe potuto avere molto di più di quel che aveva. Ha aiutato molta gente con
i soldi che guadagnava. Io lo venivo a sapere da cose che si dicevano in giro.
Lei non ne parlava mai. È sempre "andata" anche alle chiamate
notturne dei suoi pazienti. Solo verso la fine della gravidanza ha chiesto
talvolta al fratello di sostituirla».
Per quanti anni è rimasta in casa sua?
«Praticamente durante tutto il tempo del suo matrimonio.
Avevo cominciato a lavorare dai signori Molla quando avevo diciannove anni.
Non sapevo fare molto, ma la signora Gianna non mi ha mai sgridato. Era molto
paziente. Se qualche volta alzavo la voce con i bambini, perché si facevano i
dispetti tra di loro, la signora mi pregava di essere più calma: "Sono
piccoli"; mi diceva. "Bisogna insegnargli a star buoni, senza
gridare". E lei era giusta con i suoi figli. Sapeva correggerli quando
combinavano qualche marachella».
Non si è mai resa conto che la sua signora fosse
preoccupata per la sua gravidanza?
«Assolutamente! L'ho sempre vista contenta. Anche negli
ultimi mesi della sua vita. Non si lamentava mai. Ricordo che spesso, appena
rientrata dall'ambulatorio di Mesero, era chiamata a Ponte Nuovo per visitare
un bambino che stava male: non ha mai detto di no a nessuno. Anche se era
evidentemente stanca morta. La sua giornata era lunga sa?
Cominciava al mattino, molto presto,
quando la signora andava a Messa nella chiesa a Ponte Nuovo. Tornata a casa,
svegliava i bambini e faceva colazione con loro. Ma non si occupava solo dei
suoi piccoli, aiutava anche me nelle faccende domestiche... anche quando ormai
era al termine della sua gravidanza ed era tanto "grossa". Era la
mia "padrona" ma per me è sempre stata come un'altra mamma. Sono
rimasta nella sua casa sino a quando mi sono sposata, alcuni mesi dopo la sua
morte. Mi è tanto spiaciuto lasciare la sua famiglia. Ho voluto tanto bene a
tutti, in quella casa. Quanto bene - conclude - ha fatto anche ai miei fratelli,
ai miei genitori. Quanto ci ha aiutato! Le sarò sempre riconoscente, anche se
adesso lei non c'è più».
XXII
GIANNA
EMANUELA
Gianna, con il suo trepidante segreto, ma anche con
la sua immensa speranza nell'aiuto di Dio, conduce, giorno dopo giorno, la
solita vita. Tutti coloro che in quei lunghi sette mesi di attesa, dopo
l'intervento chirurgico, hanno occasione di avvicinarla, non notano in lei alcun
cambiamento apparente. Neppure la sua amica Mariuccia, con cui continua a
scambiare frequenti visite. Le due giovani donne attendono entrambe un bambino,
e questo, se possibile, le rende ancora più amiche.
«Solo una volta ho provato una sensazione strana -
ricorda Mariuccia Parmeggiani - quasi un presentimento che mi ha turbato. Ma
ho allontanato subito quella fastidiosa impressione».
Sono nella sua bella casa di Besnate Ticino. È una
giornata piovosa e gli alberi del prato hanno un'aria molto triste.
Mariuccia Parmeggiani sfoglia con attenzione alcuni album di fotografie alla
ricerca di immagini felici del tempo in cui i bambini, i suoi figli e quelli
di Gianna, erano piccoli e giocavano insieme.
«Mancavano pochi giorni al termine della sua
gravidanza - continua - eravamo d'accordo che sarebbe venuta a trovarmi e
avevo preparato una buona merenda per tutti. È arrivata con la sua macchina
fin dentro il giardino e ha parcheggiato sotto casa. Ha fatto scendere i piccoli
e poi è scesa anche lei. Appena entrata, mi ha chiesto di recarsi al piano
superiore: doveva prendere non so più cosa. Dino, mio figlio maggiore, era
seduto, come spesso gli piaceva fare, su un gradino della nostra scala interna.
"Dove vai, zia Gianna?" - le ha chiesto. "Sopra, ma torno
subito" - gli ha risposto. Poi, improvvisamente, s'è fermata. Gli ha
accarezzato i capelli e: "Forse sono le ultime volte che vedi la zia
Gianna" - gli ha detto.
«Perché - mi sono chiesta infinite volte - aveva
detto quelle parole, e proprio a un bambino? Voleva forse, indirettamente,
comunicarmi una pena che non aveva il coraggio di confidarmi?».
Una delle testimonianze più autentiche di quel periodo,
viene, ancora una volta, dal marito. Riporto perciò, di seguito, alcune frasi
tolte dai suoi Ricordi, scritti per tener vivo nel cuore dei figli la memoria
della loro mamma, così come Pietro Molla, meglio di chiunque altro, l'aveva
conosciuta.
«Con impareggiabile forza d'animo e con immutato impegno,
hai continuato la tua missione di madre, di medico sino agli ultimi giorni della
gestazione.
Pregavi e meditavi.
Ricordo che l'abituale tuo sorriso e l'abituale tua
serenità per la bellezza, la salute, la vivacità dei nostri bimbi erano
molte volte velati da una intima preoccupazione.
Temevi e trapidavi che la tua creaturina in seno
potesse nascere sofferente. Pregavi e pregavi perché così non fosse.
Più volte mi hai chiesto venia se mi eri di
preoccupazione. Mi dicesti che mai come allora avevi bisogno di amorevolezza
e di comprensione. Non una parola da parte tua a me, in tutti quei lunghi mesi,
sulla tua consapevolezza, come medico, di quanto ti attendeva. E questo,
certamente, per non farmi soffrire di più.
Mi preoccupava quel tuo silenzioso riordinare per
giorni e giorni, ogni angolo della nostra casa, ogni cassetto, ogni oggetto
personale, come per un lunghissimo viaggio. Ma non ho osato chiederti nulla o
chiederti il perché». Nell'aprile del 1973, mentre si stava istruendo, a
Milano, la pratica per la beatificazione di Gianna Beretta Molla, al marito è
stato proposto, ufficialmente, di stilare un profilo delle virtù della
moglie.
Pietro Molla attribuisce il comportamento di Gianna a
una carità vissuta in modo eroico. Scrive infatti:
«Hai compiuto il tuo gesto per la carità, la
responsabilità materna, per il sommo rispetto che tu nutrivi per quella
gravidanza, per quel bimbo che tu avevi in seno e che per te aveva gli stessi
diritti intoccabili delle altre gravidanze, degli altri bimbi che avevi avuto
e che potevi avere in futuro: tutti dono di Dio.
Nei mesi successivi all'intervento, quanto hai
sofferto senza un lamento! Quanto pregare perché il bimbo nascesse sano e
normale e fosse salva la sua, la tua vita.
È stata la tua piena fiducia nella Provvidenza del
Signore, la certezza nell'efficacia della preghiera, il tuo abbandono alla
volontà del Signore, a darti forza e sostegno in quella lunga e
preoccupantissima attesa.
Tu amavi i nostri tre carissimi bambini non meno di
quanto amavi la creatura che portavi in seno.
Tu per mesi e mesi, hai pregato e pregato il Signore,
la Madonna e tua madre perché il diritto e la garanzia alla vita della
creaturina in seno non richiedesse il sacrificio della tua vita e conservasse te
ai nostri bambini e alla nostra famiglia.
Nello stesso tempo, se la volontà del Signore era
diversa e se non fosse stato possibile salvare entrambe le vite, quella del
bimbo e la tua, tu hai chiesto esplicitamente a me che fosse salva la vita del
bimbo.
Con quella tua decisione, offrivi l'olocausto della
tua vita. E offrivi questo olocausto con lo strazio di sposa e di madre che
deve lasciare bimbi e famiglia e quanto di più caro le abbia donato Iddio. Lo
offrivi chiedendo alla pienezza della tua fiducia nella Provvidenza, alla tua
umiltà, alla preghiera, alla fede, che ti fosse tolto il timore e il dubbio
che il tuo sacrificio fosse un atto di ingiustizia verso i bimbi che lasciavi
orfani e verso la nostra famiglia e verso me.
Non avresti compiuto un atto di carità eroica per
salvare la vita della tua creatura in armonia con la volontà di Dio, se tu lo
avessi potuto considerare un atto di ingiustizia verso i nostri tre bimbi,
verso di me e verso te stessa e, di conseguenza, verso le leggi morali che per
te erano tutt'uno con le altre leggi del Signore; se lo avessi considerato un
atto contrario alla carità che dovevi ai nostri tre bimbi.
Tu consideravi il dovere tuo materno di allevare, educare
e formare i nostri bimbi non meno grave del dovere di garantire la loro venuta
alla vita dopo il loro concepimento. Tu sapevi bene che l'apporto materno
nell'allevare, educare e formare i nostri figli non aveva uguale ma nella tua
umiltà e, soprattutto, nella pienezza della tua fiducia nella Provvidenza,
hai acquisito la persuasione di non compiere un atto di ingiustizia e di
mancanza di carità verso i nostri tre bimbi, perché la Provvidenza non avrebbe
potuto non supplire alla mancanza della tua presenza visibile; di non
compiere atto di ingiustizia e mancanza di carità verso di me perché
rettamente tu mi consideravi nel dovere di accettare la volontà del Signore
non meno di te e perché sapevi che io, pur nello strazio, condividevo la tua
fede e non contrastavo l'eroismo della tua carità».
A questa testimonianza di Pietro Molla, fa eco quella
di Madre Emma Ricetti, canossiana che ha lasciato scritto: «Quando la maternità
le impose sofferenze e rischi, seguì la via retta e santa che non conosce
compromessi, sicura dell'aiuto di Dio, pronta a ogni sacrificio.
Questa generosità la preparò all'eroismo finale,
tanto più significativo e vero in lei che, come medico qualificato e di rara
competenza, conosceva tutti i rischi e la minima o quasi nulla possibilità di
salvare se stessa se persisteva nel voler salvare la sua creatura. E
persistette senza dubitare mai, sicura della sua offerta, pronta al sacrificio
anche se lo sentiva in tutta la sua profondità».
Il 20 aprile, nel pomeriggio, Pietro Molla accompagna
sua moglie all'ospedale di Monza. Gianna è serena e non si mostra per niente
preoccupata.
Savina ricorda d'averla vista uscire di casa con il
marito. Ricorda la sua ultima raccomandazione, sempre la stessa: «Sta'
attenta ai bambini». Pierluigi, Mariolina e Lauretta sono eccitati: la mamma
tornerà con un altro fratellino o con un'altra sorellina nuova. Gianna sa di
essere giunta alla conclusione di una lunga sofferta strada sulla quale s'era
incamminata con tanta consapevolezza e raggio. Ma è piena di speranza.
Giunta all'Ospedale di Monza entra sicura nel secondo
padiglione del Reparto di Ostetricia.
È un venerdì.
Il venerdì santo dell'anno 1962.
Dopo una notte intera di inutili tentativi di far
nascere il bambino che attende mediante parto naturale, il professor Vitali
ritiene necessario e urgente intervenire con un taglio cesareo. Ne parla con
Ferdinando. Chiede l'autorizzazione al marito. Pietro Molla acconsente
all'intervento.
Alle undici di mattina, nasce una bellissima bambina
che, per volere del padre, verrà chiamata Gianna Emanuela. Poco dopo il
risveglio dall'anestesia, Gianna può stringerla tra le braccia. E molto
provata fisicamente. «L'ha guardata con uno sguardo lunghissimo - ricorda il
marito - in silenzio. Se l'è tenuta accanto, con una tenerezza indicibile.
L'ha accarezzata leggermente. Sempre senza dire una parola».
XXIII
Agli attimi di gioia per la nascita della bambina,
subentrano ben presto, per Gianna, sofferenze tremende. I dolori del dopo
parto si fanno sempre più atroci. La temperatura corporea sale, il professor
Vitali e la sua équipe si prodigano per aiutarla, per risolvere le
complicazioni che stanno evidenziandosi, ma con scarsi risultati.
Viene diagnosticata una peritonite settica. Si
tentano tutte le terapie conosciute: antibiotici, fleboclisi, sondini. Tutto è
inutile.
Gianna sta sempre peggio. Ma non si lamenta. Chiede
solo che non le vengano somministrati calmanti: vuole restare cosciente.
Trascorrono così i giorni lunghissimi della sua agonia.
Pietro non la lascia un istante. Di tanto in tanto le
accarezza la fronte madida. Le stringe una mano, per farle sentire la sua
presenza.
Arriva Virginia. Tra le due sorelle si svolge un
dialogo fatto di coraggio e di cristiana accettazione di questa prova suprema.
Ferdinando e la moglie, le suore dell'ospedale s'alternano accanto al suo
letto. Viene a trovarla anche Padre Marella, che le sarà accanto sino alla
fine.
Gianna invoca sua mamma. Chiede la forza di resistere
a tanto male. Mormora i nomi dei suoi bambini. Sente che sta per lasciarli e si
preoccupa per loro. Ma trova anche la forza di chiedere la Comunione. Di
chiamare Gesù. Spesso stringe un fazzoletto tra i denti per non urlare.
La notte del martedì sembra cadere in coma. Ma poi
si riscuote dal torpore e ha, per il marito, parole struggenti d'amore.
Riesce a confidare alla sorella la sua pena infinita:
«Ginia, come si giudicano diversamente le cose sul letto di morte. Quanto
inutili appaiono certe cose alle quali si dà tanta importanza nel mondo».
Tra le mani stringe un crocifisso. Cerca di baciarlo.
E sussurra: «Oh, se non ci fosse Gesù che ci consola, in certi momenti!».
Nella piccola stanza d'ospedale in cui si sta
consumando il suo sacrificio, Gianna rimane alla fine sola con Virginia, la
sorella alla quale ha voluto sempre tanto bene. Il professor Vitali infatti ha
proibito ogni visita.
Gianna soffre di questo isolamento: ha l'impressione
d'essere stata abbandonata da tutti. Virginia cerca di tranquillizzarla. Di
farle sentire accanto, il calore dell'affetto di suo marito che, poco lontano da
loro, vive il suo dolore in silenzio, il severo volto rigato di lacrime. Di
farle sentire la forza delle preghiere piene di speranza di Zita, di Ferdinando,
di Giuseppe, di Padre Marella che, fuori dalla stanza, partecipano alle sue
sofferenze. Le parla dei suoi bambini, dei tanti amici che vengono all'ospedale
nel desiderio di vederla, di avere sue notizie.
L'aiuta a pregare. Cerca di infonderle coraggio.
Trascorrono, in questo modo, le lunghe ore del mercoledì e del giovedì.
Gianna è sempre più stanca ma accetta con pazienza tutte le cure che i medici
continuano a praticarle.
Pierluigi, Mariolina e Lauretta, a Ponte Nuovo, non
sanno che la loro mamma sta per lasciarli per sempre. Che non tornerà più a
casa a giocare con loro. Ad ascoltare il loro allegro chiacchierio.
Gianna Emanuela, protetta nella nursery del reparto
di maternità, trascorre serenamente i primi giorni della sua vita. Solo quando
sarà cresciuta il suo papà le insegnerà quanto la sua mamma le avesse voluto
bene. E le dirà che il suo amore era stato così grande da aiutarla a
raggiungerne il vertice, sino a donare la sua stessa vita per lei, proprio
come Gesù ci ha insegnato nel Vangelo: «Non esiste amore più grande di quello
di chi dona la sua vita per i suoi amici».
E Gianna questo dono meraviglioso aveva voluto farglielo
totalmente, esprimendo due volte, senza tentennamenti, la sua offerta: nel
settembre del '61 quando aveva chiesto che le fosse salvata la gravidanza, pur
sapendo, in quanto medico, i rischi ai quali andava incontro. E pochi giorni
prima, chiedendo al professor Vitali che venisse anteposta alla sua la vita
della sua creatura.
Il venerdì Gianna entra di nuovo in coma, e questa
volta per sempre. Pietro Molla, ricordandosi del desiderio espressogli dalla
moglie di tornare nella sua casa di Ponte Nuovo, provvede a farla trasportare,
in ambulanza, tra le mura che, per troppi pochi anni, l'avevano vista sposa e
mamma felice.
Il sabato all'alba, Gianna varca una volta ancora la
porta della villa rinchiusa nel recinto della Saffa. Viene adagiata sul
letto della sua camera matrimoniale. I bambini dormono nella stanza accanto.
Pietro Molla non osa svegliarli.
Rimane solo accanto a sua moglie che si spegne, senza più un gemito, alle otto di mattina.
È i128 aprile 1962. Gianna non ha ancora quarant'anni.
XIV
DI
LEI HANNO DETTO
L'ingegnere Pietro Molla il 12 agosto 1962, in una
lettera indirizzata a P. Alberto, fratello di Gianna
«... Quante altre volte mi sono seduto per iniziare
a scriverti e poi non ho avuto il coraggio di cominciare per la commozione che
mi prende. Anche Gesù, che era Dio, ha pianto nella sua umanità per l'amico
defunto.
In questa tranquilla cittadina di Finlandia, in mezzo
a foreste e laghi, in questo pomeriggio di domenica ho preso coraggio di
scriverti della santa mia sposa, della santa tua sorella.
Non ho mai dimenticato in questi anni le lettere e le
esortazioni che ci facesti per le nostre nozze: "Scopo della nostra vita,
soprattutto della vostra vita matrimoniale, è di farvi santi". Gianna s'è
fatta santa.
La sera stessa, dopo la sua sepoltura, Padre Marella
di Bologna, un santo sacerdote che, quasi novello Cottolengo, mantiene con la
Provvidenza, giorno dopo giorno, oltre quattrocento orfani, che conosceva
Gianna e le sue virtù, che l'assistette in tutta la sua agonia, che ne
benedisse la salma e assistette ai suoi funerali, disse al Parroco di Ponte
Nuovo: "In tempi in cui la Chiesa era meno burocratizzata, le lacrime, le
preghiere, le invocazioni, il trionfo di fede dei suoi funerali, il martirio
della sua maternità, avrebbero significato di per sé la sua Canonizzazione.
Sì sono certo che Gianna è santa".
Ha desiderato ardentemente di dare un fratellino a
Pierluigi. Nel settembre scorso, prima dell'operazione del fibroma, ha
chiesto esplicitamente di salvarle la maternità. Qualche giorno prima del
parto, così si è espressa con me: "Se dovete decidere tra me e il bimbo,
salvate lui".
A mezzogiorno del Venerdì Santo è cominciato il suo
Calvario e il suo martirio. Il Sabato Santo ha avuto, e noi tutti con lei, la
gioia ineffabile di una nuova creatura. Dopo qualche ora, le sofferenze
inaudite le facevano invocare ad ogni istante la sua mamma in Paradiso,
pregandola di chiamarla con lei perché la sofferenza era superiore alle sue
forze. Il giorno di Pasqua ancora sofferenze inaudite, e così il lunedì e il
martedì dopo Pasqua. La notte del martedì, la sua prima agonia,
miracolosamente superata grazie alle amorevolissime cure di Nando e di Suor
Virginia. Il mercoledì mattina, con una soavità e con una serenità che già
metteva in ansia perché mi pareva pervenuta giù dal cielo piuttosto che essere
terrena, mi disse: "Visto, ora sono guarita, Pietro. Ero già al di là, e
sapessi che cosa ho visto. Un giorno te lo dirò. Ma siccome eravamo troppo
felici, con i nostri bimbi meravigliosi, pieni di salute e di grazia, con tutte
le benedizioni del Cielo, mi hanno rimandato ancora quaggiù per soffrire
ancora, perché non è giusto presentarsi al Signore senza tante
sofferenze".
E io, quasi rifiutandomi di pensare e di ammettere
che ella intendeva parlare di alcuni altri giorni soltanto di sofferenza, le
risposi: "Gianna, non preoccuparti. Avremo sicuramente occasione di
soffrire negli anni che verranno".
Da quel momento, ne sono sicuro, Gianna non ha mai
cessato, nelle sue sofferenze, nelle sue agonie, il suo colloquio con il
Signore e la sua comunicazione con il Cielo. Ha desiderato ricevere Gesù
Eucaristia, almeno sulle labbra, anche il giovedì e il venerdì, quando non
poteva deglutire la santa Particola. Ha ripetuto parecchie volte,con il
rantolo dell'agonia: "Gesù ti amo! Gesù ti amo!". Ha cominciato la
sua ultima agonia la notte del venerdì, il giorno dell'agonia di Gesù.
È volata al cielo con i santi, il sabato mattina, il
giorno sacro della Regina degli Angeli e dei Santi. Oltrepassando,
miracolosamente, il parere dei medici che davano per sicuro il suo ultimo
respiro appena l'avessimo caricata sull'autolettiga a Monza, resistette, nella
sua agonia, nel lungo tormentato viaggio da Monza a Ponte Nuovo. Durò, la
sua agonia a Ponte Nuovo, nel suo letto, accanto alla camera dove dormivano,
sereni, i suoi tre meravigliosi bambini, dalle quattro del mattino, alle
cinque, alle sei, alle sette e trenta, attendendo che i bimbi, come tutte le
mattine, chiamassero la loro mamma. Nella stanza della loro santa mamma in
agonia, arrivò la voce affettuosa dei bimbi e la parola "mamma".
Rimase ancora in agonia, attese che i bimbi si vestissero, scendessero e
partissero in auto per l'abitazione della zia Zita, e dopo qualche istante la
mamma santa spirò, lentissimamente spegnendosi il respiro come la fiamma di una
candela all'altare che lentamente si spegne, dopo aver emesso tutta la sua
luce, sino all'ultimo bagliore, rendendo onore al Signore.
Il sabato, la domenica, il lunedì, fu tutto un
interminabile pellegrinaggio di popolo, uomini e donne, vecchi e giovani,
oranti, piangenti, invocanti. I suoi funerali, le sante Messe per lei: un
trionfo di fede, di preghiera, di commozione e di esempio.
Il Parroco di Mesero, don Gesuino, in attesa che sia
costruita la nostra cappella, volle che Gianna, per la sacra testimonianza
resa alla sua fede e alla volontà del Signore, accettando il martirio e
donando la sua vita per la maternità, venisse sepolta sotto l'altare della
deposizione del Signore, nella Cappella centrale del cimitero di Mesero.
Ora Gianna riposa sotto l'altare, accanto a un Santo:
il mio Parroco, morto lo scorso anno che ben conosceva le virtù e l'esempio che
Gianna dava a tutta Mesero. Sepolta accanto a un Santo, mentre un altro Santo,
Padre O. Marella, le dava l'ultima benedizione. Ti manderò la fotografia
dell'altare sotto il quale Gianna riposa e, se lo gradirai, ti manderò anche
l'immagine di Gianna con il suo volto serenemente composto nel riposo eterno,
mentre lei è già Santa tra i Santi del cielo.
E tu, Padre Alberto, non dimenticarmi mai, ogni giorno,
nella Santa Messa e nelle tue preghiere».
Lauretta Molla in un tema svolto il 31 gennaio 1976
Le nuvole coprivano il cielo ma lasciavano filtrare
lievemente i raggi del sole che comunque non riscaldavano sufficientemente
l'aria; una lieve brezza muoveva le gemme appena spuntate; di qua e di là sui
prati, si scorgevano mucchietti di margherite, primule e viole in modo che tutto
appariva un dipinto.
Avrebbe dovuto essere una giornata piuttosto felice
almeno per altri, per me invece fu terribile.
Avevo solo tre anni e forse non capivo il significato
di tutte quelle candele accese, di donne in nero e di tutti quei pianti.
La mamma giaceva sul letto, bianca e fredda come il
ghiaccio. Non respirava più.
Quello che mi è rimasto più impresso è la sua
immagine di vera madre, consapevole dei doveri verso la famiglia, desiderosa di
dare una formazione morale e una esatta educazione ai propri figli. Infatti
anche se il suo lavoro la teneva impegnata per buona parte della giornata,
cercava il più possibile di rimanere con i suoi figli, che trovandosi ai primi
anni di vita, avevano l'assoluta necessità della presenza di una madre che li
guidasse e li seguisse. Svolgeva il lavoro di dottoressa con tanta cura e
felicità, e le piaceva soprattutto curare i bambini, specialmente quelli più
bisognosi, perché credo che anche in ambulatorio continuasse le occupazioni
di una madre che fra i suoi mille pensieri non mette in risalto solo i propri
figli, ma anche tutti gli altri bambini che la circondano, bisognosi anche loro
della sua assistenza.
Ricordo le bellissime vacanze in montagna trascorse
in sua compagnia, quando eravamo tutti uniti, quando anche papà poteva
raggiungerci. Erano quelli i giorni più belli, in cui tutta la famiglia era
finalmente unita, gioiva delle bellezze del creato, correva felice per le
montagne lasciando da parte i dispiaceri.
Non dimenticherò mai il Natale del 1961, il terzo e
l'ultimo che trascorsi in compagnia della mamma che tanto amorosamente mi
aveva preparato a questo avvenimento, alla nascita di Gesù. Ancora oggi posso
ascoltare la poesia che recitai quel giorno a mamma e papà. Nell'ascoltarla mi
viene da ridere per il modo buffo in cui recitavo, nello stesso tempo mi assale
una profonda tristezza per quei giorni passati e che vorrei tanto rivivere in
sua compagnia.
Fra tutte le sensazioni provate, quella che ha ancora
maggior rilievo nella mia vita è la profonda ammirazione che suscita sempre
in me il pensiero di una madre che per la sua creatura ha dato la propria vita.
Infatti ha preferito lasciare una esistenza gioiosa affinché la creatura che
stava per dare alla luce potesse anch'ella provare a vivere e ringraziare Dio
di tutte le sue creazioni.
Certamente ha avuto un grande coraggio e credo che
poche mamme si sarebbero comportate così. Comunque sono sicura che il suo
esempio, che in molti ora conoscono, sia servito per confortare tutte quelle
mamme che si sono trovate nella sua stessa situazione.
Infine posso dire di essere veramente fiera di aver
avuto una mamma di così grande coraggio, che ha saputo veramente vivere
come Dio desiderava, che ha servito con il suo esempio e con le sue opere
l'umanità. Sento che mi è sempre vicina, particolarmente in questi periodi
della mia formazione e che mi aiuta come se fosse ancora in vita.
S.E. Albino Luciani, Patriarca di Venezia
in un articolo pubblicato sul «Messaggero di S.
Antonio» (Nell'articolo mons. Albino Luciani riporta alcune frasi del professor
Pietro Bucalossi, deputato repubblicano, laicista)
«La legge dichiara che non è vita quello che invece
è vita umana, frutto del concepimento, per cui non posso approvare questa
normativa di liberalizzazione dell'aborto eugenetico, forma arcaica, presente
nella costituzione di Sparta, mentre uno dei dati apprezzabili del cristianesimo
è di avere assunto la difesa ad oltranza della vita. La legge sull'aborto è un
manifestazione dell'egoismo umano sempre più imperante, legato ad una società
che va rompendo tutti i vincoli di solidarietà umana e sociale». Dopo queste
righe, S. Eminenza continua:
«Accanto alle dichiarazioni, e più efficace delle
dichiarazioni, i fatti. Ne cito uno solo: il Cardinale Colombo, arcivescovo di
Milano, ha aperto di recente il processo di beatificazione di Gianna Beretta
Molla. Laureata in medicina e specializzata in pediatria, dopo aver dato alla
luce tre figli, alla quarta gravidanza le proposero un intervento chirurgico
con questo dilemma: "C'è un fibroma: o salvare te o il tuo bambino".
"Preferisco la vita del mio piccolo", rispose pur ben conscia di ciò
che l'attendeva e sapendo che, trattandosi di aborto indiretto, autorevoli
teologi non lo proibiscono. Partorì una bimba sanissima il 21 aprile 1962, ma
sette giorni dopo moriva, immolandosi meditatamente. È un caso limite eroico.
Il dilemma, molto più frequentemente, è un altro: o salvare il bambino o
sottrarsi al disagio della gravidanza...».
S. S. Paolo VI il 23 settembre 1973, a Roma in
un'allocuzione dalla finestra del palazzo apostolico
«... una madre della Diocesi di Milano che, per dare
la vita al suo bambino sacrifica, con meditata immolazione, la propria».
P. Olinto Marella il 24 settembre 1966, in un
discorso commemorativo «Ripeto dunque, qui, quello che da tempo sono andato
covando nell'animo ed ho sempre cercato di esprimere ogni volta che ho potuto:
di confermare e valorizzare una decisione così autorevole ed opportuna di
intitolare questa scuola al nome di Gianna Molla Beretta.
Per Gianna Molla, unanime, davvero "vox populi",
in espressione, anzi in esplosione di convinzione e di sentimento, pronta e
schietta, vasta e profonda, senza riserve e senza eccezione di sorta,
l'ammirazione e la commozione già anche durante il funerale.
Cedette, pur senza cadere, ogni ponderazione, ogni
puntualizzazione di usi locali inveterati, di canoni sacri, pur da rispettare
ed obbedire, come quando, singolare presagio, era stato accolto con applausi
impensati ed inusitati il suo ingresso nella Chiesa per il rito sacro nunziale.
Poche volte è dato ripetere e concludere: "vox populi, vox Dei",
con tanta certezza.
Questa "vox populi" risulta confortata da
tante testimonianze dirette, personali e particolari.
"Niente le cose per metà". Come prima
nello studio scolastico, professionale, come nell'attività spirituale formativa
e benefica, anche nei ranghi dell'Azione Cattolica, nell'esercizio
professionale, nella vita familiare di ogni giorno.
Passione per lo studio, non tanto obbligo, necessità,
quanto aspirazione e impegno, godimento e sacrificio spontanto e voluto insieme;
attività indefessa zelante, ardente di entusiasmo sentito e comunicato.
Così nella professione: la medicina studiata,
praticata come una ricerca amorosa, come apostolato, come un sacerdote. Non
clienti da cercare o covare per qualche prestazione tecnica più o meno
proficua, ma creature umane da curare, corpo e anima, per il bene totale loro e
non soltanto loro, con scienza e coscienza, più ancora con amore e
sacrificio, anche di tempo, di sonno, pur senza togliere nulla di sé ai
familiari, considerando e trattando ciascuno proprio come Cristo vuole, come
altrettanti "Lui stesso".
Così come individuo, non soltanto, ma specialmente
con i vecchi, con i bambini: tutto il loro piccolo mondo, famiglia e ultra.
Questa è la preparazione alla vita, questa è la preparazione della vita
all'atto supremo di donazione, di immolazione che l'ha coronata, anziché
troncata.
Controcorrente? Sì, lo sapeva, e si addolorava
sempre più se le occorreva di trovarsi davanti a certe "rinunzie"
stolide e inumane, a certi tentativi mostruosi, anche se penalmente non
delittuosi, oltraggio alla maternità, alla umanità, a Dio.
E come cercava con tutte le risorse di natura e di
Grazia di combattere, di vincere, di far combattere, di disarmare il mostro
dell'egoismo, dai Divino Spirito di amore, offrendo tutto il suo amore materno,
più ancora che tutto il suo sapere, tutto il suo potere.
Quale il costo di questo tirocinio remoto, di questa
preparazione prossima al martirio, negli ultimi anni, negli ultimi mesi,
nelle ultime settimane, negli ultimi giorni e notti in clinica, nelle ultime ore
su quello che era stato il suo talamo nuziale. Al suo sposo, dopo una delle
gravi crisi del morbo, confidava: "Non era giusto che io andassi di là
senza soffrire prima un po`.
Iddio solo sa: Egli che le ha dato la forza, con la
Grazia, di accettare il suo sacrificio e ancora facendosi garante con tutti
che "non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una
più certa e più grande".
Intanto, mentre a Lui era chiesto umilmente, dolorosamente
di far sopravvivere quaggiù una sposa, una mamma tanto "mamma", al
suo sposo, alle sue creature, alla sua terra, a tutti Egli la ridona Santa,
santa mamma, facendola passare con il ministero di "sorella morte"
per il paradiso dell'eternità.
"Bisogna che muoia tu o la tua creatura",
sentenza crudele, crudelmente irreformabile, alternativa tragica, inderogabile,
se non pronunciata materialmente, se non formulata in termini truculentí, se
non promulgata...
Decisione precisa e ferma, consapevole e serena, per
quanto tremendamente dolorante per lo stesso amor materno che la detta e a cui
obbedisce. Chi è "martire" non esita: "se c'è da scegliere tra
me e la mia creatura, non c'è neanche da pensarci: la scelta è già fatta. Si
deve cercare di salvare la creatura. Per essa io devo, voglio, offrire
me".
Se la sentenza poteva ammantarsi in consigli di
saviezza, di esperienza, non ignoti a Gianna, medico ella stessa, di amore per
il coniuge e per i figli già avuti, altrettanto amorevolmente amati, la
decisione certo non poteva venire, non venne come momentaneo impulso. Era
invece maturata attraverso tutta una vita di coerenza, di donazione, di
sacrificio. Lo spirito di Gianna aleggia, anche sensibilmente, sopra, anzi
dentro quella che fu ed è ancora la "sua casa". Casa tempio, presenza
consolatrice, rasserenatrice per ognuno, non solo per la famiglia, come e più
di quando passava la sua salma benedetta lungo le vie di Ponte Nuovo, di
Mercallo e di Mesero, tra la fitta popolazione che sentiva di assistere più
che ad un convoglio funebre ad uno schieramento in funzione di pietà, di
edificazione, di impegno.
In tutte le case dove potrà essere ripetuto il suo
nome, sarà vivo il suo esempio come quello di un santo.
Se l'ossequio alle prescrizioni canoniche non
consente che tale appellativo sia usato nel modo della sacra liturgia, se non
quando nella Chiesa l'abbia deciso e consentito l'Autorità più eccelsa, si può
ben pregare e invitare a pregare con questa vittima dell'amor materno, concreta
applicazione dell'amore di Dio e del prossimo, del "comandamento
nuovo" promulgato da Cristo.
Lo conferma una lettera di persona, autorevole anche
in questo senso, scritta al fratello don Giuseppe: "Quanto alla sorella,
è certamente in Paradiso. Alcuni mesi fa a Roma, al termine di una riunione su
problemi familiari, nella quale si era parlato del caso di madri che consapevolmente
sacrificano la vita per non troncare o compromettere quella di un figlio
nasciturno, abbiamo chiesto ad un consultore qualificato della Congregazione dei
Riti se un caso simile non sarebbe paragonabile al martirio e suscettíbile
quindi di canonizzazione. Ci rispose: certamente sì A una nostra ulteriore
domanda su perché non introduceva cause del genere che avrebbero un valore
ben maggiore che i discorsi per far penetrare i princìpi cristiani nell'animo
dei fedeli, dei credenti, mi rispose che bisognerebbe seguire la via normale,
cominciare cioè da un processo diocesano. Non dico che sia il caso di
introdurre il processo diocesano; credo invece anch'io che sarebbe bene che il
Santo Padre conoscesse casi di questo genere per giudicare quale sia la via più
opportuna da tenere per il bene della Chiesa. E aggiungeva: "Ne parli a
S.E. Mons. Piazzi".
Questa lettera è scritta da Mons. Carlo Colombo, Vescovo
di Vittoriana, ora teologo del Vaticano, e quindi è particolarmente
considerevole e autorevole e aumenta le speranze e la prospettiva che diede
quando fu pubblicato, appunto nell'anniversario, questo necrologio che voleva essere
più ancora una esortazione all'imitazione oltre che alla venerazione.
Anche e più che per Gianna Molla Beretta si può pregare
con essa, per e con chi le ha voluto e le vuole più bene, per tutte le mamme,
per tutti i medici, per tutti, onde trarre e suggerire, dall'esemplarità della
sua vita e del suo transito (non si parli di morte!), quello che è lo scopo, l'es-
senza di ogni attività, della vita di ognuno nella
"religione immacolata davanti a Dio Padre"; invito e conforto a
mantenersi incontaminati in mezzo all'egoísmo del mondo, in modo che si possa
procedere, con san Paolo, "siate imitatori miei come io sono imitatore di
Cristo", che ci raccomanda, che ci comanda "amatevi come io vi ho amato",
cioè sino al suo culmine, sino a dare la vita per chi si ama».
Il cardinale Giovanni Colombo, Arcivescovo di Milano
il 24 settembre 1966, in occasione dell'intestazione
della Scuola elementare di Ponte Nuovo alla memoria
di Gianna Beretta Molla
«Di fronte a un esempio così fulgido che non potrà
certo essere dimenticato dalla Chiesa, il desiderio più profondo è di
tacere, di meditare, di ammirare, di pregare e viene nel cuore un desiderio di
renderci degni di queste anime che il Signore ci manda sulla terra indubbiamente
per recarci un messaggio.
Egli ha detto che non c'è amore più grande di colui
che dà la vita per la persona amata. Gianna Beretta Molla ha avuto il coraggio
di mettersi per la via di questo amore più grande e perciò ha potuto imitare
più da vicino il sacrificio del Signore Gesù.
E se c'era un modo con cui era desiderabile venisse
perpetuata la sua memoria, mi pare che questo di dedicarle una Scuola sia
stata un'idea veramente bella, perché tutti i fanciulli e le fanciulle che qui
verranno educati, porteranno nel proprio spirito che cresce verso la vita
qualcosa del suo lineamento materno, si sentiranno in qualche modo figlioli e
figliole suoi.
Che ella dal cielo li benedica tutti, che assista e
conforti la sua famiglia, il suo sposo e tutti noi. La sentiamo vicina e
nella sua memoria invochiamo la benedizione del Signore».
P. Paolino Rossi postulatore delle cause di
beatificazione
La signora Lucia Sylvia Cirilo, nata il 20 agosto
1949 in Grajau (Maranhao - Brasile), esente da malattie specifiche
nell'infanzia e nella giovinezza, all'età di 28 anni venne operata, il 22
ottobre 1977, presso l'Ospedale San Francesco d'Assisi di Grajau per taglio
cesareo con bambino nato morto.
Dopo nove giorni fu dimessa dall'ospedale in buone
condizioni di salute e riprese il suo lavoro di domestica. Trascorsi pochi
giorni avvertì disturbi e dolori nella zona retto-vaginale. Aumentati i
dolori, il 9 novembre 1977 fu portata a braccia dal fratello all'ospedale San
Francesco di Grajau. Nel pomeriggio dello stesso giorno fu visitata dal chirurgo
che l'aveva operata per il taglio cesareo: questi, eseguendo l'esplorazione
ginecologica accertò una fistola retto-vaginale talmente grande da permettere
il passaggio di un dito.
Il ginecologo avvertì subito la paziente e i suoi
stretti parenti che era indispensabile un nuovo intervento chirurgico e la
consigliò di andare all'ospedale Sao Luis di Maranhao, ove avrebbe avuto
l'assistenza specialistica che il caso delicato richiedeva. Fu riportata alla
sua casa per prepararsi a fare il viaggio in aereo. Nel frattempo il chirurgo
aveva comunicato la notizia al capo infermiere, suor Bernardina Maria, che ne
restò molto preoccupata e dolente. Passando dinanzi a un ritratto della Serva
di Dio Gianna Beretta Molla, le chiese la guarigione della signora Lucia Sylvia
Cirilo, promettendo che avrebbe pubblicato la grazia nella rivista Messaggero
del Cuore di Gesù. Chiese che si associasse a questa sua preghiera anche la
consorella suor Maria Do Carmo. Nello stesso tempo la paziente avvertiva la
scomparsa dei dolori. Il giorno seguente si ripresentò al chirurgo per una
nuova visita, perché si sentiva bene. Il dottore, con grande meraviglia e
sorpresa, constatò che la fistola era completamente cicatrizzata, con conseguente
cessazione totale dei disturbi lamentati.
Fu pertanto inutile l'invio all'ospedale Sao Luis de
Maranhao, come era stato programmato. Da allora a oggi la signora Lucia Sylvia
Cirilo non ha avuto alcun disturbo, né locale né generale, e non ha avuto più
bisogno di praticare cure di alcun genere.
La signora, sebbene di religione protestante come
tutta la sua famiglia, ringrazia la Serva di Dio per la grazia e la prega in
tutte le circostanze.
Il cardinale Carlo Maria Martini
nel Duomo di Milano, il 21 marzo 1986
Dopo aver parlato di Cristo e in particolare del
mistero di Cristo Crocifisso, il Cardinale così conclude la sua meditazione
pasquale davanti a seimila giovani:
«... Mi permetto di richiamarvi la figura di Gianna
Beretta Molla, perché questa mattina abbiamo chiuso il processo diocesano
per la sua beatificazione.
Gianna Beretta Molla era una donna meravigliosa di
cui avrete certamente letto sui giornali. Una donna amante della vita perché
è stata sposa, madre di famiglia, medico, professionista esemplare. Ha dato
la sua vita perché non fosse violato il mistero della dignità della vita.
La sua è stata veramente un'esistenza illuminata dal
mistero della lavanda dei piedi e dal mistero del Crocifisso. Dicono i
testimoni che era una donna normalissima, che faceva molto bene la sua
professione di medico. Le piaceva stare al mondo e rifletteva attorno a sé la
gioia e l'entusiasmo.
Ma fortissima era in lei la fiducia nella
Provvidenza. Quello che più mi ha colpito è stata la sua fermezza nel
continuare a sostenere di voler salvare la sua gravidanza a scapito della sua
vita. Con decisione e semplicità, guardando al Signore Crocifisso.
Ecco un'esistenza illuminata da questo mistero del
Cristo che serve nella lavanda dei piedi e che serve nella gioia, comunicando
gioia e pace agli apostoli».
«Iter» del Processo di Beatificazione della Serva
di Dio Gianna Beretta Molla
La causa di beatificazione della Serva di Dio Gianna
Beretta Molla ebbe l'Introduzione ufficiale, con decreto del Card. Carlo Maria
Martini Arcivescovo di Milano, i128 aprile 1980, dopo aver ottenuto il nulla
osta con Decreto della Congregazione per le Cause dei Santi il 15 marzo 1980.
Il Processo Cognizionale sulla vita e le virtù della
Serva di Dio, a seguito della consueta Istituzione e gli appropriati
interrogatori della Congregazione, fu celebrato presso la Curia ecclesiastica di
Milano dal 30 giugno 1980 al 21 marzo 1986, nello spazio di 158 sessioni per la
deposizione di 48 testi, inclusi 5 chiamati a deporre d'ufficio.
Contemporaneamente si rese necessario un Processo Rogatoriale
a Bergamo, allestito dal 29 settembre 1980 al 5 gennaio 1984, in 21 sessioni,
per la raccolta di 7 testimonianze. Tra i testimoni dei due processi compaiono
7 sacerdoti, 9 religiose, diversi collaboratori nell'apostolato di Azione
Cattolica e nella professione di medico, nonché il marito della Serva di Dio, i
fratelli, le sorelle e altri parentí. L'11 aprile 1986 il Padre Postulatore
della Causa, P. Bernardino da Siena, consegnava alla Congregazione per le Cause
dei santi il Processo Cognizionale di Milano e Rogatoriale di Bergamo,
inoltrandone la domanda di apertura. Il Decreto di apertura fu dato il 12
aprile e quello di validità il 14 novembre 1986.
Ambedue i Processi sono raccolti in quattro volumi di
complessive pagine 2570. Oltre le deposizioni processuali, particolare
attenzione merita l'abbondante Documentazione raccolta, compulsata,
legalizzata e allegata. Tale documentazione comprende scritti, ricordi,
attestazioni e testimonianze nei confronti della Serva di Dio da :parte di
familiari ed estranei; grazie speciali attribuite alla sua intercessione e
corrispondenza epistolare.
È ora in preparazione la stampa sia dei processi sia
della Documentazione allegata, ai fini dello studio della vita e delle virtù
della serva di Dio.
Attualmente è in elaborazione la Positio (il
rapporto in base al quale la Sacra Congregazione trarrà le considerazioni
finali da presentare al Santo Padre).
Gianna Beretta
Molla verrà dichiarata Santa da Papa Giovannni Paolo II il 16 maggio 2004.