UNA VITA PER LA VITA

Gianna Beretta Molla – Santa il 16 maggio 2004

A Pietro Molla e ai suoi figli. Ai fratelli di Gianna.

I

UNA DONNA COME TANTE

I mobili sono gli stessi che Gianna aveva scelto, con amo­re, prima di sposarsi. Chiari. Eleganti e funzionali. Alle pareti e sul ripiano di un trumeau alcuni ritratti incorni­ciati d'argento, opera di un fotografo famoso, caro alla buo­na borghesia milanese, mostrano una donna felice tra i suoi bambini: Gianna con Pierluigi, con Laura e Mariolina. C'è anche un piccolo quadro: una casa tra gli alberi. L'ha di­pinto Gianna stessa che, da sempre, amava la pittura.

Un pianoforte, in un angolo della stanza, ricorda la sua passione per la musica. «Suonava molto bene, mia moglie» dice l'ing. Pietro Molla. «Aveva imparato da piccola, gui­data da sua mamma».

Dalla finestra si intravede la piazzetta di Mesero con le sue case basse. Antiche. Un albero sbuca da un muro che delimita un giardino segreto.

«Proprio lì di fronte» mi indica Pietro Molla «Gianna aveva il suo ambulatorio».

Sono nella casa paterna della famiglia Molla. Nell'am­biente in cui Pietro ha ricostruito il suo focolare dopo che Gianna è morta, lasciandolo con quattro figli piccolissi­mi: Pierluigi, Laura, Mariolina e Gianna Emanuela, l'ul­tima arrivata, la figlia tanto attesa per la quale Gianna ha sacrificato la vita.

Prima, quando la mamma c'era ancora, abitavano tutti insieme a Ponte Nuovo di Magenta, in una villa rinchiusa nel recinto della Saffa, la fabbrica di cui l'ingegner Molla era direttore. A breve distanza dalla villa s'intravede la chiesa in cui Gianna, negli attimi di tempo libero, andava a pregare.

Si è detto e scritto di questa giovane donna morta a tren­tanove anni nel dare alla luce la sua ultima creatura. Del suo coraggio. Della sua fede. Del suo amore per ogni for­ma di vita.

Il suo gesto è stato sviscerato, sezionato, dai tanti che l'hanno compreso e dai tanti che hanno fatto fatica ad ac­cettarlo. Un gesto estremo di amore, tanto più inusuale oggi, in questi nostri anni inquieti e indifferenti.

Ma com'era veramente Gianna Beretta Molla, questa moglie e madre che quel gesto ha saputo compierlo in si­lenzio, senza reticenze, con enorme generosità e con una consapevolezza tanto più acuta in quanto, essendo medi­co, ne conosceva perfettamente le conseguenze?

Lo chiedo a Pietro Molla, quasi forzando il suo pudore. Prima di rispondere mi accompagna nel suo studio in cui tutto attorno, un grande scaffale ricolmo di libri e di faldoni raccoglie, bene ordinati, i documenti di una vita spesa, giorno dopo giorno, nella piena accettazione della volontà di Dio.

Pietro Molla parla con voce talvolta incrinata, come suc­cede a chi deve raccontare qualcosa di estremamente per­sonale. Con sofferenza ancora struggente. Come di chi deve ricordare un lungo momento di storia lontana ormai nel tempo, ma impressa, indelebile nella memoria. Nel cuore.

«Gianna» - dice misurando le parole - «era una don­na splendida ma assolutamente normale. Era bella. Intel­ligente. Buona. Le piaceva sorridere. Era anche una don­na moderna, elegante. Guidava la macchina. Amava la montagna e sciava molto bene. Le piacevano i fiori e la musica. Per anni siamo stati abbonati ai Concerti del Con­servatorio di Milano. Per non "perderli", visto che dove­vamo spostarci da Ponte Nuovo», racconta sorridendo, «sal­tavamo regolarmente la cena, cosa che succedeva anche quando andavamo a teatro. Le piacevano i viaggi. Io andavo sovente all'estero per lavoro e, appena possibile, la portavo con me. Siamo andati in Olanda, in Germania, in Svezia. Un po' dappertutto in Europa...».

Una donna appagata, dunque?

«Senza alcun dubbio. Una donna come tante altre. Ma con qualcosa in più, forse: una grande religiosità, una in­discutibile fiducia nella Provvidenza. Questa non l'ha mai abbandonata nemmeno nei suoi ultimi mesi di vita». Pie­tro Molla mi guarda, turbato. Sta entrando, con i suoi ricordi, nel cuore stesso di sua moglie. «Gianna sapeva bene che molto probabilmente non sarebbe riuscita a so­pravvivere al bambino che aspettava ma ...» - dice si­curo - «non ha mai perso la speranza che Dio li avreb­be salvati entrambi. A conferma di questo le racconto un piccolo episodio, che forse può sembrare banale ma che ritengo invece significativo: nel mese di marzo, man­cava poco alla nascita del nostro bambino, sono andato per lavoro a Parigi. Gianna mi ha chiesto di portarle a casa alcune riviste di moda. "Se Dio mi tiene qui" - mi aveva detto - "mi voglio fare dei bei vestiti"». Pie­tro Molla prende dallo scaffale un paio di eleganti fasci­coli e me li mostra. «Guardi» - indica - «questi so­no i segni che lei aveva fatto accanto ai modelli che le pia­cevano particolarmente».

Rimane un attimo in silenzio, sfogliando lentamente le pagine delle riviste patinate. Poi le ripone nello scaffale. «Sono certo che il suo sacrificio accettato con tanta de­dizione, le dev'essere costato infinitamente. Gianna ama­va la vita. Non era uno di quei tipi mistici che pensano sempre e solo al Paradiso. Che vivono in terra credendo che questa sia soprattutto una valle di lacrime. Anzi. Gian­na era una donna che sapeva godere, nel senso buono del­la parola, le piccole e le grandi gioie che Dio ci concede anche in questo mondo».

Nonostante questo...

«Non ha avuto nessun dubbio. Quando si è resa conto della terribile coincidenza della sua gravidanza e della cre­scita di un grosso fibroma che ne comprometteva il rego­lare sviluppo, la sua prima reazione, ragionata, fu di chie­dere che il bambino che aveva in seno venisse salvato. Le era stato consigliato un intervento chirurgico che preve­deva tre tecniche: una laparatomia totale con asportazio­ne sia del fibroma che dell'utero. Questo le avrebbe sal­vato sicuramente la vita. L'interruzione della gravidanza mediante aborto terapeutico e asportazione del fibroma, il che le avrebbe consentito, in seguito, di avere eventual­mente altri bambini. Oppure ancora l'asportazione del solo fibroma nel tentativo di non interrompere la gravidanza in corso. Gianna ha scelto l'ultima soluzione, la più rischio­sa per lei. A quei tempi infatti era prevedibile che un par­to, dopo un simile intervento, sarebbe stato pericolosissi­mo per la madre. E questo, Gianna, come medico, lo sa­peva molto bene».

Lo guardo, senza parlare.

«Ma non è stato certo un suicidio» continua Pietro Molla con voce sommessa «Gianna, come le ho detto, si fidava della Provvidenza. La scelta di mia moglie è stata il risul­tato coerente di tutta una vita. Una scelta le cui radici van­no cercate sin dagli anni della sua infanzia. Nella sua fa­miglia d'origine. Nell'atmosfera profondamente religiosa che i suoi genitori hanno fatto respirare, sempre, a lei e ai suoi fratelli. Nell'esempio di amore che avevano loro dato, come forza costante. Come sicurezza anche nei mo­menti duri dell'esistenza. Nel suo impegno di anni nell'A­zione Cattolica e nella San Vincenzo, vivendo esperienze che le hanno permesso di affinare la sua spiritualità; di di­ventare una donna, una mamma generosa con tutti. La sua vita, sino al gesto estremo che ha compiuto, è stata tutta un evolversi in questa linea di donazione. Gianna non si aspettava mai niente in cambio. Quello che ha fatto» continua cercando di spiegare una cosa in cui crede «non l'ha fatto "per andare in paradiso". L'ha fatto perché si senti­va una mamma... ».

Lo ascolto, commossa.

«Per comprendere la sua decisione» dice «non si può di­menticare, per prima cosa, la profonda persuasione di Gian­na, come mamma e come medico, che la creatura che por­tava in sé era una creatura completa con gli stessi diritti degli altri figli, anche se era stata concepita da appena due mesi. Un dono di Dio, al quale era dovuto un rispetto sa­cro. Non si può dimenticare nemmeno il grande amore che sentiva per i suoi bambini: li amava più di quanto amasse se stessa. E non si può dimenticare, una volta ancora, la sua fiducia nella Provvidenza. Era persuasa infatti, come moglie, come madre, d'essere si utilissima a me e ai nostri tre figli, ma soprattutto di essere, in quel preciso momen­to, indispensabile per la piccola creatura che stava crescen­do in lei. Senza questa fiducia incondizionata, forse... avrebbe deciso divesamente. Ma Dio, ne era certa, avreb­be scelto il meglio con i suoi, anche se misteriosi, piani d'amore».

Penso a quel «qualche cosa in più» di cui mi ha detto... «Le ripeto: nella vita di ogni giorno, Gianna era una don­na normalissima. Ho avuto occasione di dirlo anche du­rante gli atti di presentazione del processo di beatificazio­ne: non mi sono mai accorto di vivere con una santa... Ma oggi so di aver capito che la santità non è un picco di cui avrei dovuto rendermi conto immediatamente: la santità è la quotidianità della vita vissuta nella luce di Dio. Gian­na era equilibrata, semplice, limpida, serena...

Non ha fatto alcun dramma dopo aver preso la sua de­cisione. È stata operata. Si è ristabilita. Ha continuato la solita vita. A me tornava in mente, con insistenza, la sua richiesta che le fosse "salvata la gravidanza", ma non osa­vo andare oltre con il pensiero. Non osavo parlarne con mia moglie. Qualche tempo dopo: "Pietro" - mi ha det­to Gianna - "ho bisogno che tu, che sei sempre stato tanto amorevole... lo sia ancora di più in questo periodo, perché sono mesi un po' tremendi per me".

Continuavo a vederla tranquilla. Si occupava con il so­lito affetto dei nostri bambini e dei suoi malati. Poi un giorno mi sono accorto che metteva a posto la casa con un'attenzione particolare. Che riordinava i cassetti, gli ar­madi... come se avesse dovuto partire per un lungo viag­gio... ».

Il sole entra dalle finestre dello studio e crea strani gio­chi di luce sul volto di Pietro Molla.

«Un mese e mezzo prima della nascita di nostro figlio» ricorda «è successa una cosa che mi ha sconvolto. Dovevo uscire per andare in fabbrica e avevo già infilato il cap­potto. Gianna, mi pare ancora di vederla, era appoggiata al mobile dell'anticamera della nostra casa. Mi è venuta vicino. Non mi ha detto "sediamoci", "fermati un mo­mento", "parliamo". Niente. Mi è venuta vicino e così, come succede quando si debbono dire cose difficili, che pesano, ma attorno alle quali si è tanto meditato e su cui non si vuol "tornare", "Pietro" - mi ha quasi sussurra­to - "Ti prego... se si dovrà decidere tra me e il bambi­no, decidete per il bambino. Non per me. Te lo chiedo". Così. Nient'altro. Sono stato incapace di dire qualsiasi cosa. Conoscevo benissimo mia moglie, la sua generosità, il suo spirito di sacrificio. Sono uscito di casa senza dire una pa­rola».

Mi sembra giusto dare inizio alla biografia di Gianna Beretta Molla con questi ricordi sommessi del marito. Po­che parole che però permettono di intuire il coraggio di questa giovane donna dei nostri tempi.

Non c'è stato dramma, nel suo gesto: solo l'intima e cri­stiana consapevolezza di una scelta giudicata assolutamente prioritaria. Inevitabile. Nella certezza dell'amore di Dio. Nell'adesione ai suoi imperscrutabili disegni. Nel tentativo di rispondere, con abbandono, alla Provvidenza. Co­me, sempre, aveva cercato di fare.

In tutta la vita di Gianna Beretta Molla non esistono infatti episodi clamorosi. Fatti eccezionali. Esiste invece tutta una serie di piccoli momenti quotidiani che, poco al­la volta, l'hanno preparata al coraggio del sacrificio totale di sé per donare la vita a un figlio tanto amato prima an­cora che venisse al mondo.

Esiste, nella sua storia, una Gianna ragazza felice, in una bella famiglia, in belle case tra Magenta, Milano, Vig­giona, Bergamo, Genova. Una Gianna studentessa liceale e studentessa di Medicina. Una Gianna impegnata tra i giovani dell'Azione Cattolica, tra i poveri della San Vin­cenzo. Una Gianna sposa innamorata e mamma felice tra i suoi bellissimi bambini.

Cercherò pertanto di ricostruire passo passo questa sua storia, seguendo il filo dei ricordi di tante persone che l'han­no conosciuta e non l'hanno dimenticata. Utilizzando i do­cumenti che ne segnano le tappe fondamentali. 

II

MARIA E ALBERTO

I genitori di Gianna Beretta Molla erano entrambi di origine lombarda: di Magenta Alberto Beretta che vi era nato il 23 settembre 1881; di Milano Maria De Micheli, nata il 23 maggio 1887. Entrambi provenivano da fami­glie molto numerose e profondamente cristiane.

Alberto, settimo figlio maschio di casa Beretta, rimasto orfano di mamma a soli quattro anni, appena raggiunta l'età della scuola era stato inviato nel Collegio San Carlo di Mi­lano, perché fosse educato e potesse studiare sino a conse­guire un diploma.

L'esperienza dei lunghi anni di collegio aveva però se­gnato la sua infanzia e giovinezza, e la mancanza degli af­fetti familiari aveva inciso profondamente nel suo spirito. Ancora ragazzo aveva preso infatti una decisione molto importante: se si fosse sposato e avesse avuto dei figli, avrebbe fatto qualunque sacrificio perché questi potesse­ro crescere nel calore di una famiglia.

Prima dei trent'anni, conosciuta Maria De Micheli, una giovane donna molto religiosa, bella e di carattere fermo e sereno, la sposò a Milano, nella Parrocchia di San Bar­tolomeo. Era il 12 ottobre 1908.

I figli ricordano oggi con tenerezza un curioso episodio: fra i tanti biglietti di auguri, il giorno delle nozze, ne giunse alla sposa uno particolarmente divertente. Glielo aveva in­viato una cara amica. Era un cartoncino con un'illustra­zione strana: una grossa tinozza ricolma di tredici bambi­ni. Sotto l'ingenuo disegno, un invito: «A scelta».

«Li voglio tutti», aveva detto allegramente Maria. Ed era stata accontentata: tanti infatti furono i figli che Dio mandò alla nuova famiglia.

Alberto e Maria Beretta, appena sposati presero in af­fitto un appartamento a Milano in Piazza Risorgimento, poco lontano dal Convento dei Cappuccini. Entrambi erano Terziari francescani, e conservarono con i frati, per tutto il tempo del loro soggiorno a Milano, uno stretto rapporto di fiducia e di «collaborazione spirituale». A breve distan­za dalla casa in cui abitavano, viveva Luigi Gedda con la sorella Mary, con i quali i genitori Beretta e, in seguito, i loro figli, strinsero un forte legame di amicizia.

Alberto lavorava presso il Cotonificio Cantoni e in que­sta società rimase per trentotto anni. Fece una brillante carriera che lo portò ad alti livelli dirigenziali.

In casa pertanto si respirò sempre una certa agiatezza, anche se mitigata dallo spirito francescano al quale i geni­tori avevano improntato la vita della famiglia che diven­tava sempre più numerosa. Non mancarono tuttavia, co­me succede a tutti, momenti duri di dolore e di sofferen­za: ma i Beretta li seppero sempre superare con fede. E la fede li aiutò quando iniziarono gli anni difficili della pri­ma guerra mondiale e gli anni della diffusione della «spa­gnola», la terribile epidemia che seminò di lutti anche il focolare di Alberto e di Maria.

Nella speranza di «difendere» i figli dai gravissimi ri­schi di questa malattia, i genitori di Gianna decisero, nel 1925, di trasferirsi da Milano a Bergamo. Qui acquistaro­no, in Città Alta, a Borgo Canale, una grande casa circon­data da un bellissimo giardino. Una casa in cui vissero fi­no al 1937. Fu ancora una preoccupazione familiare - la malattia di una figlia - a far prendere la decisine di tra­sferirsi a Genova-Quinto, vicino al mare. Erano ormai gli anni del secondo conflitto mondiale. Nel '41, dopo il bom­bardamento navale della città da parte degli inglesi, i Be­retta tornarono nuovamente a Bergamo, e andarono a vivere nella vecchia casa dei nonni materni a San Vigilio. Qui, nel 1942, a soli quattro mesi di distanza l'una dal­l'altro, Alberto e Maria morirono, ancora in giovane età.

Alice De Micheli, cugina di Maria, ha tracciato in un documento ricordo, un'immagine affettuosa della mamma di Gianna che conosceva fin da quando era bambina: «Un vero angelo: fede religiosa profonda, ardente spirito di ca­rità, raro equilibrio, carattere naturalmente fermo e deci­so e cuore generoso, in casa, con i genitori, con le sorelle minori, con tutti. Modesta, semplice, attiva, silenziosa, ri­flessiva, intelligentissima, in quanto l'intelligenza è una vera forma di bontà».

Ricordandola come madre di tanti figli, continua: «Di ciascuno si occupò come se ne avesse avuto uno solo. Con­siderava l'educazione dei suoi ragazzi quasi un compimento dell'opera di Dio nelle sue creature, quasi la "creazione" delle loro anime. Un'impresa tutta divina, un sacerdozio. Educazione religiosa, fisica, morale, intellettuale fatta con sollecita cura materna, inesauribile, infinita. Laboriosissi­ma e sempre occupatissima, Maria non tralasciava di inte­ressarsi attivamente delle Missioni che le stavano molto a cuore. Fu esempio luminoso di quanto una mamma pos­sa sognare di bello, di grande e di eroico nella vita dei suoi figli».

Padre Felice, un Cappuccino che aveva conosciuto i Be­retta durante il loro soggiorno a Milano, ricordando Al­berto scrisse: «Era stimato da tutti per la sua profonda con­vinzione religiosa e per la sua grande coerenza cristiana...». E riferendosi allo spirito con cui Alberto attendeva alla formazione dei figli, scrisse: «Volle che i suoi figli frequen­tassero il Convento (di Via Piave, nei pressi di Piazza Ri­sorgimento, n.d.r.) e che, con Luigi Gedda, studiassero e vivessero la vita dei Cordiglieri Terziari francescani... Le ragazze Beretta ebbero anche, come guida nella loro for­mazione, Mary Gedda, sorella di Luigi. Visitavano ogni giorno la Chiesa, imparavano a fare la meditazione e l'e­same di coscienza, recitavano l'Ufficio della Madonna e facevano piccole mortificazioni. I genitori erano felici e aiutavano questa formazione spirituale dei loro figli... Ho sempre visto Alberto e Maria Beretta sereni e sorridenti, anche nei momenti più dolorosi della vita, come nelle ma­lattie e nella morte dei figli: li ho visti perfettamente e se­renamente disponibili alla volontà di Dio pur avendo in cuore l'agonia e la morte...».

Uno dei loro ragazzi, Enrico, diventato prima medico e poi Padre Cappuccino, tratteggia il matrimonio dei ge­nitori con parole molto significative: «... hanno sempre avu­to un ideale di santità. Non solo alla luce dei precetti, ma anche dei consigli evangelici. Entrambi vissero il Terz'or­dine Francescano con intensa vita di pietà e di mortifica­zione evangelica, rinunciando anche esternamente a tutto ciò che fosse superfluo...».

Riferendosi alla loro disponibilità nei confronti dei bi­sognosi, Enrico ha scritto inoltre: «Non volevano veder soffrire nessuno. I poveri erano i loro amici intimi. Li ama­vano e li aiutavano».

Per ricordare comunque in modo più preciso quello che e stato l'impegno di Alberto e Maria Beretta nel corso della loro vita di sposi, per stilare una traccia delle radici che hanno permesso ai figli, a Gianna in particolare, di vivere con coerenza il loro essere cristiano, sono indicative an­che queste poche parole, scritte da Gianna stessa, al mari­to nell'aprile del 1955: «... i miei santi genitori: tanto ret­ti e sapienti. Di quella sapienza che era il riflesso del loro animo buono, giusto e timorato di Dio...».

 

III

UNA FAMIGLIA SERENA

Entra una luce splendente dalla grande finestra (occu­pa tutta una parete), che si affaccia sulle colline di Città Alta, a Bergamo. Qui, in uno dei punti più belli, a San Vigilio, tra prati e vigneti, sorge la vecchia casa di campa­gna dei nonni materni di Gianna. Una casa alla quale so­no legati molti ricordi. La stessa in cui sono morti i geni­tori dei «ragazzi Beretta».

Ascolto, dalla voce pacata di Giuseppe, la storia del­la sua famiglia. Gioie e dolori si susseguono senza soluzio­ne; momenti sereni e tempi drammatici. Gli anni sono tra­scorsi veloci, lasciando un segno che sa di rimpianto.

Accanto a noi Zita ascolta in silenzio. Solo di tanto in tanto interloquisce per puntualizzare un momento che la riporta a un tempo, lontano ma mai dimenticato. Enri­co, impossibilitato a parlare a causa di una paralisi che l'ha colpito in Brasile dov'è rimasto per oltre trent'anni, a Grajau, come medico missionario, muove la testa annuen­do. Comprende perfettamente quanto Giuseppe sta rac­contando: è anche la «sua» storia, quella che mi si dipana davanti.

E ancora una volta, alla ricerca della matrice della san­-  

Giuseppe, fratello di Gianna, nato nel 1920. Ingegnere civile, ordinato sacerdote nella Diocesi di Bergamo nel 1946.

Zita, sorella di Gianna, nata nel 1918. Farmacista, nubile.

Enrico, fratello di Gianna, nato nel 1916. Conseguita la laurea in medicina, nel 1942, lasciò definitivamente la famiglia per seguire la sua vocazione missionaria di Cap­puccino. Prese il nome di Padre Alberto. Ordinato sacerdote nel 1948 dal Cardinal Alfredo Ildefonso Schuster, partì per il Brasile dove ha costruito l'ospedale di Grajau.  

tità quotidiana di Gianna Beretta, mi ritrovo immersa in un'atmosfera di serena accettazione dei disegni di Dio, sen­za grandi gesti, tutta vissuta in sordina. Ma in una con­vinzione, in un'adesione cristiana profonda. «I nostri ge­nitori» dice Giuseppe «erano due creature straordinarie e noi benediciamo ogni giorno il Signore per aver avuto un papà e una mamma così. Erano carichi di autentica spiri­tualità. Avevano, cioè, una visione religiosa della vita, ma... con i piedi per terra: mia mamma ha avuto tredici figli, non solo un paio... da crescere.

Il nostro fratellino Davide, nelle elementari, svolgendo un tema in classe intitolato: "La mia famiglia" tra l'altro ha scritto: "... Mia mamma fa la balia". Un modo lom­bardo per dire che vedeva sempre nostra madre con un bambino piccolo in braccio. Ci ha allattato tutti, mia mam­ma. E ci ha vestiti lei, sino alla quinta ginnasio».

Trovava il tempo anche per questo?

«Aveva fatto scuola di taglio, prima di sposarsi. Com­perava la stoffa, la tagliava, l'imbastiva e poi faceva cuci­re gli abiti da una sartina. E le assicuro che non sfigurava­mo certo nei confronti dei nostri compagni. Non eravamo da meno degli altri ragazzi. Era veramente molto brava. Solo in quinta ginnasio, avevamo diritto all'abito "pulcro": un abito fatto su misura da un buon sarto». Zita e Alber­to sorridono. «Era un momento importante per noi: ci si rendeva conto che, finalmente, si stava diventando adul­ti. Le ricordo queste piccole cose per dirle della laboriosi­tà di nostra madre. Le ripeto: era una creatura straordina­ria».

Nella vostra famiglia sono usciti due sacerdoti, uno ingegne­re e l'altro medico, e una suora, medico anch'essa... «Tutti e tre siamo operai dell'ultima ora. Io sono entra­to in seminario dopo i primi due anni alla facoltà di ingegneria. Alberto e Virginia prima si sono laureati e poi hanno intrapreso la loro strada di consacrati. Da parte mia ho completato l'università dopo aver celebrato la prima messa. Oggi... faccio il prete muratore. Mi occupo, presso la diocesi di Bergamo, della conservazione dei beni eccle­siastici. Erga plurima: chiesa, opere d'arte...».

«Talvolta» ricorda Zíta «dicevano a mia mamma che lei era una santa. La risposta era una battuta: "Non avete al­tro di meglio da inventare?"».

Mi volete parlare di voi, a Bergamo?

«Era ancora il tempo della "spagnola", e in casa nostra questa pestilenza aveva "battuto" pesantemente: primo era morto Davide, poi Pierina. Poi un'altra sorellina, Ro­sina. I miei genitori non sapevano più cosa fare... Amalia, inoltre, che aveva allora sedici anni, era affetta da un prin­cipio di tubercolosi. Fu questa la molla che spinse papà e mamma a lasciare Milano e a trasferirsi in un posto di­verso, a Bergamo Alta, sia perché qui, dove stiamo par­lando, c'era la casa dei nonni, sia perché, conoscendo be­nissimo questa città, erano convinti che l'aria fosse vera­mente più salubre. Comperarono allora una casa in Borgo Canale, con un grande giardino. Qui nacquero Guglielmi­na e Anna Maria che morirono piccolissime.

A Borgo Canale restammo dodici anni: gli anni della pri­ma giovinezza di Gianna. Papà Alberto, durante tutto que­sto tempo, ha continuato a viaggiare tra Milano e Bergamo. Partiva ogni mattina con il treno, e a sera tornava a casa». Cosa vi rammentate dei vostri genitori?

«Li unifichiamo nel ricordo» continua Giuseppe. «Era­no due persone straordinarie, che s'integravano tra di lo­- 

Virginia, sorella di Gianna, nata nel 1925. Medico. Conseguita la laurea, nel 1950, si è fatta suora missionaria. Madre Virginia assistette la sorella negli ultimi giorni della sua agonia. 

ro perfettamente. Si volevano un gran bene. Pensi che quando si sono sposati, avevano fatto un patto: chiedere a Dio di morire insieme. Non potevano immaginare la lo­ro vita separati uno dall'altro. Effettivamente è successa una cosa incredibile: il 28 aprile del 1942, mio papà aveva detto a mamma di sentirsi molto male. "Muoio, Maria", aveva insistito con angoscia. Mia mamma l'aveva guarda­to un attimo con attenzione e: "Non è possibile" - gli aveva risposto - "Io sto benissimo. Non sento niente". Ma, proprio la sera dello stesso giorno, mia madre ebbe una crisi di cuore e si spense il giorno successivo».

E il papà?

«Mio padre è morto quattro mesi dopo: ma da quel gior­no non è più stato lo stesso. L'abbiamo aiutato in tutti i modi. Quasi forzandolo a vivere. Aveva un'anemia cere­brale e non voleva assolutamente più alimentarsi».

Le parole rimangono come sospese per un lungo mo­mento.

Com'era la vostra giornata, normalmente?, chiedo per rom­pere la tensione.

Alberto mi regala uno dei suoi sorrisi. Sembra voler di­re qualche cosa. Ma non gli riesce. Fa ancora molta fatica a parlare.

«Papà e mamma» - continua Gíuseppe - «si alzavano molto presto, la mattina. Andavano insieme, ogni giorno, alla prima messa della Chiesa di Borgo Canale. Prima di uscire ci svegliavano. Alcuni di noi spesso dovevano anco­ra studiare. Sa, eravamo tutti studenti».

«Io» dice Zita «preparavo la colazione. C'era un tavo­Ione... E sempre tanta allegria. Fatta colazione tutti insie­me, a un certo momento il papà doveva partire per Mila­no. Allora, a turno, lo accompagnavamo in bicicletta giù da Via Tre Armi, sino al "Paesetto". Lo salutavamo. Pa­pà scendeva dalla lunga scaletta che collega ancora oggi Città Alta con Bergamo Bassa e in tram andava alla stazione. A sera, per rientrare, si serviva della funicolare. Noi, sem­pre a turno, gli andavamo incontro, in bicicletta, sino alla "Corsarola". Al ritorno a casa era il papà che inforcava la bici e chi era andato a prenderlo montava sul sellino po­steriore. Erano occasioni magnifiche, per noi ragazzi, di stargli vicino. Di godere, per pochi minuti, in esclusiva, il piacere della sua compagnia. Dopo la cena, insieme si pregava con il rosario. I più piccoli spesso s'addormenta­vano».

Eravate una famiglia molto ricca...

«Non direi. La mamma, da brava donna di casa, faceva i conti ogni giorno e cercava di risparmiare dove possibi­le. Non ci mancava certo il necessario, ma il superfluo, in casa nostra, non era contemplato. Se fosse avanzato qual­che soldo... tutti sapevano benissimo che sarebbe stato dato per aiutare chi aveva molto meno di noi. I miei genitori infatti avevano impostato tutta l'educazione della famiglia sulla sobrietà e... sulla generosità verso gli altri. Non ci avevano abituati a ricevere regali, salvo qualche eccezio­ne giustificata da occasioni speciali: una promozione, un compleanno... In quinta ginnasio, ricordo, ci veniva do­nata una bicicletta e per noi, le assicuro, era un regalo ve­ramente eccezionale. Forse questo avveniva anche» cerca di ricordare Giuseppe «perché non avevamo poi tanti sol­di. Mio padre spesso ci diceva che avrebbe fatto i sacrifici necessari per farci studiare, tutti, ma che, poi, avremmo dovuto arrangiarci da soli. Infatti è riuscito a far laureare quattro medici, due ingegneri, una farmacista, e anche a far prendere il diploma di pianoforte a mia sorella Amelia per la quale, essendo molto ammalata e non potendo fre­quentare il conservatorio, veniva appositamente in casa il maestro Marinelli che le impartiva lezioni private».

Vostra mamma avrà avuto una gran mole di lavoro, con tan­ti figli...

«La ricordo sempre con accanto due ceste di biancheria da aggiustare. Aveva una domestica che l'aiutava... ma il lavoro non le mancava. Le piaceva occuparsi di noi anche nei nostri studi: ha persino imparato il latino per starci ac­canto. Per esserci d'aiuto».

Questi vostri genitori meravigliosi, come vi hanno insegna­to... a essere dei buoni cristiani?

«Soprattutto con l'esempio. Non ricordo che abbiano mai alzato le mani su di noi. Ci convincevano con il ragio­namento. Erano severi... ma non ci hanno mai picchiato. Non me ne ricordo. C'era molta armonia nella nostra fa­miglia. È bellissimo essere in tanti: chi non ha vissuto un'e­sperienza simile, fa fatica a capire. S'impara a gioire insie­me. A soffrire insieme. Siamo cresciuti negli oratori, con alle spalle questa bella famiglia religiosa, e abbiamo avuto una buona formazione spirituale. Quando sono entrato in seminario, dopo la morte dei miei genitori, ricordo d'aver detto al Vescovo che, con tutto il rispetto per il tipo di educazione che viene impartito nei seminari stessi, io non mi sentivo in difficoltà, perché in casa avevo avuto la for­tuna di ricevere un'ottima preparazione religiosa...».

E Gianna?

«È cresciuta anche lei in quest'atmosfera serena. Nel 1928, il 4 aprile, ha ricevuto la Prima Comunione nella Parrocchia di Santa Grata, a Bergamo. Due anni dopo, in Duomo, è stata cresimata. Dal giorno della Prima Comu­nione, pur essendo piccolissima, ogni mattina accompagna­va la mamma alla Messa e riceveva Gesù. Un'abitudine che ha conservato per tutta la vita». 

IV

PERCHÉ SANTA LA DOTTORESSA GIANNA?

Virginia, Ginia com'è affettuosamente chiamata, è la so­rella minore di Gianna. L'ultima della famiglia. Con Zita, che fungeva spesso da vice mamma per le due «piccole» di casa Beretta, è stata forse quella che, negli anni dell'infan­zia e della giovinezza, le è stata più vicina. A Bergamo, nella grande casa di Borgo Canale, le due sorelle dormivano nel­la stessa stanza. Insieme hanno seguito gli studi. Insieme hanno giocato, riso, scherzato. Insieme, soprattutto, han­no maturato uno stile di vita autenticamente cristiano. «Gianna era un'entusiasta. Amava e gustava tutto quan­to di bello si trovava a vivere» ricorda «andavamo molto spesso in montagna. Ci piaceva l'aria libera, fare lunghe passeggiate. Non solo in vacanza, ma anche alla domeni­ca. Eravamo molto vicine di età: Gianna aveva solo tre anni più di me.

Andavamo insieme anche a scuola, e mi facevo aiutare da lei per fare i compiti. Sovente ci ritrovavamo con gli stessi professori e, perciò, con uguali piccoli problemi. Stu­diavamo dove capitava, nella nostra stanza o in sala da pranzo. Anche in giardino, se la stagione era buona. Cer­cavamo comunque di non darci fastidio, perché avevamo l'abitudine di ripetere le lezioni ad alta voce».

Avevate molte amiche?

«Sì, ma generalmente non le invitavamo a casa nostra. La mamma ci diceva sempre di ricordarci che eravamo già in tanti... A sera, dopo cena, giocavamo fino a stancarci. C'era molta armonia, tra di noi. Eravamo felici. Non ci mancava niente di quanto ci occorreva. Quando voleva­mo qualche cosa di nuovo papà ci chiedeva sempre se fos­simo convinte che si trattasse di una cosa indispensabile... La mamma e il papà avevano spiccato spirito di povertà francescana: non ci facevano mancare niente, è vero, ma quanto consideravano "superfluo" preferivano destinarlo ai poveri».

Sto registrando i ricordi di Ginia nel piccolo parlatorio dell'Istituto delle Canossiane di Ottavia, una borgata ro­mana. Virginia è molto somigliante a Gianna: alta di sta­tura, il bel volto dalla fronte spaziosa, gli occhi scuri, in­telligenti. Per anni ha vissuto in India e a Hong Kong, co­me medico missionario. Adesso lavora tra i borgatari di Roma. Con lo stesso entusiasmo, con la stessa dedizione. Di Gianna ha un'immagine colma di affetto e di ammira­zione. Si volevano bene. Virginia, per puro caso, è riusci­ta a stare accanto a Gianna negli ultimi dolorosi giorni del suo calvario. «Anche questo» dice commossa «un dono in­sperato della Provvidenza».

Quanto racconta sa pertanto un significato tanto parti­colare.

«La nostra camera da letto, il nostro "mondo" privato, era molto semplice. C'erano mobili chiari e una grande fi­nestra che dava sul giardino. C'era uno scaffale sempre col­mo di libri: i miei e i suoi. Bene ordinati, e sempre tanti. C'era anche una bambola alla quale eravamo entrambe mol­to affezionate. Con Gianna e con gli altri miei fratelli, per anni, abbiamo trascorso le vacanze a Viggiona, un piccolo paese sul lago Maggiore. Ricordo i pic-nic con i nostri ge­nitori: loro partivano con una vecchia Balilla carica di sdraio e di cestini con la merenda. Noi li seguivamo a piedi e, lungo la strada, cercavamo i fiori e raccoglievamo i funghi che poi, con la mamma, cucinavamo per tutti. Quasi sempre, quando andavamo in vacanza con la famiglia, la mam­ma preferiva non portare la domestica: voleva farci appro­fittare del periodo in cui non eravamo impegnate con la scuola per insegnarci a dirigere una casa. Per insegnarci a cucinare, a stirare, ad aggiustare la biancheria. Appena poteva, specialmente in montagna, Gianna portava con sé colori e pennelli e, su una tela, riproduceva un paesaggio che l'aveva colpita».

Perché, secondo lei, sua sorella è santa? Mi guarda un attimo in silenzio.

«Perché ha sempre fatto, bene, la volontà del Signore. Momento per momento. Nello "stato" in cui si trovava. Non solo per il gesto di grande generosità che ha caratte­rizzato la sua fine: se ha avuto la capacità di prendere "quel­la" decisione, ciò può considerarsi sicuramente come il ri­sultato di tutta la sua vita precedente. Gianna aveva un grande spirito di fede. Qualsiasi cosa le succedesse, veni­va da lei accettata come un dono che le arrivava diretta­mente dalle mani di Dio. Sin da piccola, ricordo, mi dice­va sempre che noi dobbiamo fare, al meglio, tutto quello che ci capita di dover fare. Senza mai tirarci indietro». Senza mai tirarci indietro, dice...

«Questo mi riporta alla scelta coraggiosa di Gianna...» riprende.

Ma l'interrompo di nuovo: Non si è mai compianta per la sua decisione?

«Assolutamente. Io, per esempio, non lo sapevo nem­meno... ».

Sono convinta che sua sorella sperasse di salvarsi con il suo bambino...

«Senz'altro, anche se conosceva il rischio che stava af­frontando. Con una sua amica si è confidata, prima del parto. A Mariuccia Torregiani salutandola "forse non ti vedrò più", ha sussurrato. Lei sapeva. Mio fratello Fran­cesco ha trovato, pochi giorni dopo la sua morte, nella sua casa di Ponte Nuovo, un libro di medicina aperto sulle pa­gine in cui erano trattate le "maternità a rischio" e i "fi­bromi nel corso delle gravidanze". Cercava evidentemen­te di informarsi, in segreto, sulle complicazioni che sareb­bero potute insorgere. Nonostante questo, aveva sempre la speranza che il Signore l'avrebbe aiutata e l'avrebbe la­sciata ancora con i suoi bambini, con suo marito. Io sono tornata per caso in Italia, dalla Missione, pochi giorni pri­ma della sua fine. Non ero stata bene e i miei superiori mi avevano mandata per un periodo di riposo in monta­gna per riprendermi ma, lassù, ho pensato che forse avrei potuto chiedere alla mia Madre Generale di permettermi di tornare invece a casa mia, a Magenta. Nell'ospedale in cui lavoravo mancavano moltissime cose e speravo di riu­scire a procurarmele facendomi aiutare da Gianna. La ri­sposta della Generale non arrivava mai. Finalmente, un certo giorno, ho saputo che avrei potuto partire. Ho tro­vato subito alcuni funzionari che mi hanno facilitato le pra­tiche necessarie e mi hanno trovato un posto sulla prima nave che salpava per l'Italia. Questa, fortunatamente, per giungere a Napoli, ha impiegato solo undici giorni invece dei soliti quindici. Senza questa inaspettata velocità» con­tinua «sarei arrivata dopo la morte di mia sorella».

Lei non era informata dei problemi di salute di Gianna? «Avevo ricevuto qualche tempo prima una sua lettera in cui mi raccontava di aver avuto qualche complicazione ma senza particolari più precisi. Nella stessa lettera mi as­sicurava anche che la sua gravidanza procedeva bene. Ap­pena giunta a Napoli, al porto, ho trovato mio fratello Fran­cesco che mi ha informato della nascita di Gianna Ema­nuela e delle gravissime condizioni in cui versava mia so­rella. Siamo partiti subito e, fatta una breve sosta a Roma, abbiamo proseguito il viaggio verso Monza, dove Gian­na era ricoverata all'ospedale.

Sono giunta il martedì. Mia sorella è morta sabato. Ho trascorso accanto a lei i suoi ultimi quattro giorni di vita». Gianna l'ha riconosciuta?

«È rimasta lucida fino alla fine. Appena entrata nella sua stanza, ricordo e, prima ancora di salutarmi, guardan­domi fissamente mi ha detto: "Sapessi cosa vuol dire mo­rire lasciando soli quattro bambini!".

Le pongo l'obiezione difficile che tanti mi hanno fatto, sapendo che sto ricostruendo la biografia di Gianna Be­retta Molla.

È giusto, per salvare una creatura, abbandonarne altre tre? La risposta di Virginia è la stessa che ho ricevuto da Pie­tro Molla.

«Per capire bisogna credere, come Gianna, nella Prov­videnza. Mia mamma diceva sempre un antico proverbio: "Ogni bambino nasce con il suo fagottino". Gianna era sicurissima che Dio avrebbe provveduto ai suoi bambini, e di quella vita che ormai era in arrivo, che portava in se­no, lei ha avuto tutto il rispetto. Gianna si fidava della Provvidenza» - ripete con voce accorata.

«Arrivavo dal mio ospedale di Pratapgar, nell'interno dell'India» dice ancora «un ospedale senza luce e senz'ac­qua potabile. Avevo l'impressione, all'ospedale di Mon­za, d'essere finita in una reggia. "Con queste attrezzature - le ho detto - figurati se non riescono a salvarti...". E invece, tutte le cure che le sono state prestate, non so­no servite a niente».

Rispondo io, Virginia, a quanto le ho chiesto poco fa: anche per questo sacrificio sua sorella è santa.

«Può darsi... ma, prima ancora, perché ha vissuto tutta la sua vita facendo la volontà di Dio nelle cose normali che si debbono fare: anche i mestieri di casa, lo studio, il donarsi ai poveri, alla gioventù, ai suoi figli, a suo mari­to. Gianna faceva tutto molto serenamente, volentieri. La santità consiste nel far bene il proprio dovere».

Non si è mai arrabbiata, sua sorella?

«Arrabbiata?», riflette un secondo sulla mia domanda. «Non l'ho mai vista trascendere. Riusciva sempre a domi­narsi. Aveva un grande autocontrollo. Se qualcosa andava male... certo reagiva: non era una "patata". Ma non ri­cordo d'aver mai bisticciato con lei».

Virginia, torniamo ancora nella ricerca dell'immagine più quo­tidiana di Gianna, ai vostri anni felici a Bergamo Alta, in Borgo Canale.

«Rivedo le feste di compleanno: un mese prima dell'an­niversario, e capitava di frequente perché eravamo in tan­ti, ci comunicavamo a vicenda che un compleanno stava per arrivare, per cui gli "altri" fratelli erano invitati a pro­curare un regalo per il festeggiato. Rivedo con tenerezza le feste del Natale e quelle di Santa Lucia della nostra in­fanzia: erano giorni bellissimi. Santa Lucia portava i suoi doni nelle nostre stanze. Ricordo ancora l'eccitazione mia e di Gianna: era importante svegliarsi al momento oppor­tuno per gustare quanto avremmo trovato. Il Natale, do­po la Messa, veniva festeggiato nella grande sala da pran­zo, accanto al presepio che tutti avevamo contribuito a co­struire. Il tavolo era apparecchiato con molta cura. Su ogni sedia era posto un cartellino con i nostri nomi. Tutto era molto bello. Tutti ci sentivamo amati e molto felici». 

V

A BERGAMO NEGLI ANNI DEL FASCISMO

Ferdinando, il terzo dei fratelli Beretta, attualmente vive e lavora a Magenta dove è medico. Ha vivo nel profondo del cuore e nella memoria il ricordo di Gianna, bambina felice nella grande casa di Borgo Canale. Le sue piccole marachelle e la voce di sua mamma che, volendola rim­proverare, la richiamava, scandendo sillaba per sillaba il suo nome intiero: «Gio-van-na, vieni qui».

«Lei e Ginia erano sempre insieme» dice. «Allegre, pie­ne di fantasia nei loro giochi. Erano molto attaccate alla mamma alla quale ponevano, in continuazione, le doman­de più divertenti. Nel 1928 Gianna era stata iscritta alla prima elementare a Colle Aperto e ogni mattina, con il grembiulino in ordine e la cartella, se ne andava a scuola accompagnata dalla domestica o da qualcuno di noi. Non so se il suo nuovo impegno la entusiasmasse molto» sorri­de Ferdinando. «Era una scolara come tante: faceva i com­piti abbastanza volentieri ma mi sembrava chiaro che, forse, avrebbe preferito essere libera di giocare in giardino. Di stare con la sua cara Ginia. Crescevamo serenamente nel­la nostra bella famiglia. Erano gli anni del fascismo e in casa, i maggiori tra noi, ne discutevano animatamente. Gianna era troppo piccola per rendersi conto di cosa stes­se succedendo. La nostra tavolata, all'ora di cena, era piut­tosto rumorosa: una volta due donne, passando in strada, sotto le finestre della nostra sala da pranzo e sentendoci gridare, si sono fermate e hanno commentato: "... i Be­retta stanno litigando''. Come lei sa, papà e mamma erano molto attenti alla nostra educazione religiosa. Ma non erano bigotti. Ci lasciavano liberi di renderci conto da so­li del valore di quanto c'insegnavano. Enrico, in partico­lare (diventato poi medico missionario cappuccino con il nome di Padre Alberto), era il più vivace di tutti». «Un birichina» precisa ridendo Ferdinando. «Ricordo che quan­do frequentava la terza liceo, ogni domenica, dopo la Mes­sa, terminava in fretta di studiare per essere libero, subito dopo pranzo, di andarsene a Bergamo Bassa, al cinema. Frequentava un locale in cui c'era anche il varietà e vi s'in­tratteneva, sino a sera, al termine dell'ultima proiezione. Di tanto in tanto, con alcuni compagni d'università, noi ragazzi organizzavamo veri e propri spettacoli di prosa, an­che molto belli, di cui eravamo particolarmente fieri». E a proposito di politica?

«Facevamo di tutto per non partecipare alle iniziative organizzate dal fascio. Avevamo si, com'era d'obbligo, le divise di avanguardisti, ma cercavamo di lasciarle nell'ar­madio il più possibile. Se non potevamo farne a meno, an­davamo anche noi alle adunate del "sabato fascista": quan­do, all'appello, veniva chiamato il nostro nome, risponde­vamo con il "presente" di regola e poi, appena la fila s'in­camminava, al primo portone che trovavamo aperto c'in­filavamo dentro e ce ne andavamo da un'altra parte. Que­sto non ci faceva certo guardare con simpatia dai "came­rati" che ci trattavano con una certa diffidenza. Un gior­no qualcuno di loro ha scritto con il catrame, sul recinto del nostro giardino: "O con noi o contro di noi". Un chiaro invito a prendere una decisione. Noi ragazzi ci siamo un po' spaventati, ma nostro papà è rimasto impassibile e, su­bito, ha fatto scrostare tutto il recinto del giardino e met­tere a nudo le pietre con cui era stato costruito, sperando che l'episodio non si ripetesse più. Nonostante questo, pro­prio io, avendo saputo che si stava organizzando uno dei concorsi sportivi "dux", in cui, come premio ai migliori atleti delle diverse specialità, sarebbe stato offerto un viag­gio a Rodi con un cacciatorpediniere, ho deciso di parte­ciparvi. Quel viaggio mi affascinava. Mi sembrava una vera e propria avventura e io speravo tanto di vincere. Per set­timane, tutti i giorni, ho cominciato ad allenarmi nel lan­cio del giavellotto, sport che mi piaceva molto e in cui mi sentivo all'altezza della situazione. Andavo su e giù da Bor­go Canale, in bicicletta, sino al campo sportivo Brumana, a Bergamo Bassa. Era una preparazione molto dura, ma speravo proprio di conquistarmi il famoso viaggio. Mio pa­dre mi lasciava fare senza dir niente. Al termine dei lun­ghi allenamenti, ero quasi sicuro di venire scelto quando mi è stato detto, categoricamente, di ritirarmi. Per me, Fer­dinando Beretta, non c'era alcuna possibilità. Ero rima­sto molto avvilito. Mio padre, allora, per consolarmi mi ha spiegato che la cosa non era poi così importante e mi ha promesso che, se fossi stato promosso, e se anche mio fratello Francesco lo fosse stato, ci avrebbe fatto fare lui un viaggio "molto più bello" e senza nessuna implicazio­ne politica. Durante l'estate infatti ci ha mandati in Terra Santa, a Rodi e a Costantinopoli».

Terminata la prima elementare a Colle Aperto, Gianna frequentò la seconda e la terza dalle Suore della Sagesse, in un collegio situato proprio sopra la funicolare che colle­ga, a Bergamo, Città Alta con Città Bassa. Gli ultimi due anni fu iscritta, con Ginia, presso l'Istituto delle Madri Canossiane di San Gottardo, a pochi metri da casa.

All'esame di ammissione alla prima Ginnasio (al Liceo Paolo Sarpi), nel 1933, Gianna superò la prova con la me­dia del sette. Venne comunque rimandata a settembre in... educazione fisica: forse una piccola ritorsione fascista con­tro uno dei ragazzi Beretta. Ma in casa nessuno ne fece un problema.

Nello stesso anno in famiglia si stava preparando una festa importante: il venticinquesimo di matrimonio di Al­berto e Maria. C'è una fotografia che ritrae i due sposi, dolce la mamma, impettito e severo il padre con un bellis­simo paio di baffi, attorniati dai loro ragazzi. Gianna e Virginia sono vestite in modo identico, con un abitino con­fezionato dalla mamma.

I primi quattro anni di ginnasio di Gianna trascorsero senza storia. Alcune compagne di scuola di quel tempo la ricordano ancora come una ragazza míte, disciplinata e buo­na. Non particolarmente brillante negli studi: Gianna in­fatti, che andava e veniva regolarmente dal "Sarpi", stu­diava con una certa fatica, in quanto la sua salute, in que­gli anni, era piuttosto cagionevole. Il terzo anno, nel 1936, fu rimandata in italiano e latino, e trascorse una parte del­l'estate a Bergamo, per prepararsi agli esami di riparazione.

Sono piuttosto divertenti e molto ingenue le lettere che, tra una versione e l'altra di latino (sotto la guida di don Emilio Rota), tra un tema e l'altro di italiano, scrisse un po' a tutti i suoi cari: a Ferdinando, militare nelle Mar­che, alla mamma, al papà e alle sorelle che trascorrevano le vacanze a Viggiona. Gianna, sola in casa a Bergamo a studiare, era piuttosto insofferente e irrequieta. Soffriva il caldo. Gli esercizi che doveva preparare erano difficili; incontrava spesso qualcuno - scriveva al fratello - che le faceva passare anche la poca voglia che aveva di studia­re e le faceva perdere tempo in chiacchiere senza senso.

Finalmente, superati gli esami, poté scappare anche lei in montagna e godersi alcuni giorni spensierati di vacanza. Mentre frequentava la quarta ginnasiale, nel gennaio 1937, morì Amalia, la sorella maggiore, da tempo malata. Fu un triste evento per tutti. Una perdita che Gianna patì in modo terribile. Amalia aveva appena ventisei an­ni. Di colpo Gianna scoprì il mondo del dolore e la sua fede, nel momento della prova, parve irrobustirsi. Virgi­nia ricorda Gianna, a quell'epoca, come «protesa verso il cielo».

«Ogni mattina faceva una meditazione, anche breve se non aveva molto tempo: quest'abitudine era diventata la sua forza. Nel pomeriggio faceva una puntatina in chiesa per una visita al Santissimo Sacramento. Portava sempre con sé, in tasca o nella borsetta, la corona del Rosario e, appena poteva, pregava qualche Ave Maria».

Nello stesso 1937, dopo tutta una vita di lavoro presso il Cotonificio Cantoni di Milano, Alberto Beretta, già ma­lato di anemia perniciosa, decise di ritirarsi dall'impiego.

Questa sua decisione se ne tirò appresso un'altra molto importante: considerato che quattro figli, Zita, Francesco, Ferdinando ed Enrico erano iscritti all'università, che Gianna risentiva dei malesseri dell'età, che Enrico era... appassionato di pesca, forse era giunto il momento di la­sciare Bergamo Alta e di cercare casa altrove: possibilmente in una città al mare «sede» universitaria. Questo, in parti­colare, avrebbe evitato ai ragazzi di fare lunghi spostamenti per frequentare le loro facoltà.

Trovata una bella casa a Genova-Quinto, Alberto e Ma­ria la affittarono e vi si trasferirono con tutta la famiglia. 

VI

GL'IDEALI DI UNA QUINDICENNE

Gli anni trascorsi a Genova-Quinto sono stati fonda­mentali per la formazione di Gianna. Quando si stabilì nella nuova casa poco distante dal mare, aveva quindici anni ed era un'adolescente riservata, in cerca della sua strada. La morte di Amalia l'aveva duramente colpita: le mancava la tenerezza di quella sorella tanto più grande di lei, alla quale era sempre stata molto affezionata. Alla quale aveva sem­pre confidato le sue piccole e grandi difficoltà. Gianna cer­cava in tutti i modi di seguire l'esempio che Amalia le aveva lasciato. Di trovare la forza di esserne degna. In quel pe­riodo il suo affetto per Virginia divenne ancora più forte.

Le due ragazze vennero iscritte insieme al ginnasio del­le suore Dorotee. Insieme, ogni mattina, prima di andare a scuola, partecipavano alla Messa nella parrocchia poco distante da casa. Tutt'e due studiavano con impegno, aiu­tandosi e puntando a un buon risultato finale.

Nella primavera dell'anno successivo, nell'Istituto da loro frequentato, fu organizzato un corso di Esercizi spirituali tenuti dal gesuita padre Michele Avedano e le due ragaz­ze seguirono il ritiro di preghiera con devozione particolare.

Gianna tenne su un quadernetto gli appunti delle con­ferenze e scrisse, sugli stessi fogli, i propositi che ne aveva tratto.

Il fratello Giuseppe, ricordando quel lontano periodo, concorda con mons. Antonio Rimoldi, il biografo ufficia­le di Gianna, nel giudicarlo: «essenziale per la sua crescita spirituale».

«Leggendo con attenzione quanto scrisse in quell'occa­sione - precisa infatti - si possono trovare le linee della sua condotta futura». Le sue annotazioni iniziano con un titolo: «Ricordi e preghiere di Gianna Beretta». E con una data: «16/17/18 marzo 1938». Gianna frequentava la Quin­ta Ginnasio.

Ai vari appunti, la ragazzina faceva seguire tutta una serie di preghiere a cui sarebbe stata fedele regolarmente. Preghiere a Gesù e alla Madonna e, in particolare, un'ora­zione a Cristo per impetrare la sua santa volontà e la gra­zia di una confidenza illuminata.

L'orazione inizia così: «Gesù ti prometto di sottopormi a tutto ciò che permetterai mi accada. Fammi solo cono­scere la tua volontà». Rileggendo le sue note semplici e in­genue (aveva solo quindici anni) è facile comprendere con quale serietà Gianna avesse seguito gli Esercizi spirituali.

Fra i propositi indicati da Gianna è possibile infatti in­travedere come la piccola studentessa ginnasiale comincias­se a porre sulla sua strada dei capisaldi ai quali avrebbe cercato in seguito di uniformare la sua vita: offrire tutto a Gesù, sofferenze e gioie; morire piuttosto che commet­tere peccato mortale; pregare; imparare a sopportare con fiducia in Dio le prove e le sofferenze della vita; accettare (come risulta dalla preghiera da lei scelta come quotidia­na), la sua volontà e, infine, cercare di conoscere i disegni imperscrutabili della Provvidenza.

Come primo risultato di questo «programma di vita», Gianna decise da quel momento di impegnarsi completa­mente nei suoi studi, «il suo lavoro». Terminò infatti la quinta ginnasiale in modo brillante.

La sua salute, che tanto preoccupava i genitori, era sem­pre piuttosto fragile. Fu per questa ragione che papà Al­berto e mamma Maria decisero, nonostante i buoni risul­tati, di ritirarla da scuola perché riposasse per un anno in­tero prima di affrontare le fatiche del liceo classico.

Per Gianna fu un anno di serenità che Ginia e Ferdi­nando ricordano molto bene. Visse questa sospensione forzata dagli studi, felice di potersi godere a tempo pieno la vicinanza della mamma. Felice di aiutarla a rendere sem­pre più accogliente la casa per i suoi fratelli. In quell'anno coltivò, ogni giorno, la sua passione per il pianoforte.

Approfondì inoltre la sua spiritualità, sotto la guida di mons. Mario Righetti, il famoso liturgista, parroco di Quin­to al Mare e incontrò l'Azione Cattolica: mamma Maria, infatti, pur oberata dagl'impegni della sua grande famiglia, aveva accettato la proposta del Parroco di diventare Pre­sidente delle Donne Cattoliche, e Gianna cominciò pro­prio in quell'anno, sul suo esempio, a occuparsi delle Pic­i A.C. di cui poi divenne la delegata.

Mons. Righetti, quindici anni dopo, in occasione del ma­trimonio di Gianna con l'ingegner Pietro Molla, le indi­rizzò un biglietto di auguri molto significativo:

«Cara Gianna, sempre memore e grato degli esempi di schietta vita cristiana da te e da tutti i tuoi cari ricevuti a Quinto, porgo a te e al tuo diletto compagno, l'augurio affettuoso che il Signore vi accompagni ora e per sempre con le sue celesti benedizioni».

Nell'ottobre del 1939 Gianna riprese gli studi al liceo classico presso l'Istituto delle suore Dorotee, a Genova Al­baro. 

VII

LA GUERRA E LA MORTE DEI GENITORI

La guerra era alle porte e, purtroppo, era facile presagi­re che ci sarebbero stati anni duri per tutti. La famiglia Beretta, unita nella bella casa di Genova Quinto, vedeva i figli crescere e incamminarsi verso la loro strada.

Gianna e Virginia frequentavano il liceo classico ad Al­baro, mentre gli altri fratelli erano iscritti tutti all'univer­sità di Genova: Francesco stava laureandosi in Ingegne­ria, Ferdinando in Medicina e Zita in Farmacia. Anche Enrico e Giuseppe erano ormai universitari: anch'essi ave­vano scelto, rispettivamente, Medicina e Ingegneria.

Con l'inizio della guerra, Genova fu una delle prime città italiane a subirne le conseguenze: nell'agosto del '41, in­fatti, fu sconvolta da un terribile bombardamento dal ma­re. Ci furono i primi morti tra i civili e le prime case di­strutte. Fu un momento terribile.

Mamma Maria, già debole di cuore, ne rimase partico­larmente scossa, per cui fu deciso di allontanarla da quella situazione di rischio e di paura. Era piena estate: la fami­glia Beretta allora, con mezzi di fortuna, raggiunse Vig­giona, il paese sul lago Maggiore in cui i ragazzi avevano vissuto, per anni, vacanze felici.

Da Viggiona, in ottobre, i genitori di Gianna si trasfe­rirono di nuovo a Bergamo, e questa volta nella casa dei nonni materni, sul colle di San Vigilio. In autunno, accom­pagnate da Marietta, la vecchia cameriera che da sempre era stata con loro, Virginia e Gianna tornarono a Genova perché dovevano continuare il liceo classico.

Ferdinando, nel frattempo, era stato chiamato alle ar­mi, e prestava servizio come ufficiale medico a Taggia, poco lontano dal confine tra Italia e Francia. Francesco, già lau­reato, s'era impegnato in un'industria milanese, e Zita, or­mai farmacista, lavorava a San Giovanni Bianco in pro­vincia di Bergamo.

A San Vigilio, con i genitori, erano rimasti solo Enrico e Giuseppe che dall'università di Genova si erano trasferiti a quella di Pavia e studiavano in casa per affrontare gli esami.

Tutti i fratelli, vicini o lontani che fossero, erano molto preoccupati per papà Alberto che, in quel periodo, soffri­va moltissimo per l'acutizzarsi della sua vecchia anemia per­niciosa.

Mamma Maria, pur molto triste per questo, teneva se­renamente le fila della sua grande famiglia dispersa e pre­gava per i figli lontani e per il suo sposo che talvolta, a causa della malattia, sembrava completamente assente. Vi­veva ogni evento con fede che unita al suo coraggio era sempre un grande riferimento per tutti.

«Una sera, il 30 aprile del '42 - ricorda Giuseppe - improvvisamente, nostra madre fu colpita da un ictus ce­rebrale. Papà stava male in camera sua e non si accorse di niente. Per fortuna, il giorno prima, Ferdinando era tor­nato, inaspettato, in licenza. Eravamo in casa solo noi due. Enrico era fuori per qualche suo impegno. Ci rendemmo subito conto della gravità della situazione. Ferdinando le praticò un salasso e sembrò che la mamma riuscisse a ri­prendersi. Riconobbe infatti Enrico che rientrava. "Non preoccuparti per me" - gli disse - 'Va' invece a saluta­re il papà". Riuscimmo a telefonare a Zita pregandola di tornare da San Giovanni: la mamma era sempre più gra­ve. Il mattino seguente mori».

Gianna non era stata avvertita?

«Avevamo cercato inutilmente di telefonarle, ma erano tempi difficili: non eravamo riusciti a metterci in contatto con, lei e con Virginia. Per questa ragione, Enrico corse alla stazione nella speranza di trovare un treno che lo por­tasse a Genova: voleva ricondurre a casa le due sorelle. Riuscì a partire, ma fu un viaggio disastroso, di notte. Il treno continuava a fermarsi. Sembrava non arrivare mai. Genova era stata nuovamente bombardata. Moltissime case erano distrutte. Da alcune si levavano ancora le fiamme. Quando finalmente Enrico arrivò a Quinto, con il cuore colmo di tristezza, raccontò della mamma. Gianna e Vir­ginia cercarono con il fratello un altro treno per tornare a Bergamo ma, quando fortunosamente giunsero a San Vi­gilio... era troppo tardi. La mamma era ormai morta da parecchie ore. Ricordo: c'era un tempo strano. Era una stagione strana. Gli alberi da frutto erano tutti in fiore. I ciliegi, i peschi, i peri. Ma nevicava. Nevicava a lar­ghe falde e i colli qui attorno, erano coperti di bianco...». Rimane un attimo in silenzio. Poi continua:

«Fu un dolore immenso per tutti. Un dolore temperato solo dalla fede. Tra fratelli ci sentimmo ancora più stret­tamente legati».

Sepolta mamma Maria, dopo qualche giorno, Gianna tor­nò a Genova per concludere il liceo. Aveva vent'anni. In giugno consegui la maturità classica senza esami, in quan­to questi erano stati sospesi a causa della guerra.

«Non tornai più a San Giovanni Bianco, in farmacia» ricorda Zita. «Rimasi in casa per assistere il papà che sta­va sempre più male. Per quattro mesi riuscimmo a nascon­dergli la tragedia che ci aveva colpito. Ma più il tempo pas­sava, più ci era difficile. Nei rari momenti di lucidità ci chiedeva sempre della mamma e facevamo fatica a rassi­curarlo. Ci sembrava che le nostre frasi: "la mamma è oc­cupata"; "la mamma dorme" non gli bastassero più. Un giorno, in cui sembrava stesse un po' meglio, chiamammo il curato di San Vigilio, perché lo informasse, con le frasi più adatte, della morte della mamma. Ma non ci fu biso­gno di tante parole; come vide il sacerdote amico, infatti, mio padre quasi lo pregò: "Lei non può dire bugie. Mi dica se è vero quello che penso: la mia Maria è andata in Paradiso"».

L'estate trascorse veloce mentre la guerra continuava a seminare dappertutto lutti e sofferenze. I fratelli Beret­ta si tenevano stretti tra di loro, quasi a cercare conforto uno nell'altro.

Il primo di settembre, attorniato dai suoi figli, anche papà Alberto spirò.

Poco tempo dopo Giuseppe comunicò ai fratelli la deci­sione che gli stava maturando nel cuore: voleva essere prete. Ne aveva già discusso con il Vescovo di Bergamo, mons. Adriano Bernareggi, il quale l'aveva consigliato di frequen­tare i corsi di teologia prima ancora di aver terminato l'u­niversità e d'essersi laureato in Ingegneria. Ma pure Enri­co aveva qualcosa da dire ai suoi cari: sentiva anche lui la vocazione al sacerdozio. Sognava di andare in Missio­ne, come medico, tra i più bisognosi. In qualunque pove­ra parte del mondo ci fosse stato bisogno di lui.

«In ottobre» ricorda Zita «ci lasciarono entrambi: Giu­seppe entrò in Seminario a Bergamo, come desiderava il suo Vescovo; Enrico, già medico, entrò dai Cappuccini e Lovere, per fare il suo noviziato. Gianna si iscrisse a Pa­via alla facoltà di Medicina. Virginia invece andò a Bar­zio, in Valsassina, per concludere il liceo classico presso il Collegio Biancone di Monza, sfollato in quel paese di montagna. Era giunto il momento di spostarci una volta ancora: decidemmo, tutti insieme, che avremmo messo le nostre radici a Magenta, dov'era nato nostro padre. C'era ancora in quella città, fortunatamente vuota, la casa dei nonni Beretta: sarebbe diventata la nostra nuova, defini­tiva residenza. Il trasloco da Quinto a Magenta fu molto faticoso: non erano certo i momenti migliori per una simi­le operazione. Comunque riuscimmo a portarlo a termi­ne. Francesco, il maggiore, divenne capo-famiglia».

Ma le disavventure non erano finite: a Enrico, in novi­ziato a Lovere, venne recapitata la cartolina precetto. Frequentò infatti la scuola per allievi ufficiali medici di Fi­renze ma, dopo 1'8 settembre del '43, si rifugiò a Viggio­na, da dove riuscì a espatriare clandestinamente in Sviz­zera. Qui frequentò la facoltà teologica di Friburgo. Fer­dinando era in campo di concentramento. Gianna andava avanti e indietro da Pavia affrontando notevoli rischi. An­che Virginia s'iscrisse, l'anno successivo, nella stessa fa­coltà di medicina.

Zita cercava, con coraggio, di comportarsi come una mamma; la guerra sarebbe pur finita. I tempi della spe­ranza non dovevano tardare. 

VIII

NELL'AZIONE CATTOLICA

Gianna visse a Magenta, nella vecchia casa di via Ro­ma, dal 1942 al 1955 quando, il 24 settembre, si sposò e si trasferì con il marito a Ponte Nuovo. Sono anni che nella sua biografia meritano un capitolo a parte, in quanto unanimemente considerati gli anni della maturazione spi­rituale e caritativa attraverso l'impegno, sia nell'Azione Cattolica che nella San Vincenzo.

Un impegno che, secondo quanto ha testimoniato il fra­tello Enrico, la coinvolgeva, se possibile, più ancora degli studi che nel frattempo portava avanti all'università per laurearsi in medicina e specializzarsi in pediatria.

Gianna, che già da quando viveva a Quinto si era avvi­cinata all'Azione Cattolica come delegata delle Piccolissi­me, anche a Magenta s'inserì immediatamente, con le so­relle Zita e Virginia, sia in questa Associazione che nelle attività parrocchiali e nell'oratorio tenuto dalle Madri Ca­nossiane e, nonostante il suo carattere riservato, riuscì a legare perfettamente con le ragazze della cittadina lombarda e a diventare per loro un'amica preziosa.

Molti ricordano: «Gianna era una persona semplicissi­ma che metteva tutti a loro agio»; una «donna religiosa ma non bigotta» dice Mariuccia Parmeggiani Mainini «con un notevole ascendente su quanti avevano a che fare con lei».

Ogni giorno, con le sorelle Zita e Virginia, partecipava alla Messa nella piccola chiesa dell'Assunta: un'abitudine che da anni era diventata parte integrante della sua vita.

Tra le tante testimonianze che ancora oggi si possono " raccogliere su quel lungo periodo di tempo in cui Gianna profuse tutto il suo entusiasmo, tutta la sua ricchezza spi­rituale, mi sembra particolarmente significativa quella di Madre Adele Cattari: «... conobbi le sorelle Beretta, Gian­na, Zita e Virginia, al tempo della seconda guerra mon­diale quando, nell'ottobre del 1942, da pochi mesi orfane di entrambi i genitori, vennero ad abitare a Magenta con i loro fratelli. S'inserirono subito nell'ambiente dell'ora­torio e le ragazze di Magenta un po' "fracassone" ma sem­plici e cordiali, non tardarono molto a stringere amicizia con le nuove venute, poiché le tre sorelle non venivano a imporsi ma a chiedere di aiutare l'oratorio, gestito e di­retto dalle Madri Canossiane. L'oratorio divenne la loro seconda casa. Ricordo benissimo Gianna: statura un po' superiore alla media, colorito piuttosto bruno, capelli scu­ri, occhi neri, profondi. Aveva una grande tenerezza nello sguardo. Una vecchia madre canossiana che la conobbe be­ne nello stesso periodo di tempo, disse che "accarezzava con lo sguardo". Sempre serena, attiva, accogliente, ave­va guadagnato le simpatie delle ragazze più vivaci e mat­tacchione del mondo: le Aspiranti di Azione Cattolica, di cui era stata eletta delegata. Ne assecondavano con entu­siasmo tutte le iniziative: giornate di ritiro, ore di studio, scampagnate, scorpacciate di frutta nell'orto di casa Be­retta, feste dell'oratorio con avventurose "cacce al teso­ro" e accademie più o meno artistiche.

Coadiuvata dalla sorella Ginia, che suonava la fisarmo­nica, coglieva tutte le occasioni, o le creava, per rendere gradito alle ragazze il soggiorno in oratorio, affollatissimo in quei tempi, sempre in deferente e perfetta armonia con le Madri Canossiane, alle quali offriva il dono della sua ricca giovinezza. Ricordo che organizzava perfino un cam­peggio (allora!) a Viggiona, sopra Cannero, dove la fami­glia Beretta possedeva una casa di campagna, divenuta per l'occasione la base numero uno delle giovani magentine. Ben presto Gianna fu eletta presidente della Gioventù Femminile e rivelò allora una non comune saggezza e una precoce maturità: sapeva capire, consigliare, incoraggiare... e ammonire anche, senza mai perdere la calma e la fidu­cia. Era il tempo della fioritura spirituale giovanile attra­verso la pratica degli esercizi spirituali, e Gianna condu­ceva già le più volenterose delle sue "Gieffine" a Ghiffa, dove la cordiale ospitalità delle monache Benedettine e la bellezza dei posti contribuivano efficacemente a ritemprare gli spiriti...».

Lascio per un momento la trascrizione di questo «ritrat­to» stilato da Madre Adele Cattari, per ricordare un epi­sodio che mi è stato raccontato dal fratello Ferdinando.

«Una certa volta (la data esatta mi è sfuggita dalla me­moria), Gianna aveva organizzato per le sue ragazze una "otto giorni di ritiro" a Ghiffa presso le Benedettine. Poi­ché infuriava ancora la guerra e, di conseguenza, era molto difficile reperire il cibo, Gianna e le aspiranti erano partite per Ghiffa con dei piccoli sacchetti di riso da offrire alle monache perché non avessero difficoltà per il loro sosten­tamento. Dopo alcuni giorni, alcune ragazze cominciarono a dimostrare notevole fatica nel seguire quel corso di eser­cizi, giudicato "troppo lungo". Gianna non si perse d'ani­mo: prese il suo gruppo di aspiranti e si trasferì nella sua casa di Viggiona, poco lontano da Ghiffa. Rimasero lassù sino al termine dei famosi otto giorni, discutendo animata­mente tra di loro, verificando insieme il loro impegno cri­stiano, dando in certo qual modo vita, e assai in anticipo sull'uso di una metodica attualmente piuttosto diffusa, a vere e proprie "giornate di studio". Qualcuno ricorda che, per questo "extra-imprevisto" degli esercizi spirituali, Gian­na "non chiese alcuna sia pur piccola partecipazione eco­nomica". Chiese alle ragazze, invece, e con estrema serie­tà, di impegnarsi con coraggio a essere buone cristiane».

Riprendo il tenero ritratto di Madre Adele Cattarí: «In­tanto tra le alunne della nostra scuola media e dell'avviamento, Gianna andava reclutando giovani partícolarmen­te sensibili alle sofferenze altrui, per orientarle, attraver­so la San Vincenzo, alle opere assistenziali. Soprattutto, le conduceva con sé o le affidava all'una o all'altra delle sue sorelle nelle visite a vecchiette sole, per confortarle e servirle».

La storia di Gianna nell'Azione Cattolica di Magenta è racchiusa in queste date: delegata delle Beniamine dal 1944 al 1945; delegata delle Aspiranti dal 1945 al 1946; presidente della Gioventù Femminile dal 1946 al 1949. Nel 1952 ebbe l'incarico di delegata delle Giovanissime e negli anni tra il 1952 e il 1955 fu di nuovo presidente della Gioventù Femminile. In questo periodo, come ha an­notato mons. Rimoldi nelle sue ricerche, istituì, all'inter­no dell'Azione Cattolica, il «cenacolo delle Aspiranti»: ra­gazze che s'impegnavano a essere le vere apostole della se­zione Magentina. Per esse organizzò adunanze settimana­li su temi come «la Preghiera»; «la Grazia» e «l'Eucaristia».

Sono questi infatti gli argomenti di base attorno ai qua­li impostò e sviluppò tutto il suo apostolato tra le giovani, che cercava di coinvolgere impartendo loro vere e proprie lezioni di dottrina cristiana, in esposizioni semplici, com­prensibili a tutte.

«Siamo apostole» sottolineava «e se desideriamo che il nostro apostolato non sia vano bensì efficace, c'è un uni­co mezzo infallibile: pregare. Ma dobbiamo pregare con fede, con speranza, con carità. Con umiltà, con devozio­ne e con riverenza». E insisteva spiegando che «persino il lavoro può essere preghiera. Perché? In che modo? Of­frendo al Signore tutte le azioni che stiamo per compiere, affinché esse servano alla sua gloria. Qualunque ossa si dica o si faccia, dev'essere compiuta infatti nel nome di nostro Signore Gesù Cristo, rendendo per lui grazie a Dio Padre».

Per concretizzare questa proposta, in un appunto scritto per una conferenza alle sue «Gieffine» di Magenta, indica questo vero e proprio programma di vita spirituale, che mons. Rimoldi giudica «di evidente sapore autobiografico»:

- «Preghiere mattina e sera, eseguite bene, non a letto, ma in ginocchio e in raccoglimento.

- Santa Messa, pratica insostituibile. Impareggiabile. - Santa Comunione, possibilmente. Massima libertà: deve riceverla chi si sente, chi comprende cosa vuol dire. - Meditazione, almeno dieci minuti.

- Visita al SS. Sacramento.

- Santo rosario: senza l'aiuto della Madonna, in Paradi­so non si va». 

IX

UNA CASA APERTA A TUTTI

Gianna dunque aveva compreso il valore spirituale gran­dissimo, insostituibile, della preghiera e si sforzava in tut­ti i modi, nel suo apostolato, di instillare tra le iscritte al­l'Azione Cattolica, «il bisogno», «la necessità» di questa pratica essenziale.

Virginia ricorda: «Cercava sempre di inculcare sublimi ideali, convinzioni pratiche nelle sue adunanze, sia pur bre­vi e semplici, ma tanto profonde. E tutte le ragazze l'a­scoltavano con piacere, attirate dal sorriso e dalla serenità che sempre traspariva dal suo volto. Frequentemente or­ganizzava ritiri, corsi di Esercizi, passeggiate, recite, ope­rette, sempre animata dal duplice scopo di educare la gio­ventù all'amore di Dio e del prossimo, distogliendole dal­l'egocentrismo e dalle attrattive mondane, e soccorrere le membra sofferentí del corpo Mistico di Cristo».

Conferma questa sua immagine il fratello Enrico dicen­do che «... dedicava tutto il tempo libero dagli studi e dal­le occupazioni di casa, all'Azione Cattolica, piena di zelo per la conquista delle anime».

Ma è interessante leggere anche questa dichiarazione del­la Canossiana Madre Marianna Meregalli: «Gianna era mol­to attiva e generosa nel campo dell'apostolato, per il quale sacrificava senza rammarico anche le ore destinate a un lecito sollievo o al riposo. Periodicamente per onorare Gesù o la Madonna o per ottenere grazie particolari per l'Asso­ciazione o per il bene delle persone che le stavano a cuore, faceva prolungate mortificazioni di gola: si asteneva dal prendere dolci, gelati o frutta. E suo costante esempio d'in­tensa vita di preghiera, accompagnato a una evidente vir­tuosa tolleranza nei confronti di circostanze indisponen­ti, la rendevano stimabile presso le ragazze della Gioven­tù Femminile e dell'oratorio. Penso che diverse siano sta­te indotte a mutare vita dalle sue parole e più di tutto dal­la sua silenziosa testimonianza cristiana, resa con assoluta semplicità di gesti».

Anche Lucia Re Schiantarelli, che fu tra le sue «Aspi­ranti», ricorda che «... si preoccupava sempre di metterci in condizioni di scoprire il Signore in tutti i modi. Nono­stante fossimo in tempo di guerra (1943/44), organizzava i corsi degli Esercizi superando le molte difficoltà di allo­ra (trasporti difficili, pericoli di bombardamenti, approv­vigionamenti alimentari, quasi impossibili), perché era con­vinta che gli Esercizi spirituali fossero un aiuto indispen­sabile per la nostra crescita... Essendone, Gianna per pri­ma, profondamente certa, talvolta andava personalmente in casa delle sue ragazze per convincere le mamme a la­sciarle partecipare. Da parte sua, le assicurava di assumer­sene completamente la responsabilità. E se qualche ragaz­za aveva difficoltà economiche, con estrema discrezione Gianna ne sosteneva in proprio anche le spese di vitto e di alloggio».

Dalla raccolta dei suoi scritti presentata alla Congrega­zione per la Causa dei Santi, è possibile estrapolare qual­che frase indicativa di una linea costante di ascesi verso la santità. Ascesi che Gianna sperimentava per prima in se stessa ma che voleva far «provare», «gustare» anche al­le ragazze per le quali si era impegnata con tanta dedizio­ne: «La condizione più essenziale di ogni attività feconda, è l'immobilità orante. L'apostolato si fa prima di tutto in ginocchio. Non ci dovrebbe essere mai nessuna giornata nella vita di un apostolo che non comprenda un tempo de­terminato per un po' di raccoglimento ai piedi di Dio. Pri­ma di fare, eleviamo l'anima a Dio. Più si sente il desiderio di dare molto, più sovente bisogna ricorrere alla sor­gente che è Dio...».

E ancora: «Nostro compito è rendere la verità visibile nella nostra persona, rendere la verità amabile, offrendo di noi stessi un esempio attraente e, se possibile, eroico. L'uomo che ha sempre bisogno di toccare, di sentire, non si lascia facilmente conquistare da una parola. Il dire sol­tanto non trascina, ma "il far vedere" sì».

Oppure: «Lavorare, sacrificarsi, solo per la gloria di Dio. Seminare, gettare il nostro piccolo seme, senza mai stan­carci. E se, dopo aver lavorato nel miglior modo possibi­le, ne deriva un insuccesso, accettiamolo generosamente: un insuccesso, accettato bene da un apostolo che aveva spie­gato tutti i mezzi per riuscire, è più benefico per la salvez­za di un trionfo. Lavoriamo sempre con generosità, con umiltà. Non pretendiamo di vedere subito i frutti del no­stro lavoro. Quello che conta è lavorare, non dormire. Sal­vare il mondo non è mai stato facile, né per il Figlio di Dio, né per gli apostoli. Vi ho detto che "Azione Cattoli­ca" è sacrificio».

Di quegli anni, ho raccolto una documentazione molto affettuosa in un'intervista fatta a Carla Maria Leoni, un'a­mica che le succedette come Presidente dell'Azione Cat­tolica.

«Ho conosciuto Gianna» ricorda «poco dopo la sua ve­nuta a Magenta. Erano gli anni della guerra, anni di fatica per tutti. Gianna aveva da poco perduto entrambi i geni­tori e per questo lutto doveva soffrire moltissimo, ma non lo dava a vedere: una delle caratteristiche del suo caratte­re era infatti - me ne sono resa conto frequentandola - la riservatezza. Quali che fossero i suoi problemi, le sue difficoltà, i suoi dispiaceri anche, con noi ragazze era sem­pre serena e disponibile. Ero più giovane di Gianna di al­cuni anni, e l'ammiravo molto. Abitavo quasi di fronte al­la sua casa, in via Roma. Frequentavo anch'io l'oratorio e, poco alla volta, malgrado la differenza d'età, siamo di­ventate amiche.

«Gianna faceva parte di un ceto sociale superiore al mio: era universitaria, presto si sarebbe laureata in medicina. I suoi fratelli, persone che a Magenta tutti stimavano mol­tissimo, erano tutti laureati. Nonostante questo, la sua vi­ta, il suo modo di fare, erano di un'estrema semplicità. Ri­cordo che noi ragazze eravamo colpite anche dalla mode­stia del suo abbigliamento: i suoi abiti erano confezionati dalla Gioconda, una sartina vicina di casa. L'essere così discreta, anche nell'atteggiamento esteriore, faceva parte dello "stile" di tutta la sua famiglia».

Cosa vi ha legato?

«Soprattutto l'Azione Cattolica e la San Vincenzo. Ho cominciato con lei ad avvicinarmi ai bisognosi. Le devo molto della mia formazione».

Carla Maria Leoni, sposata con un medico e madre di due figli, abita oggi a Ponte Nuovo. La sua è una famiglia «aperta»: quando sono andata a trovarla ho incontrato da lei una ragazzina di pelle nera, ugandese, da tempo ospite nella sua casa.

«Guardi» - riprende a dire - «se ho imparato il con­cetto di accoglienza, lo devo proprio alle esperienze di ca­rità che a quel tempo ho vissuto con Gianna. Ricordo che insieme andavamo a trovare alcune vecchiette, sole e mol­to povere. Portavamo, come si usava a quei tempi, i buoni del pane e del latte. Ma non consisteva solo in questo il nostro piccolo aiuto. Non so quante volte, con Gianna, ci siamo fermate nelle loro povere stanze per riassettarle. Gianna s'intratteneva a parlare con queste donne sfortu­nate. S'interessava dei loro guai e cercava di porvi rime­dio come meglio poteva. Ripensandoci, mi sembra avesse già intuito che la carità non è fatta "di solo pane". Gian­na infatti aveva una grande sensibilità e intuiva, quasi per istinto, quelli che oggi si chiamano i "segni dei tempi". Per esempio: è riuscita a capire, e tra i primi, che era ora di valorizzare, e proprio nell'Azione Cattolica, anche ragazze meno dotate, culturalmente e socialmente, di lei. C'e­rano tra di noi tante operaie iscritte ai sindacati, alle Acli. "Bisogna lasciare spazio a loro. Coinvolgerle. Dare loro responsabilità precise" diceva. E questo era, sicuramen­te, ìndice della sua apertura alla mentalità nuova che sta­va avanzando».

Ricorda gli Esercizi spirituali che organizzava?

«Con lei ho seguito un Corso a Esino Lario, predicato da mons. Andrea Ghetti, a quel tempo assistente della Fuci. Ricordo anche il bel viaggio fatto a Roma con Gianna e alcune Gieffine di Magenta in occasione del venticinque­simo dalla fondazione della Gioventù Femminile di Azio­ne Cattolica. L'incontro di Roma era molto importante: avrebbe dovuto arricchire la nostra spiritualità, come ef­fettivamente è avvenuto. Durate il viaggio comunque, sul treno speciale della G.F. di Milano, abbiamo trascorso ore bellissime, chiacchierando e cantando».

Ma com'era Gianna con le ragazze?

«Splendida. Tutte le si affezionavano: sapeva stare be­nissimo con loro. La sua casa era sempre aperta per tutte. Il suo giardino anche. Ricordo che d'estate ci offriva spesso un gelato preparato da lei con una vecchia macchinetta e con le ciliegie del suo frutteto: una vera golosità, a quei tempi. Per noi infine era una specie di sorella maggiore con cui si parlava di tutto: della famiglia, della vocazione, della scelta dello stato. Era autorevole, preparata ma... non saliva mai in cattedra. Era "più" di noi... ma era come noi...» dice con convinzione. 

X

"MEDICINA" COME VOCAZIONE

Magenta ha rappresentato per Gianna, come abbiamo visto, il momento dell'impegno tra i giovani dell'A.C. e della San Vincenzo: il banco di prova sul quale ha speri­mentato, in concreto, gl'ideali, che aveva fatto suoi, ai quali era stata educata in famiglia. Attorno ai quali aveva co­minciato a impostare la sua vita sin dagli anni del liceo. La guerra continuava con la sua ferocia. Lutti e trage­die si facevano sentire anche nella città lombarda in cui Gianna viveva la sua giovinezza: un tentativo quasi di le­nire sofferenze, sublimandole nella fede, di aiutare chi in­contrava a recuperare la speranza. E ce n'era tanto biso­gno: moltissimi giovani erano al fronte e la paura invade­va i cuori di intere comunità.

Gianna, in quell'atmosfera carica di dolore continuava, con grande determinazione e con estrema semplicità, nel suo sforzo di santificazione. Pregava molto. Ogni giorno, con il suo messalino, partecipava all'Eucarestia nella pic­cola chiesa romanica di Santa Maria Assunta, poco lonta­no da casa. Spesso si tratteneva a meditare in silenzio, la testa stretta tra le mani, per lunghi momenti.

Forse chiedeva il coraggio d'essere coerente. Forse la capacità di coinvolgere quante più ragazze poteva, in un approfondimento di fede, in un impegno operativo nei con­fronti dei molti che avevano bisogno di essere sostenuti in momenti così terribili.

Con le ragazze dell'A.C. e con le persone che avvicina­va si sforzava di vincere la naturale riservatezza che era un dato caratteristico della sua personalità. Madre Lui­gia Pagani la ricorda infatti affettuosamente come «... silenziosa per natura e per virtù. Schiva e riflessiva, po­co loquace» dice di lei «una che preferiva i fatti alle pa­role».

Nonostante questo suo istintivo modo di essere, Gian­na riusciva a mettere a suo agio chiunque l'avvicinava. Mol­te donne di Magenta che furono ragazze con lei, non l'han­no più dimenticata. Alcune confidano d'aver ricevuto, dal suo esempio, la capacità di capire che «è importante ama­re chi ci sta accanto». Che «non si può essere felici da soli».

Essere presenti, aiutare, essere disponibili, con sinceri­tà... sono tutte bellissime qualità ma, spesso, è difficile vi­verle nella maniera giusta: per Gianna, - e tutte le testi­monianze sono in questo concordi - erano ormai parte del suo comportamento abituale.

Verso la fine di quel terribile 1942, l'anno in cui aveva tanto sofferto, Gianna s'iscrisse a Milano alla facoltà di medicina. Diventare medico le pareva la strada maestra per mettere in pratica il suo bisogno di dare. Per prestare il «suo» servizio all'essere umano che fa fatica. Del resto in casa aveva due fratelli che l'avevano preceduta in que­sta scelta. E uno di loro, Enrico, il più allegro e mattac­chione della famiglia, aveva già comunicato la sua decisio­ne di diventare non solo sacerdote ma medico missionario.

Nonostante le inevitabili difficoltà legate al periodo di guerra, Gianna si buttò a capofitto nello studio. Frequen­tare corsi e lezioni era praticamente impossibile. Milano subiva infatti bombardamenti terrificanti. La gente scap­pava per ripararsi in località giudicate più sicure. Gianna viveva questa tragedia con intensità e profonda fede in Dio. Non poteva fare gesti eroici? Risolutivi? Avrebbe cercato di fare al meglio quanto doveva. Studiava per essere pronta a seguire quella che considerava una vera e propria voca­zione e, tutto il tempo che poteva, lo dedicava all'educa­zione delle sue ragazze, all'aiuto a chi stava peggio.

Finita la guerra, nel '45 si fece trasferire dalla facoltà di Milano a quella di Pavia. Prese in affitto una cameretta, in quella città e, con Virginia, iscritta anche lei a medici­na, portò avanti gli studi preparandosi nel migliore dei modi.

Fare il medico, e lo sapeva molto bene, non è un me­stiere come un altro. In una raccolta di suoi appunti, sono state recuperate alcune righe che danno chiaramente l'i­dea che Gianna aveva della professione che sognava di eser­citare. «Tutti, nel mondo, lavoriamo in qualche modo a servizio degli uomini. I medici lavorano-direttamente sul­l'uomo. Il nostro oggetto di scienza e di lavoro è la perso­na che, dinanzi a noi, ci dice di se stesso, e ci chiede di aiutarlo, aspettando da noi la pienezza della sua esisten­za. Noi medici abbiamo delle occasioni che il sacerdote non ha. La nostra missione non è finita quando le medicine non servono più. C'è l'anima da portare a Dio. C'è Gesù che dice: "Chi visita un ammalato, aiuta me". Missione sacerdotale! Come il sacerdote può toccare Gesù, così noi medici tocchiamo Gesù nel corpo dei nostri ammalati po­veri, giovani, vecchi e bambini. Che Gesù si faccia vedere in mezzo a noi. Trovi tanti medici che offrano se stessi per Lui».

Il 30 novembre del 1949 Gianna si laureò a pieni voti. Invitò nella sua casa un gruppo di amici e festeggiò con loro questa tappa fondamentale della sua vita.

Poco più di due anni dopo, il 7 luglio del 1952, conse­guì la specializzazione in pediatria.

Nel frattempo molte cose erano cambiate all'interno della sua famiglia: nel giugno del '46, Giuseppe era stato con­sacrato sacerdote a Bergamo dal Vescovo mons. Bernareggi. Nel '48 divenne sacerdote anche Enrico. All'altare, il car­dinal Schuster gli diede l'ordinazione per delega di mons. Lonati, Vescovo Cappuccino di Grajau, in Brasile. Enri­co, che aveva preso il nome di Padre Alberto in ricordo di papà Beretta, era stato infatti «incardinato» in quella lontana Diocesi dove avrebbe potuto esercitare, come aveva sognato, la sua missione di medico missionario tra i dise­redati del Nord-Est. Nel 1950 Ferdinando s'era sposato con Laura Viola e aveva aperto un ambulatorio a Magen­ta, e nel '51 anche Virginia si era laureata in medicina. Finalmente anche «Ginia» avrebbe potuto seguire la stra­da su cui Dio la chiamava: era entrata infatti tra le suore della Congregazione di Maddalena di Canossa. Molto pre­sto sarebbe partita per l'India. Medico missionario, anche lei.

Gianna rimase con Zita e con Francesco che, dopo la guerra, aveva intrapreso la libera professione come inge­gnere civile. Iniziò subito la sua attività, aprendo con il fratello Ferdinando un ambulatorio a Mesero, un piccolo paese nei dintorni di Magenta. Ogni mattina, con qualsia­si tempo, acqua, sole, pioggia o nebbia (una nebbia fitta che per mesi ricopre quella parte di Lombardia accanto al Ticino), partiva con una «Cinquecento» dalla casa di Ma­genta e si dedicava ai suoi «cari» ammalati.

Dal Brasile Enrico le inviava lettere piene di informa­zioni sconvolgenti: Grajau era un «posto» situato poco lon­tano dall'Equatore. La gente, campesinos e indios, viveva con estrema fatica giornate fatte solo di lavoro e di mise­ria. Non esisteva alcun presidio sanitario. C'era bisogno di tutto e... di tutti. Faceva un caldo terribile. La zona abitata più facilmente accessibile alla missione era distan­te centinaia di chilometri. Lo Stato brasiliano, per giunta, non riconosceva la laurea italiana in medicina, per cui, En­rico aveva dovuto rimettersi a studiare e rifare praticamente tutti gli esami già brillantemente sostenuti in Italia.

Gianna leggeva avidamente queste notizie che le giun­gevano da tanto lontano, e rispondeva ponendo, a sua volta, un'infinità di domande. La colpiva, soprattutto, la gran­de tranquillità di suo fratello. Il suo coraggio nell'affron­tare situazioni tanto complicate...

Un giorno, una di queste lettere, era un invito preciso al fratello Francesco: avrebbe potuto, lui ingegnere, recarsi in quel povero paese per studiare la possibilità di crearvi un piccolo ospedale? I superiori cappuccini di Enrico avreb­bero favorito l'iniziativa. E Franqesco accettò. Chiuse a tempo indeterminato il suo studio professionale e parti an­ch'egli per il Brasile. Vi rimase più di due anni.

Gianna non interruppe mai il contatto epistolare con i fratelli. Continuava la sua vita di medico; continuava nel suo impegno tra le ragazze di A.C., ma, al tempo stesso, le pareva d'essere così vicina a Enrico e a Francesco che, quasi... ne condivideva la vita e le esperienze.

S'interessava della costruzione dell'ospedale e delle con­dizioni di salute di quella povera popolazione. Si faceva raccontare dei bambini che morivano di stento, della dif­ficoltà di offrire loro un'assistenza sanitaria sufficiente.

Dall'India le giungevano anche lettere di Virginia che operava in un piccolo lebbrosario al limitare di una fore­sta. Tutto un mondo sino allora sconosciuto invadeva la sua vita. Anche lei, Gianna, era un medico. E se... 

XI

ALLA RICERCA DELLA SUA STRADA

S'è detto e scritto molto su una giovanile «vocazione missionaria» di Gianna. È certo che le sarebbe piaciuto andare in Brasile. Di sicuro non come religiosa ma come laica, per aiutare i campesinos tra i quali lavorava con amore il fratello Enrico: unico medico. Mons. Antonio Rimoldi, nella sua documentatissima biografia, annota infatti che, questa tensione, «... era lo sviluppo di un germe di voca­zione missionaria, di cui già si era avuto sentore durante gli esercizi spirituali della primavera del 1938. Una voca­zione favorita dall'ambiente familiare e dalla stima con cui, nella cristianità fervente, soprattutto nell'Azione Cattoli­ca, le Missioni erano considerate».

Le lettere da Grajau non potevano che sollecitare que­sto suo desiderio. «Desiderio», ho scritto. Non «decisione». Le difficoltà che incontrava Francesco nella costruzio­ne dell'Ospedale erano notevoli. E si trattava anche di dif­ficoltà economiche. Da Magenta Gianna cercava di aiuta­re, pregando e raccogliendo fondi. Esercitava la sua pro­fessione di medico con scrupolo tra la gente della zona, ma continuava a immaginarsi in quella terra lontana in cui, ne era sicura, c'era ancor più da fare che non da noi. Di tanto in tanto ne parlava con qualcuno. Avrebbe voluto, quanto meno, essere utile alle povere mamme campesine e ai loro bambini. Come donna si sentiva "più adatta", in questo servizio, del fratello Enrico.

Sembra infatti (ma non ne esiste testimonianza diretta) che sia andata a Milano, alla Facoltà di medicina, per informarsi a proposito di un'eventuale iscrizione a un nuovo Cor­so di Specializzazione: Ostetricia e ginecologia. Ma poi non ne fece nulla. Avendo, comunque, saputo che un Cappucci­no di Milano, Padre Cecilio, sarebbe partito per un viaggio in Brasile, scrisse immediatamente al fratello, comunican­dogli la sua speranza di poterlo accompagnare. Le sarebbe piaciuto moltissimo rendersi conto direttamente di come fosse la vita a Grajau. «... tu cosa ne dici? Non ho ancora trovato la sostituta per Mesero, ma spero sempre che il Si­gnore me la faccia saltar fuori. Sto studiando un po' di por­toghese, poi, se Dio vorrà, sarei felicissima di venire. Tu prega che tutto vada bene...». Al di là di qualsiasi interpre­tazione, è indubbio che il Brasile le si era inciso nel cuore.

In un'altra lettera a Grajau, scrive inoltre: «... qui sem­bra tutto bene, e sono in attesa che mi diciate quando è ora che venga giù...». Ne parlò anche con Giuseppe, il quale chiese al suo Vescovo, mons. Bernareggi, qualche lume. Lo informò della situazione di Grajau. Gli disse del caldo tropicale. Gli disse anche di come Gianna fosse poco resi­stente alle alte temperature estive. «Quando veniva il cal­do» mi ha detto infatti in un colloquio che abbiamo avuto a Bergamo «Gianna sembrava liquefarsi. In questo somi­gliava molto a nostra madre: anche per lei l'estate era un problema. Bisognava prenderla e portarla in montagna do­ve, subito, stava bene di nuovo».

La risposta del Presule era stata piena di prudenza: Gian­na era una donna fondamentalmente buona. Ben prepara­ta scientificamente. Sana e sportiva. Ma queste forse non erano le uniche doti necessarie per intraprendere una strada tanto difficile. «Il Signore» aveva concluso «quando chia­ma un operaio nella sua vigna, lo prepara in tutto e per tutto. Non so se sia questa l'autentica vocazione di sua sorella. Vi si frappongono troppi impedimenti... ».

Giuseppe ricorda d'aver debitamente riferito quanto mons. Bernareggi gli aveva risposto. Per Gianna fu, e pro­posto in modo autorevole, l'invito a una riflessione più ap­profondita.

Nel '52 comunque, in una lettera Enrico, scrisse anco­ra: «... Io attendo sempre di sapere di preciso quando debbo venire. Cecco dice che potrei tornare con lui. Nando e Zi­ta dicono che potrei aiutarti di più rimanendo qui a lavo­rare. Il Vescovo dovrebbe mandarmi la sua richiesta, al­trimenti come faccio a fare tutte le carte? Scrivimi presto».

La risposta di Enrico non si fece attendere. Sostanzial­mente conteneva il consiglio di valutare bene quanto Gian­na pensava di fare. Di rimandare qualunque decisione a quando fosse stato possibile parlarne direttamente con lui. Non solo per lettera. Le prospettava comunque, con estre­mo realismo, il quadro della situazione in cui era inserito, e continuava dicendo. «Se questa mia lettera ti giungesse tardi, cioè quando tu avessi già detto sì a qualcuno o a qual­cosa, fai il favore di dirgli che ancora non hai deciso nien­te» (nel testo originale quest'ultima frase è sottolineata), «almeno aspetti ancora un po' di tempo, perché voglio an­ch'io finalmente parlarti chiaramente su questo argomen­to che preme più a me che a te».

Qualche riga più avanti, Enrico proseguiva: «... fino al­l'ultimo tuo scritto mi hai sempre confermato il tuo desi­derio di venire non appena il vescovo ti avesse inviato, con­fermandomi così la tua volontà di passare la vita aiutando i poveri. Io ti avevo scritto una volta che se il Signore ti avesse chiamato alla famiglia... ti sarebbe stata offerta l'op­portunità di dare alla Chiesa qualche sacerdote di cui il Brasile ha estremo bisogno. Ma, escluso che non sia la tua strada il formare una famiglia, perché rinunciare a venire qui, dove potresti fare, con il lavoro di medico e l'impe­gno nell'A.C., le veci quasi di un sacerdote?».

In sostanza il fratello consigliava anch'egli a Gianna di pensare bene se la Missione fosse veramente, per lei, una chiamata di Dio. E non mancava di indicarle un'altra vo­cazione altrettanto importante: il matrimonio.

Nel frattempo la giovane dottoressa continuava a preoc­cuparsi per l'assistenza delle donne a Grajau. Se lei non avesse potuto andarvi... che almeno si trovasse un altro medico in grado di dare una mano al fratello nel settore specifico dell'ostetricia e della ginecologia. Sono state tro­vate infatti, tra i documenti di Gianna, le brutte copie di due lettere spedite, rispettivamente, al dottor Marcello Candia e al professor Canova: due figure (Candia special­mente) molto conosciute per il loro impegno a favore dei diseredati, nel nord del Brasile.

A Candia, Gianna scrisse: «Mi permetto disturbarla per chiederle un favore a nome di mio fratello, Padre Alber­to, cappuccino nel Maranhho. Come già saprà, egli sta ora ultimando gli esami per la rivalutazione della laurea in me­dicina e poi ritornerebbe subito nell'interno, a Grajau do­ve i Padri Cappuccini hanno, iniziato la costruzione di un ospedale. Il lavoro che lo attende è enorme e non potendo egli, come sacerdote, dedicarsi al ramo di ostetricia, chie­de in aiuto un altro medico. Io, che pure sono medico, spe­cializzata in pediatria, andrei tanto volentieri ad aiutarlo, ma tutti mi sconsigliano perché, come donna, non potrei sopportare quel clima. Padre Alberto mi scrive di rivol­germi prima a lei per vedere se conosce già qualche medi­co che avesse spirito missionario e potesse, per almeno qual­che anno, andare in Brasile ad aiutarlo. In Grajau c'è uno studente di medicina, ma è al secondo anno. Padre Alber­to spera, laureato, di prenderlo in ospedale come aiuto, ma nel frattempo ce ne vorrebbe un altro.

Le sarei molto grata se potesse, non appena venisse a conoscenza di qualcuno, informarmi».

Ricevuta risposta negativa da Candia, Gianna scrisse, su consiglio di Candia stesso, al professor Canova: «Sono sorella di un Padre Missionario Cappuccino, Padre Alber­to, medico chirurgo nel Maranhao, in Brasile. Sono stata consigliata dal dottor Candia di rivolgermi a lei per chie­dere un consiglio. Padre Alberto in Grajau ha iniziato, con l'aiuto dello Stato, la costruzione di un ospedale. Ora pe­rò si trova a Rio del Sud per convalidare la sua laurea e ha dovuto sostenere gli esami del 4°, 5°, 6° anno. Con questo mese terminerà tutto e poi tornerà nell'interno. Il lavoro che lo attende è enorme, dovendo fare di tutto, me­dicina e chirurgia. Come sacerdote poi la Santa sede non gli permetterà più di dedicarsi all'ostetricia. Avrebbe pro­prio bisogno di un altro medico che lo aiutasse, almeno per qualche anno. Attualmente c'è un indigeno di Grajau che è tuttora studente del II anno e potrebbe al termine degli esami assumere lui quel reparto. Io pure sono medi­co pediatra, e sarebbe mio desiderio aiutare Padre Alber­to, ma dato il clima tropicale non so se potrò resistervi. Se conoscesse lei qualche medico disposto ad andarvi, le sarei molto grata se potesse indicarmelo.

Perdoni il disturbo che le do, e grazie, anticipatamen­te, a nome di Padre Alberto...».

Era l'anno 1952. Gianna continuava il suo lavoro tra i «mutuati» di Mesero e cercava di leggere in sé i segni della sua vera vocazione. Per questo pregava Dio di aiu­tarla, di illuminarla nei confronti del Suo volere. Alcuni mesi più tardi, verso la fine del '52, inviò un'altra lettera al fratello: «Solo ora ti scrivo perché ho voluto pensar­ci bene e pregare. Tutto sommato, è meglio che aspetti ancora qualche anno. Tu mi dicevi di non prendere nes­sun impegno con la Prelazia e di venire a fare un viaggio di ispezione. Se è per il clima, come vi siete adattati voi mi adatterò anch'io, mentre penso che venendo giù quan­do ti sarai sistemato sarebbe cosa più giusta e più sicura.

Poi c'è la questione di Mesero che non so proprio come risolvere. È vero che non dovrei preoccuparmi per queste cose materiali. Ma la situazione a Mesero è questa: fino a tre anni fa c'era solo il dottor C. che comandava e trat­tava la gente un po' troppo male. Ora si può dire che me­tà della popolazione viene da me e grazie a Dio mi stima, è molto contenta e, venendo da me, s'è guardata bene dal tornare anche solo una volta da lui. Tutti gli anni aumen­tano gli abbonati alla mutua del paese in mio favore; quest'anno sono più di 200. Nando non potrebbe sostituirmi per un po' di mesi, perché il lavoro è troppo, ora poi che ha vinto la condotta di Magenta... Tu cosa dici di fare? Io pensavo di rimanere qui anche per questo. Nando ora ha comperato l'apparecchio dei raggi, e il debito ai C. sa­lirà a quasi quattro milioni. Con i miei guadagni potrei es­sergli un po' utile perché tra mutue e visite private passo quasi sempre le 130 mila lire al mese. Quando invece le cose si saranno meglio sistemate, potrò venire via più tran­quilla. A Magenta non si lavora molto perché ci sono troppi medici e in proporzione lavoro più io di Nando. Nel frat­tempo posso impratichirmi di più in ostetricia, anzi mi fa­resti un piacere se tu potessi scrivere due parole alla dot­toressa C. (quella specializzata in ostetricia che lavora per 1'Ummi, se non sbaglio così si chiama...). Così con una let­tera tua di presentazione mi aiuterebbe di più e mi spie­gherebbe molto meglio. Io penso che il Signore farà anda­re bene le cose, mi farà trovare qualcuno che mi possa so­stituire, prima per un po' di mesi, poi se, invece, arrivata lì, tutto va bene, anche per sempre.

Anche don Giuse e con lui anche mons. Bernareggi, a cui ho chiesto un parere, mi dicono che è meglio aspettare che il tuo ospedale sia terminato, e venire senza impegno.

Ringrazia il tuo Vescovo dell'invito. Sono convinta che tutto si sistemerà per il meglio.

Ti raccomando, quando ti occorre qualcosa, mandame­lo a dire, senza complimenti, e io son ben contenta di aiu­tarti per ora, da lontano.

Cerca di non stancarti troppo. Prega per me e per le mie Giovanissime di A.C.».

Qualche giorno dopo, quasi a voler mettere un altro «punto fermo» in quella che qualcuno ha definito «la ri­cerca della sua strada», Gianna scrisse di nuovo al fratel­lo: «Sono stata proprio contenta di aver ricevuto la tua let­tera che mi ha sollevato il morale, anche se mi dici che c'è tanto lavoro da fare laggiù e c'è tanta miseria. Io sono

felicissima di venire, e penso sia proprio la mia vocazione. Ho pregato a tale scopo anche. A fine mese andrò a fare gli esercizi perché il Signore mi dica sì o no. A me non importano i soldi, mi basta sapere di trovare un appoggio presso il Convento delle Cappuccine; con le suore ci sono sempre stata e penso di trovarmi bene anche con quelle brasiliane... ».

Mentre continuava questo scambio di corrispondenza tra Magenta e il Brasile, Gianna si occupava con passio­ne, un giorno dopo l'altro, della cura dei «suoi» ammalati, non trascurando mai di partecipare alla vita dell'A.C. e della San Vincenzo: i due pilastri su cui aveva cementato il suo essere cristiana. Il «sogno» di una partenza per la terra di missione affiorava di tanto in tanto in lei ma, for­se, era un sogno irrealizzabile. Importante per lei era, co­munque, «essere al servizio».

«Fare bene» come ha detto Virginia «le cose quotidia­ne. Anche le più insignificanti. Anche quelle che non sem­pre danno soddisfazione. Farle bene e, soprattutto, volen­tieri, abbandonandosi alla Provvidenza di Dio». 

XII

MEDICO A TEMPO PIENO

Se anche la ricerca di una precisa collocazione nella vi­ta, la ricerca di una «identità», come diremmo oggi, sem­brava di tanto in tanto velare di malinconia il suo caratte­re, Gianna era sostanzialmente una persona felice.

Alle spalle aveva una giovinezza ricca di affetti. Anni sereni in una bellissima famiglia in cui aveva potuto cre­scere in un'atmosfera religiosa non oppressiva che aveva inciso sulla sua personalità dandole, in cambio, certezze incrollabili e notevole forza interiore. Aveva frequentato buone scuole e avuto buoni maestri. Aveva avuto il privi­legio di aver potuto scegliere, senza alcuna opposizione, una facoltà, medicina, che all'epoca non era tanto frequen­tata da ragazze. Era stata sempre amata e capita. Ma ave­va imparato anche una lezione preziosissima: di quest'a­more, di questi suoi doni, avrebbe dovuto espandersi il frut­to anche su chi era stato meno fortunato di lei. Quanto aveva ricevuto, avrebbe pertanto dovuto essere reso in ter­mini di generosità e di spartizione. E di questo Gianna era ben consapevole. E ce l'aveva messa tutta nello sforzo di corrispondere degnamente a quanto, a suo parere, era il suo compito.

Una lettera scritta, al termine del corso di medicina, da Pavia a Madre Marianna Meregalli, a Magenta, è molto indicativa.

«Sono ostinata, è vero, e difatti faccio sempre ciò che voglio, mentre invece dovrei piegare il "crapone". Gra­zie, Madre. Mi sforzerò. Per quello che riguarda la carità nel giudicare il mio prossimo, è da un po' di tempo che cerco di vincermi, ma certe volte mi è difficile. E gli altri miei difetti, perché non me li ha detti? Ne ho ancora, e tanti, purtroppo!». Difetti, certo. Ma anche grandi pas­sioni. La natura, per esempio, la montagna, che aveva co­nosciuto sin da bambina durante le lunghe vacanze di Vig­giona. Le piaceva immensamente camminare per boschi e rocce sino alle vette da cui poteva spaziare lo sguardo su panorami incantati. Ammirava il rincorrersi delle cime, la luce abbagliante dei ghiacciai. Apprezzava anche la fatica della salita. Con la montagna aveva una confidenza parti­colare. La viveva con entusiasmo. Abile sciatrice, faceva, appena possibile, lunghe traversate su neve fresca, e si get­tava con sicurezza in ripide discese, il volto arrossato dal sole, sferzato dall'aria pura e gelida. «... qui il sole è tanto forte» aveva scritto una volta dal Sestrière «che ci fa pren­dere di quelle cotte! Abbiamo il viso trasformato: un po' rosso, un po' nero, un po' di tutti i colori. Le pomate non servono a niente; purtuttavia, l'attrazione dello sci è tale che anche se la faccia scotta non ci si bada e si va ugual­mente sui campi».

E un'altra volta, sempre dal Sestríère: «È meraviglioso. Quando si è in alto, con un cielo sereno, la neve bianchis­sima, come si gode e si loda Iddio... Mi sento così felice, quando sono a contatto con la natura così bella, che pas­serei delle ore in sua contemplazione».

Lo stesso entusiasmo, a testimonianza concorde di quanti l'hanno conosciuta, Gianna metteva nella sua professione. Appena iscritta all'Albo Professionale dei Medici di Mi­lano e provincia, aveva aperto, con Ferdinando, un ambu­latorio a Mesero, paese in cui, sin dal luglio del '50, di­venne medico mutualista.

A Mesero prestò la sua attività sino a pochi giorni dalla morte: neppure il matrimonio con l'ing. Pietro Molla, Di­rettore generale della Saffa, neppure la nascita dei suoi bambini, la distrasse mai dal suo servizio agli ammalati.

Talvolta questa sua dedizione suscitava curiosità e scon­certo tra gli abitanti di Mesero e di Magenta.

Era difficile, a quei tempi, accettare che una ragazza della sua condizione sociale, poi moglie d'un dirigente così im­portante, continuasse in una professione tanto seria, d'ac­cordo, ma altrettanto faticosa. Ma Gianna non rinunciò mai a svolgere quella che considerava la sua missione. Gli ammalati la ricambiavano di altrettanto amore e fiducia. Suoi prediletti erano i più poveri, gli anziani, le mamme e i bambini. Gianna sentiva che accanto a loro riusciva a concretizzare quell'ídeale del «medico cristiano» di cui ave­va tratteggiato velocemente l'immagine nelle poche, ma profonde righe, che ho già riportato.

Nel '52 prestò la sua assistenza pediatrica, durante l'e­state, anche ai bambini della Colonia Parrocchiale di Ma­genta, ad Ameno, un piccolo paese del Lago d'Orta. Ac­compagnò anche, l'anno successivo, come medico, un treno­ammalati per Lourdes e, molto commossa da questa splen­dida avventura umana e spirituale, decise, dopo essersi iscritta all'Associazione dei Medici Cattolici, di iscriversi anche all'Association Medicale Internationale Notre Da­me di Lourdes. Era l'anno 1954. Dopo il matrimonio, co­me visto, continuò a lavorare. Al suo ambulatorio di Me­sero, alle visite a domicilio presso ricchi e poveri, aggiun­se l'incarico di responsabile dell'asilo nido del Consulto­rio Onmi di Ponte Nuovo di Magenta e, gratuitamente, prestò la sua attività presso la Scuola Materna dello stesso piccolo paese in cui si era trasferita.

Sono ancora numerosi e vivi i ricordi dei pazienti di Gianna. In tutti balza in primo piano la sua grande uma­nità. La sua attenzione alla persona. Ma anche la sua pro­fessionalità. Gianna infatti non si faceva mai pregare quan­do veniva chiamata per una visita. Fosse anche una visita notturna. Non disse mai di no, a nessuno. Per le mamme aveva una tenerezza tutta particolare. Per loro e per le vec­chiette, che considerava amiche e che la ripagavano, tal­volta con un paio di uova, con una gallina, con un mazzo di fiori. Qualcuno ricorda che, spesso, dopo averle visita­te, se le sapeva in condizioni economiche precarie, lascia­va loro qualche soldo e le medicine necessarie per le cure.

Con le mamme intavolava lunghe discussioni sul modo migliore di allevare i loro bambini ma anche sul valore, in assoluto, della vita. Soffriva, nel profondo, quando ne incontrava qualcuna che aveva scelto la strada dell'abor­to. « È un peccato contro Dio» supplicava «La vita è sacra».

Madre Emma Ricetti, canossiana, che aveva colto per­fettamente questo suo impegno anche formativo, testimo­nia che «Gianna mantenne il suo spirito di sacrificio pro­digandosi senza misura, con carità, competenza e zelo on­de, attraverso la cura del corpo, giungere alle anime. Solo il Signore - dice ancora - conosce la sua carità nasco­sta, delicata, silenziosa: Lui solo e le anime da lei benefi­cate. Fu la carità, infatti, una delle sue caratteristiche».

Il coro potrebbe arricchirsi di mille voci: c'è la Madre Canossiana che fu curata da Gianna con infinita delica­tezza «con una tale profonda intuizione materna che... es­sere curati da lei faceva bene al cuore». C'è la famiglia in­tera che l'ha avuta come medico a ricordare che «Gianna non si spazientiva mai, nemmeno quando veniva chiama­ta per motivi futili, fuori orario. Di sera quando era appe­na rientrata da un'altra visita». Chi dà questo affettuoso giudizio, dice: «Mia mamma che, al tempo in cui viveva la dottoressa, aveva poco meno di sessant'anni, soffriva, d'inverno, di una leggera forma asmatica. La dottoressa insisteva perché non si recasse in ambulatorio ma la chia­masse a domicilio. Si sacrificava lei, ma con delicatezza, senza farlo pesare alle persone. Ascoltava ognuno con ama­bilità e tanta pazienza».

Ma c'è anche chi ricorda, precisamente, quanto Gian­na fosse attenta non solo alla salute del corpo ma anche a quella dello spirito: «Ha assistito mia mamma e mia so­rella nella loro lunga malattia» racconta Giuseppina Bian­chi di Magenta «con tanta dedizione, sempre esortandole ad aver fiducia illimitata in Dio e nella Madonna». E aggiunge: «Gianna per un mese intero, ottobre, tutte le se­re, nonostante il freddo e la nebbia, veniva a casa mia in bicicletta a prendere un litro di latte per una Madre ca­nossiana ammalata che ne aveva tanto bisogno». Qualcu­no, come Luigia Galli che fu infermiera nell'ambulatorio di Mesero per molti anni, ha lasciato scritto che «... visi­tava i malati e insegnava loro. Ricordo che una volta fu chiamata tre volte nella stessa notte. Continuò l'assisten­za ai malati fino all'ultimo giorno prima di entrare in cli­nica per la nascita dell'ultima figlia. Se il cliente era pove­ro, oltre alla visita gratuita, gli dava i soldi. S'allontanava dall'ambulatorio soltanto dopo aver concluso l'ultima vi­sita. Erano, a volte, già le nove e mezzo di sera».

Maria Barni completa l'immagine della dottoressa con una particolare indicazione: «Gianna, quando qualche suo ammalato non poteva continuare a fare lo stesso tipo di lavoro, per motivi di salute, gli cercava un altro impiego più adatto e, molto spesso, vi riusciva: sistemò parecchie persone».

Ma era anche una professionista conscia delle sue capa­cità. Era umile, disponibile, seria, generosa ma sapeva te­ner testa a luminari della medicina se credeva d'aver ra­gione. Non per orgoglio, ma nel tentativo di essere sem­pre più utile ai suoi malati.

Il fratello Ferdinando mi ha raccontato di una disputa fra Gianna, giovane pediatra, e un cattedratico che era stato chiamato a consulto da una ricca famiglia, accanto al letti­no di un bambino molto grave. L'illustre medico aveva pre­scritto terapie e interventi che Gianna non condivideva assolutamente. Gianna riuscì in quell'occasione a convin­cere la madre del piccolo del rischio che questi avrebbe corso se, prima, non gli fosse stata praticata una radiogra­fia: unico mezzo per stabilire l'esattezza di una diagnosi e per avallare una controversia che si stava giocando sulla pelle del bambino. Fatto questo esame diagnostico, anche il cattedratico s'accorse che la giovane pediatra aveva ragione. Superò con alterigia l'imbarazzante situazione e, nel salutare Gianna, le disse torvo: «Che non le venga mai in mente di voler fare un concorso nel mio reparto...».

Ma questa minaccia non la scompose minimamente: la carriera era infatti l'ultima cosa di cui si preoccupasse. Non aveva alcuna ambizione di questo tipo. Mirava ben più in alto. Voleva che la sua professione avesse un significato non solo per la cura dei corpi malati ma, soprattutto, che fosse un gesto di partecipazione umana a tante sofferenze che si vedeva attorno. 

XIII

AIUTARE SENZA GIUDICARE

Le sofferenze che coinvolgono un essere umano posso­no essere sì, fisiche, ma possono essere anche psicologi­che, spirituali. E queste, spesso e volentieri, sono più díf­ficili da sopportare. Specialmente se non si ha accanto qual­cuno con cui condividerle. Qualcuno a cui appoggiarsi per ottenere la forza di superarle, il coraggio di fare scelte cor­rette, talvolta in contrasto con l'istinto che spingerebbe su vie completamente diverse.

Questo Gianna lo sapeva molto bene. Come donna e come medico. Ma non solo lo sapeva, lo «vedeva» conti­nuamente attorno a lei.

Nella scelta della specializzazione in pediatria aveva po­sto il suo amore per i bambini ma anche, e non solo in ma­niera indiretta, il pensiero che, attraverso loro, avrebbe potuto avere un contatto continuo con le mamme. Giova­ni donne come lei, nella maggior parte dei casi, con pro­blematiche da risolvere che spesso le mettevano in gravi crisi ma di cui lei, proprio perché anch'essa donna, avreb­be potuto comprendere, meglio di un medico uomo, l'a­marezza, la tragicità, talvolta. Donne a cui, conosciutele, avrebbe potuto donare un seme di fiducia nella vita. Di speranza. Di abbandono alla volontà di Dio.

E Gianna, che era stata educata in una visione di fede profonda, sapeva benissimo che anche questo era un pri­vilegio non riservato a tutti e, come aveva scritto a Madre Marianna Meregalli, si sforzava «di non giudicare». Al tem­po di quella lettera Gianna era ancora una ragazza che frequentava la facoltà di medicina. Ora che era medico, e che aveva deciso di fare della sua professione una missione, questo «sforzo» avrebbe dovuto viverlo nel concreto.

E deve esserci riuscita se nessuna delle tante persone che la ricordano, conserva nella memoria suoi gesti di in­sofferenza. Sue parole di biasimo.

E questo non sempre dev'esserle stato facile, in quanto Gianna stava tra la gente partecipando con tutta se stessa alle vicende di chi curava: nel bene e nel male. Si appas­sionava alle situazioni umane dei suoi pazienti. S'interes­sava a loro ben al di là dei casi clinici che questi rappre­sentavano, sempre tesa nello sforzo d'essere coerente con quanto credeva.

Come succede oggi, anche a quel tempo, molte donne cercavano di risolvere i loro problemi di maternità ricor­rendo all'aborto. Gianna era profondamente convinta del sacro valore della vita. Convinta al punto che, al momen­to in cui s'è trovata lei stessa a dover fare una scelta, non ha avuto alcun dubbio. Ma non per questo si elevava a giu­dice di fronte a mamme che non avevano i suoi stessi prin­cìpi, la sua stessa determinazione.

Ne soffriva profondamente. Cercava di aiutarle. Ma non le trattava certamente come reprobe di cui non occuparsi. Anzi. Difendeva il diritto alla nascita di qualsiasi creatura umana fosse stata concepita, ma sapeva essere materna con la ragazzina di diciassette anni che la chiamava per farsi visitare, in preda a una forte emorragia da lei denunciata come «misteriosa» e che nascondeva invece un aborto pro­vocato. Materna ma anche categorica, nella certezza di es­sere nel giusto, come cristiana e come essere umano, nel­l'esortarla a pensare a quanto male avesse fatto con il suo gesto inconsulto.

Il fratello Ferdinando che visse con Gianna questa sto­ria, ricorda il suo dolore di fronte a una simile scelta. Ma ricorda anche quella sorta di catechesi (che la ragazza ave­va accettato con attenzione) fattale da Gianna, con dol­cezza, dopo averla debitamente assistita. L'aveva esortata a rendersi conto del male commesso, dell'offesa recata, non solo al suo bambino, ma al Signore, e infine l'aveva invitata a riconciliarsi con il Creatore.

Sapeva sempre infondere speranza in quanti avvicina­va: nella famiglia di un bambino nato con una grave mal­formazione (un'ernia cervicale), per il quale si era prodi­gata, consultando medici specialisti e convincendo il pa­dre e la madre disperati a sottoporre il piccolo a un inter­vento che avrebbe potuto salvarlo, e nella donna di una certa età che, rimasta incinta con i figli già grandi, prova­va uno strano pudore, un vero e proprio disagio, di fronte a loro. Di fronte a quanti la conoscevano. Non c'era nien­te per Gianna che tanto amava la natura in tutte le sue espressioni, che valesse la gioia di una maternità.

Curava i suoi piccoli pazienti con l'amore con cui avrebbe curato i suoi stessi bambini. Le piaceva vederli nascere nelle loro case: accogliere nuove vite tra le mura domestiche era quasi un grazie per la benedizione di Dio che scendeva sulle famiglie. Ospedali o cliniche le sembravano, per un parto, presìdi indispensabili solo in caso di gravi rischi per la mam­ma e per il piccolo.

Un bambino nuovo era sempre un dono inestimabile: per questo, parlando con il suo Parroco, lo pregava, con passione, di insistere, nelle sue prediche, sulla difesa della vita nascente.

Gianna dunque viveva con serenità questo lungo perio­do della sua giovinezza. Sembrava non porsi più tante do­mande sul suo futuro. Sull'indirizzo da dare alla sua vita. Aveva giornate piene di impegni. Poteva essere accanto alla gente. Si sentiva utile e benvoluta. Ringraziava Dio di questo, pregando tutti i giorni, felice di aver scelto una professione che le permetteva veramente di realizzare i suoi ideali di servizio, di partecipazione, di apostolato. Il Bra­sile era lontano. Le lettere di Enrico le parlavano di un mondo in cui c'era tanto bisogno di tutto e di tutti. Lei si dava da fare per procurargli aiuti. Le lettere dall'India di Virginia erano uno stimolo ulteriore perché continuas­se, al meglio, nella sua missione, attorno a casa sua. An­che qui, in queste zone c'era bisogno di tutto e di tutti. Gianna attendeva lo sviluppo dei disegni divini su di lei, in pieno abbandono alla Provvidenza.

Appena ne aveva il tempo si dedicava alla musica. Suo­nava molto bene il pianoforte e aveva imparato a suonare la fisarmonica. Si divertiva moltissimo a provare su que­sto strumento, non solo la musica classica ma anche le can­zoni che diventavano popolari.

Dipingeva anche. Aveva appreso a usare i pennelli con una certa abilità e riproduceva su tele fiori e paesaggi se­reni. Insomma, come dice l'Ecclesiaste... era nel «tempo dell'attesa». Sarebbe giunto anche «il tempo dell'adempi­mento». Ne era sicura.

È di quell'epoca una piccola composizione di Gianna, dedicata al sorriso. Poche righe che il marito Pietro Molla ha definito: «un vero e proprio inno alla gioia»:

Il sorriso

«Sorridere a Dio da cui ci viene ogni dono

Sorridere al Padre con preghiere sempre più perfette

Sorridere allo Spirito Santo

Sorridere a Gesù accostandosi alla santa Messa, alla Comunio­ne, alla visita

Sorridere a colui che impersona il Cristo, al Papa

Sorridere a colui che personifica Dio, il confessore, anche quando ci chiama a tagli netti

Sorridere alla Vergine Santa, esempio al quale dobbiamo con­formare la nostra vita, sicché chi guarda noi possa essere porta­to a pensieri santi

Sorridere al nostro Angelo Custode, perché ci fu dato da Dio per guidarci in Paradiso

Sorridere ai genitori, fratelli e sorelle, perché dobbiamo essere fiaccola di gioia, anche quando c'impongono doveri che vanno contro la nostra superbia

Sorridere sempre perdonando le offese

Sorridere in Associazione bandendo ogni critica e mormorazione Sorridere a tutti quelli che il Signore ci manda durante la gior­nata».

Fra le sue carte sono state trovate anche queste altre piccole annotazioni:

«Il mondo cerca la gioia ma non la trova lontano da Dio. Noi comprendiamo che la gioia viene da Gesù.

Con Gesù nel cuore portiamo la gioia. Egli sarà la forza che ci aiuta.

La felicità è avere Gesù nel cuore.

Ma "felicità", meglio ancora, il suo segreto, è vivere momento per momento, e ringraziare il Signore di tutto ciò che egli, nel­la sua bontà, ci manda».

Sono parole estrapolate da una lettera scritta al fidan­zato Pietro Molla, pochi giorni prima di sposarsi. 

XIV

L'INCONTRO CON PIETRO

Gianna aveva ormai trentadue anni. Era serena e sod­disfatta della sua professione. Ogni giorno, con la sua pic­cola auto, giungeva in piazza Colombaia a Mesero, apriva il suo ambulatorio e cominciava a visitare i sempre più nu­merosi pazienti che l'aspettavano con la più grande fiducia.

A Mesero era conosciuta e stimata, e nel paese tutti erano molto soddisfatti della «loro» dottoressa e ne ascoltavano volentieri i consigli. Anche i signori Molla, che abitavano in una casa di fronte a quella in cui Gianna lavorava, ne seguivano l'attività con simpatia. Con loro abitava Pietro, il figlio ingegnere che era un po' il loro orgoglio. Pietro Molla infatti era già vice-direttore tecnico alla Saffa di Ma­genta, la società attorno alla quale faceva perno, a quel tem­po, l'economia di tutti i paesi limitrofi. Pietro Molla, molto occupato nel suo lavoro, conosceva appena la giovane dot­toressa che, ogni giorno, riceveva nel suo studio lunghe code di pazienti. L'aveva incontrata una volta, è vero, nel­l'ambulatorio di Ferdinando, a Magenta, quando vi si era recato per farsi prescrivere una cura per una piccola indi­sposizione, ma si erano appena guardati e salutati.

L'aveva rivista poi, sempre a Magenta, in Ospedale. Gianna era intenta a praticare una trasfusione a sua sorel­la Teresina, gravemente malata. Erano stati incontri fug­gevoli, ma Pietro Molla non li aveva certo dimenticati. Gianna gli era sembrata subito una ragazza un po' specia­le: «limpida e seria», come egli stesso l'ha definita parlan­do con me. Di lei, in seguito, aveva saputo molte cose, e ne ha scritto in un'appassionata e sofferta testimonianza dedicata ai figli, quasi un dialogo intimo con la moglie scom­parsa.

«...Sapevo già, in quegli anni, che tu eri una ragazza ot­tima sotto ogni aspetto: studentessa e poi laureata in me­dicina e, al tempo stesso, attivissima nell'A.C. e nella San Vincenzo. Ero a conoscenza che, nella tua qualità di De­legata di zona, venivi periodicamente anche nella mia Par­rocchia di Mesero, a tenere conferenze alle giovani di Azio­ne Cattolica; nella stessa Parrocchia dove io, studente e poi laureato, spiegavo, la domenica pomeriggio, la dottri­na cristiana ai giovani e agli uomini.

Ricordo che il mio Parroco, l'ottimo don Giuseppe Ai­raghi, aveva di te un'altissima stima.

Mai una voce discorde tra quanti avvicinavo, ma solo apprezzamento unanime della limpida, esemplare testimo­nianza di fede e di vita cristiana tua e della tua famiglia... Conoscevo anch'io quanto unanimi fossero l'apprezzamen­to e la stima per te di tutti i tuoi ammalati, giovani e vec­chi, soprattutto delle giovani mamme e dei vecchi amma­lati cronici che tanto conforto traevano dalle tue pazienti, affettuose, premurose cure.

Tutti a Mesero sapevano che tu curavi, con competen­za e con lodevolissimo impegno, la salute dei tuoi amma­lati e al tempo stesso ne curavi anche l'anima. Era noto il tanto bene che, alla luce del Vangelo, facevi alle madri e alle giovani quando sottoponevano a te i loro problemi di maternità».

Pietro Molla aveva incontrato nuovamente Gianna quan­do, a Mesero, aveva scelto come sua infermiera Luigina Ga­ravaglia. La donna infatti abitava nella casa dei Molla e Gian­na era venuta da lei per organizzare il lavoro che avrebbero svolto insieme. Da allora Pietro Molla la vide di frequente: ne seguiva con lo sguardo la svelta figura quando, la sera, si allontanava dall'ambulatorio per tornare a Magenta. L'in­crociava, in macchina, mentre si recava alla «Saffa».

L'apprezzava sempre più. E incominciava a rendersi con­to che quella bella donna in camice bianco, così stimata e amata da tutti, lo affascinava. Ma non aveva ancora avuto la possibilità d'intrattenersi a lungo con lei: i loro incontri occasionali erano fatti di rapidi scambi di saluto, di qual­che leggero sorriso.

La possibilità di una conoscenza più approfondita tra di loro, gli fu offerta dall'invito a partecipare alla celebra­zione della Prima Messa di un nuovo sacerdote: Padre Li­no da Mesero.

Sul suo diario, la sera, Pietro annotò la gioia di quel­l'incontro: «Ti ricordo - scrisse commosso e felice - men­tre con il tuo gentile, largo e buon sorriso ti felicitavi con Padre Lino e con i suoi parenti; ti ricordo mentre facevi devota il segno della Croce prima della colazione. Ti ri­cordo ancora in preghiera alla benedizione Eucaristica. Sen­to ancora la tua cordiale stretta di mano e rivedo ancora il dolce e luminoso sorriso che l'accompagnava». E subito il giorno dopo, quasi a fissare ulteriormente questa sua pri­ma sensazione di amore, scrisse ancora, sul suo diario: «Sen­to la serena tranquillità che mi dà per certo di aver fatto un buon incontro. La Madonna Immacolata mi ha bene­detto».

Gianna era tornata da pochi mesi dal suo pellegrinag­gio a Lourdes con il treno degli ammalati. A qualcuno, pri­ma di partire, aveva confidato che avrebbe pregato la Ver­gine perché l'aiutasse a veder chiaro dentro se stessa. L'in­contro con Pietro fu quasi, per lei, una risposta alla sua preghiera.

I due giovani, che ormai avevano intuito quanto impor­tanti stavano diventando l'uno per l'altra, festeggiarono insieme, alla Scala di Milano, l'ultimo giorno dell'anno. Dopo lo spettacolo Pietro fu ricevuto per la prima volta in casa Beretta dove, con Gianna e i suoi familiari, brindò all'anno nuovo.

Il suo diario testimonia quanto stesse maturando nel suo cuore. Vi scrisse infatti: «Questa sera può rappresentare una data decisiva per la mia vita e le mie aspirazioni. Mi affido alla Madonna del Buon Consiglio».

Da quel momento si videro sempre più di frequente. Si scambiavano confidenze. Parlavano delle loro aspirazioni e dei loro desideri. Si comprendevano sempre meglio. Ave­vano tantissime cose in comune: le certezze fondamenta­li, le grandi speranze che possono dare senso alla vita. In­sieme erano felici.

La prima lettera di Gianna a Pietro è del 21 febbraio del '55. È la risposta a una precisa domanda di matrimo­nio. Gianna chiama Pietro Molla per nome e gli parla del suo desiderio di raggiungere, con lui, «un tale grado di con­fidenza che ci permetterà di capirci sempre di più e di vo­lerci sempre bene». Prosegue accettando con gioia la sua proposta di sposarlo e conclude con queste parole:

«Vorrei farti felice ed essere quella che tu desideri: buona, comprensiva e pronta ai sacrifici che la vita ci chiederà. Non ti ho ancora detto che sono sempre stata una creatura avida di affetto e molto sensibile. Finché ho avuto i genitori, mi basta­va il loro amore. Poi, pur rimanendo molto unita al Signore e lavorando per lui, ho sentito il bisogno di una madre e la trovai in quella cara suora di cui ieri ti ho parlato. Ora ci sei tu, a cui voglio bene e intendo donarmi per formare una famiglia vera­mente cristiana. Ciao, caro Pietro...».

L'amore, un amore tenerissimo che si sarebbe concre­tizzato, di lì a pochi mesi, nel matrimonio, era scoperto dai due giovani con profonda gioia. Il giorno seguente in­fatti Pietro risponde a Gianna con un'altra lettera. Splen­dída testimonianza del valore di questo sentimento:

«Mia carissima Gianna, ho letto più volte la tua lettera e l'ho baciata. Incomincia per me una nuova vita: la vita del tuo grande e desiderato affetto e della tua luminosa bontà. Diamo inizio alla vita del nostro amore.

Ti voglio bene, mia carissima Gianna. Grazia più grande e più desiderata non poteva farmi la Mamma celeste, l'invocata Madonna del Buon Consiglio della mia chiesetta di Ponte Nuovo.

Avevo tanto bisogno e tanto desiderio di affetto e di una nuo­va famiglia. Ora ho te, il tuo affetto e il tuo dono, e sono felice. Il mio affetto è per te e con te voglio formare la mia fami­glia. Anch'io voglio farti felice e comprenderti appieno».

Il 7 marzo Pietro annota sul suo diario: «Più conosco Gianna e più mi persuado che migliore incontro Dio non poteva donarmi». 

XV

L'UOMO CHE DESIDERAVO INCONTRARE

A questo punto mi sembra importante lasciar parlare Gianna. Entrare, in punta di piedi, in questa breve, intensa e delicata storia d'amore. Gianna accoglie Pietro con una pienezza totale di sentimenti, di emozioni umane. Lo ama, lo stima. Vuole conoscerlo sempre meglio. Vuole che anch'egli la conosca sempre più profondamente. Nei po­chi mesi di fidanzamento ufficiale i due giovani, spesso lontani, si scrivono molto di frequente, pieni di affetto scambievole.

Gianna vive, con l'entusiasmo della sua fede e della sua giovinezza, l'amore dell'uomo che Dio le ha fatto incon­trare perché, con lui, possa procedere, serena e felice, sul­la strada della santificazione nel sacramento del matrimo­nio. Appena possono, Gianna e Pietro s'incontrano. E que­sti momenti preziosi sono caratterizzati da una serie di pic­coli gesti gentili: un mazzo di fiori per Gianna; uno scam­bio sempre più intimo di confidenze. Sono momenti che permettono loro di rendersi conto di quanto bene stiano quando sono insieme.

Laura Viola, la moglie di Ferdínando Beretta, ricorda, con un sorriso, l'impazienza di Gianna quando Pietro, trat­tenuto dal lavoro, tardava a un appuntamento. 

L' 11 di marzo, Gianna scrive:

         «Pietro carissimo, non ho parole per ringraziarti di tutte le premure e le gentilezze che hai per me. Grazie delle belle rose e delle ore trascorse ieri sera in tua compagnia. Sai, ogni volta mi viene il rimorso di portarti via tempo prezioso per il tuo ri­poso, dopo una giornata piena di lavoro e di preoccupazioni, com'è la tua, ma d'altra parte sono così felice di poterti godere un po'... Vorrei che il tempo non passasse mai quando sono con te. Pietro, potessi dirti tutto ciò che sento per te. Ma non sono capace. Supplisci tu. Il Signore proprio mi ha voluto bene. Tu sei l'uomo che desideravo incontrare, ma non ti nego che più volte mi chiedo: "Sarò io degna di lui?" Sì, di te, Pietro, per­ché mi sento così un nulla, così capace di niente che, pur desi­derando grandemente di farti felice, temo di non riuscirvi. E allora prego così il Signore: Tu che vedi i miei sentimenti e la mia buona volontà, rimedia tu e aiutami a diventare una sposa e una madre come tu vuoi e penso che anche Pietro desìderi. Va bene, così, Pietro?».

La primavera arriva, in quel marzo del 1955, con gior­nate stupende e Gianna decide, con sua sorella Zita e un'a­mica, di trascorrere qualche tempo al Sestrière per goder­si la gioia della montagna ancora innevata, per fare lun­ghe discese con gli sci, sua grande passione.

«Carissimo Pietro - scrive Gianna il 21 marzo - Ora sono più contenta perché ho potuto ancora sentire la tua voce per telefono. Come ti dissi, oggi è nevicato tutto il giorno, ma ho sciato ugualmente, circa quattro ore. In compenso questa sera c'è una stellata magnifica per cui spero che domani sia una bel­la giornata... Manchi solo tu, Pietro, e pregusto la gioia di averti con me sabato e domenica. Ti verrò incontro senz'altro e con te passerò le ultime ore di queste mie vacanze. Ti ringrazio del­la bella gita di sabato in Svizzera. Sei troppo buono con me e non lo merito proprio. Ti prometto che farò di tutto per essere altrettanto io verso di te».

Il 23 di marzo, in un'altra lettera, Gianna continua le sue confidenze con l'uomo amato:

«Oggi, a mezzogiorno, di ritorno da una mia gita sciistica, ho trovato il tuo espresso; puoi immaginare quanto mi abbia fatto piacere per le espressioni tue, tanto dolci e affettuose, da cui traspare tutto l'amore che hai per me. Grazie, caro Pietro, anch'io te ne voglio, e tanto, e penso che ce ne vorremo sem­pre. Hai un carattere così buono e sei così intelligente che mi capirai sempre e non potremo non andare d'accordo. Mi spiace che lunedì tu abbia avuto così tanto lavoro. Ti seguo sempre con il pensiero e se potessi aiutarti, lo farei con tutto il cuore.

Ieri e oggi è tornato un sole splendido. Mi alzo al mattino alle ore otto (che lazzarona! tu sei già in ufficio!) perché alle otto e mezzo c'è la Santa Messa. Credi, non ho mai gustato tanto la Messa e la Comunione come in questi giorni. La chiesetta, tanto bella e raccolta, è deserta. Il celebrante non ha nemmeno il chierichetto, quindi il Signore è tutto per me e per te, Pietro, perché ormai dove sono io, ci sei anche tu.

Dopo colazione partiamo subito con i nostri sci e giù... per le piste. In genere alle undici vado con il maestro di sci a fare un po' di scuola e, modestia a parte, ho imparato a fare discese anche difficili. Ma sta' tranquillo, non c'è nessun pericolo per­ché, dove il pendio è troppo ripido, il maestro stesso mi fa scen­dere per la strada più facile. Ma è meraviglioso!».

Trascorsi i giorni di vacanza, Gianna torna a Magenta e riprende con lena la sua attività di medico. Pietro Mol­la, sempre più innamorato, le fa dono di uno splendido anello con brillante. Gianna, commossa, gl'invia un'affet­tuosissima lettera.

«Mio carissimo Pietro, come ringraziarti del magnifico anel­lo? Pietro caro, per ricompensarti, io ti dono il mio cuore e ti amerò sempre come ti amo ora. Penso che alla vigilia del nostro fidanzamento, ti faccia piacere sapere che tu sei per me la per­sona più cara a cui sono continuamente rivolti i miei pensieri, affetti e desideri, e non aspetto che il momento in cui poter essere tua per sempre. Pietro carissimo, tu sai che è mio deside­rio vederti e saperti felice: dimmi come dovrei essere e ciò che dovrei fare per renderti tale. Ho tanta fiducia nel Signore e so­no certa che Lui mi aiuterà a essere la tua degna sposa.

Mi piace spesso meditare il brano dell'epistola della Messa di Sant'Anna: "La donna forte chi la troverà? Il cuore di suo marito può confidare in lei. Non gli farà che bene, né mai gli recherà danno, per tutto il tempo della vita".

Pietro, potessi essere per te la donna forte del Vangelo! In­vece mi sento debole. Vuol dire che mi appoggerò al tuo brac­cio forte. Mi sento così sicura, vicino a te! Ti chiedo un favore, fin da oggi, Pietro: se vedi che faccio qualcosa che non va be­ne, dimmelo, correggimi, hai capito?».

La festa di fidanzamento ufficiale viene celebrata nel­l'intimità delle famiglie Beretta e Molla, l' 11 aprile, il gior­no dopo Pasqua. Gianna ricambia il dono dell'anello con un orologio d'oro che Pietro conserva ancora.

È di tre giorni dopo la lunga lettera di Pietro a Gianna, ormai sua promessa sposa:

«Mia carissima Gianna, vivo tuttora la grande gioia che hai saputo darmi nel nostro fidanzamento, la gioia dolcissima che si rinnova a ogni istante nel sapere a me rivolti i tuoi pensieri, affetti e desideri. La dolcissima gioia che voglio altrettanto piena in te, soave oggetto dei miei pensieri, di tutto il mio affetto, dei miei desideri. Il dono del tuo cuore e il tuo amore hanno trovato il mio cuore tutto per te e il mio amore solo e sempre per te, o mia carissima Gianna.

Il mio gioiello sei tu, soavissima e si dolcemente cara, nella virtù e nella bontà, nella bellezza e nel sorriso. Più intenso dei riflessi di luce dell'anello del nostro fidanzamento vuol essere sempre il mio amore per te.

Il bellissimo orologio che mi hai donato, mi accompagna nel tempo più bello della mia vita: il tempo del nostro amore e del­la nostra famiglia. Tu sei la donna forte che ho invocato dal cielo e la Mamma celeste mi ha donato.

Ti confiderò sempre tutto il mio cuore e tutto il bene avrò da te.

Amami sempre come mi ami ora: sii con me affettuosa e buo­na; premurosa e dolce e comprensiva, sempre, come lo sei ora. Ecco come già mi fai e come ti esorto a farmi sempre felice. Tu sei per me la donna forte della Bibbia.

Vicino a te la mia gioia è perfetta. Di certo non mi darai oc­casione di doverti correggere. Alla tua domanda rispondo con uguale domanda a te nei miei riguardi. Ti rivedo ancora devo­tissima nelle preghiere della Santa Messa del nostro fidanzamento e sento sicura la benedizione divina, caldamente invocata dal carissimo Don Giuse».

Ma c'è una piccola nube che imbarazza Gianna. Certa­mente provocata da una sensazione sbagliata. Forse da una parola non bene intesa, detta dalla mamma di Pietro. Gian­na ne soffre e, coerente con la promessa fatta al fidanzato di non nascondergli mai nulla, nel bene e nel male, si con­fida con lui, scrivendogli, la sera del 18 aprile:

«Mio carissimo Pietro, proprio oggi, giorno in cui non avrei do­vuto godere la tua cara compagnia, ti ho avuto ancora più con me: ho ricevuto la tua lettera. Pietro, sei proprio buono e affet­tuoso, e ti ringrazio. Le tue parole mi hanno commossa e sono contenta che alla domanda mia: "Come dovrei essere per ren­derti felice?" tu mi risponda di continuare a essere buona, af­fettuosa e comprensiva come ora. Lo sarò, carissimo Pietro, e non mi costa fatica, perché tu sei tanto buono con me.

Già lo sapevo che tu mi volevi tanto bene, ma l'avermelo og­gi confermato nella tua lettera, mi ha riempito il cuore di gioia. Pensa però, Pietro, il Signore ci ha fatto questa grande grazia: come dovremo essergli sempre riconoscenti!

Pietro, ti ho promesso che ti avrei detto sempre ciò che mi preoccupa. Scusami se ora ti esprimo un mio dubbio che mi fa soffrire non poco. Ho il timore di non soddisfare i tuoi cari. Di non essere quella che essi desideravano per te. Lo so che sei sempre stato, e sei tuttora, il centro dei loro affetti, e ora mi pare di portarti loro via, e pur volendo loro bene, perché sono i tuoi cari genitori, non sento per essi quell'affetto che meriterebbero per la bontà e la delicatezza che mi mostrano. Se ti ho dato un dispiacere perdonami».

Pietro le fa superare subito questa sensazione:

«Mia carissima Gianna, il tuo dubbio, il tuo timore, non hanno alcuna ragione d'essere. Per mamma, babbo e sorelle, io non potevo trovare donna che, meglio di te, corrispondesse alle mi­gliori loro e mie aspirazioni, al mio carattere e alla mia vita. Mam­ma, babbo e sorelle, auspicavano e desideravano tanto il nostro "incontro" e la nostra unione molto prima del dicembre scorso e sono lietissimi del nostro affetto, del nostro fidanzamento e del nostro prossimo matrimonio. Tu sei la donna che i miei cari desideravano per me. Che per essi io sia il centro del loro affet­to, è vero. Ma ugualmente è vero che da anni essi mi esortava­no a crearmi la mia famiglia e per questo bene sapranno sop­portare e rassegnarsi al sacrificio che io non sia più tutto loro. Saranno largamente compensati dalla gioia di sapermi felice con la mia dolce compagna nella famiglia che con lei sto per formare.

Mamma e babbo sono gente molto alla buona; ottima gente, intessuta ancora del miglior stampo antico. Si esprimono a loro agio solo nel dialetto e si trovano a loro agio nel loro ambiente. Talvolta può sembrare preoccupato il loro riguardo, il loro mo­do di agire; il doversi esprimere in italiano con persone verso le quali non hanno ancora piena confidenza e familiarità, li fa vedere impacciati quasi preoccupati di far figura, di non essere all'altezza di persone, circostanze, ambienti. Impaccio e preoc­cupazioni, senza alcuna ragione d'essere, a mio avviso, e che scompariranno con la confidenza e con l'affettuosa familiarità. Sapessi quanti tesori di cuore e di spirito di sacrificio racchiu­dono babbo e mamma!

È troppo, mia carissima Gianna, se io oso desiderare, se anzi desidero che tu sia per babbo e mamma la loro figlia più cara e per le sorelle la loro più cara sorella? Tu sei la benvenuta e la desiderata per me e per tutti i miei cari. Tu sei la mia amatissi­ma Gianna, che vorrei avere qui accanto a me per stringerti for­temente al cuore e ripeterti con i miei baci tutto il mio affetto».

La piccola nube sparisce presto. Gianna è di nuovo completamente serena. Una volta ancora vuol farne parte al suo «carissimo Pietro». Gli scrive infatti subito dopo:

«Sapendo che ti fa tanto piacere ricevere i miei scarabocchi, ti mando queste poche righe per ripeterti ancora una volta che sono felice e che sono certa che con te, che hai un cuore tanto grande, buono e comprensivo, andremo sempre d'accordo e ci vorremo sempre bene. Pietro caro, quando domenica scorsa tua mamma ci disse che se dovesse in seguito non vederti felice non sa quello che farebbe, mi è venuto il dubbio che io non fossi adatta per te, cioè non buona e comprensiva abbastanza. Ora invece, dopo le tue ripetute e convincenti parole sono tranquil­la e godo nel sapere anche te contento.

Pietro carissimo, non so come ringraziarti del bell'ambulato­rio che con tanta premura mi stai preparando. Quando sarà ter­minato vi entrerò, mi sembrerà di averti ancora più vicino nel mio lavoro e così anche tu contribuirai ad alleviare le sofferen­ze e a dare un po' di gioia ai miei ammalati.

Ti amo tanto, Pietro, e mi sei sempre presente, cominciando dal mattino quando, durante la Messa, all'Offertorio, offro il mio, il tuo lavoro, le tue gioie, le tue sofferenze e poi durante tutta la giornata, sino alla sera.

Vorrei vederti sempre, tutti i giorni, ma... sarei troppo golo­sa. Anzi, quando sei stanco, non fare complimenti e dimmelo, ché io ti mando a casa più presto, hai capito? Sei già stanco per il lavoro e non voglio esserti anch'io causa di strapazzi!». 

XVI

VIGILIA DI NOZZE

I mesi del fidanzamento trascorrono veloci. Gianna con­tinua la sua professione di medico, e il suo impegno tra le ragazze dell'A.C. di Magenta. È sempre sorridente e se­rena. Attiva. Si occupa con gioia delle piccole grandi cose che fanno parte dei preparativi di ogni matrimonio: sce­glie con l'amica Mariuccia Parmeggiani (anche lei sta per sposarsi), tovaglie e lenzuola per il corredo. Le due giova­ni donne si scambiano consigli e confidenze. Mariuccia ri­corda quel periodo come «... un tempo bellissimo, in cui eravamo tanto felici».

Con il suo Pietro Gianna sceglie i mobili per la prossi­ma casa di sposa. E sono tutte incombenze che vive con entusiasmo. Non ha alcun dubbio sul suo futuro. Il matri­monio - l'aveva scritto tempo prima nei suoi appunti - è «vocazione». Sposare Pietro, ne è sicura, è la sua vocazione.

Può essere utile rileggere alcune sue note: «Tutte le co­se hanno un fine particolare. Tutte ubbidiscono a una leg­ge. Tutto si sviluppa per un fine prestabilito. Anche a cia­scuno di noi Dio ha segnato la via, la vocazione e, oltre la vita fisica, la vita della grazia. Dal seguire bene la no­stra vocazione dipende la nostra felicità terrena ed eter­na. Cos'è la vocazione? È un dono di Dio: viene da Dio! La nostra preoccupazione dunque dev'essere quella di co­noscere la volontà di Dio. Dobbiamo entrare in quella stra­da: se Dio vuole, non forzando la porta, quando Dio vuo­le, come Dio vuole.

Per conoscere la nostra vocazione dobbiamo interro­gare Dio con la preghiera; interrogare il direttore spiri­tuale e interrogare noi stessi sapendo le nostre inclinazioni.

Ogni vocazione poi è vocazione alla maternità materia­le, spirituale, morale. Dio ha posto in noi l'istinto della vita. Il Sacerdote è padre, le suore sono madri, madri del­le anime.

Guai a quelle figliole che non accettano la vocazione al­la maternità. Ciascuno deve prepararsi alla propria voca­zione: prepararsi a essere donatori di vita, nel sacrificio di una formazione intellettuale. Sapere cos'è il matrimo­nio: "sacramentum magnum", conoscere le altre strade; formare e conoscere il proprio carattere».

Sicura di aver trovato la sua strada, quella che il Signo­re aveva stabilito, tutta per lei, Gianna scrive a Pietro nel luglio del '55:

«Sono le 9, l'ora in cui, generalmente, arriva il mio caro Pie­tro, ma questa sera niente da fare. È martedì. Mi dirai che so­no troppo golosa e un po' esagerata, ma più sto con te più vor­rei starvi, più ti conosco più ti voglio bene. Caro Pietro, così è la vita. E così, per stare un po' con te, ti scrivo.

Pietro, ti ringrazio del bene che mi vuoi, desideravo un uo­mo affettuoso, buono, e il Signore me lo ha messo vicino, come vorrei anch'io esserti sempre di gioia e sollievo, mentre a volte mi viene il dubbio d'esserti di peso. Sei stanco e affaticato e io ti trattengo delle ore!

Domenica, mentre sceglievamo i mobili, pregustavo già le gioie di una casetta tutta bella, lucente e nuova. Grazie della tua squi­sita comprensione e premura di voler soddisfare i miei deside­ri. Pensa Pietro, al nostro nido, riscaldato dal nostro affetto e rallegrato dai bei popi che il Signore ci manderà. È vero, ci sa­ranno anche dei dolori, ma se ci vorremo sempre bene come ce ne vogliamo ora, con l'aiuto di Dio, sapremo insieme sop­portarli. Ti pare?

Ora però godiamo della gioia di amarci; perché a me hanno sempre insegnato che il segreto della felicità è di vivere momento per momento, e di ringraziare il Signore di tutto ciò che Egli, nella sua bontà, ci manda giorno per giorno. Perciò in alto i cuori e viviamo felici!

Ciao, carissimo Pietro. Non esigo risposta. Ti ho scritto per passare la sera con te e per dirti ancora una volta che ti voglio tanto bene».

Il giorno del matrimonio era stato fissato per il 24 set­tembre. In questo ultimo mese da fidanzati, Pietro Molla dovette assentarsi per lavoro parecchio tempo. Fece infatti un lungo viaggio in Danimarca e in Svezia. Un viaggio du­rante il quale i due promessi sposi si tennero in strettissi­mo contatto epistolare.

Il giorno stesso della partenza, Gianna gli scrive una lun­ga lettera:

«Carissimo Pietro, ero in pensiero temendo ti fosse accaduto qualcosa, ma la tua telefonata mi ha tranquillizzata. Pietro mio, tu sai che gioia è per me vederti e poter stare in tua compagnia e quando motivi più che giusti a volte non lo permettono, an­che se la ragione dice che è giusto, è opportuno fare così, il cuo­re protesta. E così, questa sera, per far passare il cosiddetto ma­gone, ti scrivo. Pietro carissimo, vorrei che tu mi sentissi tanto vicina in questi giorni, perché non puoi immaginare quello che provo nel saperti in viaggio e così lontano. Dirai che esagero, ma è proprio così. Sei il mio Pietro, mi sento ormai un'anima e un cuore solo con te. Quando penso al nostro grande amore reciproco, non faccio che ringraziare il Signore. È proprio vero che l'amore è il sentimento più bello che il Signore ha posto nell'animo degli uomini. E noi ci vorremo sempre bene come ora, caro Pietro. Mancano solo venti giorni e poi... sono Gian­na Molla!

Che diresti se per poter prepararci spiritualmente a ricevere questo Sacramento facessimo un triduo? Nei giorni 21, 22 e 23, Messa e Comunione, tu a Ponte Nuovo, io nel Santuario del­l'Assunta. La Madonna unirà le nostre preghiere, desideri, e poi-

ché l'unione fa la forza, Gesù non può non ascoltarci e aiutarci. Sono certa che dirai di sì, e ti ringrazio.

Se ti fa piacere, pensa che il prossimo viaggio ti sarò proprio vicina e ti dirò a voce tante e tante volte, fino a stancarti, che sei tutta la mia vita.

Grazie mille, Pietro, per la magnifica casetta che mi hai pre­parato. Più bella di così non potevo desiderarla. Ora tocca a me ricompensarti rendendola sempre dolce e accogliente.

Buon viaggio, Pietro carissimo e non... perdere il treno do­menica prossima».

Durante quei nove giorni di assenza, dal 3 all' 11 set­tembre, è tutto un continuo «stare insieme» spirituale, no­nostante la distanza fisica che li separa. Pietro Molla in­fatti scrive a Gianna, dal treno che lo conduce in Dani­marca attraversando la Svizzera e la Germania:

«Nel leggere, leggere, leggere, leggere ancora con gioia cre­scente la tua lettera, avrei voluto esserti vicino per abbracciarti e baciarti e ripeterti ancora tutto il mio affetto. Il mio grazie per la gioia infinita che mi dai, per ripetere con te il grazie più vivo al Signore per averci così prediletti.

Grazie per il pensiero del Triduo. Lo accolgo con entusiasmo. Io alla Madre del Buon Consiglio, tu all'Assunta effondiamo desideri, speranze, promesse, eleviamo preghiere. E la Madon­na del Buon Consiglio sarà testimone che i miei desideri, le mie promesse saranno solo per te, e la mia preghiera tutta per te e per la tua gioia. Tutto mi parla di te».

Le scrive dal traghetto King Friedrik IX che lo porta in Danimarca, mentre davanti ai suoi occhi sfila il paesag­gio dolcissimo del nord:

«Oggi è tutto un succedersi, sereno e in tutte le gamme, di verde nei prati e nei boschi, trapuntati di rosso, di rosa e di bianco nelle casette, quassù tutte linde e allineate. E in ogni casetta, vedo la nostra, quella che ho preparato con tanto amo-

re per te e che sarà per sempre lieta e dolce, per merito tuo, o mia dolcissima Gianna. Sulla prua della nave che avanza, si­lenziosa sul mare di pace, recito il Rosario e invoco ogni grazia per te e per la nostra famiglia dalla Madonna del Mare, la Ma­dre del Buon Consiglio della chiesetta di Ponte Nuovo, l'As­sunta delle tue fervorose e quotidiane preghiere».

Le spedisce una lettera scritta in treno tra Stoccolma e Soderhamn:

«... Un'altra giornata di viaggio verso il nord; ma una gior­nata di meno che ci separa dalla benedizione divina sul nostro amore... ».

E poi ancora da Soderhamn:

«Il mio primo pensiero di stamane è stato per te; un ringra­ziamento al Signore per la buona notte trascorsa, mia e tua e un grande desiderio di rivederti al più presto».

In questa cittadina svedese in cui si è recato per cono­scere alcune tecniche nuove di lavorazione del legno da importare, eventualmente, alla Saffa di Magerita, le scri­ve di nuovo:

«Gianna, domenica ti rivedrò dopo un'assenza che mi pare tanto lunga. Ti voglio stringere al mio cuore e baciarti, lunga­mente baciarti per ripeterti il mio amore. Ci rivedremo, lo spe­ro, tutti i giorni e poi saremo sempre assieme e ci vorremo sem­pre tanto bene. Me lo ripeto tante volte: anch'io ne sono cer­tissimo».

Finalmente il fidanzato, terminata la sua missione di la­voro in Svezia, riparte verso l'Italia, le scrive ancora, in­testando questa lettera con le parole:

Sul mar del Nord, verso Copenaghen, il mattino del penulti­mo sabato prima delle nostre nozze:

«Gianna amatissima, ieri sera nel lasciare Stoccolma prima di riposare nella mia cuccetta e stamattina, alla sveglia di buo­n'ora sulla nave tra Svezia e Danimarca, la prima preghiera è stata a Gesù e alla Madonna celeste perché ci benedicano sem­pre e, soprattutto, in questo mese. Sono beatissimo, Gianna, perché il treno punta a sud e mi reca a te».

Pietro invia ancora una sorta di diario del ritorno, alla sua amata futura sposa. Non ha più carta da lettera e uti­lizza, scusandosi con Gianna, un foglio di carta quadrettata.

«Ti ho già scritto, o Gianna, che le casette di Svezia, con i fiori a tutte le finestre, quasi a irradiare il calore intimo del fo­colare domestico, mi parlavano sempre della nostra casetta e della dolcezza di affetti che tu le donerai.

Nei bimbi di Svezia che chiamano anch'essi "mamma" co­me nella nostra lingua, intravedevo i doni del cielo, i gioielli tuoi, o Gianna, i figli che Dio vorrà donarci in benedizione e gioia.

Ancora un altro sabato e poi sarai mia moglie. Gianna, io vo­glio essere il marito che tu sognavi nei tuoi sogni più belli e de­sideravi nei tuoi desideri più gioiosi e santi, il marito degno delle tue virtù, della tua bontà e del tuo immenso affetto. In questi giorni, come non mai e soprattutto nel Triduo, pregherò Gesù, la Madre celeste, la sorella mia che sento in cielo, perché bene­dicano i miei propositi e siano larghissimi di grazie per la no­stra nuova famiglia.

Gianna, con la certezza che Dio ci vuole uniti, tu e io abbia­mo intrapreso la nostra nuova vita. In questi mesi è stato tutto un crescendo di comprensione e di affetto. Ora la nostra com­prensione è perfetta, perché ci è di luce il Cielo e di guida la Legge divina, perché Cielo e Legge divina trovano in te le più belle virtù e la bontà migliore, e in me il desiderio vivissimo e la gioia immensa di renderti sempre felice.

Ora, il nostro affetto è pieno perché siamo un cuore solo e un'anima sola, un sentimento e un affetto solo, perché il no­stro amore sa attendere, forte e puro, la benedizione del Cielo».

A Magenta Gianna riceve, con commozione crescente,

questo proluvio di lettere. Ne è felice. Si sente sempre più sicura della sua scelta imminente. Si sente sempre più si­cura dell'amore di Pietro, l'uomo che Dio le ha fatto in­contrare.

Nell'unica lettera che riesce a fargli pervenire, scrive: «Pietro mio carissimo, non ho parole per ringraziarti delle tue magnifiche e affezionatissime lettere che a catena mi sono giunte in questi giorni. Ogni lettera, ogni tua espressione sono per me una fonte di gioia immensa. Sei un tesoro, Pietro, e più ti leggo più mi convinco che sei buono, tanto buono e racchiudi in te tante virtù che la tua umiltà tiene nascoste, ma che la tua Gianna vede e apprezza. Grazie di tutto, Pietro. Vorrei poterti dire tutto ciò che sento e ho nel cuore, ma non sono capace, e tu che or­mai ben conosci i miei sentimenti, sappimi leggere ugualmente.

Pietro carissimo, sono certa che mi renderai sempre felice come lo sono ora e che il Signore esaudirà le tue preghiere, perché chieste da un cuore che lo ha sempre amato e servito santamen­te. Pietro, quanto ho da imparare da te! Mi sei proprio di esem­pio, e ti ringrazio. Così, con l'aiuto e con la benedizione di Dio faremo di tutto perché la nostra nuova famiglia possa essere un piccolo Cenacolo dove Gesù regni sopra tutti i nostri affetti, desideri e azioni.

Pietro caro, mancano pochi giorni e mi sento tanto commos­sa ad accostarmi a ricevere il Sacramento dell'Amore. Diven­tiamo collaboratori di Dio nella creazione. Possiamo così dare a Lui dei figli che lo amino e lo servano.

Pietro, sarò capace di essere la sposa e la mamma che tu hai sempre desiderato? Lo voglio proprio, perché lo meriti e per­ché ti voglio tanto bene».

Finalmente Pietro arriva. Il giorno delle nozze s'avvici­na velocemente mentre fervono gli ultimi preparativi. La vigilia Pietro Molla regala a Gianna un orologio d'oro e una collana di perle accompagnando il dono con questo dol­ce biglietto d'amore: «Gianna, perché facciano corona al­la meraviglia e al candore della tua bellezza e delle tue vir-

tù il dì delle nostre nozze, e perché segni sempre, l'un do­no, il tempo più bello e più sereno della nostra vita e can­tino le perle, dall'altro, la luce d'incanto del nostro Amo­re. Ti donano, con affetto di mamma, la tua e mia mam­ma, e con l'amore più grande, il tuo Pietro». 

XVII

MOGLIE E MAMMA

È i124 settembre del 1955. Una giornata bellissima, sen­za una nuvola. Gianna, vestita di bianco, in raso, con un velo di tulle appuntato alla nuca entra, al braccio del fra­tello Ferdinando, nella basilica di San Martino, a Magenta.

Sull'altare, emozionato, commosso, l'attende il suo Pietro. La felicità le traspare dal viso sorridente, dagli occhi lu­minosi. La chiesa è addobbata di garofani bianchi e rosa. Un lungo tappeto steso dall'ingresso verso 1'altar maggio­re, è contornato da colonnine di fiori e piante verdi.

Non appena Gianna appare sulla porta principale della basilica, parenti e amici, e tutta la gente che ha riempito la chiesa per assistere al suo matrimonio, battono festosa­mente le mani. Le campane suonano a distesa.

Giuseppe, il fratello sacerdote, è pronto a officiare la cerimonia.

Gianna e Pietro s'inginocchiano vicini, si scambiano uno sguardo d'amore e si promettono, con la formula sacramen­tale, di restare uniti per sempre. Di vivere insieme la loro vita, «nella buona e nella cattiva sorte». «Quante volte - scrive nei suoi ricordi Pietro Molla - mi torna al pensie­ro quell'improvviso scrosciare di battimani nella basilica di Magenta al tuo ingresso e sino all'arrivo all'altare delle nostre nozze. Tuo fratello Giuseppe, che le ha benedette, ci ha esortato alla testimonianza del Vangelo e alla santità».

Terminato il ricevimento nel giardino di casa Beretta, gli sposi partono per un lungo viaggio che li porta, dopo una sosta a Roma, verso il sud d'Italia: Napoli, Ischia, Ca­pri, e poi Palermo, Siracusa, Catania e l'incanto di Taor­mina, dove soggiornano al «San Domenico», lo splendido albergo ricavato da un antico convento.

«Eccoci a Taormina - scrive Gianna ai fratelli - a ter­minare in una oasi di tranquillità, azzurro e fiori di tutti i colori, la prima parte di luna di miele. Il viaggio è stato magnifico e interessantissimo per tutti i luoghi che abbia­mo visitato».

Sempre da Taormina, Gianna scrive anche al fratello En­rico in Brasile, per confermargli la sua grande gioia: «Abbiamo concluso questa sera il nostro viaggio di nozze che ci ha portato quassù, in questa splendida cittadina. La giornata d'oggi era splendida e gioiosa, come l'armonia e la lieta esultanza dei nostri cuori. Stasera abbiamo terminato la giornata invocando la benedizione di Gesù Eucaristico, come con la medesima benedizione s'era compiuta la ceri­monia delle nostre nozze. Le giornate del nostro viaggio non potevano essere più belle, più serene e più liete».

Ma, nonostante quanto scrive ad Alberto, il viaggio non era terminato. Rientrati a Milano in aereo, Gianna e Pie­tro ripartono subito, in treno, per la Germania e l'Olan­da. Pietro aveva importanti appuntamenti di lavoro a Dus­seldorf, a Colonia, ad Hannover e ad Amsterdam.

Per la giovane sposa un'altra esperienza nuova e felice: quella di poter partecipare, con l'amato marito, a una par­te del suo lavoro. Di poter conoscere anche le pesanti re­sponsabilità che gravano sulle spalle di Pietro nella sua vi­ta professionale.

Tornati finalmente a Ponte Nuovo, inizia per i due gio­vani sposi la nuova vita.

La casa che Pietro ha preparato per Gianna è molto bella: una villa all'interno del recinto stesso della Saffa, tradi­zionalmente usata come abitazione per il direttore della fabbrica.

Davanti alle finestre i rami dei cedri, delle betulle e dei tigli che, di notte, esalano il loro acuto profumo. Tutt'at­torno un giardino che Gianna accudisce con amore. Nella casa dei suoi fratelli, a Bergamo Alta ho visto un'aiuola di mughetti: gli stessi che fiorivano, ogni primavera, a Pon­te Nuovo. Zita e Giuseppe li avevano trapiantati sulla lo­ro terrazza, che s'affaccia sulla pianura lombarda, ancora tanti anni fa.

Gianna riprende subito il lavoro nell'ambulatorio di Me­sero. È sempre disponibile nei confronti di chiunque ab­bia bisogno delle sue cure. Sovente viene chiamata per una visita anche di notte, e Pietro l'accompagna dai suoi pa­zienti, incurante della sua stanchezza.

Poco alla volta la casa di Ponte Nuovo, già completa­mente arredata e in cui sono stati sistemati con attenzio­ne i regali di nozze e tutto quanto Pietro e Gianna si sono portati dalle loro case d'origine, prende sempre più l'im­pronta della sposa. Ne risulta una casa che è un poco il suo riflesso: quadri allegri alle pareti (alcuni dipinti perso­nalmente da Gianna), una fotografia del matrimonio con cornice d'argento. I libri più cari.

Ogni giorno una visita a Gesù nella parrocchia, poco di­stante. Don Agostino Cerri ricorda Gianna come «donna serena, colma di gioia. Una gioia che aveva una irradiazio­ne particolare e sembrava contagiare quanti le erano vicini».

Pietro Molla, sempre più impegnato nella sua attività manageriale, esce ogni mattina alle otto e termina la sua giornata, la sera, molto tardi. Sovente è lontano per lavo­ro, ma Gianna non si lamenta mai. Sa benissimo che, sep­pure in un campo completamente diverso dal suo, anche suo marito è al servizio degli altri.

C'è solo una piccola nube nella sua vita: tarda a realiz­zarsi la speranza di avere un bambino. E questo è un cruc­cio che aveva già confidato a Virginia: «Purtroppo - le aveva scritto - non sento ancora i sintomi della gravidan­za. Prega perché il Signore mi mandi presto tanti figli bravi e sani».

Pierluigi nasce il 19 novembre 1956, nella casa di Pon­te Nuovo e qui, pochi giorni dopo, lo zio Giuseppe gli am­ministra il battesimo. L'arrivo del piccolo è per Gianna e Pietro il coronamento più bello dei loro sogni: ora sono una vera famiglia. Completa.

Gianna riprende subito la sua vita attiva, aiutata da una ragazza, Savina Passeri, che le si affeziona moltissimo e se ne andrà da casa Molla solo dopo la morte della «si­gnora».

Gianna accetta di occuparsi dei bambini dell'Asilo On­mi e della scuola elementare del suo nuovo paese. Sarà per loro «la dottoressa» che li segue con attenzione. Buona. La dottoressa che non incute paura. Tempestiva nell'aiu­tarli.

Madre Emma Ciserani, la suora canossiana responsabi­le dell'asilo, racconta che Gianna «era sempre pronta a ogni chiamata e sapeva curare ogni bambino con la delicatezza propria di chi vede in ogni essere umano, l'immagine di Gesù. Si chinava su ciascuno con delicato interesse. Mol­te volte ho sentito le mamme, di mattina, quando porta­vano i loro piccoli, elogiarla. Molte volte ho saputo che, di notte, incurante della fatica, accorreva a ogni chiamata senza far pesare la sua prestazione».

Durante l'estate, Gianna trascorre un paio di mesi a Courmayeur, in una piccola casa affittata per la sua fami­glia: l'aria di montagna, pura e frizzante, fa molto bene a lei e al suo bambino. Pietro Molla s'intrattiene a lungo con i suoi due tesori. Insieme, Pier Luigi in spalla, fanno lunghe, tranquille passeggiate.

Gianna, sempre più felice, aspetta il suo secondo figlio. L' 11 dicembre del 1957 nasce infatti Maria Zita che tut­ti, subito, chiamano Mariolina. Anche questo parto, co­me il precedente, avviene nella casa di Ponte Nuovo con l'assistenza di Ferdinando, il fratello medico di Gianna. La piccola viene battezzata pochi giorni dopo, nella chie­sa parrocchiale, dallo zio don Giuseppe.

La vita continua per Gianna e Pietro con impegni e re­sponsabilità sempre più pressanti. Gianna ha il suo daffa­re a tener dietro ai suoi due bambini e al suo lavoro di medico. Pietro, sempre sovraccarico di gravi preoccupa­zioni e responsabilità di lavoro, necessita di un periodo di riposo che trascorrerà, solo, a Sanremo.

Gianna lo vede partire con molta nostalgia. Accetta il sacrificio di questa breve lontananza con coraggio, propo­nendosi di togliere a Pietro ogni preoccupazione per lei e per i bambini: è importante che lui si riposi e possa esse­re in grado di affrontare con sicurezza i suoi difficili inca­richi alla Saffa.

Pierluigi non sta molto bene e Mariolina, di notte, è mol­to irrequieta. Gianna fa particolarmente fatica.

Il 26 febbraio scrive al marito d'essere felice all'idea del suo ritorno. Ha molto desiderio di riabbracciare il suo spo­so. Di sentirsi accanto il sostegno insostituibile della sua presenza. Il suo amore per Pietro Molla sembra, se possi­bile, crescere ancora. Le è indispensabile, e Gianna ne è perfettamente cosciente. Nel suo profondo senso religio­so quest'amore, questa bellissima realtà umana, è diven­tata così totale proprio perché lo sente come un tutt'uno con il suo amore per Dio.

Raccontare i giorni felici di questa coppia non è impre­sa facile: la felicità, si dice, non fa storia, ma è fatta di piccole cose, di piccoli gesti preziosi che si vivono uno do­po l'altro gustandone intimamente la bellezza.

L'unicità.

Nell'anno seguente c'è una piccola nube su questa sereni­tà: Mariolina ha qualche problema di ossa e le deve essere applicato, per un certo periodo, un apparecchio ortopedico.

E di nuovo estate: Gianna lascia il suo ambulatorio in mano al fratello Ferdinando che la sostituisce e, chiusa la casa di Ponte Nuovo, riparte per la sua adorata montagna. Il marito resterà con lei tutto il tempo delle vacanze. La vita continua, con ritmi regolari nei quali, il primo posto è preso dall'affetto, dalla cura dei due piccoli bambini.

Il Natale, festeggiato con tutta la famiglia Beretta e con tutta la famiglia Molla, è uno dei momenti felici da ricor­dare. Gianna sa già di attendere il suo terzo figlio e ne ringrazia di cuore il Signore. È tenera e commossa. Com­pletamente appagata. Il Signore, la vita, sono buoni con lei. Aveva tanto sognato una bella famiglia, basata su buoni principi cristiani. Aveva tanto desiderato che i figli fioris­sero «come virgulti d'olivo attorno alla sua mensa», e que­sto desiderio sta diventando una concreta realtà. La «sua» meravigliosa realtà.

I rapporti con la mamma di Pietro sono ottimi. Con i suoi fratelli non si è assolutamente interrotto quel filo ro­busto di amicizia che li ha sempre tenuti uniti.

Pietro è l'uomo che non solo l'ama teneramente ma la capisce e la completa come essere umano.

Gianna tiene una fitta corrispondenza con Virginia, me­dico missionario tra i diseredati dell'India e con il fratello che da anni ormai vive e lavora tra i campesinos in Brasi­le. Racconta loro le piccole vicende quotidiane della sua vita. Vuol essere informata delle loro esperienze. Vuol cer­care di aiutarli, anche se tanto lontani. «Come stai? - chie­de al fratello per lettera - Non lo dici mai. Sta attento alla lebbra, padre. Se ti occorrono disinfettanti, scrivilo che te li procuro. Quanti padri missionari si sono infettati curando i loro malati! Ti auguro di poter presto vedere fi­niti i tuoi lavori dell'ospedale e che il governo ti dia gli aiuti necessari».

Poi, ricordandosi della necessità di Enrico di trovare un altro medico che gli dia una mano, «hai trovato qualcuno che ti aiuti?» gli scrive: «Cerca di star bene. Di non stan­carti troppo. Anche Dio il settimo giorno, riposò. Questo per insegnarci che anche il riposo è sacro, perché voluto da Lui».

«Ho saputo che soffri tanto il caldo» scrive in India a Virginia «Come vorrei mandarti un po' di fresco: qui pio­ve da tre giorni. Se proprio non resisti, non aspettare di ammalarti, ritorna qui, hai capito? Chissà quanto lavori e quanto ti vogliono bene i tuoi ammalati. Fai anche le operazioni? Stai allegra come sempre. Noi ti seguiamo gior­no per giorno e ti siamo vicinissimi con la preghiera. Vor­rei poter fare qualche cosa per te, aiutarti nel tuo lavoro ma cielo, mare e terra ci dividono. Stammi bene. Papà e mamma ti aiutino a sopportare il caldo, ti diano tanta sa­lute. Scrivimi la verità come stai, se hai gonfi i piedi, se ti occorre qualche cosa...».

«Siamo lontani ma siamo sempre uniti con il pensiero e con la preghiera - scrive ancora a Enrico -. È così bello volersi bene tra fratelli, come ci hanno insegnato i nostri genitori».

Gianna, lo ripeto ancora, è una donna felice e appaga­ta. Ringrazia quotidianamente il Signore - confida all'a­mica Mariuccia Parmeggiani, ormai sposata anche lei, e con la quale s'incontra frequentemente - per «tutti i doni» di cui la arricchisce, giorno dopo giorno.

Mariuccia Parmeggiani è una «testimone» affettuosa di questo periodo pieno di gioia. «Gianna - ricorda - pur continuando nella sua attività professionale, aveva spesso alcune ore "libere". Tutti i pomeriggi apriva il suo ambu­latorio e seguiva, con competenza, i problemi dei suoi am­malati. Il servizio all'asilo nido e alle scuole elementari la occupava un paio di mattine alla settimana. In casa, Savi­na, che ormai era diventata esperta nell'organizzazione del suo lavoro, le dava una mano preziosa. Succedeva pertan­to molto di frequente che Gianna comparisse, all'improv­viso, di mezza mattina, davanti al cancello della mia casa, suonasse con allegria il campanello e s'infilasse con la sua macchina nel mio giardino. Entrata con Pier Luigi e Ma­riolina: "Beviamo un caffè?" chiedeva con la voce di chi vuole trascorrere qualche minuto in santa pace, con una cara amica cui confidare i piccoli segreti della vita quoti­diana».

«Erano momenti molto piacevoli - continua Maríuc­cia Parmeggiani. L'amicizia che ci legava dai tempi della nostra giovinezza ne risultava, giorno dopo giorno, sem­pre più rinsaldata. Parlavamo dei nostri mariti, dei nostri piccoli. Ci scambiavamo consigli di cucina, c'insegnava­mo "punti" nuovi per i nostri lavori a maglia. Insieme os­servavamo i progressi dei bambini, controllavamo le aiuo­le per rallegrarci del successo dei nostri piccoli lavori di giardinaggio. Poi Gianna se ne tornava a Ponte Nuovo. Ci telefonavamo molto spesso. Se aveva ospiti importanti (e per lei lo erano tutti), mi chiedeva qualche ricetta "ve­loce" per poter preparare un piatto speciale con cui fare bella figura. Era molto fiera della sua famiglia. Voleva un bene dell'anima al suo Pietro e voleva che lui fosse sem­pre contento. Facevamo anche molti progetti insieme e "ri­camavamo" il futuro che sognavamo, a occhi aperti, per i nostri bambini».

Gianna non aveva perso la bella abitudine di andare di frequente a Milano con il marito per assistere ai concerti o per godersi, insieme, uno spettacolo teatrale o cinema­tografico. I suoi bambini erano ben protetti da Savina. Spesso anche «zia Zita» o la nonna paterna restavano al­cune ore con loro. 

XVIII

TREPIDA ATTESA DEL TERZO BAMBINO

Nella primavera del 1959, dal 26 aprile al 17 giugno, mentre Gianna aspetta il suo terzo bambino, Pietro deve effettuare un lunghissimo viaggio negli Stati Uniti.

Per Gianna è un momento molto delicato: la sua gravi­danza, pur vissuta con grande gioia, le dà qualche proble­ma. La rende particolarmente ansiosa. Al solito ha molto da fare: Pierluigi e Mariolina sono ancora piccoli e le ri­chiedono tante attenzioni. Forse si sente anche stanca fi­sicamente.

Soffre inoltre in modo struggente l'assenza del marito che vorrebbe vicino in un tempo così importante per la loro vita. Comprende appieno le ragioni che lo trattengo­no lontano da lei, ma è sempre preoccupata che gli succe­da qualcosa; Pietro lavora troppo. È sottoposto a respon­sabilità molto pesanti. A stress continui. Ha paura per lui. Teme persino, lei che pure aveva goduto tanto il primo volo con Pietro, per i lunghi spostamenti aerei ai quali de­ve assoggettarsi per tener fede ai suoi numerosi appunta­menti. Per poter partecipare a tutte le riunioni program­mate.

Gianna cerca di farsi forza e, nelle lettere che gli scrive regolarmente (ne sono rimaste ventinove), si mostra sere­na per non aggravare, con la sua angoscia, la fatica di Pie­tro. Per non fargli pesare, in modo eccessivo, una lonta­nanza che pesa tanto anche a lui. Si confida spesso con Mariuccia che le è molto vicina. Ma anche alla sua cara amica cerca di celare la tensione che, come documenta questa lettera speditale subito dopo il ritorno del marito, de­v'essere stata molto faticosa da vincere.

«Un mese fa - l'informa - dovetti essere ricoverata d'urgenza per un'intossicazione. Avevo dolori fortissimi, contrazioni spasmodiche continue, febbre e vomito. Cor­revo il rischio di perdere il bambino. Spaventatissima ub­bidii a Nando e mi lasciai portare a Monza: era già mezza­notte, e in quell'ospedale mi attendeva già il professore ostetrico che ben conosciamo. Fu così che con ossigeno, calmanti e ipodermoclisi, tutto passò e potei, dopo due gior­ni, andare all'areoporto della Malpensa a incontrare Pie­tro che, ignaro di tutto, tornava dall'America».

Leggere comunque alcuni brani della corrispondenza tra Gianna e suo marito in questo lungo periodo, ci aiuta certa­mente a comprendere ancora meglio, se possibile, quanto Gianna gli volesse bene. Quanto, coerente con i suoi pro­positi, si sforzasse d'essere per lui, come gli aveva promes­so, la «donna forte» della Bibbia. Solo dalla prima lettera, infatti, traspare un poco della sua ansia. Ma dopo questa missiva Gianna gli racconta tutto della vita sua e dei bam­bini, attenta a dare a Pietro il massimo della serenità possibile.

Il 28 giugno, solo due giorni dopo la partenza, scrive a Pietro:

«Finalmente solo stamattina ho potuto sapere che il vostro ae­reo era giunto a Boston, dopo nove ore di ritardo. Ora mi tele­fona Adelaide che è già arrivato anche il vostro telegramma: Deo gratias. Attendo notizie più dettagliate. Non posso più con­tinuare, perché i bambini non mi lasciano tranquilla. Ripren­derò più tardi, quando saranno a riposare».

Poche ore dopo, alle due di pomeriggio infatti scrive di nuovo al marito, felice di aver ricevuto una sua lettera scrit­ta dall'aereo.

«Grazie delle tue dolcissime espressioni. Gigetto, felice con la sua cartolina, s'è addormentato dicendo: "Papà è arrivato.

Papà cade no". Dovevi sentirlo, domenica sera, quando ha vi­sto l'aereo alzarsi: "papà ciao... papà in cielo... papà buon viag­gio... papà torna presto". Tutta la gente, attorno, l'ascoltava commossa, e lui spiegava: "papà è su in aeroplano. Papà va lon­tano". Ieri poi, ogni volta che andavo al telefono a chiamare la Malpensa per avere notizie, anch'egli mi seguiva, e a ogni risposta negativa, diceva, per consolarmi: "mamma, papà cade no". Mariolina invece, a ogni campanello che sente, corre alla porta gridando: "papà, papà" e Gigi, da grande ometto, "no papà. Papà lontano: arriva domani".

Come vedi, Pietro mio carissimo, tu sei sempre tra noi, an­che se tanta distanza ci divide. Cerca di star bene, Pedrín d'o­ro, e non stancarti; anzi, approfitta delle ore libere per fare dei bei sonni. Stai tranquillo per me, che sono aiutata tanto, e per­ciò non mi stanco».

Il 5 maggio gli scrive ancora:

«Ho ricevuto questo pomeriggio la tua di giovedì 21. Non te lo nego, Pedrin d'oro, che alla notizia che fino al 10 giu­gno non puoi tornare, m'è venuto un magone. Ho dovuto pian­gere... poi ho offerto il sacrificio al Signore per te, perché ti protegga nei tuoi voli continui, e per il nostro "popo" che at­tendiamo, perché possa nascere bello, sano e senza difetti; e co­sì... mi sono rasserenata. Ho dato tanti bei bacioni a Gige­tto e Mariolina, me li sono stretti forte forte al cuore e ti ho sentito, con loro, tanto vicino a me, come se anche tu fossi già con noi.

Oggi è venuto da noi il don Giuse per godersi un poco i no­stri angioletti. Ha celebrato la Messa a Ponte Nuovo, come al solito, e ha dato una benedizione speciale con 1'Asperges, ai nostri "popi" e ai nipotini, venuti anch'essi alla santa Messa dello zio. Mariolina è brava quando è in chiesa, Pierluigi invece ha resi­stito solo cinque minuti. Giuse poi li ha portati a Turbigo, alla solita spiaggia, mentre io sono rimasta volentieri a casa, tran­quilla, a preparare il golfino all'Alberto o all'Emanuela. A pro­posito, hai pensato al nome da dare alla bambina?».

È del 13 maggio quest'altra lettera:

«Pietro mio, puoi immaginare come il mio pensiero sia sem­pre a te, ai tuoi viaggi e come desideri che venga presto il gior­no in cui avrai finito di volare. Sta bene che c'è il trinomio di Gigetto il quale ogni volta che prega dice: "Gesù, fai fare buon viaggio al mio papà; papà torna presto; papà cade no". Ma... la lontananza è sempre lontananza. Ieri sera alla TV Padre Ma­riano, parlando del vero amore del matrimonio, diceva che "il vero amore, è l'amore che non dura un solo giorno, ma sempre e due sposi che sempre si sono amati, quando saranno in Para­diso s'accorgeranno che il tempo che si son voluti bene è stato breve e gioiranno nel pensare che hanno tutta l'eternità, dinanzi a loro, per continuare ad amarsi". Pedrin d'oro, tu sai quanto ti amo, ti penso e desidero farti felice».

In un'altra lettera, il 24 maggio, gli scrive:

«Sono le 15. I nostri angioletti con gli zii, con Angela e Savi­na, sono andati a Legnano, invitati dai signori Viola, per vede­re la festa del Carroccio, con la sfilata dei carri. Io ho preferito starmene tranquilla a casa. Oggi è incominciato il nono mese, e mi stanco facilmente, così sola soletta, con gioia e tanta com­mozione ho letto e riletto le tue affettuosissime lettere, che con tanta premura mi hai mandato ogni giorno dall'America. Sono in tua dolce compagnia, oggi più su di morale... ma ieri, non lo nego, un po' a terra. Ti desideravo vicino, sentivo tanta no­stalgia di te e avevo proprio deciso di scriverti di tornare subi­to. Poi, invece, m'è passata. Oggi ti dico: Torna al più presto, Pedrin d'oro, appena puoi.

Sei proprio un carissimo e affettuosissimo maritino, un san­to papà, non d'oro, ma di brillante, il più grosso e il più prezio­so che ci sia su questa terra», gli scrive ancora il 4 giugno.

L'ultima lettera di Gianna è del 9 giugno. Le spiace che il marito non possa essere presente, come si era augurata, alla festa del paese.

«Pietro mio, ti ricordi la festa di Ponte Nuovo, nel 1955? Fu la prima volta che venni in casa tua e come già ci amavamo! È proprio per questo nostro grande amore reciproco che ora, il rimanere lontani, ci è di grande sacrificio. I tuoi tesori non passa giorno che non chiedano di te».

I bambini, il suo amore... quasi un leit motiv che ha ac­compagnato Pietro, tenendolo spiritualmente unito a lei, nei lunghi giorni della separazione. Meno di un mese più tardi, con Gianna, Pietro, Pierluigi e Mariolina, ci sarà an­che Laura. 

XIX

UN MOMENTO FELICE

Il sabato 18 luglio Gianna, festante, comunica all'ami­ca Mariuccia che, tre giorni prima, il 15, le è nata un'altra bambina.

«Non so, Mariuccia carissima, se avrai già ricevuto la partecipazione. Mercoledì mattina, alle otto e un quarto è nata Lauretta. Non puoi immaginare la nostra gioia, pri­ma di tutto perché, grazie a Dio, è andato tutto bene; poi perché è bella, buona, sana e infine perché è una bambi­na, e io desideravo proprio una sorellina per Mariolina. So per esperienza quanto sono preziose le sorelle, e così il Signore ha esaudito le mie preghiere. Ho continuato im­perterrita la mia gravidanza sino all'ultimo e con i miei soliti dieci giorni di ritardo. Ora sono qui con la mia Lau­retta tanto buona. In questi tre giorni di vita, dorme, suc­chia un po' da me e non piange quasi mai. Mi spiace non potertela far vedere, ma è bruna, anzi nera di capelli (ne ha più lei che Mariolina a un anno e mezzo), occhi chiari e pesava, alla nascita, kg 3,950. Un faccino piuttosto ova­le, assomiglia più a Gigetto che alla `popa'. Questa sera aspetto i miei due tesori che già da quindici giorni sono a Courmayeur. Ogni giorno mi telefonano perché quest'an­no ho potuto avere il telefono in villetta, e sono felicissi­mi di venire a conoscere la "sorellina nuova" (perché così la chiama Pierluigi). Ieri sera poi voleva che gliela man­dassi al telefono: "voglio parlare con la mia sorellina". Sono curiosa di vedere questa sera la sua espressione e quello che farà vicino alla culla. Ha già detto che botte alla "po­pa" nuova non gliene darà; alla "popa" vecchia invece, sì».

Rileggo queste poche righe insieme all'ing. Molla. Alza gli occhi dal foglio sorridendo: sono parole che lo riporta­no a un momento molto felice della sua vita.

«Poco dopo il mio rientro dall'America, Gianna non po­teva farmi regalo più grande».

Rimane un attimo in silenzio, quasi a rivivere quel tem­po così lontano ma mai dimenticato.

Siamo nel mio studio e Pietro Molla è venuto a trovar­mi con una borsa piena di lettere e documenti preziosi. Gli sono infinitamente grata per il suo supporto a questo mio lavoro di ricerca attorno alla vita di Gianna. Senza la sua collaborazione non avrei assolutamente avuto la pos­sibilità di ricostruire, nel modo più corretto possibile, l'im­magine di sua moglie. Ma con il suo aiuto, poco alla volta Gianna mi si manifesta in tutta la sua semplicità e anche nella sua concreta umanità.

Pietro Molla sfoglia carte e carte: tutte rigorosamente catalogate. È molto disponibile nei miei confronti. Talvolta, indicandomi un documento la sua voce s'incrina legger­mente. Ma è solo un attimo, durante il quale io cerco di non guardarlo per non far crescere il suo turbamento.

È stato bello, ma anche difficile lavorare con lui. Spes­so ho avuto l'impressione di scavare impietosamente in un mondo che gli appartiene tutto intero. A lui e ai suoi figli. Ma spesso ho anche avuto l'impressione che mi fosse gra­to per questo sforzo al quale l'ho costretto. Al quale ha aderito con grande partecipazione. E io, da parte mia, credo di avergli «restituito» un poco la sua Gianna, fissandone i «contorni» con amore.

«Il 31 luglio - Pietro ricorda - siamo saliti a Cour­mayeur, nella nuova casa, una villetta tra i prati, che ave­vo affittato al Verrand. Una zona bellissima, a quel tem­po ancora abbastanza isolata dal paese, non piena di co­struzioni come adesso. Pierluigi e Mariolina erano già in montagna da parecchi giorni. Gianna ha potuto così raggiungere i suoi due bambini portandosi appresso l'ultima arrivata. Insieme abbiamo trascorso giornate indimentica­bili. Sono riuscito a fermarmi con la mia famiglia tutto per il mese di agosto e Gianna è tornata a Ponte Nuovo, con i piccoli, solo alla fine di settembre. Stavano molto bene: l'aria dell'alta montagna sembrava fatta apposta per loro. Gianna allattava Laura e si occupava dei due "grandi" con tutto l'affetto possibile, attenta a prevenire le comiche sce­ne di gelosia di Pierluigi. Mariolina era troppo contenta di avere una sorellina per farsi simili problemi. Per lei Lau­retta era una bambola "vera", con cui giocare, con una certa precauzione, perché non si rompesse. Insieme face­vano lunghe passeggiate nel verde dei boschi, proprio di fronte al Monte Bianco. Quando io non ero con loro Gian­na caricava i bambini sulla sua macchina e, con Savina e con zia Zita, li portava sulle rive di un torrente per la me­renda. Pierluigi, in queste occasioni, si divertiva un mon­do a gettare sassi nell'acqua e Mariolina, che lo imitava in tutto, cercava di fare altrettanto. La nostra era una vi­ta tranquilla. A settembre sono tornato in fabbrica ma, ogni fine settimana, andavo a trovare i miei cari e, per noi, era una gran festa. A Mesero, l'ambulatorio era stato di nuovo affidato alle cure di Ferdinando e questo lasciava tranquilla Gianna che, pur da lontano e molto occupata, non si dimenticava certo dei suoi ammalati».

Dopo il ritorno a Ponte Nuovo Gianna organizza la sua vita cercando di trovare spazio per tutto: per Pietro e per i bambini, per la conduzione della casa e per i suoi impe­gni di medico. Talvolta il marito, che la vede sempre tan­to indaffarata, le chiede se non sia il caso di rinunciare alla professione ma lo sguardo con il quale Gianna reagi­sce a queste affettuose preoccupazioni, lo dissuade dall'in­sistere.

«Ti prometto - gli dice un giorno sua moglie - che quando avremo dato un fratellino anche a Pierluigi... smet­terò di fare il medico, anche se mi spiace, e farò solo la mamma».

Gianna, che s'avvicinava ai quarant'anni, sognava in­fatti di avere presto un altro bambino. «Siamo vecchi - scherzava di tanto in tanto - e bisogna fare in fretta...».

«Sia io che lei - dice Pietro Molla - venivamo da fa­miglie numerose e mia moglie aveva sempre desiderato di avere almeno quattro bambini. Di vederli crescere tutti insieme. Bravi e buoni».

Scorrendo la documentazione che ho raccolto, trovo una testimonianza di Pietro Molla, scritta nell'aprile del '73. Si riferisce appunto ai pochi anni di matrimonio che i due sposi hanno avuto la possibilità di condividere.

Ne stralcio alcuni paragrafi che mi sembrano significa­tivi. In essi l'ing. Molla rivive anni che hanno segnato pro­fondamente la sua esistenza: «Voglio ora ripensare, Gian­na, in un colloquio diretto con te, fra terra e cielo, i mo­menti più espressivi della nostra vita, del nostro primo in­contro, nel lontano 1949. Voglio esprimerti i sentimenti, le speranze e le certezze che la tua vita, le tue virtù, il tuo eroico sacrificio continuano ad alimentarmi. Dal mattino del nostro matrimonio cominciò per noi la pienezza della nuova vita: tutto un succedersi di giorni di gioie ineffabili e di serenità luminosa, di trepidazioni e di sofferenze. Il tuo sogno ineffabile di sposa era quello di avere bambini, tanti, bravi e buoni.

Nasce Pierluigi e la tua gioia di madre è piena e perfetta. Tale gioia si rinnova con la nascita di Mariolina e poi di Lau­retta. In ogni attesa, quanta preghiera, quanta fiducia nella provvidenza, quanta fortezza nelle sofferenze! A ogni na­scita, un inno di ringraziamento al Signore. Hai voluto che, appena terminata la cerimonia del santo Battesimo, ciascu­no dei nostri bimbi fosse consacrato e affidato alla partico­lare protezione della Madonna del Buon Consiglio.

Appena in età, hai voluto Pierluigi fanciullo di Azione Cattolica e Mariolina "Piccolissima" nella stessa Azione Cattolica. E godevamo con pienezza di gioia i nostri bim­bi, vivevamo per essi e ne eravamo tanto orgogliosi.

E tu continuavi a possedere la gioia della vita, a godere l'incanto del Creato, i monti e le loro nevi, i concerti di musica sinfonica e il teatro, come nella tua giovinezza e nel periodo del nostro fidanzamento.

In casa eri sempre operosa: non ti ricordo una sola vol­ta in ozio e nemmeno in riposo nelle ore diurne, se non per indisposizione. Nonostante gl'impegni della nostra fa­miglia, hai voluto continuare la tua missione di medico a Mesero, soprattutto per l'affetto e la carità che ti legava­no alle giovani mamme, ai tuoi "vecchi", ai tuoi "amma­lati cronici".

E quante cure affettuose per i bambini della Scuola Ma­terna, dell'Asilo Nido e delle Scuole elementari e per il Consultorio delle mamme a Ponte Nuovo.

I tuoi propositi, i tuoi atti, erano sempre in piena coe­renza con la tua fede, con lo spirito e l'opera di apostolato e di carità della tua giovinezza, con la piena fiducia nella Provvidenza e con il tuo spirito di umiltà. In ogni circo­stanza ti richiamavi sempre e ti affidavi alla volontà del Signore.

Ogni giorno, lo ricordo, avevi sempre la tua preghiera e la tua meditazione, il tuo colloquio con Dio, il tuo rin­graziamento per il dono ineffabile dei nostri meravigliosi figlioli. Ed eri tanto felice». 

XX

UNA BELLISSIMA NOVITA’

Le giornate trascorrono veloci in casa Molla, tra i bam­bini che crescono e le quotidiane occupazioni di Gianna e di Pietro. È di nuovo estate e Gianna riparte con i suoi piccoli per Courmayeur. Ancora una volta Pietro può tra­scorrere tutte le sue vacanze con loro. Ancora una volta, vivono la gioia di una famiglia che si vuole un gran bene.

Nel dicembre dello stesso anno 1960, Pietro deve re­carsi di nuovo all'estero per lavoro e desidera che Gianna faccia questo viaggio con lui. Affidati i bambini alla zia Zita e a Savina, la sera del 10, marito e moglie prendono il vagone letto diretti in Inghilterra. Il loro viaggio prose­guirà poi verso l'Olanda. Una bellissima occasione per stare insieme e vedere posti nuovi, conoscere persone nuove.

Tutti i giorni Gianna telefona a casa per avere notizie di Pierluigi, di Mariolina e di Lauretta. Va tutto bene e lei può godersi questa imprevista vacanza. Scrive al fra­tello Enrico comunicandogli le sue sensazioni:

«Da Londra, ogni giorno, mi spostavo o col treno o con la macchina nelle varie cittadine, e così sono stata lungo il Mar del Nord, a Norwich, a Great Yarmouth e ho po­tuto farmi un'idea di questi posti, delle loro usanze, della loro vita. Da Londra, in aereo, in solo un'ora e dieci mi­nuti, sono giunta ad Amsterdam, città tutta attraversata da caratteristici canali.

Da Amsterdam, in treno, ieri sera, 16 dicembre, sono giunta all'Aia. Domani sera, 18 dicembre, o al massimo lunedì torneremo dai bambini e con loro ci prepareremo al Santo Natale».

Subito dopo le festività di fine anno, nel gennaio e feb­braio del '61, Gianna trascorre un altro lungo periodo tra le nevi di Courmayeur, ma quando torna a casa, alla Saffa si stanno vivendo i giorni duri degli scioperi, e Pietro Molla è sempre più coinvolto in lunghe, estenuanti riunioni sin­dacali. Le manifestazioni che si svolgono al di là dei can­celli della fabbrica, vengono vissute con apprensione an­che all'interno della casa in cui abita l'ing. Molla. Gianna ne segue infatti gli sviluppi: sa che per suo marito queste agitazioni sono causa di altre fatiche poiché sulle sue spal­le grava la responsabilità principale dell'andamento del­l'azienda.

Quando finalmente la situazione si rischiara e gli scio­peri hanno termine, Gianna si sfoga, per lettera, con la sorella Virginia e non riesce a dominare una dura polemi­ca; anche lei ha sofferto per le tensioni di quel periodo: «Qui, dopo tre mesi di sciopero, è tornato da venti giorni tutto normale. Come si vede che non c'è miseria; perdere tante ore di lavoro così, per niente. Pietro non ne poteva più: doveva continuamente reagire per non arrabbiarsi, e dopo tutto quello che fa per loro, ricevere fischi e roba del genere. Ora gli operai lavorano e sono tranquilli: spe­riamo. Da mercoledì Pietro è in Germania e la settimana ventura andrà a Parigi, poi Londra e così via.

Cara Giniona, io sono sempre felice con Pietro, con i nostri tre magnifici bambini e ne ringrazio tanto il cielo. Desidererei tanto un altro figlio, ma proprio non arriva, pur mettendoci tutta la nostra buona volontà. Come lo spie­ghi, tu? Che peccato! Prega per me, perché il Signore mi esaudisca».

D'estate la villa al Verran di Courmayeur accoglie di nuo­vo la piccola famiglia. Gianna si gode pienamente i suoi tre bambini che hanno ormai, rispettivamente, quattro anni e mezzo, tre anni e mezzo e quasi due anni.

La sera del 27 giugno, mentre finalmente Pierluigi, Ma­riolina e Lauretta dormono, Gianna scrive al marito:

«Carissimo Pietro, adesso tutto è silenzio. Caro Pietro, che bello poter star con loro giorno e notte, e seguirli e goderli. Ca­pisco come possa spiacerti quando, tornando a casa la sera, non li puoi godere un po'. A loro poi non sembra vero avere la loro mamma vicina e tutta per loro. Gigetto poi, forse perché co­stretto prima all'asilo, ora non fa che chiamarmi e vorrebbe che fossi tutta per lui. Sono proprio tre tesori. Peccato che manchi il mio quarto grande tesoro, il mio amatissimo e affettuosissi­mo Pedrin. Ti penso tante e tante volte e ti sono vicina con il cuore e con la preghiera. Non stancarti troppo».

In queste parole riemerge la sua continua, grande preoc­cupazione.

Alcuni giorni più tardi, dall' 11 al 18 luglio, Gianna ac­compagna di nuovo il marito in un suo viaggio di lavoro, in Danimarca e Svezia, i paesi che aveva già conosciuto attraverso le lunghe lettere di Pietro, immediatamente pri­ma che si sposassero. Questa volta vedrà con lui i luoghi che tanto l'avevano incuriosita. Subito dopo il ritorno in Italia, riparte per Verran di Courmayeur. L'attendono al­tri giorni pieni da passare con i suoi bambini. L'attende anche la gioia di un lungo periodo in compagnia di Ma­riuccia e dei suoi figli. L'amica infatti è riuscita, per la prima volta, a combinare la vacanza insieme a lei, accettando l'in­vito che Gianna le faceva da tanto tempo.

Le due donne e la loro allegra tribù formano una gran­de famiglia piena di voglia di godere la montagna e i suoi paesaggi mutevoli. E trascorrono ore e ore raccontanbdosi di loro, dei loro progetti.

Proprio in queste settimane Gianna s'accorge di aspet­tare finalmente il suo quarto figlio.

E questa è una bellissima novità. 

XXI

FRA TENSIONI E SPERANZE

Ho già scritto di quanto Gianna sperasse avere, al più presto, un altro bambino. Quando finalmente si rende con­to che il suo desiderio sta per realizzarsi, prova una gioia immensa.

Le giornate a Courmayeur, in compagnia della sua più cara amica, sono infatti molto liete. Vissute con entusia­smo e con una carica di allegria che Mariuccia Parmeggia­ni ricorda con particolare rimpianto. Gianna sta molto be­ne. Fa lunghe passeggiate tra i boschi. Si gode i suoi figli e l'amicizia di Mariuccia. Pietro, non appena gli è possibi­le lasciare la fabbrica, raggiunge la sua famiglia: vuole es­sere vicino a Gianna, a Pierluigi, a Mariolina e a Lauret­ta. È un periodo spensierato e felice.

La gravidanza non sembra dare alcun problema partico­lare sino a quando, un giorno, Gianna s'accorge di qualche cosa che non va: ha la sensazione di un gonfiore anomalo dell'addome. Di un «qualche cosa» che non le sembra natu­rale. Ne parla con il marito. Gli spiega che, forse, si tratta di una cisti ovarica. Pietro le consiglia un ritorno immedia­to a Magenta e un controllo da parte di Ferdinando.

Gianna organizza il tempo della sua assenza: lascia i suoi bambini affidati alle cure di Mariuccia e di Savina. È tran­quilla. Sa che sono in buone mani e spera di poter tornare tra di loro nel giro di pochissimi giorni.

Con Ferdinando Beretta che l'ha assistita con amore, ricostruisco quei giorni improvvisamente difficili.

«Visitata mia sorella, mi sono subito reso conto che, ac­canto all'utero, stava crescendo un grosso fibroma che, tra l'altro, cominciava a darle coliche sempre più dolorose. D'urgenza, l'ho fatta sottoporre a una nuova visita, que­sta volta dal professor Mario Vitali, il quale ha conferma­to la mia diagnosi e ha consigliato un intervento tempesti­vo. Al momento dell'operazione si sarebbe potuto giudi­care meglio la situazione. Comunque, essendo Gianna me­dico essa stessa, il professore le prospettò con chiarezza anche tutti i rischi ai quali sarebbero andati incontro sia lei che il bambino che, da poco più di due mesi, si portava in seno». Inizia proprio in questo momento quella parte eroica della vita di Gianna Beretta Molla che l'avrebbe con­dotta al compimento del suo sacrificio, i mesi strazianti, fatti di speranza ma anche di tensioni, sia pure celate nel profondo del cuore, che si sarebbero conclusi il 28 aprile 1962, il primo sabato dopo Pasqua, con la sua morte. «Ri­cordo di aver discusso a lungo con Gianna - dice ancora commosso Ferdinando Beretta -; mi ascoltava con pazien­za e con interesse, ma manifestava, decisamente, una sola preoccupazione: che le venisse salvata la gravidanza. E fu questa la richiesta che espresse anche al professor Vitali quando, alcuni giorni dopo, venne sottoposta all'intervento chirurgico». Era il 6 settembre.

Nella relazione clinica stesa da Ferdinando Beretta che, con il prof. P. Stradella era in sala operatoria, si legge: «Dopo due mesi di gestazione, compare una sintomato­logia dolorosa a tipo minaccia d'aborto, con lieve metror­ragia, subito domata con antiemorragici e sedativi uteri­ni. Non espletandosi l'aborto e aumentando sempre più la sintomatologia dolorosa, il chirurgo ginecologo decide la laparatomia.

Prima dell'intervento, presenti il professor Vitali, il ma­rito e il sottoscritto, la paziente non esitava ad anteporre la vita della sua creatura alla propria, quasi presaga di quan­to sarebbe avvenuto, e pregava il chirurgo di ispirarsi, du­rante il suo intervento, a questo suo desiderio.

All'apertura del cavo addominale si riscontra una gros­sa massa di fibroma uterino sieroso, situato tra la parete posteriore uterina e la laterale destra, in parte intramura­le e in parte sottosierosa. Con mano sapiente il chirurgo asporta la grossa massa neoplastica, praticando una cor­retta emostasi, senza ledere la cavità uterina, suturando i bordi della ferita chirurgica con cura, così da permettere la continuazione della gravidanza, contrariamente alla pras­si normale della demolizione totale, del resto giustificata, onde evitare ulteriori e gravi rischi della madre. Una su­tura praticata sull'utero i primi mesi di gravidanza, spesso cede con secondaria rottura dell'utero e pericolo mortale immediato per la paziente, al quarto, quinto mese di ge­stazione, nozione ben nota alla dottoressa Gianna.

Preoccupati per la vita della gestante, ci si augurava che si verificasse un aborto spontaneo nel decorso post­operatorio; infatti vi fu un'ultima minaccia d'aborto a cir­ca tre settimane dall'intervento».

Gianna, da parte sua, non appena in grado di farlo, scrive all'amica Mariuccia:

«... E ora ti dirò bene cosa mi è successo. Martedì, visi­tandomi Nando, ha trovato che, oltre alla gravidanza, c'era una tumefazione piuttosto grossa. Abbiamo pensato a una ciste dell'ovaia. Sono stata dal professor Vitali e anche lui ha confermato il nostro dubbio, però ha detto che non più tardi di quindici giorni dopo sarebbe stato meglio toglier­la. Avevo già deciso di tornare a Courmayeur il giorno dopo senonché, al mattino, comincio ad avere un po' di emor­ragia. Subito a letto, iniezioni, borsa di ghiaccio, e così l'emorragia è cessata, ma non fu necessario fare il raschia­mento. Siccome il vomito persiste, anche il professore di­ce che può darsi sia stata solo una minaccia di aborto e che quindi la gravidanza continui. Però, anziché aspetta­re, è meglio fare subito l'operazione; così hanno deciso per la settimana ventura.

Cara Mariuccia, puoi immaginare quello che provo in questi giorni; come il mio cuore e il mio pensiero sia sempre rivolto ai miei carissimi tesori. Ho fiducia nel Signore e nella Madonna della Guérison. Fa' pregare i miei "po­pi". La Madonna ascolta sempre le preghiere degli inno­centi.

Alla Savina tanti tanti saluti e grazie per quello che fa per i bambini. A te, Mariuccia, i bacioni più affettuosi e un grazie di cuore. Ai miei tesori e ai tuoi "popi", bacioni grossi grossi dalla loro mammina».

Otto giorni dopo l'intervento, Gianna le scrive ancora: «Carissima Mariuccia, oggi senza i punti che mi tirano, posso scriverti e rispondere alla tua carissima. Grazie in­finite ancora per quello che fai per i miei tesori, che sono certa hanno trovato in te una seconda mamma, affettuosa e premurosissima. Ho solo il timore, e ciò mi spiacerebbe tanto, che tu ti stanchi troppo.

Ho sentito da Pietro che anche i tuoi "popi" comincia­no a sentire il vantaggio dell'aria di Courmayeur e sono proprio contenta che mangino con appetito.

Spero che anche Gian Piero possa fermarsi qualche gior­no a tenerti compagnia e a godere la sua famigliola. Non fare complimenti, Mariuccia, decidi tu, se preferisci rima­nere ancora sino a domenica 24, rimani pure...

Il professore non ha ancora detto niente di quando mi lascerà in libertà. Come operazione tutto bene, teme an­cora per l'aborto e vuole stare a vedere qualche giorno. Non appena me lo dirà ti avviserò. Però fare un viaggio a Courmayeur, anche a metterci tutta la buona volontà, non me la sento proprio, sarebbe un'imprudenza, giacché tutto è andato bene.

Ciao Mariuccia, vivi felice, che presto potremo rivederci. I bacioni più belli a tutti i bellissimi "popi". A te un forte abbraccio».

Alla lettera all'amica, Gianna unisce anche alcune pa­role per i suoi bambini:

«Carissimi miei tesori, papà vi porterà tanti bei bacioni

grossi; vorrei tanto poter venire anch'io, ma devo stare a letto perché ho un po' di bibi. Fate i bravi, obbedite alla Mariuccia e alla Savina. Pierluigi che è il maggiore, faccia giocare le sue sorelline, senza bisticciare. Mariolina che è la "maggiore", sia buona e compiacente con Lauretta.

Vi ho qui nel cuore e vi penso ogni momento. Dite un'A­ve Maria per me, così la Madonnina mi farà guarire pre­sto, e potrò tornare a Courmayeur e riabbracciarvi e stare sempre con voi. Con tanto affetto vi bacia e vi abbraccia la vostra mamma».

Dall'ospedale Gianna scrive anche ad Enrico e a Zita. «Caro Padre Alberto, vado migliorando ogni giorno. Così spero proprio che la Madonna mi aiuti a portare a termi­ne la gravidanza». E a Zita: «Se nasce un maschietto si chiamerà Enrico e chissà che non diventi un don Enrico». Tra le tante visite che riceve in ospedale, una delle più gradite è certamente quella di Madre Ada Deitinger. A lei confessa, in un impeto di amore:

«Ho sofferto molto, ma sono felice perché la maternità è salva. Mi auguro che nasca un maschietto e vorrei che divenisse un don Enrico, nome di battesimo del mio fra­tello missionario».

Dimessa dall'ospedale, Gianna torna alla sua casa, tra i suoi bambini che nel frattempo sono rientrati da Cour­mayeur. Poco alla volta si ristabilisce completamente e ri­prende, senza sosta, la sua abituale vita di famiglia e di lavoro.

Ogni giorno va all'ambulatorio di Mesero, per visitare i suoi ammalati. Spesso, nel pomeriggio, carica i suoi pic­coli in macchina e «passa» da Magenta per affidarli a Zi­ta. I piccoli sono felici: vogliono molto bene a questa zia tanto paziente e affettuosa con loro. È bello, nel tiepido autunno lombardo, giocare nel grande giardino della casa dei nonni, correre tra i filari della vigna e raccogliere gli ultimi fiori da donare alla mamma.

«In quei mesi - ricorda ancora Mariuccia Parmeggiani - ci siamo viste di frequente. Ci volevamo tanto bene. Non ci sono più, oggi, amicizie così belle».

«Quanto bene ha fatto la mia signora» - dice Savina Passeri.

Sono andata a cercarla nella casa in cui vive da quando si è sposata. Ha sempre «dentro» un ricordo vivissimo de­gli anni che ha trascorso con la dottoressa e la sua famiglia. «Al mattino restava in casa con i bambini e con me. Al po­meriggio, ogni giorno, andava all'ambulatorio. Era una gran brava persona, la mia signora. Sempre contenta. Nonostante la confidenza che, con il tempo, si era creata tra di noi, non mi ha mai fatto capire niente del dramma che stava viven­do. Quando era in casa, mi aiutava sempre. Ricordo che poco prima di entrare in clinica ha rimesso in ordine, in modo preciso, tutto quanto aveva. Ha sistemato i cassetti degli armadi. Ha fatto con me le pulizie generali, anche se non erano in programma. Io mi chiedevo cosa le fosse ve­nuto in mente. Solo quando è morta, ho pensato che, for­se, lei sentiva che, dopo la nascita del bambino che aspet­tava, non sarebbe più tornata a casa. Io non avevo capito proprio niente. Prima di andare in ospedale mi ha detto solo: "Ti raccomando i bambini". Era tranquilla, o alme­no così mi sembrava. Aveva lavorato sino all'ultimo gior­no. La sua professione le piaceva molto e poiché aveva la possibilità di poter contare su di me (e se io non "basta­vo", poteva chiamare anche un'altra domestica), era con­tenta di poter continuare ad aiutare i suoi vecchietti. Di poter aiutare le mamme a crescere i loro piccoli. Non lo faceva certo "per il suo lusso": si sentiva, molto semplice­mente, come noi. Era sempre in ordine, d'accordo, ma avrebbe potuto avere molto di più di quel che aveva. Ha aiutato molta gente con i soldi che guadagnava. Io lo veni­vo a sapere da cose che si dicevano in giro. Lei non ne par­lava mai. È sempre "andata" anche alle chiamate notturne dei suoi pazienti. Solo verso la fine della gravidanza ha chie­sto talvolta al fratello di sostituirla».

Per quanti anni è rimasta in casa sua?

«Praticamente durante tutto il tempo del suo matrimo­nio. Avevo cominciato a lavorare dai signori Molla quan­do avevo diciannove anni. Non sapevo fare molto, ma la signora Gianna non mi ha mai sgridato. Era molto paziente. Se qualche volta alzavo la voce con i bambini, perché si facevano i dispetti tra di loro, la signora mi pregava di es­sere più calma: "Sono piccoli"; mi diceva. "Bisogna inse­gnargli a star buoni, senza gridare". E lei era giusta con i suoi figli. Sapeva correggerli quando combinavano qual­che marachella».

Non si è mai resa conto che la sua signora fosse preoccupata per la sua gravidanza?

«Assolutamente! L'ho sempre vista contenta. Anche ne­gli ultimi mesi della sua vita. Non si lamentava mai. Ri­cordo che spesso, appena rientrata dall'ambulatorio di Me­sero, era chiamata a Ponte Nuovo per visitare un bambi­no che stava male: non ha mai detto di no a nessuno. An­che se era evidentemente stanca morta. La sua giornata era lunga sa?

Cominciava al mattino, molto presto, quando la signo­ra andava a Messa nella chiesa a Ponte Nuovo. Tornata a casa, svegliava i bambini e faceva colazione con loro. Ma non si occupava solo dei suoi piccoli, aiutava anche me nelle faccende domestiche... anche quando ormai era al termi­ne della sua gravidanza ed era tanto "grossa". Era la mia "padrona" ma per me è sempre stata come un'altra mam­ma. Sono rimasta nella sua casa sino a quando mi sono spo­sata, alcuni mesi dopo la sua morte. Mi è tanto spiaciuto lasciare la sua famiglia. Ho voluto tanto bene a tutti, in quella casa. Quanto bene - conclude - ha fatto anche ai miei fratelli, ai miei genitori. Quanto ci ha aiutato! Le sarò sempre riconoscente, anche se adesso lei non c'è più». 

XXII

GIANNA EMANUELA

Gianna, con il suo trepidante segreto, ma anche con la sua immensa speranza nell'aiuto di Dio, conduce, giorno dopo giorno, la solita vita. Tutti coloro che in quei lunghi sette mesi di attesa, dopo l'intervento chirurgico, hanno occasione di avvicinarla, non notano in lei alcun cambia­mento apparente. Neppure la sua amica Mariuccia, con cui continua a scambiare frequenti visite. Le due giovani donne attendono entrambe un bambino, e questo, se possibile, le rende ancora più amiche.

«Solo una volta ho provato una sensazione strana - ri­corda Mariuccia Parmeggiani - quasi un presentimento che mi ha turbato. Ma ho allontanato subito quella fasti­diosa impressione».

Sono nella sua bella casa di Besnate Ticino. È una gior­nata piovosa e gli alberi del prato hanno un'aria molto tri­ste. Mariuccia Parmeggiani sfoglia con attenzione alcuni album di fotografie alla ricerca di immagini felici del tem­po in cui i bambini, i suoi figli e quelli di Gianna, erano piccoli e giocavano insieme.

«Mancavano pochi giorni al termine della sua gravidan­za - continua - eravamo d'accordo che sarebbe venuta a trovarmi e avevo preparato una buona merenda per tut­ti. È arrivata con la sua macchina fin dentro il giardino e ha parcheggiato sotto casa. Ha fatto scendere i piccoli e poi è scesa anche lei. Appena entrata, mi ha chiesto di recarsi al piano superiore: doveva prendere non so più co­sa. Dino, mio figlio maggiore, era seduto, come spesso gli piaceva fare, su un gradino della nostra scala interna. "Do­ve vai, zia Gianna?" - le ha chiesto. "Sopra, ma torno subito" - gli ha risposto. Poi, improvvisamente, s'è fer­mata. Gli ha accarezzato i capelli e: "Forse sono le ultime volte che vedi la zia Gianna" - gli ha detto.

«Perché - mi sono chiesta infinite volte - aveva det­to quelle parole, e proprio a un bambino? Voleva forse, indirettamente, comunicarmi una pena che non aveva il coraggio di confidarmi?».

Una delle testimonianze più autentiche di quel perio­do, viene, ancora una volta, dal marito. Riporto perciò, di seguito, alcune frasi tolte dai suoi Ricordi, scritti per tener vivo nel cuore dei figli la memoria della loro mam­ma, così come Pietro Molla, meglio di chiunque altro, l'a­veva conosciuta.

«Con impareggiabile forza d'animo e con immutato im­pegno, hai continuato la tua missione di madre, di medico sino agli ultimi giorni della gestazione.

Pregavi e meditavi.

Ricordo che l'abituale tuo sorriso e l'abituale tua sere­nità per la bellezza, la salute, la vivacità dei nostri bimbi erano molte volte velati da una intima preoccupazione.

Temevi e trapidavi che la tua creaturina in seno potes­se nascere sofferente. Pregavi e pregavi perché così non fosse.

Più volte mi hai chiesto venia se mi eri di preoccupa­zione. Mi dicesti che mai come allora avevi bisogno di amo­revolezza e di comprensione. Non una parola da parte tua a me, in tutti quei lunghi mesi, sulla tua consapevolezza, come medico, di quanto ti attendeva. E questo, certamente, per non farmi soffrire di più.

Mi preoccupava quel tuo silenzioso riordinare per gior­ni e giorni, ogni angolo della nostra casa, ogni cassetto, ogni oggetto personale, come per un lunghissimo viaggio. Ma non ho osato chiederti nulla o chiederti il perché». Nell'aprile del 1973, mentre si stava istruendo, a Milano, la pratica per la beatificazione di Gianna Beretta Molla, al marito è stato proposto, ufficialmente, di stilare un pro­filo delle virtù della moglie.

Pietro Molla attribuisce il comportamento di Gianna a una carità vissuta in modo eroico. Scrive infatti:

«Hai compiuto il tuo gesto per la carità, la responsabili­tà materna, per il sommo rispetto che tu nutrivi per quel­la gravidanza, per quel bimbo che tu avevi in seno e che per te aveva gli stessi diritti intoccabili delle altre gravi­danze, degli altri bimbi che avevi avuto e che potevi ave­re in futuro: tutti dono di Dio.

Nei mesi successivi all'intervento, quanto hai sofferto senza un lamento! Quanto pregare perché il bimbo nascesse sano e normale e fosse salva la sua, la tua vita.

È stata la tua piena fiducia nella Provvidenza del Signo­re, la certezza nell'efficacia della preghiera, il tuo abban­dono alla volontà del Signore, a darti forza e sostegno in quella lunga e preoccupantissima attesa.

Tu amavi i nostri tre carissimi bambini non meno di quanto amavi la creatura che portavi in seno.

Tu per mesi e mesi, hai pregato e pregato il Signore, la Madonna e tua madre perché il diritto e la garanzia alla vita della creaturina in seno non richiedesse il sacrificio della tua vita e conservasse te ai nostri bambini e alla no­stra famiglia.

Nello stesso tempo, se la volontà del Signore era diver­sa e se non fosse stato possibile salvare entrambe le vite, quella del bimbo e la tua, tu hai chiesto esplicitamente a me che fosse salva la vita del bimbo.

Con quella tua decisione, offrivi l'olocausto della tua vi­ta. E offrivi questo olocausto con lo strazio di sposa e di madre che deve lasciare bimbi e famiglia e quanto di più caro le abbia donato Iddio. Lo offrivi chiedendo alla pie­nezza della tua fiducia nella Provvidenza, alla tua umiltà, al­la preghiera, alla fede, che ti fosse tolto il timore e il dubbio che il tuo sacrificio fosse un atto di ingiustizia verso i bim­bi che lasciavi orfani e verso la nostra famiglia e verso me.

Non avresti compiuto un atto di carità eroica per salva­re la vita della tua creatura in armonia con la volontà di Dio, se tu lo avessi potuto considerare un atto di ingiusti­zia verso i nostri tre bimbi, verso di me e verso te stessa e, di conseguenza, verso le leggi morali che per te erano tutt'uno con le altre leggi del Signore; se lo avessi consi­derato un atto contrario alla carità che dovevi ai nostri tre bimbi.

Tu consideravi il dovere tuo materno di allevare, edu­care e formare i nostri bimbi non meno grave del dovere di garantire la loro venuta alla vita dopo il loro concepi­mento. Tu sapevi bene che l'apporto materno nell'alleva­re, educare e formare i nostri figli non aveva uguale ma nella tua umiltà e, soprattutto, nella pienezza della tua fi­ducia nella Provvidenza, hai acquisito la persuasione di non compiere un atto di ingiustizia e di mancanza di carità verso i nostri tre bimbi, perché la Provvidenza non avrebbe po­tuto non supplire alla mancanza della tua presenza visibi­le; di non compiere atto di ingiustizia e mancanza di cari­tà verso di me perché rettamente tu mi consideravi nel do­vere di accettare la volontà del Signore non meno di te e perché sapevi che io, pur nello strazio, condividevo la tua fede e non contrastavo l'eroismo della tua carità».

A questa testimonianza di Pietro Molla, fa eco quella di Madre Emma Ricetti, canossiana che ha lasciato scritto: «Quando la maternità le impose sofferenze e rischi, seguì la via retta e santa che non conosce compromessi, sicura dell'aiuto di Dio, pronta a ogni sacrificio.

Questa generosità la preparò all'eroismo finale, tanto più significativo e vero in lei che, come medico qualifica­to e di rara competenza, conosceva tutti i rischi e la mini­ma o quasi nulla possibilità di salvare se stessa se persiste­va nel voler salvare la sua creatura. E persistette senza du­bitare mai, sicura della sua offerta, pronta al sacrificio an­che se lo sentiva in tutta la sua profondità».

Il 20 aprile, nel pomeriggio, Pietro Molla accompagna sua moglie all'ospedale di Monza. Gianna è serena e non si mostra per niente preoccupata.

Savina ricorda d'averla vista uscire di casa con il mari­to. Ricorda la sua ultima raccomandazione, sempre la stes­sa: «Sta' attenta ai bambini». Pierluigi, Mariolina e Lau­retta sono eccitati: la mamma tornerà con un altro fratel­lino o con un'altra sorellina nuova. Gianna sa di essere giun­ta alla conclusione di una lunga sofferta strada sulla quale s'era incamminata con tanta consapevolezza e raggio. Ma è piena di speranza.

Giunta all'Ospedale di Monza entra sicura nel secondo padiglione del Reparto di Ostetricia.

È un venerdì.

Il venerdì santo dell'anno 1962.

Dopo una notte intera di inutili tentativi di far nascere il bambino che attende mediante parto naturale, il profes­sor Vitali ritiene necessario e urgente intervenire con un taglio cesareo. Ne parla con Ferdinando. Chiede l'auto­rizzazione al marito. Pietro Molla acconsente all'intervento.

Alle undici di mattina, nasce una bellissima bambina che, per volere del padre, verrà chiamata Gianna Emanuela. Poco dopo il risveglio dall'anestesia, Gianna può strin­gerla tra le braccia. E molto provata fisicamente. «L'ha guardata con uno sguardo lunghissimo - ricorda il mari­to - in silenzio. Se l'è tenuta accanto, con una tenerezza indicibile. L'ha accarezzata leggermente. Sempre senza dire una parola». 

XXIII

IL DONO TOTALE

Agli attimi di gioia per la nascita della bambina, suben­trano ben presto, per Gianna, sofferenze tremende. I do­lori del dopo parto si fanno sempre più atroci. La tempe­ratura corporea sale, il professor Vitali e la sua équipe si prodigano per aiutarla, per risolvere le complicazioni che stanno evidenziandosi, ma con scarsi risultati.

Viene diagnosticata una peritonite settica. Si tentano tutte le terapie conosciute: antibiotici, fleboclisi, sondini. Tutto è inutile.

Gianna sta sempre peggio. Ma non si lamenta. Chiede solo che non le vengano somministrati calmanti: vuole re­stare cosciente. Trascorrono così i giorni lunghissimi del­la sua agonia.

Pietro non la lascia un istante. Di tanto in tanto le ac­carezza la fronte madida. Le stringe una mano, per farle sentire la sua presenza.

Arriva Virginia. Tra le due sorelle si svolge un dialogo fatto di coraggio e di cristiana accettazione di questa pro­va suprema. Ferdinando e la moglie, le suore dell'ospeda­le s'alternano accanto al suo letto. Viene a trovarla anche Padre Marella, che le sarà accanto sino alla fine.

Gianna invoca sua mamma. Chiede la forza di resistere a tanto male. Mormora i nomi dei suoi bambini. Sente che sta per lasciarli e si preoccupa per loro. Ma trova anche la forza di chiedere la Comunione. Di chiamare Gesù. Spes­so stringe un fazzoletto tra i denti per non urlare.

La notte del martedì sembra cadere in coma. Ma poi si riscuote dal torpore e ha, per il marito, parole struggen­ti d'amore.

Riesce a confidare alla sorella la sua pena infinita: «Gi­nia, come si giudicano diversamente le cose sul letto di mor­te. Quanto inutili appaiono certe cose alle quali si dà tan­ta importanza nel mondo».

Tra le mani stringe un crocifisso. Cerca di baciarlo. E sussurra: «Oh, se non ci fosse Gesù che ci consola, in cer­ti momenti!».

Nella piccola stanza d'ospedale in cui si sta consuman­do il suo sacrificio, Gianna rimane alla fine sola con Vir­ginia, la sorella alla quale ha voluto sempre tanto bene. Il professor Vitali infatti ha proibito ogni visita.

Gianna soffre di questo isolamento: ha l'impressione d'essere stata abbandonata da tutti. Virginia cerca di tran­quillizzarla. Di farle sentire accanto, il calore dell'affetto di suo marito che, poco lontano da loro, vive il suo dolore in silenzio, il severo volto rigato di lacrime. Di farle senti­re la forza delle preghiere piene di speranza di Zita, di Fer­dinando, di Giuseppe, di Padre Marella che, fuori dalla stanza, partecipano alle sue sofferenze. Le parla dei suoi bambini, dei tanti amici che vengono all'ospedale nel de­siderio di vederla, di avere sue notizie.

L'aiuta a pregare. Cerca di infonderle coraggio. Trascorrono, in questo modo, le lunghe ore del merco­ledì e del giovedì. Gianna è sempre più stanca ma accetta con pazienza tutte le cure che i medici continuano a prati­carle.

Pierluigi, Mariolina e Lauretta, a Ponte Nuovo, non san­no che la loro mamma sta per lasciarli per sempre. Che non tornerà più a casa a giocare con loro. Ad ascoltare il loro allegro chiacchierio.

Gianna Emanuela, protetta nella nursery del reparto di maternità, trascorre serenamente i primi giorni della sua vita. Solo quando sarà cresciuta il suo papà le insegnerà quanto la sua mamma le avesse voluto bene. E le dirà che il suo amore era stato così grande da aiutarla a raggiunger­ne il vertice, sino a donare la sua stessa vita per lei, pro­prio come Gesù ci ha insegnato nel Vangelo: «Non esiste amore più grande di quello di chi dona la sua vita per i suoi amici».

E Gianna questo dono meraviglioso aveva voluto far­glielo totalmente, esprimendo due volte, senza tentenna­menti, la sua offerta: nel settembre del '61 quando aveva chiesto che le fosse salvata la gravidanza, pur sapendo, in quanto medico, i rischi ai quali andava incontro. E pochi giorni prima, chiedendo al professor Vitali che venisse an­teposta alla sua la vita della sua creatura.

Il venerdì Gianna entra di nuovo in coma, e questa vol­ta per sempre. Pietro Molla, ricordandosi del desiderio espressogli dalla moglie di tornare nella sua casa di Ponte Nuovo, provvede a farla trasportare, in ambulanza, tra le mura che, per troppi pochi anni, l'avevano vista sposa e mamma felice.

Il sabato all'alba, Gianna varca una volta ancora la por­ta della villa rinchiusa nel recinto della Saffa. Viene ada­giata sul letto della sua camera matrimoniale. I bambini dormono nella stanza accanto. Pietro Molla non osa sve­gliarli.

Rimane solo accanto a sua moglie che si spegne, senza più un gemito, alle otto di mattina.

È i128 aprile 1962. Gianna non ha ancora quarant'anni. 

XIV

DI LEI HANNO DETTO

L'ingegnere Pietro Molla il 12 agosto 1962, in una lettera indirizzata a P. Alberto, fratello di Gianna

«... Quante altre volte mi sono seduto per iniziare a scri­verti e poi non ho avuto il coraggio di cominciare per la commozione che mi prende. Anche Gesù, che era Dio, ha pianto nella sua umanità per l'amico defunto.

In questa tranquilla cittadina di Finlandia, in mezzo a foreste e laghi, in questo pomeriggio di domenica ho pre­so coraggio di scriverti della santa mia sposa, della santa tua sorella.

Non ho mai dimenticato in questi anni le lettere e le esortazioni che ci facesti per le nostre nozze: "Scopo del­la nostra vita, soprattutto della vostra vita matrimoniale, è di farvi santi". Gianna s'è fatta santa.

La sera stessa, dopo la sua sepoltura, Padre Marella di Bologna, un santo sacerdote che, quasi novello Cottolen­go, mantiene con la Provvidenza, giorno dopo giorno, ol­tre quattrocento orfani, che conosceva Gianna e le sue vir­tù, che l'assistette in tutta la sua agonia, che ne benedisse la salma e assistette ai suoi funerali, disse al Parroco di Ponte Nuovo: "In tempi in cui la Chiesa era meno buro­cratizzata, le lacrime, le preghiere, le invocazioni, il trion­fo di fede dei suoi funerali, il martirio della sua materni­tà, avrebbero significato di per sé la sua Canonizzazione. Sì sono certo che Gianna è santa".

Ha desiderato ardentemente di dare un fratellino a Pier­luigi. Nel settembre scorso, prima dell'operazione del fi­broma, ha chiesto esplicitamente di salvarle la maternità. Qualche giorno prima del parto, così si è espressa con me: "Se dovete decidere tra me e il bimbo, salvate lui".

A mezzogiorno del Venerdì Santo è cominciato il suo Calvario e il suo martirio. Il Sabato Santo ha avuto, e noi tutti con lei, la gioia ineffabile di una nuova creatura. Do­po qualche ora, le sofferenze inaudite le facevano invoca­re ad ogni istante la sua mamma in Paradiso, pregandola di chiamarla con lei perché la sofferenza era superiore alle sue forze. Il giorno di Pasqua ancora sofferenze inaudite, e così il lunedì e il martedì dopo Pasqua. La notte del mar­tedì, la sua prima agonia, miracolosamente superata gra­zie alle amorevolissime cure di Nando e di Suor Virginia. Il mercoledì mattina, con una soavità e con una serenità che già metteva in ansia perché mi pareva pervenuta giù dal cielo piuttosto che essere terrena, mi disse: "Visto, ora sono guarita, Pietro. Ero già al di là, e sapessi che cosa ho visto. Un giorno te lo dirò. Ma siccome eravamo trop­po felici, con i nostri bimbi meravigliosi, pieni di salute e di grazia, con tutte le benedizioni del Cielo, mi hanno rimandato ancora quaggiù per soffrire ancora, perché non è giusto presentarsi al Signore senza tante sofferenze".

E io, quasi rifiutandomi di pensare e di ammettere che ella intendeva parlare di alcuni altri giorni soltanto di sof­ferenza, le risposi: "Gianna, non preoccuparti. Avremo sicuramente occasione di soffrire negli anni che verranno".

Da quel momento, ne sono sicuro, Gianna non ha mai cessato, nelle sue sofferenze, nelle sue agonie, il suo collo­quio con il Signore e la sua comunicazione con il Cielo. Ha desiderato ricevere Gesù Eucaristia, almeno sulle lab­bra, anche il giovedì e il venerdì, quando non poteva de­glutire la santa Particola. Ha ripetuto parecchie volte,con il rantolo dell'agonia: "Gesù ti amo! Gesù ti amo!". Ha cominciato la sua ultima agonia la notte del venerdì, il gior­no dell'agonia di Gesù.

È volata al cielo con i santi, il sabato mattina, il giorno sacro della Regina degli Angeli e dei Santi. Oltrepassando, miracolosamente, il parere dei medici che davano per sicuro il suo ultimo respiro appena l'avessimo caricata sull'autolettiga a Monza, resistette, nella sua ago­nia, nel lungo tormentato viaggio da Monza a Ponte Nuo­vo. Durò, la sua agonia a Ponte Nuovo, nel suo letto, ac­canto alla camera dove dormivano, sereni, i suoi tre mera­vigliosi bambini, dalle quattro del mattino, alle cinque, alle sei, alle sette e trenta, attendendo che i bimbi, come tutte le mattine, chiamassero la loro mamma. Nella stanza della loro santa mamma in agonia, arrivò la voce affettuosa dei bimbi e la parola "mamma". Rimase ancora in agonia, at­tese che i bimbi si vestissero, scendessero e partissero in auto per l'abitazione della zia Zita, e dopo qualche istan­te la mamma santa spirò, lentissimamente spegnendosi il respiro come la fiamma di una candela all'altare che lenta­mente si spegne, dopo aver emesso tutta la sua luce, sino all'ultimo bagliore, rendendo onore al Signore.

Il sabato, la domenica, il lunedì, fu tutto un intermina­bile pellegrinaggio di popolo, uomini e donne, vecchi e gio­vani, oranti, piangenti, invocanti. I suoi funerali, le sante Messe per lei: un trionfo di fede, di preghiera, di commo­zione e di esempio.

Il Parroco di Mesero, don Gesuino, in attesa che sia costruita la nostra cappella, volle che Gianna, per la sa­cra testimonianza resa alla sua fede e alla volontà del Si­gnore, accettando il martirio e donando la sua vita per la maternità, venisse sepolta sotto l'altare della deposi­zione del Signore, nella Cappella centrale del cimitero di Mesero.

Ora Gianna riposa sotto l'altare, accanto a un Santo: il mio Parroco, morto lo scorso anno che ben conosceva le virtù e l'esempio che Gianna dava a tutta Mesero. Se­polta accanto a un Santo, mentre un altro Santo, Padre O. Marella, le dava l'ultima benedizione. Ti manderò la fotografia dell'altare sotto il quale Gianna riposa e, se lo gradirai, ti manderò anche l'immagine di Gianna con il suo volto serenemente composto nel riposo eterno, mentre lei è già Santa tra i Santi del cielo.

E tu, Padre Alberto, non dimenticarmi mai, ogni gior­no, nella Santa Messa e nelle tue preghiere».

Lauretta Molla in un tema svolto il 31 gennaio 1976

Le nuvole coprivano il cielo ma lasciavano filtrare lie­vemente i raggi del sole che comunque non riscaldavano sufficientemente l'aria; una lieve brezza muoveva le gem­me appena spuntate; di qua e di là sui prati, si scorgevano mucchietti di margherite, primule e viole in modo che tutto appariva un dipinto.

Avrebbe dovuto essere una giornata piuttosto felice al­meno per altri, per me invece fu terribile.

Avevo solo tre anni e forse non capivo il significato di tutte quelle candele accese, di donne in nero e di tutti quei pianti.

La mamma giaceva sul letto, bianca e fredda come il ghiaccio. Non respirava più.

Quello che mi è rimasto più impresso è la sua immagine di vera madre, consapevole dei doveri verso la famiglia, desiderosa di dare una formazione morale e una esatta edu­cazione ai propri figli. Infatti anche se il suo lavoro la te­neva impegnata per buona parte della giornata, cercava il più possibile di rimanere con i suoi figli, che trovandosi ai primi anni di vita, avevano l'assoluta necessità della pre­senza di una madre che li guidasse e li seguisse. Svolgeva il lavoro di dottoressa con tanta cura e felicità, e le piace­va soprattutto curare i bambini, specialmente quelli più bisognosi, perché credo che anche in ambulatorio conti­nuasse le occupazioni di una madre che fra i suoi mille pen­sieri non mette in risalto solo i propri figli, ma anche tutti gli altri bambini che la circondano, bisognosi anche loro della sua assistenza.

Ricordo le bellissime vacanze in montagna trascorse in sua compagnia, quando eravamo tutti uniti, quando an­che papà poteva raggiungerci. Erano quelli i giorni più belli, in cui tutta la famiglia era finalmente unita, gioiva delle bellezze del creato, correva felice per le montagne lascian­do da parte i dispiaceri.

Non dimenticherò mai il Natale del 1961, il terzo e l'ul­timo che trascorsi in compagnia della mamma che tanto amorosamente mi aveva preparato a questo avvenimento, alla nascita di Gesù. Ancora oggi posso ascoltare la poesia che recitai quel giorno a mamma e papà. Nell'ascoltarla mi viene da ridere per il modo buffo in cui recitavo, nello stesso tempo mi assale una profonda tristezza per quei gior­ni passati e che vorrei tanto rivivere in sua compagnia.

Fra tutte le sensazioni provate, quella che ha ancora mag­gior rilievo nella mia vita è la profonda ammirazione che suscita sempre in me il pensiero di una madre che per la sua creatura ha dato la propria vita. Infatti ha preferito lasciare una esistenza gioiosa affinché la creatura che sta­va per dare alla luce potesse anch'ella provare a vivere e ringraziare Dio di tutte le sue creazioni.

Certamente ha avuto un grande coraggio e credo che poche mamme si sarebbero comportate così. Comunque sono sicura che il suo esempio, che in molti ora conosco­no, sia servito per confortare tutte quelle mamme che si sono trovate nella sua stessa situazione.

Infine posso dire di essere veramente fiera di aver avu­to una mamma di così grande coraggio, che ha saputo ve­ramente vivere come Dio desiderava, che ha servito con il suo esempio e con le sue opere l'umanità. Sento che mi è sempre vicina, particolarmente in que­sti periodi della mia formazione e che mi aiuta come se fosse ancora in vita.

S.E. Albino Luciani, Patriarca di Venezia

in un articolo pubblicato sul «Messaggero di S. Antonio» (Nell'articolo mons. Albino Luciani riporta alcune frasi del professor Pietro Bucalossi, deputato repubblicano, laicista)

«La legge dichiara che non è vita quello che invece è vita umana, frutto del concepimento, per cui non posso approvare questa normativa di liberalizzazione dell'abor­to eugenetico, forma arcaica, presente nella costituzione di Sparta, mentre uno dei dati apprezzabili del cristiane­simo è di avere assunto la difesa ad oltranza della vita. La legge sull'aborto è un manifestazione dell'egoismo umano sempre più imperante, legato ad una società che va rom­pendo tutti i vincoli di solidarietà umana e sociale». Dopo queste righe, S. Eminenza continua:

«Accanto alle dichiarazioni, e più efficace delle dichia­razioni, i fatti. Ne cito uno solo: il Cardinale Colombo, arcivescovo di Milano, ha aperto di recente il processo di beatificazione di Gianna Beretta Molla. Laureata in me­dicina e specializzata in pediatria, dopo aver dato alla lu­ce tre figli, alla quarta gravidanza le proposero un inter­vento chirurgico con questo dilemma: "C'è un fibroma: o salvare te o il tuo bambino". "Preferisco la vita del mio piccolo", rispose pur ben conscia di ciò che l'attendeva e sapendo che, trattandosi di aborto indiretto, autorevoli teologi non lo proibiscono. Partorì una bimba sanissima il 21 aprile 1962, ma sette giorni dopo moriva, immolan­dosi meditatamente. È un caso limite eroico. Il dilemma, molto più frequentemente, è un altro: o salvare il bambi­no o sottrarsi al disagio della gravidanza...».

S. S. Paolo VI il 23 settembre 1973, a Roma in un'allocuzione dalla finestra del palazzo apostolico

«... una madre della Diocesi di Milano che, per dare la vita al suo bambino sacrifica, con meditata immolazione, la propria».

P. Olinto Marella il 24 settembre 1966, in un discorso commemorativo «Ripeto dunque, qui, quello che da tempo sono andato covando nell'animo ed ho sempre cercato di esprimere ogni volta che ho potuto: di confermare e valorizzare una deci­sione così autorevole ed opportuna di intitolare questa scuo­la al nome di Gianna Molla Beretta.

Per Gianna Molla, unanime, davvero "vox populi", in espressione, anzi in esplosione di convinzione e di senti­mento, pronta e schietta, vasta e profonda, senza riserve e senza eccezione di sorta, l'ammirazione e la commozio­ne già anche durante il funerale.

Cedette, pur senza cadere, ogni ponderazione, ogni pun­tualizzazione di usi locali inveterati, di canoni sacri, pur da rispettare ed obbedire, come quando, singolare presa­gio, era stato accolto con applausi impensati ed inusitati il suo ingresso nella Chiesa per il rito sacro nunziale. Po­che volte è dato ripetere e concludere: "vox populi, vox Dei", con tanta certezza.

Questa "vox populi" risulta confortata da tante testi­monianze dirette, personali e particolari.

"Niente le cose per metà". Come prima nello studio sco­lastico, professionale, come nell'attività spirituale forma­tiva e benefica, anche nei ranghi dell'Azione Cattolica, nel­l'esercizio professionale, nella vita familiare di ogni giorno.

Passione per lo studio, non tanto obbligo, necessità, quanto aspirazione e impegno, godimento e sacrificio spontanto e voluto insieme; attività indefessa zelante, ardente di entusiasmo sentito e comunicato.

Così nella professione: la medicina studiata, praticata come una ricerca amorosa, come apostolato, come un sa­cerdote. Non clienti da cercare o covare per qualche pre­stazione tecnica più o meno proficua, ma creature umane da curare, corpo e anima, per il bene totale loro e non sol­tanto loro, con scienza e coscienza, più ancora con amore e sacrificio, anche di tempo, di sonno, pur senza togliere nulla di sé ai familiari, considerando e trattando ciascuno proprio come Cristo vuole, come altrettanti "Lui stesso".

Così come individuo, non soltanto, ma specialmente con i vecchi, con i bambini: tutto il loro piccolo mondo, fami­glia e ultra. Questa è la preparazione alla vita, questa è la preparazione della vita all'atto supremo di donazione, di immolazione che l'ha coronata, anziché troncata.

Controcorrente? Sì, lo sapeva, e si addolorava sempre più se le occorreva di trovarsi davanti a certe "rinunzie" stolide e inumane, a certi tentativi mostruosi, anche se pe­nalmente non delittuosi, oltraggio alla maternità, alla uma­nità, a Dio.

E come cercava con tutte le risorse di natura e di Gra­zia di combattere, di vincere, di far combattere, di disar­mare il mostro dell'egoismo, dai Divino Spirito di amore, offrendo tutto il suo amore materno, più ancora che tutto il suo sapere, tutto il suo potere.

Quale il costo di questo tirocinio remoto, di questa pre­parazione prossima al martirio, negli ultimi anni, negli ul­timi mesi, nelle ultime settimane, negli ultimi giorni e notti in clinica, nelle ultime ore su quello che era stato il suo talamo nuziale. Al suo sposo, dopo una delle gravi crisi del morbo, confidava: "Non era giusto che io andassi di là senza soffrire prima un po`.

Iddio solo sa: Egli che le ha dato la forza, con la Gra­zia, di accettare il suo sacrificio e ancora facendosi garan­te con tutti che "non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande".

Intanto, mentre a Lui era chiesto umilmente, dolorosa­mente di far sopravvivere quaggiù una sposa, una mamma tanto "mamma", al suo sposo, alle sue creature, alla sua terra, a tutti Egli la ridona Santa, santa mamma, facendo­la passare con il ministero di "sorella morte" per il para­diso dell'eternità.

"Bisogna che muoia tu o la tua creatura", sentenza cru­dele, crudelmente irreformabile, alternativa tragica, inde­rogabile, se non pronunciata materialmente, se non for­mulata in termini truculentí, se non promulgata...

Decisione precisa e ferma, consapevole e serena, per quanto tremendamente dolorante per lo stesso amor ma­terno che la detta e a cui obbedisce. Chi è "martire" non esita: "se c'è da scegliere tra me e la mia creatura, non c'è neanche da pensarci: la scelta è già fatta. Si deve cer­care di salvare la creatura. Per essa io devo, voglio, offrire me".

Se la sentenza poteva ammantarsi in consigli di saviez­za, di esperienza, non ignoti a Gianna, medico ella stessa, di amore per il coniuge e per i figli già avuti, altrettanto amorevolmente amati, la decisione certo non poteva veni­re, non venne come momentaneo impulso. Era invece ma­turata attraverso tutta una vita di coerenza, di donazio­ne, di sacrificio. Lo spirito di Gianna aleggia, anche sensi­bilmente, sopra, anzi dentro quella che fu ed è ancora la "sua casa". Casa tempio, presenza consolatrice, rassere­natrice per ognuno, non solo per la famiglia, come e più di quando passava la sua salma benedetta lungo le vie di Ponte Nuovo, di Mercallo e di Mesero, tra la fitta popola­zione che sentiva di assistere più che ad un convoglio fu­nebre ad uno schieramento in funzione di pietà, di edifi­cazione, di impegno.

In tutte le case dove potrà essere ripetuto il suo nome, sarà vivo il suo esempio come quello di un santo.

Se l'ossequio alle prescrizioni canoniche non consente che tale appellativo sia usato nel modo della sacra liturgia, se non quando nella Chiesa l'abbia deciso e consentito l'Autorità più eccelsa, si può ben pregare e invitare a pregare con questa vittima dell'amor materno, concreta applica­zione dell'amore di Dio e del prossimo, del "comandamento nuovo" promulgato da Cristo.

Lo conferma una lettera di persona, autorevole anche in questo senso, scritta al fratello don Giuseppe: "Quan­to alla sorella, è certamente in Paradiso. Alcuni mesi fa a Roma, al termine di una riunione su problemi familiari, nella quale si era parlato del caso di madri che consape­volmente sacrificano la vita per non troncare o compro­mettere quella di un figlio nasciturno, abbiamo chiesto ad un consultore qualificato della Congregazione dei Riti se un caso simile non sarebbe paragonabile al martirio e su­scettíbile quindi di canonizzazione. Ci rispose: certamen­te sì A una nostra ulteriore domanda su perché non in­troduceva cause del genere che avrebbero un valore ben maggiore che i discorsi per far penetrare i princìpi cristia­ni nell'animo dei fedeli, dei credenti, mi rispose che biso­gnerebbe seguire la via normale, cominciare cioè da un pro­cesso diocesano. Non dico che sia il caso di introdurre il processo diocesano; credo invece anch'io che sarebbe be­ne che il Santo Padre conoscesse casi di questo genere per giudicare quale sia la via più opportuna da tenere per il bene della Chiesa. E aggiungeva: "Ne parli a S.E. Mons. Piazzi".

Questa lettera è scritta da Mons. Carlo Colombo, Ve­scovo di Vittoriana, ora teologo del Vaticano, e quindi è particolarmente considerevole e autorevole e aumenta le speranze e la prospettiva che diede quando fu pubblicato, appunto nell'anniversario, questo necrologio che voleva es­sere più ancora una esortazione all'imitazione oltre che alla venerazione.

Anche e più che per Gianna Molla Beretta si può pre­gare con essa, per e con chi le ha voluto e le vuole più be­ne, per tutte le mamme, per tutti i medici, per tutti, onde trarre e suggerire, dall'esemplarità della sua vita e del suo transito (non si parli di morte!), quello che è lo scopo, l'es-

senza di ogni attività, della vita di ognuno nella "religio­ne immacolata davanti a Dio Padre"; invito e conforto a mantenersi incontaminati in mezzo all'egoísmo del mon­do, in modo che si possa procedere, con san Paolo, "siate imitatori miei come io sono imitatore di Cristo", che ci raccomanda, che ci comanda "amatevi come io vi ho ama­to", cioè sino al suo culmine, sino a dare la vita per chi si ama».

Il cardinale Giovanni Colombo, Arcivescovo di Milano il 24 settembre 1966, in occasione dell'intestazione

della Scuola elementare di Ponte Nuovo alla memoria di Gianna Beretta Molla

«Di fronte a un esempio così fulgido che non potrà cer­to essere dimenticato dalla Chiesa, il desiderio più profondo è di tacere, di meditare, di ammirare, di pregare e viene nel cuore un desiderio di renderci degni di queste anime che il Signore ci manda sulla terra indubbiamente per re­carci un messaggio.

Egli ha detto che non c'è amore più grande di colui che dà la vita per la persona amata. Gianna Beretta Molla ha avuto il coraggio di mettersi per la via di questo amore più grande e perciò ha potuto imitare più da vicino il sacrifi­cio del Signore Gesù.

E se c'era un modo con cui era desiderabile venisse per­petuata la sua memoria, mi pare che questo di dedicarle una Scuola sia stata un'idea veramente bella, perché tutti i fanciulli e le fanciulle che qui verranno educati, porte­ranno nel proprio spirito che cresce verso la vita qualcosa del suo lineamento materno, si sentiranno in qualche mo­do figlioli e figliole suoi.

Che ella dal cielo li benedica tutti, che assista e confor­ti la sua famiglia, il suo sposo e tutti noi. La sentiamo vi­cina e nella sua memoria invochiamo la benedizione del Signore».

P. Paolino Rossi postulatore delle cause di beatificazione

La signora Lucia Sylvia Cirilo, nata il 20 agosto 1949 in Grajau (Maranhao - Brasile), esente da malattie specifi­che nell'infanzia e nella giovinezza, all'età di 28 anni ven­ne operata, il 22 ottobre 1977, presso l'Ospedale San Fran­cesco d'Assisi di Grajau per taglio cesareo con bambino nato morto.

Dopo nove giorni fu dimessa dall'ospedale in buone condi­zioni di salute e riprese il suo lavoro di domestica. Trascor­si pochi giorni avvertì disturbi e dolori nella zona retto-vagi­nale. Aumentati i dolori, il 9 novembre 1977 fu portata a braccia dal fratello all'ospedale San Francesco di Grajau. Nel pomeriggio dello stesso giorno fu visitata dal chirurgo che l'aveva operata per il taglio cesareo: questi, eseguendo l'esplorazione ginecologica accertò una fistola retto-vaginale talmente grande da permettere il passaggio di un dito.

Il ginecologo avvertì subito la paziente e i suoi stretti parenti che era indispensabile un nuovo intervento chirur­gico e la consigliò di andare all'ospedale Sao Luis di Ma­ranhao, ove avrebbe avuto l'assistenza specialistica che il caso delicato richiedeva. Fu riportata alla sua casa per pre­pararsi a fare il viaggio in aereo. Nel frattempo il chirurgo aveva comunicato la notizia al capo infermiere, suor Ber­nardina Maria, che ne restò molto preoccupata e dolente. Passando dinanzi a un ritratto della Serva di Dio Gianna Beretta Molla, le chiese la guarigione della signora Lucia Sylvia Cirilo, promettendo che avrebbe pubblicato la gra­zia nella rivista Messaggero del Cuore di Gesù. Chiese che si associasse a questa sua preghiera anche la consorella suor Maria Do Carmo. Nello stesso tempo la paziente avverti­va la scomparsa dei dolori. Il giorno seguente si ripresen­tò al chirurgo per una nuova visita, perché si sentiva be­ne. Il dottore, con grande meraviglia e sorpresa, constatò che la fistola era completamente cicatrizzata, con conse­guente cessazione totale dei disturbi lamentati.

Fu pertanto inutile l'invio all'ospedale Sao Luis de Ma­ranhao, come era stato programmato. Da allora a oggi la signora Lucia Sylvia Cirilo non ha avuto alcun disturbo, né locale né generale, e non ha avuto più bisogno di prati­care cure di alcun genere.

La signora, sebbene di religione protestante come tutta la sua famiglia, ringrazia la Serva di Dio per la grazia e la prega in tutte le circostanze.

Il cardinale Carlo Maria Martini

nel Duomo di Milano, il 21 marzo 1986

Dopo aver parlato di Cristo e in particolare del mistero di Cristo Crocifisso, il Cardinale così conclude la sua me­ditazione pasquale davanti a seimila giovani:

«... Mi permetto di richiamarvi la figura di Gianna Be­retta Molla, perché questa mattina abbiamo chiuso il pro­cesso diocesano per la sua beatificazione.

Gianna Beretta Molla era una donna meravigliosa di cui avrete certamente letto sui giornali. Una donna amante del­la vita perché è stata sposa, madre di famiglia, medico, pro­fessionista esemplare. Ha dato la sua vita perché non fos­se violato il mistero della dignità della vita.

La sua è stata veramente un'esistenza illuminata dal mi­stero della lavanda dei piedi e dal mistero del Crocifisso. Dicono i testimoni che era una donna normalissima, che fa­ceva molto bene la sua professione di medico. Le piaceva sta­re al mondo e rifletteva attorno a sé la gioia e l'entusiasmo.

Ma fortissima era in lei la fiducia nella Provvidenza. Quello che più mi ha colpito è stata la sua fermezza nel continuare a sostenere di voler salvare la sua gravidanza a scapito della sua vita. Con decisione e semplicità, guar­dando al Signore Crocifisso.

Ecco un'esistenza illuminata da questo mistero del Cri­sto che serve nella lavanda dei piedi e che serve nella gioia, comunicando gioia e pace agli apostoli».

«Iter» del Processo di Beatificazione della Serva di Dio Gianna Beretta Molla

La causa di beatificazione della Serva di Dio Gianna Be­retta Molla ebbe l'Introduzione ufficiale, con decreto del Card. Carlo Maria Martini Arcivescovo di Milano, i128 aprile 1980, dopo aver ottenuto il nulla osta con Decreto della Congregazione per le Cause dei Santi il 15 marzo 1980.

Il Processo Cognizionale sulla vita e le virtù della Serva di Dio, a seguito della consueta Istituzione e gli appropria­ti interrogatori della Congregazione, fu celebrato presso la Curia ecclesiastica di Milano dal 30 giugno 1980 al 21 marzo 1986, nello spazio di 158 sessioni per la deposizio­ne di 48 testi, inclusi 5 chiamati a deporre d'ufficio.

Contemporaneamente si rese necessario un Processo Ro­gatoriale a Bergamo, allestito dal 29 settembre 1980 al 5 gennaio 1984, in 21 sessioni, per la raccolta di 7 testimo­nianze. Tra i testimoni dei due processi compaiono 7 sa­cerdoti, 9 religiose, diversi collaboratori nell'apostolato di Azione Cattolica e nella professione di medico, nonché il marito della Serva di Dio, i fratelli, le sorelle e altri pa­rentí. L'11 aprile 1986 il Padre Postulatore della Causa, P. Bernardino da Siena, consegnava alla Congregazione per le Cause dei santi il Processo Cognizionale di Milano e Ro­gatoriale di Bergamo, inoltrandone la domanda di apertu­ra. Il Decreto di apertura fu dato il 12 aprile e quello di validità il 14 novembre 1986.

Ambedue i Processi sono raccolti in quattro volumi di complessive pagine 2570. Oltre le deposizioni processua­li, particolare attenzione merita l'abbondante Documen­tazione raccolta, compulsata, legalizzata e allegata. Tale documentazione comprende scritti, ricordi, attestazioni e testimonianze nei confronti della Serva di Dio da :parte di familiari ed estranei; grazie speciali attribuite alla sua intercessione e corrispondenza epistolare.

È ora in preparazione la stampa sia dei processi sia del­la Documentazione allegata, ai fini dello studio della vita e delle virtù della serva di Dio.

Attualmente è in elaborazione la Positio (il rapporto in base al quale la Sacra Congregazione trarrà le considera­zioni finali da presentare al Santo Padre). 

Gianna Beretta Molla verrà dichiarata Santa da Papa Giovannni Paolo II il 16 maggio 2004.