SANTA GEMMA GALGANI
IL DONO DELLE STIMMATE
(Centenario delle stimmate di Santa Gemma Galgani 1899-8
giugno 1999)
PRESENTAZIONE
del Padre Provinciale
Questo
di P Alfredo Pallotta è uno dei contributi che ci richiamano alla memoria,
nella ricorrenza del centenario, il dono delle stimmate a S. Gemma. «Gesù
fatemi simile a voi, nel soffrire con voi non mi risparmiate». Otto giugno
1899-otto giugno 1999- cento anni dal dono d'amore con il quale Gesù impresse
con fiamme di fuoco il sigillo della sua Passione nella carne di Gemma. Non vi
sono cattedrali gotiche o romaniche ad ospitare questo evento, né suoni
d'organo accompagnano il gemito della tortora ferita e nascosta nella fenditura
della roccia. Una stanza della sua casa, al primo piano, già via del Biscione
n. 23 e ora via S. Gemma Galgani, fu testimone e Calvario. Semplicità,
piccolezza, è li che Dio si riconosce ed opera le sue meraviglie. A noi sono
richiesti occhi per vedere, orecchie per ascoltare e cuore per comprendere. «Gesù... voi siete l'uomo dei dolori ed io voglio
essere la figlia del dolore». Ma il dolore di Dio incarnato nasce come sorgente
dai peccati degli uomini. Gesù, diventa egli stesso peccato per poter esserne
vittima con la morte e per distruggerlo poi con la resurrezione. E Gemma per
partecipare come figlia del dolore alle stesse pene dell'uomo dei dolori deve
prima immergere il cuore nelle pene per i suoi peccati: «tutto ad un tratto
sento un interno dolore dei miei peccati, ma lo provai così forte che non l'ho
più sentito; quel dolore mi ridusse quasi direi li lì per morire». E il sentirsi
peccato che apre la porta dell'anima alla misericordia di Dio. La povertà e
l'umiltà attirano gli occhi del Signore. «La memoria tutti me li ricordava e mi faceva vedere
tutti i tormenti che Gesù aveva patito per salvarmi. Erano pensieri dì dolore,
d'amore, di timore, di speranza e di conforto». Purificata dal dolore dei suoi peccati tanto
quasi da morirne, è pronta come la pietra sul Sinai ad avere inciso nella carne
il nuovo comandamento d'amore: «Comparve Gesù, che aveva tutte le ferite
aperte, ma da quelle ferite non usciva più sangue, uscivano come fiamme di
fuoco che vannero a toccare le mie mani, i miei piedi e il cuore». Gemma è sul
Golgota. E appesa alla stessa croce di Gesù e gli stessi chiodi le trapassano i
piedi e le mani. Una lancia le trafigge il cuore. «Mi sentii morire», Maria,
la madre di Gesù e nostra, presente a questo mistico incontro d'amore, di
dolore e di sangue, la sorregge perché non cada. Non aveva sorretto, Maria, il
figlio sulla via del calvario, non lo aveva sottratto alle cadute e alla croce;
tesa nell'abbandono moriva con lui, trafitta nell'anima. Aveva baciato il corpo
esangue di Gesù nella deposizione e bacia Gemma, la crocifissa, sulla fronte:
«E tutto disparve e mi trovai in ginocchio per terra». Una quasi morte e
resurrezione misticamente ripetuta ogni settimana dalla sera del giovedì fino
alle tre del pomeriggio da quel primo giorno 8 giugno 1899 fino al venerdì 8
febbraio 1901. Sperimentò, Gemma, anche fenomeni dì flagellazione e dì
incoronazione dì spine, con segni visibili anche essi, nella carne innocente.
Che mistero questa unione dì amore e dì dolore! Pare che non possa esserci
vero amore senza dolore. «La croce è il trono dei veri amanti dì Gesù», dirà
una voce a Gemma. È’
una occasione, questa del centenario delle stimmate dì S. Gemma Galganì, per
esaminare il nostro rapporto di vita con il mistero della passione e morte dì
Gesù. Non abbiamo fori alle mani e ai piedi, nè trafitture al cuore e non
versiamo sangue, ma non possiamo non essere parte della sua passione e morte
se vogliamo essere parte della sua gloria. In Gemma questa appartenenza fu
visibile nelle stimmate e nei comportamenti, in noi sia presente almeno nelle
scelte dì ogni giorno, nel quotidiano, e sarà possibile se come Gemma,
contemplando il Crocefisso negli occhi e nel cuore, riusciremo ad ascoltare la
sua parola. Il
presente libricino dì Padre Alfredo, scritto con amore ed entusiasmo, potrà
aiutare nel cammino e nella riscoperta dell'Amore crocefisso per essere, con
Gemma, Memoria e Memoriale dì Gesù morto e risorto.
P
Ottaviano D'Egidio Superiore Provinciale C.R
Si,
per voi io scrissi, alcuni anni addietro, queste poche pagine, per voi
soprattutto con i quali mi incontro ogni anno, fin dal 1990, l'otto giugno, in
questa Casa delle stimmate dì santa Gemma, per ricordare insieme quell'evento
straordinario della stimmatizzazione, con la celebrazione del santo Sacrificio
eucaristìco. È
sempre un momento dì toccante commozione spirituale. Il pensiero che in
queste stanze vi abbia abitato una semplice fanciulla, era la figlia di uno dei
farmacisti della città, da pochi stimata, forse perché schiva, forse per il
suo modo dimesso di vestire, ma che nascondeva un'anima dì mistica
straordinaria, un cuore ardente dì amore per il suo Sposo crocifisso. Il
pensiero, dicevo, che qui un giorno, non troppo lontano, sì muoveva un'anima
favorita da Dio dì doni singolarissimì, addirittura del privilegio delle
stimmate, a pochissime anime concesso, ti dà una sensazione da brivido, ti
immette qualche cosa che ti coinvolge anima e corpo. E la Santa te la senti
vicina. Ti sembra dì assistere a quella scena che ella stessa ha descritto, con
accenti così vivi, nella sua autobiografia e che io sono solito leggere, ogni
anno, non senza commozione, nell'omelia della Messa. Ripeto, per voi io scrissi
le poche pagine che seguono che, a volte, vi ho anche distribuito,
dattiloscritte. Il prossimo otto giugno 1999, ricorre l'anno centenario dì quel
mirabile e straordinario avvenimento ed io, con grande gioia del mio animo, le
mando alle stampe perché altri pellegrini, possano beatificarsì nell'andare,
con la mente e col cuore, a quei sublimi momenti nei quali il cielo scese sulla
terra, sì degnò entrare in questa abitazione terrestre per operarvì uno dei
miracoli, o dei capolavori che solo la divinità può compiere in certe creature
straordinarie. Dio-Padre, leggiamo nella Genesi, (1,26), creò l'uomo a sua
immagine e somiglianza. L'uomo è immagine e somiglianza dì Dio «in virtù
della sua anima e delle sue potenze spirituali d'ìntelligenza e volontà...
dotato dì libertà segno altissimo dell'immagine divina», leggiamo nel
Catechismo della Chiesa Cattolica (1705). Dio-Figlio, prendendo la nostra natura
umana, sì è fatto Lui «in tutto simile a noi, escluso il peccato» (Eb 4,15),
per restituirci, attraverso la sua Passione, morte e risurrezione, la purezza
dell'immagine con Dio che avevamo deturpato con il peccato. Ad alcune creature
inoltre, Egli elargisce il singolare privilegio dì renderle simili a Lui
anche nella sua umanità sofferente, facendole indossare la veste della quale
si era rivestito nella sua Passione per presentarsi al Padre come nostro
mediatore (cfr. Eb 8,6; 9,15). Una dì queste creature è la nostra Santa. E
proprio dentro queste mura, davanti al grande crocifisso, sì è svolta la
solenne liturgia celeste della stimmatizzazione di Gemma. Era presente il suo
angelo custode e la sua Mamma celeste, la Vergine addolorata. Lo svolgimento
della celeste liturgia potete leggerla nelle pagine che seguono corredate dì un
breve commento. È la stessa Gemma che ce la descrive. Accingiamocì a
seguirla con somma devozione dando prima una scorsa alla piccola introduzione
che la precede, ruminandola poi nel profondo del nostro spirito perché la
nostra anima sì accenda dì quel fuoco divino che ardeva nel cuore dì santa
Gemma. Santuario
di Santa Gemma 8 dicembre 1998 festa dell'Immacolata
Carissimi
Pellegrini,
entrando
in questa casa mi vengano alla mente le parole di Dio a Mosè mentre si avvìcìnava
al roveto ardente: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale
stai è una terra santa» (Es 3,5; At 7,33); e quelle parallele dell'angelo a
Giosuè presso Gerico: «Togliti i sandali dai tuoi piedi perché il luogo sul
quale stai è santo» (Gs 5,15); come pure l'epigrafe che fregia, a Monte
Sant'Angelo, sul Gargano, l'artistica porta gotica sormontata da Madonna con
Bambino che, prima dì scendere i 55 gradini che conducono alla grotta, dove
apparve l'Arcangelo Michele, avverte: «Hìc Domus Dei est et porta coelì»
(questa è la casa di Dio e la porta del cielo), che suona come invito al
pellegrino a sostare alquanto, in devota e silenziosa preghiera, prima di
scendere quei gradini ed entrare quindi nella caverna dell'Arcangelo. Si
entriamo anche noi in questo piccolo importante Santuario dove visse per circa
due anni (1898-1900), santa Gemma Galgani, in devoto silenzio e sostiamo in
raccolta meditazione per tutti i grandi prodigi che qui hanno avuto luogo. In
queste anguste mura infatti apparve più volte alla Santa, Gesù Crocifisso,
grondante sangue la Vergine santissima, l'Angelo custode e san Gabriele
dell'Addolorata, passionista. Qui santa Gemma ricevette la «grazia grandissima»
delle stimmate. Sostiamo e meditiamo soprattutto su questo eccelso «dono». Non
vi potrebbe essere luogo migliore dì questo. Sostiamo e riflettiamo che anche
noi dobbiamo portare nostro corpo, come dice san Paolo, le stimmate del Signore
(cfr. Gal 6,17). Prima di iniziare la nostra meditazione, leggiamo la
descrizione che, con estrema semplìcltà, la Santa ci fa della «grazia
grandissima» che Gesù le elargì, come se si trattasse dì una cosa
normalissima e non di un «dono» molto raro, a pochi santi concesso. Sarà un
vero godimento del nostro spirito. Leggiamolo insieme.
Una grazia grandissima: le stimmate.
«Il
giorno 8 giugno, dopo la Comunione, Gesù mi avvisò che la sera mi avrebbe
fatta una grazia grandissima. Andai poi il giorno stesso per confessarmi e lo
dissi a Monsignore, e rispose che stassi bene attenta a riferirgli dopo ogni
cosa. Eravamo alla sera: tutto ad un tratto, più presto del solito mi sento
un intenso dolore dei miei peccati; ma lo provai così forte, che non l'ho più
sentito; quel dolore mi ridusse quasi direi lì lì per morire. Dopo dì
questo mi sento raccogliere tutte le potenze dell'anima: l'intelletto non conosceva
che i miei peccati e l'offesa di Dio; la memoria tutti me li ricordava, e mi
faceva vedere tutti i tormenti che Gesù aveva patito per salvarmi; la volontà
me li faceva detestare e promettere dì voler tutto soffrire per espiarli. Un
mucchio dì pensieri si volsero tutti alla mente: erano pensieri di dolore, di
amore, di timore, di speranza e di conforto. Al raccoglimento interno successe
ben presto il rapimento dei sensi, ed io mi trovai dinanzi alla Mamma mia
celeste, che aveva alla sua destra l'Angelo mio Custode, che per primo mi comandò
dì recitare l'atto dì contrizione. Dopo che l'ebbi terminato, la Mamma mi
rivolse queste parole: 'Figlia, in nome dì Gesù ti siano rimessì tutti i peccati'.
Poi soggiunse: 'Gesù mio Figlio ti ama tanto e vuol farti una grazia; saprai tu
rendertene degna?' La mia miseria non sapeva che rispondere. Soggiunse ancora:
Io ti sarò Madre, ti mostrerai tu mia vera figlia?' Aperse il manto e con esso
mi ricoprì. In quell'istante comparve Gesù, che aveva tutte le ferite aperte,
ma da quelle ferite non usciva più sangue, uscivano come fiamme di fuoco che in
un momento solo quelle fiamme vennero a toccare le mie mani e i miei piedi e
il cuore. Mi sentii morire, sarei caduta in terra, ma la Mamma mi sorresse,
ricoperta sempre col suo manto. Per parecchie ore mi convenne rimanere in quella
posizione. Dopo, la Mamma mia mi baciò nella fronte, e tutto disparve e mi trovai
in ginocchio in terra; ma mi sentivo ancora un dolore forte alle mani, ai piedi
e al cuore. Mi alzai per mettermi sul letto, e mi accorsi che da quelle parti,
dove mi sentiva, usciva del sangue. Mi coprii alla meglio quelle parti, e, poi,
aiutata dall'Angelo mio, potei montare sul letto. Quei dolori, quelle pene,
anziché affliggermi, mi recavano una pace perfetta. La mattina a stento potei
andare a fare la Comunione, e mi misi un paio di guanti, tanto per nascondermi
le mani. Non potevo reggermi in piedi; ad ogni momento credevo dì morire.
Quei dolori mi durarono fino alle 3 del Venerdì, festa solenne del S. Cuore
di Gesù. Questa cosa per primo dovevo dirla al Confessore, ma invece più volte
andai a confessarmi senza mai dirgli nulla; esso più volte me lo dimandava, ma
io rispondevo dì no». Questo il racconto, semplice e meraviglioso, della «grazia
grandissima» che il Signore elargì a Colei che era già diventata sua «Sposa
di sangue». Ma continuiamo a leggere qualche altro rigo dell’autobiografia
della santa, prima di iniziare la nostra meditazione.
Le stimmate si ripetono
«Trascorse
intanto parecchio tempo, e ogni giovedì, circa le 8 e prima, sentivo i soliti
dolori; ogni volta però che mi accadeva in questo modo, sentivo prima dì tutto
un dolore così forte e intenso dei miei peccati, che quello mi cagionava più
dolore che i dolori delle mani e dei piedi, del capo e del cuore: questo dolore
dei peccati mi riduceva a uno stato di tristezza da morire. Però anche con
questa grazia dì Dio non miglioravo punto, ogni giorno commettevo peccati
senza numero, disubbidienze, al Confessore non gli ero mai nulla sincera e
sempre nascondevo qualche cosa. L'Angelo più volte mi avvisava, dicendomi che
se ne sarebbe partito per non farsi più vedere, se avessi continuato in quel
modo: io non obbedii ed esso se ne andò, ovvero si nascose per più tempo».
(Aut. 261-262). Abbiamo letto questa pagina meravigliosa raccontataci, con
estrema semplicità e realismo, dalla stessa protagonista. Facciamo un pò dì
silenzio nel nostro spirito perché possiamo comprendere l'amore infinito di Dio
«che opera cose grandi... e meraviglie senza numero» (Gb 5,9) «da non potersi
contare» (ìb. 9,10); «che fa segni e prodigi in cielo e sulla terra» (Dn
6,28; Si 71,18; 135,4), perché possiamo cantare «le meraviglie da Lui operate»
(cfr. Sì 104,2-5), «narrare fra tutti i popoli i suoi prodigi» (Sì 95, 3),
che «neppure i santi del Signore sono in grado dì narrare» (Sr 42, 17).
Ed ora la nostra riflessione.
Dilati
il Signore il nostro cuore perché possiamo ricevere i suoi doni e corrispondervì
con amorosa generosità. «D'ora in poi nessuno più mi molesti perché io porto
nel mio corpo le stimmate dì Gesù», scriveva san Paolo ai Galati (6,17). Per
comprendere cosa volesse dire l'apostolo é necessario spiegare il significato
della parola «stimmata». Vuoi dire (dal greco) «impronta», «cicatrice», «bollo»,
«marchio». Era un segno impresso a fuoco sul corpo dello schiavo (o degli
animali) che indicava la sua appartenenza ad un determinato padrone. Ora il
corpo di san Paolo era pieno di questi «marchi», o «impronte», o «cicatrici»
ricevute per amore di Gesù al quale dichiarava dì appartenere come suo schiavo.
Nella seconda lettera ai Corinti enumera tutti questi «marchi», o «stimmate»:
«Cinque volte dai Giudei ho ricevuto quaranta colpi meno uno (fustigazione -
la legge prescriveva non più di quaranta staffilate), tre volte sono stato
battuto (flagellazione - i romani non contavano i colpi), una volta lapidato»
(2 Cr 12, 24-25). Ce n'era abbastanza quindi, per dire che portava nel suo
corpo il «marchio» (stimmate) dì Gesù. Oggi il vocabolo «stimmate» è
usato per indicare l'impressione delle cinque piaghe dì Gesù nel corpo degli
stimmatizzati, come appunto in santa Gemma. E certo che ogni cristiano deve
ripetere con san Paolo: «Sono crocifisso con Cristo sulla croce, non sono più
io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Col battesimo, infatti, ogni
battezzato viene crocifisso con Cristo morendo con Lui al peccato. E’ pure
vero che «quelli che appartengono a Cristo hanno crocifisso la carne con le sue
passioni e le sue concupiscenze» (Gal 5, 24). E’ una crocifissione dello
spirito - passioni e concupìscenze - e anche del corpo - sofferenze fisiche,
malattie, ecc.-. Ma il Signore ad alcune sue creature concede un privilegio
singolarissimo, di portare cioè, stampate nel proprio corpo, le sue cinque
piaghe: mani, piedi, cuore. Gli stimmatizzati non sono molti nella Chiesa.
Qualcuno si é divertito a contarli (circa 320). Si dice che il primo sia stato
san Francesco d'Assisi. Altri famosi sono: santa Caterina da Siena, santa Chiara
da Montefalco, ultimo, padre Pio da Pietralcina, beatificato il 2 maggio u.s.,
santa Maria Maddalena de' Pazzi, santa Liduina, santa Veronica Giulianì, per
restare ad alcuni canonizzati e, quindi riconosciuti dalla Chiesa. Lo
stimmatizzato è reso simile al Crocifisso anche esternamente. Ma quello che
io voglio qui sottolineare, e che interessa a noi, è questo: non si possono
portare le «stimmate» dì Gesù, o meglio, il Signore non elargisce questo
«dono» eccelso, o privilegio, del tutto gratuito, come ogni dono, se non si
vive nel proprio cuore la Passione del Signore. Le stimmate infatti non sono un
semplice ornamento esterno, o delle «decorazioni», come diceva padre Pio da
Pietrelcina, ma l'espressione di quanto si vive internamente. Queste anime
privilegiate sono copie fedeli dì Gesù Crocifisso, prima interiormente. Vorrei
mostrare questa verità in santa Gemma, partendo dalla descrizione che abbiamo
riportato sopra, fatta dalla stessa Santa. E questo è quello che a noi
interessa perché soltanto in questo possiamo imitarla; solo guardandola da
questa angolazione la sentiamo più vicina, più umana, più accessibile a noi,
povere creature. Ciò che ci sottolinea santa Gemma, nell'episodio della
stimmatizzazione, dell'8 giugno, è il dolore dei suoi peccati: «ma lo provai
così forte, ella scrive, che non l'ho più sentito». Il peccato, lo
sappiamo, è la causa della morte del Signore. Quindi, Gesù e il peccato, fosse
anche il più piccolo, non possono stare insieme perché il peccato è offesa
di Dio, è inimicizia con Dio, è negazione di Dio. Ora, anche santa Gemma, come
tutti i santi, hai i suoi difetti. Nessuno è senza peccato: «Se diciamo che
non abbiamo colpa inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1Gv
1,8). Perciò è necessario che santa Gemma, prima dì ricevere il dono che la
renderà simile a Gesù, anche esternamente, sia purificata dalle sue miserie,
che dovranno essere bruciate dal fuoco del dolore-pentimento. Ecco perché
provava un dolore così intenso dei suoi peccati che la riduce, sono sue parole,
«quasi lì lì per morire». E su questo dolore dei propri peccati ci ritorna
con insistenza: «l'intelletto non conosceva che i miei peccati e l'offesa
di Dio; la memoria tutti me li ricordava e mi faceva vedere tutti i tormenti che
Gesù aveva patito per salvarmi» (cìoé per cancellare i peccati suoi e
dell'umanità). Ancora: «la volontà me li faceva tutti detestare» e, quello
che è più importante, prometteva «di voler tutto soffrire per espiarli». Ma
non basta. L'Angelo custode, prima del grande dono delle stimmate, le dà ordine
di «recitare l'atto dì contrizione» per eccitarla al pentimento. Infine la
Madonna le dice: «Figlia, in nome di Gesù ti siano rimessì tutti i peccati».
Purificata da questa assoluzione preceduta dal dolore «perfetto» dei suoi
peccati, ora può ricevere l'insigne dono: diventare simile a Gesù anche nel
suo corpo, essendo già simile a Lui interiormente. L'ultima purificazione mi
sembra di vederla in quelle «fiamme di fuoco» che uscivano dalle ferite dì
Gesù e andavano a «toccare» le mani, i piedi e il cuore dì Gemma. Quelle
«fiamme di fuoco» operarono in lei quello che i «carboni ardenti» fecero
nel profeta Isaìa: «Allora uno dei serafinì volò verso di me; teneva in mano
un carbone ardente che aveva preso con le molle dall'altare. Egli mi toccò la
bocca e mi disse: "Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è
scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato"» (Is 6,6-7). Così
purificata ora, l'innamorata di Gesù Crocifisso, può ricevere il «sigillo»
del Re che la dichiarerà «sua proprietà» per sempre: "mettimì come
sigillo, sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio" (Ct 8,6). Adesso può
ripetere con san Paolo: «D'ora in poi nessuno più mi molesti perché io porto
nel mio corpo le stimmate di Gesù»; e: «Sono confitto con Cristo sulla croce,
non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Vorrei ancora
insistere sul dolore dei peccati, giacché c'insiste santa Gemma. Essa dice che
il fenomeno delle stimmate continuò a manifestarsi in lei «ogni giovedì e sottolinea:
«ogni volta però che mi accadeva in questo modo, sentivo prima di tutto un
dolore così forte e intenso dei miei peccati che quello mi cagionava più
dolore che i dolori delle mani e dei piedi, del capo (corona dì spine) e del
cuore». E’ importante questa affermazione, ed è esatta teologicamente: il
dolore dei peccati è più forte di quello delle stimmate, o di qualunque dolore
della Passione. E, in realta, è così per chi ha compreso, come Gemma, la
malizia e la gravità del peccato. E Gemma sottolinea ancora: «questo dolore
dei peccati, mi riduceva a uno stato dì tristezza da morire». Non sembra di
udire il lamento di Gesù che, «preso da spavento e d'angoscia», esclama: «l'anima
mia è triste fino alla morte»? (Mt 24,38; Mc 14,34): è la tristezza per i peccati
di tutta l'umanità, oltre che per l'imminente Passione. Ma non finisce qui la
sofferenza di Gemma per i suoi peccati. Confessa infatti, nella sua umiltà e
semplicità: «Però anche con questa grazia di Dio non miglioravo punto, ogni
giorno commettevo peccati senza numero, disubbìdienze...» E l'Angelo le
aumenta il dolore dicendole: «che se ne sarebbe partito per non farsi più
vedere... se avessi continuato in quel modo...» La comprensione dei propri
peccati è stato il dolore più grande di Gemma. Essi infatti sono la causa
della Passione di Gesù. Nella luce del Signore lei vedeva «il numero dei suoi
peccati e l'enormità di essi» (Diario 197). Perciò gemeva: «O Gesù, io
meriterei di starmene all'inferno a bruciare» (Estasi 79). E si meravigliava
che Gesù "«non avesse ribrezzo dì avvicinarsi a lei» (Estasi 79). E
scriveva a padre Germano: «Babbo mio, io sono tutta afflitta per aver offeso
tanto Gesù...»" E continuava: «Gesù, non vi facciano paura i miei
peccatì, non vi faccia ribrezzo la mia bruttezza». Ma tutta la vita dì
Gemma è piena dì questi gemiti, fin da quando era bambina che sviene nel
sentire il racconto della Passione. Pochi santi hanno avuto una visione così
chiara della malizia e gravità del peccato, quanto lei. Il peccato è «distruzione,
devastazione; è fuoco divoratore e sterminatore» (cfr. Gli, 10-20) della
grazia dì Dio nell'anima. Santa Gemma vedeva questi effetti devastantì sul
corpo di Gesù, tremante e vacillante, sprizzante sangue nel Getsemani;
sfigurato dagli schiaffi e dagli sputi; scarnificato dai flagelli, con il capo
trapassato dalle spine e, finalmente, crocifisso tra le beffe e la derisione
della gente. Per cui il profeta Isaìa può dire: «Non ha bellezza nè
decoro... disprezzato e schivato dagli uomini; uomo dei dolori, spregevole a
vedersi» (Is 53, 2-10). Il peccato è l'unico vero male che esiste nel mondo e
che bisogna evitare assolutamente e sul quale bisognerebbe piangere con il
profeta Geremia: «Mi si spezza il cuore in petto, tutte le membra mi tremano
perché dì adulteri è pieno il paese» (Ger 23,9). Santa Gemma aveva compreso
la malizia del peccato per cui si sentiva così piena di dolore dei suoi peccati
che: «passai giorni dì martirio continuo... In mezzo a questo dolore
infinito... mi rimaneva un conforto: quello dì piangere: conforto insieme e
sollievo» (Aut. 252). Dolore quindi dei propri peccati e dì quelli dell'umanità.
Basterebbe spigolare qua e là nel ricco giardino della sua breve esistenza per
cogliere questi profumati fiorì di passione. «Fui presa da tanto dolore nel
guardare, cioè fissare cogli occhi il Crocifisso, che caddi a terra svenuta»
(Aut. 236). «Molte volte riflettendo ai miei peccati e all'ingratitudine mia...
cominciavamo insieme (con la maestra) a piangere» (Aut. 233). «Ogni giovedì
continuavo a fare l'Ora Santa, ma mi accadeva alle volte che quest'ora durasse
fino anche circa le 2, perché me ne stavo con Gesù, e quasi sempre mi faceva
parte di quella tristezza che provò nell'Orto alla vista di tanti peccati miei
e di tutto il mondo: una tristezza tale, che può ben paragonarsi all'agonia
della morte» (Aut. 256). «Al dolore acuto del cuore, è successo un dolore si
forte in tutte le membra, ma ciò che veniva innanzi a tutto e che tutto
precedeva, era il dolore dei peccati: come era forte quel dolore! Se fosse
maggiore non potrei sopravvivere» (Lett. 54 a Padre Germano). «Gesù, per sua
infinita misericordia, mi diede un dolore fortissimo dei miei peccati... Mi
trovai dinanzi a Gesù Crocifisso allora allora. Abbassai gli occhi e quella
vista mi turbò assai... Ma continuavo anche più forte a sentire dolore dei
peccati... Figlia mia, mi disse Gesù, vedi: queste piaghe le avevi tutte
aperte per i tuoi peccati, ma ora consolati, che le hai tutte chiuse col tuo
dolore. Non mi offendere più. Amami, come io ti ho sempre amato. Amami mi ripeté,
più volte... Cominciai fin d'allora ad avere un orrore grande per il peccato
(la grazia più grande che mi abbia fatto Gesù (Aut. 252-253). Il dolore dei
propri peccati, quindi, in considerazione soprattutto della Passione di Gesù,
è la vera purificazione di santa Gemma che la disporrà a ricevere il grande
dono delle stimmate. Dice Pio XII, a proposito di santa Maria Gorettì: «Il martirio
non s'improvvisa». Anche per Gemma possiamo ripetere lo stesso: il dono delle
stimmate non è stato improvviso, ma lungamente preparato, oltre che dal
dolore dei propri peccati, che la facevano agonizzare, anche da sofferenze
fisiche e morali. Fin da piccina il Signore l'andava preparando e l'aspettava
a questo solenne appuntamento: «Gemma, coraggio! Ti aspetto al Calvario: è
verso quel monte che sei diretta». Citiamo alcune tappe che la prepararono a
questa meta dolorosa e gioiosa insieme: morte della mamma (1886), del fratello
Gino (1894), del babbo (1897), l'operazione al piede (1896), la malattia mortale
(1898-1899). La prima tappa, certamente la più dolorosa, data l'età di Gemma,
7 anni, è la morte della mamma. Quel che desta meraviglia è costatare che è
un'accettazione volontaria è una risposta generosa ad una richiesta esplicita dì
Gesù: «Me la vuoi dare la mamma?» È
il giorno della cresima di Gemma, durante la Messa. La santa ha compreso molto
bene di che si tratta. E, difatti, risponde: «Si, ma se mi prendi anche me».
E Gesù: «Dammela volentieri la tua mamma. Tu per ora devi rimanere col babbo.
Te la condurrò in cielo, sai?» E poi la richiesta definitiva: «Me la dai
volentieri?» E Gemma conclude il colloquio, con la voce misteriosa, che sentiva
interiormente per la prima volta: «Fui costretta a rispondere di si» (Aut.
224). Un «si» generoso che le dilata il cuore per disporsi ad altre rinunzie,
ma anche a ricevere più copiose grazie divine, a far posto all'Amore. Gemma
inizia la sua dolorosa ascesa al calvario dove Gesù l'aspetta. «In me sentivo
crescere una brama di amore verso Gesù Crocifisso e insieme a questo una
brama di patire e aiutare Gesù nei suoi dolori...» (Aut. 236). Molto
dolorosa per Gemma fu la morte del fratello Gino che amava, come essa stessa
confessa, «più di tutti». «Si stava sempre insieme; nei giorni dì vacanza
ci divertivamo a fare altarini, feste, ecc.». Il suo amore per il fratello crebbe
quando questi entrò in seminario. Che felicità sarebbe stata per Gemma avere
un fratello sacerdote! «Ma (annota desolata nell'autobiografia): «dopo pochi
anni morì». Nella malattia gli è sempre vicina. E, dato ormai spacciato dai
medici, desiderava morire con lui. «E poco mancò, conclude, che non morissi
davvero, perché un mese dopo che fu morto, mi ammalai io pure gravemente»
(Aut. 234). Gemma aveva 16 anni, Gino 18. La terza tappa è l'operazione al
piede. È Gesù
che lo manda questo dolore, dopo tante richieste dì Gemma dì «patire e patire
tanto». «Gesù dopo tanto mi consolò: mi mandò un male a un piede. Lo tenni
segreto per diverso tempo, ma il dolore si fece forte... venne il medico, disse
che andava operato, se in tempo, se non amputato» (Aut. 237). Si trattava del
raschiamento dell'osso per asportare i residui di un tumore. Operazione molto
dolorosa che Gemma sopportò con ammirevole pazienza senza emettere un lamento
tanto da destare stupore anche nei medici, come affermano la sorella Elena e il
nipote Guido, presenti all'operazione. E Gemma conclude il suo, racconto: «Altre
pene mi mandò Gesù, e posso ben dire con verità che appena morta la mamma
mia, non ho mai passato un giorno senza aver patito qualche piccola cosa per Gesù»
(Aut. 237-238). L'anno 1897 Gemma lo chiama «anno tanto doloroso per tutta la
famiglia». È la
morte del babbo. «Capii una mattina, dopo la Comunione, la grandezza del
sacrificio che voleva presto Gesù». E da sottolineare quel «presto», quasi
Gesù avesse fretta di farla arrivare al Calvario dove l'attendeva. «Piansì
assai» confessa Gemma. Il sacrificio, in realtà, era veramente grosso, non
solo per la perdita del babbo, che amava tenerissimamente, ma anche per le
conseguenze che sarebbero piombate sulla famiglia. Ma Gesù vuole che sia forte
e generosa. «Il giorno che morì Gesù mi proibì di perdermì in urli e pianti
inutili, e lo passai pregando e rassegnata assai al volere dì Dio, che in
quell'istante prendeva Lui le veci dì Padre Celeste e Padre Terreno» (Aut.
239). La morte del Signor Enrico Galganì, era stata preceduta dal fallimento
a causa di alcune cambiali alle quali egli, bonariamente, aveva apposto la firma
per cui la famiglia venne a trovarsi in una situazione molto critica che si
aggravò immediatamente alla morte del Signor Enrico. Guardie e carabinieri
piombano subito in casa per apporre i sigilli alla farmacia, dì proprietà dei
Galganì e il sequestro di ciò che era rimasto in casa. «Mi misero le mani in
tasca, confesserà con un velo di mestizia Gemma, e mi levarono quei cinque o
sei soldi che io avevo». Scena dolorosa e umiliante. La famiglia è sul
lastrico. «Dopo la morte (del babbo) ci trovammo senza niente: non avevamo più
di che vivere». La zia Carolina, sposata a Domenico Lencioni, data la
situazione economica della famiglia Galganì, porta Gemma con se a Camaiore. «Una
zia, saputa la cosa, mi aiutò in tutto, e non volle più che mi trattenessi in
famiglia; e il giorno dopo la morte del babbo mandò a prendermi e mi tenne con
sé per più mesi (Aut. 240). La zia l'avrebbe voluta sempre con sé. Gemma
preferì ritornare dai suoi fratelli per causa, dice lei, «di forti dolori alle
reni». Le si incominciò a incurvare anche la schiena. Ma la malattia fu un
pretesto perché il vero motivo fu quello dì sfuggire due giovani pretendenti dì
Camaiore che aspiravano alla sua mano. Affermano i testimoni che Gemma, in
tutta la vicenda dolorosa nella quale venne a trovarsi la famiglia, diede «prova
dì rassegnazione, fortezza e previdenza». «Pelle per pelle; ciascuno darebbe
quanto ha per la sua persona», leggiamo nel libro dì Giobbe (2,4). Proprio così.
E un'esperienza quotidiana. Finché non lo proviamo nella nostra carne non
sappiamo cosa sia il dolore. La virtù sì prova nella sofferenza sia fisica
che morale. Abbiamo già parlato dell'operazione al piede alla quale si
assoggettò santa Gemma e della sua fortezza d'animo. Ma la prova che stiamo ora
per raccontare fu veramente dolorosa. Sì trattava dì un «ascesso», dice
Gemma (Aut. 241) nella regione lombare, ma che, in realtà, era tabe dorsale.
Malattia inguaribile dovuta alla degenerazione delle fibre nervose spesso
derivanti da sifilide, alcolismo, o strapazzi fisici. In Gemma fu certamente
malattia permessa da Dio, come abbiamo visto antecedentemente per la malattia
del piede, per provarla e purificarla, per avvicinarla sempre più al Calvario
dove l'attendeva. «Se Gesù ti afflìge nel corpo, le diceva l'Angelo, lo fa
per sempre più purificartì nello spirito» (Aut. 243). La malattia dunque era
molto seria. Ci fu un consulto medico. «Dopo il consulto, scrive santa Gemma,
nella sua autobiografia, andai sempre in peggio e fui costretta a mettermi a
letto senza potermi più muovere... Il male si faceva sempre più forte e
decisero di operarmi... Stavo a letto sempre in una posizione, da me stessa era
impossibile muovermi; per avere un po' dì sollievo, dovevo pregare quei dì
casa che mi aiutassero ad alzare ora un braccio, ora una gamba...» (Aut.
241-242). Dicono i testimoni: «Era molto sofferente, ma rassegnata e
tranquilla... Non ricordo mai che si lamentasse» (Suor Giulia Sestini). «In
tanto tempo che l'ebbi ad assistere, non ho mai inteso da lei una parola dì
lamento... né parola impaziente... Quelle malattie sono penose, penose davvero,
ma da lei non ho sentito mai una lagnanza. Come sì metteva, stava, come un
ciocco» (Suor Maria Angela Ghisellì). Non si lamentò neanche quando le
applicarono i così detti «bottoni dì fuoco». «Gemma soffrì moltissimo...
mai uscì di bocca sua una parola di lamento» (Zia Elisa). Le fu prescritto il
busto dì ferro per evitare che le si incurvasse la colonna vertebrale. Dice
padre Germano passionista, suo padre spirituale: «Ai dolori dei reni e della
schiena venne ad aggiungersi l'incurvamento della colonna vertebrale, quindi
spaventosi disturbi di menengite, totale perdita dell'udito, appresso la caduta
di tutti i capelli e finalmente la paralisi delle membra» (Vita, P. Germano,
39). Ma il dolore maggiore per lei furono le visite dei medici e l'aver bisogno
completamente degli altri. Lo dice lei stessa: «(quello che soffrii del male
non fu nulla); il dolore, la pena fu soltanto quando mi toccò stare alla
presenza loro scoperta quasi del tutto... Babbo mio... quanto era meglio
morire!...» (Aut. 242). Ritorna anche un dolore forte dei suoi «peccati» (ìb.).
Al dolore fisico e morale si aggiungeva lo stato di miseria nella quale era
ridotta la famiglia. La terribile malattia durò per un anno. Gemma fu di edificazione
a tutti. La gente andava a trovarla per edificarsì delle sue virtù e per udire
le parole che rivolgeva loro sempre col sorriso sulle labbra. Era questa
l'ultima terribile prova prima del grande «dono» delle stimmate. Santa Gemma
ha premesso alla narrazione del dono delle stimmate, come Gesù, dopo la
comunione (8 giugno), l'aveva avvisata che la sera le avrebbe concessa «una
grandissima grazia». Essa confidò tutto al suo confessore, Mons. Giovanni
Volpi. Gemma non sapeva di quale «grazia» si trattasse. Il confessore le disse
di metterlo al corrente di tutto. La «grandissima grazia» erano le «stimmate»
con le quali Gemma veniva ad assomigliare a Gesù Crocifisso anche esternamente,
con i segni della Passione. Ma come reagì la santa a questo singolarissimo
fenomeno? A questa «grazia grandissima»? Venerdì mattina, appena si alza,
dovendo andare a Messa e, versando le ferite ancora sangue, si mise un paio dì
guanti, «tanto per nascondermi le mani», scrive Gemma (Aut. 262). Al ritorno
in casa non sapeva come comportarsi. Nella sua semplicità pensò che tutte le
anime consacrate fossero favorite dì un tale dono perciò, afferma padre
Germano, andò a domandare (forse a qualche Suora) «se mai avessero avvertìto
in sé medesime, ferite e squarciamenti così e così» (Vita, P. Germano,
65). Ma, conclude padre Germano: «non venne a capo di nulla». Non sapendo più
come regolarsì pensò di parlarne a una delle zie. Le si presentò con estrema
semplicità e: "Zia, veda un po' che mi ha fatto Gesù!" La pia donna,
continua padre Germano, rimase sbalordita». Sbalordita era anche Gemma, ma
soprattutto afflitta. Nessuno riusciva a darle spiegazioni e, per di più, non
riusciva a parlarne col confessore: «Questa cosa per primo dovevo dirla al
Confessore, ma invece più volte andai a confessarmi senza mai dirgli nulla»
(Aut. 262). Finalmente decise di confidarsi con una sua carissima amica, anche
se di 20 anni pìu grande di lei, Palmira Valentinì. Ecco la preziosa
testimonianza: «Un giorno Gemma mi disse: "Tu sapessi che bel regalo mi ha
fatto Gesù"». Le stimmate erano il «sigillo» dell'amore di Gesù per
Gemma, ma anche il sigillo «doloroso» di Gemma, non solo per la sofferenza che
procuravano alle sue carni ma anche perché non riusciva a nasconderlo alla
curiosità della gente e, più ancora, per tanti dubbi, perplessìtà e
incertezze sorte intorno a questi fenomeni straordinari persino nel confessore.
Questi, per avere un po' di luce, aveva mandato un. giorno il dott. Pfanner ad
esaminare la stimmatizzata. Conclusione: isterismo! Quindi, per il povero
confessore, buio ancora più fitto. Non dubitava certo, Mons. Volpi, della virtù
dì Gemma, ma... Anche fra le persone amiche ed affezionate, che avevano una
grandissima stima dì Gemma, ci furono tentennamenti dopo il verdetto del
medico. Ma Gesù le aveva già detto che sarebbe venuto il tempo che nessuno
l'avrebbe più creduta: «Non ti ricordi, figlia mia, che tempo indietro ti
dissi che veniva un giorno nel quale nessuno ti crederà?» (Lett. 5 al conf.).
E scrivendo ancora a Mons. Volpi: «Se vedesse, quante persone sono cambiate con
me da qualche giorno! Ma la mia testa mi pare che mi faccia vedere i pensieri
che passano per la mente degli altri» (Lett. 8). E i parenti? Basta leggere
il seguente episodio. È la
stessa Santa che lo racconta scrivendo al confessore. «Sa una zia che mi fece
ieri sera? Quando arrivai a casa, andai in camera; lei mi venne arrabbiata
arrabbiata e mi disse: "Stasera non ce l'hai la sorella a difendertì, che
è Giulia; fammi vedere dove ti è uscito tutto quel sangue, se non ti finisco a
forza dì botte". Io stavo sempre zitta, e le facevo tanta rabbia, che lei
con una mano mi teneva la gola e con l'altra voleva spogliarmì; ma non ci fu
caso... Ma non finì qui; quando fu per andare a letto... Venne vicina a me, e
mi disse che era l'ora di smettere quei fuffigni, e che ne avevo date
d'intendere assai alle persone... "Guarda, mi disse, se non mi dici dov'è
uscito quel sangue, non ti faccio più uscire di casa sola, e non ti mando più
in nessun posto"» (Lett. 16). Aveva ragione padre Pio da Pietralcina: le
stimmate non sono una «decorazione». E’ un dono "gratuito".
Potremmo continuare il discorso, così importante ed attraente, ma non voglio
oltrepassare i limiti di questa nostra meditazione. Perciò mi avvio alla
conclusione. Il dolore è via al calvario. Il dolore ci unisce intimamente a Gesù
rendendocì simili a Lui Crocifisso; ma non il dolore in se stesso, ma il dolore
accettato, sofferto ed offerto. Santa Gemma, non solo lo accetta, ma lo
desidera, per conformarsi sempre più al suo Sposo Crocifisso, o Sposo dì
Sangue, come Lo chiamava lei. Spesso è Lo stesso Gesù che le fa da Maestro e
che alimenta in lei questo sacro fuoco. «"Guarda, figlia, le dice un
giorno, e impara come si ama" e mi mostrò le sue 5 piaghe aperte... Mi
vuoi amare davvero? Impara prima a soffrire. Il soffrire insegna ad amare»
(Aut. 256). E ancora, dopo la confessione: «"Guarda in che stato avevi
ridotto Gesù per i tuoi peccati'. Alzai gli occhi, e mi parve dì vedere Gesù
Crocifisso tutto sangue e ricoperto di piaghe"» (Appuncì 27.3.1899). «Figlia
mia, mi diceva Gesù,. se la croce non la sentissi, non sì potrebbe chiamare
col nome dì croce. Stai pur sicura che sotto la croce non ti perderai... O
figlia mia, quanti mi avrebbero abbandonato, se non li avessi crocifissi! La
croce è un dono troppo prezioso, e da esso si apprendono molte virtù» (Lett.
6 al confessore). Come risponde la santa a questi inviti amorosi? «Due
sentimenti e due pensieri mi nacquero nel mio cuore, dopo che Gesù sì fece
sentire e vedere grondante sangue. Il primo di amarlo e di amarlo fino al
sacrificio... L'altra cosa... fu un gran desiderio di patire qualche cosa per
Lui, vedendo che aveva patito tanto per me» (Aut. 255). Anche qui le citazioni
di domanda d'amore da parte dì Gesù e dirisposta amorosa da parte di Gemma,
sono moltissime. Basta così. Avviandomi
alla conclusione della nostra meditazione affermo che Gemma non è santa per le
stimmate, visioni, ecc. ma per l'amore ardente che ha portato a Gesù da
rendersi simile a Lui nell'intimo del suo cuore. Gemma non è salita alla gloria
degli altari per i carismi straordinari dei quali è stata favorita, ma per la
virtù che ha esercitato. E questo è importante per noi. Anche noi possiamo santificarci
senza visioni, ecc perché, lo ripeto ancora, non sono queste che rendono santa
un'anima, ma l'esercizio delle virtù teologalì: fede, speranza e carità e la
pratica di tutte le altre virtù morali: umiltà, ubbìdìenza, abnegazìone,
vita nascosta, ecc. «Un atto dì umiltà (dì virtù) dice San Giovanni della
Croce, è più prezioso, davanti a Dio, che tutte le visioni...». «Molte
anime, dice ancora il santo, benché prive dì quelle grazie, sono senza
confronto assai più avanzate in perfezione di altre che ne hanno molte». Pio
XII afferma: «La rinunzia a sé, per amore di Cristo, è ritenuta l'unica via
della perfezione». «Ciascuno ha da Dio il suo dono particolare, chi in un modo
e chi in un altro», dice San Paolo (1 Cor 7,7), cioè ciascuno di noi può
amare il Signore quanto Lui desidera perché a tutti sono dati i talenti
necessari, tocca a noi farli fruttificare come ha fatto santa Gemma e tutti i
santi. Cosa
deve rimanere in noi, allontanandocì da questo luogo, vero Santuario della
Passione? Pentimento dei nostri peccati, proposito fermo di non commeterne più,
accettazione volontaria di tutte le sofferenze e prove che il Signore vorrà
mandarcì, giorno per giorno, ricordandocì delle sue parole: «Ogni tralcio che
porta frutto (il Padre mio) lo pota (con la sofferenza) perché porti più
frutto» (Gv 15,2). La casa delle stimmate dì Santa Gemma Galgani è uno dei
luoghi più insigni della Santa che conserva - quasi prezioso reliquiario - la
camera dove visse per due anni, muta testimone dì tante manifestazioni celesti
e sofferenze dì Gemma. Qui infatti, come abbiamo già detto all'inizio, le
apparve più volte Gesù, la Vergine SS.ma, l'Angelo Custode, San Gabriele
dell'Addolorata e altri santi; qui, l'8 giugno 1889, ottava del Corpus Domini,
festa del S. Cuore dì Gesù, ricevette la «grazia grandissima» delle
Stimmate. Pellegrino,
silenzioso visitatore di questo piccolo, ma insigne santuario della Passione,
esci in punta di piedi per non disturbare il suo raccoglimento interiore. Porta
con te, nel profondo del tuo cuore, le piaghe dolorose del tuo Gesù. Forse
anche tu hai impressa nella tua carne o nella tua anima, qualche stimmata che ti
fa gemere giorno e notte. Non ti scoraggiare. Stai salendo il tuo calvario.
Ricordati che non sei solo. Molti lo hanno salito prima di te, altri lo stanno
salendo insieme a te. Ma soprattutto ricordati che lo stai salendo insieme a Lui
che per te, per cancellare il tuo peccato, per saldare il tuo debito, per
comprartì un posto nel suo regno di gloria, è salito sulla croce, per offrirsi
al Padre: unico ed eterno Sacrificio per tutti gli uomini, per tutti i tempi, da
dove i suoi amanti spiccano il volo per la Patria beata: per crucem ad lucem!
(attraverso il buio della croce); cioè del dolore, si giunge alla luce
sfolgorante del cielo; "per aspera ad astra" (per i sentieri impervii
della vita, si sale alla gloria immortale del cielo).
PREGHIERE
VOGLIO MORIR D’AMORE
«Voglio
morir d'amore» «Vorrei
che, quando sarò morta «tutti dicessero: Gemma è stata vittima d'amore ed è
morta solo vittima d'amore». Sì, proprio così, mia cara ed amabile Santa: sei
morta d'amore! Come Gesù è morto d'amore per noi, tu sei morta d'amore per
Lui. Già da due anni, da giovedì a venerdì, le tue mani e i tuoi piedi,
venivano trapassati dai chiodi e il cuore squarciato dalla lancia. Ma, tuo
ardente desiderio, era morire d'amore, trafitta e sanguinante, come Gesù sulla
croce il Venerdì Santo. E sei stata accontentata. L'ultimo venerdì della tua
vita, proprio un Venerdì Santo, dovevi distenderti sulla croce per l'ultima
volta, partecipare alla terribile agonia del tuo Sposo di Sangue, prima di
lasciare questa terra per congiungertì definitivamente a Lui. Distesa sul tuo
letto di dolore, rimasta «sola con Gesù solo», i tuoi dolori diventano
lancinanti. Il nemico infernale, presagendo ormai la tua fine imminente, non ti
dà tregua, adopra tutte le sue arti diaboliche per tentarti e vendicarsi delle
migliaia dì anime che gli avevi strappate dalle grinfie, apparendoti sotto
forma dì animali che ti mordono e ti graffiano. È
la tua ora
suprema. «Non se ne vada, dici a chi ti sta vicina, finché non sarò
crocifissa. Devo essere crocifissa». Dovevi, cioè, morire di amore. Allargate
le braccia in forma di croce, con gli occhi, velati di dolore, verso il cielo,
agonizzi e gemi con il tuo Sposo crocifisso. Soltanto tu puoi dirci quel che
passò fra te e il tuo Gesù in quelle lunghe ore di terribile e spaventosa
agonia. Finalmente «sola con Gesù solo», diventata vittima con Lui per i
peccati di tutta l'umanità! Io resto sbalordito per tanta fortezza e tanto
amore. Eppure, benché così lontano da te, il tuo esempio mi sprona e
m'incoraggia. Mentre so di non poterti imitare, so anche che il buon Gesù
accetta le mie piccole sofferenze e rinunzie di ogni giorno. Anzi sono proprio,
e solo quelle, che Egli mi chiede. Fa', o cara Santa Gemma, che io Gliele possa
offrire con lo stesso tuo slancio ed intensità di amore. Potrò così anch'ìo,
come te, morire d'amore per Chi è morto d'amore per me.
Si, Gesù, voglio soffrire, ma soffrire insieme con
te! Chi veramente ama, volentieri soffre. Santa
Gemma
SOFFRIRE AMANDO
Oh
quando sarà mai
che ardentemente stringerò la croce, quando sarà che sarò tutta immersa nelle
piaghe del mio Gesù, in quelle spine, in quei chiodi, in quei tormenti. Oh, se
potessi nella passione di Gesù internarmi come vorrei! Gesù, Gesù, fammi
prender parte a tutti i tuoi dolori... Soffrire per Gesù che ama, e morire
soffrendo per Gesù».
Cara santa Gemma,io rimango stupito nel leggere questi tuoi accenti
infuocatì, nel vedere il tuo cuore acceso dì amore così ardente per il tuo
Gesù, pieno di fuoco. Desideravi stringere tra le tue braccia la croce del tuo
Diletto. Ebbene, l'Amato del tuo cuore ti ha fatto adagiare sulla sua croce. Lo
ricordi quell'otto giugno, festa del sacro Cuore dì Gesù? Ti apparve il tuo
Sposo dì sangue. Aveva le ferite aperte. Da quelle ferite uscirono fiamme di
fuoco che vennero a toccare le tue mani, i tuoi piedi, il tuo cuore. E ti
trovasti crocifissa, con il tuo Amore crocifisso. Il dolore fu tale che ti
sentisti morire. Finalmente era stato appagato il tuo desiderio. Volevi essere
immersa nel Sangue del tuo Gesù. Ed ecco ora guardi le tue mani e i tuoi
piedi sanguinanti, il tuo cuore che versa sangue come quello dì Gesù. Ma il
tuo desiderio non è ancora pienamente soddisfatto. Vuoi prender parte a tutti
i dolori di Gesù. E allora, non solo questi squarci sì ripeteranno
puntualmente dalla sera del giovedì per tutto il venerdì, ma avrai in dono
anche gli altri preziosi monili che devono adornare una sposa dì un Re
crocifisso: flagelli, coronazione di spine, sudore di sangue, oltraggi, ecc.
Sarà così esaudita quella tua ardente preghiera: «Signore mio Gesù, quando
le mie labbra sì avvicineranno alle tue per baciartì, fammi sentire il tuo
fiele. Quando le mie spalle sì appoggeranno alle tue, fammi sentire i tuoi
flagelli. Quando la mia carne sì comunicherà alla tua, fammi sentire la tua
passione. Quando la mia testa si avvicinerà alla tua, fammi sentire le tue
spine. Quando il mio costato si+ avvicìnerà al tuo, fammi sentire la tua
lancia». Mia cara santa Gemma, comunica anche a me questo fuoco per poter
partecipare alla Passione dì Gesù, non con segni straordinari, ma accettando
la mia giornata così come il buon Dio me la prepara giorno per giorno.
16 maggio 1990
"Soffrire amando, soffrire per Gesù che si ama
e morire soffrendo per Gesù"
Santa Gemma
Messaggio di Santa
Mia
cara santa Gemma, sono in ginocchio davanti alla tua urna, contenente i tuoi
resti mortali, sotto questo artistico altare. Son qui, non, per ammirare tutto
ciò che di straordinario ha operato in te il tuo «Sposo crocifisso»:
locuzioni, estasi, segni della Passione, familiarità con i santi e il tuo
Angelo custode, ma per accogliere e vivere il messaggio del quale tu sei
apportatrice. Prima di tutto tu mi sottolinei, con forza, che la santità non è
monopolio di nessuno, ma che tutti, a qualunque categoria apparteniamo, siamo
chiamati a conseguirla, come afferma il Concilio Ecumenico Vaticano Il: «Tutti
i fedeli sono invitati e tenuti a perseguire la santità e perfezione del
proprio stato» (LG 42 e). «Tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla
gerarchia, sia che da essa sono diretti, sono chiamati alla santità, secondo
il detto dell'apostolo (1 Tes 4, 3; cfr. Ef 1, 4): - certo la volontà dì Dio
è questa, che vi santifichiate -» (LG 39). La tua vita, dalla fanciullezza
all'età giovanile, è stata quella di una ragazza ordinaria ed è proseguita ad
esserlo anche quando, soprattutto negli ultimi anni, sì è trovata immersa nel
soprannaturale. Niente di dissimile da tante altre tue coetanee. Sei vissuta
in una numerosa famiglia, con tutti i problemi che essa comporta. Certo hai
avuto il dono dì una mamma veramente cristiana che ha saputo iniziarti alla
santità. Ma l'hai goduta per poco. D'altra parte essa si è comportata
ugualmente con tutti i tuoi fratelli e sorelle. Gli insegnamenti impartiti a te,
erano per tutta la sua numerosa nidiata. Voleva bene a tutti. Infatti le sue
ultime parole, prima di morire, quasi testamento (aveva 39 anni), furono: «Offro
a Dio volentieri la mia vita, per ottenere la gioia di rivedere e rigodere tutti
i miei otto figli con il Paradiso». Amore sincero di una mamma veramente
cristiana ed amore indistintamente per tutti i suoi figli. Ma tu hai
corrisposto, fin da piccina, al lavorio che il Signore andava compiendo nella
tua anima, attraverso la mamma. Certo anche tu, come tutti i bambini, eri
incline ai capricci, ma ti vincevi per amore di Gesù crocifisso del quale la
mamma, e poi le maestre, ti parlavano. Non ti sono mancate le prove, man mano
che gli anni passavano, anzi sono state tuo pane quotidiano: morte della mamma
quando avevi appena sette anni, del fratello Gino che amavi teneramente, del
padre amatissimo; il crollo finanziario della famiglia, le tue malattie che ti
portarono quasi alla tomba; l'abbandono della tua, per un'altra famiglia,
anche se accolta e trattata «come una figlia»; umiliazioni di ogni genere, non
poche causate dagli stessi doni straordinari dei quali Gesù ti andava
arricchendo, per i dubbi e le perplessità che generavano anche in chi ti
guidava spiritualmente; la rinunzia alla vita religiosa tra le Monache
passioniste alla quale ti sentivi chiamata; inoltre le terribili vessazioni del
diavolo che si accaniva contro di te e non dandotì tregua nè giorno nè notte.
Unico tuo conforto, negli ultimi anni della vita, i più difficili, il «babbo»
tuo, padre Germano, passionista, che Gesù ti diede come guida spirituale. Ma
dove attingesti la luce e la forza per le tue ammirabili ascensioni verso le
vette della santità, furono la Vergine addolorata, l'Eucarestia e Gesù
crocifisso. Questi i tuoi tre Amori. Questo il messaggio che ci hai lasciato.
La
vergine addolorata. Tu
l'amavi teneramente come la «Mamma tua»: «la mia Mamma sarà la Madonna»,
dicesti un giorno, prima ancora della morte della mamma. «Mamma mia, gridavi,
io non posso stare senza di te». «Quanto bene voglio alla Mamma mia!». Un
amore che sì traduceva in opere, in imitazione delle sue virtù, nel farle
compagnia nel suo dolore. «Quanto sei addolorata, Mamma mia! Che compassione mi
fai, o Mamma mia, nel vederti così ai piedi della croce!» e cercavi di
consolarla offrendole le tue sofferenze giornaliere: «Se ti possono essere di
conforto questi miei patimenti, tu accettali, Mamma mia! Spesso vedevi la
Madonna piangere accanto al suo Figlio crocifisso e tu le dicevi confidenza di
figlia: «Se hai un po' dì sollievo nello stare con me... staremo insieme». E
ancora: «Mamma mia, quando vedesti morto Gesù!...» Si, tu l'amavi la Mamma
tua, consolavi, partecipavi al suo dolore soffrendo insieme a lei.
Gesù
eucarestia. L'Eucarestia
è il «centro spirituale della comunità religiosa e parrocchiale, anzi della
Chiesa universale», affermava Paolo VI: è «fonte ed apice di tutta la vita
cristiana» (LG Sb). Tu lo avevi compreso molto bene, mia cara santa Gemma,
perciò avevi fatto dell'Eucarestia il centro della tua vita spirituale. «Non
si può passare un istante, dicevi, senza sentirsi nella più grande felicità
davanti a Gesù nel Santuario del Tabernacolo, dove è presente (in) corpo e
sangue...». Ed eri affamata e assetata di questo cibo e bevanda perché «era
l'unico conforto nelle tue sofferenze, nelle prove terribili che dovevi superare
ogni giorno. «Mio Gesù, io struggo... io muoio. Io muoio per te! Gesù, cibo
delle anime forti, fortificamì, purificamì, dìvìnìzzamì». «Ogni giorno
faccio la santa comunione, l'unico ed il più forte conforto che io abbia». «O
Gesù, se non ci fosse un po' la comunione come farei?». «Ogni mattina, dicevi
a te stessa, (Gesù) ti mostra le sue vene aperte perché tu lambisca fiumi dì
beatitudine!...»
Gesù
crocifisso. Che
il tuo amore non consistesse in soli affetti e in tenere esclamazionì, lo
dimostrastì nell'amore immenso verso il tuo «Sposo crocifisso», partecipando
a tutta la sua dolorosissima Passione, dall'agonia nell'orto alla morte in
croce. Fin da piccina «le piaghe dì Gesù, dicevi, rimasero sì bene impresse
nella mia mente che non si sono più cancellate». «Ogni giovedì (sera),
confessi, continuavo a fare l'Ora Santa», ma mi accadeva alle volte che quest'ora
durasse fino alle 2 (dopo mezzanotte) perché me ne stavo con Gesù, e quasi
sempre mi faceva parte di quella tristezza che provò nell'orto alla vista di
tanti peccati miei e di tutto il mondo una tristezza tale che può ben
paragonarsì all'agonia della morte!». E, con il tuo Gesù, sei stata
flagellata, coronata di spine, inchiodata in croce... Difatti, poco prima dì
morire, dicesti alla signora Cecilia Gianninì: «Non mi lasci finché non sarò
inchiodata in croce. Ho da essere crocifissa con Gesù. Gesù mi ha detto che i
suoi figli debbono morire crocifissi!». E questo il messaggio che mi hai
lasciato. Che io lo viva come Gesù lo desidera da me.
16
giugno 1992