SANTA GEMMA GALGANI

Biografia

di

Suor Gesualda Saldi

 

CAPITOLO I

UNA CONFESSIONE

Io conobbi di vista Gemma Galgani; più volte mi trovai ac­canto a lei nelle lunghe attese al confessionale di monsignor Volpi, ma non m'ispirò simpatia.

Non la conobbi mai personalmente, né le parlai, perché le nostre famiglie non erano in relazione. Sapevo che era una povera figlia accolta per carità dalla famiglia Giannini, che aveva ricevuto una grazia dalla beata Margherita Maria.

Un' amica mi disse un giorno di lei: «E’un pollino freddo. Se si mette qui, sta qui; se si mette là, sta là», e ciò non ac­crebbe le mie simpatie.

Un giorno, per caso, la vidi sorridere: l'incanto di quel sor­riso mi colpì; l'ho sempre nella mente e nel cuore. Ecco tut­to ciò che di lei mi rimase, tutto ciò che allora seppi di lei.

Chi invece m'ispirava vivissima simpatia erano le due sorel­le: Annetta ed Eufemia Giannini. Incontrandoci, pur senza co­noscerci, ci facevamo dei saluti amichevoli. Per me, era una gioia quando vedevo spuntar da lontano quel gruppetto, e qual­siasi irritazione, o turbamento interno che provassi, si calmava come per incanto a quell'incontro. Lo attribuivo alla vista di quelle due dolci creature, non alla santa che era con loro. Ca­pisco ora che quella pace era lei, invece, a infonderla in me.

Dopo la morte di Gemma, mi parlarono di lei come di una santa, e la notizia mi commosse.

Poi le opinioni più varie vennero a frastornarmi; ma il tra­collo lo dette una persona che avrebbe voluto e dovuto far­mela amare. Questa, per un cumulo di circostanze, m'ispirò tanta contrarietà che mi fece provare per Gemma una vera avversione; non credevo più a nulla di ciò che si diceva di lei,

e l'avversione era tale da farmi pensare: «E come faccio, se poi la beatificano?».

Tutto, di lei, mi disturbava, e comunicavo anche ad al­tri la mia incredulità e avversione. E ciò per venticinque an­ni circa.

Da più parti mi si facevano pressioni perché ne scrivessi la vita, ma la mia risposta era invariabile: «Impossibile, come volare. Come si può scrivere di chi non si ama e a cui non si crede?».

Abituata alle estasi sublimi della mia santa madre, Maria Maddalena de' Pazzi, quelle di Gemma mi parevano scialbe e scolorite.

Ne sentivo lodare le lettere: aprivo il libro, lo richiudevo:

quel modo di scrivere non mi andava. Aprivo la vita, e mi ca­pitava qualcosa che mi dava disgusto. Insomma la mia con­trarietà per Gemma non cedeva.

Mesi or sono, stretta al muro, e, quasi o senza quasi, co­stretta a metter mano a questa biografia, mi rivolsi a Gem­ma e le dissi: «Se vuoi quest'ossequio da me, fatti amare». Co­me per incanto, la mia avversione cedette, cambiandosi in amore ardentissimo, e ciò prima ancora di leggerne la vita. Poi mi misi a leggerla, e fin dalle prime pagine la dolce ed eroica figura di Gemma ne balzò fuori bella, luminosa, san­ta. Rimasi stupita di una virtù così eroica, così costante, così sublime. Sentii pena di non avere la capacità per trattar Gem­ma quale contemplativa, con la dottrina dei mistici alla ma­no, e mi limitai a scrivere queste poche pagine, nelle quali avrei voluto mettere tutto il mio amore per riparare con esse le mie incredulità e contrarietà passate: sentite in me o co­municate agli altri.

Questo mio istantaneo mutamento di cuore mi portò a non più sopportare e neppure a comprendere i contraddittori di Gemma e a desiderare ardentemente che Dio cambiasse il lo­ro cuore come cambiò il mio, e concedesse presto la beatifi­cazione di questa santa creatura.

Questa la confessione, questa la relazione di una vera gra­zia, per comprendere la portata della quale bisognerebbe po­ter leggere nel mio cuore e averne provato i sentimenti.

 

CAPITOLO Il

 

IL PRIMO RACCONTO

 

A Lucca, oltre cent'anni fa, nella famiglia Galgani si ripe­teva una di quelle scene tanto comuni nei tempi di fede.

Una giovane madre, preso tra mano un crocifisso e sulle ginocchia la sua piccina, glielo additava dicendo: «Vedi, Gem­ma, questo caro Gesù è morto in croce per noi!». Poi, con la sua voce insinuante, con la soave eloquenza del cuore e del­la fede, con quel dono che ha la madre di adattarsi alla ca­pacità dei suoi piccini, le narrava la storia della passione. Le diceva come «il caro Gesù», che amava tanto gli uomini, fos­se stato battuto, schernito, vilipeso, ridotto tutto una piaga, poi crocifisso, e proprio dai suoi beneficati!

Gemma ascoltava... I suoi occhi luminosi si empivano di lacrime, portandosi dal crocifisso al volto materno, da questo al crocifisso. Posando poi con amore indicibile le labbra in­nocenti su quelle piaghe, vi stampava i primi baci di ripara­zione, promettendo d'essere buona, di non far mai soffrire Gesù, di non negargli mai nulla.

Quando la madre taceva: «Ancora, mamma, ancora; mi par­li ancora di Gesù?», ripeteva la piccola Gemma, e queste pa­role «ancora, mamma, ancora», che rivelavano la sua sete di soprannaturale, le erano sempre sul labbro sia che la madre parlasse, o che, stringendosela al cuore, la facesse pregare.

Questa frase che, da piccola, Gemma ripeteva alla mam­ma, la ripeterà poi in seguito a Gesù fino all'ultimo giorno, nella sua sete di amore e di dolore: «Che la mia vita, o Gesù, sia un continuo sacrificio, che tu accresca i miei dolori, che tu accresca le mie umiliazioni... Voglio soffrire con te. No, Gesù, non voglio morire, voglio vivere sempre, per pa­tire tanto e per amarti tanto.. .».

Gemma non era nata a Lucca, ma a Camigliano, grazioso paesello di quella provincia.

Era nata il 12 marzo 1878, e la famiglia l'aveva accolta con una festa, con una gioia non provata per la nascita dei tre maschietti che l'avevano preceduta.

Ventiquattr'ore dopo, riceveva il battesimo nella chiesa di Camigliano.

Riguardo al nome da imporle, vi fu un po' di contrasto fra la mamma e il cognato, capitano-medico. Questi voleva chiamarla Gemma, ma la madre non voleva saperne.

A risolvere la questione intervenne un ottimo sacerdote, il parroco di Gragnano: «Ma perché» disse alla signora Gal­gani, «non vuole mettere alla bambina il nome di Gemma, co­me desidera suo cognato?». L’angelica signora espresse allo­ra un dubbio ingenuo, penoso però per lei, che solo aveva l'occhio alla felicità eterna dei suoi figlioli: «Ma... in Paradi­so ci può andare lo stesso, la bambina, non essendovi alcu­na santa col nome di Gemma?». «Le gemme sono in Para­diso» rispose il sacerdote; «speriamo che questa bambina sia una Gemma di Paradiso».

I fatti dettero presto ragione allo zio.

La piccina, fin dai quattro anni, si mostrò straordinaria­mente inclinata alla pietà.

Affidata per qualche giorno alla nonna paterna, questa la teneva a dormire in un lettino accanto al suo. Ora, una volta che la buona signora voleva entrare in camera, rimase immo­bile sulla soglia e poi, piano piano, invitò il figlio a venire a vedere una gran bella cosa. Gemma, una graziosa creaturina rosea e fresca, era in ginocchio dinanzi a un'immagine del sa­cro cuore di Maria, con le manine giunte, gli occhi in alto e pareva uno di quei bei putti in adorazione che si ammirano negli affreschi e nei quadri dei nostri grandi artisti.

Lo zio, come la nonna, ristette a contemplarla con amore; poi, rompendo il silenzio: «Che fai Gemma?», domandò. «Di­co l'Ave Maria» rispose la piccola. «Vai, vai, che io prego».

Rispettando il suo desiderio di solitudine, i due si ritiraro­no: «Che peccato» disse il buon capitano. «Se avessi avuto la macchina fotografica, le avrei fatto una foto».

Quest'attrattiva per la preghiera, ispiratale da Gesù stesso e dalla mamma, andò sempre aumentando.

Ed era commoventissimo vedere inginocchiate accanto, ma­dre e figlia, fuse in una stessa preghiera; vedere strette insie­me queste due vite, una che sta per spegnersi, l'altra che sorge quale alba radiosa.

Sì, una vita che sta per spegnersi. La signora Aurelia Gal­gani, minata da una lenta tisi, dopo cinque anni, giungeva alla tomba.

«Ho pregato tanto» dice accarezzando la sua Gemma «per­ché Gesù mi desse una bimba; mi ha consolato, è vero, ma troppo tardi! Sono malata, e presto ti dovrò lasciare: appro­fitta delle lezioni della mamma». Quanta tristezza in queste parole! Quanta sollecitudine per l'anima della sua bambina! E che martirio quel lento sorseggiare la morte prossima, con la terribile prospettiva di doversi separare da sette creature ancor tanto bisognose di lei! Tale visione che le stava sempre dinanzi rendeva quella madre cristiana eloquentissima nel par­lare delle vanità di tutte le cose terrene, della deformità del­la colpa, dei pregi dell'anima, della grandezza di Dio, della bellezza del cielo.

La piccola Teresa di Lisieux, nei suoi trasporti d'amore, au­gurava il Paradiso alla mamma, al babbo, a tutti. Qui è la mamma ad augurare, in un certo modo, il Paradiso alla sua bimba: «Gemma, se potessi condurti dove Gesù mi chiama, verresti con me?». «E dove?», domandava Gemma. «In Pa­radiso con Gesù e con gli Angeli». Pare di vederla, la cara bambina, battere le mani, abbandonarsi a vivi trasporti di gioia. Da quel giorno, il cielo fu il suo continuo sospiro. «Fu, dunque, la mamma mia che da piccina mi fece desiderare il Paradiso» dirà poi Gemma, sedici anni dopo, quando le fu proibito di chiedere a Dio di morire. «E ora, se desidero an­cora il Paradiso e voglio andarvi, ho delle belle gridate, e mi sento rispondere un no. Alla mamma mia risposi di sì; e per avermi ripetuta questa cosa del Paradiso, non volevo mai di­staccarmi da lei, e non uscivo più dalla sua camera».

Anche questo particolare quanto è caro! Gemma non vo­leva più distaccarsi dalla mamma, non più uscire dalla ca­mera di lei, per non perdere il momento della partenza, per timore che la sua mamma volasse sola in cielo. E le saliva sul letto, le cerchiava amorosamente il collo e la baciava e riba­ciava senza fine.

Ma prima di spiccare il volo per la patria eterna, questa pic­cola amante del crocifisso doveva divenirne una copia vi­vente; doveva risentire in sé, nel cuore, nella sua anima, nel­le sue membra, tutte le angosce, tutte le sofferenze del suo Gesù. «Signor mio» doveva esclamare, «quando le mie lab­bra si avvicineranno alle tue per baciarti, fammi sentire il tuo fiele. Quando le mie spalle si appoggeranno alle tue, fammi sentire i tuoi flagelli. Quando la carne tua si comunicherà alla mia, fammi sentire la tua passione. Quando la mia testa si avvicinerà alla tua, fammi sentire le tue spine. Quando il mio costato si avvicinerà al tuo, fammi sentire la tua lancia..

Poi, dal calvario al cielo!

 

CAPITOLO III

 

IL CROCIFISSO

 

La devozione a Gesù crocifisso fu per secoli e secoli la gran­de e quasi unica devozione delle anime cristiane. Dinanzi al crocifisso, si prostravano i re e i guerrieri, i grandi e gli umi­li, affratellandosi in colui che dette il sangue e la vita indi­stintamente per tutti.

L’immagine del crocifisso si trovava in tutte le case, dalla reggia al povero tugurio, attorno ad essa si riuniva la famiglia, chiedendo e ottenendo benedizione e grazia, forza e rasse­gnazione, pentimento e perdono.

Il bambino si abituava a quella vista fin dalla più tenera età. La storia della passione di Cristo era uno dei primi racconti da lui uditi, e sui quali piangeva. Imprimendosi profonda­mente nell'anima sua, gli faceva trarre dall'intelligenza del­l'infinito dolore di un Dio-umanato il sentimento del valore dell'anima, e, rafforzando la fede, la speranza e l'amore, lo spingeva spesso, in seguito, ai grandi eroismi.

Infatti, i nostri antichi santi, veri giganti di virtù, divenne­ro tali contemplando a lungo il crocifisso. Gesù, dalla sua cro­ce, come da cattedra, si fece loro maestro, ed essi l'ascoltaro­no; come da trono regnò su loro, ed essi lo seguirono; come da talamo nuziale si sposò dalla croce con le anime loro as­setate d'amore, avide di dolore e di sacrificio, ed esse s'im­molarono per lui.

Ma pian piano, la fede si affievolì: il crocifisso venne ban­dito dalla società, il gelo entrò nel mondo, e con esso la ri­bellione e l'ingiustizia. Le anime incominciarono a languire e si spensero gli eroismi degli antichi tempi. Tra le stesse anime pie, molte parvero trascurare il crocifisso.

Ma Cristo è re e vuole regnare; è amore e vuole il nostro ri­cambio; ha sofferto, ha versato tutto il suo sangue, e vuole che questo sangue da noi sia raccolto, sia venerato, sia adorato; che il suo dolore sia compreso da quelli per i quali lo ha sof­ferto. Il crocifisso, col capo piegato, quasi a dare alle anime nostre il bacio del perdono e dell'amore, con le braccia aper­te, per abbracciare tutti, col costato ferito per additarci la via nel suo cuore, non vuole più rimanere quasi un estraneo per le sue creature: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me», diss'egli, e vuole che questo suo desiderio si compia.

Ci vuole tutti nel suo amplesso.

Ed ecco, infatti, il crocifisso tornare in onore. I nostri bam­bini italiani lo rivedono nelle scuole e nelle famiglie. Le ani­me riprendono la via del calvario dietro gli apostoli della via crucis. Le sante piaghe tornano in venerazione, e il compati­mento dei dolori di Cristo ricomincia a farsi più intenso.

Santa Teresa di Gesù Bambino divenne apostola contem­plando una mano piagata del crocifisso; e negli abissi di umi­liazione e di dolore celati nel segreto del sacro volto, e da essa compresi, attinse tesori d'umiltà e di dolore.

Quasi contemporaneamente, nel monastero della visita­zione di Chambéry; Gesù si mostra a un'umile conversa, suor Maria Marta Chambon, le intima di ricondurre le anime a lui, piagato e crocifisso; di esprimere al mondo i suoi voleri, i suoi lamenti, le sue promesse: «Voi non contemplate abbastanza» le dice «il sole nel suo meriggio. Gli stessi miei sacerdoti non tengono bastantemente l'occhio al crocifisso: e io voglio es­sere onorato tutto. Figlia mia, vieni a me, e io ti darò un'ac­qua che ti disseterà. Nel crocifisso, tutto si trova, e per tutte le.... Ho molti santi in cielo che ebbero gran devozio­ne alle mie sante piaghe; ma quaggiù quasi vi sono delle ani­me le quali ritengono la devozione alle mie piaghe come spre­gevole e quasi sconveniente... per questo, essa cade in oblio... Eppure le mie sante piaghe sostengono il mondo e ne sono il tesoro... La devozione ad esse è il rimedio a questo tempo d'iniquità... Le mie piaghe ripareranno le vostre... non vi sarà morte per l'anima che spira nelle mie piaghe... esse dànno la vera vita».

Mentre suor Maria Marta riceveva da Dio in modo espli­cito la missione di ridestare nel mondo la devozione alle san­te piaghe di Gesù e ricondurre le anime al crocifisso, a Luc­ca, che è per eccellenza la città del crocifisso, detta per an­tonomasia città del volto santo, Cristo faceva di Gemma Galgani «un frutto della sua passione, un germoglio delle sue piaghe».

«Se l'affetto che tante volte hai detto di serbarmi nel tuo cuore è vero» egli le dice, «io voglio che tu porti in te stessa scolpita la mia immagine».

«Guardami, mi vedrai trafitto, deriso da tutti, morto in cro­ce; invito te pure a morire in croce per me». E le si fa vede­re tutto coperto di piaghe, l'avvicina a sé, ed essa, a una a una, amorosamente gliele bacia, invitando poi tutte le anime ad amare «l'amore non amato», a nascondersi in quelle piaghe e in quel cuore.

«Venite tutti, ma tutti» ella esclama, «a compatire Gesù! ... Tutti adoriamo la passione di Gesù, tutti... Andiamo tutti a Gesù in croce! ... Via, venite... Andiamo a raccogliere il san­gue di lui, che tanto ne ha sparso».

«Oh, se tutti i peccatori venissero al tuo cuore! ... Venite, peccatori, non temete, che la spada della giustizia qua dentro non arriva.

Ma perché, Gesù, il tuo cuore così buono, così santo, ha da essere il più tormentato di tutti?... Oh, è pur bello il tuo cuore!... Io vorrei che la mia voce arrivasse ai confini del mon­do... chiamerei tutti i peccatori, direi che entrassero tutti nel tuo cuore».

Il voto di Gemma si è realizzato. La sua voce, così debole un tempo, si fa udire per tempo, si fa udire per tutto il mon­do e giunge ai lontani confini. La sua vita, tradotta in molte lingue, si è diffusa con rapidità sorprendente: voce che scuote, che converte, che stimola: che stringe le anime al croci­fisso: ne fa amare le piaghe, ne fa raccogliere il sangue e ne dischiude il cuore.

Abbiamo detto che Lucca è chiamata la città del volto san­to, e forse per questo la devozione al crocifisso non vi si è raf­freddata.

La vetusta città longobarda resa così caratteristica dalle alte mura che la cingono, e che, sormontate da alberi frondosi, sembrano incoronarla a perenne memoria delle antiche sue glorie, è fedele alle sue tradizioni, ai suoi usi antichi, a tutto ciò che è locale.

Il vero lucchese è attaccatissimo al prezioso simulacro nel quale i padri suoi riconobbero un insigne dono di Dio; né mai ha potuto dimenticare che nell'epoca dei Comuni, con me­ravigliosa solennità, la piccola repubblica elesse il crocifisso a suo re, facendo della sua festa la festa dello Stato, dell'o­maggio al volto santo il tributo di vassallaggio allo Stato, del­l'impronta del volto santo il conio delle sue monete e dei suoi sigilli; né v'era quasi circostanza della vita sociale e politica di Lucca in cui non si professasse ossequio e venerazione al­l'augusto simulacro.

Ora, dopo secoli, ogni buon lucchese ne ha sempre l'im­magine in casa e scolpita nel cuore. Quando, poi, il simula­cro racchiuso nel meraviglioso tempietto, opera del Civitali, viene scoperto alla pubblica venerazione, una fiumana di gen­te, dalla città e dalla campagna, accorre a venerarlo. Ciò si ri­pete più di una volta all'anno.

Gemma Galgani non avrà mancato di recarvisi, prima con la mamma, poi con gli altri di famiglia. Silenziosa com’era, abituata a tenere chiusi in cuore i suoi profondi sentimenti, né facile ai grandi entusiasmi, non ci ha lasciato il ricordo di ciò che avrà provato negli istanti trascorsi a quella presenza. Ma dinanzi alla taumaturga immagine, che a guisa del croci­fisso di Limpias è maestosa e terribile agli empi, dolce e ama­bile ai buoni, Gemma avrà certo provato ciò che provano altre anime candide e amanti. Dagli occhi scintillanti e profon­di del volto santo parve scendere ad esse un raggio che valse ad illuminarle sull'infinita misericordia di Cristo, accende i cuori all'amore e alla riparazione.

Gemma, in tutta la vita, si mostrò figlia, sposa, amante appassionata del crocifisso, ed ha in una lettera rivolto un invito ad un'amica di Roma perché venga a venerare il volto santo, il che prova il suo amore; e fa pensare alle parole di san­ta Caterina da Siena, la quale ai piedi del volto santo aveva la­sciato il suo cuore: «Andate a quella dolcissima croce, e tro­verete Cristo e me».

 

CAPITOLO IV

 

«GEMMA, ME LA VUOI DARE LA MAMMA?»

 

Fin dai primissimi anni era condotta a inginocchiarsi ai pie­di del volto santo, a giungere le sue mani in una calda pre­ghiera; e certo il Signore avrà lasciato cadere su quella dolce creatura una di quelle grazie che formano i santi, uno di que­gli sguardi che sublimano le anime.

Ben presto, infatti, nella cara bambina s'intravide la santa. Ve l'intravidero il babbo e la mamma, e ve l'intravidero le maestre di una piccola scuola, ove Gemma passava qualche ora del giorno.

Sveglia e intelligente, imparava presto e bene tutto ciò che le veniva insegnato, sia in fatto di lavoro che di studio; an­zi, a cinque anni, pare cosa incredibile, leggeva correttamen­te l'ufficio dei morti e quello della Madonna, e teneva tanto volentieri il breviario tra le mani, sapendolo intessuto di lo­di a Dio.

La mamma aveva per essa una predilezione, ma ben rego­lata e diretta a condurla al cielo; quella del babbo invece era eccessiva, e a Gemma, per quanto volesse un gran bene a suo padre, non faceva piacere. Ne soffriva in vista dei fratellini che potevano divenire gelosi.

Questo padre di otto figli soleva dire infatti: «Io non ho che due figli: Gemma e Gino»; e lo mostrava in pratica. Tor­nando a casa, la sua prima domanda era sempre questa: «Gem­ma dov'è... Dov'è Gemma?...». Quando andava fuori, sia in città che in campagna, la sola Gemma doveva accompagnar­lo. I vestitini per essa dovevano uscire dai magazzini miglio­ri, e trovandosi fuori con lei all'ora del pranzo, la conduceva nei primi alberghi.Come santa Teresa di Lisieux per il signor Martin, Gemma era per il signor Galgani reginetta del suo cuore! Ma quan­do, prendendola in braccio o sulle ginocchia, la copriva di ba­ci e di carezze senza fine, Gemma, a differenza della cara Teresina, svincolandosi dalle braccia paterne, diceva quasi piangendo: «Babbo, non mi tocchi». «Ma pure sono tuo pa­dre». «Sì, babbo, ma non voglio esser toccata da nessuno».

Il babbo non se ne offendeva. Subito la lasciava, perché non la poteva veder piangere; ma a lui pure salivano le lacrime agli occhi e si domandava allontanandosi: «Che ne sarà mai di questa bambina?». Già essa gli appariva creatura più angeli­ca che terrena.

Tale, del resto, la stimavano tutti. il suo riserbo era quasi eccessivo. Una volta un cugino, fermatosi a cavallo dinanzi alla porta di casa, chiese della roba. Gemma, che aveva allora sei o sette anni, corse a prenderla e gliela porse con molta bontà. Ammiratissimo, il ragazzo stese la mano per farle una carezza; ma capitò male, ché la bambina, respingendola con impeto, fece perdere l'equilibrio al poco cauto cavaliere che andò a cascare dalla parte opposta e si fece male. Ma la scontò anche la povera Gemma, alla quale la zia, per castigo, tenne le mani legate dietro un giorno intero.

Questa bambina, che piangeva per le troppe carezze del babbo, doveva presto piangere, e con lacrime amare, la per­dita della tenerezza della mamma di cui si era fatta piccola e amorosa infermiera, per quanto non mancasse all'inferma ve­ra e assidua assistenza.

Quando i medici, riconosciuta la malattia della signora Gal­gani, ordinarono che i bambini venissero allontanati, la po­vera Gemma pianse tanto, tanto supplicò dicendo tra i sin­ghiozzi: «E ora lontana dalla mamma, chi mi stimolerà a pre­gare e baciare Gesù?», che per lei fu fatta un'eccezione. In se­guito, quando l'assoluto e pieno abbandono alla volontà di Dio sarà l'unica regola della sua vita, essa si pentirà di questa fermezza nel volere, come di una disobbedienza o d'un ca­priccio; invece era amore: amore di Dio e della mamma, bi­sogno dell'anima e del cuore.

Infatti, che faceva Gemma accanto a quel letto? «Anda­vo da lei» dice, «m'inginocchiavo al suo capezzale, e si pre­gava».

Quella madre era una santa. Fino a che le fu possibile, nonostante la febbre alta e la tosse che le lacerava il petto, si recò ogni mattina in chiesa a fare la comunione, traendo da essa forza e coraggio per sopportare i suoi dolori e disporsi al grande sacrificio.

Fino a che le fu possibile, ogni sabato, ella condusse i suoi bambini in chiesa, volendo che i più grandicelli si confessas­sero prima ancora dei sette anni. E nel vedere i sentimenti coi quali la sua Gemma si accostava al sacramento della miseri­cordia e del perdono ne piangeva di commozione.

Resa incapace di condurveli, questa vera madre cristiana ne incaricò una persona di sua grande fiducia.

Ormai poco le restava di vita, quando le venne l'idea lu­minosa di affidare la sua Gemma allo Spirito Santo. «Ve­nendo io a mancare» ella pensava, «saprò a chi l'ho lasciata».

Ogni sera, una delle maestre della dottrina cristiana veniva in casa a completare l'istruzione religiosa già incominciata dal­la madre, e il 26 maggio del 1885 lo Spirito Santo prese pos­sesso di quell'anima purissima.

Durante la Messa di ringraziamento che le sue accompa­gnatrici vollero ascoltare dopo la cerimonia, Gemma, che pregava per la mamma, udì per la prima volta una voce in­terna parlarle al cuore: «Gemma, me la vuoi dare la mam­ma?». «Si, ma purché prendiate anche me». «No, dammela volentieri... Tu, per ora, devi restare col babbo. Te la condurrò in Paradiso». «Ma anch'io in Paradiso con la mamma». «Si, più tardi». «Fui costretta a rispondere di sì» narra Gem­ma; «e, finita la messa, corsi in casa. Mio Dio! Guardavo la mamma e piangevo; non potevo trattenermi». La mamma era agli estremi.

La povera bambina, buttandosi in ginocchio accanto al let­to, dette in un pianto dirotto e si mise a pregare con tutte le forze. Inutile volerla allontanare. Gemma vuol raccogliere l'ul­timo respiro della mamma e spera ancora di poterla seguire in Paradiso, nonostante la voce udita e il sacrificio accettato.

Un lieve, brevissimo miglioramento riaprì il cuore alla spe­ranza. Seguì un peggioramento: l'ultimo. La vista di quella bambina amorosamente fissa a quel letto di agonia raddop­piava lo strazio del povero babbo. Un giorno però si fa co­raggio, la chiama fuori di camera, e l'affida alla cognata del­la morente, perché la conduca al villaggio di san Gennaro e ve la tenga fino a nuovo ordine.

Gemma obbedisce senza fiatare; ma che strazio in quel pic­colo cuore! Era il sacrificio completo, il più doloroso fiat!

E la mamma morì il 17 settembre 1886. Morì da santa. Non aveva che trentanove anni.

Le ultime sue parole furono queste: «Offro a Dio volentieri la mia vita, per ottenere la grazia di rivedere e rigodere tutti i miei otto figli con me in Paradiso».

 

CAPITOLO V

 

«DATEMI GESÙ»

 

Verso Natale, il signor Enrico Galgani riunì attorno a se tutti i suoi figli, e Gemma tornò da san Gennaro, dove ave­va provato un vuoto immenso, e comprese ancor meglio ciò che vuol dire perdere la mamma.

La zia cedette a malincuore. Aveva fatto pressione al padre perché gliela lasciasse per sempre. Egli lottava... Se ne ac­corse il fratello Gino, già stanco dell'assenza della sorellina, e vi si oppose.

In due battute, tutto fu risolto: Gemma sarebbe tornata in famiglia.

Ma che incontro! che ritorno! quante lacrime!... Oh quel primo pranzo di Natale al quale mancava la mamma! Quel caro posto ormai vuoto per sempre alla tavola di famiglia! Gemma, però, faceva coraggio a tutti: «Perché piangere?... La mamma è in Paradiso, non soffre più: soffriva tanto! »

Passate le feste, Gemma fu affidata, quale esterna, alle suo­re di santa Zita (o meglio, Oblate dello Spirito Santo), le qua­li avevano in Lucca un educandato e un esternato; e vi andò felice, raggiante...

L’accolse con tenerezza di madre la fondatrice stessa del­l'Istituto: suor Elena Guerra.

Quella piccola donna celava in sé la bellezza del genio, la vastità delle vedute, la virilità dei propositi e la santità di una vita, tutta trascorsa tra le luci e le fiamme dello Spirito di luce e di amore.

«Senza che nessuno me l'avesse raccomandata» ella scrive, «senza letture che me l'avessero messa in onore, insomma sen­za quei mezzi che si adoprano per insinuare e propagare le altre devozioni, quella allo Spirito Santo è stata sempre piutto­sto ardente nel mio cuore. Anche da fanciulletta di pochi an­ni, quando mi trovavo in chiesa per la novena di Pentecoste, sembravami essere in Paradiso. Ho sempre provato grande afflizione vedendo che questa importantissima devozione, già sì ben praticata dai nostri avi, è ora così dimenticata. In quel ristretto cerchio d'azione apertomi poi dalla Provvidenza ho sempre procurato di diffonderla... l'ho in vari momenti pro­pagata e raccomandata».

Suor Elena Guerra scrisse moltissimo, e scrisse bene. Lo Spirito Santo che è luce e amore le dette sollecitudini mater­ne per ogni classe di persone, e brame ardenti di condurle tut­te al focolare della luce e dell'amore. I suoi scritti sono pieni di celeste unzione, di sapienza e di scienza.

Intorno a sé, in chi avrebbe dovuto aiutarla, non incon­trava però che freddezza, e doveva contenere le fiamme di­vampanti di un ardentissimo zelo che di continuo la sospin­geva. Ma chi la comprese, chi la secondò fu Leone XIII.

Ella sentiva il bisogno di giungere al Papa, ma non trova­va chi ve la guidasse. Finalmente, nel novembre del 1893,in modo arcano Dio le rivelò essere suo volere che parlasse al Pontefice... Ella gli fece giungere allora una copia della sua novena alla festa di Pentecoste, intitolata: «il nuovo cenaco­lo». Il Papa la gradi, l'ammirò, la benedì.

Suor Elena scrisse al Pontefice. La sua lettera fu accolta benissimo. Anzi: «Se la suora ha altre cose da manifestare» aveva detto il Papa, «scriva». A distanza di tempo, suor Ele­na gli scrisse dieci lettere.

Dopo la prima, Leone XIII emise un «Breve», raccoman­dando la novena di Pentecoste e concedendo nuove indul­genze.

Dopo la terza, pubblicò l'enciclica: «Divinum illud munus» diretta a tutti i vescovi del mondo cattolico, per accendere nel cuore di tutti i credenti la più fervida devozione allo Spirito Santo.

Poi egli volle parlare con questa creatura privilegiata, e l'in­vitò a una privatissima udienza che durò due ore.

Il santo Padre fu per essa di una bontà inarrivabile. «È im­possibile dir tutto...» affidò suor Elena al suo manoscritto. La sua commozione, la sua gioia era al colmo. Il santo Pa­dre le ricordò l'Enciclica e le disse che gli scrivesse pure quan­do avesse creduto bene.

Nella sua nuova lettera suor Elena chiese al Papa che il nuo­vo secolo incominciasse con un solenne Veni Creator, canta­to al principio della messa di mezzanotte. E il Papa ne emanò l'ordine.

A pie' del letto, quest'anima cara teneva sempre una bian­ca colomba circondata da raggi di luce e da lingue di fuoco, dipinta da una delle sue suore. Ora, quando la bianca colomba piombò su di lei per farla sua preda e immergerla nell'eter­na luce, la trovò nella più completa abiezione.

Una sequela di dolori e di prove, nella quale rifulse la sua tranquillità imperturbabile, la sua vera e profonda umiltà, la sua serenità, la gettò nell'ultimo luogo della congregazione da lei fondata, sostenuta e guidata a prezzo di tanti sacrifici. Di più, il Signore le faceva provare vivo il sentimento e la convinzione della sua inutilità. Faceva tenerezza vederla seduta in un cantuccio con la sua calzetta in mano, passare le sue ore solitarie, estranea a tutto, disinteressata di tutto, solo ripe­tendo il suo ardentissimo: Veni Sancte Spiritus.

Quando il suggello del dolore s'infranse per lei, e si eternò l'amore, come alla morte di Gemma, le campane suonavano l'Alleluia.

Le due tombe si trovarono per qualche tempo vicine.

Questa la madre che accolse Gemma al suo ingresso nel­l'Istituto.

A nove anni, Gemma ne mostrava sei, tanto era piccolina e delicata; e non essendo ancora prevalso l'uso di ammette­re i bambini alla prima comunione, invano si struggeva di de­siderio.

Non tra le sue maestre, ma tra quelli di famiglia la contra­rietà era grande, e si restava sordi all'insistente preghiera del­la poverina: «Datemi Gesù, vedrete che sarò buona... non sarò più quella di prima: datemelo, ché mi sento struggere, e non ne posso più».

Finalmente, il confessore di Gemma, e direttore spirituale dell'Istituto Monsignor Giovanni Volpi, pose al signor Gal­gani questo dilemma: o dare alla bambina il sospirato per­messo, o vederla morir di dolore. il permesso venne subito.

Allora, ella ne volle anche un altro, e l'ottenne con le lacri­me. Ormai lo sapeva: tutti i no del babbo si cambiavano in appena la vedeva piangere. Ma questo costò immensamen­te al povero babbo, per il quale era un sacrificio enorme lo stare anche un solo giorno senza la sua Gemma. Pure, consentì che durante gli esercizi preparatori si trattenesse all'Istituto anche la notte, né mai in quel tempo andò a trovarla, per non turbare il suo bisogno di raccoglimento e di silenzio.

Udiamo lei stessa dirci la sua gioia.

«La sera, ottenni il permesso, e la mattina, subito andai in convento e mi trattenni dieci giorni. In questo tempo, non vi­di mai nessuno di famiglia; ma come stavo bene! Che para­diso!... Appena fui in convento e mi trovai contenta, corsi a ringraziare Gesù nella chiesina, e lo pregai caldamente di prepararmi bene alla santa comunione».

Si sentì nascere allora nel cuore un gran desiderio di sa­pere per filo e per segno tutta la vita di Gesù e la sua passio­ne, per sempre meglio conoscere colui che doveva divenire sposo dell'anima sua.

Lo espresse alla maestra ed ella, giorno per giorno, lo ap­pagò. Ma quando si giunse alla coronazione di spine e alla crocifissione, quella buona suora dipinse tali scene così al vivo, che il gracile e sensibilissimo organismo di Gemma non resse alla dolorosa impressione. Assalita dalla febbre, dovet­te starsene a letto anche il giorno seguente.

Dopo ciò, le lezioni vennero sospese.

Furono proprio le vive pitture della maestra a impressio­nada così, o non piuttosto Gesù stesso, volendola preparare al dono della sua corona di spine, dei suoi flagelli, della sua croce, e bramandola un giorno crocifissa con sé? Sì, Gesù l'in­namorava della sua passione, perché quel dolore sentito così al vivo accendesse in lei il bisogno di associarvisi, di ricam­biarlo, di rendere amore all'amore.

Un'altra cosa che impressionò Gemma in quel ritiro fu la parola ogni giorno ripetuta dal predicatore: «Chi si ciba di Gesù, vivrà della sua vita». Dunque, «quando Gesù sarà con me» ella pensava, «io non vivrò più in me, perché in me vivrà Gesù!». E moriva dal desiderio di arrivare a poter dire pre­sto queste parole: «Gesù vive in me».

Qualche volta, nel meditarle, passava le notti intere con­sumandosi dal desiderio.

Queste parole le comprese però appieno il 17 giugno 1887 quando spuntò finalmente il giorno tanto bramato, ed ella corse a Gesù per la prima volta... In tal giorno ricorreva quel­l'anno la festa del sacro Cuore. «Furono alla fine appagati i miei sospiri» ella dice. «Intesi allora la promessa di Gesù: "Chi si ciba di me, vivrà della mia vita',..». «Ciò che passò tra me e lui in quel momento, non so espri­merlo. Egli si fece sentire forte forte alla misera anima mia. Capii che le delizie del cielo non sono come quelle della ter­ra. Mi sentii presa dal desiderio di rendere continua quell'u­nione con il mio Dio. Mi sentivo sempre più staccata dal mon­do e sempre più disposta al raccoglimento»

L’impressione di quel giorno fu incancellabile... vi torna­va sovente; la rinnovava ogni anno, associandosi al ritiro delle comunicande, come se ella stessa dovesse fare la prima comunione, e scrivendo al suo direttore, ricordava spesso quel­la data d'amore. Chiamava la festa del sacro Cuore, la sua fe­sta, giorno di Paradiso, dicendosi lieta d'averlo passato sem­pre con Gesù, sempre parlando di Gesù, godendo e pian­gendo con lui, nel più intimo raccoglimento interno; aborrendo più del solito i freddi pensieri del mondo, le sue massime, gli ostacoli da lui posti all'unione.

Spesso, ella rivive la gioia del bel giorno della prima co­munione, rigusta il Paradiso.

Quando, il 16 giugno, il babbo ricevette dalla sua Gem­ma la cara letterina seguente, avrà pianto di gioia.

«Caro babbo, siamo alla vigilia del giorno della prima co­munione: un giorno per me di contentezza infinita. Le scrivo questa riga sola per assicurarla del mio affetto e perché pre­ghi Gesù, affinché la prima volta che viene in me, mi trovi disposta a ricevere tutte quelle grazie che mi ha preparato. Le chiedo perdono di tante disobbedienze e di tutti i disgusti che le ho recato: e la prego questa sera a volere tutto dimentica­re e domandandole la sua benedizione mi dico aff.ma figlia Gemma».

 

CAPITOLO VI

 

I PRIMI PASSI

 

I primi passi di Gemma nella via della perfezione non fu­rono contrassegnati da una grande disinvoltura.

Tutto in lei tradiva una soverchia tensione e un certo sforzo. In seguito, ella saprà meravigliosamente accordare le na­turali inclinazioni al raccoglimento e al silenzio con le esigenze della carità più delicata e squisita; ma sulle prime no.

Vi fu chi la ritenne di carattere alquanto chiuso, di parla­re conciso, di fare risoluto e qualche volta apparentemente sgarbato. Alcuni la dichiararono altera e superba. I più be­nevoli la ritennero timida; i meno, poco meno che stupida.

Gemma sorrideva all'accusa di superba. «Che vuol dire su­perba?» rispondeva; «neppure ci penso; non rispondo, per­ché non so che dire: e poi, non so se rispondo male o bene, e perciò mi sto zitta e addio».

«Per lei, il sì era sì, il no era no» dice il suo direttore spiri­tuale; «bianco il bianco, e nero il nero».

Complimenti non seppe mai farne, né desiderò di piacere alle creature: «O che ho da piacere alla gente io?» diceva. «Stupida sono, purtroppo: e che fa se la gente mi tiene per quel modo che sono? Del resto, a me non importa». Questa risposta, sotto forma un po' rude, rivela umiltà, superiorità d'animo, noncuranza delle dicerie degli uomini, e nessuna brama di apparire ai loro sguardi.

Ciò che, pur facendola sorridere, la conduceva a ben esa­minare se stessa, era l'accusa di superba.

La prima volta che fu tacciata di superbia, lo fu dalla su­periora, forse dopo qualche rapporto di una suora che non comprendeva affatto la bambina.

Tornata a casa, Gemma disse alla zia: «Mi ha detto la su­periora: Gemmina, Gemmina, hai fatto stamane un atto su­perbo. Zia, come sono fatti gli atti superbi?... me lo spieghi lei cosa vuol dire fare un atto di superbia; io non lo conosco questo peccato». «Fattelo spiegare dalla superiora», disse la zia. Gemma obbedì. Alle spiegazioni della superiora: «Ma­dre» domandò stupita, «ma io l'ho fatto questo atto di su­perbia?».

Dinanzi a tanto candore e a tale ingenuità, la superiora com­prese tutto: la rassicurò, e alla zia poi disse: «No, no, l'ho fat­to apposta, Gemma non ha commesso nulla. Viene a scuola, è buona, studia bene».

La sera, tornando in famiglia tutta contenta, Gemma dis­se: «No, no, non ho commesso niente, però sono contenta di conoscere anche questo peccato».

Per comprendere Gemma, bisogna conoscerla, cercare in quel cuore il perché dei suoi silenzi, delle sue risposte brevi e concise, del suo quasi eccessivo riserbo.

Chi la conobbe e comprese a meraviglia fu suor Giulia Sestini, anima di grande spirito d'orazione e molto cara a Gemma.

Suor Giulia era succeduta nella confidenza della bambina a suor Camilla Vagliesi, una delle prime compagne della fon­datrice: quella suora che, narrandole la passione, l'aveva tanto commossa e, riprese le lezioni interrotte, ben spesso confondeva le sue lacrime con quelle di Gemma, al pensiero dell'amore dimostratoci da Gesù nel patire tanto per noi.

«Gesù è contento di te» soleva dirle; «ma hai bisogno di tanto aiuto! La meditazione sulla sua passione deve essere per te la cosa più cara. Oh, se ti potessi aver sempre con me!». Quella cara suora pareva aver intuito la vita di dolore di Gem­ma, le grazie singolari di cui Dio l'avrebbe arricchita, e parve lasciare in eredità a suor Giulia il suo affetto, la sua materna sollecitudine.

Questa teneramente seguì la bambina, la studiò, l'aiutò:

«Gemma, Gemma» le diceva talvolta, «se non ti leggessi ne­gli occhi, non ti conoscerei e penserei anch'io come le altre». Non fermandosi alle sole apparenze, ella comprese che Gem­ma era un anima molto cara a Dio, un'anima nascosta che ac­coppiava all'ingenuità infantile una soda pietà, una grande at­trattiva per la meditazione e per la parola di Dio in generale.

La vedeva, infatti, stare in cappella come un angelo, senza ostentazioni, ma con un contegno sempre uguale, tutta assorta in Dio. Mai che girasse la testa di qua e di là o bisbigliasse con le compagne. Ciò che Gemma dirà in seguito, avrebbe po­tuto dirlo fin da quell'età: «Per me, in questo mondo non c’è che Dio; a me basta che sia contento lui». «Le sue aspirazio­ni, il suo contegno, la facevano sempre unita con Dio» af­ferma suor Giulia, «e tutto ciò che diceva, faceva o pensava, tutto era di Dio». «Oh com'è brutto quaggiù» esclamava spes­so alzando gli occhi al cielo; «com'è bello lassù!».

Sì, com'è brutto quaggiù. E su questa povera terra, ella qua­si non posava il piede per timore d'infangarlo. Sant'Agnese, san Luigi, santo Stanislao, sant'Antonio che soleva chiamare «l'amico di Dio», le erano tra i più cari.

Tutto in lei spirava purezza. Mai uscì da quelle labbra di bambina o di giovinetta una parola leggera o che potesse of­fendere o ledere anche minimamente una così cara virtù.

Se suor Giulia rifuggiva dal credere Gemma superba, era perché l'aveva vista alla prova.

Come accade tra bambine, a volte qualcuna, per scansare un castigo, incolpava Gemma d'inconvenienti accaduti in clas­se. Ne seguivano minacce e castighi. Senza una parola di scu­sa o di difesa, ella lasciava fare, contenta di aver qualcosa di ignorato dagli uomini da offrire a Dio.

«Ma perché non ti giustifichi?» le diceva talora suor Giu­lia, che soffriva al vederla ingiustamente punita. «Perché non lo dici alla maestra di lavoro?». «Lasci correre» rispondeva

Gemma, «è meglio così». Non avrebbe agito diversamente, se fosse stata superba?

Così pure non godeva dei suoi piccoli trionfi (belle vota­zioni, magnifici esami); se vedeva che altre non erano pro­mosse: «Avrei voluto che fossero promosse tutte! Allora sa­rei stata contenta anch'io» diceva.

Inoltre, ella non commise mai una disobbedienza, e ba­stava un cenno per richiamarla al dovere.

Durante il carnevale, ella pure prendeva parte alle com­medie; ma lo faceva solo perché lo voleva l'obbedienza, non perché vi avesse attrattiva. Recitava con modestia, ma con gra­zia e disinvoltura.

Suor Giulia narra, a questo proposito, un episodio com­movente. Un giorno, si facevano le prove per le rappresen­tazioni, quando ad un tratto arriva la superiora e, accostan­dosi ad essa, le dice di pregare tanto per una persona che, ne­gli ultimi istanti della sua vita, rifiutava i sacramenti. Che contrasto tra quella notizia dolorosa e la lieta spensieratezza di quelle fanciulle.

Suor Giulia, impressionata, sospende la prova, le fa tutte inginocchiare e le mette in preghiera. Gemma la colpisce col suo profondo raccoglimento. Finita la preghiera, questa si rizza, s'accosta alla suora, e piangendo le dice all'orec­chio: «La grazia è ottenuta».

La sera stessa, giunse la notizia della sincera conversione di quell'anima, spirata con tutti i conforti religiosi.

La cosa ha dello straordinario?

Quando si trattava di fare dei «fioretti» in preparazione a qualche festa, Gemma vi poneva un ardore da destare l'am­mirazione delle stesse compagne, specialmente quando si do­veva onorare la Madonna, che ella chiamava «Mamma del Pa­radiso».

A volte la maestra proponeva qualche atto di mortificazio­ne alle alunne, spiegando loro quanto potessero acquistare moltiplicando questi atti. «Oh che ricchezza! che ricchezza!» diceva Gemma. «Possiamo andare in Paradiso ricche sfon­date...», e soggiungeva: «Gemma non è buona a nulla; ma Gemma con Gesù può tutto» e così s'animava a superare ogni ostacolo. Grande ardore poneva pure nell'adornare l'altare della cappella e delle classi.

Durante la Quaresima, nell'Istituto di santa Zita, si soleva fare alle bambine la spiegazione della passione di Gesù. Gem­ma ne era insaziabile, e più volte suor Giulia la vide piange­re. Un giorno, alzandosi in piedi con un'altra bambina: «Do­ve legge queste cose?» domandò; vorremmo procurarci il li­bro per studiarcele e meditarcele di più».

Un giorno, suor Giulia consigliò alle bambine cinque mi­nuti di meditazione la mattina e cinque di esame la sera; ma da un sorrisino, che sfiorò le labbra di Gemma, capì che quei cinque minuti le erano sembrati troppo pochi. Infatti, inter­rogandola poi, comprese che nella meditazione lei si tratte­neva molto di più.

Come santa Teresina, alla maestra che le domandava: «E che fai in tutte quelle ore che passi in camera?», Gemma avreb­be potuto rispondere: «Signora, io penso!». Ed era questo bi­sogno di pensare e di pensare al cielo, che nelle ricreazioni le faceva preferire al chiasso delle compagne la solitudine e il passeggiare tranquillamente, ascoltando la maestra o qualche compagna maggiore parlare di Dio.

A volte però, anzi spesso, le bambine la chiamavano: «Ma che fai, Gemma? Vieni con noi», e suor Giulia le diceva: «Vai, non renderti singolare». E Gemma andava contenta; ma gli sguardi frequenti, frequentissimi, che dalla porta della cap­pella spesso socchiusa lanciava verso il tabernacolo, rivelava­no chiaramente dove fosse il suo cuore. E se la porta era chiu­sa «con la fede si sfonda tutto», esclamava, «e con l'amore si sta incatenati con Gesù».

Un giorno, suor Giulia fece tirare a sorte con gli stecchini a chi delle bambine toccasse farsi santa: lo stecchino più lun­go toccò a Gemma che dalla gioia fece un salto dicendo:

«Sì, mi farò santa!». E santa veramente si fece.

 

CAPITOLO VII

 

BUIO E SERENO

 

Fino ad allora, le relazioni tra Gesù e l'anima di Gemma erano state tutte relazioni d'amore, di dolcissimo, vicendevo­le amore, senza oscurità, senza nubi. Nell'anima di Gemma sempre sereno, mai tempesta. Ma non è questa la via abi­tualmente tenuta dal Signore, almeno con le anime a lui più care e da lui destinate a gran santità. La gioia costante, la co­stante dolcezza spirituale non può essere retaggio degli uomini di un Dio crocifisso, e delle spose di uno sposo di sangue.

Gesù nel Getsemani e sulla croce provò tutte le ripugnan­ze della natura, tutte le stanchezze, le noie, i timori, tutte le agonie dello spirito, del cuore, del corpo. Chi veramente lo ama, deve seguirlo per questa via.

Per lo più, l'ora della prova suona improvvisa. L’anima piom­ba come nel buio. Gesù, vera luce, unica vera luce, si nasconde:

l'anima si sente sola; la lotta si fa intensa.

Questo penosissimo stato, per Gemma, durò un anno in­tero.

Ma Gemma sta salda e trionfa. La meditazione e la pre­ghiera non hanno più per lei la minima attrattiva. Ma che im­porta? Pur soffrendo, si pone come sempre a meditare e pre­gare, senza abbreviare tali esercizi.

Durante questa lotta, spiccano meravigliosamente in Gem­ma la fede e l'amore, e in lei si manifesta chiara una volontà ferrea, una generosissima fedeltà. Ella procede tranquilla per la via del dovere, senza gusti, senza conforti, malgrado tutto ciò che esternamente avrebbe potuto giustificare in lei un di­verso modo d'agire.

Quando, dopo un anno, il cielo buio tornò a farsi sereno,

e Dio tornò a inondarla della sua luce e degli ardori della sua carità, l'anima di lei gustò veramente l'unione. Ella si sentì ancora più di Dio, e tutto parve aver acquistato in lei nuova energia.

Anche in casa, le cose cambiarono. Circostanze speciali vi condussero due zie, anime buone e devote che l'accompa­gnavano volentieri in chiesa, parlavano volentieri con lei di cose sante, sicché, per un po' di tempo, Gemma poté credersi tornata ai bei tempi in cui viveva la mamma.

Seguì allora gli esercizi spirituali all'Istituto di santa Zita, traendo dalle prediche molta luce.

Non si creda però che una vita spirituale e interiore così in­tensa le ostacolasse il progresso negli studi. I premi riportati da Gemma ogni anno, il gran premio d'oro in religione, ot­tenuto nell'anno scolastico 1893-1894; e i componimenti in versi, in prosa, i saggi di aritmetica e di francese che le face­vano esporre nelle mostre dei lavori, stavano a dimostrarlo chiaramente.

Tredici anni dopo che Gemma ebbe abbandonato l'Isti­tuto, la fondatrice così scrisse a padre Germano di santo Sta­nislao: «Il mio povero cuore, quantunque oppresso da molte angustie, esulta sapendo che la P. V. Rev.ma lavora per dar gloria a una mia santa alunna, Gemma Galgani. L'ebbi per circa due anni nella classe della quale mi occupavo allora e posso attestare che non ebbi mai occasione di lamentarmi del­la sua condotta. Era molto silenziosa e molto obbediente».

 

CAPITOLO VIII

 

«SÌ, HO SOFFERTO MOLTO»

 

Nel 1894, il fratello Gino aveva 18 anni. Chiamato al sa­cerdozio, già aveva ricevuto gli Ordini minori, e tutto faceva prevedere che sarebbe divenuto un ottimo sacerdote. Tra Gemma e lui, comprensione perfetta, perché le loro aspira­zioni erano le stesse: non volevano che Dio, non amavano che Dio, non cercavano e non chiedevano che l'estensione del suo regno d'amore.

Ma i progetti di Dio sono diversi da quelli degli uomini! Nel giovane in cui gli uomini vedevano un sacerdote futuro, Dio vide una vittima che gli avrebbe dato più gloria col pro­fumo del suo olocausto, che non col suo zelo apostolico. Co­me tale, quindi, l'accolse nel bel fiore dei suoi diciotto anni... Egli aveva purtroppo ereditato la malattia della madre.

Gemma era la sua inseparabile compagna.

Quando la sapeva in casa, l'infermo non voleva che lei ac­canto al suo letto.

Noncurante del pericolo, ella vi passava i giorni e le notti, senza badare a stanchezza e a fatica, pur di vederlo conten­to e di sostenerlo nel grande passaggio.

Fosse conseguenza dell'immenso dolore (ella stessa lo dis­se: «Sì, ho sofferto molto»), o del grande strapazzo, Gemma si ammalò e stette malata tre mesi, rasentando la tomba.

Si vide allora il povero padre, che nulla risparmiava pur di averla salva, piangere desolatamente offrendo a Dio la sua vita in cambio di quella dell'amata figliola.

Ma, povero padre! Dio lo destinava a nuove terribili croci! Padre di una figlia crocifissa, doveva a sua volta essere cro­cifisso nel cuore e nell'anima.

Vide Gemma guarita, e questa fu per lui una grande con­solazione; ma lo fu pure per Gemma? Udiamo lei stessa: «Dal momento che la mamma m'ispirò il desiderio del Paradiso, l'ho sempre desiderato; e se Dio avesse lasciato a me la scel­ta, avrei preferito di sciogliermi dal corpo, e volarmene al cie­lo. Ogni volta che mi sentivo male, era per me una consola­zione, ma era anche un gran dolore, quando sentivo crescer­mi le forze. Anzi, un giorno, dopo la comunione domandai a Gesù perché non mi prendesse in Paradiso. "Figlia" mi ri­spose, "perché nel tempo della tua vita ti darò tante occa­sioni di merito maggiore, raddoppiando in te il desiderio del cielo, dandoti la grazia di sopportare con pazienza an­che la vita" ».

Infatti, sempre anelando al cielo, Gemma doveva provare tutti i dolori della terra, doveva associarsi a quelli di Cristo, sperimentare che questo mondo è un esilio, una valle di la­crime, e che le anime sono prezzo d'infinito dolore.

Per quanto guarita, Gemma rimase così debole, che i me­dici le fecero interrompere gli studi e lasciare l'Istituto con suo gran dispiacere. In casa, l'attendeva la missione di edu­catrice delle sorelle e di angelo dei fratelli. Vi si dette con amo­re avvalorandolo con la preghiera. Non fu senza molte spine, ma questa cara espressione del fratello maggiore dice tutto:

«Gemma portò sempre il ramoscello d'olivo».

Quando poi usciva di casa, era un correrle incontro di poverelli che lei chiamava «i suoi cari amici». Essi sapevano per esperienza che mai si ricorreva invano a quella cara gio­vanetta dall'abito dimesso e dal volto angelico.

Infatti, dava tutto, e se non le avessero messo un freno, se non fosse venuta l'obbedienza a intimare: «Fin qui e basta!», Gemma avrebbe dato fondo anche al guardaroba.

Ma venne presto un giorno in cui il babbo non le dette più nulla per i suoi poveri. Gemma ancora non lo sapeva; ma an­che lui era divenuto povero, o almeno lottava tra difficoltà, ma invano, per non divenirlo del tutto. Gemma, allora, sof­frendo di non aver nulla da dare ai poveri, dava loro le sue la­crime, ed essi egualmente la benedicevano, perché era insoli­to che qualcuno piangesse sulle loro miserie.

 

CAPITOLO IX

 

UN ANNO DI DOLORE ECCEZIONALE

 

Al tramontare del 1895 Gemma guarda in faccia l'anno che sta per sorgere... Lo sente velato di mistero e scrive: «Che mi accadrà in quest'anno? Non lo so. Mi abbandono in voi, o mio Dio: tutte le mie speranze ed i miei affetti saranno per voi. Mi sento debole, o Gesù, ma nel vostro aiuto spero, e risolvo di vivere in altro modo, cioè a voi più vicina».

Il nuovo anno arrivava, infatti, carico di dolori. Dopo le piccole croci dell'infanzia, erano venute le grandi con la mor­te del fratello e con la sua malattia: ora verranno le grandis­sime.

Prima di tutto, una terribile necrosi o carie dell'osso che le dava sofferenze atroci a un piede. Volle sulle prime soppor­tare silenziosamente quel male; ma oltre il diffondersi della carie, accadde un'altra cosa imprevista che glielo rese impos­sibile. Un giorno una panca di legno le cadde sul piede ma­lato, schiacciando un ascesso che vi si era formato. Fu neces­sario l'intervento chirurgico col profondo raschiamento del­l'osso. Gemma non volle essere addormentata. Tutti rabbrividirono: essa sola mantenne la sua meravigliosa tran­quillità. Tenendo gli occhi al crocifisso che aveva dinanzi, trae­va forza da quella vista. Solo nel punto più doloroso dell'o­perazione le sfuggì qualche gemito, del quale tosto chiedeva perdono moltiplicando gli atti di amore. Aveva tanto chiesto di patire, e si sentiva felice di vedersi esaudita. I medici non poterono celare la loro ammirazione.

A ciò tenne dietro un dolore d'altro genere.

Il babbo di Gemma era farmacista. Per lunghi anni, la be­nedizione di Dio sugli interessi di lui fu evidentissima; ma ven­ne l'ora della prova. Il signor Galgani, che era tanto buono, si fidava di tutti, tutti misurando a sé. Come avrebbe suppo­sto l'inganno? Ma la malafede c'era purtroppo, ed egli ne fu vittima. Di più, le lunghe malattie della moglie, dei figli, ed altre sventure avevano molto assottigliato il patrimonio. Ven­ne la volta della scadenza delle cambiali non pagate. Egli dovette assistere al sequestro di tutti i suoi beni, mobili e immobili... e veder la famiglia nella miseria.

Che ne sarebbe stato di quell'uomo, se non avesse avuto a sostegno la fede?. Che ore d'angoscia, che doloroso avvili­mento! È terribile il solo pensarlo.

Poco dopo, egli si ammalò di un cancro alla gola. Gemma, ancora convalescente, era quasi sempre al suo letto, animan­dolo, incoraggiandolo, disponendolo a ben morire e a rice­vere gli ultimi sacramenti; ma guardando tutto con occhio so­prannaturale, era la sola che restasse tranquilla in tale sbigot­timento e fra tante lacrime; era la sola che potesse rianimare i cuori abbattuti, e tutti confortare nel buio della prova. L’e­roismo che mostrò in tale circostanza fu sublime, per quanto volesse celarlo.

«Entrammo nel 1897, anno tanto doloroso per tutta la fa­miglia» ella scrive; «io sola, senza cuore, rimanevo indiffe­rente a tante disgrazie. La cosa che maggiormente rattrista­va gli altri fu il restare privi di tutti i mezzi, e per giunta la grave malattia del babbo. Capii una mattina la grandezza del sacrificio che voleva presto Gesù; piansi assai; ma egli, in quei giorni di dolore, si faceva tanto sentire nell'anima mia, e anche dal vedere il babbo tanto rassegnato a morire trassi forza sì grande, che sopportai l'acerba disgrazia assai tran­quilla».

Quando il padre spirò, Gemma non era presente. Il dot­tore di casa, uomo di gran cuore, andò in camera e le disse:

«Gemma, ho da darti una notizia». «Come sta il babbo?», domandò questa trepidante. «Il babbo è in Paradiso», rispose il dottore. Gemma svenne a queste parole.

Riavutasi, versò molte lacrime; ma il Signore che la voleva eroica, le proibì di perdersi in pianti inutili, ce lo dice ella stes­sa, e quel giorno lo passò pregando e assai rassegnata al san­tissimo volere di Dio, che in quell'istante prendeva le veci di padre celeste e terreno.

«Dopo la morte del padre» conclude «ci trovammo senza niente, non avevamo di che vivere!...»

Gemma, sempre sobria nelle sue descrizioni, non dice ciò che avvenne appena suo padre, di soli cinquantasette anni, ebbe chiuso gli occhi alla vita, lasciando nel pianto sette figli e due sorelle: ma quell'ora tragica, in cui i creditori fecero cor­rere agenti a chiudere la farmacia e sequestrare in casa i po­chi mobili che ancor rimanevano, frugando anche in tasca a Gemma per portare via le due lire che aveva, lasciò in lei un'impressione così tremenda, che, nelle terribili allucinazioni e ne­gli incubi con i quali furono provati i suoi ultimi giorni, ella credette di rivivere quelle ore, di rivedere quei ceffi senza cuo­re, oppressori di mestiere, aggirarsi per la casa noncuranti del dolore che li circondava.

 

CAPITOLO X

 

«SORELLA MIA»

 

Gemma aveva allora diciannove anni e mezzo.

Una zia, la signora Lencioni, persona agiata di Camaiore, volendo toglierla da quel dolorosissimo ambiente e da tanta miseria, la condusse con sé.

Per quanto circondata, nella nuova famiglia, dal massimo affetto, tuttavia il cuore di Gemma era volto al suo povero babbo, alla desolazione della sua casa, e tanto più soffriva, nell'intimo del cuore, della poca libertà che aveva di darsi ai suoi quotidiani esercizi di pietà, quanto più allora doppia­mente ne sentiva il bisogno. Inoltre, lei così silenziosa, così ri­tirata, così bisognosa di parlare di Dio, doveva adattarsi alla futilità delle conversazioni di questo povero mondo, vedere gente, fare visite, ecc.

Gemma non era molto a1ta né molto slanciata, ma grazio­sissima, attraente, con tratti fini, occhi grandi e luminosi, un sorriso incantevole, un'espressione di volto dolcissima e una soave carnagione. Piaceva.

A Lucca fu pedinata e chiesta da un giovane ufficiale di ca­valleria; ma appena lo seppe, non volle più passare per le stra­de dove poteva incontrarlo. A Camaiore, destò le simpatie di due giovani, uno dei quali di buona famiglia, e questo parve un partito provvidenziale. Tutti le facevano pressione, lei ne fu disperata. La zia non era in grado di comprendere i moti­vi del suo rifiuto, e Gemma si rivolse a Dio perché la toglies­se di là. Dio l'esaudì.

Improvvisamente assalita da forti dolori ai reni ed alla spina dorsale, chiese di essere ricondotta a casa. La zia non voleva. Mandarla a soffrire la fame in una famiglia desolata?

Ma Gemma insisté con lacrime, e fu esaudita. Tutti quelli di casa piansero vedendola partire, persino lo zio, uomo rude e difficile a commuoversi. Lei tanto buona e cara aveva il dono di spargere attorno un soffio di pace che non è terrena.

Giunta a casa, il male si aggravò. Tentò di dissimularlo ma presto dovette darsi per vinta.

Ai dolori vennero pian piano ad aggiungersi l'incurvamento della colonna vertebrale, spaventosi disturbi di meningite, poi perdita totale dell'udito, caduta di tutti i capelli e, finalmen­te, paralisi delle membra.

Le preoccupazioni di Gemma non erano però le grandi sof­ferenze né ciò che poteva derivarne: non temeva che le visi­te mediche. Da piccola aveva sentito dire che il nostro cor­po è tempio dello Spirito Santo, e come tale va rispettato. Queste parole l'avevano talmente innamorata della purezza da spingere all'ultimo limite le sue precauzioni. Mai, nelle sue tante sofferenze, volle rendersi conto da che provenissero; e ora, mettersi nelle mani dei medici le ripugnava moltissimo. Cedette però al comando espresso delle zie, e fece dono a Dio del sacrificio.

Il medico curante di Gemma, nella prima visita, trovò un grande ascesso nella regione lombare, e pareva comunicasse con uno dei reni. Volle un consulto. La diagnosi: tabe spina­le di natura assai grave e difficilmente curabile. Al primo asces­so, ne succedette un secondo. I medici fecero ad essi ripetu­te aperture e iniezioni con glicerina iodoformica, e il medico curante dichiarò che Gemma aveva sopportato tutto con mol­ta pazienza.

Frattanto, i rimedi ne peggioravano lo stato. Incapace del minimo movimento, giaceva sempre nella stessa posizione, fi­no a che qualche anima buona non le venisse in soccorso.

Questa terribile infermità durò circa un anno. Quanti sa­crifici in quella povera famiglia, per assistere, curare, aiutare l'inferma! Quanti debiti!... Si giunse presto al punto che nes­suno voleva più dare in prestito neppure un soldo; e non di rado accadeva che non si potesse apprestare all'inferma nep­pure il più comune dei cibi. Molte persone venivano a visi­tarla: buone e ricche signore, religiose, compagne di scuola; tutta gente che, avendo udito parlare dell'eroica giovane, vo­leva edificarsi ai suoi esempi. Sarebbe bastata una parola. Ma, tra le miserie, la più dolorosa è la cosiddetta miseria dorata; i più miserabili, i più da compiangere sono i poveri vergo­gnosi, che, un tempo benestanti, non sanno, non osano ten­dere la mano ed esporre le loro miserie. Nessuno suppone­va che in quella casa regnasse la povertà più squallida, e quin­di nessuno aiutava.

Gemma soffriva e si preoccupava molto del suo stato, non per sé, ma per le sofferenze dei suoi, per i terribili disagi che loro procurava la sua lunga malattia.

Il Signore, volendola distaccata anche da questo sentimento umano, per quanto giusto, venendo a lei nella comunione, una mattina la rimproverò severamente: «Se tu fossi morta a te stessa, non ti turberesti così». Da quel momento Gemma rimase indifferente a quanto le accadeva intorno.

Ma il demonio non se ne stava ozioso, e un giorno che la povera figliola languiva sola soletta, l'assali con pensieri di sconforto e di cupa malinconia, che le fecero apparire la vi­ta insopportabile. Oppressa, turbata, agitata, sentì il nemico avvicinarlesi al cuore con le sue perfide suggestioni: «Se da­rai ascolto a me, ti toglierò da tante pene, ti guarirò certa­mente, e ti farò felice». Lo sconvolgimento interno, non mai provato fino a quel giorno, avvertì la giovane che si trattava di suggestione diabolica; si ricordò di san Gabriele dell'Ad­dolorata, passionista di cui, poco tempo prima, una signora le aveva prestato la biografia, e che i suoi di casa pregavano per lei. Lo invocò fervorosamente, e, per opporsi alla tenta­zione, gridò forte: «Prima l'anima poi il corpo».

Si ripeté la tentazione: di nuovo Gemma invocò il giova­ne santo, si armò del segno della croce, e la calma tornò per­fetta, anzi lei si trovò più di prima unita con Dio.

Sperimentata l'efficacia della protezione del santo, Gem­ma si ricordò della sua biografia, accolta con poco entusiasmo e riposta sotto il capezzale; la prese, la lesse, la rilesse, fu presa da tanta fiducia e meraviglioso trasporto verso il santo giovane, col quale l'anima sua aveva molti punti di contatto, che la sera non poteva addormentarsi se non ne aveva l'im­magine sotto il capezzale. Non solo; ma incominciò a sentir­selo sempre vicino, e qualunque cosa facesse, san Gabriele le tornava alla mente.

La signora che le aveva prestato il libro venne a riprender­lo; ma vedendo spuntare a Gemma le lacrime, glielo lasciò an­cora per un poco. Finalmente, lo rivolle. Per la povera infer­ma fu un vero sacrificio. In compenso, la notte stessa, il san­to le apparve in sogno, le domandò perché avesse pianto, e poi amorevolmente le disse: «Sii buona, ché tornerò a veder­ti». Gemma rimase con un ardentissimo desiderio del cielo.

Tra le più assidue a visitarla, v'erano le sue care educatrici, le suore di santa Zita, e le suore di san Camillo de' Lellis, o ministre degli infermi, conosciute a Lucca sotto il nome di «Barbantine» dal cognome della loro fondatrice. Queste buo­ne suore conducevano spesso da Gemma or l'una or l'altra delle loro novizie, pensando, e con ragione, che dovesse lo­ro giovare il vedere come soffrono i santi.

La vigilia dell'Immacolata del 1898, ecco venire una probanda, che non aveva ancora potuto rivestirsi del santo abi­to, perché troppo giovane.

Gemma nel vederla si commosse: forse le parve vedere un angelo, e quella vista le accese vivo in cuore il desiderio di seguirla. Lo disse a suor Leonilda, maestra delle novizie, ed ella promise che, appena guarita, l'avrebbe accolta e vestita insieme a quella novizia.

Gemma ne fu felice. Ne parlò a monsignor Volpi, venuto il giorno stesso a riconciliarla, e non solo ne ottenne il con­senso, ma, con somma facilità, anche quello mai ottenuto fi­no allora, di emettere il voto di verginità. Quella sera stessa nelle mani di lui lo emise in perpetuo.

«Finalmente, aveva toccato il colmo dei suoi desideri» di­ce padre Germano di santo Stanislao, suo primo biografo. «Una calma dolce e soave le posava sull'animo quella sera, e col desiderio acceso precorreva l'ora del mattino, in cui, nella comunione, si sarebbe unita a Gesù e avrebbe fatto alla ma­dre celeste la bella promessa di entrare in convento. Con tali pensieri nell'anima, un placido sopore le invade le addolora­te membra, ed ecco farsele innanzi il caro suo protettore san Gabriele dell'Addolorata e dirle così: "Gemma fai pure vo­lentieri il voto d'essere religiosa, ma non vi aggiungere altro"». Gemma ne domandò il perché, e il santo si limitò a ri­sponderle: «Sorella mia!». Questo titolo diceva tutto. Gem­ma non lo comprese.

In segno di riconoscenza, gli baciò l'abito, ed egli, toglien­dosi il simbolico cuore che i passionisti tengono sul petto e posandolo sul cuore di lei: «Sorella mia» ripeté, e sparì. Era tutto il mistero della vita di Gemma, espresso in questa pa­rola e in questo gesto. Gemma, passionista nel desiderio non potendolo essere in effetti per cause indipendenti dalla sua volontà, fu veramente sorella del santo; e la passione di Cri­sto fu l'unico palpito del suo cuore, vita della sua vita. La co­munione che seguì quel sogno profetico, l'emissione del vo­to, furono per Gemma una festa di cielo.

Il 4 gennaio del 1899, i medici tentarono un'ultima prova:

l'operazione dell'ascesso ai reni, e l'applicazione di dodici bot­toni di fuoco alla colonna spinale. Anche questa volta, però, Gemma non volle farsi addormentare, perché contenta di sof­frire, e per poter vegliare da sé alla custodia del suo corpo il male non cedette, anzi si accrebbe, essendosi aggiunto un tumore al capo che procurava all'inferma dolori spasmodici. Lo stato di estrema debolezza di Gemma non permetteva un intervento chirurgico. I medici videro il caso disperato.

Il 2 febbraio Gemma si confessò, si comunicò, e tranquil­lamente aspettò la morte. Credendo che più non capisse, i me­dici dissero che non sarebbe arrivata a mezzanotte. Invece, quel debole soffio di vita doveva prolungarsi ancora. Gemma doveva guarire.

 

CAPITOLO XI

 

«VUOI GUARIRE? PREGA CON FEDE IL CUORE DI GESÙ»

 

Un medico straordinario aveva giudicato la spinite di Gem­ma paralisi isterica, e naturalmente si riprometteva di gua­rirla col mezzo dell'autosuggestione. Bisognava tentare. Era necessaria a ciò una persona che godesse la piena fiducia di Gemma, e avesse su di lei grande ascendente. Fu presto tro­vata: monsignor Volpi, al quale Gemma obbediva come un agnellino, e che ne aveva tutta l'anima nelle mani. L’ordine formale di una novena di preghiere, con la certa promessa, o, meglio, con l'assicurazione che l'ultimo giorno di essa sa­rebbe guarita, era proprio quello che ci voleva. Egli pensava così.

Ma chi conosce monsignor Volpi, sa che il suo fascino egli lo limita ad attrarre a Dio le anime per la via dell'amore; non tenta d'imporsi ad esse, di soggiogarle, d'impadronirsi della loro volontà per sostituirvi la sua.

Infatti, «accettai la proposta del medico» egli depone, «ma non interamente convinto che si potesse ottenere l'effetto da lui sperato; e piuttosto, nel mio interno, mi proposi di ot­tenere un miracolo per intercessione della beata Margherita Ala­coque, della quale desideravo la canonizzazione».

Questa disposizione d'animo va tenuta ben presente in tut­to lo svolgimento dell'episodio, come pure quest'altra di Gem­ma dichiarata da un testimone degno di fede: «Ella mi dice­va che di guarire non gliene importava; ma che se Gesù era contento che guarisse, era contenta anche lei».

Per l'autosuggestione sono indispensabili, tanto in chi sug­gestiona quanto in chi deve lasciarsi suggestionare, convin­zione profonda e volontà ardente. Ora, queste disposizioni mancano a Monsignore e a Gemma. Sono due anime che non contano sui mezzi umani, ma guardano il cielo: l'uno per desiderare la glorificazione di una santa e chiedere un mira­colo per intercessione di quella; l'altra per non cercare che il volere di Dio e a quello abbandonarsi, senza bramare né una cosa né l'altra.

Ebbene, il 19 febbraio, ecco Monsignore venire da Gem­ma, e dirle d'incominciare una novena in onore della beata Margherita Maria, chiedendo al sacro Cuore, per interces­sione della sua prediletta discepola, la grazia di guarire, assi­curandola, certo a fior di labbra, che alla fine di essa l'a­vrebbe ottenuta. Gemma non si commosse molto a questa prospettiva. Piuttosto la speranza del cielo, che il pensiero di restare quaggiù sulla terra, era atto a far vibrare quell'anima tutta di Dio. Restare quaggiù, lo subiva; andare in cielo, lo de­siderava ardentemente.

Più che dalle parole di Monsignore, si sarà sentita com­mossa da quelle di una sua antica maestra, suor Giulia Sesti­ni, venuta, non si sa se prima o dopo di lui, a raccomandarle la stessa novena, concludendo che la beata senza dubbio le avrebbe fatta la grazia o di guarire perfettamente, ovvero, ap­pena spirata, di volare subito in cielo. Questa seconda pro­spettiva sarebbe stata capace di affievolire in Gemma anche il più forte desiderio di guarigione, tanto più che sapeva che suor Giulia era venuta più che altro per dirle: «Arrivederci in Paradiso».

Ma, a questo punto, la volontà di Gemma era languidissi­ma, e ciò è provato dal fatto che, il secondo giorno della no­vena, dimenticò di farne le preghiere. Le ricominciò il terzo per dimenticarle il quarto. Stabilì di ricominciarle il sesto gior­no, il 27 febbraio; ma la notte era inoltrata, e ancora non le aveva recitate. Non agisce così chi vuole veramente guarire.

il Signore stesso s'incaricò però della cosa.

Mancano pochi minuti alla mezzanotte, e Gemma sente dimenare una corona, poi una mano lievemente posarsi sulla fronte, e una voce celeste intonare per nove volte consecuti­ve il Padre nostro e l'Ave Maria.

Gemma, sfinita dal male, appena risponde.

«Vuoi guarire? » interroga la voce. Ma, sempre coerente a se stessa, Gemma, con quella semplicità tutta propria delle anime abbandonate in Dio, dice: «E’ stesso».

«Si, guarirai: prega con fede il cuore santissimo di Gesù» soggiunse il celeste interlocutore. «Ogni sera fino a che non sarà terminata la novena, io verrò qui da te e pregheremo insieme il cuore di Gesù». «E la beata Margherita?» domandò Gemma. «Aggiungi pure tre Gloria Patri in suo onore».

Era san Gabriele passionista. «Egli seguitò infatti a venire ogni sera» dice Gemma, «e mi posava al solito la mano sulla fronte e si recitava insieme il Padre nostro al cuore di Gesù, facendomi aggiungere tre Gloria alla beata Margherita. Ter­minava appunto la novena il primo venerdì di marzo. La vi­gilia, chiamai il confessore dal quale mi confessai; la mattina seguente feci, sempre inchiodata in letto, la comunione. Oh, che momenti felici passai con Gesù!».

«Egli pure mi ripeteva: "Gemma, vuoi guarire?". La com­mozione fu tanto grande, che non potei rispondere. Risposi col cuore: "Gesù, come volete voi". Povero Gesù!, la grazia era fatta: ero guarita. Dopo due ore mi alzai».

«Quelli di casa piangevano per l'allegrezza. Io pure ero con­tenta, non per la salute riacquistata ma perché Gesù mi ave­va eletta per sua figlia. Infatti, prima di lasciarmi, quella mat­tina mi aveva detto forte forte al cuore: "Figlia, alla grazia che ti ho fatto stamattina, ne seguiranno ancora molte maggiori. Io sarò sempre con te, ti farò da padre, e la mamma tua sarà quella". E m'indicava Maria santissima addolorata. "Mai può mancare la paterna assistenza a chi si mette nelle mie mani, niente dunque mancherà a te, sebbene io t'abbia tolto ogni consolazione e appoggio su questa terra"».

Per quanto Gemma fosse rimasta assai debole, nessuno po­teva negare che la guarigione fosse stata istantanea e comple­ta, e Lucca si commosse alla notizia del miracolo, o, almeno, della grazia prodigiosa. Se ne parlò per un pezzo. Anzi, per alcuni, Gemma rimase sempre «la ragazzina della grazia», né la chiamavano altrimenti.

Riguardo alla spinite di Gemma, il medico curante disse:

«Sono malattie dalle quali difficilmente si guarisce e tanto più difficile è il ritorno dell'uso degli arti, che in Gemma tornò perfetto».

Riguardo all'otite, lo specialista dottor Tommasi, che l'o­però la vigilia della guarigione, dichiara essersi trattato di un otite purulenta acuta con partecipazione della mastoide. Egli constatò pure la perforazione e l'arrossamento della mem­brana timpanica; e ci narra dell'inferma questo tratto edifi­cante:

«Feci l'operazione. L’ammalata non disse mai niente, non parlò mai, poteva muovere il capo, ma non tentò mai di sot­trarsi né si mosse in nessun modo, neppure istintivamente, tanto che mi pareva d'operare sopra un cadavere. Eppure, doveva aver sofferto molto. Io le domandai: "Hai soffer­to?". Rispose sorridendo e movendo leggermente il capo, qua­si a dire: una cosa da nulla. E ricordo bene che non avevo fat­to uso neppure della cocaina in forte soluzione per anestesia locale».

In ogni dolorosa circostanza, Gemma si dimostrò sempre semplice ed eroica. Quando, dopo i bottoni di fuoco, la zia le aveva domandato: «Hai sofferto molto?», tranquilla e sorri­dente aveva risposto: «Avrà sofferto più lei», alludendo al patema d'animo con cui, in una stanza vicina, ella attendeva la fine dell'operazione.

Ora, alla domanda del dottor Tommasi, risponde con un sorriso e un lieve cenno negativo del capo. Non meraviglia che quell'ottimo dottore, udita la guarigione istantanea e re­catosi a constatarla, dicesse nel congedarsi dalla santa figliola: «Gemma, prega per me».

La guarigione fu preceduta, accompagnata e seguita da co­municazioni celesti. Nel punto in cui avvenne, uno splendore di cielo inondò la camera dell'inferma. Colei che l'assisteva, impressionata, era corsa a chiamare un altro testimone, perché a sua volta godesse del meraviglioso splendore.

«Chi legge queste righe» scrisse la santa figliola nella rela­zione del miracolo, «sappia che ho ottenuto la guarigione del­l'anima e del corpo, non per merito mio, ma per le preghiere di tante buone persone che avevano pietà di me. Io non po­tevo ottenere niente...».

 

CAPITOLO XII

 

«LA MAMMA TUA SARÀ QUELLA»

 

Nel pronunziare queste parole, Gesù accennava a una sta­tuetta dell'Addolorata posta sotto una campana di vetro so­pra un piccolo tavolo in faccia al letto di Gemma, in manie­ra che di giorno e di notte lei potesse Vederla.

Quella Madonna le era carissima, perché carissima alla sua povera mamma. Gliela regalò ella stessa, morendo, oppure le fu data come ricordo di lei, perché là, dinanzi a quell'imma­gine, aveva imparato a pregare, a compatirne i dolori, com­patendo quelli di Cristo? Sia come si voglia, quella Madon­nina era l'unica sua ricchezza, e le parlava forte al cuore del­la cara scomparsa. Questa infatti l'aveva rivestita con le sue mani; quei capelli lunghi e fluenti sotto il nero velo erano quel­li del suo caro Gino, e la mamma stessa li aveva disposti così come ora si vedono. Quanti ricordi in uno!

Già prima che questa morisse, la bambina aveva detto: «Da qui in avanti, la mia mamma sarà la Madonna». E avvenuta la disgrazia, tutta si era affidata a Maria, nascondendosi sot­to il suo manto e non chiamandola più se non coi nomi dol­ci di «1a cara mamma mia»; e nel pronunziare queste parole il suo accento esprimeva la profonda tenerezza del cuore. Qualche volta, nei momenti di maggior dolore, la invocava pure sotto il dolce titolo di Mater orphanorum, ricordando al­la Madonna che, non avendo più né mamma né babbo, ave­va doppio diritto alla sua protezione.

«Oh se mi facessi degna di portare il nome di figlia sua! Quante volte il cuore di questa buona mamma non guardò ai miei peccati, quante volte mi fu madre amorosa... Se Gesù si allontana, voglio la mamma mia, voglio che mi ascolti almeno lei; se Gesù più non mi vuole, se devo vivere senza Ge­sù, senza la mamma, no!...».

E quando un giorno Gesù si celerà al suo amore immer­gendola nel buio, lo cercherà con desiderio intenso, lo chia­merà con tutte le forze dell'animo, concludendo con una di queste ingenuità così care, che ne rivelano tanto bene il can­dore e la inarrivabile semplicità: «Continuando Gesù in que­sto modo, e andando sempre più lontano, io morirò e più non resterò. Oh bene, morirò! ... E così, se la mamma mia mi con­durrà in cielo, Gesù sarà costretto a non scappare».

«Mamma mia, pensateci voi a Gesù», le diceva altra vol­ta; «che si degni perdonarmi tutti i miei peccati, e se ciò mi venisse negato per i miei demeriti, dovete dirgli che lo faccia per il grande amore che portava a voi. Ho paura, mamma mia, senza voi, a cercare Gesù... E’ misericordioso; ma so di aver commesso tanti peccati, e so ancora che Gesù nel castigo è giusto. Vi chiedo una cosa grossa, è vero, mamma mia? Ma come fare, se ciò che ho perduto per i miei peccati, non lo ri­trovo per mezzo vostro? E poi, è poco quello che vi chiedo io, in confronto a quello che mi potete dare voi...».

E a lei pareva talvolta di aver presente la Madonna, come allora che, stese le braccia, accoglieva nel suo grembo Gesù deposto dalla croce e le pareva di vederne lo sguardo posa­to su di lei; e udire queste parole: «Sei stata tu a ridurlo in questo stato». Ciò aumentava il suo odio per la minima man­canza e il minimo difetto.

«Oh che dolore grande dovette essere mai per la Madon­na dopo che fu nato Gesù, il pensare che dovevano poi cro­cifiggerlo! Quale spasimo dovette aver sempre nel cuore; quan­ti sospiri dovette mandare, e quante volte dovette piangere! E mai si lamentava. Povera mamma! Quando poi se lo vide crocifiggere, era trafitta... perché so bene che qualunque ma­le fatto al figlio in presenza del padre e della madre, ferisce egualmente il figlio e i genitori. Dunque, la mamma mia fu crocifissa insieme con Gesù. E mai si lamentava. Dopo que­ste riflessioni, ho fatto il proposito di non lamentarmi del mio modo di vivere». Le feste della Madonna, della quale più volte le fu dato con­templare la gloria, erano le sue feste. «Si, si, l'ho provato più volte: la festa della mamma mia è pur sempre un giorno di pa­ce maggiore, di amore più grande e di santificazione per tut­ti; è il giorno più bello fra tutti i giorni dell'anno. L'anima, in quel giorno, si consola di serena pace, e dimentica le tem­pestose vicende del mondo; in quel giorno, tutti, anche i cattivi, si ricordano che abbiamo in cielo una mamma tutta sollecitudine e tenerezza per noi, e che noi siamo suoi figli. In quei giorni, non è vero?, si sentono più forti gli stimoli della fede, e il bisogno ancora di onorare Maria con maggior os­sequio».

«La mamma mia è bella come non si può dire! ... L’terno suo Padre l'incoronò con la corona del santo amore, con la corona della sapienza. Le gemme di questa corona sono le virtù.. l'adornò dei più eletti splendori... Io l'amo tanto que­sta mamma, e se non l'amo abbastanza, mi deve dare essa un cuore più infiammato, e poi mi deve condurre presto da Ge­sù in Paradiso. Se devo ancora vivere un altro poco, non vo­glio star lontano da loro. E domani, voglio una grazia dalla mamma... Mi deve dare una croce, una croce grossa grossa, questo è il regalo che le chiedo; ma ben grossa, che possa con quella seguire il mio Gesù crocifisso. Non sono buona a patir bene, ma insieme con la croce voglio anche la pazienza».

«Quanto è bella la comunione fatta con la mamma del Pa­radiso! La feci ieri, 8 maggio. In che consistevano tutti gli slan­ci del mio cuore in quel prezioso momento? In queste sole parole: Mamma, mamma mia, quanto godo nel chiamarti mam­ma!... Ed ella mi ripeté: "Tu godi nel chiamarmi mamma, ed io godo nel chiamarti figlia". Furono momenti di Paradiso quelli in cui sentivo parlarmi con quelle dolci parole! Ma a chi le rivolgeva... Non occorre che mi metta a far di nuovo la mia storia... Il numero infinito delle mie colpe e difetti, che vanno ogni giorno crescendo... Eppure, la mamma mi vuol bene!».

Veramente sì... e poteva volerglielo.

Il padre redentorista Schrijvers, nel suo bellissimo libro in­titolato: «Ma mère», narra una visione della santa e la defini­sce «deliziosa».

Un giorno, Gemma si vede sulle braccia della madre divi­na in atto di posare la testa sul cuore di lei. La santa Vergine dolcemente le domanda: «Gemma, non ami che me?». E Gem­ma risponde: «Oh, no, prima di te amo un'altra persona». A queste parole, la Madonna, stringendola ancor più al cuore:

«Dimmi chi è». «No, non te lo dico» risponde Gemma qua­si scherzando con colei che pareva a sua volta scherzare. «Se tu fossi venuta ier l'altro, di sera, l'avresti saputo, soggiunse. Egli ti somiglia tutto per bellezza; i suoi capelli hanno il co­lore dei tuoi...».

La santissima Vergine, che pareva compiacersi di sentir­glielo ripetere, insisté ancora, e Gemma rispose: «È Gesù, fi­glio tuo, oh, l'amo tanto!».

A queste parole, nuovamente la Madonna la strinse a sé e disse: «Oh sì, amalo pure, amalo tanto, ma ama lui solo». E la visione disparve.

 

CAPITOLO XIII

 

«SIGNORE, CHE VOLETE DA ME?»

 

Guarita prodigiosamente, Gemma dichiarò ai parenti la sua vocazione.

Non trovò contrarietà, tanto erano sicuri che il suo sogno non si sarebbe si presto avverato. Gemma era invece sicuris­sima del contrario, perché, appena guarita, una voce miste­riosa le aveva detto: «Rinnova a Gesù tutte le tue promesse, e aggiungi che, nel mese di giugno, a lui consacrato, andrai anche tu a consacrarti a lui».

Non potendo neppur lontanamente supporre quale fosse la consacrazione cui alludeva la voce misteriosa, credette, nel­la sua riconoscenza, che la beata Margherita la chiamasse alla Visitazione, e decise di ritirarsi per un corso di esercizi.

Frattanto, la notizia della guarigione, ottenuta da Gemma per intercessione della beata Margherita Maria, era giunta alle Visitandine che vollero vedere la miracolata, parlarle, udi­re da lei stessa com'erano andate le cose.

Gemma andò e fu accolta con la soave cordialità tutta pro­pria delle Figlie di san Francesco di Sales. Esse si mostraro­no liete di poterla un giorno abbracciare quale sorella, e poi­ché a Gemma costava aspettare fino al primo di giugno, la su­periora promise che avrebbe anticipato, facendola entrare in monastero ai primi di maggio. Nel corso degli esercizi spi­rituali, la divina volontà si sarebbe ancor più chiaramente ma­nifestata.

Si era a marzo. Gemma contava le settimane, poi i giorni, poi le ore. Venne il sospirato momento, ed entrò in monaste­ro, raccomandando ai suoi di non andarla a trovare, perché quei giorni, come diceva, erano tutti di Gesù.

Suo desiderio sarebbe stato quello di passarli solitaria e na­scosta, ma ben diversamente pensava la superiora.

Monsignor Volpi, direttore spirituale del monastero, aveva presentato Gemma quale anima privilegiata e le monache vo­levano edificarsi al suo contatto.

Affidata alla maestra delle novizie, doveva seguire la co­munità in tutti i suoi esercizi, al coro, in refettorio, ecc... An­zi, in refettorio la superiora la voleva accanto a sé e spesso, nel corso della giornata, la chiamava per intrattenersi con lei in santi discorsi.

Gemma trovava quella vita troppo mite per le sue aspira­zioni, e anche il Signore pareva andarle ripetendo: «Per te ci vuole una regola più austera». Ad ogni modo era sempre un monastero, un santo monastero, e Gemma tremava alla sola prospettiva di dover tornare nel mondo. Inoltre, Gesù in quei giorni pareva riversarle nell'anima tutto il Paradiso.

Occorreva, per la definitiva accettazione, il consenso del­l'Arcivescovo che era allora monsignor Ghilardi, uomo di ra­ra prudenza; ma egli non fu pronto nel concedere. Aveva sen­tito parlare di Gemma, ma non la conosceva affatto. Sapeva che, per quanto guarita, era rimasta debolissima e teneva ancora il busto di ferro che le avevano messo all'inizio della malattia. Ciò lo preoccupava.

La superiora intimò a Gemma, per obbedienza, di levarse­lo subito. Ella lo fece, né più lo rimise, non provando per ciò il minimo incomodo.

Riferita la cosa all'Arcivescovo, egli, da Dio ispirato come lo provarono i fatti, rimase fermo nel suo diniego, e cedette solo al desiderio delle monache di trattenerla fino al 20 mag­gio, perché potesse assistere alla professione di alcune novizie.

Gemma, ignara di ciò che l'attendeva, se ne stette tutto il tempo della cerimonia assorta in dolce contemplazione, e pian­se molto sentendosi vivamente commossa.

Ma accadde che le religiose, tutte occupate a far festa alle nuove professe, non pensassero più a lei, sicché rimase senza colazione e senza pranzo. Ella non vi pensava affatto tanto stava bene nel suo cuore a cuore con Dio; ma nel pomerig­gio, si sentì venir meno. Le monache, confuse, ripararono su­bito alla loro distrazione.

La sera stessa l'aspettava il più doloroso sacrificio che mai potesse immaginare. Le venne annunziato che, per ordine del­l'Arcivescovo, il giorno seguente sarebbe dovuta tornare in famiglia. Non le dissero: «per sempre»; ma intanto doveva tornare. Povera Gemma!

«Erano le cinque pomeridiane del 21 maggio 1899» così scrisse, «e dovetti uscire. Chiesi piangendo la benedizione alla madre superiora, salutai le monache e uscii. Mio Dio, che dolore!».

Ma Gemma era abituata al sacrificio: sacrificarsi era dive­nuta una seconda natura per lei, e, tranquilla e apparente­mente serena, riprese le sue occupazioni.

Nei giorni festivi, sua unica gioia e vero conforto era quel­lo di prendere per mano la sorellina Giulia, e incamminarsi al cimitero assai distante dalla città. Pregare sulla tomba del babbo e della mamma che aveva tanto amati; riposarsi, rifu­giarsi nella loro tenerezza, sul loro cuore che le pareva di sen­tir ancora palpitare sotto quel freddo marmo; implorare pa­ce per essi, ecco ciò che la deliziava. Quando era a Camaio­re dalla zia, il non potersi inginocchiare su quelle tombe, specialmente su quella del babbo, chiusa di fresco, le costava molto, e vi suppliva andando con una cugina a prostrarsi ai piedi dell'altare della Vergine benedetta nella chiesa di Badia, e là pregare per l'anima di lui.

Le ore volavano per lei, quando si trovava al cimitero! Al­lorché si chiudevano i cancelli, aspettava che venissero ria­perti, restando sulla pubblica via anche sotto la pioggia e il vento, pur di poter assistere all'Ufficio dei morti e agli altri pubblici suffragi che si facevano in quella cappella.

Una buona donna, mossa a compassione delle giovinette, aprì loro il suo povero casolare. A volte però era assente, e al­lora Gemma continuava ad aspettare all'aria aperta.

Al tramonto, lo scampanio della città annunziava la bene­dizione col santissimo sacramento; le due fanciulle si avviavano allora a qualche chiesa, tornando poi a casa con la be­nedizione dei genitori, e con la benedizione di Gesù.

Per quanto la Visitazione non corrispondesse appieno al­l'ideale di Gemma, lei vi sarebbe tornata volentieri. Quasi ogni giorno si recava al monastero per domandare se vi fosse il per­messo dell'Arcivescovo. Ma questi voleva almeno quattro cer­tificati medici, difficili da ottenersi, data la sua recente ma­lattia e la sua debolezza. Inoltre le suore, che prima non ave­vano tenuto conto dell'estrema povertà della giovinetta, parvero in seguito scorgere anche in ciò un ostacolo insor­montabile, e cominciarono a tergiversare.

Era solo un pretesto per togliere a Gemma ogni speranza. Finirono poi per dichiararglielo apertamente.

Gemma lo capì e si volse a Dio, domandandogli: «Signore, che volete da me?». E il Signore le fece comprendere di non volerla alla Visitazione: altri erano i suoi disegni.

 

CAPITOLO XIV

 

UNO SGUARDO ALL’ANIMA

 

Dio è libero nei suoi doni. Li versa in qualche anima a pro­fusione, meno in altre, e nessuno ha diritto di domandar­gliene il perché. Dio chiama a sé chi vuole. La grazia neces­saria e abbondante alla salvezza e alla santificazione non la nega a nessuno: compie anzi per ogni anima veri prodigi di misericordia e di grazia, e, dalla sua maggiore o minore cor­rispondenza, dipende l'aumento o diminuzione di essa. Oltre queste, si danno però delle grazie che nessuno può merita­re. Dio le dà gratuitamente, spontaneamente, a chi vuole, e sono quei sublimi favori di estasi, di rapimenti, di visioni, non necessari affatto alla santità, e che anzi talora possono esi­stere senza di questa.

Generalmente, Dio concede tali favori ad anime profon­damente umili, semplici di una divina semplicità, tutte unite con lui, e divenute quasi incapaci di disgustarlo, dato l'amo­re che a lui le stringe.

Il cielo favoriva Gemma in modo straordinario. Questi fa­vori andavano sempre aumentando, ma Gemma mai e poi mai ammise nell'anima sua un sentimento di vanagloria. «Co­me» soleva dire, «io invanirmi? E potrebbe esservi pazzia maggiore di questa?». Sulle prime credeva, nella sua inge­nuità, che tutte le anime provassero ciò che provava lei; an­zi, fino all'ultimo, credette che tutte le anime, stando di­nanzi a Gesù sacramentato, dovessero provare l'ardore del­le fiamme che avvampavano e consumavano il suo cuore. Ma un giorno, Gesù le disse: «Non tutte le anime mi sono care come la tua». Parole che le dettero un gran senso di com­mozione.

Quando poi comprese che quanto le accadeva era singola­re favore di Dio, così si raccomandò al Signore: «Non mi fa­te cose che non sono da me, perché io non sono buona a nul­la. E poi, a tante grazie che mi fate, non so come far a corri­spondere. Cercate, cercate un'altra persona che sappia fare più di me». Ma quando Gesù le rispose: «Tu fai quel che puoi, io mi voglio servire appunto di te, perché sei la più povera peccatrice di tutte le mie creature», si quietò, e con la con­sueta sua semplicità rispose: «Gesù, fate un po' quel che vi pare, che io sono contenta».

Gemma si credeva piena di peccati, perché più l'anima è in grado di comprendere l'infinita purità e santità di Dio, e più e in grado di comprenderne anche le esigenze, sicché ogni atomo di umana polvere assume per essa proporzioni gigan­tesche e il difetto le pare iniquità. Più il santo si eleva, più si abbassa nel proprio nulla e nella propria miseria.

«Ma sarà poi vero» scriveva Gemma «che Gesù è conten­to dell'anima mia? Oh, come spesso divento rossa e tremo nel vedermi così impura davanti a lui che è la stessa purità! L’ho disconosciuto mille volte, mi sono ribellata quando mi chia­mava. Padre mio, gli chieda ripetutamente misericordia per l'anima mia: implori da Gesù il perdono dei miei peccati, dica a Gesù che, per riparare le mie colpe, non mi parranno tanto mille dolori nel corpo e nell'anima. O mio Dio, il casti­go non sarà mai terribile quanto io lo merito. Castigatemi pu­re, ma toglietemi il peso dei miei tanti peccati perché questo peso mi opprime e mi schiaccia. Guai a me, se un minuto so­lo perdessi di vista le colpe mie, le mie iniquità. Oh! quanto disgusto provo di me stessa, o Gesù, da me disonorato! Sol­tanto mi conforta un poco, fra tante mie miserie, la buona vo­lontà che mi pare di sentire!».

E ancora: «Questa sera al solito, mi sono venuti alla men­te tutti i peccati, così enormi, che ho dovuto farmi forza per non piangere forte: ne sentivo un dolore sì vivo, che mai ave­vo provato. il numero di essi sorpassa le mille volte la mia età e capacità. Però, ciò che mi consola è che ne ho provato gran­dissimo dolore, che non vorrei che questo dolore mai si can­cellasse dalla mia mente e mai diminuisse: mio Dio, fino a che giunse la mia malizia!».

E dire che quest'anima cara, a detta déi suoi direttori spi­rituali, non commise mai in vita sua peccati veniali pienamen­te avvertiti e deliberati! Queste espressioni non sono né esagerazioni né finzioni. Il santo è l'anima più sincera che possa esistere perché è stabi­lito nella verità. Ora, la verità è questa: «Noi siamo il nulla, Dio è il tutto».

Gemma tali parole le udì in un ritiro che fece nell'Istituto delle Zitine, le comprese, furono il faro della sua vita, e quan­do, sul letto di morte, una delle suore assistenti le domandò quale fosse la virtù più importante e più cara a Dio, rispose:

«L’umiltà, che è il fondamento di tutte le altre».

Tale era la ripugnanza da lei provata per l'ombra sola del­l'orgoglio, che una volta, in cui il suo direttore spirituale, per provarla, scrivendo la taccio di orgogliosa, ella corse ai piedi del crocifisso, e, con la fronte a terra, piangendo amare lacrime, gli chiese ripetutamente perdono, supplicandolo di farla morire piuttosto che offenderlo con pensieri di superbia. Quali fossero questi pensieri né lei né il direttore lo sapevano; ma poiché egli così aveva detto, lei ciecamente lo credeva.

Sapendo che Dio resiste ai superbi e dà la sua grazia agli umili: «Tremo» scriveva al suo buon padre, «ho paura che Gesù mi castighi... E sa che castigo temo e lo meriterei?... Di essere condannata a non amar più lui, il mio Gesù. No, no! Gesù scelga per me altri castighi, ma questo no. Padre mio» continuava, «se vede che ancora ho dell'orgoglio non perda tempo, mi faccia morire, faccia ogni altra cosa, ma me lo tolga presto...»

Il Signore, se da un lato la colmava di favori, dall'altro la manteneva in una costante umiltà, lasciandole vedere l'anima sua priva di ogni bellezza. Talora le si mostrava serio e scon­tento, e a lei pareva di essere da lui discacciata: «Questo è un vero tormento» diceva; «sono quasi abbandonata da Gesù per i miei peccati. E che farò? A chi ricorrerò?».

«Alla fine, si è stancato di me, ma ne ha tanta ragione. Per­ciò, lo ringrazio sempre e lo adoro...».

«Preghi e faccia pregare Gesù, affinché mi dia in breve gli aiuti necessari per riparare la mia tanta miseria, e mi ri­schiari la mente e mi faccia conoscere l'orribile buio in cui so­no. Preghino per me tutte le anime sante, affinché quantun­que sia confusa e indegna, Gesù sia glorificato nella povera anima mia».

Si diceva: «Figlia e serva inutile», «vergine stolta», «me­schina creatura», e neppure osava firmarsi Gemma di Gesù. Vi si arrese soltanto per qualche tempo, avendole fatto com­prendere, il suo direttore, che ciò non voleva dire essere lei degna di Gesù, ma volersi gloriare nel solo Gesù.

Le recava stupore che la gente si raccomandasse alle sue preghiere; temeva di essere ingannata e d'ingannare.

«Se mai vedesse, padre, che io fossi in pericolo per l'anima mia, se mai vedesse che io sono nelle mani del demonio, ci pensi e mi aiuti, ché l'anima io la voglio salvare a ogni costo».

«Come devo fare per rimediarvi?».

Non amava, né desiderava le cose straordinarie, ma le te­meva. «Ho paura in tutte le cose straordinarie che ogni gior­no mi accadono; ho paura d'ingannarmi e d'ingannare. Que­sto non vorrei farlo davvero. Preghi tanto Gesù che mi aiu­ti, che non inganni gli altri. Ho tanta paura, che in certi giorni vorrei che nessuno mi vedesse. Vorrei che lei, padre mio, me lo spiegasse cosa vuol dire inganno, perché io non vorrei ingannare nessuno». Quale miglior prova di questa, che l'in­ganno non esisteva? Anima più candida e semplice dove tro­varla?

Viveva distaccata da tutti quei favori soprannaturali così che, quando Gesù glieli sottraeva, non si turbava. «Faccia Ge­sù; contento lui, contenti tutti. E forse le merito le sue con­solazioni? Basta che possa goderlo nell'altra vita; non mi cu­ro di patire quaggiù».

Al suo direttore pare eccessiva la confidenza con cui tratta col cielo, e le ordina di usare il voi invece del tu parlando con nostro Signore, con la Vergine, coi suoi santi. Gemma obbe­disce. S'imbroglia spesso, si riprende sempre. Gesù l'attira, lei resiste. Egli vuole che vada a lui, e gli parli con tutta con­fidenza: «O Gesù, se io faccio come mi dite» replica Gemma, «il padre mi sgrida perché non vuole che vi dia tanta confi­denza». E Gesù: «Digli, figlia, che la confidenza la creo da me in coloro che amo».

Tanto desidera Gesù questa confidenza, che dichiara un giorno a Gemma: «Vedi, figlia mia, quando io mi mostro un po' disgustato con le persone è perché esse non hanno in me tutta quella confidenza che io bramerei».

Averla come l'aveva Gemma, e doverla soffocare era un martirio, eppure obbediva. Ma a lei pareva «che non trattare Gesù con confidenza fosse fare un torto alla bontà che tante volte in mille modi ci ha dimostrato. Le pareva, anzi, che ave­re in Gesù tanta confidenza e fiducia, fosse fargli come una dolce violenza per versare grazie sopra di noi».

Un esempio della semplicità di Gemma, che proprio rag­giunge il massimo, è il seguente. Il direttore le aveva proibito ogni manifestazione esterna di doni straordinari. Ma un gior­no che quest'anima benedetta era in intimo colloquio con il Signore, e sentì benissimo, dall'attrazione interna, che stava per ricevere una manifestazione esterna del suo amore, che fece? Fuggi, si occupò in altre cose, poi tornò in camera per vedere se Gesù ci fosse sempre.

Proprio come un bambino farebbe con la mamma! Pueri­lità, dirà qualcuno. Si, ma care puerilità.

«Oh, quanto mi tenta il mio buon Gesù! » diceva ancora Gemma. «Ma io sto forte nell'obbedienza, benché mi costi molta fatica. O caro sacrificio! O bella e cara obbedienza!».

Una volta stabilitole dal confessore il tempo di trattenersi con Gesù quando venisse a visitarla, allo scoccare dell'ora, si trovò in grande imbarazzo. «Per obbedire, dovevo mandar via Gesù», scrive. «Dammi un segno che fin d'ora sempre mi obbedirai» le disse allora il Signore. E Gemma rispose: «Ge­sù, andate pur via, che or non vi voglio più». Segno mag­giore di vera obbedienza poteva mai darglielo? Mandare via lui.

«Povero Gesù! Quante volte gli ho fatto delle villanie» diceva; «1'ho scacciato risolutamente per fare l'obbedienza al confessore e lui mi guardava e sorrideva.

«Che consolazione provo in cuor mio nel fare l'obbedien­za, che in me genera una tale calma che non mi so spiegare! Viva l'obbedienza, da cui tutta la pace mi procede! ... Met­terò sempre in pratica quanto mi viene comandato col divi­no aiuto, per far contento Gesù».

E Gesù sempre le ripeteva direttamente o per mezzo dell'Angelo custode: «Obbedienza, obbedienza cieca, obbedienza perfetta; che tu sia come un corpo morto: ogni cosa che fa­ranno di te, prontamente eseguisci! Se non obbedisci fino al sacrificio, ti lascerò sola in mano al tuo nemico»

 

CAPITOLO XV

 

«TI ASPETTO AL CALVARIO»

 

Abbiamo già dato un rapido sguardo all'anima di Gemma, diamo ora uno sguardo ai favori di cui Dio arricchì quest'a­nima cara.

La prima volta che ottenne uno di questi favori, fu la sera del giovedì santo del 1899.

Durante la malattia, suor Giulia Sestini, l'anima buona che studiava ogni mezzo per darle conforto, le aveva parlato dell'esercizio dell'ora santa chiesto dal sacro Cuore a santa Mar­gherita Maria Alacoque, del manualetto composto in pro­posito dalla sua madre fondatrice e intitolato: «Un'ora di ora­zione con Gesù agonizzante nel Getsemani». Glielo aveva poi procurato; e Gemma, felice, lo aveva letto. Come poteva, ave­va fatta l'ora santa promettendo però di farla in piena regola appena fosse guarita.

Infatti, guarita prodigiosamente, mantenne la sua pro­messa. Comprendendone l'importanza, volle fare precedere l'inizio di questa magnifica devozione da una confessione ge­nerale. Giunta la sera e l'ora di condividere l'agonia di Gesù nel Getsemani, Gemma, appena inginocchiata nella sua ca­meretta, si senti l'anima pervasa da un intimo, subitaneo, profondo dolore di tutte le sue colpe.

Gemma pianse. Quelle lacrime parvero darle sollievo. Sen­tendosi subitamente pervasa da intimo raccoglimento, forie­ro delle visite dall'alto, fece appena in tempo a rizzarsi, chiu­dere la porta e rimettersi in ginocchio, che si vide dinanzi Ge­sù crocifisso, grondante sangue da tutte le piaghe.

Turbata a quella vista, Gemma si fece il segno della croce. L’apparizione non si dileguò; si dileguò invece in lei il senso di turbamento e di timore. Pensando allora che quelle piaghe erano frutto dei suoi peccati, ella cadde con la fronte a ter­ra, non osando più alzare ad esse lo sguardo. Ciò che aveva visto era più che bastato. Quelle piaghe nessuno le poté più cancellare dall'anima sua.

Il giorno seguente, le fu vietato di recarsi alle «tre ore» di agonia. Sentì al vivo questo diniego. Le vennero le lacrime agli occhi, ma seppe rintuzzarle, offrendo a Dio il sacrificio. Se non potrà andare in chiesa, ebbene farà le «tre ore» per con­to suo.

Chiusasi in camera, le apparve in visione l'Angelo custo­de in atto di rimproverarla per le lacrime versate poco prima. E dopo averle dato vari consigli sulla generosità che Dio vo­leva da lei, tenne con lei compagnia all'appassionato Signo­re e alla sua santissima Madre.

Per quanto fosse venerdì santo, Gesù venne a lei, si comu­nicò all'anima sua in modo così intimo, in una comunione co­sì vera, come ma i per il passato. Questa comunione, que­st'unione la lasciò quasi smarrita. Ne derivarono però in lei due ardentissimi sentimenti: amare Gesù fino al sacrificio, e patire qualche cosa per lui che tanto aveva patito per lei.

Occorsero ripetuti e severi comandi dell'Angelo custode per indurre quell'umile creatura a tutto rivelare al confesso­re. A questo domandò come fare ad amare Gesù come vole­va amarlo lei, cioè amarlo fino alla follia. Ma la risposta di lui non l'appagò. La rivolse al Signore, ed ecco come rispose.

Comparendole un giorno crocifisso, e mostrandole le cin­que piaghe aperte, le disse: «Guarda, figlia mia, e impara come si ama. Vedi questa croce, queste spine e questi chiodi? Vedi queste lividure, questi squarci, queste piaghe? Sono tut­te opere di amore, e di amore infinito. Vedi fino a qual segno ti ho amata? Mi vuoi amare davvero? Impara prima a soffri­re: il soffrire insegna ad amare». Gemma cadde allora pro­strata a terra, immersa in un mare di dolore e di amore.

Da quel giorno, altro più non volle che Gesù crocifisso: «Il mio diletto è per me un vasetto di mirra, e altro non voglio vedere in lui, dacché egli non ha voluto altro per sé. Vada a contemplarlo sul Tabor chi vuole: io lo contemplerò sul cal­vario in compagnia della cara mamma mia addolorata».

Uscita che fu dalle Salesiane, una voce misteriosa l'anima­va a farsi coraggio, a tutto dimenticare, ad abbandonarsi a Ge­sù senza riserva, amarlo tanto, non opporre nessun ostacolo ai suoi disegni, ché egli le avrebbe fatto fare tanto cammino senza che quasi se ne avvedesse.

«Non temere di niente» continuava l'interna voce, «poiché il cuore di Gesù è il trono di misericordia ove i miserabili so­no i meglio accolti». Ed ella: «O Gesù mio, vi vorrei amare tanto tanto, ma non so farlo». «Vuoi sempre amare Gesù? Non cessare mai di soffrire per lui. La croce è il trono dei ve­ri amanti: la croce è il patrimonio degli eletti in questa vita».

Finalmente, una mattina, dopo la comunione, Gesù stes­so le dice: «Gemma, coraggio! Ti aspetto al calvario, su quel monte a cui sei diretta».

 

CAPITOLO XVI

 

STIMMATIZZATA!

 

«Gemma, coraggio! Ti aspetto al calvario». E di coraggio aveva infatti bisogno la povera Gemma.

Il convegno, al quale invita uno sposo di sangue, non può essere che un doloroso convegno. Gesù sul calvario non può consacrare che delle vittime, imprimendo in esse i suoi tratti di dolore e di amore. Inoltre: «L’ambire di essere messi a par­te dei dolori del calvario è stata sempre la passione generosa che ha agitato il cuore dei santi. Tutti, più o meno, hanno chie­sto a Gesù una parte dei suoi flagelli, delle spine, del fiele, del­le sue lividure, delle sue piaghe. E se tutti ne hanno più o me­no assaporato in spirito, non pochi ne riportarono visibilmente i sigilli impressi nella loro carne.

«Il poverello d'Assisi, consumato da questo ardente desi­derio, portò nei suoi piedi, nelle sue mani e nel suo costato, scolpiti per tutta la vita, i segni della redenzione. Così pure santa Chiara da Montefalco, santa Caterina da Siena e altri. La serafica del Carmelo portò il cuore trafitto dallo strale di un angelo».

Santa Maria Maddalena de' Pazzi, contemplando un gior­no il crocifisso ne vide partire cinque raggi infuocati che, andando a battere sulle mani, i piedi, il costato di lei, v'im­pressero le sacre stimmate. Ottenne per grazia, da Dio, che non fossero visibili ad altri che a lei; ma ad attestare la verità della cosa, il costato della sublime amante del crocifisso por­ta sempre sul corpo incorrotto la traccia dell'amorosa ferita.

Gemma fu a sua volta una stimmatizzata.

Era l'8 giugno del 1899, vigilia della festa del sacro Cuore. Dopo la comunione, il Signore le fece sentire che le pre­parava per la sera stessa una singolarissima grazia. Quale? El­la lo ignorava, ma corse ad avvertire il confessore e chieder­gli una assoluzione generale. Tornò a casa col cuore pieno d'insolita gioia.

Venne la sera. Gemma prima di iniziare l'esercizio dell'ora santa, provò un vivissimo dolore delle sue colpe. Credette di morirne. Vi tenne dietro un profondo raccoglimento: «L’in­telletto» dice, «non conosceva che i miei peccati e l'offesa di Dio; la memoria me li ricordava tutti e mi faceva vedere tut­ti i tormenti che Gesù aveva patito per salvarmi; la volontà me li faceva detestare e promettere di voler tutto soffrire per espiarli. Un mucchio di pensieri mi si aggiravano nella mente ed erano pensieri di dolore, di amore, di timore, di spe­ranza, di conforto».

Al raccoglimento successe ben presto il rapimento dei sen­si; e Gemma si trovò dinanzi alla madre celeste e con al fian­co il suo buon angelo. Recitato per ordine di lui l'atto di do­lore, ella udì dalle labbra della Vergine questa duplice assi­curazione che le dette palpiti di amorosa riconoscenza: «Figlia, in nome di Gesù, ti siano rimessi tutti i peccati... Gesù, mio Figlio, ti ama tanto. Egli vuol farti una grazia, saprai render­tene degna?».

Che mai rispondere? Gemma tacque. «Io ti sarò madre» soggiunse Maria, «e tu ti mostrerai mia vera figlia?». Rispo­se, la santa giovinetta, o, compresa e confusa, tacque come alla prima interrogazione? Maria, aperto il manto, amorosa­mente la coprì con esso.

Da quel dolce rifugio, Gemma vide venire a sé sofferente il Signore. Come sempre, tutte le piaghe di lui erano aperte; questa volta, però, non ne usciva sangue, ma fiamme. Ed ec­co quelle fiamme andare a toccare le mani, i piedi, il costato della fanciulla, che credette di morire di dolore e di dolcez­za; e sarebbe morta veramente, se la Vergine benedetta non avesse sostenuta la sua debolezza.

Così, appoggiata al suo cuore, coperta del suo manto, Gem­ma passò qualche ora. Deposto finalmente un bacio materno sulla fronte della fanciulla la visione scomparve.

Gemma si trovò inginocchiata in terra; provò un forte do­lore alle mani, ai piedi, al costato. Tentò di alzarsi. Non po­teva. Vi riuscì finalmente con grande difficoltà. Le ferite san­guinavano, le fasciò alla meglio, e, aiutata dal suo buon an­gelo, si pose a letto.

La mattina seguente, si alza prestissimo, ma il dolore ai pie­di è così intenso da sentirsi venir meno. Si veste come può, s'infila i guanti perché le mani sanguinano, e si trascina in chie­sa per farvi la comunione.

Torna a casa perplessa. Come nascondere la cosa? «Ma for­se non è una novità» pensa; «è un dono concesso da Dio a tut­te le anime che a lui si consacrano con voto». E, trepidante, si mette a interrogare questa e quella se mai per caso non aves­sero avvertito in loro stesse delle ferite così così. Non solo non fu compresa, ma le sue domande provocarono ilarità.

E allora che fare? Non c'era via di scampo. Gemma s’in­dusse a parlare, e stendendo a una delle zie le sue mani pia­gate: «Zia, veda un poco» le disse col suo ingenuo candore misto a un senso di confusione, «veda un po' che mi ha fat­to Gesù...».

La zia, già da qualche tempo, aveva intuito qualcosa di sin­golare. A quella vista, sbalordì, ma non fu in grado di com­prendere l'arcano.

Da quel giorno, il fenomeno, diciamo meglio la grazia, si ripeté la sera di ogni giovedì, verso le otto, durando fino alle tre pomeridiane del venerdì, ora in cui Gesù spirò sulla cro­ce. Cessò poi negli ultimi anni di vita della nostra Gemma, avendo ciò intimato l'obbedienza.

 

CAPITOLO XVII

 

LA FAMIGLIA D'ADOZIONE

 

Come abbiamo visto, l'8 giugno, la santa interiormente av­vertita di un favore singolare che l'attendeva la sera stessa, era corsa ad annunziarlo a monsignor Volpi, chiedendogli inol­tre, per prepararvisi, un' assoluzione generale di tutte le sue colpe. Ora, bisognava rendergli conto. Ma come fare? Co­me narrare a Monsignore l'accaduto? E poi lei, povera figliola che si riteneva carica di peccati! Mai avrebbe taciuto una man­canza, una debolezza, un rimprovero, a un'umiliazione; ma quando si trattava di rivelare i divini favori, nell'anima sua si scatenava la lotta.

Così tutto il mese di giugno, malgrado i frequenti rimpro­veri del suo buon angelo che la stimolava a parlare.

Difficoltà da lei indipendenti parevano, in certo modo, non solo scusare, ma anche giustificare la sua condotta. Il confes­sionale di Monsignore, nella basilica di san Michele, era infatti sempre assediato, godendo egli fama di secondo san Fran­cesco di Sales nella direzione delle anime.

Quale ausiliare dell'Arcivescovo di Lucca, era inoltre oc­cupatissimo, il che gli rendeva assolutamente impossibile con­tentare tutti. A Gemma, invece, sarebbe occorso in tali casi parecchio tempo. Poteva scrivergli, è vero, e così faceva spes­so, ma poi la risposta doveva andarla a prendere a voce, in confessionale, con quella ressa di gente. Dunque le diffi­coltà esterne non mancavano. La massima però, Gemma l'a­veva in sé, e anche questo non senza mistero. Forse, anzi sen­za forse, celava un disegno provvidenziale, una volontà divi­na. Lo vedremo subito.

Agli ultimi di giugno, i padri Passionisti avevano iniziato in cattedrale una sacra missione. Per ordine di papa Leone XIII, in ogni città si dovevano disporre gli animi, con sacre mis­sioni, al sorgere del nuovo secolo. La missione di Lucca recò frutti meravigliosi, ma Gemma non la seguì per intero.

Dal 10 giugno, si recava al mese del sacro Cuore predica­to in altra chiesa, e solo il 10 luglio andò in cattedrale.

Appena vide i Passionisti, il suo cuore ebbe un tuffo. Quei padri, da lei mai prima veduti, erano vestiti proprio come san Gabriele. «La mia impressione fu tale» ella dice «che non si può descrivere. Un'affezione speciale mi prese per essi, e da quel giorno non persi più una predica».

L’ultimo giorno della missione, dopo la comunione gene­rale alla quale pure aveva partecipato, le parve di sentire in fondo al cuore il suo Gesù che le domandava se le piacesse l'abito passionista. Oh, se le piaceva quell'abito benedetto! L'abito di lutto dei figli della passione, il cuore simbolico così eloquentemente posato sul cuore umano; l'abito indos­sato dal suo santo prediletto e più volte da lei baciato nell'e­stasi! Il cuore di Gemma accelerò i suoi palpiti. «Ti piace­rebbe» soggiunse l'intima voce «essere rivestita del medesi­mo abito?». «Mio Dio!» esclamò Gemma. «Tu sarai una figlia della passione e una figlia prediletta» replicò Gesù; «uno di questi sarà il tuo padre. Va', palesa ogni cosa».

Gemma, seguendo alla lettera l'ispirazione, si diresse al con­fessionale di uno di quei padri, il padre Ignazio. «Ma per quan­to mi sforzassi» dice «non mi riuscì di parlare delle cose mie». Si rivolse allora ad un altro padre, e, con somma facilità, gli narrò tutta la storia della sua vita: i suoi demeriti e le grazie del Signore, le sue ingratitudini e l'amore di Gesù per lei, ac­cennando ai «segni» comparsi nei piedi, nelle mani, nel co­stato, e manifestando la ripugnanza invincibile da lei provata a parlarne al confessore ordinario.

Quel padre ascoltava senza fiatare. La semplicità, la tran­quillità, l'innocenza, l'umiltà di quella figliola non ammette­vano dubbi: si trovava innanzi ad una predestinata, ad una creatura più celeste che terrena.

Le raccomandò umiltà, gratitudine; le disse che, prima di pronunciarsi, avrebbe voluto riflettere molto. Presto, tornando a Lucca, l'avrebbe ascoltata di nuovo. Frattanto, rivelasse tut­to al confessore ordinario.

Le concesse di emettere, per via privata devozione (dal 15 luglio all'8 settembre), i voti di povertà e d'obbedienza da lei ardentemente bramati; ma con meno facilità si piegò ai suoi desideri di penitenze speciali. Già abbastanza gliene dava il Signore.

Gemma era tanto felice da sembrarle quasi di essere già re­ligiosa.

L’emettere i voti fu per lei una delle maggiori consolazioni, perché a lungo desiderata.

Il padre che ascoltò Gemma Galgani fu padre Gaetano di Gesù Bambino, bravo missionario, uomo ricco di belle qua­lità. Dio lo pose sul cammino di Gemma quale strumento di santificazione per i dolori che le procurò e i calici amari che le porse. Ma nel primo momento, parve strumento di bene­dizione, e lo fu di fatto, come lo provarono gli avvenimenti.

Pochi giorni dopo il primo incontro con la santa figliola, eccolo di nuovo a Lucca, diretto, secondo il solito, a una ca­sa di piazza di santa Maria della Rosa, dove l'attendeva la più calda accoglienza.

Di chi era quella casa? Era l'abitazione della famiglia Gian­nini, famiglia profondamente cristiana, raccolta di anime san­te, tale da richiamare alla mente le antiche famiglie patriar­cali. Ne era capo il cavalier Matteo Giannini, bella figura d'uo­mo. Alto, dignitoso, con lunga barba bianca, e con una dolce bontà diffusa nel volto. Anima leale, retta, piissima.

Non meno pia era la moglie di lui, intelligente e solerte ma­dre di famiglia.

Gli undici figli formavano poi, a quell'epoca, una lunga sca­la, dallo studente di università prossimo a discutere la tesi, al piccino ancora in fasce e alla beniamina di due o tre anni che, a passeggio, quasi sempre il babbo teneva per mano.

Completava questo quadro di famiglia una zia, «la zia Ce­cilia» amata quale madre, e vera provvidenza per quella casa. Dato che la signora Giannini era spesso sofferente, «zia Ce­cilia» riparava tutto, tirando avanti quella laboriosa e non fa­cile azienda, e trovando tempo anche per opere buone di carità e di zelo.

Bastava vederla per capire come potesse sbrigare tante co­se. Svelta, energica, buona, aveva nello sguardo una fiamma d'intelligenza maschia e risoluta. La sua pietà non era all'ac­qua di rose, ma vera, sentita, profonda, illuminata. La lealtà le si leggeva in viso. Era anzi sua speciale caratteristica.

Si trovano pure in quella famiglia un ottimo e piissimo sa­cerdote, don Lorenzo Agrimonti, canonico della cattedrale, e alcuni domestici.

Re di quella casa era il Signore. I Giannini non ne faceva­no mistero. Dell'agiatezza che loro veniva da una farmacia, una cereria, e vari possessi in campagna, essi davano larga par­te ai poveri, ai religiosi, alle religiose: nessuno bussava inva­no a quella porta. Anzi, un locale della casa era costantemente adibito a ospizio dei padri Passionisti, sia che scendessero a Lucca dal loro «Ritiro dell'Angelo», o dovessero dimorare qualche tempo in casa loro; la chiesina e la mensa era pre­sieduta, come nel loro convento, da un grande crocifisso che pareva benedire quella piccola comunità, e dove, prima di porsi e di levarsi da mensa, si benediceva e si ringraziava il Signore.

Dunque, là si fermò padre Gaetano nel suo ritorno a Lucca. Parlò alla signora Cecilia di Gemma Galgani, della pro­messa che le aveva fatto, del desiderio di riparlarle, e la pregò di rintracciarla.

La signora Cecilia non la conosceva che di vista, ma aven­dola incontrata tutte le sere nella chiesetta delle Salesiane al mese predicato del sacro Cuore di Gesù, era rimasta così im­pressionata della sua angelica pietà, da non poter fare a me­no di domandare chi fosse quella giovinetta; le fu risposto che era figlia del defunto farmacista Galgani, e sentì per lei gran tenerezza.

Accolse quindi con gioia l'occasione che le si presentava di conoscerla anche personalmente, la cercò, la condusse in casa, e si accorse ben presto di aver trovato una preziosissi­ma «gemma».

Tutti i Giannini, del resto, ne ebbero buona impressione. L’invitarono a pranzo. Il signor Matteo disse alla sorella di far­la tornare spesso, e la signora Giustina la volle amica delle sue figliole.

Pochi giorni dopo, però, tutti partirono per Viareggio, di dove passarono ai monti, e a Lucca non rimase che la signo­ra Cecilia.

CAPITOLO XVIII

 

INCONTRO PROVVIDENZIALE

 

Così iniziò questa relazione che doveva assumere tanta im­portanza nella vita di Gemma, e, bisogna ben dirlo, fu prov­videnziale.

Gemma, figlia della passione, doveva essere guidata nello spirito dai Passionisti, la cui vita trascorre nel ricordo e nega meditazione dei dolori di Cristo; doveva trovarsi al sicuro e al riparo in un'oasi di santità e di pace, che i Passionisti rite­nevano quale prolungamento della loro religiosa famiglia; e doveva avere per madre adottiva una innamorata del croci­fisso.

Questo incontro fu provvidenziale anche da un altro lato. Non tutti i giovani Galgani erano cresciuti come aveva sognato la mamma di Gemma; e la povera figliola non solo si trovava a disagio tra loro, ma la vita era divenuta per lei, do­po la manifestazione delle stimmate, un vero martirio.

Quanto più avrebbe voluto nascondersi e nascondere le opere di Dio in lei, anche perché egli voleva che al solo con­fessore le rendesse note, meno vi riusciva.

I suoi di casa la pedinavano, la spiavano dalla porta quan­do era sola in camera; ridevano di ciò che vedevano, ne chiac­chieravano senza fine, traendone le più strampalate e diverse conclusioni; e quando accadeva qualcosa di più straordina­rio, spalancati cielo!

Una volta, per esempio, durante un alterco familiare, uno dei fratelli di Gemma, accecato dall'ira, vomitò le più orren­de bestemmie. La poverina ne provò così intenso dolore da sudar sangue.

Una delle zie, «quella più buona», scrisse Gemma a mon­signor Volpi «e che mi vuol tanto bene», la sera la seguì in ca­mera addirittura fuori di sé e le disse: «Stasera ce l'hai, eh! la tua sorella a difenderti. Fammi vedere di dove ti è uscito quel sangue, se no ti finisco a forza di botte».

Gemma taceva. il silenzio di lei sempre più inaspriva la zia, che, postale una mano alla gola, tentava con l'altra, ma inu­tilmente, di spogliarla. Fortunatamente, suonò il campanel­lo di casa e la zia dovette andarsene.

Ma non si dette per vinta. Più tardi, quando Gemma stava per andare a letto, ricomparve, dichiarandole, irritatissima, che era tempo di finirla con tutti quei fuffigni, che già ab­bastanza ne aveva dato ad intendere alla gente, e se non rive­lava di dove era uscito quel sangue, mai più l'avrebbe man­data fuori sola e in nessun posto.

Questa minaccia abbracciava tutto: la chiesa, il cimitero. Gemma non resse più; scoppiò in pianto e rivelò l'arcano. «Sono le bestemmie che dice suo nipote...». «E le bestemmie fanno uscire quel sangue?». «Si, nel sentire bestemmiare ve­do Gesù che soffre tanto, io soffro con lui, e soffro al cuore e mi esce quel sangue». La zia parve allora calmarsi alquanto e soggiunse: «Soltanto le bestemmie di tuo fratello ti fanno male, oppure anche quelle degli altri?».«Tutte... ma c’è una bella differenza. Quelle di lui, oh! quanto mi fanno soffrire di più».

«Piangevo tanto, tanto» scriveva Gemma a monsignor Vol­pi; e scusando il contegno della zia: «Lo permise proprio Ge­sù» conclude, «perché ella non me lo avrebbe fatto davvero».

Un'altra volta, tornando dalla chiesa, trovò il fratello furi­bondo, e purtroppo anche allora gli uscirono dalle labbra be­stemmie terribili. Gemma avrebbe voluto riprenderlo; non ne ebbe la forza, perché si sentì venir meno. Tornata in sé, salì in casa. S'imbatté in una delle zie. Era pallida e aveva il volto chiazzato di sangue. Che è mai successo? La zia la stringe di domande, le intima di parlare. Gemma si sente confusa, ma, non sapendo come sottrarsi a tante pressioni, parla fra i sin­ghiozzi. «Oh che, è la prima volta che senti bestemmiare in questa nostra infelice città?» dice la zia. «Com'è che oggi sol­tanto ti fa codesto effetto?». E Gemma, piangendo: «Non è la prima volta» risponde; «è sempre, quando non mi riesce scappare o almeno distrarmi». Avrebbe potuto aggiungere an­cora che, a volte (come fu poi ripetutamente provato), le bestemmie le avevano tratto dagli occhi lacrime di sangue.

Le offese di Dio saranno sempre il massimo suo tormento e ciò fino alla morte. «Ogni goccia del mio sangue» dirà in se­guito, «lo darei, e tutto, per contentare Gesù, per impedire che tanti poveri cattivi lo offendano».

Gemma fa compassione: «Monsignore, ho paura... Ho pau­ra che quest'Angelo custode (l'angelo che a lei appariva sot­to umane e luminose sembianze) lo vedano in casa... Se lo ve­desse N.N. chi sa!?..».

E altra volta: «Monsignore, io sono quasi sgomenta... N.N. sa ogni cosa di me! Stamattina, parlava delle cose mie come se niente fosse, e il fratello insieme con lei ci scherzava».

«Dalle undici di stamattina fino a ora, che sono le tre, mai mi ha lasciata sola; dice che vuol vedere ogni cosa; quasi sem­bra un diavoletto. Le zie ci ridono, e io ho una gran voglia di piangere... Fin le sue compagne di scuola ha portato in ca­sa; e dice loro così, ma per canzonarmi: "Venite, andiamo a vedere Gemma andare in estasi". E queste parole le ripeteva anche forte, anche sul portico, ieri sera».

Povera Gemma! Sola, senza appoggio, senza comprensio­ne, senza pietà, in quell'ambiente divenutole da questo lato ostile, tra tante offese di Dio, tanto sarcasmo, tanta crudele ironia! E che scene continue!

Invano chiede a Dio di cessare dai suoi doni; invano tutto tenta per occultarli. Sente al vivo il suo stato doloroso. Tut­to la trafigge nel fondo dell'anima: il disgusto di Dio, e il ve­dere i suoi di casa non solo accaniti contro di lei (desidera an­che vedersi trattata male), ma di vederli accaniti contro mon­signor Volpi, suo direttore. E chi sa quante volte quella po­verina avrà rimpianto il cuore della mamma (sentiva tanto di essere orfana!) ad appoggio del suo, così debole e tremante; quel cuore al quale avrebbe potuto confidare tutto senza pau­ra, e che l'avrebbe illuminata e protetta.

Ciò che è amabile, è la dolce e costante tranquillità di Gem­ma. Mai fu vista turbata; mai sulle labbra il più piccolo ri­sentimento; mai una piccola ribellione, uno sfogo qualsiasi, una giustificazione, un'aria di stanchezza. Tutti sono unanimi nell'attestarlo. E sì che le occasioni non mancavano! Una sera, per esempio, uno dei fratelli voleva andare al teatro, ma non avendo quattrini, s’irritava moltissimo. Gemma cercò di calmarlo, ma ebbe l'infelice idea di dirgli: «Dove ti confon­di! ». Di rimbalzo, sentì arrivarsi un violentissimo pugno in un occhio, che glielo lasciò tutto livido e pesto. Gemma non si scompose, e recatasi il giorno seguente dalle Mantellate, alle loro domande rispose sorridendo: «Me lo sono meritato», né aggiunse altro.

Un'altra volta, lo stesso fratello le sferrò uno schiaffo al­trettanto violento che le lasciò un segno per parecchi giorni.

E un giorno, avendo ammonita una delle sorelle di non sta­re alla finestra, questa, voltandosi di scatto e tutta indispetti­ta, prese Gemma per i capelli. Accorse una zia, rimproverando e minacciando di accusare la colpevole al fratello maggiore, ma Gemma s'interpose dicendo: «Non è nulla, non è nul­la», e ottenne che la zia non parlasse dell'accaduto.

Tutto questo non è eroico? Tanto più che certe trafitture le sentiva al vivo, come ce lo ha rivelato anche la lettera a Mon­signore. La sua tranquillità non era quindi frutto di natura, ma di virtù.

La signora Cecilia Giannini fu veramente, in tali circostanze, l'angelo mandato da Dio.

Gemma non disse nulla, non chiese nulla; la signora Ceci­lia intuì, comprese tutto.

Approfittando della partenza della sua famiglia per Via­reggio, incominciò a chiedere alle zie di Gemma la compa­gnia di quella santa giovinetta per qualche ora al giorno; poi chiese di trattenerla con sé anche la notte. Le zie, che non po­tevano non amare la nipote, lo concessero per qualche notte, di quando in quando, e Gemma ne approfittava dal giovedì al venerdì.

Sulle prime, la signora Cecilia rimase un po' perplessa di­nanzi a quei fenomeni straordinari, ma, intelligente e prudente com'era, non se ne fece accorgere, e si limitò a osservare di continuo la buona Gemma, a spiarne ogni minimo movimento, e quando avvenivano quelle cose, che tanto affliggevano l'u­miltà della giovane, si mostrava indifferente, non se ne scom­poneva affatto.

 

CAPITOLO XIX

 

IN CASA GIANNINI

 

Ma la famiglia Giannini stava per tornare da Viareggio: che fare? Il fratello e la cognata avrebbero consentito che Gem­ma, figlia di madre tisica, convivesse coi loro figlioli? E non consentendolo, come rimandarla a casa? La signora Cecilia non ne aveva il coraggio.

Ogni maltrattamento per Gemma era nulla: non ne parla­va, non vi annetteva importanza. L’unica spina per lei era non poter occultare i doni di Dio, vederli pubblicati e messi in de­risione.

Ma il buon cuore della signora Cecilia, che annetteva im­portanza alle prime cose e alle seconde, non voleva assoluta­mente rimandarla in famiglia. Si fece quindi animo e, al ri­torno dei suoi da Viareggio, andò loro incontro dicendo: «Id­dio mi ha posto nelle mani quest'angelo: non potrebbe rimanere con noi? Abbiamo undici figli in casa; che sarà uno in più?». «Gemma sia la benvenuta» rispose l'ottimo cavalier Giannini. «Sarà la dodicesima dei figli che Dio ci ha dato:

ognuno onori questa nuova figliola; le donne di casa la rive­riscano, e nulla le si lasci mancare». Questi erano anche i sen­timenti della moglie di lui. I figli facevano festa per l'acquisto di una nuova sorella. Don Lorenzo Agrimonti, tenuto da tut­ti come secondo padre, ne era commosso, e perfino la gente di servizio non celò la sua gioia.

La signora Cecilia corse dalle zie di Gemma per ottenere di tener sempre con sé quella santa creatura. Solo in parte an­che allora si vide esaudita, ma finalmente, nel 1900, casa Gian­nini divenne stabile dimora di Gemma, e tale rimase fino al­la sera del 24 gennaio 1903, quando la sua ultima infermità fu dichiarata da dieci medici una tubercolosi.

Anticipiamo i fatti.

Per timore del contagio, il padre spirituale di Gemma im­pose l'allontanamento dell'inferma da un ambiente troppo ricco di gioventù. Gli ammirevoli Giannini gli opposero però una lunga, ostinata, affettuosa resistenza.

Finalmente, dovettero cedere. La zia di Gemma prese in affitto un quartierino accanto alla casa ospitale, e l'inferma vi fu trasportata la memoranda sera del 24 gennaio 1903.

Secondo il solito, l'angelica creatura compì questo, per lei, dolorosissimo sacrificio, con molta semplicità e serenità, dan­do, anche nei giorni seguenti, segni non dubbi di un grande distacco; tanto che «zia Cecilia» se ne sorprese, e le parve ingratitudine.

Non sapeva la cara zia che nell'anima pienamente abban­donata, totalmente dimentica di sé, vi è sempre pace profon­da. Quel cuore non ha più palpiti che per la volontà di Dio; non ha rimpianti; non cerca più nulla, non brama più nulla, non vuole più nulla; di nulla domanda il perché e gli stessi suoi affetti sono talmente soprannaturalizzati, da non aver più nulla a che fare con quelli terreni. Questa soprannaturalità di affetti Gemma la dette pure a vedere nella morte (seguita a breve distanza l'una dall'altra) dei suoi carissimi fratelli An­tonio e Giulia. Dio vuole così, egli sia sempre benedetto.

Zia Cecilia seguitava ad assisterla; ma, trovandola quasi indifferente alla sua vicinanza, un giorno cominciò a rimprove­rarla, tacciandola d'ingrata. «Io ti ho fatto poco» le diceva, «ma Dio premia anche un bicchiere di acqua dato per amor suo e qualche sacrificio l'ho fatto per te, ecc.». Gemma sem­pre taceva; finalmente, rompendo il silenzio, esclamò: «Ma che dice? Se c'è stata persona a cui abbia voluto bene, è sta­ta lei...». E così dicendo diede in un pianto dirotto.

La signora Cecilia promise di non toccar più quel tasto.

«Dubita la zia che non le voglia bene» scrisse Gemma al suo direttore. «Ma, padre, dopo la mamma terrena che Gesù mi dette e poi mi tolse, di nuovo in essa me l'aveva resa, e ora mi ha rilasciata orfana. Due volte orfana sulla terra».

Queste parole sono una rivelazione del suo profondo sen­tire; ma, prossima al tramonto, vedeva tutto dileguarsi dalla scena di questo mondo, e già le apparivano gli eterni orizzonti. Per quanto nell'oscurità dello spirito, ella si inoltrava nella lu­ce che non ha tramonto.

«Ora non mi resta che prepararmi alla morte» disse un gior­no, «perché ho fatto a Dio rinunzia di tutto e di tutti». «An­che di padre Germano?» domandò la signora Cecilia. «Si, anche di lui».

Aveva chiesto al Signore che non le desse più nulla, che la privasse, anzi, di ogni conforto umano, e fu esaudita.

Nei giorni delle trattative per procurare a Gemma un nuo­vo alloggio, monsignor Paolo Tei, vescovo di Pesaro, per pro­vare le virtù della santa figliola le disse: «Ma non sai che de­cidono di mandarti via, perché dubitano che tu sia tisica?». «Fanno bene» rispose Gemma, «ma non sono tisica». Ella so­la sapeva la natura del suo male misterioso. E monsignor Tei: «Ma, Gemma, non hai in tasca neppur cinque lire, e come fai se ti mettono per la strada?». Gemma, con un bel sorriso tran­quillo, dette allora la più sublime risposta che possa mai dar­si, e che tutta la rivela e definisce: «Padre, non c'è Dio anche per le strade? Dove c'è Dio, c'è tutto».

Per la famiglia Giannini fu un immenso dolore veder usci­re per sempre dalla casa da lei santificata quella creatura di benedizione. Quasi nulla però fu cambiato riguardo all'assi­stenza, perché, a gara, le signore Giannini, le figlie e tutti di casa, si recavano dalla cara Gemma e vi passavano le ore, prov­vedendo anche al suo sostentamento. Era bello vedere gli stes­si bambini eludere la sorveglianza, e, zitti zitti, accodandosi alla zia, alla mamma, alle sorelle maggiori, correre da Gem­ma che aveva sempre per essi carezze amorosissime, e che a loro serbava i dolci portati a lei da persone amiche. Gem­ma, come tutte le anime sante, subiva il fascino dell'innocenza.

Lei meritava questo plebiscito d'affetto. «In casa era come se non ci fosse; non si udiva mai la sua voce, e, posso giura­re» attesta la signora Giustina Giannini «che in tutto il tem­po che è stata qui con noi, io non ho mai avvertito il mini­mo inconveniente occorso in famiglia per cagione di lei, sic­come non ho mai avvertito in lei difetto alcuno; dico nessun inconveniente e nessun difetto neppure dei più leggeri». Co­sì attestano tutti gli altri.

Ammessa nella famiglia, Gemma ricordò sempre di non es­sere della famiglia, e si comportò sempre con somma pru­denza. Piena di tatto e di delicatezza, compresa della sua dif­ficile posizione, mai s'intromise nei discorsi e negli affari domestici, e neppure per curiosità cercava di sapere o d'in­gerirsi in qualunque cosa che non le appartenesse. Questa sua prudenza non era dettata da motivi umani, né poteva confon­dersi con astuzia e furberia, perché, al contrario, era di una grande semplicità e schiettezza.

Allorché sentiva suonare il campanello, si ritirava, né s'infor­mava di chi fosse venuto; anzi, se ne sentiva parlare, il suo spi­rito errava lontano. Solamente quando chi suonava era un po­vero (e lo capiva subito), si lanciava, col permesso della si­gnora Cecilia, a portare in elemosina gli avanzi di cucina.

Su questo punto, la santa figliola e la madre adottiva an­davano poco d'accordo. La prima, piena di compassione, sup­plicava di non rimandare via i poveri a mani vuote, la secon­da, piena di diffidenza per gli accattoni, non avrebbe voluto aprir loro la porta. Cedeva alle suppliche di Gemma; ma, non vista, spiava da una finestrella delle scale, temendo sempre che, sotto le apparenze del mendicante, s'insinuasse in casa qualche persona di malaffare. Di là, assisteva ad una com­moventissima scena. Gemma, seduta accanto al poverello men­tre gli porgeva di che sostentare il corpo, cercava di insinuarsi in quell'anima per porvi Iddio. Questo lei voleva. La carità materiale era per lei pretesto a quella spirituale. La classe de­gli accattoni è la derelitta, la più moralmente abbandonata, e per questo Gemma l'amava tanto.

A volte, la signora Cecilia scappava fuori improvvisamen­te, facendo finta di rimproverarla, e subito Gemma a difen­dere i suoi poveri. «Oh, non sono povera anch'io?» diceva. «Gesù mi ha tolto ogni cosa, ma pure non mi fa mancare nul­la, anzi, sono troppo ben trattata, e gli altri poveri dovrebbe­ro mancare del necessario?».

Tutta la vita di Gemma in casa Giannini può compendiar­si così: un incessante dono di sé, spinto fino all'eroismo, ma circondato di pace profondissima, di assoluta semplicità, di un silenzio e di un raccoglimento addirittura invidiabili.

Mai che si fosse lagnata; mai dalle sue labbra un rappor­to, anche quando le donne di casa, ingelosite dalla predile­zione a lei mostrata dalla signora Cecilia, in un certo modo se ne vendicavano con maniere brusche e villane, che rivelava­no vero disprezzo.

Se non fosse stato notato da altri, Gemma si sarebbe por­tata alla tomba il virtuoso segreto. La più impertinente aveva le sue predilezioni. Volendo però togliere a quelle poverette la causa della loro inquietudine, s'ingegnava di dire e di ri­petere alla signora Cecilia: «Abbia pazienza: la ricompenserà il Signore di quello che fa per me; quello che mi raccomando è che mi tenga nascosta, da parte, non mi consideri, faccia conto che io non ci sia in casa». Ma tutto era inutile. La si­gnora Cecilia o non capiva o non voleva capire. «Con Gem­ma» diceva «io mi riposo. Al solo vedermela accanto, mi sen­to più raccolta, più paziente, mi trovo sollevata e non sento il peso della fatica, né l'amaro dei dispiaceri. Qual conto dovrò rendere a Dio, se non saprò apprezzare il dono che egli mi ha fatto col darmi quest'angelica creatura, e non ne ricavo pro­fitto per l'anima mia»

A una certa ora, «Ora lasciatemi godere la mia cara Gem­ma», ripeteva. E la conduceva con sé nel cortile o in un sa­lotto, e là, lavorando, si abbandonavano alle effusioni della più dolce intimità, parlando di Gesù, comune oggetto del lo­ro amore. Era quello il tempo in cui destramente la signora Cecilia, dietro consiglio di monsignor Volpi e del direttore di lei, strappava a Gemma i suoi segreti e le sue intime confi­denze.

Questa santa creatura era l'edificazione della casa.

Venuta povera, volle restare povera; presa come figlia, si fe­ce quasi serva; pervasa da un vivo e profondo senso di grati­tudine, dette se stessa: la sua preghiera, i suoi sacrifici, le sue forze, tutta se stessa per i suoi benefattori. E ciò senza ec­cessive effusioni, senza ripetute dichiarazioni di una gratitu­dine che vivamente sentiva, ma esternava più coi fatti che con le parole.

Nelle sue giornate, ordine perfetto. Si alzava per tempo, quando tutti ancora dormivano, e in profondo silenzio anda­va con zia Cecilia in una chiesa vicina, il più spesso a quella di Santa Maria della Rosa, per farvi la comunione, o, come lei diceva, «partecipare alla festa dell'amore di Gesù».

Abitualmente vi ascoltava due messe: una di preparazione, l'altra di ringraziamento: «Si tratta di congiungere due estre­mi» diceva, «Dio che è tutto e la creatura che è niente. Dio che è luce e la creatura che è tenebre. Dio che è santità e la creatura che è peccato. Si tratta di partecipare alla mensa del Signore e vi può essere preparazione che basti?».

Terminata la seconda messa, al primo cenno della signora Cecilia, Gemma si alzava e la seguiva. Quando la famiglia si svegliava già le benedizioni del cielo implorate da quell'an­gelo, già i meriti infiniti del sangue di Cristo invocati da Gem­ma, erano scesi copiosi su tutte quelle anime. Ed ecco inco­minciare per lei la sequela dei piccoli doveri compiuti con fe­deltà e amore.

Nella numerosa famiglia, le era stato affidato il noioso uf­ficio di calzettaia, e non le mancava lavoro. Ma quell'ufficio lo amava, perché le lasciava libero il pensiero e le permetteva di stare sempre occupata anche nell'andare e venire, essendo nemica dell'ozio.

Eccola infatti, tornata dalla messa, prendere in mano la cal­za e dirigersi, sferruzzando svelta svelta, alle camere dei bam­bini, per sorvegliare la levata. Bisognava vestire i più piccoli, pettinarli, farli pregare, preparare gli altri per la scuola, e, a volte, accompagnare le ultime piccole.

Assicurati i bambini, andava a dare una mano alle donne nelle faccende domestiche: rifare i letti, spazzare, attingere ac­qua. Nulla le pareva troppo gravoso: aiutava la cuoca senza udire i lamenti e i rimproveri della zia Cecilia. Poi, venuta l'o­ra, apparecchiava la tavola.

Come abbiamo già visto, nel salotto da pranzo di casa Gian­nini era appeso al muro un bel crocifisso di grandezza quasi naturale: Gemma lo venerava moltissimo, e spesso, durante il giorno, gli faceva delle visitine piene di compassionevole amore.

Ora, accadde più volte che, presa dal vivissimo desiderio di stampare un ardente bacio sul costato di quel crocifisso, e sentendo la sua impotenza, si trovasse subitamente solle­vata da terra, come una pagliuzza da un turbine di vento, con le braccia avvinte al crocifisso, le labbra aderenti al suo co­stato.

Una volta, nel settembre 1901, mentre apparecchiava e ave­va dinanzi a sé parecchio tempo, ogni tanto si fermava a con­templare il crocifisso. «Più lo mirava» dice padre Germano «e più il cuore le palpitava nel petto. Avrebbe voluto slanciarsi per arrivare a lui e più volte ne fece la prova. Poi gridò: "Ge­sù, datemi voi di giungervi, che ho sete del vostro sangue. Mirabile cosa! Come già a san Francesco d'Assisi ed al mio santo padre Paolo della Croce, il simulacro si trasforma nel­la divina persona che rappresenta.

Gesù stacca il suo braccio destro dalla croce, e con un oc­chiata amorosa invita la sua fedele sposa a venire a lui. Gem­ma si slancia e vi giunge.

Gesù l'abbraccia: applica la bocca di lei sulla piaga del sa­cro costato, e Gemma, stringendosi a lui con ambedue le brac­cia, beve a larghi tratti e si bea a quella fonte divina, mentre con la persona rimane diritta in piedi, come se posasse so­pra una nube».

Il crocifisso di casa Giannini in via del Seminario, 10 - di cui le suore Sorelle di Santa Gemma sono le custodi - è tut­tora in venerazione, ed è uno dei ricordi più belli e suggesti­vi della santa.

 

CAPITOLO XX

 

TUTTA A TUTTI

 

Tali doni straordinari non erano un peso per quella fami­glia, né una pubblicità. Quando Gemma tornava in sé con un lieve sospiro, dalle sue estasi, con tutta umiltà e semplicità, come nulla fosse stato, riprendeva le sue occupazioni, sicché molti in quella casa ignoravano di trattare con un essere così singolarmente privilegiato.

La caratteristica di Gemma era la compiacenza.

Il cavalier Giannini sente debole nel francese la sua Eufe­mia, che si prepara all'esame superiore e l'affida a Gemma per le ripetizioni. Lei dice: «Farò del mio meglio perché pas­si» e si accinge all'opera con molto ardore.

Un giorno, Eufemia le chiede un pensiero da servirle per modello di calligrafia, e Gemma che, animata d'amore verso Dio, lo lascia trasparire dalle parole, dagli scritti, e lo trasfonde negli altri, le suggerisce: «Se tutti gli uomini si studiassero di conoscere e di amare Dio, questo mondo si cangerebbe in un paradiso».

Piccole cose, piccoli atti di compiacenza, ma che rivelano una dolce intimità.

E di piccoli atti di compiacenza ne faceva tanti in un gior­no, perché «Gemma qua, Gemma là», tutti ricorrevano a lei, e la sua prontezza era meravigliosa. I piccoli poi le stavano sempre attorno, avendo forse compreso che le predilezioni di Gemma erano per loro. Infatti, desiderava che crescesse­ro buoni, li baloccava, li aiutava a fare i compiti, se ne catti­vava l'attenzione col racconto di esempi di santi, parlava lo­ro con tanto amore della Madonna e dell'Angelo custode, in­culcando in essi la devozione; insegnava loro il catechismo, e si piegava con immensa bontà alle loro piccole esigenze. «Sem­pre buona e serena» dice un sacerdote che frequentava la ca­sa, «anche quando avesse dovuto interrompere le sue occu­pazioni; perché correva sempre lei, interrompendo il lavo­ro, il pranzo, anche quando i bambini le facevano qualche sgarbo; non erano cattivi, ma erano piccoli. E lei, di umore sempre uguale, e buona e premurosa quando c'era bisogno di fare»

In un caso soltanto Gemma silenziosamente si dileguava, ed era quando tutti quei ragazzi si mettevano al pianoforte a suonare e cantare, quando andavano a qualche innocente di­vertimento o a qualche lieta scampagnata. Gemma aveva sem­pre il sorriso sulle labbra, ma non era allegra nel vero senso della parola, né poteva esserlo. Dinanzi alla sua mente stava­no sempre i dolori del suo Signore sofferente; nel suo cuore, aveva costante il dolore di qualche traviato affidatole da Dio per ricondurlo all'ovile.

Gemma faceva distinzione tra pace e gioia. «Oh se sentis­sero quanta pace ho qui dentro... Contenta sì, sono tanto con­tenta; ma più lo sarò quando avrò deposto questo peccato­re...».

Tutto ciò le dava quel magnifico senso di riserbo con le stes­se Annetta ed Eufemia Giannini, che amava teneramente quali sorelle; quel dolce silenzio che tutta l'avvolgeva, di cui era tutta compenetrata, e che solo le permetteva di rispondere a chi le avesse rivolta qualche domanda, e ciò pure brevemen­te. «Anche delle parole inutili bisogna rendere conto» dice­va. Quando poi le chiedevano un consiglio, Gemma pren­deva dei giorni per riflettere e pregare.

Se doveva dare qualche avvertimento, lo faceva con molta delicatezza.

Un giorno, per esempio, Eufemia usciva a passeggio col babbo. Era tutta elegante e pareva compiacersene. La santa, col sorriso sul labbro, le disse scendendo le scale: «Chi cer­ca di piacere agli uomini, non può piacere a Gesù», parole che fecero molta impressione alla giovinetta che le ricordò tutto il tempo della passeggiata.

Ma dove la carità di Gemma rifulge in tutto il suo splen­dore è con gli afflitti e con gli infermi.

La signora Cecilia dice che, tra le sue pene, le bastava una parola o un gesto di Gemma per rinfrancarla. Aveva un dono tutto suo proprio per rianimare, confortare e sollevare gli spi­riti abbattuti.

Scrivendo a un padre cappuccino oppresso da pene di spi­rito, Gemma cominciò così la sua lettera: «Il timore si vince con l'amore». Era questa la sua massima: mettere in tutto l'a­more, vincere tutto con l'amore.

«Se i tribolati e gli afflitti ponessero l'amore nelle loro pro­ve, molto più facile ne sarebbe per essi il sopportamento».

Chiunque si ammalasse in casa Giannini, aveva Gemma per infermiera. «Non aveva preferenza» dice la signora Cecilia. «Si ammalasse la mia cognata, o don Lorenzo, o una donna di servizio o una bambina, era lo stesso. Stava loro sempre at­torno, parlando poco, ma arrivando a tutto. Noi ci saremmo scordate di molte cose; ma lei era così precisa, così attenta! ... E tutto questo per amore di Dio».

Sapeva infondere pace e rassegnazione. «Quanto bene ab­bia fatto al mio spirito» depone don Lorenzo Agrimonti, «il conversare con quest'anima privilegiata, lo sa Dio solo. Qua­le conforto mi abbia arrecato, lo sa il mio cuore, che sente an­che ora e sempre sentirà l'influenza benefica delle sue maniere angeliche, edificanti, più che mai messe in evidenza nell'epo­ca della mia malattia. Io ero meravigliato della sua accortez­za, della sua vigilanza, della sua premura, che avevano qual­che cosa di veramente materno».

Dopo aver avuto lei per infermiera, non si lamentava più, soffriva con pazienza, con rassegnazione, e diceva: «Tutto lo devo a Gemma».

E la signora Giustina Giannini dichiara: «Gemma amò mol­to gli infermi: l'ho sperimentato io stessa. Per quattro mesi che fui ammalata, mi stette sempre d'intorno con una assi­stenza premurosa, precisa, affettuosa da non potersi dire... E ciò dalla mattina alle sette circa, fino alle dieci di sera. Gem­ma non mi faceva sentire alcun peso della sua assistenza. Mi si presentava calma, gioviale, e quando io talvolta mi ricusa-vo di prendere qualche medicina ingrata, aveva un tal modo di parlarmi e di porgermela, che non potevo ricusarla, e fi­nivo per accontentare Gemma. La sua presenza mi era un sol­lievo materiale, molto più spirituale ancora».

La santa giovinetta assisteva con intelligenza. Un medico, leggendo la descrizione storica fatta da Gemma giorno per giorno, della lunga malattia della signora Giustina, esclamò stupefatto: «Ma pare scritta da un medico».

Spinse la sua carità e la sua gratitudine anche oltre la pu­ra assistenza. Vedendo soffrire tanto quella buona signora ne ebbe compassione e se ne prese il male. Chiedendone il per­messo al suo direttore, diceva che, non potendo far nulla per quella famiglia, almeno potesse chiedere a Gesù il male di quella donna, rinunziando anche a qualche anno di vita.

Dio accettò quest'offerta. La signora Giannini cominciò su­bito visibilmente a migliorare, e in breve tornò sana. Gemma cominciò a soffrire orribili dolori con vomito, e durò così per lunghi mesi.

Si ammalò di ulcere ributtanti ad una gamba quella donna gelosa e bisbetica che tanto faceva soffrire la povera Gemma. Questa colse al balzo l'occasione per santamente vendicarsi, e si mise a servirla di tutto punto come se ne fosse stata la ser­va. Le fasciava e le curava le piaghe in ginocchio, con somma delicatezza e carità, e un giorno fu sorpresa mentre, chinata su quelle, vi deponeva un bacio lungo e pieno di amore: ba­cio doppiamente eroico, perché quella rispondeva alle sue premure con ripulsioni, villanie, oltraggi e disprezzi sensibi­lissimi. Non solo Gemma ne restava tranquilla, ma serena e felice, e raddoppiava l'amore. Questa può dirsi veramente peffetta carità.

Dove trovare ospite più ideale di questa? Ma, credendosi di peso e di aggravio, diceva: «Non vi rincresca di avere un altro po' di pazienza con me. Per voi ci penserò io con Gesù. Quando sarò con lui, pregherò sempre per voi».

E rivolta al Signore, diceva nell'estasi: «Giacché non pos­so far altro che pregare, pensateci voi... Io non sono buona a dire loro grazie; sono sì ruvida e ignorante. Pensateci voi, Dio mio, prosperateli, pagateli a cento tanti». E rivolta alla santissima Vergine: «A te, mamma mia, raccomando questa casa. Di' a Gesù che l'aiuti nei momenti di prova. Se mai Ge­sù dovesse gravare la sua mano sopra di loro, sono qui io: gra­vi pur sopra di me. Questa casa te la raccomando... dillo a Gesù».

 

CAPITOLO XXI

 

IL MAGISTERO DIVINO DEL DOLORE

 

Abbiamo accennato il ritorno del padre Gaetano a Luc­ca. Ebbene, egli si rese ripetutamente conto dei meravigliosi fenomeni che accadevano in Gemma: la contemplò in esta­si, ne vide e ne esaminò le stimmate, e pensò di aprirle la via parlandone prima a monsignor Volpi.

Fu accolto benissimo: Monsignore approvò la sua linea di condotta riguardo a Gemma. Sul fatto però delle stimmate, non volle pronunziarsi, ma prendere tempo, vedere, studiare ed esaminare quei fenomeni.

La medesima cosa ripete a Gemma quando andò a par­larle dopo il padre Gaetano.

Prima di partire da Lucca, questo padre volle lasciare a Monsignore anche una relazione scritta molto chiara ed espli­cita di ciò che aveva veduto.

Tutto questo accadde in luglio.

Nell'agosto, ecco fermarsi a casa Giannini il padre provin­ciale dei Passionisti, padre Pietro-Paolo. Una stima universa­le sia nell'Ordine che fuori circondava quell'uomo di Dio, un vero Passionista.

Ora, egli aveva sentito parlare di Gemma, ma aveva fer­mamente creduto doversi trattare di vera illusione e su per giù ripeté tra sé le parole di san Tommaso apostolo: «Se non vedo nelle sue mani il foro dei chiodi e non metto il mio di­to nel posto dei chiodi, non credo...».

Arrivò in casa Giannini un martedì.

La signora Cecilia gli parlò di Gemma e gliela presentò.

Egli dice francamente che, nel primo istante, gli parve una mezza stupida.

Rimasti un momento soli, la santa lo supplicò di volersi oc­cupare per farla accettare dalle Passioniste di Tarquinia. Il pa­dre, per provarla, respinse la domanda con disprezzo e con parole umilianti. Non un'ombra passò su quel volto, non un moto qualsiasi che rivelasse un'interna commozione: parve anzi godere d'essere trattata così.

Al padre venne allora in mente «che ciò fosse effetto più che di stupidaggine, di vera e soda virtù», e le disse: «Se vo­lete che mi occupi di farvi entrare tra le monache passioniste, è necessario che io conosca se veramente Iddio vi ci chiama. Dite dunque che mi dia quei segni che io ho chiesto fino da questo momento». I segni erano di poter vedere in quella creatura il sudore di sangue e le stimmate, ma non lo disse ad anima viva. Poi, egli uscì tornando per l'ora del pranzo.

Secondo il solito, verso le due e mezzo pomeridiane, Gem­ma se ne andò dinanzi ad un crocifisso molto venerato in casa Giannini, per farsi l'ora santa. Poco dopo, in punta di piedi, la signora Cecilia si avvicinò alla porta e vide Gemma estatica. Fece cenno al padre di seguirla. Entrarono. Gemma aveva il volto cadaverico, cosparso di sudore sanguigno che le spillava dalla fronte, dagli occhi, dal naso, dalla bocca, dal­le orecchie, dalle mani e fino dalle unghie. Quel sangue su­bito si aggrumava, ma non le toglieva nulla della sua bellez­za. Sebbene fosse interamente astratta dai sensi, si divinco­lava leggermente nella persona, come chi soffra acuti dolori. il sangue continuò a spillare per circa mezz'ora. Il padre si ri­tirò vivamente commosso.

In giornata, Gemma disse alla signora Cecilia: «il padre ha chiesto a Gesù due segni, e Gesù mi ha detto che uno gliel'ha già dato e l'altro glielo darà. Che saranno mai questi segni?».

Verso le cinque del giorno stesso, appena tornato a casa, il padre vede venire a sé tutta ansante la signora Cecilia che gli domanda: «Ma, padre, l'altro segno che lei ha chiesto, sarebbe forse le stimmate?». «Perché questa domanda?», ri­spose il padre stupito. «Glielo domando» soggiunse la buo­na signora, «perché ho veduto che nelle mani di Gemma so­no già apparse due macchie assai rosse sopra il dorso e nella palma delle stesse mani, come appunto avviene il giovedì se­ra. E tutta astratta, cerca di nascondere le mani indifferente­mente con le maniche del suo corpetto».

Anche il padre vide Gemma, le rivolse alcune parole te­nendo d'occhio le mani, e in un piccolo movimento che fece, egli pure vide nel dorso della mano sinistra una macchia rossastra. «Pareva che in quel punto l'epidermide fosse nuo­va e rossiccia, come suole accadere quando, dopo apertasi una piaga, rimarginata che sia, vi si stende sopra una pellicola nuo­va. Era lunga circa due centimetri».

A cena, Gemma mangiò ancor meno del solito.

Alla fine, chiese la benedizione del padre, e si ritirò in ca­mera.

La signora Cecilia la tenne d'occhio. Dopo cinque minu­ti, chiamò il padre, il quale, seguito da don Agrimonti, entrò in camera.

«Ecco ciò che vidi con i miei propri occhi in quel momen­to», dice il padre.

«Il capo di quella creatura era privo di movimento, flessi­bilissimo. La faccia aveva di vero cadavere. Le mani erano co­me attratte, e in mezzo di esse, tanto nella palma, come sul dorso, vidi delle vere piaghe della grandezza di un centime­tro, in forma ovale.

«Intorno al capo vidi pure apparire diverse stille di sangue, specialmente sopra le tempie. Lo spettacolo durò circa dieci minuti, trascorsi i quali osservai nuovamente le mani e vidi che l'epidermide era tornata allo stato naturale e solo vi ri­manevano delle gocce di sangue. Trascorsi venti minuti, vidi che era cessato quel colore cadaverico della faccia, e aveva ri­preso il colore naturale».

«Gesù mi aveva esaudito» dice il venerato padre, «e io, rin­graziandolo, deposi ogni dubbio sfavorevole, rimanendo fer­mo a credere che digitus Dei est hic».

La mattina, egli andò da monsignor Volpi e gli disse le sue impressioni. Parlarono a lungo, e Monsignore gli dette ogni facoltà di esaminare la santa giovinetta.

Cinque giorni dopo, da Firenze, scriveva a Monsignore e così chiudeva la sua relazione: «Io vidi coi miei propri occhi le ferite delle mani, tanto sotto le palme, quanto sopra; erano veri squarci. Alla fine dell'estasi, tutto era rimarginato, e solo rimasero le cicatrici. Com'è possibile che naturalmente si ri­margini una ferita in un istante? Non ardisco dire che l'ope­ra sia effetto di Dio, ma opino molto che così sia proprio; e questo, perché la giovane è umilissima, obbediente, innocen­te, e amante in modo particolare del patire. Insisto pertanto che l'Eccellenza Vostra Rev.ma, provvisoriamente, la metta in qualche monastero, per le molte ragioni che sa».

Se per la signora Cecilia il soggiorno a Lucca dei due padri fu un grande sollievo, potendo chieder loro spiegazioni e con­sigli e sentendo approvata la sua prudente riservatezza, non fu così per il povero monsignor Volpi, il quale si trovò in un oceano di penosissime perplessità.

Le relazioni erano di persone autorevoli. Conosceva la dot­trina e la santità del padre Pietro-Paolo.

Conosceva Gemma fin da piccola, ne aveva sempre se­guita l'anima nel cammino ascendente, la sapeva così candi­da, umile, mite e tranquilla, che rifuggiva dal solo pensarla vittima di qualche illusione diabolica o di un forte isteri­smo. Né satana poteva regnare in quell'anima, né in lei egli riscontrava qualche sintomo, atto a rivelare la presenza d'i­sterismo. La cosa però era delicatissima, e se tutti dovevano andare a rilento nel pronunciarsi, molto più doveva farlo lui, come vescovo e ausiliare di un più che prudentissimo arci­vescovo; egli sentiva tutto il peso della sua grave responsabi­lità e ne soffriva.

Monsignore non avrebbe rivelato la prudenza che aveva, se avesse agito con più precipitazione. Nel fondo, proprio nel fondo del cuore, anch'egli pensava che l'autore di tali mera­viglie fosse Dio; ma allora non osava, non poteva dirlo. Lo dirà in seguito, e in modo assoluto.

Incominciò dall'ordinare alla santa di cessare da ogni ester­na manifestazione di cose straordinarie, e allora cominciò per lei l'era delle grandi prove che durò fino al giorno in cui, spe­gnendosi sulla croce, potrà dire veramente: «Consummatum est».

Obbedientissima, aderì subito senza rimpianti al comando di Monsignore. Ma tutto non dipendeva da lei, e dopo un bre­ve periodo in cui credette e sperò di essere tornata per quel­la via comune che tanto invidiava negli altri, il Signore volle comunicarsi con le manifestazioni straordinarie di un amore di predilezione. Era terribile dover lottare con Dio, respin­gere il suo amore, o, meglio, le manifestazioni del suo amore; sentirsi invincibilmente portata a condividere i dolori di Ge­sù e non potere, non dovere.

Di più il dubbio continuo, doloroso, opprimente, di esse­re ingannata; il penoso stato d'animo di Monsignore, da lei soprannaturalmente intuito e anche umanamente compreso... Tutto ciò le era un martirio.

Fin da piccola, egli le era stato padre; l'anima sua gli do­veva tanto; nutriva per lui grande deferenza e filiale affezio­ne; e ora, egli dubitava di lei, la pensava trastullo di satana o di morbose illusioni?! Povera Gemma!

«Queste cose» scriveva a Monsignore «sembrano impossi­bili anche a me, come sembrano a lei... Ma mi raccomando, non mi rimproveri per questo. Io non so che fare; vorrei es­sere buona e altro; ma mi prendono... Anzi, sono costretta a inquietarmi con Gesù e dire: "Vedete, Gesù mio, se vi foste mostrato meno amabile con me, e se non mi aveste fatto co­noscere che mi volevate tanto bene, io vi avrei amato meno. Avete fatto così; io ora non posso stare senza di voi". Ho det­to a Gesù che se è lui veramente, faccia vedere tutto; se fosse la mia testa, non la sopporterei più».

Nonostante tutto, però, nonostante il dubbio e l'intima sof­ferenza, si mantiene tranquilla; sente di amare Gesù, sente che Gesù l'ama, che è lui ad operare in lei, e con giusta ragione può rispondere: «Ma... io dubito, perché dubitano gli altri», quando egli le dice al cuore: «Tu poi di che temi? Più volte ti ho fatto conoscere chi sono... A me dispiacciono assai i tuoi dubbi».

«Nonostante tutto, però, nonostante il dubbio e la carità, se sei proprio Gesù fatti conoscere. Così non possiamo più andare avanti; né io, né il confessore, né quelli che sanno que­ste cose».

Come poteva, il Signore, non sentirsi attratto irresistibil­mente da tanto candore e da tanta semplicità? Piangendo, Gemma resisteva alle amorose, potenti attrattive di lui che, vedendosi tanto glorificato dall'obbedienza della santa figliola, la metteva di continuo al punto di dargliene nuove prove.

Ma se questo era per il suo cuore il più dolce olocausto, egli aveva anche pietà della sua povera creatura. Nella bontà sua, le dette quindi un segno per riconoscere se le visioni che ave­va fossero dal buio dal demonio: «Quando ti comparirà qual­cuno, pronuncia subito queste parole a voce alta: Sia bene­detto Gesù e Maria! Se ti risponde, è segno che viene da me, altrimenti alzati e distraiti, perché è l'ingannatore. Ob­bedisci ciecamente, e non temere. Accetta, o figlia, vivi quie­ta, io sarò sempre con te».

Parole consolanti, atte a compensarla di ogni amarezza.

«Nella croce sta il tutto» dice il libro dell'Imitazione di Cristo, «e tutto consiste nel morirvi. Né v'è altra strada che me­ni alla vita e alla vera pace interiore, se non la via della santa croce e della quotidiana mortificazione».

Gemma di buon'ora s'incamminò per la via della croce; ma sul punto di inoltrarvela più ancora, il Signore parlò chiaro all'anima sua, l'iniziò, la educò intimamente al mistero della croce.

Già nel giugno del 1899, alla fine di quell'ora santa, tanto memorabile per l'apparizione di Gesù crocifisso, lei vide co­me in un quadro ciò che le riserbava il futuro, e Gesù le dis­se che la voleva in tutto simile a sé.

Le si parò allora innanzi una serie di prove dolorose, di tri­stezze, di incomprensioni, di persecuzioni, di calunnie, di ab­bandoni da parte delle creature e dello stesso Dio, di profon­dissime tenebre, solcate solo di quando in quando da qual­che sprazzo di luce. Era l'agonia del Getsemani e l'agonia del Calvario. Ma anche Gemma avrebbe esclamato come Gesù:

«Si faccia, o Padre, la tua volontà e non la mia», e dall'alto della nuda croce avrebbe ripetuto: «Padre, perdona loro, per­ché non sanno quello ch'essi fanno». «Sitio!, ho sete: sete di anime, sete di amore».

Gesù l'educò per il martirio. Egli fu l'unico suo maestro. Infatti, se Gemma, di quando in quando, ascoltava qualche predica, non leggeva però mai: ciò che seppe, tutto le fu in­segnato dal maestro divino. Raccogliamone qui tutte le le­zioni.

Gesù iniziò il suo insegnamento sul dolore offrendole la cro­ce, la sua; poi il calice, il suo; e la santa sempre ugualmente ri­spondeva: «Sia fatta, o Gesù, la tua volontà». Poneva innanzi la sua miseria, le sue deboli forze, il timore di non reggere, la naturale ripugnanza al dolore, talvolta vivissima; ma Gesù l'a­nimava sempre alla fiducia. Egli stesso sarebbe la sua forza.

«Abbraccia la croce, figlia mia» le diceva, «e sta' sicura che, mentre ti sazi di patire, sazi il cuor mio; e ricorda che, quan­to più la croce è amara al tuo cuore, allora è più conforme al­la mia.

Io, vedi, ho compassione della tua debolezza, ti mando a stille l'amaro calice della mia passione, e ti visitai a volte con una piccola parte del mio patire».

«Non temere: il patire prende la misura del peso che gli dà la mano di Gesù in proporzione di quello che vuol farne sen­tire» le ripeteva al cuore il suo buon angelo; «e così ordina le circostanze della cosa, e disporrà il tuo cuore a riceverlo». «Ma non è mica il dolore» replicava Gemma «che deve conformarsi a noi; siamo noi che dobbiamo conformarci al do­lore; è la nostra volontà che vi si deve piegare e aderirvi».

Accendendole in cuore il desiderio di soffrire, il Signore l'andava preparando ad una grande croce, a una nuova for­ma di dolore. Un giorno, le raccomandò infatti di dire al suo confessore che le avrebbe mandato tante croci. Invece di amore, avrebbe ricevuto odio e disprezzo. Gesù stesso l'a­vrebbe abbandonata; ma in tale abbandono, invece di ane­lare alla fine, avrebbe dovuto prepararsi ad altre croci, e for­temente sostenerle.

Ma perché Gesù vuol mandare croci ai suoi più cari ami­ci? «Perché desidera di possederne tutta l'anima; e per que­sto, la circonda di croci e la chiude nella tribolazione. Perché non le sfugga di mano, cosparge le sue cose di spine, di ma­niera che, non affezionandosi a nulla, trovi ogni suo conten­to in lui solo». Questa una delle tante lezioni di Gesù a Gem­ma. «Ma, figlia mia» soggiungeva, «se la croce tu non la sen­tissi, non si potrebbe chiamarla col nome di croce. Stai pur sicura che sotto la croce non ti perderai. Il demonio non ha forza contro quelle anime che, per amor mio, gemono sotto la croce. O figlia mia, quanti mi avrebbero abbandonato, se non li avessi crocifissi! La croce è un dono prezioso e da es­so si apprendono molte virtù».

E quando la croce le faceva tanto sentire tutto il suo peso, Gemma, piegandosi sotto, esclamava: «Gesù mio, non ne pos­so più!». Gesù, rivelandole la sua missione, il perché del suo tanto soffrire, l'animava, ponendo a paragone ai dolori di lei i suoi: «Figlia mia, anch'io non ne posso più dei cattivi trat­tamenti che ricevo dagli empi. Tu, col tuo soffrire, trattieni il castigo che il Padre mio ha preparato per tanti poveri pec­catori. E non lo fai volentieri?... Non temere. Io ti farò soffrire, ma te ne darò anche la forza. O figlia mia, tu non te ne avvedi, ma ti aiuto più ora che prima. Oh! quanto sei più cara ai miei occhi in questi momenti, di quando ti trovi in con­solazioni!... Guarda in che modo mi trattano oggi le persone del mondo. Io sono fortemente sdegnato con quelli che mi offendono».

L'amore non si prova che col dolore, e a Gemma che vuole una cosa sola: amarlo, amarlo tanto il suo Gesù, questi dice:

«O anima a me cara, se veramente vuoi amarmi, eccoti il mio calice: Vuoi berlo fino all'ultima stilla?.. - A quel medesimo ca­lice ho posto le mie labbra, e tu stessa voglio che vi beva.

«Questa croce che ti ho mandato, non l'hai tanto cara, anzi è contraria al tuo cuore, e quanto più è contraria, tanto più è simile alla mia. Non ti parrebbe cosa orrenda vedere un padre tra i dolori e la figlia tra i godimenti?

«Quando sarò tuo sposo di sangue, ti vorrò crocifissa. Mo­stra tu l'amore tuo verso di me come io l'ho mostrato verso di te; e sai come? Soffrendo pene e croci senza numero. De­vi però tenerti onorata se ti tratto così e se ti conduco per vie aspre e dolorose; se permetto che ti tormenti il demonio, che ti disgusti il mondo, che ti affliggano le persone a te più care, e con quotidiano e occulto martirio permetto che l'anima tua sia purificata e provata. E tu, figlia mia, pensa solo in questo tempo ad esercitare grandi virtù, ché questo è il momento: corri per le vie del divino volere, umiliati, e sta' sicura che se ti tengo in croce, ti amo»

Per le vie aspre e dolorose per le quali Dio vuole condur­la, lei deve trovare la sua gioia. «Ti sembra che ti manchi sot­to i piedi la terra, dinanzi agli occhi il cielo, ma tu non man­care di fede, di amore, di speranza. Attendi solo a guada­gnare meriti con l'esercizio della virtù. Disprezza le dicerie del mondo, e, a dispetto dei tuoi nemici, cammina per le vie del divino volere, stringiti forte a me, umiliati innanzi a me, ricorri in tutti i momenti alla mia infinita bontà, e sappi gio­varti di questi mezzi che il demonio tenta per rovinarti. Se ve­ramente mi ami, mi ami ancora tra le tenebre».

«Si delizia, il Signore, a scherzare con le anime a lui più ca­re e scherza per amore: ora le consola, ora le mette in vene­razione presso gli uomini, ora permette che diventino il ludi­brio del mondo, ora le fa coraggiose contro tutto l'inferno, ora le lascia atterrire da un nulla. Chi crede di patire, ha po­ca luce; chi soffre e se ne crede lontano è illuminato; chi sta sotto terra, è in cielo e vive in croce; chi ha il primo luogo in terra, ha l'ultimo innanzi a Dio; chi conosce la croce, la pre­ga; chi non la conosce, la fugge».

 

CAPITOLO XXII

 

«NON VOGLIONO CREDERE»

 

Monsignor Volpi sempre lottava.

Per dargli una prova che tutto veniva da lui, Gesù gli fece dire che fino a un suo cenno egli non si sarebbe più fatto vedere né sentire da Gemma. Lei riferì tutto; ma Monsigno­re le dichiarò un giorno apertamente che, se Dio non gli aves­se fatto vedere le cose ben chiare, non avrebbe mai creduto alle sue fantasticherie.

Gemma umilmente tacque: ormai, sapeva che la sua via era quella della croce.

Dopo aver molto riflettuto, monsignor Volpi, per uscire dalle sue perplessità, decise di affidarsi alla scienza.

Alla signora Cecilia, andata secondo il solito a rendergli conto di tutto, disse segretamente che il prossimo venerdì sa­rebbe andato col medico X a far esaminare le stimmate di Gemma.

La signora Cecilia ne fu contentissima, né fiatò con anima viva. Neppure un minimo dubbio si affacciava del resto alla sua mente. Testimoni autorevolissimi si erano resi ben conto della cosa, e di più Gemma presentava tutti i contrassegni di una vera santità.

Gli uomini volevano agire a sua insaputa, ma Dio stesso la mise al corrente, intimandole di scrivere a Monsignore che:

Qualunque segno egli avesse chiesto, lo avrebbe ottenuto, pur­ché fosse solo; ma in presenza del medico, nulla farebbe di quan­to desiderava: si assicurasse, però, non trattarsi di una malattia come avevano creduto.

Rapita in estasi: «Gesù, contentami» esclamava frattanto Gemma. «Mi hai pur sempre detto che qualunque grazia me la facevi?... La voglio questa grazia... Io ci credo; ma lo sai chi non ci crede... Non mica per me, ché io sto meglio co­sì... Non credono che tu sia te... Credono che io sia matta... Ma non sono mica matta; è vero, Gesù?

«Eh! lo so... Me lo dicesti anche ieri sera, chi sa quanti ti abbandonerebbero se non li tenessi crocifissi! ... Ti ringrazio che, per amor tuo, mi tieni così in croce. Sono in croce dav­vero... Hai fatto tanto, e io per te non ho fatto nulla.

«Più grosso non potrebbe essere questo sacrificio... Quan­to più si va in là, e tanto più sono simile a te. Chi sa se tu non mi tenessi così in croce, quante volte ti avrei abbandonato!

«Per me è un sacrificio... Bisogna che stia lì... Ma pensaci... Se poi fanno più di quel che vedono fare, castigali... E buono anche il dottore; me l'hai detto tu...

«Io dico, dico, ma non mi crede nessuno. Ma quando co­nosceranno, che sei te... Tu lo sai meglio di me quante ne so­no sortite fuori... (cioè quante sinistre interpretazioni)».

Anche qui torna la preoccupazione di Gemma per la cu­stodia della sua purezza. Gesù stesso la tranquillizza riguar­do al medico, e le dice che è buono. Consolante assicurazio­ne quando è uscita dalle labbra dell'unico buono.

Quale la natura, la durata, l'estensione delle prove che vogliono fare di lei? Non lo sa. Tremante si raccomanda quin­di al Signore: «Pensaci tu!». Di lui si fida!

Quando Dio emana un ordine, l'uomo, libero, lo accetta o non lo accetta, perché la volontà di Dio non violenta mai l'u­mana libertà.

A monsignor Volpi pareva bene di non accettarlo, non po­tendo ancora stabilire se veramente gli venisse da Dio; né mutò proposito.

Frattanto, per la povera Gemma così umile e così timida, la prospettiva di aver lui presente a ciò che le dava tanta con­fusione e pena, l'intimidiva, né avrebbe voluto, come il soli­to, mettersi in orazione quel venerdì. Vinta però quella natu­rale ripugnanza, al tocco e mezzo si ritirò in camera.

Poco dopo entrò in estasi, e il sangue incominciò a spillare dalla fronte, dalle tempie e dalle ferite aperte delle mani. Così la videro la signora Cecilia, il cavalier Giannini con la moglie ed altri di casa.

Circa le due, ecco arrivare Monsignore in compagnia del medico. Gli animi loro erano dominati da due diversi senti­menti. Monsignore, perplesso, veniva in cerca della verità; il dottore sperava di rendere a Monsignore la tranquillità per­duta, col fargli toccare con mano un caso di isterismo.

Tutta festosa, la signora Cecilia va loro incontro: «Venga, venga, Monsignore, che proprio ora è nel punto più bello».

Monsignore entra, seguito dal medico.

Questi guarda, vede qualche macchia rossastra sulla fron­te e sulle mani di Gemma, ma non si scompone. Prende un asciugamano, lo bagna, lava la fronte e le mani... sparisce il sangue, non torna a spillare, non resta una minima cicatrice, anzi, neppure si vedono quelle, pur esistenti, delle stimma­te. Lo stesso risultato dà la prova, fatta privatamente, al co­stato e ai piedi di Gemma.

«Vedete, vedete» diceva il medico, «è tutto effetto d'isteri­smo. Hanno bisogno di far così, in queste malattie. Si bucano con spilli, con aghi, ecc.». Supporre sia pure lontanamente una simile impostura era non conoscere affatto l'animo e la natura di Gemma!

«Non ammetto che la serva di Dio fosse capace di ricor­rere a simili mezzi di simulazione», dice energicamente Mon­signore.

Immobile, estatica, lontana dalla terra essa non sentiva, non vedeva nulla di quanto la circondava: né lo scontento, né l'ir­ritazione, né l'amaro della disillusione, né i commenti così sfa­vorevoli per lei, né quei lunghi, opprimenti, dolorosi silenzi che seguivano. Tutta assorta nella contemplazione del dram­ma della passione che si svolgeva dinanzi al suo occhio inte­riore e al quale si associava, Gemma chiedeva a Gesù di sof­frire, di sacrificarsi, d'immolarsi per lui, e forza per poter giun­gere a ciò.

Monsignore era turbato, e credette per un momento di es­sere nel vero, non lo fu però senza una interna pena.

E che stato d'animo quello della signora Cecilia! Non cre­deva a se stessa! Lei, la madre adottiva di quell'angelo; lei che ne conosceva i più intimi segreti, che l'amava tanto, che più d'ogni altro aveva creduto di poter ammirare un'opera divi­na incessante nella sua protetta; lei, ingannata così?! Ma no, non poteva essere! Qualche cosa continuava a dirle in fon­do all'anima: Dominus est non temere. Che lotta in quel cuore!

E i suoi ospiti amorevoli? E don Lorenzo Agrimonti? Si erano illusi di aver con loro una santa, avevano invece una pazzerella, un'ingannatrice, una malata? Erano dunque vit­time di un inganno? I fatti parlavano chiaro; il dubbio non era ammissibile.

Gemma, alla fine dell'estasi, sapeva dal suo Gesù che il me­dico era venuto, non aveva visto nulla, e una grande croce l'aspettava.

Tornata in sé, capì la realtà della cosa! vide tutto cambia­to intorno a sé. Gelo, freddezza, scontento mal dissimulato; forse anche aperto rimprovero e risentimento; forse doman­de umilianti sul suo modo di agire.

Per colmo di pena, il Signore le faceva vedere i pensieri di tutti quelli che si erano cambiati a suo riguardo: «Uno pensò fino che fossi sonnambula» ella dice; «altri credono che io sia malata; altri che i segni nelle mani e nei piedi sia io che me li faccio».

Ora, che stima, che fiducia, che tranquillità, che affetto po­teva aspettarsi una creatura giudicata così?

Gemma non aspirava alla stima, alla fiducia, all'affetto urna­no; ma pure sentiva il disagio penoso offerto da un ambiente che, per un motivo in apparenza giusto, diffidava; e que­st'ambiente glielo aveva creato la carità; in esso avrebbe vo­luto quasi sparire per non procurare noie, far sorgere diffi­coltà.

Invece... Ma tutto questo perché? Perché non si era vo­luto credere al motivo di Gesù, né si era accettato. Ciò che egli aveva detto, era accaduto, e perché era accaduto, ci si sca­gliava contro di lei.

Mettiamoci nei panni di quella poverina, diciamolo pure:

la sua posizione era delle più dolorose! Ma sempre sopran­naturale nella gioia e nel dolore: «Gesù mi ha detto che sono tutte cose che permette lui; permetterà anche peggio» scrive. «Però, mi ha assicurato che, per mezzo del padre, persua­derà bene il confessore. Le altre persone vuole che restino co­sì». E così fu, e così è almeno per alcune.

Verso sera, la signora Cecilia uscì di casa per distrarsi un poco, e condusse con sé la povera Gemma.

Cammin facendo, questa chiese timidamente: «Mi porti un po'da Gesù? Ho bisogno di Gesù».

Come sono eloquenti, nella loro semplicità, queste parole! E quanto amore fiducioso, quanto segreto dolore, quanto te­nero abbandono non celano mai?

Andarono in una chiesa solitaria e deserta. Quei due cuo­ri anche con Gesù avevano bisogno di solitudine. Circa un'o­ra durò quel cuore a cuore. La signora Cecilia teneva d'oc­chio la santa.

Questa stava nella sua posizione abituale, con gli occhi al tabernacolo, senza pose, senza sforzo.

Poco prima di uscire, esitante, ella disse alla signora Ceci­lia: «Avrei da dirle una cosa, ma mi vergogno tanto!». Aveva ben motivo, infatti, di provare, dopo l'accaduto, un senso di raddoppiata timidezza! Invitata a parlare, tirò fuori le mani dalla mantellina, e con quel suo fare dolcissimo, le porse alla signora Cecilia. Su quelle mani bianche si vedevano due piccoli squarci, e da essi spillava sangue.

Nuova lotta nell'anima della madre adottiva! «Ebbene, ne giudichi da sé Monsignore» fu il suo pensiero; non aveva coraggio di condurvela, e, incontrata, appena uscita di chie­sa, una sua buona amica: «Mi fai il piacere» le disse, accen­nando a Gemma «di condurla da Monsignore, che ha biso­gno di parlargli?».

Meravigliosa fu la semplicità e l'umiltà della santa figliola. Che poteva aspettarsi in quel momento da Monsignore, di­sgustato e sconcertato dell'accaduto? Una meno virtuosa di lei si sarebbe forse schernita, avrebbe mostrato un po' di dif­ficoltà.

Gemma, nulla. Seguì l'accompagnatrice senza una parola, senza una riflessione. Monsignore si trovava a pochi passi, nel­la scuola serale Matteo Civitale da lui fondata. Gemma, ri­masta sola con lui, gli parlò e gli mostrò le mani. Monsigno­re le guardò; non solo vide il sangue che usciva, ma si rese conto veramente delle ferite dalle quali usciva. Che provò a quella vista? Non lo disse. Nella sua prudenza, guardò si­lenziosamente, non mostrò alcuna meraviglia, e con indiffe­renza si affrettò a rimandare Gemma, che tornò dalla signo­ra Cecilia con la stessa semplicità e umiltà con cui era anda­ta da Monsignore.

Interrogata da lei sull'esito dell'abboccamento, si limitò a rispondere che aveva parlato con Monsignore, gli aveva fatto vedere tutto, gli aveva detto tutto.

Questi, essa non lo sapeva, ne rimase colpito e in seguito dirà: «Confesso che ebbi l'impressione doversi trattare di un fatto non naturale, considerando che l'indomani, come mi assicurarono, la piaga era interamente sparita. Oggi, dopo al­cuni anni d'esperienza, mi sono persuaso che tali fatti sono voluti da Dio per dare agli uomini una prova sensibile ed ester­na del movimento interiore e spirituale che egli produce al­cune volte nelle anime privilegiate».

In Gemma, neppure l'ombra di un amor proprio vincito­re. «Gesù mi ha detto» scrisse la sera stessa a Monsignore, con una pace, una tranquillità che varrebbe da sola a prova­re la santità di lei, «Gesù mi ha detto: "Non ti ricordi, figlia mia, che, tempo addietro, ti dissi che veniva un giorno nel quale nessuno più ti credeva? Ebbene, quel giorno è appun­to oggi. Oh! ma quanto mi sei più accetta così disprezzata"... Gesù oggi ha voluto che facessi un sacrificio, e l'ho fatto vo­lentieri: sia pure, come ha detto quel medico, che è isterismo; appunto perché è così, Gesù mi vuoi più bene. Però, mi ha detto che, in confronto a quello che devo passare, è nulla».

Ecco l'unico suo sfogo!

«Appunto perché è così, Gesù mi vuoi più bene!».

Si dica, apertis verbis, ad un isterico: tu sei isterico; o sem­plicemente a un nervoso che è nervoso, e lo si vedrà impen­narsi, risentirsi, o, se non altro, abbattersi. Più che raro è chi voglia convenire, e, più che rarissimo poi, chi, anche convinto di esserlo, accetti di sentirselo dire. Gemma lo sente dire, lo accetta, si rifugia dal padre, dall'amico, dall'unico ve­ro medico, e senza voler male agli uomini per questa falsa ac­cusa. Anzi, in una lettera scritta molto tempo dopo a un Passionista per un affare importantissimo: «Per carità» dice con la massima umiltà, «quando gli altri padri sentiranno que­sta lettera dica pur loro che non prestino fede a tutto ciò, per­ché è tutto lavoro (ha detto il medico) d'isterismo. Ma spero che anche senza dirlo lei, mi conosceranno tutti».

Gli eventi mostrano se il contenuto di quella lettera fosse lavoro d'isterismo. Ciò che aveva detto Gemma si avverò a puntino. Ma tornando al periodo della grande prova, alterò in nulla, la cara figliola, il suo programma di vita? Perse nul­la della sua docilità, della sua pietà, della sua costante obbe­dienza? Nulla! Mostrò di perdere, sia pure un istante, mal­grado il suo interno martirio, la pace dell'anima, l'ineffabile serenità, la dolce sua carità? Mai! Chi cerca prove di virtù eroica, qui le trova in abbondanza.

La lotta contro Gemma partì da Lucca.

Quando nella vita di Gemma scritta dal padre Germano si giunge a questo punto, si rimane scossi, ma, passato il pri­mo momento, il divino perché della cosa ci appare nella sua piena evidenza. Si comprende che l'apparente insuccesso è, invece, uno splendido trionfo dell'infinita sapienza del signore il quale, traendo da tutto la sua gloria, lo ha permesso non solo per maggior santificazione di Gemma, ma anche perché, col sottrarre in tal modo l'opera sua al vano controllo della scienza umana, la gemma del suo cuore restasse fulgida e bel­la, per poter un giorno brillare nella meravigliosa pleiade di santi che ne circonda l'umanità santissima.

Il dottore non vide nulla. Doveva essere così; non poteva non essere così; il Signore l'aveva detto. Ma anche se avesse veduto, avrebbe creduto? Dal vedere al credere, il divario è immenso. Se avesse veduto, avrebbe saputo spiegare? No, il soprannaturale non si spiega. Se avesse veduto e si fosse sen­tito inclinato a credere, non fidandosi di sé, sarebbe ricorso agli altri medici, questi ad altri, e le opere di Dio, portate di bocca in bocca, sarebbero venute probabilmente oggetto di scherno e forse, da qualche incredulo, sarebbero state tra­scinate nel fango.

Ma Dio non permise che passasse oltre e neppure che si ef­fettuasse il progetto di mettere in mano di uno specialista gli scritti di Gemma.

Ella intuisce nell'estasi questo nuovo pericolo e supplica Gesù che ciò non avvenga. Non per sé lo chiede, ma per lui che metterebbero in ridicolo. E per l'onore di lui, con la sua confidenza inarrivabile, chiede un prodigio: «Se il manoscritto dovesse finire nelle mani di quello specialista, fai, o Signore, che veda solo carta bianca».

Il manoscritto non fu consegnato.

Se si trovò il modo di scagliarsi velenosamente contro san­ta Teresa di Gesù Bambino (la cui vita fu tutta semplicità e amore), tentando di denigrarla anche dopo canonizzata; se la sua rapidissima glorificazione costò indicibili dolori alla sua sorella, la madre Agnese, come sorprendersi che qualche nemico lo conti anche Gemma?

 

CAPITOLO XXIII

 

SETE DIVINA E UMANO SGOMENTO DEL DOLORE

 

Il medico curante della santa fa di lei questo bell'elogio: «Quello che posso dire si è che l'ho dovuta riconoscere come una fanciulla piissima, modesta molto, riservata e di poche parole; l'ho sempre trovata di animo molto mite, che si sot­tometteva volentieri alle cure prescritte, ancorché dolorose, e le sopportava con molta rassegnazione»

Questa rassegnazione, questa tranquillità, Gemma la man­terrà sempre anche tra le prove morali. Allo scatenarsi della tempesta dopo l'infruttuosa visita medica, accettò in silen­zio non la materiale, ma la morale e irrisoria divisa di pazzia, senza opporre resistenza a chi, malmenandola, la diceva figlia di satana e impostora. «Questi patimenti li abbraccio tutti vo­lentieri» dice, «perché sono i patimenti stessi di Gesù.

«Se, per misericordia di Dio, provo dei momenti felici, è quando mi vedo disprezzata e umiliata.

«No, non basta aver sotto gli occhi la croce, averla addos­so; bisogna averla in mezzo al cuore. Non la ricuso, perché, se ricuso la croce, ricuso anche Gesù. Ormai il mio amore è tutto alla croce. L’amo, perché so che prima l'hai amata tu e perché sono certa che tu vuoi bene quando fai soffrire».

Che cosa la sostiene nel dolore? Unicamente l'amore:

«L'amore di Gesù mi dà forza di patire». E se l'amore la so­stiene nel dolore, il dolore la rafforza nell'amore. «A tutela del mio amore, fa' ch'io ricordi, o Gesù, che a me è dovuto il dolore». Non soffre sola, ma con Gesù.

Si soffre bene quando si soffre insieme. «Nella tua vita, ti vedo sempre nutrito di dolori, o Gesù, e io voglio sempre pa­tire con te. Appunto nella tua croce ho riposto tutta la mia forza. O croce santa, lascia che ti possa abbracciare!».

Da ciò nasce la riconoscenza. «Ti ringrazio, o Gesù, che mi tieni così in croce! Crescano pure i patimenti miei. Sarebbe tutta misericordia tua, se tu accumulassi pene ed afflizioni. Ne meriterei tante di più! Se me ne vuoi aggiungere bacerò sempre la tua mano».

Gemma non ignora il prezzo del dolore. «I momenti più dolorosi sono i momenti più preziosi... Se io dovessi stare nel mondo senza soffrire, ti direi: "Fammi morire ora"».

Questi i motivi addotti da Gemma per spiegare la sua se­te di dolore; questo il suo linguaggio, tutto soprannaturale e santo. Ma questa sete di dolore, questo amore alla croce ri­siede in lei, come in tutti i santi del resto, nella sola parte su­periore dell'anima. La povera natura umana, che naturalmente ripugna al dolore, in lei vi ripugna moltissimo. Alcuni santi questa ripugnanza seppero talmente occultarla da sembrare che tutto in loro fosse slancio e ardore; altri, come santa Teresina di Lisieux, seppero forse più velarla di sorriso e di gioia. E per quanto anche dagli scritti di santa Teresina s'intrave­dano delle lacrime e delle tristezze, pure nelle lettere di Gem­ma al suo direttore e nelle sue estasi, questa lotta, questi ge­miti, queste apprensioni sono assai più palesi. Anche le sue sofferenze sono però più grandi e numerose.

«Alla vista della croce s'intimoriscono tutti i miei sensi» scrive, «(questo non è peccato, mi dice il confessore) pure, con tanta ripugnanza, il mio cuore abbraccia le sue pene e in esse ripone ogni sua delizia».

«Gesù avrà compassione di me» dice altrove, «perché ve­de il mio cuore, sa le disposizioni in cui sono di soffrire tut­to e di far tutto. Vedrà ancora il dolore che provo di vederlo così indegnamente trattato... Col cuore pentito, mi porrò da­vanti a Gesù, pronta a ricevere dalla sua mano tutto ciò che gli piacerà esigere da me per la riparazione di tanti oltraggi che riceve. Batta, batta pure, Gesù. Benedirò un milione di volte quella mano che esercita sopra di me un così troppo giu­sto castigo».

«Lo so, non dovrei piangere, dovrei invece rallegrarmi. Vuoi che ripeta le parole di san Paolo: Mi glorio, Gesù, nelle tri­bolazioni... Eppure, tante volte mi abbatto e piango... il mio spirito è pronto, ma il mio corpo è debole».

«Il dolore mi sbalordisce», ella dice, e trema dinanzi alla prospettiva della croce; ma ne trionfa ed esclama: «Non ti cu­rare, o Gesù, del mio pianto. Crocifiggimi pure, la mia som­ma gloria è di piacere a te. Sono contenta che le tue spine pe­netrino nell'anima mia. Sì, chiedo, domando a Gesù di pati­re e patire tanto».

Questa preghiera torna sul labbro incessantemente, e non è questo eroismo? E appunto nella terribile lotta tra la debo­lezza umana e la forza divina del dolore, dove l'anima fa ri­splendere l'eroismo, l'energia di una volontà tutta di Dio e la forza dell'amore.

Gemma, pur soffrendo immensamente nell'anima e nel cor­po, sempre sorride e ci dà il segreto della sua gioia: «Il mio cuore possiede Gesù, e possedendo Gesù sento che posso sor­ridere anche in mezzo a tante lacrime, sì, sento di essere feli­ce anche in mezzo a tanti sconforti».

«Due cose sento in me d'infinita dolcezza: nell'amore, sei tu che diletti l'anima mia, e nel dolore, sono io che diletto l'a­nima tua...».

Né sono vane parole, le sue. Ciò che è magnifico, è veder­la con la semplicità della bambina tutto lasciar fare intorno a sé: non interroga, non s'informa, non si preoccupa. Fac­ciano di lei, con lei, per lei ciò che vogliono; sarà sempre Ge­sù a permettere, a ordinare, a volere.

Non si scusa, non si ritira, non si schermisce, non parla, non tenta di gettare luce sulle fitte ombre che la circondano.

Le costa enormemente manifestare per obbedienza alla madre adottiva tutto ciò che Dio le comunica e doverle tutto sot­toporre; ma lo fa con tranquillità e semplicità. Le sue rivela­zioni sono sempre o quasi sempre accolte con apparente incredulità, con apparente disprezzo o con rimproveri (così do­veva fare la signora Cecilia), ma Gemma rimane sempre eguale, sempre tranquilla, ed è questo il più bel carattere dell'infan­zia spirituale.

Una sola cosa momentaneamente la preoccupa: lo stato d'animo di Monsignore, il timore di perdere, nella sua gui­da illuminata, l'unico appoggio e l'unico conforto che ab­bia quaggiù.

Ma il Signore le dice che non deve affliggersi di perderlo senza sua colpa, dato che egli, Gesù, sempre le sarebbe ri­masto. Bastano queste parole a rendere a Gemma la pace e staccarla da ogni sentimento umano.

 

 

CAPITOLO XXIV

 

NUOVE TESTIMONIANZE

 

Come bene osserva padre Germano, «la scienza non può avere la pretesa di darci la spiegazione del soprannaturale, ma solo ne potrà accertare i fatti. Ora, perché un fatto sia am­messo, non è punto indispensabile che sia veduto dagli scien­ziati: chiunque ha occhi per vedere, mani per toccare, può at­testarne la verità. E siccome, nel caso nostro, il fenomeno non è costante, ma si manifesta a date riprese, lo scienziato si potrà solo limitare a dirci che, nel momento della sua ispe­zione, non si mostrò. Per mostrarlo, deve bastare che testi­moni degnissimi di fede attestino di averlo veduto certissi­mamente e più volte».

Ora, tra queste persone degnissime di fede che si accerta­rono coi propri occhi dei fatti prodigiosi che avvenivano in Gemma, vi fu padre Pietro-Paolo, il quale, dopo la morte di lei, in una lunga relazione di ciò che aveva veduto e udito, dis­se che, a dichiarare tali fenomeni da Dio, si basava sulla vita di Gemma e sul suo interno così puro, umile e santo.

«In lei ho potuto conoscere» egli scrive «una verità vera­mente angelica. Non solo mantenne sempre l'innocenza bat­tesimale, ma, per quanto ho potuto capire, un peccato, pie­namente avvertito, non lo aveva mai commesso in tutto il cor­so della sua vita.

«La sua umiltà fu profondissima. Non aveva alcuna stima di se stessa; bramava di essere umiliata e ripresa; e siccome delle umiliazioni, mortificazioni e riprensioni ne ebbe non po­che, come pure si vide disprezzata da molti, ella non mostro giammai il minimo dispiacere; anzi, allora mostravasi più che mai contenta e col sorriso sulle labbra. L’obbedienza fu in lei singolare, e dirò ammirabile. Non si oppose mai, non dirò ad un comando, ma neppure ad un cenno o desiderio che le venisse esternato, tanto dal direttore. come da me o da chiun­que altro.

«Obbediva sempre con prontezza, con semplicità e alle­gramente in tutta l'estensione della parola, qualunque fosse il comando.

«Dove poi fece maggiormente conoscere la sua eroica ob­bedienza, fu nell'esercizio dell'orazione. il Signore l'aveva ele­vata ad un grado altissimo di contemplazione, talché basta­va che si ponesse a pregare, e tosto si trovava astratta dai sen­si. Ebbene, il suo confessore ordinario le impose che, nel pregare, dovesse tenere il metodo ordinario dei principianti. La giovane, a tale ordine, non oppose la minima resistenza, e faceva continui sforzi per eseguire puntualmente l'ordine avu­to, nonostante che si sentisse di continuo attratta a contem­plare Iddio e i suoi divini attributi. E questa specie di marti­rio durò in lei, se non erro, per quasi due anni.

«La mortificazione dei suoi sensi era continua e severissi­ma. Si cibava così scarsamente, che pareva un miracolo po­tesse vivere... e questo poco lo prendeva perché forzata dall'obbedienza, che diversamente, contenta di avere ricevuto Gesù sacramentato, non si curava di altro cibo materiale. Per lei poi era tutto buono, tutto era sano. Nel vestire non ebbe mai ambizione di sorta. Mai cercò un vestito, mai un diver­timento, mai un sollievo, come mai si udì lamentarsi né del freddo, né del caldo. Pareva insensibile a tutto.

«L’amore al patire, poi, sembrava fosse la sua caratteristica speciale. Da quella benedetta bocca, nessuno udì mai il mi­nimo lamento, sia nelle malattie travagliatissime che ebbe a soffrire, sia nelle mortificazioni ed umiliazioni, a cui andò sog­getta, sia nelle desolazioni di spirito e sia negli attacchi cru­deli del demonio. La memoria continua che aveva di Gesù crocifisso la stimolava a patire sempre, né altro voleva che pa­tire e ciò che pativa era per lei sempre poco.

«Questa creatura si era offerta vittima al cuore sacratissi­mo di Gesù per la conversione dei poveri peccatori e, purché ottenesse che questi tornassero a Dio, nulla affatto curava le sue pene e i suoi dolori. Bramava continuamente di soffrire con Gesù sulla croce, di vivere sempre sulla croce e di mori­re con Gesù sulla croce, nel vero e nudo patire. E il divin suo sposo pare che in ciò la contentasse, perché appunto in vita ed in morte ella soffrì sempre i più crudeli martini tanto nell'anima come nel corpo.

«Che dirò poi della sua unione con Dio? Io non dubito as­serire che questa, se non fu abituale, fu però quasi abituale. La si vedeva sempre raccolta e con la mente in Dio. Da ciò ne veniva che la sua voce non si udiva giammai: rispondeva bre­vemente alle domande che le venivano fatte e poi se ne sta­va in silenzio. Era così immedesimata nel sommo bene, che pareva piuttosto una creatura celeste che terrena. Ecco in bre­ve» così conclude la sua lunga relazione «le virtù, certamen­te non ordinarie, che fanno abbastanza rilevare in lei un'ani­ma tutta piena dell'amore di Dio. Ed è per questo che io fon­datamente opino che tutti quei segni esteriori, che si verificarono in lei, siano stati effetti provenienti non d'altro che dalla grazia di Dio».

Egli mai non si smentì, come pure un altro santo e dotto prelato, monsignor Paolo Tei dei minori Cappuccini, vesco­vo di Pesaro.

Nativo di Controne, ove i Giannini avevano una villa, egli conobbe Gemma intimamente, credette con ogni sicurezza al soprannaturale in lei, e molto ne stimò la virtù, non esitan­do a definirla eroica anche nelle deposizioni del processo.

Chiamato a deporre, disse: «Sono felice di poter dare io a Gemma un attestato della mia devozione col deporre la ve­rità in suo favore per vederla un giorno glorificata».

 

CAPITOLO XXV

 

IL DRAMMA CRUENTO

 

I fenomeni esaminati ripetutamente e a distanza di tempo da padre Pietro-Paolo, le scene dolorose a cui ebbe la grazia di assistere, non si limitarono più alle stimmate e al sudore sanguigno.

Gran parte del dramma della passione doveva rinnovarsi sotto i suoi occhi, dramma di cui Gemma doveva essere la protagonista.

Gesù, contentami» aveva esclamato la santa nell'ardore della sua carità. «Gesù, contentami. Non è più tempo che tu soffra così... Ora ci sono io: tocca a me». E ancora: «Ba­sta, Signore, quello che hai patito per me e per i peccatori. Sì, basta. Alla tua croce subentreranno le mie spalle».

Gesù la prese in parola. Col Vangelo alla mano, portando lo sguardo da esso a Gemma, vediamo rinnovarsi quel dram­ma doloroso che si svolse millenovecento anni fa nell'ingra­ta Gerusalemme.

Gesù, durante la sua passione, fu umiliato, deriso, oltrag­giato. E Gemma a sua volta fu umiliata, derisa, oltraggiata.

Gesù tacque dinanzi ai tribunali, e Gemma tacque a sua volta. Non si difese, non rispose, non si scusò, tacque, pregò, perdonò, amò.

Gesù fu flagellato, coronato di spine, sputacchiato. Gem­ma a sua volta fu flagellata e coronata di spine; ma ciò non da mano d'uomo, ma dalla stessa mano divina, che posò sul ca­po di lei la sua corona pungente, che aggravò sulle membra di lei i suoi flagelli, che permise ai monelli di strada di spu­tarle in faccia per estremo dileggio.

Gemma ricevette la corona di spine dalle mani di Gesù la sera del 19 luglio del 1900. Già due volte le era stata offerta: la prima dal suo angelo apparsole in estasi con due corone tra mano, una di gigli e l'altra di spine, domandando a lei quale volesse. Gemma pronta rispose: «Dammi quella di Gesù: vo­glio quella di Gesù».

La seconda fu Gesù stesso a domandarle se volesse la sua corona. Dopo questa duplice accettazione, Gesù passò al dono.

La sera del 19 luglio, Gemma provò una tale sete di pati­re con lui e per lui, che Gesù, togliendosi di capo la corona di spine, la posò sul capo di lei, premendogliela sulle tempie. «Sono momenti dolorosi, ma felici», esclama Gemma.

Che Gemma avesse ottenuta la corona di spine del suo Ge­sù, era chiaro ed evidente. Ogni giovedì sera, anche scom­parse le stimmate, il sangue spillava dalla fronte e dal capo, rigandole il volto e le vesti, o, se era a letto, inzuppandole i guanciali. Questo fenomeno cessò solo quando l'obbedien­za lo ingiunse.

Pilato, dice il Vangelo, prese Gesù e lo flagellò.

Il primo venerdì di marzo del 1901, Gemma, contemplan­do le piaghe del Salvatore e ripetendo a se stessa: «Tutte so­no opera di amore», sentì il suo cuore accendersi di arden­tissima brama di essere a sua volta piagata con lui.

Già da qualche settimana in lei non si manifestava più nul­la di straordinario. il confessore lo aveva proibito, ma, quel­la sera, incominciò a sentirsi molto male. La signora Cecilia a tutt'altro pensava che all'appressarsi di un fenomeno straor­dinario.

La mandò a letto più presto del solito, e la tenne d'occhio, temendo trattarsi di qualche seria indisposizione. Ma quale non fu il suo stupore quando, in una delle visite che le fece, la trovò in estasi con grandi strisce sanguigne sulle mani, sul­le braccia e attorno al collo! Vi appressò il fazzoletto e lo ri­trasse insanguinato. Pensò allora potersi trattare della flagel­lazione, tanto più che Gemma sommessamente ripeteva: «Ma saranno i colpi tuoi, o Gesù?».

Gesù, per quattro venerdì di marzo di quell'anno e qual­che volta anche dopo, in modo cruento ed in modo incruen­to, associò Gemma al tormento della sua flagellazione. Que­sto tormento, nei quattro venerdì di marzo del 1901, fu di un crescendo spaventoso. Nel primo, non si trattò che di stri­sce rosse; nel secondo, la carne era squarciata; nel terzo, più squarciata ancora da lasciare quasi l'osso allo scoperto; nel quarto, una cosa da non dirsi: piaghe dappertutto, profonde anche un centimetro.

Perché tanta differenza dal primo venerdì agli altri? «Per­ché prima erano frustate» disse Gemma, «poi flagelli». Quel­le piaghe cerchiate di paonazzo destavano orrore: il sangue ne sgorgava in tanta copia che, quando era in piedi, cadeva fino a terra, e quando era a letto inzuppava il materasso.

Che soffrisse atrocemente era palese. Un lieve tremito le scoteva le braccia, e, voltando l'occhio languido verso la ma­dre adottiva, implorando aiuto: «Mi raccomandi tanto a Ge­sù» diceva. «Mamma mia, eterno divin Padre!». Gli astanti sentivano straziarsi il cuore.

Le ferite si cicatrizzavano e sparivano come per incanto; ma una volta che la signora Cecilia volle provare a fasciar­gliene due, queste due non si rimarginarono, ma vennero a suppurazione facendola molto soffrire.

Gesù, flagellato, coronato di spine, fu da Pilato presentato al popolo con queste parole: Ecce homo. Più di una volta anche il volto di Gemma apparve come quello di un Ecce ho­mo cosparso di sangue, di lividure e improntato a quella do­lorosa maestà che aveva il volto di Cristo presentato dal giu­dice all'ingrato suo popolo.

La maestà del volto di Gemma, la sua dolorosa espressio­ne, lasciò in chi la vide un ricordo indelebile. «Oh se avesse veduto!» esclama un testimone scrivendo al padre Germano. «Il sangue dagli occhi, dalle orecchie, dalla fronte, dalle tem­pie... Ogni capello aveva la sua goccia... E quel sangue, aster­so, tornava a spillare con violenza; quelle ferite, lavate, tor­navano a sanguinare, e sempre daccapo».

Gemma soffrì in sé anche la piaga dolorosa della spalla si­nistra, cagionata a Gesù dal peso della croce; gli stiramenti delle membra, il dislocamento delle ossa nella crocifissione; l'atrocità della sete che fece esclamare a Gesù: Sitio; le terri­bili ore di agonia sul Calvario, una morte desolata nell'ab­bandono del cielo e della terra. Nulla mancò a rendere Gem­ma una copia perfetta di Gesù appassionato e di Gesù cro­cifisso; nulla: neppure la ferita del cuore.

«Uno dei soldati» narra san Giovanni «gli aperse il fianco con la lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. E chi vide l'ha attestato; ed è vera la sua testimonianza». Qualche cosa di si­mile accadde a Gemma. Era già stata deposta dalla sua croce e calata nel sepolcro, quando un telegramma del padre Ger­mano ricordò alla famiglia Giannini l'intenzione di farne l'au­topsia del cadavere per vedere se nel cuore di lei, come in quello di altre sante si trovassero segni speciali e straordinari.

Occorsero vari giorni di pratiche per ottenere l'esumazio­ne, e si giunse al quattordicesimo della morte. Frattanto, si era voluta la presenza del padre Germano ad evitare chiac­chiere e malintesi.

Il cadavere dissotterrato già presentava lievi indizi di decomposizione: se ne fece l'autopsia e se ne estrasse il cuore, il quale si mostrò più largo che alto, come se qualcosa di vio­lento ne avesse dilatate lateralmente le pareti.

«Presenziavano due monache di san Camillo de Lellis, il cavalier Matteo Giannini, l'avvocato Giuseppe e due medici» attesta Angelo Grotta; e dice: «Fui proprio io che misi ma­no ai ferri per ordine dei medici; vidi, nel tagliare nel mezzo il cuore, e sentii colpirmi nella mano uno zampillo vivo e bello, tanto che mi meravigliai come in un cadavere che da quin­dici giorni era seppellito ci fosse ancora tanta vita di sangue, pensando inoltre alla consumazione fisica di Gemma Galgani. il cuore apparve sempre fresco, vegeto, flessibile, rubicondo e tutto pieno di sangue, non altrimenti che se fosse vivo, e il sangue contenuto in ambedue i ventricoli e le orecchiette era an­cor vivo, scorrendo fluidissimo».

La medesima cosa attestano i due signori Giannini e le due suore di san Camillo. Anzi suor Michelina Rindi dice che di quel sangue ne vide cadere a terra parecchio.

I dottori dichiararono che il sangue così vivo non doveva esserci e ne rimasero sorpresi.

Naturalmente, vi fu chi sorrise e scosse la testa. Che me­raviglia! Non dice forse il Vangelo che i farisei, passando sot­to la croce di Gesù Cristo, «scotevano il capo e ridevano di lui»?

 

CAPITOLO XXVI

 

UNA GUIDA DAL CIELO

 

Ma torniamo alla vita di Gemma, e a ciò che segue la sua prova dolorosa e umiliante.

Nella sua difficilissima vita, è sola, timida, e senz'appoggio. Ha sentito, almeno per il momento, anche Monsignore cam­biato a suo riguardo. Egli le ha detto risolutamente: «Io non crederò mai a queste fantasticherie». E a chi deve confidare, la poverina, tutto ciò che accade in lei? Piena di fiducia si rivolge a Gesù sacramentato e gli affida la sua causa.

Fatta questa preghiera, si sente raccogliere internamente. Al raccoglimento succede il rapimento dei sensi, e si trova di­nanzi a Gesù. Ma egli non è solo: ha accanto a sé un Passio­nista dai capelli bianchi, che a mani giunte ardentemente prega.

«Figlia mia, lo conosci?», domanda il Signore a Gemma. La buona figliola risponde di no. «Quel sacerdote sarà tuo direttore» le dice Gesù, «e sarà quello che conoscerà in te, mi­sera creatura, l'opera infinita della mia misericordia».

Gemma, dopo la visione avuta e nella quale le fu rivelato anche il nome del suo futuro direttore, visse nella ferma cer­tezza che, prima o dopo, lo avrebbe incontrato e a lui avreb­be affidato l'anima sua.

Ne parlò a Monsignore, e questa rivelazione gli fece pia­cere, perché a sua volta egli andava coltivando il desiderio di affidare Gemma a quella guida illuminata e molto versata nella mistica teologia, per vedere così divisa la sua respon­sabilità.

Prima che permettesse a Gemma di scrivere al padre Ger­mano, ci volle però un pezzetto: voleva prima informarlo di­rettamente di tutto. Sperò d'incontrarlo a Roma, ma non gli fu possibile; e iniziò allora con lui un carteggio che sulle pri­me non fece che aumentare le sue perplessità. Diffidentissi­mo, padre Germano spronava Monsignore a mettere Gem­ma nella via comune, poi a provare su di essa l'esorcismo; ma Monsignore, per tranquillità, ottenne dal Provinciale che pa­dre Germano venisse a Lucca e si rendesse conto della cosa.

Gemma gli aveva già scritto una lunga lettera il 29 gennaio del 1900, poi era tornata a scrivere; ma il padre Germano non modificava le sue idee.

Venne a Lucca, e vi si trattenne a lungo.

«Volendo adempiere il meglio che per me si potesse l'in­carico affidatomi» egli dice «presi a fare sullo stato di Gem­ma un profondo studio, e dopo aver cominciato col disprez­zo e col dubbio, potei convincermi che si trattava di opera del dito di Dio.

«Spesse volte, ebbi occasione, per ragioni del mio ufficio, di ritornare a Lucca alloggiando in casa dei signori Giannini, benefattori del mio Istituto e per tal modo ebbi agio di me­glio conoscere e trattare quella, per me, santa anima, la qua­le, per consiglio e con l'approvazione del suo confessore or­dinario, si pose sotto la mia spirituale direzione».

Il primo incontro tra queste due anime avvenne ai primi di settembre del 1900, di giovedì.

Gemma, senza nulla sapere dell'arrivo del padre, tosto lo riconobbe e gli andò incontro tutta festosa, benedicendo Dio. Il padre credette di trovarsi davanti a un angelo. Andati in­sieme a inginocchiarsi ai piedi di un crocifisso, nella cappel­la domestica, da Gemma custodita con tanto amore, tutti e due piansero di commozione.

Questo primo loro incontro fu contrassegnato da un gran­de e singolarissimo favore.

A metà della cena, Gemma si ritirò in camera e andò in esta­si. Chiamato dalla signora Cecilia, il padre Germano trovò la santa in atto di lottare con la giustizia divina, per ottenere il trionfo della misericordia in favore di un 'anima che tanto le stava a cuore, e per la quale tanto aveva già fatto sia a voce che per iscritto.

Era un forestiero che godeva fama di buon cristiano, ma la cui coscienza era molto imbrogliata.

Gemma lo nominò nell'estasi e così il padre Germano ne conobbe il nome.

«Giacché sei venuto, Gesù, torno a supplicarti per il mio peccatore» diceva l'estatica; «è figlio tuo, fratello mio: salvalo, Gesù... Per un'anima sola hai fatto tanto, tanto, e poi quel­la non la vuoi salvare? Salvala, Gesù, salvala. -. Tu non hai mi­surato il sangue che hai sparso per i peccatori, e ora vuoi misurare la quantità nei nostri peccati?... Il sangue lo hai ver­sato per lui come per me.. - ma me salvi e lui no? Non mi al­zerò più da qui! Salvalo!...

«Non cerco la tua giustizia, ma la tua misericordia. O Ge­sù, tu dici che gli hai dato molti assalti per convincerlo, ma non l'hai chiamato mai figli.... Prova adesso; digli che sei suo padre e lui tuo figlio. Vedrai; vedrai che a questo dolce nome di padre, il suo cuore indurito si ammollirà».

Gesù mostrò a Gemma che per quell'anima la misura era colma, e gliene andò enumerando le colpe. Gemma mandò un profondo sospiro.

Sbigottita, lasciò cadere le braccia; ma rianimandosi tosto e tornando all'assalto: «Lo so, lo so» disse «che te ne ha fat­te tante; ma te ne ho fatto più io! Eppure, mi hai usato mi­sericordia. Lo so, lo so, Gesù, che ti ha fatto piangere; ma in questo momento, non devi pensare ai peccati suoi; devi pen­sare al sangue che hai sparso. Quanta ne hai anche con me, Gesù, di carità! Tutte quelle finezze di amore che hai usate per me, te ne prego, usale anche col mio peccatore. Ricor­dati, Gesù, che lo voglio salvo. Trionfa, trionfa, te lo chiedo per carità».

Dinanzi all'inflessibilità divina, le balena ad un tratto un'i­dea. Essa è peccatrice, lo sa: confessa di non meritare d'es­sere esaudita; ma gli presenta un'altra interceditrice e dice a Gesù: «E’ la stessa mamma tua che ti prega per lui». Oserà mai dirle di no? Oh no! Non potrà negarglielo. Infatti, poco dopo, tutta lieta: «È salvo, è salvo» esclama Gemma. «Hai vinto, o Gesù; trionfa sempre, o Gesù!».

Il padre si ritira in camera commosso e assorto in profon­di pensieri, quando sente bussare alla porta e annunziare un signore forestiero che cerca di lui. Introdotto, questi cade in ginocchio dicendo: «Padre, mi confessi». E il peccatore di Gemma.

Il padre lo confessa.

Grazie a ciò che aveva precedentemente udito dall'estati­ca, può ricordargli una colpa da lui dimenticata.

Tra la commozione, gli narra l'accaduto, lo conforta; gli chiede il permesso di pubblicare queste meraviglie del Signore; si abbracciano, si congedano.

«Il fatto parlava da sé» disse padre Germano. «Con la fan­tasia e con l'isterismo non si giunge a tanto; e il diavolo è buo­no a trascinare all'inferno i peccatori, non mai a convertirli, tanto meno in quel modo».

Non fermandosi a ciò, si pose seriamente a studiare il caso di Gemma con la scorta della teologia ascetica e mistica, delle scienze fisiologiche moderne, non risparmiando prove di ogni genere che mai, attesta, gli andarono fallite.

Poté quindi concludere e scrivere a Monsignore: «Gemma è una vera gemma del cuore di Gesù, non vi è ombra possi­bile sul suo conto. Per l'addietro non so: oggi è oro puro».

E il 4 marzo 1901: «Quest'anima Dio l'ha affidata a lei e non ad altri. Non pensi ai medici, no, per quanto bene vuo­le a Gesù. Le conseguenze, io le veggo innanzi a Dio: sareb­bero funestissime e allo spirito di Gemma e a vostra Eccel­lenza. Iddio sta facendo miracoli per tenere occulta la cosa. In mezzo ad una numerosa famiglia essa passa inosservata, e noi vogliamo pubblicarla? Il prete lo dirà (in segreto, senza dubbio) ad un altro prete; il medico alla moglie, e questi lo porteranno di bocca in bocca, per le piazze, nei caffè... Non si fidi di nessuno, Monsignore mio. E poi, che bisogno v'è? Le cose di Gemma si svolgono con tanta calma, perché non lasciarle passare inosservate? Ma dica, vi sono dei dubbi? Pos­sibile che dubiti ancora? E allora, vada e veda con gli occhi propri. La miglior regola per giudicare le cose di Gemma è lo stato del suo interno. I fatti esterni io non li conto per nien­te. Quel che ci deve colpire tutti è la semplicità, l'umiltà profonda, il distacco, l'unione con Dio, l'abbandono, l'ugua­glianza di spirito, il desiderio di patire, l'inconsapevolezza e la disinvoltura della giovane in mezzo a tante cose straordi­narie».

E scrivendo alla signora Cecilia il 1° luglio del 1901, così le dice: «Per ciò che riguarda codesta anima, stia tranquilla: or­mai, è provato che l'opera è tutta di Dio, e Dio la manderà a compimento ad onta di tutta l'ignoranza, di tutte le passioni degli uomini e di tutta la rabbia dei demoni. Da parte nostra, non dobbiamo porvi che la pazienza a sopportare le contra­rietà, la prudenza ad evitarle quanto più è possibile. Lei in­tanto, sorella, si rallegri di essere stata scelta da Dio al bel mi­nistero di custodire e governare un anima a lui sì cara. Ne sarà largamente ricompensata».

Contro la direzione del padre Germano si scatenò l'infer­no, velenosamente si scagliarono gli uomini.

La guida da Dio destinata a Gemma era il padre Germa­no, e, a dispetto dell'inferno e degli uomini, tale rimase.

 

CAPITOLO XXVII

 

INSIDIE

 

Le relazioni tra monsignor Volpi e padre Germano erano cordialissime: il demonio, o qualche malevolo, tentò di gua­starle, facendo giungere al primo lettere del secondo, non fir­mate, e spiranti diffidenza; ma l'inganno fu però chiarito.

Così pure il demonio tentò di screditare Gemma in tutti i modi e privarla dell'aiuto del padre Pietro-Paolo e di quello di padre Germano.

Ecco come andò la cosa.

Un giorno, arriva a casa Giannini una cartolina firmata G.V.V., cioè Giovanni Volpi Vescovo, e così concepita:

«Rev.do padre Provinciale

Conoscendo l'impossibilità di poter di nuovo riparlare con lei prima di partire, la prego di non occuparsi per nulla del­l'affare sciocco di Gemma, avendo ben conosciuto per parte di Gesù che le cose avvenute sono tutta opera di arte diabo­lica. La prego di non occuparsi più di lei, né ora, né mai, e di questo avviserà il padre Germano.

«Continuando a fare come fanno, corrono pericolo di far perdere l'anima alla povera figlia. Essa non ha bisogno dei lo­ro aiuti, essendo io ben assai illuminato su cotesta anima fino ad ora ingannata. Continuando la strada da me indicata pre­sentemente, potrà presto tornare a Dio. La saluta un suo amico».

Monsignor Volpi dichiarò quella cartolina assolutamente falsa. L’orgoglio in essa contenuto diceva chiaro abbastanza da chi direttamente o indirettamente venisse. Il padre Pro­vinciale non ne fece conto; solo gli dispiacque lo scandalo che poteva derivarne, dato che una cartolina può essere letta da tutti.

Pochi giorni dopo, di tre lettere da lui preparate per la po­sta, ne vide sparita una indirizzata al padre Germano e che trattava di affari della Provincia e di qualche piccola cosa ri­guardante Gemma. Nessuno l'aveva veduta, nessuno l'aveva presa. Il giorno dopo, sulla sua valigia, il padre trova una let­tera chiusa, indirizzata: «Rev.mo padre Provinciale», firmata Germano e, più ancora della cartolina, spirante orgoglio e ve­leno.

La lettera diceva così:

«Ieri al tocco circa, ricevei la lettera che voleva spedirmi per posta e invece me la portò l'Angelo custode.

«Senza por tempo, rispondo subito.

«Padre mio, o se le cose si potessero fare due volte!... Pre­gando il nostro venerabile, ho potuto capire che... l'ingan­nata è Gemma. O padre, non facciamo più sbagli, non oc­cupiamoci più di nessuno, se no corriamo pericolo di andare all'inferno. Disdica tutto ciò che ha detto di Gemma. Ades­so, non potremmo più toglierle la maschera dell'ipocrisia che da più anni la ricopre. Ciò che le è accaduto fu tutto inganno e ipocrisia; tutto, tutto, nulla eccettuato. Essa (lo) conosce ben chiaro, è nelle mani del diavolo, così bene che non ci riusci­rebbe levarla, e però bisogna lasciarla.

«Se per l'addietro l'ho tenuta in stima, ora l'aborro; faccia lei altrettanto; o non scriverò né parlerò più di quella ipocri­ta. Tutta la trama di ieri fu opera sua, la lettera l'aveva na­scosta: ma l'angelo mio fu lesto.

«Ciò che mi sta a cuore è la signora Cecilia: l'avvisi subito che la cacci di casa sua, se non vuol mandare in rovina dodi­ci figli angeli. Il ven. Gabriele mi ha dettato la lettera.

«La lettera che ha nascosto nel canterale l'angelo è im­possibile che la prenda perché era inganno. Essa (Gemma) prendeva i denari in casa, poi la mandava a impostare. Non credo più a nulla. Le faccia una predica per farla tornare in sé, poi la saluti per sempre.

«Avvisi tutta la famiglia delle parole che mi sono state sug­gerite a loro riguardo dal venerabile e la caccino da loro. Vor­rei dire di più, ma spero mi avrà capito. La mandi dal vesco­vo e le tolga la comunione. Germano».

«O era qualcuno che si prendeva gioco di me, ovvero era Chiappino (cioè il demonio)», scrisse il provinciale. Ma, fos­se un trucco del demonio o di qualcuno al suo servizio, egli c'entrava sempre, perché non può concepirsi tanto odio e tan­ta menzogna, se non pensando che la penna fosse usata da lui o retta da lui in mano d'altri.

Ma non si fermò qui.

Una notte, tutte le lettere del padre Germano e di Gemma, gelosamente custodite dalla signora Cecilia, furono prese (da chi?) e sparse per la casa dove si trovarono la mattina seguente.

Gli animi, già scossi dalla cartolina e dalla lettera, si turba­rono. Si pensò che veramente Gemma fosse una ingannatri­ce e fosse stata lei a fare questa stranezza. La poverina sentì vivamente il dispetto di satana, trattandosi di cosa tanto ge­losa, e le fu tanto doloroso il sospetto su di lei e il contegno di quelli di casa.

Ciò si deduce da queste parole da lei scritte al padre Ger­mano: «Gesù sta ancora esposto sull'altare, ci corra e gli do­mandi chi fu che prese tutte le mie lettere (le sue) e le spar­se tutte per la casa... Si sospetta di me, a me sembra di non essere stata. Tutti sono seri con me... Mi ha inteso, padre? Tutte le lettere furono trovate sparse... Gesù le spiegherà ogni cosa. L'ho detto al confessore, e mi ha detto che è il diavo­letto. Il diavolo, padre, chi sa che farà ancora?

«Ieri partì quel padre (il padre provinciale) e che vuoto ha lasciato! Quanto bene mi ha fatto! Quante belle cose mi ha detto! Quanta rassegnazione mi ha fatto avere di più! Ma era da meravigliarsi che il diavolo non ci volesse mettere la coda? In questi giorni, ne ha fatte di tutte le specie, e quante e più ne poteva fare ne ha fatte. Già sono certa che saprà l'accaduto della cartolina e tutto il resto.

«Sì si, il mostro raddoppierà i suoi sforzi, per privarmi dell'aiuto del padre mio e del padre provinciale, perché vede che questo aiuto è per me un gran bene; ma se anche questo ac­cadesse, Gesù, tanto, non verrà mai meno nel mio cuore. Di tutti posso dubitare; ma del mio Gesù, no. Si, padre, la com­prendo bene la rabbia del maledetto.

«Ma non ho più voglia di parlare con lui, è meglio che par­li di Gesù. Quale allegrezza si trova nell'abbandonarsi nelle braccia di lui! Si sta tanto bene con Gesù solo. L'anima fe­dele diventa di Gesù figlia carissima, gli apre le braccia, se la stringe... Oh, Gesù, ne ho tanto bisogno della vostra affe­zione».

Il demonio non riuscì mai nei suoi perfidi intenti, neppure quando giunse a ispirare a Gemma un passeggero disgusto e un senso di diffidenza verso il padre Germano, sentimen­to del quale trionfò.

Proprio il Signore aveva posta nelle mani di lui l'opera di santificazione di Gemma. Glielo fece dire da lei stessa nel maggio del 1901 con queste parole: «Nelle sue mani (cioè nel­le mani di padre Germano) ho posto già da un po' di tempo un'opera grande, affinché esso si dia ogni premura di portarla al suo termine. Questa grande opera, questo grande lavoro esso già lo conosce e deve lavorarvi. A lui affido ogni cosa. Digli ancora che dopo la comunione mi chieda spiegazione, che a lui gliela darò, ma a te no».

Quale doveva essere quest'opera, se non la santificazione di quell'anima privilegiata?

«Gesù mi ha promesso di manifestare a lei la sua volontà a mio riguardo, purché io glielo chieda con umiltà... In questo modo, io me ne sto in pace, aspettando che la volontà di Dio si eseguisca su di me» dice la santa.

I fatti provarono che padre Germano era veramente l'elet­to a conoscere in lei l'opera della divina misericordia.

Sua Santità Pio X lo ammise un giorno ad un'udienza pri­vata dopo che la biografia di Gemma era già stata lanciata, e, caduto il discorso sulla serva di Dio, sorridendo gli disse: «Ma è proprio vero tutto ciò che avete scritto sulla vita di lei?». Ed egli tutto umile: «Santo padre, quel che ho scritto è ben po­co rispetto alla verità».

Questo fatto lo narrò, sorridendo, lo stesso Pontefice.

Il padre Germano fu poi il primo biografo di Gemma, e nel Processo ordinario di Lucca così depose: «Come già at­testai in altre mie precedenti deposizioni, io scrissi questa vita con scienza e coscienza, secondo quello che io vidi, e, per così dire, toccai con mano negli ultimi tre anni che ebbi sot­to la mia direzione l'anima della serva di Dio, dietro studi profondi che ebbi agio di fare dello spirito di lei. Molte no­tizie storiche non potrei certamente averle di propria scien­za. Dichiaro però che nel raccoglierle usai sempre ogni scru­polosità, quantum humana fragilitas, etc. Perciò tutto quello che in questo libro è scritto posso attestano con giuramento e così l’attesto».

Tra le perfide insinuazioni contenute nella lettera scritta da ignota mano al padre Pietro-Paolo, ve ne sono alcune ri­guardanti lettere mandate per mezzo dell'Angelo custode e contenenti invece un inganno.

Padre Germano, in Lettere ed estasi di Gemma Galgani, fa inoltre questa dichiarazione: «Si era voluto da taluno fare con soverchia leggerezza una prova, sequestrando una lette­ra scritta da Gemma al suo direttore e aspettando che un an­gelo del cielo la venisse a rilevare per portarla all'indirizzo. Come era da aspettarsi, la prova non riuscì, e alla poverina ne toccò la peggio per parte sì dello sperimentatore e sì di altri». Tutto questo merita una parola di spiegazione. Prima però ne va detta una sulla straordinaria devozione e familiarità di Gem­ma per l'Angelo custode.

A somiglianza di santa Francesca Romana, si vedeva con­tinuamente al fianco questo buon angelo, e trattava con lui come amico e fratello.

Andata una volta dalle Mantellate, una di quelle suore le disse: «Gemma, sei sola?». «No, ho con me la mia sorellina... e poi un'altra persona». «E chi?». «L’Angelo custode». «Ma io non lo vedo». «L’ho qui accanto e lo vedo io», rispose Gem­ma. Così avrebbe potuto dire ad ogni ora del giorno e della notte: «il mio angelo è sempre con me: lo vedo, lo ascolto, lo amo, lo seguo, l'obbedisco, lo venero».

Egli mai l'abbandonava, infatti: sia che pregasse, che la­vorasse, che si spendesse per gli altri.

Se commetteva qualche difetto, l'angelo, il cui occhio sem­pre fisso nella santità di Dio rimane offuscato da ogni ato­mo di polvere, severamente la rimproverava, e tanto severa­mente, che Gemma temeva che gli altri pure potessero, ve­dendolo, provare come un senso di terrore.

Per Gemma, come del resto dovrebbe essere per tutti, l'Angelo custode non è solo al nostro fianco, sia pure invisibile, per difenderci dai pericoli, ma anche per aiutarci in tutte le nostre necessità, guidarci a Dio, ispirarci il bene, coadiuvar­ci in esso, aiutare in noi l'aumento della grazia, condurci in Paradiso. Egli è per noi il legame tra la terra e il cielo, tra il naturale e il soprannaturale.

Gemma, che nella casa del Padre celeste si sentiva quasi una bambina e come tale tutto si credeva possibile, tutto per­messo, tutto sperabile, aveva la massima confidenza verso l'Angelo custode. Fin dalla culla, Dio l'aveva posto al suo fian­co; egli mai la lasciava né di giorno né di notte; era quindi il suo amico, il suo confidente, il suo messaggero, per il cielo e per la terra.

A lui ella confidava le sue commissioni, le sue ambasciate, i suoi voti, le sue suppliche a Gesù, alla Vergine santissima, ai santi, agli angeli e a tutto il Paradiso; a lui affidava i messag­gi che lanciava sulla terra ai poveri peccatori, di cui Dio le aveva manifestato le necessità e affidato la conversione, come pure alle anime sorelle sparse nel mondo. A lui, con grande semplicità, affidava inoltre, talvolta, le lettere per il suo di­rettore spirituale, specialmente quando non aveva modo d'im­postarle, o per giusti motivi voleva farlo senza che si sapes­se. Tutta questione di fiducia, d'umiltà e di amore.

Povera, in una casa ospitale, priva di ogni libertà, deside­rosa di non essere di aggravio a nessuno, nell'impossibilità di procurarsi da sé il francobollo, bisognosa di luce e di aiuto in cose per lei importantissime, e ciò frequentemente, pregò un giorno, con la sua incantevole semplicità, l'Angelo custode di padre Germano d'incaricarsi della lettera da lei scritta a quel padre. Lo invocò, lo pregò, e depose la lettera nelle sue ma­ni, senza dubbi e senza incertezza. E perché averne? Non so­no gli angeli messaggeri di bontà, di pace e di gioia? E la lettera giunse.

La signora Cecilia temette trattarsi di opera diabolica; co­sì anche monsignor Tei, che suggerì a Gemma di astenersene fino a che non avesse conosciuto chiaro essere ciò volontà e opera di Dio.

«Ma se è il demonio, lei deve averlo conosciuto» scrive Gemma al padre Germano. «Me lo dica se è lui, ché allora non le mando più».

A sua volta, la signora Cecilia gli scriveva: «A me sembra di sognare: così pure a Monsignore. Ma Dio tutto può!».

Questo ricorso di Gemma non era continuo; però delle let­tere fiduciosamente affidate all'angelo, e dette da padre Ger­mano lettere angeliche, neppure una andò smarrita.

Prima di dirle lettere angeliche, il padre pensò molto, mol­to titubò e pregò. Sulle prime, anch'egli credette di vedere in questo fatto insolito l'intervento di satana. Raccomandò quin­di a Gemma di consegnare chiuse alla signora Cecilia le let­tere che desiderava gli giungessero per mano d'angelo, di­cendo poi a questa di tenerle ben serrate e nascoste ad insa­puta di Gemma, perché se il Signore avesse voluto compiere il prodigio, lo avrebbe compiuto. E quindi incominciò la se­rie delle prove irrefragabili delle quali non ne citeremo che due.

Il 12 giugno 1901, Gemma, obbedientissima, consegna la lettera alla signora Cecilia. Questa, segretamente, la dà a don Lorenzo Agrimonti, che la chiude a chiave in una cassetta di camera sua, e si mette la chiave in tasca.

Il giorno seguente, nel pomeriggio, Gemma è nell'orto con l'ultimo piccolo in braccio, quando chiama la signora Cecilia e le dice che ha visto l'angelo con la lettera in mano. Vanno a guardare... la lettera veramente era scomparsa. Si seppe poi che era giunta con ogni esattezza alla sua destinazione.

Padre Germano, sempre perplesso, chiese con fede e umiltà al Signore, per una sola volta, un segno che valesse a trarlo dalle sue perplessità. E il segno era questo: che il suo ange­lo, per una volta, gli recasse per via straordinaria la lettera di Gemma, non come sempre per via ordinaria.

Ebbene, il 22 giugno del 1901, Gemma unì in una stessa busta, per affidarle all'Angelo custode, due lettere: una per padre Germano, l'altra per madre Giuseppa, passionista di Tarquinia; ma secondo l'ordine avuto, le consegnò alla signora Cecilia. Questa, ad insaputa di Gemma, coadiuvata da don Lorenzo, le nascose ben bene nella camera di lui, il luogo più impenetrabile della casa, ponendole inoltre fra due immagi­ni, una di san Gabriele, l'altra di san Paolo della Croce.

Il giorno dopo, verso le due, mentre la signora Cecilia sta­va parlando col nipote maggiore nel salotto da pranzo e Gem­ma era seduta sul divano della stanza accanto, si sentì da que­sta chiamare in fretta, per dirle che la lettera era partita, l'a­veva vista in mano all'angelo. Secondo il solito, la signora Cecilia si mostrò noncurante e indifferente; ma chiamato don Lorenzo e andata con lui a cercare la lettera, non trovò che le sole immagini: la lettera era scomparsa. Tutti e due piansero di commozione.

La lettera giunse, e questa volta padre Germano, come ave­va lungamente chiesto, l'ebbe per mano dell'angelo. Egli lo scrisse alla madre Giuseppa: «Ambedue (le lettere) la sua e la mia, mi furono portate dall'Angelo custode».

Come? Padre Germano, gelosissimo di ciò che lo riguar­dava, non lo disse mai. Si parlò d'una lettera da lui sentita ca­dere sul suo scrittoio quella notte verso la mezzanotte, men­tre dal suo giaciglio si univa in spirito ai confratelli che erano

in coro a recitare Mattutino. Ma il superiore disse invece che, appunto durante il Mattutino, uno sconosciuto aveva suo­nato alla portineria del Ritiro di Tarquinia, dove allora si tro­vava padre Germano, e aveva chiesto d'urgenza d'essere in­trodotto nella cella di lui, avendo da consegnargli un plico.

Il fatto è questo: che da quel giorno, padre Germano più non dubitò, e dette ampia libertà alla sua figlia spirituale di valersi del suo angelo.

Questo il prodigio che si parodiava nella lettera d'ignota, o, meglio, di ben nota sinistra provenienza, giunta al padre provinciale. Contro questo prodigio si scagliò l'inferno e si scagliarono gli uommi.

Ma alcune persone, non riflettendo che certe grazie, certi privilegi, Dio li serba solo a chi vuole e a chi non ha in sé cosa che vi si opponga, scioccamente pretesero, sequestrata una lettera di Gemma al suo direttore, che l'Angelo custode per fare piacere ad essi andasse a prenderla e portarla a de­stinazione. Gemma si valeva del suo angelo quando ne sen­tiva l'impulso soprannaturale, non sempre.

Ma lo sperimentatore, invece di rientrare in sé, si scagliò contro la poverina e le procurò molti dispiaceri anche da al­tre parti. «Padre mio» scriveva Gemma a padre Germano, «se vedesse che cose! ... E tutto perché l'angelo non ha pre­so la lettera...».

 

CAPITOLO XXVIII

 

«VENDICARMI? NO, GESÙ COL TUO AIUTO!»

 

Gemma ebbe ed ha dei fieri nemici. Abbiamo visto contro di lei l'odio di satana, e torneremo sull'argomento: vediamo ora quello degli uomini.

Ben poco però ne potremo dire, perché, su questa pagina che tanto risalto darebbe all'eroica virtù di Gemma, alla sua longanimità, alla sua generosità, è stato gettato il fitto velo del­la carità fraterna. Gemma e padre Germano, per amor del precetto di Cristo, preferirono recare nella tomba il loro se­greto, fonte di gloria per l'una e per l'altro.

All'imitazione del crocifisso, non doveva mancare lo stra­zio del cuore, il dubbio, la negazione e l'abbandono degli ami­ci; Gemma ne fu satura.

Il primo a cambiare d'opinione a suo riguardo fu padre Gaetano, lo stesso al quale, per primo, ella aveva confidato tutti i celesti favori. Gemma disse che solo il giorno del giu­dizio si sarebbe compreso il perché di quel voltafaccia, per lei tanto doloroso.

Rimasto profondamente scosso dall'infruttuosa visita me­dica, e dalle sconfortanti impressioni di monsignor Volpi, tor­nato a Lucca il padre si pose quasi con ostinazione a molti­plicare le prove sulla povera Gemma. Vedendo le stimmate e il sudore sanguigno, tre, quattro e più volte di seguito, face­va rinnovare l'esperimento fatto dal medico, cioè lavare le fe­rite, ma inutilmente, poiché dopo un istante il sangue torna­va a spillare.

Non ebbe allora più dubbi e scrivendone a Monsignore gli parlò di ferite profonde, ecc. ecc. «Gesù aveva fatto con lui come con san Tommaso» dice il padre Germano. «Metti qua le tue dita, e osserva le mie mani, e accosta la tua mano, e non essere incredulo, ma fedele».

Del resto, egli non era il solo a volersi ben convincere del come stavano le cose. Anche i Giannini vi avevano tutto l'in­teresse, e la signora Cecilia, donna accorta, avendo sentito ingiustamente dire e ripetere che le ferite di Gemma se le face­va da sé, si metteva lì fissa daI principio dell'estasi alla fine, osservando attentissimamente. Ma che! A un certo punto, il sangue incominciava a spillare dalla pelle di Gemma, né ces­sava col lavaggio delle ferite e le ferite si rimarginavano da sé. Nel suo buon senso, trovandosi tra mano il fazzoletto in­zuppato di sangue, «zia Cecilia» diceva: «Se questo è isteri­smo, io non lo so, ma mi parrebbe che dovessero sbagliare». E diceva bene.

Inoltre, se quelle profonde ferite Gemma se le fosse pro­curate da sé, come avrebbero potuto rimarginarsi istantanea­mente, non lasciando traccia alcuna?

Dunque padre Gaetano tornò a credere, ma per breve tem­po. Del resto, era proprio lui la persona adatta ad occuparsi di un'anima da Dio condotta per vie straordinarie? Si ri­chiede a ciò tanta prudenza, tanta segretezza, e le aveva il pa­dre Gaetano? Una volta per esempio che Gemma, sulle pri­me, si recò a casa Giannini per parlargli accompagnata da un'amica e da una sorella: «Gemma, come vanno le stimma­te?», egli le disse per primo saluto, rendendo così palese una cosa che andava circondata di rispettosa circospezione.

Un'altra volta, in seguito (e forse non fu l'unica), quando già si burlava di lei, l'empi di confusione richiamandola da un'estasi con un precetto mentale, quando la camera era pie­na di gente. La poverina soffriva tanto, come tutte le vere ani­me sante, nel vedersi sorpresa nell'estasi, e tutta confusa dis­se una parola profetica che suona su per giù così: «Ora sono loro che si vogliono divertire alle mie spalle, tocca a me re­stare a bocca aperta; ma verrà un giorno in cui vi resteranno tutti loro».

I tentennamenti di padre Gaetano si cambiarono presto in vera incredulità, in aperta opposizione, in ostinato sarcasmo. In Gemma, non ravvisava i caratteri dell'isterismo, ma, pur di non riconoscere la santità di lei e il soprannaturale dei favo­ri di cui Dio la colmava, si ostinò nell'attribuirli al demonio. Quel povero padre pareva non ricordare che il demonio per un poco tiene la maschera dell'ipocrisia, ma prima o poi la la­scia cadere, e non si dà un esempio nella storia in cui il suo inganno non sia stato scoperto almeno da chi di ragione, e i semplici e i retti di cuore non abbiano avuto luce dal Dio di verità, che non vuole i suoi amici sopraffatti dal padre della menzogna.

Varie cose contribuirono a indisporre così l'animo di pa­dre Gaetano, come certe verità che Gemma dovette dirgli a nome di Dio e che riguardavano l'anima sua. La verità, per­ché sia ben accolta, bisogna che cada in un anima umile, in un cuore docile, senza di che inasprirà, sembrerà falsità e ol­traggio. Il padre Gaetano s'inasprì e crebbe nella sua ostilità. A ciò si aggiunse quella terribile di un altro individuo, invia­to da monsignor Volpi a constatare il fenomeno della flagel­lazione in Gemma.

La signora Cecilia Giannini aveva ripetutamente pregato Monsignore di recarsi in persona a rendersi conto del feno­meno, e l'aspettava. Egli, per prudenza, non andò: mandò un altro. Quella persona, «come il medico, non riuscì a consta­tare nulla» dice il buon Monsignore; «e da questo argomentò che non piacessero al Signore queste indagini umane in ordi­ne a quei fatti soprannaturali». Ma quando poi si trattò di deporre con giuramento egli non poté più sostenere di non aver visto nulla, ma sia pure tra una grande confusione d'idee e circonlocuzioni di parole dovette dichiarare di aver vedu­to le lividure sulle gambe di Gemma. Parlava come uomo cui costi dire il vero: ma bastò il poco che disse, per far capire che vide.

La cara Gemma così rese conto di questa prova al suo di­rettore: «O padre, quanto soffrii ieri! E a Gesù quanto gli di­spiacquero quelle cose... Ebbi un'umiliazione grandissima; ma sono contenta. Gesù è nel mio cuore... Quanto è più ama­bile Gesù nelle umiliazioni! Non mi affliggono nulla queste cose per me, ma per Gesù, sì, perché della cosa di ieri sera non è contento... E ora come sono felice con Gesù solo! Quanto mi ama di più così umiliata! Anche la zia è afflitta af­flitta: eppure alla meglio obbedisco, e dei dispetti non ne fac­cio a nessuno, neanche spie, sto sempre zitta!». Questa ina­spettata conclusione rivela una serie di rimproveri e di false accuse che hanno colpito la sua condotta. Lei ha la sua co­scienza come testimone, e umilmente vi fa appello potendo però concludere: «Sono felice con Gesù solo».

«La zia è afflitta afflitta». Non poteva non esserlo dinanzi a una così palese ostilità.

Non sappiamo se un episodio narrato da un santo passio­nista riguardi padre Gaetano o altri; ad ogni modo, sarà una rivelazione chiara e lampante dell'umiltà con cui Gemma ac­cettava le ingiurie.

Egli dice che un giorno, diretto a casa Giannini, s'imbatté in un religioso che a sua volta vi si recava, e s'incamminaro­no insieme. Giunti colà, la prima persona che incontrarono fu Gemma, che sola soletta lavorava in una stanza tutta rac­colta. «Tisicaccia! Fradiciume!», l'apostrofò quel religioso, continuando la litania degli epiteti ingiuriosi che così con­cluse: «E quando morirai e finirai d'insudiciare questa casa?». Nella voce del religioso, vibrava lo sdegno. Gemma, tranquilla, ascoltava in silenzio. Solo due volte, in tono umile disse: «Di­ce bene: ha ragione».

Il buon passionista credeva di sognare, e appena l'altro re­ligioso se ne fu andato corse dalla signora Cecilia per dirle la triste impressione riportata dallo strano contegno di lui. Ma la signora lo animò a non prendersi pena di Gemma, perché, se il Signore la ricolmava di molte grazie, non le risparmia­va, però, grandi umiliazioni, soggiungendo che Gemma era molto contenta di soffrire, per dare a Gesù qualche prova del suo amore.

Il padre tornò nella stanza dove aveva lasciato Gemma, ma non la trovò. Aprì la porta del salotto da pranzo e la vide in­ginocchiata dinanzi al crocifisso, assorta in preghiera: non osò disturbarla. Certo pregava per il suo offensore.

Ma la spina non usciva dal cuore di quel padre, che si sentì vivamente commosso quando poi vide Gemma servire a pran­zo, serena, semplice, modesta.

Gemma si riteneva una figlia di fronte a padre Gaetano al quale aveva dato la massima prova di fiducia che possa darsi quaggiù, quella di lasciarlo penetrare nelle più intime profon­dità dell'anima sua. Mettiamoci quindi nel posto di lei, e fa­cilmente comprenderemo che di quello strano mutamento di contegno dovesse avere immensamente sofferto. Si lamentò mai? Mai! Nulla togliendo dal suo vero fonte, la volontà di Dio, tutto sopportava in una pace profonda, con lo sguardo a Gesù oltraggiato e deriso, e con le sue speranze al cielo.

I suoi sentimenti riguardo ai nemici si rilevano da una del­le sue estasi.

San Paolo della Croce le è apparso e le ha detto del gran­de disgusto provato dal Signore e da lui, per l'imprudenza e mala fede di chi l'aveva contraddetta giorni prima e l'aveva dichiarata in inganno.

Gemma, il giorno seguente, parla con Gesù di questa vi­sione e si sente annunziare nuove croci: «Ora sono solamen­te parole, ma poi si andrà anche ai fatti... Io non ho mai de­siderato di essere ingannata; ma ora sì che lo desidero...

Non per amore dell'inganno, ma per le contrarietà che a lei ne venivano, tanto era vivo nel suo cuore l'amore al patire.

«Lo vedi (o Signore) come siamo superati dagli avversari, che all'opere tue non credono?», dice. Ma che importa? A lei preme una cosa sola: che di lei sia contento Gesù. «Hai nul­la da rimproverarmi?», gli domanda; e alla risposta negati­va: «Allora, Gesù, sono contenta», soggiunge.

Il Signore le manifesta quanto il suo fiero nemico dica ma­le di lei, «ma ella è incapace di accusarlo». «Gli altri non pos­sono conoscere», dice; lei però lo conosceva e dice al Signo­re: «Potevi farmi regalo più grande?». Da quella vista, passa all'eroica preghiera.

«Gesù, ti raccomando il mio più grande nemico, il mio più grande avversario. Guidalo, accompagnalo. Se la tua mano deve gravare sopra di lui, no, sopra di me. Dàgli tanto bene, Gesù.

«Non l'abbandonare, consolalo. Che importa se tu lasci me nei dolori? Ma lui, no. Te lo raccomando ora e per sempre. Gesù, te ne prego, assistilo; assistilo e consolalo. Dàgli tanto bene, Gesù, il doppio di tutto quel male (m'intendi?) che avrebbe voluto farmi.

«Vendicarmi?... No, Gesù, col tuo aiuto... Ogni giorno te lo raccomando; sì, te lo raccomando: pensaci, guidalo, Gesù, guidalo tu, e se credi bene, fallo (non per me, ma per te), fallo tacere. Non li merita (colui) questi dispiaceri, io sì.

«E per farti vedere che ti voglio bene, domattina faccio la comunione per lui. Lui forse penserà a farci del male, e noi invece, no, gli vogliamo tanto, tanto bene...».

Ecco la vendetta dei santi, le loro eroiche preghiere!

Mentre i nemici di Gemma si burlavano di lei, così prega­va per loro.

«Che ci vuole per renderci contenti?» diceva. «Un po' di preghiera. Ecco, o Gesù, il respiro dell'anima... Che scam­bio di affetti faremo in cielo?... Quelle piccole cosette che ora sopporto mi saranno (allora) motivo di grande allegrezza... Chi potrebbe capire, Gesù... Potevi far di più di quello che hai fatto per me?...».

Al padre Gaetano, come ad altri padri, Gemma annunziò l'uscita dall'Ordine. Anzi uno di questi trasse proprio da ta­le annunzio motivo per combattere e negare il soprannatura­le in Gemma. Gli pareva tanto impossibile che quella profe­zia potesse avverarsi. Ma pure venne un giorno che si av­verò ed egli divenne prete secolare.

Ma al padre Gaetano Gemma disse che sarebbe salvo: il Si­gnore gli avrebbe usato misericordia, perché lei avrebbe pre­gato per lui.

Venne un giorno che tutto si avverò alla lettera. il povero padre uscì dall'Ordine prima abbracciato, e dopo l'esperi­mento di altro Istituto chiese umilmente di essere accolto di nuovo dagli antichi confratelli, dando ad essi prova di since­ro amore alla propria vocazione. Quelle vicende dolorose gli fecero ritrovare anche la prima ammirazione e stima per Gemma, che chiamava la sua salvatrice.

Ora non la pensava più un'illusa, non rivedeva più l'ope­ra del demonio nei fatti straordinari di cui era stato testimo­ne, e il cui ricordo gli passava e ripassava dinanzi. La invo­cava santa, piangendo amaramente la sua incredulità, i suoi errori, e di non aver saputo approfittare dell'aiuto che a lui poteva venire dal contatto con quella creatura di cielo.

E in tale riparazione, in un'umiliazione sì grande, in un do­loroso, ma fiducioso pentimento egli morì da predestinato. Certo Gemma era accanto al suo capezzale assistendolo nel­l'agonia.

 

CAPITOLO XXIX

 

«MA DUNQUE, HO PROPRIO INGANNATO TUTTI?»

 

Tutto questo insieme di cose, le opinioni sostenute dal padre Gaetano e da altri influirono forse sull'animo di mon­signor Volpi accrescendone le apprensioni? Una lettera di Gemma lo farebbe quasi supporre se pure non si trattò di una semplice prova. Ma sia in un caso che nell'altro, in questa let­tera risplenderà la vera e profonda umiltà di Gemma Galgani.

Ella scrive al suo direttore spirituale e così si esprime: «La penna non mi vuol più scrivere, la mano mi trema, mi trema forte, io piango...». Queste parole si vedono, infatti, nell'ori­ginale, vergate da mano convulsa.

E perché? «Oggi alle cinque sono andata a confessarmi, e il confessore ha detto di levarmi Gesù...», di privarla, cioè, della comunione.

Gemma non se ne lamenta, non vi scorge un'ingiustizia, ma continua: «Mille volte sia fatta la volontà del mio Gesù... Rin­grazio Gesù che alla fine ho trovato chi mi conosce e mi aiu­terà ad andare in Paradiso... Non vede, padre, che da tutte le parti sono ingannata dai demoni?... No, non ne sono pro­prio degna di ricevere Gesù. In questo momento riconosco sì forte la mia miseria...

«Ma che mai è accaduto dopo aver scritto quella lettera?. Tutti, dopo questa cosa, mi hanno conosciuta, e ora sono pro­prio trattata come merito. Per me, non c'è più che Gesù e Ge­sù solo. Il confessore, appena mi confessa e mi scaccia, tenta di levarmi la comunione e mi dice che si meraviglia come ab­bia così facilmente creduto, e creduto al demonio. Ringra­ziamo insieme Gesù…

Vi fu un tempo, infatti, nel quale Gemma entrava in con­fessionale per riuscirne subito; ma osservandola con quella dolcissima e tranquilla espressione di volto, chi avrebbe mai supposto che il suo cuore dovesse così sanguinare?

«Ieri» continua, «quando il confessore seppe che è il de­monio che lavora in me, mi proibì di pensare a Gesù, e che fatta la comunione, sia come gli altri senza dare tanta noia (cioè non rimanere estatica). Anche questa cosa già la pre­vedevo. Come farò?... Ma dunque, ho proprio ingannato tut­ti?... Che avverrà dell'anima mia? Penso all'anima, alla co­munione che ho fatto sempre in peccato. Muoio di dolore, di dolore per il gran male che ho fatto a Gesù». Quanta ango­scia in queste parole!

«Nessuno mi rivolge più una parola, ma Gesù, sì, Gesù è tutto con me, nel mio cuore; con Gesù non temo.

«Mi perdoni, io non credevo di ingannarla, come pure il confessore e tutti gli altri. Mi aiuti. Voglio essere buona, vo­glio obbedire, non voglio fare più peccati».

Potrebbe essere più palese l'umiltà vera e profonda di Gem­ma? Non si crede provata: si crede colpevole e gravemente colpevole. Ora, che martirio crudele per quella delicatissima coscienza! Ingannatrice, lei, che neppure sapeva che cosa fos­se inganno?

Già poche notti prima, aveva passato ore d'angoscia, tor­mentata da questo incubo penoso: «E se fossi ingannata?... E se tutte queste cose che mi accadono dovessero condurmi alla rovina? E se il direttore fosse ingannato?». Timori an­gosciosi che sono una delle caratteristiche dei veri santi. Nel­la loro umiltà, essi tremano sempre.

Gesù, quella notte, la confortò così: «Non temere. Chi ope­ra in te sono io. Mai ti lascerò; vivi contenta».

Ma nuovi dubbi: ma quelle parole venivano proprio da Gesù? Gemma lo domandò al suo direttore, pur soggiungendo: «Mi pare su quelle di fidarmi, perché infinita è la contentezza che ho provato a quelle parole». Ora però non si tratta più di un solo timore. Chi tiene pres­so di lei il luogo di Dio, le dice (forse per provarla, ma lei lo ignora) che è realmente ingannata: che chi opera in lei è il de­monio. Non è metterla addirittura in croce? «O Gesù, avrò perduta la vostra grazia?», si domanda. Penetrando in quel cuore, non potremo trovarvi che una grande angoscia: «Muoio di dolore per il gran male che ho fatto a Gesù».

Ma, non ancora sazia di soffrire, esclama: «Gesù, Gesù, fammi prendere parte a tutti i tuoi dolori. Soffrire amando, soffrire per Gesù che si ama, e morire soffrendo per Gesù».

La conclusione è meravigliosa per la fiducia e l'amore: «però, anche in mezzo a tanta indegnità, ti amo; ti amo appassiona­tamente. Morrò, Gesù, morrò, ma per te, d'amore o di do­lore! ... Quanto più mi sento piccina, tanto più sento di voler bene a Gesù; il suo amore mi inebria; sempre più mi finisce. Rimarrò sola con Gesù».

 

CAPITOLO XXX

 

TUTTO PER GESÙ

 

Queste ultime parole non sembrano l'eco di quelle di san Paolo: «Chi mi separerà dalla carità di Cristo?». «No, non te­mere, Gesù» diceva Gemma, «nulla al mondo mi potrà da te separare! Né le tribolazioni, né le pene, né le angustie».

Lo abbiamo visto, infatti: né la miseria, né la fame, né l'in­fermità, né le prove più terribili di anima e di corpo mai po­terono separarla dall'amore: ma sempre più la radicarono nel­l'amore. Ed ella dette a Gesù tutte le fedeltà, le delicatezze, le generosità dell'amore: di un amore operoso, disinteressa­to, confidente.

Ben conscia del suo fine: «Io sono di Gesù» dirà Gemma; «nacqui per lui, né voglio morire senza amare Gesù e anche amarlo assai assai». Anzi: «Voglio che nessuno mai mi avan­zi nell'amore di Gesù».

Pochi anni prima, una carmelitana, santa Teresa di Gesù Bambino, diceva: «Gesù! Io voglio amarlo tanto, amarlo co­me mai non è stato amato quaggiù». Benché espresso con altre parole, il desiderio, il sogno, l'ambizione di queste due giovani sante è identico.

Ma quali i motivi che spingono Gemma all'amore? «Ti amo, o Gesù, perché sei il mio Gesù; ti amo perché sei l'unico de­gno di essere amato da me; ti amo perché sei buono; ti amo perché mi hai promesso, mi hai giurato di non abbandonar­mi. Ti amo perché sei il mio creatore, il mio conservatore, il mio benefattore, tu il Paradiso mio qui in terra.

«E perché sei lo sposo dell'anima mia, cerco sempre te; cer­co il tuo affetto, la tua amicizia, la tua gloria. Tu sei un re for­te e generoso che muovi battaglia, ma poi vuoi sempre la vittoria. Fammi grazia che possa arrendermi a tutte le voci, che possa amarti con tenerezza d'affetto».

Ella però non lo potrà amare senza il suo aiuto e, inces­santemente, lo implora: «Dio grande, Dio di ogni sacrificio, Gesù, aiutami... Redenzione mia, Dio generato da Dio, vie­ni in mio aiuto. I tuoi occhi, o Gesù, stanno continuamente vegliando sopra di me. Ho sete di te, Gesù... Tu sei l'unico amore di tutte le creature. Tu, Gesù, la fiamma del mio cuore.

«Vorrei avere un trasporto solo: il più ardente che ebbero i santi per poterti amare in qualche maniera. Ma come fare? A chi chiederlo? A te stesso, mio Dio».

In un'estasi, Gesù domanda a Gemma come vorrebbe amar­lo, e lei risponde: «Mi domandi come ti vorrei amare? Con quella purezza con cui ti amarono le vergini, con quella for­tezza con cui ti amarono i martiri, con quella carità con cui ti amava la mamma tua».

Se la piccola Teresa si rivolse ai santi del cielo chiedendo la loro adorazione e il loro duplice amore, Gemma si rivolge ai santi del cielo e chiede che le diano il loro cuore per amare Gesù come si merita, giacché «ciò che può mettere nello sconforto un'anima amante, è di non poter mai amare Dio quanto basti».

«Ma che cosa non farei per Gesù?» dice Gemma. «Ho una vita sola ma se cento ne avessi, tutte le darei per lui! Sento che farei ogni cosa per lui. Il più grosso tormento mi sem­bra che lo sopporterei per lui; ogni goccia del mio sangue vo­lentieri la darei... Avrei il desiderio del martirio... avrei tan­ta forza, e tutto per contentarlo, per impedire che tanti po­veri cattivi l'offendessero. Mio Dio, ma che dico?... Oh vorrei che, in questo momento, la mia debole voce arrivasse fino ai confini della terra, vorrei che tutti i peccatori m'intendesse­ro».

Era forse temeraria e presuntuosa nel suo amore? No: Gem­ma non vuole mai disgiunto l'amore dal timore. Rifiuta le assicurazioni, vuole avere sempre la convinzione della sua fra­gilità e miseria, e ripete:«Io voglio vivere, o Gesù, nel tuo san­to timore».

CAPITOLO XXXI

 

CONFIDENZA

 

Dall'amore nasce spontanea la confidenza, e quella di Gem­ma era tale da rapire veramente il cuore di Dio.

Ecco l'idea che aveva di sé: «Considero l'anima mia come una grande montagna, e Gesù appoggiato ad essa per non farla cadere. Sì, è proprio così: se Gesù non la sorreggesse, ca­drebbe. Se amo un po' Gesù, non lo devo né a me stessa, né alle mie forze, ma in tutto alla sua misericordia».

«Io a Gesù mi presento con tutte le mie miserie... È que­sto il dono che gli faccio. Ma egli avrà compassione del mio stato miserabile; mi darà la forza, mi darà la grazia. In me non trova che miseria, debolezza, peccato, nondimeno mi ama, mi ama tanto.

«Sì, il mio Gesù, è proprio il Gesù della bontà... Per il lume che si è degnato darmi, sono venuta ad acquistare la co­gnizione della mia bassezza. Non lo nego, sono peccatrice; ma per questo non mi voglio disperare, perché se mi disperassi, negherei che tu sei misericordioso.

«Non gli farei un torto se mi abbattessi? Mi mostra così po­tente la sua protezione. Mi sento miserabile, ma con lui pos­so ogni cosa... La sua misericordia è il gran capitale di tutte le mie speranze... Vorrei fare un fascio di tutte le mie catti­ve inclinazioni, e porgerlo a Gesù in sacrificio, affinché col fuoco del suo amore tutte le consumasse. E’ vero, o Gesù, che non merita amore chi ti ha offeso: ma me lo devi dare, per­ché sento che anche tu stesso lo vuoi.

«Sì, Gesù, ho tanta confidenza in te, che se anche vedessi aperte le porte dell'inferno e mi trovassi sull'orlo dell'abis­so, non mi dispererei. E quando anche vedessi l'inferno e il Paradiso contro di me, non diffiderei della misericordia, per­ché confiderei in te». Come spingere più oltre la confidenza? Non pare di udire santa Teresina?

«Quale allegrezza si trova nell'abbandonarsi nelle braccia di Gesù! ... Si sta tanto bene con Gesù solo... Mi sono data tutta nelle mani di Dio, mi sono resa totalmente alla sua vo­lontà. Cerco Gesù, ma perché mi aiuti a fare il suo volere. Fi­no a che avevo tanti desideri, l'anima mia era inquieta; ora che ne ho uno solo, sono felice: Gesù in terra, Gesù nella vi­ta, Gesù in cielo, ecco tutto ciò che mi sostiene... Nell'in­terno, non vado più pensando, (più) cercando... Ho racco­mandato a Gesù tutte le cose, e io vivo in silenzio e nella pa­ce del cuore. Se Gesù è tutto mio, chi potrà mai essere mio vincitore?».

Il suo amore è disinteressato. «Io non voglio che Gesù, altro che Gesù». A Gesù non chiede altro che Gesù, non i suoi favori, le sue carezze, i suoi doni, ma lui, la sua volontà; ed egli si dà a lei talmente che, semplicissima nella sublimità del suo amore, dice: «Mi pare che Gesù mi voglia tanto be­ne». E un'altra volta più convinta ancora: «Sì, che mi vuole tanto bene». E ingenuamente ce ne dà la ragione: «Perché ogni mio respiro è suo; ogni mio desiderio è suo; ogni mio af­fetto è suo... sempre: quando spunta il giorno, quando si fa notte, a tutte le ore, in tutti i momenti...».

Che meraviglia che il cuore di Gesù, il quale non si lascia vincere in generosità, dica a lei come ad altre sante: «Tu mi basti!». Gemma, però, sempre compresa della sua miseria:

«Come farò a bastare a te?» domanda. «Gesù solo può ba­stare a se stesso; quindi, vieni tu, o Gesù, a regnare nel mio cuore».

E che meraviglia, ancora, vedere Gesù amorosamente per­seguitarla, non lasciarla mai dovunque lei vada, mai scostar­si da lei, avendo conosciuto che senza di lui ella non può vivere. La cara figliola, sorpresa un giorno di tanta insistenza di amore, gli domanda nella sua ingenuità: «Ma come, mio Dio, hai dimenticato tutte le altre cose? Non hai da guadagnare che me? E subito una luce mi si fa nella mente, che Gesù nel­la luce immutabile della sua divina visione non cresce nel guar­dare solamente ad una, a me sola, e neppur diminuisce nel guardare a molte creature».

«Lascia, lascia (o mio Dio) che io ti chiami padre. Nessu­no perdona come te le mie debolezze, le mie inconsideratez­ze... Tu sei un abisso d'amore, io un abisso d'iniquità».

Ma appunto perché un abisso chiama l'altro, Dio colma l'a­bisso dell'umiltà di Gemma con quello del suo amore, di mo­do tale che lei è costretta ad esclamare: «il mio cuore è pic­colo e (Dio) è infinito... e questo piccolo cuore sente il bi­sogno di allargarsi, di dilatarsi.

«Come faccio, Gesù» esclama Gemma tra quelle strette d'a­more, «come faccio a nascondere il mio petto al fuoco?... Vie­ni, Gesù. Tu sei fiamma e in fiamma vorresti che il mio cuo­re si cangiasse!...».

Conseguenza necessaria di tali ardori di carità non poteva essere che la nostalgia del cielo, la pena che si prolunghi l'e­silio, il desiderio di andarvi per farvi solo la volontà di Dio, e per amarlo senza misura. «O Paradiso! O Paradiso!» escla­ma. «Lasciami pensare a te... In te non vi sarà più notte, né tenebre né mutazioni di cose e di tempo.

«O Paradiso!... E tanto che ti desidero... Un desiderio che mai non tormenta; una sazietà che mai viene a noia! Non sei tu, o Gesù, che mi hai messo questo desiderio? Ma sarò fat­ta degna di vedere (o Paradiso) le tue fondamenta? Di vede­re le tue sante mura? Di vedere i tuoi abitatori, il tuo re? Mi raccomando a voi, angeli santi; a te, angelo mio; aprimi la por­ta, lasciami entrare...».

 

CAPITOLO XXXII

 

IL PARADISO IN TERRA!

 

Ma per le anime veramente amanti, vi è un Paradiso anti­cipato e questo è l'eucaristia, «dove resta vivo il cuore di Cri­sto, cibo e nutrimento capaci di condurle ad una vera im­medesimazione in lui».

Gemma ne è avida: «Nell'eucaristia» sono sue parole «c'è una forza che purifica, una virtù che distrugge tutti i pecca­ti, e vi corro, vi volo».

«Senza il cibo materiale, sarebbe vissuta» dice una perso­na che intimamente la conosceva, «ma senza l'eucaristia, no. Aveva per essa un amore appassionato». Si vede infatti rin­novarsi nella cara Gemma il prodigio d'amore ammirato in santa Caterina da Siena e in altre sante. Dalla Pentecoste alla fine di giugno del 1902, visse della sola eucaristia e senza un'ombra di deperimento. Costretta a mangiare per obbe­dienza, vi si piegava, rigettando però con tale impeto tutto quel che prendeva da uscirle sangue dalla gola. Dopo que­sta replicata prova fu lasciata libera di sostenersi col solo pa­ne eucaristico. Alla fine di giugno, Gesù le fece però com­prendere che cessava il prodigio ed egli non l'avrebbe più sor­retta in tal modo. Con somma felicità Gemma tornò allora ai cibi comuni.

Il Signore volle con ciò provare che per lei egli era il tut­to: forza spirituale e forza materiale; che le cose terrene era­no nulla per lei, ed egli, egli solo, suo sostegno e sua vita. Quel­la festa di Pentecoste segnava inoltre, per Gemma, l'inizio di un'era di prove straordinarie, e con tale prodigio il Signo­re volle mostrare che queste prove venivano da lui.

La mattina della prima comunione, dopo aver ricevuto Ge­sù, Gemma aveva detto alla compagna che aveva accanto: «Io mi sento bruciare, sento qui un fuoco... - accennando al cuo­re - e tu pure lo senti?». La compagna aveva sorriso.

Questo fuoco acceso non si spense mai più, divenne anzi un incendio divampante, fino al giorno in cui la santa dovrà esclamare: «Sento che l'amore mi vincerà finalmente, e l'a­nima mia, non potendo amare abbastanza Gesù qui in terra, sta in pericolo di dividersi dal corpo... Che bella sorte ama­re Gesù solo... O padre (è al direttore che scrive) potesse dire lei tra qualche giorno: "Gemma fu vittima d'amore e morì solo d'amore!" Che bella morte! Vorrei struggermi, che il mio cuore divenisse cenere e che tutti dicessero: il cuore di Gem­ma è incenerito per Gesù».

Molto più ancora si sente ardere e consumare dinanzi al santissimo esposto. «Ieri, nell'appressarmi a Gesù in sacra­mento, sentii bruciarmi sì forte, che fui costretta ad allonta­narmi. Quasi quasi rimango stupita che tanti e tanti che stan­no a Gesù vicini non vadano in cenere. Io sento che incene­rirei. Gesù è un amante irresistibile e diletto. Come fare a non amarlo con tutta l'anima, con tutto il cuore? Come non de­siderare di essere assorta in lui e consumata nelle fiamme del suo amore santo?».

«Giorni or sono mi lamentai con Gesù e gli dissi: "Mio Dio, ma se a tutti fate così di sentirsi bruciare e finire dinanzi a voi, le persone non ci potranno resistere e voi rimarrete solo". E Gesù amorosamente rispose: "Ma tutti non amo mica quan­to te". Oh, sì, Gesù mi ama!... Sia sempre benedetto!».

Quando per qualche tempo, in assenza della madre adot­tiva, venne accolta prima nella foresteria e poi nella clausura delle suore Mantellate, Gemma passava le notti intere im­mobile in ginocchio sui gradini dell'altare in amorosa con­templazione. Vi avrebbe trascorsa la vita e chiedeva inces­santemente a Gesù di accordaile un cantuccio nel suo ciborio. Le suore erano stupite di quelle prolungate adorazioni. «Tanti mi domandano: "Che fai tanto tempo dinanzi a Gesù?". E io allora rispondo: "Che fa una povera davanti a un gran signore?". Ho bisogno di tutto!».

Cara, sublime risposta nella sua incantevole semplicità, ri­velazione dell'umiltà fiduciosa del suo cuore amante.

il suo volto, trasfigurandosi come quello di un angelo, par­lava eloquentemente dell'intima gioia che tutta l'inondava.

E quando Gesù non è solo da lei contemplato, ma viene in lei, rispondendo ai suoi ardenti inviti: «Ecco, o Signore, ti apro il mio petto: introduciti, o fuoco divino. Vieni, Gesù... Vorrei essere la sfera delle tue fiamme». Che avverrà mai di lei? Piomba nell'estasi, assorta nel bene infinito, chiusi i sen­si alla terra; immedesimata in lui che è il tutto dell'anima sua.

Come tutte le anime umili, Gemma deplorava la sua fred­dezza, la sua impurità, fino a dire: «Immeritevole qual sono, bisognerebbe che rendessi all'altare tante particole da me ru­bate e tanto sangue...».

Eppure, non viveva che per l'eucaristia. Desiderava che la notte passasse presto per potersi recare in chiesa, né badava a sofferenze o stanchezze; solo l'obbedienza poteva allonta­narla, perché «l'obbedienza è santa» diceva, «e la prima co­munione che Dio brama da noi è, più ancora della sacramentale, la comunione alla sua volontà».

«O Gesù, chi sarà domattina il primo a cercarti?» diceva. «Sarò io...». E la notte era una preparazione continua. Udia­mone un saggio. E tolto da una lettera indirizzata al suo di­rettore:

«E’ notte; mi avvicino a domattina. Gesù possederà me e io possederò Gesù. L'ho io forse meritata questa fortuna? No, padre mio, non è vero? Gesù, mio Dio vero, oggetto unico degli affetti miei, che sarebbe per me morire dopo avervi ri­cevuto? Sì, morire nell'estasi della santa comunione? Mio so­lo amore, Gesù... ti aspetto. Oh almeno i trasporti della mia tenerezza ti facciano dimenticare l'amarezza dei miei disgu­sti! Illusi, è vero, quelli che amano altri che Gesù? Oh mio Dio, che ti degni volgere anche quest'oggi uno sguardo sull'ultima delle tue figlie, è troppo, mio Dio, è troppo! Mio Dio, vi adoro, muoio d'amore per voi, il vostro amore si dolce l'avrò sempre nella mente, nel cuore e sulle labbra! Gesù, Ge­sù ora e sempre! Gesù mio lume, mio cuore e anima mia. Gesù, Gesù, Gesù».

Dopo tutto ciò, è facile immaginare l'immenso dolore che dovette provare la povera Gemma, quando udì dal confesso­re la minaccia di privarla della santa comunione, e le fu mes­so il dubbio di essersi sempre comunicata in peccato. E co­me non ne morì di dolore?

Il solo contegno, spirante viva fede e ardente carità con cui si accostava a ricevere Gesù, era di edificazione a tutti.

«Non si sta in chiesa come si dovrebbe stare» diceva tal­volta. «Vedeste come vi stanno gli angeli». Gli angeli ado­ratori del tabernacolo erano quindi i suoi modelli.

Miss Ethel Rose, protestante convertita, donna di fede profonda, di pietà illuminata e di un eroico spirito di carità, narra che, andando una volta alla basilica di san Michele per confessarsi da monsignor Volpi, dovette a lungo aspet­tare essendo il confessionale stipato di gente.

«In quel frattempo venne un sacerdote a comunicare i fe­deli» dice, «e tra questi una giovinetta che mi impressionò fortemente, non solo per la sua modestia e il suo raccogli­mento, ma anche per il grande pallore del volto. Mi attrasse e m'interessò tanto, che la seguii per un'ora circa, vedendo come ricevette Gesù, e come, ricevuto, si infiammasse nel vol­to di amore ardentissimo e così tutta accesa e tutta raccolta, in ginocchio alla balaustra dell'altare, con le mani giunte e col capo lievemente piegato sul petto, rimase come tutta assorta in profonda preghiera: sembrava una statua».

Ma come toglierla a quel profondo raccoglimento? Nulla di più facile, di più semplice. La madre adottiva che negli ul­timi anni sempre le sta a fianco, ad evitare ogni vistosità la ri­chiama ai sensi con queste parole profetiche non con le lab­bra, ma col cuore: «Fate, o Signore, ch'ella torni in sé». E Gemma come se avesse udita una voce misteriosa darle un comando, subito si alza e la segue, senza por fine però a quel­la festa d'amore a cui si è preparata con ardentissimi affetti. Gesù, il grande dimenticato, è suo ospite divino. «Egli è sem­pre con me» dice, «è tutto mio. Egli è solo; sono sola a be­nedirlo, sono sola a corteggiarlo; se ne sta racchiuso nella mi­sera stanzetta del mio cuore; la sua maestà sparisce: noi sia­mo soli soli, il mio cuore continuamente palpita insieme a quello di Gesù... Non è una cosa da far tremare di consola­zione?».

 

CAPITOLO XXXIII

 

LA MISTICA FARFALLA

 

«Oh chi mi darà penne d'aquila, chi mi darà penne di co­lomba per volarmene a te, o mio Dio?» esclama Gemma. «Dammele tu, o Gesù, le ali della contemplazione. Come farò a volarmene a te?». E il Signore le concesse le ali, e Gemma volò a lui. Del resto, chi potrebbe stupirsi di vederla volteg­giare quale amorosa farfalla attorno al sole divino, giungere fino alla vetta del mistico monte e celebrare, lassù, in un ma­re di luce, le nozze terrene con l'Agnello divino, nozze che so­no preludio di quelle eterne? Tra le prime e le seconde, non vi è che un velo, squarciato il quale, l'anima s'immerge nel­l'oceano immenso e infinito della santissima Trinità.

Seguiamola nell'ascensione del monte, le cui prime tappe già sono note: le divine seduzioni, la prova purificatrice dei sensi, la pioggia dei celesti favori. Ma andiamo più oltre, pe­netriamo nell'anima sua, nelle sue comunicazioni con Dio; ve­diamo la sua orazione, il suo bisogno di lode incessante.

Ecco Gemma dare relazione al suo direttore delle sue ora­zioni.

«Nel pormi a fare la meditazione» scrive «non ci metto alcuna fatica. L'anima mia subito si sente sprofondata tutta negl'immensi benefizi di Dio, e quando si perde in un punto, quando in un altro. Prima, però, comincio a far riflettere all'anima mia che, essendo fatta ad immagine e somiglianza del suo Dio, lui solo deve essere il suo fine.

«In quei momenti, mi pare che l'anima mia se ne voli con Dio, e perda la gravezza di questo corpo; trovandomi innan­zi a Gesù, tutta mi perdo in lui. Mi sento di amare quel ce­leste amatore delle creature; quanto più penso a lui, tanto più lo conosco dolce ed amabile... Alle volte mi sembra di vede­re Gesù in una luce divina e in un sole di chiarezza eterna, un Dio grande, che non v'è nella terra ed in cielo cosa che non sia a lui soggetta, un Dio nel cui volere sta tutto il potere... Tra i beni lo conosco un sommo Bene, un bene che da se stes­so esiste; essendo Gesù perfetto, in lui si trova ogni cosa. Mi perdo ancora nella sua bontà, e qui quasi sempre la mente mi vola al Paradiso. Gesù è buono infinitamente, e io in lui go­drò, lo spero, tutti i beni... E termino pregando Gesù che ac­cresca in me l'amore suo affinché il cielo si perfezioni».

A una domanda espressale dal suo direttore, Gemma det­te questa risposta: «Vedo Gesù (entrando in orazione) non cogli occhi del corpo, ma lo conosco distintamente; perché mi fa cadere in un dolce abbandono, e in questo abbando­no conosco lui. La sua voce mi si fa sentire si forte che più volte ho detto che mi ferisce più la voce di Gesù che una spa­da a molti tagli: tanto mi penetra fino all'anima. Le sue paro­le sono parole di vita eterna. Quando così vedo Gesù e lo sen­to, non mi sembra di vedere né bellezza di corpo, né figura, né un suono dolce, né un canto soave; ma quando vedo e sen­to Gesù vedo una luce infinita, un bene immenso; (la sua) non è voce articolata, ma è più forte, si fa più sentire al mio spi­rito che se udissi parole pronunziate».

E per dare al suo direttore spirituale un'idea più chiara di ciò che passava nell'anima sua, ricorreva a similitudini: «S'im­magini di vedere una luce d'immenso splendore che tutto pe­netra, tutto involge e rischiara, e al tempo stesso tutto vivifi­ca e rianima in guisa che tutte le cose che sono, sono per que­sta luce e per essa ed in essa hanno vita: così io veggo il mio Dio e le creature in lui. S'immagini un incendio di fuoco gran­de quanto l'universo ed infinitamente al di là, il quale bru­cia ogni cosa senza nulla consumare, e bruciando illumina e conforta, e quelli che più dalle sue fiamme sono compresi, meglio stanno, e maggiormente bramano di essere abbrucia­ti: così veggo le anime nostre in Dio».

E riguardo alla SS. Trinità: «Mi pare di vedere tre perso­ne dentro una luce immensa; tre persone unite in una sola es­senza: poiché la Trinità è unità e l'unità è Trinità... Una sola è la sua essenza, una sola la sua bontà, una sola la sua beati­tudine».

Una volta monsignor Volpi la intratteneva su questo argo­mento e l'interrogò sul mistero della Trinità, e, illuminando­le Dio la mente, lei tanto vi s'internò, che tutti e due rimase­ro poi senza parola, non elevati da terra con la persona, co­me accadde a san Giovanni e a santa Teresa un giorno in cui il santo aveva preso il largo in quest'oceano immenso, ma ele­vati in alto con la mente, con il cuore, con l'anima tutta, qua­si soggiogati dalla sublimità del mistero.

E il parroco don Federico Ghilardi: «Una volta, capitai in casa Giannini come di solito. La signora Cecilia mi avvertì che era il momento in cui avveniva l'estasi a Gemma, e soggiun­se se avessi voluto presenziarla.

Gemma era nel contegno e nella posa di chi sta in comu­nicazione con un'altra persona. Naturalmente, in questo ca­so, la persona era invisibile. Prima sembrava che Gemma ascol­tasse poi rispondesse. Sentivo rispondere da Gemma tali co­se riguardanti il mistero della SS. Trinità, così intime e così teologiche, che io rimasi meravigliato; tanto è vero che do­mandai alla signora Cecilia: "Ma questa figliola ha fatto stu­di speciali di alta dottrina, oppure ha letto qualche libro di teologia?". Con ciò volevo manifestare tutta la mia meraviglia nell'ascoltare la dottrina teologica così precisa e profonda che Gemma manifestava».

Si, a volte la piena dei sentimenti e delle divine dolcezze sull'anima di Gemma era tale da rapirla veramente fuori dei sensi o farla cadere in deliquio. «Come potrei spiegarle quel che sento in quei momenti? È tutto il cielo che si ammira, poi si rimane sopraffatti, la mente si confonde e rimane sbalordi­ta, il cuore batte forte forte e non sa che fare; gode e soffre al tempo stesso, e non vorrebbe ritornare indietro. E finita l'o-

razione, se sapesse come si rimane! Non so se abbia mai pro­vato. Mio Dio, quanto sei buono con me!».

Altre volte, la sua orazione è invece un dolcissimo sonno:

«Si figuri una bimba che se ne sta in grembo alla mamma sua e vi prenda sonno. Ella è li, dimentica di sé e di tutto, non pensa a nulla, ma si riposa e dorme, e non saprebbe ella stes­sa in che modo e perché: così l'anima mia in tale tempo. Ma creda, padre, che è un sonno assai dolce».

Questi tocchi si fanno sempre più frequenti e più intimi. «Man mano che il lume soprannaturale discopriva alla men­te di Gemma le bellezze divine» dice padre Germano, «il cuo­re le si scaldava sul petto, cominciava a palpitare e si strug­geva per il desiderio di unirsi al sommo Bene. E col crescere di questi ardori, si veniva a poco a poco assottigliando, dirò così, il muro di separazione fra la creatura e il creatore finché, cadendo del tutto, l'anima fortunata si trovava in contatto con la divinità. Poco poteva allora parlare, e cadeva in amorosi deliqui».

Se fino a quel punto non aveva mai osato chiamare Gesù suo sposo, bastandole solo di essergli serva e figlia, crescen­do in lei l'amore, le sorse in cuore il desiderio di dare a Gesù il titolo di sposo. «Se provo, o mio Dio, tanta consolazione la mattina quando ti fai chiamare padre, oh che sarà quando po­trò dirti mio diletto? Si, Gesù, consola questa povera figlia tua e sposa promessa».

E altra volta, stando sempre in estasi, fu udita esclamare:

«O Gesù, ma sempre figlia? Nulla più? Eppure, vorrei... Ge­sù! Si, l'intendo, troppo sarebbe, o Gesù, per me. Ve lo di­co qual è la cosa che desidero io? Vorrei, Gesù, vorrei esse­re vostra... sposa. Sì, vostra sposa, Gesù». E perdendo i sen­si rimase per lungo tempo prostrata sul suolo come morta.

Narrando ciò padre Germano esclama: «Ed ora voi accor­rete, o divino sposo delle anime, e dite, ché ne è tempo, dite a questa innocente: "Levati su e vieni. Veni, sponsa Christi ac­cipe coronam quam tibi Dominus praeparavit in aeternum».

«I voti di questa santa anima erano soddisfatti, e il divin Verbo se l'unì con indissolubile vincolo d'amore.

«Da quel giorno, Gemma non parve più creatura umana. Quella maestà di volto che sempre fu ammirata in lei, quello splendore degli occhi, quel soave sorriso del labbro e quant'al­tro di raro si era in essa fin allora veduto, presero un non so che di celestiale che incuteva riverenza e la faceva sembrare un angelo del cielo».

«Frutti di quest'unione erano lo spavento che le cagiona­va: il solo nome di peccato, lo zelo ardente che l'avrebbe por­tata a farsi in pezzi per impedire una sola benché minima offesa di Dio, la brama ardente di dare a lui soddisfazione con ogni sorta di parimenti e di operare cose grandi per la sua glo­ria, una quasi impassibilità in mezzo alle più grandi tribola­zioni della vita, le vessazioni diaboliche, le aridità dello spirito.

«Diventata sposa, ella non si turba più. Unitasi strettamente a Dio, la sua volontà rimane tutta trasformata in quella di lui, e in essa si riposa, perché uno dei più eccellenti frutti della

mistica unione è l'abbandono in Dio».

 

CAPITOLO XXXIV

 

LA NOTTE OSCURA

 

Non si creda però che l'anima possa giungere a tanto sen­za aver prima molto sofferto.

Trattandosi di qualcosa di simile alla beatitudine eterna, per giungervi bisogna che passi prima per una prova purificatri­ce, simile a un purgatorio anticipato, il che è terribile.

Tutte le prove piombano su quella povera creatura; da par­te di Dio, degli uomini, del demonio; un dolorosissimo com­plesso di cose che conduce al totale spogliamento di sé, e che, facendo perdere all'anima ogni fiducia nelle creature e in se stessa, e privandola di ogni umano e spirituale conforto, la getta in uno stato tale di nudità spirituale, da credersi quasi abbandonata anche da Dio.

Spariscono le dolcezze della comunione e le intime effu­sioni nella preghiera. Tutto le è noia, stanchezza, tenebre, dif­ficoltà. il ricordo dei suoi supposti peccati la tormenta; il dub­bio del perdono di Dio l'empie d'affanno, il pensiero della sua incorrispondenza alle grazie tenta di gettarla nello sco­raggiamento. Non ricorda più nulla: né grazie, né dolori, né favori speciali. «Il mio stato d'animo è così scuro, che non ci vedo proprio più nulla» dice Gemma. «E che cos'erano tut­te quelle cose passate?... Tutto quel mucchio di cose che vedevo e sentivo?... Appena me ne ricordo... Mi pare d'aver fatto un sogno lungo... Ma Gesù vorrà allontanarsi sempre di più. Invece di andare in meglio, vado in peggio. Faccio la comunione, ma come se neppure la facessi: prego senza nes­sun fervore: però, in ogni modo, vorrei amare tanto Gesù... Tutto mi affligge, nessuno mi è più caro come prima, non ho neppure la gratitudine con chi devo... Se chiamo Gesù o se lo cerco, neppure risponde internamente. Prima lui mi chiamava, ora io chiamo lui; ma oltre a non rispondere, mi manda via; di nuovo dò l'assalto; ma sempre più si allonta­..... Del passato non posso più parlarne, perché non me ne ricordo... E poi, ora non capisco neppure... Non sono più capace di pensare a Gesù: cioè, ci penso sempre, ma non so in che modo... Sì, sì, è vero, siamo al De profundis. E quan­ta svogliatezza nel pregare! Fin lo stare in chiesa mi annoia. Il tempo che poi spendo nel fare la meditazione mi pare un purgatorio. Ma pure la faccio... A che punto sono arrivata: si può dar di peggio? Sono però contenta, perché questo è il vo­lere di Dio. Tutte le preghiere solite le faccio, anzi per dispetto le accresco».

Il demonio la tenta quasi sopra le forze, la paralizza talvol­ta nelle sue facoltà, le impedisce la preghiera e la lode. In que­sto stato: «Pietà di me, Signore» esclama Gemma, «pietà di me. Dove sei? Dove sei, Gesù mio?... Ti chiamo tante volte al giorno, sempre ti cerco... E che mi giova il vivere, se io perdo te?... O mio Dio, e che farò?... Non sono più io la pre­da amorosa?... E di chi sarò preda? Di chi? Non lo permet­tere, o Signore, non lo permettere...».

Tutti gridi d'angoscia che rivelano il profondo martirio.

Ma se Gesù si è così celato a lei, forse la colpa è sua? Che pensiero tormentoso per un' anima amante come quella di Gemma! Si è celato e non tornerà più. Che spina cocente!

«Qual è la cosa, che più ti ha costretto a lasciarmi?... Dim­melo, Gesù, in che ti offesi. Non ti serbai puro il mio cuo­re?... il demonio mi mette in mente tante cose!

«Hai ragione di non voler tornare più... Ma senza dirmi nulla: né un sì né un no, né una parola di approvazione e di rimprovero?... E che ci faremo, Gesù, nel mondo?... O Ge­sù, dove mi lasci! Mi affatico dalla mattina alla sera... Tu che dicevi: "Mi sei ingrata, ma pur mi sei cara...". E ora? Torna come prima; io ti prometto tutto quello che vuoi...».

«Che tardo?... Tardo io, o sei tu che ritardi? E mi lasci co­sì? E ci lasciamo così... Se è tua volontà, liberami, liberami, illumina i miei passi.

«Dove sei andato, amor mio? Dove sei nascosto?... Perché son viva? Fammi pur morire, ché lo desidero. Desidero di mo­rire, ma per venire solo con te. Dove sei andato, mio Gesù? Bellezza infinita, dove ti sei celato? Dove ti devo cercare?... Fatti vedere una volta sola ... Ma forse mi hai detto che non ti vedrò più sulla terra?... Io non me ne ricordo... Quando ero piccola mi dicevano che eri sempre presente. E come va che non ti vedo?... Sciogli questo corpo, o Gesù, rompi que­ste catene. Non sarò contenta finché l'anima mia, libera e so­la, non volerà a te».

Anche il pensiero di esser dannata le si affaccia alla mente; ma lo respinge, e domanda a Gesù se mai potrebbe essere possibile che ardesse eternamente nell'inferno, eternamente separata da lui, un'anima che non avesse mai avuto altro de­siderio quaggiù che quello di amarlo.

«E che mi gioverà tanta misericordia usatami da Gesù e tante sue grazie?», esclama. «Io nell'inferno ad odiare e ma­ledire per sempre Gesù .... No, è vero?... E Gesù soffrirà nel vedere una sua povera figliola perduta, che ha tanto deside­rio di amarlo e non offenderlo?... Dio mio, dimmelo: mi salverò o mi dannerò?..

Che mai le rimane a sostegno, nelle lotte, nelle tenebre? La fede. «Ti chiamo, o Gesù, e t'invoco tutti i momenti ma solo con la fede. E con quale fede? Con quella che tu mi hai da­to per la salute dell'anima mia e per tutta la tua bontà... Mi è dolce cosa vivere di fede... La fede mi basta».

Ma nonostante che Gesù si nasconda, che le tenebre l'av­volgano, che la tempesta rumoreggi in lei e attorno a lei, «che pace e che quiete» nell'intimo centro dell'anima sua! Una co­sa sola le basta: che Gesù le serbi il suo amore. Le esterne ma­nifestazioni di questo amore non le importano: «Le carezze serbale a quelle anime che hai care... Il mondo sia pur falso, non me ne importa nulla... Accendimi del tuo amore, e mi basta».

Ma che fa in questo stato? Ce lo dice lei stessa: «Io cerco sempre Gesù: cerco di promuovere sempre la sua gloria, di non amare altro che l'amor suo». E non è appunto questo che brama il Signore dall'anima che prova per congiungere a sé? La costante, disinteressata, amorosa fedeltà nella prova basata sulla fede, e sostenuta da una volontà che, per proce­dere amorosa, non ha bisogno del sentimento della grazia ma solo della forza della grazia.

Di quando in quando, come quasi sempre avviene in tali stati, cessa la lotta: le tenebre si squarciano, riappare la luce, e Gemma così ne ringrazia il Signore: «Ti ringrazio, Signo­re, di questi momenti di pace. Ti ringrazio, pronta però a ri­nunciarvi qualora tu lo volessi. Vorrei in questi momenti lodarti, e lodarti degnamente. Ma qual è la creatura che può lodarti degnamente?... Ci vorrebbe uno spirito puro; ma dov'è la creatura concepita pura? Io lascio che gli angeli e tutti gli spiriti del cielo a migliaia e migliaia ti diano lodi. Ebbene, di tutti questi momenti di pace che mi dai, gli angeli e i santi ti compensino per me. Voglio lodarti, amarti e glorificarti a di­spetto del nostro nemico e a gloria della tua infinita maestà».

Ma questi momenti di luce e di riposo sono brevi; poi l'a­nima ripiomba nella solitudine e nelle tenebre.

Dopo questa lunga prova, l'unione; e nell'unione, nulla poté più turbare o far tremare l'anima sua, neppure gli ultimi gior­ni della vita, quando era distesa sulla nuda croce, senza confor­ti né dal cielo né dalla terra, senza raggi di luce a solcare di quando in quando le sue tenebre.

La corolla di questo caro fiore di passione, che in sé ave­va raccolto la corona di spine e i chiodi e la spugna dell'a­marissimo fiele, non fu più scossa né agitata da nessun ven­to sinistro e quando piegò fu solo per appoggiarsi eternamente sul cuore piagato del martire del Golgota.

 

CAPITOLO XXXV

 

SUBLIME EROISMO

 

L'oggetto della carità è uno solo: Dio. Dio considerato e amato in se stesso: amor di Dio. Dio considerato e amato nel prossimo: amor del prossimo.

Questi due amori, in realtà un solo e unico amore, cammi­neranno di pari passo: crescendo l'uno, crescerà anche l'al­tro. E non è questo il segno di riconoscimento dato dal Si­gnore, per i suoi veri discepoli? «Da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se vi amerete gli uni con gli altri».

Gemma ebbe carissimo il comandamento nuovo, quello che Gesù si compiace di chiamare suo.

Presa da Dio a un grado non comune, spinse la carità del prossimo al limite estremo. Sì, al limite estremo. Offrì per la conversione delle anime la sua vita; ma passò ancora più ol­tre, e avendo udito parlare di una poveretta crudelmente ves­sata dal demonio, chiese al suo confessore di implorare per sé lo stesso martirio per procurare con ciò la conversione del­le anime. Lo chiese, l'ottenne, lo stimò somma grazia.

Non è questo eroismo di carità spinto all'estremo?

Dar la vita per il proprio fratello ha qualcosa di nobile, di luminoso, di grande; ma farsi schiavo di satana, abbassarsi co­sì esponendosi non solo a sofferenze inaudite, ma anche alle umiliazioni, ai disprezzi, agli sfavorevoli giudizi degli uomini, ignari dell'eroismo nascosto in tale stato di abiezione, è il mas­simo dei sacrifici. Dio lo vede, ne conosce la grandezza: gli uomini ne vedono solo il lato oscuro.

«Preparati» disse un giorno il Signore a Gemma, «prepa­rati. Il demonio, con la grande guerra che ti farà, darà l'ulti­ma mano all'opera che voglio compiere in te». Infatti le ves­sazioni da lei subite furono orribili, richiamando quelle di grandi santi, quali sant'Antonio abate, santa Maria Maddale­na de' Pazzi e tanti altri ancora.

Con la violenza e con l'inganno, il demonio cercava d'im­pedirle la preghiera; ma Gemma, pur soffrendo, stava salda. «Oh che tormento è questo per me» diceva, «di non poter pregare! Quanta fatica mi ci vuole. Quanta fatica non fa quel birbone per rendermela impossibile... Ieri, voleva uccidermi, e l'avrebbe fatto se non accorreva presto Gesù. Ero sgomen­ta. Mi trovavo con l'immagine di Gesù nella mente: ma non potevo proferirne il nome con la bocca!».

Il maligno tentò di toglierle ogni fiducia nel confessore, prendendone talvolta le sembianze, incitandola al male in­vece che al bene, ed empiendola così di turbamento. Una vol­ta, tra le altre, l'inganno era stato da lui così sottilmente con­dotto, che le occorse del bello e del buono per riacquistare la pace.

Al grido: «Guerra! guerra! Il tuo manoscritto è in mano mia», sottrasse il diario che Gemma scriveva per obbedire al suo direttore, e furono necessari gli esorcismi per indurlo alla restituzione.

Per tentarla di vanagloria, le soffiava all'orecchio che le sue lettere, tutte religiosamente conservate, sarebbero servite a qualcosa di grande; e le mostrava talvolta una gran calca di gente biancovestita circondare il letto nell'atto di venerarla come Santa.

Ma la tentazione che più la fece soffrire fu quella della di­sperazione.

Approfittando delle grandi aridità di Gemma, l'iniquo le suggeriva: «Vedi? il tuo Gesù non vuol più saperne di te. A che ti stanchi a corrergli dietro? Smetti, e rassegnati alla tua sorte infelice. Per te non c'è più speranza che tu ti possa sal­vare: sei nelle mie mani».

Venivano delle ore, ma queste erano rare, in cui il demo­nio s’impossessava pienamente della buona figliola, delle sue facoltà, dei suoi sensi, di tutto. Cessati questi momenti di ve­ra ossessione, la poverina diceva: «Mi pare di essere stata al­l'inferno. Ma purché io non abbia offeso il Signore!... Ne sarò uscita pura?». Non aveva offeso il Signore; l'aveva glo­rificato.

Anche contro la persona di Gemma si scagliava il demo­nio. Le compariva in forma spaventosa battendola crudel­mente, trascinandola per i capelli, precipitandola per le sca­le, maltrattandola in mille guise, facendola orribilmente sof­frire e lasciandone le membra livide e peste. Ed empiva la casa di suoni sinistri, di spaventosi rumori. Tutti rabbrividivano e si sentivano pieni di compassione per la povera vittima che così gemeva: «Dove sei, dove sei, Gesù mio? Deh, vieni in mio soccorso!».

Sulle prime aveva paura, e quando la notte se lo sentiva ap­pressare: «Viene!», diceva alla signora Cecilia. Questa si al­zava, si sedeva al letto di Gemma, e abbracciandola amoro­samente, le raccomandava di non temere. Ma la sentiva tre­mare come una foglia mentre diceva: «Sento qui il demonio».

Ben presto non temette più. Al timore successe lo scher­no e il massimo disprezzo. Vederlo così vile era anzi per lei motivo d'ilarità e di derisione.

Ora, ripetiamolo: questo martirio, durato degli anni, Gem­ma lo chiese e lo soffrì per le anime.

Ma mentre gemeva tra gli artigli di satana, che appunto per il suo zelo terribilmente la odiava, le anime spezzavano le loro catene e tornavano piangendo a Dio. Ad ogni sua con­quista, corrispondeva un raddoppiamento di furore da par­te del demonio.

 

CAPITOLO XXXVI

 

CATENE SPEZZATE

 

Già vedemmo la stupenda conversione avvenuta la sera del primo incontro di Gemma col padre Germano. Non fu la sola.

Una volta, una signora fece raccomandare alle preghiere di lei un suo fratello, peccatore ostinato.

Gemma obbedì; ma quale non fu il suo stupore quando pregando per lui in un'estasi, Gesù le disse di non conoscer­lo. Possibile!? «Come non lo conosci, se è figlio tuo». Si ri­volse allora a Maria. Non le rispose, ma silenziosamente pian­se. Pregò il beato Gabriele; ma egli tacque a sua volta. Deve essere un gran peccatore, concluse Gemma, e intensificò la sua preghiera. Ma per un anno, questa rimase infruttuosa. An­zi, una sera, andando in chiesa con la madre adottiva, s'im­batté nella domestica della signora che aveva raccomandato il fratello. Quasi fuori di sé questa disse che il suo padrone era agli estremi.

Zia Cecilia e Gemma rimasero addolorate e perplesse; ma ecco che fatta appena una ventina di passi: «E’ salvo, è salvo», gridò Gemma raggiante di gioia. «Ma chi?», domandò la zia. «il fratello di quella signora».

Seppero dopo che, proprio in quel momento, il poveretto spirava con sentimenti di vera contrizione.

Della conversione di un'altra anima, di un'anima sacerdo­tale, lei fu causa indiretta. Il Signore gliel'aveva mostrata, ma senza dirgliene il nome. Si trattava di un sacerdote che ogni mattina celebrava in peccato mortale, tacendo sempre una colpa in confessione. Gemma ne fu addoloratissima. Il Signore le disse inoltre: «Domani, andrà a confessarsi dal tale... e di nuovo tacerà la colpa». Gemma non ne poteva più.

Data la confidenza che aveva con colui al quale si sarebbe pre­sentato il peccatore, segretamente gli narrò tutto.

Ecco infatti che quell'infelice va a confessarsi. La confes­sione è finita; ma la colpa taciuta. Allora, il confessore si fa animo, e «ma pure un anima santa mi ha detto che lei, con­fessandosi, tace sempre un peccato grave per vergogna. E ve­ro?». Sì, purtroppo era vero.

Quel poverino scoppiò in un pianto dirotto. Finalmente era libero.

Fu l’ultima conversione ottenuta da Gemma riguarda un osti­nato peccatore a lei sconosciuto. Glielo raccomandò un sa­cerdote. Ma tale conversione non fu facile; dovette a lungo pregare, lottare, soffrire. Nell'ultima malattia, fu udita escla­mare: «Me lo tengo sulle spalle tutta questa quaresima, e poi lo lascio». Così fu. Il giovedì santo, quel sacerdote fece sapere a Gemma che proprio tra le sue mani era avvenuta la sospirata conversione. Due giorni dopo la santa moriva.

Chi sa mai lo stuolo di anime che l'attendeva al suo arrivo in cielo! Era veramente vissuta di carità espiatrice, riparatri­ce, salvatrice. «Vorrei bagnare col mio sangue tutti quei luo­ghi dove Gesù è oltraggiato. Tutti li vorrei salvi, i peccatori» diceva, «che sono stati redenti con il sangue di Gesù!».

La parola «abbandonare» non la poteva sentire. «Ma co­me abbandonare un' anima redenta da Dio col sangue di un Uomo-Dio?» esclamava. «Oh no! Non abbandonarla mai:

aiutarla e sostenerla sempre». E quando sventuratamente, talvolta, Dio le rivelava che per un' anima non c’era più miseri­cordia, il suo cuore andava in pezzi. Così pure immensamente soffriva nel vedere anime privilegiate, ricolme di tante grazie, divenire a poco a poco indifferenti.

In tutte le anime, da quelle dei fanciulli innocenti a quelle dei poveri peccatori, vedeva l'immagine di Dio da protegge­re e custodire negli uni, da restaurare negli altri; ma era sem­pre Dio, lei non vi cercava altro.

Ed ecco di ciò un magnifico esempio. Gemma era ancora a casa sua, era anzi malata, immobile nel suo letto. Le offrì i suoi servigi una donna poveretta, di quelle che vanno a por­tar l'acqua alle case. Un fratello di Gemma venne a sapere che

non teneva buona condotta e quindi le zie volevano riman­darla. Gemma udì e, accendendosi in volto, esclamò: «Gesù respinse forse la Maddalena e l'allontanò da sé perché pec­catrice? Lasciatela venire. Chi sa che non le si possa fare un po' di bene? Non me l'allontanate, ve ne prego».

E questo bene fu proprio lei a farglielo. Convertire chi del­la colpa fa quasi un mestiere non è cosa facile; ma lei vi riu­scì. Riuscì a insinuarsi in quell'anima, capì facilmente che era la miseria la causa di tutti i suoi guai, e il non poter pagare l'affitto anche del più misero alloggio.

Gemma è povera; ma che importa? Quell'anima le fa trop­pa compassione, e anche da povera troverà il modo di aiu­tarla. Infatti, da Camaiore, la zia di quando in quando le man­da un po' di denaro perché si procuri qualche sollievo, e lei lo passa nelle mani di quella poveretta, perché paghi una mi­sera camera, che le ha fatto prendere in affitto. E alle zie che le chiedono conto dell'uso che fa di quel denaro, rispon­de: «Zitte! Zitte! Non sciupo niente. Lo sapranno, lo vedranno poi l'uso che ne fo».

L'opera di carità spirituale e materiale di Gemma fu coro­nata da un vero trionfo. Quella donna si convertì; spezzò i suoi legami, fece una confessione generale e visse poi sempre da buona cristiana.

Un mezzo efficacissimo sul cuore del Padre celeste a otte­nere grazia per le anime - come lo era una volta sul cuore del suo babbo terreno per ottenere ciò che bramava - erano le lacrime. Quelle lacrime, spremute dal dolore delle colpe al­trui, non rivelavano infatti altro che amore, e l'amore ha una potenza tutta sua propria.

Molto l'aiutava inoltre nel suo apostolato il dono da Dio concessole del discernimento degli spiriti, la visione del fu­turo, la vista delle cose lontane.

Timida e silenziosa com'era, non si peritava quando Dio le diceva: «Va' e parla!». Così per esempio, a nome di Dio, mi­nacciò un castigo alla superiora di un monastero se avesse per­sistito nel non voler cedere alla volontà dei suoi superiori.

Osò dire a una persona di riguardo che cessasse da certe cose perché dispiacevano al Signore. Ad un'altra che, per far piacere a Dio, doveva fare così e così; ad un venerando pre­lato che le domandava se andasse bene il modo da lui tenu­to nel governare: «Padre» rispose, «conviene che vada un po' più adagio, e faccia le cose per benino, altrimenti non contenterà nessuno».

Diceva di sentire come fosse il cuore delle persone che si avvicinavano, e dava sempre nel segno. Ma padre Germano, per tenerla umile e diffidente di sé, la rimproverò: «Non ap­provo il sentimento che dici di provare intorno allo stato del­le persone che ti si avvicinano» le scriveva. «Queste impres­sioni Dio le dà ai suoi ministri e ai direttori delle anime, che debbono provvedere ai bisogni spirituali del prossimo, e non già a una donnerella che non è capace di regolare se stessa. Dunque, attenta, Gemma! Continua a pregare Gesù, se mai volesse degnarsi di porti nella via ordinaria».

La santa, anche in questo, voleva obbedirlo ma... quel sen­timento non dipendeva da lei.

La sua carità si estendeva viva e ardente anche al purgato­rio, come prova ciò che segue.

Ignorando del tutto l'esistenza e il nome di una certa reli­giosa, passionista del monastero di Tarquinia, ella ne seppe dal Signore la malattia non supposta da alcuno; poi, un ve­nerdì, le parve di udire: «Madre Maria Teresa di Gesù Bam­bino è in purgatorio, prega per lei, soffre molto». Spesso il Si­gnore tornava a chiederle suffragi, sembrando quasi anelare di aver quell'anima in cielo con sé.

Gemma offriva ogni minima cosa, che faceva o soffriva per le anime del purgatorio in generale, e in particolare per quel­la. Anzi, un giovedì, il Signore prolungò di due ore le soffe­renze della sua generosa serva per applicare i meriti a quel­l'anima.

Si avvicinava la festa dell'Assunta, e l'innocente vittima espiatrice credeva che l'invocata liberazione sarebbe avvenu­ta in quel giorno. Ma proprio quella mattina di tal festa (si tro­vava allora nel monastero delle Mantellate, e, in sala di co­munità, leggendo le «Glorie di Maria» di sant'Alfonso de' Li­guori) sentì toccarsi leggermente una spalla. Si voltò e vide accanto una persona vestita di bianco. Ne ebbe paura. Vole­va fuggire, voleva gridare; ma non le riuscì: «Mi conosci?», domandò la visione. «No», rispose Gemma, sempre impres­sionata. «Sono venuta a ringraziarti del bene che mi hai fat­to e della premura che hai avuto, affinché potessi andare più presto in cielo. Continua ancora pochi giorni, e poi sarò eter­namente felice». «Non mi disse altro» conclude Gemma con semplicità incantevole, «io continuai a leggere, e lei se ne partì». Le dispiacque che la Madonna non avesse liberata quell'a­nima proprio per la sua festa; ad ogni modo, si dette a rad­doppiare i suffragi e i sacrifici. Finalmente, una mattina, do­po la santa comunione, comprese che, quella notte stessa, quell’anima sarebbe libera; ma prima ne avrebbe avuto un segno.

Scocca la mezzanotte e nulla; il tocco, nulla; ma a un trat­to, pare a Gemma che la Vergine l'avvisi dell'appressarsi del­l'ora. Circa le due, ecco infatti presentarsi a lei una religiosa passionista e dirle: «Il mio purgatorio è finito, me ne vado in cielo, avvisane la madre... e dille di star tranquilla». Gem­ma, in lacrime, avrebbe voluto seguirla, ma non fu esaudita. Vide Gesù stendere le braccia alla religiosa dicendole: «Vie­ni, o anima, che mi sei tanto cara», e dopo ciò la visione di­sparve.

Certo la cerchia in cui si svolgeva il modesto apostolato di Gemma era ristretta; ma ve n’era un'altra, immensa e scon­finata; e questa gliela creava l'amore. L'amore non conosce né ostacoli, né barriere, né limiti, né misure; e quando ha Dio per oggetto, diviene infinito. L’anima allora non ha più che un palpito: dare Dio alle anime e le anime a Dio! Gemma si sentiva quaggiù per questo.

Oh, come il suo pensiero volava ai lidi remoti, alle plaghe deserte, alle grandi foreste, dove, tra le povere capanne dei popoli pagani, ve n’é una in cui Gesù sacramentato veglia sen­za adoratori, con pochi amici, custodito da un missionario che alla sua ombra prega, soffre e lavora. E Gemma questo mis­sionario lo seguiva attraverso gli annali della santa Infanzia e della Propagazione della fede; lo amava, s'interessava tanto delle sue fatiche apostoliche; di lui voleva udir parlare, ri­manendo talora estatica nella pena della sua impotenza, negli ardori della sua carità conquistatrice. Oh, che dolore per lei non poter effondere tesori in aiuto dei missionari! Ma vo­lentieri dava il suo soldo e altri ne procurava da persone ami­che. Povero, ma benedetto soldo, che, porto da una mano di santa, offerto da un cuore di santa, doveva muovere quel­lo di Dio a schiudere il cuore dei ricchi in vantaggio delle mis­sioni, o, se non altro, doveva schiudere gli infiniti tesori del cuore divino, che tanto, come ci rivela il Vangelo, si sentì com­mosso dall'obolo della vedova.

 

CAPITOLO XXXVII

 

ARDUA MISSIONE

 

Ciò che valse ad aumentare moltissimo nell'anima di Gem­ma lo zelo per la salute delle anime e lo spirito di riparazio­ne, fu un doloroso lamento di Gesù; pietoso lamento, atto a strappare le lacrime e muovere la volontà anche di chi non l'oda dalle labbra stesse di lui, né abbia il cuore e l'amore di Gemma.

«Quanta ingratitudine e malizia vi è nel mondo» egli le dice. «I peccatori continuano a vivere nella loro pertinace osti­nazione... Il Padre mio non vuole più tollerarli... Le anime vili e fiacche non si fanno nessuna forza per vincere la loro carne... Le anime afflitte cadono in sgomento e disperazio­ne... Le anime ferventi, a poco a poco, s'intiepidiscono... I ministri del mio santuario... Ad essi ho affidato di conti­nuare la bella opera di redenzione... essi pure il Padre mio non li può tollerare. Io dò loro continuamente luce e forza, ed essi invece! ... Essi che ho sempre riguardato con predi­lezione, essi che ho sempre riguardato come la pupilla degli occhi miei...».

Questo lamento si sarebbe prolungato; ma Gemma, più non reggendo, l'interruppe. Tutto ciò che aveva, tutto lo aveva da­to a Gesù; gli avrebbe voluto dare tutto il sangue, come i martiri, morire sotto la mano del carnefice; ma se questo Dio da lei non l'avesse voluto, desiderava immolargli a goccia a goc­cia la sua vita, e già gli si era offerta vittima per i peccatori, ben comprendendo il senso di tale atto. E Gesù l'aveva ac­cettato, come abbiamo notato per quello che ebbe a soffrire.

«Signore che vuoi da me?... sono pronta, fa' di me quello che vuoi».

E Gesù volle affidarle una missione che le avrebbe recato un aumento di dolore, e di cui non avrebbe veduto quaggiù l'esito felice ma solo dal cielo.

Prima di affidargliela, Gesù volle da lei un'affermazione d'amore.

Attirandola al suo cuore perché ne udisse il palpito dolo­rosissimo: «Figlia, mi ami tu?» le domandò. E’ facile immagi­nare l'ardente risposta di Gemma. «E se mi ami, farai quan­to voglio?... E’ un affare importante... hai da comunicare co­se grandi al tuo direttore... Egli darà al mio cuore la bella soddisfazione che desidero».

Gemma attentamente ascoltava, ansiosamente attendeva.

L’opera che voleva chiedere Gesù era un'opera riparatrice. «Ho bisogno di anime che mi rechino tanta consolazione, quanto tante creature mi dànno dolore. Ho bisogno di vitti­me e vittime forti. Per calmare l'ira giusta e divina del mio ce­leste Padre, mi occorrono anime che con i loro patimenti, tri­bolazioni e disagi, suppliscano ai peccatori e agli ingrati. Oh, potessi far capire a tutti quanto il mio Padre celeste sia sde­gnato col mondo! Nulla più vale a trattenerlo. Sta preparan­do un gran castigo sopra tutto il genere umano. Quante vol­te ho tentato di placarlo! La vista della mia croce e dei miei patimenti più non lo trattiene. Quante volte l'ho trattenuto presentandogli un gruppo di anime care e di vittime forti! Le loro penitenze, i loro disagi, i loro atti eroici l'hanno tratte­nuto. Ora pure per calmarlo gli ho presentato dette anime ed egli: "No, non posso più: queste anime non possono suppli­re a tanto... Sono poche"».

«E chi sono queste anime?».

«Le figlie della passione. Se sapessi quante volte ho visto placato il mio Padre presentandole a lui: ma ora sono poche, non possono più supplire. Figlia mia, scrivi immantinente al padre tuo, che si rechi a Roma, parli di questo mio deside­rio al santo padre, gli dica che un castigo è minacciato e mi abbisognano vittime. Il mio Padre celeste è fortemente sde­gnato. Io vi assicuro che, se daranno la soddisfazione al mio cuore di fare qui in Lucca una fondazione di religiose pas­sioniste così accrescendo il numero di queste anime, le pre­senterò a mio Padre, ed egli si calmerà. Digli che queste so­no mie parole, e perciò sarà l'ultimo avviso che io dò a tutti, avendo manifestato la mia volontà. Di' a tuo padre che mi dia questa soddisfazione ..

L’umilissima Gemma provò somma difficoltà nell'eseguire tale incarico. Pregò, fece pregare anime care a Gesù, e dopo dieci giorni scrisse al padre Germano.

Eccola dunque incaricata da Gesù stesso di una missione che se presentava grandi difficoltà, era però cara al suo cuo­re, ciò per due motivi: prima di tutto, perché si trattava di un'opera che doveva consolare il suo Signore e risarcirlo di tanti oltraggi; e poi, perché le elette a quest'opera erano pro­prio le Passioniste, alle quali un giorno sperava di aggregarsi.

Questa speranza risale all'epoca della sua malattia. Non le apparve forse san Gabriele chiamandola sorella e posandole sul cuore il simbolo della passione?

Poi, la prima volta che andò a confessarsi dal padre Gae­tano esprimendogli il desiderio di farsi religiosa, questo le rispose: «Ci sono anche le Passioniste». Da quel momento, il desiderio di divenire figlia della passione brillò sempre alla sua mente come il più bello e puro ideale, il più confacente alla sua indole, alle sue aspirazioni.

Nel suo primo colloquio col padre Pietro-Paolo, lo sup­plicò, come abbiamo visto, d'interporsi presso le Passioniste di Tarquinia perché l'accettassero tra loro.

E nella sua prima lettera al padre Germano gli parlò a lun­go del suo desiderio di essere Passionista, dell'assicurazione che ne aveva avuto da Dio, assicurazione però subordinata a una condizione speciale: quella che le persone, le quali si sa­rebbero dovute occupare della fondazione di un monastero di Passioniste a Lucca, si fossero in ciò affrettate. Di questa futura fondazione parlava con tale chiarezza e tale profusio­ne di dettagli, da far poi stupire, a cose ultimate.

Il confessore di Gemma tentò di farla accettare dalle Cap­puccme, dalle Teresiane, dalle Mantellate: si bussò ad altri isti­tuti; ma ogni tentativo fallì.

Gemma lasciava fare, sicura che il suo vero luogo sarebbe stato tra le Passioniste.

Quelle religiose di perfetta vita claustrale, tutte consacra­te alla meditazione dei dolori di Cristo, il cui abito è identico a quello dei Passionisti (che vanno scalze come loro, e come loro si alzano ogni notte per Mattutino), conducono una vita di grande penitenza, e dividono le loro giornate tra le medi­tazioni e il lavoro.

Il loro apostolato lo svolgono più che altro nelle piaghe di Gesù, unendo i propri sacrifici ai dolori di lui, il loro sangue a quello di lui, incessantemente offrendo al Padre la passio­ne di Cristo per le conversioni dei peccatori, e offrendo se stesse a Dio, in unione con la vittima immacolata, quali vitti­me di perdono e di pace.

Tutto rispondeva ai desideri di Gemma, che anelava a quel­l'ambiente saturo di amoroso e divino compatimento, perché quel compatimento rendeva possibili i più grandi eroismi, i sacrifici più puri, le aspirazioni più generose.

Nel mondo, lei non poteva pienamente abbandonarsi al­l'azione del Salvatore. Tanto padre Germano che il confesso­re volevano che restassero ben celati i favori che accompa­gnavano ogni sua donazione, e lei lo desiderava più di loro. In monastero, sarebbe stata più libera.

Un giorno il Signore le disse: «Quando vuoi che ti accre­sca il soffrire?». Gemma non osò rispondere. «Se fossi stata in convento» dice «avrei risposto: "Accresci pure, o Gesù, le pene e le croci". Ma così, con che coraggio l'avrei potuto dire?... Fossi sola a soffrire!... Va bene, sono sola a soffrire; ma a disturbare sono molti...».

E questo sentimento le ispira la seguente preghiera:

«Gesù caro, eccomi ai vostri santissimi piedi per manife­starvi ogni momento la mia riconoscenza e la mia gratitudine per i tanti e continui favori che mi avete fatto e che ancora vo­lete farmi.

Quante volte vi ho invocato, Gesù; mi avete fatta sempre contenta: ho ricorso spesso a voi, e mi avete sempre conso­lata! Come esprimermi con voi, caro Gesù? Vi ringrazio; ma ancora un'altra grazia voglio, o mio Dio, se a voi piace: Aspet­tate, Gesù, aspettate, sono vostra vittima; ma aspettate; la mia vita è nelle mani vostre, ma aspettate; potete, o Gesù, sfogarvi sopra di me, ma aspettate se a voi piace. Sia fatto in tutto il vostro santissimo volere».

Se Gemma tanto brama il monastero, è quindi «per patir­vi, per amarvi, per farvi penitenza». «Lo so, lo so che in con­vento mi aspettano maggiori patimenti; ma che importa? Ge­sù, tempo indietro, non accettò come vittima l'anima mia, per­ché non avesse più volontà propria? Non accettò come vittima il mio cuore, affinché continuamente ed eternamente si con­sumasse di amore? E dopo tutto questo, avrà da lamentarmi, quando sarò in mezzo a pene maggiori?...». Questo il suo ardente desiderio... poi... si faccia la volontà di Dio.

Gemma desiderava ardentemente di fare un corso di eser­cizi dalle Passioniste di Tarquinia in compagnia della signora Cecilia e delle due maggiori tra le sorelle Giannini che appo­sitamente vi si recavano. Questo era pure il desiderio di mon­signor Volpi. La signora Cecilia scrisse subito alla madre pre­sidente: «Verremo a fare gli esercizi, Annetta, Eufemia e io; più una ragazzina, orfana di padre e di madre, certa Gem­ma Galgani». «Ma lo crederebbe?» continua la buona signo­ra scrivendo a padre Germano. «La presidente ha risposto con una lettera dove dice che non la può accettare per causa delle monache che non sono contente per tante chiacchiere fatte da diverse persone. S'immagini questa povera figliola che ci veniva tanto volentieri!».

Le testuali parole della presidente erano queste: «Non vogliamo appestare il convento», parole che sonavano durezza e disprezzo. La virtù, l'umiltà, la carità e l'abbandono rivelati da Gemma in questa circostanza furono eroici. Avere de­siderato quel corso di esercizi nel caro nido, con l'ardore straor­dinario con cui l'aveva desiderato lei, e vedersi respingere co­sì, doveva essere dolorosissimo. Alla poverina vennero le lacrime; ma con tutta tranquillità, senza il minimo risenti­mento. «Fa lo stesso» disse e non aggiunse altro.

Bisogna essere santi davvero per acquistare tale dominio di sé! Niente di più caro e di più soave che quel «fa lo stesso» detto tra le lacrime. Un «fa lo stesso» senza lacrime poteva ri­velare amor proprio ferito o una punta di dispetto; ma quel­le parole dette tra le lacrime indicavano vero e profondo

dolore, dolce e virtuosa rassegnazione, abbandono completo alla volontà del Signore.

E quanta carità in quel cuore! Indignati della lettera e del modo di agire della madre presidente, in casa Giannini si mor­morava di lei e del monastero; ma Gemma così dolce nell'u­miliazione divenne di fuoco dinanzi alla carità violata. «Che discorsi sono questi?» esclamò; «non parlino male della ma­dre presidente.

Io invece le voglio bene, e quando sarò in Paradiso sarà la prima cui voglio andare incontro per salutarla».

Scrivendo poco dopo a una sua confidente e parlandole di un sogno avuto, Gemma così si esprimeva: «In sogno conobbi la madre presidente. Mi guardava così seria. Io le voglio tan­to bene».

Carità vera, pura, disinteressata. Che merito c'è nell'amare chi ci ama? Anche i pagani fanno così; ma quanta virtù oc­corre per amare chi ci disprezza! Gemma aveva questa virtù.

Le tre fortunate presero la via di Tarquinia. La povera fi­gliola rimase dodici giorni nel monastero delle Mantellate det­te «le povere suore».

Le ripulse non la scoraggiavano, le umiliazioni neppure. Tentò, ritentò, però sempre invano.

I sentimenti dell'animo suo ben si rivelano da una lettera ad un'amica, a sua volta provata.

«Una voce interna sembra dirmi che ancora un po' do­vremmo rimanere ai piedi della croce.

Se Gesù è inchiodato sopra la croce, non lamentiamoci noi se dobbiamo stare ancora ai suoi piedi! Povero il nostro Ge­sù! Io vorrei un cuore formato di tutti i cuori più innamora-ti di voi, mio Dio, per compatirvi, aiutarvi. Tutte le forze però del mio povero corpo, e tutti gli affetti di questo miserabile cuore, a voi consacro.

Non sarà mai vero, sorella mia, che noi lasceremo Gesù sul­la via del calvario.

Non solo accompagnarlo al calvario, ma alla croce e alla morte. Corriamo insieme alla croce, anzi, a nuove croci, in­sieme abbracciamole e insieme diciamo: "Croce santa, se pensiamo all'affetto infinito col quale ti abbracciò Gesù,

prendiamo una forte risoluzione di non allontanarci mai più da te"».

Poi, con quell'umile ritorno alla sua miseria che non man­ca quasi mai nelle sue lettere: «Ho un bel dire, ho un bel di­scorrere e far coraggio» concludeva, «io che manco di tutto; ma Gesù avrà pietà anche della mia debolezza».

 

CAPITOLO XXXVIII

 

ULTIMA RINUNZIA

 

Le speranze di Gemma si rafforzarono quando iniziarono le trattative per la fondazione di un monastero di Passioni­ste a Lucca.

I suoi desideri si sarebbero realizzati, lei sarebbe del nu­mero delle prime religiose del nuovo monastero, a condizio­ne però che le trattative fossero condotte con molta solleci­tudine, nello spazio di sei mesi; altrimenti qualcosa di meglio di un monastero terreno si sarebbe schiuso per lei: le si sa­rebbe schiuso il Paradiso.

Ciò le disse il Signore e a ciò l'andò disponendo la santis­sima Vergine. Le condizioni non furono osservate. Si pose in quest'opera grande lentezza: troppo timore dinanzi alle dif­ficoltà; il tempo da Dio stabilito terminò: comprese che, nel suo stato di vittima, doveva immolare al Signore anche que­sto desiderio: l'immolò e non ne parlò più.

«Tutto è finito. Ieri, alla messa di mezzanotte, quando il sa­cerdote faceva l'offerta, vidi il mio Gesù che offriva anche me per vittima all'eterno Padre. Mi strinse a sé, poi mi condus­se dalla mamma nostra, e, nel presentarmi a lei, disse così:

"Questa cara mia figlia dovete guardarla come un frutto del­la mia passione"». Era la consacrazione di Gemma a passio­nista, consacrazione compiuta non in terra, ma in cielo dallo stesso Gesù, e accettata dalla madre celeste.

«Nell'udire quelle parole» disse Gemma «mi sentii venire meno, e poco dopo andai a ricevere Gesù».

«Stamane, ho rinnovato i miei voti a Gesù Bambino. L’ho pregato d'accettare la mortificazione del mio desiderio per­ché l'unisca alla sua passione: l'ho pregato d'accettare l'amore mio, unito a quello del suo medesimo cuore e a quello del­la mamma santissima di Gesù piccolo. Vorrei però un regalo:

il perdono dei peccati, tutti. Lo spero. Ardo dal desiderio di vedervi, Gesù, ma mi rimetto al vostro volere».

Questo sacrificio fu bagnato di cocentissime lacrime, ma le lacrime nulla tolgono alla prontezza e generosità di cuore. Da quel momento, Gemma non pensò più che al cielo.

Se non indossò l'abito delle Passioniste, e ciò per motivi indipendenti dalla sua volontà, fu però veramente passionista:

lo fu nell'anima e ne ebbe lo spirito; l'Ordine la fece sua, il suo monastero da anni è in piedi e ha vita possente; la sua pro­fezia si è avverata: «Le passioniste non mi hanno voluta pren­dere, eppure io voglio stare con esse, e vi starò quando sarò morta».

Infatti proprio nella chiesa delle passioniste riposano i re­sti benedetti di questa gemma preziosa.

Il monastero di Lucca può dirsi veramente suo. Gesù a lei lo chiese; si dette a questuare per raccogliere i primi mezzi per fondarlo: sempre proseguì senza lasciarsi abbattere dal­le difficoltà che sbigottivano e paralizzavano gli altri. «Gesù lo vuole» diceva, «e quel che vuole, riuscirà sicuramente».

A monsignor Volpi, che per volere di Dio doveva iniziare quest'opera, Gemma diceva che facesse presto, perché avreb­be avuto poco tempo. Egli credette d'aver poco tempo di vita, ma non era così. Morto monsignor Ghilardi, arcivesco­vo di Lucca, e monsignor Volpi divenuto vicario capitolare, nei sei mesi che tenne quell'ufficio, fu conclusa la fondazio­ne ed egli venne mandato vescovo ad Arezzo. Ecco perché avrebbe avuto poco tempo.

Gemma aveva tutto previsto, tutto annunziato. Come po­teva dubitare che non fosse opera di Dio? Udiamo questa let­tera da lei scritta a un padre consultore:

... Lei prima di partire mi pregò più volte se le avessi re­citato ogni giorno tre Ave Maria. Fino ad ora con l'aiuto di Gesù, non me le sono mai scordate; però venerdì sera della settimana stessa che partì, dopo recitate le solite Ave Maria, Gesù mi disse: "Gemma, per chi l'hai detta questa preghie­ra?". "Per padre Francesco", risposi. Gli hai detto niente del nuovo convento che dovrà farsi?". "No; ma ha detto da se stesso che questi non sono tempi". Gesù allora mi disse qua­si sorridendo: "Devi dire a padre Francesco che è più facile che cada il cielo e la terra, che non vengano in tutto adem­piute le mie parole.

Prima che sia possibile, digli che appena glielo permette il suo provinciale vada a Roma, e dica da parte mia al con­sultore generale che parli col Generale stesso di questa nuo­va fondazione, che dovrà essere fatta presto. Stiano pronti, ché tu stessa li avviserai quando essi dovranno dar princi­pio. Insieme col Vescovo, si uniranno questi padri passioni­sti, dei quali il padre consultore del Generale deve essere il capo promotore. Hai capito?".

«"Per poi assicurare tutti, devi dire che sono io che ti par­lo e voglio che tutto questo si faccia mediante la grande guer­ra che il nemico infernale si prepara a muovere. Quella for­za che in alcuni verrà meno da parte del diavolo, dovrà di nuo­vo risorgere per mezzo di padre Francesco. Lui dovrà infondere il coraggio e la forza".

«"Ho finito finalmente di dire ogni cosa ».

Di più, un giorno apparsole san Gabriele, Gemma gli do­mandò a nome del confessore chi dovesse dar principio all'opera, chi terminarla, e in quanto tempo. La santa si vide al­lora dinanzi sette persone. il santo gliele additò ad una ad una:

ma Gemma ne conobbe tre solamente e domandò chi fosse­ro le altre: «Saranno Passioniste» udì rispondersi. «Di' al tuo confessore che egli stesso sarà quello che dovrà dar principio a questa grande opera. Si faccia coraggio, che il diavolo è pron­to per dare degli assalti sì forti. Ma che importa? Avanti!».

Mostrandole poi una signorina: «Guarda», disse; «questa dovrà dar l'ultimo colpo all'opera». E gliene rivelò il nome e il cognome e le indicò il luogo in cui era nata e cresciuta.

Questa profetica visione si ripeté tre volte, e nell'ultima, il santo dichiarò pure l'epoca della fondazione: «Terminati i due anni, in giorno di venerdì».

Di quest'opera dovevano occuparsi il santo Padre, per benedirla e approvarla; monsignor Volpi per compierla, aiu­tato dal padre Generale dei Passionisti, da un consultore ge­nerale, dal padre Provinciale della provincia romana con un altro padre.

La prima superiora del futuro monastero doveva essere una religiosa di Tarquinia che stava in intimo carteggio con Gem­ma e a sua volta diceva: «Questo monastero Dio lo vuole!».

Ma gli ardori di Gemma non trovarono corrispondenza. Monsignor Volpi non poteva far nulla se non si muovevano i passionisti di Roma e le Passioniste di Tarquinia. Ma tut­ti dormivano.

Monsignor Volpi avrebbe voluto che qualche passionista venisse da Roma per trattare la cosa con l'Arcivescovo di Luc­ca, uomo timido, trattenuto da un'eccessiva prudenza. Egli non osava arrischiarsi nella fondazione senza un forte depo­sito per ogni religiosa. Nel monastero di Tarquinia si era ri­soluti di non far partire nessuna monaca per la nuova fon­dazione, senza aver prima avuto l'assicurazione del manteni­mento.

I passionisti di Roma, compreso padre Germano, non muo­vevano un passo: la prudenza umana li paralizzava.

Gemma soffriva. E il desiderio di Gesù? E l'opera di lui at­tesa? E la riparazione? E il castigo minacciato? Ma perché la­sciarsi così trattenere dalla prudenza umana? «Gesù è scon­tento assai di tanta diffidenza» diceva Gemma, «quasi che egli non potesse, in un momento, provvedere a tutto. Incomin­cino, e vedranno quel che egli sappia fare...».

Nessuno la comprendeva; anzi, un giorno, padre Germa­no così le scrisse:

«Senti, figlia mia, la tua grande ignoranza ti fa pensare e di-re spropositi, e quel che è peggio, sembri di poco porre men­te a quel che ti si dice per istruirti e calmarti. Dunque, sappi, Gemma, che Iddio, grandezza e maestà infinita, non ha ti­more né soggezione di noi poveri direttori delle anime che egli ci affida, e, seppure se ne serve, non ne ha però biso­gno, punto, punto. La onde quando egli vuole qualche cosa in riguardo di dette anime, ce lo fa conoscere e ce lo fa fare; e, se per caso trovasse in noi resistenza, egli ci piglia pel col­lo e ce lo fa fare lo stesso, magari per forza. Quindi è che que­sta specie di dissenso che a te sembra di vedere tra Dio e chi ti dirige, è una pura fantasia. Noi non vogliamo altro di te, in te, per te, se non quello che Gesù vuole. Egli ci parli, dunque, ci apra la via, ci indichi i modi, i mezzi, le maniere, tolga le impossibilità, appiani gli ostacoli; e noi stiamo qui a correre dietro i suoi cenni.

«Forse ignori tu queste difficoltà di cui qui intendo parla­re? Tu dici che Gesù ti vuole passionista, e presto. Ma do­ve? Ma come? A Tarquinia non ti vogliono; a Lucca, della fon­dazione del nuovo monastero, non si vede un filo di luce. A Roma, non se ne parla affatto...

«Io sono un povero religioso, legato da una regola strettis­sima, che mi misura i passi e mi limita l'energia. Pregai Mon­signore che ti ponesse in deposito in qualche monastero di Lucca, fino a tanto che Gesù non avesse disposto di te; e tu sai che non ti hanno voluta.

«E poi, diciamo di più. Quando io riuscissi a farti entrare in convento, appena le monache vedrebbero le cose strane che in te succedono, ti metterebbero subito alla porta.

«Tutto questo ho voluto portelo sotto gli occhi, non già per farti scoraggiare, ma per animarti a gettarti, con pieno ab­bandono, nelle braccia amorose di Dio. Tu sei consapevole del bene che questo gran Dio ti vuole, avendotelo dimostra­to con segni evidenti e non comuni. Perché ora dubiteresti di lui?

«Lascia dunque ogni affanno. Non dire né: Gesù, aspetta­te; né: Gesù, fate; né: Gesù, movetevi; né: Gesù, vogliate, ecc. ecc. No, no, no, no. Ma: una cosa sola, Gesù: che voi vi glo­rifichiate nelle umiliazioni di questa povera serva. Non quel­lo che a me sembra che voi vogliate da me: ma quel che voi volete in realtà; e cotesto fatelo voi stesso, senza che io guasti l'opera vostra coi miei insufficienti sforzi e con le mie scioc­che parole».

Venne finalmente un giorno in cui Dio fece conoscere a Gemma che non si sarebbero adempiute le condizioni da lui poste perché la fondazione si eseguisse rapidamente e il suo ingresso in monastero potesse accordarsi col gran desi­derio che il Signore aveva di portarla presto con sé in Paradiso.

«Quel che ho provato in me non saprei dirlo» scrisse Gem­ma. «Sono subito scappata in una stanza per essere più libe­ra, e ho pianto assai. Finalmente ho esclamato: Fiat voluntas tua. Quelle lacrime non erano però di dolore, ma di pura ras­segnazione».

La rinunzia da lei generosamente compiuta nella notte di Natale, e alla quale abbiamo già accennato, data da quest'e­poca. In quel momento, da Gesù stesso ebbe il bel titolo di «Figlia della Passione», e come tale venne presentata a Maria.

«Non lo chiedo più di andare in convento» scrisse allora, «se un convento migliore mi aspetta».

Il 12 aprile del 1903 moriva, come aveva annunziato, cioè sei mesi dopo che il progetto era andato in fumo.

Per Gemma, Gesù volle in quest'opera la sola parte di un multiforme sacrificio.

 

CAPITOLO XXXIX

 

L’ORA DI DIO

 

«Morta che fu la serva di Dio» dice padre Germano, «incominciarono presto i rimorsi, e ve n'era la ragione. Ai rimorsi tenne dietro il risveglio, e senza opporvi più indugio si die­de principio all'opera. Io mi ricordai dell'intimo fattomi un anno innanzi: "Si rechi a Roma e parli al Papa". E mi recai e parlai a quella sant'anima di Pio X di fresco assunto al pon­tificato. Egli mi ascoltò con amore, si compiacque del dise­gno e dell'opera, e, presa la penna in mano, di suo pugno det­te la sua alta approvazione».

Il prezioso documento dice così:

«Benediciamo con paterno affetto la fondazione del nuo­vo monastero di monache Passioniste nella città di Lucca; il venerabile nostro fratello arcivescovo Nicola Ghilardi, che lo­devolmente la promuove; la madre Maria Giuseppa del cuo­re di Gesù che dovrà esserne la prima superiora; tutti i bene­fattori che hanno concorso e concorreranno a stabilirla; e le religiose presenti e future che ne faranno parte.

«Vogliamo poi che nelle loro orazioni, penitenze, pratiche devote ed altri esercizi prescritti dalle regole dell'Istituto, le suddette pie vergini abbiano per speciale scopo della loro co­munità quello di offrirsi vittime al Signore per i bisogni spi­rituali e temporali di santa Chiesa e del sommo Pontefice».

Dal Vaticano, li 2 ottobre 1903

Pio PP. X

«Con questo venerato foglio in mano» dice ancora padre Germano «mi presentai a Lucca, mi presentai a Tarquinia, e mi feci strada. Due altre lettere pontificie all'Arcivescovo di quella città e al Vescovo di questa sopraggiunsero poco dopo a rafforzare le mie pratiche; e la fondazione fu decisa. E notisi, lo stesso sommo Pontefice volle designare quella mona­ca di Tarquinia a cui Gemma aveva scritto: Gesù le darà que­sta consolazione.

«Ritornò non pertanto a galla la questione del denaro a ritardare il negozio, quando una terza lettera del Papa a mon­signor. Volpi, vicario capitolare di Lucca in quel tempo di sede vacante, venne a togliere ogni difficoltà».

Tutto accadde precisamente come aveva annunziato Gemma.

Le fondatrici furono quelle stesse da lei viste nell'estasi.

Lei aveva detto che di venerdì sarebbero giunte a Lucca; infatti, partite di giovedì da Tarquinia, giunsero proprio di ve­nerdì alla nuova dimora.

Aveva detto che la fondazione, cominciata già da qualche tempo, si compirebbe a breve distanza dalla solenne beatifi­cazione del ven. Gabriele dell'Addolorata e in giorno di ve­nerdì. Così fu. Il venerabile fu beatificato il 31 maggio 1908, e il venerdì 23 luglio i padri Francescani, antichi proprietari del locale già da tempo acquistato dalle monache, ne conse­gnarono finalmente le chiavi.

Le Passioniste, provvisoriamente alloggiate nel convento delle Francescane, poterono così prenderne possesso e com­piere la fondazione.

 

CAPITOLO XL

 

NEL PURO AMORE

 

Gemma aveva detto a Dio una grande parola: «Quando non sarò più mia, sarò tutta tua». Infatti lo spogliamento to­tale di sé, il vuoto dell'anima, sono condizioni indispensabili al regno assoluto di Dio in lei, e all'unione trasformante in Dio per amore.

Solo dall'amore sgorgavano queste energiche risoluzioni di Gemma: «Piuttosto che mancarti di fede e d'amore, fammi morire. Meglio vivere fra le pene che vivere da peccatrice. Sa­crificherò tutto per te, Gesù, ma ti sarò fedele. Compi l'ope­ra della tua carità. La mia povertà sia un titolo alla mia con­versione.

Nel mondo non ho mai trovato un amore sincero come il tuo, perché il tuo amore è immenso. Per amare te, amo non amare altri». «Tutti i miei affetti saranno impiegati in amare Gesù solo, e se qualcuno piccolo lo dò a qualche creatura» dice, «non sarà che per amarlo e farlo sempre amare di più. Dove vorrei andare a cercare la felicità, se non da te? Sì, tut­ta la mia felicità viene da te».

«Nel trattare con lei» dice la madre Gemma Giannini «si riceveva l'impressione che la sua anima fosse sempre assorta in alto e che parlasse solo per necessità, per cui le sue parole erano umili, sobrie e riservate, e questo contegno lo teneva con tutti coloro che avevano la fortuna di avvicinarla.

«Ciò la rendeva prudentissima, non di una prudenza uma­na, ma di una prudenza tutta soprannaturale, anche nel con­sigliare, esortare e disimpegnare i suoi doveri. Davanti a Dio, guardava il fine che doveva raggiungere, e cercava di rag­giungerlo nel miglior modo possibile.

«Si vedeva in ogni sua azione, che la norma da cui era gui­data era sempre il desiderio di piacere a Dio».

E questo desiderio era tale in lei, da rendere così acuto il suo sguardo, da farle scorgere in fondo alle limpide acque del­la sua anima tranquilla ogni minima cosa atta a turbarla. Da ciò, la sua squisita delicatezza di coscienza, la sua purezza inar­rivabile.

«Nei giorni passati, commisi una grossa mancanza che fu assai che Dio non mi fulminasse» scrive una volta. «Gesù è misericordioso! il signor Lorenzo mi comandò di fare un con­to; io ci misi forse un po' troppa d'attenzione, e uscii dalla presenza di Dio. Ma fu appena un minuto, che subito tornai in me stessa, ne chiesi perdono a Dio, ed egli subito mi per­donò». Il linguaggio di Gemma potrà sembrare esagerato; ma, ripetiamolo, è il linguaggio dei santi.

Una volta, in chiesa, le viene fatto di posare per un istante l'occhio con un certo interesse sull'abito di una bambinetta che le siede accanto. Il suo buon angelo severamente la rim­provera, e lei, per punirsi, tiene da quel giorno gli occhi sem­pre bassi.

Le pare un giorno di essere intervenuta inutilmente in una conversazione di giovinette, e di avere con ciò disgustato Ge­sù, il suo amore. Si obbliga quindi a non più parlare se non interrogata.

Una volta rivolge una parola di scherno al demonio, du­rante una sua penosissima vessazione. Nel corso della gior­nata, prega la signora Cecilia di condurla a confessarsi. «Ma se ci sei stata stamane...», questa risponde; e Gemma le di­ce allora la sua colpa. Monsignore le aveva proibito di met­tersi a parlare col demonio; ma ella gli ha detto senza pen­sarvi: «Bene! Arrabbiati!», e ora ciò le pesa sull'anima come colpa.

Il Signore è severo con i suoi santi, geloso della purezza ed esclusività del loro amore, come prova il fatto seguente.

La santa aveva avuto in dono dal padre Germano un den­te di san Gabriele, e vi teneva moltissimo, non in vista del do­natore, ma del dono in se stesso, dato il grande amore che la legava a «confratel Gabriele», come lei diceva.

Ora, un giorno, trattando con Gesù di distacco: «Non ho più nulla» disse Gemma, «non so da che distaccarmi. Ho te solo, mio Gesù». Ma il Signore: «E a quel dente del ven. Ga­briele, di', figlia mia, non sei troppo attaccata?...». «Ma, Ge­sù, è una reliquia preziosa...». «Figlia, te lo dice il tuo Ge­sù, e basta». E queste parole furono dette con accento severo.

Gemma ne comprese allora la verità: non poteva starne sen­za. Quando la commissioniera delle Mantellate glielo chiese per farlo vedere alle monache, le costò privarsene anche per poco, né seppe nascondere la sua pena anche quando, dopo il comando di Gesù, se ne disfece, regalandolo alla signora Giustina Giannini, allora malata. Che mistero il cuore uma­no! Gemma offre qualche anno di vita per l'inferma, si offre a prenderne la malattia, eroicamente la sopporta, e prova invece tanta pena a privarsi di quella reliquia!

«Ma Gesù, Gesù, dove mai si appiglia, eh, padre mio» scris­se Gemma narrando il rimprovero di Gesù.

Per quanto si cibi tanto poco da non sapere come possa vivere, pure le pare di non avere mortificato abbastanza il gu­sto, e chiede al Signore ed ottiene di non più sentire il sapo­re dei cibi.

Nelle conversazioni, preferisce passare per ignorante, an­ziché intavolare discorsi non necessari; ma se la convenienza vuole che parli, lo fa con somma brevità di parole. Le pare tutto tempo tolto a Dio quello impiegato a parlare con gli uo­mini senza vera necessità o utilità. Di questa sua laconicità ci offre un saggio il padre Giustino, passionista.

«Ero un giorno in casa Giannini, e Gemma stava coricata sopra un modesto divano» egli dice, «tutta accesa in volto, perché in preda a forte febbre. Avendole io domandato come si sentisse, ella mi rispose con calma: "Benino". Io soggiunsi:

"Mi pare che ella abbia una forte febbre". Ed ella, con la stes­sa calma, mi rispose: "Un pochino". Dopo breve silenzio, le domandai quale fosse la cosa più bella che si potesse fare su questa terra. Ella, senza la minima esitazione, mi rispose: "La volontà di Dio". Io soggiunsi: "Benissimo, così c'insegna a chiedere Gesù nel Padre nostro, così fanno gli angeli in cie­lo, e così dobbiamo fare noi in terra". Le richiesi ancora se era contenta di patire, ed ella mi rispose di sì, perché era vo­lontà di Dio che soffrisse». Come ben si vede, nulla più che lo stretto necessario.

Era morta al sentimento della propria stima e dell'altrui be­nevolenza.

In ciò l'aiutava moltissimo il vivo sentimento che aveva del­la giustizia: «Tutto di Dio, nulla di me; tutto a Dio, nulla a me; tutto per Iddio, nulla per me». E da questo sentimento deri­vava quell'insieme di cose che la faceva dire nata per l'umiltà, per il nascondimento e per l'oblio.

Tutto nascondeva, tanto i doni della natura quanto quelli di grazia. Amantissima della musica e del canto, li aveva studiati, riuscendovi molto; dipingeva bene; aveva grande facilità nel­lo scrivere in versi, ma non ne portò mai vanto né mai ne parlò. Ai suoi di famiglia queste capacità erano note; ma i Giannini ne vennero a cognizione solo dopo la morte di lei. In casa lo­ro, lei non mise mai le mani sul pianoforte, non fece udire la sua voce né prese in mano i pennelli, e neppure si dette al ri­camo. Tutte le sue attitudini vennero soffocate dalla calza!

Riguardo all'animo poi era «ricca di tanti doni» dice la ma­dre Gemma Giannini, «bastava un solo filo di superbia per mandare tutto a monte il grande edificio spirituale. Eppure, come se non conoscesse nulla di tutto ciò, restava sempre al suo posto, all'ultimo posto, serenamente tranquilla ed incu­rante di tutto. Non si accorgeva se le persone le volessero be­ne o male, se ne avevano cura o la trascuravano; per lei la lode oil biasimo la lasciavano indifferente. Aveva conosciuto la verità, stava nella verità, ed era sempre felicissima nel suo nulla. Imparò a conoscere l'importanza di questa virtù e ad amarla da una visione che ebbe e che a me stessa narrò.

«Gesù le mostrò come un'immensa pianura tutta semina­ta di alberi, e poi nel mezzo, una piazza, nella quale si levava un albero maestoso al disopra degli altri, e le disse: "Quegli alberi sono le altre virtù, e l'albero più alto e maestoso è la santa umiltà". Fu anche il sentimento di umiltà che la spinse una volta a dire alla zia Cecilia: "Signora, quello che fa a me, faccia conto di farlo come a un povero della strada, al­trimenti non ci guadagna niente"».

Narra un'anima di lei che nella basilica di San Michele la santa veniva spesso disprezzata dagli addetti alla chiesa. «Sì, sì, a dar retta a quest'isterica!», dicevano in modo che lei sen­tisse. E tante volte la facevano aspettare, non le chiamavano il confessore, la rimproveravano perché stava troppo in con­fessionale, o non venivano mai a comunicarla. Lei, sempre pa­ziente, non si turbava mai, e scusava tutti dicendo: «Non pos­sono». Ma non perché non fosse intelligente e accorta, ma perché l'umiltà e la carità erano le sue virtù più care, e ciò che per altri è solo la stima, la lode, la benevolenza, erano per lei il biasimo e il disprezzo.

Una volta, la cosa fu più marcata del solito. Gemma ave­va bisogno di Monsignore e si fece accompagnare a San Mi­chele. I canonici si disponevano ad entrare in coro. Gemma, avvicinandosi a un chierico, chiese di Monsignore. L'udì un altro che la conosceva e disse forte: «Che confessore a que­st'ora!? Va' un po' a vedere se ti riesce d'imbrogliare qualche altro prete, ecc. ecc.».

La sacrestia era piena di gente; quelle parole dette col mas­simo disprezzo erano state udite. La timida Gemma si ritirò confusa, ma felice! «Mi venne un po' di vergogna» scrisse al suo direttore, «ma mi ricordai di Gesù e non fu più altro». Vide anzi in ciò un regalo della Madonna. Del resto, «in que­ste piccole cose che Gesù le regala», scorge sempre un dono pieno d'infinita tenerezza, come santa Teresa che diceva: «Oh, le amo queste punture di spillo, fanno tanto bene all'anima, e dànno tanto gusto a Dio!».

Un giorno, un gruppo di giovinastri, in via della Zecca, in­contrando Gemma mentre usciva dal monastero omonimo, la circondarono molestandola seriamente. Fu liberata e con­dotta a casa da una persona che passava di li e che rimase am­miratissima della sua imperturbabilità.

Questa tranquillità la serbava pure quando i monelli di stra­da, che l'avevano presa di mira, si mettevano a canzonarla e a lanciarle epiteti ingiuriosi. Una volta, uno di essi giunse a sputarle in faccia. Senza scomporsi, Gemma prese il fazzo­letto e si asciugò il viso, felice di essere un po' simile a Ge­sù, schernito e sputacchiato. Un giorno, entrando in chiesa

con la famiglia Giannini, le accadde qualcosa di simile: «Ep­pure» disse, «a dispetto del mondo, mi voglio far santa».

Un altro episodio di cui solo il Signore fu testimone e le mostrò gradimento, inondandole l'anima di gioia, è il seguente.

Gemma è sempre in famiglia. Suonano alla porta della stra­da. Le zie le dicono che vada ad aprire. Gemma guarda dal­la finestra e vede un giovane, antico fattore di casa Galgani, ottima persona e a lei affezionata. Ha in mano un fagotto. Gemma lo invita a salire, egli invita lei a scendere. Si incon­trano, e il giovane le affibbia sul collo una terribile bastona­ta. Lei non grida, non ne domanda il motivo, ma si ritira in camera senza dir nulla a nessuno, offrendo a Gesù l'umilia­zione e la sofferenza. Non ha che un rimpianto: quello di es­sere fuggita invece di restare là a ricevere altri colpi per il Si­gnore... Il caso si ripeté più volte, e il padre Germano cre­dette di vedere sotto le sembianze di quel giovane null'altro che il demonio. Gemma però, ignorando, sopportava e ta­ceva.

Data la via straordinaria per la quale era condotta, tutti s'in-caricavano di tenerla umile e bassa, di rimproverarla, di pre­star poca fede alle sue parole, e lei sempre tranquilla. Non mostrò mai di aversi a male di qualche cosa, e neppure si curava di non essere creduta. Questa equanimità ed egua­glianza le serbò fino alla morte.

Era troppo convinta del proprio nulla, si era troppo ingol­fata nel sentimento della propria abiezione per trovarsi me­ravigliata e commossa del disprezzo. Lo meritava, non meri­tava altro che questo, a suo modo di vedere, e non solo lo ac­cettava, ma lo cercava, e cercava tutte le occasioni per umiliarsi.

Una volta, per esempio, venne a casa Giannini un eminen­te prelato che, avendo sentito parlare di lei, voleva cono­scerla, e si era recato a Lucca espressamente.

Chi sa con quale materna ambizione la signora l'avrà invi­tata o fatta invitare a presentarsi! Gemma non oppose resi­stenza, ma preso in collo, contro il suo solito, un grosso gat­to di casa, entrò in salotto accarezzandolo e facendogli mille moine; così continuò in presenza del prelato, e se ne partì poi ballonzolando col suo gatto in collo. Quando mai aveva fat­to alcunché di simile? Immaginiamoci la confusione della si­gnora Cecilia, lo scandalo del prelato che se ne andò dicen­do: «Altro che santa! Questa è una scema!». Ma la gioia tran­quilla di Gemma diceva che lei era riuscita nel «suo intento:

quello di essere disprezzata».

Mentre tutti si credevano in diritto e in dovere di umiliar­la, abbassarla, e magari disprezzarla, mai però uscì dalle sue labbra una parola che potesse offendere qualcuno. Se non po­teva dire bene, taceva. Sempre rese bene per male, e amò il prossimo non a parole, ma coi fatti, non per motivi umani, ma per motivi soprannaturali.

«In favore del prossimo, ella era disposta a tutto fare e a tutto soffrire, sino al sacrificio della salute e della vita».

 

CAPITOLO XLI

 

FUOCO DIVINO

 

La vita di Gemma si avvicinava al suo termine.

Una volta scrive al suo direttore: «Sono circa Otto giorni che dalla parte del cuore sento un fuoco misterioso che non so capire! I primi giorni non ci badavo, perché poco o nulla mi dava noia: ma è oggi il terzo giorno che questo fuoco è cre­sciuto tanto tanto, quasi da non sopportarlo. Avrei bisogno di ghiaccio per estinguerlo; mi dà molta noia, m'impedisce di dormire, di mangiare. E un fuoco, padre, misterioso, che si comunica pure al di fuori, e sulla pelle v'è un che di brucia­to. E un fuoco che non mi tormenta, sa, ma mi finisce, mi con­....... Gesù le faccia capire tutto...».

Un altro giorno, gli scrive: «Per due volte Gesù mi ha ri­petuto stamattina: "Amore vuole amore; fuoco vuole fuoco"». E questo fuoco andò talmente aumentando, che le stesse per­sone che le si accostavano o le posavano una mano sul cuo­re sentivano gli ardori cocenti che se ne sprigionavano.

Perché questo fuoco?

Non più estasi, non più partecipazioni cruente alla pas­sione di Cristo, non più nulla di manifesto. Tutto era cessato per ordine e volontà del padre Germano, ma tutto si era con­centrato nel cuore.

~ martirio di questo fuoco d'amore superava ogni altro mar­tirio, e lei poteva dire con tutta verità: «Soffro più di prima. Soffro di non poter soffrire.

Questo fuoco mi consuma, mi divora!». E il cuore, non po­tendo più contenere o accogliere il sangue che vi affluiva con tanto impeto, lo respingeva violentemente dalla bocca, pro­curandole violenti getti di sangue che per lei però erano gioia, gioia di dare a Gesù il sangue del cuore, non potendoglielo più dare in altri modi.

«Padre, quante cose vorrei dirle, affinché potesse ben ca­pire qualche cosa di me! » scriveva ancora. «Alle volte sono costretta ad esclamare: "Dove sono, dove mi trovo? Chi è mai vicino a me?". Senza nessun fuoco vicino, mi sento brucia­re; senza nessuna catena addosso, a Gesù mi sento stretta e legata: da cento fiamme mi sento struggere, che mi fanno vi­vere e mi fanno morire. Soffro, padre, vivo e muoio conti­nuamente; ma la vita mia con tante altre vite del mondo non la cambierei a nessun patto. Mai non sto ferma; vorrei vola­re, vorrei parlare e a tutti vorrei gridare: "Amate Gesù solo solo". Spesso mi trovo sola; ma con Gesù mi vedo troppo be­ne accompagnata.

«Brucio continuamente, e vorrei sempre più bruciare; sof­fro, e vorrei sempre più soffrire; desidererei vivere, desidere­rei morire. Glielo dico chiaro, quello che desidero e voglio non lo so neppur io... Cerco e non trovo; ma poi non so che cerco. Vorrei amare tanto il mio celeste sposo. Sento d'ama­re; ma chi amo non lo intendo, non lo capisco. Ma, nella mia tanta ignoranza, sento che vi è un bene immenso, un bene grande. E Gesù.

«O padre mio, se lei conoscesse una di quelle anime tanto ferite d'amore per Gesù, le chieda qual rimedio trovarono, quando, inferme già d'amore, provarono l'amara pena di quel­l'ardore che brucia... E poi me lo sappia dire...

Non v'è dubbio alcuno. Gemma ha ricevuto quel dono mi­rabile di cui tratta sì bene san Giovanni della Croce. Il suo cuore è stato piagato dal fuoco divino.

Gemma diceva che questo martirio e questo fuoco supe­rano d'intensità tutti gli altri martiri da lei provati e doveva essere così. «Quando la piaga non si manifesta all'esterno» di­ce il santo, «ma rimane nell'intimo dell'anima, senza farsi ve­dere al di fuori, le delizie e il gaudio possono essere anche as­sai più grandi e sublimi, sebbene la carne sia sempre un osta­colo all'operazione dello spirito».

«O dolce bruciatura! oh dilettosa piaga! oh blanda mano! Oh tocco delicato, che d'eterno ha sapore, e ogni debito paga! Morte in vita, uccidendomi, hai mutato».

 

CAPITOLO XLII

 

ELEVAZIONI

 

Tra gli ardori e le ebbrezze di queste fiamme, tra le delizie di queste piaghe, Gemma esce in questi slanci d'amore:

«Ma cos'è quel che sento? Non posso, o vero mio Dio, ab­bandonarmi a questa dolcezza, a questa felicità... Cos'è, mio Dio, quello che sento?...

«A te i santi, o Gesù, e gli umili di cuore: non io, o Signo­re. A te tutti gli spiriti e le anime di tutti i giusti, non io, Si­gnore. A te tutti gli abitatori del cielo: io no; ti rendano tutti infinite lodi e ringraziamenti. Ma anch'io, anch'io, o Gesù. Sì, io vile e indegna peccatrice ho desiderio d'amarti d'un amo­re singolare. Aiutami tu, fortezza mia. Fuoco al mio cuore:

stamani brucia! Parole alla mia bocca, ché giorno e notte pos­sa meditare la tua gloria e amarti continuamente. Impure sono le mie labbra, impuro è tutto il mio corpo. Ho bisogno dite, che tu mi mondi da ogni macchia.

«Santificami, Gesù. La tua memoria, la tua dolcezza ten­ga sempre unita a te l'anima mia. Fa' che passi dalle cose vi-sibili alle invisibili, dalle cose terrene alle celesti.

«O mio Dio, o mio Gesù... che dici, o Gesù? O vera ca­rità, tu sei il mio Dio perché verso di te mi sento sempre muo­vere, verso di te mi sento sempre portare, e verso di te spero di giungere. Quando io tratto con te mi sento riavere, ma quando tu mi lasci, mi sento mancare, cadere. Me lo dice la fede che mi hai messo nel cuore, per illuminare i miei passi. Fa', o mio Dio, che chi conosce te, conosca la verità, l'eter­nità...

«Chi simile a te, o mio Dio? Chi simile a te? Tu sei un Dio onnipotente. Mio Gesù, vera verità, tu sei il mio Dio.

«Gesù, redenzione mia, io ti lodo, ti benedico; l'anima mia ti rende infinite grazie, certo, Gesù, inferiori a tanti benefizi che tu mi hai fatto...

«E ti rende grazie, non come te le dovrebbe rendere, ma come può questa meschina anima mia... Tu, o Gesù, accet­tami nella tua infinita misericordia. Io ti offro lodi e pre­ghiere; accettale, per essere meno indegna di quel dono che mi hai voluto fare stamattina. E stata la tua bontà, che mi ha creata; è stata infine la tua pazienza, che mi ha fin qui sop­portata.

«Tu, o Gesù, mi aspetti a penitenza, ed io aspetto l'ispira­zione tua divina, per incominciare a ben vivere. L'anima mia, o Gesù, vuole te... desidera te... E per amarti veramente, terrò presenti le tue pene, le tue piaghe, la tua morte, la tua croce, la tua risurrezione... e, m particolare, la tua ascensione.

«Perché non fui presente anch'io quando tu ascendesti al cielo?... Perché non fui presente anch'io, a vedere un Dio of­feso, conversare con i peccatori?... E tu te ne andasti, mio dolce consolatore, benedicendo tutti quelli che erano con te; ma io non c'ero... Alzasti le mani, e una nube ti portò in cielo. Gli angeli tuoi dissero che saresti tornato; ma io non ti ho più veduto. Ma tu. tornerai, perché tu sei... mia vita, mio sostegno, mia forza... la fortezza delle mie braccia. Vieni tu, o Gesù, a regnare in mezzo al mio cuore...

«E che sono, o Signore, le consolazioni della terra, se non ci fossero le consolazioni tue? Via, Gesù, fammi sentire la tua voce, una sola di quelle parole, che mi facesti sentire nelle vie della prova. Tu sii benedetto, Gesù, perché hai quasi ordi­nato alle creature di abbandonarmi, perché io fossi sempre più vicina a te. Ah! tu consoli, tu solo consoli. Che importa, o Gesù, che nel mondo io non abbia consolazioni? Mi basti tu solo. Che mi importerebbe che mi disprezzassero? Ci sei tu che consoli. Se tu me lo avessi fatto capire più presto, io mi sarei abbandonata nelle tue braccia.

«E se così tratti una peccatrice, come tratterai le tue anime pure, le anime sante?

«O Gesù, lascia che io mi stringa tutta a te. Lo sapevo che tu eri l'unico mio bene, e invece... m'inchinavo a indegne creature. O che speravo? Forse fuori di te speravo di trova­re più ricchezze, più attrattive? Perdona a tanta mia miseria, a tanta mia iniquià; non permettere che io mi stanchi agli am­plessi del tuo amore. Per tanto tuo amore, non permettere in me tanta ingratitudine. Che sarebbe per me quella poca con­solazione che ho sulla terra, se rimanessi priva delle conso­lazioni del mio Gesù?

«Tu solo, Gesù, perché tu solo puoi calmare le tempeste che si sollevano nel mio cuore di tanto in tanto; tu solo puoi rinvigorire l'anima mia, tu solo, perché, ancorché tu sia so­lo, puoi fare tutto».

 

CAPITOLO XLIII

 

«HO BISOGNO DI UNA GRANDE ESPIAZIONE»

 

Quando ottenne Gemma la grazia insigne dell'amorosa fe­rita?

Potrà dirlo chi ne abbia tutti i documenti nelle mani, ma certo prima del matrimonio spirituale, quando Gemma dice­va al Signore: «Ma come, mio Dio, hai dimenticato tutte le al­tre cose: non hai da guadagnare che me?». Infatti, dice san Giovanni della Croce: «Sente l'anima in questo tempo Id­dio così pronto e sollecito a colmarla di favori, di delicatezze, di gioie, che a lei pare che nessun'altra fuori di lei ci sia al mondo cui egli largisca somiglianti mercedi, ma che a lei so­lo riguardi, e lei sola curi ed ami».

Si può pensare che ciò avvenisse circa un anno prima del­la morte, quando nella festa di Pentecoste (1902) coloro che stavano vicino a Gemma compresero che lei aveva comuni­cazioni del tutto straordinarie. Il suo raccoglimento era più profondo, il suo volto più acceso, il petto ansante e si teme­va dovesse scoppiarle il cuore.

Resa ormai l'anima invulnerabile agli attacchi di satana e degli uomini; stabilita nella sicurezza; posta nel suo cuore; pia­gato dall'amore, la sete dei suoi interessi, dei soli suoi inte­ressi di sposo, egli poteva liberamente operare in lei, accetta­re ancor più l'offerta di vittima ed aggravare la mano su quel­l'anima, ormai sua per sempre, purificata e raffinata dal dolore e dall'amore, capace di espiare più efficacemente.

Il Signore le disse infatti un giorno: «Ho bisogno di una grande espiazione, in particolar modo per i peccati e i sacrilegi con cui mi veggo offeso dai ministri del santuario. Se non fosse per gli angeli che assistono al mio altare, quanti di co­storo ne fulminerei sul colpo».

Terribili parole che lasciarono Gemma quasi annientata. Alla domanda di Gesù se volesse accettarne l'espiazione, «il suo magnanimo cuore non poté restare insensibile, e, con la sete di carità e di martirio propria dei santi, si offerse in olo­causto per la salute dei fratelli. Dio accettava l'offerta con quella misteriosa giustizia, che predilige l'innocente olocau­sto alla vittima del peccato e, dopo aver resa possibile la cro­cifissione di Cristo, spiega le pene di tutti i giusti della terra, che furono e saranno».

Per essere più libera nella sua espiazione, anelò al chiostro, come già vedemmo, e per la stessa espiazione ne fece in se­guito il sacrificio.

Ma dopo questa divina comunicazione, la povera vittima fu ridotta agli estremi da inaudite sofferenze, per tutti mi­steriose e inesplicabili. Il padre Germano che tutto sapeva, non volendo che i medici si mischiassero nell'opera divina, mandò a Gemma l'obbedienza di pregare il Signore perché la guarisse.

Gemma, sempre docile, per quanto poco prima avesse det­to al suo Gesù che «mai si sazierebbe di soffrire», all'arrivo di quest'ordine, obbedì, pregò, guarì perfettamente. Da ca­davere qual era, in otto giorni tornò ad essere un fiore, ma per poco. Egli l'aveva guarita soltanto per mostrarle due cose: quanto stimasse l'obbedienza, e come egli solo fosse l'autore di tutto ciò che accadeva in lei.

Dopo venti giorni, infatti, una violentissima febbre, con ter­ribili trabocchi di sangue che nulla avevano a che fare con quelli dei suoi trasporti di amore, venne ad atterrarla e per sempre. Alcuni medici la ritennero tisica, altri dichiararono misterioso il suo male.

Prostrata materialmente, lo fu anche spiritualmente. Tutto ciò che aveva sofferto prima era nulla a confronto di ciò che ora soffriva. Immersa in un mare di amarezza e di abbando­no, le rimase il solo dolore senza conforto, il nudo patire, la nuda croce.

Accorse padre Germano, al quale giungevano le più ango­sciose notizie. «Gemma è malata assai! E ridotta ad un cada­vere: pelle e ossa; soffre dolori acerbissimi e pene interne che fanno raccapricciare. Non ne può più. Temo che muoia da un momento all'altro. Essa sente forte il bisogno di lei. Venga presto».

E il padre Germano venne. Avvisata del suo arrivo, l'infer­ma volle riceverlo in piedi; ma quando egli la vide così este­nuata, così diafana e pallida, con solo negli occhi luminosi un raggio di vita, di vita tutta celeste, provò una dolorosissima impressione, e intimò all'inferma di rimettersi a letto.

Andato poi a sedersi al suo capezzale: «Che facciamo, Gem­ma?», le disse. «Ce ne andiamo con Gesù. Padre, questa vol­ta, Gesù me l'ha detto chiaro. Al cielo, padre mio, da Gesù, con Gesù in cielo!». «Ma... i peccati quando li sconteremo? Bel negozio vorrete fare!». «Gesù ci ha pensato lui. Mi farà tanto soffrire per quest'altro po' di tempo che avrò da vive­re che, santificando con i meriti della sua passione le mie po­vere pene, si terrà soddisfatto e mi porterà con sé in Paradi­so». «Ma io non voglio che moriate ora». «E se Gesù lo vo­lesse, allora?».

La loro tranquilla conversazione si aggirò sulla morte, sul­la sepoltura, sulla custodia del suo cadavere che apparteneva al Signore, e che lei non voleva fosse toccato da mani profane.

La sera stessa, su ciò che chiamava «la sua povera vita», vol­le di nuovo scendesse il sangue purificatore dell'Agnello. An­cora una volta padre Germano si sentì commosso dinanzi a così grande innocenza; ancora una volta acquistò la certezza che Gemma non avesse commesso in vita sua neppure una minima venialità deliberata. Dopo ricevuta l'assoluzione, la santa si abbandonò a vivi trasporti di veementissima gioia.

Tutta la notte la passò in attesa del santo viatico, e per quan­to divorata dalla febbre e dalla sete, non volle accettare nep­pure un sorso d'acqua.

La mattina, la posero seduta sul letto, avvolta nel suo can­dido velo, e pareva già un essere trasfigurato, una di quelle vergini tutte bianche, una di quelle giovani martiri che, nel candore imporporato dal sacrificio, andavano incontro allo sposo con in mano il giglio e la palma.

Quando il sacerdote, venuto a comunicarla, posò la pissi­de sul piccolo altare e si fu rivolto verso l'inferma, le parole gli morirono sul labbro, tanto rimase impressionato dalla celestiale bellezza di Gemma, immersa nell'estasi. Padre Ger­mano lo animò ad appressarsi e porgerle senza timore il pa­ne di vita, poiché lei si sarebbe riscossa per riceverlo. Infat­ti, levò alla bianca ostia due occhi pieni di lacrime, e richiu­dendoli subito tornò estatica. Oh, che momento, quello in cui faceva il sacrificio della sua giovane vita, avendo sempre di­nanzi agli occhi le povere anime lontane da Dio e per le qua­li soffriva e moriva! Che sarà passato allora fra Dio e lei? Quan­to amore reciproco in quell'incontro del creatore e della crea­tura che aveva luogo sul calvario e sulla nuda croce!

Quel sacerdote, riportata in chiesa la pisside, tornò subito da Gemma e, inginocchiato in un angolo della camera, assi­sté raccolto e commosso a quel lungo ringraziamento, unen­dosi alle grandi cose che intuiva dovessero passare allora tra quell'anima e Dio.

Ma la malattia faceva il suo corso: un'alternativa continua di alti e bassi. Le crisi erano frequenti: bisognava aver sempre pronto l'ossigeno a ravvivarle la respirazione. Che fare? Im­pegni urgenti richiamavano a Roma padre Germano. Lo ac­cennò a Gemma che gli rispose: «Se così vuole, padre, può andare, che non morrò per ora. Di questo male finirò certo, ma non ora: almeno così mi ha detto il Signore».

Il padre la benedisse per l'ultima volta e partì.

 

CAPITOLO XLIV

 

L'ULTIMA TAPPA SULLA VIA DEL CALVARIO

 

La sera del 24 gennaio 1903, come abbiamo già visto, Gem­ma abbandonò casa Giannini e fu trasportata nel quartierino preso in affitto dalla zia di lei. Questa doveva essere l'ultima e più dolorosa tappa del suo duro calvario.

Le sue sofferenze erano inaudite. Lo stomaco non reggeva più cibo alcuno, neppure pochi sorsi di liquido e il vomito scoteva dolorosamente quelle povere membra, che tutte ave­vano il loro particolare martirio. Fu pure assalita dalla tosse che le sconquassava il petto e dalla difficoltà di respiro. Non v’era parte del suo corpo senza dolore. Giunse un momento in cui il Signore le tolse la vista, e la voce talmente si indebolì da stentare ad articolare parola. Con tutto ciò, mai la domanda di un sollievo, mai un' aria stanca, o contristata, mai che chie­desse d'essere mossa o sollevata un poco, benché si trovasse in una posizione incomoda. «Non chiese mai nulla sponta­neamente durante tutta la malattia» dice la madre Giannini, «neppure un sorso d'acqua».

Accadde qualche volta, per sbagli o malintesi, che passas­se sola sola le notti quando maggiore le sarebbe stato il bi­sogno d'aiuto; ma non diceva nulla né si turbava.

Ad evitare questo inconveniente, furono prese ad assister­la le suore di san Camillo de Lellis alle quali, per un istante, Gemma aveva avuto l'idea di associarsi. Ora una di queste racconta che, sulle prime, le accadeva di udir Gemma escla­mare, nel più fitto della prova: «Gesù mio, non ne posso più»; ma, avendole detto che, con la grazia di Dio, tutto si può, non ripeté più tale lamento. Anzi, a chi le diceva: «Poverina, non ne può proprio più!», rispondeva: «No, ne posso ancora».

Conforto delle lunghe notti insonni era per lei la preghie­ra: «Preghiamo, suora, preghiamo» diceva, «non ci occupia­mo d'altro. Gesù solo!». E quando non pregava con le lab­bra, pregava col cuore, come le aveva insegnato monsignor Volpi: «Come mi ha detto lui, così faccio».

Le sofferenze fisiche di Gemma erano un nulla a paragone delle sofferenze morali.

Il demonio, per indurla alla disperazione, le empiva la men­te di fantasmi, atti a suscitarle in cuore ansietà, tristezza, ama­rezza e timore.

Tutta la sua vita penosa, tutte le sventure della sua famiglia, le ore d'angoscia, le privazioni di ogni genere, le ripassavano dinanzi, e una voce piena d'ironia e di sarcasmo pareva in­timamente ripeterle: «Ecco quel che hai ricavato da tante fatiche nel servizio di Dio».

La stessa voce le suggeriva il pensiero del divino abbando­no per aver lei sbagliato strada, e, fin nelle sue più eroiche virtù e nei più insigni favori da lei ricevuti, le faceva vedere inganno e ipocrisia.

Questa tentazione fu la più lunga e la più terribile. Gem­ma ne rimase quasi sopraffatta, e volendo sperar salute, pen­sò se non fosse possibile rimediarvi con una confessione ge­nerale. Prese la penna, e in quel dolorosissimo stato di agi­tazione di spirito, in quella confusione di idee, scrisse la storia della sua vita, dichiarandosi rea di mille inferni, per aver, con malizia diabolica, diceva, ingannato sempre i confessori, i di­rettori, se stessa. Venendo poi ai particolari, ripassava il de­calogo, i precetti della Chiesa, i vizi capitali, gli obblighi del proprio stato, e di tutto si diceva grandemente colpevole.

Questo scritto che, prima di essere sigillato, fu letto da chi poteva farlo, fu portato, per volere di Gemma, a un sa­cerdote di santa vita, da lei ben conosciuto, con preghiera di venire a darle l'assoluzione di tutti i suoi peccati. Egli venne e la rassicurò.

Il demonio la tentava d'impazienza, ma inutilmente. Cer­cava di turbare il suo candore verginale, ma invano. Que­st'ultima tentazione le era però così penosa, la più penosa di tutte, e, desolata, così scriveva al suo direttore spirituale: «Padre, padre, questa pena è per me troppo forte. Dica a Gesù che me la cambi con qualunque altra...».

Poi, veniva la volta delle spaventose e terrorizzanti appari­zioni, dei rumori assordanti. Quelli di casa gettavano acqua benedetta per la camera; cessava il fracasso ma per ricomin­ciare poco dopo e peggio di prima.

Quel po' di cibo che le presentavano, lo vedeva, per opera diabolica, cosparso di schifosissimi insetti, e bisognava to­glierlo subito dinanzi, assalendola, a quella vista, un vomito penosissimo.

Le pareva che altri ributtanti animali le entrassero nel let­to, le strisciassero sulla persona; le pareva di sentirsi sem­pre avvolta tra le spire di un serpente che tentasse di soffocar­la. Chiese gli esorcismi, ma non le furono concessi: li fece da sé.

Di tanto in tanto, il Signore e il suo buon angelo accorre­vano in suo aiuto, animandola con parole a non temere, anzi ad accrescere la sua speranza: «Resisti sempre, senza lasciar­ti mai vincere e se la tentazione persevera, perseveri la resi­stenza, e la battaglia ti porterà incontro alla vittoria». Ma ciò era raro, e, dopo questi lumi passeggeri, la guerra si fa­ceva più intensa: «Oh! dove sei, Gesù?» diceva alla fine di ogni assalto. «Dove sei?... Tu lo sai, o Gesù, tu vedi il mio cuore...».

Così passavano i giorni, le settimane, i mesi.

«Impara, Eufemia, come vuol essere amato Gesù», disse un giorno la cara Gemma alla sua dolce assistente, Eufemia Giannini, che in una crisi tremenda di tosse le stava accanto sorreggendole la catinella. «Il vero amore si prova col dolo­re. Gesù, sono tua, anima e corpo. Qualunque patire, si, ma voglio essere tutta tua».

Nel colmo di queste inaudite sofferenze, le fu domanda­to: «E se Gesù la lasciasse scegliere, tra l'andare subito in Pa­radiso e cessare da tanto patire, oppure restare qui a patire, se con ciò potesse maggiormente procurare la sua gloria?». «Meglio patire che andare in cielo» rispose Gemma, «quan­do si tratta di patire per Gesù e dargli gloria».

CAPITOLO XLV

 

TUTTO È COMPIUTO

 

La morte in un'estasi di luce d'amore non poteva che es­sere adeguato coronamento di una vita di dolore e di marti­rio. Gesù, sul Golgota, rimise l'anima sua tra le mani del Padre in un mare d'ambascia e nel più triste e doloroso ab­bandono. Sospeso tra cielo e terra, abbandonato da Dio, odia­to e maledetto dagli uomini, egli era compatito e amato solo da un piccolo gruppo di pie donne che, impotenti, assiste­vano al suo martirio.

Così doveva essere per Gemma.

Una volta, aveva detto alla zia: «Ho pregato Gesù di far­mi morire in una grande solennità. Che bella cosa morire in una solennità». E morì infatti in una solennità, ma in una solennità dolorosa.

La Chiesa aveva commemorato la morte di Gesù, il trema­re della terra, lo scindersi del velo del tempio, e nella sua tristezza aveva fatto tacere ogni suono, resa muta la voce del­le sue campane.

Gesù, deposto dalla croce, era stato collocato in un sepol­cro nuovo, e appunto quel giorno del riposo di Cristo fu scel­to da Dio per deporre dalla croce la sua amante fedele, e unir­la indissolubilmente a sé nella gloria della risurrezione.

L’eucaristia era stata sempre il suo tutto, come abbiamo già visto, la sua vera vita, e lo fu anche sul letto dei suoi dolori.

Induceva al pianto il vederla, fino a che le gambe vacil­lanti la ressero, trascinarsi appoggiata al braccio della sua ca­ra Eufemia fino alla chiesetta di santa Maria della Rosa. I fa­miliari non avrebbero voluto; ma monsignor Volpi: «Lascia­te che faccia la comunione» disse: «È l'unico conforto che le rimane». Quando ciò le fu poi impossibile, piegò il capo al volere di Dio; ma il buon Monsignore volle che di frequente si venisse a comunicarla a letto. Infatti, come avrebbe potuto soffrire tanto e passare serenamente da questo mondo al Pa­dre senza il suo Gesù nel cuore? Ebbene il sabato santo, do­po che le sue membra verginali ebbero ricevuto dal santo cri­sma l'ultima purificazione e consacrazione, la sua anima si schiuse a ricevere l'amore che, tra un istante, si sarebbe ester­nato m lei, in una gloria senza nome.

Già il mercoledì santo, Dio si era degnato di sollevare un lembo del velo che le nascondeva questi splendori. Andata in estasi, rispose poi alla suora che le domandava se il Signore l'avesse consolata: «Oh, suora, se lei potesse vedere un bri­ciolo di ciò che Gesù ha fatto vedere a me, quanto ne go­drebbe!». Poi si comunicò per viatico. Tornò a comunicarsi il giorno seguente, restando digiuna tutta la notte, avendo il sacerdote mostrata un po' di difficoltà a comunicarla per via­tico due mattine di seguito.

«Pareva una santa» dice un testimone, «assisa sul letto con le mani giunte, con gli occhi bassi, col volto radioso e il lab­bro atteggiato a sorriso, nonostante l'acerbità del male che la consumava». Nel raccoglimento estatico della comunione di quel giovedì mattina, a Gemma parve di vedere una corona di spine e disse: «Prima che tu Sli compita, quanto c'è da pas­sarne!». E poi rivolta alla suora: «Che giornata sarà domani!», soggiunse.

Era la fine del dramma, e doveva essere tremenda. Infatti, quando il venerdì mattino, verso le dieci, la signora Cecilia, affranta dalla stanchezza e dall'insonnia, voleva scendere in casa a riposarsi un poco, Gemma le disse: «Non mi lasci fin­ché non sono inchiodata in croce. Ho da esser crocifissa con Gesù. Gesù mi ha detto che i suoi figli devono morire croci­fissi».

Poco dopo, entrata in un'estasi profonda, Gemma stende lentamente le braccia in forma di croce e così rimane fino al tocco e mezzo. Sul suo volto si riflette il dolore e l'amore, la consolazione e la calma. Gemma tace, ma il suo atteggiamento rivela abbastanza che è in agonia col suo dolce Signore. Gli sguardi degli assistenti sono concentrati su di lei, credendo da un momento all'altro di doverne raccogliere l'ultimo re­spiro. Ma, cessata l'agonia, lei continua a soffrire atroce­mente tutto il giorno, tutta la notte e la mattina del sabato. L’aveva detto: le restava da ultimare la sua corona di spine con sofferenze crudeli. Trovò però ancora forza bastante per ri­spondere con voce sommessa e fioca alle magnifiche preghiere che accompagnavano la cerimonia dell'unzione degli infermi.

Il sacerdote che gliel'aveva amministrata si ritirò subito, non tornò che agli ultimi istanti, per la raccomandazione del­l'anima.

Quello che le portò il viatico non si fece più vedere; così pure il confessore straordinario da lei chiamato e che la con­fessò in due battute. Avrebbe desiderato monsignor Volpi per­ché le facesse gli esorcismi, vedendosi accanto il demonio sot­to forma di orribile cane nero e minaccioso; ma date le lun­ghe funzioni, non poté venire che verso mezzogiorno. «Io mi ritirai» dice la signora Cecilia. «Gemma disse che voleva gli esorcismi e Monsignore, datele una benedizione, le domandò:

"Ora sei contenta?"». Gemma rispose di no, perché avrebbe desiderato i veri esorcismi. «Vado a dare la buona Pasqua al­l'Arcivescovo» replicò Monsignore, «e poi tornerò a veder­ti» Ma non tornò più, perché Gemma spirò poco dopo.

Udiamo Monsignore stesso:

«La trovai in grave stato di sofferenza, non solo fisica, ma anche morale, era però molto rassegnata. Le detti l'assolu­zione e la lasciai in uno stato penoso, ma in perfetta quiete di spirito».

«Devo rilevare» dice la signora Cecilia «che la mattina era stato detto a Monsignore che Gemma lo aspettava ed egli ave­va risposto: "Se è per confessarla, verrò: ma se è per assi­sterla, mi è proprio impossibile: ci sono i curati"». Quei gior­ni erano infatti per lui, vescovo ausiliare, eccezionalmente oc­cupati.

«Quando riportai queste parole di Monsignore a Gemma» continua la signora Giannini, «Gemma prese il crocifisso fra le due mani e tenendolo all'altezza degli occhi e guardando­lo disse: "Vedi, o Gesù, ora non ne posso più davvero: se è volontà tua, pigliami". Poi alzò lo sguardo ad un quadro del­la Madonna appeso al muro e soggiunse: "Mamma mia, rac­comando l'anima mia a te, di' a Gesù che mi usi misericor­dia". Baciò il crocifisso, se lo pose sul cuore e, tenendovi so­pra le mani, chiuse gli occhi e così rimase immobile. All'arrivo di Monsignore, li aprì e parlò come si è detto. Partito lui, ri­prese la posizione di prima».

La signora Cecilia fece chiamare in fretta il parroco, l'a­bate Angeli dei canonici lateranensi, e scesa in casa mentre la famiglia era a pranzo: «Muore Gemma!», esclamò. Tutti, tran­ne i bambini, si alzarono da tavola e corsero da lei. La si­gnora Giustina la sollevò, ponendole un braccio sotto i guan­ciali, di maniera che il capo di Gemma le stava appoggiato alla spalla; Eufemia, inginocchiata accanto al letto, teneva tra le sue mani la destra della morente posandovi sopra la fron­te. Accanto a lei stava la signora Cecilia e gli altri di casa, sicché la cameretta era piena.

L'abate Angeli che faceva la raccomandazione dell'anima domandò più volte, guardando gli astanti: «È morta?...». «Se non lo sa lei?», gli fu risposto.

Era morta veramente, ma nessuno se n'era accorto.

«Ho assistito molti malati» dice l'abate, «ma mai mi sono trovato a vedere una morte accadere in quella maniera sen­za alcun segno foriero, né respiro affannoso, ecc. Morì in un sorriso, e rimase così col sorriso sulle labbra, tanto è vero che non mi potevo persuadere che fosse morta...».

Anche il padre Germano mancò all'agonia di Gemma. Ap­pena il male incominciò a incrudelire, la signora Cecilia dis­se alla santa: «Bisogna fare un telegramma al padre». Ma lei, sentendo in cuore che Gesù voleva anche questo sacrificio, non ne fece più parola, e, a chi le parlava di lui, rispondeva con un dolce sorriso che esprimeva quanto lo tenesse pre­sente: «Non chiedo più nulla. Ho fatto a Dio il sacrificio di tutto e di tutti. padre Germano verrà, ma dopo Pasqua». Egli infatti venne dopo Pasqua.

Gemma aveva chiesto a Gesù di morire senza conforti: «Un sacerdote e un cristiano mi bastano», aveva detto. Le ultime note di quel poema di dolore e di amore si spensero in una grande sofferenza e in un grande abbandono. Silenziosamente piegò il capo e spirò.

Il Vangelo dice di Cristo: «Et inclinato capite tradidit spi­ritum!».

La vestirono di nero, le posero al collo la corona, sul pet­to lo stemma della passione, cioè il distintivo dei passionisti, sul capo un serto di fiori; le congiunsero le mani come sole­va tenerle nelle estasi, e non pareva morta, ma dolcemente ad­dormentata o immersa in un'estasi d'amore.

Il concorso fu grande attorno alla salma di quella creatura vissuta nell'oscurità, ignorata quasi da tutti. Grandi e piccoli, sacerdoti e laici, tutti venivano a inginocchiarsi accanto a lei, invocando la santa, chiedendone reliquie, baciandone le mani, accostando ad essa corone e medaglie.

Venne tra gli altri quel santo sacerdote al quale Gemma, angustiata dal maligno spirito, aveva scritto la sua confessio­ne generale, e cadendo in ginocchio per la riverenza ispiratagli dal cadavere: «Gemma» esclamò, «hai ai tuoi piedi un gran peccatore. Prega Gesù per me! ..

Al tramonto del giorno di Pasqua, i confratelli della com­pagnia detta «La Rosa», rivestiti del loro sacco giallo, usciva­no dalla casa ove Gemma era spirata. Il feretro era portato a spalla da due di essi e da due membri della famiglia Gianni­ni, che reputavano un onore prestare quest'ultimo ossequio all'angelo di casa loro.

Le campane della città sonavano a festa, mentre gli angeli della passione e della risurrezione, volteggiando attorno a quel feretro cantavano: Osanna, Alleluia a colei che, avendo sì ben seguito al Getsemani e al Calvario l'appassionato Signore, ave­va meritato di essere associata al trionfo della sua risurrezione.

 

CAPITOLO XLVI

 

DAL CIELO

 

Gemma è ben alta nel cielo. Dio si degnò di rendere subi­to palese agli uomini il potere che le accordava sul suo cuo­re. Pare che la sua grazia speciale sia quella di ottenere la con­versione dei peccatori; lo fu in vita, e lo è ora in Paradiso.

Nell'agosto del 1911, due Passionisti della Repubblica Ar­gentina si erano recati a Yu Yuy (diocesi di Salta) per una mis­sione, visitando anche gli infermi dell'ospedale di san Rocco, ove si trovavano come infermiere le suore italiane, dette del­la Madonna dell'Orto.

Tra quei poveretti, v'era un veneziano di nascita. In fin di vita, ostinatamente rifiutava ancora i sacramenti. L’uno dopo l'altro i due missionari si accostarono al suo letto, cercando di convincerlo a riconciliarsi con Dio; ma inutilmente. Egli ri­deva e si burlava delle loro parole. Disse che aveva ricevuto la prima comunione dalle mani di Pio X, allora semplice sa­cerdote; ma a quindici anni aveva perduto la fede, né aveva voluto più saperne di religione e, quindi, lo lasciassero in pace.

I missionari si ritirarono addolorati, quando a uno di essi balenò un'ispirazione. Avendo con sé una reliquia di Gem­ma, la portò alla superiora, pregandola di metterla nascosta­mente sotto il capezzale dell'infermo; frattanto, egli prega­va. Così fu fatto. Non era neppur passato un quarto d'ora e l'in­fermo, spontaneamente, senza che nessuno rinnovasse il tentativo, chiamò una suora e le disse di condurgli subito il tal missionario (il proprietario, cioè, della reliquia) volendo confessarsi. Quegli accorre. Non solo il miscredente si con­fessa con vivi sentimenti di dolore, ma, per riparare agli scan­dali dati con le sue parole, vuole che gli si rechi il santo viatico in forma solenne. Nell'ospedale, tutti piangono di com­mozione. Due giorni dopo, spira sereno nel bacio di Dio.

Da Lione (Francia) il 20 dicembre 1911 la signora Filome­na Bonnaband, infermiera di professione, scrive che, chiamata ad assistere un certo signore, rimase stupita nel vedere ap­peso in capo al letto un cartellone con, queste parole scritte a caratteri cubitali: Non voglio preti al mio capezzale. All'in­fermiera dispiaceva dover assistere gli estremi momenti di un' anima che rifiutava i conforti religiosi. Che fare? Ritirar­si? Si consigliò col suo confessore che le disse di rimanere, e, dandole un'immagine di Gemma Galgani, le ordinò di met­terla nella camera dell'infermo, in modo, però, che nessuno la vedesse. L’infermiera nascose l'immagine dietro un quadro, e pregò di cuore la cara Gemma ad intercedere presso la san­ta Vergine per ottenere il miracolo della conversione di quel­l'anima.

Due giorni dopo, senza esservi spinto da alcuno, l'infermo volle il sacerdote, ricevette i sacramenti con vero sentimento, e morì cinque giorni dopo con sensi di vera pietà.

Questi esempi sono innumerevoli.

Un altro magnifico miracolo d'ordine spirituale è il seguente.

Nel 1907, si trovava gravemente infermo nell'ospedale di Lucca un disgraziato, non solo gran peccatore, ma incredu­lo notissimo e veramente avverso alla religione.

Tanto le suore dell'ospedale quanto i Cappuccini tentaro­no ogni via per muoverne il cuore, ma inutilmente; e dovet­tero cessare per evitare scandali. Non sapevano però rasse­gnarsi all'idea che quell'anima dovesse andare perduta, quan­do a uno di essi balenò il pensiero di chiamare il parroco dell'infermo. Questi era un degnissimo sacerdote, monsignor Benassini.

I testimoni delle scene brutali accadute contro i Cappuc­cini e le Figlie della carità volevano distoglierlo dall 'accostar­si al suo letto. Egli non si dette per vinto; si accostò e parlò chiaro: «Io a questi spauracchi non ho mai creduto» diceva turbato e invelenito quel ribaldo, «e questo Cristo di cui sen­to parlare non so chi sia. Che anima, che Paradiso, che infer­no!? Mi lascino in pace, e nessuno venga a darmi noia con questi ridicoli propositi». E così dicendo, fece atto di sputa­re in faccia al ministro di Dio. Questi si ritirò sconfortato. Giunto a casa gli cadde sott'occhio la vita di Gemma, inco­minciata a leggere da poco. Quella vista rianimò la sua spe­ranza. Egli si pose in ginocchio invocando con lacrime la ser­va di Dio.

Chiamato poi il suo cappellano, gli ordinò di andare all'o­spedale con una conoscente dell'infermo. Erano circa le 11 di sera. Fu difficilissimo ottenere il permesso di entrare a quel­l'ora. Ad ogni modo, si ottenne. Entrò solo la donna; il sa­cerdote rimase fuori in attesa. In casa sua monsignor Benas­sini ardentemente pregava.

Veder la donna, chiederle di chiamargli in fretta un sacer­dote fu una cosa sola per quell'infelice. La sua confessione fu accompagnata dai sentimenti del più vivo dolore. Il sacer­dote, commosso fino alle lacrime, alzò la mano tremante per assolverlo e ridonarlo a Cristo, poi corse a prendere il viatico e l'olio santo. Appena ricevuti questi due sacramenti quel po­veretto entrò in agonia, e verso le quattro della mattina pla­cidamente spirò.

A questo racconto, il papa Pio X profondamente si com­mosse, dichiarando che egli pure si sarebbe valso del patro­cinio della serva di Dio per simili grazie.

Sebbene la speciale prerogativa di Gemma sia quella di con­vertire i peccatori, pure anche le grazie temporali ottenute per sua intercessione sono numerose.

Padre Lord d.C.d.G. scrive dal Québec (Canada) il 5 lu­glio 1914: «La serafica vergine di Lucca opera meraviglie in Canada. Tutti coloro che si rivolgono a lei, o sono guariti, o sollevati, o almeno consolati. Io vi mando la relazione di una guarigione che ho scelto di preferenza, perché istantanea, e il graziato, essendo un fanciullo di tre anni e mezzo, non ha po­tuto essere suggestionato né fare uno sforzo qualunque col­l'immaginazione.

«Un fanciullo di nome Alfonso Pauliot era epilettico fin dalla nascita. Soffriva inoltre di una affezione bronchiale ri­belle a tutti i medicamenti: tossiva, e la sua respirazione era accompagnata da un continuo rantolo.

«La madre del fanciullo, avendo inteso parlare di Gemma, si procurò una reliquia e fece una novena, senza però otte­nere alcun miglioramento. Il venerdì santo, dell'anno scorso, 1913, il fanciullo fu preso da un più forte attacco di epilessia. La madre, in un momento di fede viva, ma di quella fede accompagnata da una certezza morale che un miracolo si ha da ottenere, mette un 'immagine di Gemma sul petto del bam­bino dicendo: "No, tu non cadrai più!".

Nel medesimo istante, le membra irrigidite dagli spasimi epilettici riprendono la loro flessibilità. Il fanciullo apre gli occhi e sorride a sua madre. Da quel momento, non più un benché minimo sintomo di epilessia, non più qualsiasi affe­zione morbosa. Egli sta benissimo. È anche da notare che il fanciullo, allora in età di tre anni e mezzo, aveva degli attac­chi di epilessia pressoché tutti i giorni, e non una, ma sei, set­te, e fino a quindici volte al giorno. Questo è certamente un miracolo di prim'ordine».

Nel 1913, la signora Olga Bargelli tornava da Colle Ci­gliano a Pisa, desolatissima per avere lasciato il marito in una casa di salute, pazzo furioso, ed essere stata assicurata dai me­dici che non sarebbe guarito perché affetto da paralisi pro­gressiva.

Un sacerdote, che nel vagone le sedeva di fronte, l'inter­rogò sul suo dolore. Glielo disse, ed egli replicò: «Perché non si rivolge anche lei a Gemma Galgani che è la santa di Luc­ca e fa tanti miracoli?». E gliene raccontò uno ottenuto da una giovinetta sua parrocchiana.

La signora Bargelli fece di tutto per procurarsi una reliquia di Gemma; ma non sapendo come applicarla al marito che, essendo pazzo furioso, tutto strappava, la cucì tra due pez­zetti di cambrì bianco e la nascose sotto la fodera della giac­chetta. Questa giacchetta la portò poi a San Salvi, dove era stato trasferito l'infermo, perché, peggiorato moltissimo, qua­si più non si reggeva in piedi.

Non glielo facevano vedere che da lontano, quando era in giardino, e da un'alta finestra con la rete. Era tutto curvo cadente, camminava a stento, sostenuto sotto le ascelle da due infermieri e commetteva mille stranezze; trattava tutti male, non riconosceva nessuno. Giunse poi a un punto che non glie­lo facevano vedere neppur più dalla finestra, tanto era furioso.

La poverina insisteva che gli mettessero la giacchetta; il ca­po infermiere ne rideva, non sapendo la ragione di tale insi­stenza, e ripeteva che l'infermo sarebbe morto tra breve.

Finalmente, due giorni dopo, la contentarono: gli misero la giacchetta, e, tornata lei a vedere l'infermo, l'infermiere le disse: «Vuol vedere suo marito? Parli col primario, perché suo marito è guarito». «A che ora viene il primario?». «Alle no­ve». Lo attese, chiese il permesso, e subito l'ottenne. Le con­dussero il marito in una sala d'udienza. Stava benissimo e dis­se: «Ma perché mi avete messo qui? Non sapete che mi ave­te rovinato? Se fosse stato vivo il mio papà, non mi avrebbe messo qui». (E disse ciò perché, essendo farmacista, avrebbe perduto la professione). «Fammi uscire il più presto possi­bile: fa' preparare i documenti che occorrono». Invece non ci volle nulla.

Dopo pochi giorni, l'infermo tornò a casa perfettamente guarito anche di altri precedenti incomodi.

Altri miracoli si succederanno a confermare la santità di questo fiore della passione, finché davanti al mondo avrà la suprema glorificazione sugli altari. E questa glorificazione ven­ne fatta il 2 maggio 1940 da Pio XII che ne fissava la festa all'11 aprile. A Lucca si celebra il 14 maggio.

La sua vita è tutta un poema di amore e dolore nel croci­fisso, dando agli uomini un esempio di come possa un' anima patire le pene di Cristo perché altri lo ritrovino nella rinun­cia a se stessi, nella perfetta obbedienza e nella totale dedi­zione alla sua volontà.

 

UNA SCRITTRICE CARMELITANA SUOR GESUALDA SARDI

(1879-1930)

di Tito Paolo Zeccà

Suor Gesualda Sardi, lo abbiamo visto nel Capitolo I di questa biografia, narra con singolare sincerità gli incontri fugaci avuti con Gemma, per le strade lucchesi andando a passeggio con le sorelle e le amiche o mentre insieme face­vano la fila per confessarsi da monsignor Volpi nel bel S. Mi­chele di Lucca. Ci ha confidato anche il travaglio sofferto pri­ma di decidersi a scrivere le vicende singolari della sua con­cittadina. Più di un motivo le impediva di farlo, molte ragioni la spingevano a rompere gli indugi. Tutto fu superato con il ricordo del sorriso indimenticabile della «povera Gemma» e per una singolare spinta interiore. Non è il primo caso. Il «personaggio» Gemma non è dei più facili e bisogna andare ben oltre le apparenze della cronaca e i singolari «fenomeni» mistici straordinari registrati nella carne e nello spirito della Galgani per comprenderne la vocazione alla quale il Signore la chiamava e la missione che ha svolto nella Chiesa. Suor Ge­sualda Sardi lo ha fatto con grande intelligenza, discrezione ed amore. Da qui, tra l'altro, come è stato detto, la sorpren­dente freschezza originaria di questa opera e il costante fa­vore avuto presso i suoi lettori.

Ma chi era questa monaca carmelitana scrittrice? Le pagi­ne seguenti vogliono ricordare questa singolare figura clau­strale a più di sessant'anni dall'immatura scomparsa.