SANTA EUSTOCHIA

Tratto da: “Suora, ascolta”! - don Giuseppe Tomaselli

Chi percorre la via 24 Maggio, a Mes­sina, scorge una Chiesa, non molto gran­de, alla quale si accede per artistica gra­dinata. E' la Chiesa della Beata Eusto­chia, Suora Francescana.

Qui si tiene l'Adorazione Perpetua del SS. Sacramento e le Suore dell'annesso monastero di clausura sono le lampade viventi di Gesù Eucaristico.

I fedeli frequentano il devoto Tempio ed anche lo scrivente innumerevoli volte vi è entrato per pregare.

Guardando l'Altare Maggiore, gli occhi dapprima sono attratti da Gesù Sacra­mentato, esposto tra luce e fiori, e dopo, sollevandosi un poco, si fissano a guar­dare un cadavere.

E' il corpo della Beata Eustochia, si­stemato nella bara, la quale è ritta e colLocata nell'alto dell'abside.

Dopo cinque secoli il corpo della Beata è rimasto incorrotto. Un particolare me­rita di essere rilevato. Il braccio destro della defunta è sollevato ed è in atto di benedire.

Ho chiesto la spiegazione e mi è stata data dall'Abbadessa.

La Madre Eustochia, fondatrice e su­periora del monastero, era morta. Una Suora, che trovavasi fuori Messina, sa­puta la triste notizia, corse al monastero e trovò il cadavere esposto sul letto. In­ginocchiatasi, così pregò:

«Veneranda e dolce Madre, sono do­lente di non aver potuto ricevere la vo­stra benedizione prima della vostra mor­te. Beneditemi dal Cielo! ».

- Il braccio destro del cadavere si mosse, si sollevò e tracciò un segno di Croce sulla Suora; il braccio rimase per sempre in posizione di benedire. -

La meravigliosa storia della Beata fu scritta da Suor Pollicino, che visse lun­ghi anni con Eustochia. La edificante sto­ria penetrò presto nei conventi di ambo i sessi. Diversi scrittori in seguito fecero delle pubblicazioni, ma il testo originale di Suor Pollicino, scritto nel dialetto del secolo XIV, resta sempre un capolavoro di letteratura, oggetto di studio ai pro­fessori d'Università. 

INTERVISTA

Mi presentai al monastero, detto di Monte Vergine; essendovi la clausura stretta, potei interrogare tre Suore at­traverso la grata. Cercavo notizie storiche contemporanee e rivolsi delle domande:

- La Beata Eustochia, che visse e si santificò in questo luogo, si manifesta qualche volta?

- Sì e spesso. Non muore mai una Suora senza che prima la nostra Santa Madre non ne dia il segno. Abbiamo in comunità una Consorella ammalata; tre volte ha ricevuto il Viatico ed anche l'olio Santo, ma ancora vivrà, poichè nessun segno si ha avuto da parte della Beata. - Quale segno suole dare?

- I segni sono vari, tra cui il suono del campanello. Ad esempio di notte tem­po, quando nel monastero c'è l'assoluto silenzio, si sente un suono di campanel­lo, molto a lungo, tutta la Comunità lo ode; si cerca la causa di quel suono e non si trova. Questi segni misteriosi si han­no non solo in prossimità di qualche lut­to, ma anche in altre circostanze, quale sarebbe l'accettazione di una vocazione o il licenziamento.

- I segni possono avvenire anche fuo­ri del monastero. Difatti l'Arcivescovo tempo addietro disse in una predica che, trovandosi a Roma, ebbe un avviso della Beata d'interessarsi dei ripari del mona­stero. Subito diede ordine di riparare cer­ti ambienti e di costruire la bella gradi­nata della Chiesa. -

Domandai inoltre: C'è qualche altro fatto particolare?

Me ne riferirono parecchi, avvenuti a queste tre Suore. Riporto - un episodio prezioso.

- Quando la Beata voleva ripristinare il fervore religioso e far rivivere la rego­la primitiva di San Francesco, non riu­sciva a trovare alcuna copia della regola primitiva. Pregò il Signore che l'esaudis­se. Un giorno si presentò alla Madre Eu­stochia un operaio, che le disse: Mentre lavoravo laggiù presso il torrente, ho tro­vato questo libro. A me non giova; se può giovare a lei, glielo lascio. -

- La Beata riscontrò essere quella u­na copia della regola primitiva. Gelosa­mente custodì il libro e dopo la sua mor­te esso rimase nel monastero quale pre­zioso ricordo. Con l'andar del tempo que­sto libro fu perduto. Dopo due secoli fu trovato sulla spalla del cadavere della Beata. Fu ritirato e conservato accurata­mente. -

Durante la mia visita, le Suore mi presentarono quel libro; messa in una custodia doppia d'argento; potei esami­narlo attentamente e baciarlo. E' tutto in pergamena. 

PROFILO STORICO

Fatto questo preludio, credo bene par­lare della Beata Eustochia, non per sten­derne la storia, ma per presentare qual­che tratto della sua vita, ove risplendono le sue due caratteristiche: la mortifica­zione e l'umiltà.

E' necessario presentare prima un sem­plice profilo storico.

Gesù, amante della povertà, nacque in una stalla. Tale dono fu concesso a San Francesco d'Assisi, il Santo della pover­tà. Anche la Beata Eustochia, quantun­que di nobile casato, nacque a Messina in una stalla, il giovedì Santo del 1434.

Le fu dato il nome di Smeralda, prov­videnzialmente, poichè in realtà divenne una gemma fulgente di vita religiosa. Rinunziando al mondo, giovanissima, entrò nel monastero delle Clarisse di Ba­sicò. Qui il fervore religioso si era quasi raffreddato.

Eustochia, tale nome ebbe in Religio­ne per illustrazione divina, comprese il desiderio di Gesù: far rivivere la regola di San Francesco, come all'origine del­l'Ordine. Era necessario far sorgere un altro monastero.

Il Papa Callisto III, informato dalla Eustochia, approvò la nuova fondazione, che sorse entro la città di Messina. Per ubbidienza la giovane Suora dovette ac­cettare di essere la Superiora.

Un grosso volume occorrerebbe, come il testo originale, per esporre le difficoltà che la Beata dovette superare, per descri­vere la sua vita mistica, imperlata di vi­sioni celesti e tormentata da schiere di demoni e per narrare i miracoli operati mentre era ancora su questa terra. Moriva il 20 Gennaio 1485.

La fama della sua Santità si sparse in Italia ed anche all'estero, specialmente nelle Comunità Francescane.

Illustri scrittori, tra cui l'Abate Mau­rolico, ne composero la biografia. Geni della pittura, quale Antonello da Messi­na e Caravaggio, ne riprodussero le sem­bianze.

Nel 1640 s'iniziò il processo regolare di Beatificazione e nel 1782 Pio VI la pro­clamò Beata. 

MORTIFICAZIONE

Il corpo umano è sacro, è tempio dello Spirito Santo; ha però delle tendenze al male, in conseguenza del peccato origina­le. Tende al piacere e rifugge dal patire. Eustochia, ancora fanciulla, capì che per conservare la purezza verginale era necessaria la mortificazione. Preparò un cilizio e lo legò ai fianchi. Nessuno poteva immaginare che sotto il suo elegante abi­to di giovanetta, ci fosse uno strumento di penitenza.

- Si appassionò di Gesù Crocifisso e del­l'Addolorata. La memoria di quello che il Redentore soffrì nella Passione, le ac­cese pontentemente la brama di morti­ficarsi senza interruzione.

Un giorno, ritornata a casa da una pre­dica, posò lo sguardo sopra un'immagine di Gesù. Il Divin Maestro allora le si ma­nifestò circonfuso di luce, invitandola ad amarlo.

Restò così colpita dalla visione, che su­bito dopo propose d'intensificare la mor­tificazione; difatti cominciò a nutrirsi di solo pane ed acqua, indossò vesti ruvide e misere, macerò il suo corpo con aspri cilizi e ridusse al minimo il riposo notturno. Trattava il suo corpo, ardente di giovinezza, come un nemico e lo disprez­zava come fango. 

ARDORE DI PENITENZA

Accettata nel monastero delle Clarisse di Basicò, continuò il suo tenore. di vita penitente, ma con certe limitazioni, dovendo seguire la Comunità.

Tuttavia il desiderio di soffrire era in lei come un fuoco divoratore. Per averne un'idea, si rifletta sul suo modo di pre­gare:

« O dolcissimo amor mio Gesù, ti rin­grazio che mi hai chiamata nella via del­la perfezione! Che farò per te io, che non posso fare nulla senza di te? Dammi la grazia di non essere ingrata ed esaudisci le mie suppliche. Vorrei morire per te, come tu moristi per me. Che io possa se­guirti come hanno fatto i tuoi Servi per la via delle croci e delle tribolazioni, ma con letizia. Trafiggimi il cuore con la lan­cia e con i chiodi della tua amorosissima passione. Aprimi il cuore con le tue Pia­ghe e rinnova queste Piaghe nel mio cuo­re, in modo che io sia partecipe di que­st'acerbo dolore, che tu avesti nel Tuo Santissimo Corpo.

«Tu, o Gesù, fosti abbeverato con fie­le e mirra; fa' che io sia abbeverata di angustie e di dolori e che nessuna con­solazione possa mai consolarmi».

Le sue preghiere non erano sole parole; seguivano i fatti. Per rendere disgu­stoso lo scarso cibo, lo condiva con l'as­senzio, sostanza amara assai; invece di dormire sul letto, molto spesso riposava sul pavimento.

Si legge nella sua vita che fino alla morte portò sulle carni una camicia irta di grosse setole e volle avere la .cella, nel luogo più misero ed oscuro del monaste­ro, cioè sotto una scala, per essere mole­stata continuamente dalle Suore che sa­livano al piano di sopra.

Quando divenne Abbadessa del mona­stero di Monte Vergine, ebbe maggiore libertà di darsi alla penitenza; fra l'altro, si legava al tronco di una pianta di aran­cio e si flagellava, meditando la flagella­zione di Gesù. Negli ultimi anni sentiva una corona di spine che le serrava la fron­te e nel lato sinistro del petto le compar­ve una piaga dolorosissima. Ebbe il dono delle stimmate invisibili.

Con tanto rigore di penitenza, per as­sistenza divina potè lavorare molto, at­tendere con zelo al suo ufficio e raggiun­gere l'età di sessant'anni. 

PREMIO

Il corpo verginale di Eustochia, san­tificato dalla penitenza, fu ripagato dal­la munificenza divina con il dono dei miracoli.

Più di una volta la Beata giunse in fine di vita; il suo corpo affranto dalla fatica, dalla penitenza e da certe malat­tie, stava per soccombere. Le appariva la Madonna, la toccava, la benediceva e d'un colpo riacquistava la sanità.

Quante guarigioni si operarono per la virtù che Dio diede al corpo di Eustochia ancora vivente!

La Beata, meditando la Passione di Gesù, facilmente si scioglieva in lacrime; soleva asciugarsi con un pannolino. Per mezzo di questo pannolino guarirono non poche persone, chi dalla lebbra, chi dalla tubercolosi polmonare e chi dall'idropisia. Una Suora del monastero giaceva a terra con il cranio rotto, a motivo di un urto contro la parete; Eustochia con un segno di Croce la fece rialzare.

Un'indemoniata fu condotta alla sua presenza; all'istante il demonio la lasciò libera.

Ma l'Onnipotente volle premiare quel corpo mortificato specialmente dopo la morte, non permettendo che fosse sog­getto alla corruzione; il corpo umano, partita l'anima, emana il puzzo cadaverico; il corpo della Beata suole emanare, in diverse circostanze, un soavissimo pro­fumo. Con qualche reliquia del suo cor­po, o di capelli o di unghia, si sono veri­ficate innumerevoli guarigioni; la storia registra anche questo miracolo: una fan­ciulla morta ritornò in vita.

Nella resurrezione universale il corpo di Eustochia sarà tanto glorificato. Cosi Dio ripaga le penitenze corporali.

Nei Santi c'è più da ammirare che da imitare.

Ricordino però le Suore, che se non possono crocifiggere la loro carne sino al­l'eroismo come la Beata Eustochia, alme­no pratichino con generosità ed amore la semplice mortificazione cristiana, sen­za la quale difficilmente può custodirsi immacolato il giglio della purezza. 

UMILTA'

Domare il corpo è affare un po' diffici­le, ma domare lo spirito è cosa più diffici­le assai. A poco o a nulla gioverebbe la mortificazione dei sensi, se non fosse ac­coppiata a quella dell'amor proprio.

La Beata Eustochia, illuminata dallo Spirito Santo, comprese che non avrebbe potuto tendere alla perfezione religiosa, se non fosse divenuta molto umile. Senti­va in sè, come sente ogni anima, le pre­tese della superbia e gli assalti dell'amor proprio, ma raggiunse tale grado di umil­tà da fare meraviglia.

Chiedeva a Dio, questa virtù e l'otten­ne in grande misura.

Aveva una bellezza eminente. Quan­d'era giovanetta rifiutò decisamente gl'in­viti di matrimonio da parte di parecchi cavalieri.

Per non attirare gli sguardi altrui, stette diversi giorni sotto i cocenti rag­gi del sole e così le si oscurò un poco il viso; in seguito, ad imitazione di Santa Caterina da Siena, tagliò anche la bella chioma dei capelli.

Divenuta Suora, amava essere disprez­zata e, ricevuto un giorno uno schiaffo, non solo non si offese, ma mostrò di aver­ne avuto piacere.

Quando domandò al Papa la facoltà di costruire il nuovo monastero, aggiunse alla supplica questa nota: Purchè io non sia la Superiora. -

Scrive il biografo: Eustochia aborriva tanto cordialmente il primato, quanto al­tri suole desiderarlo. Quando venne nominata Abbadessa, ottenne che tale di­gnità fosse temporanea, da conferirsi cioè, dopo un certo spazio di tempo, suc­cessivamente ad altre Suore della Co­munità.

La sua umiltà giunse all'estremo limi­te, tanto che il suo Confessore dovette disapprovare tanta abiezione.

I servizi più bassi li rendeva lei, quan­tunque Abbadessa; nel comando non si mostrava imperiosa e le Suore, attratte dalla sua, umiltà, ubbidivano molto vo­lentieri.

La sua umiltà era profondamente sen­tita. Si credeva indegna di essere Sposa di Gesù e così pregava: O Signore, per i miei peccati e le mie ingratitudini io me­rito di essere sprofondata nell'Inferno; tu mi colmi di benefici, ma io non li me­rito. Dovrei essere cacciata dalla Comuni­tà e tu invece mi tieni qui. -

La volontà ferrea di Eustochia mar­tellava il suo orgoglio e Dio l'arricchiva dei suoi carismi, dandole anche il dono della scrutazione dei cuori. Essa si umi­liava e Dio l'esaltava.

Quanto dovrebbero apprendere le Suo­re del nostro tempo! Tante forse, dopo lunghi anni di vita religiosa, sono anco­ra all' « a-b-c » dell'umiltà!

Si ricordi che la mortificazione dell'a­mor proprio è la principale delle morti­ficazioni.