SANTA CRISTINA
A
Bolsena un celebre santuario conserva le reliquie di una fanciulla martirizzata
che ha ispirato una festa singolare, i Misteri di santa Cristina, quadri viventi
dove si rappresentano gli episodi più popolari della sua vita.
Ogni anno, la sera del 23 luglio, si spengono le luci sul sagrato della chiesa di Santa Cristina a Bolsena, Al suono delle campane esce la «macchina» in forma di tempietto con una statua in cartapesta di Antonio Malocore, decorosa opera di artigianato contemporaneo: ha sostituito dal 1991 la bella statua quattrocentesca in legno policromo di maestro senese, che raffigura la martire in veste blu trapunta di gigli d'oro, con la mano destra che sorregge al petto la freccia mentre il braccio sinistro scende morbidamente sui fianchi e la mano sostiene un libro e parte della veste. L'antica statua processionale, che si stava deteriorando, è custodita in chiesa, da cui non esce più per evitare urti e danni durante il trasporto. Contemporaneamente sulla destra del sagrato si apre il sipario di un palchetto illuminato dove un quadro vivente rappresenta silenziosamente una scena del martirio. Così cominciano i «Misteri di santa Cristina», la singolare processione in onore della patrona che si avvia per le strade del paese fermandosi ogni volta che giunge su una piazza dove su altri palchetti si raffigurano le scene più popolari della leggenda. Il simulacro della santa, seguito da una folla effervescente, che spesso corre per non perdere una scena, entra infine nella chiesa del Santissimo Salvatore, in cima al paese, dove rimarrà per tutta la notte. La mattina seguente, festa di santa Cristina, ripercorrerà il tragitto della vigilia all'inverso, accolta nelle cinque piazze da nuovi episodi fino all'apoteosi finale, «morte e gloria», sul sagrato del santuario.
Nei
«Misteri» gli «attori» stanno muti e immobili o al massimo compiono
qualche movimento. Quei quadri viventi deriverebbero probabilmente da una
tragedia di Alessandro Donzellini, Tiria o Tragedia della Santa Christina,
rappresentata nel 1583 e poi ridetta in quadri viventi forse per permettere
alla popolazione di interpretarla senza una specifica preparazione drammatica.
D'altronde i «quadri viventi» tratti da episodi della Sacra Scrittura o da
Vite di santi non erano una novità: fin dal XIII secolo erano condotti in
processione, come avviene ancora oggi nei «Misteri» di Campobasso, che
sfilano nel giorno del Corpus Domini, mentre a Bolsena sono fisse stazioni.
Quelle rappresentazioni mute e immobili erano conosciute sul lago: «...
sappiamo che in centri vicini a Bolsena, come Montefiascone e Gradoli», scrive
Marcello Moscini in Cristina da Bolsena. Culto e iconografia (Bolsena 1991) «nel
XVI secolo si rappresentava, sotto forma di Mistero, il martirio di santa Margherita
d'Antiochia e di santa Maria Maddalena nei giorni 20 e 22 luglio. Anche
Viterbo allestì sontuose rappresentazioni mute e immobili nella processione del
Corpus Domini, alla presenza di Pio II Piccolomini nel 1462».
Dagli
scavi condotti fra il 1880 e il 1881 nella grotta si è accertato che fin dal IV
secolo Cristina era venerata come martire in un oratorio sotterraneo intorno al
quale si è poi costruito l'attuale santuario. Nei mosaici di Sant'Apollinare
Nuovo di Ravenna (VI secolo) era raffigurata tra le martiri italiane benché
alcune Passiones greche sostenessero che fosse nata a Tiro in Fenicia. Ma si
tratta di un errore dovuto al fatto che la prima Passio di santa Cristina fu
redatta originariamente in Egitto con inesattezze geografiche che si riscontrano
anche in altri testi coevi. Non è da scartare un'ipotesi avanzata nel secolo
scorso secondo la quale un'abbreviazione in Tyr, per indicare la terra degli
Etruschi, chiamati Tirreni dai Greci, sia stata interpretata da qualche
distratto redattore come Tiro di Fenicia. Quella Passio, di cui possediamo un
frammento pervenutoci in un papiro egiziano del V secolo, fu probabilmente ampliata
e ambientata a Bolsena da quella latina, non anteriore al IX secolo, il cui
valore storico è quasi nullo. C'era una volta - vi si narra - una fanciulla di
nome Cristina che il padre, magister militum di Bolsena, aveva rinchiuso con
dodici ancelle in una torre perché venerasse, vergine per sempre come una
vestale, i simulacri degli dei. Ma l'undicenne Cristina, che in cuor suo
conosceva già il vero Dio, si era rifiutata di onorare le statue e dopo una
visione angelica le aveva spezzate. Dopo averla supplicata invano di tornare
alla fede tradizionale il padre l'arrestò condannandola nel suo tribunale a
una serie di supplizi, tra cui quello della ruota sotto la quale ardevano le
fiamme.
Ricondotta
in carcere Cristina venne guarita miracolosamente da tre angeli scesi dal cielo.
Il padre, esasperato da tanti prodigi e dalla sua ostinazione, la condannò
all'annegamento facendola gettare nel lago con una pietra al collo; ma gli
angeli la salvarono sostenendo la pietra e permettendo alla fanciulla di
galleggiare sulle acque. Fu proprio allora che il Cristo, esaudendo la sua
preghiera, la battezzò facendo scendere sul suo capo una nube purpurea.
Il
malvagio genitore non riuscì a resistere al nuovo miracolo e, affranto, morì
fra atroci tormenti mentre i diavoli lo afferravano per condurlo all'inferno.
Ma
il dramma di Cristina è appena cominciato: il successore del padre, Dione, la
sottopone invano alla flagellazione, la fa gettare in una caldaia bollente piena
di pece, resina e olio da cui la fanciulla esce indenne, le taglia i capelli
per poi trascinarla nuda per le vie della cittadina. Infine la conduce al
tempio d'Apollo per farle adorare il dio: ma lei con uno sguardo fulminante fa
addirittura cadere il simulacro riducendolo in polvere.
Anche
Dione muore e gli succede un certo Giuliano che continua la sadica opera dei
predecessori gettando la fanciulla in una fornace da cui lei esce illesa. Nel
medioevo quella fornace, che i bolsenesi chiamano Fornacella e si trova a circa
due chilometri a sud del paese, in un appezzamento di terreno tra la Cassia e
il lago, dove vi è da qualche anno un ristorante, venne inglobata in un
oratorio campestre più volte ampliato e restaurato. Nei pressi dell'oratorio vi
è anche una fonte alla quale i devoti attingono perché avrebbe poteri
taumaturgici.
Cristina
sembra indomabile. Allora Giuliano decide di esporla ai morsi delle serpi che
invece ne leccano il sudore, e infine si rivoltano contro il serparo della Marsica
che le aveva scagliate su di lei uccidendolo. Ma la fanciulla, impietosita,
intercede per il poveruomo che resuscita convertendosi al cristianesimo.
Questa scena, come le precedenti, è obbligatoria nei «Misteri» che tuttavia
sono meno realistici della leggenda: vi sono, sì, le serpi ma innocue, e la
fanciulla che impersona la martire è pudicamente vestita fino ai piedi.
L'episodio, che sembra frutto della fantasia. popolare, è probabilmente
l'indizio di un'operazione síricretistica che ha attribuito anticamente alla
martire funzioni di una dea venerata in quei luoghi, una Mater Magna. Non
casualmente il serparo è un marsicano, e si sa che i Marsi, i serpari per
eccellenza dell'Italia centrale, adoravano la dea Angizia, cui erano sacri i
rettili.
Anche
le serpi dunque si oppongono alla volontà di Giuliano che, esasperato, ordina
di tagliarle le mammelle, come a sant'Agata, e di mozzarle la lingua, che
l'indomita fanciulla scaglia contro il persecutore accecandolo. Infine gli
arcieri - altro quadro fisso - la trafiggono; e lei muore colpita da due frecce,
come il «frecciato» Sebastiano.
Reliquie
della martire, il cui nome latino, Christina, insorto con il primo
cristianesimo, significa «consacrata a Cristo», sono conservate in una teca
della basilica dei Santi Giorgio e Cristina dal 180, quando vennero ritrovate
nel suo sarcofago, all'interno della grotta-santuario adiacente. Ma secondo un
racconto desunto dall'officiatura della chiesa di Sepino, una cittadina molisana
in provincia di Campobasso, due pellegrini diretti in Terrasanta trafugarono le
reliquie nel 1098. Giunti a Sepino, non riuscirono più a lasciare la città con
il loro sacro carico, che dovettero donare agli abitanti. Così sarebbe sorto il
culto della santa a Sepino dove è vivo ancora oggi nella chiesa a lei dedicata
che conserva tuttavia soltanto più un braccio perché le altre reliquie
sarebbero state a loro volta traslate a Palermo tra il 1154 e il 1166; tant'è
vero che santa Cristina, diventata patrona della città siciliana prima della «scoperta»
del corpo di santa Rosalia, veniva festeggiata sia al 24 luglio che al 7 maggio,
considerato l'anniversario della traslazione. A Bolsena tuttavia altre
tradizioni sostengono che i due pellegrini, inseguiti dai bolsenesi, furono
costretti ad abbandonare le reliquie o una parte di esse durante la fuga. Vi
è tuttavia un particolare significativo: il sarcofago ritrovato nel 1880 era
rotto nella sua faccia posteriore per frattura violenta: al suo interno vi era
un'urna di marmo bianco che conteneva delle ossa di una fanciulla tra gli undici
e i quattordici anni. Quelle ossa sono autentiche o meno? Se lo fossero si potrebbe
concludere che parte delle reliquie restarono a Bolsena, parte andarono a Sepino
da dove furono traslate a Palermo, tranne un braccio. Invece sappiamo con
certezza che nel 1084, cioè quattordici anni prima del furto, Matilde di
Canossa, accompagnata da Gregorio VII, si era recata sull'isola Martana per
riportare a Bolsena le sue reliquie spostate nel primo medioevo in un luogo
che le preservasse più facilmente dalle scorrerie di barbari e Saraceni.
A
Sepino la santa, che è raffigurata in un prezioso busto argenteo, con palma del
martirio e fiori nella mano sinistra e nella destra un modellino della città,
riceve un culto straordinario, tant'è vero che è festeggiata non soltanto al
24 luglio, sua festa liturgica, con una solenne processione, ma anche al 6
gennaio con l'esposizione delle reliquie, e infine al 9 e al 10 dello stesso
mese a ricordo del loro ingresso nella chiesa del Salvatore. Quest'ultima festa
induce a sospettare che il culto abbia trasfigurato uno precedente, precristiano,
a una grande dea, tant'è vero che inspiegabilmente, la sera del 9, le autorità
insieme con alcune bambine dette Verginelle si recano nella chiesa offrendo alla
santa su un vassoio d'argento addirittura oro, incenso e mirra! A Palermo
invece la devozione per santa Cristina è tramontata con la nascita del culto
di santa Rosalia a partire dal Seicento.
Santa
Cristina, che è anche patrona di Gallipoli, è diventata protettrice contro
il morso delle serpi velenose - altro indizio di una trasfigurazione di
attributi precristiani - e contro le malattie dello stomaco. Come san Sebastiano
frecciato è stata eletta patrona degli arcieri e dei balestrieri pur essendone
vittima, dei marinai perché non annegò ma camminò sulle acque; e infine dei
mugnai perché secondo la tradizione la pietra di cui parla la Passio sarebbe
stata una macina da mulino.
Nel
suo santuario di Bolsena - composto di tre chiese e della grotta, straordinario
museo per il sovrapporsi di opere d'arte dall'epoca precristiana al Settecento
- si conserva la sua iconografia tradizionale che si ripete anche altrove, come
ha documentato Moscini nel saggio citato. La prima immagine che accoglie il
visitatore è una terracotta invetriata, bianca e celeste, sulla lunetta del
portale mediano della basilica, opera di Benedetto Buglioni, che aveva lavorato
nelle botteghe di Luca della Robbia e risentiva anche dell'influsso del
Verrocchio: Cristina accanto alla Madonna regge fra le mani la pietra del
martirio a forma di macina. L'attributo si ripete all'interno della chiesa
romanica a croce latina in un affresco del 1459 di un pittore locale ispirato
alla scuola senese, e soprattutto in quello cinquecentesco della cappella del
Santissimo Sacramento, attribuito a Giovanfrancesco d'Avanzarano, un pittore
influenzato dalla scuola umbra, dove Cristina è raffigurata in una dolcissima
figura di giovinetta dai capelli biondi e dagli occhioni spalancati che sopra
la pietra mostra con una mano il Vangelo e con l'altra regge la freccia che
l'ha trafitta. L'immagine meno consueta, oltre a quella sulla predella del
ciborio ceramico nella cappella di San Michele presso la grotta, dove sono
illustrati alcuni episodi del martirio con la santa discinta come un'odalisca,
è una scultura di Benedetto Buglioni, dipinta una volta a tempera: la celebre
Cristina morta che non è inferiore per bellezza alla Ilaria del Carretto di
Jacopo della Quercia. Ora è sistemata nella grotta su un troppo alto basamento
ottocentesco mentre precedentemente era nell'arcosolio sotto il ciborio:
raffigura Cristina nel sereno abbandono della morte con la macina al collo e le
braccia in croce sull'addome, dov'è conficcata la freccia. Accanto a questa
scultura si celebra ogni anno, nel tardo pomeriggio, la messa della vigilia
nella grotta profumata di fiori, qualche ora prima che cominci la processione
dei «Misteri».
Una
volta durante la festa di santa Cristina si correvano anche due palii, l'uno per
cavalli barberi, l'altro per barche. In quei giorni si vendevano per devozione
le impronte dei piedi di santa Cristina in feltro o in carta, ricavate dalla
leggendaria pietra basaltica del martirio incorporata nell'altare del Miracolo
del Corpus Domini; oppure l'acqua che vi trasudava. Un'altra tradizione ormai
perduta era il trasporto dei ceri durante la processione: macchine di legno
scolpito e decorato, arricchite da fiaccole e di tali dimensioni da essere
portate a spalla da più uomini che le tenevano in equilibrio con corde.