IL PARROCO DI SANTA CLELIA

Don GAETANO GUIDI 1822-1900 

Siamo lieti di offrire ai nostri lettori, nel clima ardente dell'Anno Cleliano, un incisivo profilo di don GAETANO GUIDI, il curatino delle Budrie.

É una «prova di penna», a firma di mons. Luciano Gherardi, nella prospettiva di una più ampia e documen­tata biografia dell'insigne pastore, che ebbe un ruolo fon­damentale nella gloriosa vicenda della Santa delle Budrie.

 

La santità è sinfonica

I santi si danno la mano e fanno catena tra loro. Dove c'è un figlio, c'è un padre nello Spirito; dove c'è un discepolo, c'è un maestro; dove c'è un parrocchiano, c'è un pastore. La santità è sinfonica.

Di questa realtà, mistica e storicamente situata, diede solenne testimonianza Paolo VI il 27 ottobre 1968, quando innalzò agli onori degli altari Clelia Barbieri.

Papa Montini, rivolgendosi al parroco pro tempore, don Ugo Bravi, indicò con la mano la nuova Beata nella gloria del Bernini e disse: «Signor parroco, ecco la sua parrocchiana!». Nell'abbraccio al pastore delle Budrie il Santo Padre ricompensava i vecchi parroci di Clelia Barbieri - don Giuseppe Seta­nassi e don Gaetano Guidi - che avevano guidato la comunità attraverso il turbine: il colera del 1855, il tramonto dello stato pontificio nel 1859, le repressioni di Crispi nel 1866, i moti del macinato nel 1869: «i parroci di campagna, magnifici sacerdoti, ottimi pastori, educatori di santi».

«L'esaltazione di Santa Clelia - ha af­fermato il card. Giacomo Biffi - ci invita a riscoprire la comunità parrocchiale come prima e fondamentale palestra di crescita spirituale e di santità».

Il gesto di paterna benevolenza è ritor­nato alla memoria nel giorno in cui l'umile bracciante del Samoggia è stata inserita, per mano del pontefice Giovanni Paolo II, nell'albo dei Santi.

A buon diritto il card. Giovanni Battista Nasalli Rocca, il 18 maggio 1926, a conclu­sione della visita pastorale, conferendo a don Aldo Possenti il titolo di arciprete, di­chiarò: «Abbiamo voluto onorare insieme con la Serva di Dio anche il suo parroco don Guidi... E se il Signore vorrà siano an­cor più glorificati, ne avrà onore codesta Chiesa».

La giovane aureola della ragazza delle Budrie irradia il suo splendore su tutta la parrocchia campestre che il card. Gusmini chiamò «l'aiuola fortunata del grande giar­dino della Chiesa bolognese».

Il ragazzo di via Galliera

Il primogenito di Giacomo Guidi e An­na Carmanini venne alla luce il 12 gennaio 1822, in via Galliera, quartiere di Porta Piera. Fu portato al fonte della Cattedrale il giorno dopo.

Nato in giorno di sabato, alle 10 del mattino, il futuro parroco delle Budrie fu battezzato di domenica dall'anziano don Nicola Fontana, il «Battista» della Diocesi, che ne redasse con mano tremante il ver­bale a futura memoria. Lì si intravede l'a­rea familiare a amicale dei Guidi, nel segno di una convivialità umana e cristiana, mai smentita nel volgere dei tempi e delle sta­gioni.

Nella rosa dei nomi un programma: Gaetano si ispira al discorso della monta­gna e al modello della Chiesa apostolica; Mauro richiama «l'ora et labora» della tra­dizione benedettina; Raffaele evoca il mi­sterioso compagno del giovane Tobia, impagabile amico e terapeuta; Maria indica la stella mattutina, la madre e regina di tutti i Santi.

Non erano più tanto giovani i genitori: Giacomo, 33 anni; Anna, 27. Parve legitti­mo ad entrambi prefigurare nel piccolo Gaetano l'erede dell'azienda domestica; ma nel disegno di Dio avrà un ruolo ben di­verso, non sarà lui a rilevare la merceria del padre, né la stamperia dello zio Ulisse. Altre stoffe e altri libri passeranno per le sue mani nel laboratorio di Dio.

La storia della famiglia Guidi è storia di gioie e dolori: sequenza di alterne fortune. Come sempre.

Al primo e unico maschio, Gaetano, se­guirono quattro sorelle: Clelia nel '24, Amalia nel '29, Geltrude nel '30, Luigia nel '35. Quest'ultima, nell'opinione corrente, sarà chiamata «Gigia la matta»; ma le ven­ne fatto torto, perché alla radice della sua nevrosi stava la perdita del padre in tene­rissima età.

Confrontando lo stato d'anime delle due parrocchie urbane di San Benedetto e di San Martino, si sorprende un dramma familiare. Dal 1822 al 1830 il clan dei Guidi - nonno Innocenzo, possidente; papà Giacomo, merciaio; zio Ulisse, stampatore - abita compatto in tre appartamenti della palazzina di via Galliera Levante n. 508.

Nel 1830 passano tutti uniti al vicolo San Benedetto 2185. La fortuna è ancora in ascesa. Si prospetta un florido avvenire. La dimora accanto alla chiesa di San Benedet­to è documentata fino al 1841. Nel 1834 muore nonno Innocenzo e Giacomo divie­ne, anche formalmente, il titolare della merceria, situata sotto casa, già di ragione di Innocenzo Guidi: ma, nel 1836 il negozio passò ad un certo Giuseppe Romani. La fortuna cominciava a declinare.

Alle origini della chiamata

Poco si sa dell'infanzia e dell'adolescenza di Gaetano. Certamente il ragazzo matura in fretta: rimasto orfano di padre, assume il ruolo di vicepadre.

Mamma Anna lo interroga con lo sguar­do: «cosa farai nella vita»?

La scelta vocazionale risale all'età che, nel catechismo dell'epoca, si suole chiama­re «dell'uso di ragione»: i 12 anni. É lo stes­so Gaetano a rivelarcelo con un suo auto­grafo redatto il 18 ottobre 1841, nel presen­tare istanza al card. Oppizzoni per vestire l'abito clericale: «Fu sempre sino dai primi anni dell'uso di ragione ferma e costante nel giovane ricorrente Gaetano Guidi nativo di Bologna, dell'età ormai di venti anni, domiciliato sotto la parrocchia di San Benedetto, di darsi alla carriera ecclesiastica, ed a tale effetto avendo di già passati i primi studi, e terminato il cor­so di Filosofia elementare, come lo contesta la pagella che qui unita umilia, con preci le più fervorose ora ricorre all'E. V. Rev. ma, affinché si degni graziarlo di suo consenso per vestir l'abito sacerdotale, che desiderio pur sarebbe del petente vestirlo il giorno 24 ottobre corrente in cui celebransi le glorie dell'Arcangelo San Raffaele all'uopo pre­scelto per suo massimo protettore, onde alla prossima apertura delle scuole intraprendere il corso di Teologia, e gli altri studi appresso in questo Seminario, e così un giorno veder appagati i propri desideri... ».

Un'attenta lettura di queste righe, ver­gate con la grafia corsiva che poi scorgeremo nell'archivio delle Budrie, mette in luce, oltre l'indicazione di un patrono elet­tivo nell'arcangelo Raffaele, anche l'op­portunità di situare l'origine della vocazio­ne sacerdotale in quell'anno 1834, in cui Gaetano completò l'itinerario di iniziazio­ne cristiana. E’ un dato che riscontreremo puntualmente anche nella vita di Clelia Barbieri.

Il futuro «curatino delle Budrie» era stato cresimato dal card. Oppizzoni 1'8 aprile 1834, fungendo da padrino Ulisse Guidi. Lo dichiara il parroco di San Bene­detto, don Camillo Rizzardi, sette anni do­po, rilasciando un prezioso attestato: «... É un giovane buonissimo, che spero possa riuscire un ottimo ecclesiastico».

É lecito pensare che, poco dopo il sacra­mento della Confermazione, il ragazzo do­dicenne si sia accostato alla mensa eucari­stica, diventando così, a tutti gli effetti, «anima da comunione».

Dai santi segni del Crisma e dell'Eucari­stia scaturì la divina chiamata.

 

Prima Messa con le sette spade

Lo chiamavano Gaetanino: Gaetanéin. Un diminutivo di simpatia e di misura. Sensibile, riflessivo, volitivo, aveva sprazzi di umorismo; e una buona memo­ria. Resteranno indelebili nel suo animo gli anni '30. I rintocchi delle campane in morte di Pio VIII, il 30 novembre 1830. I doppi per l'elezione di Gregorio XVI, il 2 febbraio 1831; due giorni dopo, i clamori per l'arresto di Ciro Menotti.

Da Modena a Bologna l'incendio dila­gò. Il 26 febbraio, a Palazzo d'Accursio, s'insediò il governo delle Provincie Unite presieduto da Giovanni Vicini. Il 20 marzo, entrarono dalle quattro porte le truppe au­striache del generale Frimont; e verso l'e­state i bolognesi conobbero la sagoma in­confondibile del generale Radetzky.

Il '31 non fu un '48. Erano moti di éli­tes: i Carbonari; la Giovane Italia... La plebe dei sobborghi rimase ai margini. In­combevano carestie e contagi. La chiame­ranno la rivoluzione dei 44 giorni. Nondi­meno le quattro provincie - Bologna, Fer­rara, Forlì, Ravenna - smaltirono a fatica i postumi del '31. Permasero fermenti e in­quietudini, che riesplosero a scadenze pe­riodiche. Anche la proverbiale serenità del card. Oppizzoni subísce una dolorosa fles­sione dopo l'amara esperienza del trime­stre di Legato a latere (21 marzo - 31 mag­gio 1831). In tale congiuntura storica gli Addobbi di s. Benedetto, la domenica do­po il Corpus Domini dell'anno successivo, segnarono una parentesi di pace.

Sulla soglia dell'età critica Gaetano si sente afferrato da Dio, e fa la sua scelta di vita: sarà prete.

L'atmosfera non è favorevole. Si regi­stra un declino nelle giovani leve sacerdo­tali: nel volgere di un secolo quasi 100 unità in meno. Bisogna riconoscere che per l'uni­co maschio di casa Guidi si tratta di una scelta profetica.

Nulla muta esternamente. Veste come gli altri ragazzi della sua età: la divisa scolastica nei giorni feriali, quando va a s. Lu­cia; la cotta di domenica, quando fa il chie­rico alla Messa parrocchiale di don Camillo Rizzardi; la blusa, nei giorni di vacanza, quando lo zio Ulisse gli chiede una mano in stamperia.

L'incontro con il giovane Bedetti

Le varie tappe del curriculum studio­rum affiorano nella petizione presentata al­l'Arcivescovo il 18 ottobre 1842.

Dopo i 5 anni delle scuole primarie nel­l'antica sede dell'Archiginnasio, Gaetano Guidi frequentò il corso di grammatica, umanità e retorica dai Barnabiti, a s. Lu­cia. Lì, con tutta probabilità, ebbe come in­segnante un giovane presbitero, che avrà un ruolo pionieristico nella promozione so­ciale: don Giuseppe Bedetti; e forse notò fra i suoi compagni di classe Ferdinando Maria Baccilieri. Destini convergenti nel segno della carità. A s. Lucia il ragazzo di Porta Piera, avvezzo al dialetto con le tipi­che sibilanti petroniane, apprese una parla­ta più ortodossa, anche se non era ancora invalsa la consuetudine di lavare «i panni in Arno»; e acquisì lo strumento della latinità indispensabile per un candidato al sacerdo­zio.

Sui 16 anni, così equipaggiato, prese a misurarsi con la filosofia elementare (logi­ca, metafisica, etica) in un ginnasio privato gestito da don Raffaele Pedrazzi. Quanto sudare su quelle Institutiones lugdunenses, che costavano sei lire al foglio!... tanto più che era di rigore dialogare in latino: «da questa legge - ammoniva una circolare di Oppizzoni - vengono eccettuate solo l'al­gebra, la geometria e la fisica». L'ancella - la filosofia - apri la strada alla padrona: la teologia. Il giovane chierico cominciò a familiarizzarsi nelle aule del seminario con la dogmatica, la Sacra Scrittura, la storia ecclesiastica, la sacra eloquenza, il diritto canonico e infine con la morale. Conte­stualmente insegnò la dottrina critiana a s. Martino; e partecipò ogni domenica alla Congregazione dei chierici nella cripta (i cosiddetti «Confessi») di s. Pietro.

L'arte di farsi capire

Toccò al parroco dei Celestini, don Piero Paolo Caselli, espressamente dele­gato dal Cardinale Arcivescovo, di impor­gli la veste talare. E non fu solo un cambia­mento di immagine. Tra studio, tirocinio e ascesi salì di gradino in gradino verso l'al­tare.

Come Bedetti anche Guidi non conse­guì i gradi accademici. Fu pastore, sempli­cemente, e catechista nato. Si legge in un profilo postumo: «In Seminario emerse ne­gli studi, soprattutto per la precisione di co­gliere il pensiero... Ma dove la sua perso­nalità rifulse, fu per la padronanza della parola. Era facondo oratore, finemente ar­guto; ed' aveva l'arte di farsi comprendere da tutti».

Nel 1842 ricevette la tonsura e gli ordini minori: ostiariato e lettorato, il 12 marzo; esorcistato e accolitato, il 3 luglio. Poi, gli ordini maggiori: suddiaconato, il 23 set­tembre 1843; diaconato, il 23 marzo 1844.

Raggiunse la meta del presbiterato il sabato delle tempora d'autunno, 21 settem­bre 1844, per le mani del card. Carlo Oppizzoni. E fu l'ora della prima Messa. Il neo-sacerdote offrì per la prima volta il divin sagrifizio il 22 settembre nella parroc­chia di s. Martino, dove si erano ricon­giunti i due spezzoni di famiglia divisi per la morte del padre. Se l'arcangelo Raffaele era stato il segno dell'entrata fra le file del clero, l'Addolorata fu l'emblema del sacer­dozio.

Infatti, la prima Messa nel calendario della diocesi venne a coincidere con la festa dei sette Dolori di Maria Vergine.

 

Nella casba del Borgo san Pietro

Il Borgo san Pietro - cuore proletario della vecchia Bologna - godeva di una sua leggenda nel bene e nel male. Alfonso Rubbiani, in Ehi! ch'al scusa, rende al vivo la varia umanità dei borghigiani, riflessa nella lunga strada (allora comprendente anche via Mentana) degradante verso il santuario della B.V. del Soccorso: «Di dieci in dieci metri diventa sempre più sporca; fiancheggiata da prima di case, poi di casupole, poi di catapecchie, mette capo a una chiesina bianca e liscia, come una giovane lavandaia, sormontata da un orologio in ferro che indica l'ora di pranzo, quando c'è il pranzo, a parecchie centinaia di famiglie e di operai e di pezzenti... ».

Anna Carmanini ved. Guidi e i suoi cin­que figli abitavano nella parte alta del Bor­go, a valle di via Moline. Su questo sfondo, pittoresco e sanguigno, si colloca la para­bola del neo-sacerdote don Gaetano Guidi. Mamma Anna, per quadrare il bilancio, ospita come dozzinante un anziano zio ma­terno, Gaetano Forni; poi, alla sua morte, uno studente, Francesco Zanasi.

Le figlie - se si eccettua la più piccola - non hanno particolari problemi, oltre quelli dell'età. Clelia, la maggiore, è un te­soro di ragazza: amabile, piissima, solerte. Gigia invece manifesta i primi sintomi di rupofobia: una paura ossessiva dello spor­co, incentivata dai cumuli di rusco ammuc­chiato un po' dappertutto...

Don Gaetano, per evidenti motivi, resta in famiglia; e vive le sue prime esperienze pastorali come officiante al fianco di don Antonio Costa nella parrocchia ex carmeli­tana di san Martino. Un indizio della sua permanenza in quest'area urbana, può con­siderarsi l'iscrizione alla confraternita del Carmine nel 1847. Viene registrato nella apposita vacchetta con il n. 56; prima di lui, al n. 34, è l'imprevedibile sorella Gigetta, tredicenne, che nello scapolare della Vergi­ne cerca un usbergo e una protezione.

A fianco di un grande maestro

Chi è don Costa? Arduo delineare in brevi righe la sua figura di uomo e di pasto­re. Fu certo un personaggio di spicco, in quell'epoca intensa e travagliata: cateche­ta, biblista, direttore d'anime, cooperatore assiduo delle scuole notturne, perno di un vasto movimento vincenziano, primo assi­stente del circolo giovanile s. Petronio, missionario apostolico; e, nei giorni dell'i­ra, leader riconosciuto dai preti giovani e anziani.

Accanto a lui don Guidi ebbe l'occasio­ne privilegiata di uno straordinario tiroci­nio. Nella sagrestia di san Martino, quasi a muro con il teatro Contavalli - uno dei luoghi emergenti della cultura non solo sce­nica e melodrammatica - incontrò uomini come Giovanni, Angelo, Francesco Gua­landi e Alessandro Guardassoni, che nel­l'autunno '49 presero contatto con Parigi, per verificare alla fonte l'opera di Federico Ozanam. L'anno dopo poté partecipare al battesimo della prima Conferenza maschile e farsi un'idea delle visite ai poveri a domicilio. Lì conobbe il gran cuore di Clotilde Jus­si, la futura benefattrice del ritiro delle Bu­drie: e, nel 1856, ebbe modo di prendere contatto con il nucleo di fondazione della Società di s. Vincenzo femminile, presiedu­to da Celestina Scarabelli.

La quotidiana frequentazione con don Antonio Costa fu anche il tramite che gli consentì di seguire da vicino la persona e l'opera del ven. Giuseppe Bedetti, e di sco­prire l'estro creativo del giovane Giambat­tista Casoni.

Sulla cattedra di s. Petronio siede dal 1802 il card. Carlo Oppizzoni. Era entrato giovanissimo, a 33 anni; ora, con i capelli bianchi e tante battaglie sostenute, è un ve­gliardo su cui la città e la diocesi sanno di poter contare nei giorni difficili.

Con molto realismo l'Arcivescovo, che avverte l'urgenza delle riforme nel crepu­scolo dell'era gregoriana, vede avanzare l'ora della crisi. Con tutta probabilità scam­biò le sue sofferte valutazioni con il più gio­vane card. Giovanni Mastai Ferretti, Ve­scovo dal '32 nella diocesi suffraganea di Imola, e sarà particolarmente lieto di ve­derlo sul trono pontificio, il 16 giugno 1846, dopo il rapido conclave seguito alla morte di Gregorio XVI.

L'8 agosto: epopea e tragedia

Il disagio si farà più acuto dopo i moti ai confini della diocesi - Savigno (1843), Ba­di (1845) - innescati dagli analoghi «casi­delle Romagne»... La casba borghigiana è una cartina al tornasole della congiuntura storica. Vibra di incontenibile entusiasmo di fronte ai primi atti conciliativi e agli esperimenti riformisti di Pio IX; e insorge contro gli austriaci nell'epica giornata dell'8 agosto, erigendo barricate alle porte basse di Galliera e Mascarella.

Dopo l'epopea, la tragedia. I corpi fran­chi tentano di impossessarsi del potere; e bande di facinorosi scorazzano per la città: «Come le Romagne ebbero le squadracce di briganti; come Ancona gli ammazzarelli; così Bologna - scrive Giovanni Natali - ebbe i falsi eroi settembrini. Uccisioni feri­menti, rapine... Anarchia feroce e impulsi­va che rampollava dall'abiezione e dalla miseria in cui era lasciata la povera gente».

Il Borgo è coinvolto nel caos cittadino. In una notte di settembre sarà perquisito dai gendarmi da cima a fondo. Un duro ri­sveglio alla normalità.

«I fieri popolani - commenta ancora Ehi! ch'al scusa - riconsegnarono i fucili al­la patria, ritornando il dì appresso facchini in piazza, col numero di ottone sul braccio». Nel '49, al ritorno in forze degli austria­ci, la città alzerà bandiera bianca. Il vec­chio Oppizzoni, ottantenne, quasi cieco, alle 4 del mattino del 16 maggio, a capo di una delegazione cittadina si porterà in car­rozza a Borgo Panigale dal generale Von Wimpffen a perorare clemenza.

Quell'anno la Madonna di s. Luca non scese dal Colle della guardia; e a S. Marti­no furono sospesi gli Addobbi.

L'Arcivescovo sarà ancora ambasciato­re di pace presso la corte di Vienna fino al­la morte, avvenuta il 13 aprile 1855.

La Provvidenza gli risparmierà le tribo­lazioni del colera che infurierà un mese do­po. Fra città e provincia oltre 12.000 morti. Ogni parrocchia ebbe la sua quota di lutti. A san Martino 56. Intorno a casa Guidi im­perversò il morbo. Per venire incontro alle vedove e agli orfani del colera sorgerà il 10 gennaio 18561a Conferenza di s. Vincenzo femminile.

I tredici anni del Borgo furono un cro­giolo di esperienze per l'uomo di Dio che a Pasqua del '57 si trapianterà definitivamen­te sull'argine del Samoggia.

 

Sulle rive del Samoggia

Martedì 3 marzo 1857, venne affisso ad valvas della Metropolitana di s. Pietro, del­la basilica di s. Petronio, del palazzo arci­vescovile e - ovviamente - di s. Maria Annunziata delle Budrie, il bando di con­corso per la piccola parrocchia dell'appo­diato di s. Bartolo, resasi vacante in seguito all'insulto apoplettico che aveva stroncato a soli 46 anni don Giuseppe Setanassi.

La lista degli aspiranti non fu molto af­follata. Unico iscritto don Gaetano Guidi. Fece il suo ingresso solenne la domenica delle Palme (5 aprile), con la credenziale di nove fave bianche su nove alla prova d'esa­me. Fu l'Arciprete di s. Giovanni, don Lui­gi Santini, a dargli il possesso «materiale, reale, formale» davanti all'economo don Romualdo Vecchi e a don Antonio Costa, che fungevano da padrini.

Il trasloco, con a bordo del calesse tutta la famiglia, batté l'antica via di Mezzo, do­ve un cippo di pietra viva ricordava che nel­l'anno 43 a.C. Lepido, Antonio, Ottaviano si erano spartiti il mondo con i così detti «patti del Lavino».

Campane a festa e rami d'ulivo saluta­rono la prima liturgia comunitaria. Non do­vette mancare il tradizionale sonetto appe­so ai tronchi d'albergo, né i mortaretti azio­nati dall'artificiere casalingo, Giovanni Gi­rotti. La popolazione - 1194 anime per 207 famiglie - si strinse unanime intorno al curatino che veniva dalla città, ma sem­brava da sempre uno di loro.

Era lontana dalla mente del nuovo par­roco l'idea di considerare la piccola cura d'anime come una stazione di tappa per più ambiziosi traguardi. Come il centurione di Tito Livio, esclamò lui pure: «signifer, sta­tue signum; hic manebimus optime». Tra­dotto liberamente: ragazzo, pianta la cro­ce; qui rimarremo per il resto dei nostri giorni.

Facendo uno spoglio sistematico dei di­scessit, con i quali l'Ordinario dava il bene­stare per l'uscita dai confini della diocesi, si trova la conferma che don Guidi era strut­turalmente residenziale. Solo sul finire del maggio 1888, in occasione del giubileo sa­cerdotale di Leone XIII, andrà in pellegri­naggio alla città eterna.

Il mondo della canapa

In quel fatidico 1857 fu Pio IX a far visi­ta al capoluogo persicetano, il mercoledì 12 agosto. Non mancò don Gaetano a quello storico appuntamento, quando Papa Ma­stai smontò dalla carrozza fra la Collegiata e il Municipio, accolto dal vicario generale Stanislao Svegliàti e dal gonfaloniere Ago­stino Dalla Rovere: una data storica da mettere in controluce con il 12 giugno 1859 - domenica di Pentecoste - allorché, am­mainata la bandiera pontificia, i giovani li­berali persicetani Enea Masetti e Raffaele Zambonelli, issarono sul balcone il tricolo­re sabaudo.

Al primo inverno don Guidi fece diretta conoscenza con le nebbie e i rigori della «bassa». Giornate brevi e nottate lunghe nelle cucine e nelle stalle... Gli si squader­nò davanti agli occhi, attenti e curiosi, il mondo della canapa con il suo arsenale ar­tigiano e il prezzo inenarrabile di fatiche e di stenti.

Toccò con mano la miseria dei braccian­ti, il diffuso analfabetismo, le ferite non an­cora rimarginate del colera; e scoprì l'uma­nità e la fede dei suoi budriesi, ricevendo una investitura di base, dopo il possesso ca­nonico, nella benedizione di Pasqua alle case.

Alla borgata delle Caselle abitavano i Barbieri: nonno Sante, canapino, di 78 anni; mamma Giacinta Nanetti, di 43; Clelia, un­dicenne; Ernestina, con due anni in meno. La cronaca tace su questo primo incon­tro. Ma nel breve orizzonte domestico, in cui spiccava il telaio per la filatura e l'alta­rolo della Vergine, dovette esservi un'inte­sa rapida e profonda fra Clelia, ormai can­didata alla prima Comunione, e l'uomo di Dio, coetaneo di suo padre morto nel 1855 a causa del colera.

Al Card. Oppizzoni era succeduto il Nunzio apostolico a Vienna, Michele Viale Prelà, che entrò in diocesi il giorno di Ognissanti 1855. Su tutte le canoniche al vecchio emblema con il motto araldico om­nia cum tempore si sostituì il nuovo con la scritta suaviter et fortiter.

Lo rammenteranno i vecchi petroniani nel 1914 all'ingresso di Giorgio Gusmini, che farà un chiasmo araldico e pastorale con il suo fortiter et suaviter.

Prima Comunione di Clelia L'agenda del plebanato portava per il mese di giugno 1858 la visita pastorale. L'Arcivescovo arrivò alle Budrie il giovedì 17, festa di s. Barnaba e 12° anniversario dell'elezione di Pio IX.

La sacra visita ebbe un finale agrodolce. Riferisce il diario: «Fatta colazione, in ca­nonica l'Arcivescovo scese in chiesa e am­ministrò la Cresima a 38 fanciulli e a 34 fan­ciulle; ma non li trovò preparati come spe­rava... ».

Il giovedì successivo, festa della Nativi­tà di s. Giovanni, Clelia e le sue compagne di catechismo, divennero «anime da Comu­nione». E fu un'esperienza decisiva. Si po­trebbe dire - anticipando gli eventi del 1869 - che Clelia ebbe in quel giorno la sua prima «inspirazione granda».

Per un istinto soprannaturale, che riat­tualizzava il suo primo incontro con l'Euca­ristia nel lontano 1834, «il confessore e par­roco - dice suor Imelde Becattini nelle sue Memorie - cominciò a far caso delle sante disposizioni della pia giovinetta e procurò di averne una cura speciale, parendogli che il Signore preparasse quest'anima ad essere un istrumento della divina provvidenza e misericordia».

Due vie si fondono. Da vero padre del­l'anima, don Guidi fa opera di discerni­mento e di promozione. Capta i segnali dello Spirito ed elabora un progetto che nel giro di pochi anni darà frutti insperati. Pro­prio da quelle ragazzine che per la prima volta si erano accostate al banchetto euca­ristico, germoglierà una nuova primavera.

L'ultimo scorcio degli anni 1850 vide anche la crescita del campanile. Progettato nel 1672-82 da Paolo Canali con la supervi­sione di un architetto di grido - Agostino Barelli - era rimasto a mezz'aria, come una sinfonia incompiuta. Una vera spina per i parrocchiani. L'impresa galvanizzò la popolazione. L'agile guglia della torre campanaria diverrà il simbolo del rinnova­mento comunitario.

 

Grandezza del curatino

«Tra le grandi grazie fattemi dal Signore pongo quella di essere nato e vissuto nella parrocchia di don Gaetano Guidi. Attribui­sco al suo governo e al suo esempio la mia vocazione e quel piccolo bene che la Prov­videnza ha disposto che io operi nel mon­do.

Altrettanto credo dovranno dichiarare don Antonio Pullega, don Augusto Ferra­ri, padre Angelo Forni, mio fratello don Teobaldo. A tutti noi si uniscono dal cielo l'altro mio fratello padre Amedeo e l'indi­menticabile don Ildebrando Mezzetti così tragicamente scomparso».

In questi termini si esprimeva il Vesco­vo di Bertinoro, mons. Francesco Gardini, in un suo memoriale nel centenario della nascita di Clelia Barbieri. Il boom vocazio­nale di cui parla, si verificò nell'ultimo scorcio del secolo XX. Ma oltre vent'anni prima, nel decennio di fuoco '60-'70 era maturato qualcosa di nuovo fra le ragazze delle Budrie: un giovane drappello di ope­raie della dottrina cristiana aveva dato ori­gine a un progetto di vita comune calato nella realtà di paese. Una creazione di ma­trice popolare, del tutto informale.

E' qui che si manifesta il genio di don Guidi. Le ha innestate ancora adolescenti nei ruoli attivi della catechesi. Le ha aiuta­te a sviluppare le loro potenzialità. Ha indi­viduato in Clelia il leader naturale e cari­smatico. Ha tenuto a battesimo la fonda­zione nascente.

Per misurare l'audacia e la grandezza d'animo del «curatino delle Budrie» biso­gna rifarsi al clima incandescente della pro­vincia di Bologna nel periodo immediata­mente successivo allo scambio delle inse­gne sul balcone del palazzo municipale. La situazione si fa sempre più pesante sotto ogni punto di vista. É in atto una censura che controlla tutto e tutti. Si colpisce in alto e in basso. Nell'estate 35 sacerdoti sono colpiti: estradizioni, arresti, diffide. Il 20 novembre il governatore Farini estende al­l'Emilia la legge sarda che abolisce i privi­legi del foro ecclesiastico, di immunità e di asilo. Scoppiano incidenti a catena. Il 18 marzo 1860 avviene l'annessione al Regno d'Italia. Viale Prelà non si fa illusioni. Sa che il corso delle cose è irreversibile. Pilota con mano maestra la navicella nella tempe­sta; ma la morte lo rapisce anzitempo il 15 maggio 1860.

Qualità del cristiano medio

Ha detto papa Giovanni: «la storia tutto vela e tutto svela». A distanza di oltre un secolo si constata che il tramonto del pote­re temporale è stato un bene: lo svincolo da certe responsabilità terrenistiche ha reso l'azione pastorale della Chiesa più sciolta, aperta, universale; ma nel '59 e negli anni che seguirono ci fu un difficile taglio del cordone ombelicale fra i due poteri.

I parroci serrano le file, mentre il Vica­rio capitolare mons. Antonio Canzi viene processato e deportato a Pallanza nel mag­gio 1862, dove resterà fino al 4 giugno 1865; e il card. Filippo Maria Guidi, desi­gnato alla diocesi petroniana nel Concisto­ro del 16 marzo '63, non può mettere piede nella sua città episcopale, che pur segue at­tentamente per canali epistolari fino alle dimissioni nel 1871.

Della nuova situazione l'arciprete di s. Giovanni, don Luigi Santini, e il suo amico don Guidi fanno una lettura nella fede. Adottano un modello di comportamento che si potrebbe definire con Bonhoeffer «resistenza e resa». Vedendo frustrata la loro tenace opposizione a patenti soprusi, allungano il tiro. Lavorano nei solchi della pazienza. Seminano per un domani che la situazione post-unitaria lascia appena in­travvedere. Ed è proprio in quel travaglio storico che si verifica ciò che ha acutamen­te rilevato 1'Aubert: «poche cose sono cam­biate sotto il pontificato di Pio IX quanto la qualità del cristiano medio».

Il colloquio amicale diviene una forza per il clero e il laicato cattolico. A Bologna si segnalano uomini come Casoni, Fanga­reggi, Rubbiani, Acquaderni. Il dialogo si intreccia intorno a testate come «L'Eco», «Il patriota cattolico», «Il conservatore»; e dall'inizio del '66 si coagula nell'associazio­ne cattolico-italiana per la difesa della li­bertà della Chiesa, che ha come uomo di punta Giovanni Battista Casoni. L'arciprete Santini è in contatto con lui, come lo è verosimilmente il parroco delle Budrie, con il quale ha in comune una preoccupa­zione: la gioventù.

Il municipio di s. Giovanni ingaggia un confronto con il clero locale mediante un suo organo di stampa, attivo dal '63 al '65: «Il piccolo educatore». Esce nel giorno di mercato, il mercoledì; e incrocia le armi so­prattutto con «L'Eco», pubblicandone il ne­crologio alla sua cessazione nel gennaio '64.

 «Adess a son un galantom!»

Si apre in quell'anno il dibattito parla­mentare per l'estensione delle leggi eversi­ve alle ex-legazioni: soppressione degli or­dini e delle corporazioni religiose e aboli­zione dell'asse ecclesiastico. Il disegno di legge presentato dal ministro Pisanelli il 18 gennaio 1864 ha un sensibile impatto in questa terra. Si raccolgono firme da parte di parroci e di parrocchiani da inviare in Parlamento. Il Questore si preoccupa. Il Delegato di pubblica sicurezza informa: «sono ben poche le firme ottenute dai par­roci del comune, ad eccezione di quello di San Bartolo che mi si dice coadiuvato dal dott. Zeffirino Nanetti (lo zio di Clelia) medico chirurgo del paese».

Per le elezioni del 22 ottobre '65 Santini sostiene la candidatura del Casoni nel col­legio di s. Giovanni. Esito deludente: 41 voti contro 235 del Martinelli; ma la mag­gior parte di questi esigui suffragi proviene dal persicetano.

La legge soppressiva degli ordini reli­giosi è approvata il 7 luglio '66. Entrerà in vigore il 1° gennaio del '67. Intatto scatta la legge Crispi varata a Firenze il 14 maggio '66, contestualmente alla III guerra d'indi­pendenza. La chiameranno subito la «legge dei sospetti». Ogni iniziativa dei cattolici viene azzerata. Nota il Casoni: «Si levò una bufera tremenda, quasi distruggitrice di ciò che con tanti stenti e difficoltà erasi potuto fare in alcuni anni...».

C'è aria di stato d'assedio. Il prefetto Cornero di concerto con il questore Bolis ordina la perquisizione nelle case di preti e laici. Sono arrestati 50 sacerdoti, tra cui 33 parroci. In zona oltre l'arciprete Santini vengono catturati il canonico Lodi della Collegiata, don Naborre Vancini della De­cima, e lo stesso don Guidi.

Il vero capo d'accusa è che hanno fatto parte della sospesa associazione cattolico­italiana per la difesa della libertà della Chiesa. Implicitamente si evidenzia il loro prestigio. Per tutti, al ritorno, sarà un trionfo casalingo. È risaputa la frase pro­nunciata da don Guidi il 6 luglio '66 dopo un mese di detenzione nel carcere di s. Lu­dovico: «adess a son un galantom!».

 

Il Ritiro della Provvidenza

Ritornando, il 16 luglio 1866, dal carce­re di via del Pratello, già sede delle mona­che francescane, don Guidi si reputò fortu­nato. Gli altri suoi colleghi del Vicariato, sottoposti a domicilio coatto in forza della legge Crispi, rientreranno il 23 settembre.

Poteva considerare - e ne era interior­mente convinto - d'avere fatto un corso di esercizi spirituali fuori programma.

In quella ex-dimora monastica, intitola­ta ai santi Ludovico e Alessio, s'era trovato insieme a 47 laici e a 26 ecclesiastici, acco­munati nello stesso capo d'accusa di non aver aderito alla filosofia dei nuovi padroni di casa. Fra i sacerdoti c'era anche don Giuseppe Codicè, futuro fondatore della Visitandine dell'Immacolata.

L'accoglienza dei parrocchiani lo risarcì ampiamente del torto subìto; ma ciò che lo commosse sino alle lacrime fu il constatare che dai solchi della sofferenza stava affio­rando un originale progetto di vita comune.

La sola idea aveva del temerario, se si pensa che il 7 luglio si era estesa a tutto il Regno la legge Siccardi di soppressione degli ordini e delle corporazioni reli­giose.

All'inizio del '67 la macchina statale si mise inesorabilmente in movimento. Furo­no sfrattate dai loro conventi le monache del Corpus Domini e della Visitazione, le francescane di s. M. Egiziaca, le Carmelita­ne scalze e delle Grazie, le Agostiniane di s. Cristina, le Terziarie servite di Budrio...

Emerse ancora di più l'audacia dell'in­trepido quartetto di ragazze - Clelia, Teo­dora, Orsola, Violante - che stava gettan­do le basi di quello che sarà chiamato «il Ritiro della Provvidenza».

Siamo a metà del '67. Clelia, ricono­sciuta dalle compagne come guida e madre, porta ancora in volto i segni di una tbc galoppante che l'ha aggredita all'inizio del­l'anno. È guarita prodigiosamente, dopo aver ricevuto il Viatico al suono della cam­pana dell'agonia: «Perché piangete? - dice la ragazza svegliandosi da un profondo sopore - Questa volta il Signore non mi chiama; vuole ancora qualcosa da me».

Una sera dell'aprile 1868

Nell'estate del '67 si rese libero il secon­do piano della casa del maestro Geremia Neri, a pochi passi dalla chiesa; e parve un segno della Provvidenza.

Il parroco, stipulato l'affitto per diversi anni, stimolò una vasta solidarietà per si­stemare quell'umile sottotetto. Ma, come era prevedibile, si scatenò una vivace rea­zione, dapprima borbottata nei circoli libe­rali, poi formalizzata dal prosindaco di san Giovanni, Giuseppe Morisi, che intimò l'alt.

Si istruì una pratica in Prefettura: l'in­chiesta Cornero, registrata in un dossier di circa 20 pagine, qua e là intercalato dagli interventi della controparte: il cancelliere arcivescovile mons. Achille Manara e lo stesso don Guidi, che nella circostanza si ri­velò un mediatore illuminato e tenace.

Dopo oltre 4 mesi, dal novembre '67 al marzo '68, il nodo si sciolse favorevolmen­te. Venne data via libera alle ragazze delle Budrie « di attuare la vagheggiata istituzio­ne, essendo lecito a più persone di convive­re assieme, quando da tale consorzio non ne venga danno alla morale, disturbo al­l'ordine pubblico e infrazione alle leggi del­lo Stato».

La tradizione popolare ci ha trasmesso una specie di fioretto, che ha il sapore di francescana letizia. «Una sera d'aprile 1868 don Gaetano tornò alle Budrie col nulla osta della Prefettura e, fermando il cavallo sotto l'abitazione dove Clelia e le compa­gne stavano in attesa, diede il sospirato an­nuncio sventolando un fazzoletto bianco».

Non è qui il luogo di esporre per filo e per segno il programma del Ritiro. In ter­mini moderni dovremo dire che è la catego­ria femminile che si sveglia, prende co­scienza di sé e del proprio ruolo all'interno del paese, mettendo in atto una coraggiosa iniziativa per «indirizzare nella via del lavo­ro e della morale le fanciulle povere, ab­bandonate o poco curate dai genitori».

Nel servizio apostolico e caritativo di Clelia e delle sue compagne prende forma e figura un progetto di ricupero sociale - alfabetizzazione, scuola di lavoro, educa­zione alla vita - che per certi aspetti è in anticipo sui tempi e ha dentro di sé l'intui­zione profetica della condizione femminile e operaia, che emergerà impetuosamente nei decenni successivi.

A questa percezione non fu certamente estraneo il sacerdote che, prima di appro­dare alle Budrie, aveva avuto quotidiana­mente sotto gli occhi la scena proletaria del Borgo san Pietro.

Il resto è noto: l'apertura del Ritiro il 1° maggio '68; la cena con l'uovo diviso in quattro; i quattro pani portati in dono dalla piccola Maria Baroni...

I primi mesi passarono in fretta con le tipiche grazie di fondazione; poi venne il gelido gennaio 1869, in un clima inquieto per la legge sul macinato che veniva ad im­porre la tassa più temuta dalla povera gen­te: quella sul grano, sul frumentone, sulla segala, sull'orzo, sull'avena, sulla veccia, sulle castagne.

Don Gaetano come Barnaba

San Giovanni fu al centro di un vasto moto di ribellione che ebbe il suo apice il 7 gennaio.

Seguì una repressione spietata. Le cam­pane restarono mute, per un diktat del gen. Raffaele Cadorna, fino a Pasqua. Nozze, funerali, feste liturgiche e popolari registrarono un ostinato silenzio, finché alcuni parroci della zona non si resero interpreti dell'assurdità del divieto, con una lettera all'autorità locale.

Tra i firmatari - insieme a don Tabelli­ni succeduto a don Santini, morto a 44 anni il 26 maggio 1868; e a don Canelli di Casta­gnolo - il nostro don Guidi, ormai assurto a ruolo di leader della base.

Nei fascicoli della Questura, sotto l'eti­chetta «clericali e paolotti» ci sarà una car­petta anche per lui fino al 1872. Viene re­putato un uomo pericoloso, per l'influenza che esercita sui parrocchiani. Il che è un in­sospettato elogio.

Volessimo più propriamente catalogare il curatino delle Budrie, dovremmo dire che egli è stato per Clelia e per le sue com­pagne, quello che fu Barnaba per Saulo di Tarso: lo scopri, lo lanciò, lo accreditò; e da vero uomo della «paraclesi» seppe trarsi in disparte.

Anch'egli, come la sua figlia spirituale, può definirsi un mistico «in situazione». La sua profonda e continuata esperienza dello Spirito nasce dalle zolle della buona terra rivoltate dal vomere della Croce; e a quelle zolle ritorna come fermento evangelico e germoglio di vita.

Ne è prova inconfutabile il lapidario verdetto che egli emetterà sulla figura e l'o­pera di Clelia Barbieri, dopo il suo esodo del 13 luglio 1870: «È un'anima santa, tutta di Dio, venuta al mondo per fare quello che ha fatto. Io lo posso ben dire».

 

L'eredità Cleliana

Il 14 aprile 1870, Giovedì santo, la ra­gazza delle Budrie minata dalla tisi non po­té ripetere il gesto della lavanda dei piedi e dell'agape fraterna dell'anno prima. Le giovani che avevano vissuto con lei quel momento di grazia, le fecero visita nella stanzetta sul pianerottolo della casa del maestro.

Il 4 maggio il parroco benedisse le nozze di Ernestina Barbieri con un bravo giovane del Martignone, Alfonso Maccaferri, mu­ratore. E forse per l'ultima volta Clelia fece un'apparizione in chiesa nel banco di prima fila.

La calda estate accelerò il declino. Per affrontare l'ultimo combattimento volle ri­vestirsi dello scapolare del Carmine «ca­parra di eterna predilezione, difesa e scam­po da ogni pericolo, pegno di eterna prede­stinazione». Lo indossò con il rituale in uso ab antiquo nella pia unione di s. Martino.

L'l1 luglio, 15° anniversario della morte del padre, pregò «con molta istanza» le compagne a trasportarla in un'altra camera entro la loggia. Don Gaetano non si mera­vigliò della insistente richiesta. Entro quel­la camera si erano aperti i cieli e Clelia ave­va siglato il patto con lo Sposo Gesù dopo «l'inspirazione granda» della domenica di Sessagesima 1869.

Era la stazione conclusiva del suo pelle­grinaggio verso la santa Gerusalemme. Ap­pena adagiata sul letto disse: «Ora muoio contenta. Questa stanza sarà trasformata in cappella e vi si celebrerà la santa Messa.

Qui vi radunerete a pregare e proverete grandi consolazioni».

Bagliori di fuoco illuminarono il tra­monto. Colloqui e silenzi densi di profezia. In quel santuario domestico don Guidi capì di essere stato prescelto per una particolare missione; e quando la ragazza con un tacito sguardo, che richiamava quello di Gesù a Giovanni dall'alto della croce, gli affidò la sua duplice famiglia, ne ebbe la ratifica de­finitiva.

La mattina del mercoledi 13 luglio, mentre il parroco celebrava la Messa pro infirma davanti a una folla emozionata, Clelia entrò in coma. Si risvegliò alla cam­pana del vespro e scandì il salmo ricapitola­tivo di tutta la sua vita: «Amate e temete il Signore, perché è grande e buono». Poi, spirò.

Le esequie, il venerdi 15 luglio, segna­rono un trionfo. Nel trasporto della salma dalla chiesa al cimitero posto sul sagrato, «molti che erano addormentati, si destaro­no (cf. Mt 27, 52)». Misteriosa fecondità della morter dei santi!

Il rescritto di Pio IX

Il decennio che seguì vide altri segni e prodigi: il rescritto di Pio IX, la voce, l'en­comio del regio Provveditore agli studi, la custodia eucaristica, la casa sul campo di erba medica, il nome.

La fama di uomo saggio e l'aureola di testimone avevano fatto di don Guidi un tramite autorevole presso i vertici laici ed ecclesiastici. Il suo nome non figurava sol­tanto nei protocolli della Prefettura, ma era inciso nella buona memoria dell'Arci­vescovo, omonimo, card. Guidi, che dalla dimora di santa Maria sopra Minerva in Roma seguiva passo passo la vicenda delle Budrie.

Quando, dopo il transito di Clelia, don Gaetano si premurò di inoltrare una peti­zione al Papa, per dare concreto adempi­mento al voto di Clelia morente, trovò nel­l'Arcivescovo un convinto ambasciatore. L'iter, a quaranta giorni dalla breccia di porta Pia, fu straordinariamente rapido. L'indulto pontificio reca la data del 31 otto­bre 1870. E, in italiano, suona così: «Il San­to Padre, esaminato l'esposto e vista la let­tera commendatizia del Cardinale Arcive­scovo di Bologna, affida la supplica alla di­screzione del medesimo con le facoltà ne­cessarie e opportune». In quelle parole, vergate con lo stile di curia, è un presagio della futura canonizzazione di Clelia Bar­bieri.

La cappella venne allestita nella stan­zetta del transito. Non poteva essere diver­samente. Lì, il 13 luglio '71, si verificò per la prima volta il fenomeno della «voce», che da quel giorno accompagna la comuni­tà orante. Anche don Guidi l'avvertì e rico­nobbe il timbro di Clelia. Fu lui a consiglia­re la regola del silenzio, che resterà fino al card. Gusmini.

Una ragione c'era. E si manifestò non molto tempo dopo, quando da vari am­bienti, non solo in partibus infidelium, si sollevarono sospetti e accuse. Da parte sua il Vicario capitolare, mons. Antonio Canzi, rassicurò il parroco delle Budrie; ma il Pre­fetto di Bologna, Cesare Bardesono, ordinò un sopralluogo. Motivo del contendere: la scuola, gestita dalla maestra Malaguti, fin dai primordi della fondazione: un'ini­ziativa globale di ricupero e avviamento al lavoro, oltreché scuola di base, rivolta so­prattutto alla popolazione femminile. Ave­va riscosso un'adesione quasi plebiscitaria. Assai più fievole l'entusiasmo per la scuola comunale.

Il regio Provveditore Salvoni

Un particolare allarmò l'ambiente delle Budrie: la notizia che a compiere l'ispezio­ne sarebbe stato - così riferisce suor Imel­de Becattini - l'apostata Salvoni, mandato appositamente per verificare la situazione e dare chiare informazioni.

Chi era in realtà questo personaggio? Fonti bresciane gli danno precisa identità e qualifica. È Antonio Salvoni, già parroco e vicario foraneo di Gavardo nella diocesi di Brescia. Esponente del cosidetto clero libe­rale, aveva optato per lo Stato sabaudo, in­dirizzando un vibrante appello ai suoi col­leghi. Deposto l'abito nel 1863, aveva fatto carriera nei quadri dell'amministrazione scolastica; e all'epoca ricopriva la carica di regio Provveditore agli Studi per la provin­cia di Bologna.

Era dunque al più alto livello che anco­ra una volta si conduceva un'inchiesta in quel piccolo paese, che da qualche anno era apparso agli occhi dei potenti un centro di creatività educativa e sociale nel segno della fede.

Sul come andò e non andò quella fac­cenda, le cronache tacciono. Suor Imelde annota brevemente: «La visita dapprima sì fortemente temuta fu causa di prosperi suc­cessi al Ritiro e di soddisfazione al parroco stesso».

Si può dedurre che il prof. Salvoni, sin­golarmente attento ai problemi della istru­zione primaria e popolare, avesse indivi­duato in quella realizzazione paesana un'i­dea luminosa e di rara concretezza. È giusto anche ravvisarvi l'intuito pastorale di don Guidi e un carisma di pace che aveva tocca­to l'animo dell'ex parroco di Gavardo.

 

Il congedo di un patriarca

Gigia, la sorella minore di don Guidi, trovò marito: un ex paesano, migrato nella periferia ovest di Bologna, Mauro Girotti, di 31 anni. Lei ne aveva 38. Per questo mo­tivo fu chiesta la dispensa dalle tre pubbli­cazioni orali, e il matrimonio venne cele­brato senza sfarzo il 25 aprile 1872. La mamma, quasi ottantenne, tirò un sospiro. In canonica restavano insieme con lei Cle­lia e Amalia. Una presenza discreta e ope­rosa, apprezzata da tutti.

A reggere la Chiesa bolognese, dopo la rinuncia del card. Filippo M. Guidi, era ve­nuto sul finire del 1871 il card. Carlo Mori­chini, salutato entusiasticamente dal clero e dal popolo, e pressoché ignorato dalle sfere dominanti.

Fra i primi atti del servizio episcopale indisse una visita sistematica alla città e alla diocesi. Nella prospettiva del suo arrivo, don Guidi restaurò la vecchia chiesa con il caratteristico soffitto a cassettoni: un'im­presa notevole, che fu festeggiata il 26 otto­bre 1873 con fuochi d'artificio e concerto della banda di Calcara.

Il pastore della Diocesi, messo a giorno delle ultime vicende che avevano visto co­me protagonisti i parroci del plebanato di San Giovanni, volle dare loro un segno di stima «per la vita specchiata e per lo zelo nell'esercizio del pastoral ministero», auto­rizzandoli a «portare sopra la veste talare la fascia o cinta nera con fiocchi alle due estremità».

Toccò il territorio persicetano l'anno dopo; e fu alle Budrie il 22 maggio. A sbri­gare la parte burocratica aveva pensato il segretario mons. Francesco Fantoni, men­tre l'Arcivescovo riservò a sé un incontro familiare, desiderando constatare de visu le meraviglie operate dal Signore. Nell'occa­sione non solo rinnovò la facoltà di celebra­re la Messa nella cappella del transito, ma accordò anche il privilegio di conservare giorno e notte l'Eucaristia.

Il 1875 registrò due congedi che lascia­rono il segno nell'animo del parroco e dei parrocchiani. Il 3 gennaio, morì il medico condotto Zeffirino Nanetti, zio di Madre Clelia; e il 24 marzo, Anna Carmanini, mamma di don Guidi.

Privo del regio exequatur, il card. Mo­richini lasciò la Diocesi il 16 novembre 1876. Durante il suo quinquennio Bologna fu al centro dell'attenzione nazionale per il decisivo apporto dato all'Opera dei Con­gressi.

Questa nuova e incisiva forma di pre­senza dei cattolici militanti trovò un'imme­diata e congeniale adesione nel giovane ar­ciprete di San Giovanni, don Filippo Ta­bellini; mentre don Guidi, appartenente a un'altra generazione, fu interamente assor­bito dall'opera che la Provvidenza aveva messo nelle sue mani.

L'umile germe e la grandiosa pianta

Il nuovo Arcivescovo Lucido M. Paroc­chi, entrato in Diocesi il 24 febbraio 1877, non tardò molto a mettere piede nella pic­cola vigna del Samoggia. Vi giunse il mer­coledì 7 agosto 1878, festa di S. Gaetano. Era la terza visita in 21 anni di ministero per il curatino; e fu cosa memorabile.

Il diario registra un «privato colloquio» dell'Arcivescovo con don Guidi e suor Or­sola Donati. Da quell'incontro nacque il nome delle Minime dell'Addolorata, che verrà ufficializzato nel decreto redatto di pugno dello stesso card. Parocchi.

Si può dire che il vento di Pentecoste soffiasse in quella circostanza. Preso da evidente emozione, l'Arcivescovo rivolse alle figlie di Clelia raccolte nell'oratorio domestico un infuocato sermone, esortan­dole a corrispondere alla loro chiamata, «potendo avvenire che dall'umile germe nascesse una grandiosa pianta a bene e a splendore della cattolica Chiesa».

In quel faustissimo giorno fu posta an­che la prima pietra dell'edificio profetica­mente indicato da Clelia morente sul cam­po di erba medica davanti alla casa del maestro. La casa madre, sponsorizzata da Vincenzo Pedrazzi, «l'uomo dalla barba bianca» misteriosamente intravisto dalla fondatrice, venne inaugurata dallo stesso Cardinale il 26 ottobre 1879. Alle sorelle che ne varcavano la soglia, consegnò il te­soro dell'Eucaristia e le chiavi.

Morto Pio IX il 7 febbraio 1878, l'anello del pescatore era passato nelle mani di Gioacchino Pecci, Leone XIII. Il card. Pa­rocchi, congedatosi da Bologna il 24 giugno 1882, divenne suo Vicario per la Diocesi di Roma, mentre nella sede petroniana su­bentrò, il 3 luglio 1882, il mirabellese Fran­cesco Battaglini, trasferito da Rimini a Bo­logna.

È il primo a riavere le chiavi del palazzo arcivescovile, dopo oltre venti anni. Con lui si riallacciano, non solo formalmente, i rapporti con le autorità locali. Anche nel capoluogo persicetano, il 6 giugno 1883, vi sarà uno scambio di visite fra il Sindaco e l'Arcivescovo.

In questo clima più respirabile sorgono nuovi insediamenti delle Minime: Riolo, il 13 luglio '82; Castelfranco, il 9 febbraio '87; Santa Filomena al Passo Segni, il 5 no­vembre dello stesso anno, Seguirà Gesso, il 13 aprile '89; e S. Agata, il 15 maggio '97.

Mirabile a dirsi, il curatino delle Budrie chiese il discessit per Roma, in data 22 maggio 1888. Il giubileo sacerdotale di Leone XIII piegò la sua naturale riluttanza ai lunghi viaggi; e parti, insieme con suor Orsola Donati e la maestra Bianca Barigaz­zi, un paio di giorni appresso.

Sullo straordinario pellegrinaggio pos­sediamo una lettera di don Guidi spedita dalla città eterna il 3 giugno, dove si parla di «tante belle cose vedute con piacere ed istruzione», comprese le «orride grotte di S. Callisto, dove il dimostratore che li gui­dava si era quasi smarrito... Fortuna per lui che aveva con sé noi tre, che di nulla aveva­mo timore... ».

La discepola e il maestro associati nella gloria

Non si hanno notizie di una visita uffi­ciale del card. Battaglini alle Budrie; tutto fa pensare che egli vi sia stato in modo sem­plice e informale, come era nel suo stile. Morì 1'8 luglio 1892. Solo il 30 settembre 1894, entrerà in diocesi il suo successore Domenico Svampa, che avrà cura di autenticare - con i voti e le regole - la comuni­tà cleliana.

Nel frattempo maturò il 50° di Messa di don Guidi. I parrocchiani, solidali con il lo­ro inimitabile pastore, indirizzarono una bellissima lettera al Vicario Capitolare mons. Nicola Zoccoli, chiedendogli di con­ferirgli il titolo di arciprete; e fu cosa fatta, con decreto del 26 settembre 1894.

Nel diario della sacra Visita che seguì il 15 giugno dell'anno dopo, si legge un calo­roso attestato reso dal card. Svampa all'«eccellente sacerdote» che da 38 anni go­vernava la comunità delle Budrie. L'ultimo scorcio del secolo cumulò gioie e dolori. Fiorirono vocazioni religiose e sa­cerdotali. Esplosero conflitti sociali. San Giovanni fu un centro di un particolare di­namismo nell'ambito del movimento catto­lico.

Alle mani energiche e temprate di mons. Filippo Tabellini, don Guidi, giunto al ter­mine della sua corsa, affidò l'opera che più gli stava a cuore. Sul suo viso si notavano le impronte delle croci e delle lotte sostenute; e fu un segno di benevolenza da parte del­l'Arcivescovo quello di mettergli a fianco come coadiutore, il 6 agosto 1899, don Al­do Possenti.

Affacciatosi all'alba del secolo XX don Gaetano si addormentò in Cristo, il 4 aprile 1900. Dell'ultimo colloquio ad alta voce con il Signore, all'Ecce Agnus Dei del san­to Viatico, resta una commossa testimo­nianza nel Processo Apostolico.

Il suo dies natalis fu un trionfo. Unani­memente era considerato «il santo parroco delle Budrie». Dal 1° marzo 1947 le sue spoglie mortali si custodiscono nella chiesa parrocchiale, presso l'altare di S. Clelia. Embleticamente la discepola e il maestro sono associati nella gloria.