SANTA CATERINA DA SIENA

Si festeggia il 29 aprile

 

I

QUELLA STRANA DONNA SENESE

Si era abbandonato nell'acqua tiepida col proposito di non pensare a niente. Gli avevano costruito intorno una sorta di guscio con quattro pali e un telo di canapa grezza, una nicchia dove nessuno poteva vederlo. Lui, invece, scorgeva un rettango­lino di cielo azzurro, ancora freddo. Proveniente da Roma, diret­to a Siena, Raimondo da Capua non aveva rinunciato a una bre­vissima sosta nella vasca naturale scavata al centro di Bagno Vignoni. Erano gli ultimi giorni dell'aprile 1385.

Era un uomo di cinquantacinque anni, pallido e pingue. La sua famiglia era imparentata con Pier delle Vigne: «Colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo», lo aveva chiamato Dante Alighieri nell' «Inferno» della sua Commedia. Laureato in teolo­gia all'Università di Bologna, era Maestro generale dell'Ordine dei domenicani la cui decadenza, iniziata dopo la grande peste del 1348, era diventata insostenibile con lo scisma che aveva diviso i cristiani fra papa Urbano VI e l'antipapa Clemente VII. Ipocondriaco e insicuro, non era mai stato bene e si sentiva già vecchio.

«Perdonate se insisto...»

Era stato costretto a riaprire gli occhi. La voce che lo aveva nuovamente assalito alle spalle era gentile. Ma fastidiosa.

«Vi ho già detto che non posso», aveva ribattuto. «Sono stan­co e malato. Devo sbrigare un lavoro massacrante. Mi sono impegnato a riformare la nostra Comunità secondo la volontà del Santo Padre. Devo ascoltare, verificare, punire. Tremo all'idea di andare, come dovrò, fino all'estremo Nord dell'Europa. Visiterò Aquisgrana, incontrerò l'imperatore.»

«Sono arrivate altre lettere e petizioni per voi», incalzava l'al­tro. «Hanno tutti fretta. Laici e religiosi scrivono da ogni parte d'Italia. Vi pregano, vi scongiurano. Siamo nelle vostre mani.» Venuto apposta da Siena per incontrarlo, il frate non chiedeva più, perorava: «Mi permetto di invitarvi a riflettere. Chi, meglio di voi, può scrivere la vita della nostra beatissima amica Cateri­na da Siena? Siete stato il suo confessore».

«E voi lo foste prima di me», aveva ribattuto Raimondo.

Tommaso della Fonte insisteva. Rannicchiato contro il sole sul muretto di cinta della vasca, pareva un fantasma. «Non fac­ciamo paragoni. Siete stato anche il suo direttore spirituale, il suo confidente più intimo. Per quattro anni, avete diviso le più straordinarie esperienze. Vi ha scritto tante lettere. Siete andati insieme a Pisa, a Firenze, a Roma, ad Avignone.»

Il rettangolo di cielo che si scorgeva dal telo era diventato blu. Il potente domenicano cominciava a sentire freddo. Tommaso corse via e tornò con una larga camicia di lana che aveva steso accanto a un braciere sotto una tettoia. Affacciato all'uscio della locanda, l'oste avvertì che aveva pronta una bevanda calda per il «reverendissimo Padre generale».

Il «reverendissimo Padre generale» si era seduto compostamente su un masso, l'acqua gli arrivava ancora alla cintola. Sulla sua mano bianca, un po' molle, che sporgeva col gesto scompo­sto di un naufrago, il frate aveva deposto l'abito asciutto. Strin­gendosi nella stoffa pulita, Raimondo si era sentito confortato:

«Il dolore che mi torturava alle ossa pare sparito, quest'acqua compie prodigi. Ma non vorrei ammalarmi di febbri. Sono sen­sibilissimo alle correnti d'aria, all'umidità. Non dovrei, ma un po' di vino speziato ben caldo mi farebbe un gran bene».

Quasi di corsa, Tommaso entrò nella locanda e tornò con una tazza fumante.

«Prima, fatemi uscire», si era spazientito Raimondo. «Ci sono ancora bagnanti nella vasca? Se non c'è nessuno, spostate questi teli e datemi una mano.»

Il frate gli tese entrambe le braccia. Mentre il Padre generale risaliva cupamente i gradini davanti al porticato di Santa Lucia, lo sciabordio dell'acqua attirò sulla vasca uno stuolo compatto di rondini. «Manca poco che mi centrino in pieno», commentò

spaventato. «Queste non sono creature del Signore: sono frecce, saette.»

Sorbendo rumorosamente il vino speziato, si avviò alla locan­da. I raggi del sole, che scivolando dietro il Monte Antico si ina­bissava nel mare lontano di Talamone, avevano tagliato in due il nitido cono dell'Amiata. La parte superiore, era color lilla acce­so. La base, larghissima, ormai tutta nera. A pochi passi dalla via Cassia, già dentro la val d'Orcia, Bagno Vignoni era il luogo ideale per riparare anche i danni dello spirito. Un'isola verde, sospesa nel vuoto. All'imbrunire, i vapori della piscina e dei rivoli che attraversavano il minuscolo borgo avvolgevano in una coltre protettiva i vicoli lastricati di pietra, la piazzetta triango­lare col pozzo, le scale esterne delle case di tufo: ripide, strette, tappezzate di edere e colorate di vasi fioriti. All'ora del vespro, con una pallida eco, i rintocchi delle campane di Montalcino, Montepulciano, San Quirico, Tentennano e Sant'Antimo si me­scolavano a quelli della pieve che fronteggiava il palazzo del barone Salimbeni, padrone di tutto. Raimondo da Capua si era frrmato qui per riprendersi, e per riflettere a lungo sull'insisten­te proposta di scrivere la vita di Caterina Benincasa. La donna era morta da cinque anni. Per molti, era santa.

«Naturalmente», aveva ripreso Tommaso della Fonte, «avrete a disposizione gli appunti che ho tenuto fin da quando io e Cate­rina eravamo bambini. Non scrissi nulla di mio pugno. Ero un novizio ancora ignorante, preferivo dettare a un compagno più abile di me.»

Raimondo seguitava a scuotere la testa.

«Antonio Caffarini, che mi ha pregato di consegnarvi i suoi quaderni, vi manda a dire che è pronto a seguirvi anche in capo al mondo», continuava il frate. «Non dovrete scrivere neppure una riga. Voi dettate, lui penserà al resto.»

La notte era scesa all'improvviso. Le stelle erano basse, lucide e grosse. La voce di Tommaso era concitata e vibrante: «Vi scon­giuro, tornate a Siena con la promessa di scrivere. Vi aspettiamo prestissimo. I preparativi della festa sono già avanti, il nostro governo ha dato disposizioni precise. Anche Lapa vi aspetta. Ha molto da raccontarvi, dice che dovete far presto». Sparì nel buio, coprendosi la testa col cappuccio del mantello nero.

L'oste aveva mandato le donne a dormire. Aspettava Raimon­do in cucina. La fiamma del camino illuminava i cibi preparati con una cura sconosciuta alle scabre mense dei domenicani. La bollente zuppa di ceci con bocconcini di focaccia fritta sprigio­nava lievi vapori dorati. Lucori di madreperla baluginavano dalle fettine di lardo distese sul pane abbrustolito. Il selvatico aroma dei funghi grigliati pungeva sottilmente l'olfatto. In una tazza di legno, il miele ricopriva di un quieto bagliore il tremo­lante candido latte cagliato. L'oste stava disponendo in un cesti­no di vimini il ruvido dolce con le mandorle da inzuppare in un nettare dal sapore asciutto e dal colore dell'ambra. «Siete in viaggio da molto tempo, non potete digiunare», aveva ammicca­to mentre gli porgeva una sedia.

Il domenicano tentava di schermirsi: «Prima, lasciatemi alme­no pregare».

Dopo la cena e la preghiera, Raimondo da Capua si era impo­sto di dormire. E come tutti i pavidi e i tiepidi, sapeva tuffarsi in un sonno improvviso e non pensare più a niente.

Lo aveva svegliato la campana del «mattutino». Le rondini stridevano intorno alla vasca. Scendendo i tre gradini di pietra tufacea che sporgevano da un loggiato, coraggiosi bagnanti si calavano nudi dentro le acque. Il Padre generale aveva dormito malissimo. I volti e le storie di tutti coloro che avrebbe dovuto interrogare, se avesse deciso di scrivere la storia di Caterina, avevano tentato di soffocarlo. Le sue povere orecchie erano esplose sotto l'impetuosa e inarrestabile valanga delle testimo­nianze che si sarebbero accavallate smentendosi l'un l'altra, le esagerazioni, le illazioni, le vanità, i pettegolezzi, i sospetti, le contraddizioni. Tuttavia, già lo sapeva, l'autentica essenza di quella strana donna senese gli sarebbe ancora una volta sfuggita. Costeggiò la vasca, entrò nella pieve. Dopo la messa, andò a dire all'oste che aveva deciso di non partire. Voleva tornare a immer­gersi nella piscina, al tramonto. E almeno per un poco, come un'antica e generosa madre, l'acqua tiepida di Bagno Vignoni lo avrebbe protetto dal pensare. Come posso?, si tormentava. Come posso? Io, che tremo davanti a ogni cosa, raccontare la vita di quell'indomita, inesausta guerriera.

«Le torri sono così numerose che sembrano toccarsi fra loro.

Pare un canneto.» Così pensava Raimondo da Capua, mentre i suoi occhi si impigliavano nel profilo di Siena. La morsa del ghiaccio che aveva stretto le regioni centrali del continente, si era allentata. Anche in Toscana, la primavera era più dolce. E cavalcando in direzione della città, gli pareva di attraversare l'ar­monioso affresco del Buono e cattivo governo, dipinto da Ambrogio Lorenzetti per la «Sala della pace» del Palazzo pub­blico. Al di qua delle rosse mura e delle torri merlate, la campa­gna appariva luminosa, ordinata: le case coloniche immerse nel verde, i poderi divisi dai filari di viti, i campi delle fresche ver­dure, gli alberi ben potati, la terra cretosa lisciata, modellata in dolci colline. Dalla porta spalancata, sulla quale una Giustizia alata sorrideva benevola, pur reggendo con la mano una forca, entravano e uscivano carri, cavalli, uomini, cose. Il clima era di serenità, di concordia, di rispetto per se stessi e per gli altri, rag­giungibile soltanto quando l'intelligenza e la pace guidano i governanti.

Una leggenda voleva Siena fondata dai galli Senoni, o da Semio, figlio di Remo. In realtà era etrusca, divenuta colonia militare col nome di Sena Julia ai tempi di Augusto ed evange­lizzata dal martire Ansano. Il suo emblema era la lupa coi due gemelli, rappresentata ovunque. Inizialmente a pianta quadrata, dopo l'accorpamento dei borghi esterni aveva assunto una forma triangolare ed era divisa in tre «terzi». Il primo comprendeva il duomo, l'ospedale della Scala, il palazzo del capitano e della giustizia, la loggia della mercanzia, le chiese del Carmine e di Sant'Agostino, le residenze degli Squarcialupi, dei Saracini, dei Nerucci, i Buonsignori, i Marsili. Il «terzo» di San Martino inglobava la chiesa da cui prendeva il nome, oltre a quelle di San Giorgio, Santo Spirito e dei Servi di Maria. L'ultimo, di Camol­ha, incorporava i palazzi dei Salimbeni, i Tolomei, gli Spannoc­chi, i Malavolti, e le chiese dei Santi Cristoforo, Donato, Stefa­no, Pietro in Magione.

Dall'altura della Croce del Travaglio partivano le strade prin­cipali dirette al «terzo di città», a porta Romana e a quella di Camollia: una costruzione colossale, con una cortina muraria supplementare chiamata antiporto, lunga 300 metri. Altre strade si inerpicavano sui dossi, quasi sempre chiusi dalla prospettiva

delle basiliche e dei conventi dei francescani e dei domenicani, che predicavano da un pulpito portatile in grandi spazi all'aper­to, dove le donne erano rigorosamente separate dagli uomini. Le vie più importanti seguivano i crinali dei colli, evitando la pia­nura paludosa e malarica. Ad eccezione di quella di Fontebran­da, costruita in fondo a una valle, tutte le altre porte erano infat­ti edificate più in alto. Erano tante, e si chiudevano al tramonto per riaprirsi con la luce del giorno. Dalla settentrionale Camol­ha, che sul fronte esterno dell'arco salutava cor magis tibi Sena pandit (Siena ti apre un cuore più largo di questa porta), si anda­va a Firenze; da San Viene, sovrastata dal torrione quadrato di Minuccio di Rinaldo, a Perugia; dalla merlata Romana, costrui­ta da Agnolo Ventura, a Roma; da Ovile, con la protettiva Madonna col Bambino affrescata nell'antemurale da Sano di Pietro, a Grosseto; da Fontebranda, a Volterra e in Maremma. All'interno della città, le valli erano coltivate. C'erano uliveti, orti, giardini. Insofferenti di qualsiasi retorica architettonica, i senesi non avevano mai costruito strade in funzione di un edifi­cio o di una piazza. Alcune chiese, come San Domenico, Santa Maria del Carmine e Sant'Agostino, avevano addirittura l'acces­so principale su di un lato.

Prima ancora di arrivare alle mura, Raimondo da Capua si era trovato coinvolto in un traffico caotico.

La porta era un luogo di traffico intenso, sfruttato dalle auto­rità cittadine per informare i viaggiatori della grandezza della loro città. I muri erano gremiti di stemmi, lapidi, iscrizioni, sta­tue di personaggi famosi, immagini di santi protettori, edicole affrescate con episodi gloriosi e vittoriosi. Carri stracolmi di tra­vertino estratto dalla vicina Montagnola, rossi e scuri marmi di Crevole di Murlo e polverosa argilla cavata da Santa Regina e San Lazzaro, arrancavano al traino dei bufali. Ondeggiavano sul dorso dei muli le quadrate balle di lana e le rotonde sacche di grano e cereali provenienti dalle campagne vicine, dalla Marem­ma, e dai paesi oltre il mare. Bestemmiando come se volessero scardinare il cielo, i mugnai si affaccendavano intorno ai mulini, sempre costruiti in basso per sfruttare l'acqua discesa dai colli riarsi e confluita nel torrente Tressa, quasi mai sufficiente.

Era una periferia fragorosa, insidiosa. Per sfuggire alle prepo­tenze dei signori, e trovare una nuova occupazione, i contadini avevano costruito catapecchie di legno nei terrapieni. Spettri inconsistenti e svagati, i mendicanti emergevano dalle loro tane notturne tra i rifiuti, i detriti, gli stracci, i rottami. Tinte, stirate e ritagliate dai cuoiai, espulsi dalla città perché ammorbavano l'a­ria col tanfo della concia, le pelli distese ad asciugare risplendevano dei colori luminosi e decisi degli smalti. Davanti alle for­naci alimentate dal carbone di legna, si accaniva la fradicia massa dei lavoratori del mattone e del vasellame di vetro, sospinti fuori dalle porte per evitare gli incendi. E nelle taverne scavate nelle mura di mattone cotto, spesse e merlate, si ammas­savano i giocatori di dadi, gli avventurieri, i mercenari.

Il domenicano avanzava nell'alacre andirivieni di un giorno di maggio, mentre i sobbalzi del mulo accompagnavano lo schian­to dell'osceno linguaggio del popolo. Eseguiti i necessari con­trolli, e risalendo la via che prendeva il nome da porta Romana, Raimondo da Capua si avvicinava al cuore di Siena. Per l'uomo del Medioevo, la città era l'intero universo, un'isola assediata dalla natura ostile. Qui, il gusto per la bellezza si leggeva nelle regole con cui erano rifatte le strade, nella cura per la loro fun­zionalità, nella creazione degli spazi. Ma la vera opera d'arte era Siena stessa, coi suoi edifici dalle porte sovrastate dall'arco inscrivibile in un triangolo equilatero e sbarrato da un arco ribas­sato; le svelte finestre bifore o trifore; le merlature sugli archet­ti a tutto sesto. L'aspirazione al decoro, alla bellezza, alla misu­ra, alla pulizia, all'igiene, coinvolgeva anche i cittadini più umili. Gli abitanti potevano vuotare le latrine nelle strade sol­tanto durante la notte. All'imbrunire, venivano chiuse con un cancello le contrade malfamate e i «chiassi», gli irregolari stret­tissimi pertugi fra casa e casa.

Siena era diventata grande con le sue banche internazionali e per la sua privilegiata posizione lungo la via Francigena, per­corsa da chi andava o tornava da Roma. Le famiglie più ricche si erano inserite nel commercio giungendo fino in Fiandra e in Francia, in Inghilterra e in Germania, mentre i buoni rapporti col papato le avevano consentito il controllo dei capitali della chiesa. Per molto tempo, infatti, la sua fortuna si era basata proprio sulle finanze papali, la raccolta delle decime e altri introiti ecclesiastici. Batteva una moneta d'argento ricavata dal metallo estratto da Montieri e Volterra, tanto forte da reggere il confronto con le lire torinesi, i provenzini di Francia, le ster­linghe inglesi.

I trasporti delle merci erano scortati da convogli armati. Lungo i principali percorsi via terra, i fuochi che ardevano come fari su campanili e torrioni rendevano il viaggio notturno più facile. La costruzione di imbarcaderi, banchine, porti attrezzati, e «fondaci» nelle città del Mediterraneo orientale, aveva per­messo i vantaggiosi commerci di articoli di lusso come spezie, seta, frutta, profumi, coloranti, panni di lana, gioielli. Le «arti maggiori» erano diventate ricche con l'esportazione di lana, seta, tessuti. Di questa corporazione facevano parte anche gli agenti di cambio, i giudici, i notai, i medici, gli speziali, i pellic­ciai, che monopolizzavano il potere politico, si evolvevano, mostravano inarrestabili tendenze all'oligarchia. Contavano molto anche alcune «arti minori», benché meno redditizie. Il set­tore manifatturiero della lana era talmente importante che i tes­sitori, i tintori, i mercanti provenienti dalla fiera di Champagne, dove compravano i tessuti di Fiandra, del Brabante e dell'Olan­da, avevano una loro porta privata di fianco a Fontebranda, che potevano varcare senza dazio ne' orario. Nulla contavano invece i salariati, i contadini, le donne, gli ebrei.

La Repubblica senese aveva raggiunto il massimo splendore durante il governo dei «Nove», eletti soprattutto fra banchieri e mercanti, che avevano retto la città dal 1287 al 1355, e control­lato la chiesa attraverso i vescovi provenienti dalle famiglie locali. «Le chiese son podere dei ricchi; chi ha un figlio bastar­do, lo fa arciprete», aveva scritto un poeta contemporaneo.

Durante il lungo governo dei «Nove», una ricchezza enorme si era concentrata soprattutto nelle mani dei Salimbeni, i Gal­lerani, i Tolomei, i Buonsignori, i Malvolti. Erano state aperte altre porte, costruite maestose dimore, inaugurate fontane. Simone Martini e i fratelli Lorenzetti avevano realizzato i loro capolavori per il Palazzo pubblico. E mentre Duccio di Buo­ninsegna era stato incaricato di dipingere la Maestà per l'altar maggiore del Duomo, Giovanni Pisano aveva scolpito per la

facciata la lupa che allatta i gemelli, il leone alato, il toro, e le dieci tempestose e impetuose statue dei profeti e delle sibille.

La fine di quello straordinario periodo di prosperità era anco­ra impensabile quando alcuni episodi, sanguinosi e sinistri, ave­vano cominciato a incrinarlo offuscando il suo invidiato fulgore. Avevano iniziato i Salimbeni e i Tolomei, che nel 1315 si erano scontrati in piazza, spaccando la città in due parti. In poco tempo, erano seguiti una sommossa popolare guidata da beccai, giudici, notai e fabbri sostenuti dai Salimbeni, che aveva minato la potenza degli altri signori; una furibonda carestia, che aveva portato mercanti e banchieri al fallimento; il crollo del Banco dei Buonsignori, che aveva condotto alla rovina molte altre imprese. L'ecatombe, provocata dalla peste del 1348, aveva definitiva­mente messo in ginocchio la città. La scarsità di manodopera e l'aumento dei salari avevano favorito il popolo minuto, compo­sto soprattutto da piccoli artigiani. Si moltiplicavano i tumulti nel mercato del grano, i conflitti fra datori di lavoro e lavorato­ri. I tintori scioperavano contro i loro padroni, minacciando mas­sacri e saccheggi. Si ingigantiva il problema dei lavoratori meno qualificati che, fino a quel momento esclusi dalla politica e sem­pre pronti alla guerra civile, nel 1355 avevano rovesciato i nove governatori. Iniziava un periodo di instabilità, era minacciosa-mente tornato il gusto della lotta armata contro Firenze. Aveva scritto il cronista Philippe de Commynes: «La città è divisa in fazioni e si governa più follemente di qualunque città d'Italia».

Siena non era più quella di un tempo. Il degrado partiva dai ceti inferiori, strisciando inesorabilmente verso l'alto. I poveri si erano moltiplicati: i tuguri in cui vivevano erano talmente angu­sti da indurre i frati olivetani a lamentarsi col governo perché, per entrare a benedire i morti, dovevano chinare le croci fino a terra. Lo splendore era solo apparente, un preziosissimo guscio vuoto. Le case signorili, a due piani, con la stalla e il granaio a livello della strada, erano in mattoni intonacati anziché in pietra. La decorazione esterna era geometrica, a colori stridenti. Poche le finestre coi vetri, solitamente protette da pannelli di cartape­cora o stoffa incerata con l'olio e montati su telai di legno. Dagli squadrati cortili interni, scale decorate da stemmi sorretti da leoni, grifoni e pantere conducevano al chiostro affrescato che permetteva alle donne di riunirsi lontano da sguardi indiscreti. il lungo e umido inverno si combatteva con immensi camini dove ardevano ceppi colossali, o con bracieri disposti negli angoli; i tappeti erano spessi e ampi; le pareti erano foderate di arazzi appesi ad aste di ferro o di legno. Diffusissime le stoffe orientali, i drappi intessuti d'oro, le tappezzerie di Fiandra, i velluti dagli improvvisi bagliori. Il signore riceveva in una stanza dai soffitti di legno dipinto, spesso coricato sul grande letto a corti­ne che, di notte, accoglieva la moglie e i figli più piccoli. Un seg­gio alto e largo, una tavola, una predella per contenere la bian­cheria e i vestiti, completavano un arredo essenziale, intolleran­te di tutto ciò che poteva definirsi «grazioso». I ricchi si nutriva­no di vegetali, cacciagione, maiale, agnello, bue, dolci impastati con le mandorle, chiamati «bericuocoli», di speziato panforte. Ai poveri spettavano i loro avanzi, e la quotidiana elemosina delle confraternite.

Raimondo non rivedeva Siena da quando, otto anni prima, aveva lasciato Caterina per andare a Roma. Pungolando con la punta del piede il suo mulo, scansava gli ingombranti banchi della mercanzia esposta davanti alle finestre delle botteghe. Le attività commerciali e finanziarie erano tutte concentrate nelle vie dei Banchi di Sopra e di Sotto, ma i posti migliori spettava­no ai «cambiatori», attività in cui i senesi eccellevano, ai raffi­nati negozi dei drappieri e degli orafi, dei pellicciai e degli armaioli, e ai meno nobili ma più antichi laboratori di sarti, cal­zolai, sellai. Alla Croce del Travaglio si era fermato e, sceso di sella, aveva compiuto i pochi passi necessari per affacciarsi su piazza del Campo. Gli accadeva di emozionarsi ogni volta che vi ritornava. E ogni volta gli pareva di penetrare nel cuore pulsan­te di Siena.

In origine, la piazza era una piana irregolare, dove le acque piovane scorrevano verso il basso lasciando segni profondi. Contro l'erosione del terreno, nella sua parte superiore era stata alzata una barriera sulla quale erano sorte case e botteghe. Intor­no al 1100, un muro di sostegno aveva diviso la parte superiore da quella inferiore, destinata al mercato del bestiame. Nel 1200, per dare spazio alle assemblee popolari, finora tenute sul sagra­to della chiesa di San Cristoforo, sulla muraglia che serviva

come dogana era stato costruito il Palazzo pubblico. Vi aveva abitato per primo, quando i lavori non erano ancora completati, il podestà Ghinolfo da Romena insieme al «consiglio della Cam­pana». Nel 1299, con la spesa di 17.000 fiorini, il simbolo del­l'autonomia cittadina era stato completato. Era un edificio in mattoni rossi, col primo piano di pietra bianca e due ordini di tri­fore sormontate da un timpano con la «balzana» di Siena. Bian­ca e nera. Luce e buio. Dritto e rovescio di una città segreta e appassionata, dilaniata internamente ma compatta contro l'ester­no. Dal corpo asciutto del palazzo svettava la torre, rossa e sot­tile, sormontata da un «tulipano» di pietra bianca progettato da Lippo Memmi e dotata, dall'ingegnoso mastro Perino, del suo primo orologio meccanico che, in alternativa alla vaga «ora del vespro» trasmessa dai campanili, ogni trenta minuti scandiva il più concreto e sicuro «tempo del mercante». All'esterno, Gio­vanni di Cecco aveva da poco concluso la costruzione dell'edi­cola di pietra scolpita, voto dei cittadini alla Madonna dopo la grande peste del 1348. All'interno, l'orgoglio senese era stato esaltato e magnificato con gli stemmi araldici delle numerosissi­me contrade, la lupa che allatta i gemelli, e uno sfolgorio di affreschi, sculture policrome, tavole dipinte, arazzi, vetrate, pavimenti di mosaico.

I giudici facevano giustizia nel cortile. Per tutta la durata del loro incarico, i componenti del governo abitavano al primo piano. Per non incorrere nel sospetto di parzialità, e alla fine del mandato poter rispondere onestamente a un «sindacato» che aveva facoltà di punirli anche con gravissime pene, uscivano solo in casi eccezionali e sempre sotto scorta. Oltre alle stanze private, il primo piano del palazzo aveva una cappella e alcune sale in cui si svolgevano le attività diplomatiche, amministrative e fiscali del comune. Le sale erano affrescate con episodi che riguardavano la vita della Repubblica, soggetti simbolici, imma­gini dei santi protettori. In quella del Mappamondo, Simone Martini aveva dipinto la Maestà. La Vergine, cui Siena era vota­ta, stava seduta su un cuscino blu su un alto trono gotico dallo schienale cesellato come la facciata di una cattedrale. Il manto azzurro e oro, tenuto unito da un fermaglio dall'enorme opale, sottolineava lo slancio della figura sottile. Una Madonna regale

e dolcissima. Sotto un baldacchino di seta, oro verde e porpora rosa, la circondavano i santi e i magistrati. Due angeli e due sante le offrivano coppe traboccanti di fiori e un diadema. L'ar­te di Simone sembrava aver vinto il male per sempre. Invece, mentre lui lavorava, le strade della città erano state sconvolte da una feroce e spietatissima guerra fra i Tolomei e i Salimbeni. La regolamentazione del Campo era stata sempre severa. Fin dal 1260 uno statuto dedicava ben 19 articoli al miglioramento dei suoi accessi, e a quello che si poteva fare o non fare in quell'a­rea. Poco dopo, era stato prescritto che le case circostanti la piaz­za avessero le finestre a bifore o trifore «a colonnelli e senza alcun ballatoio», mentre si vietava che «li ribaldi e li galioffi gio­cassero e pigliassero i colombi». Nel 1346, era stata iniziata la pavimentazione a mattoni, con la raggiera a nove spicchi di pie­tra grigia convergenti ai piedi del Palazzo pubblico.

Era da questa gigantesca e ariosa conchiglia, che i principali eventi cittadini prendevano vita. Era stato sul Campo che, nel settembre del 1260, i senesi avevano atteso in preghiera l'esito della battaglia di Montaperti. Sul Campo, il podestà Provenzano Salvani aveva teso la mano chiedendo la questua per riscattare un amico prigioniero dai fiorentini. Qui si svolgevano le grandi predicazioni dei domenicani e dei francescani. Da qui partivano le processioni, i cortei nuziali e funebri dei signori, le maschera­te durante il carnevale, le sfilate dei carri per il calendimaggio, le tumultuose corse dei cavalli nel palio «alla lunga», le battaglie con le palle di pezza e di neve, le rivolte, le guerriglie cittadine.

Raimondo da Capua era diretto al convento sul colle di Cam­poregio. Benche' emozionato, e stanchissimo, era sceso dal mulo e andava a piedi. Di fronte all'elegante facciata di palazzo Salimbeni aveva svoltato a sinistra prendendo la via dei Pittori, e piegando umilmente il ginocchio davanti alla casa dove, tren­totto anni prima, Caterina era nata, aveva imboccato la via dei Tintori. Poi, scendendo quasi di corsa sotto i ritagli di cielo dise­gnati dal capriccio dei tetti fra la via del Tiratoio e il vicolo del Trapasso, e dallo sventolio di panni stesi alle finestre, aveva rag­giunto Fontebranda. Era una fontana con quattro bianchi doccio­ni in forma di leone con lo stemma di Siena fra le zampe, spor­genti sopra le tre arcate ogivali. I merli, i pilastri, i soffitti a volta sopra le vasche circondate da profondi scolatoi, perche' non andasse perduta una sola goccia della preziosissima acqua sorgi­va, erano larghi, monumentali.

Un viottolo breve e sinuoso saliva, da qui, alla mastodontica chiesa dedicata a san Domenico. Era sera. Gli orti, le vigne, il breve giardino che separavano i due scarlatti edifici stavano sprofondando nell'ombra. Raimondo tratteneva il respiro, quasi temesse di allontanare i fantasmi che, sollevando l'opera mira­bile di Duccio di Buoninsegna, vedeva avanzare a migliaia verso il Duomo. Il ricordo del 9 giugno 1311, giorno della trion­fale processione di quell'altra Maestà, la prima e la più amata, perché eseguita da un artista senese, era ancora vivissimo. «In cielo contempleremo direttamente la bellezza e non avremo più bisogno dell'arte. Ma sulla terra non possiamo mai farne a meno», aveva scritto san Gervasio a proposito della gigantesca pala collocata sull'altar maggiore. Dipinta su uno smagliante fondo d'oro, affiancata da due fitte schiere di angeli e santi in adorazione, la Vergine appariva due volte più alta degli altri. Seduta su un sontuoso trono marmoreo, il bambino sul ginoc­chio sinistro, il manto blu scuro e la veste rossa orlati con un sottile filo dorato, dominava ogni cosa con la solennità dell'at­teggiamento mentre una leggera inclinazione della testa, sulla quale splendeva una minuscola stella, esprimeva la volontà di ascoltare le preghiere dei fedeli. «Santa Madre di Dio, dà pace a Siena e vita a Duccio, poiché ti ha dipinta così», aveva scritto il pittore ai suoi piedi.

Aveva pregato anche Raimondo. Si sentiva infinitamente pic­colo. Piccolo e inadeguato alla missione che gli volevano insi­stentemente affidare. Non sapeva ancora come, e dove, avrebbe trovato l'energia per affrontare la storia di Caterina Benincasa. Abbandonato sui gradini di Fontebranda, aveva avuto uno stor­dimento dei sensi e del cuore. E mentre si sforzava di avvici­narsi con la mente alla giovane senese, gli era parso di precipi­tare in un abisso. Di risalire verso picchi vertiginosi. Di tornar giù come in un pozzo infinito. Di riemergere senza più fiato. Per ritrovarsi in una dimensione senza misura, né spazio, né tempo. Travolto, sconvolto, pensava a Duccio arrampicato coi suoi pennelli su una scala, dopo aver stipulato davanti al notaio Paganello un contratto che lo impegnava a «lavorare senza sosta per 16 soldi in denari senesi al giorno». Al compenso che gli veniva consegnato ogni sera, al tramonto. E all'implacabile clausola che prevedeva le detrazioni dovute alle assenze, anche in minuti, definite «tempo perduto». Come se, a un artista che metteva tutto se stesso dentro la sua opera, rimanesse ancora qualcosa da perdere.

Prima che facesse buio, si era avviato al convento. All'indo­mani, sarebbe andato a parlare con Lapa. Ma doveva riflettere ancora. Gli occorreva altro tempo. E non aveva mai avuto tanta paura.

 

II

 

NASCE LA VENTIQUATTRESIMA FIGLIA DEL TINTORE JACOPO

BENINCASA (1347)

 

Lapa Benincasa aveva atteso Raimondo da Capua con impa­zienza e trepidazione. Voleva parlargli di sua figlia finché le resta­va ancora un poco di memoria, e si scusava per le confusioni di tempo, date, nomi e fatti che l'età estrema e il logorio della mente avevano inevitabilmente prodotto. Del resto, aveva tanto e tante volte parlato di Caterina che oramai le riusciva difficile distin­guere la realtà dalla fantasia.

Il frate l'aveva trovata distesa sul letto della casa di via Roma­na che apparteneva alla nuora Lisa Colombini, vestita col saio bianco e il sottogola di lino stretto intorno al collo. Come Cateri­na, anche lei si era fatta terziaria. La cappa nera, che dava alle suore domenicane il nome di mantellate e avrebbe ricoperto il suo corpo al momento della sepoltura, era da tempo ben ripiegata e pulita dentro una cassa di legno. Di carattere querulo e insoffe­rente, la donna borbottava che avrebbe voluto morire, tanto era stanca. «Ma sembra che l'anima si sia avvitata dentro il corpo», si era lamentata con Raimondo. E come solitamente accade alle per­sone molto anziane, dunque impazienti, aveva iniziato a parlare prima ancora di essere interrogata. Era un po' sorda, e quasi sibi­lando biascicava frasi smozzicate. Parole, a volte come sospiri.

«Il 17 di ottobre del 1346, lo ricordo perché ero incinta già grossa, il sindaco e procuratore dell'Arte della lana di Siena Gio­vanni Ghezzi aveva affittato per tre anni ai tintori Pietro di Andrea, Martino Giovannelli, Jacopo Benincasa mio marito, e a Benincasa nostro figlio maggiore, una bottega posta nel quartiere San Martino, in contrada Fontebranda.» La donna aveva mostrato a Raimondo l'atto notarile dove si attestava che la bottega conteneva quattro tini murati, una caldaia, tre fornelli, due carrucole, undici grembiuli, nove pale, sette secchielli, due secchie da cene­re e due per l'acqua, una canna di ferro, una paletta, un forcone, un rastrello, un'ascia, un paio di forbici, un calamaio, una tavo­letta gessata per i conti, un ciotolone per i denari, una cassaforte per nasconderlo, due candelieri, una lanterna, quattro lucerne, tre cavalletti per stendere i panni, una pila di pietra per pestare i colo­ri dotata di sei torni buoni e due rotti, una scala, una rete, un ritrat­to di Madonna e una campana, affinché al lavoro non mancasse­ro né la religione né l'arte. Il tutto per una pigione annua di ses­santa fiorini, da pagare in due rate di sei mesi in sei mesi.

«Figlia di Puccio Piagenti il materassaio, e nipote di Muzio il poeta, avevo sposato Jacopo della famiglia di Tieggo forse all'e­tà di sedici anni», aveva ripreso a narrare Lapa con un filo di voce. «E dire meglio non posso perché, dal momento che ero femmina, nei registri comunali non fu scritto quand'ero nata. Al tempo del trasloco avevo già ventidue figli, e in marzo avrei par­torito di nuovo. Di quelli sopravvissuti nei loro primi anni di vita alla peste, al colera, al vaiolo, al freddo, alla dissenteria ricordo Benincasa, Niccolò, Sandro, Bartolo, Stefano, Nicoluccia, Bona­ventura, Lisa, Nera, Maddalena.»

La bottega si apriva sulla via dei Tintori, che incrociava la via di Sant'Antonio, girava le spalle a via del Tiratoio, e sul fondo finiva in braccio a Fontebranda. «Prendemmo casa sopra il labo­ratorio», ricordava Lapa. A livello della strada, due stanze da letto col pavimento di mattoni, una cucina grande col soffitto a travi, il focolare, un tavolo del desinare montato su cavalletti, due fine­strelle con l'impannata. Scavata sotto il piano stradale, una canti­na di tufo serviva alle provviste di vino e olio. La chiesa di San Domenico si alzava sul colle di Camporegio, e incombeva sulla nostra casa come uno stendardo rosso e pesante. Nei giorni di pioggia, quando le distanze si accorciavano e montava la paura delle alluvioni, sembrava sul punto di abbattersi sulla contrada dell'Oca.

«Non eravamo poveri, e talvolta potevamo pagarci anche tre o quattro servi», proseguiva il racconto di Lapa. «A dodici miglia fuori di Siena, in località San Rocco di Pilli, oltre il convento di Santa Bonda e l'abbazia di Sant'Eugenio, Jacopo possedeva la fattoria della "Canonica", disposta per eredità a nostro figlio Bar­tolo che, morendo, ne lasciò l'usufrutto a sua moglie Lisa Colom­bini. Jacopo era un uomo buono. Pregava molto, non ammetteva che la sua casa fosse profanata dalla bestemmia. Nostra figlia Bonaventura, sposata al tintore Niccolò Tegliacci, si ammalò per il dolore di avere un marito blasfemo. Come tutte le donne, anch'io andavo alla messa ogni mattina, ma senza essere partico­larmente devota, né caritatevole e buona. Troppo spesso Jacopo perdonava chi non lo pagava. Ero sempre io, quella che protesta­va e sbraitava sotto le finestre dei debitori. A Siena, dicevano che Lapa di Puccio Piagenti era un'aquila che non mollava la preda. Non tacevo mai.

«Il 24 di marzo 1347, vigilia della domenica delle Palme e primo giorno dell'anno civile, insieme alle figlie, le nuore, i nipo­tini, ero andata a piedi oltre la porta di Fontebranda, verso i colli di San Leonardo al Lago. Cantavamo a squarciagola gli inni sacri, intrecciando festoni e ghiriande che avremmo disposto lungo la via del Tiratoio. Si sdrucciolava tra il fango. Durante l'inverno era salita dalle paludi una nebbia fradicia, che si era impigliata fra gli alberi e non voleva più andare via. Stavo per partorire. La notte, ebbi tutti i sintomi. Bacili colmi d'acqua bollente e pile di teli puliti erano già stati allineati sulla cassapanca scolpita con motivi di fiori e di frutta che stava ai piedi del letto. Mi erano accanto le vicine, la levatrice, la balia. Al mattino, mentre Siena sfilava in processione verso il Duomo agitando i rami d'ulivo, mi andavo sgravando di due bambine stente e di piccolo peso che, a mio parere, non avrebbero avuto molto da vivere. Strettamente fasciate dal collo ai piedi in bende di lino, il giorno stesso furono battezzate nella parrocchiale di Sant'Antonio coi nomi di Cateri­na e Giovanna. E dal momento che il mio latte sarebbe bastato a nutrirne una sola, decidemmo di dare a balia Giovanna, la Nanna, che di lì a poco morì. Non avevo mai allattato i miei figli prefe­rendo sfamare, uno dopo l'altro, quelli che mi portavo in grembo anche due o tre per volta. Ma in quel periodo ero stanca, non volevo altri bambini, e per dodici mesi avevo tenuto Caterina appesa al mio seno.»

Il 1348, per l'Europa, fu l'anno terribile della «peste nera». Proveniente dalla Cina, il tremendo morbo era giunto a Caffa, in Crimea, già dodici mesi prima, sterminando la locale colonia genovese. Da lì era penetrato a Costantinopoli, le navi lo diffuse­ro in tutto il Mediterraneo attraverso le loro mercanzie. Nel set­tembre del 1347, era giunto a Messina. In dicembre, oltrepassato lo Stretto, incominciò a risalire la penisola. Nel gennaio del 1348, era a Pisa e Venezia. In febbraio, a Lucca. In marzo, si confermò la tremenda notizia che la Toscana era ormai tutta invasa. Siena aveva resistito fino a maggio: da maggio a ottobre, la peste ucci­se due terzi della popolazione. «Si gonfiavano sotto l'ascella e l'inguine, e cadevano morti mentre ancora stavano parlando», aveva scritto il cronista Angelo Tura, detto il Grasso. «Il padre lasciava solo il figlio, la moglie il marito, il fratello l'altro fratel­lo, e tutti fuggivano abbandonando gli altri, poiché il morbo si trasmetteva con l'alito, e forse anche con la vista. E così si mori­va, mentre non si trovava chi seppellisse i morti, né per denaro nè per amicizia. E quelli di casa se li portavano come meglio pote­vano in una fossa senza prete nè preghiera. E nessuno suonava le campane, e in molti luoghi di Siena si scavavano grandi e cupe fosse comuni per la quantità dei morti. Ne morivano a centinaia di giorno e di notte. Con le mie stesse mani sotterrai i miei figlio-li in una fossa. E gli altri che restarono erano disperati e fuori di sé. Si abbandonarono le case e tutte le altre cose. Furono lasciate le cave d'argento, d'oro e di rame, perché anche nel contado morì molta gente, e in molte terre e villaggi non restò più nessuno. Non descrivo le crudeltà delle campagne, dove i lupi e le fiere selvag­ge mangiavano i corpi mal sotterrati. Siena pareva disabitata, poi­ché nessuno usciva più.»

Nella strage, erano morti anche i fratelli Ambrogio e Pietro Lorenzetti, celebri pittori senesi. Frate Giovanni Colombini si aggirava scalzo per le contrade trascinando sulle spalle un'enor­me croce, predicando la penitenza e accusando Siena di aver pec­cato oltre ogni misura. I costumi erano rilassati come al tempo di Sodoma e Gomorra, tuonava. Le donne maritate, ma anche i preti, le suore, i monaci, si erano ciecamente abbandonati alla lussuria. Nelle case si beveva vino non annacquato, anche quando non era nè Natale nè Pasqua. Imperversava l'usura. E le mollezze del corpo erano tanto sfrenate che, oltre alla voluttà delle sete e delle piume sul letto, si pretendevano persino i vetri alle finestre.

La grande morìa aveva invaso ogni angolo del Continente, spe­gnendo la festa scandalosa e incessante della francese Avignone, dove i papi vivevano dal 1309 dopo il precipitoso abbandono di Roma. L'allegra compagnia di vescovi e cardinali, familiari, ser­vitori e amici di Clemente VI, in due mesi era stata decimata da altissime febbri ed espettorazioni sanguigne capaci di uccidere in soli tre giorni. Nè si era salvato il resto della popolazione, costi­tuita in gran parte di mercanti, artisti, parassiti e avventurieri accorsi a banchettare ai bordi della corte del galante pontefice, che aveva assegnato alla contessa di Tourenne il compito di ven­dere cariche e promozioni ecclesiastiche. Soltanto fra il 14 e il 27 aprile 1348, 11.000 erano stati i cadaveri tumulati nel cimitero acquistato per la tremenda occasione dal papa. In totale, i morti sarebbero stati 62.000. Scriveva ai suoi corrispondenti di Bruges il cronista Luigi di Beeringen, amico di Francesco Petrarca: «È morta metà della popolazione, sono state chiuse più di settemila case». Il generoso e sanguigno pontefice non aveva comunque abbandonato la città dove, a sue spese, aveva reclutato medici, assunto trasportatori e inumatori di cadaveri, promesso indulgen­ze ai fedeli che soccorrevano gli appestati.

Convinto che si trattasse di un castigo di Dio, il popolo si riuni­va intanto sulle piazze d'Europa per infliggersi penitenze sangui­nosissime con flagellazioni della simbolica durata di trentatré giorni e mezzo. Nello scomposto vociare di preghiere smozzica­te, e squassanti invocazioni, orde di uomini nudi fino alla cintola e prostrati in terra con le braccia aperte si facevano fustigare da un'eccitata moltitudine di volontari. Nessuno sapeva che la peste fosse trasmessa all'uomo dalle pulci dei ratti, mentre quasi tutti pensavano che sciagurati e diabolici «untori» girassero il mondo infettando le pareti esterne delle case, le porte delle chiese, i mer­cati, gli acquedotti. E poiché si riteneva che bastasse cambiar aria per non esserne contagiati, alle torme in fuga disordinata si mescolavano scaltri cialtroni di ogni lingua ed età che avevano fatto credere alle folle, inebriate dal sangue e dai gemiti dei fla­gellati, che fossero stati gli ebrei a diffondere il morbo.

A Siena, l'implacabile flagello aveva prodotto un danno spro­positato. I sopravvissuti si erano artigliati l'un l'altro per divider­si le eredità degli estinti. Denaro, palazzi, poderi, campi, gioielli, cariche: tutto si spartiva e spolpava. Vinta la morte, si ringrazia­va la Vergine in una confusa mescolanza di sacro e profano, pro­mettendole un tempio sul lato anteriore del Palazzo pubblico e celebrando il ritorno alla vita con sperperi e orge. Nessuno pro­duceva, lavorava, viaggiava. Al di là delle mura, non un chicco di grano veniva seminato nei campi da poco tempo faticosamente strappati agli sterminati acquitrini. Le olive non erano state rac­colte. Marcivano nell'erba ormai fradicia l'uva e il foraggio, le cipolle, le rape, i cavolfiori, le zucche. Si lasciavano morire di fame e di freddo gli animali da latte e da lana. Le fabbriche erano deserte, altissimi i prezzi e i salari. Era subentrata la carestia, e il gelido inverno del 1348 si preparava a sigillare per sempre, in un gigantesco reliquiario dipinto con l'oro di Duccio, di Simo­ne, di Guido, l'ondulato ventaglio rosso e grigio della piazza del Campo; le ardite pareti incompiute del Duomo nuovo; l'orgo­gliosa torre del Palazzo pubblico; le dimore dei Tolomei, dei Salimbeni, dei Sansedoni, dei Pannocchieschi, dalle eleganti fac­ciate di pietra color del sole e della luna; le innumerevoli chiese; la mastodontica mole di San Domenico; le abbazie immerse nel verde di Pontignano, di San Leonardo al Lago, di Lecceto, di Monte Oliveto.

«Di peste morirono anche Lisa e Nera», aveva aggiunto al tri­stissimo elenco Lapa Benincasa. «E poi molti nipoti, nuore, co­gnati, fratelli e sorelle. Per celebrare con un atto di vita la fine del morbo, Jacopo volle un'altra creatura. Esausta, gli diedi la venti­cinquesima, che battezzammo Giovanna, come la morticina gemella di Caterina. Dopo lo sterminio, accogliemmo fra noi un bambino chiamato Tommaso, orfano di Palmieri di Neri della Fonte, cognato di nostra figlia Nicoluccia. Studiava come novizio nel convento dei domenicani. La sera ci leggeva a voce alta la Legenda aurea di Jacopo da Varazze, le storie di Tommaso d'A­quino e Pietro Martire, le vite di Agnese, Agata, Lucia. Come se le avesse vissute e sofferte, il novizio rievocava singhiozzando le sterminate solitudini e le ininterrotte preghiere degli eremiti, i miracoli delle vergini, le estasi e le visioni degli anacoreti. D'in­verno, lo ascoltavamo nella stanza nuziale. I bambini, rannic­chiati sul letto e sotto l'imbottita. Gli adulti, tutti in fila sulle pan­che di legno, o accoccolati sulla stuoia con uno scaldino comune per proteggere i piedi e le mani dal gelo. Caterina, che non pote­va avere più di quattro o cinque anni, amava soprattutto sapere di Maria Maddalena. E mille volte si faceva ripetere dal giovane parente il clamoroso pentimento della gran peccatrice. E piange­va per l'emozione quando Tommaso leggeva l'edificante episo­dio della donna che aveva asciugato con l'onda dei capelli d'oro i piedi del Signore, dopo averli lavati con le sue lacrime ardenti.»

Anche Caterina era bionda. Robusta e di temperamento om­broso, solitario. Non giocava con le bambole e le palle di pezza, le trottole e i carrettini di legno dipinto. Nè filava, cucinava, cuci­va. Stava seduta in disparte, composta e in silenzio, fissando per ore lo stesso punto di un muro o del cielo. Parlava pochissimo e, più che camminare, correva. Come le bambine del suo tempo, era costretta a vivere soltanto fra le donne e non le veniva impartita alcuna istruzione. Seguiva Lapa per ascoltare la messa nella par­rocchiale di Sant'Antonio e si nutriva delle fantasie evocate dalle storie dei demoni, che massimamente godevano nel tentare le anime buone e precipitarle tra le fiamme dell'inferno. Come gli uomini e le donne del suo tempo, anche lei cresceva sotto l'inin­terrotta paura della morte, quasi sempre accompagnata da dis­umano dolore, o violenza, e costantemente in agguato fin dal momento in cui una creatura apriva gli occhi sul mondo. Un ter­rore che mai si allentava, alimentato dalle voci minacciose dei predicatori e rinvigorito dalle macabre danze dipinte sui muri dei cimiteri: caroselli di scheletri ghignanti armati di falci.

Dopo i tremori, i soprassalti, gli spaventi, gli incubi, le glorio­se e tremende conclusioni delle vite dei santi e dei martiri assu­mevano un valore di conforto, di consolazione, di premio. E quale sollievo, anche per lei, assistere al passaggio lungo le stra­de di Siena dei frati che, a due a due, scendevano svelti dalla chiesa di San Domenico. La piccola Benincasa si era persuasa che quelle eteree figure, avvolte nei lunghi abiti bianchi con un cappuccio di lino calato fin sulla fronte, fossero angeli e li aspet­tava eccitata, baciando la terra che calpestavano coi loro zoccoli dalla spessa suola di legno. Nessuno aveva cuore, ma forse nep­pure il tempo o la pazienza, di infrangere con la verità l'innocen­te fantasia di quella bambina solitaria che non aveva tardato a sor­prendere per l'energia e l'intensità con cui pregava. «Non ero stata io a insegnarle quel modo. Non potevo, non sapevo», aveva ammesso onestamente sua madre.

A cinque anni Caterina conosceva a memoria la «Salutazione angelica», e almeno due volte al giorno saliva la scala di casa in ginocchio, pregando ad ogni gradino la Vergine. «Talvolta ci rac­contava di avere delle visioni celesti», riferiva Lapa. «Le crede­vamo fantasticherie, non l'ascoltavamo. Una sera, mentre torna­va dalla casa di sua sorella Bonaventura, s'era persa per strada. Suo fratello Stefano, che era poco più avanti di lei ed era tornato a cercarla, l'aveva trovata con la faccia rapita verso la mole di San Domenico. Diceva di aver visto "il Signore Gesù Cristo vestito di rosso e d'argento, assiso su un trono grandioso, come il Papa, e circondato dagli apostoli Pietro, Paolo, Giovanni, in una nube d'oro impigliata nel campanile".»

A Raimondo da Capua era allora tornato in mente un racconto che Caterina gli aveva fatto molti anni dopo. In quello stesso periodo, aveva provato un urgentissimo desiderio di vivere in una grotta nel deserto, come gli eremiti. E poiché non sapeva ancora cosa c'era oltre le mura, s'era figurata che il deserto cominciasse appena al di là di Fontebranda. Così che un giorno, marciando decisa fra la rumorosa moltitudine di uomini e bestie che entrava e usciva da Siena, con un pane fra le braccia aveva varcato la porta di Sant'Ansano. Aveva camminato a lungo sulle strade di polvere, prima giù per le forre boscose, e poi risalendo verso i lecceti dalle minute foglie frangiate, finché non si era trovata in un bosco. Attraverso il tremolio delle fronde, la luce del giorno tracciava delicati ghirigori sulla terra cretosa. Non passava nes­suno. Non un animale, un uomo, una cappella, un casolare o un castello si intravvedeva al di là degli alberi immersi nella cipria dorata del sole. Lo sterminato silenzio, e quel cielo limitato dalla trina frusciante e leggera delle foglie avevano sbigottito la bam­bina, che si era messa a correre senza fermarsi, fino dentro la casa di via del Tiratoio. Ma tanto da fare avevano tutti, tanti figli e parenti si affollavano nella cucina di Lapa, che nessuno si era accorto della sua assenza.

Caterina aveva cinque anni quando, ad Avignone, era morto papa Clemente VI. Teologo intelligente e popolare, dall'eloquen­za brillante, aveva sempre avuto bisogno di soldi per ristabilire l'ordine pubblico nello Stato della Chiesa, finanziare le guerre contro i turchi, mantenere il lusso sfrenato della sua corte, e paga­re con 30.000 fiorini l'acquisto della città di Avignone, di pro­prietà della regina di Napoli Giovanna d'Angiò. Lo sfarzo e la corruzione della corte papale avevano irritato il mondo dei catto­lici puri, persuasi che sarebbe bastato far tornare a Roma il pon­tefice per sottrarre la chiesa alla mostruosa decadenza in cui era precipitata con la morte di Bonifacio VIII agli inizi del secolo. Il francescano Ubertino da Casale, il primo a chiamare la corte avi­gnonese col nome infamante di «Babilonia», denunciava nelle pubbliche prediche le mostruose somme depositate nel tesoro privato dei pontefici. Addirittura un milione di fiorini aveva accu­mulato il primo inquilino di Avignone, Clemente V, che consen­tiva ai re d'Inghilterra e di Francia di farsi reciprocamente la guerra prestando a ciascuno di loro fortissime somme.

La lotta contro la corruzione della curia papale era condotta soprattutto dai francescani e dai domenicani. Tutto il movimento religioso italiano faceva capo ai due ordini «mendicanti», i cui appartenenti vagavano senza fissa dimora nelle campagne e nelle città confessando, predicando e vivendo di sola elemosina. E molti erano stati i monaci arrestati, imprigionati, bruciati vivi dall'Inquisizione scatenata dall'indispettito pontefice. Sul ripu­gnante lezzo dei roghi, fra reciproche accuse di eresia, corruzio­ne, lussuria, aveva tuonato, fortissima, Brigida di Svezia, l'ari­stocratica veggente che scriveva al papa «ordinandogli» di tor­nare a Roma. Con un'inquietante voce alterata, che sosteneva essere quella di Cristo, Brigida profetizzava spaventose catastro­fi se il recalcitrante Clemente VI non avesse lasciato Avignone con una corte «umile e povera com'era stata all'origine». Nei primi giorni di dicembre del 1353, mentre pregava inginocchiata in Santa Maria Maggiore, l'edificio della chiesa le era apparso già tutto in rovina. «Colui che dovrebbe gridare "venite a me con Cristo, perché in lui troverete il riposo delle vostre anime", escla­ma invece: "venite a rimirare la mia magnificenza, più grande ancora di quella di Salomone. Venite, e vuotate le vostre borse"», gli aveva scritto indignata, terminando la lettera con l'estrema minaccia: «Verrà il giorno dell'ira, nel quale sarà punito chi ha disperso il gregge di Pietro! Nessun castigo gli sarà risparmiato».

Il 3 dicembre, mentre un uragano si abbatteva su Roma, un ful­mine incendiava San Pietro. Nel lamento delle campane, a Brigi­da era parso di sentire: «Il papa muore». Tre giorni dopo, il papa moriva davvero.

In quello stesso periodo, piombava su Siena un'immane trage­dia. Mentre la Compagnia di ventura condotta dal provenzale Montreal d'Albarno, meglio conosciuto come fra Moriale, nel 1352 le aveva estorto 13.324 fiorini d'oro, poco dopo la Compa­gnia Bianca, composta soprattutto da inglesi comandati da Han­neken von Baumgarten, chiamato Anichino di Bongardo, aveva bruciato e saccheggiato la città. Erano, le Compagnie, milizie che in cambio di un compenso in denaro prestavano servizi militari. Avventurieri e vagabondi facevano capo a un cavaliere, un conte, un duca, un re, dotato di enorme autorità e accompagnato da una vera corte di medici, cappellani, segretari, contabili, cuochi, arti­giani, cortigiane. Forte era la loro disciplina sul campo di batta­glia. Assoluta invece l'anarchia nei confronti del principe, o lo stato, che andavano a servire. In Italia era calata, per prima, nel 1159, quella guidata da Enrico Plantageneto. Nel 1322, i Tolomei fuorusciti da Siena crearono la prima Compagnia tutta locale. Nel 1329, Marco Visconti formò quella di San Giorgio, che si era impadronita di Lucca. E nel 1335, alla badia la Colomba, nel pia­centino, si riunirono tedeschi e boemi, che avevano terrorizzato l'Umbria e la valle tiberina. Ancora più feroce era quella compo­sta da pisani e fiorentini al comando di Werner von Urslingen, il «duca Guarnieri», che sul piastrone della corazza ostentava il motto che si era dato da solo: «Nemico di Dio, della pietà e della misericordia», e nel 1342 aveva taglieggiato Siena, Perugia e Bologna, devastando la Romagna e l'Emilia. I commercianti senesi chiamati alle armi per difendersi, avevano preferito sacri­ficare una parte del loro oro piuttosto che la vita, e lo spietato tedesco era stato comprato purché se ne andasse. In seguito, le incursioni si erano fatte ancora più frequenti e disastrose. Il terri­torio della Repubblica di Siena era stato invaso dal conte di Lan­dau, dalla bretone Compagnia del Cappello, da quella di San Giorgio. E solo una volta la città aveva dato prova del suo antico valore quando, il 6 ottobre 1353, le milizie comunali guidate da un Orsini avevano sconfitto Niccolò del Montefeltro. Ora, nel Mezzogiorno d'Italia, i mercenari tedeschi, francesi e ungheresi si erano organizzati intorno a «fra Moriale», che saccheggiava la Romagna, l'Umbria, la Toscana, e pretendeva riscatti esorbitanti da Firenze, da Pisa, da Siena. Oltre a un fiume di beni passati come «doni volontari», più di 13.000 fiorini erano già stati pagati dai senesi all'implacabile cavaliere, purché se ne andasse. Tutti i lavori di bonifica e restauro, ripresi dopo la catastrofica moria in seguito alla peste del 1348, erano stati un'altra volta bloccati. il denaro pubblico doveva servire per rinforzare le mura. Ma gli immensi sacrifici non bastavano ancora a placare l'avidità di Moriale. Stremata dalle ripetute richieste di altro oro, terrorizza­ta dall'arcivescovo e tiranno di Milano Giovanni Visconti, che comprando Bologna si spingeva sempre più verso la Toscana, e abbandonata dal papa, Siena era stata infine costretta a rivolgersi all'imperatore di Germania pagandogli, con Pisa, Lucca e Firen­ze, un sussidio di 200.000 fiorini d'oro perché scendesse in Italia.

Soprannominato «re dei preti» per la sua religiosità, di Carlo IV del Lussemburgo, figlio di Giovanni il Cieco, si conosceva soprattutto la passione sfrenata per le reliquie. Proveniente da Milano, dove il giorno dell'Epifania del 1355 aveva ricevuto la corona del Regno italico, era a Siena da poche ore quando si pre­cipitava a esaminare la preziosa raccolta di reliquari che il retto­re dell'Ospedale della Scala aveva acquistato per 3.000 fiorini d'oro da un mercante toscano che trafficava coi turchi a Venezia. Delle meraviglie provenienti da Costantinopoli, che comprende­vano anche un frammento della Croce, un antichissimo balsama­rio in vetro contenente gocce del sangue di Cristo, e un osso della mano di san Biagio, la più preziosa, sigillata in uno scrigno d'ar­gento dorato e cristallo di rocca a forma di campanile, era il chio­do che aveva trafitto la mano destra di Cristo durante la crocefis­sione. L'inestimabile memoria, che nelle grandi ricorrenze reli­giose veniva mostrata dal vescovo sulla piazza antistante il Duomo da una tribuna direttamente collegata con la cappella del­l'Ospedale, era stata riconosciuta autentica sia da Carlo che dal­l'imperatrice Maria Paleologa, scoppiata a piangere per l'emo­zione mentre si chinava a esaminarla.

Il 24 marzo 1355, mentre l'imperatore era a Siena, il popolo sobillato dai nobili Tolomei, Malvolti, Saracini, Piccolomini e Salimbeni si era sollevato contro il governo dei «Nove» caccian­do dal Palazzo pubblico il priore Lorenzo di Lotto. In un attimo, da una contrada all'altra era scoppiata la guerra civile. Sfrenata nei saccheggi e nelle vendette, la plebe aveva sfondato le porte della sala del tesoro e trascinato nel fango la «borsa della Signo­ria», gettandola ai piedi dell'imperatore che, senza opporsi, accet­tava la deposizione dell'antico governo, faceva bruciare sulla piazza del Campo i documenti riguardanti la sua elezione legitti­ma e, prima di partire per Roma, dove sarebbe stato incoronato imperatore dal vescovo di Ostia, lasciava che i 12 popolani scel­ti fra piccoli artigiani e commercianti occupassero il Palazzo. La città era in uno stato di tensione fortissima. I sostenitori dei «Nove» deposti sobillavano il popolo, a sua volta istigato da alcu­ni signori che offrivano la loro consulenza ai nuovi «reggitori». Fu proclamato il coprifuoco, che prevedeva l'uccisione sul posto di chiunque fosse stato sorpreso per strada oltre l'imbrunire. Sotto la cenere dei palazzi incendiati, montava la rabbia. Tornato l'8 maggio da Roma, infastidito e annoiato, l'imperatore deponeva i «dodici» designando Signore di Siena un suo fratello natura-le, il patriarca di Aquileia. Per tre giorni, la guerra contro gli imperiali aveva di nuovo sconvolto la città casa per casa. Per impedire che a Carlo giungessero aiuti dall'esterno, erano state sbarrate e presidiate tutte le porte. Alla fine, mentre il patriarca scappava come un ladro attraverso una breccia, i «dodici» erano tornati ad occupare il Palazzo pubblico. Disprezzato come un tra­ditore, l'imperatore tornò in Boemia. Per non aprirgli le porte e ospitare la sua corte, Firenze gli aveva pagato una «pensione» di 100.000 fiorini.

Alla fine del primo incontro con Lapa, Raimondo da Capua era andato a riflettere sul sagrato della chiesa di San Domenico. Era una costruzione poderosa e di pianta rettangolare, costruita nel 1226 sullo sperone di tufo di Camporegio donato all'Ordine domenicano da un facoltoso Malvolti. L'interno era nudo e vasto, con un altissimo tetto a capriate scoperte. Una scala di pietra por­tava alla cripta, dove i morti del quartiere rimanevano esposti durante le cerimonie funebri. Sul largo piazzale circondato da altissimi lecci, spianato e recintato per contenere e proteggere dal vento una gran massa di fedeli in ascolto, il domenicano Ambro­gio Sansedoni, della nobile famiglia proprietaria del più bel palazzo sulla piazza del Campo, era crollato col cuore schiantato mentre predicava contro l'avarizia e l'usura dei ricchi. Scavate nel muro esterno della chiesa, si allineavano le tombe dei senesi che avevano conquistato un posto privilegiato con lasciti e rega­lie. Su quella di Ambrogio, in onore del quale ogni 20 maggio si correva un palio «alla lunga» attraverso le principali contrade, erano trascinati a forza gli ossessi. Intorno a un chiostro di linea asciutta, severa, era stato costruito il primo convento domenica­no della Toscana. Assorto, stanchissimo, Raimondo ripercorreva il racconto di Lapa, che aveva chiuso la sua prima giornata ricor­dando i figli maschi Stefano, Niccolò e Benincasa: «Erano entra-ti in politica. Sostenevano i Salimbeni. Fu la loro rovina».

 

III

UN'ADOLESCENTE DIFFICILE, COCCIUTA E RIBELLE (1363)

 

Un odio inestinguibile, un implacabile desiderio di vendetta straziava le contrade, le fazioni, le famiglie, i fratelli. Sembrava che Siena si reggesse e traesse linfa dalla violenza sull'uomo. Pugnalato e sgozzato nelle strade non appena calava la notte. Impiccato, decapitato, arso vivo al centro del Campo, o in cima al «monte del patibolo». Lebbroso e abbandonato dai parenti nel ghetto dell'ospedale di San Lazzaro. Gettato appena nato nella spazzatura ammonticchiata lungo le strade. La vita non contava nulla.

Caterina rifiutava quel mondo. Ammutolita dall'orrore, aveva scelto di vivere altrove. Il bisogno di isolarsi aveva invaso i suoi pensieri. Si barricava in una stanza, non voleva più uscirne, e osti­natamente chiedeva a suo padre un buco, una tana tutta per sé, dove rinchiudersi e stare da sola. La offendeva la segregazione umiliante delle donne, coi loro esempi di femminilità mutilata e sfruttata solo per mettere al mondo i figli e custodire la casa. Rifiutava il modello di sua madre, con la quale aveva rapporti tesi, guardinghi. Lapa era una creatura ruvida, litigiosa, oppressa dai problemi domestici, preoccupata soprattutto del benessere della famiglia. Non aveva altri argomenti che il denaro, gli inte­ressi, i debiti, i crediti. Non aveva fatto che partorire: venticinque volte in poco più di vent' anni. E aveva visto morire più della metà dei suoi figli. Aveva abortito da sola, mentre lavava montagne di panni giù a Fontebranda, raccoglieva le erbe nei campi, spaccava la legna per il focolare. Ne tanto migliore era stato il destino delle sorelle. Due, rimaste vedove in giovane età, costrette a sposare uomini facoltosi, ma anziani e malati. Altre due erano morte di parto quasi bambine. L'ultima, Nanna, a tredici anni. Disgusta­vano Caterina la brutalità dei maschi, affannati in continue risse ereditarie e politiche, il loro linguaggio crudo, le sanguinose maledizioni, le feroci bestemmie, gli spassi grossolani, cruenti. E quel ghigno di delusione, di sprezzo, quando nasceva una fem­mina. Aveva imparato alla svelta il significato della parola «viri­le». In pratica, era tutto quanto non poteva avere una donna, che invece doveva essere duttile, malleabile, molle come la cera. Meno che niente contavano le ragazze, se non sul letto a far figli. Soltanto gli uomini, avevano diritto di essere. Li sfuggiva, ne era terrorizzata.

Meglio la solitudine di una stanza nuda, un sottoscala, la can­tina che andava chiedendo a suo padre, rifletteva attenta, piutto­sto della casa di uno sconosciuto che l'avrebbe bastonata senza motivo, senza rivolgerle altra parola che non fosse un comando; e che mai avrebbe colto, di lei, quel fortissimo slancio d'amore, quell'ardentissimo fuoco che le avvampava il sangue. Un impel­lente, ancora oscuro bisogno di darsi, da qualche tempo l'affer­rava d'improvviso alla gola, le cresceva dentro, lievitava, monta­va, s'ingigantiva fino a spaccarle il petto. Ma a chi, Caterina andava pensando? A chi offrire quella passione d'amore, di cui si sentiva così violentemente pervasa? A chi, se non a Cristo, aveva finalmente concluso. L'unico uomo di cui conosceva l'amore per gli altri. La smisurata, totale e assoluta generosità, che lo aveva portato ad offrire la vita per la salvezza del mondo. Dagli ori delle pale d'altare stagliate contro lo smalto azzurro del cielo; dalle innumerevoli chiese di Siena; dalle operose botteghe d'arte aperte lungo le strade; dai silenziosi chiostri delle abbazie fuori delle mura; dalle edicole ai crocicchi delle contrade; dagli affre­schi sui muri dei cimiteri e delle cappelle in campagna: ovunque, quel volto illuminato da una tenera pace sembrava sorriderle, ras­sicurarla. Atterrita dal mondo, Caterina deponeva la sua paura fra le affusolate e benedicenti mani dei santi, nelle protettive pieghe degli abiti della madre di Dio, nella placida assenza di dolore che sprigionava il volto del Bambino nella Maestà di Duccio di Buo­ninsegna, nella fiera grandezza della Madonna della Misericor­dia di Simone Martini che aveva visto sfolgorare nella parroc­chiale di Gaiole in Chianti, nella Vergine che Lippo Memmi aveva affrescato nella chiesa di San Domenico, tutta rosa e cir­condata dagli angeli.

Persuasa che per lei non ci fosse altro scampo, la figlia del tin­tore del popolare quartiere di Fontebranda voleva meritarsi tutto l'amore di Dio liberandosi dai vincoli terreni del sesso e del dena­ro, isolandosi, infliggendosi penitenze e digiuni, pregando e implorando il perdono delle sue oscure, incomprensibili colpe. Ignaro, suo padre stava invece progettando di darle un marito. Le altre figlie si erano sposate con uomini che gli erano d'aiuto, in bottega le braccia non bastavano mai. Buoni partiti nella contra­da ce n'erano, e forse il più adatto a Caterina era un parente della cognata Lisa, appartenente alla famiglia dei Colombini. Dal momento che Jacopo era in grado di garantire alla figlia una dote, non c'era neppure bisogno di ricorrere all'abituale sensale. «Caterina era forte come un uomo, persino grassa, e dalla strada era capace di trascinare fin al granaio un carico di fascine che il mulo mi portava fino alla porta di casa», ricordava Lapa. Sareb­be stata una straordinaria fattrice.

Com'era costume a Siena, da quel momento a Caterina non fu più concesso di star fuori casa da sola. Anche per andare in chie­sa, o alla fonte, doveva essere accompagnata da donne più anzia­ne di lei. Le fu imposto di lavarsi più spesso, come regolarmente faceva insieme alle parenti, di sabato, nella vasca coperta di Fon­tebranda. Studiarono per lei un'acconciatura di trecce arrotolate intorno alla testa, e un'altra, molto alla moda, che consisteva in una sorta di piramide di treccioline strette alla sommità del capo in una reticella di seta variopinta. La sorella Bonaventura, sposa­ta a Niccolò Tegliacci, fu incaricata di cucirle vestiti eleganti e colorati, con un corsetto scollato che stringeva il busto per alzare e mostrare il seno. Con calce viva mescolata ad acqua e arsenico le depilarono la fronte, che doveva apparire alta e bombata. La pelle del viso era stata ammorbidita e sbiancata con impacchi di latte e mollica di pane fresco.

Per qualche tempo, Caterina sembrava disposta a sposarsi. Scortata da Bona, partecipava alle feste e imparava pian piano ad affrontare la presenza dei maschi. Rissosa e spietata, Siena era una città grassa, gaudente, e di contrada in contrada si celebrava­no ogni giorno fidanzamenti che duravano anche sessanta ore.

Perche' gli uomini non scordassero che dovevano tuttavia lavora­re e produrre ricchezza, erano state necessarie nuove leggi per regolamentare la durata delle cerimonie nuziali, per limitare la lunghezza dello strascico dei mantelli maschili, il numero delle perle sui corpetti delle donne. Costrette per lunghi periodi dell'anno a vestire abiti penitenziali e affrontare mortificanti digiu­ni, le ragazze erano giunte a un così sfrenato livello di vanità, da indurre l'agostiniano Filippo Agazzari a narrare nei suoi Assem­pri il caso di una giovane che era morta durante le feste di nozze per essersi stretta il corpo in maniera eccessiva, deplorando le altane della città per tutto il giorno affollate da dame e damigelle intente a rendere i loro capelli biondi come l'oro, protetti da cap­pelli di paglia a tese larghissime ma senza calotta, e ricordando sgomento che i dottori avevano il loro daffare per rimediare alle ustioni che le vanitosissime donne si procuravano per lisciare e impallidire la pelle del viso, depilarsi, tingersi le guance e le lab­bra. Breve era la giovinezza, più fulminea di un lampo nel cielo. E tutta da godere, prima che fosse spesa nel chiuso di una casa, o contro la spada e il pugnale nemico.

I maschi di nobile casato non ancora sposati si riunivano ogni giorno sulla piazza del Campo dove, al mattino, giostravano nei loro sgargianti vestiti dalle brache strettissime, le giubbe allac­ciate alla vita con cinture impreziosite di perle e diamanti, e la pieghettata gonnella che giungeva appena al ginocchio. Al tra­monto, declamando madrigali e chansons, si scatenavano nei balli alla «provenzalesca» importati dalla spensierata corte papa­le di Avignone, responsabile di aver incoraggiato il gusto del lusso ostentato. Cantando e danzando al suono di pifferi e vielle, le allegre brigate si infilavano nelle strade sghembe e ricurve, scendendo e risalendo le rampe scoscese, lanciando baci e ghir­lande di fiori alle ragazze stipate nelle verande e nelle logge di legno dei palazzi.

Anche Caterina era stata convinta a partecipare alle allegre sarabande. E più di una volta, per attirare l'attenzione dei giova­ni pretendenti, la terrazza pensile attrezzata a giardino in cima al tetto della casa in via del Tiratoio era stata decorata con fiori e festoni, e imbandierata con i colori bianco, rosso e verde della contrada dell'Oca.

Nei primi giorni d'agosto del 1362, un tragico evento aveva interrotto per sempre la girandola delle feste e delle danze. La bella Bona era morta, inchiodando la sorella minore nella cupa certezza che fosse, quella saetta improvvisa, il perentorio segna­le della collera del Cielo. Caterina si era sentita responsabile della fine della sorella. E quell'orrenda agonia, cui aveva assistito con gli occhi sbarrati sul letto della partoriente indifesa, per la prima volta aveva inciso sulla sua giovane carne la vera misura del dolore. Lo spasimo del corpo impazzito, il volto contratto, il sudore gelido, gli occhi vitrei, gli urli da belva che non voleva abbandonare la vita, le mani che si aggrappavano all'aria, le ter­rorizzate implorazioni della moribonda, l'avevano definitivamen­te convinta che il mondo, quel mondo, non era fatto per lei. E mentre assisteva impotente alle ultime disperate convulsioni di una breve esistenza giunta violentemente alla fine, nella donna straziata aveva visto, chiarissima, l'immagine di Cristo e del suo sacrificio. il giorno seguente, davanti alla bara di Bona portata a braccia nella cripta di San Domenico, e per una notte esposta sco­perta alla veglia e al compianto, aveva deciso di ascoltare soltan­to la voce che già da tempo parlava dentro di lei.

Da quel giorno, per sentirsi degna dell'amore di Dio, Caterina seguiva rigorosamente un suo disegno cercando di annullarsi, di scomparire dalla faccia del mondo. Soltanto il digiuno e il sacri­ficio di se', riuscivano a darle un senso di straordinaria pienezza. Non mangiava che pane e verdure; di sotto il tavolo, passava la sua parte di uova, carne e minestra al fratellino Stefano. Spesso la sorprendevano nella sua stanza, mentre accanitamente si fustiga­va la schiena e le spalle inginocchiata per terra.

Il chiostro di un monastero non pareva adatto a contenere quel fuoco ardentissimo che la divorava. Era sulla strada, nel mondo offeso, che l'adolescente Caterina vedeva quotidianamente spec­chiarsi il volto insanguinato di Cristo. Si sentiva attratta dalla vita delle «sorelle della Penitenza», o «mantellate», le suore terziarie che ogni mattina vedeva riunite nella cappella delle Volte in San Domenico. Erano laiche libere, ma votate alla povertà, obbe­dienza, castità, che non vivevano in convento, e si occupavano dei bisognosi e dei malati. E un giorno, per imitarle, dalla botte­ga del padre aveva preso le forbici e si era rasata i capelli, coprendosi la testa con una cuffia di tela. Insospettita, Lapa aveva strappato le bende che sua figlia teneva strette intorno al capo anche durante la notte. Il suo urlo agghiacciante era rimbal­zato fin giù a Fontebranda.

Caterina si era allora affidata a Tommaso della Fonte, perché convincesse i suoi genitori a lasciarla libera di seguire la voce che la chiamava in quella parte del mondo che non era né la famiglia, né il chiostro. Il novizio agiva con incertezza. Troppa gratitudine doveva infatti a quei parenti che lo avevano accolto bambino. Nella sua lotta per farsi mantellata come le vedove e le anziane zitelle senesi, era sola. Impotenti davanti alla sua provocatoria ribellione, tramortiti dalla sua caparbietà e dal suo coraggio, gli uomini della famiglia ebbero paura di lei. E dal momento che non conoscevano altri mezzi per affrontarla, decisero di perseguitarla fino a quando non avesse cambiato idea. Per impedirle di flagel­larsi, trasportarono il suo giaciglio nella stanza di Stefano. Con­vinti che fosse stato l'ozio a provocarle «i cattivi pensieri», rimandarono a casa la serva e la obbligarono a compiere i più avvilenti servizi. Caterina spazzolò i pavimenti, lavò montagne di panni, trascinò fasci di legna. L'ira dei maschi non le risparmiava neppure gli insulti che mettevano in dubbio la sua moralità.

L'umiliazione la rese più forte. Da quando le era stato negato l'isolamento, si era costruita «una cella nella mente» diceva, «dalla quale si poteva anche non uscire mai più». Una cella segre­ta, che costituiva tutto il suo mondo, e dove il mondo esterno non sarebbe mai penetrato. Servendo umilmente i Benincasa, le sem­brava di servire il Signore. Trasfigurandoli uno per uno, si era per­suasa che suo padre rappresentasse Gesù Cristo, mentre i fratelli e i cognati erano gli apostoli e i loro discepoli. Anziché lavare i piat­ti e le pentole con le braccia immerse fino al gomito nell'acqua ghiacciata, si convinceva di essere in chiesa a recitare i «misteri» in un coro di voci paradisiache. Costretta a dividere il letto con Stefano, si sforzava di star sveglia tutta la notte. E mentre il fra­tello dormiva, lei pensava, pregava, meditava. Nella «stanza della sua mente», Caterina aveva imparato a vivere una totale, assoluta felicità. Veniva punita ogni giorno, ma ogni giorno ripeteva con ostinata pazienza al padre e alla madre che sarebbe diventata ter­ziaria domenicana. Le bastava un tetto sotto il quale ritirarsi in preghiera. Era disposta a servire il padre e i fratelli come una serva. Non avrebbe pesato sul bilancio della famiglia.

Le mantellate si mantenevano raccogliendo le elemosine per i loro assistiti e nutrendosi di ciò che restava dopo la distribuzione del cibo ai poveri e agli ammalati. Per impedire la mormorazione e la tentazione mentre andavano negli ospedali e nelle case a visi­tare anche gli uomini, l'Ordine era costituito soltanto da vedove o nubili anziane. Caterina aveva già fatto voto di castità e pover­tà. Le mancava quello dell'obbedienza, che non avrebbe potuto osservare fino a quando il padre e la madre non avessero consen­tito alla sua scelta di vita. Ogni giorno chiedeva loro perdono per il dolore arrecato rifiutando il destino di sposa e di madre che le era stato assegnato. La sua volontà di servire Dio era più forte del dovere di figlia.

Turbati dalla risolutezza di quella ragazzina di scarne ma inci­sive parole pronunciate con voce che era quasi un sussurro, a poco a poco l'ostilità in famiglia si andava trasformando in smar­rimento. O forse, spavento. Per natura buono e piissimo, Jacopo si rassegnò per primo. E alla figlia che ripetutamente chiedeva una stanza dove raccogliersi nella preghiera, destinò una came­retta sotto la cucina. Quasi un cunicolo a volta, lungo tre metri e largo meno di due, che serviva come deposito per l'olio e il grano. Caterina distese due assi su un cavalletto per fame la tavo­la e il letto. La luce del giorno entrava attraverso una feritoia aperta appena sotto il soffitto. Anche i quattro gradini di mattoni, che servivano per sbirciare una sghemba striscia di cielo, erano spesso il suo guanciale e il suo giaciglio. La via del Tiratoio era in quel punto strettissima, ripidamente in discesa verso Fonte­branda, quasi sempre impraticabile a causa dello stagnante e nau­seante scolo dei rifiuti che scivolavano a valle soltanto quando pioveva. Nessun passo, né voce umana, né rimbombo di carri e cavalli avrebbe turbato la meditazione della giovanissima vergi­ne che voleva offrire il suo amore all'amore di Dio.

Nell'attesa di ottenere il permesso di farsi mantellata, Caterina si era stretta la vita con una catena di ferro e, con una funicella annodata in più punti, si fustigava tre volte al giorno: la prima, per chiedere il perdono del Cielo per sé; la seconda, per i vivi; l'ultima, per i morti. Impiegava quasi un'ora e mezza per ciascu­na penitenza, e alla fine il suo corpo era un martirio di ferite e di sangue. «Io ho veduto una catena e una sua "disciplina" insan­guinata», aveva scritto il frate Antonio Caffarini nel Supplemen­tum. Nel suo sgomento racconto, Lapa aveva confidato a Rai­mondo da Capua: «Non potevo sopportarlo, strillavo sulla strada come un'aquila chiedendo soccorso ai vicini. Al di là della porta chiusa della cella, sentivo i suoi gemiti, me la vedevo già morta. "Chi mi ha portato via Caterina?", imprecavo. Per me, derubata, il demonio e il signore Iddio erano in egual modo dei ladri». Non reggeva alle penitenze della figlia. Di notte, spiandola dal buco della serratura, la vedeva dormire completamente vestita sul tavo­laccio di legno. «Piangendo, supplicando, ogni tanto riuscivo a trascinarla nel letto nuziale. Obbediente, si rannicchiava ai miei piedi. E immobile, pareva una statua, pregando aspettava che mi addormentassi per tornare alla sua ruvida panca. Ma poiché io, fattami furba, avevo deciso di chiudere la porta col chiavistello, alla fine avvolgeva nel grembiule due mattoni, o un ceppo di legno, che infilava sotto il lenzuolo e le servivano come guancia­le.» Rimaneva sveglia fino alle tre della notte a recitare le ora­zioni del «mattutino». «Tirar mattina con gli occhi aperti era un vero supplizio», avrebbe confidato più tardi a Raimondo da Ca­pua. All'alba, andava insieme alla madre ad ascoltare la messa. Ma invano, al ritorno, Lapa la scongiurava di mangiare qualcosa di più sostanzioso che non fossero pane e insalata.

La domanda per entrare nell'Ordine delle sorelle della Peniten­za era stata infine inoltrata, ma Lapa non disperava di riuscire in qualche modo a cambiare il proposito di Caterina. Coltivando nuove e diverse amicizie, era infatti persuasa che sua figlia si sareb­be sottratta all'influenza di Tommaso della Fonte, che accusava di averla indotta a rinunziare al suo destino di sposa. E per distrarla, in primavera aveva deciso di portarla a fare le cure termali a Bagno Vignoni, le antiche e famose acque calde dove i senesi andavano a calmare i dolori delle ossa e ritemprare lo spirito. I parenti le ave­vano condotte in carretta, attraverso un fosco paesaggio di acqui­trini, boscaglie fittissime e nude colline di creta, e dopo un giorno di viaggio le donne alloggiavano alla locanda affacciata sulla pisci­na naturale del borgo in cui dovevano alloggiare.

La piscina naturale era una pozza rettangolare lunga 60 passi e larga meno della metà, delimitata da una muraglia di pietre squa­drate e sormontata da una balaustra di marmo. Sul lato meridio­nale si ergeva una loggia di mattoni a tre arcate, nelle quali si apriva una cappelletta dedicata a santa Lucia. Dalla loggia, cin­que larghi e consunti gradini consentivano di immergersi nella vasca fumigante, abituandosi lentamente al calore dell'acqua. Dentro una dozzina di nicchie scavate alla base del muro, era pos­sibile prendere il bagno lontano da sguardi indiscreti. Era un luogo vivace. Ogni giorno giungevano carri trainati da cavalli o da buoi, che rovesciavano sulla piazza villeggianti provenienti persino da Roma. Per chi non riusciva a trovare alloggio nel borgo, lungo la strada verso San Quirico, e lungo gli stretti tor­nanti che portavano al castello di Tentennano, all'inizio dell'esta­te si alzavano capanne di legno col tetto di paglia intrecciata. Le carovane erano scortate da guardie pubbliche. Capitava sovente che i viaggiatori fossero sequestrati dalle bande delle Compagnie di ventura infrattate nei boschi della val d'Orcia, che li lasciava­no nudi sulla strada dopo averli rapinati e massacrati di botte.

Caterina aveva ottenuto da Lapa il permesso di immergersi sola, quando la vasca era oramai del tutto deserta. La ragazza aspettava quel momento in disparte, seduta in silenzio sugli umidi gradini davanti al loggiato. Gli occhi fissi nel vuoto, sembrava non vedere nessuno, né mai pareva sfiorata dal cicaleccio inces­sante dei bagnanti. Era sempre più magra e, dopo uno svenimen­to dal quale era riuscita a fatica a riprendersi, aveva promesso alla madre di sforzarsi a mangiare. Ma lo stomaco indebolito dal lungo digiuno non tratteneva altro che il poco pane e le verdure cui era abituato, provocandole dolori fortissimi non appena il pasto fosse più abbondante o più ricco. Lapa era disperata per le condizioni della figlia, e piangendo chiedeva consigli alle donne che, separate da uno spesso telo dagli uomini, si immergevano con lei nella piscina calda. Immediatamente associata al sospetto di una possessione diabolica, si era sparsa la voce del disturbo che andava distruggendo la piccola Benincasa.

Più per terrore superstizioso, che per pietà, gli abitanti del borgo le avevano portato in dono alcuni rimedi contadini ai quali credevano: brodi ristretti di carne, uova sbattute col vino e lo zuc­chero, bevande aromatiche, amuleti confezionati dalle fattucchie­re, formule magiche e sacchetti contenenti artemisia, legno di frassino, aglio, salvia da mettere sotto il cuscino ritenuti un toc­casana contro il demonio. Ma non un boccone, non un sorso oltre­passava le labbra ostinate di quella silenziosa ragazza, infagotta­ta anche d'estate in un camicione di lana ruvida e bigia. E men­tre il corpo emaciato tremava, fremeva, sudava copiosamente, Caterina vomitava tutto ciò che aveva inghiottito.

La sera, sedute sul grande letto della locanda, Lapa e sua figlia stavano a lungo a guardarsi, smarrite e impotenti, gli occhi gonfi di lacrime. Caterina fissava sua madre. «Non so più cosa fare», confessava. «Non è colpa mia.» Lapa, che l'amava di un amore ingordo, quasi animalesco, temeva per la sua vita. E questo narrò a Raimondo da Capua: «Riuscivo a vederla serena soltanto quan­do, da sola, si immergeva nell'acqua. Si era scelta un angolo tutto per sé, dove nessuno si spingeva mai. Poi, ho saputo. Era un posto dove l'acqua sgorgava bollente. Infatti, nessuno ci andava per non bruciarsi la pelle dei piedi. Mi era impossibile accettare che Caterina cercasse ogni mezzo e ogni modo per farsi del male. Reagivo piangendo, implorandola di avere pietà del mio cuore di madre. Mi guardava come se già appartenesse a un altro mondo. Come se non potessi capire. "Gesù Cristo doveva aver sofferto ben altre pene", diceva. "E io voglio provare la sua sofferenza. Voglio giungere fin dove è giunto lui a patire per noi"». Il viag­gio verso la casa di Siena era stato compiuto nel più desolato silenzio. Lapa tornava sconfitta. Sarebbe andata personalmente dalla priora delle mantellate di San Domenico, avrebbe insistito perché sua figlia fosse ammessa fra loro. «Non potevo più sot­trarmi. Caterina mi teneva sotto un continuo ricatto. "Sennò mi lascio morire", minacciava. Mentre io non volevo più vedere altri figli morire. Né soffrire. Né piangere», aveva spiegato la donna a Raimondo.

La giornata delle mantellate si concludeva al tramonto, con una preghiera collettiva nella cappella delle Volte. Tre archi ogi­vali alla destra dell'ingresso della chiesa di San Domenico, pro­tetti da una fittissima grata, la separavano dalla monumentale costruzione a cui si accedeva dalla cappella attraverso cinque lar­ghi e bassi gradini di pietra. Alla fine del consulto con la priora, le cento senesi avevano rifiutato di accogliere fra loro la giovane Benincasa. La regola dell' Ordine non prevedeva l'ammissione di un'adolescente.

Il dolore, o forse la conseguenza delle immersioni bollenti di Bagno Vignoni, avevano suscitato nel corpo già indebolito di Caterina un'altissima febbre e una violenta eruzione di ponfi tumi­di e rossi sul volto, i piedi, le mani. Lapa l'aveva trascinata nel letto nuziale vegliando il suo delirio per sette giorni e sette notti. Riemersa dal torpore, la ragazza aveva ripreso a supplicare la madre perché insistesse ancora con le mantellate. «Se non mi vogliono, mi lascerò morire di fame», minacciava. Chiamato a consulto, il medico della contrada aveva previsto che, se non aves­se ripreso a nutrirsi, Caterina avrebbe resistito ancora per pochis­simo tempo. Oltre alla tisi, malattia comunemente diffusa, sareb­be bastato un attacco di dissenteria, un risveglio del colera, un'in­fiammazione bronchiale, per portarsela via. Lapa era tornata al convento solo per strapparla alla morte. Aveva ceduto anche Jaco­po. Il devoto tintore era stato il primo a non reggere al tremendo ricatto. Conosceva l'irremovibile fermezza di sua figlia. «C'è da temere di lei», mormorava smarrito. «Non è come le altre.»

Anche il secondo rifiuto delle mantellate era stato motivato da buone ragioni. Oltre che giovane, Caterina era molto graziosa. E Siena avrebbe travolto con calunnie e mormorazioni un'adole­scente che, seguendo la regola dell'Ordine, doveva muoversi liberamente per case e contrade curando uomini bisognosi e malati, e frequentando abitualmente conventi e abbazie. Sfidan­dole, Lapa aveva allora invitato le suore a scendere fino in via del Tiratoio perché, da vicino, giudicassero la bellezza di sua figlia. Nella cella scavata sotto il livello stradale, le guardinghe sorelle della Penitenza avevano conosciuto una ragazzina coper­ta di pustole, il capo rasato, il corpo macerato dal digiuno e illi­vidito dalle veglie. «Se campa, rimarrà sfigurata. La reputazione dell'Ordine non correrà alcun pericolo. Mette ribrezzo a guar­darla», avevano riferito alla priora. Le avevano mandato a dire che l'attendevano per la vestizione e la pronuncia solenne dei voti. Di colpo, Caterina era guarita. Scomparse le macchie rosse, era tornata una ragazza bionda, esile. Alta, per il suo tempo. Il naso e le labbra sottili. E bruni occhi allungati verso le tempie, dallo sguardo inquietante. Timido. Ma anche risoluto, ostinato.

Nel pomeriggio di una domenica d'aprile, frate Bartolomeo Montucci aveva atteso Caterina Benincasa davanti all'altar mag­giore della chiesa di San Domenico. La ragazza era accompagna­ta da sua madre. Col viso in fiamme, aveva ricevuto il velo e il saio bianchi, simbolo dell'innocenza; la cinta di cuoio, i sandali e il lungo mantello nero, segno di umiltà. Ammassate dietro le grate della cappella delle Volte, le suore la spiavano pregando e cantando. Tranne le quattro che l'avevano visitata prima dell'am­missione, quasi nessun' altra la conosceva. Ora, mentre sfilavano lentamente verso l'altar maggiore per ricevere la comunione, con sguardi sbiechi e striscianti studiavano la nuova venuta. Le mise­rie umane, che il fondatore Domenico Guzmàn aveva tentato di vincere con la sua vigorosa predicazione, covavano subdole e inquiete anche sotto le bende immacolate delle cento senesi. Chi era, andavano affannosamente chiedendosi, quella misteriosa e taciturna ragazza che si flagellava, digiunava, vegliava? Perché era li, fra laiche sfiorite, o già vecchie, per le quali il voto di ver­ginità non costituiva più un peso; e non chiusa invece in conven­to, sigillata in clausura, come conveniva a una giovane donna che si votava al Signore? E affollando il parlatorio di San Domenico, fin da quel primo giorno tormentarono i frati con insinuazioni petulanti, e incessanti domande.

Il racconto del cammino di Caterina verso la pronunzia dei voti aveva stremato sua madre. Lapa teneva gli occhi chiusi, pareva già morta. «Tornate un altro giorno», aveva mormorato a padre Raimondo. «Io non so perdonarmi di aver capito così tardi mia figlia. Prego Iddio che veda e comprenda il dolore che ancora mi strazia.» Si era congedata bruscamente. Girando verso la parete il suo corpo decrepito, si era addormentata di colpo.

Alla fine della seconda giornata, il domenicano era tornato len­tamente verso il convento sul colle di Camporegio. Sullo sfondo di una palpitante mistura di ocra e di oro, di rosa e di azzurro, la torre del Palazzo civico emergeva nitida e ardita dal complesso profilo di Siena. Di lì a poco, protette dalla notte, sotto le volte delle logge, lungo i vicoli, dentro i segreti palazzi, le congiure avrebbero ripreso a muoversi leste, ordendo e tramando il desti­no della città. Accecati dal bagliore dell'oro, storditi dallo strepi­to della guerra, né la chiesa, né gli uomini, riuscivano a sentire la voce di Dio.

Fatta eccezione per una grossa candela di sego, anziché la con­sueta e più economica torcia ficcata all'angolo di due pareti, la cella del Maestro generale dell'Ordine dei domenicani era identi­ca a quella dei suoi confratelli. Disposto sotto la finestra che si apriva su una delle rare vigne all'interno delle mura, il massiccio tavolo da lavoro era ingombro di carte. Da un lato, i diari di Tom­maso della Fonte e di Antonio Caffarini. Divise in grosse pile rile­gate in cartapecora gialla, le oltre cinquecento lettere che Cateri­na aveva dettato ai suoi segretari e discepoli: Stefano Maconi, figlio di Giovanna Bandinelli e discendente di papa Messandro III; Neri di Landoccio dei Pagliaresi, nobile e colto senese; Cri­stofano di Gano Guidini, notaio di Vestrigona, che sarebbe stato difensore di Siena dal 1381 al 1384; Barduccio Canigiani, figlio dell'ambasciatore fiorentino Donato. E anche quelle dettate a occasionali amanuensi: Giovanni Tantucci, dei monaci di Lecce-to; l'abate di Sant'Antimo, Tommaso Petra; i frati Bartolomeo Dominici, Pietro Ventura e Anastagio di Montalcino; i tre fratelli Tommaso, Gherardo e Francesco Buonconti; Giovanna de' Pazzi e Alessia Saracini.

Avvolte in un foglio di spessa carta miniata, Raimondo aveva tenuto in disparte le preziosissime lettere che la mantellata sene­se gli aveva indirizzato personalmente. Non faceva che leggerle, meditarle, studiarle. E nel frattempo trascriveva l'intero epistola­rio in due grossi volumi, che intendeva donare al convento del quale era ospite. Erano due tomi in pergamena, il primo dei quali conteneva 155 lettere inviate da Caterina a papi, cardinali ed ecclesiastici. Nell'altro, le 139 missive indirizzate a principi e secolari. Non aveva ancora deciso se scrivere la storia misteriosa e abbagliante della donna senese. Intanto, riordinava e cataloga­va le note che andava raccogliendo durante gli incontri con la vecchia Benincasa. «Quanto ho raccontato fin qui, mi è stato rife­rito da Lapa, sua madre. E quello che non ho potuto sapere dagli altri di casa, mi è stato detto dalla santa vergine», aveva rimarca­to con un energico tratto di penna. Scriveva in latino. Poco più che analfabeta, Caterina aveva invece dettato come parlava. In toscano volgare. Vigoroso, vibrante.

IV

IL GRANDE SCANDALO DELLE VISIONI E LE ESTASI (1367)

 

«La mia vita deve cambiare. Devo conquistare la purezza del mio abito bianco. Devo morire al mondo annullandomi nel nero del mio mantello.» Questo era il disegno che Caterina aveva rive­lato a Tommaso della Fonte, nominato suo confessore dopo la vestizione. Era consapevole delle difficoltà che avrebbe incontra­to. «Dovrò ripetermi spesso di stare attenta a quello che faccio. Perché sarà necessario passare attraverso una via molto stretta, che piace a pochi», aveva detto. Per riflettere sul programma che si era imposta, aveva scelto il silenzio. «Per tre anni, quella ver­gine apri bocca soltanto per confessarsi e pregare», aveva anno­tato Raimondo da Capua sul suo quaderno. Lo aveva confermato anche Lapa: «Non parlava più con nessuno. Usciva di casa sol­tanto per salire alla cappella delle Volte».

La priora delle mantellate le aveva sequestrato il flagello. Troppi segnali di eresia erano nell'aria, e quasi sempre iniziava­no con selvagge penitenze corporali. Caterina aveva individuato nella mancanza di umiltà un colossale ostacolo che impediva all'uomo di amare Dio. Con inflessibile pazienza, si era imposta di affrontare il suo corpo fino a domarlo. Seguiva fedelmente la parola di san Paolo: «La forza si irrobustisce nella debolezza. Sarò felice di soffrire affinché dentro di me abiti la potenza di Cristo». Digiunava e pregava. Diceva che non voleva «lasciar solo il Signore» vegliando inginocchiata sulla terra nuda mentre i domenicani dormivano, e coricandosi quando la campana richiamava i monaci alla preghiera del «mattutino». Non era pronta, invece, per le opere di assistenza e carità che le mantellate svolgevano negli ospedali e nelle case dei poveri. Aveva anco­ra paura della strada e degli uomini. Chiusa nella cella di via del Tiratoio, viveva in solitudine e meditazione.

Continuavano intanto i commenti fastidiosi dei fratelli, dei cognati, delle sorelle. Anche in città si mormorava della figlia del tintore: scontrosa e umile, indipendente e cocciuta, strana come erano strane le streghe e le sante. Lapa non si rassegnava all'idea di vedere la sua creatura murata in una cantina. Non poteva com­prendere il suo bisogno di «altro». Interpretava come eccitazione malsana, o possessione diabolica, quella luce che le ardeva negli occhi mentre, inginocchiata sul pavimento, pregava con le braccia spalancate come Cristo in croce.

«Le portavo da mangiare davanti all'uscio, ma il cibo rimane­va quasi intatto nella ciotola», aveva testimoniato la donna a Rai­mondo da Capua. «Al venerdì, nelle quaresime e nei giorni del­l'Avvento, prendeva soltanto acqua e un tozzo di pane. Prima di mangiare piangeva, offrendo a Dio le sue lacrime. Non sopporta­vo la sua vita di sacrificio e privazioni. Scappavo nell'orto, anda­vo a lavare giù a Fontebranda. E mentre ero sempre più dispera­ta, vedevo allungarsi negli occhi della gente le ombre inquiete e vischiose del sospetto.»

Tommaso della Fonte aveva annotato su un grosso quaderno le sgomente confessioni della giovane mantellata. Caterina gli aveva detto di avere visioni celesti. Alcune si erano verificate già quan­do era bambina. Ma dopo la vestizione, si ripetevano con regola­re frequenza. Raccontava che Gesù le appariva nell'«immagina­zione». E spesso la sua presenza era «tanto reale e vicina che mi sembrava di sentirne la voce», spiegava. Appariva con accecanti bagliori, suoni soprannaturali, musiche dolcissime, colori cele­stiali, inebrianti profumi. Le appariva in ogni luogo. Sia che stes­se meditando durante la veglia, sia che stesse dormendo. Talvol­ta, era accompagnato dalla Madonna, san Domenico, Giovarmi Evangelista, l'apostolo Paolo. Ma quasi sempre era solo. La trat­tava da amica, e passeggiava su e giù per la cella recitando i Salmi con lei.

I racconti della ragazza erano concitati e sgomenti. Le prime volte, Caterina aveva infatti temuto che il demonio le avesse teso un tranello per provocare il suo orgoglio. Ma Gesù stesso l'aveva soccorsa spiegandole come poteva distinguere il vero dal falso:

«il viandante deve aver sempre timore. Ma non ti potrai più sba­gliare. La mia apparizione inizia sempre con qualche amarezza, poi addolcisce e rassicura lo spirito. Al contrario, il diavolo inizia il suo lavoro infondendo un grande piacere, che però si tramuta rapidamente in disgusto». Durante le apparizioni, la incitava ad avere più coraggio: «Non devi aver paura. Devi imparare a non preoccuparti di nulla, perché io sarò sempre al tuo fianco». Tom­maso aveva trascritto diligentemente ogni parola. Erano, le sue, relazioni serene e senza commento. Come se, anche per lui, tutto ciò che avveniva nella cella del Tiratoio fosse cosa naturalissima.

Nel silenzio del convento di Camporegio, Raimondo da Capua aveva, a sua volta, aggiunto un appunto al racconto del frate: «Fui tentato anch'io, in più modi, di non crederle. Dopo che ne ho avuto le confessioni, cercavo tutti i mezzi e tutte le vie per accer­tarmi se il suo modo di fare discendeva da Dio, o dal demonio. Se c'era in lei della sincerità, o della finzione. Ma ora parlo davanti a Dio con sicurezza. Perché lo stesso Dio Padre sa che non dico una bugia».

La storia della veggente volontariamente segregata in una cella si era sparsa rapidamente per Siena. E c'era chi sosteneva che riuscisse anche a leggere nel pensiero degli uomini, a seguirne i passi più segreti, a sapere chi incontravano e cosa facevano. Aveva «sorpreso» la cognata Lisa che andava segretamente in pellegrinaggio in un'abbazia fuori le mura. Sognandoli in perico­lo, catturati e picchiati dai briganti fra Siena e Montepulciano, con la preghiera aveva salvato i novizi Tommaso della Fonte e Giorgio di Naddo. Al giovane nobiluomo Stefano Maconi era bastato pronunciare il suo nome per liberarsi da un inseguimento di malintenzionati nella foresta. Chiusa in casa, aveva udito il suo confessore mentre, in convento, dettava al segretario alcuni fatti che la riguardavano. Alla presenza di un peccatore, diceva di sen­tire una puzza che poteva procurarle anche il vomito. In questo modo aveva «visto» uno dei suoi fratelli commettere una gravis­sima colpa dall'altra parte della città.

Per conoscerla, da Pisa era giunto il dotto domenicano Nicco­lò di Bindo da Casina. Anche frate Bartolomeo Dominici, che dubitava fortemente di lei, aveva deciso di osservarla più da vici­no, e metterla alla prova. Ma tutte le sue perplessità erano cadute

quando gli era bastato invocarla, per sentirsi liberato da una spa­ventosa inquietudine che lo aveva colto mentre pregava nella chiesa di Santa Maria Novella, a Firenze.

Alle visioni, erano seguite le estasi. Raimondo da Capua non si stancava di rileggere le testimonianze che gli aveva consegna­to frate Tommaso. Le circostanze in cui avvenivano erano crude e sconcertanti. «Non appena Caterina pensava a Gesù, si ritraeva dai sensi del corpo. All'improvviso, le si rattrappivano le mani e i piedi. Le dita si conficcavano nel palmo così da sembrarvi inchiodate. Le palpebre si serravano strettamente. Gli orecchi non percepivano alcun suono o rumore. Il collo si irrigidiva.» Lapa, ancora sconvolta, aveva aggiunto la sua testimonianza: «Non ne sapevo ancora niente. La prima volta, sorprendendola a terra, ridotta a un grumo di vesti sudate e di membra ansimanti, mentre gridavo chiedendo aiuto ai vicini avevo tentato di raddrizzarle il collo. Non mi riuscì, sembrava di pietra. Riacquistati i sensi, mia figlia aveva accusato un gran dolore appena dietro la nuca. Sotto la pelle, i cinque segni della disperata pressione delle mie dita stavano già illividendo. Se ancora un po' mi forzavi, mi avresti ammazzato, aveva sorriso imbarazzata Caterina». «Quando era in stato di contemplazione», aveva confermato Tommaso, «le brac­cia, le mani, tutte le sue membra restavano così intirizzite, che sarebbe stato più facile spezzarle che piegarle.»

Durante le estasi, il suo corpo diventava insensibile. Piombava nel camino senza bruciarsi. Le cadeva sul capo una candela acce­sa che carbonizzava il velo, ma lasciava intatto il suo volto. Men­tre era a letto malata, volava prodigiosamente per la stanza un braciere di coccio che si frantumava sulla sua fronte, senza strap­parle un lamento. Lapa, Lisa Colombini, la mantellata Alessia Saracini, i domenicani Neri di Landoccio e Gabriele Piccolomini furono testimoni oculari. Frate Antonio Caffarini aveva precisato che Caterina «cambiava colore, ora candida come la neve, ora rossa al pari del fuoco», e garantiva di averla sentita mormorare con passione: «Amore mio dolce, voglio amarti per sempre». E ridere di un riso dolcissimo che terminava con un'ansiosa, miste­riosa domanda: «O sposo, sposo mio: quando, quando? Perché non ora?».

Dall'estasi, Caterina si riprendeva a fatica e spesso era costret­ta a rimanere distesa sulla panca per tre giorni e tre notti. Quan­do frate Tommaso andava da lei, trovava un relitto luminoso, feli­ce. «Per questa unione d'amore, che aumenta sempre di più, l'a­nima si trasforma al punto tale in Dio stesso, da non poter più pensare, ascoltare, amare altro che lui», gli aveva confidato. E per aiutarlo a capire la straordinaria sensazione del suo distacco ter­reno in favore di una totale unione con Dio, ricorreva a paragoni, metafore: «Accade come a chi nuota sott'acqua. Non vede nè tocca che l'acqua. E di tutto ciò che sta fuori nulla vede, nè tocca, nè palpa».

Caterina raccontava a Tommaso che le estasi e le visioni divi­ne avevano scatenato l'invidia e l'assalto dei demoni. Lucifero in persona, circondato dalla vociferante schiera degli angeli caduti, invadeva senza tregua la cella di via del Tiratoio: «Mi assalivano ghignando, mentre ero immersa nella preghiera. E più mi scio­glievo nel desiderio di congiungermi a Dio, più loro mi si affol­lavano intorno. I miei sensi erano travolti da visioni spaventose. Raccapriccianti allucinazioni tormentavano le mie interminabili notti. Benché mi turassi gli orecchi, e pregassi a voce alta tutte le orazioni che conoscevo, le infernali creature penetravano sibilan­do e fischiando da ogni pertugio della stanza, insinuandomi il dubbio dell'inutilità di tanti patimenti, seppellendomi sotto il gelo della paura di morire per i digiuni e le penitenze, agitando nella mia mente sconvolta i turbinosi fantasmi del piacere della carne».

Nauseabonde zaffate che salivano dal pavimento, come se fosse direttamente spalancato sull'inferno, preannunciavano la malefica presenza. «Gli occhi sbarrati, vegliavo per non essere sorpresa da loro nel sonno. E intanto lottavo nel buio flagellan­domi, camminando su e giù per la stanza a piedi nudi, gettandomi bocconi e con le braccia in croce per terra. Di colpo, il mio stomaco si torceva al sinistro sentore di zolfo. Ore ed ore sner­vanti, con la testa che mi scoppiava, gli occhi che mi bruciavano per le lacrime, gli orecchi rintronati dalle voci che mi ossessiona­vano con una sola martellante domanda: "Non sei troppo giova­ne, per buttare via la tua vita? Non lo sai che la vita è una sola, e anche breve? Sei sicura di onorare il tuo Dio, creatore delle bel­lezze dell'universo, annullando il tuo corpo di giovinetta con fru­ste e digiuni? E sei certa, che ne avrai ricompensa?"». La trasci­navano turbinando nei luoghi della lussuria, dove uomini e don­ne cantavano, danzavano e fornicavano in case ricchissime dalle pareti tappezzate di arazzi, mobili dipinti e vasellame di argento, gioielli, unguenti, profumi, pellicce. Un giorno, mentre pregava davanti a un crocefisso, il demonio aveva tentato di farle indos­sare una veste preziosa. Il tenue fruscio della stoffa aveva solleti­cato i sensi repressi di Caterina. La freschezza del tessuto lumi­noso e setoso stava già per precipitarla nell'abisso di un este­nuante piacere. E aveva dovuto fissare con forza il volto di Cri­sto, per non cedere alla tentazione del suo corpo così audacemente provato.

«Tanti e poi tanti erano gli stimoli ai cattivi pensieri», Cateri­na aveva confidato più tardi a Raimondo da Capua, «che per un po' di tempo abbandonavo la mia cella per fuggire in chiesa, dove le tentazioni mi ossessionavano sempre, ma con minor insisten­za. Se fosse stato possibile, come san Girolamo sarei fuggita per valli e per monti, pur di sottrarmi a quei mostri abominevoli, a quelle oscene visioni.» Pregava, e si era fatta astuta. «Per illumi­nazione della divina Provvidenza», aveva imparato che era più conveniente non affrontare il demonio di petto. «Come una donna onesta non deve rivolgere la parola a un uomo dissoluto, e deve fuggirlo per quanto le sia possibile, così l'anima unita a Cristo da un amore casto non deve cedere alla tentazione di rispondere al nemico, ma ricorrere pregando al suo Sposo, e affidandosi a lui. È infatti con la forza della fede, che si vincono le tentazioni.»

Rimaneva a lungo inginocchiata nella cappella delle Volte, pregando con tutte le forze che aveva, levando a Dio la sua voce gonfia di spavento e di orrore, implorando misericordia. I frati ne erano sempre più spesso infastiditi. Quel cencio gemente, pro­strato sul pavimento dell'austera e luminosissima chiesa, scon­volgeva la loro regola rigorosa, ordinata. Al tramonto, dopo una genuflessione, lieve come una danza, ai piedi del drammatico crocefisso policromo, erano abituati a chiudere tutte le porte. E sospese per poche ore le «laudi», le preghiere, le prediche, le con­fessioni, finalmente sedevano nel refettorio dall'altissimo tetto a capriate per consumare la cena. Mentre, a turno, un novizio leg­geva il Vangelo, i monaci masticavano lentamente le verdure, il formaggio di pecora, il pane nero della questua giornaliera, assa­porando il sottile piacere di coricarsi prima che scendesse la notte, sulle brande disposte in doppia fila nelle immense camera­te, per poi alzarsi ancor prima dell'alba, e tutti insieme tornare in chiesa per intonare l'interminabile nenia del «mattutino». I sele­zionati seguaci del coltissimo spagnolo Domenico Guzmàn, che non consentiva si aprisse un convento se, prima, i suoi frati non avevano frequentato le migliori università d'Europa, tornavano finalmente a stare soltanto fra uomini, ritenendo sprecato il tempo impiegato ad ascoltare il querulo cicaleccio delle mantellate. Immersi nei loro studi profondi, intenti a preparare le coltissime prediche con le quali conquistavano l'attenzione della parte più intellettuale, più ricca e più potente dei fedeli cristiani, non pren­devano sul serio le vedove e le anziane zitelle senesi, le cui sto­rie tediose e lagnose riguardavano invariabilmente le miserie e le beghe di donne rimaste sole, o maritate contro la loro volontà, la cui ultima parte di vita era spesa soccorrendo i poveri e gli amma­lati, più per conquistarsi un posto in paradiso che per amore di Dio. E sempre più di frequente riflettevano sconcertati sull'imba­razzante comportamento della figlia del tintore Benincasa, che si intrideva di sudore dalla testa ai piedi quando riceveva la comu­nione, costringendo le suore a cambiarle la camicia barricandosi dietro i banchi della cappella delle Volte.

La consacrazione dell'ostia provocava in Caterina un'eccita­zione incoercibile. A volte piangeva disperata, a volte balbettava ansimando, a volte sorrideva come un'ebete. Diceva di aver visto un bambino coperto di raggi luminosi fra le mani del sacerdote. Talvolta, il bambino era molto più grande e stava in piedi davan­ti al tabernacolo. Una fiamma enorme entrava nel corpo del cele­brante mentre levava il calice. Quando l'ostia le veniva posata fra le labbra, sentiva un profumo così penetrante da farla svenire. Una volta, durante la comunione, il malore fu così forte che la tra­sportarono a braccia fino al suo letto. Più tardi, tre mantellate videro il suo corpo sollevarsi per aria e rimanervi a lungo. Dopo la comunione, il suo cuore faceva un rumore impressionante. Le suore avevano mandato a chiamare anche Tommaso, perché lo ascoltasse. «Uno strepito sonoro», aveva scritto il frate sul qua­derno degli appunti raccolti per Raimondo da Capua.

Nel tentativo di placare la sua sfrenata sete di unione con Dio, i domenicani le avevano proibito di comunicarsi spontaneamen­te, lasciando al suo confessore il compito di stabilire qualche rara eccezione. L'astinenza le provocava impressionanti crisi di ango­scia. E il suo desiderio era tanto violento da trasmettere al frate, occupato altrove e in altre mansioni, il bisogno improvviso di correre in chiesa dove, il volto in fiamme e le mani giunte, trova­va Caterina già prostrata ai piedi del tabernacolo. Consigliato dai confratelli, Tommaso aveva dovuto trovare le parole per esortar­la a una maggior compostezza durante la messa. Nessuno era più disposto a tollerare i suoi rumorosi sospiri. Si distraevano i frati che salmodiavano intorno all'altar maggiore. Le suore interrom­pevano le loro preghiere per mormorare fra loro. Alcuni fedeli se ne andavano scandalizzati, scegliendo per le loro funzioni una chiesa più quieta. Con la certezza che fosse un'ossessa, le madri allontanavano i loro bambini. Obbediente, Caterina andava a nascondersi dietro un pilastro della Cappella. Ma subito veniva rapita in una di quelle sue estasi che le toglievano ogni coscienza terrena. Non appena la vedevano contorcersi e abbattersi al suolo, i domenicani la trascinavano a braccia fuori dalla chiesa. Rarmic­chiata e incosciente, calpestata come un fagotto, presa a calci come una carogna, allontanata a pedate come un lebbroso, Cate­rina rimaneva a lungo abbandonata sul sagrato. Una mattina d'e­state, era rimasta sul piazzale di Camporegio fino a mezzogiorno. Nessuno l'aveva risollevata, ricomposta, ricondotta a casa. «Avevo imparato ad andare a cercarla quando non la vedevo tor­nare», raccontava Lapa a Raimondo. «Era uno strazio continuo. Temevo per la sua vita, e tuttavia mi vergognavo per lei. La gente che la vedeva in quello stato, aveva paura. I suoi digiuni, le veglie, le penitenze, l'avevano ridotta a uno spettro.» Non era mai sazia di soffrire, e cocciutamente cercava di raggiungere il punto più alto del «divino spasimo della croce». Girava voce, in città, che fosse indemoniata. Peggio, una strega. «Mentre il suo corpo si consumava, lo spirito ingigantiva», aveva invece lasciato scrit­to Tommaso della Fonte.

Il dolore era piombato un'altra volta su Siena col suo osceno fardello di incendi nelle case gremite da donne e bambini indife­si; di capestri innalzati su improvvisati patiboli; di morti squarta­ti, trascinati nel fango e lanciati oltre le mura; di torri abbattute per vendetta e per spregio. E poi delazioni, confische, processi sommari, ritorsioni, vendette. Chi poteva, fuggiva. Se ne andava­no i poeti e gli scrittori, i pittori e gli scultori, gli studenti e i mae­stri della bella università cittadina. L'arte, l'economia, la speran­za: tutto moriva. «Dio mio, Dio mio», gemeva Caterina nella sua cella, «perché non fai un fascio di tutto questo dolore, e non lo carichi sulle mie spalle?»

Indossando i panni della speranza, per portare invece ancor più discordia, questa volta il dolore si presentava con le insegne splendenti del pontefice e dell'imperatore. Fuggiti da Roma dopo l'offesa inflitta dal re di Francia a Bonifacio VIII, i papi viveva­no ad Avignone oramai da mezzo secolo. Ma quando, negli ulti­mi giorni di dicembre del 1362, era stato eletto Urbano V, il desi­derio degli italiani di ricondurlo sul trono di Pietro si era fatto ancora più vivo. Ciò che restava dei Comuni sperava nel suo ritorno per la moralizzazione dei costumi del clero, e contava sulla sua presenza per cacciare oltre i confini le Compagnie di ventura che stavano riducendo l'Italia allo stremo. Lo esortavano a lasciare Avignone gli italiani, i romani, l'instancabile Brigida di Svezia, e un gruppo di intellettuali cui faceva capo il poeta tosca­no Francesco Petrarca, che di Urbano aveva lodato la modestia e la decenza degli abiti.

Amante della solitudine e dell'isolamento, il nobile Guglielmo di Grimoard era appassionato d'arte, e alla sua corte ospitava let­terati, pittori, musicisti. Convinto che per riformare la chiesa fosse necessario arricchirla di uomini istruiti, manteneva a sue spese 1.400 studenti di teologia. Ma come gli altri suoi predeces­sori, il severo benedettino che, dopo una serie di papi mondanis­simi, aveva portato alla corte pontificia una insolita religiosità, temeva di essere ucciso dai nobili romani che spadroneggiavano nella città abbandonata e ridotta in rovina. Circondato da cardi­nali corrotti, viveva nella paura di perdere la protezione del re di Francia, oramai tanto pressante da assomigliare a una prigionia.

Da poco, però, il complesso gioco di potere che confinava il papa in territorio francese stava clamorosamente cambiando. Se l'Italia era nel caos, Avignone non era più un porto tanto sicuro. Attirate dalle straordinarie ricchezze della corte pontificia, le Compagnie di ventura si erano accampate in Provenza, e la minacciavano. il capitano Bertrand de Guesclin aveva osato addi­rittura oltrepassare le porte della città, consentendo ai suoi uomi­ni uno sfrontato saccheggio. Interessato a sottrarlo all'influenza del re di Francia, l'imperatore Carlo IV aveva offerto al papa un aiuto concreto in denaro, e scorte militari per il suo ritorno in Ita­lia. La corte pontificia cercava ogni scusa per non seguirlo. Sta­vano bene, nella sfarzosa cittadella sulle rive del Rodano. Si arricchivano, vivevano nel lusso e lo spreco. Il pontefice aveva ricattato i suoi cardinali informandoli che, se non lo avessero seguito, al loro posto avrebbe nominato altrettanti italiani.

Nell'ottobre del 1365, Urbano V aveva deciso di andare a Roma. E il 30 aprile 1367, dopo aver comunicato ufficialmente la sua partenza all'imperatore, al re di Francia, ai romani, al nuovo signore di Milano Bernabò Visconti, si era messo in viaggio. Scortato da 23 galere offerte da Giovanna di Napoli, dai genove­si, i pisani e i veneziani, il 19 maggio si era imbarcato a Marsi­glia. Gli immusoniti cardinali avevano preferito prendere la via di terra. La flotta pontificia era stata festosamente ricevuta a Geno­va il 23 maggio, dove il papa aveva celebrato con solennità il giorno dell'Ascensione. All'alba del 4 giugno era a Corneto, l'an­tica Tarquinia, primo porto dello Stato della Chiesa. «Accolto non come un uomo, ma come Dio», aveva scritto Francesco Petrarca. Circondato dai cardinali italiani che gli erano andati incontro da Roma, Urbano aveva celebrato una messa all'aperto. «E fu la più bella e devota cosa che mai si vedesse», aveva riferito per lettera alle suore del convento di Santa Bonda il missionario Giovanni Colombini, che rappresentava la chiesa di Siena.

Nel 1368 scendeva in Italia anche l'imperatore, al quale servi­va l'appoggio del papa per umiliare i Comuni italiani, sempre meno disposti a versargli i tributi. Carlo IV era in debito costan­te con tutti. Per proseguire il viaggio, era stato infatti costretto a impegnare la sua corona a Firenze in cambio di 16.000 fiorini. Ma intanto, deciso a sostenere con fatti concreti il suo minaccia­to dominio, si era fermato a Lucca per consegnare solennemente la città a Marcovaldo, vescovo tedesco di Augusta. In quell'occa­sione, come rappresentante di Siena era andato a riceverlo Gio­vanni Salimbeni, da dieci anni incontrastato signore della città. Ma il discendente del leggendario banchiere che aveva prestato ai senesi il denaro per aiutarli a sconfiggere i fiorentini nella batta­glia di Montaperti, non era mai giunto a Lucca. Disarcionato dal suo cavallo mentre attraversava la val d'Orcia, era morto sul colpo. La situazione si era ancor più complicata quando, sfilando nella grandiosa parata organizzata in onore di Carlo, era morto anche Giovanni Agnello, il rappresentante di Pisa. Fieramente contrarie all'ossequio imperiale, le due città avevano approfittato delle disgrazie dei loro signori, ed erano insorte. Cacciati i «dodi­ci» dal Palazzo pubblico, Siena li aveva sostituiti con dieci genti­luomini e tre popolani affiancati da un gruppo di consoli. Per quietare i turbolenti senesi, l'imperatore si era fatto precedere dal suo vicario, Malatesta da Rimini. Sostenitrice di Carlo, il 24 set­tembre 1368 la famiglia Salimbeni era uscita armata dal suo palazzo, ordinando che fosse aperta la porta di San Prospero e si facesse entrare il rappresentante imperiale, da tre giorni e tre notti attestato sotto le mura con ottocento soldati. Il 12 ottobre, accom­pagnato dalla terza moglie, l'imperatore era entrato da porta Tufi dove i Salimbeni, agitando rami d'ulivo, lo avevano ricevuto e accompagnato nella loro dimora. Il 13 mattina, durante una solenne celebrazione in Duomo, Niccolò e Reame, i due più rap­presentativi componenti della famiglia, erano stati premiati col titolo di cavalieri e compensati con cinque castelli. Due giorni dopo, mentre l'imperatrice rimaneva a Siena per trattare con Francesco Porcari e Galgano di Guccio di Bino il riscatto della corona impegnata a Firenze, Carlo partiva per Roma.

Una rivolta anticuriale aveva tenuto papa Urbano V fermo a Viterbo fino ai primi di settembre. In novembre era stato rag­giunto dall'imperatore, e insieme, il giorno d'Ognissanti, erano entrati a Roma. L'ingresso spettacolare aveva fatto finalmente sperare in un accordo fra le due massime potenze. Nel corso del­l'interminabile corteo che avanzava al suono di pifferi, ribeche, trombette e tromboni, il «re dei preti» aveva preteso di sostituire il maresciallo papale camminando a piedi, reggendo le briglie del cavallo del papa fino alla cattedrale di San Pietro, servendo messa come un umile chierico. L'idillio era durato pochissimo. Come un volgare profittatore, Carlo IV era tornato a Siena subito dopo l'in­coronazione di sua moglie Elisabetta di Pomerania, lasciando Urbano in una Roma ostile e pronta al tumulto.

La situazione romana era pericolosissima. Abbandonato dal­l'imperatore, isolato dai cardinali francesi, non amato da quelli ita­liani, confinato a Montefiascone, il papa temeva di essere ucciso. Tutti i suoi progetti erano falliti. Il 16 settembre 1370, si era avvia­to verso la Francia. il suo tentativo di riportare a Roma la corte pontificia era durato 2 anni e 5 mesi. Delle trentaquattro galere che lo scortavano all'imbarco a Corneto, non una era italiana. Accolto festosamente in Avignone, non aveva voluto rimettere piede nel Palazzo dei papi, e poco dopo moriva in casa di un fratello.

Mentre l'imperatore era a Roma, il governo di Siena aveva espulso, pena la morte, i nobili Tolomei, i Malvolti, i Forteguerri, i Piccolomini, i Saracini, i Cerretani. Ma dai loro castelli ben piantati in posizioni strategiche i dissidenti signori torturavano la città impedendo ai contadini di rifornirla di cibo e bestiame, in­cendiando i mulini, distruggendo i raccolti. Esasperato dalla fame e sobillato dagli esiliati, il popolo aveva incendiato la porta del Palazzo pubblico, mandando in cenere documenti e libri contabi­li. il vicario imperiale aveva reagito formando un nuovo governo, di cui faceva parte anche un Salimbeni. Siena era disposta a difen­dere la sua indipendenza combattendo casa per casa. E proprio il giorno in cui Carlo tornava da Roma, il gonfaloniere Venturino sventolava dalla cella campanaria della torre del Palazzo pubbli­co lo stendardo bianco e nero della città, ordinando che si suo­nasse la campana per la raccolta del popolo armato.

Era stato il capitano Matteino Menzano a sferrare l'attacco agli ottocento corazzieri del vicario, costretto dagli infuriati senesi a rifugiarsi in cima alla torre di palazzo Malavolti. All'imperatore, era andata anche peggio. Dai tetti, dalle finestre, e dagli orti affacciati sul quadrivio della Croce del Travaglio, gli erano pio­vuti addosso mattoni, sassi, travi, ceppi, fasci di legna incendia­ta. Si era scatenata una guerriglia feroce. E mentre i suoi cavalli incespicavano nelle funi tese come trappole attraverso le strade, venivano infilzati con le picche e le spade 400 soldati, il gonfalo­niere imperiale, alcuni principi tedeschi, 1.200 animali. La carne­ficina era durata sette ore. L'urlo dei feriti e dei moribondi oltre­passava i tre cerchi di mura. L'aria era ammorbata dagli incendi. Intere famiglie erano state sgozzate. I bambini e le donne trova­vano rifugio nei sotterranei «bottini» che rifornivano le fontane in caso di necessità, e nelle cripte delle chiese. Ma ancor prima del tramonto Siena aveva scelto liberamente il nuovo governo. Asser­ragliato nella torre dei Tolomei, l'imperatore aveva resistito fino a quando, strisciando lungo i muri come un ladro, non aveva rag­giunto la dimora dei Salimbeni. In nome del popolo vittorioso, il capitano Venturino aveva promulgato un editto che vietava a chiunque di procurargli acqua e cibo finché non si fosse impe­gnato a partire. Ridotto alla fame e alla sete, dopo aver accorda­to al popolo un'amnistia generale, concesso numerosissimi privi­legi, e consegnato alla Signoria il vicariato perpetuo della città, l'appassionato collezionista di sacre reliquie si era deciso a la­sciare Siena. Purché se ne andasse, il nuovo governo aveva accet­tato senza discutere la richiesta di una «pensione» di 20.000 fio­rini, pagabili in quattro rate. La prima, gli era stata versata imme­diatamente.

Erano seguiti mesi di anarchia, con vendette e ritorsioni cruen­te. Mentre, come tutti gli altri sostenitori dell'imperatore, i Salim­beni erano stati esiliati, due di loro si infrattavano da banditi nelle macchie foltissime della val d'Orcia raccogliendo forze e denaro per organizzare una guerra civile. Stefano, Bartolomeo, e Benin­casa, figli di Jacopo, accesi sostenitori della potente famiglia, erano stati minacciati di morte. Rifugiata con la madre nella casa di Alessia Saracini, Caterina era uscita, da sola, per portare in salvo i fratelli che, insieme ai loro partigiani, avevano trovato asilo nella chiesa di Sant'Antonio. Ammutolita, la folla aveva aperto spontaneamente un varco per lasciarla passare mentre li conduceva per mano fin dentro l'ospedale della Scala. I Beninca­sa avevano pagato una multa di cento fiorini, nessuno osò far loro del male. Gli altri, furono massacrati. Jacopo il tintore era morto da due mesi. Esposto il 22 agosto 1368 nella cripta della chiesa di San Domenico, il giorno seguente era stato sepolto accanto alla figlia Bona.

Raimondo da Capua era un uomo guardingo, pignolo, buro­crate. «Ho promesso che non avrei scritto nessuna cosa falsa, inventata o esagerata, ma solo ciò che avessi inteso udire dalla "vergine" o da altri. Quanto ai fatti, racconto cose delle quali sono pienamente al corrente attraverso testimoni, documenti, e me stesso», aveva scritto alla fine della seconda giornata.

 

V

 

«VOI CHE DORMITE, SVEGLIATEVI» (1372)

 

Quasi carezzandolo, Raimondo da Capua stirava con mani tre­pidanti il foglio pesante, giallastro, dai bordi scuriti dal tempo. Era un documento rarissimo. Caterina aveva imparato a scrivere solo tre anni prima della morte, e per tutta la vita aveva dettato ai discepoli e ai segretari una quantità impressionante di lettere. Delle sedici che gli erano rimaste dopo tanti viaggi e peripezie, una soltanto era autografa. Ripiegato in otto parti, il foglio conte­neva il resoconto di un fatto impressionante accaduto il 2 marzo 1369, nell'ultima sera di carnevale.

Atterrita dalle tentazioni che l'assalivano e non le davano tre­gua, la giovane donna inorridiva al pensiero che qualcuno, o qual­cosa, avesse ancora tanto potere da far vacillare la sua fiducia in Dio, e piangendo implorava il suo aiuto, gli chiedeva di donarle una fede incrollabile, capace di resistere a tutto. «E io nella fede ti sposerò», le aveva allora promesso il Signore.

Siena cercava di annegare le sue perpetue tragedie organizzan­do rumorose feste di popolo. I saltimbanchi avevano invaso le strade coi loro pifferi, le maschere, i lazzi. Ai crocicchi, negli enormi paioli di rame colmi di sugna galleggiavano tonde frittel­le di farina impastata con uova, mandorle e miele. Sotto travesti­menti volgari, a piccoli gruppi le gentildonne uscivano di casa eccitate, correndo incontro alla loro brevissima notte di libertà. Il giorno dopo, la cenere della penitenza avrebbe spento anche l'ul­tima favilla di piacere e di gioia. Nerissima, iniziava una pesante quaresima di penitenze, digiuni, silenzi.

«Avevo desiderato Gesù con tanto ardore da evocarne l'imma­gine», aveva scritto Caterina nella lettera che Raimondo rilegge­ va riflettendo su ogni parola. E Gesù era apparso insieme alla ver­gine Maria, san Giovanni Evangelista, san Paolo e il profeta Davide, che teneva fra le mani un'arpa con la quale suonava una dolcissima melodia. Così aveva parlato: «Poiché per amor mio hai disprezzato e fuggito i piaceri della carne, dedicando soltanto a me i doni del tuo cuore, oggi che i tuoi parenti ed amici si diver­tono a tavola, e cantano, e ballano, ho deciso di celebrare le nozze della tua anima: e ti sposo a me, nella fede». Maria aveva preso la sua mano sinistra, Gesù le aveva infilato all'anulare un cer­chietto d'oro con quattro perle e un diamante.

Tommaso della Fonte, che aveva raccolto la confidenza di Caterina, non aveva visto l'anello. «Io lo vedo, ne sento persino il peso», aveva affermato la mantellata. I suoi occhi erano pieni di luce. «Per la prima volta fissava gli occhi degli uomini e tene­va alta la testa», aveva testimoniato il frate nei suoi diari. «Da quel giorno si contentò di tutto, né più si turbò, qualsiasi cosa le accadesse.»

Anche un altro sconcertante racconto, datato 17 luglio 1370, portava la firma di Tommaso: «Caterina mi confessò che Gesù le era apparso, e denudandosi il petto le aveva mostrato la piaga del costato, "come una madre offre il seno al bambino che la ama teneramente". Mentre lei tremava e piangeva, l'aveva presa fra le braccia. Incendiata dal calore del corpo di Gesù, si era fatta auda­cissima: "E io misi le labbra a lato della sua sacra piaga. E l'ani­ma mia, per il gran desiderio, entrava tutta in quel costato, dove trovava tanta dolcezza e tanta conoscenza della divinità, da non capire come non mi si spezzasse il cuore per il grande amore"». Da allora, le era sembrato impossibile riuscire a staccarsi un solo momento dal Cristo. Era divorata dalla febbre di darsi e di annul­larsi in lui. Inginocchiata sul pavimento, non faceva che ripetere il salmo: «Dio, Dio mio, metti in me il cuore del mondo».

Caterina aveva confidato al suo confessore: «Mi apparì il Signore, mi aprì il petto dalla parte sinistra, mi prese il cuore, e se ne andò». «Sei rimasta senza cuore?», le aveva chiesto Tom­maso. «Così è stato», aveva risposto la giovane mantellata. «Il terzo giorno, Gesù mi apparve nella cappella delle Volte. Teneva un cuore fra le mani. Lo mise nel mio petto, premendolo con dol­cezza, come se lo spazio non fosse bastante. "Figlia", mi aveva detto: "ecco il mio cuore, col quale vivrai per sempre"». Molte delle donne che vivevano vicino a lei erano disposte a ripetere davanti a padre Raimondo che le avevano visto sul petto una cica­trice che prima non c'era. Caterina confidava intanto a Tommaso che, da quel momento, era diventata un'altra persona. «Mai tro­verò le parole per spiegare ciò che accadde dentro di me. È come il fango, rispetto all'oro. E c'è tanto ardore nella mia anima, che il fuoco, al confronto, mi sembra freddo.» Sosteneva di avere nel petto il «cuore del mondo», e aggiungeva: «Da questo ardore, dentro di me nasce una forza di purezza e di umiltà tutta nuova, che mi pare di esser tornata bambina. E provo tanto amore per il prossimo, che con grande felicità del cuore e della mente vorrei morire per lui». Tommaso ricordava il suo viso radioso. «La mia mente è piena di tanta gioia e di tanta allegria, che mi meraviglio che l'anima rimanga ancora dentro il mio corpo», gli aveva rac­contato la donna.

«E adesso esci», le aveva ordinato Gesù. «Vai nel mondo. Occupati degli altri.» Dopo le nozze e lo scambio dei cuori, Cate­rina si era sentita sospingere sulle strade di Siena. «La tua cella ora sta dentro di te», le aveva detto la voce. «Se conoscerai pro­fondamente te stessa, non avrai più bisogno di stare chiusa nel tuo silenzio. Vai fra la gente. Cammina. Entra nelle stamberghe dei poveri. Visita gli ammalati. Tieni la mano dei moribondi. Acco­stati al letto dei lebbrosi. Lavali, cura le loro piaghe. Toccali amo­rosamente. Accarezzali. E come hai baciato il mio costato sangui­nante, bacia anche le loro piaghe e bevi il loro sangue.»

Caterina ascoltava, ma aveva ancora paura. «Molti di quelli che ti amano, dubiteranno e crederanno che quel che fai sia un ingan­no», l'aveva avvertita Gesù. «Ma non temere. Sarò io, d'ora innanzi, a guidarti. Il tuo cuore si accenderà così ardentemente per gli altri, che cambierai modo di vivere, scorderai di essere una donna e non fuggirai più la compagnia degli uomini, come inve­ce hai fatto fin qui. Molti si scandalizzeranno, ma non lasciarti prendere dal turbamento. Tu eseguirai virilmente tutto ciò che lo spirito ti suggerirà di fare.» Così, le aveva detto il Signore: viril­mente. Questo, lo scandalo sul quale Gesù aveva inchiodato Cate­rina. Era uscita. «Costretta dall'ordine del Signore. Pensavo che nessuno, fuorché lui, avrebbe potuto spingermi a tanto. E per lo sforzo mi sentivo al cuore un dolore così acuto, da sembrare che mi si volesse spezzare», aveva confessato a Tommaso.

Fuori, aveva incontrato l'inferno. Non l'inferno dei demoni, ma quello dell'uomo. Non il placido dolore dei santi sorridenti anche nel loro martirio sullo sfondo di cieli di smalto e campi di fiori. Non quello delle attonite Madonne dorate dei delicati pitto­ri senesi. Nella malattia e nel dolore, nella fame e nell'esilio, ai piedi delle forche e lungo le mura dove si ammassavano i mendi­canti e i derelitti, Caterina incontrava ossessivamente lo sguardo che finora soltanto Ugolino di Nerio aveva osato dipingere sul volto di Maria, ai piedi del figlio crocefisso. Occhi di donna sbi­gottiti, imploranti. «Guardate. Guardate quello che gli hanno fatto, come lo hanno ridotto», sembrava dire piena di orrore. Ora, Caterina sapeva che di fronte all'orrore del mondo non doveva fuggire. Ma affrontarlo e combatterlo.

Le sue incombenze erano umili e dure. Trascinava fin giù a Fontebranda grossi fagotti di biancheria da lavare per gli amma­lati. Chiedeva elemosine e distribuiva cibo alle vedove e agli orfani. Curava gli infermi nelle case e negli ospedali. A quel tempo, si moriva soprattutto di malattie legate alla malnutrizione e alla scarsità di igiene e, più che ai medici, la gente del popolo preferiva implorare l'intercessione dei santi. Giobbe proteggeva contro la lebbra. A Genoveffa ci si rivolgeva per le malattie degli occhi. A Bartolomeo si ricorreva per le convulsioni, a Benedetto per i calcoli, a Uberto per la rabbia, a Cristoforo per la peste e la cecità, ad Apollonia per il mal di denti. La gotta, che colpiva sol­tanto i ricchi che si cibavano di cacciagione e carne grassa, era conosciuta come il «male di san Mauro». La furia degli elemen­ti, le carestie, le epidemie, le siccità, la natura selvaggia che occu­pava ancora spazi larghissimi, portavano a credere ai prodigi, ai miracoli. Ogni evento che non apparisse normale era considerato opera di Dio o del Maligno. Intercedeva presso Dio la Madonna, che a Siena era «la Vergine dagli occhi grossi», una robusta popo­lana con l'aureola, ben truccata, i pomelli accesi, e un bambino piccolissimo fra due angeli muscolosi, dipinta su una tavola di legno e collocata su un lato interno del campanile del Duomo dopo la vittoria di Montaperti contro i fiorentini.

All'alba, non appena la città si scioglieva dai lacci del coprifuoco, Caterina distribuiva pane e vestiti allungando furtivamen­te una mano dentro gli usci socchiusi. Era stremata dai digiuni, ma una forza sorprendente la sosteneva non appena affrontava le innumerevoli rampe di Siena per raggiungere i derelitti e gli emarginati che dormivano nelle nicchie scavate dentro le mura, o in misere capanne di fango e di paglia. «Spossata, stavo distesa sul mio pancaccio disperando di riuscire a portare alcuni fiaschi di vino e di olio a una vedova che faceva la fame con i suoi bam­bini. Ero tutta gonfia nel corpo. Improvvisamente, ho sentito cre­scermi dentro una forza soprannaturale. Caricandomi i pesi sulle spalle, sono uscita. E mi sembrava di portare un sacchettino di piume», aveva raccontato a Raimondo da Capua, il primo a spa­ventarsi davanti a quella sovrumana energia, a quella sua forza improvvisa che, di fronte a un ostacolo, la rianimava di colpo. Andava Caterina, e sorridendo leggera ripensava a quando crede­va che sarebbe stata felice soltanto dentro una cella. Aveva trova­to la sua dimensione più vera per strada, fra gli altri. La sua chie­sa era quella.

La carità generava in lei improvvise visioni. Un giovane semi­nudo l'aveva attesa sul sagrato di San Domenico, chiedendole qualcosa per coprirsi. Dopo avergli donato la tunica che indossa­va, aveva preso anche una camicia dalla cassapanca di sua madre. Il povero chiedeva qualcosa di più caldo. Strappandole dal vesti­to azzurro che la serva aveva steso ad asciugare nell'orto, Cateri­na gli aveva allora offerto un paio di maniche. Mentre stava per dargli anche l'abito che la ricopriva, il ragazzo era sparito. Quel­la stessa notte, le era apparso Gesù. Indossava la tunica con le maniche azzurre, e dal costato estraeva una camicia che sembra­va essere stata tinta col sangue. «Come pegno del vestito di glo­ria col quale sarai ricoperta in cielo», le aveva detto. Teneramen­te, l'aveva vestita. Sotto le mani del Cristo, il corpo di Caterina era docile come quello di una sposa innamorata. Da quel giorno, si era coperta soltanto con un saio di lana leggera. «Non ho fred­do. Porto la camicia che mi ha messo il Signore», diceva. Lapa aveva raccontato a padre Raimondo: «In casa, non si salvava più niente. Litigai con Jacopo, più generoso di me, per mettere i chia­vistelli alla dispensa e alla panca dove tenevo i mantelli».

Costretta dalla necessità, compiva prodigi. Attingeva il vino da una botte inesauribile. Moltiplicava la farina per fare il pane e faceva diventare eccellente quella che dal fornaio era stata scar­tata perché inacidita. Leniva i dolori posando le mani su una parte sofferente del corpo. Toglieva le doglie carezzando un grembo durante il travaglio. Allo stesso modo salvò il nascituro di una partoriente sciogliendo la trappola del cordone ombelicale attor­cigliato intorno al collo. Liberò da lancinanti dolori una donna precipitata in strada insieme al balcone su cui si trovava. Ed era ancora in grado di testimoniare suor Gemma, salvata dalla sua mano mentre stava soffocando per un attacco di angina. Comin­ciavano a cercarla gli indemoniati, legati come vitelli. E i parali­tici, inchiodati ai loro bassi e rumorosi trabiccoli con le ruote di legno. I ciechi e gli storpi. I tubercolotici che sputavano sangue.

Nel 1352, il nobile Pietro Sansedoni aveva edificato su terreni di sua proprietà, fuori delle mura cittadine, la chiesa di San Gio­vanni Battista, punto di riferimento di quei laici che, sul finire della loro vita, avevano deciso di consacrarsi a Dio. Nell'attiguo monastero di Sant'Agostino vestivano quasi sempre l'abito reli­gioso anche le loro donne. Michele di Monaldo, notaio e scriva­no di fama, aveva fatto questa scelta consacrando al Signore anche la moglie e le sue figlie bambine di cui una, Lorenza, quan­do aveva otto anni, era stata posseduta dai demoni. Durante le crisi urlava e si esprimeva in un forbito latino che non conosce­va. Le suore agostiniane avevano obbligato Monaldo a riportarsi a casa la figlia, e da allora era iniziato un estenuante calvario. Inu­tilmente, nei quattro cantoni della stanza della povera bimba ardeva il legno del frassino, ritenuto infallibile contro gli spiriti maligni. Vano era stato tappezzare le pareti di lavanda, ruta, rosmarino, iperico, aglio e artemisia, capaci di allontanare persi­no le streghe. E nulla aveva potuto il beatissimo Ambrogio San­sedoni, sulla cui tomba si portavano in processione gli ossessi. Anche Lorenza era stata condotta nella chiesa di San Domenico, distesa sul sepolcro del taumaturgo, ricoperta del suo mantello e del suo scapolare. Ma seguitava a dibattersi, e parlare latino.

Caterina non voleva aiutarla. Ne aveva abbastanza dei suoi, ripeteva, per occuparsi anche dei demoni che tormentavano le bambine costrette in convento. Ma Monaldo, sua moglie e Loren­za, la inseguivano dappertutto. E tanto opprimenti erano i tre poveretti, che una volta, per non incontrarli, lei era scappata via per i tetti. Attraverso l'intercessione di Tommaso della Fonte, la mantellata aveva infine ricevuto la piccola indemoniata. Durante la notte, i demoni avevano ingaggiato un disperato duello con l'o­stinata esorcista. Ma all'alba, Lorenza era salva. Dal momento che non era sicura di aver cacciato per sempre il Maligno, Cate­rina aveva chiesto a Monaldo di lasciarle per qualche giorno la figlia. E per impedire che fuggisse, nel caso fosse stata assalita di nuovo dai demoni, quando usciva la chiudeva in una cella con due chiavistelli. Una sera, mentre era per strada, aveva «sentito» che il diavolo era tornato a tormentare Lorenza. Era rincasata correndo e l'aveva trovata con la bava alla bocca. Le si era gon­fiata la gola, si dibatteva come se la strozzassero. Questa volta, la battaglia era stata ancora più violenta. E più Caterina cercava di farlo uscire dal corpo della sciagurata bambina, più il Maligno minacciava di invadere il suo. Continuando incessantemente a pregare, la donna aveva applicato le mani sul suo collo mostruo­so, segnandolo con una croce. «E i demoni se ne andarono que­sta volta per sempre», aveva scritto Tommaso della Fonte sul suo quaderno.

Da quando era uscita nel mondo e non possedeva più nulla, Caterina mostrava la sua gratitudine ai benefattori intrecciando per loro piccole croci di erbe profumate, di gigli e di viole. Era affettuosissima coi suoi nipoti. «Se l'onestà permettesse tanto, continuamente li bacerei», confidava imbarazzata al suo confes­sore. Nel 1370, i rovesci politici avevano costretto Stefano, Nic­colò e Benincasa a cercare lavoro a Firenze. Caterina aveva scrit­to una lettera al suo autorevole amico Niccolò Soderini, chieden­dogli di soccorrere con un prestito i suoi tre fratelli. Avevano tutti bisogno di lei. Quando non reggeva all'assedio dei disperati che le chiedevano aiuto, si rifugiava nel palazzetto di Messia Saraci­ni chiamato «il casone», sulla via del Casato. Cercava ogni tanto di imparare a scrivere, ma non riusciva neppure a ricopiare l'al­fabeto che si era procurato. Voleva mettere sulla carta almeno una preghiera, ed era stata costretta a dettarla all'amica: «Dona la luce ai miei occhi, Signore, affinché io non mi addormenti nella mor­te e il mio nemico non possa dire: ho vinto». La ripeteva ogni sera prima di coricarsi mentre, su un foglio appeso a capo del letto, aveva fatto scrivere: «L'uomo non può stare senza amore». Il suo digiuno suscitava sospetti. Si insinuava che fosse posse­duta dal diavolo. Ai contrario Caterina digiunava per mortificare il suo corpo, e domarlo. Messia insisteva perché mandasse giù un po' di pane, insalata, cavolo condito con l'olio. il suo giovane amico Stefano Maconi aveva testimoniato: «Sceglieva gli scarti. Dell'anguilla, prendeva la coda e la testa. Il formaggio, quando era secco o muffito. Aveva in orrore la carne, il vino, le uova, i dolci. Sempre più spesso non riusciva a inghiottire che pane e acqua. Questa è la pura verità, e molti di noi hanno potuto con­statare che quando il suo stomaco conteneva anche solo il volu­me di una fava, tutto il suo corpo soffriva, e non era capace nean­che del più piccolo sforzo».

Si mormorava che simulasse il digiuno per impressionare i più semplici, mostrandosi a loro come un essere eccezionale. «All'i­nizio, nessuno credeva che le fosse impossibile vivere senza nutrirsi», aveva annotato Tommaso della Fonte nel quaderno con­segnato a Raimondo da Capua. «Io stesso dubitai che la vergine fosse sedotta dal demonio camuffato in angelo di luce. La obbli­gai a mangiare, e solo per obbedienza Caterina si era impegnata a sedere a tavola almeno una volta al giorno. Diceva che il suo stomaco la puniva perché, da bambina, era stata golosa di frutta. Masticava lentamente una manciata di erbe selvatiche, di cui spu­tava le fibre trattenendone il succo. Bastava che un frammento di cibo le scendesse oltre la gola, che il suo corpo si gonfiava, sus­sultava, si faceva cianotico, finché non si liberava di ciò che aveva inghiottito. Se si sforzava di ingerire qualcosa, la digestio­ne non avveniva, e bisognava per forza che il cibo uscisse di nuovo dalla via per la quale era entrato. Per aiutare il vomito, teneva in tasca una scatolina contenente dei semi di finocchio. Beveva volentieri solo dell'acqua fresca. E la fatica di nutrirsi fu tanta, e tanto grande lo sforzo di convincersi di mangiare, che precipitò in breve tempo in uno sfinimento che stava per portarla alla morte. Dal settembre del 1370 alla quaresima dell'anno seguente, aveva mangiato soltanto erbe crude. E fin dall'inizio vomitava anche quel poco di cui si nutriva. Il suo digiuno fu tota­le per quaranta giorni. A Pasqua, aveva mangiato un poco di pane e di agnello. Tre giorni prima dell'Ascensione, aveva ripreso a digiunare. A causa dell'estrema debolezza, non poteva andare alla messa. La vigilia dell'Ascensione, Bartolomeo Dominici e altri domenicani erano andati a trovarla. Erano costernati. Le ripete­vano che non poteva più vivere senza nutrirsi, che sarebbe morta. Era preoccupata anche lei, cercava di correggersi. "A meno che non muoia", aveva mormorato, "d'ora in avanti dovrò vivere in un altro modo." Il giorno dopo, si era alzata. Non aveva preso cibo, ma era piena di energia ed era andata ad ascoltare la messa in San Domenico. Le amiche e gli amici avevano deciso di fe­steggiare mangiando con lei. Alessia non aveva niente di pronto. Dal convento, era arrivata una pentola di coccio piena di fave bol­lite. Caterina era allegra, anche lei aveva mangiato le fave e bevu­to il vino.»

Da quando aveva ricevuto nel petto il «cuore del mondo», Caterina si era fatta audace, fortissima. Analfabeta, costretta a servirsi di amici a cui dettare, trasmetteva idee travolgenti, impe­tuose. Agli abati, ai parroci, ai predicatori, aveva incominciato a trasmettere quotidianamente lettere di incitamento perché vives­sero nell' amor di Dio e del prossimo. «Voi che dormite, sveglia­tevi», scriveva a Bartolomeo Dominici, baccelliere dei domeni­cani di Pisa. «Dilatate la vostra anima per ricevere il prossimo con amore e desiderio di lui. Corriamo svelti verso la carità.» Sottolineava la necessità di annullarsi, per essere pronti ad ogni umiliazione e sacrificio: «Corriamo incontro agli uomini come se fossimo morti, perché non ci spaventi la loro ingratitudine». Li incalzava, e non concedeva la minima tregua: «Seminate, semi­nate la parola di Dio. Rendete i talenti che vi sono stati dati. E fate presto, il tempo è breve, il cammino è lungo». Intransigente, assoluta, non ammetteva che un religioso fosse schiavo delle pas­sioni terrene: «Si vergognino quelli che cercano gli onori e la gloria del mondo. Si accenda il fuoco del desiderio di Dio, e salga sull'asina della nostra umanità, affinché non desideri altro che l'onore di Lui, e l'amore per gli uomini». Perentoria, ricor­dava ancora al certosino Pietro da Milano: «L'amore per se stes­si è un veleno che intossica l'anima, così che le cose amare le sembrano dolci, le dolci le sembrano amare. E l'accieca, perché non le lascia conoscere e distinguere il vero dal falso». Piuttosto, non doveva dimenticare l'obbedienza del Signore mentre andava a morire, «che per assolverla fino in fondo si lasciava riempire di obbrobri, scherni, rimproveri». Non negava che il sacrificio del­l'obbedienza comportava il totale annullamento di sé: «Infatti, chi sazia le anime, dovrà patire la sete. Chi deve vestirsi della grazia di Dio, dovrà spogliarsi della sua stessa vita, scoprendo tutto il suo corpo, così da sembrare un agnello svenato che versa sangue da ogni parte». Nell'amore per gli altri vedeva l'unica strada per conquistare la pace del cuore. «È l'amore, è il fuoco dell'amore, la medicina contro tutti i nostri mali. Soltanto l'amo­re fu infatti la pietra dove fu conficcata la croce, e la tenne su, perché, se non l'avesse sostenuto l'amore, nè chiodi nè legno sarebbero stati sufficienti a trattenere sulla croce il dolce Agnel­lo immacolato.»

Caterina pregava in continuazione. Pregava in chiesa e per strada, nella sua cella e nelle case degli altri, mentre lavorava e mentre si riposava. La sua capacità di pregare raggiungeva una tale intensità da isolarla, da astrarla da tutto ciò che la circonda­va. In quel momento non pensava più a nulla, le diventava estra­neo anche il dolore del mondo. Non sapeva più di parenti, di amici, di ammalati, dei sofferenti che a lei si appellavano perché intercedesse per loro. Mentre pregava, era sola di fronte a Colui che adorava, e risolutamente chiamava col nome di Dio.

Al fiorentino Francesco Tebaldi, certosino della Gorgona, Caterina aveva scritto una lettera sull'importanza della preghiera contro le tentazioni: «La lingua non riuscirebbe a raccontare quanti sono gli inganni nascosti che il demonio offre sotto il colo­re del bene. Qual è quella cosa che ci rende forti e perseveranti? È la preghiera umile e continua». E lo esortava all'annullamento di sé: «Come sarà beata la mia anima, quando saprò di avere un figlio che viva da "morto". L'amarezza vi sembri latte. E per il santo distacco da voi stesso, vi sembri amaro il latte della conso­lazione. Fuggite l'ozio quanto la morte». Infine, scrivendo anco­ra a don Pietro, levava il suo appassionato e sconcertante inno per il sangue versato da Gesù Cristo, inteso come il motore del mondo verso la fratellanza e la pace con se stessi e con Dio: «E il sangue, il segno dell'obbedienza. E nel sangue, che troviamo la fonte della misericordia. Nel sangue c'è la clemenza, il fuoco, la pietà. Nel sangue, è stata fatta giustizia delle nostre colpe. Nel sangue si scioglie la durezza, dove le cose amare diventano dolci, i grandi pesi leggeri. Altrimenti, si vive in una continua pena, imperfetti e tiepidi». E dopo tanta grandezza, si congedava tor­nando umilissima: «Io sono una miserabile piena di peccati. Ve lo dico perché mi aiutiate a piangere, e preghiate perché riceva la pienezza della grazia», aveva scritto a frate Bartolomeo.

Dell'impetuosa Benincasa si discuteva nei conventi di Firen­ze e nell'abbazia di Sant'Antimo, a Pisa e a Lucca, nei palazzi del potere e sulle strade, negli ospedali e sui mercati. Per cono­scerla, da Pisa era giunto il dotto domenicano Niccolò di Bindo da Casina. Il teologo francescano Gabriele da Volterra e l'ago­stiniano Giovanni Terzo erano preoccupati per «quella ragazzet­ta ignorante, che seduce gli ingenui con le sue false interpreta­zioni della Scrittura, trascinando nell'errore tante anime», e si sentivano in dovere di richiamarla all'ordine. Sospettosi e agguerriti, erano andati anche loro in via del Tiratoio. Caterina era seduta su uno sgabello. Accovacciati ai suoi piedi, alcuni amici stavano ad ascoltarla in silenzio. I due monaci le avevano fatto domande insidiose. Erano sapienti e potenti. Si diceva che Gabriele vivesse «con tanto fasto come fosse stato cardinale». Per ottenere una stanza grande e luminosa, aveva demolito le pareti comunicanti di tre celle. Il suo letto era coperto da un piu­mino con le cortine di seta, aveva una costosa biblioteca e molti oggetti di valore. Caterina lo aveva svergognato davanti a tutti: «Come osi vivere a questo modo e chiamarti figlio di san Fran­cesco?». Sopraffatto dalla sua risolutezza, staccando un mazzo di chiavi dalla cintura il frate aveva gridato: «Chi vuole andare nella mia cella a portar via quanto contiene, e distribuirlo ai poveri?». Tommaso Guelfaccio e Niccolò Mini erano corsi al convento, lasciandogli soltanto il breviario. Prima di andarsene, Giovanni Terzo aveva abbracciato la donna e le aveva detto: «Ti seguirò ovunque andrai».

Professore di teologia nel convento di Siena e valente oratore, anche il francescano Lazzarino di Pisa sparlava di Caterina durante le prediche, canzonando i suoi seguaci e denigrando soprattutto Bartolomeo Dominici, che teneva un corso sulle sen­tenze di Pier Lombardo e gli «rubava» gli studenti. Convinto che fosse un'eretica, il 25 novembre 1370 era andato a trovarla. Cate­rina lo aveva subito sorpreso accoccolandosi docilmente ai suoi piedi. Per confonderla, il francescano aveva allora avviato un di­scorso sulle Scritture. Ma prima di sera le aveva già preso le mani, e devotamente gliele baciava. «È un mistero», aveva riferi­to al priore del suo convento. «Una piccola mantellata ignorante parla più profondamente e più cristianamente di noi.»

Quella giovane donna che curava gli uomini senza alcuna ver­gogna. Che, come un uomo, camminava da sola per le strade nel buio della notte. Che si permetteva di scrivere ai religiosi con la pretesa di insegnare loro come vivere cristianamente. Che entra­va e usciva dai monasteri discutendo coi frati e gli abati senza abbassare lo sguardo. Che spesso non rincasava la sera, dormen­do sotto un androne, per terra, o negli scantinati degli ospedali. Che attirava sempre più gente intorno a sé, derelitti e sapienti, monaci e laici, popolani e nobili. Quello scandalo risoluto e feb­brile chiuso dentro un corpo emaciato che sembrava privo di peso, aveva inviperito le cento senesi di San Domenico. In un interminabile elenco, Raimondo da Capua aveva annotato le ingiurie, le minacce, i dispetti che Caterina aveva dovuto patire non solo dai suoi nemici, ma soprattutto da coloro che avrebbero dovuto consolarla. Difficilmente Caterina poteva compiere un gesto, dettare una lettera, incontrare qualcuno, senza essere tra­volta dalla maldicenza. Fatta eccezione per pochissime amiche, le mantellate avevano acceso per prime lo strisciante focolaio della calunnia, e tormentavano i frati insinuando che i suoi prodi­gi fossero opera del diavolo; e che fosse proprio Belzebù, duran­te eccitatissimi incontri notturni, a insegnarle come sedurre gli uomini con la parola.

Mal consigliati, ingannati, i domenicani avevano deciso di allontanare Caterina dalle loro adunanze, ordinandole di lasciare subito dopo la chiesa le rare volte che le permettevano di confes­sarsi e comunicarsi. Le sue estasi scatenavano irritazione e di­sgusto. Tommaso della Fonte aveva visto una mantellata tirarle un calcio negli stinchi. Un frate si era divertito a pungerla in più parti del corpo. Dalla cappella delle Volte, fra volute d'incenso e soavissimi canti, calava su di lei una vischiosa e inarrestabile coltre di fango. Aveva raccontato Lapa a Raimondo da Capua:

«La vedova Palmerina passava per donna pietosa. Eppure la odia­va, non voleva vederla, né sentir parlare di lei. "Vergine, quella?" sbraitava con la priora. Incurante delle calunnie, mia figlia era andata a trovarla quando si era ammalata, ma era stata respinta. Si disperava. Se Palmerina fosse morta col rancore nel cuore, sarebbe andata all'inferno per colpa sua. Tre giorni e tre notti era durata l'agonia della donna, e intanto Caterina pregava per lei. All'alba del quarto, era tornata dalla moribonda. Fu lei, a chiu­derle gli occhi».

Bartolomeo Dominici, persona insospettabile che insegnava teologia ed era rettore provinciale della Provincia romana, aveva raccontato a Raimondo da Capua la storia della senese Tecca, che era stata segregata nell'ospedale di San Lazzaro perché colpita dalla lebbra. Soltanto Caterina le portava da mangiare, la imboc­cava, la pettinava, la carezzava. E tanto bene l'aveva abituata, che Tecca era diventata gelosa. Se Caterina tardava, l'assaliva insultandola, «Benvenuta la signora regina di Fontebranda». E malignamente strillava: «Com'è bella la nostra regina, che sta tutto il giorno in chiesa coi frati. Sembra che non ne abbia mai abbastanza, dei suoi frati, la nostra regina!». «Eravamo tutti sconvolti dalla sua testardaggine», aveva detto Lapa a Raimon­do. «"Ecco la ricompensa a far tanto del bene", gridavo; "e per giunta, ti prenderai anche la lebbra!" Infatti, sulle sue mani erano già comparse delle macchie sospette. Ci guardava con un sorriso di sfida. "Io non devo ascoltare", diceva. "Non ascoltate neanche voi. Tecca morì. Caterina ne lavò il cadavere, lo rivestì e sep­pellì. Quando tutto finì, mi mostrò le sue mani, erano guarite.» Anche questo aveva raccontato la madre, nel terzo incontro col domenicano.

Raimondo aveva trascorso quasi tutta la notte rileggendo gli appunti di Tommaso della Fonte. Per quasi cinque anni aveva conosciuto, confessato e frequentato quella strana, impressionan­te creatura. Assetata di assoluto e di perfezione. Costantemente al limite della provocazione. Intransigente e spietata coi paurosi, incalzante coi dubbiosi, dolcissima coi perdenti e con gli umili. Tenera come un fiore, inflessibile come una spada. E ardente. Ardente di un fuoco che inceneriva ogni ostacolo. Il cuore del domenicano era confuso. Il mistero della carità di Caterina, per lui era ancora insondabile. Voleva interrogare ancora una volta la vecchia Benincasa. Così era tornato da Lapa. «Raccontami di Andrea», le aveva sussurrato.

«Caterina andava a trovare una donna malata di un'ulcera can­crenosa al petto. Si chiamava Andrea», aveva, iniziato Lapa a nar­rare. «La ferita puzzava talmente, che non si poteva andarle vici­no. Presa da un ribrezzo incontrollabile mentre ripuliva la piaga, mia figlia aveva vomitato. Era sconvolta. Non accettava che il suo corpo, cancellato e annientato col digiuno e le penitenze, di­sobbedisse alla sua volontà. Aveva pregato per tutta la notte. Tor­nata da Andrea, aveva posato dolcemente il capo sul suo petto nudo. E a lungo, abbandonata, aveva respirato con la bocca e col naso l'odore nauseabondo.»

Come risvegliata da un sogno, Lapa si era drizzata sul letto. Più che una madre, era una fiera che si ribellava alla vista del cucciolo torturato dall'insensata cattiveria dell'uomo: «La sua carità era stata compensata con uno schiaffo ancora più rivoltan­te della piaga stessa. Anche Andrea era diventata gelosa. Anche lei, come tutti quelli che da lei avevano bene, esigevano sempre di più. A chi andava a trovarla, raccontava furente che la figlia del tintore non era una santa, ma una puttana sempre in giro per Siena». La voce di Lapa si era fatta stridula: «Certe insinuazioni sono più sottili e velenose delle vipere. Anch'io ho creduto alla donna malata. Anch'io, ho insultato mia figlia. Caterina era impietrita. Scomparve nella sua cella, pregò. Ci raccontò che le era apparso il Signore. Era coronato di spine, e con le mani reg­geva un diadema d'oro e pietre preziose. Poteva prendere quella che preferiva, le aveva detto. Caterina non aveva esitato a sce­gliere le spine e, togliendo la corona dal capo di Cristo, se l'era calcata sulla fronte finché non aveva sentito un dolore acutissi­mo». Si era trascinata alla chiesa di San Domenico. In piedi, le cento senesi la fissavano in silenzio. «Io sono vergine», aveva mormorato. «Credetemi: io sono vergine.» Le sue parole scivo­lavano sul loro silenzio di pietra. Poco dopo, Andrea aveva con­fessato pubblicamente la sua calunnia. Le aveva chiesto perdono. A Lapa, che cercava di impedirle di tornare da lei, Caterina ave­va risposto: «Cristo non ha mai smesso di visitare gli uomini. Eppure, gli uomini lo avevano inchiodato sulla croce». Tornava regolarmente a lavare la ferita di Andrea. Andrea si faceva trova­re distesa. Immobile, muta, gli occhi chiusi per la vergogna.

Con un brivido, Raimondo da Capua rileggeva per l'ennesima volta la lettera che la giovane Benincasa gli aveva inviato nar­randogli di Andrea. «Io avevo già baciato appassionatamente la ferita del costato di Cristo, bevendone il sangue. Potevo bere anche l'acqua con cui avevo lavato la piaga. Il mio corpo era del tutto domato. Il mio spirito aveva vinto su ogni miseria terrena. Ho versato nella mia gola l'intero contenuto della ciotola. Era nettare, ambrosia. Ne ho tratta una forza sovrumana. Ora, sono pronta ad affrontare qualsiasi prova.»

Nel chiuso della cella, il domenicano rifletteva in silenzio. «Guarda», diceva a se stesso. «Guarda la grande carità che spin­se Caterina a disimpegnare un servizio tanto ingrato ai sensi del corpo. Riguarda, te ne prego, la carità con la quale continuò il suo compito, nonostante la naturale ripugnanza della carne.» Il volto abbandonato fra le mani, pregava: «Signore, ci sono cose ignote per noi. Come i colori a un cieco. Come la musica a un sordo».

VI

 

IL PROCESSO DI FIRENZE (1374)

 

«Tutta la sua vita era un miracolo», andava riflettendo il dome­nicano Raimondo da Capua. Miracolo era la sua fede, il suo coraggio, la sua sapienza. Quella capacità di stare nel mondo infrangendone i pregiudizi, superando la gelosia delle donne, affrontando la diffidenza e l'arroganza degli uomini. Miracolo il suo irrompere nella vita politica italiana per placare gli animi, comporre i dissidi, mediare la pace. Attorno a lei, si allargava quella che chiamavano «la famiglia», una comunità di religiosi e di laici, senza una Regola, tenuta insieme dal suo fascino, da quel suo agire come se fosse mossa unicamente dalla voce di Dio. Caterina aveva poco più di vent' anni, ma per la serena fermezza, e la straordinaria capacità di rassicurare e proteggere, quelli che si ritenevano «discepoli» la chiamavano «mamma». La sera, dopo il lavoro, si riunivano intorno a lei per sentirla parlare. E lei ripeteva ciò che le andava dicendo il Signore durante le appari­zioni, le estasi. Spesso, interpretava le Scritture diversamente da come si ascoltavano dai pulpiti. Insisteva con tutti sottolineando l'urgenza di riformare i costumi della chiesa, di cui conosceva l'abbandono e la corruzione. «Ma io non so nulla», sosteneva. «Sono soltanto uno strumento di Dio.»

«Bella di una bellezza angelica, sempre sorridente e gentile», la descriveva frate Antonio Caffarini. L'aveva conosciuta nel 1366, era quasi un bambino: ne era rimasto stregato, e nella tasca della tonaca conservava un pezzettino del pane che Caterina aveva impastato con le sue mani. Dal 1370 avevano lasciato i loro affari, tornando a casa o in convento solo per dormire, Francesca Gori, Giovanna de' Pazzi sposata a Nello Cinughi, Giovanna Manetti, Matteo di Cenni Fazi (che per curiosità era andato a vederla durante un'estasi insieme a Francesco di Lando e ne era rimasto folgorato), il giovane poeta Neri di Landoccio dei Paglia-resi, il patrizio Nigi di Doccio Arsocchi, il mercante Sano di Maco, Tommaso di Guelfaccio, il notaio Cristofano di Gano Gui­dini, il pittore Andrea di Vanni. Dopo un giorno trascorso con lei, i due giovani gaudenti Gabriele Davino dei Piccolomini e Fran­cesco di Vanni Malavolti l'avevano implorata: «Madonna diteci cosa dobbiamo fare per farvi contenta».

Aveva rifiutato la maternità fisica per essere madre spirituale, educatrice, nutrice. «L'ho partorito con molto sudore e lacrime. E partorirò fino alla morte», diceva dell'irrequieto Malavolti. Aggiungeva che voleva nutrirli tutti, uomini e donne, «non di latte, ma di fuoco». Li chiamava a sé, «come una madre chiama il suo figliolo, per stringerlo al seno, separandosi da loro con una santa, piccola tenerezza». Si assumeva i loro peccati. Vegliava e faceva penitenza per loro. Non faceva sogni, non si illudeva. Voleva. Voleva fortemente. Voleva intensamente. Affinché non ci fossero più guerre, nè incendi, nè saccheggi, nè stupri, nè ven­dette, inviava senza sosta il suo pensiero di pace a chi reggeva le sorti delle città, dell'Italia, del mondo cristiano. Dettava anche a più scrivani contemporaneamente, in un volgare immediato e figurato, traboccante di ripetizioni ardite, ossessive. Antonio Caf­farini riferiva che «il desiderio di scrivere la faceva smettere improvvisamente di pregare, e allora esplodeva nelle lettere». Oppure, come lei stessa diceva, «per avere un poco con chi sfo­gare il cuore, perché non scoppiasse».

Legato del papa in Italia era allora Pietro d'Estaing. Ed è pro­prio al benedettino francese, cardinale di Santa Maria in Traste­vere, che Caterina invia la sua prima lettera pubblica. È il 1373. Si rivolge a lui perché trasmetta il suo pensiero al papa parlando­gli soprattutto della carità: «Quel dolce e santo legame che lega l'anima col suo creatore. Che tenne conficcato Dio e l'uomo sui legno della croce. Che accorda i discordi, unisce i separati, arric­chisce coloro che sono poveri della virtù. Che dona la pace e toglie la guerra. Che dona forza, pazienza, perseveranza. E non si stanca mai, nè si priva dell'amore di Dio e del prossimo. Nè per pena, nè per strazio, nè per ingiuria, nè per scherni, nè per villania». Caterina «vuole» che il cardinale segua le orme di Cristo:

«Con un cuore virile, e con pronta sollecitudine». Vuole che si privi di ogni «amor proprio», e pensi soltanto al bene degli altri:

«Perché uno ti separa da Dio e dal prossimo. L'altro ti unisce a loro. Uno ti dà morte. L'altro la yita. Uno le tenebre. L'altro il lume. Uno la guerra. L'altro la pace. Uno ti stringe il cuore. L'al­tro lo allarga fino a contenere amici, nemici». È una canzone d'a­more per Dio. «Il quale non si materializza, né si può dimostrare se non amando il prossimo.» L'unico «mezzo» per amarlo, affer­ma Caterina, sono gli altri. Nella lettera a d'Estaing, affronta con straordinaria fermezza anche l'urgente necessità di riformare la chiesa. Gli parla del clero corrotto. Dei cristiani abbandonati. Del disastroso vuoto lasciato dal papa, che vive ad Avignone e non vuole tornare a Roma. Del resto, tutte le lettere ai cardinali, e al papa, non saranno che un incoraggiamento, un invito, una forte imposizione a tornare.

Il nuovo papa era stato eletto il 30 dicembre 1370 col nome di Gregorio XI. Affabile, modesto, di costumi severi, il francese Pier Roger di Beaufort aveva sconvolto i cardinali francesi presentan­do un programma che comprendeva, oltre alla riforma dei costu­mi della chiesa e a una crociata contro gli infedeli, il ritorno sul trono di San Pietro.

In Italia, lo Stato Pontificio comprendeva allora l'enorme estensione delle sette province della Campania, la Maremma Romana, il ducato di Benevento, il Patrimonium Petri, i monti Sabini con le città di Narni, Terni, Rieti, Amelia, Todi, il ducato di Spoleto, la marca di Ancona col ducato di Urbino, la Romagna, Bologna e i suoi dintorni. Le città libere della Toscana e il tiran­no di Milano, Bernabò Visconti, seguivano l'estendersi del pote­re papale con apprensione. Dopo l'occupazione di Perugia da parte del suo legato Pietro d'Estaing, Gregorio XI temeva infatti le loro reazioni. Si parlava di un'opposizione forte da parte di una lega di città sostenute dall'imperatore, disposte anche alla guerra. La decisione di un ritorno a Roma era stata rimandata. Lo spa­ventava anche l'inquieta, pericolosa situazione romana. La città era dilaniata da feroci fazioni di nobili e popolo.

Nell'estate del 1373 era morta Brigida di Svezia, che per tutta la vita aveva implorato il papa di ritornare a Roma. E nell'intre­pida mantellata di Siena, che gli inviava lettere ardenti e lo inci­tava a lasciare la Francia, Gregorio XI aveva visto la nuova mediatrice fra lui e le città italiane. Sarebbe stata Caterina, il ponte di concordia e di pace che gli avrebbe permesso di tornare a Roma senza pericolo. La loro corrispondenza, diretta o attra­verso il legato pontificio, si era fatta in poco tempo fittissima. E perché trattasse col papa, a lei scrivevano anche i signori italiani. In novembre, Bernabò Visconti le aveva affidato l'incarico di mediare affinché gli fosse tolta la scomunica che il pontefice gli aveva inflitto nel 1362, accusandolo di insubordinazione. Cateri­na faceva per tutti da tramite, ricordando a tutti il dovere del vero cristiano, che contemplava l'obbedienza al papa «chiunque egli fosse, e comunque egli agisse». Con serena fermezza aveva infat­ti risposto al tiranno milanese, «il Vostro Salvatore dice che non vuole che nessuna creatura si faccia giustizia da sé. E che anche se il papa fosse stato il demonio incarnato, voi non avreste dovu­to alzare il capo contro di lui».

Durante la sua lunga e intensa giornata, Caterina visitava i priori delle abbazie, gli eremiti, gli studiosi di teologia, discuten­do sull'urgenza di riformare la chiesa per riportare la pace fra il clero e i cristiani, senza mai dimenticare l'amore per gli «ultimi» e la carità per i peccatori. «Per me», scriveva all'eremita Giovan­ni delle Celle, «il religioso che non vive secondo la santa religio­ne è come un fiore che puzza, e sparge puzza verso Dio, gli ange­li, gli uomini.» Scriveva ai monaci di Passignano e al loro abate Martino, ed a Giovanni di Gano, abate di Sant'Antimo, che chia­mava «angelo in terra». Teneva corrispondenza preferibilmente con gli ambienti riformati, e coi monaci che non si erano lasciati travolgere dalla corruzione. A frate Giusto, priore della congre­gazione di monte Oliveto, nata da poco e molto apprezzata dagli umanisti, raccomandava di non lasciarsi influenzare, nelle do­mande di ammissione al convento, dalla grandezza della famiglia di provenienza del postulante, né dalla sua povertà, e neppure dal fatto che l'aspirante monaco fosse figlio legittimo o illegittimo:

«perché il figlio di Dio non ha mai avuto, nè avrà mai schifo anche dello stato più infimo». E precisava: «Colui che fu conce­pito in peccato mortale non ama Dio quanto colui che è nato da un santo matrimonio».

Forse, più ancora degli altri, le era caro il convento agostinia­no di Lecceto, fra i più importanti centri della vita religiosa di Siena, cui appartenevano i suoi «discepoli» Antonio da Nizza, Girolamo Buonsignori e Felice Tancredi di Massa. I monaci vivevano nella selva chiamata «del lago», rifugio di molti eremiti, in una rigorosità leggendaria. Caterina incontrava al Lecceto il teologo Guglielmo Flete, dell'Università di Cambridge, che vive­va in una caverna dove celebrava anche la messa, beveva acqua mescolata all'aceto, stava soltanto in compagnia dei suoi libri osservando un assoluto silenzio. Dopo avergli parlato della mis­sione terrena cui ogni creatura di Dio era stata chiamata, la donna lo aveva convinto che «la vera cella che portiamo con noi dap­pertutto, è la conoscenza di noi», strappandolo alla vita solitaria, spingendolo verso il prossimo, esortandolo a vivere «non per il proprio gusto e per la propria consolazione spirituale», ma per rendersi utile agli altri. In ricordo della visita, l'inglese aveva conservato un filo di stoffa del suo saio.

In quel tempo, quando la vita era breve, e nulla di peggio pote­va accadere che finire all'inferno, il terrore di chiudere gli occhi prima dell'assoluzione paralizzava la casa dove un uomo stava morendo. Affidando alla sua carità gli assassini, i bestemmiatori, gli spergiuri, i ladri, i traditori, le madri e le spose di Siena chie­devano l'intercessione e la parola di Caterina.

Alessia Saracini era stata testimone di due fatti prodigiosi, e ne aveva lasciato testimonianza scritta. Durante la rivolta degli arti­giani più poveri, i filatori di lana della contrada del Bruco si erano scontrati con le truppe della Repubblica sulla Costa d'Ovile. Sostenitore del tumulto, Francesco di Naddi era stato decapitato sulla piazza del Mercato. Ora si cercava Nanni di Vanni, condan­nato a una multa di 500 fiorini. Era in pericolo anche Francesco Saracini, suocero di Alessia, che aveva chiesto a Caterina di pre­gare perché l'inquisito si ravvedesse prima di finire ammazzato. Ma tanto cattiva era la fama dell'uomo, che presentandosi in par­rocchia per confessarsi aveva fatto scappare il priore, terrorizza­to e incapace di credere alle sue buone intenzioni nonostante recasse in dono un preziosissimo falco. Assolto finalmente da Bartolomeo Dominici, Francesco era stato visto da allora andare ogni giorno in cattedrale alla messa, dove recitava la corona dei cento Paternostri e le trecento Avemarie: e mai nessuno osò far­gli del male.

Niccolò Saracini, spietato guerriero nipote di Messia, aveva invece sognato Caterina senz'averla mai vista. Incuriosito dalla sua fama, si era confessato ed era andato a parlarle. «Sei certo di aver tirato fuori dal tuo cuore proprio tutti i peccati?» gli aveva chiesto decisa la mantellata. «A quella donna non si può nascon­dere niente», aveva borbottato il soldato mentre, persuaso, torna­va al confessionale.

Era stato Guglielmo Flete a combinare l'incontro fra Caterina e Nanni di Vanni Savini, che nessuno, conoscendo la sua ferocia, osava denunciare per i delitti commessi. Condannato a pagare un'ammenda per aver cospirato contro il governo, il lanaiolo si era vendicato sconvolgendo Siena con le sue faide assassine, la crudeltà dei suoi banditi, i tranelli in cui faceva cadere gli avver­sari. «So bene che, se volessi, tutto si calmerebbe», aveva detto a Flete, che aveva tentato di parlargli. «Ma è inutile che mi faccia­te la predica.» Quell'anima persa aveva eccitato in Caterina la sete insaziabile della redenzione. Convinto dall'eremita, Nanni di Vanni era andato a trovarla, ma aveva dovuto aspettare che lei rientrasse dal suo lavoro negli ospedali. Avevano parlato a lungo nella cella del Tiratoio. E mentre la donna gli «ordinava» di far pace con Siena, e occuparsi piuttosto della sua anima peccatrice, l'uomo teneva gli occhi bassi e pensava: «Non posso, non posso. Me ne sto qui perché non sono abbastanza villano per andarme­ne». Dopo un poco, a Nanni era mancato il respiro. «Soffoco», aveva detto. Si era confessato in San Domenico e mentre rinca­sava, per ordine del podestà era stato arrestato. S'era sparsa la voce che l'avrebbero decapitato. Caterina pregò per lui. Fu libe­rato, ma gli confiscarono molti dei beni che possedeva. «Il Signo­re gli ha levato il veleno che lo infettava», era stato lo sbrigativo commento della mantellata. Per l'amore che aveva imparato a portarle, Nanni le aveva donato il castello di Belcaro, perché ne facesse un monastero.

Anche i nobili Maconi le avevano chiesto di metter fine a una lite che da due anni li opponeva ai Tolomei, e dava solo frutti di sangue. Per incontrare Caterina, il giovane Stefano si era fatto raccomandare da Pietro Bellanti. Credeva di trovare una donna grave, severa. Invece gli era andata incontro una ragazza ridente, che nei momenti di quiete sedeva fuori dall'uscio a intrecciare ghirlande di fiori. Caterina aveva impiegato due giorni per stabi­lire che la contesa si chiudesse con un accordo sottoscritto duran­te la messa solenne in San Cristofano. Il palazzo dei Tolomei fronteggiava la chiesa sulla piccola piazza scoscesa appena sopra la Croce del Travaglio. Ma le porte e le finestre dell'elegante dimora erano chiuse, sembravano tutti spariti o partiti. Offesi, i Maconi già stavano pensando ad armarsi. Prostrata davanti all'al­tar maggiore, la mantellata pregava. Finalmente, il portone chio­dato era stato spalancato dai paggi. E sotto l'arco acuto e orgo­glioso di pietra scolpita e cesellata come una trina, i Tolomei erano apparsi. Avanzavano lentamente, frusciando nelle sete, i velluti, i broccati delle grandi occasioni. La pace era stata firma­ta mentre, accompagnato da un organo ad aria di recente costru­zione, veniva intonato il Te Deum.

Sconcerto aveva suscitato in Siena anche la conversione che Caterina Benincasa aveva strappato a messer Andrea di Naddino. Nei primi giorni di dicembre del 1370, una gentildonna della famiglia dei Sansedoni aveva raccomandato il marito a Tommaso della Fonte. Andrea di Naddino giocava ai dadi, bestemmiava, fornicava, mangiava di grasso anche in tempo di quaresima. Ora, a quarant'anni e gravemente malato, non voleva chiedere il per­dono di Dio. Cacciato una prima volta con insulti e minacce, il priore della parrocchia si rifiutava di tornare al letto del mori­bondo. La donna si era affidata al domenicano per ottenere l'in­tervento di Caterina. Il frate l'aveva trovata distesa sul pavimen­to della cella, era in estasi. Costretto a tornare al convento prima del coprifuoco, aveva chiesto a una suora che assisteva al divino colloquio di convincere la mantellata a pregare per il peccatore morente. L'estasi era durata cinque ore. Ed era ormai notte quan­do la vergine senese aveva cominciato a implorare pietà per l'a­nima di Andrea. Pareva che il Signore non avesse alcuna inten­zione di perdonarlo. Il mercante non aveva mai avuto rispetto del Cielo. Un giorno, aveva persino sfondato a pedate una tavola dove Cristo era ritratto con la sua santissima madre. Fra Gesù e Caterina era iniziata un'inarrestabile disputa. «Rendimi mio fra­tello», ripeteva la donna piangendo, «ricordati di quando mi hai detto che io sono qui per portare agli uomini la salvezza della loro anima.» Era rimasta inginocchiata sul pavimento fino all'alba con le braccia aperte in croce. La suora che era con lei l'aveva senti­ta discutere a voce alta per tutta la notte. «Andrea di Naddino è salvo», aveva detto rialzandosi. In quello stesso istante, il pecca­tore aveva urlato: «Vedo il Signore che mi dice di confessarmi, chiamate un prete». Spirato nella grazia di Dio, il 16 dicembre del 1370 era stato interrato nel sepolcreto di famiglia, in fondo alla scala del chiostro di San Domenico.

Erano soprattutto gli uomini, a subire il fascino di Caterina. Il superbo e violento Giacomo Tolomei, che orgogliosamente si vantava di due omicidi, era in viaggio lontano da Siena quando aveva saputo che la giovane mantellata era spesso ricevuta da Rabe, sua madre. E l'ira s'era trasformata in furore quando gli era stato riferito che i suoi fratelli Matteo e Ghinoccia facevano tutto quello che la senese voleva. Ghinoccia si era addirittura tagliata i capelli e si era fatta terziaria domenicana, e mentre spronava il cavallo, Giacomo imprecava contro la «veggente» di via del Tira­toio, giurando di rinchiudere la sorella in un castello di campa­gna, e di fare a brandelli il suo saio. Era entrato come una furia nel suo palazzo, di notte. Cercava Ghinoccia, voleva portarla immediatamente con sé. Rabe aveva avvertito Caterina, e intanto distraeva con le moine il figlio inferocito. «Se la vedi, ti conver­ti anche tu», lo aveva avvertito Matteo. «E io ammazzo anche te. E tutte le suore. E tutti i frati. Ammazzo tutti», minacciava quel­l'altro. All'alba, Tommaso della Fonte e Bartolomeo Dominici avevano portato nella casa di Giacomo le parole di pace di Cate­rina. Al suo invito alla tolleranza, e al rispetto della volontà di Ghinoccia, a poco a poco l'uomo era crollato, confessandosi e accettando la scelta della sorella. Rabe, Ghinoccia, Matteo, i domenicani, erano usciti di corsa, e salendo esultanti verso la chiesa di San Domenico, di contrada in contrada gridavano:

«Dobbiamo ringraziare Iddio perché Giacomo dei Tolomei, che era legato dalle catene del diavolo, oggi si è liberato e ha confes­sato i suoi peccati a frate Bartolomeo».

Raimondo da Capua era tornato alla casa di Lapa. La donna lo aspettava con l'affannosa trepidazione che accompagnava ogni incontro. «Anch'io sono stata una peccatrice», gli aveva confidato con l'ansia che le strozzava la gola. «Peccatrice come può esserlo una madre di venticinque figli, ignorante e schiacciata dal peso di troppe responsabilità. Ma fra tutte le innumerevoli colpe di cui mi sono macchiata, di una sola non so darmi pace. E anco­ra oggi, io non mi perdono.» Raggomitolata sulle sue ossa, fati­cosamente si era avvicinata al frate. E muovendo a stento le lab­bra riarse, con parole flebili e fioche aveva biascicato: «E arriva­to il momento di dirvi come fu vinta anche la mia incredulità».

Lo fissava con occhi ansiosi, quasi fosse in attesa di una sua meraviglia. «C'era Lisa, che ancora lo può testimoniare. E Cate­rina di Ghetto con la mantellata Agnola di Vannino, che però adesso stanno zitte per sempre. Andò così. Era morto mio marito da poco, erano già tutti a Firenze i miei figli maschi. Mi portaro­no all'ospedale, stavo male. Caterina pretendeva che mi confes­sassi, era terrorizzata al pensiero che andassi all'inferno. Invece, io non volevo saperne. Ero convinta che sarei morta subito dopo aver parlato con un prete. E la provocavo: "Se sei così santa, vai a chiedere al tuo Signore che mi guarisca". Mi assistevano le donne che ho nominato. Impallidii all'improvviso, cessai di respirare, mi ghiacciai. Chiamarono Caterina, che pregava ingi­nocchiata oltre la porta. "Così mi ascolti, Signore? Così mantieni le promesse? Non ti avevo chiesto di mandare a me, tutti i mali destinati alla mia famiglia?", aveva cominciato a lamentarsi mia figlia. Mi hanno detto che era stata una scena penosa. Caterina sembrava furibonda col Signore Iddio.»

Lapa taceva, fissando cupamente Raimondo. Era ancora la figlia ruvida e arguta del materassaio/poeta di porta Camollia, come quando aveva vent'anni. «Non vorrete», insinuò, «dubitare di me proprio per ciò che mi riguarda più da vicino? Mi credete, se vi dico che ero morta davvero? Avevano messo un orecchio sul mio petto. Sulle mie labbra, avevano posato uno specchio. Nes­sun respiro. Morta, e già fredda. Era stata preparata una bara, qualcuno l'aveva portata nella stanza e posata ai piedi del letto. E di colpo, alla rabbiosa protesta di mia figlia al suo sposo divi­no, ecco che mi viene restituita la vita. Stavo morendo una secon­da volta. Ma questa volta morivo di emozione, di gioia. Ho chie­sto perdono a Caterina. Piangendo, ho implorato la sua pietà per averle ostacolato il cammino. Per aver dubitato di lei. Per aver tentato di ribellarmi alla volontà del Signore. Come lei, presi i voti delle mantellate. Mi dedicai alla preghiera, alla carità, all'a­more per gli altri. E, come gli altri, chiamavo "mamma" mia figlia. L'ho seguita fin dove ho potuto. Nella "famiglia", ero diventata "la nonna".» Fissava il frate. Un velo di pianto palpita­va nelle sue logore, stinte pupille: «E voi lo sapete, padre, che in cambio di questa lunga, pesantissima vita che mi tiene inchioda­ta quaggiù, mi fu chiesto di portare sulle spalle anche la croce della sua morte».

Sul conto di Caterina da Siena, le voci e le opinioni erano sem­pre più contraddittorie e convulse. Chi la diceva innocentissima santa, chi seduttrice fra le più scaltre, chi serva di Dio, chi del dia­volo, chi mentitrice e profittatrice, chi taumaturga e benefattrice. Su ordine del papa, in occasione del Capitolo generale che si sarebbe svolto nel giugno del 1374, frate Elia da Tolosa, Maestro generale dell'Ordine dei domenicani, l'aveva convocata a Firen­ze perche' rendesse conto del suo atteggiamento, della dottrina che diceva discenderle direttamente dalla voce di Dio, delle esta­si, delle visioni, i prodigi, i miracoli, i digiuni. Di tutto.

«Il 20 maggio 1374 era giunta a Firenze una certa Caterina, figlia del tintore Jacopo Benincasa da Siena, che vestiva come le suore del Terz'ordine di san Domenico ed era considerata da tutti una vera serva di Dio. L'accompagnavano dappertutto tre donne che portavano il medesimo abito. E poiché la sua fama di tauma­turga, profetessa e veggente si era sparsa per la città, anch'io avevo voluto conoscerla, e ci ero riuscito», aveva scritto un ano­nimo cronista fiorentino. Firenze da poco si era ingrandita, aveva costruito la sua terza cerchia di mura, anche sulla riva sinistra del­l'Arno cominciavano a sorgere case e palazzi. Le principali porte della città erano otto, e ancora più numerose le secondarie, chia­mate pusterle. Oltre cento le torri, popolatissimi i nuovi borghi di Ognissanti, di Pinti e San Frediano. Le strade, pavimentate con grandi lastre di pietra, erano state rese più dritte e larghe. I sagra­ti, grandi come piazze, ospitavano le gigantesche prediche pub­bliche e le processioni. I ponti erano tre. Quello Vecchio, il più antico, rifatto in pietra nel 1345, ospitava soprattutto le botteghe degli artigiani del cuoio, che rovesciavano i loro scarti nel fiume provocando proteste nel vicinato nauseato dai miasmi della con­cia. Il Rubaconte, che aveva preso il nome dal podestà che lo aveva fatto costruire: sei arcate di pietra sulle cui pile era stato eretto il minuscolo convento delle monache «murate». Il ponte di Santa Trinità, con un oratorio dedicato all'arcangelo Michele e una gogna per l'esposizione dei malfattori.

Il fiume aveva periodiche piene furiose, e ancora restavano segni indelebili di quella del 1333, che aveva invaso la città, spaz­zato via il ponte della Carraia, distrutti gli orti e le vigne di cui vivevano i conventi, sommerso i pavimenti di pietra a mosaico delle chiese, devastato i preziosi tessuti, i mobili dipinti, le orefi­cerie intarsiate, i cuoi lavorati e colorati delle botteghe artigiane. L'Arno, che era fonte di vita, e coi suoi numerosi mulini macinava il grano, lavava le lane e le pelli dei tintori e dei tessitori, tra­sportava le merci fino a Pisa, canalizzava le acque di scarico; il bel fiume che in tempi di pace offriva spettacolari giochi e para­te sul ghiaccio o lunghe, amene passeggiate sulle barche addob­bate di festoni colorati, in un fulmineo mutamento d'umore non esitava a sfigurare il volto della città più altezzosa e spavalda della Toscana.

Firenze era una città religiosissima, con oltre cinquanta par­rocchie e altrettante chiese, abitata da numerose congregazioni: i benedettini, con la loro antichissima Badia; i vallombrosiani, con l'austera Santa Trinita; i camaldolesi, con Santa Maria degli Angeli; i «servi di Maria», con la Santissima Annunziata; gli a­gostiniani, con Santo Spirito; i francescani, che avevano trovato una sistemazione nell'ospedale di San Gallo, e in seguito aveva­no costruito Santa Croce. I cistercensi, nel quartiere di San Fre­diano. I domenicani, a Firenze dal 1219, che all inizio vivevano sulla collina di Fiesole, e più tardi in città, nel convento di San Marco. Più di cinquecento erano i religiosi, e altrettante le mona­che, ripartite in oltre venti conventi. Insieme a confraternite, con­versi, terziari francescani e domenicani, si arrivava a circa 3.000.

Caterina era stata ospitata nella casa sulla riva sinistra dell'Ar­no appartenente a Niccolò Soderini, l'influente politico che aveva aiutato i suoi fratelli a trovare lavoro. Il Capitolo davanti al quale si sarebbe svolto il processo, era riunito nella sala della nuova chiesa di Santa Maria Novella, costruita sulla spianata dove si erano accalcati, in passato, i fedeli del celebre predicatore Pietro Martire. Era un edificio che mischiava lo stile gotico italiano a quello francese, con un antico cimitero per ricchi fiorentini sul lato destro mentre, su quello sinistro, si apriva un chiostro armo­nioso e comunicante con la sala capitolare quadrata, dal soffitto a volta, sul quale Andrea da Firenze aveva dipinto gigantesche figure che rappresentavano la filosofia di Agostino, gli episodi della vita di san Domenico, e i suoi frati con le sembianze di cam: Domini canes, segugi del Signore.

Una delle ruote della biga sulla quale la chiesa vinse la «civil briga», aveva chiamato Dante Alighieri, nel XII canto del «Pa­radiso» della sua Commedia, l'Ordine fondato dallo spagnolo Domenico Guzmàn, che aveva combattuto e sgominato gli ereti­ci. I domenicani erano ben presenti con la loro dottrina monasti­ca nella società laica, tutta dedita alle cose concrete, al pensiero, all'arte, come predicatori e confessori, consiglieri, arbitri nelle famiglie o nei gruppi sociali. Non miravano alle masse ignoranti, ma puntavano sui gruppi più colti, sia dentro che fuori la chiesa. Sorvegliavano scrupolosamente le idee, la fede, il comportamento dei cittadini. Attenti a ogni aspetto del pensiero, per salvaguarda­re l'integrità e la forza del dogma della cristianità d'Occidente, erano disposti a ogni audacia. Cresciuto in Linguadoca, nel cuore dell'eresia catara, Guzmàn aveva orrore dei roghi, pur ammetten­do severissime pene non appena fallivano i tentativi pacifici di convinzione verso chi attentava alla purezza della fede, consen­tendo così ai suoi seguaci di accettare l'incarico di dirigere l'In­quisizione che Gregorio IX aveva loro affidato nel 1232. Erano tanto potenti che i vescovi si lamentavano coi papi per la loro eccessiva influenza sulla morale. L'accusa mossa più di frequen­te contro di loro era il tentativo di distruggere l'autorità del clero parrocchiale, e di assolvere troppo facilmente i peccatori facen­dosi pagare. L'avidità di denaro e di potere aveva infatti corrotto molti di loro. Dopo la peste del 1348, ogni bravo predicatore prendeva in appalto le piazze cittadine adibite a tale funzione, pagando un prezzo per avere anche l'esclusiva delle confessioni che ne sarebbero seguite, e che versavano fiumi di denaro nelle loro tasche. Alcune zone erano addirittura messe all'asta, anche se i predicatori più importanti avevano comunque diritto di scel­ta. I più abili guadagnavano moltissimo e, contravvenendo alla regola che li voleva mendicanti e senza fissa dimora, nelle città dove predicavano periodicamente avevano una residenza privata, numerosa servitù, e non andavano mai al convento.

Imperturbabili nei loro scanni di ulivo massiccio addossati alle quattro pareti della sala capitolare, i padri priori delle città tosca­ne avevano interrogato a lungo la mantellata senese, difesa dai frati Angelo Adimari e Alessio Strozzi. Il processo si era conclu­so la domenica di Pentecoste, con un'assoluzione. Per dirigere Caterina «in vista della crociata e della pace nella chiesa, per con­fessarla e controllarla», Elia da Tolosa aveva nominato il napole­tano Raimondo da Capua, teologo finissimo e biografo della beata Agnese Segni, fondatrice del convento delle mantellate di Montepulciano.

Il domenicano ricordava bene l'incontro con Caterina. E nelle carte distese sul tavolo del convento, rileggeva attentamente una sua nota contrassegnata con la data di allora: «Non è una di quel­le donne che io stesso ho incontrate, che facilmente si lasciano ingannare dal demonio, e ingannano le altre». Nella quiete della cella, aveva finalmente respirato di sollievo. Ora, possedeva tutta la documentazione riguardante la prima parte della vita della donna senese. Non sarebbe stato più necessario interrogare Lapa Benincasa. Dopo il processo davanti a Elia da Tolosa, per cinque armi non si era quasi mai separato da lei. E di quanto era accadu­to da allora, conosceva già quasi tutto.

Raimondo e Caterina avevano lasciato insieme Firenze. Fermi alla porta Tufi di Siena, che collegava la città con la strada diret­ta al nord della Toscana, da lontano avevano visto avanzare il lugubre corteo dei «Fratelli della Misericordia». Incappucciati di nero, le fiaccole accese, salmodiando il Miserere, conducevano verso il «camaio» un carro traboccante di cadaveri lividi e gonfi. Era tornata la peste.

 

VII

 

LA PESTE, LE STIGMATE, LA GUERRA (1375)

 

Una fiala odorosa legata al polso, una lanterna a olio per farsi lume durante gli spostamenti notturni, Caterina assisteva gli ap­pestati nell'ospedale di Camporegio destinato agli abitanti della contrada dell'Oca, dove anche lei abitava. Ma il rumore scandito dal bastone sul quale poggiava il corpo trafitto da continui dolori alle ossa rimbombava anche sotto le volte solenni dell'ospedale della «Scala», e nei più piccoli edifici di Camollia, della Miseri­cordia, del Comune, di San Martino e dell' Ovile.

Quasi sempre costruiti con la beneficenza dei privati abbienti, gli ospedali senesi sorgevano accanto alle porte della città per ospitare i numerosi pellegrini diretti a Roma. La loro ammini­strazione era controllata dal governo, che confiscava il fabbrica­to e se ne assumeva la responsabilità quando il benefattore non manteneva gli impegni. Il più famoso era anche il più antico e più grande, e già nel 1186 una Bolla pontificia parlava dello Spedale di Santa Maria della Scala «edificato dalla Repubblica di Siena di fronte al Duomo per accogliere "i gittatelli"», come venivano chiamati i neonati abbandonati per strada, per i pellegrini e i poveri, ai quali era distribuito il cibo una volta al giorno anche quando erano sani. Gli infermieri facevano parte di confraternite laiche, con l'obbligo morale di «amare, servire, non truffare e onorare il Comune di Siena», cui dovevano portare un rispetto superiore anche a quello dovuto ad ammalati e derelitti. Erano spesso esponenti di famiglie ricche, che da «fuori» potevano por­tare soltanto un coltellino senza punta per tagliare il pane, obbe­dienti a una regola dura, quasi monastica, che stabiliva le ore in cui dovevano presentarsi, l'impegno di assistere a una messa nella cappella dell'ospedale, di partecipare alle funzioni della se­ra, di recitare la «compieta». Lavoravano a fianco dei frati in as­soluto silenzio, potevano mangiare e bere le stesse cose solo una volta al giorno e sempre dopo gli assistiti, mentre il cuoco dove­va denunciare chi prendeva qualcosa dalle cucine e nessuno pote­va accettare doni. A capo dell'organizzazione era il rettore, men­tre il pellegriniere, incaricato di accogliere i malati e di vigilare che fossero usati i riguardi cui avevano diritto, era l'ultimo della scala gerarchica. Ogni anno, nel giorno di Ognissanti, il Capitolo leggeva pubblicamente i nomi dei benefattori che avevano offer­to grano, legumi, biada per i cavalli. Il pellegrinaio, un locale arioso dagli alti soffitti a volta, era fra i più grandi d'Europa. Quando il lavoro si protraeva oltre l'ora del coprifuoco, Caterina dormiva in una nicchia scavata nelle viscere dell'edificio, che raggiungeva attraverso un dedalo umido e scuro di cunicoli, anfratti, scalette. Il rettore, Galgano di Lolo Bargagli, era stato uno dei primi a morire di peste.

Non era un'epidemia paragonabile a quella del 1348, quando era morta più della metà dei senesi. Ma il terrore era identico. E come già era accaduto ventisei anni prima, quando dalla fonte della piazza del Campo la folla inferocita aveva divelto, fatto a pezzi e sepolto in territorio fiorentino la statua pagana incolpata di avere attratto la maledizione divina, le chiese erano costante­mente affollate di processioni, veglie, tridui, voti collettivi alla Madonna. A quel tempo Siena aveva 52 chiese, spettacolare visione sia per chi fosse all'interno delle mura, sia per chi osser­vasse la città dalla campagna circostante. E per quanto le autori­tà pubbliche avessero vietato, in tempi di epidemia, gli assem­bramenti soprattutto nei luoghi chiusi e coperti, non passava gior­no che pellegrini salmodianti e avvolti in sacchi penitenziali andassero a visitare almeno quelle più famose o più vicine. Nella chiesa di Sant'Agostino, le piccole e sottili candele di sego ave­vano ripreso ad affumicare la pala del beato Agostino Novello dipinta da Simone Martini; e quell'altra, incantevole, di Ambro­gio Lorenzetti, dove Gesù Bambino fissava spaventato l'uccelli­no, simbolo della passione, che una vigorosa Madonna gli porge­va con un gesto distratto. In fondo a via di Camollia, masse imploranti andavano in ginocchio verso la semplice facciata di stile lombardo e dal bel portale romanico di San Pietro alla Ma­gione, appartenuta anticamente ai templari, nel cui interno un affresco riproduceva un particolare di una casa senese, con un letto gigantesco coperto da un tessuto a quadri colorati. Sotto le mura di porta Ovile e nella chiesa di San Francesco dalla faccia­ta incompiuta di marmo a strisce bianche e nere, non si entrava quasi mai, tanto era affollata. Si battevano rumorosamente il petto i senesi che si affidavano ai fraticelli di Assisi, lanciando sguardi terrorizzati fra il Cristo ligneo con le braccia articolate, la Vergi­ne di Lippo Memmi, la plastica Crocefissione dei fratelli Loren­zetti, e le monumentali tombe dei Salimbeni e dei Tolomei, le orgogliose famiglie che per secoli si erano odiate e battute con stragi di piazza. In una nicchia scavata nel muro, le pieghe del­l'abito di tufo ormai consunte dal tempo, giaceva anche Pia, sulla cui sorte aveva pianto Dante Alighieri. Ma in quel momento nes­suno aveva pensieri pietosi per la nobildonna lasciata morire circa ottant'anni prima dal marito geloso in un remoto castello della Maremma.

Sulla piazza panoramica di Santa Maria dei Servi, dalla sobria facciata col portale sovrastato da due rosoni, i pellegrini aspettavano pazientemente di entrare nell'alto e luminoso spazio segnato da due file di colonne di granito, e lasciare il loro obolo alla Madonna del Bordone che il fiorentino Coppo di Marcovaldo, cat­turato dopo la battaglia di Montaperti, aveva dipinto per pagarsi il riscatto, scandalizzando il vescovo Durante per l'irriverente novi­tà delle ginocchia nude di Gesù Bambino. Sotto gli edificanti epi­sodi della Resurrezione di Lazzaro, squisitamente affrescati nel­l'unica navata dall'alto tiburio della chiesa di San Michele al Monte, costruita nel 1119 come abbazia dai vallombrosani, giun­gevano affrante per il faticoso cammino le numerose Confraterni­te, mentre i cappucci segnati con una croce nascondevano il volto degli uomini più potenti della città. Sul colle dell'Ovile, nella chiesa di San Pietro - la prima sede dei francescani quando dal­l'Umbria erano giunti a Siena - la Maestà, che il «maestro di San Pietro Ovile» aveva dipinto in trono sullo sfondo di un ricchissi­mo drappo di broccato sorretto da due angeli, rischiava continua­mente di prendere fuoco sotto le potenti traiettorie dei turiboli fatti vertiginosamente roteare col loro carico di carboni ardenti.

La sera, prima del coprifuoco, da Santa Maria del Carmine, costruita su pian dei Mantellini con un bel campanile quadrango­lare, il prezioso chiostro affrescato, e le maestose e severe mono­fore ogivali, scendevano a frotte i ragazzini cenciosi, affamati e scalzi, andati a far bottino di candele da rivendere all'indomani per i funerali. Ne' mancavano le processioni alla più piccola e antica chiesa della città, dedicata a San Quirico e Giulitta, edifi­cata alla fine del VI secolo su un tempio pagano. E neppure a quella di Santa Maria della Misericordia, ampliata agli inizi del secolo dal beato Andrea Gallerani, fondatore della congregazione laica che provvedeva alla cura dei derelitti, la sepoltura dei pove­ri, e forniva la dote alle ragazze indigenti. Sotto l'antica e sem­plice navata, le invocazioni erano rivolte soprattutto al beato benefattore senese, dipinto da Lippo Memmi con un volto dolcis­simo, la figura lunga e prestante, un gioco sapiente di chiaroscu­ri nelle pieghe dell'abito che ricordava la grazia e lo stile del più famoso e celebrato cognato Simone Martini. Ovunque bruciava­no candele e risuonavano preghiere: nelle case dei poveri e dei ricchi, in quelle dei preti e dei peccatori, negli ospedali e sulle piazze, a fianco delle fonti, lungo le strade, negli oratori delle contrade, fino a quello di San Vincenzo e Anastasio, nella contra­da dell'Istrice, dove si implorava la pietà del Cielo sopra l'ele­gante tomba marmorea del cavaliere provenzale Luigi di Ciame­net, vittima della peste del 1348.

Anche Raimondo visitava giorno e notte gli infermi, e per dor­mire aveva scelto la Casa della Misericordia. Una mattina, uscen­do dalla cappella dopo aver celebrato la messa, aveva incontrato quattro uomini che trasportavano su una barella il rettore Matteo Cenni di Fazzi, amico e seguace di Caterina, che lamentava un dolore fortissimo all'inguine, febbre alta e «così male alla testa che sembra sia stata spaccata in quattro parti», diceva. Il medico aveva già esaminato l'urina e gli aveva diagnosticato la peste. L'ultimo rimedio era un purgante di cassia. Altro, non poteva fare. Gli studi di medicina e chirurgia erano bloccati da secoli. Per la chiesa, ogni esperimento assumeva infatti il sapore sulfu­reo dell'eresia e dell'empietà, mentre non pochi erano stati gli scienziati bruciati o perseguitati dall'Inquisizione, che in tutto vedeva il disegno di Satana per violare l'insondabile volontà divina. Cinquant' anni prima, il bolognese Mondino dei Liuzzi, sor­preso mentre lavorava su un rudimentale tavolo anatomico, era stato arrestato, processato e gettato in prigione. Il medico Pietro d'Abano era stato addirittura bruciato quand'era già morto.

Convinto di non aver più alcuna speranza, Matteo aveva man­dato a chiamare Caterina che, giungendo di corsa e prima ancora di vederlo, aveva gridato che non era quello «il momento di star caldi nel letto». Frustato dalla sua voce, il rettore era balzato in piedi, non sentiva più male, la febbre era sparita, sparito anche il gonfiore all'inguine e il dolore alla testa. Ancora ignaro della guarigione dell'amico, Raimondo aveva incontrato la mantellata mentre stava lasciando l'ospedale e, sbarrandole il passo, l'aveva implorata di salvare la vita a Matteo. «Chi sono io, per liberare i mortali dalla morte?», aveva risposto irritata la donna. Ma poi, gli aveva sorriso. E mentre, col cappuccio calato sul volto, fuggiva più buia dell'ombra, aveva sussurrato appena: «Matteo non mor­rà». Il rettore aveva festeggiato insieme a Raimondo la ritrovata salute davanti a un gran piatto di pane e cipolle crude. «C'era anche frate Niccolò di Andrea. E tutti avevano visto ciò che era accaduto. Chierici e sacerdoti. E un'altra ventina di persone», aveva scritto il domenicano nelle sue note.

Anche un eremita che chiamavano Santi stava già tanto male da aver pronta una bara ai piedi del letto. «In nome di Cristo Signore, ti comando di non morire», gli aveva intimato Caterina, che già lo aveva aiutato perche' fosse ricoverato nella Casa della Misericordia. Santi raccontava che non aveva mai sofferto come quel giorno. E che il dolore e la febbre gli erano scivolati di dosso non appena la mantellata gli aveva ordinato di guarire.

Si ammalò anche Raimondo. Una notte, mentre si era alzato per recitare le «laudi», un dolore lancinante nella zona dell'in­guine lo aveva ributtato sul letto. Col bubbone tumefatto e la feb­bre alta, aveva resistito fino all'ora che liberava Siena dal copri-fuoco e si era fatto trasportare a braccia in via del Tiratoio per chiedere aiuto a Caterina. Ma era già sera quando, di ritorno dal giro negli ospedali, la donna aveva trovato il domenicano deli­rante fra le coperte del suo pancaccio. Inginocchiata in un rapi­mento assoluto, mentre Raimondo vomitava e si sentiva soffoca­re, aveva cominciato a pregare. «E adesso andate», lo aveva esortato. «Non perdete altro tempo, tornate al vostro compito», gli aveva detto non appena l'aveva visto riprendersi e rialzarsi senza più febbre ne' male. Prima, però, lo aveva nutrito spezzandogli il pane e versandogli il vino con le sue mani.

Dal 2 al 23 agosto 1374, erano morti di peste anche Lisa, e Bartolomeo, fratelli di Caterina, cinque giovanissimi figli di Be­nincasa e una domestica. La mantellata aveva assistito i bambini nella loro agonia, e prima di consegnarli alla Confraternita di San Michele Arcangelo, che seppelliva i morti innocenti, li aveva pie­tosamente lavati e rivestiti. Non aveva versato una lacrima. Per loro, diceva, peggio sarebbe stato sopravvivere e cadere nel pec­cato mortale. Di peste era morto poco dopo anche l'ultimo e ama­tissimo fratello Stefano, in cammino per Roma, dove sperava di trovare il lavoro che Firenze non gli aveva dato.

Verso la fine dell'epidemia, Caterina aveva ricevuto la visita di Alfonso di Vataderra, direttore spirituale e confessore di Brigida di Svezia. L'alto prelato giungeva da Avignone e le portava «l'in­dulgenza» papale. Tommaso della Fonte e Bartolomeo Dominici erano a Pisa quando la donna li aveva informati che il papa le aveva chiesto di pregare per lui e per la chiesa. Dalle sue parole, intuiva che aveva bisogno di aiuto perche' stava tornando in Ita­lia. Gli aveva risposto che era pronta a offrirgli la vita. Ora, lei scriveva ai due frati di non avere alcun dubbio che «anche gli amici della nostra bella brigata» sarebbero stati disposti a fare altrettanto. Congedandosi, li rimproverava affettuosamente per il lungo silenzio, e con arguzia li informava che Alessia Saracini si sarebbe avvolta volentieri nella lettera, pur di raggiungerli.

In autunno, dopo la fine della peste, Caterina era andata a Montepulciano per rendere omaggio alla tomba di Agnese Segni, fondatrice del convento delle domenicane. Accompagnata dalle amiche Alessia Saracini e Giovanna de' Pazzi, era stata allog­giata nel monastero accanto alla chiesa di Santa Maria Novella dove, da quasi sessant'anni, giaceva il corpo incorrotto della beata. Il rito del bacio di Caterina sul piede di Agnese, segno di profondissima devozione e sottomissione, era stato attentamente seguito dalle suore che gremivano la cappella. E mentre la man­tellata si chinava sulla beata di Montepulciano, a qualcuna di loro sembrò che fosse il piede, a muoversi verso di lei, quasi a chiederle il bacio. Intorno a quello che era stato interpretato co­me un prodigio, immediatamente si scatenò la calunnia. La mag­gior parte delle suore sospettò che si trattasse di opera demonia­ca. Chiamato da Siena, Raimondo le aveva convocate per inter­rogarle. La più inviperita aveva ammesso di aver visto Agnese muovere un piede. Ma non per ricevere il bacio di Caterina, dice­va. Piuttosto, per cacciarla con una pedata. Bruscamente, il frate le aveva ordinato di limitarsi a rispondere se era certa che il piede di Agnese si fosse mosso. Sconvolta dalla calunnia fino ad ammalarsi, Caterina era rimasta ancora molti giorni a Montepul­ciano. «Nessuna consolazione, se non la croce», aveva scritto a Tommaso della Fonte.

Talvolta, dubitava di lei anche Raimondo. E un poco, di lei, si stancava. Caterina lo assillava con troppe domande ed esigeva troppe risposte. Talvolta, mentre gli parlava dell'idea che aveva di Dio, il frate si appisolava. Aliora lei si infuriava, e scuotendolo ripeteva che non doveva, che non aveva il diritto di farlo. E lo sgridava, persino. Erano ancora a Montepulciano, quando era andato a trovarla nella stanza dove giaceva malata. Caterina stava distesa sul letto, e con lui insisteva per parlare di Dio. La voce era fioca, il corpo emaciato era quasi scomparso dentro il giaciglio. Gli parlava fissandolo intensamente, lo imbarazzava con doman­de difficili, lo sbalordiva con ardite e sottili interpretazioni delle Scritture. E mentre Raimondo scrutava quegli occhi brucianti, chiedendosi da dove venisse tanto sapere, gli era parso di notare una trasfigurazione del volto di lei, che via via diventava quello di un uomo dai capelli lunghi, la barba bionda, la voce grave e profonda. Atterrito, il frate si era sentito travolgere nel gorgo di un incubo. «Chi è colui che mi sta guardando?», aveva balbetta­to. Alla luce di una torcia, non scorgeva più alcuna sembianza di donna. Dal fondo del povero letto lo fissava, splendente, il volto di Cristo. «Io sono colui che è», aveva risposto la voce. Questo, era il messaggio. Caterina, non era nessuno. Attraverso di lei, par­lava soltanto Dio. Uscito a fatica dalla vertiginosa visione, il domenicano aveva smesso di dubitare, e aveva capito. L'uomo era nulla. Dio solo era, e sarebbe stato.

Da Pisa, giungevano intanto continue richieste perche' Cateri­na visitasse tutti quelli che non avevano la possibilità di raggiungerla a Siena. Insistevano soprattutto le domenicane, gli abitanti del quartiere di Santa Croce in Fossa Banda, la compagnia della Misericordia di piazza San Giglio, frate Lazzarino che l'aveva tanto calunniata per i suoi digiuni, le visioni e le estasi, Pietro Gambacorti, il signore che aveva riportato Pisa alla prosperità col suo buon governo; e sua figlia Tora, la giovane e bellissima vedo­va di Simone di Massa, che voleva parlarle prima di farsi man­tellata. Caterina non voleva partire. La mortificavano gli scanda­li, i fanatismi, le calunnie che accompagnavano ogni suo gesto. Inoltre, non stava bene in salute. Persistenti dolori le martoriava­no le ossa, e dal momento in cui aveva chiuso gli occhi a suo padre, una fitta costante la trafiggeva dalla parte del cuore. Ma una voce l'aveva infine svegliata nel sonno, imponendole di andare dove le si chiedeva di portare una parola di pace. Infor­mato che ogni spostamento di Caterina attirava una gran folla davanti ai confessionali, e prevedendo che i religiosi pisani non fossero in numero bastante, papa Gregorio XI aveva inviato a Raimondo da Capua una Bolla con la quale gli dava facoltà di assolvere, insieme a due altri confratelli, tutti coloro che avreb­bero incontrato la mantellata senese.

Erano arrivati a Pisa nel febbraio del 1375 e Caterina era stata ospitata da Gherardo Buonconti, che insieme ai fratelli Tommaso e Francesco viveva nel quartiere della Kinseca. Era un luogo rumoroso e odoroso di spezie sulla riva sinistra dell'Arno, fre­quentato da numerosissimi arabi dalle lunghe e lucide facce, schiave more dagli abiti ricamati con pietruzze luccicanti, mari­nai e mercanti, e placidamente percorso da lunghe file di drome­dari importati dai viaggi in Oriente. In un locale attiguo alla stan­za dove Caterina riceveva gli ammalati, gli afflitti da travagli interiori, le madri sconvolte da feroci inimicizie fra padri, figli e fratelli, Raimondo e i confessori aspettavano pregando.

Era giunto per primo un amico dei Buonconti. Giovanissimo, era distrutto da una febbre misteriosa che non lo abbandonava da diciotto mesi. Caterina lo aveva fatto confessare da Tommaso della Fonte. «Voglio che tu guarisca», gli aveva detto. La madre di Gherardo, frate Bartolomeo e alcune donne pisane avevano visto il ragazzo drizzarsi dalla barella e uscire di casa sulle sue gambe. In un attimo, la notizia della prodigiosa guarigione si era

diffusa per la città. Nel quartiere della Kinseca la folla si era ingrossata, spingeva da tutte le parti, afferrava e baciava le mani e l'orlo della veste di Caterina. Raimondo aveva ammonito la donna a non cedere alla tentazione della vanità, supplicandola di non dimenticare che il dono di soccorrere gli infelici le veniva da Dio. «Come posso essere vittima della vanità, quando io, per prima, so di non contare assolutamente nulla», gli aveva risposto irritata. Non voleva neppure essere ringraziata, e dopo le guari­gioni si gettava a terra con le braccia in croce a pregare.

Nemmeno a Pisa le erano state risparmiate le calunnie e le insinuazioni. Ma nessuno resisteva al suo fascino non appena l'avvicinava e le parlava. Il medico Giovanni Gutalebraccia e il giurista Pietro degli Albizzi da Vico, entrambi stimati e famosi, avevano cercato di confonderla con le loro domande. Erano tor­nati a casa sconfitti e, poco dopo, avevano deciso di far parte della «famiglia». Dubitando dei suoi digiuni, il tessitore e poeta Bianco da Siena le aveva mandato una lettera in versi: «Odo che ti desti vanto che ti guida lo Spirito Santo. Se gli è vero, a Dio ne canto, che t'ha tant' alto levata. Se tu sei in tant' altura, la tua mente mantien pura. Se nol fai per tua sciagura, tu ne sarai atter­rata. Guarda, guarda, guarda, che non diventi bugiarda». Rai­mondo aveva tentato di far sparire il messaggio. Ma nulla sfug­giva a Caterina, che a Bianco, famoso per la poesia e la femmi­nea bellezza, aveva risposto: «Non mi meraviglia il timore che vi prende soprattutto per il fatto che non mangio. E vi garantisco che tremo dalla paura di essere ingannata da Belzebù. Del resto, ho sempre il sospetto di essere beffata, perche' so che il demonio è intelligente. Ma io mi rivolgo a voi appoggiandomi all'albero della santissima croce di Cristo, nella quale mi voglio confic­care; e so che i demoni non potranno farmi niente se mi farò inchiodare a lui per amore, e umiltà. Mi avete mandato a dire di pregar Dio perché mangi. Vi garantisco che l'ho già fatto, e in tutti i modi che conosco. Mi sono sempre sforzata di nutrirmi, una o anche due volte al giorno. Ho pregato Dio, e lo prego di farmi mangiare come tutti gli altri. Se ne avrà volontà. Perché la mia, c'è già. Se lo sapete, vi prego di scrivermi cosa potrei fare per mangiare. Non conosco altro rimedio, se non quello di chiedervi di pregare per me». Si congedava da lui ricordan­dogli: «Inoltre, vi prego di non essere superficiale nel giudicare». Il 1° aprile 1375, Caterina aveva assistito alla messa nella chie­setta di Santa Cristina, di fronte alla casa dei Buonconti. Rai­mondo da Capua, che era presente, così aveva descritto sul suo taccuino tutto quello che aveva visto e ascoltato: «In seguito alla comunione che le aveva somministrato il parroco Ranieri, secon­do la sua abitudine era rimasta priva di sensi. Aspettavamo che rinvenisse. A un certo punto abbiamo visto il suo corpicciolo, che giaceva prostrato sul pavimento, alzarsi a poco a poco sulle ginocchia e protendere le braccia e le mani. Il volto era splen­dente, gli occhi rimasero chiusi per molto tempo. Finché non cadde, come mortalmente ferito. Poco dopo, l'anima di lei tornò ai sentimenti del corpo, si risvegliò. "Porto sul mio corpo le stig­mate", mi aveva confidato. Osservando i suoi movimenti, l'ave­vo già sospettato. "Ho visto il Signore crocefisso che scendeva su di me con una gran luce", aveva spiegato ancora Caterina. "E la forza della mia mente, che voleva corrergli incontro, ha costretto il mio corpo ad alzarsi. Dalle cicatrici delle sue piaghe sante, cin­que raggi di sangue sgorgavano verso le mie mani, i piedi, il cuore. Mentre si riversavano verso di me, i fiotti di sangue si tramutavano in pura luce. E il dolore che sento, specialmente intor­no al cuore, è talmente forte che non so più se riuscirò a vivere senza l'aiuto di Dio." Si osservava il palmo intatto delle mani, i piedi nudi e puliti. "Non si vede niente", mi aveva sussurrato con meraviglia. "Eppure, internamente, sento le trafitture"».

Trasportata di peso nella sua stanza, Caterina era stata cinque giorni fra la vita e la morte. Il sabato successivo, aveva ripreso forza. La domenica di Passione, era tornata in chiesa. «Provate ancora quel dolore alle piaghe?», le aveva chiesto Raimondo. «Quelle piaghe non solo non mi fanno più male al corpo, ma lo rendono più forte e lo rasserenano», aveva risposto la donna. Era rimasta a Pisa fino a settembre. Andava spesso a far visita agli eremiti del Camposanto, Bartolomeo e Jacopo. A piedi, era anda­ta fino alla certosa di Calci, a «Valle Graziosa», dove aveva por­tato i mille fiorini d'oro ottenuti dal papa per completare la costruzione del monastero.

Come sempre accadeva, alla peste era seguita la carestia. La Toscana era in ginocchio, mentre il legato pontificio Guglielmo di Noellet aveva negato a Firenze di rifornirsi di grano in Roma­gna, costringendola a comprarlo a prezzo carissimo in Spagna e nelle Fiandre. Come se non bastasse, la città era minacciata dalle orde del capitano di ventura John Hawkwood, conosciuto in Ita­lia col nome di Giovanni Acuto. Era un gigante dalle spalle, il collo e le braccia possenti, una grande chioma di riccioli bruni, naso lungo, labbra sottili e guance rubizze. Nato nel 1320 da un conciatore inglese, aveva già combattuto contro Firenze per conto di Pisa, che lo aveva premiato aiutandolo a deporre il tedesco Albert Sterz, comandante della «Compagnia Bianca». Pronto a servire il miglior offerente, Acuto si era messo poco dopo alla testa dei quattromila soldati del milanese Bernabò Visconti, nemico storico del papa, e aveva distrutto tutto quanto si trovava negli Stati pontifici italiani, massacrando uomini, donne e bam­bini, incendiando chiese e conventi. Passato dalla parte del papa, che in cambio gli aveva assegnato il titolo di signore e alcuni feudi in Romagna, non aveva esitato a martirizzare la ribelle Faenza ed a saccheggiare la rivoltosa Cesena, uccidendo quasi tremila dei suoi abitanti. Ma i rapporti con Gregorio XI doveva­no essere rimasti buoni anche dopo il brusco licenziamento, se il vicario Noellet aveva offerto ai fiorentini la sua mediazione, fis­sando un prezzo di 60.000 fiorini per convincere il condottiero inglese a cambiare strada. I fiorentini avevano rifiutato. Poco dopo, con Acuto già sotto le mura, Firenze era stata costretta a ricorrere alle trattative di Simone Peruzzi e Spinello Lucalberti, comprando la sua sicurezza a un prezzo doppio di quello propo­sto dal rappresentante del papa.

Se Firenze era stata risparmiata, «messer Acuto» si era imme­diatamente rifatto sulle terre vicine. «Addì 28 di giugno», aveva scritto un cronista, «le sue soldataglie passarono l'Arno a campo Cozano e capitarono a Montemagno nella valle di Calci. E ruba­rono, e presero più di duecento fra uomini, donne e bambini. Nel contado di Pisa, presero mille capi di bestie fra grosse e piccole. Bruciarono la pieve e il borgo di Calci, rubando altro grano e bestiame.»

Da Pisa assediata, due terrorizzati domenicani erano saliti al colle dove l'inglese si era accampato. Gli portavano una lettera di Caterina, che lo pregava di smettere le sue feroci scorrerie e lo invitava, piuttosto, a impegnare il suo indiscusso valore nella crociata in Terrasanta: «Grande crudeltà è che noi, che siamo cri­stiani, membri legati nel corpo della santa chiesa, ci perseguitia­mo l'un l'altro... Poiché voi provate tanto piacere a far guerra e combattere, e Iddio ha ordinato, ed anche il nostro Santo Padre il papa, di andare contro gli Infedeli, dolcemente e nel nome di Gesù Cristo vi prego, piuttosto, di andare contro chi cristiano non è». Il capitano le aveva risposto con promesse vaghe. La «donnicciola senese», come Caterina era chiamata dalla Compa­gnia di ventura, non era degna dell'attenzione di un temuto e famoso soldato.

Il 2 luglio, per non subire saccheggi, Pisa aveva pagato all'in­saziabile inglese 500.000 fiorini in tre rate, concedendo a duemi­la dei suoi mercenari di entrare in città, ma soltanto per riposare. La notte seguente, il capitano partiva per Siena, dove il suo nome incuteva terrore fin da quando, il 25 agosto 1364, la città era stata costretta a comprare da lui non la pace, ma una guerra meno insi­stente, pagando migliaia di fiorini e acquistando cavalli, cera, confetti, vino, frecce e armi a prezzi esorbitanti. Da quel momen­to, Siena non era più stata al sicuro dalle imposizioni delle sue truppe, che nel maggio 1365 erano tornate a spolparla con inces­santi richieste di ricompense in fiorini d'oro e regali. E molto, come avevano scritto i cronisti, «in cera, confetti, biada, vino, per un totale di 76.500 fiorini; senza contare i cavalli perduti nelle zuffe; senza le nove "some" di "frecce e verrettoni"; senza gli altri regali; senza le desolazioni, le rapine e l'onore perduto dello Stato», la città aveva infine dovuto pagare ai capitani di ventura Bongarden e Sterz, perché marciassero contro di lui.

 

Mentre erano a Pisa, frate Bartolomeo Serafini da Ravenna, priore del monastero della Gorgona, aveva scritto a Raimondo da Capua perché convincesse Caterina a fargli visita sull'isola, e tenesse una conversazione spirituale ai suoi monaci. Su un'agile barca dalle vele latine, in un giorno di luglio si erano imbarcati con lei dodici uomini e otto donne, approdando al tramonto ai piedi della torre di vedetta costruita dai monaci contro i pirati saraceni. Gli uomini erano stati ospitati nel vicino convento; le donne, in una casa distante un miglio dal monastero. Il mattino seguente, avevano ascoltato tutti insieme la messa nella chiesa che da pochi giorni soltanto aveva ottenuto la consacrazione del papa. Abbandonata dai benedettini, cacciati dai saraceni, l'abba­zia era stata infatti recentemente donata ai certosini da Gregorio XI per intercessione di Caterina.

Poco dopo, seduti intorno a lei nella frescura del chiostro, i monaci aspettavano in silenzio di sentirla parlare. «Non sono che una donna», aveva cominciato Caterina. «Una donna ignorante e incapace. Che cosa potrei dirvi, per elevare le vostre menti e il vostro cuore? Meglio sarebbe se fossi io ad ascoltare da voi la parola di Dio. Tuttavia, parlerò. Non per mia volontà, ma come mi suggerisce lo Spirito Santo.» Nella rara ombra del chiostro, fra le ginestre e i lentischi che profumavano l'aria rarefatta contro le brune rocce dell'isola, la sua voce roca lasciava segni indelebili nei cuori degli uomini. E proprio delle tentazioni e degli inganni che il demonio tende a chi vive in solitudine estrema aveva par­lato a lungo, fissando con infinita pietà soprattutto un novizio che aveva minacciato di uccidersi per il tormento di essere stato sepa­rato dalla famiglia e dalla sua terra. Finche', verso sera, la sua voce non fu che un bisbiglio. E più nulla sembrava ricoprire quel saio di lana che ondeggiava al vento sul sagrato della nuda certosa. «Conosco uno per uno i miei frati, so tutto di loro», aveva con­fidato il priore a Raimondo. «Ma Caterina sa molto di più. Se infatti li avesse confessati, non avrebbe potuto conoscerli meglio. Ha individuato le pene, i dubbi, le paure di ciascuno di loro.»

All'alba del giorno seguente, i monaci l'avevano accompagna­ta fino alla spiaggia. E mentre la vela scompariva dirigendosi verso il porto senese di Talamone, le lanciavano baci appassiona­ti. Fra le mani, il priore stringeva il mantello nero che Caterina gli aveva lasciato in ricordo.

 

VIII

INVIATA DI PACE (1376)

 

«I frati di Sant'Antonio vicino ai bagni di Petriolo hanno ucci­so a coltellate il loro provinciale. A Siena c'è stata una zuffa, un novizio domenicano del convento di Camporegio ha ucciso un cittadino per strada. Ad Assisi, quattordici frati minori si sono azzuffati e ammazzati a coltellate. Ne sono morti sei anche a Siena. Quelli della Certosa erano tanto in lite tra loro, che il Padre Generale è andato a visitarli e li ha cacciati. Sembra che un pia­neta produca uno strano effetto sui pastori della chiesa, e che tutti i religiosi siano usciti di testa.» Così il cronista Neri di Donato descriveva la situazione del clero senese nel 1376. Ma non mar­civa soltanto la chiesa, abbandonata dal suo papa lontano e tra­scurata da monaci e preti corrotti, cocciutamente abbarbicati ai beni terreni. «Sono usciti di senno anche i cittadini coi loro fra­telli carnali», incalzava Neri. A Siena, non si rispettava ne' si conosceva la lealtà. I gentiluomini si azzuffavano fra loro. Il popolo, che era al governo, non andava d'accordo con nessuno. E così il mondo è una tenebra.»

Con la sua insaziabile voracità, il clero aveva mandato in fran­tumi l'immenso patrimonio spirituale trasmesso fino a un secolo prima dai grandi patriarchi. Si compravano i titoli ecclesiastici, si accumulavano le ricchezze, i piaceri della carne inducevano alla dissolutezza soprattutto i più giovani. E intanto la chiesa, che Caterina chiamava «la sposa immacolata uscita dalla ferita aper­ta nel cuore di Cristo», imputridiva nell'odio e l'invidia, la calun­nia e l'assassinio, il suicidio e l'empietà.

Costantemente in contatto coi governatori delle città, gli amba­sciatori, gli artisti, i mercanti che da un luogo all'altro viaggiavano e riferivano, Caterina conosceva anche il più efferato delitto, la più viscida storia, la calunnia più infame. E, pregando, soffri­va fino a sentirsi il cuore scoppiare. A Biringhieri degli Arzocchi, il pievano di Asciano imparentato con una delle più antiche e illu­stri famiglie di Siena, che protetto dalla veste talare si occupava più di affari che di anime vendendo privilegi e prebende, aveva scritto una lettera dettagliatissima, usando il linguaggio di un pra­tico e sbrigativo giardiniere: «Sapete bene che il fiore, quando è stato a lungo nell'acqua non ha buon odore, ma puzza. E mi pare che così siate anche voi, e gli altri ministri di Dio. Fiori che puz­zano quando sono immersi nell'acqua dell'ingiustizia e nell'im­mondizia dei peccati. Misero, e miserabile, colui che è stato messo nella santa chiesa come un fiore, perché desse ragione dei sudditi che Dio vuole puri, puliti. Oimè, oimè», si lamentava la donna, «oggi è tutto il contrario. E non solo questi fiori puzzano, ma guastano e corrompono anche tutti quelli che si accostano a loro. Alzatevi. E non dormite più. Abbiamo dormito abbastanza. Non c'è più tempo da perdere, siamo condannati a morte. E come sarà miserabile, dinnanzi alla morte, quell'anima che si è avvol­tolata nei piaceri della carne come un porco nel fango e, dalla creatura razionale che era, si è trasformata in un bruto animale avvolto nella putrida avidità che gli fa vendere anche le grazie del Cielo». Per quanto inflessibili e duri fossero i suoi rimproveri, era pur sempre consapevole di parlare a un sacerdote, e presentando­si umilmente come «Catarina serva e schiava dei servi di Gesù Cristo», si rivolgeva a lui chiamandolo «venerabile padre». Ma denunciando implacabilmente l'ingiustizia con cui i poveri veni­vano lasciati nella miseria, subito dopo gli rimproverava 1’esi­stenza dissoluta ed egoista: «Gonfia di superbia, e con quello che invece andrebbe distribuito ai poveri, la vita dei ministri di Dio se ne va in feste, banchetti, servitori, stalle colme di possenti caval­li». Infine, rammentandogli l'errore grossolano in cui cadevano ormai quasi tutti i religiosi, concludeva amara: «L'anima misera­bile credeva di aver agito contro Dio, ma in realtà ha agito contro se stessa. È stata un giudice che si è condannato da solo, e così si è guadagnato la morte eterna».

Determinata a rappacificare «la creatura con la creatura», e ricordandogli il compito altissimo al quale era stato chiamato, oltre alla dignità del suo stato ecclesiale e il privilegio di tenere fra le mani il «pane che diventa corpo divino», Caterina aveva scritto anche a messer Pietro, l'astioso priore del villaggio di Semignano che da innumerevoli anni trascinava un litigio con un altro prete: «Non so con che coraggio voi possiate salire sull'al­tare a dir messa», lo aveva aggredito. «Come può, uno come voi, dal momento che Dio vi ha fatto angelo in questa vita, odiare tanto? I ministri di Dio si sono trasformati in stalla, luogo di porci e di altri animali, portando il fuoco dell'ira, l'odio, il rancore e la malevolenza nella casa della sua anima. Siamo noi bestie, o ani­mali? A me pare di sì. E non perché così ci ha creato Dio, ma per­ché così abbiamo voluto, perché ci lasciamo guidare dai sensi senz'alcun freno della ragione. Non voglio che così siate anche voi. Io voglio che "virilmente" voi siate un vaso pieno d'amore, di affetto, di carità. Io voglio che voi facciate questa pace. Io, Caterina, vi dico: non più tante iniquità. Correggete la vostra vita. Pensate che dovete morire, e non sapete quando.» Non le sfuggi­va nulla, era sempre al corrente di ogni più piccola bega, di ogni miserando litigio, di ogni sgarbo, di ogni sopruso. E contro il pre-vosto di Casole, in val d'Elsa, coinvolto per una questione di soldi in un lungo dissidio col suo collaboratore Giacomo Manzi, aveva tuonato energicamente: «Voi membri della chiesa di Cristo, che eravate schiavi e siete stati ricomprati dal sangue suo prezio­so e glorioso, dovete seguire i suoi passi, poiché Egli dice, "Ego sum via, veritas, vita". Infatti, colui che seguirà quei suoi passi, così dolci e così illuminanti, non cadrà mai nelle tenebre. Invece noi, ignoranti, lasciamo questa strada per andare nel buio, dove c'è la morte perpetua. Carissimi fratelli, io non voglio che fac­ciate mai più così. Io voglio che voi seguiate la via dell"'agnello svenato" con quel fuoco d'amore che Egli usò per fare da pacie­re fra Dio e l'uomo». Si inoltrava, a questo punto, in un sottile e acuto esame dell'odio, «che così bene lavora dimenticando inve­ce l'odio maggiore, che è quello verso la propria anima; mentre noi proviamo massimamente odio per chi ferisce o uccide il nostro corpo, che "è cosa finita", e comunque un giorno è desti­nata a finire, "perché è cosa corruttibile: e la freschezza sua non dura"». Che cos'è il corpo, rifletteva ancora nella lettera indiriz­zata al prevosto, quand'è staccato dalla sua pietra più preziosa, la sua anima, «'se non un sacco pieno di sterco, cibo di morte, cibo per i vermi»? La sua mente acuminata, lucida come una lama, affrontava implacabile gli abissi della natura umana, così fragile, così indifesa, di fronte all'ira e all'ingiuria. E citando san Paolo, «se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?», spronava entrambi i contendenti «a levarsi su virilmente, a non aspettare il tempo, per­ché il tempo non aspetta voi». Infine, ordinava: «Non dormite più nel letto della morte, ma cacciate l'odio e l'amore dei sensi con l'amore di Dio».

Caterina non concedeva tregua a nessuno. Dalla sua cella affollata di scrivani e «discepoli», partivano i messaggeri con la sacca di cuoio rigonfia delle sue ardenti missive, spronando i cavalli da un capo all'altro della Repubblica senese, ma sempre più spesso varcando anche i confini della regione toscana. Fino a raggiungere Avignone, la città francese accoccolata in un'acco­gliente ansa del Rodano, dove vivevano i papi che avevano lasciato l'Italia. Caterina aveva iniziato a scrivere risolutamente anche a papa Gregorio XI. E incitandolo a correggere gli scanda­losi vizi del clero, gli suggeriva la freddezza che deve avere un chirurgo davanti a una ferita infetta. «Occorre non avere pietà nel curare la piaga; perché, se aveste voglia di farlo con mano tene­ra, compireste la maggiore delle crudeltà. Quando infatti si mette sulla piaga l'unguento, nell'intento di evitare l'uso del ferro e del fuoco, la piaga marcisce.» Audacissima, usava anche con lui parole taglienti. «Cieco è il malato che non conosce ciò di cui ha bisogno. Cieco il pastore che è medico, che guarda al suo piace­re e alla sua utilità, e finisce per fare come Cristo avverte nel Van­gelo: se un cieco guida l'altro, cadono entrambi nella fossa.» Non sopportava che Gregorio XI, sempre incerto nell'organizzare la partenza per Roma, ancora una volta avesse mostrato la sua sog­gezione al re di Francia nominando ben sette cardinali del suo paese, contro un solo spagnolo e un solo italiano. «Ho inteso dire che avete fatto i cardinali», gli aveva scritto puntualmente, «men­tre credo che sarebbe onore di Dio se cercaste di nominare sem­pre degli uomini virtuosi. Se invece si farà il contrario, l'ira di Dio sarà grande, come grande sarà anche la rovina della chiesa. E non ci meravigliamo, dopo, se Dio ci manda i suoi castighi. Per­ché è giusto.» Incitandolo a «fare virilmente ciò che dovete fare», gli ricordava di occuparsi meglio dell'«inselvatichito» Ordine domenicano, al quale anche lei apparteneva, esortandolo a sce­gliere bene il nuovo direttore generale: «Vi prego di darci un vicario buono e virtuoso, perché ce n'è un gran bisogno». Si rivolgeva a lui perentoria, sicura, aprendo le sue lettere con un'af­fermazione di sé, così contrastante e lontana dalla sua volontà di annullarsi in Dio, di essere «niente». «Io, Caterina», iniziava. E poi lo esortava a farsi valere stanando e colpendo i corrotti. Sape­va, però, dove e quando fermarsi, alternando alla durezza dei rimproveri tenerezze da figlia affettuosa e fedele: «Babbino, mio babbino dolcissimo», Caterina chiamava Gregorio.

Le zuffe, le tormentose passioni, l'astiosa intolleranza fra governanti e popolo, tra «fratelli e fratelli», cui alludeva doloro­samente anche il cronista Neri di Donato, stavano ancora una volta portando in Italia la guerra. Nessuno era più in grado di sop­portare l'ingerenza politica del clero, la sua cupidigia, la destina­zione mondana dei pesantissimi oboli. Strozzate dalle Compa­gnie di ventura, sottoposte all'ingordigia della chiesa e alla brama di potere dell'imperatore, le città italiane si tradivano vicende­volmente e, prive di una guida morale, passavano ora da una parte ora dall'altra, tentando faticosamente di mantenere un'indipen­denza sempre più incerta e precaria. Persuasa che Gregorio XI intendesse occuparla dopo averla ridotta alla disperazione con le feroci scorrerie della compagnia di Acuto, nel luglio del 1375 la Toscana si era stretta in una lega intorno al nuovo governo fio­rentino chiamato degli «otto santi», che per primo si era ribellato al papa imponendo tasse pesanti sui beni dei religiosi, e privan­doli di tutti i privilegi finora goduti. La rivolta si era estesa fino a Gubbio, Todi, Viterbo, Urbino, Città di Castello e Forfi, e altre ottanta città pontificie alle quali Firenze aveva inviato un vessil­lo rosso con la scritta «Libertas Italiae», perché sventolasse orgo­glioso dall'alto delle torri civiche. A Città di Castello, la prima a levare la testa, erano stati pugnalati a morte alcuni soldati delle truppe papaline. A Perugia ne erano caduti almeno cinquanta. E mentre, a Prato, il priore di una parrocchia veniva squartato per strada e fatto finire dai cani, il popolo andava gridando per le vie di Firenze: «Morte ai principi della chiesa» facendo enormi falò sulle piazze di paramenti sacri, tronetti di legno foderati di broc­cati purpurei, carrozze con gli stemmi papali, libri contabili riguardanti la riscossione delle decime.

Gregorio XI aveva scritto a Caterina perché andasse a suo nome a dissuadere i lucchesi dal partecipare alla coalizione che Firenze andava organizzando contro di lui. La donna era andata a Lucca due volte di seguito. Ospite nella villa a Vicopelago di Melma Balbani, si inginocchiava ogni giorno a pregare nella chiesa domenicana di San Romano, dove convinceva alla confes­sione i cristiani che chiedevano di ascoltarla e conoscerla. Nel suo diario, Antonio Caffarini aveva annotato che, mentre Cateri­na seguiva la grandiosa processione del crocefisso di legno chia­mato «il volto santo», che si diceva dipinto mentre Cristo mori­va, la gente desiderosa di vederla era «una vera folla». «Sono stata a Pisa e a Lucca», aveva scritto al papa Caterina, in un luci­do e spassionato resoconto, «per invitarli a non far lega coi ribel­li. Ma li ho trovati preoccupati, perché non si sentono minima­mente sorretti da voi mentre, dalla parte contraria, ricevono con­tinuamente stimoli e minacce. Finora, non hanno risposto alle richieste dei fiorentini.» E incitandolo a farsi sentire dai lucchesi abbandonati alla tentazione della lega, lo consigliava di essere umile e di tenersi in contatto col signore della città: «Vi prego, nel frattempo, di scrivere immediatamente a Pietro Gambacorti». Chiamata, oramai, a dipanare anche le controversie civili, mentre era a Pisa aveva trattato per conto del governo senese la restitu­zione del porto di Talamone, importantissimo per i traffici mer­cantili sul mare. Ma come sempre e ovunque accadeva, di lei si dubitava anche lì, soprattutto fra il clero. Non credendo alle sue facoltà di veggente, e sapendo che era ammalata, solennemente riparato da un baldacchino frangiato di nappe dorate, e con un seguito salmodiante di chierici, un parroco particolarmente fero­ce era andato a portarle un'ostia non consacrata con l'intenzione di svergognarla davanti a tutti. Ma il progetto non era riuscito. «Non arrossite portandomi del pane volgare e obbligandomi a peccare di idolatria?», lo aveva assalito Caterina mentre il prete si avvicinava al suo letto.

Sbigottito dalle violenze che la lega toscana infliggeva quoti­dianamente alla chiesa, Raimondo da Capua era andato col suo confratello Pietro da Velletri a far visita a Caterina nel piccolo ospedale vicino alla chiesa dei domenicani dove era stata ricove­rata. La donna li aveva ricevuti immobilizzata a letto da lanci­nanti dolori alle ossa. Ma non aveva parlato di sé. Ben altro stra­zio dilaniava il suo cuore. «Non piangete tutte le vostre lacrime», li aveva avvertiti. «Il peggio deve ancora venire. Le violenze cui siamo costretti ad assistere sono state attuate dai secolari. Vedre­te quello che riusciranno a combinare i religiosi. Sarà anche peg­gio.» Il frate l'aveva trovata ancora più magra e sofferente del solito e, aggiungendo senza farsi vedere un po' di miele nell'ac­qua che Caterina beveva avidamente per calmare il tormento del­l'arsura, aveva sperato di darle un poco di forza. Ma subito l'am­malata era stata assalita dal vomito: «Volete togliermi quel po' di vita che ancora mi resta? Volete farmi morire? Lo sapete che le cose dolci sono un veleno per me», lo aveva rimproverato. Di nascosto, i due frati avevano allora cercato del vino per preparar­le una bevanda corroborante. Ma il vino non si trovava, e un servo era stato mandato in casa di un amico per chiedere in dono una brocca di vernaccia. L'uomo aveva risposto che da tre mesi la botticella era vuota, e per mostrare quanto era sincero aveva condotto il servo in cantina. Ma, aperto lo zippo, il vino era schiz­zato in fiotti robusti fin sulle pareti. E più i due pisani spillavano, più l'otre sembrava inesauribile.

Quella stessa notte, la voce che la mantellata senese aveva compiuto un prodigio faceva il giro della città, e in tanti erano accorsi con secchie e secchielli per attingere alla botte miracolo­sa. Il fatto era stato nascosto a Caterina che, un giorno in cui stava meglio di salute, mentre usciva dall'ospedale per andare a trova­re il nunzio apostolico, era stata assalita alle spalle da un coro di motteggi e battute volgari. «Adesso diranno che, se non mangio, in compenso moltiplico il vino, e lo bevo», aveva commentato disperata. Non voleva più incontrare né vedere nessuno, e per tutta la notte aveva pregato inginocchiata per terra con le braccia in croce. Il mattino seguente, il vino si era trasformato in aceto.

La conquista di Pisa da parte della Lega fiorentina aveva per­suaso Gregorio XI a lasciare Avignone. Il 6 gennaio 1376, il papa prometteva finalmente alle città italiane di tornare a Roma, dove intendeva «vivere e morire insieme ai romani», impegnandosi ad alleviare le «pesanti gravezze» dei tributi imposti dalla curia.

Dichiarava di avere intenzioni pacifiche, ma intanto intimava all'irriverente Firenze di mandargli in Francia, entro marzo, i capi dei rivoltosi. La sua vendetta non aveva tardato a farsi sentire. Al grido di «Viva la chiesa!», le truppe dei bretoni capitanate da Giovanni Acuto e assoldate dal papa contro le città della lega, conquistavano Bologna, incendiavano Faenza, facevano strage di cittadini inermi e innocenti. I mercanti fiorentini che si erano tro­vati nelle terre pontificie per i loro commerci erano stati messi in galera. I loro beni confiscati, i crediti annullati, i familiari cacciati malamente oltre i confini.

Caterina aveva scritto a Gregorio XI una lettera dolorosa e accorata dove, con lucida e asciutta pietà, gli aveva spiegato in che stato erano ridotti i fiorentini, giustificando almeno in parte i ribelli e dichiarandosi pronta a condividere la loro sorte: «Vi prego da parte di Gesù crocefisso, e voglio che mi facciate que­sto dono di misericordia, di vincere la loro malizia con la vostra bontà. Padre, siamo nelle vostre mani. Ho la certezza che loro sono ben consapevoli di aver agito male. Ma se lo hanno fatto, è anche a causa delle molte pene e ingiustizie che hanno subito dai vostri cattivi pastori e governatori, tanto che non gli restava altra soluzione. E sentendo il puzzo della vita di molti religiosi, che voi sapete essere demoni incarnati, hanno avuto tanta paura che, come fece Pilato, che per non perdere il suo potere uccise Cristo, loro vi hanno offeso per non perdere lo Stato. Vi chiedo miseri­cordia per loro. Non guardate all'ignoranza e alla superbia dei vostri figli, ma usate l'esca dell'amore e della bontà». E chia­mando il pontefice «dolce Cristo in terra», gli prometteva sicura: «Io vi dico, da parte di Cristo in Cielo, che se vi comporterete senza vendette e senza ritorsioni, essi verranno a voi addolorati dell'offesa che vi hanno fatto, e metteranno il loro capo nel vostro grembo». Gli chiedeva pace, e non più vendetta, incitandolo a «drizzare il gonfalone della santissima croce, perché allora voi vedrete i lupi diventare agnelli». Riconosceva in Gregorio XI la massima autorità terrena, ma si sentiva anche profondamente, appassionatamente italiana. «Pace, pace, pace», gridava fra le lacrime chiedendo clemenza per il suo disgraziato Paese, e offrendosi a lui come ostaggio: «Se volete far vendetta e giusti­zia, fatela su di me. Prendete ogni vendetta che volete sopra di me misera miserabile, e infliggetemi tutta la pena e il tormento che volete, fino ad uccidermi». Sconvolta dalle notizie degli eccidi, le carneficine, i massacri degli innocenti nelle terre ribelli di Bolo­gna e Faenza, concludeva straziata: «Oimè, padre: io muoio di dolore. E non posso morire».

Il 31 marzo 1376 si erano presentati alla corte di Avignone gli ambasciatori fiorentini Donato Barbadori, Domenico di Silvestro e Messandro d'Antella. Non avevano portato i ribelli come pre­tendeva Gregorio XI, affermando che erano già tutti prigionieri nelle terre pontificie. Barbadori aveva tenuto un'appassionata difesa della sua città e, ricordando le stragi di Bologna e Faenza compiute dai mercenari bretoni al servizio del papa, aveva com­mosso i cardinali italiani fino a farli piangere. Ma il papa era stato irremovibile. E mentre, insieme a 51 borghesi, scomunicava gli otto priori, chiamati oramai non più «santi» ma «della guerra», lanciava su Firenze il suo spietato interdetto iniziando con l'e­spulsione da Avignone di 600 mercanti fiorentini, e inviando con­tro Firenze il cardinale-guerriero Roberto da Ginevra con un eser­cito di 400 cavalieri e 600 fanti.

Presenti all'inappellabile sentenza, gli ambasciatori erano impalliditi fin quasi a svenire, mentre Barbadori si gettava ai piedi di un crocefisso gridando: «Dio misericordioso, ricordati di questa sentenza nel giorno del giudizio». Da quel momento, gli Stati cristiani non potevano più trattare affari con la Repubblica fiorentina. Tutti erano autorizzati a farle la guerra e nessuno doveva aiutarla. Non avevano più alcun valore i crediti, i contrat­ti e le parole date a commercianti, banchieri, artigiani. Né si pote­va venderle il grano in caso di carestia. Inviare medici e farmaci, in caso di epidemia. Armi e vettovaglie, in caso di guerra. Mili­zie armate, in caso di bisogno. Da ogni parte, Firenze era circon­data, minacciata, ricattata.

Incaricato dal governo, Niccolò Soderini aveva chiesto a Cate­rina di andare a Firenze perché tentasse di placare con la sua parola l'odio che dilaniava il clero e i cittadini. La donna era par­tita insieme ai suoi segretari Neri di Landoccio, Bartolomeo Dominici e Stefano Maconi e, come «inviata della pace», aveva percorso a piedi l'ultimo tratto di strada agitando un ramo d'uli­vo. Gravissimi in volto, le lacrime agli occhi, i priori delle corporazioni delle Arti l'attendevano davanti alla poderosa porta Romana. L'atmosfera era tesa, la popolazione era ormai in preda al panico, le chiese erano chiuse, il clero non aveva più facoltà di amministrare i sacramenti. Un flagello in mano, le catene ai piedi, penitenti insanguinati e coperti di lividi percorrevano la città in processioni interminabili, chiedendo a Dio il perdono che non potevano ottenere dai confessori. Per soccorrere gli ammalati e seppellire i morti, in mancanza di preti era stato necessario orga­nizzare una confraternita di volontari laici. Chiusa ai traffici con l'esterno, la città temeva la carestia e le conseguenti epidemie di colera e di peste. Pronte a invaderla alla minima trasgressione, l'accerchiavano appena oltre le mura le Compagnie di ventura assoldate dal papa.

Ospite dell'arcivescovo Angelo Ricasoli, Caterina frequentava assiduamente i politici Niccolò Soderini, Buonaccorso di Lapo e la famiglia dei suoi «discepoli» Ristoro e Castruccio Canigiani. Incontrava nobili come Laudamia Strozzi e Bartolomeo Usim­bardi con sua moglie Orsa, e popolani come il sarto Francesco di Pippino e la sua sposa Agnese. Quando non andava a fargli visi­ta, teneva corrispondenza con Giovanni delle Celle, che viveva nell'eremo del «Paradisino», accanto all'abbazia benedettina fon­data da Giovanni Gualberto ancor prima dell'anno 1000 in una località chiamata inizialmente «il cerreto» per la sua boscaglia di cerri; e poi Vallombrosa, per l'umidità del suo clima. Reduce da un passato di negromanzia, l'ex parroco di Santa Trinita, che si era ritirato in una grotta in seguito all'accusa di aver fatto com­parire il diavolo per costringere alcune donne a entrare in con­vento, era stato dapprima tanto contrario a «Caterina santa» da scongiurare una giovane fiorentina di non andare a conoscerla, come stava facendo già mezza città. Ma erano bastate due lettere per sedurre il sospettoso eremita, che non aveva più smesso di risponderle e di scambiare con lei riflessioni e pensieri riguar­danti soprattutto lo spirito.

Caterina si era fermata un mese a Firenze e ripetutamente aveva discusso col governo e coi massimi esponenti della città sulla necessità di moralizzare non solo il clero, ma tutti i cittadi­ni, perché, se l'ingordigia aveva portato i preti al peggior degra­do morale, sempre meno erano oramai anche i secolari onesti, probi, amanti del bene comune. Non bastava riformare la chiesa, sosteneva: anche i laici dovevano rivedere a fondo la loro di­sastrata morale. E mentre insisteva che il buon cristiano «deve obbedire ed amare i pastori della chiesa anche se sono demoni incarnati», premeva sui cardinali Giacomo Orsini e Pietro Por­tuense affinche' la sostenessero nel convincere Gregorio XI a libe­rare la città dall'interdetto. «O babbo mio dolce», scriveva al papa in una lettera affidata al suo discepolo e segretario Neri di Landoccio, «non vedo altro modo e altro rimedio se non la pace, per riavere le vostre pecorelle.»

Nella primavera del 1376, il governo fiorentino aveva incari­cato ufficialmente Caterina di andare ad Avignone per trattare col papa la fine delle ostilità. Tornata a Siena da poco, era gravemente malata. «Una mattina verso le nove ero sul pulpito di San Domenico, quando si sparse la voce che stava per morire», aveva scritto nei suoi quaderni Tommaso della Fonte. «Chiamai frate Giovanni, e insieme scendemmo fino alla casa di Alessia Saraci­ni, dove era stata alloggiata. Una folla impediva il passaggio sulla via del Casato, dicevano che Caterina era già morta. Riuscimmo a raggiungere il suo giaciglio. I frati Bartolomeo Montucci e Tommaso Antonio Caffarini, le amiche Alessia, Caterina di Ghet­to e la cognata Lisa erano inginocchiati intorno a lei. Piangendo, dissero che era spirata da quasi mezz’ora. Eravamo tutti dispera­ti. Per il dolore, a Giovanni si ruppe una vena nel petto ed ebbe uno sbocco di sangue. D'istinto, presi la mano di Caterina e la deposi sul petto del converso, che avevamo disteso accanto a lei. Lo sbocco cessò di colpo. Nello stesso istante, sul volto della "mamma" era tornato il colore della vita. Il suo cuore aveva ripreso a battere, gli occhi erano di nuovo colmi di luce. Era scop­piata in singhiozzi. Non parlò per due giorni. "Ho visto i misteri di Dio", mi disse più tardi. Raccontò di aver potuto vedere da vicino l'orrore dell'inferno, i tormenti del purgatorio, la porta del paradiso.»

Caterina non si reggeva in piedi. Ma il suo desiderio di pace era più forte del male. Sarebbe andata fino alla lontana Avignone. Ma ignorava, partendo, che una parte del governo fiorentino voleva la pace soltanto a parole e, mentre induceva il popolo a credere che si stava facendo il possibile per ottenerla, in verità voleva la guerra. Abbagliata dall'amore per gli uomini, la giova­ne appassionata senese era diventata la ingenua e appassionata pedina che avrebbe trattenuto l'ira del papa fino a quando Firen­ze non fosse stata in grado di liberarsi del suo clero ingordo e invadente.

Nell'ardua missione che l'avrebbe portata in terra di Francia, Caterina si era fatta precedere da Raimondo da Capua, Giovanni Terzo e Felice da Massa, che negli ultimi giorni di aprile del 1376 avevano consegnato a Gregorio M una sua lettera dalla premes­sa audace e fermissima: «Quello che sto per dirvi, viene da parte di Cristo». Venivano elencati quindi i tre punti su cui il papa avrebbe dovuto agire immediatamente. Occorreva innanzitutto «estirpare dal giardino della chiesa i frutti puzzolenti, pieni di immondizia, gonfi di superbia. Ovvero i cattivi pastori, e i retto­ri, che intossicano e imputridiscono questo giardino. Oimè, Governatore nostro», lo spronava, «usate il vostro potere per estirpare questi fiori. Gettateli fuori, così che non possano più governare. Piantate in questo giardino fiori profumati, pastori e reggitori che siano veri servi di Gesù Cristo, che non pensino ad altro che ad onorare Dio ed a salvare le anime, e siano padri dei poveri». Sapeva quel che diceva, perche' ne aveva le prove. E sapeva che niente di buono si poteva sperare, se prima non fosse stata fatta giustizia. «Oimè, che grande confusione, vedere colo­ro che dovrebbero essere modello di volontaria povertà, umili agnelli, distributori ai poveri di ciò che la chiesa possiede, vive­re invece nelle delizie, negli onori e nella vanità del mondo, ancor più che se fossero secolari. Anzi, ci sono molti secolari che, vivendo una buona e santa vita, dovrebbero farli vergogna­re.» Il secondo punto riguardava il ritorno del pontefice a Roma, e senza perdere tempo. Il terzo, sottolineava la necessità di non esitare più a organizzare la crociata in Terrasanta. Caterina scri­veva a Gregorio XI di aver «visto» in sogno il popolo cristiano e quello infedele entrare insieme nella ferita del costato di Cristo. E mentre, anche lei, accompagnata da san Domenico e Raimon­do da Capua, varcava la soglia del cuore divino, Gesù le aveva consegnato una croce e un ramo d'ulivo. «Con questa croce e questo olivo mi ha ordinato di andare da un popolo all'altro.» Ed esortandolo a godere delle dolci fatiche di una così alta missione, concludeva appassionatamente, «amatevi, amatevi, amatevi insieme».

All'inizio dell'estate, si era avviata verso la Francia. Nella carovana composta da alcuni cavalli per gli uomini, e muli muni­ti di ceste sul dorso per trasportare le donne, la seguivano anche Alessia Saracini, Francesca Gori e Lisa Colombini, alcune signo­re fiorentine, il giovane Stefano Maconi, frate Bartolomeo Domi­nici, i tre pisani Gherardo, Tommaso e Francesco Buonconti. In tutto, ventitre' persone.

 

IX

 

AD AVIGNONE, PER IMPLORARE LA PACE (1376)

 

«Al dì 18 giugno giungemmo in Vignone. E ho parlato col Santo Padre e con alquanti cardinali e signori temporali», aveva scritto Caterina a Niccolò Soderini. Dopo l'interminabile viaggio a dorso di mulo, avevano risalito il corso del Rodano, fra gli araz­zi ora fiammeggianti, ora sfumati dal vapore della calura, tessuti di lavanda e girasoli, papaveri e cipressi, platani, canne, vigneti, finchi non era apparso l'arcigno e bianco profilo di Avignone. Era l'antica Avenio, ex colonia romana della Gallia narbonense, fra le cui mura turrite e merlate da settant'anni si annidava il sommo potere pontificio, da dove partivano lettere, patenti e sco­muniche dirette in ogni parte d'Europa, e nelle cui avide borse si riversavano le esorbitanti somme delle «decime» estorte agli Stati, le città, i villaggi, le comunità, le chiese cristiane.

Annidata in una curva del Rodano, Avignone si estendeva «piccola e affollatissima», come l'aveva descritta in una lettera a un amico italiano qualche anno prima il poeta Francesco Petrar­ca. «E il chiasso che produce sale fino al cielo. Attratti dalla spe­ranza di guadagno, la frequentano uomini delle più diverse nazio­nalità. Qui uno piange, là un altro canta, e là ancora un altro cade a terra. Risse e turpiloquio. I carri passano di corsa per le vie strette e fangose e lordano i viandanti. Le strade sono puzzolenti, gli sconci porci vivono frammisti ai rabbiosi cani, lo strepito delle ruote fa tremare i muri. L'obliqua furia dei carri, tanti mendican­ti, tante follie di ricchi. Quelli, sprofondati nella loro tristezza. Questi, sguazzanti nel piacere e nella lascivia; e infine animi tanto discordi, costumi così difformi. Un sì grande frastuono di voci confuse, e folla di popolo che si urta con se stessa. Cose tutte che logorano i sensi avvezzi al meglio, e tolgono ai nobili spiriti la quiete, e ne rompono i begli studi.»

L'uomo che Caterina voleva convincere a fare la pace con Firenze, e a riprendere la strada per Roma, stava oltre quelle mura lisce e scoscese, massicce come una fortezza, che spalancavano l'alto portale sormontato dallo stemma di Clemente VI, campo d'argento con banda azzurra e rose rosse, a servitori, avventurie­ri, mercanti, artisti, principi e belle donne. Tutti in qualche modo legati alla formidabile burocrazia pontificia, dove prelati, ammi­nistratori, giuristi, avevano fatto del papa non più il «vescovo di Roma», bensì il sovrano di un territorio piccolo ma spiritualmen­te immenso, che con un illimitato potere guidava il popolo cri­stiano. Come se Roma non esistesse più. Come se il trono innal­zato milletrecento anni prima sulla tomba di Pietro fosse spro­fondato fra le rovine del circo pagano sul quale era stato edifica­to. Come se la cattolicissima Italia fosse soltanto una vasta pro­vincia da spremere e spolpare.

Questo distacco, questo clamoroso abbandono, risaliva all'ol­traggio compiuto dal re di Francia Filippo il Bello al potente pon­tefice italiano Bonifacio VIII. La causa era stata ancora una volta la sete smodata del potere temporale. Il papa aveva imposto al mondo cristiano tributi insopportabili, che accumulava per arric­chire se stesso e i parenti, per corrompere i governatori e i re, per comprare armi e provocare rivolte in suo favore. Nato dalla nobi­le famiglia dei Caetani, Bonifacio VIII era stato l'esuberante affa­rista che nel 1300 aveva ideato il Giubileo, denominato «centesi­mus» perche' avrebbe dovuto ripetersi ad ogni inizio di secolo, e durante il quale era concessa la remissione dei peccati a chiunque compisse, entro l'anno, ripetute visite alle basiliche dei Santi Pie­tro e Paolo. Una mossa geniale per rimpinguare le casse pontifi­cie attraverso oboli, donazioni, vendite di benefici, commercio di assoluzioni e perdono.

Inflessibile teocrate, Bonifacio VIII aveva sostenuto non esser­vi salvezza fuori dalla chiesa «una, santa, apostolica», alla quale un altro Stato non doveva osare chiedere di pagare le tasse. Come invece aveva improvvisamente preteso Filippo il Bello di Fran­cia, che alla sovrumana ingordigia del papa aveva risposto impo­nendo pesanti balzelli sulle rendite che la chiesa aveva sul suo territorio. Ne' il pontefice, ne' il sovrano, avevano voluto rinuncia­re ai propri diritti. E mentre il re processava per alto tradimento chiunque non fosse dalla sua parte, il papa si dichiarava «al di sopra di tutti i re e di tutti i regni» e annientava i partigiani roma­ni di Filippo scomunicandoli, confiscando i loro beni, cospargen­do sprezzantemente di sale quanto restava del distrutto palazzo di Palestrina, di proprietà dei principi Colonna. La risposta francese era stata un'accusa nei confronti del papa di illegittimità, eresia, simonia, partecipazione a crimini mostruosi, perseveranza nel male. Pertanto, il sovrano dava ordine al nobile Sciarra Colonna di arrestare Bonifacio VIII, che la mattina del 7 settembre 1303 era stato assalito e arrestato nella sua residenza di Anagni. L'in­sulto era stato compiuto. 1110 settembre, dopo aver dimostrato che si poteva disobbedire anche al rappresentante di Cristo in terra, il re di Francia aveva permesso che la borghesia locale libe­rasse il papa e lo riportasse a Roma. Nei primi giorni di ottobre, Bonifacio VIII moriva. Tanto amante e orgoglioso di se', da aver imposto nelle chiese i suoi ritratti e monumenti eseguiti in argen­to, bronzo, marmo, si era fatto seppellire vestito con una tunica e una dalmatica di seta nera ricamata con figure di animali e rose, la pianeta violacea con fregi dorati, la mitria di tela di Damasco foderata in pelle bianca, i sandali a punta lunga di seta trapuntata e ricamata con fiorellini d'oro. Prima di fermarsi per sempre den­tro un guanto di seta impreziosito da un anello sul quale brillava un enorme zaffiro ovale, la sua mano guerriera aveva firmato l'at­to di scomunica per l'irriverente e blasfemo sovrano che aveva osato «schiaffeggiarlo» davanti al mondo.

Liberato dall'anatema da papa Benedetto XI, per otto mesi successore di Bonifacio VIII, Filippo il Bello aveva consolidato il suo progetto di controllare la corte pontificia premendo sui car­dinali francesi riuniti nel conclave che, col nome di Clemente V, due anni dopo avrebbe proclamato pontefice il fedelissimo Ber­trand de Got. Accerchiata dai mercenari, straziata dalle lotte fra i nobili e il popolo, disturbata dalla presenza dei petulanti cardina­li italiani, Roma aveva impaurito il nuovo papa. La Francia, al contrario, appariva come un porto protetto, sicuro. Eletto in Ita­lia, Clemente V era stato convinto dal sovrano francese a farsi incoronare a Lione. Da quel momento, ben attento a non oltrepassare i confini della sua terra natale, avrebbe vagato da Màcon a Cluny, a Nevers, a Bourges, a Limoges, a Perigueux, nel bor­dolese, a Poitiers, ad Avignone, a Roquemaure dove, nel 1314, era morto. A Filippo, tanto era bastato per agganciare i papi al suo regno e, difendendoli, assoggettarli al suo potere politico.

Dopo la morte di Clemente V, il papa francese Giovanni XXII aveva fissato stabilmente la sede pontificia ad Avignone, occu­pando la casa del vescovo sul massiccio sperone roccioso accan­to alla chiesa dedicata a Notre Dame des Domes. Fratello del re e signore della città, Roberto d'Angiò aveva assegnato ai cardinali e alle ottantaquattro persone del seguito alcuni terreni sui quali sarebbero sorte le loro «livree». Formidabile e taccagno coordi­natore dell'amministrazione della curia e del fisco, il pontefice aveva organizzato un sistema del potere della chiesa capace di garantirgli il massimo controllo sul mondo cristiano. Nell'ingor­da e ventosa Avignone l'oro giungeva a fiumi, mentre la corru­zione degli ecclesiastici era ormai senza limiti. Si vendevano indulgenze e prebende, si usava la parola di Cristo come una chiave per aprire le stanze dei più remoti tesori, si tramandavano cariche di parente in parente, si esigevano tangenti e balzelli, si ricattava, si mandava al rogo. Quando, nel 1334, Giovanni XXII moriva, lasciava ai parenti un immenso patrimonio privato.

Non si eleggevano, oramai, che cardinali e papi francesi. Allo spregiudicato Giovanni XXII era succeduto Giacomo Fournier che non aveva mai rinunciato a indossare il saio bianco dei cister­censi cui apparteneva. Sbigottito e turbato dalla vita dissoluta del papa che l'aveva preceduto, Benedetto XII si era sforzato di eli­minare gli abusi ordinando una serie di severe riforme della curia e dell'amministrazione della chiesa. Ma a chi lo supplicava di tor­nare ad occupare il trono di San Pietro, rispondeva di temere i romani, che pretendevano un papa italiano e sostenevano l'impe­ratore, teso costantemente a contendere al pontefice l'egemonia del mondo. L'ultima prova di ostilità nei suoi confronti era stata l'espulsione dei, rappresentanti papali da parte dei nobili Orsini e Colonna, in continua lotta fra loro per il predominio su Roma. In realtà, anche lui era prigioniero del re di Francia, che gli impone­va la politica a lui più favorevole, e il radicale rifacimento del palazzo di Avignone era sembrato il segno del definitivo abban­la mantellata li aveva incontrati alla presenza di Giovanni Tan­tucci e del senese Francesco Casini, medico pontificio. Era stato un confronto durissimo. Rivolgendosi a lei con l'appellativo di «vile donnicciola», gli inquisitori le avevano ricordato che non era la prima volta che vedevano il diavolo assumere l'aspetto di un angelo. Si erano trattenuti fino a notte, interrogandola a lungo sui digiuni, le visioni, le estasi. Tantucci di tanto in tanto cercava di intervenire, ma Caterina lo zittiva e rispondeva da sola. Suc­cessivamente, il papa aveva incaricato Casini di avvertirla di non parlare con chi aveva l'aria di spiarla. «Vi garantisco», aveva detto il medico a Stefano Maconi, «che se la sua scienza e la virtù non fossero state così solide durante l'interrogatorio, Caterina avrebbe compiuto il passo più brutto della sua vita proprio qui, ad Avignone.»

Il 20 giugno, Caterina era stata ricevuta dal papa. Scortata da Raimondo da Capua aveva attraversato a piedi Avignone, gremi­ta di militari incaricati di assicurare l'ordine pubblico, percorsa da incessanti cortei di re e di signori diretti alla rocca dei papi al suono delle trombe e al rullo dei tamburi, inseguiti da torme di mendicanti, avventurieri e studenti che di notte provocavano risse furibonde e commettevano un'esorbitante quantità di delitti. Le strade erano intasate di commercianti e «mercatores romanae curiae», i fornitori pontifici, nella maggior parte toscani. I fio­rentini, i senesi e i lucchesi, soprattutto legati al mondo della finanza, costituivano addirittura un quarto degli immigrati. Avi­gnone era la città francese più importante dopo Parigi, con 40.000 abitanti distribuiti su 150 ettari di territorio protetto da più di 4 chilometri di cinta muraria, più di 50 botteghe di cambio, oltre 100 alberghi.

Caterina era serena, e non l'aveva intimidita la leggendaria dimora dell'uomo che andava ad affrontare per trattare la pace coi fiorentini. A piedi scalzi, il saio bianco ricoperto dal mantello nero, varcava per la prima volta la soglia di una reggia composta da 500 persone, per tre quinti ecclesiastici, che si occupavano della cancelleria, della Camera apostolica, del fisco, delle udien­ze, delle cause, della Penitenzieria. Camerieri del papa erano pre­lati e laici che si facevano pagare da chi ambiva all'onore di cele­brare gli uffici nella cappella privata del pontefice dove, su un fondo blu punteggiato di stelle, Matteo Giovannetti aveva narra­to in affresco la vita di san Marziale, patrono di Limoges, terra natale di Clemente VI. C'erano inoltre due medici, alcuni chirur­ghi, barbieri e speziali. Trenta persone lavoravano in cucina, panetteria, cantine e scuderie. Altri erano responsabili dell'acqua, la cera, i vestiti, la biancheria. Più di cento fra portieri, sergenti e scudieri costituivano la guardia personale, e la scorta.

Nel palazzo dei papi, la festa era continua. Durante il soggior­no dei principi e dei sovrani, la tavola del gigantesco «grand tinel» dove, sotto un cielo di seta blu e su tappeti cosparsi di erbe aromatiche, si allestivano i banchetti ufficiali, rimaneva costante­mente imbandita. Ogni pontefice si faceva confezionare il suo vasellame e ciascuno di loro lo pretendeva sempre più ricco. Quello di Clemente V, tutto d'oro massiccio, pesava 159 chili. Quello di Clemente VI, 196. Spropositate erano anche le spese per l'abbigliamento e i paramenti. Il colossale rubino, che nel 1305 ornava la tiara dell'incoronazione a Lione di Clemente V, e in quello stesso giorno perduto in seguito a una caduta da caval­lo del pontefice, era costato 6.000 fiorini d'oro. In un solo anno, Clemente VI aveva comprato 40 drappi tessuti a Damasco con seta e fili d'oro, e migliaia di pelli di ermellino in Russia, di cui 68 erano servite per un cappuccio, 430 per una cappa, 310 per un mantello. Lo sperpero era stato il più voluttuoso piacere di Gio­vanni XXII, che di preziosa pelliccia aveva voluto persino i cuscini. Per il banchetto di nozze di sua nipote Giovanna di Trian, erano stati consumati 4.012 pani, 8 buoi, 55 montoni, 8 maiali, 4 cinghiali, 690 polli, 580 pernici, 3 quintali di formaggio, 3.000 uova e 2.000 tra mele, pere e altra frutta.

Come si usava alle vere corti del tempo, i pranzi erano inter­minabili, intervallati da spettacoli, parate, giochi, tenzoni e offer­te di doni. Durante il ricevimento in onore del cardinale Anniba­le da Ceccano, erano state servite 27 portate in 9 riprese. Man­giavano con le mani anche i re. Per evitare duelli, o attentati, solo il papa usava il coltello. Dopo la quarta portata, i cronisti aveva­no scritto che nel «grand tinel» aveva fatto la sua apparizione uno splendido cavallo bianco, omaggio al pontefice dell'alto prelato italiano insieme a due preziosissimi anelli, e un drappo di seta damascata dal valore inestimabile. Durante un'altra pausa, nella medesima sala aveva avuto luogo un torneo con cavalli e cava­lieri. Quindi, un concerto. Dopo il dessert, il capocuoco e trenta suoi aiutanti avevano eseguito danze campagnole. La giornata era terminata con canti, tornei, balli, e una farsa burlesca. Memora­bile, infine, era stata la consegna di una parte del bottino che Alfonso XI di Castiglia aveva preteso dagli arabi dopo la vittoria di Tarifa. Nell'ottobre 1340, cento cavalli condotti da schiavi mori erano entrati direttamente nella sala del banchetto presen­tando a Benedetto XII gli scudi, le scimitarre e le bandiere cattu­rate agli infedeli, destinate ad ornare, trofeo di una sanguinosissi­ma guerra, le volte della cappella di San Giovanni dove il papa celebrava le messe solenni.

Attraversando senza distrarsi la corte d'onore, sulla quale spor­geva la grande veranda dove il papa si affacciava per distribuire le pubbliche indulgenze. Caterina da Siena era stata finalmente introdotta nella sala delle udienze, riservata agli ambasciatori e i sovrani. Aperto al piano terreno sul grande giardino di Benedetto XII, il capolavoro dell'architetto francese Jean de Louvres era diviso in due vertiginose navate spartite da cinque pilastri a fa­scio. Dalle arcate ogivali delle volte, spiccavano dentro un cielo stellato le venti spettacolari figure dei profeti che Matteo Gio­vannetti aveva eseguito 25 anni prima per 600 fiorini d'oro.

Gregorio XI era assiso su un'alta predella protetta da un bal­dacchino. Tranne i fregi e le nappe dorate, tutto il resto era rosso. il papa aveva cinquant'anni, ed era già un vecchio: magro, di colorito spettrale, il naso adunco, le mani aggrappate ai braccioli del trono, il busto teso in avanti per l'ansia che lo torturava. Immobili sulle tribune allineate lungo le pareti, i membri del con­cistoro, i bigi francescani, i domenicani bianchi e neri, i candidi cistercensi. E l'intera gamma dei rossi, dallo sfolgorante rubino al cupo amaranto che distinguevano i cardinali, i vescovi e gli alti prelati. Ai piedi del papa, Caterina appariva ancora più esile e pic­cola. Gregorio era stato a lungo in Italia, aveva studiato diritto a Perugia col celebre giurista Baldo degli Ubaldi: ma la curia era quasi del tutto francese, e il papa aveva incaricato Raimondo da Capua di tradurre in latino l'intervento della giovane donna. E quattro, soltanto quattro erano state le parole che i membri del­l'allibito concistoro avevano sentito più volte ripetere nell'agile accento senese: pace, ulivo, croce, sangue. Il pontefice l'ascolta­va fissandola con occhi febbrili, mentre l'ombra di un sorriso incredulo andava via via ammorbidendo il suo viso marmoreo. L'udienza era terminata con l'incarico a Caterina di trattare coi fiorentini. «Ma non dimenticate la dignità della chiesa», le aveva raccomandato Gregorio.

Il 28 giugno, Caterina aveva scritto agli «otto santi». «Ho par­lato col papa. Mi ha ascoltato. E come fa il buon padre che non prova rancore per il figlio, mi ha dimostrato di amare la pace. Mi ha detto che è pronto a ricevervi. E mi stupisco come non siano gia qui gli ambasciatori. Sarò con loro, parlerò col Santo Padre, e vi dirò che soluzione ho trovato. Voi, però, mi state guastando la semina con le nuove tasse che avete imposto al clero. Non fate così, per l'amore di Cristo crocefisso. E per il vostro bene.»

Da Firenze le assicuravano che gli ambasciatori erano partiti, ma nessuna galera con le insegne del giglio era ancora stata avvi­stata lungo il corso del Rodano. Caterina era tornata dal papa, che scuotendo il capo l'avvertiva con scaltra amarezza: «Ti hanno ingannata. E ancora ti inganneranno. Anche se li manderanno, la loro missione non conterà nulla». Gregorio intuiva, o sapeva, che Firenze non intendeva fare la pace. Un nuovo governo reggeva i fiorentini, aveva vinto la parte che preferiva appoggiarsi all'im­peratore.

Alla fine di giugno erano sbarcati ad Avignone Pazzino Stroz­zi, Alessandro D'Antella e Michele Castellani, che, senza neppu­re incontrarla, le avevano fatto sapere di non avere nessun docu­mento che li autorizzava a trattare con lei. Intendevano agire direttamente. «Come un'aspide sorda, rifiutarono ogni sua argo­mentazione», aveva annotato sul suo quaderno Raimondo da Capua. «Sono addolorata per il modo in cui sono venuta qui a chiedere la pace», aveva subito scritto Caterina al priore Buonac­corsi di Lapo. «Non ho mai potuto parlare con loro, come mi ave­vate promesso.» Ma non per questo abbandonava la difficile sorte di Firenze: «Io ho fatto e farò ancora quello che ho promesso, fino alla morte». Era stata tradita e umiliata. Ma era donna di grande pazienza e volontà, e innanzitutto si preoccupava di non inasprire la situazione già tesa. «Vi prego di non trattarli male», aveva scritto al pontefice, che aveva lasciato a Pierre d'Estaing e Gilles de Montegut l'incarico di occuparsi dei tre ambasciatori. I messaggeri erano partiti per Firenze coi preliminari di pace, che gli «otto della guerra» avevano respinto. Fermi nel progetto di sferrare un attacco a Gregorio, già stavano organizzando una lega nella quale tentavano di coinvolgere anche l'imperatore, il re d'Ungheria, i dogi di Venezia e Genova. Caterina aveva scrit­to ai governatori ricordando loro che la città era paralizzata e ter­rorizzata dall'interdetto, che la gente aveva bisogno di riprende­re le proprie occupazioni, e che sarebbe stato meglio riconciliar­si, anche se bisognava pur cedere su qualche cosa: «V'invito a una vera umiliazione del cuore. Se davvero volete essere ricevu­ti nelle braccia del padre, dovrete venire cercando la pace con umiltà, e senza ingiuriare ed offendere i ministri e i sacerdoti della chiesa». Ma il prezzo richiesto dai fiorentini per trattare la pace era altissimo. Il papa aveva respinto ogni proposta, rifiu­tando di liberare la città dall'interdetto. I viaggi, le discussioni, le lettere, le preghiere, tutta l'immensa fatica di Caterina, erano stati inutili.

Non chiedeva più udienze, ma al papa inviava lettere quasi ogni giorno, e Raimondo tremava ogni volta per la franchezza con cui Caterina denunciava i peccati della corte e lo esortava a partire per Roma. L'indomabile senese aveva spiegato a Gregorio che gli scriveva per non imbarazzarlo con la sua presenza. «Pre­ferisco essere nel vostro cuore con una continua preghiera, per Voi, e per tutto il popolo», gli rispondeva quando era invitata al castello. Se voleva comunicargli un segreto, gli mandava Rai­mondo o frate Tommaso da Petra, perché glielo riferissero a voce. Benché chiusa in casa, non dava tregua nè al papa nè alla sua mondanissima corte. Antonio Caffarini aveva scritto che Cateri­na, mentre era ad Avignone, «ispirava una specie di terrore in tutti quelli che entravano in relazione con lei. Era come la fiamma, che si ammira e si teme». Non cessava di dare scandalo nel circon­darsi di uomini, faceva la predica al pontefice, gli insegnava la teologia, lo apostrofava in nome di Dio, lo supplicava e lo minac­ciava: «Che Dio nella sua infinita misericordia vi liberi da ogni passione e tiepidezza di cuore, e vi trasformi in un altro uomo. Voglio che siate quel vero e buon pastore che, se avendo a dispo­sizione centomila vite, sareste pronto a darle per l'onore di Dio e per l'onore delle creature». Ma era ancora più dura quando gli rimproverava la debolezza e la mancanza di polso, che aveva per­messo ai suoi parenti ed amici di trasformare Avignone in un eterno mercato: «Se volete giustizia, la potete fare; e pace potre­te avere. Ne avete l'autorità. Se fossi in voi, avrei paura che il castigo di Dio si abbattesse su di me. Fate, affinché non vi cada addosso il duro castigo. E maledetto sia tu, cui fu consegnato tempo e potere, e non l'hai usato. E fate che non mi lamenti di voi con Dio Crocefisso.» Una volta, in udienza pubblica, turandosi il naso perché si era trovata di fianco alla concubina di un cardina­le, lo aveva aggredito: «Non sentite che puzza, qua dentro? Di marcio, di putrido. Una puzza di morte. Vi meravigliate? Non sapete che qui, intorno a voi, si ingrassano i vizi e si consumano i peccati più infami?».

Tutta la corte era contro di lei. I cardinali e la curia, che non volevano lasciare Avignone per Roma, borgo inselvatichito e scosso da lotte spietate fra il popolo e i nobili, temevano la sua influenza sul papa, sghignazzavano sulla sua figura esile e asce­tica, mormoravano della sua cocciuta castità, sparlavano di que­gli occhi bruni e implacabili che perforavano l'anima. L'accusa­vano di usare il digiuno come uno strumento per ottenere venera­zione e autorevolezza, e così intrallazzare in favore dei suoi amici. Di fingere col suo straniamento assoluto, che chiamava estasi, per attirare su di sé l'attenzione. L'avevano spiata. Tutti zitti e nascosti in una nicchia del Duomo di Notre Dame, dove il senese Simone Martini aveva lasciato delicatissimi affreschi su fondali azzurri e dorati, soffocando dietro un arazzo fiammingo risatine maligne inframmezzate da involontario imbarazzo, o improvviso pudore. Con perfido gesto fulmineo, Elisa di Touren­ne, moglie del nipote del papa, un giorno le aveva conficcato uno spillone nel piede nudo. Caterina non si era mossa. Soltanto più tardi, uscita dall'estasi, aveva accusato un forte dolore. «Ha zop­picato per molti giorni», aveva annotato Raimondo da Capua.

I messaggi che l'instancabile donna inviava a Gregorio XI per indurlo a partire, stavano pian piano convincendo il tituban­te francese. «Per compiere il Vostro dovere, voi abbandonerete queste belle cose che avete qui in Avignone, e andrete dove vi attendono disagi e malaria», gli aveva scritto. Preoccupato per la lega che i fiorentini organizzavano contro di lui, il papa era infatti sempre più convinto che avrebbe potuto ottenere la loro amicizia se finalmente avesse riportato a Roma la sede pontifi­cia. Caterina lo incoraggiava, smontando una per una le moti­vazioni addotte dai cardinali contrari alla partenza. Ma doveva far presto, prima che Firenze riuscisse a convincere anche i romani a mettersi definitivamente contro di lui. «Dovreste aver paura se non faceste quello che dovete fare», insisteva. «Non aspettate il tempo, perché il tempo non aspetta voi. E non è più tempo di dormire, perché il tempo non dorme, ma passa come il vento. E non si aspetti a trovare un rimedio perché la pietra non ti cada in testa.»

Nel tentativo di trattenere il papa con la paura, i cardinali fran­cesi avevano incaricato il francescano Pietro d'Aragona, che aveva fama di santo, di consegnargli un biglietto anonimo dove si diceva che sarebbe stato avvelenato non appena avesse oltrepas­sato le porte di Roma. Gregorio aveva fatto leggere la lettera a Caterina, che gliel'aveva restituita con una postilla infuocata. Quella, sosteneva, era «opera di un demonio incarnato», e gli faceva osservare che, di veleno, se ne trovava in abbondanza anche sulle tavole di Avignone, e di molte altre città. Non sop­portava la sua incertezza, la debolezza, la mancanza di slancio, l'ingenerosità nei confronti del Cristo crocefisso che era stato chiamato a rappresentare sulla terra. «Vi prego di non fare il bam­bino tremebondo», lo implorava. «Siate virile, piuttosto. Aprite la bocca, e inghiottite il boccone amaro come se fosse dolce.»

Contrario alla partenza del papa era soprattutto il re di Francia, che nell'estremo sforzo di trattenerlo aveva chiesto a suo fratello Luigi, il duca d'Angiò, di scoprire chi aveva indotto un uomo tanto pauroso a lasciare Avignone per Roma. In quella torrida estate, il duca aveva invitato Caterina nel suo castello di Ville­neuve, sull'altra riva del Rodano. Era una piccola, verde, fre­schissima cittadella murata, caposaldo della monarchia edificata da Filippo il Bello contro quella dei papi, protetta da una possen­te torre quadrata, dimora di quindici cardinali che qui avevano le loro sontuose livree, e una chiesa parrocchiale costruita sulla resi­denza del porporato Arnaud de Via. Caterina e Luigi avevano di­scusso per tre giorni e tre notti. Sedotto dall'indomabile energia che emanavano quel pallido volto stretto nelle bende di lino, que­gli occhi accesi e quel corpo stremato dalla sofferenza, Luigi le aveva confidato di provare una grande amarezza per la vita senza mete nè scopi che conduceva fin dalla nascita. Tornata ad Avi­gnone, Caterina gli aveva inviato una lettera: «Anche in voi ci sia un santo freno, che trattenga ogni disordinata vanità», lo aveva incitato, «come si fa col cavallo che corre, cui si tira la briglia perché non esca dall'ordine stabilito per la sua corsa». Un tragi­co festino al castello, durante il quale molti ospiti erano morti schiacciati sotto il crollo di un muro, aveva spinto il duca a scri­vere a Caterina autorizzandola a comunicare al papa la sua di­sponibilità a partire per la crociata di Gerusalemme, per la quale anche lei si batteva da anni. «Vi avevo detto che desideravo vede­re il vostro cuore e la vostra volontà confitti e inchiodati sulla Croce», gli aveva risposto commossa la donna. E ancora l'aveva esortato: «Figliolo, abbracciatevi alla santissima Croce. Rispon­dete a Dio, che con questa Croce vi chiama. E così adempirete alla sua volontà, e al mio desiderio».

Luigi d'Angiò aveva tanta fiducia nella giovane senese da invitarla a incontrare suo fratello, il re Carlo, che progettava di affidarle il compito di trattare la fine dell'interminabile guerra tra Francia e Inghilterra. Caterina non era andata a Parigi, ma aveva messo il sovrano di fronte alle enormi responsabilità nei confron­ti del popolo che gli era stato affidato. E presentandosi come «io, Caterina; io misera, miserabile, io verme», arditamente gli aveva scritto chiedendo tre cose: «La prima è che disprezziate voi stes­so e il mondo, con tutte le sue delizie, tenendo il regno non come cosa Vostra, ma solo prestata. Perché chi tiene le cose altrui cre­dendo di possederle, è un ladro. L'altra, è che seguiate la santa e vera giustizia, senza permettere che la guastino le mollezze, e badando che i vostri ufficiali non la esercitino per denaro, negan­do il diritto ai poveri. Siate padre dei poveri, comportandovi da dispensatore di ciò che Dio vi ha dato. Fate in modo che i vizi che si trovano nel vostro regno siano puniti, e venga esaltata la virtù. La terza, e anche quella che più desidero, è di seguire l'insegna­mento che vi offre questo Maestro in croce, amando il vostro prossimo, col quale siete da tanto tempo in guerra. Perché voi lo sapete, che senza questa radice d'amore, l'albero della vostra anima non darebbe frutto, ma si seccherebbe. Non curatevi di per­dere le sostanze del mondo, perché la perdita si tramuterà in gua­dagno se farete pace col "fratello vostro"». Si congedava scon­giurandolo: «Non più guerra, per l'amor di Dio crocefisso». La pace. Era la pace il più alto, il più acuto dei suoi desideri. Cateri­na parlava a un monarca, e alzando la voce perché il monarca non scordasse che il potere gli veniva da Dio, ma soltanto sua era la responsabilità del delitto perpetrato con una guerra infinita, lo inchiodava con una domanda: «Voi non pensate di quanto male siete la causa, se non fate ciò che è in vostro potere di fare?»

 

X

 

COL PAPA, VERSO L'ITALIA (1376-1377)

 

Alla fine dell'estate del 1376 Gregorio XI aveva annunciato la sua partenza per Roma, consegnando il governo di Avignone al visconte di Tourenne, e incaricando il cardinale Niccolò Orsini di avvertire i baroni siciliani di trovarsi a Ostia dal 20 settembre. La sua decisione aveva provocato scene di panico e disperazione. La mattina del 13 settembre, inginocchiati davanti a lui, la madre, le sorelle e i fratelli lo avevano implorato piangendo di non lascia­re la Francia. Il vecchio padre, conte di Beaufort, si era gettato al suoi piedi con le braccia in croce, rischiando di essere travolto dalla carrozza pontificia. Dopo aver varcato il ponte levatoio, il cavallo del papa era malamente incespicato contro un sasso. «Malasorte. Segni di malasorte» sibilavano i consiglieri, che non aspettavano altra occasione per disfare i bagagli. Benché spaven­tatissimo, Gregorio si era diretto al battello ancorato nella curva del Rodano, e mentre lasciava per sempre Avignone balbettava penosamente il versetto dei Salmi: «Camminerai sull'aspide e sul basilisco, calpestando il drago e il leone».

Il 2 ottobre 1376 il papa era uscito piangendo dal chiostro del­l'abbazia benedettina di San Vittore a Marsiglia, e si era imbar­cato sulla galera di Ancona comandata da Giovanni Ferdinando d'Heredia, gran maestro dei cavalieri di San Giovanni. Lo scor­tavano altre ventidue imbarcazioni, molte delle quali arredate col lusso di una reggia e quasi tutte appartenenti agli Ordini ospeda­lieri. Lo accompagnavano pochissimi cardinali. Giovanni di Blandac, insieme a sei colleghi francesi, si era addirittura rifiuta­to di partire. Altri avevano preso la via di terra. Insieme a Rai­mondo da Capua e al resto della «famiglia» andava per terra anche Caterina, che per il viaggio aveva ricevuto 100 fiorini dal papa e 100 franchi dal duca d'Angiò.

Nel mare infuriato, il papa leggeva oscuri presagi per il suo ritorno in Italia. Il 3 ottobre, la tempesta lo aveva obbligato a sostare a Port Miou. Il 6, era bloccato a Saint-Nazaire. Il 7, le bufere gli avevano impedito di superare Saint-Tropez. L'8, appro­dava faticosamente ad Antibes. Il 9 la sua galera, in seguito a una violenta mareggiata, quasi affondava nel porto di Nizza. In vista di Monaco, un fortunale aveva fatto colare a picco due navi, e con loro un eminente prelato con tutto il seguito e il voluminoso baga­glio. Esausto, il 17 ottobre Gregorio XI si era rifugiato a Savona. Il 18 era sbarcato a Genova, e un'ora dopo aveva riunito la sua corte nel palazzo vescovile. Erano tutti sconvolti dai pericoli e dalle fatiche della traversata, non c'era più nessuno disposto a muovere un passo in avanti. Nè incoraggiavano il viaggio le cat­tive notizie provenienti da Roma, che ostentava un fermo ranco­re nei confronti del papa sventolando le bandiere rosse della rivolta fin davanti a San Pietro. Preoccupavano infine, e moltissi­mo, anche le vittorie dei fiorentini e delle città della lega sulle truppe pontificie, comandate dal cardinale Roberto da Ginevra. Durante un turbolento concistoro, la maggior parte della curia aveva votato per un precipitoso ritorno ad Avignone.

Caterina si era avviata verso l'Italia in carretta. Oltre alla Bolla che le consentiva di ascoltare la messa e comunicarsi quando lo desiderava, aveva ottenuto dal papa il permesso di portare con sé un piccolo altare di pietra, e di essere accompagnata da tre dome­nicani per confessare la gran folla che abitualmente si radunava intorno a lei ad ogni tappa. «Giunti alla città di Tolone», aveva scritto Raimondo da Capua nel suo diario, «mentre Caterina entrava subito nella sua stanza come era solita fare, e tutti noi era­vamo stati zitti, le pietre, per così dire, si erano messe a gridare che la vergine era entrata in città. E prima le donne, e poi gli uomini, erano accorsi nella locanda. Tutti chiedevano dove fosse quella santa che tornava dalla corte romana, e dal momento che era stato l'albergatore a parlare, neppure noi potevamo più men­tire. Lasciammo passare almeno le donne.» Era andato a visitare la celebre viaggiatrice anche il vescovo.

Infastidita dagli onori e gli ossequi, Caterina aveva deciso di proseguire il viaggio per mare evitando le soste nelle città e nei villaggi. Anche lei aveva incontrato tempesta. Raimondo aveva annotato che, mentre stavano per naufragare nelle vicinanze di un porto francese, la giovane senese aveva pregato tranquilla; e non appena il mare si era calmato, avevano toccato terra cantando tutti insieme il Te Deum. Costretti poco dopo a riprendere nuova­mente i carri e i muli a causa delle burrasche marine, avevano percorso la via Romana che costeggiava la scogliera. Dormivano dove capitava. Vicino a Oneglia, erano stati ospitati in una torre di guardia. Il 3 ottobre, a Varazze, avevano trovato la peste. Si erano accampati fuori dalle mura, e in tanti erano andati a trovar­la per confessarsi e chiederle di pregare affinché il flagello ces­sasse. Prima di partire, Caterina li aveva consigliati di erigere una cappella al beato Jacopo, loro concittadino e famosissimo autore della Legenda aurea, la mirabolante e fantasiosa storia dei santi che aveva influenzato l'iconografia medievale, e alimentato la sua fantasia durante l'infanzia. In seguito, le avevano riferito che nel preciso momento in cui era stata murata l'ultima pietra del piccolo tempio votivo, la peste aveva smesso di uccidere.

Il 4 ottobre Caterina era a Genova, ospite nel palazzo sulla stretta e scoscesa via del Canneto, fra il porto e la cattedrale, messo a sua disposizione da donna Orietta Scotti, discendente da una nobile e antica famiglia scozzese. Nel suo diario, Antonio Caffarini aveva annotato che Caterina incontrava ogni giorno teo­logi, professori di scienza sacra e profana, giuristi e senatori. Frattanto, i suoi compagni di viaggio si erano quasi tutti seria­mente ammalati, e nel timore che fossero stati contagiati dalla peste a Varazze, erano stati isolati. Neri di Landoccio non aveva mai dubitato di essere stato salvato per intercessione di Caterina, che di giorno li curava amorevolmente, e di notte rimaneva sve­glia a pregare. Anche Stefano Maconi, che aveva avuto disturbi intestinali, brividi e febbre altissima, aveva raccontato: «Mi ordi­nò di guarire. Mi disse ripetutamente: "Voglio che tu guarisca". E ogni tanto, mentre pregava, diceva rivolgendosi a Dio: "Voglio che sia così"». Non riposava un solo momento, ma aveva final­mente trovato il tempo di rispondere alla madre lontana, che si lamentava della sua lunga assenza fin da quando si era fermata in Francia più del previsto.

Lapa Benincasa aveva scritto protestando energicamente. Era vecchia, diceva, aveva bisogno della sua presenza e delle sue cure. Inoltre, non sopportava più di sentire quanti pericoli, fatiche e umiliazioni doveva subire sua figlia. «Ho desiderato vedervi madre vera non solo del mio corpo», aveva risposto Caterina, «ma anche della mia anima, perché, se di me amaste di più l'ani­ma anziché il corpo, non dovreste soffrire tanto per la mia assen­za fisica. Anzi, se voi amaste davvero la mia anima, sareste con­solata, e non sconsolata, mentre voi sareste felice di sapere che sto onorando Dio. Voglio dunque che impariate dalla dolce Maria che, per onorare Dio e per salvare noi, ci donò suo figlio morto sul legno della santissima croce.» Una risposta risoluta, dove la giovane donna dichiarava con la più alta fermezza il suo assolu­to bisogno di libertà. E se Lapa non aveva ancora capito che genere di figlia aveva messo al mondo, era giunto il momento di saperlo una volta per tutte: «Fu volontà di Dio che partissi, caris­sima madre. E stata sua volontà che io sia stata ad Avignone: non quella di un uomo. E seguendo le sue orme dovrò ancora andare, fin quando lo vorrà la sua sterminata bontà». Alla fine, però, l'a­veva rassicurata: «Ma torneremo. E saremmo già a casa se Neri, ed i frati Giovanni e Bartolomeo, e altri ancora, non fossero stati tanto ammalati».

Le aveva scritto protestando per il protrarsi del loro viaggio anche Giovanna Maconi, madre di Stefano, che per seguire Cate­rina si era allontanato da Siena da più di sei mesi. Di certi giova­ni uomini che camminavano sulle orme dell'irrequieta senese come stregati, abbandonando e trascurando le famiglie, gli studi, gli affari, si mormorava oramai senza tregua. Ma «non si posso­no servire insieme Dio e il mondo», le aveva risposto la mantel­lata. E ripetutamente insisteva su quale fosse il vero compito dei genitori, che non avevano diritto di sentirsi padroni dei figli: «Se voi mi domandaste, da che parte devo andare? vi risponderei che i figli, come anche le altre cose, si devono amare per amore di Colui che li ha creati: e non per amore di sé, nè dei figli. Fate, fate sacrificio a Dio, di voi e di loro. E se vedete che Dio li chiama, non resistete alla sua dolce volontà». Consigliava madonna Gio­vanna di avere pazienza e fiducia, e intanto le strappava l'amata creatura attentando con audacia al suo ruolo di madre: «E non vi turbate se ho tenuto Stefano troppo tempo. Me ne sono presa la responsabilità, e io sono una sola cosa con lui. Voi l'avete partorito una volta. Ma io voglio partorire, piangendo e sudando, lui, voi, e tutta la vostra famiglia». Chiudeva teneramente, come era solita fare anche se, poco prima, era stata durissima: «Credo che non l'abbiate avuta troppo a male», e la pregava di ricordarla al marito, il ricco mercante Corrado, e di benedire sia lei, che tutti quelli che erano insieme a lei.

La decisione dei cardinali francesi di tornare ad Avignone aveva sconvolto la già fragile volontà di Gregorio XI. Tormenta­to dal dubbio se proseguire o rientrare in Francia, il papa era sem­pre più solo. Aspettava Caterina con ansia, e non appena era stato informato del suo arrivo a Genova si era avvolto in una mantella nera da semplice prete e, facendosi strada con una lanterna e un bastone fra i vicoli rumorosi del porto, l'aveva raggiunta nella casa di Orietta Scotti. Confusa, sorpresa, la donna si era gettata ai suoi piedi. Avevano parlato e pregato insieme per tutta la notte. All'alba, il pontefice era tornato nel palazzo del vescovo persua­so a riprendere il viaggio. «Dio mio, non permettere che il tuo Gregorio si lasci ingannare dall'istinto dei suoi sensi, nè prenda decisioni sulla spinta dell'amore che ha di sé, nè si lasci spaven­tare dai pericoli e le contrarietà», era stata la preghiera di Cateri­na quando lo aveva visto sparire nel fondo lontano della via del Canneto.

Il 29 ottobre 1376, Gregorio XI si era imbarcato nel porto di Genova. Il 7 novembre, il governatore di Pisa Pietro Gambacor­ti gli aveva reso omaggio a Livorno donandogli 4 vitelli, 8 castrati, 4 botti di vino greco, 10 sacchi di pane, 50 libbre di con­fetti, 100 libbre di cera, 50 paia di capponi. Dopo una settimana, una galera pisana comandata da Andrea, figlio di Pietro, scorta­va fino a Piombino la flotta papale, costretta per una tempesta ad approdare nei porti elbani di Ferraria e Longone. Il 5 dicembre, la galera pontificia raggiungeva Corneto, il primo dei porti in terra pontificia.

Invitata dal Gambacorti, che aveva bisogno di lei per consoli­dare la sua posizione nei confronti del papa, Caterina si era fer­mata a Pisa per un mese in compagnia delle amiche Cecca, Ales­sia ed Elisa. Impazienti di rivederla, l'avevano raggiunta Lapa, Tommaso della Fonte e numerosi discepoli. La madre e Stefano Maconi erano stati mandati subito a casa. Da Siena, disperato per la forzata separazione, Stefano scriveva quasi ogni giorno al poeta Neri di Landoccio per avere notizie della «mamma», e da lei avere consigli su come comportarsi con la madre gelosa. Non poteva più fare a meno di lei.

Mentre Gregorio XI stava avvicinandosi a Roma, le città pon­tificie si arrendevano ai fiorentini e alla lega. Il 14 dicembre 1376 era caduta Ascoli, Bolsena era insorta, le truppe della papista Giovanna di Napoli erano state battute. Per il comandante Luigi delle Vigne, fratello di Raimondo da Capua, fatto prigioniero con 400 napoletani, era stato chiesto al pontefice un pesante riscatto in fiorini d'oro. L'unica notizia che poteva, almeno in parte, con­solare il pontefice, era la dichiarazione di sottomissione dei romani, che il 21 dicembre avevano consegnato le chiavi della città ai cardinali D'Estaing, Corsini e Tebaldeschi. Il 24, il papa si era fermato a Ostia per celebrare il Natale. Il 17 gennaio 1377, a dorso di una mula bianca e protetto da un immenso cappello da pellegrino, era entrato a Roma oltrepassando porta San Paolo. Gli era andato incontro il popolo, lesto a perdonare chiunque gli offrisse un' occasione di festa. Dopo 70 anni di assenza, il rap­presentante di Cristo raggiungeva San Pietro al tramonto, mentre gli inquieti bagliori di 800 fiaccole si allungavano verso l'agu­glia, l'obelisco senza geroglifici eretto sul lato destro del sagra­to, fatto venire da Eliopoli dal tiranno Caligola per decorare il circo imperiale.

Fino al tempo di Bonifacio VIII, l'ultimo dei pontefici vissuto a Roma prima del periodo avignonese, la residenza abituale dei papi era stata il palazzo del Laterano. Ma di quella favolosa dimora invidiata in ogni parte del mondo, da quarant'anni resta­va soltanto il rudere devastato da un incendio risultato indomabi­le a causa della penuria e disorganizzazione dei pompieri pontifi­ci. Nel suo breve soggiorno fra il 1367 e il 1370, Urbano V aveva tuttavia provveduto al restauro della Cappella pontificia, chiama­ta il «Sancta Sanctorum» per l'immensa quantità di reliquie che conteneva fin dall'epoca di Costantino. «Non est in toto sanctior orbe locus», non c'è luogo più santo al mondo, erano le parole incise sopra la porta d'ingresso. Rifatta nel 1277 da Niccolò III, e impreziosita con tre portali di marmo provenienti dal Pretorio di Gerusalemme, risplendeva dei mosaici che coprivano l'intero soffitto. Il tabernacolo raffigurante il Redentore, che dicevano dipinto dagli angeli, e che i papi portavano per le vie cittadine in processione solenne nei momenti di calamità, aveva ripreso il suo posto originario al centro dell'altare maggiore. «Se tu fossi qui, vedresti i templi rovinati ora riparati con un lavoro incessante, e ne godresti. La tua anima benedirebbe chi ha riparato il Laterano e San Pietro, e ha risvegliato tutta la città», aveva scritto dieci anni prima Coluccio Salutati al suo amico lontano Francesco Petrarca. Ma nient' altro era stato fatto da allora.

Insediato finalmente a Roma, papa Gregorio XI aveva preferi­to al palazzo del Laterano, ancora inabitabile nelle sue stanze pri­vate, quello ancora più antico del Vaticano. Era un piatto edificio costruito sull'area del romano «ager Vaticanus» lungo la riva destra del Tevere, dove Nerone aveva martirizzato i primi cristia­ni. Ingrandito poco per volta sulla modesta abitazione di Simma­co, papa dal 498 al 514, era stato del tutto trascurato da Urbano V, che si era invece preoccupato di affidare ai suoi migliori archi­tetti i disordinati e immensi giardini, vanto della Roma imperia­le. La dimora del pontefice sorgeva per volontà di Simmaco accanto alla basilica di San Pietro, eretta da Costantino sul sepol­cro dell'apostolo, dove tredici secoli prima papa Anacleto aveva fatto innalzare un «trofeo».

La chiesa era enorme, col tetto ligneo sorretto da immense colonne che la dividevano in cinque alte navate. Il portale di bronzo era dedicato a sant'Apollinare, coi busti di Pietro e Cristo racchiusi dentro tonde cornici decorate con una selva di fiori, foglie e viticci, uccelli ed altri piccoli animali. All'interno, in un tripudio di mosaici, altari, statue di legno e di avorio, d'oro, d'ar­gento, di bronzo, antichi affreschi già stinti e offuscati dal fumo oleoso delle torce e delle candele, troneggiavano i monumenti funerari degli ultimi imperatori d'Occidente, delle regine e dei re, dei principi e dei papi. Bonifacio VIII, disteso su un'urna scolpi­ta da Arnolfo di Cambio, sorretta da due mesti angeli. Niccolò III Orsini, deposto in un sarcofago del VI secolo fra piatte ed ele­ganti figurazioni bibliche. Adriano IV di Breakspear, in un sacel­lo di granito rosso ancora più severo e piu antico. Gregorio V, in una tomba paleocristiana con le figure dei santi Pietro e Paolo. La basilica era preceduta da un vastissimo atrio a quadriportico, dove l'acqua per le abluzioni zampillava dalle punte di una colos­sale pigna di bronzo sormontata da un'edicola. Affrescata sul muro della facciata, sorrideva con una grazia lontana «la boccia­ta», una madonna bizantina che era stata vista sanguinare sotto il colpo di una boccia lanciata da un soldato spagnolo ubriaco. Di lato, accanto a un'ara anticamente dedicata a Cibele, che serviva da acquasantiera, la statua di san Pietro, ricavata da quella di un filosofo pagano al quale erano state sostituite la testa e le mani.

Roma era una città sporca, dissestata, popolata di gente immi­serita e abbrutita dall'arroganza dei nobili, desolato e monumen­tale cimitero dal quale erano fuggiti i mercanti, gli affaristi, gli artisti. Insieme ai papi rifugiati ad Avignone, erano svaniti anche il lavoro e l'avventura, il profitto e la gioia di vivere, l'arte e la fantasia. Prosperava soltanto la corruzione, che aveva divorato inarrestabilmente tutto ciò che restava, riducendo a un tarmato e putrido cencio quella che era stata la città più gloriosa del mondo. I consoli e i senatori che dovevano governarla avevano perduto ogni loro potere, mentre la plebe accettava supina di vivere delle briciole che i nobili, non per spirito di carità, ma per il loro inte­resse in caso di rivolte e congiure, lasciavano cadere dall'alto dei loro balconi.

Nei settant'anni di assenza dei papi, ogni tentativo di riscatta­re la città abbandonata si era concluso in un fallimento, o in tra­gedia. Poco dopo l'insediamento di Clemente VI in Avignone, il notaio Cola di Rienzo era stato mandato in Francia perché il pon­tefice gli suggerisse un modo per liberare Roma dalla prepotenza dei nobili. Il brillante e giovanissimo figlio di una lavandaia e di un oste trasteverino era tornato con un sacchetto di fiorini, e la benedizione papale. Nominato reggente, Cola sembrava davvero l'unto di Dio. Dopo aver imprigionato o relegato i nobili nei loro castelli, aveva rimesso in sesto le finanze e la giustizia, il fisco e la polizia. Ma non aveva retto all'ebbrezza del comando. Travol­to da uno sfrenato delirio di onnipotenza, il sanguigno tribuno si comportava come un tiranno impazzito. Si era fatto incoronare con sette corone, montava un cavallo bianco riparato da un bal­dacchino di seta scortato da 100 uomini armati e togati. La sfre­nata megalomania gli aveva fatto credere di essere grande come l'imperatore Costantino, e imitando il suo leggendario battesimo si era lanciato vestito nella vasca antistante la chiesa di Santa Maria Maggiore. Soltanto questo aspettavano i nobili per monta­re la plebe contro di lui, e approfittarne. Cola di Rienzo era sfug­gito alla furia delle vendette romane riparandosi a Praga, dall'im­peratore Carlo IV, e in Francia, da Clemente VI, che non sapendo più cosa farne lo aveva rispedito a Roma. Ma solo altri due mesi era durato lo sgangherato sogno del notaio trasteverino. La stes­sa folla che l'aveva osannato ora lo andava braccando, e infine lo aveva sorpreso travestito da pastore, la faccia tinta di nerofumo, mentre scappava. Circondato, smascherato, pugnalato, era stato abbandonato rantolante sulla scala del Campidoglio. «E tanta era la sua grassezza che pareva uno smisurato bufalo, ovvero vacca da macello», aveva scritto il cronista romano Fortifiocca, riferen­do l'oscena esposizione di Cola, appeso per i piedi a un balcone per due giorni e due notti.

In marzo Caterina si era trasferita a Belcaro, poco oltre le mura di Siena, per assistere alla consacrazione del monastero di Santa Maria degli Angeli. Era stato l'eremita inglese Guglielmo Flete a celebrare solennemente la prima messa. Nel palazzo immerso nel verde lieve dei lecci che Nanni di Vanni le aveva donato dopo la clamorosa conversione, si era fermata quasi un mese; e proprio lì era stata raggiunta dall'agghiacciante notizia dell'eccidio che il 3 febbraio 1377 i mercenari bretoni avevano compiuto a Cesena. Si parlava di 4.000 morti, della deportazio­ne degli uomini, del sequestro delle donne più giovani e belle, degli stupri compiuti anche sui bambini. Peggio che la strage di San Rufillo a Bologna, dicevano. Peggio ancora che a Faenza e Forlì. La strage era stata ordinata da Roberto di Ginevra, da quasi un anno legato pontificio in Italia dopo una facile e fulmi­nante carriera ecclesiastica. Figlio del conte Amedeo V il Gran­de e parente stretto del re di Francia, a 36 anni era infatti già car­dinale. Disperata, Caterina aveva scritto a Gregorio XI. «Non posso più resistere. Pace, pace, pace: e non più guerra. Altro rimedio non c’è.» La notte, aveva visioni di sangue. «Io annego nel sangue», aveva confidato sgomenta a Raimondo da Capua. In Italia, la guerra era ovunque. E dove ancora non c'era, o c'era già stata, governava il terrore. Tutte le città erano presidia­te. Per sfuggire agli assalti delle Compagnie di ventura, i conta­dini si rifugiavano dentro le mura e non accudivano nè agli ani­mali, nè ai campi. Si moltiplicavano i pericoli delle carestie e delle epidemie, la vendetta, la rappresaglia, le ritorsioni dei vin­citori, i processi sommari, gli esili di massa, l'abbattimento delle case e delle torri dei vinti. Colpevole di aver favorito la ribellio­ne fiorentina, e di aver inviato aiuti in denaro e soldati a Perugia e Bologna, anche Siena era stata punita dall'anatema del papa. Ed ora, stremata, mandava a Roma i suoi ambasciatori a implo­rare pietà.

«Vengono alla Santità Vostra gli ambasciatori senesi che, se c'è gente al mondo da amare, son proprio loro», aveva scritto Cateri­na a Gregorio, perché usasse clemenza alla sua «città tapinella». Come sempre faceva, al più forte chiedeva non soltanto clemen­za, ma attenzione e comprensione per le condizioni in cui il più debole si era trovato a commettere il torto: «Padre, trionfi la magnanimità. Accettate la scusa del bisogno, che vi porteranno per giustificare il torto che hanno commesso», implorava. «Per­ché voi sapete che ogni creatura ha in sé una ragione, e si con­quista soprattutto con l'amore e la bontà. Specialmente questi nostri italiani toscani. Per amore di Cristo crocefisso, aiutateli. Prendeteli con l'amo dell'amore.» L'amore. L'unico sentimento perfetto, pieno, assoluto, di cui ogni essere umano poteva imme­diatamente disporre. Caterina aveva imparato la lezione di san Paolo: «Nell'amore, tutto è già qui». «Perdonate la mia presun­zione», concludeva. «Vi raccomando ancora gli ambasciatori senesi. E se loro mi calunnieranno e mi perseguiteranno, io offri­rò le mie lacrime e le mie preghiere.» L'irritato pontefice non l'a­veva ascoltata e si era vendicato dell'insubordinazione di Siena gettando in prigione gli ambasciatori, occupando il porto di Tala­mone, devastando la Maremma.

A Siena, il 9 aprile 1377, la vendetta aveva condotto al patibo­lo anche un giovane e spavaldo straniero. Il perugino Niccolò di Taldo, accusato di essersi complimentato con messer Augusto d'Andrea, colpevole di aver organizzato un banchetto senza invi­tare un solo membro del governo, era stato condannato alla deca­pitazione. Antonio Caffarini aveva invano tentato di portargli il conforto religioso. L'uomo era fuori di sé per l'ira e il terrore. Era allora andata da lui Caterina. Niccolò era antipapista e blasfemo. Ma aveva sentito parlare di lei e, solo a vederla, si era fatto doci­le come un agnello. Chiamandolo fratello e parlandogli dolce­mente, la mantellata lo aveva preso fra le braccia, finché la rab­bia e la paura non si erano placate. Poco dopo, la confessione era stata spontanea. «Qui, la dolce sposa distesa, riposa nel letto di fuoco e di sangue, di sangue e di fuoco», aveva scritto Caterina a Raimondo narrandogli la conversione del morituro e sottolinean­do ancora una volta la necessità della chiesa di intervenire sugli uomini come portatrice di amore. «Sono andata a visitare Nicco­lò di Taldo», proseguiva, «e per l'amore di Dio mi ha fatto pro­mettere che sarei stata con lui quando fosse venuto "il tempo della giustizia".»

Le esecuzioni capitali avevano luogo in una zona periferica lungo la strada Romana, chiamata Corposanto di Pecorile. Scen­dendo dalla via dei Malcontenti e oltrepassando la porta della Giustizia, i condannati erano condotti a trascorrere la loro ultima notte in una casa chiamata l'«albergaccio». Caterina aveva rag­giunto Niccolò prima che suonasse la campana che annunziava l'avvio del supplizio. Avevano ascoltato insieme la messa, e insieme si erano comunicati. Era stata la prima comunione del­l'uomo. Niccolò era sereno, aveva conquistato la fede e ripeteva:

«Stai con me, Gesù Cristo santissimo, non lasciarmi solo». Aveva abbandonato il suo capo sul petto della donna, e lei provava una gioia ineffabile, immensa. Le sembrava di sentire che il sangue dell'uomo si confondesse col suo. «Consolati, fratello», mormo­rava teneramente, «perché andrai alle divine nozze bagnato nel sangue del figlio di Dio.» Voleva che, nella pace del cuore, Nic­colò ritrovasse la sua dignità di fronte alla morte. Gli aveva giu­rato che si sarebbe trovata sul «luogo della giustizia» ancor prima di lui. Niccolò aveva promesso che l'avrebbe raggiunta «pieno di letizia, forte»; e avrebbe atteso il loro incontro «col desiderio di chi aspetta da mille anni un appuntamento con la persona amata».

Il giorno della decapitazione era giunto prima che l'estate incidesse le sue crepe aride e sghembe nella creta della collina del Pecorile. L'alba non aveva ancora dipanato il suo filo di rame dorato intorno alle mura e le torri di Siena.

Caterina era già sotto il patibolo e, nella livida solitudine del Golgota senese, pregava inginocchiata per terra. Non si erano ancora scatenati i tamburi, coi loro rulli messaggeri di morte. E neppure baluginavano, da lontano, le torce degli incappucciati della «Misericordia» col loro cigolante carretto che avrebbe con­dotto il corpo del giustiziato al «carnaio» sconsacrato nella forra di Vallepiatta. Nelle taverne aperte lungo le mura, dove già si rianimavano di odori e rumori i mercati del pesce, del bestiame e del grano, si stordivano bevendo e giocando gli aguzzini che avrebbero seviziato con tenaglie roventi il morituro durante il suo ultimo viaggio. Dopo aver sognato per tutta la notte uno scatena­to «sabba» di demoni, già si stava eccitando il popolo di uomini, donne e bambini che avrebbe scompostamente seguito la sinistra gabbia dalle ruote di ferro, mentre un frate premeva un crocefis­so contro il corpo del condannato, sgolandosi per strappare all'in­ferno la sua anima disperata.

Nel trasognato e pesante silenzio che precedeva il lugubre rito, Caterina fissava il logoro ceppo d'ulivo sul quale il perugino avrebbe disteso il suo collo. E nell'assoluto, incondizionato desi­derio di totale comunione con Niccolò, chiudendo gli occhi - e immaginando il tonfo secco e raccapricciante della scure del boia - aveva disteso la sua testa sul legno. La folla sbigottita la fissa­va in silenzio. «Poi egli giunse, come un agnello mansueto», aveva scritto la donna a Raimondo. E vedendola, sorrideva e le chiedeva di fargli il segno di croce. Improvvisamente, tutti erano ammutoliti. «E adesso chinati, fratello mio dolce», aveva sussur­rato Caterina. «Fra poco, vivrai di vita eterna.» Docilmente, il condannato aveva abbandonato il capo sul ceppo. La mantellata distendeva il collo di Niccolò con mani lievi come una carezza, calde come un gesto d'amore. Inginocchiata per terra, si era chi­nata su di lui, vicinissima a lui con tutto il suo corpo. E ricordan­dogli il sacrificio di Cristo, gli sussurrava all'orecchio parole delicate, dolcissime. Ora, si udiva soltanto il condannato che ripe­tutamente invocava «Gesù» e «Caterina». E mentre ancora parla­va, «fermando l'occhio nella divina bontà e dicendo "io voglio"», Caterina aveva ricevuto fra le mani il suo capo mozzato. «In tanto odore di sangue», aveva scritto la donna a Raimondo, «che non mi potevo staccare da quello che mi era schizzato addosso.» Con grandissima invidia della sorte del perugino, imbrattata, sudata, bagnata di lacrime, Caterina era viva in un ventoso mattino d'a­prile. «E non vi meravigliate», concludeva la lettera inviata al domenicano, «se io v'impongo soltanto di annegare nel sangue e nel fuoco versato dal costato del figlio di Dio.»

 

XI

 

FRA I «MASCALZONI» DI TENTENNANO (1377)

Sembrava che l'uomo non avesse più paura di Dio. E mentre annientava l'avversario col pugnale, la picca, la spada, il suo urlo di trionfo saliva a lacerare ogni parte del cielo. Si facevano guer­ra dappertutto. Anche la ventosa val d'Orcia era squassata dalle rappresaglie, le vendette, le faide. Bruciavano i castelli, i casola­ri, i fienili. Morivano dopo atroci agonie gli animali abbeverati alle fonti avvelenate. L'inquietudine e la ribellione sgusciavano insidiose fra le gelide ombre dei conventi. L'ira e l'invidia si insi­nuavano fin dentro i romitori scavati nella roccia del monte Amiata dove, nella speranza di contemplare Dio più da vicino, uomini scheletrici, ossessionati dai demoni e dal sesso, si ritiravano praticando privazioni inaudite.

Caterina era stata chiamata per convertire gli animi di quella gente inasprita da una smisurata solitudine, sperduta nei borghi di pietra scura e durissima, dove il vento sibilava e fischiava sotto cieli di un azzurro spesso, tersissimo. Che portasse con se' i tre confessori, raccomandava l'abate di Sant'Antimo.

I peccatori erano tanti, ma oramai quasi tutti i religiosi della disperata vallata erano indegni di ascoltare e di assolvere. Alcuni erano fuggiti per godersi il mondo, scoperto annusando l'odore secco dell'oro e il selvatico afrore delle giovani contadine. Altri fornicavano nel segreto delle loro celle. Altri ancora, approfittan­do dell'ignoranza, della superstizione, della paura, vendevano promesse di un posto in paradiso. Si moltiplicavano i suicidi. Si impiccavano ai meli degli orti coltivati con diligenza geometrica intorno ai chiostri odorosi di melograni e oleandri, o si gettavano nei pozzi, soprattutto i novizi strappati alle famiglie con una folle speranza di felicità. Erano quasi sempre corrotti anche gli altez­zosi priori e le austere badesse, sigillati nei pepli simili a bianchi sudari, costretti alla segregazione per allargare il potere delle loro nobili famiglie anche dentro la chiesa. E molti di quei morti appe­si o affogati pesavano sulle loro coscienze. Arrivasse finalmente Caterina, con la sua parola chiara e diretta, lo sguardo acuminato e bruciante, le certezze assolute, a riportare la pace nei loro cuori sconvolti.

Dall'aspra e solitaria Rocca di Tentennano, perche' mettesse pace fra il suocero Agnolino e il fratello di lui Cione di Sandro, le aveva scritto madonna Bianchina, appartenente alla famiglia dei Trinci e vedova di Giovanni Salimbeni. Un nome potente, che bastava sussurrare per consigliare prudenza e incutere sgomento.

Quasi un secolo prima, era stato un Salimbeni a salvare la vita del popolo senese. I vivaci commerci, l'arte raffinata, i geniali artigiani, le banche internazionali avevano fatto, di Siena, una città fra le più importanti d'Europa. Era grande, più di Londra e Parigi, e sotto la guida del suo brillante podestà Provenzano Sal­vani sognava di oscurare Firenze, più fortunata e più ricca di lei. Ma l'eterna rivale non era stata a lungo a guardare. Stringendo un patto con Orvieto e Perugia, i fiorentini avevano iniziato una mar­cia impetuosa, attestandosi nella borgata di Montaperti, sulla piana dell'Arbia. Nell'estate del 1260, l'antica Senium dai ves­silli bianchi e neri, e lo stemma con la lupa che allatta come sim­bolo cittadino, era esausta. I mercenari ingoiavano ogni giorno intere fortune. I banchieri non facevano più credito.

La sera del 4 settembre, il capitano Buonaguida Lucari era comparso sulla piazza del Campo a capo scoperto, scalzo e in camicia, con la cintura di cuoio legata al collo in segno di peni­tenza. E non aveva ancora raggiunto la Croce del Travaglio, quando il popolo in lacrime aveva cominciato a seguirlo. Stava­no tutti per morire. Poche ore prima, piombando all'improvviso nella chiesa di San Cristoforo, dove il Consiglio era riunito in assemblea permanente, gli ambasciatori fiorentini avevano dichiarato con beffarda arroganza: «Vogliamo radere al suolo questa città e aprire nelle mura brecce comode e larghe per poter passare dove e come ci piacerà». Dal paliotto centrale dell'altar maggiore del Duomo, la venerata Madonna dipinta su legno da mastro di Tressa a colori vivissimi, blu scuro il manto, rosso il cuscino, bianca la tunica del figlio e dorato lo sfondo, aveva fis­sato coi grandi occhi attoniti quella massa implorante. Sulla nava­ta era sceso quel silenzio immobile, senza dimensioni ne' peso, che precede i prodigi, le catastrofi, e probabilmente avrebbe pre­ceduto anche la fine del mondo. Avvolto in un mantello di broc­cato cremisi ricamato d'argento, la berretta di seta pendente sulla guancia rasata, Salimbene Salimbeni avanzava reggendo una borsa contenente centomila fiorini: «Per la difesa di Siena», aveva detto. In garanzia, gli erano state date le fertili terre che scendevano al mare di Talamone e numerosi castelli in val d'Orcia. Il giorno seguente, dopo uno scontro feroce, i senesi guada­gnavano una strepitosa vittoria. Da allora, i Salimbeni erano diventati ancora più ricchi. Il loro liscio e chiaro palazzo gareg­giava per bellezza e nitore con quello dei Tolomei e dei Sansedo­ni. Simbolo di inarrestabile successo, le torri di pietra delle loro dimore diventavano sempre più alte.

Caterina aveva lasciato Siena con gran parte della sua «fami­glia». E dopo soste di predicazione e preghiera nei conventi di Sant'Agnese a Montepulciano, San Quirico d'Orcia e Corsigna­no, aveva raggiunto a Castiglioncello del Trinoro messer Cione di Sandro, convincendolo intanto a sospendere la sanguinosa conte­sa per il primato sul territorio. Come se non bastasse la guerra con il fratello, Agnolino pretendeva che le nipoti Benedetta e Isa, una vedova, l'altra fidanzata di due cavalieri morti in duello, rinun­ciassero al convento dove chiedevano di seppellirsi per sempre.

«Siamo nella Rocca fra mascalzoni e mangiamo tanti demoni incarnati», aveva scritto Caterina alle amiche Giovanna di Capo e Caterina dello Spedaluccio, informandole che Cecca e la «nonna» erano rimaste a Montepulciano a far compagnia alle figlie e nipoti suore, mentre Alessia Saracini e l'amica Bruna erano partite con Isa e Benedetta Salimbeni per il castello di Montegiovi, al riparo dal nonno rissoso.

Tentennano era un luogo importante e selvaggio che, insieme alla vicina Bagno Vignoni, era stato proprietà dell'abbadia del monte Amiata fino alla fine del primo Millennio. Duecento anni dopo, Federico Barbarossa l'aveva concesso al cardinale Usim­bardo e, dal soprannome di uno dei suoi fratelli, Pinkieri il Tignoso, aveva preso avvio la prima casata dei nuovi signori. Padroni assoluti del territorio agli inizi del '200, avevano costituito una consorteria di centocinquanta famiglie guidata da un «rettore». Fra i Tignosi e i rappresentanti della comunità locale, in seguito era stato stipulato un accordo fissato nella «Charta Libertatis». Protagonista illuminato ne era stato Guido Medico, che con que­sto chiudeva il nero periodo dei soprusi dei nobili sui valligiani. Nel rivoluzionario documento era stato regolamentato anche l'uso delle acque di Bagno Vignoni e di tutte le altre risorse loca­li. Le terre erano state date per la prima volta in affitto, con cano­ni fissi e scadenze precise per i pagamenti, stabiliti in conven­zionali quantità di orzo e di grano da consegnare al domicilio del creditore. A carico della comunità erano tutte le spese di ospita­lità per le feste di nozze, o altri ricevimenti. In caso di guerra, la stessa comunità provvedeva alla reintegrazione dei beni perduti. Anche i territori di caccia erano stati divisi e regolati da precise disposizioni. Ai proprietari dei boschi dove era stato cacciato un cinghiale, spettavano la testa e le zampe per farne trofei. Un quarto di carne era invece la quantità fissata per l'abbattimento dei caprioli e dei cervi. E persino su ciò che veniva trovato sca­vando fra le antiche tombe etrusche e romane, era stabilito un preciso tributo.

La pace operosa era durata fino allo scontro con Firenze, che ai senesi contendeva ripetutamente la val d'Orcia, centro di mas­sima importanza economica grazie alle fonti perenni che permet­tevano ai mulini di essere attivi in ogni stagione. Nel 1230, Ten­tennano e Bagno Vignoni erano stati distrutti. Dopo il trionfo di Siena nella piana di Montaperti, l'ombrosa e ventosissima valle era diventata una tana di ribelli e infedeli. I Salimbeni, cui la repubblica senese era grata per i 100.000 fiorini prestati dal loro avo per battere a Montaperti i fiorentini, ne mantenevano l'ordi­ne catturando i nobili che erano stati esiliati, in fuga verso Orvie­to coi carri stracolmi di quanto potevano portare con se'. Giovan­ni Salimbeni, marito di Bianchina Trinci, per dieci anni era stato l'uomo più potente di Siena. Ma insieme a lui, che nel 1368 era morto schiacciato sotto il suo cavallo mentre andava a rendere omaggio all'imperatore, era finita anche la fortuna della famiglia. L'eccessivo ossequio a Carlo IV era stato interpretato come un attentato all'indipendenza della Repubblica. I traditori erano stati espulsi dalla città e confinati nei loro castelli. Bagno Vignoni era stata saccheggiata e bruciata per la quarta volta. La val d'Orcia era diventata un luogo torvo e insicuro, dove gli spodestati signo­ri assalivano i viandanti, ricattavano, rubavano.

Dalla «rocca dei mascalzoni», Caterina e i suoi «discepoli» lavoravano per convertire le anime dei valligiani, ma non crede­vano che ci fosse tanto da fare. Era gente che lottava quotidiana­mente per sopravvivere al clima durissimo della vallata piovosa e ventosa, e nel corso dei secoli aveva subito innumerevoli assal­ti, ruberie, incendi di intere borgate. «Sono come su un'isola, che da ogni parte i venti percuotono», dettava Caterina nella lettera inviata alle amiche di Siena. «E i demoni sono tanti, che frate Tommaso dice che gli fa male lo stomaco. Ma con tutto quello che c'è, non è ancora abbastanza.» Mentre si spostava da un luogo all'altro incontrava branchi di peccatori che, pur di ottene­re la sua benedizione, eseguivano docilmente l'ordine di confes­sarsi. Raimondo da Capua si lamentava di non riuscire ad ascol­tarli tutti. «E anche voi, figliole», concludeva Caterina, «comin­ciate a sacrificare a Dio la vostra volontà. Non si può sempre bere il latte. È ora di preparare i denti per mangiare il pane duro. Anche muffito, quando serve.»

Le portavano gli indemoniati, che liberava su una terrazza, ai piedi della Rocca, denominata «lo sprone». Glieli portavano legati ai pali mentre lei, seduta per terra, prendeva la loro testa fra le mani e piangeva sgomenta, soffocando i singhiozzi nel sussurro di una preghiera. Mentre il male sembrava fuggire spaventato, cadevano a terra anche i pidocchi. «Mamma, non vedi che que­st'uomo ci riempie di insetti?», si lamentavano i discepoli. Per la fretta di liberarsene, le avevano scaraventato addosso un ossesso legato mani e piedi a un ramo che, mentre arrancavano lungo la strada scoscesa, sembrava un cinghiale catturato nel bosco. L'a­spetto era quello di una belva, e ringhiava. Era stato placato.

Intorno, la folla era sempre più fitta, esigente. Ogni giorno si ripetevano scene che non permettevano più a Caterina di dormi­re, prosciugandole quel po' di forza che le rimaneva. E benché sapesse di approfittare troppo di lei, Bianchina le aveva fatto tro­vare una donna, di cui si parlava in tutto il castello tanto era stra­ziata dai demoni. Caterina stava partendo per Castiglioncello del Trinoro, e dopo aver rimproverato la padrona di casa aveva ordi­nato all'ossessa di mettere il capo sulle ginocchia di frate Santi finché non fosse tornata. Attraverso la bocca della donna, i dia­voli si erano intanto messi a sbraitare, investendo la mantellata con oscenità irripetibili.

«E’ forse una tua nemica?», aveva chiesto il frate al Maligno.

«La più grande che ci sia sulla terra», era stata la rabbiosa risposta. I presenti avevano cominciato a parlargli, il Maligno rispondeva vomitando contumelie tremende su Caterina. Infine, con urli e latrati, ne aveva annunciato il ritorno. Caterina aveva posato le mani sul capo dell'ossessa, tutta gonfia e sconvolta, e tenendola fra le braccia aveva cominciato dolcemente a cullarla finché non l'aveva guarita.

Era rimasta a Tentennano per quattro mesi, e all'inizio dell'e­state aveva raggiunto l'abbazia benedettina di Sant'Antimo, lo straordinario complesso religioso eretto da Carlo Magno dopo un'epidemia di peste, dicevano. Il primo dei monasteri dedicati ai santi il cui nome doveva iniziare, di volta in volta, con una delle 24 lettere dell'alfabeto, dicevano ancora, dove il devoto impera­tore aveva lasciato le reliquie di san Sebastiano, che proteggeva contro la peste; e di sant'Antimo, martirizzati da Diocleziano. Il suo abate aveva anche funzioni imperiali, come il diritto di rac­colta delle tasse e la facoltà di esercitare la giustizia. Il titolo di conte palatino gli consentiva di partecipare al Consiglio del Sacro Romano Impero, mentre la Bolla firmata da papa Giovanni XV, che alla fine del primo millennio aveva annesso il monastero alla giurisdizione pontificia, non aveva mai sciolto del tutto il primi­tivo legame. «Comanda», era stato infatti l'ordine di Enrico III nel 1051, «che nessun vescovo, duca, marchese, conte, né alcu­n'altra persona, potente o umile, osi molestare l'abate e i suoi successori, o i monaci; ma sia loro lecito vivere in pace e tran­quillità servendo devotamente Dio e pregando per l'imperatore, per l'impero e i defunti; che sia loro lecito eleggere, alla morte dell'abate, uno di essi con esclusione di ogni estraneo, sotto pena, in caso di inosservanza, di una multa di mille libbre d'oro da pagarsi, metà alla Camera imperiale, metà all'abate.» L'abbazia aveva raggiunto il culmine del suo potere con la donazione del conte Bernardo degli Ardengheschi, che nelle mani dell'abate Guidone aveva ceduto nel 1118 l'intero patrimonio di beni mobi­li e immobili «in toto regno italico e in tota marca Tusciae». Già ricco prima del lascito, Sant'Antimo possedeva 9 monasteri, 46 chiese, 16 fra terreni e corti, 17 fra mulini, poderi e castelli. Tanta abbondanza di mezzi e denaro corrente aveva consentito a Gui­done di iniziare la costruzione di una nuova chiesa, sul modello di quelle di Cluny e di Vignory, e non a caso aveva chiesto l'in­tervento degli architetti francesi, benché gli esecutori materiali fossero in massima parte lombardi e pisani.

La chiesa era un edificio maestoso ma di effetto sorprendente­mente leggero, quasi che fosse sorta in una sola notte, o posata sull'erba da una mano che conosceva la suggestione degli scena­ri, i segreti significati dei numeri e dei simboli, la magia dei colo­ri, dei contrasti e le proporzioni. La pianta dell'edificio rispettava le regole che volevano le chiese orientate verso Gerusalemme così che, entrando da ovest, simbolo del buio del peccato, e pro­cedendo attraverso la «navata» verso l'altar maggiore, l'uomo raggiungesse lo splendore della verità. Filtrato dalle elegantissi­me bifore dell'abside, un ventaglio di luce animava le forti colon­ne di alabastro perlato, le pareti che salivano svelte verso l'ordi­nato soffitto di travi a vista, le cappelle laterali interamente affre­scate. Sopra l'altare, un Cristo crocefisso di legno policromo reclinava un volto pensoso, prima ancora che sofferente. In quel fluttuante gioco di impalpabili raggi, che il passaggio di una pic­cola nube bastava a modificare, fino a consegnare la chiesa all'o­scurità, altrettanto perplessa appariva la madonna di scuola umbra dalla dorata corona turrita poggiata come per caso sulla fronte, gli zoccoli rossi delle popolane, e un bambino sorretto dalla sua mano grande, protettiva, gelosa: quasi la madre esitasse a consegnare il figlio alla violenza del mondo.

Pochissimo era durata però la splendida egemonia di Sant'An­timo, dove il celebre maestro di Cabestany aveva scolpito su capitelli, portali, timpani a balaustra l'inquietante quanto para­dossale calca di uomini tarchiati dalle enormi mani spalancate, gli occhi a mandorla sotto la fronte bassa, le orecchie esagerate e dilatate nei volti minuti. A decretarne il declino era stata la vici­na Montepulciano, punto nevralgico sulla strada per Roma, strap­

pata da Siena al ricchissimo abate. Nel 1291, preoccupato per l'ormai inarrestabile emorragia di beni, che indeboliva il peso dei benedettini anche sul piano politico, papa Niccolò IV li aveva sostituiti coi guglielmiti, Ordine cui apparteneva anche Giovanni di Gano, che aveva chiesto a Caterina di raggiungerlo per aiutar­lo a ricondurre a una vita piu cnstiana e civile la popolazione locale, e tutti i suoi monaci persi.

Alla notizia che Caterina era a Sant'Antimo, uomini e donne si erano messi in viaggio da Asciano e Sinalunga, da San Galgano e Buonconvento, da Monte Antico e Montalcino. Andavano a piedi, dormivano per terra, portando con sé anche bambini e animali, ammalati e ossessi, la lana da filare e il pane da impastare. Anda­vano coi carri e le carrette, qualcuno aveva avviato commerci di formaggi, vino, olio, reliquie. Sulla spianata intorno alla chiesa si moltiplicavano le file interminabili di fedeli che, pregando o can­tando inni religiosi, attendevano il loro turno sotto il sole che bru­ciava il terreno sfaldato e calcinato, segnato soltanto dalle ombre avare dei rari fichi e i cipressi. «Ho visto mille e più persone tra uomini e donne, come chiamate da una tromba invisibile scende­re dalle montagne e da altri paesi del contado di Siena, per vede­re e ascoltare Caterina», aveva scritto Raimondo da Capua nel suo diario. «E dopo averla ascoltata, li ho visti andare piangendo a confessarsi.» Giovanni Malavolti aveva aggiunto che «per gior­ni e notti sette confessori non erano bastati, e loro non avevano neanche tempo di mangiare».

Ma anche qui Caterina era stata raggiunta dalle frecce della calunnia. Insospettito, forse anche geloso, l'arciprete di Montal­cino aveva scritto al podestà di Siena, Pietro del Monte, avver­tendolo che i Salimbeni ricevevano l'abate di Sant'Antimo e Rai­mondo da Capua, e che tutto quell'andirivieni faceva sospettare un complotto, una congiura contro il governo. Messer Pietro aveva scritto alla mantellata rimproverandola di aver accettato l'ospitalità di gente bandita dalla sua città per infedeltà alla Repubblica. E per mettere a tacere le accuse, le chiedeva di tor­nare subito a Siena, perché anche i suoi concittadini avevano bisogno di lei.

Consegnata ai «signori difensori del popolo» dal suo discepo­lo Pietro di Giovanni Ventura, la risposta della giovane donna era gonfia di risentimento. «Credete e fidatevi dei servi di Dio», aveva scritto. «E non di quelli del demonio, che per coprire la loro cattiveria vi fanno vedere quello che non c’è. Carissimi fra­telli e signori, non mettete i servi di Dio contro di voi, ma taglia­te la lingua al mormoratore rimproverandolo e non dandogli ascolto. Anch'io ho saputo che l'arciprete di Montalcino vi ha messo in sospetto. Ma lo fa per coprire le scelleratezze compiu­te contro l'abate di Sant'Antimo, uomo e servo di Dio tanto per­fetto che non ce n'è altri come lui. Per l'amor di Cristo, vi prego di non creargli pasticci, ma di aiutarlo. Vi lagnate tutto il giorno che i preti non sono rieducati. E adesso vi lamentate e mettete nei guai proprio quelli che vogliono farlo.» Ma l'arcigno arciprete insisteva insinuando, denunciando ancora. «Ho sentito dire, ma non so se è vero, che anch'io sono sospettata», riprendeva ener­gicamente Caterina «ma sappiate che io, e quelli che sono con me, cercano solo la salvezza delle anime, senza lesinare fatiche, offrendo al Signore preghiere e lacrime, implorando che la divi­na giustizia non si abbatta su di voi. Io sono venuta fin qui per nutrirmi di anime, e per sottrarle alle mani del demonio. Voglio dare la vita per questo. E ne avessi anche mille, le darei tutte. Il mondo ci bestemmia, e noi lo benediciamo», concludeva citando l'apostolo Paolo. «Il mondo ci perseguita, e noiportiamopazien­za. Vorrà dire che impareremo questa lezione.» E non ritornava a Siena: «Non posso. Ho ancora troppo da fare al convento di San­t'Agnese di Montepulciano. E devo ancora far tanto per chiude­re, fra i figli di Lorenzo Salimbeni, la guerra che anche voi cono­scete, e che non ha mai fine». Anche il celebre orafo Salvi di Pie­tro le aveva scritto per avvertirla che le calunnie contro di lei continuavano. «Dove non c e colpa non c'è vergogna, nè timore, nè pena», aveva risposto la giovane donna. «Ho fiducia in Cristo, non negli uomini. E se gli uomini mi infangheranno e mi perse­guiteranno, io pregherò ed offrirò il mio dolore. Finché Dio vorrà. E che il diavolo lo voglia, o no, lavorerò per l'onore di Dio, la salvezza delle anime, e della mia città.» E minacciava sdegnata: «Un giorno i cittadini senesi si vergogneranno, se pen­seranno o crederanno che siamo qui per fare gli interessi dei Salimbeni».

Forse erano state anche le insinuazioni sul complotto con l'abate di Sant'Antimo e Agnolino Salimbeni, a far partire per Roma Raimondo da Capua. Più di tutto, però, aveva pesato una lettera di Niccolò Soderini, dove gli faceva sapere che a Firenze, colpita e isolata dall'anatema papale, erano solo quattro o cinque i priori contrari a trattare la pace. Per far cessare la guerra, non c'era altro modo che eliminarli. Occorreva parlarne subito al pontefice, e nessuno pareva più adatto del cauto ma influente domenicano.

Caterina era tornata a Tentennano per far firmare ad Agnolino Salimbeni un impegno di riconciliazione definitiva con Cione. E dalla rocca che dominava la valle, lungo mulattiere scavate nel tufo e sepolte nei boschi di querce, di castagni e di lecci, saliva ogni giorno a visitare i pietrosi villaggi di Montenero e Montegiovi, Potentino e Seggiano, il romitorio benedettino di San Bia­gio, il convento francescano di Colombaio e quello camaldolese di Vivo. Non le erano mancate nuove preoccupazioni, e tremendi dolori. I suicidi fra i monaci, che parevano un poco sopiti, aveva­no ripreso a far vittime nei conventi sperduti sull'Amiata dove, indifferenti alla disperata solitudine dell'uomo, in una sorta di paradiso terrestre continuavano a pascolare gli agnelli, a fiorire i gladioli blu, le viole rosse, le azzurre aquilegie, i piselli odorosi. Isa e Benedetta Salimbeni non avevano resistito alle pressioni del nonno, e si preparavano a sposare gli stranieri che Agnolino aveva scelto per i suoi privati interessi. Girava voce che, inva­ghito della mantellata senese, un frate avesse tentato di ucciderla, che disperato fosse fuggito, e che lo avessero trovato impiccato ad un albero con la sua cinta di cuoio. Rabe Tolomei, la cui fami­glia era in lite perenne coi Salimbeni, reclamava furiosa il figlio Matteo che si era fatto novizio, e con la scusa che sua figlia Fran­cesca stava male, minacciava di maledirlo se non fosse tornato subito a casa. Per non fargli fare il viaggio da solo, la nobildonna aveva mandato alla Rocca un contadino con una carretta. Mentre Matteo si preparava a partire piangendo, Caterina aveva risposto a Rabe con ferma durezza. Non tollerava che le madri fossero tanto gelose dei figli. Lei, ne sapeva qualcosa. Lei, che non si era fermata neppure davanti alle percosse e le punizioni dei fratelli e del padre, quando aveva sentito la chiamata del Signore. «Non potete negare la vostra follia e la vostra stoltezza», aveva scritto alla possessiva senese. «Se aveste avuto quel poco di buonsenso che ci dà la natura, non lo avreste fatto. Invece, voi parlate come una persona travolta dalla passione, con le orecchie otturate dalle calunnie. Tutto questo vi accade perché non avete levato la faccia da terra, né desiderate salire verso l'amore di Dio, che vi avrebbe aiutato a capire che vostro figlio cerca solo il Suo amore, e la sal­vezza delle anime. Se infatti fosse così, vi tappereste le orecchie per non ascoltare le chiacchiere, e vi tagliereste la lingua piutto­sto che farle uscire dalla vostra bocca.»

Caterina vegliava nella sua stanza, una notte. Se n'erano anda­ti gli ammalati, i peccatori, i discepoli. Un vento impetuoso schiacciava, sotto la Rocca squadrata, il minuscolo borgo murato con la sua bella cisterna ottagonale nella piazzetta sghemba, le stradine tortuose, le scalette che si perdevano lungo le mura pos­senti, gli orti dove i peschi e i fichi crescevano fra rose selvatiche e more, le casupole di pietra grigia ricoperte di edere, con l'uni­ca finestrella appesa sotto il tetto e la piccolissima porta difesa da un enorme battente di legno. La teneva sveglia il turbine che face­va volare le foglie accartocciate dei lecci, strappava i petali degli ultimi fiori e squarciava le nubi nel cielo, mentre le stelle erano così basse e grosse che pareva di poterle toccare. Sconvolta dalle confessioni degli uomini e delle donne che andava incontrando, soffocata da quel segreto groviglio di serpi che li tormentava, ina­sprendoli e rendendoli simili a demoni, non poteva dormire. Sul­l'angolo del tavolaccio che le serviva da mensa e giaciglio, Neri di Landoccio e Piero di Ventura avevano abbandonato un vasetto contenente un po' di cinabro. Respirando profondamente, con un gesto risoluto ed energico, la donna aveva intinto un calamo nel liquido denso, grumoso. E aveva scritto:

«O spirito santo, vieni nel mio cuore

per la tua potenza por­tato a te, Dio vero

concedimi la carità col rispetto

custodisci­mi da ogni cattivo pensiero

riscaldami e infiammami del tuo amore

così che ogni peso mi sembri leggero

santo mio padre e dolce mio Signore

ora aiutami in ogni mio lavoro».

Erano quasi trent'anni, che desiderava scrivere con le sue mani. Ora, le sue dita scorrevano, il polso si muoveva agile, svelto. «Sappiate, mio caro figlio, che questa è la prima lettera che io scri­vo di mia propria mano», aveva scritto, felice, a Stefano Maconi.

In una Roma che lo aveva isolato, e sempre più solo, papa Gregorio XI non riusciva a risolvere la questione coi fiorentini. Nei primi giorni di ottobre del 1377, ritenendo inaccettabili le sue proposte in cambio della cancellazione dell'interdetto sulla città, gli ambasciatori di Firenze avevano rabbiosamente abbandonato Anagni, dove erano andati per l'ennesima volta a trattare con lui. E dopo l'elezione di otto nuovi capitani, il governo aveva votato per la continuazione della guerra, emanando un decreto che pre­vedeva altre pesantissime imposte per il clero. Il giorno 18, in spregio ai divieti papali, una messa solenne era stata cantata in piazza della Signoria. Alla fine del mese, i toscani avevano bat­tuto le truppe pontificie guidate da Rodolfo Varano di Camerino. Il papa non aveva alleati. Poteva contare soltanto sulla regina Giovanna di Napoli, donna irrequieta e intrigante, della quale nessuno aveva mai potuto fidarsi.

A Roma, Raimondo da Capua aveva assunto il priorato del convento di Santa Maria della Minerva, abbandonato da quando era stato nominato confessore e consigliere spirituale di Caterina. Una mattina, mentre stava predicando, era stato informato che Gregorio XI lo aspettava per l'ora di pranzo. Aveva trovato il papa nello studio del modesto palazzo del Vaticano. Era sempre più sofferente. Un'ansia invincibile lo costringeva ad aggrappar­si ai braccioli del tronetto di legno dorato, appollaiato e ansiman­te come un uccello braccato. Teneva aperta sul tavolo una lettera della donna senese, che si offriva di andare a Firenze per trattare la pace. «Se andaste voi, sarebbe meglio», aveva osservato Gre­gorio, fissando acutamente il domenicano. Stimava la sua sotti­gliezza, la sua pacata capacità di mediare. «Ma Firenze è violen­ta con la chiesa», aveva aggiunto: «Potrebbero farvi del male». Riflettendo e confabulando, insieme avevano deciso di mandare la mantellata nella città esasperata dall'anatema. «La tengono in grande considerazione, non le faranno del male», aveva mormo­rato il pontefice. Si erano guardati, in silenzio. Erano due politi­ci, giocavano la loro ultima carta. Il coraggio della giovane Benincasa era la loro estrema salvezza. Nei primi giorni di dicembre del 1377, Caterina era in viaggio.

 

XII

 

«BRUCIAMO LA SANTA!» (1377-1378)

Il 12 dicembre 1377, Caterina era a Firenze. E mentre oltre­passava porta Romana a dorso di mulo, una spada era piombata giù dalle mura e per poco non l'aveva uccisa. Il lancio dell'arma sguainata era stato interpretato come un rabbioso messaggio della furia demoniaca contro la donna che andava a cercare la pace. Insieme ai discepoli Neri di Landoccio, Stefano Maconi, Alessia Saracini, Francesca Gori e Caterina di Ghetto, abitava in una casetta sulla riva sinistra dell'Arno che Niccolò Soderini aveva costruito per lei, con un consistente contributo della famiglia Canigiani.

A Firenze, si erano verificati episodi della massima violenza. Il popolo era furibondo perché l'anatema aveva vietato le confes­sioni e la celebrazione della messa: scardinava le porte delle chie­se, spingeva i preti sull'altare, li obbligava con la forza ad accor­rere al capezzale dei moribondi, sequestrava i frati che passavano per le strade. Alcuni monaci erano stati costretti, con un coltello alla gola, a impartire l'assoluzione ai moribondi. La disobbedien­za era considerata sacrilegio. Caterina aveva tenuto tre sermoni sulle pubbliche piazze raccomandando di rispettare la volontà del pontefice. Occorreva pazienza, e prometteva ripetutamente: «La pace verrà».

Sembrava che il papa avesse finalmente intenzione di trattare senza avanzare le pretese ritenute finora inaccettabili dai fioren­tini. Andrea Gambacorti, che lo aveva scortato con la galera pisa­na nel suo viaggio verso Roma, aveva riferito al priore della Gor­gona che Gregorio XI non chiedeva denaro, ma la «soddisfazio­ne della chiesa», e invitava i fiorentini ad andare a parlare con lui «senza vergogna»: a patto che non intendessero ancora una volta ingannarlo. Infatti, sapeva che il governo degli «otto santi» par­lava ai cittadini di pace, ma preferiva continuare la guerra. Gui­dato da Soderini, il partito che sosteneva il papa stava organiz­zandosi per neutralizzare i cinque priori che si opponevano alle trattative. Caterina si era fatta garantire che, in caso di vittoria, non avrebbero perseguitato nessuno, e che sarebbero stati esiliati soltanto gli antipapisti più accesi.

Sfiancata dalla guerra, tutta l'Italia si era intanto data conve­gno a Sarzana per negoziare la pace. Il papa era rappresentato dallo spregiudicato Roberto da Ginevra, da Giovanni de la Grange vescovo di Amiens, e da Giovanni di Ruggero vescovo di Nar­bona. I fiorentini avevano mandato cinque ambasciatori; due, la regina di Napoli; quattro, le Repubbliche di Venezia e di Genova. il signore di Milano Bernabò Visconti, presente personalmente, era arbitro dell'intricatissima disputa. Nessuno voleva cedere.

Il 27 marzo 1378, mentre la situazione si faceva sempre più sfavorevole al papa, Gregorio XI era morto improvvisamente provocando la sospensione dei negoziati di Sarzana. Si diceva che il cuore dell'emaciato francese non avesse retto all'ansia cau­sata dalle turbolenze italiane. Gregorio, in realtà, aveva preso la malaria, e per tutta l'estate si era rifugiato ad Anagni lamentan­dosi dell'umido clima di Roma. Era stato sepolto in Santa Maria Nova, di cui era cardinale. Diretta dai benedettini dell'abbazia senese di Monte Oliveto, la chiesa inglobava l'oratorio dei Santi Pietro e Paolo, ricavato dal portico del tempio di Venere che ancora conteneva due pietre di basalto con le impronte lasciate da san Pietro quando si era inginocchiato per chiedere a Dio di inter­rompere l'empio volo di Simon Mago, che proprio in quel punto, subito dopo sarebbe caduto: così si diceva. In quel medesimo giorno moriva anche l'imperatore Carlo IV che, seppur fra infini­ti compromessi, insieme al papa, al re di Francia Carlo V e al re di Inghilterra Edoardo III, aveva mantenuto in Europa un com­plicato equilibrio per buona parte del Trecento. Prima di morire, Gregorio XI aveva disposto che l'elezione del suo successore dovesse essere ritenuta valida qualunque fosse il numero dei car­dinali presenti al conclave.

Sedici erano i candidati di Gregorio XI presenti al conclave, di cui undici francesi, quattro italiani e uno spagnolo. Roberto da Ginevra era rimasto a Sarzana, sei non avevano voluto lasciare Avignone. E non era ancora levata la luna sugli ordinati giardini del Vaticano, che una massa di gente si andava accalcando sotto le finestre del palazzo, agitando i gonfaloni cittadini e una selva di picche e bastoni, e sbraitando che voleva un papa romano. I più scalmanati erano riusciti a penetrare nelle cantine pontificie, dove avevano saccheggiato le scorte di vino e si erano ubriacati. Altri erano saliti sul campanile e, per riunire sempre più gente, suona­vano ininterrottamente a martello mentre, dal Campidoglio, rispondeva un'altra campana. Si prevedeva un'elezione turbolen­ta. I francesi volevano un papa francese, gli italiani ne pretendevano uno italiano. Inoltre, occorreva tener conto delle richieste romane.

Non c'era tempo da perdere per discutere, e in quella stessa notte i cardinali si erano accordati su Bartolomeo Prignano, vescovo a Bari, sostenuto dallo spagnolo Pedro de Luna. Terro­rizzati all'idea di annunciare l'elezione di un pontefice napoleta­no al popolo che ancora bivaccava minaccioso sulla piazza, e nel­l'attesa che l'eletto raggiungesse Roma, era stata inscenata una farsa grottesca. Pietro Aldobrandeschi, nonagenario arciprete della basilica di San Pietro, era stato costretto dai cardinali a indossare i paramenti papali e spinto con forza a una finestra, per­ché si mostrasse alla folla. Subito dopo, i cardinali erano fuggiti. Quattro di loro avevano addirittura lasciato la città. L'11 aprile, domenica delle Palme, il nuovo papa, che nel frattempo aveva raggiunto Roma, distribuiva l'ulivo in San Pietro. Il giovedì santo, attraversava la città su un cavallo bianco. La sera stessa, il governatore della città gli giurava rispetto e fedeltà nel palazzo del Laterano. il 18 aprile 1378, giorno di Pasqua, Bartolomeo Pri­gnano era incoronato dal cardinale Giacomo Orsini col nome di Urbano VI. il popolo sembrava placato. Se non proprio romano, il pontefice era almeno italiano.

Da Urbano VI, Firenze sperava la liberazione dall'interdetto e la ripresa dei traffici che soltanto la pace le avrebbe portato. Occorreva comunque eliminare tutti gli uomini che, pur di non cedere alle pressanti richieste del papa, erano ancora disposti a fare la guerra. Il potere degli «otto santi» era già stato indeboli­to dal processo intentato dal partito del papa contro il priore Gio­vanni Dini, sostituito dall'estremista Niccolò Giani. In maggio, con un colpo di mano, gonfaloniere di Giustizia era stato nominato Silvestro de' Medici, partigiano di Urbano. Truccando i voti, due sostenitori del Medici erano stati banditi dalla città con l'accusa di aver sollevato il popolo contro i loro stessi amici politici. Caterina sembrava non rendersi conto che Niccolò Soderini la usava come copertura per consentire alla sua fazione di ricorrere anche alla violenza e l'inganno, pur di abbattere gli avversari politici.

Firenze era sull'orlo della guerra civile. E chi la voleva a ogni costo, raccoglieva uomini e armi. Con promesse e rivendicazioni, il popolo minuto era stato eccitato e sobillato. Erano pronti al tumulto soprattutto i «ciompi», i salariati dell'Arte della lana. Erano migliaia, esercitavano le mansioni più umili senza alcuna forza contrattuale e ricevevano paghe da fame. Chiusi per tutta la giornata in locali malsani, vivevano come schiavi e quasi sempre non potevano lasciare la bottega dove lavoravano, perché l'Arte impediva agli altri consociati di assumerli; o perché tanto si erano indebitati coi padroni, da doverli servire per tutta la vita. Li giu­dicava un tribunale presieduto da un ufficiale forestiero, eletto e pagato dall'Arte stessa, che aveva facoltà di sottoporli a tortura e pene corporali. E dal momento che il loro numero poteva costi­tuire un pericolo, non avevano diritto di cittadinanza, né facoltà di associarsi. Già nel 1345 l'ardito disegno di Ciuto Brandini, che aveva tentato di riunirli in un' associazione, si era concluso con la sua decapitazione e la cacciata in esilio dei suoi partigiani. Tren­tatré anni dopo, i ciompi erano tornati a rivendicare il diritto di formare una vera e propria Arte operaia che avesse riconosci­mento giuridico e, di conseguenza, potesse partecipare all'ammi­nistrazione della città. La disperazione e le umiliazioni cui erano sottoposti li avevano spinti ad approfittare dell'indebolimento del governo per scendere in piazza.

Il 18 giugno 1378, all'alba, il popolo si era ammassato sotto Palazzo Vecchio, dove il gonfaloniere era andato a portare la pro­posta dei ciompi. Le occupazioni quotidiane erano paralizzate, quasi tutte chiuse o abbandonate le botteghe. Cancellato, di colpo, il confuso frastuono dei carri e dei cavalli, mischiato allo stridore delle lime, al cigolare dei telai, allo scalpitare degli zoc­coli. Firenze stava pensando a ben altri falò che quelli di fascine e vecchie scope che avrebbero dovuto illuminare la notte del 24 giugno, festa di San Giovanni. In onore del venerato patrono, nes­suno avrebbe alzato archi fioriti lungo le strade, intrecciato ghir­lande da appendere ai cornicioni delle finestre, allestito alberi della cuccagna. I «portatori», giovani garzoni e ancelle chiac­chierine cui spettava il compito di attraversare la città con panie­ri e vassoi colmi dei doni che i cittadini usavano scambiarsi di contrada in contrada, erano scomparsi. Le donne avevano sbarra­to porte e finestre. Chi aveva motivo di temere l'ira del popolo, si preparava a resistere nelle torri e nei castelli.

La piazza si era animata. Da un lato, il maestoso edificio in pietra dei priori, dove si discuteva sul destino dei ciompi. Dal­l'altro, la loggia ornata di statue gigantesche. Intorno, le piccole case e le botteghe del cuoio pregiato, delle stoffe raffinate, delle pellicce preziose: tutte sbarrate. In mezzo, fra bestemmie, insulti, grida minacciose, la folla in attesa del voto dei Signori. Fra il gri­gio e sbrindellato popolino spiccavano i caporioni, i maestri di bottega, i capi degli opifici, che si mescolavano alla gente per sobillare, spiare. Brillavano, al sole, i colori dei loro eleganti vestiti: corpetti trapuntati di seta verde o gialla, berrette di feltro rigido o di velluto floscio cremisi e amaranto, mantelli azzurri o blu. Qua e là, il lampeggiare di un topazio, un rubino, uno sme­raldo sulle mani agitate e guantate di bianco. Verso sera, un boato aveva accolto la notizia del fallimento delle trattative.

Erano seguiti quattro giorni di tregua, ma la quiete era soltan­to apparente. Sfidando il coprifuoco e riunendosi clandestina­mente, i ciompi si erano organizzati per una colossale rivolta, e il 22 giugno si erano dati appuntamento sulla piazza della Signoria. Per disperazione, o interesse, si era unito alla loro protesta anche il resto del popolo dei diseredati, dei reietti, di chi avrebbe comunque guadagnato qualcosa dal caos e dalla confusione. Chiedendo la riforma dell'amministrazione del comune, e mag­giori diritti per i più deboli, urlavano sotto le finestre di Palazzo Vecchio. E mentre si preparavano ad assalire il partito che aveva bocciato le loro proposte, di bocca in bocca correvano i nomi di quelli che ritenevano i loro maggiori nemici, minacciando incen­di, rovine e morte, e chiedendo rabbiosamente di «mandar giù i traditori» che avevano boicottato la petizione. «Faremo carne»: uccideremo, gridavano inferociti.

Muovendosi in direzione del ponte di Rubaconte, il gonfalone dell'Arte dei vaiai aveva dato il via alla rivolta. Lo avevano seguito tutti gli altri, sventolando e agitando le insegne. Diventa­vano sempre più numerosi. Armati di picche e di spade, per pro­teggersi il capo avevano indossato elmi di cuoio, o una sorta di voluminosi turbanti di stracci. Sotto le camicie, qualche privile­giato si proteggeva con spessi corsetti di ferro. Al grido di «Viva il popolo e l'Arte!», si erano spinti l'uno sull'altro fino a piazza Santa Felicita. il punto d'incontro era stato stabilito sotto la colonna che segnava il luogo dove il domenicano Pietro Martire aveva predicato contro gli eretici patari.

Spostandosi pesantemente come una macchina da guerra: mas­siccia, colorata, spinta a forza di braccia, in poco tempo la folla aveva raggiunto piazza degli Alberti, dove abitava il giudice Lapo da Castiglionchio. La porta del palazzetto era stata abbattuta a colpi di scure. Tutti volevano entrare per «prendere e scannare» colui che aveva fatto condannare 29 cittadini ed esiliato le intere casate dei Tolosini, dei Mazzi, dei Covoni e dei Soldani, «perché non veri guelfi». Avvertito in tempo del pericolo, Lapo si era rifu­giato in Santa Croce da dove, travestito da frate francescano, era fuggito verso il Casentino. Il popolo aveva spogliato degli arredi preziosi la sua casa. Subito dopo, aveva bruciato anche quelle dei suoi parenti e sostenitori.

La sommossa popolare era inarrestabile. Dense nubi di fumo avevano ricoperto la città. I rivoltosi appiccavano il fuoco lan­ciando torce e tizzoni ardenti all'interno dei palazzi e delle chie­se. La maggior parte delle case era di legno. Per far fronte agli incendi, ogni quartiere aveva una bottega con gli arnesi necessa­ri a spegnere il fuoco: sei scale, otto bigonci per raccogliere l'ac­qua dai pozzi, quaranta «idrie», o secchie per l'acqua, corde, due ramponi di ferro con manico d'abete per abbattere i muri, dieci graffi di ferro, dodici scuri, sei secchi di tela muniti di lunghe aste per lanciare l'acqua lontano, dieci forconi, sei lampade, cinquan­ta grossi pezzi di sego. I focolai erano affannosamente domati da un corpo speciale, formato da cinquanta mastri muratori e fale­gnami agli ordini di un capitano. Vestiti di tela o di cuoio bianco, con una mannaia dipinta sul petto e sulla schiena, armati di una spada e di una scure, oppure di un palo di ferro o un piccone, accorrevano ad ogni segnale di allarme lanciato dalla campana a martello della chiesa del quartiere. Ventisei portatori d'acqua, anche loro in camicioni bianchi decorati con l'«idria», pompava­no l'acqua dai pozzi scavati lungo le strade, lanciandola con sec­chi di tela appesi a lunghissime pertiche. E mentre i maestri muratori abbattevano i muri con picconi e uncini di ferro, i fale­gnami atterravano le porte, tagliavano le travi dei tetti, salvavano le masserizie e le persone calandole da scale a mano, alte dalle otto alle venti braccia.

In una notte, erano andati a fuoco i bei palazzi degli Albizzi, di Benchi de' Buondelmonti, di Filippo Corsini, di Bartolo Simo­netti, di Migliore Guadagni, di Carlo Strozzi, di Coppo di Lippi del Cane, di Niccolò e Tommaso Soderini, di Ristoro dei Cani­giani, dei Pazzi, dei Ridolfi, e di tantissimi altri da una parte all'altra dell'Arno. Urlando, i rivoltosi cercavano dappertutto il gonfaloniere Niccolò Soderini e la sua amica Caterina, sostenito­ri del papa. «Abbasso Niccolò e la sua "santa"», gridavano agi­tando le picche. Mentre qualcuno andava spargendo la voce che dovevano «trovare la strega, e darle fuoco».

La sommossa era degenerata in guerriglia. Ciascuno approfit­tava della confusione per compiere vendette e consumare private violenze. Per liberare due suoi nipoti, Bardo di Guglielmo Altoviti aveva spalancato le porte e appiccato il fuoco al carcere delle Sinche, dalle parti di San Simone, al centro di Firenze. Urlando, ne erano usciti tutti i condannati per malefici, e i debitori. Guidati da Cecco di Iacopo da Poggibonzi, e riforniti di tizzoni accesi, andavano correndo verso Palazzo Vecchio minacciando di dargli fuoco. Respinti in piazza della Signoria, avevano ripiegato sui monasteri saccheggiando quelli dei Romiti degli Angeli e dei francescani. Non ancora sazi, avevano tenuto per ultimo il con­vento domenicano di Santa Maria Novella dove, oltre ai tesori della chiesa, sapevano di trovare anche gli oggetti preziosi che le ricche famiglie portavano al sicuro nelle cassaforti dei luoghi sacri, ritenuti intoccabili. Durante l'assalto alla stanza che custo­diva un incalcolabile numero di pietre e stoffe pregiate, oro, dena­ro, paramenti e messali, erano stati ammazzati due frati. Tutto era stato distrutto o rubato. Scortati e aiutati dai più scalmanati e di­seredati abitanti dei quartieri di Santo Spirito, di Camaldoli, di San Frediano e di San Piero Gattolino, i rivoltosi avevano attra­versato la città sventolando una bandiera improvvisata con un cappello issato in cima a un bastone, e oltrepassando di corsa ponte Vecchio erano andati verso la chiesa di Santo Spirito, dove avevano rubato persino le reliquie dei santi. Mentre una parte, scappando da via Maggio, si era avventata sulla casa di Niccolò de' Ridolfi, il monastero era stato liberato da uno dei signori, Piero di Fronte, che aveva fatto catturare e impiccare quattro sac­cheggiatori. Tre dei loro cadaveri, identificati come soldati di ventura fiamminghi, erano stati lasciati penzolare sul Prato di Ognissanti, da una finestra di Santa Maria Novella, da un tetto della loggia dei Tavernai in Mercato Vecchio. L'ultimo, dalla forca a più cappi drizzata nella piazza della Signoria. Uno spetta­colo orrendo, che tuttavia era bastato a servire da monito. La rivolta continuava, producendo incessantemente ogni sorta di vendetta e violenza.

Il palazzo dei Soderini era andato a fuoco fra i primi. Barrica­ta nella casetta lungo l'Arno, Caterina era stata prelevata e fatta scappare sulla costa San Giorgio, ai piedi di San Miniato. Erano tutti terrorizzati. Lei, al contrario, era calmissima. «Sono conten­ta, se mi ammazzano», diceva. «Ho sempre ammirato e invidiato i martiri per amore di Cristo.» Scavalcando il muro di cinta, un uomo armato l'aveva trovata inginocchiata a pregare serena fra i cavoli e le insalate.

«Sei tu Caterina da Siena?», aveva chiesto.

«Sono io, Caterina», aveva affermato la donna. E, offrendo la gola, gli ordinava perentoriamente: «Uccidimi!».

Il fiorentino aveva abbassato le armi. «Scappa», le aveva detto. «E non farti vedere mai più.»

Soderini era stato esiliato a quaranta miglia dalla città. Durante il saccheggio e l'incendio della sua casa, cinque tra i suoi figli e fratelli erano rimasti feriti sotto il crollo di un muro. Pietro Cani­giani aveva dovuto pagare una multa di 2.000 fiorini d'oro. «Ru­barono poi e abbruciarono le case di Niccolò Soderini, chiaman­dolo "falso e ipocrita", e intanto gridavano che si preparasse a difendere l'abitazione della sua beata senese», aveva scritto Cate­rina a Raimondo da Capua. E aggiungeva, delusa: «Lo sposo eter­no mi ha fatto una gran beffa. Devo aver tanto peccato, se non ho meritato di dare la mia vita per lui. Non sono riuscita ad illumina­re le menti accecate, non ho saputo rappacificare il figlio col padre, non ho potuto murare col mio sangue una pietra nel corpo mistico della chiesa». Non serbava rancore per chi l'aveva calunniata, accusandola di maneggi e congiure contro il popolo, mentre chie­deva al domenicano di implorare il papa perché avesse pietà anche di chi aveva cercato di ucciderla: «Ditegli che abbia misericordia e compassione di queste anime, che stanno in un gran buio».

Gli amici di Caterina erano fuggiti a Siena. Lei, aveva preferi­to restare. Non voleva abbandonare Firenze fino a quando la città non avesse fatto pace col pontefice. Ma era diventata un pericolo, neppure le suore del convento di Fiesole le avevano offerto ospi­talità. A piedi, di notte, accompagnata da Barduccio Canigiani, era salita verso l'abbazia benedettina di Vallombrosa, alle pendici del Pratomagno, incastonata in una fittissima boscaglia di cerri.

Fondata intorno all'anno 1000 dal nobile Gualberto, che prati­cava soprattutto la carità, all'inizio era soltanto una casetta di legno con una nuda cappella. Nel 1200, gli edifici erano stati rifatti in pietra e notevolmente ingranditi. Il monastero aveva un chiostro affrescato e un'ampia sala capitolare. Oltre il muro di cinta, si moltiplicavano le celle degli eremiti, che digiunando in assoluto silenzio e preghiera finivano per essere ritenuti dei santi. Di fronte alle impetuose cascate del torrente Vicano, il romitorio di Torello da Poppi era stato trasformato in una cappella dopo la morte dell'eremita. Per venerazione, gli anacoreti si arrampica­vano ogni giorno verso la pietra dove si diceva andasse a prega­re Giovanni Gualberto. Più in alto ancora, era stata eretta una cappellina dove, duecento anni prima, aveva vissuto in aspra penitenza il beato Migliore da Vagliano. E ancora più su, nel «Paradisino», protetti da un recinto di pietra, dentro celle scavate nella roccia intorno a un oratorio minuscolo, vivevano i monaci che parlavano soltanto con Dio. Caterina aveva vissuto fra loro, in silenzio, finché la calma non era stata ristabilita a Firenze dal­l'energico cardatore di lana Michele di Lando. Era scesa in città di nascosto, la cercavano ancora.

Da Roma, giungevano intanto notizie allarmanti. Urbano VI aveva fama di uomo austero e integro, profondo conoscitore della curia e accanito sostenitore delle riforme. Fino a quel momento incorrotto, e incorruttibile, aveva tuttavia un carattere estroso, difficile. Il potere, o la vorace e intrigante curia romana, aveva inasprito la sua diffidenza. Pensava esclusivamente a ripulire ogni angolo dell'apparato ecclesiastico, e in ogni parte vedeva congiure, ladri, sobillatori. «Secondo me», aveva scritto a Cateri­na frate Bartolomeo da Ravenna, «questo nostro Santo Padre è un uomo terribile, e molto spaventa le persone coi suoi gesti e le sue parole.» Precisava, però, che sembrava avere una grande fiducia in Dio, e di non temere gli uomini, e lavorava molto per «libera­re la chiesa dall'eresia e dal gran lusso vivendo con modestia nella sua corte».

Abituata al flebile e mite Gregorio XI, la curia era esterrefat­ta. Il nuovo e sanguigno pontefice urlava forsennatamente, schiaffeggiando e insultando chiunque gli capitasse a tiro, prote­stando perché si lavorava pochissimo e male, roteando gli occhi, sbuffando, prendendo plateali decisioni, ordinando inchieste contro gli «intoccabili», e affrontandoli con la forza di un ariete infuriato. Era loquace, rumoroso, impaziente, impietoso. Di nascita umilissima, si prendeva selvagge rivincite chiamando «stupido» il cardinal Giacomo Orsini, appartenente a una delle più nobili e antiche famiglie romane. Ma soprattutto era invipe­rito coi prelati francesi, che faceva sgobbare dalla mattina alla sera obbligandoli a mangiare una volta al giorno e sostenendo che si erano nutriti abbastanza quando erano ad Avignone. Alla corte dei papi, la festa era finita. «Virile», come Caterina aveva inutilmente sperato che fosse il precedente papa Gregorio, Bar­tolomeo Prignano aveva avviato con mano spietata le riforme di cui la chiesa aveva estremo bisogno. E grande malumore aveva suscitato l'ordine impartito ai vescovi che non risiedevano a Roma, dove invece abitualmente bivaccavano senza far niente, di tornare a occuparsi delle loro diocesi. Acquattati dietro gli enormi pilastri delle chiese di cui avevano fatto mercato, i por­porati tramavano contro l'irascibile papa che li aveva umiliati, scalzando con una sola, sbrigativa zampata, il loro potere basato sui privilegi e gli intrighi.

Il «covo dei malcontenti» si riuniva in Castel Sant'Angelo, la rivolta era stata definitivamente scaldata dal ritorno di Giovanni de la Grange, il vescovo di Amiens che Urbano VI accusava di aver favorito la lega durante le fallite trattative a Firenze. Il papa non gli rivolgeva mai la parola, se non chiamandolo pubblica­mente «traditore». Nel concistoro di maggio, i due uomini si erano letteralmente azzuffati. «Tu menti, barese», aveva urlato il francese lasciando precipitosamente la sala e facendosi condurre nel suo palazzo di Anagni. Con la scusa che a Roma era troppo caldo, altri cinque l'avevano seguito, e poi altri ancora.

Abbandonato da gran parte della curia, consapevole che i ribel­li volevano destituirlo, il pontefice si era rifugiato a Tivoli, dove era stato raggiunto dal quarto marito di Giovanna di Napoli, il conte di Brunswick, che invano aveva tentato una riconciliazio­ne. L'impulsivo pontefice aveva mandato a trattare anche tre pre­lati italiani, e il suo grande elettore Pedro de Luna. Ma il gruppo francese si era murato in un ostruzionismo durissimo. Avevano l'appoggio del loro re, e di tutti i potenti che vedevano diminuire di giorno in giorno i privilegi polverizzati dalle riforme. Anche Pedro de Luna era rimasto con loro. Alla fine di luglio, erano pronti per destituirlo. E rivolgendosi a lui come «vescovo di Bari», gli avevano inviato un documento dove sostenevano di averlo eletto «costretti dalla paura del popolo romano». Quindi, illegittimamente. Accompagnava infatti il messaggio una relazio­ne ufficiale dell'elezione dell'8 aprile, nella quale era provata la loro fretta, lo stato di confusione, la finta elezione del parroco di San Pietro, il vecchio cardinale Aldobrandeschi, che poco dopo era morto. E il 9 agosto, mettendosi sotto la protezione del conte Onorato Caetani, che li ospitava nel suo castello di Fondi sul lito­rale romano fra Gaeta e Sperlonga, lo avevano scomunicato.

Urbano VI aveva trascorso l'estate aggirandosi tumultuosa­mente coi superstiti cardinali italiani nel palazzo pontificio di Tivoli. E ignorando, sempre più inviperito, il grandioso portale della chiesa di Santa Maria Maggiore; l'incantevole rilievo in legno dedicato a san Valerio in quella di San Silvestro; le alte colonne in marmo cipollino di San Pietro; senza mai regalarsi il ristoro di una visita alle cascate dell'Aniene nel singolarissimo parco della villa di Maniio Vopisco, alle grotte frastagliate dedi­cate alle divinità marine, al tempio di Vesta; e troppo inquieto per mettere piede nel prodigioso complesso di ville, palazzi, terme, portici, ninfei e teatri che erano stati l'ultimo, superbo capriccio dell'imperatore Adriano prima di morire, aveva riflettuto attenta­mente sulla situazione fiorentina. La sanguinosa rivolta dei ciom­pi, ma soprattutto il pericolo di uno scisma religioso, che si pre­vedeva catastrofico, gli suggerivano di mitigare il prezzo richie­sto dal suo predecessore in cambio del ritiro dell'anatema. Anche a lui conveniva la pace.

La domenica pomeriggio del 18 luglio 1378, un messaggero pontificio aveva oltrepassato la porta Romana di Firenze ed era entrato in città reggendo un ramo d'olivo. «C'è pace, c'è pace!» Lo smisurato, quasi disumano urlo di gioia era giunto fino alla piazza della Signoria rimbalzando sulle pietre delle strade arro­ventate e deserte. Le campane di Palazzo Vecchio avevano cominciato a suonare. Il ramo inviato dal papa era stato appeso fuori da una finestra. Era accorsa una quantità impressionante di gente. Tutti vestiti di rosso, i priori si erano affacciati al balcone per leggere l'atto pontificio che dichiarava la fine delle ostilità. Nel gruppo compatto, spiccava il mantello nero del notaio, che trascriveva attentamente ogni atto ufficiale. Era sera, oramai, quando le fiaccole si erano accese tutte insieme alle finestre e sui tetti dei palazzi. Le guardie governative avevano infilato torce fiammeggianti contro gli spigoli delle case e intorno alle fontane. Si erano illuminati anche i conventi, e finalmente sulle piazze crepitavano i roghi che nessuno aveva avuto voglia di accendere per la festa appena trascorsa di San Giovanni Battista. La città esultava e piangeva di gioia. Ballavano per le strade e lungo il fiume, andavano in ginocchio fino alle porte delle chiese ancora sbarrate. «Figlioli carissimi, gli zoppi camminano, i sordi odono, l'occhio cieco vede», aveva scritto quella notte stessa Caterina a Sano di Maco, e agli altri amici di Siena. Concludeva ripetendo per tre volte «pace, pace, pace», e sigillando una foglia d'olivo dentro la lettera.

La pace era stata sancita dieci giorni dopo. Firenze avrebbe pagato un'ammenda di 250.000 fiorini, e si impegnava ad aboli­re tutte le leggi anticlericali restituendo i beni confiscati alle chie­se e ai monasteri. Caterina era partita per Siena il 2 agosto. «Me ne vado consolata», aveva scritto ai priori e al gonfaloniere fio­rentino, «perché è stato compiuto ciò che, entrando in questa città, avevo prefisso al mio cuore, giurando a me stessa di non ripartire fino a che non avessi visto voi, figli miei, rappacificati con vostro padre.» Aveva scritto anche al papa, chiedendogli appassionatamente di perdonare i ribelli: «Vi prego, e vi costrin­go per amore di Cristo crocefisso, di non tardare ad avere miseri­cordia delle pecorelle che sono uscite dall'ovile. E se loro non vi chiedono pietà in perfetta umiltà, sia la vostra integrità a com­pensare la loro imperfezione». Lo esortava ad essere paziente, comprensivo e generoso: «Ricevete dal malato quello che il malato può dare. E non badate troppo a quanto è accaduto in que­sta città, dove i demoni si sono esercitati a migliaia per impedire la pace e la serenità delle anime e dei corpi. Ora, i vostri figli si sono rappacificati con voi. Non abbandonateli, perché saranno persino migliori degli altri. Babbo mio», concludeva, «non vorrei più attardarmi con questa preghiera. Fate di me quello che vole­te. Fate questa grazia a me misera, a me miserabile, che è venuta a bussare alla vostra porta. Padre, non negatemi quelle briciole che chiedo per questi vostri figlioli. Fate presto la pace, vi prego. Io pregherò fino alla morte, e farò quello che si potrà per onora­re Dio, per la vostra pace, e per quella dei vostri figli. Altro non vi dico. E perdonate la mia presunzione. L'amore e il dolore mi scusino presso la Vostra Santità, alla quale umilmente chiedo la benedizione». Ma neppure in questa eccezionale occasione aveva dimenticato di incalzarlo perché continuasse a lavorare per la riforma della chiesa: «Comportatevi come vero cavaliere», gli raccomandava, «sradicando virilmente il vizio e piantando la virtù, preparandovi ad offrire per questo anche la vita».

Il 20 settembre 1378 Urbano VI era ancora a Tivoli quando, a Fondi, i dissidenti cardinali francesi avevano proclamato papa il cardinale Roberto da Ginevra, imponendogli il nome di Clemen­te VII. Era l'indimenticato e spietato cugino del re di Francia che, al comando delle truppe pontificie, aveva compiuto l'eccidio dei ribelli di Faenza e Cesena. Lo sostenevano l'intera casa di Fran­cia, Giovanna di Napoli, la Savoia, il Piemonte, il ducato del Monferrato, la Scozia. Con Urbano VI, si erano invece schierati l'imperatore Venceslao, succeduto a Carlo IV; la Baviera, il Lus­semburgo, l'arcivescovo di Magonza, l'Inghilterra, le Fiandre, Luigi d'Ungheria, la Polonia. Pietro IV d'Aragona, ed Enrico di Castiglia, rimanevano neutrali.

In ottobre, dopo che tutte le richieste di Urbano VI erano state assolte, entravano solennemente a Firenze il vescovo di Volterra e il francescano Francesco d'Orvieto, che avevano avuto dal papa i poteri per togliere la scomunica alla città. Per più di una setti­mana, le contrade e le case avevano risuonato dell'interminabile cantilena delle cerimonie per la riconsacrazione dei luoghi sacri. La città era in rovina. I derelitti bivaccavano fra le macerie della «casa della santa». A Niccolò Soderini, esiliato, era stato vietato di varcare le mura. Non contava più nulla.

 

XIII

 

A ROMA, FRA LA GUERRA E LO SCISMA (1378)

 

«Fra il 9 e il 13 ottobre 1378 Caterina scrisse un libro del volu­me di un messale. Dio padre parlava in lei. Lei chiedeva e rispon­deva, e ripeteva le parole che Dio padre le diceva. Mentre lei par­lava, Barduccio, Stefano Maconi, o Neri di Landoccio scriveva­no. Sembrano cose da non credere. Ma non sembra così a quelli che hanno scritto e hanno udito. E io sono uno di questi. Parlava in lingua volgare. Stefano ha tradotto il libro in latino perché fosse letto da tutti.» Con queste parole Cristoforo Guidini aveva lasciato testimonianza di quanto Caterina aveva dettato al suo ritorno da Firenze, e semplicemente chiamava «libro». Ne aveva scritto lei stessa a Raimondo da Capua, spiegandogli che «il libro» era composto da 167 brevi capitoli in forma di colloquio con Dio, che le aveva parlato mentre era stata rapita nell'estasi per una settimana intera. Di volta in volta, Dio le aveva spiegato i temi della perfezione, del dialogo, della verità, del corpo misti­co della chiesa, della divina provvidenza e dell'obbedienza. Era stato Raimondo da Capua, più tardi, a intitolarlo Il dialogo.

Caterina era tornata da Firenze nei primi giorni d'agosto, e abi­tava con sua cognata Lisa nella fattoria della Canonica. Nelle note consegnate a Raimondo da Capua, Antonio Caffarini aveva riferito che il viaggio l'aveva indebolita, e per un giorno e una notte non era riuscita ad alzarsi dal letto. Ma poco dopo, riacqui­stando di colpo le forze, come era solita fare quando voleva rag­giungere uno scopo, si era trascinata fino a un santuario in cima alla collina e, dal momento che non si sentiva degna di entrare, era rimasta sulla soglia mormorando in singhiozzi: «Peccavi, peccavi Domine: Signore, ho peccato».

La notizia dello scisma l'aveva raggiunta in quella desolata periferia senese, di proprietà dell'Arte dei tintori, la cui aria, appesantita dai miasmi delle stoffe sciacquate nelle enormi vasche mosse dai mulini a pala, solo verso sera si faceva un po' più respirabile. E per quanto, fin dal primo giorno, fosse coscien­te che la validità dell'elezione del papa era in pericolo, la crea­zione dell'antipapa l'aveva gettata nella disperazione. «Ho sapu­to che i demoni incarnati hanno fatto nascere l'anticristo contro Cristo in terra», aveva scritto a Urbano VI. Lo incitava energica­mente a reagire: non erano più gli infedeli da combattere, ora, ma gli stessi ministri della chiesa, gli stessi cristiani che pregavano Dio crocefisso. E pronunciando ripetute volte la parola «guerra», la donna che aveva peregrinato di città in città agitando un ramo d'ulivo e instancabilmente invocando la pace, scriveva ancora:

«Avanti, santissimo padre: si entri in questa lotta senza paura. Vorrei trovarmi già sul campo di battaglia, affrontando le pene della guerra e combattendo insieme a voi per il trionfo della veri­tà, fino alla morte».

Impegnata nella difesa del «papa vero», Caterina aveva raci­molato tutte le sue forze e, trascurando la già fragile e compro­messa salute, scriveva lettere in cui chiedeva aiuti e solidarietà agli alti prelati, ai signori delle repubbliche italiane, ai monarchi stranieri. Anche i traditori erano stati raggiunti, rimproverati, spronati a ricredersi. Col cardinal Giacomo Orsini, col vescovo di Porto e Santa Ruffina, Pietro Corsini, con l'arcivescovo di Mila­no, Simone di Borzano, era stata implacabile chiamandoli «bugiardi, stolti e ciechi» perché si erano schierati dalla parte di Clemente: «Non vi sembri duro se io vi pungo con le parole che l'amore per la vostra anima mi ha fatto scrivere. E ancor più vi pungerei con la mia voce viva, se Dio lo permettesse».

La fede incrollabile, la volontà cocciuta, il fascino sconcertan­te che emanavano la sua voce e i suoi occhi, l'intelligenza acuta e talvolta addirittura spietata, avevano convinto il papa a chiede­re a Caterina di raggiungerlo a Roma, perché tenesse uniti i suoi partigiani, ne creasse di nuovi, catalizzasse la grande colonia Toscana, e persuadesse a non tradirlo il popolo irrequieto, volu­bile, sempre disposto a mettersi dalla parte del più forte. La donna era incerta e turbata. Nelle animate piazze del Campo e del Mer­cato di Siena, lungo le scoscese e ventose contrade, fra gli zam­pilli delle fontane al centro dei chiostri, non si faceva che mor­morare di lei. E non c'era tregua sotto la cappella delle Volte di San Domenico. il nero grumo del dubbio, tenacemente e costan­temente covato dalle mantellate, era esploso fragorosamente, schizzandole addosso il fango vischioso della calunnia. «La città è piena di pettegolezzi. Tanti dei nostri cittadini e delle loro mogli, e anche suore del mio Ordine, si stanno scandalizzando molto per i miei troppi viaggi (come a loro pare) che ho fatto fin'ora, andando di qua e di là. Dicono che è sconveniente che una vergine religiosa si metta in cammino così spesso. E per quanto io sappia di non aver sbagliato in questi miei spostamen­ti, perché sono andata dove sono andata per obbedire a Dio e al suo vicario, e per la salvezza delle anime, ora decido di non par­tire da qui per non provocare scandalo volontariamente», aveva risposto al pontefice. Ma non potendo sottrarsi a un così alto comando, poco dopo si era corretta: «Se però il Vicario di Cristo vuole che io venga assolutamente, sia fatta la sua volontà, e non la mia». Pretendeva comunque una garanzia, un documento che tappasse la bocca ai suoi calunniatori: «Fate in modo che la vostra volontà sia messa per iscritto affinché quelli che si scandalizzano si rendano conto che io non mi preparo a questo viaggio per un mio piacere», gli raccomandava. il 4 novembre, aveva scritto all'amico Francesco di Pippino, sarto a Firenze, informandolo che stava per andare a Roma.

Verso la metà di novembre del 1378 Caterina era partita insie­me a Barduccio Canigiani, Alessia Saracini, Cecca Gori, la cognata Lisa, Giovanna di Capo, Neri di Landoccio, Gabriele Piccolomini, Bartolomeo Dominici, Giovanni Tantucci e l'eremi­ta Santi. «E molti altri ancora l'avrebbero seguita se lei non lo avesse vietato», aveva scritto Antonio Caffarini nel diario conse­gnato a Raimondo da Capua. Erano usciti su un carro e alcuni muli da porta Romana, passando davanti alla casa dove Lapa abi­tava, e per un giorno avevano cavalcato sulle crete pallide della via Francigena in direzione della val d'Orcia. Tirava un vento tagliente e ruvido, che piegava gli alberi fino a terra e smeriglia­va le colline che, più in basso, e molto lontano, andavano a scio­gliersi fra i vapori del lago Trasimeno.

«Il 28 novembre 1378, prima domenica d'Avvento, Caterina di monna Lapa è venuta qui, e nostro Signore il papa l'ha vista e ascoltata molto volentieri», scriveva Lando di Francesco Ungaro al governo di Siena, per conto del quale era andato a chiedere a Urbano VI la restituzione del porto di Talamone. «Non si sa quel che si sono detti, se non che era contento di vederla.»

Abitava nel rione Colonna insieme a sedici uomini e otto donne della «famiglia», e spesso ospitava comitive di pellegrini e viaggiatori senesi scesi a Roma per chiedere favori al papa. Capi­tava che fossero anche trenta o quaranta. Barduccio Canigiani aveva scritto a Stefano Maconi, trattenuto a Siena dalla madre gelosa, che vivevano di carità. E per consentire agli uomini di lavorare tutto il giorno difendendo la causa del papa, Caterina aveva ordinato che le donne si occupassero, a turno, della questua e dell'amministrazione del cibo. Si preoccupava che ci fosse sem­pre da mangiare per tutti, e voleva essere informata quando sta­vano esaurendosi le scorte, in modo da anticipare l'elemosina agli angoli delle strade. Una volta, Giovanna di Capo aveva dimenti­cato di avvertirla che non c'era più pane. «La nostra famiglia ha fame, dobbiamo in qualche modo metterla a tavola», aveva com­mentato Caterina, ordinando all'amica di incominciare con quel poco che c'era. «Il Signore provvederà», aveva promesso. Tutti avevano mangiato abbondantemente, e le scorte non finivano mai. Alla fine, le donne avevano raccolto dalla mensa tanto pane e companatico da distribuirne anche ai poveri e alle suore del convento vicino. Il prodigio del pane era stato narrato a Raimon­do da Capua dall'eremita Santi e da Neri di Landoccio.

Lo scisma aveva squassato Roma, mentre i segni di guerra erano sempre più evidenti e minacciosi sulle mura fortificate, lungo le strade sbarrate, nei palazzi abbandonati da chi aveva possedimenti in campagna. Castel Sant'Angelo, roccaforte degli antipapisti e pericolosamente vicina a San Pietro, aveva costretto Urbano VI a ritirarsi nella più sicura residenza di fronte alla basi­lica di Santa Maria in Trastevere: forse la prima chiesa di Roma, dal bel campanile romanico, i tre ricchi portali, le tre navate divi­se da ventun colonne di granito, e la curiosa trabeazione ricavata da frammenti di antiche cornici.

Erano precipitati nel caos anche gli ordini religiosi. il padre generale dei francescani si era schierato dalla parte di Clemente, e ancora non si capiva da che parte stesse Elia da Tolosa, a capo dei domenicani. A Siena, i difensori di Urbano VI si riunivano segretamente in una cappella nei sotterranei dell'ospedale della Scala, sede della Compagnia della Vergine Maria. «Siamo sciol­ti, non sappiamo che fare, dite alla Mamma che ci dia qualche freno e che ci scriva», aveva chiesto il notaio Cristofano di Gano ai discepoli di Caterina. In una lettera indirizzata a Stefano Maco­ni, la mantellata aveva intimato: «Bisogna mangiare il pane duro delle tribolazioni». Turbata da quanto aveva previsto già molto tempo prima, aveva rammentato a Raimondo da Capua, tornato a reggere il priorato nella chiesa della Minerva: «Vi ricordate quan­do vi dissi che la ribellione di Perugia era latte col miele per il papa? E questo è un gioco da ragazzi, rispetto a ciò che accadrà. Specialmente a Napoli, e nelle terre confinanti con la provincia romana». Ma trafiggendolo con quei suoi occhi inquietanti aveva pronosticato sicura: «Dopo tutte queste tribolazioni, Dio purifi­cherà la chiesa risvegliando lo spirito degli eletti».

L'incerto destino della chiesa l'aveva fatta ammalare, e questa volta Caterina era sicura che a tormentarla fosse il demonio. «Sembrava la morte in persona», avevano raccontato i suoi amici. Gli spiriti del male erano tornati e la torturavano. Vedeva la città piena di demoni che incitavano la plebe alla rivolta e all'occupa­zione di Castel Sant'Angelo. «Tu ci mandi via da qui, ma noi ti toglieremo dal mondo», urlava affrontando Belzebù mentre, sudando, si rotolava sul pavimento della sua stanza. Non man­giava più niente, riusciva a inghiottire soltanto l'ostia della comu­nione. «Dopo la messa, dettava lettere all'uno o all'altro, ora nascondendo il viso tra le mani, ora fissando il cielo con le brac­cia in croce, ora entrando in estasi, senza mai cessare di parlare», aveva testimoniato Francesco Malavolti. Pregava incessantemen­te, implorando il popolo di non compiere «il parricidio». Andava ogni giorno in San Pietro, chiedeva l'elemosina agli angoli delle strade, e non aveva più voce per quanto appassionatamente par­lava a tutti di pace.

Il 29 novembre, Urbano VI aveva colpito d'anatema l'antipa­pa e i suoi partigiani, salvando soltanto i cardinali Corsini, Orsi­ni, Di Borzano, e lo spagnolo Pedro de Luna. Ma non gli bastavano più gli alleati che aveva avuto finora. Occorreva spostare altre forze dalla sua parte, sottrarre ulteriori appoggi all'avversa­rio. Per convincere la regina Giovanna, da lui stesso scomunicata e dichiarata eretica, ad abbandonare la difesa di Clemente VII, aveva progettato di far partire per Napoli Caterina affidandole, come compagna di viaggio la principessa Karin di Vadstena. Ma la figlia di Brigida di Svezia non aveva voluto saperne. Durante una visita alle catacombe di San Sebastiano, era sfuggita per poco alla violenza di quattro antipapisti. Inoltre, conosceva la malizia della tremenda sovrana, e ne temeva le insidie. Decisa a partire, Caterina si era presentata alla pubblica udienza in Vaticano e, avanzando sicura fino al trono del papa, aveva affermato di non aver bisogno di scorte. Fulminando col suo sguardo implacabile l'immobile massa violacea del Concistoro che assisteva alla scena, il papa aveva sibilato con stanca mestizia: «Questa don­nicciola ci confonde perché, dove noi abbiamo paura, lei non ne ha per niente, e ci conforta con le sue persuasioni». Erano tutti sconcertati.

Caterina si era fatta precedere da Neri di Landoccio e dall'a­bate Lisolo, con lettere di presentazione alla regina Giovanna; alla contessa Giovanna d'Aquino, moglie del conte Sanseverini di Miledo, Terranova e Belcastro; a donna Lariella, moglie di Francesco Caracciolo; alle nobili Caterina Dentice, monna Catel­la e monna Cecia; a padre Cristofano della certosa di San Marti­no, spiegando i motivi della sua missione. Nel primo resoconto a Caterina, Neri di Landoccio aveva paragonato la regina di Napo­li a «un sacco pieno di puzza che da ogni parte dà fastidio», e faceva capire che ben poco si sarebbe ottenuto dalla volubile e dissoluta sovrana. A Roma, anche Raimondo cercava di persua­dere il papa a non far partire la mantellata senese: aveva già rischiato la vita a Firenze, durante il tumulto dei ciompi, e in Campania ben altri sarebbero stati gli agguati e i pericoli. I de­mentisti stupravano e uccidevano le donne papiste, ed era nota la crudeltà di Giovanna. Turbolenta, violenta, bestemmiatrice, la figlia di Carlo d'Angiò e di Maria di Valois, stretta parente del re di Francia, a sedici anni era stata sospettata di uxoricidio quando l'adolescente marito, figlio del re di Ungheria, era stato strango­lato e gettato dalle mura del castello il giorno stesso della sua incoronazione. Amante di Carlo di Taranto, per sottrarsi alla ven­detta del suocero era fuggita in Provenza, dove aveva venduto a Clemente VI, al prezzo di 80.000 fiorini d'oro, la città di Avi­gnone. Costretta a rifugiarsi a Gaeta per sfuggire al re d'Unghe­ria, che aveva invaso Napoli pretendendo la corona del figlio, aveva infine chiesto l'arbitrio del papa, a tal punto stregato dalla sua scatenata sensualità da offrirsi come padrino del principino Carlo Martello. Il processo, istruito ad Avignone, aveva ricono­sciuto Giovanna estranea al delitto, e legittima regina di Napoli.

Uomo di esiguo coraggio, Raimondo da Capua temeva che la tumultuosa sovrana facesse cadere Caterina in uno dei suoi rac­capriccianti tranelli. Per convincerlo a lasciarla partire, la man­tellata era andata a trovarlo nel convento di Santa Sabina sull'A­ventino dove, un secolo prima, Domenico Guzmàn aveva pianta­to nell'elegante chiostro affrescato un arancio selvatico che anco­ra dava frutti bellissimi. «Se Caterina d'Alessandria, se Marghe­rita, se Agnese, se le altre vergini della storia della chiesa avesse­ro avuto paura», lo aveva assalito, «non sarebbero mai diventate martiri.» Ma non le bastava, doveva anche rimproverarlo: «Più che dalla prudenza, questi dubbi vengono dalla poca fede». Fra-stornavano il pavido frate l'energia, la risolutezza nella parola e negli atti, la forza vitale di Caterina, tanto apertamente in contra­sto col suo continuo desiderio di morte. «La vita è una condanna, per me», gli aveva detto infatti, più di una volta. «È un esilio dove acconsento di vivere solo per amore delle anime cui potrò giova­re.» Lui, ne aveva le prove. Tutta la sua vita era stata vissuta nella costante nostalgia del Cielo. Caterina aveva docilmente obbedito a chi l~ aveva inviata sulla terra, ma il suo spirito era altrove. «Muoio di dolore, e non posso morire», aveva scritto a papa Gre­gorio XI quando non era riuscita a mettere pace fra lui e Firenze. Sarebbe morta volentieri già tantissime volte. Ma non le era dato partire prima della definitiva chiamata.

Dissuaso dai molti pericoli, Urbano VI aveva rinunciato a mandare a Napoli la mantellata senese, che da luglio era andata ad abitare nella casa di Paola del Ferro in via del Papa, lungo la «via papalis», arteria di collegamento fra il Campidoglio e Castel Sant'Angelo. Era un palazzetto costruito fra il convento di San Biagio e la chiesa di Santa Maria della Minerva, vicinissima al Pantheon, il mastodontico tempio che Agrippa aveva dedicato alla dea completamente rifatto dall'imperatore Adriano. Conside­rato uno dei simboli della città, oggetto di meraviglia e leggende, il Pantheon era diventato una chiesa cristiana dopo che gli abi­tanti del quartiere si erano lamentati per i sinistri rumori che ne uscivano ogni sabato notte, attribuiti ai diavoli scatenati nelle orge in onore di Saturno. Seicentonove anni dopo la nascita di Cristo, in seguito agli sconcertanti episodi, papa Bonifacio IV aveva chiesto all'imperatore Foca la cessione dell'edificio stre­gato. E mentre lo aspergeva d'acqua benedetta, consacrandolo a «Maria di tutti i martiri», una tempesta di vento sbatacchiava con­tro i mosaici delle pareti la schiera dei demoni, che per trovare scampo e fuggire avevano divelto l'enorme pigna di bronzo posta sulla sommità della cupola, ed ora, davanti a San Pietro, zampil­lava acqua benedetta.

Roma aveva sempre ospitato numerose colonie toscane, soprattutto mercanti e banchieri, molti dei quali lucchesi, che avevano aperto i loro negozi lungo la via dei Banchi Nuovi. Cate­rina li frequentava e in poco tempo aveva allargato le sue rela­zioni anche alla moglie del principe Caracciolo, parente di Urba­no VI; alla ricca donna Giovanna degli Ilperini; la nobile Paola del Ferro; la vedova di Ludovico Papazzurru, amica di Brigida di Svezia; e Caterina Dentice, appartenente alla famiglia dei Toma­celli, discendenti di papa Bonifacio Ix, che inviava frequenti ele­mosine alla «povera famigliola di Roma». Erano i pochi aristo­cratici che stavano dalla parte di Urbano VI disposti a riceverla. Quasi completamente ostile al papa, la classe dirigente romana diffidava infatti di lei, e raramente le apriva le porte dei suoi palazzi. Andavano invece a cercarla, o l'aspettavano agli angoli delle strade, i poveri, la gente modesta, i malati di occhi, di angi­na, distrofia, tisi, lebbra, podagra, disturbi intestinali. Spesso, imponendo le mani sulla parte malata, Caterina li guariva. La chiamavano «la santa», «la veggente», «la vergine». Era popola­rissima.

Nel novembre 1378, Raimondo da Capua aveva lasciato Roma. Munito di una lettera di presentazione di Urbano VI per il re di Francia Carlo V, viaggiava verso il nord insieme al vescovo di Valenza Guglielmo de la Voulte e al maresciallo pontificio Gia­como di Ceva. Era stato incaricato dal papa di convincere il monarca a rinnegare lo scisma, e predicare per il medesimo scopo durante il lungo cammino. Caterina era stata la prima a incorag­giare la difficile missione del suo confessore in favore del «legit­timo pontefice», e nel primo giorno di un dicembre freddissimo lo aveva accompagnato in carretta fino alla spiaggia di Ostia. Lì, si erano lasciati. E mentre, inseguite dalle galere della regina di Napoli e dei cardinali avignonesi, le insegne della nave pontificia si stemperavano nel livore del cielo, la donna inginocchiata sul molo faceva segni di croce in direzione di un mare immobile, liscio come una lastra di acciaio.

«D'ora in poi, non potei più essere testimone oculare; e ciò che scriverò in seguito, lo raccolgo dalle lettere che in quel tempo lei mi mandò per tenermi al corrente della sua vita.» Con queste parole, Raimondo da Capua concludeva la sua testimonianza diretta sulla vita di Caterina da Siena. Non si sarebbero mai più rivisti.

La guerra era alle porte di Roma. L'antipapa minacciava di conquistare la città con le armi, attaccandola dal viterbese con le bande dei mercenari bretoni, e da sud con le truppe dei nobili Caetani. A Urbano VI serviva urgentemente denaro per pagare l'esercito, e Caterina aveva chiesto aiuto anche ai «signori difen­sori di Siena» ricordando che il pontefice li aveva liberati dalla scomunica; e che a loro, non ai pisani, aveva concesso la rocca di Alberese e il porto di Talamone, indispensabili al commercio per mare. «Non dategli più parole, ma fatti», li aveva incitati. «Ren­detegli quello che vi ha dato.» Intanto, si preoccupava che i responsabili del Comune della sua città non si abbandonassero alle vendette che seguivano a ogni mutamento ai vertici del pote­re: «Chi governa deve imparare a governarsi. Come potrebbe un cieco guidarne un altro? Come potrebbe un morto sotterrare un morto? Il malato governare il malato, il povero aiutare il pove­ro?»: In autunno aveva scritto al pittore Andrea di Vanni, suo fedele discepolo, che era stato eletto capitano del popolo: «Vi prego di ascoltare le ragioni, e di rendere giustizia sia al piccolo che al grande, sia al povero che al ricco». Gli chiedeva di aiutare il papa: «Sta avvicinandosi il tempo dell'Avvento, e il figlio di Dio si troverà nudo e senza fuoco per riscaldarsi. E mentre, al tempo della Natività, persino gli animali avevano dato il loro fiato per intiepidire il giaciglio divino, oggi il mondo, con le sue delizie, la superbia, i piaceri, dovrebbe vergognarsi di vedere Dio tanto umiliato». Aveva chiesto aiuto anche al priore Andreasso Cavalcabuoi, che le rispondeva obiettando di non dover nulla al pontefice. Non riteneva Siena ancora libera dall'interdetto, spie­gava. Infatti, il legato pontificio Giacomo Sozzino dei Tolomei era ancora lì; e molti, che ancora non potevano ascoltare la messa, erano stati costretti a ricorrere a trucchi e imbrogli. Persino Ste­fano Maconi, per assistere alle funzioni religiose, aveva dovuto entrare a far parte del suo seguito.

Caterina aveva immediatamente scritto all'impaziente novizio, ricordandogli che anche lui, come tutti, doveva «aspettare il tempo della pace». A causa delle ostilità della famiglia, che non approvava la sua scelta di farsi frate, Stefano era andato a vivere nella casa della Misericordia diretta da Matteo Cenni di Fazi, e per Natale aveva inviato all'amica lontana un capretto «rasato», procurato per lei dal figlio del maestro ebanista Francesco del Tonghino, che in quegli anni stava mirabilmente intagliando gli stalli del Duomo. Aveva chiesto aiuto anche «ai signori del popo­lo e del Comune di Perugia» e di Firenze. Ma nessuno aveva più soldi da mandare a Roma: le casse delle città erano state prosciu­gate da Giovanni Acuto, che teneva buoni i suoi «lanzi» dispersi nella campagna spillando enormi somme di fiorini d'oro all'inte­ra Toscana. Aveva scritto anche a re Luigi d'Ungheria e di Polo­nia, suocero della tremenda Giovanna: «Accettereste che un ami-cristo, figlio del demonio, e una femmina gettino nella rovina, nelle tenebre e nella confusione, tutta la nostra fede?».

Il 13 dicembre 1378, Urbano VI aveva chiesto ufficialmente la collaborazione di tutti i cristiani, dichiarando che ormai aveva più fiducia nella preghiera e nelle lacrime dei giusti, che nelle armi e nella saggezza degli uomini. Contemporaneamente, Caterina aveva spedito innumerevoli copie del messaggio papale in ogni parte d'Italia, accompagnandole con una lettera dove raccoman­dava l'obbedienza al «vero pontefice». E dal momento che quasi nessuno poteva inviare denaro, invitava a partire per Roma quan­ti avrebbero potuto servire alla causa almeno come consiglieri, predicatori, persuasori. «La chiesa non ha mai avuto tanto biso­gno come ora che è stata offesa proprio da quelli che dovrebbero aiutarla, mentre quelli che dovrebbero illuminarla stanno col­mandola di tenebre», scriveva. «Escano fuori i servi di Dio, e vengano ad annunciare e a sostenere la verità, perche' questo è il tempo. Venite e non esitate. Abbandonate ogni altra cosa, perché è giunto il tempo di perdere se stessi nel dolore di Dio». Implo­randolo di raggiungerla, aveva scritto al priore della Gorgona:

«Ora si vedrà chi ama davvero la verità. Non c'è più da dormire, bisogna svegliarsi, per trovarci disinteressati alla vita di fronte alla battaglia e darsi come obiettivo il sangue di Cristo. Pare che il nostro Santo Padre Urbano VI voglia prendere questa decisio­ne, necessaria per riformare la chiesa, e cioè di volere accanto a suoi servi di Dio, e col loro aiuto guidare se stesso e la chiesa. Fate presto, non perdete tempo. Lasciate ogni altra cosa, qualunque essa sia. Chiamate anche gli altri, fateli venire. Per l'amor di Dio, non tardate».

Si era rivolta anche a Giovanni delle Celle, a don Bartolomeo Serafini, a Stefano Maconi, ad Antonio Caffarini, agli amici di Lecceto, agli eremiti di monte Luco, al certosino Pietro da Mila­no, a Guglielmo Hete e al suo compagno agostiniano Antonio da Nizza: «E ora di uscire dal bosco, dove si recitano salmi e pre­ghiere, per andare in battaglia». Ai frati Andrea, Baldo e Lando, servi di Dio a Spoleto, aveva scritto: «Aiutate la dolce sposa di Cristo, percossa da ogni lato da tanti venti contrari, e special­mente da uomini che amano solo se stessi nel vento pericoloso e malvagio dello scisma e dell'eresia, che stanno per contaminare la nostra fede». E gridando «non è più il tempo di dormire», aveva raggiunto anche Raimondo da Capua, che in quel momen­to era a Pisa.

Il domenicano aveva preferito non rispondere. I suoi compagni lo avevano convinto a non ascoltare il prepotente richiamo della donna, sostenendo che sarebbe stato più utile alla causa del papa se avesse proseguito il suo viaggio verso la Francia. L'aspetto gracile di Caterina, la voce arrochita, e certi gesti inattesi, di una tenerezza struggente, nascondevano in realtà una guerriera fero­ce, in cui batteva un cuore dove l'incendio bruciava tramutando­si in atti incessanti di carità. E conoscendo la codardia, la pigrizia e l'accidia del suo direttore spirituale, non aveva esitato a sfer­zarlo: «Cattivello padre mio, come sarebbe stata beata l'anima vostra, e anche la mia, se col vostro sangue aveste murato una pietra nella santa chiesa», gli aveva scritto. Non sopportava i tie­pidi, gli anemici, coloro che non erano pronti a versare il sangue per una causa. «Gettiamo i denti di latte e prepariamoci a mette­re i denti robusti dell'odio e dell'amore», lo aveva provocato. «Mettiamoci la corazza della carità con lo scudo della fede, cor­riamo sul campo di battaglia, e come uomini adulti fermiamoci piantando una croce di dietro e una davanti a noi, così che non possiamo scappare.» Il suo ardore avrebbe mosso anche le pietre. «Annegatevi nel sangue di Cristo crocefisso, bagnatevi nel suo sangue, saziatevi del sangue, inchiodatevi di sangue, vestitevi di sangue, doletevi di voi nel sangue, rallegratevi nel sangue, cre­scete e fortificatevi nel sangue, perdete la debolezza e la cecità nel sangue dell'immacolato agnello», gli aveva scritto ancora. Sangue. Lei parlava, scriveva, non vedeva ormai altro che san­gue. Sangue come vita e calore. Sangue come simbolo dell'in­commensurabile amore per l'uomo che aveva portato Gesù fino alla croce. Sangue come offerta, come sacrificio supremo.

Il domenicano non era tornato e, dal 13 dicembre, non si era saputo niente di lui. Verso la fine del mese Neri di Landoccio aveva mostrato a Caterina una lettera che riferiva: «di frate Rai­mondo abbiamo buone novelle, che sta bene e lavora molto per la santa chiesa. È vicario della provincia di Genova e sarà presto fatto maestro in teologia».

Era stato un Natale tristissimo. Le strade di Roma erano presi­diate, e nel fango delle vie abbandonate da settant'anni di assen­za del papa si aggiravano soltanto i mendicanti e i soldati di ogni lingua e paese. Appoggiata al braccio di Barduccio Canigiani, Caterina sfidava ogni mattina le intemperie e il pericolo per anda­re a pregare sulla tomba di san Pietro. E in quei giorni di festa, celebrata nel silenzio delle chiese quasi in segreto, come ai tempi dei cristiani nelle catacombe, aveva mandato al papa cinque aran­ce che lei stessa aveva candito e indorato col caramello, chiuse in un cestino e accompagnate da un biglietto d'auguri: «Siate un albero d'amore innestato nell'albero della vita. Da questo albero nasca il frutto che sembra amaro al suo primo boccone».

Nel febbraio 1379, gli eserciti di Clemente VII avevano marciato insieme su Roma. Ma l'offensiva di Urbano VI era stata più forte, e il 30 marzo l'antipapa era stato costretto a fuggire a Gaeta. Alla metà di aprile, per assicurarsi il suo appoggio, aveva promulgato una bolla con cui cedeva in feudo al re di Francia la maggior parte degli Stati pontifici. Contro di lui, adesso reagiva anche Roma. Il 28 aprile, il governatore Giovanni Cenci aveva liberato la massiccia costruzione cilindrica di Castel Sant'Ange­lo. Il giorno seguente, il conte Alberico da Balbiano, con 400 uomini del papa e l'aiuto di Giovanni Acuto, aveva battuto i de­mentisti guidati da Luigi di Mongioia. Il 30, anche le truppe agli ordini dell'antipapa Giordano Orsini erano state definitivamente sconfitte a Marino. Il 9 maggio, muovendosi dalla sua residenza a Castel dell'Ovo, la regina Giovanna, scortata dal marito Ottone di Brunswick, da Roberto d'Artois, dalla duchessa Agnese, dalla principessa vedova del signore di Verona, dalla duchessa Mar­gherita moglie di Carlo di Durazzo, era andata incontro a Cle­mente VII per offrirgli la sua sfarzosa ospitalità. Ma il popolo e l'arcivescovo di Napoli sostenevano Urbano VI, ed era bastata una rissa fra due uomini appartenenti alle diverse fazioni per sol­levare l'intera città, convincendo il fuggiasco a partire. Alla fine di giugno, accolto con grandissimo onore, l'antipapa entrava in Avignone. Per indurlo a tornare sotto la sua protezione, che tanti vantaggi gli avrebbe portato, il re di Francia gli aveva pagato anche il viaggio.

Caterina aveva scritto al condottiero Alberico da Balbiano per congratularsi della vittoria. Ma non aveva risparmiato rimprove­ri al governo romano che, nominando i sette senatori, uno cia­scuno per colle, non aveva rinnovato la carica a Giovarmi Cenci. Non tollerava l'ingratitudine verso l'uomo che aveva liberato Castel Sant'Angelo, cacciando le truppe clementiste capitanate dal francese Rostaing. E soprattutto temeva che il potere appena acquisito dai nuovi «reggitori» di Roma favorisse, come già era accaduto in passato, l'esplosione di altre ingiustizie. «Non vorrei che vi dimenticaste ne' di lui, ne' di nessun altro che vi sia stato utile, perche' sarebbe un'offesa a Dio e un danno per voi stessi», aveva scritto.

Ora, al papa non restava che tornare a San Pietro. Erano gli ultimi giorni di maggio. Avvolti nelle loro tonache bianche, nere,

bige, monaci e monache erano usciti in fila dai loro conventi. I preti avevano lasciato alla spicciolata le loro parrocchie. Dagli scaloni sfarzosi dei palazzi, lentamente erano scesi i cardinali e gli alti prelati. Con una candela in mano, cantando inni sacri, seguivano il papa che, in segno di assoluta umiltà, avanzava a piedi nudi. Monito secolare del primo tradimento nei confronti di Cristo, il gallo di bronzo dorato, issato da tempi immemorabili sulla guglia del campanile, rifletteva gli estremi bagliori di un tra­monto pesante, afosissimo. All'interno, la basilica ardeva di fiac­cole. Era stato intonato solennemente il Te Deum.

La seconda parte del 1379 era trascorsa in una relativa tran­quillità. In dicembre, Roma era insorta di nuovo. «L'antico ser­pente cominciò a seminare discordie fra il popolo romano e il pontefice, e crebbe al punto da minacciare di morte Urbano VI», aveva scritto Raimondo sul suo diario. Torme di popolani scal­manati attraversavano la città con picche e forconi urlando «A morte il papa!», scontrandosi con le fazioni avversarie e lascian­do nel fango morti e feriti. La mattina di capodanno, il cardina­le Niccolò Caracciolo era andato da Caterina e le aveva chiesto di pregare il Signore affinche' non permettesse che fosse com­piuto «lo scellerato parricidio». Sobillato dai nobili, che col severissimo Urbano VI avevano visto svanire i loro traffici di potere su Roma, il popolino aveva invaso il palazzo Vaticano urlando e agitando le picche. Lo spinoso pontefice si era fatto trovare nella sala del trono, solennemente assiso sul soglio e vestito dei paramenti delle grandi occasioni. «Che cosa volete?», li aveva apostrofati senza battere ciglio. Sorpresi, i romani erano indietreggiati abbassando le armi. Ma il pericolo rimaneva costante. «Io grido oggi a te, amore mio, Dio eterno, di avere misericordia di questo mondo, di illuminarlo affinché conosca questo tuo vicario», aveva pregato la mantellata senese. «Dagli la tua virtù, affinche' il suo cuore virile bruci del desiderio dite, e sia intriso della tua umiltà. E muovendosi con la tua generosi­tà, carità, saggezza e purezza di cuore, attiri a se' tutto il mondo.» Da tempo, i discepoli trascrivevano le preghiere che, torrenziali e accorate, sgorgavano dalle sue labbra. «E mentre pregava», aveva testimoniato Francesco Malvolti, «era come se non fosse su questa terra.»

Il 18 gennaio, festa della Cattedra di san Pietro, dopo aver ascoltato la messa ed essersi comunicata nella cappella che Urba­no VI le aveva concesso di allestire nella sua stanza da letto, Caterina era andata in Vaticano e si era distesa bocconi sulla grata che proteggeva la tomba del primo rappresentante di Cristo, pre­gando e offrendosi come incudine all'ira di Dio. Percorreva ogni giorno la lunga e tortuosa «via papalis». Verso sera, conoscendo per nome e per fama quella creatura spettrale, scalza, piegata in due dalla fatica, gli artigiani di via del Governo Vecchio la face­vano sedere negli androni; i mendicanti accosciati intorno alla pista ovoidale di piazza Navona la caricavano su una barella improvvisata con due pali e tela di sacco; gli ambulanti di Campo dei Fiori la costringevano a ingollare una bevanda calda. «E voi vedreste una morta andare in San Pietro...», scriveva Caterina a Raimondo da Capua.

 

XIV

CATERINA MUORE (1380)

 

«E voi vedreste una morta andare in San Pietro...», aveva scrit­to Caterina da Roma a Raimondo da Capua, il 15 febbraio 1380. Era spirata il 29 aprile, all'età di trentatre' anni. Dicevano che il dolore per lo scisma della chiesa le aveva spaccato il cuore. Ma il domenicano che era stato suo confessore, confidente, padre spiri­tuale, non era tornato ad assisterla negli ultimi giorni terreni. Era a Genova e stava andando a Bologna, dove il Capitolo si sarebbe riunito per eleggerlo Generale dell'Ordine. Usciva dalla messa e andava a prendere il suo bagaglio, quando gli era parso di sentire una voce che lo esortava a partire. Caterina era morta in quel pre­ciso momento. Lo aveva saputo per strada, fra Pisa e la Romagna. Ma di quel dolore, non aveva mai voluto parlare.

Esattamente cinque anni dopo, chiuso nella cella del convento senese di Camporegio, Raimondo fissava l'ultima lettera che gli aveva inviato la giovane donna morente. «Vi devo raccontare alcuni misteri», iniziava la donna, «e credo di non aver mai sop­portato, prima d'ora, un peso simile. Ne ho provato tanto dolore che, dopo essermi rotolata nella cappella come un' ossessa, l'abi­to che avevo indosso era tutto stracciato. Il 29 gennaio 1380, domenica di sessagesima, mentre pregavo, ho visto la città di Roma invasa dai demoni che incitavano il popolo contro il papa e si avventavano contro di me maledicendomi, perche' in tutta la vita non avevo fatto altro che impedire di compiere la loro ven­detta.» Il Signore le aveva detto di lasciare che i romani si abban­donassero alle peggiori nefandezze, così da meritare la giustizia divina e precipitare all'inferno. Ma Caterina chiedeva tanto inten­samente misericordia per loro, che «se Dio non avesse chiuso in un cerchio di forza il mio corpo, come se fosse stata una botte, senza dubbio sarei andata a pezzi», aveva scritto. Anche Stefano Maconi testimoniava: «Se non fosse stata aiutata dal Signore, in quelle condizioni le sarebbe scoppiato e crepato il cuore».

«Il lunedì sera, 30 gennaio», continuava Caterina, «ho dovuto scrivere al papa e a tre cardinali, e mi sono fatta aiutare per anda­re al mio tavolo di lavoro. Dopo, a causa dei dolori che lacerava­no tutto il mio corpo, non ho più potuto farlo. Mi aveva preso il terrore che, a tormentarmi, fosse il demonio. E il terrore era tanto, che volevo lasciare il mio studio e scappare nella cappella, come se le mie pene fossero state provocate dall'aver scritto quella let­tera.» Aveva scritto al pontefice scongiurandolo di essere buono coi romani ribelli: «Siate tutto virile, con un timore santo di Dio. Esemplare nelle parole, nei costumi, in tutti i vostri atti. Fate che appaiano al cospetto di Dio e degli uomini limpide e luminose, come una lucerna posta sul candelabro della santa chiesa, alla quale guarda, e deve guardare, tutto il popolo cristiano». Si rivol­geva a lui per l'ultima volta, e ancora era pronta a offrire la vita per la salvezza della chiesa.

«Non potevo star dritta, mi sono appoggiata a Barduccio», continuava la lettera indirizzata a Raimondo. «Sono caduta a terra. E mentre cadevo, mi era sembrato che l'anima lasciasse il mio corpo. Lo vedevo come se appartenesse a un'altra persona. E mentre il corpo era immobile, la mente era fissata nell'abisso della Trinità. Non facevo che pensare al bisogno della santa chie­sa, e al popolo cristiano. Gridavo davanti a Dio, gli chiedevo di aver pietà di me, e che non mi lasciasse dannare in eterno. Glie­lo chiedevo con tale intensità, che mi pareva impossibile che non mi ascoltasse. Ero rimasta in quello stato tanto di quel tempo, che tutta la "famiglia" mi aveva pianto come morta. I demoni se ne andarono. E venne "l'umile Agnello", che dolcemente mi aveva detto: "Io sono il buon maestro che sa fare e disfare i vasi. Pren­derò il vaso del tuo corpo, che disferò, e lo ricostruirò nel giardi­no della santa chiesa.

«Infatti, il mio corpo aveva ripreso a respirare, dimostrando che l'anima gli era tornata dentro» continuava Caterina. «Ma il dolore che avevo nel cuore era tanto, che non mi ha più lasciato. Ora non ho più sollievo, né posso prendere cibo, o bevanda. Mi avevano portato al piano di sopra; la stanza mi parve piena di demoni. Fra me e loro iniziò una battaglia, la più terribile che io abbia mai sostenuto. Come se non fossi io quella che ero, ma uno spirito immondo. Imploravo Dio padre perche' si decidesse ad ascoltarmi, e mi aiutasse.» Quelli che le erano accanto testimo­niarono di aver visto chiaramente i segni della sua lotta col dia­volo; ma nessuno l'aveva aiutata, perche' non potevano opporsi alla divina volontà; e anche perché, assicuravano, «Caterina cor­reva felice verso le sue pene». «Due notti e due giorni passarono in queste tempeste, senza che io perdessi la lucidità della mente», riprendeva il racconto della donna. «Solo il corpo sembrava fini­to. Dio mi aveva ordinato che per tutto il tempo della quaresima partecipassi alla messa all'aurora. A causa dei dolori atroci che mi torturavano, mi sembrava impossibile. Invece, tutto è stato possibile per obbedienza. In questi,, e molti altri modi che non vi posso narrare, la mia vita si consuma e si distilla nella dolce sposa della chiesa. All'ora terza, la messa è finita, e di nuovo vado a San Pietro.»

«E voi vedreste una morta andare in San Pietro...». Della lun­ga, minuziosa, straziante e dolorosissima lettera, Raimondo da Capua non riusciva a distinguere altro. Un maglio che di continuo gli batteva dentro al cuore, e non si acquietava. Era sconvolto dal coraggio di quell'impavida, tenace moribonda, che aveva esegui­to il suo compito fino all'ultimo istante di vita. Come sempre, Caterina aveva anteposto il bene della chiesa ai suoi desideri o bisogni. «Non soffrite perché siamo fisicamente, separati», gli aveva scritto. «Mi è di grande consolazione e felicità vedere che il vostro lavoro dà frutti.» Ma lui conosceva la sua immensa, la sua assoluta solitudine. Anche quando stava fra gli altri. E discu­teva, ascoltava, domandava, scriveva, soffriva, pregava, era come se fosse costantemente altrove. Come se Caterina fosse, sempre dritta, sulla soglia dell'infinito.

«E voi vedreste una morta andare in San Pietro...». Quel passo caparbio sullo sconnesso selciato di Roma rintoccava come un ossessionante rimprovero nell'animo pauroso del domenicano. La sua coscienza non voleva ammetterlo, ma la grande lezione della giovane donna era diventata, per lui, assai più che un rimor­so. E adesso soltanto sapeva che era privilegio riservato agli «eletti», soffrire per il bene comune, fino a morirne. Gli occhi smarriti e velati di lacrime ferme, che non riusciva ad asciugare, vedeva Caterina passare ansimando davanti alla chiesa della Minerva, dal chiostro e la sala capitolare finemente affrescati, e il pavimento ricoperto di antiche lastre tombali. Oltrepassando il monastero e la chiesa di Santo Stefano del «Cacco», così chia­mata dopo che era stata trovata nei vicinissimi scavi dell'Iseo Campense una scultura egizia in granito raffigurante un macaco:

a piedi nudi, come nudi avevano attraversato l'Italia fino ad Avi­gnone, la vedeva sfiorare le pietre antiche e corrose davanti alla maestosa basilica di Nettuno, dal gioioso architrave scolpito con motivi di delfini e conchiglie. E rabbrividiva pensando al suo corpo estenuato mentre, arrancando per un erto viottolo, si pog­giava al muro della casa dov'era stato martirizzato e sepolto san­t'Eustachio. Roma era una città di 20.000 abitanti, quasi tutti poveri, disoccupati e avventurieri, ridotti a vivere di espedienti, accattonaggio, umili servizi ai nobili e al clero. I sagrati delle chiese erano prati avari e tarlati, dove pascolavano le oche e le pecore. Arcigne roccaforti erano diventate le sontuose dimore dei nobili, in costante lotta fra loro. Intasate da venditori, strac­cioni, pellegrini e soldati, erano le tortuose contrade dove la melma e l'incuria avevano fatto sprofondare il possente selciato romano. Prostitute vistosamente truccate adescavano i passanti anche fuori dai loro vicoli. Maghi, ciarlatani, saltimbanchi, ven­ditori di amuleti, di erbe dai poteri afrodisiaci o di morte, predi-cavano ai piedi delle piramidi egizie, delle sfingi, degli innume­revoli obelischi che la Roma imperiale aveva portato come tro­feo dalle sue guerre.

Sgomento, Raimondo vedeva ancora Caterina costeggiare piazza in Agone, che i romani chiamavano comunemente Navo­ne o Navona, e stramazzare sui gradini della chiesa eretta sul circo Domiziano e dedicata alla vergine e martire Agnese, che in quel punto era stata esposta nuda alla folla. I venditori accalcati lungo la via del Governo Vecchio per rifornire di ceri e pani d'in­censo i pellegrini diretti a San Pietro, salutavano con incredula pena la mantellata che ogni mattina avanzava lungo la «via papa­lis». E dopo aver preso fiato, accasciata su una pietra sotto la for­tezza da dove gli Orsini controllavano la città dall'altra parte del Tevere, la immaginava poggiare uno sguardo affranto e distratto sulla grandiosa prospettiva che univa il ponte Elio alla poderosa rotonda merlata di Castel Sant'Angelo. Era giunta a metà del cammino. Oltre la barriera verde cupo dei pini marittimi, e con­tro il cielo invernale arruffato di nuvole color grigio piombo bor­date d'oro, si stagliava l'orgoglioso profilo della «città leonina», dov'era stato sepolto san Pietro.

Intorno alla basilica eretta da Costantino in onore del marti­re, nei primi tempi erano sorte soltanto cappelle, chiese, con­venti. Più tardi, i sassoni, i longobardi e i franchi, avevano co­struito un quartiere per ospitare i pellegrini stranieri, il gotico «burg», che nella metà dell' 800 papa Leone IV aveva circonda­to di mura dopo un incendio disastroso. Il febbrile rimorso di Raimondo seguiva il passo affannato di Caterina mentre attra­versava l'aggrovigliato cantiere dove muratori, carpentieri e pit­tori, dopo anni di desolato abbandono ripristinavano le chiese rovinate dopo la fuga dei papi: quella dedicata alla Vergine in Sassia, costruita per i pellegrini sassoni; San Lorenzo in Pisci­bus, dal logoro campanile romanico; San Michele in Sassia, appollaiata sulla cima di un'altura. Dentro San Pietro, l'accora­ta visione del domenicano si annebbiava, smarrendosi. Dove stava per tutto il giorno la donna, rapita nella sua estrema pre­ghiera? Sulla grata del papa martire? Raggomitolata in un banco? Sul fondo della basilica dalle alte capriate di legno? Errante, nel suo ininterrotto dolore, fra gli affreschi, i mosaici, le tombe, i trofei, la selva fitta e inquietante dei labari delle bat­taglie vinte contro gli «infedeli»?

«Me ne sto lì fino all'ora del vespro, e finché non vedrò que­sto popolo rappacificato con suo padre non vorrei lasciare quel luogo neppure la notte», aveva scritto Caterina a Raimondo. E lucida come una lama, gli raccontava come moriva: «Questo mio corpo sta senza alcun cibo, e senza una goccia d'acqua. E i tor­menti sono tanti, che la mia vita ci sta dentro per un pelo. E come Satana aveva avuto da Dio il permesso di tormentare Giobbe, sembrava che ora avesse avuto facoltà di martoriare il mio corpo con tale intensità che dalla pianta dei piedi alla testa non c'era un punto che non mi facesse male, e alcune parti mi facevano male ancora di più. Non so cosa vorrà fare di me la bontà divina. Ma a me sembra che, per il mio corpo, sia giunto un nuovo martirio. Poi, forse, se mi vorrà resuscitare con lui, Dio metterà fine alle mie miserie». Nella smisurata, vertiginosa solitudine di fronte alla morte, Caterina aveva parlato a Raimondo anche del suo ter­rore di non meritare la pace del Cielo: «Perdonate se vi ho scrit­to parole amare. Non le ho scritte per darvi amarezza, ma perché sono nel dubbio, e non so quello che il Signore vorrà fare di me. Pregate per me, e fate pregare per l'amore di Gesù Crocefisso». Infine, l'addio: «Ho pregato, e prego la sua misericordia affinché compia su di me la sua volontà. E inoltre lo prego perché non lasci orfani né voi, nè altri, e vi indirizzi sempre sulla via della verità con vera, perfettissima luce. Sono certa che lo farà. Ora, dico grazie all'altissimo Dio che ci ha messo sul campo di batta­glia, come cavalieri, a combattere per la sua sposa con lo scudo della fede».

Soffriva spaventosamente. Avevano raccontato quelli che erano con lei: «La sua pelle, senza niente in mezzo, era incolla­ta alle sue ossa». Scriveva Antonio Caffarini: «Nessun cibo entrava nel suo stomaco, e per quanto dicesse che aveva dentro un incendio che le faceva uscire dalla bocca un respiro caldo come fuoco, non riusciva a inghiottire neppure una gocciolina d'acqua. Da quel giorno, il suo corpo già tutt'ossi e pelle sem­brava la morte in persona. I tormenti crescevano continuamente, ma la vergine non interrompeva le sue preghiere. Ho saputo da chi le stava vicino, ma anche da lei quando mi scriveva, che più pregava, più si sentiva forte. Dal 29 gennaio, fino alla sua fine, soffrì sempre di più». Barduccio Canigiani confermava: «Dal giorno della sessagesima in avanti, iniziarono nuovi dolori e atrocità sul suo povero corpo. Sembrava impossibile a tutti loro che una creatura umana riuscisse a sopportare tante pene. Ma lei li consolava, ripetendo che andava a star meglio». «Essendo qua­resima», aveva scritto Neri di Landoccio, «nonostante l'infermi­tà assoluta, Caterina pregava, mentre a noi pareva un miracolo che potesse tanto pregare, e sospirare, e piangere. Le sue orazio­ni erano così intense che ogni mattina, dopo la comunione, si alzava da terra e si trascinava fino al giaciglio in uno stato che chiunque l'avrebbe data per morta.» E Antonio Caffarini: «Mai, dalla sua bocca, un lamento, una parola oziosa».

Verso la metà del mese di marzo, era andato a trovarla il pro­tonotaio apostolico Tommaso di Petra, che l'aveva conosciuta ad Avignone: «La trovai del tutto priva di forze, distesa su una nuda tavola in una stanza ridotta a oratorio, o cappella, in casa di Paola del Ferro. Le ho chiesto se voleva lasciare le sue ultime volontà. "Ma cosa volete che lasci, che io non ho niente", mi aveva risposto infastidita. E parlandomi del bisogno che sentiva di darsi a Dio totalmente, privandosi di tutto il resto, spiegava:

"Non si può dare a Dio il proprio cuore, se non è libero". Dice­va di aver creduto soltanto nella provvidenza divina, della quale aveva sempre avuto la prova. Inoltre, mi disse che fin dall'inizio aveva inchiodato in un "lume di fede viva" la sua capacità di intendere e di volere. Soffriva atrocemente, ma il dolore non la spaventava. "Non rifiuto la fatica, il tormento, la pena", mi aveva detto. "Sono disposta, per l'onore di Dio, e la salute del prossimo, a dare la vita mille volte al giorno. E con maggior sof­ferenza di una volta, se fosse possibile." Alla fine, aveva ripetu­to più volte, "Amatevi, amatevi"».

Qualche giorno prima di morire, Caterina aveva chiamato uno per uno i «discepoli». Aveva testimoniato Stefano Maconi:

«Puntando il dito verso di me, con quel poco di fiato che le resta­va mi ha detto di farmi certosino e mi ha dettato una lettera per Bartolomeo Dominici. Gli chiedeva di raggiungerla perché desi­derava parlargli».

E Francesco Malavolti: «Mi ha detto di ritirarmi nel convento di Monte Oliveto».

E Alessia Saraceni: «Mi assegnò il compito di coordinatrice delle donne della "famiglia" di Siena».

E Neri di Landoccio: «Mi suggeri di farmi eremita».

Infine, Cristofano di Gano Guidini: «Mi ordinò di farmi frate inserviente nell'ospedale di Siena».

Si era sparsa la notizia che la «vergine» senese stava per mori­re. La via del Papa era intasata di persone inginocchiate per terra, che pregavano e piangevano. Per non turbare la sua agonia, era stata sbarrata la porta di casa. Il senatore Giovanni Cenci si era impegnato personalmente a deviare il traffico cittadino. Gli ambulanti erano stati invitati ad aggirare l'isolato coi loro car­retti di mercanzie. Il 24 marzo, sabato santo, era arrivato a Roma Bartolomeo Dominici. «Giaceva su un letto di assi, col bordo ai lati come se fosse una bara», aveva raccontato. «Mi avvicinai, il suo corpo era così smagrito che le si potevano contare i nervi. Era scura di pelle, sembrava cotta dal sole. Per sentire la sua voce, avevo dovuto piegarmi fino a sfiorarle il viso. "Io vado, io vado davvero", mi aveva detto: "grazie a Dio".» Il 25 marzo 1380, Bartolomeo aveva celebrato messa nella sua stanza. Intri­sa di un sudore gelido, Caterina si era trascinata fino all'altare e aveva ricevuto la comunione. Aveva testimoniato il frate: «Mi ordinò di tornare subito a casa, pregandomi di non lasciare solo padre Raimondo, che stava per assumere un compito molto importante e aveva bisogno di aiuto».

Barduccio Canigiani aveva narrato la morte della giovane Benincasa in una lettera a Caterina Petriboni, suora nel conven­to di San Piero a Monticelli presso Firenze: «Il suo corpo era ridotto al punto che sembrava un cadavere dipinto sul lenzuolo. Dalla vita in giù non poteva più muoversi, neppure un poco. Teneva gli occhi fissi sul Crocefisso. Lo adorava, e mormorava qualcosa che, per ignoranza, o per il dolore che provavo, o per la sofferenza che opprimeva il suo petto, io non riuscivo a capi­re. Parlava con estrema difficoltà, e noi mettevamo l'orecchio vicino alla sua bocca, cogliendo una o due parole ogni tanto. Spesso, dalle sue labbra usciva un urlo rauco, strozzato. E con gli occhi, cercando di levare la testa, gridava: "Sangue, sangue, sangue!". Finalmente, facendo il segno di croce, ci benedisse tutti, e si avvicinò all'ultimo desideratissimo termine della vita dicendo: "Signore, tu mi chiami, e io vengo a te. Non per i miei meriti, ma per la tua misericordia". Due ore prima dell'alba del lunedì precedente l'Ascensione, cambiò totalmente, e sembrò, per morire. Fece chiamare tutta la famiglia, e con un cenno del capo fece capire che desiderava ricevere l'assoluzione generale che le era stata concessa dai papi Gregorio XI e Urbano VI. Poi si immobilizzò del tutto. Respirava sempre più debolmente. L'a­bate di Sant'Antimo le impartì l'estrema unzione. Subito dopo si rianimò, e agitandosi con le braccia e alterando il volto, per un'ora e mezzo sembrò preda dei demoni. Urlava di continuo:

"Peccavi Domine, miserere mei", alzando ossessivamente il braccio destro, che poi lasciava pesantemente cadere sul letto.

Sembrava vaneggiare, spesso sorrideva o piangeva, e singhioz­zando aveva ricordato le calunnie di chi l'accusava di vagabon­dare senza sosta da una parte all'altra per vanità e smania di successo. Dopo tanto penare, mentre gli occhi si riempivano di lacrime silenziose, il suo volto si era ricomposto. Alessia la teneva fra le braccia. Le avevano posato sul petto una tavoletta contenente alcune reliquie di santi. Aveva cercato di sedersi. E fissando un crocefisso che le tenevano accanto al volto, l'ado­rava battendosi il petto. All'ora sesta del 29 aprile, domenica, festa di San Pietro Martire e patrono dei predicatori, era morta chiedendo a tutti perdono e sussurrando, “Signore, ti raccoman­do la mia anima”. La tenemmo insepolta fino al giorno di mar­tedì. E in quei tre giorni fu un grande, ininterrotto accorrere di popolo».

Per evitare assembramenti scomposti, era stato deciso di tene­re nascosta la morte di Caterina fino al mattino seguente. All'al­ba, Stefano Maconi aveva portato sulle spalle la bara scoperta fino alla chiesa della Minerva. «Già durante il trasporto, la noti­zia aveva fatto il giro di Roma», aveva testimoniato frate Santi, «e una gran folla era accorsa perché voleva vederla e toccarla. Le strapparono le vesti, e un dito della mano sinistra. Temendo che il corpo fosse fatto a pezzi, si decise di deporlo dietro la cancel­lata della cappella di San Domenico. Il papa aveva ordinato che le sue esequie fossero "solenni come quelle di una principessa", e il senatore Giovanni Cenci aveva disposto che vi partecipasse­ro anche i rappresentanti del governo e del popolo coi gonfaloni e i vessilli di Roma. Il terzo giorno, il corpo era stato sepolto nel piccolo cimitero che circondava la chiesa. C'era sempre una gran folla che andava a pregare sul sepolcro, dove si verificavano prodigi. I miracolati avevano portato in chiesa gli ex voto d'argento, che in poco tempo erano stati tutti rubati.»

Sul tavolo della cella del convento di Camporegio, Raimondo da Capua aveva ordinatamente raccolto in un grosso quaderno tutte le testimonianze sui fatti accaduti nei tre giorni in cui Cate­rina era rimasta dentro la chiesa in attesa della sepoltura. Un bambino di quattro anni, i cui nervi del collo si erano contratti al punto da obbligarlo a vivere con la testa piegata sulla spalla, era guarito sfiorando il suo velo. Il paralitico Lucio di Cannarola era

riuscito a sfiorare con lo stinco la mano di lei, ed era tornato a casa senza la gruccia. La lebbrosa Ratozola, respinta da tutti per­ché puzzava orrendamente, aveva posato sulle mani della morta il volto deturpato, tornato liscio di colpo. Ciprio, un padre ormai disperato, aveva fatto toccare i rosari di Caterina alla sua bambi­na tisica, risanata in un attimo. La francescana Domenica, che da sei mesi non riusciva a muovere un braccio, non potendo farlo personalmente, aveva passato il velo a una consorella perché lo posasse sulla salma: era guarita all'istante. Antonio di Lello di Pietro, costretto su una carrozzella da una frattura alla schiena, aveva fatto un voto a Caterina. Dopo averlo adempiuto, guarì. Paola del Ferro, malata da quattro mesi di gotta, non poteva curarsi perché la medicina che le sarebbe stata utile avrebbe dan­neggiato un'altra sua infermità. Relegata in un letto, aveva chie­sto di poter almeno toccare un oggetto di Caterina, ed era guari­ta. La ricca Maria, che per un lancinante dolore al capo aveva gia perso l'uso di un occhio, non usciva di casa per la vergogna. Caterina era apparsa alla serva di Maria e le aveva ordinato di gettare le medicine e di andare ad ascoltare la messa. Il dolore della padrona era passato all'improvviso, mentre tornava a fun­zionare anche l'occhio che sembrava già perso. Giacomo, figlio di Pietro di Niccolò, a letto da molti anni, era stato consacrato a Caterina da Ceccola Carteria: era guarito. Cilia di Petriccio era in punto di morte quando si era rivolta a lei, e subito si era ripre­sa. Giovanna degli Ilperini, aveva visto precipitare dal balcone il suo bambino, che toccava terra come una piuma dopo un'invo­cazione alla «santa senese». Bruna di Giovanni stava lavando i panni nel Tevere, quando un'ondata le aveva strappato di mano la preziosa coperta che le era stata affidata. Mentre si sforzava di tirarla a riva, lei stessa stava per essere travolta dalla corrente. Aveva salvato la lavandaia, e il costosissimo drappo, un'invoca­zione così alta e straziante, che il nome di Caterina si era udito fin sull'altra sponda del fiume. L'elenco seguitava ancora. Altri prodigi si erano verificati a Siena, a Pisa, a Lucca, nei villaggi dell'Amiata.

Ventitré giorni dopo la morte di Caterina, Raimondo da Capua aveva sostituito il Padre generale dei domenicani Elia da Tolosa, allontanato dal suo ufficio perché sostenitore dell'antipapa e din­nanzi al quale, nella sala capitolare di Santa Maria Novella a Firenze, sei anni prima si era svolto il processo alla giovane Benincasa. Tornato per la prima volta a Roma il 3 ottobre 1384, aveva fatto trasferire il corpo della donna all'interno della chie­sa romana di Santa Maria della Minerva e, autorizzato dal papa, ne aveva staccato la testa, che Tommaso della Fonte e Ambrogio Sansedoni avevano portato a Siena in forma privata. Otto mesi dopo, custodita in una borsa di cuoio ricamata con fili d'oro e cordoncini di seta rossa, la reliquia era stata esposta nella cap­pella dell'ospedale di San Lazzaro, sulla via Romana, dove l'a­dolescente mantellata andava a curare i lebbrosi. Raimondo era giunto nella città di Caterina nei primi giorni del maggio 1385, per partecipare alla processione che avrebbe accompagnato il teschio fino alla chiesa di San Domenico, dove sarebbe stato definitivamente deposto in una cappella affrescata, sul lato destro dell'immensa navata.

Si prevedeva una cerimonia grandiosa. Il governo di Siena, presente al completo, aveva ordinato la partecipazione di tutti i vescovi e i prelati delle sue città. Sul sagrato di San Domenico, dove Raimondo da Capua avrebbe tenuto un sermone in onore di Caterina, si sarebbero schierati i domenicani, i francescani, gli olivetani, i benedettini, gli agostiniani, i camaldolesi degli innu­merevoli conventi e abbazie della Repubblica. E le mantellate della cappella delle Volte, che mai avevano cessato di calunnia­re la scandalosa diversità della loro compagna. Erano rimaste in poche. La riforma, tanto appassionatamente predicata da Cateri­na, le aveva ridotte quasi alla metà. Preceduta da duecento bam­bine vestite di bianco e duecento bambini vestiti da paggio, inca­ricati di cospargere le strade con petali di gigli e di rose, la reli­quia avrebbe attraversato la città sotto un baldacchino di seta bianca ricamata d'oro. Il vescovo di Siena avrebbe camminato sul lato destro, reggendo con una mano un cordone del carro. Raimondo, a sinistra. Dietro, sarebbe venuto il popolo.

Il giorno precedente il solenne avvenimento, il Padre genera­le dei domenicani aveva incontrato Tommaso della Fonte, Bar­tolomeo Dominici, Neri di Landoccio, Antonio Caffarini, Matteo Cenni di Fazi, Cristofano Ghidini e Stefano Maconi, e ancora una volta li aveva interrogati attentamente, uno per uno. Alla fine, avevano cenato insieme nel refettorio del convento sul col­le di Camporegio, e tutti fissavano Raimondo chiedendogli, in silenzio, ciò che da tempo ardentemente volevano da lui. Gli avevano fornito le testimonianze necessarie. Erano pronti ad aiu­tarlo ancora. Toccava a lui, adesso, scrivere la vita di Caterina Benincasa.

Lo avevano accompagnato fino all'uscio della sua cella, dile­guandosi subito dopo nel buio, come fantasmi. Era tardi. All'ul­timo rintocco della campana che segnava il sopraggiungere della notte, un novizio era entrato portando dell’acqua e una scorta di candele. Poi, senza far rumore, era scomparso. In quel preciso momento, sia pure con una riluttanza alla quale non sapeva dare una ragione, il domenicano aveva finalmente deciso. E col suo stile da burocrate: lento, pedante, formale, si era chinato su di un foglio bianco e aveva scritto: «Ciò che riferirò in seguito, l'ho raccolto dalle lettere che Caterina mi mandò, e da quanto mi rac­contarono uomini e donne che le furono vicini fino alla morte. Ma poiché, citando in modo generico, non sembri che voglio vendere fumo, li nominerò tutti, maschi e femmine, uno per uno. Si dovrà credere a loro, non a me. Io, li ho conosciuti. E tutti, avendo interpretato in modo perfetto l'esempio della vergine, sono gli unici sinceri testimoni. Comincio dalle donne, perché non l'abbandonarono mai:

«Alessia. Sposata al nobile scienziato Niccolò di Francesco Saracini, era rimasta presto vedova e, venduti tutti i suoi beni, per consiglio di Caterina li aveva distribuiti ai poveri. La trovai ancora vivente al mio ritorno a Roma, dove morì poco dopo. Fu la mia prima informatrice di quel che accadde durante la mia assenza.

«Francesca, detta anche Cecca, vedova del nobile Clemente Gori. Rimasta vedova giovane, aveva preso l'abito delle mantel­late. E anche lei morì poco dopo.

«Lisa Colombini, figlia di Golio. Aveva due figlie monache nel convento di Montepulciano. E ancora vivente. A Roma la conoscono tutti, specie nel rione dove abita. Essendo stata la moglie di Bartolomeo Benincasa, fratello di Caterina, non vorrei che gli increduli sospettassero della sua testimonianza, per quan­to io abbia le prove che Lisa non è mai stata bugiarda.

«Degli uomini, ne nomino solo quattro, perché sono certo che dicono la verità. Il primo è fra Santi, santo di nome e di fatto. Era di Teramo, e per il Signore aveva abbandonato i parenti e la sua città e raggiunto Siena dove, per trent'anni, aveva vissuto da ere­mita nella selva del Lecceto. Era già vecchio quando aveva incontrato Caterina, che non avrebbe più abbandonato. Afferma­va che, seguendo la vergine Benincasa, trovava più quiete e con­solazione che nella solitudine della grotta. Diceva inoltre che da lei aveva imparato la virtù della pazienza, e che per questo aveva sopportato con gioia una penosissima malattia di cuore.

«L'altro, era il fiorentino Barduccio Canigiani. Lasciati i genitori e i fratelli, era diventato segretario particolare di Caterina, che aveva seguito anche a Roma. Dopo la sua morte, si appog­giò a me. Era malato di tisi, lo avevo mandato a Siena nella spe­ranza che migliorasse. È morto giovane, invocando la sua ama­tissima amica.

«Il terzo è Stefano Maconi, figlio del nobile Corrado. Anche lui fu segretario particolare di Caterina, che gli aveva dettato il "Libro". L'amava tanto che aveva lasciato per lei la madre, il padre e tre fratelli, la sua città, e la seguiva ovunque andasse. Dopo la sua morte, ha preso l'abito dei certosini. Ora è Genera­le dell'Ordine, e vive a Milano.

«Anche il quarto è ancora vivo. E Neri, o Ranieri dei Pagliaresi, figlio del fu Landoccio. Era stato uno dei suoi primi disce­poli, fu anche lui segretario della vergine. È un buon poeta. Vive da anacoreta a San Luca di Agromaggio a Firenze, sulla riva del­l'Arno».

Terminato l'elenco delle testimonianze, Raimondo da Capua si alzò per sbarrare dall'interno la porta della cella. Depose su uno sgabello d'ulivo l'orcio dell'acqua e il pacco delle candele. In piedi, poggiando tutte e due le mani aperte sul tavolo, fissò il cumulo di documenti, lettere, appunti, quaderni che aveva rac­colto in quei giorni. Per un attimo, come chi osa sfidare le verti­ginose altezze del cielo, o scrutare dentro gli abissi di una vora­gine, ebbe la sensazione di vacillare, sfiorando l'infinito. Sgo­mento, prima di intingere il calamo nel vasetto del cinabro, chie­se pietà per la sua presunzione, aiuto alla ragione, e la protezio­ne di Dio.

«Degli uomini, ne nomino solo quattro, perché sono certo che dicono la verità. Il primo è fra Santi, santo di nome e di fatto. Era di Teramo, e per il Signore aveva abbandonato i parenti e la sua città e raggiunto Siena dove, per trent' anni, aveva vissuto da ere­mita nella selva del Lecceto. Era già vecchio quando aveva incontrato Caterina, che non avrebbe più abbandonato. Afferma­va che, seguendo la vergine Benincasa, trovava più quiete e con­solazione che nella solitudine della grotta. Diceva inoltre che da lei aveva imparato la virtù della pazienza, e che per questo aveva sopportato con gioia una penosissima malattia di cuore.

«L'altro, era il fiorentino Barduccio Canigiani. Lasciati i geni-tori e i fratelli, era diventato segretario particolare di Caterina, che aveva seguito anche a Roma. Dopo la sua morte, si appog­giò a me. Era malato di tisi, lo avevo mandato a Siena nella spe­ranza che migliorasse. È morto giovane, invocando la sua ama­tissima amica.

«Il terzo è Stefano Maconi, figlio del nobile Corrado. Anche lui fu segretario particolare di Caterina, che gli aveva dettato il "Libro". L'amava tanto che aveva lasciato per lei la madre, il padre e tre fratelli, la sua città, e la seguiva ovunque andasse. Dopo la sua morte, ha preso l'abito dei certosini. Ora è Genera­le dell'Ordine, e vive a Milano.

«Anche il quarto è ancora vivo. E Neri, o Ranieri dei Pagliaresi, figlio del fu Landoccio. Era stato uno dei suoi primi disce­poli, fu anche lui segretario della vergine. È un buon poeta. Vive da anacoreta a San Luca di Agromaggio a Firenze, sulla riva del­l'Arno».

Terminato l'elenco delle testimonianze, Raimondo da Capua si alzò per sbarrare dall'interno la porta della cella. Depose su uno sgabello d'ulivo l'orcio dell'acqua e il pacco delle candele. In piedi, poggiando tutte e due le mani aperte sul tavolo, fissò il cumulo di documenti, lettere, appunti, quaderni che aveva rac­colto in quei giorni. Per un attimo, come chi osa sfidare le verti­ginose altezze del cielo, o scrutare dentro gli abissi di una vora­gine, ebbe la sensazione di vacillare, sfiorando l'infinito. Sgo­mento, prima di intingere il calamo nel vasetto del cinabro, chie­se pietà per la sua presunzione, aiuto alla ragione, e la protezio­ne di Dio.