TRATTATO DEL PURGATORIO
Di
Santa Caterina da Genova
Come (la
santa), per relazione col fuoco divino che percepiva nel suo cuore
e che la rendeva casta interiormente, vedeva con gli occhi dell'anima e
comprendeva la condizione dei fedeli nel purgatorio - erano lì per purificarsi
prima di essere presentati al cospetto di Dio, in paradiso. Cap. 411.
Quest'anima
santa, ancora vestita del suo corpo, era stata posta nel purgatorio dell'amore
divino, che, pieno di fuoco, la bruciava completamente e purificava in lei ogni
cosa, perché - lasciata questa vita - potesse essere subito presentata al
cospetto del suo dolce Dio. E, grazie a questo amorevole fuoco, comprendeva
nel suo intimo la condizione dei fedeli nel purgatorio: erano lì per
purgare ogni ruggine e macchia di peccato non ancora mondate nel corso della
loro esistenza terrena.
Nell'amorevole purgatorio del fuoco
divino la santa, unita al divino amore, gioiva di tutto ciò che operava in lei
e, comprendendo la condizione delle anime, usava queste parole:
«Le anime del purgatorio non possono
avere altra scelta che essere lì. Ciò avviene per disposizione di Dio, che
ha operato con giustizia.
I purganti non sono nella condizione di
voltarsi indietro e dire: «Ho commesso certi peccati, per cui merito di stare
qui». E neppure dire: «Non vorrei averli commessi, così ora andrei in
paradiso». Né ancora: «Lui uscirà di qui prima di me o io ne uscirò prima
di lui».
Non sono in grado di tenere alcuna
memoria propria, né in bene né in male, né su altri: sono così felici di
appartenere al piano di Dio, che non hanno pensieri per se stessi. Vedono solo
tanta bontà e l'opera di Dio, che, pieno di misericordia, conduce l'uomo a sé;
(le anime) non percepiscono la pena e il bene che ciascuno vive dentro se stesso
- del resto, se riuscissero a percepirli, non potrebbero più prender parte alla
carità pura.
Non vedono neppure di essere nella pena
per i loro peccati né sono in grado di trattenere nella mente quella vista,
perché sarebbe una imperfezione in atto, che non può esistere in questo
luogo: lì non è più possibile peccare attualmente.
La percezione del purgatorio avviene in
loro una sola volta, nell'istante, cioè, in cui abbandonano questa vita e poi
mai più, perché questo costituirebbe una proprietà.
Le anime sono nella carità e non possono deviare da essa con una
mancanza volontaria: non sono più in grado di volere né desiderare altro, se
non esclusivamente il volere puro della carità pura. Infatti, essendo immerse
nel fuoco del purgatorio, appartengono al disegno divino - che è carità pura
- e in esso non sono nella condizione di deviare in nessuna parte. Trovano così
impedimento nel commettere peccato attuale e, parimenti, nel compiere atti
meritevoli.
Non credo esista felicità paragonabile
a quella di un'anima del purgatorio, tranne quella dei santi del paradiso. E
ogni giorno questa gioia aumenta per influsso di Dio nelle anime e tende ad
aumentare, perché ogni giorno consuma ciò che impedisce tale influsso.
La ruggine del peccato è l'impedimento;
il fuoco consuma la ruggine e così l'anima si apre sempre di più all'influsso
di Dio.
Se un oggetto coperto, stando al sole,
non può corrispondere al riverbero del sole - non per difetto del sole, che
continuamente splende, ma per ciò che lo copre - quando la copertura, si
consumerà esso si dischiuderà al sole e corrisponderà al suo riverbero
nella misura in cui si sarà consumato ciò che lo copriva.
Lo stesso accade per la ruggine del
peccato, copertura delle anime nel purgatorio: essa si consuma via via per il
fuoco e, nella misura in cui si consuma, corrisponde al suo vero sole, Dio.
Tanto cresce la gioia, quanto viene meno la ruggine e l'anima si apre
all'influsso: mentre una cresce, l'altra si riduce, sino a quando non sia
giunto al termine (il tempo dell'espiazione). La pena non diminuisce, diminuisce
il tempo in cui restare in essa.
Per ciò che concerne la loro volontà
(le anime) non possono mai dire che quelle siano pene; gioiscono della
disposizione divina, con la quale è unita la loro volontà nella pura carità.
Ma, contrariamente alla gioia della volontà in tale modo unita, subiscono una
pena così atroce, che lingua non può parlarne, né intelletto può capirne una
minima scintilla, se Dio non glielo mostrasse per grazia speciale. Dio mi ha
mostrato questa scintilla per sua grazia, ma non mi è possibile esprimerla a
parole. Quella vista, che il Signore mi mostrò, non lasciò mai più la mia
mente. Dirò di ciò che mi successe quel che riuscirò a esprimere e intenderà
chi il Signore vorrà che intenda.
Il fondamento di tutte le pene è il
peccato, originale o attuale.
Dio ha creato l'anima pura e semplice,
pulita da ogni macchia di peccato, dotata di istinto beatifico verso di Lui; da
quest'ultimo l'allontana il peccato originale. Il peccato attuale poi, si
aggiunge ad esso e allontana di più l'anima da Dio e, a mano a mano che si
scosta, l'anima diventa maligna, perché non è corrisposta da Dio.
Tutte le forme di bontà esistenti,
vengono per divina partecipazione, che nelle creature irrazionali corrisponde
come vuole e come ha disposto e non viene mai meno a esse. Verso l'anima poi,
Dio corrisponde in maggiore o minore misura a seconda del suo stato di
purificazione dal peccato.
Quando l'anima si avvicina alla sua
prima creazione pura e netta trova in sé un istinto beatifico che cresce con
tale impeto e furore di fuoco di carità - il quale l'attira al suo fine
ultimo - da divenirle insopportabile l'impedimento. A mano a mano che vede
farsi vicino il suo fine ultimo, la pena diventa per lei più grande e atroce.
Le anime che sono nel purgatorio non
possiedono peccato né esiste impedimento fra loro e Dio, ad eccezione di
quella pena che le ha costrette e a causa della quale l'istinto non ha potuto
raggiungere la sua perfezione (nel fine ultimo che è Dio).
Vedendo con certezza quanto sia grave
anche un solo impedimento presso Dio e che, per necessità di giustizia, viene
ritardato quell'istinto, ne nasce un fuoco così terribile che è paragonabile a
quello dell'inferno, anche se non c'è colpa, - colpa che si ritrova invece nei
dannati dell'inferno, perché prodotta dalla volontà maligna. A questi Dio
non corrisponde la sua bontà; i dannati restano in quella volontà disperata
e nella malignità, contro la volontà di Dio.
Da ciò si vede ed è chiaro che si
considera colpa la volontà perversa che agisce contro la volontà di Dio:
mentre persevera la mala volontà, persevera la colpa.
Dal momento che quelli dell'inferno
hanno lasciato questa vita con la cattiva volontà, la loro colpa non è
rimessa, né si può rimettere, in quanto non possono più mutare di volontà:
con quella mala volontà sono passati da questa vita all'altra.
Il passo seguente conferma la decisione
nei riguardi dell'anima, in bene o in male, a seconda della volontà
deliberata in cui si trova: Ubi te invenero, cioè all'ora della morte,
in quella volontà di peccare o di dolore per aver peccato, ibi te iudicabo. Al
giudizio non segue poi remissione, perché dopo la morte la libertà
d'arbitrio non è più mutabile: si ferma nella condizione in cui si
trova al punto della morte.
Le anime infernali portano con sé per
sempre la colpa e la pena; quest'ultima poi, non è proporzionale alla pena
che meritano, ma è infinita. Le anime purganti soffrono solamente la pena e,
poiché sono senza colpa - cancellata dal dolore -, la pena ha un termine e
diminuisce sempre di più in rapporto al tempo, come si è detto.
O miseria sopra ogni miseria, tanto
maggiore poi se non è considerata dall'umana cecità!
La pena dei dannati non è infinita in
quantità, perché la dolce bontà spande il raggio della sua misericordia
anche all'inferno. L'uomo che muore nel peccato mortale merita pena e tempo
infiniti, ma la misericordia divina rende possibile che solo il tempo sia
infinito e la pena sia invece limitata nella quantità, - anche se giustamente
il Signore avrebbe potuto attribuire al peccatore una pena maggiore di quella
che gli è stata attribuita.
Vedi quanto è pericoloso il peccato
commesso con malizia! Difficilmente l'uomo se ne pente e, non pentendosi, la
colpa resta sempre e dura quanto l'uomo resta nella volontà del
peccato, commesso o da commettere.
Ma le anime del purgatorio hanno la loro
volontà in tutto conforme a quella di Dio; a lei Dio corrisponde con la sua
bontà ed esse sono felici perché la loro volontà è purificata dal peccato
originale e attuale.
Quanto alla colpa, le anime riacquistano
la purezza della prima creazione perché hanno lasciato questa vita dolendosi
di tutti i peccati commessi, con l'intenzione di non commetterne più.
Per il dolore che provano Dio perdona
subito la colpa e così alle anime non rimane (altro) se non la ruggine e la
deformità del peccato, che si purifica poi nel fuoco attraverso la pena.
Queste anime, purificate totalmente da
ogni colpa e unite a Dio per volontà, vedono Dio in maniera chiara e
proporzionale a quanto Lui fa loro conoscere; nel vedere quanto è importante
la fruizione di Dio e che l'anima è stata creata a quello scopo, trovano
una conformità tale che le unisce a Dio - conformità che tende a realizzarsi
per l'istinto naturale che spinge l'anima verso Dio - che non si possono dire
ragionamenti, figure né esempi sufficienti a chiarire questa condizione, come
la mente cioè l'avverta nei suoi effetti e la comprenda per sentimento
interiore.
Un esempio. Poniamo che in tutto il
mondo non ci sia che un unico pane in grado di togliere la fame e che tutte le
creature si sazino anche solamente col vederlo. Ora, la creatura - cioè l'uomo
- ha l'istinto di mangiare quando è sano e, se non mangia, se non si ammala,
se non muore, quella fame crescerà sempre di più, perché non viene meno
quell'istinto.
Lui
è contento, perché conosce il pane che lo può saziare, tuttavia, per il fatto
stesso di non averlo a disposizione, non può togliersi la fame.
Questo è l'inferno che vive chi ha una
grande fame: più l'uomo si avvicina al pane senza poterlo vedere, più si
accende il suo desiderio naturale, che istintivamente è tutto rivolto verso
quel pane, in cui consiste la felicità. La certezza di non vedere mai quel pane
è per lui l'inizio dell'inferno vero e proprio, quello che vivono i dannati,
privati della speranza di contemplare l'autentico pane, Dio salvatore.
Le anime del purgatorio invece hanno
fame, sì, perché non vedono il pane di cui potersi nutrire, ma conservano la
speranza del momento in cui potranno vederlo e saziarsene completamente; la
loro pena consiste nel non poter soddisfare subito la fame.
È chiaro che lo spirito purificato non
trova altro luogo che Dio per riposare - a tal fine infatti è stato creato -
e il peccato nell'anima non ha altro luogo che l'inferno secondo l'ordinamento
divino. Nel momento in cui lo spirito si separa dal corpo, l'anima - se si
diparte in peccato mortale - raggiunge il luogo prestabilito, guidata dalla
natura del peccato.
Se l'anima non ritrovasse là
l'ordinamento divino, che procede dalla sua giustizia, vivrebbe in un inferno
peggiore di quello in cui si trova, perché fuori da tale disposizione. Quest'ultima
infatti è partecipe della misericordia divina, che permette ai dannati di non
scontare la pena che meritano; essi, d'altro canto, si gettano subito
nell'inferno - come se quel luogo fosse di loro proprietà - perché non trovano
per sé nulla di più adatto e di meno doloroso.
Lo stesso vale a proposito del
purgatorio: l'anima, separata dal corpo, non possiede più la purezza
originaria e, accorgendosi della sua macchia - che non si può eliminare se non
per mezzo del purgatorio - si getta in quel luogo presto e volentieri.
Se il progetto divino non prevedesse di
purgare la ruggine del peccato, in quell'istante si genererebbe un inferno
peggiore del purgatorio, perché l'anima si vede separata da Dio, che diventa
così importante da far passare in secondo piano le pene del purgatorio
(sebbene, come si è detto, questo luogo sia simile all'inferno).
Per ciò che dipende da Dio, vedo che il
paradiso non ha porta alcuna: chi vuole entrare lo può fare, perché Dio è
tutto misericordia e sta con le braccia aperte verso di noi, per riceverci nella
sua gloria.
La divina essenza è pura e monda -
molto più di quanto l'uomo possa immaginare - e l'anima che ha in sé la minima
imperfezione - un fuscello, per dire - preferirebbe gettarsi in uno o mille
inferni, piuttosto che ritrovarsi alla presenza divina con una minima macchia.
Ma compito del purgatorio è quello di togliere la macchia! L'anima sceglie questo
luogo per trovare in esso la misericordia che le occorre per potersi mondare
dalle sue colpe.
La lingua non può esprimere e il cuore
non può capire quanto sia importante il purgatorio: la pena è infernale, ma
l'anima peccatrice la riceve come dono di misericordia, perché le pene non
hanno peso di fronte alla gravità di quella macchia che impedisce l'amore.
Vedo che la pena di quelli che sono nel
purgatorio è soprattutto quella di essere causa del dispiacere di Dio e il
fatto che esso sia il frutto di un atto volontario compiuto contro la bontà
divina, rispetto a qualsiasi altro dolore. Dico ciò perché i purganti, dal
momento in cui godono della Grazia, si accorgono finalmente dell'importanza
dell'impedimento che li distacca da Dio.
Sono certa delle mie parole per ciò che
ho potuto comprendere in questa vita. Ogni vista, ogni parola, ogni
sentimento, ogni immaginazione, ogni giustizia, ogni verità mi sembrano bugie.
Di queste parole resto più confusa che soddisfatta, perché non trovo vocaboli
più estremi con cui potermi esprimere e perciò taccio.
Le mie parole sono niente se paragonate
a quello che la mia mente avverte; tra Dio e l'anima c’è una conformità
tale che, nel momento in cui il Signore la vede nella sua purezza originale,
con il fuoco del suo amore - sufficiente ad annichilire l'anima immortale -
le dona quella tensione, che è sguardo unitivo, attraverso cui la lega e la
tira a se.
L'anima si assorbe in Dio al punto di
negare l'esistenza di altro all'infuori di Dio.
Il Signore l'attira e la infuoca
continuamente, fino a condurla a quell'essere da cui è uscita, quella
assoluta purezza nella quale fu creata.
Quando l'anima vede interiormente che è
attirata dal divino fuoco dell'Amore, sente che il calore la scioglie e
ridonda nella mente il suo dolce Signore. Lei sa che Dio non mancherà mai di
attirarla e di condurla alla perfezione, con attenzione costante e secondo i
suoi piani.
La pena delle anime nel purgatorio
consiste proprio nel vedere ciò che Dio mostra loro nella sua luce e di
esserne attratte, senza però poter seguire quella seduzione, quello slancio
unitivo che il Signore ha dato loro per legarle a sé. La percezione di quanto
sia gravoso quell'impedimento e l'istinto che l'anima ha di poter essere
attratta da quello sguardo senza impedimenti, costituiscono la sofferenza dei
purganti.
Essi non tengono conto della pena vera e
propria - per quanto, di per sé, sia grandissima - ma danno importanza al
fatto che si oppongono alla volontà di Dio, che, acceso da tanto estremo
amore puro verso loro, le attira fortemente a sé con il suo sguardo unitivo,
come se ciò fosse l'attività principale.
Se l'anima trovasse un altro purgatorio
oltre quello in cui si trova, pur di potersi liberare dall'impedimento al più
presto, gli si butterebbe dentro, tanto impetuoso è l'amore, simile a quello di
Dio.
Vedo ancora che dall'amore divino si
dipartono verso l'anima raggi e lampi così colmi di fuoco, penetranti e
forti, che, se fosse possibile, annullerebbero addirittura l'anima, non solo
il corpo.
I raggi compiono nell'anima due
operazioni: la sua purificazione e il suo annullamento.
Come succede all'oro: quanto più lo si
fonde, tanto diventa puro, e, se si continuasse a fonderlo, ogni imperfezione
verrebbe annullata; tale è l'effetto del fuoco nella materia.
L'anima non può annullarsi in Dio, ma
in se stessa; a mano a mano che si purifica, si annulla in se stessa e resta
in Dio l'anima pura.
L'oro, puro a ventiquattro carati, per
quanto fuoco gli si possa dare, non consuma più, salvo le sue imperfezioni. Ciò
accade con il fuoco divino nell'anima: mentre Dio la tiene nel fuoco, lei consuma
ogni sua mancanza e va verso la perfezione dei ventiquattro carati.
Monda, resta completamente in Dio senza
alcunché di proprio, perché la purificazione dell'anima consiste nella
privazione di noi in noi: il nostro essere è Dio. L'anima, purificata a
ventiquattro carati, rimane impassibile, perché non ha più nulla da
consumare. Se anche fosse tenuta nel fuoco, non le sarebbe penoso: è fuoco
dell'amore divino che è per lei vita eterna. Possono vivere senza alcuna
contrarietà, come le anime beate, persino in questa vita, se fosse possibile
per loro restare insieme al corpo. Ma non credo che Dio le tenga sulla terra,
eccetto che per qualche grande volontà divina.
L'anima è stata creata capace di poter
raggiungere la sua perfezione originaria, vivendo secondo quanto era stato
disposto per lei senza lasciarsi contaminare dal peccato. Con il peccato
originale e con quello attuale, essa perde i suoi doni e le grazie e, morta, non
può risuscitare se non per mezzo di Dio.
Risuscitata per mezzo del battesimo,
resta in lei però la cattiva inclinazione che la conduce (se non oppone
resistenza) al peccato attuale, facendola ritornare alla morte.
Dio torna per risuscitarla nuovamente
per mezzo di un'altra grazia speciale, ma l'anima è talmente imbrattata e
rivolta verso se stessa che, per ritornare allo stato in cui Dio l'ha creata,
necessita di tutte quelle operazioni divine, senza le quali l'anima non
potrebbe ritornare alla sua condizione originaria di purezza.
Nel momento in cui l'anima sta per
ritornare al suo primo stato, proprio perché deve trasformarsi in Dio, arde così
intensamente, che quello è il suo purgatorio (non guarda al purgatorio come
purgatorio, ma il suo purgatorio è proprio l'istinto ardente che le è
impedito).
Questo stato - l'ultimo dell'amore - si
compie se è assente la parte umana, perché l'anima possiede imperfezioni
nascoste e, se l'uomo le vedesse, vivrebbe disperato. Quest'ultimo stadio
dell'amore consuma tutte le piccole mancanze e, una volta consumate, gliele
mostra in modo che l'anima veda l'opera di Dio, che produce quel fuoco d'amore e
consuma le imperfezioni che sono da consumare.
Ciò che l'uomo giudica perfetto è
difettoso presso Dio; non appena l'uomo compie l'atto di vedere, sentire,
intendere, volere o avere memoria, si macchia e le operazioni che compie,
apparentemente perfette, restano contaminate; se l'opera deve essere perfetta,
si deve compiere in noi senza noi e l'opera di Dio deve essere in Dio senza
che l'uomo agisca per primo.
Questo è ciò che compie Dio
nell'ultima espressione dell'amore puro solamente per mezzo suo. L'opera è
così penetrante e ardente nel fondo dell'anima che il corpo, che la circonda,
pare si agiti fortemente, come se si trovasse in un grande fuoco che non lo
lascia mai quieto, sino alla morte.
L'amore di Dio che riempie l'anima
(secondo quanto io vedo) dona una gioia che non si può esprimere a parole, ma
questa gioia non toglie nemmeno una scintilla di pena nelle anime del purgatorio.
L'amore trattenuto produce una pena grande quanto è la perfezione di quell'amore
di cui Dio l'ha resa capace. Ne consegue che le anime del purgatorio provano
gioia grandissima e pena grandissima senza che la prima ne impedisca l'altra.
Se esse potessero purgarsi per mezzo
della contrizione, purgherebbero in un istante tutto il loro debito, tale è
l'impeto di contrizione che è in loro, poiché hanno la chiara consapevolezza
dell'importanza di quell'impedimento! E’ fuori dubbio che Dio non risparmia
nulla al pagamento di quel debito, perché così è stato stabilito dalla sua
giustizia. L'anima, d'altro canto, non ha più possibilità di scelta propria e
non può vedere se non quello che Dio vuole, né vorrebbe vedere altro, perché
così è stato preordinato per 1ei.
Se poi quelli che stanno nel mondo fanno
l'elemosina per abbreviarle il periodo della pena (1' anima) non può
permettersi di voltarsi a guardarla con affetto e di prenderla in
considerazione: l'unico a operare è Dio, che ha il suo modo di appagarsi. Il
fatto di potersi voltare per guardare all'elemosina, risulterebbe una proprietà
che la distoglierebbe dalla percezione del volere divino e, di conseguenza,
farebbe diventare la sua pena infernale.
Immobili di fronte a tutto ciò che Dio
dà loro (di gioia o di pena) le anime del purgatorio non potranno mai più
voltarsi verso se stesse, perché hanno trovato la loro intimità nella volontà
del Signore e su di essa si sono plasmate, felici di vivere il progetto
divino.
Presentare al cospetto di Dio un'anima
in debito ancora di un'ora col purgatorio, significherebbe renderla colpevole di
una grande offesa e ciò le costerebbe una pena pari a più di dieci
purgatori, perché la somma giustizia e la pura bontà non potrebbero
reggerne la vista e, per parte di Dio, ciò risulterebbe sconveniente.
Se l'anima si accorgesse che Dio non è
pienamente soddisfatto anche solo per una mancanza pari a una farfallina
d'occhio, non potrebbe tollerarlo, anzi, sopporterebbe più volentieri mille
inferni piuttosto di non essere ancora del tutto purificata davanti alla
presenza di Dio (se fosse possibile scegliere quei mille inferni).
Mentre
vedo nella luce di Dio ciò che sto raccontando, mi viene voglia di gridare
così forte da spaventare tutti gli uomini di questo mondo e dire loro: «O
miseri, che vi lasciate accecare in questo mondo al punto da non stimare affatto
questa necessità, quando vi imbatterete in essa! Tutti vi nascondete sotto
la speranza della misericordia di Dio, che sapete essere grande; non vi rendete
conto invece che l'immensa bontà di Dio vi giudicherà per aver agito contro
la sua volontà? La sua bontà ci deve guidare a compiere il suo volere e non ad
avere speranza, se ci rendiamo colpevoli di un'azione malvagia. La giustizia
non può venir meno e deve compiersi in qualche modo».
Non essere troppo sicuro di poter
credere: «Io mi confesserò, prenderò l'indulgenza plenaria e a quel punto sarò
purgato da tutti i miei peccati!». Sappi che questo tipo di confessione e di
contrizione - che occorrono per ottenere l'indulgenza plenaria - sono
difficili da raggiungere. Se solo te ne rendessi conto, tremeresti di timore e
saresti più sicuro di non poterla raggiungere che di raggiungerla.
Io vedo le anime rimanere nella pena del
purgatorio consapevoli di due obiettivi: il primo consiste nel patire
volentieri le pene, sapendo che Dio ha usato grande misericordia in proporzione
a ciò che meriterebbero e all'importanza che ha il loro Signore. Se la sua
bontà non temperasse la giustizia con la misericordia - e la giustizia si
soddisfa col sangue di Cristo - un solo peccato meriterebbe mille inferni
eterni.
Le anime purganti conoscono la grande
misericordia divina e volentieri patiscono la pena senza lamentarsi e senza
che ne venga meno un solo carato, perché pare loro di meritarla giustamente,
secondo il piano divino e poiché non possono esercitare la loro volontà.
L'altro scopo è accorgersi della gioia
che non manca mai, anzi, cresce per accostarsi a Dio.
Le anime vedono queste due realizzazioni
del progetto divino non in esse né per mezzo di se stesse, ma esclusivamente
in Dio, verso il quale, rispetto alle pene che patiscono, prestano maggior
attenzione, perché per Lui nutrono una stima più grande: ogni attimo di
cui possono godere di Dio supera ogni pena e gaudio che l'uomo possa capire,
ma, nonostante li superi, non toglie una scintilla di gioia o di pena.
Sento nella mia mente il processo di
purificazione delle anime del purgatorio nella misura in cui la vedo, in
maniera sempre più chiara, come vi ho detto ormai da due anni a questa parte;
ogni giorno che passa la vedo e la sento più evidente: vedo che la mia anima
sta in questo corpo come in un purgatorio che si sovrappone a quell'altro per
salvare il corpo dalla morte - nella misura in cui il corpo stesso è in grado
di sopportare - e che cresce sempre di più, finché sopravviene la morte
fisica.
Vedo che lo spirito è alienato da tutti i doni spirituali che possono
dargli nutrimento, come la letizia o il piacere; non può gustare alcuna cosa
dello spirito, né per volontà né per intelletto, né attraverso la memoria
per cui poter esprimere felicità di questo o di quello!
Il mio mondo interiore è immobile e
assediato; tutto ciò che reggeva la vita spirituale e corporale gli è stato
tolto a poco a poco; nel momento in cui sono venute meno le sue impalcature, si
rende conto che per lui sono state cose di cui nutrirsi e confortarsi, ma, una
volta riconosciute come tali, sono così aborrite che scompaiono senza lasciare
traccia, poiché lo spirito ha in sé l'istinto di eliminare ogni cosa che
possa impedire il raggiungimento della sua perfezione, a costo di permettere che
l'uomo venga gettato nell'inferno, pur di pervenire al suo intento.
Per questa ragione lo spirito elimina
tutto ciò di cui l'interiorità dell'uomo si può nutrire e lo assedia in
maniera così sottile da non lasciar passare il benché minimo fuscello
d'imperfezione, che non sia da lui veduto e aborrito.
Per questo l'anima era assediata
interiormente:
non
poteva sopportare che quelle persone che erano entrate in relazione con lei e
che parevano sulla via della perfezione, trovassero sostentamento in alcuna
cosa. Quando le vedeva nutrirsi di ciò che lei aborriva, lasciava quel luogo
per non vederle, soprattutto se si trattava di alcune persone in particolare.
Anche la parte esteriore restava ancora
assediata, perché lo spirito non le corrispondeva: non trovava cosa sulla
terra da cui poter trarre sostegno, secondo l'istinto umano, né le rimaneva
altro conforto se non Dio, che agisce per amore e con grande misericordia
per soddisfare la propria giustizia, la cui vista le dava una grande gioia e una
immensa pace.
Non esce però di prigione né cerca di
uscirne fintanto che Dio non abbia compiuto ciò che le occorre; la sua
felicità è la soddisfazione di Dio e, per lei, non si potrebbe trovare pena
alcuna, per enorme che sia, quanto non corrispondere più all'ordinamento di
Dio, perché l'anima riconosce che il progetto è giusto e misericordioso.
Diceva: «Vedo e tocco tutte queste
cose, ma non so trovare vocaboli adatti ad esprimere ciò che vorrei dire.
Quello che ho detto, lo sento operare dentro di me, spiritualmente».
La prigione nella quale mi sembra di
essere è il mondo, i legami, il corpo; la mia anima, che vive nella grazia, lo
sa bene e sa bene anche che cosa implica essere privati della possibilità - o
ritardarla - di pervenire al suo fine. L'anima è delicata ed è resa degna
dalla Grazia divina di essere con Dio una cosa sola, perché partecipe della sua
bontà.
Come è impossibile che a Dio possa
accadere alcuna pena, così vale per le anime che sono a Lui vicine: quanto
più gli si fanno prossime, tanto maggiormente ricevono del suo Essere. Il
ritardo che l'anima ha (nell'unirsi al suo Signore) è causa di grande pena per
lei e fa in modo di allontanarla dalle proprietà che ha in sé per natura e
che, per grazia, le sono mostrate.
Non potendole trattenere, ma essendone
capace, la pena è in proporzione alla stima che lei ha di Dio. La stima poi
è tanto maggiore quanto l'anima più conosce e tanto più conosce, quanto è più
senza peccato. L'impedimento è più terribile quando l'anima, completamente
raccolta in Dio e senza alcun altro impedimento esterno, giunge alla perfetta
conoscenza senza errore.
L'uomo che preferisce farsi ammazzare
piuttosto di offendere Dio, sente che la morte gli procura pena, ma la luce di
Dio lo induce a dare più importanza al suo Signore che alla morte corporale.
L'anima conosce il progetto di Dio e stima ancor più quel progetto di tutti i
tormenti, per terribili che possano essere, tanto quelli interiori, quanto
quelli esteriori, perché Dio - per il quale quest'opera si compie - eccede in
tutto ciò che si possa immaginare e sentire.
L'anima, come già si è detto, non vede
né parla né conosce danno o pena in sé propria, ma il tutto conosce in un
solo istante, pur non vedendolo in se stessa, perché lo spazio che Dio occupa
in lei (per poco che sia) la impregna al punto da allontanare ogni cosa e da non
lasciarle considerare null'altro.
Dio fa perdere tutto ciò che è
dell'uomo e che il purgatorio purifica.