Bartolomea
Capitanio
IL CORAGGIO
DELL'AMORE
di Albarica Mascotti
Così pregava Bartolomea
Ho conosciuto quanto sia grande il tuo amore verso di me, o Dio. Non ero
ancora nata e tu già pensavi a me, mi amavi e mi preparavi grazie grandi.
Adesso mi ami con un amore infinito, vegli alla mia difesa, cogli tutte le
occasioni per darmi prove del tuo amore, mi stai continuamente vicino, mi
perdoni, mi chiami e sembra che tu non sia contento finché non ti vedi amato da
me.
Gesù, troppo mi ami! Voglio anch’io amarti con tutte le mie forze.
Io so, Gesù, che l’amore per te non va mai separato da un vero amore del
prossimo.
Perciò tutto quello che mi hai donato: la vita, la salute, il talento, i
pensieri, le parole, le azioni, la roba, lo impiegherò a vantaggio e sollievo
dei miei cari fratelli.
Tu aiuta la mia debolezza e dammi coraggio nelle difficoltà. Fa’ vedere
che lo strumento più povero nelle tue mani onnipotenti può fare le cose più
grandi.
Maria Santissima, insegnami tu ad amare il mio prossimo.
Un
gioco importante
L’anno
scolastico era ormai bene avviato nel collegio di Santa Chiara a Lovere
(Bergamo) e anche le nuove arrivate si movevano con disinvoltura nell’ala del
convento riservata alle alunne.
A suor Francesca, una delle maestre, sembrava il momento giusto per far loro
capire quanto fosse prezioso il dono dell’educazione, tanto più che allora -
era il 1818 - non tutte le ragazze del paese potevano andare a scuola. Bisogna -
pensava - che imparino subito a impiegare bene il tempo, compiendo con amore i
piccoli impegni della vita cristiana e dello studio.
Le erano così affezionate che bastò un cenno per chiamarsele attorno. Discorse
con loro di queste cose e poiché le vedeva interessate tentò di lanciare una
proposta coraggiosa:
– Non dobbiamo però accontentarci di essere buone; dobbiamo farci sante!
Quelle ragazzine sapevano bene che cosa significasse ‘santità’ perché in
classe, poco per giorno, la maestra leggeva il libro di san Luigi Gonzaga. Forse
non pensavano, invece, che fosse cosa possibile anche a loro.
Suor Francesca tacque per lasciarle riflettere, poi chiese a bruciapelo:
– Qualcuna di voi vuole farsi santa?
– Io lo voglio! Anch’io, anch’io, io, io...
– Sento che tutte lo desiderate, ma ci sarà pure una che lo vuole diventare
per prima!
– Io, io, io... – fu ancora la risposta.
Vedendo che la gara si faceva vivace, alla maestra venne l’idea di proporre un
gioco.
– Portatemi un mazzetto di pagliuzze! Chi estrarrà la più lunga si impegnerà
a farsi santa per prima.
Tutte sciamarono in giardino divertite e in un battibaleno furono di nuovo
attorno alla maestra. Essa riunì i fuscelli che le porgevano; poi le fece
sfilare a una a una per l’estrazione; infine confrontò la lunghezza delle
pagliuzze. Tutte erano impazienti di sapere...
– La più lunga è quella di Bartolomea! – annunciò suor Francesca
incrociando lo sguardo di quella ragazzina di undici anni, che prometteva già
così bene nello studio, e non solo!
La prescelta si accese in volto e scoppiò in un pianto di gioia. Nel suo cuore
aveva pregato che toccasse a lei quella fortuna e, appena poté sottrarsi
all’attenzione delle compagne, corse nella cappella a ringraziare Maria di
quel favore e a chiedere il suo aiuto.
Inginocchiata davanti alla sua immagine, promise che si sarebbe impegnata a
tutti i costi.
– Voglio farmi santa, gran santa, presto santa! – disse, sapendo di aver
preso una decisione importante.
CAPITOLO
2
Chi
è Bartolomea
Quella
ragazzina era nata il 13 gennaio 1807 a Lovere, un paese che si specchia nel
lago d’Iseo, e in famiglia la chiamavano semplicemente Meulì.
Papà Modesto faceva il negoziante di grano e mamma Caterina passava buona parte
del giorno nella piccola bottega a pianterreno della casa.
Bartolomea ebbe altri fratellini, ma morirono presto e rimase solo Camilla a
condividere con lei gli affetti e i giochi.
Da piccola, era difficile tenerla ferma in casa o dietro il bancone del negozio.
Le pareva un trionfo quando riusciva a sgusciare dalla porta sul selciato di
quella stradina medioevale, che serpeggiava stretta tra le case.
Non ci voleva molto per attirare l’attenzione del vicinato! Subito le bambine
formavano crocchio attorno a lei che immancabilmente, a un certo punto,
proponeva decisa:
– Giochiamo alla maestra!
Naturalmente la maestra era lei. Mamma Caterina la osservava dalla bottega e
cominciava a pensare che si doveva pur tener conto di quella sua spiccata
inclinazione...
Crescendo, Bartolomea cominciò a capire che quelli che viveva erano anni
difficili: le guerre tra francesi e austriaci avevano lasciato il loro segno nel
paese e nell’animo della gente; si era poi aggiunta, nel 1816, una terribile
carestia che aveva gettato tante famiglie sulla strada in cerca di qualcosa per
sopravvivere.
I genitori di Bartolomea potevano dirsi fortunati perché, pur con fatica,
riuscivano a mettere insieme il necessario per la famiglia e anche qualcosa di
più che poi finiva nelle mani dei poveri che bussavano alla porta.
A Bartolomea rimanevano impressi quei volti pieni di angoscia e dalla mamma
imparava ad amarli, riconoscendo in essi “l’immagine viva di Gesù”.
Ci fu poi una svolta negli avvenimenti politici che aprì uno spiraglio di
tranquillità nella vita del paese. Ne era un segno il ritorno delle monache
clarisse che, in seguito alle leggi rivoluzionarie, erano state scacciate dal
loro convento.
Quando mamma Caterina seppe che avevano aperto una scuola per le ragazze, pensò
che era proprio quello che ci voleva per Meulì. Aveva sì ricevuto un po’ di
istruzione, ma poteva imparare di più. E poi... quella voglia di primeggiare
andava bene indirizzata!...
In fondo in fondo Bartolomea, sebbene vivace, era una ragazzina docile: in
occasione della sua prima Comunione, a dieci anni, aveva mostrato che sapeva
impegnarsi con serietà: andava solo coltivata!
Fu così che l’11 luglio 1818 Bartolomea con la mano in quella della mamma si
avviò verso il collegio. Quella sera in famiglia tutti sembravano più tristi
senza Meulì, ma sapevano che quel sacrificio era per il suo bene.
CAPITOLO
3
Il
"voglio" in azione
Bartolomea
non dimenticò più quel ‘voglio’ promesso a Maria: le si era come fissato
nel cuore.
In collegio le occasioni per tenerlo in esercizio non mancavano: ne trovava
nelle ore di studio, nelle ricreazioni, a tavola, nei momenti di preghiera...
Aveva un bel da fare a vincere le piccole impennate del suo carattere un po’
orgoglioso e della sua sensibilità facile a risentirsi. Per correggersi, la
sera faceva l’esame di coscienza e annotava tutto su un quadernetto: “Oggi
ho stentato a obbedire; ho avuto a male di una parolina detta a mio
rimprovero...
Oggi mi sono scusata due volte; sono stata un po’ aspra con una mia
amica...”.
Segnava anche le vittorie con delle crocette che a poco a poco aumentarono,
finché un giorno ne riportò una davvero eccezionale.
In classe, quella mattina, c’era un po’ di subbuglio per una certa
marachella di cui non si trovava la colpevole. La maestra credette che anche
Bartolomea vi avesse parte e la sgridò severamente davanti a tutte.
Essa ascoltò il rimprovero in silenzio, senza giustificarsi, poi tornò al suo
posto contenta di aver evitato il castigo a un’altra. A questo punto, però,
la vera colpevole non poté più tacere.
– Sono stata io, non Bartolomea! – confessò piangendo, mentre tutta la
classe ammutiva per la commozione.
Quelle vittorie su se stessa le costavano molto ma le lasciavano una gran pace e
una gioia segreta in fondo al cuore.
– Quello che faccio per amore – pensava sempre più convinta – non è mai
pesante.
Così, un giorno, osservando quel bel mucchietto di dolci e di frutta che i
genitori non le lasciavano mai mancare, decise di condividerli con le compagne
che non ne avevano.
A tavola imparò a mangiare anche quello che non le piaceva, senza lamentarsi e
farsi capire. Solo alla maestra, che si era accorta di quei sacrifici, confidò:
– Veramente mi costa un po’ di fatica castigare la gola, ma ho letto che san
Luigi non la contentava mai.
Bartolomea cercava di scoprire nei libri come facevano i santi a diventare
sempre più amici di Dio. Li voleva imitare!
CAPITOLO
4
Un
bel regalo
Bartolomea
non solo seguiva attentamente la lettura della vita di san Luigi, ma si faceva
poi prestare il libro per rileggere quello che l’aveva colpita di più e ne
parlava anche con le compagne.
Sorpresa!... Una domenica la mamma, che aveva capito il suo desiderio, arrivò
in parlatorio con un libro uguale, ma tutto per lei: e fu il più bel regalo!
Bartolomea lo leggeva e lo rileggeva, approfittando di tutti i ritagli di tempo,
fino a impararlo quasi a memoria, e le era così caro che la notte se lo poneva
sotto il cuscino.
– Come mai tanto affetto per quel libro? – le chiese un giorno suor
Francesca passandole accanto.
– Mi piace questa vita perché san Luigi mi insegna come si fa a diventare
santi e poi perché la Chiesa stessa lo indica a noi giovani come modello.
Del resto la mamma l’aveva affidata proprio a lui quando, dopo la prima
Comunione, erano andate insieme a Castiglione delle Stiviere a pregare dove san
Luigi era cresciuto.
Per assomigliargli, Bartolomea si faceva anche aiutare dalla maestra e dal
confessore: li pregava di correggerla e di insegnarle a “correre” sulla via
del Signore. Ed era molto docile ai loro consigli.
Più di tutto, però era l’incontro con Gesù Eucaristia a metterle in cuore
coraggio e allegrezza. Si preparava con grande desiderio come a un momento di
festa, il più bello delle sue giornate. In quel tempo la Comunione quotidiana
era un’eccezione, ma a lei fu permessa.
Sfogava spesso i suoi affetti anche a Maria scrivendole messaggi belli come
questo: “Cara Mamma Maria, questo mio cuore non sarà mai soddisfatto finché
non arderà tutto del tuo amore”.
Con questi aiuti e amici spirituali e con tanta buona volontà Bartolomea
camminava veloce verso il suo grande ideale. E dietro a lei correvano anche le
sue compagne, perché non voleva essere santa da sola.
– Giochiamo a gara a chi ama di più Dio – diceva loro, invogliandole a
seguirla nelle sue iniziative.
CAPITOLO
5
Maestra
a quindici anni
Passarono
veloci quattro anni. Bartolomea aveva completato il corso di studi con ottimi
risultati e i genitori non aspettavano altro che questo momento per riaverla a
casa. Le maestre, però, li pregarono di lasciarla ancora con loro: avrebbe dato
una mano nell’assistenza delle ragazze e nella scuola alle più piccole. Le
capacità le aveva e insegnare era da sempre la sua passione!
Bartolomea si trovò così a fare la maestra a quindici anni, e non più per
gioco! Ma non si smarrì: in breve le più grandi le si affezionarono come a una
sorella maggiore e le più piccole erano felici di imparare da lei che le
aiutava con pazienza nello studio e le incoraggiava quando era difficile essere
buone.
Da tutte era specialmente atteso il tempo della ricreazione. Bartolomea sapeva
organizzare giochi e gare che mettevano tanta allegria in cuore; e quando le
bambine, stanche e accaldate, le si accoccolavano attorno, le intratteneva con
canti e con bellissimi racconti.
Era quello anche il momento in cui progettavano insieme qualche piccolo impegno
per prepararsi bene alle feste del Signore e della Madonna, impegni seri ma
belli come giochi: i giochi dell’anima!
Bartolomea amava sempre di più quella vita ordinata e serena e stava volentieri
con le ragazze, ma... un giorno arrivò al convento la mamma decisa a condursela
a casa: in famiglia si sentiva proprio bisogno della sua presenza.
In quel momento Bartolomea si sentì combattuta da vari sentimenti: nostalgia
delle persone e dell’ambiente, gratitudine per quello che aveva ricevuto e
anche un po’ di timore per quello che l’aspettava...
Infine riconobbe nella voce della mamma quella di Dio e si preparò a partire.
Venne fissato il 18 luglio per il suo ritorno. Era il 1824 e aveva diciassette
anni e mezzo.
Quella sera aprì il suo quadernetto e scrisse: “E’ veramente una grande
grazia essere stata educata qui, dove ho imparato ad amare il Signore e ho
compreso quanto sia dolce servirlo”.
In
famiglia
In
quegli ultimi giorni Bartolomea radunò le sue cose e si preparò anche un
piccolo bagaglio spirituale fatto di consigli e di programmi utili per la sua
vita in famiglia. Poi si raccolse in preghiera e presentò al Signore una nuova
promessa:
– D’ora in poi scelgo te, Gesù, come unico padrone del mio cuore, dei miei
affetti, di tutta me stessa. Sarò per sempre tua e voglio trovare in te tutta
la mia gioia.
Era la festa della Madonna del Carmelo e Bartolomea volle affidare ancora una
volta il suo proposito a Maria.
Al momento della partenza le maestre e le compagne la salutarono con un lungo
abbraccio e tante lacrime.
– Bartolomea, ti lascio nel Cuore di Gesù, rimani sempre nel suo amore – le
disse infine suor Francesca che piangeva più di tutte.
– Le prometto che farò proprio così – le rispose Bartolomea.
Poi la commozione le impedì di intrattenersi: discese in fretta lo scalone e si
trovò nelle vie di Lovere verso casa. Era attesa, soprattutto dalla mamma, come
quando si desidera il sole.
In famiglia non tutto andava bene. Papà Modesto frequentava un po’ troppo
l’osteria e se beveva qualche bicchiere in più diventava aggressivo con
tutti. Camilla cresceva scontrosa e ribelle. La mamma si nascondeva in cuore
tanta afflizione.
Bartolomea comprese perché il Signore la voleva lì. Aprì ancora il suo
quadernetto e scrisse: “Avrò verso i miei genitori grande rispetto perché
tengono il posto di Dio, li obbedirò, li amerò e li aiuterò nei loro bisogni.
Mi occuperò nei servizi domestici e li eseguirò con esattezza e con la gioia
sul volto. Preferirò gli altri a me stessa per tenere la pace in famiglia”.
Non passò molto e una sera papà Modesto tardava più del solito a rincasare.
Bartolomea si affacciava di tanto in tanto alla finestra spiando invano il suo
arrivo, poi affrontò decisa il buio nelle vie appena disegnate dal chiarore
della luna e lo cercò passando davanti alle osterie del paese. Lo intravide da
una porta socchiusa: giocava a carte con un amico. Si avvicinò calma e gli si
sedette accanto.
– Papà, termina pure la partita. Poi ti devo parlare. Ti aspetto.
– Va bene! siamo alle ultime battute.
Gli diede poi il braccio e parlandogli con bontà lo ricondusse a casa, docile
come un agnello.
Un’altra volta Bartolomea era tutta intenta a riordinare la cucina quando
dalla finestra le giunsero delle voci concitate. Il padre era stato provocato a
torto da un vicino e, dopo aver resistito a lungo, non riusciva più a
trattenersi. Intuendo che sarebbero presto passati dalle parole alle mani,
Bartolomea veloce come un fulmine fu in mezzo a loro: afferrò il padre per un
braccio convincendolo a ritirarsi e lasciò l’altro senza mostrargli alcun
risentimento o rivolgergli rimprovero.
Bartolomea era convinta che con l’amore si ottiene tutto: lo imparava dal
Crocifisso a cui pensava spesso e specialmente nei momenti difficili.
E Camilla? Con lei ci voleva una pazienza a tutta prova. Non era cattiva, a
volte sapeva anzi essere molto generosa; ma aveva anche sempre pronta qualche
impertinenza. Approfittava spesso della bontà della sorella, come quando le
stracciava sotto gli occhi i foglietti delle preghiere appena preparati per le
amiche.
Bartolomea sopportava tutto; non solo ma la sera, nella sua camera, si esaminava
se era stata aspra nel parlare con lei, se l’aveva compiaciuta nei suoi
desideri, perfino... se le aveva obbedito...
Ci volle tanto tempo, ma un giorno a una persona amica poté confidare con
gioia: “Camilla adesso è quietissima, obbedisce e continua con coraggio il
cammino della bontà”.
A poco a poco ci fu più pace in famiglia ed era bello soprattutto la sera
quando tutti insieme, compreso papà Modesto, recitavano il Rosario e
ascoltavano una buona parola che Bartolomea leggeva in qualche libro, che aveva
sempre a disposizione.
CAPITOLO
7
Scritte
nel cuore
La
domenica pomeriggio Bartolomea aveva il suo spazio di libertà. Dopo la
celebrazione in chiesa anche lei si univa alle ragazze che leste leste
raggiungevano la casa dei Gerosa proprio all’inizio della via che discende al
piccolo porto del lago.
Le precedeva la ‘sciura’ Caterina – così la chiamavano in paese – che,
arrivate, spalancava il portone e le accompagnava in una grande sala dove
pregavano, ascoltavano racconti interessanti e si divertivano fino a sera, come
in un vero oratorio.
Il vescovo di Brescia, mons. Gabrio Nava, da tempo raccomandava ai sacerdoti di
creare luoghi di incontro per i giovani, e Caterina Gerosa, d’accordo con il
parroco, aveva accolto le ragazze nella sua grande casa, rimasta quasi vuota per
la morte dei genitori e degli zii.
Quando Bartolomea cominciò a frequentarla, Caterina capì subito che poteva
esserle di aiuto nell’organizzare le riunioni e i giochi. Di fatto divennero
presto amiche.
Le giovani, passandosi parola, accorsero sempre più numerose tanto che casa
Gerosa non le conteneva più e si dovettero trasferire in un locale della
parrocchia.
– Caterina, che dici se dedichiamo il nuovo oratorio a Maria Bambina? Sarà
bene anche preparare un regolamento ora che siamo in tante e in seguito con le
più impegnate si potrebbe formare la compagnia di san Luigi...
– A questo pensa tu, Bartolomea; per te è facile scrivere... Io mi occupo
della cappellina: è tutta da restaurare e da arredare e a me i mezzi non
mancano.
Intanto nelle case le mamme erano felici di sapere le loro figlie in così buone
mani.
Bartolomea raddoppiava le sue cure per le ragazze più bisognose perché povere
o orfane o un po’ sviate.
– Queste – diceva a se stessa – scrivile nel tuo cuore e non ti
dimenticare neppure di una.
Delle belle possibilità di Bartolomea si accorsero anche il parroco don
Rusticiano Barboglio e il suo coadiutore don Angelo Bosio.
– Abbiamo pensato – le dissero incontrandola un giorno all’oratorio –
che potresti anche insegnare a leggere e a scrivere alle ragazze che non sono
mai state a scuola o che non possono frequentare quella del convento. Prova a
parlarne in famiglia.
I genitori le misero subito a disposizione un piccolo locale accanto al negozio
e Camilla l’aiutò a trasportarvi alcune panche. Bartolomea fece il resto e
così bene che molte mamme la supplicarono di accogliere le loro figlie, piccole
e grandi, e così anche la scuola dovette presto traslocare in un ambiente più
ampio presso la canonica.
Bartolomea esigeva disciplina e serietà nello studio ma, a differenza delle
maestre del suo tempo, si era proposta di non ricorrere mai ai castighi. Non ce
n’era neppure bisogno perché otteneva tutto con la dolcezza. Voleva molto
bene alle sue scolare e voleva che anch’esse si amassero. Certamente
succedevano pure tra loro disaccordi e litigi. Con pazienza allora le aiutava a
riconciliarsi e non riprendeva la lezione finché non si fossero date il bacio
di pace.
Tutte poi andavano a gara per assomigliare in qualche cosa alla loro maestra.
Quella che ci riusciva meglio era Elena Omio, una ragazzina bella e buona come
un angelo.
– La Elena è un fiorellino per il Signore – disse Bartolomea udendo che si
facevano su di lei tanti progetti.
Fu come una previsione: il Signore se lo colse molto presto per trapiantarlo in
Cielo.
Un’altra, Rosa Maveri, conservava come un tesoro il quaderno dei dettati perché
Bartolomea dettava cose utili per la vita. A quelle poi che concludevano lo
studio lasciava i “Ricordi”, che erano avvertimenti preziosi per il loro
futuro. Incominciavano così: “Ricordatevi che Iddio è il vostro principio,
che siete create da lui e per lui, che dovete amarlo sopra ogni cosa e dirigere
tutte le vostre azioni alla sua maggior gloria; ... comportatevi in modo che il
Signore possa trovare in voi le sue delizie e il vostro cuore sia una dolce
abitazione per lui...”.
Gli effetti di questa educazione c’erano, perché in paese si notavano subito
le alunne di Bartolomea.
– Non c’è da meravigliarsi, – si diceva, – ha talento ed è una santa
che fa scuola!
CAPITOLO
8
Il
coraggio dell'amore
Una
e anche due volte al giorno Bartolomea infilava svelta la via che sale verso
porta Seriana, all’estremità del paese. Lì, proprio in quegli anni, si era
avviato un piccolo ospedale per i poveri. Aveva donato la casa Ambrogio Gerosa,
zio di Caterina, la quale si era poi data da fare per completare l’opera.
Chiese collaborazione anche a Bartolomea, affidandole il compito di economa e
direttrice.
Così, nelle sue giornate, già fitte di impegni, Bartolomea trovò pure il
tempo per tenere aggiornati i registri e soprattutto per visitare gli ammalati
che chiamava “le delizie del mio cuore”. Anch’essi l’attendevano con
grande desiderio e i primi che spiavano il suo arrivo facevano subito correre la
voce:
– Arriva la Bartolomea, arriva la Bartolomea!...
– Sono qui! Eccomi con voi!
Ed era presto festa!
Essa li avvicinava a uno a uno, li ascoltava, li serviva, poi pregava insieme
con loro e li preparava a ricevere i Sacramenti. Il medico dell’ospedale,
dott. Luca Bazzini, diceva che l’aveva vista curare piaghe ributtanti con
tanto amore che sembrava non ne avesse nessuna ripugnanza.
Per riuscirvi aveva il suo segreto, come sempre affidato a una pagina del suo
quadernetto: “Cercherò d’imparare da te, Gesù, il modo di servire gli
ammalati. Ti prometto che non guarderò a fatica, a tempo, a incomodo per
portare loro un po’ di sollievo”.
Un giorno Bartolomea arrivò all’ospedale con un giovane vagabondo, trovato
per strada, malato nel corpo e più ancora nell’anima. Essa fece di tutto
perché, una volta guarito, non riprendesse la strada del vizio, ma sembrava che
non ascoltasse; infine, non sapendo più che cosa pensare, lo supplicò
inginocchiata ai piedi del letto.
A questo punto il giovane si sentì scosso e tutto cambiato.
– Ti prometto, Bartolomea, che brucerò i romanzi cattivi che possiedo e
leggerò i libri che mi hai dato tu. E ora chiamami il sacerdote...
Uscendo poi dall’ospedale, diceva a tutti quelli che incontrava:
– Voi avete in paese una santa senza saperlo!
Qualche anno dopo qualcuno lo rivide con il saio di san Francesco.
Bartolomea raggiungeva i giovani sviati ovunque fossero, perfino nel piccolo
carcere del paese. Il coraggio non le mancava come quando, dette tre Ave Maria,
entrò decisa in una casa dalla quale uscivano grida frammiste a pianti, mentre
sulla via si radunava un capannello di curiosi.
Vi giunse appena in tempo per fermare la mano di un ragazzo che voleva colpire
il padre, mentre in un angolo, le sorelle e la madre li supplicavano
terrorizzate.
Al suo apparire improvviso i due si arrestarono impietriti. Bartolomea afferrò
rapida la mano del ragazzo e, rassicurati i familiari, lo invitò a seguirla
fuori in strada, sotto lo sguardo attonito della gente, fino alla sua casa.
– E ora siediti qui, mentre io ti preparo una bevanda che ti aiuti a
rimetterti calmo.
Intanto lo lasciava dire tutte le sue ragioni. Poi gli si sedette accanto e, con
amabilità e forza, lo fece riflettere sulle conseguenze che sarebbero potute
derivare dal suo gesto:
– Avresti offeso Dio che ci è così buon Padre...; la tua famiglia e le
persone che ti vogliono bene vivrebbero ora chiuse in un immenso dolore...; in
paese ci sarebbe un grande sconcerto...; e di te che cosa sarebbe ora?... Prova
a pensare...
A mano a mano che parlava vedeva che il ragazzo si rabboniva. Era pentito.
– Ora possiamo tornare dai tuoi a fare pace: sii forte!
Assistette lei stessa alla richiesta reciproca di perdono, che riportò, anzi
accrebbe, in quella famiglia la concordia e la gioia.
Quella sera nel silenzio della sua camera Bartolomea si disse, come tante altre
sere:
– Mi piace troppo fare del bene ai miei prossimi. Voglio impiegare tutta la
mia vita nella carità. Voglio assomigliare a Gesù che a questo mondo faceva
del bene a tutti. Con il suo aiuto affronterò anche le situazioni difficili.
CAPITOLO
9
La
cascina
Puntualmente arrivava anche il settembre
con il suo cielo limpido e con le prime dorature dell’autunno sulle siepi, sui
gelsi e sui castagni attorno alla cascina Mariet a Sellere, un paesino poco
distante da Lovere.
Ogni anno, nell’ultimo scorcio del mese, Bartolomea lo raggiungeva percorrendo
a piedi un sentiero, poi saliva tra campi e prati la china del monte fino alla
cascina, che era per la famiglia Capitanio come un’appendice di casa. Da qui
Bartolomea lasciava spaziare lo sguardo nella valle godendo di quella “natura
così bella e varia” e di quel silenzio, che per una settimana avrebbero fatto
da cornice ai suoi Esercizi spirituali.
Le faceva compagnia la nonna, ma Bartolomea aveva una cameretta tutta per sé:
disponeva sul tavolino il Crocifisso, i libri che le aveva imprestato don
Angelo, l’inseparabile quaderno, il calamaio e la penna; poi si tuffava nella
meditazione...
Pensava che Dio le voleva proprio bene: l’aveva creata a sua immagine e
arricchita di tanti doni, le aveva dato genitori e insegnanti premurosi, amiche
buone, un luogo così bello, e più ancora la fede, la possibilità di fare
tanto bene in casa e in paese...
Poi volgeva lo sguardo al Crocifisso, lo guardava a lungo, ascoltava che cosa
gli diceva il suo amore giunto a quel punto...; infine, piena di stupore e di
gratitudine, gli parlava così:
– Gesù, il tuo è davvero un amore troppo grande! Sei morto in croce per
dirmi quanto mi ami... E adesso mi stai sempre vicino, mi perdoni, mi doni tutto
te stesso nell’Eucaristia... E io, così piccola, povera e spesso cattiva, che
cosa posso fare per te?
Tornava a casa, dopo quei giorni, sempre più convinta di avere un cuore fatto
per amare con la carità imparata da Gesù.
A Sellere Bartolomea capitava altre volte e specialmente nei giorni di carnevale
con una bella schiera di bambine e di ragazze piene di voglia di divertirsi. Lì,
sui prati, suonava il cembalo, mentre tutte le salterellavano attorno felici
come non mai. Bartolomea le voleva allegre nel cuore; a lei piacevano i volti
gioiosi.
Qualche volta la trovavano a Sellere anche le amiche. A Matilde Marinoni poi era
capitata proprio bella. Giunta in paese, vide Bartolomea venirle incontro, come
se avesse saputo del suo arrivo. Zoppicava per un gonfiore ai piedi, ma non vi
badava.
– Matilde, che bella sorpresa mi fai! Ci godremo qualche giornata insieme.
Abbiamo tante cose da raccontarci...
– Mi dispiace, Bartolomea, ma vengo da Lovere, dove ti ho cercata, e prima di
sera devo tornare a Rovetta perché i miei genitori mi aspettano.
– Allora vieni a vedere dove abito, così ti puoi riposare un po’: hai
camminato tanto e mi sembri molto stanca.
– E’ vero, e non sto del tutto bene!
– Cercheremo di sfruttare intensamente questo momento.
Il tempo, però, scorreva via veloce mentre discorrevano lungo il sentiero e in
casa.
– Ora bisogna che facciamo il sacrificio dei nostri desideri per non lasciare
in pensiero i tuoi genitori – disse Bartolomea vedendo che il sole declinava
–; io ti accompagno per un tratto di strada, poi corro in chiesa a pregare
Maria che ti custodisca nel viaggio; lì c’è un immagine che mi piace tanto!
Tu ferma il primo veicolo che passa, qualunque sia la persona che lo guida, e
chiedi di farti salire. Non preoccuparti di nulla!
Fecero così e, quando si trovò sola, Matilde sentì sopraggiungere un carro.
Lo fermò, ma si accorse che non era proprio affidabile: i puledri che lo
trainavano non sembravano ancora bene domati e i due uomini che stavano a
cassetta erano evidentemente ubriachi.
Matilde ebbe un attimo di smarrimento: non sarebbe stata davvero prudenza
accettare il posto che le venne subito offerto, ma fu come spinta a salire dalla
parola sicura di Bartolomea.
– Non avere paura! – farfugliò uno dei due accorgendosi della sua titubanza
–; ti faremo buona compagnia.
Li udì poi bisbigliare tra loro:
– Stiamo attenti a non dire parole scorrette; parliamo di religione: è una
giovane da rispettare!...
E con tanta gentilezza la condussero proprio sulla porta di casa. Al padre, che
la voleva rimproverare per quell’imprudenza, Matilde spiegò:
– Papà, mi sono sentita sicura della parola e della preghiera di Bartolomea.
– Se è così mi piacerebbe proprio incontrare un giorno quella tua amica!
CAPITOLO
10
Amiche
vere
Scendevano
le ombre della sera sul paese, poi la notte spegneva i lumi nelle case, ma la
giornata di Bartolomea non era finita. Dopo la preghiera con i genitori e
Camilla, essa si ritirava nella sua camera, accendeva la candela, pregava ancora
inginocchiata sul pavimento, poi scriveva alle amiche. Ne aveva tante anche nei
paesi più o meno vicini a Lovere: Marianna, Lucia, Giulia, Regina, Marta,
Pierina e altre ancora.
Era molto stanca e aveva gli occhi pesanti di sonno, ma diceva che sedersi a
tavolino e conversare con loro, anche se solo con la penna, era già per lei un
sollievo. Le considerava un dono di Dio, perché la aiutavano a crescere
nell’amore del Signore e del prossimo.
Si era proposta di non scrivere cose inutili; comunicava loro le sue esperienze
spirituali, chiedeva e dava consigli, consolava. A quel lume di candela
nascevano anche belle iniziative per gli oratori che le amiche animavano nei
loro paesi. Ciascuna poi se le trascriveva e le passava a un’altra, perché
allora non c’erano le fotocopiatrici. Da quel tavolino partiva una vera catena
di bene.
Don Angelo seppe dal parroco di Sonico che una lettera scritta da Bartolomea a
un’amica aveva fatto il giro del paese portando più frutto di una
predicazione.
– Ci vorrebbe una Bartolomea per parrocchia!” – dicevano i sacerdoti dei
dintorni, quasi invidiando la fortuna di Lovere.
Qualche volta in quelle tarde ore Bartolomea scriveva anche a suor Francesca,
che continuava ad avere un posto speciale nel suo cuore. Più spesso però si
recava al convento, dove era sempre festosamente accolta da tutte: monache e
alunne. C’era poi suor Antonia che arrivava in parlatorio addirittura con
tutta la sua classe e che immancabilmente le diceva:
– Bartolomea, eccoti le ragazze; di’ loro qualche buona parola!
Era sicura che sarebbero tornate in aula più volenterose e più buone.
Con una gioia speciale in cuore, una sera, Bartolomea scrisse anche a Caterina,
sebbene abitasse a due passi dalla sua casa e la incontrasse spesso. Incominciò
la lettera così: “Sorella carissima in Gesù, non posso fare a meno di
scriverti due righe su quella cosa di cui abbiamo parlato...”.
Prima di dirle ‘quella cosa’ Bartolomea aveva pensato e pregato a lungo;
aveva chiesto consiglio anche a don Angelo. Poi era andata decisa da Caterina,
l’aveva chiamata in disparte come quando si devono comunicare cose importanti
e segrete e con amabilità le aveva detto:
– Caterina, mi è venuto un pensiero che non mi lascia né di giorno né di
notte e mi pare proprio che venga da Dio. Così mi ha assicurato anche don
Angelo. C’entri anche tu. Ora ti spiego: tu sai meglio di me che nel paese ci
sono tanti bisogni, tante povertà da soccorrere e a noi due piace darci da fare
per aiutare il nostro prossimo, come ci insegna Gesù. Se ci mettessimo insieme
per sempre, in una casetta, forse poi anche alcune delle nostre amiche si
unirebbero a noi e insieme potremo fare tanto bene e farlo meglio...
– Tu sogni a occhi aperti, Bartolomea! Pensi a una cosa troppo grande; io non
riesco neanche a immaginarmela; io... io sono fatta per le cose piccole,
quotidiane e poi ho ormai la mia età, le mie abitudini di vita, tu sei più
giovane...; a me basta quello che facciamo ogni giorno... Ti prego non
parlarmene più.
– E se questa, Caterina, fosse la volontà di Dio per noi?...
– Oh!... allora ci devo ripensare... Adesso però sono troppo sconcertata!
Di fatto Caterina ci aveva ripensato, ma c’era voluto del tempo e quando era
tornata sul discorso aveva detto semplicemente così:
– Io non sono persuasa di questo, ma se Dio vuole così, sia fatta la sua
volontà.
Da allora divennero come sorelle.
Poiché era successo tutto questo, quella sera Bartolomea continuò la lettera
così: “Sospiro ardentemente il momento di essere unita a te per operare a
gloria di Dio e a vantaggio del prossimo. Facciamo di tutto perché la cosa
riesca presto. Non poniamo nessun ostacolo all’opera del Signore. Mettiamoci
nelle sue mani e cerchiamo solo la sua volontà e il maggior bene del prossimo.
La tua aff.ma sorella Bartolomea”.
CAPITOLO
11
Al
Conventino
Da
quel momento non fu però tutto facile. Caterina dovette sopportare i rimproveri
della zia che sarebbe rimasta sola con la domestica nella sua grande casa.
Bartolomea ebbe a lungo il padre ammalato che la voleva sempre vicino; ma anche
lei non volle staccarsi dal suo letto: lo assistette con amore, lo preparò a
ricevere i Sacramenti e, quando morì, pianse tutte le sue lacrime. Dovettero
affrontare tante altre difficoltà.
– Proviamo tutte le chiavi – incoraggiava Bartolomea –; provato tutto, ci
inginocchieremo aspettando che il Signore ci apra la porta.
Alla fine, con l’aiuto del parroco e di don Angelo, trovarono la ‘casetta’
lassù, vicino all’ospedale, e ormai non vedevano l’ora di abitarla.
Giunse così il 21 novembre 1832. Bartolomea si alzò che era ancora notte fonda
e attese l’alba pregando: invocò aiuto e conforto per la mamma e la sorella;
per sé domandò “l’allegrezza del cuore e un santo coraggio” per compiere
la sua nuova missione; chiese anche un’altra compagna.
Appena spuntò il mattino salutò con un lungo abbraccio la mamma e Camilla, che
erano inconsolabili.
– Se non fosse il Signore a chiamarmi non vi lascerei per tutto l’oro del
mondo – diceva loro tra le lacrime –; perdonatemi di tutto; vi vorrò ancora
più bene e continuerò ad aiutarvi in tutto quello che potrò...
In fretta si avvolse nello scialle e scomparve nella via. Poco dopo era con
Caterina nella chiesa di San Giorgio. Il parroco e don Angelo celebrarono la
Messa per loro all’altare dell’Addolorata; poi le accompagnarono per le
strade ancora deserte nella nuova casa. Qui, davanti a un’immagine della
Madonna posta su di un cassettone, esse si offrirono a Dio promettendogli di
dedicare tutta la loro vita a far del bene al prossimo. Era la festa della
Presentazione di Maria al tempio.
Quella mattina stessa Caterina dovette ritornare dalla zia che si era ammalata.
Rimasta sola, Bartolomea si guardò attorno: oltre al letto e alle panche per la
scuola che aveva chiesto alla mamma c’era ben poco, neppure il necessario per
cucinare. Ma c’erano i suoi malati lì vicino, all’altro lato della strada.
Corse subito da loro e, allargando le braccia, esclamò:
– D’ora innanzi sarò sempre con voi e tutta per voi!
Vennero poi le ragazze della scuola a riempire di voci i corridoi e il cortile
e, quando scese la sera di quella giornata unica, a far compagnia a Bartolomea
c’era un’orfana, Teresa Conti.
Nei giorni successivi la visitarono anche le amiche e puntualmente ogni
mezzogiorno arrivava Camilla, mandata dalla mamma, a portarle il pranzo in un
panierino.
Tornò presto anche Caterina e allora le giornate nella nuova casa si
organizzarono meglio. C’era davvero tanto da fare: gli ambienti avevano
bisogno di riadattamento; le alunne, le orfane, gli ammalati, i poveri, le
attività in parrocchia, la preghiera riempivano le giornate.
Solo verso sera cessava il viavai; in casa rimaneva solo il gruppetto delle
orfane e, quando anch’esse si erano coricate, si faceva davvero un gran
silenzio in quell’angolo di paese a ridosso del monte.
Bartolomea e Caterina ne approfittavano per raccogliersi attorno al lume e
parlare dei loro nuovi impegni, delle decisioni da prendere, dei regolamenti da
introdurre... Ma come potevano arrivare a tutto?
Del loro bisogno si accorse Maddalena Giudici di Sellere, che si offrì ad
aiutarle nei lavori domestici, almeno per qualche tempo; in realtà poi rimase
per sempre con loro.
Così all’inizio del nuovo anno erano già in tre. La gente di Lovere cominciò
a chiamare “Conventino” quella casa che ormai tutti sentivano come una
benedizione per il paese. Nel sogno di Bartolomea doveva essere la “Casa del
Redentore”.
CAPITOLO
12
Vi
aiuterò da lassù
Il
1° aprile del 1833 le campane di San Giorgio invitavano festose la gente in
chiesa per l’adorazione del Santissimo e anche Bartolomea accorse con un bel
gruppo di ragazze. Protese verso l’altare splendente di luci, pregavano e
cantavano esprimendo nella voce tutta la loro anima.
Bartolomea teneva lo sguardo fisso sull’ostensorio e non sentiva neppure
scorrere il tempo mentre dentro di sé pensava:
– Io in questo mistero non vedo che amore, non conosco che amore e meditandolo
non provo che amore! In questo Sacramento Gesù ce l’ha proprio manifestato
tutto!
Quando la funzione finì, uscirono e, salutandosi, si dispersero allegramente
nelle vie verso le loro case. Bartolomea, invece, arrivò con fatica al
Conventino: si sentiva addosso uno strano malessere e aveva i brividi della
febbre.
Le spuntarono le lacrime agli occhi quando Caterina, preoccupatissima, la obbligò
a mettersi a letto perché avrebbe chiamato subito il medico.
Bartolomea capì che non si sarebbe più alzata. Le rincresceva morire lasciando
Caterina e Maddalena in quella casa appena avviata, ma poi pensò che in
Paradiso avrebbe potuto aiutarle ancora di più.
– State sicure – le rincuorava – che questa casa è nelle mani di Dio!
Ma la mamma, Camilla, Caterina e Maddalena erano angosciate e non riuscivano a
staccarsi dal suo letto.
La notizia della sua malattia circolò subito in paese e anche fuori e così
cominciò un lungo andirivieni nella sua camera: venivano le ragazze a farle le
loro piccole confidenze e le amiche sempre bisognose di consigli; Matilde giunse
con il papà che da tempo desiderava vederla; la visitarono sacerdoti e altre
persone.
A chi vedeva afflitto per lei Bartolomea diceva:
– Le sofferenze che ci manda Gesù non sono mai spine!
Oppure:
– E’ bello patire per il Signore e pensare al Paradiso!
– Se avessi paura della morte farei torto a Gesù che ha fatto tanto per
salvarmi!...
Passarono così quei mesi di primavera e venne l’estate con l’aria afosa.
Dalla finestra aperta giungevano le voci e il picchiettare alacre dei muratori
che costruivano la cappellina. Caterina voleva far sospendere i lavori, temendo
che le dessero fastidio, ma Bartolomea la pregò:
– Lasciameli sentire!... Mi danno gioia pensando che Gesù Eucaristia dimorerà
anche nella nostra casa.
Giunse il 26 luglio. Bartolomea, ridotta a pelle e ossa, senza forze, aveva
ormai solo un filo di voce per salutare, per consolare, per bisbigliare
preghiere.
Quel mattino Caterina si era recata presto in chiesa con le orfane per
partecipare alla Messa e pregare per lei. A loro si era unita tanta gente, che
poi le seguì nel ritorno.
– Come sta Bartolomea? Come sta la maestra? – chiedevano.
Caterina rispondeva alzando gli occhi al cielo e intanto affrettava il passo
verso casa pensando:
– Come la troverò? Il Signore me la lascerà o vorrà questo sacrificio?
Appena varcata la soglia del Conventino capì che qualcosa stava succedendo,
corse da Bartolomea e la vide gravissima. C’era anche don Angelo che le
amministrò subito gli ultimi Sacramenti.
– Vuoi andare in Paradiso? – le chiese.
– Voglio solo quello che vuole il Signore – sussurrò.
Poi strinse il Crocifisso e l’immagine della Madonna e intanto bisbigliava
“Gesù, Maria”. Con queste invocazioni sulle labbra, verso le dieci del
mattino, si spense. Aveva ventisei anni.
– E’ morta una santa! – così correva la notizia di casa in casa e tutti
sentivano di aver perduto qualcosa di se stessi.
CAPITOLO
13
La
porta aperta
In
quei giorni si coglieva nell’aria un grande sconcerto. Per le strade la gente,
volgendo lo sguardo verso il monte, pronosticava:
– Senza Bartolomea, addio Conventino!
In realtà, quando si trovarono sole, Caterina e Maddalena si guardarono negli
occhi smarrite.
– Che cosa facciamo ora? – si domandò Caterina.
– Io torno a Sellere – decise Maddalena.
– Neppure io posso farcela qui...
Sopraggiunsero in quel momento due sacerdoti che, immaginando quei discorsi,
dissero loro chiaro e netto:
– Questo è il momento di mostrare la vostra fiducia in Dio. Rimanete! Ora
spetta a voi continuare l’opera di Bartolomea.
A quelle parole Caterina si pentì del suo scoraggiamento, ravvivò la fede nel
Signore e, rivolgendosi alla compagna, disse:
– Andiamo avanti con fiducia! Dio solo vuole essere autore di quest’opera.
Lasciamo fare a lui!...
Si fermarono e la loro generosità fu presto ricompensata: venne Maria a
continuare la scuola rimasta senza maestra; arrivarono Chiara, Margherita,
Francesca, Silvia, Teresa... e perfino Camilla, tutte desiderose di seguire Gesù
come aveva fatto Bartolomea. Caterina capiva sempre più che il Signore voleva
aperta quella porta.
Da allora la famiglia è cresciuta e sono sorti ‘conventini’ in varie parti
dell’Italia, in altri Paesi dell’Europa e perfino in Asia, in America, in
Africa, perché dappertutto le nuove compagne di Bartolomea trovano bambini,
giovani, malati, anziani, poveri da amare e da servire nel nome di Gesù.
La santità di Bartolomea fu riconosciuta da Pio XII il 18 maggio 1950 e la sua
storia continua attraverso l’Istituto delle Suore di carità.
Tratto dal Sito: http://www.suoredimariabambina.org