
SANT’ANTONIO MARIA ZACCARIA:
FUOCO NELLA CITTA’
Introduzione
In queste pagine si parla di un uomo che, sotto l'azione della grazia, è deciso a combattere quello che ritiene il peggiore nemico della pratica cristiana: la tiepidezza, la mancanza di decisione ("irresoluzione"). E lo fa portando, dovunque passa, un fuoco che conquista e si propaga rapidamente, "incendiando" letteralmente le città in cui opera e trasformandole in centri di irradiazione di santità. Antonio Maria Zaccaria - e con lui altri grandi anime, come il domenicano fra Battista Carioni, la contessa Ludovica Torelli e l'angelica Paola Antonia Negri - rappresentano per certe caratteristiche peculiari un fenomeno inedito nella storia della Chiesa, la cui valenza profetica non venne mai a sufficienza riconosciuta (e forse non lo è ancora oggi pienamente). Eppure, la loro vicenda ci appare attualissima: dopo il concilio Vaticano Il, la comunità cristiana trova in essa più di uno stimolo e di una concreta traccia per attuare un programma di conversione autentica. Bisogna risalire a Caterina da Siena e a Teresa d'Avila per imbatterci in qualcosa di simile: ma qui il progetto che si realizza sotto l'azione dello Spirito coinvolge tutto il popolo di Dio senza discriminazioni gerarchiche. I Tre Collegi che prendono corpo dallo sforzo concorde dei loro animatori (chierici regolari, ossia religiosi preti; suore dedite all'apostolato e laici, per lo più collaboranti con i primi due istituti: barnabiti, angeliche e "Maritati di Paolo santo") rappresentano un unicum perché concepiti come membra di un solo organismo che tendono al medesimo traguardo: la perfezione della vita cristiana, la santità. L'originalità di questa formula non sarà capita, anzi sarà ostacolata e alla fine rimossa come qualcosa al limite dell'eresia. Soltanto oggi ne riscopriamo la forza "incendiaria". La storia dello Zaccaria è il paradigma di una missione provvidenziale in un'epoca di grande confusione sociale non priva di riflessi negativi sulla stessa Chiesa, la cui azione evangelizzatrice aveva perso vigore. Molte situazioni di allora trovano sorprendenti riscontri nella società di oggi, dove peraltro scarseggiano leader capaci, come lo Zaccaria, di riaccendere il fuoco della fede e della carità. Per questo la vicenda di un santo vissuto cinque secoli fa è a nostro avviso non solo di grande interesse culturale, ma anche di forte stimolo per i cristiani di oggi. Devo confessare che la mia sorpresa nell'impatto con un personaggio così straordinario si deve in parte alla scarsissima conoscenza che ne avevo. Ma mi sono anche chiesto se i barnabiti e le angeliche abbiano sempre fatto tutto il possibile per divulgarne la memoria; diceva san Francesco di Sales che il Vangelo è come l'insieme delle note musicali, utilizzando le quali ogni santo compone una sua musica, diversa dalle altre. Ma quella dello Zaccaria - a onta del suo originalissimo "spartito" - non è purtroppo tra le più conosciute. Proprio questo mi ha stimolato a indagare a fondo il personaggio e a raccontarlo da cronista alla gente. Ho detto che siamo davanti a una figura di pregnante attualità per i molti riscontri che la sua vita presenta con la situazione odierna: Antonio Maria, ad esempio, appartiene a una categoria di professionisti - quella dei medici - solitamente incline allo scetticismo in materia di fede: più di uno, infatti, sostiene ironicamente di non aver mai incontrato l'anima operando col bisturi; e quando si imbatte in casi di guarigioni ritenute miracolose o quanto meno scientificamente inspiegabili, si affanna a cercare una spiegazione naturale, giudicando a priori impossibile un intervento divino. Eppure, il dottor Zaccaria quando si pone il problema di come vivere da vero cristiano, non ha dubbi: rinuncia alle prospettive brillanti di una professione che gli avrebbe garantito prestigio e ricchezza, per seguire Cristo. Stesso discorso per i primi suoi seguaci e collaboratori. Mi ha colpito, del suo colorito linguaggio, l'espressione «correre come matti» verso Dio e verso il prossimo, che dice tutta la radicalità della sua decisione. Lo seguiranno in breve tempo altri personaggi della nobiltà e della borghesia, a conferma che la sua rivoluzione parte da una ristretta élite per contagiare poi anche il popolo: ma a muoversi per primi sono alcuni vip. E qui mi chiedo ancora: è in grado la nostra società-bene di esprimere personalità di questo calibro? Ma ancor più attuale appare la vicenda del santo, se si paragona il clima in cui essa maturò con quello di oggi: la "tiepidezza" da lui individuata come il principale nemico da battere è infatti la stessa indifferenza che oggi fa di tantissimi battezzati dei puri cristiani anagrafici, senza più legami vitali con la propria Chiesa: tiepidi, cioè indifferenti, che ricorrono a Dio soltanto in punto di morte (e nemmeno tutti) o in occasione di riti tradizionali come battesimo (perché, dicono, porta buono), cresima, matrimonio e funerali (spesso senza crederci realmente). Si sente più che mai l'esigenza di qualcuno che porti il "fuoco" nelle coscienze, che costringa a rivedere la propria vita in maniera decisa, radicale. Passiamo tante volte davanti alle chiese e le troviamo deserte, nonostante quella lampada che arde a fianco dell'altare, per ricordarci che lì c'è realmente (anche se misteriosamente) Qualcuno che attende. Proprio come accadeva ai tempi dello Zaccaria: ed ecco che egli escogita e promuove le Quarantore pubbliche e rimette l'eucaristia al posto che le spetta, facendone il cuore della pietà cristiana, accanto al Crocifisso guardando il quale egli trova le risposte ai drammi e alle angosce dell'umanità. E speciale attenzione dedica alla parola di Dio, in modo speciale alle Lettere di san Paolo che ne connotano l'infuocato zelo apostolico. Va sottolineata, infine, la sua coraggiosa, profetica valorizzazione del ruolo della donna nella Chiesa, nonché del carisma laicale e coniugale: purtroppo non fu compresa e venne quasi subito ridimensionata da una mentalità clericale dura a morire ancora oggi, a dispetto delle belle dichiarazioni di intenti. Mi pare che, proprio sull'onda del Grande Giubileo 2000, sia auspicabile una rivalutazione di figure come la Torelli e la Negri, senza il cui apporto la straordinaria esperienza dei Tre Collegi probabilmente non si sarebbe realizzata. Mi auguro di essere riuscito attraverso queste pagine a rendere familiare ai lettori un santo che è si "di ieri", ma soprattutto è un santo "per oggi", che continua mediante i suoi figli spirituali - i barnabiti, le angeliche e i laici loro associati - a portare fuoco nelle coscienze, ad "aggredire" come sapeva fare lui l'uomo per riavvicinarlo a Dio.
Capitolo I
Il contesto storico
Ogni santo è figlio del suo tempo, ma con una differenza fondamentale rispetto alla gente comune: con la sua testimonianza e con la ricchezza dei suoi carismi, egli riesce a incidere sul corso della storia, a modificare una tendenza, a svegliare energie latenti, lasciando dietro di sé una traccia duratura. Antonio Maria Zaccaria è uno di loro, che ha portato nella cristianità del suo tempo una ventata di novità e una serie di intuizioni profetiche che, seppure scarsamente recepite allora, agiranno da fermento nei secoli successivi. Per capire a fondo la sua vicenda e il ruolo che il Signore della storia gli ha affidato, bisogna rifarsi al contesto dell'epoca. Un contesto alquanto drammatico, perché la Chiesa nella prima metà del Cinquecento era in preda a una grave crisi che attraversava l'intera cristianità, cioè le istituzioni, la vita religiosa e la stessa teologia. Per fortuna, le crisi sono un po' come le malattie, che in un fisico fondamentalmente sano producono efficaci anticorpi. Da una parte, dunque, c'era una Chiesa i cui vertici apparivano in forte decadenza: i teologi, avendo interrotto il contatto vitale con le fonti (la Bibbia e i Padri), finivano per perdersi in dispute litigiose che mettevano un ordine religioso contro l'altro: il monaco agostiniano Martin Lutero poté affermare, purtroppo giustamente, che "quella" teologia aveva tradito la Chiesa, oscurando Cristo; e le sue riflessioni lo porteranno dalla protesta all'eresia e allo scisma. Il papato, dal canto suo, era sempre più coinvolto nel gioco politico, col risultato di far prevalere gli interessi mondani su quelli religiosi. In particolare alcuni pontefici (Alessandro VI, Giulio Il, Leone X e Clemente VII) per rafforzare la propria autorità cercano e trovano aiuto nei sovrani, i quali però chiedono in cambio privilegi in materia di nomine episcopali e di benefici economici: emergono così le figure emblematiche dei vescovi-principi che, anziché il pastorale, impugnano la spada, battono moneta e guidano eserciti armati. Le diocesi, particolarmente in Germania, rimangono per decenni appannaggio di membri di una stessa famiglia che si trasmettono i vescovadi quasi fossero proprietà personali. Ma soprattutto si consolida una gravissima contraddizione di fondo: il vescovo si gode i benefici economici della diocesi senza risiedervi né esercitarvi l'ufficio di pastore. Un esempio eclatante per capire: san Carlo Borromeo (1538-1584), che a soli 7 anni di età era stato aggregato al clero milanese portando la tonsura e vestendo l'abito talare, a 22 anni fu chiamato a Roma dallo zio papa Pio IV (Gianangelo Medici, milanese) che lo nominò subito segretario di Stato, cardinale e amministratore di Milano e, quattro anni dopo, arcivescovo della metropoli ambrosiana. Questo giovane interpretò al meglio il suo ruolo, anche a costo di farsi dei nemici (gli Umiliati arrivarono ad assoldare un sicario che gli sparò un'archibugiata, senza tuttavia ferirlo). Fu un pastore autentico, vicino alla gente, amico dei poveri, un grande riformatore. Un santo, insomma. Gli "anticorpi", come reazione alla crisi ecclesiale, si formano spontaneamente un po' dovunque: negli ordini religiosi, ad esempio, dove si sviluppa il movimento delle "Osservanze", comunità di frati decisi a vivere la regola in maniera radicale, senza compromessi col mondo; ma anche tra i laici, dove gruppi spontanei nascono sulla base di un impegno personale per la santificazione: come i "Fratelli e le Sorelle della Vita comune", nei Paesi Bassi e in Germania; gli Oratori e le Compagnie del divino Amore in Italia, unitamente al Gruppo di Brescia (dove sant'Angela Merici fonda la Compagnia di sant'Orsola), il Circolo di Viterbo e quello di Napoli, l'oratorio dell'Eterna Sapienza di Milano (al quale approderà anche il nostro protagonista). Così, accanto alle nuove congregazioni dei chierici regolari - teatini (1524), somaschi (1528), barnabiti (1530) e gesuiti (1534) - sorgono le confraternite laicali, ricche di fermenti innovatori. Un dato accomuna queste nuove realtà emergenti nella Chiesa: l'impegno per una radicale "autoriforma". Mentre Lutero mira soprattutto a riformare la Chiesa-istituzione, nei grandi fondatori di questo periodo matura la convinzione che prima occorre convertire se stessi per poi cambiare le istituzioni. Questi personaggi dotati di grandi carismi riescono ad attuare quello che, per la verità, già nel Quattrocento alcuni collaboratori illuminati dei Papi avevano suggerito di fare, incontrando però sempre la sorda, durissima opposizione della curia romana, avida e gelosa dei propri privilegi. Proprio allora un concilio - il Lateranense V - aveva elaborato un programma di riforma, ma di scarso respiro, tanto è vero che la sua conclusione (nel 1517) coincide con la richiesta di Lutero che si discutano le sue ben note 95 tesi. Il concilio di Trento si aprirà soltanto nel 1545, troppo tardi ormai per frenare il dilagare dell'eresia nel Nord Europa.
Capitolo Il
Figlio unico di una vedova giovanissima
Nel 1502 Cremona era già quella bella città che ancora oggi nel centro storico possiamo ammirare: col suo Torrazzo, costruito nel 1250; il battistero ottagonale e lo splendido duomo in stile lombardo-gotico, la cui facciata si stava completando proprio in quegli anni (sarebbe stata ultimata nel 1508); il palazzo del Comune e la Loggia dei Militi. Allora, dal 1499, Cremona era sotto la signoria di Venezia; dieci anni dopo se ne sarebbe liberata, cadendo però sotto quella degli Sforza e successivamente, nel 1525, sotto quella degli spagnoli che l'avrebbero tenuta fino al 1702. Nella prima quindicina di dicembre di quel 1502 (il giorno preciso non è stato possibile appurarlo) nasceva il protagonista della nostra storia. I genitori, Lazzaro Zaccaria e Antonia (o Antonietta, come veniva chiamata familiarmente) Pescaroli, si erano sposati il 2 febbraio 1501, festa della Candelora, e si erano installati nella casa paterna di Lazzaro, individuata da alcuni studiosi nell'ultimo edificio a destra dell'attuale via Beltrami (un tempo via Ripa d'Adda), da altri in una parte del palazzo Mina-Bolzesi. Gli Zaccaria erano una famiglia di antica nobiltà: senza azzardarci, come fanno alcuni, a legarla a dei principi albanesi passati poi a Cipro e da qui a Genova, si sa per certo che già nel 1090 questo cognome a Cremona era di quelli che contavano. Dal 1133 al 1792, infatti, il casato avrebbe dato alla città ben trentotto decurioni, cioè membri importanti dell'amministrazione comunale. Oltre a possedere terreni (circa 1700 pertiche milanesi), essi gestivano un redditizio commercio di stoffe di lana, con propri fondaco e bottega - "Le Drapperie" - situati presso la piazza Maggiore, di fronte al palazzo comunale. La loro doveva essere una casa grande, perché vi abitavano anche la mamma di Lazzaro - Elisabetta Pasquali, rimasta vedova sei anni prima -, due sorelle e il fratello maggiore, Pasquale, con la rispettiva famiglia (moglie e quattro figlie), oltre a una sorellastra, Venturina, avuta da Lazzaro prima del matrimonio. Si potrebbe pensare a qualche difficoltà di convivenza, per la presenza di una suocera e di due giovani nuore, ma tutto lascia credere che mamma Elisabetta, donna di grande fede, riuscisse a tenere insieme l'intera famiglia senza turbare l'armonia domestica. Quanto a Venturina, veniva trattata alla pari degli altri figli legittimi. Tra l'altro, quando si sposerà - per ben due volte, essendo rimasta presto vedova - Antonio Maria la fornirà della dote, senza mai nominare la sua condizione di "sorellastra". Il piccolo fu probabilmente battezzato subito, come si usava fare allora, anche perché era nato di sette mesi e poteva considerarsi a rischio, per quei tempi. Non conosciamo la data precisa perché i registri della parrocchia di S. Donato cominciano soltanto con l'anno 1561. Lo chiamarono, un po' in controtendenza, con due nomi estranei alla folta parentela: Antonio Maria, cioè come la mamma e forse in omaggio alla Madonna, per la quale in famiglia c'era una grande devozione. Tra l'altro, anche un cugino del santo si chiamava Bernardo Maria.
Subito orfano di padre
Esistevano tutte le premesse per un'infanzia felice, invece quando il bimbo aveva pochi mesi, nel febbraio 1503 morì improvvisamente il padre. Non sappiamo di quale malattia, ma bisogna dire che gli inverni di allora mietevano vittime in quantità soprattutto tra coloro che non erano dotati di un fisico robusto; inoltre infierivano ricorrenti malattie epidemiche. L'anno dopo sarebbe morto anche lo zio Pasquale. I sepolcri dei due fratelli si trovano, uno accanto all' altro, nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano a Cremona. Rimaste sole, le due nuore fecero subito vedere di che pasta erano fatte: entrambe ancora giovani (Antonia aveva solo 18 anni) e ricche, avrebbero potuto facilmente rifarsi una vita. Invece vi rinunciarono, preferendo dedicarsi totalmente all'educazione dei propri figli e trovando nella fede il conforto e la forza per andare avanti. In casa si intensificarono in modo speciale due devozioni che avrebbero influenzato anche la spiritualità di Antonio Maria: quelle al Crocifisso e alla Vergine Addolorata. Poche notizie ci sono state tramandate sui primi anni di vita del piccolo: i biografi ci descrivono una madre preoccupata di stimolare nel figlio una religiosità non di facciata, ma solida, basata sulla preghiera e tradotta in gesti di fattiva carità verso i poveri. Antonio Maria amava recitare il Credo: può sorprendere, ma non troppo, dal momento che si era alla vigilia di un periodo storico che sarebbe stato caratterizzato dallo scontro con l'eresia luterana, e nulla meglio di una chiara professione di fede poteva aiutare a mantenere la propria identità cattolica. Ovviamente, la mamma portava il figlioletto in chiesa per la messa e le altre funzioni: a lui piacevano in modo particolare le prediche (si vede che il parroco sapeva parlare al popolo) tanto che, appena tornato a casa, trovava gusto a ripetere quello che aveva sentito. E lo faceva così bene che Antonia voleva che anche la servitù assistesse agli inconsueti sermoni tenuti con assoluta serietà da un ragazzino di appena dieci anni.
Lezioni di carità
Ignoriamo anche quando Antonio Maria ricevette per la prima volta la comunione. Le testimonianze comunque concordano nel descrivercelo concentrato al massimo in vista dell'evento: pregava da solo in casa e, a tavola, si mortificava rinunciando a parte dei cibi (i più appetitosi). Logico che dietro tutto questo ci fosse l'autentica pietà della mamma: per Antonio Maria, ella era il modello da seguire. E l'imitazione che gli riusciva meglio era quella della carità. Di quel periodo ci è stato tramandato un aneddoto significativo: un giorno d'inverno, appena uscito da scuola, il ragazzo incontrò per strada un mendicante seminudo, che tremava dal freddo, e senza pensarci due volte si tolse il mantello e la giacca di seta per riscaldarlo. Tornato a casa in camicia, si aspettava un rimprovero dalla mamma: invece questa, saputa la ragione di quello strano abbigliamento, lo abbracciò commossa. Del resto, la porta di casa Zaccaria si apriva generosamente ai poveri che bussavano, tanto che un bel giorno Antonio Maria propose alla mamma di non vestirlo più di seta, ma di usare stoffe ordinarie: così, risparmiando, si sarebbe potuto aiutare qualche poveraccio in più. Questo stile di solidarietà con gli ultimi lo spingeva a imporsi delle mortificazioni corporali non sporadicamente, come era avvenuto in preparazione alla prima comunione, ma in maniera stabile. La mamma, che forse faceva altrettanto ma non lo dava a vedere, a un certo punto intervenne ponendo un freno a queste penitenze, nel timore che ne soffrisse la salute del figlio. Nel frattempo, era arrivato il momento di fargli cominciare gli studi, come era del resto abitudine tra le famiglie nobili, in quanto ai maschi si aprivano sostanzialmente due strade: quella della carriera militare o ecclesiastica, oppure l'esercizio di una professione. La scuola lo vede impegnato nello studio delle lettere (inclusi latino e greco) e delle scienze: le sue propensioni erano piuttosto per queste ultime e per l'arte. Gli piaceva andar per chiese non soltanto per pregare, ma anche per ammirare i capolavori di cui erano ben fornite: basti pensare alle belle storie della Vita di Maria dipinte dal Boccaccino - detto il Raffaello di Cremona - nella navata centrale del duomo, alla pala del Perugino in S. Agostino, all'antica, suggestiva basilica romanica di S. Michele e in altre chiese che sarebbero state arricchite più tardi dagli affreschi dei fratelli Campi; per non dire di altri monumenti di cui era già allora ricca la città.
Da Pavia a Padova
Sui sedici anni, lo troviamo a Pavia (probabilmente in compagnia della madre, che lì aveva dei parenti) per iniziare i corsi di filosofia: un biennio nel quale matura la sua prima importante decisione, quella di dedicarsi alla medicina, professione di prestigio in grado di tenere alto l'onore del casato (diversi Zaccaria si erano distinti in passato nella cura dei malati). Ovviamente, per questa disciplina nulla c'era di meglio che l'università di Padova, polo culturale tra i più celebri d'Europa. Il diciottenne Antonio Maria è un giovanotto al quale si aprono prospettive allettanti, ma lui le trascura perché deve avere qualcosa dentro - un segreto che non svela a nessuno per il momento - che lo spinge verso strade insolite. Poco prima di trasferirsi a Padova, l'imprevista spiegazione: dopo aver fatto testamento secondo la consuetudine del tempo il 5 ottobre 1520, il 16 dello stesso mese il ragazzo decide di donare tutta la sua parte di eredità al cugino Bernardo, con la clausola però dell'usufrutto di tali beni alla madre, vita natural durante. Per sé trattiene - come voleva la legge per dare validità all'atto - soltanto 100 lire imperiali. «Un gesto che ha dell'incredibile», afferma giustamente padre Giuseppe Bassotti, «per un giovane universitario bisognoso di mezzi per il suo mantenimento agli studi (…) soprattutto per le clausole che vi erano annesse: la donazione non poteva essere revocata per nessun motivo, anche se la madre si fosse macchiata di ingratitudine verso il figlio e anche se questi avesse avuto prole da mantenere». Qui si delinea con chiarezza la statura interiore di Antonio Maria: il suo è quasi un voto di povertà, che andava di pari passo con la castità della sua condotta. Perché la facoltà di medicina? Non ci sono note le ragioni ditale scelta. Accanto al desiderio di continuare una tradizione familiare, avrà giocato probabilmente la dimensione caritativa della professione medica: abituato da tempo a condividere e a lenire le sofferenze dei poveri, egli avrà pensato che un laico avrebbe potuto offrire un servizio tanto prezioso quanto più accessibile alle loro limitate possibilità economiche; un servizio prestato unicamente per amor di Dio, da cristiano che vede nel volto del malato il volto di Cristo. Inoltre, curando i corpi, egli avrebbe potuto dire anche una buona parola che giovasse all'anima.
Una laurea inutile?
L'università di Padova, la seconda fondata in Italia dopo quella di Bologna, vantava già a quei tempi una lunga storia. Nata nel 1222, aveva acquistato ben presto larga fama, consolidandola nel secolo XV: in origine era divisa in università dei giuristi" (leggi e notariato) e "università degli artisti" (medicina, filosofia e grammatica), a cui era anche annessa una scuola di teologia. Qui, prima dello Zaccaria, aveva studiato medicina Nicolò Copernico (dal 1501 al 1505) e dopo di lui vi sarebbero giunti altri personaggi di grande rilievo: nel 1588, proveniente da Ginevra, il giovane Francesco di Sales, e quattro anni dopo anche Galileo, come docente di matematica. Secondo la tradizione, i corsi accademici cominciavano il 18 ottobre, giorno che la Chiesa dedica alla memoria liturgica dell'evangelista medico-pittore san Luca, i cui resti mortali si conservano in S. Giustina: tutti gli studenti dovevano assistere in cattedrale alla messa solenne. Non sappiamo dove alloggiasse Antonio Maria: probabilmente in uno dei ventisette collegi che la città aveva aperto per giovani forestieri, soprattutto provenienti dall'estero (a quell'epoca, vi affluivano studenti da ventidue paesi europei). Né ci sono state conservate le lettere che egli inviava regolarmente alla madre informandola sui suoi progressi negli studi. Certo, l'ambiente goliardico non era fatto per suggerire raccoglimento e pratica religiosa, soprattutto tenuto conto del miscuglio di nazionalità e di culture presenti a Padova, e delle prime avvisaglie della Riforma luterana che sicuramente si facevano sentire anche lì: nel 1517 Martin Lutero aveva sfidato la Chiesa con le sue teorie e il 15 giugno del 1520 la bolla pontificia Exurge Domine le condannava. E presumibile che un ateneo prestigioso come quello patavino non fosse estraneo all'infuocato dibattito che si accese nel Nord Europa, soprattutto a partire dalla scomunica inflitta al riformatore tedesco nel 1521 da papa Leone X.
Dio gli bastava
Possiamo immaginare lo Zaccaria in preghiera davanti all'urna di Antonio, il taumaturgo che a Padova è "il santo" per eccellenza, la cui basilica si stava allora abbellendo di capolavori straordinari. Ma è fuor di dubbio che l'impegno di vita cristiana, già ben chiaro a Cremona sotto la guida della madre, qui si rafforza nell' esercizio ascetico. Ai compagni doveva apparire un po' anomalo questo ragazzo riservato e schivo, che alle allegre riunioni preferiva la penombra delle chiese, frequentava i sacramenti con assiduità e pensava soprattutto a studiare. La medicina lo metteva a diretto contatto con i malati e con i morti, alimentando la riflessione sulla fugacità della vita e sulla vanità delle ricchezze per cui tanti si affannano. Non si ha notizia di sue relazioni affettive con ragazze: Dio gli bastava. Invece conosciamo il nome di un amico, Serafino Aceti (1496-1540), proveniente da Fermo nelle Marche: tra i due nascerà un legame spirituale molto intenso. L'Aceti abbraccerà poi la vita religiosa tra i Canonici lateranensi, lasciando alcuni scritti ascetici di valore, e successivamente fonderà le Suore del Buon Gesù a Ravenna. Dopo varie peregrinazioni attraverso l'Italia come ricercato predicatore, all'inizio degli anni Trenta riallaccerà i rapporti con lo Zaccaria a Milano, familiarizzando con i suoi gruppi e le sue iniziative. Sarà infine anch'egli tra gli amici accorsi al capezzale di Antonio Maria morente. La sete di spiritualità e l'orientamento deciso per le opzioni evangeliche appartengono al quadriennio padovano del giovane Zaccaria. Si può dire che egli abbia emesso i voti prima ancora di abbracciare lo stato religioso. E a proposito di castità, sappiamo che da studente a Padova Antonio Maria raccolse in un quadernetto a rubrica alcuni appunti filosofici ripresi da diversi autori, tra i quali il seguente: «La castità è di grande aiuto nell'acquisto della scienza. Vedi alla lettera E, sotto la voce Esercizio». Andando alla lettera indicata, Antonio Maria riporta questa frase di Averroè: «L'esercizio offre alla natura dell'uomo una preparazione che prima non aveva; analogamente opera tale preparazione la virtù morale e soprattutto la castità». I progressi negli studi furono rapidi e duraturi: merito questo anche di alcuni illustri docenti, i cui nomi ci sono stati conservati nei Rotuli del 1520 e 1524. Di quel periodo rimane soltanto il citato quadernetto in cui egli ricopiò alcune sentenze di filosofia e che gli servirà poi per scrivere il testo dei suoi Sermoni, un ciclo di prediche di cui si parlerà più avanti. In quattro anni di intenso studio, Antonio Maria superò gli esami e conseguì la laurea in medicina "con plauso", a quanto si sa. Purtroppo non esiste il documento che lo attesti con certezza, ma bisogna dire che il registro delle matricole dell'università di Padova conservato nella biblioteca di quell'ateneo data a partire dal 1583, mentre gli atti pubblici dei dottorati iniziano addirittura nel 1617. Questo spiega perché nel Catalogo dei dottori in medicina non figura il nome dello Zaccaria. Ma lo ritroviamo nel "Catalogo de' Dottori Fisici" di Cremona relativo al 1524. Per curiosa coincidenza, proprio in quell'anno Gaetano da Thiene, un altro laureato uscito dall'università patavina, fondava il primo ordine di chierici regolari, quello dei teatini. Tornato a Cremona, festeggiato come è verosimile dai parenti e dagli amici, il neodottore cominciò a esercitare la professione, sotto la guida di medici anziani e collaudati. Ancora nell'aprile 1526 lo Zaccaria compare nell'elenco dei cosiddetti "Scolari", cioè dei giovani laureati che facevano pratica prima di mettersi in proprio. Di medici c'era un gran bisogno perché a Cremona era in atto quella che oggi chiameremmo una emergenza sanitaria, a causa della peste scoppiata nell'estate di quell'anno. I biografi parlano del palazzo Zaccaria trasformato in lazzaretto, ma non abbiamo documenti di archivio che ce lo confermino. Di certo, scopo del suo lavoro non era quello di far soldi, ma di servire l'uomo sofferente, nel quale egli scorgeva il volto di Cristo. I suoi pazienti erano i più poveri, quelli ai quali nessuno pensava e che non potevano certo permettersi il lusso di pagare una visita medica. Li curava negli ospedali o anche a domicilio e con un'attenzione che gli guadagnò presto la stima e l'ammirazione della gente, insieme forse a qualche critica da parte della "Cremona-bene", che non vedeva di buon occhio un suo pari mischiarsi coi pezzenti. Lui non ci faceva caso, come aveva fatto del resto a Padova quando i compagni lo deridevano tacciandolo di bigottismo. Col passare dei mesi, intanto, egli si rese conto che molti suoi malati avevano bisogno di rimettere in sesto l'anima più che il corpo. Per uno come lui, che si alimentava quotidianamente a contatto col Signore frequentando i sacramenti e meditando la parola di Dio, era naturale cercare di riportare alla fede chi ne era lontano, e i risultati dovevano essere tali da porgli col tempo un interrogativo: non sarebbe stato meglio per lui dedicarsi unicamente a curare i mali delle anime? Più passavano i giorni e più avvertiva l'urgenza di una risposta.
Il volto e l’anima
A questo punto il lettore sarà curioso di sapere com'era questo personaggio, che faccia aveva, come si presentava. Possiamo raffigurarcelo come ce lo hanno tramandato alcuni ritratti postumi: essendo morto a soli 36 anni, la sua fisionomia non doveva essere cambiata molto rispetto agli anni giovanili. Lo storico Giovanni Antonio Gabuzio ce ne schizza un rapido profilo in latino, che tradotto suona così: «Antonio Maria fu di giusta statura; di complessione sana e vegeta, ma non molto robusta; di aspetto grave, che lasciava trasparire santità; di viso più allungato che tondo, con occhi grandi leggermente sporgenti, sopracciglia e capelli neri, barba folta e non molto lunga, colorito olivastro». Un tipo distinto, insomma, che poteva anche incutere soggezione ai suoi pazienti, ma che poi li conquistava con la dolcezza del tratto. Questo per quanto riguarda l'aspetto esteriore. Più interessante è indagare com'era di carattere. E qui l'unico dato scientifico disponibile a cui attingere è la calligrafia: ci ha provato, come aveva già fatto con tanti altri personaggi, un frate francescano conventuale, padre Girolamo Moretti, autore di un volume che ha già avuto diverse edizioni, intitolato I santi dalla loro scrittura. Questo il suo "referto" su Antonio Maria Zaccaria: «Intelligenza quantitativamente superiore, giusta nel giudizio sui risultati delle intelligenze altrui e molto oggettiva. Ha grande tendenza e abilità per l'esegesi di vario genere: storica, biblica, letteraria. Molto originale e curante principalmente la sostanza delle cose (…). Ha l'abilità e la tendenza per l'organizzazione concettuale (…). Il soggetto è portato principalmente a cose scientifiche (…). Ha la tendenza e l'abilità per la psicologia teoretica e pratica. Carattere fondato sulla fermezza di propositi con qualche piccola tendenza alla debolezza... resa quasi nulla dalla decisione non eccessiva, dall'austerità e principalmente dalla riflessione (...). Entrano spesso in cozzo le sue tendenze, ma il soggetto non perde mai il controllo di se stesso (…). Data la forza intellettiva che lo distingue e la dirittura del suo carattere, potrebbe elevarsi a tanta altezza morale da non essere misurabile con psicologia ordinaria». La diagnosi può dirsi sostanzialmente fedele al dato storico. Il barnabita padre Giuseppe Cagni, in una sua relazione intitolata L'uomo Zaccaria, integra quanto sopra con alcune osservazioni, mettendo in evidenza una qualità peculiare del santo: la visione oggettiva della realtà (a conferma di quanto dichiarato da padre Moretti), nonché la sua grande fiducia nell'uomo e nelle cose. Tutto il creato è bello e buono, fatto da Dio per noi. Antonio Maria è fondamentalmente un ottimista, convinto com'è che l'uomo può diventare qualcuno purché attivi intelligenza e volontà. Commenta padre Cagni: «Anche le passioni sono buone: Dio le ha poste in noi come un grande dono, perché sono spinta all'azione. Poche passioni, poca capacità di azione; molte passioni, molta. Le grandi passioni danno i grandi santi. E una visione dell'uomo diametralmente opposta al pessimismo protestante. Però tutte le creature tendono a farsi idolo, a motivo dello squilibrio originale; ma proprio qui si rivela la consistenza della struttura di ciascuno, perché tutto "è sottoposto all'imperio della volontà" e si danneggia solo chi vuol danneggiarsi: Nemo laeditur nisi a seipso; nessuno si danneggia se non da se stesso: lo Zaccaria conosce e cita questa importante omelia del Crisostomo! "Anzi, è tanta l'eccellenza del libero arbitrio (…) che l'uomo può diventare e demonio e dio, secondo che gli pare". E spiega: "L'uomo è dio in quanto si conforma, per similitudine e imitazione di opere, a Dio, nel modo che è possibile all'uomo". Quindi fiducia piena nell'uomo, nelle cose e nella loro costruttiva armonia»". Ciò che egli sembra non sopportare è la mediocrità, il non rispondere subito "sì" agli appelli dell'ideale, in altre parole la tiepidezza, «pestifera e maggior nemica di Cristo Crocifisso» come egli la definisce, opponendole una proposta di radicalismo evangelico che finirà per scuotere un mondo religiosamente languido come quello del Cinquecento.
Capitolo III
La svolta
Le storie dei santi sono piene di circostanze che determinano improvvise inversioni di rotta. Senza rifarci al caso clamoroso di san Paolo, dove il Signore intervenne in prima persona a fargli cambiare idea, vi sono tanti altri esempi significativi: Agostino di Ippona (354-430), da giovane gaudente che era, dopo l'incontro con sant'Ambrogio (339-397) si fece battezzare e diventò uno dei più grandi personaggi della Chiesa; per Margherita da Cortona (1247-1297) la conversione arrivò dopo la scoperta del cadavere del suo amante, assassinato da ignoti; Ignazio di Loyola (1491-1556), che sognava una brillante carriera militare, durante la convalescenza per una ferita alla gamba scoprì il Vangelo e fondò poi la Compagnia di Gesù; Giovanni di Dio (1495-1550) era un uomo inquieto, in continua ricerca, ma gli bastò ascoltare una predica di san Giovanni d'Avila (1499-1569) per tornare a Dio; il dottore della Chiesa Alfonso de' Liguori (1696-1787) era un brillante avvocato del foro napoletano: per aver perso la causa durante un clamoroso processo, gettò la toga e si fece sacerdote dando vita alla famiglia religiosa dei Redentoristi. Per Antonio Maria non si può parlare di conversione. Poiché in lui si faceva ogni giorno più pressante l'interrogativo sul senso della vita e sul suo futuro, decise di chiedere consiglio a un domenicano, passato ai posteri col solo nome di fra Marcello, un religioso ben noto a Cremona per il carisma del discernimento. Lo Zaccaria lo contattò, si parlarono a lungo e il religioso capì di aver di fronte un giovane d'eccezione. Sul momento gli consigliò di riflettere bene sulla decisione che aveva in animo di prendere, assicurandolo che anche lui avrebbe pregato per vederci chiaro. Dopo qualche tempo, fra Marcello sciolse la riserva: «E meglio che lasci la professione per farti sacerdote. Questa è la tua vera strada», gli disse. Era la conferma che Antonio Maria aspettava: vedendo nelle parole del domenicano una precisa chiamata divina, abbandonò la pratica medica per «darsi a vita spirituale». Fu poi lo stesso frate a iniziarlo allo studio della teologia, disciplina fondamentale per il sacro ministero. Possiamo immaginare le reazioni che la scelta del dottor Zaccaria provocò non tanto nella madre, la quale conosceva bene il giovane e probabilmente già era al corrente della sua ricerca, quanto nell'entourage di parenti e amici. Qualcuno avrà avanzato dei dubbi su una decisione così strana da parte di un brillante professionista, che rinunciava alle suggestioni di un futuro promettente per farsi prete. Ma neppure stavolta lui tentennò: con decisione intraprese la nuova "carriera" come era ormai abituato a fare, incurante dei giudizi della gente. Fra Marcello doveva essere un maestro illuminato: non dimentichiamo che la teologia, in quegli anni, attraversava una grave crisi, separata com'era dal contatto vitale e fecondo con la Bibbia e con la dottrina dei Padri. Dai biografi apprendiamo che Antonio Maria - sotto la sua direzione - non si limitò ad approfondire la parte dogmatica, ma attinse largamente alla Scrittura e ai grandi dottori della Chiesa, in particolare a san Tommaso d'Aquino. Più tardi, nelle Costituzioni dell'ordine che stava abbozzando, egli affermerà nel capitoo intitolato "Dello studio": «Studino, i Fratelli, la Scrittura sacra, e con avidità si dilettino così (talmente) di intenderla e capirla, che abbiano manifesti e aperti i sensi occulti, maxime quelli che sono atti alla istruzione (edificazione) dei costumi. Dopo la Scrittura sacra, potranno leggere ciascun dottore approvato dalla Chiesa, e i libri dei santi Padri, purché i loro scritti non si ritrovino essere contrari ai detti della Scrittura sacra e di altri santi dottori». Più avanti, egli dimostra di conoscere bene, dal momento che ne consiglia la lettura, alcuni classici della letteratura spirituale come le Collazioni o conferenze spirituali di Giovanni Cassiano, le Storie dei santi padri, soprattutto quelle scritte da san Girolamo, la Scala del paradiso di Giovanni Climaco, nonché le opere di san Bonaventura, le Lettere e Il Dialogo di santa Caterina da Siena e gli scritti di fra Battista Canoni da Crema, il domenicano che avrà tanta parte nella vita del santo. In questo, dunque, Antonio Maria si rivela un uomo aperto ai tempi. Pur basando infatti le sue conoscenze (e non avrebbe potuto fare altrimenti) sull'esegesi scritturistica medioevale più classica, egli avverte la nuova sensibilità che si era andata sviluppando grazie alle correnti dell'Evangelismo, dell'Umanesimo cristiano (Erasmo da Rotterdam faceva scuola) e della Devotio moderna, nonché sotto gli stimoli suscitati dalla Riforma luterana. Anche il recupero dei Padri della Chiesa, accostati come la Bibbia nella lingua originale, lo predispone a un approccio nuovo con la gente, all'uso di un linguaggio diverso. Non è improbabile che avesse già allora fatta propria, tramite fra Marcello, la lezione di Erasmo che, nella prefazione all'edizione del Nuovo Testamento in greco, nel 1516 aveva scritto: «Vorrei che la massaia, mentre fa i mestieri in casa, o il contadino mentre ara il campo, recitassero a memoria passi dalle lettere di san Paolo o dai vangeli». Tra l'altro, l'accenno alle lettere di Paolo si adatta a meraviglia alle scelte del futuro fondatore che, infatti, si familiarizza presto con i testi paolini che risulteranno fondamentali per la sua spiritualità. L'urgenza di una solida formazione dottrinale, inoltre, si faceva più viva a causa degli eventi che agitavano il mondo ecclesiale nella stessa Cremona, dove il convento domenicano era coinvolto, facendo quasi da cassa di risonanza, nel grande dibattito in corso nella Chiesa circa la necessità di una seria riforma "in capite et in membris": nel 1528, l'anno in cui Antonio Maria sta per concludere gli studi teologici in vista dell'ordinazione sacerdotale, il priore del convento di quella città, fra Bartolomeo Maturi, abbandona tutto e fugge in Svizzera per aggregarsi ai riformatori d'oltralpe. E fra Marcello avrà informato il suo alunno guidandolo a una interpretazione equilibrata dei fatti. Si vedrà poi che 1'apporto domenicano risulterà fondamentale per gli sviluppi dell' atività dello Zaccaria.
Un catechista laico
Si calcola che gli studi teologici abbiano assorbito Antonio Maria per circa due anni e mezzo nella sua Cremona e forse a Bologna, come attesta padre Battista Soresina in un'antica testimonianza che citeremo più oltre. Ma già pochi mesi dopo la nuova scelta di vita, fra Marcello aveva deciso di «fargli intraprendere il bene spirituale del popolo», spingendolo a confrontarsi col variegato pubblico dei fedeli attraverso la catechesi. Antonio Maria cominciò dai bambini della nobiltà, l'ambiente che meglio conosceva, raccogliendoli nella chiesa di S. Vitale, detta anche di S. Geroldo perché custodisce le ceneri di questo santo, originario di Colonia, ucciso presso Cremona nel 1241 e venerato come martire. Aveva un suo metodo che risultò subito efficace: leggeva brani della Scrittura, vite di santi o qualche pensiero spirituale tratto da uno dei tanti manuali di devozione allora in uso, poi spiegava il tutto con linguaggio semplice, interrogando a tratti questo e quell' ascoltatore. Ne nasceva un dialogo che teneva desta l'attenzione di tutti. L'iniziativa ebbe successo, tanto che a un certo punto cominciarono a frequentare S. Vitale anche i ragazzi più grandicelli. Ma anche i loro coetanei più poveri, che di solito passavano la giornata nelle piazze e nelle strade circostanti, nel vedere questo strano afflusso si intrufolarono in chiesa, prima per pura curiosità, poi attratti da questo laico che sapeva parlare così bene di Dio. Ne informarono i famigliari e nel giro di qualche mese l'uditorio si infoltì di adulti, genitori, fratelli e sorelle di quei bambini senza più distinzione di età o di classe sociale: davanti a Dio si sentivano tutti uguali. A tante mamme che sudavano la giornata lavorando, non pareva vero di togliere dalla strada almeno per qualche ora i loro piccoli e di metterli a contatto con le verità della fede, che magari anch'esse avevano dimenticato. La notizia di questo esperimento fece in breve il giro della città e S. Vitale si riempì di popolo. Intanto, senza accorgersene, Antonio Maria si stava allenando per quel ministero che lo avrebbe visto protagonista qualche anno dopo. Oggi nessuno si meraviglia nel vedere un laico che spiega la dottrina cristiana ai fedeli: anzi, si può dire che la maggior parte dei catechisti siano laici, uomini e donne, come lo sono molti insegnanti di religione nelle scuole. Ma allora ciò costituiva una novità. Giustamente è stato notato che la catechesi ai bambini è uno dei vanti della Chiesa cremonese: di solito questo servizio pastorale lo si fa iniziare a Milano nel 1536 a opera del sacerdote Castellino da Castello, fino a che il concilio di Trento ne divulgherà la pratica a tutta la Chiesa. La scuola di catechismo di S. Vitale inizia diversi anni prima e sarà continuata dopo la morte del santo da un gruppo di laici chiamati "Servi de' putti e putte di S. Giroldo", organizzati meglio dal barnabita padre Nicolò d'Aviano nel 1553 e da lui fusi con la Compagnia di S. Gerolamo nel 1559. La chiesetta di S. Vitale conserva interessanti affreschi del Trecento, purtroppo in parte deterioratisi, raffiguranti san Geroldo ai piedi della Vergine sant'Antonio abate e santa Caterina d'Alessandria. Possiamo renderci conto, da come si trova oggi, di quanta gente potesse contenere quando parlava lo Zaccaria. Non molta, date le sue modeste dimensioni, tanto che a volte i fedeli erano costretti a pigiarsi o ad ascoltare stando sulla porta: si trattava di un'unica aula senza volta, a capriate scoperte, del tutto spoglia di ornamenti, col pavimento al di sotto del livello stradale. Nel 1562, la chiesetta passò ai padri somaschi, che vi trasferirono i loro orfani e la ridussero a tre navate. Accurati restauri l'hanno oggi trasformata in un auditorium cittadino. Il 14 maggio 1994 le autorità della Provincia, in collaborazione con le congregazioni dei barnabiti e delle angeliche, e col patrocinio della Sovrintendenza ai Beni artistici e storici di Mantova, vi hanno scoperto una lapide su cui è scritto: «In questo antico tempio di San Vitale I S. Antonio Maria Zaccaria (1502-1539) ha iniziato l'insegnamento del Catechismo I e le scuole della Dottrina Cristiana I ha istituito il gruppo spirituale dell' Amicizia I e celebrato la sua prima messa nel 1528.1 La Provincia di Cremona I in occasione del restauro /1992». Mentre Antonio Maria si preparava a ricevere gli ordini sacri, più passava il tempo e più prendeva coscienza di quella che sarebbe stata la sua missione. Gli incontri in S. Vitale, tuttavia, registrarono qualche brusca quanto involontaria interruzione a causa delle vicende politiche che non lasciavano presagire nulla di buono per la Lombardia. Gli eserciti di Francesco I e di Carlo V, che si contendevano il dominio del ducato di Milano, avevano i loro campi base non lontano da Cremona: nel 1525 Francesco I, sconfitto a Pavia e fatto prigioniero, era stato costretto a firmare a Madrid una pace che avrebbe poi subito rinnegato per stringere la Lega santa con papa Clemente VII e altri principi italiani. Pur di contrastare il passo al rivale Carlo V, aveva addirittura favorito in Germania i protestanti, che in Francia invece perseguitava. Dal canto suo l'imperatore non fu da meno e, anche per ritorsione verso il Pontefice che gli si era schierato contro, nel 1526 permise ai luterani il libero esercizio della loro confessione. E l'anno dopo, i suoi Lanzichenecchi avrebbero devastato Roma (con il famoso "sacco") costringendo Clemente a rinchiudersi nella fortezza di Castel Sant' Angelo. Altre guerre si sarebbero combattute per il dominio di Milano e per le popolazioni della regione avrebbero significato sofferenze e disordini, soprattutto perché le truppe di Carlo erano costituite in maggioranza da luterani fanatici, ai quali non pareva vero di dare una lezione ai cattolici profanando chiese, violando la clausura dei monasteri, razziando e uccidendo senza pietà. Ad aggravare la situazione si aggiunsero le pestilenze e le ricorrenti carestie, mentre ai confini dell'impero premevano le truppe islamiche guidate da Solimano che erano già arrivate a Budapest, incendiando, devastando e lasciando sul terreno oltre centomila vittime. Ma è appunto in quel periodo che la Chiesa produce i suoi efficaci "anticorpi": si chiamano Girolamo Emiliani (1481-1537), Gaetano da Thiene (1480-1547), Ignazio di Loyola (1491-1556) e Filippo Neri (1515-1595), oltre ovviamente allo Zaccaria. Nel 1527 parve che il peggio per Cremona fosse passato e Antonio Maria riprese i suoi incontri con la gente in S. Vitale. Il suo composito uditorio gli dava modo, tra l'altro, di formarsi un'idea precisa sul livello di cultura religiosa dei suoi concittadini e, soprattutto, della "qualità" della loro pratica cristiana: lo aveva già misurato in parte da medico contattando gli infermi, preoccupato com'era di curarne non solo i corpi, ma anche le anime. E ne aveva anche diagnosticato la malattia: la "tiepidezza". Data la sua idea battagliera della vita spirituale, la tiepidezza era considerata l'ostacolo più minaccioso per il fervore, che è per lui la caratteristica dei «veri amatori di Cristo». In una serie di Sermoni (ne previde tre, ma ne stese solo il primo) egli si riprometteva di analizzare le cause della tiepidezza e i modi per eliminarle, insistendo soprattutto sulla generosità dell' impegno, non limitandosi farisaicamente a ciò che è strettamente comandato, ma estendendolo a ciò che è solo consigliato. Unicamente così si progredisce: in caso diverso, afferma, «il non andare avanti nella vita di Dio e lo stare fermi, è un ritornare indietro». Lui aveva comunque fatto la propria scelta di vita, decidendo di darsi interamente al Signore, anche se il sacerdozio lo spaventava; se ne riteneva indegno. In quello stesso 1527, o agli inizi del 1528 (ma mancano riferimenti precisi), moriva il buon fra Marcello e Antonio Maria si affiderà successivamente alla direzione di un altro domenicano, destinato a giocare un ruolo decisivo in tutta la nostra storia: fra Battista Canoni da Crema (1460c.-1534). Prima dell' ordinazione sacerdotale, tuttavia, egli compì un gesto estremamente rivelatore: verso la fine del 1524 o all'inizio del 1525 era morta una zia paterna, Giovanna Zaccaria, lasciando eredi delle sue sostanze Antonio Maria e il cugino Bernardo. I biografi ci fanno sapere che il santo ne approfittò per raddoppiare le elemosine ai tanti poveracci che bussavano alla sua porta. Era un'ulteriore prova della sua decisione di spogliarsi di ogni bene materiale per dedicarsi alla missione tra il popolo.
Capitolo IV
La prima messa
Dopo aver ricevuto la tonsura (detta anche "chierica") e i quattro ordini minori dell'ostiariato, del lettorato, dell'esorcistato e dell' accolitato (con il Vaticano Il è stato abolito il primo, mentre la facoltà di esorcizzare è concessa dal vescovo diocesano solo ai sacerdoti e in determinati casi), in tre feste successive, come era allora consuetudine, Antonio Maria ricevette gli ordini maggiori, cioè suddiaconato, diaconato e presbiterato. Di questi eventi conosciamo oggi le date: l'ordinazione suddiaconale il 19 settembre 1528, sabato delle cosiddette Tempora di autunno, l'ordinazione diaconale (quasi sicuramente) il 19 dicembre (Tempora d' inverno) e quella sacerdotale, la più importante, il 20 febbraio 1529 (Tempora di primavera). Ad accertare tali date è stato il barnabita padre Franco Ghilardotti proprio alla vigilia delle celebrazioni per il quinto centenario della nascita dello Zaccaria. Si tratta di una scoperta importante perché, come ha spiegato lo stesso padre Ghilardotti, uno dei motivi che bloccarono a lungo la causa di beatificazione di Antonio Maria era il fatto che non si conoscevano né la data né il luogo della sua ordinazione sacerdotale, e neppure il nome del vescovo ordinante. «I primi tentativi di ricerca sono stati deludenti, sia all' archivio di Stato di Cremona sia nella curia vescovile, dove fu dichiarato che tutti i documenti relativi alle ordinazioni del Cinquecento erano stati bruciati o dispersi. Non mi sono arreso. Per oltre 18 giorni, in tre riprese, ho scandagliato migliaia di rogiti e relative imbreviature (quando esistevano) di almeno quattro notai dal 1520 al 1533. Fra quelle innumerevoli carte, dall'argomento più vario, erano contenuti dei quinterni volanti con le indicazioni di alcune ordinazioni clericali, insieme con alcuni fogli in bianco sparsi qua e là; segno che il lavoro del notaio sarebbe dovuto essere completato. Con costanza e tanto entusiasmo ho continuato le ricerche che ormai sembravano senza esito». Quando pareva necessario rinunciare, ecco la scoperta: il santo fu ordinato prete il 20 febbraio 1529, sabato delle Tempora di primavera, nella cappella di S. Giuseppe (sita nel transetto settentrionale del duomo) da monsignor Luca di Seriate, vescovo titolare di Duvno in Erzegovina e suffraganeo di Cremona. Mancano ancora le date relative alle altre tappe del curriculum clericale dello Zaccaria: tonsura e ordini minori. Gli antichi biografi aggiungono che Antonio Maria si preparò all'ordinazione sacerdotale con un'austerità ancora maggiore del solito: veglie prolungate in preghiera, digiuno e una confessione generale. Non sappiamo invece quando celebrò la prima messa: sicuramente non subito poiché nel Cinquecento, dal clero e dai fedeli, l'eucaristia era considerata un sacramento per il quale occorreva una lunga preparazione, mentre la comunione frequente era pressoché sconosciuta. Basti pensare che sant' Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1537 ma celebrò per la prima volta soltanto a Natale di quell'anno. Diversi biografi riferiscono che il giorno in cui Antonio Maria sali per la prima volta l'altare, accadde un prodigio: alla elevazione dell' ostia uno stuolo di figure angeliche fu visto comparire attorno al celebrante dai numerosi fedeli che gremivano la chiesa. L'episodio fu confermato da testimoni oculari a padre Gianantonio Gabuzio e poi riportato da tutti i primi storici dell'ordine, sia barnabiti sia angeliche, tanto che entrò subito nella iconografia del fondatore. Ora lo Zaccaria era prete a tutti gli effetti. Aveva rinunciato ai beni per dedicarsi totalmente agli altri nel suo ministero; e trovava quindi il tempo per aiutare chiunque avesse dei problemi. Si ricorreva a lui, che aveva studiato all'università, anche per dirimere controversie di carattere patrimoniale: nel 1527, ad esempio, era morto un certo Giovannino Stroppa, che aveva nominato fidecommissari ed esecutori testamentari un sacerdote e altre tre persone, tra cui lo Zaccaria. Le pratiche per attribuire l'eredità erano talmente complicate che i primi tre si ritirarono, lasciando solo Antonio Maria. Lui andò avanti ugualmente, impiegando circa due anni per sbrigare la pratica (conclusasi quando era già prete) tra inventari, vendite, riscossioni, ricorsi, comparizioni davanti ai Conti palatini, al Vicario. pretorio e al Giudice di malefizi. Alla fine, tutto fu sistemato secondo giustizia. Per sé, comunque, nemmeno un soldo. La carità non prevede parcelle.
Le due facce della città
La chiesetta di S. Vitale, che si trovava a poca distanza dal palazzo dei marchesi Zaccaria, fu per il novello sacerdote lo strumento che gli consentì di tastare il polso alla città dal punto di vista della fede e della pratica cristiana. La sua diagnosi, come si è già detto, non era incoraggiante: Cremona, come del resto altre città della Lombardia, Milano in testa, apparivano alquanto disastrate. Purtroppo, i primi a dare cattivo esempio erano certi esponenti del clero: la diocesi non aveva un vescovo residenziale dal 1476, poiché il titolare era occupato in tutt' altro genere di attività da quelle pastorali, e in molti sacerdoti «lo spirito era tutto mondano», per dirla con padre Francesco Moltedo, cui si deve la biografia ufficiale scritta per la canonizzazione di Antonio Maria (1897). Quanto lontano il ricordo dei santi che pure erano passati da Cremona lasciandovi un'impronta duratura: Bernardo di Chiaravalle, Domenico di Guzman, Francesco d'Assisi, Pietro Martire. Le guerre e le scorrerie degli opposti eserciti aggravavano la situazione delle masse, già disorientate dai venti di eresie provenienti dal Nord Europa. Ci voleva una scossa forte che risvegliasse nella gente la sete di Dio.
Tutto a tutti
Casa Zaccaria era ormai stabilmente aperta a ogni categoria di bisognosi: genitori senza un lavoro coi figli da sfamare, ragazze esposte ai rischi della strada o già in balia di sfruttatori senza scrupoli, ammalati che magari in passato avevano sperimentato l'abilità terapeutica del "dottore". Arrivavano di nascosto anche dei nobili caduti in miseria, che si vergognavano di chiedere l'elemosina. Antonio Maria, validamente spalleggiato dalla madre, dava senza riserva, vivendo da povero coi poveri. E proprio quando il patrimonio di famiglia stava per essere totalmente prosciugato, ecco arrivare l'eredità di una zia a ridare fiato alla sua generosità. Ma egli non si limitava a dare a chi bussava alla sua porta; sapeva che certi bisognosi non avevano nemmeno la possibilità di arrivare fino a lui, e allora andava a cercarli, entrando nei tuguri maleodoranti e bui in cui magari giacevano infermi, negli ospedali (non più in camice bianco, ma come sacerdote per confortare e amministrare i sacramenti) o nelle carceri: e sappiamo bene che cosa fossero le prigioni di allora! Il suo tempo libero - sebbene poco - lo spendeva così. Capitava talvolta che un malato terminale rifiutasse le parole della fede, sconvolto e disperato per le atroci sofferenze che pativa; lo Zaccaria si sedeva accanto a lui e lo vegliava con la tenerezza di un padre, pregando e aspettando il momento propizio per parlargli della misericordia di Dio, della passione redentrice del Signore e del paradiso che attende quanti vivono cristianamente. Il suo argomento forte era un crocifisso, che teneva in mano e che baciava ripetutamente, commentandone le atroci sofferenze. Un’altra fascia di bisognosi, sia pure saltuaria, era quella dei pellegrini, che spesso erano dei barboni senza un tetto per ripararsi dalle intemperie e dal freddo: un' ala del palazzo venne quindi aperta a loro col consenso della mamma, la cui figura col passare del tempo acquista una rilevanza decisiva per capire la santità del figlio. La gente non si meravigliava più di tanto perché anche da laico, quando esercitava la professione, Antonio Maria aveva fatto della carità un' abitudine di vita. Ma ora era prete e si dedicava al ministero con il fervore di un neofita. Dicono i suoi biografi che bastava vederlo o sentirlo parlare per sintonizzarsi con lui e sentirsi spinti a cambiare vita e a confessarsi da lui, che accoglieva tutti con rispetto e mansuetudine, correggendo senza offendere, convincendo con la forza della persuasione. Ben presto si cominciò a parlare di questo speciale carisma, che attirava verso il suo confessionale persone che avevano abbandonato del tutto o quasi la pratica dei sacramenti e ne uscivano profondamente mutate dentro. E storia che si ripete anche oggi: fra Leopoldo da Castelnuovo o padre Pio da Pietrelcina, per citare due esempi famosi del Novecento, ottenevano miracolose conversioni attraverso la confessione. Stesso discorso per lo Zaccaria predicatore, che fu subito avvertito come una novità. Di solito, dal pulpito la gente ascoltava dotte dissertazioni sui dogmi della fede, che trascuravano la pratica concreta dei comandamenti, e soprattutto usavano un linguaggio incomprensibile ai più. Sempre il Moltedo afferma che «ancorché classici nella forma i più, ma senza genio, correttissimi nella lingua e dignitosi forse oltre misura, gli oratori sacri tormentavano le verità sante con reminiscenze profane e smaglianti forme accademiche, dove più comparivano le figure di Platone e di Aristotele che di Gesù Cristo, più la propria vanità che la sublime maestà della Croce. Vera recrudescenza del paganesimo, dal quale venivano stravolte non solo le idee del pudore, ma pur quelle de' misteri delle verità fondamentali della religione». Il quadro è forse calcato nei toni, ma c'è da credere che non fosse lontano dalla realtà.
Col cuore di Paolo
Per la predicazione, l'autore preferito a cui attingeva Antonio Maria era san Paolo, col quale si era da sempre sentito in particolare sintonia: si immedesimava in lui anche perché il contesto di neopaganesimo venutosi a creare gli ricordava la lotta antica dei primi evangelizzatori con un mondo che era agli antipodi del Vangelo. Così egli parlava come Paolo ai Romani, concentrandosi sul grande tema dell'uomo di fronte a Dio e sottolineando il fallimento dell'esistenza di chi è immerso nel peccato e l'esaltante certezza del credente di essere avvolto dall'amore di Dio, più forte di ogni difficoltà e di ogni dolore; se citava le Lettere ai Colossesi e ai Galati, era soprattutto per ribadire la centralità di Cristo e per stroncare ogni deformazione dottrinale (la polemica coi protestanti era aperta e frequente); così per quelle ai Corinzi e agli Efesini, allorché affrontava problemi della morale sessuale combattendo il diffuso libertinaggio e difendendo la realtà profondamente unitaria della Chiesa (anche qui il riferimento diretto era allo scisma luterano). Dicono i biografi che quando citava i testi dell' apostolo si infiammava nella voce e nel volto, in maniera tale da coinvolgere anche la gente nella propria commozione. Parlava col cuore e andava dritto al cuore dell'uditorio. In S. Vitale, la commozione non era passeggera: le parole di Antonio Maria provocavano conversioni improvvise e durature. Gente che non vedeva una chiesa da anni, tornava a frequentare i sacramenti, a santificare la festa; alcuni lasciavano tutto ed entravano in convento. Le scarne cronache di questi sorprendenti ritorni a Dio ci raccontano, ad esempio, il caso di Valeria Alieri, una lontana parente di Antonio Maria, che rimasta vedova ancora giovane e non avendo figli, era stata sollecitata dai parenti a risposarsi. Poiché da tempo seguiva la predicazione del santo, si consigliò con lui sul da farsi. In poco tempo abbandonò l'idea del matrimonio per aprire la sua casa a un gruppo di ragazze, che lei stessa avrebbe educato come stava facendo a Brescia sant'Angela Merici. Antonio Maria era la guida spiritùale del gruppo, che si trasformò poi in una comunità di laiche ferventi. Più tardi, dopo la sua morte, queste "zitelle" otterranno di costituirsi in monastero vero e proprio (col nome di S. Marta), sotto la regola delle angeliche e la direzione dei barnabiti, e la stessa Valeria vi entrerà, morendovi santamente nel 1556. Da uomo risoluto qual era, lo Zaccaria stava dunque realizzando nella sua città quella che oggi chiameremmo una "nuova evangelizzazione". Cremona in due anni aveva cambiato volto, tanto che per il santo si era addirittura ricorso al soprannome di padre della patria. Ma proprio quando l'attività pastorale di Antonio Maria aveva raggiunto il massimo di efficacia, nei primi mesi del 1530 gli toccò lasciare la sua città per emigrare. Erano entrati in scena nel frattempo due nuovi personaggi, che si sarebbero rivelati di importanza cruciale per il futuro di Antonio Maria: il già citato fra Battista Canoni da Crema, il domenicano succeduto a fra Marcello come suo direttore spirituale; e la contessa Ludovica Torelli (1499-1569), che aveva la sua corte a Guastalla. Poiché era morto il suo cappellano, don Pietro Orsi, la nobildonna d'accordo con fra Battista chiese allo Zaccaria di sostituirlo. Perché proprio lui? Sicuramente per una reciproca conoscenza avvenuta a Cremona. Nel 1518, la Torelli aveva sposato il conte Ludovico Stanga e per sei anni aveva alternato lunghi soggiorni nel palazzo cremonese dei suoceri. Poiché già nel 1528 la contessa si confessava da fra Battista, artefice della sua conversione, avrà sicuramente sentito parlare di questo prete che attirava folle incredibili in S. Vitale con le sue prediche e il suo modo di confessare. Sul momento, la richiesta trovò il santo orientato a dire no. Ma il domenicano insistette e poiché al direttore spirituale si doveva obbedienza, sia pure a malincuore egli accettò. La notizia fece l'effetto di una bomba a Cremona, e per attutirla è probabile che ad Antonio Maria fosse stato prospettato l'incarico come provvisorio. In ogni caso, prima di lasciare la città, egli sistemò gli affari di famiglia per sentirsi totalmente libero nella sua missione: la crittura privata con cui aveva concordato la divisione dei beni col cugino Bernardo fu rogitata da un notaio il 23 luglio 1530; l'anno dopo, nel suo ultimo testamento confermerà erede universale dei suoi beni la mamma, Antonietta Pescaroli, e più tardi nominerà suo procuratore generale il sacerdote cremonese don Giovanni Maria Gaffuri: da quel momento in poi, non si occuperà più dei suoi beni né della loro amministrazione, fidandosi ciecamente del Gaffuri, al quale del resto era legato da profonda amicizia.
Capitolo V
«Corriamo come matti a Dio e al prossimo»
Al di là della cronaca - e non è molta quella che ci è pervenuta - per rendersi conto di ciò che significò l'iniziativa apostolica di Antonio Maria nella sua Cremona, bisogna attingere ai Sermoni, cioè ai discorsi che egli rivolgeva al Cenacolo degli Amici raccolti in S. Vitale. Fu la mamma di Antonio Maria, dopo la morte del figlio, a scoprire tra le sue carte il manoscritto che consegnò a due angeliche del monastero cremonese di S. Marta, e che lì rimase fino a quando padre Gabuzio ne venne in possesso collocandolo nell'archivio dei barnabiti di Milano (donde passò successivamente a Roma). I Sermoni erano rivolti a uditori laici, maschi, adulti, sposati con figli, in gran parte nobili o di condizione agiata, ma soprattutto aspiranti alla perfezione, dunque probabilmente membri di qualche confraternita o oratorio di riforma detto probabilmente dell'Amicizia, che si era costituito a Cremona. L'intensa catechesi svolta in S. Vitale aveva rivelato allo Zaccaria l'esistenza di un piccolo ma compatto "zoccolo duro" composto da persone che avvertivano il disagio spirituale del tempo e cercavano di uscirne coagulandosi attorno ad alcuni leader carismatici. Qui si trovavano gli ascoltatori abituali dei suoi Sermoni, impegnati in una intensa esperienza religiosa e tendenti a un ideale comune di perfezione cristiana. Certo, si trattava di un movimento di élite comprendente persone di famiglie benestanti, che disponevano di tempo libero e di un bagaglio culturale adeguato all'impegno: la gente del popolo era costretta a pensare prima di tutto a come sbarcare il lunario, a combattere la fame e le malattie. In effetti, da un' analisi attenta dei Sermoni e del tipo di pubblico che li ascoltava, si ha l'impressione che Antonio Maria si indirizzasse in particolare a un gruppo organizzato di persone intenzionate a vivere da cristiani autentici. Erano l'altra faccia della città. Non dimentichiamo che pochi anni prima, a Brescia, un certo Bartolomeo Stella aveva fondato un ospedale per gli incurabili e, nel 1525, un oratorio chiamato Amicizia (e Amici furono detti gli aderenti). Analogamente, il gruppo di Cremona si era andato compattando attorno ad Antonio Maria, il quale si distingueva fra tutti per l'efficacia e la radicalità del suo esempio, proprio quello che interessava agli Amici.
La santità è per tutti
Una novità evidente è il modo di intendere la vita spirituale dei laici: questa, afferma lo Zaccaria, non è meno impegnativa di quella dei sacerdoti e religiosi; un concetto che si tradurrà più tardi nella parità fra i Tre Collegi che prenderanno vita a Milano sotto la sua guida: «Tu, che sei nato cristiano, nato in questo paese fedele, nato in luogo e tempo - luogo della felicità, tempo della promissione della rinnovazione (promessa di riforma) degli uomini e delle donne - e poi chiamato particolarmente alla cognizione di te stesso, al disprezzo del mondo, al vincere te medesimo, a congregarti in questo luogo, e in più ornato di molti altri doni da Dio, come negherai di non esser fatto solamente per andare a Dio?». Il santo punta poi il dito su alcuni difetti propri dei laici, come ad esempio praticare la superstizione, aver poco rispetto per i genitori e per gli anziani, criticare il clero (ma viene da chiedersi se le critiche in molti casi non fossero più che giustificate), dare cattivo esempio, e così via. Al di là della denuncia, il tono è altamente costruttivo. Agli sposati egli raccomanda la delicatezza verso la moglie e la santità coniugale: concreto come sempre, parte dalla quotidianità coi suoi molti problemi e le sue difficoltà. Per l'uomo sposato, ad esempio, la vitalità della famiglia si gioca sul rapporto affettivo con la moglie e sul ruolo educativo nei confronti dei figli. E probabile che gli Amici parlassero con Antonio Maria non soltanto delle luci, ma anche delle ombre, inevitabili nella vita di coppia: la sensibilità maturata a contatto coi malati lo aveva abilitato a capire e a consigliare anche in un campo del quale non aveva esperienza diretta. Si avverte ben chiara nel suo insegnamento l'eco della dottrina di Paolo quando insegna che «poiché il matrimonio è un grande sacramento, neppure devi perderti dentro come fanno i volgari. E ricordati che la condotta illibata corrisponde alla volontà di Dio: "Haec est voluntas Dei: sanctificatio vestra; questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione" (1 Ts 4, 3)». Il Vaticano Il, nella costituzione pastorale Gaudium et spes (n. 51) chioserà affermando che «tutto ciò non sarà possibile, se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale». Per una corretta educazione ("buon governo") dei figli, egli insiste sul dovere della riconoscenza verso i genitori, anche defunti, applicando loro larghi suffragi. E ancora, citando Paolo - «Padri, non spingete all'ira i vostri figli» (Ef 6, 4) - aggiunge: «Di quanti mali siete causa voi padri ai figli! Perché essi vi devono riverire e non temere da servi, e voi li dovete governare come figli e non come schiavi: non troppo indulgenti, non troppo severi. Dio chiederà severissimo conto a voi dell' asprezza che usate verso i vostri figli. Essi devono ubbidirvi, ma voi non dovete comandare loro nessuna cosa che sia contro Dio; non dovete dar loro cattivi esempi, né con le parole, né con i fatti; e sforzarvi che soprattutto non vi vedano appassionati (cedere alla passione) maxime d'ira, e così di ogni altra passione. Ma avverti (bada), carissimo, che sei debitore di questo non solo ai figli, ma a tutti i servi e alle persone che sono in casa vostra. I figli non vi devono contristare, anzi [devonoj beneficarvi, quando possono; e voi ancora non li dovete tenere troppo stretti, maxime quando li vedete far bene ... .1. Perciò fa', carissimo, come faceva Tobia, il quale insegnava al figlio a fare elemosine, sia con i fatti (Tb 1, 20), sia con le parole (Tb 4, 7). (…) E soprattutto non trattare i tuoi figli da asini, né con le parole né con i fatti». Concetti che sono più che mai condivisibili anche oggi, in un'epoca che vede il rapporto genitori-figli in preda a una crisi evidente. Interessante anche l'atteggiamento da lui suggerito nei confronti degli anziani: poiché era consuetudine di allora (ma, sembra, anche di oggi) chiamare papà e mamma "il vecchio" o "la vecchia", lo Zaccaria ammonisce severamente a comportarsi con più rispetto. È probabile che l'immagine dolcissima della madre, con cui egli si sentì sempre in piena sintonia, lo stimolasse in questa direzione. Dall' analisi del testo emerge con più precisione la fisionomia dell'uditorio: una élite, come si diceva, di gente ben vestita, che a tavola non si lascia mancare nulla, è servita da non pochi domestici, ha numerosi dipendenti operai o artigiani, ed è in grado di esercitare una indubbia influenza sulle pubbliche istituzioni. Ma con una peculiarità sorprendente perché insolita in quel ceto sociale: molte di queste persone hanno deciso di cambiare vita, di "riformare" se stesse secondo un programma spirituale rigoroso e impegnativo, basato sulla comunione frequente, sulle penitenze corporali, sull'esame di coscienza, l'orazione mentale, la recita dei salmi e la conoscenza approfondita della Scrittura.
Un cammino impegnativo
Dai Sermoni è tracciato ben nitido quello che possiamo chiamare il cammino dell'uomo verso Dio. Il santo lo delinea in tre momenti: «lasciare l'esteriore», cioè superare quella parte dell'esperienza umana legata alla sensibilità e alla materialità; «entrare nel proprio interiore», cioè raccogliersi in se stessi per vivere non secondo la carne e il sangue; infine, «andare alla cognizione di Dio», per vivere «in famigliarità» con lui. Le tre tappe richiedono un impegno continuo, alimentato dalla preghiera vocale e mentale, senza distrazioni, per poter percepire il linguaggio silenzioso della coscienza e dello Spirito. Si noti intanto la distinzione tra "uomo esteriore" e "uomo interiore", tipicamente paolina: essa inquadra efficacemente le problematiche che Antonio Maria dovette affrontare all'inizio del suo apostolato, dopo aver diagnosticato lo stato di salute della città dal punto di vista religioso. Egli si rese conto di aver a che fare con cristiani privi di interiorità, "canne buse" (canne vuote) come li chiamava fra Battista da Crema; gente tiepida, nel cui cuore bisognava accendere il fuoco dell'amore per Dio. Il suo era un invito a un'ascetica forte e combattiva. Il ponte tra l'uomo esteriore e quello interiore sono i sensi: occorre custodirli per poter ascoltare la voce di Dio, sforzarsi di sottrarsi all'incantesimo dell'esteriorità, lottare, allenarsi come fanno gli atleti nelle gare sportive (askesis significa proprio esercizio, allenamento) per non essere "carnali", ma "cristiani e spirituali". «Se l'uomo deve andare a Dio», così in un Sermone, «e acquistare l'amor suo, è necessario che si purifichi (…) da tutte le passioni, le quali per la maggior parte sono fondate nel corpo e perciò hanno bisogno di rimedi corporali e di rettori (sostegni) e stimoli corporei» Questa lotta "contro", tuttavia, non è fine a se stessa: lo Zaccaria non è un filosofo stoico; per lui la lotta è soltanto un momento dell'itinerario spirituale, rappresenta la chiave per aprirci all'amore verso Dio. A un certo punto si è costretti a scegliere tra l'amore a Dio e l'amore alle creature: e noi, si chiede, «ebbri delle cose visibili e continuamente presenti e in più a noi necessarie, potremo tralasciare di amarle, se un amore maggiore non ci costringe a farlo? Non lo credere, anzi: l'odio di una cosa nasce dall'amore di un'altra; l'odio delle cose temporali nasce dall' amore delle [cose] celesti». Poiché lo Zaccaria si rivolgeva a un ceto economicamente forte, acquista particolare risalto 1' atteggiamento da tenere verso i beni materiali: «Hai il tuo cuore nella roba», afferma. «Pensa che ogni modo illecito di aver roba è causa della perdizione eterna, sia nell' acquistare indebito, come nel ritenere, ovvero in altri modi. Ma non solo questo, no; ma anche è causa d'infiniti mali, quali discorrili (enumerali) da te stesso». Inoltre non ti dimenticare che Dio paragona i beni materiali «alle spine, le quali, una volta nate, soffocano il frumento (Mt 13, 7)». Programma estremamente impegnativo, dunque, quello proposto da Antonio Maria: amare Dio comporta dei sacrifici, poiché non si va a Dio se non portando la croce; tuttavia, ne vale la pena, perché anche la vita spirituale ha le sue profonde dolcezze, le sue inesprimibili soddisfazioni che superano quelle della vita materiale: «Pochi sono quelli», afferma lo Zaccaria, «che abbiano gustato Dio e siano spartiti (si siano divisi) da lui». In questo sforzo costante verso Dio, l'uomo interiore ha bisogno di un cibo spirituale, come il corpo ne ha di quello materiale. La Scrittura è questo cibo: «Ti convertirai a Dio leggendo qualche cosa della Scrittura, dicendo Salmi ovver cantandoli; e in più offrendogli il sacrificio: il sacrificio, dico, del corpo tuo, macerandolo per amor di Dio; dell'anima, unendola con Dio; il sacrificio principalmente che è il sacrificio dei sacrifici, la sacratissima eucaristia»; «Tu leggi nella Scrittura le virtù ed eccellenze di tanti Patriarchi e Profeti e uomini santi, quanti furono dal principio del mondo fino a Cristo, acciocché tu li imitassi, e le malizie dei cattivi e le loro punizioni, acciocché tu le fuggissi». Se da un lato, dunque, vivere spiritualmente comporta «avere Dio sempre nel cuore», dall' altro spinge a mettere la propria vita al servizio del prossimo, per amore. La fede senza le opere è morta. Ed ecco allora: «Vuoi tu amare Dio ed essergli caro e suo buon figliolo? Ama il prossimo, ordina te (orièntati) verso il prossimo, componi il tuo animo in beneficare il prossimo e non offenderlo!». Troviamo qui le radici dell'apostolato di Antonio Maria, il quale ne dà una definizione dinamica ricorrendo a una efficacissima immagine, come scriverà più avanti a Giacomo Antonio Morigia e a Bartolomeo Ferrari, coi quali avvierà la fondazione del suo ordine religioso: «Su, su, fratelli, corriamo come matti non solo a Dio, ma anche verso il prossimo, il quale è il mezzo che riceve quello che non possiamo dare a Dio».
Leggeva nei cuori
La chiesetta di S. Vitale, a un certo punto, non ce la faceva più a contenere le folle che accorrevano ad ascoltare l'angelo di Dio (così l'avevano soprannominato). Viene da chiedersi quale fosse il segreto di Antonio Maria, da dove gli venisse questa straordinaria capacità di attrazione che è tipica dei santi. Lui l'attribuiva alle lunghe ore di preghiera trascorse in solitudine in chiesa, anche durante la notte, meditando davanti al Crocifisso; ma non c'è dubbio che la sua parola, sia sui pulpito che in confessionale, riuscisse a far breccia nei cuori più induriti. Tuttavia, era soprattutto l'esempio ad attirare anche gli scettici: bastava vederlo per la strada camminare tutto assorto in Dio, vestito dimessamente, oppure mentre celebrava la messa. Qui il suo volto acquistava un'espressione particolare che non sfuggiva all'occhio attento dei fedeli; talvolta, la commozione prendeva il santo fino a farlo piangere: era evidente che credeva davvero in quel che faceva. Inoltre, colpiva quel suo modo di trattare con tutti, senza distinzione di ceto sociale: chi lo avvicinava lo trovava sempre sorridente, disponibile, accogliente. Se pensiamo alla distanza che a quei tempi separava il clero dal popolo, questo atteggiamento facilitava l'intesa con quanti aspettavano da lui, oltre all' assoluzione delle proprie colpe, un consiglio illuminato. Per questo, lo Zaccaria aveva quel particolare dono che si chiama discernimento degli spiriti: pareva quasi che egli leggesse nell'anima e nel cuore dei penitenti.
Due comprimari: fra Battista...
Il vasto movimento di spiritualità che si andava organizzando attorno a lui avrebbe avuto bisogno di nuovi supporti: ma lo Zaccaria era praticamente solo, altri preti disposti a seguirlo in questa avventura evangelizzatrice a Cremona non ce n'erano, né la città offriva spazi sufficienti al suo progetto di autoriforma. Le circostanze lo porteranno a Milano dove troverà i collaboratori ideali. È a questo punto che risulta decisiva la presenza di due validi comprimari: il domenicano fra Battista Canoni da Crema e Ludovica Torelli, contessa di Guastalla. Il primo era un domenicano originario di Crema. Suo maestro era stato il beato Sebastiano Maggi (1414-1496), un noto predicatore amico e confessore di Gerolamo Savonarola, morto in concetto di santità e beatificato nel 1760 (il suo corpo incorrotto riposa in S. Maria di Castello a Genova). Il Maggi era stato anche priore del convento domenicano di Cremona e li probabilmente i due si erano conosciuti. Nel 1519, fra Battista aveva incontrato Gaetano da Thiene e lo aveva guidato alla fondazione dei primi Chierici Regolari (i teatini, appunto). Dotato di una solida cultura teologica e biblica, patristica e ascetica, il domenicano immaginava la vita spirituale come un'esperienza in continuo movimento, come tensione verso la piena vittoria su se stessi e verso l'unione mistica con Dio, confermata nei fatti con la carità apostolica verso i fratelli. Per lui - come più tardi per lo Zaccaria - bisognava aggredire e vincere la pusillanimità, intesa come paura di non farcela, la tiepidezza, cioè il rassegnarsi alla mediocrità, e quella che lui chiàmava "usanza", cioè la pratica cristiana abitudinaria ed esteriore, tipica di tanti che frequentano la Chiesa senza vivere cristianamente. E per lui, come per il suo santo allievo, il maestro unico da cui apprendere come vivere spiritualmente è Cristo crocifisso. Non a caso Antonio Maria considerava fra Battista «il mio santo presso Dio, il quale mi cavi fuori delle mie imperfezioni e pusillanimità e superbia», mentre i barnabiti e le angeliche lo definirono «primo nostro padre e fondatore», anche se gli eventi successivi consiglieranno di stendere su di lui e sui suoi libri un velo di silenzio a causa di una inchiesta e di un processo intentato dall'Inquisizione.
e la contessa Torelli
Una delle più significative conquiste apostoliche di fra Battista fu, come si è accennato, Ludovica Torelli, una nobildonna che aveva una storia drammatica dietro le spalle, nonostante l'ancor giovane età. Figlia unica di Achille Torelli, signore di Guastalla, e di Veronica Pallavicini, aveva sposato appena diciottenne il conte Ludovico Stanga di Cremona. Qui ebbe l'opportunità di entrare in relazione con la famiglia Zaccaria e, in particolare, con Antonia Pescaroli. Non si può definire, il suo, un matrimonio felice: prima le morì la mamma, poi un bambino ancora in fasce, infine venne a mancare dopo soli tre anni il marito. Non fu questa, per la verità, una gran perdita: lo Stanga era un accanito giocatore che aveva scialacquato buona parte delle sue sostanze, creandosi numerosi nemici a corte. La sua scomparsa fu quasi una liberazione. Ma per Ludovica altre disgrazie erano purtroppo in arrivo. Rimasta vedova, tornò nella sua Guastalla e, assediata dall'ingordigia dei parenti che miravano alla sua eredità, quasi per ripicca si risposò: senza pensarci troppo, a quanto pare, perché il nuovo marito, il bresciano Antonio Martinenghi, era un tipo da caserma, prepotente e dal carattere irascibile, con un passato da criminale. La coppia ebbe un bambino che però morì pochi mesi dopo la nascita: il Martinenghi ne diede la colpa a Ludovica e più volte la minacciò di morte. Per fortuna della donna, in una rissa col fratello della prima moglie (che era stata da lui assassinata a tradimento) costui ebbe la peggio e finì a sua volta ucciso. Nonostante ciò, Ludovica si prese cura della figliastra del Martinenghi, educandola nella fede. Bisogna dire che, quantunque le piacesse la vita brillante, la contessa era sempre stata particolarmente generosa coi poveri, che aiutava in vari modi. Tuttavia, l'ambiente della corte continuava ad attirarla e più di un uomo dimostrò di non essere insensibile al fascino della giovane vedova a cui però la prospettiva di un terzo matrimonio appariva carica di incognite e di rischi. A richiamarla energicamente alla realtà fu fra Battista, il quale si trovava a Guastalla in quel periodo: senza peli sulla lingua, il domenicano le ricordò che, anche se ricca e nobile, i conti con Dio avrebbe dovuto comunque farli a un certo momento, e che perciò doveva smetterla di dare scandalo. Inoltre, le fece capire, anche ragionando umanamente, che vita era quella di una donna costretta a girare con la scorta d'una cinquantina di armati per garantirsi la sicurezza fuori del suo castello. Per lei c'era un solo modo per ritrovare la serenità e dare un senso alla vedovanza: spogliarsi delle sue ricchezze per soccorrere i poveri, e scegliere Dio per il resto dei suoi giorni. Ludovica intravvide così nella catena di disgrazie che l'avevano amareggiata in quegli anni un segno della misteriosa pedagogia di Dio. Scartata l'alternativa del chiostro, che avrebbe scatenato l'assalto dei parenti ai suoi beni, disse addio al lusso della corte, inaugurandovi un nuovo stile di vita. Aveva preso come modelli santa Maria Maddalena, la donna dalla quale Gesù aveva scacciato sette demoni; santa Elisabetta d'Ungheria, moglie di un re crociato, che rimasta vedova si era dedicata interamente alle opere di carità, conducendo vita poverissima; e l'apostolo Paolo (di cui prese anche il nome), il grande convertito che aveva incontrato Cristo risorto sulla via di Damasco e del quale fra Battista era particolarmente devoto. Dalle parole la contessa passò presto ai fatti. Nel 1530 la troviamo provvisoriamente a Milano dove aveva aperto, nei pressi della basilica di S. Ambrogio, una specie di "ritiro" per donne decise a cambiare vita: ne era direttore spirituale Battista Canoni. Successivamente, nel tornare a Guastalla, fece tappa a Cremona, dove aveva trascorso i primi tre anni da sposa. Quasi non riconosceva la città, tanto lo Zaccaria l'aveva trasformata, e quando seppe chi era l'autore del "miracolo", si recò anche lei in S. Vitale per ascoltarlo. Avendolo poi incontrato di persona, ne rimase profondamente colpita. Le due anime si capirono subito e Ludovica invitò Antonio Maria a recarsi a Guastalla per ripetervi l'esperimento cremonese. Sarebbe stata questa la tappa intermedia verso Milano, dove il santo avrebbe trovato il terreno adatto per attuare il suo programma di rinnovamento cristiano. Il capoluogo lombardo era già, infatti, nelle intenzioni apostoliche del Carioni, il quale, avendo in precedenza spinto Gaetano da Thiene a Roma, sperava di dar vita anche a Milano a un nuovo nucleo di riformatori.
Capitolo VI
L'uomo giusto al momento giusto
Milano, 1529: dopo la sconfitta dei francesi, la città è ormai in mano dell'esercito imperiale di Carlo V. Alla morte di Francesco Il Sforza, nel 1535, insieme al ducato passerà sotto la dominazione spagnola. Facile immaginare che cosa abbiano significato, in termini di sofferenze umane, le guerre in quel periodo, con l'alternarsi di eserciti mercenari che seminavano terrore e distruzione dovunque passavano. E dire che, durante il Quattrocento, Milano aveva conosciuto momenti di autentico splendore: gli Sforza avevano costruito il loro castello, a cui il genio di Leonardo aveva conferito una nota di prestigio con i celebri affreschi della Sala delle Assi, oltre ad aver firmato l'incomparabile capolavoro del Cenacolo nel refettorio domenicano di S. Maria delle Grazie, il convento nel quale ebbe a risiedere fra Battista; nel 1457 il Filarete aveva cominciato la costruzione dell'Ospedale Maggiore, il primo al mondo di origine laica, mentre prendeva corpo il duomo dedicato a Maria Nascente. A tanto splendore faceva riscontro una decadenza causata non solo dall'impoverimento della produzione agricola e industriale, ma soprattutto dal ristagno delle attività commerciali per il peso eccessivo delle tasse, dalle ricorrenti carestie e dalle epidemie (dopo quella di peste del 1524, ne sarebbe sopraggiunta un'altra nel 1530). Dal punto di vista religioso la situazione non era meno grave: il cardinale Ascanio Sforza, fratello di Ludovico il Moro, signore di Milano, e vescovo commendatario di Cremona dal 1486 fino alla morte sopraggiunta nel 1505, era stato tra quelli che più avevano brigato perché fosse eletto papa lo spagnolo Rodrigo Borgia (Alessandro VI), mentre il cognato Ippolito d'Este (1497-1519) a soli 18 anni era stato designato arcivescovo della diocesi ambrosiana. Giustamente Angelo Maio afferma che con lui e col suo successore Ippolito Il (1519-1550) «la Chiesa Ambrosiana visse una delle stagioni più oscure della sua storia. [...]Vescovi soltanto di nome, furono di fatto signori rinascimentali e di questi ebbero i gusti, la sensibilità e le preoccupazioni forse umanistiche non certo pastorali». In pratica, comandava il duca (Ludovico il Moro prima e Francesco Il Sforza dopo), che disponeva a suo capriccio di benefici ecclesiastici e di monasteri: tra l'altro Ippolito I non ricevette mai alcun ordine sacro e nel 1519, quando rinunciò alla sede arcivescovile, la "girò" al nipote, anch'egli di nome Ippolito, di appena dieci anni! Né la situazione era migliore tra i religiosi e le suore: la rilassatezza e la corruzione erano penetrate anche nei monasteri. Si può immaginare la confusione che regnava tra i fedeli: tuttavia, dal momento che la gerarchia era in tutt'altre faccende affaccendata, essi decisero di fare da sé, coltivando le devozioni popolari, soprattutto al Crocifisso, alla Madonna e ai santi, nonché il culto eucaristico al di fuori della messa. Nasce ad esempio in questo periodo, a opera dell'agostiniano ravennate Antonio Bellotti, abate commendatario di Grenoble, la pratica delle Quarantore, inizialmente riservata a gruppi ristretti, che sarà poi ripresa in modo solenne e continuato dallo Zaccaria aprendola a tutti i fedeli. Nonostante la latitanza del clero, il popolo di Dio cercava strade nuove per mantenere viva l'essenza della dottrina e dare vita a straordinarie forme di apostolato, di culto e di carità. Fra tante ombre, Milano aveva anche una sua luce: il piccolo oratorio di riforma denominato Eterna Sapienza. Secondo il barnabita Orazio Premoli, a fondarlo sarebbe stato lo stesso Bellotti il quale era stato mandato a Milano dalla sorella del re di Francia Carlo VIII, santa Giovanna di Vabis, per mettere pace tra soldati e cittadini. Nel monastero delle agostiniane di S. Marta - dal quale prende nome l'attuale strada che partendo dall'incrocio con via Cappuccio incontra piazza Massaia, piazza Mentana e via S. Maurilio - si riunì un primo gruppo di persone intenzionate a mettersi sulla strada della riforma personale: accanto al Bellotti c'era una donna di grande levatura, madre Arcangela Panigarola (1468-1525), priora del monastero. Insieme, essi animavano questo cenacolo che in breve avrebbe aperto le porte a cittadini di ogni condizione: ecclesiastici, religiosi, religiose, laici di entrambi i sessi, anche sposati, suscitando un'esplosione di carismi che avrebbe dato presto i suoi frutti. Tra i suoi membri più illustri in campo ecclesiale troviamo addirittura tre futuri papi, come Leone X, Pio IV e san Pio V, il domenicano Michele Ghislieri allora inquisitore di Milano, il quale, una volta salito al soglio di Pietro, chiamò i barnabiti nella sua Cremona, poi a Monza e a Vercelli, aprendo loro anche la prospettiva estera verso il Portogallo. Accanto a essi un altro inquisitore, Melchiorre Crivelli, vescovo di Tagaste e suffraganeo di Ippolito Il d'Este, che nel 1547 consacrerà la chiesa madre dell'ordine, S. Barnaba in Milano. Infine Serafino da Fermo, il celebre predicatore, già con-discepolo e poi intimo amico dello Zaccaria. Il nome di Eterna Sapienza (che richiama un capolavoro della mistica medioevale Il libro dell 'Eterna Sapienza scritto dal beato Enrico Suso, un domenicano tedesco) si deve proprio alla Panigarola, una figura carismatica dotata di doni soprannaturali, tra cui lo spirito di profezia, come ci conferma lo stesso Bellotti nel resoconto di una visione avuta dalla religiosa: «Il primo di agosto», scrive l'agostiniano senza specificare l'anno, «che è dedicato all'Eterna Sapienza, stando questa serva del Signore nel suo oratorio e pregando con grande fervore per i discepoli della Sapienza [...] fu elevata in spirito e vide il Signore in forma umana sedere su una sedia alta e molto bella [...]; mentre quest'anima si trovava in tal situazione, l'angelo suo che la guidava le disse: "Sta' attenta che adesso vedrai venire tutti i discepoli dell'Eterna Sapienza". Subito ella vide venire una grande moltitudine di uomini e di donne, che lei conosceva in questa vita mortale, vestiti secondo l'abito che portavano, chi di frate, chi di monaca, chi di religioso e chi di laico». Particolarmente interessante questa schiera di "discepoli" di condizione eterogenea, uniti nell'unico intento di seguire Cristo in piena fedeltà alla fede cattolica, in una fase in cui l'eresia stava diffondendosi nel Nord Europa. C'è, inoltre, un episodio sempre in merito ad Arcangela Panigarola: nel 1518, mentre era assorta in preghiera, le fu rivelato che dall'Eterna Sapienza sarebbero usciti «ministri nuovi che con le loro fatiche apostoliche e con l'esemplare vita avrebbero rimesso in onore la disciplina degli ecclesiastici e i costumi del popolo». Su questo vaticinio Antonio Maria richiamerà l'attenzione dei suoi primi seguaci, scrivendo loro: «Se sapeste, vedreste quante promesse sono state fatte a diversi santi e sante di questa benedetta rinnovazione, e pur tutte hanno d'aver compimento nei figli e figlie del nostro divin padre, se pur (a meno che) Cristo non li avesse voluti ingannare: il che non potrebbe (egli) fare, per essere fedele attenditore di sue promesse (giacché egli mantiene fedelmente le sue promesse)». La Panigarola morì nel 1525 e tre anni dopo la seguì anche Antonio Bellotti: la loro scomparsa mise in crisi il gruppo, che era stato anche decimato dalla peste del 1524. Ma fu proprio a questo punto che giunsero a Milano Ludovica Torelli, il suo nuovo cappellano e fra Battista. Siamo nel 1530: in città, i tre entrano quasi subito in contatto con l'oratorio dell'Eterna Sapienza dove Antonio Maria conosce due nobili locali, Giacomo Antonio Morigia (1497-1546) e Bartolomeo Ferrari (1499-1544), colonne del futuro ordine barnabitico che riconosce in essi i propri confondatori. Le loro vicende - inizialmente diverse - a un certo punto confluiranno con quelle dello Zaccaria in un grande disegno provvidenziale di riforma.
Si converte i1 "bel Morigia"
Lo chiamavano proprio così, il bel Morigia", per la sua eleganza, questo nobile dai tratti signorili e dallo spirito aperto, culturalmente formato secondo i canoni umanistici dell'epoca, che aveva studiato retorica, matematica, musica, canto, danza e frequentava la buona società, stimolato in questo dalla madre, rimasta vedova in giovane età e piuttosto incline alla vita mondana. Non che fosse uno scapestrato: semplicemente Dio nella sua vita occupava un posto secondario; di tanto in tanto, comunque, il giovanotto si recava nel monastero di S. Margherita a Milano, dove si trovavano certe monache sue parenti, le quali non mancavano di esortarlo a una pratica cristiana più convinta. Un giorno, sollecitato proprio da loro, egli promise che sarebbe andato a confidarsi con il confessore del monastero, padre Giovanni Bono di Cremona. Fu di parola e, dopo il primo incontro che il Moltedo definisce «di pura convenienza», egli tornò più volte dal prete. E sopraggiunse una repentina conversione: «Pianse a calde lacrime», così ancora il biografo, «i suoi passati traviamenti (…) e come promise a Dio, si diede a vita rigorosissima». Tutta la città, ovviamente, commentò l'evento nelle maniere più disparate; molti giudicavano il Morigia semplicemente in preda a una crisi passeggera di fanatismo: tra questi anche sua madre, per la quale il mutamento di condotta del figlio suonava come un duro rimprovero. Ma più passava il tempo e più Giacomo Antonio appariva determinato nella sua scelta. Fu così che approdò all'oratorio dell'Eterna Sapienza: questo significò per lui rinunciare al ricco guardaroba per indossare abiti modesti e, più tardi, una rozza talare, sottoporsi a severe mortificazioni, aiutare i bisognosi, visitare i malati e pregare molto. Passava ore e ore davanti al Crocifisso, meditando sulla Passione del Signore. Come speciale patrona si era scelto santa Maria Maddalena. I commenti divertiti e ironici degli amici di un tempo non lo impressionavano, anzi lo stimolavano ulteriormente a continuare sulla sua strada, intensificando le penitenze e l'assistenza ai poveri e ai sofferenti. Pian piano, i milanesi si resero conto di aver a che fare con uno che aveva preso sul serio il Vangelo e cominciarono a stimarlo. Qualcuno cercò forse anche di metterlo alla prova perché un giorno al Morigia venne offerta la ricca abbazia di S. Vittore al Corso, che allora era stata data in commenda al cardinale Ippolito d'Este, preconizzato arcivescovo di Milano: un'offerta che, da un lato, gli avrebbe consentito di largheggiare coi poveri, ma che lo avrebbe ricacciato inesorabilmente in quella fascia di società che lui aveva abbandonato. A nulla valsero le insistenti e forti pressioni dei parenti, allettati dalla prospettiva di impinguare il patrimonio familiare con le rendite dell' abbazia: il suo rifiuto fu netto e definitivo. Intanto, poiché nel 1530 in città era riesplosa l'epidemia di peste, il Morigia si dedicò senza risparmio al capezzale dei malati per confortarli nel corpo e nello spirito, non mancando di richiamare la gente alla penitenza e alla pratica religiosa: a tale scopo fu visto anche girare per le strade con un Crocifisso in mano, un gesto che valeva più di una predica.
L'avvocato dei poveri
Al contrario del Morigia, Bartolomeo Ferrari, pur rimasto orfano giovanissimo (a due anni di età) di entrambi i genitori, era stato allevato secondo i principi cristiani da un suo parente, tanto che già da ragazzo veniva additato a esempio per la sua spontanea religiosità e, soprattutto, per la solidarietà istintiva verso i poveri. Sui diciotto anni, dopo aver concluso il ciclo di studi umanistici, si era trasferito a Pavia per laurearsi in legge. E qui ci imbattiamo in un episodio che ci dice di quanta stima egli godesse già allora in città. Un suo fratello, Basilio, che era canonico di Milano, aveva deciso di trasferirsi a Roma. Prima di separarsi, però, i due effettuarono la divisione dei beni. Poiché Bartolomeo era minorenne (all'epoca l'età richiesta era di 25 anni), secondo le norme vigenti sarebbe stato necessario un curatore che amministrasse la sua parte di eredità; tuttavia il senato di Milano, ritenendo il giovane sufficientemente maturo e affidabile, derogò alla legge esentandolo da questo obbligo: un segno evidente di fiducia. A Pavia il giovanotto si trattenne diversi anni, comportandosi in maniera esemplare, a quanto sappiamo; ma l'ambiente goliardico non faceva per lui e a un certo punto se ne tornò a Milano, anche perché sentiva di essere fatto più per il sacerdozio che per i tribunali o gli studi notarili. La competenza giuridica e notarile l'avrebbe messa a servizio dei poveri, qualora ne avessero avuto bisogno. Vestito l'abito clericale, si impegnò in un apostolato attivo tra i poveri, i malati e le ragazze a rischio. Cominciò anche a fare catechismo ai ragazzi, riunendoli nei giorni festivi secondo una formula che anticipava quella degli oratori, inducendo diversi parroci a fare altrettanto. Ma fu in occasione della peste del 1524 che Bartolomeo diede prova di eroica dedizione: tra l'altro, in un suo podere situato fuori città, nei pressi di Porta Vercellina, fu allestito un lazzaretto dove egli si recava quotidianamente per visitare gli infermi uno a uno, con speciale attenzione ai più indigenti. Ma, se era il caso, andava a trovarli anche a domicilio. Cessata l'emergenza sanitaria, licenziò tutta la servitù, riducendo al minimo essenziale gli abiti e il cibo per poter aiutare quanti, tra i superstiti dell'epidemia, avevano perso i familiari e non avevano nessuno che si occupasse di loro. Da Roma il fratello Basilio, evidentemente informato dai parenti stizziti per quanto stava accadendo in casa, gli scrisse più volte, quasi rimproverandolo e invitandolo a non esagerare in generosità: ma lui rispondeva che avrebbe sofferto meno dando la vita per quei poveracci, che vedendoli morire di fame. E fu proprio in occasione dell'epidemia del 1524 che il Ferrari e il Morigia si incontrarono, trovandosi subito d'accordo sulla loro scelta di vita. Da quel momento, l'oratorio dell'Eterna Sapienza diventò la loro seconda casa.
Intanto a Guastalla...
Se a Cremona la partenza di Antonio Maria aveva destato vivo rammarico, a Guastalla il suo arrivo nei mesi a cavallo tra il 1529 e il 1530 fu salutato con gioia. Fra Battista per un po' di tempo aveva vissuto alla corte di Ludovica Torelli suscitando nei possedimenti della contessa un vivo risveglio della pratica religiosa. Ora l'aspettativa era quella di alimentare adeguatamente tale risveglio, di riprodurre cioè quello che lo Zaccaria aveva fatto a Cremona. Il santo non perse tempo e ricominciò con il catechismo ai ragazzi, come aveva fatto in S. Vitale. Li riuniva di sera, catturando la loro attenzione con il linguaggio originale ed efficace di cui ci danno un'idea i suoi scritti. Così, pian piano a quei giovanissimi si unirono anche gli adulti. Ben presto, davanti al suo confessionale si formarono code di penitenti decisi a cambiare vita. Sicuramente, almeno all'inizio, Cremona gli mancava e allora egli manteneva i contatti con gli Amici concittadini scrivendo loro lettere infuocate, un po' come faceva san Paolo con le comunità di cristiani da lui evangelizzate, oppure andando a trovarli di tanto in tanto, per esortarli a mantenere il fervore dei primi tempi. Una di queste lettere - datata 28 luglio 1531 - ha per destinatario un avvocato cremonese, Carlo Magni, che gli aveva scritto chiedendogli qualche consiglio su come comportarsi da buon cristiano nella sua professione; più precisamente, su come riuscire a mantenersi in contatto con Dio nel pieno di un lavoro impegnativo e aperto a molteplici rapporti umani. La risposta dello Zaccaria è un piccolo capolavoro di spiritualità, redatto «stando davanti a Lui (il Crocifisso, ndr), per voi, continuamente (…), facendomi imparare quello che a voi vorrò poi insegnare». Tre i suggerimenti principali per tenersi uniti a Dio. Primo: «che alla mattina, e alla sera, e in tutte le altre ore, quali ovvero ordinariamente, o per accidente, o a caso; e in ogni tempo, cioè o di giorno o di notte; e in ogni modo, cioè o nel letto o fuori, inginocchiato o seduto, o come volete in altro modo; e maxime avanti ai (prima dei) vostri esercizi, vi esercitaste [nella preghiera], ordinariamente senz'ordine, per quel poco o assai spazio che Dio vi concedesse». Come dire, sempre. Certo, questa pratica non è facile, perché, spiega il santo, all'uomo naturalmente è difficile stare raccolto e «di più l'unirsi con Dio, per essere l'uomo naturalmente vagabondo con l'intelletto, e naturalmente non sta fermo in ogni cosa. (…) Ma quello che da sé pare impossibile, con l'aiuto di Dio è facilissimo, se noi non gli sottraessimo l'industria nostra e quella diligenza o esercizio che Dio ne ha concesso». Occorre quindi comportarsi con lui come si fa con un amico: e siamo al secondo suggerimento. Se si ha qualcosa di urgente da fare, si prega l'amico di attendere un po', finché non sia terminato il lavoro: «a questo modo, carissimo», aggiunge lo Zaccaria, «dovete fare voi, e non vi sarà danno, o poco o nullo, dei vostri studi e faccende». Prima di dedicarvi alle vostre incombenze, «dite a Cristo quelle poche parole che voi vorrete; poi, facendo esse cose, elevate spesso la mente a Dio: che invero ve ne nascerà grandissimo utile e niun detrimento». Infine, il terzo suggerimento: sforzarsi di conoscere l'esercito agguerrito dei propri difetti e ammazzarli tutti, a cominciare dal «capitano», cioè dal difetto principale; «trovatelo e ammazzatelo», conclude il santo. «Se osservate queste cose predette, facilmente andrete al Crocifisso e croce». Quando scriveva queste righe, Antonio Maria era già approdato a Milano insieme alla contessa Torelli. Costei, guidata da fra Battista e incoraggiata dalla presenza di Antonio Maria che apriva prospettive nuove alla sua vita, cambiato significativamente il nome di Ludovica in quello di Paola, aveva deciso di vendere il proprio feudo per dedicarsi più intensamente alle cose dello spirito: col ricavato la nobildonna pensava di costruire un monastero a Milano. Pareva che l'affare si potesse risolvere in breve tempo, invece sorsero mille difficoltà, sia a causa degli astiosi suoi parenti, decisamente contrari a una vendita che giudicavano «sperpero di una gloria antica», ma che in realtà li privava dei quattrini sperati, sia soprattutto per le gelosie e i rancori dei principi confinanti col suo fondo. Per sbrogliare la matassa, Antonio Maria pensò di sollecitare il Morigia e il Ferrari perché gli dessero una mano (quest'ultimo, tra l'altro, era un esperto di cose legali) e nello stesso tempo si affrettassero insieme a lui nel porre le basi dei nascenti istituti. E lo fece con una stupenda lettera scritta il 4 gennaio del 1531, la seconda delle undici rimaste, in cui troviamo quella famosa frase «correre come matti verso Dio e il prossimo». Vale davvero la pena di citarne alcuni passi, cominciando dall'inizio: «Dio, il quale è stabile e a ogni bene prontissimo, vi salvi e vi conceda quella stabilità e risoluzione (risolutezza) in tutte le vostre operazioni e desideri secondo che vorrebbe l'anima mia». Il tono dell'esordio farebbe pensare che il Morigia e il Ferrari, pur condividendo il comune ideale e apprezzando l'entusiasmo dello Zaccaria, esitino ad aderire al suo progetto, forse pensando di non esserne all' altezza. «Ma miseri noi», aggiunge Antonio Maria, «perché l'instabilità e irrisoluzione che dovremmo avere ed esercitare nel fuggire il male, la adoperiamo nel bene: tanto che molte volte ho occasione di ammirazione grande, considerando una tanta (così grande) irrisoluzione che regna, e già molti anni è regnata nell'anima mia. [...] Questa irrisoluzione prima impedisce l'uomo, che [così] non fa profitto; anzi, stando fra due calamite, non è tirato né dall'una né dall'altra: cioè non fa il bene presente, riguardando il futuro; né ancora fa il futuro, immorandosi (indugiando) nel presente e dubitandosi del futuro. Sapete a chi è simile? A uno che vuole, amare due cose contrarie; e (come dice il proverbio) chi due lepri caccia, una fugge, e l'altra smappa (scappa). Mentre l'uomo si ritrova irresoluto e dubbioso, certo è che mai fa cosa buona: l'esperienza lo dimostra, senza che altrimenti lo dica. E più, la irrisoluzione fa l'uomo mutabile come la luna. Oltre che, ancora, l'uomo irrisoluto sempre è inquieto, e mai si può contentare etiam (anche) nei gran contenti (gioie); si attrista facilmente, e si adira; e ricerca facilmente le sue consolazioni». Nel ribadire che «l'irrisoluzione è effetto e causa della tepidità (tiepidezza)», aggiunge: «Chi volesse contare i mali effetti e cause della irrisoluzione non finirebbe in tutto un anno. Verum est che, se non [ci] fosse mai altro male che la dubitazione, [...] sarebbe pur (già) troppo, perché mentre l'uomo dubita, non opera». Dalla diagnosi, passa alla terapia: «Per fuggire questo vizio sono state ritrovate nella via di Dio due vie e modi. Una, la quale ne (ci) aiuta quando all'improvvista siamo forzati a fare o a lasciare qualche cosa; e questa via è l'elevazione della mente per donum consilii: cioè, quando occorre una cosa sùbita e all'improvvista (improvvisa e imprevista) che richiede previsione, allora eleviamo la mente a Dio, pregandolo di ispirarci quello [che] dobbiamo fare, e seguendo l'istinto dello Spirito non fallaremo (sbaglieremo). L'altra via è che, avendo tempo e opportunità di consigliarci, andiamo al padre dell'anima nostra, e secondo il consiglio suo facciamo o lasciamo le operazioni nostre o altre cose che occorrono». Ma «poiché nella via di Dio la potissima (prima fra tutte) cosa che si ricerca è la prestezza e sollecitudine [...], orsù, fratelli, levatevi oramai, e venite meco insieme, che voglio che estirpiamo queste male (cattive) piante (se pur si ritrovano in voi); e, se non sono in voi, venite ad aiutar me, perché le ho piantate sopra il cuore mio». Ed ecco l'appello finale: «Deh!, carissimi, a chi scrivo io? A quelli che fanno dei fatti, e non dicono parole, come me. [...] Su, su, Fratelli! Se finora in noi è stata alcuna irrisoluzione gettiamola via, insieme con la negligenza: e corriamo come matti non solo a Dio, ma ancora (anche) verso il prossimo, il quale è il mezzo che riceve quello che non possiamo dare a Dio, non avendo egli bisogno dei nostri beni». L'effetto della lettera fu pressoché immediato sul Morigia e sul Ferrari, galvanizzati dalla scossa che forse aspettavano, per dare il via a quella struttura in cui si sarebbe incarnata la riforma concordemente desiderata. Entrambi raggiunsero a Guastalla gli altri tre protagonisti - Antonio Maria, Paola Torelli e fra Battista - sistemandosi nella Rocca della città, residenza della contessa, edificio che era stato iniziato nel 1520 da Domenico Giunta ma che oggi non è più visibile perché distrutto. A quanto si sa, ci rimasero alcuni mesi, nel tentativo di regolare gli affari della contessa; ma poiché la vendita del feudo si era rivelata assai più complicata del previsto, fu deciso il trasferimento a Milano per perfezionarvi le relative pratiche. Soltanto dopo alcuni anni, comunque, nella proprietà della Torelli subentreranno i Gonzaga. Un dato apparve subito chiaro ai nostri cinque amici: in questa azione rinnovatrice, tutti i membri del cenacolo dell'Eterna Sapienza sarebbero stati coinvolti. E poiché provenivano da stati di vita diversi, ciascuno di essi avrebbe posto il proprio carisma a servizio del comune intento. Antonio Maria fu ben presto riconosciuto come il leader in grado di armonizzare gli svariati contributi e concretarli in una organizzazione stabile. Avendo in mente un preciso progetto, accettò l'incarico di tirare il gruppo, sapendosi ben spalleggiato da fra Battista e dalla contessa Torelli - la sponsor che garantiva i mezzi economici necessari all'impresa - e potendo contare su due collaboratori entusiasti quali il Morigia e il Ferrari. Prima di iniziare la sua azione, tuttavia, egli ritenne opportuno fare un'ultima visita alla sua Cremona. Forse, con l'intuito dei santi presagi che non vi sarebbe più tornato. Ma a lui interessava una sola cosa: che i frutti del rinnovamento durassero ben più di una stagione.
Capitolo VII
Rivoluzionari di Dio
Oltre al Morigia e al Ferrari, lo Zaccaria ritrovò a Milano fra Bono Lizzari, un eremita originario di Cremona che, pur non essendo prete, dalla gente era chiamato "padre" in segno di rispetto. Dopo essere stato in pellegrinaggio a S. Giacomo di Compostela, a Roma e a Gerusalemme, le tre grandi mete devozionali di allora, nel 1529 aveva aperto a Cremona un centro di accoglienza per orfani e aveva appoggiato le iniziative dello Zaccaria. A un certo punto, tuttavia, dopo averlo seguito a Milano, espresse l'intenzione di ritirarsi in un eremitaggio a fare vita solitaria. Antonio Maria lo esortò a unirsi al gruppetto che si stava formando attorno a lui, riuscendo infine a convincerlo. Tra l'altro, si faceva accompagnare da lui per favorire la diffusione di due pratiche di pietà che già a Cremona essi avevano notevolmente incrementato: quella di suonare le campane alle tre del pomeriggio di ogni venerdì, a ricordo della Passione di Cristo, e quella della solenne adorazione del Santissimo Sacramento esposto pubblicamente sull'altare (le Quarantore). Appena giunto a Milano, Antonio Maria con fra Battista si sistemò presso Ludovica Torelli, in uno stabile che la contessa possedeva nelle vicinanze della basilica di S. Ambrogio: lì il gruppetto si riuniva quotidianamente per sostenersi a vicenda nell'impresa che stava nascendo per impulso della contessa e con il concreto appoggio dello Zaccaria. Ludovica, infatti, aveva riunito alcune donne, nubili e sposate, decise a seguirla nel suo cammino di preghiera e di carità: non ci volle molto perché la predicazione infuocata e del tutto nuova di Antonio Maria attirasse altri fedeli, sempre più numerosi. E in breve prese corpo il progetto definitivo, caratterizzato da una forte ispirazione paolina che permea il triplice programma della consacrazione a Dio, della riforma di se stessi e della salvezza del prossimo. Le memorie più antiche presentano lo Zaccaria come fidelissimus sectator, un autentico appassionato seguace dell'apostolo Paolo, che viene indicato come patrono, guida e modello delle nascenti congregazioni, le prime nella storia della Chiesa ispirate all'Apostolo delle Genti. Ci si può domandare il perché di questa scelta: ne troviamo una spiegazione negli scritti di Antonio Maria, il quale nella predicazione e nella direzione spirituale punta a una conversione "violenta" delle anime, proprio come quella improvvisa di Saulo sulla via di Damasco. Volontà decisa e "fuoco" dello spirito sono alla base di tutto il suo pensiero e della sua attività: si tratta di distruggere l'uomo vecchio e di edificare quello nuovo. Il riferimento al magistero di Paolo è continuo: nei Sermoni, le idee-forza più ribadite derivano dalle epistole paoline, che sono citate un centinaio di volte nei pochi scritti rimastici del santo. Paolo è visto come campione della lotta implacabile contro la mediocrità, la "tiepidezza". Lo Zaccaria, buon conoscitore della Scrittura, trova in Paolo il pensiero più rispondente al proprio ideale apostolico; la sua combattività si radica in quella "stoltezza della Croce" che si contrappone alla mentalità terrena, mentre la contemplazione del Cristo crocifisso non è fine a se stessa, né puro dialogo col Signore, ma dinamismo pastorale che lo spinge mevitabilmente a conquistare anime. Il dato della paolinità nello Zaccaria è sottolineato unanimemente da tutti i suoi biografi, a partire dal Gabuzio. E padre Battista Soresina, nelle sue preziose Attestationi, ci informa che il santo «continuamente aveva per le mani le sue epistole; e leggendole sentiva gran gusto, per cui le leggeva in maniera di cantare». Evidentemente, Antonio Maria aveva scelto Paolo per modello anche perché vi scopriva non comuni consonanze sul piano del carattere. Dell'apostolo gli piacevano soprattutto la capacità risolutiva, il rifiuto di ogni compromesso e della mediocrità, lo spendersi senza risparmio e quel misto di intransigente durezza e di tenerezza nei confronti dei suoi, nonché l'aver dato retta a Cristo una volta per tutte. Il tipo ideale, insomma, per un "decisionista" come lui. Quando egli parla del modello, usa un ventaglio di appellativi che dicono tutta la sua ammirazione per l'apostolo: nei Sermoni lo qualifica come «vero amico di Dio, incomparabile duce e patrono nostro, l'apostolo nostro, sapientissimo dottore delle genti, padre e guida, padre glorioso». Nelle Lettere, poi, egli lo vede come santo, modello di ogni virtù, maestro non soltanto di verità, ma anche di vita. Lo chiama «il dotto Paolo, casto Paolo, Paolo santo, beato padre, divin padre, dolce padre, santo padre». Si capisce allora perché firmi le sue lettere con un appellativo singolare: «Antonio Maria prete, prete di Paolo apostolo». Tipicamente paolino è anche il riferimento al Crocifisso e all'«obbrobrio di Cristo» che sta alla base dell'articolato programma zaccariano e che motiva la consacrazione a Gesù che ci ha amati e ha dato se stesso per noi; la rinuncia personale come unico modo per vivere tale consacrazione e per spendersi in favore degli altri; il dono apostolico di sé ai fratelli, nessuno dei quali deve perire perché tutti sono stati acquistati a caro prezzo col sangue di Cristo.
Nasce l'ordine
Dopo il Morigia e il Ferrari, ad Antonio Maria si erano uniti altri due compagni provenienti anch'essi dall'Eterna Sapienza: il sacerdote Francesco da Lecco e un laico, Giacomo de Casei. Il campo di lavoro era quello di sempre: oltre alla catechesi, alla predicazione e alle confessioni, subito avviate dallo Zaccaria, c'erano malati da visitare in ospedale o a domicilio, poveri da soccorrere, donne da sottrarre ai rischi della strada. E qui i laici si dimostrarono pronti a dare il loro prezioso contributo, mentre fra Bono si dedicò all' apertura di un centro di accoglienza per donne in difficoltà o già decise a cambiare vita, che furono sistemate in uno stabile acquistato nei pressi di S. Valeria, a poca distanza da S. Ambrogio: questo diventerà poi il monastero delle Convertite. L'iniziativa ebbe successo al punto che i locali non sarebbero più bastati e lo Zaccaria avrebbe sistemato un secondo, folto gruppo di donne in altra sede, presso Porta Lodovica. Di queste donne si occupava il giovane Francesco da Lecco, entrato ormai nell'ottica "rivoluzionaria" del leader, la cui fama si stava diffondendo per tutta Milano mediante le sue conferenze spirituali, che contagiavano positivamente altre anime generose. Nel frattempo Antonio Maria puntava molto sul Ferrari, spingendolo a farsi sacerdote, ma costui esitava, non ritenendosi all'altezza del compito. Fu fra Battista a convincerlo e nel giorno di Pasqua del 1532 Bartolomeo venne ordinato prete. Tuttavia, secondo le usanze del tempo, avrebbe celebrato la sua prima messa soltanto l'8 settembre 1534, festività liturgica della Natività di Maria. Nel 1535 anche il Morigia abbraccerà il sacerdozio, mentre il Casei lo rifiuterà sempre, nonostante le insistenze di Antonio Maria. Si trattava ora di dare una certa stabilità giuridica al gruppo, di farne una vera e propria famiglia religiosa. Ne era convinto lo Zaccaria e, ancor più di lui, fra Battista, ma per questo occorreva l'approvazione esplicita del papa. A Roma Basilio Ferrari, il fratello di Bartolomeo, aveva fatto carriera: dopo aver lasciato il canonicato della chiesa milanese di S. Fulcorina, era entrato al servizio della Santa Sede guadagnandosi ben presto la stima di Clemente VII, che lo aveva nominato suo segretario: Basilio era dunque la "spalla" ideale per ottenere l'attesa approvazione. Difatti, fu lui stesso che presentò la supplica al pontefice Clemente VII a nome del fratello e dei compagni. A Milano in quei giorni si pregò molto e si intensificarono le penitenze: il papa si lasciò convincere dai solidi argomenti dello Zaccaria e il 18 febbraio 1533 a Bologna - dove si trovava per incontrare l'Imperatore Carlo V, da lui stesso incoronato in S. Petronio tre anni prima, che lo sollecitava a indire il concilio per fronteggiare la Riforma protestante - firmò il breve di approvazione di quelli che nel 1535 sarebbero stati denominati chierici regolari di san Paolo (anche se tra di loro continueranno a chiamarsi per un certo periodo Figlioli di Paolo). Gli storici non parlano troppo bene di questo pontefice mediceo, al quale rimproverano di non aver colto le necessità spirituali dei tempi di fronte al progredire del protestantesimo e alla necessità di riforma avvertita alla base della Chiesa. I barnabiti comunque gli sono grati per aver intuito subito che quel gruppetto di preti milanesi, ancora privi di sede appropriata e di regole adeguate, faceva sul serio ed era veramente ispirato da Dio per il bene della Chiesa. Che poi anche Basilio Ferrari ci avesse messo una buona parola lo confermerebbe il fatto che il breve pontificio era indirizzato «ai diletti figli Bartolomeo Ferrari e Antonio Maria Zaccaria». Nei documenti successivi, tuttavia, al primo posto figurerà sempre il nome dello Zaccaria. La rapidità con cui venne espletata la pratica burocratica dell'approvazione si deve certamente anche alle buone informazioni che da Milano, tramite il duca Francesco Sforza, erano pervenute alla corte papale: il breve contiene infatti espressioni di vivo apprezzamento per l'apostolato svolto dal gruppo, mentre indica chiaramente l'ideale che animava i richiedenti: risvegliare lo spirito religioso nel clero secolare e nel popolo di Dio. Inoltre, il documento definisce alcune caratteristiche tipiche dei nuovi Chierici Regolari, cioè la professione dei tre voti solenni di povertà, castità e obbedienza; la dipendenza dall'arcivescovo di Milano; la facoltà di vivere la vita comunitaria e la possibilità di darsi delle regole, «cambiandole secondo le esigenze dei tempi». Nella diocesi ambrosiana, la notizia dell'approvazione fu recepita come un atto di stima verso quei preti che si proponevano un'autentica riforma interiore ed ebbe subito un effetto moltiplicatore, convogliando verso lo Zaccaria nuove reclute. E questo nonostante non esistesse ancora una comunità formata (se ne stava mettendo a punto il progetto collegialmente tra lo Zaccaria, il Ferrari e il Morigia). Ma in seguito, come vedremo, non mancheranno le prove e le persecuzioni. A questo punto si impose la ricerca di una dimora adatta alle esigenze del nascente ordine, e poiché nell'area dove dimorava la contessa Torelli le abitazioni avevano costi proibitivi, si affittò uno stabile verso Porta Ticinese, nel territorio della parrocchia di S. Vincenzo in Prato: era l'abitazione del cappellano dell'attigua chiesa di S. Caterina de' Fabbri. Lì si trasferirono lo Zaccaria e il Ferrari il 29 settembre 1533. Ma poco dopo ci si accorse che anche la nuova sede non bastava più e così, grazie a una generosa donazione della contessa Torelli (seicento scudi d'oro, una grossa cifra per quei tempi), furono acquistate quell'abitazione e le tre adiacenti. Ai primi compagni si erano intanto aggiunti Camillo de Negri, fratello dell'angelica Paola Antonia, Dionigi da Sesto, fratello pure lui di un' angelica, Battista, Francesco Crippa e Melchiorre detto poi Battista Soresina. Il gruppo cominciò così ufficialmente e stabilmente a far vita comune (soltanto il Morigia all'inizio dormiva nella casa paterna). Nel giorno dell'ingresso lo Zaccaria volle che vi si portasse lo stretto necessario per la vita di una piccola comunità. Quello che per lui soprattutto importava era la concordia degli animi e l'obbedienza assoluta al capo, chiunque fosse. Mancava ancora, però, una regola e il fondatore vi lavorò, probabilmente su una bozza preparata da fra Battista: è difficile comunque individuare fino a che punto egli attinse al pensiero del domenicano, rielaborandolo poi in forma originale, anche perché le norme nascevano di volta in volta, man mano che il gruppo faceva esperienza del vivere insieme. Lo Zaccaria alla fine del 1538 aveva terminato la stesura delle sue Costituzioni, ma non le promulgò in attesa di approntare un testo definitivo. Le prime vere Costituzioni giuridiche sarebbero state varate soltanto nel 1552, tredici anni dopo la morte dello Zaccaria il quale, del resto, teneva come vedremo più allo spirito che alla lettera di quelle norme. Dunque, fino a quel momento non si sentiva l'esigenza assoluta di vere e proprie costituzioni che, del resto, vivente il fondatore non vennero mai promulgate. Nella comunità, afferma padre Antonio Gentili, «vigeva un regime che potremmo definire capitolare. Tutti i problemi della casa, da quelli di fondo ai più minuti, erano affrontati e risolti nelle periodiche riunioni del mercoledì e del venerdì. Da questi incontri nascevano gli Ordini o Ordinazioni, aventi vigore di leggi impegnative, ma anche suscettibili di eventuali, ulteriori revoche o revisioni. [...] La prima generazione barnabitica oscillava quindi tra il desiderio di darsi una precisa fisionomia giuridica, anche per evitare gli inconvenienti dell'improvvisazione, dell'indeterminatezza e della discontinuità, e la pratica costatazione della non così evidente urgenza o utilità o addirittura necessità di elaborare un codice dileggi. Solo circostanze esterne, come la visita apostolica di monsignor Leonardo Marini nel 1552 e il diretto intervento del cardinale Carlo Borromeo nel 1578-1579 porteranno i barnabiti a redigere delle Costituzioni».
Un cronista racconta
Una significativa testimonianza dell'attività del gruppo di paolini a Milano ce la dà un cronista un po' anomalo (di professione merciaio), Gian Marco Burigozzo, il quale con un linguaggio a metà tra l'italiano e il dialetto milanese, parla nella sua Cronaca del 1534 di «certi homini che tegnevano grado di santità, e si ancora donne, che hanno avuto la grazia di fare sonare a longo l'Ave Maria al venerdì, all'hora che Cristo spirò. Et si ritrovano in Domo a quell'hora, tutti con li soi capi abasso, con le brazza averte. [...] El pare (si vedono) per Milano certi preti con abito abbietto con una berretta tonda in testa, e tutti senza cappello, e tutti vestiti a un modo vanno con la testa bassa et abitano tutti insieme verso S. Ambrogio et h dicono che fanno li soi offizi et h vivono de compagnia: et sono tutti giovani». L'esempio coraggioso di questi soggetti non poteva non dare nell'occhio, soprattutto perché «tutti giovani». Lo Zaccaria riteneva che il mezzo più efficace per svegliare le coscienze cadute nel torpore fosse quello delle pubbliche penitenze. Evidentemente, non tutti reagivano positivamente alla provocazione evangelica: il Soresina aggiunge che «vestendo loro mortificatamente di color tanè scuro (una tonalità di castano intermedia tra il nero e il rosso, ndr) [...] quando se ne andavano in questa maniera per Milano, tutti br strepitavano addietro come a tanti matti, battendo li artefici li br strumenti sopra li banclii, gridando li figlioli e altri: "Vedete, vedete li bagatoni, li scuratoni" et altre simili cose: "hipocriti, gabadè" etc.». Il Moltedo ci descrive con rapidi flash il regime di rigida povertà che si praticava nel convento, se possiamo già definirlo così, di questa compagnia: «Povertà nel vestire, nel vitto, nelle suppellettili. L'abito nella forma era quello dei Sacerdoti di allora, ma di saia grossolana senza ricercatezza o superfluità di roba; vietato affatto l'uso della seta.[...] Povertà nel vitto: il loro cibo ordinario erano erbe o legumi, pesciolini di vil prezzo, cacio o latte, e qualche frutto non mai delicato. Solo in qualche solennità della Chiesa era permesso l'uso della carne, ma questa dell'infima qualità, e spesso erano quei minuzzoli che si gettano via anco dai meno agiati. In certi di sapeva di lautezza una focaccia impastata col sangue rappreso. Il vino non si toccava mai: talvolta si permetteva più che vino annacquato, acqua tinta di vino. Poverissime le loro celle: un letticiuolo duro, qualche scranna, una tavola rozza per studiarvi, alle pareti un Crocifisso e un'altra immagine da destare la devozione. Spoglie di ogni ornamento le stanze, dove radunavansi in certe ore a conferenze spirituali o a conversazione edificante. Vivevano puo dirsi di elemosina, quanto al loro alimento giornaliero; e il più lo somministrava la carità della Torelli. Quel poco che ciascuno aveva portato con sé, era stato messo in comune, né alcuno poteva disporne a suo talento; e la più parte serviva per il culto divino, per le elemosine ai poverelli o per altro straordinario bisogno d'infermità. Vera vita comune, dove non v'era ombra di mio o tuo, come si legge dei primi cristiani sotto la guida degli apostoli». Tutto secondo le Costituzioni che infatti prescrivevano: «Non sia lecito in alcun tempo ai sani di mangiare carne, eccetto nelle seguenti solennità, cioè: il giorno di Natale coi due giorni prossimi, l'una e l'altra Pasqua coi loro due giorni seguenti, l'Assunzione e la Natività della Madonna, la Natività di san Giovanni Battista, la Conversione e il Martirio di san Paolo, e il giorno di Ognissanti». «Le case dovevano essere "abbiette" [...], prive di ogni scultura e colore, eccetto che il bianco. [...] Il denaro era presso uno, il quale, oltre a non fornire la Casa di viveri per troppo tempo, doveva liquidare il capitale nel giro di un mese; pena, spesso, l'espulsione. I mobili della casa avrebbero dovuto essere "pochi e vili"; le vesti di poco prezzo e "tali che l'uno possa portare la veste dell'altro"; i letti "impoliti (non raffinati) e senza alcun ornamento", le lenzuola di lana ruvida». Poveri, dunque, ma non sporchi perché, osserva ancora il biografo, «per quanto amassero la povertà, la penuria per sé, serbavano quella nettezza, che senza essere ricercata, toglie alla miseria propria dei claustrali ogni aspetto di laidezza, più atta a disgustare che ad allettare edificando. Il lusso era a quei tempi la forma esteriore della società milanese; e una vita sordida nei riformatori del costume avrebbe nuociuto di molto all' opera che imprendevano». La giornata della comunità era scandita secondo orari ben precisi. Ci si alzava di buon mattino per fare insieme l'ora di meditazione davanti al Santissimo Sacramento. I sacerdoti celebravano la messa e recitavano il breviario. Quindi ciascuno usciva per assolvere i propri impegni: chi al ministero della confessione, chi negli ospedali o nelle case dei poveri, chi a S. Caterina o dove ci fosse bisogno di loro. I preti dovevano anche ritagliarsi uno spazio per lo studio della teologia e la lettura dei libri sacri, in particolare delle epistole di san Paolo. Durante i pasti - usanza tuttora viva nelle comunità religiose - si leggeva un libro di argomento spirituale, mentre al termine c'era spazio per una conversazione, come si fa in famiglia. Alla sera nuovamente l'ora di meditazione, cena e, dopo una breve ricreazione, fatto l'esame di coscienza e ricevuta la benedizione del fondatore, in rigoroso silenzio ciascuno rientrava nella propria cella per il riposo.
I «coadiutori della riforma»
La fama che si era creata attorno ad Antonio Maria era dovuta soprattutto ai discorsi infiammati che rivolgeva a sacerdoti e laici: ne riuniva quanti più poteva e se alcuni inizialmente si recavano ad ascoltarlo più per curiosità che per altro, a un certo punto venivano conquistati dal suo entusiasmo, anche perché i più fervorosi attiravano i tiepidi. Lo Zaccaria invitava tutti a parlare liberamente, senza peraltro obbligare nessuno; era lui ad avviare il dialogo con grande rispetto degli interlocutori, e se in qualcosa non era d' accordo con loro, trovava modo di intervenire per correggere, ma senza offendere, sempre con molto tatto. Il progetto di riforma in atto doveva coinvolgere tutta la Chiesa, dal clero al popolo, dal vertice alla base: religiosi, religiose e laici, che lo Zaccaria arriva a considerare come "i coadiutori della riforma". Non conta il numero: inizialmente sono pochi, ma animati da autentico fervore, di volontà «grandemente larga», di sana dottrina e di condotta irreprensibile. Insomma, essi dovevano rappresentare l'altra faccia dei cristiani in un'epoca in cui a Milano pochi erano i sacerdoti dediti alla loro missione, al punto che correva il proverbio: «Se vuoi andare all'inferno, fatti prete». Per questo, tra i veri riformatori Antonio Maria pone anche le angeliche, donne consacrate all'apostolato. Una rivoluzione per quei tempi, in cui la vita religiosa femminile era concepita unicamente dentro le mura di un monastero. Incoraggiato infatti dall'approvazione papale del ramo maschile, egli si diede da fare per potenziare ed estendere l'azione apostolica delle donne che la contessa Torelli aveva raccolto nella casa presso S. Ambrogio. Il nucleo iniziale delle Figliole di Paolo, poste sotto la regola di sant'Agostino, ne comprendeva una dozzina. Più tardi la contessa - che nel frattempo stava per perfezionare la vendita del suo feudo a Ferrante Gonzaga - acquisterà un terreno presso S. Eufemia, nella zona di Porta Lodovica, e vi farà costruire il monastero di S. Paolo Converso. Una decisione che tuttavia inizialmente incontrerà dei seri ostacoli, come vedremo. La bruciante ansia missionaria spinse infine lo Zaccaria a dar vita al cosiddetto Terzo Collegio, quello dei Maritati di san Paolo, formato da laici sposati, uomini e donne. Allora (ma in pratica fino agli inizi del nostro secolo) il laicato era tenuto ai margini della comunità ecclesiale, in posizione subalterna alla gerarchia. Antonio Maria coinvolse tutti nell'opera di risanamento e di santificazione della famiglia che diventò anch'essa soggetto di evangelizzazione. Giustamente monsignor Andrea Erba, nel sottolineare che questa straordinaria intuizione profetica non ebbe futuro, afferma: «Noi non finiamo di rammaricarci per questa storica occasione perduta. Se pensiamo che ancora ai primi del Novecento qualcuno paragonava i laici cristiani alle pecore della Candelora, buone solo da tosare, e descriveva le tre posizioni dei laici nella Chiesa: in ginocchio a pregare, seduti ad ascoltare le prediche, con mano al portafoglio per dare l'offerta!...».
Capitolo VIII
La prova del fuoco
Verso la fine del 1533, Antonio Maria si recò per qualche tempo a Guastalla per assistere fra Battista da Crema, gravemente infermo. Non era stata soltanto la malattia a piegare la forte fibra del domenicano: da tempo, nonostante che il pontefice gli avesse dato nel 1532 facoltà di svolgere il suo ministero di direzione spirituale presso la contessa Torelli, da varie parti si brigava per un suo ritorno in convento. Qualcuno convinse Clemente VII che ormai la missione di fra Battista doveva considerarsi conclusa e il papa impose al religioso di rientrare immediatamente in comunità, pena la scomunica.
Muore fra Battista
Il Canoni non venne informato dell'aut-aut pontificio, che gli fu tenuto nascosto date le sue condizioni ormai disperate. Antonio Maria arrivò a Guastalla giusto in tempo per amministrargli gli ultimi sacramenti e predisporlo serenamente alla morte. Fra Battista spirò infatti tra le sue braccia nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio 1534. La, sua salma sarebbe stata poi tumulata nella chiesa di S. Paolo Converso, fatta costruire dalla Torelli come sede delle angeliche a Milano. Fra Battista lasciava una grande eredità di opere e di pensiero. Tra i suoi scritti più noti vanno ricordati la Via de aperta verità, stampato nel 1523, Della cognitione et vittoria di se stesso (1531), che si ritiene scritto con la collaborazione dello Zaccaria, e Philosophia divina (1531). Uscirono invece postumi lo Specchio interiore (1540, a opera della Torelli) e il Libro delle sentenze. I libri di Battista Carioni, raccomandati insieme a quelli dei Padri della Chiesa da Antonio Maria nelle Costituzioni, sarebbero stati in seguito largamente presenti nella biblioteca dei primi barnabiti, che li consideravano particolarmente adatti a stimolare i religiosi nel cammino di perfezione.
L'identikit del religioso riformato
Siamo dunque nel 1534: il 10 giugno, Antonio Maria presiede alla prima vestizione nel nuovo ordine. Finora, soltanto lui indossava il saio, mentre agli altri veniva data la veste comune dei chierici della diocesi. Il prescelto fu Giovanni Giacomo Casei, che tra tutti era il più avanti negli anni, e al quale già un anno prima fra Battista aveva imposto l'abito religioso a titolo di "prova". Costui aveva per lo Zaccaria un'autentica venerazione, al punto che dopo la morte di questi avrebbe cambiato il proprio nome in quello di Paolo Antonio. Dopo qualche tempo, anche gli altri - a cominciare dal Ferrari - fecero la vestizione. Dal canto suo, il fondatore nell' abbozzo di Costituzioni a cui stava lavorando, dettava quello che possiamo definire un sintetico identikit del riformatore, o meglio del religioso riformato, perché in queste pagine egli non si riferisce alla Chiesa e alla società, ma alla congregazione: vuol far capire come voleva i suoi seguaci, per cui in filigrana qui emerge non soltanto quello che appare quasi un suo autoritratto, seppure involontario, ma anche la fisionomia dei paolini. Vale la pena di riprodurne i passi salienti, che si caratterizzano per il tono familiare e per la incisiva spontaneità del linguaggio. «Quando tu vedrai [...]che i buoni costumi sono posti al basso e che la tiepidezza è in alto, allora alza i tuoi occhi all'onor di Dio e lo zelo delle anime, ed esperimenta se in qualche modo puoi mettere in alto i buoni costumi. Ma avverti prima le condizioni che sono [qui] sotto descritte, acciocché tu sappia quale debba essere il Riformatore: e, ritrovandoti tale, allora senza superbia e presunzione (perché questo ci può essere) e con audacia esalta la Croce [quanto più] potentemente potrai sopra la tiepidezza, in favore dei buoni costumi. [...] Avvertì ancor questo: che invano si tratta di voler riformare i costumi, se non vi è presente la divina Grazia, la quale però ha promesso di essere con noi sino alla fine del mondo (Mt 28, 20) [...]. Primo - Dunque bisogna che [...] per virtù di discrezione tu sappia eleggere l'opportunità, il luogo, il tempo e le altre cose che si ricercano nel volere riformare: le quali cose - se pure ti mancassero - bisogna che tu sappia di nuovo fartele (1,rocurartele), preparandoti supposti (soggetti) atti ai buoni costumi, e antivedendo quale possa essere il successo ovvero fine (esito) della cosa. E bisogna che il Riformatore sia così prudente, da esser pieno di occhi davanti e di dietro (Ap 4, 6); quindi per questa virtù di discrezione non sarà precipitoso, né troppo tardo, ma senza dubbio a tempo congiungerà il principio al suo fine inteso. Secondo - Bisogna che tu sia di cuore e animo grandi, perché contro questa impresa si levano tanti e tanti contrari (contrarietà), tante e tante cose di dentro e di fuori, che sogliono sbattere e soffocare gli animi deboli. A tale opera contrastano i demoni invisibili; cioè i tiepidi, i quali sono senza numero, e con le loro ipocrisie hanno soggiogato a sé molti signori temporali e molti prelati spirituali; mentre paiono buoni dal di fuori, dentro invece sono pieni di ossa da morto come sepolcri dealbati (imbiancati). Sicché, con l'aiuto di simili signori, i tiepidi suscitano crudeli battaglie contro i ferventi. [...]. Terzo - Bisogna che nella tua impresa tu sia perseverante, perché molti incominciano gagliardamente, ma poi cessano, vinti dalla lunghezza. Chi si fastidisce (si turba) per fatica di contrari e chi per lunghezza del suo operare, sappia che ha già lasciato la vittoria al nemico prima [ancora) di combattere. (…) Quarto - Bisogna che tu sia di grandemente bassa umiltà. A chi non sono dolci in cibo gli obbrobri, chi non gusta nel bere gli schemi, chi non cerca con sommo studio (brama) e non ritrova l'umiltà: a questi non conviene riformare i costumi. Non vi è umiltà senza villanie (umiliazioni) lungamente desiderate. (…) L'umile è accompagnato dalla compassione e dalla tolleranza dei difetti altrui: le quali cose sono sommamente necessarie per aiutare gli imperfetti, che però vogliono proficere (progredire). Quinto - Bisogna che tu sia, per la molta meditazione e orazione, sempre sospeso. La meditazione e orazione frequente, dopo qualche spazio di tempo, insegnano in ultimo a mettere le mani in opera, per condurre altri dove loro vanno. L'orazione non permette di fallare a chi vuoi camminare, e con prosperità conduce chi vuoi proficere; (...). Sesto (…) Sarà impotente a riformare i buoni costumi chi non è di buona volontà e diritta (retta) intenzione. Chi fosse di sola naturale bontà e diritta intenzione non potrebbe riformare i buoni costumi. (...) Sia dunque diritta l'intenzione, per il puro onore di Dio; sia buona, per l'utilità del prossimo; sia stabile e ferma, per il disprezzo di se stesso. (...) La sommamente buona e diritta intenzione merita di essere aiutata da Dio, e così la sua riforma potrà durare almeno per alcuni secoli. (...). Settimo - Bisogna che sempre tu intenda (ti proponga) di passare più avanti e in cose più perfette. Vedesti mai tu solo leggi punitive? Con queste, l'uomo non fa profitto né muta perfettamente i costumi, perché di dentro sempre resta quello che era, e sempre sarebbe pronto a fare male, se gli cessasse la punizione. (...) Vuoi tu ben riformare i costumi? Cerca sempre di aumentare quello che hai incominciato e in te e negli altri, perché la sommità della perfezione è infinita. Così, fuggi di pensare che ti basti mai quello che avrai cominciato. (...). Ottavo - Bisogna che sempre tu confidi nell'aiuto divino e conosca per esperienza che quello non ti deve mai mancare. (...) Perciò il riformatore deve essere divino e santo, e per molte fiate (volte) esperimentate per esperienza in sé, (deve) conoscere che Dio non gli è mai mancato (venuto meno) nelle sue necessità e nelle sue volontà. (...) Adunque, chi avrà le sopraddette virtù potrà pigliare (assumersi) l'impresa di riformare i costumi. (...) Ti accadranno ancora, o riformatore, molte cose contrarie; ma quanto più le vedrai gagliarde, tanto più fortemente tu devi confidare. Dapprima ti farà contrasto, come è detto di sopra, la gente tiepida con la quale tu abiti, riputandosi a sua vergogna ritrovarsi qualche altro migliore di sé. (...) Questa per te sarà la battaglia più grave sopra tutto altre; ma contro questo impedimento ti sarà d'aiuto se potrai mutare luogo o gente; ti aiuterà l'avere fautori e difensori della tua impresa alcuni potenti e nobili; ti sarà ancora utile, in tale impresa, il dissimulare ai tiepidi il fatto tuo, proseguendo però sempre il tuo proponimento incominciato (…)
La protesta dei benpensanti
Le «molte cose contrarie» e il «contrasto da parte della gente tiepida» non tardarono ad arrivare. Certo, ai milanesi dovette apparire strano un giorno d'estate di quello stesso 1534 vedere Antonio Maria uscire improvvisamente da S. Caterina de' Fabbri stringendo fra le mani un crocifisso e parlare di Cristo alla gente che faceva capannello attorno, anche solo per curiosità. Era il segnale che egli intendeva dare ai suoi collaboratori: bisognava sfidare la gente per la strada, cercare di coinvolgerla emotivamente, in modo violento e provocatorio. Si adeguarono subito tutti, cominciando a uscire chi qua e chi là, mettendosi davanti alle porte delle chiese o nei crocicchi delle strade più affollate, additando ai passanti Cristo morto sulla croce e invitandoli a cambiare vita. Il Morigia, il Ferrari e diversi laici si presentavano coperti di stracci, in segno di aperta contestazione del lusso in cui prima vivevano; alcuni chiedevano l'elemosina, altri entravano in duomo portando sulle spalle una pesante croce e implorando il perdono dei loro peccati. Sebbene alcuni padri fossero di famiglia nobile, non esitavano a sottoporsi alle più strane umiliazioni: classica rimarrà nella storia dell'ordine la mortificazione imposta a Gianpietro Besozzi (futuro padre generale) che entrerà in congregazione dopo aver lasciato la moglie (entrata fra le angeliche), il figlio e l’esercizio dell'avvocatura. Verrà mandato, ancora in abiti secolari, davanti a S. Ambrogio, con una veste di tela a mendicare con una scodella in compagnia di altri poveri. L' impatto del pubblico davanti a questo inedito spettacolo fu duplice: alcuni, colpiti dalle parole infuocate dello Zaccaria e dei suoi compagni, riflettevano e ringraziavano per la scossa ricevuta, finendo poi davanti a un confessionale per iniziare un cammino di conversione. Altri invece - come ci conferma il Soresina - deridevano questi "matti", che tra l'altro accettavano gli insulti e le beffe con gioia, senza minimamente reagire. La cosa fece ancor più scalpore allorché al gruppo si unirono le donne, con in testa la contessa Torelli vestita poveramente con un grembiule da lavoro e un velo nero sul capo. Camminavano lentamente per le vie del centro, sfidando le ingiurie della plebaglia che gettava contro lo strano corteo sassi, fango e immondizia. La contessa Torelli si metteva davanti alla porta maggiore del duomo chiedendo la carità. Ma non si fermò lì: un giorno si presentò, così abbigliata, al duca Francesco Il Sforza, qualificandosi però per quella che era. I cortigiani non volevano farla entrare, ma lei li convinse spiegando le ragioni della sua scelta: si era stancata di vivere nel lusso mentre una massa di disgraziati languiva nella miseria; ricordava che la vita quaggiù dura poco e che poi, comunque, tutti devono fare i conti con colui che non guarda in faccia a nessuno. Il duca, nel riceverla, passò dall'imbarazzato stupore iniziale al profondo rispetto verso una scelta che, spiegò la contessa, era stata fatta in piena libertà di spirito, unicamente per amore di Cristo e dei poveri. Dopo averla ascoltata, lo Sforza incaricò due membri del senato di appoggiarne le iniziative di carità. C'era tuttavia, in una parte della Milano che contava, un'ostilità sempre più palese verso lo Zaccaria e il suo gruppo di riformatori. Alcuni uomini di Chiesa gridarono allo scandalo perché Antonio Maria aveva associato a sé in questa coraggiosa "rivoluzione" i laici e persino le donne. A loro avviso, non c'era soltanto dell'esagerazione e dell'ipocrisia in quelle ore trascorse in adorazione davanti al santissimo Sacramento esposto e nella insolita frequenza alla comunione, ma si sconfinava addirittura nella superstizione e nel fanatismo. Ad aizzare la polemica contribuì soprattutto quella fascia della nobiltà che considerava un disonore per la categoria le dimostrazioni pubbliche di penitenza da parte di laici appartenenti a famiglie altolocate. Particolarmente scatenati erano i parenti della Torelli che, vedendosi sfuggire il feudo di Guastalla che stava per essere ceduto definitivamente ai Gonzaga, accusarono lo Zaccaria di aver plagiato la donna. E non fu difficile coinvolgere anche dei sacerdoti in queste critiche. Così, dai pulpiti si cominciò a inveire contro il nuovo ordine, costringendo il santo a ritirarsi per un certo tempo in S. Caterina per timore di peggiori turbolenze. L'unica arma di difesa era la preghiera, che veniva elevata incessantemente da tutti. Ad aggravare ulteriormente la situazione piombò sul gruppo anche l'accusa di pelagianesimo, probabilmente a causa della volontà decisa e dell'ardore spirituale che erano alla base della spiritualità e dell' apostolato dello Zaccaria. E a quei tempi essere accusati di eresia significava rischiare la vita. Difatti, informa il Soresina, «una volta, portato da maggior fervore del solito, di dir male dei padri, dopo essersi sfogato un pezzo, [un predicatore) si affaticò di persuadere al popolo, che facendo violenza nella casa dei padri, li abbruciassero in casa, dicendo che farebbero un grato sacrificio a Dio».
Da un tribunale all'altro
La reazione di Antonio Maria fu proprio l'opposto di quello che gli scalmanati si aspettavano: sapendo di avere Dio dalla sua, egli esortava i compagni alla calma, considerando anzi una fortuna il poter soffrire umiliazioni per amore di Cristo. Parlava dei suoi detrattori in tono comprensivo, invitando a non odiarli e a perdonare generosamente, nella certezza che il Signore avrebbe tratto il bene dal male a tempo debito. Il peggio, tuttavia, doveva ancora arrivare: nell'autunno 1534 un tale, condensando in un dossier le accuse e le calunnie più infamanti contro i riformatori, li denunciò al senato e alla curia di Milano, oltre che all'Inquisizione locale. Il libello sosteneva che lo Zaccaria e i suoi seguaci con le loro novità turbavano l'ordine pubblico e col loro fanatismo superstizioso intaccavano la dottrina cattolica. Da un tribunale all'altro, dunque. A S. Caterina e a S. Ambrogio la notizia fu accolta con amarezza, ma con la serenità di chi ha la coscienza a posto: si pregava e si faceva penitenza, confidando in modo speciale nella Vergine Maria, mentre lo Zaccaria teneva alto il morale di tutti con la sua parola trascinatrice. Padre Gabuzio, riportando una testimonianza personale del Soresina, racconta di una esortazione che lo Zaccaria rivolse ai suoi il 4 ottobre di quello stesso anno, proprio quando la bufera stava raggiungendo il culmine. E un testo di notevole interesse, ispirato alla celebre frase di Paolo «noi pazzi per Cristo» e alle beatitudini evangeliche. Non c'è da meravigliarsi, dice in sostanza lo Zaccaria, né da aver paura, perché come hanno perseguitato Cristo, così vengono perseguitati i suoi discepoli. E a questo punto richiama il brano evangelico di Matteo (5, 11 - 12) in cui Gesù afferma: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Sono cose, prosegue Antonio Maria, che «come voi ben sapete, il nostro Salvatore e celeste maestro ci predisse dover avvenire, perché noi non ce ne meravigliassimo come di prove nuove e inaspettate; e ce lo confermò ancora col suo esempio, affinché non temessimo di sostenerle ovvero subirle, quasi fossero intollerabili. Pertanto coloro che ci perseguitano, mentre fanno male a se stessi, perché provocano contro di sé l'ira di Dio, fanno però bene a noi, perché ci accrescono la corona dell'eterna gloria. Noi dunque, invece di odiarli e detestarli, dobbiamo compiangerli e amarli. Anzi, dobbiamo pregare per loro (…) perché essi, vedendo la nostra pazienza e la nostra bontà, restino confusi dalla malvagità loro, e infine, pentiti, si accendano ad amare Dio (...)». Più avanti, la citazione paolina: «Anche l'apostolo predetto, quel sapientissimo dottore delle genti, propone sé e gli altri apostoli come esempio d'irrisione, quando dice: "Noi, a causa di Cristo, siamo i pazzi... Quando ci perseguitano, sopportiamo. Quando dicono male di noi, rispondiamo amichevolmente" (1 Cor 4, 10.12-13). Pertanto, siamo forse noi più sapienti degli Apostoli? Siamo forse, o crediamo di essere, più privilegiati di Cristo? V'è tra noi alcuno che si pensa di esser sapiente? Ma se alcuno è sapiente a questo modo, "diventi pazzo, e allora sarà sapiente davvero" (1 Cor 3, 18)). (...) Considerate, dico, la nostra vocazione, fratelli carissimi! Se noi vorremo bene esaminarla, riconosceremo facilmente ciò che essa ricerca da noi. Da noi, che abbiamo incominciato a seguire, benché da lontano, le vestigia dei santi Apostoli e degli altri cavalieri di Cristo. La nostra vocazione è che non ricusiamo di partecipare ai loro patimenti, sopportando queste prove di virtù, assai più leggere delle loro (...)». Il 4 ottobre ricorre la festa liturgica di san Francesco d'Assisi e Antonio Maria richiama la "perfetta letizia" con cui il Poverello subiva insulti e umiliazioni. Ma il finale del discorso è ancora tutto paolino: «Perciò concludiamo con l'apostolo: "Corriamo decisamente la corsa che Dio ci propone. Teniamo lo sguardo fisso in Gesù: è lui che ci ha aperto la strada della fede e ci condurrà fino alla fine. Egli ha accettato di morire in croce e non ha tenuto conto che era una morte vergognosa, perché pensava alla gioia riservata per lui in cambio di quella sofferenza" (Eb 12, 1-3). E poiché noi abbiamo scelto per padre e guida un tanto apostolo, e ci gloriamo di essere i suoi seguaci, sforziamoci di osservare in noi la sua dottrina e i suoi esempi. Non sarebbe conveniente che nelle schiere di tanto duce, siano soldati vili o disertori, né che siano degeneri i figli di un padre così glorioso». Il Soresina registra nella Cronachetta A, antico e prezioso zibaldone delle origini paoline, anche la reazione dei presenti al discorso del santo: «Tali furono le parole che uscirono da quella angelica bocca del detto padre, tutto affocato del divino amore, che accese li cuori, si che tutti furono sforzati a perdere se stessi per il caldo di Cristo che penetrava l'interiore loro, et così dettero principio al corso santo». Nella Cronachetta C aggiunge: «Ne accese tutti di tal sorte, che si gitassimo a terra con abondantia di lacrime et con larghe promesse de perseverare; et con uno core largo promissero a Dio di caminare per la strada del disprezzo».
Generoso perdono
Proprio il giorno seguente, 5 ottobre, il senato affidava l'inchiesta sui paolini a Gabriele Casati e poco dopo anche la curia diocesana e il tribunale della sacra Inquisizione prendevano in esame il libello accusatorio. Ma per quanto scrupolose fossero state le indagini, nessuno trovò minimamente da ridire sullo Zaccaria e i suoi compagni: anzi, dall'esame dei fatti emersero la loro perfetta ortodossia dottrinale, un comportamento irreprensibile, grande spirito di povertà e un autentico zelo apostolico. Non erano trascorse ventiquattro ore e il senato all'unanimità sanciva l'inconsistenza delle accuse: il presidente Filippo Sacco chiuse la seduta con questa lapidaria affermazione, ripresa a piè pari dalla Bibbia (Sap 5, 4-5): «Noi insensati che stimammo follia la loro virtù, e il loro fine senza onore; essi sono da annoverarsi tra i figli di Dio e la loro sorte è tra i santi». Antonio Maria, con nobile gesto di carità, oltre a perdonare a tutti generosamente, insistette affinché non fosse resa pubblica la sentenza che avrebbe svergognato gli accusatori davanti a tutta Milano. Identico giudizio fu espresso più tardi dai tribunali ecclesiastici: sia il vicario dell'arcivescovo, Giovanni Maria Tonso, che il prefetto della sacra Inquisizione Melchiorre Crivelli fecero sapere a Roma di aver trovato solo calunnie a carico di religiosi degni della protezione della Chiesa. Bisogna dire che il principale responsabile della ignobile persecuzione, poco prima di morire mandò a S. Caterina una persona a chiedere perdono del male commesso. Si calmarono le acque anche nei confronti di Ludovica Torelli, ampiamente citata nel famoso dossier e del tutto scagionata insieme alle sue compagne. A conti fatti, la vicenda si risolse in una straordinaria pubblicità per il nuovo ordine che stava consolidando la sua originalissima formula "tridimensionale".
Capitolo IX
Il "genio della donna"
Nella prima metà del 1534, Antonio Maria aveva sollecitato la contessa Torelli a chiedere al papa la facoltà di erigere un nuovo monastero femminile: inizialmente, l'affare venne affidato a Basilio Ferrari, ma la morte di Clemente VII (25 settembre 1534) bloccò l'iter della pratica. Tuttavia, già in ottobre, con l'elezione di Paolo III le trattative ripresero, concludendosi con successo il 15 gennaio 1535, data in cui venne firmata la bolla di approvazione che, in pratica, sanciva la nascita delle angeliche, il primo ordine monastico femminile non di clausura. Si trattava ora di trovare il sito adatto per la costruzione del monastero. I primi sondaggi risultarono negativi per difficoltà sopraggiunte al momento di concludere l'acquisto. Ludovica Torelli, a un certo punto, si orientò verso la zona che ricadeva sotto la parrocchia di S. Eufemia a Milano, suscitando non poche perplessità nei suoi collaboratori: in quella strada, infatti, si esercitava la prostituzione. Non è escluso che la contessa avésse fatto quella scelta proprio per bonificare il quartiere da questa piaga sociale. I proprietari delle «ventiquattro misere casuccie», fiutando l'affare, tenevano alto il prezzo, ma la Torelli pensò che valesse ugualmente la pena di acquistare e stipulò l'atto. Appena si sparse nel vicinato la notizia, però, ci fu una specie di sollevazione da parte di quanti lucravano sulla "professione" delle inquiline. Fu inoltrato un ricorso alla magistratura dagli stessi ex proprietari, nella speranza di poter rescindere il contratto e di rivendere il tutto guadagnandoci altri soldi. Ma arrivarono tardi. La legge era dalla parte della nobildonna e le prostitute dovettero emigrare. In ottobre, in alcuni edifici accorpati si era ricavata una cappella dedicata a S. Paolo Converso, mentre le altre abitazioni venivano provvisoriamente adattate a monastero, subito occupato dal gruppetto di angeliche che vivevano a casa Torelli presso S. Ambrogio, dove invece, lasciando S. Caterina, il 15 ottobre si trasferì Antonio Maria coi suoi. Intanto, in data 24 luglio Paolo III aveva firmato la bolla diretta allo Zaccaria e al Ferrari con la quale confermava le facoltà già concesse dal suo predecessore: il papa, nel porre la congregazione alle dirette dipendenze della Santa Sede, ne autorizzava i membri a emettere i tre voti di povertà, castità e obbedienza, e a vivere in comune sotto il nome di chierici regolari di san Paolo vestendo tutti lo stesso abito clericale. Tutto questo per un quinquennio. Si davano inoltre disposizioni per l'elezione del superiore (preposito) che doveva durare in carica un anno e poteva essere confermato solo per altre due volte, ma non oltre il triennio. Tra gli obblighi comunitari venivano indicati la messa quotidiana e la recita delle ore canoniche. I religiosi potevano dedicarsi all' apostolato della predicazione e della confessione, nonché ad amministrare i sacramenti ai fedeli che frequentavano la loro chiesa. Infine, Paolo III autorizzava la costruzione di un tempio dedicato a san Paolo. Tra le giovani di S. Eufemia, accanto ad Antonia Maria da Sesto, Maria Maddalena Rottola, Tecla Martineugo, Battista da Sesto e la sedicenne Agnese Baldironi, c'era anche Virginia Negri che prenderà il nome di Paola Antonia (unendo quindi il duplice riferimento all' apostolo e al fondatore), figura carismatica che avrebbe avuto un peso considerevole nella storia dei Tre Collegi. Nata a Castellanza in provincia di Milano (oggi di Varese) nel 1508, sui diciotto anni si era trasferita a Milano con la famiglia, andando ad abitare proprio nei pressi del monastero di S. Marta ed entrando così in contatto con il Bellotti, che divenne suo direttore spirituale, e successivamente con fra Battista. La vicenda di questa donna dotata «di spirito raro» avrà sviluppi drammatici, ma fin d'ora si può condividere il giudizio che di lei dà monsignor Andrea Erba quando afferma: «La figura di Paola Antonia Negri va annoverata tra quella schiera di anime che anelavano all' autentica riforma cristiana della società, all'indomani del movimento protestante, cioè in un'epoca cruciale del mondo moderno, assai simile al nostro nelle inquietudini, e prima che il concilio di Trento incanalasse le varie forze spirituali del cattolicesimo verso un nuovo assetto di Chiesa». Il 27 febbraio 1536 Virginia Negri, Domenica Battista da Sesto e altre quattro angeliche - così chiamate su indicazione della più giovane del gruppo, la Baldironi - vestirono l'abito religioso, che era poi quello delle domenicane: tonaca bianca, largo scapolare dello stesso colore, fregiato sul petto di una croce ricamata, manto e velo nero, e al dito un anello con sopra incisa una croce. Per otto giorni dopo la vestizione come avrebbero fatto più tardi, una volta emessa la professione dei voti, le suore portavano sul capo una corona di spine. Nel corso dell'anno, la comunità si arricchì di altre vocazioni e le angeliche salirono a ventiquattro. L'unica a non vestire l'abito fu Ludovica Torelli, che conservò lo stato laicale, sebbene convivesse con le angeliche che la consideravano loro fondatrice. Il 27 gennaio 1537 la Negri e Battista da Sesto emisero i voti nelle mani dello Zaccaria. Al termine della cerimonia Paola Antonia, che quel giorno non stava bene, si ritirò in camera per riposarsi. Lì la raggiunse poco dopo Ludovica Torelli e, mentre parlavano, l'inferma usci con uno strano invito: «Che bella cosa abbiamo fatto oggi! Madonna, non volete partecipare anche voi a questa gioia? Su, venite qui e ripetete quel che ho detto e fatto io». La contessa si inginocchiò e fece la sua professione emettendo i voti di povertà, castità e obbedienza. In quel momento arrivò anche Antonio Maria, che era stato informato delle condizioni della Negri e, vedendo Ludovica in ginocchio, chiese spiegazioni, disapprovando ciò che le due donne avevano fatto. La contessa scrisse poi la formula nel registro delle professioni. Ma quei voti saranno considerati "semplici e privati", tali cioè da non comportare l'obbligo della clausura quando questa verrà imposta alle angeliche, 17 anni dopo. Gli storici tengono a sottolineare che, con l'arrivo delle religiose a Porta Lodovica, si era avverata una profezia riportata nella vita del beato Amadeo Menez de Sylva (1420-1482), un cavaliere spagnolo già al servizio della figlia del re di Portogallo che, lasciata la vita mondana, ai tempi del duca Galeazzo Sforza, insieme ad altri milanesi aveva avviato una riforma dei frati minori conducendo vita austera nel convento di S. Maria della Pace, nelle immediate vicinanze di S. Barnaba. Costui, passando un giorno per la piazza di S. Eufemia, profondamente turbato per la pessima fama del quartiere, aveva esclamato: «Benedetto sia Dio: verrà tempo che queste case, ora nido di demoni, saranno elette a santa abitazione di vergini consacrate, e delizioso soggiorno di angeli». Quell'appellativo di "angeliche" avrebbe dato ragione al beato Amadeo. Sotto la guida dolce ma ferma dello Zaccaria, il monastero adottò la stessa forma di vita dei chierici regolari, imperniata sulla più rigorosa pratica della povertà, sulla preghiera e sul lavoro. Tutto lì era in comune, persino gli abiti; scarsa la cucina, per lo più a base di legumi e verdure; breve il riposo, inversamente proporzionale alla preghiera e al lavoro che era invece continuo (le angeliche filavano e tessevano la seta). Contemporaneamente, si andava consolidando la sintonia tra Antonio Maria e Virginia Negri, che il 4 marzo di quello stesso 1536, dopo aver ricevuto il velo col nome nuovo di Paola Antonia, era stata nominata maestra delle novizie, mentre madre Battista da Sesto era eletta prima priora delle angeliche.
Nuova persecuzione
Il primo attacco allo Zaccaria e alla Torelli come si è visto era fallito, ma il generoso comportamento del santo, che impedì la pubblicazione della sentenza assolutoria, ridiede fiato ai tenaci oppositori della riforma. Chiaramente, a soffiare sul fuoco erano ancora i parenti della Torelli, per via dell'eredità sfumata: non sopportavano che la contessa impiegasse i suoi soldi per sostenere le imprese dei chierici di san Paolo e delle angeliche. Alcuni di loro un giorno affrontarono la donna per strada, insultandola e minacciandola addirittura di morte. Ma proprio quando stavano per sopraffarla, ecco arrivare il Morigia, il quale fece in tempo ad avvertire alcuni armati di guardia alla piazza che la liberarono. Dal momento che le minacce non erano servite, gli avversari ritentarono la carta della calunnia e del processo all'Inquisizione. I capi di imputazione erano ancor più pesanti: si equiparavano i gruppi di religiosi, suore e laici diretti da Antonio Maria ai "Poveri di Lione", cioè ai valdesi che nel 1532 avevano ufficialmente aderito alla Riforma protestante. Stavolta, però, lo Zaccaria non aspettò che si muovessero le autorità civili ed ecclesiastiche: il 20 giugno 1536, egli ottenne dal tribunale che fosse riaperto il processo di due anni prima. Oltre ad Antonio Maria, per i Chierici Regolari si costituirono parte civile il Ferrari e il Morigia, e lo stesso fecero per il ramo femminile la Torelli e quattro angeliche, con in testa Paola Antonia Negri. Quando, alla fine di luglio arrivò a Milano il breve di Paolo III che incaricava monsignor Giovanni Moroni, vescovo di Lodi ma domiciliato a Milano, e fra Tommaso de' Beccadelli, provinciale dei domenicani in Lombardia, di indagare sui denunciati, la causa precedente era stata già ripresa congiuntamente dal tribunale civile ed ecclesiastico, con gli stessi giudici. Il dibattimento si protrasse per circa un anno, a causa anche dei molti impegni dei magistrati. Nel frattempo, il breve di Paolo III non ebbe seguito e sia il vescovo di Lodi che il Beccadelli si convinsero - vedendoli all'opera - che di simili "eretici" c' era piuttosto un gran bisogno nella Chiesa. Così, il risultato fu esattamente l'opposto di quello che i calunniatori si attendevano: loro furono messi a tacere definitivamente, mentre la fama dei "riformatori" milanesi si accrebbe talmente che cominciarono ad arrivare inviti a tenere "missioni" fuori del territorio del ducato. La prima richiesta fu avanzata dal cardinale Niccolò Ridolfi, vescovo di Vicenza, allora sotto il dominio della Serenissima: si trattava di riformare due monasteri. L'attenzione su Vicenza si spiega anche col fatto che questa città era stata scelta inizialmente per tenervi il XIX concilio ecumenico che poi si sarebbe celebrato a Trento dal 1545 al 1563. Per la verità, Niccolò Ridolfi nella sua diocesi ci stava pochissimo, perché abitualmente risiedeva alla corte pontificia, dove ricopriva importanti incarichi, come legato di Paolo III quando questi era assente da Roma, oppure come legato del Patrimonio di S. Pietro e prefetto della Cancelleria apostolica. Che l'invito partisse da Roma conferma che ormai anche ai vertici della Chiesa era giunta l'eco dell' azione rinnovatrice dello Zaccaria, e che non si dava credito alle accuse lanciate contro di lui, mentre era ancora pendente la richiesta di indagine voluta dal papa. La lettera del cardinale suscitò nello Zaccaria due reazioni contrastanti: da un lato egli, da vero santo, per umiltà non si sentiva all' altezza del compito; dall' altro si rendeva conto che accettando l'invito avrebbe tolto definitivamente ogni pretesto ai suoi denigratori e, soprattutto, avrebbe potuto collaudare in un altro contesto la formula che a Milano aveva dato frutti così sorprendenti, riportando tante anime al Signore. Tuttavia, prima di dare una risposta, preferì consultarsi coi suoi, che gli prospettarono le difficoltà dell'impresa. Secondo alcuni, egli avrebbe chiesto una specie di "via libera" allo stesso Paolo III per poter visitare in compagnia di altre donne fidate qualunque monastero femminile, anche della più stretta clausura. Ovviamente, in questa missione egli decise di coinvolgere anche le angeliche e donne laiche. Fu una novità coraggiosa per quei tempi il vedere per la prima volta delle donne consacrate alternare la contemplazione all'azione apostolica, con "pari opportunità" rispetto ai sacerdoti e ai laici.
«Apostole» della riforma
Siamo sempre nel 1537. Mentre preparava la trasferta vicentina, Antonio Maria consolidava a Milano le iniziative tendenti a favorire tra i fedeli il risveglio del culto eucaristico: le Sacre Specie, che normalmente venivano conservate in sagrestia, da allora sono collocate nel tabernacolo situato sull' altare maggiore della chiesa, per consentirne l'adorazione ai fedeli; segno di quella misteriosa, ma reale "presenza" e una lampada alimentata costantemente con olio benedetto. Di più: a partire dal mese di maggio egli ottiene che la pratica delle Quarantore acquisti solennità e venga effettuata a turno nelle chiese della città. Intanto, nell'attesa che fosse emessa la sentenza al termine del processo a carico suo e dei suoi (il che sarebbe avvenuto soltanto il 21 agosto), lo Zaccaria si recò nella sua Cremona per sistemarvi alcuni affari personali. Ma non perdeva d'occhio le angeliche, alle quali il 26 maggio inviò una lettera pervasa da un commovente calore di amicizia e, nello stesso tempo, dal desiderio di vederle tutte tendere alla santità in vista dell'ormai imminente missione. Siamo di fronte a un altro documento fondamentale per capire il senso profondo della nostra storia. «Alle mie angeliche e divine figlie in Cristo: la madre priora, la vicaria, madonna (cioè la Torelli, ndr) e angelica Paola Antonia, e tutte le altre e mie e di Paolo apostolo figlie in Cristo, permanenti nel monastero di S. Paolo apostolo in Milano». Questo l'indirizzo, seguito dalla immancabile sigla devozionale in lettere greche IC. XC. +, Gesù Cristo crocifisso. L'inizio contiene un giudizio positivo sulla situazione del monastero, con alcune espressioni già accennate a proposito della "tiepidezza": «Dolcissime e mie dilette viscere, e unico spirito e conforto mio, che solo mi consola e mi conforta, quando io penso al breve mio ritorno ai miei nobili e generosi animi delle mie amabili figlie, corona e gloria mia, e della quale un giorno farò invidia a quel divin Paolo, in questo e altro, cioè: - che le mie non sono manco (meno) amatrici e desiderose di patire per Cristo, delle sue; - che le mie non manco cercano di condurre il prossimo al vivo spirito e vero disprezzato Cristo crocifisso, delle sue; - anzi, che le mie - non una sola, ma tutte - bandendo ogni propria reputazione e lecchetto (gusto) interiore (il qual le sue per la maggior parte tanto amavano), sarebbero apostole per rimuovere non solo la idolatria e altri difettoni grossi dalle anime, ma per distruggere questa pestifera e maggior nemica di Cristo crocifisso, la quale si grande regna ai tempi moderni: madonna, dico, la tiepidità». Subito dopo, l'annuncio della missione alla quale egli le ha associate: «O figlie care, spiegate le vostre bandiere, che presto il Crocifisso vi manderà ad annunziare la vivezza spirituale e lo spirito vivo dappertutto. Gran mercé (infinite grazie), Signore, ti dico, di così generosa progenie che mi hai dato». A questo punto, il santo delinea una specie di identikit dell'apostola paolina. Al momento di lanciarle nel mondo, egli le vuole plasmate secondo un modello: «In questo mezzo (nel frattempo) però, o mie amabili viscere, vi prego di estendervi a contentarmi, acciocché, quando verrò, ritrovi in voi esser fatto guadagno, a regatta (gara) l'una dell' altra; - chi trovi che abbia acquistato tal fermezza e perseveranza fervente negli esercizi spirituali, che mai più non senta varietà di spiriti, cioè ora caldezza (fervore) e ora lentitudine (languore), ma un fervore stabile, santo, che sempre sorga di acqua viva e abbia gagliardezza nuova; - chi abbia ricevuto [tal] grandezza di fedé, che ogni cosa difficilissima le paia facilissima, sapendo di certo che la sua confidenza non potrà essere ingannata da nessuna presunzione o vanagloria; - altra si reputi a perfezione nelle cose di fuori (esteriori) benché minime, occupandosi indeficientemente ma con compimento (perfezione), non lasciandosi stancare o avvilire dalla bassezza delle operazioni esteriori; - altra abbia perso se stessa totalmente, non guardando se non al prossimo, posponendo ogni propria utilità, credendo esserle gran guadagno il non credere a se stessa, purché cerchi l'altrui guadagno, solo servando (serbando) in sé discrezione e maturità continua nei suoi procederi (nella sua attività); - chi abbia superata la sua tristezza (malinconia) irragionevole, chi la delicatezza del suo spirito, chi il timore di non far profitto, chi lo smarrirsi del sentire (il senso di smarrimento) nel vincersi, chi la durezza del capo, chi la distrazione, chi una cosa, chi un'altra; - talmente che in verità ritrovi aver [voi] ricevuto il dottore della giustizia, della santità, della perfezione, lo Spirito - dico - Paraclito: il quale non vi lascerà errare, insegnandovi ogni cosa; non vi lascerà deficere (venir meno), stando con voi sempre; non vi lascerà aver bisogno, somministrandovi ogni cosa, e maxime dandovi una eterna quiete (sulla obbrobriosa Croce) di voi stesse, e una vita esemplare (conforme a quella) di Cristo a imitazione dei Santi grandi: - di modo che potrete dire, come diceva il vostro padre, "Imitatores nostri estote, sicut et nos Christi; siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo" (1 Cor 4,16; 11, 1)». Ed eccoci all'esortazione finale: «Ricordatevi questo solo», scrive lo Zaccaria: «che l'uno e l'altro nostro beato padre [san Paolo apostolo e] il padre fra Battista, ne (ci) hanno mostrato tal grandezza e nobile larghezza d'animo verso il Crocifisso, e verso le pene e obbrobri di noi stessi, e verso il guadagno e perfezione consumata del prossimo, che, se non avessimo un desiderio infinito delle dette cose, non saremmo reputati suoi figli e figlie, se non bastarde e mule. Il che son certo che non vorrete essere, maxime per il vostro generoso cuore di volere Cristo e di contentare me vostro diletto padre; io che ognora vi considero (sempre penso a voi) e vagheggio, aspettando l'ora desiderata di ritornare a voi». Dopo il saluto e la benedizione finale, un'aggiunta e un'esortazione significative: «Mia madre e Cornelia e Battista nostro vi salutano e maxime la mia Isabella e Giuditta» (probabilmente parenti che vivevano in casa con la madre, a conferma della piena sintonia di quest'ultima col figlio). «Vi ricordo di corrispondere nobilmente alle sante e ferventi fatiche della vostra e mia divina Paola [Torelli] e contentare il comune padre, il nostro santo padre preposito [il Morigia]. Vostro padre in Cristo, anzi vostro spirito in Cristo Antonio Maria Zaccaria prete». Giustamente le angeliche considerano questa lettera il capolavoro dell' intero epistolario zaccariano. E una specie di consuntivo dei tre anni trascorsi, che avevano visto una continua crescita spirituale, nonostante la tempesta suscitata dai processi: a Natale del 1535, era stata celebrata la prima messa nell'oratorio che sarebbe diventato poi la bella chiesa di S. Paolo Converso; dopo le prime vestizioni, inoltre, nel coro del monastero erano state traslate le spoglie mortali di fra Battista; in giugno lo Zaccaria era stato nominato confessore della comunità, carica che avrebbe tenuto fino alla morte, affidando al Morigia la guida dei Chierici; a settembre, infine, era arrivata da Mantova a Milano la patrizia cremonese Giulia Sfondrati, zia paterna di quello che sarebbe diventato papa Gregorio XIV. Prima di lasciare Mantova, aveva destinato il suo palazzo a ospedale per i poveri ed era entrata fra le angeliche per suggerimento di Serafino Aceti. Nella lettera scritta il 26 maggio 1532, sabato dell'ottava di Pentecoste, oltre al clima di grande tensione spirituale indotto dalla solennità liturgica, si avvertono la profonda gioia per l'invito giunto dal cardinale Ridolfi e insieme l'impegno e l'ansia di corrispondere alle attese. La missione aveva messo le ali a tutto il gruppo.
Capitolo X
La missione di Vicenza
Il 2 luglio, con lo Zaccaria partirono per Vicenza padre Francesco da Lecco, ormai collaudato come direttore delle Convertite di S. Valeria, due angeliche: Silvana Vismara e Paola Antonia, nonché una laica di nome Francesca; due mesi dopo viene mandata Porzia Negri, sorella di Paola Antonia e vedova. Appena arrivati in città, sostarono a lungo in preghiera in chiesa, poi passarono a salutare il vescovo e a prendere gli accordi per il da farsi. Primo obiettivo fu la riforma del monastero delle Convertite, fondato da una parente di san Gaetano da Thiene, Maddalena Valmarana, diretto per un certo periodo da fra Battista da Crema e successivamente trasformatosi in un ambiente alquanto equivoco, in cui le donne erano tornate al modo di vivere di prima. Bisogna dire che - come nota padre Giuseppe Cagni - «più che un monastero vero e proprio, questo era piuttosto un'opera di carità che raccoglieva un gruppo di povere donne che, passata nella prostituzione la loro giovinezza, a una certa età si sentivano rifiutate, senza famiglia, senza casa, senza pane, spesso senza salute, con la coscienza di un fallimento totale; quelle poi che avevano seguito gli eserciti e fatto vita di campo coi soldati, avevano perso anche lo stesso tratto femminile, diventando acide, aggressive, ostentando come un trofeo le ferite e le amputazioni ricevute». Qui bisognava intervenire con tatto e comprensione: per questo, padre Lecco affidò il compito più delicato alle due laiche rimaste vedove, Francesca e Porzia, le quali conoscevano bene il mondo che si erano lasciate alle spalle. Le due donne, parlando a tu per tu con le ospiti del monastero, riuscirono a conquistarne a poco a poco la fiducia e, alla luce della loro nuova esperienza religiosa, convinsero le incerte a cambiare vita. Lo Zaccaria e il Lecco, dal canto loro, tenevano delle conferenze spirituali alla comunità riunita e, stando in confessionale, raccoglievano i frutti di conversione che cominciavano a maturare. Nel giro di qualche mese, quel monastero - dove inutilmente si erano dati da fare in precedenza diversi sacerdoti - era tornato quello delle origini. Ma a Vicenza ce n'era un altro che abbisognava di una energica raddrizzata: quello delle Benedettine Silvestrine, anch'esso fondato quattordici anni prima da una parente di san Gaetano, Domitilla Thiene, ma caduto presto vittima della "tiepidezza": le monache vivevano praticamente come se fossero a casa loro, «agiatamente, libere di sé, con scandalo di tutti», secondo il Moltedo, che aggiunge: «Io non so, se costasse più fatica al Padre nostro ridurre a perfezione queste religiose tanto decadute, ovvero [riformare] le donne che tornavano alle antiche depravazioni nell'altro pio luogo». Queste monache misero davvero a dura prova la pazienza dello Zaccaria. Ma alla fine la carità ebbe ragione di ogni ostacolo. Di questo sorprendente cambio ci dà una significativa testimonianza fra Serafino Aceti il quale alcuni anni dopo la morte di Antonio Maria, nel dedicare alle Silvestrine di Vicenza un suo libro di ascetica, scriverà tra l'altro: «Avendo udito di voi il desiderio di perfezione, quale concepiste per la presenza del vostro e mio padre messer Antonio Maria Zaccaria, che ora adorna il cielo come adornava la terra, sono costretto a dedicarvi questa fatica. E pertanto vi esorto a proseguire l'iniziato corso della rinnovazione interiore e ritornare le viscere di Paolo che per tal modo sarete la sua corona». Lo zelo riformatore del gruppo non si limitava però ai due monasteri, anche se questi erano gli obiettivi prioritari: Antonio Maria prese contatto con tutte le classi sociali, attirando la gente con le sue ormai famose "collazioni". Il suo modo di parlare faceva colpo anche sugli intellettuali, pur parlando semplice perché voleva essere capito da tutti. Semplice, ma chiaro: non aveva remore nel denunciare piaghe sociali di cui era in parte responsabile la nobiltà coi suoi privilegi. Ne aveva per tutti: giovani, coppie di sposi, preti. I suoi non erano discorsi astratti, ma diagnosi impietose di una società che, avendo abbandonato la fede, non poteva che peggiorare. Protagonista del suo dire era sempre Gesù crocifisso.
Missione atto secondo
Antonio Maria lasciò Vicenza subito dopo l'arrivo: sul posto rimasero il Lecco e gli altri del gruppo. Il vicario della diocesi, tuttavia, più che soddisfatto per l'esito della missione, insisteva presso il santo affinché rimanesse in città un nucleo stabile di animatori per mantenere vivo lo straordinario clima di fervore venutosi a creare; in particolare, essendo interessato a consolidare il nuovo corso nel monastero delle Convertite, il vicario ne voleva affidare il governo alle angeliche. Sorprende che a guidare il monastero fosse stata scelta proprio la Negri, cioè la più giovane (aveva appena 28 anni); ma è un'ulteriore conferma della stima che ne aveva Antonio Maria, il quale in precedenza l'aveva anche messa ripetutamente alla prova con autentiche provocazioni: «Una volta», racconta il Soresina, «in una conferenza spirituale che fece alle monache di S. Paolo domandò conto all'angelica Paola Antonia di Neri, ch' era maestra delle novitie, ch'essercitij havea datto alle sue novitie, e riferendo essa ogni cosa per appunto, di poi commandò alle novitie, che come quelle che per gran tepidità e negligenza non haveano cavato frutto da si eccellenti essercitij di Spirito, tutte sputassero in facia alla sua maestra; e ricusando esse, finalmente con l'autorità sua le costrinse a sputacciarla tutta, restando non men mortificate le novitie che la maestra, stando che il padre accompagnava queste attioni con far acre reprehensione alle novitie». Lo Zaccaria voleva inculcare nelle giovani discepole che disattendere gli ordini della propria guida è come prenderla a sputi. Non ci volle molto perché in città si parlasse di questa religiosa con grande ammirazione: i primi a meravigliarsi erano gli uomini, coi quali la Negri dialogava sulle cose dello spirito con autorevolezza, riuscendo a comunicare agli altri quel "fuoco" che aveva dentro. Si ricorreva a lei per consiglio e mai senza interiore arricchimento: un uomo apostolico non avrebbe fatto di meglio sia nei conventi, sia in mezzo al popolo. E del resto lo stesso padre Serafino Aceti, in un suo saggio sulla Conversione apparso nel 1538, nel sottolineare il radicale miglioramento del monastero di S. Maria Maddalena, non mancava di attribuirne una buona parte di merito all'angelica Paola Antonia, che agli occhi della gente appariva come una nuova Caterina da Siena. Le buone notizie rimbalzavano anche a Milano, dove lo Zaccaria era in attesa della sentenza del tribunale circa le note, pesanti accuse rivolte al gruppo: sentenza che arrivò il 21 agosto 1537, pienamente assolutoria. Così, ai primi di settembre egli poté tornare a Vicenza. Per prima cosa si adoperò per ravvivare anche li la pratica eucaristica delle Quarantore (e Paolo III a Roma il 28 agosto ne firmava il breve di approvazione). Poi si buttò nella predicazione con la consueta foga. Venivano ad ascoltarlo da tutta Vicenza, nobili e gente del popolo mescolati come raramente poteva capitare. I biografi parlano di clamorose conversioni tra l'élite della città: due noti avvocati (Nicolò d'Aviano e il trevisano Gerolamo Maria Marta), il vicario del podestà (l'udinese Giovanni Melso), un prelato milanese che era stato spedito a Vicenza da Roma per una pratica col comune di Vicenza (Giovanni Battista Caimo). Tutti, chi prima chi dopo, conquistati dall'esempio di Antonio Maria e dal fascino di Paola Antonia, entrarono a far parte dei chierici regolari di san Paolo; imitati in questo da numerose donne, nubili o vedove, che si consacrarono a Dio nel monastero milanese delle angeliche. Tra le "conquiste" dello Zaccaria c'è Tito degli Alessi, un nobile vicentino, protagonista di uno di quei sorprendenti incontri che non si possono definire che provvidenziali. Trovandosi casualmente nel centro cittadino, Tito e Antonio Maria - che non si conoscevano - si incrociarono per la strada e il santo, dopo aver fissato il giovane con uno sguardo strano, lo salutò. E mentre l'altro ricambiava educatamente, meravigliato per l'approccio insolitamente confidenziale da parte di uno sconosciuto, Antonio Maria gli mise la mano sinistra sulla spalla e, con la destra, gli tracciò un segno di croce sulla fronte. Poi salutò nuovamente e passò oltre. Il giovanotto, che probabilmente aveva sentito parlare di questo strano prete venuto da Milano per ravvivare la fede della gente, rimase come folgorato dall'incontro (giustamente il Gabuzio parla di vis ignea, forza infuocata) e, tornato a casa, cominciò a riflettere sul senso della propria esistenza. L'impressione suscitata in lui da quello strano gesto lo spinse ad andare dal santo per parlargli: quel colloquio fu rivelatore per entrambi. Tito fu letteralmente conquistato dal prete, al punto che cominciò a pensare di entrare anche lui nel nuovo ordine. Ci sarebbe riuscito più avanti, quando già il Ferrari aveva preso il posto del fondatore a Vicenza. Siamo sempre nel 1537: in quell'estate nella città veneta si trovava anche Ignazio di Loyola, il futuro fondatore della Compagnia di Gesù, con alcuni seguaci. Non è storicamente certo che i due si siano incontrati, anche perché a fine agosto quei primi gesuiti si trasferirono a Roma, mentre lo Zaccaria si trattenne in città una quarantina di giorni, tornando a Milano in ottobre. Sia come sia, in quei tempi circolava un po' dovunque, ma in particolare nel vicentino, una profezia attribuita a san Vincenzo Ferrer, secondo cui a un certo momento il Signore avrebbe suscitato persone dotate di straordinaria virtù per la rinascita del popolo cristiano. Chiaramente, a Vicenza si era convinti che il Ferrer alludesse a Gaetano e ai teatini. Ma c'è un particolare - l'esplicito riferimento a Cristo crocifisso e a san Paolo - che farebbe pensare più al gruppo dello Zaccaria. Che cosa disse il santo predicatore spagnolo ce lo attesta un brano della Vita scritta da Antonio Teoli: «…La terza cosa che abbiamo da considerare è lo stato e la vita di quegli uomini, i quali hanno a venire: cioè uno stato di persone poverissime, semplicissime, mansuete, umili, disprezzate, congiunte con ardentissima carità, e le quali a nessun'altra cosa pensino o altro non sappiano che Gesù Cristo e questo crocifisso; non si curino di questo mondo, si scordino di sé medesime, contemplando la gloria soltanto di Dio e dei suoi Santi e sospirando a quella intimamente e per suo amore; e desiderando sempre il morire, dicano con san Paolo: desidero sciogliermi ed essere con Cristo; che saranno ripiene dall'alto d'innumerevoli tesori di ricchezze celesti, bagnate da' dolcissimi rivi della soavità e dell'allegrezza divina e aspiranti ai beni del cielo, con l'abbandono di tutte le cose create». La seconda parte della missione vicentina confermò il successo della prima, consolidandolo. Lo Zaccaria, che teneva i contatti con i fedeli maggiormente impegnati nel rinnovamento, decise di mandare a Vicenza anche il Ferrari, che vi sarebbe rimasto per circa due anni. La lettera dello Zaccaria datata 8 ottobre 1538, circa un anno dopo l'apertura della missione, oltre a illuminarci sul grande slancio apostolico che animava i paolini intenti a «operare in quelle persone» che il Crocifisso affidava loro «di ora in ora», ci fa capire anche le difficoltà che l'ambiente delle Convertite presentava: non si poteva certo cancellare con un colpo di spugna un passato turbinoso come quello delle ospiti del monastero. E qui lo Zaccaria fa ricorso alla sua esperienza di medico: «È adoperandosi che il ferro diventa chiaro», è «nell'esercitare la scuola che si bandisce sempre più l'ignoranza», come dire che a tutto c'è rimedio purché si usino misericordia e pazienza. E il pensiero corre a una frase delle Costituzioni dove egli afferma che «l'umile lo accompagnano la compassione e la tolleranza degli altrui difetti». A Milano, intanto, Antonio Maria continuava la sua instancabile azione stimolatrice, sia tra i suoi collaboratori che tra le angeliche e i coniugati, dando anche una mano alla contessa Torelli che si dedicava a opere di carità negli ospeviolenza e dall'ignoranza. L'azione di Antonio Maria non toccava soltanto la coscienza dei singoli, ma col tempo finì per influenzare anche il governo della città: così, ad esempio, i milanesi un giorno appresero, da un bando pubblico, che nelle domeniche e nelle feste di precetto non si sarebbe più venduta alcuna merce eccetto il pane e la carne. Veniva in tal modo ripristinata l'osservanza del riposo festivo.
Capitolo XI
Pochi ma buoni
A Milano, intanto, appariva sempre più chiaro un segnale molto importante della "svolta" spirituale attuata dallo Zaccaria: il numero crescente di persone che bussavano alla porta dei chierici regolari, delle angeliche e dei coniugati di san Paolo. Provenivano non solo dalla città, ma anche da molte località della Lombardia. E in questa circostanza Antonio Maria diede prova del necessario discernimento: poiché per la sua riforma occorreva gente "sicura" e solida, era indispensabile vagliare attentamente i singoli soggetti. Si comportava esattamente come stabilito nel suo abbozzo di Costituzioni: «Vogliamo», scriveva tra l'altro, «che per alcun modo non riceviate se non quelli che possano giovare a sé e ad altri. Pertanto, se si ritroveranno alcuni che non siano di molto ingegno, bensì di assai larga volontà, e domanderanno di essere ricevuti, ammetteteli e accettateli, non però nel consorzio (in comunità) e neppure nei trattati segreti (capitoli). Ma, essendo ingegnosi (se sono intelligenti), per conto alcuno non riceveteli se non saranno di larga, anzi di larghissima buona volontà, perché questi tali, essendo buoni, grandemente fanno profitto; per il contrario, se saranno cattivi, rovineranno se stessi e gli altri. Ritroverete per certo, fratelli, che quello che induce mormorazione, tiepidezza e scismi nelle comunità ovvero congregazioni, non è altro che la privazione del lume in quelli che sono di poca capacità, e la privazione del fuoco in quelli che sono ingegnosi. Perciò attendete (osservate) nell'una e nell'altra sorta (categoria) la natura, e comprendetela molto bene: se sarà senza lume o senza fuoco. Il che conoscerete, se osserverete quello che si dirà qui sotto, non per un dì, ma per molto tempo. Vi sarà meglio avere e ricevere pochi, ma bene atti (disposti), che molti suppositi (soggetti) ma indisposti. Né giudicate indisposizione quella che è del corpo ovvero della fortuna, ma quella che è dell'anima. Dove (per cui) potete ricevere anche i deboli o infermi o vecchi, oppure i villani (campagnoli) e di ciascuna sorta, (…) purché però siano ben qualificati di fuoco e di lume». Insomma, pochi ma buoni e ben sperimentati. Prima di essere accettati, i "postulanti" dovevano regolare le loro pendenze economiche facendo testamento o dividendo e distribuendo i loro averi senza lasciare nulla al convento. Se avevano dei conti aperti con la giustizia, dovevano dirlo subito chiaramente. Chi mentiva su questo veniva tenuto in quarantena per due anni prima della professione; e se la bugia veniva scoperta dopo i voti, costui doveva essere immediatamente espulso dall'ordine «senza eccezione e dimora (indugio)». Per essere certi della loro autentica vocazione, lo Zaccaria suggeriva al responsabile dei postulanti di metterli alla prova «con molte sorta di ingiurie e di umiliazioni non finte (ben sode)». Veniva fissato anche un limite minimo di età per la professione: venticinque anni. La selezione era dunque severissima, e anche una volta accettati, i "novizi" dovevano assimilare quella radicalità di cui lui per primo dava l'esempio. Nel capitolo delle Costituzioni dedicato alla formazione dei novizi arriva ad affermare che commettono «spirituale adulterio ogni volta che si ritroveranno mettere ovvero avere altrove il loro amore, sia mo' in che si voglia: o cose, o parenti, o anche amor proprio, perché Dio è geloso, e proibisce ogni altro amore fuori del suo». E li esorta «a bramare con tale affetto la povertà, che fuggano ancora di dire, di alcuna cosa: "Questa cosa è mia"; e in più fuggano ogni minima retenzione (appropriazione) di cose etiam vilissime; e così bramare (dico) la Povertà, che ancora abbiano in desiderio che manchino loro le cose etiam sommamente necessarie, sapendo che sotto colore (pretesto) di necessità, molte fiate si dilatano le fimbrie (tentacoli) della superfluità, perché come la natura si contenta di poco, così la avidità non si sazia [anche] con molta abbondanza e superfluita». Rigore, certo, ma in un clima di grande libertà interiore: «Fratelli», aggiunge più avanti il santo, «fate [in modo] che non [ci] siano presso di noi carcere né altre sorta di torture, perché giudichiamo superfluo di punire tra di noi quelli che non si lasciano costringere dall'amore della virtù e di Dio, e dal timore del giudizio divino ovvero umano: perché non intendiamo darvi leggi di timore, ma di puro amore». Chi dopo la terza ammonizione non cambiava mentalità, veniva senz'altro invitato ad andarsene «per non doverci ritornare mai più». La sua battaglia contro la "tiepidezza" cominciava proprio all'interno della comunità, convinto com'era che fosse questo il fattore che priva di efficacia ogni testimonianza cristiana, come la storia, del resto, conferma: alcune famiglie religiose si sono estinte per progressivo rilassamento. Per prevenire tale pericolo, lo Zaccaria nelle Costituzioni mette in guardia contro cinque possibili "segni della rovina dei costumi", che riguardano i tre voti di obbedienza, povertà, castità, la disciplina della gola e la disciplina comunitaria. Acuto come sempre nella diagnosi, scende al pratico con il suo consueto linguaggio privo di fronzoli. «Quando vedrete alcuni fare tutto quello che vorranno, (…) comprendete che l'obbedienza è corrotta. (…) Quando vedrete moltiplicarsi chiavi e forti serrature, cancelli e buoni cassoni, forti usci, concludete che è partito l'amore alla povertà. [...] Quando vedrete cianciare di pure ciance» e indulgere a comodità e sensualità, «dite che la prima e immacolata castità ha cominciato a offuscarsi e annerirsi. [...] Quando vedrete prepararsi più cibi del solito, ovvero anche cercarsi di dilettare l'appetito con diversi saporetti (leccornie) etiam di cose vili; quando udrete farsi mormorazioni per cibi e vini; quando vedrete alcuni stare oziosi, aspettando il segno della refezione; quando udrete aspettarsi le torte e volentieri trattarsi di vino saporoso e dolce; e brevemente: quando vedrete simili segni, dite che il demonio ha sospeso per la gola i golosi». Il "quinto segno" ha come bersaglio i "prelati" e cioè i superiori; e anche qui Antonio Maria mena fendenti che non lasciano scampo: «Quando vedrete i prelati scusarsi dei loro difetti e volere essere perdonati e, per il contrario, usare grande rigidezza contro i difetti dei sudditi e non volere ammettere nessuna loro soddisfazione; quando ancora vedrete i prelati non punire per timore i difetti degli inferiori ovvero ancora palparli (adularli); sappiate che da [questi] tali è partita la giustizia e il timor di Dio». In poche parole, quando la disciplina religiosa e la vita comunitaria si rilassano e «si moltiplicano i suppositi (soggetti) indisposti, (…) allora potrete ben comprendere che i buoni costumi rovinano ovvero si sono già rovinati».
Una sede più ampia
Tornato nuovamente da Vicenza, Antonio Maria si preparò nella preghiera e nel silenzio alla professione perpetua, che si svolse presumibilmente (ma non esistono documenti al riguardo) verso la prima metà del 1538. Egli aveva già due volte ottenuto dal papa la facoltà di emettere i voti solenni, ma aveva sempre fatto slittare la cerimonia in attesa che l'ordine ricevesse il riconoscimento pieno da Roma: Paolo III aveva, in effetti, accordato l'esenzione dall'autorità ecclesiastica milanese soltanto per un quinquennio. In ogni caso, lo Zaccaria già il 9 luglio 1537, con una procura fatta al superiore padre Morigia, aveva definitivamente rinunciato a tutti i diritti e possedimenti che potessero ancora appartenergli o venirgli, in città e fuori. E ciò per dare al voto di povertà la conferma di un distacco completo dalle cose materiali. L'afflusso di nuove vocazioni ripropose il problema di una sede più ampia: ormai, quando parlava ai suoi e, soprattutto, ai coniugati, il locale non bastava più, tanto che questi furono divisi a gruppi e affidati, oltre che allo Zaccaria, ad altri suoi compagni. Con alcuni di essi fu anche affrontato il problema della nuova sede: dopo essersi consigliato con quanti conoscevano bene la realtà cittadina, il santo puntò su una chiesa situata oltre il Naviglio nei pressi di Porta Tosa: accanto a essa c'era un gruppo di casupole di scarso rilievo, abbattendo le quali si sarebbe potuto fabbricare un convento più grande, conservando gran parte del terreno coltivato a orto. Un particolare contribuì a orientare lo Zaccaria verso tale scelta, e cioè l'essere la chiesa dedicata a S. Barnaba, lo stretto collaboratore di Paolo tradizionalmente considerato fondatore della Chiesa milanese. Beneficiano era il sacerdote Alessandro Taegi, un nobile milanese che non pose difficoltà all' acquisto, anche se per via di certi antichi diritti acquisiti sarebbe occorso il benestare della curia romana, che non tardò comunque ad arrivare, sì che ai primi di ottobre del 1538 l'affare fu concluso. Da Vicenza era stata intanto richiamata Paola Antonia Negri, mentre in aiuto al Ferrari vi erano andati fra Bono e un giovane sacerdote, il venticinquenne Lorenzo Paolo Castellino, più conosciuto col nome di Lorenzo Davidico, che nonostante l'età si era già affermato come efficace predicatore. Lo Zaccaria alternava la sua dimora fra Cremona e Guastalla. E proprio da Cremona, dove si trovava con Paola Antonia, per sostenere la missione di Vicenza scrisse al Ferrari, che forse gli aveva prospettato delle inattese difficoltà nonostante l'esito altamente positivo dell'impresa. Il vero motivo della lettera dell'8 ottobre 1538 non si conosce, come del resto poco si sa del breve ma decisivo apostolato svolto da Antonio Maria a Vicenza. Tuttavia lo scritto del santo è un appello a farsi coraggio: «Viscere sante in Cristo», così inizia, «che dubitate di cosa alcuna? Non avete forse visto in questa impresa che mai non vi è mancata roba da dare a chi [ne] aveva bisogno? [...] Sono sicuro che, avanti che voi parliate e nel parlare stesso, il Crocifisso precederà e accompagnerà ogni vostra non solo parola, ma intenzione santa. Paolo diceva (2 Cor 10, 13) che fin là si estendeva, dove Cristo gli aveva posto la misura (limite). E a voi il Crocifisso ha promesso una misura, che le vostre forze si estenderanno fino a trapassare i cuori negli intimi midolli (Eb 4, 12). Non vedete che lui stesso con le proprie mani vi ha aperte le porte? [...] E non vi lasciate smarrire da ruggine alcuna che vi si presentasse nel parlare o nel fare altre cose. [...] Paolo in principio non fu quello che poi fu. Così gli altri. Statevene adunque sicuri e certi, che edificherete, sopra il fondamento di Paolo, non fieno né legno, ma oro e margarite (pietre preziose; 1 Cor 3, 12), e saranno aperti, sopra di voi e dei vostri, i cieli e i loro tesori». Tra il 9 e il 10 ottobre del 1538, Antonio Maria con la Negri si reca a Guastalla, trattenendovisi circa un mese, non dimenticando però di rimanere in contatto con i compagni, dai quali era lontano da tempo. Da lì infatti li raggiunge con una nuova lettera, da cui emerge la preoccupazione per qualcosa che nella casa milanese non andava per il verso giusto. Assenti lui e il Ferrari, occupato il Morigia a dirigere il gruppo e le angeliche, un certo disordine sembra turbare la quiete del convento, nel quale tra l'altro i Figli di Paolo sono cresciuti di numero arrivando a quota diciotto. Dalla sua cella nella Rocca di Guastalla, dove è tuttora occupatissimo anche come procuratore della Torelli nelle trattative di vendita della contea, lo Zaccaria affronta la questione della lealtà dovuta ai superiori in quella che potrebbe definirsi la prima "lettera circolare" diretta all' ordine. Destinatari sono il Morigia, superiore, e il vicario Battista Soresina «con gli altri tutti presso S. Ambrogio». Alternando il rimprovero al dubbio e all'amarezza, il santo parla dell'obbedienza religiosa ribadendo che essa non consiste tanto in regole da osservare, quanto piuttosto in un codice scritto nel cuore: «Se sarete generosi», afferma testualmente, «imparerete a governarvi da voi stessi senza leggi di fuori (esteriori), ma avendo però la legge nei vostri cuori; e camminerete a compiere non la parola di fuorivia (esterna), ma la intenzione: perché se non volete obbedire come servi, ma come figli, così vi conviene fare. A questo modo, avendo chi vi governa, vi lascerete governare, sebbene ci fosse un angelo che vi governasse, e non riguarderete che sia questo o quello; e non avendo altri che vi governi, avrete la stessa coscienza vostra che vi governerà». Come dire che i superiori sono una guida esterna, i custodi delle leggi, ma l'adempimento di esse dipende dai singoli. Al limite, si potrebbe persino fare a meno dei superiori se ciascun religioso si sforzasse veramente di raggiungere la meta. Come nota padre Salvatore De Ruggiero, cui si deve dopo secoli di oblio la prima edizione a stampa dei Sermoni, lo Zaccaria «propugna la santa libertà di spirito che ha come guida diretta lo Spirito santo, il quale per ogni anima adotta un linguaggio particolare, e ispira a fare propria, e a non cercare altro, che la volontà di Cristo. Valga l'esempio di san Paolo e di tutti gli altri santi». Infine, un richiamo all'apostolo e un appello: «Deh! Figlioli e piante di Paolo, slargatevi (2 Cor 6, 11 - 13), che chi vi ha piantato e [quelli che vi] piantano sono più larghi dell'abisso! e non vi fate minori della vocazione alla quale siete stati chiamati (Ef 4, 1)! Se vorrete, sarete fin d'adesso eredi e legittimi figlioli del nostro santo padre e di santi grandi, e sopra di voi il Crocifisso slargherà le sue mani.
Non vi mentisco, né v'è [alcuno] di noi che mentir vi possa. Perciò attendete a satisfarne (soddisfarmi) e ricordatevi che, o presenti o assenti, siete debitori di contentarne. Né altro. Cristo sia quello che vi scriva la salutazione nostra nei vostri cuori». La lettera, oltre alla firma di Antonio Maria, prete di Paolo apostolo, reca l'aggiunta «e angelica P[aola] A[ntonia Negri]», a conferma del ruolo importante ricoperto dalla donna che, per oltre un decennio dopo la morte del fondatore, sarà considerata la guida carismatica dei Tre Collegi. Antonio Maria e la Negri rientrano a Milano a metà novembre 1538: in sospeso c'è il trasloco presso la nuova sede di S. Barnaba. Sembra possa avvenire da un momento all'altro, sennonché una serie di imprevisti consigliano di soprassedere. Antonio Maria non potrà coronare il suo sogno, che si avvererà soltanto sei anni dopo la sua morte, nel 1545. Del resto, egli probabilmente pensava di campare più a lungo, per cui continuò nella sua instancabile attività apostolica, parlando alla gente, confessando e animando con la propria presenza i suoi figli spirituali, le angeliche e i coniugati. Con il monastero di S. Paolo Converso lo scambio era particolarmente intenso: i sacerdoti vi andavano a celebrare e a predicare, anzi col tempo si stabilì la consuetudine che i preti novelli dicessero lì la loro prima messa.
Paciere a Guastalla
Ormai, a Milano come a Guastalla, lo Zaccaria era diventato un punto di riferimento obbligato per le più svariate iniziative, anche perché onnipresente dovunque ci fossero delle anime da ricondurre a Dio: le andava a cercare nelle case, nelle piazze e persino nelle botteghe, guidato da quel fiuto soprannaturale che è tipico dei santi. A fine maggio, egli venne richiamato d'urgenza a Guastalla da Ludovica Torelli perché la vendita del feudo aveva creato grossi problemi: la popolazione, che nella contessa aveva trovato una guida illuminata e quasi una madre, avvertì come un trauma il passaggio sotto il nuovo padrone. A ingarbugliare ulteriormente la matassa contribuì una lite tra due nipoti della Torelli che si contendevano l'attribuzione di alcuni proventi daziari: Roma aveva sentenziato a favore del conte Paolo Torelli di Montù e contro il conte Marcantonio Torelli di Mantova, ma poiché la popolazione non accettava la sentenza, fu colpita da interdetto, consistente nel divieto di celebrare i sacri riti e di parteciparvi. La reazione popolare fu talmente violenta che si profilavano scontri armati. A questo punto la Torelli si rivolse allo Zaccaria perché facesse da mediatore e da pacificatore. Non era certo quello il momento adatto per un nuovo viaggio, anche perché Antonio Maria cominciava ad accusare le conseguenze dei ritmi impossibili delle sue giornate. Tuttavia, non potendo dir di no alla sua benefattrice, lasciò Milano dove non sarebbe mai più tornato da vivo. La sua presenza, tra l'altro, dava ai guastallesi il vantaggio di poter ascoltare la messa nonostante l'interdetto, poiché egli aveva ottenuto dal papa il privilegio di poter usare dovunque l'altare portatile. Appena arrivato, riunì la gente nel castello e per prima cosa promosse una serie di preghiere pubbliche interrotte da assemblee durante le quali ciascuno avrebbe potuto esporre le proprie ragioni. Di lui si fidavano, anche perché gia in passato aveva risolto con successo diversi casi complicati di eredità. Lui ascoltò tutti con pazienza, prendendo nota dei rilievi fatti poi indicò alcune ipotesi di soluzione all' insegna del buon senso e della carità cristiana. Ebbe successo anche stavolta, perché gli animi si calmarono e si arrivò a un'intesa onorevole per tutti. Per rafforzarla, lo Zaccaria organizzò anche una serie di incontri - oggi li chiameremmo esercizi spirituali - in preparazione alle due grandi solennità della Pentecoste e del Corpus Domini: lui predicava e confessava senza sosta. E proprio in questa fase accadde un episodio che fece parlare tutta Guastalla. Il santo, ci fa sapere padre Gabuzio, trascorreva il poco tempo libero in chiesa davanti al tabernacolo; sennonché un pomeriggio decise a sorpresa di uscire per una breve passeggiata sulla riva del Po. Vedendo arrivare verso di lui un giovane, lo salutò e gli fece, su due piedi, questo strano discorso: «Io vorrei, figlio mio, che pensaste bene ai casi vostri, e provvedeste in tempo alla salute dell'anima. Voi sapete, come non v'è cosa più fragile e incerta della vita umana; e il cuore mi dice che dobbiate essere chiamato da Dio più presto che non credete». Immaginate la faccia dello sconosciuto - che tra l'altro era in ottima salute - nel sentirsi preannunciare la morte imminente. Un altro ci avrebbe riso sopra, ma probabilmente il giovanotto sapeva chi era quel prete e rispose che era pronto a confessarsi anche subito. Antonio Maria lo prese sottobraccio fino alla chiesa dove quello, riconciliatosi col Signore, si preparò al gran passo. Tornato a casa, informò parenti e amici della sua incredibile avventura; pochi ironizzarono, i più lo presero sul serio sapendo da dove veniva la notizia. Difatti, il giorno dopo il giovane morì in un incidente. Ai funerali, la chiesa non riusciva a contenere la folla accorsa per ascoltare lo Zaccaria.
Capitolo XII
Testamento spirituale
Se era così bene informato sulla vita degli altri, sicuramente lo era ancora di più sulla sua. Si spiegano in tal modo anche le tre ultime lettere inviate da Guastalla e che sono come il suo testamento spirituale. Da Milano, intanto, gli scrivevano reclamandolo sia alla sua comunità che alle angeliche e alle conferenze dei coniugati. In una decina di giorni stende tre lunghe lettere, destinate a ciascuna delle tre famiglie: alle angeliche il 10 giugno 1539, nella persona della loro guida e maestra, Antonia Paola Negri (o, secondo altri, la priora, Battista da Sesto); ai confratelli il giorno seguente, tramite padre Soresina, il più giovane dei primi otto compagni, da lui prediletto per la semplicità e il candore dell'anima; e ai Maritati il 20 giugno, rivolgendosi ai coniugi Omodei. Purtroppo, di tali lettere non possediamo gli auto-grafi: i testi ci sono stati tramandati da copisti. Quello destinato alle angeliche non è di facile interpretaone, soprattutto alla luce di quanto avverrà diversi anni dopo: Antonio Maria dimostra grande stima per la straordinapersonalità carismatica della Negri, ma probabilmente si rende conto che certi suoi atteggiamenti fuori dell'ordinario potrebbero sviare le angeliche più giovani. E allora lascia capire i rischi a cui potrebbe andare incontro la comunità: «Cara madre», afferma tra l'altro lo Zaccaria, «se vi contenste, io vorrei manifestarvi la libertà che hanno i gran santa e [vorrei manifestarvi] come quello che, per altezza di erfezione, è in loro una esperienza e un segno certo di santà consumata, sarebbe in noi [invece] occasione di manifea rovina, ovvero segno inevitabile di non esserci ancora spogliati delle prime e inveterate nostre usanze. [...] Né vi dirò quelle cose che voi sola intendereste, ma quelle che anche dalle angeliche nostre potrebbero essere intese, lasciando a voi, nel vostro interiore, di ruminare il resto». A questo punto, passa a illustrare con ricchezza di particolari un comportamento strano, in apparenza tutt' altro che virtuoso, che certi santi ostenterebbero di proposito per nascondere la propria virtù. Come dire che non bisogna giudicare una persona dalle apparenze. E cita il caso di Barnaba (le lettera reca la data della vigilia della festa liturgica del compagno di Paolo) quando presentò l'apostolo da poco convertito ai cristiani di Gerusalemme piuttosto diffidenti: nel descrivere un immaginario santo o santa (ma curiosamente gli aggettivi sono tutti al femminile!), egli afferma che alcuni possono sembrare pieni di difetti, ma se si va oltre l'apparenza spesso coperta dal velo dell'umiltà, se ne colgono le vere qualità. Qualcuno, anni dopo, vedrà nelle espressioni usate dal fondatore la profezia della fine ingloriosa riservata alla Negri. «Madre mia cara», aggiunge Antonio Maria avviandosi alla conclusione, «io direi delle altre cose, ma non vorrei che mi si volesse male. Però voi loro potete dire il resto. Solo questo dirò: che diciate alle angeliche che esse non usino, né prendano simile licenza, ché certo br prometto (le assicuro) che in loro ritroverebbero effetti contrari [a quelli che avvengono] a quella persona; e dove (mentre) dovrebbero crescere nelle perfezioni grandi, decrescerebbero forse fino all'inferno della imperfezione imperfetta. Pertanto a loro non convengono ciance, ma strettezza (rigidità) di silenzio a br posta (conforme al loro stato). Così, non sta loro bene operare, parlare o pensare senza interiore o esteriore licenza; così, il non rompersi (rinnegarsi), ma andar dietro alle loro voglie, le nutricherebbe (nutrirebbe) a morte, perché le loro voglie sono di carne. Il grado (l'autorità) accrescerebbe loro presunzione; il sapere, superbia; la distrazione le rilasserebbe; il non sollecitarsi nell' annegazione (rinnegamento) del proprio volere, anche in cose buone, non solo le renderebbe rozze, ma al tutto (completamente) le ritirerebbe dal desiderio di Paolo e sua vita. Pensate e vedete, in effetto, quale danno loro fa il desiderare le proprie comodità, il bere dolcemente, se non il vino e cibi di fuorivia (speciali), almeno un poco di sentimento spirituale e l'inghiottire un poco di compiacenza di se stesse: se non son cieche, ciò br mostra quanto mal pro loro faccia. Dite loro, adunque, che questo Paolo predica loro un Cristo crocifisso da ogni banda: non esso solo Cristo, ma in loro stesse (non crocifisso lui solo, ma crocifisso in loro stesse); e questa parola sola, pregatele a ben masticarla. E se per la loro grossezza (grossolanità) non la intendono bene, dite alla mia maestra Paola (un modo retorico, ma efficace, di rivolgersi alla stessa persona, ndr) che loro la dichiari (la spieghi a loro), che quella lingua infuocata e ben profilata (affilata) supplirà a quello che io br direi». Poi, il secco finale: «Né più, cara madre. Di V[ostra] C[arità] padre e figlio Antonio Maria prete». Una cosa sorprende in questo testo: di solito, lo Zaccaria parla chiaro, senza sottintesi; qui invece dice e non dice, lascia capire tra le righe non senza qualche ambiguità, quasi temesse di offendere qualcuno. Tutto è all'insegna dell'incertezza, lasciando spazio a interpretazioni contrastanti. Chi scrive preferisce comunque interpretarla come una rispettosa messa in guardia, tipica di un testamento, più che come una profezia: infatti, l'amore per la verità e per la santità dei suoi figli spirituali avrebbe spinto il santo a parlare e - soprattutto - ad agire in modo ben diverso se ciò che egli prospettava come ipotesi fosse stato realtà.
«Crescere di continuo»
Non dimentichiamo che, da buon medico, Antonio Maria conosceva le sue precarie condizioni di salute e sapeva che sarebbe morto presto. Del resto, nella lettera al Soresina il tono si fa addirittura drammatico, ma qui non si tratta più di una ipotesi: lo Zaccaria deve rimproverare il discepolo che gli è sempre stato talmente caro per la sua semplicità, al punto di avergli dato in cura «tutto quel tesoro che io ho nelle mani» e al quale scrive, visto che manca di sincerità verso il suo superiore (padre Morigia): «Il desiderio mio fu sempre di vedervi crescere di momento in momento; e quando per caso mi fosse parso che non aveste risposto al mio animo compitamente come desideravo - ancorché lo aveste fatto per ignoranza, ovvero semplice inavvertenza, e non per malizia - mi era una coltellata in mezzo al cuore. Ma di più ancora quando il fallo (mancanza) fosse [ac]caduto verso gli altri, perché più mi dolgono le imperfezioni commesse verso gli altri, che verso di me; come, per il contrario, ricevo maggior contentezza dagli atti virtuosi fatti verso gli altri, che non se li aveste usati verso di me». Poi, dopo una breve digressione sulla gioia di Paolo nel vedere Timoteo e Tito «ferventi amatori del guadagno del prossimo», entra nel vivo: «Vi dirò una parola, cordiale messer Battista. Ho inteso - e non senza grande mio affanno - che non usate la semplicità con il padre proposto, quale solete usare con me, ma che gli andate doppio (fate doppia faccia): cosa che mi ha trapassato il cuore, e più avrebbe fatto, se in tutto vi avessi creduto. Ohimè! che cosa sarebbe la vostra, se fosse vera? Di chi mi potrei gloriare, se questo misfatto si verificasse in voi, quale (che) nel mio cuore porto come quello che mi debba portare ogni allegrezza? Povero me! Se tutti i miei figlioli hanno si poca cura di accontentarmi, meglio sarebbe che mai li avessi partoriti [piuttosto] che poi bastardassero (tralignassero)». Dopo averlo esortato a «correre schietto e semplice con ognuno», aggiunge: «Se per avanti non vi vedrò mutato in tutto, e correre a questo passo, che sempre [...], vedendo me o mia similitudine, o in me o negli altri vediate come Gesù Cristo [...] in propria forma (in persona), non mi contenterò di voi, e pregherò il Crocifisso che mi levi dalla terra». Ma dalla minaccia passa subito alla speranza di un ravvedimento: «Non più; perché son certo che - ancorché aveste fallato (sbagliato), e fallato per malizia - non fallerete più, e che sarete schietto e semplice e con messer Giacomo Antonio [Morigia], e con tutti». La conclusione contiene un rapido saluto ai primi compagni, alcuni dei quali identificati con una pennellata che li caratterizza: «Raccomandatemi», così lo Zaccaria, «al mio diletto messer Dionisio [da Sesto], e al fedele Giovanni Giacomo [de Casei], e al basso (umile) messer Francesco [Crippa], e all'amatore di patire messer Giovanni Antonio [Berna]; ai miei cordiali Giovanni Antonio [Dati] e Tommaso [Dati], e all'affaticato messer Camillo [Negri], e allo stizzosetto Righetto [Ulderico Groppelli] e al semplice messer Corrado [Bobbia]. Così salutate messer Filippo e Janico, messer Modesto con la sua donna (moglie), messer Bernardo [Omodei] e i figlioli, il nipote di messer Giovanni Antonio [Berna], e i miei amabili messer Baldassare [Medici] e messer Gian Pietro [Besozzi], e tutti gli altri. E in nome mio domandate la benedizione ai miei reverendi padri, e al padre proposto (Giacomo Antonio Morigia) e messer Bartolomeo [Ferrari], ai quali non scrivo, perché Cristo br scriverà nel cuore, né loro raccomando alcuna cosa, perché ogni cosa èsopra delle loro spalle. Cristo compia la mia soddisfazione in voi. Vostro in Cristo padre Antonio Maria prete».
«Santi grandi»
L'ultima lettera è per due coniugi appartenenti alla nobiltà milanese, Laura e Bernardo Omodei, membri del gruppo dei coniugati di san Paolo: è un piccolo capolavoro di spiritualità laicale, scritto veramente col cuore e del quale egli stesso raccomanda vivamente la lettura. Quel 20 giugno 1539 era un venerdì e nella sua celletta di Guastalla lo Zaccaria, ormai consumato da una febbre che non gli avrebbe lasciato scampo, mette la parola fine alla sua vorticosa attività apostolica. Non a caso, tra gli scritti del fondatore, è quello che è stato più frequentemente stampato e diffuso. Ciò che gli sta a cuore lo dice subito: «Dandovi a Cristo, desidero di voi che non cadiate in tiepidezza, ma che cresciate di continuo; perché se per caso vi lasciaste allacciare dalla tiepidezza, non diventereste spirituali, ma sareste più presto carnali, e - per meglio dire il proprio suo vocabolo - sareste diventati più presto farisei, che cristiani e spirituali». Fin dagli anni cremonesi, Antonio Maria aveva presentato ai suoi uditori laici raccolti nel cenacolo dell'Amicizia, il quadro della «vita spirituale vera» e aveva affermato a chiare lettere che il «talento più prezioso è lo spirito». Nella lettera ai due amati coniugi, lo Zaccaria incalza con un vibrante richiamo al grande ostacolo che insidia la vita interiore e mina la via della santità. Il fariseismo per lui è la mediocrità, e precisa: «Il tiepido ovvero fariseo, fa questo: che, convertendosi, lascia i peccati grossi, ma si diletta poi di quelli piccoli, ovvero non ha rimorso di coscienza dei peccati piccoli». Segue una serie di esempi: il tiepido non bestemmia né offende, ma perde la pazienza facilmente, si impunta; non dice male degli altri, ma passa il tempo in chiacchiere inutili; prega per un paio d'ore, poi per il resto vive distratto; non cerca gli onori, ma se lo si loda ci trova gusto; evita le cose illecite, ma vuole tutte le lecite: insomma, vuole il bene solo in parte. Diventare spirituale significa tagliare via da sé le parole inutili, evitare i modi stizzosi, fuggire gli onori, astenersi da ciò che si fa per sola sensualità e anche dal pur legittimo rapporto coniugale «per più bellezza e accrescimento della castità», tenere la mente costantemente rivolta a Cristo. «Dolce madonna Laura», prosegue lo Zaccaria, «e voi, caro messer Bernardo, pigliate e pensate le mie parole con l'affetto con cui le dico. Perché non dico che facciate ogni cosa in un giorno, ma ben dico: vorrei che aveste l'occhio vostro a fare ogni dì qualche cosa di più, e scemare (diminuire) ogni di qualche appetito (tendenza) e sensualità, anc'orché vi fosse concessa; e questo per amore di voler crescere in virtù e diminuire le imperfezioni, e fuggire il pericolo di cadere in tiepidezza. [...] Vorrei, e desidero - e voi siete atti, se volete - che diventiate gran santi, purché vogliate crescere (sviluppare) e restituire più belle quelle parti (doti, talenti) e grazie al Crocifisso, dal quale le avete [avute]. Io, per tenerezza e affetto d'amore che vi ho (che ho per voi), pregovi vogliate essere contenti di compiacermi in questo. Perché io so il colmo della perfezione, io so l'abbondanza delle grazie, io comprendo i frutti che vuol fare il Crocifisso in voi». Dopo aver esortato i due sposi a coltivare, insieme alla perfezione personale, quella del proprio coniuge, il santo afferma di aver scritto «non con la penna, ma con il cuore», si scusa di non poter continuare «per la stracchezza (stanchezza) del corpo» e invoca su Bernardo e Laura la benedizione del Signore, firmandosi «Vostro in Cristo fratello e quanto voi stesso Antonio Maria prete». Nella seconda lettera che abbiamo citato, troviamo dei nomi che non abbiamo ancora incontrato se non di striscio: ad esempio, quello di Dionisio da Sesto, il fratello barnabita dell' angelica Battista, la prima priora, di cui la consorella Paola Antonia Sfondrati racconterà cose molto edificanti ncostruendo Origine e progressi del monastero di S. Paolo in Milano. Dionisio aveva preso l'abito dallo Zaccaria nella notte di Natale del 1534 e dirà la sua prima messa il 25 gennaio 1540. Di Giovanni Giacomo de Casei sappiamo che fu tra i primi cinque compagni di Antonio Maria, e sicuramente il primo a vestire l'abito il 10 giugno 1534. Rimarrà sempre laico, dopo aver cambiato il proprio nome (nel luglio 1540) in quello di Paolo Antonio. Nemmeno Francesco Crippa, che prese l'abito il 15 agosto 1534 insieme al Ferrari, volle essere ordinato prete. Sarà il primo del gruppo iniziale a morire, a soli 40 anni, il 14 settembre 1542. Giovanni Antonio Berna, rimasto a lungo semplice "postulante", farà la vestizione soltanto nel febbraio 1540 e la professione nel 1546. Il Morigia, per metterlo alla prova, gli aveva comandato di accusarsi ogni giorno davanti a tutti delle mancanze commesse, dopo di che per penitenza doveva andare al mercato a comprare verdura o pesce, flagellarsi in duomo o chiedere l'elemosina all'ingresso delle chiese. Morirà nel 1576, vittima della famosa peste di san Carlo. I fratelli Dati non durarono a lungo nella congregazione: Giovanni Antonio dovette rientrare in famiglia per ragioni di salute, mentre Tommaso fu licenziato dal capitolo perché insofferente dell' autorità. Quanto a Camillo Negri, Antonio Maria lo definisce «l’affaticato», parola che, sulla bocca di un medico, voleva dire di poca salute: morirà infatti a soli 35 anni. Lo «stizzosetto», invece, era Ulderico Groppello, l'ultimo accettato nella congregazione mentre era vivente lo Zaccaria. Ordinato sacerdote nel 1541, ricoprirà alcuni incarichi di rilievo, ma nel 1552 abbandonerà il gruppo insieme ad alcuni seguaci della Negri. Dieci anni dopo chiederà di essere riammesso, ma la domanda verrà respinta. Di Corrado Bobbia, infine, si sa poco, salvo che fu accettato nel 1538, ma per la malferma salute dovette tornare a casa, morendovi nel 1543. Del Besozzi diremo più avanti, perché si tratta di un personaggio importante nella storia dei primi barnabiti, tanto da essere definito come un secondo fondatore dell'ordine. Tra l'altro, al suo generalato sono in parte legate le sorti di Paola Antonia Negri.
Capitolo XIII
L'ultima lezione
Il 20 giugno 1539, nello scrivere a Bernardo e Laura Omodei, lo Zaccaria parlava come si è visto di quella «stracchezza del corpo» che lo stava ormai riducendo agli estremi. Alla debolezza dovuta ai continui strapazzi si unì una febbre sempre più insistente che lo costrinse a letto. Impossibile rientrare a Milano, troppo lontana da Guastalla per un malato in quelle condizioni. Certamente, oltre alle conoscenze che la sua professione gli consentiva, Antonio Maria ebbe anche una illuminazione dall'alto, poiché affermò chiaro e tondo a chi lo assisteva che egli sarebbe morto durante l'ottava della festività liturgica degli apostoli Pietro e Paolo. Cosa che avvenne alle 15 del 5 luglio. Per questo, sentendo avvicinarsi la fine, chiese di essere portato a Cremona, da sua madre: lei lo aveva dato alla luce e lo aveva educato alla fede; con lei accanto voleva lasciare questa terra. Ad accompagnarlo nel non facile viaggio fu Bonsignore Cacciaguerra (1495-1566), un mercante senese che, dopo un passato burrascoso, si era convertito trasferendosi a Roma e, una volta ordinato sacerdote, si era dedicato soprattutto alla diffusione della pratica della comunione frequente (che per lui significava quotidiana). Grande amico e collaboratore di Filippo Neri, in un certo senso gli aveva aperto la strada per la fondazione del suo famoso Oratorio. Il Cacciaguerra era venuto a Milano verso la fine del 1538 per consigliarsi con qualche santo sacerdote sulla propria definitiva scelta di vita e, in particolare, sull' arte di assistere i malati. Per qualche tempo fu messo alla prova dallo Zaccaria, il quale nel vederlo gli disse: «Io vi vorrei dare due o tre ferite nel cuore, per vedere quello che vi è dentro». Da allora tutti, compresi gli stessi novizi cominciarono a provocarlo nelle forme più irriverenti: chi gli tirava la barba dicendogli che era troppo ricercata; chi gli stropicciava la veste perché troppo lussuosa; chi lo prendeva in giro per le sue cortigianerie e il suo orgoglio; nel vederlo rosso di vergogna, il santo aggiunse: «Voi avete ancora del marcio». Poi concluse l'esame: «Abbiamo preso un po' di sicurtà (libertà) con voi!». E il Cacciaguerra, nel raccontare l'episodio nella sua autobiografia, commenta: «Uomini veramente terribili erano quei reverendi nel mortificare le persone che gli andavano alle mani». Rimessosi in viaggio, a Cremona si sarebbe imbarcato sul Po alla volta di Ancona per poi raggiungere Roma via terra. Saputo però che lo Zaccaria era gravemente ammalato, decise di fermarsi alcuni giorni a Guastalla presso di lui. Quando Bonsignore arrivò, tra i due si rafforzò, per una di quelle strane intuizioni tipiche dei santi, l'iniziale forte sintonia, tanto che l'infermo lo pregò di accompagnarlo dalla madre. A Guastalla, intanto, la notizia della imminente partenza di Antonio Maria e, soprattutto, quella sua strana profezia circa la prossimità della morte, suscitarono viva emozione nella gente, anche perché tutti si rendevano conto che non l'avrebbero più rivisto al castello. Una folla silenziosa e commossa assistette alla partenza. Il santo arrivò a Cremona spossato. Possiamo immaginare la dolorosa sorpresa della mamma nel vederlo così malridotto. Lui non fece mistero delle sue condizioni, pensando soprattutto a prepararsi al gran passo. La donna mobilitò subito i migliori medici della città, i quali accorsero al capezzale del figlio tentando il tutto per tutto per salvarlo. Ma c'era poco da sperare; a rendere ancor più drammatica la situazione contribuì una improvvisa febbre acuta che avrebbe tormentato il Cacciaguerra per una quindicina di giorni e della quale egli avrebbe poi dato spiegazione: poiché lo Zaccaria lo aveva invitato a comunicarsi e a pregare per lui, l'amico «fece la mattina orazione per la salute di quell'anima sofferente offrendosi al Signore di patire in se stesso ogni tribolazione e fu esaudito». Questa solidarietà nel dolore rivela grande stima e amicizia da parte di Bonsignore ed è tanto più notevole se pensiamo a come lo Zaccaria lo aveva trattato durante il breve soggiorno nel convento di Milano. Il Gabuzio parla di dure prove spirituali a cui fu soggetto Antonio Maria in quelle ore tremende: di fronte alla morte anche ai santi, che pure hanno la coscienza a posto, può capitare, pensando al giudizio divino, di riconoscersi grandi peccatori e di sentire paura. Confidandosi con Bonsignore, Antonio Maria dirà di aver superato la tentazione pregando intensamente e affidandosi alla misericordia divina. Dopo di che i presenti lo videro illuminarsi di gioia. Poco dopo rivelò ai suoi una curiosa scena: gli era apparso il Signore mostrandogli il futuro dell'ordine; poi, ecco san Paolo a intercedere affinché fosse prolungata la vita dello Zaccaria, il cui governo si rivelava indispensabile per l'intera opera, mentre gli altri apostoli che gli facevano corona lo invitavano a condividere con loro la beatitudine del paradiso. Antonio Maria era pronto ad accettare «volentieri», così attesta il Soresina, la volontà di Dio, quale che fosse stata. Intanto, a Milano erano arrivate le voci dell'improvviso aggravarsi delle condizioni del fondatore: subito si diressero a Cremona il Ferrari e il Soresina, accompagnati da Serafino da Fermo e - a quanto sembra - dalla Negri. Approfittando delle poche ore che ancora gli rimanevano da vivere, il santo raccomandò ai presenti la fedeltà alle scelte fatte, insistendo sull'amore verso il Crocifisso e la Vergine Maria. Poco dopo sopraggiunse anche la mamma: Antonio Maria la invitò a non piangere per la sua partenza, perché presto lei l'avrebbe raggiunta in paradiso. Da quel momento, Antonietta Pescaroli non si mosse più dal capezzale del figlio, detergendogli il sudore (faceva molto caldo quel 5 di luglio) e suggerendogli delle giaculatorie. Accanto a lei, l'angelica Paola Antonia: «E’ significativo», nota acutamente monsignor Erba, «che Antonio Maria, così austero con se stesso, abbia voluto in fin di vita essere condotto a Cremona, come per tornare alle origini della sua vita, per morire assistito dalle due donne da cui ha ricevuto la vita: la mamma e Paola Antonia Negri. È come dire che dietro a un grande uomo c'è sempre una grande donna».
«Quale grave perdita»
Il 5 luglio all'infermo venne data la santa unzione: lui seguì attentamente il rito con lo sguardo rivolto al Crocifisso. Poi, dolcemente si spense verso le tre del pomeriggio, poco prima che le campane della vicina chiesa annunciassero i vespri dell'ottava degli apostoli Pietro e Paolo. Il Soresina, sopraffatto dalla commozione, si ritirò a piangere in una stanza attigua. Mancava, fra i testimoni delle ultime ore, il Cacciaguerra ancora in preda alla febbre, ma che tuttavia, appena venne informato della morte dell'amico, esclamò: «O Cremona! se tu sapessi chi è partito ora da questa vita! Quale grave perdita!». Cominciò presto l'afflusso dei cremonesi per rendere omaggio al loro grande concittadino: davanti all'ingresso del palazzo si formò una lunga coda di gente, costretta ad attendere con pazienza per ore il proprio turno: chi entrava, infatti, non si accontentava di uno sguardo alla salma e di una preghiera: tutti volevano baciare la mano di Antonio Maria, molti sostavano in ginocchio chiedendo la sua intercessione per un bisogno materiale o spirituale; altri accostavano alla salma degli oggetti o, di nascosto approfittando della calca, cercavano di tagliuzzare un lembo della sua talare per farne reliquia. La strana processione fu interrotta in serata, mentre a vegliare la salma durante la notte rimasero soltanto pochi intimi, tra cui la mamma e alcuni sacerdoti. Il mattino seguente, la bara scoperta fu trasportata per un primo rito di suffragio nella chiesa parrocchiale di S. Donato, già gremita di fedeli: intervenne quasi certamente il vescovo suffraganeo in assenza del titolare, il cardinale Benedetto Accolti, che gestiva il governo della diocesi per mezzo di sostituti. Non ci fu orazione funebre durante la messa, ma dello Zaccaria parlò la gente. Ognuno diceva la sua: c'era, tra la folla, chi lo aveva conosciuto da ragazzo; c'erano alcuni pazienti che erano stati curati da lui ai tempi in cui esercitava la professione medica; c'erano quelli che avevano ritrovato la via della fede grazie alla sua predicazione o confessandosi da lui; tutti in certo modo gli erano debitori di qualcosa, parlando di lui come di un santo. Bisognò lasciare la bara così esposta per due giorni e due notti. Le esequie si svolsero sempre in S. Donato, dove Antonio Maria già otto anni prima, mediante un legato testamentario, aveva fatto erigere un altare in onore della conversione di san Paolo. Ma non sarebbe stata lì la sua ultima dimora. Si pose subito il problema di dove seppellirlo: Cremona lo reclamava come sua città natale, ma da Milano i chierici di san Paolo, le angeliche e i coniugati fecero subito sapere che il fondatore avrebbe senz'altro riposato accanto a loro. Così infatti fu deciso, e l'8 luglio si snodò il corteo verso il capoluogo lombardo: una trasferta durata parecchie ore perché, a ogni paese attraversato, bisognava sostare per consentire a gruppi di fedeli, guidati dai parroci e inalberando una grande croce tra centinaia di lumi accesi, di rendere omaggio al defunto. A Milano, poiché i chierici regolari non avevano ancora una sede stabile e una propria chiesa, il viaggio si concluse nel monastero delle angeliche, dove era già pronta la cripta sotto la chiesa di S. Paolo Converso, che era ancora in costruzione. In segno di speciale devozione, le religiose si divisero le corde con le quali era stata legata la cassa mettendosele attorno al collo: un gesto istituzionalizzato più tardi, con l'approvazione di Roma, come parte dell'abito delle angeliche, le quali per diverso tempo portarono una cordicina al collo in memoria del fondatore. Leggiamo in un manoscritto di Memorie, che porta il titolo originale di Ristretto della vita et virtù del padre Antonio Maria Zaccaria redatto da un' angelica anonima, che probabilmente va identificata con Agata Sfondrati morta nel 1631, che «fu tanto estremo il dolore et così copiose le lagrime di ciascuna angelica, che si credevano di scopiare et morire col loro padre, perché l'amavano svisceratissimamente più che gli suoi propri padri carnali. Racolsero quel caro tesoro del cadavero del beato padre, oltre all'estrema tenerezza et lacrime, con somma reverentia et divotione». La stessa testimone così prosegue: «Et di quando in quando aprivano la cassa, lo riverivano, spargevano lacrime et li baciavano gli piedi. Et non solo non le rendeva horrore, come sogliono li corpi morti, ma gli era ventura, gratia et solevatione grande l'essere favorite di poterlo andare a vedere et riverire. Et più di otto Madri che all'hora vivevano et sono state anche a' nostri giorni hanno affermato queste cose, con aggiungervi che non solo andavano a riverirlo, ma con somma simplicità et divotione li levavano destramente la muffa che veniva sopra il corpo con alcuni panicelletti. Et questo lo fecero per molto tempo, sino che venne un ordine generale da Roma che non si tenissero corpi morti sopra la terra; che per quest' ocasione lo sepelirno nel scurolo (il vestibolo che separava la cripta dal cimitero delle angeliche, ndr), nel camerino più piccolo, da mano sinistra, quasi sotto all'uscio del scurolo: ché più volte ciò hanno racontato quelle Madri che furono presenti, le quali ancora hanno detto che posero il benedetto Corpo fra due tavole».
Una straordinaria eredità
Antonio Maria se ne andò lasciando una traccia indelebile nella Chiesa e nella società di allora. La sua eredità appare tanto più straordinaria se si pensa al breve spazio di tempo nel quale il santo aveva svolto la sua missione, attuando concrete forme di vita e di apostolato, suscitando attorno a sé seguaci entusiasti e volonterosi in ogni strato sociale. Il suo "itinerario umano verso Dio" è ambientato nelle coordinate di un'epoca che, per quanto riguarda la pratica religiosa, non è diversa dalla nostra: quando Antonio Maria invita a "lasciare l'esteriore" per "entrare nel proprio interiore", si rivolge a persone che vivono in un contesto di "tiepidezza", di materialismo, di ateismo pratico non molto diverso da quello dei nostri giorni. E per lui entrare nel proprio interiore significa raccogliersi in se stessi per vivere in profondità un' esistenza non più debitrice alla "carne" e al "sangue" e "andare alla cognizione di Dio" per vivere "in famigliarità" con lui. Da qui la necessità di impedire che lavoro, divertimento, relazioni sociali, cura della propria persona ci prendano e ci occupino in misura tale da toglierci ogni spazio spirituale (e non è questo il dramma anche di tanti cattolici di oggi?). Lo Zaccaria questa tensione a superare la "carnalità" dell'esistenza, nutrendola di orazione e di contemplazione davanti all'eucaristia e al Crocifisso, la esige non soltanto dalla cerchia dei consacrati che lo hanno seguito (preti e suore), ma anche dai laici, e questo è un dato di evidente attualità: agli uomini del XX secolo lo ha ricordato in maniera esplicita il concilio Vaticano Il. Ma un'altra caratteristica colpisce nell'insegnamento di Antonio Maria: l'idea che egli si fa della sua epoca come di un «tempo della promessa del rinnovamento degli uomini e delle donne»; e non soltanto in relazione alle varie profezie che circolavano allora (autori la venerabile Arcangela Panigarola e il beato Amadeo), ma soprattutto alla evidente situazione di disagio in cui versava la Chiesa. Ora ci si domanda: sono poi così diversi quei tempi dai nostri? Non si avverte oggi lo stesso urgente bisogno di persone mandate «ad annunziare la vivezza spirituale e lo spirito vivo dappertutto», per usare le parole del santo alle angeliche? Chi volesse approfondire il dinamismo dell'insegnamento zaccariano e la sua eccezionale capacità di penetrazione deve rifarsi agli Atti capitolari, tuttora inediti, la cui attenta lettura è ricca di sollecitazioni spirituali, poiché ci fa sentire il clima che doveva regnare nei Tre Collegi, ma soprattutto fa emergere l'attualità del carisma del fondatore e dei suoi primi seguaci, a cominciare dall'angelica Paola Antonia.
Capitolo XIV
Con la "divina madre"
Non c'è dubbio che la morte prematura di Antonio Maria ebbe ripercussioni gravi sul processo di crescita e di assestamento delle tre strutture animate dal suo carisma. Toccò anzitutto a padre Morigia - che già aveva preso le redini dell'ordine - gestirle nel segno della continuità. Il 10 dicembre 1543 una nuova bolla di Paolo III arrivò a confermare definitivamente i propositi del fondatore e dei confondatori, conferendo ai chierici regolari di san Paolo l'esenzione perpetua. Ora essi dipendevano esclusivamente dalla Santa Sede. Cominciarono così a estendere la loro opera riformatrice ben oltre la cerchia dei Navigli, aggiungendo poi alla missione di Vicenza, già aperta da Antonio Maria, quelle di Verona, di Venezia e di Ferrara. L'influsso esercitato in quel periodo da tutte e tre le famiglie zaccariane fu enorme, convogliando verso di essi numerose vocazioni soprattutto dal ceto nobile e dal patriziato cittadino. Ma contemporaneamente suscitò reazioni da parte di quei "demoni visibili" contro i quali lo Zaccaria aveva messo in guardia nell'attuare la riforma dei costumi. Non abbiamo molte notizie circa quello che avvenne negli anni immediatamente successivi: nel 1544 muore il Ferrari e due anni dopo lo segue il Morigia. Dissolta così la "pentarchia" (formata da Zaccaria, Ferrari, Morigia, Torelli e Negri) che aveva guidato i tre gruppi fino al 1539, a esercitare un'autentica supremazia sui paolini fu la stessa Negri, chiamata "divina madre" (un epiteto, quel "divina", abitualmente usato nel Cinquecento senza che avesse il significato letterale odierno) e "Guida" spirituale di religiosi, religiose e laici, che vedevano in lei l'erede dell' insegnamento e del carisma del fondatore, anche perché egli aveva voluto che non poche sue lettere venissero da lei controfirmate (con la famosa sigla A.P.A.), scrivendone inoltre una a suo nome. Il che non deve meravigliare, era anzi in linea con quanto sostenuto a suo tempo dal comune maestro fra Battista, il quale aveva consigliato chi vuol progredire nella via dello spirito di sottomettersi «a qualche persona, o sia frate, o prete, o monacho, o heremita, o secolare, o homo, o donna la quale habbia timor di Dio e habbia lume di discrezione». Del resto, data la comunione di vita e di intenti che caratterizzava quei primi paolini, nelle lettere della Negri non è difficile cogliere come un'eco e un ampliamento del magistero di fra Battista e di Antonio Maria. Così, ad esempio, quando esorta a «non più perder tempo, ma affrettare i passi nel vero e cristiano corso» e aggiunge: «Or dunque, spiriti dolcissimi, non più corriamo il corso dei freddi, tiepidi e negligenti», essa riecheggia il «correre come matti» e la lotta a «madonna tepidità» dello Zaccaria. E se il santo chiede alle novizie di «sollecitarsi nella rinuncia del proprio volere anche in cose buone», la Negri in una lettera ad Angelo Michiel, splendida figura delle origini paoline, si firma: «Quella che desidera siate vincitore del sangue e carne vostra». La sua personalità esuberante esercitava una forte attrattiva su quanti l'avvicinavano e non si contavano le conversioni da lei ottenute tra persone di ogni ceto sociale. Ciò spiega la sua indiscussa leadership sui Tre Collegi, già riconosciuta dallo stesso fondatore. Scomparso il Ferrari, sino a tutto il 1552, gli Atti capitolari confermano la presenza trascinatrice della Negri. Si possono citare al riguardo alcuni esempi: il 29 maggio 1544, il capitolo doveva discutere l'accettazione di un certo Angelo da Venezia. La "divina madre", dopo che i presenti si erano espressi, si riservò «la voce (il voto) in petto. Di poi cominciò lei con i suoi divini argumenti», proponendo che la vestizione di Angelo fosse differita, e nonostante che il postulante si voltasse «alla madre nostra pregandola che fosse contenta di fare opera che fosse accettato e vestito», lei riconfermò la sua decisione. Il capitolo passò poi a discutere sulla professione di Gerolamo Marta. E qui, leggiamo ancora negli Atti, «la divina matre nostra con l'occhio suo acuto et penetrabile (penetrante)» affermò che non gli avrebbe dato il suo voto «se non li prometteva di acquistare una invincibilità di animo, una carità infaticabile nel prossimo et una hilarità santa». E al termine della seduta, l'estensore del verbale della riunione conclude: «La divina matre nostra (…) se ne tornò al sacro loco suo [S. Paolo Converso, ndrl lasciandone tutti accesi de ardenti desiderii della professione per li salutiferi documenti che facendosi le cose predette n'havea dati, che ben è cieco chi da tutte le sue operationi non prende cibo et sub-stantia di vita eterna, già che si vede manifestamente Christo habitare per gratia in lei et per lei operare cose mirabili et sopra di lei havere fondato e ripossato (riposto) tutta questa fabrica di Paolo. Lo quale esso Signor nostro si degni conservare et augmentare a honore suo. Amen». Alla morte del Morigia (13 aprile 1546), viene eletto superiore padre Gianpietro Besozzi, che può considerarsi quasi una creatura della Negri. Nel cominciare il suo mandato, egli riceve dai confratelli la promessa di fedeltà e obbedienza davanti a «molte persone et non senza la corporal presentia della reverenda guida et matre», mentre scaduto il primo triennio viene confermato in carica dopo che il capitolo ne ha avuto facoltà da Paola Antonia, la quale figura sempre come prima responsabile e ispiratrice della vita dei paolini: infatti rimprovera, esorta, ammonisce l'intera comunità e, quando è impegnata nelle missioni venete, scrive ai membri dei Tre Collegi per guidarli spiritualmente. In ogni caso, il parere della Negri era tenuto in gran conto dai paolini: quando si inaugurò la nuova sede di S. Barnaba a Milano, fu lei addirittura a decidere la distribuzione delle camere. Se si trattava di aprire altre missioni, come a Brescia, Padova, Ferrara e Cremona, i barnabiti si rimettevano a lei, convinti che vedesse «più longi» di loro.
Un magistero che continua
Per cogliere in tutta la sua portata la temperie spirituale e la perfetta sincronia con cui si muovevano i Tre Collegi, bisogna quindi rifarsi all' epistolario dell' angelica, che tra l'altro rivela una straordinaria capacità di rileggere la Scrittura attualizzandola. Lo spazio non consente di approfondire la materia, che sarebbe particolarmente stimolante. Ci limitiamo a citare un esempio per tutti: commentando il testo paolino di «quelli che corrono nello stadio, ma uno solo riceve il premio», Paola Antonia si domanda: «E chi è questo che lo riceve? Quello che è uno e non è diviso». Ne segue, sempre secondo l'angelica, che: «Uno non è chi gustando delle consolazioni celesti, ancor vuole le sensuali. Uno non è chi aspirando alle ricchezze eterne, non lascia l'amore e l'avarizia delle temporali. Uno non è chi correndo per la pazienzia, non vuole esser del tutto paziente, ma in quello che a lui par di haver torto. Uno non è chi considerando la futura gloria, si diletta della presente. Uno non è chi dandosi alla carità del prossimo, pur vorrebbe esercitarsi solamente come e quando a lui piace. Uno non è chi volendo giovare, si contrista se da altri non gli vien giovato. Uno non è chi fa professione di amare in Giesù Christo, se si duole che altri per l'istesso fine venghino amati. Uno non è chi della sua humiltà insuperbisce. Uno non è chi mortificandosi in una parte, si vivifica dall'altra. Uno non è chi hora ama il silenzio, hora si diffonde in superflue parole. Uno non è chi hora si dà all'orazione, ora alla distrazzione. Uno non è chi raffrena la curiosità de gli òcchi e orecchie esteriori, ma lascia scorrere dove vogliono gli interiori. Uno non è chi in parte obbedisce e in parte fa il suo volere. Uno non è chi in parte crede, in parte non crede; in parte ha fede, in parte non ha fede. Uno non Uno non è colui la cui mente pensa bene di quel tale solamente che piace al suo intelletto, e non degli altri. Uno non è chi in parte si accusa, in parte si scusa a torto. Uno non è chi servendo Dio e per quello operando, vuol nondimeno e la grazia e la buona opinione degli huomini senza riferirla a Dio. Uno non è chi vuole che la mente sua sia unita con Dio, pur nondimeno a tempo la rilassa nelle cose impure. Uno non è chi parla quel che in cuor suo non sente, ma altro ha nell'animo e altro nella bocca e non è in fatti quello che dimostra in parole. Uno non è chi a tempo vuol fare il tutto, a tempo irritato da piccola cosa nulla vuol fare o solamente parte. Uno non è chi disprezzando il mondo, pur si trattiene col mondo. Uno non è chi volendo tutto Dio, non dà tutto se stesso a Dio. Uno non è chi volendo esser casto, pur prende qualche diletto nella carne. Uno non è chi dandosi alla sobrietà, alle volte incorre nella vituperabile sazietà. Uno non è chi resiste, e non in tutto resiste; chi vince, e non in tutto vince; chi ama, e non fedelmente ama; e chi ama altro che Dio e per Dio. Uno non è chi vuol patire, ma non in tutto patire quel che Dio vuole che egli patisca. Uno non è chi si humilia, ma non da altri essere humiliato. Uno non è chi non è in santa unione con tutti, e che tutti non ama per Dio, tutti non tollera per Dio. Uno non è chi avendo tolto a contristare la propria carne e se stesso, teme per Dio contristare gli altri. Uno non è chi volendo vivere in timor di Dio, non tiene in tal timore gli altri a sé suggetti. Uno non è chi volendo il Cielo, vuole ancor la terra; chi camminando secondo lo spirito, compiace nondimeno molte volte alla carne. Uno non è chi vuol amare Dio, ma non odiar se stesso e le cose sue. Uno non è insomma chi non si è abbassato in Dio, volendo, pensando, parlando e operando solamente quello che a lui piace e tutto il resto tralascia». Impietosa nello smascherare e nel correggere i difetti altrui, Paola Antonia non manca di denunciare schiettamente anche i propri, riconoscendosi affetta da tenerezza, delicatezza, sensualità, comodità, arroganza, superbia e parzialità. A un certo momento decide di assentarsi un po' dai paolini perché cessino - così scrive - «le emulazioni, le invidie, le concorrenzie, li sdegni, le doppiezze, le mormorazioni e altri mali che nascevano per causa mia». Costante nella Negri come nei suoi maestri è il riferimento a Cristo e a Cristo crocifisso, oggetto di contemplazione e anima dell' apostolato: soltanto chi si è «gettato nella fornace ardente della carità di Christo e vi si è abbrugiato», afferma, soltanto chi si sarà «riscaldato al foco della croce», potrà conquistare anime al Signore. Rivolgendosi ai coniugati di san Paolo, l'angelica si colloca sulla stessa lunghezza d'onda dello Zaccaria circa la spiritualità che deve caratterizzare gli sposi cristiani. Nota al riguardo Andrea Spinelli: «Ai Maritati di Verona la Negri, mentre raccomanda di salutare le loro compagne, sottolinea come i coniugi debbano essere l'uno per l'altra, non già di ostacolo o di freno, ma di aiuto e di stimolo nel procedere di tappa in tappa verso le mete indicate dal Signore in un' autentica vita cristiana. Se poi uno dei due si trovasse a essere meno fervente o a uno stadio ancora incerto del cammino, toccherà all'altro darsi da fare. A messer Lunardo Lombardo, maritato di Venezia, la Negri, per mano della contessa Torelli, scrive: "Salutate la vostra compagna in nome mio e fate in modo che ella sia del Signore". Con fine pedagogia la moglie viene chiamata compagna, non già nel senso odierno che sembra voler diminuire il legame, ma proprio per indicare il comune cammino da percorrere, con l'esortazione che, strada facendo, altri fratelli siano conquistati alla sequela di Cristo. I coniugi, in forza del sacramento del matrimonio, oltre che come battezzati, diventano apostoli nel loro ambiente, nella vita di tutti i giorni, unitamente ai ministri consacrati. "Mi raccomando: datevi da fare per guadagnare fratelli e disponetevi a lavorare, se volete che venga da voi presto, come è mio desiderio. Vi ringrazio della conquista fatta, moltiplicate i lavoratori nella vigna di Cristo"». «Così, nell'invitare alla continenza e alla castità coniugale, Paola Antonia si rifà allo Zaccaria quando afferma che il matrimonio non è stato istituito per la semplice soddisfazione degli istinti: "La castità è quella singolare virtù che rende gli uomini da terreni celesti e da uomini angeli: essa è quel giglio profumato che rende l'anima gradita a Dio, quella che tanto piace a Cristo che solo da vergine e casta ha voluto nascere". Ma più avanti aggiunge con senso di discrezione: "Vi conviene ricordare che siete sotto la legge del matrimonio e non potete privarvi l'uno dell'altro, se non, come dice Paolo, qualche volta di comune accordo perché possiate dedicarvi alla preghiera". E dopo aver ricordato che "la carne e lo spirito non possono stare insieme, anzi sono contrari; quanto concederete all'uno, diminuirete all'altro, se sarete compiacenti alla carne o per la carne, contrasterete lo spirito", conclude: "E su questo argomento sia sufficiente, perché non mi è permesso parlarne più a lungo, inoltre so che mi capite"». Una cosa è comunque certa: per Paola Antonia, come già per il fondatore, una volta raggiunta una sufficiente maturità spirituale, occorre «partirsi fuori da se stessi, passando nei cuori altrui, predicando Christo con le parole, con l'esempio, con la vita»"; anche per lei esercitare l'apostolato significa «guadagnare anime a Christo crocifisso». Sono le stesse "parole di fuoco" di Antonio Maria.
Nella sede di S. Barnaba
Intanto, a Milano i Figlioli di san Paolo avevano inaugurato la loro casa madre accanto alla ricostruita chiesa dedicata ai SS. Paolo e Barnaba, ma detta comunemente di S. Barnaba: ne aveva benedetto la prima pietra, il 21 ottobre 1545, il Morigia. Cinque anni dopo un'altra bolla, a firma di papa Giulio III, giungeva a tutelare i beni che i chierici regolari possedevano o avrebbero in seguito acquisito: era un ulteriore riconoscimento alla loro opera missionaria. Ma il futuro non si presentava del tutto roseo: erano nuovamente in agguato i «demoni visibili» contro i quali lo Zaccaria aveva già messo in guardia i suoi figli.
Capitolo XV
Il «biennio temporalesco»
L'esperienza straordinaria dei Tre Collegi durò circa vent'anni. Pochi, purtroppo, e le ragioni si intuiscono. «Tale struttura», ha notato padre Giuseppe Cagni, «era avveniristica... per questo i tempi non seppero capirla. Ci vorranno altri centocinquant' anni perché nella Chiesa prendesse piede l'idea di monache senza clausura, e altri quattrocento anni per accettare l'idea della maturità cristiana dei laici e per coinvolgerli nella pastorale diretta». Tutto precipitò in un breve periodo che padre Antonio Gentili ha definito «biennio temporalesco». La bufera partì dal Veneto, dove da Vicenza la felice esperienza missionaria iniziata nel 1537 si era estesa a Venezia. La rete di amicizie e di "complicità" nella riforma, tessuta soprattutto dall'angelica Paola Antonia Negri, aveva finito per insospettire le autorità della repubblica Serenissima: all'inizio del 1551, barnabiti (ormai possiamo tranquillamente chiamarli così) e angeliche, oltre a diverse coppie di coniugati, furono accusati di spionaggio per conto del governatore di Milano Ferrante Gonzaga, cui era stretta da particolare legame la contessa Torelli, finanziatrice del gruppo. Ma forse questo fu solo un pretesto. Non si sbaglia pensando che desse chiaramente fastidio la grande autorità esercitata da una donna in una iniziativa apostolica che stava dilagando: non a caso fu presa di mira soprattutto lei, anche a motivo di quello stile "provocante" fino a risultare eccessivo e controproducente, che ne caratterizzava l'azione. Brevemente i fatti: il 21 febbraio 1551, senza alcuna spiegazione o parvenza di processo, ai paolini fu comandato di andarsene da Venezia entro sei giorni e da tutto il territorio della Serenissima entro quindici. La decisione era stata presa con 18 voti a favore, uno contrario e sette astenuti (probabilmente alcuni coniugati che non se la sentivano di sottoscrivere il bando). Il commento di Paola Antonia fu lo stesso che avrebbe fatto lo Zaccaria: tutti dovevano ritenersi contenti di essere «resi degni di soffrire ingiuria per amore del Signore». E nel già citato Origine e progressi della Sfondrati si afferma che «fecero risoluzione che col capo chino eseguissero, senza alcuna dimostrazione, il comando. Anzi, volendosi intromettere personaggi di rispetto, per vedere e intendere la qualità di questa repentina disposizione, tutti giudicarono doversi troncar questi esterni modi e provvedimenti e solo eseguire con loro soddisfazione la volontà del Signore. Onde, dato ordine alle faccende che tenevano fra mano, regressi sunt in patriam suam (se ne tornarono a Milano, ndr) con ogni fedel prontezza e confidenza in Dio: il che gustava anche a tutti loro, desiderando, come Figli di Paolo, saper stare alla destra e alla sinistra, per buona fama e per il rovescio». Ma questo era soltanto l'inizio: i cardinali veneziani che facevano parte della curia romana formalizzarono le accuse in una precisa denuncia, dipingendo come dei pericolosi eretici i paolini milanesi, detti anche e non senza ragione Guastallini. Pur obbedendo immediatamente agli ordini ricevuti, stavolta si decise di chiedere spiegazioni a Roma: nel novembre dello stesso anno i padri Besozzi e Melso si presentarono ad alcuni cardinali, tra cui il Carafa, lo Sfondrati e il Ghislieri, ritenendo di trovare in essi dei difensori della propria causa. Si sbagliavano, perché nel gennaio 1552 i due barnabiti furono addirittura incarcerati, riuscendo più tardi a essere liberati grazie ai buoni uffici di persone amiche, tra cui Ignazio di Loyola, e collocati a domicilio coatto nella casa di Basilio Ferrari. Il "duro" della situazione era il Carafa, il quale evidentemente aveva creduto ai "si dice" veneziani. Questi fece si che papa Giulio III in luglio nominasse il cardinale Juan Alvarez de Toledo protettore dei barnabiti, e incaricasse monsignor Leonardo Marini di compiere una visita apostolica per riformare la congregazione, riportandola alla vera disciplina religiosa. Così si conobbero finalmente le accuse. Ai paolini si rimproveravano la promiscuità di accesso di padri e suore al monastero di S. Paolo e al convento di S. Barnaba (con l'inevitabile contorno di maliziose dicerie al riguardo), la partecipazione delle suore ai capitoli dei padri e viceversa (ecco il punto), nonché il loro coinvolgimento nel governo e nell'amministrazione dei padri. Inoltre, venivano esplicitamente condannati quel titolo di "divina madre" riservato alla Negri, oltre alla lettura dei libri di fra Battista, la cui dottrina era stata giudicata «scandalosa in moltissimi punti, temeraria in altri ed eretica in molti». Severo giudizio, infine, veniva espresso su alcune cosiddette "superstizioni" come il genuflettersi davanti ai superiori e il famoso "capitolo delle colpe", cioè l'accusarsi pubblicamente dei propri difetti durante le riunioni comuni. Ha scritto al riguardo padre Giuseppe Cagni: «Come si può vedere, l'Inquisizione non aveva capito niente né dei barnabiti né del progetto meraviglioso attuato dallo Zaccaria per dotare la Chiesa di un valido esercito di riforma; oppure i barnabiti avevano fatto male a non farsi conoscere a Roma, come i teatini e gli stimatissimi gesuiti».
Scompaiono i Maritati di san Paolo
I primi a fare le spese di questa drammatica situazione furono i Maritati di san Paolo: per un certo periodo, nel 1551, si continuò a parlare di loro nei capitoli, ma a partire dall'anno seguente praticamente scomparvero. Certo, tacciare di eresia fra Battista significava mettere in discussione il maestro dello Zaccaria e la spiritualità che aveva caratterizzato le prime generazioni di paolini. Da notare che in precedenza gli scritti del domenicano erano stati pienamente approvati dagli inquisitori locali, anche se il suo stile al limite del paradosso poteva a volte sorprendere, come potevano sorprendere certi atteggiamenti eccentrici e provocatori della stessa Negri già sottolineati dallo Zaccaria (ma in quel medesimo periodo, a Roma non meno bizzarro era nei suoi atteggiamenti Filippo Neri, atteggiamenti peraltro accettati senza difficoltà anche in "alto loco"). D'altra parte, nel clima di allerta causato dai contraccolpi della riforma protestante, la fantasia e la creatività - che avevano conseguito effetti clamorosi sul terreno dell' apostolato - erano viste con sospetto. Va ricordato inoltre che già Paolo III nel 1537 aveva ordinato un'inchiesta su Battista Canoni, la cui dottrina ancora non aveva subito censure. Fu soprattutto il peso dei prelati veneziani a indurre il Sant'Ufficio a condannarla, attribuendole errori vecchi come il pelagianesimo ed errori nuovi che saranno poi codificati nel cosiddetto "quietismo", una corrente mistico-religiosa formatasi nel Seicento europeo secondo la quale la perfezione consiste nella quiete totale dell'anima affrancata da qualunque disciplina e preoccupata solo del puro amore di Dio. Non era certo questo che sosteneva il Canoni, ma gli inquisitori - nessuno dei quali ne aveva probabilmente letto le opere - si fidarono dei "sentito dire". Il concilio di Trento avrebbe attenuato la condanna delle opere del domenicano con la clausola donec emendentur (finché non si emendino), lasciandole nel frattempo nell'elenco dell'Indice dei libri proibiti, da cui sarebbero state tolte soltanto all'epoca della canonizzazione dello Zaccaria. Per il momento, dunque, se ne bruciarono copie in quantità, come apprendiamo da una lettera di Marc'Antonio Pagani (1526-1589), fervido "partigiano" della Negri e futuro perito al concilio Tridentino, indirizzata alla non più divina madre: «Pochi giorni fa», così lo scrivente, «alcuni sono andati in Borghetto, con due o tre libretti di fra Battista, e con una fascinetta hanno fatto fuochetto e vi han posto sovra quei libretti, dicendo: "Questi sono certi libri eretici di un fra Battista apostata". E questa mi pare una gofferia molto grande». Marc'Antonio Pagani non condivideva l'obbedienza acritica verso quella che egli considerava una persecuzione, per cui nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1552, insieme a Stefano Alemanni, abbandonò il convento di S. Barnaba calandosi da una finestra appeso a due lenzuola annodate. Un mese prima, verso la fine di giugno, nel monastero delle angeliche, dove si erano venute a creare forti tensioni, la Negri e la superiora Paola Maria Bonatta avevano cercato a loro volta di andarsene, ma ne erano state impedite dalla Torelli.
La "normalizzazione"
Il visitatore apostolico arrivò puntualmente il 29 ottobre dotato di ampi poteri e con precise istruzioni per "normalizzare" la situazione: prima visitò le case dei padri e delle angeliche, poi il 17 novembre convocò il capitolo generale in cui diede lettura delle disposizioni papali contro le quali non ci si poteva appellare. Esse sancivano la separazione tra barnabiti e angeliche; l'abolizione assoluta di qualsiasi forma di autorità della Negri e di quel titolo "divina"; la proibizione di tenere reliquie o scritti di fra Battista. Alle suore venne imposta la clausura, mettendo fine alla loro straordinaria avventura apostolica; i Maritati - che del resto non avevano ancora ottenuto una formale approvazione del papa - si sciolsero come gruppo, anche perché la Negri fu rinchiusa con una consorella volontaria nel monastero di S. Chiara a Milano, dove non potesse «ragionare con persona alcuna, eccetto che con la Priora di S. Chiara e la compagna sua». La rimozione violenta della Negri suscitò reazioni opposte tra le angeliche, ma la donna obbedì, ritirandosi nel monastero assegnatole, dove rimase fino al novembre 1552, quando la sua salute si aggravò improvvisamente. Gli amici ottennero dal senato di Milano il permesso di trasportarla in campagna per rimettersi, ma il Besozzi - che nel frattempo era stato rieletto superiore generale dei barnabiti - informò del caso il cardinale Alvarez, il quale ordinò alla Negri di far ritorno immediatamente nel monastero di S. Chiara. Ancora una volta, la religiosa obbedì, ma le suore non vollero accettarla date le sue gravissime condizioni. Allora fu portata in una casa fuori Porta Romana presso S. Calimero, preparata per lei da una sua amica, Ippolita da Rho. E lì la morte la colse il 4 aprile 1555, a 47 anni di età. Le sue spoglie furono inumate nel monastero di Gesù crocifisso, delle suore di s. Maria Egiziaca, situato nell'attuale via del Crocifisso. Una lapide ne ricordava così la memoria: Angelica Paula Antonia de Nigris / quae calamo sexum I mundi contemptu I coelum vicit; l'angelica Paola Antonia de Negri con la penna superò il sesso (allusione al magistero da lei svolto particolarmente con più di 130 Lettere spirituali che portano l'inconfondibile sigla A.P.A.), e con il disprezzo del mondo conquistò il cielo. Negli ultimi tempi, i barnabiti l'avevano praticamente scaricata. Anche il Soresina, il quale aveva dichiarato in capitolo che in seguito al bando dalle terre venete si stava adempiendo quanto predisse il fondatore, che cioè «il Crocifisso ci vuole manifestare insieme con la madre nostra con l'infamia (cf 2 Cor 6, 8)», prese gradualmente le distanze dall' angelica, mentre il Besozzi ne sancì la definitiva condanna in occasione della pubblicazione delle sue lettere. Essendo stato uno degli "amanuensi" a cui la Negri dettava o ispirava i suoi scritti, nel timore che le misure disciplinari prese nei confronti dell' angelica potessero coinvolgere la congregazione, sosteneva che non tutto era farina del sacco della donna, tesi peraltro smentita da una rigorosa analisi dello stile e dei contenuti dell'epistolario. La questione tuttavia non è oggi di grande importanza, in quanto le lettere testimoniano «un aspetto qualificante della prima stagione paolino-zaccariana, quando era comune il pensare, comune il sentire e comune l'operare». Per la verità, va detto che - almeno inizialmente - i barnabiti furono in maggioranza favorevoli a mantenere un legame che aveva profondamente inciso sulla loro vita: in tal senso si erano espressi Paolo Omodei, Gerolamo del Torso, Timoteo Groppello, il vicario Antonio Marzari e Nicolò d'Aviano. Lo stesso padre Gerolamo Marta, il superiore generale del burrascoso biennio, nel concludere il capitolo del 9 maggio 1552, affermò che bisognava «essere uniti con lo spirito della matre, dalla quale niuno intende deviare». Purtroppo la Negri finì per avere proprio tutti contro, anche a motivo delle persistenti frizioni all'interno del monastero di S. Paolo Converso, e non poteva che soccombere. Uno dei suoi più attivi sostenitori fu il servo di Dio Marc'Antonio Pagani, il quale a un certo punto - come si è detto - abbandonò l'ordine per entrare, nel 1557, tra i frati minori e, tornato nel Veneto, vi esercitò un intenso apostolato assistendo i poveri e fondando due istituti religiosi (quello maschile della Santa Croce e quello femminile delle "Dimesse"). Di lui è in corso il processo di canonizzazione. Un tentativo di riabilitazione della Negri si ebbe nel 1576 con padre Giovanni Paolo Folperto, già barnabita e rettore del collegio Taegi a Milano, il quale curò la raccolta dell'epistolario di Paola Antonia: una fonte di spiritualità estremamente ricca che consta di 133 lettere, delle quali 70 edite, una inserita negli scritti dello Zaccaria, mentre le altre 62 sono conservate nell'archivio generalizio barnabitico di Roma. Tra le inedite, sono rilevanti le 22 indirizzate al nobile veneto (e poi barnabita) Angelo Michiel, figlio spirituale della Negri. Giustamente è stato affermato che «ci troviamo di fronte a un corpus compatto, che rivela una sola mente e una sola mano. (…) Esso rappresenta un documento prezioso delle idealità che animavano non solo i singoli, ma tutto l'ambiente dei paolini e rivela l'alto grado di spiritualita vissuto dagli istituti nati dal cuore di sant' Antonio Maria Zaccaria» e dalla munificenza di Paola Torelli. Non è azzardato ritenere che, fra le opere ascetico-mistiche della metà del Cinquecento, queste lettere «occupano un posto non più trascurabile nella storia della riforma cattolica, quale indice del rinnovamento e del fervore della Chiesa tridentina».
Capitolo XVI
L'espansione apostolica
Il «biennio temporalesco» si era dunque concluso con un comune atto di obbedienza, pagato con il prezzo dell'esodo di chi non a torto non si riconosceva più nell'originaria ispirazione da cui erano nati i Tre Collegi (una dozzina di religiosi). Ultima "vittima", se così possiamo chiamarla, del nuovo corso fu la contessa Torelli. Dopo la visita apostolica, le angeliche avevano adottato di buon grado la clausura monastica e una parte della comunità non gradiva che persone esterne continuassero a frequentare la comunità: tra queste, la principessa di Molfetta, moglie del governatore di Milano Ferrante Gonzaga e grande amica di Ludovica Torelli. Costei, in assenza del marito, stava volentieri in monastero, prendendo parte a tutte le pratiche di pietà, diurne e notturne, delle religiose e dimorando anche per diversi giorni nella foresteria. E non era la sola. Così che alcune angeliche, disturbate da questo andirivieni, sollecitarono da Roma un decreto per una clausura più stretta, che impedisse l'ingresso di estranei. Tutte speravano che la contessa accettasse tale regime, anche se nessuno osava parlargliene apertamente. Per costringerla a questo, come narra l'Angelica Anonima nelle sue Memorie, «fu trovata certa scrittura nella quale parea chiaramente che la signora contessa avesse fatto professione et che perciò fosse obbligata a serrarsi in clausura». Si trattava, in realtà, di quella cosiddetta "professione tacita", fatta privatamente nelle mani della Negri nel giorno delle professioni delle prime angeliche, che però la vincolava solo in coscienza, non pubblicamente. La questione fu comunque sottoposta all'esame di Roma dove prevalse il desiderio di uniformità alle disposizioni del concilio tridentino: la risposta fu che quella professione era valida e perciò anche la contessa doveva accettare la clausura per ordine del papa. A dire il vero, né la Torelli, né la Negri, né i tre fondatori dei barnabiti avevano mai pensato a una vita di clausura. Ed ecco la reazione dell'interessata, sempre nel racconto dell'Anonima: «Fu avisata in secreto la signora contessa dell'ordine che veniva. La quale, sicura che l'intentione sua non era stata tale, senza dir altro, partitasi conforme al solito dal monastero la mattina et andata in corte da don Ferdinando (Gonzaga) governatore per i suoi negocii, la sera non ritornò al monastero. Fu aspettata longamente dalle madri, né sapevano imaginarsi che cosa potesse esser accaduto, perché mai di notte stava fuori del monastero. La mandarono a pregare il giorno seguente et molte altre volte, ma ella non più volle ritornare, stimandosi affrontata dalla congregatione». L'accaduto ebbe gravi ripercussioni sul monastero, al quale vennero a mancare gli aiuti economici che prima la Torelli garantiva. Più tardi, la donna acquistò un terreno nei pressi di S. Barnaba in Milano e vi costruì il Collegio della Guastalla (attualmente sede di uffici comunali e giudiziari), che venne poi trasferito a Monza nel rione di S. Fruttuoso e è tuttora esistente. L'edificio originario, acquistato dal Comune di Milano, dà il nome anche alla strada che lo fiancheggia, detta appunto via della Guastalla. Passato il periodo di maggior tensione, la contessa «con la propria presenza», così scrive Paola Antonia Sfondrati nella sua storia sulle origini delle angeliche, «talvolta per lunghissimi spatii alle grate del parlatorio con indicibile amorevolezza e con quella di amici a lei più familiari, ci scopriva il suo amore e tenerezza». Quando era gravemente ammalata, san Carlo le fece visita chiedendole di acconsentire a essere sepolta nel monastero delle angeliche, ma la donna aveva già scelto per questo una cappella della chiesa di S. Fedele. Qui infatti venne deposta dopo la sua santa morte, avvenuta il 28 ottobre 1569. Nel 1657, sulla sua tomba fu collocata una lapide con la seguente scritta che traduciamo dal latino: «Donna di ottima fama e religiosità / insigne per santità di costumi / e somma virtù / singolare per ardente carità / verso Dio / e disprezzo di sé e dei propri averi». Alle angeliche lasciò comunque per testamento alcuni beni stabili. Passando al ramo maschile, terminata la fase che potremmo definire carismatica, non esente comunque da qualche squilibrio, subentrò un periodo di riflessione e di ricerca per ricompattare i paolini attraverso una più precisa organizzazione concernente il reclutamento dei soggetti, le loro mansioni e competenze (con la distinzione fra padri e conversi, cioè religiosi non sacerdoti), i criteri della loro formazione e un più organico assetto giuridico. Per un quarto di secolo, in seno all'ordine ci fu un intenso lavoro di ripensamento, alla ricerca di indirizzi spirituali omogenei e dileggi più chiare. I problemi non erano pochi, ma per fortuna alla guida dei barnabiti si alternarono uomini di grande capacità come il Besozzi, l'Omodei e un giovane di raro ingegno, che era entrato nell'ordine nella primavera del 1551, cioè nel pieno della bufera: Alessandro Sauli. Intanto, vennero fondate le prime case fuori Milano: si cominciò con Pavia, per quanti si dedicavano agli studi (1557); poi si succedettero quelle di Cremona, Casale, Monza, Roma e Vercelli. Cominciarono anche ad apparire le prime testimonianze sulla vita e sulla santità dello Zaccaria: la prima si deve all'angelica Paola Antonia Sfondrati senior, con l'opera che porta il titolo Origine e progressi del monastero di S. Paolo di Milano; ma di grande interesse sono pure le Attestationi fatte circa la vita e morte del reverendo padre don Antonio Maria Zacharia, di padre Battista Soresina (fine secolo XVI) e le Memorie della citata Angelica Anonima (inizi del secolo XVII). Successivamente, sarà la volta degli storici Gianantonio Gabuzio (+1627) e Anacleto Secchi (+1615), ai quali si unirà poi una schiera di autori, risalenti al secolo XVII, i cui scritti verranno però pubblicati postumi: e sono i padri Carlo Bascapé (+1615), Agostino Tornielli (+1622), Ambrogio Mazenta (+1635), Innocenzo Chiesa (+1637), Cristoforo Giarda (+1649) e Lorenzo Torelli (+1660): il lavoro di quest'ultimo, Compendio della vita del venerabile Antonio M. Zaccaria, benché riveduto dal capitolo generale del 1656, rimarrà inedito. Nuove Costituzioni Ma torniamo un momento a quel drammatico 1552. Una volta riavutisi dallo shock, i seguaci dello Zaccaria pensarono prima di tutto a redigere le Costituzioni. Già negli anni precedenti si era discusso capitolarmente su un testo di fra Battista con le integrazioni dello Zaccaria, senza pero giungere a un'elaborazione definitiva. Questa fu approntata in breve tempo da padre Melso e varata alla presenza del visitatore apostolico monsignor Leonardo Marini, il quale la piegò ai rigidi schemi giuridici tradizionali, senza lasciare spazio alle improvvisazioni ed eliminando molte innovazioni tipiche delle origini: sono queste le prime Costituzioni. Ad esempio, il noviziato doveva avere precisi limiti cronologici, la professione non poteva avvenire prima dei 25 anni (che allora era la soglia della maggiore età), i novizi non potevano avere voce attiva e passiva nei capitoli e così via. Le Costituzioni ribadivano inoltre l'importanza prioritaria dell'obbedienza, «vero sacrificio del cuore» poiché coloro che desiderano servire Dio «non devono aver alcuna propria volontà, per la totale abnegazione di loro stessi». Ovviamente, tale testo fu considerato provvisorio, anche perché era in corso a Trento il concilio che avrebbe introdotto modifiche nella disciplina religiosa. E già nel capitolo del 1570 ne venne decisa una nuova redazione, nella quale sarebbero anche confluiti apporti e suggerimenti da parte di tutti i barnabiti. A lavoro pressoché concluso, la famosa peste detta di san Carlo (1577) costrinse però a differire il capitolo generale al novembre 1578, allorché sotto la guida del Borromeo, che presiedette tutte le sedute, fu discusso e approvato il testo definitivo, fatto pervenire a tutti i membri dell'ordine con una lettera dello stesso cardinale in data 25 gennaio 1579. Dopo di che Gregorio XIII il 25 aprile successivo approvo e confermò "in perpetuo" le nuove Costituzioni, che furono poi ufficialmente promulgate dal capitolo generale il 25 maggio. L'evidente ispirazione cenobitica che disciplina la vita delle comunità barnabitiche, lascia aperta la questione del campo specifico di apostolato riservato ai religiosi, che le Costituzioni presentano come «coadiutori dei Vescovi» nella predicazione e nella direzione delle coscienze, ma nulla più. Ciò darà all'ordine un carattere di riuscito eclettismo che esprime al meglio quella disponibilità, quel paolino farsi "tutto a tutti" tipico dell' azione dei barnabiti lungo i secoli. Saranno poi tre grandi figure di padri generali a dare un impronta decisiva alla loro storia: Carlo Bascapè (in carica dal 1586 al 1593), Cosimo Dossena (dal 1596 al 1599) e Ambrogio Mazenta (dal 1602 al 1617). Sotto il loro impulso i confratelli accentueranno la loro preparazione scientifica e apriranno scuole per l'istruzione e l'educazione della gioventù. Un discorso a sé merita Alessandro Sauli (1534-1592) che - afferma padre Gentili - «attraversò il cielo barnabitico come una cometa apportatrice di fausti presagi». Inizialmente, quando chiese di entrare nell'ordine, i padri esitavano. Sebbene lui dichiarasse di «sentirsi di dentro chiamato dal Crocifisso» e di venire in congregazione «per rilasciarsi tutto nelle mani dell'obbedienza et per non aver mai comodità alcuna del corpo et de l'anima», sorgevano dubbi a causa dell'età (aveva appena 17 anni), del rango a cui apparteneva la famiglia e della carriera che gli si apriva come paggio alla corte dell'imperatore Carlo V. Lui rinnovò la domanda e i padri, per metterlo alla prova, gli imposero di «portare la croce in piazza Mercanti (cioè nel centro di Milano, ndr) e colà predicare sopra le vanità del mondo». lì giovane ci andò la mattina di Pentecoste: sfarzosamente vestito da paggio, si trascinò sulle spalle una pesante croce di legno (la si venera tuttora nella casa madre di S. Barnaba in Milano) e, salito sul palco di un saltimbanco, parlò alla folla attonita. Quel gesto memorabile viene simbolicamente rinnovato nei noviziati dei barnabiti da coloro che si accingono ad abbracciarne la regola. Passato indenne dalla burrasca del 1552 (pensava infatti che tutto si sarebbe «indirizzato»), una volta divenuto prete nel 1556 toccò a lui, nonostante la giovane età, di avviare a Pavia la tradizione formativa e di studio che preparava la nuova generazione di barnabiti. E dopo un decennio, precisamente nel 1567, egli fu eletto addirittura superiore generale a soli 34 anni! Le sue straordinarie capacità di governo lo misero in luce presso la curia romana e due anni dopo papa Pio V (il domenicano Michele Ghislieri, grande estimatore dell'ordine) lo nominò vescovo di Aleria in Corsica. Il suo successore Gregorio XIV (Niccolò Sfondrati, che era stato suo figlio spirituale) lo chiamò nel 1591 a reggere la diocesi di Pavia, ma stroncato dalle fatiche apostoliche il Sauli morì a Calosso d'Asti l'11 ottobre 1592, a soli 58 anni. Fu beatificato nel 1742 da Benedetto XIV e canonizzato da Pio X nel 1904. I barnabiti gli devono molto per le doti di organizzatore e legislatore: fu lui a volere come caposaldo della congregazione un'integrale formazione umana, intellettuale e religiosa (con particolare accentuazione della pratica meditativa ed eucaristica), che sarà una delle caratteristiche salienti delle successive generazioni barnabitiche. E fu grazie ad Alessandro Sauli che cominciarono i contatti con Carlo Borromeo. Il 23 settembre 1565, questi faceva il suo solenne ingresso nella diocesi di Milano in qualità di arcivescovo, lasciando subito intendere che vi sarebbe rimasto per esserne a tempo pieno il pastore.
A fianco di san Carlo
Il cardinale Borromeo intervenne quasi subito per dirimere a favore dei paolini una controversia circa l'assegnazione della chiesa di S. Barnaba: essendo deceduto il canonico Gritti che ne era titolare, il nipote di costui esibendo presunte lettere apostoliche rivendicò il diritto a subentrare nella carica. La causa fu discussa a Roma e, grazie anche all'attivo interessamento di san Carlo, si risolse a favore dei religiosi. Da allora, l'arcivescovo diventò di casa a S. Barnaba: vi si tratteneva per riposarsi dalle fatiche delle visite pastorali, facendo vita comune con i padri e dando addirittura una mano, dopo i pasti, a lavare i piatti! (il massiccio lavello è conservato nel cortile interno del convento). Tanta era la stima che nutriva nei confronti di questa comunità che aveva mantenuto il fervore delle origini. Il santo arcivescovo si trovò a dover risolvere un grosso problema, quello degli Umiliati, un antico ordine religioso che si segnalava purtroppo per lassismo e scarsa disciplina, in palese contrasto con la propria denominazione. L'arcivescovo pensava che una loro fusione coi barnabiti ne avrebbe facilitato la riforma. Il Sauli, che allora ricopriva la carica di padre generale, si dichiarò nettamente contrario all'idea, aderendo invece alla proposta di inviare i padri Berna e Maletta a Cremona nel convento di S. Giacomo per tentare di rimettervi ordine. Visti i risultati poco incoraggianti, il cardinale tornò alla carica per attuare il progetto di fusione; ma anche stavolta il Sauli vi si oppose. D'altra parte il cardinale si rendeva conto che da solo non sarebbe riuscito nell'impresa risanatrice, poiché gli Umiliati resistevano tenacemente a ogni tentativo di cambiamento. Quattro di essi arrivarono addirittura ad attentare alla vita del santo: la sera del 26 ottobre 1569, mentre pregava nella sua cappella privata, Carlo fu colpito da un'archibugiata sparatagli a bruciapelo da fra Girolamo Donato, detto il Farina. Fortunatamente, la pallottola fu frenata dal rocchetto (o meglio, secondo lo stesso cardinale, da un miracolo) e anche in seguito a questo l'ordine degli Umiliati venne soppresso il 17 febbraio 1570. Il convento di Brera, una delle loro sedi di maggior prestigio, venne affidata ai gesuiti che vi insediarono una famosa università mentre altre sedi furono passate ai barnabiti: tra queste, la prepositura cremonese di S. Giacomo e la chiesa di S. Maria in Carrobiolo a Monza, dove fu insediato il noviziato. San Carlo affidò ai barnabiti diversi incarichi importanti, soprattutto la riforma di conventi e monasteri; ma anche, come nel caso di padre Carlo Bascapè, una delicata missione diplomatica presso il re di Spagna Filippo Il per migliorare i rapporti tra l'arcivescovo e il governatore di Milano, o cicli di predicazione popolare in Valtellina dove era intensa la penetrazione calvinista (qui si distinse padre Domenico Boerio). L'amicizia col Bascapè era di vecchia data: dopo aver conseguito la laurea in diritto canonico e civile, il giovane si era presentato al Borromeo chiedendo di diventare sacerdote. Il santo ne aveva saggiato il talento e lo spessore spirituale, approvando la sua scelta di entrare dai barnabiti, ma chiedendo ai padri di potersi valere di lui per il bene della Chiesa. Da quel momento, il Bascapè diventò un collaboratore prezioso del suo arcivescovo: fu lui ad assisterlo fino alla morte, sopraggiunta il 4 novembre 1584, e fu ancora lui il suo primo biografo. E quando ne venne introdotta la causa di canonizzazione, oltre a deporre come testimone insieme a numerosi confratelli, egli redasse i circa trecento interrogatori del processo, recandosi poi a Roma a nome dei vescovi lombardi per sollecitare la positiva conclusione della causa. Il Borromeo fu canonizzato da Paolo V il 1° novembre 1610. In suo onore i barnabiti eressero la chiesa di S. Carlo ai Catinari, in Roma, primo tempio dedicato al più celebre dei vescovi tridentini. Altri barnabiti lavorarono accanto a san Carlo nella sua azione riformatrice: oltre al Sauli, citeremo i padri Besozzi, Asinari, Marta e Berna. Ma va ricordata anche l'eroica dedizione con cui i barnabiti, unitamente ad altri ordini religiosi, si prodigarono per assistere materialmente e spiritualmente le vittime della tremenda peste scoppiata a Milano nel 1576: diversi religiosi vi persero la vita. Tra questi il citato Giacomo Berna, definito dallo Zaccaria «amatore di patire» e stimato dal Borromeo come un santo, e Cornelio Croce; entrambi morirono nel lazzaretto del Gentilino (oggi detto Rotonda della Besana), fuori Porta Tosa, non lontano da S. Barnaba.
Un amico: san Francesco di Sales
Un altro grande estimatore dei barnabiti fu san Francesco di Sales (1567-1622). Nella primavera del 1613, il vescovo di Ginevra, in viaggio verso Milano dove avrebbe adempiuto a un voto sulla tomba di san Carlo, sostò a Torino presso Emanuele I di Savoia. Poiché era alla ricerca di religiosi a cui affidare il collegio Chappuys di Annecy, in precedenza rifiutato dai gesuiti perché pressati da altre richieste, ne parlò col duca e questi lo mise in contatto con i barnabiti che gestivano la parrocchia di S. Dalmazzo. Qui il presule venne accolto con grande cordialità e, dopo una rapida visita alla casa di Vercelli, si recò a Milano prendendo alloggio a S. Barnaba nella camera in cui era solito ritirarsi il Borromeo. Al padre generale Ambrogio Mazenta, Francesco di Sales espose il suo problema e i padri accettarono di dirigere il collegio di Annecy, dove furono anche impegnati nella catechesi in quattro chiese della città e - quando il vescovo si assentava - nella cura spirituale delle suore della Visitazione da lui fondate. Col tempo, si cementò ulteriormente la familiarità del vescovo coi barnabiti, al punto che il 7 maggio 1617 egli venne affiliato alla congregazione dal padre generale Domenico Boerio. Da Annecy, i figli dello Zaccaria furono poi chiamati - sempre grazie ai buoni uffici di monsignore - a Thonon, nel Chiablese e in Francia. Padre Giusto Guérin, inviato come economo nel collegio Chappuys, diventò ciò che il Bascapè era stato per san Carlo: fu lui a raccogliere il materiale necessario al processo di canonizzazione di Francesco, al quale subentrò poi come vescovo di Ginevra. E sempre i barnabiti giocheranno un ruolo determinante, tramite il cardinale Luigi Bilio, affinché il santo venisse proclamato dottore della Chiesa da parte di Pio IX. Non per caso, insieme al Borromeo, Francesco di Sales fu dichiarato patrono dell'ordine.
A servizio della Chiesa
Nel 1662, la sede generalizia dell' ordine venne trasferita da Milano a Roma e da quel momento i rapporti dei barnabiti con la Sede Apostolica si intensificarono ulteriormente. A ragione padre Gentili definisce «secolo d'oro» l'ultima parte del Seicento e tutto il Settecento, per l'incisiva presenza dei figli dello Zaccaria nel campo culturale, nella predicazione, nella guida delle coscienze e nelle missioni. La loro attività scientifico-letteraria richiederebbe un capitolo a parte, perché si dovrebbe parlare di intere generazioni di religiosi giustamente famosi per il loro spessore culturale. Un esempio per tutti: sotto il generalato del Bascapè, che diede non poco incremento agli studi, in occasione della presa di possesso della diocesi milanese da parte di Federigo Borromeo, il 28 agosto 1595, i giovani barnabiti organizzarono un trattenimento in cui parlarono don Giulio Cavalcani, don Carlo Bossi e don Bartolomeo Gavanti, rispettivamente in latino, greco ed ebraico, tanta era la loro familiarità con queste lingue. Col tempo, i religiosi si specializzarono nell'insegnamento, aprendo le proprie scuole ad alunni esterni sia in Italia sia all'estero. A spingerli in questa direzione erano papi, vescovi, autorità locali e benefattori: nella sola Italia, fino al 1780, dopo le scuole Arcimboldi di Milano (1608), ne erano state aperte altre a Udine, Foligno, Asti, Firenze, Pisa, Livorno, Alessandria, Lodi, Genova, Bergamo, Tortona, Torino, ancora Milano (il collegio Longone e quello dei SS. Simone e Giuda), Aosta, Arpino e Bologna. E l'insegnamento si strutturò in un vero e proprio ciclo educativo nei seminari e nei convitti. Ultimo gradino fu l'accesso all'insegnamento universitario. Di qui sorsero cultori di studi classici come Pietro Rosati (1834-1915), che si ricollega all'illustre tradizione dei padri Salvatore Corticelli (1690-1758), autore di una divulgatissima grammatica della lingua italiana, e Onofrio Branda (1710-1776) noto per la polemica con il Panni. Storici della statura di Agostino Tornielli (1543-1622) che iniziò la pubblicazione degli Annales ecclesiastici e bibliofili di fama come Giuseppe Boffito (1864-1944). Insigni archeologi tra cui Luigi Bruzza (1813-1883) e Umberto Fasola (1917-1989), l'egittologo Luigi Ungarelli (1779-1845) fondatore del Museo egizio in Vaticano e l'assiriologo Luigi Cagni (1929-1998). Illustri scienziati quali Ambrogio Mazenta (1565-1635) architetto cui si deve la cattedrale di Bologna, Paolo Frisi (1728-1784) matematico e idraulico, Francesco Denza (1834-1894) fondatore della Specola vaticana, Timoteo Bertelli (1826-1905) sismologo inventore del termometro che porta il suo nome. Ma anche filosofi come il cardinale Sigismondo Gerdil (1718-1802) autore dell 'Anti-Emilio, padre Domenico Bassi (1875-1940) pedagogista e il filosofo Vincenzo Cilento (1903-1980). Per non parlare di biblisti, teologi, moralisti, canonisti, liturgisti e studiosi di spiritualità, i cui nomi riempirebbero più pagine. E specialmente santi: valga per tutti l'Apostolo di Napoli, il carismatico e taumaturgo Francesco Saverio Maria Bianchi (1743-1815), canonizzato da Pio XII nel 1951. L'attività missionaria, già iniziata nelle terre dei Grigioni e nel Bearno dove si era radicata la riforma protestante, ebbe uno sbocco imprevisto verso l'estremo Oriente nel Settecento, allorché Clemente XI affidò ad alcuni padri una delicata incombenza in Cina: mettere d'accordo domenicani, francescani e gesuiti che erano di pareri opposti circa 1' assunzione dei riti locali nella religione cristiana. Ma per ben due volte il tentativo falli soprattutto per l'ostilità dell'imperatore cinese verso i nuovi arrivati. Con Benedetto XIV un gruppo di missionari barnabiti poté finalmente recarsi in Birmania dove, fra alterne vicende dovute a sconvolgimenti politici locali, imprevisti e disgrazie (tra cui un naufragio), svolsero una efficace azione apostolica e culturale, ma alla fine dovettero ritirarsi. Alcuni pagarono col sangue il loro eroismo: tra questi nell'agosto 1756 monsignor Paolo Nerini, che si era rifiutato di consegnare le donne rifugiate in chiesa. Gli stessi militari incaricati dell'esecuzione avevano cercato di salvarlo portando al re la testa di un altro prete portoghese. Scoperti, dovettero poi uccidere a colpi di lancia il barnabita. La missione in Birmania continuò fino al 1830, allorché il padre generale Giuseppe Peda restituì il mandato nelle mani di papa Pio VIII. Le Costituzioni stabilivano che i religiosi militassero nella Chiesa come "coadiutori dei vescovi", a condizione che non accettassero uffici, incarichi e dignità che esulassero da quelli propri dell'ordine: in altre parole, c'era incompatibilità tra l'abito religioso e le cariche ecclesiastiche. Padre Dossena aveva tracciato una linea precisa al riguardo: accettare gli oneri, fuggire gli onori, lavorare nella Chiesa da barnabiti e solo da barnabiti. Per questo, si era opposto alla nomina episcopale di alcuni illustri confratelli. «Ma», commenta padre Gentili, «né il Dossena, né i barnabiti che gli succedettero sfuggirono alla logica delle cose! Questa resistenza a oltranza verso le cariche rispecchiava un dato di fatto: l'apprezzamento dei papi per le doti e le capacità dei barnabiti e insieme costituiva la garanzia migliore che gli uffici a essi affidati fossero adempiuti senza terrene ambizioni o cupidigie, ma con zelo e spirito soprannaturale. Non aveva forse detto il cardinale Antonio Barberini, fratello di papa Urbano VIII, notificando al padre generale Agostino Gallicio la nomina del Guérin, avvenuta con tanto di precetto, dopo due tentativi inutili: "È alle persone di questo merito che bisogna dare le cariche, non a coloro che brigano per ottenerle"». Al papa, insomma, non si poteva dire di no. Dopo il Sauli e il Bascapè, toccò proprio a padre Dossena la nomina di vescovo di Tortona. E nel 1695 Giacomo Antonio Morigia (1633-1708), designato arcivescovo di Firenze, fu anche il primo cardinale barnabita: Innocenzo XII lo aveva creato in pectore, cioè tenendolo segreto fino al 1699 allorché gli conferì solennemente la porpora. E col Morigia e il Gerdil occorre citare tra i porporati insigni dell'ordine Luigi Lambruschini (1776-1854) e Luigi Bilio (1826-1884): questi ultimi due, in particolare, hanno legato il proprio nome alla preparazione e alla realizzazione di due grandi momenti della Chiesa nell'Ottocento, la proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione (8 dicembre 1854) e la celebrazione del concilio Vaticano 1 (1869-1870) durante il quale venne definito il dogma dell'infallibilità del papa quando parla ex cathedra.
I Tre Collegi oggi
Barnabiti e angeliche videro dischiudersi il secolo XX sotto i migliori auspici e a cavallo degli anni Cinquanta poterono contare su due prestigiose guide: Idelfonso Clerici (1883-1970), padre generale dal 1937 al 1952 e Giovanna Francesca Brambini (1910-1971), madre generale dal 1946 al 1970. La tradizione educativa sul versante scolastico vanta in questo periodo prestigiosi collegi, cui si aggiunsero gli esternati, più rispondenti alle mutate esigenze pedagogiche, attente al legame con le famiglie di provenienza. Di non minore importanza si è rivelato l'apostolato negli oratori, che avevano avuto in padre Fortunato Redolfi (1777-1850) un vero pioniere, al cui modello si era ispirato lo stesso san Giovanni Bosco. Per non parlare del seminario per i chierici poveri eretto in diocesi di Milano da padre Luigi Villoresi (1814-1883) e che tra i suoi membri annovera un sacerdote candidato all'onore degli altari, il venerabile Luigi Talamoni (1848-1926), fondatore delle suore Misericordine. In campo ecumenico si stagliano due religiosi di rilievo passati al cattolicesimo e divenuti barnabiti: il russo Agostino Suvalov (1804-1859) e il norvegese venerabile Carlo Schilling (1835-1907), entrambi legati al grande apostolo dell'unità cristiana padre Cesare Tondini (1839-1907). Il rinnovamento culturale, nel periodo caratterizzato dai fermenti del modernismo, trovò nel servo di Dio padre Giovanni Semeria (1867-1931) un esponente di prima grandezza che ha lasciato una significativa impronta in campo apologetico e oratorio, per raggiungere le vette della più schietta carità durante la grande guerra del '15-' 18. Insieme a quello di don Giovanni Minozzi, porta il suo nome la Famiglia dei Discepoli fondata nel 1925 per accogliere gli orfani dell' immane conflitto. Segno della rinnovata vitalità degli istituti zaccariani fu la ripresa dell' attività missionaria in America Latina e in Africa, in linea con il desiderio del fondatore che voleva fosse annunciata «la vivezza spirituale e lo spirito vivo dappertutto». Si venne inoltre ricostituendo il disegno originario dei Tre Collegi, dopo il tramonto dei coniugati e l'estinzione delle angeliche. Queste ultime, infatti, subirono il funesto contraccolpo della Rivoluzione francese e, costrette a non accettare novizie, si estinsero nel 1846 con la morte di Teresa Trotti Bentivoglio, che ebbe l'accortezza di consegnare a padre Spirito Corti preziosi documenti d'archivio. Coloro però che san Carlo Borromeo definiva "le pietre preziose" della sua mitria episcopale e che illustrarono per esemplarità di vita i loro monasteri, avrebbero conosciuto a partire dal 1879 una vera e propria rinascita secondo l'iniziale impostazione apostolica, soprattutto per opera della venerabile Flora Bracaval (1861-1935), le cui spoglie riposano presso la comunità delle angeliche di Arienzo (NA). Non diversamente il Terzo Collegio tornò alla ribalta con svariate iniziative tra cui in Francia il Terz' ordine barnabitico (1870) e in Italia la Lega di san Paolo (1919), fino a giungere alla fondazione del Movimento dei Laici di san Paolo (1986) che ha avuto il suo avvio con il motto: «O si è in tre o non si èse stessi». Né va taciuta 1' irradiazione del carisma zaccariano attraverso l'istituzione di famiglie religiose a opera di barnabiti, come le Figlie della divina Provvidenza (1832), le suore del Preziosissimo Sangue (1876), le Piccole Operaie del Sacro Cuore (1935) e le Missionarie di santa Teresina in Brasile (1954) nate per iniziativa del servo di Dio monsignor Eliseo Coroli. A questi si aggiunga l'istituto secolare delle Discepole del Crocifisso (1958). Con l'avvento del concilio Vaticano Il, le famiglie zaccanane sono entrate in un periodo nuovo, per certi aspetti ancora inedito, della loro storia, periodo che comporta non solo il ritorno all'intuizione originaria (si tratta di quella "riforma" incessante della vita consacrata che è iscritta a lettere d'oro nel magistero del nostro santo), ma la sua trasposizione nella moderna società, accogliendone il linguaggio, assecondandone le aspirazioni e vivendone anche le contraddizioni. «Siamo nati come una sorta di reparto di élite a servizio della Chiesa impegnata nella gigantesca opera della riforma post-tridentina», afferma il padre generale Giovanni Villa intervistato da Vittorio Messori. «Una piccola brigata, ma di pronto intervento, spesso con compiti importanti e magari prestigiosi. Comunque una duttilità, una elasticità che possono pure oggi essere preziose, in una Chiesa ancora una volta impegnata nella stagione postconciliare». Capitolo XVII
Capitolo XVII
Ininterrotta fama di santità
Erano in tanti a considerare santo Antonio Maria Zaccaria fin da vivo. Lo furono ancora di più dopo la sua morte. La chiesa di S. Paolo Converso, dove fino al 1566 si trovava sopra terra esposta la salma alla pubblica venerazione, vedeva alternarsi continuamente i padri e le angeliche, ma anche gente comune che si raccomandava alla intercessione del servo di Dio, ottenendo grazie segnalate. Questa fama di santità era alimentata anche dalle testimonianze autorevoli di quanti avevano conosciuto lo Zaccaria o la sua opera: Pio V il Borromeo, Ignazio di Loyola, Francesco di Sales, Filippo Neri - tutti successivamente canonizzati - dicevano ogni bene di lui e dei due confondatori, i quali nella iconografia già abbondante venivano indicati con l'aureola e il titolo di beato. Ecco ad esempio che cosa si leggeva su una lapide collocata sotto un ritratto dello Zaccaria esposto nella chiesa di S. Vincenzo, a Cremona: «Celebre per i miracoli, per la verginità, per il dono della profezia e per la capacità di espellere i demoni». E in un altro luogo della città campeggiava una lunga epigrafe in latino scolpita sopra una colonna, che riprendiamo nella traduzione italiana:
AD ANTONIO MARIA ZACCARIA Angelo in forma umana e uomo angelico Fondatore dei Cherici Regolari di San Paolo Delle Vergini Angeliche E di pie Società Distruttore dei vizi, cultore della castità Restauratore del culto divino Zelatore fervente della salute delle anime Seminatore della divina Parola Fedelissimo imitatore di san Paolo Operaio indefesso nella vigna del Signore Costante avversario del mondo e della carne Nemici suoi Vincitore dei demoni Per la sua carità, fiamma ardentissima dell'eterno Spirito Già cittadino del Cielo dove ora dimora La città di Cremona Che protegge e nutre i suoi figli Piena di ammirazione per il suo concittadino Divenuto concittadino degli angeli In segno di lieto animo Per le eroiche gesta di lui Sempre nei tempi futuri si rallegra riconoscente.
In queste parole c'è la sintesi della vita e dell'opera di Antonio Maria. Al diffondersi del culto popolare e della fama di santità non corrispose subito però da parte dei barnabiti la preoccupazione di avviare il processo di canonizzazione. Tra il 1620 e il 1621, il padre generale Mazenta dispose l'apertura della tomba e a sorpresa la salma di Antonio Maria fu ritrovata intatta. Poiché nessuna delle angeliche era presente alla ricognizione, alcune di esse qualche tempo dopo vollero disseppellire di notte la bara, con l'aiuto del contadino che curava il loro orto. Sennonché, mentre stavano scavando, si scatenò un violentissimo uragano che fu subito interpretato come un invito del cielo a rinunciare all'impresa. A dare uno stop inatteso alla venerazione dei tre beati confondatori sopravvenne nel 1625 un breve di Urbano VIII col quale si proibiva ogni culto pubblico a defunti che non fossero stati ufficialmente beatificati o canonizzati dal papa. Si poteva derogare a tale divieto solo per consenso unanime della Chiesa, o per indulto speciale del pontefice o per decreto della Congregazione dei Riti, o nel caso che il defunto godesse del culto pubblico da oltre cento anni senza alcuna opposizione da parte della Santa Sede. Purtroppo, dalla morte dello Zaccaria erano trascorsi soltanto 95 anni. Bisognò dunque avviare un regolare processo di beàtificazione, ma proprio quando si stava per dare il via alla causa, nel 1630, ecco riesplodere il flagello della peste che fece strage anche tra i barnabiti (oltre cento morti). Intanto però, dal cielo Antonio Maria lanciava dei segnali incoraggianti. Gli storici raccontano che nel 1643, nel monastero delle angeliche una conversa, tale Dorotea Antoniola, si fermava spesso a pregare davanti a una immagine dello Zaccaria appesa all'uscio che immetteva nel vestibolo presso il quale era sepolto il fondatore: l'immagine recava davanti al nome di Antonio Maria la lettera "B" (beato). Una consorella, tale Ippolita Maria, in ossequio alle nuove disposizioni papali, cancellò la lettera. Ma il giorno dopo, questa riapparve. L'Ippolita, credendo che alla vecchia immagine ne fosse stata sostituita una nuova, cancellò nuovamente la "B", che però riapparve regolarmente. E così per diverse volte, finché l'ostinata consorella si convinse che non si trattava di uno scherzo. Nel 1664 la vicenda si tinse addirittura di giallo: le angeliche, nonostante il divieto di Roma e del superiore dei barnabiti, col consenso orale dell'arcivescovo cercarono nuovamente di riesumare il corpo dello Zaccaria. Ma nessuna di loro ormai ricordava più con esattezza il luogo preciso della sepoltura: la si sapeva collocata davanti all'ingresso del vestibolo che dava sul sepolcreto della comunità. Ma lì di porte ce n'erano due e le angeliche scavarono nel punto sbagliato: raccolte le ossa in una cassetta, la collocarono in una nicchia accanto al luogo dove erano state ritrovate. Molti credettero al ritrovamento delle reliquie autentiche e cominciarono a venerarle segretamente. La soluzione del giallo emergerà soltanto nel 1890! Il culto, intanto, continuava a livello popolare nonostante tutto. In una sala della casa di Crema, dove i barnabiti erano presenti dal 1661, davanti a un quadro raffigurante Antonio Maria era un continuo accorrere di fedeli provenienti anche da Milano, Lodi, Monza, Verona, Venezia e persino dal Tirolo, attratti dalle notizie di prodigiose guarigioni ottenute per sua intercessione. La sala si trasformò col tempo in un vero e proprio santuario. E fu qui che il 16 luglio 1747 avvenne il famoso "miracolo del giglio". Padre Faustino Premoli, instancabile promotore del culto del fondatore, si apprestava a dare la benedizione a un gruppo di devoti, quand'ecco l'immagine dello Zaccaria che teneva fra le mani un giglio si accese di luce intensissima animandosi e, mentre il fiore si reclinava sulla sinistra, Antonio Maria alzò la destra per benedire gli astanti. Quel quadro, opera di Tommaso Picenardi, si trova ora esposto alla venerazione dei fedeli nella chiesa milanese di S. Barnaba. Sei mesi prima, papa Benedetto XIV aveva deciso che nelle cause di beatificazione erano sufficienti le prove indirette, purché perfette nel loro genere; e questo spinse molti a chiedere alla Santa Sede il condono dei cinque anni mancanti per raggiungere i cento che avrebbero ipso facto autorizzato il culto del beato. Ma i barnabiti preferirono seguire le vie normali e soltanto nel 1801 il capitolo generale decise l'introduzione della causa. L'imponente massa di testimonianze raccolte, superato l'esame della Congregazione dei Riti, consentì l'avvio del processo il 20 settembre 1806. Il 18 giugno 1833 alla presenza di Gregorio XVI si tenne la congregazione generale per la dichiarazione dell'eroicità delle virtù, il cui verdetto risultò largamente positivo (su 33 membri solo tre furono negativi). Sennonché il papa, che pure si era scelto come segretario di Stato il barnabita cardinale Lambruschini, volle soprassedere alla pubblicazione del decreto, rimettendola a tempi più tranquilli. A motivare simile inusitata presa di posizione fu il parere fortemente critico fatto pervenire da uno dei consultori al Pontefice. Questi, in data 29 settembre 1835, sottoscrisse un documento, recentemente portato alla luce da padre Sergio Pagano, prefetto dell'Archivio segreto vaticano, nel quale si richiamava il legame intercorso tra lo Zaccaria e fra Battista, il cui insegnamento era stato ritenuto inficiato di quietismo, nonché il rapporto di direzione spirituale praticata da Antonio Maria nei confronti di Paola Antonia Negri, caduta in disgrazia dopo la morte del santo. Riconoscere pertanto le virtù eroiche del fondatore era - così pensò il papa - come offrire un ulteriore pretesto alla campagna denigratoria in atto verso la Chiesa che sembrava smentire se stessa e quindi contraddire il proprio magistero. Di qui la consegna dello spinoso dossier al suo successore, convinto che «la pubblicazione del decreto sulle virtù del venerabile Zaccaria (...) in altri tempi più propizi e più tranquilli potrà farsi con vantaggio della Chiesa». Morto dieci anni dopo Gregorio XVI (1846), il suo successore Pio IX, mentre si trovava esule a Gaeta, il 2 febbraio 1849 promulgò l'atteso decreto alla presenza del re e della regina di Napoli insieme ad alcuni cardinali.
Tre miracoli
Per dichiarare beato o santo un servo di Dio, la Chiesa chiede una specie di "prova del nove" della sua capacità di intercessione presso Dio, cioè un miracolo, generalmente una guarigione istantanea e duratura non spiegabile in base alle nostre cognizioni scientifiche. Vi raccontiamo i tre episodi - verificatisi tra il 1873 e il 1876 - che risultarono decisivi per la canonizzazione dello Zaccaria. I primi due riguardano persone della stessa famiglia: Paola e Francesco Aloni, di Cremona. La ragazza, sui quindici anni era stata colpita da una malattia qualificata dai medici di allora di natura reumatica e nervosa, che le procurava dolori fortissimi ai reni, alle spalle e alla testa. Ricoverata in ospedale per circa tre anni, ne uscì come ne era entrata. Le sue condizioni peggiorarono nel 1856 allorché sopraggiunse un tumore maligno alla gola a cui, dopo essere stata operata, ne seguì un altro sotto l'ascella. Venne dimessa senza speranza e obbligata a letto fino al 1873 allorché, ridotta ormai a uno scheletro, le furono amministrati gli ultimi sacramenti. Per i medici era spacciata da tempo. Il parroco, insieme al Viatico, le portò un' immagine e una reliquia dello Zaccaria, esortando tutti a iniziare una novena di preghiera. Alla conclusione di questa, il 25 maggio, verso le ore 16 la ragazza si rianima, riprende le forze, abbandona il letto, chiede qualcosa da mangiare e si reca addirittura in chiesa a ringraziare il Signore. E pensare che soltanto poche ore prima, quelli che l'assistevano avevano avvicinato alle sue labbra una candela accesa per vedere se respirava ancora! I medici attoniti confermeranno poco dopo la guarigione completa, duratura e inspiegabile dal punto di vista clinico. Il fratello Francesco, di dodici anni più grande, lavorava come fabbro ferraio nonostante godesse di poca salute (soffriva fin da piccolo di disturbi alla vista e di frequenti infiammazioni). Cadendo da cavallo, si era fratturato la gamba destra, ritrovandosi inabile al lavoro. Col tempo, l'arto cominciò a gonfiarsi e a riempirsi di piaghe degenerate poi in tumore irreversibile. Ricoverato nel 1876 all'ospedale dei Fatebenefratelli, dopo due mesi ne fu dimesso senza alcuna speranza di guarigione. La sorella, che tre anni prima era stata miracolata, tracciò un segno di croce sulla gamba malata con la reliquia dello Zaccaria, dicendo: «Per intercessione del Venerabile Antonio Maria, Iddio ti guarisca da questo male». Poi insieme al fratello cominciò una novena pregando con fede. Al nono giorno, esattamente il 23 ottobre, l'improvvisa guarigione. Tolte le fasciature dalla gamba, questa apparve completamente sana, tanto che Francesco poté tornare senza problemi al suo lavoro. Il terzo segno prodigioso si verificò a Castagnolo Minore, a pochi chilometri da Bologna, protagonista Vincenzo Zanotti, un contadino che fin da giovane soffriva di "sangue guasto" (allora si chiamava così), cioè di varici alla gamba sinistra che col tempo provocarono dolorose piaghe, alcune profonde fino all'osso. Per una quarantina d'anni, il poveretto cercò rimedio in farmaci che, pur alleviando un po' il dolore, non cambiavano la situazione. Un giorno, egli incontrò un suo amico cantoniere della ferrovia, Prospero Bianchi, devoto del "beato Antonio Maria" (così lui lo chiamava). Costui gli diede da leggere un profilo biografico dello Zaccaria e gli mostrò una reliquia, esortandolo a fare una novena. Il poveretto cominciò la sera stessa a pregare e man mano che passavano i giorni, le sue condizioni miglioravano. Prima di scoprire la parte piagata su cui aveva applicato la reliquia, volle aggiungere per sicurezza un triduo di preghiere e, al termine, la ferita era scomparsa. Lo Zanotti riprese a camminare speditamente senza alcun dolore. Anche stavolta il "dottor" Zaccaria aveva dimostrato di essere un ottimo medico. Davanti a episodi del genere, non fu difficile convincere Leone XIII che sarebbe stato giusto reintegrare ufficialmen4e il culto al beato: il che egli fece con atto solenne il 3 gennaio 1890, anche sulla base di un prezioso lavoro di documentazione svolto in precedenza da padre Giuseppe Granniello, che sarebbe stato poi insignito della porpora. A questo punto, arrivò la soluzione del "giallo" della tomba dello Zaccaria: mentre si discuteva sulla validità dei tre miracoli in vista della canonizzazione, fu deciso l'esame dei resti mortali del beato e il 20 giugno 1890, alla presenza dei delegati dell'arcivescovo e di due noti medici milanesi, si aprì la famosa cassetta che, nel frattempo, era stata trasportata a S. Barnaba. E con amara sorpresa, gli esperti - tra cui il celebre osteologo professor Bercigli dell'Istituto superiore di Firenze - stabilirono che quei resti non potevano appartenere allo Zaccaria. Si ipotizzò allora che a suo tempo si fosse scavato nel punto sbagliato, il che però creava un problema in più dal momento che il cimitero delle angeliche era stato espurgato in seguito alla soppressione del monastero decisa da Napoleone nel 1810. Circa un anno dopo, tuttavia, dopo aver consultato i documenti dell'archivio delle angeliche, si individuò il punto in cui si trovava l'altra porta del vestibolo e finalmente, l'8 maggio 1891, allo scavo apparve uno scheletro lungo dalla testa al femore (il resto era andato perduto). Il Bercigli stavolta sentenziò che quei resti appartenevano a un uomo morto sui quarant' anni. Ulteriori indagini confermarono l'autenticità del reperto e pochi giorni dopo, il 13 maggio, Leone XIII autorizzava la ripresa del processo di canonizzazione.
Capitolo XVIII
Solenne canonizzazione
Tra il dicembre 1895 e il gennaio 1897 furono discussi e approvati i tre miracoli. Il 14 febbraio, in occasione della lettura del decreto di approvazione, il papa ricevette in udienza il padre generale, Benedetto Nisser, con cinque altri padri e cinque studenti. Pochi mesi dopo, esattamente il 27 maggio, nella basilica di S. Pietro il papa dichiarava santo il fondatore dei barnabiti e delle angeliche insieme al beato Pietro Fourier (1565-1640), istitutore delle Canonichesse di sant'Agostino della Congregazione di Notre Dame e riformatore dei Canonici Regolari Lateranensi. La bolla di canonizzazione Dilectus Domini, recante le firme del pontefice e di 23 cardinali, un numero molto alto per quei tempi, fissava per la cerimonia la data del 27 maggio, festività liturgica dell'Ascensione di Gesù, «autore della umana salvezza, gioia dei cuori, artefice del mondo redento, vincitore per nobile trionfo, che siede alla destra del Padre». La celebrazione nella basilica vaticana rappresentava non solo un evento eccezionale ma anche una novità, in quanto le uniche altre due precedenti canonizzazioni compiute da Leone XIII erano state da lui presiedute nell'aula detta delle Benedizioni, rispettivamente l'8 dicembre 1881 per Giovanni Battista de Rossi (Genova, 1698-1764), Lorenzo Russo (Brindisi, 1559-1619), Benedetto Giuseppe Labre (Amettes, 1748-1783) e Chiara della Croce (Montefalco, 1268-1308), e il 15 gennaio 1888 per i sette fondatori dell'ordine dei servi di Maria. Questi i termini con cui la bolla pontificia spiega la decisione: «Per soddisfare al massimo i desideri dei fedeli, nonché per accrescere la maestà del rito, è sembrato bene che la celebrazione avvenga nel tempio più grande di tutto il mondo, secondo un antichissimo costume, che la tristezza dei tempi e la luttuosissima prigionia del Vicario di Cristo avevano costretto a interrompere. Poiché infatti per imperscrutabile giudizio di Dio questa prigionia dura ancora, abbiamo ritenuto non inopportuno che i fedeli moltiplichino preghiere ancora più ferventi davanti al sepolcro dei santi Apostoli, perché finalmente Dio si degni di convertire o di umiliare i nemici della santa Chiesa». Si era nel pieno della Questione Romana e il pontefice colse l'occasione per riaffermare davanti al mondo il diritto alla sovranità anche temporale della Santa Sede. La bolla, infatti, oltre a fornire indicazioni sull' inserimento della festa di sant'Antonio Maria nel Martirologio al giorno 5 luglio, invitava i cristiani a lottare per la vera libertà e dignità della nostra anima, per Cristo e per i diritti della Chiesa: «Dovunque contro questi santissimi e augustissimi nomi e realtà si muove una guerra atrocissima: in Italia poi in modo più tetro e più indegno, in Italia dove Cristo pose la sede principale del suo Regno, che uomini sacrileghi così si gloriano di aver sminuito da celebrare una scelleratezza nefanda con solenne civile rito, quasi fossero dei grandi della patria, anzi orgoglio del genere umano, e non si vergognano di perpetuarla avendo innalzato un enorme monumento nei pressi della croce distrutta. Dio ottimo e sommo ci assista e, per intercessione di sant'Antonio Maria, sia propizio alla nostra causa: favorisca le vostre iniziative, nobilissimi italiani, che per Cristo e la Chiesa combattete strenuamente né, trascinati dall' errore degli sciocchi, vi siete lasciati smuovere dalla vostra fermezza». Linguaggio duro e di estrema chiarezza, che suonava come un invito a dimostrare in quella occasione la propria fedeltà alla Chiesa. E imponente fu la dimostrazione dei fedeli. «La Civiltà cattolica», il prestigioso quindicinale dei gesuiti, nella rubrica "Cronaca contemporanea", dedicò ben sei pagine al solenne rito, sottolineando come in S. Pietro (e a porte chiuse, per il persistere del nodo irrisolto con lo stato italiano) assistevano una trentina di cardinali, oltre 240 tra patriarchi, arcivescovi, vescovi e abati ordinari, mentre in città erano arriva-ti oltre sessantamila pellegrini da ogni parte d'Europa. Da Milano erano oltre un migliaio, guidati dall'arcivescovo, il beato cardinale Andrea Carlo Ferrari (1850-192 1) e da parecchi vescovi lombardi. All'interno del tempio, precisamente sopra la porta maggiore, sopra la statua di sant' Elena e sopra quella di sant'Andrea, si trovavano gli stendardi che riportavano le scene dei tre miracoli approvati per la canonizzazione. Per l'occasione, la Cappella Sistina diretta dal maestro Domenico Mustafà eseguì la Missa papae Marcelli di Palestrina e all'offertorio il mottetto Cantate Domino dello stesso direttore. Secondo il cronista di «Civiltà cattolica», si trattò di un'esecuzione splendida «come forse non si ebbe mai a sentire sotto l'immensa cupola di Michelangelo. (…) Dall'alto della cupola le voci di centosettanta giovinetti rispondevano angelicamente al robusto coro della basilica».
Drappi per 8 km e 1570 lumi
Dopo la proclamazione dei due nuovi santi, tutte le campane delle chiese romane suonarono a festa per un'ora. Soltanto a partire dal pomeriggio, la basilica vaticana venne aperta ai fedeli che non avevano potuto assistere alla cerimonia, mentre alla sera il colonnato del Bernini e la facciata di S. Pietro furono illuminati con lanternini e fiaccole di bellissimo effetto. Si pensi che gli addobbi della basilica, progettati dall'architetto della Fabbrica di S. Pietro, professor Andrea Busiri, costarono 240.000 lire, pari a circa 280 milioni di oggi. All' esterno erano state collocate delle iscrizioni sulle tre porte della basilica, mentre sul cornicione della porta maggiore campeggiava la Gloria dipinta da Salvatore Nobili, direttore dello Studio del Mosaico Vaticano. All'interno si notavano i grandiosi archi dell'abside e della nave crociera alti 44 metri. Dalle grandi arcate pendevano parati di colore rosso tempestati di stelle con tocchi d'oro e frange all'estremità. Anche le finestre e le logge erano state parate in rosso e oro, così come i grandi pilastri, mentre le fasce dei cornicioni erano ricoperte di damasco. Insomma, furono impiegati drappi per una lunghezza complessiva di circa 8 chilometri! Nell'abside si ergeva il trono papale con la sua maestosa edicola alta 12 metri sormontata nel fornice da due colossali statue di san Pietro e san Paolo. In fondo alla chiesa, alto li metri, spiccava lo stemma papale tra i due medaglioni coi ritratti dei due santi. E che dire dell'illuminazione? Alle arcate erano appesi 23 lampadari con circa 250 candele, e ai bracci della crociera altri due enormi lampadari del peso di due tonnellate con 450 candele ognuno e un diametro di 10 metri. Infine, lungo il cornicione della navata maggiore erano stati collocati altri 2570 lumi. Immaginate le acrobazie che dovettero fare gli accenditori (ben 350) quel giorno. Non mancavano le misure di sicurezza e i servizi indispensabili per la durata della cerimonia: gabinetti per il papa (dietro al trono pontificio), con due stazioni sanitarie di pronto intervento e altre quattro distribuite nel resto della basilica. Una sessantina di pompieri vigilavano per evitare il rischio di incendio. Per questo enorme lavoro si era dovuta chiudere la basilica per cinque giorni, dal 22 maggio alla mattina del 27. Quell'evento ebbe un grande impatto sulla popolazione, per la straordinaria partecipazione di folla e di prelati: era dal concilio Vaticano I che non si vedeva nulla di simile a Roma. Re Umberto I - notava ancora «La Civiltà cattolica» - «ha salvato la sua dignità ritirandosi per quei giorni a Milano, assistendo alle corse a S. Siro. Quanto alla capitale del regno, così la descrive un liberale alla vigilia della canonizzazione: "Un forestiere che arrivi nella città eterna in questi giorni, deve proprio fare sforzi di osservazione per persuadersi che questa è la capitale di un regno che fa la grande nazione, che vi è un Governo, un Parlamento, una monarchia, dei ministeri, una parte della popolazione che vive per dato e fatto dell'essere Roma la capitale d'Italia. La città intiera è in ansiosa attesa della straordinaria e non mai più veduta funzione, che si celebrerà domani in S. Pietro in Vaticano, il maggior tempio della cristianità. Non si par4a d'altro e non si vuol sentire a parlare d'altro. Si calcola che siano già giunti 60.000 forestieri e altri ancora ne devono arrivare. Si sentono parlare tutte le lingue sui marciapiedi di Roma, e tutte le lingue parlano della funzione"». La giornata di quel 27 maggio ebbe ripercussioni notevoli anche sul piano politico: era in atto nel Paese un vivace risveglio dei cattolici che attraverso l'Opera dei Congressi, i comitati diocesani, le associazioni, i circoli e le casse di mutuo soccorso avrebbe contribuito alla crisi dello Stato liberale. Ha scritto Giovanni Spadolini che la migliore prova di forza nei confronti della massoneria italiana «si ebbe nelle grandi feste della primavera '97, a Roma, per la canonizzazione di Antonio Maria Zaccaria e di Pietro Fourier (superba rassegna di forze che impressionò lo stesso Giovanni Bovio e gli ispirò le famose parole sull'onnipotenza del papa). (…) L'uomo pensa, non prega: rispondeva con la sua eloquenza Giovanni Bovio all'interpelianza Momenti, che aveva sottolineato la funzione sociale, della preghiera; ma gli episodi di quei mesi contraddicevano sempre più apertamente i "dogmi" del filosofo della democrazia, col grande afflusso dei credenti ai pellegrinaggi e alle feste religiose, con lo splendido successo delle celebrazioni ambrosiane a Milano, con lo straordinario concorrere di fedeli di tutto il mondo alla Basilica vaticana per la canonizzazione di Antonio Maria Zaccaria e di Pietro Fourier. (…) Le Chiese si rianimavano, e non soltanto di fedeli in atto di preghiera, ma pure di cattolici in schieramento di battaglia, riuniti li, nei templi, per sostenere le loro tesi, per combattere le loro battaglie, per denunciare i loro nemici: secondo una tradizione che "La Civiltà cattolica" ricollegava direttamente alle consuetudini del Medioevo, all'epoca gloriosa dei Comuni. (…) Lo stesso Bovio era costretto a riconoscere, in occasione delle feste di canonizzazione del maggio '97, che il papa aveva dimostrato praticamente la sua onnipotenza». Siccome Roma è pur sempre la città di Pasquino (retta all'epoca da un «Governo circonciso», e cioè composto da ebrei), non mancò neppure quel giorno un garbato sonetto di tale Alfredo Posta, che lo pubblicò sul giornale «Vera Roma» del 23 maggio 1897.
A LI SANTI ZACCARIA E FOURIER O Santi novi, Santi benedetti che ve ne state su ner Paradiso, e ve gustate già quer ber soriso de la Madonna in mezzo a l'angeletti; Guardate giù a nojantri poveretti, o Santi, ma guardatece sur viso, si nun paremo tanti tisichetti pe' corpa d'un Governo circonciso! Adesso ch' er Pontefice Leone ve fa un sacco de feste ar Vaticano, pensate puro un po' pe' sta Nazione. Pregate in Cielo co' li Sommi Padri Dio benedetto, che ce dia 'na mano, p'avè la forza de caccià 'sti ladri!
Una sfida da raccogliere
Ci siamo volutamente dilungati su questi particolari perché non sono privi di attualità, anche se il clima dei rapporti Stato-Chiesa non è quello di allora. Oggi la Chiesa non è più soggetta ad attacchi frontali, come all'epoca del Risorgimento; ma si sta diffondendo un po' dovunque, di pari passo con il processo di secolarizzazione, quella "tiepidezza" che è nemica mortale della fede, certamente più pericolosa di una persecuzione aperta. Come affermava Antonio Maria, «gli uomini moderni sembrano fatti apposta per allontanare l'uomo da Dio». C'è un gran bisogno, oggi come ai tempi del santo, di "incendiari" di Dio che sappiano infiammare di quel suo fuoco le coscienze dei fedeli, suscitando testimonianze coraggiose e dirompenti come la sua e quelle dei suoi primi seguaci. Ha notato giustamente il cardinale Martini, parlando ai giovani nel duomo di Milano il 25 gennaio 1997 in occasione del centenario della canonizzazione di Antonio Maria: «Diceva il santo: "Quanto più la creatura è eccellente e nobile, tanto maggior obbligo ha di rendere a Dio il maggiore frutto" dei propri talenti. E lo diceva a ragazzi e a giovani, lo diceva anche alle persone sposate, al gruppo di coniugi appartenenti ai laici da lui istituiti: Vorrei e desidero, e voi se volete ne siete capaci, che diventiate gran santi, purché vogliate accrescere e restituire belle al Crocifisso che ve le ha donate, le doti e le grazie da lui ricevute". I santi, dunque, sono nella storia e ancora oggi promotori di santità. Essi considerano lo spirito il talento più prezioso e ci invitano a coltivarlo. (…) La chiamata alla santità della vita è universale. Sant'Antonio Maria Zaccaria vuole, ancor oggi, portare attraverso di voi la vivacità spirituale, la riforma nella vita della Chiesa e del mondo, delle famiglie. (…) La sfida lanciata da sant'Antonio Maria Zaccaria e accolta dai suoi contenporanei si ripropone ora a tutti noi. Si ripropone a voi ragazzi e giovani in particolare perché il futuro è nelle vostre mani. La sapremo accogliere questa sfida? L'esempio e l'insegnamento che ci ha lasciato il santo ci spinge a dire il nostro si... ci invita a dire il nostro si col cuore aperto e fiducioso».
ANTONIO CI PARLA…
Dagli Scritti del santo abbiamo scelto alcuni pensieri che, per l'originalità e lo stile tipico che li caratterizzano, oltre a illuminare ulteriormente la fisionomia spirituale del personaggio, stimolano il lettore a una riflessione sul senso della vita. (I testi originali hanno subito piccoli ritocchi per renderli più comprensibili).
Non vi ho scritto parola alcuna che non abbia in sé un non so che. Il che, se lo ritroverete, penso che vi sarà utilissimo e di gran guadagno; e se lo metterete in pratica, insieme con il libro della dolce memoria della croce di Cristo [il vangelo], vi condurrà a perfezione grande, 84 (1.11.09)
Quello che vi ho scritto, dovete leggerlo con i fatti e non con la bocca solo; che certo vi prometto che diventerete un altro da quello che siete, e quale vi bisogna essere, 43 (1.03.12)
Gli uomini moderni sembrano fatti apposta per allontanare l'uomo da Dio, 39 (1.03.05)
Dio ha fatto il tutto per l'uomo, e l'uomo per Dio, 193 (2.06.08)
Dio si fa tuo amante, e figlio, e padre e madre insieme. Egli ti cerca, ti chiama e di continuo ti invita. Oh, infelici quelli che l'abbandonano, e beati quelli che stanno nell'abisso di quella dolcezza eterna!, 125 (2.02.05)
La bontà di Dio non guarda alla malizia nostra, 190 (2.06.03)
L'odio delle cose temporali nasce dall'amore di quelle celesti... E’ necessario che l'uomo vada per l'odio di tutte le creature e di ogni cosa all'amore di Dio, 159 (2.04.14); 195 (2.06.11)
Stimandomi debitore di tutti, a tutti mi sottometterò, e mi umilierò, e mi concorderò con ognuno, affinché Dio per la sua bontà mi accenda il cuore: Dio che è solito abitare nei luoghi bassi e quieti, 175 (2.04.37)
Quanto allegri si trovano i buoni, trovandosi privi dell' affetto del tutto, perché così non potranno essere separati dall'infinito gaudio di Dio, e avendo perso il tutto hanno il tutto, 160 (2.04.15)
Dio non ha abbandonato tutto per te? Che ha potuto fare che non abbia fatto? E tu vorresti servirlo, amarlo, onorarlo limitatamente, e non di più?, 203 (2.06.23)
Per mezzo della Madre vergine intatta, la nostra Madonna, la vergine Maria, Dio volle liberare il mondo, 164 (2.04.21)
La potenza divina ha fatto la Vergine partorire e Dio morire, 101(2.01.01)
Oh, bontà grande; oh, inestimabile carità! Dio farsi uomo! E perché? Per ricondurre l'uomo a Dio, per insegnargli la strada, per dargli lume, 192 (2.06.06)
Avendoti dato il Figlio suo, come vuoi che con esso non ti abbia dato e darà ogni cosa?, 105 (2.01.12)
Il nostro Salvatore si pose stabilmente contro l'irresoluzione, con l'obbedienza fino alla morte, e corse, per non essere negligente, all'obbrobrio della croce, 35 (1.02.14)
Sei tu discepolo di Cristo? Porta la croce, macera il corpo in fame e fatiche, vigila all'orazione, spendi il tempo tuo in aiuto al prossimo, inchiodati alla santa obbedienza e mai non ti allontanare da essa, 119 (2.01.35)
Quando capita una cosa improvvisa che richiede provvisione, eleviamo la mente a Dio, pregandolo di ispirarci quello che dobbiamo fare; e seguendo l'istinto dello Spirito non falleremo, 33 (1.02.09)
Seguendo l'istinto dello Spirito non sbaglieremo, perché lo Spirito santo subito perviene al fondo delle cose e non sta sopra la superficie, 32 (1.02.06)
Lo Spirito ti fa sempre ricordare di Dio, anche se tu dormi, perché mentre dormi il cuore tuo vigila, 126 (2.02.07)
Tu puoi senza bugia chiamarti un dio in terra, 127 (2.02.08)
È tanta l'eccellenza del libero arbitrio, mediante la grazia di Dio, che l'uomo può diventare e demonio e dio, secondo che gli pare, 183 (2.05.15)
È in tuo potere eleggerti il male e il bene; anzi, di più: in tuo potere è collocato di fare che il male ti sia utile e proficuo, 185 (2.05.16)
Il vostro maggior nemico è intimo a voi e siete voi stessi; pertanto finché temerete altre cose ma non temerete voi stessi, non giungerete a perfezione grande, 262 (3.12.29)
Tu sei tenuto a onorare ogni uomo, perché ogni uomo, quanto all' origine e generazione sua e per essere di una medesima specie, deve essere amato, 173 (2.04.34)
Abbraccia di farti quello che non sei, 288 (3.18.02)
Più la morte vi aspetta e vi sta a lato, e più molti di voi non pensano che presto, presto avranno ordine di partirsi, e Dio sa come si ritroveranno! E peggio sarà per coloro a cui èconcesso tempo, perché quello che ti è concesso a misericordia e penitenza, tu lo destini al peccato, provocando l'ira e la vendetta di Dio sopra dite, 121(2.01.37)
Dio ci ha dato una legge di amore, non di paura; di libertà di spirito, non di servitù; e una legge insita nei nostri cuori e che ogni uomo può sapere da sé. Non c e più bisogno che tu interroghi il prossimo: interroga il tuo cuore e lui ti risponderà, 104 (2.01.10)
Dio comincia dall'alto e viene al basso; ma l'uomo, volendo ascendere, comincia dal basso e va all'alto: cioè l'uomo lascia prima l'esteriore ed entra nel suo interiore, e da quello va alla cognizione di Dio, 130 (2.02.15)
Sarebbe una gran cecità, se tu non riconoscessi di essere fatto per questo: per camminare a Dio, 193 (2.06.08)
La vita spirituale è un cibo che chi ne mangia, ancora lo desidera; ed è un bere che chi l'ha gustato, ancora ne vorrebbe. Chi non lo gusta non l'intende, 126 (2.02.06)
Nella via di Dio, il non andare avanti e lo star fermi è un ritornare indietro, 203 (2.06.23)
Che giova incominciare bene e non finire bene? Questo non è altro che affaticarsi invano, 291(3.18.10)
Fuggi di pensare che ti basti mai quello che avrai cominciato, 295 (3.18.21)
L'uomo irrisoluto sempre è inquieto, e mai si può contentare anche nei gran contenti; si rattrista faéilmente e si adira; e ricerca facilmente le sue consolazioni, 32 (1.02.05)
Concludi dunque e di': Io voglio vivere spiritualmente. Io voglio diventare un medesimo spirito con Dio. Io voglio che la mia cittadinanza sia in cielo. Io voglio avere Dio sempre nel cuore, 135 (2.02.26)
L'uomo interiore non ha minor bisogno del cibo spirituale, che l'uomo esteriore del pane materiale, 263 (3.12.31)
I libri, bene intesi e con le mani operati, ci potranno condurre alla perfezione. Sappiate tutti che è meglio leggere poco e questo masticarlo bene, che non stracorrere e vedere molte cose e più autori, perché questo è piuttosto un pasce-re la curiosità, che studiare, 240 (3.08.03-4)
Che ti vale persuadere gli altri a vincere le passioni, se tu non vinci le tue? Che ti vale predicare la perfezione a parole, e poi fare l'ipocrita e distruggerla con i fatti?, 153 (2.04.03)
Il non rinnegarsi, ma andare dietro alle proprie voglie, ci nutrirebbe a morte, perché le nostre voglie sono di carne, 73 (1.09.13)
Ardirei di dire che la virtù senza contrarietà è di nessuno o di piccolo valore; ma quanto più grandi ha le contrarietà, tanto più diventa preziosa, 290 (3.18.07)
Vorrei che aveste l'occhio vostro a fare ogni dì qualcosa di più e scemare ogni dì qualche sensualità anche se vi fosse concessa; e questo per amore di voler crescere in virtù e diminuire le imperfezioni e fuggire il pericolo di cadere in tiepidezza, 82-83 (1.11.05)
Non pensate di introdurre in altri le virtù, se voi ne sarete privi: come volete che uno possa operare oltre le sue forze?, 254-255 (3.12.06)
Mai sarà stabilita nei vostri cuori l'umiltà, madre e custode delle virtù, fintantoché per lungo tempo, con grande affetto e con acuto desiderio non abbiate avuto a grato tutte le persecuzioni, irrisioni e umiliazioni, 258 (3.12.18)
L'umile è accompagnato dalla compassione e dalla tolleranza dei difetti altrui, 291(3.18.13)
Non vi è maggior superbia del giudizio; e non v'è cosa per la quale Dio più abbandoni l'uomo, che per il giudizio. Per ogni passo della Scrittura, Dio grida che non giudichiamo gli altri, bensì noi stessi, 112 (2.01.23)
Non giudicate nessuno in nessun modo, perché questo sarebbe un usurpare l'ufficio di Dio. Altrimenti facendo non potrete mai pervenire alla semplicità, e neanche svuotare la mente da fantasie, 261(3.12.26)
La gola è un vizio necessariamente accompagnato da molte altre cose, le quali noi abbiamo in orrore e fastidio, 238 (3.07.06)
Il demonio sospende per la gola i golosi, 285 (3.17.12)
La causa della tua rovina e del fatto che la mente tua vada vagabonda, è che la tua lingua non è corretta ed emendata, 129 (2.02.13)
La causa della nostra imperfezione e che non ascendiamo alla stabilità della mente, è la nostra lingua, 130-131(2.02.17)
La bugia distrugge tutto il fondamento della vita spirituale: sicché fuggila; fuggila, ti dico, 134 (2.02.25)
Se il vostro occhio sarà orbo e adultero, lascio a voi pensare quale sarà il resto del corpo, 63 (1.07.05)
Altra cosa è furore e devozione esteriore, e altra cosa fervore e vera devozione, 264 (3.12.37)
Sappiate che l'orazione mentale è il cibo e il nutrimento dei proficienti; perciò se non vi nutrirete di essa, necessariamente vi sentirete mancare le forze, 244 (3.10.01)
Dispiacciono molto a Dio i cuori volubili perché sono generati e nutriti dall'infedeltà, 291(3.18.10)
L'irresoluzione è effetto e causa della tiepidezza, 32 (1.02.07)
Nessuna delle tue azioni e orazioni ti valgono... se tu fai il volere tuo, 118 (2.01.33)
Abbiate un vero amore e desiderio della onnimoda e totale perfezione, 266 (3.12.44)
È impossibile poter volare nell' alto della perfezione, carichi di molti pesi, 262 (3.12.29)
La vera devozione è una pronta volontà nelle cose di Dio, 265 (3.12.40)
La mente tua è come un mulino nell'acqua, che sempre lavora. Se tu vi poni del frumento, macina del frumento; se tu vi poni loglio e veccia, macina loglio e veccia, 131(2.02.18)
Il demonio non è solito vincere se non i distratti, 237 (3.07.02)
Volete imparare a pregare? Raffrenate la lingua vostra dal superfluo o anche dal necessario parlare, e così incomincerete a poter parlare con il vostro Dio [dicendogli] quello che direste a un vostro amico. Raffrenate ancora la evagazione mentale e ogni curiosità e ogni distrazione dei sensi, 246 (3.10.08)
Sta' saldo e non ti partire dall' orazione neppure con la sola deliberazione dell' animo, perché, ancorché tardi, riceverai quello che desideri, 247 (3.10.09)
Pregate per i morti o per chiunque patisse necessità spirituale e temporale, 225 (3.01.05)
Nella meditazione e orazione sforzatevi di conoscere i vostri principali difetti e soprattutto il difetto e vizio che è il capitano generale in voi, 43 (1.03.13)
Forse dirà qualcuno: "Non sento alcuna dilettazione nel principio della mia orazione mentale". Ti rispondo: "Studia-i di mettere nella mente pensieri che suscitano compunzione, come la passione di Cristo o i dolori della Madonna, 247 (3.10.09)
Il demonio suole imbrattare le sonnolente orazioni, come le mosche i cibi freddi e per questo tali orazioni puzzano davanti a Dio, 257 (3.12.15)
Ragionate familiarmente e confabulate delle vostre cose con il Crocifisso e consigliatevi con lui, 39 (1.03.06)
Qualsiasi cosa facciate, tenetevi sempre al divino cospetto, 257 (3.12.16)
Non confessatevi a stampa [in modo ripetitivo e stereotipoi e per consuetudine, 258 (3.12.19)
Vuoi tu non far peccati mortali? Fuggi i veniali. Vuoi tu ancora fuggire i veniali? Lascia qualche cosa lecita e concessa, 202 (2.06.21)
Offri a Dio il sacrificio che è il sacrificio dei sacrifici, cioè la santissima eucaristia. Non c'è da meravigliarsi se l'uomo si è intiepidito e diventato bestia; è perché non frequenta questo sacramento, 149 (2.03.25)
La vita religiosa è una croce continua e a poco a poco, 119 (2.01.35)
Non vale dire: "Siamo religiosi, siamo religiosi". Come? Tu religioso? Ma se non sei neanche buon secolare, 118 (2.01.32)
Ti farà contrasto la gente tiepida con la quale tu abiti: questa per te sarà la battaglia più grave di tutte le altre, 296 (3.18.25)
Per la virtù della discrezione, tu non sarai né precipitoso né tardo, 289 (3.18.05)
Non leggi solo punitive, l'uomo non fa profitto né muta perfettamente i costumi, perché di dentro resta sempre quello che era, e sempre sarebbe pronto a fare il male, se gli cessasse la punizione, 294 (3.18.20)
È proprio della povertà l'avere poco, come è proprio della natura l'accontentarsi di poche e piccole cose, 230 (3.04.03)
Bramate talmente la povertà, da avere in desiderio che vi manchino anche le cose sommamente necessarie, sapendo che sotto colore di necessità molte volte si dilatano le fimbrie [i tentacoli] della superfluità, 256 (3.12.11)
Il desiderio mio fu sempre di vedervi crescere di momento in momento; e quando per caso mi fosse parso che non aveste risposto al mio animo compiutamente come desideravo, mi era una coltellata in mezzo al cuore, 75 (1.10.02)
Le carezze non vi ammorbino e l'essere lodati non vi monti il cervello, 64 (1.07.10)
Dal tuo amor di Dio dipende ogni cosa. Senza l'amor di Dio non si fa nulla, 161(2.04.16)
Il mezzo per arrivare all'amore di Dio è l'amore del prossimo, 175 (2.04.37)
Di quanti mali siete causa voi padri ai figlioli!, 168 (2.04.26)
Se tu sei infedele nelle cose minime, sarai tu fedele nelle grandi?, 142 (2.03.10)