SANT’ANTONIO MARIA ZACCARIA:

FUOCO NELLA CITTA’

 

Introduzione

In queste pagine si parla di un uomo che, sotto l'azione della grazia, è deciso a combattere quello che ritiene il peg­giore nemico della pratica cristiana: la tiepidezza, la man­canza di decisione ("irresoluzione"). E lo fa portando, do­vunque passa, un fuoco che conquista e si propaga rapida­mente, "incendiando" letteralmente le città in cui opera e trasformandole in centri di irradiazione di santità. Antonio Maria Zaccaria - e con lui altri grandi anime, co­me il domenicano fra Battista Carioni, la contessa Ludovica Torelli e l'angelica Paola Antonia Negri - rappresentano per certe caratteristiche peculiari un fenomeno inedito nella sto­ria della Chiesa, la cui valenza profetica non venne mai a sufficienza riconosciuta (e forse non lo è ancora oggi piena­mente). Eppure, la loro vicenda ci appare attualissima: dopo il concilio Vaticano Il, la comunità cristiana trova in essa più di uno stimolo e di una concreta traccia per attuare un pro­gramma di conversione autentica. Bisogna risalire a Caterina da Siena e a Teresa d'Avila per imbatterci in qualcosa di simile: ma qui il progetto che si realizza sotto l'azione dello Spirito coinvolge tutto il popo­lo di Dio senza discriminazioni gerarchiche. I Tre Collegi che prendono corpo dallo sforzo concorde dei loro animato­ri (chierici regolari, ossia religiosi preti; suore dedite all'a­postolato e laici, per lo più collaboranti con i primi due isti­tuti: barnabiti, angeliche e "Maritati di Paolo santo") rap­presentano un unicum perché concepiti come membra di un solo organismo che tendono al medesimo traguardo: la per­fezione della vita cristiana, la santità. L'originalità di questa formula non sarà capita, anzi sarà ostacolata e alla fine ri­mossa come qualcosa al limite dell'eresia. Soltanto oggi ne riscopriamo la forza "incendiaria". La storia dello Zaccaria è il paradigma di una missione provvidenziale in un'epoca di grande confusione sociale non priva di riflessi negativi sulla stessa Chiesa, la cui azio­ne evangelizzatrice aveva perso vigore. Molte situazioni di allora trovano sorprendenti riscontri nella società di oggi, dove peraltro scarseggiano leader capaci, come lo Zaccaria, di riaccendere il fuoco della fede e della carità. Per questo la vicenda di un santo vissuto cinque secoli fa è a nostro avvi­so non solo di grande interesse culturale, ma anche di forte stimolo per i cristiani di oggi. Devo confessare che la mia sorpresa nell'impatto con un personaggio così straordinario si deve in parte alla scarsissi­ma conoscenza che ne avevo. Ma mi sono anche chiesto se i barnabiti e le angeliche abbiano sempre fatto tutto il possi­bile per divulgarne la memoria; diceva san Francesco di Sa­les che il Vangelo è come l'insieme delle note musicali, uti­lizzando le quali ogni santo compone una sua musica, di­versa dalle altre. Ma quella dello Zaccaria - a onta del suo originalissimo "spartito" - non è purtroppo tra le più cono­sciute. Proprio questo mi ha stimolato a indagare a fondo il personaggio e a raccontarlo da cronista alla gente. Ho detto che siamo davanti a una figura di pregnante at­tualità per i molti riscontri che la sua vita presenta con la si­tuazione odierna: Antonio Maria, ad esempio, appartiene a una categoria di professionisti - quella dei medici - solita­mente incline allo scetticismo in materia di fede: più di uno, infatti, sostiene ironicamente di non aver mai incontrato l'a­nima operando col bisturi; e quando si imbatte in casi di guarigioni ritenute miracolose o quanto meno scientifica­mente inspiegabili, si affanna a cercare una spiegazione na­turale, giudicando a priori impossibile un intervento divino. Eppure, il dottor Zaccaria quando si pone il problema di co­me vivere da vero cristiano, non ha dubbi: rinuncia alle pro­spettive brillanti di una professione che gli avrebbe garantito prestigio e ricchezza, per seguire Cristo. Stesso discorso per i primi suoi seguaci e collaboratori. Mi ha colpito, del suo colorito linguaggio, l'espressione «correre come matti» verso Dio e verso il prossimo, che di­ce tutta la radicalità della sua decisione. Lo seguiranno in breve tempo altri personaggi della nobiltà e della borghesia, a conferma che la sua rivoluzione parte da una ristretta élite per contagiare poi anche il popolo: ma a muoversi per primi sono alcuni vip. E qui mi chiedo ancora: è in grado la nostra società-bene di esprimere personalità di questo calibro? Ma ancor più attuale appare la vicenda del santo, se si pa­ragona il clima in cui essa maturò con quello di oggi: la "tie­pidezza" da lui individuata come il principale nemico da battere è infatti la stessa indifferenza che oggi fa di tantissi­mi battezzati dei puri cristiani anagrafici, senza più legami vitali con la propria Chiesa: tiepidi, cioè indifferenti, che ri­corrono a Dio soltanto in punto di morte (e nemmeno tutti) o in occasione di riti tradizionali come battesimo (perché, dicono, porta buono), cresima, matrimonio e funerali (spes­so senza crederci realmente). Si sente più che mai l'esigen­za di qualcuno che porti il "fuoco" nelle coscienze, che co­stringa a rivedere la propria vita in maniera decisa, radicale. Passiamo tante volte davanti alle chiese e le troviamo de­serte, nonostante quella lampada che arde a fianco dell'alta­re, per ricordarci che lì c'è realmente (anche se misteriosa­mente) Qualcuno che attende. Proprio come accadeva ai tempi dello Zaccaria: ed ecco che egli escogita e promuove le Quarantore pubbliche e rimette l'eucaristia al posto che le spetta, facendone il cuore della pietà cristiana, accanto al Crocifisso guardando il quale egli trova le risposte ai dram­mi e alle angosce dell'umanità. E speciale attenzione dedica alla parola di Dio, in modo speciale alle Lettere di san Pao­lo che ne connotano l'infuocato zelo apostolico. Va sottolineata, infine, la sua coraggiosa, profetica valo­rizzazione del ruolo della donna nella Chiesa, nonché del carisma laicale e coniugale: purtroppo non fu compresa e ven­ne quasi subito ridimensionata da una mentalità clericale du­ra a morire ancora oggi, a dispetto delle belle dichiarazioni di intenti. Mi pare che, proprio sull'onda del Grande Giubi­leo 2000, sia auspicabile una rivalutazione di figure come la Torelli e la Negri, senza il cui apporto la straordinaria espe­rienza dei Tre Collegi probabilmente non si sarebbe realiz­zata. Mi auguro di essere riuscito attraverso queste pagine a rendere familiare ai lettori un santo che è si "di ieri", ma so­prattutto è un santo "per oggi", che continua mediante i suoi figli spirituali - i barnabiti, le angeliche e i laici loro asso­ciati - a portare fuoco nelle coscienze, ad "aggredire" come sapeva fare lui l'uomo per riavvicinarlo a Dio.

 

 

Capitolo I

Il contesto storico

 

Ogni santo è figlio del suo tempo, ma con una differenza fondamentale rispetto alla gente comune: con la sua testi­monianza e con la ricchezza dei suoi carismi, egli riesce a incidere sul corso della storia, a modificare una tendenza, a svegliare energie latenti, lasciando dietro di sé una traccia duratura. Antonio Maria Zaccaria è uno di loro, che ha por­tato nella cristianità del suo tempo una ventata di novità e una serie di intuizioni profetiche che, seppure scarsamente recepite allora, agiranno da fermento nei secoli successivi. Per capire a fondo la sua vicenda e il ruolo che il Signore della storia gli ha affidato, bisogna rifarsi al contesto dell'e­poca. Un contesto alquanto drammatico, perché la Chiesa nella prima metà del Cinquecento era in preda a una grave crisi che attraversava l'intera cristianità, cioè le istituzioni, la vita religiosa e la stessa teologia. Per fortuna, le crisi so­no un po' come le malattie, che in un fisico fondamental­mente sano producono efficaci anticorpi. Da una parte, dunque, c'era una Chiesa i cui vertici appa­rivano in forte decadenza: i teologi, avendo interrotto il con­tatto vitale con le fonti (la Bibbia e i Padri), finivano per per­dersi in dispute litigiose che mettevano un ordine religioso contro l'altro: il monaco agostiniano Martin Lutero poté af­fermare, purtroppo giustamente, che "quella" teologia aveva tradito la Chiesa, oscurando Cristo; e le sue riflessioni lo porteranno dalla protesta all'eresia e allo scisma. Il papato, dal canto suo, era sempre più coinvolto nel gio­co politico, col risultato di far prevalere gli interessi monda­ni su quelli religiosi. In particolare alcuni pontefici (Ales­sandro VI, Giulio Il, Leone X e Clemente VII) per rafforza­re la propria autorità cercano e trovano aiuto nei sovrani, i quali però chiedono in cambio privilegi in materia di nomi­ne episcopali e di benefici economici: emergono così le fi­gure emblematiche dei vescovi-principi che, anziché il pastorale, impugnano la spada, battono moneta e guidano eserciti armati. Le diocesi, particolarmente in Germania, ri­mangono per decenni appannaggio di membri di una stessa famiglia che si trasmettono i vescovadi quasi fossero pro­prietà personali. Ma soprattutto si consolida una gravissima contraddizione di fondo: il vescovo si gode i benefici eco­nomici della diocesi senza risiedervi né esercitarvi l'ufficio di pastore. Un esempio eclatante per capire: san Carlo Borromeo (1538-1584), che a soli 7 anni di età era stato aggregato al clero milanese portando la tonsura e vestendo l'abito talare, a 22 anni fu chiamato a Roma dallo zio papa Pio IV (Gia­nangelo Medici, milanese) che lo nominò subito segretario di Stato, cardinale e amministratore di Milano e, quattro an­ni dopo, arcivescovo della metropoli ambrosiana. Questo giovane interpretò al meglio il suo ruolo, anche a costo di farsi dei nemici (gli Umiliati arrivarono ad assoldare un si­cario che gli sparò un'archibugiata, senza tuttavia ferirlo). Fu un pastore autentico, vicino alla gente, amico dei poveri, un grande riformatore. Un santo, insomma. Gli "anticorpi", come reazione alla crisi ecclesiale, si for­mano spontaneamente un po' dovunque: negli ordini reli­giosi, ad esempio, dove si sviluppa il movimento delle "Os­servanze", comunità di frati decisi a vivere la regola in ma­niera radicale, senza compromessi col mondo; ma anche tra i laici, dove gruppi spontanei nascono sulla base di un im­pegno personale per la santificazione: come i "Fratelli e le Sorelle della Vita comune", nei Paesi Bassi e in Germania; gli Oratori e le Compagnie del divino Amore in Italia, uni­tamente al Gruppo di Brescia (dove sant'Angela Merici fon­da la Compagnia di sant'Orsola), il Circolo di Viterbo e quello di Napoli, l'oratorio dell'Eterna Sapienza di Milano (al quale approderà anche il nostro protagonista). Così, accanto alle nuove congregazioni dei chierici regolari - tea­tini (1524), somaschi (1528), barnabiti (1530) e gesuiti (1534) - sorgono le confraternite laicali, ricche di fermenti innovatori. Un dato accomuna queste nuove realtà emergenti nella Chiesa: l'impegno per una radicale "autoriforma". Mentre Lutero mira soprattutto a riformare la Chiesa-istituzione, nei grandi fondatori di questo periodo matura la convinzione che prima occorre convertire se stessi per poi cambiare le istituzioni. Questi personaggi dotati di grandi carismi rie­scono ad attuare quello che, per la verità, già nel Quattro­cento alcuni collaboratori illuminati dei Papi avevano sug­gerito di fare, incontrando però sempre la sorda, durissima opposizione della curia romana, avida e gelosa dei propri privilegi. Proprio allora un concilio - il Lateranense V - aveva elaborato un programma di riforma, ma di scarso re­spiro, tanto è vero che la sua conclusione (nel 1517) coinci­de con la richiesta di Lutero che si discutano le sue ben no­te 95 tesi. Il concilio di Trento si aprirà soltanto nel 1545, troppo tardi ormai per frenare il dilagare dell'eresia nel Nord Europa.

 

 

Capitolo Il

Figlio unico di una vedova giovanissima

 

Nel 1502 Cremona era già quella bella città che ancora oggi nel centro storico possiamo ammirare: col suo Torraz­zo, costruito nel 1250; il battistero ottagonale e lo splendido duomo in stile lombardo-gotico, la cui facciata si stava com­pletando proprio in quegli anni (sarebbe stata ultimata nel 1508); il palazzo del Comune e la Loggia dei Militi. Allora, dal 1499, Cremona era sotto la signoria di Venezia; dieci an­ni dopo se ne sarebbe liberata, cadendo però sotto quella de­gli Sforza e successivamente, nel 1525, sotto quella degli spagnoli che l'avrebbero tenuta fino al 1702. Nella prima quindicina di dicembre di quel 1502 (il gior­no preciso non è stato possibile appurarlo) nasceva il prota­gonista della nostra storia. I genitori, Lazzaro Zaccaria e An­tonia (o Antonietta, come veniva chiamata familiarmente) Pescaroli, si erano sposati il 2 febbraio 1501, festa della Candelora, e si erano installati nella casa paterna di Lazza­ro, individuata da alcuni studiosi nell'ultimo edificio a de­stra dell'attuale via Beltrami (un tempo via Ripa d'Adda), da altri in una parte del palazzo Mina-Bolzesi. Gli Zaccaria erano una famiglia di antica nobiltà: senza azzardarci, come fanno alcuni, a legarla a dei principi alba­nesi passati poi a Cipro e da qui a Genova, si sa per certo che già nel 1090 questo cognome a Cremona era di quelli che contavano. Dal 1133 al 1792, infatti, il casato avrebbe dato alla città ben trentotto decurioni, cioè membri importanti dell'amministrazione comunale. Oltre a possedere terreni (circa 1700 pertiche milanesi), essi gestivano un redditizio commercio di stoffe di lana, con propri fondaco e bottega - "Le Drapperie" - situati presso la piazza Maggiore, di fron­te al palazzo comunale. La loro doveva essere una casa grande, perché vi abitava­no anche la mamma di Lazzaro - Elisabetta Pasquali, rima­sta vedova sei anni prima -, due sorelle e il fratello maggio­re, Pasquale, con la rispettiva famiglia (moglie e quattro fi­glie), oltre a una sorellastra, Venturina, avuta da Lazzaro pri­ma del matrimonio. Si potrebbe pensare a qualche difficoltà di convivenza, per la presenza di una suocera e di due gio­vani nuore, ma tutto lascia credere che mamma Elisabetta, donna di grande fede, riuscisse a tenere insieme l'intera fa­miglia senza turbare l'armonia domestica. Quanto a Ventu­rina, veniva trattata alla pari degli altri figli legittimi. Tra l'altro, quando si sposerà - per ben due volte, essendo rima­sta presto vedova - Antonio Maria la fornirà della dote, sen­za mai nominare la sua condizione di "sorellastra". Il piccolo fu probabilmente battezzato subito, come si usa­va fare allora, anche perché era nato di sette mesi e poteva considerarsi a rischio, per quei tempi. Non conosciamo la data precisa perché i registri della parrocchia di S. Donato cominciano soltanto con l'anno 1561. Lo chiamarono, un po' in controtendenza, con due nomi estranei alla folta pa­rentela: Antonio Maria, cioè come la mamma e forse in omaggio alla Madonna, per la quale in famiglia c'era una grande devozione. Tra l'altro, anche un cugino del santo si chiamava Bernardo Maria.

 

Subito orfano di padre

Esistevano tutte le premesse per un'infanzia felice, invece quando il bimbo aveva pochi mesi, nel febbraio 1503 morì improvvisamente il padre. Non sappiamo di quale malattia, ma bisogna dire che gli inverni di allora mietevano vittime in quantità soprattutto tra coloro che non erano dotati di un fisico robusto; inoltre infierivano ricorrenti malattie epide­miche. L'anno dopo sarebbe morto anche lo zio Pasquale. I sepolcri dei due fratelli si trovano, uno accanto all' altro, nel­la chiesa dei SS. Cosma e Damiano a Cremona. Rimaste sole, le due nuore fecero subito vedere di che pa­sta erano fatte: entrambe ancora giovani (Antonia aveva so­lo 18 anni) e ricche, avrebbero potuto facilmente rifarsi una vita. Invece vi rinunciarono, preferendo dedicarsi totalmen­te all'educazione dei propri figli e trovando nella fede il conforto e la forza per andare avanti. In casa si intensifica­rono in modo speciale due devozioni che avrebbero influen­zato anche la spiritualità di Antonio Maria: quelle al Croci­fisso e alla Vergine Addolorata. Poche notizie ci sono state tramandate sui primi anni di vi­ta del piccolo: i biografi ci descrivono una madre preoccu­pata di stimolare nel figlio una religiosità non di facciata, ma solida, basata sulla preghiera e tradotta in gesti di fattiva ca­rità verso i poveri. Antonio Maria amava recitare il Credo: può sorprendere, ma non troppo, dal momento che si era al­la vigilia di un periodo storico che sarebbe stato caratteriz­zato dallo scontro con l'eresia luterana, e nulla meglio di una chiara professione di fede poteva aiutare a mantenere la propria identità cattolica. Ovviamente, la mamma portava il figlioletto in chiesa per la messa e le altre funzioni: a lui pia­cevano in modo particolare le prediche (si vede che il par­roco sapeva parlare al popolo) tanto che, appena tornato a casa, trovava gusto a ripetere quello che aveva sentito. E lo faceva così bene che Antonia voleva che anche la servitù as­sistesse agli inconsueti sermoni tenuti con assoluta serietà da un ragazzino di appena dieci anni.

 

Lezioni di carità

Ignoriamo anche quando Antonio Maria ricevette per la prima volta la comunione. Le testimonianze comunque con­cordano nel descrivercelo concentrato al massimo in vista dell'evento: pregava da solo in casa e, a tavola, si mortifica­va rinunciando a parte dei cibi (i più appetitosi). Logico che dietro tutto questo ci fosse l'autentica pietà della mamma: per Antonio Maria, ella era il modello da seguire. E l'imita­zione che gli riusciva meglio era quella della carità. Di quel periodo ci è stato tramandato un aneddoto significativo: un giorno d'inverno, appena uscito da scuola, il ragazzo incon­trò per strada un mendicante seminudo, che tremava dal freddo, e senza pensarci due volte si tolse il mantello e la giacca di seta per riscaldarlo. Tornato a casa in camicia, si aspettava un rimprovero dalla mamma: invece questa, sapu­ta la ragione di quello strano abbigliamento, lo abbracciò commossa. Del resto, la porta di casa Zaccaria si apriva generosa­mente ai poveri che bussavano, tanto che un bel giorno An­tonio Maria propose alla mamma di non vestirlo più di seta, ma di usare stoffe ordinarie: così, risparmiando, si sarebbe potuto aiutare qualche poveraccio in più. Questo stile di solidarietà con gli ultimi lo spingeva a im­porsi delle mortificazioni corporali non sporadicamente, co­me era avvenuto in preparazione alla prima comunione, ma in maniera stabile. La mamma, che forse faceva altrettanto ma non lo dava a vedere, a un certo punto intervenne po­nendo un freno a queste penitenze, nel timore che ne sof­frisse la salute del figlio. Nel frattempo, era arrivato il momento di fargli comincia­re gli studi, come era del resto abitudine tra le famiglie nobi­li, in quanto ai maschi si aprivano sostanzialmente due stra­de: quella della carriera militare o ecclesiastica, oppure l'e­sercizio di una professione. La scuola lo vede impegnato nello studio delle lettere (in­clusi latino e greco) e delle scienze: le sue propensioni erano piuttosto per queste ultime e per l'arte. Gli piaceva andar per chiese non soltanto per pregare, ma anche per ammirare i ca­polavori di cui erano ben fornite: basti pensare alle belle sto­rie della Vita di Maria dipinte dal Boccaccino - detto il Raf­faello di Cremona - nella navata centrale del duomo, alla pa­la del Perugino in S. Agostino, all'antica, suggestiva basilica romanica di S. Michele e in altre chiese che sarebbero state arricchite più tardi dagli affreschi dei fratelli Campi; per non dire di altri monumenti di cui era già allora ricca la città.

 

Da Pavia a Padova

Sui sedici anni, lo troviamo a Pavia (probabilmente in compagnia della madre, che lì aveva dei parenti) per inizia­re i corsi di filosofia: un biennio nel quale matura la sua prima importante decisione, quella di dedicarsi alla medici­na, professione di prestigio in grado di tenere alto l'onore del casato (diversi Zaccaria si erano distinti in passato nella cura dei malati). Ovviamente, per questa disciplina nulla c'era di meglio che l'università di Padova, polo culturale tra i più celebri d'Europa. Il diciottenne Antonio Maria è un giovanotto al quale si aprono prospettive allettanti, ma lui le trascura perché deve avere qualcosa dentro - un segreto che non svela a nessuno per il momento - che lo spinge verso strade insolite. Poco prima di trasferirsi a Padova, l'imprevista spiegazio­ne: dopo aver fatto testamento secondo la consuetudine del tempo il 5 ottobre 1520, il 16 dello stesso mese il ragazzo decide di donare tutta la sua parte di eredità al cugino Ber­nardo, con la clausola però dell'usufrutto di tali beni alla madre, vita natural durante. Per sé trattiene - come voleva la legge per dare validità all'atto - soltanto 100 lire imperiali. «Un gesto che ha dell'incredibile», afferma giustamente pa­dre Giuseppe Bassotti, «per un giovane universitario biso­gnoso di mezzi per il suo mantenimento agli studi (…) so­prattutto per le clausole che vi erano annesse: la donazione non poteva essere revocata per nessun motivo, anche se la madre si fosse macchiata di ingratitudine verso il figlio e an­che se questi avesse avuto prole da mantenere». Qui si delinea con chiarezza la statura interiore di Antonio Maria: il suo è quasi un voto di povertà, che andava di pari passo con la castità della sua condotta. Perché la facoltà di medicina? Non ci sono note le ragio­ni ditale scelta. Accanto al desiderio di continuare una tra­dizione familiare, avrà giocato probabilmente la dimensione caritativa della professione medica: abituato da tempo a condividere e a lenire le sofferenze dei poveri, egli avrà pen­sato che un laico avrebbe potuto offrire un servizio tanto prezioso quanto più accessibile alle loro limitate possibilità economiche; un servizio prestato unicamente per amor di Dio, da cristiano che vede nel volto del malato il volto di Cristo. Inoltre, curando i corpi, egli avrebbe potuto dire an­che una buona parola che giovasse all'anima.

 

Una laurea inutile?

L'università di Padova, la seconda fondata in Italia dopo quella di Bologna, vantava già a quei tempi una lunga sto­ria. Nata nel 1222, aveva acquistato ben presto larga fama, consolidandola nel secolo XV: in origine era divisa in uni­versità dei giuristi" (leggi e notariato) e "università degli ar­tisti" (medicina, filosofia e grammatica), a cui era anche an­nessa una scuola di teologia. Qui, prima dello Zaccaria, ave­va studiato medicina Nicolò Copernico (dal 1501 al 1505) e dopo di lui vi sarebbero giunti altri personaggi di grande ri­lievo: nel 1588, proveniente da Ginevra, il giovane France­sco di Sales, e quattro anni dopo anche Galileo, come do­cente di matematica. Secondo la tradizione, i corsi accademici cominciavano il 18 ottobre, giorno che la Chiesa dedica alla memoria litur­gica dell'evangelista medico-pittore san Luca, i cui resti mortali si conservano in S. Giustina: tutti gli studenti dove­vano assistere in cattedrale alla messa solenne. Non sappia­mo dove alloggiasse Antonio Maria: probabilmente in uno dei ventisette collegi che la città aveva aperto per giovani forestieri, soprattutto provenienti dall'estero (a quell'epoca, vi affluivano studenti da ventidue paesi europei). Né ci sono state conservate le lettere che egli inviava regolarmente alla madre informandola sui suoi progressi negli studi. Certo, l'ambiente goliardico non era fatto per suggerire raccoglimento e pratica religiosa, soprattutto tenuto conto del miscuglio di nazionalità e di culture presenti a Padova, e delle prime avvisaglie della Riforma luterana che sicura­mente si facevano sentire anche lì: nel 1517 Martin Lutero aveva sfidato la Chiesa con le sue teorie e il 15 giugno del 1520 la bolla pontificia Exurge Domine le condannava. E presumibile che un ateneo prestigioso come quello patavino non fosse estraneo all'infuocato dibattito che si accese nel Nord Europa, soprattutto a partire dalla scomunica inflitta al riformatore tedesco nel 1521 da papa Leone X.

 

Dio gli bastava

Possiamo immaginare lo Zaccaria in preghiera davanti al­l'urna di Antonio, il taumaturgo che a Padova è "il santo" per eccellenza, la cui basilica si stava allora abbellendo di capolavori straordinari. Ma è fuor di dubbio che l'impegno di vita cristiana, già ben chiaro a Cremona sotto la guida del­la madre, qui si rafforza nell' esercizio ascetico. Ai compa­gni doveva apparire un po' anomalo questo ragazzo riserva­to e schivo, che alle allegre riunioni preferiva la penombra delle chiese, frequentava i sacramenti con assiduità e pensa­va soprattutto a studiare. La medicina lo metteva a diretto contatto con i malati e con i morti, alimentando la riflessio­ne sulla fugacità della vita e sulla vanità delle ricchezze per cui tanti si affannano. Non si ha notizia di sue relazioni affettive con ragazze: Dio gli bastava. Invece conosciamo il nome di un amico, Se­rafino Aceti (1496-1540), proveniente da Fermo nelle Mar­che: tra i due nascerà un legame spirituale molto intenso. L'Aceti abbraccerà poi la vita religiosa tra i Canonici latera­nensi, lasciando alcuni scritti ascetici di valore, e successi­vamente fonderà le Suore del Buon Gesù a Ravenna. Dopo varie peregrinazioni attraverso l'Italia come ricercato predi­catore, all'inizio degli anni Trenta riallaccerà i rapporti con lo Zaccaria a Milano, familiarizzando con i suoi gruppi e le sue iniziative. Sarà infine anch'egli tra gli amici accorsi al capezzale di Antonio Maria morente. La sete di spiritualità e l'orientamento deciso per le op­zioni evangeliche appartengono al quadriennio padovano del giovane Zaccaria. Si può dire che egli abbia emesso i voti prima ancora di abbracciare lo stato religioso. E a propo­sito di castità, sappiamo che da studente a Padova Antonio Maria raccolse in un quadernetto a rubrica alcuni appunti fi­losofici ripresi da diversi autori, tra i quali il seguente: «La castità è di grande aiuto nell'acquisto della scienza. Vedi al­la lettera E, sotto la voce Esercizio». Andando alla lettera in­dicata, Antonio Maria riporta questa frase di Averroè: «L'e­sercizio offre alla natura dell'uomo una preparazione che prima non aveva; analogamente opera tale preparazione la virtù morale e soprattutto la castità». I progressi negli studi furono rapidi e duraturi: merito que­sto anche di alcuni illustri docenti, i cui nomi ci sono stati conservati nei Rotuli del 1520 e 1524. Di quel periodo ri­mane soltanto il citato quadernetto in cui egli ricopiò alcune sentenze di filosofia e che gli servirà poi per scrivere il testo dei suoi Sermoni, un ciclo di prediche di cui si parlerà più avanti. In quattro anni di intenso studio, Antonio Maria superò gli esami e conseguì la laurea in medicina "con plauso", a quan­to si sa. Purtroppo non esiste il documento che lo attesti con certezza, ma bisogna dire che il registro delle matricole del­l'università di Padova conservato nella biblioteca di quell'ateneo data a partire dal 1583, mentre gli atti pubblici dei dot­torati iniziano addirittura nel 1617. Questo spiega perché nel Catalogo dei dottori in medicina non figura il nome dello Zaccaria. Ma lo ritroviamo nel "Catalogo de' Dottori Fisici" di Cremona relativo al 1524. Per curiosa coincidenza, pro­prio in quell'anno Gaetano da Thiene, un altro laureato usci­to dall'università patavina, fondava il primo ordine di chie­rici regolari, quello dei teatini. Tornato a Cremona, festeggiato come è verosimile dai pa­renti e dagli amici, il neodottore cominciò a esercitare la professione, sotto la guida di medici anziani e collaudati. Ancora nell'aprile 1526 lo Zaccaria compare nell'elenco dei cosiddetti "Scolari", cioè dei giovani laureati che facevano pratica prima di mettersi in proprio. Di medici c'era un gran bisogno perché a Cremona era in atto quella che oggi chia­meremmo una emergenza sanitaria, a causa della peste scop­piata nell'estate di quell'anno. I biografi parlano del palaz­zo Zaccaria trasformato in lazzaretto, ma non abbiamo do­cumenti di archivio che ce lo confermino. Di certo, scopo del suo lavoro non era quello di far soldi, ma di servire l'uo­mo sofferente, nel quale egli scorgeva il volto di Cristo. I suoi pazienti erano i più poveri, quelli ai quali nessuno pen­sava e che non potevano certo permettersi il lusso di pagare una visita medica. Li curava negli ospedali o anche a domi­cilio e con un'attenzione che gli guadagnò presto la stima e l'ammirazione della gente, insieme forse a qualche critica da parte della "Cremona-bene", che non vedeva di buon occhio un suo pari mischiarsi coi pezzenti. Lui non ci faceva caso, come aveva fatto del resto a Padova quando i compagni lo deridevano tacciandolo di bigottismo. Col passare dei mesi, intanto, egli si rese conto che molti suoi malati avevano bisogno di rimettere in sesto l'anima più che il corpo. Per uno come lui, che si alimentava quoti­dianamente a contatto col Signore frequentando i sacramen­ti e meditando la parola di Dio, era naturale cercare di ri­portare alla fede chi ne era lontano, e i risultati dovevano es­sere tali da porgli col tempo un interrogativo: non sarebbe stato meglio per lui dedicarsi unicamente a curare i mali del­le anime? Più passavano i giorni e più avvertiva l'urgenza di una risposta.

 

Il volto e l’anima

A questo punto il lettore sarà curioso di sapere com'era questo personaggio, che faccia aveva, come si presentava. Possiamo raffigurarcelo come ce lo hanno tramandato alcu­ni ritratti postumi: essendo morto a soli 36 anni, la sua fi­sionomia non doveva essere cambiata molto rispetto agli an­ni giovanili. Lo storico Giovanni Antonio Gabuzio ce ne schizza un rapido profilo in latino, che tradotto suona così: «Antonio Maria fu di giusta statura; di complessione sana e vegeta, ma non molto robusta; di aspetto grave, che lasciava trasparire santità; di viso più allungato che tondo, con occhi grandi leggermente sporgenti, sopracciglia e capelli neri, barba folta e non molto lunga, colorito olivastro». Un tipo distinto, insomma, che poteva anche incutere soggezione ai suoi pazienti, ma che poi li conquistava con la dolcezza del tratto. Questo per quanto riguarda l'aspetto esteriore. Più interessante è indagare com'era di carattere. E qui l'u­nico dato scientifico disponibile a cui attingere è la calligra­fia: ci ha provato, come aveva già fatto con tanti altri perso­naggi, un frate francescano conventuale, padre Girolamo Moretti, autore di un volume che ha già avuto diverse edi­zioni, intitolato I santi dalla loro scrittura. Questo il suo "re­ferto" su Antonio Maria Zaccaria: «Intelligenza quantitati­vamente superiore, giusta nel giudizio sui risultati delle in­telligenze altrui e molto oggettiva. Ha grande tendenza e abilità per l'esegesi di vario genere: storica, biblica, lettera­ria. Molto originale e curante principalmente la sostanza delle cose (…). Ha l'abilità e la tendenza per l'organizzazio­ne concettuale (…). Il soggetto è portato principalmente a cose scientifiche (…). Ha la tendenza e l'abilità per la psico­logia teoretica e pratica. Carattere fondato sulla fermezza di propositi con qualche piccola tendenza alla debolezza... re­sa quasi nulla dalla decisione non eccessiva, dall'austerità e principalmente dalla riflessione (...). Entrano spesso in coz­zo le sue tendenze, ma il soggetto non perde mai il control­lo di se stesso (…). Data la forza intellettiva che lo distingue e la dirittura del suo carattere, potrebbe elevarsi a tanta al­tezza morale da non essere misurabile con psicologia ordi­naria». La diagnosi può dirsi sostanzialmente fedele al dato stori­co. Il barnabita padre Giuseppe Cagni, in una sua relazione intitolata L'uomo Zaccaria, integra quanto sopra con alcune osservazioni, mettendo in evidenza una qualità peculiare del santo: la visione oggettiva della realtà (a conferma di quan­to dichiarato da padre Moretti), nonché la sua grande fidu­cia nell'uomo e nelle cose. Tutto il creato è bello e buono, fatto da Dio per noi. Antonio Maria è fondamentalmente un ottimista, convinto com'è che l'uomo può diventare qualcu­no purché attivi intelligenza e volontà. Commenta padre Ca­gni: «Anche le passioni sono buone: Dio le ha poste in noi come un grande dono, perché sono spinta all'azione. Poche passioni, poca capacità di azione; molte passioni, molta. Le grandi passioni danno i grandi santi. E una visione dell'uo­mo diametralmente opposta al pessimismo protestante. Però tutte le creature tendono a farsi idolo, a motivo dello squili­brio originale; ma proprio qui si rivela la consistenza della struttura di ciascuno, perché tutto "è sottoposto all'imperio della volontà" e si danneggia solo chi vuol danneggiarsi: Nemo laeditur nisi a seipso; nessuno si danneggia se non da se stesso: lo Zaccaria conosce e cita questa importante ome­lia del Crisostomo! "Anzi, è tanta l'eccellenza del libero ar­bitrio (…) che l'uomo può diventare e demonio e dio, se­condo che gli pare". E spiega: "L'uomo è dio in quanto si conforma, per similitudine e imitazione di opere, a Dio, nel modo che è possibile all'uomo". Quindi fiducia piena nel­l'uomo, nelle cose e nella loro costruttiva armonia»". Ciò che egli sembra non sopportare è la mediocrità, il non rispondere subito "sì" agli appelli dell'ideale, in altre parole la tiepidezza, «pestifera e maggior nemica di Cristo Croci­fisso» come egli la definisce, opponendole una proposta di radicalismo evangelico che finirà per scuotere un mondo re­ligiosamente languido come quello del Cinquecento.

 

 

 

Capitolo III

La svolta

 

Le storie dei santi sono piene di circostanze che determi­nano improvvise inversioni di rotta. Senza rifarci al caso clamoroso di san Paolo, dove il Signore intervenne in prima persona a fargli cambiare idea, vi sono tanti altri esempi si­gnificativi: Agostino di Ippona (354-430), da giovane gau­dente che era, dopo l'incontro con sant'Ambrogio (339-397) si fece battezzare e diventò uno dei più grandi personaggi della Chiesa; per Margherita da Cortona (1247-1297) la conversione arrivò dopo la scoperta del cadavere del suo amante, assassinato da ignoti; Ignazio di Loyola (1491-1556), che sognava una brillante carriera militare, durante la convalescenza per una ferita alla gamba scoprì il Vangelo e fondò poi la Compagnia di Gesù; Giovanni di Dio (1495-1550) era un uomo inquieto, in continua ricerca, ma gli ba­stò ascoltare una predica di san Giovanni d'Avila (1499-1569) per tornare a Dio; il dottore della Chiesa Alfonso de' Liguori (1696-1787) era un brillante avvocato del foro na­poletano: per aver perso la causa durante un clamoroso pro­cesso, gettò la toga e si fece sacerdote dando vita alla fami­glia religiosa dei Redentoristi. Per Antonio Maria non si può parlare di conversione. Poi­ché in lui si faceva ogni giorno più pressante l'interrogativo sul senso della vita e sul suo futuro, decise di chiedere con­siglio a un domenicano, passato ai posteri col solo nome di fra Marcello, un religioso ben noto a Cremona per il carisma del discernimento. Lo Zaccaria lo contattò, si parlarono a lungo e il religioso capì di aver di fronte un giovane d'ecce­zione. Sul momento gli consigliò di riflettere bene sulla decisione che aveva in animo di prendere, assicurandolo che anche lui avrebbe pregato per vederci chiaro. Dopo qualche tempo, fra Marcello sciolse la riserva: «E meglio che lasci la professione per farti sacerdote. Questa è la tua vera strada», gli disse. Era la conferma che Antonio Maria aspettava: vedendo nelle parole del domenicano una precisa chiamata divina, abbandonò la pratica medica per «darsi a vita spirituale». Fu poi lo stesso frate a iniziarlo al­lo studio della teologia, disciplina fondamentale per il sacro ministero. Possiamo immaginare le reazioni che la scelta del dottor Zaccaria provocò non tanto nella madre, la quale conosceva bene il giovane e probabilmente già era al corrente della sua ricerca, quanto nell'entourage di parenti e amici. Qualcuno avrà avanzato dei dubbi su una decisione così strana da par­te di un brillante professionista, che rinunciava alle sugge­stioni di un futuro promettente per farsi prete. Ma neppure stavolta lui tentennò: con decisione intraprese la nuova "car­riera" come era ormai abituato a fare, incurante dei giudizi della gente. Fra Marcello doveva essere un maestro illuminato: non dimentichiamo che la teologia, in quegli anni, attraversava una grave crisi, separata com'era dal contatto vitale e fecon­do con la Bibbia e con la dottrina dei Padri. Dai biografi ap­prendiamo che Antonio Maria - sotto la sua direzione - non si limitò ad approfondire la parte dogmatica, ma attinse lar­gamente alla Scrittura e ai grandi dottori della Chiesa, in particolare a san Tommaso d'Aquino. Più tardi, nelle Costituzioni dell'ordine che stava abboz­zando, egli affermerà nel capitoo intitolato "Dello studio": «Studino, i Fratelli, la Scrittura sacra, e con avidità si dilet­tino così (talmente) di intenderla e capirla, che abbiano ma­nifesti e aperti i sensi occulti, maxime quelli che sono atti al­la istruzione (edificazione) dei costumi. Dopo la Scrittura sacra, potranno leggere ciascun dottore approvato dalla Chiesa, e i libri dei santi Padri, purché i loro scritti non si ritrovino essere contrari ai detti della Scrittura sacra e di altri santi dottori». Più avanti, egli dimostra di conoscere bene, dal momento che ne consiglia la lettura, alcuni classici del­la letteratura spirituale come le Collazioni o conferenze spi­rituali di Giovanni Cassiano, le Storie dei santi padri, so­prattutto quelle scritte da san Girolamo, la Scala del paradi­so di Giovanni Climaco, nonché le opere di san Bonaventu­ra, le Lettere e Il Dialogo di santa Caterina da Siena e gli scritti di fra Battista Canoni da Crema, il domenicano che avrà tanta parte nella vita del santo. In questo, dunque, Antonio Maria si rivela un uomo aper­to ai tempi. Pur basando infatti le sue conoscenze (e non avrebbe potuto fare altrimenti) sull'esegesi scritturistica me­dioevale più classica, egli avverte la nuova sensibilità che si era andata sviluppando grazie alle correnti dell'Evangeli­smo, dell'Umanesimo cristiano (Erasmo da Rotterdam face­va scuola) e della Devotio moderna, nonché sotto gli stimoli suscitati dalla Riforma luterana. Anche il recupero dei Pa­dri della Chiesa, accostati come la Bibbia nella lingua origi­nale, lo predispone a un approccio nuovo con la gente, al­l'uso di un linguaggio diverso. Non è improbabile che aves­se già allora fatta propria, tramite fra Marcello, la lezione di Erasmo che, nella prefazione all'edizione del Nuovo Testa­mento in greco, nel 1516 aveva scritto: «Vorrei che la mas­saia, mentre fa i mestieri in casa, o il contadino mentre ara il campo, recitassero a memoria passi dalle lettere di san Paolo o dai vangeli». Tra l'altro, l'accenno alle lettere di Paolo si adatta a meraviglia alle scelte del futuro fondatore che, infatti, si familiarizza presto con i testi paolini che ri­sulteranno fondamentali per la sua spiritualità. L'urgenza di una solida formazione dottrinale, inoltre, si faceva più viva a causa degli eventi che agitavano il mondo ecclesiale nella stessa Cremona, dove il convento domeni­cano era coinvolto, facendo quasi da cassa di risonanza, nel grande dibattito in corso nella Chiesa circa la necessità di una seria riforma "in capite et in membris": nel 1528, l'an­no in cui Antonio Maria sta per concludere gli studi teologi­ci in vista dell'ordinazione sacerdotale, il priore del conven­to di quella città, fra Bartolomeo Maturi, abbandona tutto e fugge in Svizzera per aggregarsi ai riformatori d'oltralpe. E fra Marcello avrà informato il suo alunno guidandolo a una interpretazione equilibrata dei fatti. Si vedrà poi che 1'ap­porto domenicano risulterà fondamentale per gli sviluppi dell' atività dello Zaccaria.

 

Un catechista laico

Si calcola che gli studi teologici abbiano assorbito Antonio Maria per circa due anni e mezzo nella sua Cremona e forse a Bologna, come attesta padre Battista Soresina in un'antica testimonianza che citeremo più oltre. Ma già pochi mesi do­po la nuova scelta di vita, fra Marcello aveva deciso di «far­gli intraprendere il bene spirituale del popolo», spingendolo a confrontarsi col variegato pubblico dei fedeli attraverso la catechesi. Antonio Maria cominciò dai bambini della no­biltà, l'ambiente che meglio conosceva, raccogliendoli nella chiesa di S. Vitale, detta anche di S. Geroldo perché custodi­sce le ceneri di questo santo, originario di Colonia, ucciso presso Cremona nel 1241 e venerato come martire. Aveva un suo metodo che risultò subito efficace: leggeva brani della Scrittura, vite di santi o qualche pensiero spiri­tuale tratto da uno dei tanti manuali di devozione allora in uso, poi spiegava il tutto con linguaggio semplice, interro­gando a tratti questo e quell' ascoltatore. Ne nasceva un dia­logo che teneva desta l'attenzione di tutti. L'iniziativa ebbe successo, tanto che a un certo punto co­minciarono a frequentare S. Vitale anche i ragazzi più gran­dicelli. Ma anche i loro coetanei più poveri, che di solito passavano la giornata nelle piazze e nelle strade circostanti, nel vedere questo strano afflusso si intrufolarono in chiesa, prima per pura curiosità, poi attratti da questo laico che sa­peva parlare così bene di Dio. Ne informarono i famigliari e nel giro di qualche mese l'uditorio si infoltì di adulti, geni­tori, fratelli e sorelle di quei bambini senza più distinzione di età o di classe sociale: davanti a Dio si sentivano tutti uguali. A tante mamme che sudavano la giornata lavorando, non pareva vero di togliere dalla strada almeno per qualche ora i loro piccoli e di metterli a contatto con le verità della fede, che magari anch'esse avevano dimenticato. La notizia di questo esperimento fece in breve il giro del­la città e S. Vitale si riempì di popolo. Intanto, senza accor­gersene, Antonio Maria si stava allenando per quel ministe­ro che lo avrebbe visto protagonista qualche anno dopo. Oggi nessuno si meraviglia nel vedere un laico che spiega la dottrina cristiana ai fedeli: anzi, si può dire che la maggior parte dei catechisti siano laici, uomini e donne, come lo so­no molti insegnanti di religione nelle scuole. Ma allora ciò costituiva una novità. Giustamente è stato notato che la ca­techesi ai bambini è uno dei vanti della Chiesa cremonese: di solito questo servizio pastorale lo si fa iniziare a Milano nel 1536 a opera del sacerdote Castellino da Castello, fino a che il concilio di Trento ne divulgherà la pratica a tutta la Chiesa. La scuola di catechismo di S. Vitale inizia diversi anni prima e sarà continuata dopo la morte del santo da un gruppo di laici chiamati "Servi de' putti e putte di S. Girol­do", organizzati meglio dal barnabita padre Nicolò d'Avia­no nel 1553 e da lui fusi con la Compagnia di S. Gerolamo nel 1559. La chiesetta di S. Vitale conserva interessanti affreschi del Trecento, purtroppo in parte deterioratisi, raffiguranti san Geroldo ai piedi della Vergine sant'Antonio abate e santa Caterina d'Alessandria. Possiamo renderci conto, da come si trova oggi, di quanta gente potesse contenere quando par­lava lo Zaccaria. Non molta, date le sue modeste dimensio­ni, tanto che a volte i fedeli erano costretti a pigiarsi o ad ascoltare stando sulla porta: si trattava di un'unica aula senza volta, a capriate scoperte, del tutto spoglia di ornamenti, col pavimento al di sotto del livello stradale. Nel 1562, la chiesetta passò ai padri somaschi, che vi trasferirono i loro orfani e la ridussero a tre navate. Accurati restauri l'hanno oggi trasformata in un audito­rium cittadino. Il 14 maggio 1994 le autorità della Provincia, in collaborazione con le congregazioni dei barnabiti e delle angeliche, e col patrocinio della Sovrintendenza ai Beni ar­tistici e storici di Mantova, vi hanno scoperto una lapide su cui è scritto: «In questo antico tempio di San Vitale I S. An­tonio Maria Zaccaria (1502-1539) ha iniziato l'insegnamen­to del Catechismo I e le scuole della Dottrina Cristiana I ha istituito il gruppo spirituale dell' Amicizia I e celebrato la sua prima messa nel 1528.1 La Provincia di Cremona I in oc­casione del restauro /1992». Mentre Antonio Maria si preparava a ricevere gli ordini sacri, più passava il tempo e più prendeva coscienza di quel­la che sarebbe stata la sua missione. Gli incontri in S. Vita­le, tuttavia, registrarono qualche brusca quanto involontaria interruzione a causa delle vicende politiche che non lascia­vano presagire nulla di buono per la Lombardia. Gli eserci­ti di Francesco I e di Carlo V, che si contendevano il domi­nio del ducato di Milano, avevano i loro campi base non lon­tano da Cremona: nel 1525 Francesco I, sconfitto a Pavia e fatto prigioniero, era stato costretto a firmare a Madrid una pace che avrebbe poi subito rinnegato per stringere la Lega santa con papa Clemente VII e altri principi italiani. Pur di contrastare il passo al rivale Carlo V, aveva addirittura favo­rito in Germania i protestanti, che in Francia invece perse­guitava. Dal canto suo l'imperatore non fu da meno e, anche per ritorsione verso il Pontefice che gli si era schierato con­tro, nel 1526 permise ai luterani il libero esercizio della loro confessione. E l'anno dopo, i suoi Lanzichenecchi avrebbero devastato Roma (con il famoso "sacco") costringendo Cle­mente a rinchiudersi nella fortezza di Castel Sant' Angelo. Altre guerre si sarebbero combattute per il dominio di Mi­lano e per le popolazioni della regione avrebbero significato sofferenze e disordini, soprattutto perché le truppe di Car­lo erano costituite in maggioranza da luterani fanatici, ai quali non pareva vero di dare una lezione ai cattolici profa­nando chiese, violando la clausura dei monasteri, razziando e uccidendo senza pietà. Ad aggravare la situazione si ag­giunsero le pestilenze e le ricorrenti carestie, mentre ai con­fini dell'impero premevano le truppe islamiche guidate da Solimano che erano già arrivate a Budapest, incendiando, devastando e lasciando sul terreno oltre centomila vittime. Ma è appunto in quel periodo che la Chiesa produce i suoi efficaci "anticorpi": si chiamano Girolamo Emiliani (1481-1537), Gaetano da Thiene (1480-1547), Ignazio di Loyola (1491-1556) e Filippo Neri (1515-1595), oltre ovviamente allo Zaccaria. Nel 1527 parve che il peggio per Cremona fosse passato e Antonio Maria riprese i suoi incontri con la gente in S. Vi­tale. Il suo composito uditorio gli dava modo, tra l'altro, di formarsi un'idea precisa sul livello di cultura religiosa dei suoi concittadini e, soprattutto, della "qualità" della loro pratica cristiana: lo aveva già misurato in parte da medico contattando gli infermi, preoccupato com'era di curarne non solo i corpi, ma anche le anime. E ne aveva anche diagno­sticato la malattia: la "tiepidezza". Data la sua idea battagliera della vita spirituale, la tiepi­dezza era considerata l'ostacolo più minaccioso per il fervo­re, che è per lui la caratteristica dei «veri amatori di Cristo». In una serie di Sermoni (ne previde tre, ma ne stese solo il primo) egli si riprometteva di analizzare le cause della tiepi­dezza e i modi per eliminarle, insistendo soprattutto sulla generosità dell' impegno, non limitandosi farisaicamente a ciò che è strettamente comandato, ma estendendolo a ciò che è solo consigliato. Unicamente così si progredisce: in caso diverso, afferma, «il non andare avanti nella vita di Dio e lo stare fermi, è un ritornare indietro». Lui aveva comunque fatto la propria scelta di vita, deci­dendo di darsi interamente al Signore, anche se il sacerdozio lo spaventava; se ne riteneva indegno. In quello stesso 1527, o agli inizi del 1528 (ma mancano riferimenti precisi), mo­riva il buon fra Marcello e Antonio Maria si affiderà succes­sivamente alla direzione di un altro domenicano, destinato a giocare un ruolo decisivo in tutta la nostra storia: fra Batti­sta Canoni da Crema (1460c.-1534). Prima dell' ordinazione sacerdotale, tuttavia, egli compì un gesto estremamente rivelatore: verso la fine del 1524 o all'inizio del 1525 era morta una zia paterna, Giovanna Zac­caria, lasciando eredi delle sue sostanze Antonio Maria e il cugino Bernardo. I biografi ci fanno sapere che il santo ne approfittò per raddoppiare le elemosine ai tanti poveracci che bussavano alla sua porta. Era un'ulteriore prova della sua decisione di spogliarsi di ogni bene materiale per dedi­carsi alla missione tra il popolo.

 

 

Capitolo IV

La prima messa

 

Dopo aver ricevuto la tonsura (detta anche "chierica") e i quattro ordini minori dell'ostiariato, del lettorato, dell'esor­cistato e dell' accolitato (con il Vaticano Il è stato abolito il primo, mentre la facoltà di esorcizzare è concessa dal ve­scovo diocesano solo ai sacerdoti e in determinati casi), in tre feste successive, come era allora consuetudine, Antonio Maria ricevette gli ordini maggiori, cioè suddiaconato, dia­conato e presbiterato. Di questi eventi conosciamo oggi le date: l'ordinazione suddiaconale il 19 settembre 1528, saba­to delle cosiddette Tempora di autunno, l'ordinazione diaco­nale (quasi sicuramente) il 19 dicembre (Tempora d' inver­no) e quella sacerdotale, la più importante, il 20 febbraio 1529 (Tempora di primavera). Ad accertare tali date è stato il barnabita padre Franco Ghilardotti proprio alla vigilia delle celebrazioni per il quin­to centenario della nascita dello Zaccaria. Si tratta di una scoperta importante perché, come ha spiegato lo stesso pa­dre Ghilardotti, uno dei motivi che bloccarono a lungo la causa di beatificazione di Antonio Maria era il fatto che non si conoscevano né la data né il luogo della sua ordinazione sacerdotale, e neppure il nome del vescovo ordinante. «I pri­mi tentativi di ricerca sono stati deludenti, sia all' archivio di Stato di Cremona sia nella curia vescovile, dove fu dichia­rato che tutti i documenti relativi alle ordinazioni del Cin­quecento erano stati bruciati o dispersi. Non mi sono arreso. Per oltre 18 giorni, in tre riprese, ho scandagliato migliaia di rogiti e relative imbreviature (quando esistevano) di almeno quattro notai dal 1520 al 1533. Fra quelle innumerevoli car­te, dall'argomento più vario, erano contenuti dei quinterni volanti con le indicazioni di alcune ordinazioni clericali, in­sieme con alcuni fogli in bianco sparsi qua e là; segno che il lavoro del notaio sarebbe dovuto essere completato. Con co­stanza e tanto entusiasmo ho continuato le ricerche che or­mai sembravano senza esito». Quando pareva necessario ri­nunciare, ecco la scoperta: il santo fu ordinato prete il 20 febbraio 1529, sabato delle Tempora di primavera, nella cappella di S. Giuseppe (sita nel transetto settentrionale del duomo) da monsignor Luca di Seriate, vescovo titolare di Duvno in Erzegovina e suffraganeo di Cremona. Mancano ancora le date relative alle altre tappe del curri­culum clericale dello Zaccaria: tonsura e ordini minori. Gli antichi biografi aggiungono che Antonio Maria si pre­parò all'ordinazione sacerdotale con un'austerità ancora maggiore del solito: veglie prolungate in preghiera, digiuno e una confessione generale. Non sappiamo invece quando celebrò la prima messa: sicuramente non subito poiché nel Cinquecento, dal clero e dai fedeli, l'eucaristia era conside­rata un sacramento per il quale occorreva una lunga prepa­razione, mentre la comunione frequente era pressoché sco­nosciuta. Basti pensare che sant' Ignazio di Loyola, il fonda­tore della Compagnia di Gesù, fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1537 ma celebrò per la prima volta soltanto a Nata­le di quell'anno. Diversi biografi riferiscono che il giorno in cui Antonio Maria sali per la prima volta l'altare, accadde un prodigio: alla elevazione dell' ostia uno stuolo di figure angeliche fu visto comparire attorno al celebrante dai numerosi fedeli che gremivano la chiesa. L'episodio fu confermato da testimoni oculari a padre Gianantonio Gabuzio e poi riportato da tutti i primi storici dell'ordine, sia barnabiti sia angeliche, tanto che entrò subito nella iconografia del fondatore. Ora lo Zaccaria era prete a tutti gli effetti. Aveva rinun­ciato ai beni per dedicarsi totalmente agli altri nel suo mini­stero; e trovava quindi il tempo per aiutare chiunque avesse dei problemi. Si ricorreva a lui, che aveva studiato all'uni­versità, anche per dirimere controversie di carattere patri­moniale: nel 1527, ad esempio, era morto un certo Giovan­nino Stroppa, che aveva nominato fidecommissari ed esecu­tori testamentari un sacerdote e altre tre persone, tra cui lo Zaccaria. Le pratiche per attribuire l'eredità erano talmente complicate che i primi tre si ritirarono, lasciando solo Anto­nio Maria. Lui andò avanti ugualmente, impiegando circa due anni per sbrigare la pratica (conclusasi quando era già prete) tra inventari, vendite, riscossioni, ricorsi, comparizio­ni davanti ai Conti palatini, al Vicario. pretorio e al Giudice di malefizi. Alla fine, tutto fu sistemato secondo giustizia. Per sé, comunque, nemmeno un soldo. La carità non preve­de parcelle.

 

Le due facce della città

La chiesetta di S. Vitale, che si trovava a poca distanza dal palazzo dei marchesi Zaccaria, fu per il novello sacerdote lo strumento che gli consentì di tastare il polso alla città dal punto di vista della fede e della pratica cristiana. La sua dia­gnosi, come si è già detto, non era incoraggiante: Cremona, come del resto altre città della Lombardia, Milano in testa, apparivano alquanto disastrate. Purtroppo, i primi a dare cat­tivo esempio erano certi esponenti del clero: la diocesi non aveva un vescovo residenziale dal 1476, poiché il titolare era occupato in tutt' altro genere di attività da quelle pastorali, e in molti sacerdoti «lo spirito era tutto mondano», per dirla con padre Francesco Moltedo, cui si deve la biografia uffi­ciale scritta per la canonizzazione di Antonio Maria (1897). Quanto lontano il ricordo dei santi che pure erano passati da Cremona lasciandovi un'impronta duratura: Bernardo di Chiaravalle, Domenico di Guzman, Francesco d'Assisi, Pie­tro Martire. Le guerre e le scorrerie degli opposti eserciti ag­gravavano la situazione delle masse, già disorientate dai ven­ti di eresie provenienti dal Nord Europa. Ci voleva una scos­sa forte che risvegliasse nella gente la sete di Dio.

 

Tutto a tutti

Casa Zaccaria era ormai stabilmente aperta a ogni catego­ria di bisognosi: genitori senza un lavoro coi figli da sfama­re, ragazze esposte ai rischi della strada o già in balia di sfruttatori senza scrupoli, ammalati che magari in passato avevano sperimentato l'abilità terapeutica del "dottore". Ar­rivavano di nascosto anche dei nobili caduti in miseria, che si vergognavano di chiedere l'elemosina. Antonio Maria, validamente spalleggiato dalla madre, da­va senza riserva, vivendo da povero coi poveri. E proprio quando il patrimonio di famiglia stava per essere totalmente prosciugato, ecco arrivare l'eredità di una zia a ridare fiato alla sua generosità. Ma egli non si limitava a dare a chi bus­sava alla sua porta; sapeva che certi bisognosi non avevano nemmeno la possibilità di arrivare fino a lui, e allora anda­va a cercarli, entrando nei tuguri maleodoranti e bui in cui magari giacevano infermi, negli ospedali (non più in camice bianco, ma come sacerdote per confortare e amministrare i sacramenti) o nelle carceri: e sappiamo bene che cosa fosse­ro le prigioni di allora! Il suo tempo libero - sebbene poco - lo spendeva così. Capitava talvolta che un malato terminale rifiutasse le pa­role della fede, sconvolto e disperato per le atroci sofferen­ze che pativa; lo Zaccaria si sedeva accanto a lui e lo ve­gliava con la tenerezza di un padre, pregando e aspettando il momento propizio per parlargli della misericordia di Dio, della passione redentrice del Signore e del paradiso che at­tende quanti vivono cristianamente. Il suo argomento forte era un crocifisso, che teneva in mano e che baciava ripetu­tamente, commentandone le atroci sofferenze. Un’altra fascia di bisognosi, sia pure saltuaria, era quella dei pellegrini, che spesso erano dei barboni senza un tetto per ripararsi dalle intemperie e dal freddo: un' ala del palaz­zo venne quindi aperta a loro col consenso della mamma, la cui figura col passare del tempo acquista una rilevanza de­cisiva per capire la santità del figlio. La gente non si meravigliava più di tanto perché anche da laico, quando esercitava la professione, Antonio Maria ave­va fatto della carità un' abitudine di vita. Ma ora era prete e si dedicava al ministero con il fervore di un neofita. Dicono i suoi biografi che bastava vederlo o sentirlo parlare per sin­tonizzarsi con lui e sentirsi spinti a cambiare vita e a con­fessarsi da lui, che accoglieva tutti con rispetto e mansuetu­dine, correggendo senza offendere, convincendo con la for­za della persuasione. Ben presto si cominciò a parlare di questo speciale cari­sma, che attirava verso il suo confessionale persone che ave­vano abbandonato del tutto o quasi la pratica dei sacramen­ti e ne uscivano profondamente mutate dentro. E storia che si ripete anche oggi: fra Leopoldo da Castelnuovo o padre Pio da Pietrelcina, per citare due esempi famosi del Nove­cento, ottenevano miracolose conversioni attraverso la con­fessione. Stesso discorso per lo Zaccaria predicatore, che fu subito avvertito come una novità. Di solito, dal pulpito la gente ascoltava dotte dissertazioni sui dogmi della fede, che tra­scuravano la pratica concreta dei comandamenti, e soprat­tutto usavano un linguaggio incomprensibile ai più. Sempre il Moltedo afferma che «ancorché classici nella forma i più, ma senza genio, correttissimi nella lingua e dignitosi forse oltre misura, gli oratori sacri tormentavano le verità sante con reminiscenze profane e smaglianti forme accademiche, dove più comparivano le figure di Platone e di Aristotele che di Gesù Cristo, più la propria vanità che la sublime maestà della Croce. Vera recrudescenza del paganesimo, dal quale venivano stravolte non solo le idee del pudore, ma pur quel­le de' misteri delle verità fondamentali della religione». Il quadro è forse calcato nei toni, ma c'è da credere che non fosse lontano dalla realtà.

 

Col cuore di Paolo

Per la predicazione, l'autore preferito a cui attingeva An­tonio Maria era san Paolo, col quale si era da sempre senti­to in particolare sintonia: si immedesimava in lui anche per­ché il contesto di neopaganesimo venutosi a creare gli ricor­dava la lotta antica dei primi evangelizzatori con un mondo che era agli antipodi del Vangelo. Così egli parlava come Paolo ai Romani, concentrandosi sul grande tema dell'uomo di fronte a Dio e sottolineando il fallimento dell'esistenza di chi è immerso nel peccato e l'esaltante certezza del creden­te di essere avvolto dall'amore di Dio, più forte di ogni dif­ficoltà e di ogni dolore; se citava le Lettere ai Colossesi e ai Galati, era soprattutto per ribadire la centralità di Cristo e per stroncare ogni deformazione dottrinale (la polemica coi protestanti era aperta e frequente); così per quelle ai Corin­zi e agli Efesini, allorché affrontava problemi della morale sessuale combattendo il diffuso libertinaggio e difendendo la realtà profondamente unitaria della Chiesa (anche qui il riferimento diretto era allo scisma luterano). Dicono i biografi che quando citava i testi dell' apostolo si infiammava nella voce e nel volto, in maniera tale da coin­volgere anche la gente nella propria commozione. Parlava col cuore e andava dritto al cuore dell'uditorio. In S. Vitale, la commozione non era passeggera: le parole di Antonio Maria provocavano conversioni improvvise e du­rature. Gente che non vedeva una chiesa da anni, tornava a frequentare i sacramenti, a santificare la festa; alcuni lascia­vano tutto ed entravano in convento. Le scarne cronache di questi sorprendenti ritorni a Dio ci raccontano, ad esempio, il caso di Valeria Alieri, una lontana parente di Antonio Ma­ria, che rimasta vedova ancora giovane e non avendo figli, era stata sollecitata dai parenti a risposarsi. Poiché da tempo seguiva la predicazione del santo, si consigliò con lui sul da farsi. In poco tempo abbandonò l'idea del matrimonio per aprire la sua casa a un gruppo di ragazze, che lei stessa avrebbe educato come stava facendo a Brescia sant'Angela Merici. Antonio Maria era la guida spiritùale del gruppo, che si trasformò poi in una comunità di laiche ferventi. Più tardi, dopo la sua morte, queste "zitelle" otterranno di costi­tuirsi in monastero vero e proprio (col nome di S. Marta), sotto la regola delle angeliche e la direzione dei barnabiti, e la stessa Valeria vi entrerà, morendovi santamente nel 1556. Da uomo risoluto qual era, lo Zaccaria stava dunque rea­lizzando nella sua città quella che oggi chiameremmo una "nuova evangelizzazione". Cremona in due anni aveva cam­biato volto, tanto che per il santo si era addirittura ricorso al soprannome di padre della patria. Ma proprio quando l'at­tività pastorale di Antonio Maria aveva raggiunto il massi­mo di efficacia, nei primi mesi del 1530 gli toccò lasciare la sua città per emigrare. Erano entrati in scena nel frattempo due nuovi personag­gi, che si sarebbero rivelati di importanza cruciale per il fu­turo di Antonio Maria: il già citato fra Battista Canoni da Crema, il domenicano succeduto a fra Marcello come suo direttore spirituale; e la contessa Ludovica Torelli (1499-1569), che aveva la sua corte a Guastalla. Poiché era morto il suo cappellano, don Pietro Orsi, la nobildonna d'accordo con fra Battista chiese allo Zaccaria di sostituirlo. Perché proprio lui? Sicuramente per una reciproca cono­scenza avvenuta a Cremona. Nel 1518, la Torelli aveva spo­sato il conte Ludovico Stanga e per sei anni aveva alternato lunghi soggiorni nel palazzo cremonese dei suoceri. Poiché già nel 1528 la contessa si confessava da fra Battista, artefi­ce della sua conversione, avrà sicuramente sentito parlare di questo prete che attirava folle incredibili in S. Vitale con le sue prediche e il suo modo di confessare. Sul momento, la richiesta trovò il santo orientato a dire no. Ma il domenicano insistette e poiché al direttore spiri­tuale si doveva obbedienza, sia pure a malincuore egli accettò. La notizia fece l'effetto di una bomba a Cremona, e per attutirla è probabile che ad Antonio Maria fosse stato prospettato l'incarico come provvisorio. In ogni caso, prima di lasciare la città, egli sistemò gli affari di famiglia per sen­tirsi totalmente libero nella sua missione: la crittura privata con cui aveva concordato la divisione dei beni col cugino Bernardo fu rogitata da un notaio il 23 luglio 1530; l'anno dopo, nel suo ultimo testamento confermerà erede universa­le dei suoi beni la mamma, Antonietta Pescaroli, e più tardi nominerà suo procuratore generale il sacerdote cremonese don Giovanni Maria Gaffuri: da quel momento in poi, non si occuperà più dei suoi beni né della loro amministrazione, fi­dandosi ciecamente del Gaffuri, al quale del resto era legato da profonda amicizia.

 

 

Capitolo V

«Corriamo come matti a Dio e al prossimo»

 

Al di là della cronaca - e non è molta quella che ci è per­venuta - per rendersi conto di ciò che significò l'iniziativa apostolica di Antonio Maria nella sua Cremona, bisogna at­tingere ai Sermoni, cioè ai discorsi che egli rivolgeva al Ce­nacolo degli Amici raccolti in S. Vitale. Fu la mamma di An­tonio Maria, dopo la morte del figlio, a scoprire tra le sue carte il manoscritto che consegnò a due angeliche del mo­nastero cremonese di S. Marta, e che lì rimase fino a quan­do padre Gabuzio ne venne in possesso collocandolo nel­l'archivio dei barnabiti di Milano (donde passò successiva­mente a Roma). I Sermoni erano rivolti a uditori laici, maschi, adulti, spo­sati con figli, in gran parte nobili o di condizione agiata, ma soprattutto aspiranti alla perfezione, dunque probabilmente membri di qualche confraternita o oratorio di riforma detto probabilmente dell'Amicizia, che si era costituito a Cremo­na. L'intensa catechesi svolta in S. Vitale aveva rivelato allo Zaccaria l'esistenza di un piccolo ma compatto "zoccolo du­ro" composto da persone che avvertivano il disagio spiritua­le del tempo e cercavano di uscirne coagulandosi attorno ad alcuni leader carismatici. Qui si trovavano gli ascoltatori abi­tuali dei suoi Sermoni, impegnati in una intensa esperienza religiosa e tendenti a un ideale comune di perfezione cristia­na. Certo, si trattava di un movimento di élite comprendente persone di famiglie benestanti, che disponevano di tempo li­bero e di un bagaglio culturale adeguato all'impegno: la gen­te del popolo era costretta a pensare prima di tutto a come sbarcare il lunario, a combattere la fame e le malattie. In effetti, da un' analisi attenta dei Sermoni e del tipo di pubblico che li ascoltava, si ha l'impressione che Antonio Maria si indirizzasse in particolare a un gruppo organizzato di persone intenzionate a vivere da cristiani autentici. Erano l'altra faccia della città. Non dimentichiamo che pochi anni prima, a Brescia, un certo Bartolomeo Stella aveva fondato un ospedale per gli incurabili e, nel 1525, un oratorio chia­mato Amicizia (e Amici furono detti gli aderenti). Analoga­mente, il gruppo di Cremona si era andato compattando at­torno ad Antonio Maria, il quale si distingueva fra tutti per l'efficacia e la radicalità del suo esempio, proprio quello che interessava agli Amici.

 

La santità è per tutti

Una novità evidente è il modo di intendere la vita spiritua­le dei laici: questa, afferma lo Zaccaria, non è meno impe­gnativa di quella dei sacerdoti e religiosi; un concetto che si tradurrà più tardi nella parità fra i Tre Collegi che prenderan­no vita a Milano sotto la sua guida: «Tu, che sei nato cristia­no, nato in questo paese fedele, nato in luogo e tempo - luo­go della felicità, tempo della promissione della rinnovazione (promessa di riforma) degli uomini e delle donne - e poi chiamato particolarmente alla cognizione di te stesso, al di­sprezzo del mondo, al vincere te medesimo, a congregarti in questo luogo, e in più ornato di molti altri doni da Dio, come negherai di non esser fatto solamente per andare a Dio?». Il santo punta poi il dito su alcuni difetti propri dei laici, come ad esempio praticare la superstizione, aver poco ri­spetto per i genitori e per gli anziani, criticare il clero (ma viene da chiedersi se le critiche in molti casi non fossero più che giustificate), dare cattivo esempio, e così via. Al di là della denuncia, il tono è altamente costruttivo. Agli sposati egli raccomanda la delicatezza verso la moglie e la santità coniugale: concreto come sempre, parte dalla quotidianità coi suoi molti problemi e le sue difficoltà. Per l'uomo spo­sato, ad esempio, la vitalità della famiglia si gioca sul rap­porto affettivo con la moglie e sul ruolo educativo nei con­fronti dei figli. E probabile che gli Amici parlassero con An­tonio Maria non soltanto delle luci, ma anche delle ombre, inevitabili nella vita di coppia: la sensibilità maturata a con­tatto coi malati lo aveva abilitato a capire e a consigliare an­che in un campo del quale non aveva esperienza diretta. Si avverte ben chiara nel suo insegnamento l'eco della dottrina di Paolo quando insegna che «poiché il matrimonio è un grande sacramento, neppure devi perderti dentro come fanno i volgari. E ricordati che la condotta illibata corri­sponde alla volontà di Dio: "Haec est voluntas Dei: sanctifi­catio vestra; questa è la volontà di Dio: la vostra santifica­zione" (1 Ts 4, 3)». Il Vaticano Il, nella costituzione pasto­rale Gaudium et spes (n. 51) chioserà affermando che «tutto ciò non sarà possibile, se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale». Per una corretta educazione ("buon governo") dei figli, egli insiste sul dovere della riconoscenza verso i genitori, anche defunti, applicando loro larghi suffragi. E ancora, ci­tando Paolo - «Padri, non spingete all'ira i vostri figli» (Ef 6, 4) - aggiunge: «Di quanti mali siete causa voi padri ai fi­gli! Perché essi vi devono riverire e non temere da servi, e voi li dovete governare come figli e non come schiavi: non troppo indulgenti, non troppo severi. Dio chiederà severissi­mo conto a voi dell' asprezza che usate verso i vostri figli. Essi devono ubbidirvi, ma voi non dovete comandare loro nessuna cosa che sia contro Dio; non dovete dar loro cattivi esempi, né con le parole, né con i fatti; e sforzarvi che so­prattutto non vi vedano appassionati (cedere alla passione) maxime d'ira, e così di ogni altra passione. Ma avverti (ba­da), carissimo, che sei debitore di questo non solo ai figli, ma a tutti i servi e alle persone che sono in casa vostra. I figli non vi devono contristare, anzi [devonoj beneficarvi, quando possono; e voi ancora non li dovete tenere troppo stretti, maxime quando li vedete far bene ... .1. Perciò fa', ca­rissimo, come faceva Tobia, il quale insegnava al figlio a fa­re elemosine, sia con i fatti (Tb 1, 20), sia con le parole (Tb 4, 7). (…) E soprattutto non trattare i tuoi figli da asini, né con le parole né con i fatti». Concetti che sono più che mai condivisibili anche oggi, in un'epoca che vede il rapporto genitori-figli in preda a una crisi evidente. Interessante anche l'atteggiamento da lui suggerito nei confronti degli anziani: poiché era consuetudine di allora (ma, sembra, anche di oggi) chiamare papà e mamma "il vecchio" o "la vecchia", lo Zaccaria ammonisce severamen­te a comportarsi con più rispetto. È probabile che l'immagi­ne dolcissima della madre, con cui egli si sentì sempre in piena sintonia, lo stimolasse in questa direzione. Dall' analisi del testo emerge con più precisione la fisio­nomia dell'uditorio: una élite, come si diceva, di gente ben vestita, che a tavola non si lascia mancare nulla, è servita da non pochi domestici, ha numerosi dipendenti operai o arti­giani, ed è in grado di esercitare una indubbia influenza sul­le pubbliche istituzioni. Ma con una peculiarità sorprenden­te perché insolita in quel ceto sociale: molte di queste per­sone hanno deciso di cambiare vita, di "riformare" se stesse secondo un programma spirituale rigoroso e impegnativo, basato sulla comunione frequente, sulle penitenze corporali, sull'esame di coscienza, l'orazione mentale, la recita dei sal­mi e la conoscenza approfondita della Scrittura.

 

Un cammino impegnativo

Dai Sermoni è tracciato ben nitido quello che possiamo chiamare il cammino dell'uomo verso Dio. Il santo lo deli­nea in tre momenti: «lasciare l'esteriore», cioè superare quella parte dell'esperienza umana legata alla sensibilità e alla materialità; «entrare nel proprio interiore», cioè racco­gliersi in se stessi per vivere non secondo la carne e il san­gue; infine, «andare alla cognizione di Dio», per vivere «in famigliarità» con lui. Le tre tappe richiedono un impegno continuo, alimentato dalla preghiera vocale e mentale, senza distrazioni, per po­ter percepire il linguaggio silenzioso della coscienza e dello Spirito. Si noti intanto la distinzione tra "uomo esteriore" e "uomo interiore", tipicamente paolina: essa inquadra effica­cemente le problematiche che Antonio Maria dovette af­frontare all'inizio del suo apostolato, dopo aver diagnostica­to lo stato di salute della città dal punto di vista religioso. Egli si rese conto di aver a che fare con cristiani privi di in­teriorità, "canne buse" (canne vuote) come li chiamava fra Battista da Crema; gente tiepida, nel cui cuore bisognava ac­cendere il fuoco dell'amore per Dio. Il suo era un invito a un'ascetica forte e combattiva. Il ponte tra l'uomo esteriore e quello interiore sono i sen­si: occorre custodirli per poter ascoltare la voce di Dio, sfor­zarsi di sottrarsi all'incantesimo dell'esteriorità, lottare, alle­narsi come fanno gli atleti nelle gare sportive (askesis signi­fica proprio esercizio, allenamento) per non essere "carnali", ma "cristiani e spirituali". «Se l'uomo deve andare a Dio», così in un Sermone, «e acquistare l'amor suo, è necessario che si purifichi (…) da tutte le passioni, le quali per la mag­gior parte sono fondate nel corpo e perciò hanno bisogno di rimedi corporali e di rettori (sostegni) e stimoli corporei» Questa lotta "contro", tuttavia, non è fine a se stessa: lo Zaccaria non è un filosofo stoico; per lui la lotta è soltanto un momento dell'itinerario spirituale, rappresenta la chiave per aprirci all'amore verso Dio. A un certo punto si è co­stretti a scegliere tra l'amore a Dio e l'amore alle creature: e noi, si chiede, «ebbri delle cose visibili e continuamente pre­senti e in più a noi necessarie, potremo tralasciare di amar­le, se un amore maggiore non ci costringe a farlo? Non lo credere, anzi: l'odio di una cosa nasce dall'amore di un'altra; l'odio delle cose temporali nasce dall' amore delle [cose] celesti». Poiché lo Zaccaria si rivolgeva a un ceto economicamente forte, acquista particolare risalto 1' atteg­giamento da tenere verso i beni materiali: «Hai il tuo cuore nella roba», afferma. «Pensa che ogni modo illecito di aver roba è causa della perdizione eterna, sia nell' acquistare indebito, come nel ritenere, ovvero in altri modi. Ma non solo questo, no; ma anche è causa d'infiniti mali, quali discorrili (enumerali) da te stesso». Inoltre non ti dimenticare che Dio paragona i beni materiali «alle spine, le quali, una volta na­te, soffocano il frumento (Mt 13, 7)». Programma estremamente impegnativo, dunque, quello proposto da Antonio Maria: amare Dio comporta dei sacrifi­ci, poiché non si va a Dio se non portando la croce; tuttavia, ne vale la pena, perché anche la vita spirituale ha le sue profonde dolcezze, le sue inesprimibili soddisfazioni che su­perano quelle della vita materiale: «Pochi sono quelli», af­ferma lo Zaccaria, «che abbiano gustato Dio e siano spartiti (si siano divisi) da lui». In questo sforzo costante verso Dio, l'uomo interiore ha bisogno di un cibo spirituale, come il corpo ne ha di quello materiale. La Scrittura è questo cibo: «Ti convertirai a Dio leggendo qualche cosa della Scrittura, dicendo Salmi ovver cantandoli; e in più offrendogli il sacrificio: il sacrificio, di­co, del corpo tuo, macerandolo per amor di Dio; dell'anima, unendola con Dio; il sacrificio principalmente che è il sacri­ficio dei sacrifici, la sacratissima eucaristia»; «Tu leggi nel­la Scrittura le virtù ed eccellenze di tanti Patriarchi e Profe­ti e uomini santi, quanti furono dal principio del mondo fino a Cristo, acciocché tu li imitassi, e le malizie dei cattivi e le loro punizioni, acciocché tu le fuggissi». Se da un lato, dunque, vivere spiritualmente comporta «avere Dio sempre nel cuore», dall' altro spinge a mettere la propria vita al servizio del prossimo, per amore. La fede senza le opere è morta. Ed ecco allora: «Vuoi tu amare Dio ed essergli caro e suo buon figliolo? Ama il prossimo, ordi­na te (orièntati) verso il prossimo, componi il tuo animo in beneficare il prossimo e non offenderlo!». Troviamo qui le radici dell'apostolato di Antonio Maria, il quale ne dà una definizione dinamica ricorrendo a una efficacissima imma­gine, come scriverà più avanti a Giacomo Antonio Morigia e a Bartolomeo Ferrari, coi quali avvierà la fondazione del suo ordine religioso: «Su, su, fratelli, corriamo come matti non solo a Dio, ma anche verso il prossimo, il quale è il mezzo che riceve quello che non possiamo dare a Dio».

 

Leggeva nei cuori

La chiesetta di S. Vitale, a un certo punto, non ce la face­va più a contenere le folle che accorrevano ad ascoltare l'an­gelo di Dio (così l'avevano soprannominato). Viene da chie­dersi quale fosse il segreto di Antonio Maria, da dove gli ve­nisse questa straordinaria capacità di attrazione che è tipica dei santi. Lui l'attribuiva alle lunghe ore di preghiera tra­scorse in solitudine in chiesa, anche durante la notte, medi­tando davanti al Crocifisso; ma non c'è dubbio che la sua parola, sia sui pulpito che in confessionale, riuscisse a far breccia nei cuori più induriti. Tuttavia, era soprattutto l'e­sempio ad attirare anche gli scettici: bastava vederlo per la strada camminare tutto assorto in Dio, vestito dimessamen­te, oppure mentre celebrava la messa. Qui il suo volto ac­quistava un'espressione particolare che non sfuggiva all'oc­chio attento dei fedeli; talvolta, la commozione prendeva il santo fino a farlo piangere: era evidente che credeva davve­ro in quel che faceva. Inoltre, colpiva quel suo modo di trat­tare con tutti, senza distinzione di ceto sociale: chi lo avvi­cinava lo trovava sempre sorridente, disponibile, accoglien­te. Se pensiamo alla distanza che a quei tempi separava il clero dal popolo, questo atteggiamento facilitava l'intesa con quanti aspettavano da lui, oltre all' assoluzione delle proprie colpe, un consiglio illuminato. Per questo, lo Zacca­ria aveva quel particolare dono che si chiama discernimento degli spiriti: pareva quasi che egli leggesse nell'anima e nel cuore dei penitenti.

 

Due comprimari: fra Battista...

Il vasto movimento di spiritualità che si andava organiz­zando attorno a lui avrebbe avuto bisogno di nuovi suppor­ti: ma lo Zaccaria era praticamente solo, altri preti disposti a seguirlo in questa avventura evangelizzatrice a Cremona non ce n'erano, né la città offriva spazi sufficienti al suo pro­getto di autoriforma. Le circostanze lo porteranno a Milano dove troverà i collaboratori ideali. È a questo punto che risulta decisiva la presenza di due validi comprimari: il domenicano fra Battista Canoni da Crema e Ludovica Torelli, contessa di Guastalla. Il primo era un domenicano originario di Crema. Suo maestro era stato il beato Sebastiano Maggi (1414-1496), un noto predi­catore amico e confessore di Gerolamo Savonarola, morto in concetto di santità e beatificato nel 1760 (il suo corpo incorrotto riposa in S. Maria di Castello a Genova). Il Maggi era stato anche priore del convento domenicano di Cremona e li probabilmente i due si erano conosciuti. Nel 1519, fra Battista aveva incontrato Gaetano da Thie­ne e lo aveva guidato alla fondazione dei primi Chierici Re­golari (i teatini, appunto). Dotato di una solida cultura teo­logica e biblica, patristica e ascetica, il domenicano imma­ginava la vita spirituale come un'esperienza in continuo mo­vimento, come tensione verso la piena vittoria su se stessi e verso l'unione mistica con Dio, confermata nei fatti con la carità apostolica verso i fratelli. Per lui - come più tardi per lo Zaccaria - bisognava aggredire e vincere la pusillanimità, intesa come paura di non farcela, la tiepidezza, cioè il rasse­gnarsi alla mediocrità, e quella che lui chiàmava "usanza", cioè la pratica cristiana abitudinaria ed esteriore, tipica di tanti che frequentano la Chiesa senza vivere cristianamente. E per lui, come per il suo santo allievo, il maestro unico da cui apprendere come vivere spiritualmente è Cristo crocifis­so. Non a caso Antonio Maria considerava fra Battista «il mio santo presso Dio, il quale mi cavi fuori delle mie im­perfezioni e pusillanimità e superbia», mentre i barnabiti e le angeliche lo definirono «primo nostro padre e fondatore», anche se gli eventi successivi consiglieranno di stendere su di lui e sui suoi libri un velo di silenzio a causa di una in­chiesta e di un processo intentato dall'Inquisizione.

 

e la contessa Torelli

Una delle più significative conquiste apostoliche di fra Battista fu, come si è accennato, Ludovica Torelli, una no­bildonna che aveva una storia drammatica dietro le spalle, nonostante l'ancor giovane età. Figlia unica di Achille To­relli, signore di Guastalla, e di Veronica Pallavicini, aveva sposato appena diciottenne il conte Ludovico Stanga di Cre­mona. Qui ebbe l'opportunità di entrare in relazione con la famiglia Zaccaria e, in particolare, con Antonia Pescaroli. Non si può definire, il suo, un matrimonio felice: prima le morì la mamma, poi un bambino ancora in fasce, infine ven­ne a mancare dopo soli tre anni il marito. Non fu questa, per la verità, una gran perdita: lo Stanga era un accanito gioca­tore che aveva scialacquato buona parte delle sue sostanze, creandosi numerosi nemici a corte. La sua scomparsa fu quasi una liberazione. Ma per Ludovica altre disgrazie era­no purtroppo in arrivo. Rimasta vedova, tornò nella sua Guastalla e, assediata dall'ingordigia dei parenti che miravano alla sua eredità, quasi per ripicca si risposò: senza pen­sarci troppo, a quanto pare, perché il nuovo marito, il bre­sciano Antonio Martinenghi, era un tipo da caserma, prepo­tente e dal carattere irascibile, con un passato da criminale. La coppia ebbe un bambino che però morì pochi mesi do­po la nascita: il Martinenghi ne diede la colpa a Ludovica e più volte la minacciò di morte. Per fortuna della donna, in una rissa col fratello della prima moglie (che era stata da lui assassinata a tradimento) costui ebbe la peggio e finì a sua volta ucciso. Nonostante ciò, Ludovica si prese cura della fi­gliastra del Martinenghi, educandola nella fede. Bisogna di­re che, quantunque le piacesse la vita brillante, la contessa era sempre stata particolarmente generosa coi poveri, che aiutava in vari modi. Tuttavia, l'ambiente della corte conti­nuava ad attirarla e più di un uomo dimostrò di non essere insensibile al fascino della giovane vedova a cui però la pro­spettiva di un terzo matrimonio appariva carica di incognite e di rischi. A richiamarla energicamente alla realtà fu fra Battista, il quale si trovava a Guastalla in quel periodo: senza peli sul­la lingua, il domenicano le ricordò che, anche se ricca e no­bile, i conti con Dio avrebbe dovuto comunque farli a un certo momento, e che perciò doveva smetterla di dare scan­dalo. Inoltre, le fece capire, anche ragionando umanamente, che vita era quella di una donna costretta a girare con la scorta d'una cinquantina di armati per garantirsi la sicurez­za fuori del suo castello. Per lei c'era un solo modo per ri­trovare la serenità e dare un senso alla vedovanza: spogliar­si delle sue ricchezze per soccorrere i poveri, e scegliere Dio per il resto dei suoi giorni. Ludovica intravvide così nella catena di disgrazie che l'a­vevano amareggiata in quegli anni un segno della misterio­sa pedagogia di Dio. Scartata l'alternativa del chiostro, che avrebbe scatenato l'assalto dei parenti ai suoi beni, disse ad­dio al lusso della corte, inaugurandovi un nuovo stile di vi­ta. Aveva preso come modelli santa Maria Maddalena, la donna dalla quale Gesù aveva scacciato sette demoni; santa Elisabetta d'Ungheria, moglie di un re crociato, che rimasta vedova si era dedicata interamente alle opere di carità, con­ducendo vita poverissima; e l'apostolo Paolo (di cui prese anche il nome), il grande convertito che aveva incontrato Cristo risorto sulla via di Damasco e del quale fra Battista era particolarmente devoto. Dalle parole la contessa passò presto ai fatti. Nel 1530 la troviamo provvisoriamente a Milano dove aveva aperto, nei pressi della basilica di S. Ambrogio, una specie di "ritiro" per donne decise a cambiare vita: ne era direttore spirituale Battista Canoni. Successivamente, nel tornare a Guastalla, fece tappa a Cremona, dove aveva trascorso i primi tre anni da sposa. Quasi non riconosceva la città, tanto lo Zaccaria l'aveva trasformata, e quando seppe chi era l'autore del "miracolo", si recò anche lei in S. Vitale per ascoltarlo. Avendolo poi in­contrato di persona, ne rimase profondamente colpita. Le due anime si capirono subito e Ludovica invitò Antonio Ma­ria a recarsi a Guastalla per ripetervi l'esperimento cremo­nese. Sarebbe stata questa la tappa intermedia verso Milano, dove il santo avrebbe trovato il terreno adatto per attuare il suo programma di rinnovamento cristiano. Il capoluogo lombardo era già, infatti, nelle intenzioni apostoliche del Carioni, il quale, avendo in precedenza spinto Gaetano da Thiene a Roma, sperava di dar vita anche a Milano a un nuo­vo nucleo di riformatori.

 

 

Capitolo VI

L'uomo giusto al momento giusto

 

Milano, 1529: dopo la sconfitta dei francesi, la città è or­mai in mano dell'esercito imperiale di Carlo V. Alla morte di Francesco Il Sforza, nel 1535, insieme al ducato passerà sotto la dominazione spagnola. Facile immaginare che cosa abbiano significato, in termini di sofferenze umane, le guer­re in quel periodo, con l'alternarsi di eserciti mercenari che seminavano terrore e distruzione dovunque passavano. E di­re che, durante il Quattrocento, Milano aveva conosciuto momenti di autentico splendore: gli Sforza avevano costrui­to il loro castello, a cui il genio di Leonardo aveva conferi­to una nota di prestigio con i celebri affreschi della Sala del­le Assi, oltre ad aver firmato l'incomparabile capolavoro del Cenacolo nel refettorio domenicano di S. Maria delle Gra­zie, il convento nel quale ebbe a risiedere fra Battista; nel 1457 il Filarete aveva cominciato la costruzione dell'Ospe­dale Maggiore, il primo al mondo di origine laica, mentre prendeva corpo il duomo dedicato a Maria Nascente. A tanto splendore faceva riscontro una decadenza causata non solo dall'impoverimento della produzione agricola e in­dustriale, ma soprattutto dal ristagno delle attività commer­ciali per il peso eccessivo delle tasse, dalle ricorrenti care­stie e dalle epidemie (dopo quella di peste del 1524, ne sa­rebbe sopraggiunta un'altra nel 1530). Dal punto di vista religioso la situazione non era meno grave: il cardinale Ascanio Sforza, fratello di Ludovico il Moro, signore di Milano, e vescovo commendatario di Cre­mona dal 1486 fino alla morte sopraggiunta nel 1505, era stato tra quelli che più avevano brigato perché fosse eletto papa lo spagnolo Rodrigo Borgia (Alessandro VI), mentre il cognato Ippolito d'Este (1497-1519) a soli 18 anni era stato designato arcivescovo della diocesi ambrosiana. Giustamen­te Angelo Maio afferma che con lui e col suo successore Ip­polito Il (1519-1550) «la Chiesa Ambrosiana visse una del­le stagioni più oscure della sua storia. [...]Vescovi soltanto di nome, furono di fatto signori rinascimentali e di questi eb­bero i gusti, la sensibilità e le preoccupazioni forse umani­stiche non certo pastorali». In pratica, comandava il duca (Ludovico il Moro prima e Francesco Il Sforza dopo), che disponeva a suo capriccio di benefici ecclesiastici e di mo­nasteri: tra l'altro Ippolito I non ricevette mai alcun ordine sacro e nel 1519, quando rinunciò alla sede arcivescovile, la "girò" al nipote, anch'egli di nome Ippolito, di appena dieci anni! Né la situazione era migliore tra i religiosi e le suore: la ri­lassatezza e la corruzione erano penetrate anche nei mona­steri. Si può immaginare la confusione che regnava tra i fe­deli: tuttavia, dal momento che la gerarchia era in tutt'altre faccende affaccendata, essi decisero di fare da sé, coltivan­do le devozioni popolari, soprattutto al Crocifisso, alla Ma­donna e ai santi, nonché il culto eucaristico al di fuori della messa. Nasce ad esempio in questo periodo, a opera dell'a­gostiniano ravennate Antonio Bellotti, abate commendatario di Grenoble, la pratica delle Quarantore, inizialmente riser­vata a gruppi ristretti, che sarà poi ripresa in modo solenne e continuato dallo Zaccaria aprendola a tutti i fedeli. Nono­stante la latitanza del clero, il popolo di Dio cercava strade nuove per mantenere viva l'essenza della dottrina e dare vi­ta a straordinarie forme di apostolato, di culto e di carità. Fra tante ombre, Milano aveva anche una sua luce: il pic­colo oratorio di riforma denominato Eterna Sapienza. Se­condo il barnabita Orazio Premoli, a fondarlo sarebbe stato lo stesso Bellotti il quale era stato mandato a Milano dalla sorella del re di Francia Carlo VIII, santa Giovanna di Vabis, per mettere pace tra soldati e cittadini. Nel monastero delle agostiniane di S. Marta - dal quale prende nome l'at­tuale strada che partendo dall'incrocio con via Cappuccio incontra piazza Massaia, piazza Mentana e via S. Maurilio - si riunì un primo gruppo di persone intenzionate a mettersi sulla strada della riforma personale: accanto al Bellotti c'e­ra una donna di grande levatura, madre Arcangela Panigaro­la (1468-1525), priora del monastero. Insieme, essi anima­vano questo cenacolo che in breve avrebbe aperto le porte a cittadini di ogni condizione: ecclesiastici, religiosi, religio­se, laici di entrambi i sessi, anche sposati, suscitando un'e­splosione di carismi che avrebbe dato presto i suoi frutti. Tra i suoi membri più illustri in campo ecclesiale troviamo ad­dirittura tre futuri papi, come Leone X, Pio IV e san Pio V, il domenicano Michele Ghislieri allora inquisitore di Mila­no, il quale, una volta salito al soglio di Pietro, chiamò i bar­nabiti nella sua Cremona, poi a Monza e a Vercelli, aprendo loro anche la prospettiva estera verso il Portogallo. Accanto a essi un altro inquisitore, Melchiorre Crivelli, vescovo di Tagaste e suffraganeo di Ippolito Il d'Este, che nel 1547 consacrerà la chiesa madre dell'ordine, S. Barnaba in Mila­no. Infine Serafino da Fermo, il celebre predicatore, già con-discepolo e poi intimo amico dello Zaccaria. Il nome di Eterna Sapienza (che richiama un capolavoro della mistica medioevale Il libro dell 'Eterna Sapienza scrit­to dal beato Enrico Suso, un domenicano tedesco) si deve proprio alla Panigarola, una figura carismatica dotata di do­ni soprannaturali, tra cui lo spirito di profezia, come ci con­ferma lo stesso Bellotti nel resoconto di una visione avuta dalla religiosa: «Il primo di agosto», scrive l'agostiniano senza specificare l'anno, «che è dedicato all'Eterna Sapien­za, stando questa serva del Signore nel suo oratorio e pre­gando con grande fervore per i discepoli della Sapienza [...] fu elevata in spirito e vide il Signore in forma umana sede­re su una sedia alta e molto bella [...]; mentre quest'anima si trovava in tal situazione, l'angelo suo che la guidava le dis­se: "Sta' attenta che adesso vedrai venire tutti i discepoli dell'Eterna Sapienza". Subito ella vide venire una grande mol­titudine di uomini e di donne, che lei conosceva in questa vi­ta mortale, vestiti secondo l'abito che portavano, chi di frate, chi di monaca, chi di religioso e chi di laico». Particolarmente interessante questa schiera di "discepoli" di condizione eterogenea, uniti nell'unico intento di seguire Cristo in piena fedeltà alla fede cattolica, in una fase in cui l'eresia stava diffondendosi nel Nord Europa. C'è, inoltre, un episodio sempre in merito ad Arcangela Panigarola: nel 1518, mentre era assorta in preghiera, le fu rivelato che dal­l'Eterna Sapienza sarebbero usciti «ministri nuovi che con le loro fatiche apostoliche e con l'esemplare vita avrebbero rimesso in onore la disciplina degli ecclesiastici e i costumi del popolo». Su questo vaticinio Antonio Maria richiamerà l'attenzione dei suoi primi seguaci, scrivendo loro: «Se sa­peste, vedreste quante promesse sono state fatte a diversi santi e sante di questa benedetta rinnovazione, e pur tutte hanno d'aver compimento nei figli e figlie del nostro divin padre, se pur (a meno che) Cristo non li avesse voluti in­gannare: il che non potrebbe (egli) fare, per essere fedele at­tenditore di sue promesse (giacché egli mantiene fedelmen­te le sue promesse)». La Panigarola morì nel 1525 e tre anni dopo la seguì an­che Antonio Bellotti: la loro scomparsa mise in crisi il grup­po, che era stato anche decimato dalla peste del 1524. Ma fu proprio a questo punto che giunsero a Milano Ludovica To­relli, il suo nuovo cappellano e fra Battista. Siamo nel 1530: in città, i tre entrano quasi subito in con­tatto con l'oratorio dell'Eterna Sapienza dove Antonio Ma­ria conosce due nobili locali, Giacomo Antonio Morigia (1497-1546) e Bartolomeo Ferrari (1499-1544), colonne del futuro ordine barnabitico che riconosce in essi i propri confon­datori. Le loro vicende - inizialmente diverse - a un certo punto confluiranno con quelle dello Zaccaria in un grande disegno provvidenziale di riforma.

 

Si converte i1 "bel Morigia"

Lo chiamavano proprio così, il bel Morigia", per la sua eleganza, questo nobile dai tratti signorili e dallo spirito aperto, culturalmente formato secondo i canoni umanistici dell'epoca, che aveva studiato retorica, matematica, musica, canto, danza e frequentava la buona società, stimolato in questo dalla madre, rimasta vedova in giovane età e piutto­sto incline alla vita mondana. Non che fosse uno scapestra­to: semplicemente Dio nella sua vita occupava un posto se­condario; di tanto in tanto, comunque, il giovanotto si reca­va nel monastero di S. Margherita a Milano, dove si trova­vano certe monache sue parenti, le quali non mancavano di esortarlo a una pratica cristiana più convinta. Un giorno, sollecitato proprio da loro, egli promise che sa­rebbe andato a confidarsi con il confessore del monastero, padre Giovanni Bono di Cremona. Fu di parola e, dopo il primo incontro che il Moltedo definisce «di pura conve­nienza», egli tornò più volte dal prete. E sopraggiunse una repentina conversione: «Pianse a calde lacrime», così anco­ra il biografo, «i suoi passati traviamenti (…) e come promi­se a Dio, si diede a vita rigorosissima». Tutta la città, ovviamente, commentò l'evento nelle ma­niere più disparate; molti giudicavano il Morigia semplice­mente in preda a una crisi passeggera di fanatismo: tra que­sti anche sua madre, per la quale il mutamento di condotta del figlio suonava come un duro rimprovero. Ma più passa­va il tempo e più Giacomo Antonio appariva determinato nella sua scelta. Fu così che approdò all'oratorio dell'Eterna Sapienza: questo significò per lui rinunciare al ricco guar­daroba per indossare abiti modesti e, più tardi, una rozza ta­lare, sottoporsi a severe mortificazioni, aiutare i bisognosi, visitare i malati e pregare molto. Passava ore e ore davanti al Crocifisso, meditando sulla Passione del Signore. Come speciale patrona si era scelto santa Maria Maddalena. I commenti divertiti e ironici degli amici di un tempo non lo impressionavano, anzi lo stimolavano ulteriormente a continuare sulla sua strada, intensificando le penitenze e l'assistenza ai poveri e ai sofferenti. Pian piano, i milanesi si resero conto di aver a che fare con uno che aveva preso sul serio il Vangelo e cominciarono a stimarlo. Qualcuno cercò forse anche di metterlo alla prova perché un giorno al Mori­gia venne offerta la ricca abbazia di S. Vittore al Corso, che allora era stata data in commenda al cardinale Ippolito d'E­ste, preconizzato arcivescovo di Milano: un'offerta che, da un lato, gli avrebbe consentito di largheggiare coi poveri, ma che lo avrebbe ricacciato inesorabilmente in quella fascia di società che lui aveva abbandonato. A nulla valsero le insi­stenti e forti pressioni dei parenti, allettati dalla prospettiva di impinguare il patrimonio familiare con le rendite dell' ab­bazia: il suo rifiuto fu netto e definitivo. Intanto, poiché nel 1530 in città era riesplosa l'epidemia di peste, il Morigia si dedicò senza risparmio al capezzale dei malati per confortarli nel corpo e nello spirito, non mancan­do di richiamare la gente alla penitenza e alla pratica religio­sa: a tale scopo fu visto anche girare per le strade con un Cro­cifisso in mano, un gesto che valeva più di una predica.

 

L'avvocato dei poveri

Al contrario del Morigia, Bartolomeo Ferrari, pur rimasto orfano giovanissimo (a due anni di età) di entrambi i geni­tori, era stato allevato secondo i principi cristiani da un suo parente, tanto che già da ragazzo veniva additato a esempio per la sua spontanea religiosità e, soprattutto, per la solidarietà istintiva verso i poveri. Sui diciotto anni, dopo aver concluso il ciclo di studi umanistici, si era trasferito a Pavia per laurearsi in legge. E qui ci imbattiamo in un episodio che ci dice di quanta stima egli godesse già allora in città. Un suo fratello, Basilio, che era canonico di Milano, aveva de­ciso di trasferirsi a Roma. Prima di separarsi, però, i due ef­fettuarono la divisione dei beni. Poiché Bartolomeo era mi­norenne (all'epoca l'età richiesta era di 25 anni), secondo le norme vigenti sarebbe stato necessario un curatore che am­ministrasse la sua parte di eredità; tuttavia il senato di Mila­no, ritenendo il giovane sufficientemente maturo e affidabi­le, derogò alla legge esentandolo da questo obbligo: un se­gno evidente di fiducia. A Pavia il giovanotto si trattenne diversi anni, comportan­dosi in maniera esemplare, a quanto sappiamo; ma l'am­biente goliardico non faceva per lui e a un certo punto se ne tornò a Milano, anche perché sentiva di essere fatto più per il sacerdozio che per i tribunali o gli studi notarili. La com­petenza giuridica e notarile l'avrebbe messa a servizio dei poveri, qualora ne avessero avuto bisogno. Vestito l'abito clericale, si impegnò in un apostolato atti­vo tra i poveri, i malati e le ragazze a rischio. Cominciò an­che a fare catechismo ai ragazzi, riunendoli nei giorni festi­vi secondo una formula che anticipava quella degli oratori, inducendo diversi parroci a fare altrettanto. Ma fu in occa­sione della peste del 1524 che Bartolomeo diede prova di eroica dedizione: tra l'altro, in un suo podere situato fuori città, nei pressi di Porta Vercellina, fu allestito un lazzaretto dove egli si recava quotidianamente per visitare gli infermi uno a uno, con speciale attenzione ai più indigenti. Ma, se era il caso, andava a trovarli anche a domicilio. Cessata l'emergenza sanitaria, licenziò tutta la servitù, ri­ducendo al minimo essenziale gli abiti e il cibo per poter aiu­tare quanti, tra i superstiti dell'epidemia, avevano perso i fa­miliari e non avevano nessuno che si occupasse di loro. Da Roma il fratello Basilio, evidentemente informato dai paren­ti stizziti per quanto stava accadendo in casa, gli scrisse più volte, quasi rimproverandolo e invitandolo a non esagerare in generosità: ma lui rispondeva che avrebbe sofferto meno dan­do la vita per quei poveracci, che vedendoli morire di fame. E fu proprio in occasione dell'epidemia del 1524 che il Ferrari e il Morigia si incontrarono, trovandosi subito d'ac­cordo sulla loro scelta di vita. Da quel momento, l'oratorio dell'Eterna Sapienza diventò la loro seconda casa.

 

Intanto a Guastalla...

Se a Cremona la partenza di Antonio Maria aveva destato vivo rammarico, a Guastalla il suo arrivo nei mesi a cavallo tra il 1529 e il 1530 fu salutato con gioia. Fra Battista per un po' di tempo aveva vissuto alla corte di Ludovica Torelli su­scitando nei possedimenti della contessa un vivo risveglio della pratica religiosa. Ora l'aspettativa era quella di ali­mentare adeguatamente tale risveglio, di riprodurre cioè quello che lo Zaccaria aveva fatto a Cremona. Il santo non perse tempo e ricominciò con il catechismo ai ragazzi, come aveva fatto in S. Vitale. Li riuniva di sera, cat­turando la loro attenzione con il linguaggio originale ed ef­ficace di cui ci danno un'idea i suoi scritti. Così, pian piano a quei giovanissimi si unirono anche gli adulti. Ben presto, davanti al suo confessionale si formarono code di penitenti decisi a cambiare vita. Sicuramente, almeno all'inizio, Cremona gli mancava e allora egli manteneva i contatti con gli Amici concittadini scrivendo loro lettere infuocate, un po' come faceva san Paolo con le comunità di cristiani da lui evangelizzate, op­pure andando a trovarli di tanto in tanto, per esortarli a man­tenere il fervore dei primi tempi. Una di queste lettere - datata 28 luglio 1531 - ha per de­stinatario un avvocato cremonese, Carlo Magni, che gli ave­va scritto chiedendogli qualche consiglio su come compor­tarsi da buon cristiano nella sua professione; più precisa­mente, su come riuscire a mantenersi in contatto con Dio nel pieno di un lavoro impegnativo e aperto a molteplici rap­porti umani. La risposta dello Zaccaria è un piccolo capola­voro di spiritualità, redatto «stando davanti a Lui (il Croci­fisso, ndr), per voi, continuamente (…), facendomi impara­re quello che a voi vorrò poi insegnare». Tre i suggerimenti principali per tenersi uniti a Dio. Primo: «che alla mattina, e alla sera, e in tutte le altre ore, quali ovvero ordinariamente, o per accidente, o a caso; e in ogni tempo, cioè o di giorno o di notte; e in ogni modo, cioè o nel letto o fuori, inginoc­chiato o seduto, o come volete in altro modo; e maxime avanti ai (prima dei) vostri esercizi, vi esercitaste [nella pre­ghiera], ordinariamente senz'ordine, per quel poco o assai spazio che Dio vi concedesse». Come dire, sempre. Certo, questa pratica non è facile, perché, spiega il santo, all'uomo naturalmente è difficile stare raccolto e «di più l'unirsi con Dio, per essere l'uomo naturalmente vagabondo con l'intel­letto, e naturalmente non sta fermo in ogni cosa. (…) Ma quello che da sé pare impossibile, con l'aiuto di Dio è faci­lissimo, se noi non gli sottraessimo l'industria nostra e quel­la diligenza o esercizio che Dio ne ha concesso». Occorre quindi comportarsi con lui come si fa con un amico: e siamo al secondo suggerimento. Se si ha qualcosa di urgente da fa­re, si prega l'amico di attendere un po', finché non sia ter­minato il lavoro: «a questo modo, carissimo», aggiunge lo Zaccaria, «dovete fare voi, e non vi sarà danno, o poco o nullo, dei vostri studi e faccende». Prima di dedicarvi alle vostre incombenze, «dite a Cristo quelle poche parole che voi vorrete; poi, facendo esse cose, elevate spesso la mente a Dio: che invero ve ne nascerà grandissimo utile e niun de­trimento». Infine, il terzo suggerimento: sforzarsi di cono­scere l'esercito agguerrito dei propri difetti e ammazzarli tutti, a cominciare dal «capitano», cioè dal difetto principa­le; «trovatelo e ammazzatelo», conclude il santo. «Se osser­vate queste cose predette, facilmente andrete al Crocifisso e croce». Quando scriveva queste righe, Antonio Maria era già ap­prodato a Milano insieme alla contessa Torelli. Costei, gui­data da fra Battista e incoraggiata dalla presenza di Antonio Maria che apriva prospettive nuove alla sua vita, cambiato significativamente il nome di Ludovica in quello di Paola, aveva deciso di vendere il proprio feudo per dedicarsi più intensamente alle cose dello spirito: col ricavato la nobil­donna pensava di costruire un monastero a Milano. Pareva che l'affare si potesse risolvere in breve tempo, invece sor­sero mille difficoltà, sia a causa degli astiosi suoi parenti, decisamente contrari a una vendita che giudicavano «sper­pero di una gloria antica», ma che in realtà li privava dei quattrini sperati, sia soprattutto per le gelosie e i rancori dei principi confinanti col suo fondo. Per sbrogliare la matassa, Antonio Maria pensò di solleci­tare il Morigia e il Ferrari perché gli dessero una mano (que­st'ultimo, tra l'altro, era un esperto di cose legali) e nello stesso tempo si affrettassero insieme a lui nel porre le basi dei nascenti istituti. E lo fece con una stupenda lettera scrit­ta il 4 gennaio del 1531, la seconda delle undici rimaste, in cui troviamo quella famosa frase «correre come matti verso Dio e il prossimo». Vale davvero la pena di citarne alcuni passi, cominciando dall'inizio: «Dio, il quale è stabile e a ogni bene prontissimo, vi salvi e vi conceda quella stabilità e risoluzione (risolutezza) in tutte le vostre operazioni e de­sideri secondo che vorrebbe l'anima mia». Il tono dell'esordio farebbe pensare che il Morigia e il Ferrari, pur condividendo il comune ideale e apprezzando l'entusiasmo dello Zaccaria, esitino ad aderire al suo pro­getto, forse pensando di non esserne all' altezza. «Ma miseri noi», aggiunge Antonio Maria, «perché l'instabilità e irriso­luzione che dovremmo avere ed esercitare nel fuggire il ma­le, la adoperiamo nel bene: tanto che molte volte ho occa­sione di ammirazione grande, considerando una tanta (così grande) irrisoluzione che regna, e già molti anni è regnata nell'anima mia. [...] Questa irrisoluzione prima impedisce l'uomo, che [così] non fa profitto; anzi, stando fra due cala­mite, non è tirato né dall'una né dall'altra: cioè non fa il be­ne presente, riguardando il futuro; né ancora fa il futuro, im­morandosi (indugiando) nel presente e dubitandosi del futu­ro. Sapete a chi è simile? A uno che vuole, amare due cose contrarie; e (come dice il proverbio) chi due lepri caccia, una fugge, e l'altra smappa (scappa). Mentre l'uomo si ritrova ir­resoluto e dubbioso, certo è che mai fa cosa buona: l'espe­rienza lo dimostra, senza che altrimenti lo dica. E più, la irri­soluzione fa l'uomo mutabile come la luna. Oltre che, anco­ra, l'uomo irrisoluto sempre è inquieto, e mai si può conten­tare etiam (anche) nei gran contenti (gioie); si attrista facil­mente, e si adira; e ricerca facilmente le sue consolazioni». Nel ribadire che «l'irrisoluzione è effetto e causa della te­pidità (tiepidezza)», aggiunge: «Chi volesse contare i mali effetti e cause della irrisoluzione non finirebbe in tutto un anno. Verum est che, se non [ci] fosse mai altro male che la dubitazione, [...] sarebbe pur (già) troppo, perché mentre l'uomo dubita, non opera». Dalla diagnosi, passa alla terapia: «Per fuggire questo vi­zio sono state ritrovate nella via di Dio due vie e modi. Una, la quale ne (ci) aiuta quando all'improvvista siamo forzati a fare o a lasciare qualche cosa; e questa via è l'elevazione della mente per donum consilii: cioè, quando occorre una cosa sùbita e all'improvvista (improvvisa e imprevista) che richiede previsione, allora eleviamo la mente a Dio, pregan­dolo di ispirarci quello [che] dobbiamo fare, e seguendo l'i­stinto dello Spirito non fallaremo (sbaglieremo). L'altra via è che, avendo tempo e opportunità di consigliarci, andiamo al padre dell'anima nostra, e secondo il consiglio suo fac­ciamo o lasciamo le operazioni nostre o altre cose che oc­corrono». Ma «poiché nella via di Dio la potissima (prima fra tutte) cosa che si ricerca è la prestezza e sollecitudine [...], orsù, fratelli, levatevi oramai, e venite meco insieme, che voglio che estirpiamo queste male (cattive) piante (se pur si ritro­vano in voi); e, se non sono in voi, venite ad aiutar me, per­ché le ho piantate sopra il cuore mio». Ed ecco l'appello finale: «Deh!, carissimi, a chi scrivo io? A quelli che fanno dei fatti, e non dicono parole, come me. [...] Su, su, Fratelli! Se finora in noi è stata alcuna irrisolu­zione gettiamola via, insieme con la negligenza: e corriamo come matti non solo a Dio, ma ancora (anche) verso il pros­simo, il quale è il mezzo che riceve quello che non possia­mo dare a Dio, non avendo egli bisogno dei nostri beni». L'effetto della lettera fu pressoché immediato sul Morigia e sul Ferrari, galvanizzati dalla scossa che forse aspettava­no, per dare il via a quella struttura in cui si sarebbe incar­nata la riforma concordemente desiderata. Entrambi rag­giunsero a Guastalla gli altri tre protagonisti - Antonio Ma­ria, Paola Torelli e fra Battista - sistemandosi nella Rocca della città, residenza della contessa, edificio che era stato iniziato nel 1520 da Domenico Giunta ma che oggi non è più visibile perché distrutto. A quanto si sa, ci rimasero alcuni mesi, nel tentativo di regolare gli affari della contessa; ma poiché la vendita del feudo si era rivelata assai più compli­cata del previsto, fu deciso il trasferimento a Milano per per­fezionarvi le relative pratiche. Soltanto dopo alcuni anni, co­munque, nella proprietà della Torelli subentreranno i Gon­zaga. Un dato apparve subito chiaro ai nostri cinque amici: in questa azione rinnovatrice, tutti i membri del cenacolo del­l'Eterna Sapienza sarebbero stati coinvolti. E poiché prove­nivano da stati di vita diversi, ciascuno di essi avrebbe po­sto il proprio carisma a servizio del comune intento. Anto­nio Maria fu ben presto riconosciuto come il leader in grado di armonizzare gli svariati contributi e concretarli in una or­ganizzazione stabile. Avendo in mente un preciso progetto, accettò l'incarico di tirare il gruppo, sapendosi ben spalleg­giato da fra Battista e dalla contessa Torelli - la sponsor che garantiva i mezzi economici necessari all'impresa - e po­tendo contare su due collaboratori entusiasti quali il Morigia e il Ferrari. Prima di iniziare la sua azione, tuttavia, egli ritenne op­portuno fare un'ultima visita alla sua Cremona. Forse, con l'intuito dei santi presagi che non vi sarebbe più tornato. Ma a lui interessava una sola cosa: che i frutti del rinnovamen­to durassero ben più di una stagione.

 

 

Capitolo VII

Rivoluzionari di Dio

 

Oltre al Morigia e al Ferrari, lo Zaccaria ritrovò a Milano fra Bono Lizzari, un eremita originario di Cremona che, pur non essendo prete, dalla gente era chiamato "padre" in se­gno di rispetto. Dopo essere stato in pellegrinaggio a S. Gia­como di Compostela, a Roma e a Gerusalemme, le tre gran­di mete devozionali di allora, nel 1529 aveva aperto a Cre­mona un centro di accoglienza per orfani e aveva appoggia­to le iniziative dello Zaccaria. A un certo punto, tuttavia, do­po averlo seguito a Milano, espresse l'intenzione di ritirarsi in un eremitaggio a fare vita solitaria. Antonio Maria lo esortò a unirsi al gruppetto che si stava formando attorno a lui, riuscendo infine a convincerlo. Tra l'altro, si faceva ac­compagnare da lui per favorire la diffusione di due pratiche di pietà che già a Cremona essi avevano notevolmente in­crementato: quella di suonare le campane alle tre del pome­riggio di ogni venerdì, a ricordo della Passione di Cristo, e quella della solenne adorazione del Santissimo Sacramento esposto pubblicamente sull'altare (le Quarantore). Appena giunto a Milano, Antonio Maria con fra Battista si sistemò presso Ludovica Torelli, in uno stabile che la contessa pos­sedeva nelle vicinanze della basilica di S. Ambrogio: lì il gruppetto si riuniva quotidianamente per sostenersi a vicen­da nell'impresa che stava nascendo per impulso della con­tessa e con il concreto appoggio dello Zaccaria. Ludovica, infatti, aveva riunito alcune donne, nubili e sposate, decise a seguirla nel suo cammino di preghiera e di carità: non ci vol­le molto perché la predicazione infuocata e del tutto nuova di Antonio Maria attirasse altri fedeli, sempre più numerosi. E in breve prese corpo il progetto definitivo, caratterizzato da una forte ispirazione paolina che permea il triplice pro­gramma della consacrazione a Dio, della riforma di se stes­si e della salvezza del prossimo. Le memorie più antiche presentano lo Zaccaria come fi­delissimus sectator, un autentico appassionato seguace dell'apostolo Paolo, che viene indicato come patrono, guida e modello delle nascenti congregazioni, le prime nella storia della Chiesa ispirate all'Apostolo delle Genti. Ci si può do­mandare il perché di questa scelta: ne troviamo una spiega­zione negli scritti di Antonio Maria, il quale nella predica­zione e nella direzione spirituale punta a una conversione "vio­lenta" delle anime, proprio come quella improvvisa di Saulo sulla via di Damasco. Volontà decisa e "fuoco" dello spirito so­no alla base di tutto il suo pensiero e della sua attività: si trat­ta di distruggere l'uomo vecchio e di edificare quello nuovo. Il riferimento al magistero di Paolo è continuo: nei Ser­moni, le idee-forza più ribadite derivano dalle epistole pao­line, che sono citate un centinaio di volte nei pochi scritti rimastici del santo. Paolo è visto come campione della lotta implacabile contro la mediocrità, la "tiepidezza". Lo Zacca­ria, buon conoscitore della Scrittura, trova in Paolo il pen­siero più rispondente al proprio ideale apostolico; la sua combattività si radica in quella "stoltezza della Croce" che si contrappone alla mentalità terrena, mentre la contempla­zione del Cristo crocifisso non è fine a se stessa, né puro dia­logo col Signore, ma dinamismo pastorale che lo spinge me­vitabilmente a conquistare anime. Il dato della paolinità nello Zaccaria è sottolineato unani­memente da tutti i suoi biografi, a partire dal Gabuzio. E pa­dre Battista Soresina, nelle sue preziose Attestationi, ci informa che il santo «continuamente aveva per le mani le sue epistole; e leggendole sentiva gran gusto, per cui le leg­geva in maniera di cantare». Evidentemente, Antonio Maria aveva scelto Paolo per modello anche perché vi scopriva non comuni consonanze sul piano del carattere. Dell'apostolo gli piacevano soprat­tutto la capacità risolutiva, il rifiuto di ogni compromesso e della mediocrità, lo spendersi senza risparmio e quel misto di intransigente durezza e di tenerezza nei confronti dei suoi, nonché l'aver dato retta a Cristo una volta per tutte. Il tipo ideale, insomma, per un "decisionista" come lui. Quando egli parla del modello, usa un ventaglio di appel­lativi che dicono tutta la sua ammirazione per l'apostolo: nei Sermoni lo qualifica come «vero amico di Dio, incompara­bile duce e patrono nostro, l'apostolo nostro, sapientissimo dottore delle genti, padre e guida, padre glorioso». Nelle Lettere, poi, egli lo vede come santo, modello di ogni virtù, maestro non soltanto di verità, ma anche di vita. Lo chiama «il dotto Paolo, casto Paolo, Paolo santo, beato padre, divin padre, dolce padre, santo padre». Si capisce allora perché firmi le sue lettere con un appellativo singolare: «Antonio Maria prete, prete di Paolo apostolo». Tipicamente paolino è anche il riferimento al Crocifisso e all'«obbrobrio di Cristo» che sta alla base dell'articolato programma zaccariano e che motiva la consacrazione a Ge­sù che ci ha amati e ha dato se stesso per noi; la rinuncia per­sonale come unico modo per vivere tale consacrazione e per spendersi in favore degli altri; il dono apostolico di sé ai fra­telli, nessuno dei quali deve perire perché tutti sono stati ac­quistati a caro prezzo col sangue di Cristo.

 

Nasce l'ordine

Dopo il Morigia e il Ferrari, ad Antonio Maria si erano uniti altri due compagni provenienti anch'essi dall'Eterna Sapienza: il sacerdote Francesco da Lecco e un laico, Gia­como de Casei. Il campo di lavoro era quello di sempre: ol­tre alla catechesi, alla predicazione e alle confessioni, subi­to avviate dallo Zaccaria, c'erano malati da visitare in ospe­dale o a domicilio, poveri da soccorrere, donne da sottrarre ai rischi della strada. E qui i laici si dimostrarono pronti a dare il loro prezioso contributo, mentre fra Bono si dedicò all' apertura di un centro di accoglienza per donne in diffi­coltà o già decise a cambiare vita, che furono sistemate in uno stabile acquistato nei pressi di S. Valeria, a poca distan­za da S. Ambrogio: questo diventerà poi il monastero delle Convertite. L'iniziativa ebbe successo al punto che i locali non sareb­bero più bastati e lo Zaccaria avrebbe sistemato un secondo, folto gruppo di donne in altra sede, presso Porta Lodovica. Di queste donne si occupava il giovane Francesco da Lecco, entrato ormai nell'ottica "rivoluzionaria" del leader, la cui fama si stava diffondendo per tutta Milano mediante le sue conferenze spirituali, che contagiavano positivamente altre anime generose. Nel frattempo Antonio Maria puntava molto sul Ferrari, spingendolo a farsi sacerdote, ma costui esitava, non rite­nendosi all'altezza del compito. Fu fra Battista a convincer­lo e nel giorno di Pasqua del 1532 Bartolomeo venne ordi­nato prete. Tuttavia, secondo le usanze del tempo, avrebbe celebrato la sua prima messa soltanto l'8 settembre 1534, fe­stività liturgica della Natività di Maria. Nel 1535 anche il Morigia abbraccerà il sacerdozio, mentre il Casei lo rifiuterà sempre, nonostante le insistenze di Antonio Maria. Si trattava ora di dare una certa stabilità giuridica al grup­po, di farne una vera e propria famiglia religiosa. Ne era convinto lo Zaccaria e, ancor più di lui, fra Battista, ma per questo occorreva l'approvazione esplicita del papa. A Roma Basilio Ferrari, il fratello di Bartolomeo, aveva fatto carriera: dopo aver lasciato il canonicato della chiesa milanese di S. Fulcorina, era entrato al servizio della Santa Sede guadagnandosi ben presto la stima di Clemente VII, che lo aveva nominato suo segretario: Basilio era dunque la "spalla" ideale per ottenere l'attesa approvazione. Difatti, fu lui stesso che presentò la supplica al pontefice Clemente VII a nome del fratello e dei compagni. A Milano in quei giorni si pregò molto e si intensificaro­no le penitenze: il papa si lasciò convincere dai solidi argo­menti dello Zaccaria e il 18 febbraio 1533 a Bologna - do­ve si trovava per incontrare l'Imperatore Carlo V, da lui stes­so incoronato in S. Petronio tre anni prima, che lo sollecita­va a indire il concilio per fronteggiare la Riforma protestan­te - firmò il breve di approvazione di quelli che nel 1535 sa­rebbero stati denominati chierici regolari di san Paolo (an­che se tra di loro continueranno a chiamarsi per un certo pe­riodo Figlioli di Paolo). Gli storici non parlano troppo bene di questo pontefice mediceo, al quale rimproverano di non aver colto le neces­sità spirituali dei tempi di fronte al progredire del protestan­tesimo e alla necessità di riforma avvertita alla base della Chiesa. I barnabiti comunque gli sono grati per aver intuito subito che quel gruppetto di preti milanesi, ancora privi di sede appropriata e di regole adeguate, faceva sul serio ed era veramente ispirato da Dio per il bene della Chiesa. Che poi anche Basilio Ferrari ci avesse messo una buona parola lo confermerebbe il fatto che il breve pontificio era indirizzato «ai diletti figli Bartolomeo Ferrari e Antonio Ma­ria Zaccaria». Nei documenti successivi, tuttavia, al primo posto figurerà sempre il nome dello Zaccaria. La rapidità con cui venne espletata la pratica burocratica dell'approva­zione si deve certamente anche alle buone informazioni che da Milano, tramite il duca Francesco Sforza, erano pervenu­te alla corte papale: il breve contiene infatti espressioni di vivo apprezzamento per l'apostolato svolto dal gruppo, mentre indica chiaramente l'ideale che animava i richieden­ti: risvegliare lo spirito religioso nel clero secolare e nel po­polo di Dio. Inoltre, il documento definisce alcune caratteri­stiche tipiche dei nuovi Chierici Regolari, cioè la professio­ne dei tre voti solenni di povertà, castità e obbedienza; la di­pendenza dall'arcivescovo di Milano; la facoltà di vivere la vita comunitaria e la possibilità di darsi delle regole, «cam­biandole secondo le esigenze dei tempi». Nella diocesi ambrosiana, la notizia dell'approvazione fu recepita come un atto di stima verso quei preti che si propo­nevano un'autentica riforma interiore ed ebbe subito un ef­fetto moltiplicatore, convogliando verso lo Zaccaria nuove reclute. E questo nonostante non esistesse ancora una comu­nità formata (se ne stava mettendo a punto il progetto colle­gialmente tra lo Zaccaria, il Ferrari e il Morigia). Ma in se­guito, come vedremo, non mancheranno le prove e le perse­cuzioni. A questo punto si impose la ricerca di una dimora adatta alle esigenze del nascente ordine, e poiché nell'area dove di­morava la contessa Torelli le abitazioni avevano costi proi­bitivi, si affittò uno stabile verso Porta Ticinese, nel territo­rio della parrocchia di S. Vincenzo in Prato: era l'abitazione del cappellano dell'attigua chiesa di S. Caterina de' Fabbri. Lì si trasferirono lo Zaccaria e il Ferrari il 29 settembre 1533. Ma poco dopo ci si accorse che anche la nuova sede non bastava più e così, grazie a una generosa donazione del­la contessa Torelli (seicento scudi d'oro, una grossa cifra per quei tempi), furono acquistate quell'abitazione e le tre adia­centi. Ai primi compagni si erano intanto aggiunti Camillo de Negri, fratello dell'angelica Paola Antonia, Dionigi da Sesto, fratello pure lui di un' angelica, Battista, Francesco Crippa e Melchiorre detto poi Battista Soresina. Il gruppo cominciò così ufficialmente e stabilmente a far vita comune (soltanto il Morigia all'inizio dormiva nella casa paterna). Nel giorno dell'ingresso lo Zaccaria volle che vi si portas­se lo stretto necessario per la vita di una piccola comunità. Quello che per lui soprattutto importava era la concordia de­gli animi e l'obbedienza assoluta al capo, chiunque fosse. Mancava ancora, però, una regola e il fondatore vi lavorò, probabilmente su una bozza preparata da fra Battista: è diffi­cile comunque individuare fino a che punto egli attinse al pensiero del domenicano, rielaborandolo poi in forma origi­nale, anche perché le norme nascevano di volta in volta, man mano che il gruppo faceva esperienza del vivere insieme. Lo Zaccaria alla fine del 1538 aveva terminato la stesura delle sue Costituzioni, ma non le promulgò in attesa di approntare un testo definitivo. Le prime vere Costituzioni giuridiche sa­rebbero state varate soltanto nel 1552, tredici anni dopo la morte dello Zaccaria il quale, del resto, teneva come vedre­mo più allo spirito che alla lettera di quelle norme. Dunque, fino a quel momento non si sentiva l'esigenza as­soluta di vere e proprie costituzioni che, del resto, vivente il fondatore non vennero mai promulgate. Nella comunità, af­ferma padre Antonio Gentili, «vigeva un regime che po­tremmo definire capitolare. Tutti i problemi della casa, da quelli di fondo ai più minuti, erano affrontati e risolti nelle periodiche riunioni del mercoledì e del venerdì. Da questi incontri nascevano gli Ordini o Ordinazioni, aventi vigore di leggi impegnative, ma anche suscettibili di eventuali, ulte­riori revoche o revisioni. [...] La prima generazione barnabi­tica oscillava quindi tra il desiderio di darsi una precisa fi­sionomia giuridica, anche per evitare gli inconvenienti del­l'improvvisazione, dell'indeterminatezza e della disconti­nuità, e la pratica costatazione della non così evidente ur­genza o utilità o addirittura necessità di elaborare un codice dileggi. Solo circostanze esterne, come la visita apostolica di monsignor Leonardo Marini nel 1552 e il diretto inter­vento del cardinale Carlo Borromeo nel 1578-1579 porte­ranno i barnabiti a redigere delle Costituzioni».

 

Un cronista racconta

Una significativa testimonianza dell'attività del gruppo di paolini a Milano ce la dà un cronista un po' anomalo (di pro­fessione merciaio), Gian Marco Burigozzo, il quale con un linguaggio a metà tra l'italiano e il dialetto milanese, parla nella sua Cronaca del 1534 di «certi homini che tegnevano grado di santità, e si ancora donne, che hanno avuto la gra­zia di fare sonare a longo l'Ave Maria al venerdì, all'hora che Cristo spirò. Et si ritrovano in Domo a quell'hora, tutti con li soi capi abasso, con le brazza averte. [...] El pare (si vedono) per Milano certi preti con abito abbietto con una berretta tonda in testa, e tutti senza cappello, e tutti vestiti a un modo vanno con la testa bassa et abitano tutti insieme verso S. Ambrogio et h dicono che fanno li soi offizi et h vivono de compagnia: et sono tutti giovani». L'esempio coraggioso di questi soggetti non poteva non dare nell'occhio, soprattutto perché «tutti giovani». Lo Zac­caria riteneva che il mezzo più efficace per svegliare le co­scienze cadute nel torpore fosse quello delle pubbliche pe­nitenze. Evidentemente, non tutti reagivano positivamente alla provocazione evangelica: il Soresina aggiunge che «ve­stendo loro mortificatamente di color tanè scuro (una tona­lità di castano intermedia tra il nero e il rosso, ndr) [...] quando se ne andavano in questa maniera per Milano, tutti br strepitavano addietro come a tanti matti, battendo li arte­fici li br strumenti sopra li banclii, gridando li figlioli e al­tri: "Vedete, vedete li bagatoni, li scuratoni" et altre simili cose: "hipocriti, gabadè" etc.». Il Moltedo ci descrive con rapidi flash il regime di rigida povertà che si praticava nel convento, se possiamo già defi­nirlo così, di questa compagnia: «Povertà nel vestire, nel vit­to, nelle suppellettili. L'abito nella forma era quello dei Sa­cerdoti di allora, ma di saia grossolana senza ricercatezza o superfluità di roba; vietato affatto l'uso della seta.[...] Po­vertà nel vitto: il loro cibo ordinario erano erbe o legumi, pe­sciolini di vil prezzo, cacio o latte, e qualche frutto non mai delicato. Solo in qualche solennità della Chiesa era permes­so l'uso della carne, ma questa dell'infima qualità, e spesso erano quei minuzzoli che si gettano via anco dai meno agia­ti. In certi di sapeva di lautezza una focaccia impastata col sangue rappreso. Il vino non si toccava mai: talvolta si per­metteva più che vino annacquato, acqua tinta di vino. Pove­rissime le loro celle: un letticiuolo duro, qualche scranna, una tavola rozza per studiarvi, alle pareti un Crocifisso e un'altra immagine da destare la devozione. Spoglie di ogni ornamento le stanze, dove radunavansi in certe ore a confe­renze spirituali o a conversazione edificante. Vivevano puo dirsi di elemosina, quanto al loro alimento giornaliero; e il più lo somministrava la carità della Torelli. Quel poco che ciascuno aveva portato con sé, era stato messo in comune, né alcuno poteva disporne a suo talento; e la più parte servi­va per il culto divino, per le elemosine ai poverelli o per al­tro straordinario bisogno d'infermità. Vera vita comune, do­ve non v'era ombra di mio o tuo, come si legge dei primi cri­stiani sotto la guida degli apostoli». Tutto secondo le Costi­tuzioni che infatti prescrivevano: «Non sia lecito in alcun tempo ai sani di mangiare carne, eccetto nelle seguenti so­lennità, cioè: il giorno di Natale coi due giorni prossimi, l'u­na e l'altra Pasqua coi loro due giorni seguenti, l'Assunzio­ne e la Natività della Madonna, la Natività di san Giovanni Battista, la Conversione e il Martirio di san Paolo, e il gior­no di Ognissanti». «Le case dovevano essere "abbiette" [...], prive di ogni scultura e colore, eccetto che il bianco. [...] Il denaro era presso uno, il quale, oltre a non fornire la Casa di viveri per troppo tempo, doveva liquidare il capita­le nel giro di un mese; pena, spesso, l'espulsione. I mobili della casa avrebbero dovuto essere "pochi e vili"; le vesti di poco prezzo e "tali che l'uno possa portare la veste dell'al­tro"; i letti "impoliti (non raffinati) e senza alcun ornamen­to", le lenzuola di lana ruvida». Poveri, dunque, ma non sporchi perché, osserva ancora il biografo, «per quanto amassero la povertà, la penuria per sé, serbavano quella nettezza, che senza essere ricercata, toglie alla miseria propria dei claustrali ogni aspetto di laidezza, più atta a disgustare che ad allettare edificando. Il lusso era a quei tempi la forma esteriore della società milanese; e una vita sordida nei riformatori del costume avrebbe nuociuto di molto all' opera che imprendevano». La giornata della comunità era scandita secondo orari ben precisi. Ci si alzava di buon mattino per fare insieme l'ora di meditazione davanti al Santissimo Sacramento. I sacerdoti celebravano la messa e recitavano il breviario. Quindi cia­scuno usciva per assolvere i propri impegni: chi al ministe­ro della confessione, chi negli ospedali o nelle case dei po­veri, chi a S. Caterina o dove ci fosse bisogno di loro. I pre­ti dovevano anche ritagliarsi uno spazio per lo studio della teologia e la lettura dei libri sacri, in particolare delle epi­stole di san Paolo. Durante i pasti - usanza tuttora viva nelle comunità reli­giose - si leggeva un libro di argomento spirituale, mentre al termine c'era spazio per una conversazione, come si fa in famiglia. Alla sera nuovamente l'ora di meditazione, cena e, dopo una breve ricreazione, fatto l'esame di coscienza e ri­cevuta la benedizione del fondatore, in rigoroso silenzio cia­scuno rientrava nella propria cella per il riposo.

 

I «coadiutori della riforma»

La fama che si era creata attorno ad Antonio Maria era do­vuta soprattutto ai discorsi infiammati che rivolgeva a sa­cerdoti e laici: ne riuniva quanti più poteva e se alcuni ini­zialmente si recavano ad ascoltarlo più per curiosità che per altro, a un certo punto venivano conquistati dal suo entusia­smo, anche perché i più fervorosi attiravano i tiepidi. Lo Zaccaria invitava tutti a parlare liberamente, senza peraltro obbligare nessuno; era lui ad avviare il dialogo con grande rispetto degli interlocutori, e se in qualcosa non era d' accor­do con loro, trovava modo di intervenire per correggere, ma senza offendere, sempre con molto tatto. Il progetto di riforma in atto doveva coinvolgere tutta la Chiesa, dal clero al popolo, dal vertice alla base: religiosi, religiose e laici, che lo Zaccaria arriva a considerare come "i coadiutori della riforma". Non conta il numero: inizialmen­te sono pochi, ma animati da autentico fervore, di volontà «grandemente larga», di sana dottrina e di condotta irre­prensibile. Insomma, essi dovevano rappresentare l'altra faccia dei cristiani in un'epoca in cui a Milano pochi erano i sacerdoti dediti alla loro missione, al punto che correva il proverbio: «Se vuoi andare all'inferno, fatti prete». Per questo, tra i veri riformatori Antonio Maria pone an­che le angeliche, donne consacrate all'apostolato. Una rivo­luzione per quei tempi, in cui la vita religiosa femminile era concepita unicamente dentro le mura di un monastero. Inco­raggiato infatti dall'approvazione papale del ramo maschile, egli si diede da fare per potenziare ed estendere l'azione apostolica delle donne che la contessa Torelli aveva raccol­to nella casa presso S. Ambrogio. Il nucleo iniziale delle Fi­gliole di Paolo, poste sotto la regola di sant'Agostino, ne comprendeva una dozzina. Più tardi la contessa - che nel frattempo stava per perfezionare la vendita del suo feudo a Ferrante Gonzaga - acquisterà un terreno presso S. Eufemia, nella zona di Porta Lodovica, e vi farà costruire il monaste­ro di S. Paolo Converso. Una decisione che tuttavia inizial­mente incontrerà dei seri ostacoli, come vedremo. La bruciante ansia missionaria spinse infine lo Zaccaria a dar vita al cosiddetto Terzo Collegio, quello dei Maritati di san Paolo, formato da laici sposati, uomini e donne. Allora (ma in pratica fino agli inizi del nostro secolo) il laicato era tenuto ai margini della comunità ecclesiale, in posizione su­balterna alla gerarchia. Antonio Maria coinvolse tutti nell'o­pera di risanamento e di santificazione della famiglia che di­ventò anch'essa soggetto di evangelizzazione. Giustamente monsignor Andrea Erba, nel sottolineare che questa straor­dinaria intuizione profetica non ebbe futuro, afferma: «Noi non finiamo di rammaricarci per questa storica occasione perduta. Se pensiamo che ancora ai primi del Novecento qualcuno paragonava i laici cristiani alle pecore della Candelora, buone solo da tosare, e descriveva le tre posizioni dei laici nella Chiesa: in ginocchio a pregare, seduti ad ascolta­re le prediche, con mano al portafoglio per dare l'offer­ta!...».

 

 

Capitolo VIII

La prova del fuoco

 

Verso la fine del 1533, Antonio Maria si recò per qualche tempo a Guastalla per assistere fra Battista da Crema, gra­vemente infermo. Non era stata soltanto la malattia a piega­re la forte fibra del domenicano: da tempo, nonostante che il pontefice gli avesse dato nel 1532 facoltà di svolgere il suo ministero di direzione spirituale presso la contessa Torelli, da varie parti si brigava per un suo ritorno in convento. Qualcuno convinse Clemente VII che ormai la missione di fra Battista doveva considerarsi conclusa e il papa impose al religioso di rientrare immediatamente in comunità, pena la scomunica.

 

Muore fra Battista

Il Canoni non venne informato dell'aut-aut pontificio, che gli fu tenuto nascosto date le sue condizioni ormai dispera­te. Antonio Maria arrivò a Guastalla giusto in tempo per am­ministrargli gli ultimi sacramenti e predisporlo serenamente alla morte. Fra Battista spirò infatti tra le sue braccia nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio 1534. La, sua salma sarebbe stata poi tumulata nella chiesa di S. Paolo Conver­so, fatta costruire dalla Torelli come sede delle angeliche a Milano. Fra Battista lasciava una grande eredità di opere e di pen­siero. Tra i suoi scritti più noti vanno ricordati la Via de aperta verità, stampato nel 1523, Della cognitione et vitto­ria di se stesso (1531), che si ritiene scritto con la collaborazione dello Zaccaria, e Philosophia divina (1531). Usciro­no invece postumi lo Specchio interiore (1540, a opera del­la Torelli) e il Libro delle sentenze. I libri di Battista Cario­ni, raccomandati insieme a quelli dei Padri della Chiesa da Antonio Maria nelle Costituzioni, sarebbero stati in seguito largamente presenti nella biblioteca dei primi barnabiti, che li consideravano particolarmente adatti a stimolare i religio­si nel cammino di perfezione.

 

L'identikit del religioso riformato

Siamo dunque nel 1534: il 10 giugno, Antonio Maria pre­siede alla prima vestizione nel nuovo ordine. Finora, soltanto lui indossava il saio, mentre agli altri veniva data la veste co­mune dei chierici della diocesi. Il prescelto fu Giovanni Gia­como Casei, che tra tutti era il più avanti negli anni, e al qua­le già un anno prima fra Battista aveva imposto l'abito reli­gioso a titolo di "prova". Costui aveva per lo Zaccaria un'au­tentica venerazione, al punto che dopo la morte di questi avrebbe cambiato il proprio nome in quello di Paolo Antonio. Dopo qualche tempo, anche gli altri - a cominciare dal Ferrari - fecero la vestizione. Dal canto suo, il fondatore nell' abbozzo di Costituzioni a cui stava lavorando, dettava quello che possiamo definire un sintetico identikit del rifor­matore, o meglio del religioso riformato, perché in queste pagine egli non si riferisce alla Chiesa e alla società, ma al­la congregazione: vuol far capire come voleva i suoi segua­ci, per cui in filigrana qui emerge non soltanto quello che appare quasi un suo autoritratto, seppure involontario, ma anche la fisionomia dei paolini. Vale la pena di riprodurne i passi salienti, che si caratterizzano per il tono familiare e per la incisiva spontaneità del linguaggio. «Quando tu vedrai [...]che i buoni costumi sono posti al basso e che la tiepidezza è in alto, allora alza i tuoi occhi al­l'onor di Dio e lo zelo delle anime, ed esperimenta se in qualche modo puoi mettere in alto i buoni costumi. Ma av­verti prima le condizioni che sono [qui] sotto descritte, ac­ciocché tu sappia quale debba essere il Riformatore: e, ritro­vandoti tale, allora senza superbia e presunzione (perché questo ci può essere) e con audacia esalta la Croce [quanto più] potentemente potrai sopra la tiepidezza, in favore dei buoni costumi. [...] Avvertì ancor questo: che invano si trat­ta di voler riformare i costumi, se non vi è presente la divi­na Grazia, la quale però ha promesso di essere con noi sino alla fine del mondo (Mt 28, 20) [...]. Primo - Dunque bisogna che [...] per virtù di discrezione tu sappia eleggere l'opportunità, il luogo, il tempo e le altre cose che si ricercano nel volere riformare: le quali cose - se pure ti mancassero - bisogna che tu sappia di nuovo fartele (1,rocurartele), preparandoti supposti (soggetti) atti ai buoni costumi, e antivedendo quale possa essere il successo ovve­ro fine (esito) della cosa. E bisogna che il Riformatore sia così prudente, da esser pieno di occhi davanti e di dietro (Ap 4, 6); quindi per questa virtù di discrezione non sarà preci­pitoso, né troppo tardo, ma senza dubbio a tempo congiungerà il principio al suo fine inteso. Secondo - Bisogna che tu sia di cuore e animo grandi, perché contro questa impresa si levano tanti e tanti contrari (contrarietà), tante e tante cose di dentro e di fuori, che so­gliono sbattere e soffocare gli animi deboli. A tale opera contrastano i demoni invisibili; cioè i tiepidi, i quali sono senza numero, e con le loro ipocrisie hanno soggiogato a sé molti signori temporali e molti prelati spirituali; mentre paiono buoni dal di fuori, dentro invece sono pieni di ossa da morto come sepolcri dealbati (imbiancati). Sicché, con l'aiuto di simili signori, i tiepidi suscitano crudeli battaglie contro i ferventi. [...]. Terzo - Bisogna che nella tua impresa tu sia perseverante, perché molti incominciano gagliardamente, ma poi cessano, vinti dalla lunghezza. Chi si fastidisce (si turba) per fatica di contrari e chi per lunghezza del suo operare, sappia che ha già lasciato la vittoria al nemico prima [ancora) di combat­tere. (…) Quarto - Bisogna che tu sia di grandemente bassa umiltà. A chi non sono dolci in cibo gli obbrobri, chi non gusta nel bere gli schemi, chi non cerca con sommo studio (brama) e non ritrova l'umiltà: a questi non conviene riformare i co­stumi. Non vi è umiltà senza villanie (umiliazioni) lunga­mente desiderate. (…) L'umile è accompagnato dalla com­passione e dalla tolleranza dei difetti altrui: le quali cose so­no sommamente necessarie per aiutare gli imperfetti, che però vogliono proficere (progredire). Quinto - Bisogna che tu sia, per la molta meditazione e orazione, sempre sospeso. La meditazione e orazione fre­quente, dopo qualche spazio di tempo, insegnano in ultimo a mettere le mani in opera, per condurre altri dove loro van­no. L'orazione non permette di fallare a chi vuoi cammina­re, e con prosperità conduce chi vuoi proficere; (...). Sesto (…) Sarà impotente a riformare i buoni costumi chi non è di buona volontà e diritta (retta) intenzione. Chi fosse di sola naturale bontà e diritta intenzione non potrebbe rifor­mare i buoni costumi. (...) Sia dunque diritta l'intenzione, per il puro onore di Dio; sia buona, per l'utilità del prossi­mo; sia stabile e ferma, per il disprezzo di se stesso. (...) La sommamente buona e diritta intenzione merita di essere aiu­tata da Dio, e così la sua riforma potrà durare almeno per al­cuni secoli. (...). Settimo - Bisogna che sempre tu intenda (ti proponga) di passare più avanti e in cose più perfette. Vedesti mai tu solo leggi punitive? Con queste, l'uomo non fa profitto né muta perfettamente i costumi, perché di dentro sempre resta quello che era, e sempre sarebbe pronto a fare male, se gli cessasse la punizione. (...) Vuoi tu ben riformare i costumi? Cerca sem­pre di aumentare quello che hai incominciato e in te e negli al­tri, perché la sommità della perfezione è infinita. Così, fuggi di pensare che ti basti mai quello che avrai cominciato. (...). Ottavo - Bisogna che sempre tu confidi nell'aiuto divino e conosca per esperienza che quello non ti deve mai mancare. (...) Perciò il riformatore deve essere divino e santo, e per molte fiate (volte) esperimentate per esperienza in sé, (deve) conoscere che Dio non gli è mai mancato (venuto meno) nel­le sue necessità e nelle sue volontà. (...) Adunque, chi avrà le sopraddette virtù potrà pigliare (assumersi) l'impresa di rifor­mare i costumi. (...) Ti accadranno ancora, o riformatore, mol­te cose contrarie; ma quanto più le vedrai gagliarde, tanto più fortemente tu devi confidare. Dapprima ti farà contrasto, co­me è detto di sopra, la gente tiepida con la quale tu abiti, ri­putandosi a sua vergogna ritrovarsi qualche altro migliore di sé. (...) Questa per te sarà la battaglia più grave sopra tutto altre; ma contro questo impedimento ti sarà d'aiuto se potrai mutare luogo o gente; ti aiuterà l'avere fautori e difensori del­la tua impresa alcuni potenti e nobili; ti sarà ancora utile, in tale impresa, il dissimulare ai tiepidi il fatto tuo, proseguendo però sempre il tuo proponimento incominciato (…)

 

La protesta dei benpensanti

Le «molte cose contrarie» e il «contrasto da parte della gente tiepida» non tardarono ad arrivare. Certo, ai milanesi dovette apparire strano un giorno d'estate di quello stesso 1534 vedere Antonio Maria uscire improvvisamente da S. Caterina de' Fabbri stringendo fra le mani un crocifisso e parlare di Cristo alla gente che faceva capannello attorno, anche solo per curiosità. Era il segnale che egli intendeva dare ai suoi collaboratori: bisognava sfidare la gente per la strada, cercare di coinvolgerla emotivamente, in modo vio­lento e provocatorio. Si adeguarono subito tutti, cominciando a uscire chi qua e chi là, mettendosi davanti alle porte delle chiese o nei crocicchi delle strade più affollate, additando ai passanti Cristo morto sulla croce e invitandoli a cambiare vita. Il Morigia, il Ferrari e diversi laici si presentavano coperti di stracci, in segno di aperta contestazione del lusso in cui prima viveva­no; alcuni chiedevano l'elemosina, altri entravano in duomo portando sulle spalle una pesante croce e implorando il per­dono dei loro peccati. Sebbene alcuni padri fossero di fami­glia nobile, non esitavano a sottoporsi alle più strane umi­liazioni: classica rimarrà nella storia dell'ordine la mortifi­cazione imposta a Gianpietro Besozzi (futuro padre genera­le) che entrerà in congregazione dopo aver lasciato la mo­glie (entrata fra le angeliche), il figlio e l’esercizio dell'av­vocatura. Verrà mandato, ancora in abiti secolari, davanti a S. Ambrogio, con una veste di tela a mendicare con una sco­della in compagnia di altri poveri. L' impatto del pubblico davanti a questo inedito spettaco­lo fu duplice: alcuni, colpiti dalle parole infuocate dello Zac­caria e dei suoi compagni, riflettevano e ringraziavano per la scossa ricevuta, finendo poi davanti a un confessionale per iniziare un cammino di conversione. Altri invece - come ci conferma il Soresina - deridevano questi "matti", che tra l'altro accettavano gli insulti e le beffe con gioia, senza mi­nimamente reagire. La cosa fece ancor più scalpore allorché al gruppo si uni­rono le donne, con in testa la contessa Torelli vestita pove­ramente con un grembiule da lavoro e un velo nero sul ca­po. Camminavano lentamente per le vie del centro, sfidando le ingiurie della plebaglia che gettava contro lo strano cor­teo sassi, fango e immondizia. La contessa Torelli si mette­va davanti alla porta maggiore del duomo chiedendo la ca­rità. Ma non si fermò lì: un giorno si presentò, così abbi­gliata, al duca Francesco Il Sforza, qualificandosi però per quella che era. I cortigiani non volevano farla entrare, ma lei li convinse spiegando le ragioni della sua scelta: si era stan­cata di vivere nel lusso mentre una massa di disgraziati lan­guiva nella miseria; ricordava che la vita quaggiù dura poco e che poi, comunque, tutti devono fare i conti con colui che non guarda in faccia a nessuno. Il duca, nel riceverla, passò dall'imbarazzato stupore ini­ziale al profondo rispetto verso una scelta che, spiegò la contessa, era stata fatta in piena libertà di spirito, unicamen­te per amore di Cristo e dei poveri. Dopo averla ascoltata, lo Sforza incaricò due membri del senato di appoggiarne le ini­ziative di carità. C'era tuttavia, in una parte della Milano che contava, un'ostilità sempre più palese verso lo Zaccaria e il suo grup­po di riformatori. Alcuni uomini di Chiesa gridarono allo scandalo perché Antonio Maria aveva associato a sé in que­sta coraggiosa "rivoluzione" i laici e persino le donne. A lo­ro avviso, non c'era soltanto dell'esagerazione e dell'ipocri­sia in quelle ore trascorse in adorazione davanti al santissi­mo Sacramento esposto e nella insolita frequenza alla co­munione, ma si sconfinava addirittura nella superstizione e nel fanatismo. Ad aizzare la polemica contribuì soprattutto quella fascia della nobiltà che considerava un disonore per la categoria le dimostrazioni pubbliche di penitenza da parte di laici appar­tenenti a famiglie altolocate. Particolarmente scatenati erano i parenti della Torelli che, vedendosi sfuggire il feudo di Guastalla che stava per essere ceduto definitivamente ai Gonzaga, accusarono lo Zaccaria di aver plagiato la donna. E non fu difficile coinvolgere anche dei sacerdoti in queste critiche. Così, dai pulpiti si cominciò a inveire contro il nuo­vo ordine, costringendo il santo a ritirarsi per un certo tem­po in S. Caterina per timore di peggiori turbolenze. L'unica arma di difesa era la preghiera, che veniva elevata incessan­temente da tutti. Ad aggravare ulteriormente la situazione piombò sul gruppo anche l'accusa di pelagianesimo, probabilmente a causa della volontà decisa e dell'ardore spirituale che erano alla base della spiritualità e dell' apostolato dello Zaccaria. E a quei tempi essere accusati di eresia significava rischiare la vita. Difatti, informa il Soresina, «una volta, portato da mag­gior fervore del solito, di dir male dei padri, dopo essersi sfogato un pezzo, [un predicatore) si affaticò di persuadere al popolo, che facendo violenza nella casa dei padri, li ab­bruciassero in casa, dicendo che farebbero un grato sacrifi­cio a Dio».

 

Da un tribunale all'altro

La reazione di Antonio Maria fu proprio l'opposto di quel­lo che gli scalmanati si aspettavano: sapendo di avere Dio dalla sua, egli esortava i compagni alla calma, considerando anzi una fortuna il poter soffrire umiliazioni per amore di Cristo. Parlava dei suoi detrattori in tono comprensivo, invi­tando a non odiarli e a perdonare generosamente, nella cer­tezza che il Signore avrebbe tratto il bene dal male a tempo debito. Il peggio, tuttavia, doveva ancora arrivare: nell'autunno 1534 un tale, condensando in un dossier le accuse e le ca­lunnie più infamanti contro i riformatori, li denunciò al se­nato e alla curia di Milano, oltre che all'Inquisizione locale. Il libello sosteneva che lo Zaccaria e i suoi seguaci con le lo­ro novità turbavano l'ordine pubblico e col loro fanatismo superstizioso intaccavano la dottrina cattolica. Da un tribu­nale all'altro, dunque. A S. Caterina e a S. Ambrogio la notizia fu accolta con amarezza, ma con la serenità di chi ha la coscienza a posto: si pregava e si faceva penitenza, confidando in modo spe­ciale nella Vergine Maria, mentre lo Zaccaria teneva alto il morale di tutti con la sua parola trascinatrice. Padre Gabu­zio, riportando una testimonianza personale del Soresina, racconta di una esortazione che lo Zaccaria rivolse ai suoi il 4 ottobre di quello stesso anno, proprio quando la bufera sta­va raggiungendo il culmine. E un testo di notevole interes­se, ispirato alla celebre frase di Paolo «noi pazzi per Cristo» e alle beatitudini evangeliche. Non c'è da meravigliarsi, dice in sostanza lo Zaccaria, né da aver paura, perché come hanno perseguitato Cristo, così vengono perseguitati i suoi discepoli. E a questo punto ri­chiama il brano evangelico di Matteo (5, 11 - 12) in cui Gesù afferma: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguite­ranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Sono cose, prosegue Antonio Maria, che «come voi ben sapete, il nostro Salvatore e cele­ste maestro ci predisse dover avvenire, perché noi non ce ne meravigliassimo come di prove nuove e inaspettate; e ce lo confermò ancora col suo esempio, affinché non temessimo di sostenerle ovvero subirle, quasi fossero intollerabili. Per­tanto coloro che ci perseguitano, mentre fanno male a se stessi, perché provocano contro di sé l'ira di Dio, fanno però bene a noi, perché ci accrescono la corona dell'eterna gloria. Noi dunque, invece di odiarli e detestarli, dobbiamo com­piangerli e amarli. Anzi, dobbiamo pregare per loro (…) per­ché essi, vedendo la nostra pazienza e la nostra bontà, resti­no confusi dalla malvagità loro, e infine, pentiti, si accenda­no ad amare Dio (...)». Più avanti, la citazione paolina: «Anche l'apostolo predet­to, quel sapientissimo dottore delle genti, propone sé e gli altri apostoli come esempio d'irrisione, quando dice: "Noi, a causa di Cristo, siamo i pazzi... Quando ci perseguitano, sopportiamo. Quando dicono male di noi, rispondiamo ami­chevolmente" (1 Cor 4, 10.12-13). Pertanto, siamo forse noi più sapienti degli Apostoli? Siamo forse, o crediamo di es­sere, più privilegiati di Cristo? V'è tra noi alcuno che si pen­sa di esser sapiente? Ma se alcuno è sapiente a questo mo­do, "diventi pazzo, e allora sarà sapiente davvero" (1 Cor 3, 18)). (...) Considerate, dico, la nostra vocazione, fratelli ca­rissimi! Se noi vorremo bene esaminarla, riconosceremo fa­cilmente ciò che essa ricerca da noi. Da noi, che abbiamo in­cominciato a seguire, benché da lontano, le vestigia dei santi Apostoli e degli altri cavalieri di Cristo. La nostra voca­zione è che non ricusiamo di partecipare ai loro patimenti, sopportando queste prove di virtù, assai più leggere delle lo­ro (...)». Il 4 ottobre ricorre la festa liturgica di san Francesco d'As­sisi e Antonio Maria richiama la "perfetta letizia" con cui il Poverello subiva insulti e umiliazioni. Ma il finale del di­scorso è ancora tutto paolino: «Perciò concludiamo con l'a­postolo: "Corriamo decisamente la corsa che Dio ci propo­ne. Teniamo lo sguardo fisso in Gesù: è lui che ci ha aperto la strada della fede e ci condurrà fino alla fine. Egli ha ac­cettato di morire in croce e non ha tenuto conto che era una morte vergognosa, perché pensava alla gioia riservata per lui in cambio di quella sofferenza" (Eb 12, 1-3). E poiché noi abbiamo scelto per padre e guida un tanto apostolo, e ci glo­riamo di essere i suoi seguaci, sforziamoci di osservare in noi la sua dottrina e i suoi esempi. Non sarebbe convenien­te che nelle schiere di tanto duce, siano soldati vili o diser­tori, né che siano degeneri i figli di un padre così glorioso». Il Soresina registra nella Cronachetta A, antico e prezioso zibaldone delle origini paoline, anche la reazione dei pre­senti al discorso del santo: «Tali furono le parole che usci­rono da quella angelica bocca del detto padre, tutto affocato del divino amore, che accese li cuori, si che tutti furono sfor­zati a perdere se stessi per il caldo di Cristo che penetrava l'interiore loro, et così dettero principio al corso santo». Nella Cronachetta C aggiunge: «Ne accese tutti di tal sorte, che si gitassimo a terra con abondantia di lacrime et con lar­ghe promesse de perseverare; et con uno core largo promis­sero a Dio di caminare per la strada del disprezzo».

 

Generoso perdono

Proprio il giorno seguente, 5 ottobre, il senato affidava l'inchiesta sui paolini a Gabriele Casati e poco dopo anche la curia diocesana e il tribunale della sacra Inquisizione prendevano in esame il libello accusatorio. Ma per quanto scrupolose fossero state le indagini, nessuno trovò minima­mente da ridire sullo Zaccaria e i suoi compagni: anzi, dal­l'esame dei fatti emersero la loro perfetta ortodossia dottri­nale, un comportamento irreprensibile, grande spirito di po­vertà e un autentico zelo apostolico. Non erano trascorse ventiquattro ore e il senato all'unani­mità sanciva l'inconsistenza delle accuse: il presidente Fi­lippo Sacco chiuse la seduta con questa lapidaria afferma­zione, ripresa a piè pari dalla Bibbia (Sap 5, 4-5): «Noi in­sensati che stimammo follia la loro virtù, e il loro fine sen­za onore; essi sono da annoverarsi tra i figli di Dio e la loro sorte è tra i santi». Antonio Maria, con nobile gesto di carità, oltre a perdonare a tutti generosamente, insistette affinché non fosse resa pubblica la sentenza che avrebbe svergogna­to gli accusatori davanti a tutta Milano. Identico giudizio fu espresso più tardi dai tribunali eccle­siastici: sia il vicario dell'arcivescovo, Giovanni Maria Ton­so, che il prefetto della sacra Inquisizione Melchiorre Cri­velli fecero sapere a Roma di aver trovato solo calunnie a carico di religiosi degni della protezione della Chiesa. Biso­gna dire che il principale responsabile della ignobile perse­cuzione, poco prima di morire mandò a S. Caterina una per­sona a chiedere perdono del male commesso. Si calmarono le acque anche nei confronti di Ludovica Torelli, ampiamente citata nel famoso dossier e del tutto sca­gionata insieme alle sue compagne. A conti fatti, la vicenda si risolse in una straordinaria pubblicità per il nuovo ordine che stava consolidando la sua originalissima formula "tridi­mensionale".

 

 

Capitolo IX

Il "genio della donna"

 

Nella prima metà del 1534, Antonio Maria aveva solleci­tato la contessa Torelli a chiedere al papa la facoltà di erige­re un nuovo monastero femminile: inizialmente, l'affare venne affidato a Basilio Ferrari, ma la morte di Clemente VII (25 settembre 1534) bloccò l'iter della pratica. Tuttavia, già in ottobre, con l'elezione di Paolo III le trattative ripre­sero, concludendosi con successo il 15 gennaio 1535, data in cui venne firmata la bolla di approvazione che, in pratica, sanciva la nascita delle angeliche, il primo ordine monasti­co femminile non di clausura. Si trattava ora di trovare il sito adatto per la costruzione del monastero. I primi sondaggi risultarono negativi per dif­ficoltà sopraggiunte al momento di concludere l'acquisto. Ludovica Torelli, a un certo punto, si orientò verso la zona che ricadeva sotto la parrocchia di S. Eufemia a Milano, su­scitando non poche perplessità nei suoi collaboratori: in quella strada, infatti, si esercitava la prostituzione. Non è escluso che la contessa avésse fatto quella scelta proprio per bonificare il quartiere da questa piaga sociale. I proprietari delle «ventiquattro misere casuccie», fiu­tando l'affare, tenevano alto il prezzo, ma la Torelli pensò che valesse ugualmente la pena di acquistare e stipulò l'at­to. Appena si sparse nel vicinato la notizia, però, ci fu una specie di sollevazione da parte di quanti lucravano sulla "professione" delle inquiline. Fu inoltrato un ricorso alla magistratura dagli stessi ex proprietari, nella speranza di poter rescindere il contratto e di rivendere il tutto guada­gnandoci altri soldi. Ma arrivarono tardi. La legge era dalla parte della nobildonna e le prostitute dovettero emigrare. In ottobre, in alcuni edifici accorpati si era ricavata una cappella dedicata a S. Paolo Converso, mentre le altre abita­zioni venivano provvisoriamente adattate a monastero, subi­to occupato dal gruppetto di angeliche che vivevano a casa Torelli presso S. Ambrogio, dove invece, lasciando S. Cate­rina, il 15 ottobre si trasferì Antonio Maria coi suoi. Intanto, in data 24 luglio Paolo III aveva firmato la bolla diretta allo Zaccaria e al Ferrari con la quale confermava le facoltà già concesse dal suo predecessore: il papa, nel porre la congre­gazione alle dirette dipendenze della Santa Sede, ne autoriz­zava i membri a emettere i tre voti di povertà, castità e ob­bedienza, e a vivere in comune sotto il nome di chierici re­golari di san Paolo vestendo tutti lo stesso abito clericale. Tutto questo per un quinquennio. Si davano inoltre disposi­zioni per l'elezione del superiore (preposito) che doveva du­rare in carica un anno e poteva essere confermato solo per altre due volte, ma non oltre il triennio. Tra gli obblighi co­munitari venivano indicati la messa quotidiana e la recita delle ore canoniche. I religiosi potevano dedicarsi all' apo­stolato della predicazione e della confessione, nonché ad amministrare i sacramenti ai fedeli che frequentavano la lo­ro chiesa. Infine, Paolo III autorizzava la costruzione di un tempio dedicato a san Paolo. Tra le giovani di S. Eufemia, accanto ad Antonia Maria da Sesto, Maria Maddalena Rottola, Tecla Martineugo, Battista da Sesto e la sedicenne Agnese Baldironi, c'era anche Vir­ginia Negri che prenderà il nome di Paola Antonia (unendo quindi il duplice riferimento all' apostolo e al fondatore), fi­gura carismatica che avrebbe avuto un peso considerevole nella storia dei Tre Collegi. Nata a Castellanza in provincia di Milano (oggi di Varese) nel 1508, sui diciotto anni si era trasferita a Milano con la famiglia, andando ad abitare pro­prio nei pressi del monastero di S. Marta ed entrando così in contatto con il Bellotti, che divenne suo direttore spirituale, e successivamente con fra Battista. La vicenda di questa donna dotata «di spirito raro» avrà sviluppi drammatici, ma fin d'ora si può condividere il giudizio che di lei dà monsi­gnor Andrea Erba quando afferma: «La figura di Paola An­tonia Negri va annoverata tra quella schiera di anime che anelavano all' autentica riforma cristiana della società, al­l'indomani del movimento protestante, cioè in un'epoca cruciale del mondo moderno, assai simile al nostro nelle in­quietudini, e prima che il concilio di Trento incanalasse le varie forze spirituali del cattolicesimo verso un nuovo asset­to di Chiesa». Il 27 febbraio 1536 Virginia Negri, Domenica Battista da Sesto e altre quattro angeliche - così chiamate su indicazio­ne della più giovane del gruppo, la Baldironi - vestirono l'a­bito religioso, che era poi quello delle domenicane: tonaca bianca, largo scapolare dello stesso colore, fregiato sul pet­to di una croce ricamata, manto e velo nero, e al dito un anello con sopra incisa una croce. Per otto giorni dopo la ve­stizione come avrebbero fatto più tardi, una volta emessa la professione dei voti, le suore portavano sul capo una corona di spine. Nel corso dell'anno, la comunità si arricchì di altre voca­zioni e le angeliche salirono a ventiquattro. L'unica a non vestire l'abito fu Ludovica Torelli, che conservò lo stato lai­cale, sebbene convivesse con le angeliche che la considera­vano loro fondatrice. Il 27 gennaio 1537 la Negri e Battista da Sesto emisero i voti nelle mani dello Zaccaria. Al termi­ne della cerimonia Paola Antonia, che quel giorno non stava bene, si ritirò in camera per riposarsi. Lì la raggiunse poco dopo Ludovica Torelli e, mentre parlavano, l'inferma usci con uno strano invito: «Che bella cosa abbiamo fatto oggi! Madonna, non volete partecipare anche voi a questa gioia? Su, venite qui e ripetete quel che ho detto e fatto io». La con­tessa si inginocchiò e fece la sua professione emettendo i voti di povertà, castità e obbedienza. In quel momento ar­rivò anche Antonio Maria, che era stato informato delle condizioni della Negri e, vedendo Ludovica in ginocchio, chie­se spiegazioni, disapprovando ciò che le due donne avevano fatto. La contessa scrisse poi la formula nel registro delle professioni. Ma quei voti saranno considerati "semplici e pri­vati", tali cioè da non comportare l'obbligo della clausura quando questa verrà imposta alle angeliche, 17 anni dopo. Gli storici tengono a sottolineare che, con l'arrivo delle religiose a Porta Lodovica, si era avverata una profezia ri­portata nella vita del beato Amadeo Menez de Sylva (1420-1482), un cavaliere spagnolo già al servizio della figlia del re di Portogallo che, lasciata la vita mondana, ai tempi del duca Galeazzo Sforza, insieme ad altri milanesi aveva av­viato una riforma dei frati minori conducendo vita austera nel convento di S. Maria della Pace, nelle immediate vici­nanze di S. Barnaba. Costui, passando un giorno per la piaz­za di S. Eufemia, profondamente turbato per la pessima fa­ma del quartiere, aveva esclamato: «Benedetto sia Dio: verrà tempo che queste case, ora nido di demoni, saranno elette a santa abitazione di vergini consacrate, e delizioso soggiorno di angeli». Quell'appellativo di "angeliche" avreb­be dato ragione al beato Amadeo. Sotto la guida dolce ma ferma dello Zaccaria, il monaste­ro adottò la stessa forma di vita dei chierici regolari, imper­niata sulla più rigorosa pratica della povertà, sulla preghiera e sul lavoro. Tutto lì era in comune, persino gli abiti; scarsa la cucina, per lo più a base di legumi e verdure; breve il ri­poso, inversamente proporzionale alla preghiera e al lavoro che era invece continuo (le angeliche filavano e tessevano la seta). Contemporaneamente, si andava consolidando la sintonia tra Antonio Maria e Virginia Negri, che il 4 marzo di quello stesso 1536, dopo aver ricevuto il velo col nome nuovo di Paola Antonia, era stata nominata maestra delle novizie, mentre madre Battista da Sesto era eletta prima priora delle angeliche.

 

Nuova persecuzione

Il primo attacco allo Zaccaria e alla Torelli come si è visto era fallito, ma il generoso comportamento del santo, che impedì la pubblicazione della sentenza assolutoria, ri­diede fiato ai tenaci oppositori della riforma. Chiaramente, a soffiare sul fuoco erano ancora i parenti della Torelli, per via dell'eredità sfumata: non sopportavano che la contessa impiegasse i suoi soldi per sostenere le imprese dei chieri­ci di san Paolo e delle angeliche. Alcuni di loro un giorno affrontarono la donna per strada, insultandola e minaccian­dola addirittura di morte. Ma proprio quando stavano per sopraffarla, ecco arrivare il Morigia, il quale fece in tempo ad avvertire alcuni armati di guardia alla piazza che la li­berarono. Dal momento che le minacce non erano servite, gli avver­sari ritentarono la carta della calunnia e del processo all'In­quisizione. I capi di imputazione erano ancor più pesanti: si equiparavano i gruppi di religiosi, suore e laici diretti da An­tonio Maria ai "Poveri di Lione", cioè ai valdesi che nel 1532 avevano ufficialmente aderito alla Riforma protestan­te. Stavolta, però, lo Zaccaria non aspettò che si muovesse­ro le autorità civili ed ecclesiastiche: il 20 giugno 1536, egli ottenne dal tribunale che fosse riaperto il processo di due an­ni prima. Oltre ad Antonio Maria, per i Chierici Regolari si costituirono parte civile il Ferrari e il Morigia, e lo stesso fe­cero per il ramo femminile la Torelli e quattro angeliche, con in testa Paola Antonia Negri. Quando, alla fine di luglio arrivò a Milano il breve di Pao­lo III che incaricava monsignor Giovanni Moroni, vescovo di Lodi ma domiciliato a Milano, e fra Tommaso de' Becca­delli, provinciale dei domenicani in Lombardia, di indagare sui denunciati, la causa precedente era stata già ripresa con­giuntamente dal tribunale civile ed ecclesiastico, con gli stessi giudici. Il dibattimento si protrasse per circa un anno, a causa an­che dei molti impegni dei magistrati. Nel frattempo, il bre­ve di Paolo III non ebbe seguito e sia il vescovo di Lodi che il Beccadelli si convinsero - vedendoli all'opera - che di simili "eretici" c' era piuttosto un gran bisogno nella Chiesa. Così, il risultato fu esattamente l'opposto di quello che i calunniatori si attendevano: loro furono messi a tacere defi­nitivamente, mentre la fama dei "riformatori" milanesi si ac­crebbe talmente che cominciarono ad arrivare inviti a tene­re "missioni" fuori del territorio del ducato. La prima ri­chiesta fu avanzata dal cardinale Niccolò Ridolfi, vescovo di Vicenza, allora sotto il dominio della Serenissima: si tratta­va di riformare due monasteri. L'attenzione su Vicenza si spiega anche col fatto che questa città era stata scelta ini­zialmente per tenervi il XIX concilio ecumenico che poi si sarebbe celebrato a Trento dal 1545 al 1563. Per la verità, Niccolò Ridolfi nella sua diocesi ci stava po­chissimo, perché abitualmente risiedeva alla corte pontifi­cia, dove ricopriva importanti incarichi, come legato di Pao­lo III quando questi era assente da Roma, oppure come le­gato del Patrimonio di S. Pietro e prefetto della Cancelleria apostolica. Che l'invito partisse da Roma conferma che or­mai anche ai vertici della Chiesa era giunta l'eco dell' azio­ne rinnovatrice dello Zaccaria, e che non si dava credito al­le accuse lanciate contro di lui, mentre era ancora pendente la richiesta di indagine voluta dal papa. La lettera del cardinale suscitò nello Zaccaria due reazio­ni contrastanti: da un lato egli, da vero santo, per umiltà non si sentiva all' altezza del compito; dall' altro si rendeva con­to che accettando l'invito avrebbe tolto definitivamente ogni pretesto ai suoi denigratori e, soprattutto, avrebbe potuto collaudare in un altro contesto la formula che a Milano ave­va dato frutti così sorprendenti, riportando tante anime al Si­gnore. Tuttavia, prima di dare una risposta, preferì consultarsi coi suoi, che gli prospettarono le difficoltà dell'impresa. Secon­do alcuni, egli avrebbe chiesto una specie di "via libera" al­lo stesso Paolo III per poter visitare in compagnia di altre donne fidate qualunque monastero femminile, anche della più stretta clausura. Ovviamente, in questa missione egli de­cise di coinvolgere anche le angeliche e donne laiche. Fu una novità coraggiosa per quei tempi il vedere per la prima volta delle donne consacrate alternare la contemplazione all'azione apostolica, con "pari opportunità" rispetto ai sacer­doti e ai laici.

 

«Apostole» della riforma

Siamo sempre nel 1537. Mentre preparava la trasferta vi­centina, Antonio Maria consolidava a Milano le iniziative tendenti a favorire tra i fedeli il risveglio del culto eucaristi­co: le Sacre Specie, che normalmente venivano conservate in sagrestia, da allora sono collocate nel tabernacolo situato sull' altare maggiore della chiesa, per consentirne l'adora­zione ai fedeli; segno di quella misteriosa, ma reale "pre­senza" e una lampada alimentata costantemente con olio be­nedetto. Di più: a partire dal mese di maggio egli ottiene che la pratica delle Quarantore acquisti solennità e venga effet­tuata a turno nelle chiese della città. Intanto, nell'attesa che fosse emessa la sentenza al termi­ne del processo a carico suo e dei suoi (il che sarebbe avve­nuto soltanto il 21 agosto), lo Zaccaria si recò nella sua Cre­mona per sistemarvi alcuni affari personali. Ma non perde­va d'occhio le angeliche, alle quali il 26 maggio inviò una lettera pervasa da un commovente calore di amicizia e, nel­lo stesso tempo, dal desiderio di vederle tutte tendere alla santità in vista dell'ormai imminente missione. Siamo di fronte a un altro documento fondamentale per capire il sen­so profondo della nostra storia. «Alle mie angeliche e divine figlie in Cristo: la madre priora, la vicaria, madonna (cioè la Torelli, ndr) e angelica Paola Antonia, e tutte le altre e mie e di Paolo apostolo fi­glie in Cristo, permanenti nel monastero di S. Paolo aposto­lo in Milano». Questo l'indirizzo, seguito dalla immancabi­le sigla devozionale in lettere greche IC. XC. +, Gesù Cristo crocifisso. L'inizio contiene un giudizio positivo sulla situazione del monastero, con alcune espressioni già accennate a proposito della "tiepidezza": «Dolcissime e mie dilette viscere, e uni­co spirito e conforto mio, che solo mi consola e mi confor­ta, quando io penso al breve mio ritorno ai miei nobili e ge­nerosi animi delle mie amabili figlie, corona e gloria mia, e della quale un giorno farò invidia a quel divin Paolo, in que­sto e altro, cioè: - che le mie non sono manco (meno) amatrici e desiderose di patire per Cristo, delle sue; - che le mie non manco cercano di condurre il prossimo al vivo spirito e vero disprezzato Cristo crocifisso, delle sue; - anzi, che le mie - non una sola, ma tutte - bandendo ogni propria reputazione e lecchetto (gusto) interiore (il qual le sue per la maggior parte tanto amavano), sarebbero apo­stole per rimuovere non solo la idolatria e altri difettoni grossi dalle anime, ma per distruggere questa pestifera e maggior nemica di Cristo crocifisso, la quale si grande re­gna ai tempi moderni: madonna, dico, la tiepidità». Subito dopo, l'annuncio della missione alla quale egli le ha associate: «O figlie care, spiegate le vostre bandiere, che presto il Crocifisso vi manderà ad annunziare la vivezza spi­rituale e lo spirito vivo dappertutto. Gran mercé (infinite grazie), Signore, ti dico, di così generosa progenie che mi hai dato». A questo punto, il santo delinea una specie di identikit del­l'apostola paolina. Al momento di lanciarle nel mondo, egli le vuole plasmate secondo un modello: «In questo mezzo (nel frattempo) però, o mie amabili viscere, vi prego di estendervi a contentarmi, acciocché, quando verrò, ritrovi in voi esser fatto guadagno, a regatta (gara) l'una dell' altra; - chi trovi che abbia acquistato tal fermezza e perseveranza fervente negli esercizi spirituali, che mai più non senta va­rietà di spiriti, cioè ora caldezza (fervore) e ora lentitudi­ne (languore), ma un fervore stabile, santo, che sempre sorga di acqua viva e abbia gagliardezza nuova; - chi abbia ricevuto [tal] grandezza di fedé, che ogni cosa difficilissima le paia facilissima, sapendo di certo che la sua confidenza non potrà essere ingannata da nessuna pre­sunzione o vanagloria; - altra si reputi a perfezione nelle cose di fuori (esteriori) benché minime, occupandosi indeficientemente ma con compimento (perfezione), non lasciandosi stancare o av­vilire dalla bassezza delle operazioni esteriori; - altra abbia perso se stessa totalmente, non guardando se non al prossimo, posponendo ogni propria utilità, creden­do esserle gran guadagno il non credere a se stessa, pur­ché cerchi l'altrui guadagno, solo servando (serbando) in sé discrezione e maturità continua nei suoi procederi (nel­la sua attività); - chi abbia superata la sua tristezza (malinconia) irragione­vole, chi la delicatezza del suo spirito, chi il timore di non far profitto, chi lo smarrirsi del sentire (il senso di smarri­mento) nel vincersi, chi la durezza del capo, chi la distra­zione, chi una cosa, chi un'altra; - talmente che in verità ritrovi aver [voi] ricevuto il dottore della giustizia, della santità, della perfezione, lo Spirito - dico - Paraclito: il quale non vi lascerà errare, insegnan­dovi ogni cosa; non vi lascerà deficere (venir meno), stan­do con voi sempre; non vi lascerà aver bisogno, sommini­strandovi ogni cosa, e maxime dandovi una eterna quiete (sulla obbrobriosa Croce) di voi stesse, e una vita esem­plare (conforme a quella) di Cristo a imitazione dei Santi grandi: - di modo che potrete dire, come diceva il vostro padre, "Imitatores nostri estote, sicut et nos Christi; siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo" (1 Cor 4,16; 11, 1)». Ed eccoci all'esortazione finale: «Ricordatevi questo so­lo», scrive lo Zaccaria: «che l'uno e l'altro nostro beato pa­dre [san Paolo apostolo e] il padre fra Battista, ne (ci) han­no mostrato tal grandezza e nobile larghezza d'animo verso il Crocifisso, e verso le pene e obbrobri di noi stessi, e ver­so il guadagno e perfezione consumata del prossimo, che, se non avessimo un desiderio infinito delle dette cose, non sa­remmo reputati suoi figli e figlie, se non bastarde e mule. Il che son certo che non vorrete essere, maxime per il vostro generoso cuore di volere Cristo e di contentare me vostro diletto padre; io che ognora vi considero (sempre penso a voi) e vagheggio, aspettando l'ora desiderata di ritornare a voi». Dopo il saluto e la benedizione finale, un'aggiunta e un'e­sortazione significative: «Mia madre e Cornelia e Battista nostro vi salutano e maxime la mia Isabella e Giuditta» (pro­babilmente parenti che vivevano in casa con la madre, a conferma della piena sintonia di quest'ultima col figlio). «Vi ricordo di corrispondere nobilmente alle sante e ferventi fa­tiche della vostra e mia divina Paola [Torelli] e contentare il comune padre, il nostro santo padre preposito [il Morigia]. Vostro padre in Cristo, anzi vostro spirito in Cristo Antonio Maria Zaccaria prete». Giustamente le angeliche considerano questa lettera il ca­polavoro dell' intero epistolario zaccariano. E una specie di consuntivo dei tre anni trascorsi, che avevano visto una con­tinua crescita spirituale, nonostante la tempesta suscitata dai processi: a Natale del 1535, era stata celebrata la prima mes­sa nell'oratorio che sarebbe diventato poi la bella chiesa di S. Paolo Converso; dopo le prime vestizioni, inoltre, nel co­ro del monastero erano state traslate le spoglie mortali di fra Battista; in giugno lo Zaccaria era stato nominato con­fessore della comunità, carica che avrebbe tenuto fino alla morte, affidando al Morigia la guida dei Chierici; a settem­bre, infine, era arrivata da Mantova a Milano la patrizia cre­monese Giulia Sfondrati, zia paterna di quello che sarebbe diventato papa Gregorio XIV. Prima di lasciare Mantova, aveva destinato il suo palazzo a ospedale per i poveri ed era entrata fra le angeliche per suggerimento di Serafino Aceti. Nella lettera scritta il 26 maggio 1532, sabato dell'ottava di Pentecoste, oltre al clima di grande tensione spirituale in­dotto dalla solennità liturgica, si avvertono la profonda gioia per l'invito giunto dal cardinale Ridolfi e insieme l'impegno e l'ansia di corrispondere alle attese. La missione aveva mes­so le ali a tutto il gruppo.

 

 

Capitolo X

La missione di Vicenza

 

Il 2 luglio, con lo Zaccaria partirono per Vicenza padre Francesco da Lecco, ormai collaudato come direttore delle Convertite di S. Valeria, due angeliche: Silvana Vismara e Paola Antonia, nonché una laica di nome Francesca; due mesi dopo viene mandata Porzia Negri, sorella di Paola An­tonia e vedova. Appena arrivati in città, sostarono a lungo in preghiera in chiesa, poi passarono a salutare il vescovo e a prendere gli accordi per il da farsi. Primo obiettivo fu la riforma del monastero delle Conver­tite, fondato da una parente di san Gaetano da Thiene, Mad­dalena Valmarana, diretto per un certo periodo da fra Batti­sta da Crema e successivamente trasformatosi in un am­biente alquanto equivoco, in cui le donne erano tornate al modo di vivere di prima. Bisogna dire che - come nota pa­dre Giuseppe Cagni - «più che un monastero vero e proprio, questo era piuttosto un'opera di carità che raccoglieva un gruppo di povere donne che, passata nella prostituzione la loro giovinezza, a una certa età si sentivano rifiutate, senza famiglia, senza casa, senza pane, spesso senza salute, con la coscienza di un fallimento totale; quelle poi che avevano se­guito gli eserciti e fatto vita di campo coi soldati, avevano perso anche lo stesso tratto femminile, diventando acide, ag­gressive, ostentando come un trofeo le ferite e le amputa­zioni ricevute». Qui bisognava intervenire con tatto e com­prensione: per questo, padre Lecco affidò il compito più delicato alle due laiche rimaste vedove, Francesca e Porzia, le quali conoscevano bene il mondo che si erano lasciate alle spalle. Le due donne, parlando a tu per tu con le ospiti del monastero, riuscirono a conquistarne a poco a poco la fidu­cia e, alla luce della loro nuova esperienza religiosa, con­vinsero le incerte a cambiare vita. Lo Zaccaria e il Lecco, dal canto loro, tenevano delle con­ferenze spirituali alla comunità riunita e, stando in confes­sionale, raccoglievano i frutti di conversione che comincia­vano a maturare. Nel giro di qualche mese, quel monastero - dove inutilmente si erano dati da fare in precedenza diver­si sacerdoti - era tornato quello delle origini. Ma a Vicenza ce n'era un altro che abbisognava di una energica raddrizzata: quello delle Benedettine Silvestrine, anch'esso fondato quattordici anni prima da una parente di san Gaetano, Domitilla Thiene, ma caduto presto vittima del­la "tiepidezza": le monache vivevano praticamente come se fossero a casa loro, «agiatamente, libere di sé, con scandalo di tutti», secondo il Moltedo, che aggiunge: «Io non so, se costasse più fatica al Padre nostro ridurre a perfezione queste religiose tanto decadute, ovvero [riformare] le donne che tor­navano alle antiche depravazioni nell'altro pio luogo». Queste monache misero davvero a dura prova la pazienza dello Zaccaria. Ma alla fine la carità ebbe ragione di ogni ostacolo. Di questo sorprendente cambio ci dà una significa­tiva testimonianza fra Serafino Aceti il quale alcuni anni do­po la morte di Antonio Maria, nel dedicare alle Silvestrine di Vicenza un suo libro di ascetica, scriverà tra l'altro: «Avendo udito di voi il desiderio di perfezione, quale concepiste per la presenza del vostro e mio padre messer Antonio Maria Zac­caria, che ora adorna il cielo come adornava la terra, sono co­stretto a dedicarvi questa fatica. E pertanto vi esorto a prose­guire l'iniziato corso della rinnovazione interiore e ritornare le viscere di Paolo che per tal modo sarete la sua corona». Lo zelo riformatore del gruppo non si limitava però ai due monasteri, anche se questi erano gli obiettivi prioritari: An­tonio Maria prese contatto con tutte le classi sociali, attiran­do la gente con le sue ormai famose "collazioni". Il suo mo­do di parlare faceva colpo anche sugli intellettuali, pur par­lando semplice perché voleva essere capito da tutti. Sempli­ce, ma chiaro: non aveva remore nel denunciare piaghe so­ciali di cui era in parte responsabile la nobiltà coi suoi pri­vilegi. Ne aveva per tutti: giovani, coppie di sposi, preti. I suoi non erano discorsi astratti, ma diagnosi impietose di una società che, avendo abbandonato la fede, non poteva che peggiorare. Protagonista del suo dire era sempre Gesù crocifisso.

 

Missione atto secondo

Antonio Maria lasciò Vicenza subito dopo l'arrivo: sul po­sto rimasero il Lecco e gli altri del gruppo. Il vicario della diocesi, tuttavia, più che soddisfatto per l'esito della missio­ne, insisteva presso il santo affinché rimanesse in città un nucleo stabile di animatori per mantenere vivo lo straordi­nario clima di fervore venutosi a creare; in particolare, es­sendo interessato a consolidare il nuovo corso nel monaste­ro delle Convertite, il vicario ne voleva affidare il governo alle angeliche. Sorprende che a guidare il monastero fosse stata scelta proprio la Negri, cioè la più giovane (aveva appena 28 an­ni); ma è un'ulteriore conferma della stima che ne aveva An­tonio Maria, il quale in precedenza l'aveva anche messa ri­petutamente alla prova con autentiche provocazioni: «Una volta», racconta il Soresina, «in una conferenza spirituale che fece alle monache di S. Paolo domandò conto all'ange­lica Paola Antonia di Neri, ch' era maestra delle novitie, ch'essercitij havea datto alle sue novitie, e riferendo essa ogni cosa per appunto, di poi commandò alle novitie, che come quelle che per gran tepidità e negligenza non haveano cavato frutto da si eccellenti essercitij di Spirito, tutte spu­tassero in facia alla sua maestra; e ricusando esse, finalmen­te con l'autorità sua le costrinse a sputacciarla tutta, restan­do non men mortificate le novitie che la maestra, stando che il padre accompagnava queste attioni con far acre reprehen­sione alle novitie». Lo Zaccaria voleva inculcare nelle gio­vani discepole che disattendere gli ordini della propria gui­da è come prenderla a sputi. Non ci volle molto perché in città si parlasse di questa re­ligiosa con grande ammirazione: i primi a meravigliarsi era­no gli uomini, coi quali la Negri dialogava sulle cose dello spirito con autorevolezza, riuscendo a comunicare agli altri quel "fuoco" che aveva dentro. Si ricorreva a lei per consi­glio e mai senza interiore arricchimento: un uomo apostoli­co non avrebbe fatto di meglio sia nei conventi, sia in mez­zo al popolo. E del resto lo stesso padre Serafino Aceti, in un suo saggio sulla Conversione apparso nel 1538, nel sot­tolineare il radicale miglioramento del monastero di S. Ma­ria Maddalena, non mancava di attribuirne una buona parte di merito all'angelica Paola Antonia, che agli occhi della gente appariva come una nuova Caterina da Siena. Le buone notizie rimbalzavano anche a Milano, dove lo Zaccaria era in attesa della sentenza del tribunale circa le no­te, pesanti accuse rivolte al gruppo: sentenza che arrivò il 21 agosto 1537, pienamente assolutoria. Così, ai primi di set­tembre egli poté tornare a Vicenza. Per prima cosa si adoperò per ravvivare anche li la prati­ca eucaristica delle Quarantore (e Paolo III a Roma il 28 agosto ne firmava il breve di approvazione). Poi si buttò nel­la predicazione con la consueta foga. Venivano ad ascoltar­lo da tutta Vicenza, nobili e gente del popolo mescolati co­me raramente poteva capitare. I biografi parlano di clamo­rose conversioni tra l'élite della città: due noti avvocati (Ni­colò d'Aviano e il trevisano Gerolamo Maria Marta), il vi­cario del podestà (l'udinese Giovanni Melso), un prelato milanese che era stato spedito a Vicenza da Roma per una pra­tica col comune di Vicenza (Giovanni Battista Caimo). Tut­ti, chi prima chi dopo, conquistati dall'esempio di Antonio Maria e dal fascino di Paola Antonia, entrarono a far parte dei chierici regolari di san Paolo; imitati in questo da nume­rose donne, nubili o vedove, che si consacrarono a Dio nel monastero milanese delle angeliche. Tra le "conquiste" dello Zaccaria c'è Tito degli Alessi, un nobile vicentino, protagonista di uno di quei sorprendenti in­contri che non si possono definire che provvidenziali. Tro­vandosi casualmente nel centro cittadino, Tito e Antonio Maria - che non si conoscevano - si incrociarono per la stra­da e il santo, dopo aver fissato il giovane con uno sguardo strano, lo salutò. E mentre l'altro ricambiava educatamente, meravigliato per l'approccio insolitamente confidenziale da parte di uno sconosciuto, Antonio Maria gli mise la mano si­nistra sulla spalla e, con la destra, gli tracciò un segno di cro­ce sulla fronte. Poi salutò nuovamente e passò oltre. Il gio­vanotto, che probabilmente aveva sentito parlare di questo strano prete venuto da Milano per ravvivare la fede della gente, rimase come folgorato dall'incontro (giustamente il Gabuzio parla di vis ignea, forza infuocata) e, tornato a ca­sa, cominciò a riflettere sul senso della propria esistenza. L'impressione suscitata in lui da quello strano gesto lo spin­se ad andare dal santo per parlargli: quel colloquio fu rive­latore per entrambi. Tito fu letteralmente conquistato dal prete, al punto che cominciò a pensare di entrare anche lui nel nuovo ordine. Ci sarebbe riuscito più avanti, quando già il Ferrari aveva preso il posto del fondatore a Vicenza. Siamo sempre nel 1537: in quell'estate nella città veneta si trovava anche Ignazio di Loyola, il futuro fondatore della Compagnia di Gesù, con alcuni seguaci. Non è storicamen­te certo che i due si siano incontrati, anche perché a fine agosto quei primi gesuiti si trasferirono a Roma, mentre lo Zaccaria si trattenne in città una quarantina di giorni, tor­nando a Milano in ottobre. Sia come sia, in quei tempi cir­colava un po' dovunque, ma in particolare nel vicentino, una profezia attribuita a san Vincenzo Ferrer, secondo cui a un certo momento il Signore avrebbe suscitato persone dotate di straordinaria virtù per la rinascita del popolo cristiano. Chiaramente, a Vicenza si era convinti che il Ferrer alludes­se a Gaetano e ai teatini. Ma c'è un particolare - l'esplicito riferimento a Cristo crocifisso e a san Paolo - che farebbe pensare più al gruppo dello Zaccaria. Che cosa disse il san­to predicatore spagnolo ce lo attesta un brano della Vita scritta da Antonio Teoli: «…La terza cosa che abbiamo da considerare è lo stato e la vita di quegli uomini, i quali han­no a venire: cioè uno stato di persone poverissime, sempli­cissime, mansuete, umili, disprezzate, congiunte con arden­tissima carità, e le quali a nessun'altra cosa pensino o altro non sappiano che Gesù Cristo e questo crocifisso; non si cu­rino di questo mondo, si scordino di sé medesime, contem­plando la gloria soltanto di Dio e dei suoi Santi e sospiran­do a quella intimamente e per suo amore; e desiderando sempre il morire, dicano con san Paolo: desidero scioglier­mi ed essere con Cristo; che saranno ripiene dall'alto d'in­numerevoli tesori di ricchezze celesti, bagnate da' dolcissi­mi rivi della soavità e dell'allegrezza divina e aspiranti ai beni del cielo, con l'abbandono di tutte le cose create». La seconda parte della missione vicentina confermò il successo della prima, consolidandolo. Lo Zaccaria, che te­neva i contatti con i fedeli maggiormente impegnati nel rin­novamento, decise di mandare a Vicenza anche il Ferrari, che vi sarebbe rimasto per circa due anni. La lettera dello Zaccaria datata 8 ottobre 1538, circa un anno dopo l'apertura della missione, oltre a illuminarci sul grande slancio apostolico che animava i paolini intenti a «operare in quelle persone» che il Crocifisso affidava loro «di ora in ora», ci fa capire anche le difficoltà che l'ambien­te delle Convertite presentava: non si poteva certo cancella­re con un colpo di spugna un passato turbinoso come quello delle ospiti del monastero. E qui lo Zaccaria fa ricorso alla sua esperienza di medico: «È adoperandosi che il ferro di­venta chiaro», è «nell'esercitare la scuola che si bandisce sempre più l'ignoranza», come dire che a tutto c'è rimedio purché si usino misericordia e pazienza. E il pensiero corre a una frase delle Costituzioni dove egli afferma che «l'umi­le lo accompagnano la compassione e la tolleranza degli al­trui difetti». A Milano, intanto, Antonio Maria continuava la sua in­stancabile azione stimolatrice, sia tra i suoi collaboratori che tra le angeliche e i coniugati, dando anche una mano alla contessa Torelli che si dedicava a opere di carità negli ospe­violenza e dall'ignoranza. L'azione di Antonio Maria non toccava soltanto la co­scienza dei singoli, ma col tempo finì per influenzare anche il governo della città: così, ad esempio, i milanesi un giorno appresero, da un bando pubblico, che nelle domeniche e nel­le feste di precetto non si sarebbe più venduta alcuna merce eccetto il pane e la carne. Veniva in tal modo ripristinata l'osservanza del riposo festivo.

 

 

Capitolo XI

Pochi ma buoni

 

A Milano, intanto, appariva sempre più chiaro un segnale molto importante della "svolta" spirituale attuata dallo Zac­caria: il numero crescente di persone che bussavano alla porta dei chierici regolari, delle angeliche e dei coniugati di san Paolo. Provenivano non solo dalla città, ma anche da molte località della Lombardia. E in questa circostanza An­tonio Maria diede prova del necessario discernimento: poi­ché per la sua riforma occorreva gente "sicura" e solida, era indispensabile vagliare attentamente i singoli soggetti. Si comportava esattamente come stabilito nel suo abbozzo di Costituzioni: «Vogliamo», scriveva tra l'altro, «che per al­cun modo non riceviate se non quelli che possano giovare a sé e ad altri. Pertanto, se si ritroveranno alcuni che non sia­no di molto ingegno, bensì di assai larga volontà, e doman­deranno di essere ricevuti, ammetteteli e accettateli, non però nel consorzio (in comunità) e neppure nei trattati se­greti (capitoli). Ma, essendo ingegnosi (se sono intelligenti), per conto alcuno non riceveteli se non saranno di larga, an­zi di larghissima buona volontà, perché questi tali, essen­do buoni, grandemente fanno profitto; per il contrario, se sa­ranno cattivi, rovineranno se stessi e gli altri. Ritroverete per certo, fratelli, che quello che induce mormorazione, tiepi­dezza e scismi nelle comunità ovvero congregazioni, non è altro che la privazione del lume in quelli che sono di poca capacità, e la privazione del fuoco in quelli che sono inge­gnosi. Perciò attendete (osservate) nell'una e nell'altra sor­ta (categoria) la natura, e comprendetela molto bene: se sarà senza lume o senza fuoco. Il che conoscerete, se osservere­te quello che si dirà qui sotto, non per un dì, ma per molto tempo. Vi sarà meglio avere e ricevere pochi, ma bene atti (disposti), che molti suppositi (soggetti) ma indisposti. Né giudicate indisposizione quella che è del corpo ovvero della fortuna, ma quella che è dell'anima. Dove (per cui) potete ricevere anche i deboli o infermi o vecchi, oppure i villani (campagnoli) e di ciascuna sorta, (…) purché però siano ben qualificati di fuoco e di lume». Insomma, pochi ma buoni e ben sperimentati. Prima di es­sere accettati, i "postulanti" dovevano regolare le loro pen­denze economiche facendo testamento o dividendo e distri­buendo i loro averi senza lasciare nulla al convento. Se ave­vano dei conti aperti con la giustizia, dovevano dirlo subito chiaramente. Chi mentiva su questo veniva tenuto in qua­rantena per due anni prima della professione; e se la bugia veniva scoperta dopo i voti, costui doveva essere immedia­tamente espulso dall'ordine «senza eccezione e dimora (in­dugio)». Per essere certi della loro autentica vocazione, lo Zaccaria suggeriva al responsabile dei postulanti di metterli alla pro­va «con molte sorta di ingiurie e di umiliazioni non finte (ben sode)». Veniva fissato anche un limite minimo di età per la professione: venticinque anni. La selezione era dun­que severissima, e anche una volta accettati, i "novizi" do­vevano assimilare quella radicalità di cui lui per primo dava l'esempio. Nel capitolo delle Costituzioni dedicato alla for­mazione dei novizi arriva ad affermare che commettono «spirituale adulterio ogni volta che si ritroveranno mettere ovvero avere altrove il loro amore, sia mo' in che si voglia: o cose, o parenti, o anche amor proprio, perché Dio è gelo­so, e proibisce ogni altro amore fuori del suo». E li esorta «a bramare con tale affetto la povertà, che fuggano ancora di dire, di alcuna cosa: "Questa cosa è mia"; e in più fuggano ogni minima retenzione (appropriazione) di cose etiam vilissime; e così bramare (dico) la Povertà, che ancora abbia­no in desiderio che manchino loro le cose etiam somma­mente necessarie, sapendo che sotto colore (pretesto) di ne­cessità, molte fiate si dilatano le fimbrie (tentacoli) della su­perfluità, perché come la natura si contenta di poco, così la avidità non si sazia [anche] con molta abbondanza e super­fluita». Rigore, certo, ma in un clima di grande libertà interiore: «Fratelli», aggiunge più avanti il santo, «fate [in modo] che non [ci] siano presso di noi carcere né altre sorta di torture, perché giudichiamo superfluo di punire tra di noi quelli che non si lasciano costringere dall'amore della virtù e di Dio, e dal timore del giudizio divino ovvero umano: perché non in­tendiamo darvi leggi di timore, ma di puro amore». Chi do­po la terza ammonizione non cambiava mentalità, veniva senz'altro invitato ad andarsene «per non doverci ritornare mai più». La sua battaglia contro la "tiepidezza" cominciava proprio all'interno della comunità, convinto com'era che fosse que­sto il fattore che priva di efficacia ogni testimonianza cri­stiana, come la storia, del resto, conferma: alcune famiglie religiose si sono estinte per progressivo rilassamento. Per prevenire tale pericolo, lo Zaccaria nelle Costituzioni mette in guardia contro cinque possibili "segni della rovina dei co­stumi", che riguardano i tre voti di obbedienza, povertà, ca­stità, la disciplina della gola e la disciplina comunitaria. Acuto come sempre nella diagnosi, scende al pratico con il suo consueto linguaggio privo di fronzoli. «Quando vedrete alcuni fare tutto quello che vorranno, (…) comprendete che l'obbedienza è corrotta. (…) Quando vedrete moltiplicarsi chiavi e forti serrature, cancelli e buoni cassoni, forti usci, concludete che è partito l'amore alla povertà. [...] Quando vedrete cianciare di pure ciance» e indulgere a comodità e sensualità, «dite che la prima e immacolata castità ha co­minciato a offuscarsi e annerirsi. [...] Quando vedrete pre­pararsi più cibi del solito, ovvero anche cercarsi di dilettare l'appetito con diversi saporetti (leccornie) etiam di cose vili; quando udrete farsi mormorazioni per cibi e vini; quando vedrete alcuni stare oziosi, aspettando il segno della refezio­ne; quando udrete aspettarsi le torte e volentieri trattarsi di vino saporoso e dolce; e brevemente: quando vedrete simili segni, dite che il demonio ha sospeso per la gola i golosi». Il "quinto segno" ha come bersaglio i "prelati" e cioè i su­periori; e anche qui Antonio Maria mena fendenti che non lasciano scampo: «Quando vedrete i prelati scusarsi dei loro difetti e volere essere perdonati e, per il contrario, usare grande rigidezza contro i difetti dei sudditi e non volere am­mettere nessuna loro soddisfazione; quando ancora vedrete i prelati non punire per timore i difetti degli inferiori ovvero ancora palparli (adularli); sappiate che da [questi] tali è par­tita la giustizia e il timor di Dio». In poche parole, quando la disciplina religiosa e la vita comunitaria si rilassano e «si moltiplicano i suppositi (soggetti) indisposti, (…) allora po­trete ben comprendere che i buoni costumi rovinano ovvero si sono già rovinati».

 

Una sede più ampia

Tornato nuovamente da Vicenza, Antonio Maria si pre­parò nella preghiera e nel silenzio alla professione perpetua, che si svolse presumibilmente (ma non esistono documenti al riguardo) verso la prima metà del 1538. Egli aveva già due volte ottenuto dal papa la facoltà di emettere i voti so­lenni, ma aveva sempre fatto slittare la cerimonia in attesa che l'ordine ricevesse il riconoscimento pieno da Roma: Paolo III aveva, in effetti, accordato l'esenzione dall'auto­rità ecclesiastica milanese soltanto per un quinquennio. In ogni caso, lo Zaccaria già il 9 luglio 1537, con una procura fatta al superiore padre Morigia, aveva definitivamente ri­nunciato a tutti i diritti e possedimenti che potessero ancora appartenergli o venirgli, in città e fuori. E ciò per dare al vo­to di povertà la conferma di un distacco completo dalle co­se materiali. L'afflusso di nuove vocazioni ripropose il problema di una sede più ampia: ormai, quando parlava ai suoi e, soprat­tutto, ai coniugati, il locale non bastava più, tanto che questi furono divisi a gruppi e affidati, oltre che allo Zaccaria, ad altri suoi compagni. Con alcuni di essi fu anche affrontato il problema della nuova sede: dopo essersi consigliato con quanti conoscevano bene la realtà cittadina, il santo puntò su una chiesa situata oltre il Naviglio nei pressi di Porta Tosa: accanto a essa c'era un gruppo di casupole di scarso rilievo, abbattendo le quali si sarebbe potuto fabbricare un conven­to più grande, conservando gran parte del terreno coltivato a orto. Un particolare contribuì a orientare lo Zaccaria verso tale scelta, e cioè l'essere la chiesa dedicata a S. Barnaba, lo stretto collaboratore di Paolo tradizionalmente considerato fondatore della Chiesa milanese. Beneficiano era il sacerdo­te Alessandro Taegi, un nobile milanese che non pose diffi­coltà all' acquisto, anche se per via di certi antichi diritti ac­quisiti sarebbe occorso il benestare della curia romana, che non tardò comunque ad arrivare, sì che ai primi di ottobre del 1538 l'affare fu concluso. Da Vicenza era stata intanto richiamata Paola Antonia Negri, mentre in aiuto al Ferrari vi erano andati fra Bono e un giovane sacerdote, il venticinquenne Lorenzo Paolo Ca­stellino, più conosciuto col nome di Lorenzo Davidico, che nonostante l'età si era già affermato come efficace predica­tore. Lo Zaccaria alternava la sua dimora fra Cremona e Gua­stalla. E proprio da Cremona, dove si trovava con Paola Antonia, per sostenere la missione di Vicenza scrisse al Ferra­ri, che forse gli aveva prospettato delle inattese difficoltà no­nostante l'esito altamente positivo dell'impresa. Il vero mo­tivo della lettera dell'8 ottobre 1538 non si conosce, come del resto poco si sa del breve ma decisivo apostolato svolto da Antonio Maria a Vicenza. Tuttavia lo scritto del santo è un appello a farsi coraggio: «Viscere sante in Cristo», così inizia, «che dubitate di cosa alcuna? Non avete forse visto in questa impresa che mai non vi è mancata roba da dare a chi [ne] aveva bisogno? [...] Sono sicuro che, avanti che voi par­liate e nel parlare stesso, il Crocifisso precederà e accompa­gnerà ogni vostra non solo parola, ma intenzione santa. Pao­lo diceva (2 Cor 10, 13) che fin là si estendeva, dove Cristo gli aveva posto la misura (limite). E a voi il Crocifisso ha promesso una misura, che le vostre forze si estenderanno fi­no a trapassare i cuori negli intimi midolli (Eb 4, 12). Non vedete che lui stesso con le proprie mani vi ha aperte le por­te? [...] E non vi lasciate smarrire da ruggine alcuna che vi si presentasse nel parlare o nel fare altre cose. [...] Paolo in principio non fu quello che poi fu. Così gli altri. Statevene adunque sicuri e certi, che edificherete, sopra il fondamento di Paolo, non fieno né legno, ma oro e margarite (pietre pre­ziose; 1 Cor 3, 12), e saranno aperti, sopra di voi e dei vo­stri, i cieli e i loro tesori». Tra il 9 e il 10 ottobre del 1538, Antonio Maria con la Ne­gri si reca a Guastalla, trattenendovisi circa un mese, non di­menticando però di rimanere in contatto con i compagni, dai quali era lontano da tempo. Da lì infatti li raggiunge con una nuova lettera, da cui emerge la preoccupazione per qualco­sa che nella casa milanese non andava per il verso giusto. Assenti lui e il Ferrari, occupato il Morigia a dirigere il gruppo e le angeliche, un certo disordine sembra turbare la quiete del convento, nel quale tra l'altro i Figli di Paolo so­no cresciuti di numero arrivando a quota diciotto. Dalla sua cella nella Rocca di Guastalla, dove è tuttora occupatissimo anche come procuratore della Torelli nelle trattative di ven­dita della contea, lo Zaccaria affronta la questione della lealtà dovuta ai superiori in quella che potrebbe definirsi la prima "lettera circolare" diretta all' ordine. Destinatari sono il Morigia, superiore, e il vicario Battista Soresina «con gli altri tutti presso S. Ambrogio». Alternan­do il rimprovero al dubbio e all'amarezza, il santo parla del­l'obbedienza religiosa ribadendo che essa non consiste tan­to in regole da osservare, quanto piuttosto in un codice scrit­to nel cuore: «Se sarete generosi», afferma testualmente, «imparerete a governarvi da voi stessi senza leggi di fuori (esteriori), ma avendo però la legge nei vostri cuori; e cam­minerete a compiere non la parola di fuorivia (esterna), ma la intenzione: perché se non volete obbedire come servi, ma come figli, così vi conviene fare. A questo modo, avendo chi vi governa, vi lascerete governare, sebbene ci fosse un an­gelo che vi governasse, e non riguarderete che sia questo o quello; e non avendo altri che vi governi, avrete la stessa co­scienza vostra che vi governerà». Come dire che i superio­ri sono una guida esterna, i custodi delle leggi, ma l'adem­pimento di esse dipende dai singoli. Al limite, si potrebbe persino fare a meno dei superiori se ciascun religioso si sfor­zasse veramente di raggiungere la meta. Come nota padre Salvatore De Ruggiero, cui si deve dopo secoli di oblio la prima edizione a stampa dei Sermoni, lo Zaccaria «propugna la santa libertà di spirito che ha come guida diretta lo Spiri­to santo, il quale per ogni anima adotta un linguaggio parti­colare, e ispira a fare propria, e a non cercare altro, che la volontà di Cristo. Valga l'esempio di san Paolo e di tutti gli altri santi». Infine, un richiamo all'apostolo e un appello: «Deh! Fi­glioli e piante di Paolo, slargatevi (2 Cor 6, 11 - 13), che chi vi ha piantato e [quelli che vi] piantano sono più larghi dell'abisso! e non vi fate minori della vocazione alla quale siete stati chiamati (Ef 4, 1)! Se vorrete, sarete fin d'adesso eredi e legittimi figlioli del nostro santo padre e di santi grandi, e so­pra di voi il Crocifisso slargherà le sue mani.

Non vi menti­sco, né v'è [alcuno] di noi che mentir vi possa. Perciò atten­dete a satisfarne (soddisfarmi) e ricordatevi che, o presenti o assenti, siete debitori di contentarne. Né altro. Cristo sia quel­lo che vi scriva la salutazione nostra nei vostri cuori». La lettera, oltre alla firma di Antonio Maria, prete di Pao­lo apostolo, reca l'aggiunta «e angelica P[aola] A[ntonia Ne­gri]», a conferma del ruolo importante ricoperto dalla donna che, per oltre un decennio dopo la morte del fondatore, sarà considerata la guida carismatica dei Tre Collegi. Antonio Maria e la Negri rientrano a Milano a metà no­vembre 1538: in sospeso c'è il trasloco presso la nuova se­de di S. Barnaba. Sembra possa avvenire da un momento al­l'altro, sennonché una serie di imprevisti consigliano di so­prassedere. Antonio Maria non potrà coronare il suo sogno, che si avvererà soltanto sei anni dopo la sua morte, nel 1545. Del resto, egli probabilmente pensava di campare più a lun­go, per cui continuò nella sua instancabile attività apostoli­ca, parlando alla gente, confessando e animando con la pro­pria presenza i suoi figli spirituali, le angeliche e i coniuga­ti. Con il monastero di S. Paolo Converso lo scambio era particolarmente intenso: i sacerdoti vi andavano a celebrare e a predicare, anzi col tempo si stabilì la consuetudine che i preti novelli dicessero lì la loro prima messa.

 

Paciere a Guastalla

Ormai, a Milano come a Guastalla, lo Zaccaria era diven­tato un punto di riferimento obbligato per le più svariate ini­ziative, anche perché onnipresente dovunque ci fossero del­le anime da ricondurre a Dio: le andava a cercare nelle case, nelle piazze e persino nelle botteghe, guidato da quel fiuto soprannaturale che è tipico dei santi. A fine maggio, egli venne richiamato d'urgenza a Gua­stalla da Ludovica Torelli perché la vendita del feudo aveva creato grossi problemi: la popolazione, che nella contessa aveva trovato una guida illuminata e quasi una madre, av­vertì come un trauma il passaggio sotto il nuovo padrone. A ingarbugliare ulteriormente la matassa contribuì una lite tra due nipoti della Torelli che si contendevano l'attribuzione di alcuni proventi daziari: Roma aveva sentenziato a favore del conte Paolo Torelli di Montù e contro il conte Marcantonio Torelli di Mantova, ma poiché la popolazione non accettava la sentenza, fu colpita da interdetto, consistente nel divieto di celebrare i sacri riti e di parteciparvi. La reazione popola­re fu talmente violenta che si profilavano scontri armati. A questo punto la Torelli si rivolse allo Zaccaria perché faces­se da mediatore e da pacificatore. Non era certo quello il momento adatto per un nuovo viaggio, anche perché Antonio Maria cominciava ad accusa­re le conseguenze dei ritmi impossibili delle sue giornate. Tuttavia, non potendo dir di no alla sua benefattrice, lasciò Milano dove non sarebbe mai più tornato da vivo. La sua presenza, tra l'altro, dava ai guastallesi il vantaggio di poter ascoltare la messa nonostante l'interdetto, poiché egli aveva ottenuto dal papa il privilegio di poter usare dovunque l'al­tare portatile. Appena arrivato, riunì la gente nel castello e per prima co­sa promosse una serie di preghiere pubbliche interrotte da assemblee durante le quali ciascuno avrebbe potuto esporre le proprie ragioni. Di lui si fidavano, anche perché gia in passato aveva risolto con successo diversi casi complicati di eredità. Lui ascoltò tutti con pazienza, prendendo nota dei rilievi fatti poi indicò alcune ipotesi di soluzione all' insegna del buon senso e della carità cristiana. Ebbe successo anche stavolta, perché gli animi si calma­rono e si arrivò a un'intesa onorevole per tutti. Per raffor­zarla, lo Zaccaria organizzò anche una serie di incontri - og­gi li chiameremmo esercizi spirituali - in preparazione alle due grandi solennità della Pentecoste e del Corpus Domini: lui predicava e confessava senza sosta. E proprio in questa fase accadde un episodio che fece parlare tutta Guastalla. Il santo, ci fa sapere padre Gabuzio, trascorreva il poco tempo libero in chiesa davanti al tabernacolo; sennonché un pomeriggio decise a sorpresa di uscire per una breve pas­seggiata sulla riva del Po. Vedendo arrivare verso di lui un giovane, lo salutò e gli fece, su due piedi, questo strano di­scorso: «Io vorrei, figlio mio, che pensaste bene ai casi vo­stri, e provvedeste in tempo alla salute dell'anima. Voi sape­te, come non v'è cosa più fragile e incerta della vita umana; e il cuore mi dice che dobbiate essere chiamato da Dio più presto che non credete». Immaginate la faccia dello sconosciuto - che tra l'altro era in ottima salute - nel sentirsi preannunciare la morte immi­nente. Un altro ci avrebbe riso sopra, ma probabilmente il giovanotto sapeva chi era quel prete e rispose che era pron­to a confessarsi anche subito. Antonio Maria lo prese sottobraccio fino alla chiesa dove quello, riconciliatosi col Si­gnore, si preparò al gran passo. Tornato a casa, informò pa­renti e amici della sua incredibile avventura; pochi ironizza­rono, i più lo presero sul serio sapendo da dove veniva la no­tizia. Difatti, il giorno dopo il giovane morì in un incidente. Ai funerali, la chiesa non riusciva a contenere la folla ac­corsa per ascoltare lo Zaccaria.

 

 

Capitolo XII

Testamento spirituale

 

Se era così bene informato sulla vita degli altri, sicura­mente lo era ancora di più sulla sua. Si spiegano in tal mo­do anche le tre ultime lettere inviate da Guastalla e che so­no come il suo testamento spirituale. Da Milano, intanto, gli scrivevano reclamandolo sia alla sua comunità che alle an­geliche e alle conferenze dei coniugati. In una decina di giorni stende tre lunghe lettere, destinate a ciascuna delle tre famiglie: alle angeliche il 10 giugno 1539, nella persona della loro guida e maestra, Antonia Paola Negri (o, secondo al­tri, la priora, Battista da Sesto); ai confratelli il giorno se­guente, tramite padre Soresina, il più giovane dei primi otto compagni, da lui prediletto per la semplicità e il candore del­l'anima; e ai Maritati il 20 giugno, rivolgendosi ai coniugi Omodei. Purtroppo, di tali lettere non possediamo gli auto-grafi: i testi ci sono stati tramandati da copisti. Quello destinato alle angeliche non è di facile interpreta­one, soprattutto alla luce di quanto avverrà diversi anni dop­o: Antonio Maria dimostra grande stima per la straordina­personalità carismatica della Negri, ma probabilmente si rende conto che certi suoi atteggiamenti fuori dell'ordinario potrebbero sviare le angeliche più giovani. E allora lascia capire i rischi a cui potrebbe andare incontro la comunità: «Cara madre», afferma tra l'altro lo Zaccaria, «se vi conten­ste, io vorrei manifestarvi la libertà che hanno i gran san­ta e [vorrei manifestarvi] come quello che, per altezza di erfezione, è in loro una esperienza e un segno certo di san­tà consumata, sarebbe in noi [invece] occasione di manife­a rovina, ovvero segno inevitabile di non esserci ancora spogliati delle prime e inveterate nostre usanze. [...] Né vi dirò quelle cose che voi sola intendereste, ma quelle che an­che dalle angeliche nostre potrebbero essere intese, lascian­do a voi, nel vostro interiore, di ruminare il resto». A questo punto, passa a illustrare con ricchezza di parti­colari un comportamento strano, in apparenza tutt' altro che virtuoso, che certi santi ostenterebbero di proposito per na­scondere la propria virtù. Come dire che non bisogna giudi­care una persona dalle apparenze. E cita il caso di Barnaba (le lettera reca la data della vigilia della festa liturgica del compagno di Paolo) quando presentò l'apostolo da poco convertito ai cristiani di Gerusalemme piuttosto diffidenti: nel descrivere un immaginario santo o santa (ma curiosa­mente gli aggettivi sono tutti al femminile!), egli afferma che alcuni possono sembrare pieni di difetti, ma se si va ol­tre l'apparenza spesso coperta dal velo dell'umiltà, se ne colgono le vere qualità. Qualcuno, anni dopo, vedrà nelle espressioni usate dal fondatore la profezia della fine ingloriosa riservata alla Ne­gri. «Madre mia cara», aggiunge Antonio Maria avviandosi alla conclusione, «io direi delle altre cose, ma non vorrei che mi si volesse male. Però voi loro potete dire il resto. Solo questo dirò: che diciate alle angeliche che esse non usino, né prendano simile licenza, ché certo br prometto (le assicuro) che in loro ritroverebbero effetti contrari [a quelli che av­vengono] a quella persona; e dove (mentre) dovrebbero cre­scere nelle perfezioni grandi, decrescerebbero forse fino al­l'inferno della imperfezione imperfetta. Pertanto a loro non convengono ciance, ma strettezza (rigidità) di silenzio a br posta (conforme al loro stato). Così, non sta loro bene ope­rare, parlare o pensare senza interiore o esteriore licenza; co­sì, il non rompersi (rinnegarsi), ma andar dietro alle loro vo­glie, le nutricherebbe (nutrirebbe) a morte, perché le loro voglie sono di carne. Il grado (l'autorità) accrescerebbe lo­ro presunzione; il sapere, superbia; la distrazione le rilasse­rebbe; il non sollecitarsi nell' annegazione (rinnegamento) del proprio volere, anche in cose buone, non solo le renderebbe rozze, ma al tutto (completamente) le ritirerebbe dal desiderio di Paolo e sua vita. Pensate e vedete, in effetto, quale danno loro fa il desiderare le proprie comodità, il be­re dolcemente, se non il vino e cibi di fuorivia (speciali), al­meno un poco di sentimento spirituale e l'inghiottire un po­co di compiacenza di se stesse: se non son cieche, ciò br mostra quanto mal pro loro faccia. Dite loro, adunque, che questo Paolo predica loro un Cristo crocifisso da ogni ban­da: non esso solo Cristo, ma in loro stesse (non crocifisso lui solo, ma crocifisso in loro stesse); e questa parola sola, pre­gatele a ben masticarla. E se per la loro grossezza (grosso­lanità) non la intendono bene, dite alla mia maestra Paola (un modo retorico, ma efficace, di rivolgersi alla stessa per­sona, ndr) che loro la dichiari (la spieghi a loro), che quella lingua infuocata e ben profilata (affilata) supplirà a quello che io br direi». Poi, il secco finale: «Né più, cara madre. Di V[ostra] C[arità] padre e figlio Antonio Maria prete». Una cosa sorprende in questo testo: di solito, lo Zaccaria parla chiaro, senza sottintesi; qui invece dice e non dice, la­scia capire tra le righe non senza qualche ambiguità, quasi temesse di offendere qualcuno. Tutto è all'insegna dell'in­certezza, lasciando spazio a interpretazioni contrastanti. Chi scrive preferisce comunque interpretarla come una rispetto­sa messa in guardia, tipica di un testamento, più che come una profezia: infatti, l'amore per la verità e per la santità dei suoi figli spirituali avrebbe spinto il santo a parlare e - so­prattutto - ad agire in modo ben diverso se ciò che egli pro­spettava come ipotesi fosse stato realtà.

 

«Crescere di continuo»

Non dimentichiamo che, da buon medico, Antonio Maria conosceva le sue precarie condizioni di salute e sapeva che sarebbe morto presto. Del resto, nella lettera al Soresina il tono si fa addirittura drammatico, ma qui non si tratta più di una ipotesi: lo Zaccaria deve rimproverare il discepolo che gli è sempre stato talmente caro per la sua semplicità, al punto di avergli dato in cura «tutto quel tesoro che io ho nel­le mani» e al quale scrive, visto che manca di sincerità ver­so il suo superiore (padre Morigia): «Il desiderio mio fu sempre di vedervi crescere di momento in momento; e quan­do per caso mi fosse parso che non aveste risposto al mio animo compitamente come desideravo - ancorché lo aveste fatto per ignoranza, ovvero semplice inavvertenza, e non per malizia - mi era una coltellata in mezzo al cuore. Ma di più ancora quando il fallo (mancanza) fosse [ac]caduto verso gli altri, perché più mi dolgono le imperfezioni commesse ver­so gli altri, che verso di me; come, per il contrario, ricevo maggior contentezza dagli atti virtuosi fatti verso gli altri, che non se li aveste usati verso di me». Poi, dopo una breve digressione sulla gioia di Paolo nel vedere Timoteo e Tito «ferventi amatori del guadagno del prossimo», entra nel vi­vo: «Vi dirò una parola, cordiale messer Battista. Ho inteso - e non senza grande mio affanno - che non usate la sem­plicità con il padre proposto, quale solete usare con me, ma che gli andate doppio (fate doppia faccia): cosa che mi ha trapassato il cuore, e più avrebbe fatto, se in tutto vi avessi creduto. Ohimè! che cosa sarebbe la vostra, se fosse vera? Di chi mi potrei gloriare, se questo misfatto si verificasse in voi, quale (che) nel mio cuore porto come quello che mi debba portare ogni allegrezza? Povero me! Se tutti i miei fi­glioli hanno si poca cura di accontentarmi, meglio sarebbe che mai li avessi partoriti [piuttosto] che poi bastardassero (tralignassero)». Dopo averlo esortato a «correre schietto e semplice con ognuno», aggiunge: «Se per avanti non vi vedrò mutato in tutto, e correre a questo passo, che sempre [...], vedendo me o mia similitudine, o in me o negli altri vediate come Gesù Cristo [...] in propria forma (in persona), non mi contenterò di voi, e pregherò il Crocifisso che mi levi dalla terra». Ma dalla minaccia passa subito alla speranza di un ravvedimen­to: «Non più; perché son certo che - ancorché aveste fallato (sbagliato), e fallato per malizia - non fallerete più, e che sa­rete schietto e semplice e con messer Giacomo Antonio [Morigia], e con tutti». La conclusione contiene un rapido saluto ai primi compa­gni, alcuni dei quali identificati con una pennellata che li ca­ratterizza: «Raccomandatemi», così lo Zaccaria, «al mio di­letto messer Dionisio [da Sesto], e al fedele Giovanni Gia­como [de Casei], e al basso (umile) messer Francesco [Crip­pa], e all'amatore di patire messer Giovanni Antonio [Ber­na]; ai miei cordiali Giovanni Antonio [Dati] e Tommaso [Dati], e all'affaticato messer Camillo [Negri], e allo stizzo­setto Righetto [Ulderico Groppelli] e al semplice messer Corrado [Bobbia]. Così salutate messer Filippo e Janico, messer Modesto con la sua donna (moglie), messer Bernar­do [Omodei] e i figlioli, il nipote di messer Giovanni Anto­nio [Berna], e i miei amabili messer Baldassare [Medici] e messer Gian Pietro [Besozzi], e tutti gli altri. E in nome mio domandate la benedizione ai miei reverendi padri, e al padre proposto (Giacomo Antonio Morigia) e messer Bartolomeo [Ferrari], ai quali non scrivo, perché Cristo br scriverà nel cuore, né loro raccomando alcuna cosa, perché ogni cosa èsopra delle loro spalle. Cristo compia la mia soddisfazione in voi. Vostro in Cristo padre Antonio Maria prete».

 

«Santi grandi»

L'ultima lettera è per due coniugi appartenenti alla nobiltà milanese, Laura e Bernardo Omodei, membri del gruppo dei coniugati di san Paolo: è un piccolo capolavoro di spiritua­lità laicale, scritto veramente col cuore e del quale egli stes­so raccomanda vivamente la lettura. Quel 20 giugno 1539 era un venerdì e nella sua celletta di Guastalla lo Zaccaria, ormai consumato da una febbre che non gli avrebbe lascia­to scampo, mette la parola fine alla sua vorticosa attività apostolica. Non a caso, tra gli scritti del fondatore, è quello che è stato più frequentemente stampato e diffuso. Ciò che gli sta a cuore lo dice subito: «Dandovi a Cristo, desidero di voi che non cadiate in tiepidezza, ma che cre­sciate di continuo; perché se per caso vi lasciaste allacciare dalla tiepidezza, non diventereste spirituali, ma sareste più presto carnali, e - per meglio dire il proprio suo vocabolo - sareste diventati più presto farisei, che cristiani e spirituali». Fin dagli anni cremonesi, Antonio Maria aveva presenta­to ai suoi uditori laici raccolti nel cenacolo dell'Amicizia, il quadro della «vita spirituale vera» e aveva affermato a chia­re lettere che il «talento più prezioso è lo spirito». Nella let­tera ai due amati coniugi, lo Zaccaria incalza con un vibran­te richiamo al grande ostacolo che insidia la vita interiore e mina la via della santità. Il fariseismo per lui è la mediocrità, e precisa: «Il tiepido ovvero fariseo, fa questo: che, convertendosi, lascia i pecca­ti grossi, ma si diletta poi di quelli piccoli, ovvero non ha ri­morso di coscienza dei peccati piccoli». Segue una serie di esempi: il tiepido non bestemmia né offende, ma perde la pazienza facilmente, si impunta; non dice male degli altri, ma passa il tempo in chiacchiere inutili; prega per un paio d'ore, poi per il resto vive distratto; non cerca gli onori, ma se lo si loda ci trova gusto; evita le cose illecite, ma vuole tutte le lecite: insomma, vuole il bene solo in parte. Diventare spirituale significa tagliare via da sé le parole inutili, evitare i modi stizzosi, fuggire gli onori, astenersi da ciò che si fa per sola sensualità e anche dal pur legittimo rap­porto coniugale «per più bellezza e accrescimento della ca­stità», tenere la mente costantemente rivolta a Cristo. «Dol­ce madonna Laura», prosegue lo Zaccaria, «e voi, caro mes­ser Bernardo, pigliate e pensate le mie parole con l'affetto con cui le dico. Perché non dico che facciate ogni cosa in un giorno, ma ben dico: vorrei che aveste l'occhio vostro a fa­re ogni dì qualche cosa di più, e scemare (diminuire) ogni di qualche appetito (tendenza) e sensualità, anc'orché vi fosse concessa; e questo per amore di voler crescere in virtù e di­minuire le imperfezioni, e fuggire il pericolo di cadere in tie­pidezza. [...] Vorrei, e desidero - e voi siete atti, se volete - che diventiate gran santi, purché vogliate crescere (svilup­pare) e restituire più belle quelle parti (doti, talenti) e grazie al Crocifisso, dal quale le avete [avute]. Io, per tenerezza e affetto d'amore che vi ho (che ho per voi), pregovi vogliate essere contenti di compiacermi in questo. Perché io so il colmo della perfezione, io so l'abbondanza delle grazie, io comprendo i frutti che vuol fare il Crocifisso in voi». Dopo aver esortato i due sposi a coltivare, insieme alla perfezione personale, quella del proprio coniuge, il santo af­ferma di aver scritto «non con la penna, ma con il cuore», si scusa di non poter continuare «per la stracchezza (stanchez­za) del corpo» e invoca su Bernardo e Laura la benedizione del Signore, firmandosi «Vostro in Cristo fratello e quanto voi stesso Antonio Maria prete». Nella seconda lettera che abbiamo citato, troviamo dei no­mi che non abbiamo ancora incontrato se non di striscio: ad esempio, quello di Dionisio da Sesto, il fratello barnabita dell' angelica Battista, la prima priora, di cui la consorella Paola Antonia Sfondrati racconterà cose molto edificanti n­costruendo Origine e progressi del monastero di S. Paolo in Milano. Dionisio aveva preso l'abito dallo Zaccaria nella notte di Natale del 1534 e dirà la sua prima messa il 25 gen­naio 1540. Di Giovanni Giacomo de Casei sappiamo che fu tra i pri­mi cinque compagni di Antonio Maria, e sicuramente il pri­mo a vestire l'abito il 10 giugno 1534. Rimarrà sempre lai­co, dopo aver cambiato il proprio nome (nel luglio 1540) in quello di Paolo Antonio. Nemmeno Francesco Crippa, che prese l'abito il 15 agosto 1534 insieme al Ferrari, volle es­sere ordinato prete. Sarà il primo del gruppo iniziale a mo­rire, a soli 40 anni, il 14 settembre 1542. Giovanni Antonio Berna, rimasto a lungo semplice "po­stulante", farà la vestizione soltanto nel febbraio 1540 e la professione nel 1546. Il Morigia, per metterlo alla prova, gli aveva comandato di accusarsi ogni giorno davanti a tutti delle mancanze commesse, dopo di che per penitenza dove­va andare al mercato a comprare verdura o pesce, flagellar­si in duomo o chiedere l'elemosina all'ingresso delle chiese. Morirà nel 1576, vittima della famosa peste di san Carlo. I fratelli Dati non durarono a lungo nella congregazione: Giovanni Antonio dovette rientrare in famiglia per ragioni di salute, mentre Tommaso fu licenziato dal capitolo perché in­sofferente dell' autorità. Quanto a Camillo Negri, Antonio Maria lo definisce «l’af­faticato», parola che, sulla bocca di un medico, voleva dire di poca salute: morirà infatti a soli 35 anni. Lo «stizzosetto», invece, era Ulderico Groppello, l'ultimo accettato nella con­gregazione mentre era vivente lo Zaccaria. Ordinato sacer­dote nel 1541, ricoprirà alcuni incarichi di rilievo, ma nel 1552 abbandonerà il gruppo insieme ad alcuni seguaci della Negri. Dieci anni dopo chiederà di essere riammesso, ma la domanda verrà respinta. Di Corrado Bobbia, infine, si sa po­co, salvo che fu accettato nel 1538, ma per la malferma sa­lute dovette tornare a casa, morendovi nel 1543. Del Besozzi diremo più avanti, perché si tratta di un per­sonaggio importante nella storia dei primi barnabiti, tanto da essere definito come un secondo fondatore dell'ordine. Tra l'altro, al suo generalato sono in parte legate le sorti di Pao­la Antonia Negri.

 

 

Capitolo XIII

L'ultima lezione

 

Il 20 giugno 1539, nello scrivere a Bernardo e Laura Omo­dei, lo Zaccaria parlava come si è visto di quella «strac­chezza del corpo» che lo stava ormai riducendo agli estremi. Alla debolezza dovuta ai continui strapazzi si unì una febbre sempre più insistente che lo costrinse a letto. Impossibile rientrare a Milano, troppo lontana da Guastalla per un mala­to in quelle condizioni. Certamente, oltre alle conoscenze che la sua professione gli consentiva, Antonio Maria ebbe anche una illuminazione dall'alto, poiché affermò chiaro e tondo a chi lo assisteva che egli sarebbe morto durante l'ot­tava della festività liturgica degli apostoli Pietro e Paolo. Cosa che avvenne alle 15 del 5 luglio. Per questo, sentendo avvicinarsi la fine, chiese di essere portato a Cremona, da sua madre: lei lo aveva dato alla luce e lo aveva educato alla fede; con lei accanto voleva lasciare questa terra. Ad accompagnarlo nel non facile viaggio fu Bonsignore Cacciaguerra (1495-1566), un mercante senese che, dopo un passato burrascoso, si era convertito trasferen­dosi a Roma e, una volta ordinato sacerdote, si era dedicato soprattutto alla diffusione della pratica della comunione fre­quente (che per lui significava quotidiana). Grande amico e collaboratore di Filippo Neri, in un certo senso gli aveva aperto la strada per la fondazione del suo famoso Oratorio. Il Cacciaguerra era venuto a Milano verso la fine del 1538 per consigliarsi con qualche santo sacerdote sulla propria definitiva scelta di vita e, in particolare, sull' arte di assiste­re i malati. Per qualche tempo fu messo alla prova dallo Zac­caria, il quale nel vederlo gli disse: «Io vi vorrei dare due o tre ferite nel cuore, per vedere quello che vi è dentro». Da allora tutti, compresi gli stessi novizi cominciarono a pro­vocarlo nelle forme più irriverenti: chi gli tirava la barba di­cendogli che era troppo ricercata; chi gli stropicciava la ve­ste perché troppo lussuosa; chi lo prendeva in giro per le sue cortigianerie e il suo orgoglio; nel vederlo rosso di vergo­gna, il santo aggiunse: «Voi avete ancora del marcio». Poi concluse l'esame: «Abbiamo preso un po' di sicurtà (li­bertà) con voi!». E il Cacciaguerra, nel raccontare l'episo­dio nella sua autobiografia, commenta: «Uomini veramente terribili erano quei reverendi nel mortificare le persone che gli andavano alle mani». Rimessosi in viaggio, a Cremona si sarebbe imbarcato sul Po alla volta di Ancona per poi raggiungere Roma via terra. Saputo però che lo Zaccaria era gravemente ammalato, de­cise di fermarsi alcuni giorni a Guastalla presso di lui. Quan­do Bonsignore arrivò, tra i due si rafforzò, per una di quelle strane intuizioni tipiche dei santi, l'iniziale forte sintonia, tanto che l'infermo lo pregò di accompagnarlo dalla madre. A Guastalla, intanto, la notizia della imminente partenza di Antonio Maria e, soprattutto, quella sua strana profezia circa la prossimità della morte, suscitarono viva emozione nella gente, anche perché tutti si rendevano conto che non l'avrebbero più rivisto al castello. Una folla silenziosa e commossa assistette alla partenza. Il santo arrivò a Cremona spossato. Possiamo immagina­re la dolorosa sorpresa della mamma nel vederlo così malri­dotto. Lui non fece mistero delle sue condizioni, pensando soprattutto a prepararsi al gran passo. La donna mobilitò su­bito i migliori medici della città, i quali accorsero al capez­zale del figlio tentando il tutto per tutto per salvarlo. Ma c'e­ra poco da sperare; a rendere ancor più drammatica la situa­zione contribuì una improvvisa febbre acuta che avrebbe tormentato il Cacciaguerra per una quindicina di giorni e della quale egli avrebbe poi dato spiegazione: poiché lo Zac­caria lo aveva invitato a comunicarsi e a pregare per lui, l'a­mico «fece la mattina orazione per la salute di quell'anima sofferente offrendosi al Signore di patire in se stesso ogni tribolazione e fu esaudito». Questa solidarietà nel dolore ri­vela grande stima e amicizia da parte di Bonsignore ed è tan­to più notevole se pensiamo a come lo Zaccaria lo aveva trattato durante il breve soggiorno nel convento di Milano. Il Gabuzio parla di dure prove spirituali a cui fu soggetto Antonio Maria in quelle ore tremende: di fronte alla morte anche ai santi, che pure hanno la coscienza a posto, può ca­pitare, pensando al giudizio divino, di riconoscersi grandi peccatori e di sentire paura. Confidandosi con Bonsignore, Antonio Maria dirà di aver superato la tentazione pregando intensamente e affidandosi alla misericordia divina. Dopo di che i presenti lo videro illuminarsi di gioia. Poco dopo rivelò ai suoi una curiosa scena: gli era apparso il Signore mo­strandogli il futuro dell'ordine; poi, ecco san Paolo a inter­cedere affinché fosse prolungata la vita dello Zaccaria, il cui governo si rivelava indispensabile per l'intera opera, mentre gli altri apostoli che gli facevano corona lo invitavano a con­dividere con loro la beatitudine del paradiso. Antonio Maria era pronto ad accettare «volentieri», così attesta il Soresina, la volontà di Dio, quale che fosse stata. Intanto, a Milano erano arrivate le voci dell'improvviso aggravarsi delle condizioni del fondatore: subito si diresse­ro a Cremona il Ferrari e il Soresina, accompagnati da Sera­fino da Fermo e - a quanto sembra - dalla Negri. Approfit­tando delle poche ore che ancora gli rimanevano da vivere, il santo raccomandò ai presenti la fedeltà alle scelte fatte, in­sistendo sull'amore verso il Crocifisso e la Vergine Maria. Poco dopo sopraggiunse anche la mamma: Antonio Maria la invitò a non piangere per la sua partenza, perché presto lei l'avrebbe raggiunta in paradiso. Da quel momento, Anto­nietta Pescaroli non si mosse più dal capezzale del figlio, de­tergendogli il sudore (faceva molto caldo quel 5 di luglio) e suggerendogli delle giaculatorie. Accanto a lei, l'angelica Paola Antonia: «E’ significativo», nota acutamente monsi­gnor Erba, «che Antonio Maria, così austero con se stesso, abbia voluto in fin di vita essere condotto a Cremona, come per tornare alle origini della sua vita, per morire assistito dalle due donne da cui ha ricevuto la vita: la mamma e Pao­la Antonia Negri. È come dire che dietro a un grande uomo c'è sempre una grande donna».

 

«Quale grave perdita»

Il 5 luglio all'infermo venne data la santa unzione: lui seguì attentamente il rito con lo sguardo rivolto al Crocifisso. Poi, dolcemente si spense verso le tre del pomeriggio, poco prima che le campane della vicina chiesa annunciassero i vespri del­l'ottava degli apostoli Pietro e Paolo. Il Soresina, sopraffatto dalla commozione, si ritirò a piangere in una stanza attigua. Mancava, fra i testimoni delle ultime ore, il Cacciaguerra an­cora in preda alla febbre, ma che tuttavia, appena venne infor­mato della morte dell'amico, esclamò: «O Cremona! se tu sa­pessi chi è partito ora da questa vita! Quale grave perdita!». Cominciò presto l'afflusso dei cremonesi per rendere omaggio al loro grande concittadino: davanti all'ingresso del palazzo si formò una lunga coda di gente, costretta ad at­tendere con pazienza per ore il proprio turno: chi entrava, in­fatti, non si accontentava di uno sguardo alla salma e di una preghiera: tutti volevano baciare la mano di Antonio Maria, molti sostavano in ginocchio chiedendo la sua intercessione per un bisogno materiale o spirituale; altri accostavano alla salma degli oggetti o, di nascosto approfittando della calca, cercavano di tagliuzzare un lembo della sua talare per farne reliquia. La strana processione fu interrotta in serata, mentre a vegliare la salma durante la notte rimasero soltanto pochi intimi, tra cui la mamma e alcuni sacerdoti. Il mattino seguente, la bara scoperta fu trasportata per un primo rito di suffragio nella chiesa parrocchiale di S. Dona­to, già gremita di fedeli: intervenne quasi certamente il ve­scovo suffraganeo in assenza del titolare, il cardinale Bene­detto Accolti, che gestiva il governo della diocesi per mez­zo di sostituti. Non ci fu orazione funebre durante la messa, ma dello Zaccaria parlò la gente. Ognuno diceva la sua: c'e­ra, tra la folla, chi lo aveva conosciuto da ragazzo; c'erano alcuni pazienti che erano stati curati da lui ai tempi in cui esercitava la professione medica; c'erano quelli che aveva­no ritrovato la via della fede grazie alla sua predicazione o confessandosi da lui; tutti in certo modo gli erano debitori di qualcosa, parlando di lui come di un santo. Bisognò lasciare la bara così esposta per due giorni e due notti. Le esequie si svolsero sempre in S. Donato, dove An­tonio Maria già otto anni prima, mediante un legato testa­mentario, aveva fatto erigere un altare in onore della con­versione di san Paolo. Ma non sarebbe stata lì la sua ultima dimora. Si pose su­bito il problema di dove seppellirlo: Cremona lo reclamava come sua città natale, ma da Milano i chierici di san Paolo, le angeliche e i coniugati fecero subito sapere che il fonda­tore avrebbe senz'altro riposato accanto a loro. Così infatti fu deciso, e l'8 luglio si snodò il corteo verso il capoluogo lombardo: una trasferta durata parecchie ore perché, a ogni paese attraversato, bisognava sostare per consentire a gruppi di fedeli, guidati dai parroci e inalberando una grande croce tra centinaia di lumi accesi, di rendere omaggio al defunto. A Milano, poiché i chierici regolari non avevano ancora una sede stabile e una propria chiesa, il viaggio si concluse nel monastero delle angeliche, dove era già pronta la cripta sotto la chiesa di S. Paolo Converso, che era ancora in co­struzione. In segno di speciale devozione, le religiose si di­visero le corde con le quali era stata legata la cassa metten­dosele attorno al collo: un gesto istituzionalizzato più tardi, con l'approvazione di Roma, come parte dell'abito delle an­geliche, le quali per diverso tempo portarono una cordicina al collo in memoria del fondatore. Leggiamo in un manoscritto di Memorie, che porta il tito­lo originale di Ristretto della vita et virtù del padre Antonio Maria Zaccaria redatto da un' angelica anonima, che proba­bilmente va identificata con Agata Sfondrati morta nel 1631, che «fu tanto estremo il dolore et così copiose le lagrime di ciascuna angelica, che si credevano di scopiare et morire col loro padre, perché l'amavano svisceratissimamente più che gli suoi propri padri carnali. Racolsero quel caro tesoro del cadavero del beato padre, oltre all'estrema tenerezza et la­crime, con somma reverentia et divotione». La stessa testimone così prosegue: «Et di quando in quan­do aprivano la cassa, lo riverivano, spargevano lacrime et li baciavano gli piedi. Et non solo non le rendeva horrore, co­me sogliono li corpi morti, ma gli era ventura, gratia et so­levatione grande l'essere favorite di poterlo andare a vedere et riverire. Et più di otto Madri che all'hora vivevano et so­no state anche a' nostri giorni hanno affermato queste cose, con aggiungervi che non solo andavano a riverirlo, ma con somma simplicità et divotione li levavano destramente la muffa che veniva sopra il corpo con alcuni panicelletti. Et questo lo fecero per molto tempo, sino che venne un ordine generale da Roma che non si tenissero corpi morti sopra la terra; che per quest' ocasione lo sepelirno nel scurolo (il ve­stibolo che separava la cripta dal cimitero delle angeliche, ndr), nel camerino più piccolo, da mano sinistra, quasi sotto all'uscio del scurolo: ché più volte ciò hanno racontato quel­le Madri che furono presenti, le quali ancora hanno detto che posero il benedetto Corpo fra due tavole».

 

Una straordinaria eredità

Antonio Maria se ne andò lasciando una traccia indelebi­le nella Chiesa e nella società di allora. La sua eredità appa­re tanto più straordinaria se si pensa al breve spazio di tem­po nel quale il santo aveva svolto la sua missione, attuando concrete forme di vita e di apostolato, suscitando attorno a sé seguaci entusiasti e volonterosi in ogni strato sociale. Il suo "itinerario umano verso Dio" è ambientato nelle coordinate di un'epoca che, per quanto riguarda la pratica religiosa, non è diversa dalla nostra: quando Antonio Maria invita a "lasciare l'esteriore" per "entrare nel proprio inte­riore", si rivolge a persone che vivono in un contesto di "tie­pidezza", di materialismo, di ateismo pratico non molto di­verso da quello dei nostri giorni. E per lui entrare nel pro­prio interiore significa raccogliersi in se stessi per vivere in profondità un' esistenza non più debitrice alla "carne" e al "sangue" e "andare alla cognizione di Dio" per vivere "in fa­migliarità" con lui. Da qui la necessità di impedire che la­voro, divertimento, relazioni sociali, cura della propria per­sona ci prendano e ci occupino in misura tale da toglierci ogni spazio spirituale (e non è questo il dramma anche di tanti cattolici di oggi?). Lo Zaccaria questa tensione a superare la "carnalità" del­l'esistenza, nutrendola di orazione e di contemplazione da­vanti all'eucaristia e al Crocifisso, la esige non soltanto dal­la cerchia dei consacrati che lo hanno seguito (preti e suore), ma anche dai laici, e questo è un dato di evidente attualità: agli uomini del XX secolo lo ha ricordato in maniera espli­cita il concilio Vaticano Il. Ma un'altra caratteristica colpisce nell'insegnamento di Antonio Maria: l'idea che egli si fa della sua epoca come di un «tempo della promessa del rinnovamento degli uomini e delle donne»; e non soltanto in relazione alle varie profezie che circolavano allora (autori la venerabile Arcangela Pani­garola e il beato Amadeo), ma soprattutto alla evidente si­tuazione di disagio in cui versava la Chiesa. Ora ci si do­manda: sono poi così diversi quei tempi dai nostri? Non si avverte oggi lo stesso urgente bisogno di persone mandate «ad annunziare la vivezza spirituale e lo spirito vivo dap­pertutto», per usare le parole del santo alle angeliche? Chi volesse approfondire il dinamismo dell'insegnamento zaccariano e la sua eccezionale capacità di penetrazione de­ve rifarsi agli Atti capitolari, tuttora inediti, la cui attenta lettura è ricca di sollecitazioni spirituali, poiché ci fa sentire il clima che doveva regnare nei Tre Collegi, ma soprattutto fa emergere l'attualità del carisma del fondatore e dei suoi primi seguaci, a cominciare dall'angelica Paola Antonia.

 

 

Capitolo XIV

Con la "divina madre"

 

Non c'è dubbio che la morte prematura di Antonio Maria ebbe ripercussioni gravi sul processo di crescita e di asse­stamento delle tre strutture animate dal suo carisma. Toccò anzitutto a padre Morigia - che già aveva preso le redini dell'ordine - gestirle nel segno della continuità. Il 10 dicembre 1543 una nuova bolla di Paolo III arrivò a confer­mare definitivamente i propositi del fondatore e dei confon­datori, conferendo ai chierici regolari di san Paolo l'esen­zione perpetua. Ora essi dipendevano esclusivamente dalla Santa Sede. Cominciarono così a estendere la loro opera riformatrice ben oltre la cerchia dei Navigli, aggiungendo poi alla missione di Vicenza, già aperta da Antonio Maria, quelle di Verona, di Venezia e di Ferrara. L'influsso esercitato in quel periodo da tutte e tre le fami­glie zaccariane fu enorme, convogliando verso di essi nu­merose vocazioni soprattutto dal ceto nobile e dal patriziato cittadino. Ma contemporaneamente suscitò reazioni da par­te di quei "demoni visibili" contro i quali lo Zaccaria aveva messo in guardia nell'attuare la riforma dei costumi. Non abbiamo molte notizie circa quello che avvenne ne­gli anni immediatamente successivi: nel 1544 muore il Fer­rari e due anni dopo lo segue il Morigia. Dissolta così la "pentarchia" (formata da Zaccaria, Ferrari, Morigia, Torelli e Negri) che aveva guidato i tre gruppi fino al 1539, a eser­citare un'autentica supremazia sui paolini fu la stessa Negri, chiamata "divina madre" (un epiteto, quel "divina", abitual­mente usato nel Cinquecento senza che avesse il significato letterale odierno) e "Guida" spirituale di religiosi, religiose e laici, che vedevano in lei l'erede dell' insegnamento e del carisma del fondatore, anche perché egli aveva voluto che non poche sue lettere venissero da lei controfirmate (con la famosa sigla A.P.A.), scrivendone inoltre una a suo nome. Il che non deve meravigliare, era anzi in linea con quanto so­stenuto a suo tempo dal comune maestro fra Battista, il qua­le aveva consigliato chi vuol progredire nella via dello spi­rito di sottomettersi «a qualche persona, o sia frate, o prete, o monacho, o heremita, o secolare, o homo, o donna la qua­le habbia timor di Dio e habbia lume di discrezione». Del resto, data la comunione di vita e di intenti che caratterizzava quei primi paolini, nelle lettere della Negri non è diffici­le cogliere come un'eco e un ampliamento del magistero di fra Battista e di Antonio Maria. Così, ad esempio, quando esorta a «non più perder tempo, ma affrettare i passi nel ve­ro e cristiano corso» e aggiunge: «Or dunque, spiriti dolcis­simi, non più corriamo il corso dei freddi, tiepidi e negli­genti», essa riecheggia il «correre come matti» e la lotta a «madonna tepidità» dello Zaccaria. E se il santo chiede alle novizie di «sollecitarsi nella rinuncia del proprio volere an­che in cose buone», la Negri in una lettera ad Angelo Mi­chiel, splendida figura delle origini paoline, si firma: «Quel­la che desidera siate vincitore del sangue e carne vostra». La sua personalità esuberante esercitava una forte attratti­va su quanti l'avvicinavano e non si contavano le conver­sioni da lei ottenute tra persone di ogni ceto sociale. Ciò spiega la sua indiscussa leadership sui Tre Collegi, già rico­nosciuta dallo stesso fondatore. Scomparso il Ferrari, sino a tutto il 1552, gli Atti capitolari confermano la presenza tra­scinatrice della Negri. Si possono citare al riguardo alcuni esempi: il 29 maggio 1544, il capitolo doveva discutere l'accettazione di un certo Angelo da Venezia. La "divina madre", dopo che i presenti si erano espressi, si riservò «la voce (il voto) in petto. Di poi cominciò lei con i suoi divini argumenti», proponendo che la vestizione di Angelo fosse differita, e nonostante che il postulante si voltasse «alla madre nostra pregandola che fos­se contenta di fare opera che fosse accettato e vestito», lei riconfermò la sua decisione. Il capitolo passò poi a discutere sulla professione di Ge­rolamo Marta. E qui, leggiamo ancora negli Atti, «la divina matre nostra con l'occhio suo acuto et penetrabile (penetrante)» affermò che non gli avrebbe dato il suo voto «se non li prometteva di acquistare una invincibilità di animo, una carità infaticabile nel prossimo et una hilarità santa». E al termine della seduta, l'estensore del verbale della riunio­ne conclude: «La divina matre nostra (…) se ne tornò al sa­cro loco suo [S. Paolo Converso, ndrl lasciandone tutti ac­cesi de ardenti desiderii della professione per li salutiferi documenti che facendosi le cose predette n'havea dati, che ben è cieco chi da tutte le sue operationi non prende cibo et sub-stantia di vita eterna, già che si vede manifestamente Chri­sto habitare per gratia in lei et per lei operare cose mirabi­li et sopra di lei havere fondato e ripossato (riposto) tutta questa fabrica di Paolo. Lo quale esso Signor nostro si de­gni conservare et augmentare a honore suo. Amen». Alla morte del Morigia (13 aprile 1546), viene eletto su­periore padre Gianpietro Besozzi, che può considerarsi qua­si una creatura della Negri. Nel cominciare il suo mandato, egli riceve dai confratelli la promessa di fedeltà e obbedien­za davanti a «molte persone et non senza la corporal pre­sentia della reverenda guida et matre», mentre scaduto il pri­mo triennio viene confermato in carica dopo che il capitolo ne ha avuto facoltà da Paola Antonia, la quale figura sempre come prima responsabile e ispiratrice della vita dei paolini: infatti rimprovera, esorta, ammonisce l'intera comunità e, quando è impegnata nelle missioni venete, scrive ai membri dei Tre Collegi per guidarli spiritualmente. In ogni caso, il parere della Negri era tenuto in gran conto dai paolini: quan­do si inaugurò la nuova sede di S. Barnaba a Milano, fu lei addirittura a decidere la distribuzione delle camere. Se si trattava di aprire altre missioni, come a Brescia, Padova, Ferrara e Cremona, i barnabiti si rimettevano a lei, convinti che vedesse «più longi» di loro.

 

Un magistero che continua

Per cogliere in tutta la sua portata la temperie spirituale e la perfetta sincronia con cui si muovevano i Tre Collegi, bi­sogna quindi rifarsi all' epistolario dell' angelica, che tra l'al­tro rivela una straordinaria capacità di rileggere la Scrittura attualizzandola. Lo spazio non consente di approfondire la materia, che sarebbe particolarmente stimolante. Ci limitia­mo a citare un esempio per tutti: commentando il testo pao­lino di «quelli che corrono nello stadio, ma uno solo riceve il premio», Paola Antonia si domanda: «E chi è questo che lo riceve? Quello che è uno e non è diviso». Ne segue, sem­pre secondo l'angelica, che: «Uno non è chi gustando delle consolazioni celesti, ancor vuole le sensuali. Uno non è chi aspirando alle ricchezze eterne, non lascia l'a­more e l'avarizia delle temporali. Uno non è chi correndo per la pazienzia, non vuole esser del tutto paziente, ma in quello che a lui par di haver torto. Uno non è chi considerando la futura gloria, si diletta della presente. Uno non è chi dandosi alla carità del prossimo, pur vorrebbe esercitarsi solamente come e quando a lui piace. Uno non è chi volendo giovare, si contrista se da altri non gli vien giovato. Uno non è chi fa professione di amare in Giesù Christo, se si duole che altri per l'istesso fine venghino amati. Uno non è chi della sua humiltà insuperbisce. Uno non è chi mortificandosi in una parte, si vivifica dall'altra. Uno non è chi hora ama il silenzio, hora si diffonde in super­flue parole. Uno non è chi hora si dà all'orazione, ora alla distrazzione. Uno non è chi raffrena la curiosità de gli òcchi e orecchie esteriori, ma lascia scorrere dove vogliono gli interiori. Uno non è chi in parte obbedisce e in parte fa il suo volere. Uno non è chi in parte crede, in parte non crede; in parte ha fede, in parte non ha fede. Uno non Uno non è colui la cui mente pensa bene di quel tale sola­mente che piace al suo intelletto, e non degli altri. Uno non è chi in parte si accusa, in parte si scusa a torto. Uno non è chi servendo Dio e per quello operando, vuol non­dimeno e la grazia e la buona opinione degli huomini senza ri­ferirla a Dio. Uno non è chi vuole che la mente sua sia unita con Dio, pur nondimeno a tempo la rilassa nelle cose impure. Uno non è chi parla quel che in cuor suo non sente, ma altro ha nell'animo e altro nella bocca e non è in fatti quello che di­mostra in parole. Uno non è chi a tempo vuol fare il tutto, a tempo irritato da piccola cosa nulla vuol fare o solamente parte. Uno non è chi disprezzando il mondo, pur si trattiene col mondo. Uno non è chi volendo tutto Dio, non dà tutto se stesso a Dio. Uno non è chi volendo esser casto, pur prende qualche dilet­to nella carne. Uno non è chi dandosi alla sobrietà, alle volte incorre nella vituperabile sazietà. Uno non è chi resiste, e non in tutto resiste; chi vince, e non in tutto vince; chi ama, e non fedelmente ama; e chi ama altro che Dio e per Dio. Uno non è chi vuol patire, ma non in tutto patire quel che Dio vuole che egli patisca. Uno non è chi si humilia, ma non da altri essere humiliato. Uno non è chi non è in santa unione con tutti, e che tutti non ama per Dio, tutti non tollera per Dio. Uno non è chi avendo tolto a contristare la propria carne e se stesso, teme per Dio contristare gli altri. Uno non è chi volendo vivere in timor di Dio, non tiene in tal timore gli altri a sé suggetti. Uno non è chi volendo il Cielo, vuole ancor la terra; chi cam­minando secondo lo spirito, compiace nondimeno molte volte alla carne. Uno non è chi vuol amare Dio, ma non odiar se stesso e le co­se sue. Uno non è insomma chi non si è abbassato in Dio, volendo, pensando, parlando e operando solamente quello che a lui piace e tutto il resto tralascia». Impietosa nello smascherare e nel correggere i difetti al­trui, Paola Antonia non manca di denunciare schiettamente anche i propri, riconoscendosi affetta da tenerezza, delica­tezza, sensualità, comodità, arroganza, superbia e parzialità. A un certo momento decide di assentarsi un po' dai paolini perché cessino - così scrive - «le emulazioni, le invidie, le concorrenzie, li sdegni, le doppiezze, le mormorazioni e altri mali che nascevano per causa mia». Costante nella Negri come nei suoi maestri è il riferimen­to a Cristo e a Cristo crocifisso, oggetto di contemplazione e anima dell' apostolato: soltanto chi si è «gettato nella for­nace ardente della carità di Christo e vi si è abbrugiato», afferma, soltanto chi si sarà «riscaldato al foco della croce», potrà conquistare anime al Signore. Rivolgendosi ai coniugati di san Paolo, l'angelica si col­loca sulla stessa lunghezza d'onda dello Zaccaria circa la spiritualità che deve caratterizzare gli sposi cristiani. Nota al riguardo Andrea Spinelli: «Ai Maritati di Verona la Negri, mentre raccomanda di salutare le loro compagne, sottolinea come i coniugi debbano essere l'uno per l'altra, non già di ostacolo o di freno, ma di aiuto e di stimolo nel procedere di tappa in tappa verso le mete indicate dal Signore in un' au­tentica vita cristiana. Se poi uno dei due si trovasse a essere meno fervente o a uno stadio ancora incerto del cammino, toccherà all'altro darsi da fare. A messer Lunardo Lombar­do, maritato di Venezia, la Negri, per mano della contessa Torelli, scrive: "Salutate la vostra compagna in nome mio e fate in modo che ella sia del Signore". Con fine pedagogia la moglie viene chiamata compagna, non già nel senso odierno che sembra voler diminuire il legame, ma proprio per indicare il comune cammino da percorrere, con l'esorta­zione che, strada facendo, altri fratelli siano conquistati alla sequela di Cristo. I coniugi, in forza del sacramento del ma­trimonio, oltre che come battezzati, diventano apostoli nel loro ambiente, nella vita di tutti i giorni, unitamente ai mi­nistri consacrati. "Mi raccomando: datevi da fare per guada­gnare fratelli e disponetevi a lavorare, se volete che venga da voi presto, come è mio desiderio. Vi ringrazio della con­quista fatta, moltiplicate i lavoratori nella vigna di Cristo"». «Così, nell'invitare alla continenza e alla castità coniuga­le, Paola Antonia si rifà allo Zaccaria quando afferma che il matrimonio non è stato istituito per la semplice soddisfazio­ne degli istinti: "La castità è quella singolare virtù che ren­de gli uomini da terreni celesti e da uomini angeli: essa è quel giglio profumato che rende l'anima gradita a Dio, quel­la che tanto piace a Cristo che solo da vergine e casta ha vo­luto nascere". Ma più avanti aggiunge con senso di discre­zione: "Vi conviene ricordare che siete sotto la legge del ma­trimonio e non potete privarvi l'uno dell'altro, se non, come dice Paolo, qualche volta di comune accordo perché possia­te dedicarvi alla preghiera". E dopo aver ricordato che "la carne e lo spirito non possono stare insieme, anzi sono con­trari; quanto concederete all'uno, diminuirete all'altro, se sarete compiacenti alla carne o per la carne, contrasterete lo spirito", conclude: "E su questo argomento sia sufficiente, perché non mi è permesso parlarne più a lungo, inoltre so che mi capite"». Una cosa è comunque certa: per Paola Antonia, come già per il fondatore, una volta raggiunta una sufficiente maturità spirituale, occorre «partirsi fuori da se stessi, passando nei cuori altrui, predicando Christo con le parole, con l'esem­pio, con la vita»"; anche per lei esercitare l'apostolato si­gnifica «guadagnare anime a Christo crocifisso». Sono le stesse "parole di fuoco" di Antonio Maria.

 

Nella sede di S. Barnaba

Intanto, a Milano i Figlioli di san Paolo avevano inaugu­rato la loro casa madre accanto alla ricostruita chiesa dedi­cata ai SS. Paolo e Barnaba, ma detta comunemente di S. Barnaba: ne aveva benedetto la prima pietra, il 21 ottobre 1545, il Morigia. Cinque anni dopo un'altra bolla, a firma di papa Giulio III, giungeva a tutelare i beni che i chierici re­golari possedevano o avrebbero in seguito acquisito: era un ulteriore riconoscimento alla loro opera missionaria. Ma il futuro non si presentava del tutto roseo: erano nuovamente in agguato i «demoni visibili» contro i quali lo Zaccaria ave­va già messo in guardia i suoi figli.

 

 

Capitolo XV

Il «biennio temporalesco»

 

L'esperienza straordinaria dei Tre Collegi durò circa vent'anni. Pochi, purtroppo, e le ragioni si intuiscono. «Ta­le struttura», ha notato padre Giuseppe Cagni, «era avveni­ristica... per questo i tempi non seppero capirla. Ci vorranno altri centocinquant' anni perché nella Chiesa prendesse pie­de l'idea di monache senza clausura, e altri quattrocento an­ni per accettare l'idea della maturità cristiana dei laici e per coinvolgerli nella pastorale diretta». Tutto precipitò in un breve periodo che padre Antonio Gentili ha definito «biennio temporalesco». La bufera partì dal Veneto, dove da Vicenza la felice esperienza missionaria iniziata nel 1537 si era estesa a Venezia. La rete di amicizie e di "complicità" nella riforma, tessuta soprattutto dall'an­gelica Paola Antonia Negri, aveva finito per insospettire le autorità della repubblica Serenissima: all'inizio del 1551, barnabiti (ormai possiamo tranquillamente chiamarli così) e angeliche, oltre a diverse coppie di coniugati, furono accu­sati di spionaggio per conto del governatore di Milano Fer­rante Gonzaga, cui era stretta da particolare legame la con­tessa Torelli, finanziatrice del gruppo. Ma forse questo fu solo un pretesto. Non si sbaglia pen­sando che desse chiaramente fastidio la grande autorità esercitata da una donna in una iniziativa apostolica che sta­va dilagando: non a caso fu presa di mira soprattutto lei, an­che a motivo di quello stile "provocante" fino a risultare ec­cessivo e controproducente, che ne caratterizzava l'azione. Brevemente i fatti: il 21 febbraio 1551, senza alcuna spie­gazione o parvenza di processo, ai paolini fu comandato di andarsene da Venezia entro sei giorni e da tutto il territorio della Serenissima entro quindici. La decisione era stata pre­sa con 18 voti a favore, uno contrario e sette astenuti (pro­babilmente alcuni coniugati che non se la sentivano di sot­toscrivere il bando). Il commento di Paola Antonia fu lo stesso che avrebbe fat­to lo Zaccaria: tutti dovevano ritenersi contenti di essere «resi degni di soffrire ingiuria per amore del Signore». E nel già citato Origine e progressi della Sfondrati si afferma che «fecero risoluzione che col capo chino eseguissero, sen­za alcuna dimostrazione, il comando. Anzi, volendosi intro­mettere personaggi di rispetto, per vedere e intendere la qua­lità di questa repentina disposizione, tutti giudicarono do­versi troncar questi esterni modi e provvedimenti e solo ese­guire con loro soddisfazione la volontà del Signore. Onde, dato ordine alle faccende che tenevano fra mano, regressi sunt in patriam suam (se ne tornarono a Milano, ndr) con ogni fedel prontezza e confidenza in Dio: il che gustava an­che a tutti loro, desiderando, come Figli di Paolo, saper sta­re alla destra e alla sinistra, per buona fama e per il rove­scio». Ma questo era soltanto l'inizio: i cardinali veneziani che facevano parte della curia romana formalizzarono le accuse in una precisa denuncia, dipingendo come dei pericolosi ere­tici i paolini milanesi, detti anche e non senza ragione Gua­stallini. Pur obbedendo immediatamente agli ordini ricevuti, sta­volta si decise di chiedere spiegazioni a Roma: nel novem­bre dello stesso anno i padri Besozzi e Melso si presentaro­no ad alcuni cardinali, tra cui il Carafa, lo Sfondrati e il Ghi­slieri, ritenendo di trovare in essi dei difensori della propria causa. Si sbagliavano, perché nel gennaio 1552 i due barna­biti furono addirittura incarcerati, riuscendo più tardi a esse­re liberati grazie ai buoni uffici di persone amiche, tra cui Ignazio di Loyola, e collocati a domicilio coatto nella casa di Basilio Ferrari. Il "duro" della situazione era il Carafa, il quale evidente­mente aveva creduto ai "si dice" veneziani. Questi fece si che papa Giulio III in luglio nominasse il cardinale Juan Al­varez de Toledo protettore dei barnabiti, e incaricasse mon­signor Leonardo Marini di compiere una visita apostolica per riformare la congregazione, riportandola alla vera disci­plina religiosa. Così si conobbero finalmente le accuse. Ai paolini si rimproveravano la promiscuità di accesso di padri e suore al monastero di S. Paolo e al convento di S. Barna­ba (con l'inevitabile contorno di maliziose dicerie al riguar­do), la partecipazione delle suore ai capitoli dei padri e vi­ceversa (ecco il punto), nonché il loro coinvolgimento nel governo e nell'amministrazione dei padri. Inoltre, venivano esplicitamente condannati quel titolo di "divina madre" ri­servato alla Negri, oltre alla lettura dei libri di fra Battista, la cui dottrina era stata giudicata «scandalosa in moltissimi punti, temeraria in altri ed eretica in molti». Severo giudizio, infine, veniva espresso su alcune cosiddette "superstizioni" come il genuflettersi davanti ai superiori e il famoso "capi­tolo delle colpe", cioè l'accusarsi pubblicamente dei propri difetti durante le riunioni comuni. Ha scritto al riguardo padre Giuseppe Cagni: «Come si può vedere, l'Inquisizione non aveva capito niente né dei barnabiti né del progetto meraviglioso attuato dallo Zaccaria per dotare la Chiesa di un valido esercito di riforma; oppure i barnabiti avevano fatto male a non farsi conoscere a Roma, come i teatini e gli stimatissimi gesuiti».

 

Scompaiono i Maritati di san Paolo

I primi a fare le spese di questa drammatica situazione fu­rono i Maritati di san Paolo: per un certo periodo, nel 1551, si continuò a parlare di loro nei capitoli, ma a partire dall'anno seguente praticamente scomparvero. Certo, tacciare di eresia fra Battista significava mettere in discussione il maestro dello Zaccaria e la spiritualità che aveva caratterizzato le prime generazioni di paolini. Da no­tare che in precedenza gli scritti del domenicano erano stati pienamente approvati dagli inquisitori locali, anche se il suo stile al limite del paradosso poteva a volte sorprendere, co­me potevano sorprendere certi atteggiamenti eccentrici e provocatori della stessa Negri già sottolineati dallo Zaccaria (ma in quel medesimo periodo, a Roma non meno bizzarro era nei suoi atteggiamenti Filippo Neri, atteggiamenti peral­tro accettati senza difficoltà anche in "alto loco"). D'altra parte, nel clima di allerta causato dai contraccolpi della riforma protestante, la fantasia e la creatività - che avevano conseguito effetti clamorosi sul terreno dell' apostolato - erano viste con sospetto. Va ricordato inoltre che già Paolo III nel 1537 aveva ordinato un'inchiesta su Battista Canoni, la cui dottrina ancora non aveva subito censure. Fu soprat­tutto il peso dei prelati veneziani a indurre il Sant'Ufficio a condannarla, attribuendole errori vecchi come il pelagiane­simo ed errori nuovi che saranno poi codificati nel cosiddet­to "quietismo", una corrente mistico-religiosa formatasi nel Seicento europeo secondo la quale la perfezione consiste nella quiete totale dell'anima affrancata da qualunque disci­plina e preoccupata solo del puro amore di Dio. Non era certo questo che sosteneva il Canoni, ma gli in­quisitori - nessuno dei quali ne aveva probabilmente letto le opere - si fidarono dei "sentito dire". Il concilio di Trento avrebbe attenuato la condanna delle opere del domenicano con la clausola donec emendentur (finché non si emendino), lasciandole nel frattempo nell'elenco dell'Indice dei libri proibiti, da cui sarebbero state tolte soltanto all'epoca della canonizzazione dello Zaccaria. Per il momento, dunque, se ne bruciarono copie in quantità, come apprendiamo da una lettera di Marc'Antonio Pagani (1526-1589), fervido "parti­giano" della Negri e futuro perito al concilio Tridentino, in­dirizzata alla non più divina madre: «Pochi giorni fa», così lo scrivente, «alcuni sono andati in Borghetto, con due o tre libretti di fra Battista, e con una fascinetta hanno fatto fuo­chetto e vi han posto sovra quei libretti, dicendo: "Questi so­no certi libri eretici di un fra Battista apostata". E questa mi pare una gofferia molto grande». Marc'Antonio Pagani non condivideva l'obbedienza acri­tica verso quella che egli considerava una persecuzione, per cui nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1552, insieme a Stefa­no Alemanni, abbandonò il convento di S. Barnaba calando­si da una finestra appeso a due lenzuola annodate. Un mese prima, verso la fine di giugno, nel monastero delle angeli­che, dove si erano venute a creare forti tensioni, la Negri e la superiora Paola Maria Bonatta avevano cercato a loro vol­ta di andarsene, ma ne erano state impedite dalla Torelli.

 

La "normalizzazione"

Il visitatore apostolico arrivò puntualmente il 29 ottobre dotato di ampi poteri e con precise istruzioni per "normaliz­zare" la situazione: prima visitò le case dei padri e delle an­geliche, poi il 17 novembre convocò il capitolo generale in cui diede lettura delle disposizioni papali contro le quali non ci si poteva appellare. Esse sancivano la separazione tra bar­nabiti e angeliche; l'abolizione assoluta di qualsiasi forma di autorità della Negri e di quel titolo "divina"; la proibizione di tenere reliquie o scritti di fra Battista. Alle suore venne imposta la clausura, mettendo fine alla loro straordinaria av­ventura apostolica; i Maritati - che del resto non avevano ancora ottenuto una formale approvazione del papa - si sciolsero come gruppo, anche perché la Negri fu rinchiusa con una consorella volontaria nel monastero di S. Chiara a Milano, dove non potesse «ragionare con persona alcuna, eccetto che con la Priora di S. Chiara e la compagna sua». La rimozione violenta della Negri suscitò reazioni oppo­ste tra le angeliche, ma la donna obbedì, ritirandosi nel mo­nastero assegnatole, dove rimase fino al novembre 1552, quando la sua salute si aggravò improvvisamente. Gli amici ottennero dal senato di Milano il permesso di trasportarla in campagna per rimettersi, ma il Besozzi - che nel frattempo era stato rieletto superiore generale dei barnabiti - informò del caso il cardinale Alvarez, il quale ordinò alla Negri di far ritorno immediatamente nel monastero di S. Chiara. Ancora una volta, la religiosa obbedì, ma le suore non vollero ac­cettarla date le sue gravissime condizioni. Allora fu portata in una casa fuori Porta Romana presso S. Calimero, prepa­rata per lei da una sua amica, Ippolita da Rho. E lì la morte la colse il 4 aprile 1555, a 47 anni di età. Le sue spoglie fu­rono inumate nel monastero di Gesù crocifisso, delle suore di s. Maria Egiziaca, situato nell'attuale via del Crocifisso. Una lapide ne ricordava così la memoria: Angelica Paula Antonia de Nigris / quae calamo sexum I mundi contemptu I coelum vicit; l'angelica Paola Antonia de Negri con la pen­na superò il sesso (allusione al magistero da lei svolto parti­colarmente con più di 130 Lettere spirituali che portano l'in­confondibile sigla A.P.A.), e con il disprezzo del mondo conquistò il cielo. Negli ultimi tempi, i barnabiti l'avevano praticamente scaricata. Anche il Soresina, il quale aveva dichiarato in ca­pitolo che in seguito al bando dalle terre venete si stava adempiendo quanto predisse il fondatore, che cioè «il Cro­cifisso ci vuole manifestare insieme con la madre nostra con l'infamia (cf 2 Cor 6, 8)», prese gradualmente le distanze dall' angelica, mentre il Besozzi ne sancì la definitiva condanna in occasione della pubblicazione delle sue lettere. Es­sendo stato uno degli "amanuensi" a cui la Negri dettava o ispirava i suoi scritti, nel timore che le misure disciplinari prese nei confronti dell' angelica potessero coinvolgere la congregazione, sosteneva che non tutto era farina del sacco della donna, tesi peraltro smentita da una rigorosa analisi dello stile e dei contenuti dell'epistolario. La questione tut­tavia non è oggi di grande importanza, in quanto le lettere testimoniano «un aspetto qualificante della prima stagione paolino-zaccariana, quando era comune il pensare, comune il sentire e comune l'operare». Per la verità, va detto che - almeno inizialmente - i bar­nabiti furono in maggioranza favorevoli a mantenere un le­game che aveva profondamente inciso sulla loro vita: in tal senso si erano espressi Paolo Omodei, Gerolamo del Torso, Timoteo Groppello, il vicario Antonio Marzari e Nicolò d'Aviano. Lo stesso padre Gerolamo Marta, il superiore ge­nerale del burrascoso biennio, nel concludere il capitolo del 9 maggio 1552, affermò che bisognava «essere uniti con lo spirito della matre, dalla quale niuno intende deviare». Purtroppo la Negri finì per avere proprio tutti contro, an­che a motivo delle persistenti frizioni all'interno del mona­stero di S. Paolo Converso, e non poteva che soccombe­re. Uno dei suoi più attivi sostenitori fu il servo di Dio Marc'Antonio Pagani, il quale a un certo punto - come si è detto - abbandonò l'ordine per entrare, nel 1557, tra i frati minori e, tornato nel Veneto, vi esercitò un intenso aposto­lato assistendo i poveri e fondando due istituti religiosi (quello maschile della Santa Croce e quello femminile delle "Dimesse"). Di lui è in corso il processo di canonizzazione. Un tentativo di riabilitazione della Negri si ebbe nel 1576 con padre Giovanni Paolo Folperto, già barnabita e rettore del collegio Taegi a Milano, il quale curò la raccolta dell'e­pistolario di Paola Antonia: una fonte di spiritualità estremamente ricca che consta di 133 lettere, delle quali 70 edi­te, una inserita negli scritti dello Zaccaria, mentre le altre 62 sono conservate nell'archivio generalizio barnabitico di Ro­ma. Tra le inedite, sono rilevanti le 22 indirizzate al nobile veneto (e poi barnabita) Angelo Michiel, figlio spirituale della Negri. Giustamente è stato affermato che «ci troviamo di fronte a un corpus compatto, che rivela una sola mente e una sola mano. (…) Esso rappresenta un documento prezio­so delle idealità che animavano non solo i singoli, ma tutto l'ambiente dei paolini e rivela l'alto grado di spiritualita vis­suto dagli istituti nati dal cuore di sant' Antonio Maria Zac­caria» e dalla munificenza di Paola Torelli. Non è azzardato ritenere che, fra le opere ascetico-mistiche della metà del Cinquecento, queste lettere «occupano un posto non più tra­scurabile nella storia della riforma cattolica, quale indice del rinnovamento e del fervore della Chiesa tridentina».

 

 

Capitolo XVI

L'espansione apostolica

 

Il «biennio temporalesco» si era dunque concluso con un comune atto di obbedienza, pagato con il prezzo dell'esodo di chi non a torto non si riconosceva più nell'originaria ispi­razione da cui erano nati i Tre Collegi (una dozzina di re­ligiosi). Ultima "vittima", se così possiamo chiamarla, del nuovo corso fu la contessa Torelli. Dopo la visita apostolica, le angeliche avevano adottato di buon grado la clausura mo­nastica e una parte della comunità non gradiva che persone esterne continuassero a frequentare la comunità: tra queste, la principessa di Molfetta, moglie del governatore di Milano Ferrante Gonzaga e grande amica di Ludovica Torelli. Co­stei, in assenza del marito, stava volentieri in monastero, prendendo parte a tutte le pratiche di pietà, diurne e nottur­ne, delle religiose e dimorando anche per diversi giorni nel­la foresteria. E non era la sola. Così che alcune angeliche, disturbate da questo andirivieni, sollecitarono da Roma un decreto per una clausura più stretta, che impedisse l'ingres­so di estranei. Tutte speravano che la contessa accettasse tale regime, an­che se nessuno osava parlargliene apertamente. Per costrin­gerla a questo, come narra l'Angelica Anonima nelle sue Me­morie, «fu trovata certa scrittura nella quale parea chiara­mente che la signora contessa avesse fatto professione et che perciò fosse obbligata a serrarsi in clausura». Si trattava, in realtà, di quella cosiddetta "professione tacita", fatta priva­tamente nelle mani della Negri nel giorno delle professioni delle prime angeliche, che però la vincolava solo in co­scienza, non pubblicamente. La questione fu comunque sot­toposta all'esame di Roma dove prevalse il desiderio di uniformità alle disposizioni del concilio tridentino: la rispo­sta fu che quella professione era valida e perciò anche la contessa doveva accettare la clausura per ordine del papa. A dire il vero, né la Torelli, né la Negri, né i tre fondatori dei barnabiti avevano mai pensato a una vita di clausura. Ed ecco la reazione dell'interessata, sempre nel racconto del­l'Anonima: «Fu avisata in secreto la signora contessa del­l'ordine che veniva. La quale, sicura che l'intentione sua non era stata tale, senza dir altro, partitasi conforme al soli­to dal monastero la mattina et andata in corte da don Ferdi­nando (Gonzaga) governatore per i suoi negocii, la sera non ritornò al monastero. Fu aspettata longamente dalle madri, né sapevano imaginarsi che cosa potesse esser accaduto, perché mai di notte stava fuori del monastero. La mandaro­no a pregare il giorno seguente et molte altre volte, ma ella non più volle ritornare, stimandosi affrontata dalla congre­gatione». L'accaduto ebbe gravi ripercussioni sul monastero, al qua­le vennero a mancare gli aiuti economici che prima la Torelli garantiva. Più tardi, la donna acquistò un terreno nei pressi di S. Barnaba in Milano e vi costruì il Collegio della Gua­stalla (attualmente sede di uffici comunali e giudiziari), che venne poi trasferito a Monza nel rione di S. Fruttuoso e è tuttora esistente. L'edificio originario, acquistato dal Comu­ne di Milano, dà il nome anche alla strada che lo fiancheg­gia, detta appunto via della Guastalla. Passato il periodo di maggior tensione, la contessa «con la propria presenza», co­sì scrive Paola Antonia Sfondrati nella sua storia sulle origi­ni delle angeliche, «talvolta per lunghissimi spatii alle grate del parlatorio con indicibile amorevolezza e con quella di amici a lei più familiari, ci scopriva il suo amore e tenerez­za». Quando era gravemente ammalata, san Carlo le fece visita chiedendole di acconsentire a essere sepolta nel mo­nastero delle angeliche, ma la donna aveva già scelto per questo una cappella della chiesa di S. Fedele. Qui infatti venne deposta dopo la sua santa morte, avvenuta il 28 otto­bre 1569. Nel 1657, sulla sua tomba fu collocata una lapide con la seguente scritta che traduciamo dal latino: «Donna di ottima fama e religiosità / insigne per santità di costumi / e somma virtù / singolare per ardente carità / verso Dio / e di­sprezzo di sé e dei propri averi». Alle angeliche lasciò co­munque per testamento alcuni beni stabili. Passando al ramo maschile, terminata la fase che potrem­mo definire carismatica, non esente comunque da qualche squilibrio, subentrò un periodo di riflessione e di ricerca per ricompattare i paolini attraverso una più precisa organizza­zione concernente il reclutamento dei soggetti, le loro man­sioni e competenze (con la distinzione fra padri e conversi, cioè religiosi non sacerdoti), i criteri della loro formazione e un più organico assetto giuridico. Per un quarto di secolo, in seno all'ordine ci fu un intenso lavoro di ripensamento, alla ricerca di indirizzi spirituali omogenei e dileggi più chiare. I problemi non erano pochi, ma per fortuna alla guida dei barnabiti si alternarono uomini di grande capacità come il Besozzi, l'Omodei e un giovane di raro ingegno, che era en­trato nell'ordine nella primavera del 1551, cioè nel pieno della bufera: Alessandro Sauli. Intanto, vennero fondate le prime case fuori Milano: si cominciò con Pavia, per quanti si dedicavano agli studi (1557); poi si succedettero quelle di Cremona, Casale, Monza, Roma e Vercelli. Cominciarono anche ad apparire le prime testimonianze sulla vita e sulla santità dello Zaccaria: la prima si deve al­l'angelica Paola Antonia Sfondrati senior, con l'opera che porta il titolo Origine e progressi del monastero di S. Paolo di Milano; ma di grande interesse sono pure le Attestationi fatte circa la vita e morte del reverendo padre don Antonio Maria Zacharia, di padre Battista Soresina (fine secolo XVI) e le Memorie della citata Angelica Anonima (inizi del secolo XVII). Successivamente, sarà la volta degli storici Gianantonio Gabuzio (+1627) e Anacleto Secchi (+1615), ai quali si unirà poi una schiera di autori, risalenti al secolo XVII, i cui scritti verranno però pubblicati postumi: e sono i padri Carlo Bascapé (+1615), Agostino Tornielli (+1622), Ambrogio Mazenta (+1635), Innocenzo Chiesa (+1637), Cristoforo Giarda (+1649) e Lorenzo Torelli (+1660): il la­voro di quest'ultimo, Compendio della vita del venerabile Antonio M. Zaccaria, benché riveduto dal capitolo generale del 1656, rimarrà inedito. Nuove Costituzioni Ma torniamo un momento a quel drammatico 1552. Una volta riavutisi dallo shock, i seguaci dello Zaccaria pensaro­no prima di tutto a redigere le Costituzioni. Già negli anni precedenti si era discusso capitolarmente su un testo di fra Battista con le integrazioni dello Zaccaria, senza pero giun­gere a un'elaborazione definitiva. Questa fu approntata in breve tempo da padre Melso e varata alla presenza del visi­tatore apostolico monsignor Leonardo Marini, il quale la piegò ai rigidi schemi giuridici tradizionali, senza lasciare spazio alle improvvisazioni ed eliminando molte innovazio­ni tipiche delle origini: sono queste le prime Costituzioni. Ad esempio, il noviziato doveva avere precisi limiti crono­logici, la professione non poteva avvenire prima dei 25 anni (che allora era la soglia della maggiore età), i novizi non po­tevano avere voce attiva e passiva nei capitoli e così via. Le Costituzioni ribadivano inoltre l'importanza prioritaria del­l'obbedienza, «vero sacrificio del cuore» poiché coloro che desiderano servire Dio «non devono aver alcuna propria vo­lontà, per la totale abnegazione di loro stessi». Ovviamente, tale testo fu considerato provvisorio, anche perché era in corso a Trento il concilio che avrebbe intro­dotto modifiche nella disciplina religiosa. E già nel capitolo del 1570 ne venne decisa una nuova redazione, nella quale sarebbero anche confluiti apporti e suggerimenti da parte di tutti i barnabiti. A lavoro pressoché concluso, la famosa pe­ste detta di san Carlo (1577) costrinse però a differire il ca­pitolo generale al novembre 1578, allorché sotto la guida del Borromeo, che presiedette tutte le sedute, fu discusso e ap­provato il testo definitivo, fatto pervenire a tutti i membri dell'ordine con una lettera dello stesso cardinale in data 25 gennaio 1579. Dopo di che Gregorio XIII il 25 aprile suc­cessivo approvo e confermò "in perpetuo" le nuove Costitu­zioni, che furono poi ufficialmente promulgate dal capitolo generale il 25 maggio. L'evidente ispirazione cenobitica che disciplina la vita delle comunità barnabitiche, lascia aperta la questione del campo specifico di apostolato riservato ai religiosi, che le Costituzioni presentano come «coadiutori dei Vescovi» nel­la predicazione e nella direzione delle coscienze, ma nulla più. Ciò darà all'ordine un carattere di riuscito eclettismo che esprime al meglio quella disponibilità, quel paolino far­si "tutto a tutti" tipico dell' azione dei barnabiti lungo i se­coli. Saranno poi tre grandi figure di padri generali a dare un impronta decisiva alla loro storia: Carlo Bascapè (in ca­rica dal 1586 al 1593), Cosimo Dossena (dal 1596 al 1599) e Ambrogio Mazenta (dal 1602 al 1617). Sotto il loro im­pulso i confratelli accentueranno la loro preparazione scien­tifica e apriranno scuole per l'istruzione e l'educazione del­la gioventù. Un discorso a sé merita Alessandro Sauli (1534-1592) che - afferma padre Gentili - «attraversò il cielo barnabitico co­me una cometa apportatrice di fausti presagi». Inizialmente, quando chiese di entrare nell'ordine, i padri esitavano. Seb­bene lui dichiarasse di «sentirsi di dentro chiamato dal Cro­cifisso» e di venire in congregazione «per rilasciarsi tutto nelle mani dell'obbedienza et per non aver mai comodità al­cuna del corpo et de l'anima», sorgevano dubbi a causa del­l'età (aveva appena 17 anni), del rango a cui apparteneva la famiglia e della carriera che gli si apriva come paggio alla corte dell'imperatore Carlo V. Lui rinnovò la domanda e i padri, per metterlo alla prova, gli imposero di «portare la croce in piazza Mercanti (cioè nel centro di Milano, ndr) e colà predicare sopra le vanità del mondo». lì giovane ci andò la mattina di Pentecoste: sfarzosamente vestito da pag­gio, si trascinò sulle spalle una pesante croce di legno (la si venera tuttora nella casa madre di S. Barnaba in Milano) e, salito sul palco di un saltimbanco, parlò alla folla attonita. Quel gesto memorabile viene simbolicamente rinnovato nei noviziati dei barnabiti da coloro che si accingono ad ab­bracciarne la regola. Passato indenne dalla burrasca del 1552 (pensava infatti che tutto si sarebbe «indirizzato»), una volta divenuto prete nel 1556 toccò a lui, nonostante la giovane età, di avviare a Pavia la tradizione formativa e di studio che preparava la nuova generazione di barnabiti. E dopo un decennio, preci­samente nel 1567, egli fu eletto addirittura superiore gene­rale a soli 34 anni! Le sue straordinarie capacità di governo lo misero in luce presso la curia romana e due anni dopo pa­pa Pio V (il domenicano Michele Ghislieri, grande estima­tore dell'ordine) lo nominò vescovo di Aleria in Corsica. Il suo successore Gregorio XIV (Niccolò Sfondrati, che era stato suo figlio spirituale) lo chiamò nel 1591 a reggere la diocesi di Pavia, ma stroncato dalle fatiche apostoliche il Sauli morì a Calosso d'Asti l'11 ottobre 1592, a soli 58 an­ni. Fu beatificato nel 1742 da Benedetto XIV e canonizzato da Pio X nel 1904. I barnabiti gli devono molto per le doti di organizzatore e legislatore: fu lui a volere come caposaldo della congrega­zione un'integrale formazione umana, intellettuale e religio­sa (con particolare accentuazione della pratica meditativa ed eucaristica), che sarà una delle caratteristiche salienti delle successive generazioni barnabitiche. E fu grazie ad Alessan­dro Sauli che cominciarono i contatti con Carlo Borromeo. Il 23 settembre 1565, questi faceva il suo solenne ingresso nella diocesi di Milano in qualità di arcivescovo, lasciando subito intendere che vi sarebbe rimasto per esserne a tempo pieno il pastore.

 

A fianco di san Carlo

Il cardinale Borromeo intervenne quasi subito per dirime­re a favore dei paolini una controversia circa l'assegnazione della chiesa di S. Barnaba: essendo deceduto il canonico Gritti che ne era titolare, il nipote di costui esibendo presun­te lettere apostoliche rivendicò il diritto a subentrare nella carica. La causa fu discussa a Roma e, grazie anche all'atti­vo interessamento di san Carlo, si risolse a favore dei reli­giosi. Da allora, l'arcivescovo diventò di casa a S. Barnaba: vi si tratteneva per riposarsi dalle fatiche delle visite pasto­rali, facendo vita comune con i padri e dando addirittura una mano, dopo i pasti, a lavare i piatti! (il massiccio lavello è conservato nel cortile interno del convento). Tanta era la sti­ma che nutriva nei confronti di questa comunità che aveva mantenuto il fervore delle origini. Il santo arcivescovo si trovò a dover risolvere un grosso problema, quello degli Umiliati, un antico ordine religioso che si segnalava purtroppo per lassismo e scarsa disciplina, in palese contrasto con la propria denominazione. L'arcive­scovo pensava che una loro fusione coi barnabiti ne avrebbe facilitato la riforma. Il Sauli, che allora ricopriva la carica di padre generale, si dichiarò nettamente contrario all'idea, aderendo invece alla proposta di inviare i padri Berna e Maletta a Cremona nel convento di S. Giacomo per tentare di rimettervi ordine. Visti i risultati poco incoraggianti, il car­dinale tornò alla carica per attuare il progetto di fusione; ma anche stavolta il Sauli vi si oppose. D'altra parte il cardina­le si rendeva conto che da solo non sarebbe riuscito nell'im­presa risanatrice, poiché gli Umiliati resistevano tenacemen­te a ogni tentativo di cambiamento. Quattro di essi arrivaro­no addirittura ad attentare alla vita del santo: la sera del 26 ottobre 1569, mentre pregava nella sua cappella privata, Carlo fu colpito da un'archibugiata sparatagli a bruciapelo da fra Girolamo Donato, detto il Farina. Fortunatamente, la pallottola fu frenata dal rocchetto (o meglio, secondo lo stes­so cardinale, da un miracolo) e anche in seguito a questo l'ordine degli Umiliati venne soppresso il 17 febbraio 1570. Il convento di Brera, una delle loro sedi di maggior presti­gio, venne affidata ai gesuiti che vi insediarono una famosa università mentre altre sedi furono passate ai barnabiti: tra queste, la prepositura cremonese di S. Giacomo e la chiesa di S. Maria in Carrobiolo a Monza, dove fu insediato il noviziato. San Carlo affidò ai barnabiti diversi incarichi importanti, soprattutto la riforma di conventi e monasteri; ma anche, co­me nel caso di padre Carlo Bascapè, una delicata missione diplomatica presso il re di Spagna Filippo Il per migliorare i rapporti tra l'arcivescovo e il governatore di Milano, o ci­cli di predicazione popolare in Valtellina dove era intensa la penetrazione calvinista (qui si distinse padre Domenico Boerio). L'amicizia col Bascapè era di vecchia data: dopo aver conseguito la laurea in diritto canonico e civile, il gio­vane si era presentato al Borromeo chiedendo di diventare sacerdote. Il santo ne aveva saggiato il talento e lo spessore spirituale, approvando la sua scelta di entrare dai barnabiti, ma chiedendo ai padri di potersi valere di lui per il bene del­la Chiesa. Da quel momento, il Bascapè diventò un collabo­ratore prezioso del suo arcivescovo: fu lui ad assisterlo fino alla morte, sopraggiunta il 4 novembre 1584, e fu ancora lui il suo primo biografo. E quando ne venne introdotta la cau­sa di canonizzazione, oltre a deporre come testimone insie­me a numerosi confratelli, egli redasse i circa trecento inter­rogatori del processo, recandosi poi a Roma a nome dei ve­scovi lombardi per sollecitare la positiva conclusione della causa. Il Borromeo fu canonizzato da Paolo V il 1° novem­bre 1610. In suo onore i barnabiti eressero la chiesa di S. Carlo ai Catinari, in Roma, primo tempio dedicato al più ce­lebre dei vescovi tridentini. Altri barnabiti lavorarono accanto a san Carlo nella sua azione riformatrice: oltre al Sauli, citeremo i padri Besozzi, Asinari, Marta e Berna. Ma va ricordata anche l'eroica de­dizione con cui i barnabiti, unitamente ad altri ordini reli­giosi, si prodigarono per assistere materialmente e spiritual­mente le vittime della tremenda peste scoppiata a Milano nel 1576: diversi religiosi vi persero la vita. Tra questi il citato Giacomo Berna, definito dallo Zaccaria «amatore di patire» e stimato dal Borromeo come un santo, e Cornelio Croce; entrambi morirono nel lazzaretto del Gentilino (oggi detto Rotonda della Besana), fuori Porta Tosa, non lontano da S. Barnaba.

 

Un amico: san Francesco di Sales

Un altro grande estimatore dei barnabiti fu san Francesco di Sales (1567-1622). Nella primavera del 1613, il vescovo di Ginevra, in viaggio verso Milano dove avrebbe adempiu­to a un voto sulla tomba di san Carlo, sostò a Torino presso Emanuele I di Savoia. Poiché era alla ricerca di religiosi a cui affidare il collegio Chappuys di Annecy, in precedenza rifiutato dai gesuiti perché pressati da altre richieste, ne parlò col duca e questi lo mise in contatto con i barnabiti che gestivano la parrocchia di S. Dalmazzo. Qui il presule ven­ne accolto con grande cordialità e, dopo una rapida visita al­la casa di Vercelli, si recò a Milano prendendo alloggio a S. Barnaba nella camera in cui era solito ritirarsi il Borromeo. Al padre generale Ambrogio Mazenta, Francesco di Sales espose il suo problema e i padri accettarono di dirigere il collegio di Annecy, dove furono anche impegnati nella cate­chesi in quattro chiese della città e - quando il vescovo si as­sentava - nella cura spirituale delle suore della Visitazione da lui fondate. Col tempo, si cementò ulteriormente la familiarità del ve­scovo coi barnabiti, al punto che il 7 maggio 1617 egli ven­ne affiliato alla congregazione dal padre generale Domenico Boerio. Da Annecy, i figli dello Zaccaria furono poi chia­mati - sempre grazie ai buoni uffici di monsignore - a Tho­non, nel Chiablese e in Francia. Padre Giusto Guérin, invia­to come economo nel collegio Chappuys, diventò ciò che il Bascapè era stato per san Carlo: fu lui a raccogliere il mate­riale necessario al processo di canonizzazione di Francesco, al quale subentrò poi come vescovo di Ginevra. E sempre i barnabiti giocheranno un ruolo determinante, tramite il car­dinale Luigi Bilio, affinché il santo venisse proclamato dot­tore della Chiesa da parte di Pio IX. Non per caso, insieme al Borromeo, Francesco di Sales fu dichiarato patrono dell'ordine.

 

A servizio della Chiesa

Nel 1662, la sede generalizia dell' ordine venne trasferita da Milano a Roma e da quel momento i rapporti dei barna­biti con la Sede Apostolica si intensificarono ulteriormente. A ragione padre Gentili definisce «secolo d'oro» l'ultima parte del Seicento e tutto il Settecento, per l'incisiva presen­za dei figli dello Zaccaria nel campo culturale, nella predi­cazione, nella guida delle coscienze e nelle missioni. La lo­ro attività scientifico-letteraria richiederebbe un capitolo a parte, perché si dovrebbe parlare di intere generazioni di re­ligiosi giustamente famosi per il loro spessore culturale. Un esempio per tutti: sotto il generalato del Bascapè, che diede non poco incremento agli studi, in occasione della presa di possesso della diocesi milanese da parte di Federigo Borro­meo, il 28 agosto 1595, i giovani barnabiti organizzarono un trattenimento in cui parlarono don Giulio Cavalcani, don Carlo Bossi e don Bartolomeo Gavanti, rispettivamente in latino, greco ed ebraico, tanta era la loro familiarità con que­ste lingue. Col tempo, i religiosi si specializzarono nell'insegnamento, aprendo le proprie scuole ad alunni esterni sia in Italia sia al­l'estero. A spingerli in questa direzione erano papi, vescovi, autorità locali e benefattori: nella sola Italia, fino al 1780, do­po le scuole Arcimboldi di Milano (1608), ne erano state aper­te altre a Udine, Foligno, Asti, Firenze, Pisa, Livorno, Ales­sandria, Lodi, Genova, Bergamo, Tortona, Torino, ancora Mi­lano (il collegio Longone e quello dei SS. Simone e Giuda), Aosta, Arpino e Bologna. E l'insegnamento si strutturò in un vero e proprio ciclo educativo nei seminari e nei convitti. Ul­timo gradino fu l'accesso all'insegnamento universitario. Di qui sorsero cultori di studi classici come Pietro Rosati (1834-1915), che si ricollega all'illustre tradizione dei padri Salvatore Corticelli (1690-1758), autore di una divulgatissi­ma grammatica della lingua italiana, e Onofrio Branda (1710-1776) noto per la polemica con il Panni. Storici della statura di Agostino Tornielli (1543-1622) che iniziò la pub­blicazione degli Annales ecclesiastici e bibliofili di fama co­me Giuseppe Boffito (1864-1944). Insigni archeologi tra cui Luigi Bruzza (1813-1883) e Umberto Fasola (1917-1989), l'egittologo Luigi Ungarelli (1779-1845) fondatore del Mu­seo egizio in Vaticano e l'assiriologo Luigi Cagni (1929-1998). Illustri scienziati quali Ambrogio Mazenta (1565-1635) architetto cui si deve la cattedrale di Bologna, Paolo Frisi (1728-1784) matematico e idraulico, Francesco Denza (1834-1894) fondatore della Specola vaticana, Timoteo Ber­telli (1826-1905) sismologo inventore del termometro che porta il suo nome. Ma anche filosofi come il cardinale Sigi­smondo Gerdil (1718-1802) autore dell 'Anti-Emilio, padre Domenico Bassi (1875-1940) pedagogista e il filosofo Vin­cenzo Cilento (1903-1980). Per non parlare di biblisti, teo­logi, moralisti, canonisti, liturgisti e studiosi di spiritualità, i cui nomi riempirebbero più pagine. E specialmente santi: valga per tutti l'Apostolo di Napoli, il carismatico e tauma­turgo Francesco Saverio Maria Bianchi (1743-1815), cano­nizzato da Pio XII nel 1951. L'attività missionaria, già iniziata nelle terre dei Grigioni e nel Bearno dove si era radicata la riforma protestante, eb­be uno sbocco imprevisto verso l'estremo Oriente nel Sette­cento, allorché Clemente XI affidò ad alcuni padri una deli­cata incombenza in Cina: mettere d'accordo domenicani, francescani e gesuiti che erano di pareri opposti circa 1' as­sunzione dei riti locali nella religione cristiana. Ma per ben due volte il tentativo falli soprattutto per l'ostilità dell'im­peratore cinese verso i nuovi arrivati. Con Benedetto XIV un gruppo di missionari barnabiti poté finalmente recarsi in Birmania dove, fra alterne vicende dovute a sconvolgimenti politici locali, imprevisti e disgrazie (tra cui un naufragio), svolsero una efficace azione apostolica e culturale, ma alla fine dovettero ritirarsi. Alcuni pagarono col sangue il loro eroismo: tra questi nell'agosto 1756 monsignor Paolo Neri­ni, che si era rifiutato di consegnare le donne rifugiate in chiesa. Gli stessi militari incaricati dell'esecuzione avevano cercato di salvarlo portando al re la testa di un altro prete portoghese. Scoperti, dovettero poi uccidere a colpi di lan­cia il barnabita. La missione in Birmania continuò fino al 1830, allorché il padre generale Giuseppe Peda restituì il mandato nelle mani di papa Pio VIII. Le Costituzioni stabilivano che i religiosi militassero nel­la Chiesa come "coadiutori dei vescovi", a condizione che non accettassero uffici, incarichi e dignità che esulassero da quelli propri dell'ordine: in altre parole, c'era incompatibi­lità tra l'abito religioso e le cariche ecclesiastiche. Padre Dossena aveva tracciato una linea precisa al riguardo: ac­cettare gli oneri, fuggire gli onori, lavorare nella Chiesa da barnabiti e solo da barnabiti. Per questo, si era opposto alla nomina episcopale di alcuni illustri confratelli. «Ma», com­menta padre Gentili, «né il Dossena, né i barnabiti che gli succedettero sfuggirono alla logica delle cose! Questa resi­stenza a oltranza verso le cariche rispecchiava un dato di fat­to: l'apprezzamento dei papi per le doti e le capacità dei bar­nabiti e insieme costituiva la garanzia migliore che gli uffi­ci a essi affidati fossero adempiuti senza terrene ambizioni o cupidigie, ma con zelo e spirito soprannaturale. Non aveva forse detto il cardinale Antonio Barberini, fratello di papa Urbano VIII, notificando al padre generale Agostino Galli­cio la nomina del Guérin, avvenuta con tanto di precetto, do­po due tentativi inutili: "È alle persone di questo merito che bisogna dare le cariche, non a coloro che brigano per otte­nerle"». Al papa, insomma, non si poteva dire di no. Dopo il Sau­li e il Bascapè, toccò proprio a padre Dossena la nomina di vescovo di Tortona. E nel 1695 Giacomo Antonio Morigia (1633-1708), designato arcivescovo di Firenze, fu anche il primo cardinale barnabita: Innocenzo XII lo aveva creato in pectore, cioè tenendolo segreto fino al 1699 allorché gli conferì solennemente la porpora. E col Morigia e il Gerdil occorre citare tra i porporati insigni dell'ordine Luigi Lam­bruschini (1776-1854) e Luigi Bilio (1826-1884): questi ul­timi due, in particolare, hanno legato il proprio nome alla preparazione e alla realizzazione di due grandi momenti del­la Chiesa nell'Ottocento, la proclamazione del dogma del­l'Immacolata Concezione (8 dicembre 1854) e la celebra­zione del concilio Vaticano 1 (1869-1870) durante il quale venne definito il dogma dell'infallibilità del papa quando parla ex cathedra.

 

I Tre Collegi oggi

Barnabiti e angeliche videro dischiudersi il secolo XX sotto i migliori auspici e a cavallo degli anni Cinquanta po­terono contare su due prestigiose guide: Idelfonso Clerici (1883-1970), padre generale dal 1937 al 1952 e Giovanna Francesca Brambini (1910-1971), madre generale dal 1946 al 1970. La tradizione educativa sul versante scolastico vanta in questo periodo prestigiosi collegi, cui si aggiunsero gli ester­nati, più rispondenti alle mutate esigenze pedagogiche, at­tente al legame con le famiglie di provenienza. Di non mi­nore importanza si è rivelato l'apostolato negli oratori, che avevano avuto in padre Fortunato Redolfi (1777-1850) un vero pioniere, al cui modello si era ispirato lo stesso san Giovanni Bosco. Per non parlare del seminario per i chieri­ci poveri eretto in diocesi di Milano da padre Luigi Villore­si (1814-1883) e che tra i suoi membri annovera un sacer­dote candidato all'onore degli altari, il venerabile Luigi Talamoni (1848-1926), fondatore delle suore Misericordine. In campo ecumenico si stagliano due religiosi di rilievo passati al cattolicesimo e divenuti barnabiti: il russo Agosti­no Suvalov (1804-1859) e il norvegese venerabile Carlo Schilling (1835-1907), entrambi legati al grande apostolo dell'unità cristiana padre Cesare Tondini (1839-1907). Il rinnovamento culturale, nel periodo caratterizzato dai fermenti del modernismo, trovò nel servo di Dio padre Gio­vanni Semeria (1867-1931) un esponente di prima grandez­za che ha lasciato una significativa impronta in campo apo­logetico e oratorio, per raggiungere le vette della più schiet­ta carità durante la grande guerra del '15-' 18. Insieme a quello di don Giovanni Minozzi, porta il suo nome la Fami­glia dei Discepoli fondata nel 1925 per accogliere gli orfani dell' immane conflitto. Segno della rinnovata vitalità degli istituti zaccariani fu la ripresa dell' attività missionaria in America Latina e in Afri­ca, in linea con il desiderio del fondatore che voleva fosse an­nunciata «la vivezza spirituale e lo spirito vivo dappertutto». Si venne inoltre ricostituendo il disegno originario dei Tre Collegi, dopo il tramonto dei coniugati e l'estinzione delle angeliche. Queste ultime, infatti, subirono il funesto con­traccolpo della Rivoluzione francese e, costrette a non ac­cettare novizie, si estinsero nel 1846 con la morte di Teresa Trotti Bentivoglio, che ebbe l'accortezza di consegnare a padre Spirito Corti preziosi documenti d'archivio. Coloro però che san Carlo Borromeo definiva "le pietre preziose" della sua mitria episcopale e che illustrarono per esemplarità di vita i loro monasteri, avrebbero conosciuto a partire dal 1879 una vera e propria rinascita secondo l'iniziale impo­stazione apostolica, soprattutto per opera della venerabile Flora Bracaval (1861-1935), le cui spoglie riposano presso la comunità delle angeliche di Arienzo (NA). Non diversa­mente il Terzo Collegio tornò alla ribalta con svariate ini­ziative tra cui in Francia il Terz' ordine barnabitico (1870) e in Italia la Lega di san Paolo (1919), fino a giungere alla fondazione del Movimento dei Laici di san Paolo (1986) che ha avuto il suo avvio con il motto: «O si è in tre o non si èse stessi». Né va taciuta 1' irradiazione del carisma zaccariano attra­verso l'istituzione di famiglie religiose a opera di barnabiti, come le Figlie della divina Provvidenza (1832), le suore del Preziosissimo Sangue (1876), le Piccole Operaie del Sacro Cuore (1935) e le Missionarie di santa Teresina in Brasile (1954) nate per iniziativa del servo di Dio monsignor Eliseo Coroli. A questi si aggiunga l'istituto secolare delle Disce­pole del Crocifisso (1958). Con l'avvento del concilio Vaticano Il, le famiglie zacca­nane sono entrate in un periodo nuovo, per certi aspetti an­cora inedito, della loro storia, periodo che comporta non so­lo il ritorno all'intuizione originaria (si tratta di quella "riforma" incessante della vita consacrata che è iscritta a let­tere d'oro nel magistero del nostro santo), ma la sua traspo­sizione nella moderna società, accogliendone il linguaggio, assecondandone le aspirazioni e vivendone anche le con­traddizioni. «Siamo nati come una sorta di reparto di élite a servizio della Chiesa impegnata nella gigantesca opera della riforma post-tridentina», afferma il padre generale Giovanni Villa intervistato da Vittorio Messori. «Una piccola brigata, ma di pronto intervento, spesso con compiti importanti e magari prestigiosi. Comunque una duttilità, una elasticità che pos­sono pure oggi essere preziose, in una Chiesa ancora una volta impegnata nella stagione postconciliare». Capitolo XVII

 

 

Capitolo XVII

Ininterrotta fama di santità

 

Erano in tanti a considerare santo Antonio Maria Zaccaria fin da vivo. Lo furono ancora di più dopo la sua morte. La chiesa di S. Paolo Converso, dove fino al 1566 si trovava so­pra terra esposta la salma alla pubblica venerazione, vedeva alternarsi continuamente i padri e le angeliche, ma anche gente comune che si raccomandava alla intercessione del servo di Dio, ottenendo grazie segnalate. Questa fama di santità era alimentata anche dalle testimonianze autorevoli di quanti avevano conosciuto lo Zaccaria o la sua opera: Pio V il Borromeo, Ignazio di Loyola, Francesco di Sales, Fi­lippo Neri - tutti successivamente canonizzati - dicevano ogni bene di lui e dei due confondatori, i quali nella icono­grafia già abbondante venivano indicati con l'aureola e il ti­tolo di beato. Ecco ad esempio che cosa si leggeva su una la­pide collocata sotto un ritratto dello Zaccaria esposto nella chiesa di S. Vincenzo, a Cremona: «Celebre per i miracoli, per la verginità, per il dono della profezia e per la capacità di espellere i demoni». E in un altro luogo della città cam­peggiava una lunga epigrafe in latino scolpita sopra una co­lonna, che riprendiamo nella traduzione italiana:

AD ANTONIO MARIA ZACCARIA Angelo in forma umana e uomo angelico Fondatore dei Cherici Regolari di San Paolo Delle Vergini Angeliche E di pie Società Distruttore dei vizi, cultore della castità Restauratore del culto divino Zelatore fervente della salute delle anime Seminatore della divina Parola Fedelissimo imitatore di san Paolo Operaio indefesso nella vigna del Signore Costante avversario del mondo e della carne Nemici suoi Vincitore dei demoni Per la sua carità, fiamma ardentissima dell'eterno Spirito Già cittadino del Cielo dove ora dimora La città di Cremona Che protegge e nutre i suoi figli Piena di ammirazione per il suo concittadino Divenuto concittadino degli angeli In segno di lieto animo Per le eroiche gesta di lui Sempre nei tempi futuri si rallegra riconoscente.

In queste parole c'è la sintesi della vita e dell'opera di An­tonio Maria. Al diffondersi del culto popolare e della fama di santità non corrispose subito però da parte dei barnabiti la preoccupazione di avviare il processo di canonizzazione. Tra il 1620 e il 1621, il padre generale Mazenta dispose l'apertura della tomba e a sorpresa la salma di Antonio Ma­ria fu ritrovata intatta. Poiché nessuna delle angeliche era presente alla ricognizione, alcune di esse qualche tempo do­po vollero disseppellire di notte la bara, con l'aiuto del con­tadino che curava il loro orto. Sennonché, mentre stavano scavando, si scatenò un violentissimo uragano che fu subito interpretato come un invito del cielo a rinunciare all'impresa. A dare uno stop inatteso alla venerazione dei tre beati confondatori sopravvenne nel 1625 un breve di Urbano VIII col quale si proibiva ogni culto pubblico a defunti che non fossero stati ufficialmente beatificati o canonizzati dal papa. Si poteva derogare a tale divieto solo per consenso unanime della Chiesa, o per indulto speciale del pontefice o per decreto della Congregazione dei Riti, o nel caso che il defunto godesse del culto pubblico da oltre cento anni senza alcuna opposizione da parte della Santa Sede. Purtroppo, dalla mor­te dello Zaccaria erano trascorsi soltanto 95 anni. Bisognò dunque avviare un regolare processo di beàtificazione, ma proprio quando si stava per dare il via alla causa, nel 1630, ecco riesplodere il flagello della peste che fece strage anche tra i barnabiti (oltre cento morti). Intanto però, dal cielo An­tonio Maria lanciava dei segnali incoraggianti. Gli storici raccontano che nel 1643, nel monastero delle angeliche una conversa, tale Dorotea Antoniola, si fermava spesso a pre­gare davanti a una immagine dello Zaccaria appesa all'uscio che immetteva nel vestibolo presso il quale era sepolto il fondatore: l'immagine recava davanti al nome di Antonio Maria la lettera "B" (beato). Una consorella, tale Ippolita Maria, in ossequio alle nuove disposizioni papali, cancellò la lettera. Ma il giorno dopo, questa riapparve. L'Ippolita, credendo che alla vecchia immagine ne fosse stata sostituita una nuova, cancellò nuovamente la "B", che però riapparve regolarmente. E così per diverse volte, finché l'ostinata con­sorella si convinse che non si trattava di uno scherzo. Nel 1664 la vicenda si tinse addirittura di giallo: le ange­liche, nonostante il divieto di Roma e del superiore dei bar­nabiti, col consenso orale dell'arcivescovo cercarono nuo­vamente di riesumare il corpo dello Zaccaria. Ma nessuna di loro ormai ricordava più con esattezza il luogo preciso della sepoltura: la si sapeva collocata davanti all'ingresso del ve­stibolo che dava sul sepolcreto della comunità. Ma lì di por­te ce n'erano due e le angeliche scavarono nel punto sba­gliato: raccolte le ossa in una cassetta, la collocarono in una nicchia accanto al luogo dove erano state ritrovate. Molti credettero al ritrovamento delle reliquie autentiche e comin­ciarono a venerarle segretamente. La soluzione del giallo emergerà soltanto nel 1890! Il culto, intanto, continuava a livello popolare nonostante tutto. In una sala della casa di Crema, dove i barnabiti erano presenti dal 1661, davanti a un quadro raffigurante Antonio Maria era un continuo accorrere di fedeli provenienti anche da Milano, Lodi, Monza, Verona, Venezia e persino dal Ti­rolo, attratti dalle notizie di prodigiose guarigioni ottenu­te per sua intercessione. La sala si trasformò col tempo in un vero e proprio santuario. E fu qui che il 16 luglio 1747 avvenne il famoso "miracolo del giglio". Padre Faustino Premoli, instancabile promotore del culto del fondatore, si apprestava a dare la benedizione a un gruppo di devoti, quand'ecco l'immagine dello Zaccaria che teneva fra le ma­ni un giglio si accese di luce intensissima animandosi e, mentre il fiore si reclinava sulla sinistra, Antonio Maria alzò la destra per benedire gli astanti. Quel quadro, opera di Tom­maso Picenardi, si trova ora esposto alla venerazione dei fe­deli nella chiesa milanese di S. Barnaba. Sei mesi prima, papa Benedetto XIV aveva deciso che nelle cause di beatificazione erano sufficienti le prove indi­rette, purché perfette nel loro genere; e questo spinse molti a chiedere alla Santa Sede il condono dei cinque anni man­canti per raggiungere i cento che avrebbero ipso facto auto­rizzato il culto del beato. Ma i barnabiti preferirono seguire le vie normali e soltanto nel 1801 il capitolo generale deci­se l'introduzione della causa. L'imponente massa di testi­monianze raccolte, superato l'esame della Congregazione dei Riti, consentì l'avvio del processo il 20 settembre 1806. Il 18 giugno 1833 alla presenza di Gregorio XVI si tenne la congregazione generale per la dichiarazione dell'eroicità delle virtù, il cui verdetto risultò largamente positivo (su 33 membri solo tre furono negativi). Sennonché il papa, che pure si era scelto come segretario di Stato il barnabita cardi­nale Lambruschini, volle soprassedere alla pubblicazione del decreto, rimettendola a tempi più tranquilli. A motivare simile inusitata presa di posizione fu il parere fortemente critico fatto pervenire da uno dei consultori al Pontefice. Questi, in data 29 settembre 1835, sottoscrisse un documen­to, recentemente portato alla luce da padre Sergio Pagano, prefetto dell'Archivio segreto vaticano, nel quale si richia­mava il legame intercorso tra lo Zaccaria e fra Battista, il cui insegnamento era stato ritenuto inficiato di quietismo, non­ché il rapporto di direzione spirituale praticata da Antonio Maria nei confronti di Paola Antonia Negri, caduta in di­sgrazia dopo la morte del santo. Riconoscere pertanto le virtù eroiche del fondatore era - così pensò il papa - come offrire un ulteriore pretesto alla campagna denigratoria in at­to verso la Chiesa che sembrava smentire se stessa e quindi contraddire il proprio magistero. Di qui la consegna dello spinoso dossier al suo successore, convinto che «la pubbli­cazione del decreto sulle virtù del venerabile Zaccaria (...) in altri tempi più propizi e più tranquilli potrà farsi con van­taggio della Chiesa». Morto dieci anni dopo Gregorio XVI (1846), il suo suc­cessore Pio IX, mentre si trovava esule a Gaeta, il 2 febbraio 1849 promulgò l'atteso decreto alla presenza del re e della regina di Napoli insieme ad alcuni cardinali.

 

Tre miracoli

Per dichiarare beato o santo un servo di Dio, la Chiesa chiede una specie di "prova del nove" della sua capacità di intercessione presso Dio, cioè un miracolo, generalmente una guarigione istantanea e duratura non spiegabile in base alle nostre cognizioni scientifiche. Vi raccontiamo i tre epi­sodi - verificatisi tra il 1873 e il 1876 - che risultarono de­cisivi per la canonizzazione dello Zaccaria. I primi due riguardano persone della stessa famiglia: Pao­la e Francesco Aloni, di Cremona. La ragazza, sui quindici anni era stata colpita da una malattia qualificata dai medici di allora di natura reumatica e nervosa, che le procurava do­lori fortissimi ai reni, alle spalle e alla testa. Ricoverata in ospedale per circa tre anni, ne uscì come ne era entrata. Le sue condizioni peggiorarono nel 1856 allorché sopraggiun­se un tumore maligno alla gola a cui, dopo essere stata ope­rata, ne seguì un altro sotto l'ascella. Venne dimessa senza speranza e obbligata a letto fino al 1873 allorché, ridotta or­mai a uno scheletro, le furono amministrati gli ultimi sacra­menti. Per i medici era spacciata da tempo. Il parroco, insie­me al Viatico, le portò un' immagine e una reliquia dello Zaccaria, esortando tutti a iniziare una novena di preghiera. Alla conclusione di questa, il 25 maggio, verso le ore 16 la ragazza si rianima, riprende le forze, abbandona il letto, chiede qualcosa da mangiare e si reca addirittura in chiesa a ringraziare il Signore. E pensare che soltanto poche ore pri­ma, quelli che l'assistevano avevano avvicinato alle sue lab­bra una candela accesa per vedere se respirava ancora! I me­dici attoniti confermeranno poco dopo la guarigione com­pleta, duratura e inspiegabile dal punto di vista clinico. Il fratello Francesco, di dodici anni più grande, lavorava come fabbro ferraio nonostante godesse di poca salute (sof­friva fin da piccolo di disturbi alla vista e di frequenti in­fiammazioni). Cadendo da cavallo, si era fratturato la gam­ba destra, ritrovandosi inabile al lavoro. Col tempo, l'arto cominciò a gonfiarsi e a riempirsi di piaghe degenerate poi in tumore irreversibile. Ricoverato nel 1876 all'ospedale dei Fatebenefratelli, dopo due mesi ne fu dimesso senza alcuna speranza di guarigione. La sorella, che tre anni prima era stata miracolata, tracciò un segno di croce sulla gamba ma­lata con la reliquia dello Zaccaria, dicendo: «Per interces­sione del Venerabile Antonio Maria, Iddio ti guarisca da questo male». Poi insieme al fratello cominciò una novena pregando con fede. Al nono giorno, esattamente il 23 otto­bre, l'improvvisa guarigione. Tolte le fasciature dalla gam­ba, questa apparve completamente sana, tanto che Francesco poté tornare senza problemi al suo lavoro. Il terzo segno prodigioso si verificò a Castagnolo Minore, a pochi chilometri da Bologna, protagonista Vincenzo Za­notti, un contadino che fin da giovane soffriva di "sangue guasto" (allora si chiamava così), cioè di varici alla gamba sinistra che col tempo provocarono dolorose piaghe, alcune profonde fino all'osso. Per una quarantina d'anni, il pove­retto cercò rimedio in farmaci che, pur alleviando un po' il dolore, non cambiavano la situazione. Un giorno, egli in­contrò un suo amico cantoniere della ferrovia, Prospero Bianchi, devoto del "beato Antonio Maria" (così lui lo chia­mava). Costui gli diede da leggere un profilo biografico del­lo Zaccaria e gli mostrò una reliquia, esortandolo a fare una novena. Il poveretto cominciò la sera stessa a pregare e man mano che passavano i giorni, le sue condizioni miglioravano. Prima di scoprire la parte piagata su cui aveva applicato la reliquia, volle aggiungere per sicurezza un triduo di pre­ghiere e, al termine, la ferita era scomparsa. Lo Zanotti ri­prese a camminare speditamente senza alcun dolore. Anche stavolta il "dottor" Zaccaria aveva dimostrato di essere un ottimo medico. Davanti a episodi del genere, non fu difficile convincere Leone XIII che sarebbe stato giusto reintegrare ufficialmen­4e il culto al beato: il che egli fece con atto solenne il 3 gen­naio 1890, anche sulla base di un prezioso lavoro di docu­mentazione svolto in precedenza da padre Giuseppe Gran­niello, che sarebbe stato poi insignito della porpora. A que­sto punto, arrivò la soluzione del "giallo" della tomba dello Zaccaria: mentre si discuteva sulla validità dei tre miracoli in vista della canonizzazione, fu deciso l'esame dei resti mortali del beato e il 20 giugno 1890, alla presenza dei de­legati dell'arcivescovo e di due noti medici milanesi, si aprì la famosa cassetta che, nel frattempo, era stata trasportata a S. Barnaba. E con amara sorpresa, gli esperti - tra cui il ce­lebre osteologo professor Bercigli dell'Istituto superiore di Firenze - stabilirono che quei resti non potevano appartene­re allo Zaccaria. Si ipotizzò allora che a suo tempo si fosse scavato nel punto sbagliato, il che però creava un problema in più dal momento che il cimitero delle angeliche era stato espurgato in seguito alla soppressione del monastero decisa da Napoleone nel 1810. Circa un anno dopo, tuttavia, dopo aver consultato i documenti dell'archivio delle angeliche, si individuò il punto in cui si trovava l'altra porta del vestibo­lo e finalmente, l'8 maggio 1891, allo scavo apparve uno scheletro lungo dalla testa al femore (il resto era andato per­duto). Il Bercigli stavolta sentenziò che quei resti appartene­vano a un uomo morto sui quarant' anni. Ulteriori indagini confermarono l'autenticità del reperto e pochi giorni dopo, il 13 maggio, Leone XIII autorizzava la ripresa del processo di canonizzazione.

 

 

Capitolo XVIII

Solenne canonizzazione

 

Tra il dicembre 1895 e il gennaio 1897 furono discussi e approvati i tre miracoli. Il 14 febbraio, in occasione della lettura del decreto di approvazione, il papa ricevette in udienza il padre generale, Benedetto Nisser, con cinque altri padri e cinque studenti. Pochi mesi dopo, esattamente il 27 maggio, nella basilica di S. Pietro il papa dichiarava santo il fondatore dei barnabiti e delle angeliche insieme al beato Pietro Fourier (1565-1640), istitutore delle Canonichesse di sant'Agostino della Congregazione di Notre Dame e rifor­matore dei Canonici Regolari Lateranensi. La bolla di cano­nizzazione Dilectus Domini, recante le firme del pontefice e di 23 cardinali, un numero molto alto per quei tempi, fissa­va per la cerimonia la data del 27 maggio, festività liturgica dell'Ascensione di Gesù, «autore della umana salvezza, gio­ia dei cuori, artefice del mondo redento, vincitore per nobi­le trionfo, che siede alla destra del Padre». La celebrazione nella basilica vaticana rappresentava non solo un evento eccezionale ma anche una novità, in quanto le uniche altre due precedenti canonizzazioni compiute da Leone XIII erano state da lui presiedute nell'aula detta del­le Benedizioni, rispettivamente l'8 dicembre 1881 per Gio­vanni Battista de Rossi (Genova, 1698-1764), Lorenzo Rus­so (Brindisi, 1559-1619), Benedetto Giuseppe Labre (Amet­tes, 1748-1783) e Chiara della Croce (Montefalco, 1268-1308), e il 15 gennaio 1888 per i sette fondatori dell'ordine dei servi di Maria. Questi i termini con cui la bolla pontifi­cia spiega la decisione: «Per soddisfare al massimo i desi­deri dei fedeli, nonché per accrescere la maestà del rito, è sembrato bene che la celebrazione avvenga nel tempio più grande di tutto il mondo, secondo un antichissimo costume, che la tristezza dei tempi e la luttuosissima prigionia del Vi­cario di Cristo avevano costretto a interrompere. Poiché in­fatti per imperscrutabile giudizio di Dio questa prigionia du­ra ancora, abbiamo ritenuto non inopportuno che i fedeli moltiplichino preghiere ancora più ferventi davanti al sepol­cro dei santi Apostoli, perché finalmente Dio si degni di convertire o di umiliare i nemici della santa Chiesa». Si era nel pieno della Questione Romana e il pontefice colse l'occasione per riaffermare davanti al mondo il diritto alla sovranità anche temporale della Santa Sede. La bolla, infatti, oltre a fornire indicazioni sull' inserimento della festa di sant'Antonio Maria nel Martirologio al giorno 5 luglio, invitava i cristiani a lottare per la vera libertà e dignità della nostra anima, per Cristo e per i diritti della Chiesa: «Dovun­que contro questi santissimi e augustissimi nomi e realtà si muove una guerra atrocissima: in Italia poi in modo più te­tro e più indegno, in Italia dove Cristo pose la sede princi­pale del suo Regno, che uomini sacrileghi così si gloriano di aver sminuito da celebrare una scelleratezza nefanda con so­lenne civile rito, quasi fossero dei grandi della patria, anzi orgoglio del genere umano, e non si vergognano di perpe­tuarla avendo innalzato un enorme monumento nei pressi della croce distrutta. Dio ottimo e sommo ci assista e, per in­tercessione di sant'Antonio Maria, sia propizio alla nostra causa: favorisca le vostre iniziative, nobilissimi italiani, che per Cristo e la Chiesa combattete strenuamente né, trascina­ti dall' errore degli sciocchi, vi siete lasciati smuovere dalla vostra fermezza». Linguaggio duro e di estrema chiarezza, che suonava come un invito a dimostrare in quella occasio­ne la propria fedeltà alla Chiesa. E imponente fu la dimostrazione dei fedeli. «La Civiltà cattolica», il prestigioso quindicinale dei gesuiti, nella rubri­ca "Cronaca contemporanea", dedicò ben sei pagine al so­lenne rito, sottolineando come in S. Pietro (e a porte chiuse, per il persistere del nodo irrisolto con lo stato italiano) assistevano una trentina di cardinali, oltre 240 tra patriarchi, arci­vescovi, vescovi e abati ordinari, mentre in città erano arriva-ti oltre sessantamila pellegrini da ogni parte d'Europa. Da Mi­lano erano oltre un migliaio, guidati dall'arcivescovo, il bea­to cardinale Andrea Carlo Ferrari (1850-192 1) e da parecchi vescovi lombardi. All'interno del tempio, precisamente sopra la porta maggiore, sopra la statua di sant' Elena e sopra quel­la di sant'Andrea, si trovavano gli stendardi che riportavano le scene dei tre miracoli approvati per la canonizzazione. Per l'occasione, la Cappella Sistina diretta dal maestro Domenico Mustafà eseguì la Missa papae Marcelli di Pale­strina e all'offertorio il mottetto Cantate Domino dello stes­so direttore. Secondo il cronista di «Civiltà cattolica», si trattò di un'esecuzione splendida «come forse non si ebbe mai a sentire sotto l'immensa cupola di Michelangelo. (…) Dall'alto della cupola le voci di centosettanta giovinetti ri­spondevano angelicamente al robusto coro della basilica».

 

Drappi per 8 km e 1570 lumi

Dopo la proclamazione dei due nuovi santi, tutte le cam­pane delle chiese romane suonarono a festa per un'ora. Sol­tanto a partire dal pomeriggio, la basilica vaticana venne aperta ai fedeli che non avevano potuto assistere alla ceri­monia, mentre alla sera il colonnato del Bernini e la faccia­ta di S. Pietro furono illuminati con lanternini e fiaccole di bellissimo effetto. Si pensi che gli addobbi della basilica, progettati dall'architetto della Fabbrica di S. Pietro, profes­sor Andrea Busiri, costarono 240.000 lire, pari a circa 280 milioni di oggi. All' esterno erano state collocate delle iscri­zioni sulle tre porte della basilica, mentre sul cornicione del­la porta maggiore campeggiava la Gloria dipinta da Salva­tore Nobili, direttore dello Studio del Mosaico Vaticano. All'interno si notavano i grandiosi archi dell'abside e della na­ve crociera alti 44 metri. Dalle grandi arcate pendevano pa­rati di colore rosso tempestati di stelle con tocchi d'oro e frange all'estremità. Anche le finestre e le logge erano state parate in rosso e oro, così come i grandi pilastri, mentre le fasce dei cornicioni erano ricoperte di damasco. Insomma, furono impiegati drappi per una lunghezza complessiva di circa 8 chilometri! Nell'abside si ergeva il trono papale con la sua maestosa edicola alta 12 metri sormontata nel fornice da due colossali statue di san Pietro e san Paolo. In fondo al­la chiesa, alto li metri, spiccava lo stemma papale tra i due medaglioni coi ritratti dei due santi. E che dire dell'illuminazione? Alle arcate erano appesi 23 lampadari con circa 250 candele, e ai bracci della crociera altri due enormi lampadari del peso di due tonnellate con 450 candele ognuno e un diametro di 10 metri. Infine, lun­go il cornicione della navata maggiore erano stati collocati altri 2570 lumi. Immaginate le acrobazie che dovettero fare gli accenditori (ben 350) quel giorno. Non mancavano le mi­sure di sicurezza e i servizi indispensabili per la durata del­la cerimonia: gabinetti per il papa (dietro al trono pontifi­cio), con due stazioni sanitarie di pronto intervento e altre quattro distribuite nel resto della basilica. Una sessantina di pompieri vigilavano per evitare il rischio di incendio. Per questo enorme lavoro si era dovuta chiudere la basilica per cinque giorni, dal 22 maggio alla mattina del 27. Quell'evento ebbe un grande impatto sulla popolazione, per la straordinaria partecipazione di folla e di prelati: era dal concilio Vaticano I che non si vedeva nulla di simile a Roma. Re Umberto I - notava ancora «La Civiltà cattolica» - «ha salvato la sua dignità ritirandosi per quei giorni a Mi­lano, assistendo alle corse a S. Siro. Quanto alla capitale del regno, così la descrive un liberale alla vigilia della canoniz­zazione: "Un forestiere che arrivi nella città eterna in questi giorni, deve proprio fare sforzi di osservazione per persua­dersi che questa è la capitale di un regno che fa la grande na­zione, che vi è un Governo, un Parlamento, una monarchia, dei ministeri, una parte della popolazione che vive per dato e fatto dell'essere Roma la capitale d'Italia. La città intiera è in ansiosa attesa della straordinaria e non mai più veduta funzione, che si celebrerà domani in S. Pietro in Vaticano, il maggior tempio della cristianità. Non si par4a d'altro e non si vuol sentire a parlare d'altro. Si calcola che siano già giunti 60.000 forestieri e altri ancora ne devono arrivare. Si sentono parlare tutte le lingue sui marciapiedi di Roma, e tutte le lingue parlano della funzione"». La giornata di quel 27 maggio ebbe ripercussioni notevo­li anche sul piano politico: era in atto nel Paese un vivace risveglio dei cattolici che attraverso l'Opera dei Congressi, i comitati diocesani, le associazioni, i circoli e le casse di mu­tuo soccorso avrebbe contribuito alla crisi dello Stato libe­rale. Ha scritto Giovanni Spadolini che la migliore prova di forza nei confronti della massoneria italiana «si ebbe nelle grandi feste della primavera '97, a Roma, per la canonizza­zione di Antonio Maria Zaccaria e di Pietro Fourier (superba rassegna di forze che impressionò lo stesso Giovanni Bovio e gli ispirò le famose parole sull'onnipotenza del papa). (…) L'uomo pensa, non prega: rispondeva con la sua elo­quenza Giovanni Bovio all'interpelianza Momenti, che ave­va sottolineato la funzione sociale, della preghiera; ma gli episodi di quei mesi contraddicevano sempre più aperta­mente i "dogmi" del filosofo della democrazia, col grande afflusso dei credenti ai pellegrinaggi e alle feste religiose, con lo splendido successo delle celebrazioni ambrosiane a Milano, con lo straordinario concorrere di fedeli di tutto il mondo alla Basilica vaticana per la canonizzazione di Anto­nio Maria Zaccaria e di Pietro Fourier. (…) Le Chiese si ria­nimavano, e non soltanto di fedeli in atto di preghiera, ma pure di cattolici in schieramento di battaglia, riuniti li, nei templi, per sostenere le loro tesi, per combattere le loro bat­taglie, per denunciare i loro nemici: secondo una tradizione che "La Civiltà cattolica" ricollegava direttamente alle consuetudini del Medioevo, all'epoca gloriosa dei Comuni. (…) Lo stesso Bovio era costretto a riconoscere, in occasione delle feste di canonizzazione del maggio '97, che il papa aveva dimostrato praticamente la sua onnipotenza». Siccome Roma è pur sempre la città di Pasquino (retta al­l'epoca da un «Governo circonciso», e cioè composto da ebrei), non mancò neppure quel giorno un garbato sonetto di tale Alfredo Posta, che lo pubblicò sul giornale «Vera Ro­ma» del 23 maggio 1897.

A LI SANTI ZACCARIA E FOURIER O Santi novi, Santi benedetti che ve ne state su ner Paradiso, e ve gustate già quer ber soriso de la Madonna in mezzo a l'angeletti; Guardate giù a nojantri poveretti, o Santi, ma guardatece sur viso, si nun paremo tanti tisichetti pe' corpa d'un Governo circonciso! Adesso ch' er Pontefice Leone ve fa un sacco de feste ar Vaticano, pensate puro un po' pe' sta Nazione. Pregate in Cielo co' li Sommi Padri Dio benedetto, che ce dia 'na mano, p'avè la forza de caccià 'sti ladri!

 

Una sfida da raccogliere

Ci siamo volutamente dilungati su questi particolari per­ché non sono privi di attualità, anche se il clima dei rappor­ti Stato-Chiesa non è quello di allora. Oggi la Chiesa non è più soggetta ad attacchi frontali, come all'epoca del Risor­gimento; ma si sta diffondendo un po' dovunque, di pari pas­so con il processo di secolarizzazione, quella "tiepidezza" che è nemica mortale della fede, certamente più pericolosa di una persecuzione aperta. Come affermava Antonio Maria, «gli uomini moderni sembrano fatti apposta per allontanare l'uomo da Dio». C'è un gran bisogno, oggi come ai tempi del santo, di "incendiari" di Dio che sappiano infiammare di quel suo fuoco le coscienze dei fedeli, suscitando testimo­nianze coraggiose e dirompenti come la sua e quelle dei suoi primi seguaci. Ha notato giustamente il cardinale Martini, parlando ai giovani nel duomo di Milano il 25 gennaio 1997 in occasione del centenario della canonizzazione di Antonio Maria: «Diceva il santo: "Quanto più la creatura è eccellen­te e nobile, tanto maggior obbligo ha di rendere a Dio il maggiore frutto" dei propri talenti. E lo diceva a ragazzi e a giovani, lo diceva anche alle persone sposate, al gruppo di coniugi appartenenti ai laici da lui istituiti: Vorrei e deside­ro, e voi se volete ne siete capaci, che diventiate gran santi, purché vogliate accrescere e restituire belle al Crocifisso che ve le ha donate, le doti e le grazie da lui ricevute". I santi, dunque, sono nella storia e ancora oggi promotori di santità. Essi considerano lo spirito il talento più prezioso e ci invita­no a coltivarlo. (…) La chiamata alla santità della vita è uni­versale. Sant'Antonio Maria Zaccaria vuole, ancor oggi, portare attraverso di voi la vivacità spirituale, la riforma nel­la vita della Chiesa e del mondo, delle famiglie. (…) La sfi­da lanciata da sant'Antonio Maria Zaccaria e accolta dai suoi contenporanei si ripropone ora a tutti noi. Si ripropone a voi ragazzi e giovani in particolare perché il futuro è nelle vostre mani. La sapremo accogliere questa sfida? L'esempio e l'insegnamento che ci ha lasciato il santo ci spinge a dire il nostro si... ci invita a dire il nostro si col cuore aperto e fi­ducioso».

 

 

 

 

 

ANTONIO CI PARLA…

 

Dagli Scritti del santo abbiamo scelto alcuni pensieri che, per l'originalità e lo stile tipico che li caratterizzano, oltre a illumina­re ulteriormente la fisionomia spirituale del personaggio, stimola­no il lettore a una riflessione sul senso della vita. (I testi originali hanno subito piccoli ritocchi per renderli più comprensibili).

 

Non vi ho scritto parola alcuna che non abbia in sé un non so che. Il che, se lo ritroverete, penso che vi sarà utilissimo e di gran guadagno; e se lo metterete in pratica, insieme con il libro della dolce memoria della croce di Cristo [il vange­lo], vi condurrà a perfezione grande, 84 (1.11.09)

Quello che vi ho scritto, dovete leggerlo con i fatti e non con la bocca solo; che certo vi prometto che diventerete un altro da quello che siete, e quale vi bisogna essere, 43 (1.03.12)

Gli uomini moderni sembrano fatti apposta per allontana­re l'uomo da Dio, 39 (1.03.05)

Dio ha fatto il tutto per l'uomo, e l'uomo per Dio, 193 (2.06.08)

Dio si fa tuo amante, e figlio, e padre e madre insieme. Egli ti cerca, ti chiama e di continuo ti invita. Oh, infelici quelli che l'abbandonano, e beati quelli che stanno nell'a­bisso di quella dolcezza eterna!, 125 (2.02.05)

La bontà di Dio non guarda alla malizia nostra, 190 (2.06.03)

L'odio delle cose temporali nasce dall'amore di quelle ce­lesti... E’ necessario che l'uomo vada per l'odio di tutte le creature e di ogni cosa all'amore di Dio, 159 (2.04.14); 195 (2.06.11)

Stimandomi debitore di tutti, a tutti mi sottometterò, e mi umilierò, e mi concorderò con ognuno, affinché Dio per la sua bontà mi accenda il cuore: Dio che è solito abitare nei luoghi bassi e quieti, 175 (2.04.37)

Quanto allegri si trovano i buoni, trovandosi privi dell' af­fetto del tutto, perché così non potranno essere separati dal­l'infinito gaudio di Dio, e avendo perso il tutto hanno il tut­to, 160 (2.04.15)

Dio non ha abbandonato tutto per te? Che ha potuto fare che non abbia fatto? E tu vorresti servirlo, amarlo, onorarlo limitatamente, e non di più?, 203 (2.06.23)

Per mezzo della Madre vergine intatta, la nostra Madon­na, la vergine Maria, Dio volle liberare il mondo, 164 (2.04.21)

La potenza divina ha fatto la Vergine partorire e Dio mo­rire, 101(2.01.01)

Oh, bontà grande; oh, inestimabile carità! Dio farsi uomo! E perché? Per ricondurre l'uomo a Dio, per insegnargli la strada, per dargli lume, 192 (2.06.06)

Avendoti dato il Figlio suo, come vuoi che con esso non ti abbia dato e darà ogni cosa?, 105 (2.01.12)

Il nostro Salvatore si pose stabilmente contro l'irresolu­zione, con l'obbedienza fino alla morte, e corse, per non es­sere negligente, all'obbrobrio della croce, 35 (1.02.14)

Sei tu discepolo di Cristo? Porta la croce, macera il corpo in fame e fatiche, vigila all'orazione, spendi il tempo tuo in aiuto al prossimo, inchiodati alla santa obbedienza e mai non ti allontanare da essa, 119 (2.01.35)

Quando capita una cosa improvvisa che richiede provvi­sione, eleviamo la mente a Dio, pregandolo di ispirarci quel­lo che dobbiamo fare; e seguendo l'istinto dello Spirito non falleremo, 33 (1.02.09)

Seguendo l'istinto dello Spirito non sbaglieremo, perché lo Spirito santo subito perviene al fondo delle cose e non sta sopra la superficie, 32 (1.02.06)

Lo Spirito ti fa sempre ricordare di Dio, anche se tu dor­mi, perché mentre dormi il cuore tuo vigila, 126 (2.02.07)

Tu puoi senza bugia chiamarti un dio in terra, 127 (2.02.08)

È tanta l'eccellenza del libero arbitrio, mediante la grazia di Dio, che l'uomo può diventare e demonio e dio, secondo che gli pare, 183 (2.05.15)

È in tuo potere eleggerti il male e il bene; anzi, di più: in tuo potere è collocato di fare che il male ti sia utile e profi­cuo, 185 (2.05.16)

Il vostro maggior nemico è intimo a voi e siete voi stessi; pertanto finché temerete altre cose ma non temerete voi stes­si, non giungerete a perfezione grande, 262 (3.12.29)

Tu sei tenuto a onorare ogni uomo, perché ogni uomo, quanto all' origine e generazione sua e per essere di una me­desima specie, deve essere amato, 173 (2.04.34)

Abbraccia di farti quello che non sei, 288 (3.18.02)

Più la morte vi aspetta e vi sta a lato, e più molti di voi non pensano che presto, presto avranno ordine di partirsi, e Dio sa come si ritroveranno! E peggio sarà per coloro a cui èconcesso tempo, perché quello che ti è concesso a miseri­cordia e penitenza, tu lo destini al peccato, provocando l'ira e la vendetta di Dio sopra dite, 121(2.01.37)

Dio ci ha dato una legge di amore, non di paura; di libertà di spirito, non di servitù; e una legge insita nei nostri cuori e che ogni uomo può sapere da sé. Non c e più bisogno che tu interroghi il prossimo: interroga il tuo cuore e lui ti ri­sponderà, 104 (2.01.10)

Dio comincia dall'alto e viene al basso; ma l'uomo, vo­lendo ascendere, comincia dal basso e va all'alto: cioè l'uo­mo lascia prima l'esteriore ed entra nel suo interiore, e da quello va alla cognizione di Dio, 130 (2.02.15)

Sarebbe una gran cecità, se tu non riconoscessi di essere fatto per questo: per camminare a Dio, 193 (2.06.08)

La vita spirituale è un cibo che chi ne mangia, ancora lo desidera; ed è un bere che chi l'ha gustato, ancora ne vor­rebbe. Chi non lo gusta non l'intende, 126 (2.02.06)

Nella via di Dio, il non andare avanti e lo star fermi è un ritornare indietro, 203 (2.06.23)

Che giova incominciare bene e non finire bene? Questo non è altro che affaticarsi invano, 291(3.18.10)

Fuggi di pensare che ti basti mai quello che avrai comin­ciato, 295 (3.18.21)

L'uomo irrisoluto sempre è inquieto, e mai si può conten­tare anche nei gran contenti; si rattrista faéilmente e si adi­ra; e ricerca facilmente le sue consolazioni, 32 (1.02.05)

Concludi dunque e di': Io voglio vivere spiritualmente. Io voglio diventare un medesimo spirito con Dio. Io voglio che la mia cittadinanza sia in cielo. Io voglio avere Dio sempre nel cuore, 135 (2.02.26)

L'uomo interiore non ha minor bisogno del cibo spiritua­le, che l'uomo esteriore del pane materiale, 263 (3.12.31)

I libri, bene intesi e con le mani operati, ci potranno con­durre alla perfezione. Sappiate tutti che è meglio leggere po­co e questo masticarlo bene, che non stracorrere e vedere molte cose e più autori, perché questo è piuttosto un pasce-re la curiosità, che studiare, 240 (3.08.03-4)

Che ti vale persuadere gli altri a vincere le passioni, se tu non vinci le tue? Che ti vale predicare la perfezione a paro­le, e poi fare l'ipocrita e distruggerla con i fatti?, 153 (2.04.03)

Il non rinnegarsi, ma andare dietro alle proprie voglie, ci nutrirebbe a morte, perché le nostre voglie sono di carne, 73 (1.09.13)

Ardirei di dire che la virtù senza contrarietà è di nessuno o di piccolo valore; ma quanto più grandi ha le contrarietà, tanto più diventa preziosa, 290 (3.18.07)

Vorrei che aveste l'occhio vostro a fare ogni dì qualcosa di più e scemare ogni dì qualche sensualità anche se vi fos­se concessa; e questo per amore di voler crescere in virtù e diminuire le imperfezioni e fuggire il pericolo di cadere in tiepidezza, 82-83 (1.11.05)

Non pensate di introdurre in altri le virtù, se voi ne sarete privi: come volete che uno possa operare oltre le sue forze?, 254-255 (3.12.06)

Mai sarà stabilita nei vostri cuori l'umiltà, madre e custo­de delle virtù, fintantoché per lungo tempo, con grande af­fetto e con acuto desiderio non abbiate avuto a grato tutte le persecuzioni, irrisioni e umiliazioni, 258 (3.12.18)

L'umile è accompagnato dalla compassione e dalla tolle­ranza dei difetti altrui, 291(3.18.13)

Non vi è maggior superbia del giudizio; e non v'è cosa per la quale Dio più abbandoni l'uomo, che per il giudizio. Per ogni passo della Scrittura, Dio grida che non giudichiamo gli altri, bensì noi stessi, 112 (2.01.23)

Non giudicate nessuno in nessun modo, perché questo sa­rebbe un usurpare l'ufficio di Dio. Altrimenti facendo non potrete mai pervenire alla semplicità, e neanche svuotare la mente da fantasie, 261(3.12.26)

La gola è un vizio necessariamente accompagnato da mol­te altre cose, le quali noi abbiamo in orrore e fastidio, 238 (3.07.06)

Il demonio sospende per la gola i golosi, 285 (3.17.12)

La causa della tua rovina e del fatto che la mente tua va­da vagabonda, è che la tua lingua non è corretta ed emenda­ta, 129 (2.02.13)

La causa della nostra imperfezione e che non ascendiamo alla stabilità della mente, è la nostra lingua, 130-131(2.02.17)

La bugia distrugge tutto il fondamento della vita spiritua­le: sicché fuggila; fuggila, ti dico, 134 (2.02.25)

Se il vostro occhio sarà orbo e adultero, lascio a voi pen­sare quale sarà il resto del corpo, 63 (1.07.05)

Altra cosa è furore e devozione esteriore, e altra cosa fer­vore e vera devozione, 264 (3.12.37)

Sappiate che l'orazione mentale è il cibo e il nutrimento dei proficienti; perciò se non vi nutrirete di essa, necessaria­mente vi sentirete mancare le forze, 244 (3.10.01)

Dispiacciono molto a Dio i cuori volubili perché sono ge­nerati e nutriti dall'infedeltà, 291(3.18.10)

L'irresoluzione è effetto e causa della tiepidezza, 32 (1.02.07)

Nessuna delle tue azioni e orazioni ti valgono... se tu fai il volere tuo, 118 (2.01.33)

Abbiate un vero amore e desiderio della onnimoda e tota­le perfezione, 266 (3.12.44)

È impossibile poter volare nell' alto della perfezione, cari­chi di molti pesi, 262 (3.12.29)

La vera devozione è una pronta volontà nelle cose di Dio, 265 (3.12.40)

La mente tua è come un mulino nell'acqua, che sempre la­vora. Se tu vi poni del frumento, macina del frumento; se tu vi poni loglio e veccia, macina loglio e veccia, 131(2.02.18)

Il demonio non è solito vincere se non i distratti, 237 (3.07.02)

Volete imparare a pregare? Raffrenate la lingua vostra dal superfluo o anche dal necessario parlare, e così incomincere­te a poter parlare con il vostro Dio [dicendogli] quello che di­reste a un vostro amico. Raffrenate ancora la evagazione men­tale e ogni curiosità e ogni distrazione dei sensi, 246 (3.10.08)

Sta' saldo e non ti partire dall' orazione neppure con la so­la deliberazione dell' animo, perché, ancorché tardi, riceve­rai quello che desideri, 247 (3.10.09)

Pregate per i morti o per chiunque patisse necessità spiri­tuale e temporale, 225 (3.01.05)

Nella meditazione e orazione sforzatevi di conoscere i vo­stri principali difetti e soprattutto il difetto e vizio che è il ca­pitano generale in voi, 43 (1.03.13)

Forse dirà qualcuno: "Non sento alcuna dilettazione nel principio della mia orazione mentale". Ti rispondo: "Studia-i di mettere nella mente pensieri che suscitano compunzio­ne, come la passione di Cristo o i dolori della Madonna, 247 (3.10.09)

Il demonio suole imbrattare le sonnolente orazioni, come le mosche i cibi freddi e per questo tali orazioni puzzano da­vanti a Dio, 257 (3.12.15)

Ragionate familiarmente e confabulate delle vostre cose con il Crocifisso e consigliatevi con lui, 39 (1.03.06)

Qualsiasi cosa facciate, tenetevi sempre al divino cospet­to, 257 (3.12.16)

Non confessatevi a stampa [in modo ripetitivo e stereoti­poi e per consuetudine, 258 (3.12.19)

Vuoi tu non far peccati mortali? Fuggi i veniali. Vuoi tu ancora fuggire i veniali? Lascia qualche cosa lecita e con­cessa, 202 (2.06.21)

Offri a Dio il sacrificio che è il sacrificio dei sacrifici, cioè la santissima eucaristia. Non c'è da meravigliarsi se l'uomo si è intiepidito e diventato bestia; è perché non frequenta questo sacramento, 149 (2.03.25)

La vita religiosa è una croce continua e a poco a poco, 119 (2.01.35)

Non vale dire: "Siamo religiosi, siamo religiosi". Come? Tu religioso? Ma se non sei neanche buon secolare, 118 (2.01.32)

Ti farà contrasto la gente tiepida con la quale tu abiti: que­sta per te sarà la battaglia più grave di tutte le altre, 296 (3.18.25)

Per la virtù della discrezione, tu non sarai né precipitoso né tardo, 289 (3.18.05)

Non leggi solo punitive, l'uomo non fa profitto né muta perfettamente i costumi, perché di dentro resta sempre quel­lo che era, e sempre sarebbe pronto a fare il male, se gli ces­sasse la punizione, 294 (3.18.20)

È proprio della povertà l'avere poco, come è proprio del­la natura l'accontentarsi di poche e piccole cose, 230 (3.04.03)

Bramate talmente la povertà, da avere in desiderio che vi manchino anche le cose sommamente necessarie, sapendo che sotto colore di necessità molte volte si dilatano le fim­brie [i tentacoli] della superfluità, 256 (3.12.11)

Il desiderio mio fu sempre di vedervi crescere di momen­to in momento; e quando per caso mi fosse parso che non aveste risposto al mio animo compiutamente come deside­ravo, mi era una coltellata in mezzo al cuore, 75 (1.10.02)

Le carezze non vi ammorbino e l'essere lodati non vi monti il cervello, 64 (1.07.10)

Dal tuo amor di Dio dipende ogni cosa. Senza l'amor di Dio non si fa nulla, 161(2.04.16)

Il mezzo per arrivare all'amore di Dio è l'amore del pros­simo, 175 (2.04.37)

Di quanti mali siete causa voi padri ai figlioli!, 168 (2.04.26)

Se tu sei infedele nelle cose minime, sarai tu fedele nelle grandi?, 142 (2.03.10)