SANT’ANNIBALE M DI FRANCIA UNA VITA COPIATA DAL VANGELO

Premessa

Un libro sulla figura di un sacerdote e in partico­lare di un Fondatore, lascia pensare subito a una bio­grafia in senso classico. Tanto più se il lavoro viene a coincidere con un nuovo capitolo di una biografia non più soltanto umana qual è quello - straordinario - della beatificazione. Ma proprio perché la vita di un buon sacerdote non può che essere un calendario sen­za giorni vuoti, ho cercato di evitare l'affollamento di date, puntando all'essenziale, per cogliere di Padre Annibale Maria Di Francia un'immagine al largo della storia ecclesiale e civile che si è trovato a vivere e che, per parte sua, ha contribuito a determinare. Al largo non per sottrarlo - semmai fosse poi possibile - al suo tempo, ma per situarne la figura tra l'orizzonte aperto di passato e futuro.

Serviva per questo non soltanto, e non tanto, una cronologia di avvenimenti, quanto dei punti di osser­vazione dai quali vedere meglio e approfondire i tratti di una figura a suo modo unica e irripetibile.

La scelta di questi capisaldi si è rivelata tanto ampia da delineare da sola, passo dopo passo, la trama di un'unica storia di carità passata attraverso uno straordinario e affascinante intreccio di vicende uma­ne e sacerdotali. È stato poi lo stesso respiro degli av­venimenti a ricomporre le linee di un profilo biografico ricco di tutti gli elementi che fanno di Padre Annibale

Maria Di Francia uno dei protagonisti della vicenda ecclesiale e sociale tra la seconda metà dell'Ottocento e la prima parte del Novecento in Italia e nel Mezzo­giorno in particolare. La sequenza dei capitoli non os­serva quindi un ordine cronologico, poiché è sembrato che nella maggiore libertà di schemi potesse scorrere più fluidamente la vena di uno spontaneo sviluppo di singole vicende, ognuna raccordata tra loro da una na­turale omogeneità.

Mi è parso soprattutto importante far trasparire, in senso direi giornalistico, il fascino di una figura che, nel piccolo quadrilatero di un quartiere emarginato di

una città del Mezzogiorno, ha vissuto e fatto vivere i poveri che lo circondavano nella pienezza degli oriz­zonti della Chiesa universale. E lo ha fatto a suo mo­do, con un genio della carità che - viene facile pensa­re - avrebbe trovato il modo di esprimersi in ogni tempo e in ogni epoca.

Forse soprattutto oggi, nel momento in cui la ca­rità ha legami sempre più stretti con la giustizia e il problema delle vocazioni - l'altro grande caposaldo

nella vita di Padre Annibale Maria Di Francia - ri­porta in primissimo piano, nella Chiesa universale, l'intuizione del Rogate.

Di qui non solo l'attualità ma l'universalità di un messaggio ora proiettato sugli sconfinati sentieri della santità.

L'Autore

 

CAPITOLO I

Come nasce una vocazione

Quello dell'Immacolata era un giorno che spunta­va molto prima dell'alba. Nelle case già rischiarate dal lume delle candele entrava il riverbero dei lampioni a petrolio che, come a Natale e nella festa della Madon­na della Lettera, patrona della città, tenevano accesa la notte. Da ogni punto le campane accompagnavano quell' insolita folla che, a passo svelto e felice di veder nasce­re il giorno, si avviava all'Annunziata o all'Immacola­ta o all'una e all'altra delle due chiese già inondate di luci.

L'alba continuava a non vedersi quando in un pa­lazzo del quartiere Portalegni, la porta si chiuse con calcolata lentezza alle spalle di due giovani che anda­vano ad unirsi a quella che per le strade era già diven­tata una processione spontanea.

Francesco e Annibale Maria Di Francia avevano trascorso tutta la notte in preghiera. L'Immacolata annunciava anche il loro grande giorno: quello della vestizione della talare, il primo segno di una vocazione che, a quel punto, veniva manifestata apertamente. Era ancora buio quando i due fratelli uscirono di casa, guardandosi intorno, e cercando di nascondersi più che potevano tra le ombre della notte.

Nessuno era ancora al corrente di quella loro in­tenzione.

Tanto meno la madre, Anna Toscano, una pia donna che, per le difficoltà della vita, aveva visto a po­co a poco affievolirsi l'estro poetico di cui era dotata.

Neppure la profonda ispirazione religiosa le im­pedì di pensare che il conto delle avversità fosse in au­mento di fronte a una doppia vocazione che, tutt'a un tratto, si manifestava nemmeno sotto i suoi occhi ma per vie indirette, attraverso quel tipo di visite che, ri­tenute urgenti, si annunciano appena alla porta.

E bussarono in molti, quel giorno, amici e cono­scenti per portare a domicilio, nel finto imbarazzo di chi non sa da che parte cominciare, la novità di quei due giovani sorpresi per strada in abiti da prete.

L'esordio aveva ben poche possibilità di passare inosservato: Francesco e Annibale, come del resto l'al­tro fratello Giovanni, erano ben conosciuti in tutta Messina.

La donna non cercò di dissimulare in nessun mo­do quella che fu una reazione decisa e perfino irritata. Scattò un ordine: nessuno dei due figli doveva più mettere piede in casa.

I due fratelli non restarono certo alla porta. Ma l'opposizione della madre durò a lungo e si manifestò soprattutto nei confronti di Annibale. « Francesco - confidava - può darsi che vada avanti, ma Annibale no, certamente. Con la sua vivacità, coi suoi scatti, non può essere che un piissimo secolare ».

I progetti per quel figlio che primeggiava negli studi, già scriveva versi, conteso da più parti come pubblicista - avviato insomma a una carriera di let­terato - si delineavano da soli, e si trattava di una via congeniale tanto alle inclinazioni e alla sensibilità del giovane, quanto alla necessità di una famiglia, pri­vata fin troppo presto della sua guida e del sostegno economico.

Aveva appena 32 anni quando, improvvisamente, il cav. Francesco Di Francia morì, lasciando la moglie e tre figli. Poco più di un anno prima era stato nomi­nato vice Console Pontificio. Aveva origini nobili. Il capostipite della famiglia Di Francia era venuto in Ita­lia al seguito di Carlo D'Angiò.

Il Cav. Di Francia non fece in tempo a veder na­scere l'ultimo - il quarto - dei suoi figli che fu chia­mato, naturalmente, come lui: Francesco.

Annibale era venuto al mondo appena due anni prima, il 5 luglio del 1851.

Insieme al dolore - vivissimo per un'unione fin'allora serena - vennero momenti difficili che co­strinsero la vedova Di Francia, a sua volta giovanissi­ma, 22 anni, ad un brusco impatto con la realtà.

In qualche modo si trovò anche lei a dover rinun­ciare a parte della propria vocazione: non più mamma a tempo pieno tra le pareti di casa, ma indaffarata ca­pofamiglia, impegnata a districarsi tra uffici, avvocati e tribunali nella difficile salvaguardia di un patrimo­nio familiare tenuto saldamente in mano dal marito quando era in vita.

Fu per questo motivo che Annibale finì per essere affidato a una zia, poi morta nell'epidemia del colera nel 1854, ma già in vita rintanata in una stanza con poca aria e senza luce; un ambiente cupo che proiettò per sempre un clima di ombre e di paure sugli anni dell'infanzia.

Certo anche quell'infelice e ricorrente ricordo servì ad affinare la particolare sensibilità che il futuro sacerdote avrebbe poi manifestato nei confronti degli orfani e dei bambini più sfortunati.

Annibale letterato o brillante professionista, co­munque inserito ai livelli alti della società del tempo, era uno dei punti fermi della signora Toscano.

D'altra parte quel no con il quale continuava a contrastare la volontà dei due figli, almeno per quanto riguardava Annibale, le sembrava ancor più giustifica­to. Già un'altra volta, in passato, aveva rispettato, an­zi si era arresa, alla volontà del figlio.

Era accaduto quando, nel pieno delle difficoltà, si era rivolto al cognato, lo statista e scrittore Giuseppe La Farina, nel frattempo nominato deputato.

Con il rango che s'era guadagnato - dopo l'an­nessione del Regno delle due Sicilie al Regno d'Italia - l'onorevole La Farina poteva ben assicurare al ni­pote l'iscrizione al Collegio militare della « Nunziatel­la » e, più avanti, il proseguimento verso una brillante carriera militare. Si trattava per Annibale di una scel­ta caldeggiata anche dalla nonna materna che, dopo la morte del marito, si era trasferita a Napoli. La nuova prospettiva veniva inoltre a coincidere con la chiusura del « S. Nicolò », la scuola che Annibale frequentava già da due anni e che, come tutte le altre, dovette so­spendere le lezioni dopo l'ingresso in città delle truppe garibaldine. La chiusura riguardò poi solo l'ultima parte del 1860 e l'inizio dell'anno successivo, quando le scuole ripresero a funzionare abbastanza regolar­mente. Il ritorno alla normalità si rivelò tutto somma­to abbastanza rapido, ma l'interregno di ansia e di in­certezza non poteva restare senza traccia. Così da ogni spiraglio si cercava di scorgere in qualche modo il fu­turo.

Del resto non era molto frequente, allora, inter­pellare i figli sulla strada da intraprendere. Ancora più rari erano evidentemente i rifiuti. In quella occasione si verificò, invece, l'una e l'altra cosa: alla madre che chiese, il figlio fece intendere che preferiva maneggia­re la penna. Di armi neanche a parlarne.

L'idea della « Nunziatella » tramontò presto, ma Napoli tuttavia non scomparve dall'orizzonte di Anni­bale. Fu proprio in quella città, nella portineria del palazzo dov'era ospite della nonna, che - vestito con il saio bianco dei cistercensi - si sentì profetizzare un futuro da sacerdote.

 

Un giorno solenne

Quel giorno, l'8 dicembre del 1869, con la vesti­zione della talare, era il primo passo.

Un giorno solenne perché la festa dell'Immacola­ta coincideva quell'anno con l'apertura del Concilio Vaticano I. Ciò che accadeva a Messina, dove non c'e­ra chiesetta che non festeggiasse l'avvenimento, la­sciava appena immaginare i toni trionfali che a Roma accompagnavano la cerimonia inaugurale. Dai brani di cronaca de L'Osservatore Romano ecco, allora, la visio­ne di « un popolo sterminato di fedeli che s'accalca, si preme, si soffoca, quasi per gettare uno sguardo nel sacro recinto, per bearsi di sì grande spettacolo, per udire l'accento del Pastor dei pastori, del grande Pon­tefice che nel nome di Dio, tutta l'umanità corregge e benedice ».

Nella maestosa assemblea entravano gli echi e i toni dell'ancora irrisolta Questione Romana. Il Papa era anche « l'esule di Gaeta, il previdente monarca, lo spogliato sovrano minacciato fino ne' recessi della sua reggia che, dopo quasi cinque lustri, infiorati di poche gioie e seminati di amari sconforti, saliva sull'eccelso suo trono nel più gran tempio della terra ».

Il Concilio prendeva nel vivo soprattutto Anniba­le. Su La Parola cattolica aveva già iniziato a scrivere una storia dei Concilii, da quello di Nicea al Vaticano I, percorrendo la storia della Chiesa di trionfo in trionfo.

Quando, il 18 luglio del 1870, sette mesi dopo l'a­pertura del Vaticano I, fu proclamata l'infallibilità del Papa, non poteva mancare la sua entusiastica adesio­ne: « Noi ci uniamo al voto universale del cattolicesi­mo, elevando gli occhi all'infallibile cattedra di Pietro (...) Te, o Padre amoroso, con le cinque regioni della terra salutiamo cinque volte grande! Cinque volte in­fallibile ».

I toni del trionfo e dell'esultanza erano congeniali non solo alla natura ma al particolare fervore di un giovane che scrutava sempre più da vicino i segni del­la propria vocazione.

D'altra parte si trattava di frutti del tempo poi­ché era anche viva l'esigenza di sovrastare l'amarezza per gli attacchi al potere temporale e al magistero, maturati nel clima sempre più ostile di un'alleanza li­beral - massonica presa dall'ansia di addossare alla Chiesa ogni colpa del mondo.

La fedeltà e l'amore al Papa erano elementi natu­rali di un clima che già da piccolo aveva cominciato a respirare in famiglia. Oltre al padre, insignito dell'im­portante onorificenza pontificia, lo zio materno, Don Giuseppe Toscano, dirigeva La Parola Cattolica, un periodico che, in quei tempi difficili, si distingueva proprio nella energica difesa dei diritti della Chiesa e del Papato. Al giornale collaborava, poi, anche l'altro zio sacerdote, Padre Raffaele Di Francia, docente di Filosofia al Collegio San Nicolò che i Cistercensi ave­vano a Messina e che vantava i più rinomati insegnan­ti nel campo delle scienze, delle lettere e naturalmente della religione. Ma non era solo questione di clima.

« Chiesa e Papato, ripeteva Padre Annibale, non sono opera umana, ma rappresentano insieme il mira­colo del braccio dell'Onnipotente ».

Alle « opere umane » appartenevano, invece, cer­tamente, le forti tensioni sociali e i moti rivoluzionari che, sulla strada del processo unitario, sbaragliarono le file degli ecclesiastici.

Svuotati i conventi con la soppressione degli Or­dini religiosi, anche il clero regolare fu investito da un'ondata di defezioni. Nel Meridione Messina fu una delle diocesi più colpite, con il Seminario che arrivò a sembrare a Mons. Guarino, appena eletto arcivescovo nel 1875, più simile a un pensionato che a una casa di formazione sacerdotale.

Era soprattutto la qualità del clero a destare preoccupazioni tanto che Pio IX in persona arrivò a manifestare il proprio dolore per l'instaurarsi di « gra­vi disordini anche morali ».

Quanto alla consistenza delle strutture ecclesiali Messina poteva tuttavia contare, nella prima metà dell'Ottocento, su circa 500 sacerdoti, un centinaio di chierici, e su ben 25 conventi con 495 religiosi e 19 monasteri con 633 monache.

Il periodo più critico doveva però venire nei de­cenni successivi che segnarono tra l'altro un discreto incremento del numero di abitanti.

Erano situazioni che il giovane Annibale viveva ormai in prima persona.

Poco più di un mese dopo la vestizione della tala­re aveva iniziato la missione della predicazione e il sa­cerdozio era ormai la strada maestra di ogni suo pas­so. Una strada lungo la quale ritrovava sempre più vi­va e attuale un'intuizione che lo aveva accompagnato - o forse condotto - sulla via della vocazione già ne­gli anni della giovinezza.

Davanti agli affreschi di chiese e conventi, le im­magini dei Santi evocavano ai suoi occhi tutt'altri tempi e un clima di spiritualità difficile da ritrovare appena varcata la porta del tempio.

 

Una frase « scoperta » nel Vangelo

Di fronte a quelle immagini, al giovane Annibale veniva da pensare che il Regno di Dio avesse sulla ter­ra ancora troppi territori inesplorati. A cominciare da Messina, e dal luogo in cui in quel momento si trova­va. Si trattava - a Messina e altrove - di territori non presidiati da ministri, da « uomini santi e sacer­doti eletti ».

Anche allora, prima che i moti rivoluzionari svuo­tassero conventi e canoniche, mancavano i sacerdoti. A distanza di qualche anno, quanto più si trovava a percorrere la strada del sacerdozio, tanto più il gio­vane Di Francia si rattristava per quanti, dopo averla già percorsa, erano invece sul punto di abbandonarla. La carenza di sacerdoti andava profilandosi ai suoi occhi come un problema gravissimo, tale da ri­chiedere la più efficace e la più radicale delle soluzio­ni: la preghiera.

E, certo, a quel giovane timorato parve brillare l'anima, quando nel Vangelo scoprì le parole sulle quali avrebbe poi costruito il tempio della propria esi­stenza: « Messis quidem multa, operarii autem pauci. Rogate ergo Dominum messis ut mittat operarios in messem suam ». La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai alla sua vigna. Rogate ergo...

A quelle parole fu preso da una sensazione di gioia e di stupore insieme: l'intuizione che lo portava a pregare per chiedere sacerdoti, si svelava a un tratto come una vera e propria ispirazione. E si sentì confor­tato da quella frase come da un raggio di luce sceso a rischiarare il cammino.

Quella nuova emozione era tanto forte da suscita­re perfino inquietudine e rammarico: come mai quel vero e proprio « comando di Nostro Signore » non ac­cendeva i cuori, non provocava « generose mobilitazio­ni » e rimaneva come « sepolto nelle stesse pagine del Vangelo ? ».

Erano gli interrogativi che a quel punto già accer­chiavano la vita di un giovane e che presto avrebbero preso in maniera piena e totale anche quella di un sa­cerdote.

 

Da un Concilio all'altro

Non poteva essere un caso che il primo atto pub­blico della vocazione del giovane Di Francia, si fosse manifestato nel giorno del Concilio Vaticano II. A di­stanza di circa un secolo, il Vaticano II avrebbe poi se­gnato l'opera e consacrato il carisma di un sacerdote chiamato « Padre » e diventato poi Fondatore.

Di quella grande assise, misteriosamente prepara­ta anche nel Sud da molte anime consacrate e da una schiera di laici, Padre Annibale va considerato cittadi­no a pieno titolo.

Il Vaticano II ha infatti segnato il tempo in cui quella « grande parola » - Rogate - non rimaneva più sepolta e inavvertita nelle pagine stesse del Vange­lo, ma svelava invece la sua efficacia, in tempi in cui, come quelli di fine secolo, nella visione di Padre Anni­bale « il santuario è divenuto deserto, e le città e i po­poli sono privi di ciò che forma il più grande elemento di salvezza ».

Il Rogate veniva alla luce. L'inesplicabile mistero di Dio manifestava finalmente il « gran segreto di sal­vezza della società ». E dopo l'incoraggiamento di Leo­ne XIII, il conforto di Pio X e l'entusiasmo di Benedet­to XV, proclamatosi addirittura « primo Rogazioni­sta », ecco che dal Concilio Vaticano II un altro Papa, Paolo VI, guidava la Chiesa universale alla preghiera per le vocazioni.

Nasceva nel 1964 la Giornata mondiale fissata ogni anno nella quarta Domenica di Pasqua, detta del Buon Pastore, per richiamare alla mente dei fedeli che « la prima sorgente della vocazione sacerdotale è Dio stesso, la sua misericordia e liberissima volontà e che il primo dovere che incombe a tutti i cristiani in ordi­ne alle vocazioni è quello della preghiera secondo il precetto del Signore ». Il dovere che incombe su tutti i cristiani.

Non sono forse, nella grammatica e nello spirito del tempo, le parole del Di Francia ? Tanto più che nella sua visione l'essenza del Rogate « non è da consi­derare solo in rapporto ai sacerdoti », ma viene estesa a « tutto il laicato che del sacerdozio è espressione e ad esso è inscindibilmente legato ».

Sono pagine in cui si annuncia il tempo del Vati­cano II; e già presente e viva è l'immagine della Chie­sa delineata dalla Lumen Gentium. La Chiesa « popolo di Dio » a cui è « manifestato il disegno e comunicata la particolare vocazione di cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio ».

Osservando l'impegno nel mondo attraverso gli occhi della fede, lo scenario di Padre Annibale è simile anche a quello che Giovanni Paolo II delinea nella Christifideles Laici. Il « meraviglioso scenario di tan­tissimi fedeli laici, uomini e donne, che proprio nella vita e nelle attività di ogni giorno, spesso inosservati o addirittura incompresi, sconosciuti ai grandi della ter­ra ma guardati con amore dal Padre, sono gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore, sono gli artefici umili e grandi - certo per la potenza della grazia di Dio - della crescita del Regno di Dio nella storia ».

 

Quartiere Avignone: una vigna senza operai

Nella visione del Di Francia non c'è dramma più vivo di una vigna senza operai. E la vigna è la terra tutta intera, dai quartieri emarginati di Messina al re­sto del mondo.

La sua carità si chiamò Case Avignone, una terra che un intellettuale del tempo definì « maledetta, abi­tata da un branco di bestie ».

Terra maledetta, anche allora, era quella che non dava pane se non quello amaro della miseria più ne­ra...

Terra maledetta, già per il giovane chierico, era quella che non lasciava vedere Dio; quella che attra­verso le miserie ne offuscava l'immagine.

Terra maledetta era una terra da riconsegnare a Dio e da riconquistare all'uomo.

I benpensanti vi passavano al largo, e questo ba­stava alla coscienza collettiva per non darsene peso. Chi si trovava in quelle condizioni non riusciva forse nemmeno a immaginare una vita diversa.

Per dirla in termini d'oggi, Case Avignone era un luogo di emarginazione dove s'addensava tutto il gru­mo dei mali sociali: ingiustizia e sfruttamento, egoi­smo e indifferenza.

E gli effetti non potevano che essere devastanti. Si era di fronte, in termini sociologici, a una grande sacca di povertà materiale e morale. In termini di carità a una vigna da arare.

Il Di Francia vide presto in quel luogo il pulpito più efficace per dilatare al mondo il messaggio del Ro­gate.

Come il brano del Vangelo di Matteo divenne il centro e il cuore della sua vocazione, così Case Avigno­ne fu il luogo della sua carità.

Ai poveri Padre Annibale cominciò a guardare portando sempre nella mano e nel cuore la fiaccola del Rogate.

E vide luce dov'era buio. Quel rione che la città dava perduto, apparve come il luogo che « non poteva darsi migliore per esercitare la carità ».

I derelitti divennero i « signori », i « principi » e i « marchesi » della sua carità, il popolo eletto chiamato a lavorare alla vigna di Case Avignone.

Era la fiaccola del Rogate che alimentava la cari­tà, invadeva ogni angolo e trasformava ogni cosa di quel luogo dal quale ognuno passava al largo e che ora si schiudeva a nuovi orizzonti.

Da Case Avignone - dov'era lontana anche Mes­sina - il Di Francia riusciva a vedere il mondo. Guar­dava lontano attraverso la preghiera.

« Dilatate, o Signore, dall'Oriente all'Occidente, dal Mezzogiorno al Settentrione, questo spirito di pre­ghiera: ne fervano e ribocchino i cuori di tutti gli alti prelati, dei vostri vescovi, dei sacerdoti, di tutta quan­ta la Chiesa. Se ne infiammino i cuori di tutte le vergi­ni e delle monache a Voi consacrate... Vi domandiamo, o Signore Gesù, il trionfo della rogazione evangelica del vostro Cuore in tutta la Chiesa, in tutto il mondo. Fate che diventi una rogazione universale... ».

L'intuizione del Rogate, al giovane Di Francia, s'era manifestata ancor prima della vocazione. E forse questa esplose nel suo animo « improvvisa, irresistibi­le e sicurissima » - secondo le sue parole - proprio quando le pagine del Vangelo si aprirono a quel verso con il quale aveva già cominciato la « sua carriera alla vita ».

Con i Seminari chiusi, quella carriera era iniziata in modo un po' insolito. Al sacerdozio si preparò, po­tremmo dire, da privatista, con un programma di stu­di messo insieme con l'aiuto di sacerdoti che gli face­vano poi anche da maestri.

Ma le vie delle chiese dove andare a pregare - dai Frati Minori a Maria Santissima di Porto Salvo, lungo la marina, e soprattutto a San Giovanni di Mal­ta, dove era esposto per le Quarantore Gesù Sacra­mentato - aveva imparato a conoscerle presto e, an­cor prima, aveva preso tra le mani le opere di Sant'Al­fonso e di Santa Teresa, di San Francesco di Sales e di San Giovanni della Croce che lo conducevano sempre più sulla strada, ancora non svelata, del versetto del Vangelo di Matteo. L'immagine che da quel momento mai lo lasciò fu quella « di, una sola messe, la quale ben coltivata per mezzo di buoni operai, avrebbe riem­pito i mistici granai di abbondante raccolto. Ma tra­scurata sarebbe miseramente perita... ». Gli operai della mistica messe sono anzitutto i sa­cerdoti.

Quale fosse in Padre Annibale la misura della di­gnità del sacerdozio l'ascoltarono a viva voce i parteci­panti al Congresso Eucaristico Diocesano di Catania nel 1905, davanti ai quali, quel prete di cui già si par­lava, declamò come nei momenti solenni: « Ad un me­desimo parto gemello di amore, là nell'Ultima Cena nacquero dall'infiammato cuore di Cristo questi due sacramenti: l'Eucaristia e il Sacerdozio. La carità nel suo più grande trasporto produsse il primo; la carità nel suo fervente zelo produsse il secondo. Sono e sa­ranno inseparabili l'uno dall'altro ».

E allora, può mai nascere dal caso questa consa­crazione a Dio? A formare un sacerdote non basta « l'umano sforzo ». Essi vengono « dalla divina miseri­cordia che li crea, che li genera, che li dona al mondo; e che se non si prega per averli non si ottengono ». Non esiste per Padre Annibale misericordia più grande.

E come si può pretendere di averla se mai si do­manda? Ecco allora il comando: « La messe è molta, ma gli operai sono pochi: Rogate ergo... ».

Ecco allora anche il rimedio: « Si fanno preghiere per la pioggia, per le buone annate, per la liberazione dai divini castighi, e si tralascia di pregare il sommo Dio perché mandi buoni evangelici operai alla mistica messe ».

Padre Annibale lo ripeteva spesso, e ancor più spesso ricordava che quando Dio vuol punire un popo­lo col massimo dei castighi lo priva di buoni sacerdoti. Non avere buoni sacerdoti era la « maggiore sventu­ra » che potesse capitare a una nazione o a una città. Ecco la radice del Rogate. Ecco la radice di una vocazione via via dilatata lungo i sentieri più impervi, alla ricerca di nuovi territori e nuove anime da con­durre al Signore.

Ed ecco perché per il Rogate Padre Annibale « mosse cielo e terra ». Fondò la Sacra Alleanza per vescovi, prelati e sacerdoti; e per i laici, due anni dopo eresse la Pia Unione della Rogazione Evangelica del Cuore di Gesù. A Pio X chiese e ottenne il privilegio di aggiungere, nei suoi Istituti, alle litanie dei Santi il versetto: « Ut dignos ac sanctos operarios in messem tuam copiose mittere digneris, Te Rogamus audi nos »; e raccolse da oltre ottocento vescovi di tutto il mondo la petizione - che inoltrò alla Sacra Congrega­zione dei Riti - perché tale versetto venisse esteso al­la Chiesa universale.

Ma valgono per tutte le parole del suo testamen­to: « Pel Rogate non diciamo nulla: vi si dedicò: o per zelo o per fissazione, o l'uno e l'altra ».

L'altare del suo Rogate è stato Case Avignone: per zelo o per fissazione o per l'uno e l'altra, i poveri hanno finito per prendere la sua vita, e ad essa si sono aggrappati perché sapevano che mai veniva un « no ». Mai a nessuno quel Padre voltava le spalle, mentre il resto della città guardava con scandalo e fastidio i « mignunari » - come nel linguaggio popolare veniva­no chimati gli abitanti delle Case Avignone - che agli angoli delle strade, cenciosi e luridi, tendevano la ma­no per l'elemosina.

Nel divario sociale dei tempi, non era bene che la miseria varcasse i confini. E, certo, nemmeno di buon occhio era visto chi sceglieva il percorso inverso.

Così, quando quel giovane prete, alto e smilzo, con l'aria un po' smarrita per la prima volta oltre­passò il torrente Zaera, non tardò a capire l'aria che tirava.

Fu scrutato da capo a piedi e deriso dai caporioni. « Per convertire questa razza di gente, ci vogliono due cappuccini con tanto di barba! Non è opera vo­stra, potete andarvene ! ».

Se ne andò, Padre Annibale. E come ogni altra volta che l'impresa pareva disperata, pensò che non gli restava che correre a pregare.

 

CAPITOLO II

Padre dei poveri, apostolo del Rogate

Il Rogate lo aveva messo sulla strada dei poveri. Lungo questo percorso Padre Annibale è stato il vian­dante di una carità tanto sconfinata da fargli chiudere gli occhi davanti alla realtà del mondo e spalancare il cuore alla Provvidenza.

La carità gli scoppiava dentro e, come un fiume in piena, straripava verso i poveri; quelli di Case Avigno­ne e tutti gli altri che, durante il giorno o la notte, si trovavano a incrociare sui suoi passi. Era lui che li an­dava a cercare per servirli.

Copiò la sua vita dalle pagine del Vangelo.

E Case Avignone, quel « luogo di putridume » in cui s'era immerso era la pagina aperta al capitolo delle beatitudini. Non gli bastava vedere Cristo attraverso i poveri. I poveri erano essi stessi Cristo.

Nei loro volti sfigurati dagli stenti, e nel modo in cui riusciva a servirli, verificava la radicalità della scelta evangelica. Solo questo era il metro del suo impegno.

Si è consumato di carità, ma non c'è forse figura più lontana di Padre Annibale, da quella che oggi va sotto il nome di operatore sociale. Mai si è fatto pren­dere, nemmeno alla lontana, da smanie sociologiche.

L'impegno nella società era l'impegno nella vigna del Signore che richiede operai zelanti. Tutto nasceva dal Rogate, poiché la preghiera era essa stessa il flusso di una vita piena e compiuta, senza distinzioni o frat­ture tra il campo della fede e il raccolto delle opere. Della carità ha presidiato sempre le prime linee, e da questa postazione si è guadagnata l'attualità e la modernità al cospetto dei tempi.

Non c'è rischio che un giorno cali il tramonto sul­le forme, anche antiche, della carità di Padre Anniba­le.

Le preghiere che salivano dalla vigna - un tem­po perduta di Case Avignone - gli facevano sentire ancora più viva la nostalgia, se non il rimorso, delle voci che ancora mancavano a un più possente coro per la santificazione del mondo.

Ed erano pensieri che gli venivano anche davanti alle Opere che intanto crescevano: « Che cosa sono questi pochi orfani che si salvano ? E questi poveri che si evangelizzano, dinanzi ai milioni che se ne perdono e che giacciono abbandonati come gregge senza pasto­re ? ».

Era questo il modo in cui Padre Annibale aveva i poveri nel cuore. Erano essi i primi a riflettere, nella loro condizione, la drammatica urgenza del Rogate. La miseria che li aggrediva nel corpo offuscava ai loro oc­chi anche la luce di Dio.

Fu questa l'immagine del primo avignonese, Francesco Zancone, un finto cieco diventato anche pri­mo cittadino di una lunga storia di carità.

 

« Verrò a trovarti »

L'incontro con Zancone fu per Padre Annibale co­me la consegna delle chiavi, e poi del futuro di Case Avignone, di quella terra un tempo maledetta « abita­ta da un branco di bestie ».

Avvenne per caso - è questo, a volte, il nome della Provvidenza - in un vicolo buio, appena fuori città. A un angolo, come tanti, un povero, come tanti, allungava la mano per chiedere l'elemosina ai passan­ti.

Sulla propria strada il giovane Di Francia, di gen­te ridotta male, ne trovava sempre più di altri. Spesso si fermava. Fu così anche quella volta.

Quando si avvicinò udi salire i lamenti. Dagli stracci che avvolgevano il corpo rannicchiato, spuntò una mano che vagava incerta, e che poi si ritirò con una moneta.

- « Dove abiti? », chiese il Di Francia al mendi­cante.

- Alle Case Avignone.

- « Sai le cose di Dio ? ». - Chi me le insegna?

- « Dove sono queste case Mignuni ? ». - Verso la Zaera.

- « Va' bene, verrò a trovarti ».

E il dialogo più famoso della vita di Padre Anni­bale. Perché quella promessa fu poi mantenuta. Quella della casupola di Zancone, fu la prima por­ta che Padre Annibale varcò nel quartiere di « Mignu­ni ». Era ormai alla vigilia dell'ordinazione sacerdota­le.

Per trovare Zancone, dovette attraversare in lun­go e in largo quell' agglomerato di miseria. E a poco a poco quel mondo cominciava a svelarsi.

Camminava per pantani e lo sguardo sembrava prigioniero dei muri sbrecciati che segnavano ai quat­tro lati il confine di un rione che la città teneva nasco­sto. Più volte, e ad ogni ricorrente epidemia, il Comu­ne ne aveva deciso lo sventramento.

Ma dove mandare quel centinaio di derelitti? Così « Mignuni » continuava la sua vita. Per qualche tempo i mendicanti cambiavano zona, evitando di pre­sidiare le vie del centro per non dar nell'occhio e nella coscienza a una città dove « mignunaru » si usava per gli insulti più feroci.

Tutto lo squallore del luogo si riversava senza scampo sulle persone; e, a suo modo, era parte del va­sto panorama di rovine anche Donna Anna, che ogni sera s'addentrava in quell' inferno per riscuotere per conto dei padroni, l'affitto giornaliero dell'orrenda fila di catapecchie. Prendeva certo più maledizioni che sol­di; ma da « Mignuni », forse, non valevano nemmeno gli insulti.

Quando giunse alla porta giusta, e chiese del gio­vane cieco, il Di Francia si trovò di fronte ad occhi sbarrati e alla prima risata di sarcasmo.

- « Cieco ? ».

- « Ma quale cieco ? ».

Capirono subito, però, che si trattava di Zancone. Sulla porta del tugurio spuntò per prima una donna. Era la madre. Poi, richiamato da quell' insolito vocia­re, ecco anche Zancone. Non era proprio un cieco ma aveva forti disturbi alla vista come molti altri, e so­prattutto i bambini, in quel rione.

Il giovane diacono aveva mantenuto la promessa. Si fermò per qualche tempo a parlare. Ma si sarebbero rivisti presto. Ora conosceva anche la strada.

Diventò la strada del sacerdozio di Padre Anniba­le e il percorso più battuto dalla sua carità.

A « Mignuni », quasi come a Zancone, non s'era­no ancora aperti gli occhi della fede.

 

« Ci vada da quei poveretti »

Padre Annibale, appena ordinato sacerdote, corse dal suo Arcivescovo. Mons. Guarino, sant'uomo e già affezionato a quel giovane, ascoltò su Case Avignone - e non gli era mai capitato - un vero e proprio atto di amore. Pose la mano sulla spalla del novello sacerdote e lo benedì. « Ci vada, ci vada da quei poveretti ».

Da quel giorno, quella sacca di miseria divenne il terreno di una « santa missione del dare ». La carità di Padre Annibale abbondava da ogni parte fino a traboccare proprio quando sembrava che le mani rimanessero vuote. Case Avignone divenne la patria non più ingrata di tutti i poveri della città, la porta sempre aperta di un'accoglienza che ribaltava la realtà del mondo davanti a chi non conosceva altra pietà se non quella di una mano allungata in fretta.

Ora, invece, in tutta Messina si faceva largo un detto che i mendicanti recitavano quasi come una pre­ghiera popolare: « Chista è 'a casa du Patri Francia. Cu veni veni s'assetta e mancia ». Questa è la casa del Padre Di Francia. Chiunque viene si siede e mangia. Ma altre cose cambiavano in fretta in quel mondo dei poveri che sembrava in preda a sussulti da quando quel prete aveva messo piede a « Mignuni ».

Ormai rassegnata a tenere in piedi quel Lazzaret­to fuori le mura, la Messina dei benpensanti continua­va a irritarsi e a provare fastidio per quella folla di straccioni che arrivava a presidiare perfino gli angoli del passeggio più elegante. Nel clima massonico e libe­rale, l'indignazione prese i toni di una vera e propria sollevazione contro « l'indegno spettacolo » offerto alla città.

I giornali si allinearono subito. La Questura passò all'azione, e dagli angoli delle strade ai mendi­canti si spalancarono le porte della galera.

Ci fu chi trovò subito un rimedio alla propria co­scienza. E invitò con realismo a guardare al pratico.

« I poveri in carcere avranno il pasto assicurato. In fondo è un bene. Stanno meglio in galera ».

 

La « caccia ai poveri »

Di fronte ad obiezioni come queste, anche la san­tità fu messa alla prova. E certo Padre Annibale, prendendo carta e penna, per scrivere ai giornali con­tro lo sconcio della « caccia ai poveri », si ricordò delle barricate di aggettivi che dalla infuocata tribuna de La Parola cattolica difendevano, in quei tempi difficili, i diritti della Chiesa e del Papato.

A distanza di qualche anno la prosa era diventata appena un poco più asciutta. Ma la passione, quella, non poteva cambiare. I poveri valgono la Chiesa e il Papato.

« A chi fa questa obiezione si potrebbe dire: se voi foste nella posizione di quel povero, preferireste di es­sere condotto ad un tribunale, e condannato a sei mesi di carcere, anziché godere della personale libertà ? È certo che al povero chiuso in prigione non si dà né un lauto pranzo né un soffice letto. Si tratta di dargli quel po' di minestra e quel tozzo di pan nero che si busche­rebbe con l'elemosina.

« In tal caso lasciate che questo tozzo di pane se lo mangi senza l'incubo delle sbarre e della porta di ferro; lasciate che dorma tranquillo nel suo misero pa­gliericcio, senza lo spettro di sei mesi di condanna e di un fosco avvenire che si presenta.

« Il povero è privo di tante e tante cose, ma alme­no lasciategli godere il libero sole, la libera aria, il li­bero orizzonte della natura, oggi che vi è tanta libertà per tutti ».

È appena un brano di un vero e proprio « procla­ma » in difesa dei poveri, partito da Case Avignone e indirizzato ai giornali e alle autorità cittadine.

Per Padre Annibale i poveri erano questione di carità. Ma carità della sua, che spuntava come pianta naturale dalle radici del Rogate, e dava il frutto di una giustizia sociale che era invece veleno nel piatto dei benpensanti.

Sull'Ottocento, il secolo della prima rivoluzione industriale - che però da quelle parti non si vedeva - stava ormai per calare il sipario.

La lettera contro la « caccia ai poveri » rappresen­tò, a suo modo, un documento importante sulla natura di una carità che anche all'interno delle strutture ec­clesiastiche, continuava a declinarsi in modi diversi e a volte addirittura distanti tra loro.

La gravità dei problemi sociali del Mezzogiorno d'Italia, con spaventosi tassi di disoccupazione, altissi­me percentuali di indigenti totali, e un analfabetismo che nelle campagne toccava punte del cento per cento, faceva apparire lo Stato un'entità astratta, e impone­va alla Chiesa compiti assistenziali che oltre a sovra­stare di gran lunga le proprie possibilità, mettevano anche in luce innegabili ritardi nei confronti della questione sociale in generale, e di quella operaia in particolare.

Le carenze organizzative e la debole rete istitu­zionale riuscivano, nel Sud, a neutralizzare, o anche a far disperdere, molti slanci di generosità - se non proprio di eroismo - che, nondimeno, segnavano il carattere di tutto un popolo.

Anche in senso ecclesiale c'era, insomma, paralle­lamente alla formazione dello stato unitario, un Paese da unire e da armonizzare.

 

Questione sociale e questione di carità

In questo clima la Rerum Nouarum accompagnò il trapasso di un secolo già fortemente caratterizzato dall'irruzione della questione sociale.

Una questione che, nella drammatica conflittua­lità di situazioni, continuava a scavare fossati sempre più profondi tra una parte e l'altra del Paese.

Se la borghesia imprenditoriale del Nord, punta sul vivo dall'Enciclica, arrivò a chiedersi se era pro­prio un discorso da Papa quello che pretendeva - in nome della giustizia - esigenze e ossequi che al mas­simo si dovevano alla carità, nel Sud venivano total­mente a mancare anche i termini di riferimento.

Lo Stato, al quale la stessa Enciclica assegnava il ruolo di coordinatore e di promotore dello sviluppo economico e sociale, nel Meridione era semplicemente assente. E quanto alle forze imprenditoriali il nuovo secolo, nel Mezzogiorno, non sembrava nemmeno spuntato.

Di fronte ad una stesura tanto aggiornata del pensiero sociale della Chiesa, nel Sud si manifestò in maniera ancora più vivo il divario tra lo sterminato campo delle necessità e l'orticello, non sempre curato a dovere, delle risorse.

A ripianare l'enorme dislivello la Chiesa - non solo quella meridionale - lungo tutta la sua storia ha sempre trovato provvidenziali scorciatoie attraverso le quali è passata, recuperando terreno, anche il resto della società civile.

La scorciatoia non poteva che venire da figure isolate e spesso incomprese, capaci di rendere pratica­bili quelle vie della santità che sembravano scomparse dal mondo e più ancora dal Meridione d'Italia.

Sia a Nord che a Sud del Paese, gli anni a cavallo tra 1'Otto e il Novecento segnarono una mirabile fiori­tura di epigoni di una carità sociale che si coniugava direttamente al verbo principale del Vangelo.

Don Bosco, Don Guanella, Cottolengo, Bartolo Longo, Don Orione, Padre Cusmano, Fra' Ludovico da Casoria, il Cardinal Dusmet, rappresentarono, attra­verso le diverse modalità della loro dedizione ai poveri e ai derelitti, altrettanti capitoli di storia civile susci­tata da una fede tanto viva da trasformarsi in ricco fermento sociale.

I poveri che Padre Annibale aveva di fronte, era­no i poveri che sbrigativamente venivano equiparati ai delinquenti e perciò perseguitati dalle forze dell'ordi­ne. « Inesorabili questurini, era scritto nella Lettera, spiano i passi di questi miseri, siano pure vecchi, stor­pi, cadenti, infermi, inabili al lavoro, e appena uno ne vedono che svolta un cantone, o attraversa una stra­da, lo acchiappano e lo traducono in Pretura: il giudi­ce lo trova reo di lesa pace cittadina e lo condanna alla carcerazione da uno a sei mesi. Quell'infelice, reo di esser povero, si vede chiuso in carcere come un mal­fattore, espia due o tre mesi di condanna ed esce in li­bertà ».

Se le porte delle galere si aprono così facilmente, restano invece sbarrate quelle degli ospizi della carità pubblica. È l'altra atroce beffa che si consuma sulla pelle dei più indifesi e che fa indignare Padre Anniba­le per il quale si era di fronte ad una « forma di ingiu­stizia sociale » semplicemente « raccapricciante ».

Da allora i poveri non sono certo scomparsi, ma nell'era postindustriale e della rivoluzione informatica la povertà si chiama più elegantemente disagio e si di­vide in fasce: emarginati, disabili, handicappati, droga­ti, terzomondiali, immigrati. Sotto altri nomi, e per in­tere periferie urbane, o intere città o paesi, Case Avi­gnone continuano a crescere.

Alle frontiere, come un tempo agli angoli delle strade, si affaccia una folla di nuovi poveri. Lasciano le loro terre perché come Case Avignone sono terre che non danno pane. Terre dove forse gli arsenali sono stipati di armi o dove son piene le carceri e svuotate con la forza le « piazze della libertà » che stanno inve­ce spuntando dai millenni di fede.

Tanto vasta e piena era la carità di Padre Anni­bale, che già vi era contemplata quell' edizione aggior­nata che va oggi sotto il nome di solidarietà e che si contrappone nel mondo a forme altrettanto aggiornate di egoismo e di discriminazione.

 

« I poveri li avrete sempre con voi »

La caccia ai poveri che fece insorgere Padre Anni­bale non si è ancora conclusa. Né si è spento il coro di sottofondo che lo incitava. Ancora oggi c'è chi tenta in ogni modo di mettere a tacere la coscienza.

E a una società che cerca, proprio come avveniva a Messina in quegli anni, di nascondere almeno la po­vertà ai suoi occhi, Padre Annibale può continuare a parlare ancora oggi: « Non potete distruggere i poveri, perché la condizione della vita umana e l'organizzazio­ne della società è tale che i poveri non possono intera­mente eliminarsi. O che si apprestino prigioni, o che si processino, o qualunque altro mezzo si usi, si avvererà sempre la parola del Vangelo: " Pauperes semper uobi­scum habetis ". I poveri li avrete sempre con voi ».

La carità di Padre Annibale riusciva a guardare sempre più lontano e per i poveri anche al di là dei se­coli. Eppure l'immagine che continua a non venire in mente è ancora quella di un operatore sociale; di un sacerdote impegnato nel sociale, come oggi tanti ne esistono.

Lui continuava ad essere impegnato a tempo e a cuore pieno nella carità. E - questo sì - a chi gli contrapponeva che anche la società può « organizza­re » o distribuire il bene, ecco pronta la replica, pacata ma ferma. Una dotta seppur puntigliosa distinzione tra carità e filantropia e, per estensione, la messa a confronto di due mondi, quello della fede e l'altro del razionalismo che mai forse erano stati così lontani.

Dunque: « Alle opere della carità cattolica il mon­do oppone le opere della filantropia. Ma quale parago­ne fra l'uno e l'altra ? La filantropia è il semplice amo­re dell'uomo per l'uomo; la carità è l'amore dell'uomo per Dio ».

È un testo che porta lontano. Ancora una volta fi­no all'oggi, del quale il Di Francia diventa sempre più cittadino, pur essendo, fino in fondo, uomo del suo tempo.

E il versante è quello delicatissimo dell'istruzione e del posto che spetta nelle scuole pubbliche all'inse­gnamento della fede.

Padre Annibale (si era nel 1878), parla ad un udi­torio scelto di autorità e a un pubblico di fanciulli ra­dunati per la « distribuzione di premi agli alunni delle scuole catechistiche ».

È un discorso importante e dalle tinte forti. Neppure la lettura di San Francesco di Sales era riuscito a smussare gli angoli di un carattere non solo forte, ma a volte impetuoso soprattutto perché poco incline ai compromessi e tanto meno alle mezze misu­re o alla mezza verità.

Ma al di là della pur netta contrapposizione tra Chiesa e mondo nel campo dell'istruzione, Padre An­nibale riesce in questo campo a fermare l'attenzione non già sulla comparazione, quanto sulla commovente bellezza di un compito anch'esso preso dalla parte del­la carità.

« Due cose noi ci prefiggiamo con questa opera: istruire ed educare i fanciulli. Né qui vi parlo di una istruzione quale la intende il mondo. Per essa noi sia­mo ignoranti, ed egli è sapiente, che conosce i segreti del fluido elettrico e del vapore; noi siamo retrogradi ed egli è l'incivilito, che sa farsi le sue ragioni col duel­lo. Io vi parlo dell'istruzione evangelica e della educa­zione cristiana: qui noi insegniamo ai fanciulli quali sono i loro doveri verso Dio, verso il prossimo e verso se stessi: qui li educhiamo a perdonare le ingiurie, a ubbidire ai loro maggiori, a sopportarsi a vicenda. In una parola: noi insegniamo il timore di Dio, e questo è il principio di ogni sapienza ».

Ed ecco l'affondo, non di polemica ma di carità: «Che cosa sono o Signori, non dico gli enciclopedisti francesi, o i moderni razionalisti, ma gli stessi filosofi dell'antichità, gli stessi savi della Grecia, e i dotti di Roma, di fronte a un fanciullo, dei nostri?» Ecco le inarrivabili vette della carità. E lo sguardo lungo, at­traverso i tempi, i rivolgimenti e i malesseri sociali.

« In tal modo istruiti ed educati, essi diventeran­no un giorno onesti cittadini, laboriosi operai, che non malediranno alla loro condizione, né guarderanno con occhio avido di strage e di rapina l'altrui fortuna so­ciale: formeranno un popolo cattolico, che non verrà meno alla sua fede di fronte alle seduzioni e alle lusin­ghe con cui il secolo cerca di abbindolare le masse, on­de servirsene ai suoi intenti.

« Qual cosa potranno dire un giorno i nemici del­la verità ad uno dei nostri alunni per trarlo in ingan­no? Gli diranno che il prete cattolico è il nemico del­l'umanità? Ma egli si ricorda che questo prete si sacri­ficò tanti anni pel suo bene, senza nessuna terrena ri­compensa, ma solo pel gran motivo della carità. Gli di­ranno che la Chiesa cattolica insegna una dottrina di­struggitrice del progresso e della libertà? Ma egli si ricorda che dentro le mura di una Chiesa cattolica ap­prese una dottrina che fu il pascolo divino della sua mente, e che è la sola regolatrice della sua condotta. Gli diranno che bisogna emanciparsi da ogni soggezio­ne, rompere ogni freno, abbandonare come cosa da donnicciuole le massime del catechismo cattolico? Ma egli sa per esperienza che la soggezione ai superiori, la subordinazione alla legge, e tutti gl'insegnamenti del catechismo cattolico sono quelli che gli hanno dato pa­ce, lavoro e libertà ».

Un buon cattolico sarà necessariamente un buon cittadino. E Case Avignone, anche in questo senso, da « terra maledetta » diventa un quartiere - modello.

È il centro di una vera e propria storia di ricon­versione sociale e di conversione morale. Ma una sto­ria fatta di tappe difficili, se non proprio disperate.

Come sempre, l'inizio si rivelò particolarmente duro.

Non passava giorno, appena ordinato sacerdote, il 16 marzo del 1878, senza che Padre Annibale, dopo la celebrazione della Messa nella Chiesa di San Dionisio, si recasse nel Quartiere Avignone.

 

Un tavolino e una statua di cera

Non andava a mani vuote, ma non solo per que­sto la sua presenza cominciò ad essere attesa un po' da tutti e divenne via via sempre più familiare. Quan­to più entrava a contatto con quella realtà, tanto più il giovane sacerdote vedeva allargare intorno a sé il cam­po delle necessità. Quelle materiali, ma soprattutto quelle spirituali.

Gli procurava gran pena soprattutto la sorte dei bambini abbandonati a se stessi, preda di malattie, condannati a condividere in tutto, come una tragica fatalità, lo squallore del luogo.

Pensò per prima ad essi, quando un giorno portò da casa un tavolino e vi pose sopra un bambinello di cera, con due candele accese ai lati. Furono i primi elementi di una piccola cappella alloggiata in una ca­setta presa in affitto, come tutte le altre, in quel qua­drilatero di miseria. Il contributo per le spese venne da una nobildonna, Caterina Scoppa, marchesa di Cas­sibile, la quale si prese l'incarico di completare da sola la Chiesa. Della promessa mise al corrente l'arcivesco­vo, il quale fino all'ultimo prese per buona quella pa­rola, poi non mantenuta, negando a Padre Annibale la possibilità di provvedere in altro modo.

« Farà tutto la marchesa, abbiate pazienza »: era la risposta rituale di mons. Guarino al proprio sacer­dote. Finché venne un giorno che anche la fiducia del­l'arcivescovo crollò e Padre Annibale ebbe il via libera.

Non doveva essere quella l'ultima volta che la fin troppo sbandierata generosità della marchesa procura­va ostacoli, insieme ad un carattere che Padre Anniba­le tollerava poco per la tendenza ad eccessi di protago­nismo. Ma non era certo questo il più importante dei problemi di Case Avignone. Il giovane sacerdote vede­va nascere intorno alla sua opera uri incomprensibile clima di diffidenza o addirittura di aperta ostilità. Le sue visite al Quartiere Avignone per qualche tempo co­minciarono a diradarsi.

Sembrava venir meno l'entusiasmo.

 

« Sembra la Grotta di Betlemme »

Ma si trattava di nuvole di passaggio. A restituire intatte le forze a Padre Annibale bastò poi una visita a Napoli, da Padre Ludovico da Casoria, al quale mo­strò anche una piantina di Case Avignone. In tema di povertà, l'anziano cappuccino, che già in vita godeva fama di santità, era Padre e anche maestro.

Padre Ludovico capì subito, anche da quello schizzo, cos'era il Quartiere Avignone e avrebbe volu­to, lui per primo, aiutare quell' opera che gli faceva venire in mente, in quanto a umiltà, la grotta di Be­tlemme. Non disponendo di risorse in proprio, al cap­puccino venne di pensare a una possibile benefattrice: il nome che consigliò, la marchesa di Cassibile, a Pa­dre Annibale era già troppo noto perché non conside­rasse quell'incontro utile e benefico esclusivamente sotto il profilo spirituale. D'altra parte, come nella vi­sita al monastero di Stella Mattutina - un'altra tap­pa che a Napoli mai mancava - l'essenziale era risali­re in quota con il morale. E presto Padre Annibale si sentì pienamente restituito al suo piccolo territorio di carità.

Al nuovo slancio contribuì anche la presenza, ini­zialmente abbastanza assidua, di altri confratelli che avevano accettato di impegnarsi a Case Avignone. Venne così a formarsi una piccola comunità sacerdota­le con ruoli e compiti abbastanza definiti.

Padre Annibale ritrovava accanto a sé il fratello Francesco che il 18 dicembre del 1880 era stato ordi­nato sacerdote. Le loro vite sacerdotali ritornavano così a incontrarsi da vicino dopo il giorno della vesti­zione della talare e il conferimento 8 anni dopo (il 26 maggio del 1877), nella Chiesa del monastero di Mon­tevergine, del diaconato ad Annibale e della tonsura e dei primi due ordini minori a Francesco.

Annibale avrebbe voluto accanto a sé il fratello anche nel giorno in cui, il 15 settembre del 1872, mons. Natoli gli conferì la tonsura e i primi due ordini minori. Ma in quel periodo Francesco aveva smesso l'abito talare. Il primo a non rassegnarsi per quell'ab­bandono fu proprio Annibale, che pregò molto per il fratello, invocando, con infiammate orazioni, la Madre di Dio e San Francesco di Paola. Preghiere per la vo­cazione del fratello aveva chiesto anche alle suore del Monastero di Stella Mattutina, a Napoli e in particola­re a Suor Maria Luisa.

Aveva cominciato a frequentare Case Avignone anche il canonico Giuseppe Ciccòlo, segnalato dall'ar­civescovo per la vasta conoscenza delle famiglie più in vista di Messina. L'altro sacerdote, anch'egli canonico, don Antonio Muscolino, era animato da grande zelo e fornito della tempra di studioso. Per lungo tempo in­segnò teologia morale nel seminario di Messina.

Su ogni fronte, si può dire, la rivoluzione portata da quel prete era già avviata.

 

Il lavoro pane quotidiano di Case Avignone

A Case Avignone si prega, ma a Case Avignone la gente comincia a rimboccarsi le maniche. Lavora. Anche il lavoro viene dal ceppo sempre più robu­sto di quell' albero della carità che ormai sovrasta la vigna.

La prima volta che aveva messo piede nella « ter­ra maledetta », Padre Annibale era stato accolto da una selva di mani che s'allungavano per un'elemosina che, una volta tanto, capitava perfino a domicilio.

Ma intanto è sorto il primo Istituto per orfani e, davanti a queste realizzazioni, Padre Annibale fa capi­re che vale il lavoro.

« Un Istituto che si prefigge l'educazione della gioventù, qualora pretendesse sostentarsi con le sole elemosine, assomiglierebbe né più né meno ad un gio­vane robusto che invece di lavorare volesse vivere di accattonaggio.

« Ad una Istituzione di carità è lecito, dentro cer­ti limiti, di stendere la mano, solo quando ha dei sog­getti incapaci di lavoro (...). Del resto, appoggiarsi sul­le elemosine per istituti di giovanetti per ambo i sessi, sarebbe un pregiudizio al retto indirizzo educativo ». Padre Annibale si spingeva oltre: « Il lavoro in una Casa educatrice è tra i primi efficienti della mora­lità: esso è ordine, è disciplina, è vita. Non vi può esse­re educazione né religiosa né civile, discompagnata dal lavoro ».

Il banco di lavoro come fonte di moralità e di di­gnità per la persona umana.

Il lavoro come fonte primaria e concreta di spiri­tualità. Il lavoro come bene dell'uomo attraverso il quale non solo trasforma la natura, adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo, e anzi, in un certo senso diventa più uomo.

Dalle straordinarie officine della carità di Case Auignone si poteva vedere finanche il profilo della La­borem Exercens, l'enciclica di Giovanni Paolo II sulla dignità del lavoro umano.

I primi banchi di lavoro per Case Auignone furo­no quelli della tipografia e, subito dopo, di una sarto­ria e di una calzoleria. Dalla tipografia uscì anche la prima preghiera per ottenere i « buoni operai » alla Santa Chiesa.

Tra le opere più importanti, quando dal 1895, l'I­stituto dello Spirito Santo, un ex monastero, divenne la sede definitiva della Comunità e dell'orfanotrofio femminile, c'era anche un mulino.

Il pane che poi veniva sfornato, ricercatissimo per la qualità degli ingredienti, era il « pane quotidiano » con il quale, insieme a ogni altra attività, il lavoro en­trava come elemento vivo di una preghiera comune.

Tutto immerso in quella nuova vigna, Padre An­nibale, nel pane degli uomini contemplava il pane di Dio.

È significativo il discorso che tenne in occasione della inaugurazione del mulino di San Pier Niceto, un piccolo centro della provincia di Messina. « Volesse Id­dio che questa ruota e queste pietre girassero di gior­no e di notte, per formare farina sceltissima, che tutta si tramutasse in Ostie e sacre particole, per alimenta­re centinaia e migliaia di anime in San Piero, nella in­tera provincia e nella Sicilia tutta! Allora sì che l'ab­bondanza della Divina Provvidenza riempirebbe la terra, e i castighi del Signore sarebbero scongiurati! ».

Padre Annibale ha come pochi il dono di rendere parenti così stretti il cielo e la terra. E se dalla vista di un mulino, che riceve grano e dà farina, gli viene una « continua lezione del timor di Dio », ogni sua altra « industria », - e furono poi tante - ha una centrale alimentata dalla carità.

Una centrale che a Case Avignone o all'Istituto dello Spirito Santo girava sempre a pieno regime. Quel pane bianco che i medici di Messina prescriveva­no addirittura contro il diabete, si trovava ormai in molte rivendite della Città. Così i biscotti, il Pane di Spagna, e le « zuccherate » che andavano però ordina­te su commissione.

Dall'orfanotrofio femminile cominciavano a uscire anche i corredi delle giovani da maritare, ricami in bianco, in seta, in oro, lavori di filet, di uncinetto, di tombolo, di oro filato e di merletto di filo antico. E poi fiori di carta, di stoffa, addobbi. Erano quelli che Pa­dre Annibale chiamava i « lavori donneschi » e per i quali era diventato quasi un pubblico banditore, per­ché non mancava mai occasione, in famiglie o in pub­blico, per chiederlo nei modi che tutti ormai conosce­vano; « Lavoro io vi domando, o Signori; se il contin­gente delle tante bambine, che non manca mai nel mio Orfanotrofio, è quasi un diritto alla vostra carità, quello delle giovinette già addestrate al lavoro, non vuol vivere di elemosine: esse vogliono lavorare anche se debbono togliere le ore al sonno purché lavorino, purché mangiando il pane quotidiano possano dire: noi ce l'abbiamo lavorato, Dio benedica le nostre bene­fattrici che ci hanno dato un lavoro proficuo ».

 

Quella sera in Consiglio Comunale

Non sempre le benedizioni che partivano da Case Avignone erano ricambiate.

La causa dei poveri, chi l'abbraccia, deve portarla perfino per tribunali. E Padre Annibale non si tirava certo indietro.

Ma quella sera, in Consiglio Comunale, avrebbe voluto non esserci.

Ne sentì di tutti i colori.

Contro i poveri che rubano, ingannano, contro le sue Opere, i metodi, l'igiene.

Naturalmente anche contro di sé.

C'era livore in quel coro di accuse che s'alzava so­prattutto dai banchi dei « Giacobini della Montagna », il gruppo più fazioso e massimalista dei socialisti loca­li. Ci fu chi arrivò a dire che Padre Di Francia non po­teva essere un educatore, perché era prete. Altri affer­mavano che era un « filantropo che ammassava carne umana ».

Arrossì finanche qualche avversario più modera­to. Ma il fuoco di fila non s'arrestava: bisognava dire no, e fu fatto, alla concessione di un sussidio annuo di tremila lire alle Opere, e annullare l'altro contributo di mille lire per i festeggiamenti della Madonna della « Vara », che segnavano il culmine del ferragosto a Messina.

Le casse del Comune erano salve.

Un po' meno la coscienza di qualche consigliere. Tra coloro che arrossirono ci fu anche il sindaco. Era stato lui durante la seduta a mandare qual­cuno per consigliare al Padre di andar via sottraendosi così a quel linciaggio in presa diretta.

E fu il sindaco che, dopo lo sconcio di quella sera, s'ebbe una lettera da Padre Annibale. I toni erano pa­cati, quanto infuocato e volgare era stato il clima del Consiglio.

Al Padre bruciava soprattutto l'accusa di essere ... prete. « Sono sacerdote, sono cattolico, apostolico romano, sono fedele alla mia divisa, sono fiero dei miei princìpi di religione, che mi hanno sostenuto e soster­ranno nella tremenda lotta della salvezza di tante in­felici creature che, con tutte le declamazioni e invetti­ve dei miei avversari, a quest'ora sarebbero nelle car­ceri, o nelle case di prostituzione. Ho coscienza che il mio indirizzo educativo mira a formare giovani costu­mati, laboriosi e civili ».

E quanto al sussidio, vada al diavolo, dal momen­to che la sua fiducia - fa sapere anche al sindaco - è sempre in « quell'Altissima Provvidenza che pasce gli uccelletti nell'aria e il verme sotto la pietra ».

In realtà anche il sindaco, come tutta Messina, e ormai anche fuori, sapeva degli stretti rapporti che correvano tra quel prete e la Provvidenza.

 

« Per avere bisogna dare »

A Case Avignone non si parlava che di quella. Della Provvidenza, Case Avignone era diventato il quartier generale. Non c'era fatto, avvenimento o visi­ta (e spesso alla porta bussavano file di creditori) in cui non c'entrasse qualcosa. Era la Provvidenza a far quadrare (certo, miracolosamente) i conti; a mettere i mattoni per le Opere e poi per il Tempio del Rogate.

Era la Provvidenza a presiedere e a governare gli sterminati terreni della carità che circondavano ormai il quartiere. La Provvidenza, a lui, sembrava di toccar­la con mano, proprio quando intorno crescevano scon­forto e scetticismo.

« Per avere bisogna dare »: era questa la regola di Padre Annibale, la carta costituzionale dello spirito di carità che regnava a Case Avignone.

Non esisteva altro luogo dove «la santa missione del dare» venisse più radicalmente praticata se non in quella piccola patria che, lentamente, da uno stadio di abbrutimento e di miseria, stava per scalare la vetta di una dignitosa povertà.

E Padre Annibale metteva addirittura affanno nel dare: non c'era passaggio più sicuro, diceva, per procu­rare il pane quotidiano. Intorno alle sue Opere trova­vano ormai riparo centinaia di orfani e di orfane; e cresceva, intanto, anche la famiglia dei mendicanti, dei vecchi, degli storpi. C'era ogni giorno cibo per sei­cento persone. E il menù era fisso: « pane e pietanza e una piccola elemosina in denaro ».

Sulla via di Case Avignone c'era sempre un tap­peto steso ai piedi dei poveri. E quando non erano essi a trovare la strada, era Padre Annibale a farsi vivo, ad agitarsi a modo suo perché nemmeno un briciolo di ca­rità andasse perduto.

La testimonianza di Padre Vitale, suo primo bio­grafo, uno dei sacerdoti che lo aiutò più da vicino, è di prima mano: « Lo si vedeva errare da mattina a sera per le vie della città, salire e scendere per le scale dei nobili, accostare per le strade persone amiche, battere al Comune e alla Provincia, e chiedere a tutti aiuti materiali e morali per la sua Opera. Prega i fornitori di commestibili, di merci, di oggetti necessari, a soc­correrlo; ne trova benevoli, ne trova aspri, ma il pane non manca mai ai bambini, e avanza sempre qualche cosa per sfamare i poveri di Avignone, anzi egli ordina alla Comunità che ogni giorno, dopo il pranzo degli or­fanelli e delle orfanelle, si passi una caldaia di mine­stra per i poveri ed anche qualche po' di pane ».

Era lui stavolta a stendere la mano, come non permetteva che facessero i suoi poveri.

 

« Quell'invasato padre dei poveri »

Il capitolo delle amarezze di Padre Annibale è po­co meno sterminato della sua carità. L'accusa di follia, che a ogni santo non manca mai, non poteva non col­pire anche « quell'invasato padre dei poveri » che per il suo piccolo popolo continuava a bussare ad ogni por­ta.

Attraversava in lungo e in largo la città ma poi accadeva che, uscito per chiedere elemosina, rientras­se senza un soldo. Perchè per strada aveva incontrato altri poveri - sui suoi passi non mancavano mai - e l'elemosina l'aveva fatta lui.

E a suo modo: lasciando tutto.

Non solo soldi, ma, se occorreva - ed era quasi sempre - anche qualche indumento.

Finanche le scarpe. Una carità che molti giudicavano eccessiva. Dal soccorso ai poveri doveva addirittura difen­dersi.

E fu costretto a farlo, perchè in aggiunta c'era chi gli rimproverava di togliere risorse ai poveri degli Or­fanotrofi. Era insomma una carità che usciva fuori dalle istituzioni. Sicchè a un discorso già preparato - in occasione di una delle tante visite di illustri comita­ti all'Orfanotrofio femminile - aggiunse una postilla: « Mi si accusa che soccorro i poveri. Quest'accusa, in verità, mi fa dispiacere. Io non ho mai tolto ai miei or­fani ricoverati per soccorrere i poverelli. I mezzi li ho procurati dalla pubblica beneficenza ed ho constatato che una Provvidenza suprema, dinnanzi alla quale il povero non vale meno del ricco, non mi ha fatto man­care mai i mezzi per dare un po' di minestra e un po' di pane ai poveri più derelitti e più bisognosi ».

Delle delusioni è rimasta una traccia in versi: « Spesso ho battuto a ferree porte invano, atroce è stata la sentenza mia: Via di qua l'importuno, egli è un insano, sconti la pena della sua follia ».

Ma è appena una traccia. Perchè nemmeno in versi la speranza era lasciata da parte:

« O miei bambini, un dì verrà che voi saprete il mio martirio e l'amor mio ».

Per chi gli era accanto, quel dì era già abbondan­temente arrivato. La sua carità faceva allibire essi per primi: giovani, ragazzette, diaconi, preti, novizie, suore. E soprattutto chi la riceveva e per il modo in cui veniva « servita ».

S'immergeva fino in fondo nella povertà dei pove­ri. Li andava a cercare, li puliva, dava loro da mangia­re, li curava.

Li richiamava alla vita e ad una dignità che face­va scandalo anche ai loro occhi.

Tanto più erano malridotti, sporchi, cenciosi, in­festati di insetti, tanto più diventavano padroni della carità del Padre. Prendeva alla lettera il Vangelo.

E copiando la sua vita dal Vangelo, ad un tratto aveva letto: « Non sappia la sinistra quel che fa la de­stra... ».

Ma della carità di Padre Annibale anche la de­stra, spesso, restava all'oscuro. Dava.

E dava senza contare. Sulla povertà i calcoli non vengono.

Sulla povertà, nel mondo di Padre Annibale, scende solo la Provvidenza. Come il sole scende sulla terra senza mai mancare.

Agli occhi di Padre Annibale l'orizzonte della Provvidenza non spariva mai.

 

Col « compasso » la carità non va lontano

E allora perchè andare col « compasso » ? Col compasso - affermava Padre Annibale - la carità non va lontano. « Se io, fin da quando cominciai a rac­cogliere i bambini e le bambine dispersi avessi preso in mano il compasso del freddo amministratore, prima di tutto non avrei barattato la poca roba di casa mia e quindi, volendo proporzionare il salvataggio della po­vera dispersa orfanità alle contribuzioni, che sono sta­te sempre scarse, non avrei formato Istituti di ragazze e di ragazzi.

« Se in ogni cosa ci vuole un po' di intrapresa, di iniziativa e di slancio, molto più io credo se ne richie­de quando si tratta di salvare la fanciullezza abbando­nata, che perisce e si perde da un giorno all'altro ».

In fatto di povertà e di poveri, la « follia » di Pa­dre Annibale ha dato luogo ad un'aneddotica stermi­nata.

Una sera, ritornato a casa sul tardi e molto stan­co, si ricordò di chiedere se era stata portata la cena a un mendicante che non poteva muoversi. Ci fu qual­che attimo di esitazione e di imbarazzo. Capì.

Nessuno aveva pensato a quell' incombenza. Quella sera l'uomo ebbe la cena dalle mani di Pa­dre Annibale che aveva rinunciato alla propria.

Non era difficile, anche in altri giorni, vederlo al­lontanare con un cartoccio e recarsi in qualche barac­ca a portare da mangiare a chi non poteva muoversi.

Per la carità sfidava anche la legge. Avvenne du­rante la guerra, quando davanti all'Istituto dello Spi­rito Santo si radunò una gran folla per chiedere pane. Una signora riuscì a raggiungere Padre Annibale e ad implorarlo per i figli che avevano fame. Un pezzo di pane si rimediava e Padre Annibale corse subito a prendere il proprio. Ma la Questura proibiva la distri­buzione e teneva d'occhio ogni movimento. Alla donna il pane, compreso il companatico, arrivò ugualmente: « Se vi diranno qualcosa, dite che il Padre Francia ha dato la sua razione. E ne aveva diritto ».

Con Padre Annibale non si poteva lesinare su niente e soprattutto sull'elemosina ai poveri.

Se ne accorsero un giorno le suore di Oria, dove la comunità era stata accolta dopo il disastroso terre­moto del 1908. Le sorelle stentavano un po' nel dare. Si era in tempo di guerra e i sacrifici correvano per tutti. Ma per i poveri Padre Annibale non ascoltava ragioni. « Donne di poca fede. Coi poveri non bisogna lesinare! » E le quote, come del resto i mendicanti, aumentarono. Era così dappertutto.

Dal piatto dei mendicanti, di cucchiaio in cuc­chiaio, usciva anche la sua pietanza. Lui che tra le « colpe » confessava quella di essere goloso e tra le manìe, aveva quella dell'igiene. Doveva costargli vera­mente molto.

Ma per i poveri e per la povertà era capace di tut­to. I limiti « umani » gli erano totalmente sconosciuti. Lui guardava più in alto e, ripercorrendo il cammino della Chiesa in questi anni, anche più avanti.

« La carità temporale, diceva, deve essere accom­pagnata da quella spirituale. I poveri abbandonati hanno gran bisogno di essere evangelizzati. Se ne tro­vano, alle volte, che da anni e anni, per trascuranza, non si avvicinano ai sacramenti, che non sanno i rudi­menti della dottrina cristiana. Bisogna radunarli al­meno la domenica e le feste e, prima di dar loro il soc­corso corporale, istruirli nel catechismo, insegnare la recita del Credo, del Pater e dell'Ave ».

L'evangelizzazione, dunque, « il più grande mira­colo della misericordia di Dio ».

Ma legata ad essa la « promozione umana ».

« Evangelizzare i poveri senza soccorrerli è un la­voro incompleto. Bisogna unire l'una e l'altra cosa ». Certo aveva in mente anche la raccomandazione di un suo confratello in carità, Padre Ludovico da Ca­soria, di lui più pratico in quella difficile coniugazione: « Quando voi avrete raccolto un povero e l'avrete ripu­lito e vestito dalla testa ai piedi, e l'avrete soccorso al­meno per un mese, allora potrete cominciare a parlar­gli di Confessione ». Allo stesso modo, la carità non riguardava soltan­to le Opere, ma di Padre Annibale invadeva tutto l'a­nimo sacerdotale.

 

« Ma si faccia il canonico »

Il conto delle amarezze non si chiudeva nel qua­drilatero di Case Avignone.

Anche in Curia il suo impegno non era ben visto da parecchi confratelli. E nemmeno mons. D'Arrigo, il nuovo arcivescovo - eletto alla morte del card. Guari­no - pur avendolo aiutato in qualche occasione, l'ave­va troppo in simpatia.

Un giorno, dopo un altro aiuto, (del quale, per la verità, rifiutava sempre la restituzione) l'arcivescovo non si trattenne e rivolto a Padre Annibale quasi sbot­tò: « Ma si faccia il canonico, anzichè imbarcarsi in queste imprese! ».

Di fare il canonico Padre Annibale aveva ben scarsa vocazione e più volte mons. Guarino, ancor pri­ma di diventare cardinale, aveva dovuto respingere le dimissioni. Anzi Padre Annibale ritornò alla carica proprio quando l'arcivescovo ottenne la porpora, e di conseguenza, i canonici capitolari il privilegio di porta­re un fiocco fiammeggiante al cappello e una fascia rossa ai fianchi. Pensò che fosse il momento buono perchè venisse accettata la rinuncia.

« Con che coraggio, confidò a Padre Vitale, potrei andare per le strade, tutto pieno di questo rosso, la fa­scia che mi cinge, il fiocco in testa, e recando in una tasca la bottiglia dell'olio, nell'altra quella del vino, e sotto le ascelle pane, cacio, pesce e altro ancora ?... Co­me potrei presentarmi nelle catapecchie dei poveri che attendono la Provvidenza con quella " certa unzione " che ci vuole ? Che diamine, ne andrebbe di mezzo la dignità del Senato Capitolare! »

Gli andò male anche quella volta, perchè nessuno usò quei paramenti in aggiunta, mentre lui, intanto, aveva già fatto compiere diversi viaggi al Monte di Pietà all'anello avuto in dono da una pia donna.

Ma la vocazione al titolo certo non gli aumentò. Quell'invito del suo Arcivescovo (« Ma si faccia il cano­nico ») gli suonò veramente amaro. Era, tra l'altro, an­cora una conferma che in Curia non aveva buona stampa.

Lasciò il palazzo arcivescovile più triste. Ma anche più sacerdote.

Avvenne che mons. D'Arrigo si trovò al centro di una campagna diffamatoria, come già era accaduto al suo predecessore. E, in prima linea, a difendere il suo arcivescovo scese in campo Padre Annibale: fu lui a promuovere una petizione tra tutti i sacerdoti.

La sua carità si spinse ancora oltre. Nel testa­mento, tra le sue « colpe », elencò anche quella di aver « alienato da sé e dalla Pia Opera l'animo di mons. D'Arrigo, arcivescovo di Messina ».

Era sempre la carità a fargli abbassare gli occhi al cuore. L'Opera cresceva, si sviluppava, ma... « Una sola cosa vi manca per essere sublime assai quest'Ope­ra: l'uomo di Dio a capo di essa ». Con gli occhi bassi, lui guardava più in alto. Ve­deva meglio il cielo.

 

CAPITOLO III

Case Avignone: una finestra sul terzo millennio di Cristo

In ginocchio camminava anche più lontano.

Padre Annibale era un contemplativo sempre in­daffarato di carità: consumò sé stesso lungo la strada che il « Rogate » gli apriva. Proprio da Case Avignone, la terra un tempo « maledetta », la strada s'è poi fatta orizzonte per la Chiesa universale.

E Padre Annibale, che da quel « comando » fu co­me trafitto, continuava a stupirsi che quella parola fosse rimasta in disuso.

« È purtroppo un doloroso mistero - diceva - che non vi si è posta attenzione. È rimasto un segreto nascosto ».

Nessuno come lui ha contribuito a dissotterrarlo e a mostrare che in ginocchio, lungo questa strada, si va più lontano che con qualsiasi altro mezzo.

Ha rimesso la preghiera al primo posto. Perché « nessuna buona opera può uguagliarsi a quella della formazione di un buon sacerdote. Quale opera di fede e di carità si può concepire sulla terra senza il sacer­dozio cattolico ? ».

Se i santi sono la voce del Signore nel mondo, Pa­dre Annibale è stato inviato per ricordare quel coman­do: « Rogate ergo... »

Nell'umiltà che mai lo lasciava, ha avuto però chiarissima la consapevolezza di una chiamata tutta speciale, di un ideale che arricchiva la sua stessa voca­zione. L'ispirazione dei suoi anni giovanili continuava a maturare e ad essere fermento di una spiritualità che sempre più nitidamente gli svelava la natura e l'essenza di un carisma destinato a sua volta ad arric­chire il cammino di tutta la Chiesa.

Sentiva, Padre Annibale, che non poteva essere soltanto per sé quel richiamo al quale pochi continua­vano a dare ascolto, tanto che nemmeno nella straor­dinaria fioritura di manuali devozionistici che caratte­rizzò tutto l'Ottocento si ritrovava traccia di quel « di­vino comando ».

L'intelligenza del Rogate era il talento che si tro­vava nelle mani e che non poteva andare disperso. Ca­piva che spettava proprio a lui rendere più vasto un tratto d'orizzonte della Chiesa universale.

Per quella parola si è fatto Padre, non solo di Ca­se Avignone, ma di una Chiesa che ha imparato a pre­gare per chiedere vita a se stessa.

Primo missionario di una Chiesa in tutto il mon­do missionaria, è Giovanni Paolo II a ripetere oggi che « il futuro della Chiesa dipende dalle vocazioni al Sa­cerdozio ». « Per le vocazioni non si può mai cessare di pregare perché esse sono, sia per la comunità del po­polo di Dio, sia per il " mondo ", un segno vivo del se­colo futuro ».

E mentre s'annuncia il terzo millennio di Cristo, il Rogate è sempre più il « segreto » finalmente svelato al cuore della Chiesa « quando il Santuario è divenuto deserto » e agli occhi del mondo nel momento in cui « le città e i popoli sono rimasti privi di ciò che forma il più grande elemento di salvezza ».

Ai due terzi dell'umanità Cristo è ancora scono­sciuto.

La vigna è diventata ancora più estesa. Più volte in questa vigna il mondo ha cercato di fare irruzione, di sradicarne ogni pianta e di seccare il terreno.

Più volte ha cercato di far calare su Dio i suoi tramonti artificiali. Ma ha prodotto soltanto ombre. Quelle che già Padre Annibale s'era trovato sulla stra­da e che al suo animo sacerdotale rendevano acuto, fin d'allora, quel dramma che ha poi segnato un secolo: la perdita del senso di Dio.

Nel padre del Rogate il marchio funesto che « av­verava » la tremenda visione dell'Apocalisse era l'al­lontanamento da Cristo.

Il mondo ha messo in campo ogni arma - canno­ni, dubbi, menzogna - per cancellare dalle menti e dal cuore degli uomini l'intelligenza e la nostalgia di Dio. Addirittura è sembrato che l'esultanza per le strabilianti conquiste della scienza e della tecnica, ri­guardasse non tanto i risultati, ma l'illusione di aver intaccato l'antica anima religiosa di popoli che restano nascosti tra le quinte della storia.

Altri inginocchiatoi ha preparato il mondo che non quelli davanti agli altari.

La preghiera è diventata segno di commiserazio­ne e la Provvidenza il retaggio di secoli trapassati da rivoluzioni a ondate.

 

Storia di fede, storia del mondo

Il mondo vede solo la storia che gli passa accanto o davanti. S'accorge poco di quella che gli passa den­tro, che inesorabilmente poi viene in superficie.

Padre Annibale ha preso a costruire la storia ado­perando i mattoni della fede, entrando più nel vivo quanto più sembrava ne restasse fuori.

E se oggi quelle armi - cannoni, dubbi e menzo­gne - fanno rumore e non vittime è perché l'antica pietra ha soppiantato i colossi d'argilla crollati di schianto dai piedistalli di una gloria falsa e posticcia. Ma servitori fedeli avevano nel frattempo presidiato l'edificio a partire dalle fondamenta.

L'umiltà dell'apostolo del Rogate ha poi atteso che altri in quell' edificio facessero più luce. Lo faces­sero risplendere a nuovo, fino ad abbagliare il mondo e a inondarlo di luce. Poi è venuto il Concilio.

E quella storia di fede costruita dentro al mondo, senza, a volte, che il mondo s'accorgesse di niente, è diventata semplicemente storia.

La Chiesa ha preso il mondo per le mani: la Chie­sa « popolo messianico che ha per condizione la di­gnità e la libertà dei figli di Dio, per legge il nuovo precetto di amare e per fine il regno di Dio, incomin­ciato in terra dallo stesso Dio e che deve essere ulte­riormente dilatato (...). Dovendo estendersi a tutte le regioni, la Chiesa entra nella storia degli uomini e in­sieme però trascende i tempi e le frontiere dei popoli... E ad alcune categorie di persone guarda la Chiesa dal­la finestra del Concilio, spalancata sul mondo, con particolare interesse: guarda ai poveri, ai bisognosi, agli afflitti, agli affamati, ai sofferenti, ai carcerati, cioé guarda a tutta l'umanità che soffre e che piange: essa le appartiene per diritto evangelico ». Case Avignone era anche una finestra sul Conci­lio.

E il Concilio nasceva anche lì tra gli sterminati eppure oscuri territori di una carità offerta all'uomo e naturalmente proiettata al mondo.

La Chiesa universale andava a far raccolto, a ogni angolo della terra, dell'impegno apostolico e dello zelo disseminato nelle piccole e grandi vigne coltivate nel nome del Signore. Da Case Avignone venivano frutti abbondanti e inaspettati.

Nella più universale delle assemblee ecclesiali en­trava per la prima volta il problema delle vocazioni sa­cerdotali. Il decreto sulla formazione dei sacerdoti Optatam Totius nell'indicare il dovere « di dare incre­mento alle vocazioni sacerdotali », afferma che il com­pito spetta a « tutta la comunità cristiana ».

E ai sacerdoti viene raccomandato di « dimostrare il loro zelo apostolico massimamente nel favorire le vocazioni, e con la loro vita umile, operosa, vissuta con interiore gioia, come pure con l'esempio della loro scambievole carità sacerdotale e della loro fraterna collaborazione attirino verso il sacerdozio l'animo de­gli adolescenti ».

Difficile, alla luce delle parole del Concilio, non vedere la vita di quel prete come una profezia lanciata ben oltre il territorio della propria carità.

Il suo spirito e il carisma della propria vocazione lo rendevano cittadino della Chiesa al di là dei tempi.

 

Dalla carità si vede nuova ogni cosa

Certo, proprio in rapporto al Concilio e ai tempi moderni, è fatta per inquietare la figura di un prete accusato di « aggirarsi nel dedalo di pratiche devozio­nistiche » e irrompere allo stesso tempo nel punto in cui la fede con maggiore audacia parla alla storia. Padre Annibale è prete oltre ogni categoria. È in­sieme antico e moderno, perché dagli occhi della carità si vede nuova ogni cosa. Non ha bisogno di schierarsi da una parte o dall'altra perché solo Cristo è la sua via. E il Rogate la sua bussola.

Lungo questa strada il Concilio è un approdo di grazia.

E quando in pieno clima conciliare, il 12 aprile del 1964, venne celebrata per la prima volta la Gior­nata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, per i « fi­gli » di Padre Annibale si trattò della prima « Giorna­ta delle rogazioni ». « Pregare il padrone della Messe » è il titolo del primo Messaggio di Papa Paolo VI.

Lo spirito del messaggio si confonde con gli echi della preghiera di Padre Annibale. « La messe è copio­sa ma gli operai sono pochi ».

« Pochi in confronto alle accresciute necessità del­la cura pastorale; pochi di fronte alle esigenze del mondo moderno, ai suoi fremiti di inquietudine, ai suoi bisogni di chiarezza e di luce, che richiedono mae­stri e padri comprensibili, aperti, aggiornati; pochi an­cora, di fronte a coloro i quali sebbene lontani, indiffe­renti o ostili pur vogliono nel sacerdote un modello vi­vente irreprensibile della dottrina che egli professa. E soprattutto scarseggiano queste mani sacerdotali nei campi di missione, ovunque ci siano uomini e fratelli da catechizzare, da soccorrere, da consolare ».

« Pregare, chiamare, rispondere » sono le parole d'ordine che un altro Papa, Giovanni Paolo II, pose al centro del suo primo messaggio che dalla loggia di San Pietro continua a portare attraverso il mondo. La prima di queste parole è pregare.

« Rogate ergo »... Ritorna il « comando ». E ritor­na nelle parole di un Papa la passione per il Rogate: « Si innalzi in ogni parte del mondo questo assalto al cielo, per chiedere al Padre ciò che Cristo ha voluto che noi domandiamo ». « Di fronte alla sua solenne promessa, com'è possibile non pregare con animo pie­no di speranza ? ».

Ancora più forte, nelle parole di Giovanni Paolo II, riecheggia la pienezza della speranza di Padre An­nibale.

« Chi può dire quante centinaia di migliaia (di vo­cazioni) ne ha il Signore sott'occhio sulla terra ? Ma come si potrà pretendere queste grazie se non si do­mandano, mentre Egli stesso lo comanda? », scriveva Padre Annibale al Venerabile Servo di Dio Guido Ma­ria Conforti, fondatore della Pia Società di San Fran­cesco Saverio per le Missioni Estere.

 

Il Rogate via delle missioni

Padre Annibale voleva farsi missionario. Ma più che a terre lontane, anche in questo campo, pensava a quella risorsa a portata di mano che però continuava a restare nascosta. Il Rogate doveva essere la prima via delle missioni, perché senza preghiera scarseggiano le vocazioni. Senza vocazioni non vi sono missioni.

Il Rogate è senza gerarchie e senza frontiere.

Ma è stato certo il Concilio ad aprire gli orizzonti più vasti, mentre di anno in anno i messaggi della Giornata mondiale hanno poi contribuito ad approfon­dire gli aspetti teologici e i riferimenti biblici. Dal Va­ticano II il problema delle vocazioni è entrato nella pastoralità della Chiesa universale.

« La propagazione di un'estesa preghiera al gran Padrone della mistica messe deve stare in primo luogo - scrisse al Vescovo di Parma Mons. Conforti - Due soldi per formare i missionari sarano duecento lire quando saranno impreziosite della preghiera coman­data dal Signor Nostro Gesù Cristo ».

Frutto del Concilio va considerato anche il docu­mento conclusivo, del secondo Congresso internazio­nale per le vocazioni, celebrato a Roma nel 1981 che può considerarsi come la Magna Charta della moder­na pastorale vocazionale.

Circa le scelte di pastorale vocazionale, il docu­mento conclusivo indica in senso prioritario la pre­ghiera, la catechesi, la testimonianza, l'attenzione al mondo giovanile e agli organismi della pastorale voca­zionale.

La preghiera viene indicata « come valore prima­rio ed essenziale ». Mentre in passato si guardava ad essa come ad uno dei mezzi della pastorale vocaziona­le, ora se ne parla come del « mezzo essenziale coman­dato dal Signore ».

Il Rogate si è fatto largo. Al primo posto è la pre­ghiera.

È la sintesi di Padre Annibale. L'orizzonte della Chiesa universale.

 

CAPITOLO IV

Quando i Santi si incontrano

Agli occhi del mondo la santità non è cittadina di prima classe. Ma è certo che per il mondo la santità sa trovare le sue vie. Sa cercarle tra labirinti inestricabili e tra selve di segnali che mandano fuori strada. Nessun'epoca l'ha data mai per smarrita.

Nè i santi sono rimasti mai soli. In ogni tempo e in ogni situazione, nessuna distanza li ha mai tenuti lontano. Misteriosamente si cercano e misteriosamente si trovano.

Quelle dei santi sono voci che si ascoltano in ogni deserto e sovrastano ogni frastuono.

I santi, Padre Annibale sarebbe andato a scovarli ai quattro angoli della terra. Ma non dovette andare lontano. Li trovò sulla sua strada, la più impervia ed accidentata.

Sbarrata, perchè nessuno vi si addentrasse a cor­rere avventure.

Fu lungo il tratto che Padre Annibale si trovò a percorrere in compagnia, ma furono anche molti i compagni di viaggio. Due più degli altri: don Orione e Padre Cusmano.

Poi Padre Ludovico da Casoria, Don Bosco, il suo primo successore don Rua, Bartolo Longo.

Non era ancora sacerdote, ma solo chierico, e da poco tempo, quando l'idea della santità lo fece quasi correre da Padre Bernardo da Portosalvo, preso dal­l'ansia di chiedergli se sulla terra, come nei secoli pas­sati, vi fossero ancora santi. I santi li immaginava fuo­ri da ogni tempo, soprattutto dal proprio; e li vedeva come eroi leggendari apparsi una volta e mai più. Co­sì, appena dalla bocca di quel padre francescano uscì un nome, suor Maria Luisa di Gesù, eccolo partire per Napoli, e palpitare d'emozione davanti alla grata del monastero di « Stella Mattutina », al cospetto di una suora circondata già in vita da una fama di santità.

Ma le voci della santità imparò poi a sentirle an­che da lontano. E quando, all'inizio del secolo, il ve­scovo di Noto, Mons. Giovanni Blandini, prese a par­largli dello zelo di un giovane prete di Tortona, Padre Annibale trovò subito nel tempio delle sue preghiere un posto per Don Orione.

Non lo aveva mai visto. Ma misteriosamente la santità cominciava ad incrociare le strade. Più che un'amicizia, nacque un sodalizio d'anime.

Don Orione non andò mai a Messina prima del disastroso terremoto del 1908, quando, dopo aver fatto parte della Commissione Pontificia per i soccorsi, fu nominato da Pio X Vicario Generale della Arcidiocesi. Dinanzi a quell' immenso campo di sofferenze, Padre Annibale e don Orione erano due anime che po­tevano coprire di carità ogni maceria di una città rasa al suolo. Ma, come il risanamento di Case Avignone non mise al riparo Padre Annibale da ingenerosità e maldicenze, così anche don Orione ebbe la sua dose di amarezze.

 

Il « Vicario venuto dal Nord »

Dalla Curia partirono per Roma, al Segretario della Congregazione Concistoriale, accuse pesanti e gravi contro il Vicario « venuto dal Nord ». A Padre Annibale si imputava una difesa a spada tratta. Qual­cuno arrivò a dire che il canonico Di Francia era « l'Angelo custode visibile di Don Orione ». Non au­mentarono, per lui, le simpatie a palazzo arcivescovile. Ma, quel che più conta, non venne meno di un palmo la fedeltà e il rispetto del Padre per il suo arcivescovo.

Il sodalizio aveva il piedistallo alto e Padre Anni­bale, con lo stesso trasporto e la stessa generosità di quando offri a Padre Cusmano di prendersi cura an­che delle Opere di Case Avignone, proclamò direttore generale Don Orione, appena questi fu nominato Vica­rio della diocesi.

La notizia della nomina di Don Orione, Padre An­nibale l'apprese a Oria dove era stato raggiunto da Padre Vitale.

Era una notizia che non poteva non renderlo feli­ce e prese allora carta e penna, come spesso faceva, per esprimere la propria soddisfazione. Ma, prima di tutto, l'umile sottomissione.

« Da questo momento, scrisse a Don Orione, sia­mo tutti soggetti alla sua saggia Direzione. Abbracci nel suo apostolico cuore quest'altra Opera come sua, e la spinga nella via del suo duplice scopo di religione e di beneficenza, mediante le sue ardenti preghiere, i suoi consigli, i suoi ammaestramenti, e i suoi comandi. Ora io spero che il Cuore Ss.mo di Gesù voglia conce­derci quelle grazie che la mia indegnità non ha potuto ottenere e portare riparo a tanti e tanti mali che ho prodotto...».

A Sava, in diocesi di Oria, Padre Annibale era an­dato per il progetto di una casa delle Figlie del Divino Zelo.

Ma la Puglia, che dopo il disastroso terremoto del 1908 aveva accolto le Opere trasferite da Messina, po­teva già considerarsi un avamposto rogazionista. Nemmeno lontano da Messina, la carità del Padre tro­vava però la via spianata. Anzi. Contro l'Istituto di Oria, l'Ispettore scolastico, massone, scatenò una vera e propria persecuzione. Padre Annibale fu costretto a trattenersi più del previsto e informò il Vicario.

Ma si trattava di Don Orione e l'animo gli si aprì come non mai di fronte a un « incomprensibile cali­ce »: « Preghi per me! - implorava - Il Signore mi va togliendo dagli Istituti parecchi soggetti con le ma­lattie e la morte (...). Mi vengono meno le persone utili e mi crescono quelle che hanno bisogno di aiuto e di direzione! Che mistero! Come potrò andare avanti? In trent'anni, sempre così mi è avvenuto; ma ora più di prima. Che sarà? Che forse il Signore non vuole che le cose vadano nelle mie mani ? Certo che sono i miei peccati la causa di tutto ! Oh, se potessi sapere che cosa vuole l'Altissimo! ».

Non c'era mai esame di coscienza che non partis­se dalla propria. Anche Don Orione riusciva a stupirsi di quell'umiltà.

E gli accadde di ascoltare dal Papa in persona le lodi di quel canonico che, a differenza di altri, chiede­va solo prehiere e benedizioni. Mai, invece, soldi.

- « Possibile ? », si domandava Pio X.

«Possibile, Santità », fu la risposta di Don Orio­ne. « È Padre Annibale ».

Era ormai il Padre che già altri santi cominciano a riconoscere come compagno di viaggio lungo quella via impervia e accidentata.

Nell'autunno del 1924, don Giacomo Alberione traccia, per i suoi chierici, ad Alba, questo itinerario di santità: « Volete incontrare dei santi viventi? Andate a Torino, e visitate il canonico Allamano e don Rinaldi; andate in Liguria e troverete padre Semeria; spingete­vi in Sicilia e ancora potrete incontrare il canonico Di Francia ».

Don Orione il suo santo lo aveva a portata di ma­no.

E lo sentì più vicino che mai in occasione di una gravissima malattia che fece temere per la sua vita. Negli Istituti non trascorreva giorno senza preghiere per l'ex Vicario che già aveva lasciato Messina da più di quindici anni. E quando fu certo dello scampato pe­ricolo, a nome di tutti gli Istituti maschili e femminili, partì un messaggio di congratulazioni all'amico e be­nefattore.

Esultava per la guarigione dell'amico, ma in quanto alla salute, Padre Di Francia vedeva declinare la propria.

Ancora più vivo si fece il pensiero per l'amico e più saldo un legame già misteriosamente annodato con i fili della santità.

 

Un sodalizio di Padri fondatori

Era un pensiero che gli veniva spesso. Aveva a che fare con un Santo. Don Orione non lo lasciava mai solo. Usava ogni mezzo per farsi vivo: lettere, tele­grammi e cartoline da ogni luogo dove si trovasse.

A Don Orione indirizzò quella che fu poi la penul­tima delle sue lettere, scritta appena un mese e mezzo prima della morte. Lo ringraziava delle preghiere al « glorioso S. Antonio » e confidava all'amico di vivere in un'estrema debolezza.

« Mi trovo tra la vita e la morte, tanto il giorno quanto la notte. Non voglio se non quello che vuole Gesù. Molte preghiere si fanno per me, misero, ma no­ve decimi li ho ceduti ai sofferenti come me, che non hanno i miei mezzi e le mie assistenze ».

La sovrabbondanza della carità faceva sentire a Padre Annibale la sovrabbondanza di preghiere che accompagnavano i suoi ultimi giorni di vita. Dal letto dell'ormai prossima morte, pensava a chi era rimasto ancora povero di preghiere e devolveva le sue. Le offri­va, come già aveva offerto ai poveri tutta la sua vita.

Niente gli sembrava di poter sottrarre a quella donazione. Tanto più le preghiere.

Come don Alberione, nemmeno Don Orione do­vette attendere la morte del Padre per considerarlo già santo. Ma certo, più di ogni altro, l'ex Vicario Ge­nerale metteva fretta alla Chiesa di Messina per por­tare avanti la causa.

« Santo fondatore », Don Orione, chiamò Padre Annibale nel telegramma di condoglianze che inviò a tutte le Opere e gli Istituti. E più volte tempestò, in seguito, Padre Vitale, primo successore del Di Francia nella guida dei Rogazionisti, perché si affrettassero le pratiche per il processo. « Urge affrettare causa cano­nico Di Francia », telegrafava ormai sette anni dopo la morte del Padre. « Sarà (un) monumento grande che l'arcivescovo innalzerà in onore di Messina e per l'edi­ficazione del clero della Sicilia e dell'Italia. Caro Cano­nico, andate troppo lento, perché volete andare (in) Purgatorio? Coraggio dobbiamo andare subito col Pa­dre (in) Paradiso ».

Dall'esperienza dei tre anni a Messina, straordi­naria per dedizione, ma definita, per altri versi, un « vero e proprio calvario », Don Orione capì attraverso quali strade è costretta, a volte, a passare la carità. Attraverso anche quali uomini, quali situazioni.

Le macerie del terremoto, non son fatte solo di pietre sgretolate. Anche quella volta, dal cumulo delle rovine, si levarono immense nubi di polvere. C'era an­che polvere di egoismi umani, di rivalità, di invidie. Don Orione subì, ma quella polvere non gli restò ad­dosso. Non s'attaccava agli uomini di carità.

Non s'attaccava alla tonaca lisa, ma senza mac­chia di Padre Annibale. Proprio la carità li fece prima incontrare e poi conoscere. Insieme, della carità fecero esercizio soprattutto nei confronti dell'arcivescovo che Don Orione chiamava « sant'uomo » e Padre Annibale mai avrebbe rinnegato. (« Eccellenza - scrisse il Ca­nonico Di Francia a Mons. D'Arrigo in occasione dei cinquant'anni di sacerdozio - quel nulla che noi sia­mo, siamo tutti suoi e non potremmo essere di Dio se non fossimo suoi »).

È una storia ancor oggi esemplare questo sodali­zio di Padri fondatori che, da un capo all'altro di una stessa fede, si sono ritrovati, insieme e da lontano, nel segno di una superiore carità. Non potevano non in­contrarsi, a Messina o altrove la vigna avesse avuto bi­sogno delle loro braccia; e altri operai, stanchi e sfidu­ciati, del loro conforto.

Pur attraverso i grandi rivolgimenti di ogni fine secolo, la santità sembrava quasi il ponte di passaggio tra l'Ottocento e il Novecento. C'era lavoro per chi vo­leva spianare le strade della giustizia sociale e dare un senso più alto alla dignità di uomini; quelli dei campi e della nuova classe lavoratrice che anche in Italia se­gnava l'inizio dell'era industriale.

Se era vasto il terreno di impegno sociale, conti­nuava ad essere sterminato quello di una carità che coniugava insieme, nel segno dell'amore di Cristo, il valore della dignità dell'uomo con quello della giusti­zia sociale. Per quanto sterminato, si trattava di un terreno che Padre Annibale, dovunque, teneva sott'oc­chio.

E se più volte s'era spinto fino a Napoli per cono­scere Padre Ludovico da Casoria, tanto più tenne vivo il rapporto con Padre Giacomo Cusmano, medico e poi sacerdote, grande apostolo di carità nella vicina Paler­mo.

Fondatora dei Bocconisti, Padre Cusmano, per la generosità di Padre Annibale si trovò sul punto di estendere la sua Opera anche a quella di Case Avigno­ne. Ma era fatto per ripagare della stessa moneta e il flusso di aiuti tra Palermo e Messina cominciò poi ad andare in tutt'e due i sensi.

L'idea di unire le Opere di Case Avignone con quelle del « Boccone del Povero » a Palermo, fu sugge­rita a Padre Annibale dal dotto e influente Mons. Isi­doro Carini, Prefetto della Biblioteca Vaticana, al qua­le si rivolgevano normalmente tutti i siciliani che si recavano a Roma.

Padre Annibale si trovava a Roma per chiedere aiuti. Le Opere erano appena agli inizi. Grandi erano solo le difficoltà. « Queste operette sono proprio inci­pienti, scriveva a Padre Cusmano, non c è rendite, si vive di pura elemosina; pare umanamente impossibile tirare innanzi; si vive stentatamente alla giornata; ma si vedono grandi miracoli della Divina Provvidenza! ».

Le Opere erano nei debiti fino al collo. Padre An­nibale era particolarmente ossessionato da un debito di 400 lire per la fornitura del pane. Già altre volte aveva pregato il fornaio di attendere e di ripassare... Ma stavolta? « Padre mio, il Sacro Cuore di Gesù mi ispira a rivolgermi al Padre Cusmano che ama i poveri e può bene considerarmi ».

E in quanto alla fusione delle Opere, prospettata da mons. Carini, se occorre, si faccia anche quella: « Io sono prontissimo a tutto ciò che vorrà il buon Gesù ».

Per salvare le Opere, Padre Annibale è stato sem­pre pronto a tutto, anche a farsi da parte.

 

Seicento lire di elemosina

Nella lettera, Padre Cusmano trovò allegata an­che una piantina di Case Avignone. E accanto alla piantina, una descrizione del luogo: « Si tratta di un Quartiere composto di un quadrilatero di casupole fabbricate da quarant'anni: quivi sta raccolta una tur­ba di poveri, i più miseri, i più abbietti e i più abban­donati di tutta la città. Mio Dio, che orrori! Alla mise­ria va congiunta la demoralizzazione e lo strazio spa­ventevole della innocenza e della verginità! Solo, solo, affidato alla Divina Provvidenza, destituito di mezzi, perché sono povero anch'io, ho procurato di risolleva­re quella misera plebe, di riformare quei luridi luoghi e di salvare la innocenza e la verginità pericolanti.

« Io parlo con un sacerdote che m'intende. Vossi­gnoria, immagini che difficoltà di riparare a tanta mi­seria! Con l'aiuto del Signore, sono riuscito a fabbrica­re una chiesetta al Sacro Cuore di Gesù e a fondare tre Piccoli Istituti pei fanciulli abbandonati, i quali vengono avviati alle arti e mestieri, e taluni istruiti, perchè manifestano la santa vocazione al sacerdozio.

« Le fanciulle lavorano, e fra queste un certo nu­mero vogliono darsi a Gesù, ed oh ! pare che siano i primi fiorellini che germogliano fra gli orrori di quel luogo! ».

Dovette però trascorrere oltre un anno perchè Padre Cusmano mettesse piede in quel luogo. Mai con nessuno, Padre Annibale aveva insistito tanto per averlo a Case Avignone. In una lettera arrivò a preoc­cuparsi che il problema potessero essere i soldi per il viaggio e gli fece discretamente sapere che a Messina c'era qualche benefattore pronto a provvedere.

D'altra parte, su questo fronte, a Padre Cusma­no, cominciarono a giungere da Messina lettere via via meno allarmanti.

Intanto quelle 400 lire per il panettiere, Padre Annibale le aveva trovate. Anzi, gli scrisse con gioia: « Il Sacro Cuore di Gesù era venuto in aiuto all'opera dei suoi poveri, inviando lire 600 di elemosina, in mo­do proprio prodigioso ».

L'Opera aveva fatto passi avanti ed era diventata « bella e sublime ». Ciò che mancava era, per Padre Annibale, « un uomo di Dio il quale la spinga innan­zi ».

Lui continua a guardare a Padre Cusmano.

Gli domanda preghiere, chiede di conoscerlo, co­me aveva gia fatto con Don Orione, del quale aveva soltanto sentito parlare.

I santi hanno una lunghezza d'onda tutta loro. Si ascoltano e si parlano anche senza vedersi. Nessuna via è più misteriosa della santità che gira per il mondo e, pur svelandosi, resta mistero; pur visibile, rimane nascosta.

Prima di Padre Cusmano, a Case Avignone furo­no annunciate le Suore Bocconiste. E bastò quell'as­senso, comunicato attraverso Mons. Guarino, per in­fervorare l'animo di Padre Annibale che dal primo momento aveva cercato, sempre con scarsa fortuna, di affidare l'Istituto femminile alle cure di una Congrega­zione di Suore. Arrivarono per prime le Piccole Sorelle dei Poveri. Niente di meglio pensò Padre Annibale, vi­sto che già operavano in Sicilia, chiamate a Catania dal Card. Dusmet. Erano in due e furono accolte in carrozza. Ma presero alloggio lontano da Case Avigno­ne che restò così appartata, estranea alla loro attività. D'altra parte non arrivarono nemmeno le Figlie di Sant'Anna.

Ma dalle Suore Bocconiste cominciò a venire l'i­dea di una Congregazione fatta in casa. Proprio com'era avvenuto a Palermo.

Tutto ruotava, ancora una volta, intorno a Padre Cusmano il quale, a scadenza di non più di venti gior­ni si vedeva recapitare una nuova lettera da Messina, con l'invito sempre più pressante di farsi vedere. Pa­dre Annibale arrivò a mettere in un secondo piano ogni altra cosa a cominciare dalla ventilata fusione delle Opere, della quale nemmeno a Palermo si era molto convinti. « Io le assicuro - scriveva il Padre - che aspettiamo ardentemente la sua venuta. (...) Fac­cia il possibile di venire al più presto senza ritardo, poiché mi trovo pressoché annegato negli affanni. So­no giunto al penultimo limite dell'abbattimento. Mi volto a destra e a sinistra e non trovo chi mi consoli ».

 

« L'Opera è un abbozzo »

Attraverso la fitta corrispondenza con Padre Cu­smano è possibile tracciare il tormentato diagramma delle Opere: una volta « sublimi », l'altra sull'orlo del­la rovina.

Nessuna contraddizione.

Le Opere continuavano ad essere sublimi, anche quando giorno dopo giorno, si trovavano vicinissime al collasso.

Dal Cusmano, Padre Annibale cercava i lumi che solo poteva dare chi aveva speso la sua vita in mezzo alla povertà. « Io debbo dirle tante e tante cose! Non sono solo io che lo aspetto, ma i poverelli anch'essi lo aspettano! ».

Trascorse poc'altro tempo prima che Padre Cu­smano si recasse finalmente a Messina. Nel frattempo, sempre a mezzo posta, fu definitivamente accantonato il progetto di fusione, e, preso da scrupoli, Padre An­nibale volle presentare aggiornate fino all'ultimo, pri­ma della visita, lo stato delle Opere di Case Avignone.

Temeva potesse illudersi. « In questa mia Opera, Padre mio, non vi è né quella disciplina, né quello svi­luppo di arti, né quei lavori che s'immagina ».

Tutt'altro: « Non vi è che un cominciamento di tutte queste cose. L'Opera è un abbozzo: non la può immaginare se non la vede. È sui generis: nasce nel caos e cresce fuori di tutti i calcoli dell'umana pruden­za, in mezzo a strane e nuove tribolazioni e miserie ». Eppur concludeva: « Una sola cosa vi manca per essere sublime assai quest'opera: l'uomo di Dio a capo di essa ».

Infine, venne il gran giorno dell'arrivo del Padre Cusmano a Messina.

Era l' 11 maggio del 1885. Prima tappa fu il palaz­zo arcivescovile. Padre Cusmano era in rapporti di lunga e stretta amicizia con Mons. Guarino. Padre Annibale era lì ad attendere, e bastò uno sguardo a ognuno dei due per salutarsi con un forte abbraccio. « Gesù Cristo nostro! », esclamò Padre Cusmano.

Ma la vera visita iniziò da Case Avignone. Padre Cusmano vi entrò dalla porta della Cappella. Celebrò Messa, e Padre Annibale, dal modo in cui si raccoglie­va in preghiera, si convinse ancor più di trovarsi di fronte a un santo. Quando parlò ai poveri fu prima lui a rimanerne incantato.

Per un giorno intero, Padre Cusmano fu bersa­gliato di domande, e tutte intorno all'universo della povertà.

Ma una domanda di Padre Cusmano contribuì, invece, a cambiare il volto e la vita di Case Avignone. « Come si può stare qui senza la presenza di Gesù Cristo ? ».

Era da tempo che Padre Annibale non pensava ad altro. E quella domanda lo turbava e inorgogliva allo stesso tempo.

Più di ogni altra cosa, gli fece capire che bisogna­va provvedere presto.

Fu fissata una data: il Primo luglio. Era l'anno 1886.

Quando i santi s'incontrano, niente resta come prima. Tanto più se la santità è del tipo di quella deli­neata da Padre Annibale. «Secondo la fervida immagi­nazione di molti, una santità insigne verrebbe costi­tuita da un clamoroso intreccio di fatti prodigiosi, di azioni singolari, che hanno dell'ammirabile e del so­vrumano, di atti straordinari di una virtù trascenden­tale, che stupisce e trasporta. Per costoro, una vita ap­parentemente ordinaria non può formare una nota di bontà elevata. Eppure non è così. Una virtù circonda­ta di molto prestigio e di molte clamorose apparenze è talvolta vuota di vero spirito, e talvolta di gran lunga inferiore a quella virtù soda e massiccia, che costitui­sce il vero giusto: quel giusto che, al dire dell'Aposto­lo, vive di fede: Justus ex fide uivit ».

Solo dei Santi, e li andava a cercare, Padre Anni­bale si fidava quando doveva chiedere lumi intorno al­la povertà, vale a dire l'occupazione di tutti i suoi giorni.

Un altro grande esperto del ramo, era Padre Lu­dovico da Casoria, colui che a suo tempo lo illuminò sui poveri restii a confessarsi.

Ma quasi si trovò alle corde anche Padre Ludovi­co quando si vide costretto ad ammettere, dietro le in­sistenze del Di Francia, che qualche volta si doveva, si poteva, dire no ai poveri.

« Come si fa ? Come si fa ? E se qualche volta an­che Padre Ludovico, che ha un cuore per Gesù Cristo, si addolora per non poterli aiutare, che vuoi farci ? ».

Ma dovette restare tanto ammirato che parlando di Padre Annibale, con un confratello, gli uscì detto: « Che facciamo ? Lo prendiamo con noi ? E molto in­clinato pei poveri... ».

Ognuno restò poi sulla strada della propria carità. Insieme presero ancora atto del tempo rispettivamen­te perso neii confronti della marchesa di Cassibile. Il cielo sapeva quante speranze Padre Annibale aveva posto sulla generosità di quella pia donna. Ma alla fi­ne, ben due servi di Dio, Padre Ludovico e Padre Cu­smano, anch'egli messo al corrente della presunta be­nefattrice, dovettero convenire che era meglio lasciar perdere. Solo tempo e fatica sprecata. La fatica era quella di decifrare le lettere di Padre Ludovico, che scriveva per geroglifici e, quanto alla grammatica, l'a­veva in odio quasi come i peccati.

Un posto a parte, in questo rincorrersi di santità da un capo all'altro del Paese, merita Don Bosco. Padre Annibale vi si rivolse come all'istanza più alta di una santità non solo proclamata già in vita, ma estesa ben oltre i confini dell'Italia.

A Don Bosco Padre Annibale confidò tutte le pe­ne che ancora gli procurava la difficile vita quotidiana delle Opere di Case Avignone. Più di ogni altro Don Bosco poteva capirlo e dalla risposta, affidata a Don Rua il suo primo successore, Padre Annibale restò a lungo confortato. « L'opera intrapresa - si leggeva nella lettera - è veramente santa ».

Nell'incitare al coraggio, Don Rua accennava alle sofferenze che a Don Bosco toccarono per l'abbandono completo e totale nelle mani della Divina Provvidenza.

« Arrivarono perfino a dirlo impazzito e cercarono di metterlo in manicomio. Egli non indietreggiò. I debiti montavano sempre... Ed egli avanti ».

E nel raffronto con Case Auignone, ai debiti del Colle bisognava aggiungere almeno tre zeri.

Era una lettera di quelle che Padre Annibale avrebbe voluto sempre leggere. Non importava se la richiesta di aiuto rimaneva senza risposta. Ai Santi, come ai Papi non si scriveva per chiedere soldi.

Ma non sempre era Padre Annibale a salire sul treno, in carrozze di terza, o a prendere carta e penna per farsi vivo di persona o a distanza, con quella schie­ra di Santi che affollavano il suo tempo.

Qualcuno, a parte Don Orione e - dopo una lun­ga attesa - Padre Cusmano, prendeva da solo la stra­da di Case Avignone convinto a sua volta che anche quello fosse un sentiero di santità.

Così madre Rosa Gattorno, la fondatrice delle Fi­glie di Sant'Anna, volle far visita a quel santuario del­la povertà.

E ancor prima, Padre Gioacchino La Lumia da Canicattì, un cappuccino di gran fama, s'era fatto ac­compagnare in quel luogo, un tempo perduto e ora do­minato dalla carità.

1 Santi misteriosamente si cercano e misteriosa­mente si trovano.

 

CAPITOLO V

I primi passi delle « opere »

« Quel povero sacerdote guardò alle tante e tante comunità religiose e congregazioni di ogni maniera che esistono e si vanno formando nella S. Chiesa, e fu sorpreso di vedere che nessun Ordine religioso ha mai raccolto quella divina parola e quasi non se n'è fatto mai caso ». « Allora quel sacerdote... »

Nei momenti solenni, certo per pudore, come per farsi da parte, Padre Annibale parlava in terza perso­na.

« Quel sacerdote pensò - Dio gli perdoni l'auda­cia - di iniziare le due comunità e Congregazioni reli­giose con un voto di obbedienza di triplice adempi­mento ».

Erano ormai anni che quell' audacia aveva preso forma, anche se non ancora nome, nonostante mesi e mesi di preghiere, e tutto gennaio del 1901 dedicato a questa intenzione.

A Padre Annibale l'ispirazione giusta venne du­rante la Messa dell'ultimo giorno del mese. Ma soltan­to in settembre, dopo una ricognizione ad alto livello a Roma, - tra cardinali, vescovi e officiali delle Congre­gazioni - la questione fu risolta. Prima con l'appro­vazione dell'arcivescovo di Messina, poi, con la defini­tiva proclamazione il giorno successivo, domenica 15, allora festa del nome SS. di Maria.

Dunque i nomi, ossia il Rogate coniugato alla realtà di Case Avignone.

« Padri Rogazionisti del Cuore di Gesù », o sem­plicemente « Rogazionisti », erano i Religiosi della Congregazione.

« Istituto della Rogazione Evangelica », divenne il nome dell'Istituto religioso. »

« Rogazione Evangelica » fu detta la preghiera per ottenere i « buoni Operai ». Per il ramo femminile nasceva l'Istituto del « Divino Zelo »; « Figlie del Divi­no Zelo del Cuore di Gesù », o semplicemente « Figlie del Divino Zelo », venivano chiamate le suore.

La strada, per la verità lunga, che condusse alla scelta del nome, è a suo modo indicativa dello spirito e della natura delle Opere.

Padre Annibale al nome attribuiva particolare importanza. Era bastata una parola, Rogate, a cambia­re la sua vita, e d'altra parte, non era contento che le suore dei suoi Istituti e i seminaristi di Case Avigno­ne, venissero indicati in città come le « suore e i chie­rici del canonico Di Francia ».

Voleva che le sue Opere avessero i nomi, proprio come le persone.

Ma intanto, pur con quell' enorme faro sempre acceso del Rogate l'ispirazione non veniva. Il motivo, in realtà era evidente: Padre Annibale a una vera e propria Congregazione aveva cominciato a pensare da poco. Per lungo tempo mai aveva immaginato che una vicenda di tal genere potesse riguardarlo così da vicino e così in prima persona. Seppure proprio nel periodo in cui sentiva più forte, come un impeto nell'anima, la vocazione ad entrare in un Carmelo, pensando al Quartiere Avignone - che intanto già mostrava i se­gni della rinascita - si convinse che in quel luogo oc­corresse l'opera di un fondatore.

« Uno di quelli di cui si è servito l'Altissimo per la formazione degli Ordini religiosi poiché - diceva - l'intrapresa si presenta di una importanza suprema ». Fondatore Padre Annibale, non si è mai sentito, nemmeno quando poi lo è diventato.

E lo è diventato il giorno stesso in cui ha messo piede a Case Avignone, e nel momento stesso in cui, chiedendo in giro di Zancone, quel quartiere gli svela­va, passo dopo passo, quali scempi, sugli uomini e sul­le cose, può lasciare una vita trascorsa in preda alla miseria. Aveva poca esperienza, il giovane chierico, di rappresentazioni di quel genere, così lontane dal mon­do di belle letture e di nobili sentimenti che già gli si prospettava attraverso i salotti della Messina più in vista.

Il contrasto fu tanto stridente che, si può dire, riuscì perfino a sconvolgere una fede coltivata fino ad allora sul terreno fertile e sicuro delle devozioni. A un tratto della sua vita, e all'improvviso, Padre Annibale trovò sotto i suoi occhi una terra di missioni.

Sono terre che spesso si nascondono alla vista di chi le calpesta.

 

La prima aula di catechismo

Quando la povertà è fatta solo di immagini si fa fatica a riconoscerla. Ma la fede di Padre Annibale non deformava nessuna visione. E quel mondo, pur così vicino e a portata di mano, gli parve subito lonta­no e distante da Dio. Era questo l'essenziale, per met­tersi a lavoro. Il resto veniva da sè. A cominciare dai primi soldi che pure occorrevano per prendere in affit­to uno dei tuguri, e allestire, in quel locale devastato da incuria e sporcizia una stanzetta dove mettere in­sieme i bambini per i rudimenti di catechismo e dove collocare almeno una statua di Gesù Bambino.

Una sera i bambini, l'altra le femminucce, e in­torno una piccola folla incuriosita da quei raduni. Così si avviava la pratica del catechismo che si concludeva ogni volta con la stessa intenzione di preghiera: quella di avere presto una vera e propria cappella.

La via del Quartiere Avignone diventava a Padre Annibale ogni giorno più familiare, ma non ancora lo distoglieva da tutto il resto, seppure il lavoro non mancava da nessun lato.

Tra i più dissestati, in quella che sempre più di­ventava una stazione missionaria, era il sacramento del matrimonio. Le famiglie si trovavano, per così di­re, a regime libero e molte unioni erano vincolate sol­tanto di fatto. Nella vita di tutti i giorni, la morale era un accessorio pressoché sconosciuto.

Come si cominciavano a risanare i tuguri, Padre Annibale mise mano a quest'altro tipo di risanamento che certo gli stava ancora più a cuore. Anche la cap­pella, giorno dopo giorno, cominciava a prendere for­ma e alle pareti laterali comparvero le immagini della Vergine e dei Santi.

Accadde finanche che il Sabato di Passione, alcu­ne bambine, senza che Padre Annibale l'avesse pensa­to, si presentarono con i veli per coprire le immagini.

Erano episodi che mentre incoraggiavano, faceva­no sentire ancor più viva l'esigenza di dedicarsi fino in fondo a Case Avignone e a quei ragazzi: bisognava pensare a toglierli dalla strada e tenerli insieme.

Si trattava di un progetto per il quale non basta­va, come aveva fatto per la Cappella, intaccare l'ere­dità dei marchesi di Santa Caterina, peraltro già as­sottigliata, nonostante gli affanni della madre costret­ta sempre più a frequentare le aule dei tribunali che non le pareti di casa.

Oltre alla Provvidenza, bisognava guardarsi an­che intorno. E Padre Annibale cominciò a parlarne al­l'arcivescovo Mons. Guarino, il quale più che un consi­glio aveva in mente un nome: don Giuseppe Ciccòlo.

Gli sembrava lui il prete - e anche l'uomo giusto - per dare una mano al Quartiere Avignone. La praticità del carattere garantiva agli occhi dell'arcivescovo il necessario sostegno a un canonico che, avendo la testa nelle preghiere, talvolta dava l'impressione di non avere i piedi ben piantati per terra.

In realtà si trattava soltanto di una benevola sot­tolineatura della finezza spirituale del giovane sacer­dote, il quale a contatto con la devastante realtà del quartiere e di fronte alle prime difficoltà, aveva già do­vuto mettere alla prova le notevoli doti di tempera­mento.

Certo, lo scoramento più forte prese proprio don Ciccòlo quando, una volta interessato, dovette fare il suo giro di ricognizione a Case Avignone.

L'esito della visita si può apprendere da Padre Vi­tale: « Quando il P. Ciccòlo visitò per la prima volta il locale avignonese, restò così impressionato che se ne uscì sgomento e pallido, e incontratosi con il sig. Friz Grill figlio del più ricco banchiere di Messina e forse di Sicilia, questi al vederlo sconvolto in viso, gli chiese cosa avesse, e il Padre gli raccontò il fatto. Il Grill ge­nerosissimo di cuore, gli offrì 500 lire per impiegarle come meglio credeva a vantaggio dei poveri ».

Almeno agli effetti pratici, non si può dire che la ricognizione fosse andata male. Anche perché ripresosi dallo spavento, Padre Ciccòlo cominciò a mettersi con­cretamente al lavoro.

Per Padre Annibale era venuto il tempo di cele­brare la prima Messa in quella cappella che era, sì, an­cora provvisoria ma che non presentava ormai nessu­na parete spoglia, e non solo ceri, ma fiori all'altare, e accanto all'immagine della Vergine, una statua di San Giuseppe. Era il santo del giorno, e padre Annibale guardò il calendario prima di annunciare quel primo grande evento di Case Avignone.

Padre Ciccòlo bussò familiarmente di porta in porta alle famiglie più in vista della città e invitò una folta schiera di aristocratici e benestanti a un pranzo chiamato dei poveri, che però mai prima di allora da quelle parti s'era visto.

 

Il pranzo ai poveri

Le gran dame di Messina prepararono e servirono ciò che gli inservienti avevano portato da casa, insie­me a stoviglie e ogni altro attrezzo per imbandire una tavola dove il primo invitato continuava ad essere San Giuseppe, la cui statua per l'occasione fu trasportata all'aperto e messa a capotavola con due ceri accesi ai lati.

Quella del pranzo ai poveri nel giorno di San Giu­seppe rappresentava un'antica consuetudine rispetta­ta un po' dovunque. Ma a Case Avignone, quel giorno fu tutto diverso. E anche i giornali, il giorno dopo, sco­prirono finalmente, anche se attraverso il lungo e me­ticoloso elenco degli invitati benefattori, cosa stava av­venendo in quel quartiere fuori dal mondo. « Finora il Quartiere Avignone, scriveva La Parola Cattolica non si è nominato in Messina che per risvegliare un fremi­to di orrore e nulla più. Nessuna mano benefica aveva asciugato una di quelle lacrime: ma oggi tanti nobili signori del paese hanno gettato uno sguardo di com­passione (...). Oggi un numero di giovani sacerdoti si sono dedicati al sollievo di questi miseri ».

L'impegno di quei giovani sacerdoti era abbastan­za differenziato, ma vederli all'opera insieme in quel quartiere degradato era un concreto segno di speran­za.

Il canonico Muscolino manifestò subito l'intenzio­ne di trasferirvisi stabilmente e, qualche tempo dopo, Padre Annibale si trovò a caldeggiare presso l'arcive­scovo una sistemazione definitiva, in quel luogo anche per il fratello, don Francesco Di Francia.

L'occasione venne da un progetto che aveva in mente mons. Guarino e del quale Padre Annibale fu messo al corrente. L'arcivescovo pensava di far sorge­re in diocesi una fondazione di sacerdoti impegnati nelle missioni tra i villaggi della città. Il villaggio da assegnare a don Francesco poteva ben essere il Quar­tiere Auignone, dove avrebbe potuto seguire da vicino anche la vita dell'Orfanotrofio.

Tutto coincideva perfettamente e Padre Annibale, nella lettera che scrisse all'arcivescovo, si preoccupò di sottolineare la profonda sintonia tra il progetto della Fondazione e « le idee, le speranze, i desideri che si sono nutriti da più anni in questo luogo di poverelli del Sacro Cuore di Gesù ».

Quanto al fratello, Padre Annibale esprimeva la propria soddisfazione per il fatto che poneva un « par­ticolare amore a questi luoghi » dove « dimorava spes­so » e, di tanto in tanto, si fermava anche a dormire.

Mons. Guarino, non pensava tuttavia ad una vera e propria comunità. E restò sulla carta, quindi, anche il profilo già tracciato da Padre Annibale per uno svi­luppo iniziale. « L'Eccellenza vostra sarebbe il fonda­tore e superiore della piccola comunità, il Padre Mu­scolino o mio fratello sarebbe il vice superiore imme­diato ».

Come sempre, lui si metteva da parte. Anche in quel minuscolo gruppo di preti, primeggiava innanzi­tutto la sua umiltà.

Il gruppetto era completato da padre Ciccòlo, il cui esordio pubblico al Quartiere Auignone avvenne con l'organizzazione del pranzo dei poveri. Intanto, ri­chiamata anche da quel pranzo che fece storia, intor­no a Padre Annibale la folla dei poveri si faceva sem­pre più fitta. E accanto ai bambini, aumentavano i vecchi.

 

Due suore accolte in carrozza

Pensare a un ospizio era comunque un azzardo. Ma una sera, a casa di Mons. Basile, Vicario Generale dell'Arcidiocesi, Padre Annibale volle saperne di più sulle « Piccole Sorelle dei Poveri » che da poco opera­vano a Catania, chiamate dal Card. Dusmet, e la cui fama si era estesa, come le loro case, in tutta l'Europa e finanche in America.

Era troppo chiedere di averle a Case Avignone? Ad avviare la procedura, dopo l'entusiastico assenso dell'Arcivescovo, fu incaricato Padre Ciccòlo.

Era il 27 febbraio del 1882 quando Padre Anniba­le andò a ricevere alla stazione con una carrozza a due cavalli, le due suore promesse dalla Superiora.

Con lui, si recarono subito al Quartiere Avignone, e nel primo tugurio dove entrarono passarono presto all'azione. Su un tavolaccio, quasi in fin di vita, trova­rono un vecchio cieco che fu immediatamente soccorso e ricoverato.

L'arrivo delle Suore, tanto atteso, si risolse con la perdita, per le Opere, anche di Padre Ciccòlo il quale si adoperò con successo per far crescere l'istituzione delle Piccole Sorelle dei Poveri. E ci riuscì così in fret­ta e così bene da togliere risorse perfino a Case Avi­gnone che intanto arrancava. Dopo cinque anni dal lo­ro arrivo a Messina, le Piccole Sorelle furono in grado di acquistare una villa presso Gazzi dove fondarono un grande ospizio.

La storia delle Opere ha conosciuto capitoli amari a ogni tratto di strada. Distacchi, lacerazioni, ostilità, incomprensioni: Padre Annibale ha avuto davvero po­chi sconti. Ma era abituato a pagare. Non a ripagare.

E, alla fine, le sofferenze gli hanno certo fatto au­mentare il conto di santità. Questa di Padre Ciccòlo e delle Piccole Sorelle se la trovò forse troppo presto sulla strada.

Esistevano nella vicenda tutte le avvisaglie di quella che oggi si chiamerebbe una « guerra tra pove­ri ». Ma c'era di mezzo la carità di Padre Annibale. E finì che, dopo il terremoto, fu lui a dover correre in lo­ro aiuto.

 

Il primo bilancio pubblico di Case Avignone

Ci fu ancora la firma di Padre Ciccòlo, tuttavia, sotto quello che si può definire il primo inventario pubblico delle realizzazioni al Quartiere Avignone. Si trattava in sostanza di un rendiconto di ciò che aveva fruttato l'Appello del 1881, lanciato con manifesti e at­traverso la stampa, proprio sulla scia del « pranzo dei poveri ».

E il bilancio era già tutt'altro che disprezzabile. Da due anni operava un « rifugio » per le giovanette, che accoglieva anche orfane e bambine abbandonate. Già era in funzione una scuola serale per i fanciulli e veniva annunciata l'intenzione di aprire quanto prima « un altro luogo di ricovero ». Per le più piccine, bam­bine dai cinque agli otto anni, nel piccolo asilo era in vigore, per così dire, il tempo pieno. Le attività erano quelle della prima lettura, dei giochi e dei piccoli lavo­ri.

« A tutto questo - era detto al 4° punto del ren­diconto - si aggiungono le elemosine giornaliere, in­dispensabili, di vitto e di altro, che devon farsi in mez­zo a quella meschinissima plebe, per riparare ad estre­me e tremende miserie ».

Arrancava sì, Case Avignone, e sempre più spesso si vedeva Padre Annibale perlustrare ogni angolo a Messina e dove poteva annidarsi anche un briciolo di carità, ma chi passava da quelle parti restava certo in­curiosito dal rumore di macchine di un laboratorio per « lavori donneschi ».

Mai s'erano viste in quel luogo mani e braccia tanto indaffarate. Il lavoro era l'ospite forse inatteso, ma ora di riguardo per Case Avignone. Dando fondo al residuo dell'eredità, e bussando alle porte giuste, Pa­dre Annibale era riuscito a comprare telai e ogni altro attrezzo per la tessitura.

Era nata una piccola azienda che impiegava deci­ne di ragazze sotto la guida di un'insegnante. La stra­biliante novità, e stavolta non tanto per Case Avigno­ne ma per tutto il Mezzogiorno d'Italia, era un salario per tutte.

Un colpo della Provvidenza, pensarono anche co­loro che con l'aldilà intrattenevano scarsi rapporti. Se, nientemeno, era arrivato il lavoro, a Case Avignone - si cominciò a credere - poteva accadere di tutto.

Era certo un'azienda ben strana. E non solo per quella mensa, allargata in pratica a tutti i poveri della città.

 

Come nasce un Orfanotrofio

Quattro casette da un lato, quattro su quello op­posto, un muro per chiudere. Strofinacci sul pavimen­to, pareti passate a fuoco per distruggere gli « esseri viventi ». Letti, sedie e tavoli.

E per tetto la Provvidenza.

Non c'è altro, sul certificato di nascita di ognuna delle Opere del Padre. Delle amarezze s'è accennato. E giusto per tenere il conto, va detto che non manca­rono nemmeno all'avvio dell'Orfanotrofio femminile.

Avvenne che Padre Annibale si dovette allontana­re per recarsi a Napoli. Per qualche giorno, la direttri­ce, la signora Jensen - Bucca, ebbe campo libero. Biso­gna dire che non attendeva altro. Presente Padre An­nibale, la signora, pur ammirevole nella sua dedizione, era costretta a mettere da parte atteggiamenti in cui indulgeva spesso: quelli di una vera e propria direttri­ce a tutto campo e del tutto indipendente nella sua azione.

Di donne, anzi di nobildonne portate al protago­nismo, Padre Annibale aveva già incontrato la mar­chesa di Cassibile. Stavolta si trattava però di una col­laboratrice più diretta, ma, non per questo, con tutte le cautele e le finezze di un animo sacerdotale, mancò la necessaria fermezza e, via via, il delinearsi di un ruolo che si allontanava sempre più rapidamente dalle illusioni coltivate. Certo, quel giorno la tempesta che si scatenò fu davvero grossa. L'istitutrice fu presa da uno zelo davvero eccessivo nel tener lontano le bambi­ne dalle madri, giudicate non proprio di specchiate virtù. Parve, però, troppo ricorrere a una grata per parlare e a una ruota attraverso la quale far passare gli oggetti.

La sollevazione fu generale.

Quasi tutte le mamme ritirarono le figlie dall'Isti­tuto, altre si rivolsero alla Questura.

Padre Annibale ritornò in piena bagarre, e tutta­via non si perse d'animo. Di porta in porta andò a cer­care le orfanelle, e molte ritornarono.

Di quell' episodio restarono strascichi a lungo, anche se i « lamenti materni », scrisse Padre Vitale, « servivano pure a uso di scrocco ».

È rimasta famosa l'imprecazione di una mamma: « Comu ? I genti mi mancianu a facci, dicennu: Aviti na figghia ddà intra, e nun vi dugnanu nenti ? » (Ave­te una figlia ricoverata e non vi danno niente ?).

In forme diverse questa specie di carità rovesciata si manifestò anche allo sfortunato esordio dell'Orfana­trofio maschile, la cui sede fu ricavata da un magazzi­no messo a diposizione da un costruttore messinese. L'inaugurazione formale avvenne il 4 novembre del 1883. Gli ospiti erano in quattro. Ma quella pur esigua pattuglia svanì ancor prima dell'alba, portando con sé in ricordo anche coperte e lenzuoli.

Non era un inizio esaltante. E Padre Annibale ne soffrì molto, anche se orfani o poveri, e più spesso or­fani e poveri, non mancavano di certo.

Più difficile, senza dubbio, era trovare un educa­tore.

Un giorno si sentì proporre l'incarico anche Pa­dre Vitale, colui che sarebbe poi diventato il primo biografo di Padre Annibale. Ma quella volta, davanti alla Chiesa dell'Annunziata, il giovane chierico si scusò rispettosamente: per ragioni di famiglia, di stu­di, di salute....

Non rimase a lungo coi suoi ragazzi nemmeno un altro chierico, di nome Damiotti, che era stato con pa­dre Ludovico da Casoria e se n'era poi allontanato nel­la speranza di arrivare più presto all'Ordinazione sa­cerdotale.

Non gli andò meglio a Messina, anche se per qualche tempo risultò utile a Padre Annibale il quale venne a trovarsi in difficoltà per la sostituzione, alme­no fino a quando non giunse all'Opera, in un primo momento solo per studiare, un altro chierico, Pasquale Scibilia, nipote di un sacerdote di Monforte San Gior­gio.

Con l'educatore sembravano risolti anche altri problemi e per un tempo sembrò che spirasse buon vento dalle parti di Case Avignone.

Le bonacce duravano però sempre poco. Ed ecco che un giorno del chierico Scibilia non ci fu più trac­cia.

Scomparso. Padre Annibale attese per giorni e giorni il ritorno. A quel giovane s'era affezionato. Soltanto dopo molto tempo il chierico si fece vivo con una lettera dal Seminario di Segni. Assicurandogli il perdono, Padre Annibale lo incoraggiò a proseguire negli studi. Ma prima di arrivare al sacerdozio, il gio­vane morì.

Contro le difficoltà che aumentavano, Padre An­nibale ha sempre adottato un rimedio: aumentare an­che gli impegni. Invece di sottrarsi alle prove, lui pre­feriva rilanciare la sfida.

Mancavano i fondi per la vita quotidiana delle Opere? Ecco che nelle cucine dell'Istituto spuntava una caldaia in più: era quella dei poveri che da altre zone venivano a Case Avignone per avere da mangia­re.

 

Evangelizzare e star dietro ai creditori

Nessuno più di Padre Annibale sapeva essere se­gno di contraddizione.

Non aveva una salute di ferro e non gli bastavano i patimenti di Case Avignone; quegli affanni per star dietro ai creditori o anche alle chiacchere, sbrogliar grane da ogni parte, assistere i malati, accudire gli an­ziani, tener buoni i bambini, andar per avvocati per qualche faccenda che dal popolo del Quartiere Avigno­ne saltava sempre fuori.

Nel tempo che gli restava, c'era sempre da prepa­rare un panegirico - al Cuore di Gesù, alla « Stella Mattutina », alla Madonna della Mercede - o predica­re il Triduo di San Francesco di Paola, o per il terzo centenario di Santa Teresa; il discorso per le appari­zioni della Madonna di Lourdes. E gli articoli e gli im­pegni per La Parola Cattolica, il periodico del quale poi divenne direttore. Non c'era inoltre elogio funebre di un certo rilievo che non toccasse a lui.

E toccò a lui, finanche, dopo la predica degli eser­cizi spirituali, una ispezione generale sull'insegnamen­ti della Dottrina Cristiana in tutta la città. Un incari­co, che ulteriormente confermava la stima ed anche l'affetto che mons. Guarino nutriva nei confronti del giovane sacerdote, già nominato Prefetto e responsabi­le della sorveglianza e della disciplina dei chierici esterni.

L'arcivescovo aveva buoni motivi per dubitare dell'efficacia dell'insegnamento che veniva svolto. E dalla relazione che Padre Annibale, in pieno agosto, gli presentò le preoccupazioni risultarono ben motiva­te. I risultati dell'ispezione presentavano un quadro non certo distante dalla sconfortante realtà che si po­teva immaginare. Non erano certo ineccepibili i meto­di di insegnamento, impostati su una « meccanica me­morizzazione » e, in certi casi, risultavano inadeguati anche i libri di testo.

Ma la carenza maggiore veniva dagli insegnanti e dal loro impegno sporadico e non sufficientemente partecipato. Nelle conclusioni, Padre Annibale pro­spettava, in poche parole, la necessità di una profonda revisione.

E la proposta che avanzò - creare nuove sezioni di insegnamento da affidare anche ai laici - va vista oggi, anche attraverso lo scalpore che suscitò in quei tempi, come un elemento di modernità e lungimiran­za.

Erano impegni che Padre Annibale, pur immerso ormai a tempo pieno nella realtà del Quartiere Avi­gnone, accettava di buon grado. D'altra parte, proprio quella ispezione, lo rimetteva a contatto con i temi e i problemi a lui particolarmente congeniali, dell'istru­zione e dell'insegnamento. A diciannove anni aveva conseguito il diploma di maestro elementare e, accan­to alla cattedra di Lettere al « Saccano », uno degli Istituti più famosi della città, cominciò ad essere con­teso, come insegnante, anche dalle famiglie più in vi­sta.

Ma era la prima volta che si ritrovava, da sacer­dote, alle prese dal vivo con gli argomenti ancora fa­miliari della pedagogia. Dall'alto del sacerdozio, gli orizzonti sull'insegnamento apparivano certo più va­stí; e anche quell'esperienza serviva a rendere più acuto il problema dell'assistenza e della guida educati­va nelle Opere che intanto andavano delineandosi.

Per un Orfanotrofio femminile si trattava di una necessità primaria. « Ammassare delle ragazze per ci­barle e lasciarle vegetare, osservava Padre Annibale, non è impiantare una casa di educazione (...) Bisogna che l'istruzione la renda atta a guadagnarsi un giorno onestamente il pane della vita ».

Ma dove e come cercare le educatrici ? Padre An­nibale aveva bene in mente in quale direzione rivol­gersi. E avrebbe voluto a Case Avignone, le Figlie del­la Carità, una Congregazione fondata a Pagani dal ca­nonico Tommaso Maria Fusco, col quale era in corri­spondenza, o le Figlie di S. Anna, che nel 1886 apriro­no anche un loro Istituto a Messina.

L'anno successivo, Padre Annibale ebbe modo di incontrare proprio a Messina la loro fondatrice, suor Rosa Gattorno, che visitò anche il Quartiere Avignone. Nessuno dei due tentativi ebbe però esito. Nè miglior fortuna ebbe l'iniziativa, portata avanti questa volta da don Ciccòlo, per interessare le Suore della Piccola Casa del Cottolengo di Torino.

 

Le prime quattro novizie

Senza la possibilità di offrire locali adeguati e un minimo di garanzia per il sostentamento, per qualun­que Congregazione la via del Quartiere Avignone di­ventava praticamente inaccessibile. Nonostante gli sforzi, in quel luogo, secondo la testimonianza di Pa­dre Vitale, « tutto era oscillante, in mano alla Provvi­denza ».

Rassegnarsi, allora ? 0 andare avanti alla meno peggio, badando ancora di più a tenere a freno la Jen­sen ? Padre Annibale non era abituato, di fronte agli ostacoli, a scalare marcia ai propri ideali. Tanto più che, nella circostanza, era l'ideale stesso della suora a svettare più in alto di ogni difficoltà.

« Nessuna maestra privata, affermò in un discor­so sulla nascita della Congregazione, eguaglierà mai una suora, la quale è nata fatta tra le mani della reli­gione, per fare da madre, da maestra, da amica, da so­rella alle giovanette di qualsiasi condizione.

« La suora educatrice e madre delle alunne è uno dei più belli spettacoli che il cristianesimo ha offerto in ogni tempo e specialmente da due secoli in qua ».

A guardare in alto, l'orizzonte si fa anche più va­sto, e certo Padre Annibale si ritrovò un po' smarrito di fronte al pensiero che lentamente cominciava a ma­nifestarsi. Un pensiero che gli sembrava « troppo ardi­to, se non audace »: formare da sé una comunità di suore.

Quando si fece coraggio, il primo passo fu quello di mettere al corrente l'Arcivescovo, il quale senza mostrare entusiasmo, non lasciò andar via senza spe­ranze il suo sacerdote. « Faccia pure, ma segretamen­te, senza tanta pubblicità ».

Padre Annibale non chiedeva di più per mettersi subito al lavoro e il 18 marzo del 1887, alla vigilia di San Giuseppe, consegnò l'abito a quattro novizie: Ma­ria Affronte, Giuseppa Santamaria, Rosa D'Amico e Maria Giuffrida. Furono chiamate « Poverelle del Cuo­re di Gesù » e il noviziato denominato « Piccolo Ritiro di San Giuseppe ».

Quanto all'abito Padre Annibale fornì alla Jensen due indicazioni necessarie: doveva essere color caffè, in onore della Madonna del CarmeIo e portare per em­blema un cuore dipinto su tela con il motto « Rogate Dominum messis ».

Era trascorso appena un anno dalla festa del 1° luglio che segnò, con la venuta di Gesù Sacramento la « data storica della nascita delle Opere ». Alle quattro

novizie fu riservata, in quell'occasione, la particolare benedizione di Mons. Guarino: « Crescete figlie fortu­nate, crescete nel Signore ».

 

CAPITOLO VI

La Congregazione femminile: approdo di un difficile cammino

Tra le Opere, la congregazione femminile è stata certo quella che ha avuto la vita più tribolata. Ma sen­za le Figlie del Divino Zelo, con tutta la loro storia, così come si è via via manifestata, avrebbe un senso diverso la vicenda stessa di Padre Annibale.

La più tribolata, ma anche la più amata: quella per cui il fondatore ha sfidato ogni audacia e ha messo in campo ogni lungimiranza.

Il Novecento aveva appena sei anni quando Padre Annibale, ripercorrendo le vicissitudini della Congre­gazione scavalcava secoli, reticenze e pregiudizi per dare delle suore questa immagine: « Oggi la suora non è più chiusa tra quattro mura: essa è in contatto con la società, essa deve rispondere alle esigenze di un se­colo critico, beffardo e miscredente; essa deve saper onorare l'abito che porta, deve risplendere di virtù, di modestia, di prudenza, ed anche d'intelligenza e di sa­pere! ».

Ma quanto costa un'opera siffatta! « Non è age­vole comprendere quanto simili imprese riescano diffi­cili (...). Oh, se quelli che una volta mi criticavano, sa­pessero per quali fortunose vicende ho dovuto passare per la formazione di questa Congregazione di Suore; come ho dovuto gelare e sudare, nel tempo stesso che la povera anima mia abbracciava a stuoli a stuoli orfa­ni e orfane della città, della provincia e del comune! ».

Nelle vicende della Congregazione femminile, la carità di Padre Annibale è passata certo dalla porta più stretta.

Delle disavventure capitategli è difficile perfino tenere il conto. A procedere con ordine, la scena tocca ancora alla signora Jensen - Bucca che, dopo aver dise­gnato l'abito pensava forse di delineare a suo modo anche l'uniforme spirituale delle novizie. Soprattutto su questo terreno Padre Annibale non consentiva che qualcuno facesse un passo in più del dovuto.

Il guaio fu che, sempre approfittando di un'assen­za, la signora Jensen riuscì a convincere anche il buon Arcivescovo, il quale, di fatto, accolse la richiesta di « esautorare » Padre Annibale e di affidarle la comu­nità di suore. Assicurava, quella pia donna, che non altro volevano le suore, pronte a lasciare Case Avigno­ne e trasferirsi altrove per dare vita a una comunità più ordinata. In cuor suo Mons. Guarino pensava che dopotutto avrebbe fatto un favore a Padre Annibale e addirittura prese carta e penna e rilasciò tanto di au­torizzazione.

Alla direttrice sembrava tutto fatto quando, di corsa, raggiunse il Quartiere Avignone e chiese alle suore di prepararsi a partire. Anche in questa occasio­ne, però, aveva sopravvalutato la propria influenza: di muoversi nessuna volle saperne, almeno fino al ritor­no di Padre Annibale.

Stavolta non si trattava più di una semplice im­prudenza e Padre Annibale non nascose la propria ir­ritazione.

« In questa Pia Opera come in ogni altra - scris­se alla signora Jensen - non può esservi che un capo: altrimenti un'Opera diventerebbe una Torre di Babele

(...). Domani mons. Arcivescovo potrà dirmi di metter­mi da parte e mandarvi un altro: ma il principio di uno che governa e di tutti che hanno l'obbligo di ubbi­dirlo, è sempre lo stesso ».

Lasciando da parte qualche scrupolo di umiltà, salì a sua volta le scale dell'arcivescovado e si fece ri­cevere da Mons. Guarino.

Erano due veri sacerdoti, uno di fronte all'altro. Non fecero fatica a capirsi. Di quel colloquio è poi ri­masta una frase: « Tenga, tenga pure le suore e conti­nui! ».

Una vittoria di Padre Annibale? Non sapeva che sapore avesse la vittoria, perchè mai aveva visto volti di avversari. E la signora Jensen non s'ebbe solo il perdono, ma una lettera dopo l'altra per sentirsi dire che la porta di Case Avignone rimaneva sempre aper­ta.

Ma preferì non tornare. Aveva ormai deciso di fa­re in proprio e, dopo aver comprato un terreno in un villaggio di Messina, diede avvio a un orfanotrofio e a una comunità di suore: « Piccola Casa delle Povere Fi­glie del Cuore di Gesù ». Con Padre Annibale, però, non volle perdere i contatti e a distanza di anni chiese poi la fusione della sua Opera con quella del Quartiere Avignone. Ottenne nel 1922 l'affiliazione alle Opere Antoniane.

 

Il « Pane di S. Antonio »

Scoppiò ad agosto la terribile epidemia di colera e, prima che Messina si svuotasse, persero la vita un infermiere dell'ospedale e un nipote del teologo Chiri­co, parroco di San Dionisio. Il comune si organizzò co­me poteva. Furono chiuse le fontane pubbliche e, di rione in rione, trasportate su grandi carri, arrivarono cisterne di acqua bollita.

Insieme, anche quella volta, Padre Annibale e don Francesco andarono dall'Arcivescovo per chiedere di restarsene al lazzaretto per assistere gli infermi. Mons. Guarino non volle che Padre Annibale lascias­se, anche per poco tempo, il Quartiere Avignone.

E don Francesco, si può dire, si prodigò anche per il fratello. La sua generosità compì prodigi: con gli ammalati e i moribondi, era come Padre Annibale con i poveri. Finì per contagiarsi del male, come già s'era contagiato di carità. L'epidemia durò fino a ottobre.

E fu in quel mese che, oltre al sospiro di sollievo per la salute pubblica, Padre Annibale, finalmente, poté tirarne uno anche per le finanze private dell'Ope­ra.

Il segno della Provvidenza, stavolta, prese le sem­bianze di un giovane sconosciuto, che si presentò come incaricato di una signora della quale non svelò il no­me. Aveva con sé la bella somma di 60 lire che conse­gnò a Padre Annibale, accompagnandola con la « spe­cifica » di comprare pane per gli orfanelli di Sant'An­tonio di Padova. Era la prima offerta che al Quartiere Avignone affluiva in quella modalità e Padre Annibale ne fu sorpreso. « Fin'allora - commentò - non avevo mai inteso questa espressione accompagnata a un'ele­mosina ».

Ma le visite di quel giovane, poco alla volta, di­vennero familiari e anche la benefattrice ebbe un no­me. Si trattava di una pia e facoltosa donna, la signo­ra Susanna Consiglio, vedova Miceli, la quale in quelle donazioni scioglieva un voto fatto a Sant'Antonio per­ché proteggesse lei e la sua famiglia durante l'epide­mia di colera.

Oltre a dare un concreto sostegno alle Opere, l'i­niziativa della benefattrice contribuì a propagare l'o­bolo di Sant'Antonio in ogni parte del mondo.

Anche a Messina era giunta l'eco di un'analoga forma di devozione diffusa da Tolone, in Francia. Pa­dre Annibale scoprì che a Messina era nata addirittu­ra tre anni prima e si impegnò quindi a incrementare con stampe, fogliettini - diffusi nelle case, nei negozi e nei luoghi di lavoro - la pratica della beneficenza.

S. Antonio divenne il santo più invocato di tutta Messina. Eppure un quadro del Santo era solo su una parete a Case Avignone. In tutta la città un altro alta­re a lui dedicato era nella Chiesa dell'Annunziata. Per la verità non era nemmeno troppo curato, visto che vi­cino all'altare si ammucchiavano le sedie per i fedeli.

Gli Orfanotrofi antoniani non potevano certo re­stare senza una statua del Santo. Come al Quartiere Avignone, per il Pane di S. Antonio ecco spuntare, an­che stavolta, una pia donna, la signora Caterina Men­ghi Spada. Fu lei a spedire da Roma la statua del San­to ad altezza naturale, con in braccio il Bambin Gesù.

A Messina non s'attendeva altro e si decise che l'ingresso fosse solenne. Ma il ritiro dell'oggetto fu non meno avventuroso della spedizione. A Padre An­nibale toccò districarsi anche tra agenzie di Napoli e Messina per rintracciare la statua che, tra tanti affan­ni, per diversi giorni era rimasta bloccata in dogana.

Anche la via verso l'Istituto dello Spirito Santo fu presa dopo giorni, perché su consiglio della Questura la processione fu rinviata per la concomitanza con una manifestazione socialista.

Tra disguidi di dogana e esigenze di ordine pub­blico, il calendario suggerì una data: il 13 giugno.

« La processione non poteva riuscire più ordinata e commovente », scrisse La Scintilla. E nell'infiamma­ta cronaca, così coglieva l'attimo del passaggio sotto il palazzo arcivescovile: «Giunta la processione e ferma­tasi col Santo rivolto in quella direzione, ecco apparire al balcone l'Arcivescovo D'Arrigo, in cotta, mozzetta e stola, che dà la sua benedizione alla statua, ai proces­sionanti, al popolo e prega sommessamente. Fu una comune ammirazione».

La chiesa dello Spirito Santo divenne così, in sen­so devozionale, anche santuario di S. Antonio. Quando il tempio fu distrutto dal terremoto di qualche anno dopo, il simulacro rimase intatto. È la stessa statua che ancora oggi si trova nel Tempio della Rogazione Evangelica del Cuore di Gesù e Santuario di S. Anto­nio, che Padre Annibale volle come segno di rinascita per la città.

Il pane di S. Antonio per Case Avignone, sembra­va proprio sceso come una manna dal cielo. Ma il prezzo della serenità continuava ad essere alto.

 

Le Opere a una svolta

Era appena spuntata l'alba di un nuovo anno, il 1888 e debellata l'epidemia di colera, quando la signo­ra Anna Toscano venne a mancare. Aveva 57 anni.

Per Padre Annibale e Don Francesco fu un colpo durissimo. A casa restava l'altro fratello, Giovanni, che per malattia aveva dovuto rinunciare all'impiego nel Banco di Sicilia.

Aveva bisogno di assistenza, ma non voleva ac­canto a sé nessun altro che Annibale. Solo il trasferi­mento in una abitazione più vicina al quartiere Avi­gnone riuscì ad attenuare qualche disagio.

Più che mai, invece, in quel momento le Opere esigevano un impegno totale e a tempo pieno. Sempre più chiaramente maturava, infatti, il tempo di una svolta importante, ossia della prima espansione delle Opere che ormai soffrivano anche di mancanza di spa­zio. Quando la comunità divenne più grande delle quattro mura di Case Avignone, Padre Annibale diede un'occhiata ai conti con la Provvidenza e si mise a cercare nuovi locali. Se c'era da ingrandire le Opere non badava a spese. Non si faceva cioé prendere dallo sconforto di conti preventivi, che mai davano cifre giu­ste. Così, la nuova sede fu presa. Ed era di tutto ri­spetto.

Palazzo Brunaccini, proprio nel cuore della città, tre anni di affitto, a partire dal 15 aprile del 1891, quando per la prima volta la comunità femminile, ad eccezione di un gruppetto, lasciò Case Avignone.

Erano intanto aumentate anche le orfanelle, poi­ché proprio mentre Padre Annibale intensificava le orazioni al Cuore Santissimo di Gesù, alla Santissima Vergine, agli Angeli, a S. Michele Arcangelo, a S. Giu­seppe e S. Antonio, perché venissero in aiuto dell'Ope­ra, arrivò la chiamata dell'erede Sòllima, che dal fra­tello, il sacerdote Giuseppe, s'era visto affidare ogni incombenza per l'orfanotrofio che accoglieva un buon numero di bambine. A chi rivolgersi se non a Padre Annibale ? Il « no » dalle parti di Case Avignone conti­nuava ad essere proibito.

Nello splendore di Palazzo Brunaccini, ripulito da cima a fondo, si trasferì, quindi anche quel nuovo con­tingente.

Fu questa anche la sede dove si svilupparono i la­vori « donneschi » e, per un certo periodo, addirittura l'insegnamento del pianoforte. Canti, recite, rappre­sentazioni, finanche convegni: Palazzo Brunaccini era diventato il cuore del Quartiere Avignone trapiantato nel vivo della città.

Di Avignone cominciò presto ad ereditare anche le difficoltà. I conti, in quel complesso che continuava a ingrandirsi, erano sempre in rosso anche se la schie­ra dei benefattori era intanto aumentata, e durante le prediche quaresimali, in cattedrale, tra le varie que­stue c'era anche quella del canonico Di Francia. Veni­va annunciata ormai in modo solenne e si vedeva Pa­dre Annibale scendere imponente dallo stallo del Capi­tolo e passare tra i banchi, insieme agli orfanelli, con una borsa tenuta a due mani. La questua di Quaresi­ma era anche l'unica. Fuori dalla cattedrale, per le Opere del Padre, il campo s'era assottigliato di molto.

Le Piccole Sorelle dei poveri, con l'appoggio del Canonico Ciccòlo, avevano ottenuto campo libero per tutta la città. Restavano scoperte alcune zone di peri­feria, andando in direzione di Taormina. Fu una stra­da provvidenziale per lo sviluppo non solo della que­stua, ma della stessa Congregazione. A Taormina, nel 1902, fu inaugurata la prima casa fuori Messina delle Figlie del Divino Zelo.

Ma altri tramonti amari dovevano ancora venire prima di quel giorno.

 

Da Palazzo Brunaccini al Monastero Spirito Santo

Padre Annibale aveva preteso troppo dalla sua non ferrea salute. E il peso degli affanni, quello non meno lieve delle amarezze; la fatica, le angustie, di­vennero a un tratto insopportabili per le forze fisiche, così come l'inesorabile profusione di carità sembrò svi­lire ogni risorsa di energia morale.

A Padre Annibale vennero a mancare le forze. Aveva 41 anni. Si sentì « inetto a qualunque attività e smarrito nel cammino della vita ».

Negli Istituti le preghiere, in quel tempo, erano tutte per il Padre che mai come allora sentì tanto vici­no tutto il clero di Messina, a cominciare da Mons. Guarino che gli fece visita più volte. L'afflizione conti­nuava, però, a dominarlo. Un conforto solo momenta­neo gli procurò anche una risposta del Segretario di Stato, alla lettera che aveva inviato al Papa, Leone XIII, insieme al volume degli scritti su S. Veronica Giuliani.

Soffriva Padre Annibale, penavano le Opere. Era « necessario » che guarisse e quando a poco a poco gli tornarono le forze, s'era già accumulato qualche arre­trato.

Con tutto il prestigio e l'autorità di cui godeva fu l'Arcivescovo a rivolgere un infervorato appello a favo­re del sacerdote e delle Opere che rischiavano di anda­re distrutte. « Olà, fratelli nostri messinesi! È tempo oggi mai che i Poverelli del Cuore di Gesù, ricoverati da quel Rev.mo e pio canonico Di Francia, ricevano dalla carità cittadina un possente aiuto nelle misere condizioni in cui si trovano da molti anni. Essi non hanno casa per abitarvi, né mezzi sufficienti per vive­re: hanno solamente un buon padre, il suddetto cano­nico Di Francia, in lode del quale non diciamo parola alcuna, perocché sarebbe voler aggiungere splendore al sole. Eppure - continuava l'appello - non si cono­scono le penurie che ha sofferto. E tutto vi soffre que­sto buon sacerdote del Signore, per sostentare tanta misera gente ivi ricoverata. Sono più di cento orfani e poveri, che vivono a peso e cura del suddetto Padre Di Francia senza rendite certe, senza mezzi sicuri. (...) Aiutiamolo per non perderlo anzitempo con pena dop­pia dei nostri cuori! ».

L'appello non cadde nel vuoto. Si formarono co­mitati di beneficenza e, in qualche modo, tra spettaco­li e rappresentazioni si riuscì a mettere insieme quan­to bastava per scongiurare il pericolo di una chiusura immediata. Nel fervore delle iniziative venne fuori an­che l'idea di una « passeggiata di beneficenza », appog­giata, se non proprio promossa, dalle autorità pubbli­che.

La regìa di quell'insolito spettacolo fu affidata in gran parte ai militari, che prepararono una serie di carri, pavesati di bandiere e festoni, con a bordo pas­seggeri una volta tanto inoffensivi. E soprattutto felici di quella scampagnata per le vie di una città che era tutta affacciata ai balconi.

I carri erano bersaglio di ogni ben di Dio: coperte, vestiti, arnesi di tutti i generi che i bambini ammuc­chiavano in allegria da un lato. Pane, pasta, pacchi di zucchero e sacchi di farina consegnati a mano da chi seguiva ai lati della strada.

Anche soldi piovevano su quei carri che a cadenza quasi annuale avrebbero poi perlustrato le strade della carità di Messina.

Quattromila lire fu la somma raccolta. Poteva es­sere certo di più, ma una quota Padre Annibale l'ave­va già reinvestita in elemosina ad altri poveri trovati per strada.

Tuttavia, proprio come al Quartiere Avignone, la bonaccia durava sempre poco. Tamponata una falla, ecco aprirsene un'altra. Palazzo Brunaccini, nel frat­tempo, aveva cambiato proprietario e il nuovo chiede­va per sé l'uso dei locali. Uno sfratto bell'e buono e so­prattutto tra capo e collo. Furono giorni di sgomento per tutti.

Padre Annibale aveva di che pregare. « E le orfa­nelle, racconta Padre Vitale, passarono infatti i pochi giorni contati nella cappella a pie' di Gesù in Sacra­mento e della Santissima Vergine ».

 

Una casa allo « Spirito Santo »

Anche quella volta, però, fu trovata una soluzio­ne. L'idea venne direttamente a Padre Annibale. Me­glio di chiunque altro lui conosceva il vecchio mona­stero dello Spirito Santo, dove « fiorirono un giorno tante pie anime con l'abito e la regola cistercense ». Nella chiesa annessa al monastero, Padre Anni­bale, diciassette anni prima, aveva ricevuto l'Ordine sacerdotale. Da qualche giorno il fabbricato era vuoto, seppur con tutti i segni lasciati da un migliaio di sol­dati che il Comune aveva provvisoriamente alloggiato.

Prima di ritornare ai canti e alle preghiere, il vec­chio edificio, ormai abbandonato, fu preso di mira da bande di ladri che asportarono ogni cosa: inferriate, vetrate, cancelli e perfino tegole e mattonelle dai pavi­menti. Restarono appena le pareti e le proteste di qualche consigliere comunale che voleva riservare ad altri usi almeno una parte dell'edificio.

Ma non era solo problema di locali. Intanto i bi­lanci, quelli mensili ma anche quelli giornalieri, segna­vano il rosso e Padre Annibale, per assicurare almeno il necessario, in quella che chiamò una « Pia Proposta ai Cattolici Messinesi », pensò di incrementare ulte­riormente la pratica della beneficenza del « Pane di S. Antonio ».

« L'Istituto, scrisse in un manifesto, non ha altre rendite se non quelle che provengono dai lavori degli orfanelli e dalla pubblica carità. La spesa annua supe­ra le ventimila lire l'anno. Ma come si fa per tutto il resto? ».

E suggeriva, così, a « tutti i buoni cattolici che ogni qual volta hanno bisogno di qualche grazia, o spi­rituale o temporale, si rivolgano a S. Antonio di Pado­va, che è chiamato il Santo dei Miracoli, e gli promet­tano una qualche quantità di pane, ognuno quanto crede ».

L'Opera insomma, non aveva ancora svoltato l'angolo delle difficoltà. In tutti i sensi.

Se affluivano le offerte, non mancavano d'altra parte - anche queste gratuite - critiche e apprezza­menti su un cammino necessariamente ancora incerto e disseminato di ostacoli.

Occorre dire che i più assidui ad esercitarsi nel ti­ro al bersaglio erano non tanto i laici quanto alcuni sacerdoti.

Padre Annibale sapeva bene tutto questo, ma i commenti e le considerazioni più che volare in ordine sparso, andavano a irrobustire un bagaglio di espe­rienza e saggezza sempre più fornito e dal quale attin­gevano ormai in molti.

 

Tre suore a Roccalumera

In pieno clima natalizio, la sera del 22 dicembre del 1913 Padre Annibale, proveniente da Roma giunse nel convento Ognissanti dei Frati Minori di Firenze. Aveva appuntamento, il giorno dopo, con Mons. Raz­zoli, appena eletto vescovo di Potenza. Era il loro pri­mo colloquio su una vicenda che lo vide impegnato molto da vicino: quella della Casa delle Figlie del Sa­cro Costato.

Alla stessa ora, all'Istituto di Roccalumera, assi­stito dal cappuccino Padre Salvatore da Valledolmo, moriva Don Francesco Di Francia.

Era diventato Vicario Generale della Diocesi di Messina. Trascorsero altri nove giorni, tra viaggi e spostamenti - che infine lo riportarono in Puglia - prima che Padre Annibale venisse informato.

L'anno, nel suo ultimo giorno, si chiudeva nel se­gno del dolore. Non era in buona salute, Don France­sco, e delle apprensioni che nutriva per il fratello, Pa­dre Annibale aveva messo al corrente Don Orione, in­formandolo della nomina a Vicario Generale. « Pre­ghiamo che il Signore gli dia salute e grazia per tanto ufficio. Io passo con lui nella più cordiale relazione. La Curia è lieta. Dio governa la sua Chiesa ».

Non mancava, si può dire, nessuna occasione per­ché Padre Annibale manifestasse il suo affetto per don Francesco. E a Mons. D'Arrigo, in una lettera scritta subito dopo la notizia della morte, illustrò la natura. delicata e intensa di questo legame. « Io amai mio fra­tello Francesco di un amore tenerissimo e, più che fra­terno, paterno. Nella mia misera indegnità, immensa­mente afflitto per le sue afflizioni, vedendo il ginepraio in cui si era cacciato, non solo lo soccorsi come meglio potei, ma non cessavo di pregare l'Altissimo perché l'avesse provvedutuo e consolato ».

Nel doppio vincolo del sacerdozio e del sangue, quel legame era passato attraverso prove che nel tur­bine degli stessi avvenimenti lasciano sul terreno le scorie rendendo via via più lieve il cammino verso la verità.

Certo, in quell'ultima notte dell'anno, la preghie­ra spianava, e allo stesso tempo illuminava di luce nuova, un cammino che sembrò a un tratto chiuso e senza sbocchi.

Era un convento dei Frati Minori anche quello dove, a Padre Annibale, sedici anni prima, il 12 marzo del 1897, fu portata la notizia della fuga delle suore.

Era andato a far visita a Padre Bonarrigo, amma­lato di tisi. Dovette lasciarlo all'istante per correre a dare un senso a quello smarrimento che lo aveva pre­so di fronte a qualcosa che mai si aspettava. E fu Francesco la prima persona che vide. Con lui voleva esaminare insieme il da farsi e per questo gli annunciò subito che lo riteneva del tutto estraneo a quanto era avvenuto.

Quella della fuga non fu una decisione improvvi­sa. E quando la sera dell' 11 marzo suor Veronica Bri­guglio parlò alle due consorelle, le valigie furono pron­te in poco tempo.

Suor Veronica, per quanto giovane, aveva un cer­to ascendente: era stata lei, per un certo periodo, a guidare di fatto la minuscola comunità rimasta al Quartiere Avignone dopo il trasferimento delle suore al palazzo Brunaccini, e poi all'ex Monastero dello Spi­rito Santo.

Sul treno per Roccalumera, di mattina presto, in­sieme a suor Veronica salirono suor Rosa D'Amico, suor Maria Marino e sua sorella Sarina, una giovane aspirante. Appena giunte a Roccalumera la prima preoccupazione fu quella di scrivere a Padre Annibale. Nella lettera, accanto alla richiesta di perdono, venivano timidamente e confusamente illustrati anche i motivi della loro decisione: il disordine, il clima di in­subordinazione e, più in generale, l'inosservanza delle regole che, a loro giudizio, regnava nell'Istituto dello Spirito Santo. A Roccalumera avevano perciò intenzio­ne di fondare una nuova Casa di osservanza. Ma quel presunto disagio aveva in realtà altre ra­dici.

Non tutte le suore riuscivano a capire quel Padre che accompagnavano nella questua, che però quasi sempre veniva lasciata per strada agli altri poveri che incontrava.

Non tutte erano disposte a fidare nella Provvi­denza con l'abbandono, giudicato eccessivo, di Padre Annibale.

Il cumulo dei debiti rischiava in ogni momento di seppellire tutta l'Opera e la tempra che veniva richie­sta era in qualche caso superiore alle forze in campo. Quanto alle prospettive, non esisteva in quella comu­nità un vero e proprio noviziato.

Don Francesco, all'interno della comunità, era co­lui che aveva più orecchi per problemi di questo tipo. E il vortice delle insinuazioni, delle frasi spesso distorte, che facevano il giro dell'Istituto, prese in pri­mo luogo lui, costringendolo, talvolta senza motivo, in una difesa che finiva quantomeno per aumentare il ri­lievo della vicenda. D'altra parte, anche una volta se­parate, Don Francesco fu il primo a non abbandonare l'idea di una riunificazione delle Opere, perché in real­tà, come le suore, non pensava a una nuova Congrega­zione, ma solo a una nuova Casa con il noviziato in re­gola. Anche per questo continuarono a infittirsi, da parte della stessa suor Veronica e suor Maria Assunta Marino, le richieste di rientrare a Messina.

Ma per Padre Annibale la preoccupazione mag­giore era quella che i fatti di Roccalumera potessero far perdere vocazioni. Questo sì - pensava - sarebbe stato uno scandalo.

Quanto alla vicenda in sé, il giudizio è nella lette­ra che scrisse al parroco di Gaggi: « Io considero quan­to è avvenuto come una prova squisitissima che il Si­gnore ha voluto fare di questa Opera, di me, e delle persone ad essa appartenenti. Io la prego, stimatissi­mo Padre, a non volersi scandalizzare di questi avve­nimenti: poiché non è la prima volta che ciò suole ac­cadere nelle Fondazioni di simili Opere; il che è come prova che Iddio suole permettere nei primordi di un'Opera. La prova è stata di tal natura che se que­st'Opera non s'è distrutta è vero segno che il Signore l'ha protetta misericordiosamente contro le insidie dell'infernal nemico. (...) Di questo solo mi dolgo, per le passate vicende, le quali hanno prodotto un vano al­larme pregiudizievole, in certo modo, alle vocazioni ».

Non è un bilancio retrospettivo ma - si può dire - ad avvenimenti ancora in corso, perché la lettera è del maggio del 1897.

« Quercia e non canna» era stata la definizione di Don Orione per quel canonico che indossava la tonaca dell'umiltà sulla forza di un animo tutto sacerdotale.

Padre Annibale era l'uomo e il sacerdote della ca­rità implacabile, senza requie. Pronta, fulminea. Ma anche lunga, operosa, paziente.

E allora anche Roccalumera ha il suo posto in una storia di santità vissuta sulla terra e consumata con gli ingredienti del mondo.

Lui rispondeva in carità e quanto alle Opere non era necessario che tornassero insieme per augurare a quella di Roccalumera - dove da Messina continuava­no ad arrivare i sacchi della migliore farina - la « consolazione di vederla crescere e prosperare in vir­tù, provvidenza e salute di anime ».

Anche Don Francesco, di tanto in tanto, aveva ri­preso a frequentare Case Avignone e nessuno se ne stupiva.

Come nessuno si stupì, a Roccalumera, quando il giorno dopo la morte di Don Francesco, all'Istituto ar­rivò una statua dell'Immacolata. Veniva anche questa dal Monastero dello Spirito Santo.

 

La Congregazione femminile sull'orlo dello scioglimento

Quella che Padre Annibale definì una « prova squisitissima » non doveva essere nè la sola nè l'ulti­ma nel cammino delle Opere.

Poco tempo prima, nell'estate del 1896, Padre Annibale s'era trovato alle prese con una situazione che gli procurò non poche angustie. Dalla Curia arrivò una lettera in cui l'arcivescovo ordinava la destituzio­ne immediata di Suor Carmela D'Amore da Superiora dell'Istituto femminile. Alla gravissima decisione Mons. Guarino era arrivato dando credito a quelle che definiva « probissime persone secolari e sacerdoti » le quali lo assicuravano dell'esistenza di « continui disor­dini », tali « da mettere in pericolo l'esistenza stessa dell'Istituto ».

Per Padre Annibale fu un colpo durissimo. Si trattava, innanzitutto, di accuse infondate che anda­vano a colpire una giovane che egli giudicava « mode­sta, pia, particolarmente dotata nel governo dell'Orfa­notrofio » e che, tra l'altro, mai aveva chiesto per sé il posto di Superiora.

Era una testimonianza che andava sul conto della nobiltà d'animo del Canonico Di Francia, ma il prov­vedimento fu eseguito e il 7 agosto all'arcivescovo ven­ne consegnato il verbale del Capitolo dal quale risulta­rono elette suor Rosa D'Amico a Superiora della co­munità delle suore, e suor Nazarena Majone a diret­trice dell'Orfanotrofio.

Senza motivo, sul conto delle presunte « disav­venture » delle Opere, veniva così messa anche la vi­cenda di suor D'Amore. Tant'è che bastò poi un episo­dio di poco conto per far ritenere la « misura colma » e portare la Congregazione femminile a un passo dallo scioglimento.

Era accaduto che Padre Annibale, proprio nel tentativo di assicurare, dopo la fuga di Roccalumera, una « persona eletta » per la Piccola Opera dei Poveri,

s'era spinto fino a Galatina per tentare di convincere Melania Calvat, la pastorella dell'apparizione della Madonna di La Salette, a trasferirsi a Messina.

Al ritorno, alla stazione trovò ad attenderlo Pa­dre Bonarrigo. Il buon confratello, tutto preso dall'im­barazzo, non sapeva come cominciare.

La notizia che aveva da dare era veramente gros­sa.

L'Istituto femminile andava considerato sciolto. A Padre Bonarrigo la decisione era stata comunicata dal Vicario Generale, Mons. Basile che per questo lo aveva convocato in Curia.

Senza giri di frase, il Vicario gli fece intendere che nessuno ne poteva più dell'Opera femminile del Di Francia.

L'ultima veniva da un esposto alla Questura per la fuga di una ragazza dall'Orfanotrofio. Per avere in­formazioni, gli agenti avevano messo piede finanche in arcivescovado.

Si trattava di un insopportabile colpo al decoro.

Meglio farla finita e mettere una pietra sopra anche a tutto il resto.

« L'ambiente della Curia, secondo la testimonian­za di Padre Vitale, era saturo di ricorsi, (...) e alla fuga delle suore ora si aggiungeva quella di un'orfana! Sic­chè Mons. Vicario Generale, che durante la gravissima malattia del Card. arcivescovo assumeva la piena re­sponsabilità del governo, ritenne che a por fine alle molestie che recava l'Opera femminile del Padre Di Francia, senza mezzi certi, con un dubbioso avvenire, con unico sacerdote reggente, altro rimedio non ci sa­rebbe stato che scioglierla definitivamente ».

Era di tal natura la goccia che rischiò di far tra­boccare il vaso.

Come sempre accadeva, quando tutto sembrava perduto, anche quella volta Padre Annibale prese la strada familiare e antica della preghiera.

Poi, più tardi, quella più faticosa dell'arcivescova­do dove non avrebbe trovato il Cardinale Guarino, gravemente ammalato.

Mons. Basile, il Vicario Generale, non si sorprese della visita. Ma pensava di aver poco da dire. Rimase però in imbarazzo di fronte a un'inevitabile domanda:

« Le suore lasceranno l'abito e ritorneranno nelle loro famiglie, ma che ne faremo delle 75 orfanelle ? ». Già. Che ne faremo ?

La sicurezza di Monsignor Vicario cominciò a va­cillare. Disse che « era stato costretto ad emanare il decreto perché non si poteva stare in pace per i dissidi interni della comunità e i ricorsi in Curia ». (In realtà il decreto era solo verbale). L'unica concessione era quella di dare tempo a Padre Annibale per trovare a chi affidare le orfanelle. Quanto alle suore c'era solo da licenziarle.

L'ultima speranza che restava arrivò a metterla in piedi solo quel quarto voto di fiducia al quale Padre Annibale si sentiva legato.

Si rivolse ancora a Melania: « ... ciò posto, non potreste voi, in linea provvisoria venire in aiuto di questa mia comunità?». E aggiungeva: « nel caso però che la Madonna non vi ispiri a tanto, almeno pre­gatela caldamente che mi mandi questa eletta ».

« Melania - scrisse poi il Padre - immediata­mente mi rispose che accettava ».

L'ordine di soppressione, però, non era annullato. Ma bastò poi poco. Qualche giorno dopo, un grido di vittoria scandito tre volte, si levò dalle parti del Quartiere Avignone.

Sbracciandosi da lontano e andandogli incontro con tutta la gioia che poteva, ad esultare era Padre Bernardo da Porto Salvo, l'anziano confessore di Pa­dre Annibale. Veniva da Castanea delle Furie, un vil­laggio di Messina, dove il card. Guarino, ormai para­lizzato, aveva annuito col capo ad una richiesta del re­ligioso: un anno di proroga prima della soppressione della comunità di suore.

 

« Je suis de votre Congregation »

Melania Calvat entrava così nella storia della Congregazione.

Non fu facile rintracciarla, di rifugio in rifugio, nei piccoli centri dove poteva sottrarsi alla curiosità che in Francia la perseguitava, e ancor più ardua si ri­velò l'impresa di averla a Messina.

Ma dopo un anno e diciotto giorni quando, ingi­nocchiata davanti alle suore e alle orfanelle, lasciò la comunità dello Spirito Santo, la svolta era già segnata. L'anno dell'arrivo di Melania, il 1897, tempestoso co­me pochi altri, fu definito da Padre Annibale « anno di benedizione ».

Ma lui guardava avanti con gli occhi della fede, e vedeva certo più lontano di chi proprio dalla comples­sa e sofferta spiritualità di Melania restava sconvolto. Durissima con se stessa, era esigente forse oltre misu­ra anche nei confronti di suore ed orfanelle. Dava per prima l'esempio a tutte, ma spesso di quelli impossibi­li da seguire. Anche inconsapevolmente si portava die­tro la sofferenza di una scelta diventata un esilio.

I malumori all'interno dell'Istituto vennero inevi­tabilmente alla luce. E Padre Annibale ne fu messo al corrente.

Aveva per tutte Una sola risposta: « Coraggio, la Superiora è una santa, essa parla con la Madonna: quindi siate contente di ubbidirle ».

Padre Annibale arrivò a ritenere Melania con­fondatrice spirituale - come aveva fatto per alcuni Servi di Dio - tanta era la gratitudine per la sua ope­ra. E uno dei giorni di più intensa commozione fu quando le Figlie del Divino Zelo furono chiamate ad Altamura dove Melania aveva concluso la sua vita.

Anche attraverso la vicenda delle apparizioni, la figura sacerdotale di Padre Annibale emerse in tutto il suo straordinario spessore. Avvenne che un libro del­l'abate Emilio Combe sul segreto di Melania, fu messo all'Indice dalla Sacra Congregazione. Nel volume era contenuto, tradotto in francese, l'elogio funebre che il canonico Di Francia aveva pronunciato nel primo an­niversario della morte di Melania, ad Altamura.

Padre Annibale inquisito? Per conto terzi, era stato costretto più volte a salire e a scendere le scale di tribunali della giustizia umana. Ma la sola prospet­tiva di un'ombra appena sfocata sulla rettitudine di fede, lo inquietava e ne turbava la coscienza. Prese quindi l'iniziativa di scrivere spontaneamente alla Sa­cra Congregazione dell'Indice. E non si fermò a que­sto. Inviò copia della dichiarazione all'abate Combe, accompagnandola da una lettera che costituisce, fuscritto, « un vero monumento allo spirito ecclesiale del Padre ».

« Mio carissimo confratello, voi conoscete come tutto bisogna prendere dalle mani di Dio e con grande umiltà di cuore, riconoscendo che tutto è pel nostro

meglio, che noi meritiamo sempre di essere" mortificati dalla sua mano divina. Trattandosi poi di certe con­traddizioni o ammonizioni che ci vengono per parte di altissime autorità ecclesiastiche, quali sono le Sacre Congregazioni Romane, che rappresentano lo stesso Sommo Pontefice, la nostra soggezione dev'essere somma, la nostra umiltà profonda e la nostra pruden­za santa. Non dobbiamo in tal caso considerare certe circostanze che hanno determinato quell'ammonizione o contraddizione per parte dei Prelati di S. Chiesa. Dio si serve di tanti mezzi, ma le decisioni degli alti Prela­ti della S. Chiesa sono opera dello Spirito Santo che la governa. Noi dobbiamo riprovare cordialmente tutto ciò che essa riprova, rinunziando anche al nostro giu­dizio. Se poi l'Altissimo Iddio vorrà cambiare Egli 1e cose, saprà benissimo cambiarle a tempo e luogo. 'E tanto meno lo farà, quanto meno noi abbiamo saputo sottometterci a quelli che lo rappresentano ».

Allo stesso abate Combe, Padre Annibale affidò una serie di considerazioni che da sole fanno piazza pulita sui dubbi di una fede un po' credulona, almeno in materia di santità.

Al centro delle osservazioni, sono proprio le appa­rizioni della Vergine a Melania, che già avevano susci­tato roventi dispute non solo in Francia e non solo ne­gli ambienti ecclesiastici.

Ebbene, Padre Annibale scrive al Combe che « le apparizioni della SS. Vergine sono credenze private e non vanno messe a livello dei dogmi della Chiesa »; che è errato « porre il Segreto al livello del Vangelo », poiché « il criterio nell'accettazione di simili rivelazio­ni deve essere ben differente da quello con cui accet­tiamo il Vangelo come Parola di Dio. Le rivelazioni private possono essere soggette ad errori non per lo strumento divino che le dà, ma per lo strumento uma­no che le riceve ».

Lui per primo, insomma, non approva che i difen­sori di La Salette, facciano una « crociata » per la sua « santa », per colei che, « gettò le basi di quest'umile Istituto delle Figlie del Divino Zelo ».

Alle difese di La Salette, secondo Padre Annibale, mancavano due elementi essenziali: l'umiltà e la pru­denza. Senza di esse, scrisse al Combe, la stessa difesa della verità diventa fanatismo.

È davvero impressionante nella vita di Padre An­nibale questo ricorso di fatti che a un tratto, entrano in campo e capovolgono da soli il verso delle accuse, portando alla luce il nuovo, dove occhi stanchi vedeva­no solo il vecchio.

Avveniva forse perché in Padre Annibale la carità abbagliava tutto il resto; sovrastava il male, ma rende­va in qualche modo opaca ogni altra immagine che s'aveva di un sacerdote che sapeva chinare il capo per guardare più lontano, professarsi più fedele per sentir­si ed essere più libero.

Su tutto, e al di là di tutto, il giudizio della Chie­sa, « al quale - affermava solennemente - io credo più di ciò che ho veduto con gli occhi miei e toccato con le mie mani ».

Non si stancava mai di ringraziare il cielo per l'arrivo di Melania all'Istituto Spirito Santo. Si recò in pellegrinaggio a La Salette, e al rientro, tra le sue « industrie spirituali » istituì anche quella di un pelle­grinaggio spirituale della comunità, da farsi ogni anno il 19 settembre nell'anniversario dell'apparizione della Vergine. Dall'interno dell'Istituto, Suore e orfanelle si recavano pregando e cantando alla sommità di un campo che raffigurava la montagna di La Salette, do­v'erano esposti tre grandi quadri con le stazioni del­l'Apparizione.

Nello sviluppo della Congregazione femminile, l'opera di Melania Calvat ebbe un ruolo di primissimo piano.

La storia dell'Istituto e quella della pastorella si sono incontrate per poco, ma certo erano fatte per in­crociarsi, una volta o l'altra.

« Voi non potete dimenticare giammai quel fausto giorno della sua venuta tra noi: era il 14 settembre del 1897, quinto giorno della novena alla Santissima Ver­gine di La Salette, giorno sacro alla Esaltazione della Croce! ». Così Padre Annibale ricordò nell'elogio fune­bre l'arrivo di Melania allo Spirito Santo.

« Je suis de votre Congregation », fu l'addio e l'atto di amore di Melania che ritornò a nascondersi nel mondo.

 

Le Figlie del Divino Zelo depositarie privilegiate del Rogate

Pur tra tante vicissitudini, Padre Annibale rende­va proprio le Suore, come i poveri di Case Avignone, depositarie, per così dire privilegiate del Rogate.

Ecco cosa scriveva alle prime novizie: Gesù « vi insegnerà ad adempiere bene col suo aiuto, la grande missione di ottenere i buoni Operai alla S. Chiesa. Oh, compito veramente sublime! O missione veramente di­vina! Si tratta che una misera poverella deve farsi ma­dre feconda di innumerevoli anime, con un'altra gloria anche più grande, qual si è quella di generare spiri­tualmente sacerdoti alla S. Chiesa ».

Ed ecco cosa affermava, ricordando il Rogate, in un discorso alle Figlie del Divino Zelo.

« Quella parola era lì nel libro del S. Evangelo, registrata da due evangelisti. Migliaia di Ordini e Con­gregazioni religiose hanno depredato santamente quel libro divino prendendo a norma della loro istituzione chi un versetto, chi un altro; chi una sentenza, chi un'altra; chi quel comando, chi quel consiglio; ma, co­me se Gesù Signor Nostro vi avesse posto sopra la sua divina mano, per nascondere quella sublime parola, quel divino comando, nessuno lo nota finché alle più misere delle sue creature l'adorabile Redentore la sco­perse, l'additò, la introdusse nelle vostre orecchie, la stampò nei vostri cuori, la sciolse sulle vostre labbra, e la collocò sui vostri petti insieme al Suo Cuore ferito e fiammeggiante.

« Usate incessantemente di questo mezzo, solle­vate supplichevoli le vostre mani al cielo e gemete per­ché i cieli si aprano e piovano i giusti e la terra germo­gli i salvatori.

« Sventolate dovunque questo sacro vessillo, e quanto più questa preghiera comandata dal Signor Nostro Gesù Cristo, conservata pei tempi nostri e a voi affidata, s'innalzerà al gran Padrone della mistica messe, tanto più si moltiplicheranno sulla terra i buo­ni operai e la mistica messe delle anime sarà salva ».

 

Il ruolo e la dignità della donna

Negli affanni, ma anche nelle cure per la Congre­gazione femminile, il Padre svela di riflesso quella che è più generalmente la sua concezione della donna. Ed è una concezione altissima, che, pur tra le prudenze del tempo, giunge a noi straordinariamente attuale e moderna.

C'è un intervento poco noto che serve a illumina­re in pieno. L'occasione è data - nemmeno quelle si lasciava scappare - da un concorso di bellezza abbi­nato, un anno, nel giorno di ferragosto alla tradiziona­le festa de « La Vara ». L'abbinamento, si può capire, provocò la sdegnata reazione del Padre. A rileggere oggi quell' intervento, le tracce di furore si ritrovano tutte, ma sono soltanto lo sfondo sbiadito di un'epoca. Quel che emerge e che resta straordinariamente vivo è il ruolo della donna, la sua dignità. Il contrasto di me­todi educativi, che già allora confondevano i termini di emancipazione e, anche inconsapevolmente, spianava­no il terreno all'irruzione della donna-oggetto.

Padre Annibale proprio non può sopportare che una giovinetta « deve essere esaminata, affissata, mi­rata e rimirata a tutto bell'agio di un triunvirato di probiviri... i quali esamineranno se le orecchie siano corte o lunghe, il naso di quanti centimetri, la bocca se larga o stretta, i denti se bianchi o neri, se le guan­ce presentano anemia o colorito: importante esame a venti, a trenta, a quaranta giovinette, se vi accorrono! Quelle cinque che al gusto sopraffino dei sullodati sembreranno le più belle, verranno scelte le altre scar­tate. Ed ecco che le prime se ne vanno in sollucchero, perché credono che l'esser belle è qualche cosa che equivale a l'esser buona, virtuosa o savia, e le ripudia­te, sconfitte, ritengono che sono degne della riprova­zione e del castigo !

« Così l'ordine di idee nella più tenera età viene sovvertito! Che vale più per queste bocciate sforzarsi ad essere virtuose e savie? Hanno forse assistito all'e­same e al premio della virtù e della saggezza ? ».

 

Le Figlie del Sacro Costato

Erano ormai trascorsi oltre dieci anni dalla nasci­ta della Congregazione delle Figlie del Divino Zelo, quando Padre Annibale si trovò ad essere impegnato in prima persona nelle vicende legate ai passi iniziali di un altro Istituto femminile; quello delle « Figlie del Sacro Costato », le attuali « Suore Missionarie del Sa­cro Costato ».

A promuovere la nuova Congregazione era stato Don Eustachio Montemurro, insigne medico e studio­so di scienze naturali, che sentì maturare la vocazione al sacerdozio in età ormai adulta. Non troppo tardi tuttavia per realizzare il proprio carisma e dar vita, mentre svolgeva le funzioni di sostituto parroco a Gra­vina di Puglia, a un primo nucleo di una Congregazio­ne religiosa che nasceva con l'impegno di coadiuvare i parroci nelle attività pastorali. Padre Valerio Saverio e Padre Gennaro Brancàle S.J. furono i primi due « Pic­coli Fratelli del Ss.mo Sacramento ».

Don Montemurro pensò subito a un ramo femmi­nile e il 1° maggio del 1908 nacque anche la Congrega­zione delle « Figlie del Sacro Costato ».

Proprio alla vigilia della consacrazione delle pri­me quattro suore, per l'Opera iniziava un duro cam­mino in salita.

Sotto la pressione di una parte del clero, il vesco­vo diocesano Mons. Zimarino, che pure aveva dato l'assenso, ordinò un'inchiesta, affidandola a tre sacer­doti.

Le accuse nei confronti del Montemurro e delle sue due fondazioni erano diverse, e di varia natura. Innanzitutto le Opere non venivano ritenute in regola con i decreti della Sacra Congregazione. Al sacerdote venne poi anche mossa l'accusa di aver agito senza il permesso del vescovo. Un altro rilievo riguardava la dotazione di mezzi e, quindi, la reale possibilità di so­pravvivenza. Ma più di ogni altro, il problema era quello delle « rivelazioni » del Montemurro.

Il sacerdote sosteneva di essere stato spinto a fon­dare l'Opera da vere e proprie rivelazioni soprannatu­rali.

L'aria che tirava a Gravina consigliò a Don Mon­temurro di aprire Case in altre zone della Puglia; a Minervino Murge, nella diocesi di Mons. Staiti, avven­ne la vestizione dell'abito per le prime quattro suore. Al Seminario di Bisceglie, accolti da Mons. Carrano, arcivescovo di Trani, si trasferirono, invece, i « Piccoli Fratelli ».

Il ruolo che Padre Annibale assunse nella vicenda fu di primissimo piano. Dal Quartiere Avignone e dal­l'Istituto dello Spirito Santo, le Opere, dopo il terre­moto, si erano trasferite in Puglia dove, tra l'altro, era entrato in contatto prima con Padre Brancàle - a Grottaglie - e poi con lo stesso Don Montemurro. Mons. Zimarino, inoltre, si sentì in dovere di consul­tarlo. E pur nel rispetto dovuto a un Pastore, Padre Annibale espose con molta franchezza le sue valuta­zioni che riguardavano proprio il delicato rapporto di una nuova Opera con il Vescovo e l'influsso, non sem­pre positivo, esercitato da una parte del clero.

« ... Quando appariscono simili Opere in una Dio­cesi - scrisse Padre Annibale a Mons. Zimarino - sono fortunate se il proprio Pastore, coi lumi dello Spirito Santo che non possono mancargli, le prende egli stesso a cuore, e con le sue benedizioni, coi suoi incoraggiamenti, coi suoi consigli, e quasi col suo alito, le porta innanzi se le riconosce Opere di Dio, e con la sua autorità e col suo potere le distrugge quando con certezza riconosce che non sono da Dio. Ma guai se a tali Opere prende parte il clero per giudicarle. Per lo più i sacerdoti - tolte le debite eccezioni - si schie­rano contro, e muovono cento critiche, le quali, volere o non volere, debbono influire in certo modo nell'ani­mo dell'Autorità ecclesiastica. Il paniere, se non si riempie si bagna ».

Riguardo poi alle obiezioni specifiche che si muo­vevano al Montemurro, quella dei « pochi mezzi » a disposizione trovava in Padre Annibale una « contro­parte » particolarmente... competente e decisa.

« In quanto ai mezzi, che debbo dire, Eccellenza ? Il mio dire qui sarebbe sospetto, perché le mie Opere sono andate avanti da circa un trentennio senza fondi di cassa, senza rendite fisse, ed abbiamo veduto i mi­racoli della Provvidenza. In queste Opere l'affare dei mezzi credo che sia in terzo grado ».

In ordine poi al dubbio sulle « rivelazioni » la ri­sposta di Padre Annibale metteva insieme saggezza, e coraggio sacerdotale.

« Ma le rivelazioni - chiedeva al vescovo - ven­gono da Dio ? La dottrina che contengono è perfetta­mente conforme alla S. Scrittura e alla dottrina della Chiesa ? Come sarebbe gran leggerezza - avvertiva - ammettere il tutto come divino, senza averlo bene esaminato, e soprattutto senza il responso delle buone opere e del tempo; così, credo che potrebbe essere un giudizio troppo precipitato quello di ritenerle indubi­tamente come opera diabolica, o umana illusione ».

Oltre all'inchiesta diocesana, tuttavia, per le Ope­re del Montemurro si aprì la visita apostolica. E il re­sponso, comunicato attraverso Mons. Zimarino nel giugno del 1911, non ammetteva repliche: le Opere andavano soppresse e i fondatori condannati per pseu­domisticismo.

Di fronte alla gravissima situazione, che colpiva direttamente le Suore e i « Piccoli Fratelli », si mobi­litò un gruppo di vescovi pugliesi, quelli che più da vi­cino, tra l'altro, avevano potuto seguire ed apprezzare l'azione delle due Congregazioni. E anziché rimandare « con sicura scorta », come aveva ordinato Mons. Zi­marino, i « montemurrini » alle loro famiglie, il vesco­vo di Potenza, Mons. Ignazio Monterisi, quello di Ve­nosa, Mons. Felice Del Sordo e l'Arcivescovo di Trani, Mons. Carrano si rivolsero a Padre Annibale perché assumesse, almeno provvisoriamente, la direzione del­la comunità soppressa. Su tale indicazione si mostrò d'accordo, per la verità, anche Mons. Zimarino.

Per Padre Annibale si trattava di un impegno non indifferente oltre che delicato. Ma aveva le idee ben chiare. « I vescovi mi impegnarono di prendermi io la nascente istituzione e di incorporarla con l'altra mia delle Figlie del Divino Zelo. Io acconsentii a pren­dermela ma non volli aggregarla a quell' altra mia, perché pensai di farne una Congregazione a parte, ad onore del Santo Costato di Nostro Signore ».

Le suore del Montemurro furono, infatti, fin dal primo momento distinte da quelle del Di Francia e si chiamarono « Novelle Figlie del Divino Zelo ». D'altra parte Padre Annibale, che aveva una buona stima del Montemurro, sperava che la vicenda potesse risolversi con il riaffidamento al fondatore delle due comunità.

Le cose andarono diversamente e se tra i « mon­temurrini », che Padre Annibale aveva già condotto a Oria, uscirono alcuni tra i suoi più stretti collaboratori - primi fra tutti Padre Serafino Domenico Santoro e Padre Teodoro Tusino - per le Figlie del Sacro Co­stato (un gruppo di 21 giovanette, delle quali solo qualcuna vestiva l'abito religioso), altre nubi si adden­sarono all'orizzonte.

Terreno d'azione stavolta non era più la Puglia ma la vicina Lucania.

A Potenza dopo la morte di Mons. Monterisi, era stato eletto Mons. Achille Razzoli dei Frati Minori, già custode di Terra Santa.

La vicenda del Montemurro, con i riflessi sulla Casa già aperta a Potenza, Mons. Razzoli si trovò ad affrontarla proprio appena nominato, e quindi, troppo presto. Fatto sta che, trincerato dietro il precedente scioglimento degli Istituti, finì per dare più ascolto e più importanza del dovuto a una novizia, suor Umiltà Piizzi, della quale Padre Annibale aveva invece chiesto le dimissioni.

La vicenda fu causa di nuove tensioni, anche per­ché alla novizia si era affiancata la Superiora Generale e Mons. Razzoli tenne via via un atteggiamento sem­pre più duro nei confronti di Padre Annibale, al quale fu impedito di interessarsi della Casa di Potenza.

Mons. Fortunato Farina, incaricato della visita apostolica nelle Case dell'Istituto, poteva tuttavia an­notare che « il canonico (Di Francia) aveva umilmente accettato la dura ed umiliante disposizione ottempe­rando pienamente ad essa: quel che è certo è che con me parlò sempre con ogni rispetto e deferenza di quel Prelato, pur dissentendo da lui quanto al giudizio nei riguardi delle due suore ».

Risultato concreto della visita apostolica fu poi l'affidamento al Vescovo di Potenza delle comunità nel suo territorio, con l'indicazione di formare un sodali­zio religioso a parte. Le Comunità pugliesi, a loro vol­ta, costituirono un altro sodalizio, con la Casa Madre a Gravina, dove l'Istituto era nato. Quanto alla dire­zione, esse restavano sotto il Canonico Di Francia. Al­la fine tuttavia lo stesso Mons. Farina, avanzò la pro­posta della fusione delle Case delle Figlie del Sacro Costato - eccetto quella di Potenza - con le Figlie del Divino Zelo. Ma Padre Annibale ritenne che due comunità differenti potessero fare un bene maggiore. E continuò a seguire, aiutare e consigliare queste sue figlie spirituali fin sul letto di morte.

 

CAPITOLO VII

I primi sacerdoti rogazionisti

Quando Francesco Bonarrigo, maturo e piissimo insegnante elementare, si presentò alle Case Avigno­ne, era appena trascorso il ferragosto del 1890. In gio­ventù aveva già indossato l'abito talare e ricevuto an­che gli Ordini minori.

Era già oltre i quaranta e, come s'era lasciato vin­cere dai dubbi sulla propria vocazione, ora s'era con­vinto a ritornare sull'antica strada per percorrerla tutta intera.

Aveva sentito parlare di Padre Annibale. « Un santo sacerdote », oppure - i più prudenti - « un sant'uomo ».

Il maestro Bonarrigo quel giorno si decise e volle parlare al Padre. Voleva ritornare al sacerdozio, e cercò aiuto. Cinque anni dopo diventò il primo sacerdote del­l'Opera.

Ad ordinarlo fu Mons. D'Alcontres, ausiliare del Card. Guarino.

Nou fu il solo a prendere da Case Avignone la strada ai sacerdozio. Dopo di lui, un giovane, Antonio Catanese da San Pier Niceto, poi Rosario D'Agostino, Giuseppe Orlando.

Poco alla volta prendeva forma l'istituzione di un chiericato e dei Fratelli coadiutori.

Forse un giorno sarebbe nata una vera e propria congregazione per l'educazione degli orfani.

Tutto sembrava andare in questa direzione. Sem­pre più numerosi i giovani prendevano la strada di Case Avignone, che era intanto diventato un cantiere per la necessità di fare spazio ai nuovi arrivati.

Ogni opera aveva una propria sede separata dalle altre, e quando le suore si trasferirono a Palazzo Bru­naccini, i più grandicelli cominciarono a disporre di un piccolo angolo privato, con i lenzuoli come pareti divi­sorie. Cresceva di numero, ma la comunità maschile si irrobustiva anche nella formazione, curata da inse­gnanti e sacerdoti esterni.

Per i più promettenti si cominciò ad aprire presto la strada del seminario. Il Card. Guarino era partico­larmente contento di accogliere i chierici di Case Avi­gnone, guidati da quel giovane di San Pier Niceto che presto sarebbe diventato sacerdote.

Anche l'Orfanotrofio trasse vantaggio da questa fioritura di giovani i quali guidavano praticamente ogni tipo di attività nelle opere maschili. Per i più grandicelli, oltre lo studio cominciava a esserci il lavo­ro. La tipografia, per esempio, divenne il centro di stampa, per Messina e provincia, delle etichette per gli agrumi.

Ma al Quartiere Avignone non nasceva niente senza il timbro della sofferenza e anche su quel primo germe di Congregazione maschile - quando già Padre Annibale, su pressione di un benedettino aveva accon­sentito a dare un abito religioso ai fratelli coadiutori - calarono presto le ombre. La comunità rogazionista si vide assottigliare ben presto la sua rappresentanza sacerdotale. Padre Cata­nese e Rosario D'Agostino - da pochissimo ordinato - furono impiegati da Mons. D'Arrigo in attività nell'am­bito diocesano e, di fatto, dovettero lasciare Avignone. Padre Catanese, che era diventato prefetto dei chierici della nascente congregazione, fu inviato nella casa di Taormina come cappellano delle suore.

Il giovane D'Agostino si vide assegnare, prima provvisoriamente e poi in via definitiva, la chiesa del villaggio Ritiro. Padre Catanese, dopo qualche tempo, lasciò Taormina, ma per diventare Arciprete di Forza d'Agrò.

A Case Avignone restava così solo Padre Bonarri­go, peraltro malandato in salute. Ma non era finita, sep­pur l'arrivo di un sacerdote di Ceglie Messapico, Panta­leone Palma, aveva supplito in qualche modo a quella doppia, contemporanea partenza.

Padre Palma, che sarà poi uno dei principali colla­boratori di Padre Annibale, era venuto a Messina per completare gli studi universitari. Prese la strada del Quartiere Avignone perché, avendo bisogno di un allog­gio, si era rivolto a Padre Vincenzo Lilla, sacerdote del­la sua diocesi e professore di Filosofia del Diritto all'U­niversità di Messina. Padre Lilla era un fervente soste­nitore di Padre Annibale e delle sue Opere.

Quando gli si rivolse per trovare un posto al suo giovane confratello, non ci potevano essere dubbi sulla risposta affermativa da parte di chi, peraltro, considera­va l'ospitalità sacra. A sua volta Padre Palma capì subi­to che il luogo in cui si trovava non poteva essere un passaggio provvisorio della sua vita sacerdotale.

Lo spirito di carità che regnava al Quartiere Avi­gnone, il coraggio e la spiritualità di Padre Annibale lo conquistarono in maniera definitiva.

Lasciò gli studi e si diede completamente all'Ope­ra. Era giovane, entusiasta e svolse il suo impegno, rac­conta Padre Santoro, con « l'ardore del neofita ».

Anche la comunità dei chierici aveva visto assotti­gliarsi le fila, quasi da un giorno all'altro.

Mons. D'Arrigo pensò di abolire l'esternato. Da Case Avignone cominciò il primo esodo, che diventò sempre più consistente quando, man mano crescevano i dubbi sulla possibilità di arrivare in tempi ragionevoli al sacerdozio e sulla prospettiva stessa di formare una vera e propria Congregazione.

Furono momenti non facili non solo per i giovani ma, naturalmente, anche per Padre Annibale che vede­va praticamente svanire il proprio sogno.

Eppure non partì nessuna protesta. « Il Padre, rac­conta il biografo Vitale, non credette di opporsi perchè pensava che il Signore aveva iniziati quei primi germo­gli alla pietà e allo studio nell'Opera sua, ma li aveva destinati piuttosto a Sacerdoti secolari, anziché religio­si.

« Ricordo che, quando si era allontanato l'ultimo dei chierici, io di sera entrai nel refettorio col Padre al­l'ora della sua cena, ed egli, mostrandomi i posti dei chierici tutti vuoti, mi disse con un accento del quale io compresi la ferita del suo cuore: " Vede ! ? Si sono allon­tanati tutti! ", e non una parola di risentimento o di ri­provazione. Voleva dire: - Fiat! Il Signore penserà, se l'Opera è sua ».

In giro, tra il seminario e poi in diocesi, erano molti i Rogazionisti, però soltanto potenziali. E sembrava che la Congregazione fosse davvero un capitolo chiuso.

Agli ex chierici di Case Auignone, diventati semi­naristi e poi sacerdoti, Padre Annibale rispondeva con benedizioni e perdono. E con un post scriptum: « Non dimenticare quel comando del Signor Nostro Gesù Cri­sto: Rogate ergo Dominum Messis etc... ».

Era il suo modo di costruire una Congregazione, e di tenere viva la fiamma della speranza. Chissà, forse un giorno...

 

Il terremoto del 1908

E sembrava arrivato quel giorno quando tutta l'Opera cominciò a riprendere quota con la formazione di un nuovo studentato. Si era nel 1907.

Le difficoltà, le ansie, i momenti difficili sembra­vano ormai alle spalle, anche se non erano - non po­tevano essere - ricordi lontani.

Ma si guardava avanti e ripercorrendo il cammi­no e gli ostacoli già superati, nasceva spontaneo il sol­lievo di una naturale serenità. Trascorse appena un anno.

La mattina del 28 dicembre del 1908 cambiava, con quella di Messina, anche la storia delle Opere.

Di quella tragica mattina c'è il diario, ricostruito su testimonianze, di Padre Annibale: « Gli orfanelli si levarono alle cinque del mattino, secondo il loro solito; alle 5,15 erano in piedi e vestiti.

« Il giovane prefettino Emanuele Vìzzari, antico e nostro orfano rimasto nel nostro Istituto, in quel mo­mento chiamò tutti i ragazzi per recitare le preci del mattino dinanzi a una bella Immagine della SS. Vergi­ne. E così un buon numero di ragazzi si spostarono da una parte del dormitorio per raccogliersi tutti nel cen­tro, innanzi alla Madonna.

« In quell'istante la terra trema formidabilmente; in mezzo a un rombo spaventevole, le pareti traballa­no, e quella porzione di dormitorio, dalla quale si era­no ritirati i ragazzi, si sconquassa, cadendo giù il tetto con fracasso. Il resto del dormitorio dov'erano i ragaz­zi rimase in piedi. « I fanciulli vennero subito fuori nell'atrio.

« Nell'Orfanotrofio abbiamo una sezione di giova­netti studenti, che aspirano a farsi Sacerdoti dello stesso Istituto, per essere in futuro educatori degli or­fanelli antoniani. Questi giovanetti ci sono carissimi; due di loro sono della provincia di Padova; essi tutti sono l'eletto germe per la futura continuazione del­l'Orfanotrofio. Alle cinque del mattino uscirono dal lo­ro dormitorio ed entrarono nella Chiesetta dell'Istitu­to per la meditazione e la preghiera mattutina.

« Scoppiato il tremuoto, il loro dormitorio cadde completamente, la Chiesa cadde anch'essa: restò fer­mo il tratto solo della tettoia, sotto cui pregavano i ra­gazzi, ai quali erano uniti anche i fratelli laici del no­stro Istituto, nostri fedeli compagni e coadiutori, che formano con noi unica famiglia religiosa. Così giova­netti studenti e fratelli laici rimasero incolumi. Ne sia lode al Santo dei miracoli!

« Passiamo all'Orfanotrofio Femminile, nel quale si contenevano più di cento persone: una settantina di orfane grandi e piccole, e una quarantina di Suore, comprese le novizie e le probande o postulanti.

« Al momento dell'immane disastro, le orfanelle si trovavano per la maggior parte nel dormitorio già vestite, ed altre nel corridoio attiguo che conduceva al lavatoio.

« Quando a un tratto l'ampio salone sbalzò come una nave in tempesta, i muri crollarono, la tettoia precipitò, e le ragazze si trovarono travolte in quel su­bisso. Quelle che si trovavano nel corridoio ebbero pu­re addosso la tettoia, e cadde parte del pavimento.

« Ebbene, chi il crederebbe? S. Antonio di Padova mostrò la sua protezione sulle sue orfanelle, e le cu­stodiva il favore dei Cuori SS. di Gesù e di Maria. Nes­suna orfanella perì, e il meraviglioso si è che nelle te­nebre della notte in mezzo ai ruderi, le ragazze trova­rono via di uscita, e si raccoglievano a due e a tre nel­l'ampio giardino dell'Orfanotrofio. Le più grandette operavano il salvataggio delle più piccole e l'una con l'altra si estraevano da quelle rovine. « Tra due o tre ore, tutte erano già in salvo, e senza che alcuna avesse ricevuto alcun danno, eccetto due o tre con piccole contusioni. Com'è naturale, tutte le ragazze tremavano inconscie del tremendo pericolo passato.

« In tal maniera, il gran Santo dei Miracoli salvò completamente gli orfanelli e le orfanelle dei due Or­fanotrofi a Lui affidati.

« Ma per così portentosa liberazione ci volevano delle vittime. E queste S. Antonio di Padova se le scel­se tra la Comunità religiosa delle Figlie del Divino Ze­lo, addette alla educazione e custodia delle orfanelle. Tredici furono le vittime, corrispondenti ai tredici pri­vilegi del Santo Taumaturgo.

« Queste tredici figlie si trovavano in quel mo­mento chi a letto per indisposizione, chi nei dormitori per ufficio di pulizia; i dormitori erano due, fabbricati uno sull'altro e attaccati alla monumentale Chiesa dello Spirito Santo. Crollata la Chiesa con grande fra­casso, crollato il campanile a cui si accedeva da uno dei dormitori, questi rovinarono in un modo spavente­vole e una ventina delle Suore vi restarono travolte ».

Quella che si può chiamare un'edizione straordi­naria del periodico Dio e il prossimo fu anche uno dei primissimi segni di vita di una città sepolta.

Messina era un'enorme distesa di macerie. Il manto di polvere che lo schianto dei palazzi aveva fat­to alzare, sembrava coprire il cielo e stendersi sul ma­re acquietato dopo il tremendo sussulto di onde. Ottantamila morti, una catastrofe senza fine.

E da quel lembo di terra un tempo maledetta, usciva quel foglio, stampato in un paese vicino.

Padre Annibale quella mattina del 28 dicembre del 1908 non era a Messina. La sera del Natale era partito per Roma.

 

La carità era tenuta lontana

Non riuscì a raggiungerla prima di alcuni giorni dopo avventurosi spostamenti da Napoli, in treno, e in piroscafo, dirottato però a Catania.

Messina era diventata l'irraggiungibile luogo di un'apocalisse che, a distanza, incuteva ancora più ter­rore. Durante il viaggio, come lugubri echi alla trage­dia, già s'erano addensate voci ancor più catastrofiche. A Padre Annibale fu detto che nessun Istituto era ri­masto in piedi. Le Opere erano diventate macerie.

E nient'altro che macerie si vedevano dalla rada dove il piroscafo era rimasto un pomeriggio e una not­te prima di riprendere il largo verso Catania. Nessuno poteva entrare in quell'immenso camposanto che era diventata Messina. Sui pochi superstiti c'era il rischio di epidemie.

Su quella nave, insieme ad altri messinesi, scam­pati alla tragedia che avevano davanti, Padre Anniba­le trascorse forse la notte più amara della sua vita.

Come la terra, quella notte, nell'anima del Padre tremò ogni sentimento.

Sembrava senza senso la speranza, smarrita tra i morti e le rovine di una città annientata e rasa al suo­lo in pochi attimi. Anche la carità, ch'egli sentiva più forte che mai - fors'anche per il rimorso di quell' as­senza di fronte alla tragedia - era tenuta lontana. Al di là della riva, con la polvere delle macerie che rende­va opaco anche il buio della notte, si stendeva l'im­menso campo di una sterminata sofferenza.

Padre Annibale era un sacedote senza l'altare di nessun sacrificio.

L'amarezza era più grande del dolore. E ancora più acuto lo sconforto per quell'impotenza che gli po­neva davanti agli occhi una tragedia; e la tragedia di non averne parte.

Venne l'alba, ma il piroscafo prese il largo.

A Catania, accolto da Mons. Francica Nava, Pa­dre Annibale incontrò i primi scampati. Un francesca­no, Padre Trombaduri, gli fornì notizie dirette sugli Istituti.

« Io lo vidi e non lo interrogai di nulla, raccontò. Tremavo di sentirmi dire: “sono tutti morti” ».

Non era così. « Questa notizia fu come l'apparire del giorno dopo una lunga e tenebrosa notte. Ne rin­graziai l'Altissimo e cominciai a compassionar le vitti­me che ignoravo ».

 

Le Opere si trasferiscono in Puglia

Per raggiungere il porto e imbarcarsi, i bambini degli Orfanotrofi Antoniani, i sacerdoti e le suore, do­vettero inventare viottoli tra i cumuli di detriti am­massati per le strade. Erano sorte le prime baracche messe l'una in fila all'altra dove una volta erano i margini delle strade. Il piroscafo li portava in Continente, sull'altra ri­va dello Stretto.

Da Reggio Calabria partiva il treno per Taranto. Ad accogliere gli orfanelli di Messina s'erano mosse autorità e comitati di benefattori. Sul treno furono ca­ricate cassette di biscotti e scatoloni di latte sterilizza­to. Le Opere si trasferivano in Puglia.

Francavilla Fontana e Oria diventavano le due piccole patrie degli Istituti Antoniani.

Messina, l'infelice Messina, era ormai alle spalle. Ma quanta tristezza in quel piroscafo che s'allon­tanava. Padre Annibale si ispirò al Manzoni.

« Addio, spiagge messinesi, addio, bella Città del Peloro, così gettata per terra e immersa nella polvere!

Addio, cari estinti messinesi, che dormite un sonno fe­rale sotto la tomba delle stesse vostre case. Oh, quan­te volte stendeste le vostre mani benefiche a soccorre­re questi orfanelli! Addio, buon popolo messinese, che tante volte t'elevasti come un sol uomo per abbraccia­re questi Orfanotrofi, quando per qualche passeggiata di beneficenza due grandi carri militari trasportando alquanti di questi orfanelli, percorrevano le strade del­la Città, ed era un piovere di oggetti e di denari dai balconi e dalle botteghe sopra i due carri, tra l'entu­siasmo e la commozione di tutti! Addio, Messina! Nuo­ve terre ci attendono, e questo piccolo focolare di pre­ghiera che ardeva in te, negli Orfanotrofi Antoniani, va ad accendersi altrove, ma in te non si spegnerà, no!...

A Francavilla e poi a Oria le accoglienze ai bam­bini di Messina furono di straordinaria intensità. E del resto tra le due cittadine già s'era accesa una nobi­le gara di solidarietà. L'una e l'altra volevano per sé gli Orfanotrofi Antoniani. La divisione fu poi equa.

Ma Padre Annibale, soprattutto a Oria, aveva già pensato ancor prima del terremoto. Le Opere avevano trovato la strada del loro futuro. In entrambi i centri, le sistemazioni erano di gran lunga migliori di quelle avute a Messina.

A Francavilla l'Orfanotrofio maschile fu alloggia­to nell'ex convento delle Scuole Pie; quello femminile nella casa messa a disposizione da un benefattore. Per le bambine e le suore, Oria destinò gran parte del mo­nastero delle benedettine, accanto al Castello svevo di Federico II.

Mentre a « San Benedetto » rinasceva il laborato­rio di sartoria che un tempo era stato al Quartiere Avignone, Padre Annibale fu in condizioni di acquista­re l'ex convento dei Padri Alcantarini che sorgeva ap­pena fuori la città. Il nuovo complesso fu inaugurato con tre giorni di Adorazione a Gesù Sacramentato e un'ora di veglia la notte.

In quei tre giorni non si pensò ad altro, nemmeno ai letti. A Padre Annibale toccò dormire a terra e d'al­tra parte durante il giorno aveva fatto anche da cuoco.

Nello scompiglio di un trasloco capitò di tutto. Ma Padre Annibale non si rassegnò mai di una dimen­ticanza che volle pagare con una penitenza pubblica. All'altare della Messa, una domenica, mancò il tappe­to. Il sacrista se n'era dimenticato o non vi aveva dato importanza. Padre Annibale se ne accorse durante la celebrazione. Al termine mise in proprio conto quella negligenza e mentre i chierici e gli studenti consuma­vano la colazione, lui rimase in ginocchio, le mani in­crociate sul petto e gli occhi fissi a terra tutto il tem­po.

 

Lo sviluppo delle Opere

Quando un anno dopo il terremoto Padre Anniba­le si trovò a fare il censimento degli Istituti si ricordò di quel senso di speranza venuto meno di fronte alla tragedia e si rimproverò con le parole del Vangelo: « O uomo di poca fede, perché hai dubitato ? ».

In realtà, i lutti, il dolore, la sofferenza di quel­l'immane tragedia avevano dilatato le esigenze di ca­rità e fatto crescere gli Istituti che da quattro erano diventati dieci. I due di Oria e di Francavilla Fontana si erano aggiunti a quelli di Messina, dove restava l'antica casa dell'Orfanotrofio maschile, con una Chie­sa che fu tra le prime ad essere aperta dopo il terre­moto; l'Istituto dello Spirito Santo, gravemente dan­neggiato ma ancora abitato, in baraccamenti di legno, da suore e bambine, dove veniva conservata la statua di Sant'Antonio rimasta miracolosamente illesa; Taor­mina, sede di un Orfanotrofio femminile, Giardini e San Pier Niceto erano gli altri poli siciliani della pro­pagazione delle Opere antoniane.

Ma anche in Puglia, sull'esempio di Oria e Fran­cavilla nascevano altre Case. Mons. Carrano, altro ve­scovo di grande prestigio, chiamò a Trani le Figlie del Divino Zelo affidando alla Congregazione la direzione di scuole di lavoro. La casa, in un grande palazzo ce­duto dall'Arcivescovo, fu inaugurata nel 1910 e il pro­getto sottoposto a Papa Pio X. Il 1910 fu anche l'anno del ritorno a Messina. Un ritorno per la verità contrastato tanto che Padre An­nibale dovette organizzare una mezza fuga. In matti­nata - era il 30 gennaio - accompagnò i ragazzi a Oria, e ciascuno portò con sé lo strumento musicale col quale suonava nella banda. A sera, invece del rien­tro, tutti alla stazione di Oria. Lì passarono tutti in­sieme la notte. La mattina in treno per Taranto. Poi Reggio Calabria e infine la nave per Messina. Erano le 8 del mattino quando i ragazzi dell'Orfanotrofio Anto­niano a distanza di un anno rimisero piede nella pro­pria città.

A quel ritorno si pensava ormai da tempo.

« Padre, quando ritorneremo a Messina? Noi qui, lontano dalla nostra terra, non ce la facciamo più ». Richieste come queste Padre Annibale ne riceve­va ogni giorno a decine. Ma anche lui cominciò a pen­sare che i tempi del ritorno erano maturi. « D'altra parte, scrisse per scusarsi poi con i francavillesi, ritor­nato qualche volta a Messina per visitare il nuovo Or­fanotrofio femminile che si andava formando con le superstiti del terremoto, io osservavo con gioia che la città risorgeva mirabilmente, tutti i profughi andava­no ritornando. Perché dunque non anche gli orfanel­li? ».

Quindi la decisione del ritorno. Ma su Dio e il prossimo il Padre volle ancora scusarsi.

« E qui debbo fare le mie scuse con i francavillesi, se per timore, sorto in me dopo che si fossero opposti alla partenza degli orfanelli, da loro accolti con tanto entusiasmo, io li trafugai quasi di soppiatto da quella città che mi sarà sempre cara ».

L'episodio non pregiudicò in nessun modo lo svi­luppo delle Opere in Puglia. E nella stessa Francavilla continuarono a restare gli studenti della Casa del « San Pasquale ».

Si sviluppavano le Opere, crescevano anche gli strumenti. Il periodico Dio e il prossimo che fu ideato e voluto da Padre Annibale, dalle poche migliaia di esemplari aumentò la tiratura a circa mezzo milione di copie, diffuse in tutto il mondo. Fu necessario l'ac­quisto di una rotativa che arrivava a stampare 25 mila copie all'ora.

Con la tipografia progrediva ogni altra attività, sia a Messina che a Oria. Furono gli anni del consoli­damento della Congregazione. E dopo i tempi della so­pravvivenza altre realtà prendevano rilievo all'interno degli Istituti. Una di queste era appunto la stampa, e non solo in senso tecnico per la mastodontica rotativa venuta dalla Germania. Si avvertiva la necessità di un Bollettino di collegamento interno tra le due Congre­gazioni e Padre Annibale, il 31 gennaio del 1922, trovò la sorpresa di un numero di prova, curato dai giovani chierici Rogazionisti.

 

« I suoi Istituti si spanderanno per tutta la terra »

A distanza di pochi mesi un opuscolo uscito dalle tipografie, invadeva piazza San Pietro. A Roma, due mesi dopo l'elezione di Pio XI, si svolgeva il Congresso Eucaristico Internazionale, al quale partecipò Padre Vitale.

Due anni dopo, il Congresso Eucaristico si tenne a Palermo, e Padre Annibale, nonostante l'età ormai avanzata e una operazione, non volle mancare.

Ma Roma, per Padre Annibale non poteva essere un capitolo chiuso. Vi si recava spesso e ogni volta di più pensava che una Casa nella Città Eterna e nella sede di Pietro avrebbe segnato il culmine nello svilup­po delle Opere. E, proprio a Roma, non mancava chi lo incoraggiasse in questa prospettiva.

Il Superiore Generale dei Missionari del Prezio­sissimo Sangue, P. Luigi Biaschelli, già all'atto della sua adesione alla Sacra Alleanza, nel 1903, così gli scrisse: « A mio avviso, Iddio vuole che Ella estenda le sue opere a tutta quanta la cristianità, cominciando dal centro di essa, ch'é l'alma Città di Roma, sede del Vicario di Cristo. Si affretti dunque a uscire dalla Sici­lia, e venga a Roma. Di qui i suoi Istituti si spande­ranno su tutta la terra e vi produrranno un abisso di bene. Questa è a mio avviso la volontà di Dio ».

Anche cardinali e vescovi avevano manifestato il loro favore per l'apertura di una Casa rogazionista a Roma.

Padre Annibale più che di incoraggiamenti aveva bisogno di occasioni. E per lungo tempo non se ne pre­sentarono affatto.

La svolta venne quando nemmeno se l'aspettava. Ormai sembrava rassegnato, ma le vie della carità che da Case Avignone si erano ormai diramate per il mon­do, lo portarono sulla traccia giusta.

A Messina, come a Oria, capirono che qualcosa stava avvenendo perché da Roma, dove Padre Anniba­le s'era trattenuto per portare a termine la vicenda, furono ordinate preghiere e richiesto un sommario estratto conto delle finanze della Casa.

Era il segnale che il Rogate prendeva la strada della Capitale. I locali erano quelli di un'impresa cine­matografica andata fallita.

L'esultanza in tutte le Opere Antoniane si pro­lungò per diversi giorni.

Ma anche in questa nuova realizzazione erano in agguato avversità di ogni genere. La prima e più im­portante fu l'inizio della malattia che lentamente si ri­velò fatale per il Fondatore.

Padre Annibale fece però in tempo a inaugurare l'Orfanotrofio romano, e a preparare, nella tipografia di Oria, anche un numero dedicato all'avvenimento. A distanza di poco tempo nell'Istituto appena aperto si svolse la festa del Primo Luglio. L'ultima sera vi fu il significativo gemellaggio tra Rogazionisti e Orionini.

Era l'Anno Santo e fu davvero un anno straordi­nario per la Congregazione. In settembre, accogliendo la richiesta di Padre Annibale per mettere a custodia della Casa di Roma la reliquia di un martire, il Papa dispose il trasferimento delle spoglie di Santa Giulia, che erano nel monastero dei Santi Domenico e Sisto, nella cappella del nuovo Orfanotrofio.

Ma oltre Roma c'era Padova, l'altra città alla quale Padre Annibale guardava con gli occhi dell'ani­ma. Solo il flagello della guerra impedì che il sogno si realizzasse. Tutto era pronto, ed era già stato firmato anche il contratto per l'acquisto del terreno. Addirit­tura i materiali di costruzione erano già sul posto. Ma dovettero servire soltanto per rinforzare la protezione della tomba del Santo minacciata dai bombardamenti.

La guerra, dopo il terribile terremoto di sette an­ni prima, colpì duramente la comunità Rogazionista. Un giovane religioso, Giuseppe Drago, morì al fronte, appena arrivato sul Carso. E l'Istituto di San Pasqua­le, a Oria, dove era ormai avviata la scuola apostolica, grande fucina di vocazioni, venne praticamente svuo­tata dai richiami alle armi.

Nel giro di un paio d'anni la scuola fu poi trasfe­rita a Messina dove furono istituite le classi ginnasiali interne.

Al seminario diocesano si frequentavano il Liceo e i corsi di teologia.

Il dopoguerra nella comunità si annunciò con i primi due Rogazionisti che, ottenuta la licenza nel Se­minario, si avviarono all'ordinazione sacerdotale.

Anche la Grande Guerra, allo stesso modo del terremoto, aveva richiesto un supplemento di carità negli Istituti dove già la carità era di casa.

Ad Altamura, nel 1916, quando la battaglia infu­riava su tutti i fronti, fu aperto un Orfanotrofio per le figlie dei militari morti in guerra. E un anno prima a Sant'Eufemia d'Aspromonte era stata inaugurata un'altra Casa.

 

« Ero venuto per far abolire le Opere »

La Congregazione, pur in mezzo alle difficoltà dei tempi, aveva ormai consolidato la propria presenza. Ma bisognò attendere il 1926, un anno prima del­la scomparsa di Padre Annibale, per la definitiva ap­provazione canonica.

Un ruolo importante, in questo senso, spettò al visitatore inviato dalla Santa Sede, Mons. Francesco Parrillo, uditore della Sacra Rota.

Il monsignore, con fare solenne e compìto, si pre­sentò al Quartiere Avignone nel febbraio di quell'an­no. Fu accolto con gli onori dovuti e con ogni deferen­za.

Volle visitare a una a una tutte le Opere: i locali dell'Istituto maschile, le officine, le scuole, e non mancò di dare uno sguardo finanche ai lavori di co­struzione del Tempio della Rogazione Evangelica. Si aggirò severo anche tra carte, statuti, conti e regola­menti. Nei colloqui che aveva - e ne ebbe quasi con tutti nella comunità - manteneva un atteggiamento riservato e distante.

Nemmeno con Padre Annibale, che per dargli il benvenuto aveva lasciato a fatica - sorretto da Padre Palma - il suo appartamento, il visitatore si mostrò più cordiale.

Nessuno ne parlava apertamente ma qualche preoccupazione per quella visita era certamente nell'a­ria. Anche per questo la mattina successiva Padre Vi­tale volle recarsi in seminario dove alloggiava il mon­signore romano.

Quella volta il visitatore sembrò aver perso tutta la propria flemma. Accolse Padre Vitale con un sorri­so, certo più congeniale al suo aspetto dall'aria greve che aveva mantenuto il giorno prima. Prese a parlare e finalmente lasciò cadere ogni ri­serva.

« Sa, debbo confessarle che io ero venuto con l'in­tenzione di fare abolire le Opere del Padre Di Francia, e le mie suggestive domande a questo miravano. Pre­gavo il Signore che mi desse dei lumi speciali. Andai a letto restando nella mia convinzione: ma non potei chiudere occhio: avevo innanzi a me la figura di un Santo, di uno che mi diceva: Dio è con me! Ripassai nella mia mente quanto avevo visto e inteso: le parole dell'Uomo di Dio e il retto fine e andamento delle sue Opere, e sentivo una voce che mi rimproverava delle mie intenzioni.

« Ho dovuto convincermi che ho sbagliato e mi trovo innanzi un'Opera santa che il Signore vuole e che si deve favorire ad ogni costo... ».

Non si fermò a quella tenera confessione il mon­signore del Vaticano. Rientrato a Roma continuò a in­teressarsi da vicino delle Opere, e a Padre Vitale che era andato a fargli visita raccomandò vivamente di co­minciare a scrivere una vita del Fondatore.

« Si ricordi, aggiunse, ch'ero venuto in Messina con quei pregiudizi sulla Opera del Padre, e il Signore non lo permise ».

Trascorse ancora poco tempo. Il 6 agosto del 1926, mons. Paino emanò i due Decreti di erezione per le Congregazioni dei Rogazionisti del Cuore di Gesù e delle Figlie del Divino Zelo. Padre Annibale era in visita alle Case in Puglia. L'ultima del Padre in quella regione.

 

CAPITOLO VIII

L'Eucaristia al centro di tutte le opere

Qualcuno leggendo quella circolare continuò a ri­girarsi il foglio tra le mani. Anche ai vescovi, maestri della fede, la richiesta suonava un po' stramba. Di col­lette, seppure per nobilissimi fini, s'era fin'allora cono­sciuto un sol mezzo: il denaro. E quasi mai le petizioni che arrivavano sui tavoli delle Eccellenze, restavano senza riscontri.

La carità ha gli occhi rivolti al cielo, ma l'elemosi­na passa anche tra le strade del mondo.

Una colletta non di denaro, per i tempi che corre­vano, era senza dubbio una novità di riguardo. Ma una colletta di « divine Messe » nemmeno i vescovi l'avevano mai sentita.

Né il soggetto dei benefici, « la Pia Opera del Ro­gate », toglieva originalità alla richiesta. Solo tra i ve­scovi della Sicilia - che prima dei confratelli del Con­tinente, unitamente ai Cardinali e ai Superiori Gene­rali degli Ordini religiosi ebbero tra le mani quella ri­chiesta - c'era qualcuno già abituato a sbrigare que­ste particolarissime pratiche di pietà. Quanto al mit­tente non potevano esserci dubbi: Padre Annibale aveva illustrato l'iniziativa con il fervore tutto suo e che, tra l'altro, s'intensificava sotto l'assedio delle dif­ficoltà. E poche volte al fronte di Case Avignone scen­deva la tregua.

Ma quella « colletta », spiegò, era l'ultima risorsa contro la dispersione del « germe dell'Opera ». Padre Annibale non poteva darsi pace perché gli sembrava troppo amaro il calice della distruzione di un'Opera consacrata al « santissimo scopo di quel divino manda­to: Rogate ergo... ».

E pensava che, più di tutti, quella « divina paro­la », dovesse interessare proprio i vescovi.

« I vescovi dunque non potranno non prendere a cuore questa Pia Opera; se io domando loro un effica­cissimo aiuto, non potranno negarmelo. Ma quale aiu­to? Forse un soccorso di contribuzione pecuniaria? Ah, non sia mai! Non è col danaro che si formano le Opere del Signore! Piuttosto col disprezzo del danaro (...). Che cosa dunque domanderò ai Sacri Prelati di Santa Chiesa, ai successori dei Santi Apostoli ? Di che cosa c'è bisogno in un'Opera perché cresca e si sviluppi a gloria del Signore e salute delle anime ? C'è forse biso­gno di altra cosa, che della Divina Grazia e della Divi­na Benedizione? Or bene, mi rivolgerò ai Sacri Prelati di Santa Chiesa, spiegherò dinanzi a loro il glorioso Vessillo della Rogazione Evangelica piantato non so­pra altissime torri, ma sulle casupole dei poverelli, e genuflesso li supplicherò di un concorso meramente spirituale di preghiere e di benedizioni, nell'atto più solenne della nostra santa Religione, cioè nel gran Sa­crificio della Santa Messa ».

Quel che neppure i vescovi della Sicilia potevano sapere, era ciò che avveniva al Quartiere Avignone quando alla circolare c'era una risposta.

Si correva alle campane. E suonavano a festa. Erano i rintocchi di una speranza per tutti, che arrivava sotto forma di preghiera.

Pochi altri momenti erano così importanti e so­lenni come il suono di quelle campane che sembrava­no annunciare il mondo a Case Avignone, e Case Avi­gnone al mondo. Un segno di vita e di gioia che auto­maticamente faceva scattare l'amnistia per le piccole mancanze commesse dai ragazzi degli Istituti.

La Sacra Alleanza fu solo una delle tante espres­sioni di una fede che cercava ogni appiglio per arriva­re al Rogate e dal Rogate iniziare la scalata alla santi­tà.

La Pia Unione della Rogazione Evangelica fu un altro dei grandi frutti della propagazione del « Divino Comando ». Era rivolta più direttamente ai sacerdoti e ai fedeli laici e fu inaugurata alla mezzanotte del pas­saggio di secolo tra 1'Otto e il Novecento.

La prima firma sul registro di iscrizione fu quella dell'Arcivescovo D'Arrigo. L'Opera ebbe una rapidissi­ma diffusione in molte diocesi italiane e anche all'este­ro, in Paesi europei e nelle Americhe. Particolare sod­disfazione procurò a Padre Annibale la traduzione di una sua preghiera in polacco, mentre in francese fu tradotto l'intero libretto delle orazioni per ottenere i « Buoni Operai ».

Fu per la « Pia Unione » che Benedetto XV, nel corso di un'udienza concessa a Padre Annibale, si pro­clamò « primo Rogazionista ».

« Industrie spirituali » chiamava il Padre quell' insieme di pie pratiche che scandivano la vita delle Opere.

Il fatturato in preghiere di queste « industrie » toccava sempre vertici altissimi. E al Quartiere Avi­gnone era l'unico settore mai colpito da crisi.

Come la carità non conosceva cali di produzione, così la preghiera, oltre i ritmi naturali, trovava ogni pretesto per essere alba e tramonto e ritagliare un ca­lendario dell'anima non meno intenso rispetto al corso naturale dei giorni.

Così, il mese di gennaio era tutto dedicato al No­me Santissimo di Gesù, con la grande novena e, il 31, la lunghissima supplica composta da 34 petizioni, tan­te quanti furono gli anni di Cristo, a cominciare dal primo istante della Incarnazione. Ogni Messa del gior­no di febbraio veniva celebrata in ricordo di ognuno degli anni.

Marzo era dedicato a San Giuseppe, aprile al cul­to del Santo Volto.

Prediche e fioretti segnavano le devozioni alla Ss.ma Vergine e al Cuore di Gesù nei mesi di maggio e giugno. Luglio era il mese del Preziosissimo Sangue; agosto quello dell'Assunzione. Settembre era tutto de­dicato alla Divina Bambinella, all'Addolorata e alla Madonna di La Salette. Ottobre alla Vergine del Rosa­rio e agli Angeli Custodi. Novembre alle anime sante del Purgatorio. Dicembre al Natale e alla fine dell'an­no.

E c'erano, inoltre, le devozioni per i santi del giorno, la Quaresima, le suppliche al Cuore di Gesù durante la settimana dei Defunti; e quelle per il gior­no della Visitazione e per le Novene dell'Assunzione e dell'Immacolata. E, ancora, la specialissima devozione dei settenari di Messe per le anime purganti sacerdo­tali.

Difficile, poi, tenere il conto dei pellegrinaggi, che partirono dai giardini dell'Istituto per raggiungere spi­ritualmente, di volta in volta, Lourdes, La Salette, Monte Gargano, Treviri, perfino la Grotta di Betlem­me. Erano Santuari raffigurati da immagini o da rico­struzioni d'ambiente. Non esisteva, inoltre, avveni­mento di rilievo nella Chiesa italiana o in quella uni­versale, che non trovasse riscontro al Quartiere Avi­gnone. Soprattutto durante lo svolgimento di Congres­si Eucaristici, la comunità si sentiva mobilitata nella preghiera.

C'è stato chi è rimasto, forse giustamente, im­pressionato dalla mole di queste pratiche devozionali, e ha parlato di « dedalo » nel quale Padre Annibale si aggirava, forse con il rischio di perdere la bussola in una specie di vicolo cieco.

Anche Case Auignone, nei confronti del mondo, era un vicolo cieco.

Padre Annibale è andato a percorrerlo e a cercare una via d'uscita. Lui conosceva la strada maestra e po­teva avventurarsi dappertutto.

Così quel vicolo cieco è andato ad aprirlo al mon­do, sintonizzandolo sulla lunghezza d'onda della fede. Se erano simbolici i pellegrinaggi, vive e autentiche erano le trame di fede che finirono per avvolgere ogni cosa e intrecciarsi così a fondo da essere tutt'uno con la storia e la vita di tutti i giorni.

La fede era espressione di tutto e si manifestava in ogni momento attraverso la straordinaria fertilità di una fantasia che, disegnando paesaggi spirituali sempre nuovi, allargava gli orizzonti di una terra un tempo « maledetta ». Era il mondo, ora, a doversi af­facciare dalle finestre di Case Auignone per vedere co­me fosse possibile cambiare corso alla storia e verifica­re sul campo la vitalità, l'audacia, il coraggio di una fede che s'aggirava sì, anche nel dedalo di devozioni, ma solo per avere il passo più saldo nel cammino sulla strada maestra.

E la strada maestra, il centro, il « tutto » di Case Auignone, delle Opere, di ogni singolo Istituto e di ogni iniziativa è stata sempre l'Eucaristia.

« Tutto il centro amoroso, fecondo, doveroso e continuo di questa Pia Opera degli Interessi del Cuore di Gesù, dev'essere Gesù in Sacramento.

« Deve sapersi e ritenersi, ora e in perpetuo, che questa Pia Opera ha avuto per suo verace, effettivo ed immediato fondatore, Gesù in sacramento. Pare che di questa Pia Opera possa dirsi: Novum fecit Dominus: Dio ha fatto una cosa nuova, in quanto che nelle Ope­re che Dio forma suole Egli mettervi un fondatore ric­codelle sue Grazie e dei suoi doni. Ma in questa Pia Opera che doveva elevare ad istituzione il Divino Co­mando del Divin Zelo del suo Cuore, per tanti secoli obliato, può dirsi che Nostro Signore stesso, senza in­termediazione di un fondatore nel vero senso della pa­rola, si sia mostrato geloso di essere stato Egli stesso, dal Santo tabernacolo, il vero Fondatore. Tutte le Grazie, gli aiuti, i lumi, le divine provvidenze sono tutte piovute dal suo Divino Cuore in sacramento ».

In questo brano c'è il senso di una vita sacerdota­le e di riflesso, quello di Case Avignone, dell'esperien­za sociale vissuta in quella terra, e tra la gente di quella terra.

Per far rivivere il Quartiere Avignone, Padre An­nibale ha fatto vivere l'Eucaristia.

Si è spinto fin dove la sua anima sacerdotale ha trovato il punto di confluenza tra la cultura, la vita e la storia di una popolazione ridotta allo stremo e or­mai pronta a svendere anche il proprio residuo di spe­ranza.

Alla luce dell'Eucaristia, Padre Annibale testimo­niò ai poveri la dignità dei poveri, e chiamandoli parte eletta del popolo di Dio, li rimise in corsa nella storia.

Non è altro il senso del suo impegno sociale, for­te, caparbio, addirittura passionale. Ma con un carat­tere che distingueva i santi di quel tempo: un impegno sociale sacramentato, dispiegato a piene mani ma lon­tano dai rischi di un attivismo sterile. Profuso a pieno cuore, ma senza indulgere in sentimentalismi senza sbocchi.

 

La festa del Primo Luglio

Questo senso sacramentale, nel genio di fede di Padre Annibale, trovò un'espressione concreta, in quella che è stata la più alta e la più solenne delle « industrie spirituali » di Avignone: la festa del Primo Luglio. Fu istituita nel 1886, ma nacque, si può dire, nel momento in cui Padre Annibale si spinse per la prima volta al di là del torrente Zaera.

Dal giorno della prima Messa, non s'era pensato ad altro che a rendere definitiva la presenza dell'Euca­ristia.

« La celebrazione della Messa, che a volte si ripe­teva, non era in quei luoghi - affermò Padre Anniba­le - che un'apparizione e una sparizione di Gesù in sacramento. Bisognava che egli vi permanesse con la sua Divina e reale presenza: senza di che il germe non avrebbe potuto attecchire e tutto si sarebbe inaridito in sul nascere ».

L'Eucaristia vita della comunità, fonte e destina­zione ultima di tutte le Opere.

Tanto solenne fu l'ingresso di Gesù sacramento al Quartiere Avignone, quanto intensa fu la fase di pre­parazione a quell' avvenimento così straordinario da perpetuarsi nella vita della Congregazione. L'attesa durò due anni.

Mai si era pregato tanto, e mai Padre Annibale s'era industriato di penna e di cuore per scrivere inni, comporre canti, infervorare gli animi come solo lui sa­peva, in vista del giorno in cui « l'Opera sarebbe en­trata in possesso dell'Autore di tutti i suoi beni ». E arrivò quel Primo Luglio, quando « Gesù venne non per partirsene siccome aveva fatto in passato, con la celebrazione giornaliera della Messa, ma per restarvi con la sua divina presenza. Venne come re tra i suoi sudditi per piantarvi il suo regno, come buon pastore tra i suoi agnelli... Venne come divino agricoltore per coltivare da se stesso - proprio da se stesso! - la sua pianticella, nel cui germe sepolto nella terra della prova e della mortificazione era accluso il piccolo seme del suo divino Rogate. Venne come padre amorosissi­mo tra i suoi figli per formarsi una piccola famiglia, la quale vivesse della sua carne e del suo sangue, e fosse fatta capace dalla suo reale presenza in Sacramento, di potere raccogliere dalle sue divine labbra il coman­do del Divino Zelo del suo Cuore: Rogate ergo Domi­num messis, ut mittat operarios in messem suam; il quale (comando) sta nel più intimo rapporto con Gesù Sacramentato, che non può sussistere - avendo Egli così decretato - senza il sacerdozio ». Il Primo Luglio, si può dire, nasceva e rinasceva l'Opera.

Anche i segni esteriori contribuivano a fare di quel giorno il centro di una storia rinnovata.

Non era festa solo a Case Avignone, ma tutt'in­torno, per le strade, che furono ripulite da cima a fon­do, nel quartiere, che dalla rinascita si sentiva meno lontano anche dal resto della città.

Al termine della Messa, la più solenne e gioiosa che Case Avignone ricordi, il Santissimo, in un osten­sorio di argento, fu portato in processione per le prin­cipali vie del rione.

L'esposizione durò tutto il giorno. Anzi, racconta­no le cronache, « quel giorno non si accese caldaia, non vi fu tempo per apparecchiare il pranzo, e i ragaz­zi furono lieti di passarsela a pane asciutto, purché non fossero tolti dall'adorazione ».

Dopo due anni di attesa, quella grande festa non poteva concludersi la sera stessa, quando la solenne benedizione chiuse la memorabile giornata. La festa durò infatti per tutta la settimana, da una domenica all'altra. E anche in chiusura il senso comunitario del­l'Eucaristia prese non solo Case Avignone, ma il quar­tiere intorno, dove i ragazzi, nelle diverse vie, andaro­no a esprimere le loro impressioni e a consumare poi tutti insieme il pranzo.

Da quel giorno, tutti gli anni, il Primo Luglio di­ventò la Festa per eccellenza di Case Avignone e di ogni altra Casa rogazionista.

« È un tributo annuo di amore e di fede che tutta l'Opera, in tutti i suoi singoli membri, e in tutte le sue Case, dalla più grande alla più piccola, offre all'adora­bile Sommo Bene Gesù in Sacramento, come centro di tutti gli amori, di tutti i servizi, di tutte le espiazioni, di tutti i ringraziamenti, di tutte le suppliche e pre­ghiere, di tutte le pratiche di pietà e le sante speranze della Pia Opera; come sorgente di tutte le grazie, di tutte le misericordie, di tutti i celesti favori del divin Cuore di Gesù, presenti, passati e futuri, per tutta questa Pia Opera e per tutti quanti vi siano apparte­nuti, vi appartengono e vi apparterranno ».

Tanta era l'importanza che Padre Annibale vi at­tribuiva, che il Primo Luglio era fonte a sua volta di altre « industrie spirituali » come quella dell'« aspetta­zione » e del « titolo ».

Avere il Santissimo nel Tabernacolo, nella finissi­ma spiritualità eucaristica di Padre Annibale significa­va vivere in compagnia autentica e reale del Fondato­re. E bisognava meritarne la presenza, suscitare l'at­tesa della venuta.

Ecco allora la funzione del « tabernacolo vuoto » che ovviamente si svolgeva negli ultimi giorni di giu­gno. Dopo la Messa e le comunioni, con la consuma­zione di tutte le particole, il Santissimo veniva solen­nemente rimosso per essere più degnamente accolto a distanza di giorni. Anche i locali dell'oratorio venivano ripassati a nuovo.

Nelle comunità erano i giorni dell'aspettazione. Senza il Santissimo era come essere in lutto, e duran­te il giorno più volte nell'oratorio, risuonava il canto del « Tabernacolo vuoto »: Cieli dei cieli, apritevi Scenda il Diletto a noi, Chiuso nell'ostia, vittima Del suo divino amor, Venga tra i figli suoi L'Amato Redentor!

Per i giorni dell'aspettazione Padre Annibale di­ramò perfino una circolare in cui descriveva, quasi momento per momento, il senso di quell' attesa che doveva nutrirsi di preghiere e soprattutto di veglie notturne dinanzi al Tabernacolo aperto.

Rileva il P. Vitale: « Lo spirito di quella prepara­zione, secondo il Servo di Dio, doveva consistere nel capire la differenza che c'è tra il tabernacolo vuoto e quello invece abitato da Gesù. Vuoto il tabernacolo, manca nella casa il re, il padre, il benefattore, la luce, l'amico e il nostro Tutto; quindi l'anelito dei cuori, perché si degni di venire in mezzo a noi per colmare quel vuoto affliggente ».

 

I titoli del Primo Luglio

L'altra « industria » era quella del titolo. Ogni anno il Primo Luglio doveva insieme commemorare e rendere nuovo l'avvenimento di Cristo Eucaristia, ac­colto dai poveri di Case Avignone. Il titolo era come il primo saluto che la comunità rivolgeva al Fondatore. Era scelto da Padre Annibale e veniva reso noto il primo maggio dal sacerdote celebrante, subito dopo la comunione.

Il primo titolo fu quello di « Re ». Nel secondo an­no, « Pontefice Eterno », poi « Padre », « Buon Pasto­re » fino all'ultimo titolo che fu quello di « Perfettissi­mo Esecutore dei voleri del suo Divin Padre ».

Si era nel 1927, l'anno della morte di Padre Anni­bale. Fino al 1936 il titolo venne poi scelto da Padre Vitale. E fu quello che poi sarebbe rimasto per sem­pre: « Divino Trionfatore ».

Vi fu una sola eccezione, nel 1930 quando in una busta chiusa fu trovato ancora un titolo di Padre An­nibale: « Divino Rogazionista ».

L'Eucaristia rivestiva tutto il suo animo sacerdo­tale.

Padre Annibale era sacerdote per l'Eucaristia. E al Congresso Eucaristico di Catania, nel 1905 aveva spiegato in che modo.

« Non si può concepire l'Eucaristia senza il Sacer­dozio; non vi è reale Sacerdozio senza l'Eucaristia. Gesù Cristo in sacramento è la vita della Chiesa: quando Gesù in sacramento e obliato, non è amato, è miscreduto, allora la Chiesa languisce nei suoi mem­bri: essa è qua e là inferma! Ma chi può ripagare la di­menticanza di Gesù in sacramento? Chi ne propaga le glorie? Chi ne dimostra l'infinito amore? Chi eccita i cuori ad amarlo, a desiderarlo? Chi rintuzza gli errori, che vorrebbero opprimerlo? È il Sacerdote cattolico! È lui, solamente lui, esclusivamente lui! Egli crea l'Eu­caristia, se così mi è lecito esprimermi. Egli genera Gesù alla vita sacramentale. Egli prepara a Lui una plebe perfetta. Vi sono anche apostoli di buone opere di carità, che non sono sacerdoti, ma essi attingono la grazia di operare il bene ai piedi di quell' altare, dove il Sacerdote ha immolato la divina Vittima, dove l'ha rinchiusa nel santo Tabernacolo.

« La Ss.ma Eucaristia comunica al sacerdozio, e per mezzo del Sacerdote ad ogni fedele, la inesauribile fecondità di tutte le opere private e pubbliche ».

Quella di Padre Annibale era una spiritualità eu­caristica nutrita di preghiere ma anche di gesti, di pic­cole personalissime « industrie » che poneva davanti al cammino della propria edificazione.

Dopo la celebrazione era preso dallo scrupolo di chiudere la porta in faccia a Gesù. E così metteva la pisside più in fondo che poteva al tabernacolo. La preoccupazione per i sacri frammenti lo indusse a scri­vere un opuscolo destinato ai celebranti. Più di tutto raccomandava la confezione esatta delle ostie, e alle Case inviava circolari mettendo in guardia sulle « ostie comprate senza saperne la provenienza ».

Anche in viaggio portava sempre con sé ostia e vi­no. Una volta che non l'aveva fatto, s'era rifiutato ad­dirittura di celebrare. Non era mai accaduto, ma in un paese della Calabria, si accorse che il sacrista aveva mandato a chiedere del vino in una bettola.

Prima della Messa si vuotava le tasche: all'altare voleva andar libero da ogni impiccio terreno.

Non accettava elemosina durante la Messa « non volendo alienare le giornaliere intenzioni del frutto del gran sacrificio ».

La celebrazione di quel « gran Sacrificio » era la sua vita e il suo sacerdozio. L'aveva scritto, un giorno a mo' di testamento, facendosi aiutare a pregare an­che dalla penna: « Intendo che tutta la mia vita sia un continuo preparamento e un continuo ringraziamento alla celebrazione del tremendo Sacrificio e della S. Co­munione Eucaristica. Con tutto ciò mi faccio una leg­ge di premettere sempre un preparamento prossimo di almeno alquanti minuti, in ginocchio. Prima della Santa Messa eviterò ogni discorso o distrazione, e os­serverò perfetto silenzio. Celebrando il tremendo sa­crificio pronuncierò a tempo le parole e con voce com­punta fin dall'introito senza nulla precipitare (...). Starò attento che il servizio della Santa Messa proceda in regola, e se il serviente precipita le parole, o starà svagato, lo ammonirò anche severamente se occorre; e su questo punto non sarò indifferente. Dopo la Santa Messa farò un ringraziamento di almeno venti minuti, ritirandomi in disparte nella stessa chiesa o sagrestia, sebbene talvolta potrò prestarmi a qualche opera di carità o di ministero ».

Alla luce dell'Eucaristia, Padre Annibale s'illumi­nava di ogni forma di devozione. E la più immediata era quella del Cuore Eucaristico, che contava apostoli tra i santi che Padre Annibale aveva più amato. E un Primo Luglio a Oria, dopo un triduo di preparazione e di preghiere, il Cuore Eucaristico di Gesù veniva pro­clamato « Superiore assoluto, immediato, effettivo dei Rogazionisti ».

Era anche l'anno del Congresso Eucaristico Inter­nazionale di Malta, e Padre Alfonso De Feo, Redento­rista, si vide arrivare una calorosissima lettera di con­gratulazioni da Padre Annibale per la sua relazione sul culto del Cuore Eucaristico di Gesù.

Non era un dedalo di devozioni, la strada che Pa­dre Annibale s'era scelto per il sacerdozio.

Né la sua missione è stata mai incupita da affan­ni, dietro ai quali ansimava di gambe ma respirava più a fondo di preghiere. Invece di abbatterlo, le angustie gli svelavano quanto grande e accogliente fosse il por­to della speranza. E quanta sapienza nascondesse l'ot­timismo della fede.

Un ottimismo affatto ingenuo perché a vedersi in­torno, talvolta non gli veniva che sconforto.

Ma lui guardava in alto. Come quando, di fronte all'Opera che stava per dissolversi chiamò le « persone più attaccate agli Istituti » a stringere « un' unione spirituale » per impegnarle a rinnovare e ad accresce­re la loro fiducia in Dio.

« Gli induvidui di questa unione spirituale piglia­no per loro divisa la parola dell'apostolo Paolo: Spera­mus contra spem: speriamo cioé contro tutto ciò che si oppone alla nostra speranza ». E perciò « rinnovano esplicitamente la loro risoluzione di perseverare con costanza e fermezza nel servizio di Dio in questa Ope­ra, nonostante tutte le persecuzioni, gli insuccessi, gli scoraggiamenti, le tribolazioni, le scarsezze, le contra­rietà ed ogni tribolazione: eccetto quando il Signore manifestasse chiaramente, per mezzo dei Superiori Ecclesiastici, di non volere più questa Opera ».

È un ricorso alla speranza che nella spiritualità di Padre Annibale diventa un triplice voto di fiducia. Sono tre preghiere. L'ultima è l'atto della fiducia estrema: « ... né mai si scoraggerà o si abbatterà per qualunque diniego apparente; ma camminerà sicuro in mezzo alle tenebre e alle ombre della morte, senza mai cessare di pregare e sperare ».

Era un dispensatore e un comunicatore di spe­ranza. Chi gli stava intorno vedeva in qual conto ave­va i beni terreni.

Questo distacco veniva avvertito soprattutto dal­l'animo dei semplici.

Quando un misterioso incendio distrusse la Chie­sa-baracca di Avignone, donata da Pio X dopo il terre­moto, che per prima portò sulla facciata il versetto ro­gazionista, per ricostruirla fu organizzata una « pas­seggiata di beneficenza ».

Sacerdoti e fanciulli giravano per le strade e si fa­ceva folla intorno. Le offerte furono generose. Ma co­me racconta Padre Vitale, un'anziana donna si avvi­cinò al corteo e prese a gridare: « Non temete! Non temete! la Chiesa di legno, ora il Padre Di Francia la farà d'oro ». Era anche una profezia perché a distanza di qual­che anno nella mattina di Pasqua del 1926, venne inaugurato il Tempio della Rogazione Evangelica, ric­co di ori e marmi.

Fu un altro grande giorno per tutta la Congrega­zione.

Solo due volte a Padre Annibale, ormai malato, riuscì di celebrare in quel tempio.

Ma intanto il divino comando: « Rogate ergo do­minum messis, ut mittat operarios in messem suam » splendeva al sole sulla maestosa facciata.

 

CAPITOLO IX

La penna come un altro rosario

I consigli dei santi vanno rispettati. Ma è difficile dire quanto riuscì a influire, su Padre Annibale, il sug­gerimento di Don Bosco di cercare l'aiuto della stampa nello sviluppo delle Opere.

« S'ella facesse parlare qualche giornale locale, molti prenderebbero conoscenza della situazione sua, e qualche anima caritatevole sarebbe toccata nel cuo­re ».

Sulla strada indicata da Don Bosco, Padre Anni­bale s'era incamminato da tempo. Aveva già messo mano a quella strabiliante « Opera omnia » di oltre di­ciottomila pagine di scritti, poi raccolte in ben 62 volu­mi.

La tipografia per Padre Annibale fu poco meno familiare dell'altare; la penna, nelle sue mani, era co­me un altro rosario.

L'esordio era avvenuto a 17 anni sul periodico cattolico di Messina La Parola Cattolica diretto dallo zio materno.

Il primo articolo in prosa fu pubblicato il 26 no­vembre del 1868 e aveva per titolo « Giustizia all'inno­cenza ». Si trattava dell'infuocata difesa di un altro fo­glio cattolico L'Alpe Iblea, che si stampava a Palermo.

Anche nel Meridione, dove in maniera più marcata la Chiesa subiva l'offensiva laicista, le polemiche erano al calor bianco e, certo, si usava molto più la sciabola che non il fioretto. Il giovane Di Francia non si tirava indietro anche se la precocissima produzione letteraria s'aprì, quando aveva appena quattordici anni, con un breve carme per la morte di un cugino.

La Parola Cattolica fu la sua tribuna per diversi anni. Sempre in versi, durante lo svolgimento del Con­cilio Vaticano I, pubblicò un poemetto a puntate (La Chiesa e il Concilio Ecumenico del 1870) inneggiando alla Chiesa e proclamando fedeltà al Papa, addolorato per la tristezza dei tempi.

I tempi erano quelli della « Questione Romana ». L'entrata delle truppe italiane in Roma aveva ferito e turbato l'animo dei cattolici. Padre Annibale che pur trepidava per « l'alma patria » scrisse che « la coscien­za italiana è rimasta incantata ai piedi della incrolla­bile rocca del Vaticano, ai trionfi di un inerme vegliar­do, che il mondo tutto ammira stupefatto ». Sotto l'incalzare degli attacchi liberali, tutta la stampa cattolica del Meridione, proprio alla fine del­l'Ottocento conobbe il suo momento più vivo.

La Parola Cattolica si trovò spesso nel mirino del­le autorità pubbliche che arrivarono a vietarne la pub­blicazione per oltre un anno. Del battagliero periodico Padre Annibale divenne poi direttore, ma non per questo trascurò di collaborare ad altri giornali. Era di­ventato l'oratore più famoso della città e i giornali avevano cominciato a contendersi la sua firma, prima che Case Avignone diventasse fonte di notizia. La Lu­ce, la Gazzetta di Messina, La Scintilla, Il Faro il Pro­gresso Italo-Americano furono le testate dove più spes­so compariva la firma di Padre Annibale Di Francia. Nelle occasioni più solenni egli stesso inviava articoli anche a L'Osservatore Romano. E quando le opere si trasferirono a Francavilla ed Oria, la collaborazione fu estesa anche al Corriere delle Puglie.

Ma avrebbe poco senso parlare dell'attività gior­nalistica di Padre Annibale senza metterla in relazio­ne con gli obiettivi pastorali e con la radice stessa del Rogate.

Padre Annibale doveva la sua vocazione a una pa­rola che nel Vangelo era rimasta sepolta. A un « co­mando » non eseguito perché non sufficientemente portato alla luce.

A una scarsa informazione, per dirla in termini giornalistici.

Come nelle pagine del Vangelo, così nella vita di ogni giorno, Padre Annibale si è trovato a guardare e a farsi prendere dalle realtà nascoste, dai quartieri che la città dimenticava, dai poveri che la classe agiata non riconosceva, dai diseredati che la società respinge­va. Dai vecchi, dagli abbandonati, dai malati.

Erano essi le « notizie » nascoste, e i fatti di pri­ma mano sui quali riscrivere i capitoli di una solida­rietà negata. Padre Annibale scriveva con lo stesso im­peto che metteva nell'offrire carità ai poveri.

Ogni momento era buono: sui treni, di notte, su appoggi di fortuna e su fogli che straripavano da ogni tasca. Ogni attimo era utile, dappertutto, per far eser­cizio di carità. Nelle sue mani la penna divenne un attrezzo di santità. Passare al vaglio critico le sue odi, e i suoi componimenti non avrebbe molto senso: l'accademia dei poveri che gli era intorno non apprezzava la ri­spondenza di rime, ma quella di vita.

E da questo lato non c'è stato poeta più ispirato di Padre Annibale.

Del resto come critico era stato finanche troppo ingeneroso con se stesso. « Conosco la mia limitatezza (...). Ho scritto parecchi componimenti in poesia da giovinetto, perché ne sentivo l'estro, e ancor di più quell'intimo e indefinito sentimento del bello, del puro e dolce amore di tutto ciò che è buono e santo (...).

« Ma sono stato così lontano dal credermi vera­mente poeta, un letterato, che quasi tutti i miei com­ponimenti furono da me abbandonati e dispersi. L'es­sermi poi modestamente dedicato alle opere di benefi­cenza per gli orfani derelitti e per i poveri, mi tolse non poco tempo agli studi letterari ».

Eppure almeno una distinzione va fatta. Padre Annibale ha quasi scritto più in versi che in prosa (si contano oltre 16.000 versi !). La poesia gli serviva per pregare.

Le parole sciatte non erano fatte per il cielo. Ecco allora i carmi, le odi, i sonetti, le suppliche, i canti. E gli Inni del Primo Luglio, la festa eucaristica per ec­cellenza, inondata dall'incenso di fraseggi. La prosa è la penna dei giorni feriali.

E la parola di tutti i giorni. E può servire per in­viare ai giornali un comunicato a difesa dei questuanti presi di mira dagli agenti di pubblica sicurezza e spe­diti in galera; per appelli a favore della beneficenza agli orfani. Per rivendicare, anche di fronte alle auto­rità, la propria dignità di sacerdote.

Poesia e prosa avevano tuttavia la strada segnata. Dovevano andare verso la verità ed essere sostenute, entrambe, da una vocazione al bene comune.

Rispetto ai tempi, e a una stampa - anche catto­lica - spesso arroccate in difesa, Padre Annibale invi­ta a guardare alla realtà, e se è il caso, a modificarla.

La strada del Quartiere Avignone non la trovò per caso. In qualche modo si fece cronista della carità: andò sul posto, e di fronte a ciò che aveva visto decise di ritornare ed approfondire quella realtà.

Ne fu troppo preso e si vide poi costretto a mette­re da parte la Parola Cattolica che, infatti, fu costretta a chiudere.

Il « vero » giornale di Padre Annibale doveva però nascere al Quartiere Avignone, portare il segno e i ca­ratteri di quelle tipografie che sono state, non a caso, i primi banchi di lavoro delle Opere.

Le tipografie erano come la parola restituita a un quartiere tenuto ai margini della città e della vita so­ciale.

Dio e il Prossimo fu stampato come numero unico nel 1907. E uscì dalla tipografia non un giorno qual­siasi, ma a ferragosto, nella ricorrenza dell'Assunta e della nascita di Sant'Antonio, la cui statua era arriva­ta da poco tempo all'Istituto Spirito Santo.

Di fatto era l'organo ufficiale degli Orfanotrofi Antoniani. Anche il « fondo », dopo l'omaggio alla « Gran Madre di Dio », fu dedicato in gran parte al Santo di Padova. « O Antonio, celeste serafino, in que­sto giorno a Te così sacro, noi azzardiamo per la pri­ma volta, con un numero unico, la pubblicazione di fatti e di avvenimenti che mostrano uno schizzo appe­na di tante vicende e di grazie e di amore, di religione e di beneficenza, di lotte e di speranze che si sono svolte per molti anni nel segreto di un'Opera che ha avuto due sospiri in uno solo: Dio e il Prossimo.

Il nuovo periodico fu un grande successo editoria­le.

Occorreva una rotativa. Arrivò, mastodontica, dalla Germania. Poteva « tirare » quasi 25 mila copie all'ora. E per la stampa del giornale se ne andava sempre più tempo perché la diffusione continuava ad aumentare. Quattrocentomila, poi addirittura sette­centomila copie che raggiungevano ormai ogni parte del mondo. Le Opere Antoniane uscivano non solo da Case Avignone ma dai confini nazionali.

Lo sviluppo della tipografia, con quella rotativa battezzata « La Grazia », segnò un passo avanti anche nelle altre attività. E con l'estendersi delle Opere in Puglia, cominciò a manifestarsi l'esigenza di un bollet­tino di collegamento tra i diversi istituti.

A Case Avignone si iniziò a lavorare per un nuovo numero unico. E stavolta all'insaputa di Padre Anni­bale, al quale il Bollettino venne presentato il 31 gen­naio 1922, giorno della ricorrenza del Nome Santissi­mo di Gesù, festa interna presso le Opere Antoniane. Padre Annibale restò commosso da quella inizia­tiva e scrisse al gruppo che aveva preparato il lavoro, una delle lettere più belle indirizzate all'interno della comunità.

« (...) Il Bollettino serve a tener vivo l'interesse e l'amore della propria Istituzione, ne fa risaltare la sin­golare importanza, in rapporto alla Rogazione coman­data da Nostro Signore Gesù Cristo per ottenere buo­ni e numerosi Operai alla Santa Chiesa, e a noi, gli ul­timi fra tutti, affidata dall'amorosissima bontà del Cuore dolcissimo di Gesù; e non solamente per noi, ma con una missione di richiamare in tutta la Santa Chiesa l'attenzione non solo delle anime amanti di Ge­sù, ma dei Vescovi e degli alti Prelati, sopra quella Di­vina Parola uscita dal Divino Zelo del Cuore amantis­simo di Gesù: Rogate ergo Dominum messis, ut mittat operarios in messem suam. E in verità c'è da confon­dersi dinanzi a tanta Divina Misericordia a noi elargi­ta da Colui qui humilia respicit in coelo et in terra, e il cui Spirito spirat ubi vult, ut non glorietur in conspe­ctu eius omnis caro, se si considera che, dopo tanta propaganda da noi fatta, da più di 25 anni, presso i Vescovi e gli Eminentissimi Principi, finalmente nel­l'anima dei pastori di Santa Chiesa è penetrato l'inte­resse di questo Divino Mandato, e più di uno ha for­mato Associazioni per ottenere con preghiere dal Cuo­re dolcissimo di Gesù vocazioni sante, si è procurato di introdurre questa feconda preghiera tra le Comunità dei Monasteri, di diffonderla tra i fedeli, e ultimamen­te se ne è fatto un apposito articolo esortativo nel Concilio Plenario di Sicilia, sotto la direzione del Le­gato Pontificio, il piissimo Cardinale De Lai (...) ».

Almeno un'altra data va ricordata nella vita della stampa rogazionista. Era il gennaio del 1938 quando, dall'Istituto Antoniano dei Rogazionisti di Trani, uscì il primo numero del foglietto mensile Rogate Ergo. Padre Annibale era morto da oltre dieci anni.

Ma anche quel foglio che ha superato da poco il mezzo secolo di vita, gli appartiene in tutti i sensi. È un'opera del Fondatore, allo stesso modo della « Edi­trice Rogate », dei « Sussidi » e, più recentemente, de­gli audiovisivi.

Ancora oggi Padre Annibale insegna che il Roga­te, è sempre « avvenimento » e notizia.

La prima notizia di ogni giornale dell'anima.

 

CAPITOLO X

La devozione mariana

Non solo la vita di Padre Annibale, ma quella di tutta la Congregazione sarebbe inspiegabile senza il riferimento, continuo ed incessante, alla devozione mariana.

All'Immacolata Padre Annibale attribuì la pro­pria vocazione sacerdotale. Nella Chiesa a lei dedicata, 1'8 dicembre del 1869, indossò per la prima volta la ta­lare.

Voleva poi farsi carmelitano, e le Figlie del Divino Zelo portano finanche nell'abito traccia della loro con­sacrazione mariana.

Maria era anche il primo nome assegnato alle re­ligiose dopo la professione perpetua. Ed era un privile­gio che le suore dovevano implorare con una triplice petizione.

Sacerdote per l'Eucaristia, Padre Annibale era pienamente e totalmente sacerdote mariano. Nelle de­vozioni alla Vergine, Padre Annibale si espandeva, con straordinaria intensità e a fantasia, su un campo che la naturale religiosità del Meridione rendeva già vasto. Messina, città mariana, di questa devozione è sta­ta da sempre uno dei fari più vivi. Da sempre il Mez­zogiorno è terra consacrata a Maria.

I Santuari mariani sono stati, e sono, le pietre vi­ve della sua storia.

L'anima di ogni vicenda, anche temporale, perchè lungo la strada tra fede e vita, nel Meridione passa sempre almeno un Santuario; i luoghi di confluenza di una cultura resa erudita dal quotidiano incontro con Maria.

Come ai piedi della Croce fu prima erede di soffe­renze e primo segno di speranza per il mondo, così, giorno dopo giorno, Maria è diventata parte della vita di un popolo che tra sofferenze e speranze si dibatte nel corso della storia.

In Padre Annibale la pietà mariana andava al di là della vita stessa. Entrava in ogni fibra della sua vo­cazione, che proprio di fronte all'orizzonte mariano di­latava il respiro di un'ecclesialità nutrita di ogni es­senza e tale da porsi come contemporanea al di là dei tempi.

Padre Annibale chiama la Madonna « Madre della Chiesa » e vede questa maternità da un capo all'altro della storia di fede: dal giorno della Pentecoste fino al­l'incessante pellegrinaggio della Chiesa attraverso la storia degli uomini e dei popoli. « Per questo - scrisse - l'amoroso Redentore volle che sua madre restasse sulla terra, dopo la sua ascensione, altrimenti la sua Chiesa, ancora nascente, sarebbe rimasta nell'oblio (...). Ecco allora Maria impegnata a salvare la Chiesa, perché, in quanto Madre della Chiesa, a lei spetta cu­stodire, proteggere, conservare la Chiesa in questo mondo ».

Anche la spriritualità mariana, in Padre Anniba­le, nasce nel Tabernacolo dell'Eucaristia. « Amando e servendo questa Gran Madre, e non altrimenti, si può arrivare a conoscere, amare e possedere con unione di carità il Sommo Bene Gesù Signor Nostro, il quale de­ve formare il nostro ultimo supremo fine. Ma non tro­verà Gesù chi non cerca Maria, e chi cerca Maria, tro­verà Gesù ».

È una visione di Chiesa che ancora una volta s'af­faccia sul Concilio Vaticano II e trova una mirabile sintonia nelle pagine della Redemptoris Mater, l'Enci­clica mariana di Giovanni Paolo II dove si afferma che « la Chiesa dal primo momento guardò a Maria attra­verso Gesù, come guardò Gesù attraverso Maria ».

Agli albori della Chiesa, all'inizio del lungo cam­mino, Maria era con tutti coloro che costituivano il germe del « nuovo Israele ». Era presente in mezzo agli Apostoli come una testimone eccezionale del mi­stero di Cristo.

Maria appartiene indissolubilmente al mistero di Cristo, ed appartiene anche al mistero della Chiesa sin dall'inizio, sin dal giorno della sua nascita. Proprio questa eroica sua fede « precede » la testimonianza apostolica della Chiesa, e permane nel cuore della Chiesa, nascosta come uno speciale retaggio della rive­lazione di Dio.

La sintonia mariana è anche nelle forme di espressione nella Redemptoris Mater in quel « multi­forme raggio d'azione » che perpetua nella storia la presenza di Maria.

Mediante cioé la fede e la pietà dei singoli fedeli, mediante le tradizioni delle famiglie cristiane, o « chiese domestiche », delle comunità parrocchiali e missionarie, degli Istituti religiosi, delle diocesi, me­diante la forza attrattiva e irradiante dei grandi San­tuari, nei quali non solo individui o gruppi locali, ma a volte intere nazioni e continenti cercano l'incontro con la Madre del Signore, con « Colei che è beata per­ché ha creduto, è la prima tra i credenti e perciò è di­ventata Madre dell'Emmanuele ».

 

Maria e il Rogate

C'è Maria, e in modo specialissimo, anche sulla strada del Rogate.

« Tu che custodivi nel materno tuo cuore tutte le parole del tuo Divin Figliuolo, non mancasti certa­mente di custodire questo sublime detto, uscito dallo zelo del Cuore Ss.mo Gesù: Rogate ergo...

« Questa sacra parola, questo divino comando, nascosto in corde tuo, ti degnasti di svelarlo a noi, pic­colissimi tuoi figli, in mezzo a questi tuguri, e per mezzo nostro ti sei degnata di propagarlo anche altro­ve, e di richiamare su di esso l'attenzione della Santa Chiesa ».

Padre Annibale volle che la devozione mariana formasse una « tessera speciale » dell'Istituto.

« La Congregazione dei Rogazionisti del Cuore di Gesù avrà per sua gloria speciale la più grande devo­zione e il più grande trasporto di amore verso la gran Madre di Dio, Maria Ss.ma, che ne è la principale Pa­trona. I Congregati, per quanto sarà loro possibile, ne propagheranno il culto e si sforzeranno di farla cono­scere ed amare. Si celebreranno le novene e le feste della Ss.ma e col più grande fervore ». « Io spe­ro che la devozione alla Ss.ma Vergine abbia ad essere una delle speciali caratteristiche della nostra minima Opera ». Maria doveva entrare in ogni espressione di vita della Congregazione; nell'insegnamento di fede, nella trasmissione della parola di Dio e della Chiesa, nella testimonianza dei canti, nelle opere dei Padri, nella Rivelazione, nella storia, nei monumenti, nell'umanità di tutti i tempi, in tutti i luoghi e attraverso tutti i santuari.

Nessun mezzo doveva essere trascurato per « te­nere alto il vessillo mariano ».

La vita stessa delle Opere fu come un ininterrotto calendario mariano.

Il primo giorno di ogni mese in tutte le comunità si rinnovava la consacrazione alla Ss.ma Vergine del Perpetuo Soccorso. Tutti i sabati erano riservati a spe­ciali pratiche di pietà e di mortificazione legate al cul­to della Madonna, fino a quando non venne introdotta la Santa Messa e la Comunione riparatrice alla Ss.ma Vergine nel primo sabato del mese. Ogni ricorrenza mariana veniva annunciata da una veglia notturna ce­lebrata nel più solenne dei modi.

Nel giorno della nascita della Bambinella Maria, Padre Annibale trasportava in processione per tutta la casa l'immagine a cui era più affezionato e che teneva nella sua camera.

Negli Orfanotrofi aveva costituito, nel 1904, una « Pia unione » detta dei « Luigini figli di Maria Imma­colata ».

La devozione mariana è fonte inesauribile delle « industrie » di pietà di Padre Annibale. Inni, canti, preghiere, poesie, petizioni, rappresentazioni.

Niente era escluso da un repertorio che sovrab­bondava di espressioni perché sovrabbondava di fede. Attraverso la pietà mariana, dagli orizzonti di Pa­dre Annibale si può scorgere il respiro del Concilio e l'innocente incanto di un bambino, senza che le due visioni si annullino tra loro.

Padre Annibale più di tutti fa capire come « non si può essere cristiani senza essere mariani ». Anzi, più che far capire, Padre Annibale fa vedere come la scissione sia impossibile. Non a caso anche il saluto rogazionista mette insieme Gesù e Maria.

Particolare devozione - s'è visto - come del re­sto tutti i messinesi, aveva per l'Immacolata, procla­mata « Padrona e divina Superiora degli Istituti ».

Fu un atto solenne e avvenne nel cinquantenario della proclamazione del dogma e dopo una preparazio­ne durata un anno intero. Mesi prima era cominciata l'offerta della celebrazione di 71 messe in ringrazia­mento alla Ss.ma Trinità per tutte le grazie concesse

Alla Ss.ma Vergine durante ogni anno della vita terre­na. Secondo la tradizione popolare gli anni erano ap­punto 71.

 

La « Padrona » degli Istituti

A queste tradizioni Padre Annibale era legato, in modo tutto particolare: intorno alla ricca trama di un devozionismo spontaneo innestava una pietà cristolo­gica che dava un forte segno ecclesiale anche ai più fantasiosi intrecci di una fede che si riconsegnava al mondo sotto forma di vita.

Non altro era il senso di alcuni ingenui accorgi­menti che servivano per rendere ancora più fervorosa la devozione mariana negli Istituti. Per esprimere in maniera concreta la « sudditanza » degli Istituti nei confronti della Padrona, ogni sera le chiavi di casa ve­nivano poste in un cestino depositato ai piedi di una statua della Madonna. E poteva capitare, come avven­ne nel giorno stesso della proclamazione dell'Immaco­lata a Padrona dei Rogazionisti, che la statua potesse addirittura scomparire, per dar luogo a una infervora­ta ricerca nei viali dei giardini.

E che dire di Maria Bambina, la cui immagine do­minava la Casa di Taormina dove Padre Annibale non mancava mai il 21 novembre, festa della Presentazio­ne della Ss.ma Vergine al Tempio. La statua cambiava a seconda dell'età raggiunta dalla « Bambinella » che a dodici anni, in ricordo della Presentazione e della di­mora al Tempio di Gerusalemme, si vide assegnare una stanza che da allora fu detta della Divina Superio­ra.

Compiuti i quindici anni di età, e dopo i dodici di dimora nel Tempio, la Madonna andò sposa a San Giuseppe. E nella stanza della Divina Superiora, pre­sero posto le statue di San Giuseppe e, ai lati, i vene­randi genitori della Madonna, Sant'Anna e San Gioac­chino.

Anche in campo mariano, Padre Annibale poteva andarsi a cacciare in ogni dedalo di devozione, poiché, soprattutto in questo lato, aveva sempre chiara la pro­spettiva della strada maestra.

Sapeva che Maria era la via dei Santi. E perciò esortava: « Considerate spesso le grandezze di Maria, mettetevi dinanzi agli occhi l'esempio dei Santi, dei quali nessuno sarebbe stato santo se non fosse stato particolarmente devoto alla gran Madre di Dio ».

Il suo pensiero era quello di S. Luigi Maria Gri­gnion di Montfort per il quale la « devozione a Maria Santissima è segreto di santità ».

Il Santo francese gli era particolarmente familia­re e, si può dire, insieme con Sant'Alfonso Maria de' Liguori, la Venerabile D'Agreda e Padre Ludovico da Castelpiano, sia stato uno dei suoi maestri di spiritua­lità mariana.

Le loro opere erano quelle più a portata di mano sul tavolo di lettura. Spontanea e naturale, gli era na­ta la particolare devozione all'Immacolata, la cui defi­nizione dogmatica aveva acceso grandi fervori. Sotto la guida di Padre Ascanio Foti, il giovane e prometten­te collaboratore de La Parola Cattolica già nel 1870 pubblica componimenti poetici tra i quali anche « Fe­de e dogma ».

Eppure tanta devozione tardò a manifestarsi, pro­prio nei confronti della più naturale delle espressioni mariane di un messinese: la Madonna della Lettera.

Da giovane, per sua confessione, non apparve del tutto convinto di quella tradizione. « E ciò era per lui un'amarezza - riferisce Padre Tusino. - Mi sembra­va, quando me lo confidò, di sentire il Santo Curato d'Ars, che esprimeva i suoi timori sull'apparizione di La Salette ». Dovette venirgli in aiuto un sacerdote al quale re­stò sempre legato, il canonico Ardoino, che lo rimandò a testi di studio sui quali Padre Annibale vide svanire ogni dubbio. Non passò anno, forse anche in segno di pentimento, senza che celebrasse la ricorrenza in versi e addirittura, in due occasioni, in Salmi.

Memorabile, tra gli altri, il panegirico che tenne nel 1909, la prima festa dopo il rovinoso terremoto. Nessuno nella città distrutta aveva pensato a un pre­dicatore. Padre Annibale si offrì di parlare durante il pontificale.

Fu un intervento straordinariamente breve: « Farvi oggi della retorica, disse, mi parrebbe un delit­to. Mi preme solo che non vacilli la grande fede che dobbiamo avere nella perpetua protezione che ci ha promesso la Madre di Dio ».

 

La geografia della fede mariana

La venerazione mariana disegnò per Padre Anni­bale, la mappa di una vera e propria geografia della fe­de. La Madonna dell'Itria, la Madonna di Pompei, la Stella Mattutina, la Vergine di Lourdes, la Madonna di La Salette, la Madonna della Mercede, la Madonna della Vena e la Madonna della Guardia: sono i luoghi di un grande itinerario spirituale che Padre Annibale ha percorso più volte.

Di santuario in santuario fu pellegrino mariano per il mondo e tra le quattro mura del Quartiere Avi­gnone.

Senza muoversi da Messina, almeno per i primi anni, diventò apostolo della Madonna di Lourdes. Fu lui per primo ad introdurre in città il culto della Ver­gine di Massabielle. Era soltanto suddiacono quando, nel 1876, predicò il mese di maggio nella parrocchia di San Lorenzo. Il tema era quello delle 18 apparizioni della Madonna a Bernadette.

Naturalmente la devozione alla Vergine di Lour­des entrò a far parte della spiritualità degli Istituti. Dov'era possibile, Padre Annibale volle che fosse ri­prodotta la Grotta delle apparizioni. Insieme alle no­vene di preparazione per la festa dell' 11 febbraio, spesso avvenivano dei pellegrinaggi spirituali.

L'istituzione dei « sabati della Madonna di Lour­des » vide impegnato Padre Annibale in ben tre anni di predicazione.

Di più lunga data, rispetto a quella di Lourdes, era la devozione a Messina verso la Madonna di La Salette. Lo stesso Padre Annibale, in una delle predi­che a San Lorenzo, parlò dell'apparizione. Ma certo non poteva prevedere gli sviluppi che sarebbero venuti con l'arrivo a Case Avignone di Melania Calvat.

Nel 1898 si recò in pellegrinaggio a La Salette. Rimase estasiato dall'atmosfera di spiritualità che vi si respirava e scrisse subito le proprie impressioni a Melania. Ma tra tanta grazia lo colpì anche l'assenza di qualche lampada che illuminasse di notte le statue raffiguranti i tre momenti dell'apparizione. Rientrato a Messina rimediò a quella che gli sembrava un'intol­lerabile lacuna e ordinò, a una ditta di Milano, tre an­geli in bronzo che reggevano una lampada. Sul lato destro una scritta: « Gli Angeli di Messina illuminano, tra le tenebre di questi monti, la Regina delle Alpi, la ss.ma Vergine di La Salette. O Maria, Madre di Dio, la Città della tua Sacra Lettera ti saluta, ti ama, e ti domanda misericordia ».

 

Le suppliche: « non abbiamo più pane »

Un rilievo a parte, nel vasto capitolo delle « indu­strie spirituali », meritano senza dubbio le suppliche mariane.

Padre Annibale vi ricorreva in casi di estrema ne­cessità. E durante gli anni di Case Avignone l'estrema necessità era pane quotidiano.

Anzi, era il pane quotidiano che mancava.

In casi del genere Padre Annibale usava i mezzi che più conosceva: la preghiera e la penna. Prima la preghiera, ma subito dopo, ai piedi della statua, con cura ma bene in vista, Padre Annibale lasciava uno o più bigliettini con le richieste più urgenti.

« Deh, abbiate di noi pietà, o potentissima Impe­ratrice, salvateci. Domani non abbiamo più pane, non abbiamo più pasta, non abbiamo più introiti: deh, ope­rate i prodigi della vostra potenza e della vostra mise­ricordia ». E in allegato c'era la nota dei debiti, lire 3.291. Più le spese per il pane quotidiano.

Àncora: « Deh, accorrete in mio aiuto! Disponete una provvidenza pronta e L. 500 per pagare L. 200 og­gi stesso alla T.A., L. 50 al bottegaio, L. 50 all'ammi­nistrazione del gas, lire altre per altre urgenti spese, fra cui L. 50 per donna Nazarena. 27 dicembre 1900 ». La fiducia nella Madonna è a prova di tutto: « Or­mai siamo ridotti agli estremi. La barchetta ribocca di creature, il vento tira fortissimo, la marea monta (...). Madre amatissima ho bisogno di persone, ho bisogno di mezzi, ne moréris, Domina, ne moréris. Adiuva nos. Il miserrimo A. Di F. ».

La spiritualità di Padre Annibale può avventurar­si anche su strade come queste. È autentica al punto da essere familiare: Maria è davvero Padrona degli Istituti ma soprattutto Madre di ogni vita di coloro che vi abitano.

Quelle richieste hanno il valore, ma anche il re­troterra di accorate preghiere.

Del resto non è certo Padre Annibale ad aver dubbi sulla particolare predilezione della Madonna sul piccolo germe.

« Io sono certo che la comunità dei piccoli Roga­zionisti debba attirare uno specialissimo amore della gran Madre di Dio su di loro. Essa ama assai i giova­netti di ogni Istituto religioso, quando in essi regna Gesù Sommo Bene; ma dobbiamo dire che ama con maggiore tenerezza una comunità di cari figli che si siano consacrati, oltre che alle opere della carità, a quel divino comando del Signor nostro Gesù Cristo: Rogate ergo Dominum messis, ut mittat operarios in messem suam. Come non ne avrà un'immensa compia­cenza quella gran Signora, che in questa preghiera ve­de la massima gloria di Dio e il massimo bene delle anime ? Come non guarderà con occhio di particolare affetto questa comunità che si può dire la prima sorta nella Santa Chiesa con questa missione santissima ? ».

 

CAPITOLO XI

Gli ultimi giorni di vita

Alla Madonna della Guardia, titolare di molti santuari, sono particolarmente legati gli ultimi anni di vita di Padre Annibale.

A Messina la devozione risaliva a una chiesetta che sorgeva tra i villaggi di Pace e di Sant'Agata, in un primo tempo dedicata alla Madonna della Scala. Dopo un'apparizione avvenuta nella notte del 2 feb­braio 1554, il tempietto venne comunemente indicato come la Chiesa della Guardia, poiché da quel luogo era partito l'allarme al paese contro un'incursione dei pi­rati.

La Chiesa, con una piccola torre, rimase in piedi fino al secolo scorso, quando il nuovo proprietario pensò di abbattere tutto per costruirvi una villa.

Ma nel 1920 Padre Annibale volle che la Chiesa fosse ricostruita, e consacrata alla Madonna della Guardia. Il nuovo tempio fu inaugurato quattro anni dopo, nella seconda domenica di Pasqua. Al termine della processione che costeggiò il corso di un torrente che da allora fu chiamato Guardia, Padre Annibale ce­lebrò la Messa e tenne l'omelia.

Tre anni dopo in quel luogo doveva tornarci per sempre. Era il 9 maggio 1927.

Quel che accadde dopo è nel racconto di Fratello Michelino Lapelosa.

« A un tratto, con viso lieto e infuocato, con occhi scintillanti, tra uno slancio che voleva essere corsa, esclamò: - Oh, la Santissima Bambinella! Oh, che bella ! Ecco le dodici stelle, ecco la sua faccina ! Oh, i piedini! Guarda, guarda fratello... verso la finestra ». Il confratello, sorpreso, smarrito, corse. Andò alla finestra, cercò di vedere, di scorgere qualche segno. Ma niente.

« Io non avevo la fede del Padre, non meritavo tanta grazia. Perciò non vidi nulla », fu la conclusione di Fratello Michelino. Con lui era anche Fratello Ma­riantonio Scolaro.

 

Le ultime ore

L'ultima sera di Padre Annibale sembrava come tante altre. Era andato a letto stanco, ma sereno. Be­nedisse, come faceva sempre, coloro che gli erano in­torno, tutti lasciarono la stanza, ad eccezione di Fra­tello Michelino che l'o vegliava continuamente.

Era da poco passata la mezzanotte, quando il Fratello sentì il letto scuotersi per un leggero tremito: si precipitò avvicinandosi al Padre. Ma non ebbe rispo­sta quando gli chiese, con l'ansia che già saliva, se avesse bisogno di qualcosa. Capì subito. E atterrì. Quella notte aveva chiesto di restare a Guardia un sacerdote, grande estimatore delle Opere, Padre Vincenzo Gandolfo di Aragona della provincia di Agri­gento. Fu lui a guidare le preghiere dei moribondi con i Rogazionisti e le suore subito accorse. Verso le cin­que del mattino, fu ancora lui a celebrare la Messa de­gli agonizzanti.

La celebrazione stava per finire. E sembrava por­tare con sé, accogliere all'altare di quell' estremo sa­crificio gli ultimi istanti di una esistenza vissuta an­ch'essa come un'interrotta celebrazione. Erano le sei e trenta del mattino.

Mercoledì, primo giorno di giugno, mese dedicato al Cuore di Gesù e a Sant'Antonio. Era l'anno 1927. Mons. Paino fu informato all'Introito della Messa che stava celebrando nella cappella privata. Padre Vi­tale aveva già celebrato la Messa dei defunti. Fu usato il telefono per diffondere la prima notizia. Ma Messina, le campagne, i poveri, seppero subi­to.

E verso la contrada Guardia iniziò un intermina­bile pellegrinaggio.

La gente diceva: « Andiamo a vedere il santo che dorme ».

E tutta Messina vide davvero. Accanto alle spo­glie mortali di Padre Annibale, accostò la sua folla, e restituì, si può dire, una parte della carità che, in vita, Padre Di Francia aveva trasmesso.

Mai s'era vista tanta folla per le strade della cit­tà. Mai per un funerale la gente era salita sugli alberi e perfino sui tralicci della luce elettrica.

Per vedere, mandare un saluto, dire grazie da­vanti a tutti e a nome di tutti. Chiuse le scuole, gli uf­fici, i negozi. Messina era nella Chiesa dei Rogazionisti o nelle strade adiacenti dove passava il corteo funebre. Come a chiudere, non solo la vita, ma anche la morte la salma di Padre Annibale, dopo l'imponente corteo, rientrò per essere definitivamente tumulata nello stesso Tempio della Rogazione.

Non voleva nessuna forma di elogio funebre, e Mons. Paino, prima del discorso, tirò fuori di tasca un foglietto in cui il Canonico Di Francia manifestava questa volontà.

Spiegava che gli elogi avrebbero potuto aumen­targli la pena all'altro mondo.

Mons. Paino mostrò fino all'ultimo grado la cer­tezza di non poter danneggiare l'amico.

E come una preghiera, concluse il suo discorso: « O santo, o santo: permetti che io ti dica l'ultima pa­rola, permetti che io t'invii il mio saluto e quello di tutta la Città: ti dò il saluto delle orfanelle e degli or­fanelli tuoi, delle tue suore, degl'Istituti cattolici, di tutte le categorie sociali, del Capitolo e delle Autorità tutte. Ti invio l'ultimo saluto a nome anche delle mille povere famiglie che da te furono sollevate perché tutte ebbero un pensiero di ammirazione, tutti ebbero il senso del più alto rispetto per Te.

« Abbiti, o santo, l'ultimo saluto, l'ultima benedi­zione e questa manifestazione di popolo, così come for­se mai si era vista a Messina, specialmente di questa folla così commossa, venuta qua per inviare a Te il sa­luto estremo e per ringraziare Dio che ha voluto ri­compensarti così anche quaggiù. Noi che di te non sappiamo privarci, a te raccomandiamo noi e la nostra Città, la quale dalla continuazione dell'opera tua trova la maggiore ragione delle sue aspirazioni. Onde re­sterà la nostra comunione di vita. Tu di là prega, noi di qui grideremo forte forte: gloria, gloria, gloria: e tu ci risponderai: carità, carità, carità ».

 

TRA CRONACA E STORIA

Il miracolo

Quattordici anni, un paio di occhialetti, capelli lunghi e corvini e soprattutto tanta voglia di giocare, di pregare... di vivere. Gleida è una ragazzina come tante. E nata e vive a Passos, nello Stato brasiliano di Minas Gerais; ha una famiglia che le vuole bene e sempre tanti amici e tante amiche intorno. La sua è una vita normale, ma, proprio per questo, è la testi­monianza di un evento straordinario, che supera la volontà e l'intelligenza dell'uomo per aprirsi al miste­ro: il mistero insondabile dell'amore di Dio.

Gleida aveva circa nove anni e mezzo, frequenta­va la terza elementare e si stava preparando alla Pri­ma Comunione, quando fu colpita da una malattia ra­ra e gravissima. Era il 31 luglio 1985.

Il papà medico ed i colleghi dell'ospedale di Pas­sos diagnosticarono subito una sindrome di Guillain­-Barré: un male che si manifesta con una paralisi pro­gressiva che dagli arti inferiori sale fino ad aggredire tutto il corpo. Nel volgere di pochi giorni il male irri­gidì ogni muscolo di Gleida. Anche le palpebre degli occhi erano inchiodate dalla malattia.

I medici dovettero constatare che la forma virale della Guillain-Barré non era quella solita, ma si pre­sentava nella variante di « Landrì » conosciuta come la più pericolosa.

La situazione appariva disperata, anche perché alla virulenza del morbo si erano aggiunte alcune gra­vi complicazioni dovute all'intervento chirurgico di tracheotomia al quale la piccola era stata sottoposta. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto si manifestò anche una violenta emorragia, dovuta alla rottura dell'aorta.

L'ospedale di Passos non era attrezzato per casi di una simile gravità. Gli stessi medici, per loro am­missione, non avevano affrontato un intervento così delicato come la suturazione dell'aorta. Sapevano solo che anche un minuto di indecisione sarebbe bastato a provocare danni irreparabili al cervello rimasto privo di irrorazione sanguigna.

Così, sperando contro ogni speranza, si decise di intervenire. Nonostante fosse notte fonda, in pochi istanti fu attrezzata la camera operatoria e rintraccia­to il chirurgo. « L'operazione fu complicatissima - ha dichiarato il neurologo Soares Neto che partecipò al­l'intervento - perché non si sapeva cosa fare e da do­ve cominciare. Un ritardo di pochi minuti sarebbe sta­to fatale per Gleida. Penso che l'aiuto di Dio cominciò esattamente nell'ora della rottura dell'aorta ». « A motivo dell'urgenza dell'intevento io ed un al­tro collega - ha testimonianto il Dr. Roberto Maia, che ha condotto l'operazione di sutura dell'aorta - abbiamo eseguito il tamponamento digitale senza ave­re neanche il tempo di lavarci le mani.

« Non si trattava di cosa superficiale. Era neces­sario aprire il torace, quantunque nessuno di noi fosse specializzato in questo tipo di chirurgia e l'ospedale non fosse attrezzato per tanto (...). Rivoltando varie volte rapidamente l'aorta per mezzo di pinze, senza che avessimo, per l'urgenza, neanche la possibilità di pulire una pinza che, nella fretta, era caduta in terra, riuscimmo a chiudere la lesione (...). Suturammo ed affidammo a Dio, perché il caso della bambina era gra­vissimo e il nostro intervento chirurgico fu eseguito come in un campo di battaglia... ».

Gleida trascorse venticinque giorni tra la vita e la morte. Ma in quelle ore di dolore e di trepidazione in­torno al capezzale della piccola si era andata formando una vera e propria comunità di preghiera.

L'aveva suscitata la nonna di Gleida che frequen­tava l'Educandario « Bom Jesus » a Passos, la prima sede all'estero della Congregazione dei Rogazionisti.

In breve, in tutte le Chiese della città si pregava per la piccola, invocando l'intercessione di Padre An­nibale. Una sua reliquia fu posta sotto il cuscino di Gleida.

Tanta fede non rimase inascoltata. In poco più di un mese la piccola si ristabilì completamente, lascian­do esterrefatti i medici. Sul suo corpo non rimase al­cuna conseguenza della paralisi, della rottura dell'aor­ta o delle precarie condizioni igieniche nelle quali fu condotto l'intervento di sutura.

Strabiliante più di tutto fu la rapidità dei tempi di guarigione. Gleida rimase in ospedale appena 35 giorni. Dall'intervento all'aorta alle dimissioni trascor­sero quindi solo venti giorni.

La scienza non è riuscita a dare una spiegazione di questa guarigione, ma la Chiesa ha visto in questo evento il segno della potenza dell'amore di Dio, attri­buendolo all'intercessione di Padre Annibale Di Fran­cia.

La gente non sa che Gleida è tornata alla vita do­po essere stata sull'orlo della morte. Il padre ha prefe­rito non divulgare la notizia dell'avvenimento sopran­naturale per consentire alla figlia di avere un'esisten­za normale e non da « miracolata », oggetto di curio­sità e di fanatismo religioso. E così, Gleida è tornata ai suoi affetti, ai suoi giochi, ai suoi studi, alla sua mu­sica, alla sua vita di ragazzina felice.

Ma, come durante le tristi giornate passate in ospedale, non dimentica di rivolgere il suo pensiero e la sua preghiera a Padre Annibale. È il suo modo di ringraziarlo.

« Per me è stato come se fossi morta - ha detto la piccola in una intervista. - Invece il Signore ha vo­luto che rimanessi ancora con i miei familiari ed io non posso che ringraziarlo con la preghiera ».

Numerosissime altre segnalazioni di miracoli so­no venute da ogni parte del mondo, oltre a quello ac­certato di Gleida. Ma su tutti il più prodigioso resta il miracolo di una carità sconfinata che continua a dar luogo a una ininterrotta messe di preghiera.

Il miracolo è il Rogate, ormai disseppellito dal Vangelo e sempre più offerto alla vita.

 

TRA CRONACA E STORIA

Un Papa inginocchiato presso la tomba

di Padre Annibale Giovanni Paolo II in ginocchio, il capo chino, as­sorto nella preghiera, davanti alla tomba di Padre An­nibale. L'immagine è ancora nitida nella memoria e palpitante nel cuore della famiglia rogazionista e dei fedeli di Messina.

Era l'11 giugno 1988. Il Papa pellegrino in Sicilia ed in Calabria per la chiusura del Congresso Eucari­stico Nazionale, era in procinto di lasciare Messina. Ma prima volle entrare nel Tempio della Rogazione e Santuario di S. Antonio - annesso alla Casa Madre dei Rogazionisti e pregare presso la tomba di quel sa­cerdote, insieme con i suoi eredi spirituali.

Fu un giorno che la cronaca consegnò presto alla storia. Mai Padre Annibale, l'umile e coraggioso sacer­dote che si era inginocchiato ai piedi di Pio IX, di Leo­ne XIII, di Pio X, di Benedetto XV e di Pio XI, avrebbe potuto immaginare un omaggio più commovente. Ep­pure, in quel gesto semplice e solenne compiuto da Giovanni Paolo II si è come espressa l'antica e sempre viva riconoscenza della Chiesa per quel servitore che, con forza e straordinaria delicatezza, testimoniò e in­segnò l'amore e la fedeltà assoluta, fino all'offerta del­la vita, per il Vicario di Cristo.

In quegli istanti di silenzio e di intenso raccogli­mento, ritornarono alla mente i piccoli e grandi segni attraverso i quali Padre Annibale manifestò la sua de­vozione al Papa. È un lungo ininterrotto atto di fe­deltà e di amore sacerdotale. Dalla raccomandazione rivolta ai suoi figli e alle sue figlie di amare il Papa « fino alla tenerezza », al progetto di una « crociata spirituale » per la « liberazione del Sommo Pontefice dalla lunga prigionia in Vaticano », all'offerta rivolta a Benedetto XV di sostituirsi a lui nei tre giorni di di­giuno prescritti dallo stesso Pontefice nel 1915, per ot­tenere la fine della guerra.

Ma la testimonianza più significativa è quella af­fidata ad ogni Rogazionista nella quindicesima delle « Quaranta Dichiarazioni », nelle quali si riassume tutto il nucleo della spiritualità dell' Istituto religioso. Sono le stesse parole, racchiuse nel voto dell'ob­bedienza, con le quali il Superiore Generale dei Roga­zionisti, Padre Pietro Cifuni, accolse il Papa a nome di tutta la famiglia religiosa.

« Ciascuno di noi assecondando l'invito del Fon­datore, vuole ripetere ora una " promessa " che è rac­chiusa nel proprio voto di obbedienza... »: « Quale ap­partenente ad una Congregazione che ha per oggetto primario l'incremento del sacerdozio, io mi protesto che avrò il più grande rispetto, la più illimitata sogge­zione e subordinazione verso il Sommo Romano Pon­tefice. Lo riguardo e lo riguarderò sempre, fino all'ulti­mo respiro della mia vita, come la persona stessa di Nostro Signore Gesù Cristo, e con lo stesso amore lo amerò e gli obbedirò.

« Tutti gli interessi del Sommo Pontefice saranno interessi vivissimi del mio cuore; le sue parole saranno per me oracoli di eterna salute. (...) I dolori e le pene del Sommo Pontefice saranno pene e dolori miei. (...) « La persona del Sommo Pontefice sarà per me sacra

ed adorabile, e se potrò avere la sorte di vedere qual­che volta il Sommo Pontefice, reputerò come mia im­mensa fortuna il poter baciare e ribaciare i suoi vene­rabili piedi, ed anche la polvere che questi calpesta­no ».

Poco prima, il Superiore Generale aveva espresso la gioia di tutta la famiglia religiosa per la visita di Giovanni Paolo II: « La provvida benevolenza del Si­gnore, la materna cura di Maria e la grata premura di Santa Eustochia, hanno portato nelle nostre Case la presenza benedetta della Santità Vostra, in questo in­contro gioioso dei figli con il loro Padre.

« Il Padre Annibale Di Francia, pellegrino roma­no presso cinque Pontefici, nel tempo sofferto del suo esodo terreno, viene oggi corrisposto dal Successore di Pietro, nella persona di Vostra Santità.

« Le sue ossa sante hanno esultato ieri di rinno­vata speranza ecclesiale nella tomba che le raccoglie, nel Tempio della Rogazione Evangelica. Ed anche noi, suoi figli, siamo veramente pervasi di santa gioia e serberemo perenne gratitudine e ricordo, nella pre­ghiera e nella vita.

« Gioisce tutta la grande famiglia del Padre Di Francia, la cui storia qui a Messina, s'intreccia con quella di altre famiglie religiose, come le Suore Cap­puccine del Sacro Cuore, del Padre Francesco Di Francia, le Suore Ancelle Riparatrici del Canonico An­tonino Celona, le Apostole della Sacra Famiglia di Mons. Giuseppe Guarino.

« Gioiscono i poveri e gli orfani antichi e nuovi di questa regione come tutto il popolo di Messina, che ha succhiato il latte del carisma dell'uomo di Dio, che un giorno raccolse il gemito del cuore di Cristo: " La mes­se è molta ma gli operai sono pochi; pregate, dunque, il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe " ».

« La parola divina del Rogate - affermava inoltre il Superiore Generale - muovendo da un lembo di terra benedetta messinese, apre un'era nuova nella Chiesa di Dio, dà inizio ad un nuovo popolo, segnato dalla coscienza che ogni uomo è vocazione, e caratte­rizzato dall'impegno della preghiera per le vocazioni, impegno sancito dai Sommi Pontefici e da Vostra San­tità, specialmente con la Giornata Mondiale di pre­ghiera per le Vocazioni.

« Dal cuore del Padre Di Francia, dalla chiesa del­la Rogazione, l'onda della preghiera rogazionista, umilmente ha percorso tutta la faccia della terra, dive­nuta fiume immenso che incrocia il mondo da nord a sud e da est a ovest. È una preghiera dolce, che libera i poveri, che impegna i giovani, che riempie di speran­za gli uomini e le donne, che rinnova la Chiesa di Dio ».

« Beatissimo Padre - proseguì il Superiore Ge­nerale dei Rogazionisti - il Padre Annibale ha prega­to per la sanabilità delle nazioni, per la redenzione dei fratelli emarginati, per la salute dei popoli e dei loro principi, per la perfezione e la santità delle anime con­sacrate e dei sacerdoti. A sessantuno anni dalla sua morte, nella pienezza dei tempi vocazionali, a pregare per lui ora sono i poveri e i bambini della vecchia « fa­vela » del Quartiere Avignone, come di tutte le nuove « favelas » della terra, è questo popolo messinese, co­me tanta gente delle varie regioni della terra, sono i Pastori e il clero messinese, sono i suoi figli.

« Preghiamo tutti perché giunga il tempo in cui Padre Annibale possa splendere come candelabro di luce sugli altari del Signore, e che questa luce nuova nella Chiesa di Dio, sia accesa dalla mano e dalla voce di Vostra Santità ».

Con gratitudine il Papa ascoltò il Superiore Gene­rale e prima di congedarsi rivolse a tutti i religiosi presenti un breve saluto.

« Ringrazio dell'ospitalità che abbiamo ricevuto nella vostra casa, in questa casa dove la figura del Ser­vo di Dio, Padre Annibale Di Francia, è ancora spiri­tualmente presente. Il suo carisma corrisponde pro­fondamente a quello che è il nucleo stesso del Vatica­no II, perché il Vaticano II ci parla del Popolo di Dio in missione: " Ecclesia in statu missionis ", la Chiesa è una missione, la continuazione della missione del Fi­glio e dello Spirito Santo. Allora " Rogate Dominum messis ut mittat operarios in messem ", vuol dire: guardate dappertutto, ovunque alla missione della Chiesa. La Chiesa, che è sempre in missione, ha biso­gno di missionari. Occorre ritornare alla sorgente di quella missione, vuole dire al Padre, Dominum messis, per avere questi missionari, sacerdoti missionari, reli­giose e religiosi missionari, missionari laici. Vi ringra­zio per questa ospitalità come anche per questi mo­menti di incontro con il carisma del vostro Fondatore.

« Come segno di ringraziamento vorrei offrire la Benedizione, insieme con il Cardinale ed i Vescovi qui presenti, alla vostra comunità, ai membri della Con­gregazione Rogazionista, alle carissime Suore e poi ai giovani e ai ragazzi che hanno trovato in questa Casa la loro casa. Il Signore benedica tutti ».

Era il 12 giugno del 1988, un'altra data da ag­giungere alla storia e alla vita della Congregazione.

 

TRA CRONACA E STORIA

Un angolo del profondo Sud orizzonte della Chiesa universale

Quando si adopera il Vangelo, la storia non passa mai al largo. Quello del Quartiere Avignone è stato un grande capitolo di carità che, a contatto con la realtà del mondo si è trasformata, da sé, in un grande atto di giustizia sociale.

La Chiesa, in quel luogo, ha parlato dall'alto: solo così ha trovato spalancate le porte e non si è smarrita nella ressa degli ingressi secondari. Da secoli quella ressa non trova varchi.

Le porte della storia del Mezzogiorno d'Italia con­tinuano a chiudersi in faccia a chi cerca solo di scardi­narle.

Terra di conquiste attraverso i secoli, il Sud alla storia amara della dominazione ha sacrificato risorse di ogni genere. E soprattutto vite umane, falciate da antiche e nuove forme di violenza, o abbattute dalla collera della natura.

Ma, contro ogni apparenza, non ha ancora sven­duto l'anima.

L'anima è ancora ciò che resta a salvaguardia di tutto. È la sola diga che il Sud oppone oggi all'offensi­va di una nuova dominazione più feroce di quella pas­sata perché condotta su più fronti e con ogni tipo di armi, anche quelle più affinate alla spietatezza dei tempi.

È una diga che molti danno già per travolta, per­ché agli occhi del nemico è un muro che non appare, se non quando, misteriosamente, torna a ergersi e a dominare la scena. E allora è il corso delle vicende che cambia. Il Mezzogiorno torna a emergere alla storia e annulla ogni trama che si svolge alle sue spalle.

L'anima di un popolo non è niente di astratto. È quel che la storia, la cultura, il coraggio, le sconfitte, la speranza rendono all'uomo in termini di vita e nel Mezzogiorno in termini di fede, perché non c'è terra dove la religiosità è più vissuta e concreta.

Senza l'apporto della fede, la storia del Mezzo­giorno non avrebbe senso.

Non avrebbe senso nemmeno la storia minima del Quartiere Avignone, un angolo di meridione che la fede è andata a riconsegnare al mondo.

Solo agli occhi della fede il Quartiere Avignone era pietra di scandalo, e non soltanto un quartiere emarginato.

Il mondo ha imparato a tenere in casa ogni tipo di miseria e, di civiltà in civiltà, aggiornarne i caratte­ri. Di quel quadrilatero di miseria, così come era an­che nel Mezzogiorno, sarebbe oggi difficile trovare traccia perché la patina di un certo benessere si è po­sata un po' dovunque.

Ma altre Case Avignone sono oggi nascoste alla vista della storia. E vanno cercate come la carità le cercò, e risanate come la fede le risanò.

La visione di quel luogo cambiò non solo una vita, ma il corso di una vita sacerdotale.

Padre Annibale sentì di dover investire, in quella piccola porzione di terra, la natura stessa del proprio sacerdozio. La sacramentalità del suo impegno, che lo portava a sbracciarsi, sì, davanti alla vita, ma ad af­fannarsi dietro alle preghiere: a quella risorsa rimasta nascosta, proprio come il Rogate nelle pagine del Van­gelo.

Quando Zancone rispose che non conosceva le « cose di Dio », il chierico Di Francia capì di trovarsi di fronte al brano decisivo che il Vangelo della vita gli aveva posto di fronte. E diventò Padre Annibale. Così come il Quartiere Avignone divenne terra del Rogate. La preghiera poteva sembrare l'elemento più lon­tano dalle necessità concrete di quegli uomini, ma in nessun luogo come quello si è mai vista la preghiera farsi vita e la vita preghiera.

Padre Annibale fu un evangelizzatore e, in quan­to tale, un operatore di giustizia sociale, un innovato­re, un uomo di pace, un testimone della dignità di ogni uomo, a partire dai più poveri e dai più disereda­ti. Fu anzitutto un sacerdote dell'Eucaristia. Un servi­tore del mistero più grande e della realtà più viva mai entrata nella storia dell'uomo.

Un prete che vedeva il mondo dal tabernacolo, dove il Quartiere Avignone, minuscolo angolo del Mez­zogiorno, diventava una sterminata distesa di carità. Padre Annibale vi riconobbe il suo posto. La sua patria.

E quel quartiere accettò d'essere patria della ca­rità di Padre Annibale perché, si vedeva, quel prete era venuto a guardare non solo in faccia, ma dentro alla povertà, e non per farne analisi, ma per condivi­derla fino in fondo, per assumerla a valore del proprio sacerdozio.

È il dramma di tutto il Meridione quello di imbat­tersi ancora oggi in chi viene a guardare, a osservare. Soprattutto a giudicare.

Il Mezzogiorno è una terra e non un campo per scorrerie sociologiche.

È una terra con la sua storia, con i suoi errori, le sue colpe, i suoi ritardi. Ma anche una terra tradita che s'è vista alterare il corso delle sue vicende, dalle scorie avvelenate di una società disposta a ogni follia per andare a inchinarsi al mito del benessere. Com'era già accaduto altre volte, il Sud s'è trova­to a pagare anche conti non suoi. Perché un conto da pagare, soprattutto nelle società più evolute e domina­te dal mercato, c'è sempre.

Il Sud paga oggi l'assedio subdolo e nascosto a quell'antico nucleo di valori che lo aveva protetto an­che di fronte a momenti peggiori. La società ha comin­ciato a deridere e a condannare le manifestazioni, la cultura, la vita stessa di una terra che sciaguratamen­te è arrivata ad accettare il baratto, e poi il ricatto, di una falsa e vuota modernità con l'assuefazione lenta e implacabile a ogni tipo di veleno.

Anche le antiche forme della violenza organizzata hanno messo radici in questo terreno nuovo, dove è spuntato, come frutto dei tempi, la malapianta della droga.

Intorno ai traffici di questo flagello, il Mezzogior­no vede oggi sviluppare, come tragico controvalore, il percorso della propria modernità: di fronte al crimine, il Sud non è più una terra lontana. E dal Mezzogiorno arretrato si dirama, nel resto del Paese e in ogni ango­lo del mondo, una impressionante rete di traffici ille­gali.

Ma il Sud, come un tempo non è stata solo la mi­tica terra del sentimento, non è oggi soltanto una ter­ra di malavita.

Anche perché la Chiesa sempre più sta prendendo coscienza della gravità dei fenomeni, e soprattutto del ruolo che spetta a se stessa.

Nel Mezzogiorno la Chiesa sta oggi riscoprendo il suo Rogate, come Padre Annibale lo scoprì dalle pagi­ne del Vangelo e nella disastrata realtà del Quartiere Avignone.

Il Rogate - quel « Divino Comando » - nella realtà della Chiesa oggi - non può che essere il senso sacramentale del suo impegno. L'ansia di una nuova evangelizzazione come, più volte, Giovanni Paolo II, ha indicato di pellegrinaggio in pellegrinaggio, riper­correndo - e assorbendone ogni fragranza - quelle vie della santità che il mondo cerca di disperdere ma che, misteriosamente, vanno a incrociarsi nei punti dove la storia si compie.

Il Mezzogiorno ha bisogno oggi di una Chiesa che sappia ripercorrere a una a una quelle strade, e abbia la forza e la profezia di proporle come segno intra­montabile e nuovo. Anche per la Chiesa c'è il rischio, di fronte al Mezzogiorno d'oggi, di una dispersione di forze.

La Chiesa non è chiamata a essere semplicemente forza sociale, poiché non sarebbe niente di diverso nei confronti di ogni altra realtà. Il Sud ha più bisogno che mai di una Chiesa sacramento, segno misterioso e visibile di salvezza. Una Chiesa che abbia in sé la for­za di operare nel sociale, di stare, a modo suo, in mez­zo al mondo.

Di parlare dall'alto, come un suo prete, Padre An­nibale, parlò, in suo nome, a Case Avignone.

Il Mezzogiorno, anche dal punto di vista sociale, ha forse nostalgia di quella schiera, umile e oscura, di sacerdoti pieni del mondo, perché pieni dell'Eucari­stia. Sacerdoti di ton impegno sociale espletato innan­zitutto nella preghiera.

Padre Annibale capì e fu capito.

Lui, accusato di aggirarsi a perdersi tra pratiche devozionistiche, indicò la strada maestra dell'Eucari­stia e attraverso quella diede senso alla sua e alla reli­giosità di tutto il Mezzogiorno, proiettandola ancora di più, attraverso il Rogate, nell'orizzonte più esteso del­la Chiesa universale. Facendosi apostolo del Rogate, Padre Annibale ha spianato una strada nuova e senza confini.

Dal Tempio della Rogazione Evangelica - l'unico al mondo con il versetto del Vangelo di Matteo ripro­dotto sulla facciata - è diventato « parroco eletto » per tutto il mondo delle vocazioni: della più universale tra le schiere che percorrono, attraverso i secoli, il cammino della Chiesa.

Ed è certo un segno che la Beatificazione di Padre Annibale avvenga durante il Sinodo sulla formazione dei sacerdoti.

L'assemblea dei Vescovi è stata scandita di dome­nica in domenica, dall'Angelus di Giovanni Paolo II. Dalle finestre su Piazza San Pietro, di volta in volta, il Papa ha delineato la figura del sacerdote, « animatore della fede », « uomo della speranza », « amministratore dei sacramenti », « volto di Cristo nel mondo », « testimone dell'amore di Dio », « uomo della preghiera ».

E nella lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo ha parlato insieme del Sinodo e del Rogate. « Bisogna pregare molto per i lavori del Sinodo. Molto dipende da essi ai fini dell'ulteriore processo di rinnovamento avviato dal Concilio Vaticano II. Molto in questo cam­po dipende da quegli " operai " che " il padrone man­derà nella sua messe ". Oggi, forse, in vista del terzo millennio dalla venuta di Cristo, sperimentiamo in modo più profondo la grandezza e le difficoltà della messe: " La messe è molta "; ma avvertiamo anche la mancanza di operai: " Gli operai sono pochi " ».

« Pochi »... E qui assumono decisivo significato le parole successive del Maestro: « Pregate dunque il pa­drone della messe ».

« Rogate ergo... ». La « grande parola » disseppel­lita dal Vangelo, riaffidata al mondo e alla Chiesa uni­versale dal Papa che un giorno è andato a inginoc­chiarsi davanti la tomba di Padre Annibale.

Anche in Piazza San Pietro, come nel Tempio della Rogazione quel giugno del 1927, sembra farsi vi­va quell' invocazione: « Gloria, gloria, gloria ».

E quella risposta: « Carità, carità, carità ».

Editrice Rogate – Angelo Scelzo