S. ANNA e S. GIOACCHINO

E. Rey - L. Calò - Casa Mariana Frigento (AV) 1988

Riduzione e adattamento di Pasquale M. Napolillo

N.B. Con la presente edizione, congiunta, della vita di S. Anna scritta da Emile Rey e della vita di S. Gioacchino scritta dal Sac. Luigi Calò, in occasione dell'Anno Mariano si intende particolar­mente incrementare il culto e la devozione verso S. Anna e S. Gioacchino, genitori della Madonna e nonni di Gesù. Il Rey e il Calò seguono due tra­dizioni differenti, perciò le notizie biografiche qui non sempre concordano.

 

Emile Rey

LA NONNA DEL CRISTO

Edizione 1942

 

PRESENTAZIONE

Questa storia della gloriosa Nonna di Cristo, Sant'Anna, è il frutto di pazienti ricerche e di un lungo esame, durante il quale abbiamo tutto pon­derato: è un'opera giudiziosa e molto approfon­dita per la ricostruzione della sua vita storica. Tutto questo riposa su dati completamente rinnovati, su un misto concordante di testi storici, di esegesi, di deduzioni teologiche, di tradizioni antiche e di rettificazioni apportate da esperti. Tutto ciò che non è compreso storicamente, lo rigettiamo formalmente e lo lasciamo per le rac­colte di anèddoti. Non tocchiamo dunque nulla di ciò che è importante, non facciamo altro che sba­razzare la strada di tutti i materiali che l'avevano ingombrata a poco a poco e che la rendevano invi­sibile agli occhi che la cercavano in mezzo alle rovine del passato. La vita di Sant'Anna è bella per se stessa, senza aggiungere altro.

Quando la tradizione costante e sparsa s'in­treccia con delle orme conosciute o scoperte, questo può essere considerato come la traccia fosfore­scente di un fatto o di una linea seguita e come l'odore che si sprigiona dopo un passaggio reale.

Così si constaterà che se siamo stati severi per le leggende, non lo siamo stati troppo per le tradi­zioni rispettabili.

Possa in ogni caso, questa modesta opera, tutta incantevole per la vita ammirabile di San­t'Anna, far meglio conoscere la Nonna di Cristo e con ciò contribuire a far amare di più la dolce Vergine Maria e il Divino Messia.

 

I GENITORI

Al tempo di Giulio Cesare e nei primi anni della conquista della Palestina da parte dei Romani, viveva sugli altipiani desertici del nord della Galilea un'umile ma virtuosa famiglia, della tribù di Levi. Il suo capo si chiamava Akar.

Si era rifugiata là per mettersi al riparo dalla guerra. Akar era della stirpe di Aronne (illustre fratello di Mosè), il quale era stato scelto per essere il primo grande sacerdote di Israele. Una stirpe senza macchia di servitori di Dio. Vivevano piamente e semplicemente vicino a un pozzo di acqua fresca, circondato da qualche fico e qualche pergolato selvatici.

Alla prima occasione ritornarono a Seforis, su una collina di aranci, una delle quarantotto città di Levi, dove Akar esercitava prima il suo lavoro e dove era venuta al mondo la loro figlia maggiore di nome Ismerìa.

La Provvidenza, che aveva delle mire miseri­cordiose sopra di essi, ne giudicò diversamente.

Nuovi rumori di guerra essendosi sparsi nella bassa Galilea, Akar prese allora il cammino del sud e venne a stabilirsi a Betlemme, piccola città situata su un'altura rocciosa a picco. È in questo luogo nostalgico, di dove il pensiero e lo sguardo si distaccano dalla terra per salire fino al cielo luminoso del giorno o stellato della notte, che nacque Sant'Anna.

Ella tuttavia non doveva vivere là. Akar, membro della tribù di Levi, non aveva terre che potessero trattenerlo. Sradicato da Seforis, gli venne procurato un impiego a Ebron, altra città attribuita a Levi, sul pendio di una collina. Vi andò. E Anna vi crebbe fino all'età di 9 anni, quando suo padre, in considerazione dei suoi illu­stri avi sacerdotali, fu designato per un ufficio sacro permanente nel tempio di Gerusalemme.

Notiamo qui che a Ebron la sorella maggiore di S. Anna, Ismeria, fu sposata all'età di 17 anni, prima della partenza della famiglia. Gli addii furono commoventi. Dopo aver stretto sul suo cuore i genitori, Ismeria abbracciò la sorellina Anna, e questa strinse la sorella maggiore con tutta la sua tenerezza.

L'anno seguente Ismeria doveva dare alla luce S. Elisabetta, nipote di S. Anna. Nell'attesa Akar, sua moglie e S. Anna ven­nero a stabilirsi definitivamente a Gerusalemme, non lontano dalla porta delle Pecore, che era a est, come il tempio, sul promontorio di Mòria. La famiglia di S. Anna, condotta provviden­zialmente nella capitale di Davide, era sfuggita durante questo periodo alle devastazioni operate nella regione della bassa Galilea, e in particolare nella città di Seforis, dalle truppe del generale romano Attio Varo.

 

L'INFANZIA

«Gerusalemme è circondata da montagne», cantano i Salmi, ed è costruita su un altissimo altipiano calcareo, che s'inchina da nord verso sud-ovest. Il monte Sion e il monte Moria sono due sporgenze di questo altipiano.

Con le sue case a ripiani, era a quell'epoca una città ancora patriarcale, sebbene i soldati romani si alternassero con gli abitanti e la folla dei pellegrini d'Israele.

E che paese quieto! impresso di dolci ricordi, molto vivi in mezzo al popolo.

Sant'Anna bambina assorbiva tutto questo: andando al tempio... percorrendo le varie arterie della città... in mezzo alla campagna incantevole che la circondava, poiché la casa dei suoi genitori era in prossimità dei bastioni, all'interno e sul­1'altura.

Al terrazzo della sua dimora ella contem­plava a sud le alte colonne dei Luoghi Santi, e a est ammirava al di sopra delle fortificazioni un orizzonte meraviglioso. Prima, di fronte in basso, la valle del Cedron, chiamata così per i cedri che costeggiavano il torrente. Poi, al di là, il monte degli Ulivi e il monte del Tradimento. Più lon­tano, sopra una vasta distesa, gli altipiani e le catene che precedono il Mar Morto. E più lontano ancora, laggiù, in linea retta, appena percettibili o piuttosto indovinate, le montagne di Moab, in mezzo alle quali, al di là del Giordano, il monte Nebo, dal quale Mosè prima di morire aveva potuto intravvedere la Terra Promessa.

Di tutto questo, il cuore e gli occhi della pic­cola Anna erano pieni. Ella usciva, anche, sovente per far pascolare il piccolo gregge che suo padre aveva conservato, come la maggior parte dei leviti, poiché questi avevano diritto a una striscia di terra di 1.000 passi di larghezza intorno alla città, per le necessità del bestiame. E di più, qui, questa zona era quella del tempio. Insomma, al di fuori di questa periferia, Akar doveva avere l'occasione di acquistare a poco a poco alcune porzioni di terra. Sant'Anna si compiaceva di questo paesaggio, perché sentiva che se la città era opera degli uomini, la campagna era opera di Dio.

Nello scenario immediato ove si trovava, come tutto era bello in quel tempo là! In diverse parti parecchie fontane, di cui la più celebre era quella di Sìloe. In mezzo a cespugli di verde, qualche piscina. Tutt'intorno campi di grano, di orzo, di lenticchie, di mais; frutteti di olivi, boschi di pini, querce verdi, sicomori, vigne e, un po' dap­pertutto, meli, fichi appesi alle rocce, e altri alberi fruttiferi. In mezzo a tale vegetazione gra­devole, per rialzare tutto l'incanto della natura, qua e là, dei piccoli greggi di montoni, numerose capre sparse, buoi sparsi in numero più piccolo; poi, attraverso i sentieri della pianura limpida e delle colline odorifere di timo, di rosmarino e di bossolo, il passo sicuro di tanti asinelli. E per finire, file di placidi cammelli a servizio del com­mercio.

Ma la bellezza dei campi, di cui S. Anna era uno dei fiori più belli, non l'assorbiva che per una parte di tempo. Il pio padre, approfittando delle sue funzioni nel tempio, aveva affidato l'educazione della figlia a parecchi scribi suoi amici. E, un po' più tardi, ella seguiva anche certe lezioni dei dottori della legge.

Bisognava vedere il suo ardore per lo studio! Poteva forse, al tempo in cui viveva, essere a migliore scuola? Al di fuori dell'istruzione reli­giosa, che è il primo dei compiti, imparò la storia e la geografia di Israele, il suo paese, il calcolo, le scienze fisiche e naturali, come si conoscevano alla sua epoca, infine le arti pratiche e familiari, riconducendo tutto, come si deve, alla gloria di Dio.

Imparò prima come fu formato l'universo. Lo si presentava, a quell'epoca, sotto forma di 7 giorni successivi presentati come immagini; si direbbe, oggi, in 7 quadri. Questa è l'origine della divi­sione della settimana in 7 giorni.

Contrariamente al pregiudizio di certi che si immaginavano che ciò che è visibile era da tutta l'eternità, la piccola S. Anna sapeva, benché in un modo conciso e imperfetto, che il mondo non era sempre esistito e che era opera del Creatore. Ella apprese, in seguito, le gesta del Signore per il suo popolo dagli inizi dell'umanità: la voca­zione di Abramo, padre dei credenti, a cui Dio aveva dato la Terra Promessa «dove scorrevano ruscelli di latte e miele»... la fondazione delle 12 tribù d'Israele per mezzo di Giacobbe, di cui i 12 figli sono all'origine... l'esilio in Egitto e la pro­mulgazione, sul monte Sinai, delle Tavole della Legge ricevute da Mosè dalle mani stesse di Dio... il governo democratico e forte dei Giudici, eroi suscitati dal Signore nei momenti difficili... il regno dei re di cui il principale era Davide, dal quale doveva uscire il Messia... e tanti altri fatti magnifici, ben adatti ad assorbire e incantare la sua tenera immaginazione.

Imparava a conoscere nel cielo la costellazione degli astri stupendi, che cantano la gloria di Dio e dietro ai quali scorgeva il Signore, secondo la parola del profeta: «I cieli narrano la gloria di Dio, e l'opera delle sue mani annunzia il firma­mento» (Sal. 18).

Ed è con lo studio del cielo che ella cono­sceva che l'anno era diviso in 12 mesi, rappresen­tando ognuno presso gli Ebrei una luna.

Approfondiva con cura tutte le bellezze della natura: dall'umile fiore dei campi fino alle rose di Gerico, dalla piccola bestiola sino agli animali domestici che accarezzava gentilmente, dalla gaia e sonora valletta della campagna familiare fino alle selvatiche e vertiginose montagne; insomma, ammirava l'insieme delle creature che, tutte, benedicono il Signore, secondo il cantico dei fan­ciulli nella fornace (Dn. 3).

La sua educazione e istruzione, come quella dei fanciulli predestinati d'Israele, era ancora più in avanti. Non solo le era spiegato il calcolo pra­tico e familiare, necessario alla vita corrente, ma anche il calcolo superiore che fa parte della vita intellettuale: come la distanza, che la portava così, naturalmente, a parlare dei paesi lontani ancora sconosciuti alla sua epoca, e dei cieli altis­simi al di sopra della terra, e dell'immensità in cui risiede Dio, e della distanza morale che separa l'uomo dal suo Creatore.

Così, anche nelle cose a prima vista aride, che sapeva rendere attraenti e poetiche, ricondu­ceva tutto a Dio, dal quale ogni creatura e ogni scienza derivano e verso il quale tutto deve con­tribuire a innalzare l'anima e a tendere. Questa istruzione, che non era che fortuita, non le impediva di attendere alle faccende dome­stiche. Anzi, questa istruzione educativa la stimo­lava nel lavoro, e le faceva trovare dolci tutti gli sforzi. Del resto, questo non le prendeva molto tempo, poiché tutta la sua giornata era intelligen­temente divisa. Dal mattino alla sua levata, quando ascoltava l'invocazione familiare di suo padre Akar, ripetente nell'intimità della sua casa l'esclamazione del sacerdote di servizio al tem­pio: «O Israele, l'Eterno è il tuo Dio, e l'Eterno è uno! », non perdeva un minuto quando era il tempo delle occupazioni.

Sempre sottomessa ai suoi genitori, sempre pronta a rendere servizio in ogni circostanza, come una «vergine saggia» illuminava il focolare con i suoi dolci propositi.

Bisognava vederla aiutare la sua pia madre, a preparare il cibo a base di farina di grano o di mais e a trarre, con l'aiuto di un piccolo vaso, il vino conservato negli orci, situati al fresco. Biso­gnava védere la sua andatura graziosa e lesta quando si portava alla fontana con una piccola anfora sulla testa, alla maniera di Rebecca e di tutte le donne orientali di quell'epoca. Bisognava vederla ritornare poi con le compagne della sua età, e ascoltare la sua amabile conversazione o il suo ridere, limpido come la sua anima. Chi non avrebbe ammirato quella gradevole e incantevole giovane?

A sera, dopo una giornata ben riempita, appena la tromba d'argento annunziava che era tempo di elevare lo spirito verso Dio e di fare le ultime invocazioni liturgiche all'Altissimo, ella si rinchiudeva in casa per prepararsi al riposo della notte. Dopo aver abbracciato i suoi buoni geni­tori, soffiava sulla sua piccola lampada a olio; poi, raccomandando l'anima a Dio, si addormentava dolcemente sul suo letto di foglie di mais. Arrivava il giorno del riposo. Questa parola, presso gli Ebrei, non era vuota di senso. Dopo l'ufficio del Sabato, che si celebrava al principio della giornata, vi era il sollievo più completo e più pio. Era veramente il giorno consacrato al Signore. Non si faceva uscire il gregge, a cui si era portato il nutrimento nella stalla. Non si face­vano lunghe camminate, perché i dottori della legge insegnavano che non bisognava fare più di mille passi. Si evitavano le manifestazioni rumo­rose e si parlava a voce bassa, come nel raccogli­mento; ci si raccontavano, inoltre, delle belle sto­rie di cui il Signore aveva gratificato Israele.

Certo, tutti i veri figli di Abramo non avevano la mentalità stretta, dovuta al formalismo dell'e­poca e non alle prescrizioni divine, ma Sant'Anna osservava fedelmente l'uso del suo tempo per non dare motivo ai giudizi imprudenti.

Una così perfetta giovane non poteva evitare di essere notata presto. Perciò l'ora del suo matrimonio si avvicinava.

 

IL MATRIMONIO

Quando risiedeva a Seforis, Akar era legato d'intimità con una famiglia il cui capo si chia­mava Matat, che abitava a Nazaret, una borgata ad anfiteatro ai piedi di una montagna, a qualche chilometro di là, a sud-est.

Questa famiglia nazaretana, per venire dalla bassa Galilea a Gerusalemme, ogni anno percor­reva più di cento chilometri, all'andata sola­mente. E ogni volta che veniva, non mancava di andare a fare visita ai suoi antichi amici.

Non apparteneva alla stessa tribù. Sebbene stabilita a Nazaret, era di un ramo della casa di Giuda.

Ora, Matat aveva un figlio, Gioacchino, chia­mato anche, secondo l'uso del paese, Eliakim, e in breve Eli, il quale aveva allora vent'anni. Que­sti accompagnava i suoi genitori. Già negli anni precedenti aveva osservato Anna, ora ne era preso. Anna aveva diciott'anni. Tutti e due ave­vano inclinazione l'uno per l'altro, perché avevano imparato a stimarsi reciprocamente.

Il giovane si aprì con i suoi genitori, che ave­vano già essi stessi delle mire sulla magnifica e virtuosa figlia dei loro amici e che, di conseguen­za, non fecero alcuna obiezione, né sentimentale né legale. Benché gli Ebrei dovessero prendere il loro congiunto nella propria tribù, «Perché l'ere­dità dei figli di Israele non si confonda passando da una tribù a un'altra» (Num. 36,7), in pratica andava diversamente quando la prospettiva di una famiglia non toccava il diritto di primogeni­tura delle due famiglie. Ora, era precisamente il caso di Gioacchino che, essendo il primogenito e un «figlio maschio», conserverebbe, nella sua unione con Anna, l'eredità familiare nella tribù di Giuda.

Il problema era dunque tutto risolto per la casa di Matat.

Riguardo alla casa di Akar della tribù di Levi, la soluzione era ancora più semplice. Anzitutto, ed è ciò che fece il suo capo accet­tando subito la domanda di fidanzamento dei suoi amici, non aveva che da rallegrarsi che sua figlia Anna entrasse nella famiglia di un discen­dente di Giuda, da cui doveva uscire il Messia, ciò che gli dava la speranza di figurare tra gli ante­nati dell'Emanuele.

Inoltre, per questo matrimonio Akar non poteva perdere il contatto con la sua propria tribù, poiché la figlia maggiore Ismeria aveva sposato un levita.

Infine, poiché i figli di Levi non avevano clau­sole territoriali da salvaguardare, niente, assolu­tamente niente impediva S. Anna di unirsi a S. Gioacchino e di passare in un'altra tribù.

Akar, meno di chiunque, aveva obiezioni di fondo o di forma da fare. Tutto questo era previ­sto secondo i disegni insondabili della Provvi­denza.

È così che il matrimonio fu deciso, con grande gioia delle due famiglie e dei due giovani. Trascorso il tempo del fidanzamento, ecco il giorno delle nozze. S. Anna aveva diciannove anni e S. Gioacchino ne contava ventuno.

Per quell'occasione alcuni membri della famiglia di Mathat erano venuti da Nazaret a Gerusalemme, dove avvenne il matrimonio. Così pure un certo numero di parenti di Akar accor­sero e particolarmente la sorella maggiore di S. Anna, Ismeria, venuta da Ebron. Si contavano ancora numerosi amici del padre della sposa, semplici leviti, sacrificatori o sacerdoti del tem­pio. E cominciarono i canti di allegrezza per durare fino a sera, quando bisognerà recarsi al Santuario.

Aspettando questo momento, S. Anna però non era in mezzo a loro. Calzata di sandali rica­mati, unta di profumo, ornata di una lunga tunica di seta color malva con frange d'oro, su cui figuravano piccoli fiori e tenere fronde, ella se ne stava pazientemente nella sua camera.

Poi, essendo giunta la sera, due ragazze, scelte tra le sue compagne, mettono sui suoi bei capelli intrecciati la corona nuziale, che rico­prono di un velo molto leggero di color malva come il vestito e stendono sulle sue spalle un ricco mantello.

In quel momento S. Gioacchino, circondato da dieci compagni che suonavano il piffero e il tamburo, viene per cercare la sua fidanzata men­tre dieci vergini, scelte da S. Anna, la precedono con una lampada in mano e tenendo nell'altra mano un ramo di mirto.

Ella esce. Tutti gli occhi si fissano su di lei, mentre un bisbiglio di ammirazione s'innalza dai giovani e dagli adulti. Ella arrossisce senza osare di gettare qualche sguardo indiscreto. E, prece­duto dai musicisti, il corteo si porta al tempio. Là, gli sposi velati prendono posto sotto un baldacchino per ascoltare il contratto che uno scriba a capo coperto legge loro, mentre un sacerdote con in testa la tiara d'oro, ornato della stola di lino e fasciato con una larga cintura, pre­siede la cerimonia.

Compiute le formalità, il sacerdote si avvi­cina, prende una per una le mani degli sposi e fa scivolare loro al dito l'anello nuziale, poi pre­senta a S. Anna una coppa piena, che ella passa a S. Gioacchino. Questi beve per primo, lei dopo. Ad un tratto ella lancia sul pavimento la coppa vuota, che si spezza in mille schegge: immagine di un'unione coniugale perfetta, che avendo messo in comune le gioie, deve ugualmente condi­videre in comune le pene. La cerimonia religiosa è terminata.

Il corteo, preceduto dalle fiaccole, perché è notte adesso, si porta alla locanda piena di pro­fumi e ornata di fiori. Dopo le sette benedizioni nuziali, gli invitati si stendono sui divani intorno al tavolo, sul quale è servito il pollo bollito tradizio­nale. Fra un servizio e l'altro si fanno delle ablu­zioni rituali e si bevono i vini rossi e bianchi del paese di Moab. Si ride, si fa onore agli sposi. Poi, quando il pasto è terminato e i musicisti hanno ese­guito tutto il loro programma, il più giovane degli invitati recita le preghiere di ringraziamento, che sono una nuova benedizione per gli sposi. E cia­scuno raggiunge il luogo del suo riposo.

S. Anna e S. Gioacchino ringraziano Dio con tutto il loro cuore per il grande favore di questa nuova vita che per essi comincia.

 

L'ORGANIZZAZIONE DELLA FAMIGLIA

Essendo S. Anna l'unica figlia che conservava con sé Akar, si era deciso tra i parenti che S. Gioacchino, sebbene erede per il diritto di primo­genitura, resterebbe a Gerusalemme, finché Matat potesse far valere con gli altri suoi figli le proprietà patrimoniali di Nazaret.

Questo conveniva molto perfettamente ai gio­vani sposi. Così S. Anna veglierebbe sempre sui suoi buoni genitori che, senza di lei, sarebbero rimasti soli; e S. Gioacchino, della discendenza regale di Davide, era soddisfatto di installarsi, di nuovo, nella capitale dei suoi antenati.

Akar, d'altra parte, con le sue attribuzioni del tempio non avrebbe potuto, senza la sua figlia Anna, continuare a occuparsi del suo gregge e delle sue terre. Restando Gioacchino, il suo genero prenderebbe per sé questa parte dei suoi lavori e potrebbe anche ingrandire i suoi averi. È quello che doveva accadere. Il gregge di pecore aumentò considerevolmente tra le mani di S. Gioacchino e le terre si ingrandirono di qualche particella di più. È per questo che le due fami­glie, l'antica e la nuova, furono completamente a bell'agio, ciascuno occupandosi d'altronde del lavoro che gli era stato devoluto.

I nuovi sposi, in ciò che li concerneva, s'in­tendevano perfettamente bene. Lei, molto fine e istruita al tempio, aveva eseguito ugualmente i corsi di canto e la sua voce era molto armoniosa. Lui, piuttosto piccolo, amava la poesia ed era dotato, come musicista, di un reale talento che eccelleva particolarmente sull'arpa, prediletta dal suo avo Davide.

Ma essendo la religione la base più solida dell'amore, si sforzarono, come buoni Israeliti, di praticare ancora più perfettamente di un tempo (era che ora ne avevano la possibilità) le belle rac­comandazioni di Tobia a suo figlio: ciò che ave­vano inculcato loro i loro pii e saggi genitori.

Magnifici semi di bontà che non erano caduti in un campo ingrato.

Cominciarono per fare tre parti uguali delle risorse che toccavano loro personalmente. Una parte che tenevano per le loro proprie necessità, un'altra che distribuivano ai poveri, la terza che offrivano al tempio per il mantenimento del culto e dei suoi ministri.

Dio, in effetti, era nel loro pensiero: al princi­pio e alla fine di ogni loro azione. In tre riprese

quotidiane recitavano l'Amida. E non rientravano mai in casa senza rileggere i versi sacri che erano scolpiti sul palo piazzato presso la porta esterna.

Così S. Anna e S. Gioacchino sapevano lumi­nosamente che il tempo promesso della venuta del Messia si avvicinava, perché era annunziato dal patriarca Giacobbe per l'epoca in cui lo scet­tro regale uscirebbe dalla casa di Giuda (Genesi 49, 10).

L'ultimo re legittimo, Ircan II, non era stato detronizzato già da tre anni? E la corona non era stata portata da un principe idumeo, Erode I? Infine, dall'anno stesso che precedette il loro matrimonio, le truppe del nuovo monarca, soste­nuto dai Romani, non avevano fatto irruzione da vere conquistatrici nelle strade della capitale di Davide?

Sì, i tempi della venuta del Salvatore d'Israele erano compiuti. Quando sarebbe nato? Tutti gli Ebrei fedeli, di quell'epoca, sovente si guardavano con un punto di interrogazione negli occhi. E tutte le volte che nasceva un figlio nella Casa di Giuda, della radice di lesse, quello era considerato come un segno di benedizione, ormai pieno di speranza.

S. Anna e S. Gioacchino, tuttavia, nonostante le loro preghiere, essi non avevano bambini.

 

LA PERSEVERANZA NELLA PROVA

Gli anni passavano. Nessun radioso sorriso saliva verso S. Anna da una culla. Tuttavia i pii sposi si amavano molto, le loro preghiere e le loro suppliche s'innalzavano sempre ferventi verso il Cielo. S. Anna offriva tutte le fatiche del focolare come un olocausto sull'altare del Signore. S. Gioacchino andava tutti i giorni nei campi dove conduceva a pascolare le sue pecore, che si moltiplicavano. Quando egli vedeva nuovi agnelli, li accarezzava dolcemente e pensava con tristezza al suo focolare deserto.

Solo il tenero affetto che S. Anna e S. Gioac­chino avevano l'uno per l'altro e le cerimonie grandiose del culto calmavano l'amarezza della prova.

Ogni settimana, nel «giorno del riposo», il loro cuore si ritemprava di più nella speranza e pensavano più a lungo all'esempio di Abramo, il padre dei credenti, che avendo sperato «contro ogni speranza» aveva avuto nella sua vecchiaia, da Sara sterile, il figlio benedetto, Isacco, di cui la posterità è divenuta tanto numerosa quanto i granelli di sabbia sparsi sulla riva del mare. Ogni mese, proprio all'inizio di esso, dopo il cam­biamento di luna vi era la festa delle Neomenie, che consisteva nell'offrire un olocausto al Signore riconoscendo che tutte le primizie appar­tengono al Creatore. Per questo, per segnare la loro dipendenza verso il Signore, per sottometter­gli in ogni cosa la loro volontà, affidargli il loro avvenire, e così elevare una volta di più i loro pensieri verso di Lui, gli offrivano ogni mese qualcuna delle entrate provenienti dai loro beni, distribuendole ai poveri o portandole al tempio. Ogni anno, il 14 e il 15 del mese di Adar (feb­braio), per la festa di Purim, tutto il popolo era in allegrezza, e S. Anna e S. Gioacchino partecipa­vano all'allegrezza generale, poiché si celebrava, quel giorno, con degli onori solenni, il ricordo della congiura sventata, per mezzo di Ester, della cospirazione terribile di Aman, che aveva deciso lo sterminio completo del popolo facendo sgoz­zare tutti gli Ebrei, un certo giorno stabilito, conosciuto da lui solo, giorno e ora che non dove­vano essere svelati che all'ultimo momento.

Allora il cuore di S. Anna ringraziava Dio perché, se questa disgrazia inaudita fosse arri­vata, tutti i suoi fratelli in Israele non sarebbero lì, così pure non vi sarebbe più il germoglio bene­detto che doveva dare il Messia. E srotolando la pergamena della sua Bibbia, leggeva l'ammira­bile storia di Ester che terminava così: «È perché in quei giorni là il lutto e la tristezza degli Ebrei furono cambiati in gioia, che si è voluto che la loro commemorazione fosse una data di giubilo e di banchetto e che le famiglie si mandassero dei piatti della loro rispettiva tavola le une alle altre e che tutti assegnino ai poveri dei piccoli doni» (Ester 9, 22).

Con S. Anna i poveri erano ben serviti. Ogni anno ancora, dal 14 al 21 del mese di Nisan (marzo), si celebrava la festa di Pasqua, la più solenne di tutte, che ricordava in mezzo al popolo di Dio l'uscita miracolosa dall'Egitto.

Allora S. Anna e S. Gioacchino, dopo aver commemorato il soggiorno del popolo eletto nel

paese di Mesraim, rievocavano la liberazione provvidenziale dei figli d'Israele dal giogo dei faraoni e la loro partenza trionfale per la Terra Promessa.

Per strappare l'ordine di uscita, ogni volta Mosè, messaggero di Dio, minacciava il re di un nuovo flagello e ogni volta, venuto il momento, il re si sottraeva. Non fu che all'ultima piaga d'Egitto, la più terribile di tutte, che il faraone dette, final­mente, il suo consenso: tutti i primogeniti, a iniziare da quello del re, erano morti la notte stessa e un grande grido di dolore era risuonato in ogni luogo.

Solo gli Ebrei pronti alla partenza, di cui la porta era stata segnata da sangue dell'agnello pasquale, erano stati risparmiati. E vi fu l'esodo e il passaggio prodigioso del Mar Rosso.

S. Anna e S. Gioacchino ricordavano tutto questo con ammirazione e le loro anime si innal­zavano verso Dio, così buono!

L'agnello pasquale immolato, il cui sangue preservò gli Ebrei dalla morte, era figura del Messia che doveva venire per riscattare, con il suo sacrificio di sangue, gli uomini dalla morte del peccato.

Infine, per S. Anna questa festa era cara a titolo tutto particolare. Il fratello maggiore di Mosè, il suo glorioso antenato Aronne, era stato il portavoce e uno dei due strumenti del Signore presso il faraone.

Questa festa cominciava la sera, vigilia del 14 di Nisan, ed era riposo il primo e l'ultimo giorno. Si doveva passarla a Gerusalemme. Tutti i giorni della settimana i sacerdoti offrivano olocausti e tutti dovevano mangiare solo pani azzimi, che sono simbolo dell'Eucaristia istituita da Gesù Cristo.

Si celebrava una seconda Pasqua il mese seguente, per quelli che non avevano potuto assi­stere alla prima.

«Apritevi, nubi eterne, e lasciate piovere il Giusto!». Tali erano i sentimenti di S. Anna e di S. Gioacchino, in questa magnifica festa.

Ogni anno sempre, sette settimane dopo Pasqua e perciò all'inizio del mese di Sivan (maggio), arrivava il turno della Pentecoste. Era ugual­mente molto solenne, ma non durava che un giorno. Ci si riuniva, si offrivano sacrifici a Dio e si facevano allegri banchetti.

Tra i sacrifici, si offrivano due pani fermen­tati, fatti con la farina più pura del raccolto nuovo che era appena terminato. Era per ringran­ziare Dio che si faceva la festa della «Mietitura», immagine dalle futura messe celeste. «La messe è bella e florida, dirà più tardi Gesù, pregate il Padrone della messe di mandarvi degli operai». S. Anna e S. Gioacchino realizzavano anzitempo questa raccomandazione allegorica; e per essere trovati loro stessi due belle spighe pronte, osser­vavano a puntino il Decalogo: in questo giorno della Pentecoste si commemorava anche la pro­mulgazione della Legge sul Sinai.

Essi rammentavano che in mezzo alle nuvole oscure, ai lampi e ai tuoni il Creatore aveva detto:.

1. Io sono il Signore vostro Dio. Non ne avrete altri all'infuori di me.

2. Non nominerete invano il nome del Signore.

3. Ricordatevi di santificare le feste.

4. Onorate vostro padre e vostra madre.

5. Non ucciderete.

6. Non commetterete atti impuri.

7. Non ruberete.

8. Non direte falsa testimonianza.

9. Non desidererete la donna del vostro pros­simo.

10. Non desidererete né la sua casa, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, niente di quello che gli appartiene.

Chi, meglio di S. Anna e S. Gioacchino, osser­vava i comandamenti e i più piccoli precetti di Dio?

Si era ai grandi giorni dell'anno e tutte queste feste calmavano un poco il rammarico di S. Anna e di S. Gioacchino di non avere ancora bambini. Quando erano nell'intimità, sotto lo stesso tetto, qualche volta S. Gioacchino prendeva la sua arpa per rallegrare un po' il loro focolare vuoto e S. Anna. La sua dolce sposa allora si avvicinava a lui e, graziosamente, emanava la sua bella voce così lamentosa e tenera.

Poi, lui ritornava nei campi, solo o con il gregge, e lei continuava ad attendere alle sue fac­cende di casa. Qualche volta ella usciva per le vie di Gerusalemme a fare delle commissioni; e discendendo per i pendii del Moria, incontrava ragazze con vestiti dai coli sgargianti: rosso, blu, giallo, violetto e altre tonalità. Ma quando incon­trava una giovane madre, col bambino tra le braccia, lo sguardo intenerito di S. Anna si abbas­sava, alternativamente, su di lei e su di lui, rega­lando loro un gentile sorriso.

Due soldati romani, con l'elmo in testa, cam­minavano in tutti i sensi; alcuni schiavi, curvi sotto la frusta, anziani prigionieri durante i com­battimenti, pulivano le strade, dove erano adibiti a lavori penosi che la facevano impietosire della loro sorte; mendicanti lividi brulicavano in certe zone, sempre accovacciati nello stesso posto. Tutto ciò le faceva male. «Quando - pensava lei - il mondo diverrà migliore ascoltando la voce di Colui che deve venire?».

E i giorni intanto passavano. Si arrivò al tempo dalla vendemmia. Il 10 del mese di Tisri, cioè di settembre, come ogni anno ancora, riconduceva Kippur, il grande giorno dell'espiazione, il giorno nel quale si domandava a Dio il perdono di tutti i peccati commessi durante l'anno trascorso, a partire dalla stessa data. Dal giorno 9 di sera, fino al 10 di sera, si digiunava completamente, ma, in compenso, ci si riposava.

Terminato l'olocausto del mattino, il gran sacerdote, dopo essersi lavato le mani, indossava sulla sua veste bianca i più begli ornamenti sacerdotali; poi posando le mani sul capo di un toro, confessava i suoi peccati e quelli dei sacer­doti.

Alla fine, dopo aver immolato il toro, egli get­tava due pugni di incenso sui carboni ardenti e, in mezzo a quel fumo odoroso, entrava nel «Santo dei Santi ».

Per l'espiazione dei peccati del popolo, il gran sacerdote posava le mani sul capo di un capro e dopo aver confessato tutte le iniquità dei figli d'Israele, di cui si caricava la vittima, si mandava quest'ultima nel deserto, tra le grida e con inseguimento generale; tutto ciò per simbo­leggiare la completa avversione del popolo di Dio verso il peccato.

Questo giorno, dice l'apostolo S. Paolo, era la figura del grande giorno in cui Gesù Cristo doveva espiare i peccati di tutta l'umanità. E il gran sacerdote purificato, rappresentando il popolo e penetrando nel «Santo dei Santi», sim­boleggiava l'entrata dei figli di Dio nel Cielo... verso il quale il cuore di S. Anna tendeva con tutte le sue forze.

Qualche giorno dopo, il 15 dello stesso mese di Tisri (settembre), c'era la festa dei Tabernacoli, la terza delle grandi solennità, dopo quella di Pasqua e di Pentecoste. Essa durava 8 giorni e la si doveva trascorrere sotto le tende, che si pianta­vano dappertutto: nei campi, sui terrazzi, anche nella città sulle piazze pubbliche. Questa festa era destinata a ricordare agli Ebrei il soggiorno dei loro antenati nel deserto e l'intervento di Dio in loro favore.

Venendo (tale festa) dopo tutte le raccolte dell'anno, aveva ugualmente come scopo quello di ringranziare Dio, pubblicamente, per tutti i benefì­ci che il popolo aveva ricevuto in generale, dopo che si era sottolineato in modo tutto particolare il do­no (assai importante per la vita) della mietitura.

Durante tutta quella fantasmagoria, piena d'incanto, un sacerdote andava, ogni mattina, a prendere dell'acqua presso la fontana di Siloe, con un bacile d'oro, e andava a spanderla sull'al­tare degli olocausti, mentre si cantava. Queste acque vive erano il simbolo dell'azione dello Spi­rito Santo nelle anime. E l'anima di S. Anna si lasciava facilmente affascinare dalla Provvi­denza, che serbava questa nobile donna e il suo virtuoso sposo per grandi destini.

Infine, il ventesimo giorno del mese di Tebet (dicembre) si celebrava la Dedicazione del Tem­pio di Gerusalemme da parte di Giuda Maccabeo, il più illustre dei grandi uomini che portarono questo nome.

A quei tempi Antioco Epifane, re di Siria, voleva distruggere la religione del popolo di Dio, per sostituirla con una religione ellenica, perché a quell'epoca l'influenza greca si faceva molto sentire. Israele era allora sotto la dominazione di questo sovrano crudele, e parecchi Ebrei, per non attirare le sue ire, obbedirono ai suoi ordini. Ma una valorosa famiglia, quella dei Maccabei, si scagliò contro l'empietà per difendere gli altari del vero Dio. A capo di un esercito di intrepidi volontari, dopo aver scacciato da Gerusalemme i nemici, Giuda Maccabeo fece una nuova dedica­zione del tempio, che era stato profanato. È que­sto il giorno di festa che veniva commemorato, per ben sottolineare che in tutte le svolte difficili Dio suscita dei liberatori. Nuova ragione per benedire una volta di più il Signore. È quanto facevano con sentimenti di riconoscenza indici­bile, S. Anna e S. Gioacchino.

E il tempo passava. E si giungeva così all'anno 18 a.C. E proprio in questo stesso anno, il re d'Israele, Erode I il Grande (che non bisogna con­fondere con il figlio e successore Erode II Antipa), aveva un grande progetto in testa. Seb­bene idumeo di nascita e sebbene regnasse sotto la protezione di Roma, egli era di religione mosaica. Più per la propria gloria, che per atti­rarsi gli sguardi del popolo ebreo, egli volle ingrandire e abbellire con magnificenza il tempio di Gerusalemme.

S. Anna e S. Gioacchino, che abitavano ac­canto, si rallegravano e vedevano tutti i giorni il lavoro progredire, tanto gli operai e gli architetti lavoravano con lena. Il tempio raggiungeva giorno dopo giorno un aspetto magnifico. «Non è tutto questo provvidenziale? - confidava S. Anna sottovoce al suo virtuoso sposo. - Tutto questo non avviene, appunto, per ricevere il Messia atteso?».

 

IL SACRIFICIO E LA VERGOGNA

S. Anna e S. Gioacchino avevano perso la speranza di avere un figlio e, perciò, la speranza e la gioia di essere annoverati tra gli ascendenti del Messia. Il sacrificio era duro per i loro cuori, ma si rassegnavano; nemmeno una minima mor­morazione indirizzavano contro la Provvidenza, che adoravano più che mai, sapendo che i suoi disegni, quali che siano, sono sempre buoni e giu­sti, per quanto incomprensibili.

Il loro dolore era tanto più grande di quello degli ultimi anni trascorsi; essi avevano visto spa­rire, l'uno dopo l'altro, i cari genitori. Ormai erano proprio soli.

Ora, un giorno - alla festa della Dedicazione - in cui S. Gioacchino portava delle colombe e altri doni presso l'altare, il sacerdote di servizio, Ruben, che ben lo conosceva e che non temeva più i rimproveri di Akar poiché era morto, respinse con indignazione la sua offerta e gli disse davanti a tutto il popolo: «Non ti è permesso unirti a quelli che offrono i loro sacrifici a Dio, perché il Signore non ti ha benedetto, negandoti un rampollo in Israele!».

Davanti a questo affronto, Gioacchino non si tenne più, e partendo come fuori di sé, schiac­ciato dalla vergogna, uscì dalla città senza rien­trare in casa, correndo in direzione delle monta­gne.

Egli andò assai lontano perché non lo si ritro­vasse più, poiché le parole del ministro del culto risuonavano nelle sue orecchie come un rintocco di campana che suona a morto.

Eh, sì! Egli sarebbe vissuto come un paria, dimenticato da tutti. Avrebbe morso il freno nella miseria, in mezzo ai pastori, suoi soli amici. Per ben cinque mesi nessuno udì parlare di lui. Ma una bella e santa anima pregava. E piangendo, S. Anna diceva, senza scoraggiarsi mai nelle sue orazioni: «Signore, Dio d'Israele, Dio forte che non mi hai dato un figlio, perché mi hai anche tolto mio marito? Ecco che cinque mesi sono pas­sati e io non lo vedo per niente; e non so neppure se è morto! Almeno gli avrei eretto una tomba!». E continuò a versare molte lacrime.

Un giorno, essendo uscita di casa, ella alzò gli occhi al cielo e vide, sopra un albero di alloro, un nido di passerotti. Allora, riprendendo la sua preghiera, aggiunse: «O Signore, Dio onnipotente, che doni discendenza a ogni creatura, a tutti gli animali, ai serpenti, agli uccelli, ai pesci e tutti godono con i loro piccoli, io Ti rendo grazie! Come hai voluto, così è avvenuto e sola mi hai privata dei benefici della tua bontà. Ma, Signore, Tu cono­sci il mio cuore e sai bene che sin dai primi giorni del mio matrimonio, Ti ho fatto il voto che se mi avessi donato un figlio o una figlia, io te l'avrei offerto nel tuo tempio santo».

Stava appena finendo la preghiera, quando l'arcangelo Gabriele apparve e le disse: «Anna, non aver paura, perché è nei disegni di Dio che il frutto che uscirà dal tuo seno sia in ammira­zione per sempre».

E S. Anna tutta tremante e sconvolta da tali parole, si era prosternata; ma l'arcangelo Gabriele subito sparì.

Nello stesso tempo, il messaggero celeste si presentò a Gioacchino e gli ordinò di tornare a casa sua. Alla presenza della divina bontà, l'infe­lice sposo si pentì della pena che aveva causato, con la sua fuga, alla propria sposa così virtuosa. Dato l'addio ai pastori, suoi amici, egli riprese il cammino di Gerusalemme, col cuore pieno di spe­ranza.

S. Anna che, dopo l'annuncio dell'angelo, l'aspettava e che dall'alto della sua terrazza spiava il suo arrivo, quando lo scorse sul ver­sante opposto, dall'altro lato della vallata del Cedron, venne sino alla porta Dorata, poi correndo a incontrarlo, gli si sospese al collo, ren­dendo grazie a Dio e dicendo a suo marito: «Io ero vedova e ora non lo sono più, ero sterile e invece concepirò». Si era allora in dicembre.

Ben presto, secondo la promessa dell'inviato celeste, S. Anna sentì la vita trasalire nel suo seno, concezione naturale per gli sposi, ma conce­zione immacolata per il Frutto che doveva nascere.

 

LA RICOMPENSA: MARIA

Il giorno benedetto tanto desiderato da S. Anna e S. Gioacchino, arrivò.

Nacque loro una figlia, l'8 settembre del­l'anno 16 prima di Cristo, lo stesso anno in cui Erode Antipa, che non era ancora che principe ereditario, fondò la città di Tiberiade sul lago di Genezaret per lusingare il figlio adottivo dell'im­peratore, dando alla città il suo nome Tiberio, il cui padre era divenuto il padrone assoluto del mondo mediterraneo.

Solo gli Angeli e quanti videro S. Anna e S. Gioacchino curvi sulla culla, sorridenti di soddi­sfazione, potevano dire l'immensità della loro felicità. E intanto le imposero il nome Myriam o Maria, nel tempio.

Dopo 80 giorni - tempo legale per una donna madre di una bambina - avvenne la puri­ficazione di S. Anna. Allo scopo di soddisfare al rito, ella si recò al tempio per portare, all'entrata del tabernacolo della testimonianza, un agnello di un anno da offrire in olocausto e anche una colomba, che donò al sacerdote celebrante.

Gli agnelli non mancavano nell'ovile di S. Gioacchino. Egli aveva scelto il più bello per donarlo al Signore. Dio lo ricompensò facendo prosperare al massimo il suo gregge.

Fu in questo periodo che gli sposi modifica­rono alquanto il loro modo di vivere.

S. Anna nutrì ella stessa la Figlia. Quale grande gioia fu per lei! La stringeva tanto più teneramente al cuore, essendo stata privata così a lungo di tale gioia.

Presto ci furono i primi sorrisi della madre e della sua piccola, la quale, abbandonando qual­che volta il seno materno, guardava negli oc­chi quella, che la contemplava con tanta te­nerezza. Poi vennero i primi balbettii e le pri­me parole della lingua ebraica per chiamare la mamma.

Ma nel mezzo di tanta gioia, S. Anna vedeva venire, troppo rapidamente, secondo lei, il giorno dello slattamento, i primi passi di Maria, i primi abbracci e alla fine... proprio alla fine di tutto ciò... qualche anno dopo, la commovente separa­zione: quando cioè era necessario presentare la santa bambina al tempio, allo scopo di compiere il voto fatto un tempo.

Ci sarebbe da notare che Maria doveva essere il canale che avrebbe trasmesso in Gesù la fusione delle due stirpi: la regale per mezzo di Gioacchino, discendente di Davide; la sacerdotale per mezzo di Anna, discendente di Aronne.

 

MARIA PRESENTATA AL TEMPIO

Maria stava per raggiungere il suo terzo anno di vita. Per quanto così piccola, era ormai nell'età giusta per la consacrazione. Era quella l'età del risveglio dell'intelligenza, mentre la vita offriva le primizie dell'esistenza. Ella aveva d'altronde uno spirito acuto e parlava correttamente. Fu necessario andare a trovare il gran sacerdote per fissare la data dell'ammissione.

S. Anna e S. Gioacchino gli descrissero la bel­lezza di quell'anima e le speranze che essi ave­vano riposte nella loro figlia. Egli si felicitò con loro, li ringraziò e indicò una data prossima, alla quale essi acconsentirono: quella del 21 novem­bre, dell'anno 13 a.C.

Non restava più che condurre la graziosa pic­cola Vergine e fare la cerimonia. Eccoli che arri­vano. Il gran sacerdote li attende. S. Anna e S. Gioacchino sono commossi e introducono Maria. Ci sono pochi testimoni, eccetto Zaccaria, sposo della loro nipote Elisabetta, e alcune pie donne; esse si occuperanno della Bambina. Questa è vestita tutta di bianco, come le sue compagne già consacrate, le hanno messo una lampada nella mano, simbolo di saggezza e, dopo una cerimonia molto semplice, tutti si ritirano, ciascuno nella propria abitazione. S. Anna e S. Gioacchino, ben­ché felici di aver offerto la loro figlia a Dio, hanno sentimentalmente gli occhi bagnati di lacrime... Ormai Maria sarebbe rimasta nel tem­pio per 10 anni.

Il buon padre e la buona mamma tuttavia dovevano vedere la loro figlia molto sovente, quando il régolamento lo permetteva loro, perché essi abitavano nelle vicinanze ed è impensabile che avessero potuto restare lungo tempo senza vederla.

In effetti, essi andavano ogni volta che pote­vano senza disturbare l'ordine stabilito e le con­venienze.

Ben presto, non appena la piccola Maria fu in età d'istruirsi, venne iscritta alla scuola del tempio, affinché potesse leggere da se stessa, in seguito, le belle pagine della Bibbia.

I suoi progressi furono rapidi e meravigliosi. Un giorno, e quel giorno lasciò una profonda impressione in S. Anna, durante una delle sue visite, la sua figliola le portò una pergamena che srotolò sulle ginocchia della madre. La soddisfa­zione della madre fu grande quando intese la sua bimba, così come le sacre immagini ci rappresen­tano, dire l'alfabeto ebreo.

Più tardi esse intrecceranno incomparabili conversazioni su Dio, che ama rivelarsi magnifi­camente alle anime pure e semplici e parlare familiarmente con loro. È così che S. Anna segui­va a poco a poco, in ogni circostanza, i progressi sempre crescenti di Maria, sua figlia.

La dolce Vergine intanto, poiché gli anni pas­savano, cresceva sempre più, e si avvicinava l'età dell'adolescenza. Era necessario decidere la sua uscita dal tempio.

 

CONFIDENZE DA FIGLIA A MADRE

Dopo che Maria fu uscita dal tempio, S. Anna e S. Gioacchino presero l'abitudine di dividere il loro tempo tra Gerusalemme e Nazaret.

Nella capitale di Davide essi avevano una casa, un magnifico gregge, delle terre. In Galilea avevano ugualmente delle terre, un po' di bestiame e una casa. Sebbene essi avessero dei servitori devoti, era necessario occuparsi delle eredità, rispettivamente di S. Anna a Gerusa­lemme e di S. Gioacchino in Galilea.

Inoltre, per obbedire alla legge, bisognava pensare a fidanzare Maria, che era in età giusta ormai.

Ora, S. Gioacchino che aveva ereditato tutto il patrimonio familiare per diritto di primogeni­tura, era costretto dalla legge stessa a scegliere per Maria, che era figlia unica, uno sposo tra i membri della sua parentela più prossima, perché l'eredità non uscisse dalla famiglia.

Era dunque a Nazaret, in Galilea, che essi dovevano decidere la loro scelta. Ma la santa gio­vinetta, che aveva fino ad allora passato tutta la sua vita nel tempio, non manifestava nessuna premura. Anzi non mostrava nessuna inclina­zione.

Quando, a Nazaret, S. Anna le fece conoscere la loro intenzione, ella non mostrò alcuna sor­presa, poiché conosceva bene la legge; ma dopo aver ascoltato rispettosamente la madre, si apri molto semplicemente e interamente a lei. Maria diceva che aveva deciso di continuare nel mondo la vita pia e devota condotta al tempio, che tanto amava. Di conseguenza, non pensava al matrimonio.

S. Anna sorrideva. Ella comprendeva, ma Gioacchino ci teneva, perché senza il matrimonio gli si sarebbe tolta la speranza di essere forse uno degli avi del Messia, che ormai doveva venire. Del resto, era la legge questa, affermava la madre.

Maria abbassava la testa, perplessa, ma senza inquietudine. Quest'ultimo punto era, in effetti, la principale obiezione, il più serio osta­colo al suo progetto di vivere vergine. D'altra parte, se ella non ci teneva a maritarsi, non era per la ragione di non volere uno sposo, perché sapeva che la castità alberga nel cuore piuttosto che nel corpo; ella sapeva anche che la perfezione non consiste nel fatto di essere vergine o no, ma nel sottomettere liberamente la propria volontà alla volontà di Dio, quale che sia. Ella sapeva tutto ciò ed è precisamente perché sapeva tutto questo che non voleva maritarsi, perché aveva l'intuizione provvidenziale e il sentimento pro­fondo che la sua vocazione, quindi la volontà di Dio, era che lei rimanesse vergine.

Sì, sì, e proprio per questo, e solo per questo, che ella non vedeva affatto l'utilità di prendere marito.

S. Anna, che ascoltava attentamente le ragioni di sua figlia e seguiva le sue impressioni sulla sua fisionomia, l'ammirava.

Veramente, insisteva una volta di più Maria, è unicamente per spirito di sottomissione, per obbedire a Dio, che voleva rimanere vergine e non per la prospettiva falsa che ella sarebbe meno pura maritandosi, poiché non sentiva in sé alcun germe di concupiscenza e pertanto alcuna ansietà, neppure in questa situazione.

S. Anna, per permissione celeste, indovinava tutto ciò. Ella sentiva confusamente che il pec­cato originale che corruppe il corpo, poteva solo per la sua tara ereditaria avere un'influenza sulla questione di purità e impurità; ella comprendeva che non è l'atto coniugale che poteva togliere a Maria il suo stato d'anima angelica, poiché Maria non sentiva alcun fremito carnale; ella compren­deva infine che era solo per obbedienza a Dio che Maria voleva restare vergine. E qui, sarebbe da precisare che è in seguito al peccato originale, e solo per questo; che la verginità è uno stato circo­stanzialmente più perfetto del matrimonio, attualmente; è preferibile, tuttavia, solo in quanto la verginità permette di avvicinarsi mag­giormente a Dio, ma questo non era il caso della Vergine, per il semplice motivo che era stata pre­servata dal peccato originale e, di conseguenza, non era soggetta alla concupiscenza e quindi la sua anima e il suo corpo non potevano minima­mente corrompersi.

Poiché sua figlia aveva una vocazione parti­colare, continuava S. Anna, segua pure questa vocazione e si faccia la volontà di Dio. Anche lei non desiderava altro che la realizzazione inte­grale della decisione del Signore.

Una pausa.

Infine S. Anna, guardando con tenerezza sua figlia, concludeva che tutto questo era bello, che tutto questo era esatto, ma che, tuttavia, ciò non sopprimeva la Legge.

Sì, aggiungeva Maria, ma attendiamo. La Provvidenza, che tutto dirige, saprà ben dare una soluzione al problema e presentare le circostanze che risolveranno la situazione difficile nella qua­le ella, sua ancella, si trovava, dal momento che questa Provvidenza le tracciava un cammino e che lei, di tutto cuore, lei Maria, voleva seguire.

Nessuno capiva meglio tutto ciò, per sua pro­pria esperienza, che S. Anna.

Dio vegliava, infatti: la soluzione era tanto ammirabile quanto semplice.

 

LA SOLUZIONE DIVINA

S. Anna, come Maria, si era affidata alle buone cure della Provvidenza. Ella non ne fece parola minimamente con S. Gioacchino se non in modo discreto; e poi, per non contrariare il suo sposo, lo lasciò agire secondo coscienza, essendo convinta, come sua figlia, che il Signore indur­rebbe le circostanze favorevoli a realizzare la vocazione intravista.

D'altra parte, né l'una né l'altra sapevano quale sarebbe stato l'obiettivo di questo stato di verginità che Dio riservava a Maria.

Durante questi mesi S. Gioacchino agiva o, piuttosto, era la mano del Signore che lo condu­ceva.

Un giorno egli disse ad Anna che suo fratello Giacobbe e lui stesso avevano deciso un colloquio tra i loro figlioli perché, aggiungeva, «è il figlio di mio fratello, è mio erede naturale e legalmente designato».

Giacobbe, in effetti, conformemente al diritto di primogenitura, non aveva ottenuto alcuna parte dell'eredità patrimoniale e, per questo motivo, aveva scelto il mestiere di falegname, che continuava a svolgere suo figlio Giuseppe.

Dopo che S. Gioacchino era ritornato a Naza­ret, suo fratello gli aveva restituito tutta la pro­prietà che, in precedenza, aveva fatto fruttare col loro padre, in sua assenza. Aveva tenuto per sé solo una piccolissima parte, che S. Gioacchino gli aveva gentilmente concesso per ringraziarlo dei suoi servizi.

Tale era la situazione particolare di Giacobbe e di suo figlio Giuseppe. Questi, perciò, come suo padre, era un semplice artigiano. Era un robusto giovanotto di circa 20 anni, molto dolce, tanto servizievole, molto laborioso e sempre si teneva in disparte, per umiltà. Contrariamente alla mag­gior parte dei giovani della sua età, S. Giuseppe si mostrava assai riservato con le ragazze. In una parola, lo si soprannominava, generalmente, «il giusto», cioè - come diremmo oggi - «il santo».

Tutte queste qualità, e solo queste, sarebbero state ben adatte, in assenza di motivi legali, ad attirare l'attenzione di S. Gioacchino, che lo con­siderava già come un figlio.

A sua volta, Maria, che appariva come la ragazza più graziosa e compìta di Nazaret, si era attirata la simpatia di Giacobbe, che la conosceva e l'apprezzava tanto più perché era sua nipote.

Si trattava di sapere, adesso, se i due giovani si piacevano e se si accordavano, perché sebbene essi fossero cugini, non avevano avuto ancora il tempo di frequentarsi spesso, dopo che Maria era uscita dal tempio.

Ecco perché, nonostante le due famiglie aves­sero avuto precedentemente delle relazioni nor­mali, come deve accadere tra buoni fratelli, una riunione speciale ebbe luogo presso S. Gioac­chino, dopo averne messo al corrente i due vir­tuosi giovani.

Quando Maria e Giuseppe, in piena cono­scenza di quanto i loro genitori desideravano da essi, furono in presenza l'uno dell'altro, si guar­darono in tutta semplicità; per una intuizione divina essi si compresero, senza spiegazioni, fin nel profondo del loro cuore e indovinarono di avere ambedue una stessa vocazione.

Appena essi poterono scambiarsi alcune parole, senza indiscrezioni, aprirono reciproca­mente le loro anime e benedissero Dio perché li aveva posti sullo stesso cammino. Sì, avrebbero obbedito alla legge, che voleva un matrimonio, ma, una volta sposati, avrebbero obbedito a Dio solo.

Fu così, dopo che Maria ebbe messo al cor­rente S. Anna, che i due giovani dissero «sì», tra l'allegrezza generale delle due famiglie. Senza tardare, si preparò la cerimonia e il pranzo di

fidanzamento, che presso gli Ebrei rappresenta­vano il vero matrimonio, benché le nozze non si fissassero che dopo circa un anno.

Dio non attendeva altro che questo momento per realizzare il più meraviglioso, il più toccante, il più insondabile dei suoi disegni misteriosi: l'In­carnazione del suo unico Figlio, per amore degli uomini e il riscatto del mondo.

E l'angelo Gabriele fu inviato a Maria, con grande meraviglia della Vergine che, nella sua umiltà, non si aspettava davvero questo evento. «Io ti saluto, piena di grazia, il Signore è con te ».

L'ammirabile fanciulla, tutta sorpresa, non comprendeva né supponeva per niente ciò che Dio domandava tramite questo saluto. Ella era turbata, non a causa della concupiscenza, la quale non poteva impadronirsi di Maria poiché era stata preservata dal peccato originale, ma turbata dal dubbio su cosa significasse tale saluto; dubbio di un'anima che, credendo di aver trovato la sua vocazione obbedendo a Dio, si vide, a un tratto, nell'impossibilità di realizzarla.

Infatti Dio non l'aveva forse spinta a restare vergine? Come questo poteva avvenire se doveva avere un bambino?

Ma Dio che sa conciliare ciò che, in appa­renza, appare contraddittorio agli occhi degli uomini, fece aggiungere tramite la bocca del messaggero celeste: «Non temere, Maria. L'azio­ne dello Spirito Santo scenderà su di te. Ecco per­ché il bambino che nascerà si chiamerà Figlio di Dio».

Ora Maria comprendeva la deliberazione divina. Tutto si schiariva mirabilmente: sia la sua vocazione allo stato di verginità... sia nel con­tempo l'imposizione del matrimonio per giustifi­care la sua gravidanza agli occhi del mondo. «Io sono l'ancella del Signore - disse Lei semplicemente. - Sia fatto di me secondo la tua parola». E subito ella concepì di Spirito Santo. Essendo l'angelo scomparso, Maria, sempre vergine, si prostrò umilmente davanti a Dio e lo benedisse.

Quando S. Anna e S. Gioacchino, che erano nei campi, rientrarono, la giovane chiamò sua madre in disparte e le annunciò la grande notizia. Dopo, anche S. Gioacchino apprese la notizia, dalle labbra della sua sposa. E tutti e tre, con quale ardore, levarono i loro cuori a Dio e Gli resero grazie!

Così S. Anna comprendeva, a sua volta, il per­ché ella avesse avuto una figlia in età avanzata. Era avvenuto che la sua concezione era il risul­tato di un ordine speciale di Dio, della sua obbe­dienza e della sola ragione e non il risultato degli ardori della giovinezza. Era avvenuto ciò perché Dio e lo spirito vi avevano preso più parte che la carne. Ammirabile piano divino, che appariva ora a S. Anna in tutta la sua ammirabile grandezza. Il Signore aveva preparato e districato le varie situazioni, a meraviglia, realizzando il pro­fondo desiderio di S. Gioacchino stesso.

La faccia del mondo stava per essere cam­biata.

 

I NONNI DI GESÙ

Descrivere la gioia di S. Anna e di S. Gioac­chino è impossibile. S. Anna vegliava con grande cura sullo stato generale di salute di Maria, ben­ché ella andasse sovente durante il giorno presso i genitori di S. Giuseppe, nell'attesa di venire a stabilirvisi definitivamente.

Ma prima della nascita dell'Emanuele e per essere là al momento giusto, S. Anna e S. Gioac­chino vollero andare, ancora una volta, a Gerusa­lemme per mettere in ordine i loro affari.

Precisamente nello stesso tempo, Maria voleva andare a visitare a Ebron sua cugina Eli­sabetta, di cui la prossima maternità ella sapeva dall'annuncio dell'angelo Gabriele.

La distanza era grande, almeno 120 chilometri, ma si trovava nella stessa direzione del viaggio dei suoi cari genitori. Si sarebbero dunque accompa­gnati scambievolmente. Essi sarebbero rimasti a Gerusalemme per i loro affari, mentre ella si sarebbe spinta fino a Ebron. Così fu deciso.

Partirono, aggirarono la Samarìa, attraverso la pianura di Esdrelon e il monte Tabor; arriva­rono dopo quattro giorni in vista della città santa, ripetendo il versetto rituale:

«Gerusalemme, Gerusalemme! O santa Sion! Eccoti dunque!».

Maria si riposò alquanto con sua madre e suo padre nella casa della sua giovinezza, tempo durante il quale essi andarono a fare, tutti e tre, parecchie visite al tempio e pregare l'Altissimo per il Bimbo che doveva venire.

Dopo ciò, Maria continuò il suo viaggio a piedi, durato ancora una giornata.

Elisabetta era al sesto mese di gravidanza e doveva dare i natali a S. Giovanni Battista. Ricevendo sua cugina, che era arrivata al­l'improvviso, sulla soglia della porta esclamò: « Tu sei benedetta fra tutte le donne e il frutto del tuo seno è benedetto. E come mai mi avviene questo onore, che la Madre del Signore viene a visitarmi?».

Esse restarono tre mesi insieme. Poi Maria, ripassando per Gerusalemme, se ne ritornò a Nazaret con S. Gioacchino e S. Anna.

Maria non vi doveva restare a lungo. Un editto dell'imperatore Augusto ordinava il censi­mento dei sudditi di tutto il suo impero. Biso­gnava farsi iscrivere nel paese di origine degli avi. S. Giuseppe dovette partire per Betlemme, fare iscrivere tutti i membri della famiglia, per­ché egli era il maggiore dei fratelli. Maria che, dopo il suo ritorno da Gerusalemme, a causa della sua gravidanza viveva con i suoceri, volle accompagnarlo, tanto più che i suoi nonni paterni erano anch'essi di Betlemme ed era necessario far iscrivere quindi i parenti di lei. Così ella avrebbe evitato ad essi un secondo viag­gio. Era una duplice delicatezza.

Dopo aver abbracciato teneramente S. Anna e S. Gioacchino, Maria partì su un asinello, gui­dato da S. Giuseppe.

Ma perché le profezie si avverassero, appena arrivata a destinazione Maria sentì che il momento era venuto: il Messia nacque a Betlemme.

Dopo la presentazione di Gesù al tempio, Maria e S. Giuseppe, poco tempo dopo, col loro Emanuele ritornarono a Nazaret. S. Anna e S. Gioacchino, Giacobbe e sua moglie, che la fama del lieto evento li aveva già avvertiti, li attende­vano nell'appartamento dei casti sposi, dove Gesù fu collocato.

Nessuno saprebbe raccontare in modo esem­plare questo incontro memorabile, i lunghi e affettuosissimi baci che ricevette il Bimbo Gesù. Ma si può pensare quale fu il rapimento di S. Anna in particolare!

Tanto più che fu la dolce Vergine Maria stessa che le rivelò tutti i particolari della venuta del Messia. Nessuna descrizione poteva essere più meravigliosa di quella. Nessuna persona tra i più umili ricevette così per intero la buona novella; e nessuno (se non S. Gioacchino che divise con lei questa immensa felicità) l'accolse con più fervore e riconoscenza. E chi più di loro poteva desiderare tale venuta?

Era giusto quindi che S. Gioacchino e la sua ammirevole sposa, che avevano tanto desiderato la venuta del Salvatore, Lo vedessero.

Se Dio aveva appagato il desiderio del santo vegliardo Simeone, di non morire prima di averlo visto, a più forte ragione non poteva rifiutare ciò ai nonni di Gesù!

Avvenimento ineffabile quello della venuta del Messia! Un mondo antico finiva, uno nuovo cominciava. Cominciava l'era cristiana.

Ora che gli occhi di S. Gioacchino avevano contemplato «Colui che è la pace delle nazioni e la gloria di Israele», suo Nipotino per lui, poteva andarsene in pace. Ciò non poteva tardare, ma non sarebbe avvenuto cosi presto, tuttavia, per­ché prima dovevano accadere fatti di eccezionale gravità. E Dio non permise che S. Gioacchino abbandonasse la buona nonna di suo Figlio, durante i giorni tetri che stavano per susseguirsi, dovendo S. Anna vivere ancora alcuni anni.

Ciò fu, in effetti, spaventoso. Erode I era alla fine del suo regno. Da quando aveva saputo dai Magi la notizia della nascita di Gesù (la Sacra Famiglia era tornata per affari nella città di Davide) egli cominciò a tremare per la paura di perdere il regno. E affinché Gesù non potesse fuggire, diede l'ordine feroce di sgozzare tutti i bambini al di sotto di due anni in Betlemme e dintorni. A tale notizia si alzò un grande grido di dolore, di commiserazione in Israele. E S. Anna e S. Gioacchino patirono, in tale occasione, tutte le angosce e le sofferenze che un cuore umano può provare.

Ma S. Giuseppe, avvertito dall'angelo, - per l'occasione S. Michele -, aveva preceduto, per dir così, l'ordine sinistro del tiranno. Presi con sé il Bambino e la Madre, era partito durante la notte, per l'Egitto.

Quanto questa assenza fosse penosa a S. Gioacchino e S. Anna, Dio solo poté compren­derne la profondità.

Finalmente, dopo la morte di Erode, un anno dopo, S. Giuseppe ricevette l'ordine da S. Michele di lasciare l'Egitto. Egli non osò andare in Giudea a terminare i suoi affari a Betlemme, da dove era partito precipitosamente, e dunque non perse tempo. Con Gesù e Maria ritornò a Nazaret.

Quel giorno, lacrime di gioia scesero dagli occhi di tutti.

Ma S. Gioacchino era assai vicino al termine della sua vita. Per chiamarlo a sé, Dio aveva atteso l'ora dell'incontro, che aveva voluto un po' prolungare, affinché il venerabile vecchio potesse andarsene nella più dolce quiete, circondato da S. Anna, Maria, S. Giuseppe e sotto lo sguardo e le carezze di Gesù.

 

ULTIMI ANNI DI S. ANNA

La notizia della morte di S. Gioacchino si sparse in Nazaret. I «piagnoni» e le «piagnone» ufficiali, che avevano il compito di esprimere esteriormente i sentimenti profondi di dolore della famiglia, invasero la casa. E i gesti e le grida delle lamentazioni funebri cominciarono.

Maria e S. Anna, a cui dispiaceva questa usanza, dovettero accondiscendere.

Giunto il giorno del funerale, S. Anna fece seppellire il suo sposo nella tomba di famiglia, non lontano di là, alla base della collina. Suo padre Matat, che dormiva l'ultimo sonno, lì lo aspettava.

Arrivato al luogo dell'ultimo riposo, il corteo dei piagnoni e delle piagnone e dei suonatori di pifferi si ritirò, e si depose il corpo di S. Gioac­chino nella roccia calcarea e friabile. Essendo l'entrata assai bassa, si rotolò davanti all'in­gresso una pietra arrotondata.

La tomba era stata chiusa.

S. Anna si ritrovò sola, poiché Maria abitava nella casa del suo castissimo sposo, S. Giuseppe. La madre e la figlia si ricambiavano sovente le visite. Gesù anche andava frequentemente presso la sua buona nonna, alla quale voleva dare la dolce consolazione di stare un poco con lui, tanto più che ciò faceva piacere a Maria.

Senza indugio convennero in famiglia di andare ad abitare in casa di S. Anna, mentre S. Giuseppe avrebbe continuato durante la giornata, quando il lavoro l'avrebbe richiesto, ad andare nel laboratorio di suo padre per aiutarlo, perché i genitori di S. Giuseppe vivevano ancora tutti e due.

D'altra parte, poiché secondo la legge ebraica S. Giuseppe era diventato l'erede di S. Gioac­chino, bisognava che si occupasse del gregge e delle terre che aveva ereditato, mentre la Mamma e la Nonna del Bimbo-Dio avrebbero filato la lana con la loro conocchia.

E infatti egli aveva individuato la soluzione più semplice e più sociale: far fruttare le pro­prietà con l'aiuto degli anziani e devoti servitori di S. Gioacchino e S. Anna, curare il gregge, che ridusse considerevolmente a poco a poco, perché non poteva svolgere questa mole di lavoro e continuare a dare la sua collaborazione di falegname agli abitanti della borgata.

Tutti così erano soddisfatti. Sia la Sacra Famiglia, sia S. Anna, sia i genitori di S. Giu­seppe, che non erano per nulla trascurati, sia i servitori di S. Gioacchino, che conservavano il loro lavoro, sia la borgata tutta.

Durante parecchi anni, la gioia fu calma e deliziosa. Si lavorava, si parlava, si guardava il Cielo, ci si amava.

E il tempo passava...

Gesù stava per raggiungere i 12 anni. Si decise, un'ultima volta per S. Anna, di andare a passare tutti insieme le feste di Pasqua a Gerusa­lemme. Bisognava, d'altronde, che la saggia nonna mettesse buon ordine nei suoi affari; la legge del Giubileo, che si applicava precisamente in quel periodo, le ingiungeva di restituire ai loro anziani proprietari le terre di Akar.

Trascorsi i giorni della solennità, mentre S. Anna prolungava ancora per qualche tempo il suo soggiorno a Gerusalemme, Maria e S. Giuseppe, richiamati dai loro impegni, abbandonarono la città santa con il gruppo dei pellegrini della regione di Nazaret. I ragazzi per godersi la gita, se ne stavano insieme.

Essendo terminata una giornata di cammino, tutti i fanciulli raggiunsero i rispettivi genitori per passare la notte sotto piccole tende o sotto ricoveri di fortuna. Maria e S. Giuseppe non videro comparire Gesù...!

Essi interrogarono i giovani amici e i loro conoscenti. Nessuno l'aveva visto. Forse era rimasto in disparte, per pregare il Padre suo, come faceva d'abitudine. Essi scrutavano e scan­dagliavano con i loro sguardi l'orizzonte e chia­mavano: Gesù... Gesù... Ma rispondeva loro la fle­bile eco delle colline, seguita da un grande silenzio.

Era troppo tardi per ritornare sui propri passi.

Dormirono male, aspettandosi tuttavia di vederlo riapparire da un momento all'altro. All'aurora erano in piedi, prima degli altri. Alcuni aprivano gli occhi sotto la carezza dei primi raggi del sole. Gli uccelli iniziarono a gor­gheggiare.

Essi, non con la morte nell'anima (perché la saggezza di Gesù in cui confidavano e la natura li invitavano alla speranza), ma «pieni di solleci­tudine sebbene senza inquietudine» ripresero il cammino verso Gerusalemme.

Arrivarono a sera e andarono subito alla casa di S. Anna, pensando di trovarvi Gesù; era il pen­siero più logico.

In effetti, se S. Anna non fosse rimasta a Gerusalemme, sarebbe stato inconcepibile che Maria, la quale conosceva perfettamente i senti­menti del Figlio, non dirigesse subito i suoi passi al tempio per interrogare qualche custode. Nes­sun'altra considerazione quindi può spiegare il suo correre altrove anziché al tempio.

S. Anna rassicurò sua figlia e S. Giuseppe, spiegando loro che Gesù era, senz'altro, ospite di qualche dottore della legge. È per questo che essi si presentarono al tempio solamente l'indo­mani, il terzo giorno, all'ora in cui si riunivano i dottori. Là lo trovarono, che faceva meravi­gliare tutti per la sua intelligenza e per le sue risposte.

Ciò era provvidenziale. Gesù seguì la sua Mamma e il suo padre adottivo presso S. Anna, dove poterono riposare ancora qualche giorno. Nel frattempo, avendo la nonna terminato i suoi affari, ne profittò per ritornare con loro a Naza­ret. Essendosi tutti e quattro dunque inchinati, una volta di più, davanti al tempio santo, eleva­rono la loro anima al Padre celeste e partirono. Gesù stava loro sottomesso.

Questo fu l'ultimo viaggio di S. Anna. Essen­dosi la sua bell'anima celestializzata al contatto di Gesù, di Maria e di S. Giuseppe, il vaso del suo corpo si aprì, e con le loro benedizioni la sua anima radiosamente s'involò.

S. Anna fu seppellita a Nazaret, presso il suo santo sposo Gioacchino.

Si conserva il venerato corpo di S. Anna, ad Apt-en-Provence in Francia. «È in seno alla Chiesa Aptesiana che si trova il corpo di S. Anna, madre della gloriosissima Vergine Maria» (Clemente VII, papa), meta di pellegrinaggi da tutta l'Eu­ropa e da molte parti del mondo. 

 

Sac. Luigi Calò

VITA DI S. GIOACCHINO

Edizione 1916

UN PO' D'INTRODUZIONE

È cosa difficile scrivere di S. Gioacchino. I contemporanei non pensarono di tramandarne ai posteri la vita, e gli scrittori ecclesiastici, facendo uso della tradizione, non scrissero molto del Santo, la cui gloria vera è quella di essere il padre di Maria Vergine.

Le cose che di lui si narrano, le espressioni che lo magnificano, sono sparse qua e là nei libri dei Padri e Dottori della Chiesa.

Il dotto Fra Emanuele di Gesù Maria, ex Generale dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi, nel 1692 pubblicò a Napoli la vita di S. Gioacchino: egli era il primo a compilarla.

Carlo Maria Moro, sacerdote genovese, nel 1889 a Monza pubblicava una vita di S. Gioac­chino, ispirata a quella del citato autore. La chia­merei un compendio di quella del P. Emanuele di Gesù Maria.

E il Sacerdote napoletano D. Pasquale Signo­riello, nel 1854, dava alle stampe, in Napoli, unCenno storico della Vita di S. Gioacchino. Forse altri avrà scritto di S. Gioacchino, ma non è stato possibile trovarne copia fino al 1916. Ciò posto, ho scritto la vita di S. Gioacchino, studiando sui nominati autori. Ho ricavato altre notizie o dalle vite di S. Anna o da quelle della Vergine.

Dio benedica questo lavoro. Una nobile signora, che ottenne grazia speciale per interces­sione di S. Gioacchino, ha voluto che di lui si fosse scritta la vita. Lo scopo è la riconoscenza e quindi il desiderio di ridestare nelle anime vene­razione e fiducia nel glorioso Santo.

S. Gioacchino accolga l'omaggio, e la sua potente intercessione faccia sentire nei cuori sin­cera devozione, che si manifesti nell'imitazione delle virtù e nell'incessante invocazione del suo patrocinio.

 

SANTITÀ EMINENTE

La Bibbia non dà che pochi cenni di questo Santo così privilegiato, mentre di altri parla lar­gamente.

Il silenzio della Bibbia ha del misterioso. Spesse volte, nella S. Scrittura, per un senso di mistero, qualche cosa si tralascia di narrare, affinché con i muti ma efficaci gridi del silenzio, qualche grande cosa ci venga significata. Infatti con il non ricordare i genitori di Maria, la Bibbia tacitamente insegna che la concezione di Lei avvenne in maniera soprannaturale, cioè senza la macchia ereditaria della colpa originale. Si noti pure che la santità della Vergine non doveva lodarsi per la santità dei genitori, come farebbe male chi volesse encomiare la santità di Gesù Cristo deducendola dalla santità di Maria. Si aggiunga che il silenzio degli scrittori forse afferma la gloria del Santo, poiché essi a raccontarla si credevano poco capaci. Più si venera con il silenzio che con la parola.

Il silenzio dei Libri santi non vieta di sup­porre in S. Gioacchino grazie e doni straordinari, e la corrispondenza di lui con tutte le forze dello spirito. S. Tommaso dice che coloro che Dio elegge a qualche missione, li prepara così che si trovino idonei a ciò a cui sono eletti.

Perciò, le grandezze di S. Gioacchino si pos­sono argomentare, e nessuno potrà sostenere, come fu scritto, non essere compreso nel tesoro della rivelazione divina ciò che da essa si deduce ragionando naturalmente.

 

NOME E PROFEZIE

Il suo nome è di un significato bellissimo. Infatti Gioacchino significa preparazione del Signore. Da lui, come scrive S. Epifanio, fu prepa­rato il tempio di Dio, cioè Maria Vergine.

La dignità di S. Gioacchino, che anche il nome esprime, fa raccogliere dal devoto Fra Emanuele di Gesù Maria, carmelitano scalzo, bel­lissime profezie e figure.

Davide nel salmo 86 descrive una splendida città, fondata sopra le cime dei monti. In senso mistico, questa città significa la Vergine, di cui Dio stesso è il principale fondatore e le cui fonda­menta furono gettate sopra i monti santi, cioè sui piissimi genitori di Lei, S. Gioacchino e S. Anna, chiamati dal Damasceno: Monti spirituali, per la loro grande santità.

Gioele nel cap. terzo afferma che i monti stil­leranno dolcezza, e questa dolcezza, scrivono autori mistici, è Maria. Se dunque, argomenta S. Giovanni Damasceno, la dolcezza è Maria, senza dubbio i monti che La stillarono ne sono i geni­tori, S. Anna e S. Gioacchino, che La dettero a beneficio di tutto il mondo.

Isaia nel cap. undicesimo dice che spunterà un germoglio dalla radice di lesse, e un fiore dalla radice di lui si alzerà.

San Cirillo Alessandrino afferma che questo germoglio, che spunta dalla radice coronata di Iesse, è S. Gioacchino, illustre per sangue reale. Il fiore, che sbocciò da questo ramo, è Maria.

Piace richiamare alla mente qualche bella figura che la pietà degli scrittori ha creduto applicare ai santi coniugi Gioacchino e Anna.

Se Maria è il paradiso terrestre, e Gesù Cri­sto il novello Adamo, S. Gioacchino e S. Anna ne sono i cherubini che lo custodiscono. Se Maria è la madreperla, e Gesù è la preziosa margherita, S. Gioacchino e S. Anna sono come il mare, che li racchiude. Se Maria è 1'ìride celeste, e Gesù il sole, che la produce, S. Gioacchino e S. Anna sono quelle nubi fortunate ove tali bellezze si stagliano e meravigliano cielo e terra. Se la Vergine è l'arca del nuovo patto, e Gesù è la manna, che in essa è racchiusa, S. Gioacchino e S. Anna sono come il Sancta Sanctorum. Se Maria è l'aurora, e Gesù è il sole, S. Anna e S. Gioacchino sono i cieli mira­colosi che contengono l'una e l'altro.

 

FINO ALLA GIOVINEZZA

Il candore, la semplicità, l'innocenza nel fan­ciullo ha dell'incantevole, ma ciò che ha dell'inde­finibile e irresistibile è che egli è la speranza.

Se è così per il fanciullo in genere, che c'è da dire di S. Gioacchino, predestinato a sublime mis­sione?

La coscienza di lui, tersa e delicata, era pronta a distinguere il bene dal male e, quindi, ogni piccolo disordine la turbava, le pareva pec­cato. Perciò, nello specchio della coscienza, sfol­gorata dalla divina luce, egli cominciava a vedere un altro ordine di idee e di cose, che gli altri fan­ciulli non vedevano; quella conoscenza lo avvici­nava a Dio e lo colmava di santi affetti.

La bellezza dell'anima con il crescere degli anni aumentava sempre più, ed era una bellezza virile, tale che le persone amiche notavano in lui una speranza, penso, ma una speranza che non è di cose terrene, ma solleva a cose di Cielo. Aveva, come scrive il Damasceno, una casa a Nazaret, dove nacque, e un'altra a Gerusalemme, e di questa casa si serviva per abitarvi quando nei giorni solenni andava al tempio ad offrire i sacrifici. Era zelante nell'offrire doni al Signore.

Da venticinque a trent'anni, S. Gioacchino sente che per lui è l'età di prendere moglie. Egli prega, digiuna, fa elemosina per avere luce dal Signore nella scelta della sua sposa. E la bontà divina gli manda in sogno l'arcangelo Gabriele, il quale annuncia che sua moglie dovrà essere Anna. Anna era bella, di portamenti onesti, pia.

Bello, sublime sempre unire la propria volontà al volere santissimo di DIO!

 

IL MATRIMONIO

Il matrimonio subito fu attuato.

L'abate Tritemio, pieno di sacro entusiasmo, così parla: «O Gioacchino e Anna, degni di eterna memoria, che servendo Dio con ogni rettitudine e semplicità, Gli offriste in sacrificio un tesoro di inestimabile valore! E chi potrà degnamente lodare questi due santi coniugi? Per il fatto che, se la loro vita non fosse stata santa e immacolata, mai avrebbero potuto produrre a Dio una prole così degna e un frutto così gradito: Maria!».

S. Girolamo dice che la vita di questi due santi coniugi presso Dio era semplice e retta, e presso gli uomini pia e irreprensibile. In questa tranquillità di spirito trascorreva la vita degli sposi S. Gioacchino e S. Anna, i quali vivevano veramente d'amore e d'accordo.

Delle rendite e dei frutti dei beni di famiglia, scrive la venerabile Maria d'Agreda, ambedue d'accordo, facevano di solito tre parti: una la offrivano al tempio di Gerusalemme per il culto divino, un'altra la distribuivano ai poveri, dell'al­tra si avvalevano per il loro frugale sostenta­mento.

Di due cuori e di due volontà, si era tra loro formato, per dir così, un cuor solo e una sola anima. Dio era in mezzo a loro, ed era l'oggetto della loro santa unione. Ma una vita così santa e irreprensibile ebbe acutissimi dolori, che sono, come dice S. Gregorio papa, gli stratagemmi di Dio, con cui Egli suole aspramente affliggere coloro che più caramente ama.

Il pio Sacerdote Carlo Moro ne enumera le ragioni.

Anzitutto, vedendosi in un mondo inganna­tore e perverso e osservando i tanti misfatti con cui veniva continuamente offeso Dio, che essi amavano sopra ogni cosa, si sentivano trafiggere il cuore. E a placare perciò il Signore, si davano a incessante preghiera, come dice S. Vincenzo Ferreri, e a veglie e a digiuni, e facevano anche larghe elemosine. A tale scopo diverse volte fra l'anno andavano pellegrinando da Nazaret sino al sacro tempio in Gerusalemme, e sovente a piedi scalzi.

In secondo luogo, Dio per arricchire S. Gioac­chino di maggiori meriti, permise che egli, come il santo Giobbe, andasse soggetto a infortuni e tribolazioni d'ogni genere. Di più, egli fu da Dio provato in modo particolare con uno dei maggiori dolori, a cui potevano andare soggetti i matrimoni dell'antica legge, quello cioè di non avere frutto di benedizione: non aver prole. E questo dolore, che a S. Gioacchino e a S. Anna trafisse acerbamente il cuore, durò loro molti anni, subendo essi grandissima umiliazione. Infatti presso gli Ebrei, dei quali ciascuno deside­rava avere tra i propri discendenti il Messia atteso, correva un proverbio che diceva: Male­detto chiunque è privo di prole in Israele!

P. Emanuele di Gesù Maria afferma che S. Gioacchino e S. Anna vissero per moltissimi anni senza prole e poi nacque per miracolo, grande miracolo, la Vergine Maria, concepita senza pec­cato originale. San Giovanni Damasceno vede in questa natività un abisso di miracoli operati.

Un inaspettato dolore oppresse S. Gioac­chino, e fu una volta che si recò al tempio, per adorare Dio e fare l'offerta dei doni. Egli si avvi­cinò all'altare con le vittime preparate, ma il sacerdote e pontefice, fieramente indignato, lo allontanò dicendo: «Vattene dal tempio, o io non sacrificherò alla tua presenza, non essendo cosa conveniente che fra tanti fecondi comparisca un uomo sterile, come tu sei, e per la tua età senza speranza di successione. Né possono essere sti­mate le offerte di colui che da Dio è stimato inde­gno di prole». Quanto sono falsi i giudizi degli uomini! Comunque, S. Gioacchino, spezzato dal dolore, non rispose e in cuor suo decise di vivere in solitudine, recarsi su un monte, che probabil­mente fu il monte Carmelo vicino a Nazaret, a pregare con tutte le forze dell'anima il Signore, perché gli venisse in aiuto.

S. Anna imita, in qualche modo, lo sposo, e nell'orto della casa, come scrive S. Epifanio, piange e prega.

S. Gioacchino, nella solitudine del monte, che è l'amico delle anime stanche e tribolate, pre­gava: «O altissimo. ed eterno Iddio, da cui di­pende ogni cosa e da cui viene ai figli di Adamo ogni rimedio, io, prostrato qui innanzi alla tua presenza, Ti supplico degnarti per tua bontà di rimirare la mia afflizione e di ascoltare le mie richieste e quelle della tua serva Anna, i cui desi­deri, come quelli del mio cuore, a Te sono manife­sti. E se io non merito di essere esaudito, riguarda almeno l'umile mia sposa e abbi pietà di noi, o Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, o Dio dei miei antenati. E poiché mi sei Padre, non permet­tere che io sia del numero di quelli le cui offerte sono rifiutate perché senza prole. Ricordati, o Signore, dei sacrifici e delle offerte dei tuoi servi e profeti, antichi padri miei, i quali piacquero tanto agli occhi tuoi divini per le loro opere vir­tuose e sante. E poiché Tu mi imponi di suppli­carti con fiducia, essendo onnipotente e ricco di misericordia, concedimi ciò che per Te stesso desidero assai e domando umilmente. Se sono le mie colpe che trattengono il corso alle tue misericor­die, deh! allontana da me ciò che può dispia­certi ed essere di ostacolo a conseguirle. O Dio d'Israele, Tu sei onnipotente, e ciò che vuoi, pre­sto è fatto. Giungano alle tue orecchie le mie domande, e se io sono povero e misero, mi basta che Tu sei infinitamente ricco e incline a usare misericordia a chi è disprezzato. E a chi mai ricor­rerò io se non a Te, che sei il Re dei re, il Signore dei dominanti, Colui che può tutto? Tu riempisti di doni e benedizioni di generazione in genera­zione i tuoi servi, e a me insegnasti a desiderare, a pregare, ad aspettare dalla tua generosità ciò che in altri operasti. Se Ti piacerà annuire alle mie richieste, io offrirò e consacrerò, come già ne feci voto, al tuo santo tempio e al tuo servizio il frutto di successione, che riceverò dalla tua bene­fica mano. Tu sai che il mio cuore e la mia mente sono a Te dedicati, e che ho sempre desiderato allontanare dagli occhi miei la vanità. Oh, ralle­gra il nostro spirito nella speranza! Guarda dal tuo trono a questa umile polvere, e sollevala, affinché Ti glorifichi e Ti adori, come si conviene. Si faccia però in tutto e per tutto, non la mia ma la tua volontà santissima».

 

LA RISPOSTA DI DIO

L'ora dei sublimi avvenimenti scocca nell'u­niverso, e l'Angelo Gabriele, destinato alla custo­dia speciale della Vergine, va a S. Gioacchino e dice: «Benedetto sei, o Gioacchino, benedette le tue preghiere, benedetti i tuoi gemiti, lacrime e sospiri, che sono arrivati al cospetto dell'Altis­simo: Egli mosso a pietà delle tue afflizioni e dei bisogni di tutto il genere umano, ha già deciso di togliere da te l'infamia della sterilità, così a lungo deplorata. Ecco che il seno di Anna, tua consorte, per tanti anni sterile, diverrà fecondo, di un bellissimo parto. Presto concepirà e parto­rirà una Figlia che sarà la più gloriosa fra tutti i discendenti di Adamo: sarà un vaso di elezione e di onore per tutta la tua casa, di salvezza e di ristoro a tutta la languente umanità. E perché tu sia certo di questa rivelazione, che ti viene fatta per ordine dell'Altissimo, questo segno ne avrai: t'incontrerai con Anna, a Gerusalemme, presso la porta chiamata Aurea, perché destinata al ritrovamento del tuo tesoro, e la vedrai tutta piena di gaudio celestiale».

Ciò detto, il divino Messaggero volò a S. Anna e le parlò così: «Fino a quando, o nobile donna, affliggerai l'animo tuo? Sorgi ormai, figlia eletta di Sion, deponi le vesti del dolore e prendi quelle del giubilo. Rasserena le piangenti pupille, non è più tempo di pianto, ma di festa e gioia. Ha già esaudite l'Altissimo le tue preghiere, accettate le tue elemosine, gradite le tue penitenze, perciò Egli toglie da te l'umiliazione fugando la sterilità e chiamando la fecondità nel tuo seno. Presto concepirai, e partorirai una luce, che illuminerà l'universo: sarai gravida di una fanciulla, a cui darai nome Maria, perché sarà Signora della terra e del cielo, Regina degli uomini e degli Angeli, Sposa dello Spirito Santo e Genitrice di Dio. Questa nel tuo seno sarà senza la macchia originale fin dal primo istante di sua concezione, e poi, nata, con la sua presenza santificherà tutto il mondo. Tre anni dopo la nascita, La presente­rai al tempio, e sarà il sacrificio più accettabile che tu possa fare al Signore. Il suo gran Nome non resterà chiuso tra i confini d'Israele, ma per la santità della sua vita si spargerà per tutto il mondo e di generazione in generazione. Non conoscerà mai uomo questa Figlia tua. Vergine concepirà e partorirà il Signore, che sarà il Mes­sia, tanto aspettato dal mondo».

La parola dell'Angelo esclude qualunque dub­bio, e i coniugi si incontrarono alla Porta Aurea della città di Gerusalemme. I due santi coniugi avevano l'anima ripiena di gioia, e dai loro occhi sgorgavano lacrime di tenerezza. Pieni di ricono­scenza, si recano al tempio per rendere grazie al Signore dovutamente per il gran dono concesso. Poi si portano alla casa in Gerusalemme, e in que­sta fu concepita la Vergine Immacolata, dalla cui singolare elezione si deduce la grandezza spiri­tuale di S. Gioacchino e S. Anna.

La stessa Vergine così parlò a S. Brigida: «Nella mia concezione concorsero i miei genitori più per obbedienza, che per volontà, e più operò in essi la carità di Dio, che il diletto della carne. In tanta san­tità unì Iddio il matrimonio dei miei genitori, che non si trovò in quel tempo un altro più puro e più casto, e quando fu ad essi annunziato dall'Angelo che avrebbero generato una Vergine da cui sarebbe uscita la salvezza del mondo, ricevettero questa pro­messa con tanta venerazione e riverenza, che avreb­bero piuttosto patito la morte che unirsi tra loro con amore di carne. Tieni per certo che la loro congiun­zione procedette da carità divina e dalla promessa fatta loro dall'Angelo, non da concupiscenza di sen­suale diletto».

Perciò i Padri chiamarono miracolosa la gene­razione di Maria, sebbene avvenisse per opera naturale e umana.

La Concezione della Vergine, secondo il comune sentire della Chiesa, avvenne il giorno 8 del mese di dicembre.

I santi coniugi trascorsero allora il tempo in spirituale delizia, nell'aspettare la nascita della sospirata fanciulla. La gratitudine verso Dio nei loro cuori non aveva limite e, quasi sempre, Lo rin­graziavano insieme, Dio, che sa esaltare gli umili. E rinnovavano il loro voto di offrire al Signore la loro Figlia, che doveva nascere, e stabilirono di recarsi ogni anno in quello stesso giorno al tempio per rinnovare ancora i ringraziamenti, per offrire dei doni e per distribuire elemosine ai poverelli, e così fecero, finché vissero.

 

FINO A TRE ANNI DI MARIA

Erano almeno quaranta secoli dalla crea­zione dell'uomo, quando nacque Maria, all'aurora del giorno 8 settembre e, secondo la più proba­bile opinione, in giorno di sabato. La Vergine nac­que a Nazaret. San Giovanni Damasceno riferisce che nacque nella casa che i santi coniugi avevano in campagna, dove avevano il gregge e raccoglie­vano le rendite, alle falde del monte poco distante da Nazaret. Altri dicono che nacque, sì, a Naza­ret, ma in quella casa che gli Angeli trasporta­rono in Italia e che si venera a Loreto, come sostiene S. Fulberto Carnotense.

Espressioni di sacro entusiasmo usano i Padri e i Dottori per salutare il lieto avveni­mento. Sant'Anna, dicono, passati i nove mesi, partorì la mattutina Stella della bellezza, la Geni­trice di tutte le grazie. Era finalmente arrivato quel secolo d'oro, e tra tutti i secoli il più felice, nel quale doveva nascere questa benedetta fan­ciulla, Vergine Madre del Messia: con lei nacque un mare vastissimo di grazie, dolce agli uomini, terribile ai demòni e delizioso agli Angeli. Nacque all'aurora, perché Ella fu la vera aurora, Madre del sole divino, che doveva spargere al mondo la luce della Grazia. La nascita avvenne in settem­bre, perché in questo mese si celebrava la festa dei tabernacoli, dolcissimo ricordo per gli Ebrei: in tale ricorrenza, sembrava che tutte le tristezze si cambiassero in gaudio.

La nascita della Vergine fu di vera gioia al mondo, per la speranza di quella festa dei taber­nacoli, o tende, che è la gloria del Paradiso. In settembre perché, in questo mese, la terra finisce di maturare i suoi frutti e l'agricoltura aumenta la sua ricchezza (autunno significa aumento), così per tale nascita venne al mondo l'età in cui furono maturi i frutti delle nostre antiche spe­ranze.

S. Giovanni Damasceno esclama: - O figlia santissima, che stando abbracciata e stretta al petto dei tuoi genitori, stavi da tutte le parti cir­condata dagli Angeli! O beata fanciulla, bellezza della natura, onore dei tuoi genitori, ornamento del sesso femminile, mare di grazie, riparatrice degli errori di Eva! Beato il seno che ti portò e beato il petto che ti diede il latte e beate le labbra che, nella tua tenera età, godettero dei tuoi puris­simi e dolcissimi baci!... O Figlia felice di Anna e Gioacchino, a ragione ti chiamano beata tutte le genti, perché tu sei il decoro di tutto il genere umano: tu la gloria dei sacerdoti, tu la speranza dei cristiani, tu la pianta feracissima della vergi­nità, per cui la sua bellezza si diffuse per tutto il mondo. Si rallegrino dunque Gioacchino e Anna, che tanta gloria donano al Cielo, tanto tesoro alla terra, tanto godimento agli Angeli, tanto giubilo agli uomini!

È quasi impossibile raccogliere tutte le espressioni di giubilo degli scrittori per questo lieto evento.

S. Gioacchino Le impose il nome, in presenza dei sacerdoti e dei parenti e La offrì di gran cuore a Dio. Fra Emanuele di Gesù Maria riferi­sce che alla bambine il nome era imposto due set­timane dopo il parto, perciò la Vergine ebbe il nome quindici giorni dopo la nascita, cioè il 22 settembre.

Il nome Maria fu decretato da Dio. Gli Angeli l'annunciarono a S. Anna, la quale manifestò il divino volere a S. Gioacchino, al quale, come padre, spettava imporre il nome, per legge. Que­sto nome santissimo ha vari significati, tra cui: Signora, in lingua siriaca; Stella del mare; in lin­gua ebraica.

La gioia però non è piena sulla terra. L'animo di S. Gioacchino è offuscato da una nube, che è il pensiero del prossimo distacco dall'amata figliola. I giusti, è vero, si rassegnano ai divini voleri, offrono a Dio gli affetti più ardenti, ma è sempre una lotta che sostengono, una vittoria che riportano, un sacrificio che compiono. San Gioac­chino era come l'albero mistico vaticinato da Davide, piantato presso la corrente delle acque, e questa corrente era la Figliola, fonte delle acque di tutti i beni. Maria, il cui nome significa anche Illuminata e Illuminatrice, dispensò ai suoi luce e splendore di grazia, virtù e benedizioni, e accrebbe la santità. Alcuni scrittori anzi dicono che il volto del santo patriarca risplendesse di luce straordinaria per la compagnia della figliola, simile a Mosè dal conversare con Dio. Ma viene l'ora di mantenere il voto solenne, fatto con il consenso di Anna: che se Dio concedeva un frutto di benedizione, l'avrebbe dedicato al santo servi­zio nel tempio. Viene dunque l'ora della separa­zione, a tre anni dalla nascita di Maria.

Maria stessa, che fin dal principio della sua vita conobbe Dio, e Lo conobbe tanto che nessuna lingua basterà a spiegare quanto l'intelletto suo arrivasse a penetrare Dio fin dal primo istante, intendendo che i genitori avevano promesso a Dio di offrirgli la prole, fu la prima a pregare i suoi a compiere il voto.

S. Anna e S. Gioacchino dunque genero­samente offrono a Dio la parte più cara dei lo­ro

cuori, che in terra avevano, e partono da Naza­ret verso Gerusalemme, come teneramente scrive S. Alfonso, portando ora l'una ora l'altro fra le braccia la loro amatissima piccola Figlia. Erano accompagnati da pochi parenti, ma gli Angeli a schiere andavano corteggiando nel viaggio la loro Regina.

Giunta che fu la santa comitiva al tempio, la vaga fanciulla si volge ai suoi genitori e, genu­flessa, baciando loro le mani, chiede la benedi­zione, e poi senza più voltarsi indietro, come scrive lo stesso S. Alfonso, sale i gradini del tem­pio e si presenta al sacerdote S. Zaccaria, il quale benedice l'offerta, secondo l'usanza, ringrazia gli offerenti e introduce la piccola Maria nell'atrio del tempio. L'alloggio era come un monastero, e vi erano tante celle distinte, affinché le vergini, che per un certo tempo servivano a Dio nel tem­pio, vivessero ciascuna separatamente'dalle altre. Maria incomincia a bearsi della magnificenze delle Casa di Dio e dei solenni riti del culto, ma più di tutto a vivere di quel volo dell'anima a Dio, che è la preghiera. Nella quale, aiutata special­mente dal Signore, si infiammò tanto, che la sua anima ne ebbe una grandissima luce di scienza e di amore. Ella comprese quel che sino ad allora nessua delle vergini ebree aveva compreso: che il votare a Dio la propria verginità per ardore di amore divino era elevarsi sopra l'umana natura e unirsi al Signore con un vincolo dolcissimo. Così Maria, bella dell'originale innocenza e, ancor più, dell'amore divino, si votò a Dio con voto di perpetua verginità, unendosi così in modo spe­ciale a Lui e preparando, senza saperlo, l'unione personale del Verbo divino con l'umanità.

E chi potrà degnamente lodare i Genitori di tale Figlia?

 

ULTIMI ANNI DI S. GIOACCHI111O

S. Gioacchino, pieno di anni e di dolore, si allontana dal tempio. Volentieri ha consacrato la figliola al Signore, ma l'affetto di padre in lui è potente; egli sacrifica la volontà, e nuovi meriti gli fanno corona. Invece che a Nazaret, si stabili­sce con S. Anna nella casetta di Gerusalemme, città più vicina al tempio.

Egli ricorda la gioia sovrumana per la conce­zione di Maria, i suoi primi vagiti, le sue prime paroline, il suo desiderio della solitudine e della preghiera, i suoi affetti ardenti per Dio. Ne ricorda la tenerezza per i genitori, l'obbedienza, i la docilità, il ragionare pieno di grazia e serenità: ricorda... Ah, quante volte gli occhi del santo vegliardo si velano di lacrime! Ma il Signore legge in quell'anima, accetta il continuo sacrifi­cio, e nuove benedizioni lo preparano al passag­gio da questo mondo all'altro.

Circa l'età nella quale morì il Santo, gli scrit­tori non sono d'accordo. La Genitrice di Dio a tre anni fu dai suoi genitori presentata al tempio e a undici anni restò orfana.

Perciò la Vergine quando si sposò era povera e viveva del proprio lavoro e di quello di S. Giu­seppe, e quando partorì non aveva che pochi pan­nicelli per coprire e riparare dal freddo il Bam­bino. E fu particolare disposizione divina che si ritrovasse orfana, quando si sposò, perché, dovendo prepararsi alla concezione del Verbo, si ritrovasse libera di ogni sollecitudine umana e da ogni affetto terreno.

Pare dunque assodato che S. Gioacchino visse undici anni dopo la nascita della Vergine, generata da S. Anna a 68 anni di età, e morì ottan­tenne.

La sua morte fu la morte del giusto, e sulle labbra era il sorriso, nel cuore la pace. Nessun rimorso lo turbava, perché, pienamente rasse­gnato ai divini voleri, aveva compiuto la sua mis­sione tra amarezze e penitenze. Il ricordo delle virtù esercitate risplendeva in quell'anima. Aveva avuto preannunciata la morte forse dall'Angelo Gabriele, solito a comparirgli, ed egli anelava a trovare il riposo in Dio. L'ora della morte è una conoscenza riservata a Dio, e quando Egli la rivela al giusto, gli fa sapere un segreto di alta confidenza e di grandissima utilità, perché l'anima si premunisce e si avvalora per gli ultimi assalti. Ma S. Gioacchino era un eroe, che aveva combattuto, e aspettava la corona del merito. E negli ultimi momenti, egli osserva, presso il letto, il ricordo delle sue vittorie.

C'è infatti Maria (uscita dal tempio e poi rien­trata), la sospirata figliola, che egli tra lacrime di tenerezza benedice, e dalla quale ascolta parole di sovrumano conforto. E c'è la sua santa sposa, Anna, compagna dei suoi affanni, che ha il cuore spezzato dal dolore, e la speranza di rivederlo, e subito, nel regno della pace.

Anima eletta, sprigiònati dalle stanche mem­bra e, portata dagli Angeli, va' tra i giusti, che aspettano il Redentore. Egli, dopo la morte, scen­derà a visitare le anime dei santi, e la tua avrà gioia ineffabile. Nel giorno dell'Ascensione, insieme a Gesù sarai in Cielo, e tra gli Angeli si dirà di te quel che la Chiesa militante ripete fino alla consumazione dei secoli per significare la tua dignità e santità: Da lui è nata Maria.

Di S. Gioacchino si conservano pochissime reliquie, sparse in diversi luoghi. Così forse si spiega il fatto che il culto in suo onore non è stato rilevante lungo i secoli.

 

Novena in onore di San Gioacchino e Sant'Anna

1. - O gloriosi e benedetti Santi Gioacchino e Anna, per quella costante pazienza con cui, per tanti anni, sopportaste la penosa sterilità, otte­nete anche a noi la virtù della pazienza. Gloria ...  

2. - O gloriosi e benedetti Santi Gioacchino e Anna, per quella incessante preghiera con cui chiedevate a DIO di essere consolati con la fecon­dità, ottenete anche a noi un vero spirito di pre­ghiera. Gloria ... 

3. - O gloriosi e benedetti Santi Gioacchino e Anna, per quella vigorosa mortificazione che uni­ste alle vostre preghiere per essere da DIO più facilmente esauditi, fate che anche noi procu­riamo di unire alla preghiera la mortificazione. Gloria ... 

4. - O gloriosi e benedetti Santi Gioacchino e Anna, per quella fedele osservanza dei Comanda­menti e di quanto si riferiva al culto, ottenete anche a noi di dirigere a DIO i nostri pensieri e desideri e azioni, inoltre di adorare con viva fede il mistero del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo. Gloria ... 

5. - O gloriosi e benedetti Santi Gioacchino e Anna, per quella confidenza con cui fermamente speravate il compimento dei vostri desideri, otte­nete anche a noi una ferma fiducia in DIO. Glo­ria ... 

6. - O gloriosi e benedetti Santi Gioacchino e Anna, per quella dolce forza che faceste sul cuore di DIO con le vostre generose elemosine e altre opere di carità, chiedete al Signore anche per noi una simile carità. Gloria ... 

7. - O gloriosi e benedetti Santi Gioacchino e Anna, per quella umiltà che serbaste quando vi vedeste innalzati alla dignità di Genitori dell'Im­macolata Madre di DIO, ottenete anche a noi una profonda conoscenza del nostro nulla. Gloria ...  

8. - O gloriosi e benedetti Santi Gioacchino e Anna, per quel gran sacrificio che faceste offrendo la vostra grande Figlia, fin dai più teneri anni, al divino servizio del Tempio, intercedete per noi di poter, con santo coraggio, sacrificare a DIO qualunque cosa Egli ci chiede. Gloria ... 

9. - O gloriosi e benedetti Santi Gioacchino e Anna, per quella santità con cui serviste a Dio per tutti i giorni della vostra vita, degnatevi di pre­gare per noi DIO di farci sempre vivere santa­mente fino alla fine dei nostri giorni. Gloria ... 

Nel giorno della loro festa

O Signore, che ai Santi Gioacchino e Anna hai dato il privilegio di essere i Genitori di Maria, Madre di Cristo Salvatore, per loro intercessione concedi a noi, che li invochiamo con grande fidu­cia, di superare le difficoltà della vita e conse­guire la felicità eterna. Amen.