SANT’AMBROGIO
Il
patrono di Milano, che venne considerato per la sua autorità quasi un secondo
papa, è uno dei vescovi che contribuì in modo determinante alla definitiva
affermazione del cristianesimo e alla sconfitta dell'arianesimo.
Nell’ottobre del 374 Milano era profondamente
divisa dalla lotta fra i cattolici e gli eretici ariani per l'elezione del nuovo
vescovo. Era appena morto Aussenzio, un ariano che, imposto nel 355
dall'imperatore Costanzo II, aveva governato la diocesi per diciannove anni. Le
due parti riuscivano ad accordarsi e vi era il pericolo di gravissimi incidenti.
Per evitarli il governatore della provincia Ambrogio si recò nella basilica
dove si svolgeva l'assemblea per esortare alla calma e alla pacificazione.
Doveva essere molto stimato e anche amato se a un certo punto l'assemblea per
superare i contrasti decise di offrirgli l'episcopato. Il suo biografo Paolino,
che fu suo segretario e stenografo fra il 394 e il 397 narra che mentre il
consolare stava parlando alla gente, echeggiò nella navata la voce di un
fanciullo: “Ambrogio vescovo!” E a quella proposta tutti i presenti lo
acclamarono loro pastore. Ma si tratta probabilmente di una pia leggenda perché
difficilmente in un'assemblea turbolenta, dove si temevano da un momento
all'altro gravi disordini, vi poteva essere un bimbo. In ogni modo Ambrogio, che
non si aspettava una simile designazione, cercò di ricusarla per senso di
responsabilità. Era un laico e per di più non ancora battezzato, secondo il
costume di alcune famiglie cristiane dell'epoca che usavano rinviare il
battesimo ad età matura. Era nato
intorno al 339-340 a Treviri dove il padre, che apparteneva a una famiglia
dell'aristocrazia romana, aveva la carica e le funzioni di prefetto del pretorio
nelle Gallie. Il suo biografo narra che un giorno, mentre il bimbo dormiva in
una culla nel cortile del pretorio, sopraggiunse all'improvviso uno sciame di
api che si posarono sul viso entrando e uscendo dalla bocca che egli teneva
aperta. Il padre, che passeggiava nelle vicinanze con la madre e la figlia,
proibì alla fantesca di cacciarle perché aveva intuito che si trattava di un
fatto prodigioso. Poco dopo, le api si alzarono in volo salendo così in alto da
scomparire alla vista. Allora il padre esclamò: “Se questo bambino vivrà,
sarà qualcosa di grande”. Vero o immaginato dal biografo, l'episodio non
era insignificante per un antico perché nella tradizione pagana l'ape era la
messaggera divina e l'emblema dell'eloquenza umana. Claudio Eliano racconta che
quando il cuore di Orfeo cessò di battere tutte le api della Tracia caddero a
terra morte; e mentre Platone, appena nato, dormiva sotto una veranda di lauri
fioriti, uno sciame scese dall'Imetto per deporre sulle sue labbra un favo di
miele. Dopo la morte precoce del padre la famiglia si era trasferita a Roma dove
Ambrogio aveva trascorso la giovinezza. Terminati gli studi di grammatica e
retorica, era stato inviato a Sirmio, nell'Illirico, dove aveva conquistato in
poco tempo la fiducia dei prefetto del pretorio il quale nel 370 lo aveva
nominato consolare della Liguria e dell'Emilia, due province che comprendevano
gran parte della Pianura Padana. Quando l'imperatore Valentiniano I seppe della scelta diede la sua
approvazione nonostante che un canone di Nicea proibisse l'elezione dei neofiti.
Ambrogio dovette accettare: il 30 novembre del 374 fu battezzato, il 7
dicembre ricevette l'ordinazione episcopale. Quest'ultima data divenne poi la
sua festa liturgica. Ora doveva prepararsi adeguatamente al nuovo ruolo: sicché
si mise a studiare la Sacra Scrittura e gli autori cristiani dei primi secoli
sotto la guida di san Simpliciano, un sacerdote che a Milano aveva dato vita a
una cerchia di uomini colti, dediti alla lettura e allo studio, e che sarebbe
poi diventato il suo successore: di lui, come ricorderà il lettore, si è parlato a proposito di sant'Agostino. Alla
sua scuola Ambrogio imparò a utilizzare i filosofi del tempo, neoplatonici e
plotiniani, così come il metodo allegorico dell'ebreo Filone d'Alessandria
traendo ispirazione per la sua predicazione domenicale in cui esponeva
allegoricamente la Sacra Scrittura in chiave teologica e morale. Da quelle
prediche ricavò poi i tanti suoi libri di carattere esegetico, dogmatico e
ascetico-morale. Era un
vescovo infaticabile che si occupava dei più svariati bisogni dei fedeli,
attento soprattutto ai più poveri e sfortunati. Sollecitava i più facoltosi
perché aiutassero le sue opere di carità; e quando si trattò, nel 378, di
riscattare molti prigionieri che i barbari avevano catturato invadendo le terre
di confine dell'Impero, non esitò a impegnare i vasi sacri della Chiesa. Un
successo straordinario ebbero le preghiere e gli inni che ispirò o se egli
stesso: un'innologia popolare perché l'inno ambrosiano come fine di “andare
alla verità con tutta la propria anima”, secondo un insegnamento che risaliva
a Platone. Riformò anche la liturgia, benché non sappiamo in quale misura la
cosiddetta liturgia ambrosiana risalga a lui. Fra le sue attività pastorali
grande rilevanza ebbe lo sviluppo del culto dei martiri con il ritrovamento di
molti corpi, da Gervasio e Protasio a Nazario e Celso, e con la loro traslazione
nelle chiese. Notevole anche l'incremento che diede agli edifici di culto, dalla
Basilica Apostolurum, che poi si chiamò Ambrosiana perché vi venne
sepolto insieme con Gervasio e Protasio, alla Basilica Martyrum dove egli
traslò le reliquie di Nazario e Celso. Fondò probabilmente anche la Basilica
Virginum, poi detta di San Simpliciano, e quella Sanctorum Veteris
Testamenti o di San Dionigi. Come vescovo metropolita estese la sua
attività a gran parte dell'Italia settentrionale, fondando nuove diocesi e
seguendone lo sviluppo. Si occupò anche delle orientali sebbene non facessero
parte della sua provincia metropolitana, sicché assunse un'autorità tale da
essere considerato autorevole come un pontefice. Ma ai papi fu sempre fedele,
anzi 378 intervenne a difesa di Damaso, schierandosi contro l'antipapa Ursino e opponendosi a ogni forma di
arbitrato imperiale e laicale. Memorabile è la lotta che condusse contro
l'arianesimo ancora vivo nella diocesi di
Milano, scontrandosi più volte con il giovanissimo imperatore Valentiniano Il
e con la madre, l'ariana Giustina, perché lo volevano obbligare a cedere una
basilica agli eretici. Con l'approssimarsi della Pasqua del 385 dal Palazzo
imperiale si chiese ad Ambrogio di offrire al vescovo ariano Mercurino e ai suoi
fedeli la Basilica Portiana, Ambrogio, appellandosi alle disposizioni
dell'imperatore Graziano che aveva vietato il culto pubblico agli eretici, si oppose alle pretese di
Giustina. Per questo coraggio e la sua intransigenza è stato spesso rappresentato
in abiti episcopali con il libro in una mano e una frusta nell'altra. Ma la
madre di Valentiniano non si arrese e riuscì a far approvare, il 23 gennaio
386, una nuova legge che restituiva agli ariani libertà di culto. In tal modo
Ambrogio non avrebbe più potuto rifiutare una basilica. Il vescovo milanese
non cedette, anzi dichiarò l'imperatore incompetente in materia religiosa.
Gli intimarono di lasciare la città e lui rispose che non avrebbe abbandonato
la sua chiesa temendo più Dio dell’imperatore: si sarebbe arreso soltanto
alla violenza. Alla domenica delle Palme la curia gli ordinò di consegnare la
basilica. (“Un sacerdote di Dio non può consegnare ad alcuno il suo
tempio”) rispose il vescovo. I fedeli intanto si raccoglievano intorno a lui,
occupavano le basiliche in veglie di preghiera. La reazione non si fece attendere:
i soldati entrarono nella Portiana e successivamente sbarrarono le porte
della Nova. Ambrogio non si dette per vinto: il Mercoledì Santo passò
tutta la notte nella basilica Vetus vegliando, pregando e cantando con
tutto il popolo; e il giorno dopo, mentre stava predicando sul libro di Giona,
prigioniero nel ventre del cetaceo, arrivò la notizia, portata dagli stessi
soldati, che l'imperatore revocava la richiesta di cedere la basilica agli
ariani. Discutibile fu invece il suo comportamento nell'estate del 388: a Callinico
sull'Eufrate i cattolici, istigati dal vescovo locale, avevano incendiato la
sinagoga e alcuni monaci il santuario degli gnostici valentiniani. L'imperatore
Teodosio, che si trovava ad Aquileia, impartì l'ordine di punire i colpevoli
obbligando il vescovo a ricostruire la sinagoga. Ma Ambrogio giudicò la
decisione dell'imperatore un’inaccettabile protezione dell'eresia e del
giudaismo; e tanto insistette che riuscì a far revocare l'ordine. Anche nei confronti della religione romana non fu
meno severo: riuscì nel 382 a far levare, grazie a un decreto di Graziano,
l'ara della Vittoria dalla curia, l'aula romana dove si riuniva il senato, e a
far sospendere le sovvenzioni imperiali a favore dei luoghi e dei Ministri del
culto pagano; e quando, nel 384, il prefetto dell'Urbe, Simmaco, tentò di far
abrogare quelle disposizioni, Ambrogio intervenne con una celebre lettera
convincendo Valentiniano Il a non modificare la decisione presa dal padre perché
non era giusto che i cristiani fossero costretti ad assistere alle libagioni
dei pagani né equo che i culti pagani fossero gli unici a essere sovvenzionati
dallo Stato. Erano argomentazioni giuste che tutelavano quella che oggi
chiameremmo la laicità dello Stato. Ma qualche anno dopo, nel 391, non fu
altrettanto coerente quando convinse l'imperatore Teodosio a emanare alcune
leggi repressive contro i pagani e gli eretici. D'altronde l'imperatore ormai era diventato molto docile
dopo la strage di Tessalonica dell'anno precedente. La popolazione di quella
città aveva linciato il magìster militum: quando Teodosio lo venne a
sapere ordinò di radunare il popolo nel circo dove l'esercito massacrò
settemila persone. Ambrogio fu informato della strage mentre si trovava a un
sinodo di vescovi in Gallia. Reagì con fermezza ma anche con grande tatto.
Tornato a Milano, aspettò che Teodosio rientrasse. Poco prima del suo arrivo,
partì per una casa di campagna, ospite di un amico, adducendo motivi di salute.
Poi gli scrisse una lettera addolorata in cui lo invitava a espiare la
gravissima colpa con un'adeguata penitenza. L'invito fu accolto e Teodosio
pianse pubblicamente il suo peccato come penitente ottenendo così il perdono.
Da quel momento l'imperatore segui i “consigli” del vescovo. Ma le prove
per Ambrogio non erano ancora finite: nel 392 il generale Arbogaste uccideva
Valentiniano Il che si trovava in Gallia e stava aspettando Ambrogio al quale
aveva chiesto il battesimo. Veniva eletto imperatore Eugenio che nel 393
giungeva in Italia dopo aver restaurato i benefici statali per i ministri del
culto pagano e autorizzato il ritorno dell'ara della Vittoria nella curia.
Ambrogio, per non incontrarlo, lasciò Milano rifugiandosi prima a Bologna e poi
a Firenze dove rimase fino all'agosto del 394. Ritornò a Milano soltanto dopo
la partenza di Eugenio che se ne era allontanato per marciare contro Teodosio.
Qualche giorno dopo, il 5 settembre, Teodosio sconfiggeva l'usurpatore. Ambrogio
gli scrisse di esser più preoccupato del perdono ai vinti e della pace tra il
popolo che non di festeggiare il vincitore. Morì il 4 aprile del 397 e fu
subito venerato come santo. Come ci ricorda il suo primo biografo Paolino, era
vissuto come un asceta: nella povertà, nella castità e in un continuo digiuno
che interrompeva soltanto alla domenica e nelle festività.