SANT’ALESSIO
Entrando
nella chiesa di Sant'Alessio, sul colle Aventino di Roma, il visitatore troverà
in una cappella un frammento di scala lignea lungo qualche metro. Secondo la
tradizione sotto quella scala, che si trovava nel palazzo paterno, sarebbe
vissuto per diciassette anni uno dei santi più popolari nel medioevo. (…)
Alessio nasce da genitori sterili e in modo miracoloso; cresciuto nel lusso,
rinuncia ai piaceri per una vita di ascesi nella spoliazione assoluta.
Prima
del X secolo nei martirologi, calendari e monumenti occidentali non vi era
alcuna traccia di sant'Alessio. La prima Vita latina è documentata soltanto
all'inizio di quel secolo in Spagna e nell'ultimo quarto a Roma. In questa città
il culto venne diffuso dall'arcivescovo Sergio di Damasco che, costretto a
fuggire dalla sede metropolitica per l'invasione dei Saraceni, si stabilì
presso la chiesa di San Bonifacio all'Aventino fondandovi una comunità
monastica mista dove i greci seguivano la Regola di san Basilio e i latini
quella di san Benedetto. La comunità, che ebbe un ruolo importante nella vita
religiosa del tempo, rielaborò una leggenda greca di sant'Alessio in una
versione destinata a diventare la tradizione dominante in Occidente e accolta
poi dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine.
La
leggenda greca risaliva a sua volta a una Vita siriaca composta probabilmente
fra il 450 e il 475 ma pervenuta in un manoscritto databile alla fine del V
secolo o all'inizio del successivo. Quella Vita narrava di un uomo chiamato Mar
Riscia, ovvero «l'Uomo di Dio», nato a Roma - da intendersi come la nuova
Roma, Costantinopoli - da genitori nobili e ricchi. La sera delle nozze si era
allontanato di nascosto imbarcandosi per l'Oriente. Giunto a Edessa al tempo del
vescovo Rabula (412-435), si era unito ai mendicanti che chiedevano l'elemosina
davanti alla chiesa. I soldi che aveva raccolto durante il giorno li distribuiva
ogni sera ai poveri della città. Emissari del padre, che non si era
rassegnato alla sua scomparsa, erano venuti fino a quella città dov'era stato
segnalato, ma non erano riusciti ad individuarlo perché il mendicante sporco,
barbuto e lacero non gli assomigliava nemmeno lontanamente.
Un
giorno Alessio, sentendosi morire, svelò le sue origini e la sua storia al
sacrestano della chiesa che una mattina, trovandolo senza vita sul sagrato, si
precipitò dal vescovo e lo scongiurò di non lasciare nella fossa comune il
corpo di un santo. Il vescovo Rabula si recò allora al cimitero per
riesumarlo ma non trovò che le sue misere vesti: il corpo era inspiegabilmente
scomparso.
Da
quel nucleo originario si svilupparono diverse versioni orientali della leggenda
fra cui quella greca che, documentata soltanto a partire dalla seconda metà del
IX secolo, precisa per la prima volta il suo nome, Aléxios, che deriva dal
verbo aléxein (difendere, proteggere) e significa dunque «difensore» o «protettore»;
situa la sua nascita non più in Oriente ma a Roma; e forse per la
contaminazione con la vita per tanti aspetti analoga di un altro santo
orientale, Giovanni Calibita, vissuto a Costantinopoli nel V secolo, lo fa
morire non più a Edessa ma nella casa paterna, aggiungendo un nuovo capitolo
alla storia originaria e datando infine il dies natalis al 17 luglio, al tempo
degli imperatori Arcadio e Onorio (395- 408).
La
leggenda greca narra che un'icona della Vergine Maria - che adesso secondo la
tradizione si conserva nella chiesa romana sull'Aventino - ordinò al
sacrestano di Edessa di condurre in chiesa quel mendicante che era un santo. La
voce si diffuse rapidamente fra la popolazione che cominciò a venerarlo. Ma
Alessio, che non amava gli onori, fuggì da Edessa imbarcandosi per Tarso.
Miracolosamente i venti lo fecero approdare sulle coste dell'Italia, a Ostia
Sembrava un'indicazione della Provvidenza: sicché egli decise di farsi ospitare
come un povero straniero nella casa paterna di Roma.
Il
padre, che non lo aveva riconosciuto, lo accolse benevolmente perché si
ricordava che anche l'ormai perduto figlio era vissuto o viveva ancora in
Oriente come mendicante. Alessio rimase in quella casa per diciassette anni
dormendo in un sottoscala, umiliato e schernito dai servi. Diciassette erano
stati anche gli anni del suo soggiorno a Edessa: un numero simbolico di grande
importanza per i Greci perché in stretto rapporto con la teoria musicale e con
l'armonia delle sfere. D'altronde, chi meglio di un mistico può essere in
armonia con il cosmo?
Un
giorno Alessio, sentendo avvicinarsi la fine, decise di scrivere su un rotolo la
sua vita. Quando morì le campane di Roma suonarono a festa mentre una voce
divina annunciava: «Cercate l'uomo di Dio affinché egli preghi per Roma».
Venne così scoperto miracolosamente il corpo del santo col rotolo del
manoscritto che soltanto gli imperatori Arcadio e Onorio poterono sfilargli e
leggere.
Rielaborando
la leggenda greca i monaci di San Bonifacio sull'Aventino composero una nuova
versione della sua vita che diventò poi quella dominante. Apportarono qualche
variante rispetto alla precedente: la chiesa dove si sarebbe dovuto sposare
divenne la stessa basilica dove il santo sarebbe stato sepolto; non gli
imperatori ma il paia raccoglieva dalla sua mano rattrappita il rotolo; infine
la sposa, che Alessio aveva abbandonato la sera delle nozze persuadendola alla
castità, si chiamò curiosamente Adriatica.
In
questa nuova versione occidentale la Vita di sant'Alessio ispirò canti popolari
e leggende che i contadini si trasmettevano di padre in figlio. Si giunse
persino a trasformarlo in un pellegrino che dopo sette anni tornava a casa da
Santiago de Compostela e trovava la moglie con un altro uomo.
La
sua popolarità è testimoniata anche dalle pitture della chiesa inferiore di
San Clemente a Roma (fine dell'XI secolo) che rappresentano il suo ritorno nella
casa dell'Aventino, l'incontro col padre che non lo riconosce, l'episodio del
papa che gli sfila il rotolo e infine la scena straziante dei genitori e della
casta sposa davanti al suo cadavere la cui identità è svelata troppo tardi.
In questo ciclo compaiono già gli attributi che diventeranno tradizionali nella
successiva iconografia, dal bastone di pellegrino alla lettera nella mano
serrata dalla morte.
Nel
1217 Onorio III decise di dedicare la chiesa di San Bonifacio anche al
leggendario Alessio. Oggi la costruzione barocca, dove si visita ancora l'antica
cripta con tracce degli affreschi primitivi, pur ricalcando l'edificio romanico
a tre navate, non conserva nulla della chiesa originaria tranne il frammento
ligneo della scala nella cappella dedicata a sant'Alessio e per la quale lo
scultore Antonio Bergondi, seguace del Bernini, eseguì una statua in marmo
raffigurando il santo sul letto di morte, vestito da pellegrino di Santiago.
La
scala sovrasta il simulacro di Alessio quasi alludendo simbolicamente a quella
di Giacobbe su cui gli angeli salgono e scendono; e forse non casualmente è
accompagnata da una gloria di angioletti. D'altronde come si potrebbe
simboleggiare meglio l'itinerario della sua ascesi? Isacco il Siriaco scriveva:
«La scala di questo regno è nascosta dentro di te, nella tua anima. Lavati
dunque dal peccato e scoprirai i gradini per i quali salire».
Nella
chiesa è conservato anche il pozzo, profondo cinque metri, che secondo la
tradizione si trovava nel palazzo del padre. Sicché nella ricostruzione
fantastica della leggenda, in cui lo stesso santo vive di un'esistenza
immaginaria, bisognerebbe spostare la chiesa primitiva, dove Alessio si sarebbe
dovuto sposare, perlomeno di qualche decina di metri più in là: ma queste -
conveniamone - sono pignolerie poco adatte al mito che obbedisce ad altre leggi.