SANT’AGOSTINO ROSCELLI

Don AGOSTINO ROSCELLI è Fondatore delle Suore dell'Immacolata,

redatto da Suor M. Matilde dell'Amore, comprende la Biografia di Agostino Roscelli e narra la storia dell'Istituto fino 

al 1995

 

Don Agostino Roscelli è stato dichiarato SANTO da Sua Santità  Giovanni Paolo II, con la CANONIZZAZIONE avvenuta a Roma in Piazza San Pietro il 10 Giugno 2001.

PARTE PRIMA

Don Agostino Roscelli nel suo tempo

1818-1902

PREFAZIONE

Don Agostino Roscelli fu, per eccellenza, il « povero Prete » come egli stesso scelse di essere definito e ricordato dopo la sua morte, fu veramente « l'umile Prete di ieri » come al suo primo biografo, Davide Ardito, piacque consi­derarlo, ma fu soprattutto, proprio perché fu « povero » e proprio perché fu « umile », il Sacerdote nel senso più ge­nuino ed autentico dei termine in quanto capace di realiz­zare in sé, e di lasciar trasparire fuori di sé attraverso la lineare coerenza del comportamento, la perfetta sintonia tra l'amore ardente per Dio e lo zelo irrefrenabile verso il pros­simo.

Pienamente conscio che le piaghe della società si curano con l'amore e che l'amore si alimenta con il sacri­ficio, Don Roscelli non si è mai posto delle scelte: ha sempre accettato il ruolo che la carità, luminosamente evangelica e generosamente apostolica, gli hanno, di volta in volta, sug­gerito od imposto a favore dei bisognosi di ogni categoria sociale, sui quali ha saputo chinarsi, ansioso, per ascoltarne i lamenti, per lenirne i mali e per salvare tutto quello che, di buono, poteva essere salvato.

È questo, propriamente, il Don Agostino Roscelli, cioè l'apostolo a misura del suo tempo, che il presente studio offerto ai lettori si propone di presentare e di evidenziare, con la speranza che esso possa valere non solo come testimo­nianza storica del secolo trascorso, ma soprattutto come monito illuminante per quello presente.

Oggi, infatti, in cui tanto poco si valorizza il sopran­naturale e con estrema facilità si sopravvaluta il naturale, urgono, più che vuoti discorsi ed utopistiche proposte filan­tropiche, fatti ed esempi concreti, capaci di testimoniare che i problemi sociali si risolvono prevalentemente pagando di persona.

Don Roscelli, pertanto, pur essendo uomo del suo tempo, può essere efficacemente additato agli uomini del nostro tempo come il tutore della gioventù vittima della società dei consumi, come l'apostolo degli emarginati, dei derelitti, dei carcerati, delle ragazze madri e, soprattutto, come l'eroe del confessionale, oggi tanto disertato, capace di attendere, nel silenzio ovattato di una Chiesa e nella serena pace dello spirito, l'ora dei grandi appuntamenti delle anime con Dio. SR. M. MATILDE DELL'AMORE

CAPITOLO PRIMO

DALL’OMBRA DEL TRIGINO ALL’OMBRA DELLA LANTERNA

1818-1835

Sprofondato tra alture pittoresche, rallegrato dallo scrosciare giulivo di acque pure e zampillanti, profumato di muschio, di funghi e di fiori, prodigo di frutti e ver­deggiante di ulivi accarezzati dal soffio di un'aria mite è delicata: ecco Bargone, uno dei più incantevoli paesi del­l'entroterra ligure, posto a circa trecentoventi metri sul livello del mare.

Immerso nella quiete più irreale, esso sembra volersi sottrarre allo sguardo indiscreto del visitatore, quasi geloso del proprio incanto, fatto di pace, di colori e di profumi.

Chi, infatti, vi arriva la prima volta e si accinge ad addentrarsi tra il duplice allinearsi di case rudi, diroccate ed annerite dal tempo, è come preso da un senso vago di disagio e di timore... timore, forse, di infrangere inop­portunamente un'intimità ed un riserbo protetti dalla densa coltre di silenzio che sembra gravare, solenne, sulle perso­ne e sulle cose.

Superati i robusti archivolti che si interpongono tra le case mettendole in comunicazione tra loro e giunti sul sagrato della Chiesa parrocchiale, si ha l'impressione che la borgata finisca lì: una borgata come tante altre, anzi, forse più rustica e grezza di tante altre... Se, invece, vinta l'istintiva perplessità, ci si spinge oltre la canonica, la vi­suale improvvisamente si allarga allo sguardo che può, ora, spaziare compiaciuto su di una conca verde, ridente sotto un cielo di sogno, immersa nel tepore dorato del sole e so­vrastata dalla cuspide ardita e svettante del Trigino.

Qui il silenzio, infinito e carico di arcano, ti afferra, ti avvolge, ti penetra nell'anima e te la conquista...

Solo il frangere lento della macina del mulino scan­disce invisibile il ritmo magico del singolare incanto che, però, non si arresta qui: più ti inoltri e più scopri, più guardi e più vedi, più cerchi e più trovi.

Come sempre ed ovunque, anche qui le cose più belle e più preziose sono le più restie a svelarsi ed a la­sciarsi cogliere dallo sguardo profano.

In questo delizioso angolo di mondo che è Bargone di Casarza Ligure venne alla luce, il 27 luglio 1818, Agostino Roscelli che, del borgo natio, portò impresse in sé tutte le impronte.

Visto una volta e giudicato in superficie: un prete modesto, schivo, rude... un prete come tanti altri del suo tempo.

Conosciuto in profondità, oltre la barriera inganne­vole delle apparenze: una spiritualità di insondabile porta­ta, tanto più sublime e più profonda quanto più ovattata di discreto silenzio e di umile riserbo.

I suoi genitori, Domenico Roscelli e Maria Gianelli, erano stati uniti in matrimonio il 28 agosto 1798 nella Chiesa parrocchiale di Bargone dal Rettore locale Don Giacomo Carniglia, con il beneplacito del Priore di Cam­pegli, Andrea Stagnaro.

Domenico Roscelli era nato a Casarza il 27 luglio 1778 e discendeva da Giovanni Battista De Roselis, che era il più giovane dei figli di Francesco De Roselis, l'ultimo titolare del feudo di Nansola e di Campalbaro ed, in quanto tale, insignito del titolo nobiliare di Capitaneo o Barone.

Maria Gianelli, invece, figlia di Benedetto e di Maria Giulia Perazzo, sorella di Gio Vincenzo Perazzo di Tava­rone, era nata a Campegli l' 11 giugno 1780.

Un mese, circa, dopo la nascita, e cioè il 30 agosto 1818, Agostino veniva battezzato da Don Andrea Gari­baldi nella Chiesa parrocchiale di San Martino di Tours che sfoggiava, in quegli anni, le importanti innovazioni realizzatevi per interessamento di Don Giacomo Carniglia. Nuovo, infatti, era il presbiterio, nuovo l'altare mag­giore e nuove le balaustre in marmo, che erano stati consa­crati da Mons. Gian Luca Solari di Chiavari il 3 maggio 18016.

Il piccolo era stato preceduto da sette fratelli dei qua­li, però, solo tre erano sopravvissuti: Domenico Andrea, Tommasina e Virginia.

Ad allietare il suo ingresso alla vita, pertanto, all'af­fetto dei genitori, reso più tenero dalla loro età un po' avanzata, si univa quello dei fratelli, già alle soglie del­l'adolescenza e inclini quindi ad assumere nei suoi riguardi, come per lo più accade, un atteggiamento benevolmente protettivo.

Era come il dischiudersi della corolla di un fiore, nel­l'ambiente più propizio a farlo sbocciare con tutta la fra­granza del suo profumo.

L'onestà della famiglia, temprata dalla fatica del la­voro quotidiano e paga della propria sorte, cioè della sorte degli uomini e dei semplici che sanno ringraziare Dio per il poco che hanno senza lagnarsi per il molto che non hanno mai avuto, fu il primo ed unico modello di vita che gli venne proposto senza alternativa nel suo affacciarsi alle soglie del mondo.

Domenico Roscelli, come gli altri abitanti della bor­gata le cui uniche risorse sono costituite dalla fertilità della terra, dall'abbondanza delle acque e dall'ubertosità dei pa­scoli, poteva trarre solo dal podere e dal gregge di sua pro­prietà i mezzi per sostentare la numerosa famiglia. Domenico Andrea, il maggiore dei suoi figli, sano, robusto e avvezzo alle fatiche, gli era di valido aiuto, così come Tommasina e Virginia, dividendo la loro giornata tra casa, parrocchia e campagna, si destreggiavano come potevano cercando di rendersi utili, pur non rinunciando ai giochi infantili e spensierati nei quali coinvolgevano il fratellino, l'unico rimasto attaccato alle gonne della mamma. Il bimbo, dotato di intelligenza acuta e penetrante, non tardò però a rendersi conto, sia pure inconsciamente, che il gioco poteva essere solo una parentesi fugace inse­rita nel ritmo del feriale quotidiano, scandito dal lavoro e intriso di sudore e di fatica.

Erano tempi duri, quelli, e la vita, allora, per molti, anzi, per troppi, era solo una lotta faticosa e stremante per non soccombere alla disoccupazione e, quindi, alla miseria e alla fame.

Erano tempi in cui neppure i teneri anni dell'infanzia venivano sottratti all'obbligo di aiutare, lavorando, la famiglia.

Agostino lo intuì istintivamente e, quando venne il giorno in cui papà Domenico lo giudicò sufficientemente giudizioso per affidargli il gregge da condurre al pascolo, si assunse quel compito con vero trasporto e con infantile orgoglio: l'orgoglio di sentirsi finalmente utile e di contri­buire, sia pure in minima parte, ad alleggerire il peso delle fatiche dei suoi familiari.

Sensibile com'era, egli amava teneramente le sue peco­relle, emblema della mitezza, della pazienza e della docilità e, quando qualcuna di loro veniva condotta al macello, si nascondeva in un luogo appartato per sottrarsi alla vista dei familiari e dare sfogo al suo infantile dolore prorom­pendo in un pianto accorato; non solo, ma quando a tavola, ed era questa un'occasione molto rara, vedeva nei piatti quella tenera carne, si rifiutava risolutamente di man­giarne.

Era invece con indicibile senso di sollievo che, scor­tato dallo zoccolare incauto delle sue miti compagne quo­tidiane e dall'acre odore della loro lana, lasciatosi alle spal­le l'abitato, il ragazzo si inerpicava, attraverso gli aspri e sassosi viottoli montani, verso le solitarie e solatie distese erbose ove poteva, finalmente, lasciare il gregge libero di brucare la sospirata erba e la fantasia libera di vagare alla rincorsa di mistiche chimere.

E quelle lunghe ore trascorse a tu per tu con il silenzio solenne e sacro della natura così ricca di luci, di profumi e di colori, non dovettero certo trascorrere invano per il giu­dizioso pastorello di Bargone! ...

Tutto gli parlava di Dio e tutto a Dio lo guidava, giac­ché Dio con maggiore facilità ed immediatezza si manifesta a chi sa tendere l'orecchio dell'anima per ascoltarne la voce ineffabile.

Ora, se la preghiera, come i più accreditati maestri di spirito ci insegnano, è qualcosa di estremamente semplice, è la risposta immediata che si eleva dal cuore quando ci si mette di fronte alla verità dell'Essere in tutta la sua pienez­za, quella di Agostino fanciullo, solo ed indifeso dinanzi all'Infinito, era preghiera autentica, nella quale natura e Grazia si trovano mirabilmente fuse ed integrate.

Quello che per noi, oggi, può costituire un eccezionale momento di grazia in cui, come strappati alla schiavitù del­le cose che ci sollecitano senza tregua, traendo un respiro più largo del solito ci sentiamo sospinti quasi istintivamente ad esclamare: « Mio Dio quanto sei grande! », « Signore, ti ringrazio! », per Agostino fanciullo era un'esperienza quo­tidiana.

E ancora: se educare alla preghiera significa cercare di favorire quelle condizioni che pongono la persona nella sua piena autenticità di fronte alla realtà dell'Essere, l'am­biente che permeò di sé l'infanzia di Agostino può essere definito, per usare un termine oggi tanto ricorrente, una vera scuola di preghiera, alla quale egli apprese quella con­suetudine all'unione con Dio che sarebbe stata, in seguito, la pietra angolare di tutta la sua eccezionale spiritualità.

Atleti non si nasce e neppure ci si improvvisa, ma lo si diventa mediante un lungo e faticoso addestramento, ini­ziato già negli anni dell'infanzia.

È così anche nelle cose dello spirito: la contemplazio­ne è un traguardo riservato solo a chi ha fatto sempre, della preghiera, il respiro quotidiano della propria anima.

Papà Domenico si preoccupava perché quel suo bimbo, l'ultimo della nidiata, cresceva esile, delicato, poco adatto, insomma, alle pesanti fatiche della vita agreste che aveva incallito le sue mani, abbronzato la sua pelle e precocemen­te incurvato le sue spalle: eppure era l'unica che egli po­tesse assicurargli! ...

Mamma Maria scrutava con tenera apprensione quella sensibilità troppo delicata, quella riflessività troppo preco­ce, quei silenzi pensosi troppo prolungati.

Che ne sarà di questo fanciullo? ... Che ne faremo di lui? ... Chissà che non sia portato allo studio?!

Un po' di istruzione, certo, potrebbe aprirgli strade diverse da quelle del contadino e del pastore!

Ma la scuola era troppo lontana e i mezzi troppo scarsi.

Le vie della Provvidenza, però, sono sempre inesauri­bili ed imprevedibili e fu proprio Don Andrea Garibaldi, il Parroco del paese, a farsene docile strumento.

Aveva già posto gli occhi su quel ragazzino così assi­duo alla Parrocchia, così sollecito nel servire la S. Messa, così pronto a lasciare il gioco per la preghiera e, alla timida richiesta dei coniugi Roscelli di impartirgli almeno le ru­dimentali nozioni del sapere, accondiscese prontamente e di buon animo, con il presentimento che le sue fatiche non sarebbero state vane.

Da quel momento, per Agostino, al dovere giornaliero di guidare il gregge al pascolo, si aggiunse quello di seguire le lezioni di Don Andrea, le quali frequentò, inizialmente, con una certa dose di ritrosia e di timore.

« Carta, penna e calamaio » erano strumenti scono­sciuti tra le modeste mura della sua casetta e al suo sguardo infantile, stupito ed interessato ad un tempo, dovevano ri­vestire certo la caratteristica del più inesplicabile dei mi­steri.

La buona recettività dello scolaretto, però, e la pazien­te disponibilità del maestro non tardarono a fornire risul­tati soddisfacenti e a far registrare rapidi progressi.

La serietà e lo scrupolo con cui Agostino si assunse quell'impegno erano certo sproporzionati alla sua tenera età: non vi era svago che lo distogliesse dal dovere dello studio, non vi era difficoltà che lo disarmasse e, là dove l'apprendimento gli si presentava particolarmente astruso, si industriava a superare l'ostacolo con singolare tenacia nel volere, senza farsi rincrescere né lo sforzo, né la fatica.

E questo non in determinate circostanze soltanto, ma ogni giorno, con puntiglioso e perseverante proposito di non deludere le aspettative dei genitori e del buon Don Andrea.

Quest'ultimo se ne compiaceva molto, tanto che, fat­togli raggiungere, nel giro di qualche anno, il livello del­l'istruzione considerata elementare, non esitò ad iniziarlo ai primi elementi del latino.

Si era fatto grandicello, Agostino, tuttavia, man mano che progrediva negli studi e nell'età, diventava sempre più riservato, più modesto e più pensoso.

« È un ragazzo troppo serio per la sua età! », pensa­vano tacitamente papà e mamma, i quali lo vedevano tanto diverso dal fratello e dalle sorelle, non certo disposti a rinunciare ad alcuna delle modeste occasioni di svago che la borgata poteva offrire loro.

Nei giorni di festa, poi, un po' di musica non manca­va mai e, con la musica, le tipiche danze paesane, qualche battuta allegra seguita dallo scrosciare di giovanili risate ed, infine, il Vespro solenne che raccoglieva tutti nella bella Chiesa parrocchiale, al richiamo festoso della campana. Agostino, però, non aveva bisogno di quell'invito. Egli era già inginocchiato là, da ore, davanti a quel­l'altare ai piedi del quale deponeva, con raccolto e fiducio­so fervore, i timori, le speranze, i sogni e le incertezze di quella sua adolescenza incipiente e tanto precocemente matura.

Durante le ore di lezione nell'intimità della canonica, però, tra la declinazione di un nome e la coniugazione di un verbo, Don Andrea trovava ora modo di cogliere ogni occasione propizia per cercare di penetrare, con delicata discrezione, nell'intimità di quell'anima pura, trasparente, aperta ad ogni sollecitazione al bene, assetata solo di cielo e di bontà.

Il discorso scivolava facilmente sulla grandezza di Dio, sullo splendore della sua Grazia, sulla bellezza della virtù, sul valore del sacerdozio e della sua missione.

Agostino, per lo più, ascoltava in silenzio: era un si­lenzio gravido di attesa e ricco di partecipazione e di con­sensi.

In quel silenzio egli veniva maturando l'ora di Dio, senza fare nulla al di fuori dell'ordinario; le cose straordi­narie, infatti, non preparano mai, distraggono soltanto.

Venne il momento tanto atteso di prepararsi alla pri­ma Comunione e alla S. Cresima. Agostino non solo ave­va già da qualche anno avidamente bevuto le verità del catechismo, ma le aveva anche fatte sue con intima, pro­fonda adesione e con responsabile partecipazione, al punto che Don Garibaldi non si sentiva più in grado di soddisfare le esigenze di quell'anima che sembrava anelare a mete più alte di quelle a cui egli poteva condurlo.

La Santa Cresima gli venne impartita da Mons. Casa­bianca, per facoltà conferitagli dall'Arcivescovo di Genova Mons. Placido Maria Tadini, il 24 novembre 1833, nella Chiesa parrocchiale di Casarza Ligure.

Agostino aveva ormai quindici anni compiuti, un sen­no superiore a quello consentito dall'età, una cultura a li­vello medio ed una spiccata inclinazione al sacerdozio che trapelava dal suo comportamento, dalle sue parole, dalle sue scelte e, soprattutto, dal suo sguardo che non sembrava fatto per fissarsi sulle cose della terra.

Quando non era impegnato nel lavoro manuale o nello studio, ovunque si trovasse, in Chiesa o in casa, si immer­geva nella preghiera più intima ed assorta.

Se si aveva bisogno di lui, i fratelli sapevano dove tro­varlo: inginocchiato nell'angolo più nascosto della casa e talmente immedesimato in Dio che, per richiamarlo alla realtà, era necessario riscuoterlo anche bruscamente.

I genitori seguivano con comprensibile ed affettuosa trepidazione quel loro giovane figlio troppo assennato, che intuivano destinato a cose assai più grandi della borgata che gli aveva dato i natali ed assai più alte delle cime dei monti sui quali egli tante volte aveva indugiato lo sguardo intelligente e pensieroso, ignaro di quanto, al di là di quella barriera amica, potesse nascondersi a lui che, fino ad ora, si era appagato solo della purezza trasparente del suo cielo, contemplato lungamente nelle trepide, baluginanti aurore primaverili e nei dolci e pacati tramonti autunnali.

Sì, intuivano tutto questo, i genitori, e ne provavano un intimo, sincero compiacimento. Poter donare un figlio a Dio, per loro tanto profondamente ed autenticamente credenti e praticanti, era una cosa troppo bella, troppo subli­me, troppo grande perché la potessero prendere in consi­derazione!

Domenico Andrea stava per prendere moglie; Tom­masina e Virginia erano, anche loro, in procinto di acca­sarsi ... Ma Agostino?

La delicatezza d'animo del giovane, timoroso di met­tere in imbarazzo i genitori, gli soffocava in gola la doman­da che loro si attendevano da lui. D'altra parte, l'indigenza di quelli non consentiva loro di offrire qualcosa di concre­to a quel figlio che amavano tanto ma che, purtroppo, non erano in grado di aiutare.

Agostino frattanto, incoraggiato da Don Andrea, con­tinuava a pregare fiducioso che, se Dio lo voleva veramente suo Ministro, non avrebbe certo mancato di aiutarlo: così sarà sempre la fede di Don Roscelli, in ogni momento della sua esistenza.

Già ora, come sarà poi sempre per lui, tale fede dove­va trionfare, sbaragliando, nel più impensato dei modi, ogni congettura umana.

A rompere la monotonia del quotidiano senza alter­native e senza imprevisti, ai primi di maggio del 1835 si verificò, per Bargone, un evento di portata veramente stra­ordinaria.

Vi giunsero, cioè, cinque Sacerdoti che facevano par­te della Sezione Chiavarese dei « Missionari di S. Alfonso Maria de' Liguori »: una vera équipe religiosa, presieduta e animata dal canonico Antonio Maria Gianelli, allora arci­prete di Chiavari.

La Missione era stata incoraggiata dal Cardinale Pla­cido Maria Tadini, Arcivescovo di Genova dal 1832, il quale si era proposto di attuare un radicale rinnovamento nell'ambiente del Seminario Arcivescovile della capitale li­gure: rinnovamento resosi indispensabile in seguito all'influenza esercitata dall'eredità giansenista, ancora molto viva negli ambienti genovesi, e a causa delle suggestioni prove­nienti dal pullulare di ideologie di ispirazione liberale e di matrice democratica.

Urgeva incrementare il numero degli aspiranti al sa­cerdozio e garantirne la qualità sollecitando vocazioni ge­nuine, sode e scevre degli influssi negativi che, purtroppo, inquinavano gli ambienti clericali cittadini.

Ovviamente, bisognava frugare nell'entroterra, in quei paesini sperduti tra i monti, ancora protetti, allora, dai miasmi malsani dei grandi centri urbani e dove tutto era puro, sano, fresco ed incontaminato.

Ecco il perché dell'eccezionale avvenimento di Bar­gone.

Il gruppo missionario era straordinariamente qualifi­cato e meravigliosamente organizzato: il Canonico Gianelli si era assunto il compito della predicazione, Don Davide Massa della catechesi, Don Giuseppe Botti e Don Pellegro Raggi dell'animazione dei dialoghi e Don Antonio Patrone delle confessioni.

All'inizio della seconda settimana giunse anche Don Luigi Revello, Rettore di Massasco.

I giorni di intensa attività spirituale furono anche so­lennizzati da devote processioni e dall'erezione, il 18 mag­gio, della croce a ricordo della campagna missionaria, che « lasciò quel popolo estremamente contento e con molti se­gni di verace ravvedimento ».

Agostino aveva allora diciassette anni: l'età più idonea a subire l'influsso di un'esperienza spirituale, per lui senza precedenti.

Era la mano di Dio, fervidamente invocata, che gli apriva insperatamente quell'ambita strada al sacerdozio, che gli era parsa, fino ad ora, tanto lontana dalle sue umane possibilità.

Il canonico Gianelli, con la perspicacia spirituale che è solo dei santi, intuì, al primo incontro, che quel delicato fiore in boccio doveva essere trapiantato nel giardino del Seminario affinché, opportunamente coltivato, potesse effi­cacemente contribuire a migliorarne l'ambiente e ad ele­varne sensibilmente il tono morale e spirituale; Don Andrea Garibaldi offrì con entusiasmo le proprie garanzie e i coniu­gi Roscelli il loro pieno consenso, rassicurati dalla promessa di Don Gianelli di assumere sotto la propria protezione il giovinetto.

I mesi estivi trascorsero nel fervore trepido dei pre­parativi.

Per l'alloggio nella sconosciuta, grande città, papà Domenico si era rivolto ad una lontana parente, residente nella capitale ligure e già madrina di Domenico Andrea, la quale aveva accondisceso ad ospitare il ragazzo in cambio di ottanta centesimi al giorno: pochini per chi li riceveva, ma molti per chi li dava...

Mamma Maria, con un misto di gioia e di tristezza in cuore, si industriava come poteva nel fare economie su tutto, oltre il consueto, per mettere insieme un po' di cor­redo per il suo Agostino che, col desiderio, avrebbe voluto provvedere di tutto il necessario: tutto il necessario, del re­sto, per chi è sempre vissuto di stenti e di fatiche, si riduce a tanto poco! ...

Con tenerezza accarezzava quei capi di biancheria, fre­sca di bucato e profumata di spigo, che andava riponendo in quel fagottino che avrebbe accompagnato il suo ragazzo lungo il viaggio e che gli avrebbe parlato di lei quando fosse giunto là, in quella città sconosciuta, dove gli sarebbe inevitabilmente mancato lo sguardo vigile e premuroso del­la mamma.

E poi ci volevano le scarpe, le calze, qualche indu­mento di lana ... ed infine... qualche lira nascosta furtivamente in una nocca del fardello, tanto povero di cose quan­to ricco di amore.

Il giorno della partenza venne deciso per i primi di ottobre e non tardò, purtroppo, ad arrivare.

L'addio a Bargone, per Agostino, dovette essere carat­terizzato dalla tristezza e dal timore propri di chi, comple­tamente ignaro e sprovveduto, sta per inoltrarsi verso il gri­gio sconcertante dell'ignoto ...

Addio, dolce e rustica casa paterna, nido felice d'inti­mità e di affetto; addio, tenere pecorelle, amiche fedeli di giorni sereni e spensierati ... Addio, luoghi tanto noti e tan­to amati, che sarebbero stati sempre scolpiti nel suo ricordo con il profumo del bosco, il colore dei prati, il silenzio dei campi, il rintocco delle campane, l'odore di stalla, lo zam­pillare dell'acqua, lo stormire dei rami d'ulivo ...

Ricordi ricchi di poesia e di sogno, che Agostino la­sciava dietro il proprio cammino solcato di incertezza, an­che se fiorito di sogni e di speranze.

Più incertezze, o più speranze?

Non ci è dato saperlo, ma non è difficile immaginarlo!

CAPITOLO SECONDO

DA SALITA DEL PRIONE A VIA PORTA DEGLI ARCHI

1835-1843

Agostino Roscelli aveva diciassette anni quando giunse, nell'autunno del 1835, nella capitale ligure: smilzo, timido, dimesso, aveva l'aria un po' goffa ed impacciata tipica di chi, vissuto sempre in campagna, per la prima volta si trova immerso nel vortice della città, sempre spie­tatamente fredda ed ostile verso chi ne deve subire il primo impatto.

Per di più Genova, in quegli anni, stava vivendo fre­miti ideologici e aspirazioni di lotta che, relativamente alla situazione generale dell'Italia in quel momento storico, po­tevano ben essere definiti d'avanguardia.

Erano fremiti e aspirazioni che avevano preso alimen­to dalla forzata rassegnazione con cui la Liguria aveva dovuto subire la propria annessione al Regno sardo di Vittorio Emanuele I: rassegnazione degenerata poi in mal repressa animosità sotto il governo reazionario di Carlo Fe­lice e trasformata in palese dissenso con l'avvento al trono di Carlo Alberto.

Costui, dopo avere appoggiato e illuso le speranze dei liberali, ne aveva poi perduto i favori e la fiducia soffocando duramente gli aneliti del misticismo patriottico mazzi­niano, che aveva trovato il proprio fulcro di esplosione in quella Genova definita « il gran vulcano della libertà ita­liana » e dalla quale dovrà partire l'incitamento a tutto il risorgimento nazionale.

Quel dissenso, dopo l'infausto biennio 1833-34 che aveva visto fallire miseramente i primi moti organizzati da Giuseppe Mazzini, si era tramutato in incontenibile sdegno in seguito alla spietata repressione sabauda, ed in sempre più tenace decisione di perseverare ad ogni costo nel pro­gramma rivoluzionario del grande esule genovese, quanto mai rischioso ed audace.

Dalla quiete indisturbata dei suoi monti, che lo aveva­no dolcemente protetto da ogni caotico frastuono, Agostino si trovava così ad essere improvvisamente e bruscamente calato in un ambiente politicamente esaltato, ancora riecheg­giante delle raffiche piemontesi dei plotoni di esecuzione e profondamente scosso dalla tragica morte di Jacopo Ruffi­ni, l'amico inseparabile di Mazzini che, per non essere co­stretto a denunciare i compagni di lotta, aveva da poco troncato la sua esuberante giovinezza, svenandosi nella lugubre cella della torre del Palazzo Ducale.

Per una natura sensibile, riservata e socialmente im­preparata come quella del giovane Roscelli, ce ne sarebbe stato a sufficienza per lasciarsi cogliere dallo sgomento e, accantonato ogni progetto più generoso, scegliere di ritor­narsene lassù, in quella piccola oasi di serenità e di pace ove aveva lasciato tutto il suo mondo di affetti più cari: i genitori, i fratelli, la casa, la bella Chiesa di San Martino, Don Andrea ... e poi ancora il suo gregge silenzioso e quei cantucci deserti, noti a lui solo, dove tanto immediato ed esaltante era stato l'incontro intimo con il suo Dio.

Nel cuore, però, Agostino sapeva di custodire un ideale molto più alto e più sublime di quelli, sia pur nobili e generosi, che rendevano tanto effervescente quell'ambiente cittadino a lui sconosciuto e tanto pronta alla lotta, fino al dono della vita, quella gente che sembrava guardar­lo con diffidente commiserazione e malcelata ostilità.

Dietro il suo rude aspetto di contadino, schivo ed im­pacciato, si andava infatti forgiando una maturità spiritua­le temprata dalla rinuncia, tonificata dalla consuetudine al­la preghiera e sublimata dalla dimestichezza abituale con ciò che è puro, sano e, come tale, atto a lasciar trasparire, con singolare immediatezza, l'impronta luminosa di Dio; una maturità capace di scelte decisive e scevra d'ogni esi­tazione o compromesso.

Già ora, come sarà sempre in seguito, le difficoltà e le ristrettezze economiche si presenteranno ad Agostino co­me compagne consuete dalle quali, del resto, egli non cer­cherà mai di separarsi.

L'abitazione della lontana parente che lo accolse in Genova era situata nella popolare salita del Prione, con­giungente l'imponente Porta Soprana con la piccola e mo­desta piazza delle Erbe. Oggi è in via di demolizione, ma allora era un'importante arteria del centro storico, densa di abitazioni malagevoli, addossate l'una all'altra senza inter­ruzione, folta di negozi in attività ininterrotta e brulicante di persone d'ogni ceto sociale.

Quanti disagi, i primi giorni, quanta tristezza, quanto sgomento e quanta nostalgia di Bargone che gli pareva, ora più che mai, tanto irraggiungibile!

Se usciva per recarsi nella vicina Chiesa di San Dona­to o per frequentare le lezioni che dovevano completare la sua preparazione intellettuale e consentirgli di accede­re al Seminario, era sempre assillato dalla paura di non trovare più la strada del ritorno e di smarrirsi in quel dedalo intricato di vicoli stretti, oscuri, maleodoranti, dove incon­trava solo gente frettolosa, indifferente e poco rassicuran­te ... Se rimaneva in casa a studiare, quanto più gli sarebbe stato necessario concentrarsi e immergersi in quelle materie a lui nuove e non certo scevre di difficoltà, tanto più aveva l'impressione di sentirsi soffocare in quell'aria malsana ed in quella stanza squallida, dove il sole non riusciva mai a penetrare ... Se si affacciava, avido di luce, alla misera finestra che sovrastava il suo tavolino da lavoro, ecco appa­rirgli subito le grondaie sbrecciate dei tetti, protese, a bre­ve distanza, verso quelle del caseggiato di fronte tra le quali poteva, a stento, scorgere una esigua e pallida striscia di cielo che gli richiamava alla mente, con insistenza mono­tona ed impietosa, gli spazi immensi e luminosi di azzurro che solo i suoi monti lontani potevano offrirgli con impa­gabile ed ospitale generosità.

L'impossibilità, inoltre, di trovarsi un lavoro retribuito che gli consentisse, nel contempo, di dedicarsi intensamen­te allo studio e la scarsità dei mezzi di cui poteva disporre, (venti centesimi al giorno), non certo per soddisfare le sue limitatissime esigenze, ma per procurarsi i libri e i quaderni di più urgente necessità, ridussero la sua vita, in quell'anno, ad una continua ed impari lotta con il bisogno.

Gli aiuti che i genitori puntualmente gli inviavano e che egli ben sapeva essere il frutto il sudati risparmi e di eroiche economie, mentre gli offrivano una testimonianza del loro costante affetto che lo commuoveva fino alle lacri­me per la pena di imporre loro tanti sacrifici, non erano tuttavia sufficienti a consentirgli di superare le molteplici difficoltà tra le quali egli si andava penosamente dibat­tendo.

Certo quello squallore di affetti, di compagnia di coe­tanei, quella mancanza assoluta di uno scambio fraterno di pareri, di vedute e di consigli che gli sarebbe stato di immenso aiuto e di conforto in quel suo primo inoltrarsi lungo un cammino tanto scabroso ed incerto, doveva ren­dere ben accorata la sua preghiera, unico suo sostegno e, già fin da allora, unica sua ancora di salvezza!

Solo il fermo proposito di arrivare al Sacerdozio, la meta da lui tanto ambita, poté indurlo ad accettare tutti gli incerti di quella vita troppo difficile e troppo nuova per lui, povero e timido ragazzo di campagna!

Sono battaglie, queste, che agli albori della vita si pos­sono vincere solo quando si è stati educati per tempo alle fatiche, agli stenti, alle privazioni e quando si hanno delle idee chiare, dei propositi fermi e delle aspirazioni sublimi. Prima meta e primo premio di tanti sacrifici fu il con­ferimento della Tonsura e dei due primi Ordini minori, nella Cappella del Palazzo Arcivescovile di Genova il 12 giugno 1836.

La pena per il disagio economico continuava, però, a rincrudirsi.

L'anno seguente, infatti, la madrina di Domenico An­drea aveva purtroppo fatto sapere ai coniugi Roscelli che ella era costretta a chiedere un aumento del prezzo retribui­tole per la pensione del loro ragazzo.

No, non era possibile chiedere di più a chi già tanto stentava per racimolare le trenta lire mensili pattuite in un primo tempo! Agostino non avrebbe mai potuto tollerarlo! Qualunque condizione gli sarebbe sempre stata meno gra­vosa di questa!

A trarlo dalle angustie fu, anche questa volta, il Ca­nonico Gianelli, divenuto proprio allora vescovo di Bobbio, provvedendo a trovargli una nuova e migliore sistemazione presso il Conservatorio delle Figlie di San Giuseppe, allora claustrali e di cui egli era Direttore, in qualità di chierico, sacrestano e custode della bella Chiesa annessa al Con­vento.

Era quello che, umanamente, si può dire un vero colpo di fortuna per il giovane chierico!

Quel Convento era collocato, come lo è ancor oggi, in salita inferiore San Rocchino, nella zona di Castelletto.

Qui, nelle ore che gli rimanevano libere dagli impegni che si era assunto, egli poteva finalmente dedicarsi con se­renità agli studi in un ambiente calmo, raccolto, con vitto e alloggio assicurati e senza, quindi, l'acuta pena di gravare sul già tanto magro bilancio familiare.

Possiamo facilmente immaginare con quanta diligenza e scrupoloso zelo Agostino si sia dedicato, in quel periodo, al nuovo ruolo pienamente confacente alla sua indole, in­cline alla pietà e ad ogni cosa sacra, ed oltremodo gradito perché gli consentiva di trascorrere lunghe ore accanto a Gesù Eucaristico e alla Vergine Santa, che saranno sempre i due poli verso i quali graviterà, in seguito, la sua profonda ed elevata pietà.

Giunse, però, perentorio, a strapparlo da quella bene­fica e tranquilla sistemazione che gli pareva tanto più ap­prezzabile quanto più penoso era stato il suo soggiorno precedente nella frastornata e dispersiva salita del Prione, l'ordine di rendersi disponibile per il servizio militare. Correva infatti l'anno 1838.

Compiuti i vent'anni, Agostino era di leva: nessun mo­tivo al mondo avrebbe potuto sottrarlo a quell'obbligo né, del resto, egli intendeva esentarsene.

Certo, ora che gli studi stavano procedendo con mag­giore regolarità e miglior profitto, un'interruzione era sen­z'altro poco auspicabile, ma il dovere è dovere e a chi, co­me lui, mirava ad intraprendere una carriera nell'obbedien­za alle Autorità Ecclesiastiche, non era certo lecito esimersi da quella, altrettanto doverosa, alle autorità civili.

Quanto doveva durare quel servizio? Vien fatto di chiedersi.

Il sistema vigente in Liguria era, ovviamente, quello piemontese, modellato sull'ordinamento di Emanuele Fili­berto, lievemente ritoccato da Vittorio Amedeo II e sancito nel 1815: in base ad esso, i soldati d'ordinanza, dopo aver prestato un servizio di pochi mesi, dovevano rimanere per otto anni a disposizione dell'esercito attivo e, per altri otto, nella riserva.

Nel 1831, però, il servizio era stato portato a due an­ni e, nel 1837, ridotto a quattordici mesi.

Per quattordici mesi, pertanto, Agostino prestò il ser­vizio militare effettivo, cioè dal 27 novembre 1838 al 5 gen­naio 1840.

In tale periodo la sua condotta continuò ad essere irreprensibile, la sua pietà non subì la minima flessione e, nonostante i pericoli di deviazione incontrati in un ambien­te ben poco adatto ad alimentarla, la sua vocazione sacer­dotale ne uscì consolidata, temprata e, soprattutto, trasfor­mata in una scelta pienamente consapevole e più respon­sabile.

Assolto l'obbligo del servizio effettivo, pur permanen­do, per lui, la « ferma » fino al 1848, poté ritornarsene con maggiore lena agli studi interrotti e riprendere le precedenti incombenze nel Conservatorio di salita San Rocchino con rinnovato fervore.

La Chiesa delle Suore di San Giuseppe, bella, ricca e spaziosa, era allora quotidianamente frequentata da perso­ne devote, appartenenti al ceto aristocratico e aventi la propria residenza nelle sontuose ville che si ergevano nella signorile zona circostante.

Una delle più assidue tra costoro era la marchesa Ne­grotto Cambiaso, nota in tutta la città per la sua munificen­za e, negli ambienti della Curia Arcivescovile, per lo zelo con il quale ella provvedeva a sobbarcarsi le spese necessa­rie a coprire la retta richiesta in Seminario a beneficio di giovani di sicura vocazione e di manifesta pietà, che si tro­vassero, però, in ristrettezze economiche.

Furono proprie lo zelo, la puntualità, il composto e grave raccoglimento del giovane Roscelli, la spiccata spiri­tualità che promanava dalla sua esile figura e la devozione dimostrata nell'attendere quotidianamente alle sacre funzioni, ad attirare su di lui la benevola attenzione della ge­nerosa marchesa.

Costei riuscì, infatti, in forza delle ottime referenze di cui poté farsi garante e grazie alle calde raccomandazio­ni con le quali accompagnò la propria richiesta, ad ottenere che Agostino venisse accolto nel Collegio dei Padri Gesuiti, in qualità di prefetto e di assistente degli alunni convittori. Giova sapere che era questa la condizione imprescindi­bile perché Agostino potesse frequentare, come alunno ester­no, il corso teologico presso il Seminario Arcivescovile di via Porta degli Archi, secondo il « DECRETO PEI SEMINA­RI » che era stato emanato il 9 ottobre 1832 dal Card. Placido Maria Tadini tutto preso, come già abbiamo potuto evidenziare, dalla preoccupazione di risanare ed incremen­tare l'ambiente nel quale i giovani chierici venivano prepa­randosi all'Ordinazione sacerdotale; ambiente che, purtrop­po, nei primi decenni del secolo si era gravemente deterio­rato a causa di diversi fattori, con comprensibile danno spi­rituale e morale delle nuove reclute del clero.

Primo di tali fattori era stata la negativa influenza del giansenismo, favorita dal tipo di istruzione impartita dai Pa­dri Scolopi, assai quotati negli ambienti intellettuali geno­vesi, nell'ambito dei quali si erano segnalati alcuni espo­nenti tenaci ed autorevoli, quali l'abate Eustachio Degola, l'abate Vincenzo Palmieri ed altri minori.

Contro il dilagare di tale perniciosa corrente si era adoperato con ardente zelo e prudente fermezza il Cardinale Luigi Lambruschini e, designato da Pio VII quale succes­sore dell'Arcivescovo di Genova Card. Giuseppe Spina, ottenendo notevoli risultati quali la ritrattazione dell'abate giansenista Vincenzo Palmieri.

Anche il Seminario era stato oggetto delle sue solerti cure: aveva infatti sancito che ivi l'insegnamento della teo­logia e della filosofia fosse ispirato ai principi della dottrina tomistica e si era altresì adoperato per riattivarne la disciplina. A tale scopo, nel 1822, vi aveva nominato come Rettore S. Antonio Maria Gianelli che purtroppo, però, nel 1826 egli aveva dovuto inviare quale Arciprete a Chia­vari, sostituendolo con Don Gerolamo De Gregori, rive­latosi ben presto incapace di svolgere un ruolo tanto diffi­cile e delicato.

Tale grave carenza, unita alla scarsa esemplarità del­la sua condotta, aveva contribuito in modo assai pesante al rilassamento spirituale e morale dell'ambiente del Semi­nario, vanificando così in pochissimi anni tutti i lodevoli sforzi di risanamento compiuti dal Card. Lambruschini, che nel 1829 era stato nominato da Leone XII Nunzio Apostolico a Parigi.

Tale stato di cose aveva indotto il Capitolo Metropolita­no nel 1830, allorché a Mons. Lambruschini era subentrato, a coprire la Cattedra vescovile, Mons. Vincenzo Airenti, a sostituire il Rettore De Gregori con Don Gian Battista Cat­taneo: scelta, questa, che non avrebbe potuto rivelarsi migliore.

Don Cattaneo, ordinato Sacerdote da soli due anni, era stato, insieme a Mons. Salvatore Magnasco e al Servo di Dio Giuseppe Frassinetti, discepolo di retorica di S. An­tonio Maria Gianelli.

Entrato in carica il 15 luglio del 1830, con maturo sen­so di responsabilità e profonda convinzione della delicatezza e gravità degli impegni assuntisi, si era accinto subito, con il pieno consenso del Vicario Capitolare Mons. Giuseppe Giu­stiniani, a porre mano a quelle riforme in materia discipli­nare in merito agli esercizi di pietà e all'orario di studio dei Seminaristi, che richiedevano provvedimenti con maggiore urgenza.

Mons. Airenti, dal canto proprio, si era adoperato su­bito, dopo aver preso possesso della sede vescovile, allo sco­po di coadiuvare il nuovo Rettore, a porre in atto un radicale progetto di riforma che però la morte, avvenuta inaspettatamente nella notte tra il 3 e il 4 settembre del 1832, non gli aveva consentito di portare a compimento.

L'arduo compito veniva così lasciato al Card. Placido Maria Tadini, suo successore, il quale, come sappiamo, se ne fece carico immediatamente, compilando il già citato « DECRETO PEI SEMINARI » che incomincia così:

« Dove si hanno ottimi Sacerdoti che precedono i fedeli col buon esempio e colla sana dottrina, quasi sempre i fedeli, loro affidati, diventano buoni e morigerati cristiani; e per l'opposto, una gran parte degli scandali che fanno gemere soventemente (sic) la Chiesa, sovra dei cattivi Sacerdoti va per lo più a rifondarsi ...

... e non sono ottimi Sacerdoti quelli che non sono stati buoni chierici e provati con regolare condotta e conveniente dottrina ».

E stabiliva:

« Volendo noi mostrarci grati a quelli, tra i chierici, che spontaneamente si ritirassero a convivere in alcuno dei nostri due Seminari Arcivescovili ed a percorrere in esso il teologico corso, accordiamo di poter questo compiere nello spazio di soli tre anni, alla condizione che vi passino ezian­dio tutto il tempo delle ferie autunnali. Laonde agli esterni resta severamente prescritto che il corso teologico non ab­biasi per compiuto che dopo il quarto anno ».

Ora, sta di fatto che i concreti sforzi e le efficaci inizia­tive promosse su vasta scala, come si è visto, dal Card. Ta­dini, avevano, nel giro di pochi anni, avuto l'auspicato effet­to di aumentare tanto il numero degli aspiranti al sacerdozio che la struttura architettonica del Seminario Arcivescovile di Genova, pur così grandioso e solenne all'esterno, non si prestava più ad ospitarli tutti.

Il problema, purtroppo, non si dimostrò completamen­te risolto neppure quando, dietro viva sollecitazione dello zelante Rettore Gian Battista Cattaneo, il Cardinale provvide ad ingrandire l'edificio mediante la costruzione di un quarto braccio che avrebbe chiuso il quadrato del cortile, prima aperto verso la campagna che si estendeva a mezzogiorno. I lavori, condotti dall'agosto del 1840 al luglio del 1842, furono completati con la benedizione della bella Cap­pella architettata da Ignazio Gardella e affrescata da Giu­seppe Passano.

L'ampliamento della costruzione si rivelò notevole, co­me pure il miglioramento nei riguardi della sua agibilità; per un gran numero di chierici, tuttavia, e ovviamente quelli di più oscura ed umile provenienza, quella convivenza entro le mura del Seminario, auspicata nel « DECRETO » del 1832 al fine di agevolare la loro preparazione e di renderla più proficua e più grande, rimase ancora soltanto un lodevole desiderio di Mons. Tadini il quale, con una notificazione del 31 dicembre 1837, cercò di ovviare all'inconveniente in tali termini:

« Siccome non tutti, come sarebbe assai da desiderare, possono essere ospitati nei nostri Seminari ... e siccome non ogni Casa o Convitto è convenevole a chierici o a giovani di intemerata condotta, tutti costoro devono far nota la Casa o Pensione di loro ubicazione in Genova alla Commissione per il Clero. E questa sarà condizione essenziale per essere ammessi ai Sacri Ordini ».

Ecco perché la sistemazione presso i Padri Gesuiti apri­va ad Agostino le porte del Seminario in qualità di alunno esterno per il corso di Teologia.

Al pagamento della retta richiesta avrebbe provveduto la munifica marchesa Cambiaso, come del resto già faceva con altri suoi protetti, mentre al proprio sostentamento era in grado di sopperire egli stesso, con lo svolgere il ruolo di prefetto e di assistente degli alunni convittori.

Il Regio Collegio che, prima dell'espulsione dei Gesuiti da Sant'Ambrogio, dal 1838 al 1848 ebbe, per volontà di Carlo Alberto, la sua solenne sede nel sontuoso palazzo Tursi nella via Nuova, ospitò quindi il giovane seminarista nel triennio 1843 - 1846, durante il quale egli poté frequentare i corsi di Teologia in via Porta degli Archi. Siccome, poi, una disposizione di Mons. Airenti sta­biliva, tra l'altro, che « affinché i chierici fossero assidua­mente vigilati, ognuno di essi doveva essere ascritto al ser­vizio di una Chiesa e dare buon conto di sé e della propria vita », durante questo periodo Agostino prestò servizio di sacrestano presso la vicina Chiesa della Maddalena, officiata dai Padri Somaschi.

Un altro grande ed importante traguardo era così stato raggiunto: l'accesso, cioè, agli studi teologici, con tutte le garanzie morali e materiali per potervi attendere con serietà

e profitto, che lo avrebbero finalmente condotto alla tanto auspicata e ben meritata meta.

 

CAPITOLO TERZO

VERSO IL SACERDOZIO

1843-1846

Da quanto esposto nel precedente capitolo, risulta chia­ramente come l'ambiente del Seminario che accolse il giova­ne chierico nell'autunno del 1843 in via Porta degli Archi attuasse in pienezza, sia dal punto di vista spirituale e disci­plinare che da quello edilizio, il suo completo rinnovamento e fosse, pertanto, in grado di offrire agli aspiranti al Sacerdo­zio quanto di più idoneo si potesse auspicare per « meglio perfezionarli con vigilante cura, meglio iniziarli con sicura prova di vita interiore e pienamente sottrarli alle seduzioni dei correnti errori ».

La Provvidenza, evidentemente, tutto aveva predispo­sto e preparato affinché quel fresco fiore, trapiantato dal luogo natio ancora in boccio, riuscisse a trovare un terreno fertile ove, opportunamente coltivato, avrebbe potuto ger­mogliare in tutta l'esuberanza della sua vitalità spirituale. Per Agostino fu veramente così e non si trattò certo di una circostanza fortuita: troppi elementi, infatti, e fonda­mentali giocarono nettamente a suo favore in quegli anni decisivi per la sua formazione sacerdotale.

A vigilare sulla regolarità della disciplina, a garantire l'illibatezza della condotta e a tener desto il fervore della pietà « bastava l'ombra del Cattaneo », leggiamo in una let­tera del 1843 indirizzata a Giuseppe Frassinetti da S. An­tonio Maria Gianelli.

Ed era veramente tanto scarno da sembrare un'ombra, quel Sacerdote tutto di Dio che seppe trasformare il Semi­nario di Genova in un giardino di delizie e in una palestra di virtù, tanto da farne, a detta del Durante, « il modello dei Seminari ».

Ebbene: con quel Sacerdote tutto di Dio ebbe l'avven­tura di incontrarsi, nel fervore della sua giovinezza, Agosti­no Roscelli.

Sono incontri, questi, guidati dalla mano di Dio e sui quali grava sempre, nel corso della storia, il peso insonda­bile dei destini eterni.

E non doveva essere il solo.

A garantire l'ortodossia della dottrina in quegli anni, teneva cattedra di teologia speculativa Mons. Salvatore Ma­gnasco, futuro Arcivescovo di Genova, che tanta incidenza dovrà avere, in seguito, nella vita di Agostino.

E ancora: a conferire a tutto l'ambiente quel tono di levatura spirituale e di serietà di condotta che ne furono la nota predominante in quell'epoca, contribuiva efficacemente, tra gli allievi, la presenza di Gaetano Alimonda, Tommaso Reggio, Luigi Rodino, Luigi Persoglio, Disma Marchese, An­tonio Piccardo, Enrico Bonino: tutto il fior fiore, insomma, del futuro clero genovese che, nell'epoca risorgimentale tan­to ricca di fermenti e di ideali non sempre ortodossi, saprà schierarsi in linea compatta per la difesa dei principi del Vangelo, a prezzo di qualsiasi rischio e sacrificio.

Il Cattaneo, insieme a Don Giuseppe Frassinetti e a Don Luigi Sturla, aveva anche dato vita alla Congregazione del Beato Leonardo da Porto Maurizio, con lo scopo di assistere il giovane clero e di aiutarlo in modo che, uscito dal Seminario, esso continuasse a vivere con quello spirito di pietà e di zelo per la gloria di Dio che gli erano stati opportuna­mente inculcati.

Anche il giovane Roscelli fece parte di tale Congrega­zione di cui il Card. Tadini nel 1838 approvò le Regole, una norma delle quali stabiliva di seguire, nei casi dubbi di morale, l'autorità di S. Alfonso Maria de' Liguori: norma di cui Agostino, in seguito, come è riscontrabile nei suoi scritti, non si scostò effettivamente mai.

Era pure stata introdotta in Seminario, per iniziativa dell'indefesso Rettore, la Congregazione di San Raffaele', ideata dal Sacerdote Luca Passi di Bergamo, assai efficace a rafforzare la pietà dei giovani seminaristi.

Gli iscritti, fra i quali Agostino, infatti, si impegna­vano a praticare vicendevolmente la correzione fraterna, emulandosi in tal modo nell'acquisto e nell'esercizio delle virtù indispensabili al loro stato e al loro futuro ministero in seno alla società.

Il giovane chierico, pertanto, non avrebbe potuto tro­vare né situazione più adatta, né elementi più favorevoli al­la sua graduale maturazione spirituale: di tale situazione e di tali elementi egli, dal canto proprio, seppe veramente fare tesoro.

Ad un ambiente tanto privilegiato per purezza di dot­trina e santità di condotta, egli seppe infatti corrispondere nel più adeguato dei modi, senza minimamente lasciarsi im­pressionare dagli ampi scaloni, dalle sfarzose sale e dagli stupendi giardini di palazzo Tursi, ove trascorreva il tempo libero dalle lezioni alternando, ai doveri di prefetto, l'appli­cazione seria e rigorosa agli studi di teologia.

Una tale linearità di condotta guadagnò ad Agostino gli elogi del Rettore del Convitto, Padre Ilario Carminati della Compagnia di Gesù, che poté certificare:

« ... il signor Agostino Roscelli, chierico e prefetto di questo Convitto, è giovane di ottima condotta, che frequen­ta i Sacramenti ed è di edificazione a tutti ».

Lusinghieri erano pure sotto ogni punto di vista i giu­dizi sul suo conto da parte dei Superiori del Seminario, quali Tommaso Reggio in qualità di Vice Rettore e Gaetano Alimonda in qualità di Prefetto: giudizi che evidenziano sempre particolarmente l'accentuato spirito di preghiera e la coscienziosa diligenza nello studio delle sacre dottrine da parte del suddiacono Roscelli.

La profonda pietà e la solida cultura teologica saran­no sempre, infatti, le caratteristiche precipue del suo mini­stero sacerdotale.

Pregi, questi, che assumono una tonalità di spicco quando si voglia considerare quanto fossero politicamente e spiritualmente turbinosi quegli anni.

Le cure e le precauzioni del Cattaneo erano state veramente solerti, oculate e miranti soprattutto, con ogni accorgimento, ad isolare quella piccola oasi di cielo, in cui aveva saputo trasformare il Seminario, da ogni influenza deleteria. Purtroppo, però, egli non poté impedire che qual­che spiffero del vento di fronda che cominciò ad agitare il clero in seguito alla pubblicazione de « Il primato morale e civile degli Italiani » vi si infiltrasse attraverso qualche imprevedibile fessura.

Le proposte di innovazione emerse da quell'opera, in­fatti, avevano influenzato sensibilmente la parte del clero genovese simpatizzante per il moderatismo giobertiano e convinta della necessità di maggiori libertà civili e politi­che, ponendola in aperto contrasto con l'altra, ancorata a quelle posizioni di intransigente conservatorismo strenua­mente tutelate dai Gesuiti che, in quegli anni, esercitavano un pesante controllo sulla vita pubblica a vari livelli, attra­verso l'insegnamento, la predicazione e la confessione.

Erano, cioè, anni di estrema tensione e di profonda frattura in seno a tutto il clero, ma particolarmente tra le giovani reclute, più sensibili ad ogni sintomo di innova­zione in qualsiasi campo e di qualsiasi provenienza.

Agostino, quantunque più facilmente esposto di altri chierici a subire l'urto diretto delle correnti in conflitto in quanto alunno esterno, uscì completamente indenne dagli scossoni della bufera politica allora imperversante e non si lasciò distogliere neppure temporaneamente dall'impe­gno assiduo della preghiera e dello studio.

La crisi spirituale che sconvolse e turbò la coscienza di molti dei suoi coetanei, quali Cristoforo Bonavino, trasci­nandoli a pericolose e, talvolta, fatali deviazioni, non solo non sfiorò il suo spirito serenamente equilibrato, ma servì a consolidarlo più saldamente e con matura consapevolezza a quei principi rigorosamente ortodossi, assimilati con to­tale adesione e profonda meditazione, ai quali rimarrà, in seguito, sempre tenacemente e fedelmente ancorato.

I concreti risultati realizzati nello studio e severamen­te vagliati dalla COMMISSIONE PER GLI ORDINANDI alla fine dell'anno 1843 - 44, insieme alle ottime referenze in merito alla indefettibilità della sua condotta, indussero Mons. Tadini, su calorosa istanza del Cattaneo, a con­cedere al solerte chierico la facoltà di compiere il corso di Teologia in soli tre anni, quantunque alunno esterno.

Da questo momento Agostino non fece che bruciare le tappe decisive di quel cammino iniziato all'insegna del ti­more e dell'incertezza e che si andava, ora, ognor più schiarendo ed appianando, man mano che si avvicinava il sospirato traguardo.

Il 3 febbraio 1845 veniva prosciolto, in modo assoluto e con un lusinghiero giudizio, con Decreto Ministeriale, da ogni obbligo militare, avendo egli intrapresa la carriera ecclesiastica; il 2 marzo dello stesso anno riceveva gli altri due Ordini Minori e il 20 settembre successivo veniva ordinato Suddiacono.

Essendogli poi stato conferito il Diaconato 1'8 marzo del 1846, il 19 settembre seguente veniva finalmente ordi­nato Sacerdote nel Palazzo Arcivescovile di Genova, dal Card. Placido Maria Tadini.

L'ambita e sospirata meta era così raggiunta: l'umile e timido chierico di Bargone era ora Don Agostino Roscelli. Chi però tanto aveva contribuito a questa stupenda realizzazione, cioè S. Antonio Maria Gianelli, suo valido e fedele protettore, ne poté godere solo in cielo, giacché da poco più di un mese soltanto aveva chiuso la sua bella e generosa esistenza terrena.

CAPITOLO QUARTO

NEL VORTICE DEGLI AVVENIMENTI

1846-1854

Pochi mesi prima dell'Ordinazione Sacerdotale di Ago­stino Roscelli, e cioè il 16 giugno 1846, era stato eletto al soglio pontificio, lasciato vacante da Gregorio XVI, il Card. Giovanni Mastai Ferretti, Vescovo di Imola, con il nome di Pio IX.

A Genova tale avvenimento, salutato con entusiasmo dagli ecclesiastici più sensibili alle proposte del Gioberti, non fu invece visto con soddisfazione da quelli conservato­ri, saldamente ancorati alla posizione intransigente dei Gesuiti.

Proprio in quel momento particolarmente critico per il Clero genovese, lacerato tra resistenze reazionarie da una parte ed influenze liberali dall'altra, Don Roscelli iniziava il proprio ministero sacerdotale.

Gli venne assegnata, come primo campo di attività apostolica perché vi svolgesse il ruolo di durato, la Parroo­chia di San Martino, collocata sul declivio orientale del­l'amena collina d'Albaro, allora ancora ricca di orti e di frutteti e circondata da poche e modeste case; una località a carattere prettamente rurale, rimasta pertanto al di fuori del turbinio delle agitazioni che sconvolgevano allora il centro cittadino, al quale verrà aggregata solo nel 1875.

Ad accoglierlo paternamente vi trovò Don Giuseppe Chiappe, Arciprete di quella Parrocchia dall'agosto del 1843.

Dal 1841 al 1843 costui era stato Rettore della par­rocchia di Bargone, come successore di Don Andrea Gari­baldi; aveva quindi conosciuto i coniugi Roscelli, era stato messo a parte delle loro ansie e preoccupazioni per quel loro figlio lontano, allora Seminarista, ed aveva accolto a cuore aperto le loro timide raccomandazioni di vigilare sulle sorti di lui, soprattutto in un momento tanto carico di ten­sioni e di pericoli per un giovane ed indifeso Sacerdote.

Fedele alle promesse che aveva loro fatto, non era stato difficile a Don Chiappe ottenere di avere presso di sé Don Roscelli, né accorgersi di quanto fosse stata opportuna la sua richiesta.

Il lavoro era molto in quella messe plebana, apparen­temente chiusa, ma in realtà tanto recettiva; fresco di entu­siasmo e con l'energia dei suoi ventotto anni, il neo-curato trovò subito l'occasione di vivere in pienezza quel mini­stero che era stato l'unico suo sogno giovanile e si rivelò immediatamente « sacerdote » nel senso più pieno del termine.

Sua precipua cura fu subito l'attendere ai battesimi, al catechismo, alle visite ai malati e al servizio del culto con quella serietà di contegno, con quel devoto raccoglimento e con quella dignitosa compostezza che i fedeli hanno diritto di esigere nei Ministri di Dio, per subirne la benefica influenza e lasciarsi trascinare dalla forza irresistibile del loro esempio.

Don Roscelli comprese subito che compito precipuo del Sacerdote è la salvezza delle anime, che le anime si sal­vano con la preghiera e con l'amore e che l'amore si nutre solo con il sacrificio; capì, fin dall'inizio del suo ministero, che darsi a Dio significa non contemplare altra alternativa che quella proposta dalla Sua volontà, ad ogni costo e sempre.

Poca presa ebbero su di lui le manifestazioni di varia natura politica e militare che caratterizzarono i giorni feb­brili del romantico quarantotto in cui i Gesuiti furono cac­ciati da S. Ambrogio e quelli, ancor peggiori, che seguiro­no, nel corso dei quali furono perseguitati senza tregua i sospettati di essere « gesuitanti », vale a dire i migliori esponenti del Clero genovese, mentre i Sacerdoti liberaleg­gianti, dopo la proclamazione dello Statuto, tenevano di­scorsi patriottici nelle Parrocchie ed incitavano i fedeli a collaborare alla causa nazionale.

La morte del Card. Placido Maria Tadini, avvenuta il 22 novembre 1847, aveva contribuito molto, come è fa­cile immaginare, ad aggravare tale stato di estrema tensio­ne, tanto più che, sventuratamente, ne seguì un periodo di Sede Vescovile vacante in Genova, durante il quale venne designato dal Capitolo Metropolitano come Reggente della Curia Mons. Giuseppe Ferrari, uomo molto mite e molto buono, ma timoroso per temperamento, di scarsa energia ed incapace di destreggiarsi, in una situazione tanto critica, tra le contrapposte fazioni.

Non riuscendo egli ad assumere una posizione decisa e chiara poiché, mentre in cuor suo era solidale con la parte migliore del Clero perseguitata come « gesuitante », per amor di quiete tendeva ad accordarsi con l'autorità civile, non fece che dibattersi tra timori ed amarezze che quotidia­namente affidava al suo « Diario » ove, in termini estrema­mente accorati, lamentava la tragica situazione della Dio­cesi genovese sull'orlo della rovina e scongiurava i Parroci che, a causa dei tumulti popolari, avevano dovuto abban­donare la propria Parrocchia, a rientrare nelle rispettive sedi.

Se sfogliamo quelle pagine che raccolgono gli sfoghi dell'animo esacerbato del povero Vicario e portano i nomi di tanti Sacerdoti genovesi coinvolti negli avvenimenti di quegli anni agitati, mai vi troviamo quello di Don Agostino Roscelli.

Eppure, a soli trent'anni non gli sarebbe stato diffi­cile lasciarsi infervorare e trascinare da entusiasmi ideolo­gici e patriottici come tanti che ne menavano vanto! ...

Perché non lo fece? ... Fu per assenteismo? ... Fu per apatia? ...

No, Don Roscelli non fu né un apatico, né un indiffe­rente, né, tanto meno, un isolato dalla realtà nella quale si trovò a vivere.

Egli fu una di quelle anime che intendono aderire con totale dedizione, e senza tollerare soste o deviazioni di sor­ta, ad uno stile di vita abbracciato con profonda convin­zione e con indifettibile coerenza.

Alieno da tutto ciò che potesse esulare dall'ambito del proprio ministero sacerdotale, egli si astenne sempre da ogni atteggiamento partigiano e, quantunque intimamente desideroso sia della libertà della Patria, sia di quella della Chiesa, orientò, già fin d'allora, ogni slancio ed ogni aspi­razione unicamente verso Dio.

« Non era fuga: era il coraggio di una scelta precisa e netta, che la maggior parte degli uomini non sa fare ... ». Fu così che negli anni arroventati che accompagnaro­no e seguirono la prima guerra d'indipendenza, Don Ro­scelli fece parte di quello scelto manipolo di Sacerdoti li­guri che seppero risplendere come fiaccole tra le tenebre circostanti.

Mentre, però, il Cattaneo, 1'Alimonda, il Frassinetti, l'Abate Tommaso Reggio, il Canonico Niccolò Barabino e molti altri si opposero alla incontrollata esplosione di idee e al dilagare dell'odio e dei disordini di piazza con l'arma illuminata della cultura per cui, fatti bersaglio degli anticlericali, furono costretti a prendere la via dell'esilio prima che la burrasca li coinvolgesse, Don Agostino assunse per sé, già fin d'allora, l'arma del silenzio e del nascondimento, all'ombra di quella modestia e di quell'umiltà non certo comuni, che caratterizzarono poi tutta la sua lunga esisten­za, tanto da attirargli la qualifica de « il povero prete ».

Non sempre è indispensabile, per essere partecipi di una realtà, agire come elementi determinanti o incidere con la forza delle proprie iniziative sul corso degli avvenimenti, sia pure sotto l'impulso delle più nobili aspirazioni.

Si può riempire di sé un ambiente solo con l'apporto positivo di un esempio di vita coerente con i propri prin­cipi; si possono infrangere le opposizioni maggiormente ostinate più con la forza dignitosa del silenzio che con la spada affilata della dialettica; si può collaborare al trionfo di una causa giusta più con la pazienza di chi sa attendere fiducioso in Dio, che non con l'operosa industria di chi con­fida soprattutto nelle proprie risorse.

Questo riuscì ad insegnare concretamente « l'umile prete di ieri » continuando, con indomita abnegazione, men­tre altrove si combatteva, si discuteva e ci si esponeva osten­tando atteggiamenti di parte, a battezzare, a confortare i tribolati, a catechizzare i fanciulli, ad esortare i dubbiosi, a visitare gli ammalati; a fare, insomma, tutto quello che un Sacerdote deve fare, senza bisogno di farsi notare.

E seppe veramente scegliere, per sé, la parte migliore. Finché imperversò la bufera politica, la sede vescovile in Genova rimase vacante, mentre la Diocesi, priva di una ferma guida, se ne andava alla rovina senza una via d'usci­ta, avendo sullo sfondo i contrasti sempre aperti tra il Piemonte e la Santa Sede, tenuto conto che la designazione dei Vescovi, in forza dei Concordati, spettava al Re.

Salito al trono nel marzo 1849, Vittorio Emanuele II, per sbloccare la difficile situazione, propose al Papa, nel febbraio 1852, la nomina del suo precettore, Mons. Andrea Charvaz che fu accettata senza riserve.

Era un primo spiraglio di luce che dava adito a molte speranze in tutto il quadro politico dei rapporti tra Torino e Roma, dei quali Charvaz veniva a costituire la chiave.

Preso possesso della sede vescovile il 24 gennaio 1853, egli impostò subito una decisa e concreta azione di riforma in più direzioni, ispirata ad uno spirito di intelligente e comprensiva moderazione, unita alla cura di difendere la fede del suo gregge col metodo della persuasione e della carità.

Dal nuovo Pastore Don Agostino ottenne, a partire dal 9 marzo 1853, le varie autorizzazioni di celebrare la S. Messa in tutte le Chiese e i Monasteri della Diocesi genovese, nonché quella di confessare.

Il 6 giugno dello stesso anno ottenne pure da Roma la facoltà di erigere le stazioni della Via Crucis, sia nelle Chiese come nei luoghi privati, allo scopo di accrescere il fervore nei fedeli.

Tutto ciò consentiva, allo zelante Sacerdote, di poter allargare il campo della propria azione apostolica, nella quale si andava prodigando con ardore sempre più instan­cabile.

Da Bargone, frattanto, le notizie arrivavano raramente e, per lo più, solo in occasione di qualche avvenimento di rilievo:

Domenico Andrea, ammogliatosi, si era trasferito a Genova con la famiglia; si erano pure sposate Tommasi­na e Virginia ed erano nati tanti nipotini: Maria e Lui­gia, figlie di Domenico Andrea; Gio Batta, figlio di Tommasina e Maria Giovanna figlia di Virginia.

La notizia che giunse alla fine di maggio del 1854, però, portava il segno del lutto: papà Domenico si era spento il giorno 22 di quel mese. Aveva concluso, nella pace con Dio e con gli uomini, i suoi settantasei anni di onesto lavoro, di fatiche e di stenti, accettati sempre con serena rassegnazione dalle mani di Dio.

Mamma Maria rimaneva sola con la sua salda fede e la dolcezza di tanti ricordi, cari al suo cuore ormai stanco. Il figlio Domenico Andrea la volle con sé a Genova e, al fine di renderle più accettabile l'invito e più gradevole una sistemazione che avrebbe comportato per lei, timida vecchierella che conosceva soltanto i suoi monti e la sua gente semplice e rude, un notevole sacrificio, propose a Don Agostino di sistemarsi anche lui presso la famiglia.

Don Agostino sentì che non poteva sottrarsi ai propri doveri verso la madre, vedova e smarrita in un ambiente ove non avrebbe potuto che trovarsi a disagio, ed accettò la proposta senza obiettare, rinserrando in cuore il dolore di abbandonare quello che era stato il suo primo campo di apostolato, ove era stato accolto con tanto favore e seguito con crescente profitto e rinnovato fervore religioso.

CAPITOLO QUINTO

DA VIA COLOMBO A COLLE DI CARIGNANO

1854-1860

L'appartamento nel quale si era sistemato Domenico Andrea con la famiglia e che, nel 1854, era divenuto la nuova residenza di Don Agostino e di mamma Maria, era situato al N. 9 di via Colombo e, precisamente, nel palazzo Sauli: una costruzione originariamente sontuosa, ma completamente ristrutturata nel 1853 e ridotta a popolare falansterio per il ceto operaio.

La convivenza con i familiari non indusse certamente il giovane Sacerdote a rallentare la consueta austerità di vita, né a deporre quella gravità di contegno e quella pro­fondità di raccoglimento che devono essere sempre il segno distintivo di un vero Ministro di Dio, anzi! ...

Per le nipotine Maria e Luigia vivaci, esuberanti e birichine, quello zio che non aveva mai bisogno di nulla e che si accontentava sempre di tutto, che sembrava con­tare i cucchiai di minestra e i bocconi di pietanza che quotidianamente si concedeva, era qualcosa di inspiegabile, qualcosa che esse non riuscivano a far rientrare nell'esiguo spazio del loro infantile orizzonte, colorato di desideri inappagati, di ingenue vanità e di piccole frivolezze, tipiche della loro giovane età.

Quella serietà, poi, che non ammetteva eccezioni di sorta, incuteva loro tanta soggezione, soprattutto quando arrivava l'ora di studiare e di fare i compiti ... Nulla sfug­giva allo sguardo scrutatore dello zio Prete che, quando gli errori erano proprio gravi, faceva loro con dolcezza battere la testolina distratta sul quaderno, strappando così qualche lacrimuccia, perché bisognava rifare tutto da capo finché non fosse stata superata la difficoltà.

Solo la tenera intercessione della nonna riusciva a trar­re dai guai le nipotine sventatelle.

Erano, però, sempre più rari gli spazi di tempo che Don Roscelli trascorreva nella casa del fratello, accanto alla mamma tanto invecchiata e sempre più desiderosa del­la sua compagnia.

Il cambiamento di sede, infatti, lo aveva posto subito nell'occasione di esercitare il proprio ministero in una zona molto più densa di popolazione che non quella di San Martino, rurale e periferica, e assai più bisognosa di guida e di assistenza spirituale e morale.

La vicina piazza Colombo aveva, già allora, assun­to l'attuale aspetto piuttosto severo e un poco triste a causa dei portici grigi, austeri e intonati allo stile imperiale, che la circondano anche oggi.

Al centro vi era, e vi è ancora, la fontana ottagonale con il famoso gruppo di delfini, dalle cui narici scaturisce l'acqua per riversarsi nella vasca sottostante: qui i bisa­gnini erano soliti sostare, dopo aver rifornito di verdure il vicino mercato, per abbeverare le bestie da soma e intrec­ciare tra loro animate discussioni: una gustosa tinta di folclore, ma sbiadito ritaglio di un passato che stava scom­parendo, per lasciar spazio ad un nuovo genere di vita e di esigenze.

Le case sovrastanti i portici attorno alla piazza, infatti, incominciavano ad ospitare quella borghesia mercantile e commerciale che, come la nobiltà, tendeva ad uscire dal centro storico per trovare un ambiente più consono al livello sociale che reputava le competesse.

Si trattava, però, di un ambiente che si prestava molto, per la sua particolare ubicazione, non del tutto centrale ma neppure periferica, a lasciar prosperare quel ceto benestante, sfruttatore, privo di scrupoli ed a portata di mano di facili quanto illecite speculazioni; quel ceto pronto ad agguantare avidamente tutti i vantaggi del nuovo tipo di economia che si stava imponendo e di cui dovevano pagare il caro prezzo morale molte povere ragazze prive di protezione e costrette a guadagnarsi la vita come apprendiste presso i grandi ma­gazzini, come commesse di botteghe di moda e come « picci­nine » di eleganti modiste che le costringevano a percorrere, a qualsiasi ora del giorno, anche inoltrato, gli oscuri e mal­famati « caruggi » del centro-città, per recapitare la merce ai destinatari abbienti e spensierati.

Giovinezze ignare ed inesperte, lanciate così, quasi per un sadico gioco della vita, nel vortice di un centro cittadino troppo opulento e troppo immerso nella corsa sfrenata ver­so il progresso, il benessere e il godimento, per preoccupar­si della loro fragilità, della loro insicurezza, e per garantire loro la possibilità di guadagnarsi il pane senza correre il rischio di perdere, per poche lire, la strada diritta dell'one­stà e quella faticosa della virtù.

La triste consapevolezza di tale situazione, a Don Ago­stino si venne delineando subito, attraverso il ministero della confessione che egli incominciò ad esercitare con na­turale trasporto e con sempre maggior zelo soprattutto nella Chiesa della Consolazione, parrocchia dei suoi familiari. La Chiesa si apriva, allora, sulla via omonima della Consolazione che, continuando la via Giulia e, una delle più importanti e frequentate del centro, si estendeva, al di qua della Porta dell'Arco, fino alla Porta Pila, che segna­va il confine della città.

Ora, poiché nella seconda metà dell'Ottocento era già in atto l'espansione di Genova verso levante, cioè verso il borgo agricolo del Bisagno e le amene colline di Albaro, soggiorno di villeggiatura, con le sue sontuose ville e gli stupendi giardini, del ceto più abbiente ed aristocratico, la Chiesa della Consolazione veniva a trovarsi, già fin d'al­lora, ubicata nel cuore della città e frequentata, pertanto, da ogni tipo di classe sociale.

Come ognuno sa, la grata del confessionale costituisce un osservatorio spirituale capace di consentire una precisa visuale delle condizioni morali di un determinato ambiente, nell'ambito di un centro cittadino in pieno sviluppo eco­nomico.

L'assiduità quotidiana al confessionale della Consola­zione, destinato a diventare il fulcro di irradiazione del suo fervore apostolico, non tarderà a rivelare a Don Roscelli i seri pericoli cui si trovavano esposte le povere ragazze del ceto proletario, costrette a frequentare, per sopravvivere, gli insidiosi laboratori della città ... a rimanere a lungo fuori di casa ... a subire continuamente l'assalto di facili occasioni di sottrarsi all'indigenza, alla fatica, al peso di una vita dura, fatta di stenti, di incertezze e di timori ...

Man mano che il quadro gli si andava chiarendo in tutti i suoi grigi e pietosi particolari, Don Roscelli sentiva che non poteva accontentarsi solo di ascoltare, consigliare, incoraggiare ed assolvere tante povere anime indifese, senza poter dare loro la garanzia di un aiuto concreto, valido a preservarle dai pericoli di ogni giorno e capace di offrire la possibilità di apprendere, in un ambiente tranquillo e sere­no, un lavoro dignitoso e retributivo, per mezzo del quale inserirsi onestamente nel difficile contesto dell'egoista società dei consumi.

Bisognava assolutamente fare qualcosa per loro! ...

Non era possibile lasciare che si perdessero così, senza rimedio! ...

Se Dio lo aveva posto nell'occasione più diretta ed im­mediata di constatare come tante anime fossero facilmente ed inconsciamente sospinte ad incamminarsi, senza migliori alternative, sulla via della corruzione e, quindi, degli errori più irreparabili, era certo perché egli si prestasse a farsi Suo strumento per la loro salvezza.

Ma come fare? ... Con quali mezzi? ... Con quali aiuti? ...

Tali interrogativi, dapprima timidi ed incerti, poi sem­pre più chiari e frequenti, divennero, in breve, il tono do­minante e l'assillo insistente delle lunghe ore di preghiera dinanzi al Tabernacolo, dove Don Agostino, già fin d'allo­ra, trascorreva tutto il tempo libero dai doveri del proprio ministero.

E fu proprio qui, nell'ambito della Chiesa della Con­solazione, che doveva realizzarsi, per il giovane Sacerdote, un altro di quegli incontri destinati ad imprimere una svolta importante lungo il corso della sua strada: un incontro tra anime assetate di carità, ansiose di apostolato e fatte non solo per intendersi, ma anche per unire i loro generosi sforzi a gloria di Dio e per il bene delle anime.

Era veramente assetata di carità, la nobile e generosa figura di Don Francesco Montebruno, anche lui residente con i genitori Domenico e Maria Brusco, di alto lignaggio e facoltosi, in quel distretto parrocchiale.

Per quanto vibranti all'unisono di zelo apostolico e dimentichi di se stessi fino all'abnegazione, erano, però, molto diversi tra loro: riflessivo, ponderato e sempre alle prese con l'indigenza di mezzi materiali, Don Agostino; esu­berante, immediato e sostenuto dai validi aiuti finanziari che la famiglia metteva a sua disposizione, Don Francesco.

Quanto Don Agostino sembrava non cercare di meglio che scomparire dietro la tenda del confessionale e lì attendere, nel silenzio e nella pace dello spirito, l'ora dei grandi incontri col cuore paternamente disposto alla comprensione e la mano pronta a tracciare il segno rasserenante del per­dono di Dio, tanto Don Francesco era pronto a gettarsi allo scoperto nel campo dell'azione, proprio là dove più urgente intuiva il bisogno, per essere, tra i fratelli, l'uomo di Dio.

Già prima della sua ordinazione sacerdotale questi, quantunque seriamente ammalato, si era prodigato in mol­teplici opere filantropiche, quali la visita ai carcerati e la cura degli ammalati, come membro della Congregazione di Carità dell'Ospedale di Pammatone.

Aveva anche dato inizio, nel 1852, all'Opera della Santa Infanzia, ispirandosi alla grande Opera Missionaria ideata da Mons. Forbin janson, Vescovo di Nancy: provvi­denziale Istituzione, che sarà poi sempre da lui curata e diffusa con l'aiuto di grandi sostenitori come Pietro Olivari ed il marchese Antonio Brignole Sale i quali, sobbarcandosi la spesa della stampa degli Annali dell'Opera, contribuirono sempre, su vasta scala, a zelare e sollecitare la carità evan­gelica verso i poveri bambini degli infedeli.

Ordinato Sacerdote nel 1854, Don Montebruno non aveva esitato a dare maggiore spazio a quell'ansia di pro­digarsi a vantaggio dei bisognosi che gli ardeva in cuore e che era diventata, per lui, un imperativo di coscienza, dopo aver constatato, durante le sue visite alle prigioni, a quale punto di bassezza e di depravazione possano condurre il vizio e la delinquenza non prevenuti né frenati tempestiva­mente.

Avendo egli osservato come le strade, le piazze e i vicoli più malfamati della città fossero, purtroppo, popolati da tanti monelli incalliti nel vizio o perché spinti a vaga­bondare dallo squallore della loro miseria o perché abban­donati a se stessi dai genitori senza cuore, era venuto matu­rando in cuor suo la decisione di provvedere loro un ambiente ove poterli educare e proteggere dai continui peri­coli cui essi si trovavano esposti ogni giorno.

Don Agostino era al corrente di questi problemi e de­gli stupendi progetti di cui gli parlava con suadente traspor­to e fresco entusiasmo Don Francesco e non solo lo ascol­tava con trepida partecipazione, ma ne condivideva le ansie, i timori e le speranze, incoraggiando con calore sincero quelle generose iniziative che, pensava, con la benedizione di Dio avrebbero avuto indubbiamente la loro piena attua­zione.

Egli sapeva, infatti, come l'amico potesse contare, ol­tre che sulle prerogative personali di intraprendenza, ini­ziativa, disinvoltura e di versatilità di cultura, anche su validi appoggi nell'ambito dell'aristocrazia genovese, giac­ché molto conosciuto in quanto appartenente ad una fami­glia di quel rango e, per di più, molto conosciuta e stimata in tutta la città.

E non si sbagliava, Don Roscelli.

Il progetto del Montebruno a vantaggio dei fanciulli abbandonati e dispersi per la città trovò, subito e facilmen­te, validissimi consensi e numerosi quanto concreti aiuti finanziari.

Fra i munifici benefattori si distinsero Giovanni Mar­cenaro, ideatore della « Veglia notturna agli ammalati a do­micilio » e membro della « Congregazione di Carità » del­l'Ospedale Pammatone, e Giuseppe Canale, fondatore del­la « Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso », che di­vennero veramente le prime colonne di sostegno dell'Opera nascente.

Offersero inoltre la loro generosa cooperazione nomi ragguardevoli come quelli dei Queirolo, dei Gambaro, dei Guano, dei Grasso, dei Musso e degli Olivari.

Don Roscelli se ne compiaceva in cuor suo, ne ringra­ziava fervidamente Dio e continuava ad appoggiare, con il calore della sua preghiera, il buon andamento dell'opera caritativa patrocinata dal caro Don Montebruno.

Non erano, quelle, imprese alla portata di un umile Sacerdote quale egli si sentiva, di modeste origini, dai modi rudi della gente di paese e, per di più, sconosciuto da tutti, poiché le molte persone che, ogni giorno, egli accostava attraverso il ministero della confessione, non vedevano mai il suo volto né le sue sembianze fisiche: a loro bastava ascol­tare la sua voce suadente, confortante, i suoi consigli saggi, illuminati, la sua parola sempre opportuna e paternamente discreta, e subirne il benefico, invisibile influsso, da cui at­tingevano incoraggiamento, aiuto e conforto, qualunque fosse il peso del fardello da loro deposto alla grata di quel confessionale, sorgente per tutti di grazia e di speranza.

Con i mezzi assicuratigli, in parte dai genitori e in parte dalle numerose famiglie che si erano impegnate di sostenere la sua iniziativa, Don Montebruno era riuscito a trovare in affitto un appartamento in vico Caprettari in un palazzo di antico stile con ambienti molto spaziosi, anche se non strutturati per soddisfare le esigenze di una convi­venza numerosa.

Questo palazzo esiste ancor oggi, contrassegnato dalla targa N. 5; il vicolo, ora denominato vico Stampa, era ed è nelle adiacenze di via Canneto il Lungo, nel distretto par­rocchiale di San Giorgio: una zona di incrocio di vicoli sordidi, malfamati, covi del vizio, del contrabbando e della malavita, ove era estremamente facile, al coraggioso Don Francesco, trovare numerosi avventori.

Per renderci conto della qualità di costoro, basti pen­sare che i primi due furono da lui scovati nottetempo: il primo, rincantucciato nel cassettone della diligenza, in ser­vizio tra Genova e Chiavari, avente il proprio posteggio in piazza San Domenico all'altezza di via Sellai, e il secon­do mentre dormiva sopra un carretto di rifiuti, stanziato in piazza Caricamento: entrambi, naturalmente, senza reca­pito né famiglia, veri monelli di strada e, forse, ricercati o sorvegliati dalla polizia.

La Casa incominciò a funzionare nel marzo del 1857, in occasione della festa di San Giuseppe, che divenne, poi, la festa patronale dell'Istituto.

Nel maggio seguente le reclute erano già in numero di venti.

Gli ospiti di via Caprettari, a prima vista assai poco raccomandabili giacché avvezzi ad ogni sorta di millantata furfanteria, rotti alle volgarità e pronti al linguaggio più scurrile, erano stati subito battezzati, a voce di popolo, col nome di « discoli »; e tali erano effettivamente.

Don Montebruno, però, che li aveva accolti con tanto amore, al fine di allontanare ogni discredito su quei poveri fanciulli, colpevoli solo di non aver mai conosciuto il calore e l'affetto di una famiglia, volle consacrarli a Gesù ed al grande Artigiano di Nazareth, San Giuseppe, che propose loro come modello, e chiamarli amorevolmente « Artigia­nelli »: intendeva, con ciò, significare che essi avrebbero trovato, nell'ordine e nel lavoro, la loro piena riabilita­zione sociale e, soprattutto, la loro salvezza morale.

Non era facile, però, rendere attuabile tale ordine e tale lavoro in una casa che, quantunque vasta, poteva, a malapena, consentire a tutti lo spazio per dormire e per mangiare.

Ciò era già moltissimo, ma non era certo tutto.

Si profilava, pertanto, il rischio che i ragazzi, abban­donati all'inoperosità, perdessero subito i vantaggi di quella loro provvidenziale sistemazione.

Lo scopo precipuo del Montebruno era quello di por­re i suoi assistiti in grado di diventare dei validi operai, oltre che dei buoni cristiani e degli onesti cittadini, però l'appartamento affittato non consentiva, purtroppo, la possibilità di impiantarvi dei laboratori né, tanto meno, delle officine come sarebbe stato di primaria necessità.

Fu quindi opportuno che egli provvedesse a mandare i suoi ragazzi alle botteghe e alle officine della città, affi­dandoli a datori di lavoro di sani principi morali e di pro­vata abilità; non solo, ma che anche li accompagnasse o li facesse accompagnare sul posto dai suoi collaboratori, per poi ritirarli alla sera e ricondurli a casa.

Il regime interno era impostato sul pagano « substine et abstine », addolcito, però, e sublimato dal soffio dello spirito cristiano ed evangelico.

Il puro necessario, senza la minima superfluità, ne era la norma fondamentale.

E il puro necessario giornaliero era: minestra e pane a volontà, ed un umile letto nel camerone comune. Nessuno, del resto, poteva avere di che lamentarsi, poi­ché anche il loro Direttore, alla sera, stendeva le sue mem­bra, spossate dalla fatica, su di una branda dura e sgan­gherata, che non faceva per nulla invidia a quei poveri ragazzi, tanto cari al suo cuore.

L'austera disciplina mirava ad assuefare gli allievi alla vita mortificata e al sacrificio:

« I giovani » asseriva il Montebruno « sapranno sem­pre adattarsi alle comodità, ma non potranno sottomettersi ai disagi, se non vi saranno stati allenati per tempo ».

L'Opera suscitò subito vasti consensi, plauso e validi sostegni.

L'Arcivescovo Mons. Andrea Charvaz con entusiasmo la benedisse, la incoraggiò e promise che avrebbe fatto sen­tire la sua parola autorevole ai cittadini più facoltosi, af­finché non venissero a mancare i sussidi tanto necessari perché essa si potesse sostenere.

Don Roscelli se ne rallegrava oltremodo nel proprio intimo e ne ringraziava intensamente Dio.

Il bene è sempre bene e le anime nobili e grandi ne sanno godere sinceramente, da qualunque parte esso pro­venga.

Non solo: il modesto Sacerdote continuava ad elargire consigli saggi, prudenti e ben calibrati a quell'esuberante Don Francesco, molto più giovane di lui e, talvolta, un po' troppo avventato nell'eccesso del suo zelo caritativo.

Don Francesco, del resto, apprezzando l'illuminata saggezza di quell'uomo di Dio, ne faceva gran tesoro e, sem­pre, ne sperimentava i positivi effetti: tutto ciò andava ognor più saldando quell'amicizia santa tra due anime, che sembravano fatte per completarsi a vicenda.

L'occasione, per loro, di diventare collaboratori nel campo dell'apostolato, non si fece attendere molto.

Gli ospiti di Don Montebruno crescevano rapidamen­te di numero giacché, a quelli da lui raccolti nei luoghi più malfamati ed equivoci della città, si aggiungevano anche altri, che a lui ricorrevano chiedendo spontaneamente pro­tezione, onde sottrarsi ad insostenibili situazioni di miseria, di sfruttamento e di maltrattamento da parte di padroni crudeli e senza pietà.

La Casa di via Caprettari, ovviamente, era ormai ina­deguata a soddisfare le nuove, impellenti necessità della piccola comunità. Urgeva, pertanto, trovare, e al più presto, un'altra sistemazione.

Le sollecitazioni dell'Arcivescovo avevano avuto un effetto veramente salutare e le famiglie benefiche si erano dimostrate subito disposte ad assecondare gli sforzi del ge­neroso Sacerdote il quale, con l'aggiunta del ricavato di una lotteria da lui organizzata allo scopo, si trovò in grado di iniziare la ricerca di una nuova casa che, con l'aiuto di Dio, non tardò a trovare.

L'occasione si presentò, infatti, subito e molto favo­revole.

Si trattava di una grande villa padronale, situata nelle adiacenze delle alture di Carignano, con annessa un'ampia distesa di terreno, già proprietà di una Associazione di Pro­testanti, che lì avevano trovato un nido, sicuro come una cittadella, da cui tendere le loro insidie mediante un'atti­vissima e capillare propaganda in seno alla popolazione genovese, tradizionalmente e radicalmente cattolica.

Essendo però presto scemate le risorse economiche di detta Società ed essendo la casa stata messa in vendita, il Padre degli Artigianelli si affrettò ad acquistarla, stipulan­do il contratto il 12 febbraio del 1859.

Mons. Charvaz che, già da quando era Vescovo di Pi­nerolo, aveva intrapreso una strenua lotta contro il lutera­nesimo, di cui temeva enormemente il contagio, vide con indicibile soddisfazione installarsi l'Opera benefica del Mon­tebruno proprio là dove si era prima radicata quella male­fica pianta, che già stava estendendo i suoi pericolosi rami sulla città affidata alle sue cure pastorali.

I lavori più urgenti di adattamento della costruzione al suo nuovo ruolo occuparono tutta la rimanente parte dell'anno 1859.

Furono, quelli, mesi intensissimi per l'instancabile Don Francesco, il quale doveva organizzare, già a priori, tutto il sistema con cui avrebbe potuto mandare avanti la sua Ope­ra che stava diventando, ora, molto più complessa e, per conseguenza, molto più difficile e più problematica.

Gli occorrevano collaboratori capaci, generosi, disin­teressati ed in grado, soprattutto, di appoggiarlo validamen­te anche nell'ambito dell'amministrazione, poiché sarebbe stato completamente inutile perseguire grandi e nobili idea­li filantropici senza la certezza di una solida base economi­ca che, sola, dopo l'aiuto di Dio, avrebbe contribuito in modo concreto alla sicurezza, all'efficienza e alla durata del­la lodevole Istituzione.

Chi, meglio di Don Roscelli, avrebbe potuto venirgli incontro in una circostanza tanto importante e tanto deci­siva per l'avvenire della sua Opera?

Ben conoscendo la generosità dell'animo di lui e sa­pendo quanto egli avesse caldeggiato la buona riuscita della sua iniziativa, non esitò a proporgli una fraterna ed attiva collaborazione.

Don Agostino non si fece molto pregare, anche se non gli sarebbero mancati effettivi motivi di perplessità. Mamma Maria si era spenta nell'agosto di quell'anno; in famiglia, pertanto, la sua presenza non era più neces­saria.

Al ministero della confessione nella Chiesa della Con­solazione avrebbe potuto ugualmente continuare ad atten­dere ogni mattina.

Non vi era, quindi, una plausibile ragione per trarsi indietro, anche se sapeva che l'impegno, una volta assunto, avrebbe poi costituito, per lui tanto scrupoloso, un legame inderogabile: un legame che, in seguito, avrebbe potuto impedirgli, chissà? ... forse di realizzare anche lui un suo segreto, timido sogno, che ora si accontentava di serbare gelosamente custodito nel suo cuore.

Sapeva che quell'impegno avrebbe assorbito gran par­te del suo tempo, che egli avrebbe anche potuto impiegare in un apostolato più diretto, più immediato, più gratifican­te e più in sintonia con le sue naturali inclinazioni ...

Sapeva che si preparava ad addossarsi solo dei gran­di oneri e non a procurarsi delle consolazioni; sapeva di accettare di immolare gli anni più efficienti della sua vita nel campo di un'Opera non sua, che non avrebbe mai po­tuto sentire sua ... mentre, forse, ci sarebbe stato tanto da fare e da prodigarsi altrove ... se solo ne avesse avuto i mezzi ...

Sapeva che, d'ora in poi, egli sarebbe stato soltanto l'ombra di Don Montebruno.

Sì, sapeva tutto questo, Don Roscelli, ma accettò ugualmente.

Che altro, del resto, avrebbe potuto fare lui, il povero Prete di Bargone, sconosciuto e senza risorse materiali, se non essere l'ombra nascosta di un'Opera già approvata e conosciuta? ...

Don Roscelli accettò soprattutto perché era un uomo di Dio, vale a dire un uomo capace di vedere con chiarezza e affrontare con coraggio ed abnegazione solo e sempre quello che Dio gli chiedeva.

La sua vocazione fu sempre quella che, di volta in volta, Dio gli ispirò, perché egli lasciò sempre fare a Lui, senza prevenirLo né sostituirLo mai.

Non appena, infatti, attraverso l'assidua preghiera e l'imporsi delle circostanze, si sentiva in grado di intuire le disposizioni e i disegni di Dio su di sé, egli vi si uniformò sempre, senza lasciare spazio a scelte personali, ad ambi­zioni umane, a calcoli o a vedute individuali.

Quando un'anima si muove nella santa direzione di una totale adesione alla volontà di Dio, vissuta nell'amore e per amore, di lei è ben possibile dire che ogni suo atteg­giamento ed ogni suo ruolo si traduce nell'espressione più diretta ed autentica della vera carità.

Don Agostino Roscelli, pertanto, fu sempre nella ca­rità, perché tanto era spoglio di sé quanto era pieno di Dio: e quando si è pieni di Dio si è nella carità.

CAPITOLO SESTO

ALL’OMBRA DI FRANCESCO MONTEBRUNO

Dalla primavera del 1860 Don Agostino Roscelli ave­va trasferito la propria residenza nella nuova Casa, ac­quistata da Don Montebruno, nella zona di Carignano sulle mura di Santa Chiara, all'imboccatura della strada che con­duce all'Ospedale Duchessa di Galliera, allora di Sant'An­drea.

Attraverso un piccolo tunnel, targato N. 42, si acce­deva ad un cortile interno, lungo un centinaio di passi, in fondo al quale un'insegna, a lettere cubitali, portava scritto: « Artigianelli ».

Era finalmente giunto il momento in cui sarebbe ces­sato il faticoso andirivieni dei ragazzi in cerca di botteghe ove imparare l'arte o il mestiere che avrebbe loro assicurato il pane per il futuro.

L'ampiezza della costruzione consentiva, infatti, l'im­pianto di regolari laboratori e officine, che l'industrioso Di­rettore si affrettò ad attuare, sfruttando ogni mezzo a sua disposizione.

Al piano terra vennero installati i laboratori per i fale­gnami, per gli intagliatori e per i fabbri ferrai; nella parte superiore la tipografia, la legatoria e la calzoleria.

La rimanente parte della villa, ovviamente, fu destina­ta alla Cappella ed ai vari alloggi.

L'Istituto, che era ormai al suo terzo anno di vita, stava assumendo una struttura molto più complessa ed esigeva, di conseguenza, un andamento ed un regolamento di vita molto più organico e controllato.

I compiti che Don Agostino si era impegnato di sob­barcarsi erano tanto poco vistosi, quanto delicati e faticosi: l'insegnamento del catechismo, l'assistenza ai ragazzi nelle ore in cui essi non erano impegnati nei laboratori, l'ammi­nistrazione economica dell'Istituto ed ancora la sovrinten­denza alle funzioni sacre e la cura della Cappella.

Non era responsabilità da poco l'occuparsi dell'an­damento economico là dove non vi erano entrate fisse e si poteva far conto solo sulla generosità, sempre fluttuante, dei benefattori, mentre le bocche da sfamare ogni giorno erano tante, e voraci, e sempre in aumento, poiché Don Monte­bruno non rifiutava mai nessuno che bussasse alla sua porta e quasi ogni volta che usciva di casa, vi rientrava accom­pagnato da un nuovo ed imprevisto ospite.

Non è il caso di dire con quanto scrupolo Don Roscelli si fosse impegnato nel suo nuovo ruolo!

Oltre ad aver radicato in sé il senso dell'economia più austera, tipico della sobria e laboriosa gente ligure, la con­tinua lotta con il bisogno, che sempre egli aveva dovuto so­stenere, lo aveva addestrato a tutte le industrie della parsi­monia e del risparmio.

Don Montebruno, quindi, non aveva che da ricono­scere quanto felice fosse stata la sua scelta di un tale colla­boratore.

Certo, l'essere costretto a vigilare sui consumi della Comunità, ad intervenire continuamente per segnalare

quelli che a lui parevano sprechi e per raccomandare la misura in tutto, anche nell'indispensabile, era, per il co­scienzioso Sacerdote, uno tra i compiti più ingrati ed il me­no adatto a suscitare attorno a sé simpatie e consensi.

La convinzione che, con la buona volontà e l'atten­zione si possono ricavare dei valori anche consistenti evi­tando ogni inutile sciupio e sapendo far tesoro anche di ciò che, apparentemente, potrebbe essere giudicato inutile, era costantemente alla base della norma di vita che, faticosa­mente, egli cercava di inculcare in quella Comunità, che doveva trarre il proprio sostentamento solo dai rigorosi ri­sparmi di ciascuno dei suoi membri, nessuno escluso.

E non è mai cosa gradevole, si sa, dover chiedere solo rinunce, solo sacrifici ... non è certo attraente l'atteggiamen­to di chi sembra fatto solo per lesinare, per limitare, per negare ... soprattutto a dei poveri ragazzi desiderosi di tutto, irragionevoli, intemperanti, insensibili, per lo più, ai valori morali e pronti a lasciarsi attirare solo dalle lusinghe e dalle elargizioni!

Eppure, di quel ruolo così sgradevole Don Roscelli si fece carico con fermezza e rettitudine non comuni, senza indietreggiare d'un sol passo, neppure quando era ben certo che egli avrebbe potuto attirarsi facilmente simpatie e fa­vori, se solo avesse rallentato un poco i freni come, del re­sto, spesso gli suggeriva la voce del suo cuore tanto sen­sibile.

Come avrebbe potuto, diversamente, Don Montebru­no che, per ragioni di apostolato o per raccogliere i sussidi necessari, era quasi sempre fuori di casa, sostenere un'Ope­ra così grande?

Nessuno, inoltre, avrebbe potuto obiettare qualcosa a Don Roscelli quando egli redarguiva i ragazzi spreconi e golosi, invitandoli a considerare le gravi conseguenze di quei loro vizi, poiché tutti potevano riscontrare, nel contegno di lui e nelle sue scelte di fondo, un vero modello vivente di temperanza e di mortificazione cristiana.

Tutti sapevano come egli vivesse e di quale stanzetta si sapesse accontentare: un vecchio divano imbottito come letto, un tavolino, una piccola scansia con qualche libro religioso e un porta catino in un angolo: il tutto sovrastato da un grande Crocifisso in legno, unica sua ricchezza. Questi erano i soli oggetti a sua disposizione, perché Don Agostino sapeva privarsi di tutto, anche delle cose giudicate più utili, come avrebbe potuto essere l'acquisto di qualche periodico, o il concedersi qualche lecito ristoro alle sue pesanti fatiche giornaliere: nulla di tutto questo. Neppure un viaggio a Roma, quasi obbligatorio per un Sacerdote almeno una volta nella vita, egli volle mai conce­dersi, mortificandosi così anche nel più santo dei suoi de­sideri.

Le verità che non riusciva ad inculcare con le parole e le riprensioni, egli si impegnava sempre di dimostrarle con la concretezza dei fatti.

Tutti erano a conoscenza, nell'Istituto, che ogni anno Don Roscelli versava, a nome dell'Opera degli Artigianelli, una considerevole somma a beneficio della Santa Infanzia, e sapevano anche che quella somma era il ricavato della vendita di tutta la carta da macero che il paziente Sacer­dote, con somma diligenza, raccoglieva e conservava duran­te il corso dell'anno e che, senza la di lui oculatezza, sareb­be andata indubbiamente sciupata, anziché sovvenire alle necessità dei poveri bambini degli infedeli.

Come sarebbe stato possibile non subire la forza trai­nante di un simile esempio e di una tale coerenza?

Non era, però, solo povertà vissuta e parsimonia eroi­ca, quella di Don Roscelli: a sostegno della sua totale ri­nuncia ad ogni cosa che non fosse più che indispensabile, vi era un'umiltà profonda e la dimenticanza più completa di se stesso.

Solo chi è umile, infatti, non ha pretese né sente al­cuna esigenza; non solo, ma ritiene sempre sovrabbondante anche il poco che ha.

Ai lati del salone del primo piano, che serviva da tea­tro, erano disposte due file di camere, destinate ai Sacerdo­ti cooperatori del Direttore. Mai, però, Don Roscelli ne chiese una, perché pienamente pago del suo stanzino, che riteneva perfettamente adeguato alle proprie, limitatissime esigenze.

Così pure, mai prese parte ai trattenimenti che, con frequenza, Don Montebruno organizzava per rallegrare, nel­le serate dei giorni festivi, i suoi ragazzi.

Erano trattenimenti teatrali attesi con frenetico entu­siasmo ed organizzati con vero intendimento artistico.

Don Montebruno aveva adattato a teatro il salone del primo piano, con il palco contro la parete di fondo ed una platea capace di contenere un centinaio di invitati, compre­so il posto per la piccola orchestra.

Gli attori erano Confratelli della Conferenza di San Vincenzo de' Paoli, di notevole capacità recitativa, quali Giovanni Rivara, Giuseppe Carpi, Carlo Lasagna e Fran­cesco Pozzo, futuro sindaco della città, le cui celebri esibi­zioni suscitavano sempre applausi a non finire.

Ciò, però, non era ancora tutto: a conferire un tono di particolare solennità a quelle indimenticabili serate, con­tribuiva egregiamente la presenza, tra gli spettatori, del Canonico Gaetano Alimonda, che sarebbe poi stato Arcive­scovo di Torino, del Canonico Vinelli, futuro Vescovo di Chiavari, di Mons. Tommaso Reggio, Abate di Carignano e futuro Arcivescovo di Genova, ed infine del marchese Paris Maria Salvago, padre dell'illustre plenipotenziario Salvago Raggi.

Don Montebruno, ovviamente, era l'animatore di tutta la serata.

E Don Roscelli?

Sarebbe stata fatica vana cercarlo tra gli spettatori! ... Egli, assentandosi silenziosamente e senza destare al­cuna attenzione, non appena iniziava lo spettacolo e tutti erano immersi in quel sano e gustoso divertimento, correva là dove era il suo unico Tesoro, cioè ai piedi del Taberna­colo, a montare la guardia davanti a Gesù Sacramentato. Nemmeno il frastuono che indicava la fine del tratteni­mento serale valeva a riscuoterlo: sembrava, ed era, insen­sibile ad ogni rumore, estraniato totalmente dalla realtà ed immerso unicamente in Dio.

E così, per lo più, trascorreva gran parte della notte, senza poi recare il minimo disturbo quando rientrava nella sua cameretta che, per sua fortuna, era proprio attigua alla Cappella.

Eppure, la giornata di Don Agostino era sempre inten­sa e faticosa: faticosa, soprattutto, era l'assistenza alla ri­creazione di quei ragazzi di varia età e provenienza, avvez­zi alle volgarità, all'insubordinazione, alla simulazione ed esperti in ogni sorta di malizia e di vizio.

Erano quelle, del resto, le uniche ore in cui la loro esuberante vivacità, forzatamente ed a lungo repressa du­rante le ore di lavoro o di studio, poteva prorompere con prepotente irruenza, recalcitrando al morso di qualsiasi briglia.

Nell'ampia piazza antistante la casa e nello spazioso giardino, che sembravano creati appositamente per conce­dere ogni possibilità di giochi e di movimento, al primo se­gnale di libertà era un esplodere incontrollato di urli, di corse, di salti, di risse, di capriole, di acrobazie e di movi­mentate discussioni, accompagnate spesso da epiteti tutt'al­altro che gentili ...

Sembrava, in poche parole, lo scatenarsi di una picco­la bolgia, sorda ad ogni richiamo e ribelle ad ogni freno. Chi è esperto nell'arte dell'educare, sa quale provata saggezza e quale saldo equilibrio siano richiesti per far fronte a situazioni del genere, senza correre il rischio di per­dere il controllo sugli allievi, con grave scapito di quel pre­stigio personale che è irrinunciabile allo scopo di poter esercitare positivamente una qualsiasi forma di efficace autorità.

Eppure Don Roscelli, anche nelle sue modeste vesti di semplice assistente che in nulla intendeva sostituirsi al Direttore, riusciva a vigilare con sagacia, prudenza ed ac­cortezza.

Nulla sfuggiva alla sua vigile attenzione; sapeva inter­venire al momento opportuno e con parole opportune, così come sapeva trarsi in disparte e tacere, quando la voce del buon senso glielo suggeriva.

Egli, infatti, era solo l'ombra di Don Montebruno, e non se ne dimenticava mai.

Erano sempre le direttive di Don Montebruno, quelle a cui ci si doveva attenere, e non le sue personali.

Doveva essere sempre di Don Montebruno l'ultima pa­rola in ogni provvedimento disciplinare.

A queste sfumature di rispetto e di delicatezza nei ri­guardi dell'amico quantunque assai più giovane di lui, Don Agostino non venne mai meno, neppure nei casi più delicati e scabrosi nei quali ebbe la sventura di imbattersi.

Il Direttore ricambiava totalmente e cordialmente tale deferente stima e, ben conoscendo la prudenza di Don Ro­scelli, la chiarezza delle sue idee, la saldezza dei suoi prin­cipi morali e la profondità della sua preparazione teologica e dottrinale, gli aveva affidato il compito di maggiore re­sponsabilità ed importanza, ai fini della buona riuscita del­la sua Opera umanitaria, vale a dire l'istruzione religiosa e l'insegnamento del catechismo agli Artigianelli.

Altra audace impresa!

Si trattava di guidare a conoscere e lodare Dio quella ciurma di monelli che avevano invece imparato, fin dai più teneri anni, soltanto a bestemmiarlo sui marciapiedi dei

rioni più equivoci e nelle locande più malfamate della città; induriti nel cuore dalla mancanza di affetto e chiusi nella mente per la trascuratezza e l'abbandono in cui si era­no trascinati per anni, vagabondando oziosi, senza né guida né meta.

L'ora destinata alla lezione di catechismo era nel po­meriggio della domenica e di tutte le feste, prima della pas­seggiata settimanale sulle alture della città, o lungo la riva del mare: svago a cui i ragazzi, come è più che ovvio, tene­vano moltissimo.

Don Roscelli, durante la lezione, aveva il suo da fare per imbrigliare l'attenzione di quelle birbe matricolate, che scalpitavano sotto il banco per l'impazienza di uscire, finalmente, in piena libertà.

E ci voleva tutta la sua tenacia, la sua pazienza ed il suo disinteressato amore verso le loro anime, per non per­dersi di coraggio e svolgere per intero la sua lezione, fino al sospirato suono della campanella liberatrice.

Molti artigianelli, da adulti, ricorderanno con tenerez­za e gratitudine quelle lezioni domenicali che il santo Sa­cerdote si adoperava con ogni industria di rendere più leg­gere ed accessibili alle loro menti rozze ed incolte median­te aneddoti, esempi o similitudini che, per la loro ingenua incisività, rimarranno poi tanto famose.

Era una didattica spicciola, immediata, semplice e al­la buona, che sgorgava spontaneamente da un cuore grande e desideroso, soprattutto, che su quell'uditorio primitivo, eterogeneo, rudimentale e che, purtroppo, aveva già fre­quentato la scuola del male, potessero aver presa i principi fondamentali del bene, cioè della morale cristiana, senza i quali sarebbe stata vana utopia sperare in una redenzione umana, spirituale e sociale.

E non saranno certo vane quelle fatiche!

Molti, di quegli Artigianelli, diventeranno onesti la­voratori, buoni padri di famiglia e ottimi Sacerdoti: tra questi Don Domenico Pittaluga, che sarà prevosto nella Chiesa del SS. Salvatore in Genova e che lascerà delle preziose memorie manoscritte sul suo Direttore Don Montebruno e sul suo Maestro di catechismo Don Roscelli, ispirate a sen­timenti di sincero affetto e profonda gratitudine

Benedetto Gambino da Voltri e Francesco Bevegni da S. Olcese, poi, furono due artigianelli di condotta esempla­re e di eccezionale virtù, che si stavano preparando ad en­trare in Seminario, quando furono chiamati prematura­mente al cielo, lasciando vasto compianto ed un esemplare ricordo di sé in tutto l'Istituto.

Possiamo ben dire, a questo punto, che dall'intensa quanto silenziosa attività di Don Roscelli dipendeva, in grandissima parte, il successo di quell'iniziativa caritativa che, col passare degli anni, andava ottenendo sempre più soddisfacenti e tangibili risultati, maggiori consensi e più vasta popolarità.

Eppure, quando l'Istituto era onorato della visita di personaggi noti per la loro esemplarità di vita, quali San Giovanni Bosco che tanto aveva incoraggiato, con la sua calda parola, la carità e lo zelo dell'amico Don Montebruno, Don Agostino era immancabilmente introvabile.

Gli elogi e gli apprezzamenti non erano proprio se­condo i suoi gusti: preferiva sempre, con sereno distacco, lasciare che fossero gli altri a goderne.

I plausi ed i consensi, quando capitavano, voleva che fossero rivolti all'infaticabile e generoso Don Francesco,- che ben se li meritava in premio dello zelo che lo divora e che, lentamente, andava consumando la sua del cata fibra, già seriamente provata negli anni della giovinezza. A Don Agostino, che del Montebruno non volle mai essere altro che l'ombra, bastavano gli oneri e questi, vera­mente, non gli mancarono proprio mai! ...

 

CAPITOLO SETTIMO

TRA CONFESSIONALE E PULPITO

Se noi pensassimo che l'intensa, anzi febbrile attività ministeriale di Don Roscelli intorno agli anni '60 si esaurisse unicamente nel confessare e nel coadiuvare Don Montebruno in qualità di economo e di catechista nell'Istituto degli Artigianelli, commetteremmo un grave errore di valu­tazione.

Soffermandocí, infatti, a considerare il ponderoso contenuto dei quattro volumi' che contengono la trascrizione della meticolosa e pun­tuale stesura dei suoi numerosi, lunghissimì ed elaborati sermoni rivolti a secolari, religiose, claustrali e ad ogni tipo di uditorio, possiamo, con assoluta e comprovata certezza, affermare che l'evangelizzazione fu uno dei maggiori punti di forza della sua opera sacerdotale.

Certo non saremmo indotti ad immaginare Don Agostino molto portato, istintivamente, ad esibirsi dal pulpito, tenendo conto del suo temperamento schivo, ruvido, riservato e dimesso; non dobbiamo però dimenticare che egli non indulse mai nei riguardi delle proprie naturali inclinazioni, orientando tutto e sempre, di se stesso, verso 1'uníco vero punto di riferimento di tutta la sua vita: essere Sacerdote totalmente, nella pienezza più assoluta del termine, cioè in perfetta sintonia con le Autorità religiose legittimamente a lui preposte, il che comportava, nell'ambito della Chiesa Genovese di quel preciso momento della sua storia, obblighi severissimi ed imprescindibili.

Obblighi che l'Arcivescovo Placido Maria Tadini aveva sancito nel Sinodo Diocesano, svoltosi nei giorni 11, 12, 13 settembre dell'anno 1838, tra i quali, in modo particolarmente segnalato, quello riguardan­te l'assiduità alla predicazione e le modalità ad essa attinenti.

Era ovvio, questo, quando constatiamo che, per i molti e gravi motivi già precedentemente evidenziati, la Diocesi genovese, intorno a quel periodo, stava sperimentando gravi difficoltà interne ed esterne, profon­de divisioni sul piano teologico dottrinale e contrasti politici particolar­mente incidenti su di una parte del clero, clamorosamente trascinato e coinvolto da fazioni ribelli all'ortodossia, nonché sulla popolazione cit­tadina, al tempo nella maggior parte analfabeta o semianalfabeta e, pertanto, facilmente influenzabile. dal sibilo di ogni soffio di fronda, qualunque ne fosse la provenienza.

In tale contesto, ovviamente, la predicazione veniva ad assumere un'importanza primaria nell'ambito delle attività del ministero sacerdo­tale, costituendo la «predica» l'unico ed efficace mezzo diretto per incidere, assai più che la stampa accessibile a pochissimi, sulla pubblica opinione e per far giungere la parola di Dio a persone incapaci di leggere le Sacre Scritture, ponendole così al riparo dai negativi influssi della diffamazione religiosa e del diffondersi delle eresie, prima tra le quali il «giansenismo», vastamente penetrato in Genova, come già si è visto, fin dal tempo della dominazione napoleonica.

Per tale importantissimo ed allarmante motivo, fra le molte preoc­cupazioni degli Arcivescovi della città veniva a rivestire un particolare rilievo quella inerente l'obbligo e la severissima custodia dell'ortodossia della predicazione, come possiamo ampiamente desumere dal testo stampato del citato Sinodo del 1838.

In esso l'Arcivescovo Placido Maria Tadini sottolinea, tra l'altro, la fondamentale importanza della Parola di Dio che non deve essere in alcun caso tralasciata, affinché i fedeli possano essere nutriti e confer­mati da una sana ed integra dottrina come sostentamento ed orienta­mento di vita e decreta altresì che, come già a suo tempo stabilito nel Concilio di Trento e nelle Costituzioni dei Sommi Pontefici, almeno nei giorni di domenica e nelle Solennità debba essere tenuto, da parte di coloro che hanno cura delle anime, un sermone per il popolo: sermone che, però, non deve essere confuso con l'istruzione catechistica.

Vi vengono inoltre rigorosamente stabilite severe norme sulle moda­lità da seguirsi nell'impostare il sermone:

a) L'argomento deve essere sempre ispirato al Vangelo del giorno e adatto, soprattutto, a condurre le anime alla salvezza eterna.

b) Deve essere tenuto coscienzioso conto delle capacità di comprensio­ne, del genere di vita e dello stato sociale degli uditori, in modo da non dire alcunché di inadeguato alle circostanze, o con tono negli­gente o con linguaggio dettato più dalla sapienza umana che dallo zelo missionario, evitando ogni termine con valenze ambigue, che potrebbe non essere compreso da tutti, o sembrare volto a colpire il modo di agire privato di qualcuno.

c) Devono essere evitati i racconti di episodi inventati, ingenui ed inopportuni e di fatti miracolosi non approvati dalla Chiesa.

d) Deve infine essere impiegata la massima cura affinché quanto è affermato nel discorso sia accessibile a tutti ed a ciascuno e soprat­tutto idoneo ad esortare alla pratica delle virtù ed a fuggire i vizi, onde venga raggiunto il fine primario di ogni predicatore, cioè quello che le anime a lui affidate paventino la pena eterna e tendano a conseguire la gloria del Paradiso.

Viene inoltre fortemente sottolineato che la persona incaricata della predicazione ai fedeli deve godere di grande stima, essere idonea a tale ministero e, soprattutto, degna di svolgere un compito tanto delicato, dai cui doveri non ritenga di poter mai essere esonerata «o per diversa consuetudine, o a causa dell'esiguo numero degli uditori».

Si raccomanda infine che il predicatore abbia raggiunto il diaconato, ma si ritiene preferibile scegliere un Sacerdote fornito di un più vasto bagaglio culturale e di una più consumata esperienza; requisiti confer­mati dai Superiori della Curia, incaricati di scegliere, per il delicato ruolo in questione, i migliori elementi a loro disposizione, fornendoli dei regolari permessi richiesti per svolgere il ministero della predicazione, soprattutto nei Monasteri e nei Conventi femminili.

Da tutto ciò risulta più che evidente quanto l'Arcivescovo Tadini, come pure farà S.E. Mons. Tommaso Reggio nel Sinodo da lui presie­duto nel 1896 s, si sia adoperato al fine di instaurare un ferreo controllo o, per meglio dire, una stretta vigilanza intorno a coloro che, tramite l'efficace mezzo della «predica», avrebbero potuto condizionare o, quan­to meno, influenzare le coscienze dei fedeli.

Tutto quanto è stato riportato risulta particolarmente illuminante al fine di porre nel giusto risalto tutti i pregi della predicazione di Don Roscelli, che potrebbero risultare invece un po' adombrati, sotto qualche aspetto, se considerati al di fuori del contesto storico ed etico-religioso della Genova del suo tempo.

La perfetta aderenza ai Sacri Testi, che emerge dalle sue prediche, il frequente ricorso ad esempi tratti esclusivamente da episodi biblici di cui egli si rivela sempre raffinato e profondo conoscitore, l'assillante insistenza sui temi riguardanti il peccato, sia mortale sia veniale, sulla forza negativa delle grandi e piccole passioni non tempestivamente soggiogate, il martellante, severo richiamo alle pene del purgatorio e dell'inferno (per indurre a paventare la dannazione eterna) e alla beati­tudine del Paradiso (per incitare a meritarla) trovano la loro chiara spiegazione nell'adesione totale di Don Roscelli ai Canoni inderogabili imposti dalla Curia Arcivescovile genovese del secolo XIX.

Anche il periodare, innegabilmente ridondante e prolisso secondo lo stile del tempo, rispecchia però sempre una estrema semplicità di livello culturale, accessibile ad ogni grado di comprensione, senza inutili di­gressioni e sempre in sintonia con l'argomento enunciato inizialmente, che risulta pertanto logicamente ed esaurientemente ribadito e svolto dall'inizio alla fine, sia quando il discorso è rivolto ad un vasto ed eterogeneo uditorio nelle pubbliche Chiese cittadine, sia quando è indi­rizzato, in tono più intimo e paterno, alle Suore delle quali ha assunto l'impegno della direzione spirituale.

Da tutto ciò che abbiamo doverosamente considerato emerge, vera­mente a «fortiori», un Don Roscelli che non si è mai posto delle scelte e che ha sempre accettato, nei vari ruoli e nella varie circostanze, gli obblighi che il ministero sacerdotale gli ha, di volta in volta, suggerito od imposto a favore di ogni categoria sociale al fine di combattere e sradicare, con ogni arma a sua disposizione, il male e l'errore ovunque si celassero e di suscitare, con tutta la ferrea forza delle sue radicate convinzioni, l'entusiasmo per il bene, tentando di salvare tutto quello che, di buono, poteva essere salvato.

Emerge, cioè, di Don Agostino Roscelli, non solo «l'apostolo della carità a misura del suo tempo», che il presente studio si propone di studiare e di evidenziare, ma anche «l'evangelizzatore solerte a misura di ogni tempo».

 

CAPITOLO OTTAVO

DAL SOGNO ALLA REALTA’

1860-1868

L'altura di Carignano, dove era situato l'Istituto degli Artigianelli, alla metà del secolo scorso costituiva vera­mente una splendida ed invidiabile oasi di tranquillità e di pace: non lontana dal centro-città che poteva dominare dal­l'alto senza essere coinvolta dal suo frastuono e dal suo andirivieni, immersa nel silenzio più assoluto e riposante, si prestava ad ospitare, offrendo le condizioni ottimali per la loro sistemazione, i numerosi Monasteri che si sussegui­vano, in quella zona, a breve distanza tra loro e che hanno lasciato fino ad oggi la loro traccia e il loro ricordo, per lo più, però, solo nei nomi delle strade.

Vi era quello delle Suore Cappuccine, quello di Santa Chiara da cui una strada conduceva al Conservatorio delle Figlie di San Bernardo, oggi sostituito da una Casa delle Suore Brignoline e, poco discosto, la Chiesa di Sant'Ignazio, dove i Padri Gesuiti avevano, fin dal 1860, trasferito il loro Noviziato da Paverano, affidata alle Monache convertite di Santa Maria Maddalena.

Don Roscelli era molto conosciuto e stimato in tali Monasteri in quanto vi si recava al mattino per celebrarvi la Santa Messa, ed ancora nelle ore pomeridiane per dedi­carsi al ministero della confessione.

La frequenza assidua di quegli ambienti ed il contatto spirituale con tante anime legate dai santi voti, consentì certamente a Don Agostino l'opportunità di accumulare in sé quella ricca e profonda esperienza di vita religiosa che potrà, poi, mettere a frutto un giorno, per il momento, pe­rò, ancora molto lontano.

Molti penitenti, di varia età e condizione, ricorrevano a lui per la confessione anche nella Cappella dell'Istituto di Don Montebruno e, tra questi, anche la piccola Teresa Stagno che cominciò ad affidarsi alla di lui direzione spi­rituale fin dall'età di sei anni, cioè nel 1863, per desiderio della mamma, la signora Antonietta, ella pure penitente di Don Roscelli.

Il centro, però, delle più sollecite cure spirituali dello zelante Sacerdote continuava ad essere la Chiesa della Con­solazione, dove la sua quotidiana presenza era diventata, ormai, parte integrante di tutto l'insieme.

Non era possibile entrarvi, nel corso della mattinata, senza scorgere, dalla parte della navata sinistra, la sua esile figura raccolta in devota preghiera, davanti all'altare di San Luigi a ove egli, in attesa di confessare, deponeva tutte le sue assillanti preoccupazioni per quelle ragazze indifese tra tante occasioni di male ... in quei laboratori equivoci ... in quei quartieri insidiosi e solitari ... abbandonate a se stes­se nel dedalo caotico di una società travolta soltanto dalla febbre sempre più ardente del progresso.

Erano, quelli, gli anni roventi di una Genova tardo­romantica che, scossa ancora dai fremiti mazziniani e spet­tatrice degli ardori garibaldini, viveva, con piena partecipa­zione, le prime esperienze del nuovo Regno d'Italia, di cui si sentiva membro valido ed efficiente.

Economicamente all'avanguardia, la città si era tro­vata così coinvolta in quella grave crisi, politica e morale, che l'imporsi repentino del processo industriale aveva por­tato con sé, laddove le strutture sociali non erano ancora adeguate a subirne le violente scosse.

L'introduzione delle macchine, in sostituzione del la­voro artigianale, ingoiava impietosamente nel gorgo dello sfruttamento le masse proletarie, indifese e facile strumento di guadagno per i ricchi imprenditori, così come strappa­vano al sicuro nido della famiglia giovani tanto impreparate a svolgere il nuovo ruolo sociale che veniva loro imposto, quanto necessitate ad accettarlo a qualsiasi miserabile con­dizione venisse loro prospettata; ignare completamente, da­ta anche la loro giovane età, degli ingannevoli aspetti sotto cui sa celarsi la malizia umana ed assolutamente prive di ogni esperienza di certi lati negativi della vita.

Lo squallore di tante desolanti situazioni, la gravità di tanti problemi senza possibili soluzioni, l'assillo di tanti interrogativi incapaci di trovare una risposta e, soprattutto, lo smarrimento di tante coscienze abbastanza sensibili al male per non sentirne tutto l'opprimente peso ma troppo indifese per poterlo combattere, là, nella penombra silen­ziosa della Chiesa della Consolazione, trovavano immanca­bilmente ove riversarsi per essere accolti e sofferti da quel­l'uomo scelto da Dio quale strumento di luce, di speranza e di salvezza.

Tra le anime di cui Don Roscelli si era assunta la dire­zione spirituale, si era formato un piccolo gruppo di signo­rine della Parrocchia, Orsola Beni, Teresa Gaggero e Cate­rina Sommariva, che appartenevano alla Congregazione delle Figlie di Maria, sotto la protezione di Sant'Angela Merici e di Sant'Orsola.

Erano signorine di ottimi sentimenti, assidue alla Chie­sa e spiritualmente mature, che condividevano di cuore le preoccupazioni del loro confessore per la condizione sempre più rischiosa e precaria delle giovani operaie ed ap­prendiste, indifesi strumenti di illecite speculazioni e di de­plorevole sfruttamento.

Animate dal desiderio di prodigarsi in qualche opera di bene anche a costo di sacrifici e di rinunce personali, esse avevano offerto a lui la loro generosa collaborazione, di­chiarandosi disposte ad insegnare, senza alcun compenso, il cucito ed il ricamo, in cui erano molto esperte, alle adole­scenti bisognose di apprendere un mestiere onesto e reddi­tizio, con il quale risolvere il difficile problema della loro vita.

Le avrebbero anche, in tal modo, sottratte ai pericoli dei laboratori disseminati nelle varie zone della città e fa­cile occasione, per loro, di vizio e di corruzione.

La stupenda proposta, indubbiamente inattesa, fu, per Don Roscelli, come il dischiudersi improvviso di una porta su di una strada che egli si era sempre accontentato soltan­to di sognare: una strada che, ne era certo, doveva essere percorsa, ma che, pensava, solo altri avrebbero potuto per­correre, non certo lui, il povero Prete privo di mezzi e di sussidi, capace solo di lavorare all'ombra di qualcuno ...

Eppure, ora, la porta si apriva proprio per lui ... la strada gli stava davanti diritta e luminosa ... Era certamen­te Dio, tramite quelle generose signorine, ad indicargliela: era la sua strada.

Era il tradursi in realtà di un timido sogno sbocciato da tempo nell'animo di Don Agostino, sensibile, delicato, buono ed aperto ad ogni influsso della Grazia: un sogno accarezzato prima come irraggiungibile miraggio e che ora stava assumendo la consistenza di un progetto, sia pure ancora vagamente abbozzato.

Tutto era avvenuto nel silenzio, così come sempre e solo nel silenzio matura ogni opera che porti il sigillo incon­fondibile di Dio.

Possibile, però, che fosse proprio lui lo strumento di cui Dio voleva servirsi? ...

Non era, forse, il suo, un presumere di sé e delle proprie forze? ...

Su quali mezzi poteva, infatti, egli contare? ... Dal punto di vista degli uomini, su nessuno.

Dal punto di vista dei Santi, su quelli essenziali: l'in­condizionata fiducia in Dio, la costante ed intensa preghie­ra, l'amore disinteressato per le anime da salvare ad ogni costo e la buona volontà di un piccolo drappello di corag­giose collaboratrici.

C'era quanto potesse bastare ad un uomo tutto di Dio, come era Don Agostino Roscelli, per sentirsi ormai certo che non era più il caso di dubitare o di tirarsi indietro di fronte ad un'impresa che, d'ora in poi, sarebbe stata al ver­tice della sua attività apostolica.

Fu così che il progetto, prima vagamente abbozzato tra le dense nebbie del dubbio, cominciò ad assumere la consistenza di un disegno dai contorni sempre più decisa­mente e chiaramente delineati, indi a tradursi in tenace spe­ranza di sicura e prossima realizzazione: speranza che, ali­mentata dalla fede più pura e più salda, sotto lo sguardo compiaciuto di Dio doveva finalmente trovare la propria concretizzazione nella prima « Scuola-laboratorio », che venne aperta al N. 5 di quella via Colombo dove Don Agostino aveva tante conoscenze, nel distretto parrocchiale della Consolazione e, pertanto, accessibile a quella cerchia di famiglie con le quali egli, o direttamente o indirettamen­te, era in amichevole relazione per motivi di ministero.

Era il 1864: un anno che, nella vita di Don Agostino Roscelli, costituisce un punto basilare ed un momento deci­sivo dal quale deriverà, in seguito, tutto il valore della sua esistenza e tutto il significato della sua missione.

La piccola, nuova Scuola comprendeva due piani: nel primo erano stati sistemati i laboratori di taglio, cucito e ricamo, arredati con l'estremamente indispensabile ma ab­bastanza funzionali; accanto a questi, una sala per le con­ferenze religiose, alle quali Don Agostino voleva fosse la­sciato ampio spazio nell'orario settimanale, poiché la solida formazione morale e religiosa delle allieve doveva essere sia il fondamento che il coronamento della loro prepara­zione professionale.

Il secondo piano, poi, era stato riservato all'abitazio­ne delle maestre, che avevano deciso di vivere insieme per meglio collaborare nell'assolvere il compito, estremamente delicato, di cui si erano assunte spontaneamente tutto il carico s.

In breve, quell'improvvisata e rudimentale Scuola pro­fessionale si trasformò in un laborioso nido di pace, di or­dine e di serenità.

Lo zelo delle Maestre, la loro fresca e spontanea dedi­zione unita alla competenza tecnica e la meravigliosa unità di intenti che armonizzava la loro convivenza, contribuiva­no efficacemente alla buona riuscita di quell'audace quanto lodevole tentativo.

Le alunne si erano facilmente ambientate e si trovava­no a loro pieno agio in quel clima che infondeva loro fidu­cia e coraggio, nel sentirsi tutelate e seguite con tanto amore e ammaestrate disinteressatamente con impareggia­bili abilità e pazienza.

Il giorno, poi, delle istruzioni religiose era motivo di sincera e palese gioia per tutte, Maestre ed alunne, che si trovavano riunite intorno al loro Direttore, affettuosamente interessato a tutte ed a ciascuna, vivamente partecipe del­l'andamento dell'opera, sollecito nel sovvenire alle loro ne­cessità, pronto ad incoraggiare paternamente le timide e le meno dotate, come pure a riprendere, con benevola fermez­za, le svogliate.

Il suo linguaggio sobrio e schietto, privo di ogni su­perfluità, portava in sé una ricchezza di contenuto ed una essenzialità di significato che lo rendevano efficace, incisi­vo, comunicativo e capace di conquistare il cuore di chi lo ascoltava.

La sua presenza, pertanto, era avvertita da tutte, ma specialmente dalle Maestre, come l'elemento vitale di quel­l'ambiente, come l'artefice che ne doveva plasmare il carat­tere, imprimervi l'impronta e delinearne chiaramente la fi­nalità mediante il paziente ed invisibile cesello spirituale che egli andava compiendo delicatamente e gradualmente sulle loro anime attente e tanto recettive.

Come quell'opera era stata lungamente vagheggiata e meditata nel silenzio, così Don Roscelli voleva che nel silenzio, ora che, con il beneplacito di Dio, essa aveva fi­nalmente preso consistenza, continuasse il suo difficile cam­mino.

Nessuna insegna, nessuna forma appariscente tale da suscitare l'attenzione o il plauso, doveva contrassegnarla. A quelle sue prime, generose collaboratrici Don Ro­scelli non faceva vane promesse, non sottovalutava le diffi­coltà e i sacrifici che esse avrebbero dovuto sobbarcarsi ... Non cercava di mitigare lo squallore del nascondimen­to che avrebbe accompagnato il loro lavoro e le loro fa­tiche ...

Le preparava dolcemente, ma fermamente, a non at­tendersi altro premio ed altra ricompensa se non quella che Dio prepara sempre a chi accetta di farsi suo seguace al­l'ombra dello spogliamento e dell'abnegazione.

Sembrava che il silenzio e l'umiltà fossero il contras­segno da lui richiesto a chi voleva con lui collaborare nel portare a compimento i disegni di Dio, nelle cui mani egli si sentiva solo il più debole degli strumenti.

Se, però, è tanto vero che il bene non fa rumore, è al­trettanto vero che esso è contagioso e tende a dilatarsi tra coloro che sono disposti a sentirne la positiva influenza.

La piccola Scuola era sorta in una zona ed in un mo­mento troppo opportuni per sfuggire a quel plauso e a quei consensi che esulavano dai piani di Don Roscelli! ...

La ripresa economica, verificatasi a Genova dopo gli agitati anni del compimento dell'Unità Nazionale e che sta­va edificando un nuovo tipo di ricchezza, fondata sull'in­cremento di ogni aspetto dell'industria ed accessibile a tutte le classi, aristocratiche e borghesi, apriva, ovviamente, nuo­ve possibilità di inserimento nel mondo del lavoro a chi era in grado di assicurarsi un'adeguata preparazione professio­nale.

È quindi facile capire come le famiglie del ceto medio, desiderose di dare alle proprie figlie la possibilità di procu­rarsi un'occupazione onesta e retributiva, avessero accolto con indicibile compiacimento l'occasione di affidarle ad una Scuola, quale quella di via Colombo N. 5.

Le richieste di iscrizione, nel giro di qualche anno, avevano di gran lunga superato il numero di posti disponi­bili in quei due piani.

Da varie parti, inoltre, giungevano pressanti inviti a dare maggiore spazio a quell'Opera avviata in modo tanto promettente ed in grado di offrire tante sicure garanzie.

Al fine, quindi, di soddisfare le molte richieste delle famiglie delle giovani, Don Roscelli si indusse ad aprire una seconda Scuola al N. 71 di Borgo Lanaioli cQ>, tra l'at­tuale piazza Dante e la via Ceccardi.

Era questo, allora, un rione ricco di vitalità, di « co­lore » e di commerci; un rione che si poteva scorgere chia­ramente ancora cinquant'anni or sono, proprio dal punto in cui, oggi, sorge la Banca d'Italia. Un rione antichissimo, caratteristico, attraversato dal vico dritto Ponticello, che congiungeva la Porta Soprana con la piazza omonima: un rione fitto di popolazione e denso di traffico.

Si era considerevolmente ampliato, pertanto, il rag­gio d'azione di Don Roscelli che, oltre a dirigere le due Scuole, continuava ad attendere al ministero della confes­sione nella Chiesa della Consolazione ed a svolgere le pro­prie mansioni, come prima, presso l'Istituto degli Artigia­nelli e gli altri Monasteri vicini, nella zona di Carignano.

Ci sembra quasi di vederlo, l'instancabile Sacerdote, passare con la sua esile e dimessa persona, frettoloso ed as­sorto, tra carri e cavalli, intersecando i vicoli densi di case pavesate di biancheria stesa da una finestra all'altra, tra l'animazione dei negozi e le bancarelle dei verdurai ... tra il cicaleccio delle comari, l'allegro vociare dei ragazzi e l'ammassarsi dei passanti attorno al vecchio barchile di piazza Ponticello, sempre generoso d'acqua fresca e zam­pillante ...

... Tutto un mondo ora scomparso, spazzato via dall'ur­genza dei tempi nuovi e sostituito dalle simmetriche e spa­ziose vie d'avanguardia.

Era un mondo operoso, sì, ma non congestionato dai motori, non avvelenato dallo smog, non abbagliato dalle insegne al neon, né ossessionato dall'intransigente singulto dei semafori.

Era il mondo entro i margini del quale si snodava l'iti­nerario quotidiano di Don Agostino lungo il tratto che, dall'altura di Carignano, scendendo la via Fieschi fino a piazza Ponticello, lo conduceva in Borgo Lanaioli e, di qui, attraverso la via Porta degli Archi, la Porta Santo Stefano e la via della Consolazione, gli consentiva di raggiungere la via Colombo.

Era un mondo che, pur nella sua vivace animazione, pur con le sue miserie e con le sue ingiustizie, sapeva an­cora rispettare il bisogno di silenzio; sapeva ancora lasciare spazio alla possibilità di « pensare », di « meditare », di « vivere dentro » sublimi aspirazioni e nobili ideali, e di accarezzarli con ottimistica fiducia e con il cuore proteso, fidente in Dio, verso le serenanti prospettive del domani.

CAPITOLO NONO

TIMORI ... SPERANZE ... E DELUSIONI

1868-1873

L'apertura della nuova Scuola in via Lanaioli si dimo­strò quanto mai propizia e ben presto, anche qui, venne esaurito il numero di posti disponibili per le alunne, che vi accorsero subito numerose.

Alle prime tre Maestre di via Colombo si erano frat­tanto aggiunte le due sorelle Bailo, Rachele e Serafina, An­tonia Pozzuolo e Teresa Poggi, le quali si dimostrarono su­bito, oltre che espertissime maestre di cucito, validissime educatrici, tanto da poter inserire, nell'orario della Scuola, anche qualche ora di studio, in conformità alle pressanti richieste dei genitori delle ragazze.

Furono altresì ammesse delle convittrici, alcune gra­tuitamente ed altre in cambio di una retta molto modesta. Constatando come l'opera andasse crescendo e come la benedizione di Dio rendesse fecondo il loro lavoro e tut­t'altro che vane le loro fatiche, le giovani e buone Maestre cominciarono ad accarezzare, nell'intimo del loro cuore, il grande e santo desiderio di consacrarsi a Dio con i tre voti monastici e di vestire un abito religioso.

Ormai sapevano con certezza quale fosse la loro voca­zione: quella, cioè, di fare della loro vita una missione umanitaria ed educativa a vantaggio delle bambine del po­polo, tanto bisognose di guida, di sostegno e di ammaestra­mento.

La totale consacrazione a Dio, oltre che sublimarla e renderla più preziosa, avrebbe trasformato la loro opera in un'offerta totale di tutte se stesse, attraverso la professio­ne religiosa, e le avrebbe altresì rese più totalmente dispo­nibili al servizio delle anime.

Non così, però, la pensava Don Roscelli ...

Quando, infatti, esse osarono manifestargli la loro no­bile e santa aspirazione, egli, sebbene commosso e felice nel proprio intimo per la generosa richiesta, si adoperò nel dissuaderle da un progetto che, a lui, sembrava troppo ar­dito per essere preso seriamente in considerazione.

Era già stato un grande rischio, a suo parere, aprire quelle due Scuole confidando esclusivamente, in quanto a mezzi umani, sulla buona volontà di alcune signorine tanto generose e disponibili.

In quanto, poi, a dar vita ad una Congregazione Reli­giosa, gli sembrava che anche solo l'idea fosse troppo pre­suntuosa! ...

Una decisione del genere, lo sapeva, avrebbe compor­tato delle responsabilità troppo gravi per le sue capacità, che sentiva tanto inadeguate ad un simile sforzo.

Ci sarebbe voluto ardimento, spirito di iniziativa, ca­pacità organizzativa ... e, soprattutto, quell'indispensabile carisma con cui imprimere un carattere precipuo ad una eventuale Istituzione: carattere che avrebbe dovuto distin­guerla da tutte le altre, in sintonia con le finalità che essa avrebbe dovuto perseguire.

E lui, Don Agostino Roscelli, non era certo fatto per cose così grandi! ...

Ci sarebbero voluti i mezzi, tanti mezzi materiali ..., ed egli, il povero Prete, non aveva proprio nulla: aveva sem­pre, infatti, vissuto solo della carità di tutti.

Ci sarebbero voluti consensi, autorizzazioni, appoggi, amicizie influenti ... ed egli, il silenzioso Sacerdote nascosto, non aveva mai contato su altro appoggio e su altra amicizia se non su quella di Dio, perché Dio era il suo tutto e, per­tanto, Dio gli bastava.

I tempi, inoltre, non erano affatto propizi ad incorag­giare progetti del genere.

L'insoluta e spinosa questione romana, sofferta peno­samente in quegli anni, andava approfondendo la frattura tra clericali ed anticlericali ed inasprendo la posizione di questi ultimi, trincerati nella severa applicazione delle leggi Siccardi che sancivano, tra l'altro, la soppressione degli Ordini Religiosi.

Come ardire, quindi, di pensare a fondarne uno nuovo? E poi, un abito religioso non avrebbe certo facilitato, in quei momenti tempestosi e difficili, l'azione delle sue Figlie spirituali in mezzo alla gioventù, anzi, sarebbe stato loro più di ostacolo che di vantaggio.

Infine, Don Agostino era impegnato con Don Monte­bruno; non poteva pertanto abbandonare l'amico ed i po­veri Artigianelli così, sottraendosi ai molti impegni da lui assunti a servizio di quell'Istituto che, da ormai quasi dieci anni, era anche la sua casa.

Lo aveva già considerato in partenza che quello sareb­be stato per lui un legame che, in seguito, l'avrebbe stretta­mente vincolato; eppure lo aveva ugualmente accettato ed ora ... non sarebbe stato assolutamente possibile ritornare indietro!

Tali ed altri motivi il buon Sacerdote contrapponeva con dolce fermezza alle continue e pressanti richieste di quelle care Maestre che, ogniqualvolta egli si presentava in una delle due Scuole per le conferenze settimanali o per il catechismo alle allieve, ritornavano immancabilmente al­l'assalto, anche senza alcun apparente successo.

Non era facile, bisogna dirlo, far ritornare Don Ro­scelli su di un argomento che egli considerava ormai esau­rito e chiuso definitivamente.

La tempra tipicamente ligure, nonché la rude ed im­mediata schiettezza che gli conferivano quel suo aspetto esteriormente quasi burbero, non gli consentivano mai di indulgere ad atteggiamenti, sia pure lievemente, meno au­steri per cui, quando si rivolgeva alle Maestre, e lo faceva solo se il dovere, la necessità o la carità ve lo inducevano, le sue parole assumevano sempre un carattere quasi lapi­dario che non lasciava gran che spazio a repliche o a di­scussioni.

La proposta che tanto stava a cuore alle operose Mae­stre sembrava quindi destinata a rimanere sepolta sotto un diniego che non si sarebbe potuto giudicare destinato ad attutirsi.

In cuor suo, però, Don Agostino non aveva accanto­nato quella trepida ed ansiosa domanda che lo aveva posto in balìa di un'alternativa incalzante, che lo sollecitava ad una scelta di fondo, ad una scelta coraggiosa per la quale doveva essere disposto a rischiare e a pagare di persona, lo sapeva ...

Ma che scelta poteva mai fare lui, Don Roscelli, se non quella che Dio gli imponeva?

A Dio, quindi, bisognava rimettere l'alternativa; da Dio, e solo da Lui, bisognava attendere la risposta. Questa non si sarebbe fatta aspettare, ne era più che certo!

Quando, poi, la volontà di Dio gli si fosse manifestata, egli si sarebbe impegnato con tutte le sue forze per confor­marvisi, anche qualora avesse dovuto veder vanificate tutte le sue umane congetture.

Le ore di preghiera, intanto, per Don Agostino si mol­tiplicavano e diventavano notti, intere notti trascorse, solo a solo, con il suo Dio nella Cappella dell'Istituto di Cari­gnano, avvolta nel profondo silenzio calato sul sonno dei suoi laboriosi abitanti.

« ...non era solo la lampada a vegliare il Signore, ma anche il cuore vigilante del suo Servo devoto ».

Ad un tratto, però, tutto sembrò vanificarsi allorché il 1° marzo del 1870 Don Roscelli si ammalò gravemente, tanto da fare seriamente disperare della sua guarigione.

Sulle due Scuole, in pieno fermento di attività e vivi­ficate da un'atmosfera di trepida attesa e di lusinghiere spe­ranze, ecco calare, improvvisa e sconcertante, l'ombra cupa della desolazione e dello smarrimento.

La notizia coglieva completamente impreparato quel piccolo drappello di anime tanto ardimentose, è vero, ma solo sotto la guida salda e rassicurante di chi le aveva coltivate pazientemente, avendole già trovate predisposte al bene, e sapientemente le aveva guidate verso una strada di particolare impegno, lungo la quale avevano ancora bi­sogno di consiglio, di incitamento e di aiuto.

Come avrebbero potuto fare, quindi, se fosse venuto meno chi, per loro, rappresentava l'espressione del volere di Dio?

Si era nel mese di marzo: il mese dedicato a San Giu­seppe.

Perché non ricorrere alla sua potente e paterna inter­cessione, nella quale il buon Padre le aveva sempre esortate a riporre ogni fiducia?

Trascorsero giorni di indicibile trepidazione, in cui si alternarono la speranza e il timore senza che, però, venisse, meno, nel cuore delle buone giovani, la fiamma ardente della loro fede.

E San Giuseppe accolse e premiò tanto sincero ed ac­corato fervore col concedere l'auspicata guarigione a Don Roscelli assai prima delle aspettative, tanto che, il 14 mar­zo, le Maestre e le allieve della Scuola di Borgo Lanaioli, la più vicina a Carignano, con indescrivibile sorpresa e gioia, lo videro tornare tra loro pienamente ristabilito ed in grado di riprendere tutte le attività forzatamente interrotte.

Non era forse, questo miracoloso e rapido ricupero delle forze e della salute, tanto gravemente provata, il se­gno atteso da Dio per indicargli che, se lo aveva lasciato an­cora in vita, era perché egli potesse porre mano a quell'im­presa tanto grande da colmarlo di sgomento?

Non solo, ma dopo qualche mese, cioè il 20 settembre di quello stesso anno, la tanto controversa questione roma­na si era finalmente risolta con la breccia di Porta Pia e la successiva proclamazione di Roma capitale d'Italia; ragion per cui, con l'appianarsi degli attriti e la stipulazione delle Guarentigie, la situazione del clero e degli Istituti Religiosi aveva avuto una sua sistemazione che, se non certo ottima­le, concedeva almeno un po' di tregua alle esasperanti con­troversie che avevano avvelenato il clima della nazione ap­pena sorta per tutto il decennio 1860 - 70.

Non era, anche questo, un altro indizio che, venendo meno uno degli ostacoli che ne avrebbero impedito il sor­gere, la fondazione di un Istituto che consolidasse e definis­se l'opera già avviata ed in piena efficienza, poteva comin­ciare ad essere presa seriamente in considerazione?

Nel 1858 là, nella solitaria grotta di Massabielle, a Lourdes, la Vergine Santa era apparsa a Bernadette Soubi­rous dicendole: « Io sono l'Immacolata Concezione ».

Ebbene: quel messaggio non si doveva lasciar cadere invano! ...

L'Immacolata, sì, proprio la Vergine Immacolata, gli avrebbe appianato la strada ed infranto ogni difficoltà.

In Lei bisognava confidare! ... A Lei affidare l'ardito progetto! ... La grande, onnipotente Signora, non lo avreb­be certo deluso!

Fu così che; da quel momento, l'idea di trasformare le due Scuole professionali in una vera e propria Istituzione Religiosa, secondo l'accorato desiderio manifestatogli dalle sue Figlie spirituali, non lo abbandonò più.

Portato, però, istintivamente alla concretezza e dotato di spiccatissimo senso pratico, Don Agostino non era certo il tipo propenso a soffermarsi a contemplare un sogno o ad architettare dei progetti prima di aver sondato, e a fondo, tutte le concrete possibilità di realizzarlo.

Aveva pertanto rivolto l'attenzione verso il lato orien­tale della città, vale a dire oltre la Porta Pila e, precisamen­te, verso la zona di Borgo Pila, ubicata tra il torrente Bisa­gno e le colline di Albaro.

Era questa, allora, una distesa pianeggiante, verde di orti e di giardini, punteggiata da isolati insediamenti rurali e da rare ville signorili, circondate da poderi divisi fra loro da bassi muriccioli e con abitazioni perfettamente inserite nel territorio, in armonia con l'ambiente naturale.

Qui era la sede dei famosi « bisagnini », ovvero degli ortolani del Bisagno che, per secoli, avevano continuato a rifornire giornalmente di frutta, ortaggi, uova, pollame, lat­te e latticini, il mercato interno della città.

Gli orti erano di modeste dimensioni ma molto fertili, grazie ai favorevoli fattori climatici ed all'abbondante ir­rigazione, sempre assicurata dalle acque del torrente.

Fino alla metà dell'Ottocento, tali orti avevano conti­nuato a svilupparsi ininterrottamente sulle rive del Bisagno dalla Foce a Marassi; quando però venne iniziata, nel 1867, la costruzione del nodo ferroviario di Brignole, questa co­minciò a limitarne l'estensione che divenne, via via, sem­pre più ridotta con l'avanzare dell'urbanizzazione e la con­seguente ristrutturazione della viabilità di tutta la zona.

Da allora avevano avuto inizio i faticosi lavori di ster­ramento del terreno, nei quali venivano adibiti i condannati al Bagno Penale, che aveva sede alla Foce'; lavori grazie

ai quali ebbe origine quel tracciato rettilineo che oggi è via della Libertà e che, allora, serviva da passaggio tra il Bagno Penale e la piazza oggi Paolo da Novi, allora denominata Galera (ciassa Galea), perché spianata e lastricata col la­voro forzato dei galeotti.

Al posto degli orti si venivano così, poco a poco, deli­neando quelle vie, perpendicolari a via della Libertà, che si allineavano, parallele tra loro, fino alla sponda sinistra del Bisagno.

Appunto in una di queste potenziali vie', ancora cir­condate da orti coltivati e fertilissimi, Don Roscelli aveva adocchiato una piccola estensione di terreno disponibile per la vendita, che sembrava proprio potesse fare al caso suo. In quell'area, infatti, sarebbe stato possibile costruire un edificio, atto ad ospitare le Maestre e le allieve delle due Scuole già funzionanti.

Era un'area che si estendeva accanto all'Oratorio di Santa Zita, fondato dai lucchesi intorno al 1290 una modesta chiesuola di forma rettangolare come tutti gli Oratori del tempo, con la facciata prospiciente la via Santa Zita.

Sulla sua sinistra si apriva la piazza omonima, centro di tutto l'antico borgo ove, in occasione delle maggiori so­lennità, si svolgevano le fiere tradizionali alle quali inter­venivano tutti gli abitanti con il loro bestiame, che essi assicuravano agli anelli fissati sulla parete esterna della Chiesa, mentre nell'interno di questa si svolgevano le sacre funzioni.

In mezzo alla piazza si ergeva un pozzo di acqua fre­schissima, ed attorno si aprivano varie locande: la « Locan­da dei Cipressi », quella « Al Cancello di ferro » e l'Osteria del « Cillo », detta anche « Dell'albero di fico », con l'in­gresso da via Santa Zita.

Come mai tante locande?

Il Borgo era alle porte della città e, pertanto, attraver­sato forzatamente da viandanti e forestieri bisognosi di alloggio, di stallaggio e di un pausa in osteria, che creava sempre vivacità, movimento e, spesso, risse e liti per i più futili motivi.

Un Borgo tutto particolare, insomma, pittoresco e, sot­to un certo aspetto, primitivo nelle sue tipiche usanze e nelle sue secolari tradizioni tra il paesano e il marinaresco.

A parte, però, questi aspetti primitivi, il Borgo Pila stava subendo, come già si è detto, una trasformazione ve­ramente radicale a causa del crescere della popolazione e dell'ampliarsi della città al di fuori della Porta Orientale. Oltre agli orti, anche i viottoli che si inerpicavano, partendo dal Bisagno, su per i colli di Albaro, poco a poco cedevano il loro posto a larghe vie e ad ampie piazze cir­condate da imponenti fabbricati, che sembravano voler soffocare le piccole case borghigiane, emblema di un'epoca che stava per essere sepolta tra i cimeli di un passato non troppo remoto.

La piccola Chiesa del Borgo fino al 1811 era stata alle dipendenze della Parrocchia di San Francesco d'Albaro; do­po di allora, cioè durante il periodo napoleonico, ne era sta­ta nominata succursale, per evitare 1'espropriamento dei be­ni, decretata dal prefetto imperiale Bourdon.

Con l'aumento della popolazione, però, i maggiorenti della Comunità di Santa Zita avevano rivolto una supplica all'Arcivescovo perché la Chiesa fosse eretta a Parrocchia; supplica che venne poi accolta nel 1874 da Mons. Salvatore Magnasco.

Tutta la zona, pertanto, era in fermento per la grande trasformazione che essa stava subendo con ritmo fortemente accelerato.

Nella via Minerva, tracciata già nel 1840 e che si allungava dal Ponte Pila fino alle colline di Albaro, ferve­vano i lavori per l'abbassamento del suo livello, così che

le cantine diventavano botteghe e le botteghe si trasforma­vano in appartamenti del primo piano.

La via venne dedicata alla capitale argentina Buenos Aires che, in quel periodo di sovvertimenti economici, era meta di tanti emigranti italiani e, soprattutto, genovesi.

Non a caso, quindi, l'oculato Don Roscelli aveva po­sto l'occhio su tale quartiere, destinato a diventare popo­latissimo nel giro di pochi anni.

Era l'inizio del 1872.

In quella primavera Don Agostino si era ritirato, per il consueto corso annuale di Esercizi Spirituali, nella soli­tudine dell'accogliente Casa dei Missionari di San Vincenzo a Fassolo, allietata dalla vista del mare e circondata da un bel giardino con viali alberati, invitante rifugio per le anime desiderose di raccoglimento, di meditazione e di pace.

Don Roscelli portava ovviamente nel cuore quel sof­ferto e alterno affacciarsi di timori, di speranze, di dubbi, di sollecitazioni e di subitanee decisioni sostenute dalla fi­ducia in Dio, seguite poi, a breve distanza, da improvvise inversioni di rotta suggerite, invece, dalla sfiducia nelle pro­prie risorse: uno stato d'animo tutto particolare che, senza turbare la quiete del suo spirito, accompagnava in sordina le sue giornate di ritiro, impegnate in una preghiera più in­tensa e più prolungata.

Partecipava a quel corso di Esercizi Spirituali Mons. Salvatore Magnasco Arcivescovo di Genova dall'anno precedente il quale, nel corso di una conversazione intavo­lata con Don Agostino, riuscì ad intuire quale segreto pro­getto egli andasse coltivando nel proprio intimo: progetto che, al Prelato, parve subito da incoraggiarsi in ogni modo', soprattutto poiché proprio in quei mesi, come si è già detto, egli aveva ricevuto la richiesta di erigere a Parrocchia la Chiesa di Santa Zita: segno evidente che la zona era in pieno sviluppo demografico ed economico e bisognosa, per­tanto, di aiuti spirituali e morali.

Un Istituto Religioso dedito all'educazione e all'istru­zione femminile sarebbe stato, in quel momento e in quel settore, veramente provvidenziale ed auspicabile sotto qual­siasi punto di vista.

L'unico interrogativo posto da Sua Eminenza riguar­dava i mezzi finanziari di cui il povero Prete poteva disporre. Il povero Prete, però, in fatto di economie e di rispar­mi, aveva al suo attivo una ricca esperienza di cui avrebbe ora fatto tesoro, senza lasciarsi cogliere alla sprovvista.

Poteva, infatti, vendere le cedole nominative nelle quali aveva convertito il proprio patrimonio ecclesiastico, rinunciando ad esso dopo averne chiesto ed ottenuto la de­bita autorizzazione dal sommo Pontefice Pio IX.

Il ricavato, unito alle doti di alcune delle Maestre, am­montava alla cifra di sessantamila lire. Erano già qualcosa, ma non ancora sufficienti per l'acquisto del terreno.

Don Roscelli, però, non si sgomentò per questo. Dopo il caldo e sincero incoraggiamento del suo Arci­vescovo, erano scomparsi in lui i dubbi e le incertezze, la­sciando il posto ad una tenace volontà di realizzazione del­l'ideale ispiratogli da Dio e da lui accettato come missione suprema di vita.

Quello che egli non avrebbe mai potuto adattarsi a fare per un tornaconto personale, non disdegnò invece di mettere in opera, con indicibile solerzia, a servizio di tale ideale.

Osservando il suo comportamento abitualmente timi­do, dimesso, per nulla espansivo né loquace, nessuno avreb­be potuto ritenere Don Roscelli capace di essere industrio­so, gioviale, eloquente ed anche faceto, all'occorrenza ... Eppure avvenne proprio così per una di quelle inspiegabili incoerenze, secondo la logica umana, che sono tutte parti­colari delle anime predestinate da Dio a grandi cose.

Solo la chiara certezza di servire una causa santa, cioè benedetta ed incoraggiata da Dio, poteva rendergli accettabile « lo scendere o il salir per le altrui scale », il bussare sommessamente alle porte delle famiglie abbienti ed il chie­dere gli aiuti che gli erano indispensabili perché potesse sorgere la sua Opera.

E tutto questo con una grazia, una discrezione ed una dignità che, senza sminuire la sua dolce figura, contribuiva­no invece ad aumentarne la ricchezza interiore e quella soa­vità esteriore, che non solo egli sapeva estrinsecare nel rin­graziare con contenutezza garbata che non rasentava mai l'adulazione, ma soprattutto nell'attenuare la freddezza di un rifiuto, scusandosi per essere stato importuno e dichia­randosi pronto a ritornare in altra occasione più opportuna.

Certo la cerchia delle sue conoscenze non arrivava agli alti vertici della nobiltà genovese di cui facevano parte i Cataldi, i Ghiglini, gli Spinola, i Daria, o i Brignole Sale, della generosità dei quali beneficiò invece sempre larghissi­mamente Don Giovanni Bosco, che pur non era genovese. No, Don Roscelli poteva contare su alcuni benefattori del ceto borghese, abitanti nella zona di Borgo Pila, i qua­li, ben sapendo intravvedere quale tesoro di virtù si celas­se dietro la sua esile persona e sotto quella sua logora veste, oltre a rispondere con generosità alle di lui richieste, lo ac­coglievano con calda e cordiale ospitalità, senza lasciarsi sfuggire l'occasione di intrattenersi con lui in conversazio­ne e di respirare un poco di quella freschezza che suole emanare dalle anime che, essendo tutte di Dio, di Dio san­no recare e lasciare l'inconfondibile impronta.

Il risultato di tante richieste consentì, finalmente, il raggiungimento della cifra pattuita. O meglio, mancavano ancora quindicimila lire che, però, gli erano state assicura­te, con esplicita promessa, da una delle benefattrici più fa­coltose e sulla cui parola vi erano solide ragioni per poter contare con sufficiente margine di certezza.

Pieno di fiducia e di entusiasmo, Don Roscelli si recò quindi a visitare, nel gennaio del 1873, il terreno che stava

per acquistare. Riconosciutolo adatto al suo intento e presi gli ultimi accordi con il proprietario, venne pertanto fissata la data per la stipulazione del contratto.

Quando egli comunicò la lieta e tanto attesa notizia alle Maestre, fu un'esplosione di gioia, di esultanza, ed un accavallarsi di progetti lusinghieri in vista di una sistema­zione che avrebbe reso finalmente possibile la loro convi­venza sotto la guida di una Regola Monastica ed altresì no­tevolmente agevolata ed allargata la loro azione apostolica a favore della gioventù.

Tutto sembrava ormai concluso: non mancava che la convalida di una firma, quand'ecco verificarsi l'imprevedi­bile.

Cos'era successo?

La ricca signora, sulla quale Don Roscelli aveva ripo­sto tante speranze, non diede il minimo aiuto, adducendo pretesti inconsistenti e lasciando il povero Sacerdote in pre­da alla più sconcertante desolazione.

Come se ciò non bastasse, proprio in quei giorni si verificò il fallimento della Banca Casareto, nella quale egli aveva depositato la somma raggranellata con indicibile fati­ca mettendo insieme i propri risparmi, le doti delle Maestre e le offerte dei benefattori.

Con una rapidità spietata, le più rosee speranze si era­no trasformate in amare e cocenti delusioni! ...

Addio casa, addio sogni, addio progetti! ...

Se è vero, però, che il valore e l'autenticità della virtù si misurano sempre e solo nel momento della prova, Don Roscelli non smentì se stesso in quella che fu, senz'altro, una delle circostanze più dolorose della sua vita.

Dopo i primi, comprensibili momenti di sgomento, in­fatti, il santo Sacerdote si riprese con coraggio indomito e con immutata fiducia, seppellendo nel silenzio ogni lamen­to, ogni recriminazione ed ogni biasimo nei riguardi di chi aveva contribuito al crollo completo di tutti i suoi progetti, proprio quando questi sembravano già sul punto di essere pienamente realizzati.

Mentre però, prima, Don Roscelli, anche quando sem­brava che gli eventi volgessero a suo favore, aveva sempre dovuto lottare contro le incertezze, i timori e i dubbi, ora vedeva tutto in modo estremamente chiaro, anzi, tanto più chiaro quanto più grandi gli si presentavano le difficoltà da superare.

E quanto più vedeva chiaro, tanto più sentiva rinvigo­rirsi nel suo animo la fiducia nell'aiuto di Dio, possibile sempre ed in particolare quando tutto sembra umanamente impossibile.

Con tale carica interiore Don Agostino riusciva a rin­cuorare le sue Figlie spirituali che non sapevano darsi pace, e ad infondere in loro la fiducia che nulla era perduto, che la Casa tanto desiderata si sarebbe costruita e al più presto, e bella, e grande, e con un bel terrazzo e con un vasto cor­tile ove le bimbe avrebbero potuto correre e giocare spen­sierate sotto il loro sguardo, al sicuro da ogni pericolo e da ogni minaccia.

Bisognava saper sperare proprio ora in cui sembrava crollato ogni motivo di speranza.

Dio non le avrebbe mai deluse né private del suo aiuto e, presto o tardi, dovevano esserne ben certe, Egli sarebbe intervenuto in loro soccorso.

CAPITOLO DECIMO

DALL'ERTA DI SANT'ANDREA A SALITA DELLE FIESCHINE

1872- 1874

Se la grave stroncatura non aveva abbattuto la tempra morale né l'energia spirituale di Don Roscelli, era stata tut­tavia per lui un motivo di profonda ed acuta sofferenza, tan­to più sentita quanto più soffocata nell'intimo del cuore ferito e coperta da quell'esteriore atteggiamento di pacata serenità con il quale egli riusciva a sostenere, come già si è visto, la speranza, l'entusiasmo ed il coraggio delle sue Figlie spirituali.

Era più che mai vivo, nell'animo di lui, quell'alternar­si di dubbi, di timori e di fiducia, che stava diventando vero e proprio tormento: tormento facilmente comprensibile se consideriamo la modestia che sempre caratterizzò quell'uo­mo di Dio e la sincera disistima da lui sempre nutrita nei riguardi di se stesso, che gli facevano apparire tanto più av­ventata l'idea di dare vita ad un Ordine Religioso, quanto più la sua fede ferma e trasparente gliela faceva scorgere come un chiaro comando da parte di Dio cui non gli era lecito sottrarsi, pur nella totale ed assoluta mancanza di ri­sorse materiali in cui versava in quel difficile momento.

$ proprio delle anime sublimate dalla preghiera e tem­prate dall'esercizio della virtù l'avvertire in modo particolarmente struggente il senso della propria indegnità di fronte all'invito di realizzare qualcosa di grande e di im­portante.

Quello che, infatti, secondo la logica usuale può es­sere considerato un incentivo alla personale affermazione o un motivo di umana soddisfazione, secondo la logica dei santi è solo occasione di acuta e profonda sofferenza inte­riore.

Certo, se un'Opera fu intimamente sofferta, faticosa­mente conquistata, costantemente insidiata dall'ondata in­calzante delle difficoltà e dolorosamente percossa dagli in­quieti soprassalti della coscienza, questa fu senz'altro quel­la che Don Roscelli si sentiva chiamato a portare avanti, a qualunque costo e nonostante tutto.

Tale particolare stato di intimo logorio, però, non af­fievolì neppure momentaneamente lo zelo caritativo del santo Sacerdote, anzi, lo intensificò.

Giova sapere, in merito, che già dal febbraio 18721 egli era entrato a far parte della Compagnia della Miseri­cordia, una Confraternita genovese di origini antichissime sorta, nel 1350, come Compagnia dei Settantadue Discepoli o del Venerdì ed in seguito battezzata dal popolo con la de­nominazione di Compagnia della Morte. Ciò sia perché suo scopo precipuo era quello di dare sepoltura ai cadaveri, di recitare l'Ufficio dei defunti nei giorni festivi e di celebrar­ne solennemente l'ottavario, sia per le cappe nere con cap­puccio che indossavano i suoi ascritti, sia ancora per il loro distintivo, contrassegnato da un teschio tra due femori incrociati, con le sottoposte iniziali S. D. V.: « Societas diei Veneris ».

Tale Compagnia, che dal 1824 era aggregata alla Confraternita di San Giovanni Decollato, nel 1851 aveva declinato l'obbligo di accompagnare alla sepoltura i cada­veri poiché, essendo stato fondato in quell'anno, a Genova, il Camposanto civico di Staglieno, la cura di provvedere alla loro tumulazione era stata assunta dal Municipio della città.

Da tale anno in poi la Confraternita si era addossata l'obbligo di portare sollievo, conforto ed aiuto spirituale e materiale ai prigionieri che gemevano in condizioni vera­mente disumane nelle carceri di Sant'Andrea e di assistere, durante le ultime ore di vita, i condannati che dovevano salire il patibolo.

Don Roscelli era entrato a far parte della Confraterni­ta allo scopo di dare il proprio contributo in tali delicati ruoli, proprio in un momento in cui la loro urgenza era di­ventata un obbligo imprescindibile per ogni coscienza sen­sibile al dolore umano e al dovere di attendere alla salvez­za delle anime, tanto insidiata in quell'infamante ambiente di pena che erano le Carceri Giudiziarie genovesi, aventi allora la loro sede tra la Porta Soprana e la piazza San Domenico nell'antico Convento di Sant'Andrea, demolito in seguito per fare spazio all'attuale palazzo della Borsa, dopo il trasferimento dei detenuti nelle più decenti e fun­ziali carceri costruite poi a Marassi nel 1902.

L'inopportuno adattamento di un edificio, già quasi inagibile e costruito per ben altre finalità, a luogo di forzata detenzione per ogni sorta di delinquenti, non potendo con­sentire alcuna discriminazione, né le indispensabili cautele, né la dovuta, ininterrotta sorveglianza, si era rapidamente ridotto ad un orribile e volgare ricettacolo della più brutale degradazione umana.

Le prime ed indifese vittime erano, ovviamente, i gio­vanissimi, cioè i monelli vagabondi che sarebbero stati fa­cilmente recuperabili ma che, a diretto e continuo contatto con ladri di professione pronti a vantarsi delle loro bravate e a tener cattedra di raffinata delinquenza, in breve tempo si trovavano in grado di ragionare, con impressionante spa­valderia e senza il minimo scrupolo, di ogni sorta di deplo­revole vizio.

Squallido luogo, quelle prigioni, regno della bestem­mia, delle oscenità, dell'odio, della violenza, ove i detenuti, aggrappati alle sbarre delle inferriate, sudici, seminudi, con le gambe penzoloni, empivano della loro voce sguaiata il cortile, ora cantando volgarmente, ora intrecciando, con quanto fiato avevano in gola, interminabili dialoghi me­diante un gergo professionale incomprensibile agli stessi, impotenti guardiani.

La gravità di tale stato di cose suscitava, naturalmen­te, vivaci polemiche e clamorosi reclami' da parte di socio­loghi e filantropi, che auspicavano e sollecitavano urgenti provvedimenti, giacché « da questo carcere ben puossi af­fermare che nessun detenuto esce senza essere molto peg­giore di prima, a meno che abbia già raggiunto la perfezio­ne del vizio e del delitto e sia capace di farne scuola ai meno esperti ».

Ben poco, tuttavia, l'autorità civile e i ritrovati della tecnica più sofisticata avrebbero potuto realizzare di radi­calmente efficace a vantaggio degli infelici che, o con piena responsabilità, o per necessità, o per debolezza si trovavano risucchiati nel vortice del male, prima recalcitrando, poi abbandonandovisi quasi inconsciamente ed infine accon­sentendovi con malefico compiacimento, avendo perduto ogni forma di sensibilità ed ogni capacità di resipiscenza.

La funzionalità delle strutture, l'osservanza delle nor­me igieniche, il trattamento più umano e la maggiore pos­sibilità di discriminazione fra i detenuti: rimedi da ogni parte implorati come la chiave di volta per la soluzione di una questione tanto dibattuta nel secolo scorso come in quello attuale, sono tutti mezzi atti, sì, a semplificare e a potenziare i servizi di sorveglianza, ma non certo adeguati né sufficienti a redimere moralmente il carcerato e ad im­pedire che egli, punito ma non corretto, anzi, raffinato nel suo vecchio mestiere, sia pronto a riprendere, uscendo dal­la prigione, con maggior acredine che in precedenza, la sua lotta spietata contro la società che lo ha emarginato, ab­bandonandolo a se stesso.

Ben poco contano, ben lo sappiamo, le semplici rifor­me carcerarie di fronte a quella umana tragedia che gior­nalmente si svolge e si consuma al di là delle sbarre: una tragedia, però, che non sta tutta nelle sbarre, bensì nella voce della coscienza, soffocata dalla consuetudine alla col­pa ma ancora tanto vitale da ripercuotersi sordamente nelle latebre dell'animo per tormentarlo, giorno e notte, senza concedergli né pace né riposo.

Don Agostino sapeva tutto questo, così come sapeva che solo il perdono di Dio può placare quel tormento e taci­tare quella voce, martellante fino all'ossessione.

Ecco perché, rivestito del grande privilegio di farsi portatore di quel perdono, egli si assunse il nuovo compito pienamente confacente al suo spirito zelante e generoso, soprattutto verso gli oppressi e le vittime della società dei consumi e del progresso.

Non aveva forse egli, cooperando ormai da molti anni con Don Francesco Montebruno e nella sua mansione di assistente degli Artigianelli, constatato le molte volte come quei poveri ragazzi che, se abbandonati a se stessi avrebbe­ro senz'altro percorso tutto lo stadio del vizio e della col­pa erano, invece, tanto facilmente recuperabili e suscettì­bili di una completa riabilitazione?

Come, quindi, non provare una profonda compassio­ne verso chi, forse, era più infelice che colpevole, più ina­sprito che cattivo, più carente d'amore che pervaso dal­l'odio, più desideroso di perdono che non di vendetta?

Come rinunciare ad una tanto preziosa quanto ab­bondante messe di bene e di redenzìone?

Solo Dio può annoverare quante anime incallite dal vizio, degradate dall'immoralità ed ottenebrate dall'odio e dal risentimento Don Roscelli seppe dischiudere alla fidu­cia nell'infinita misericordia di Dio!

Possiamo pertanto immaginarlo nel suo frequente e sollecito salire la piccola, stretta ed oscura erta di Sant'An­drea M e varcare il tetro cancello sovrastato dalla triste scritta CARCERI GIUDIZIARIE, onde portare una parola di pace cristiana insieme al conforto di una benedizione, nonché qualche soccorso materiale a tanti infelici che lan­guivano nelle umide ed oscure celle di quel malfamato luo­go di pena.

Anche all'altro triste quando prezioso compito affidato ai membri della Confraternita di accompagnare, fino al luogo del supplizio, i condannati alla pena di morte, che era sempre per impiccagione, Don Agostino attese con illimitato zelo, nulla risparmiando per alleviare lo strazio del pove­retto che, fin dal giorno precedente quello dell'esecuzione, gli veniva affidato affinché, secondo la prassi, gli stesse ac­canto nella piccola Cappella del « confortatorio », per pre­pararlo al passo supremo.

Erano certo lugubri notti d'agonia trascorse sostenen­do e confortando chi si dibatteva tra il desiderio insoppri­mibile della vita e l'orrore della morte imminente fino al mattino del giorno ferale in cui, camminando a fianco del­l'infelice, lo si doveva accompagnare fino al Molo Vecchio, luogo allora scelto per il supplizio, sostenendolo con parole affettuose e cristiane e tenendogli continuamente sotto gli occhi, sbarrati per il terrore, una tavoletta su cui era dipin­ta l'immagine del Crocifisso.

Giunti alla Chiesa di San Marco, nel corso di una bre­ve sosta, il Sacerdote impartiva al condannato la suprema benedizione col Santissimo ed infine lo aiutava a salire il palco dell'esecuzione, dopo la quale il cadavere veniva la­sciato esposto per tutta la giornata al pubblico, quale am­monimento che la giustizia umana era compiuta.

In serata erano ancora i Confratelli a ritornare sul luogo macabro per tagliare le -corde che reggevano il corpo irrigidito, deporlo nella bara e portarlo alla sepoltura.

Durante la giornata dell'esecuzione, inoltre, la Compa­gnia doveva provvedere che fosse fatta l'esposizione del SS.mo Sacramento nella Cappella di San Giovanni Battista in Duomo, mentre i Confratelli si succedevano, a turno, per la pubblica adorazione.

A tali impegni di sublime carità Don Roscelli riusciva a far fronte senza mai alterare il quotidiano, intenso ritmo della propria laboriosa giornata e senza che alcuno di chi gli viveva accanto potesse esserne informato.

Non è questo, forse, lo stile dei Santi? ...

Non è questo il carattere delle opere veramente meri­torie: di essere registrate soltanto sul grande, invisibile li­bro di Dio? ...

Tutto ciò, però, non bastava ancora all'anima genero­sa di Don Roscelli il quale, attraverso il ministero della con­fessione, ben poteva sapere come dietro la facciata dell'ap­parente perbenismo e dell'insulsa spensieratezza di quel ce­to borghese che trovava il proprio sostegno nella marcia trionfale dell'industria e del commercio si celava tragica­mente il volto squallido e disorientato di una realtà fatta di miseria, di debolezza, di corruzione, di angoscia e, im­mancabilmente, di amare, cocenti lacrime.

Sapeva che, dietro il mondo spensierato e facile dei bimbi desiderati, protetti e vezzeggiati, languiva quello mi­serevole dei bimbi non voluti, rifiutati, o, troppo sovente, spietatamente soppressi ...

... Era il mondo di tante infelici ragazze, vittime del vizio e dello sfruttamento, che fuggivano furtivamente nel­l'ombra dopo aver deposto o fatto deporre da mani estranee la propria, innocente creatura nell'anonima ruota del Bre­fotrofio, soffocando in cuore la voce prepotente del ri­morso.

Ebbene: fu proprio su quel mondo di angoscia e di colpa, che molti intuivano ma che ognuno fingeva di igno­rare, che Don Agostino Roscelli, l'umile Prete nascosto, volle fermare e fissare lo sguardo dell'anima, per guardarvi coraggiosamente fino in fondo con illuminata lungimiran­za, facendo così propria una causa che oggi è ai vertici del­la cronaca e oggetto di interessamento e di dibattito da parte della pubblica opinione, di pedagogisti, di psicologi e di operatori sociali, ma che fino al secolo scorso era stata sempre tenuta prudentemente ai margini dell'informazione, sotto la rigorosa tutela del silenzio professionale e dell'uma­na discrezione: la causa, cioè, degli illegittimi, antica quan­to è antica l'umanità e che ha sempre pesato, come continua ancor oggi a pesare con tutta la sua immane e tragica gra­vità, su ogni epoca della storia di tutti i popoli civili.

L'occasione si presentò nel 1874 allorché, in base ad un Decreto Regio dell'anno precedente, veniva sancito che gli Ospizi a tutela dei bambini abbandonati fossero go­vernati da Amministrazioni speciali, sotto la dipendenza della Deputazione Provinciale, mentre fino all'avvento del­l'Unità italiana il servizio di assistenza dei trovatelli era sempre stato affidato alle Province con il concorso dei rela­tivi Comuni.

Per quanto riguarda la Provincia di Genova, tale com­pito era stato in precedenza a carico dell'Ospizio dipenden­te dall'antico Ospedale di Pammatone, ove vigeva il tristis­simo sistema della « ruota », rimasto per secoli funesta­mente famoso, dopo essere stato introdotto per la prima vol­ta in Roma da Papa Innocenzo III.

Oggi ne rimane, fortunatamente, solo il triste ricordo, legato ad un'epoca in cui esso rappresentava, senza alter­native, l'unico espediente al fine di evitare che da un errore ne derivasse un male ancora maggiore.

È comprensibile come tale istituzione, lungi dal risol­vere il gravissimo e spinoso problema, favorendo l'anoni­mato di chi deponeva furtivamente la piccola, innocente creatura ed offrendo altresì la possibilità di affidare al­l'Ospizio la cura di una vita che era di peso a chi l'aveva generata, non avesse fatto che aumentare il numero degli « esposti » in modo tanto allarmante da attirare l'attenzio­ne degli uomini di governo della Destra Storica, i quali riu­scirono a far presentare il disegno di legge del 20 Marzo 1865 che, come abbiamo già detto, venne poi approvato con Decreto Regio dell'8 giugno 1873 e.

La Deputazione Provinciale, pertanto, costituita con lo specifico scopo di provvedere al mantenimento degli il­legittimi, in base ad un suo Statuto Organico legalmente approvato', aveva stabilito di acquistare, come sede del­l'Ospizio, quella parte del Conservatorio delle Suore di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario, o Brigno­line, rimasta agibile dopo la demolizione, avvenuta nel 1868, della maggior parte di esso per l'apertura della linea ferroviaria a levante della città e la costruzione della rela­tiva Stazione Brignole

Si trattava di una parte di fabbricato ubicato in salita delle Fieschine', che sembrava idonea allo scopo per cui era stata scelta « sia per capacità, sia per la posizione ab­bastanza centrale e, nel medesimo tempo, sufficientemente riservata » 9.

La Commissione Amministrativa era presieduta dal comm. ing. Cesare Parodi, deputato al Parlamento, e costi­tuita dal cav. Tomaso Ruzza quale vicepresidente e dai Commissari conte Benedetto Della Torre, dott. Tomaso Ricca e avv. Pietro Ansaldo.

Del personale sanitario facevano parte il dott. Antonio Paganini in qualità di capo-medico e il dott. Michelangelo Noero, in qualità di assistente medico.

Il servizio religioso, infine, venne assegnato a Don Roscelli in qualità di Cappellano, in quanto l'Ospizio era sotto la giurisdizione della Parrocchia della Consolazione.

Si trattava di un compito delicatissimo, che poteva essere affidato solo a persona di assoluta fiducia, discreta, prudente, riservata, coscienziosa e generosamente disponibile. Un compito che non si esauriva certo solo nel battez­zare le povere creaturine rifiutate dalla madre, tutt'altro! ... Con la soppressione della « ruota », infatti, e con l'ap­plicazione delle nuove leggi di cui abbiamo parlato, si era fatto strada ed aveva trovato sufficienti consensi il concetto più giusto e, soprattutto, più umano della necessità di tene­re unita quanto più possibile la madre al figlio, nell'inte­resse di entrambi.

La persona che affidava il bimbo a mani sconosciute continuava a conservare l'anonimato e ad avere la certezza che sul suo tragico gesto sarebbe senz'altro calato il velo del silenzio e del segreto più assoluto; al momento della consegna, però, ella riceveva un sacchetto di juta, contras­segnato da un numero corrispondente a quello assegnato al bambino, ove veniva riposta una mezza medaglia dopo di che, opportunamente sigillato e custodito, esso poteva costituire il mezzo di riconoscimento, qualora la madre avesse voluto esibire l'altra parte della medaglia.

Questo, ovviamente, non era che un tenue e fragilis­simo legame materiale, valido soltanto agli effetti giuri­dici ...

Di più, d'altronde, non sarebbe stato possibile atten­dersi da parte dei provvedimenti amministrativi! ...

Vi era però un altro legame assai più solido: quello del sangue, ed un'altra norma assai più imperiosa: quella della coscienza, nella cui intimità solo il confessore può addentrarsi per operarvi, in nome dell'Autorità di cui è in­vestito, i prodigi più grandi e più meravigliosi.

Ebbene: di quanti di questi prodigi sia stato strumen­to Don Roscelli, anche in questo caso solo Dio può testimo­niare, giacché le confessioni non si annotano nelle pagine dei registri umani.

Certo, lo squallido ambiente del Brefotrofio, sdegnosa­mente ignorato dal perbenismo borghese fu, per il generoso Sacerdote, un campo di dedizione tale da trascendere i li­miti della resistenza umana.

Migliaia e migliaia di povere creaturine, misconosciu­te e rifiutate dai genitori, innalzate alla dignità di figli di Dio ...

Madri sventurate, irrigidite nella diffidenza e decise, il più delle volte, a seppellire in se stesse la triste ed infa­mante trama della tragedia nascosta dietro il loro gesto disumano, ricondotte, con paterno amore e delicata pazien­za, al pentimento liberatore ed alla confessione redentri­ce ...

Sono questi i frutti incalcolabili di un servizio reso alla causa di Dio e svolto sempre con una fedeltà, uno scrupolo ed una intensità di zelo, che hanno certo rasentato l'eroismo!

Strana coincidenza: proprio in quel Conservatorio do­ve la beata Maria Repetto aveva vissuto dal 1829 al 1869 tessendo, attraverso la porta del Convento di cui era custo­de, la trama preziosa della propria santità in assoluto spi­rito di dedizione nei riguardi degli emarginati e della so­cietà in rinnovamento, Don Roscelli continuò, dal 1874 al 1896, nel suo ruolo di Cappellano dell'Ospizio dell'Infanzia abbandonata, a battere la stessa strada arricchita dal cari­sma del ministero sacerdotale, in piena sintonia di intenti e di stile.

Belle e grandi, queste due figure di apostoli della ca­rità che, pur senza essersi mai né conosciuti né influenzati, si sono trovati quasi tacitamente legati dall'impegno di ser­vire Dio e le anime all'insegna dell'umiltà, della povertà e del nascondimento.

Figure pienamente incastonate nel preciso momento storico che fu il loro e di fronte al quale non declinarono alcuna responsabilità, pur senza infrangere il silenzio che caratterizzò la loro spiritualità ed il loro modo di svolgere l'azione caritativa.

Silenzio sempre tanto fecondo, pertanto, quello del­1'« umile Prete di ieri »: più eloquente di tutti i discorsi che oggi alimentano la stampa ed animano gli inconclu­denti dibattiti televisivi ... più efficace ed immediato di tut­te le discutibili proposte legislative che lastricano l'insidia­to cammino del nostro tempo ... più risonante di uno squillo di tromba e destinato a lasciare dietro di sé un'eco vibrante, che è chiaro e severo monito alla coscienza di ogni uomo di buona volontà.

CAPITOLO UNDICESIMO

IN VIA VOLTURNO

1874-1876

Mentre l'impegno di Cappellano dell'Ospizio dell'In­fanzia Abbandonata poneva quotidianamente Don Roscelli di fronte ad una realtà squallida e pietosa che gli si mani­festava, senza veli e senza reticenze, in tutta la sua allar­mante gravità, l'Italia stava vivendo una svolta estrema­mente significativa della sua difficile storia.

Tramontata, ormai, l'era romantica tanto ricca di slan­ci e di ideali, era bruscamente subentrata una realtà intes­suta di problemi tanto urgenti ed allarmanti, quanto me­schinamente prosastici e concreti.

L'imporsi delle ideologie politiche delle sinistre, con le loro lusinghiere quanto utopistiche istanze sociali, trova­va sostegno e credito nella mentalità positivistica che, già prima degli anni settanta, aveva pervaso ogni concezione ed ogni prospettiva, in quanto rispondente alle aspirazioni di un'epoca che incominciava ad assistere agli entusiasmanti e sconvolgenti trionfi della scienza.

Il progresso tecnologico, già sensibilmente avviato e su cui ci siamo già soffermati nelle pagine precedenti, sembrava ora farsi inarrestabile, modificando le condizioni di vita e di pensiero ed imprimendo un sempre più alacre slancio all'industrializzazione, che continuava a trascinare dietro di sé l'esacerbarsi della situazione di sfruttamento del ceto proletario, sul quale aveva fermato a lungo l'atten­zione Carlo Marx, elaborando una ideologia il cui program­ma, di ispirazione atea e materialistica, stava prendendo sempre più campo, come poté essere testimoniato dallo svolgimento del suo primo Congresso Internazionale euro­peo nel 1864.

Il programma elaborato dalla nuova linea politica del governo italiano aveva trovato vasti consensi tra le forze più vive ed operanti della nazione, in piena evoluzione so­ciale: quelle, cioè, sul cui lavoro sfruttato e mal retribui­to si stava affermando la nuova borghesia capitalistica, che si preparava a svolgere il ruolo di protagonista dei grandi e significativi eventi della nuova nazione italiana.

Ai fari abbaglianti del progresso e dello scientismo, infatti, faceva penosamente contrasto il grigiore spento e deprimente della miseria, dell'analfabetismo, della disoc­cupazione e della emigrazione su cui, anche se invano, si era fermata l'attenzione di quel socialismo utopistico, tan­to ricco di commoventi slanci umanitari e di ingegnosi pro­getti di riforme a vantaggio degli umili, dei semplici e degli oppressi.

Questo spiega come le sinistre, progressiste e democra­tiche, che si dimostravano più sensibili alle nuove esigenze e più libere nelle loro movenze, in quanto meno legate agli schemi ed ai tradizionalismi statici della destra storica, aves­sero potuto accogliere i suffragi di tutti i malcontenti, i de­lusi, i critici del governo e del regno, attratti dal programma magniloquente e grandioso degli esponenti più autorevoli di quei partiti, quali il De Pretis ed il Cairoli.

Si prospettava l'abolizione della deprecata tassa sul macinato, l'obbligatorietà e la gratuità della scuola elementare, l'estensione del diritto elettorale, l'affermazione del laicismo, la garanzia di ogni libertà: tutte allettanti pro­messe che, se per l'inesperienza e l'impreparazione degli uomini che assumeranno le redini del governo, non riusci­ranno, per molto tempo, a scendere dal piano puramente teorico a quello della realtà concreta, incideranno però in modo determinante su ogni indirizzo di pensiero e su tutta la sfera culturale, imprimendo ad essa un deciso orienta­mento a carattere immanentistico, materialistico ed anti­clericale.

Nell'ambito di tale vasto contesto, veniva ad assumere un'importanza di primo piano, inesistente per l'addietro, il problema dell'istruzione elementare e, per meglio dire, della lotta contro l'analfabetismo, in merito al quale i la­bili provvedimenti adottati in precedenza si erano rivelati immediatamente molto carenti e gravemente discutibili, sia dal punto di vista giuridico, sia da quello morale.

Sotto l'aspetto giuridico, l'articolo 326 della legge Ca­sati del 1859 sanciva l'obbligo della frequenza del primo biennio della scuola elementare: obbligo che, come risa­puto, dovrà rimanere solo sulla carta ancora per più di mez­zo secolo nonostante le sanzioni fissate per i genitori ina­dempienti, sia a causa della miseria che costringeva i fan­ciulli a lavorare per aiutare la famiglia, sia per la quasi as­soluta mancanza di edifici scolastici e di maestri, sia, infi­ne, per l'insufficiente preparazione dei maestri stessi.

L'obbligo scolastico, imposto da tale legge, aveva ov­viamente suscitato forti reazioni da parte dei cattolici in­transigenti, preoccupati per lo sviluppo della scuola ele­mentare pubblica, che era diventata sempre più laica nei suoi insegnanti e nel suo tipo di insegnamento, in conse­guenza del conflitto trascinatosi a lungo tra la Chiesa e lo Stato.

La legge Casati, infatti, come sarà poi con la legge Coppino del 1877, anche se non aboliva esplicitamente l'insegnamento del catechismo, non lo includeva tra le ma­terie di studio nel corso obbligatorio delle elementari, nelle quali erano invece introdotte le prime nozioni dei doveri dell'uomo e del cittadino, con la conseguenza che alcuni Comuni avevano conservato ed altri avevano soppresso l'in­segnamento del catechismo, a seconda del colore politico delle loro amministrazioni.

Di fronte a tale grave stato di cose, Pio IX aveva vo­luto definire la posizione dei cattolici nel giugno del 1874 in un Congresso tenutosi a Venezia, dal quale era uscito il rifiuto di un qualsiasi adattamento della Chiesa alle nuo­ve istituzioni politiche e, per conseguenza, la condanna dei cattolici liberali e di quanti avevano prospettato e caldeg­giato, in vario modo, una qualsiasi conciliazione tra il cat­tolicesimo e la civiltà moderna.

Il Congresso di Venezia non si era limitato alle cate­goriche condanne di principio, ma aveva altresì fissato un programma di azione e di apostolato, volto al recupero della società scristianizzata, il cui compito precipuo doveva essere l'educazione della gioventù, che non doveva assolu­tamente prescindere dai comandamenti divini.

Ai genitori cattolici veniva pertanto rivendicato il di­ritto di difendere le scuole confessionali, nelle quali i loro figli avrebbero potuto avere una educazione conforme ai dettami della morale cattolica, ed ai religiosi ribadito lo stretto dovere di provvedere in ogni modo e con qualsiasi mezzo a rendere possibile un tale tipo di educazione.

Genova che, già dai primi anni del Regno unita si era trovata in primo piano per la sua corsa baldanzosa verso l'affermazione economica e sociale, stava in quegli anni avviandosi ad offrire l'ambiente più propizio per essere se­de del primo Congresso, da cui prenderà vita il Partito Socialista Italiano, con l'imporsi del quale si prospettava inarrestabile la laicizzazione della vita e la scristianizzazio­ne di tutta la cultura.

In tale clima politico e morale Don Roscelli che, fino a quel momento aveva considerato a livello di semplice invito l'idea di fondare un nuovo Ordine Religioso dedito precipuamente all'educazione e all'istruzione delle bambine e delle ragazze del popolo: invito al quale, per mancanza di mezzi materiali e di aiuti consistenti, egli non aveva potuto rispondere pur non rassegnandosi a declinarlo defi­nitivamente, si trovò a non avere più dubbi.

Attraverso le lunghe, assorte e sofferte ore di preghie­ra, sia diurna che notturna, poco a poco il suo intimo tor­mento si era completamente dissolto.

Nel cielo della sua anima innamorata di Dio e tesa nell'ascolto della di Lui voce le nubi, prima diradate dalla luce della fede ed infine fugate dal vento della speranza, avevano lasciato spazio ad un sereno terso ed irradiato dall'ardore cocente della carità.

Era quello il momento di grazia in cui Don Agostino vedeva, sì, le circostanze, le cose, le persone, le difficoltà ed i limiti, ma come proiettati in una sfera soprannaturale che glieli trasfigurava e glieli faceva giudicare solo attra­verso l'ottica di Dio.

Quelli che, prima, gli erano sembrati giustificati timo­ri e plausibili riserve, ora, in quella nuova prospettiva, gli apparivano invece come fuga dalla realtà, come paura di esporsi e di guardare in faccia una situazione che esigeva da lui una decisione personale; come la tentazione di chiu­dere gli occhi, col pretesto della propria indegnità, per non vedere, per non sentire, per non essere coinvolto, per non trovarsi a dover affrontare direttamente i grandi problemi della vita, degli altri, della società.

La preghiera aveva insegnato a Don Roscelli a non cadere nella tentazione di declinare le proprie responsabi­lità, rifugiandosi nella tranquillità del privato; gli aveva in­segnato a guardare in faccia coraggiosamente la paura, i dubbi, le incertezze, perché chi è uomo di preghiera non passa oltre incontrando il povero bisognoso di aiuto sulla propria strada, ma si ferma e si piega sollecito su di lui e sulle sue ferite per curarle e sanarle.

Chi è uomo di preghiera, infatti, sa, al momento op­portuno, vestirsi dell'audacia e dell'intraprendenza, neces­sarie per assumersi tutte le proprie responsabilità e per prendere in mano ogni capacità di decisione, dicendo: « Sia fatta, o Dio, la Tua volontà! », « Si compia in me ciò a cui sono chiamato! ».

È l'ardimento che, inspiegabile ai più, è proprio solo dei santi.

In questo stato d'animo Don Roscelli, quasi per avere ancora la conferma definitiva che stava imboccando la strada giusta, pensò di interpellare il supremo rappresen­tante di Dio sulla terra: il Papa, cioè Pio IX.

L'idea di andare personalmente a Roma per presen­tare e caldeggiare la propria istanza non fu da lui neppure presa in considerazione, per i motivi di cui abbiamo già parlato.

Del resto, non vi era la possibilità di scrivere? ...

E così Don Agostino fece, rimettendo interamente a Dio l'esito di quel gesto, per lui tanto importante e deci­sivo.

Se ne avesse ricevuto un diniego, non avrebbe esita­to a deporre la propria audacia, con la tranquillante cer­tezza che non si sarebbe trattato, in tal caso, di personale fuga dalla realtà, ma solo di ubbidienza alla suprema di tut­te le Autorità terrene.

Il diniego, però non venne, anzi! ...

Venne un lusinghiero ed eloquente incoraggiamento: « DEUS BENEDICAT TE ET OPERA TUA BONA! ».

E venne da un Papa temprato da ben trent'anni di pontificato, uno dei più sofferti e travagliati che la storia della Chiesa ricordi.

Un Papa che, superata la bufera politica che lo aveva travolto e coinvolto, dopo aver dovuto subire la rinuncia a quel potere temporale che, per ben undici secoli, la Chiesa aveva detenuto in modo incontrastato, si era ormai tutto concentrato sui problemi di carattere prettamente spiritua­le, opponendosi con vigore e fermezza, mediante la pub­blicazione del Sillabo, nel 1864, al modernismo, al positi­vismo e all'ateismo dominanti la cultura e le dottrine poli­tico - sociali di quegli anni e definendo, con illuminata decisione, durante il Concilio Vaticano I da lui indetto nel 1869, l'infallibilità del Pontefice come Maestro univer­sale di dogma e di morale.

Un Papa, quindi, che ben a fondo conosceva, per con­sumata esperienza, quali fossero le gravi conseguenze di quel laicismo che permeava tutta la società e su quali ri­sorse spirituali si potesse contare per poterle arginare, on­de attutirne le pesanti e tragiche conseguenze.

Quel « DEUS BENEDICAT TE ET OPERA TUA BONA » veniva pertanto ad assumere, in quel preciso momento sto­rico, un peso ed una portata particolarmente significativi ed emblematici, che non poterono certo sfuggire all'attenzione di Don Roscelli il quale, nel segreto del suo cuore, non aveva atteso altro che quel deciso e caloroso consenso per porsi all'opera in modo concreto.

Mons. Salvatore Magnasco, che già qualche anno pri­ma gli aveva espresso in merito il proprio, sentito compia­cimento, si impegnò di rivolgere personalmente, scriven­dola di propria mano, una fervida raccomandazione a tutti i benefattori che avessero voluto contribuire alla realizza­zione di una Istituzione tanto auspicabile per l'educazione e l'istruzione della gioventù.

L'invito fu accolto con viva partecipazione e con im­prevedibile generosità tanto che, con la somma realizzata e l'aggiunta di qualche prestito, Don Roscelli nel giro di un mese fu in grado di riprendere e concludere le trattative già iniziate per l'acquisto del terreno in Borgo Pila che, fortunatamente, era ancora completamente disponibile. Compiuto il primo, tanto importante passo, venne da­to inizio ai lavori di costruzione dell'edificio, che avrebbe dovuto accogliere le operose Maestre e le loro allieve, da anni in trepidante attesa del grande avvenimento.

Furono provvidenziali, all'uopo, i lavori che si stava­no svolgendo non molto lontano per la demolizione dei nu­merosi, vecchi palazzi dell'antica via Giulia e la realizza­zione della nuova via XX Settembre, sulla base dell'ardito progetto di Andrea Podestà, che contemplava una vera e propria rivoluzione urbanistica di tutta la zona compresa tra la piazza San Domenico e le colline di Albaro.

Porte, telai, imposte, travi, tegole, mattonelle e mate­riale edilizio vario, destinato ad essere distrutto perché giu­dicato inservibile, tutto venne utilizzato e valorizzato da Don Roscelli espertissimo, come sappiamo, nell'arte di ricavare il molto dal poco.

Certo quella modestissima costruzione che, giorno dopo giorno, veniva prendendo forma e consistenza sotto lo sguardo ansioso e vigile del buon Sacerdote, confortato dal fresco entusiasmo delle sue Figlie spirituali che seguivano impazienti lo svolgimento dei lavori, non era certo un capo­lavoro architettonico, anzi, poteva definirsi un vero e pro­prio insulto all'estetica e ad ogni minima pretesa di armo­nia stilistica ... ma che importanza poteva avere, allora, tutto questo? ...

Era la loro « casa »; era il frutto più genuino di tante preghiere, di tanta fede, di tanta speranza! ... Era il risul­tato concreto delle fatiche e dei sacrifici di un uomo di Dio fisicamente debole e materialmente privo di sostanze, senza appoggi umani, senza benemerenze sociali, ma reso ardito fino all'impensabile dall'assillante preoccupazione per le anime che bisognava ad ogni costo proteggere dal male e salvare dalla voracità della società industrializzata e materializzata.

Era una « casa », era uno spazio disponibile e questo, per il momento, era per loro il massimo desiderabile. Durante i lavori di costruzione dell'edificio, che si protrassero per più di un anno e cioè dall'estate del 1875 all'autunno del 1876, Don Roscelli non trascurò mai al­cuno dei molti impegni che assorbivano parte sempre mag­giore del suo tempo.

Al confessionale della Consolazione era un susseguir­si sempre più numeroso di penitenti che, già fin dalle prime ore del mattino di ogni giorno tranne il martedì, attende­vano il proprio turno per accostarsi a quella sorgente di conforto, di serenità e di pace in cui egli era riuscito a trasformarlo.

Erano persone di tutte le condizioni e classi sociali, che ricorrevano fiduciose a quel Sacerdote che già era in uso denominare « il santo » e che, chiuso per quattro o cin­que ore consecutive in un esiguo metro quadrato tra due grate ed una tendina, incurante del freddo, del caldo, della stanchezza e degli acciacchi, era sempre serenamente pron­to ad accogliere tutti con inalterata pazienza, con delicata bontà, con attenzione immancabilmente viva e penetrante, con le parole più opportune al caso particolare di ciascuna.

Era un quotidiano succedersi di anime che venivano ad inginocchiarsi cariche del peso delle loro colpe, delle loro pene, dei loro bisogni e dei loro problemi e che se ne andavano, poi, alleggerite dal sereno sollievo del perdono di Dio.

Anche nell'interno della Chiesa della Consolazione fervevano i lavori di decorazione della cupola ad opera di Francesco Semino, mentre nel secondo altare della nava­ta destra 1'8 dicembre 1875 veniva sistemata la bella statua in legno della Vergine Immacolata, opera dello scultore Stefano Valle da Genova, allo scopo di ricordarne la definizione dogmatica, proclamata da Pio IX quello stesso giorno del 1854.

Per Don Agostino, che stava ormai realizzando deci­samente il progetto di dare vita ad un nuovo Ordine Reli­gioso femminile, quella circostanza non fu certo fortuita, ma lo confermò nell'idea di dedicare l'Opera da lui incre­mentata e diretta all'Immacolata, alla protezione della qua­le egli aveva, in modo particolare, affidato l'andamento e l'esito della sua meditata e sofferta impresa spirituale e che, senza mai deluderlo, gli aveva maternamente spianato la strada guidando ed illuminando tutti i suoi passi.

Suore dell'Immacolata si sarebbero pertanto chiamate le sue carissime Figlie, che tanta parte avevano avuto nel­l'aiutarlo a superare le molte e disarmanti difficoltà incon­trate lungo il suo faticoso cammino.

Ora, però, tutte le barriere sembravano abbattersi, quasi in perfetta sintonia con il manifestarsi chiaro e deciso della volontà di Dio nei suoi riguardi.

Anche nella Casa degli Artigianelli la presenza di lui non era più indispensabile come agli inizi della sua fonda­zione.

L'attività della tipografia, infatti, sempre più intensa e redditizia, aveva creato la necessità di un suo ampliamen­to con la costruzione di altri locali e l'impianto di nuove macchine ed attrezzature per la litografia, la cromolitogra­fia ed altre arti affini, indispensabili alla completa efficienza di quel settore artigianale.

Per rispondere a tali esigenze, Don Montebruno era riuscito a far costruire un nuovo braccio, a destra della Casa preesistente, nel quale aveva provveduto anche a rea­lizzare una nuova Cappella, consacrata nel 1872 da Mons. Salvatore Magnasco, più ampia e più rispondente a quelle che erano diventate le reali necessità dell'Istituto.

Tutto l'insieme, pertanto, aveva assunto un nuovo rit­mo, più complesso e più dinamico, ed un'impronta più tipicamente tecnica, che richiedeva, di conseguenza, la presen­za e la collaborazione di un personale assistente qualificato anche professionalmente.

Anche le risorse economiche dell'Istituto, con l'incre­mento della tipografia, erano considerevolmente aumentate ed erano così cessati i tempi duri di penuria nei quali l'ope­ra di Don Roscelli era stata tanto provvidenziale ed indi­spensabile.

Don Montebruno stesso, desideroso di veder realizza­to il progetto a vantaggio della società del suo impareggia­bile amico e collaboratore, a questo punto non poteva che incoraggiarlo a seguire la strada indicatagli da Dio, anche se consapevole di privarsi di un aiuto coscienzioso, valido e, nel suo genere, veramente insostituibile.

Le anime che hanno di mira solo la gloria di Dio ed il bene del prossimo, qualunque sia il ruolo che esse sono chiamate a svolgere, non possono che trovarsi in piena sintonia di decisioni e di intenti.

I lavori in Borgo Pila, intanto, procedevano alacre­mente, secondo un progetto ispirato alla più estrema parsi­monia ed al minimo estremamente indispensabile.

La distribuzione dei locali era asimmetrica, i pavimen­ti erano un insieme disarmonico di mattoni e di ardesia, co­me pure le scale; eterogenee erano le imposte delle finestre, le porte e tutti gli infissi.

Il decoro, lo spazio, le comodità, l'illuminazione, il ri­scaldamento: quelle esigenze, insomma, che oggi sono con­siderate insopprimibili in ogni genere di vita, anche reli­giosa, lì, in quel fabbricato, tra quelle mura disadorne, non avevano proprio trovato il loro albergo.

Eppure quella Casa, che aveva avuto solo Dio come architetto, risultò un nido tanto accogliente, intimo, simpa­tico, familiare! ...

Come un cubo bianco gettato là, tra gli orti del Bisa­gno in quella appena tratteggiata via Volturno ... disperso in mezzo ad una borgata ancora puramente periferi­ca ..., con i suoi tre piani irregolari più quello terreno, essa aveva già assunto nel suo nascere uno stile incon­fondibile, che solo chi l'ha conosciuta ed amata ha potuto e saputo gustare: senz'altro lo stile delle opere di Dio che non si ripetono mai e che gli uomini, per quanto facciano, non possono né imitare né riprodurre con i mezzi a loro disposizione.

Secondo le promesse che Don Roscelli aveva fatto alle sue Figlie per confortarle della delusione del 1873, la co­struzione aveva anche un simpatico cortile, la famosa « piaz­zetta », pronta ad accogliere i giochi allegri e movimentati delle bimbe che l'avrebbero popolata nelle ore di ricrea­zione.

Soprattutto, poi, bella, intima, raccolta e decorosa era riuscita la Cappella, con il soffitto decorato a stucchi e le ele­ganti inferriate in ferro battuto che proteggevano le fine­stre, aperte verso il lato nord del fabbricato.

Alle Maestre, pertanto, che il 15 ottobre 1876 potero­no finalmente stabilirvi la loro residenza, quella costruzione dovette certamente sembrare una reggia, tanto l'avevano so­gnata e desiderata come sede della loro vita in comune e consacrata a Dio per il bene delle anime alle quali si sa­rebbero interamente dedicate.

Non parliamo, poi, di Don Roscelli il quale, quasi an­cora incredulo di fronte a quella tangibile e sospirata real­tà, vedeva nella modesta ma tanto cara Casa, che affidava al patrocinio di San Giuseppe, finalmente realizzato l'inizio di quell'Opera ispiratagli con tanta insistenza da Dio da cui egli, come sappiamo, si era lasciato, passo passo, docil­mente condurre.

Il giorno 22 ottobre la nuova Cappella, che le Maestre avevano preparato ed adornato con indescrivibile cura ed amore, era pronta per il più significativo degli avvenimenti di cui era destinata ad essere protagonista.

Don Agostino Roscelli, nelle nuove ed impegnative ve­sti di fondatore di un Istituto Religioso, consegnava alle sue prime Figlie l'abito religioso ed imponeva loro il nome di Suore dell'Immacolata.

Sei furono le prime Immacolatine: Rachele Bailo, Te­resa Poggi, Antonia Pozzuolo, Vittoria Tassara, Celeste Raggio e Maddalena Noli, mentre altre due, Clarice Beggi

e Serafina Bailo, chiesero, per sentimento di umiltà, una dilazione alla Vestizione onde potervisi preparare meglio, pur continuando il loro apostolato nella scuola.

Nello stesso giorno le neovelate fecero anche la profes­sione della piccola Regola, ancora manoscritta e compilata dal loro Direttore, con l'approvazione di S. E. Salvatore Magnasco, ed emisero i voti di povertà, castità ed ubbidien­za, in quanto per loro il Noviziato si poteva considerare già compiuto negli anni precedenti, trascorsi nella preghiera e nell'apostolato ed a prezzo di tanti sacrifici.

Da quell'avvenimento, tanto significativo ed importan­te, l'Istituto delle Suore dell'Immacolata di Genova comin­ciava a scrivere la propria storia, come la puntuale e gene­rosa risposta ad una impellente istanza sociale di un pre­ciso e ben definito momento storico.

CAPITOLO DODICESIMO

IL SEGNO DELLA CROCE

1876-1884

L'ardente zelo, la salda fede ed il grande fervore della nuova, piccola Famiglia Religiosa, contribuirono subito a creare un ambiente raccolto e mistico, ove la vita incomin­ciò a scorrere serenamente e silenziosamente, tra preghiera e lavoro, favorendo così l'inizio di un'attività apostolica che doveva svolgersi in una zona completamente nuova e piena di incognite.

La Scuola venne affidata alla buona e dolce Clarice Beffi che, come sappiamo, si preparava con impegno a ve­stire l'Abito religioso, l'Asilo a Suor Maria Celeste Raggio

e l'insegnamento del cucito a Suor Maria Vittoria Tassara e a Suor Maria Maddalena Noli.

Le aule furono ben presto popolate anche perché, da­ta la carenza di locali scolastici nella zona, il Municipio in­dirizzava verso la nuova Casa le alunne che non trovavano posto nella Scuola del Comune.

Erano anime bisognose di educazione religiosa e di cultura, che le Suore accoglievano con gentile amorevolez­za, ricevendo dal Municipio un compenso globale annuo di cinquecento lire.

Parecchie giovani, inoltre, di sicura vocazione religio­sa, chiesero subito di aggregarsi alla nuova Congregazione cosicché, per dare ad essa maggiore stabilità e migliore struttura, le Suore si radunarono per la prima volta in Ca­pitolo Generale, sotto la presidenza del loro Direttore, ed elessero ad unanimità di voti, come loro Madre Superiora, Suor Maria Giovanna Bailo, che aveva allora trentotto anni.

Dopo di ciò Don Roscelli prese la decisione di abban­donare la residenza di Carignano, non certo senza pena do­po vent'anni trascorsi in mezzo agli Artigianelli dei quali aveva condiviso tutte le pene, le gioie, le difficoltà e le con­quiste, per stabilirsi in via Volturno, onde poter seguire più da vicino l'andamento della nuova Opera che già stava sperimentando, sul suo breve ed incerto cammino, l'impeto inclemente dei venti contrari.

Difficile fu l'impatto con la gente del Borgo, inizial­mente ostile e diffidente anche nei riguardi delle prime Suore e difficilissimo fu quello con Don Carlo Luxardo, che solo dal 20 febbraio 1874 era stato eletto primo Parroco di Santa Zita, dopo aver coperto per ben diciotto anni, e cioè dal 29 novembre 1856, l'incarico di Custode della Chiesa che, fino al 1874, era stata soltanto un Oratorio, succur­sale di San Francesco di Albaro.

Santa Zita era stata eretta a Parrocchia per concessio­ne di S. E. Mons. Salvatore Magnasco, come già si è visto, solo dal 1874 e i confini che le erano stati assegnati dalla Sacra Congregazione del Concilio erano chiari ed indero­gabili: a nord la linea ferroviaria, ad ovest il fiume Bisagno, ad est la collina di Albaro e a sud la via Storta, poi vico Lorenzo Pareto.

Gli abitanti del Borgo Pila, che avevano ottenuto il re­cente privilegio solo in seguito alle loro reiterate richieste, ne erano gelosissimi e ciò li rendeva particolarmente sospet­tosi e poco accoglienti nei riguardi di chiunque non fosse del luogo; questo spiega come l'insediamento del nuovo Istituto in quel particolare, delicato momento, non fosse certo stato accolto con entusiasmo dalla popolazione locale.

Don Luxardo, poi, dal canto proprio, investito recen­temente della responsabilità di primo Parroco della zona, vedeva, nell'apertura di una nuova Chiesa, il potenziale pericolo che alcuni dei già scarsi borghigiani fossero indot­ti, frequentandola, a disertare la Parrocchia, che a lui, ov­viamente, stava a cuore incrementare.

Ecco perché, invitato più volte da Don Roscelli ad adoperarsi presso l'Autorità competente per ottenere che la Cappella dell'Istituto fosse benedetta e consacrata, egli non faceva che rispondere in modo vago, alternando, ad incon­sistenti pretesti, vaghe e reticenti promesse.

Non potendo, pertanto, assistere nella propria Casa alla Santa Messa, le Suore dovevano necessariamente re­carsi ogni mattina nella Chiesa di Santa Zita.

La distanza era brevissima, ma si trattava, comunque, di attraversare la Piazza Paolo da Novi, allora come oggi ritrovo di ragazzi sfaccendati, ineducati ed insolenti, che non risparmiavano le loro volgari offese alle Suore, soprat­tutto per il colore azzurro troppo appariscente dell'abito che esse indossavano.

Don Roscelli provvide allora affinché le sue Suore potessero recarsi ad ascoltare la Santa Messa nella Chiesa di San Pietro della Foce, alla quale si accedeva salendo la via Fogliensi, raggiungibile facilmente attraverso stradine ancora secondarie e poco frequentate, che intersecavano i tranquilli orti sulla riva sinistra del Bisagno.

Ivi furono accolte con molta benevolenza dal Prevosto della Chiesa Don Cesare Chichizola, che generosamente si prestò anche ad impartire lezioni di italiano e di latino a quelle di loro che si preparavano a conseguire il diploma di maestre.

Lo sgradevole disguido, però, cessò fortunatamente prima della fine dell'anno 1877, allorché Mons. Salvatore Magnasco delegò, in luogo di Don Carlo Luxardo, Don Do­menico Ghigliazza il quale, assistito da Don Roscelli, im­partì, col beneplacito di Dio, la tanto attesa benedizione al­la Cappella ove, da quel momento, poterono svolgersi tutte le funzioni religiose proprie dell'Istituto.

Urgevano, però, nuove insegnanti, poiché la buona e celestialè Clarice Beggi, ammalatasi gravemente durante i primi mesi del 1878, dopo l'illusione di una breve ripresa durante l'estate, aveva lasciato la terra per il cielo nel novembre di quell'anno: primo fiore stroncato prematura­mente nel giardino coltivato per la gloria di Dio con cura solerte da Don Roscelli, che ne concepì indicibile e pro­fondo dolore.

Altre giovani Suore vennero quindi applicate agli stu­di sotto la guida del rev.do Don Chichizola per l'italiano e il latino, della signorina Enrichetta Montaldo per il france­se e di Suor Sommariva e Suor Sassernò di Santa Dorotea, Insegnanti nell'Istituto degli Artigianelli dove Don Ago­stino era tanto conosciuto, stimato e ricordato, per la peda­gogia e la matematica.

Terminata la loro diligente preparazione, esse otten­nero a pieni voti il diploma Magistrale presso la Scuola Normale Raffaello Lambruschini, trovandosi così in grado di soddisfare le esigenze dell'insegnamento ad una popola­zione scolastica in continuo aumento.

La breve schiarita, però, non era valsa a scongiurare l'addensarsi minaccioso delle nubi, incombenti sulla nuova ed incerta Istituzione.

Gli anni che seguirono, infatti, furono purtroppo so­prattutto anni di difficoltà, di stroncature e di amarezze, di calunnie e di false accuse, che gettarono il discredito sul­l'Istituto nascente, con gravissimi e negativi effetti che non

tardarono a manifestarsi attraverso il rapido decrescere del numero delle alunne, già discretamente elevato.

Per Don Agostino fu certamente, questa, una delle prove più dolorose: il vedere, cioè, in procinto di naufra­gare quell'Opera avviata con tanti sacrifici e che già sem­brava essersi discretamente consolidata.

Sì, una delle più dolorose tra le tante che hanno segna­to il suo cammino di Fondatore, percorso sempre sotto l'om­bra pesante della Croce di Cristo, e all'insegna della più straziante delle sofferenze: quella, cioè, che non proviene solo dai nemici, bensì soprattutto dagli amici, dai benefica­ti, dai prediletti, dai vicini ...

È questo il martirizzante crogiuolo che costituisce il vero banco di prova della santità e che certo non venne ri­sparmiato a Don Roscelli.

Non v'ha, infatti, forma avvilente di sofferenza che egli non abbia sperimentato su di sé, come l'essere fatto bersaglio delle calunnie più malevole e delle false accuse sia da parte di qualche giovane poco sincera e maleinten­zionata da lui benevolmente accolta nell'Istituto e che, do­po breve tempo, lo abbandonò, sia da parte degli abitanti della zona di Borgo Pila, sia anche da parte di sedicenti amici, conoscenti e benefattori: calunnie miranti a denigra­re la sua integerrima dignità sacerdotale, la sua rettitudine e la sua onestà e che, come lame affilate, dovettero certa­mente dilaniargli l'animo estremamente sensibile e deli­cato.

Bisogna poi tenere conto che la nuova Comunità Reli­giosa di cui egli si era assunto la direzione e la tutela, era costituita, sì, da elementi già a lungo provati, ricchi di fede

e di tanta buona volontà, ma non certo esenti da quei difetti e da quelle debolezze che sono tipiche degli ambienti fem­minili, particolarmente sensibili ad ogni forma di sugge­stione, sia positiva che negativa, da qualsiasi parte essa provenga.

Non è difficile immaginare quanto ardua e delicata ab­bia potuto essere la posizione di un Sacerdote indigente, privo di appoggi umani, in una Comunità femminile ancora 1 via di formazione, senza una tradizione alle spalle, senza una fisionomia già delineata, senza precisi orizzonti per il domani, totalmente e solo nelle mani dell'Onnipotente.

Non solo, ma quando Don Roscelli si trovò immerso in questo mare di difficoltà e di pene aveva già più di ses­sant'anni, vale a dire l'età in cui tutte le forze sono in declino ed esigerebbero un meritato riposo, dopo decenni di fatiche e di stenti, mentre a lui si imponeva uno di que­gli sforzi per il compimento dei quali tutte le facoltà devo­no essere impegnate al massimo dell'efficienza ... a lui, in­vece, stava venendo meno la vista, per il progressivo ag­gravarsi di quella miopia che sempre lo aveva afflitto fin dalla giovinezza.

È sempre impresa ardua, quando si è raggiunta la pie­nezza della maturità, trovare un punto di incontro con le nuove generazioni, prive di esperienza e cariche di slanci avventati.

Certo questa difficoltà fu pienamente vissuta e sofferta da Don Roscelli logoro, stanco e già malfermo in salute, a tu per tu con l'esuberanza di giovani Suore, non tutte certo in grado di apprezzare quanto di prezioso, sotto quelle de­cadenti energie, restava celato alla loro superficiale valuta­zione!

E quella stanzetta disadorna, occupata nella Casa di via Volturno quasi per un di più, quasi a titolo di pura ospitalità? ...

Abituato com'era sempre stato Don Agostino, a tro­varsi nella condizione di chi vive della carità altrui: prima delle Suore Giuseppine di salita San Rocchino, poi di Don Chiappe, Parroco di San Martino d'Albaro, poi del fratello Domenico in via Colombo, poi di Don Montebruno in Carignano, ora si riteneva beneficato anche da quelle sue Suore che, invece, a lui tanto dovevano! ...

E quello squallore di affetti, di compagnia, quella man­canza assoluta di uno scambio fraterno di pareri, di vedu­te e di consigli che gli sarebbe stato così prezioso dopo una giornata di angustie, di fatiche e di fronte a tanti pro­blemi insolubili? ...

Indubbiamente un profondo e amaro senso di solitu­dine, di smarrimento e di abbandono dovette assai spesso caratterizzare la sua preghiera protratta fino a notte inol­trata: preghiera tanto simile a quella di Gesù nell'orto, ca­rico di tanti dolori e con i discepoli più fedeli addormentati a pochi passi di distanza!

Possiamo senz'altro affermare, senza timore di defor­mare il vero, che quegli anni di amarezze e di disinganni furono per l'eroico Sacerdote un'offerta incessante, una di­sponibilità incondizionata al rinnegamento ed una totale, inalterabile accettazione della volontà di Dio, comunque si sia a lui manifestata.

L'istintiva e delicatissima sensibilità, come pure l'in­dole schiva e riservata, proporzionate all'opera che Don Ro­scelli certamente non scelse di svolgere ma che fu a lui imposta dall'alto, possono costituire quello che ci piace definire il motivo di fondo per uno stato continuo di intima pena, di assillata incertezza, di molteplici timori, di penosi smarrimenti e di pesanti rinunce: una dolorosa « via Cru­cis » che egli seppe percorrere in silenzio, nascosto secondo il suo stile, ma senza fermarsi mai, anzi, dividendo i suoi faticosi pomeriggi tra salita delle Fieschine a tu per tu con anime vittime, molte volte ignare, del male ma ancora sen­sibili al conforto e al richiamo di una parola dolcemente buona, e via Volturno in mezzo ad anime privilegiate dalla grazia grande della vocazione religiosa, ma purtroppo anco­ra facilmente prigioniere di tante miseriole umane, indegne di chi ha lasciato tutto per vivere solo di Dio.

Ogni mattina poi, tranne il martedì, lo si trovava sem­pre immancabilmente sollecito, premuroso e fresco di ener­gie spirituali per lunghe ore dietro la cortina del suo con­fessionale alla Consolazione, dispensatore munifico di per­dono e di pace.

A tali attività ormai consuete, però, ben altre gli si imponevano ora, inerenti l'Istituto da lui fondato e del qua­le cercava di alimentare l'incremento e la diffusione oltre la capitale ligure.

Tra il 1882 e il 1884, infatti, le Suore dell'Immacolata iniziavano la loro prestazione in qualità di infermiere pres­so l'Ospedale San Michele Arcangelo di Campoligure ed aprivano un Asilo a Cremeno ed uno a Borzonasca.

Tutto ciò comportava, ovviamente, altre numerose dif­ficoltà inerenti all'alloggio, ai rapporti coi Parroci e con la popolazione locale ed anche al comportamento delle Suore e all'attività da loro svolta: motivi tutti che avrebbero ri­chiesto il suo intervento pronto, diretto, chiaroveggente, mentre questo non era possibile se non raramente, per una infinità di motivi più che comprensibili.

Altro problema estremamente assillante, per Don Ro­scelli in quegli anni, fu la difficoltà in cui egli versava di fronte alle numerose, continue e pressanti richieste, da par­te dei Parroci di piccoli paesi dell'entroterra, di inviare Suore maestre al fine di assicurare che l'insegnamento fosse in mano a personale religioso, mentre si stava allargando a macchia d'olio lo spettro minaccioso dell'ateismo e del ma­terialismo.

Le Suore insegnanti, però, Don Agostino non le pote­va improvvisare da un momento all'altro e, pertanto, il dover rispondere con un rifiuto proprio lui che aveva fon­dato un Istituto con un precipuo intento sociale ed educa­tivo, gli era motivo di grande rammarico.

Tutto, insomma, per Don Roscelli, fu difficile, come sempre accade alle anime destinate da Dio a grandi cose:

difficile avere pronte molte Suore diplomate da inviare nei numerosi luoghi di missione ove urgeva la loro opera pre­ziosa ... ma non certo meno difficile il non poter rispondere all'urgente necessità di bene che si imponeva, allora come oggi e forse più di oggi, alla Congregazione da lui fondata proprio per realizzare tale bene ...

In mezzo a tali e tante difficoltà, anche questa volta la carta vincente per Don Roscelli fu l'eroica fede e la per­severante preghiera, prolungata per intere notti di veglia al fioco lume della lucerna ad olio, ai piedi del tabernacolo, discreto e fedele confidente di tutte le pene, le angosce e le amarezze che gli urgevano in cuore.

Quella fede che gli era sbocciata nell'animo puro sot­to il terso cielo di Bargone quando egli era ancora un umile e timido pastorello, quella fede che gli studi teologici nel Seminario di via Porta degli Archi avevano in lui consoli­dato e confermato con matura adesione, quella fede da cui si era lasciato condurre docilmente durante il suo intenso e laborioso ministero sacerdotale nelle varie zone della città, quella fede che, nonostante le avversità e i disinganni, aveva trionfato nella realizzazione della sua Opera, ora soprattutto era il suo conforto, il suo sostegno, la sua luce ed il suo unico rifugio.

Don Roscelli sapeva con certezza che stava percor­rendo la strada giusta, quella che Dio gli aveva indicato, ma sapeva anche che le strade di Dio sono sempre caratte­rizzate dal pesante segno della Croce ...

Egli alla Croce non si era mai sottratto e neppure in­tendeva sottrarsi nel difficile e provato momento che stava vivendo al timone della fragile navicella del suo Istituto ...

Aveva solo bisogno della forza spirituale, morale e fi­sica per poterla sostenere: dove attingerla, se non dalla preghiera? ...

CAPITOLO TREDICESIMO

NEL PROFONDO DEL SOLCO

1882-1892

Don Roscelli, che in ginocchio aveva vinto le duris­sime prove e le aspre battaglie che avevano caratterizzato i primi anni della sua fondazione, ancora e soprattutto in ginocchio, anche quando le nubi si furono diradate e sem­brò finalmente ritornare un poco di bonaccia all'orizzonte del suo cielo, intese continuare a dirigerne le sorti tanto che, nell'ambiente della Casa di via Volturno ed agli occhi delle Suore che lo conobbero e lo ebbero come loro Diret­tore, egli fu l'incarnazione del simbolo della preghiera inin­terrotta e della fede pratica e vissuta, e tale rimase sempre nel loro ricordo.

« La preghiera era la sua vita e nella preghiera egli stava con un contegno tanto devoto, che ispirava devozione a chi lo vedeva ».

« Chi voleva il Fondatore doveva cercarlo in Cappel­la. Nelle lunghe ore della sua preghiera, era solito stare appoggiato sul ginocchio sinistro; come prova di ciò, nel suo inginocchiatoio si scorge un incavo nel legno da quella parte » z.

« A sera lo si lasciava in Chiesa e al mattino, qualun­que fosse l'ora in cui si scendeva, egli già vi si trovava. Ed era sempre in ginocchio: io non ricordo di averlo mai visto una volta seduto, neppure da vecchio »

Da tutto il suo contegno e dalle sue parole traspariva con chiarezza ciò che, con la fede, è in piena sintonia: Dio, l'eternità e la redenzione, alla cui luce egli ridimensionava tutte le cose, studiandosi fino all'eroismo di uniformare a tali supremi fini tutta la propria condotta e mantenendosi sempre in intimo e mistico contatto con le cose del cielo, le sole capaci, effettivamente, di avere presa su di lui, che considerava estranee a sé ed ai propri interessi tutte le altre.

Era sempre occupato, Don Roscelli, ma sapeva trovare tante ore da trascorrere davanti al Tabernacolo.

« Lavorava pregando, ma solo dopo aver pregato in ginocchio » °.

Oltre a Gesù Sacramentato, altro oggetto di profonda devozione, per il santo Sacerdote, era la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo.

Sappiamo in merito che, già da quando era curato presso la Parrocchia di San Martino d'Albaro, cioè agli inizi del suo ministero sacerdotale, aveva sollecitato ed ot­tenuto dal Santo Padre Pio IX la facoltà di erigere nella Chiesa la Via Crucis, per poterne diffondere la pia pratica'. Tale esercizio devoto fu a lui sempre molto caro, non solo perché tanto ricco di indulgenze, ma soprattutto per­ché particolarmente efficace a ravvivare l'amore verso Gesù sofferente per noi, ed un più vivo senso della gravità dei nostri peccati.

« Tu, o Croce, puoi e devi aprire nei nostri cuori due feconde sorgenti: una di compassione per le Sue acerbe pene, e l'altra di compunzione per le nostre colpe ... »

Fondato l'Istituto, Don Roscelli aveva prescritto alle sue Suore la meditazione quotidiana sulla Passione e si era preso pensiero di procurare a ciascuna di loro il Manuale del Padre Gaetano da Bergamo, quantunque seriamente assillato da tante difficoltà finanziarie.

Così pure aveva proposto in modo tutto particolare alla loro devozione il Santo dell'oblio e del silenzio, San Giuseppe, del quale egli ebbe sempre vivissimo il culto.

Sì, San Giuseppe che, nel marzo del 1870, lo aveva prodigiosamente guarito da una gravissima malattia; San Giuseppe cui aveva dedicato la prima Casa delle Suore del­l'Immacolata in via Volturno; San Giuseppe, infine, da lui scelto e designato Patrono dell'Istituto.

Desiderava quindi che le Suore lo assumessero come loro valido protettore in ogni difficile circostanza o grave pericolo, come intercessore presso Dio nelle più urgenti ne­cessità, come paterno aiuto nel tollerare i disagi della po­vertà, come chiaro esempio di vicendevole carità, come me­raviglioso modello di silenzio, di umiltà, di operosità e di ubbidienza ed, infine, come irresistibile avvocato nell'ora estrema dello loro morte.

Che dire, poi, della sua ardente devozione verso la Vergine Santa?

Il nome stesso di Suore dell'Immacolata che Don Ago­stino aveva dato alle sue Figlie e che la gente del popolo aveva subito abbreviato in quello di Immacolatine, ispira­togli dalla recente proclamazione del dogma dell'Immaco­lata Concezione di Maria e dall'eco delle sue apparizioni nella grotta di Massabielle, si può considerare veramente emblematico.

Sempre di gusti tanto modesti ed istintivamente nemi­co di ogni fasto, Don Roscelli desiderava però che tutte le feste dedicate alla SS.ma Vergine fossero celebrate nell'Isti­tuto con la massima solennità e con ricco sfoggio di canti e di fiori, vigilmente preoccupato che nulla fosse trascurato di ciò che potesse servire a rendere omaggio alla Regina del Cielo, ed intimamente persuaso che, attraverso le mani immacolate di Lei, al Padre di ogni grazia sarebbero giunti più graditi i doni delle Suore che egli Le aveva fiduciosa­mente consacrato.

Nei fervorosi ed accorati discorsi da lui rivolti con sollecitudine di Padre alle sue Suore bisognose di guida e di aiuto, il tema della Madonna era sempre il più frequen­te perché egli la presentava a ciascuna di loro come il mo­dello a cui conformare lo spirito interiore ed il contegno esteriore e come l'oggetto a cui volgere costantemente il cuore ed il pensiero.

Le pratiche di pietà proposte da Don Roscelli alle prime Figlie 1' mettevano particolarmente in risalto il posto di privilegio riservato alla Vergine Santa, in modo che tutta la giornata potesse svolgersi sotto il materno sguardo di Lei e costituire, altresì, un continuo inno di lode e di impetra­zione a Lei rivolto.

A tale scopo Don Roscelli nel 1889 aveva commissio­nato al migliore scultore genovese dell'epoca, Angelo Ca­nepa, la deliziosa statua in legno dell'Immacolata, che fe­ce collocare nella Cappella dell'Istituto sopra l'altare

Sì, l'umile Prete che « tutto avrebbe voluto fare con poco o nulla », che era nemico di ogni grandiosità e se­vero custode della più rigorosa economia e del più scrupo­loso risparmio, non ebbe esitazioni quando si trattò di of­frire alla Vergine l'omaggio di un simulacro il più possibile degno di Lei e tale da ravvivarne il culto nel cuore delle sue Suore: la volle bella e preziosa, senza badare a spese (fu forse l'unica volta nella sua vita di stenti), e riuscì ad ottenerla veramente quale l'aveva desiderata.

Sembra, quella statua, scolpita sotto l'impulso di una ispirazione soprannaturale, tanto l'artista è riuscito a rea­lizzare in essa l'armoniosa fusione di femminile bellezza

e Grazia divina, di regale maestà e riservata modestia, di sobria eleganza e verginale candore.

La compostezza del portamento, la purezza dello sguardo intonato ad una dolcezza delicatamente materna e il delicato congiungersi delle mani in raccolto atteggia­mento di preghiera, sembrano posti in maggiore risalto dal limpido cobalto del manto sostenuto con morbido drappeg­gio e finemente rabescato in oro lucente, dai toni lievemen­te smorzati e felicemente composti in un tutto dolcemente soave.

$ veramente un invito al raccoglimento, alla preghiera e al più fiducioso abbandono sotto la rassicurante protezio­ne della soave Mamma celeste; è, oltre che un vero gioiello artistico, il dono più bello che Don Roscelli potesse lasciare alle sue Suore.

Ancora in onore della Madonna, dopo la fondazione dell'Istituto Don Agostino, che non aveva più rivisto il pae­se nativo da quel famoso, lontano 1835, aveva deciso di ritornare, per una fugace visita, al suo Bargone, portando con sé due piccole statue: una rappresentante la Madonna della Guardia e l'altra l'Immacolata, destinate una a Bar­gone e l'altra a Campegli, luoghi d'origine dei suoi genitori entrambi defunti, e riservando a Bargone il privilegio della scelta.

Fu, come è facile immaginare, un ritorno denso di in­tensa commozione ...

Quei monti amici, quei pascoli silenziosi e quei ruscel­li canterini che lo avevano visto partire timido ed insicuro adolescente, lo rivedevano maturo negli anni, Ministro di Dio, apostolo degli strati più bisognosi della società e fon­datore di un Ordine Religioso, appena avviato nel suo dif­ficile cammino.

Quanti cambiamenti erano avvenuti in lui, strumento fedele dei piani di Dio! ...

Bargone, però, era ancora così, tale e quale l'aveva lasciato in quel triste e grigio giorno d'autunno.

Il Trigino svettava ancora superbo, librato verso l'az­zurro incontaminato del cielo ...

La ruota del mulino continuava inalterabile il suo vol­teggio, scandendo, ad ogni giro, lo scorrere inarrestabile del tempo ...

La casa paterna gli era balzata innanzi muta, come un sacrario di affetti sempre vividi e profondi ...

II babbo, la mamma, la sorella Tommasina ... erano ormai solo un dolcissimo ricordo...

Mai il suo paesello gli era apparso più intimo, più dol­ce e più ospitale con i suoi vigneti assolati, con i suoi fiori smaglianti di colori, con il suo impagabile incanto fatto di silenzio, di pace e di profumi.

Avendo esposte le due statue, affinché i suoi compae­sani potessero fare la loro scelta, sulle due balaustre della Chiesa parrocchiale di San Martino di Tours ove era accor­sa tutta la popolazione, questa preferì, all'unanimità, trat­tenere in paese l'effigie in legno della Madonna della Guar­dia, mentre quella dell'Immacolata venne portata proces­sionalmente nel vicino paese di Campegli.

Si era trattato, però, soltanto di una breve e gradevole parentesi, chiusa la quale Don Agostino aveva dovuto, con rinnovata lena, riprendere le molteplici attività apostoliche che richiedevano, con sempre maggior urgenza, la sua presenza a tempo pieno, sempre vigile ed esperta.

La piccola Comunità Religiosa, intanto, superate le non lievi difficoltà iniziali, era in continuo e promettente aumento, il che consentiva a Don Agostino di soddisfare alle richieste sempre più insistenti da parte dei Parroci dei piccoli paesi, inviando Suore per gli Asili e le Scuole ele­mentari, ed aprendo altre modeste Case filiali a Comago e a Begato.

Pur nel disimpegno di tanti compiti, che assorbivano interamente le ore della sua laboriosa giornata, per Don Roscelli l'oggetto precipuo ed eminente di ogni cura e preoccupazione era la maturazione spirituale delle sue Fi­glie, che egli riusciva a seguire e a dirigere personalmente, sapendo cogliere i momenti più opportuni e sfruttare le oc­casioni più favorevoli per indirizzarle sulla via della perfe­zione, alla cui realizzazione egli avrebbe sempre subordi­nato qualsiasi altro fine, ripudiando qualsiasi mezzo che da quella potesse deviare.

L'umile Sacerdote, infatti, che amava le sue Figlie alla luce di Dio ed era preoccupato esclusivamente del maggior vantaggio delle anime loro, non era mai stato sfiorato dal timore, puramente umano, di urtare, con la sua intransigen­za, la loro suscettibilità, di scoraggiarle, con le sue esigenze, nella difficile via intrapresa o, tanto meno, di rendersi loro meno simpatico ed amabile.

La lineare dirittura del suo animo, profondamente con­sapevole del grave peso delle proprie responsabilità, non poteva che suggerirgli di porre le giovani, che egli aveva guidato ed incoraggiato ad abbracciare la vita religiosa, di fronte alla loro effettiva realtà, fatta essenzialmente di sacri­ficio e di rinuncia, e per l'unico fine di piacere solamente a Dio.

Don Roscelli era inoltre pienamente persuaso dell'im­portanza che, per il buon andamento e la prosperità della nuova Congregazione Religiosa cui egli aveva dato origine, veniva a rappresentare lo stile di vita che, sotto la sua gui­da, avrebbero assunto i primi membri, ai quali poi tutti gli altri avrebbero sempre guardato come ai modelli cui ispirarsi.

È quindi facile immaginare quanto egli potesse trepi­dare al pensiero che ogni abuso acconsentito, ogni irregola­rità passata inosservata, ogni leggerezza tollerata avrebbero fatto assai presto a degenerare in consuetudine ed a viziare sul nascere un regolamento di vita che egli esigeva impron­tato a quel tanto di rigore che, immancabilmente, deve ca­ratterizzare un ambiente di persone dedite interamente a Dio ed al proprio perfezionamento morale, al fine di ren­dere pienamente efficace il proprio apostolato.

Il mezzo più diretto ed efficace di cui si avvaleva il solerte Direttore per incidere direttamente sull'animo delle sue Figlie ed imprimere loro l'impronta che doveva caratte­rizzarle come Suore dell'Immacolata, era quello della pre­dicazione, attraverso la quale egli sapeva profondere dei tesori preziosissimi al fortunato uditorio intento ad ascol­tarlo tra le mura della Cappella dell'Istituto, tanto intima, mistica e raccolta.

E li sapeva elargire a piene mani, con la modestia e la .rude franchezza che gli erano abituali, senza fronzoli e sen­za mezze misure, così, come gli sgorgavano dal cuore dopo averli maturati a lungo nella preghiera e meditati a fondo alla trasparenza della luce di Dio.

La consumata esperienza di vita religiosa, acquisita attraverso il contatto con tante anime da lui guidate verso la perfezione, gli suggeriva la scelta degli argomenti più appropriati e l'opportunità di insistere su determinati loro aspetti, evidenziandone talune sfumature e sorvolandone volutamente altre ...

Il sicuro possesso, poi, di una efficace capacità orato­ria, gli consentiva di concentrare sui punti più salienti l'at­tenzione delle Suore, che da quelle istruzioni tanto impe­gnative ed impegnate non potevano che trarre frutti copio­si e salutarmente fecondi di bene.

La diligenza scrupolosa e metodica, con la quale Don Agostino era solito preparare tali istruzioni, appare piena­mente dalle loro relative stesure che ricoprono interamente novecento pagine: meravigliosa testimonianza di un tem­peramento costante, rigoroso, luminosamente logico e coe­rente, oltre che squisitamente delicato, modesto, parsimo­nioso e zelantissimo nei riguardi delle anime affidate alle "

sue cure.

Nel contempo Don Roscelli impegnava le sue migliori energie nell'accurata e coscienziosa revisione delle Costi­tuzioni ancora manoscritte, attraverso le quali doveva de­linearsi chiaramente la fisionomia spirituale del suo Isti­tuto ed assumere concretezza quel programma di vita asce­tica in base al quale i membri di esso avrebbero dovuto orientare la loro specifica attività apostolica.

Era più che mai indispensabile, pertanto, fissare in modo chiaro, esauriente ed essenziale quelle caratteristiche morali e quella impostazione spirituale che avrebbero reso le sue Suore idonee ad esercitare il loro apostolato verso alcune categorie sociali particolarmente bisognose, in con­formità al compito per il quale l'Istituto era stato concepito ed era sorto in quel preciso momento.

Impostazione spirituale e caratteristiche morali che, con illuminata ed ispirata saggezza, Don Roscelli seppe compendiare in alcuni corollari fondamentali: fede sopran­naturale, rettitudine d'intenzione, continuità nella preghie­ra, senso costante dell'umiltà, pratica della mortificazione, semplicità ed allegrezza d'animo e di comportamento, deli­catezza nella mutua carità.

Corollari sviluppati con chiarezza e sobrietà di stile attraverso i vari articoli, tutti ispirati a delle direttive fon­damentali che trovano un riscontro quasi letterale, sotto molti aspetti, nei Documenti del Concilio Vaticano II. Ciò vale a dimostrare come la spiritualità apostolica voluta, per l'Istituto da lui fondato, da un umile Sacerdote di ieri, sia più che mai viva ed attuale in relazione alle esigenze morali e sociali di oggi.

Era poi più che indispensabile che Don Roscelli, fon­datore di un Istituto dedito in modo precipuo all'educazio­ne e all'istruzione della gioventù, profondesse i tesori della sua vasta e profonda conoscenza delle anime lasciando de­lineato, con il tratto sicuro e sapiente che gli era proprio, il ritratto morale della Suora educatrice ed insegnante nelle sue note più significative.

Amore e stima per la propria missione, anche se ap­parentemente meno strepitosa e meno eroica di altre forme di prestazione apostolica, totalità di dedizione, freschezza d'entusiasmo, intensità di zelo e serietà di impegno sono le prerogative che Don Agostino sottolinea come irrinuncia­bili per le Suore dell'Immacolata che, con vero spirito reli­gioso e profonda consapevolezza delle proprie responsabi­lità, intendono assolvere la sublime missione di educatrici, animate dalla speranza del premio eterno, con il quale sarà abbondantemente ricambiato ogni loro sacrificio: « Beate quelle che lo imprenderanno e saranno perseveranti, senza smarrirsi, sino alla fine! ... »

Con singolare ricchezza di penetrazione psicologica, inoltre, l'esperto Educatore si sofferma a decantare l'effica­cia del contegno ispirato ad una calma esteriore che sia il riflesso di quelle interiore, ad una serenità equilibrata del­l'atteggiamento che sgorghi spontanea da quella dello spi­rito, ad una compostezza del portamento che sia l'eloquen­te testimonianza della presenza di Dio in un'anima a Lui consacrata e che a Lui, principalmente, tiene rivolto ogni affetto ed ogni pensiero, così come da Lui unicamente si attende ogni aiuto ed ogni conforto.

Il prezioso e tanto soffertamente meditato manoscrit­to comprendente un Proemio, dodici Capitoli, con i rela­tivi articoli, ed un'Appendice suddivisa in due parti, venne portato a compimento dopo che Don Roscelli ebbe presie­duto il terzo Capitolo Generale l'8 settembre 1888 dal quale era uscita eletta Superiora Generale Suor Maria Vit­toria Tassara'. Nel 1891 venne sottoposto all'attenzione di Mons. Salvatore Magnasco il quale, sottoscrivendo la pro­pria, autorevole approvazione, ne autorizzava la stampa, che venne portata a termine nel 1892.

Le Suore dell'Immacolata avevano così, in quell'aureo libretto di centocinquanta pagine, le proprie Costituzioni con le quali esse ricevevano dal loro Fondatore, come ere­dità religiosa, quello stesso spirito apostolico che lo aveva animato nell'istituire la sua Opera, affinché lo custodissero nella fedeltà alla loro vocazione e se ne servissero nella loro comune missione di bene.

Il seme era ormai gettato nel profondo di un solco scavato a prezzo di tante preghiere, penitenze, sacrifici, pe­nosi ripensamenti e sofferte meditazioni.

A loro rimaneva affidato l'impegno di farlo germoglia­re e copiosamente fruttificare, con la consolante certezza di percorrere, seguendo quella traccia fedelmente, la via regale che le avrebbe condotte all'ambito e meritato premio eterno.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

FLORILEGIO NELLA FERIALITA’ DEL QUOTIDIANO

Dopo aver vista tratteggiata la figura del Curato di San Martino d'Albaro, del Confessore della Chiesa della Consolazione, del Coadiutore di Don Francesco Montebru­no, dell'Assistente spirituale delle Carceri di Sant'Andrea, del Cappellano del Brefotrofio di salita alle Fieschine e, soprattutto, del Fondatore e Direttore dell'Istituto delle Suore dell'Immacolata di Genova, è naturale che nell'ani­mo del lettore si affacci, discreta, una legittima curiosità: come fu, veramente, Don Agostino nel suo contesto umano, nelle vicende di ogni giorno, nella sua vita privata, nei suoi rapporti con gli altri e, soprattutto, con le Suore di cui si assunse la direzione e la guida?

Per capire come la risposta sia tutt'altro che facile, ba­sta citare una lapidaria quanto significativa frase pronun­ciata dal Cardinale di Genova, S. E. Mons. Giuseppe Siri:

« Molto, della vita di Don Agostino Roscelli, è sigillato dal suo silenzio ».

Sì, è sempre quel silenzio, di cui già si è parlato a lun­go, che, avvolgendo la sua umile figura di Sacerdote, ne staglia le linee di contorno in modo da farla emergere nel­l'alone di una luce, pur sempre soffusa e smorzata dalla penombra della modestia e del riserbo, ma capace di acquista­re, a tratti, il limpido fulgore di un risalto tutto particolare. Non, però, il risalto abbagliante conferito dal tocco magico dello straordinario, bensì quello scandito con disarmante insistenza dalla cadenza felpata dell'usuale e dell'apparen­temente insignificante.

Non è detto, però, che da quel silenzio Don Roscelli non sapesse uscire per rendere opportunamente ed egre­giamente omaggio alla parola a servizio della verità, della giustizia e del bene e per motivi determinati dalla carità, dal dovere e dalla necessità ...

... E necessità, per Don Agostino, era tutto ciò che, agli occhi del suo spirito vivamente e profondamente com­penetrato dell'ideale ispiratogli da Dio e da lui accettato come missione suprema di vita, potesse, direttamente o in­direttamente, avere attinenza con l'attuazione ed il poten­ziamento di tale ideale, sia nei riguardi di se stesso che delle anime affidate alle sue cure.

Se, pertanto, sarebbe fatica vana pretendere di repe­rire, nell'immutabile ferialità del quotidiano di Don Ro­scelli, qualche fatto clamoroso o qualche circostanza ecla­tante capaci di suscitare stupore o di generare meraviglia, è invece impresa abbastanza accessibile attingere ad una ricca fonte di testimonianze, lasciate da chi lo conobbe di­rettamente e lungamente gli visse accanto, per attingervi di lui quell'impronta e quella tonalità in grado di conferire alla sua persona una dimensione più familiare e più concre­tamente accostevole ed umana.

Si tratta di testimonianze che risentono dell'immedia­tezza dell'autenticità e della trasparente sincerità di chi espone i fatti e le vicende che ha personalmente vissuto e sofferto; si tratta di modesti e fugaci aneddoti che, emer­gendo da un passato che è solo di ieri, riescono a proiettarlo nell'oggi con quel tanto di schietta semplicità che riesce a conferire loro la fresca e genuina fragranza dei Fioretti francescani: ritoccarli, sarebbe come spogliarli dell'insosti­tuibile pregio dell'autenticità. Perché valgano, bisogna pren­derli e riportarli tali e quali sono e così sarà fatto.

Volerne, però, scegliere alcuni è come inoltrarsi, in un luminoso mattino d'autunno, in un grande giardino fiorito.

Scegliere? ... Tutto, sarebbe da scegliere!

Nella luce dorata e nel profumo intenso che ci avvol­gono, si vorrebbe spogliare tutto il giardino, oppure rima­nere assorti a godere, pensosi, di quella pace sommessa e di quella ricca policromia dai toni dolcemente smorzati ...

Ma se ci troviamo tra le mani un canestro da colmare, dobbiamo avanzare decisi lungo i viali agevoli e cogliere qua e là, quasi a caso, i fiori più accostevoli con il rimpian­to di dover lasciare tutti quelli che il nostro limitato cane­stro non potrebbe contenere.

Ed è così che, come un mazzo fresco e profumato, of­friamo ai lettori una scelta di episodi tanto semplici quanto pienamente rispondenti al rigore storico del presente studio, fiduciosi che riescano con efficacia a far risaltare ciò che di Don Roscelli è stato taciuto e che, pur non essendo il più, è indubbiamente di grande rilevanza.

« Sotto l'aspetto burbero ed austero vibrava un cuore umile, amoroso, traboccante di generosità e tutto intento al bene delle sue Figlie che, con rara sensibilità, voleva cono­scere a fondo per disporre, con prudenza e saggezza, del loro avvenire », ha lasciato scritto Suor Maria Isabella Oliveri s, la quale ci aiuta, con espressiva chiarezza, a co­gliere quella bontà tenera e longanime del Padre affettuoso, che la serietà impenetrabile del contegno, suggerito dall'il­luminata prudenza, assai difficilmente lasciava trasparire.

« Se egli poteva avere delle preferenze, queste erano per le più gracili di salute o per quelle che esercitavano umili uffici.

Mai sono ricorsa a lui invano quando egli era in vita; le sue parole scendevano su di me come rugiada benefica e mi lasciavano tranquilla e serena con rinnovata fede in Dio.

Ripeterei mille volte che l'amato Padre era buono, infi­nitamente paziente e giusto, caritatevole con tutti, ma so­prattutto umile, umile, umile verso le Suore che amava più di se stesso e che sentivano in lui un protettore in cui ri­porre la loro completa fiducia.

Ero felice di confessarmi da lui, perché sapeva correg­gere senza offendere e, specialmente in confessionale, era una sorgente di mitezza e di bontà ».

Suor Maria del Rosario Priano' ci testimonia come a ciascuna Suora sapesse dare la lode o il rimprovero, il pre­mio o il castigo che aveva meritato, senza eccezione di per­sona o parzialità, usando rigore e dolcezza secondo le cir­costanze:

« Nel trattare con noi egli era sempre edificante; esi­gente e severo quando si trattava di ubbidienza, non si esi­meva dal rimproverare, ma usava nel contempo una bontà esemplare ed una carità sublime, lasciando l'animo tran­quillo e sereno, senza conservare neppure l'ombra del ri­sentimento ».

Don Emanuele Demartini' ci sottolinea la sua viva sollecitudine anche per la salute fisica delle Suore:

« Don Roscelli, quantunque già malfermo in salute, volle venire a Sant'Ambrogio di Orero di Cicagna per la­gnarsi con il Parroco del luogo, Don Giuseppe Boggiano, il quale, per altro, aveva una grande stima delle Suore del­l'Immacolata, perché queste dovevano abitare in una casa umida e poco soleggiata.

Nelle ultime parole di congedo con Don Boggiano, ricordo ancora che disse:

- Guardi, signor Parroco, che io mi sento gravemen­te responsabile di queste mie figliole presso i loro genitori e le loro famiglie e non posso tollerare che sia minacciata la loro salute, tanto preziosa per il popolo che è assistito moralmente e religiosamente ».

Suor Maria della Croce Ginocchio 9, con trasparente sincerità, ci fa conoscere come, sulla risaputa severità di Don Roscelli, riuscisse sempre ad avere la meglio la dol­cezza e la bontà:

« Ero ancor novizia quando un mattino, assai per tempo, il rev.do Direttore mi fece chiamare d'urgenza in Direzione.

Io accorsi sollecitamente e senza alcun timore.

Egli, però,, mi guardò con cipiglio severo e mi fece una seria riprensione per alcuni difetti dei quali voleva correg­germi.

I miei occhi, allora, si riempirono di lacrime.

Oh, cosa veramente inaspettata! Il pietoso cuore del santo Sacerdote si commosse vivamente e subito mi disse: - Figlia mia, perché piangete? Io non vi ho sgridata per farvi piangere, ma perché vi desidero tanto buona! ... Ditemi, non è anche vostro questo desiderio?

- Sì, Padre, - risposi ancora singhiozzando.

- Ebbene, d'ora innanzi siate buona e non pensa­teci più.

E non mi licenziò se non quando mi vide gli occhi asciutti ed il sorriso sulle labbra, suscitato dal racconto di un episodio faceto ».

« Ero novizia e gracile di salute - asserisce Suor Ma­ria Agata Ferretti -. Un giorno, in preda allo scoraggia­mento, mi rivolsi a Don Roscelli in questi termini:

- Signor Direttore, mi dica Lei quello che devo fa­re! Ho fatto tanto per entrare in convento, mi sono consigliata, ho pregato e supplicato il buon Dio per compiere la sua santa volontà e, adesso che mi trovo in questa bene­detta oasi di pace, non posso adoperarmi per il bene delle anime e neppure aiutare nei lavori materiali, perché sono sempre malaticcia e bisognosa di cure ...

Devo forse ritornarmene in famiglia, onde non essere un peso inutile per l'Istituto? -

- Figliuola - mi sentii rispondere dal buon Padre che, assunta un'aria ispirata, mi parlava certamente in nome di Dio - andate, state allegra, fate quello che potete, pre­gate e non pensate all'avvenire. Lavorerete più di quello che potete immaginare ... più di tante altre che, al momento, godono ottima salute ».

. Quelle parole si avverarono perfettamente giacché la Suora visse ancora, prestando la propria attività nella Casa di via Lavinia, fino al 1929.

Anche l'episodio rivissuto da Suor Maria Serafina Vassallo ci fa constatare quella non certo ordinaria capa­cità di chiaroveggenza che, più di una volta, le Suore ri­scontrarono nel venerando Sacerdote:

« Avevo ottenuto licenza di recarmi presso mio padre, che da qualche tempo era ammalato, ma non in modo preoccupante.

Tornata da quella visita di carità, mi presentai al Di­rettore, il quale mi chiese con tono accorato:

- Lo avete esortato a disporsi alla confessione? - Ma Padre, - mi affrettai a rispondere - non sia­mo ancora a questi punti! È alzato, si nutre: l'ho lasciato in via di guarigione, avrà tempo di recarsi in chiesa con le proprie gambe!

- Non importa, - insistette Don Roscelli - scrive­tegli immediatamente ed esortatelo caldamente a provve­dere all'anima sua.

- Padre, se mi permette, gliene parlerò in un'altra visita ...

- No, figliuola, scrivete subito, vi ripeto - ribadì in tono fermo e risoluto, come sotto l'impulso di una irre­sistibile ispirazione.

Ovviamente non potei far altro che ubbidire e, con tutta delicatezza ma, nel medesimo tempo, con ardore di esortazione, invitai il babbo a ricevere i Sacramenti.

Non trascorsero otto giorni, che ecco giungermi ,la do­lorosa notizia della sua morte. Qualche giorno dopo la mia partenza, infatti, era stato colto da una grave forma di meningite.

Buon per lui che, appena ricevuta la mia lettera, aveva chiamato al proprio letto il Sacerdote, che lo aveva confes­sato e comunicato! ».

Ed ancora:

« Ritornando il rev.do Direttore da Campoligure - attesta Suor Maria del Sacro Cuore Peretti - ove si era recato da solo per visitare le Suore di quell'Ospedale, mi disse:

- Sapete che cosa mi accadde nel giorno della mia partenza da Genova? Appena arrivato a Voltri (a quel­l'epoca non vi era ancora la linea ferroviaria da Genova a Campoligure e facevano servizio le carrozze da Voltri a Campo) mi sorprese un terribile temporale. Arrivai a stento sul piazzale da cui partono le carrozze, ma giunsi in ritardo per quella diretta a Campoligure.

Scoppiavano fulmini e saette e l'acqua scrosciava a torrenti, tanto che non mi era più possibile distinguere al­cuna strada, né quella della stazione per ritornare a Geno­va, né quella per Campoligure, che dista da Voltri una tren­tina di chilometri.

Sbalordito e confuso in mezzo all'imperversare di tan­ta bufera, non sapendo né da che parte girarmi né cosa decidere, mi raccomandai caldamente all'Angelo Custode.

Lo credereste? ... Mi posi in cammino senza vedere né capire quale strada stessi percorrendo quando, ad un tratto, mi trovai proprio davanti alla porta dell'Ospedale di Cam­poligure, con indicibile meraviglia delle Suore che non sapevano capacitarsi di come avessi potuto giungere, con quel tempaccio, sano e salvo e, soprattutto, a piedi».

Quanto il buon Padre fosse pronto ad incoraggiare quelle Suore che, sgomente dinanzi alle prime, inevitabili difficoltà della vita religiosa, fossero tentate di abbandonare la via intrapresa, ce lo evidenzia anche Suor Maria Ilaria Parodi:

« Mi ero consacrata al Signore nella gioia e nel fiore dei miei diciotto anni; avevo ponderato assai bene il sacri­ficio che avrei incontrato abbandonando la mamma e il dolore che le avrei arrecato. Dopo qualche giorno, però, dal mio ingresso in noviziato, una tristezza più potente di me venne a sconvolgermi il cuore ed a gettarmi nella più amara desolazione.

Il pensiero della mamma non mi lasciava tregua un istante e, per quanto la buona Madre Maestra cercasse di consolarmi, avevo ormai deciso di uscire dall'Istituto. In quello stato d'animo, mi condussero da rev.do Direttore.

Ricordo ancora il suo sguardo accorato e la sua pater­na benedizione. Mi disse soltanto:

- Figlia mia, non vi accorgete che è il demonio che vi agita e vi tormenta? ... Mettetevi in pace, che io pregherò per voi! -

Quelle parole, pronunciate dall'uomo di Dio con tan­ta paterna bontà e quella sacerdotale benedizione conces­sami con tanta fede, operarono istantaneamente un decisivo mutamento nel mio povero animo sconvolto.

Da quel giorno, per me indimenticabile, nessun dub­bio sfiorò più la mia vocazione religiosa, nella quale perse­verai sempre con mia somma gioia ».

Suor Maria Vittoria Tassara, che visse accanto a Don Roscelli per ben trentun anno ed il cui spirito, da lui diretto e guidato, fu particolarmente improntata a severa auste­rità, ci lascia invece cogliere la ferma intransigenza del buon Sacerdote in fatto di piccole debolezze femminili, in­compatibili in un'autentica Religiosa:

« Mi si era strappato il cordoncino di seta (come usa­vasi allora) che mi teneva al collo le medaglie, e la Supe­riora, Suor Maria Antonia Pozzuolo, buona come sempre, me ne comprò un altro.

Un giorno fui chiamata dal rev.do Direttore che, in presenza della Superiora, mi disse con aria canzonatoria: - Avete al collo delle belle medaglie? ... Volete far­mele vedere? Mi affrettai ad accondiscendere a quel desiderio. Dopo aver guardato le medaglie, mi disse sorridendo: - Ah, la signorina ha bisogno del cordoncino di se­ta! ... Non sarebbe più conveniente, per una Suora che ha fatto il voto di povertà, usare invece della funicella come faccio io? - E me la fece vedere.

Sostituii subito, sebbene con un po' di ripugnanza, il bel cordoncino nuovo di seta con una funicella, ed ho poi sempre usato la funicella per amore alla povertà e per deferenza verso Don Roscelli che me lo aveva ordinato ». « Seguiva il consiglio dei Santi - afferma Suor Maria Innocenza Vassallo -, secondo i quali nella vita religio­sa dove basta il cotone non si deve adoperare la seta e dove è sufficiente l'ottone non si deve mettere l'argento ».

« Era rigorosissimo circa la povertà e l'osservanza a tal punto che le Suore erano convinte che egli stesso ne avesse fatto voto »

« Il suo vitto ordinario consisteva in poco caffè-latte senza zucchero al mattino ed in un pasto frugalissimo, com­posto di un piatto di minestra e di una parca pietanza, verso 1e due del pomeriggio. Non faceva alcuna cena ».

Attesta in merito Suor Maria Ignazia Corticelli

« Quando il rev.do Direttore tornava a casa dopo aver confessato per parecchie ore alla Chiesa della Consolazio­ne, non voleva per suo ristoro che una semplice tazza di caffè freddo e, per di più, senza zucchero. Io ne provavo una pena vivissima.

Una mattina, essendo incaricata della stiratura della biancheria e quindi trovandomi nelle vicinanze del refet­torio e della cucina, pensai di approfittare dell'occasione per procurare al Venerando Sacerdote un piccolo sollievo, senza che egli se ne accorgesse.

Versai nel fondo della tazza qualche cucchiaio di zuc­chero, accostai la caffettiera al fuoco e mi consolai alquanto pensando che, almeno quella volta, egli avrebbe avuto un trattamento un po' più adeguato alle sue necessità.

Felice della geniale trovata, attendevo ansiosa la venu­ta di lui che, infatti, non si fece attendere.

Mentre io continuavo silenziosamente a stirare, mi sentii chiamare:

- Suor Maria Ignazia! - Presentatami a lui, mi disse:

- Prendete questa tazza e bevete il caffè che con­tiene! -

Presa poi una tazza vuota, Don Roscelli vi versò del­l'altro caffè e lo bevve anche quella volta senza zucche­ro ... »

Di Suor Maria Luigia Macciò' leggiamo: « Il suo letto era una lunga tavola.

Qualche volta, nel rifargli il letto una volta alla setti­mana, gliela toglievo, ma non sono mai riuscita a vedere il rev.do Direttore dormire senza tavolato.

Trovai, altra volta, anche dei cilizi e qualche pez­zuola insanguinata: segno evidente che, durante la notte, egli si flagellava »

Era sensibilissimo al dovere dell'ospitalità e l'aneddo­to riferitoci da Suor Maria Pia Fravega' ci dimostra quan­to egli fosse sollecito nell'inculcarlo anche alle Suore:

« Era una giornata autunnale: già il sole stava per tramontare, quando due Suore questuanti batterono alla porta di casa nostra, che era presso la Scuola Comunale di Cremeno, domandando vitto e alloggio.

Il vitto f u dato loro abbondantemente, ma non l'allog­gio per timore di commettere un'imprudenza, con grande dispiacere delle due Suore.

Pochi giorni dopo venne a farci visita il rev.do nostro Direttore.

Appena f u possibile, la Superiora gli raccontò il caso, onde sapersi regolare una prossima volta.

Don Roscelli, assai dolente per il comportamento delle Suore, disse loro in tono accorato:

- Vorreste voi, quando vi trovaste di notte per istra­da, che vi fosse negato un po' di alloggio per sottrarvi ai pericoli ed alle intemperie? ... No certamente! ... Quindi, fate agli altri quella carità che vorreste fosse fatta a voi! » Verso i poveri era sempre di imprevedibile munificen­za, come testimonia quanto scrive Suor Maria Rachele Battaglia:

« Una volta la sua carità gli conciliò la stima di alcuni male intenzionati.

Accompagnava una Suora nel paesino di Borzonasca nel Chiavarese ed era salito su una corriera pubblica. Alcuni uomini lo apostrofarono poco garbatamente e lo fecero oggetto dei loro frizzi inverecondi.

L'uomo di Dio continuò, dopo aver aperto il breviario; a pregare in silenzio, come se non parlassero a lui.

Durante una sosta, si avvicinò un mendicante a chiede­re l'elemosina. Don Roscelli, messa la mano in tasca, ne cavò quanti denari poteva contenere e, senza contarli, li die­de al poveretto, che rimase costernato per tanta munificenza. I canzonatori ammutolirono: la generosità dell'umile Sacerdote li aveva soggiogati »

Suor Maria Cherubina Brondi conferma:

« Prima di uscire di casa si provvedeva sempre di mo­neta spicciola e nessun mendico si avvicinò mai a lui senza esserne soccorso.

Più di una volta mise nelle mani dei poveri buste e pacchetti che egli stesso aveva ricevuto in dono, senza nep­pure conoscerne il contenuto « L'Istituto, figliola, non vuol denaro - diceva ad una giovane, timorosa di non essere accolta a causa della sua povertà -. Quando ne ha bisogno, si rivolge, pregando, alla Divina Provvidenza ed essa concede sempre al di là di quanto si è domandato. Per conto vostro, datevi all'acquisto delle vere e sode virtù, che sono le sole ricchezze che l'Isti­tuto richiede da voi! ... »

Verso i penitenti, che numerosissimi si accostavano al suo confessionale, Don Roscelli fu sempre il sacerdote a tempo pieno, con l'anima ed il cuore disposti ad attendere pazientemente i loro ritorni e pronti a festeggiare la mise­ricordia di Dio che, perdonando, riammette nella sua grazia. « Don Agostino sperimentò per sei giorni della setti­mana e per quattro o cinque ore consecutive - scrive Suor Maria Rachele Battaglia - la pena estenuante della im­mobilità, del parlare sommesso, dell'ascoltare penitenti di tutti i ceti e di varie disposizioni, pronti a mettere umilmen­te a nudo le piaghe della loro anima, o trincerati dietro l'im­penetrabile silenzio che vela abissi spaventosi di male o, infine, disinvolti nel narrare, senza rossore e senza dolore, impurità e misfatti d'ogni genere ... nonostante la noia,, il disagio e l'estenuante fatica, mai una parola che lasciasse trapelare l'amarezza del cuore o il venir meno delle forze... e così sempre, da quando era Curato a San Martino d'Al­baro fino agli ultimi anni della sua lunga vita ... »

« Mi confessavo da Don Roscelli nella Chiesa della Consolazione - ha testimoniato la signora Teresa Fulle -. Quale ardore, quale fuoco di carità si sprigionava da quell'anima infiammata di Dio!

Ed era uguale sempre, sempre presente a se stesso, sia quando iniziava, nelle prime ore mattutine il suo ministero, sia quando, richiamato al confessionale, interrompeva la sua orazione estatica presso l'altare di San Luigi oppure nel­l'imminenza del mezzogiorno, quando doveva essere stanco ed esaurito di forze Ascoltiamo, infine, da Suor Vincenza Spada delle Suore della Carità:

« Conobbi Don Agostino Roscelli quando frequentava l'Ospizio dell'Infanzia Abbandonata per esercitare il suo ministero di battezzare i neonati e di confessare le rico­verate.

Quanto bene faceva! La sua figura di asceta e di santo destava nell'animo di chi lo avvicinava sentimenti di ammi­razione e di venerazione.

Si tratteneva per ore ed ore al confessionale, sempre buono, sempre paziente, sempre infervorato dalla prima pe­nitente all'ultima capitata, per tutte condurre a Dio ».

Attraverso le testimonianze che, scegliendo a caso so­no state raccolte come fior da fiore, siamo riusciti, violando un austero e severo riserbo, a penetrare tacitamente, quasi in punta di piedi e con rispettosa discrezione, in vari mo­menti della vita privata di Don Agostino Roscelli.

È stata una breve sequenza di circostanze consuete che lo hanno, però, inquadrato come protagonista del tutto inconsueto, vale a dire illuminato e sospinto ad agire, in ogni caso, solo dalla forza trainante dell'amore di Dio che, in lui, ha veramente relativizzato sempre tutte le cose e gli interessi umani.

Ne è emerso « l'uomo che, senza prevenirLo né so­stituirLo, ha lasciato fare sempre e solo a Dio »: efficace e pregnante espressione che, da sola, è sufficiente a compen­diare uno stile di vita ed a tracciare con lucentezza tutta la dimensione spirituale, morale ed umana dell'autentico sacerdote.

Non sarebbe, infatti, possibile separare, in Don Ro­scelli, l'uomo dal sacerdote, giacché l'efficacia della sua azione sacerdotale fu sempre proporzionata alla ricchezza della sua umanità, così come la integrale realizzazione del­la sua umanità fu sempre condizionata dalla pienezza del suo sacerdozio.

Senza la stola, l'uomo Agostino non avrebbe potuto essere se stesso, poiché l'elemento umano in lui è stato soltanto una duttile creta, docile sempre a lasciarsi plasmare a misura delle esigenze divine.

Chi, pertanto, ha voluto cercare « l'uomo Agostino », ha potuto trovare solo « don Roscelli », cioè colui che si è attuato integralmente rispondendo alle richieste di Dio con quasi sessant'anni di quello che, senza esitazione, possiamo definire un sofferto, fedele ed integerrimo servizio di stola segnato sempre, come già abbiamo rilevato in partenza, dal saldo e severo sigillo del suo silenzio.

CAPITOLO QUINDICESIMO

DA VIA VOLTURNO A VIA LAVINIA

1892- 1898

Si era ormai al decennio di trapasso tra il rivoluziona­rio ottocento ed il novecento, avvolto nelle nebbie dell'im­previsto e dell'imprevedibile: un decennio senza pagine gloriose per la storia d'Italia e caratterizzato eminentemen­te dall'imporsi delle ideologie materialistiche che, relegata ogni sorta di ideale al solo rango di utopia o di vana illu­sione, esaltavano l'indiscusso potere delle ricchezze e del benessere, che solo le scoperte geografiche e le conquiste coloniali potevano, in quel momento, assicurare.

Erano quelli gli anni in cui, dal piano astratto delle ideologie, si incominciava a passare, con una facilità inu­sitata in precedenza, a quello della realtà concreta attuan­do, in modo disorganico ed inconsulto, quella lotta di classe esaltata da Marx come l'unico mezzo per riscattare il prole­tariato dall'ingiusta tirannide sfruttatrice della borghesia attraverso l'arma ancora sconosciuta dello sciopero violen­to, brutale ed indiscriminato, condannato, come del resto ogni altra forma di lotta sociale, da Leone XIII' nella sua Enciclica « Rerum novarum » del 1891 che conteneva, nel contempo, anche la denuncia morale contro l'esasperazione della miseria e delle ingiustizie sociali, cui avevano con­dotto i principi del liberismo e gli sviluppi del capitalismo, con i divergenti interessi che esso sprigionava.

A Genova, nel 1892 era morto l'Arcivescovo Salva­tore Magnasco ed a succedergli era stato designato Mons. Tommaso Reggio', coetaneo di Don Roscelli.

Costui si era adoperato subito per realizzare, nella sua città, un'attiva collaborazione con le pubbliche autorità, si era particolarmente preoccupato di incrementare il progres­so dell'uomo come cristiano e come cittadino ed aveva ri­volto particolari cure alla formazione dei Sacerdoti che vo­leva santi, preparati ad affrontare le difficoltà dei tempi ed apostoli generosi, pronti a spendere le forze e la vita nella fedeltà quotidiana alla propria vocazione.

Da due anni era morto anche il primo Parroco di San­ta Zita Don Carlo Luxardo ed ora, al suo posto, era stato nominato il Sacerdote Don Cosma Traverso il quale, dotato di spirito giovanile e di fresco entusiasmo, vincendo le mol­teplici difficoltà che gli si opponevano, aveva dato il via alla costruzione della nuova, monumentale Chiesa che, grazie ad una munifica donazione della Duchessa di Galliera, do­veva sostituire l'antico e troppo piccolo Oratorio pre­esistente.

Grande fermento di innovazioni, quindi, in tutto il Borgo Pila, come pure in tutta la zona adiacente, per la co­struzione della nuova via XX Settembre, ampia ed elegante, sovrastata dall'imponente Ponte Monumentale, al posto del­l'antica Porta dell'Arco, ed aperta verso l'area del Bisagno che veniva, così, finalmente integrata al centro cittadino mediante l'eliminazione della storica Porta Pila che, con grave disappunto dei genovesi più nostalgici del passato, venne poi trasferita, nel 1900, in via Montesano ove si trova tuttora.

Il capoluogo ligure, oltre che essere sede, in quello stesso anno 1892, del già citato primo Congresso del Par­tito Socialista Italiano, stava vivendo una circostanza di particolare fermento per i grandiosi festeggiamenti che vi si svolgevano in occasione del quarto centenario della scoperta dell'America.

Come area delle sfarzose manifestazioni italoamerica­ne era stata scelta la piazza d'Armi 4 antistante la stazione

Brignole, cioè la zona Bisagno - Foce nei pressi di via Vol­turno, sede, tra l'altro, del padiglione Piaggio facente parte della favolosa Esposizione allestita per la singolare circo­stanza, e dell'originale Ristorante Uovo di Colombo che, alto ben ventisei metri, si ergeva superbo al centro dei chias­sosi e spensierati festeggiamenti.

In contrasto con tanto frastuono e fervore di innova­zioni, Don Roscelli sembrava invece rappresentare il sim­bolo delle inesauribili risorse dello spirito, che sa mante­nersi saldo ed inalterato nonostante l'imperversare dei venti contrari.

Se i suoi settantaquattro anni di stenti, di lotte, di an­sie, di privazioni e di crucci pesavano più che mai, incur­vandole, sulle sue spalle fisicamente esili e stanche, l'animo, tuttavia, era ancora vigoroso e la forte tempra ancora salda, per il rinnovarsi del miracolo degli asceti, la cui giovinezza morale non conosce tramonti.

La grave miopia, però, di cui aveva sempre sofferto, si era, ora, considerevolmente accentuata, anche per il conti­nuo sforzo cui sottoponeva i suoi occhi nell'applicarli a leg­gere il breviario, scritto a caratteri minutissimi, al flebile e vacillante lume della lucerna ad olio.

Era una vera pena vederlo con quel vecchio libro, con­sumato dal lunghissimo uso, quasi appiccicato al naso nello sforzo estenuante di decifrarne le fitte righe! ...

Molte volte le Suore, impietosite e preoccupate, lo ave­vano supplicato di rivolgersi all'Autorità Ecclesiastica per chiedere una più che giustificata dispensa da quell'obbligo, ma non erano mai state ascoltate.

Solo nel marzo 1891 Don Agostino si era finalmente indotto a chiedere a Roma la facoltà di commutare l'Ufficio divino in un'altra opera pia, nonché di poter celebrare la Santa Messa votiva della Madonna nei giorni festivi e quella dei defunti nei giorni feriali.

Da Sua Santità Leone XIII aveva avuto, come risposta, il pieno consenso per la durata di un triennio, da rite­nersi valido, però, soltanto finché fosse durata l'infermità Da quella forma di infermità, però, purtroppo Don Roscelli non sarebbe poi mai più guarito, cosicché la richie­sta della suddetta facoltà verrà puntualmente rinnovata ogni tre anni fino al marzo del 1902, cioè per l'ultima volta.

L'ultima grande fatica, cui l'instancabile Sacerdote volle sottoporre la sua vista ormai spenta, fu la compilazio­ne del Direttorio che, ottenuta l'approvazione della Curia Arcivescovile il 26 novembre 1895, venne stampato nel 1896, con lo scopo di aiutare e guidare le Suore dell'Imma­colata nell'acquisto di quella perfezione cui esse devono tendere secondo la loro Regola, come è affermato nel Proemio.

Il 9 marzo del 1895 la bella e generosa anima di Don Francesco Montebruno, a sessantaquattro anni di età, si con­gedava dalla vita per andarsene a cogliere il premio eterno, meritato da tante opere prodigiosamente feconde di bene. A coprire il suo posto nella ricca cerchia di benefattori ed educatori genovesi della gioventù che allora annoverava, oltre a Don Agostino Roscelli e a Don Francesco Montebru­no, Don Luigi Sturla, Don Giuseppe Frassinetti, il canonico Giuseppe Carpi e Lorenzo Garaventa, già si preparava, per un'altra delle stupende combinazioni programmate dalla Provvidenza, la sensibile ed esile figura sacerdotale di Don Eugenio Fassicomo.

Costui, che da due anni aveva celebrato la sua prima Messa nella Chiesa di San Matteo, animato fin dall'adole­scenza dal proposito di salvare ed educare i giovani più esposti ai rischi ed alle seduzioni che l'incontrollata libertà di una vita trascinata tra un marciapiede e l'altro poteva loro offrire, con l'incoraggiamento di Mons. Tommaso Reggio proprio in quegli anni stava dando vita ad un Istituto, at­traverso il quale si proponeva di svolgere una proficua opera di assistenza sociale e di promozione umana a vantaggio dei figli di nessuno, dei figli della strada, dei derelitti nel signi­ficato più assoluto del termine, che pullulavano negli oscuri vicoli del centro storico della vecchia Genova, candidati, per la grande maggioranza, a popolare le grigie ed orribili celle delle carceri di Sant'Andrea, di cui Don Agostino ben conosceva la penosa tragedia, il totale abbandono e l'inu­mano squallore.

Figure grandi, figure preziose e belle che si sono trovate, pur nella loro inconfondibile originalità, schierate tutte in prima linea nella strenua lotta contro la degradazio­ne morale della società del loro tempo ed in difesa delle sue vittime più esposte e sprovvedute; figure ancorate alla salda convinzione, suffragata sempre dall'evidenza dei risultati, che non si corregge se non con l'amore e non si redime se non con il lavoro.

Figure in verità troppo poco ricordate dalla storia ma che, nel burrascoso cielo del loro tempo, hanno saputo tro­vare uno squarcio libero d'azzurro dal quale rifulgere, a conforto e guida dei diseredati e degli oppressi, come vivide stelle splendenti di una luce intramontabile.

Nonostante l'acutizzarsi della grave menomazione della vista che, lentamente ma irreversibilmente, andava conver­tendosi in cecità completa, Don Roscelli continuava ad essere, per le Suore che vivevano del suo riflesso, l'in­carnazione esemplare di quelle virtù che esse si erano impegnate ad osservare fedelmente con la loro Professione Religiosa.

Continuava, con la preghiera ininterrotta, con la prati­ca della povertà più austera, con la scelta effettiva degli ul­timi posti, con la rinuncia totale ad ogni sollievo, con la predilezione assidua degli strati più emarginati della società e con l'inesauribile carità verso tutti, a tessere, giorno dopo giorno, la trama di quella sua particolare spiritualità così evangelica e così attuale che, quasi inavvertitamente ma in modo sempre più invadente ed incisivo, egli andava disvelando attorno a sé come un prodigioso tesoro di serenità e di pace, nel quale venivano a confluire, integrandosi in mira­bile fusione, l'amore verso Dio e l'amore verso gli uomini, nei quali si compendia, senza esclusioni, tutto il contenuto ed il significato del messaggio cristiano, sempre immutato nonostante la mutevolezza e la contingenza dei tempi.

Continuava, il venerando Sacerdote, nonostante il rin­crudirsi degli acciacchi, ad occuparsi della dilatazione della sua Opera anche oltre i confini della Liguria', affrontando, con autentico eroismo, sia il disagio dei viaggi compiuti con mezzi di fortuna ed esposto ad ogni sorta di rischi e di insi­die, sia le imprevedibili opposizioni che, sovente, incontra­va nei piccoli centri liguri e piemontesi ove accompagnava le sue Suore perché ivi potessero veramente essere quelle « missionarie rurali » che egli desiderava; opposizioni non solo da parte di autorità politiche di ispirazione socialista, il che si può quasi considerare ovvio, ma anche di autorità religiose, diffidenti della legittimità degli scarsi mezzi di cui egli era in grado di disporre.

Dimesso nel portamento, con il capo coperto dal fa­moso berrettino di lana nera 1°, con la logora veste che, im­mancabilmente, gli pendeva dai fianchi 11, vacillante nel pas­so, curvo sotto il peso dell'età e delle preoccupazioni e so­stenuto dall'inseparabile bastone, Don Roscelli continuava a percorrere quelle vie e quei vicoli che, per anni ed anni, aveva continuato ad attraversare per raggiungere le varie mete della sua vasta attività apostolica.

E questo tutti i giorni dell'anno e tutti gli anni, con qualsiasi tempo, fino al 28 ottobre del 1896, data in cui, nel voluminoso Registro dei Battesimi impartiti all'Ospizio dell'Infanzia Abbandonata, compare per l'ultima volta la firma di Don Agostino Roscelli, dopo essere stata ripetuta per ben 8.484 volte nell'arco di tempo di ventidue anni con una continuità, un ordine ed una regolarità che hanno vera­mente dello sbalorditivo.

Lo accompagnava lungo il quotidiano percorso, quan­do ormai la vista gli era completamente venuta meno, una inserviente dell'Istituto, Genoveffa Sacchetti, che però, per esplicito ordine di lui, doveva seguirlo a debita distanza e non toccarlo mai, per guidarlo o sorreggerlo, qualunque co­sa gli fosse potuta accadere'.

A sostenerlo e a guidarlo bastava, infatti, quel fuoco ardente che irradiava, in lui, dall'amore di Dio e dalla lu­minosità della Sua grazia.

Nel settembre del 1896 le Suore vollero festeggiare il cinquantesimo anniversario di Sacerdozio del loro Fonda­tore e Direttore e, vincendo ogni sua tenace resistenza, riu­scirono a fargli stampare l'immagine ricordo e a fargli ac­cettare una veste nuova, confezionata da loro in tutta segre­tezza per la felice occasione.

Fu quello un giorno bellissimo per tutta la Comunità, riunita festosamente per la lieta e sentita circostanza: un giorno indimenticabile per ognuna, di serena e cordiale intimità familiare.

L'Istituto contava ormai vent'anni nel corso dei quali, con l'aiuto di Dio, le cure assidue del suo Fondatore e la buona volontà di tutti i suoi membri, si era considerevol­mente consolidato ed affermato.

Il numero delle Suore, infatti, era aumentato mera­vigliosamente anche se, purtroppo, molte di loro, e forse le più umanamente promettenti, colpite inesorabilmente dal male del secolo, cioè la tisi, come fiori profumati appena sbocciati nel giardino dell'Istituto, venivano strappate alla terra per essere trapiantate nelle aiuole del cielo, perché giudicate da Dio già meritevoli del premio eterno.

Fu questo, come è ben comprensibile, un vero e pro­prio motivo di strazio per il cuore apprensivo di Don Ro­scelli che tanto sentiva gravare su di sé la responsabilità di quelle giovinezze votate al Signore e di cui si era reso garante presso i genitori che gliele avevano affidate trepi­dando.

Solo ai piedi del Tabernacolo, che ora era diventata la sua stabile dimora, egli poteva deporre tutto il fardello di così grande dolore.

Col crescere del numero delle Suore e delle alunne, la Casa di via Volturno si era fatta, nel contempo, troppo an­gusta, per cui si imponeva la necessità di pensare ad una sistemazione più adeguata alle crescenti esigenze dell'Isti­tuto in via di sviluppo.

Il problema, la cui soluzione si prospettava alquanto difficile, ebbe invece una inattesa e rapida conclusione al­lorché il rev.do Don Angelo Remondini, che aveva indiriz­zato all'Istituto una giovane da lui diretta spiritualmente, morendo lasciò a beneficio dell'Opera di Don Roscelli, che altamente stimava, una generosa eredità con la quale, nel 1898, poté essere acquistata una nuova residenza in via Lavinia, nella zona di San Francesco d'Albaro.

La casa era una villa settecentesca grande e soleggiata, ex proprietà dei marchesi Merani, che si prestava in modo ottimale a divenire la nuova Casa Generalizia dell'Istituto.

Essa era, infatti, divisa in due estesi bracci che pote­vano accogliere, separatamente, da una parte il Professato e dall'altra il Noviziato. In via Volturno, pertanto, sarebbe­ro rimaste solo la Scuola e le Suore ad essa addette.

Fu così che Don Roscelli il quale, in qualità di Diret­tore dell'Istituto ed anche a cagione delle più che precarie condizioni fisiche doveva necessariamente trasferire nella nuova Casa la propria residenza, dovette prepararsi a dare l'addio a quella che, per le Suore dell'Immacolata, sarebbe stata sempre la cara culla dell'Istituto, anche quando dovrà essere completamente ricostruita perché fatalmente danneg­giata dalla furia devastatrice della guerra il 20 novem­bre 1942.

Quanti « Addio! ... » nella lunga e sofferta esistenza di Don Roscelli, caratterizzata sempre dalla precarietà di ogni sistemazione, a cominciare da quello accorato e com­mosso che, in un giorno ormai tanto lontano, aveva rivolto con gli occhi velati di pianto alla casa paterna ed al suo indimenticabile Bargone! ...

E poi alla salita del Prione ... alle Suore di salita San Rocchino ... al Convitto di via Garibaldi ... al Seminario di via Porta degli Archi ... alla Parrocchia di San Martino d'Albaro ... alla casa dei familiari in via Colombo ... agli Artigianelli in Carignano ... ai carcerati di Sant'Andrea ... all'Ospizio di salita delle Fieschine ... al confessionale del­la Consolazione ...

... Ed ora ... alla « sua » Casa di via Volturno! ... Questo, fra i tanti, fu certo per Don Agostino l'addio più lacerante, in quanto sapeva che lì, in quella « sua » Casa, non sarebbe ritornato mai più! ...

Sentiva, infatti, imminente l'ora dell'estremo addio: quello che, presto, egli avrebbe dovuto rivolgere al mondo. Tra quelle mura, che gli erano costate tante preghiere, e tanti sacrifici, egli lasciava ansie, speranze, amarezze, di­singanni ed ineffabili consolazioni. Con sé avrebbe portato solo lo scrigno di tanti meriti ed il pesante fardello di ot­tant'anni di fatiche, di stenti e di rinunce ...

Quante cose erano cambiate nel giro di vent'anni! Quella borgata, prima periferica e disabitata, ora era quasi parte del centro cittadino.

Al posto degli orti, che si estendevano simmetrici e fertili sulla riva sinistra del Bisagno, ora si intersecavano larghe strade regolari, fiancheggiate da alti palazzi ove si addensava una popolazione operosa, che si era rivelata su­bito pronta a simpatizzare con le Suore dell'Immacolata, divenute presto popolari in tutta la zona e pienamente inse­rite, ormai, nell'attività della vita parrocchiale.

Esse, infatti, si erano attirate la stima e la benevolenza di chi le conosceva, sia per il loro zelo caritativo, sia per la loro abilità professionale, sia soprattutto per la dedizione continua, generosa e disinteressata con cui si prodigavano nella missione di educatrici e di insegnanti, che già aveva cominciato a rivelare notevoli e copiosi frutti nelle bambi­ne affidate alle loro cure.

Forse Don Roscelli non aveva mai avvertito, come nel momento del distacco, quanto gli fosse cara quella Casa. Tutta la trama compositiva della sua costruzione, che gli si delineava ora interiormente attraverso le varie fasi del suo svolgersi, veniva ad assumere per lui, impossibilita­to ad abbracciarne con gli occhi i ben noti contorni, la tra­sparenza eterea e l'altezza sublime delle opere più pure ed immateriali: di quelle opere, cioè, che, segnate dal batte­simo della sofferenza, come un'ispirazione poetica o un mo­tivo musicale, un artista porta dentro di sé tutta la vita, sen­tendoli tanto più suoi quanto più maturati e generati attra­verso il crogiuolo del dolore.

Quanto più, però, l'aveva sentita sua, quell'Opera nel momento di darle vita e consistenza, altrettanto ora, che la vedeva avviata, sulle tracce di un solco scavato con amore e fatica, nell'impegno di un'azione fattiva e concreta a van­taggio e sollievo degli strati della società più bisognosi di guida, di aiuto e di conforto, la sentiva solo e tutta di Dio, che gliel'aveva sapientemente ispirata.

... A Dio, quindi, bisognava affidarne le sorti!

Cosa mai avrebbe potuto fare lui, povero Don Roscel­li, per quella Casa del suo cuore, ora che era tanto vecchio e tanto stanco? ... Allora ... perché indugiare? ...

Raccolte quindi in silenzio, secondo il suo stile, le povere e poche cose che, ancora, potevano essere necessarie a lui che aveva sempre fatto a meno di tutto, Don Agostino si disponeva così, nell'autunno del 1898, a compiere il bre­ve, penultimo viaggio della sua lunga e sofferta esistenza.

CAPITOLO SEDICESIMO

LUMINOSO TRAMONTO

1898-1902

Con il trasferimento nella nuova Casa Generalizia di via Lavinia, la missione terrena di Don Roscelli era perve­nuta alla sua ultima tappa, così come era giunto alla sua ultima tappa il tumultuoso secolo diciannovesimo tra l'in­tensificarsi delle agitazioni sociali e dei disordini di piazza che, iniziati nelle Romagne e terminati a Milano nel maggio del 1898, avevano toccato un po' tutte le regioni d'Italia provocando centinaia di morti, arresti, condanne, nonché soppressioni di giornali e di organizzazioni politiche repub­blicane, socialiste e cattoliche.

Era il tragico maturare di quella grande crisi che, ini­ziatasi negli anni dell'unificazione nazionale, i vari governi susseguitisi a breve distanza di tempo non avevano fatto che inasprire col rifiutare ogni concessione, coll'opporre la forza ai malcontenti, coll'ignorare e soffocare ogni aspira­zione sia politica che sociale e coll'accrescere i mezzi di repressione di ogni forma di libertà.

Del rumoreggiare di quegli esasperati tumulti, solo l'eco lontana poteva giungere al venerando Sacerdote, le cui risorse fisiche erano ormai in pieno, rapido e visibile declino.

È necessario, a questo punto, evidenziare che, nono­stante quell'energia giovanile che è propria delle anime belle e quella freschezza d'entusiasmo che non solo dà le ali allo spirito, ma sostiene e rinvigorisce altresì il corpo, la sa­lute di Don Roscelli era stata quasi sempre cagionevole e precaria.

La sua innata riservatezza ed il deciso rifiuto di rivol­gere l'attenzione sulla propria persona, non avevano mai consentito, neppure a coloro che gli erano vissuti più vicini, di poter conoscere qualcosa di certo sulle sue sofferenze fisiche, sia involontarie che volontarie, fatta eccezione per qualche strumento di penitenza, del quale casualmente qualcuna delle Suore era venuta a conoscenza, con gravis­simo disappunto di lui.

Anche la perdita progressiva della vista fino alla com­pleta cecità, che avrebbe senz'altro assunto, per altri, toni di toccante drammaticità, era stata da Don Agostino accet­tata e sopportata tacendo, senza farla pesare, senza mani­festare alcuna apprensione in proposito, senza ricorrere al­l'aiuto della medicina o della chirurgia, tanto da indurre le stesse Suore a considerare ormai abituale l'immagine del loro Direttore nell'atto di servirsi dell'inseparabile bastone per cogliere i contorni di quella realtà che, ormai, era ne­gata per sempre ai suoi occhi spenti.

Quello che aveva accelerato il ritmo del suo declino fi­sico, altro non era che il compiersi di un lento e progressivo logorio di tutte le energie vitali, consumate nell'assoluta di­menticanza di sé e di quelle esigenze che, con l'avanzare dell'età, si fanno sempre più urgenti, nell'assiduità sempre crescente alla preghiera, nell'esercizio costantemente fedele e puntuale del ministero sacerdotale, nonostante l'accen­tuarsi dei dolori divenuti alla fine fin troppo evidenti, suo malgrado, all'occhio affettuoso e vigile delle Suore.

L'acutizzarsi di un grave reuma, contratto durante uno dei suoi ultimi, disagiati viaggi sotto la pioggia, e quella che i medici avevano diagnosticato come una forma di arte­riosclerosi resa irreparabile dall'età avanzata, potevano tra­dursi nel « consummatum est » di un fisico completamente esausto ed ormai nell'assoluta impossibilità di prestarsi an­cora ad uno spirito, inesauribile nel prolungamento della sua missione terrena.

Man mano che le forze lo abbandonavano, pareva che Don Roscelli volesse rendere ancora più sollecito il suo inte­ressamento paterno verso le Suore, quasi temesse di non riuscire a trasmettere loro quanto avrebbe desiderato, pri­ma che calassero le ombre della sua sera.

Per questo nel confessionale, nei dialoghi intimi e nel­le conversazioni comuni là, in quella grande Casa che non aveva mai potuto vedere, egli continuava, con il fervore di sempre, ad essere la loro paziente guida ed il loro illumi­nato Maestro.

Le Suore, dal canto proprio, sembravano valorizzare, ora come non mai, quella preziosa e nobile esistenza che si andava irreparabilmente spegnendo poco a poco, proprio mentre sarebbe stata, per loro tutte, estremamente neces­saria.

Mentre si adoperava nel rassicurarle e confortarle, esortandole a confidare nell'aiuto immancabile di Dio, che sarebbe stato la loro valida Guida per sempre, il santo Sacerdote si sentiva penosamente stretto, nel proprio inti­mo, dalla morsa di un dubbio assillante che, talvolta, gli faceva anche versare cocenti lacrime di dolore: sarebbero state, quelle Suore tanto inferiori alle sue aspettative, tanto facilmente sorde alle sue accorate raccomandazioni e così facili a perdere di vista il soprannaturale per inseguire fu­tili chimere ... sarebbero state capaci di continuare l'Opera che Dio, tra le dense tenebre di indicibili difficoltà, gli ave­va luminosamente ispirato? ...

Non era stato, forse, troppo azzardato da parte sua l'avviare un'Istituzione tanto impegnativa, ben sapendo che presto avrebbe dovuto abbandonarla a se stessa? ...

Che ne sarebbe stato, poi, della sua Opera? ...

Che ne sarebbe stato, senza di lui, delle sue Suore? ... Avrebbero esse perseverato nella via che egli aveva loro tracciato? ...

... E se si fossero smarrite lungo il cammino? ... Erano, questi, gli assalti tormentosi dell'ora delle te­nebre, da cui certo non fu risparmiato Don Roscelli, cui non doveva rimanere ignota alcuna forma di sofferenza umana.

Tenebre, però, ben presto fugate dalla luce irradiante che, sempre, egli riusciva a cogliere, sentendosene salutar­mente inondare l'anima, attraverso la preghiera nella quale, ancor più che per l'addietro, egli rimaneva immerso e tra­sumanato a tempo indefinito, come se già fosse partecipe più della realtà eterna che di quella del tempo.

I suoi occhi che, del resto, avevano sempre solo sfio­rato le cose della terra, e non certo per goderne ma solo per sanarle, erano ormai fissi esclusivamente, e quindi con maggiore intensità, su quelle del cielo.

Tutto il suo essere era totalmente assorto in Dio ed unicamente teso nello sforzo di aderire senza riserve alla di Lui volontà, nonostante l'esacerbarsi inarrestabile d'ogni genere di sofferenza.

Il nuovo secolo, intanto, si apriva all'insegna sangui­nosa del regicidio del 29 luglio, con il quale scompariva tragicamente colui che il popolo aveva definito « il Re buo­no », per averlo sempre visto presente e partecipe in occa­sione delle gravi sciagure che, frequentemente avevano se­gnato ed agitato la vita della giovane Nazione. Iniziava co­sì il fatale regno di Vittorio Emanuele III, non certo desti­nato a più sereno epilogo.

Nel 1901 a Genova moriva Sua Eminenza l'Arcivesco­vo Mons. Tommaso Reggio', che aveva speso interamente la propria, nobilissima esistenza nell'infaticabile zelo per la gloria di Dio, nell'adesione totale all'insegnamento della Chiesa, nell'obbedienza fiduciosa al Papa, sollecito sempre nell'amministrare i Sacramenti, specialmente quello della Penitenza, a cui aveva sempre dedicato, anche da Vescovo, gran parte del suo tempo.

A succedergli nell'Archidiocesi genovese verrà desi­gnato Mons. Edoardo Pulciano, già Vescovo di Casale'. Don Roscelli, frattanto, come sostenuto da una forza sovrumana ed invisibile, continuava a celebrare quotidia­namente la Santa Messa con indicibile fervore e trasporto, assistito dall'amico fedelissimo Don Emanuele Vernengo, che gli era quasi sempre accanto.

Il momento della Santa Comunione lo trasfigurava completamente nel volto e lo sublimava a tale grado di mistico raccoglimento, che sembrava veramente essere tut­to rapito ed immerso nel suo Dio ed a Lui ormai insepera­bilmente congiunto nella sfera della beata Eternità. L'annotazione dell'ultima Santa Messa da lui celebra­ta porta la data del 16 marzo 1902.

Da quel giorno, infatti, Don Roscelli non poté più lasciare il letto per l'aggravarsi della malattia e l'acutizzarsi degli atroci dolori che, ormai, non gli concedevano più tre­gua e che egli sopportava con singolari serenità e pazienza. Fu un tramonto degno della sua vita.

Dopo essere vissuto di penitenza, di preghiera e di amore per Dio e per tutti, la morte, Don Roscelli, poteva ben guardarla in faccia, serenamente, come solo i santi possono e sanno fare ...

Tutta la sua vita, anzi, potrebbe essere definita un dia­logo pacato e sereno con « sorella morte ».

Non sarebbe, infatti, spiegabile un'esistenza condotta nell'ombra, nel silenzio, nella rinuncia ad ogni soddisfazio-

ne terrena ed in totale disponibilità nel servizio di Dio, se ogni attimo di essa non fosse stato vissuto ed accettato sem­pre alla luce dell'ultima candela, vale a dire a tu per tu con l'ineluttabile realtà della morte.

Quando, per Don Agostino, l'ora della morte venne, venne senza clamore, nell'intima e silenziosa angoscia del commiato dalla vita del tempo, che il presentimento radio­so di quella eterna non poteva certo attutire, affinché non fosse annullata la preziosità dell'estremo olocausto.

Venne un mercoledì, 7 maggio 1902 ... e fu una mor­te dai toni pacati e sommessi, priva di ogni grandiosità, co­sì, come indubbiamente Don Roscelli l'aveva presagita e tacitamente desiderata e come con toni pacati e sommessi si era svolta tutta la sua vita terrena.

I rintocchi festosi della campana di San Francesco d'Al­baro, rincorrendosi a distesa nell'azzurro dello spazio, an­nunciavano i primi vespri dell'Ascensione di Nostro Signore.

Dal giardino, l'aria tiepida di quella primavera inol­trata filtrava, indorata dalla luce crepuscolare e profumata di fiori, attraverso la finestra socchiusa della povera came­retta, ove Don Roscelli stava vivendo la sua esemplare agonia.

Nulla di sensazionale o drammatico tra quelle mura anguste e disadorne; nessuno di quei segni straordinari che sogliono accompagnare, immortalandolo, il trapasso degli uomini destinati ad entrare nelle pagine della nostra storia. Che cosa può esservi, infatti, di straordinario nell'at­teggiamento di un Padre tenero e premuroso che, nell'ora dell'estremo congedo, raccomanda caldamente alle Figlie, che gli sono accanto in lacrime, la fedeltà più scrupolosa nell'osservare e nel far osservare quella Santa Regola che egli lasciava loro come suo unico e prezioso patrimonio, frutto di incessanti preghiere e di imponderabili fatiche?

Che cosa può esservi di straordinario nell'estrema ri­chiesta di un umile Prete di essere trasportato al cimitero su di un semplice carro, senza drappi, senza fiori e senza pompe, poveramente come poveramente era nato e sempre era vissuto?

Mentre nel silenzio assoluto, fattosi pesante e solenne, l'anima bella e pura di Don Agostino si congedava dal mon­do sussurrando, nel soffio impalpabile dell'ultimo fremito vitale: « In manus tuas, Domine ... commendo spiritum meum ... », per poi librarsi, in volo agile e deciso, verso l'immensità dell'Eterno, ancora una volta la morte dimo­strava di essere perfettamente coerente con un'intera vita, svoltasi all'insegna della modestia e del nascondimento.

Tutto, in Don Roscelli, era stato sempre usuale e poco appariscente ...

Come avrebbe potuto, quindi, il suo morire scostarsi dallo stile essenziale del suo vivere? ...

Tutto era stato apparentemente di poco rilievo e fatto, si potrebbe dire, per passare inosservato.

Piccolo di statura, esile nella persona, moderato nel gesto, parco nelle parole, fioco nella voce, riservato nel tratto ...

Eppure da quella usualità, da quella ferialità di ogni atteggiamento, si era sempre sprigionato un fascino irresi­stibile da cui tante anime erano rimaste avvinte e conqui­state.

Se, infatti, vi è un fascino che emana dalle doti umane più appariscenti e dalla prestanza fisica, ve ne è però uno, e ben più irradiante, che scaturisce dalla ricchezza interiore dell'anima posseduta da Dio ed illuminata dalla Sua grazia. Questo fu il fascino di Don Roscelli; il fascino che egli seppe esercitare su chi lo conobbe e lo avvicinò, senza vo­lerlo e senza rendersene conto: semplicemente, coll'essere sempre dove doveva essere e nel modo che, di volta in volta, gli veniva suggerito da Dio, perché sempre disponi­bile alle Sue ispirazioni e sempre pronto ai richiami delle anime bisognose del suo aiuto.

Senza aver fatto mai nulla di clamoroso, Don Roscelli fu senz'altro un'anima grande, e grande proprio della sua apparente piccolezza.

Grande perché fece cose grandi senza proporselo e senza saperlo. Grande, cioè, della grandezza degli umili.

È così possibile il recupero totale di una spiritualità, la cui ricchezza va ricercata soprattutto nella ferma deci­sione di aderire ai disegni di Dio a qualunque costo, inse­guendo, con delicata e vigile attenzione, ogni Sua ispira­zione con la volontà indomita di raggiungere, pur attraver­so gli ostacoli, le difficoltà e le incomprensioni, la conso­lante certezza, colta alla luce della fede, di essere nel vero.

Ed è altresì possibile, sulla scorta di tale inquadratura, vedere nel senso struggente della propria indegnità, che è l'elemento portante di tale spiritualità, il giusto tributo pagato da una fede illimitata ed insieme l'approdo quasi rifiutato o, almeno, non cercato né voluto, alle sponde di quella che, senza esitazione, possiamo definire autentica santità.

 

PARTE SECONDA

Gli epigoni di Don A. Roscelli nel nostro tempo

1902-1962

«I1 vero amore di Dio deve essere fecondo di sante opere».

SAC. AGOSTINO ROSCELLI

 

CAPITOLO DICIASSETTESIMO

DIFFICILE TRAPASSO

1902-1913

Lo zelo di Don Roscelli fino agli ultimi anni di vita era stato vera­mente eroico ed il campo d'azione da lui timidamente accarezzato nei suoi sogni di apostolato aveva sfiorato i più arditi orizzonti.

Nonostante ciò, però, l'umile Sacerdote non aveva certo mai osato, durante la sua esperienza terrena, sollevare lo sguardo dell'animo fino a percepire in profondità quello che la Provvidenza avrebbe riservato, in avvenire, a quella Famiglia Religiosa che gli era costata tanti sacrifici e per cui tanto aveva trepidato e sofferto.

Era morto, infatti, timoroso e titubante per le sorti labili ed incerte del suo Istituto, ben lungi dal presagire quanto l'Opera da lui avviata per divina ispirazione si sarebbe moltiplicata nel numero ed estesa nello spazio e quanto si sarebbe fatto intenso il ritmo delle sue molteplici attività.

La sincera modestia che gli era connaturale, la consueta umiltà che lo aveva sempre indotto a nutrire una bassa opinione di sé e di tutto ciò che lo potesse direttamente riguardare, non gli aveva mai consentito di valutare in modo chiaro e oggettivo l'entità del bene che aveva seminato attorno a sé, né di considerare la concretezza della formazione umana, morale e spirituale che pazientemente aveva saputo coltivare ed atten­tamente seguire nelle sue Suore.

Non aveva mai neppure lontanamente pensato di attribuire a se stesso e alla propria operosità tutto ciò che sinceramente riteneva frutto solo di un'assistenza provvidenziale e dello zelo generoso delle sue Figlie spirituali.

Era vissuto ed era morto convinto di non avere avuto parte alcuna in quella consolante fioritura di opere che si era visto crescere intorno e che non poteva certo né ignorare né nascondere... Forse gli era parsa già gran cosa l'essere riuscito a non impedirle o guastarle, tali opere, con la propria incapacità e scarsità di risorse umane!...

Così aveva sempre pensato, in vita, Don Roscelli. Quanto, però, era sempre stato lontano dal vero!...

Non appena la sua salma fu tumulata modestamente nel cimitero di Staglieno, le tenebre più dense sembrarono addensarsi impietosamente sul capo delle povere Suore, rimaste orfane di un simile Padre.

Mai come in quel tristissimo frangente si era loro disvelata tutta la statura morale e la ricchezza spirituale del loro Fondatore: di colui, cioè, che era stato la loro guida, il loro conforto, il loro sicuro punto di riferimento e, soprattutto, l'ispiratore della loro decisiva scelta di vita. Solo allora sembravano valutare adeguatamente tutta l'eloquenza del suo abituale silenzio, tutto il valore della sua disincarnata e diafana presenza, del suo non farsi notare, del suo saper essere... come se non fosse.

Solo allora sembravano cogliere, con struggente intensità, tutto quello che, per loro, aveva continuato a rappresentare quel Sacerdote attempa­to, stanco e fiaccato dalla malattia, il cui sguardo, intenso e penetrante, chiuso da anni alle cose della terra, era rimasto aperto unicamente a quelle del cielo.

Unicamente dal cielo, infatti, egli poteva attingere direttamente quella luce tersa e smagliante che trapelava da ogni sua parola, che illuminava ogni sua risposta, che conferiva autorevolezza ed efficacia ad ogni sua esortazione e che impreziosiva ogni suo respiro.

La fase di trapasso nella guida del giovane Istituto, tanto decisiva e determinante per le sue sorti future, fu indubbiamente penosa, difficile, densa di responsabilità.

Tutti i membri della Congregazione ne risentirono inevitabilmente in modo gravissimo, al punto da temere seriamente circa le sue effettive possibilità di sopravvivenza.

In seno a tali membri si vennero delineando, in quel delicatissimo momento, due contrastanti atteggiamenti: quello del pessimismo più deprimente e quello di un timido ottimismo.

Il primo, determinato dalla caducità della situazione e dalla scarsità dei mezzi di sussistenza, aveva lasciato vasto adito alla convinzione che, venuto meno colui che era stato il fulcro propulsore, nonché la guida sicura ed illuminata di tutta l'Opera, questa sarebbe stata destinata a soccombere.

Finché Don Roscelli era rimasto in vita, infatti, la sua presenza carismatica, il suo esempio trainante, la sua parola suadente e la sua ferma autorità avevano compiuto l'autentico miracolo di tenere in piedi l'Istituto, di consolidarlo, di espanderlo e di imporlo al consenso e all'ammirazione delle Autorità religiose e di molti munifici benefattori, che gli avevano assicurato protezione e soccorsi.

Scomparso lui, però, su che cosa poteva appoggiarsi un Ordine Religioso ancora privo di salde ed organiche basi e di una sua specifica fisionomia apostolica?

Il secondo atteggiamento era invece suggerito dalla capacità di con­siderare soprannaturalmente gli eventi; capacità che le Suore avevano direttamente attinto alla scuola del loro Fondatore, dalla forza di credere e di sperare al di là di ogni speranza che egli aveva saputo inculcare nel loro cuore ed, in modo particolare, dalla certezza che le Costituzioni da lui redatte con tanta fatica, meditate alla luce di Dio, impreziosite dalla grazia dello stato e convalidate da una più che consumata esperienza sarebbero state l'infallibile bussola che avrebbe guidato la fragile navi­cella della loro Famiglia Religiosa verso un porto sicuro, nonostante l'agitarsi fragoroso dei flutti.

Tale atteggiamento era poi, in modo eminente, suggerito dall'incrol­labile fiducia che il loro vigile e provvido Padre non le avrebbe certamente lasciate orfane, ma avrebbe continuato a sostenerle, a consigliarle, a proteggerle e a guidare dal cielo i loro incerti passi, additando loro, di volta in volta, la via da seguire, del resto già chiaramente delineata nella santa Regola, che in punto di morte aveva loro lasciato come testamento.

Come avrebbe potuto, Dio, non ascoltare ed esaudire gli aneliti di anime tanto fedeli, tanto coraggiose e tanto desiderose di proseguire un'Opera già così feconda di bene?

Era allora Madre Generale, dal 1888, Suor Maria Vittoria Tassara, succeduta nel governo dell'Istituto alla Madre Giovanna Bailo. La sua vita religiosa era iniziata e maturata accanto a Don Roscelli, di cui era stata Figlia devota e fedelissima cooperatrice, assimilandone interamen­te lo spirito e lo stile di vita.

Si era formata alla scuola di lui e ne aveva assunto, quasi inconscia­mente, i modi di pensare, di parlare, di agire, di governare, ispirati sempre a semplicità, a dirittura di giudizio, a spirito soprannaturale di fede e di profonda umiltà.

Scomparso il Fondatore, quindi, le Suore poterono fruire della con­fortante illusione di continuare a vederlo, a udirlo, a sentirlo vicino e a subirne la benefica influenza attraverso colei che, più di ogni altra Figlia spirituale, ne aveva ereditato gli insegnamenti e ne sapeva rinnovare gli esempi.

I superiori ecclesiastici, inoltre, cui stavano a cuore le sorti dell'Isti­tuto, avevano tempestivamente stabilito che l'ufficio di Cappellano ve­nisse lasciato a Don Emanuele Vernengo, che già aveva strettamente coadiuvato Don Roscelli negli ultimi anni di vita, e in seguito al Padre Alessandro Monti, membro della Compagnia di Gesù ed emerito docente di Lettere nel Seminario Arcivescovile genovese.

Nel 1907 Mons. Edoardo Pulciano assegnò all'Istituto un Direttore nella persona di Mons. Sebastiano Corradi, Canonico Prevosto di San Lorenzo, con l'incarico di apportare alcune modifiche alle Costituzioni redatte da Don Roscelli, già approvate da Mons. Salvatore Magnasco nel 1892 e che l'accorta Madre Maria Vittoria Tassara gli aveva presentato in data 15 ottobre 1902, pochi mesi dopo la morte del Fondatore.

Tali modifiche erano indispensabili al fine di renderle più idonee, in alcuni punti, alle nuove esigenze dell'Istituto e più conformi alle norme del nuovo Codice di Diritto Canonico: condizione «sine qua non» perché l'Istituto potesse ottenere quel riconoscimento giuridico, da parte della Santa Sede, che ne avrebbe garantito la validità legale e la solidità strutturale.

Altro motivo di conforto era l'incremento fornito all'Opera roscelliana dalle molte richieste da parte di buone ragazze, dotate di vocazione religiosa, di essere accolte quali nuovi e provvidenziali membri, qualora avessero dato, durante il periodo di postulato e noviziato, convincente prova di possedere i requisiti richiesti.

A smentire, poi, tutte le più nere previsioni di paralisi dell'Opera, erano le numerose richieste di Suore per eventuali nuove Case filiali: segno evidente di quanto già fosse consolidata la stima verso l'Istituto di Don Roscelli e tale da non risultare minimamente scalfita nonostante la morte del suo Fondatore e Direttore.

A proposito delle prime Case filiali, cui è già stato fatto un breve accenno, non pare fuori luogo presentarne qui una sintesi panoramica, onde poter fornire un'idea meno vaga del grado di sviluppo della Con­gregazione al momento del difficile trapasso.

Il primo invito era giunto a Don Agostino il 5 giugno 1882 da parte dell'Arciprete Luigi Barabino e del Sindaco di Bolzaneto ad inviare alcune Suore nella località di Cremeno, per dirigervi e condurre la Scuola elementare mista. Il 10 ottobre del medesimo anno fu lo stesso Don Roscelli ad accompagnare alcune Suore a Campoligure, affinché prestas­sero la loro opera assistenziale nell'allora «Ospizio dei Poveri», che offriva un ricovero a coloro cui nessuno poteva provvedere.

Non era forse nello stile del buon Sacerdote rivolgere di preferenza le sue attenzioni ai poveri, a coloro che, nel linguaggio odierno, sono definiti gli «emarginati» della società?

Sì, fu proprio Don Roscelli a volere le sue Suore a Campoligure (allora Campofreddo), perché tale desiderio era in piena sintonia con la sua ansia di carità e di essere presente proprio là dove la necessità era più urgente onde giungere, tramite il sollievo concesso al corpo, a penetrare le anime e a conquistarle permeandole della certezza che ogni sofferenza terrena riveste un valore immenso, perché è sempre un river­bero e un preludio dell'eternità.

Fu questa, altresì, la prima occasione che si presentò alle Suore di svolgere il loro apostolato anche nel campo infermieristico: apostolato destinato, come vedremo, ad ulteriori, vasti sviluppi.

Il 10 dicembre 1884 le Suore, incoraggiate dal loro generoso Padre, accettarono la direzione dell'Asilo Infantile di Borzonasca (Bobbio), ivi chiamate dall'Arciprete Foppiano, con l'approvazione dell'Amministra­zione Comunale.

L'8 ottobre del 1888 Don Roscelli aprì una casa a Sori, con due Suore diplomate Maestre incaricate di dirigere e condurre una Scuola Elemen­tare.

Constatato il successo dell'Opera tanto coscienziosamente svolta, l'Arciprete Don Giacomo Ghio pregò il Direttore di concedere altri membri dell'Istituto che, nel 1894, diedero vita anche all'Asilo Infantile in una comoda residenza, circondata da uno spazioso giardino.

Il 19 luglio, ancora del 1888, le Suore Immacolatine fecero il loro ingresso in Torriglia per assumervi la direzione e la conduzione dell'Asi­lo Infantile, costruito sul terreno donato dal sig. Luigi Barabino. Lì le Suore assunsero l'incarico dell'insegnamento scolastico vero e proprio, che condussero onorevolmente per tanti anni attraverso un lavoro capillare, paziente e silenzioso, intessendo così la trama di un'opera ininterrotta, pur attraverso molte generazioni, che ha indubbiamente gettato un seme non certo caduto invano, ma anzi profondamente ed intensamente fecondo.

Nel 1890 fu la volta di Serra Riccò, nel 1891 di Pedemonte, nel 1892 di Tassarolo, nel 1893 di Castelletto d'Orba, nel 1894 di Predosa e Crocefieschi, nel 1898 di Cogorno e nel 1900 dell'Opera Pia Causa.

L'occasione dell'inserimento delle Suore in quest'ultima Opera fu il trasferimento della residenza di Don Roscelli in via Lavinia, nella zona di Albaro, nel 1898.

Quivi egli aveva stretto subito ottimi rapporti con il Padre Parroco della vicina Chiesa di San Francesco d'Albaro, Direttore dell'Opera, che gli aveva facilitato l'accettazione della richiesta di alcune Suore per svolgervi attività caritativa assistenziale agli anziani e ai ragazzi.

Da quanto esposto, alla morte di Don Roscelli le Case da lui aperte in Diocesi e fuori Diocesi superavano la ventina.

Motivo di grande conforto per le Suore private della loro preziosa Guida fu, come stavamo evidenziando, l'inarrestabile susseguirsi di nuovi inviti ad aprire altre Case, ad avviare nuove attività, a cimentarsi in esperienze intentate, a portare nei campi di apostolato più vario la concreta testimonianza della loro incondizionata disponibilità.

Nel 1904 esse accettarono l'insegnamento nella Scuola Comunale di Magliolo, nella vicina Diocesi di Albenga, e la direzione dell'Orfano­trofio Casaretto in Genova salita San Rocco N. 15, aperto per munifi­cenza della Marchesa Pierina Casaretto Cambiaso, che provvedeva alle spese per l'affitto della Casa ed in parte per il mantenimento delle Orfane.

Nel 1907 il numero delle Orfane di modesta condizione ospitate nella Casa di via Volturno e benevolmente accolte quali educande quan­do era ancora in vita Don Roscelli era considerevolmente aumentato per le continue e pressanti insistenze dei parenti.

Si rese pertanto necessario, in quell'anno, il loro trasferimento in una residenza di via del Pino, nei dintorni di via Lavinia.

Tale sistemazione, però, durò solo fino al 1913, allorché, per consi­glio del Direttore Mons. Sebastiano Corradi, il Collegio femminile fu traslocato a Murta, presso Genova, in un bel palazzo padronale, capiente ed accogliente, ma molto lontano dal centro città.

Nell'anno 1910 l'opera delle Suore fu richiesta a Ferrada di Moconesi, presso Chiavari, dall'Arciprete del luogo e dal Presidente dell'Opera Pia De Ferrari, avv.to Queirolo, per assumervi la direzione dell'Asilo Infan­tile e della Scuola Elementare.

A Sestri Levante, infine, nel 1912 il Direttore del Seminario di Sarzana, Can. Ferdinando Podestà, affidava loro una Casa Orfanotrofio e Ricovero, che in seguito le Suore lasciarono per dedicarsi esclusiva­mente all'assistenza dei malati a domicilio, risiedendo in un apparta­mento in affitto, nella stessa ospitale cittadina.

Quivi esse si prodigarono con tale disponibilità, competenza profes­sionale e squisita carità ovunque fosse richiesta la loro opera, che la signora Vincenza Cappellini, la quale per molti anni beneficiò di tale amorevole assistenza, lasciò in eredità all'Istituto la sua bella palazzina, non lontana dal mare ed in posizione centrale, ove le Suore, dopo qualche anno, trasferirono la loro residenza.

Tale prodigioso florilegio di opere apostoliche era indubbiamente una innegabile testimonianza del concreto affermarsi della Congregazio­ne che, però, allora, era soltanto di Diritto Diocesano.

Ovviamente i timori dei pessimisti non erano del tutto placati, poiché soltanto l'approvazione della Santa Sede poteva costituire il suggello divino all'opera umana e sancire veramente la promessa di fedeltà dell'Istituto alla Chiesa.

Anche tale legittimo desiderio doveva fortunatamente essere appa­gato, proprio allo scadere del meritevolissimo generalato della Madre Maria Vittoria.

Il 29 maggio del 1913, infatti, Pio X 9 si degnava concedere il meri­tato «Decretum Laudis» alla canonica approvazione dell'Istituto delle Suore dell'Immacolata di Genova.

Tale attestato di lode, in verità, poteva veramente dirsi meritato dall'operosità instancabile delle Suore di Don Roscelli: operosità che costituiva la prova evidente di quanto esse avessero saputo recepire e fare proprie le accorate raccomandazioni del loro Fondatore, secondo il quale lo zelo nelle opere di carità «non deve riconoscere altro limite che l'impossibilità e l'inopportunità».

Parole che esprimono come l'apostolato della carità, e soprattutto verso «le figlie del popolo», costituisca la granitica idea-forza di Don Agostino Roscelli e la vera ragion d'essere dell'Istituto da lui fondato.

Memori del suo insegnamento e formate sull'impronta del suo esem­pio, le sue prime Suore erano veramente andate verso le «figlie del popolo» soprattutto durante il primo decennio del secolo, allorché l'istru­zione elementare era ancora privilegio di pochi, lo sfruttamento del personale femminile nelle fabbriche ancora indiscriminato ed impietoso e l'affermarsi del socialismo ateo e materialista costituiva un'esca sem­pre più abboccabile, soprattutto nell'ambito dei ceti più diseredati e più esasperati.

Dovunque erano giunte, le Suore avevano portato l'ardore del loro zelo ed il profumo di quelle virtù che esse avevano respirato ed attinto copiosamente nella loro Casa Generalizia, in cui il loro incomparabile Padre era brevemente vissuto e dove, morendo, aveva lasciato l'indele­bile traccia della sua santità.

 

CAPITOLO DICIOTTESIMO

OLTRE L'OCEANO

1913-1916

Nel Capitolo Generale che si svolse regolarmente nel 1913 fu eletta Madre Generale, dopo vent'anni di vita religiosa esemplare, Suor Maria di Gesù Gnone.

Di tempra forte e decisa, ella ebbe un governo breve (1913-1916), ma intensivamente operoso e benefico, quantunque una malattia insidiosa ne avesse affievolito la fibra ed abbreviato la vita.

Ora che l'Istituto stava uscendo dal difficile e doloroso periodo di transizione ella, con sagace intuito ed aperta intelligenza, seppe imprimergli un nuovo e consistente impulso, che accelerò la sua marcia verso la sua completa autonomia ed efficienza.

Si adoperò in modo ammirevole nel valorizzare tutte le forze poten­ziali dei membri della Congregazione, dando vita a nuove Case filiali e cercando di avviare quelle già esistenti verso nuove forme di apostolato, più consone ad una società in pieno sviluppo industriale ed in continua evoluzione, le cui condizioni economiche, decisamente consolidate du­rante il periodo giolittiano, avevano favorito l'affermarsi di una intra­prendente borghesia, intellettualmente elevata e socialmente abbiente, alle cui esigenze urgeva adeguarsi.

Ciò, ovviamente, poteva realizzarsi unicamente avviando alcune tra le Suore più idonee verso gli studi universitari, onde poter disporre dei titoli indispensabili per aprire anche Scuole di grado medio e superiore, che avrebbero così potuto rispondere in modo più specifico allo scopo primario dell'Istituto, cioè a quello della «buona educazione e istruzione delle fanciulle di ogni condizione».

Toccò proprio alla coraggiosa Madre Maria di Gesù la sorte di affrontare l'imprevisto e forse, almeno per allora, imprevedibile compito di preparare spiritualmente e praticamente le prime Suore dell'Immaco­lata che avrebbero varcato l'Oceano alla volta della lontana e sconosciuta America.

Come si spiega una decisione tanto prematura, azzardata ed accolta con reticenza dalla Consulta e dalla M. Vicaria Maria Vittoria Tassara (ex Madre Generale)?

L'occasione fu offerta da una certa signorina Filomena Morando, genovese, che aveva conosciuto molto bene Don Roscelli e le sue Suore e di cui aveva apprezzato l'opera; ella si era trasferita a S. Giorgio di S. Fè, in Argentina, ove aveva aperto, con l'aiuto di alcune sue collaboratrici, una Scuola elementare che contava centocinquanta alunne.

Giunta ormai ad età avanzata, nell'anno 1913 aveva scritto alla Madre Maria di Gesù pregandola caldamente di inviare presso di lei alcune Suore per coadiuvarla in quell'opera educativa da lei iniziata e che ora, per vari motivi, non era più in grado di portare avanti: quella, per l'Istituto, sarebbe stata un'ottima occasione per gettare un nuovo seme di bene in un terreno sicuramente fertile e promettente.

Certamente nessuno, allora, avrebbe potuto immaginare quali copiosi e rigogliosi frutti sarebbero sbocciati dall'assenso a quella vaga ed incer­ta proposta!

È facile rendersi conto della perplessità, dei timori e delle incertezze che un tale progetto potè suscitare nell'animo coraggioso, sì, ma non temerario, di chi era responsabile delle sorti di un Istituto che soltanto ora stava muovendosi con passo meno incerto verso la propria stabilizzazione entro i confini assai limitati della nostra Italia.

Che fare?

Accettare avrebbe comportato il rischio e la grave responsabilità di mettere a repentaglio l'incolumità e la tranquillità di alcune Suore, chiedendo loro il grande sacrificio e il coraggio di affrontare l'ignoto e i disagi di un viaggio lungo e duro, senza appoggi né prospettive sicure su cui contare...

Rifiutare equivaleva a rinunciare, per eccesso di prudenza e scarsità di fede in Dio, ad una possibile occasione di essere portatrici di bene e pioniere del Vangelo in una terra pronta ad accoglierle perché fossero operaie solerti in una messe feconda di apostolato.

Dopo molte e comprensibili esitazioni, con l'appoggio dell'autorizza­zione dei Superiori Ecclesiastici e col poco entusiastico consenso delle Madri Consultrici, la fatidica decisione fu finalmente presa.

Le quattro Suore designate alla grande impresa, e cioè Suor Maria Filippina Razeto, Suor Maria Emerenziana Bottaro, Suor Maria Amalia Massone e Suor Maria Agostina Castellani, confortate dal ca­loroso e commosso saluto delle Superiore e Consorelle, partirono dal porto di Genova il 28 marzo 1914 sul piroscafo «Principe Tomaso di Savoia».

Sbarcate finalmente a Buenos Aires il giorno 14 aprile, continua­rono il faticoso viaggio fino a Rosario e di lì fino a S. Giorgio di S. Fè dove, dopo inenarrabili peripezie, iniziarono la loro missione che diede subito incremento ed impulso alla Scuola tanto che, per intercessione del Parroco di San Giorgio, Don Arturo Marinelli, poterono stabilirsi in un nuovo edificio, consacrato solennemente al Cuore Sacratissimo di Gesù.

Il numero delle Suore si rivelò presto insufficiente al copioso e promettente lavoro offerto dal nuovo campo di apostolato, e si rese necessario l'invio di altre tre Suore che, giunte dall'Italia sulla nave «Principe di Udine» il 18 novembre 1915, emularono subito le prime nell'attività e nello zelo.

Dopo solo un anno, intanto, Mons. Giovanni Boneo, Vescovo di S. Fè, sollecitato dal Parroco di Zenon Pereyra, inviava alla dire­zione dell'Istituto la preghiera di assumere la guida di una seconda Scuola in quella località. L'invito fu accolto e, con grande sacrificio, altre due Suore andarono ad aumentare la piccola schiera delle generose pioniere.

Nel novembre del 1918 pervenivano ai Superiori nuove, favorevoli proposte per la fondazione ad Arroyo Seco di una terza Scuola, con annesso Collegio femminile.

L'inaugurazione della Scuola e del Collegio si svolse solennemente il 22 febbraio del 1919.

Nel 1920 l'allora Superiora Generale, Suor Maria Battistina Bellando si recò a visitare le Case dell'Istituto in Argentina.

Tale evento offri l'opportunità a Padre Norberto Dutari, Parroco di San Michele Arcangelo, un sobborgo della città di Rosario, di incontrar­la e di farle presenti le grandi esigenze di apostolato della sua popola­zione numerosa, priva di istruzione religiosa e di assistenza morale; egli supplicò quindi la Madre di accettare la direzione di una Scuola parroc­chiale, che egli aveva fondato recentemente.

In quella povera borgata, egli sottolineava, lontana dal centro della città e pertanto abbandonata e trascurata, le Suore Immacolatine avreb­bero certo trovato non solo un vero campo di autentica attività missio­naria, ma vi avrebbero anche operato tanto bene come già era avvenuto in altre zone in cui si erano stabilite e, in particolare, avrebbero potuto assistere i figli dei loro connazionali emigrati, che erano assai numerosi e moltissimi in quel sobborgo.

L'invito era tanto pressante e le ragioni addotte erano tanto convin­centi, che la Madre Generale non si sentì di declinarlo.

Fiduciosa nell'aiuto di Dio, ella accettò e promise che, entro il prossimo anno, avrebbe inviato le Suore che avrebbero diretto e condot­to la Scuola.

La promessa fu mantenuta e le Suore giunsero nel febbraio del 1921. Esse dovettero affrontare enormi disagi ed incredibili sacrifici,

che però il Signore volle ricambiare concedendo loro di raccogliere, in brevissimo tempo, frutti più che abbondanti nel campo del loro aposto­lato, tanto da riuscire ad ottenere, nell'ottobre dello stesso anno 1921, una piccola Casa destinata, grazie alla loro generosa intraprendenza, ad essere ampliata a più riprese negli anni seguenti, fino a diventare, oltre che un centro di fervida irradiazione di bene, la sede Provinciale del­l'America latina.

 

CAPITOLO DICIANNOVESIMO

RIGOGLIOSA FIORITURA

1919-1926

Mentre le Suore dell'Immacolata nell'America latina, superati i disa­gi e le difficoltà iniziali, affermavano la loro presenza e dilatavano il loro campo d'azione, in Italia moriva stroncata dalla malattia, nel 1916, la Madre Maria di Gesù Gnone, mentre la falce della grande Guerra, divampata nel 1914 e protrattasi fino al 1918, aveva continuato a semi­nare in tutta Europa, con inaudita violenza, morte, mutilazioni, ango­scia e terrore.

Le Suore di Don Roscelli, durante questo lungo e doloroso periodo, rispondendo con entusiasmo all'esortazione loro rivolta fin dall'inizio del conflitto dalla loro Madre Generale, si erano prodigate con totale abnegazione di sé, con generoso slancio di carità e lodevole senso di patriottismo nel nobilissimo compito di assistere, curare e sollevare moralmente i feriti, i mutilati e i ciechi nei diversi Ospedali militari della Liguria, come l'Ambrogio Spinola, il Miramare, la Clinica Medica di via Serra e il San Benigno in Genova, nonché a dirigere quello di Spotorno, di Cairo Montenotte, di San Remo e di Arenzano nei dintorni.

Tra i molti attestati di benemerenza che le Suore ottennero in quel singolare frangente da parte delle varie Direzioni sanitarie, dei Cappel­lani militari e del personale medico, ne citiamo una tra le più autorevoli:

«Negli Ospedali Militari che furono alla mia dipendenza in occasione della grande Guerra, prestarono servizio le Suore dell'Immacolata, la cui opera fu encomiabile sotto ogni rapporto. Con abnegazione, con intelligenza e con zelo esse diedero tutta la loro attività, tutte 1e loro energie, tutta la loro encomiabile pietà a benefizio dei nostri soldati. Questo posso attestare in piena ed assoluta coscienza.

Senatore Prof. EDOARDO MARAGLIÀNO». Terminato finalmente l'immane conflitto, l'Istituto, dopo la provvi­soria approvazione delle Costituzioni «ad experimentum» da parte di Mons. Edoardo Pulciano (allora Arcivescovo di Genova) nel maggio 1913, era sempre in attesa di una loro autorevole conferma, dopo aver apportato le modifiche richieste. Tale conferma, però, avrebbe potuto giungere solo da Roma, meta a cui erano rivolte le trepide speranze di tutte le Suore, pienamente consapevoli che quel regolare e canonico assestamento era la condizione indispensabile perché la Congregazione potesse continuare a sussistere e a compiere quel largo e benefico apostolato per il quale il suo santo Fondatore l'aveva istituita. Nell'attesa, esse pregavano e speravano fiduciose.

Nel corso del Capitolo svoltosi nel 1919, venne eletta al governo dell'Istituto, dopo il triennio di generalato della Madre Innocenza Vas­sallo, Suor Maria Battista Bellando.

Il 14 marzo dell'anno successivo ella, accompagnata da altre cinque Suore, venne ricevuta in udienza privata da Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa), già Cardinale di Genova dal maggio al settembre 1914, il quale nutriva una profonda e sincera venerazione nei riguardi di Don Agostino Roscelli, di cui ammirava e apprezzava lo spirito e la missione apostolica.

Nel corso della privilegiata udienza, Egli si degnò informarsi dettagliatamente circa gli scopi precipui dell'Istituto, il numero dei suoi membri, i beni mobili ed immobili in suo possesso e, soprattutto, circa l'opera di bene che esso veniva compiendo in modo particolare a van­taggio della gioventù.

Al termine dell'incontro, quasi a testimoniare la concretezza della sua stima, promise che si sarebbe direttamente interessato affinché l'Istituto ottenesse al più presto la sua definitiva approvazione:

«Farò immediatamente chiamare Mons. Serafini perché dia subito inizio allo svolgimento di questa pratica», affermò benevolmente al momento del congedo.

Così infatti avvenne, anche se la morte del Papa genovese, soprag­giunta nel 1922, non gli consentì di vederne l'espletamento.

Toccò invece al Card. Achille Ratti, eletto Papa nello stesso anno col nome di Pio XI, portare a compimento il Decreto che Egli stesso in data 20 marzo 1922 emanò, in conformità del quale le Costituzioni dell'Isti­tuto delle Suore dell'Immacolata ebbero la definitiva approvazione della Santa Sede.

La formula «ad septennium experimenti gratia» fu adottata unica­mente in vista della richiesta di procedere, in un prossimo tempo, alla regolare divisione dell'Istituto in Province, come ovviamente il ritmo del suo sviluppo richiedeva.

Mons. Serafini, Segretario della Congregazione dei Religiosi, con­gratulandosi con le Suore per l'approvazione definitiva ottenuta, aggiun­geva:

«Siete davvero delle privilegiate, giacché molti altri Istituti, che vantano una vita più lunga del vostro, non hanno ancora ottenuto così segnalato favore!».

Che avrà mai pensato, dal suo Cielo, Don Roscelli che, fedele a quello spirito di umiltà che sempre lo aveva animato, sul letto di morte aveva sussurrato: «Non avrei mai creduto di essere chiamato a fondare un Istituto Religioso?»...

Forte di tale legale riconoscimento, la Madre Maria Battista, che già nel 1921 aveva visitato le case dell'America Latina, potè mettere le proprie doti di mente e di cuore, nonché la fermezza del carattere e l'instancabile attività, a totale disposizione delle urgenti esigenze che l'Istituto, intorno a quegli anni, era chiamato a fronteggiare. Appartengono, infatti, a questo rigoglioso periodo, le fondazioni di molte altre Case filiali.

Nel 1915 si verificò il primo ingresso delle Suore dell'Immacolata in Lombardia, dove furono chiamate dal Parroco Don Enrico Panzeri e dal Presidente sig. Guido Fumagalli, per assumervi la direzione dell'Asilo Infantile e della Scuola di lavoro a Robbiate, in provincia di Como.

Fu un esordio felicissimo; la festosa accoglienza della popolazione locale non doveva certo essere delusa.

Il lavoro svolto dalle Suore con intelligente tatto e corrisposta comu­nicativa diede subito frutti meravigliosi, sbocciati in un terreno particolarmente fertile e fecondo di buone vocazioni che arricchirono, con il loro validissimo contributo, l'Istituto di Don Agostino Roscelli.

Nel 1917 l'Educandato di Murta fu trasferito nella stupenda località di via Montallegro, nella zona di San Martino d'Albaro, in una elegante villa che ben presto venne ingrandita, arricchita di nuove aule, di una raccolta Cappella, di un'infermeria in grado di soddisfare le esigenze igieniche e di una palestra ampia e ben arredata, capace di essere trasformata, per le svariate occasioni, in teatro per gli spettacoli che le educande, attrici improvvisate, erano solite offrire ai parenti, sempre prodighi di applausi.

Con la Riforma Gentile del 1923, poi, dalla Scuola complementare già funzionante si passò al quadriennio dell'Istituto Magistrale inferiore, in attesa di avere il personale insegnante adeguato per completarlo con il triennio superiore.

Nel 1919 le Suore furono invitate a prestare servizio presso l'Ospe­dale di Rossiglione.

È commovente ricordare che questo era già stato un vivo desiderio di Don Roscelli, come attesta una lettera autografa del medesimo, datata 29 gennaio 1883, in cui il santo Sacerdote formula domanda all'Ammi­nistrazione locale affinché le sue Suore «che hanno attitudine a tale servizio» - sono sue testuali parole - fossero assunte nell'Ospedale stesso.

Nel 1920 le Suore Immacolatine giunsero a Castelnuovo Scrivia, nella Casa donata dalla signora Maria De Angelis Mongiardini, genovese, in via Umberto I.

Qui la loro prima attività fu la Scuola Elementare, poi equiparata all'Istituto Tecnico, alla quale seguì quella dell'Asilo, dell'Oratorio e dell'attività parrocchiale.

Nel 1921 esse iniziavano la loro attività, chiamate da Mons. Beccegato per consiglio di Mons. Andrea Carons, nell'Asilo Infantile «Charitas Christi» (sorto ad opera di Don Giuseppe Lessi) di Ceggia (Venezia).

Nell'aprile dello stesso anno, per iniziativa del Prevosto della Chiesa di Santa Zita in Genova, Mons. Angelo Piana, veniva fondata la «Congregazione delle Domestiche» sotto la protezione di Santa Zita, che ebbe subito la propria sede nella Casa Madre di via Volturno, ove ogni domenica, da allora fino ad oggi, hanno continuato a radunarsi le «Lavoratrici della Casa», che nelle Suore dell'Immacolata hanno sempre trovato una sicura guida morale ed un valido sostegno nel loro lavoro.

Nel 1922 il sig. Cesare Baradel, Presidente dell'Asilo di Ceggia, richiese la prestazione delle Suore Immacolatine anche a Fossalta di Piave in un bell'Asilo, ampio e funzionale.

Nel medesimo anno (1922) l'Istituto ricevette in dono dai signori Gnecchi di Milano un edificio a Verderio Superiore, con l'obbligo spe­cifico di gestirvi «in perpetuo» un Asilo Infantile.

Accolto di buon grado l'invito, la Madre Maria Battista Bellando provvide ad inviare alcune Suore le quali, oltre all'attività richiesta, si prodigarono subito a svolgerne anche altre, quali l'Oratorio festivo du­rante la stagione invernale e l'Oratorio feriale durante quella estiva, il Catechismo settimanale e gli Incontri Spirituali mensili per le adolescen­ti. Le Suore operarono con un grande fervore apostolico, ottenendo confortanti risultati.

Nel 1923 si verificò il primo stanziamento delle Suore dell'Immaco­lata nella bella ed accogliente Toscana e precisamente a Porto Santo Stefano (Grosseto), una ridente cittadina sul mare, con scorci panora­mici incantevolmente pittoreschi.

L'invito giunse da parte di Mons. Andrea Caron, sollecitato da Mons. Magnani, fondatore dell'Asilo «Charitas», una bella costruzione (che venne donata all'Istituto) situata sulle amene alture e circondata da un'ampia distesa di terreno, particolarmente atta ai giochi infantili.

Qui le Suore diedero subito inizio alla loro attività a favore dei bimbi e delle adolescenti, che affollarono la Scuola di taglio e cucito con grande soddisfazione dei loro genitori.

Nel 1925, rispondendo al benevolo invito del sig. C. Ciambellotti allora Direttore del complesso edilizio di Montedomini in Firenze, a nome dell'Amministrazione di cui era Presidente il Principe Strozzi, le Suore accettarono il non lieve incarico dell'assistenza ai reparti femmi­nili dell'immensa Pia Casa di Lavoro in via de' Malcontenti. Era una «Casa di ricovero» per i vecchi più miserabili e senza parenti in grado di provvedere al loro sostentamento e «Casa di educazione» per i fan­ciulli e le fanciulle orfane, povere od abbandonate.

Vasto campo d'azione autenticamente caritativo ed umanitario, che le Suore hanno continuato a svolgere con dedizione veramente eroica come bianchi fari d'amore e di speranza in un mare oscuro di miseria, di tristezza e di dolore in cui, al triste spettacolo offerto dalla sofferen­za di una vecchiaia solitaria e desolata, si aggiunge quello delle malattie, delle menomazioni fisiche e mentali, che contribuiscono a completare il quadro più umanamente squallido e pietoso che si possa immaginare.

Nel medesimo anno, il Comm. Conte e il Rev.do Don Iannuzzi decisero di istituire, nei comuni di Villanova del Battista e di Zungoli, paesini di collina dell'Irpinia in provincia di Avellino, degli Asili Infantili

per accogliere i numerosi bambini che erano lasciati in balia di se stessi poiché i genitori erano costretti, di buon mattino, a recarsi a lavorare nei campi. I fanciulli crescevano avvezzi al turpiloquio e alla bestemmia; per questo, su consiglio di Padre Giovanni Semeria e di Don Giovanni Minozzi, Sacerdoti loro amici, chiesero ed ottennero di affidarli alle Suore perché li custodissero e li educassero.

Il campo di missione, nei due Comuni, era assai fertile, ma tutto da dissodare.

Con lavoro assiduo, zelo generoso e grande spirito di fede, le Figlie di Don Roscelli, emulando il loro Fondatore, riuscirono in poco tempo a raccogliere copiosi frutti di bene con la conversione di molti adulti, la frequenza numerosa e assidua alle funzioni religiose e con una prodi­giosa fioritura di innocenza tra i molti bambini.

Purtroppo, però, il terribile terremoto del 1930 distrusse completa­mente la Casa di Villanova e danneggiò gravemente quella di Zungoli. Ancora nel 1925 fu la volta dell'Emilia.

Le Suore, infatti, furono chiamate a Portile (Modena) da Mons. Selmi a nome dell'Amministrazione dell'Asilo Infantile, perché ne assu­messero la gestione a partire dal 2 marzo di quello stesso anno.

Nel 1926, infine, le Suore dell'Immacolata, accogliendo l'invito e le istanze di Mons. Giacomo Capello, Vescovo titolare di Aulon ed Ausiliare di Mons. Francesco Alberti, Vescovo di La Plata, assunsero l'incarico del compimento di delicate mansioni nel Seminario Diocesano di quella città: lavoro umile, diuturno, silenzioso e nascosto, ma prezioso agli occhi di Dio, soprattutto perché consacrato all'importantissima forma­zione dei suoi Ministri.

Periodo veramente di grande sviluppo di attività e di esuberante vitalità dell'Istituto, quello che siamo venuti sommariamente delineando. Periodo ricco di potenziali risorse, grazie alle quali esso avrebbe potuto rispondere ancora generosamente ai nuovi appelli di apostolato che, in seguito, la Provvidenza non avrebbe cessato di rivolgergli, mentre nuovi e lontani orizzonti missionari già sembravano dischiudersi, invi­tanti, al suo ampio e generoso sguardo.

 

CAPITOLO VENTESIMO

BAGLIORI DI NOZZE D'ORO

15 ottobre 1926

L'esposizione piuttosto sommaria dei dati cronologici e statistici del processo di vita giuridica e ufficiale dell'Istituto ci ha, nostro malgrado, un poco distolto dall'impegno fondamentale di questo lavoro: quello, cioè, di seguirne lo sviluppo interiore attraverso il suo progressivo affermarsi e il suo graduale adeguarsi, attraverso sempre nuove e mo­derne forme di apostolato, alle esigenze e ai bisogni spirituali delle varie circostanze storiche, politiche e sociali.

Durante il prospero periodo 1919-1926 cui abbiamo testé accennato, sembrava, almeno esteriormente, che il desiderio di nascondimento e di silenzio espresso da Don Roscelli anche sul letto di morte fosse destinato ad essere fedelmente rispettato.

Indubbiamente il ricordo di lui era vivissimo e venerato con devo­zione filiale dalle Suore più anziane; da quelle, cioè, che avevano avuto il privilegio di goderne la preziosa presenza, di udirne i consigli ricchi di saggezza, di ammirarne gli inimitabili esempi, le rare virtù e gli inestimabili pregi.

Costoro, però non si dimostrarono, a quanto emerse in seguito, molto propense ad elargire facilmente almeno parte del loro prezioso tesoro mettendolo a disposizione delle Consorelle, che ne avrebbero potuto trarre impareggiabili insegnamenti, forse perché formate al senso del più assoluto riserbo, della ben calibrata prudenza e dell'assenza di qualsiasi tipo di esibizione, o perché convinte di essere le uniche fortu­nate depositarie di un prezioso scrigno di ricordi dolcissimi e di testimonianze dirette che ritenevano loro esclusivo privilegio e che custodi­vano gelosamente in cuore.

Per tale motivo le Suore più giovani, entrate a far parte dell'Istituto solo dopo la morte del Fondatore, potevano, sì, intuirne lo spirito attraverso l'esempio delle Consorelle anziane, ma ben poco potevano venire a conoscere di quanto lo potesse direttamente riguardare.

L'autentica fisionomia del venerato Padre stava così correndo il rischio di rimanere alterata nei suoi veri lineamenti o di diventare una figura frutto unicamente della fantasia, non suffragata da alcun riferi­mento certo, nullificando così ogni possibilità di un suo originale ricu­pero.

Allo scopo, pertanto, di poter conservare, offrire e tramandare alle Figlie spirituali di Don Roscelli, il cui numero andava considerevolmen­te aumentando, quanto più di lui fosse possibile a loro edificazione, conforto, guida, modello esemplare e, più ancora, per loro più che legittima conoscenza, la Madre Maria Battista, tra il 1920 e il 1924, si preoccupò di raccogliere e invitare a raccogliere ricordi e testimonianze scritte, nonché deposizioni autentiche da parte delle non molte persone, allora ancora viventi, che avevano conosciuto direttamente Don Agostino Roscelli o gli erano vissute accanto, prima che queste dovessero scom­parire per longevità o per qualsiasi altro motivo.

Occorreva, però, che tale preziosa raccolta fosse debitamente valo­rizzata da persona in grado, sia dal punto di vista intellettuale, sia da quello spirituale e morale, di trarne una biografia esauriente e, soprat­tutto, fedele alle fonti che potevano essere messe a disposizione.

Senza indugi da parte della Madre Generale, l'incarico fu affidato alla persona senz'altro più idonea ad assolvere il delicato compito e cioè a Mons. Davide Ardito ' il quale, entrato nell'Istituto come direttore spirituale fin dal 1901, di tale Istituto aveva potuto apprezzare tutta la carica spirituale, la fervente attività e lo zelo, tanto da poter facilmente intuire la ricchezza e la forza interiore del Fondatore, di cui subito subì il fascino spirituale.

Questo fu il motivo che lo spinse a volerlo conoscere profondamente con vera devozione filiale ed intelligenza penetrante, soprattutto avvalendosi delle «Memorie» scritte che la Madre Maria Battista mise a sua completa disposizione all'avvicinarsi dell'anno 1926, celebrativo del cinquantesimo anniversario di fondazione dell'Istituto.

Nacque così «La cara e buona immagine paterna».

In quelle pagine l'Autore, preoccupato essenzialmente di indicare le tappe dei cinquant'anni di vita dell'Istituto, ha tratteggiato efficacemen­te, ma solo di scorcio, la figura dell'umile Sacerdote del quale contempla la «chiara luce dell'alba» e intravede il «sublime ideale» accompagnan­dolo, attraverso il campo del suo primo apostolato, all'«amoroso tiroci­nio di Dio», immedesimandosi a tal punto nel problema delle tristi condizioni delle giovani apprendiste di laboratorio e nei pericoli morali a cui esse erano esposte, da scrivere:

«Ma perché non istrappare queste giovinette a tanta spirituale rovina? Perché non intervenire alla salvezza di anime così inconsciamente insi­diate?».

E le pagine scorrono rapide, limpide e tranquille nel descrivere la gioia dell'uomo di Dio che ha trovato anime che «vibrano all'unisono con la sua», che hanno compreso il suo pensiero e sono pronte a seguirlo, nonché nel far rivivere le sue trepidazioni per dare vita all'Istituto e le sue preoccupazioni paterne, ispirate a una pedagogia «umile, spicciola, senza sfoggio dottrinale e senza esposizione ascetica di sistemi», ma piena di coerenza e di fermezza; l'Autore accompagna, insomma, il faticoso cammino terreno di Don Roscelli sulle «orme luminose dei santi», che si snoda tessendo la trama di una santità che sempre tende a nascondersi ed ama perdersi nel grigiore della mediocrità.

Sono pagine tutt'altro che scialbe, sbiadite, - come egli scrive - incapaci di esprimere la visione ideale dell'anima e la fiamma del cuore; esse sono capaci, invece, di comunicare la più bella luce e il più confor­tante calore.

Sono pagine, infine, attraverso le quali l'«incom-parabile Padre» delle Immacolatine ha potuto passare accanto all'anima loro, penetrarvi in profondità e farvi crescere, insieme al desiderio di vederlo glorificato, lo spirito di umiltà e di distacco di cui ha lasciato esempi tanto avvin­centi.

Le «Nozze d'oro» dell'Istituto delle Suore dell'Immacolata di Genova, che vennero celebrate con la massima solennità nella Chiesa Parrocchia­le di Santa Zita nel corso di un triduo: Venerdì, 15 Ottobre - Sabato, 16 Ottobre - Domenica 17 Ottobre, costituirono un momento così commo­vente, così decisivo e così denso di significato, che può essere definito come l'incontro tra il ricordo nostalgico e compiaciuto degli eventi trascorsi, di basilare importanza per le sorti della Congregazione, e le prospettive promettenti per un suo avvenire, riguardato ormai da tutti i suoi membri con serena e fiduciosa attesa.

Un passato, che trovava nella prosperità del presente il premio ambito e meritato di tutto il suo faticoso cammino.

Un avvenire, che traeva motivo delle sue audaci speranze proprio dalla prosperità e dalla solidità di tale presente.

Fu tutto un intrecciarsi di rievocazioni e un florilegio di espressioni commosse di gratitudine da parte sia delle Superiore e Suore verso i loro molteplici benefattori, grazie ai quali esse avevano potuto attuare i loro sogni di apostolato, sia delle varie Autorità religiose e civili verso i membri dell'Istituto per la loro totale e generosa disponibilità di servizio in ogni settore della società, bisognoso di soccorso e di assistenza.

Moltissime furono le testimonianze di affetto e di riconoscenza verso l'Istituto, di stima verso il suo Fondatore e di ammirazione verso le sue Suore.

Ne riportiamo qui alcune tra le più significative, tratte dal supple­mento al Bollettino mensile della Parrocchia di Santa Zita: «Il Buon Seminatore»:

 

LA BENEDIZIONE DEL PAPA

Ricorrenza cinquantesimo fondazione benemerito Istituto Suore Im­macolata, Santo Padre S.S. Pio XI di buon grado imparte loro apostolica Benedizione.

CARD. GASPARRI

 

DALLA LETTERA DELL'ARCIVESCOVO DI GENOVA ALLA MADRE GENERALE

Un mezzo secolo fa un mio v. Antecessore incoraggiava il Rev. Don Agostino Roscelli ad iniziare l'opera che poi si svolse nella Congregazione delle Immacolatine.

Oggi io posso con sicurezza e fiducia benedire la Congregazione e la Provvidenza di Dio che l'ha suscitata, poiché cinquant'anni di vita è prova della sua origine divina e garanzia di ulteriore vita benefica e protezione del Cielo.

Vdev.mo

C. DALMAZIO MINORETTI

Arcivescovo

 

DAL DISCORSO DEL REV.MO MONS. ANGELO PIANA, PREVOSTO DI S. ZITA

Nata e cresciuta in questa Parrocchia, la vostra Congregazione è non soltanto un vanto per noi, ma anche un aiuto potentissimo per le opere nostre parrocchiali e di Associazione Cattolica femminile.

I Parrocchiani di Santa Zita, quindi, sono con voi in questa fausta ricorrenza e la data del 50° anniversario di vostra fondazione rimarrà una delle pagine più belle della storia della Parrocchia.

 

DALLA PAROLA DELLA MADRE SUPERIORA GENERALE DELLE SUORE DELL'IMMACOLATA

Carissime e Rev.de Consorelle,

Il 50' Anniversario della Fondazione del nostro Istituto non deve segnare un punto di arrivo, bensì un punto di partenza nel quale si rinnovellano le nostre energie e la nostra volontà, onde prendere maggior vigore per il molto che ancora rimane da fare, senza troppo soffermarsi sul cammino percorso.

Ed io vorrei qui persuadere prima me stessa, e poi ogni Consorella, che il maggior bene dell'Istituto non consiste tanto nella sua diffusione, quanto invece nel lavoro intenso di perfezionamento che ogni Suora deve compiere affinché le opere di apostolato, al nostro Istituto affidate, riescano davvero a gloria di Dio e a bene delle anime.

Siamo quindi ben comprese dell'alta missione che ci ha affidato il Signore, avendoci Egli prescelte, come dice il nostro Venerato Arcivescovo, ad essere strumenti della carità di Dio.

Suor MARIA BATTISTINA BELLANDO

Superiora Generale

 

CAPITOLO VENTUNESIMO

DA STAGLIENO A VIA LAVINIA

13 ottobre 1926

La modestissima tomba di Don Roscelli si trovava al N. 28 nella terza fila del campo inferiore del Cimitero di Staglieno, contrassegnata solo da una rude croce di legno con l'iscrizione:

 

QUI GIACE LA SALMA DEL POVERO PRETE AGOSTINO ROSCELLI NATO A BARGONE IL 27-7-1818

E MORTO A GENOVA IL 7-5-1902

 

Nei mesi che avevano preceduto la solenne celebrazione delle Nozze d'oro dell'Istituto, tra il fervore dei preparativi e l'entusiasmo per l'im­minenza di un evento tanto insolito per le Suore, si era fatta strada in loro, prima timidamente indi con una certa audacia, l'idea di trasportare i resti mortali del loro venerato Padre nella Cappella della Casa Generalizia di via Lavinia che, nel frattempo, a prezzo di grandi sacrifici da parte di tutti i membri della Congregazione, era stata arricchita di marmi, di stucchi e di opere d'arte.

Sopra l'altare troneggiava, al centro della grande abside semicircolare, la statua della Vergine Immacolata 1, sotto una volta azzurra incastonata di stelle e di testine d'angioletti sorridenti.

Ai lati, in due nicchie sormontate da archi a tutto sesto di limitate proporzioni, erano ben visibilmente collocate le statue dei due grandi Santi, eletti a protettori dell'Istituto dallo stesso Don Roscelli: San Giu­seppe a sinistra e Santa Teresa d'Avila s a destra.

Il soffitto, a grandi cassettoni quadrati, era finemente affrescato dal pennello del pittore Nicola Fava ed arricchito dai finissimi ornati, opera dell'artista Dino Beroggio.

Illuminata da sei grandi finestre laterali con arco a tutto sesto, quella Cappella, che qualche Suora ancora oggi ricorda, era un vero nido di pace e di preghiera; era un'oasi serena ove l'anima poteva riposare avvolta in una calma che, protetta dai rumori della terra, poteva costi­tuire una gioia anticipata di quella del cielo.

Sollecitata quindi dalle insistenti richieste delle Suore e più che mai convinta ella stessa della necessità urgente e dell'importanza di tale passo, la Madre Maria Battista, in data 4 luglio 1926, rivolse calorosa

istanza al Ministro degli Interni in Roma, Luigi Federzoni, per ottenere l'ambita facoltà, che venne concessa con Decreto Ministeriale in data 10 ottobre 1926 4, tenuto conto dei meriti eminentissimi del Sacerdote genovese nell'ambito caritativo e dei pareri favorevoli del Commissario Prefettizio, del Consiglio Provinciale e del Prefetto.

Due giorni prima del fausto anniversario del 50° di fondazione dell'Istituto, pertanto, e precisamente il 13 ottobre 1926, venne eseguita l'esumazione del cadavere alla presenza dei seguenti testimoni:

a) Suor M. Battista BELLANDO, Superiora Generale dell'Istituto

b) Suor M. Innocenza VASSALLO, Vicaria Generale dell'Istituto

c) Suor M. Vittoria TASSARA, ex Sup. Generale e Consultrice

d) Suor M. Dorotea PARETI, Consultrice Generale dell'Istituto

e) Suor M. Bonaventura PINASCO, Consultrice Generale

f) Altre sei Suore dell'Istituto

g) Don Gerolamo Coco, Cappellano dell'Istituto

h) Don Angelo PIANA, Parroco della Parrocchia di S. Zita.

 

Aperta la bara, apparvero evidenti gli indumenti sacerdotali: il cupolino, il collare, la talare, la stola, alcuni grani del rosario e il Crocifisso.

Raccolte le ossa, esse vennero accuratamente ripulite e riposte in una cassetta di zinco, sotto uno strato di cotone.

Dopo di ciò la cassetta, opportunamente saldata, venne sistemata in una più grande cassa di legno e collocata su di un carro funebre ove, accompagnata da due vetture con i testimoni, dopo una sosta per le riverenti esequie nella Chiesa Parrocchiale di Santa Zita, venne traspor­tata nella Cappella della Casa Generalizia di via Lavinia, dove Don Gerolamo Coco fece i suffragi e Don Angelo Piana pronunciò alcune sentite parole di elogio.

Terminata la cerimonia, il Cappellano aprì la cassa di legno e vi depose, in un contenitore di vetro, una pergamena recante la firma di tutti i presenti.

Chiusa con i sigilli, tale cassa venne infine sistemata e murata in un loculo, la cui apertura era collocata sulla sinistra a tergo dell'altare della Cappella e confinante con il lato «in cornu Evangelii», a m. 0,87 dal pavimento, lungo m. 1,79 e profondo m. 0,58.

In corrispondenza di tale loculo, sulla parete della Cappella a sinistra dell'altare e sotto la statua di San Giuseppe, venne affissa una lapide di marmo rossiccio, con la scritta in metallo:

SACERDOTE

AGOSTINO ROSCELLI

NOSTRO VENERATO FONDATORE

818-1902

Quando i preziosi resti mortali fecero il loro ingresso nella Cappella intima e devota solennemente preparata per la straordinaria circostan­za, le Suore presenti, che attendevano con ansia e trepidazione, subito circondarono quella bara, la baciarono con profonda devozione e vi posarono sopra corone del rosario e medaglie, quasi ne potessero rice­vere una spirituale benedizione.

Tutte, dalle Suore che, avendo conosciuto il Fondatore vivente erano state oggetto delle sue cure paterne, a quelle che ne avevano soltanto sentito parlare, furono pervase da un'indicibile senso di commozione, di consolazione e di intimo sollievo.

Coloro che ricordavano quel triste mattino del lontano 9 maggio 1902 in cui avevano accompagnato quelle spoglie tra lacrime di dolore, ora non potevano trattenere lacrime di gioia, vedendole ritornare in quella Casa in cui Egli, il loro venerato Padre, aveva trascorso i suoi ultimi anni soffrendo, pregando, trepidando per l'avvenire del suo Isti­tuto e attendendo sereno il sospirato incontro con Dio.

Sembrava loro che il passato si facesse presente, che quella figura veneranda e silenziosa, scolpita chiaramente nel loro cuore, riprendesse vita sull'onda dolce dei ricordi, che prepotentemente riaffioravano, vivi e palpitanti, alla loro memoria.

Sembrava di vederlo rioccupare i suoi posti abituali: l'inginocchiatoio, che lo aveva sostenuto nelle ore silenziose della notte, e l'altare sul quale, assistito da Don Vernengo, aveva celebrato la S. Messa fino agli ultimi giorni di vita.

Sembrava che, come nuova linfa vitale, scorresse tra le Suore una prorompente fioritura di entusiasmo, un intensificarsi del fervore, un riemergere improvviso, dal grigiore del velo di silenzio che lo aveva avvolto per più di vent'anni, dello spirito del Padre finalmente ritornato in mezzo alle sue Figlie, tanto bisognose della sua protezione e del suo conforto.

Sentivano all'unisono una presenza viva, un monito irresistibile, un richiamo, severo e dolce ad un tempo, all'osservanza degli impegni assunti, alla fedeltà al dovere quotidiano, allo zelo generoso e senza risparmio di forze al proprio impegno apostolico ed un invito pressante ad una più intima unione con Dio.

Il ritorno del venerato Padre nella propria Casa costituì effettiva­mente, per l'Istituto delle Suore Immacolatine, un evento di portata eccezionale non tanto per il fatto in sé, quanto per il rinsaldarsi della ossatura spirituale dell'Istituto e per la maggior presa di coscienza, da parte di tutti i suoi membri, di costituire veramente un'entità organica ormai decisamente operante ed impegnata a continuare quell'Opera di bene, che era nata mezzo secolo prima. Quella famiglia Religiosa non doveva ormai più essere considerata solo come l'incerta e fragile proie­zione dell'esperienza spirituale della ragione di vita di un uomo eccezio­nale, bensì come un'Istituzione benedetta da Dio che, senza mai disto­gliere lo sguardo dal modello originale del passato, doveva proseguire il suo laborioso cammino attenta alle esigenze del presente, pronta ad adeguarvisi nelle strutture e nei mezzi di apostolato, ben consapevole della necessità di mantenere integri ed inalterati lo spirito e l'essenza vitale che aveva ispirato il suo sorgere ed accompagnato il suo affermarsi nel tempo, nell'ubbidienza e a servizio della Chiesa.

 

CAPITOLO VENTIDUESIMO

FINALMENTE A ROMA!!

1928-1930

L'auspicato ritorno delle spoglie mortali del Venerato Fondatore e la celebrazione delle solenni feste delle Nozze d'Oro dell'Istituto svoltesi nell'ottobre del 1926, avevano lasciato negli animi di tutte le Suore i più commoventi e indelebili ricordi.

Il nuovo periodo che si apriva, lasciando dietro di sé cinquant'anni di storia intensa e gloriosa per l'Istituto delle Suore dell'Immacolata di Genova, si delineava foriero di belle speranze e di arditi disegni soprat­tutto a chi, designato al governo dell'Istituto, ne vedeva ormai assicurati la prosperità e il progresso, con il beneplacito e la benedizione di Dio. Stava infatti per tradursi in meravigliosa realtà il sogno più grande e più a lungo accarezzato dalla Madre Generale Suor Maria Battista Bellando: quello, cioè, di aprire una Casa dell'Istituto a Roma, la città centro del Cristianesimo.

E tutto avveniva in modo tanto provvidenziale da superare di gran lunga anche le più lusinghiere previsioni.

L'attesa era stata lunga, le trepidazioni e le ansie, in un alternarsi continuo di speranze e di delusioni, erano state estenuanti e le difficoltà e i contrasti senza numero, ma l'ambizioso sogno divenne infine lumi­nosa e tangibile realtà.

Il giorno 21 aprile del 1928 il Cardinale Basilio Pompili, Vicario Generale di Sua Santità, per vivo interessamento di Mons. Alfonso Carinci, Segretario della Sacra Congregazione dei Riti, poneva la prima pietra della nuova Casa Religiosa all'incrocio delle vie Taranto e Monza, nel Quartiere Appio, fuori delle mura di Aureliano, al di là della Basilica Sessoriana di S. Croce in Gerusalemme, dietro i resti di un circo romano.

Era un radioso pomeriggio primaverile quello in cui la pietra bene­detta scendeva proprio sul luogo dove sarebbe sorto l'Altar Maggiore, nuovo trono di Maria Santissima Immacolata.

Le Suore dell'Istituto, attorno alla Madre Maria Battista Bellando, erano presenti, commosse, tra la folla che applaudiva entusiasta. Attorno, qua e là, si ergevano le misere casupole, allora ancora superstiti, ma fatalmente minacciate dal piccone demolitore, che senza pietà sgombrava il campo per lasciar spazio all'irrompente Roma fasci­sta, di oltre un milione di abitanti, che pochi mesi prima aveva salutato festante l'avvento dei Patti Lateranensi, siglati dall'ormai affermato ed imperante Capo del Governo Benito Mussolini e dal Cardinale Gasparri. Il progetto della costruzione, dell'architetto Benigni, fu eseguito dall'impresa Sassaroli.

L'insieme edilizio si elevò, rapido e imponente, su di un'area di 1.690 metri quadrati, acquistati dal Governatorato di Roma ad un prezzo di favore grazie all'interessamento del Parroco Don Cesare Cartoni, abbrac­ciando tre corpi distinti: la Chiesa, con la facciata sull'angolo delle vie Monza e Taranto, la Casa Religiosa sulla via Monza e la casa per il Cappellano sulla via Taranto.

La Chiesa, in stile romanico, fu strutturata in forma basilicale, a tre navate, divise da due file di cinque colonne, con al centro la grande abside ove si apre l'ampio presbiterio, sopraelevato di cinque gradini, attraverso i quali si accede all'altar maggiore.

Con una rapidità che ha quasi dell'incredibile, dopo appena un anno di intenso e febbrile lavoro il vasto edificio poteva dirsi ultimato: ampio, arieggiato, signorile, quanto mai idoneo ad accogliere una numerosa schiera di bambine che vi avrebbero frequentato la scuola.

L'opera di Dio era ormai realizzata.

L'Immacolata e Don Roscelli non potevano che guardare compiaciu­ti al nuovo slancio delle loro Figlie operose.

Le difficoltà non erano certo mancate e continuavano a presentarsi, tuttavia quella che dominava nell'animo di tutti i membri dell'Istituto era la gioia pura ed intima per la grande vittoria riportata.

Dopo tanta soddisfazione e gioia, però, il Signore provò l'Istituto con un dolore immenso e imprevedibile, che si abbatteva su tutte. Proprio in quella Casa di Roma che tanto aveva desiderato e dove si era recata per impartire le prime direttive, moriva improvvisamente la Madre Maria Battista Bellando, stroncata indubbiamente dai grandi sacrifici affrontati e sostenuti per la realizzazione del suo grande sogno.

Iddio l'aveva lasciata quanto potesse bastare a condurre a buon punto l'opera... Quando questa era quasi terminata, Egli la richiamava a sé...

Superate le molte difficoltà della sistemazione della Casa rimasta orfana della sua insostituibile organizzatrice, si giunse all'apertura, della bella Chiesa, che veniva solennemente consacrata il 18 ottobre del 1931 dal Card. Vicario Marchetti Selvaggiani, con la benedizione del Santo Padre e tra l'entusiasmo dei molti fedeli della zona, che ne sarebbero stati poi assidui frequentatori.

La Chiesa fu dedicata all'Immacolata e al Santo Benedetto Giuseppe Labre: all'Immacolata, alla cui devozione sono precipuamente dedite le Suore che da Lei prendono il nome; a San Benedetto Giuseppe Labre per volontà del defunto Arcivescovo Mons. Raffaele Virili il quale, morendo, aveva legata la propria eredità alla costruzione di una Chiesa da dedi­carsi a quel Santo, di cui egli era devotissimo e che bramava vedere più conosciuto, amato e stimato.

Rimanevano, però, parecchie lacune per il completamento dell'edi­ficio sacro, ma, con la benedizione di Dio furono colmate con discreta tempestività.

Il 1° marzo 1933 il Cardinale Vicario benediceva i nuovi quadri della Via Crucis, pregevole lavoro in legno dello scultore Moroder di Ortisei in Val Gardena.

Il 7 luglio dello stesso anno Mons. Domenico Spolverini inaugurava il nuovo altare del Sacro Cuore di Gesù e la domenica 19 novembre Mons. Tito Trocchi, Arcivescovo di Lacedemonia e Uditore Generale della Rev.da Camera Apostolica che, con dedizione e generosità aveva incoraggiato la stupenda iniziativa, invocava la benedizione divina sul grandioso e prezioso organo. Sotto il sublime ed abile tocco del maestro Ferruccio Vignanelli, professore nel Pontificio Istituto di Musica Sacra, lo strumento empì con le sue celestiali armonie tutta la Chiesa gremita di folto pubblico, tra cui moltissime allieve delle Suore con le proprie famiglie, signorine dell'Azione Cattolica femminile, un considerevole gruppo di alunni del Collegio della Santissima Annunziata e varie rap­presentanze di altri Istituti Religiosi.

A completamento dell'opera, il 28 maggio 1935 ancora Mons. Tito Trocchi procedeva nella Chiesa, parata a festa e gremita di popolo, alla solenne consacrazione delle cinque lucenti campane, la cui voce, argentina e sonora, si diffuse maestosa per tutto il tempio, tra l'indescrivibile commozione generale.

 

CAPITOLO VENTITREESIMO

PRIMO PASSO DI UN LUNGO CAMMINO

1930-1936

Nella primavera del 1930 veniva eletta Madre Generale Suor Maria Innocenza Vassallo 1, sotto il cui lungo governo (1930-1953) energico, illuminato e coraggioso si sarebbero verificati numerosissimi e svariati eventi, in un avvicendarsi alterno di limpide gioie, gravi preoccupazio­ni e laceranti dolori, sempre, però, illuminati e sorretti dalla grazia di Dio.

Gli inizi di tale governo furono piuttosto tormentosi, perché seguiti alla morte prematura ed inattesa della Madre Maria Battista Bellando, ma coronati, in compenso, dalla soddisfazione di vedere consacrata e funzionante la bella Chiesa annessa alla Casa di Roma.

La prima, grande intuizione della nuova Madre, dotata di perspicace lungimiranza e di prontezza di audaci decisioni, fu quella di cogliere al vivo quel clima di rinnovata venerazione verso il Fondatore dell'Istituto, che stava permeando di sé lo stuolo sempre più numeroso delle sue Suore.

Una venerazione che non era soltanto manifestazione di un più che naturale e legittimo affetto filiale, ma espressione della convinzione unanime e sincera di trovarsi di fronte ad un esempio di provata ed autentica santità.

Era fiducia, divenuta via via certezza sempre più consolidata, nella potenza di intercessione di Don Roscelli presso il trono di Dio.

Quando il venerato Padre era ancora in vita, a tutte era noto che la maggior parte del giorno e della notte egli la trascorreva ai piedi dell'altare in assorta preghiera: le Suore, in una gara ansiosa e continua, lo avvicinavano con fiducia filiale per chiedere ed assicurarsi il prezioso contributo della sua intercessione, ottenuto il quale lo spirito di ognuna si sentiva pervaso di serena sicurezza e di distensivo conforto, soprattutto nei momenti più dolorosi e nelle più critiche circostanze.

Tutto ciò finché egli visse quaggiù.

Quando, poi, egli ebbe chiuso gli occhi alla luce della terra per aprirli a quella del cielo, la fiducia nel potere della sua intercessione andò intensificandosi ed estendendosi, come molti fatti dimostrano autorevol­mente, non lasciando delusi coloro che ad essa vollero affidarsi.

Fu in tal modo che andò facendosi strada, anche tra i membri più autorevoli della Congregazione e in modo sempre più insistente, la convinzione che fosse un dovere da parte dell'Istituto, oltre che una legittima gloria, cercare di avviare le pratiche che la Chiesa richiede per comprovare, attraverso lunghe, minuziose e severissime indagini, l'eroicità delle virtù dei suoi figli più meritevoli, onde proclamarne la santità ad esempio ed edificazione dei fedeli.

Tale convinzione non era soltanto negli animi delle Suore Immaco­latine, ma anche di coloro che avevano conosciuto e apprezzato l'ammi­revole Sacerdote o personalmente, o attraverso la biografia di Mons. Davide Ardito «La cara e buona immagine paterna».

Non occorsero molte sollecitazioni alla Madre Maria Innocenza perché si decidesse ad intraprendere il grande passo.

Entrata giovanissima in Noviziato preceduta da una sorella e seguita da un'altra, aveva avuto modo di conoscere personalmente Don Roscelli, di ammirarne le eccezionali virtù e di nutrire nei suoi riguardi una sconfinata ed entusiastica ammirazione.

Animata da tali sentimenti ed incoraggiata dai tanti consensi, il 3 settembre 1931 ella rivolse al Card. Dalmazio Minoretti, Arcivescovo di Genova 3, regolare istanza per ottenere l'autorizzazione ad iniziare il Processo Diocesano per la Causa di Beatificazione del Servo di Dio Don Agostino Roscelli.

Lo stesso giorno, 3 settembre 1931, Sua Eminenza concedeva la richiesta autorizzazione.

A tal punto vien fatto di chiederci se la coraggiosa Madre Maria Innocenza abbia potuto supporre, allora, quanto sarebbe stato lungo, difficile, irto di ostacoli e di difficoltà, di reiterate dilazioni e di esasperanti attese il cammino da lei iniziato con tanto entusiastico slancio.

Pensiamo proprio di no... poiché forse, nonostante tutto il suo coraggio, vi avrebbe forse desistito...

È una vera fortuna che sia stato così, altrimenti non saremmo giunti alla felice conclusione di cui noi, oggi, possiamo godere.

Le Cause dei Santi hanno ordinariamente un processo assai lento ed è universalmente nota la ponderatézza, l'esattezza e la proverbiale e minuziosa attenzione con cui la Chiesa procede negli esami, nella valu­tazione di ogni minima circostanza e delle varie e molteplici situazioni che sogliono presentarsi in questo genere di processi.

Ad accelerarne o a ritardarne la rapidità dello svolgimento concor­rono, ovviamente, diversi e determinanti elementi:

a) L'eroicità delle virtù ben conosciuta ed esplicitamente affermata dai testi compulsati.

b) La constatazione di un'autentica venerazione che circondi la figura del Servo di Dio.

c) L'attualità dell'esempio di santità proposto dalla Chiesa a edificazio­ne del popolo di Dio.

d) Una reale e provata effusione di grazie ottenuta per la di lui inter­cessione.

e) L'accertamento, da parte di una Consulta medica, indi teologica, di almeno un miracolo da lui operato.

Il primo passo di tutto il lungo e complicato «iter» giuridico consiste nell'introduzione, da parte del Vescovo locale, di un Processo Diocesano Informativo intorno alla fama di santità del Servo di Dio.

Per Don Agostino Roscelli tale Processo Informativo Diocesano sollecitato, come si è visto, dalla Madre Maria Innocenza, ebbe il suo inizio nella sede della Curia Vescovile genovese il 18 gennaio 1932. Il numero dei testi a disposizione per essere consultati era, fortunata­mente, molto consistente:

Trentanove persone, delle quali 16 Suore, 11 Sacerdoti e 9 laici, tra i quali 4 pronipoti del Servo di Dio.

Dei trentanove testi, ventisei potevano deporre «de visu», cioè aven­do direttamente conosciuto Don Agostino Roscelli; gli altri «de auditu a videntibus», vale a dire avendone sentito parlare da chi lo aveva conosciuto personalmente.

Primo Postulatore della Causa fu, ben meritatamente ed opportuna­mente, mons. Davide Ardito, l'autore della prima biografia del Servo di Dio.

Il 29 aprile 1933 il Cardinale Dalmazio Minoretti emise il Decreto sulla ricerca e la raccolta degli scritti del Servo di Dio, che avrebbero dovuto essere sottoposti al vaglio e al minuzioso esame della Sacra Congregazione dei Riti.

L'inizio di tale processo fu considerato, in genere, dalle Suore, come un attestato del beneplacito divino sulle loro fatiche ed una esortazione a proseguire con zelo sempre più ardente nel campo dell'apostolato, in vista dell'attuazione dell'ideale di bene nell'ambito di ogni strato della società per cui l'Istituto è sorto, ha tanto lavorato ed ancora lavora. Il periodo che seguì fu, infatti, fecondo di opere e di eventi in modo veramente prodigioso.

Tra gli eventi, quello indubbiamente più atteso e più ambito fu l'approvazione definitiva, da parte di Pio XI, delle Costituzioni dell'Isti­tuto delle Suore dell'Immacolata di Genova, con DECRETO datato 7 mag­gio (simbolica coincidenza!) 1935, essendo stata soddisfatta la richiesta di dividere l'Istituto in Province.

Si stabilirono così quattro Province: Ligure, Piemontese, Romana e Argentina.

Ve ne era, infatti, assoluta necessità, considerato il numero ora assai elevato delle Case e l'ulteriore progresso verso cui l'Istituto, sempre, ovviamente, sostenuto dal beneplacito di Dio, sembrava ormai decisa­mente avviato.

Nel settembre del 1933 fu richiesta la presenza delle Suore dell'Im­macolata a Monteleone di Puglia (Foggia) a ottocentocinquanta metri sul livello del mare: un paesello, con le case e le strade simmetriche, tutto raggruppato attorno alla Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. Grazie, infatti, alla munificenza del sig. Colangelo Pasquale, all'in­coraggiamento delle autorità locali e all'intervento del rev.do Padre Giovanni Semeria, era stato in quell'anno fondato l'Asilo Infantile tanto auspicato ed atteso dalla popolazione locale, molto religiosa e praticante.

Il raggio d'azione delle Suore si estese ben presto, oltre che all'edu­cazione dei bambini, anche all'insegnamento del taglio, cucito e ricamo, nonché del catechismo.

Nel 1935 fu offerta alle Suore di Don Roscelli l'opportunità di prestare la propria opera caritativa a Lavagna, nell'ambito di un settore sociale particolarmente dimenticato, squallido e carente di calore uma­no: quello degli anziani di ambo i sessi.

Un campo di apostolato che può offrire, a chi ha lasciato tutto per dare il proprio cuore a Dio e al prossimo, l'opportunità di esercitare la carità in tutta la gamma delle sue sfumature, come effettivamente si impegnarono a fare le Suore chiamate dal sig. Gio Batta Berisso, pre­sidente dell'Istituto (Pio Ritiro Devoto). Sorto grazie alla munificenza del sig. Giuseppe Devoto di cui porta il nome, esso risponde ad ogni tipo di esigenza degli ospiti molto numerosi, soprattutto perché confortati dalle cure delicate con cui le Suore si sono sempre prodigate al fine di rendere serena la loro vecchiaia ed agevole la loro permanenza nell'Isti­tuto.

Un altro settore tanto bisognoso di assistenza, di affetto e di premure che rendessero meno cruda e dolorosa la mancanza dei genitori e di una famiglia, richiedeva la presenza delle nostre Suore a Neive (Cuneo) per dirigervi e provvedere del necessario, grazie soprattutto al generoso contributo della popolazione, l'Orfanotrofio fondato dallo zelo caritativo del Sac. Giovanni Boella ed affidato inizialmente a Suore locali, che in seguito si aggregarono al nostro Istituto.

Le Suore Immacolatine iniziarono tale loro opera nel 1935 insegnan­do il cucito, il lavoro di maglieria e preoccupandosi altresì di fornire alle ragazze loro affidate una solida educazione morale e civile.

Nel 1936 le Suore Immacolatine subentrarono alle Suore Luigine nella direzione dell'Asilo Infantile di Bolano (La Spezia), che ha sede nell'antico Convento dei Padri Francescani, istituito nel 1933 per inte­ressamento del Parroco, Don Angelo Gasparini e del Podestà del luogo, rag. Luigi Castellani.

Ancora in sostituzione delle Suore Luigine, le Suore dell'Immacolata nel 1938 furono chiamate a Ceparana per dirigervi l'Asilo infantile, ubicato, allora, in una vecchia casupola assai povera e disagevole.

Quivi le Figlie di Don Roscelli, vere «missionarie rurali» come egli amava definire le Suore destinate a svolgere il loro apostolato nei paesi, veramente permeate dello spirito di semplicità e di sobrietà del loro Fondatore, con ammirevole spirito di adattamento e di sacrificio diedero inizio alla loro feconda opera di bene, che continua tuttora in un efficiente e moderno Asilo Parrocchiale, non lontano da quello che inizialmente ospitò le Suore ivi giunte per prime.

Il 19 dicembre del 1938 le Suore dell'Immacolata arrivarono anche ad Airuno (Como), un ameno paese della Brianza che sorge sulle rive dell'Adda ed è circondato dalle prealpi, tra le quali emergono nitide le cime del Resegone.

L'occasione si era presentata, su invito del Parroco Don Angelo Manzoni, allorché le Suore Immacolatine, che dal 1916 prestavano servizio di guardarobiere a Merate presso il Collegio Manzoni, ne ven­nero estromesse essendo tale Collegio passato dalla direzione religiosa a quella laica.

Quando il Parroco sunnominato venne a conoscenza del fatto, iniziò subito i contatti con le Suore e con la Casa Generalizia di Genova. Ottenuto il consenso di averle presso di sé, sistemò le Suore nell'ex­Casa del Coadiutore, che rapidamente fu riassettata con la generosa partecipazione di alcuni volontari del luogo e corredata del minimo indispensabile.

Fu in tal modo che le Suore dell'Immacolata si stabilirono ad Airuno. Sotto la direzione della prima Superiora, Suor Maria Rosaria e di due sue collaboratrici, entrò subito in funzione l'Asilo e l'Oratorio fem­minile e prese rapidamente vita quell'intenso lavoro di collaborazione,

in seno alla Parrocchia, specialmente nei confronti della gioventù, che in breve tempo si rese meritevole della simpatia e della stima di tutta la popolazione, ma soprattutto dei genitori.

Mediante gli annuali corsi di Esercizi spirituali, le giornate di ritiro ed altre iniziative, la formazione religiosa delle ragazze del paese diede subito risultati molto lusinghieri, che si concretizzarono anche nella fioritura di vocazioni religiose.

Al periodo che stiamo trattando risale anche il riconoscimento giu­ridico dell'Istituto, che apportò ad esso né pochi, né indifferenti van­taggi.

Anche lo sviluppo spirituale ed interiore dei suoi membri non era certo inferiore a quello giuridico ed ufficiale delle sue strutture. L'accelerarsi della sua espansione, l'evolversi dei tempi e l'imposizio­ne di una nuova legislazione scolastica che doveva essere rigorosamente rispettata, esigevano infatti nuove e moderne forme di apostolato cui le Suore seppero rispondere in modo pienamente efficiente, adeguandosi non solo alle esigenze giuridiche e burocratiche, ma soprattutto sapendo interpretare e sovvenire ai bisogni spirituali di una società, o meglio, di una gioventù sempre più indottrinata e plasmata sul modello degli ideali sbandierati in modo sempre più eclatante dall'ormai imperante regime fascista.

 

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO

SI EVOLVONO LE SCUOLE ED AUMENTA IL NUMERO DELLE CASE

1936-1939

Il problema delle Scuole Medie non si era certo mai affacciato alla mente del Fondatore, assorto come era stato nella considerazione di un modesto ma pur grande campo di azione per le sue Figlie spirituali.

Campo di azione che, partendo dalle Scuole laboratorio, non aveva osato andare oltre gli Asili e le Scuole Elementari, almeno per quanto riguardava l'ambito educativo, giacché considerando quello assistenzia­le gli unici limiti erano stati e dovevano essere anche per il futuro quelli dell'«impossibilità e della inopportunità», come ci ricordano le Costitu­zioni dell'Istituto.

Ora, però, l'estendere il raggio di azione del campo scolastico ed educativo era non solo un'impellente esigenza sociale ed umanitaria, ma altresì una più che adeguata attuazione del sogno di bene per le anime che aveva avvinto il cuore di Don Roscelli.

L'opera iniziata dalle Suore negli Asili e nella Scuola Elementare doveva essere portata avanti nel rispetto delle nuove leggi sull'istruzione, che non ammettevano deroghe.

D'altra parte, non era ormai più possibile limitarsi ad esercitare un'azione incisiva ed efficace solo sulle giovani dedite esclusivamente ad un lavoro manuale.

L'obbligo della frequenza scolastica non era più soltanto una legge destinata a rimanere sulla carta, bensì una realtà vissuta e non solo per la Scuola primaria.

Ben pochi, infatti, si accontentavano ormai della sola licenza ele­mentare.

L'accesso alla Scuola Media inferiore era ormai entrato nella norma per la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze abitanti i centri cittadini. Accade spesso così, per le opere destinate a dilatarsi nel tempo. Accade, cioè, che il bagliore di luce soprannaturale che penetra e illumina l'animo dei Santi ispirando loro grandiose imprese, lasci talvol­ta nell'ombra qualche aspetto del volere di Dio per non scoraggiare, già nel suo nascere, l'avvio di un'opera già tanto provata da difficoltà supe­riori alle forze umane e minata da tanti ostacoli alla sua realizzazione. ...E tutto questo perché tale bagliore si compiace di mettere in piena luce solo in tempi successivi l'altro volto del disegno divino, appianando senza sussulti ogni impedimento alla sua attuazione.

Siccome, poi, è tipico dello stile di Dio far fiorire le opere di suo gradimento, sembra proprio che anche dell'ampliamento dell'opera delle Suore nel campo scolastico Egli si sia compiaciuto e l'abbia generosa­mente benedetta, come sarà evidenziato da quanto segue.

Nel 1934 si iniziarono, sotto i migliori auspici, i lavori di amplia­mento dei locali dell'Educandato e Scuola di San Martino d'Albaro in Genova.

Gli ambienti erano, infatti, ormai incapaci di contenere il numero sempre crescente delle convittrici e delle alunne esterne.

Grazia grande, questa, soprattutto se si considera che tali lavori, ben presto condotti a termine, resero il complesso edilizio pienamente ade­guato sia ad accogliere un elevato numero di allieve, sia a soddisfare le esigenze delle educande, che potevano così usufruire di ampi e lindi dormitori, di un vasto e funzionale refettorio, di aule belle e soleggiate, di sale adibite a biblioteca e di gabinetti scientifici. Il complesso è, poi, circondato da un incantevole giardino, arriso di ombre e di sole, creato, sembra, per arricchire di incanti quel caro soggiorno di pace e di studio.

L'ambiente così accogliente, unito all'ottimo insegnamento delle Suore munite di regolari titoli di studio e alla seria educazione morale ivi impartita, fece sì che, in seguito ad una visita ministeriale svoltasi durante l'anno scolastico 1935-36, la Scuola ottenesse la parifica con decreto dell'8 maggio 1936, che concedeva facoltà di tenere gli esami in sede, già nella seguente sessione di giugno.

Venivano altresì riconosciute, per l'occasione, le benemerenze delle Suore educatrici ed insegnanti.

Il 31 maggio seguente, nel grandioso salone-teatro si svolsero canti, suoni, dialoghi in francese, scherzetti, esercizi ginnici eseguiti dai pic­coli «balilla» dell'Asilo e dalle «piccole italiane» della Scuola Elementa­re, di fronte ad un numeroso e scelto pubblico prodigo di applausi e di felicitazioni per il festoso evento.

Il quotidiano genovese «I1 Nuovo Cittadino» del 3 giugno 1936 così riportava:

«Le famiglie genovesi, liguri e di altre regioni che da anni ardano alle Suore Immacolatine di Genova le loro fanciulle per una sana e distinta educazione cristiana e civile e per avviarle seriamente agli studi, appren­deranno con piacere la notizia della parificazione e continueranno ad indirizzare colà le loro figliole, sicure di ogni buon esito».

Anche la Scuola di via Volturno, frattanto, era sempre più popolata, lo spazio si faceva sempre più inadeguato; anche lì si resero quindi indispensabili lavori di edilizia per rendere l'ambiente più efficiente e funzionale.

Nel 1937 l'Istituto acquistò un'area di terreno a cui si accedeva da piazza Paolo da Novi e nel quale sorgeva uno chalet ove, operate le necessarie migliorie, prese dimora la Scuola Materna, che poteva così, finalmente, essere circondata da un giardino, di cui le famiglie e le allieve avevano tanto lamentato la mancanza.

Ora i bimbi dell'Asilo e le alunne della Scuola potevano giocare a loro agio e passeggiare nei viali fra le aiuole e fra le due siepi che segnavano i confini del giardino e coprivano, con una spalliera di verde, la cancellata che correva tutto intorno.

Dal terreno acquistato era anche stata ricavata una palestra all'aper­to per le alunne della Scuola Media.

Tutto, all'interno, era ancora invariato, ma a cominciare dalla Cap­pella fin su, nelle aule sovrastanti al giardino, sembrava che una luce infondesse una serenità tutta recente.

Era una vera gioia, per le Suore, vedere ampliata ed abbellita quella Casa voluta dal cuore del loro Venerato Fondatore, quella Casa che aveva accolto i suoi sogni di bontà, di apostolato e di zelo per le anime e che era stata testimone della gioia e dell'immolazione delle prime Suore dell'Istituto.

Negli anni 1937-38-39 fu gradualmente parificata la Scuola Media, ossia l'Istituto Magistrale inferiore, prima come succursale di quello di San Martino, indi in modo autonomo.

Nel 1939, infine, concluse le ispezioni per la parifica della Scuola Magistrale, dedita alla preparazione delle Maestre della Scuola Materna affidata fino a quel momento ad altre Istituzioni, si ottenne la sua approvazione legale con Decreto in data 24 maggio 1939.

Anche a Firenze si affermò la Scuola Media nell'Educatorio della Concezione (detto di Fuligno) in via Faenza, dove le nostre Suore ave­vano fatto il loro ingresso nel 1928, invitate dall'Amministratore sig. Ciambellotti e dal Presidente sig. Capei.

Prima di tale data il Collegio era stato diretto dalle Suore di San Vincenzo.

Si trattava di un edificio molto antico, dall'austero aspetto di un Convento, con ampi cortili interni, sale spaziose e adorne di affreschi cinquecenteschi dai colori vivaci ed armoniosi e circondato dagli acco­glienti viali di uno stupendo giardino silenzioso, avvolto in un'atmosfera mistica e claustrale, ma pronto a trasformarsi rapidamente in luogo ideale di giuochi, di corse e di salti e ad animarsi di rumorosa allegria quando le bimbe vi irrompevano dalle aule con l'esuberanza della loro gioiosa vitalità.

Con l'arrivo delle Suore dell'Immacolata, ben presto il numero delle educande e delle alunne esterne aumentò sensibilmente.

Mediante la valida ed accondiscendente collaborazione dell'Ammi­nistrazione dell'Educatorio, venne subito attivata la Scuola Materna, Elementare e la Scuola Commerciale, che venne poi trasformata in Scuola Media.

Il Collegio ebbe subito un grande impulso, soprattutto grazie alle cure materne delle Suore e alla valida opera educativa da loro svolta, con cura solerte e premurosa della formazione morale e spirituale delle ragazze completamente affidate a loro.

Quell'ambiente raccolto, intimo e familiare contribuì efficacemente a coltivare molte vocazioni religiose per il nostro Istituto.

Anche le Case dedite ad opere non specificamente scolastiche, in questo momento propizio per la vitalità dell'Istituto, furono in continuo aumento.

Non essendo possibile, per ovvie ragioni, fare menzione di tutte, ci limiteremo a citare quelle ancor oggi in attività.

Nel 1938 fu la volta di Ceparana; una cittadina dalla popolazione vivace ed operosa, che ha saputo trasformarla in un laborioso centro in grado di camminare al passo con i tempi.

A chiamarvi le Suore dell'Immacolata fu Don Renato Reale, per dirigervi la Scuola Materna Parrocchiale, che ora si trova in un edificio nuovo e moderno, poco lontano da quello che, all'inizio, ospitò le prime Immacolatine.

Il loro confronto ci invita ad apprezzare lo spirito di sacrificio e di adattamento da cui erano animate, un tempo, le Suore inviate, quali

«missionarie rurali», nei paesi per svolgervi la loro opera di apostolato: esse sapevano accontentarsi veramente di poco...

Tempi diversi, quelli, saremmo portati ad osservare, ma diverse, diciamolo pure, erano anche le prime Figlie di Don Roscelli, ancora permeate del suo spirito: spirito di sobrietà e di semplicità, volto unica­mente a fare del bene dovunque e comunque, a prezzo di qualsiasi sacrificio.

Nel 1939 le Suore dell'Immacolata fecero il loro ingresso nell'Isola del Giglio (Grosseto), una deliziosa aiuola verde in mezzo all'azzurro del Tirreno.

Anche qui si impegnarono ad assumersi la direzione dell'Asilo Infan­tile e della Scuola, in un edificio nuovo costruito grazie ad un Comitato costituito dal Parroco del luogo, Don Francesco Rossi, coadiuvato dal Cav. Angelo Mattera e dai signori Giorgio Ansaldo ed Ignazio Rum, che donarono generosamente il terreno.

Oltre all'attività scolastica, le Suore qui svolgono anche quella del­l'Oratorio domenicale, organizzando incontri tra giovani e dando vita a ferventi gruppi di preghiera.

 

CAPITOLO VENTICINQUESIMO

DA VIA LAVINIA A VIA PARINI

1939-1942

Dopo un periodo tanto proficuo per l'Istituto e tanto ricco di grazie e di opere, non tardarono a verificarsi le prime avvisaglie che il tempo della prova sarebbe, purtroppo, ben presto subentrato.

Nel febbraio del 1933 nella Casa Generalizia di via Lavinia, e precisamente nella parte riservata al Noviziato, già si erano verificate le prime lesioni e si erano aperte le prime screpolature causate dai lavori di scavo per la costruzione della galleria Principe di Piemonte (oggi Goffredo Mameli), sottostante la collina che da via Albaro si affaccia su via Nizza.

I danni constatati, come le Suore dovettero dolorosamente speri­mentare, apportarono un susseguirsi di dissesti e di peripezie che, per parecchi anni, turbarono il normale andamento della Congregazione.

Vani furono i tentativi, da parte degli ingegneri Bernero e Traversa del civico Ufficio Tecnico, di arginare la gravità delle lesioni, che si rivelarono subito fatalmente irreparabili.

Purtroppo la prima Casa Generalizia, ricca di sacre memorie per le Suore che lì erano vissute sotto lo sguardo vigile e rassicurante del loro Fondatore e dove aveva avuto inizio il promettente cammino dell'Istituto era, ormai, destinata alla totale demolizione...

Nulla si sarebbe potuto salvare...

... Il progresso e le urgenti istanze della vita moderna dovevano impietosamente privarci della dolcezza confortante della poesia dei ricordi, spazzando via, sotto i colpi del piccone demolitore e con 1'esplosione della dinamite, quelle mura, quelle sale, quei luoghi che avrebbero potuto dirci cose tanto care al nostro cuore.

È facile immaginare, oltre il dolore, il senso di sgomento e di insicurezza che non tardò a diffondersi tra tutte le Suore...

Non c'era, però, tempo da perdere. Bisognava pensare a traslocare... ... Ma dove?...

Non era, quello, il momento di abbandonarsi alla nostalgia o ai rimpianti, anche se più che giustificati!

Ad emigrare verso un'altra sede, fin dall'inizio del 1934, fu il nume­roso Noviziato, che si trasferì prima in via Isonzo, in uno stabile appar­tenente al Comune, l'anno seguente in via Bertani ed ai primi mesi del 1936 in via Bainsizza, dove rimase fino al 1938; da lì si ricongiunse infine con la Comunità in via Gentile, ove questa si era trasferita fin dal 1937.

Bisognava ora affrontare l'idea della costruzione di una nuova Casa Generalizia, in sostituzione dell'accogliente, vasta ed agevole Villa Merani. Nel 1939, potendo usufruire del contributo assicurato dal Municipio e del ricavato della vendita della proprietà di via Lavinia, le Superiore si mossero alla ricerca del terreno su cui costruire la nuova Casa Generalizia, che non avrebbe dovuto distare molto dal centro cittadino, né dalle principali Case filiali ubicate in Genova.

Dopo molti sondaggi in varie località, tutte entro l'ambito della zona d'Albaro, e dopo aver soppesato le più realistiche possibilità, sembrò opportuno orientarsi verso l'acquisto del vecchio Monastero delle Clarisse, situato in via Parini ed abbandonato dalle Claustrali nel 1935, insieme alla Chiesa annessa.

Superate le immancabili difficoltà, il 22 maggio 1939 venne firmato il contratto, in base al quale le Monache Clarisse cedevano all'Istituto dell'Immacolata l'antico e fatiscente fabbricato monastico destinato alla demolizione, il chiostro annesso alla Chiesa di Santa Maria del Prato da restaurare ed in parte da ricostruire, nonché un'area di terreno coltivabile.

Il 27 aprile 1939, frattanto, veniva concluso il Processo Ordinario Diocesano circa la Causa di Beatificazione di Don Agostino Roscelli. Primo pensiero, dopo l'acquisto della nuova proprietà, fu quello di provvedere al trasferimento dei resti mortali del Servo di Dio dalla Cappella di via Lavinia alla Chiesa annessa alla nuova sede. Ottenuto, su istanza della Madre Generale, il Decreto sottoscritto dal Cardinal Pietro Boetto, Arcivescovo di Genova, che autorizzava la suddetta traslazione e quello della Prefettura di Genova, il 15 giugno 1939, alle ore 9,30, la cassa contenente i resti mortali di Don Roscelli fu collocata in una stanza, già adibita a sepolcreto della famiglia De Fornari, sulla parte sinistra della navata centrale, in «cornu Evangelii», in un loculo costruito provvisoriamente sopra il pavimento e addossato al muro di fondo, che allora sorgeva in corrispondenza dell'inizio delle absidi, quasi completamente diroccate.

Nel novembre dello stesso anno fu stipulato anche il contratto rela­tivo all'acquisto del terreno e dell'annessa palazzina, contiguo all'altro, per la sistemazione del Noviziato.

Il progetto del grandioso edificio da erigersi fu affidato all'ingegnere E. De Lorenzi e, senza esitazione, furono iniziati i lavori di demolizione del vecchio Monastero e scavate le fondamenta per la nuova costruzione, i cui lavori furono affidati alla Ditta Perasso.

Il 17 marzo del 1940 il Card. Pietro Boetto benediceva la prima pietra, circondato dalle Autorità cittadine, dalle alunne dei vari Istituti scolastici delle Suore dell'Immacolata, da moltissime Suore, dalla Con­sulta e dalla Madre Generale.

Nelle fondamenta, frattanto, veniva solennemente calata la perga­mena, dettata dal prof. Roncallo e firmata dal Cardinale, dalla Madre Generale e dai più illustri tra i presenti, per essere sigillata nella cavità della pietra benedetta.

Solo la salda fede e l'indomito coraggio della Madre Innocenza poteva avere la meglio nell'intraprendere un'opera tanto grande, tanto impegnativa, tanto onerosa e densa di difficoltà, mentre le nubi minac­ciose della guerra, che già da sei mesi insanguinava gran parte dell'Eu­ropa, stavano per addensarsi anche sull'Italia.

Quello che allora era solo una minaccia si fece triste realtà il 10 giugno seguente, ma nulla riuscì a far vacillare quella fede e a disarmare quel coraggio.

Caddero bombe dirompenti ed incendiarie a breve distanza dal cantiere, furono chiamati sotto le armi successivamente l'ing. De Lorenzi, l'ing. Savelli e l'ing. Comola ma, fatte di volta in volta le debite sostituzioni, i lavori procedettero con incredibile alacrità e a ritmo imbattibile, nonostante l'aggravarsi del conflitto.

La Madre Innocenza, fiduciosa nell'aiuto di Dio e della Vergine Immacolata e nella protezione del Venerato Fondatore, non si era lascia­ta abbattere dall'imperversare della violenza demolitrice della guerra, né dalle pessimistiche previsioni di molti e con forza virile non cessava di incoraggiare gli addetti ai lavori e di sollecitare le Suore a ricorrere alla forza della preghiera, più potente di qualsiasi arma minacciosa.

Iddio non poteva rimanere sordo a tante invocazioni ed insensibile ai tanti sacrifici affrontati dalle Suore in quel frangente!...

La nuova Casa Generalizia, infatti, con i suoi quattro piani più un seminterrato, con i suoi lunghi corridoi ed i suoi vani spaziosi e lumi­nosi, veniva inaugurata il 15 ottobre 1941 dallo stesso Card. Pietro Boetto, che ne aveva benedetto e posta la prima pietra.

Si trattava, a questo punto, di affrontare la più ardimentosa e ri­schiosa tra le imprese.

Ardimentosa in se stessa, che tale sarebbe stata anche in tempo di pace, ma ardimentosa fino a sfiorare l'inaudito se si pensa che la guerra stava infuriando indiscriminatamente portando, ovunque, distruzione e morte.

Come osare concepire l'idea di ricostruire, mentre attorno tutto crollava, travolto nel vortice della più folle furia demolitrice?... E rico­struire un monumento di inestimabile valore artistico e storico come l'antica Chiesa romanica di Santa Maria del Prato?...

Già intorno al 1937-38 la Sovrintendenza Ligure ai monumenti aveva preso atto dello stato di abbandono in cui versava allora l'antica Chiesa per iniziare i primi sondaggi, in vista di un eventuale, possibile ripristino.

I risultati avevano chiaramente lasciato intravedere la possibilità di riportare alla luce tutti gli elementi romanici della Chiesa, più volte modificata nel corso dei secoli.

Veniva così elaborato, sotto la direzione dell'architetto prof. Carlo Ceschi, un progetto di restauro totale, definito in tutti i suoi particolari e tale da restituire alle sue linee essenziali uno dei più importanti monumenti romanici di Genova.

Tale progetto comportava il ripristino delle strutture antiche di cui si fossero posseduti elementi sicuri, escludendo a priori ogni arbitrario rifacimento.

Si trattava, ovviamente, di un'impresa di grandissima importanza e responsabilità che esigeva, per la sua attuazione, disponibilità di mezzi, competenza, coraggio e costanza non certo indifferenti.

A realizzare tale impresa fu l'Istituto delle Suore dell'Immacolata di Genova, per felice iniziativa della Madre Generale Suor Maria Innocenza Vassallo.

L'Istituto, a partire dal 1940, a sue spese e in diverse riprese, fece eseguire il consolidamento delle fondamenta delle tre absidi, lo smontaggio e la rienumerazione delle parti superstiti e il loro completamento con materiale nuovo, fino al piano della cornice termi­nale.

Nell'autunno del 1942, però, essendo incominciati i bombardamenti di cui proprio Genova, tra le città italiane, fece per prima la triste esperienza e che si sarebbero protratti, a fasi alterne, fino alla fine del conflitto, i lavori, tanto coraggiosamente intrapresi, dovettero, per forza maggiore, essere sospesi, lasciando i grigi ruderi dell'antica Chiesa scoperchiata come braccia innocenti e cariche di tempo protese verso il cielo, testimone e complice di tante impietose e crudeli distruzioni, per implorare pietà dalle bombe, in nome della loro solenne e vetusta sacralità.

 

CAPITOLO VENTISEIESIMO

NEL TURBINE DELLA GUERRA

1942-1945

La guerra infuriava ormai da due anni, sottoponendo tutti a dure restrizioni, a privazioni d'ogni genere e tenendo la popolazione civile sotto l'incubo continuo di probabili, imminenti bombardamenti aerei.

Genova, fatta eccezione per le lievi incursioni effettuate da apparec­chi francesi durante le prime settimane di guerra e per il gravissimo bombardamento navale del 9 febbraio 1941, non aveva effettivamente ancora sperimentato che cosa veramente fosse un autentico bombarda­mento aereo.

Essa cominciò, purtroppo, a rendersene terribilmente conto quando il 22 ottobre 1942 venne destata da uno degli ormai consueti segnali d'allarme, cioè dall'indimenticabile e lacerante squillo della sirena che questa volta, però, non sibilava invano.

In brevissimo tempo il cielo fu invaso dagli apparecchi nemici.

Il rombo dei motori; frenetico ed assordante, si confondeva con i colpi, sempre più furiosi ed impressionanti, delle bombe che esplodeva­no e delle macerie che crollavano.

Quando gli abitanti, sconvolti e terrorizzati, uscirono, al segno del «cessato allarme», dai rifugi antiarei, un tristissimo spettacolo si presen­tò a molti di loro.

Fiamme gigantesche, distruggendo ogni cosa, si levavano verso il cielo tingendolo di un rosso cupo che, nel buio della notte, assumeva l'impressionante aspetto di una scena infernale.

Alle prime luci dell'alba, attraverso la densa e nera cortina di fumo, gli abitanti incominciarono a rendersi conto della gravità dei danni subiti dalla città.

Quante rovine! Quante famiglie senza tetto!...

Per diverse sere si ripeté la stessa, tragica scena, aggiungendo implacabilmente distruzioni a distruzioni, vittime a vittime, dolori a dolori.

Dopo una tregua di qualche giorno, la furia delle incursioni riprese più violenta che mai.

La notte del 7 novembre fu la più terribile e la più tristemente memorabile per la storia del nostro Istituto.

La zona particolarmente presa di mira fu quella della Foce e di Albaro.

La Casa di via Volturno, la culla dell'Istituto, fu purtroppo uno dei bersagli di quella notte funesta.

Diversi spezzoni incendiari caddero sullo «chalet» dell'Asilo che fu subito avvolto e divorato dalle fiamme, altri accesero alcune provviste di legna e di carbone, provocando in tal modo un rogo che minacciava di estendersi alla cucina, situata nella parte opposta del giardino.

Una grossa bomba dirompente, poi, esplose nelle immediate vici­nanze di via Volturno, provocando un tale spostamento d'aria che la casa rimase completamente scoperchiata, i soffitti crollarono, le mura degli ultimi piani furono abbattute e tutte le finestre e le porte infrante o divorate dalle fiamme.

Lo spettacolo che si presentò alle Suore quando ritornarono dal vicino rifugio fu veramente agghiacciante, non tanto per l'entità mate­riale dei danni subiti, quanto per la ferita insanabile inferta al loro cuore e che, ben presto, si sarebbe comunicata a tutte le Consorelle dell'Isti­tuto.

Quella era la Casa, costruita a prezzo di tante rinunce, di tanti sacrifici, di profonde pene e di amari disinganni...

Era la Casa sorta per volere di Dio dopo tante preghiere, dietro la sollecitazione e l'incoraggiamento dell'Arcivescovo, benedetta dal Papa e sgorgata da uno slancio di ardente carità verso tante giovani prive di appoggio e di difesa perché in essa trovassero un nido sicuro, pronto ad accoglierle e a prepararle ad affrontare degnamente la vita...

Quale sofferenza nel vederla, ora, lì distrutta in pochi istanti non dall'usura del tempo come sarebbe stato naturale, ma dalla forza deva­statrice dell'odio più insano, di cui l'animo dell'uomo è vittima allorché la piaga dell'orgoglio, dell'ambizione e dell'impulso di sopraffazione che sempre hanno incentivato e continuano ad incentivare le guerre, si impossessano del suo cuore.

Un frutto purissimo d'amore e di generoso olocausto di sé... infranto dagli effetti impuri dell'odio, capace di prevaricare fino al più spietato olocausto altrui.

Che ne avrà pensato, dal suo cielo, Don Roscelli?

Tutto ciò ché alle sue Suore ancora poteva parlare direttamente di lui, era stato inesorabilmente distrutto: la Casa di via Lavinia, dalle sfrenate e prepotenti esigenze di un progresso proteso solo a spianare le strade all'avvenire ed irriverente verso le vestigia del passato; la Casa di via Volturno, dalla furia spietata della guerra, i cui mezzi di distru­zione, sempre più raffinati e micidiali, costituiscono, sì, il frutto più maturo del progresso tecnologico e scientifico, ma sono anche il diso­nore di questo tumultuoso nostro secolo ventesimo.

Anche per la nuova Casa Generalizia di via Parini la notte del 7 novembre 1942 fu terrificante.

Lo spostamento d'aria vi cagionò la rottura di molti vetri e lo sfondamento di molte porte. Il giardino e i terrazzi furono disseminati di spezzoni incendiari: ovunque si scorgeva la traccia devastante lasciata dal nemico.

Nonostante tutto questo, però, il Signore protesse la nuova Casa, che rimase illesa nelle sue strutture, mentre i palazzi e gli Istituti circostanti furono preda delle fiamme, gravemente colpiti e danneggiati.

È facile immaginare quale e quanta potesse essere l'angoscia e la trepidazione della Madre Generale e quanto assillante la preoccupazio­ne, soprattutto per la sistemazione del Noviziato.

Venne deciso che questo fosse trasferito a Crocetta d'Orero.

Il viaggio fu veramente avventuroso. Accompagnate dalla loro Madre Maestra, Suor Maria Gisella, le novizie verso sera arrivarono, stanche e intirizzite dal freddo, alla Villa Semino che le avrebbe ospitate ad Orero, dove sarebbero rimaste fino alla fine del conflitto.

Anche in quel tempo tanto travagliato il Signore continuò a benedire l'Istituto delle Suore dell'Immacolata: prova ne fu il fatto che, anche in mezzo a disagi di ogni genere, alla mancanza di viveri, di indumenti e di mezzi di trasporto, nuove postulanti si presentarono ad arricchire il noviziato.

È proprio estremamente e sempre vero che la voce di Dio e i richiami della sua grazia si fanno sentire con particolare risonanza e si recepisco­no con altrettanto particolare sensibilità quanto più l'uomo si sente solo, indifeso e minacciato, quanto meno sente di poter confidare in sé, nei propri mezzi e nei ritrovati della scienza e del progresso umano.

È allora, come la storia dei grandi Ordini Religiosi ci dimostra, che fioriscono le Istituzioni a carattere spirituale, filantropico e sociale e non certo quando l'intelligenza umana, sicura di sé per gli inauditi e intentati traguardi raggiunti, osa oltrepassare i propri limiti sfidando Dio stesso e ritorcendo poi a proprio danno e rovina le pretese conquiste realizzate.

Seguendo, in ordine cronologico, gli effetti che il turbine della guerra determinò in modo particolarmente grave nelle Case del nostro Istituto, dobbiamo brevemente soffermarci su quelli subiti dalla Casa di Carinola, pochi mesi dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, avvenuto il 10 luglio del 1943.

Carinola, situata quasi alle falde del monte Marsico e a due chilo­metri dalla via Appia, in quella circostanza fu trasformata in un fronte di prima linea per le truppe tedesche, che, dopo la caduta del fascismo verificatasi il 25 luglio, avevano occupato tutte le posizioni chiave, asserragliandosi lungo la linea «Gustav», nel fermo intento di sbarrare l'avanzata delle truppe anglo-americane, dopo il loro sbarco a Salerno.

Il Comando tedesco si era stabilito presso il Municipio del paese, in un fabbricato adiacente a quello delle Suore dell'Immacolata e parecchie postazioni antiaeree erano state piazzate nei boschi circostanti, allo scopo di colpire gli apparecchi degli Alleati che, minacciosi, solcavano il cielo ininterrottamente notte e giorno.

I tedeschi erano diventati i padroni del paese e, dopo aver saccheg­giato tutti i piccoli centri abitati del mandamento di Carinola e dopo aver deportato tutti gli uomini, decisero di portar via anche le giovani dai 16 ai 20 anni, emanando l'esplicito ordine che esse si presentassero al Comando.

La Vergine Santa e San Giuseppe, ardentemente invocati dalle Suore terrorizzate per la sorte delle ragazze affidate alle loro cure, vollero veramente, in quella circostanza, dimostrare la loro particolare e mira­colosa protezione poiché, mentre le giovani del vicinato furono tutte deportate e costrette a prestare il loro aiuto nella costruzione della fortezza tedesca di Montecassino destinata alla distruzione, le convittrici furono lasciate insperatamente in pace.

Quando, poi, verso la fine di settembre si avvicinarono le truppe alleate, la situazione si fece ancora più tragica.

I tedeschi tentarono parecchie volte, ma sempre invano, di entrare nell'Istituto, minacciando anche di distruggerlo.

Quando gli Alleati furono vicini a Carinola, i tedeschi fecero saltare il ponte all'inizio del paese e cosparsero di mine le due vie principali di accesso.

Allorché gli ordigni micidiali esplosero seminando il terrore tra i pochi abitanti rimasti, per le Suore e per le convittrici rinserrate nel rifugio la situazione si fece letteralmente disperata: la terra balzava sotto i loro piedi e la volta, spezzata in due, minacciava di cadere sulle loro teste.

Tutte le invocazioni più commoventi erano indirizzate verso il taber­nacolo, che era stato posto al centro del rifugio, su di un rozzo tavolo. Quando quell'inferno cessò, un inno accorato di ringraziamento a Dio si levò all'unisono dal cuore di tutti.

Il giorno 4 novembre, finalmente, arrivarono gli anglo-americani. Le peripezie delle Suore, però, non erano ancora finite. Allontanatisi rapidamente i tedeschi, le truppe alleate si stanziarono a Carinola, e precisamente quelle della V armata il cui Comandante, avendo constatato che la Casa dell'Istituto era l'unica in buone condizio­ni, decise di adibirla a Ospedale militare.

L'ordine fu confermato il 4 dicembre; la Superiora e le Suore dovet­tero abbandonare la loro sede ed essere trasferite a Santa Maria a Capua Vetere, a 30 chilometri di distanza ove, tra privazioni e peripezie d'ogni genere e, per di più, senza alcuna possibilità di comunicare con Genova, rimasero fino alla fine del conflitto.

L'agosto del 1944, invece, è rimasto tristemente famoso per Firenze. I giorni 4, 11 e 18, infatti, con una settimana di intervallo tra loro, segnarono la liberazione della città, ma a che prezzo! ...

Gli anglo-americani che, dopo l'occupazione di Roma avvenuta il 4 giugno precedente, avanzavano con grande rapidità, costrinsero i tede­schi a ritirarsi al di qua dell'Arno e cominciarono ad aprire le bocche dei loro cannoni trincerati sulla sponda opposta, sparando indiscriminata­mente sulla popolazione inerme.

Invano il Cardinale Elia Dalla Costa s'interpose affinché Firenze fosse risparmiata...

Furono giorni orribili per la popolazione, stretta tra due fuochi altrettanto minacciosi.

Le Suore della Pia Casa di Lavoro con le loro bambine si rifugiarono nella Casa di via Faenza, che offrì rifugio e scampo anche alle Suore dell'Ospedale di San Giovanni di Dio e di altre Case, che vi trovarono, oltre che un asilo sicuro, anche il vitto necessario, grazie alla previdente saggezza della Superiora Sr. Maria Rosalia.

Le Suore dell'Immacolata, inoltre, in quella tragica circostanza, con un bracciale della Croce Rossa, si aggirarono per le vie della città a soccorrere i bisognosi, a curare i feriti e a portare parole di conforto ai loro dolori.

Molti altri furono ancora i campi a carattere umanitario nell'ambito dei quali le Suore Immacolatine si prodigarono coraggiosamente e con spirito autenticamente evangelico a favore delle vittime del micidiale conflitto.

A Santa Margherita Ligure nel 1943 assunsero la direzione di un Collegio per gli orfani della gente di mare.

A Monticelli-Fegino accolsero, nell'edificio dell'Asilo, gli orfani dei fucilati politici e dei sinistrati, ossia coloro che non avevano più né genitori né un tetto che potesse ospitarli.

Durante gli ultimi mesi di quella guerra terribile, essendo state interrotte le linee ferroviarie per i continui bombardamenti, la situazio­ne a Genova si fece veramente gravissima. I generi alimentari scarseg­giavano, la rottura delle condutture dell'acqua rendeva problematica anche la provvista di un elemento tanto indispensabile alla sopravvi­venza.

A tutto ciò si aggiunga la trepidazione per l'assoluta mancanza di notizie circa la sorte delle Case e delle Suore ubicate a sud della «Linea Gotica», lungo la quale si stava combattendo, tra tedeschi e alleati, la battaglia decisiva per le sorti della nostra Italia devastata e martoriata. La Madre Maria Innocenza, priva di notizie di gran parte delle sue Suore, intensificava le preghiere, abbandonata nelle mani della Divina Provvidenza.

Non potendo tuttavia contenere l'attesa ansiosa di notizie che non accennavano a giungere, si avventurò verso Roma per rendersi personal­mente conto della situazione delle Case del Mezzogiorno.

Il viaggio, però, fu lunghissimo e ben poche le notizie raccolte. Coloro che possono ricordare di aver viaggiato in quel doloroso periodo, sanno, per triste esperienza, che cosa significasse dover com­piere percorsi, anche brevissimi, con i mezzi di trasporto d'allora: disagi inenarrabili, incertezza circa la durata del viaggio, esposizione a pericoli gravissimi.

Lo squallore, la paura, la devastazione, la fame e lo scoraggiamento regnavano ovunque.

Qualche fugace raggio di luce giungeva di tanto in tanto, quasi miracolosamente, a diradare lo spessore delle tenebre, con l'arrivo di qualche notizia dalle diverse Case: le Suore dell'Isola del Giglio, nono­stante i gravi pericoli incorsi, erano salve.

A mezzo Vaticano si venne a sapere che le Suore di Roma, di Nemi e di Monteleone stavano tutte bene e che quelle di Carinola erano sfollate a Santa Maria a Capua Vetere...

Alla richiesta, da parte dell'«Auxilium», di un locale per il deposito del riso da distribuire ai vari Istituti a prezzo di tessera annonaria, la Madre Generale rispose con volonterosa adesione, offrendo metà del grande refettorio della Casa Generalizia dove, da quel momento, ebbe luogo regolarmente la distribuzione al pubblico.

Le Suore dell'Immacolata prodigarono pure con grande zelo il loro aiuto in un altro distributorio dell'«Auxilium», situato in via Balbi.

Si giunse così all'epilogo di quell'interminabile ed indimenticabile periodo bellico, che aveva causato per cinque penosissimi anni appren­sioni, danni, disagi, privazioni e sofferenze di ogni genere.

Le Suore dell'Immacolata, sostenute dalla salda fede nell'aiuto di Dio e della Vergine Immacolata, fiduciose nella protezione del loro Fonda­tore ed incoraggiate dall'esempio e dall'appoggio della loro Madre Ge­nerale, erano riuscite a fronteggiare, con ammirevole spirito di abnega­zione, la difficile situazione e ad uscire dal devastante turbine della guerra con l'animo temprato dalla prova. Erano ora pronte ad affrontare con fede, coraggio e speranza l'arduo compito della ricostruzione e della ripresa delle loro attività forzatamente interrotte, consapevoli che un campo vastissimo di apostolato per ogni categoria della società si sareb­be aperto, implorante, alla loro capacità e volontà di dedizione efficiente e generosa.

 

CAPITOLO VENTISETTESIMO

CORAGGIOSA RIPRESA

1945-1951

Cessato il flagello della guerra, che tanti sacrifici, ansie e timori aveva procurato anche al nostro Istituto, la Madre Generale e la sua Consulta non si soffermarono a piangere sulle peripezie vissute, né a contare, con nostalgico rimpianto, i danni subiti.

Con coraggiosa determinazione esse decisero, invece, di porre subito mano ai restauri, cominciando dalla casa di via Volturno, che fu resa provvisoriamente abitabile, grazie a qualche arrangiamento di fortuna.

La Scuola fu riaperta ma, come è facile immaginare, era in condi­zioni più che precarie: lo stabile era stato troppo scosso dall'esplosione delle bombe ed era difficile prevedere l'eventualità di un restauro che potesse garantire il minimo di sicurezza indispensabile ad ospitare delle alunne.

L'ipotesi, da molti ventilata, di cercare di salvare, solo a titolo di monumento-ricordo per l'Istituto, la sua prima Casa rinunciando alla sua funzionalità di Scuola, dovette essere immediatamente scartata, non essendovi nelle adiacenze terreno disponibile per una costruzione che la potesse rimpiazzare.

Non rimaneva altro, purtroppo, che ripiegare sulla tristissima quan­to inevitabile decisione di demolirla completamente per costruirne una nuova.

Prima di effettuare ciò, però, ci si occupò di costruire il grande edificio scolastico sul terreno acquistato nel 1937, prospiciente piazza Paolo da Novi e sul quale sorgeva inizialmente lo «chalet» circondato dal bel giardino e distrutto dall'incendio del 7 novembre 1942.

L'aiuto del Genio Civile si fece attendere finché, sul progetto ottenu­to dal benemerito comm. Loyola, nell'ottobre del 1948 si poterono iniziare i lavori.

Dopo un anno preciso, e cioè nell'ottobre del 1949, si inaugurarono i nuovi locali alla presenza del Cardinal Giuseppe Siri, della Madre Generale Maria Innocenza Vassallo e di altre Autorità scolastiche e religiose.

Le alunne diedero il loro benvenuto ed offrirono fiori ai presenti alla cerimonia, che colmava di soddisfazione e di gioia il cuore delle Suore e di ammirazione quello degli intervenuti.

Dopo tante tribolazioni, le Suore della Casa potevano finalmente svolgere la loro attività apostolica e scolastica in un ambiente perfetta­mente funzionale: aule grandi, corridoi spaziosi e luminosi, scale age­voli, atrio ampio e accogliente... sembrava loro un sogno, ma era una concreta e meritata realtà.

Nel frattempo si dovette prendere la drastica decisione di procedere alla demolizione della Casa voluta, sognata, realizzata ed abitata per circa vent'anni da Don Roscelli.

Chi scrive, una «vecchia scolara», ricorda perfettamente quella casa. Ricordi di immagini isolate, sporadiche, ora più chiare ed ora più sbiadite, ma emergenti sempre da quella cornice d'incanto e di mistero che solo una fantasia infantile, inesauribile nelle sue risorse, può giun­gere a creare...

Tra tali immagini, si staglia nitida quella di una enorme croce nera addossata alla parete, che si parava davanti, salendo il primo ramo di scale...

Per le sue dimensioni e il suo colore non poteva che contrastare sensibilmente con il clima di radiosa serenità da cui, per inclinazione naturale, ama essere circondato l'animo dei bambini.

Accanto a quella croce, e precisamente sulla parte destra di chi la guardasse, si trovava una porta assai modesta per le sue proporzioni e per la sua struttura.

Era quasi costantemente chiusa.

Essa immetteva in un luogo evidentemente considerato sacro dalle Suore: uno «stanzino» che misurava all'incirca due metri per tre di superficie, ove Don Roscelli trascorreva il poco tempo libero dagli im­pegni di ministero, dedicandosi a letture edificanti, o impartendo le necessarie direttive alla Superiora, o ricevendo chiunque avesse avuto necessità di ricorrere a lui.

Quello «stanzino» tanto simbolico, tanto eloquente e tanto saturo di ricordi e di ammaestramenti per le Suore, era già stato forzatamente demolito nel 1938 per poter ampliare la cappella ed effettuare altre ristrutturazioni, allo scopo di sfruttare al massimo lo spazio disponibile che, tuttavia, si rivelava sempre più limitato per il crescente numero delle alunne.

Ora, poi, che la guerra aveva fatto il resto, si sperava, in un primo tempo, di poter salvare dalla totale demolizione almeno la cameretta del Fondatore, ma il procedere dei lavori dimostrò, purtroppo, l'impossibi­lità di tale prospettiva.

Fu così che, con immenso rammarico, anche quella preziosa reliquia venne abbandonata alla distruzione: poterono essere salvati soltanto i rudi mattoni che ne costituivano la poverissima pavimentazione.

Quei mattoni sono pertanto stati posti, costituendone il pavimento, in un piccolissimo ambiente accanto all'attuale, moderna e funzionale «Aula magna» e costituiscono tutto ciò che rimane della Casa costruita poco più di un secolo fa (in quel fatidico 1875-76) e che era frutto del più eroico spirito di fede e di quelle capacità di abnegazione e di sacrificio, proprio delle anime designate da Dio a compiere cose grandi e durature.

Ed ora sono lì, quei ruvidi e consunti mattoni, chiusi nell'esiguo perimetro che li delimita, quasi vogliano, dalle loro fenditure, lasciare uscire un monito possente e suadente, che tutte le Suore dell'Immaco­lata dovrebbero ascoltare.

Un monito che dovrebbe costituire una ricca lezione di povertà, di spirito di adattamento, di rinuncia, di parsimonia, di sacrificio concreto e di operosità tenace da parte dell'umile Sacerdote dimentico di sé, schivo di ogni più che lecita esigenza, di ogni benché esiguo conforto e che nulla risparmiò di stenti e di privazioni pur di giungere al compi­mento dell'opera ispiratagli da Dio.

Un monito che dovrebbe esortarci a considerare che nulla può distruggere quello che Dio ha costruito, purché ciò sappia conservare l'impronta che Dio gli ha voluto infondere, quale suo sigillo.

Certamente l'opera fondata da Don Roscelli porta tale suggello: che esso non si cancelli mai per variare di tempi, di circostanze e di esigenze!

Questo è il monito di quei mattoni, che nulla perdono del loro genuino significato, anche se posti, in stridente contrasto, accanto al lucido ed elegante «parquet» dell'attiguo salone-auditorio.

Si è già fatta menzione, nel capitolo precedente, della disponibilità delle Suore di Don Roscelli nell'assumersi l'onere dell'assistenza ai figli dei fucilati politici.

Si trattava di una quarantina di minori, nel cui animo era stato gettato il seme dell'odio di parte, che la tragica fine del padre aveva in loro profondamente radicato: sventurate creature, agitate da sentimenti di rancore, dal riemergere prepotente dei ricordi e dall'imporsi violento di propositi di vendetta, che avevano bisogno soprattutto di bontà, di comprensione, di assistenza, di affetto, vale a dire di un'opera altamente umana e psicologicamente delicata, che solo la carità autenticamente cristiana avrebbe potuto ispirare a persone totalmente dimentiche di sé.

Le Suore dell'Immacolata che avevano ereditato lo spirito di Don Agostino Roscelli e, in particolare, la sua predilezione per le categorie più abbandonate e più bisognose di aiuto e di conforto, seppero dedi­carsi con encomiabile zelo, con amore e con materne premure ad una missione tanto delicata.

Anche per tale opera si riteneva indispensabile disporre di un am­biente molto più ampio, più sereno e più accogliente di quanto non fosse quello miserabile e triste nella zona di Fegino, ove le Suore iniziarono il loro scabroso apostolato, coadiuvate, all'inizio, per l'assistenza, dal Consolato americano, dalla Prefettura e dal Comune.

La Superiora, che era allora Suor Maria Dalmazia, si diede alla ricerca di una nuova e più adeguata sistemazione, affidandosi all'inter­cessione di S. Rita da Cascia, la «Santa degli impossibili», affinché l'aiutasse nel soccorrere quegli innocenti, bisognosi di una casa e di un clima più consono alle loro necessità vitali e morali.

L'occasione si presentò nel 1949 e subito fu colta dall'Istituto che acquistò la «Villa Baroni», situata in via Dezza 39, nella zona di Appa­rizione.

La nuova residenza, che venne denominata «Orfanotrofio Santa Rita da Cascia», sembrò un vero paradiso: circondata da un ameno giardino e aperta verso un panorama stupendo e spazioso, immersa nella purezza dell'aria e circondata dall'azzurro del cielo e dal verde degli alberi, si prestava in modo ottimale a costituire il luogo più idoneo ad offrire ai ragazzi, ivi sistemati, un'adeguata formazione morale, religiosa e cultu­rale, cui le Suore si dedicarono con impareggiabile disponibilità e sod­disfacenti risultati.

Nell'infausto autunno del 1942 era stata gravemente lesionata la sede dell'Orfanotrofio Casaretto, situato in salita San Rocco n. 15.

Le orfane erano pertanto state trasferite a Crocefieschi ove rimasero fino al 1945, dopo di che vennero accolte provvisoriamente in un'ala dell'Istituto Comunale Principe di Piemonte, in via dei Platani, nella zona di Marassi.

Dopo affannose ricerche per trovare una nuova e definitiva sistema­zione, venne acquistata dall'Istituto la «Villa Ferro» in via Gianelli n. 50, allora in condizioni disastrose, con annesso il terreno circostante.

Con un assai limitato contributo al risanamento dei danni bellici da parte del Genio Civile, l'Istituto provvide a sopperire a tutte le particolari esigenze dell'Opera, che rimase pertanto a suo totale carico.

L'Orfanotrofio, completamente restaurato e accogliente, fu in grado di ospitare una settantina di orfane povere, alle quali le Suore si impe­gnarono di fornire una solida educazione morale e cristiana, nonché la garanzia di un sicuro avvenire, mediante l'insegnamento del taglio, del cucito, del ricamo e dei lavori di maglieria.

Nel 1945 le Suore e le ragazze affidate alla loro tutela che durante gli ultimi, terribili anni del periodo bellico erano state trasferite a Santa Maria a Capua Vetere, fecero ritorno a Carinola; la loro Casa, rimasta in potere degli anglo-americani, era però stata gravemente danneggiata e resa, pertanto, inabitabile.

Tale Casa era l'Istituto Governativo di rieducazione femminile «Gio­vanni Novelli», la cui gestione era stata affidata all'Istituto dal parroco del luogo Don Annibale Novelli nel 1941.

La Madre Generale, inizialmente, si era mostrata molto perplessa di fronte all'invito di concedere alcune sue Suore capaci di affrontare un campo di apostolato mai sperimentato prima di allora e che si presen­tava assai scabroso, difficile e delicatissimo. Bisognava, infatti, rieducare, o meglio, domare delle giovani prive di ogni principio morale, provate da tragiche esperienze, dall'animo sospettoso, mal disposto, esasperato dall'abbandono dei genitori, corrotto dalla connivenza con il male, con la colpa e reso insensibile ad ogni anche benevolo richiamo.

Dopo tante e pressanti insistenze, però, fiduciosa come sempre nella protezione della Vergine Santa e confortata dal pensiero che Don Roscelli non si sarebbe certo tirato indietro di fronte ad una messe tanto biso­gnosa di solerti operaie, ella si decise finalmente ad assecondare la richiesta tanto accorata.

Si trattava, effettivamente, di un «Reclusorio» o «Carcere minorile» per ragazze traviate, incorreggibili e ribelli ad ogni coercizione, che venivano assegnate all'Istituto «Giovanni Novelli» dal Tribunale dei minorenni.

Le Suore invitate si dimostrarono subito degne emule del loro santo Fondatore nello svolgimento della loro opera caritativa ed altamente umanitaria verso quelle povere creature, in gran parte più sfortunate che colpevoli. Seppero accoglierle amorevolmente nel rispetto della loro dignità di «persone», cioè come figlie di Dio bisognose di essere messe in grado di risalire dal fondo della loro miseria morale e di affrontare la vita.

Opera caritativa pervasa dalla luce vivissima di una sublime mater­nità spirituale che, come ogni maternità naturale, porta sempre con sé penosi travagli e gioie sublimi.

Travagli che contrassegnano sempre l'opera educativa e che consi­stono nel vedere troppo spesso vanificate tante fatiche, frustrate tante speranze e disattese tante promesse...

Gioie che è dato gustare allorché si può constatare che qualcosa di bene è sbocciato di quanto è stato penosamente seminato.

Ci si chiede, oggi, se non furono molte di più le sofferenze e le difficoltà affrontate che non le gioie gustate per quelle nostre eroiche consorelle!

Solo Dio lo può sapere... Quelle Suore non se ne sono mai preoccu­pate, memori soprattutto delle parole di Gesù: «Qualunque cosa avrete fatto ad uno di questi..., è come se lo aveste fatto a me».

In realtà con tatto, pazienza ed abnegazione, gli animi di quelle povere ragazze furono in gran parte riconquistati ed anche le più riottose tra loro si adattarono alla disciplina, mitigata da benevola comprensione e addolcita da cure veramente materne.

Come già abbiamo ricordato, la guerra aveva duramente provato soprattutto le Suore che si erano esposte ad ogni genere di rischi e pericoli pur di tenere al sicuro le ragazze loro affidate e di cui si sentivano totalmente responsabili.

Quando, con l'aiuto del Genio Civile, l'Istituto fu reso ancora abitabile, le Suore ripresero con intensificato zelo la loro impegnativa opera, che produsse effetti molto positivi su tutta la popolazione, profondamente riconoscente per il grande ed autentico bene operato dalle Figlie di Don Roscelli.

Nel 1947, con singolare spirito di intraprendenza e radicata fede nella Divina Provvidenza, la Madre Maria Innocenza volle che i lavori di restauro della Chiesa di Santa Maria del Prato, sospesi a causa dell'infuriare della guerra nel 1941, fossero regolarmente ripresi su vasta scala.

Affidati alla perizia del prof. G. Raitano, tali lavori proseguirono alacremente sotto la direzione del prof. C. Ceschi fino al 1950, anno in cui si poté considerare ultimata l'opera di ricostruzione della Chiesa propriamente detta, cui fece seguito, nel 1951, il restauro della torre campanaria.

L'Istituto delle Suore dell'Immacolata veniva così a trovarsi depositario di un autentico tesoro, degno di essere posto in primo piano nell'ambito del già cospicuo patrimonio artistico genovese.

La splendida Chiesa costituisce, infatti, un esempio notevole delle prime costruzioni romaniche in cui siano visibili accenni ed accenti gotici, fusi in unità costruttiva stilisticamente di autentico valore.

Tutta la costruzione, sia all'interno che all'esterno, è in pietra viva squadrata e lavorata in bozze martellinate.

La pianta del sacro tempio è di derivazione basilicale, con tre navate, tre absidi ed il transetto, il cui inizio non si pronuncia all'esterno, dove invece sono pienamente aggettanti le tre absidi semicircolari.

La Chiesa di Santa Maria del Prato, il cui nome era originariamente Santa Maria di Albaro, fu fondata nel 1172 durante il consolato di Sigismondo Muscula, quale Priorato dell'Ordine Mortariense di Santa Croce che, sorto nel 1083 ad opera di Don Adamo di Mortara, brillava in quel tempo per santità e dottrina.

Nel 1449 iniziò, per la bella Chiesa, il triste periodo della sua deca­denza, essendo stata affidata in commenda ad Ecclesiastici secolari. Nel 1730, invece, incominciò il suo radicale ripristino, a spese di Monsignor Carlo Maria Giuseppe De Fornari, nominato Priore ed Abate di Santa Maria di Albaro.

Il lavoro di rifacimento, effettuato su vasta scala, consistette nel sovrapporre alle sobrie linee romaniche dell'edificio una struttura com­pletamente settecentesca, ispirata al gusto di un'epoca in cui non si tollerava più il nudo squallore della dura pietra da taglio.

Durante l'assedio austriaco cui fu sottoposta la città di Genova nell'anno 1800, Santa Maria di Albaro fu deplorevolmente saccheggiata ed adibita a scuderia per i cavalli della soldataglia.

Il merito di averla riportata in condizione di poter essere riaperta al culto spetta a Costanza de Fornari.

Dopo il 1850, essendo sensibilmente decaduta la prosperità econo­mica dei de Fornari, la Chiesa venne chiusa al culto fino al 1888, quando fu acquistata dalle Suore Clarisse che si sistemarono nell'attiguo Con­vento ormai decrepito, e vi rimasero fino al 1935, anno in cui esse abbandonarono Santa Maria del Prato per trasferirsi nel Convento di San Martino d'Albaro.

Con l'aiuto di Dio e la protezione della Vergine Immacolata l'Istituto ha così potuto rendersi altamente benemerito, portando audacemente avanti una grandiosa opera di restauro e trasformando un rudere che sembrava ormai irrecuperabile, in un monumento superbo di austera bellezza ed un tempio sacro di ineguagliabile suggestività.

Dal 1957, in un sarcofago in marmo grigio addossato al muro perimetrale della parte sinistra della cripta della bella Chiesa, avvolto nell'ombra grigia ed opaca, interrotta solo dalla discreta luce di una significativa lampada, riposano i resti mortali del beato Agostino Roscelli.

 

CAPITOLO VENTOTTESIMO

PIÙ CHE «NOZZE DI DIAMANTE»

15 ottobre 1951

Il titolo piuttosto pomposo di questo capitolo è tratto dalla lettera augurale che, in data 25 agosto 1951, l'allora Arcivescovo di Genova Giuseppe Siri 1 inviava all'allora Madre Generale Suor Maria Innocenza Vassallo, in occasione della solenne celebrazione del settantacinquesimo anniversario di fondazione dell'Istituto delle Suore dell'Immacolata di Genova: 1876-1951.

«Reverenda Madre Generale,

Mi associo al ricordo che la Sua Comunità vuol fare del primo periodo dell'Istituto al compiersi delle sue "più che nozze di diamante". Ciò perché le origini sono strettamente legate al nome di un umile e grande sacerdote di questa nostra Diocesi, Don Agostino Roscelli. Non posso quindi non desiderare che i ricordi siano "ricchi" ed i motivi di ringraziamento a Dio "imponenti"».

Come potevano, in realtà, non essere «ricchi» i ricordi di un periodo in cui le vocazioni si erano moltiplicate, il carisma si era diffuso e concretizzato in nuove opere, ispirate ad ogni genere di apostolato e disseminate ormai in tutta Italia: nel Veneto e in Lombardia, in Piemon­te e in Liguria, in Toscana e nelle Marche, nel Lazio e in Campania e... più lontano ancora, oltre Oceano: in Argentina e in Canada?

L'Istituto contava, allora, ben «cento» Case.

«Di qua e di là dal mare» scriveva Mons. Alfonso Casini in apertura del «Numero speciale» celebrativo del grande evento per l'Istituto «anche nelle nuove, numerose sedi, l’opera delle Suore dell'Immacolata ha tutta la varietà, la bontà e la bellezza delle opere divine: esse allevano i piccoli negli Asili Infantili, educano i grandicelli nei Collegi, istruiscono la gioventù nelle Scuole di ogni grado, fanno da madri agli orfani negli Orfanotrofi, alleviano le pene degli anziani dei Ricoveri, apprestano cure ai malati negli Ospedali, avviano ad una professione nei Laboratori, rieducano gli avviati anzitempo per le vie del male nei Riformatori, ricoverano e proteggono i figli delle vittime della politica, del mare e della guerra in appositi Istituti, mitigano con delicato tatto il freddo balenare degli strumenti chirurgici nelle Cliniche, si fanno ministre di beneficenza, collaboratrici dei Parroci nonché Catechiste, servono gli avviati al Sacer­dozio, creano l'ambiente idoneo, nelle Case di esercizi Spirituali, ad accogliere l'invito di Dio».

A parte la prodigalità di lodi di cui si fa dispensatore l'Autore del brano riportato, non possiamo, in qualità di storici, sottrarci all'obbligo di evidenziare, dati alla mano, come questo anno celebrativo 1951 venga a coincidere con l'apice della parabola ascendente dell'arco di storia dell'Istituto delle Suore dell'Immacolata di Genova, fondato dal beato Agostino Roscelli.

Per quanto, poi, concerne l'«imponenza» dei ringraziamenti a Dio, possiamo affermare, sempre con dati alla mano, che i desideri del compianto Cardinal Giuseppe Siri sono stati pienamente, anzi più che abbondantemente appagati.

La Madre Maria Innocenza, scriveva:

«Come potremo assolvere degnamente a sì formidabile compito di riconoscenza e di amore per quindici lustri di vita che sono stati una mistica fioritura di grazie, un poema divino di benedizioni e di infinita bontà?...

Come lo potremo noi, tanto povere, tanto piccole individualmente e collettivamente?...

È un pensiero che deve impressionarci non poco e coinvolgere a fondo la nostra responsabilità».

Riconoscenza a Dio in primo luogo e a tutti i benefattori dell'Istituto, dal Sommo Pontefice S.S. Pio XII, all'Arcivescovo di Genova S.E. Mons. Giuseppe Siri, ai Cardinali protettori 3, ai Vescovi, ai Cappellani, ai Parroci.

Riconoscenza da parte degli Em.mi Cardinali e Vescovi delle varie Diocesi, sia d'Italia, sia d'America, nelle quali operano le nostre Suore, tra i quali ci limitiamo a segnalare i più significativi: il Cardinal Schuster, Arcivescovo di Milano, il Cardinal Dalla Costa di Firenze, il Cardinal Fossati di Torino, il Cardinale Antonio Caggiano, Vescovo di Rosario, Mons. Tommaso Solari, Arcivescovo di La Plata... Fu una catena di profondi e sentiti ringraziamenti e felicitazioni per la dedizione con cui le Suore Immacolatine hanno saputo adempiere la loro nobile missione in ogni settore e campo di apostolato, pienamente consapevoli che l'amore è la chiave d'oro capace di aprire tutti i cuori.

A documentare il considerevole cammino percorso dall'Istituto in settantacinque anni dalla sua fondazione, venne dato alle stampe il sostanzioso fascicolo dal titolo: «I1 75° dell'Istituto delle Suore dell'Imma­colata di Genova (1876-1951)».

L'importante e solenne circostanza suggerì alla madre Generale anche la felice idea di affidare l'incarico di realizzare una nuova biogra­fia dell'allora Servo di Dio a Suor Maria Rachele Battaglia che, avendo rivestito per molti anni la carica di Consultrice Generale dell'Istituto, poté assolvere con egregia competenza il compito assegnatole, dando alle stampe l'opera dal titolo «Grandezza di un umile».

In essa l'autrice, avvalendosi di una penna agile ed elegante, ha saputo delineare ed approfondire la figura del Servo di Dio, le virtù che lo hanno caratterizzato, le devozioni che costituiscono i pilastri della sua pietà e, soprattutto, i motivi precipuamente ispiratori della sua spiritua­lità che costituiscono, nel contempo, gli elementi caratterizzanti la fisio­nomia dell'Istituto da lui fondato.

Come ha giustamente sottolineato il Card. Giuseppe Siri nella pre­fazione alla biografia, uno dei meriti che le si debbono riconoscere è il risalto in cui è posta «la singolare vena di saggezza e dottrina» che il Fondatore ebbe nel formare le sue Figlie spirituali: vena che, pertanto, solo una sua Figlia avrebbe potuto cogliere pienamente, come Suor Maria Rachele Battaglia ha saputo fare.

In tutta l'opera, più che la cura della documentazione e l'interesse per le fonti storiche, si impone la preoccupazione di offrire alle Suore un autentico modello di vita religiosa e di alimentare in esse la stima e la devozione verso il loro Venerato Padre e Fondatore.

Nell'ambito artistico, al prof. Napoleone Ceschi venne assegnato il compito di dipingere il busto di Don Roscelli e al pittore Cesare Donati quello di commemorare su di un'ampia tela «La consegna delle Costi­tuzioni alle prime Suore dell'Immacolata».

Nell'ambito editoriale, infine, venne fondato, nel 1949, il periodico mensile «L'Immacolata e le sue irradiazioni d'amore».

Prima che si chiudesse l'anno celebrativo del 75° dell'Istituto, si verificarono avvenimenti di singolare importanza, che meritano una particolare menzione.

Il primo riguarda Bargone, il paesino che diede i natali al beato Agostino Roscelli e che già abbiamo descritto all'inizio della prima parte del presente volume.

Nel 1951 non molto era cambiato del suo aspetto naturale...

I sentieri erano ancora quelli antichi: la solita strada conduceva alla solita piazzetta, da cui si partono tre vie: una porta alla frazione di Costa, una agli orti e la terza, quella centrale, costituisce il «corso» del paese e si apre sulla seconda piazzetta antistante il sagrato della Chiesa, antica di quattro secoli, ma restaurata da uno e mezzo.

Sul «corso» si affacciavano e si affacciano, in gran parte ancora, gli usci sbrecciati delle antiche case e delle stalle vuote e, tra queste, anche quel gioiello, puro ed autentico nel suo rudimentale e significativo aspetto, che era la casa della famiglia Roscelli: quella ove nacque Don Agostino e che ne costituì il dolce nido fino alla sua partenza per il Seminario genovese. Era uno scrigno di storia eloquente e di ricordi dolcissimi, capace di un linguaggio intraducibile di poesia sublime che, una volta colto, ti penetrava giù, nel profondo del cuore e te lo impri­gionava per non estinguersi mai più.

Solo, però, chi ha avuto il privilegio di poterlo ascoltare non lo dimenticherà mai più, quel linguaggio, poiché un poco felice intervento che avrebbe dovuto, secondo le intenzioni dei Superiori dell'Istituto, essere solo un oculato quanto indispensabile restauro delle strutture interne in legno consunte dai tarli, ha trasformato quel luogo sacro per tutte le Suore dell'Immacolata, motivo di gloria e vanto per gli abitanti del paese e documento prezioso per gli storici, gli artisti e i poeti, in una comoda casetta di villeggiatura, che non riesce certo a far vibrare le corde dell'animo, sensibile ai ricordi legati alle vestigia del passato.

La solita, infelice sorte di ogni luogo abitato dall'umile Prete... Posto tra i monti e il mare, questo selvaggio Bargone, a centotrentatré anni dalla nascita di Don Agostino, era ancora immerso in una natura superba, folta di boschi densi di castani superbi e interrotta da dolci pendii sussurranti di tremuli ulivi, quali leggera peluria di colore perlaceo... i vigneti... e frutteti... e ritagli di terra ove il grano biondeggia ondulando... e balze... e pianori... e insenature... e avvallamenti... ovun­que è visibile il lavoro dell'uomo, che vive ancora sfruttando i doni della terra col sudore della sua fronte.

Nel 1951, vi erano circa trecento abitanti, un po' tagliati fuori dal resto del mondo e privi anche di un solo Asilo infantile che accogliesse, custodisse ed educasse i loro bambini.

Era, pertanto, vivo desiderio delle Autorità Ecclesiastiche di Chiavari che le Suore di Don Roscelli, già presenti in numerose località italiane, si stabilissero anche nel paese del loro Fondatore, ciò che era anche e già da molto tempo, vivo desiderio del Consiglio Direttivo dell'Istituto. Non era, però, mai stato possibile, prima di allora, trovare il luogo opportuno ove erigere la desiderata costruzione.

Nel giugno 1951 il prof. Alfredo Obertello, nativo nel paese, propose alla Madre Innocenza Vassallo di acquistare una proprietà messa in vendita a prezzo conveniente ed appartenente alla famiglia Bonelli, che si era trasferita a Buenos Aires.

Tale acquisto fu effettuato dalle Consorelle dell'Argentina, desidero­se di rendere in tal modo un graditissimo omaggio alla memoria del Venerato Fondatore. Non essendo, però, tale casa adatta allo scopo, fu venduta e, con il ricavato, fu acquistato un terreno più idoneo, ove il 26 luglio del 1952 venne posata la prima pietra per la costruzione dell'am­bito Asilo Infantile.

Il secondo importante avvenimento suaccennato fu la sistemazione definitiva delle nostre Suore a Torino.

Dopo aver impegnato la loro attività in quella città, prestandosi in servizi di vario genere presso la «Casa Opere Religiose» (C.O.R.) in via San Francesco da Paola dal 10 settembre 1947 al 1° dicembre 1950, si ritenne opportuno, da parte della Direzione del nostro Istituto, cercare una residenza propria, il che non fu immediatamente possibile.

Dopo una provvisoria permanenza in uno stabile di via Massena n. 50, nel settembre del 1951 le Suore poterono finalmente stabilirsi nell'intera ala di un palazzo in via Passalacqua n. 5, dove, oltre alla Scuola Elementare, fu attivato un pensionato per Studenti Universitarie, subito molto frequentato e ben accetto dagli abitanti della zona.

La Casa divenne anche sede Provincializia e lo rimase fino al 1974, anno in cui fu soppressa la Provincia del Piemonte.

E veniamo al termine dei principali eventi dell'anno celebrativo, di particolare prosperità per l'istituto.

Proprio durante l'anno 1951 si era fatta strada in modo sempre più determinato l'ardimentosa idea di estendere il raggio di attività aposto­lica delle Suore dell'Immacolata anche nell'America del Nord e, più precisamente, nella zona nord-orientale del Canada, nel Quebec e pre­cisamente ad Amos.

L'ispiratore di tale idea era effettivamente stato Mons. Joseph Aldée Desmarais, primo Vescovo e fondatore di una immensa Diocesi, deno­minata in lingua italiana Abitibi, a circa novecento miglia a nord di Montreal.

Costui, tramite la valida intercessione di Mons. Giuseppe Ferretto, allora Assessore della Sacra Congregazione Concistoriale, ottenne dalla Madre Maria Innocenza il consenso alla partenza di dieci Suore lo, disposte a portare la ricchezza del loro cuore purificato dal distacco da ogni cosa ed impreziosito dal sacrificio di ogni affetto terreno e la loro ansia di bene là, oltre l'Oceano, ove urgeva la presenza di anime consa­crate e disposte a sopperire ad ogni esigenza umana.

Le dieci candidate missionarie si ritrovarono, il 21 settembre 1951, nella Chiesa di Santa Maria del Prato per la composta e toccante fun­zione d'addio, scandita dalle commosse parole del Rev.do Padre Giorgis, Missionario della Consolata, seguite con viva e profonda partecipazione dalle numerose Consorelle presenti, che riempivano la navata centrale del tempio maestoso e solenne.

All'alba del 1° ottobre le generose Suore erano già in vista delle coste canadesi, ignare di ciò che le potesse attendere in quella località a loro sconosciuta.

Indubbiamente nei loro cuori trepidanti si insinuavano sogni di gesta eroiche, speranze di un apostolato fecondo, seguito da confortanti conversioni operate tra gli indiani disseminati nelle sterminate foreste pre-Artiche, a soffocare le ansie ed i giustificati timori che tentavano di emergere.

Dopo un massacrante viaggio di quarantotto ore in treno e otto in macchina sempre in piena foresta, esse finalmente giunsero, il 4 ottobre, alla loro destinazione.

Non tardarono, le ardimentose Suore, a rendersi conto che il loro campo d'azione era ben diverso da quello vagamente immaginato... Niente capanne solitarie e sperdute nella foresta, niente indiani da convertire: solo un immenso ed austero edificio, che proprio nulla aveva di esotico.

Si trattava dell'immenso Seminario di Amos, che accoglieva, allora, trecento studenti e trenta professori.

Il compito riservato alle nostre Suore era quello di sovrintendere alla cucina ed a tutti gli altri innumerevoli servizi richiesti dai numerosi ospiti.

Un lavoro veramente immane e difficile, soprattutto per chi era completamente impreparato a tal genere di prestazione.

Certo, quelle generose pioniere avranno pensato nel loro intimo: «Valeva proprio la pena di affrontare un sacrificio tanto grande per svolgere un tipo di lavoro che non lasciava un minimo spazio ad un'azio­ne apostolica vera e propria e che avrebbe potuto essere affidato a qualsiasi altro genere di persone, consentendo così a loro di svolgere un'attività caritativa assai più proficua nella loro patria abbandonata con tanta pena e di cui tanto forte sentivano la nostalgia? ...».

Eppure, anteponendo l'amore a Dio e alla sua santa volontà a quello dei parenti e della patria, con eroico coraggio ed ammirevole abnegazio­ne esse seppero senza esitazioni accettare serenamente quel lavoro quotidiano umile, nascosto, monotono e senza apparenti risultati, che portarono avanti per ben quattordici anni.

Certo, il Signore doveva premiare quel grande sacrificio con l'abbon­danza delle sue benedizioni e suscitando molte vocazioni canadesi al nostro istituto in quella Diocesi: frutto di un esempio fortemente elo­quente, anche se apparentemente secondario e costantemente silenzioso ed umile.

Un esempio meravigliosamente attinto all'ideale costantemente pro­posto dal beato Agostino Roscelli alle sue Figlie spirituali.

L'ideale, cioè, della vita apostolica in tutte le sue molteplici manife­stazioni, quale integrazione della vita attiva a quella contemplativa e come intima fusione dell'amore di Dio con l'amore del prossimo, a completo servizio della Chiesa.

 

CAPITOLO VENTINOVESIMO

RITORNO AL PAESE NATIO

1951-1953

Il luglio 1953: ultimo, importantissimo avvenimento legato al generalato della Madre Maria Innocenza Vassallo, che per tanti anni aveva retto le sorti dell'Istituto con illuminata saggezza, con fede e coraggio di fronte ad ogni genere di difficoltà, con instancabile zelo e meravigliosa attività.

In quel giorno, vera data miliare per le Suore dell'Immacolata, molte macchine e corriere, dopo aver lasciato alle proprie spalle la spiaggia ridente della riviera ligure sotto la volta di un cielo terso, splendido e luminoso, imboccavano la strada che, sempre più in salita, si inerpica tra i monti, fieri della loro maestosa bellezza ed immersi nel silenzio solenne della natura: quel silenzio tanto suggestivo che ti fascia l'anima di pensieri profondi e di pace arcana.

Dove stavano andando?...

Stavano dirigendosi verso Bargone.

Quell'inoltrarsi di gente lassù, verso il piccolo e sperduto paese di montagna, aveva un grandissimo significato: era il significato di un ritorno che, come tale, implicava una partenza.

Sì, lo sappiamo, una partenza c'era stata ed era stata semplice, oscura, inavvertita.

Nessuno, certamente, se ne era accorto e tutto era rimasto avvolto nell'ambito degli affetti di una modesta famiglia di Bargone.

Del resto... per un timido adolescente che lasciava il proprio paese per trasferirsi a studiare in città, non c'era proprio da fare gran rumore... e così tutto era rimasto nell'ombra...

...Agostino se ne era partito, anche allora in mezzo al gran silenzio della natura, che è sempre spettatrice muta di ogni vicenda umana, triste o lieta che essa sia.

Quell'11 luglio 1953, mentre le macchine e le corriere, su cui viag­giavano Autorità ecclesiastiche e civili, benefattori dell'Istituto e tante, tantissime Suore, salivano lungo la strada per Bargone, anch'egli, il timido adolescente di un tempo, saliva certamente con loro.

Era, questo, il suo ritorno ufficiale al paese natio...

Non ritornava più, però, nella povera ed umile casa della sua infan­zia, ma in un'altra, grande Casa, ridente dalle bianche mura e sormon­tata trionfalmente dalla statua della Vergine radiosa, sullo sfondo pitto­resco del Trigino.

In alto, sulla facciata dell'imponente costruzione, una scritta a carat­teri dorati:

SCUOLA MATERNA AGOSTINO ROSCELLI

«Questo è il monumento del nostro Fondatore», affermava orgoglio­sa e visibilmente soddisfatta la Madre Maria Innocenza a chi le faceva osservare che l'edificio era fin troppo bello e troppo grandioso.

Ed è effettivamente un monumento sorto per impulso di amore e di gratitudine verso il Padre del nostro Istituto e verso i bimbi della sua terra natale.

«Un Monumento è un ammonimento», affermò in quell'occasione il Vescovo di Chiavari nelle parole rivolte ai presenti, sia per tutte le Suore dell'Immacolata un invito per un inno di grazie al Signore, per un'ascesa paziente, diuturna e costante verso le mete che il Fondatore predilesse e verso cui fu loro guida solerte e ad affrettare, con perseverante preghie­ra, il suggello infallibile della Chiesa alla proclamazione della sua san­tità.

Quella data, quando il Signore piacerà di effettuarla, sarà per noi di celeste letizia ed un pegno certo di gradimento a Dio per il vostro Istituto».

 

CAPITOLO TRENTESIMO

UN MOMENTO DI SOSTA PENSOSA

1953-1955

Durante l'estate del 1953, dal Capitolo Generale che si svolse rego­larmente nella Casa di via Parini, uscì eletta Madre Generale Suor Maria Leopoldina Torighelli.

Fin da quando, giovane Religiosa, nel 1910 ella aveva iniziato il suo primo apostolato come educatrice nel Collegio-Scuola di via del Pino a Genova, trasferito poi, definitivamente, nell'attuale sede di via Padre Semeria, la forza trainante della sua vita consacrata a Dio fu sempre il senso profondo della presenza divina e della realtà viva di Cristo Reden­tore.

La stessa nota caratteristica ne contraddistinse, sempre più marcatamente in seguito, sia la fisionomia spirituale, sia ogni tipo di attività nell'esercizio delle diverse mansioni e responsabilità che le sa­rebbero state affidate.

Dopo essere stata Superiora valida ed apprezzata nella stessa sede di Genova, fu per ben vent'anni Madre Provinciale a Roma, nella Casa religiosa e Istituto Scolastico di via Monza, ove lasciò, in modo tutto particolare, l'impronta della sua intensa pietà, della sua carità sentita ed operante, della sua peculiare concezione della vita comunitaria realmen­te animata e sostenuta dalla pratica delle virtù religiose.

Come Madre Generale, si trovò ad ereditare la guida di un Istituto più che fiorente, nel momento della sua massima espansione e con un Noviziato ricco di promettenti vocazioni.

La nuova Madre si preoccupò soprattutto di curare l'aspetto ascetico e spirituale della Congregazione, giacché i lavori di ripresa dai gravi danni morali e materiali della guerra e la tensione impegnata nel rispon­dere con roscelliana sollecitudine alle domande di nuovi impegni in nuovi e mai sperimentati campi di apostolato, non avevano lasciato alla Madre Maria Innocenza il tempo necessario per soffermarsi a conside­rare la vastità della sua messe, e le sue effettive potenzialità, come sarebbe invece stata sua primaria intenzione.

La divina Provvidenza, nei suoi imperscrutabili disegni, aveva riserbato a lei il compito di preparare il terreno quanto più vasto possibile; alla Madre Leopoldina quello di coltivarlo in profondità.

Con tali parole ella esordì il gravoso compito assegnatole:

«Ci sono dei momenti della vita in cui l’animo si trova ad una svolta impensata e trema sotto il peso di una responsabilità, di cui sente tutta la gravezza.

Tale è oggi la mia situazione e, se misuro i doveri a me imposti e poi penso alla fragilità delle mie forze, un senso profondo di smarrimento mi assale. Solo un pensiero mi incoraggia allora: il fiducioso abbandono in Maria.

Camminiamo con Lei nella vita religiosa, attingiamo alla fonte inesau­ribile della sua carità le energie necessarie per compiere il nostro aposto­lato, rimaniamo costantemente sotto il suo sguardo amoroso e indirizzia­mole frequenti aspirazioni e fervide preghiere».

Il primo impegno della Madre Leopoldina, nei suoi intendimenti e nel suo operare fu sempre quello di mirare a custodire, con fedele e vigile cura, lo spirito dell'Istituto, cioè a mantenerne, per quanto le fu possi­bile, ed a richiamarne opportunamente, i principi cardine.

Esigeva dalle Religiose l'osservanza piena delle Costituzioni e l'eser­cizio delle virtù per lei fondamentali: senso della divina Presenza e operosità fervente e generosa nel sacrificio e nel nascondimento, umiltà sincera e coerente, carità costruttiva e concreta nella rinuncia di sé perché il regno del Signore si stabilisse intimamente nell'anima e spirito di fede viva nella generosa adesione alla Volontà di Dio.

Tutto questo ella ha preferito e anteposto a qualunque altra cosa, come realtà più sincera e come garanzia inequivocabile di maggior bene.

Ogni Istituto, però, che abbia un vasto campo di apostolato da svolgere e delle'precise finalità da realizzare, sente ovviamente l'impel­lente esigenza di porre i propri membri in condizione di assolvere a tali compiti, nonché quella di formare nel modo più completo elementi nuovi dotati di energie fresche che ne assicurino la continuità e l'intensificazione delle varie attività.

Tale imperioso bisogno fu vivamente sentito dalla Madre Leopoldina, che fece del Noviziato e dello Studentato una delle sue cure più sollecite. Si impegnò infatti ad intensificare quella formazione spirituale dottrinale e pratica che ogni Superiora Generale deve preoccuparsi di assicurare alle postulanti e alle novizie, ben conscia che lavorare in tale direzione significa favorire l'incremento di tutto l'Istituto e che il Novi­ziato di oggi costituisce sempre la visione sicura ed anticipata di quello che sarà l'Istituto di domani.

Fu attenta inoltre ad impartire una formazione apostolica e profes­sionale sensibilizzata alle situazioni sociali del momento, atta a riscoprire i mezzi indispensabili perché la missione sia penetrata di amore sopran­naturale e ordinata al servizio di Dio e degli uomini.

Era infatti giunto il momento di rallentare il ritmo di espansione delle Case e delle Opere per consolidare ed ampliare le Istituzioni già esistenti, che andavano assumendo più vaste proporzioni e particolar­mente quelle di carattere scolastico, onde renderle più adeguate alle nuove esigenze e atte ad accogliere tutte le alunne, il cui numero era in continuo aumento.

Tutto questo, ovviamente, richiedeva l'impiego di un maggior nume­ro di Suore insegnanti e l'obbligo di avviarne molte agli studi, al fine di corredarle dei titoli necessari a coprire il numero di cattedre richiesto dalla vigente legislazione scolastica.

Nel 1950 aveva preso il via la Prima classe del Liceo Scientifico, per coraggiosa iniziativa della Preside Suor Maria Rachele Battaglia, nella nuova Scuola di piazza Paolo da Novi inaugurata nel 1949, come già abbiamo ricordato in altro capitolo.

Si trattava di un tipo di Scuola molto impegnativo, che veniva ad assorbire un considerevole e qualificato numero di Insegnanti abilitate e che, attraverso non poche difficoltà, avrebbe condotto, nel 1955, alla parifica di tutto il Corso. A questo riguardo deve essere indubbiamente oggetto di considerazione e motivo di compiacimento l'intenso sviluppo assunto dalla Scuola annessa al Collegio-Convitto di via Montallegro dopo la parifica ottenuta nel 1936 sotto la Presidenza di Suor Maria Tarcisia Masnata.

Già nel 1938, essendo fortemente aumentate le esigenze, si era provveduto a un ampliamento dell'edificio con l'aggiunta di parte di un piano, che fu completato nel 1940.

Si era così potuto disporre di aule vaste, soleggiate, esposte ad una vista incantevole e di dormitori amplissimi, capaci di ospitare una settantina di educande.

L'Istituto Magistrale, per la capacità di animazione della Preside e delle Suore Insegnanti, nonché per l'attiva partecipazione delle allieve, era venuto ad assumere una notevole importanza.

Le varie classi, infatti, avevano elevato il numero delle loro alunne fino a raggiungere cifre insperate; tanto per il corso inferiore quanto per quello superiore.

Come coronamento dello sforzo, della dedizione e dello spirito di abnegazione delle Insegnanti e dell'impegno delle alunne, l'esito degli esami finali era immancabilmente molto soddisfacente.

Con l'andata in vigore della riforma Bottai del 1943 e la conseguente attuazione del nuovo tipo di Scuola Media, si era subito verificato un maggiore afflusso a questo corso di studi, che si era intensificato ancora alla fine della guerra.

Quando, nell'anno scolastico 1948-49, alla presidenza della Scuola subentrò Suor Maria Theresia Viggiani, il numero delle classi era tal­mente elevato che si era cominciato a pensare alla necessità di un ulteriore ampliamento dell'edificio, che però, quantunque ancora in buone condizioni, non era più in grado di sostenere altri rifacimenti. Si pervenne pertanto alla decisione di erigere una nuova costruzio­ne, in grado di soddisfare a tutte le esigenze scolastiche.

Nel 1955, finalmente, si inaugurò la nuova Scuola ampia, ariosa, in bellissima posizione, con aule spaziose corredate di tutte le attrezzature necessarie, biblioteche, gabinetti scientifici, palestra, campi da gioco, un'ampia Cappella ed un vasto spazio riservato alla Scuola Materna con tre sezioni, stupendamente arredata e con facile accesso al vasto e alberato giardino ove i bimbi, in ogni stagione dell'anno, possono libe­ramente giocare respirando a pieni polmoni aria pura ed ossigenata.

Anche la Scuola di via Monza in Roma dopo il 1936 aveva ricevuto un notevole e vitale impulso.

Parificato l'Istituto Magistrale Superiore, dopo non poche difficoltà e previsioni pessimistiche dissipate per il benevolo intervento e l'efficace incoraggiamento di Mons. Giovanni Poli, Segretario delle Scuole Reli­giose, la popolazione scolastica aumentò fino a raggiungere le seicento e poi le settecento alunne.

Fu pertanto necessario costruire anche qui nuove aule, sacrificando le terrazze prospicienti via Monza.

Sotto la vigile ed intelligente presidenza di Suor Maria Gianna Miozza, quella Scuola divenne una vera fucina ove le menti si aprivano alla disciplina del sapere e da cui uscivano maestre degne di stima ed apprezzate dai Direttori didattici.

 

CAPITOLO TRENTUNESIMO

IMMACOLATINE «IN BIANCO»

La più che giustificata e lodevole preoccupazione della Madre Leopoldina di conferire alle Suore Insegnanti quella preparazione reli­giosa e professionale che le rendesse idonee ad assolvere il loro compito in modo pienamente rispondente alle nuove e più rigorose richieste sia da parte delle Autorità scolastiche, sia da parte delle famiglie nell'ambito di una società in piena crescita sociale, economica e culturale, abbrac­ciava, con identica sollecitudine, la formazione specifica di quelle Suore destinate a svolgere la loro attività nel campo infermieristico ed alle quali è più che doveroso dedicare un intero capitolo.

Quanto sia nobile, insostituibile e preziosa l'opera che una Suora può svolgere accanto al malato, è universalmente risaputo e confermato. Tale opera, indubbiamente, le Suore dell'Immacolata hanno sempre saputo svolgere negli Ospedali di Campoligure e Rossiglione passando, come bianchi angeli di carità, attraverso le corsie e fermandosi, con atteggiamento dolcemente materno, accanto ad ogni letto di dolore, confortando le famiglie non ancora rassegnate alla separazione o facen­do gustare al degente, mediante le proprie cure affettuose, l'ineffabile conforto della fraternità cristiana, infondendogli, cioè, la certezza di non essere del tutto abbandonato e di avere ancora almeno una persona che, con totale dedizione, si interessa di lui.

Tutto questo, ovviamente, richiede una completa preparazione spi­rituale, morale e professionale soprattutto nelle Cliniche, in cui il com­pito dell'infermiera è assai più difficile e meno gratificante che negli Ospedali.

Maggiori, qui, sono le esigenze da parte del malato e maggiore è la dose di pazienza e di prudenza richiesta all'infermiera.

Il malato paga ed ovviamente vuole essere servito, i parenti esigono e la Suora, se vuole, come è suo primario dovere, oltre che curare i corpi salvare le anime, ha bisogno di una luce più intensa e di una santità più autentica che la ponga su di un piano decisamente superiore a quello della mercenaria e della professionista.

Chi ha visitato le Case di Cura «Villa Serena» e «Villa S. Anna» in Genova, è rimasto certamente ammirato dell'ordine, del silenzio, della scrupolosa e fragrante pulizia, della signorile distinzione dell'ambiente, della gentile grazia con cui le Suore, silenziose ed attente, corrono ad ogni chiamata, intelligenti, ordinate, prudenti e calme per quella forza che esse attingono ogni mattina ai piedi dell'altare nell'attigua Cappella e che sanno poi trasmettere ai malati, infondendo negli inquieti la calma, negli avviliti la speranza e nei disperati la rassegnazione.

La nota Clinica «Villa Serena» svolge, fin dal 1919 3, la sua prestigiosa e rigogliosa opera sanitaria all'insegna della «serenità», giacché con tale felice qualifica essa vuole significativamente esprimere una missione seria e delicata in modo incoraggiante per l'infermo, che vi ricorre perché bisognoso di un'atmosfera benefica e salutare.

È un titolo augurale e simbolico ed anche un impegno autentica­mente cristiano ed umanamente promettente.

Impegno che le Suore dell'Immacolata hanno assolto fin dall'inizio in modo veramente superlativo, assumendosi il pesante onere assisten­ziale in tutta la vasta gamma delle attività paramediche ed infermieristiche, corredate di diplomi qualificati ed in grado altresì, con illuminata ed instancabile attività ed industria, di far vivere e prosperare la Casa di Cura stessa.

Tutto ciò viene realizzato mediante l'esempio di una serenità perfet­ta e di una lineare semplicità, accompagnate da una rettitudine fino allo scrupolo anche nell'adempimento dei più umili lavori, sempre con fem­minile gentilezza.

Nel prodigarsi in mansioni materiali, come richiede l'assistenza ad ammalati gravi, esse non sanno mai dimostrarsi sconcertate, anzi, sono sempre in grado di incidere in aiuto ai medici e di collaborare con i sanitari nel superare e, spesso, vincere la potenza del pericolo, del dolore e del male, sempre con costante e generosa dedizione e con esemplare dolcezza ed umiltà.

Per la loro particolare formazione religiosa e civile, esse riescono ad imprimere all'ambiente di un Istituto Sanitario un tono di calda e dignitosa familiarità, assai gradita ai degenti e particolarmente atta a favorire e facilitare l'opera dei sanitari.

Così si è espresso in merito l'ill.mo prof. Enrico Pachner:

«La presenza delle Suore dell'Immacolata sulle amene colline di Albaro e all'ombra della Casa Generalizia, che racchiude nel suo verde recinto quell'antichissimo e prezioso monumento romanico che è la Chiesa di Santa Maria del Prato, ispira un confortante senso di fiducia e di abban­dono che contribuisce notevolmente a mitigare i1 dolore e la pena di chi vi ricorre al momento in cui urge 1a necessità della cura».

Fino al 1990 le Suore Immacolatine hanno prestato pure in modo esemplare la loro preziosa opera nella Clinica «Villa Sant'Anna», ove erano state chiamate, fin dal lontano 1928 4, dal prof. Emilio Casabona: un ambiente aperto, sereno, familiare, cordiale, ideale per tante spose che ivi vivono il grande momento della loro maternità, partecipando del miracolo tanto vecchio come sempre tanto nuovo di dare alla luce un figlio.

Di giorno, di notte, nei piani, in sala operatoria e nelle camere, le Suore hanno provveduto all'assistenza delle degenti con competenza professionale e matura esperienza, acquisita col tempo ed in grado di conferire loro quella certa padronanza che non si tramutava però mai in disinvoltura, perché ben conscie dell'estrema gravità di una circostan­za nella quale è pur sempre in gioco il valore incommensurabile di una vita umana.

Quanti bambini delle nostre Scuole sanno di essere nati a Villa Sant'Anna!

Quante giovani mamme, ora, restano deluse quando vengono a sapere che a Villa Sant'Anna non ci sono più le Suore della Immacolata tanto accoglienti, tanto premurose e tanto capaci di infondere loro fiducia e serenità!

Purtroppo, però, gli anni passano e la mancanza di nuove reclute in grado di sostituire le anziane, ha posto l'Istituto, sia pure con tanto dolore, di fronte alla necessità di ritirare le Suore e di rinunciare ad un campo assistenziale nel quale anche la sola loro presenza veniva ad assumere il valore di un simbolo e di un felice augurio.

Anche nel campo di assistenza agli anziani le Suore Immacolatine «in bianco» hanno veramente dato e continuano a dare prova di aver assorbito lo spirito animatore dell'apostolato roscelliano, volto sempre a servizio delle classi sociali più esposte al rischio dell'incuria e dell'ab­bandono.

Come è già stato evidenziato, tale forma di servizio ha continuato ad essere attiva ed efficiente soprattutto nel Ricovero di Montedomini a Firenze, anche dopo la grave alluvione del 1966, in occasione della quale molti ricoverati dovettero la vita alle Suore, il cui eroismo venne rico­nosciuto con l'assegnazione di due medaglie d'oro.

Essendosi, in quel tragico frangente, resa inabitabile una vasta ala dell'immensa costruzione, dovette essere soppresso l'orfanotrofio sia femminile che maschile, mentre l'altra parte della medesima è rimasta a disposizione degli anziani, divisa tra la vastissima sezione adibita ad ospedale e quella adibita a ricovero, completamente rinnovata negli anni immediatamente seguenti e munita dei più moderni comforts.

Anche attraverso le numerose e travagliate vicende, Montedomini è sempre rimasta la «Reggia di Madonna Carità»: di quella verso Dio e di quella verso il prossimo.

In tale «Reggia» trovano asilo indistintamente tutti coloro, uomini e donne, che non sono accettati, per motivi che si possono solo imma­ginare, né da altri ricoveri per anziani, né dalla stessa strada che, ad un certo punto, si rifiuta di continuare ad offrire loro il suo malsicuro e desolante asilo.

Nel reparto «Ospedale», in mezzo alle due file ininterrotte di letti, ove giacciono corpi consunti dall'età, dalla malattia e dal vizio e dai quali si protendono braccia scheletrite come rami secchi di un albero nel pieno dell'inverno, si aggirano come fari di luce in un mare immenso di miseria, di tristezza e di dolore, le candide figure delle Suore che, serenamente compiacenti ed inalterabilmente disponibili per tutti, si muovono da un letto all'altro pronte ad ogni richiesta, ad ogni servigio, ad ogni cenno, con gesto ispirato sempre alla più autentica e genuina carità.

Ora è un caldo saluto ed un vivo interessamento, a cui rispondono sorrisi di bocche sdentate o sguardi riconoscenti che brillano tra orbite immense, scavate sui visi scarni, solcati da rughe profonde ed incorni­ciati dal grigiore scomposto dei capelli...

Ora è un aiuto, offerto col sorriso dolce e confortante, ad accomo­dare pian pianino la testa sui cuscini...

Ora è il gesto gentile dell'imboccare una fragile e tremante vecchie­rella... ed ora il garbo generoso con cui viene distribuita l'abbondante e sana razione del pasto, servito con tutta proprietà mediante carrelli capaci, igienicamente corredati e meravigliosamente funzionali. Gran­de, e ben a ragione, è la stima e la benevolenza da cui queste Suore sono circondate.

Segno evidente che l'autentica carità riesce sempre a vincere, trovan­do un culto segreto anche nei cuori più freddi, più solitari e più lontani. Non è possibile, infatti, passare accanto alla luce senza esserne sfiorati, senza rimanerne illuminati.

Altra efficiente opera a vantaggio degli anziani, ma in condizioni completamente diverse, è quella svolta dalle Suore dell'Immacolata nel Pensionato che ha sede presso l'Opera Pia Causa': un pensionato rispon­dente in tutto ai criteri della più moderna efficienza, che accoglie per­sone bisognose soprattutto di comprensione, di calore umano e di inco­raggiamento, lontane come sono dalla famiglia e dalla casa, di cui sentono la mancanza, la nostalgia e il rimpianto!

Nulla manca, effettivamente, in quell'ambiente dove tutto è moderno e studiato per una convivenza calma e serena... il ricordo della casa, però, è capace di frustrare ogni vantaggio!

Gli Ospiti, come sono chiamati, sono, in generale, ultrasettantenni, vi è anche qualche coppia, ma più facilmente si tratta di singoli, che cercano di trovare nei cordiali rapporti con gli altri un surrogato dell'am­biente familiare, di fatto insostituibile.

È facile quindi capire quanto sia preziosa l'opera svolta dalle Suore: opera rivolta non certo meno alle necessità dello spirito che a quelle del corpo...

Dobbiamo infine ricordare la «Casa di Riposo» di Quinto, ove signore anziane o signorine possono godere in piena serenità delle sollecite cure prodigate loro dalle Suore Immacolatine, pronte ad intuire e ad alleviare le necessità ed i disagi di chi, avanti negli anni e spesso malfermo in salute, si trova a vivere solo... proprio nel momento in cui la sensibilità si acuisce, aumentano le apprensioni ed insorgono varie e strane forme di ripiegamento: tutti disagi tipici della «terza età», che molto possono essere alleviati da chi sa prodigarsi con amore e totale disinteresse, come cercano in ogni modo di fare le nostre buone Suore, supplendo con l'ardore della loro prestazione alla mancanza di energie giovanili di cui tanto grande si manifesta la carenza e il vuoto come pure in ogni altro campo di apostolato a cui l'Istituto vuole continuare a prestare la propria opera, fiducioso sempre che il Signore, considerata la vastità della messe, voglia degnarsi di mandare qualche operaio fresco e generoso.

 

CAPITOLO TRENTADUESIMO

DON AGOSTINO ROSCELLI INSIGNE EDUCATORE

Non sarebbe possibile portare avanti in modo degno e completo, come è nostra seria intenzione, un lavoro destinato ad evidenziare gli «epigoni di Don Roscelli nel nostro tempo» senza soffermarci ad illustra­re di lui la figura dell'«educatore»', troppe volte messa in ombra da quella del confessore, del predicatore, del fondatore, dell'apostolo degli emarginati, dei carcerati e delle ragazze madri.

Non dobbiamo, infatti, sottovalutare due considerazioni basilari: a) La prima esperienza in campo apostolico del nostro Beato, estranea al ministero sacerdotale, fu quella acquisita per molti anni accanto a Don Francesco Montebruno come assistente degli Artigianelli. b) La sua eminente preoccupazione, ancor prima di dare vita ad un Ordine Religioso, fu quella espressamente educativa a vantaggio delle «ragazze del popolo» abbandonate a se stesse ed in balia dei pericoli occulti dietro ogni possibilità di svolgere un lavoro capace di porle in grado di risolvere, in qualche modo, il problema quoti­diano ed assillante del «campar la vita».

Tutte le altre attività caritative nelle quali Egli vorrà in seguito cimentare le proprie Suore verranno di conseguenza...

Saranno, in certo qual modo, imposte via via dalle urgenze sociali del momento, dall'offrirsi accidentale di occasioni stimolanti, dal con­statare al vivo le necessità impellenti di un intervento caritativo irrinunciabile, dall'insistenza di offerte pressanti, più significative ed invitanti.

Quella, però, che è tuttora l'attività che costituisce l'essenza e la vera ragion d'essere dell'Istituto delle Suore dell'Immacolata rimane pur sempre quella dedita all'educazione e all'istruzione dei bambini e degli adolescenti di ogni grado sociale, dai primi anni della Scuola Materna fino a quelli della Maturità ed oltre.

Non poteva, quindi, Don Roscelli, esimersi dallo stretto dovere di lasciare alle sue Figlie chiare ed incisive direttive circa il modo di assolvere un compito tanto difficile, delicato ed impegnativo, che avreb­be dovuto interessare, direttamente o indirettamente, la maggior parte di loro.

...E lo fece in modo egregio delineando preziose indicazioni sull'au­reo libretto delle «Costituzioni per le Suore dell'Immacolata di Borgo Pila», edito nel 1892, dopo aver maturato dentro di sé e rimeditato nel silenzio della preghiera, quello che Dio gli veniva ispirando e quello che lo svolgimento diretto dell'opera educativa gli aveva consentito di recepire.

La prima condizione richiesta da Don Roscelli in veste di «pedago­gista», come indispensabile ai fini di un positivo risultato nel campo dell'opera educativa, è l'amore e la stima che ciascuna insegnante deve necessariamente nutrire per la propria missione: amore e stima efficaci a mantenere vivo e fecondo il suo lavoro, facendo sì che ad esso ella possa applicarsi con totalità di dedizione, con freschezza di entusiasmo e con intensità di zelo, tali da non dover subire in alcun caso oscillazioni di sorta.

Colei, pertanto, cui è affidato l'impegnativo compito di dedicarsi all'educazione e all'istruzione della gioventù dovrà essere particolarmen­te assuefatta ad esercitare quel dominio di sé che le è indispensabile a soffocare sul nascere ogni moto immediato di impazienza, di risenti­mento, di cattivo umore, facendo sì che ogni suo atteggiamento possa apparire armonico, equilibrato, controllato, cioè senza eccessi di loqua­cità o di serietà, che la esporrebbero ad inevitabili sbalzi d'umore, sempre tanto nocivi in campo educativo, quanto è invece incisivamente valida ed efficacemente positiva l'inalterabilità del tratto e del contegno da parte dell'educatrice.

Contegno che deve essere ispirato sempre ad una calma esteriore che sia il riflesso di quella interiore, ad una serenità modica ed equilibrata dell'atteggiamento che sgorghi spontanea da quella dello spirito, ad una compostezza e ad un dignitoso riserbo del tratto che siano la più elo­quente testimonianza della consapevolezza di essere lì a modello, cui ogni alunna o alunno possa e debba ispirarsi.

Don Roscelli insiste sull'impegno che ciascuna Suora insegnante deve porre nel nutrire dentro di sé e nel dimostrare con i fatti un sincero e profondo affetto verso i suoi alunni, al fine di essere da loro riamata, giacché è possibile seguire ed obbedire con profitto soltanto chi si ama e si stima.

Viene poi sottolineata la necessità di cercare di conoscere e studiare a fondo i propri alunni, in modo da poter usare con ognuno i modi più confacenti all'indole personale, senza mai lasciar trapelare, per alcun motivo anche umanamente plausibile, stanchezza, sfiducia o disgusto nei riguardi della propria missione, ma, al contrario, di dimostrare in merito la massima stima, in modo che la fiamma dell'ideale al quale tale missione deve incessantemente alimentarsi, non abbia mai ad estinguer­si neppure di fronte alle più ardue e disarmanti difficoltà che essa talvolta può comportare.

Sono considerati incompatibili con il comportamento di una Inse­gnante educatrice l'incapacità di reprimere ogni moto di sdegno anche se giustificato, l'eccessiva serietà d'umore, una certa malcelata vanità, la tendenza a parlare poco o tanto di sé, il soverchio calore nel muovere un rimprovero ed infine la mancanza di quel decoro nell'abbigliamento e nel tratto che, senza cadere nella ricercatezza, non devono mai fare difetto in chi, per la professione che esercita, deve necessariamente imporre e suscitare in chiunque il massimo rispetto.

Tra i molteplici consigli elargiti, sono particolarmente ribaditi quelli ispirati alla più sublime delicatezza per quanto concerne il modo di accostare più intimamente l'animo degli adolescenti, onde poter eserci­tare su di loro un benefico e salutare influsso, sia consigliandoli nelle circostanze incerte, sia incoraggiandoli nei momenti di difficoltà, sia, insomma, nel meritare la loro stima guadagnandosene, sempre e solo per il loro maggior bene, la confidenza e la fiducia, indispensabili per una incisiva e valida opera educativa.

Con particolare insistenza viene raccomandato alle Insegnanti di guardarsi da ogni ombra di parzialità nei riguardi degli alunni: cosa, questa, considerata tanto difficile da attuarsi in modo assoluto, quanto indispensabile perché non venga annullato in gran parte il profitto che dall'opera educativa può e deve giustamente essere sperato.

Il riserbo, la prudenza, la pazienza, la diligenza e la benevolenza sono tra le prerogative più caldamente raccomandate dal nostro Don Roscelli a coloro che intendono assolvere il sublime compito di inse­gnanti e di educatrici, animate dalla speranza dell'eterno premio con il quale sarà ricambiato il loro onesto sacrificio e persuase altresì delle gravi responsabilità di cui si farebbero carico se, per qualche loro trascuratezza o superficialità, dovesse riscontrarsi, nel campo del loro lavoro, un esito poco soddisfacente o addirittura negativo.

Con sublime delicatezza psicologica il saggio Educatore consiglia alle Insegnanti, quale utile ed opportuno espediente nei casi di palesi mancanze da parte degli alunni, il far conto di non averle notate onde non essere costrette a ricorrere con troppa frequenza ai castighi che, in tal caso, perderebbero ogni loro salutare efficacia.

È pure sempre vivissima in Lui la preoccupazione di non avvilire mai alcuno per nessun motivo e di dimostrare sempre una grande longanimità nel compatire le altrui debolezze e nel dichiararsi sicura­mente fiduciosi nell'altrui riuscita nel bene.

Don Roscelli sottolinea inoltre la necessità di sorvegliare sempre gli alunni, sia in classe, sia durante la ricreazione.

Non è certo una sorveglianza pesante, coercitiva e sospettosa quella che Egli richiede dall'Insegnante educatrice, bensì la maturità e la sagacia che le consentono di essere sempre presente, ma come se non vi fosse; di non perdere d'occhio alcuno, ma con il tratto di chi si disinteressi di tutto; di studiare, senza darne l'impressione, l'atteggia­mento di ciascuno in modo da trovarsi sempre pronta ad intervenire al momento opportuno e da poter dare, all'occorrenza e se richiesta, un retto e ponderato giudizio su ognuno delle ragazze o dei ragazzi affidati alle sue cure.

Don Roscelli raccomanda infine alle Insegnanti di amare e di dimostrare amore verso le discipline che esse debbono insegnare, applicandosi con coscienziosa serietà d'impegno ad approfondirne la conoscenza, giacché non è possibile insegnare bene ciò che non si conosce bene.

A tal fine esorta pure a curare scrupolosamente ogni forma di aggiornamento ed ogni possibile occasione messa a loro disposizione per ampliare le proprie cognizioni ed acquisire quella preparazione psico-pedagogica e didattica, che sono la base indispensabile per otte­nere il massimo rendimento dagli alunni, sia nell'ambito dell'apprendi­mento, sia in quello disciplinare.

Come avrebbero potuto, le Suore dell'Immacolata, discostarsi trop­po da tali preziosi insegnamenti che fanno di Don Agostino Roscelli un autentico teorico dell'«Arte di educare», degno non solo di stare alla pari di un Lambruschini e di un Don Bosco, ma altresì di essere giudicato capace di una preveggenza quasi profetica nel cogliere appieno, con un secolo di anticipo, tutta la gravità dei problemi odierni in campo edu­cativo? Non solo ne anticipò le soluzioni, ma seppe altresì additare, con lungimirante saggezza, quali corde dell'animo umano, sensibili ad un tocco magistrale ed accorto, far vibrare con particolare intensità al fine di sprigionarne accordi e melodie che ancora sanno parlare di buono, di bello e di vero.

Ispirandosi a tale impareggiabile Maestro, le Suore dell'Immacolata hanno potuto portare avanti nell'ambito scolastico e nello spazio di un secolo, un'opera veramente solerte, diligente, competente ed eminente­mente onesta e coscienziosa riuscendo sempre, nonostante l'imperver­sare delle difficoltà, il mutare delle circostanze politiche e sociali, l'au­mentare delle esigenze e l'evolversi dei tempi, a svolgere la loro diuturna opera con alto senso di responsabilità e con soddisfacenti risultati in ogni tipo di Scuola da loro condotta.

Tutto questo con stile veramente roscelliano, cioè senza esibizione e senza chiasso, più intente a compiere in profondità il proprio dovere che a riscuotere plausi e consensi, eminentemente persuase della neces­sità di contribuire, soprattutto con la fermezza dei loro principi e la coerenza del loro contegno, a far sì che dalle Scuole delle Immacolatine escano oltre che competenti professionisti e professioniste, anche e soprattutto autentici e convinti cristiani cattolici.

In vista di tale fine esse sono sempre state vivamente esortate, nello svolgimento dei programmi di studio delle specifiche discipline, a coglie­re ogni opportuna occasione per proiettare il loro insegnamento in luce di limpida fede e di retta morale.

Con tale serietà di impegno morale e professionale, unita alla serena accoglienza degli ambienti e alla loro collaudata efficienza e funziona­lità, lo zelo vigile e discreto delle Suore dell'Immacolata, sostenuto dal sacrificio nascosto e diuturno delle Consorelle addette a mansioni meno appariscenti, ma di primaria importanza, cioè con il sacrificio generoso di tutte e di ciascuna, sono sempre riuscite a svolgere la loro importante missione di bene fedeli alle direttive del loro grande Fondatore ed altresì a creare quel clima familiare, inconfondibile ed incancellabile nel ricor­do di chi lo ha conosciuto; il clima, cioè, ideale in quanto capace di imprimere, presto o tardi che sia, nel cuore di chi ne è stato permeato, il rispetto e la stima per i valori autentici, alla luce dei quali soltanto ha veramente valore la vita.

Ha scritto un'ex-Alunna:

«... C'è un particolare che rivive nell'Istituto delle Suore dell'Immaco­lata e che fa onore a1 «povero Prete» che lo ha avviato: lo spirito educativo che, come insegnanti, le Suore sanno dare alle giovani loro affidate.

È innegabile che le Scuole delle Immacolatine vantino Suore cultural­mente e psicologicamente preparate a trattare con la gioventù.

Senza dimenticare la semplicità e la sobrietà che possono definirsi la struttura portante del «Catalogo» dell'Istituto, «queste» insegnanti, in un secolo di vita denso di avvenimenti bellici, di rivoluzioni sociali, di sconvolgimenti a tutti i livelli, hanno saputo agire sempre in sincronia con i tempi aiutando - senza imporre - a dare un'impronta particolare alle loro alunne. Chi studia presso le Scuole delle Suore dell'Immacolata non rece­pisce solo un arido nozionismo, ma si «forma» intellettualmente e moral­mente e ne esce, con un titolo di studio, una vera «donna» capace, comprensiva, aperta al dialogo, pronta ad affrontare intelligentemente una vita familiare e una carriera, adatta, insomma, a stare al passo - pur rimanendo se stessa - con i tempi.

E non è certo poco. Forse è l'elemento caratterizzante, tra i più utili, di un eclettico lavoro che impegna tante persone; forse è lo spirito, tra i più positivi, che si trae - realisticamente - da tutto il complesso.

Ciò lo si deve a Don Roscelli, la «locomotiva trainante» della intera organizzazione, ma lo si deve anche alle sue Figlie che sono state capaci di rispettarne lo spirito al punto di mantenere, in tutti i tempi, la validità della «partecipazione» intesa nel senso integrale e migliore di scuola - famiglia - lavoro.

Le prove?

Le giovani che escono dall'Istituto lo sanno, lo sentono, lo avvertono maggiormente con l'andare degli anni quando, di fronte alle asperità della vita, sanno trovare sempre, in un cantuccio dell'anima, quella piccola spinta di ripresa che serve ad andare avanti.

Perché dovremmo meravigliarci di questo? Sappiamo tutti che lo spirito soffia sempre là dove vuole e che l'ispirazione cristiana può portare a molti lidi. Ma sappiamo anche che la vera ispirazione cristiana, fatta di fraternità e di libertà, non può che soffiare verso un continuo rinnovamen­to imperniato, ovviamente, su un cardine ben fermo: e le Suore dell'Imma­colata lo sanno.

Lo sapeva anche Don Roscelli, l'umile Prete di Bargone con un grande cuore generoso e una tenacia ammirevoli, che sceglieva sempre il peggio per sé per dare, agli altri, il meglio».

MARIA ILEANA NARDONE (Ex-Alunna)

 

PARTE TERZA

Verso l’onore degli altari

1962-1995

 

«Solo la gloria che viene da Dio non perisce mai, perché è vera e la verità di Dio dura in eterno». SAC. AGOSTINO ROSCELLI

 

CAPITOLO TRENTATREESIMO

UNA CALOROSA ESORTAZIONE

11 ottobre 1962

Con la morte di Papa Pio XII (9-10-1958) era salito al soglio pontificio Giovanni XXIII (28-10-1958) il quale, dopo averne dato il primo annuncio il 25 gennaio 1959, il 25 dicembre 1961, attuando una decisione maturata a lungo nel suo animo e venendo anche incontro ad un'ansiosa attesa da parte di tutto il mondo cattolico, con la Costituzione Apostolica «HUMANAE SALUTIS» indiceva la celebrazione del CONCILIO ECUMENICO VATICANO II per il giorno 11 del mese di ottobre 1962.

Era senz'altro un atto di luminoso coraggio.

Era un invito rivolto ai Vescovi, ai Sacerdoti e ai Religiosi a migliorarsi, a darsi a Dio con più ampia misura vivendo, momento per momento, alla sua presenza, adempiendo, generosamente ed in ogni

occasione, la sua volontà senza nulla sottrarre al suo servizio, affinché l'apostolato potesse acquistare un più vasto respiro, una più intensa sete di operare ed esercitare in tal modo una maggior presa sull'animo moderno, bisognoso di sentirsi parlare con il proprio linguaggio e secondo il proprio modo di sentire e di giudicare.

Era, in modo peculiare, una meditata proposta di rinnovamento estesa a tutto il complesso degli Istituti Religiosi e alla loro azione nella vita della Chiesa e della società, onde far sì che il modo di vivere, di pregare e di agire potesse convenientemente adattarsi alle esigenze sociali nel loro continuo evolversi, alle particolari condizioni fisiche e psichiche dei Religiosi, alle necessità dell'azione apostolica, ai vari livelli di cultura ed alle particolari circostanze sociali ed economiche, soprattutto nei luoghi di missione.

Era, infine, un'esortazione a rivedere convenientemente le Costitu­zioni, i Direttori, i libri delle usanze e delle preghiere, a sopprimere le prescrizioni anacronistiche o a modificarle in base ai Documenti emanati dal Concilio stesso.

Era, soprattutto, uno squillo autorevole di tromba dal tono insolito, era un risveglio da ogni forma di pigro torpore spirituale, da ogni passivo adagiamento sull'usuale e l'abitudinario e da ogni eccessivo attaccamento al passato e alle tradizioni: a tutto ciò, insomma, che, se era stato valido ed opportuno in un determinato momento storico, non avrebbe più potuto esserlo in condizioni completamente mutate e con istanze di tutt'altra natura.

Quello squillo provvido, ispirato da Dio, opportuno e salutare, si prestava, però, alle risposte più eterogenee, a critiche sconsiderate, come pure a consensi al di là delle richieste, soprattutto in seno ad ambienti, come quelli religiosi, formati all'ubbidienza cieca più che a quella ragionata, disposti più alla fedeltà alle tradizioni secolari che alle improvvise innovazioni, avvezzi più a tacere che a dialogare, a seguire una strada tracciata più che a proporne una nuova, ad accettare decisioni scontate più che ad assumerne responsabilmente altre.

Da qui il compito gravissimo di ogni Superiore Generale di guidare i propri Religiosi nell'accostare i vari Documenti Conciliari, nel cono­scerne le Norme e nel suggerire la loro esatta interpretazione.

Tale compito la Madre Leopoldina si preoccupò di assolvere con notevole cura in una serie di articoli comparsi sul periodico dell'Istituto «L'Immacolata e le sue irradiazioni d'amore», dal novembre 1966 al dicembre 1967.

In tali articoli ella si rivela sollecita di sottolineare che «se il Concilio ha invitato a rivedere alcune norme ed usanze in seno ai vari Istituti Religiosi, questo è stato unicamente per adeguarli alle circostanze attuali, senza però mai venire meno all'impronta particolare di ciascun Istituto, anzi, consigliando espressamente di rifarsi fedelmente ai primordi, mantenendo integro lo spirito dei Fondatori».

«Il Concilio, infatti», ella continua, «ha prescritto che venga elimina­to quello che, in alcune Costituzioni, non ha più efficacia né significato per le mutate situazioni dei tempi, ma desidera altresì che ciascun Istituto mantenga la propria Regola, le proprie tradizioni ed il proprio carattere peculiare, invitando i Religiosi a tenere ben presente che le migliori forme di aggiornamento non potranno avere successo se non saranno animate da un rinnovamento spirituale, al quale spetta sempre il primo posto, anche nelle opere esterne di apostolato» (Perf. Car., 2e).

«Se dunque qualcosa dovrà essere parzialmente ritoccata in ossequio ai Decreti Conciliari, ben venga questo aggiornamento, ma si conservi intatto il nostro ossequio alle Costituzioni, ai santi Voti, alla nostra consacrazione che ci eleva a Dio e ci rende membri vivi e fattivi del nostro Istituto nell'ambito della Chiesa che ci accoglie tra i suoi prediletti ed attende dalla nostra fedeltà tanto aiuto nel suo servizio e nel servizio dei fratelli».

Ovviamente, dalle sagge ed ispirate delucidazioni e dai programmi di rinnovamento enunciati in teoria dalla Madre Generale, urgeva passare alla loro attuazione pratica per quanto poteva riguardare sia le Costituzioni, la Liturgia e le preghiere, sia la formazione dei membri dell'Istituto, sia, infine, l'adattamento dell'abito religioso alle nuove Norme Conciliari.

Non era certo lieve il peso di una simile responsabilità per le fragili forze fisiche della Madre Maria Leopoldina, pesantemente provate soprattutto dopo il faticoso viaggio intrapreso dal febbraio al maggio 1966, accompagnata dall'allora Consultrice Madre Maria degli Angeli Tornaghi, per visitare le Case dell'Argentina ed inaugurare la nuova Casa Provincializia con sede a La Plata.

Sì, la necessità del rinnovamento urgeva; era però anche estrema­mente indispensabile non confonderla con il desiderio di novità da cui erano animate soprattutto le Suore più giovani e vigilare affinché, nel prendere le decisioni richieste, non si violassero le norme dettate dalla saggezza dell'esperienza religiosa.

Così ribadiva la Madre Leopoldina:

«Nessuna novità è buona se non nell'applicazione più aderente al volto nuovo assunto dalla Chiesa dopo la faticosa disamina del Concilio Vaticano II».

In verità, chi si aspettava dal Venerando consesso affermazioni di maggiore libertà in campo morale e sociale (che molti Religiosi inquie­ti, purtroppo, ritennero lecito concedersi) vide invece ribadite con maggiore consapevolezza quelle leggi provvide che avevano sempre contenuto gli uomini, e tanto più i Religiosi, entro i limiti sacri dei precetti e dei Consigli evangelici.

Furono, quelli, anni di grande fermento non sempre positivo, di slanci inconsulti, di decisioni dettate solo dall'impulso e da una irrefrenabile ansia di cambiare, di lasciarsi alle spalle tutto quello che poteva sapere di vecchio, di superato, di ancorato ad un passato che alcuni non erano più disposti a tollerare.

Per molti, purtroppo, quello che doveva essere, nelle intenzioni dei Padri Conciliari, una forte sollecitazione a lanciarsi con animo nuovo e con più acceso ardore nel cammino verso la santità in piena fedeltà alla Chiesa che è l'espressione più diretta della Volontà Divina e di ogni sacro insegnamento, si tradusse solo in una ingiustificata smania di emancipazione e, pertanto, in un fatale avvio verso la decadenza e l'allontanamento dalla sola fonte genuina a cui attingere, vale a dire l'Autorità legittimamente costituita.

Ecco il grande rischio che si accompagnò, allora, all'impulso di rinnovamento: rischio particolarmente avvertito e paventato dalla Ma­dre Maria Leopoldina che pertanto, conscia che per l'Istituto era indispensabile rispondere con cautela ma anche con sollecita e fiduciosa serenità alle esortazioni espresse nei Documenti Conciliari e, nello stesso tempo, non sentendosi munita dell'energia fisica e morale richie­sta dalla svolta che all'Istituto in quel preciso momento era indispen­sabile imprimere, con ponderata e lucida decisione, frutto di profonda preghiera e di illuminati consigli, prese la decisione di abdicare alla pesante carica di Madre Generale prima che scadesse il suo terzo sessennio, cioè nel 1968, per non essere di indugio alla strada che doverosamente tutti i membri della Congregazione dovevano percorre­re per il proprio vantaggio spirituale e per quello dell'apostolato a cui essi sono votati.

Fu quindi necessario convocare il Capitolo Generale Straordinario dal quale il 14 agosto 1968 uscì eletta al governo dell'Istituto Suor Maria degli Angeli Tornaghi affiancata, in qualità di Madre Vicaria Generale, dalla Madre Maria di Sant'Agostino Sala.

 

CAPITOLO TRENTAQUATTRESIMO

ARIA DI RINNOVAMENTO

1968-1971

La Madre Maria degli Angeli Tornaghi iniziava il suo generalato in un clima di attesa di aggiornamento, di ansia di affrontare il «nuovo» e di timore di abbandonare il «vecchio».

Un clima che, volenti o nolenti, pervadeva l'animo delle Suore susci­tandovi reazioni diverse e atteggiamenti contrastanti, di fronte ai quali era indispensabile assumere una posizione in grado di rispondere sia all'inquietudine, all'incertezza e all'instabilità che agitavano alcune, sia, nel contempo, al fervore di zelo che sollecitava altre impegnate nella ricerca di un sano ed equilibrato rinnovamento della vita religiosa.

Urgeva frenare sul nascere l'audacia delle innovazioni puramente arbitrarie, l'esagerata diffidenza verso il passato e la soverchia preoccu­pazione di conformarsi troppo in fretta alle profonde trasformazioni sociali e morali del nostro convulso tempo, col grave pericolo di indursi a considerare caduche le forme più specifiche della vita religiosa. Clima difficile, delicatissimo, quasi pericoloso per la compagine di un Istituto non ancora centenne e che, pertanto, essendo sorto proprio in risposta ad urgenze sociali non lontane negli anni, più che di rinno­vare le proprie strutture aveva urgenza di rinfrescarle con ritocchi non troppo eclatanti, al fine di non sfatarne il carattere ispiratore di indole prettamente apostolico-caritativo.

Urgeva quindi, da parte di chi doveva assumersi la responsabilità del grave momento, grande spirito di fede e di preghiera, audace coraggio, ricchezza di immaginativa, concreto senso della realtà, tatto felice e slancio intrepido, unito a grande ponderatezza in ogni decisione.

Requisiti che non facevano difetto alla nuova Madre Generale che si accingeva ad affrontare l'arduo compito a cui Dio la chiamava, in piena forma fisica e con quella carica di entusiasmo che era indispensabile trasfondere nelle Suore nel disporle ad accogliere, in sereno spirito di ubbidienza, le nuove norme che sarebbe stato indispensabile adottare. Tra le preoccupazioni più urgenti del Concilio Vaticano II, emerge quella che ogni Istituto, oggi, riesca ad essere quale lo volle chi lo fondò, cioè che riesca a riscoprire la propria identità senza travisarla, pur adeguandola alle nuove esigenze dei tempi.

I Fondatori degni di tale nome hanno infatti lasciato ai loro seguaci un'eredità spirituale che delinea il modo della «sequela Christi», cioè lo stile che conferisce una identità inconfondibile alla propria Congrega­zione ed ai suoi membri e che si chiama «Carisma di fondazione».

Esso è come un lievito che fermenta tutta la massa, mediante i principi evangelici che ne reggono la vita.

È il Vangelo visto dal Fondatore e presentato ai suoi seguaci attra­verso una particolare luce che illumina tutta la vita religiosa in un determinato modo ed è altresì quel tratto caratteristico che deve deli­neare la fisionomia specifica di ogni Istituto e, quindi, anche quella delle Suore dell'Immacolata di Genova.

Ora, cos'è che dà unità e coerenza a tutto il «carisma della fonda­zione» di Don Agostino Roscelli?

Ecco il primo, determinante interrogativo a cui urgeva rispondere prima di intraprendere qualsiasi iniziativa di rinnovamento.

La Divina Provvidenza volle miracolosamente assistere la nuova Madre Generale nel far coincidere il primo anno della sua carica con quello celebrativo (1968-69) del centocinquantesimo anniversario della nascita di Don Agostino Roscelli.

Tale felice evento veniva quanto mai opportunamente ad offrire l'eccellente occasione di approfondire lo studio della sua Figura di Sacerdote zelante, di asceta austero e di Padre amoroso della Famiglia Religiosa da lui fondata ed alla quale Egli ha lasciato, in preziosa eredità, il suo Spirito che deve essere tramandato inalterato nella sua purezza e genuinità, perché ne risulti incrementata la vitalità spirituale ed aposto­lica.

Ecco delineato il modo per adeguarsi perfettamente alla Norma 2 b del «Perf. Car.», ove si legge:

«Fedelmente si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei Fondatori».

Impegnarsi di ristudiare le virtù proprie della spiritualità roscelliana quali emergono dallo studio della sua Figura, dalla suadente e paterna sua Parola e dall'efficacia del suo esempio, onde rivivere e rinvigorire quello spirito particolare che Egli voleva fosse caratteristico delle sue Figlie spirituali.

Molte, accurate e riuscitissime furono le iniziative delle varie Case dell'Istituto volte a rendere il dovuto omaggio al ricordo dell'esemplare Fondatore e, soprattutto, ad intensificarne la devozione col ravvivare l'ammirazione per le sue virtù e per l'opera da lui svolta a vantaggio delle anime e dell'Istituto che da Lui ha ricevuto vita, impulso e la struttura fondamentale.

Le circolari mensili della rev.da Madre Generale durante tutto l'anno celebrativo hanno avuto come motivo ispiratore fondamentale la consi­derazione di qualche virtù di Don Roscelli e l'esortazione ad imitarla.

È stato dato inizio, a decorrere dal gennaio 1969, ad uno studio sulla «Spiritualità roscelliana», pubblicato a puntate sul periodico bimestra­le dell'Istituto che, dal primo numero del 1969, ha cambiato veste tipografica ed ha assunto il nuovo titolo «PREGHIERA E AZIONE».

Ancora su questo giornale e sempre divisa in parti, è comparsa un'esposizione de «La pedagogia di Don Roscelli», allo scopo di alimen­tare in tutte le Suore, attraverso una più specifica ed approfondita conoscenza della sua personalità e, soprattutto, del carattere fondamen­tale da cui essa è animata e che la rende particolarmente viva e attuale, l'impulso ad impostare la propria linea di condotta su tale modello, alla cui imitazione ciascuna deve sentirsi strettamente impegnata, proprio in qualità di Suora dell'Immacolata.

È inoltre stato curato, per il periodo luglio-agosto 1969, un «Numero speciale» di «PREGHIERA E AZIONE», in cui rivivono i ricordi, compaiono le testimonianze e sfilano le cronache delle più importanti celebrazioni, tra quelle svoltesi in Italia e nelle due Americhe.

Vi compare pure un'interessante panoramica dello sviluppo dell'Isti­tuto, offerta dal quadro delle statistiche registrate nell'anno 1969, e che segnala un declino numerico delle Case rispetto al 1951; declino, però, che allora non si poteva ancora interpretare come un segno di diminu­zione dell'attività dell'Istituto.

Alla lieve riduzione numerica, infatti, a quell'epoca faceva riscontro un ampliamento del raggio d'azione che in Italia si era maggiormente espanso nella parte centrale (Grottaferrata nel 1961, Poggio San Loren­zo nel 1967 e la Clinica Città di Roma nel 1969) e meridionale (Mondragone e Nocelleto di Carinola nel 1967 e Casale di Carinola nel 1971); nell'America del Sud si era esteso anche nel Cile (Villa Resbalon nel 1954 e Santiago nel 1964) ed in quella del Nord anche a Dallas nel Texas.

Veniva altresì segnalato che le Case che si erano chiuse erano tutte di scarsa importanza, ubicate in zone (come in Liguria) ove l'Istituto è solidamente e sufficientemente affermato.

Inoltre avevano assunto maggiori proporzioni le istituzioni già esi­stenti, particolarmente quelle di carattere scolastico, con un sensibile aumento di alunne di ogni tipo di studi, il che aveva richiesto l'impiego di un maggior numero di Suore insegnanti, non proporzionatamente rimpiazzate dalle giovani professe, per la crisi di vocazioni che, purtrop­po, già da allora costituiva uno dei fenomeni più gravi che avrebbe continuato fino ad oggi ad interessare e preoccupare in genere tutti gli Istituti Religiosi.

E veniamo ora all'argomento «innovazioni», attuate nei primi anni di governo della Madre Maria degli Angeli.

A partire dal marzo 1969 fu iniziata, nelle varie Case dell'Istituto, la recita dell'Ufficio Divino, vale a dire delle Lodi in sostituzione delle preghiere del mattino e di Compieta in sostituzione di quelle della sera, con l'aggiunta del Vespro nelle ultime ore pomeridiane.

Non sono certo mancati, inizialmente, i commenti con i quali le Suore hanno accolto l'idea del radicale cambiamento nell'uso delle pratiche di pietà prescritte dalla Santa Regola.

C'era chi si dimostrava scettica circa la capacità di adattamento della Comunità ad un genere di preghiera piuttosto complicato e diverso da quello invalso fino a quel momento... Chi preoccupata della difficoltà di conciliare il tempo disponibile con quello richiesto dalla recita di tutti i Salmi prescritti dalla Liturgia... Chi, infine, quasi disorientata al pen­siero di dover abbandonare quelle formule e quelle preghiere recitate per tanti anni ed alle quali ciascuna aveva certamente legati i ricordi più cari e più incancellabili della propria vita religiosa...

Mentre, però, comunemente l'attuazione pratica di un progetto si rivela quasi sempre assai più complessa di quanto possa sembrarlo nella sua formulazione teorica, nel nostro caso si è verificato precisamente il contrario.

Si è trattato soprattutto di impegnarsi nella realizzazione dell'inno­vazione proposta con docilità d'animo e con spirito di fede... e tutto si è rivelato assai più semplice, più pratico e, soprattutto, più desiderabile del previsto.

Dopo qualche incertezza le difficoltà si sono appianate e l'innovazione si è rivelata perfettamente riuscita e particolarmente rispondenti alle esigenze odierne dell'animo religioso, assetato essenzialmente di coeren­za e di concretezza.

Figlie del loro tempo e doverosamente consce della responsabilità che ciascuna di loro, quale membro attivo del Corpo mistico di Cristo, riveste in sé nell'impegnarsi ad intensificare lo spirito della Liturgia, le Suore dell'Immacolata hanno saputo sentire e trovare nella recita del­l'Ufficio Divino la voce più idonea della lode, del ringraziamento e della supplica umile e fiduciosa, sentendosi vivamente partecipi di quel canto che, notte e giorno, attraverso i secoli, ha continuato a risuonare nei Cenobi, ed unite in quella preghiera che lo Spirito Santo ha messo nel cuore e sulla bocca degli Autori ispirati, capaci di esprimere la voce di Cristo e della Chiesa. In ottemperanza, poi, alla Norma N° 18 del Perf. Carit. che stabilisce: «La formazione successiva dopo il noviziato, da impartirsi nel modo più adatto per ciascun Istituto, è assolutamente necessaria per tutti i Religiosi», si è procurato di curare l'attuazione dello «Juniorato» prima solo presso la Casa Generalizia di Genova, indi anche a Roma.

Nel gennaio 1971, infine, si è approdati, dopo tante perplessità, alle modifiche apportate all'abito religioso delle Suore dell'Immacolata, che ha però, nella lineare e dignitosa semplicità che lo contraddistingue, la sua irrinunciabile funzione di «segno».

L'abito santo, infatti, nell'intenzione della Chiesa, deve essere una testimonianza palese e una documentazione evidente della consacrazio­ne totale del Religioso a Dio; deve essere il «segno» che egli deve presentare alla Comunità dei fedeli di distacco totale dalle realtà terrene per l'adesione generosa e lieta agli impegni liberamente assunti con la sua professione.

Pienamente consce di questa realtà, le Suore hanno accettato di buon grado le modifiche decise dal Consiglio Direttivo dell'Istituto, fiduciose che il considerevole sforzo compiuto per ottemperare alle norme della Chiesa potesse essere di effettivo giovamento spirituale soprattutto ai giovani elementi e meritevole di quella ricchezza di grazie che sempre, visibilmente o invisibilmente, caratterizza le opere intrapre­se e sostenute sotto lo sguardo compiaciuto di Dio.

 

CAPITOLO TRENTACINQUESIMO

UN PROGETTO LUNGIMIRANTE E UN'ARDITA REALIZZAZIONE

1971-1973

Tra i molti pensieri che occuparono la mente vigile della Madre Leopoldina fin dal 1953, anno iniziale del suo generalato, vi fu quello del trasferimento della Casa Generalizia a Roma, centro della cristianità e già sede delle Case Generalizie delle principali Comunità Religiose di Diritto Pontificio sia maschili sia femminili, sia italiane, sia estere. L'opportunità della cosa era indiscutibile, giacché l'installamento nella capitale della Direzione dell'Istituto avrebbe contribuito indubbia­mente e sensibilmente a facilitare le comunicazioni con i principali uffici, a snellire il processo burocratico di ogni pratica ed a consentire una possibilità maggiore di apertura, in modo più conforme ai consigli e ai desideri della Santa Sede.

L'idea, naturalmente, veniva però, come