MIA MADRE
Sant'Agostino
La traduzione dei testi agostiniani, salvo alcuni ritocchi, è quella dell'Opera Omnia di S. Agostino della Nuova Biblioteca Agostiniana - ©Città Nuova Editrice. Con approvazione ecclesiastica 1983, Città Nuova Ed., via degli Sc pioni 265 - 00192 Roma ISBN 88-311-4703-X
INTRODUZIONE
Monica è una delle donne che hanno piú onorato la fede cristiana. Per i doni straordinari di natura e di grazia dei quali fu arricchita e per la difficile missione che le fu affidata dalla Provvidenza, e che lei accolse egregiamene, resta un esempio altissimo di fanciulla, di sposa, di madre. Ne conosciamo la vita dagli scritti del figlio. Questi parlò spesso di sua madre, e sempre con grande commozione. Nelle Confessioni, poi, ce ne lasciò un profilo di straordinaria bellezza, che ci permette di penetrare nell'anima di lei e di scoprirvi l'azione profonda, continua e progressiva dello Spirito Santo.
1. Vantaggi del testo agostiniano
Volendo far conoscere a molti quest'azione divina e la generosa corrispondenza che ad essa prestò Monica, ho pensato di non scrivere io stesso la vita di questa mirabile donna, ma di offrire al lettore quella scritta dal figlio. In questo modo egli avrà tre vantaggi, di cui confido che vorrà apprezzare l'importanza.
Il primo sarà quello di un'assoluta fedeltà alla storia. Chi scrive è Agostino, la cui sincerità, a volte spietata, è nota a tutti. Il Santo scrive di cose profondamente legate alla sua vita, indelebilmente impresse nella sua memoria. Scrivendo poi non parla agli uomini, ma a Dio, come nelle Confessioni, e altro non intende se non esaltare i doni divini. Controprova di questa sincerità sia il fatto che il figlio non narra solo le virtú, ma anche quelli che sono o possono sembrare errori o difetti della madre. Tra i quali la puerile passione per il vino, che del resto fu subito repressa, il differimento del battesimo del figlio, il mancato convogliamento dell'esuberante pubertà di lui nell'alveo del matrimonio. Quando, poi, parla delle visioni profetiche di sua madre - argomento questo che potrebbe urtare, la nostra sensibilità -, ha cura di notare che essa percepiva bene « la differenza tra le rivelazioni divine e i sogni della sua anima ». Mistica dunque, ma non visionaria, non fantastica, come qualcuno ama ripetere, non si sa se per disinformazione storica o per voglia di calunniare i santi ad ogni costo. Lo stesso giudizio sul sano realismo spirituale va dato anche per Agostino che ci ha lasciato questo importante particolare.
Il secondo vantaggio è una rievocazione commovente della figura di Monica. È il figlio che parla, e un tal figlio? Egli sa di dover tutto a sua madre. Lo dice nella prima delle sue opere: « C'era con noi mia madre, ai cui meriti spetta, come credo, omne quod vivo, tutto ciò che ho, tutto ciò che sto vivendo». Le doveva infatti: l'intelligenza che gli brillava nella mente, la passione per la verità che gli bruciava nel cuore, la nobiltà e la fortezza di carattere, l'educazione cristiana, il mantenimento agli studi; ma soprattutto le doveva la riconquista della fede. Si sentiva doppiamente generato da lei: generato alla vita della terra e a quella del cielo. Due perciò erano i fatti inseparabilmente presenti nella sua memoria: le lacrime della madre e la sua conversione. Li ricorda ancora, ormai vecchio, in una delle ultime opere. « Ciò che narrai della mia conversione nei libri delle Confessioni, non ricordate che lo narrai in modo da dimostrare che la mia salvezza fu concessa alle lacrime sincere che tutti i giorni mia madre versava? ». Come poteva un tal figlio non commuoversi pensando a sua madre? Questa commozione sa comunicarla anche a noi che ne leggiamo gli scritti.
Infatti il terzo vantaggio del testo agostiniano che viene presentato è lo stile. Lontano forse dai gusti della narrativa moderna, ma sempre vivo, alfascinante, inimitabile. Chi potrebbe imitare, per fare un esempio, le pagine sull'estasi di Ostia o sulla morte di Monica? Esse - il lettore sarà d'accordo con me - vanno annoverate tra le piú belle della letteratura cristiana. Gusti dunque il lettore le pagine che seguono e ne sia grato a S. Agostino che le ha scritte, e un pochino anche a chi le ha coordinate. Dico coordinate, perché non si pensi che siano state scritte da lui cosí come si presentano. Sono stato io a raccoglierle, a disporle secondo uno schema che mi e parso il piú normale, ad aggiungervi i titoli dei capitoli, e qua e là qualche proemio illustrativo e qualche nota. Ma fuori di questo non c'e nulla di mio. Il testo è tutto e solo di S. Agostino.
Per comodità del lettore aggiungo qui una breve introduzione, che dovrebbe servire - questa almeno è l'intenzione e la speranza di chi scrive - a rendere piú facile e piú gustosa la lettura di questi preziosi testi di agiografia cristiana.
2. La famiglia di Monica
Monica nacque nel 331 in Africa, a Tagaste, nell'altipiano della Numidia (l'odierna Souk Ahras, in Algeria); una regione allora fertilissima, ricca di cereali, di vigneti, di ulivi, popolata di molte e belle città scintillanti di marmi e inebriate di sole. Queste città mostravano già a quel tempo i segni della decadenza, ma non tanto da non conservare ancora, in gran parte, l'antico splendore. Tra esse Tagaste non spiccava né per grandezza né per importanza. Era solo un importante nodo stradale: vi passavano le vie che dalla Numidia, attraverso la valle del Medjerda - la Bagrada degli antichi -, portavano a Cartagine o da Cartagine raggiungevano la lontana Mauritania o quella che da Ippona la Reale scendeva verso il Sud fino a Tebessa e ai confini del Sahara. Benché fondata tre secoli prima, si può dire che la sua storia cominci con la nascita della nostra santa. Era fiera però della sua municipalità e delle costruzioni romane. Il consiglio cittadino si fregiava del titolo di «illustrissimo». A questa fierezza, che del resto non era esclusiva di Tagaste, contribuivano tre elementi: il ricordo della civiltà punica, l'opulenza della civiltà romana, l'efficacia della civiltà cristiana. Tre elementi che sembrano aver lasciato un'impronta nella personalità di Monica. In lei infatti troviamo la tenacia che ricorda la razza punica, la forza operosa dei Romani e la pietà cristiana.
La sua famiglia, per quanto possiamo saperne, non era nobile né ricca; ma benestante e stimata, certo. Aveva servi in casa - cosa allora comune anche per le famiglie piú modeste - e beni al sole. Non tanto benestante però da permettersi una vita dispendiosa o di lusso. Quando S. Agostino dice di essere nato povero, da genitori poveri a, non dice, per troppa modestia, il falso. Dice la verità. Purché s'intenda povero non nel senso odierno della parola, cioè nullatenente, ma in quello di allora, che includeva il piccolo proprietario terriero. Questi infatti stava in mezzo tra la condizione dello schiavo o del colono e quella dei grandi proprietari ai quali si soleva attribuire l'appellativo di ricchi: questi piccoli proprietari avevano di che vivere con qualche agiatezza, usavano la lingua e possedevano la cultura di Roma, partecipavano all'amministrazione della cosa pubblica; ma di fronte ai veri ricchi erano poveri; anche se, di fronte ai diseredati, potevano dirsi invidiati e benestanti. A questa classe media, africana d'origine, romana. di cultura e di lingua, apparteneva la famiglia di Monica.
Religiosamente era una famiglia di ferventi cattolici: una famiglia « credente », la dice Agostino, membro sano » della Chiesa. Se anch'essa in passato avesse aderito al donatismo, quando « tutta » la città di Tagaste era passata allo scisma - quel triste e doloroso scisma che divideva con l'errore e devastava con la violenza l'Africa cristiana - non possiamo dirlo. Il fatto che l'autore delle Confessioni ne lodi la fede cattolica senza accennare menomamente a questa adesione, induce a risponder di no. In ogni caso da quando, verso la metà del sec. IV, per effetto delle leggi imperiali contro i donatisti, la città tornò alla comunione della Chiesa e divenne una roccaforte dell'unità cattolica contro lo scisma, tra le famiglie piú salde e piú ferventi ci fu certamente quella della nostra santa. L'educazione di Monica ebbe luogo dunque non solo in una famiglia cattolica, ma anche - e questo non è meno importante - in seno ad una chiesa locale viva, unito nella fede e piena di fervore.
Nell'arco di pochi anni sorsero da essa o vissero in essa ben quattro santi, riconosciuti e venerati dalla Chiesa universale: Monica stessa, Agostino, Alipio e Melania la Giovane. Per non dire della grande fioritura di monachismo che vi ebbe luogo dopo il ritorno di Agostino dall'Italia e ad opera sua. Ricordo un solo particolare: nel 410 venne da Roma e vi si stabili S. Melania e vi fondò due monasteri, uno di religiose e l'altro di religiosi, che ebbero rispettivamente 130 e 80 membri.
3. Educazione cristiana
Piú che dai suoi genitori, Monica fu educata da una vecchia serva di casa, alle cui particolari cure i genitori l'avevano affidata. Questa serva si trovava in quella famiglia da molti anni - aveva portato sulle spalle, da bambino, il padre di Monica - e godeva la piena fiducia dei padroni. Forte di questa fiducia e della lunga permanenza in quella casa, essa fu molto severa con la padroncina: energica nel correggere, piena di buon senso nell'ammaestrare. Scopo della sua educazione era questo: non farle riuscire gradevole ciò che non era onorevole; che è, poi, come si sa, lo scopo ultimo di ogni vera educazione. Agostino lo ricorda con profondo intuito pedagogico (Confess. 9, 8, 17).
Oltre la pietà, inculcò nell'animo di lei la sobrietà, la modestia, la mortificazione: fuori dell'ora dei pasti non le permetteva di bere nemmeno l'acqua, il che in quelle regioni non era un piccolo sacrificio. Adesso, diceva, bevete l'acqua perché non avete il vino; quando andrete spose, avrete a disposizione il vino, e l'acqua vi sembrerà insipida. Sapiente principio, ma che in pratica non sorti l'effetto sperato.
La severità della vecchia serva non bastò ad impedire che nell'animo della fanciulla s'insinuasse il gusto del vino. Le cose andarono cosí. I genitori le avevano affidato il compito onorifico di andare in cantina ad attingere vino per la famiglia. Ora avvenne che attingendo vino con il boccale dal tino, prima di versarlo nel fiasco, cominciò a gustarne un sorso; poi due, poi tre; tanto che finí per berne dei mezzi bicchieri. Ma le arrivò all'improvviso una sferzata che le fece passare il gusto di quel vino bevuto di nascosto. La serva che l'accompagnava in cantina - l'unica testimone del fatto - un giorno, in un litigio a tu per tu con la padroncina, le lanciò in faccia il titolo di beona. L'esagerazione e l'offesa erano evidenti. Monica non reagi, non si difese, non fiatò: senti però la sferzata e provò una profonda vergogna di se. Con un atto energico, che nasceva insieme dalla virtú della sobrietà e da un sentimento di orgoglio, propose di troncare quell'incipiente passione, subito e per sempre.
Questo episodio ci richiama alla mente il carattere di Monica e le sue splendide qualità naturali. Ebbe un'intelligenza vivace, che le permetteva di rispondere alle sottigliezze del figlio divenuto manicheo e di prendere parte a Cassiciaco alle discussioni filosofiche; una volontà forte, un carattere nobile, fiero, deciso; ebbe pure una sensibilità profonda e un'inclinazione singolare al raccoglimento, all'elevazione interiore, alla preghiera. Su queste qualità naturali, che erano esse stesse dono di Dio, la grazia, che e il dono di Dio per eccellenza, costruí l'edificio della santità.
4. Giovane sposa
Non sappiamo quando Monica andò sposa. Sappiamo che aveva 23 anni quando nacque Agostino, che sembra essere stato il primogenito. Aveva infatti 56 anni quando morí, e il figlio ne aveva allora 33. Ebbe almeno un altro figlio e una figlia. Del primo sappiamo poco piú che il nome. Si chiamava Navigio. Raggiunse il fratello a Milano, assistette ad Ostia alla morte della madre, tornò in Africa, si sposò, ebbe delle figlie che si consacrarono al Signore,. Della figlia non sappiamo neppure il nome. Una lettera spuria e tardiva le ha dato quello della grande martire cartaginese Perpetua, ma non si sa su quale fondamento. In compenso però sappiamo che, restata vedova, si consacrò a Dio e resse santamente per molti anni il monastero delle Religiose d'Ippona, fondato dal suo grande fratello. Agostino, che non era certamente largo di lodi per i suoi parenti, parla con venerazione di sua sorella come di una « santa superiora ». Non possiamo che rammaricarci di sapere tanto poco di un'anima cosí privilegiata. Privilegiata, dico, per il fatto di essere vissuta tanto tempo a fianco e alla scuola spirituale del vescovo d'Ippona nell'ansia d'un comune ideale di perfezione evangelica.
Essa educò la prima generazione di Religiose agostiniane e fu - possiamo supporlo - l'angelo consolatore del fratello, immerso in tante cure pastorali e pur desideroso d'una vita tranquilla di contemplazione e di studio. Sono solito godere di voi, e consolarmi, scrive egli alle Religiose d'I ppona, tra tanti scandali di cui dovunque abbonda questo mondo, pensando alla vostra numerosa comunità, al vostro casto amore, alla vostra santa vita, alla speciale grazia largitavi da Dio non solo per rinunciare alle nozze terrene, ma per preferire di abitare perfettamente concordi nella comunità della casa di Dio, per essere tutte un'anima sola e un cuore solo protese verso Dio... Considerando questi beni che voi possedete, questi doni di Dio, il mio cuore, tra le molte tempeste dalle quali è agitato a causa d'altri mali, suole trovare un qualche riposo.
Scrivendo queste parole, pensa soprattutto a sua sorella, che era stata superiora in quel monastero e sotto la cui sapiente direzione quei frutti spirituali erano maturati.
La memoria di lei restò dunque in benedizione, ispiratrice, anche dopo la morte, di pensieri di fraternità e di pace.
La storia dei pionieri della vita religiosa in Occidente e l'albo ufficiale dei santi non hanno registrato il suo nome; ma ciò non toglie che essa meriti ugualmente un posto tra lóro. Questo fatto che l'associa, anche senza nome, al nome del vescovo d'Ippona e ne fa una preziosa collaboratrice di lui nella diffusione dell'ideale monastico, dice molto a favore della famiglia di Monica; dice che questa grande africana non fu soltanto una santa, ma fu anche madre e formatrice di santi.
Eppure non si può dire che il suo matrimonio fosse dei piú fortunati. Il marito era pagano, la suocera sospettosa, i servi pettegoli. Se non nacque un dramma, fu solo per le virtu non comuni della giovine sposa. Nel marito sopportò i frequenti scatti d'ira e i tradimenti. Di fronte al carattere irascibile di Patrizio la regola d'oro che s'impose fu il silenzio e la pazienza. Non rispondeva mai nei momenti di collera, ma aspettava che l'ira sbollisse per fargli intendere, con calma e dolcezza, la ragione. Applicando fedelmente questa regola, si conquistò il rispetto del marito, che mai la percosse, e l'ammirazione delle amiche, le quali, pur avendo mariti meno iracondi, portavano spesso sul viso i segni delle percosse ricevute. La regola per far fronte ai tradimenti non fu molto diversa: non l'indignazione, i rimproveri, i litigi; ma l'attesa fiduciosa e la preghiera. L'attesa che si convertisse alla fede cattolica, nella quale avrebbe imparato la virtú della castità; e la preghiera continua, perché il Signore le concedesse il grande dono della fede. Alla preghiera si aggiungeva la bontà, l'amabilità, la sottomissione, virtù che le conciliavano « l'affetto rispettoso ed ammirato » del marito. Anche questa volta il metodo portò i suoi frutti: Patrizio s'iscrisse tra i catecumeni nel 370 ne morí l'anno appresso dopo aver ricevuto il battesimo.
La bontà di Monica aveva trionfato. Ma quel matrimonio combinato male, anche se le virtú della sposa l'avevano trasformato in un dono di grazia per il marito, dovette lasciare un'impressione durevole di amarezza e di disagio nell'animo di Agostino. Diventato vescovo, non permise mai che una fanciulla cristiana, di quelle affidate alle sue cure (il vescovo era allora il tutore degli orfani), andasse sposa ad un pagano.
Con la stessa regola della bontà Monica conquistò, dopo qualche tempo, la benevolenza della suocera, la quale, sospettosa per natura - possiamo supporlo - era stata messa contro di lei da alcune serve maligne. Ma la serena amabilità della nuora fu tanto efficace che riportò ancora una volta il trionfo. Le serve linguacciute ebbero quel che meritavano: una buona dose di vergate e la promessa, per di piú, di averne una dose maggiore, se avessero osato in avvenire parlar male di Monica. Cosí, nuora e suocera vissero d'allora in poi - e il caso è degno di nota - in « dolce amorevolezza ».
Lo spirito di fraternità cristiana che nutriva in seno alla famiglia, ne ispirava la condotta anche fuori. Tra le amiche e i conoscenti era prudente, saggia, seminatrice di pace. Non solo evitava la maldicenza e la mormorazione, ma non riferiva mai le parole adirate udite da una persona contro un'altra; ma solo quanto poteva servire a riconciliarle. Agostino, che conosceva bene quanto sia triste e deleteria l'azione dei sussurroni, rileva con particolare compiacenza questa bella virtú, umana insieme e cristiana, della madre.
5. Patrizio
Ma prima di proseguire dobbiamo fermarci a fare un'osservazione, affinché non si pensi troppo male dei genitori di Monica per il fatto che, pur essendo buoni cristiani, diedero in isposa ad un pagano la loro figliuola, che avevano educata con tanta cura e con tanto profitto. Diremo perciò che simili matrimoni misti allora non dovevano essere infrequenti in Africa. In molte città a maggioranza cristiana, come Tagaste, v'erano pagani che non erano piu, come nel passato, ostili verso il cristianesimo, ma tolleravano, una volta sposati, che le mogli vivessero secondo la loro fede e che i figli fossero educati cristianamente. Neutrali, quindi, in fatto di religione e benevoli verso quelli che la praticavano.
Uno di questi pagani era appunto Patrizio. Del quale bisognerà pur dire, per dovere di giustizia, che, insieme alle qualità meno belle, ne aveva altre che lo rendevano stimabile e simpatico. Era un cittadino di Tagaste molto onorato, membro dell’« illustrissimo » consiglio municipale. Facile all'ira, è vero, e un po' libertino, ma per il resto un uomo buono ed affettuoso. Amava teneramente la moglie e si preoccupava per il futuro dei figli. Che nella sua casa tutti fossero cristiani, tranne lui, non costituiva un ostacolo per l'unità e la pace domestica. L'educazione dei figli la lasciava volentieri alla moglie. In quanto a sé si dava da fare perché non mancassero di nulla, anzi perché avessero i mezzi per frequentare gli studi. Il figlio Agostino, di cui aveva intuito l'intelligenza, dopo le scuole medie frequentate in Madaura, una città non lontana da Tagaste, volle avviarlo agli studi universitari. Pensò dunque a Cartagine. Ma il passo era troppo lungo per le sue modeste risorse. Ciò nonostante lo tentò ugualmente, impegnandosi, con sacrifici, a trovare i mezzi necessari. Questo fatto lo rese oggetto di ammirazione da parte degli amici, molti dei quali, pur avendo possibilità finanziarie ben più grandi, non si preoccupavano affatto, o certo di meno, degli studi dei figli.
« Chi non faceva allora alti elogi di un uomo, mio padre, il quale per mantenere agli studi suo figlio in una città lontana spendeva piú di quanto permettesse il patrimonio familiare? Molti cittadini assai piú ricchi di lui non affrontavano per i loro figli un sacrificio simile »'.
6. Interesse e sacrifici per mantenere il figlio agli studi
In questo proposito Patrizio era coadiuvato e sostenuto dalla lungimiranza di Monica. Anche lei voleva che Agostino perfezionasse gli studi nelle scuole di Cartagine. Lo voleva per ragioni diverse dal marito, ma lo voleva. Questi pensava solo all'onore della famiglia e alla gloria umana; lei invece a uno scopo religioso: era convinta, e con ragione, che la scienza non solo non è un ostacolo, ma e un aiuto per arrivare a Dio. Per questa convinzione, morto il marito, continuò da sola a mantenerlo agli studi. È vero che le venne incontro, continuando un'opera già cominciata, la munificenza di Romaniano, gran signore di Tagaste, ma ciò non toglie che i suoi sacrifici dovettero essere considerevoli. Questa intuizione dei benefici della cultura e questa generosità nel mantenere il figlio agli studi ci rivelano un aspetto tra i piú umani e tra i piú moderni della personalità di Monica. Non fu solo dunque la madre pia che piange sui traviamenti del figlio, ma anche la madre lungimirante che volle aprire al figlio le vie del sapere. E lo volle con tanta fermezza che di fronte all'erompente pubertà di lui, pur temendone le gravi conseguenze per la virtú della castità e pur cercando di evitarle con sapienti consigli, non giunse a consigliare il matrimonio, perché un matrimonio precoce - cosa Agostino cerca di interpretare l'atteggiamento della madre - avrebbe intralciato la carriera degli studi ».
7. Lo educò cristianamente, ma ne differí il battesimo
Non v'è dubbio però che la preoccupazione principale di Monica fu l'educazione cristiana dei figli. Li partori tante volte quante volte li vedeva allontanarsi da Dio. Cosí si esprime, con forti parole, Agostino. Eppure in quest'azione educativa sembra esserci una grave lacuna: Monica non fece battezzare il figlio. Lo iscrisse tra i catecumeni, gl'istillò profondamente nel cuore l'amore al nome di Gesú, ma non lo fece battezzare. Quando, a 16 anni, fu li lì per morire, si preoccupò che ricevesse il battesimo, ma, poi, riavutosi improvvisamente, il battesimo fu differito. Perché? Agostino spiega: mia madre, conoscendo le tentazioni che mi attendevano, preferi affidare al mare tempestoso della vita l'uomo vecchio, non ancora purificato dalla grazia, anziché affidargli subito l'uomo nuovo rinato nel fonte battesimale. Sotto queste parole c'e una ragione che l'autore delle Confessioni non ha detto o non ha voluto dire esplicitamente. Pensiamo che Monica temesse per la vita cristiana del figlio a causa degli esempi del padre, ancora pagano e di facili costumi. Dev'essere stato questo timore a indurla a differirgli il battesimo.
8. Efficacia dell'educazione cristiana impartitagli
In compenso l'educazione cristiana che gli impartì fu continua, profonda, efficacissima. In forza dell'educazione ricevuta Agostino fu sempre, nell'intenzione, cristiano, anche quando abbandonò orgogliosamente la Chiesa cattolica. Credette sempre, anche allora, in Dio, nella Provvidenza, nella vita futura e conservò sempre un tenero e forte amore per Gesú Cristo. Le idee intorno alla sacra persona di lui gli erano state sconvolte dai manichei, ai quali aderì, ma l'amore nel cuore restò. Quando si converti non fece che tornare a quella fede « che mi era stata inculcata fin dalla fanciullezza e che mi era penetrata fin nelle midolla ».
9. L'efficacia dipese soprattutto dall'esempio
L'efficacia sorprendente di questa educazione non dipese tanto dalle parole di Monica - le mamme sanno trovare sempre, quando vogliono, le parole persuasive per educare i figli - quanto dall'esempio della sua vita; una vita di fede viva e di pietà profonda. Di lei vedova scrive il figlio: « casta e sobria, assidua nell'elemosina, devota e sottomessa ai tuoi santi; che non lasciava passare giornata senza recare l'offerta al tuo altare, che due volte al giorno, mattina e sera, senza fallo visitava la tua chiesa, e non per confabulare vanamente e chiacchierare con le altre vecchie, ma per udire le tue parole e farti udire le sue orazioni ».
Si può essere certi che non diversa era la condotta di Monica prima che restasse vedova. Sappiamo altresí che era fedele nella pratica del digiuno, e che a Milano si fece un dovere di sapere se dovesse digiunare secondo l'uso di Tagaste o secondo quello della chiesa milanese. Anche nell'uso, che per molti diventava un grave abuso, di portare vivande sui sepolcri dei martiri dava esempio di pietà, di sobrietà, di carità. Quale rispetto poi avesse e quale sottomissione verso l'autorità del vescovo risulta da questi due fatti: accettò senza replicare la risposta di Ambrogio sul digiuno, e si conformò senza discutere alla proibizione di portare vivande sui sepolcri dei martiri. Eppure si trattava di rinunciare a qualcosa che le stava a cuore: nel primo caso ad una consuetudine di Tagaste, sua città natale, e nel secondo a una consuetudine largamente diffusa in Africa, sua terra di origine.
Due fatti sintomatici che rivelano una disposizione interiore sincera e illuminata. Alla scuola di una santità così autentica è impossibile che l'educazione materna non metta molte e profonde radici nell'animo dei figli. Così fu per Agostino. Egli restò sempre, anche nell'errore, figlio di Monica, cioè amante della verità e innamorato appassionatamente di Cristo.
Anche nell'errore. Si sa che a 19 anni abbandonò la fede di sua madre, sbatté la porta in faccia alla Chiesa cattolica e aderì al manicheismo. Cercava la verità e si convinse di trovarla presso quella setta oscura e sovversiva. Soprattutto per questo, perché si presentava agli adepti come la vera interpretazione del cristianesimo; d'un cristianesimo puro, spirituale, evangelico. Abbandonando la Chiesa cattolica non pensò affatto di allontanarsi da Cristo, anzi pensò di avvicinarsi ad esso.
10. La grande missione di Monica e suo programma
Ma ciò che sfuggí al figlio diciannovenne, non sfuggi alla madre. Monica comprese che quella setta, cosí ferocemente anticattolica, non aveva nulla di cristiano e predicava un cumulo di errori. Ella s'avvide subito che il suo Agostino s'era messo nella via della perdizione. Da questo momento comprese che la sua missione era ormai una sola: ricondurre quel figlio intelligente e generoso, ma fuorviato, sulle vie della vera fede, che vuol dire ferma adesione a Cristo e alla Chiesa. A questa missione dedicò, d'allora in poi, tutta la sua esistenza. Furono 14 anni di lento, crescente martirio.
Il programma che si propose e a cui restò fedele con eroica costanza fu questo: pregare, stare vicino al figlio, cercare chi potesse convincerlo dell'errore; e intanto attendere l'ora del Signore.
a) Pregare. Monica conosceva molto bene le parole di Gesú: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto (Mt 7, 7). Ad esse si affidò con la disperazione del naufrago. Sfogò avanti al Signore tutta la passione di credente e di madre. Piú con le lacrime che con le parole, Agostino nota ripetutamente questo particolare. Esso non manca mai quando parla delle preghiere della madre per la sua conversione. « Mia madre versava piú lacrime di quelle che ne versino le madri alla morte dei figli ». « ... le sue lacrime rigavano a fiotti la terra sotto i suoi occhi dovunque pregava ». In realtà il dramma di Monica era profondo e tormentoso: nasceva da due forze potentissime e contrastanti, che erano la fede e l'amore materno. La fede l'assicurava del grande errore del figlio e le riusciva insopportabile il pensiero di perderlo eternamente se fosse morto in quello stato. Ricordando il pericolo corso a Roma di morire doppiamente - cioè di morte fisica e di morte spirituale - a causa della grave malattia. che lo aveva colto e dello stato d'animo in cui si trovava, Agostino fa questo commento: se ciò fosse avvenuto « il cuore di mia madre, colpito da una tale ferita, non si sarebbe piú risanato. Non so esprimere adeguatamente - continua - i suoi sentimenti verso di me e quanto il suo travaglio nel partorirmi in spirito fosse maggiore di quello con cui mi aveva partorito nella carne » ».
b) A fianco del figlio. Alla preghiera e alle lacrime si aggiunse l'attenzione costante di stare a fianco del figlio. A dir il vero, in un primo momento ebbe uno scatto d'indignata fierezza - era il fondo del suo carattere - e non volle riceverlo in casa. Agostino tornava da Cartagine laureato, è vero, cioè con un sogno diventato realtà - un sogno lungamente vagheggiato da Monica e dall'ormai defunto Patrizio - ma tornava lontano dalla Chiesa cattolica, tornava manicheo. La gioia del sogno realizzato fu sopraffatta dal dolore per il figlio macchiato di eresia.
Un dolore tanto grande che non le permise di stargli vicino. Il giovane professore dovette rifugiarsi presso l'amico e mecenate Romaniano.
Nessuno pensi che il fiero atteggiamento di Monica dipendesse dal fatto che il figlio tornava a Tagaste accompagnato dalla madre del piccolo Adeodato. Questo fatto non poteva costituire un ostacolo. Non perché non fosse cristianamente riprovevole, ma perché era ammesso dalla buona società di allora e poteva, una volta che Agostino avesse ricevuto il battesimo, essere regolato. L'ostacolo vero era l'altro, l'eresia. Le Confessioni infatti legano esplicitamente l'atteggiamento di Monica all'avversione e al disgusto per il « traviamento blasfemo » del figlio, cioè per l'abbandono della fede.
Tutti in casa di Monica erano ferventi cattolici. Anche il marito, dopo anni ed anni di sofferenze e di preghiere della fedele sposa, si era convertito ed era morto cattolico. Ora invece il figlio maggiore, su cui riposavano tante speranze, tornava da Cartagine orgoglioso manicheo e fiero anticattolico. Era troppo. Monica non resse a tanto strazio e prese la drastica decisione di cacciarlo da casa. Forse in questa decisione ebbe una parte non secondaria la necessità di difendere gli altri figli e tutti i membri della famiglia dalla sottile propaganda manichea che il giovane professoríno andava svolgendo con baldanza e con successo.
Ciononostante una piú matura riflessione, confortata da un sogno consolatore che la rassicurava circa la conversione del figlio, la convinse che il metodo della resistenza aperta era sbagliato. Ci voleva un metodo fatto piú d'amore che di fierezza; un metodi piú dolce, piú paziente, piú persuasivo. Cambiò perciò il suo atteggiamento: lo ricevette in casa e, d'allora in poi, non volle piú separarsi da lui.
Lo seguì a Cartagine; chiese di seguirlo, anche se invano, a Roma (il figlio, per non prenderla con sé, le tese un inganno); lo raggiunse a Milano. Sempre al fianco di lui, buona, paziente, servizievole; soprattutto esempio vivente di una fede operosa e tetragona. Molti cedettero alle sottili argomentazioni di Agostino, ma la madre no. Anzi, quando il figlio, interpretando a suo modo il sogno consolatore che ella fiduciosamente gli raccontava, le disse che un giorno sarebbe diventata manichea come lui, gli rispose senza esitare: « No, non mi fu detto: là dov'è lui sarai anche tu; ma: là dove sei tu sarà anche lui ». Questa incrollabile fiducia, che non raffreddava, ma alimentava la preghiera, non l'abbandonò mai.
c) Implorare l'intervento di persone competenti. Il terzo punto dell'azione di Monica verso il figlio era quello di trovare chi potesse convincerlo di errore. Insisteva con ogni persona che ritenesse capace. Quante ne avrà supplicate a Tagaste e a Cartagine o dovunque potesse arrivare la sua voce, non sappiamo. Possiamo pensare che non furono poche. L'amore materno la portava a vedere in ognuno un possibile salvatore del figlio. Sappiamo però che la sua insistenza fu sempre inutile. Nessuno voleva misurarsi con lui. Il giovane professore era troppo noto per le facili vittorie che riportava. Nessuno era in grado di resistere alla sua dialettica. « Vincevo quasi sempre, dirà di se stesso..., disputando con cristiani poco pratici, i quali tuttavia facevano a gara nel difendere come potevano la propria fede ».
Tra tanti episodi dell'insistenza materna, Agostino ci ha tramandato quello di un vescovo - di Tagaste? - che era particolarmente adatto al caso, perché, come Monica senti da lui, nella fanciullezza era stato manicheo, aveva letto i loro libri e si era convinto dei loro errori. Nonostante il prezioso aiuto di questa esperienza non volle abboccarsi col professore, dicendo che era meglio lasciarlo state e limitarsi a pregare per lui; si sarebbe accorto da solo dei gravi errori in cui era incappato.
L'argomentazione non persuase Monica, che continuò ad insistere. Il vescovo allora un po' stizzito e un po' annoiato le disse quelle celebri parole che furono prese come un oracolo celeste: « Vattene. Possa tu aver lunga vita, com'è vero che il figlio di tante lacrime non può perire .
11. Il vescovo Ambrogio
A Milano invece non ebbe bisogno di pregare il grande vescovo di quella città. Non già che Ambrogio fosse di parere diverso dall'innominato vescovo africano. Anzi sembra che fosse proprio dello stesso parere. Infatti egli parlò molto poco con l'ormai celebre professore universitario che giungeva a Milano da Roma, inviato dal prefetto Simmaco - il grande avversario di Ambrogio - e preceduto dalla fama di manicheo. Gl'incontri con Agostino furono rari e improntati per lo piú a sentimenti di cortesia da una parte e di bontà pastorale dall'altra. Non colloqui prolungati, non discussioni, non azione diretta di persuasione.
Ma la personalità di Ambrogio e i suoi discorsi al popolo, che Agostino seguiva avidamente, produssero subito egetti benefici.
Monica se ne avvide appena arrivò a Milano, quando il figlio le diede la notizia - la prima notizia lieta dopo tanti anni di lacrime - che non era piú manicheo. Non era ancora il compimento della sua grande speranza, ma era certo l'inizio. Questo bastò perché Monica si affezionasse profondamente ad Ambrogio e l'amasse come l'angelo del Signore, destinato a condurre fuori dal pelago degli errori, verso la luce della verità, il suo Agostino. Ambrogio d'altra parte notò subito la grande pietà di Monica e se ne congratulò spesso col figlio, incontrandolo, e ne tessé gli elogi.
Vien fatto chiedersi: avrà Monica aperto ad Ambrogio il suo cuore ferito? L'avrà messo a parte delle sue ansie e delle sue speranze? Amiamo immaginarcelo. Ma la storia non ci dà una risposta. Che lo abbia incontrato, che gli abbia parlato é verosimile; ma non vorremmo andare piú in là con le nostre supposizioni.
Pensiamo che Monica, intuito che il processo di conversione del figlio era già cominciato, e proprio per merito di Ambrogio, sarà voluta restare in un discreto, rispettoso silenzio, aspettando con crescente fiducia l'ora del Signore, che ormai si annunciava non molto lontana, e intensificando le sue preghiere.
12. Insiste perché il figlio si sposi
Discreto, rispettoso silenzio verso Ambrogio, ma non verso il figlio Agostino. Con questi era aperta, franca, insistente. Insisteva soprattutto perché si sposasse, convinta che, una volta sposato, il lavacro del battesimo, a cui Agostino si andava ogni giorno piú disponendo, lo avrebbe rinnovato e ne avrebbe fatto un buon cristiano. C'imbattiamo qui in un punto oscuro della vita di Monica e di Agostino. La nostra sensibilità moderna ne resta turbata. A noi sembra che sarebbe stato naturale, anzi doveroso, che l'unione già esistente, e che durava da 14 anni, venisse regolata. C'era stata la fedeltà mutua, c'era tuttora l'amore. Agostino amava veramente quella cartaginese, restata per noi senza nome, che lo aveva accompagnato nelle sue peregrinazioni - da Cartagine a Tagaste, da Tagaste di nuovo a Cartagine, poi a Roma, poi a Milano - e che gli aveva dato quell'angelo di bontà e quel portento d'intelligenza che era Adeodato. Eppure questa donna era un impedimento al matrimonio. Lo dice esplicitamente Agostino: « mi fu strappata dal fianco come impedimento al matrimonio, e il mio cuore, a lei affezionato, ne fu lacerato profondamente e sanguinò a lungo ».
Ma perché impedimento al matrimonio? Qui la storia non ci dà una risposta, e siamo costretti ad inventare. Il che è sempre pericoloso, anche se è frequente.
Non possiamo pensare a sentimenti di avversione da parte di Monica. A questo motivo, nonostante il rispetto e l'amore che nutriva per la madre, Agostino non si sarebbe piegato. Del resto non si vede perché quella donna dovesse meritare l'avversione di Monica se la sua presenza a fianco di Agostino non era stata di ostacolo, ma di aiuto: gli aveva dato la gioia d'amare e di essere amato, congiunta alla fedeltà e alla buona fama, impedendogli in pari tempo di cadere nel triste vagabondaggio del vizio. Ne doveva essere ignobile d'animo o molto lontana dai sentimenti cristiani di Monica se, tornata in Africa, si consacrò totalmente a Dio. Doveva esserci dunque un motivo diverso; un motivo vero ed oggettivo, che tale fosse apparso non solo ad Agostino e a Monica, ma anche alla comitiva africana. Questa infatti come avrebbe sopportato che il loro grande amico prendesse una decisione che urtava il senso morale? Si pensi alla presenza del rigido ed integerrimo Alipio, amicissimo di Agostino.
Questo motivo è stato cercato sul piano spirituale, su quello economico e su quello sociale. Non di fondamento la prima supposizione, quasi che quella donna fosse consacrata a Dio prima d'incontrare Agostino o l'avesse lasciato per consacrarsi a Dio; non è sufficiente la seconda (Agostino l'amava sinceramente e le era stato fedele per 14 anni, non poteva piegarsi perciò a ragioni economiche); invece ritengo verosimile la terza. Infatti, se la madre di Adeodato era, come sembra, di bassa condizione sociale, l'unione non poteva essere legalizzata: in tal caso una legge proibiva il matrimonio di pieno diritto. L'interessata doveva saperlo. Chi pensasse che la decisione del ritorno in Africa - decisione dolorosa, ma necessaria - fu presa di comune accordo, non andrebbe, a mio avviso, lontano dal vero. Né c'è da gridare, come fa qualcuno, alla durezza della legge cristiana che impediva ad Agostino di ritenere come concubina quella che non poteva essere legalmente sua moglie: fu proprio la legge cristiana, che e legge d'amore, a fare di quella separazione un motivo di ascensioni verso vette piú alte, quelle della totale consacrazione a Dio.
Forse Agostino la incontrò di nuovo a Cartagine o andò a trovarla in qualcuno dei monasteri di quella città. Certamente le avrà comunicato la morte del figlio Adeodato, avvenuta dopo qualche anno a Tagaste. Anzi, e verosimile che questi, durante la breve permanenza a Cartagine, prima di prendere la via di Tagaste, abbia rivisto e riabbracciato la madre. Nulla vieta di pensare che uno dei motivi di quella breve sosta fosse proprio questo: permettere al figlio di riabbracciare sua madre.
Che nelle Confessioni questa donna sia restata senza nome, non dice nulla: anche l'amico, sulla cui morte scrisse pagine immortali e restato per noi senza nome.
Del resto non mancavano ragioni di prudenza: mentre Agostino scriveva le Confessioni quella donna, probabilmente, viveva ancora.
13. Adeodato
Forse a questo punto il lettore desidera essere informato piú ampiamente su Adeodato, un giovane che apparve e sparve come una luminosa meteora, al cui subitaneo splendore contribuí certamente Monica, e non solo dal momento nel quale la madre, partendo per l'Africa, lasciò il figlio a Milano.
Le notizie che abbiamo non sono molte, ma quelle poche ci fanno intravvedere quasi di scorcio qualcosa di meraviglioso, che sa di miracolo. Eccole in breve. Nacque a Cartagine nel 372, non desiderato, ma accolto con amore; seguì i genitori nel loro peregrinare a Tagaste, a Cartagine, a Roma, a Milano; dopo la conversione del padre si ritirò con lui a Cassiciaco, nella Brianza; con lui ritornò a Milano all'inizio del 387; con lui ricevette il battesimo; ad Ostia Tiberina assistette, tra le lacrime, alla morte dell'amatissima nonna; passò alcuni mesi a Roma; nell'agosto del 388 s'imbarcò con i suoi per Cartagine; raggiunse Tagaste e qui, nella pace del verde altipiano, si uni al gruppo dei primi agostiniani che, consacrati a Dio, diedero inizio alla gioiosa esperienza della vita comune. Questa prima comunità - la prima in Africa - egli rallegrò col candore dell'innocenza e lo splendore dell'ingegno: due qualità che possedeva in grado straordinario. La morte lo colse tra il 389 e il 391.
A Cassiciaco, nonostante la tenera età, prese parte alla discussione sul tema della vita beata. Alla domanda: chi e che possiede Dio, diede una risposta che meritò l'adesione della nonna e dello zio Navigio. Rispose: « chi non ha l'animo immondo ». Altri avevano detto: chi vive bene; chi ubbidisce ai suoi comandamenti: risposte vere, ma piú generiche. La risposta di Adeodato conteneva un chiaro riferimento alla beatitudine evangelica dei puri di cuore e rivelava il frutto dell'educazione che andava ricevendo. Questa doveva avere per tema preferenziale proprio quella beatitudine, la quale permetteva di inculcare al fortunato fanciullo l'innocenza e permetteva altresí di avviarlo alla contemplazione dei misteri di Dio. Come non pensare che la grande maestra su questa via era proprio Monica?
Intanto Agostino ammirava stupito l'ingegno del figlio. Nel De beata vita, che è la prima delle sue opere, lo presenta a Manlio Teodoro, filosofo cristiano allora famoso, con queste parole: « Con noi era anche mio figlio Adeodato, il piú piccolo di tutti. Egli ha tuttavia un ingegno che, salvo errore dovuto all'affetto, promette grandi cose ». Non s'ingannava.
A Tagaste, a 16 anni, fu interlocutore del celebre dialogo Il Maestro. I pensieri che gli vengono attribuiti sono realmente suoi. Ce lo assicura lo stesso Agostino, il quale, parlando del suo battesimo, dedica al figlio questo commosso ricordo: « Prendemmo con noi anche il fanciullo Adeodato, mio figlio carnale, frutto del mio peccato. Tu lo avevi fatto bene. Era appena quindicenne, e superava per intelligenza molti importantissimi e dotti personaggi. Ti riconosco i tuoi doni, Signore Dio mio, creatore di tutto, abbastanza potente per dare forma alle nostre deformità; poiché di mio in quel fanciullo non avevo che il peccato, e se veniva allevato da noi nella tua disciplina, fu per tua ispirazione, non di altri. Ti riconosco i tuoi doni. In uno dei miei libri, intitolato Il Maestro, mio figlio appunto conversa con me. Tu sai che tutti i pensieri introdotti in quel libro dalla persona del mio interlocutore sono suoi, di quando aveva sedici anni. Di molte altre sue doti, ancora piú straordinarie, ho avuto la prova. La sua intelligenza m'ispirava terrore. Ma chi, al di fuori di te, poteva essere l'artefice di tante meraviglie?
Presto hai sottratto la sua vita alla terra, e il mio ricordo di lui è tanto piú sereno in quanto non ho nulla da temere per la sua fanciullezza, per l'adolescenza e per l'intera sua vita. Ce lo associammo, dunque, come nostro coetaneo nella tua grazia, da educare nella tua disciplina »
Questo stupendo passo delle Confessioni ci fa intendere piú di quanto non dica, lasciandoci in cuore la dolcezza e lo stupore dei grandi silenzi. Quante cose infatti sono celate in quelle misteriose parole: « Di molte altre doti, anche piú straordinarie, ho avuto la prova »! Quale prova? Di quali doti? Si tratta ancora di doni intellettuali o si accenna ai doni spirituali?
Certo questi non dovettero essere né pochi, né piccoli, se Agostino, che fu un severo giudice della condotta degli uomini, a cominciare dalla sua (si rileggano alcune pagine delle Confessioni), e fu un convinto assertore della necessità del timore nei riguardi dei giudizi di Dio - timore fiducioso, ma timore - dice di non nutrirne alcuno per la condotta del figlio. La sua bontà dunque dovette essere pari alla sua intelligenza e le prove dell'una non inferiori alle prove dell'altra.
Nella certezza della sorte beata del figlio, motivo, dopo molti anni, di conforto, d'ammirazione e di lode, Agostino occulta e placa l'umano dolore per la morte prematura di lui, sulla quale le Confessioni non spendono una sola parola, ma che fu certamente, possiamo supporlo, immenso e duraturo.
Ma torniamo a Monica, la quale, mentre si preoccupava dell'educazione cristiana del nipote, pensava a risolvere l'intricata questione del matrimonio del figlio.
14. Piani umani e piani divini
Monica pertanto si diede da fare per trovare una giovane milanese che avesse le doti desiderate. Fu trovata; il partito piacque; si avanzò la domanda, si ottenne la promessa; e si aspettava: alla promessa sposa mancavano due anni per essere nubile Eppure Monica non era tranquilla. E non lo era neppure il promesso sposo. Si ricorse allora alla preghiera per avere dal Signore un segno circa il futuro matrimonio, ma il segno non venne. a Su mia richiesta e per sua stessa inclinazione - scrive il Santo - mia madre ti supplicava quotidianamente con l'ardente grido del cuore perché tu le facessi in sogno qualche rivelazione sul mio futuro matrimonio, ma non volesti mai esaudirla.
È spontaneo il chiedersi: che cosa rendeva inquieti madre e figlio? Forse il misterioso timore che quel matrimonio non sarebbe stato felice? O forse l'inconsapevole intuizione che sarebbe stato un impedimento alla libera ricerca della sapienza?
Certo Agostino discuteva spesso di questo argomento con Alipio e cercava di convincerlo - ma in fondo cercava di convincere se stesso - che il matrimonio non impediva di consacrarsi allo studio della sapienza. I fatti però gli davano torto. Il tentativo di un cenobio filosofico, nel quale ognuno avrebbe avuto la necessaria e tanto sospirata libertà di dedicarsi allo studio della sapienza, andò in frantumi per la presenza delle donne: alcuni degli amici erano sposati, altri avevano intenzione di sposare.
In ogni modo questi tentennamenti della madre e del figlio servirono ai piani della Provvidenza. Monica si muoveva in una prospettiva umana; lavorava per ottenere ciò che aveva sempre desiderato e chiesto al Signore: un figlio che fosse insieme un ottimo cristiano e un grande professore. Ma i piani di Dio, che andavano maturando, erano diversi. In questi piani rientrarono due fatti che ebbero Monica per protagonista: l'allontanamento della donna cartaginese e l'attesa per il matrimonio con la giovane di Milano. Ci fu qualche durezza da parte di Monica nel persuadere il figlio a rimandare in Africa la madre di Adeodato? Ci fu della vanagloria nel desiderare per lui una sposa di condizioni ragguardevoli, colta e ricca? Le fonti non ci aiutano a rispondere. Non ci sarebbe del resto da meravigliarsi: anche nei santi non tutto è sempre perfetto. Ma se questi sentimenti ci furono, di essi si serví il Signore per attuare i suoi piani. Mentre Agostino, Monica e gli amici attendevano il giorno delle nozze - c'era da attendere due anni, quanti ne mancavano, come si è detto, alla promessa sposa per essere nubile - la situazione cambiò totalmente.
15. Conversione di Agostino ed esultanza di Monica
Risolta la difficile questione del matrimonio, Monica divenne silenziosa spettatrice dell'evoluzione interiore del figlio. Sentiva - vedeva quasi - avvicinarsi ogni giorno il compimento delle sue speranze, ma non sospettava neppur lontanamente che avrebbe ricevuto piú di quanto chiedeva.
Non possiamo esporre qui per esteso la storia della conversione di Agostino. È affascinante, ma è lunga, complessa, intricata. Diremo solo che si trattò di una duplice vittoria: sugli errori e sulle passioni. Vinse faticosamente lo scetticismo, che lo portava a disperare di raggiungere la verità, il materialismo, che gli rendeva impossibile la nozione di Dio e dell'anima, il naturalismo, che l'induceva a confidare nelle sole sue forze: riconobbe la divinità di Cristo, l'autorità della Chiesa, la necessità della grazia.
Ma giunto al termine d'un cosí lungo cammino, un altro problema prese il sopravvento: quello di abbandonare ogni speranza terrena e consacrarsi a Dio nella ricerca della sapienza. Era un antico desiderio, concepito a 19 anni. Ora, a 32, risorgeva piú chiaro e piú imperioso. Ma occorreva sormontare molti ostacoli, spezzare molti vincoli. Tre soprattutto: l'amore al denaro, agli onori, alla donna.
In quanto al denaro, s'era abituato fin dalla lettura dell'Ortensio, a 19 anni, a cercarlo solo nella misura che fosse indispensabile per condurre sapientemente la vita presente. La prospettiva invece d'una brillante carriera occupava ancora i suoi pensieri. In quanto alla donna - a una donna - non credeva di poterne fare a meno.
Nel giardino di Milano, sotto la chioma folta del fico, non è il pensatore che si dibatte contro gli errori, ma l'uomo con le sue abitudini che lotta per l'ideale evangelico della continenza perfetta.
Il momento risolutivo del Tolle, lege non riguarda la conversione alla fede, che era già avvenuta, ma la conversione alla pratica dei consigli evangelici, la rinuncia, cioè, al matrimonio e alla carriera. Monica, la prima a cui fu data la notizia della decisione presa, intuí che cosa avesse ottenuto, esultò e benedisse il Signore. Aveva chiesto per tanti anni, con tante lacrime, che il suo Agostino tornasse alla fede cattolica e vivesse da buon cristiano, ed ora sentiva che era deciso di non cercare piú né moglie ne beni terreni, ma solo la sapienza, che è Cristo, solo il servizio di Dio!. Quest'incontro tra il figlio che narra con serena fermezza l'accaduto, e la madre che l'ascolta con trionfante letizia, è un momento dei piú ricchi e dei piú fecondi nella storia spirituale della cristianità: termina con esso una grande missione e ne comincia un'altra piú grande; termina la missione di Monica, la mamma che salva, e comincia quella di Agostino, l'amante della sapienza, il difensore intrepido della fede cattolica, lo scrutatore profondo dei misteri di Dio.
16. Massaia e maestra
Perché la strepitosa conversione non facesse scalpore, Agostino continuò a far scuola fino alle vacanze della vendemmia, ormai imminenti: cominciavano infatti il 23 agosto. Passate le vacanze fece sapere ai milanesi che si procurassero un altro professore perché non poteva continuare nella sua professione « per la difficoltà di respirare e per il male di petto ». La ragione era vera, ma non era la sola, né la principale.
Tra la fine di ottobre e i primi di novembre si ritirò con la madre, il fratello Navigio, il figlio Adeodato, l'amico Alipio, i cugini Lastidiano e Rustico e due concittadini e discepoli - Trigezio e Licenzio - nella villa dell'amico Verecondo a Cassiciaco. Nella pace campestre della Brianza, tra lo stormir delle foglie e il sussurrar dei ruscelli, in vista delle Alpi, Agostino si preparò al battesimo. La comitiva africana viveva in un clima d'intensa spiritualità, occupando gran parte del tempo in dispute di filosofia; d'una filosofia soggetta ormai alla fede e desiderosa di conoscerne il contenuto.
In questa comitiva Monica fu un po' la madre di tutti, che faceva le parti ora di solerte ed energica massaia, ora quella di maestra sapiente ed esperta.
Quando i disputanti dimenticavano di mangiare, Monica li invitava a pranzo e, se necessario, ve li spingeva con tanta foga da costringerli ad interrompere la discussione. Quando la invitavano a prendere parte alla discussione stessa, dava delle risposte tanto sagge da suscitare l'ammirazione di tutti. Come quando dichiara che la verità è il cibo dell'anima; o senza saperlo definisce la felicità con le parole stesse di Cicerone; o sostiene che senza sapienza nessuno può essere felice; o ricorda, infine, che soltanto la fede, la speranza e la carità possono condurci alla vita beata. Agostino è gioiosamente colpito da tanta sapienza, afferma che sua madre ha « raggiunto la vetta della filosofia » e si dichiara suo discepolo.
La « filosofia » di Monica - il lettore se ne sarà accorto - e la sapienza del Vangelo, sapienza che ha conquistato non con lo studio, ma con la virtú, la preghiera, la docilità allo Spirito. La possiede ormai in grado eminente. È intrepida. Non teme né la sventura né la morte. Ha raggiunto cioè una disposizione interiore difficilissima, ma importantissima, che costituisce, per unanime consenso, l'apice della sapienza.
In quanto ai filosofi pagani ne ha una cordiale disistima, almeno di alcuni, per esempio gli Accademici, dei quali, sentitane esporre la dottrina, sentenzia: « sono epilettici! ». Ricca di amor di Dio e del prossimo, che e il cardine della sapienza evangelica, può fare a meno della scienza dei filosofi e ne raccoglie i frutti. Per questo Agostino si dichiara suo discepolo e affida alle preghiere di lei il raggiungimento dell'ideale di sapienza cui aspira.
17. Il « Nunc dimittis »
Agostino fu battezzato da S. Ambrogio nella notte del Sabato Santo - 24-25 aprile - del 387. In quella notte Monica, piena di gioia, avrà intonato come il vecchio Simeone, il Nunc dimittis: Ora, lascia andare in pace la tua serva, Signore, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, cioè il miracolo della tua grazia.
In realtà le speranze di Monica non solo si erano compiute, ma erano state superate. Da quando le era morto il marito ed il figlio Agostino era diventato manicheo, aveva desiderato solo di vedere questo figlio prediletto tornare alla Chiesa cattolica. Ciò era avvenuto, e in una maniera superiore ad ogni speranza. Compiuta ormai la sua missione non aveva piú ragione di restare quaggiú. « C'era una sola cosa, dirà al figlio quando non sapeva ancora che brillavano già le ultime luci del tramonto, c'era una cosa sola che mi faceva desiderare di rimanere al quanto in questa vita, quella di vederti, prima di morire, cristiano cattolico. Il mio Dio ha adempiuto largamente questo mio voto, concedendomi di vedere che disprezzi la felicità terrena e ti consacri al suo servizio. Che faccio piú io qui? ».
18. L'estasi di Ostia
Ma prima di passare all'altra sponda - la sponda dell'eternità - il Signore le concesse di pregustarne, insieme al figlio, per qualche istante, le gioie. Erano ad Ostia Tiberina, intenti a ristorarsi le forze dopo il lungo viaggio e in attesa di prendere la nave per far ritorno in Africa, quando un giorno stavano appoggiati al davanzale d'una finestra prospiciente il giardino della casa che li ospitava; soli, e parlavano insieme con « grande dolcezza ». Parlavano della vita eterna dei santi. Cercando di capire quale fosse la loro felicità, dimenticarono la terra, dimenticarono gli affetti terreni e la turba delle immagini, dimenticarono se stessi. E salivano intanto verso la fonte della sapienza, che e Dio, e l'attinsero per un istante, non piú che un palpito del cuore, e sospirarono. Quindi, lasciate ivi prigioniere le primizie dello spirito - lasciata cioè la parte piú alta dell'anima fortemente legata a Dio - ridiscesero al suono delle parole - delle povere parole umane - che hanno inizio e fine.
Per il resto il lettore rilegga e mediti questo stupendo brano, da annoverarsi, come abbiamo detto, tra le pagine piú belle della letteratura cristiana.
Aggiungeremo solo da parte nostra che questo fatto mistico non era il primo nella vita di Monica. Arricchita di molti doni naturali e dei doni sovrabbondanti della grazia, aveva ricevuto anche di quando in quando i doni straordinari che propriamente si chiamano mistici.
Molti anni prima aveva avuto un sogno profetico che l'aveva rassicurata sulla conversione del figlio; durante il viaggio da Cartagine a Roma, in un momento di tempesta, quando tutti ormai aspettavano la fine, le era stato promesso in visione che nessuno sarebbe perito.
Carattere forte e concreto, sapeva distinguere bene tra le rivelazioni divine e le fantasticherie del proprio spirito. Le distingueva da un non so qual sapore, che sentiva, ma non riusciva a spiegare. Difatti, quando si trattò del futuro matrimonio del figlio ebbe molti sogni bizzarri, che narrava senza l'abituale fiducia, ma nessuna rivelazione. E restò nell'incertezza. Non una visionaria dunque, come qualcuno ha scritto con evidente disistima, ma una mistica.
19. Morte e sepoltura
Pochi giorni dopo quell'ascesione interiore verso la patria celeste, Monica si preparò a tornarvi per sempre. Fu colpita dalla febbre, si mise a letto e, avvertita nel corso della malattia che la fine era ormai prossima, si preparò all'incontro con Dio. Nessuna preoccupazione di morire e d'esser sepolta tanto lontano dalla sua terra, dove s'era preparata con tanta cura il sepolcro accanto a quello del marito. Solo una raccomandazione ai suoi: che la ricordassero, dovunque fossero, all'altare del Signore.
Le sue parole, dettate da un cristianesimo profondamente vissuto, ci sono state tramandate. Giova rileggerle: suonano fede, distacco, fiducia, amore.
« Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. D'una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all'altare del Signore ».
Perché questo voto materno si adempisse in proporzioni piú ampie, al termine del libro nono delle Confessioni, che doveva essere l'ultimo, Agostino chiede che i lettori si ricordino all'altare del Signore dei suoi genitori, « di Monica, tua serva, e di Patrizio, già suo marito... cosí l'estrema invocazione che mi rivolse mia madre sarà soddisfatta, con le orazioni di molti, piú abbondantemente dalle mie confessioni che dalle mie orazioni ».
Al nono giorno della malattia Monica morì e fu sepolta ad Ostia. Aveva 56 anni. Era il 387, forse il mese di ottobre. Agostino non pianse, perché una tal morte non doveva essere accompagnata con lacrime. Ma sentí un profondo dolore, un dolore inguaribile. Ad occhi asciutti l'accompagnò al sepolcro, assistette al « sacrificio del nostro riscatto » - la S. Messa - « offerto in suffragio » di lei e tornò nella casa che l'ospitava. Ma dopo non resse piú e diede libero sfogo alle lacrime. Amava troppo sua madre, troppo ne era stato amato perché il cuore non cercasse nelle lacrime un sollievo al dolore.
20. Il sepolcro glorioso
Su quel sepolcro sarà tornato a pregare durante il tempo - circa un anno - passato a Roma dopo la morte di Monica. Su di esso certamente chinò la fronte per l'ultima volta prima di partire per l'Africa nel mese di luglio o di agosto dell'anno successivo, dopo l'uccisione dell'usurpatore Massimo, che avvenne, secondo le diverse fonti, il 28 luglio o il 29 agosto del 388. Agostino visse ancora 43 anni, ma non tornò più a Roma. Non rivide piú, dunque, quel sepolcro a cui il grande amore che nutriva per sua madre aveva legato per sempre il pensiero e il cuore.
Lo rividero però, e su di esso tornarono a pregare, molti dei suoi amici. Alipio, per esempio, il fratello del cuore, che ebbe occasione di tornare piú volte a Roma.
Su di esso, nei primi lustri del V secolo, Anicio Auchenio Basso fece incidere un'iscrizione metrica che, tradotta, suona così:Qui lasciò le ceneri la tua castissima madre O Agostino, nuova luce ai tuoi meriti Tu, sacerdote fedele alle celesti prerogative della pace, Ammaestri nei costumi i popoli a te affidati Gloria somma v'incorona: la lode delle vostre opere La virtuosissima madre piú beata a causa del figlio.
Un frammento della lastra marmorea su cui erano incisi questi versi fu scoperta nel 1945 in un piccolo cortile accanto alla chiesa di S. Aurea ad Ostia, e lo si può vedere in una cappella laterale della stessa chiesa.
Il P. Casamassa, che ne fu il fortunato scopritore, ritiene probabile che la lastra appartenesse già al sepolcro di S. Monica quando vi fu inciso l'epitaffio, e che sia perciò quella stessa che vi fece apporre S. Agostino.
Le reliquie del corpo di S. Monica, il 9 aprile del 1430, sotto Martino V, furono trasferite da Ostia alla chiesa di S. Trifone - l'attuale S. Agostino - dove sono venerate. Attestano la traslazione Matteo Veggio e una Bolla dello stesso pontefice Martino V. Si legge nella Bolla: « ...abbiamo concesso licenza di trasferire il corpo della beata Monica, madre di S. Agostino, dalla nostra città di Ostia, dove era stato sepolto e custodito, alla chiesa dei frati di S. Agostino, e di seppellirlo e custodirlo in detta chiesa; e di fatto con la dovuta riverenza il 9 aprile (1430), domenica delle Palme, vi fu trasferito e sepolto ».
Dopo questa data il culto di S. Monica si è diffuso rapidamente e largamente ad opera soprattutto dei Canonici Regolari e dei Frati di S. Agostino o Agostiniani che guardavano alle istituzioni monastiche africane come a loro ispirazione e modello. La Chiesa universale ne celebrava la festa il 4 maggio. Nel nuovo calendario la festa è stata trasferita al 27 agosto, vigilia di quella di S. Agostino. Gli Agostiniani hanno chiesto ed ottenuto di continuare a celebrarla, per ragioni pratiche, il 4 maggio.
La Santa è invocata soprattutto, e molto opportunamente, come protettrice delle madri cristiane, di quelle in particolare, e sono tante, che si trovano in difficoltà che assomigliano in qualche modo alle sue. A loro ho pensato preparando questa introduzione e coordinando i testi che seguono. Roma, 4 maggio 1984 - Festa di S. Monica. A. Trapè
MIA MADRE
PREFAZIONE
[Giunto con le Confessioni alla morte di sua madre, Agostino tralascia per la fretta molte cose che avrebbe voluto narrare - e che noi avremmo desiderato conoscere: si sarebbe trattato della sua permanenza di circa 10 mesi a Roma e a Roma cristiana, questa sola ormai interessava a lui -, ed annuncia il proposito di raccontarne la vita].
Stavamo sempre insieme e avevamo fatto il santo proposito di abitare insieme anche per l'avvenire. In cerca anzi di un luogo ove meglio operare servendoti, prendemmo congiuntamente la via del ritorno verso l'Africa. Senonché presso Ostia Tiberina mia madre mori. Tralascio molti avvenimenti per la fretta che mi pervade. Raccogli la mia confessione e i miei ringraziamenti, Dio mio, per innumerevoli fatti che pure taccio. Ma non tralascerò i pensieri che partorisce la mia anima al ricordo di quella tua serva, che mi partorí con la carne a questa vita temporale e col cuore alla vita eterna. Non discorrerò per questo di doni suoi, ma di doni tuoi a lei, che non si era fatta da se sola, né da sé sola educata. (Confess. 9, 8, 17)
Capitolo primo
FANCIULLA
1. Austera educazione
Tu la creasti senza che neppure il padre e la madre sapessero quale figlia avrebbero avuto; e l'ammaestrò nel tuo timore la verga del tuo Cristo, ossia la disciplina del tuo Unigenito, in una casa di credenti, membro sano della tua Chiesa. Piú che le premure della madre per la sua educazione, ella soleva esaltare quelle di una fantesca decrepita, che aveva portato suo padre in fasce sul dorso, come le fanciulle appena grandicelle usano portare i piú piccoli. Questo precedente, insieme all'età avanzata e alla condotta irreprensibile, le avevano guadagnato non poco rispetto da parte dei padroni in quella casa cristiana. Quindi le fu affidata l'educazione delle figliuole dei padroni, cui attendeva diligentemente, energica nel punire, all'occorrenza con ben ispirata severità e piena di buon senso nell'ammaestrare. Ad esempio, fuori delle ore in cui pasteggiavano a tavola, molto parcamente, con i genitori, non le lasciava bere nemmeno acqua, anche se fossero riarse dalla sete. Mirava cosí a prevenire una brutta abitudine e aggiungeva con saggia parola: « Ora bevete acqua, perché non disponete di vino; ma una volta sposate e divenute padrone di dispense e cantine, l'acqua vi parrà insipida, ma il vezzo di bere s'imporrà ». Con questo genere di precetti e con autorità di comando teneva a freno l'ingordigia di un'età ancora tenera e uniformava la stessa sete delle fanciulle alla regola della modestia, fino a rendere per loro nemmeno gradevole ciò che non era onorevole. (Confess. 9, 8, 17)
2. Supera la puerile passione per il vino
Tuttavia si era insinuato in mia madre, secondo che a me, suo figlio, la tua serva raccontava, si era insinuato il gusto del vino. Quando i genitori, che la credevano una fanciulla sobria, la mandavano ad attingere il vino secondo l'usanza, essa, affondato il boccale nell'apertura superiore del tino, prima di versare il liquido puro nel fiaschetto, ne sorbiva un poco a fior di labbra. Di piú non riusciva senza provarne disgusto, poiché non vi era spinta minimamente dalla golosità del vino, bensí da una smania indefinibile, propria dell'età esuberante, che esplode cosí per gioco e che solo l'autorità degli anziani reprime di solito negli animi dei fanciulli. Cosí, aggiungendo ogni giorno un piccolo sorso al primo, - come è vero che a trascurare le piccole cose si finisce col cadere! - sprofondò in quel vezzo al punto che ormai tracannava avidamente coppette quasi colme di vino. Dov'era finita la sagace vecchietta, con i suoi energici divieti? Ma quale rimedio poteva darsi contro una malattia occulta, se non la vigile presenza su di noi della tua medicina, Signore? Assenti il padre, la madre, le nutrici, tu eri presente, il Creatore, che ci chiami, che pure attraverso le gerarchie umane operi qualche bene per la salute delle anime. In quel caso come operasti, Dio mio? donde traesti il rimedio, donde la salute? Non ricavasti da un'altra anima un duro e acuminato insulto, che come ferro guaritore uscito dalle tue riserve occulte troncò la cancrena con un colpo solo? L'ancella che accompagnava abitualmente mia madre al tino, durante un litigio, come avviene, a tu per tu con la piccola padrona, le rinfacciò il suo vizio, chiamandola con l'epiteto davvero offensivo di beona. Fu per la fanciulla una frustata. Riconobbe l'orrore della propria consuetudine, la riprovò sull'istante e se ne spogliò. Come gli amici corrompono con le adulazioni, cosí i nemici per lo piú correggono con le offese, e tu non li ripaghi dell'opera che compi per mezzo loro, ma dell'intenzione che ebbero per conto loro. La fantesca nella sua ira desiderò esasperare la piccola padrona, non guarirla, e agí mentre erano sole, perché si trovavano sole dove e quando scoppiò il litigio, oppure perché non voleva rischiare di scapitarne anch'essa per aver tardato tanto a rivelare il fatto. Ma tu, Signore, reggitore di ogni cosa in cielo e in terra, che volgi ai tuoi fini le acque profonde dei torrenti, che ordini il flusso torbido dei secoli, mediante l'insania stessa di un'anima ne risanasti un'altra. La considerazione di questo episodio induca chiunque a non attribuire al proprio potere il ravvedimento provocato dalle sue parole in un estraneo che vuol far ravvedere. (Confess. 9, 8, 18)
Capitolo secondo
SPOSA
1. Buona, paziente e generosa verso il marito
Mia madre fu dunque allevata nella modestia e nella sobrietà, sottomessa piuttosto da te ai genitori, che dai genitori a te. Giunta in età matura per le nozze, fu consegnata a un marito che serví come un padrone. Si adoperò per guadagnarlo a te, parlandogli di te attraverso le virtú di cui la facevi bella e con cui le meritavi il suo affetto rispettoso e ammirato. Tollerò gli oltraggi al letto coniugale in modo tale, da non avere il minimo litigio per essi col marito. Aspettava la tua misericordia, che scendendo su di lui gli desse insieme alla fede la castità. Era del resto un uomo singolarmente affettuoso, ma altrettanto facile all'ira, e mia madre aveva imparato a non resistergli nei momenti di collera, non dico con atti, ma neppure a parole. Coglieva invece il momento adatto, quando lo vedeva ormai rabbonito e calmo, per rendergli conto del proprio comportamento, se per caso si era turbato piuttosto a sproposito. Molte altre signore, pur sposate a uomini piú miti del suo, portavano segni di percosse che ne sf-uravano addirittura l'aspetto, e nelle conversazioni fra amiche deploravano il comportamento dei mariti. Essa deplorava invece la loro lingua, ammonendole seriamente pur con l'aria di scherzare: dal momento, diceva, in cui si erano sentite leggere il contratto matrimoniale, avrebbero dovuto considerarlo come la sanzione della propria servitú; il ricordo di tale condizione rendeva dunque inopportuna ogni alterigia nei confronti di chi era un padrone. Le amiche, non ignare di quanto fosse furioso il marito che sopportava, stupivano del fatto che mai si fosse udito o rilevato alcun indizio di percosse inflitte da Patrizio alla moglie, né di liti, che in casa li avessero divisi anche per un giorno solo. Richiesta da loro in confidenza di una spiegazione, illustrava il suo metodo, che ho riferito sopra; e chi l'applicava, dopo l'esperienza gliene era grata; chi non l'applicava, sotto il giogo era tormentata. (Confess. 9, 9, 19)
2. Cordiale con la suocera
La suocera sulle prime l'avversava per le insinuazioni di ancelle maligne. Ma conquistò anche lei col rispetto e la perseveranza nella pazienza e nella dolcezza, cosicché la suocera stessa denunziò al figlio le lingue delle fantesche, che mettevano male fra lei e la nuora turbando la pace domestica, e ne chiese il castigo. Il figlio, sia per ubbidienza alla madre, sia per la tutela dell'ordine domestico, sia per la difesa della concordia fra parenti puní con le verghe le colpevoli denunziate quanto piacque alla denunziante; quest'ultima promise uguale ricompensa a qualunque altra le avesse parlato male della nuora per accaparrarsi il suo favore. Nessuna osò piú farlo e le due donne vissero in una dolce amorevolezza degna di essere menzionata. (Confess. 9, 9, 20)
3. Seminatrice di pace
A cosí devota tua serva, nel cui seno mi creasti, Dio mio, misericordia mia, avevi fatto un altro grande dono. Tra due anime di ogni condizione, che fossero in urto e in discordia, ella, se appena poteva, cercava di mettere pace. Delle molte invettive che udiva dall'una contro l'altra, quali di solito vomita l'ínimicizia turgida e indigesta, allorché l'odio mal digerito si effonde negli acidi colloqui con un'amica presente sul conto di un'amica assente, non riferiva all'interessata se non quanto poteva servire a riconciliarle. Giudicherei questa una bontà da poco, se una triste esperienza non mi avesse mostrato turbe innumerevoli di persone, che per l'inesplicabile, orrendo contagio di un peccato molto diffuso riferiscono ai nemici adirati le parole dei nemici adirati, non solo, ma aggiungono anche parole che non furono pronunciate. Invece per un uomo davvero umano dovrebbe essere poca cosa astenersi dal suscitare e rinfocolare con discorsi maliziosi le inimicizie fra gli altri uomini, se non si studia, anche, di estinguerle con discorsi buoni. Mia madre faceva proprio questo, istruita da te, il maestro interiore, nella scuola del cuore. (Confess. 9, 9, 21)
4. Guadagna il marito alla fede ed e serva di tutti
Finalmente ti guadagnò anche il marito, negli ultimi giorni ormai della sua vita temporale, e dopo la conversione non ebbe a lamentare da parte sua gli oltraggi, che prima della conversione ebbe a tollerare. Era, poi, la serva dei tuoi servi. Chiunque di loro la conosceva, trovava in lei motivo per lodarti, onorarti e amarti grandemente, avvertendo la tua presenza nel suo cuore dalla testimonianza dei frutti di una condotta santa. (Confess. 9, 9, 22)
Capitolo terzo
MADRE
1. Premura per la vita cristiana dei figli
[Agostino riassume in poche parole le qualità di Monica giovane, sposa e madre, insistendo nella premura che, ebbe per la vita cristiana dei figli].
Era stata sposa di un sol uomo, aveva ripagato il suo debito ai genitori, aveva governato santamente la sua casa, aveva la testimonianza delle buone opere, aveva allevato i suoi figli partorendoli tante volte, quante li vedeva allontanarsi da te. (Confess. 9, 9, 22)
2. Amore per il figlio Agostino
[Parlando della comunicazione dei defunti con i vivi, Agostino ricorda l'amore di sua madre: un amore tenero e premuroso che non poteva sopportare di vedere il figlio triste].
Se le anime dei morti si interessassero degli affari di questo mondo, e ci parlassero quando li vediamo in sogno, la mia santa madre, per non nominare gli altri, non mi abbandonerebbe una sola notte; lei, che mi ha seguito per terra e per mare, per vivere sempre con me. Mi riesce impossibile credere che la sua felicità l'abbia resa tanto crudele, al punto di non consolare nella sua tristezza e nella sua angoscia questo figlio che era il suo solo amore e che lei non ha mai potuto sopportare di vedere mesto.(De cura pro mortuis gerenda, 16)
3. Infonde i germi della fede nel suo cuore e lo iscrive tra i catecumeni
[Agostino da bambino non fu battezzato, ma solo iscritto tra i catecumeni: il segno della croce e il sale facevano parte del rito dell'iniziazione al catecumenato ].
Avevo udito parlare sin da fanciullo della vita eterna, che ci fu promessa mediante l'umiltà del Signore Dio nostro, sceso fino alla nostra superbia; e già ero segnato col segno della sua croce, già insaporito col suo sale fino dal giorno in cui uscii dal grembo di mia madre, che sperò molto in te. (Confess. 1, 11, 17)
4. Agostino bevve il nome di Gesú col latte materno
[Parlando dei mirabili effetti operati in lui da un'opera di Cicerone, che conteneva un'esortazione alla sapienza, Agostino ci fa sapere che senza il nome di Gesú, il cui amore gli era stato istillato nel cuore da sua madre, nessun'opera, per quanto brillante e dotta, lo conquistava totalmente].
Quel libro (l'Ortensio di Cicerone), devo ammetterlo, mutò il mio modo di sentire, mutò le preghiere stesse che rivolgevo a te, Signore, suscitò in me nuove aspirazioni e nuovi desideri, svilí d'un tratto ai miei occhi ogni vana speranza e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore. Cosí cominciavo ad alzarmi per tornare a te. (Confess. 3, 4, 7)
Come ardevo, Dio mio, come ardevo di rivolare dalle cose terrene a te, pur ignorando cosa volessi fare di me. (Confess. 3, 4, 8)
Cosí una sola circostanza mi mortificava, entro un incendio tanto grande: l'assenza fra quelle pagine del nome di Cristo. Quel nome, per tua misericordia, Signore, quel nome del salvatore mio, del Figlio tuo, nel latte stesso della madre, tenero ancora il mio cuore aveva devotamente succhiato e conservava nel suo profondo. Cosí qualsiasi opera ne mancasse, fosse pure dotta e forbita e veritiera, non poteva conquistarmi totalmente. (Confess. 3, 4, 8)
5. Monica vince l'influenza negativa del marito nella formazione di Agostino
Dunque allora io credevo, come mia madre e tutta la casa, eccettuato soltanto mio padre. Questi non sopraffece però nel mio cuore i diritti dell'amore materno al punto di togliermi la fede in Cristo, fede che egli allora non aveva. Ella si adoperava per fare di te, mio Dio, il mio padre in vece sua, e tu l'aiutavi a prevalere sul marito, cui pure serviva, sebbene fosse migliore di lui, perché anche in ciò serviva te, eseguendo un tuo comandamento. (Confess. 1, 11, 17)
6. Per l'effetto dell'educazione materna Agostino credette sempre in Dio, in Gesú Cristo, nella Provvidenza, nella vita futura
...non c'era stata violenza di calunniose obiezioni nelle molte dispute dei filosofi lette sui libri, che avesse potuto strapparmi neppure per un attimo la fede nella tua esistenza sotto qualunque forma a me ignota, e nel governo delle cose umane, che ti appartiene. Però questa fede era in me ora piú salda, ora piú fievole. Tuttavia credetti sempre che esisti e ti curi di noi. (Con f ess. 6, 5, 7-8)
Lode a te, gloria a te, fonte di misericordie. Io mi facevo piú miserabile, e tu piú vicino. Ormai, era accostata la tua mano, che mi avrebbe tolto e lavato dal fango, e io lo ignoravo. Solo, a trattenermi dallo sprofondare ulteriormente nel gorgo dei piaceri carnali, stava il timore della morte e del tuo giudizio futuro, mai dileguato dal mio cuore pur nel variare delle mie opinioni. Con i miei amici Alipio e Nebridio mi ero messo a discutere sul massimo dei beni e dei mali. Per me, dicevo, avrebbe ricevuto la palma Epicuro, se non avessi creduto alla sopravvivenza dell'anima e al prolungarsi delle nostre azioni oltre la morte, ciò che Epicuro si rifiutò di credere. (Confess. 6, 16, 26)
7. La conversione fu un ritorno alla fede inculcatagli da fanciullo
Ritornavo tutto in me di corsa. Volsi gli occhi tuttavia, per cosí dire, di passaggio, lo confesso, a quella religione che mi fu inculcata fin dalla fanciullezza e che mi era penetrata fin nelle midolla. Essa mi attraeva senza che me ne avvedessi. Cosí fra perplessità, entusiasmi ed incertezze comincio a leggere l'apostolo Paolo. (Contra Acad. 2, 2, 5)
8. Malattia di Agostino, desiderio di ricevere il battesimo e preoccupazione della madre di farglielo amministrare
Tu, Signore, vedesti, ancora durante la mia fanciullezza, un giorno che per un'occlusione intestinale mi assalì improvvisamente la febbre e fui lí lí per morire, vedesti, Dio mio, essendo fin d'allora mio custode, con quale slancio di cuore e quanta fede invocai dalla pietà di mia madre e dalla madre di tutti noi, la tua Chiesa, il battesimo del tuo Cristo, mio Dio e Signore. E già tutta sconvolta la madre della mia carne, avendo piú caro di partorire dal suo cuore, casto nella tua fede, la mia salvezza eterna, si preoccupava di affrettare la mia iniziazione ai sacramenti della salvezza, da cui fossi mondato, confessando te, Signore Gesú, per la remissione dei peccati, quando improvvisamente mi ripresi. (Confess. 1, 11, 17)
9. Battesimo differito
[Agostino deplora che gli sia stato differito il battesimo. Ma spiega che la madre, conoscendo i flutti delle tentazioni che l'attendevano, preferi affidare al mare tempestoso la terra (= l'uomo vecchio) da cui col battesimo sarebbe stato formato l'uomo nuovo anziché affidargli subito l'uomo nuovo già formato. Monica pensava forse con preoccupazione al marito ancora pagano].
Cosf la mia purificazione fu differita, quasi fosse inevitabile che la vita m'insozzasse ancora; perché, certo, dopo il lavacro del battesimo, piú grande e piú rischiosa sarebbe stata la mia colpa nelle sozzure dei peccati. (Confess. 1, 11, 17)
Dio mio, ti prego, vorrei sapere, se pure tu lo volessi, per quale disegno fu differito allora il mio battesimo. Fu un bene per me che mi siano state allentate, per cosí dire, le briglie al peccato, o sarebbe stato meglio il contrario? Per questa ragione dunque ancor oggi si sente dire da ogni parte dell'uno e dell'altro: « Lascialo fare: non ha ricevuto ancora il battesimo ». Eppure riguardo alla salute fisica non diciamo: « Lascia che si procuri altre ferite: non è ancora guarito ». Dunque sarebbe stato per me molto meglio guarire subito; e che tanto io quanto i miei parenti avessimo posto ogni diligenza a ricuperare e a mettere la salute della mia anima al riparo sotto il tuo riparo, che non lo avresti rifiutato. Sarebbe stato meglio davvero. Invece, conoscendo i flutti delle tentazioni che già in gran numero e misura si profilavano minacciosi dietro la fanciullezza, mia madre, e quella madre, preferí avventurarvi la terra da cui mi sarei poi formato, che subito la compiuta figura. (Confess. 1, 11, 18)
10. Ammonimenti materni
[Confessando i peccati commessi nel sedicesimo anno di età - un triste anno di ozio dopo gli studi di Madaura - ricorda l'incalzante sollecitudine degli ammonimenti della madre e deplora di averli disprezzati].
Nel cuore di mia madre avevi già posto mano all'erezione del tuo tempio e alle fondamenta della tua santa casa. Il padre invece era ancora catecumeno, e da poco per di piú. Essa quindi trasalí in un'apprensione e trepidazione pia, paventando per me, sebbene non ancora battezzato, le vie storte in cui cammina chi volge a te la schiena e non la faccia. Ahimè, come oso dire che tu, Dio mio, tacesti mentre mi allontanavo da te? Tacevi davvero per me in questi momenti? Di chi erano dunque, se non tue, le parole che facesti risuonare alle mie orecchie per la bocca di mia madre, tua fedele? Ma nessuna scese di là nel mio cuore per tradursi in pratica. Essa mi chiedeva - come ricordo dentro di me l'incalzante sollecitudine dei suoi ammonimenti! - di astenermi dagli amorazzi e specialmente dall'adulterio con qualsiasi donna. Io li prendevo per ammonimenti di donnicciuola, cui mi sarei vergognato di ubbidire. Invece venivano da te: io ignaro pensavo che tu tacessi e lei parlasse, mentre tu non tacevi per me con la sua voce, sebbene in lei io disprezzassi te; io, io, figlio suo,. figlio dell'ancella tua, e servo tuo. Nella mia ignoranza procedevo a capofitto verso l'abisso, tanto cieco da vergognarmi fra i miei coetanei di non essere spudorato quanto loro. (Confess. 2, 3, 7 )
11. Premurosa per gli studi del figlio
[Monica raccomanda insistentemente al figlio la castità, ma non gli suggerisce il matrimonio perché gli avrebbe intralciato il corso degli studi che insieme al marito voleva che percorresse: Agostino non approva questo modo di agire].
La donna che era già fuggita dal centro di Babilonia, ma ancora si attardava negli altri quartieri, la madre della mia carne, mi raccomandò, sí, il pudore, ma non si curò di rinserrare nei limiti dell'affetto coniugale, se non si poteva reciderla fino al vivo, la mia virilità di cui suo marito le aveva parlato, e che, lo sentiva, già allora funesta, sarebbe divenuta pericolosa in avvenire. Non se ne curò per timore che le pastoie coniugali inceppassero le mie prospettive, non la prospettiva della vita futura, che mia madre fondava in te, ma le prospettive degli studi, ove entrambi i miei genitori ambivano troppo che io progredissi, l'uno perché di te non pensava quasi nulla e di me pensava delle vacuità, l'altra perché riteneva che la formazione culturale allora in voga non solo non sarebbe di nessun detrimento, ma anzi sarebbe di qualche giovamento per portarmi fino a te. A queste conclusioni, almeno, giungo oggi rievocando come posso l'indole dei miei genitori. Essi allentavano anche le briglie ai miei divertimenti oltre il tenore di una severità ragionevole, dando sfogo alle mie varie passioni; e cosí tutt'intorno a me si stendeva una grande foschia, che mi toglieva, Dio mio, la visione del sereno della tua verità. (Confess. 2, 3, 8)
12. Lo mantiene agli studi dopo la morte del marito
[Parlando sempre degli effetti che l'Ortensio di Cicerone aveva operato in lui, ci fa sapere incidentalmente che, mortogli il padre, era la madre a mantenerlo agli studi].
Non piú per alare la lingua - questo mi pareva di comprare con il denaro di mia madre: avevo allora diciannove anni e mio padre era morto da due - non dunque per affilare la lingua usavo quel libro (1'Ortensio di Cicerone), che mi aveva del resto conquistato non per il modo di esporre, ma per ciò che esponeva. (Confess. 3, 4, 7 )
Capitolo quarto
MADRE CHE SALVA
1. Monica piange e prega per la conversione di Agostino
[Abbandonando la fede cattolica a 19 anni, mentre era studente a Cartagine, Agostino era diventato manicheo e con ciò un focoso anticattolico. Qui e nelle pagine seguenti narra la reazione di Monica alla sua deviazione].
Ma tu stendesti la tua mano dall'alto e traesti la mia anima da un tale abisso di tenebre, mentre per amor mio piangeva innanzi a te mia madre, tua fedele, versando piú lacrime di quante ne versino mai le madri alla morte fisica dei figli. Grazie alla fede e allo spirito ricevuto da te essa vedeva la mia morte; e tu l'esaudisti, Signore. L'esaudisti, non spregiasti le sue lacrime, che rigavano a fiotti la terra sotto i suoi occhi dovunque pregava. (Confess. 3, 11, 19)
2. Sogno consolatore
Tu l'esaudisti: perché, da chi le venne il sogno consolatore, per il quale accettò di vivere con me e avere con me in casa la medesima mensa, che da principio aveva rifiutato per avversione e disgusto del mio traviamento blasfemo? Le sembrò, dunque, di essere ritta sopra un regolo di legno, ove un giovane radioso e ilare le andava incontro sorridendole, mentre era afflitta, accasciata dall'afflizione. Il giovane le chiedeva i motivi della sua mestizia e delle lacrime che versava ogni giorno, piú con l'intento di ammaestrarla, come suole accadere, che d'imparare; ed ella rispondeva di piangere sulla mia perdizione. Allora l'altro la invitava, per tranquillizzarla, e la esortava a guardarsi attorno: non vedeva che là dov'era lei ero anch'io? Ella guardò e mi vide ritto al suo fianco sul medesimo regolo. Quale l'origine del sogno, se non il tuo orecchiare al suo cuore, o bontà onnipotente, che ti prendi cura di ciascuno di noi come se avessi solo lui da curare, e di tutti come di ciascuno? E quale l'origine di quest'altro fatto: che dopo avermi narrato il suo sogno, appunto, e mentre io mi ingegnavo a trarlo a questo significato: che era lei piuttosto a non dover disperare di essere un giorno come me; ebbene, subito, senza un attimo di esitazione, esclamò: « No, non mi fu detto: là dov'è lui sarai anche tu; ma: là dove sei tu sarà anche lui ». Ti confesso, Signore, questo mio ricordo, in quanto mi rammento, né mai ne feci mistero, che ancor piú del sogno in sé mi scosse questa tua risposta per bocca di mia madre sveglia. Essa non si smarrí di fronte a una cosí sottile, ma falsa interpretazione e vide cosí presto ciò che si doveva vedere e io certo non avevo veduto prima delle sue parole. Cosí proprio in quel sogno e molto tempo prima del vero fu predetto alla pia il gaudio che avrebbe provato in un futuro lontano, per consolarla dell'ansia che la struggeva al presente. Passarono in seguito nove anni, durante i quali io mi avvoltolai in quel fango d'abisso e tenebre d'errore dove ad ognuno dei molti tentativi che feci per risollevarmi, piú pesantemente mi abbattevo; eppure quella vedova casta, pia e sobria, quale tu ami, dalla speranza, certo, resa ormai piú alacre, ma al pianto e ai gemiti non meno pronta, persisteva a far lamento per me davanti a te in tutte le ore delle sue orazioni. Le sue preghiere penetravano sino al tuo sguardo, e nondimeno tu mi lasciavi ancora aggirare e raggirare nella caligine. (Confess. 3, 11, 19-20)
3. L'augurio profetico di un vescovo
Ricordo un secondo responso che desti nel frattempo, e tralascio molti altri episodi per la fretta di giungere a quelli che piú mi urgono perché li confessi, senza dire che molti li ho dimenticati. Dunque ci fu un secondo responso, che desti per bocca di un tuo sacerdote, un certo vescovo nutrito nella chiesa ed esperto dei tuoi libri. Pregato da quella donna che si degnasse di trattenersi con me per confutare i miei errori, dissuadermi dai principi errati e persuadermi dei giusti, come del resto era solita fare, quando per caso trovava una persona adatta, si rifiutò, saggiamente invero, come piú tardi capii. Le rispose infatti che ero ancora indocile perché gonfiato dal contatto recente con quella tale eresia e perché avevo già confuso molte persone impreparate mediante certe polemichette, come aveva saputo da lei. « Ma, soggiunse, lascialo stare dov'è. Prega soltanto il Signore per lui. Scoprirà da se stesso, leggendo, dove sia il suo errore e quanto sia grande la sua empietà ». Contemporaneamente le narrò come egli pure, fanciulletto, fosse stato affidato dalla madre, da loro lusingata, ai manichei e avesse non soltanto letto, ma altresí copiato via via quasi tutti i loro libri. Cosí aveva scoperto da solo, senza bisogno delle discussioni e delle persuasioni di nessuno, quanto si debba fuggire dalla loro setta, da cui infatti fuggí. Queste parole non bastarono ad acquietare mia madre. Essa anzi insisteva ancor piú con implorazioni e lacrime copiose, perché acconsentisse a vedermi, a discutere con me; finché il vescovo, un po' stizzito e un po' annoiato esclamò: « Vattene. Possa tu aver lunga vita com'è vero che il figlio di tante lacrime non può perire ». Queste parole ella accolse, come ricordava poi spesso nei nostri colloqui, quasi fossero risuonate dal cielo. (Confess. 3, 12, 21)
4. A fianco del figlio, il quale, partendo per Roma, la lascia, con un inganno, a Cartagine
Fu dunque per la tua azione verso di me che mi lasciai indurre a raggiungere Roma e a insegnare piuttosto là ciò che insegnavo a Cartagine. Non tralascerò di confessarti cosa mi indusse a tanto, perché anche in questa circostanza si deve riconoscere e proclamare l'occulta profondità e l'indefettibile presenza della tua misericordia verso di noi. A raggiungere Roma non fui spinto dalle promesse di piú alti guadagni e di un piú alto rango, fattemi dagli amici che mi sollecitavano a quel passo, sebbene anche questi miraggi allora attirassero il mio spirito. La ragione prima e quasi l'unica fu un'altra. Sentivo dire che laggiú i giovani studenti erano più quieti e placati dalla coercizione di una disciplina meglio regolata; perciò non si precipitano alla rinfusa e sfrontatamente nelle scuole di un maestro diverso dal proprio, ma non vi sono affatto ammessi senza il suo consenso. Invece a Cartagine l'eccessiva libertà degli studenti è indecorosa e sregolata. (Confess. 5, 8, 14)
Ma le ragioni per cui lasciavo un luogo e ne raggiungevo un altro tu le conoscevi, o Dio, anche se non le indicavi né a me né a mia madre, che pianse atrocemente per la mia partenza. Mi seguí fino al mare; quando mi strinse violentemente, nella speranza di dissuadermi dal viaggio o di proseguire con me, la ingannai, fingendo di non voler lasciare solo un amico, che attendeva il sorgere del vento per salpare. Mentii a mia madre, a quella madre; eppure scampai, perché la tua misericordia mi perdonò anche questa colpa, mi salvò dalle acque del mare malgrado le orrende brutture di cui traboccavo, per condurmi all'acqua della tua grazia, le cui abluzioni avrebbero asciugato i fiumi delle lacrime di cui gli occhi di mia madre volti a te rigavano per me quotidianamente la terra sotto il suo volto. Però si rifiutò di ritornare indietro senza di me, e faticai a persuaderla di passare la notte all'interno di una chiesuola dedicata al beato Cipriano, che sorgeva vicinissima alla nostra nave. Quella notte stessa io partivo clandestinamente, mentre essa rimaneva a pregare e a piangere. E cosa ti chiedeva, Dio mio, con tante lacrime, se non d'impedire la mia navigazione? Tu però nella profondità dei tuoi disegni esaudisti il punto vitale del suo desiderio, senza curarti dell'oggetto momentaneo della sua richiesta, ma badando di fare di me ciò che sempre ti chiedeva di fare.
Spirò il vento e riempí le nostre vele. La riva scomparve al nostro sguardo la stessa mattina in cui ella folle di dolore riempiva le tue orecchie di lamenti e gemiti, dei quali non facesti conto: perché, servendoti delle mie passioni, attiravi me a stroncare proprio le passioni e flagellavi lei con la sofferenza meritata per la sua bramosia troppo carnale. Amava la mia presenza al suo fianco come tutte le madri, ma molto píú di molte madri, e non immaginava quante gioie invece le avresti procurato con la mia assenza. Non lo immaginava, e perciò piangeva e gemeva, e i suoi tormenti rivelavano l'eredità di Eva in lei, che cercava con lamenti quanto con lamenti aveva partorito. Tuttavia, dopo aver imprecato contro i miei tradimenti e la mia crudeltà, riprese a implorarti per me, tornando alla sua solita vita, mentre io veleggiavo alla volta di Roma. (Confess. 5, 8, 15)
5. A Roma Agostino cade ammalato: la madre assente gli è vicino con l'amore, la preghiera e le lacrime
A Roma ecco m'accolse il flagello delle sofferenze fisiche che ben presto m'incamminavano verso l'inferno col fardello di tutte le colpe commesse contro di te, contro me e contro il prossimo, colpe numerose e gravi, aggiunte al vincolo del peccato originale, per cui tutti siamo morti in Adamo. Non me ne avevi condonata nessuna nel nome di Cristo, né questi aveva pagato sulla sua croce l'inimicizia che avevo contratto con te mediante i miei peccati. E invero, come poteva pagarla su una croce il fantasma che io allora mettevo al suo posto? Quanto mi sembrava falsa la morte della sua carne, tanto era vera quella della mia anima; e quanto era vera la morte della sua carne, tanto era falsa la vita della mia anima incredula. Col crescere della febbre ben presto fui lí lí per andarmene, e andarmene in perdizione. Dove sarei andato, se avessi abbandonato allora questo mondo, se non al fuoco e ai tormenti degni dei miei misfatti secondo la verità dei tuoi comandamenti? Mia madre, pur ignara del mio male, tuttavia pregava, assente, per me; e tu, dovunque presente, dov'era lei l'esaudivi e dov'ero io ti impietosivi di me a tal segno, da farmi ricuperare la salute del corpo, benché fossi ancora malsano nel cuore sacrilego: anche in un pericolo cosí grave, infatti, non desiderai il tuo battesimo. Ero piú buono da piccolo, perché allora lo richiesi insistentemente dalla tenerezza di mia madre, come ho già ricordato e confessato. Cresciuto invece a disdoro di me stesso, nella mia follia deridevo le prescrizioni della tua medicina. Eppure non permettesti che io morissi doppiamente in quello stato. Il cuore di mia madre, colpito da una tale ferita, non si sarebbe mai piú risanato. Non so esprimere adeguatamente i suoi sentimenti verso di me e quanto il suo travaglio nel partorirmi in spirito fosse maggiore di quello con cui mi aveva partorito nella carne. Non vedo davvero come si sarebbe risanato, se la mia morte in quello stato avesse trafitto le viscere del suo amore. Dove sarebbero finite le preghiere cosí ferventi che ripeteva senza interruzione? Presso di te, non altrove; ma avresti potuto tu, Dio delle misericordie, sprezzare il cuore contrito ed umiliato di una vedova casta e sobria, assidua nell'elemosina, devota e sottomessa ai tuoi santi; che non lasciava passare giornata senza recare l'offerta al tuo altare, che due volte al giorno, mattina e sera, senza fallo visitava la tua chiesa, e non per confabulare vanamente e chiacchierare come le altre vecchie, ma per udire le tue parole e farti udire le sue orazioni? Le lacrime di una tale donna, che con esse ti chiedeva non oro né argento ne beni labili o volubili, ma la salvezza dell'anima di suo figlio, avresti potuto sdegnarle tu, che cosí l'avevi fatta con la tua grazia, rífiutandole il tuo soccorso? Certamente no, Signore. Tu anzi le eri accanto e la esaudivi operando secondo l'ordine con cui avevi predestinato di dover operare. Lungi da me il pensiero che avresti potuto ingannarla nelle sue visioni e nei tuoi responsi, già ricordati e non ricordati da me, che ella serbava nel suo cuore fedele e ti presentava nelle sue orazioni incessanti come impegni firmati di tua mano. Infatti nell'eternità della tua misericordia tu accetti d'indebitarti con coloro, cui condoni tutti i debiti. Cosí mi guaristi da quella infermità e salvasti il figlio dell'ancella tua, allora e per allora fisicamente, per avere poi a chi porgere una salvezza piú preziosa e sicura. (Confess. 5, 9, 16 - 10, 18)
6. Lo raggiunge a Milano
Già , mi aveva raggiunto mia madre, che, forte della sua pietà, m'insegui per terra e per mare, traendo sicurezza da te in ogni pericolo. (Confess. 6, 1, 1)
7. Agostino annuncia alla madre di aver abbandonato i manichei
[Non era piú manicheo, ma non era tornato ancora alla fede cattolica. Si trovava in un pericoloso stato di dubbio; aveva cioè perduto perfino la speranza di trovare la verità. Monica esprime la fiducia di vederlo, prima di morire, cattolico convinto].
Mi trovò in grave pericolo. Non speravo piú di scoprire la verità. Tuttavia, quando la informai che, pur senza essere cattolico cristiano, non ero piú manicheo, non sobbalzò di gioia come alla notizia di un avvenimento imprevisto: da tempo era tranquilla per questa parte della mia sventura, ove mi considerava come un morto, ma un morto da risuscitare con le sue lacrime versate innanzi a te e che ti presentava sopra il feretro del suo pensiero affinché tu dicessi a questo figlio della vedova: « Giovane, dico a te, alzati! », ed egli tornasse a vivere e cominciasse a parlare, e tu lo restituissi a sua madre. Nessuna esultanza scomposta commosse dunque il suo cuore alla notizia che quanto ti chiedeva ogni giorno, fra le lacrime, di compiere, si. era compiuto: se non avevo ancora colto la verità, ero però ormai stato tolto alla menzogna. Fermamente sicura, anzi, che avresti concesso anche il resto, poiché tutto le avevi promesso, mi rispose con assoluta pacatezza: e il cuore pieno di fiducia: « Credo in Cristo che prima di migrare da questo mondo ti avrò veduto cattolico convinto ». Questa la risposta che diede a me; ma a te, fonte di misericordie, diede piú intense preghiere e lacrime, affinché affrettassi il tuo aiuto e illuminassi le mie tenebre. Con maggior fervore correva anche in chiesa, ove pendeva dalle labbra di Ambrogio, fonte di acqua zampillante per la vita eterna. (Confess. 6, 1, 1)
8. Amore di Monica per il vescovo Ambrogio
[Ambrogio è l'uomo che può ricondurre Agostino alla fede. Monica lo ha intuito e si stringe a lui con grande devozione ed affetto. La crisi del dubbio in cui Agostino è entrato per merito dei discorsi di Ambrogio prelude, per lei, alla guarigione, cioè alla fede].
Amava quell'uomo come un angelo di Dio da quando aveva saputo che per suo merito ero arrivato frattanto ad ondeggiare almeno nel dubbio, a questo varco obbligato e piú pericoloso, come sono gli attacchi che i medici chiamano critici, del mio transito, per lei sicuro, dalla malattia alla salute. (Confess. 6, 1, 1)
9. A Milano Monica continua la vita di pietà che conduceva in Africa: assidua alla chiesa, fedele ai digiuni
[Le nasce però la difficoltà se debba digiunare al sabato secondo l'uso di Tagaste o seguire l'uso della Chiesa milanese che al sabato non digiunava. Agostino interroga Ambrogio e le dà la risposta].
Ti voglio narrare che cosa il venerato vescovo di Milano, Ambrogio, da cui sono stato battezzato, mi rispose quando gli rivolsi una domanda su questa faccenda... (pratica del digiuno). Si trovava con me nella stessa città mia madre e siccome io, ancora catecumeno, non mi davo molto pensiero per queste cose, essa era preoccupata se dovesse digiunare il sabato secondo l'usanza della nostra città o mangiare secondo l'usanza della Chiesa milanese. Per liberarla da quello stato d'ansia, interrogai in proposito il suddetto uomo di Dio. « Cosa potrei insegnare agli altri - rispose - piú di quanto io stesso faccio? ». Io pensavo che con questa risposta egli non aveva espresso nessun altro obbligo, tranne quello di mangiare il sabato, come sapevo ch'egli soleva fare. Ma egli soggiunse dicendo: « Quando sono qui, di sabato non digiuno; quando invece sono a Roma, digiuno di sabato; e in qualunque Chiesa capiterete - disse - osservatene l'usanza, se non volete subire o provocare uno scandalo ». Riferii a mia madre la risposta: ne rimase soddisfatta e non esitò ad ubbidire. (Ep. 36, 14, 32)
10. Continua pure la consuetudine di portare cibi e bevande sulle tombe dei martiri; ma conosciuto il divieto di Ambrogio se ne astiene
[Vigeva in Africa l'uso di portare cibi e bevande e fare libagioni sui sepolcri dei martiri. Mangiando e bevendo sui loro sepolcri e distribuendo parte delle vivande ai poveri s'intendeva onorare la loro memoria. Si trattava di un'imitazione cristiana delle feste pagane dette parentali. Ma il pericolo di superstizione era evidente - alcuni pensavano in questo modo di consolare i morti - e gli abusi, specialmente quello dell'ubriachezza, frequenti. La proibizione di Ambrogio fu saggia. Monica ubbidí. Agostino, divenuto sacerdote, combatterà tenacemente questa consuetudine].
Un giorno mia madre, secondo un'abitudine che aveva in Africa, si recò a portare sulle tombe dei santi una farinata, del pane e del vino. Respinta dal custode, appena seppe che c'era un divieto del vescovo, lo accettò con tale devozione e ubbidienza, ch'io ne restai meravigliato al vedere la facilità con cui condannava la propria consuetudine anziché discutere la proibizione del vescovo. Il suo spirito non era soffocato dall'ebrietà né spinto dall'amore del vino ad odiare il vero, mentre i píú fra i maschi e le femmine all'udire il ritornello della sobrietà vengono presi dalla nausea che prende gli ubriachi davanti ad un bicchier d'acqua. Quando portava lei il canestro con le vivande rituali da distribuire agli intervenuti dopo averle assaggiate, poneva davanti solo un calicetto di vino diluito secondo le esigenze del suo palato piuttosto sobrio e per riguardo verso gli altri, e se erano molte le sepolture dei defunti che cosí si volevano onorare, portava intorno quell'unico, piccolo calice da deporre su ogni tomba, e in quello condivideva a piccoli sorsi con i fedeli presenti un vino non solo molto annacquato, ma anche molto tiepido. Alle tombe infatti si recava per devozione, non per diletto. Perciò, una volta informata che il predicatore illustre, l'antesignano della devozione aveva proibito di eseguire quelle cerimonie anche sobriamente, per non dare ai beoni alcuna occasione di ingurgitare vino e per la grande somiglianza di quella sorta di parentali con le pratiche superstiziose dei pagani, se ne astenne ben volentieri. In luogo di un canestro pieno di frutti terreni imparò a portare alle tombe dei martiri un cuore pieno di affetti piú puri. Cosí dava ai poveri quanto poteva, e là celebrava la comunione col corpo del Signore: perché i martiri s'immolarono e furono coronati ad imitazione della passione di lui. Eppure credo, Signore Dio mio, ed è in proposito la mia intima convinzione davanti ai tuoi occhi, che probabilmente mia madre non si sarebbe arresa con tanta facilità a troncare le sue usanze, se la proibizione fosse venuta da una persona che non avesse amato come Ambrogio; e Ambrogio io amava soprattutto a cagione della mia salvezza. (Con f ess. 6, 2, 2)
11. Partecipa al fervore della Chiesa milanese
[Durante la permanenza di Monica a Milano avvennero due fatti che suscitarono l'entusiasmo dei fedeli e li portarono a stringersi piú fortemente intorno al vescovo: 1) la richiesta dell'autorità imperiale di dare agli Ariani la basilica Porziana - richiesta a cui Ambrogio si oppose energicamente -, 2) l'invenzione dei corpi di Gervasio e Protasio, che furono trasportati solennemente dalla basilica Fausta alla basilica Ambrosiana. Agostino rievoca brevemente questi fatti, ricordando, a proposito del primo, l'introduzione del canto degli inni nella Chiesa milanese. Al fervore comune partecipò Monica, anzi fu in prima fila].
E fummo battezzati, e si dileguò da noi l'inquietudine della vita passata. In quei giorni non mi saziavo di considerare con mirabile dolcezza i tuoi profondi disegni sulla salute del genere umano. Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella tua chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene. Non da molto tempo la Chiesa milanese aveva introdotto questa pratica consolante e incoraggiante, di cantare affratellati, all'unisono delle voci e dei cuori, con grande fervore. Era passato un anno esatto, o non molto piú, da quando Giustina, madre del giovane imperatore Valentiniano, aveva cominciato a perseguitare il tuo campione Ambrogio, istigata dall'eresia in cui l'avevano sedotta gli Ariani. Vigilava la folla dei fedeli ogni notte in chiesa, pronta a morire con il suo vescovo, il tuo servo. Là mia madre, ancella tua, che per il suo zelo era in prima fila nelle veglie, viveva di preghiere. Noi stessi, sebbene freddi ancora del calore del tuo spirito, ci sentivamo tuttavia eccitati dall'ansia attonita della città. Fu allora che s'incominciò a cantare inni e salmi secondo l'uso delle regioni orientali, per evitare che il popolo deperisse nella noia e nella mestizia, innovazione che fu conservata da allora a tutt'oggi e imitata da molti, anzi ormai da quasi tutti i greggi dei tuoi fedeli nelle altre parti dell'orbe. In quei giorni una tua rivelazione al tuo vescovo citato poc'anzi gli aveva indicato il luogo dove giacevano sepolti i corpi dei martiri Protasio e Gervasio. Per tanti anni li avevi serbati intatti nel tesoro del tuo segreto, per estrarli al momento opportuno e domare la rabbia di una donna, regale però. Portati alla luce ed esumati, durante il solenne trasporto alla basilica ambrosiana non solo si produssero guarigioni, riconosciute dagli stessi demòni, di persone tormentate dagli spiriti immondi; ma un cittadino notissimo in città, cieco da molti anni, chiesta e saputa la causa dell'agitazione festosa del popolo, balzò in piedi e si fece guidare dalla sua guida sul posto. Là giunto, ottenne di entrare e toccare col fazzoletto la bara ove giacevano, morti di morte preziosa ai tuoi occhi, i tuoi santi. Appena compiuto quel gesto e accostato il panno agli occhi, questi si aprirono istantaneamente. La notizia si divulgò, salirono a te lodi fervide, fulgide, e l'animo della tua nemica, se non si volse alla salvezza della fede, soffocò per lo meno la sua folle brama di persecuzione. Grazie a te, Dio mio! Da dove e dove guidasti il mio ricordo, affinché ti lodassi anche per questi avvenimenti, che, sebbene notevoli, avevo smemoratamente trascurato? Eppure allora, benché tanto alitasse il profumo dei tuoi unguenti, non correvamo dietro a te. Di qui il moltiplicarsi delle mie lacrime durante il canto dei tuoi inni. Un tempo avevo sospirato verso di te; finalmente respiravo la poca aria che circola in una capanna d'erba. (Confess. 9, 6, 14 - 7, 16)
12. Stima di Ambrogio per la madre di Agostino
Lui poi amava mia madre a cagione della sua vita religiosissima, per cui fra le opere buone con tanto fervore spirituale frequentava la chiesa. Spesso, incontrandomi, non si tratteneva dal tesserne l'elogio e dal felicitarsi con me, che avevo una tal madre. Ignorava quale figlio aveva lei, dubbioso di tutto ciò e convinto dell'impossibilità di trovare la via della vita. (Confess. 6, 2, 2)
13. Monica insiste perché il figlio si sposi
[La madre di Adeodato era probabilmente di bassa condizione. In tal caso una legge proibiva il matrimonio di pieno diritto. Ritornata questa in Africa, Monica si diede da fare per trovare una giovane milanese che avesse le qualità richieste].
Intanto mi sollecitava istancabilmente a prendere moglie. Cosí ne avevo ormai avanzato la richiesta e ottenuta la promessa. Chi lavorava maggiormente in questo senso era mia madre, con l'idea che, una volta sposato, il lavacro salutare del battesimo mi avrebbe ripulito. Gioiva che io vi fossi ogni giorno meglio disposto, e nella mia fede riconosceva il compiersi dei suoi voti e delle tue promesse. ... si insisteva, e la fanciulla fu richiesta. Le mancavano ancora due anni all'età da marito, però piaceva a tutti, e cosí si aspettava. (Confess. 6, 13, 23)
Capitolo quinto
MADRE CHE TRIONFA
1. Epilogo di una lotta lunga e drammatica
[Riportiamo qui il passo conclusivo delle stupende pagine con le quali Agostino narra la sua conversione; l'episodio qui narrato non riguarda la conversione alla fede, che era già avvenuta, ma la lotta sostenuta per rinunciare al matrimonio e consacrarsi all'ideale evangelico della perfetta continenza].
Io mi gettai disteso, non so come, sotto una pianta di fico e diedi libero sfogo alle lacrime. Dilagarono i fiumi dei miei occhi, sacrificio gradevole a te, e ti parlai a lungo, se non in questi termini, in questo senso: « E tu, Signore, fino a quando? Fino a quando, Signore, sarai irritato fino alla fine? Dimentica le nostre passate iniquità ». Sentendomene ancora trattenuto, lanciavo grida disperate: « Per quanto tempo, per quanto tempo il "domani e domani"? Perché non subito, perché non in quest'ora la fine della mia vergogna? ». Cosí parlavo e piangevo nell'amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo piú volte: « Prendi e leggi, prendi e leggi ». Mutai d'aspetto all'istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte. Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. L'unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrei trovato. Avevo sentito dire di Antonio che ricevette un monito dal Vangelo, sopraggiungendo per caso mentre si leggeva: « Va', vendi tutte le cose che hai, dàlle ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, e vieni, seguimi ». Egli lo interpretò come un oracolo indirízzato a se stesso e immediatamente si rivolse a te. Cosí tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell'Apostolo all'atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: «Non nelle crapule e nelle ebrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesú Cristo e non assecondate la carne nelle sue concupiscenze ». Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono. Chiuso il libro, tenendovi all'interno il dito o forse un altro segno, già rasserenato in volto, rivelai ad Alipio l'accaduto. Ma egli mi rivelò allo stesso modo ciò che a mia insaputa accadeva in lui. Chiese di vedere il testo che avevo letto. Glielo porsi e portò gli occhi anche oltre il punto ove mi ero arrestato io, ignaro del seguito. Di seguito diceva: « E accogliete chi è debole nella fede ». Lo riferí a se stesso, e me lo disse. In ogni caso l'ammonimento rafforzò dentro di lui una decisione e un proposito onesto, pienamente conforme alla sua condotta, che l'aveva portato già da tempo ben lontano da me e piú innanzi sulla via del bene. Senza turbamento o esitazione si uní a me. (Confess. 8, 12, 28-30)
2. Agostino narra alla madre la decisione presa
Immediatamente ci rechiamo da mia madre e le riveliamo la decisione presa: ne gioisce; le raccontiamo lo svolgimento dei fatti: esulta e trionfa. E cominciò a benedirti perché puoi fare piú di quanto chiediamo e comprendiamo. Vedeva che le avevi concesso a mio riguardo molto piú di quanto ti aveva chiesto con tutti i suoi gemiti e le sue lacrime pietose. Infatti mi rivolgesti a te cosí appieno, che non cercavo piú né moglie né avanzamenti in questo secolo, stando ritto ormai su quel regolo della fede, ove mi avevi mostrato a lei tanti anni prima nel corso di una rivelazione; e mutasti il suo duolo in gaudio molto piú abbondante dei suoi desideri, molto piú prezioso e puro di quello atteso dai nipoti della mia carne. (Con f ess. 8, 12, 30)
3. Agostino dichiara di dovere la conversione alle preghiere di sua madre
C'era con noi mia madre, ai cui meriti spetta, come credo, tutto quello che sto vivendo. (De beata vita 1, 6)
Io credo senza incertezze e affermo che per le tue preghiere, (madre), Dio mi ha concesso l'intenzione di non preporre, non volere, non pensare, non amare altro che il raggiungimento della verità. (De ordine 2, 20, 52)
Quale delle mie opere poté avere più vasta notorietà e riuscire piú dilettevole dei libri delle mie Confessioni? ...Ciò che in quei libri ho raccontato della mia conversione a quella fede, che con mirabile loquacità, degna di un pazzo furioso, dilaniavo, non ricordate forse che l'ho raccontato in modo da dimostrare che la mia salvezza fu concessa alle lacrime sincere che tutti i giorni mia madre versava? (De dono persev. 20, 53)
Capitolo sesto
MAESTRA
I. Nella campagna di Cassiciaco con la piccola compagnia
[ La comitiva africana fu accolta in una villa di campagna messa a disposizione dall'amico Verecondo. Cassiciaco e forse da identificarsi con l'odierna Cassago in Brianza. Vi si trattenne dai primi di novembre del 386 ai primi di gennaio o di marzo dell'anno appresso, quando Agostino tornò a Milano per iscriversi, all'inizio della quaresima, tra i battezzandi].
E venne il giorno della liberazione anche materiale dalla professione di retore, da cui ero spiritualmente già libero. Cosí fu: sottraesti la mia lingua da una attività, cui avevi già sottratto il mio cuore. Partito per la campagna con tutti i miei familiari, ti benedicevo gioioso. (Confess. 9, 4, 7 )
Il tredici novembre ricorreva il mio compleanno. Dopo un pranzo tanto frugale che non impedí il lavoro della mente, feci adunare nella sala delle terme tutti coloro che non solo quel giorno ma ogni giorno convivevano con me. S'era presentato come luogo appartato, adatto all'occorrenza. Partecipavano, e non ho timore di presentarli per ora con i loro nomi alla singolare tua benevolenza, prima di tutto mia madre, ai cui meriti spetta, come credo, tutto quello che sto vivendo, Navigio mio fratello, Trigezio e Licenzio miei concittadini e discepoli. Volli che non mancassero neanche Lastidiano e Rustico, miei cugini, sebbene non avessero frequentato neppure il maestro di grammatica. Ritenni che il loro buon senso fosse sufficiente all'argomento che intendevo trattare. Con noi era anche mio figlio Adeodato, il piú piccolo di tutti. Egli ha tuttavia un ingegno che, salvo errore dovuto all'affetto, promette grandi cose. (De beata vita 1, 6)
2. Solerte ed energica massaia
[Si sta svolgendo un'animata discussione su un importante argomento di filosofia, tanto che gli interlocutori dimenticano perfino di mangiare: Monica interviene autorevolmente].
(Alipio) voleva continuare a parlare, ma mia madre, eravamo già in casa, cominciò a sospingerci alla mensa. Ci mancò il tempo di dire altro. Mangiammo con tanta frugalità quanto fosse sufficiente a far tacere lo stimolo della fame e ritornammo sul prato. (Contra Acad. 2, 5, 13.6, 14)
3. Agostino la vuole presente alle discussioni filosofiche
C'era anche mia madre. Ne avevo già notato, a causa della lunga convivenza e di una continua attenzione, le belle doti e l'anima ardente per le cose di Dio. Ma durante una disputa importante che ebbi con i miei commensali nel mio genetliaco e che ho raccontato in un opuscolo mi si manifestò la sua intelligenza in maniera tale da farmi ritenere che non ve n'era altra più idonea alla vera filosofia. E poiché non aveva preoccupazioni avevo fatto in maniera che non mancasse al nostro colloquio. (De ordine 2, 1, 1)
4. Monica dichiara che la verità è il cibo dell'anima
[L'argomento del dialogo cominciato il giorno del 32° compleanno di Agostino e continuato per tre giorni, verteva sulla beatitudine; in particolare, al punto in cui interviene Monica, sul nutrimento dell'anima. Intervenendo dichiara e dimostra, con fine intuito, che il nutrimento dell'anima è la verità].
E l'anima, chiesi, non ha un proprio nutrimento? Siete d'accordo che sia la scienza? « D'accordo, disse mia madre. Penso che l'anima abbia come alimento soltanto l'intelligenza e la scienza delle cose ». Trigezio si mostrò dubbioso di tale opinione. Ed ella soggiunse: « Non ci hai indicato tu stesso oggi di che e dove l'anima si nutrisce? Hai detto che soltanto a un certo punto del pranzo ti sei accorto della qualità del vasellame che stavamo adoperando perché stavi riflettendo su non saprei quale cosa; tuttavia continuavi e muovere mani e mascelle sulla tua porzione di vivande. Dove era dunque la tua mente in quei momenti in cui, pur mangiando, non vi badavi? Credimi, da questa sorgente e di queste vivande, cioè delle proprie riflessioni e pensieri, si pasce la mente nell'atto in cui con essi può percepire la verità ». (De beata vita 2, 8)
5. Definisce la nozione della vera felicità e riscuote la gioiosa ammirazione di Agostino [Avvicinandosi il dialogo al nucleo della questione, Monica interviene e dà la vera nozione della felicità in perfetta coincidenza con quella di Cicerone, che non conosceva].
E riprendendo il discorso, affermai: Noi desideriamo esser felici. Avevo appena espresso tale principio che l'accettarono all'unanimità. « Ritenete, soggiunsi, che sia felice chi non ha l'oggetto del suo desiderio? ». Dissero di no. « Allora chiunque consegue l'oggetto del suo desiderio è felice? ». Mia madre intervenne: « Se desidera e consegue il bene è felice; se poi desidera il male, ancorché lo raggiunga, è infelice ». Ed io, sorridendole con espressione di gioia, le dissi: « Madre mia, decisamente hai raggiunto la vetta della filosofia. Ti è mancata solo la terminologia per poterti esprimere come Tullio che ha sull'argomento le seguenti parole. Nell'Ortensio, il libro che ha scritto a lode e difesa della filosofia, dice: « Avviene che coloro i quali sono esercitati nella dialettica, anche se non ancora filosofi, sono unanimi nell'agermare che sono felici coloro che vivono secondo i loro desideri. L'opinione è certamente erronea: desiderare infatti ciò che non è conveniente è somma infelicità. E non e tanto fonte d'infelicità il non conseguire ciò che si desidera quanto desiderare ciò che non è conveniente. Difatti il desiderio disordinato apporta all'uomo un male superiore al bene che apporta la fortuna ». A queste parole convenivano con tanta esattezza quelle di lei che, dimentichi del suo sesso, la considerammo un uomo illustre assiso in mezzo a noi. Io frattanto, per quanto potevo, mi sforzavo di comprendere da quale e quanta sovrumana sorgente derivassero le sue parole. (De beata vita 2, 10)
6. Osserva tra l'ammirazione di tutti che dove c'è la mancanza della sapienza non può esserci felicità
[Si discute sul rapporto tra infelicità e privazione, felicità e pienezza. Vien proposto l'esempio di uno che non desideri nulla perché ha tutto, ma teme di perdere ciò che ha. In tal caso, sentenzia Monica, è infelice, perché, temendo di perdere quello che ha, è privo di sapienza: nessuno che sia privo di sapienza può essere felice].
Io soggiunsi: «Esaminiamo attentamente il motivo per il quale costui, sebbene ebbe timore, non soggiacque alla privazione poiché da qui ha origine il problema. Il soggiacere alla privazione infatti consiste nel non avere, e non nel timore di perdere ciò che si ha. Egli era infelice perché temeva, sebbene non fosse soggetto al bisogno. Dunque non si è soggetti al bisogno per il fatto che si e infelici ». Anche mia madre, la cui opinione stavo difendendo, approvò assieme agli altri. Tuttavia, esprimendo una riserva, disse: « Ancora non so e non riesco bene a comprendere come si possa separare l'infelicità dalla privazione e la privazione dall'infelicítà. Anche costui che era ricco e possidente e, come state dicendo, non desiderava piú nulla, tuttavia, perché temeva di perdere, era privo di saggezza. Dunque lo dovremmo considerare bisognoso se fosse stato privo di denaro e di possessioni e non lo considereremo tale per il fatto che era privo di saggezza? ». Fu un grido unanime di ammirazione. Anche io fui non poco contento e lieto che proprio da lei fosse espresso il concetto che avevo inteso di esporre in fine come verità di fondo desunta dagli insegnamenti dei filosofi. (De beata vita 4, 27)
7. Considera i filosofi accademici come epilettici
[Monica chiede ad Agostino di spiegare ai presenti chi fossero e che cosa insegnassero gli Accademici, perché tutti (con la sola eccezione di Alipio, ma questi in quel momento non c'era) erano privi di quelle cognizioni o « vivande ». Agostino lo spiega in breve; Monica ascolta e se n'esce con questo bel complimento « sono affetti da mal caduco »].
Sorrisi a mia madre. E lei, con grande liberalità, mi ordinò di offrire, come se la dispensa fosse sua, la vivanda di cui erano privi. « Dicci ormai chiaramente - mi disse - la posizione di codesti accademici e le loro tesi ». Gliene presentai una breve e chiara esposizione, in maniera che tutti i presenti potessero comprendere. E lei: « Ma costoro sono dei caducari ». Con questo termine in gergo popolare sono designati coloro che sono sconvolti da attacchi d'epilessia. Nel contempo s'alzò per andarsene. E tutti rallegrati ed esilarati dal motto, posta fine alla discussione, ce ne andammo. (De beata vita 2, 16)
8. Conclude che solo la fede, la speranza e la carità possono condurci alla vita beata
[Con queste parole di Monica si conclude il dialogo agostiniano su La vita beata: non poteva concludersi meglio, né piú autorevolmente. Si noti la gioiosa citazione dell'inno ambrosiano tante volte cantato in Chiesa: Fove precantes, Trinitas].
Quale sapienza può definirsi tale se non la sapienza di Dio? Sappiamo anche, per magistero divino, che il Figlio di Dio è la stessa sapienza di Dio e il Figlio di Dio è certamente Dio. Dunque chi è felice ha Dio. (De beata vita 4, 34)
Tuttavia finché cerchiamo, non ancora dissetati alla sorgente e, per usare il solito termine, alla pienezza, dobbiamo confessare che non abbiamo raggiunto la misura. Pertanto, nonostante l'aiuto di Dío, non siamo ancora saggi e beati. Questo è dunque il pieno appagamento dello spirito, questa è la felicità: conoscere con vivo sentimento religioso da chi l'uomo è indirizzato alla verità, da quale verità è beatificato e mediante quale principio si ricongiunge alla misura ideale. E questi tre principi sono il Dio unico ed unica sussistenza per coloro che sanno intendere dopo aver superato la falsità della multiforme superstizione pagana. A questo punto mia madre, avendo rievocato le parole che erano profondamente impresse nella sua memoria e risvegliandosi, per cosí dire, alla propria fede, proferì con gioia il versetto del nostro vescovo: « O Trinità, proteggi coloro che t'invocano » e soggiunse: « La felicità consiste senza dubbio nel raggiungimento del fine e si deve aver fiducia che ad esso possiamo esser condotti da una ferma fede, da una viva speranza, da un'ardente carità ». (De beata vita 4, 35)
9. Agostino si dichiara discepolo di Monica nella « filosofia »
Frattanto entrò mia madre e ci chiese sui risultati conseguiti. Le era infatti noto l'argomento. Io ordinai che al solito fossero annotati il suo ingresso e la sua domanda. « Ma che fate? disse. Ho forse mai sentito dire che nei libri da voi letti anche le donne sono invitate a simili discussioni? ». « Non tengo in considerazione, risposi, i pareri degli orgogliosi e degli ignoranti che si gettano a legger libri con lo stesso spirito con cui adulano le persone. Non considerano infatti le doti, ma le vesti che coloro indossano e lo sfarzo delle ricchezze e possedimenti che sfoggiano. Costoro nel leggere non pongono attenzione all'origine del problema, alla soluzione che i disputanti intendono dare e ai risultati delle loro analisi e sintesi. Fra essi tuttavia vi sono alcuni le cui disposizioni non sono da disprezzarsi. Hanno infatti qualche spruzzo di cultura e facilmente possono essere introdotti nel santuario della filosofia attraverso le porte dorate e decorate. Li hanno tenuti in considerazione anche i nostri predecessori e vedo che i loro libri ti sono noti attraverso la nostra lettura. Anche oggi, per tacere di altri, v'è Teodoro, uomo insigne per il carattere, l'eloquenza e per i doni di fortuna e, sopra ogni altra cosa, eccellente per doti d'intelligenza. Tu stessa ben lo conosci. Egli fa sí che oggi e presso i posteri nessuna epoca possa a buon diritto screditare la cultura del nostro tempo. Ma supponiamo che i miei libri per puro caso capitino in mano a qualcuno. Appena legge il mio nome, si chiede: E chi e costui? e butta via il volume. Ma individui pedanti o veramente colti; non facendo caso alla modesta apparenza della porta, potrebbero entrare e non proveranno sdegno che io parli con te di filosofia e forse non disprezzeranno alcuno di costoro i cui discorsi sono riportati dai miei scritti. Intanto essi sono liberi, ed è quanto basta per ogni disciplina liberale e a piú forte ragione per la filosofia, e sono anche d'illustre discendenza nel loro paese natale. Gli scritti di uomini assai colti tramandano che anche i ciabattini ed uomini d'ancor piú bassa condizione sociale hanno atteso alla filosofia. Furono tuttavia tanto illustri per ingegno e dignità morale che, pur potendolo, non vollero affatto e a nessuna condizione mutare i propri beni con qualsiasi altra grandezza. E, credimi, non mancheranno lettori i quali apprezzeranno di piú il fatto che tu parli di filosofia con me che se trovassero in questi scritti un contenuto dilettevole ed eloquente. Inoltre anche le donne, secondo la tradizione classica, hanno atteso alla filosofia. Infine la tua filosofia assai mi piace. E perché tu, o madre, nulla abbia ad ignorare, la parola greca « filosofia » in latino si traduce amore di saggezza. Anche le divine Scritture, che tu ami tanto, non insegnano ad evitare e schernire gli amatori di saggezza in senso assoluto, ma gli amatori della saggezza di questo mondo. Ma v'è un altro mondo sovrasensibile, oggetto di visione per il pensiero di pochi sani. Lo afferma il Cristo stesso che non dice: Il mio regno non appartiene al mondo; ma: Il mio regno non appartiene a questo mondo. Chiunque dunque ritiene che la filosofia si deve evitare in senso assoluto, pretende semplicemente che noi non amiamo la saggezza. In questi miei scritti dunque ti esporrei al disprezzo se tu non amassi la saggezza; non ti disprezzerei se l'amassi soltanto un po' e molto meno se tu l'amassi quanto l'amo io. Ma tu l'ami piú di quanto ami me, e so quanto mi ami, e in essa hai tanto progredito che non ti lasci atterrire dalla paura di una eventuale sventura e perfino della morte. Tale disposizione fu difficile anche in filosofi eminenti ed è, per unanime consenso, la vetta dell'amore di saggezza. Ed io non dovrei consegnarmi a te come discepolo? ». A questo punto, con espressione gentile e caritatevole, mi rispose che io non avevo mai detto tante bugie. (De ordine 1, 11, 31-33)
10. ...e affida alle preghiere di sua madre il raggiungimento della meta a cui per merito di tante preghiere già aspira, cioè la sapienza
[Agostino che non distribuisce lodi senza fondamento neppure a sua madre, distingue tra la sapienza di lei, che proviene dalla fede cristiana ed è altissima, e il linguaggio che è imperfetto; ma questo importa poco: perfino Cicerone, secondo qualcuno, ha commesso barbarismi. Esorta la madre a restare ferma nella sapienza cristiana e chiede le sue preghiere].
Ma per quanto se ne richiede alla nostra indagine, ti prego, o madre, non ti spaventi questa immensa selva di nozioni. Se ne sceglieranno soltanto alcune assai limitate nel numero, assai efficienti allo scopo, ma piuttosto difficili per molti a comprendersi. Ma la tua mente si rinnova di giorno in giorno. Mi accorgo inoltre che il tuo spirito, o per maturità o per ammirevole moderazione, tenendosi lontano da ogni banalità e distaccandosi dalla passione, s'è levato a grande dignità interiore. Per te quindi saranno tanto facili quanto sono difficili per gli ingegni torpidi e per coloro che vivono nella passione. Mentirei se dicessi che tu raggiungerai un modo di parlare privo di difetti di forma e d'espressione. Io ho dovuto apprendere tali nozioni per esigenza di professione. Eppure gli italiani ancora mi scherniscono per la pronuncia di molte parole e per ricambio sono da me rimproverati sempre per questioni di pronuncia. Un conto è aver garanzie dalla cultura e un conto è averle dall'appartenenza ad una nazione. Un uomo dotto, se mi segue attentamente, potrà scoprire nel mio modo di dire quelli che chiamano solecismi. Ma c'e stato un individuo il quale con dimostrazione eruditissima m'ha convinto che perfino Cicerone ha commesso simili peccati di forma. È stata poi rilevata in lui ai nostri giorni tale abbondanza di barbarismi da far sembrare barbaro perfino il discorso con cui fu salvata Roma. Ma tu, disprezzati questi problemi come puerili ovvero come non di tua competenza, conosci cosí bene la forza e la natura quasi divina dell'arte dell'esprimersi che ne hai ritenuto lo spirito e ne hai lasciato il corpo agli eruditi. Direi altrettanto delle altre arti. Ma se tu le disprezzi, per quanto posso osare come figlio e per quanto lo permetti, ti raccomando di conservare con fermezza e prudenza la tua fede che hai attinto dalle sacre Scritture e di rimanere con perseveranza e vigilanza nella vita e costumi attuali. (De ordine 2, 17, 45-46)
Dio esaudisce largamente chi vive bene. Preghiamo dunque non perché ci siano date ricchezze, onori e simili beni caduchi, incerti, malgrado qualsiasi sforzo, ma quelli che ci rendono buoni e felici. A te soprattutto, o madre, affidiamo il ruolo che i nostri desideri si adempiano nella fede. Io credo senza incertezze e affermo che per le tue preghiere Dio mi ha concesso l'intenzione di non preporre, non volere, non pensare, non amare altro che il raggiungimento della verità. E continuo a credere che per le tue richieste conseguiremo un bene tanto grande cui abbiamo per i tuoi meriti aspirato. (De ordine 2, 20, 52)
11. Madre e serva dei servi di Dio
Infine, poiché la tua munificenza, o Signore, permette ai tuoi servi di parlare, di tutti noi, che, ricevuta la grazia del tuo battesimo, vivevamo già uniti in te prima del suo sonno, ebbe cura come se di tutti fosse stata la madre e ci serví come se di tutti fosse stata la figlia. (Con f ess. 9, 9, 22)
Capitolo settimo
MISTICA
1. Visioni
[Oltre la visione che la rassicurò della conversione del figlio, Monica ebbe altre visioni, che, pratica e prudente com'era, sapeva ben distinguere dai sogni o fantasticherie della propria anima. Di queste celesti visioni Agostino ne ricorda solo alcune; la maggior parte, per la fretta, le ha tralasciate].
...nei fortunali marini confortava gli stessi marinai, da cui abitualmente chi attraversa per la prima volta gli abissi riceve conforto nella sua paura, promettendo loro un arrivo sicuro alla meta, poiché tu glielo avevi promesso in una visione. (Confess. 6, 1, 1)
Su mia richiesta e per sua stessa inclinazione ti supplicava quotidianamente con l'ardente grido del cuore perché tu le facessi in sogno qualche rivelazione sul mio futuro matrimonio, ma non volesti mai esaudirla. Aveva, sí, delle visioni, però inconsistenti e bizzarre, prodotte dalla tensione del suo spirito umano in angustie per quell'evento. Me le descriveva senza la fiducia a lei abituale quando aveva una tua rivelazione, bensí con disprezzo. A suo dire ella sapeva discernere da non so quale sapore, che a parole era incapace di spiegare, la differenza fra le tue rivelazioni e i sogni della sua anima. (Confess. 6, 13, 23)
2. Estasi di Ostia
[Questa celebre pagina, e per la sua importanza e per gli studi che intorno ad essa sono stati fatti, meriterebbe un lungo commento che qui non è possibile fare. Il lettore ne osservi il movimento, il motivo, il termine: il movimento che va dalle cose esteriori all'anima, dalle facoltà inferiori dell'anima alle facoltà superiori, e da queste a Dio, fonte della sapienza e della felicità; il motivo che è prettamente religioso; il termine, momentaneo e sublime, dono privilegiato della grazia. Per Agostino fu il punto culminante della vita, per Monica l'invito a passare da questa a quell'altra].
All'avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati ad una finestra prospicente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi, alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udí, né sorse in cuore d'uomo. Aprivamo, avidamente, la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà cosí alta. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella piú grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con piú ardente impeto di amore verso l'Essere stesso, percorremmo su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole, la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l'esaltazione, l'ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch'esse superammo per attingere la plaga dell'abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale e oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l'essere stato e l'essere futuro non sono in lei, ma solo l'essere, in quanto eterna, poiché l'essere stato e l'essere futuro non è l'eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos'è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa? Si diceva dunque: « Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell'acqua e dell'aria, tacessero i cieli e l'anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire; se per un uomo tacesse completamente (poiché a chi le ascolta, tutte le cose dicono: "Non ci siamo fatte da sole, ma ci fece Chi permane eternamente); se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l'orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non piú con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo piú la sua parola attraverso lingua di carne o voce d'angelo o fragore di nube o enigma di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo, cogliemmo l'eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest'unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d'intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l'"entra nel gaudio del tuo Signore"? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgeremo, ma non tutti saremo mutati? ». (Confess. 9, 10, 23-25)
3. Desiderio della morte
[Dopo il dono sublime dell'estasi; il desiderio della morte: la conseguenza era logica, e Monica la trasse].
Cosí dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore tu sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svili ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: « Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha piú nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c'era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiú ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui? ». (Confess. 9, 10, 26)
4. Nessun timore di morire lontano dalla sua città
[Ormai Monica ha raggiunto i vertici della perfezione: non solo non teme la morte, ma non teme neppure di morire lontano dalla sua città, dove riposa Patrizio. Crede fermamente che Dio la risusciterà nell'ultimo giorno da qualsiasi luogo. Una sola cosa desidera, che i suoi si ricordino di lei all'altare del Signore].
Cosa le risposi, non ricordo bene. Ma intanto, entro cinque giorni o non molto piú, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: « Dov'ero? »; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: « Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre ». Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l'augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All'udirlo, col volto divenuto ansioso, gli lanciò una occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: « Vedi cosa dice », e subito dopo, rivolgendosi ad entrambi: « Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all'altare del Signore ». Espressa cosí come poteva a parole la sua volontà, tacque. Il male aggravandosi la faceva soffrire. Io al pensiero dei doni che spargi, Dio invisibile, nei cuori dei tuoi fedeli, e che vi fanno nascere stupende messi, gioivo e a te rendevo grazie, ricordando ciò che sapevo, ossia quanto si era sempre preoccupata e affannata per la sua sepoltura, che aveva provvista e preparata accanto al corpo del marito. La grande concordia in cui erano vissuti le faceva desiderare, tanto l'animo umano stenta a comprendere le realtà divine, anche quest'altra felicità, e che la gente ricordasse come dopo un soggiorno di là dal mare avesse ottenuto che una polvere congiunta coprisse la polvere di entrambi i congiunti. Quando però la piena della tua bontà avesse eliminato dal suo cuore questi pensieri futili, io non sapevo; ma ero pervaso di gioia e ammirazione che mia madre mi fosse apparsa cosí. Invero anche durante la nostra conversazione presso la finestra, quando disse: « Ormai che cosa faccio qui? » era apparso che non aveva il desiderio di morire in patria. Piú tardi venni anche a sapere che già parlando un giorno in mia assenza, durante la nostra dimora in Ostia, ad alcuni amici miei con fiducia materna sullo spregio della vita terrena e il vantaggio della morte, di fronte al loro stupore per la virtú di una femmina, che l'aveva ricevuta da te, e alla loro domanda, se non l'impauriva l'idea di lasciare il corpo tanto lontano dalla sua città, esclamò: « Nulla è lontano da Dio, e non c'è da temere che alla fine del mondo egli non riconosca il luogo da cui risuscitarmi ». (Confess. 9, 11, 27-28)
Capitolo ottavo
MORTE E SEPOLTURA
[Questo passo è particolarmente importante per l'umano dolore di Agostino, espresso con tanta sincerità ed efficacia, e per la liturgia dei defunti usata ad Ostia, che comportava la preghiera nella casa del defunto e il sacrificio della Messa vicino alla tomba prima della sepoltura].
Al nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua vita, trentatreesimo della mia, quest'anima credente e pia fu liberata dal corpo. Le chiudevo gli occhi, e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime. Ma contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte fino a disseccarlo. Fu una lotta penosissima. Il giovane Adeodato al momento dell'estremo respiro di lei era scoppiato in singhiozzi, poi, trattenuto da noi tutti, rimase zitto: allo stesso modo anche quanto vi era di puerile in me, che si scioglieva in pianto, veniva represso e zittito dalla voce adulta, dalla voce della mente. Non ci sembrava davvero conveniente celebrare un funerale come quello fra lamenti, lacrime e gemiti. Cosí si suole piangere in chi muore una sorta di sciagura e quasi di annientamento totale; ma la morte di mia madre non era una sciagura e non era totale. Ce lo garantivano la prova della sua vita e una fede non finta e ragioni sicure. Ma cos'era dunque, che mi doleva dentro gravemente, se non la recente ferita, derivata dalla lacerazione improvvisa della nostra cosí dolce e cara consuetudine di vita comune? Mi confortavo della testimonianza che mi aveva dato proprio durante la sua ultima malattia: quando, inframezzando con una carezza i miei servigi, mi chiamava buono e mi ripeteva con grande effusione di affetto di non aver mai udito uscire dalla mia bocca una frecciata dura o una parola offensiva al suo indirizzo; eppure, Dio mio, creatore nostro, come assomigliare, come paragonare il rispetto che avevo portato io per lei, alla servitú che aveva sopportato lei per me? Privata della grandissima consolazione che trovava in lei, la mia anima rimaneva ferita e la mia vita, stata tutt'una con la sua, rimaneva come lacerata. Quando avemmo soffocato il pianto del fanciullo, Evodio prese il salterio e intonò un salmo. Gli rispondeva tutta la casa: « La tua misericordia e la tua giustizia ti canterò, Signore ». Alla nuova, poi, dell'accaduto, si diedero convegno molti fratelli e pie donne; e mentre gli incaricati si occupavano dei funerali secondo le usanze, io mi appartavo in un luogo conveniente con gli amici, che ritenevano di non dovermi abbandonare, e mi trattenevo con loro su temi adatti alla circostanza. Il balsamo della verità leniva un tormento che tu conoscevi, essi ignoravano. Mi ascoltavano attentamente e pensavano che non provassi dolore. Invece al tuo orecchio, ove nessuno di loro udiva, mi rimproveravo la debolezza del sentimento e trattenevo il fiotto dell'afflizione, che per qualche tempo si ritraeva davanti ai miei sforzi, ma per essere sospinto di nuovo dalla sua violenza. Non erompeva in lacrime ne alterava i tratti del viso, ma sapevo ben io cosa tenevo compresso nel cuore. Il vivo disappunto, poi, che provavo di fronte al grande potere su me di questi avvenimenti umani, inevitabili nell'ordine naturale delle cose e nella condizione che abbiamo sortito, era un nuovo dolore, che mi addolorava per il mio dolore, cosicché mi consumavo d'una duplice tristezza. Alla sepoltura del suo corpo andai e tornai senza piangere. Nemmeno durante le preghiere che spandemmo innanzi a te, mentre veniva offerto in suo suffragio il sacrificio del nostro riscatto, col cadavere già deposto vicino alla tomba, prima della sepoltura, come vuole l'usanza del luogo, ebbene, nemmeno durante quelle preghiere piansi. Ma per tutta la giornata sentii una profonda mestizia nel segreto del cuore e ti pregai come potevo, con la mente sconvolta, di guarire il mio dolore. Non mi esaudisti, per imprimere, credo, nella mia memoria almeno con quest'unica prova come sia forte il legame di qualsiasi abitudine anche per un'anima che già si nutre della parola non fallace. Pensai di andare a prendere anche un bagno, avendo sentito dire che i bagni furono cosí chiamati perché i greci dicono balanion, in quanto espelle l'affanno dall'animo. Ma ecco, confesso anche questo alla tua misericordia, Padre degli orfani, che dopo il bagno stavo come prima del bagno, poiché non avevo trasudato dal cuore l'amarezza dell'afflizione. In seguito dormii. Al risveglio notai che il dolore si era non poco mitigato. Solo, nel mio letto, mi vennero alla mente i versi cosí veri del tuo Ambrogio: tu sei proprio Dio creatore di tutto, reggitore del cielo, che il di di luce, e di grato sopor la notte adorni, sicché le membra sciolte il sonno renda preste, ricrei le menti stanche, disperda ansie e dolori.
Poi tornai insensibilmente ai miei pensieri antichi sulla tua ancella, al suo atteggiamento, pio nei tuoi riguardi, santamente sollecito e discreto nei nostri. Privato di lei cosí, all'improvviso, mi prese -il desiderio di piangere davanti ai tuoi occhi su di lei e per lei, su di me e per me; lasciai libere le lacrime che trattenevo, di scorrere a loro piacimento, stendendole sotto il mio cuore come un giaciglio, su cui trovò riposo. Perché ad ascoltarle c'eri tu, non un qualsiasi uomo, che avrebbe interpretato sdegnosamente il mio compianto. (Confess. 9, 11, 28 - 12, 33)
Capitolo nono
CONCLUSIONE
[Terminando il libro IX delle Confessioni, che doveva essere l'ultimo, espone il motivo della nostra speranza di salvezza, che è riposta nel riscatto di Cristo, e chiede preghiere per i suoi genitori].
All'approssimarsi del giorno della sua liberazione, mia madre non si preoccupò che il suo corpo venisse composto in vesti suntuose o imbalsamato con aromi, non cercò un monumento eletto, non si curò di aver sepoltura in patria. Non furono queste le disposizioni che ci lasciò.
Ci chiese soltanto di far menzione di lei davanti al tuo altare, cui aveva servito infallibilmente ogni giorno, conscia che di là si dispensa la vittima santa, grazie alla quale fu distrutto il documento che era contro di noi, e si trionfò sul nemico che, per quanto conteggi i nostri delitti e cerchi accuse da opporci, nulla trova in Colui, nel quale siamo vittoriosi. A lui chi rifonderà il sangue innocente? chi gli ripagherà il prezzo con cui ci acquistò, per toglierci a lui? Al mistero di questo prezzo del nostro riscatto la tua ancella legò la propria anima col vincolo della fede. Nessuno la strappi alla tua protezione, non si frapponga ne con la forza né con l'astuzia il leone e il dragone. Ella non risponderà: « Nulla devo », per timore di essere confutata e assegnata a un inquisitore scaltro. Risponderà però che i suoi debiti le furono rimessi da Colui, cui nessuno potrà restituire quanto restituí per noi senza nulla dovere. Sia dunque in pace col suo uomo, prima del quale e dopo il quale non fu sposa d'altri; che serví offrendoti il frutto della sua pazienza per guadagnare a te anche lui. Ispira, Signore mio e Dio mio, ispira i servi tuoi, i fratelli miei, i figli tuoi, i padroni miei, che servo col cuore, la voce e gli scritti, affinché quanti leggono queste parole si ricordino davanti al tuo altare di Monica, tua serva, e di Patrizio, già suo marito, mediante la cui carne mi introducesti in questa vita, non so come. Si ricordino con sentimento pietoso di coloro che in questa luce passeggera furono miei genitori, sotto di te, nostro Padre, e dentro la Chiesa cattolica, nostra madre, miei fratelli, e miei concittadini nella Gerusalemme eterna, cui sospira il tuo popolo durante il suo pellegrinaggio dalla partenza al ritorno. Cosí l'estrema invocazione che mi rivolse mia madre sarà soddisfatta, con le orazioni di molti, più abbondantemente dalle mie confessioni che dalle mie orazioni. (Confess. 9, 13, 36-37)
Capitolo decimo
AGOSTINO DIFENDE LA MEMORIA DI SUA MADRE
[Il vescovo d'Ippona, elevando a sua madre quell'inno di amore e di gratitudine che il lettore ha trovato nelle pagine precedenti, ne aveva legato indissolubilmente la memoria alle sue Confessioni, un'opera che ebbe ed ha tanta fortuna. Qualcuno - mi riferisco all'eretico Giuliano, avversario implacabile di Agostino - invece di approfittarne per ammirare le virtú di Monica e lodarne il Signore, come l'autore delle Confessioni voleva - ne approfittò per ripetere l'offesa che a Monica fanciulla aveva rivolta la serva adirata (p. 57). Agostino, ormai vecchio, ne fu profondamente ferito e rispose; rispose con queste commoventi parole che dimostrano e il suo grande dolore e la padronanza che aveva di sé].
Che tu abbia lacerato con ingiurie anche la memoria di mia madre; di mia madre che non ti ha fatto alcun male, che mai ha disputato contro di te, è un segno che sei stato vinto dal cattivo genio della maldicenza, né hai avuto paura di ciò che sta scritto: I maledici non possederanno il regno di Dio (I Cor. 6, 10)... Io invece reputo degni d'onore i tuoi genitori, cristiani cattolici, e mi rallegro con loro che siano morti prima di vederti eretico. (Opus imperf. contra Iulianum 1, 68)