SAN SEBASTIANO (Da
Gesù):
"Pregate
San Sebastiano. Fu un grande eroe della Fede e dell'Abnegazione. Ridategli
l'onore che si merita! È protettore della Chiesa intera e di ogni singolo, per
combattere l'incredulità. Fatelo con fiducia, darà profitto. Non lascia alcuna
preghiera inesaudita. Anche davanti a lui gli spiriti cattivi fuggono. È vera
sorgente di Grazia contro l'incredulità. Ecco come ha testimoniato DIO. Un
fiore dello Spirito Santo nel morire. Invocatelo per rafforzare la vostra fede
nella donazione alla Croce! Egli è un grande intercessore - uno dei più
grandi!" (Da:
“L’Atto D’Amore”)
Le
esili e scarse notizie che si possiedono di Sebastiano si possono rintracciare
nel calendario della Chiesa, Depositio martyrum (354), da cui si apprendono il
nome, il martirio e il luogo della sepoltura.
I
documenti posteriori non aggiungono nessuna ulteriore informazione di qualche
fondamento storico e tutti fanno riferimento a quella prima fonte o al massimo
a un passo contenuto in un commento al Salmo 118, scritto da sant'Ambrogio
verso la fine del secolo IV.
Il
grande vescovo milanese, senza precisare se Sebastiano fosse nato proprio a
Milano, lo dice originario di quella città ("Utamur exemplo Sebastiani
martyris, cuius hodie natalis est; hic mediolanensis oriundus erat").
Il
passo ambrosiano prosegue affermando con certezza che il martirio sarebbe
avvenuto a Roma, dove Sebastiano si era recato con l'unico scopo di testimoniare
la propria fede cristiana, là dove più aspra infieriva la persecuzione.
A
Milano, infatti, sembra che Massimiano, collega dell'imperatore Diocleziano,
tenesse un atteggiamento abbastanza tollerante nei confronti dei cristiani, contro
i quali non avrebbe scatenato nessuna persecuzione.
Sia
dal passo di sant'Ambrogio che dalla Depositio martyrum non possiamo dedurre
che il nome, Sebastiano (dal greco sebastòs, venerabile), il martirio, il luogo
della sepoltura (in catacumbas). Altro non è dato sapere, né della professione
né dell'età né del processo.
Con
esattezza non conosciamo neppure l'anno del martirio, che presumibilmente
potrebbe essere collocato fra il 303 e il 305, anni in cui Diocleziano, prima di
ritirarsi a vita privata nel suo palazzo di Spalato, promulgò quattro
successivi editti contro i cristiani. Nel suo intento di compiere una radicale
riorganizzazione dell'impero, Diocleziano tentò anche di restaurarne l'unità
religiosa, che vedeva minacciata dalla diffusione dei culti orientali e dalla
propaganda cristiana.
Per
questo motivo, come aveva già fatto nel 296 contro i manichei, volle colpire i
cristiani con provvedimenti come l'obbligo di sacrificare e l'allontanamento
dalle cariche pubbliche e dall'esercito. Non è del tutto escluso, a questo
proposito, che, come si apprende dalla più antica delle agiografie, Sebastiano
facesse veramente parte della guardia imperiale e, per essersi rifiutato di
rinnegare la propria fede, fosse stato condannato al supplizio.
LEGGENDASecondo
alcune leggende greche e latine Sebastiano sarebbe nato a Milano, secondo
altre a Narbona, ma tutte sono concordi nell'affermare che fosse di madre
milanese e di padre romano, un funzionario imperiale della Gallia.
La
più antica delle leggende, alla quale attingono tutte le altre, è la Passio
sancti Sebastiani, che durante tutto il Medioevo fu attribuita a sant'Ambrogio.
In
realtà, la descrizione minuziosa dei luoghi in cui è ambientata la vicenda indica
che l'autore doveva essere romano o, per lo meno, doveva essere vissuto a lungo
in Roma.
La
composizione dell'opera, in ogni caso, deve essere collocata intorno alla metà
del secolo V, almeno una cinquantina di anni dopo la morte del vescovo milanese,
che pertanto non poteva esserne l'autore. La Passio narra che Sebastiano, per essersi
distinto fra i pretoriani di Massimiano, viene chiamato nella capitale dell'impero
a far parte della guardia personale di Diocleziano, con il grado di ufficiale.
A
Roma, godendo della fiducia dell'imperatore, ha l'opportunità di frequentare
le famiglie dell'aristocrazia romana, presso le quali esercita un'intensa opera
di propaganda e, nello stesso tempo, svolge un'efficacie azione di sostegno e
conforto dei cristiani incarcerati o condannati a morte.
Nella
Passio, intorno alla figura di Sebastiano orbitano molti altri martiri, alcuni
realmente esistiti, altri inventati, fra i quali non esiste comunque alcun
legame storico.
I
martiri storicamente accertati sono quelli che vengono venerati sulla via Ardeatina,
Marco e Marcellino, e sulla via Labicana, Castulo e Tiburzio. A questi vanno
aggiunti il martire Vittorino e i Quattro Coronati, i santi Claudio, Nicostrato,
Castoro e Simproniano, originari della Pannonia. Tutti gli altri sono quasi
certamente frutto della fantasia dell'autore, che, fra l'altro, costruisce
legami di parentela del tutto arbitrari e privi di qualunque fondamento e
addentellato storico.
Secondo
l'anonimo autore, infatti, Marco e Marcellino sarebbero fratelli, e così pure
Castoro e Nicostrato, quest'ultimo sposato a Zoe. Tiburzio sarebbe nato dal
matrimonio di Claudio e Sinforosa, genitori anche dei fratelli Felice e
Felicissimo.
Andando
a far visita a Marco e Marcellino, in libertà vigilata presso Nicostrato e
Zoe, Sebastiano converte al cristianesimo anche i padroni di casa.
Fra
le numerose e prodigiose conversioni compiute da Sebastiano sono da ricordare
quella di Tranquillino e Marcia, genitori di Marco e Marcellino, quella del
prefetto di Roma, Claudio, e di sua moglie Sinforosa e dei figli.
Anche
il nuovo prefetto, Cromazio, insieme al figlio Tiburzio, è convertito alla fede
cristiana, e con lui molte altre persone dell'aristocrazia.
Sotto
la prefettura di Aquillino, nessuno dei convertiti da Sebastiano sfugge al
martirio: Aristione, Crescenziano, Eutichiano, Urbano, Vitale, Giusto, ecc.
Scoperto mentre è intento a dare sepoltura ai Quattro Coronati, Sebastiano
viene chiamato in giudizio e, dopo un processo sommario, è condannato a
morte mediante il supplizio delle frecce.
Condotto
fuori città dai suoi commilitoni, viene denudato e legato a un albero. Bersagliato
dagli arcieri, viene trafitto da tante frecce da sembrare un riccio coperto di
aculei ("ut quasi ericius esset hirsutus ictibus sagittarum").
Quando,
durante la notte, i cristiani si recano nel campo per recuperarne la salma e
darle sepoltura, si accorgono con stupore che Sebastiano è ancora vivo.
Affidato alle cure di Irene, vedova del martire Castulo, Sebastiano riacquista
miracolosamente la salute.
Appena è di nuovo in forze, nonostante le
preghiere dei compagni che lo vorrebbero in salvo lontano da Roma, Sebastiano,
per testimoniare la propria fede, si reca al tempio di Ercole dove l'imperatore
Diocleziano sta officiando un rito pubblico.
Tratto
in arresto, viene condotto all'ippodromo del Palatino e ucciso a bastonate.
Per impedire che i cristiani lo recuperino e ne facciano oggetto di venerazione,
il suo cadavere viene gettato in una cloaca. La stessa notte, però, il martire
appare in visione alla matrona Lucina e le indica il luogo in cui giacciono le
sue spoglie ("in cloaca illa quae est iuxta circum invenies corpus
meum"). Le ordina, inoltre, di portarle nel cimitero della via Appia e
seppellirle presso le tombe dei ss. Pietro e Paolo ("perduces ad
Catacumbas et sepelies in initio cryptae iuxta vestigia Apostolorum").
Nella Passio, scritta quasi certamente
durante il pontificato di Sisto III (432-440), alcuni dati, come il martirio
sotto Diocleziano e la sepoltura ad Catacumbas, combaciano con le fonti
storiche. Tutto il resto è invenzione della fervida fantasia dell'autore.
Non
va sottaciuto, tuttavia, che alcuni particolari della vita del martire, al tempo
della compilazione dell'opera, dovevano essere ancora vivi nella memoria.
Pertanto, come si è gia accennato, alcuni dettagli, come ad esempio quello
relativo alla professione militare, potrebbero essere ritenuti non del tutto
improbabili.
Il
cimitero della via Appia, già celebre per la Memoria degli apostoli Pietro e
Paolo e di altri martiri, divenne il principale centro di venerazione di san
Sebastiano.
Le
sue ossa furono dapprima sistemate in un loculo della galleria e successivamente
in un sepolcro isolato al centro di un vano rettangolare, ottenuto dalla demolizione
delle sepolture circostanti.
Sul
sepolcreto, verosimilmente nell'età di papa Giulio e dell'imperatore Costante
(337-350), fu eretta una basilica, che fu chiamata Ecclesia Apostolorum.
All'inizio
del secolo V, durante il pontificato di Innocenzo I (402-417), la tomba del
martire subì una nuova sistemazione e fu adornata dai preti Proclinus e Ursus
con transenne di marmo.
Fu
sfondata la volta della cripta, che restò aperta nel pavimento della chiesa
e, per rendere accessibile il luogo alla devozione dei fedeli, furono
costruite due scale.
Fin
dall'antichità, san Sebastiano fu considerato il terzo patrono di Roma e godette
un culto vastissimo sia nel mondo occidentale che in quello orientale.
La
Ecclesia Apostolorum, per il fatto di trovarsi su una grande via di comunicazione
come l'Appia, fu per secoli meta di ininterrotti pellegrinaggi e ad aumentare
la devozione nei confronti di Sebastiano contribuì certamente il grande
afflusso di fedeli, che qui convenivano non solo per venerare le tombe dei ss.
Pietro e Paolo, ma anche quelle degli altri martiri.
La
sua figura diventò ancora più popolare durante la pestilenza che infierì a
Roma nel 680, quando alla sua intercessione furono attribuite miracolose
guarigioni e la cessazione del flagello. In quel periodo, tuttavia, il suo
culto doveva essere già molto vivo, se fin dall'età di papa Gregorio Magno
(590-604) si preferiva chiamare basilica di San Sebastiano la chiesa che era
stata edificata in onore degli Apostoli.
In
segno di ringraziamento per la fine della peste, gli fu eretto un altare in San
Pietro in Vincoli, adorno di un mosaico in cui il santo appare raffigurato come
un uomo di età matura, con la barba, nell'atto di reggere la corona del
martirio. Miracoli e prodigi aumentarono la fama del martire e destarono nei
paesi di origine dei pellegrini il desiderio di possederne qualche reliquia.
L'atteggiamento fermo della Chiesa, restìa a concederne, consentì che le sue
spoglie si conservassero intatte anche durante le grandi traslazioni del
secolo VIII, e solo nell'826, sotto il pontificato di Eugenio II, furono rimosse
per essere riposte in Vaticano nell'oratorio di San Gregorio Magno. Quello
stesso anno, alle ripetute insistenze di Ilduino, abate di San Dionigi, il
papa acconsenti al trasferimento di alcune reliquie del santo nella chiesa di
San Medardo a Soissons.
Questo
fatto trova conferma in diversi cronisti dell'epoca, quali Eginardo, Adone,
Sigiberto, ma non è mancato anche chi ha avanzato il dubbio che gli astuti
romani avrebbero consegnato presunte reliquie del martire.
Per
custodirvi il cranio del santo, papa Gregorio IV commissionò un prezioso reliquiario,
che tuttora si venera nella chiesa dei SS. Quattro Coronati.
Intanto,
dopo la traslazione, i pellegrini che si recavano sull'Appia continuavano a
venerare il sepolcro vuoto di san Sebastiano, finché, nel 1218, Onorio III,
per le insistenze dei monaci cistercensi che custodivano il santuario,
riconsacrò la cripta e vi ricollocò gran parte delle reliquie. Per tutto il
Medioevo il culto e la fama del santo furono assai vive. Di chiese e cappelle,
nella sola Roma, ne esistevano nove, la più famosa delle quali sorgeva nel
luogo del Palatino, in cui, secondo la leggenda, sarebbe avvenuto il martirio.
Ma anche in molte altre località fu molto diffuso il culto del santo, la cui
fama di taumaturgo fu collegata soprattutto alla protezione contro le epidemie,
assai frequenti nel Medioevo.
Gregorio
Magno lo considerò, insieme a Pietro e Paolo, il terzo protettore di Roma e,
nella sua rassegna dei Santi, lo pose al terzo posto fra i sette difensori
della Chiesa.
La
festa di san Sebastiano cade il 20 gennaio.
Il
fascino della leggenda di san Sebastiano non ha influenzato solo il culto, ma
anche l'arte e la letteratura.
Basti
pensare al notissimo romanzo dell'irlandese Nicola Wiseman, Fabiola (1854), da
cui sono stati tratti innumerevoli adattamenti cinematografici, o al Martyre
de Saint Sébastien (1911) di Gabriele D'Annunzio, scritto in francese per le
musiche di Claude Debussy.
L'ambito,
tuttavia, nel quale la figura del santo ricorre con maggiore frequenza è
senz'altro quello dell'arte.
La
copiosa iconografia si spiega con la scelta di san Sebastiano quale intercessore
in grado di proteggere dalla peste, giudicata dal popolo un segno della collera
divina per i peccati del mondo.
La
devozione verso san Sebastiano invocato contro la terribile calamità deriva
da una narrazione fatta da Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum, a
proposito della pestilenza scoppiata prima a Roma e poi a Pavia nell'estate
del 680. In entrambe le città il contagio cessò immediatamente dopo che fu
invocata l'intercessione del santo. Da questi episodi nacque la fama di san
Sebastiano, taumaturgo contro le epidemie.
La
straordinaria quantità di immagini dovette, dunque, essere alimentata dal
terrore della peste, che nel passato affliggeva spesso gli uomini.
Una
seconda interpretazione, più erudita, si fonda sul fatto che san Sebastiano
fosse uscito indenne dal supplizio delle frecce, che metaforicamente rappresentano
i tormenti della peste. Esse sono la manifestazione dell'ira di Dio, in analogia
con l'ira di Apollo che, nel primo dei poemi omerici, scaglia i suoi dardi a seminare
il lutto nel campo degli Achei.
A
suggerire tale interpretazione, che inizia a prendere piede nel Rinascimento,
è lo stesso spirito classicista che induce a modificare l'iconografia del
santo, rappresentato da quel momento come un eroe dell'antichità, giovane,
bello, nudo e trafitto da frecce.
In
età paleocristiana e per tutto il Medioevo, infatti, san Sebastiano è
raffigurato per lo più come un uomo maturo, talvolta vecchio, quasi sempre
barbuto e vestito da militare.
La
più antica immagine che si conserva del santo si trova a Roma nelle catacombe
di San Callisto, in un frammento di pittura parietale del secolo V che adorna la
cripta di santa Cecilia. Il santo vi è ritratto insieme ad alcuni personaggi
togati.
Nella
basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, il santo compare nella teoria dei
ventisei martiri, un mosaico del secolo VI, in cui è raffigurato come un uomo
attempato, con la barba, vestito di toga e reggente la corona del martirio.
Con
caratteristiche non molto dissimili è rappresentato anche in un mosaico bizantineggiante
del secolo VII, che si trova nella cappella di San Pietro in Vincoli a Roma.
Il santo indossa una tunica, sotto la quale si intravvede una corazza d'oro;
con la destra regge la corona e con la sinistra impugna una croce astile, che
secondo i moduli bizantini simboleggia il martirio.
Nella
chiesa di San Sebastiano sul Palatino, il santo è raffigurato in due affreschi,
rispettivamente del X e dell'XI secolo. Nel primo, appare con una veste ornata
di corone, in compagnia dei ss. Lorenzo, Zotico e Stefano, disposti intorno
alla figura del Cristo; nel secondo, insieme ai ss. Benedetto e Zotico.
Un'immagine
piuttosto inconsueta del santo è quella che appare in un affresco del secolo
XIII che adorna l'abside di San Giorgio in Velabro a Roma. Al centro della
composizione pittorica sono collocati Gesù fra la Madonna e san Pietro e, ai
lati opposti, san Giorgio, titolare della chiesa, in eleganti abiti da
cavaliere, e san Sebastiano, un rude e canuto soldato romano, armato di scudo,
corazza, gladio e lancia.
Sempre
vestito di toga e con la croce astile, ma di aspetto giovanile, è presentato
in un mosaico del secolo XIII nella basilica di San Marco a Venezia e in un
dipinto coevo nella chiesa del Santo Sepolcro a Barletta.
In
un affresco dello stesso periodo, nell'Ospedale di Prato, compare per la prima
volta con il principale dei suoi attributi, una freccia stretta in pugno.
Da
quel momento si comincia ad assistere a un graduale cambiamento della caratterizzazione
del santo, che a poco a poco si trasforma da maturo soldato romano in giovane
cavaliere o cacciatore, armato di arco e frecce.
A
partire dal Rinascimento, il modulo maggiormente seguito è quello in cui il
santo compare trafitto da frecce, legato nudo a un albero o a una colonna.
Agli
artisti, desiderosi di misurarsi nella trattazione del nudo, la rappresentazione
del martirio di san Sebastiano offre l'occasione di emulare i grandi modelli
dell'antichità greca e romana.
Una
semplice elencazione degli innumerevoli artisti che hanno trattato il tema
sarebbe quasi impossibile; basti, solo per citare alcuni dei maggiori, ricordare
i nomi- di Andrea del Castagno, Botticelli, Giovanni Bellini, Cima da
Conegliano, Piero della Francesca, Mantegna, Antonello da Messina, Carpaccio,
Tiziano, Tintoretto, Michelangelo, El Greco, Annibale Carracci, Guido Reni,
Guercino, ecc.
Nel
mondo pagano l'uso di una costruzione sotterranea adibita a sepoltura (ipogeo)
era assai frequente, ma si trattava per lo più di un tipo di sepolcro riservato
a una sola famiglia.
Con
l'insediamento e lo sviluppo, soprattutto nei centri urbani del bacino del Mediterraneo,
di comunità ebraico-cristiane si andò diffondendo l'uso di cimiteri sotterranei,
che rappresentavano la soluzione adeguata per far fronte all'elevato costo
dei terreni e al tempo stesso offrivano l'opportunità di poter disporre dello
spazio necessario che l'usanza dell'inumazione imponeva.
I
cimiteri sotterranei assunsero una struttura complessa, caratterizzata da un
dedalo di gallerie a diversi livelli, su cui si aprivano le camere sepolcrali
per lo più articolate in una serie di vani comunicanti.
Attualmente
assegnamo a questi particolari luoghi di sepoltura il termine generico di
catacombe, che originariamente era il toponimo specifico, ad Catacumbas,
adottato per indicare proprio quel cimitero dell'Appia dove fu sepolto san
Sebastiano, e solo in seguito passò a designare qualunque cimitero sotterraneo.
L'etimologia
dell'espressione è incerta. Comunemente si fa derivare dal greco katà, presso,
e kymbe, avvallamento, ma, poiché kymbe significa anche barca, qualcuno ha
avanzato l'ipotesi, del resto legittima, che nel luogo esistesse un'osteria che
aveva come insegna una o più barchette.
Le
catacombe di san Sebastiano sono scavate su quattro livelli e si, inabissano
fino a 12 metri sotto l'attuale pavimento della basilica.
Il
primo piano appare alquanto distrutto, poiché, specialmente durante la grande
invasione dell'846-847, le tombe furono saccheggiate dai saraceni in cerca di
oro e argento, anche se alla rovina non furono del tutto estranei gli stessi cristiani,
che aprivano i loculi per asportarne reliquie.
In
origine l'avvallamento era una grande cava di pozzolana, i cui pendii, nel corso
del I secolo dell'Impero, cominciarono a essere utilizzati come luogo di
sepoltura. Dapprima sorsero sepolcri singoli, poi colombari in muratura,
infine tombe che cominciarono a essere collocate nelle pareti dei cunicoli
della cava.
A
circa 9 metri sotto il pavimento della chiesa, si trova la cosiddetta Piazzola,
un piccolo slargo su cui prospettano le fasciatine di tre mausolei, che in
origine ospitarono tombe a incinerazione e poi, passate in proprietà dei
cristiani, a partire dal II secolo, divennero sepolcri a inumazione.
Il
primo dei tre mausolei conserva ancora la scritta dedicatoria, dalla quale apprendiamo
che fu costruito per un certo Marcus Clodius Hermes; l'interno, decorato da
affreschi, è composto di due vani sovrapposti.
Gli
altri due mausolei, privi dell'iscrizione dedicatoria, sono rispettivamente
detti degli Innocentiores, dal nome dei membri di un'associazione che qui
giacciono sepolti, e dell Ascia, dal nome di un attrezzo per lavorare la
pietra che appare scolpito nella facciata. Entrambi sono composti di più vani,
occupati da numerose tombe e decorati di stucchi finissimi perfettamente
conservati. Sui muri compaiono disegni ornamentali, scritte e simboli sia
pagani che cristiani.
Dalla
Piazzola si sale a un ambiente con le pareti coperte di graffiti, che testimoniano
la devozione dei fedeli che qui convenivano nel III e nel IV secolo, per venerare
la memoria degli apostoli Pietro e Paolo.
Secondo
Paolo Styger che, insieme a Onorio Fasiolo, diresse gli scavi del 1915, questo
vano, per la presenza di una fontanella e di un lungo sedile che corre lungo i
resti di un portico, avrebbe avuto la funzione di Diclia, cioè di luogo per la
celebrazione di banchetti funebri, anche se propriamente la parola triclia o
trichila indica piuttosto un pergolato, di cui peraltro non si è trovata
traccia.
Nelle
ricorrenze annuali, presso gli antichi era consuetudine commemorare i defunti,
riunendosi presso le tombe a consumare un piccolo pasto. Dai numerosissimi
graffiti si apprende che la Triclia fu utilizzata a questo scopo, ma unicamente
per onorare la memoria dei ss. Pietro e Paolo, usanza che diede origine alla
Memoria Apostolorum, come si chiamava anticamente il santuario sull'Appia.
Il
santuario e il culto iniziarono, nel 258, durante la violenta
persecuzione di Valeriano, quando i cristiani, per poter venerare i loro
apostoli, trasferirono in Catacumbas le reliquie dei santi Pietro e Paolo.
Intorno
all'anno 340, quando con l'ottenuta libertà religiosa non ci fu più motivo
di conservarlo, il vecchio impianto della Memoria Apostolorum fu interrato e
sopra vi fu costruita la basilica Apostolorum.
La
chiesa, a tre navate divise da pilastri, era più grande e molto diversa dall'attuale.
Un
atrio quadrangolare precedeva la facciata, che era leggermente obliqua e tale
si conservò fino al 1612, quando il cardinale Scipione Borghese volle la
ricostruzione della chiesa, che fu iniziata da Flaminio Ponzio e portata a
termine dall'olandese Giovanni Vasanzio (van Santen). L'interno fu ridotto a
una sola navata. Le navate laterali, che giravano attorno all'abside di quella
centrale, furono occupate dalle due sagrestie e dal coro, attualmente
trasformati in museo.
Furono
rifatti il pavimento e il soffitto, che fu dorato e colorato da Rinaldo Corradini.
Il cielo della cripta di san Sebastiano, che si apriva nel pavimento della
chiesa, fu chiuso e fu costruita una nuova scala di accesso.
Fra
il 1712 e il 1714, Clemente XI fece edificare la cappella del SS. Sacramento, più
nota come cappella Albani, e promosse l'antica chiesa cimiteriale al rango di
parrocchia.
In
origine la chiesa non aveva un proprio clero stabile, ma doveva dipendere da una
parrocchia urbana.
In
seguito, Sisto III (432-440) vi fondò un convento di monache, affinché al
santuario apostolico fosse assicurato un servizio più regolare.
Durante
l'invasione saracena il monastero fu abbandonato dalle monache e andò
distrutto.
Nicolò
I (856-867) rifondò il monastero e lo affido a monaci, che lo tennero fino al
1167, quando passò ai cistercensi, che vi rimasero fin dopo la rivoluzione
francese, tranne un lungo intervallo, fra il 1259 e il 1431, durante il quale il
monastero fu retto dai canonici regolari lateranensi. Attualmente l'interno
della chiesa si presenta ampio e solenne, con tre arcate per lato. Nel
soffitto ligneo a cassettoni sono collocate una statua di san Sebastiano e le
insegne del cardinale Borghese e di Gregorio XVI.
Nella
prima cappella di destra, detta delle reliquie, si conservano una freccia che
trafisse san Sebastiano e le impronte dei piedi di Cristo, relative alla
leggenda popolare resa famosa dal Quo vadis ? (1896) del romanziere polacco
Enrico Sienkiewicz.
Sotto
l'altare della prima cappella di sinistra è sistemata la statua di San Sebastiano
giacente dello scultore Antonio Giorgetti.
Dalla
sagrestia, passando attraverso l'ambulacro che gira attorno all'abside, si
discende a una costruzione posteriore alla primitiva basilica, detta Platonia.
Il nome deriva da platoma, lastra di marmo, su cui il papa Damaso (366-384)
fece scolpire i dodici esametri in onore di sant'Eutichio, che ora si trovano
presso la porta d'ingresso della chiesa.
Si
tratta di un sepolcro, che nel tardo Medioevo si pensava avesse ospitato i resti
degli apostoli Pietro e Paolo, prima che fossero seppelliti definitivamente in
Vaticano e sulla Ostiense. Il sepolcro, invece, ospitò le spoglie del martire
Quirino, trasferite dalla Pannonia a Roma fra il IV e il V secolo.
Tutt'intorno alla chiesa sono ancora visibili molti mausolei, per lo più a forma di camera quadrangolare absidata, alcuni dei quali erano in diretta comunicazione con la basilica.