SAN ROCCO

P. ANDREA D'ASCANIO o.f.m. capp.

PREFAZIONE

Pubblichiamo questa breve biografia di san Rocco perché crediamo nella attualità di questo santo la cui straordinaria potenza taumaturgica lo ha reso noto al mondo e lo ha fatto invocare - mai invano - nei secoli.

La mentalità ipercritica tanto in voga resta scettica quando si legge che san Rocco, entrando ad Acquapendente, iniziò la sua "vita pubblica" guarendo tutti dalla peste, e si scandalizza quando sente che tale prodigio si ripeté a Cesena, a Novara, a Roma, a Piacenza...

Oggi, con stile garbato ed equilibrato, si de­scrive Rocco come colui che "prodigò agli appesta­ti la sua carità senza limiti, perché continuamente confinante nel miracolo" (Bargellini): espressioni che si perdono nel vago e nulla dicono.

Tutto quanto parla della Potenza di Dio - dall'apertura delle acque del Mar Rosso al parto verginale di Maria - è oggi "confinante" con la leggénda.

Lo scetticismo, l'ambiguità verbale, il raziona­lismo sono il segno di questi tempi in cui impera il materialismo e, come naturale conseguenza, regna la disperazione.

Ci sia concesso di credere, nonostante i tempi, nella continua azione di Dio nel mondo e nella veridicità della Parola: "Guarite gli infermi, risu­scitate i morti, sanate i lebbrosi.... " (Mt. 10,80); "Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome imporranno le mani ai malati e questi guariranno... allora essi partirono mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'ac­compagnavano "(Mc. 16,17 ss.).

L'obiezione è già nell'aria: "Guarire qualche malato va bene, ma intere città... e poi queste cose accadevano allora, in tempi particolari, quando la scienza era rudimentale... " e via di questo passo.

Nel Vangelo leggiamo più volte che Gesù, quando gli presentavano dei malati, "li guariva tutti': Che c'è di strano se continua a guarire "tutti" quando "opera insieme" con i suoi? C'è forse un limite all'azione di Dio? Che differenza, per l'On­nipotente, guarire dieci lebbrosi o guarirne diecimi­la?

La fede ci insegna che Dio è Amore onnipo­tente e non vuole il male. Siamo noi che facciamo scaturire il male, anche quello fisico, dal nostro egoismo e dalle nostre azioni insane. Dio è Padre e non manda il male per castigarci, ma piuttosto interviene con vigile tenerezza quando si accorge che il male da noi generato assume proporzioni catastrofiche. .

Il Suo intervento, normalmente, si realizza per mezzo delle "cause seconde", soprattutto di quei figli che Gli sono rimasti fedeli. E quando Dio interviene la nostra logica deve arrendersi, perché se Lui sceglie una creatura che Gli dice "si", questa scompare ed emerge solo la Potenza che in essa si manifesta: Sansone, Giuditta, David, ... Rocco so­no solo dei "testimoni "di Dio e perciò Suoi stru­menti efficaci per distruggere il male. E quando Dio agisce contro il male lo fa in pienezza, sia che esso si chiami Golia, o che si chiami Oloferne o peste nera.

Ciò chiarito, spieghiamo perché abbiamo par­lato della attualità di San Rocco: oggi siamo schiacciati da mali gravi di vario genere, che la scienza medica non riesce ancora a debellare: ad esempio l'AIDS, che Montanelli ha ben definito "la peste del XX secolo':

Se i colpiti di AIDS, viste vane le cure ufficiali, si rivolgessero con umiltà fiduciosa a san Rocco, siamo certi che il nostro Santo sarebbe lieto di dimostrare che la Potenza dell'Amore del Padre in lui non si è esaurita.

Proviamo. In appendice riportiamo un'antica Novena al Santo, cioè nove preghiere da recitarsi, una al giorno, per nove giorni...

 

NASCITA E INFANZIA

Montpellier, nella Gallia Narbonense, è una delle città più antiche e caratteristiche della Fran­cia meridionale. Notevole centro già al tempo dei Romani - e il colossale acquedotto ad archi so­vrapposti ne è testimonianza - era famosa nel Medio Evo per la Scuola di Diritto Civile, per l'Accademia delle Scienze e per la Facoltà di Medi­cina, che rivaleggiava con quella famosissima di Salerno.

La tradizione di una fede viva e profonda era radicata nel popolo e ancor più nella nobiltà. Tra le famiglie più in vista per titolo nobiliare, per ricchezza e per integrità di costumi è a Mont­pellier la famiglia de La Croix. L'ultimo discenden­te di essa, Giovanni, non avendo eredi, vive nell'a­marezza di veder finire ormai tutto quel suo mon­do. Il suo dolore è condiviso dalla consorte Liberia che, ormai perduta ogni speranza umana, rafforza la sua preghiera al Cielo: entrambi sono giunti al termine degli anni, e la fede, pungolata dalla soffe­renza e dall'umiliazione, li spinge ad una preghiera via via più umile e fiduciosa.

Come nel caso di Zaccaria e di Elisabetta, il Signore purifica lo spirito di questi giusti, affinché essi possano essere degni del gran dono che Egli sta per fare loro: nel 1295 un bimbo - Rocco - viene a rallegrare la vita dei due anziani coniugi, premio del Padre celeste per la loro rettitudine e per la loro fiduciosa richiesta. Che egli sia veramente un dono straordinario di Dio lo conferma una splendida croce di color rosso impressa sul lato sinistro del suo petto, croce che col tempo si ingrandirà ed accentuerà.

Il bambino viene educato ed istruito dai mi­gliori insegnanti del tempo, come si conviene ad un giovane del suo rango; il babbo e la mamma curano la crescita del suo spirito, nella consapevolezza che il figlio che hanno avuto è "segnato" da Dio del Quale essi devono assecondare i disegni con tutte le loro forze.

La grazia di Dio, unita alla collaborazione dell'uomo, fa sì che Rocco "cresca in età, in sapien­za e in grazia" (Lc. 2,52).

In quel figlio tanto desiderato i due santi geni­tori profondono tutte le loro ricchezze morali e spirituali; poi, quando hanno compiuto la loro missione, Dio li richiama a Sé.

Rocco ha appena vent'anni.

 

LA SCELTA: ROCCO COME FRANCESCO

Ben presto, sia per decoro di famiglia che per doti personali, Rocco potrebbe accedere ai primi posti nell'amministrazione della sua città, sino a raggiungere i più alti gradi del potere. Egli ha tutto: gioventù, cultura, ricchezza, nobiltà. Per un uomo del Medio Evo, e di ogni tempo, non può esserci nulla di più desiderabile.

Ma per chi anela alla Luce infinita dei cieli tutti gli splendori umani sono tenebra. Rocco ha una sete di infinito, di assoluto che nulla riesce ad appagare se non Dio. Per realizzare tale esigenza di spirito si fa terziario francescano, abbraccia cioè - pur restando nel mondo - l'ideale di vita evan­gelica di Francesco d'Assisi, impegnandosi a vivere i voti di povertà, castità e obbedienza.

Ci sono molti punti in comune tra i due giova­ni, ambedue ricchi, colti, interiormente alla ricerca di grandi ideali. Ma Rocco, sul piano umano, ha molto più di Francesco: oltre che ricco, egli è anche nobile.

L'aspirazione massima di Francesco, prima della conversione, era proprio quella di andare a combattere per guadagnarsi sul campo un titolo nobiliare che, unito alla ingente ricchezza di cui disponeva, gli aprisse la via al potere. La Luce di Dio lo folgorò, con una grave malattia, proprio durante il viaggio che, secondo i calcoli umani, avrebbe dovuto condurlo alla guerra, alla gloria, e quindi al sospirato blasone.

Cresciuto nella disciplina di Dio, Rocco non ha bisogno di scossoni traumatici - come avvenne per san Paolo, san Francesco, sant'Ignazio - per imboccare la via giusta. Più che ai grandi converti­ti, egli è simile al giovane ricco del Vangelo che lealmente può dire di sé: "Ho osservato tutti i co­mandamenti fin dalla mia giovinezza" (Mt. 19,20) e merita così l'invito di Gesù: "Se vuoi essere perfet­to, va', vendi ciò che possiedi e donalo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi" (Mt. 19,21).

Ma, a differenza del giovane del Vangelo che "se ne andò molto triste..." per non aver avuto il coraggio di obbedire, Rocco non esita: va e distri­buisce tutte le sue sostanze ai poveri. Lascia ad uno zio paterno i beni che non può alienare subito, le dignità, i privilegi e le cariche connesse al suo casa­to nobiliare.

Ora Rocco è finalmente libero.

Questo è facile a dirsi e a scriversi, ma solo in Cielo sarà dato di capire quante lotte il giovane deve aver sostenuto con i parenti, gli amici, i con­cittadini; quante accuse di tradire le speranze dei genitori, il prestigio del casato, gli interessi della città...

 

IL "SI" DI ROCCO

Rocco ha accettato in pienezza l'invito dello spirito; ora "non gli manca più nulla" per tendere alla perfezione. Si è fatto povero materialmente, ma nel "cielo", cioè nel suo spirito, ha accumulato un tesoro di Grazia che nessuno potrà mai rubargli e che fruttificherà sempre più.

Come Maria, Rocco ha detto il suo "si" all'A­more e l'Amore si è incarnato in lui. Ora inizia il suo lungo andare per portare l'Amore ai fratelli, come Maria fece con Elisabetta, con i pastori, con i Magi...

Povero e sconosciuto, diviene pellegrino di Dio.

 

I PELLEGRINI O "ROMEI" NEL MEDIO EVO

Le vie d'Europa erano allora percorse da mol­tissimi pellegrini che - o per adempiere un voto, o per lucrare indulgenze, o per un semplice proposito di santificazione - si mettevano in viaggio, fidan­do nell'aiuto di Dio e nella carità dei fratelli. Avevano un abito caratteristico: un mantello, una bisaccia per le elemosine, un cappello a larghe falde, un lungo bastone alla cui impugnatura era legata la zucca per l'acqua.

Le mete più frequenti erano Gerusalemme, San Giacomo di Compostella in Spagna, e soprat­tutto Roma.

Roma è la nuova Gerusalemme, la culla della fede cattolica, fecondata dal sangue di milioni di martiri, la città che Dio ha scelto per porvi il seggio del Suo Vicario. Ed anche se momentaneamente il Papato si è trasferito ad Avignone, Roma resta la meta obbligata di tutti i pellegrini che si approssi­mano ad essa cantando inni suggestivi e solenni. Riportiamo la traduzione di uno di questi inni, per avere un'idea della spiritualità dei pellegrini del tempo:

"O formidabile Roma, superba capitale del mondo, la più antica e la più insigne delle città; rossa del sangue dei martiri, bianca del candore immacolato delle vergini, noi ti salutiamo; ti benediciamo attraverso i secoli, sempre!­

I pellegrini mendicavano il pane di porta in porta, riposando negli ospizi attrezzati per loro, ove ce n'erano. Questi ospizi si trovavano in quel tempo anche nei piccoli centri, ed il pellegrino vi veniva accolto in qualsiasi ora, perché potesse rifo­cillarsi e riposare prima di riprendere il cammino. Gli ospizi erano una delle tante realtà positive, scaturite dalla fede e dall'amore, che illuminano l'ingiustamente bistrattato Medio Evo.

Rocco è uno di quei romei, segni della fede e della spiritualità semplice e profonda del tempo. Inizia la sua avventura spirituale indossando una lunga tunica di color rosso ed un mantello insoli­tamente molto corto - forse per spirito di umiltà e di povertà, forse per spirito di penitenza - certa­mente non immaginando di lanciare la moda di una nuova foggia di mantello che, proprio da lui, prenderà il nome di "sanrocchino".

 

LA "PESTE NERA": FLAGELLO DEL MONDO

Rocco entra in Italia e si dirige verso Roma. Man mano che avanza attraverso la Liguria e la Toscana, entra in contatto con la più spaventosa realtà del tempo: la peste nera. Prima ancora di imbattersi nei malati viene a conoscere gli orribili effetti delle malattia dalle descrizioni di quanti fug­gono dai luoghi già infetti, nella speranza di salvar­si dal contagio.

La peste nera era nata, per cause non precisa­te, in Asia; devastata la Cina, si era diffusa in India, in Persia, in Egitto, per bussare poi alle porte del­l'Europa dopo aver fatto strage nell'arcipelago gre­co.

In Italia venne portata dai pellegrini reduci dalla Terra Santa, ma ancor più dalle navi delle repubbliche marinare che avevano scambi com­merciali con l'Oriente. Pisa e Genova furono le prime città ad essere colpite; di lì il flagello passò in Toscana, in Umbria, in Romagna; dal Piemonte si diffuse nella Savoia e poi all'Alta Francia; da Mar­siglia in Catalogna e in Spagna. Due anni dopo la sua apparizione la peste aveva invaso la Germania, l'Ungheria, la Polonia, la Danimarca, il Portogal­lo, l'Inghilterra e persino l'Islanda.

Secondo storici accreditati perì di peste un terzo della popolazione europea. Soltanto a Siena e dintorni i morti furono 70.000, a Parma 40.000, a Firenze oltre 100.000.

 

LA "PESTE NERA": SINTOMI ED EFFETTI

Il morbo si sviluppava in modo veloce e inar­restabile. Si manifestava con un bubbone nerastro o paonazzo sulle anche o sotto le ascelle.

Sintetizziamo da uno studio del Papon la descri­zione degli effetti della malattia: "Tutto il corpo brucia in una febbre altissima ed è riarso da una sete divorante ed insaziabile. L'occhio si intorbidi­sce, la voce si fa rauca e il respiro diventa difficolto­so. Un continuo vomito scuote il malato in spasimi atroci. La pelle si annerisce e diventa viscida, emet­tendo da tutti i pori unfetore insopportabile. L’ap­pestato muore tra strane e indescrivibili convulsio­ni":

Dallo studio del Causin, grande astrologo e medico del '300, riportiamo altri particolari: "...l 'ammalato non può sopportare tale flagello che per pochi giorni. Il volto impallidisce e questa tinta pallida preannunzia la morte che si appresta: prima del giorno fatale sembra che la morte si assida sul volto. Quando il male assale una casa qualche abi­tante solo gli sfugge appena... i malaticci e i mal nutriti cadono colpiti al primo soffio del male. Non vi è nulla che metta al sicuro dal flagello, né caldo né freddo, né salubrità del paese..."

Abbiamo descritto la terribile peste nera per far comprender quanto grande sarà l'opera di Roc­co a favore degli appestati e quale atroce sofferenza

egli dovrà a lungo sopportare, quando sarà colpito dal morbo, senza morirne e senza guarirne.

 

ROCCO INFERMIERE

Attraversando la Toscana Rocco era venuto a sapere che la peste aveva invaso Acquapendente, la prima città che si incontrava andando da Siena a Roma lungo la via Cassia.

Volutamente vi si reca per prestare il suo ser­vizio a coloro che ne erano stati colpiti, spinto da un grande sentimento di compassione per tanti fratelli sventurati. Presentatosi al sovrintendente dell'ospedale cittadino, chiede di essere ammesso al servizio degli appestati. Rocco sa che molto pro­babilmente non ne uscirà vivo; ma questa eventua­lità anziché atterrirlo lo sprona ancor di più: essere testimoni dell'Amore fino al martirio è sempre sta­ta un'aspirazione degli uomini di Dio. Dare la vita per avere la Vita è la logica lineare dei santi; se a noi sembra strana è perché non siamo coerenti con la fede che diciamo di professare.

L’ospedale non aveva allora ambienti lindi, sale operatorie sterilizzate, stanze ariose e lumino­se in cui l'igiene e il lisoformio imperavano. Gli "ospedali" consistevano in genere in grandi am­bienti in cui i malati venivano depositati e affidati alla pietà dei confratelli delle varie congreghe di carità, diffuse nel Medio Evo, che si prendevano cura di loro in nome di Dio. In caso di peste erano veri eroi che si immolavano consapevolmente: ba­sti ricordare ad esempio che, nella peste di Siena del '500, dei dodici giovani che seguirono Bernar­dino da Siena nel servizio all'ospedale, rimase in vita solo il futuro santo.

Se si riflette sul fatto che "la pelle dell’appesta­to anneriva e sifaceva viscida ed emetteva da tutti i pori un fetore intollerabile "e che il dolore atroce spesso si manifestava "in urla disperate"; possiamo farci un'idea di quale fosse il clima degli "ospedali" nei quali venivano ammucchiati gli appestati.

In molti luoghi si usava bruciare erba e legna aromatiche nel mezzo delle camerate, nel tentativo di mitigarne il fetore, con l'unico risultato che i malati - come se il resto non bastasse - venivano anche affumicati.

Non c'è da meravigliarsi quindi se molti medi­ci il più delle volte si rifiutavano di lavorare in tali luoghi, specie quando avevano coscienza dell'im­potenza dei loro mezzi.

Chi aveva il soprannaturale coraggio di but­tarsi nella bolgia degli "ospedali" in tempo di peste, veniva accolto a braccia aperte: Rocco inizia così la sua nuova attività di infermiere, anche se non ne ha il patentino ufficiale.

 

IL CAMPIONE DI DIO

Rocco, da campione di Dio, non va a combat­tere il male con mezzi umani, ma con la potenza della fede e dell'amore.

E' un testimone di Dio Amore dinanzi agli uomini che ha detto il suo "si" totale. Gesù, fedele alle sue promesse, lo testimonia dinanzi al Padre (Mt. 10,33), ottenendogli il dono di guarire ogni ammalato che egli segnerà sulla fronte benedicen­dolo con una particolare formula dettatagli da un Angelo e che si rifà al salmo 51. Secondo la tradi­zione la preghiera - fondamentalmente esorcisti­ca - che Rocco scagliava contro il male considera­to quasi un'entità fisica, sarebbe stata la seguente:

 

"Deus destruet te in finem; + evellet te, + et emigrabit te + de tabernaculo tuo, + et radi­cem tuam de terra viventium. In nomine Patris +, et Filii + et Spiritus Sancti + Amen":

 

La traduzione in italiano rende poco bene la potenza di questa preghiera, che suona più o meno così:

"Dio ti demolirà + ti strapperà + e ti farà uscire dalla tenda (in cui ti sei insediato: l'uomo, il corpo umano) + e ti sradicherà dalla terra dei viventi. Nel nome del Padre + del Figlio + e dello Spirito Santo + Amen".

 

Rocco, novello David, va incontro al male non con la forza della scienza umana - d'altronde tanto poca e tanto povera - ma nel nome del Signore, e il pestifero Golia deve fuggire dinanzi a lui. Il miracolo si ripete continuamente, e dall'o­spedale in cui opera non vengon fuori cadaveri già semiputrefatti, ma creature vive e sane.

Rocco esce dall'ospedale e va per i fondaci, per le strade, per le case già segnate dalla morte. Tutti avvicina, e tutti coloro che son toccati da lui col segno della croce guariscono.

Quando la popolazione di Acquapendente si rende conto di quanto è accaduto e si convince che la peste è stata veramente debellata dal giovane pellegrino, va in cerca di lui, ma Rocco è scompar­so. Consapevole di essere solo uno strumento di Dio fugge appena compiuta la sua missione: si è messo sulla scia di Gesù per conseguire la santità, e sa che essa poco si concilia con gli applausi.

Ma più Rocco si fa piccolo, più Dio lo esalta. Quel Dio che "rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili" (Lc. 1,52) rinnova i prodigi in questo suo servo.

Il più "potente" del '300 è certamente la peste: .. al suo passaggio si inchinano fino a terra - anzi fino a sotto terra - re e condottieri, scienziati e mercanti, nobili e prelati. II più piccolo, il più "umile" è certamente Rocco: in lui il Padre dispiega "la potenza del suo braccio" (Lc 1,51) rendendolo espressione del Suo amore misericordioso. Rocco è ben conscio di avere ottenuto tale potere sulla peste e corre ovunque essa si manifesti. I prodigi di Acquapendente si ripetono a Cesena, a Rimini e in altre zone della Romagna, nel Lazio, a Roma.

La peste insegue gli uomini e li colpisce; Rocco va incontro alla peste e la distrugge togliendole le prede.

La sua fama si diffonde dappertutto, e ovun­que scoppia la pestilenza si prega affinché giunga l'angelo francese. Ed egli giunge, guarisce e, a peste debellata, improvvisamente sparisce.

A Cesena viene dipinta su una tela la sua effigie e; partito lui dalla città, viene esposta alla pubblica venerazione nella chiesa dei Monaci Ce­lestini. Dopo la sua morte, nella medesima città, verrà edificato un tempio in suo onore affidato in seguito al Terz'ordine di S. Francesco.

Saranno soprattutto i francescani, in partico­lare i Cappuccini, a diffondere il culto di San Roc­co legato a Francesco come terziario e ancor più come vero seguace in spirito.

 

A ROMA

Roma, come già accennato, era la meta di Rocco e di tutti i pellegrini che - come lui - vedevano in essa la Città Santa che succedeva alla Roma imperiale sostituendo il potere spirituale a quello civile.

Ma Roma non aveva ormai più nulla di gran­de né sul piano civile né su quello religioso: trasferi­tosi il papato ad Avignone essa era caduta in un abbandono totale, devastata da lotte fratricide, con le chiese in degrado e senza alcuno che vi curasse l'ordine pubblico.

E’ stato scritto sulla Roma di quel tempo che “in S. Pietro ed al Laterano i greggi pascevano fino all'altare...”; Petrarca, contemplando la Città dalle Terme di Diocleziano, la descrive come “un vasto campo di macerie”; Cola di Rienzo la definisce "più un covo di ladroni che una sede di uomini civili".

Ora, dulcis in fundo, c'è anche la peste. Ma, per un misericordioso disegno della Provvidenza, c'è anche Rocco, e con la sconfitta della peste ha inizio il lento, sofferto cammino di rinascita di Roma.

S. Caterina, con diverso carisma ma con lo stesso amore, curerà l'altra grande piaga di spirito che l'esilio avignonese ha recato alla città.

I Santi sono sempre stati i grandi taumaturghi della Chiesa, e Rocco giunge dalla sorella Francia quale ambasciatore di Pace e di Amore quasi a riparare lo sconquasso che la Francia ha provocato a Roma ed alla Chiesa con il trasferimento del Papato ad Avignone.

Debellata la peste, Rocco resta a Roma per tre anni, pellegrino d'amore nelle catacombe e nelle chiese le cui vibrazioni di spirito sono sempre vive nonostante l'abbandono esterno.

Giuntagli notizia che nel nord d'Italia dilaga nuovamente l'epidemia, si incammina per la via Flaminia verso il Piemonte: tracce vistose del suo passaggio restano in particolare a Novara, la città più colpita. In seguito si sposta verso la Lombar­dia, sempre incalzando il suo avversario.

 

A PIACENZA

La Provvidenza lo porta a Piacenza, città tor­mentata prima che dalla peste da una continua discordia che la tirannide di Galeazzo Visconti esa­spera sempre di più: odi, empietà, vizi sono piaga ormai incancrenita negli spiriti. Non c'è più nean­che il Vescovo, inseguito all'interdetto pontificio che la città si era attirato per le tante violenze al clero.

Rocco vi si avvicina liberando via via dalla peste Caorso e tutti i paesini e i luoghi che incontra nel suo cammino. Il giovane taumaturgo sente che il "male" si sta concentrando a Piacenza, di cui conosce la spaventosa situazione spirituale, e si prepara in preghiera al grande impatto.

Si ritira nell'antica chiesina di S. Maria di Be­tlem - oggi Sant'Anna - e chiede l'aiuto del Cielo dinanzi all'immagine della Madonna del Parto. Maria gli appare in una grande Luce: "Rocco, servo di Dio, la tua preghiera sarà esaudita':

Rinfrancato dalla visione il giovane entra in città e comincia ad imporre il suo segno di croce sulla fronte degli ammalati, recitando la formula di benedizione. La grazia che da lui si sprigiona ha qui una potenza tutta particolare: il male fisico scom­pare e gli odi si attenuano; il nome del Signore viene di nuovo benedetto nel suo servo Rocco; la città, prima abbandonata ai lupi rapaci, ha di nuo­vo il suo Vescovo e pastore.

Ma il prezzo che Rocco dovrà pagare sarà pesante.

 

L'ORA DELLE TENEBRE

"Satana rispose al Signore: pelle per pelle; tutto quanto ha, l'uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e toccalo nell'osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia! Il Signore disse a satana: “Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita”. (Gb 2,4-6)

"Pelle per pelle" è la prova di Rocco. Egli non può più essere colpito nei beni esterni, perché di tutto si è spogliato; né può essere colpito nei suoi sentimenti più profondi, perché di tutto si è svuota­to ed è pieno solo di umiltà. La sua prova sarà nella sofferenza fisica e nella capacità di perdono.

Mentre presta servizio presso gli ammalati nel pubblico ospedale di Betlem, accanto all'omonima chiesa in cui gli era apparsa Maria, in sogno gli si mostra un Angelo, che in nome di Dio gli dice: "Rocco, per amor mio hai patito tanti disagi... ora dovrai soffrire i tormenti e gli strazi del corpo"

E' l'annuncio della grande passione. Rocco si sveglia divorato dalla febbre e con un dolore lanci­nante all'inguine: è appestato!

Rocco dice il suo "fiat" e, ricoverato in ospe­dale, attende la morte ormai vicina ed inevitabile.

Sa che solo un miracolo lo ha preservato sino ad ora dal contagio, e nel più profondo del cuore desidera - come tutti coloro che hanno fatto espe­rienza di Dio - "sciogliere le vele" ed "essere libe­rato da questo corpo di morte" (Rm. 7,24).

Ma i giorni passano, la morte non soprag­giunge - anche questo è un miracolo - e le soffe­renze aumentano in modo spasmodico. Il malato non riesce a trattenere i lamenti; il fetore classico che si sprigiona da lui è più ripugnante che mai. E' un'agonia atroce, esasperata ed esasperante, e gli altri malati - non appestati, perché quelli li ha guariti tutti lui - non sopportano più la sua pre­senza. Rocco viene costretto ad abbandonare l'o­spedale.

Si trascina fuori, lungo le vie della città che ormai lo rifiuta: tutti i cittadini, al vederlo segnato dalle palesi manifestazioni della peste, temono che il contagio possa colpirli di nuovo per colpa sua e lo spingono fuori dalla città. Tra gli insulti di un popolo che poco tempo prima egli aveva guarito completamente e che ora lo rigetta senza pietà, Rocco si incammina verso la campagna. Il "bene­detto colui che viene nel nome del Signore" (Gv. 12,13) con cui Piacenza lo aveva accolto al suo ingresso si tramuta ora in una maledizione e in un rigetto totale.

"Lo hanno fatto a me.. lo faranno anche a voi": Gesù si ripete nei suoi santi.

 

LE STIGMATE DELLA SANTITA'

“...e dopo dite: siamo servi inutili” (Le. 17,10)

Rocco sa che la sua santità non si fonda sui miracoli che egli compie per mandato e carisma divino, ma sulla sua capacità di soffrire. Questa è per lui l'ora della sofferenza, come prima c'era stata l'ora dei miracoli.

Aggrappato al suo bordone da pellegrino si trascina sino ai boschi del castello di Sàrmato, a 18 km. da Piacenza, e si sistema alle men peggio in una casupola semidistrutta nascosta nel verde. Final­mente in pace, lontano dalle meschinità umane, si rifugia nel Padre Celeste in un abbandono totale alla Sua Volontà. Ritempra il suo spirito nella preghiera e pronunzia il suo incondizionato "Fiat".

Il Padre non disillude la fiducia di questo fi­glio sempre più eroico nell'Amore, e va incontro anche ai suoi bisogni materiali facendo scaturire vicino alla capanna una sorgente di acqua limpida per smorzare la sua tremenda arsura. Per il cibo provvederà in modo ancor più singolare.

 

IL CANE DI S. ROCCO

Gli uomini trattano Rocco "come un cane", ed è proprio un cane che riscatta la categoria trattan­do Rocco "come un uomo".

Il cane in questione fa parte della numerosa muta che Gottardo Pallastrelli - patrizio lombar­do, uomo di profonda fede, signore del castello di Sàrmato - alleva per i suoi giochi di caccia. E' un cane di razza, tra i preferiti, e per questo ha libero accesso alla mensa del padrone.

Un giorno Gottardo vede il suo cane prendere un pane dalla tavola e scappar via. La scena si ripete per più giorni ed il Pallastrelli, incuriosito, decide di seguire la bestia per vedere che fine fac­ciano quei pani; scopre così il rifugio di Rocco al quale, malato e sofferente, il cane passa il pane rubato.

Il Pallastrelli, nobile di nome e di fatto, capi­sce la lezione e si avvicina al malato per soccorrer­lo, ma questi gli intima di fermarsi: "Sono appesta­to. Allontanati, se non vuoi contrarre il male".

 

LA LUCE SI COMUNICA: GOTTARDO ENTRA IN CRISI

Gottardo entra in crisi. Proprio per paura del­la peste era uscito da Piacenza e si era rifugiato in Sàrmato. Ma ha anche paura di perdere la Luce dello spirito che ha visto balenare in quello strano appestato che invita chi vuole aiutarlo ad allonta­narsi per non essere contagiato.

Intuisce che sotto le spoglie di quel malato abbandonato c'è un campione di Dio: il miracolo del cane glielo conferma. Ma la paura della peste è grande.

Passa la notte insonne, combattuto da diversi sentimenti. Come S. Francesco alla vista del leb­broso, vorrebbe fuggire; ma sa che se non supera quella prova perde una grande battaglia nello spiri­to. Sente con chiarezza che quella è la "sua" prova, e che non può rifiutare quel calice che il Padre gli porge senza tradire la sua fede e la sua coscienza di uomo.

E' una battaglia dura, ma Gottardo la combat­te da vero nobile e la vince. Il mattino seguente torna da Rocco e instaura con lui un rapporto di amicizia che con il tempo diventa venerazione; si convince sempre più che quell'appestato tanto ma­le in arnese è veramente un santo, e lo elegge a padre e guida del suo spirito.

 

LA SCUOLA DELLA SANTITA'

La santità è una scuola nella quale non è pos­sibile fare progressi senza un maestro. Gesù è il Maestro per eccellenza, e in Lui diventano maestri coloro che hanno superato tutte le prove che l'e­goismo, la carne, il mondo, l'orgoglio e 1’”avversa­rio” frappogono.

E' una scuola difficile: "Chi vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua" (M c. 8,34).

E' una scuola che capovolge tutti i valori uma­ni: "Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i perseguitati..." (Mt. 5,3 ss.).

Da questa scuola - se si superano tutti gli esami - si esce trasformati dopo un processo di morte e di resurrezione: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal. 2,20).

E' una scuola dura. Ad un giovane che diceva al Padre Pio da Pietrelcina: "Padre, voglio farmi santo!" il frate, con l'arguzia che gli era propria, rispose: “Vagliò, hai scelto nu brutto mestiere”.

Che sia un "brutto mestiere "se ne accorge ora Gottardo che chiede a Rocco di guidarlo alla santi­tà, senza sapere bene cosa lo aspetti.

Rocco conosce la strada della santità, l'ha per­corsa e la sta ancora percorrendo. Con la chiarezza essenziale che è propria degli uomini di Dio ripete al giovane Gottardo l'invito del Vangelo già a suo tempo rivolto a lui: "Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che possiedi e donalo ai poveri... ".

Il giovane ricco “va”. vende quanto possiede, abdica ogni suo diritto e torna dal maestro per comunicargli questa sua prima vittoria. Ma non fa in tempo a rallegrarsi del risultato conseguito che sente rivolgersi un ulteriore invito: "Vestiti da po­vero pellegrino; come me, e va nella tua Piacenza a mendicare il pane di porta in porta":

Il giovane non più ricco di denaro, ma ancora pieno di sé, stringe i denti e si prepara a questa ulteriore spoliazione, molto più bruciante della prima. Ma in lui c'è la tempra del combattente che non fugge dinanzi al nemico, anche se questi è ora dentro di lui.

Obbedisce ancora, e torna in città da povero pellegrino, elemosinando qualcosa da mangiare. Più che elemosine raccoglie insulti. Bussa allora alla porta di un nobile suo intimo amico - forse sperando da questi comprensione e conforto - ma l’"amico" lo aggredisce in modo grossolano, lo taccia di pazzia e lo fa cacciare dai servi.

E' il colpo di grazia per la povera vecchia umanità di Gottardo che torna dal suo maestro e gli narra quanto è accaduto. Ha obbedito in tutto; ma ora è distrutto: che altro deve fare?

Rocco sorride: il discepolo ha superato bril­lantemente tutte le prove di questa fase iniziale della converione. Ora Gottardo è veramente suo figlio nello spirito; in lui, interiormente morto, co­mincia a vivere Gesù, l'Amore umile e totale.

Rocco abbraccia e conforta questo figlio eroi­co in cui ritrova se stesso e al tempo stesso, con la potenza dello Spirito che vive nei santi, emette un verdetto pesante per la città che disprezza e scaccia l'Amore: "La peste tornerà in Piacenza... colui che ti ha più offeso sarà colpito tra i primi":

Il cane, unica espressione di amore in tanto squallore, d'ora in avanti porterà non uno ma due pani.

 

"GUAI A TE, PIACENZA..."

"Guai a te Corazin! Guai a te Betsaida. Per­ché, se a Tiro e a Sidone fossero stati com­piuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi..." (Mt. 11,21).

Piacenza è nuovamente devastata dalla peste. Tra le prime vittime che il morbo miete c'è l'amico di Gottardo, colui che più di ogni altro lo aveva disprezzato.

Questa epidemia è assai più grave della prece­dente perché trova gli abitanti già prostrati, ed in breve la città è tutta un lazzaretto.

Rocco sa ciò che sta accadendo. Sa anche che è ancora vivo in lui il carisma di debellare la peste, e che solo lui può salvare Piacenza.

La nostra umanità che si pasce di odio e si nutre di vendetta, ci farebbe gridare: "Ben gli stà! Se lo sono meritato! Così impareranno un'altra volta!", e citeremmo magari qualche brano della Scrittura per avvalorare la nostra durezza "peda­gogica". Ma la pedagogia di Dio non è la nostra, come le sue vie non sono le nostre vie. Dio è Amo­re, Dio è Padre, Dio è perdono, Dio è misericordia, e "tanto più noi ci ostiniamo a peccare, tanto più Lui si ostina a perdonarci".

Rocco ormai non c'è più, in lui c'è Gesù - la Misercordia del Padre - ed egli, trascinandosi aggrappato al bastone da pellegrino, rientra a Pia­cenza.  

 

LA "VENDETTA" DI ROCCO

"Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno... " Le folle, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. (Lc. 23,34 ss.)

Rocco si aggira a fatica tra i malati dell'ospe­dale; sorride a tutti e ad ognuno pone il sigillo di Dio. Alla sua benedizione i malati si alzano e la peste rallenta il suo cammino di morte. L'uomo di Dio si rende conto che non ce la fa ad avvicinare uno ad uno tutti gli infermi, ed allora segna e benedice con la croce le mura dei lazzaretti, delle case, degli edifici pubblici. La potenza di mi­racolo che da lui scaturisce scioglie il male. Con potenza nuova il Padre del cielo testimonia questo figlio generoso che manifesta l'Amore e che con l'Amore sconfigge il male fisico e scioglie il gelo dei cuori.

La peste è vinta, ma soprattutto sono vinti i cuori dei Piacentini che finalmente riconoscono il torto commesso e decretano il trionfo per il loro salvatore.

Ma a Rocco non piacciono i battimani, non gli sono mai piaciuti. Ha obbedito all'Amore, ha te­stimoniato l'Amore, ha portato a tutti l'Amore. La sua missione è compiuta, il resto è cronaca che non lo sfiora.

Ritorna nella sua capannuccia, con la consa­pevolezza di aver vinto la sua battaglia; la pace del cuore e la gioia profonda che il Padre dà ai suoi testimoni sono l'unica ricompensa che egli cerca.

 

LA PESTE NEL BOSCO

Rocco torna nel suo eremo, lontano dal fra­stuono degli uomini, lieto ma estenuato dalla lunga lotta col suo pestifero nemico. Spera di potersi riposare un po', dopo averlo debellato ancora una volta; ma con sorpresa se lo ritrova dinanzi in veste nuova: vede venirgli incontro ogni specie di anima­li del bosco che faticosamente gli si avvicinano e gli si accucciano ai piedi guardandolo con gli occhi quasi spenti, come a chiedere aiuto. Capisce subito che anche le bestie sono state colpite dal contagio: la epizoozia - peste degli animali - che si manife­sta con sintomi un po' diversi ma egualmente cata­strofici. Egli sorride e benedice queste creature che, liberate dal male, gli fanno festa ringraziandolo a modo loro e poi rientrano nel fitto del bosco.

Viene alla mente Francesco che parla con gli uccelli, che toglie i vermicelli di mezzo la strada perché non vengano calpestati; che va in giro segui­to passo passo dalla pecorella che gli è stata dona­ta; che libera le tortorelle esortandole a non farsi più catturare.

L'episodio degli animali guariti conferma an­cora di più che lo spirito di Francesco vive in pie­nezza in Rocco e questo ci rende la sua figura più cara e vicina.

 

LA LUCE SI ESPANDE: I DISCEPOLI

I Piacentini, dopo la seconda ondata di peste ed il nuovo, generoso intervento di Rocco, hanno finalmente aperto gli occhi dello spirito: comincia­no a vedere nella giusta dimensione il povero pelle­grino francese e con lui il nobile loro concittadino che tanto hanno disprezzato.

La santità è contagiosa non meno della peste, perché la santità è Amore e l'Amore è più forte di tutto: la capannuccia del bosco diviene meta di visitatori sempre più numerosi.

La morte vista da vicino e miracolosamente allontanata ha fatto riflettere tutti; la vita comin­cia ad acquistare per loro il giusto significato, e sulle orme di Gottardo molti vanno a scuola dal maestro che, pur nella sua umiltà, non può negare la parola di Grazia a quanti vanno a lui con animo retto.

Intorno a Rocco ed a Gottardo si crea un vero cenobio che ci riporta al primo monachesimo della Tebaide: la selva si riempie di piccole capanne. Rocco accoglie quanti a lui vanno e trasmette loro, come ha fatto con Gottardo, il fuoco di Dio. Piacenza, che era stata colpita dall'interdetto pontificio per le azioni empie e sacrileghe di Galeazzo Visconti e dei suoi fautori, torna a respirare un'aria di pace e di fede.

Ma Rocco sa che il suo compito non è di fondare ordini religiosi né di fare il maestro di spirito a vita; la sua vocazione è di andare per le vie di Dio, pellegrino d'Amore umile e solo: vuole essere maestro solo di umiltà e di adesione alla volontà dell'Altissimo.

Egli è stato il seme che in quel bosco ha vissuto una lunga e allucinante agonia, perché la vita e l'Amore tornassero nella disastrata Piacenza; il seme è morto e si è moltiplicato portando molti frutti in Gottardo e negli altri che lo hanno seguito. La sua missione è finita.

Come Francesco non permetteva che ci fosse­ro poveri più poveri di lui e scambiava il proprio abito con chiunque lo avesse più malandato del suo, Rocco vuole l'ultimo posto. Ha ben capito che la santità ha uno dei suoi cardini principali nella "piccolezza" e incarna la massima aurea dell’”Imi­tazione dei Cristo”: "ama essere ignorato e reputa­to un nulla"

 

TERMINA L'ORA DELLE TENEBRE

La passione di Rocco è stata amara e lunga: l'angoscia dello spirito nella costatazione di essere appestato, il rinnegamento dei beneficati, l'appa­rente abbandono di Dio, l'orribile agonia del corpo durante i lunghi mesi in cui è rimasto vittima della peste senza morirne ma con tutte le manifestazioni e le atroci sofferenze che il morbo comporta....

La grande "ora delle tenebre" viene sciolta dal­l'Amore mediante le parole "Padre, perdona loro" che Rocco pronunzia nel suo ritorno in città, du­rante la seconda pestilenza. L'Amore ha vinto, e gli uomini tornano alla casa del Padre battendosi il petto: "Veramente quest'uomo è un servo di Dio!':

Gesù risorto vince la morte che ha affrontato in un "prodigioso duello" ; Rocco, guarito, è il trionfatore della peste che ha affrontato e vinto, nel nome di Gesù, in un duello durato sette anni.

Gesù, risorto, sale al Padre. Rocco, guarito, torna nella sua terra ove altre prove ed altre agonie lo attendono. Non è ancora giunta l'ora del suo "Tutto è compiuto":

A Piacenza resta di lui l'effigie che Gottardo, esperto nella pittura, ha raffigurato sulle mura del­la chiesina di S. Maria di Betlem, a lui tanto cara. E' l'immagine più verosimile del pellegrino france­se: di statura media, occhi grandi, barba rossa e rada, proporzionato nella persona.

 

IL COMMIATO

ROCCO CONTINUA IN GOTTARDO

Come Gesù, dopo la resurrezione, prima di tornare al Padre resta ancora un poco con i suoi per esortarli e confermarli, così fa Rocco con quanti gli si sono riuniti attorno. Particolare premura usa con Gottardo, il discepolo prediletto, colui che lo ha seguito più da presso ricalcando senza titubanze le sue orme sanguinanti, colui che dovrà continuarlo in pienezza.

Gottardo è la "lettera" (2 Cor, 3,2) che Rocco scrive al mondo e che al mondo invia dopo aver profuso in lui il suo spirito, come Elia con Eliseo (2 Re 2,9).

Gottardo non tradisce la fiducia e l'amore ri­posti in lui: resta come guida ai fratelli eremiti fino a quando non andrà anch'egli per le vie del mondo, pellegrino di Dio. Si fermerà sulle Alpi e santifiche­rà quei monti con la sua presenza.

In Cielo conosceremo i particolari della sua vita di pellegrino e di eremita; qui sulla terra la splendida cima del San Gottardo - alla quale egli ha dato il nome - attesta a tutti che il giovane patrizio piacentino ha portato splendidamente a termine la sua scalata alla Grande Montagna di Dio.

Nel discepolo è glorificato il maestro, nel figlio il padre nello spirito. San Gottardo è la testimo­nianza più viva della santità di Rocco.

 

LA RESURREZIONE

A Sàrmato ormai è troppo ricercato, troppo onorato, sente che deve ricominciare ad andare; ma come fare se è ancora attanagliato dalla peste?

Il suo fisico è stremato, il bubbone all'inguine gli rende tormentoso ogni passo, i sintomi del male sono evidenti sul suo volto e sulla sua pelle.

Rocco prega il Padre del Cielo: se è Sua volon­tà che egli riprenda il cammino, lo liberi dal male. Durante la notte, mentre riposa, il fedele Got­tardo ode una voce dolce e chiara che dice: “Rocco, la tua preghiera è stata esaudita; sei libero da ogni male, torna al tuo paese”.

Quando Rocco era stato colpito dalla peste, un angelo gli aveva preannunciato in sogno la sofferenza. Un angelo ora, sempre nel sonno, gli predice la fine della grande prova.

Così come si era svegliato divorato dalla peste, ora si sveglia totalmente guarito: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!" ripete il novello Giobbe e si prepara alla partenza, in obbedienza alla voce dello Spirito che lo chiama a nuove battaglie, per testimoniare anco­ra l'Amore.

Non dobbiamo meravigliarci né sorridere de­gli interventi degli Angeli e dei loro messaggi du­rante il sonno. La Scrittura ce ne dà numerosi esempi: "Ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore egli disse: Giuseppe..." (Mt. 1„20); "Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre..." (M t. 2,13).

Dobbiamo tornare ad una Fede meno freu­diana e più semplice, ed allora ci sarà facile capire che, anche quando il corpo riposa, lo spirito veglia: "Il cuore (spirito) vegli con Cristo, il corpo riposi nella pace" leggiamo nell'antifona di Compieta. Il nostro spirito durante la notte è vigile, e nel sonno entra più facilmente in contatto con il mondo del soprannaturale perché le interferenze del corpo sono limitate.

 

A MONTPELLIER: IN CARCERE

Rocco rientra in Francia e si dirige verso la sua città natale.

Quando era venuto in Italia si era subito im­battutto nella peste che devastava città e paesi; era vissuto sette anni a contatto con quel terribile mor­bo portandone le stigmate nel proprio corpo e riuscendo infine a debellarlo.

Al suo ritorno in patria entra in contatto con la peste dell'odio che sta dilaniando tutte le contra­de della sua terra. Sono in ballo troppi interessi, anche di altre nazioni, ed è tutto un susseguirsi di guerre e di guerriglie; si respira un clima di tensio­ne, di diffidenza, di rappresaglia continua. Per combattere questo morbo, peggiore della peste, Rocco in seguito accetterà ed offrirà - in atto di amore puro - una assurda condanna al carcere a vita, che avrà termine con la sua morte dopo cinque anni di prigionia.

E'giunto a Montpellier più povero di quando ne era uscito; lacero e macilento, porta il segno della sua malattia, delle tante sofferenze, del lungo peregrinare. Nessuno può pensare che in quel po­vero si nasconda il nobile de La Croix che appena sette anni prima era partito da lì, pellegrino digni­toso, non compreso dai più ma ammirato da tutti.

Fermatosi a riposare su un banco di pietra, al centro della città, sospettato da alcune guardie di dal governatore, che è lo zio in favore del quale egli aveva rinunciato a tutti i diritti di famiglia.

egli aveva rinunciato a tutti i diritti di famiglia. Lo zio non riconosce il nipote e questi non svela la sua identità: forse anche per questa sua reticenza a parlare di sé viene ancora più sospetta­to di spionaggio e condannato al carcere a vita. Rocco comprende che la Provvidenza lo ha condotto in patria per purificare con la sofferenza la sua terra inquinata dall'odio, come aveva fatto nell'Italia devastata dalla peste. Perciò, come Gesù non si difese dinanzi a Pilato e non fece nulla per evitare la sua passione, anche egli tace dinanzi all'inquisitore.

Condotto in carcere è relegato nella cella più malsana e buia. Il disagio materiale è nulla al con­fronto di quello morale: per i carcerieri e per gli altri detenuti egli è la "spia", il nemico della patria. Questa è certamente la sofferenza più atroce che Rocco abbia mai provato; egli è un nobile e un francese, e se per un vero nobile l'onore è tutto, per un vero francese la patria è più che tutto.

Questo è l'ultimo colpo di cesoia con cui il Padre - il "potatore" degli spiriti (Gv. 15.1),­stronca la sua residua parte di umanità, la più nascosta, quella che era incarnata nel più profondo del suo essere: l'onorabilità e l'amore per la patria.

Ora Rocco è veramente come Gesù, l'uomo del dolore in assoluto; è il "figlio dell'uomo" in dimensione universale, senza limitazione alcuna di razza e di patria.

 

LA MORTE

Il Padre del cielo lo ha donato ai fratelli quale suo messaggero di vita e di perdono. Ora lo vuole per Sé, e trova il modo di allontanarlo dal mondo: permette che lo segreghino nella cella più interna del carcere, ove nessuno può entrare in contatto con lui.

Rocco dice il suo "si" senza reagire, senza cercare di difendersi. Gli sarebbe facile dimostrare chi egli è, ed avere liberazione ed onore in luogo del carcere con l'accusa infamante di spia e di nemico della patria. Ma egli è alla sequela di quel Gesù che dinanzi ai giudici non si scusò né sfuggì la passione che lo attendeva: " Jesus autem tacebat "(Mt. 26,63) ed anche Rocco tace, timoroso di guastare i disegni del Padre. Egli vuole solo essere simile a Gesù ed a Gesù crocifisso.

I cinque anni di prigionia che lo attendono sono i più proficui per il suo spirito che finalmente può spaziare nei cieli di Dio, in una unione totale che da sempre egli ha cercato.

Certo, l'umiliazione è pesante, la cella è umi­da, il cibo tutt'altro che raffinato; ma egli è rotto ormai ad ogni sofferenza e nulla gli pesa se non il distacco dal suo Dio, al Quale anela con tutte le sue forze.

E giunge la sua ora, l'ora tanto desiderata della vera liberazione. Il suo spirito è nella pace più profonda, perché in esso riecheggia ormai il "Tutto è compiuto" (Gv. 19,30) del Maestro.

Chiede ed ottiene di confessarsi e di comuni­carsi, e trascorre gli ultimi tre giorni in una profon­da quiete. Una luce sfolgorante fuoriesce a sprazzi dalla cella richiamando l'attenzione del carceriere e di altri.

Ci si comincia a chiedere chi sia in realtà quel prigioniero tanto silenzioso e umile attorno al qua­le si verificano questi strani fenomeni. La notizia esce dal carcere e dilaga in città; si decide di rivede­re il processo del pellegrino che da molti comincia ad essere definito "santo".

Ma, quando l'apparato burocratico sta per prendere in considerazione la "vox populi", è trop­po tardi: in uno sfolgorio di luce più vistoso dei precedenti Rocco entra nella libertà dei figli di Dio, la sola cui aspirava in pienezza.

Tutte le campane della città iniziano da sole a squillare a distesa, e quest'ultimo prodigio fa esplodere la cittadinanza che si assiepa dinanzi al carcere. Finalmente le autorità, con in testa lo zio di Rocco, si affrettano ad andare nelle carceri per esaminare il caso. Trovano solo il corpo disteso nella quiete della morte: la croce rossa stampata sul petto, più splendente e marcata che mai, svela fi­nalmente il mistero.

I funerali, fastosissimi, richiamano folle e folle di fedeli che rendono omaggio per più giorni alla salma del "santo", come viene ora chiamato da tutti.

Il pellegrino di Dio diviene meta di un pelle­grinaggio che proseguirà ininterrotto nei secoli.

 

DOPO LA MORTE: LA DIFFUSIONE DEL CULTO

Il boom di san Rocco si è verificato dopo la morte, in occasione del Concilio di Costanza (1414). In quella città della Germania si erano ri­uniti tutti i vescovi e i "grandi" del tempo: l'impera­tore, i principi cattolici, i più rinomati teologi, le personalità più in vista d'Europa.

Un'epidemia di peste, scoppiata con improv­visa ed eccezionale virulenza, gettò tutti in una profonda angoscia. Si era già deciso di sospendere il Concilio per dare a ciascuno la possibilità di salvarsi nella fuga, quando qualcuno suggerì di ricorrere all'intercessione di Rocco, ricordando i prodigi da lui compiuti in Italia.

Il terrore della morte è sempre stato un ottimo incentivo per la Fede, e di fatto si comincia ad invocare il pellegrino francese - ancora non pro­clamato santo dalla Chiesa - organizzando una processione can la sua immagine. Al termine della processione - a detta degli annalisti - "la peste scomparve come per incanto".

E' naturale che tutti i partecipanti al Concilio, al termine dello stesso (1418), tornando in patria, abbiano propagandato in modo entusiastico la devozione a San Rocco del quale avevano sperimen­tato la potenza di intercessione: il culto al santo acquista allora una dimensione ecclesiale, cioè uni­versale.

 

LE RELIQUIE

Le reliquie hanno risentito della popolarità del Santo: ogni città, ogni chiesa desiderava alme­no un pezzetto delle sue ossa, nella fiduciosa con­vinzione che ciò sarebbe stato garanzia maggiore contro il male. Di conseguenza, le sue reliquie sono state sezionate, donate, vendute, rubate, forse... moltiplicate, e tracciarne la storia è problematico.

Secondo la tradizione antica sarebbero state divise tra Montpellier ed Arles. Quelle rimaste a Montpellier sarebbero poi state rubate con un blitz rocambolesco effetuato da dodici veneziani trave­stiti da pellegrini e trasportate via mare a Venezia, dove venne edificato in onore del santo uno splen­dido tempio.

Da Arles parte delle reliquie avrebbero poi raggiunto Granata in Spagna, Parigi, Douai, Tori­no, Anversa, Cesena, Roma, Versailles. Da Vene­zia, nel sec. XIX, la "tibia della gamba destra" fu donata - forse per uno scrupolo postumo - a Montpellier che, dopo il "sacro furto", era rimasta senza alcun resto mortale del santo.

Abbiamo accennato alla travagliata storia del­le reliquie non tanto per tentare di ricostruire la mappa della loro dislocazione, quanto per confermare la diffusione del culto di san Rocco che è rimasto vivo e fattivamente attivo fino al XIX seco­lo.

Basti pensare che san Rocco condivide con san Gennaro il patronato di Napoli, con decreto ponti­ficio del 24 luglio 1856 firmato da Pio IX dietro richiesta del sindaco, del cardinale arcivescovo Riario-Sforza e del re Ferdinando II Re delle due Sicilie, dopo che la città venne liberata dal colera che l'aveva dilaniata nel 1854-55.

Il colera regredì rapidamente sino a scompari­re dopo una processione fatta in onore del santo, e a cui parteciparono tutte le autorità.

I perché di tanta devozione sono due e facil­mente intuibili: - peste, colera e affini facevano paura; - la devozione a san Rocco era realmente efficace contro questi mali umanamente senza ri­medio.

Ora la peste sembra scomparsa assieme alla fede, ma in realtà, come accennavamo, ha solo cambiato nome e travaglia ancora l'umanità. In attesa che la scienza trovi i rimedi idonei per i mali attuali, rinnoviamo l'invito ad una confidente, umile devozione a san Rocco, con la profonda convinzione che non resterebbe senza risposta.

 

SAN ROCCO E LA CRITICA ODIERNA

Gli autori moderni hanno messo in dubbio vari aspetti delle vicende storiche riguardanti la vita di san Rocco, in modo particolare il nome della famiglia, il tempo della nascita, il luogo della detenzione e morte, la ubicazione delle reliquie. Fortunatamente nessun "critico" ha messo in dub­bio la sua esistenza reale, ed è già molto. Secondo alcuni la vita terrena di Rocco va collocata non nella prima metà del sec. XIV, ma nella seconda, durante la quale si hanno notizie "storiche" della famiglia La Roche, che sarebbe il cognome vero del santo, e non La Croix.

Altri ritengono che il luogo della detenzione e della morte non sia stato Montpellier, ma Angera, sul lago Maggiore. I veneziani avrebbero acquista­to le reliquie dagli abitanti di Angera.

Inoltre il concilio durante il quale avvenne il miracolo non sarebbe stato quello di Costanza (1414), ma, quello di Ferrara tenutosi nel 1439.

Anziché perderci in ricerche e dispute che non potrebbero comunque mai portarci alla verità sto­rica in assoluto ma che invece, a lungo andare, potrebbero dissacrare la Verità dello Spirito, ci siamo attenuti alla linea tradizionale.

Che importa a noi se Rocco è nato qualche anno prima o dopo; se apparteneva alla famiglia La Croix o La Roche; se è morto ad Angera o a Montpellier?

Rocco è santo, il suo nome è scritto in cielo, la sua realtà non appartiene più al tempo umano ma all'eterno presente di Dio, nel quale vive ed opera.

Invece che negli archivi - che nulla ci danno di certo al riguardo - preferiamo leggere la storia di Rocco nelle oltre 3.000 chiese a lui dedicate, negli innumerevoli altari a lui consacrati, nelle tan­te congreghe a lui intestate, nelle statue che lo raffigurano, negli innumerevoli miracoli che ha compiuto e che continua a compiere a gloria del Padre che nel Suo servo fedele vuole continuare a testimoniarsi.

EDIZIONI «NIDI DI PREGHIERA» Casella Postale 135 - L'Aquila