SAN PIETRO

 

La vita, le speranze, le lotte e le tragedie dei primi cristiani

(29 giugno)

 

I.

DA BETHSAIDA A GERUSALEMME

Dalle origini alla crocifissione di Gesù

(8 avanti Cristo - 30 dopo Cristo)

 

Abramo ebbe un figlio, Isacco, il quale ebbe un figlio che chiamò Giacobbe, disse Matteo a un gruppo di uomini e donne ebrei che l'ascoltavano. Se Gesù, il messia, fosse stato vivo, avrebbe avuto 48 anni, ma era già morto da quasi dodici. Era poi risorto, era salito in cielo e i suoi ex compagni di ventura, inviati a diffondere la notizia del regno di Dio sulla terra, si erano dispersi in Palestina, in Grecia, in Turchia e altrove. Bisognerebbe scriverle queste cose, disse uno degli ascoltatori. Le scriverò, rispose Mat­teo che era stato suo amico, e riprese il racconto.

 

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Matteo parlava in aramaico, sapeva scrivere, era un buon amministratore. Molti lo conoscevano col nome di Levi, era un pubblicano; veniva da Cafarnao, sul lago di Genezareth, dove aveva l'incarico di raccogliere le tasse, ma aveva viaggiato molto. Suo padre si chiamava Alfeo ed era molto conosciuto. Matteo aveva lasciato la sua casa per seguire Gesù, e da quando questi era morto si recava nei villaggi ebrei per ricordare i detti più importanti e raccontare gli episodi più curiosi e straordinari della sua vita. Quando cominciò a scriverne la vita, prese le mosse dalle origini, da Isacco e Giacobbe. Da Giacobbe nacquero Giuda e i suoi fratelli. Giuda amò Tamar sua nuora, l'eroina ribelle, la quale gli diede Fares e Zara. Da Fares nacque Esrom, che a sua volta ebbe Aminadab, che generò Naasson. Questi fu il padre di Salmon, che da una donna chiamata Raab ebbe un figlio di nome Booz; Booz sposò Ruth e ne ebbe Obed, dal quale nacque lesse, padre di Davide, il re. Matteo si fermò un istante, e qualcuno pensò che un uomo come lui aveva la grazia, cioè apparteneva a uno dei gruppi carismatici che andavano per la Palestina a predi­care. Per questo motivo aveva abbandonato lavoro e fa­miglia. Per altri ascoltatori, Matteo era invece un seguace di Gesù ovvero apparteneva a una banda di persone delle quali si raccontavano aneddoti e anche storie truci. Gesù era stato crocifisso a Gerusalemme, e poi il suo corpo era scomparso; uno dei suoi amici era stato trovato impiccato. Il procuratore romano Ponzio Pilato, che aveva se­guito l'ultima parte del processo, se ne era poi lavate le mani. Pilato era finito male. Qualche tempo più tardi, a causa di un falso profeta, aveva fatto una carneficina tra gli abitanti della Samaria. Tre anni dopo il procésso e la morte di Gesù, Lucio Vitellio, il legato di Siria, lo aveva allontanato dal suo incarico. Sul conto di Pilato correvano già oscure leggende di delitti e di morte. Matteo ricordò agli astanti che Davide si era unito a Betsabea, la bella moglie del soldato Una, da lui man­dato a combattere con la crudele speranza che fosse ucci­so. Dall'unione di Davide con Betsabea nacque Salomone, il quale generò Roboamo, e così via di generazione in ge­nerazione fino a Giosafat e poi fino a Geconia e ai suoi fratelli all'epoca della deportazione del popolo di Israele in Babilonia. Durante la deportazione, Geconia ebbe il figlio Salatiel e poi il nipote Zorobabele e il pronipote Abiud, da cui nacque Eliachim, padre di Azor, padre di Achim, padre di Eliud, padre di Eleazar, padre di Mattan, padre di un altro Giacobbe il quale ebbe un figlio cui diede nome Giuseppe. Da Abramo a Giuseppe corrono quarantun generazioni: quattordici da Abramo a Davide, quattordici da Davide alla deportazione in Babilonia, tredici dalla depor­tazione a Giuseppe. Ma queste ultime generazioni diven­tano anch'esse quattordici con la nascita di Gesù il mes­sia, cioè Gesù l'unto, Gesù l'eletto, Gesù il consacrato. Più tardi i greci avrebbero tradotto la parola ebraica mes­sia con la parola greca Cristo. Gesù nasce da Maria, figlia di Gioacchino e Anna, anch'essa della tribù di Giuda e discendente di re Davide, come Giuseppe il carpentiere, suo sposo. Gesù nasce a Betlemme, appunto la città di Davide, presso Gerusa­lemme in Giudea, nei primi mesi dopo le nozze di Giu­seppe e Maria, perché Maria è già incinta dello Spirito santo. Tutti i segni concorrono ad attirare l'attenzione su Gesù. Inoltre, che Gesù sia l'atteso, Maria l'ha saputo non solo da un angelo, ma anche dalla cugina Elisabetta, che è di stirpe sacerdotale ed è sposata a Zaccaria, sacerdote dell'ottava classe del tempio di Gerusalemme.

 

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Quando nasce Gesù, Roma ha quasi 750 anni. A Bethsaida vive un bambino chiamato Simone, figlio di liti pescatore chiamato Giona. In Palestina, regna Erode il Grande, giunto ormai all'estremo della sua vita violenta e avventurosa. L'imperatore Augusto dice che in Pale­stina è meglio nascere maiale che parente del re. Per mo­tivi religiosi, infatti, Erode non mangia carne di maiale; ma non c’è motivo che lo trattenga dall'uccidere chiunque, anche in famiglia, solo che abbia un sospetto. Grande amatore, Erode si è sposato dieci volte ed ha avuto nume­rosissimi figli. Conta i morti anche in casa: ha ucciso una moglie, tre figli, una suocera, tre cognati. Erode è idumeo, figlio di Antipatro e di un'araba di nome Kypros. Gli idumei sono pagani giudaicizzati da Giovanni Ircano 110 anni prima della nascità di Gesù. A dire il vero, non hanno mai accettato la loro condizione; del resto, i giudei li considerano poco più che bastardi violenti, prevaricatori, turbolenti. Erode è circonciso, ma non si è mai sentito ebreo. Il suo nome è d'origine greca e significa « discendente di eroi»; non gli interessano i problemi religiosi, tanto che non si trattiene dal far pagare tasse ai giudei e usare il denaro anche per costruire templi pagani. E arrivato quasi dal nulla: si è impadronito della Palestina, diventando re dei giudei, perché ha saputo ap­profittare della decadenza degli eredi dei Maccabei ed ha sconfitto Antigono, il rivale asmoneo. A poco più di un secolo di distanza, insomma, si può dire che i conquistatori sono stati conquistati dai nipoti delle tribù che credevano d'aver sottomesso. Politicamen­te, Erode è molto abile: scopre sempre il più forte e sta dalla sua parte. Sta con Roma e, tra i romani, sta con Giulio Cesare. Ucciso costui, sta con Cassio che è uno dei suoi assassini; poi con Antonio, nemico di Cassio. Morto Antonio sta con Ottaviano, nemico di Antonio e di Cleo­patra. Ottaviano diventa Augusto imperatore: Erode I diventa, per la storia, il Grande. Mentre nasce Gesù, anche Zaccaria ed Elisabetta, ormai avanti negli anni, festeggiano la nascita del figlio a lungo desiderato. Secondo il suggerimento di un angelo, che Zaccaria afferma di aver incontrato nel tempio di Gerusalemme, il piccolo viene chiamato Giovanni, che si­gnifica « Jahvè è stato misericordioso», Dio è stato mi­sericordioso. Giovanni è cugino di Gesù, e nasce sei mesi prima di lui. Sarà poi conosciuto come Giovanni il Bat­tezzatore o Giovanni Battista. Al figlio di Giuseppe e di Maria viene imposto il nome di Gesù in ricordo dell'antenato Giosuè, il succes­sore del profeta Mosè nella guida di Israele e nell'occu­pazione della terra promessa. Si sa che Gesù significa Dio è salvezza, Dio salva. L'aveva previsto il profeta Isaia, che l'aveva chiamato l'Emmanuele, cioè Dio con noi. Isaia aveva detto: « Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio, che sarà chiamato Emmanuele». Se Mosè aveva dovuto fuggire da un re egiziano, Gesù ha un destino si­mile: deve fuggire con la famiglia da un re giudeo. E Ero-de. Gesù, infatti, viene salutato dai profeti come il « re dei giudei » ed Erode fa distruggere a Betlemme e dintorni un'intera generazione di maschi, nella speranza di elimi­nare in fasce il possibile antagonista. In questo pogrom trovano presumibilmente la morte dai venti ai trenta bam­bini: per i villaggi di allora una carneficina. Giuseppe e Maria fuggono con il figlio in Egitto ov­vero, per proteggersi nell'anonimato di un paese che non li conosce, tornano proprio nelle terre in cui gli antenati avevano fondato la loro nazione, ma anche conosciuto la schiavitù. Rientreranno in Palestina solo quando, morto Erode, il regno è diviso tra i suoi figli, Archelao, Erode Antipa e Filippo. I funerali di Erode il Grande sono fa­stosi. Il sovrano viene seppellito in un feretro d'oro nella fortezza chiamata Herodion, al sommo di una collina a sud di Betlemme. Ma i mesi e gli anni che seguono sono burrascosi. Nell'eredità, a Filippo toccano i territori del nord: Traconitide, Iturea, Batanea, Gaulonitide e Hauranitide. Ad Archelao la Giudea, la Samaria e l'Idumea. A Erode Antipa toccano la Galilea e la Perea: la vita terrena di Gesù e gran parte di quella di Simone si svolgono sotto questo sovrano. Anche la vita di Giovanni il Battezzatore si svolge sotto questo sovrano. La vita e la morte: per far contenta la sua amica Erodiade, moglie strappata al fratellastro Filippo e madre della piccola e vivace Sa­lome, Antipa farà infatti tagliare la testa di Giovanni. Scomparso Erode I, magnifico e tiranno, i giudei, che non lo sopportavano e che detestavano la sua amici­zia con i romani da essi considerati oppressori, ritengono che sia arrivato il tempo della liberazione. Li spingono i repressi sentimenti nazionalistici e religiosi. Nella Pa­squa successiva alla morte del re, i pellegrini giunti a Ge­rusalemme si ammassano pericolosamente sotto i portici del tempio. Prima le guardie del tempio, poi i soldati della guarnigione romana cercano, ma invano, di allon­tanarli. I soldati, anzi, sono presi a sassate. Nel giro di pochi giorni i romani organizzano e concludono la repres­sione uccidendo, a detta delle cronache, non meno di tremila persone. Non è finita. Qualche tempo più tardi i rivoltosi as­sumono il controllo della città santa e l'esempio dilaga, non soltanto in Giudea, ma anche in Galilea e oltre il fiume Giordano, in Perea. E evidente che i figli di Erode I non sanno tenere in pugno la situazione. Il più consistente gruppo di rivoltosi si forma in Galilea, ed è guidato da un certo Giuda di Gamala. I romani scendono con le loro legioni dalla Siria e, dopo scaramucce e rastrellamenti, di­struggono Sefforis, capitale della Galilea. La sommossa viene stroncata e naturalmente da Bethsaida a Cafarnao, a Gerico, a Gerusalemme si sparge il terrore e si diffon­dono notizie e leggende. E ignoto il numero dei morti, ma deve essere molto alto se è vero che per schiacciare l'in­surrezione nella sola città di Gerusalemme i soldati al ser­vizio di Roma fanno crocifiggere duemila ebrei ribelli. Da quel momento, di Giuda il Galileo resta solo la memoria. Archelao perde i suoi territori: nell'anno 6 dopo Cri­sto viene deposto ed esiliato. La Giudea, con le sommosse che avvengono prima e dopo la sua scomparsa dalla scena politica, diventa così la prima provincia procuratoria ro­mana. Ma anche Erode Antipa è un principe incauto. Egli governa solo perché Roma gli ha concesso di essere il tetrarca della Galilea e della Perea, quindi nemmeno re; e l'imperatore Tiberio, succeduto a Ottaviano Augusto, si serve sostanzialmente di lui come spia in quei territori. Alla morte di Tiberio, Anti¾pa cade in disgrazia a causa dell'odio della popolazione e della sconfitta nella guerra contro il re arabo Areta IV, nabateo, padre della sua pri­ma e legittima moglie, che così si vendica dell'affronto su­bito. Il nuovo imperatore, Caligola, lo destituisce e lo manda in esilio a Lione, nelle Gallie. Erodiade potrebbe abbandonarlo, ma pur dissoluta ha una sua dignità e lo segue spontaneamente. Dei territori rimasti così disponibili godrà il frutto un altro mezzo delinquente, Erode Agrippa, amico di Ca­ligola, del quale tutti conoscono le pazzie. Ma quando que­sti ultimi episodi avvengono a Roma e in Palestina, la vita di Gesù si è compiuta. Il messia è già stato crocifisso e sepolto da qualche anno. Un appunto sulla cronologia di questi tempi. Secon­do gli studi piu recenti, Gesù nasce quando Roma ha esat­tamente 748 anni. I calcoli della nostra èra, secondo il calendario usato in Occidente, fanno nascere per errore Gesù nell'anno 754 di Roma. Ciò significa una differenza di sei anni (o più correttamente, forse, cinque o sei anni) tra la nascita storica di Gesù e la data ufficialmente adot­tata fino ad oggi. Se così stanno le cose, quando si dice che Gesù fu crocifisso nell'anno 33 si dovrebbe dire una data compresa fra il 38 e il 39. In realtà, egli sarebbe stato ucciso nell'anno 30 all'età di 36 anni. Inoltre, sebbene non sia un dato storico, si ritiene che Simone, poi diven­tato Pietro, fosse di pochi anni più anziano di Gesù. Le testimonianze sono tutt'altro che precise. Comunque, se è così, quando il maestro fu ucciso il discepolo era sul­la quarantina.

 

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La Palestina settentrionale si chiama Galilea, quella centrale Samaria, quella meridionale Giudea. L'insieme di queste tre regioni ha una superficie di circa 15 mila chi­lometri quadrati, meno dell'odierno Stato africano dello Swaziland, un quinto della repubblica centramericana di Panama, poco più della regione italiana di Calabria. Cioè, nulla. La Palestina, che ha clima mediterraneo sulle co­ste, ha clima molto secco all'interno. Non vi piove quasi mai. Nei mesi caldi, nella valle del fiume Giordano la temperatura si avvicina ai 50 gradi centigradi. La tem­peratura di Gerusalemme, a 740 metri sul livello del mare, ondeggia mediamente tra i 10 e i 26 gradi; quella di Nazareth, 300 metri sul livello del mare, va da li a 27 gradi: di rado scende sotto lo 0, ma spesso sale sopra i 40. Nascendo a Betlemme, in Giudea, luogo d'origine della famiglia di Giuseppe, Gesù è da considerarsi meri­dionale; ma vivendo a Nazareth, in Galilea, la maggior parte della sua esistenza, Gesù è da considerarsi setten­trionale. La distinzione ha la sua biblica importanza. Du­rante la sua vita pubblica nelle tre regioni, Gesù viene infatti chiamato il Nazareno o il Galileo. Così avevano previsto i profeti. In Galilea, sul confine nord-orientale oltre il quale si apre la Batanea, si trova il lago di Genezareth, chiamato lago di Tiberiade in seguito alla fondazione della città di Tiberiade, voluta da Erode Antipa per ingraziarsi l'impe­ratore Tiberio. In Giudea, cioè nel sud della Palestina, si trova il mar Morto. Tra il lago di Genezareth e il mar Morto corre come un confine lungo 109 chilometri il fiume Giordano, quello del battesimo di Gesù. Il fiume nasce a settentrione, dal monte Hermon. Oltre il Giordano si tro­vano la Decapoli e la Perea. A occidente della Palestina c e, invece, il mare Mediterraneo. Nonostante i monarchi locali, queste regioni sono controllate dai romani i quali vi tengono le loro guarnigioni e si servono di collabora­zionisti e informatori per mantenere la calma nei vari paesi. I romani non hanno interesse a che si formi in Pa­lestina un forte gruppo di famiglie legate alle sorti del regno. Un'aristocrazia non fa loro comodo: un consistente gruppo di potere potrebbe, infatti, essere tentato di ribel­larsi all'autorità dell'imperatore di Roma. La crisi istitu­zionale, con le lotte di palazzo e i disordini per le succes­sioni, uniti a quelli provocati da nomadi e ribelli, èendemica. Il procuratore romano ha compiti amministra­tivi, scarsissima autorità politica. Egli deve rispondere al­l'imperatore, ma dipende dalle legioni del legato romano in Siria e ha tutto da temere da Erode e dai suoi bern­cosi parenti. I soldati al servizio dei romani provengono da paesi che respirano l'aria dell'ellenismo; di una civiltà e di una condotta che rendono inevitabile lo scontro con il giudai­smo. E lo scontro tra due costumi, tra due società, due modi di concepire la politica e la religione: lo scontro di due mondi opposti più che di due mondi semplicemente diversi. I conflitti tra occupati e occupanti sono di ordine religioso e di ordine sociologico e si aggiungono, aggra­vandole, alle ostilità interne fra tribù e classi sociali del­la Palestina. Negli anni in cui Gesù muove i primi passi, in Gali­lea trascorrono la loro infanzia, o muovono anch'essi i primi passi, altri ragazzi inconsapevolmente destinati a far parte del suo gruppo. A Bethsaida, sul lago di Genezareth, vivono i fratelli Simone e Andrea, figli di Giona; i fratelli Giovanni e Giacomo, figli di Zebedeo; e il loro amico Filippo. Tutti cinque sono pescatori. A Cana cresce Na­thanael detto Bartolomeo. Più lontano, nella Palestina meridionale, a Qerijjoth, vive Giuda, chiamato Iscariota come il padre. In un luogo imprecisato cresce un altro Simone, chiamato il Cananeo. A Cafarnao, cioè a due passi da Bethsaida, vive Levi di Alfeo, cioè Matteo, ragazzo di poche parole, svelto nell'apprendere, abituato alla sostan­za prima che alla forma. E lo stesso Matteo che scriverà uno dei quattro evangeli. Poi crescono Tommaso, che significa gemello; e un altro Giuda, chiamato Lebbeo il coraggioso, ma più cono­sciuto come Taddeo il magnanimo, che ha un fratello di nome Giacomo. Questi ultimi due fratelli sono figli di Al­feo e di Maria, la quale è una cugina di Maria la madre di Gesù. Quindi sono imparentati sia con Gesù, sia con Giovanni il Battezzatore. I nomi di questi dodici ragazzi a volte si confondono; per riconoscerli si chiamano spesso con il patronimico o con aggettivi che denotano i loro difetti o le loro virtù. Altre volte sono indicati dal nome del paese d'origine oppure con soprannomi che riguardano il loro impegno politico e religioso. Simone Cananeo, per esempio, secondo alcuni si chiama così perché viene dalla terra di Canaan, secondo altri perché è qan'ana, zelante; altri appunto lo chiamano Simone lo Zelota perché è uno zelante della fede ovvero appartiene ai gruppi che più di altri sono nemici dei romani e della loro dominazione. I fratelli Giacomo e Giovanni di Bethsaida sono chia­mati anche boanergés, che significa rumorosi figli del tuo­no, a causa della loro vivacità. Giacomo, fratello di Tad­deo, viene chiamato « il giusto», ed è sempre indicato come il « minore » quando si trova nel gruppo di Gesù, per distinguerlo dall'altro Giacomo, il fratello di Giovan­ni, che è più anziano di lui. Giuda Iscariota per alcuni si chiama così perché ha preso dal padre e dal paese d 'ori­gine; per altri perché l'aggettivo deriva dalla radice ara­maica di « bugiardo»; per altri, infine, l'aggettivo deriva dal latino sicarius, termine con cui si indicavano coloro che per uccidere negli agguati i romani usavano un corto pugnale detto sica. Per ricapitolare, i dodici che faranno parte degli ami­ci più stretti di Gesù sono: Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni, che è il più giovane e sarà il prediletto, Filippo, Matteo, Tommaso, Taddeo, Giacomo il minore, Bartolo­meo, Simone Cananeo o Zelota e Giuda Iscariota.

 

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Bethsaida è un gruppo di case sulla sponda setten­trionale del lago di Genezareth. I suoi pochi abitanti par­lano l'aramaico occidentale, che è un dialetto ebraico, con parole e cadenze siriache. Conoscono termini ed espres­sioni del greco ellenistico: se ne servono per commerciare con i mercanti di passaggio e intendersi con i romani e con le truppe da loro assoldate. Il dialetto della Galilea è tipico: basta l'inflessione della voce per far riconoscere un galileo da un qualsiasi altro palestinese. Il villaggio sorge presso la foce del Giordano, nella regione in cui al tempo delle dodici tribù si incontravano quelle di Neftali, di Zabulon e di Manasse: basta spostarsi di pochi chilometri e si passa da un territorio all'altro. Al tempo di Simone, Bethsaida si trova al confine tra la Gali­lea e la Batanea. A nord si va a Cesarea di Filippo e poi si entra in Siria; e, seguendo le carovaniere, si raggiunge la città di Damasco. Il lago, alimentato dalle acque del Giordano che scendono dal monte Hermon, è lungo una ventina di chilometri e largo una dozzina; ha una profon­dità massima di 48 metri e la sua superficie si trova 208 metri sotto il livello del mare Mediterraneo. Secondo alcuni, i fratelli Andrea e Simone discen­dono dalla tribù di Neftali; secondo altri, invece, la loro famiglia viene dal sud ovvero da quella di Ruben; per altri è ancora più meridionale e appartiene alla stirpe di Simeon. Bethsaida porta questo nome perché la indica come « casa dei pescatori »: tutti qui vivono di pesca. Pescatori sono Andrea e Simone, pescatore il loro padre. Scuola rabbinica o studi in genere, niente. Non è una famiglia di intellettuali, sebbene in famiglia si faccia sentire l'influsso ellenista; anzi, l'aramaico è a volte inframmezzato da pa­role greche. Nomi di origine greca sono dati anche ai figli. Anche chi non studia capisce e parla il greco per necessità di vita. Sono, insomma, incolti e ignoranti di dottrina, ma frequentano la sinagoga e partecipano ai sacrifici e alle solennità religiose. Il nome Andrea ha una etimologia greca; il nome Simon è greco e assomiglia al nome ebraico Symeon o Simeon. La famiglia è, per modo di dire, benestante e ha potuto acquistare il diritto di pesca nel lago, che a quel tempo viene concesso a coloro che offrono di più. Pos­siede anche barca e reti. La barca è capace e porta più di due pescatori con il loro carico. Il lavoro è duro, ma rende discretamente. Non si ricorda il nome della madre; forse è Giovanna. Incerto è pure quello del padre. Chi dice che si chiami Giona, chi Giovanni. Giona, in aramaico, èun'abbreviazione di bar-Jona, che per alcuni significa « figlio di Giona », per altri significa terrorista. Terroristi sono, per i romani, gli zeloti. Nel gruppo dei dodici questa pa­rola aleggia spesso. A un certo punto della sua vita, Simone di Giona la­scia Bethsaida, che gli è divenuta troppo stretta, e si tra­sferisce a Cafarnao col fratello. Anche Cafarnao si trova sulla sponda settentrionale del lago di Genezareth, ma èun po' più grande di Bethsaida. C'è anche una guarnigione romana. La casa di Pietro è a 50 metri dal lago. Le case di Cafarnao sono di sasso, sono a pianta quadrata o ret­tangolare; più case si affacciano sullo stesso cortile: solo la porta del cortile viene chiusa di notte. Le strade sono molto strette. Simone prende moglie: questo è sicuro, tanto è vero che poi si parlerà di sua suocera. Non è certo che abbia anche dei figli; più tardi si discuterà di una sua figlia di nome Petronilla. Le viene anche attribuito il nome di Maria e poi Giovanna, Concordia e Perpetua. Troppi per essere sicuri. Anni dopo, san Girolamo dirà che Simone ha avuto molti figli, ma senza spiegare dove ha appreso la notizia. Con certezza sappiamo solo che Simone si sposa, e poi lascia per lunghi periodi la famiglia per seguire Gesù e formare con lui un gruppo di uomini che percorreranno in lungo e in largo la Palestina seminando dubbi, preoc­cupazioni e meraviglia.

 

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Intanto che fa Gesù? Giovanni il Battezzatore ha lasciato la casa dei suoi a Gerusalemme e ora predica nei villaggi del deserto della Giudea. Dice: « Cambiate vita, perché il regno dei cieli è vicino». Spiega che Israele deve cambiare vita se vuole tornare alla fedeltà e all'alleanza col Signore. Il regno dei cieli è Dio. Giovanni è colui del quale il profeta Isaia aveva detto: « Voce d'un uomo che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, tracciate per lui delle strade diritte». Giovanni ha liti vestito di pelo di cammello e una cintura di pelle, vive di cavallette e di miele selvatico. Gli abitanti di Gerusalemme e di tutta la regione intorno al fiume Giordano accorrono da lui per essere immersi nell'acqua e fare pubblica confessione dei loro peccati. Il luo­go in cui Giovanni battezza è Ainon, non lontano da Be­tania, 12 chilometri a sud di Beisan, dove il Giordano, scendendo dal lago di Genezareth, si avvia a sfociare nel mar Morto, in una regione di steppa e di sasso. Il territorio è la Giudea. Il regno dei cieli è vicino, dice Giovanni. Molti farisei e sadducei vanno a farsi immergere da lui. « Serpenti velenosi, chi vi ha insegnato a sfuggire all'ira imminente di Dio? » dice loro Giovanni. Sadducei e farisei non ri­spondono alla provocazione. « Fate dei frutti che lo di­mostrino, » grida Giovanni sulla riva del Giordano, di fronte alla folla « e non illudetevi pensando di avere per padre Abramo: io vi dichiaro che Dio può far uscire da queste pietre dei figli di Abramo. La scure è già pronta alla radice degli alberi per abbatterli: ogni albero che non dà buon frutto è tagliato e bruciato. Io vi immergo nel­l'acqua come segno di mutamento di vita, » Giovanni fa segno che vengano avanti nell'acqua del fiume « ma dopo di me verrà un altro più forte di me. Io non sono nemmeno degno di portargli i sandali. » La piccola folla ascolta sulla riva brulla e rocciosa. Qualcuno è già entrato con le gambe nell'acqua. Giovanni continua: « Egli vi battezzerà con Spirito santo e con fuo­co. Ha in mano la pala per sgomberare l'aia e mettere il grano nel granaio. La pula, invece, verrà bruciata da un fuoco inestinguibile». Non basta essere figli di Abramo, bi­sogna comportarsi in maniera diversa da come si compor­tano i sadducei e i farisei. Negli stessi mesi in cui Giovanni il Battezzatore vive sulle rive del Giordano, Simone e suo fratello Andrea sono sistemati a Cafarnao. A Cafarnao vive anche Matteo, che aiuta il padre come esattore delle tasse da versare agli occupanti romani. Da Nazareth parte Gesù. Ha passato i trent'anni e ha smesso di fare il carpentiere come il padre. Ha avuto notizia di Giovanni, che predica sul fiu­me al nord. Lascia la famiglia e da solo raggiunge il luogo del battesimo. Sono passati 32 anni dalla morte di Erode il Grande. Roma ha 782 anni; la nostra epoca, per il ca­lendario, ne ha 28. E’ il mese di gennaio. Gesù si mette insieme con gli altri che ascoltano e aspettano il loro turno. Quando Gesù si trova di fronte al cugino, questi gli dice: « Sono io che ho bisogno di essere immerso da te, e tu vieni qui da me? ». Giovanni sa o non sa che è suo cugino, che è il figlio di Maria, sorella di sua madre? Da molto tempo egli ha lasciato la sua casa. Al momento dell'incon­tro può anche darsi che i suoi genitori siano già morti. Forse non si è troppo curato di conoscere i parenti, ma i suoi gli hanno insegnato fin da ragazzo che égli era predestinato a riconoscere il messia. Gli avevano raccontato che due angeli avevano annunciato la nascita sua e quella di Gesù. I prodigi erano stati molti. Giovanni domanda: « Tu, vieni qui da me? ». Gesù risponde: « Lascia fare: dobbiamo sottomet­terci interamente al piano di Dio». Allora Giovanni non solleva altre obiezioni. Gesù si immerge, Giovanni lo battezza. Appena immerso, Ge­sù esce dall'acqua. Raccontano i testimoni: « Subito il cielo si apri e Gesù vide lo spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui mentre una voce dal cielo diceva: Questo è l'amatissimo figlio mio, il prescelto». In precedenza, Giovanni era stato interrogato da sa­cerdoti e leviti, cioè da coloro che prestano il servizio nel tempio, mandati da lui dal Sinedrio di Gerusalemme. Vo­levano sapere chi fosse: il profeta, il messia, Elia tornato sulla terra dopo essere scomparso in cielo su un carro di fuoco? Giovanni aveva risposto di no, che non era nè l'uno nè l'altro. Ma si era tenuto sul vago. « Perché, allora battezzi? » « Io battezzo nell'acqua, » aveva risposto « ma in mez­zo a voi sta uno che non conoscete. E’ colui che verrà dopo di me, ma che è stato prima di me e del quale io non sono degno di slacciare nemmeno i sandali. » Il giorno dopo essere stato battezzato, Gesù torna ad ascoltare Giovanni Battista e questi, vedendolo di nuovo, dice: «Ecco l'agnello di Dio, del quale vi ho parlato. E’ lui che cancella i peccati del mondo». Ai sacerdoti spiega: «lui quello del quale vi ho parlato». La notizia che Giovanni parla e battezza sul fiume Giordano arriva anche a Cafarnao e Andrea decide di lasciare la casa del fratello Simone per vedere che cosa suc­cede. Parte con alcuni amici e, giunto ad Amon, resta colpito dalla vita e dai discorsi di Giovanni. Decide di fermarsi. Simone rimane invece a Cafarnao con la mo­glie e con la suocera. Intanto Gesù lascia il gruppo di Giovanni Battista e parte per il deserto, come già aveva fatto il cugino. I testimoni racconteranno poi che egli vi si trattiene quaranta giorni e quaranta notti e viene ripe­tutamente tentato dai demoni. Dice un demonio: « Se sei figlio di Dio, ordina a queste pietre di diventare pane». E un altro: « Se sei figlio di Dio, gettati dall'alto del tempio di Gerusalemme e lui ti salverà». Gesù non si lascia tentare, anzi cita gli antichi testi: « L'uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola detta da Dio». E poi ancora: « Non tentare il Si­gnore, il tuo Dio». Il demonio lo porta su un monte altissimo, gli mo­stra i regni della terra: gli offre tutto se egli gli renderà omaggio. Gesù risponde a Satana di andarsene perché la Scrittura dice: « Ti prostrerai al Signore, al tuo Dio, a lui riserverai il tuo servizio». Allora il diavolo lo lasciò, men­tre i messaggeri di Dio, dicono i testimoni, venivano a prendersi cura di lui.

 

 

6

C'è una divisione geografica, ma c e anche una divi­sione di Israele per ceti e stirpi. Nella storia di Gesù e di Simone si incontrano scribi, farisei, sadducei, zeloti, sicari e così via. Ci sono gruppi importanti e altri meno. Li ab­biamo visti muoversi nella loro società. Con loro devono fare i conti non soltanto i figli di Erode il Grande che si sono divisi la Palestina, ma anche i romani, attraverso i loro procuratori a Gerusalemme e i legati di Siria. I sadducei derivano il loro nome dall'antichissimo sacerdote Sadoq; molti di essi sono di stirpe sacerdotale; classi alte. Progressisti sul piano pratico, si ritengono però conservatori fedeli del giudaismo e affermano che la Torah, la Legge scritta da Mosè, è l'unico fondamento della na­zione ebraica. Respingono, dunque, come inutili aggiunte, tutte le sentenze derivate dalla tradizione. I farisei, conservatori nella vita pratica, hanno invece introdotto nella religione dei padri numerose novità, tra cui molte di nessun rilievo o esclusivamente formali. Ri-tengono che la Legge scritta sia solo una parte, da inte­grare con la legge orale ovvero con la tradizione. La tra­dizione, sedimentata dai secoli, comporta uno straordinario numero di regole piccole e grandi. Il termine farisei deriva dall'aramaico perishajja che significa separati. La separa­zione tra le due correnti interpretative della religione giu­daica comincia circa 130 anni prima della nascita di Gesù. In sostanza, i farisei si ritengono puri e intendono restare separati dagli impuri sadducei e altri. Per ricordare, elaborare, trascrivere e, di conseguenza, tramandare le leggi orali intervengono i dottori della legge ovvero gli scribi. Per diventare scriba occorre un lungo tirocinio. Gli scribi hanno un'altissima autorità. L'insieme delle norme e sentenze orali recuperato dagli scribi costi­tuisce per la massima parte il Talmud. E’ un fatto che nel Talmud si incontrano affermazioni che avvantaggiano gli scribi e i farisei piuttosto che i sadducei. Vi si dice, ad esempio, che le parole degli scribi « hanno maggior forza »di quelle della Torah, cioè della Legge di Mosè, e che è « peggior cosa andare contro le parole degli scribi che con­tro le parole della Torah ». Inoltre, le parole degli scribi sono « tutte gravi», mentre quelle della legge mosaica contengono « precetti leggeri e precetti gravi, cose permes­se e cose proibite». Potendo quindi costruire o contribuire a costruire una tradizione, che ha forza di legge più di quella di Mosè, farisei e scribi se la costruiscono con norme e leggi che vanno a loro vantaggio, senza curarsi delle accuse, pur fondate, dei sadducei. Al tempo di Simone, secondo lo storico ebreo Flavio Giuseppe, si trovano in Palestina oltre seimila farisei; èprobabile che siano anche di più. Sono rigorosissimi nel rispettare tutte le norme religiose, in particolare quelle riguardanti il riposo del sabbato, la purezza legale, il culto. Uscendo da paesi o villaggi come Bethsaida, Cafarnao, Cana, Qerijjoth e altri, i componenti del gruppo di Gesù devono tener conto di questa realtà. Ogni volta che si muovono devono stare alle regole. Se ne escono, devono aspettarsi le reazioni dei potenti gruppi che si ritengono, ognuno per proprio conto, difensori della Legge. Senza contare che ci sono i romani, i quali hanno imposto la legge della loro presenza; e ad essi, oltre che al Sinedrio, devono essere pagate le tasse. Da un punto di vista politico, i sadducei si appog­giano ai nobili e ai ricchi, aperti, per forza di cose e di mercati, agli influssi ellenistici e romani; mentre i farisei trovano la loro base nel popolo minuto, rigidamente teo­cratico, poco o nulla aperto agli interessi culturali e mer­cantili esterni alla nazione giudaica. In segno di disprezzo, i farisei indicano con l'espressione « popolo della terra »coloro che non appartengono alla loro consorteria, si guar­dano bene dal frequentarli, e li considerano addirittura maledetti. Per dare un'idea del distacco esistente tra que­sti puri e gli impuri, nei giorni del sabbato, quando èperfino peccato muovere una foglia, un fariseo può tut­tavia « trafiggere un uomo della terra». Insomma, lo può uccidere. Tanto tra i sadducei quanto tra scribi e farisei natu­ralmente si incontrano, accanto agli inetti e ai maligni, personaggi illustri e al di sopra di ogni sospetto. E sebbene Matteo riporti accuse pesanti contro i farisei per casi spe­cifici, sebbene Giovanni il Battezzatore non esiti ad accu­sarli in blocco pubblicamente, si sa che Gesù entra in re­lazioni amichevoli con uomini come Nicodemo, Simone Fariseo e Giuseppe d'Arimatea. Non è tutto. In Palestina, si trovano anche altri grup­Pi religiosi o politico-religiosi come gli esseni, gli zeloti, i sicari. Gli esseni si comportano come monaci: tutto èin comune, tutti lavorano, sono celibi. La loro setta co­mincia a formarsi alcuni secoli prima della nascita di Gesù; raggiunge la consistenza di quattromila aderenti. Il prin­cipale centro delle loro riunioni si trova sulla sponda orien­tale del mar Morto. Per essere ammessi tra gli esseni oc­corre fare un lungo tirocinio, al termine del quale si riceve il battesimo. Nella Bibbia non si parla di loro. Gli zeloti e i sicari sono considerati correnti minori del grande fiume dei farisei. Gli zeloti si rifanno ai cinque fratelli Maccabei che dal loro padre, Matatia, ebbero l'in­carico di essere « zelanti della Torah », e di dare anche la vita « per l'alleanza dei nostri padri». I Maccabei diedero infatti la vita per la causa nazionale religiosa. Loro alleati furono i componenti dei bassi ceti, gli asidei. Ai Macca­bei succedettero gli Asmonei. E’ con loro che, più tardi, gli asidei passarono all'opposizione, si "separarono" per motivi politico-religiosi e si chiamarono farisei. Da questi deri­vano gli zeloti o zelanti. Gli zeloti sono dunque i più rigidi difensori della nazione giudaica, amano la libertà, hanno Dio come unico signore e accettano qualsiasi sa­crificio « pur di non riconoscere alcun uomo come signo­re». Ecco perché sono nemici acerrimi degli invasori ro­mani. L'invasione romana è un sacrilegio. Dagli zeloti di­scendono i sicari, così ricordati dal loro temibile pugnale. Le azioni di zeloti e sicari sono naturalmente considerate patriottiche dagli ebrei, terroristiche dai romani e dai loro collaboratori.

 

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Arrivati ad Amon, Andrea e i suoi amici capiscono presto che la predicazione di Giovanni il Battezzatore èsovversiva: dal punto di vista politico e religioso Giovanni è un estremista che dà notevole disturbo. Non tutti i farisei accettano le sue indicazioni che a volte sono vere e pro­prie accuse, tanto meno accettano di sottomettersi. Sono loro che fanno e disfanno le sentenze della tradizione. Un rabbi ovvero un maestro che spunti e insegni fuori del loro ambito rappresenta una provocazione e un pericolo so­prattutto se egli ha discepoli che parlano in suo nome mentre i gruppi che si recano ad ascoltarlo e a farsi battez­zare diventano sempre più consistenti. Sulle rive del Giordano, quando si muove il Battez­zatore, ci sono piccole folle; e i presenti, una volta tornati ai loro villaggi, ripetono quello che hanno visto e ascoltato spandendo a macchia d'olio i suoi ammonimenti e le pro­fezie. Così se ne preoccupano gli scribi, in qualità di dot­tori della legge; e si preoccupano i sadducei che si rif anno alla legge di Mosè, ma sono anche vicini alle classi eco­nomicamente più solide, più disponibili al compromesso con i romani e quindi più interessate al controllo della situazione. Forse la persona che se ne preoccupa meno, nono­stante la denuncia del suo comportamento, è stranamente Erode Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea, in mez­zo alle quali scorre il fiume Giordano. I predicatori sono tanti, i profeti pure: ci sono quelli che ne approfittano per riempire la loro borsa di merci e di denaro. Uno più, uno meno, conta poco. Anzi, uno intelligente non gli di­spiace. Chi si preoccupa molto è invece Erodiade, che per Antipa ha abbandonato a Roma il marito Filippo, portan­dosi via la figlia Salome. E’ curiosa la storia della vivace Erodiade. Ha sposato due zii ovvero i fratellastri Filippo e Antipa; quindi sua figlia Salome è nipote di entrambi, ma nello stesso tempo è figlia del primo e figliastra del secondo. E Antipa, invecchiando, mette gli occhi anche su di lei, che è appena adolescente. Ha ragione quindi Giovanni di denunciare Erodiade come adultera, incestuosa e concubina. La Legge è dalla sua. Ma in Palestina è il solo che abbia il coraggio di dire queste verità pubblicamente. Farisei, sadducei e scribi se ne guardano bene. Il popolino, però, mormora, e non solo in Perea e in Galilea. Sia Erodiade, che teme minacce al potere del molle Antipa, sia i custodi della legge hanno quindi buoni motivi per far fuori Giovanni. Dopo il battesimo e il digiuno nel deserto, anche Gesù comincia a predicare e a battezzare nel Giordano. Discute con i farisei della Giudea e fa amicizia con rabbi Nicodemo, un membro del Sinedrio, illustre per onestà e saggezza. A frequentare Gesù, l'erudito Nicodemo si sporca un po' le mani. Gli amici farisei lo guardano con sospetto. D'altra parte, i discepoli di Giovanni si preoc­cupano perché Gesù fa le stesse cose che fa il loro mae­stro. Giovanni li tranquillizza: «Non può l'uomo acqui­stare nulla se non gli sia dato dal cielo. Voi stessi siete testimoni che vi ho già detto che non sono il messia, ma sono stato mandato prima di lui. Sono felice, come è fe­lice l'amico dell'amico che si sposa. La mia gioia è com­pleta. Bisogna ora che egli cresca e invece io diminuisca». Visto che Erodiade lo imprigionerebbe volentieri, al­cuni farisei pensano di farglielo avere su un piatto d'ar­gento. Il villaggio di Amon è in territorio di Scitopoli, una città della Decapoli, fuori della giurisdizione di An­tipa. I confini, però, sono incerti. Giovanni viene indotto a entrare in Perea, e viene arrestato. Siamo nel maggio dell'anno 28. Giovanni il Battezzatore è sui 34 anni. Cat­turato, è portato e chiuso nella fortezza di Macheronte, nella Perea meridionale a circa duecento chilometri da Ca­farnao. Il palazzo del tetrarca a Macheronte è sontuoso, ma le celle sono terrificanti. A Macheronte, Antipa ha dei ri­cordi: da qui, dopo il tradimento coniugale, è fuggita la sua prima moglie meditando vendetta, ed è tornata dal padre. Messo in catene il nemico, Erodiade è contenta. I capi farisei pure. Antipa spera di tenere con sé qualche tempo il prigioniero; gli piace conversare con lui e ascol­tare le sue sentenze. Forse, sotto sotto ne ha qualche ti­more. Non pensa ancora di fargli tagliare la testa. « Venuto a sapere che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò in Galilea, e lasciata Nazareth andò a sta­bilirsi a Cafarnao, la cittadina in riva al lago, nella regione di Zabulon e Neftali, realizzando quello che Dio aveva detto per mezzo del profeta Isaia: "Paese di Zabulon e di Neftali, vie d'accesso al mare oltre il Giordano, Galilea dei pagani. Il popolo che è nell'oscurità ha visto una gran­de luce; sulla gente che è nel paese e nell'ombra della morte una luce si è levata". Da quel momento Gesù co­minciò ad annunciare pubblicamente il suo messaggio: "Cambiate vita perché il regno dei cieli si è avvicinato.» Ma dove scappa Gesù per evitare di essere fatto pri­gioniero come il cugino? Lascia il Giordano, attraversa la Samaria andando verso nord, in Galilea. Supera così le antiche terre della tribù di Manasse ed entra in quelle che erano state delle tribù di Neftali e Zabulon. A Cafarnao incontra i figli di Giona e i figli di Zebedeo. Prima cono­sce Andrea e Simone, poi Giacomo e Giovanni, che è poco più che un ragazzo. L'incontro con Andrea e Simone av­viene sulle rive del lago di Genezareth. Uno degli ascoltatori di Matteo disse: « Io l'ho sen­tita in altro modo». L'ha sentita dal discepolo Giovanni. « Racconta » disse Matteo. Ecco la testimonianza del gio­vane discepolo: « Il giorno seguente al battesimo di Gesù, Giovanni il Battezzatore si trovava ancora sul Giordano. Era là con due suoi discepoli, uno dei quali era Andrea. Fissato lo sguardo in Gesù che passava disse: "Ecco l'agnello di Dio". Andrea e il suo amico udirono queste pa­role e seguirono Gesù. Gesù si voltò e accortosi di essere seguito domandò: "Chi cercate?". E loro dissero: "Rabbi, dove abiti?". Lui rispose: "Venite e vedrete". Erano cir­ca le 6 del pomeriggio. Si misero in viàggio e incontrarono Simone, che ancora lavorava a Cafarnao. Andrea gli andò incontro e gli disse: "Abbiamo trovato il messia". An­drea insistette e portò il fratello da Gesù. Quando Gesù vide Simone lo guardò negli occhi e disse: "Tu sei Simone, figlio di Giona. Ora ti chiamerai Kefa" ». Tutti i presenti sapevano che kepha in aramaico si­gnifica roccia, pietra. Il fratello di Andrea diventava così Simone la pietra, Simone la roccia. Da quel momento la­sciava la sua casa, la moglie, la barca e tutti lo chiamavano Pietro. Io l'ho sentita così, concluse l'ascoltatore di Mat­teo. E’ giusto anche così, rispose Matteo, è passato tanto tempo: la sostanza non cambia. Matteo proseguì: « Gesù disse ai fratelli Andrea e Simon Pietro: "Seguitemi, e io vi farò pescatori di uomi­ni». Immediatamente i due lasciarono le reti e si unirono a lui. Gesù procedette un po' oltre e vide altri due fratelli, Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Stando col padre sulla barca, aggiustavano le loro reti. Gesù li chiamò e immediatamente lasciarono la barca e il padre per unir­si a lui».

 

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L'episodio, anzi, questa serie di episodi non è così semplice come è raccontata dagli evangelisti Matteo e Gio­vanni. C'è la versione dell'evangelista Luca, il quale cerca di spiegare con la ragione come mai Simone e i suoi amici hanno la prova che Gesù è un essere superiore. Andrea ha incontrato due volte Gesù sul Giordano: nel gennaio e nel marzo dell'anno 28, cioè prima e dopo la permanenza di Gesù nel deserto; e lo ha seguito insieme con un amico, probabilmente il suo giovane compaesano Giovanni. Tor­nati a Cafarnao, i due ne parlano con i rispettivi fratelli, Simone e Giacomo. Pochi giorni più tardi, sulle rive del lago di Gene­zareth compare anche Gesù, seguito da un gruppo di per­sone. Andrea e Giovanni, che sono intenti a sciacquare le reti, lo riconoscono. Andrea lo indica a Simone. La pic­cola folla preme intanto Gesù così da vicino, che egli deve entrare in acqua e salire sulla barca di Simone. Si siede, fa allontanare la barca di qualche metro e si rivolge di nuovo al gruppo di ascoltatori. Quando ha finito di par­lare, guarda Simone e lo invita a prendere il largo e gettare le reti. Andrea gli ha spiegato che, secondo Giovanni Bat­tista, quell'uomo seduto sulla barca è il messia, ma Simone resta uguaimente perplesso. « Abbiamo faticato tutta la notte, » dice « e non abbiamo preso niente. » Le reti sono lunghe cento metri: è duro tuffarle in ac­qua e ritirarle, soprattutto se si pensa di lanciarle per niente. Gesù tace. Dopo un attimo Simone continua: « Se lo dici, getterò le reti». C'è fatalismo e sottomissione nel pescatore, non ancora fiducia. La barca con Simone, An­drea e Gesù prende il largo sotto gli occhi di tutti. Gesù indica il punto in cui si deve fermare. Quando vengono ritirate, le reti sono piene di pesci. Simone ordina ad An­drea di chiamare dalla riva la barca di Giacomo e Giovanni. Anche costoro buttano le reti e le ritirano gonfie di pesci. Le imbarcazioni rientrano traboccanti al punto che l'acqua ne lambisce i parapetti. I pescatori sono molto scossi, più ancora che affaticati e meravigliati. Probabil­mente si domandano come facesse Gesù a sapere che in quel punto e in quel momento si trovava e si poteva pren­dere tutto quel pesce. Appena a terra, Simone si inginoc­chia davanti al misterioso amico e si confessa: « Signore, allontanati da me, perché io sono un peccatore». Gesù gli risponde: « Non aver paura, d'ora in poi non pescherai più pesci. Vieni con me, sarai un pescatore d'uomini». Simone non replica, ma il giorno seguente si trattiene in casa a lungo e informa la moglie e la suocera. Se deci­derà di seguire Gesù, porterà con sé anche la moglie op­pure passerà di tanto in tanto a trovarla? Anche in una società imperniata soprattutto sul potere del maschio, co­me quella dell'antica Palestina, le due donne costituiscono un problema. Egli può lasciarle insieme affinché si aiutino l'una con l'altra e provvedano a controllare i dipendenti nella pesca e nella vendita del pesce. La casa aperta a Ca­farnao può costituire una base ogni volta che sarà neces­sario. L'idea non è sbagliata: Cafarnao risulterà, infatti, uno dei luoghi in cui Gesù e i suoi discepoli troveranno spesso rifugio durante le loro peregrinazioni. Scrittori più tardi affermano tuttavia che la moglie seguirà Pietro e sarà una delle pie donne che faranno parte del gruppo di Gesù. Anche questo è possibile. Il giorno in cui Simone è tutto preso dai suoi pro­blemi familiari, Gesù esce a predicare, e Andrea e Gio­vanni lo seguono. E’ il primo nucleo dei nomadi che lo accompagnano stabilmente. La sera rientrano, Gesù dor­me in casa di Simone. L'indomani, anche Simone, rotti gli indugi e risolti gli interrogativi sul suo futuro, va con Gesù. I quattro cercano altri amici. Per primo incontrano Filippo, pescatore di Bethsaida, che Simone conosce bene. Gesù gli dice: « Vieni con me». Non gli fa domande, o, almeno, dal racconto degli evan­gelisti non traspaiono interrogativi. Filippo ha evidente­mente fiducia nei suoi tre compaesani e li segue. A sua volta, anche Giacomo lascia la casa paterna: Zebedeo si vede quindi privato di entrambi i figli. Dalla sponda set­tentrionale del lago di Genezareth si muove così alla con­quista del mondo una banda di sei persone. Non hanno addosso altro che i loro vestiti e il cibo per una giornata. Decidono di scen nao e Nazareth, a circa sei chilometri da quest'ultimo villaggio. Sono presumibilmente sporchi, puzzano, si la­vano poco, camminano a piedi nudi, hanno barbe e ca­pelli incolti. Hanno un 'età tra i 25 e i 35 anni. Qualcuno è armato: coltelli da pescatori o pugnali molto simili, comunque utensili indispensabili alla sopravvivenza. Non viaggiano mai soli. E’ quanto ci dicono o lasciano intuire i testimoni. Che facce hanno? Questo i testimoni non lo ricordano: lo ricorderebbero se fossero diversi dagli altri palestinesi del tempo. Con ogni evidenza sono bruni, ca­pelli neri, barbe nere, carnagione e occhi scuri. Qualcuno potrebbe essere rossiccio come l'antenato Davide. Sono allenati a mangiare poco e male, a dormire nelle condizioni peggiori, a resistere alla fatica; sono ugualmente preparati a lavorare in barca e a pernottare in grotte. Simone è, tra costoro, uno dei più robusti. A Cana incontrano Nathanael, detto Bartolomeo. La parola Bartolomeo significa figlio di Talmai. E’ un amico di Filippo. « Abbiamo incontrato il messia, » gli dice que­sti « è l'uomo di cui parla Mosè nella Legge e del quale hanno scritto i profeti. » Bartolomeo resta in forse. Nei dintorni tutti lo considerano un ingenuo. Alle parole di Filippo non risponde. Filippo insiste: « E’ Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth». Bartolomeo lo guarda: ingenuo, ma non scemo. Che cosa è Nazareth? « Può venire qual­cosa di buono da Nazareth? » Filippo non cede: «Vieni e vedrai». I due vanno verso Gesù, il quale si rivolge a Barto­lomeo indicandolo agli altri del gruppo: « Ecco un vero israelita, nel quale non c'è malizia». Simone e i compagni non sanno che dire, ma Bartolomeo replica: « Come fai a conoscermi? ». « Prima che Filippo ti chiamasse ho visto che stavi sotto il fico. » Bartolomeo esita un istante, ma i testimoni dicono che alla fine risponde: « Rabbi, tu sei il figlio di Dio, sei il re d'Israele». Allora Gesù lo tratta bruscamente: « Come, tu credi soltanto perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico? ». I nuovi discepoli non parlano. Gesù aggiunge: «Tu vedrai cose più grandi di queste», e poi a tutti: « In verità vi dico che vedrete il cielo aperto e gli'angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell'uomo». I sei sono diventati sette. Si fermano a Cana, discu­tono di Dio, parlano dei profeti, ricordano Giovanni il Battezzatore che è in prigione a Macheronte. Da tempo mancano sue notizie. Poiché Cana è un grosso villaggio, decidono di farvi, come a Cafarnao, una delle loro basi. Qui si trattengono tre giorni. Nel frattempo arriva da Nazareth la madre di Gesù, invitata a un matrimonio. Appunto il terzo giorno, Maria si reca alle nozze con il figlio, con Simone e altri suoi amici. Durante il banchetto viene a mancare il vino. Maria, che se ne accorge, lo fa notare al figlio. Ma questi che può fare? Cerca di tranquillizzarla. Siamo in un momento cruciale della storia dei seguaci di Gesù. Infatti avviene un fenomeno prodigioso, ed essi ne sono testimoni. Gesù ordina ai servi di riempire d'ac­qua sei pile di pietra della capacità di un centinaio di litri e li invita a versare in tavola. Il capo del banchetto, che non sa nulla, e ne beve per primo, trova che il vino è ec­cellente, migliore di quello bevuto fino a quel momento. Saputo il fatto, Simone, suo fratello e tutti gli altri ab­bandonano i dubbi residui e credono in Gesù. Al termine della festa nuziale, il gruppo, cui si è aggiunta Maria, rien­tra a Cafarnao e viene ospitato parte in casa di Simone, parte in casa del vecchio Zebedeo. Nei giorni seguenti, il gruppetto riparte per visitare altri villaggi e poi raggiungere Gerusalemme per la Pa­squa: è la prima che passano insieme. Nella città scelta da Dio come sua dimora il nome di Gesù è già noto a molti. La sua fama di predicatore si è diffusa tra gli scribi e tra i farisei. Hanno fatto impressione anche le frasi che su di lui aveva detto Giovanni Battista prima di esse­re arrestato. C'è chi lo crede un matto e, del resto, la sua assomi­glia a una delle varie bande di straccioni e ciarlatani che si incontrano in Giudea. Ma Gesù mostra un notevole coraggio: entra nell'atrio del tempio e ne caccia a frustate i mercanti, rovescia le tavole dei cambiamonete e quelle dei venditori di colombe, impedisce di portarvi oggetti. Poi, a quelli che, esterrefatti, sono caduti sotto la sua fu­ria, spiega: « Non è forse scritto: "La mia casa sarà chia­mata casa di orazione per tutte le nazioni"? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri». I sacerdoti si inquietano perché Gesù fa quello che, in realtà, potrebbero far loro. Altri ridono. E da dove vie­ne questa sua autorità? Gesù avverte i presenti che egli può distruggere il tempio all'istante e ricostruirlo in tre giorni. Ma chi gli crede, se per costruire il tempio sono occorsi 46 anni? Chi non ride né s'inquieta è un vecchio maestro, Nicodemo, iniluente figura del Sinedrio. Rabbi Nicodemo vuol saperne di più, e di notte cerca Gesù intrattenendosi a lungo a conversare con lui. Passata la Pasqua, Gesù, Simone e compagni tor­nano verso il nord, cioè verso le loro basi, attraverso la Samaria. Sono giorni di viaggio in una terra ostile, du­rante i quali incontrano una donna alla fonte di Sicar. La fonte sgorga presso il campo in cui si trovava il pozzo di Giacobbe. Mentre Simone e gli altri vanno a cercar cibo in città, Gesù si mette a conversare con la samaritana. Le spiega che i veri adoratori di Dio sono quelli che lo ado­rano in spirito e verità. La donna rientra nell'abitato e racconta ciò che ha visto e sentito. Domanda in giro se l'uomo con cui ha parlato non sia proprio il messia. Si­mone si disinteressa della sconosciuta e, tornato, si mette con gli altri a mangiare. Non ha ancora capito niente. Poiché Gesù non mangia, gliene domanda il motivo. Gesù risponde d'avere un cibo che essi non conoscono. Si me­ravigliano. Spiega: « Il mio cibo è di fare la volontà di colui che mi ha mandato a portarne a termine l'opera». In Galilea, e anche in Samaria, molta gente comin­cia a credere in Gesù, non tanto per quello che dice, ma soprattutto per quello che fa. Gesu si irrita: la gente non crede se non vede, e gli increduli sono numerosi special­mente a Nazareth e dintorni. E qui che commenta amara­mente che nessuno è profeta in patria. A Cafarnao, Gesù si trova di fronte due malati. Prima il figlio di un centu­rione, poi la suocera di Simone. Li guarisce entrambi. Ora, Simone ha vari elementi per credere in Gesù: la predica­zione, gli esorcismi, il coraggio dimostrato a Gerusalemme, i prodigi, le guarigioni, la stessa fede di molte persone che, ovunque vada, si fanno intorno al maestro, il rabbi, il « suo grande » insegnante e amico per ascoltarlo o per chieder­gli aiuto. Secondo alcuni è a questo punto che va inserito l'e­pisodio della pesca prodigiosa. I pescatori di Cafarnao ogni qual volta tornano con Gesù al loro paese riprendono in­fatti il lavoro dando un aiuto ai familiari rimasti: Giaco­mo e Giovanni pensano al padre Zebedeo, mentre Simone col fratello Andrea provvede alle necessità della moglie e della suocera. Un giorno Gesù guarisce dalla febbre la suocera di Simone. Gli basta toccarle la mano. L'evento è sensazionale al punto che Simone ricorderà spesso l'e­pisodio; ma per tutti è ancora più efficace la pesca inatte­sa: essa coglie i pescatori nell'intimo della loro giornata, in quella che è la fatica e l'esperienza di tutta una vita. Non si può dimostrare se l'episodio della pesca miracolosa sia avvenuto prima o dopo la Pasqua, perché Gesù è stato più volte sul lago, e del resto il particolare è irrilevante per Simone. E però qui, e questo è ciò che conta nella sua vita, che egli si inginocchia e si confessa peccatore. E Gesù gli promette un avvenire ben diverso da quello umanamente prevedibile. Nella primavera-estate dell'anno 28 i pescatori di Cafarnao, di Bethsaida, gli strani personaggi di Cana e din­torni cominciano dunque a farsi conoscere e a conoscere il nuovo mestiere, che li occupa parecchi giorni al mese. Poi, Gesù li manda a due a due, lontani da lui. Essi de­vono imparare a parlare, a predicare, a guarire, a mostrar­si degni del maestro di cui sono seguaci. Molti li credono zeloti o sicari, altri carismatici, altri ancora ladruncoli o banditi antierodiani. Hanno ordini precisi: non vestirsi più del necessario, procurarsi il cibo alla giornata, non fermarsi in nessun luogo più di tre giorni. Ci sono spiegazioni sociali e politiche. Possono dare una mano nei lavori per ottenere il cibo necessario alla sopravvivenza, ma non si devono impegnare, evitando così di perdere tempo e di essere presi di mira da eventuali avversari vecchi e nuovi. Poiché affermano di parlare a nome del figlio di Dio e di annunciare l'avvento di un nuovo regno, sanno benissimo di andare contro l'opinione e l'interesse dei dottori della legge, dei sacerdoti, dei fa­risei. Possono anche mettere in allarme gli occupanti ro­mani. L'ex pubblicano Matteo, che prima di entrare nel gruppo esigeva le tasse per conto degli invasori, sa bene di che stoffa siano i romani, che cosa significhi disobbe­dire o far balenare la prospettiva di ribellioni all'inter­no dell'impero.

 

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Simone è testimone di parecchi episodi che gli ap­paiono miracolosi. Gesù sembra avere uno scopo preciso: mettere in allarme il gran Sinedrio di Gerusalemme; in­dignare i farisei per i quali la forma, prima che la sostan­za, è diventata quasi un 'ossessione. Cinque o sei volte si scontra direttamente con i farisei. A Cafarnao, guarisce un paralitico. Si trova in casa di Simone. All'ingresso si è formata una fila di persone che gli vuol parlare, molti chiedono d'essere guariti. E il taumaturgo del momento. E’ arrivata gente dalla Samaria, da Gerusalemme, dalla Decapoli. Tra coloro che aspettano e che guardano sono numerosi i farisei; ci sono anche alcuni scribi, i dottori della legge. Per non far attendere un malato, alcuni parenti buca-no il soffitto della casa di Simone e calano dall'alto la ba­rella. Di fronte alla fede di chi gli ha fatto cadere quel povero corpo sotto gli occhi, Gesù dice: « Coraggio, figlio mio, i tuoi peccati ti sono perdonati». Egli si rivolge, infatti, prima alla purezza dell'anima, poi a quella del corpo. Ma alcuni dottori della legge pensano: "Bestemmia". Ed egli, intuendo il pensiero, come dicono i testimoni, ad alta voce li rimprovera: « Perché covate cattivi pensieri nel vostro cuore? E più facile dire: I tuoi peccati ti sono per­donati, oppure: Alzati e cammina? ». Nessuno degli oppositori ha la prontezza di rispon­dere. Gesù continua: «Allorà, perché sappiate che il figlio dell'uomo ha sulla terra il potere di rimettere i peccati: "Alzati," dice al paralitico «prendi la barella e va' a casa tua" ». Davanti a tutti, l'uomo si alza e torna a casa, tra la meraviglia della folla che, dentro e fuori la casa di Si­mone, alza preghiere a Dio: « Oggi abbiamo visto cose meravigliose». Uno scontro con i farisei, se scontro si può chiamare, Gesù l'affronta anche quando conosce Matteo, che a quel tempo si chiamava ancora Levi. Gesù vede Matteo al suo banco di esattore delle tasse. Gli dice: « Vieni», e Matteo lo segue. Ma Matteo è ricco, e vuole festeggiare il mae­stro; perciò offre un banchetto. Mangiare in casa di un pubblicano, un collaborazionista, è estremamente grave. « Come mai mangiate con i pubblicani e i peccatori? », domandano alcuni a Simone e agli altri. Gesù risponde per tutti: « Sono i malati, non i sani, ad aver bisogno del me­dico. Io non sono venuto a chiamare a penitenza i giusti, ma i peccatori». Il tema del digiuno è nuovo motivo di confronto con le concezioni del movimento farisaico. I farisei domanda­no a Gesù come mai i suoi discepoli mangiano e bevono mentre i loro discepoli e quelli di Giovanni Battista di­giunano spesso. Il digiuno è uno dei precetti su cui non si può scherzare. Ma Gesù difende i suoi uomini: « Voi potete far digiunare gli amici dello sposo, mentre lo sposo è con loro? Verrà un giorno in cui lo sposo verrà loro tolto ed essi, allora, digiuneranno ». Simone ha qui un avvertimento doloroso: Gesù gli ricorda che un giorno egli potrà venirgli a mancare. Altre volte, farisei e Gesù hanno pubblici motivi di attrito: ar­gomento principale è la festività del sabbato. Simone e i suoi amici raccolgono spighe di frumento e, strofinandole tra le mani, ne tolgono i chicchi per sfamarsi. Secondo i farisei si tratta di un lavoro, non lecito in quel giorno. Gesù rammenta il caso di Davide che, affamato, non aveva esitato a mangiare con i suoi addirittura i pani della Pro­posizione trovati nel tempio di Gerusalemme, che sono cibo destinato esclusivamente al sommo sacerdote. Con­clude: « Il figlio dell'uomo è padrone anche del sabbato». Infine, un sabbato, mentre stava insegnando in una sinagoga, Gesù guarisce la mano rattrappita di un uomo che si è rivolto a lui. Guarire è lavorare: per scribi e farisei si tratta di una nuova provocazione. Non è la prima, infatti, e non sarà l'ultima. Ma ogni volta, Simone e gli altri hanno la prudenza di allontanarsi. Non dormono più di due notti sotto lo stesso tetto.

 

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I mesi passano. Siamo in autunno. Gesù si reca a pregare su un monte; quando ne discende sceglie tra uo­mini e donne che lo seguono i dodici che faranno parte del gruppo ristretto del quale si fiderà. Ci sono natural­mente i primi che l'hanno accompagnato dai tempi di Ca­farnao e della pesca miracolosa, ma anche alcuni altri. Matteo conferma l'elenco in questo ordine: Simone col fratello Andrea, Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo, Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Matteo (cioè l'evangelista stesso), Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone Cananeo, Giu­da Iscariota. Giuda sarà quello che lo tradirà, venden­dolo ai suoi nemici; nel gruppetto ha la funzione di amministratore. Il fatto che Simone sia citato per primo ha un senso. Il primo a seguire Gesù è stato Andrea, ma Simone, il capo pescatore, ha maggiore autorità. E’ lui che interpella Gesù a nome degli altri o a nome della folla. A lui spesso si rivolge Gesù più che agli altri. Il gruppetto si muove dunque nella Palestina; in diverse occasioni sconfina nella Decapoli, in Fenicia. Pone piccole basi ovunque: non solo a Cafarnao e a Cana, ma anche a Genezareth e poi a Be­thania, la « casa del miele», a tre chilometri da Gerusa­lemme, dove i seguaci di Gesù fanno amicizia con Lazzaro e le sue sorelle, Marta e Maria. C'è chi dice che Maria sia una prostituta, e l'accusa è pericolosissima; c’è invece chi la vuole una ragazzetta ingenua e pia, infatuata del maestro. Gesù predica e spie­ga con parabole e citazioni che cosa significa l'avvento del regno di Dio. Si proclama figlio di Dio e in suo nome insegna e guarisce. Due volte moltiplica il pane da distri­buire alla folla che lo segue. Molti dicono che frequenta le case di persone sgradite. C'è chi mormora. Si dice che dia la vita ai morti. Un centurione romano ha costatato la guarigione del figlio agonizzante. Una vedova recupera il figlio. Lazzaro, già sepolto, risorgerà. Non si ha la certezza cronologica di molti episodi che avvengono tra gli anni 28 e 30. Una volta cammina sulle acque. Secondo alcuni testimoni ciò avviene dopo che si è saputo della morte di Giovanni Battista: il tetrarca Ero­de Antipa, per far contenta la nipote e figliastra Salome, che ha danzato per lui, taglia la testa del profeta e la con­segna alla ragazza su un vassoio prezioso. Lo fa con di­spiacere, dice chi ha assistito alla danza e all'esecuzione, ma lo fa. La notizia turba i seguaci di Gesù e si può ra­gionevolmente ritenere che crei scompiglio in tutti i pic­coli movimenti politico-religiosi avversari di farisei e sad­ducei. Questi ultimi, invece, si sentono rafforzati dal delitto: è la fine di un sovvertitore. Gesù, ad ogni buon conto, si ritira a pregare in un luogo deserto. Riappare in pubblico qualche tempo dopo; molte per­sone si sono messe alla sua ricerca. Ora che è morto Gio­vanni Battista, le folle hanno un motivo in più per rivol­gersi a lui. Intendiamoci, sono sempre folle di povera gente in cui possono infiltrarsi mestatori o ladri oltre che individui senza fissa dimora e senza lavoro fisso. Scribi e farisei non hanno previsto questo movimento di opinione. Lo stesso tetrarca ci pensa: crede, dicono, che sia il Bat­tezzatore reincarnato. Una notte Gesù è in preghiera, in una località soli­taria sul lago di Genezareth, quando si alza un forte vento. Simone, che sta arrivando da Cafarnao con alcuni compa­gni, tenta di guadagnare la riva nonostante le raffiche con­trarie. E’ buio, sono circa le 3 del mattino. Gesù, forse sentendone le grida, si avvia verso i pescatori e, lasciata la sponda, cammina sulle acque. Li chiama. Preso dalla pau­ra, uno di essi urla: « un fantasma». Ma Gesù li avverte: « Coraggio, sono io, non abbiate paura». Simone, il capobarca, si fa sentire: « Signore, se sei tu, ordinami di camminare sull'acqua verso di te». Ha già una fiducia totale nel maestro: gli basta una voce, una parola, anche se all'apparenza del tutto insensata. Gesù gli risponde: « Vieni». Simone scavalca il parapetto e si incammina. Ma c'è il vento, le onde non si calmano. Si­mone è ripreso dalla paura e, umanamente, affonda. « Si­gnore, salvami! » urla nell'oscurità. Secondo il racconto dei testimoni, Gesù gli tende subito la mano, lo afferra e gli dice: « Perché hai dubitato, uomo senza fede? ». Simone, fradicio, risale sulla barca con Gesù. Il vento cade, la su­perficie delle acque torna a calmarsi. I pescatori si prostra­no davanti al maestro e dicono: « Tu sei veramente il figlio di Dio». In questo miracolo, Simone è coinvolto direttamente, più ancora che nella guarigione della suocera, che pure lo riguardava molto da vicino. Qui, infatti, compie un mi­racolo perché cammina sull'acqua fin che ha fede, e viene egli stesso miracolato, altrimenti annegherebbe, quando perde la fede. Nella sua vita accanto a Gesù, Simone èstato testimone di decine di eventi prodigiosi. Vediamone qualcuno di cui abbiamo il racconto degli evangelisti. Luca racconta con molti particolari il caso della do­dicenne figlia di Giairo, uno dei maggiori esponenti della sinagoga di Cafarnao. Giairo supplica Gesù di salvare la ragazza morente, nello stesso momento in cui Gesù è at­torniato e soffocato dalla folla. Nella confusione, Gesù alza la voce: « Chi mi ha toccato? ». La frase è un po' strana. Simone e gli altri rimangono interdetti: « Maestro, la gente si pigia intorno a te e tu domandi chi ti ha toc­cato? ». Gesù insiste. Risponde una donna, una sventurata che vomita sangue da una dozzina d'anni. Da quel mo­mento sarà guarita. Mentre assiste a questa scena, Giairo, che fa parte del gruppo di supplicanti, viene avvertito che sua figlia è morta. Gesù gli dice: « Non temere, abbi fede e tua figlia sarà salva». Quel singolare personaggio chiamato Gesù si reca a casa di Giairo. Entrando, vuole accanto a sé soltanto Si­mone, Giacomo e Giovanni oltre, naturalmente, ai geni­tori della ragazza. A costoro dice: « Non piangete, non e morta, dorme». Le prende la mano, la fa alzare. « E i ge­nitori di lei si sbigottirono, ma egli comandò loro di non dire a nessuno quel che era avvenuto. » Simone è pure testimone e attento ascoltatore di quanto dice e ordina Gesù. Uno dei discorsi più importanti è quello detto della montagna o delle beatitudini. Esso èfondamentale per conoscere anche il movimento che si sviluppa intorno all'uomo di Nazareth, per conoscere l'in­sieme dei suoi ordini, che sono netti e precisi. Matteo, raccontandoli agli ebrei, li raggruppa come un discorso uni­co. Da qui, tra l'altro, si penetra meglio la personalità dei futuri apostoli e si apprendono le direttive che dovrà seguire il loro futuro capo. « Non andate tra i gentili, » dice Gesù ai discepoli « e non entrate nelle città dei samaritani. Andate piuttosto tra le pecore perdute del popolo di Israele. Lungo la strada proclamate che il regno dei cieli è vicino. Guarite i malati, risvegliate i morti, risanate i lebbrosi, scacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. » Gesù insiste sul concetto di gratuità, sulla spoliazione personale da ogni bene: «Non procuratevi oro, né argento, né bron­zo per la vostra borsa; non prendete per il viaggio né bi­saccia, né camicia di ricambio, né sandali, né bastone. Il lavoratore ha diritto al suo mantenimento. In ogni città o villaggio in cui entrate, informatevi su chi abbia le di­sposizioni d'animo adatte per ospitarvi. Trattenetevi da lui fino alla vostra partenza. Quando entrate in una casa, augurate la pace. Se quella casa ne è degna, la vostra pace venga su di essa. Se invece non ne fosse degna, la vostra pace ritorni a voi».

 

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Simone si rende conto che quando è entrato nella casa di una persona di cui si fida, non la deve abbandonare fin quando non lascerà il villaggio. Nel caso che si sbagli nel giudizio, e venga tradito dall'ospite, deve preoccuparsi soprattutto della salvezza immediata, perché poi giustizia sarà fatta. I richiami alle tensioni tra le caste e agli attriti per motivi nazionalistici, religiosi o d'altro genere, sono trasparenti. E’ evidente che ci sono discussioni non sol­tanto tra farisei, scribi e seguaci di Gesù e di Giovanni Battista, ma anche tra farisei e farisei. Probabilmente co­minciano le divisioni tra gli stessi seguaci di Gesù. Il maestro continua: « Se qualcuno non vi accoglie o non ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città scuotete la polvere dai vostri piedi. Io vi dichiaro solennemente che nel giorno del giudizio, Dio sarà meno severo con il paese di Sodoma e Gomorra che con quella città. Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Perciò siate cauti come i serpenti e schietti come le colombe». Dopo aver dato ordini, Gesù indica i motivi di preoc­cupazione. E probabile, infatti, che Simone gli abbia do­mandato a nome di tutti che cosa accadrà loro una volta che si saranno comportati secondo le sue indicazioni. Non si dimentichi che essi devono spiegare nei villaggi che egli è il figlio di Dio venuto sulla terra e che il regno dei cieli è prossimo a venire. Cioè devono sostenere il contrario di quello che dicono i sacerdoti di Israele; in pratica, scar­dinare dalle fondamenta la religione nazionale così come viene concepita ai loro giorni. Sono pescatori, ortolani, piccoli trafficanti, impiegatucci che hanno tentato l'avven­tura. Non hanno soldi, vivono all'apparenza di chiacchiere, mangiano quello che viene loro offerto, non seguono le leggi dei padri. Molti li ritengono una banda di individui che si riuniscono e si dividono secondo le circostanze, tro­vando ricetto e rifugio presso case compiacenti. A volte, il loro capo scompare per giorni e giorni. Dicono che si rifugi nella meditazione e nella preghiera. E comprensibile che abbiano dei nemici. « Guardatevi dagli uomini perché vi consegneranno ai tribunali e vi bastoneranno nelle loro sinagoghe, » ricor­da il maestro « e per causa mia sarete portati alla presenza di governatori e re, per dare testimonianza a loro e ai pa­gani. Quando vi consegneranno alle guardie, non preoccupatevi di quello che direte o di come lo direte, perché Dio vi suggerirà in quell'ora ciò che avrete da dire. Infatti, non siete voi che parlate, ma io spirito del Padre vostro, il quale parlerà per mezzo di voi. Fratelli consegneranno i loro fratelli perché siano condannati a morte, padri con-segneranno i loro figli. I figli si rivolteranno contro i ge­nitori e li metteranno a morte. E voi sarete odiati da tutti per causa mia. Ma chi avrà tenuto duro fino all'ultimo sarà salvato. Vi perseguiteranno in una città? Fuggite in un'altra. » Dopo queste frasi, che non sono certo adatte a in­coraggiare gli indecisi, e tuttavia sono utili a rafforzare nella decisione di proseguire chi, come Simone, già si èincamminato sulla strada della novità religiosa e sociale, Gesù fa una solenne dichiarazione, destinata a risollevare lo spirito dei depressi. Dice: « Se hanno chiamato Beel­zebub il padrone di casa, quanto più chiameranno così i suoi familiari. Ma non temete i calunniatori, perché non c e niente di nascosto che non sarà scoperto, e niente di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo alla luce del sole; e ciò che vi è stato detto in un orecchio, voi gridatelo dai tetti. Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di sopprimere la vita, temete piuttosto chi può far perdere nella Geenna anima e corpo. Due passeri non si vendono per un asse? * Eppure nemmeno uno di essi cade in terra senza il permesso del Padre vostro. Perfino i capelli delle vostre teste sono tutti contati. Non temete, dunque: voi valete ben più di molti passeri». Gesù riprende avvertendo gli ascoltatori che egli ri­conoscerà davanti a Dio, suo padre, tutti coloro che l'a­vranno riconosciuto in pubblico; ma rinnegherà coloro che l'avranno rinnegato. Ne nasce una discussione, si può sup­porre che i discepoli avanzino obiezioni. «Non vi mudete che io sia venuto a portare pace sulla terra » li ammonisce; « non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto a mettere il figlio contro il padre, la figlia contro la madre, la sposa contro la suocera. Uno avrà per nemici i suoi stessi familiari. » Queste sono parole del profeta Michea, vissuto sette secoli prima, che Gesù riprende per i discepoli. Gesù cita spesso le parole degli antichi. « Chi ama padre e madre più di me, non è degno di me. Chi ama figlio e figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi vuol essere padrone della sua vita la perderà; chi perde la sua vita per causa mia la possiederà. Chi ri­ceve voi, riceve me; chi riceve me, riceve chi mi ha man­dato. Chi riceve un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa che dà il profeta. Chi riceve un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa che dà il giusto. Chiunque darà a uno di questi piccoli un bicchiere d'acqua fresca perché è un discepolo, ve lo dichiaro solennemente, non resterà senza ricompensa. » Ci sono indicazioni morali e indicazioni di metodo e di comportamento. Bisogna sempre rifarsi a quei giorni. Le istruzioni di carattere morale sono drastiche e terribili, anche quando sono citazioni. Anzi, sono ancora più dure perché hanno l'autotità che deriva loro dal nome dei profeti e dalla tradizione, che molti hanno dimenticato o edul­corato. Se Simone, forse, comprende il significato di frasi come « non sono venuto a portare la pace, ma la spada», o « quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra», o «chiama il padre o la madre più di me, non è degno di me», è invece certo che per gli scribi e i fari­sei esse hanno un allarmante suono di ribellione. Del resto, dopo che sul monte presso Cafarnao Gesù aveva detto: « Beati gli umili, i mansueti, i poveri in ispi­rito, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i pacifici, i misericordiosi, i puri di cuore, perché di loro è il regno dei cieli», non aveva aggiunto « Guai ai ricchi, a chi ha la pancia piena, a coloro che oggi ridono mentre altri pian­gono »? E non aveva detto che i reietti, gli emarginati, i sofferenti e gli oppressi sono « il sale della terra e la luce del mondo »? E non aveva spiegato che egli era venuto su questa terra non per abolire la Legge o i profeti, ma per completarli? Si era dunque messo sopra tutti, aveva sconvolto gli ordini costituiti che, dalle sue parole, appa­rivano disordini da eliminare. Rabbi Gesù non poteva es­sere più pericoloso. E, infatti, chi guidava il popolo di Israele si inquietava. Le voci si diffondevano, e dagli ul­timi arrivavano ai primi. Dalle folle diseredate del Gior­dano e del deserto arrivavano ai sacerdoti e ai laici influenti del gran Sinedrio di Gerusalemme.

 

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Gerusalemme ha circa trentamila abitanti. Sorge sulla collina di Ophel e dintorni; la parte più antica si trova sulla collina di Sion. Una volta si chiamava Urusalim. Il nome Yerushalaim, da cui Gerusalemme, gliel'ha dato il re Davide. E la capitale religiosa della Palestina, così come Cesarea sulla costa mediterranea, da quando sono arrivati i romani, ne è la capitale politica. Queste cose le sa anche Simone, che pure viene da un piccolo paese del nord, distante circa duecento chilometri. A Cesarea ha la sua dimora ufficiale il procuratore romano; a Gerusalemme, il sommo sacerdote. Gerusalemme è la città di Davide, la città santa, la città di Dio, la città dove si innalza il tem­pio in cui un tempo si trovava l'arca dell'alleanza tra Dio e il suo popolo. I sacerdoti appartengono alla tribù di Levi e sono divisi in ventiquattro classi: ricordiamo che Zaccaria, pa­dre di Giovanni Battista e cugino di Gesù per parte di madre, era sacerdote dell'ottava classe. Le classi sacerdo­tali, cui appartengono circa ventimila persone, ammini­strano il tempio a turni di una settimana ciascuna. In teoria, il sommo sacerdote è eletto a vita, è il capo supre­mo del popolo di Israele, la sua guida insieme religiosa e civile. Abbiamo detto, in teoria. Quando Erode il Grande sconfigge il re asmoneo Antigono, che appunto è re e som­mo sacerdote, questo stato di cose cambia. E’ comprensi­bile: l'idumeo Erode non si sente di essere il capo spiri­tuale di un popolo che soltanto un secolo prima ha imposto la propria religione ai suoi padri. Ammesso, naturalmente, che egli abbia una qualsiasi sensibilità religiosa. Infatti, fa uccidere quarantacinque membri del Sinedrio e nomina sommo sacerdote suo cognato Aristobulo. I tempi sono così bui che un giorno Aristobulo verrà misteriosamente ucciso. Ma la sostanza è questa: l'attività dei sommi sa­cerdoti viene drasticamente ridimensionata, ed essi sono sostituiti dal re Erode e dai suoi eredi senza aspettare che muoiano. All'interno della casta sacerdotale si trovano famiglie privilegiate, tra le quali sono scelti di regola i sommi sa­cerdoti. Questo gruppo di famiglie, tutte di sadducei, ri­gide seguaci della Legge, che « garantisce » i loro diritti di successori sulla cattedra di Mosè, rappresenta quindi l'élite nella élite. Diminuendone il potere col creare ten­sioni e mercanteggiamenti al suo interno, Erode non fa che accrescere il proprio e aumentare l'influenza dei roma­ni. Ciò esalta la rivalità tra sadducei da un lato e farisei e scribi dall'altro. Alla lunga provocherà tensioni anche tra il popolo e la degradazione o deformazione o inquina­mento delle leggi morali e civili con le quali esso si èmantenuto unito attraverso guerre, disastri, calamità na­turali e durissimi periodi di schiavitù. Lento ma inesorabile si apre pure un varco all'influsso dell'ellenismo. Il sommo sacerdote in carica è, tra l'altro, presidente del gran Sinedrio ovvero il consiglio supremo, il governo religioso e civile del popolo di Israele. Il gran Sinedrio, svalutato da Erode I, ma parzialmente rivalutato dai ro­mani, è composto da settantun persone divise in tre gruppPi. Il gruppo più potente è formato dai capi delle famiglie sadducee da cui escono i sommi sacerdoti e dagli ex sommi sacerdoti deposti. Seguono gli anziani, laici, essi pure sad­ducei, appartenenti a famiglie ugualmente importanti per denaro e autorità; e, infine, i dottori della legge. Que­st'ultimo gruppo è composito: è formato da scribi, farisei, sacerdoti (non, però, sommi sacerdoti). Se si può fare una distinzione, i primi due gruppi sono per così dire aristo­cratici, il terzo è « popolare». Il gran Sinedrio si riunisce presso il tempio, nell'Aula della pietra squadrata, a giudicare qualsiasi causa religiosa e civile secondo la legge di Mosè. I giudici si siedono in semicerchio, ai lati del sommo sacerdote in carica. Il nu­mero massimo dei presenti è settantuno, ma il minimo non può essere inferiore a ventitré. Le cause non si discutono nei giorni festivi, né di sabbato. Le sentenze di morte sono rarissime. Sotto il dominio romano, il gran Sinedrio ha il potere di emettere una sentenza capitale, ma non quello di mandarla ad esecuzione, se non col parere favorevole del rappresentante di Roma. Si capisce quindi perché, co­me vedremo più avanti, nel processo a Gesù interverrà anche il procuratore Ponzio Pilato. Le norme sono molto rigide e, apparentemente, of­frono le maggiori garanzie di giustizia. Nelle cause penali, ad esempio, l'imputato non può essere condannato, se almeno un giudice non si pronuncia in suo favore. Cioè, non è ammessa l'unanimità nella condanna. Inoltre, i più giovani parlano prima dei vecchi per non rimanerne in­fluenzati. Le cause penali non si discutono nemmeno la vigilia del sabbato e dei giorni festivi. C'è un motivo: esse infatti si possono concludere in un giorno, dalle 9 alle 16, se i giudici concordano sull'innocenza dell'imputato; ma se non concordano, e si prevede una condanna, il verdetto viene emesso il giorno successivo. Ma, quando è festa o èsabbato, il Sinedrio non può riunirsi per giudicare. Nel corso di un giudizio, un colpevolista dichiarato può diventare innocentista, ma non il contrario: un giu­dice già pronunciatosi a favore dell'innocenza dell'impu­tato non può cambiare idea. Basta la maggioranza di un voto per assolvere, non per condannare. Anzi, con la pa­rità dei voti o con un solo voto di maggioranza a favore della condanna dell'accusato il gran Sinedrio discute « fin­ché uno dei giudici propensi a condannare cambi propo­sito». Così dicono i testi rabbinici.

 

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Il gran Sinedrio segue i movimenti della banda Gesù attraverso i suoi sacerdoti e i suoi informatori. A volte essi vengono inviati direttamente da Gerusalemme ad ascol­tare la sua parola e a controllare le reazioni della folla. Può esserne una prova uno dei tanti episodi che alla fine si traducono in vivaci dibattiti tra i farisei e i seguaci di Gesù o tra i sacerdoti e Gesù stesso. Avviene a Geneza­reth, dove Gesù arriva attraversando il lago insieme con Si­mone. E’ presumibile che arrivi da settentrione, cioè da Cafarnao, dove Simone ha potuto rivedere i familiari, op­pure da oriente, dai territori abitati dai gauloniti. Approda inatteso, ma desiderato, perché appena gli abitanti di Genezareth lo riconoscono, diffondono la notizia nei din­torni. Avvertono i parenti e gli amici dei villaggi vicini. Come al solito, c'è un andirivieni di persone. Gli portano i malati e lo supplicano che si lasci almeno toccare il man­tello: « Tutti quelli che lo toccavano, guarivano». La voce si sparge a Gerusalemme, portatavi con ogni probabilità da pastori o commercianti che viaggiano in carovana e si dedicano agli scambi con i paesi del setten­trione. Non si può escludere che siano farisei, gli stessi esponenti delle sinagoghe locali, a recare la notizia nella capitale, timorosi che possa accadere qualcosa. Così, da Gerusalemme partono altri farisei e dottori della legge, che incontrano Gesù nelle vicinanze di Genezareth. Gli inviati della capitale sono così attenti alle sfumature che giungono perfino a domandargli: « Perché i tuoi discepoli non si lavano le mani prima di mangiare? Non osservano la religione dei nostri padri». Dal loro punto di vista hanno ragione. Gesù rispon­de, però, con un'altra accusa: « E voi perché trasgredite il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizio­ne? Dio ha detto: "Onora tuo padre e tua madre", e « Chi maledice padre e madre sia messo a morte"». Si può immaginare la tensione provocata da queste parole. Gesù sembra parlare per enigmi. Continua: « Se però qualcuno dichiara di aver destinato come offerta vo­tiva i beni con cui avrebbe dovuto aiutare il padre e la madre, voi dite che non è più obbligato a onorarli. Così annullate la parola di Dio con la tradizione fatta da voi. Commedianti! Vi aveva descritto molto bene il profeta Isaia quando diceva: "Questo popolo mi onora a parole, ma il suo cuore è lontano da me. Il culto che mi rendono è vano, perché le dottrine che insegnano sono comandamenti inventati dagli uomini ». Detto questo ai farisei, Gesù si rivolge alla folla dei supplicanti, di coloro che non sanno niente e aspettano solo di poterlo toccare. C'è l'atmosfera dell'attesa. Scribi e farisei non possono accettare supinamente le invettive e gli attacchi diretti alle norme che essi hanno sapiente­mente elaborato a misura dei loro interessi. « Ascoltate e cercate di capire » dice Gesù: « non è ciò che entra nella bocca che profana l'uomo, ma è ciò che ne esce. » I curiosi venuti da Gerusalemme si scandalizzano e lo mostrano apertamente. « Lasciateli dire, » aggiunge Gesù rivolto alla folla « sono guide cieche. Se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadono nel fossato. Ogni piantagione che non è stata piantata dal padre mio che è nei cieli sarà sradicata. »La folla può anche lasciar perdere i discorsi dei farisei, ma non capisce le parole di Gesù. Simone, che inter­preta gli interrogativi, lo dice: « Non riusciamo a capirti, maestro. Spiegati meglio». Risponde Gesù: « Anche voi dunque non capite ancora? Non vi rendete conto che tutto quello che entra nella bocca passa nel ventre e va a finire nella latrina? Quello che esce dalla bocca, invece, viene dal cuore, ed è questo che può profanare l'uomo. Dal cuore, infatti, vengono cattivi pensieri, istinti omicidi, adulteri, prostituzioni, furti, false testimonianze, bestem­mie. Sono queste le cose che profanano l'uomo: mangiare senza lavarsi non profana l'uomo». Ad ogni buon conto, dopo la polemica Simone segue Gesù che lascia Genezareth e si reca con lui in Fenicia « verso Tiro e Sidone», fuori della portata dei farisei. Per riepilogare, nei limiti del possibile e visto che gli elementi cronologici sono sempre molto labili, abbiamo come punti certi le feste pasquali che Simone trascorre con Gesù a Gerusalemme. Con il maestro e il capo dei pe­scatori si trovano probabilmente anche gli altri discepoli, poiché la festa è motivo di ricongiungimento del gruppo. Anche chi è stato mandato a predicare in villaggi diversi, in primavera punta verso la città santa. La prima Pasqua cade all'inizio della primavera del­l'anno 28. Gesù ha, come abbiamo detto, 33 anni, poco più o poco meno. La seconda cade nello stesso periodo dell'anno 29. La terza ai primi di aprile dell'anno 30 ov­vero il giorno 14 del mese di Nizan, secondo il calendario ebraico. E’ durante le feste di questa Pasqua, un venerdì, che Gesù viene crocifisso. Tra la seconda Pasqua e la terza si verificano, natu­ralmente, nuovi episodi, dei quali Simone è spesso testi­mone. Sebbene gli evangelisti, che non sono biografi, non si preoccupino di raccontarci ciò che fa ciascuno dei com­ponenti il gruppo di Gesù, visto quanto avverrà in seguito è chiaro che la presenza di Simone assume un valore sem­pre più importante. Un giorno, si suppone nella seconda metà dell'anno 29 o agli inizi del 30, Simone ha la grande rivelazione della svolta della sua vita. Il gruppo si trova presso Cesarea di Filippo, su una collina rocciosa molto a nord del lago di Genezareth, ad­dirittura oltre il piccolo lago di Merom. Cesarea è nella Batanea, di là dal fiume Giordano, a due passi dalla Siria, sulla strada per Damasco. Una volta si chiamava Panion, nome greco che indicava la presenza di un tempio dedicato al dio Pan. E’ stata ribattezzata in onore di Cesare dal te­trarca Filippo, e porta una duplice indicazione per distin­guerla da Cesarea sul Mediterraneo. Qui, a Cesarea di Filippo, secondo il racconto dell'e­vangelista Matteo, Gesù interroga i suoi dodici compagni e, tra l'altro, domanda loro: « Chi dice la gente che sia il figlio dell'uomo? ». Con questa espressione egli indica il messia, l'inviato di Dio, l'atteso, ma anche l'uomo uomo, l'uomo « umano». I discepoli rispondono dando le varie versioni: « Alcuni dicono che è Giovanni il Battezzatore, altri Elia, altri ancora Geremia o uno dei profeti». « Ma voi, » domanda Gesù « chi credete che io sia? » Simone risponde a nome di tutti, anche di quelli che certamente esitano perché non capiscono: « Tu sei il mes­sia, il figlio del Dio vivente». « Beato te, » gli dice allora Gesù « Simone figlio di Giona, perché non la carne e il sangue te l'hanno rivelato, ma mio padre che è nei cieli. » Indica una roccia. « Io ti dichiaro che tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia comunità e le potenze infernali non la potranno annientare. » Nel silenzio, Gesù continua: « Io ti darò le chiavi del regno dei cieli, e ciò che avrai vietato sulla terra sarà vietato in cielo, ciò che avrai permesso sulla terra sarà permesso in cielo». Detto questo, Gesù ordina agli amici di non rivelare l'episodio ad alcuno, di non dire a nessuno che egli è il messia. Gesù non dice Pietro, dice Kefa, che in aramaico significa roccia; mai era accaduto prima che a una persona si desse un nome così strano; di solito il soprannome de­rivava dal patronimico o dal luogo d'origine o dal lavoro o dall'appartenenza a una tribù o a un gruppo ideologico e così via. Ma chiamare uno sasso o roccia o pietra non èusuale. Lo si capisce dagli stessi evangelisti. Ai dodici non è perfettamente chiaro che cosa esso significhi, se non che Simone da quel momento verrà chiamato quasi sempre Kefa ovvero Roccia oppure Pietra. Dall'antico dialetto della Palestina settentrionale il nome è passato alla lingua greca e alla latina, che ne hanno fatto un maschile e un femminile. Così, nelle traduzioni degli evangelisti, Kefa è diventato il maschile Pietro. Se è incerto il lontano futuro, è certo invece l'immediato: tra i discepoli, Simone-Pietro ha ricevuto un'investitura speciale, una sorta di pri­mogenitura. E’, in quel momento, il vicario di Gesù.

 

14

Di giorno in giorno la situazione si aggrava. Da quan­do Simone è diventato Pietro, si sono registrati dibattiti, miracoli, adesioni, defezioni, provocazioni, piccoli scontri. Gesù dice cose nuove e ripete cose già dette, ma è evi­dente che è considerato fuorilegge dai farisei e dai sad­ducei. E infatti lo è: in troppi casi le sue affermazioni contrastano con l'interpretazione che essi danno della Leg­ge di Mosè e, a volte, con la Legge stessa. Un giorno prean­nuncia ai discepoli che si recherà a Gerusalemme. La si­tuazione generale, nonostante le diverse manifestazioni po­polari a lui favorevoli, sconsiglia il viaggio. Ma il maestro deve affrontare, avverte, « molti patimenti ad opera degli anziani, degli scribi e dei sommi sacerdoti » ovvero dei dottori della legge e degli alti prelati. Spiega che è neces­sario che egli sia ucciso per risuscitare il terzo giorno. La previsione è umanamente fosca. Pietro, che è in grado di maneggiare le armi, lo invita da parte. Forse ritiene di avere l'autorità di dargli un consiglio: « Dio ti guardi, signore; questo non ti accadrà assolutamente». Gesù ha una risposta molto dura. Vede in Pietro un ri­chiamo demoniaco. « Va' indietro, Satana, » dice « sei un ostacolo per me: tu non ragioni alla maniera di Dio, ma alla maniera degli uomini. » Pietro viene così ridimensio­nato: anche questo è un insegnamento di cui egli farà te­soro nel corso della sua lunga vita. Non insiste. Gesù rientra nel gruppo e si rivolge a tutti: « Se qual­cuno vuole seguirmi contesti se stesso, prenda la sua croce e mi segua, perché chiunque vorrà salvare la propria vita la perderà, mentre chiunque perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Spiega poi che non serve guada­gnare tutto l'oro del mondo quando si perde se stessi e che un giorno ognuno avrà secondo i suoi meriti, e con­clude: « In verità vi dico che alcuni dei presenti non mo­riranno finché non avranno visto il figlio dell'uomo venire a regnare». Alcuni giorni dopo, Pietro ha una nuova occasione per prendere la parola. Anche stavolta il momento è dram­matico, ed egli non lo scorderà mai, tanto che poi ne scri­verà nelle sue lettere. Lo raccontano gli evangelisti Mat­teo, Marco e Luca, con una lieve discordanza di giorni: sei giorni dopo la sosta a Cesarea di Filippo per Matteo e Marco, otto giorni per Luca. Nessuno cita con esattezza la località: parlano di luogo appartato su un alto monte. Non lontano da Cesarea di Filippo sorge il monte Hermon che supera i 2.700 metri sul mare; più discosto, ma sempre nell'ambito di un cammino pari ai sei-otto giorni indicati dagli evangelisti, è il monte Tabor, a 562 metri sul mare. Può essere l'uno o l'altro. Quale che sia, esso diventerà per i cristiani il « monte della trasfigura­zione ». E’ qui che, in un posto isolato, Pietro viene chia­mato da Gesù insieme con i fratelli Giacomo e Giovanni. Matteo narra che « Gesù si trasfigurò innanzi a loro: il suo viso risplendeva come il sole e le sue vesti erano candide come la neve». Davanti agli occhi dei tre discepoli appaio­no anche Mosè ed Elia, i quali si intrattengono a conver­sare con Gesù. Mosè rappresenta la Legge, Elia i profeti. Pietro si fa coraggio e parla. Gli evangelisti Marco e Luca, in un inciso, ritengono però che egli non sappia bene quello che sta facendo. Per l'ex pescatore di Bethsaida la prova è ardua come quella di camminare sul lago, so­prattutto pochi giorni dopo essere stato redarguito e al­lontanato come un demonio. Dice: « Com'è bello, signore, stare qui insieme: se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia». Gesù non risponde. Matteo racconta: « Mentr'egli stava ancora parlando, una lucida nuvola li avvolse; e dalla nuvola si fece sentire una voce che diceva: "Questi è il mio figliuolo diletto, nel quale ho riposto ogni compiacenza: ascoltatelo". Uden­do questa voce i discepoli caddero bocconi e furono presi da grande timore. Ma Gesù, accostatosi, li toccò e disse: "Alzatevi e non abbiate paura". Essi alzarono gli occhi e videro soltanto Gesù». Poco dopo, i quattro scendono dal monte verso i compagni che li attendono e il maestro dà loro ancora un ordine: « Voi non dovete parlare a nessuno di questa visione, finché il figliuolo dell'uomo non sara risuscitato dai morti». Ancora una volta Gesù intima a Pietro di non rive­lare ciò che ha visto. Non si fida. Ai nostri occhi può apparire strano, ma pensando alla situazione politica e reli­giosa del tempo la stranezza acquista logica: gli avversari possono servirsi per i loro scopi di qualsiasi informazione, anche la più piccola; specialmente se riguarda un fenomeno eccezionale suscettibile di creare tensioni e attese tra la gente. Non si sa se Pietro domandi a Gesù la ragione del suo invito al silenzio. Il solo fatto che non se ne parli mai, può significare che egli non solleva interrogativi: o conosce il perché o non lo vuol sapere. Se non fa domande lui, naturalmente anche Giovanni e Giacomo stanno zitti. I tre domandano invece, altre cose. Per esempio, perché i dottori della legge dicono che Elia deve tornare sulla terra prima che arrivi il figlio dell'uomo. Gesù risponde che Elia è già tornato, ma non è stato riconosciuto. In­tuiscono che, per Gesù, il nuovo Elia era Giovanni il Battezzatore. Più tardi, Pietro ha un problema: né lui né i suoi amici sanno guarire un ragazzo lunatico. Il padre si rivolge a Gesù, il quale libera l'indemoniato. Pietro si preoccupa: perché i discepoli, nonostante le promesse che il maestro va loro facendo da due anni, non sono riusciti a guarire il ragazzo? Perché hanno poca fede. Gesù spiega che con la fede si può perfino spostare una montagna. Alcuni gior­ni dopo, a Cafarnao, Pietro commette un errore. Non è il primo, non sarà l'ultimo, anche se, a dire il vero, l'er­rore ha una sua logica umana e dimostra che l'ex pescatore ragiona secondo la dimensione comune del popolo dal quale proviene. Gli esattori della tassa del tempio gli domandano se Gesù paga o non paga. La somma da versare è modesta, ma obbligatoria per ogni israelita: una didramma ovvero una doppia dramma, pari a mezzo siclo. Il siclo è una mo­neta d'argento, vale uno statere oppure quattro dramme. « Certo che paga » risponde Pietro. Ma Gesù gli spiega che ha sbagliato: il re chiede le tasse ai suoi figli? No, le esige soltanto dagli estranei alla sua famiglia. Con un ra­gionamento elementare, ma efficace, Pietro viene condotto a rammentare che chi gli sta davanti è il figlio di Dio. Tuttavia, nonostante la spiegazione, il maestro av­verte il discepolo che non vuol sollevare altri motivi di scandalo per i farisei e i sadducei. Invita Pietro a gettare un'esca nel lago: prenderà un pesce, in bocca al quale troverà uno statere cioè una moneta che vale il doppio della tassa richiesta: « Prendila e dalla a costoro per me e per te». Pietro esegue l'ordine, trova il pesce e paga. Anche qui non sappiamo se fa domande, se si meraviglia oppure comincia a trovare naturali per Gesù quelli che per qual­siasi altro uomo sono episodi inspiegabili. Tutto ciò avverrebbe nell'anno 29. E’ nello stesso pe­riodo che Gesù ricorda agli amici che a Gerusalemme egli sarà arrestato e ucciso, ma risorgerà da morte il terzo giorno. Tra la fine di settembre e i primi di ottobre, a Gerusalemme si svolge la festa detta dei Tabernacoli o delle Capanne, che cade sei mesi dopo la Pasqua e quat­tro mesi dopo quella delle Sette Settimane, poi detta di Pentecoste perché cade 50 giorni dopo Pasqua. Con le fronde d'albero gli ebrei costruiscono nelle piazze e sulle terrazze piccole capanne e vi entrano a pregare: la festa dei Tabernacoli dura otto giorni e vi partecipa tutto il po­polo, il quale celebra in questo modo il viaggio degli an­tenati nel deserto. E’ anche una festa del grano e dell'uva. La gente si reca al tempio con palme, ramoscelli di mirto e di salice e un cedro. Molti spingono Gesù a recarsi a Gerusalemme: c'è chi spera di vederlo in crisi, e chi invece prevede mani­festazioni grandiose e vuole assistere alla reazione dei sa­cerdoti e dei farisei. Qualcuno vorrebbe che scoppiassero tafferugli con i romani. I discepoli sono perplessi. Quelli che conoscono le sue predizioni sperano che non vada. Gesù non si lascia prendere la mano dalla folla, preferisce ancora una volta appartarsi insieme con pochi fidati e, caso mai, puntare su Gerusalemme più tardi, comunque senza che si sappia in giro.

 

15

La città santa è la meta di Gesù, ma il viaggio è lun­go sebbene egli affronti il cammino apparentemente più breve, attraverso la Samaria. I samaritani sono tutt'altro che amici dei galilei. Se qualche volta vi è stato accolto senza animosità, con indifferenza o, addirittura, con un qualche favore, ora Gesù passa alcune traversie. A Geru­salemme, il gruppo dei pescatori del nord arriva quattro giorni dopo che le feste sono cominciate. Prima di entrare in città Gesù si ferma prudentemente una notte sul vicino monte degli Ulivi. La mattina successiva si reca al tempio sempre più animato di mercanti e di festaioli, di credenti e di sfaccendati, di dotti e di pecorai; e si installa nell'atrio esterno, quello aperto a tutti, ebrei, non ebrei, venditori, pellegrini, cambiavalute, uomini, donne. Pietro lo segue con alcuni elementi dei più sicuri. Nella confusione è me­glio proteggergli le spalle. In Palestina c'è un solo tempio, sorge sulla collina orientale di Gerusalemme. Nelle altre città e nei villaggi, oltre al Sinedrio locale, c'è la sinagoga, che è una sorta di prolungamento ideale del tempio. Nella sinagoga ci si riunisce di sabbato e nei giorni festivi; a volte anche in altri giorni della settimana, e si prega stando col viso verso il tempio, verso Gerusalemme, il cuore della Giudea. Il tempio è dunque il massimo monumento della religione e del culto amministrati dai sommi sacerdoti e dalla casta sacerdotale. Il primo tempio, quello di re Salomone, era stato distrutto nel 586 avanti Cristo dal re Nabucodo­nosor Il, che aveva deportato gli ebrei a Babilonia. Il secondo, ricostruito dopo la schiavitù babilonese, fu ab­battuto e man mano ricostruito da Erode il Grande. Nel­l'anno 70 del I secolo, dopo la rivolta degli zeloti in Giudea, verrà di nuovo distrutto, questa volta dagli eser­citi romani. I lavori di rifacimento e di ingrandimento del tem­pio sotto Erode cominciano una ventina d'anni prima della nascita di Pietro e durano alcuni decenni: più dei 46 di cui si parla negli evangeli. Sono completati, infatti, intorno al 64 ovvero negli ultimi anni della vita di Pietro. Vi par­tecipano circa diecimila operai, dei quali mille appartenenti alle classi sacerdotali. Gli operai-sacerdoti hanno l'incarico di lavorare alla demolizione e alla ricostruzione delle parti più interne ovvero del santuario dentro il quale si trova il luogo più santo, il Santo dei Santi. Il loro impiego ègiustificato appunto dal mistero che deve circondare que­sto luogo santissimo per i giudei. Nel tempio di Salomone, il Santo dei Santi custodiva l'arca dell'alleanza ed era la dimora di Jahvè, Dio. Di­strutta l'arca, il Santo dei Santi resta una camera quadrata vuota. Una pietra ricorda il punto dove si trovava l'arca. Questa camera, cieca, è accessibile soltanto al sommo sa­cerdote e soltanto un giorno all'anno, quello del Kippur o Espiazione, giorno di riposo e di digiuno assoluti. Per entrare nel Santo dei Santi bisogna passare dal Santo: una camera rettangolare in cui si trovano un altare d'oro, un candelabro d'oro a sette bracci e la tavola dei pani della Proposizione (quelli che Davide non aveva esitato a man­giare per sfamarsi, sebbene fosse proibito); e attraversare un piccolo vestibolo. Anche il tempio degli anni di Pietro è architettonica­mente costruito così. Il santuario costituisce il punto più alto del complesso edilizio. Digradando via via verso l'e­sterno vengono, nell'ordine, l'atrio dei sacerdoti, l'atrio degli israeliti, e l'atrio delle donne, oltre il quale le donne non possono procedere. Questi spazi formano l'atrio in­temo, difeso con grandi mura da quello esterno. I pagani possono frequentare solo il cortile e il porticato dell'atrio esterno: scritte incise in più lingue li avvertono del divieto di oltrepassare la soglia. Per i sacrileghi è prevista la pena di morte. All'atrio esterno possono accedere tutti. Gli scribi vi tengono scuola, la gente li sta ad ascoltare. I pagani, ma anche i non pagani, se ne servono come di centro di mer­cato e d'affari. Chi passa da Gerusalemme può fermarsi li a mangiare e dormire. Puzza e sporcizia sono inevitabili, specie durante le grandi festività in cui arrivano nella città santa migliaia di persone, si parlano decine di dialetti, si usano le monete più disparate, si comprano e vendono ca­pre e dromedari. Nella Guerra giudaica lo storico Flavio Giuseppe scri­ve che sul lato nord-occidentale dell'edificio, ma in posi­zione più elevata ovvero sulla collina di Bezetha, la più alta della città, al posto di un'antica torre, chiamata Bar­nis, il fortino, Erode ha fatto costruire la cosiddetta for­tezza Antonia. Qui si trova la guarnigione romana che ha il compito di assicurare l'ordine in città e di vigilare che, a motivo della grande concentrazione popolare in occa­sione delle feste, non scoppino tafferugli e si sviluppino focolai insurrezionali. I legionari romani vengono distri­buiti lungo tutto il porticato e montano la guardia giorno e notte, come è abitudine degli occupanti nei paesi occu­pati. Quando si reca a Gerusalemme, il procuratore roma­no della Giudea alloggia più volentieri nella fortezza An­tonia che nel palazzo di Erode. Quando Gesù, nell'autunno del 29, arriva al tempio e si siede sotto il porticato dell'atrio esterno, non fa fatica a raccogliere un crocchio di gente che ascolta e discute. E’ evidente che molti si aspettano uno spettacolo, qualche esorcismo o prodigio o vivace dibattito con i farisei e i sacerdoti. Lo scontro non manca, anzi sono scribi e farisei che lo cercano. Un gruppo di avversari dei galilei che sta conducendo un'adultera davanti al gran Sinedrio si ferma a provocarli. Secondo la legge mosaica la donna deve es­sere lapidata, ma Gesù che cosa ne pensa: si mette al passo delle vecchie leggi o vi si pone ancora una vol­ta contro? Gesù traccia nel silenzio qualche segno per terra, mentre una piccola folla attende l'esito. Poi dice: « Chi di voi è senza peccato scagli la primà pietra». La gente fa largo. Chi raccoglierà l'invito? Nel racconto degli evan­gelisti scompaiono perfino farisei e dottori della legge, nel senso che i testimoni non parlano più dei presenti. E’ probabile che i provocatori preferiscano allontanarsi. E’ pro­babile che non sappiano che cosa rispondere. Si sa con certezza che nessuno si preoccupa più di riacciuffare l'a­dultera per condurla davanti ai giudici. La donna resta sola, sia pure in mezzo al fermento generale dell'atrio esterno. Gesù nei suoi confronti non è andato contro la Legge né contro i profeti, ma, come egli stesso aveva già detto, ha fatto qualcosà di più. La sua frase completa l'una e gli altri. « Nessuno ti ha condannato? » «No.» «Nemmeno io ti condanno: va', e da questo momen­to non peccare più.» Lo sbigottimento degli avversari è l'equivalente della meraviglia dei discepoli. Presumibilmente l'ingenuo Pie­tro è tra i primi a stupirsi della risposta, anche se non si stupisce del risultato: ha camminato sull'acqua e ha pescato un pesce con una moneta in bocca. Ma, se è vero quel che avviene poi, egli deve essersi posto più volte la domanda: tutti ottengono qualcosa da Gesù, e noi? Infatti egli trova modo di domandare al maestro: « Ecco, noi ah biamo abbandonato ogni cosa e ti abbiamo seguito. Che cosa ci toccherà? ». Pietro non è il solo tra i dodici che pensi al futuro. Tra l'altro rammenta d'aver sentito che è più facile per un cammello attraversare la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, e che la salvezza è pos­sibile a Dio, ma impossibile all'uomo. Per essere povero è povero, ma perché ha lasciato famiglia, casa, barca, lavoro, commercio, amici? Che cosa ha guadagnato con quel­la sua vita di fuggiasco: solo d'essere chiamato Roccia? Le domande sue e degli altri amici sono proponibili. E Gesù stavolta non si inquieta, come ha fatto in precedenti occasioni. Risponde che chiunque avrà abbandonato la casa, la famiglia, i campi per amore del suo nome « ne riceverà il centuplo e possederà la vita eterna. E molti che sono i primi saranno gli ultimi, e parecchi che sono gli ultimi saranno i primi».

 

16

Nello scorcio finale della vita di Gesù, Pietro viene avanti sempre più spesso e sempre più spesso si allontana la sua immagine di ex pescatore. In due anni e mezzo pare che abbia acquistato nuova coscienza, certo è possessore di nuove conoscenze. A Cafarnao, sarebbe rimasto capo-barca, qui è capo di un gruppo di uomini dai venti ai tren­t'anni o poco più, quindi nel pieno del loro vigore, che, sia pure confusamente, vedono un avvenire diverso. Sono il disperato popolo della terra, maledetto dai farisei per­ché non conosce o disconosce le loro leggi. Sempre nell'ottava dei Tabernacoli, a Gerusalemme, Gesù si richiama al profeta Geremia e, davanti alla fonte di Siloe, dice: « Se qualcuno ha sete venga da me e beva»; e presso l'atrio delle donne, accanto alle lampade che ri­schiarano la sera, dice: « Io sono la luce del mondo. Chi segue me non cammina nelle tenebre, bensì avrà la luce della vita». Nessuno che non sia il rabbi arrivato dalla Galilea ha la forza di parlare così. I farisei non gli cre­dono, lo accusano. I profeti a Gerusalemme e in Palestina sono numerosi: sono visionari o truffatori o disgraziati che campano la giornata. Le guardie vorrebbero arrestare Gesù, ma ne sono impedite dalla folla e, probabilmente, dallo stesso aspetto dei discepoli. Può anche darsi che qualcuna di esse creda nelle parole di Gesù o almeno sia dubbiosa, come dicono i testimoni, e preferisca alla fin fine star lontana dal caos che nascerebbe da un tentativo di cattura. In fondo, chi assicura i soldati al servizio dei ro­mani che non sia un profeta vero anziché falso? Dei discepoli si sa pochissimo; anzi, di qualcuno non si sa niente. C'è perfino il dubbio che essi siano stati scelti con un atto concreto: si può ragionevolmente pensare ad una scelta elettiva. Hanno seguito Gesù più da vicino quelli che, appunto, lo sentivano piu vicino a loro. Pietro è emer­so, non sappiamo esattamente come, e i motivi che ci of­frono i testimoni sono piuttosto scarni. Ma il risultato è incontestabile. Gesù dà le indicazioni di carattere univer­sale, dà ordini citando Jahvè e i profeti. A Pietro tocca interpretarle e agire di conseguenza, sia pure d'accordo con gli altri undici. Le donne che li accompagnano, mogli o madri o amiche che siano, non pare abbiano voce in capitolo. Passa l'inverno tra il 29 e il 30. Gesù e il suo gruppo inquietante si muovono con circospezione, ma senza soste, nei luoghi in cui sono conosciuti. Gesù predice per la terza volta che dovrà tornare nella città santa per esservi ucciso: sarà condannato a morte dal gran Sinedrio, spiega, e sarà ilagellato e schernito dai pagani. Ripete che risor­gerà. Matteo annota le frasi del maestro. Alle parole aggiunge una notizia: « Allora i prelati e gli anziani si riunirono nell'atrio del sommo sacerdote Caifa e insieme decisero di prendere Gesù a tradimento e di ucciderlo, ma non durante le feste, per evitare disordini». Si avvicina il periodo pasquale. Mancano due giorni alla festa che ricorda l'uscita del popolo d'Israele dall'E­gitto. E’ il giorno 12 di Nizan, il mese che sta tra marzo e aprile: con il nostro calendario siamo ai primi di aprile, si è aperta la primavera. La Pasqua si festeggia la sera del 14 Nizan, ma fin dal mattino gli ebrei si cibano del pane azimo, non fermentato: ciò durerà una settimana, fino al 21, festa degli Azimi. In questi sette giorni e in quern immediatamente precedenti e seguenti, Gerusalemme èaffollatissima e agitata. Il giorno 14 gli ebrei uccidono negli atrii del tem­pio gli agneffi che verranno arrostiti e mangiati la sera stessa. ~ una carneficina. Sono migliaia, decine di migliaia, a volte centinaia di migliaia di agnelli sgozzati. Lo assicura Flavio Giuseppe. C'è sangue e ci sono visceri dappertutto, nel tempio e intorno al tempio. Se ce un po' di brezza il fetore arriva lontano Questo macello viene organizzato per turni e il sangue di ogni agnello è sparso presso l'alta­re dei sacrifia Col fetore, anche la confusione è al culmine. Gli esponenti del Sinedrio hanno cospirato per eli­minare Gesù senza che la folla intervenga a sua difesa. Giuda Iscariota viene a saperlo e a sua volta informa che è disposto a collaborare con il potere costituito. E’ dispo­sto a consegnare Gesù: non chiede garanzie, chiede de­naro. Il profeta Zaccaria aveva predetto che sarebbero state trenta monete d'argento. Caifa e i sacerdoti accetta­no il patteggiamento. Le guardie non conoscono Gesù, né sanno che luoghi frequenterà nei prossimi giorni. Per ar­restarlo di notte ci vuole un informatore sicuro. Giuda Iscariota è un uomo pentito della vita che ha fatto, ha deciso di cambiare. Verrà pagato dopo l'arresto e scom­parirà dalla Giudea. Caifa è il sommo sacerdote. Si chiama Giuseppe, ma è detto Caifa; non si sa chiaramente perché. E’ un uomo influente. Anche suo suocero, Anna, è sommo sacer­dote. La famiglia di Anna è potentissima: addirittura cin­que suoi figli saranno sommi sacerdoti del tempio. Caifa, succeduto ad Anna, è il sommo sacerdote in carica, quindi presiede di diritto il gran Sinedrio. Questa famiglia di sommi sacerdoti passati, presenti e futuri ha il peso mag­giore nelle decisioni finali riguardo alla morte di Gesù. Il giorno 8 Nizan, ovvero sei giorni prima della Pa­squa, Gesù cena a Bethania, in casa di Simone il lebbroso, e la sorella di Lazzaro, Maria, gli sparge un unguento raro sui capelli. L'incontro segreto tra Giuda e i sacerdoti av­viene nei giorni successivi, probabilmente mercoledì 13. Giovedì 14, Pietro e Giovanni domandano a Gesù dove vuole che sia preparata la cena pasquale. Gesù non ha ancora varcato le mura della città santa. Alla domanda, invita i due a entrare in Gerusalemme. Li assicura che in­contreranno un uomo con una brocca d'acqua. E’ un caso inusuale, di solito sono le donne a portare le brocche. « Se­guitelo, » dice « e dove entrerà, chiedete che vi sia mostrata la stanza dove ceneremo questa sera. » La casa è, secon­do la tradizione, quella dì Marco, il futuro evangelista e discepolo di Pietro. Giovanni, che accompagna Pietro nella ricerca della casa, raccontando l'episodio, sposta il giorno in cui esso sarebbe avvenuto. Dice che l'ultima cena è stata consumata mercoledì 13 anziché giovedì 14. Può darsi che abbia ra­gione Giovanni, può darsi che abbia ragione Matteo. Del resto, nemmeno tra i farisei c'era accordo sulle date della celebrazione della Pasqua. Pare certo, invece, che fosse giovedì. Gesù viene arrestato la notte tra giovedì e venerdì e muore crocifisso venerdì pomeriggio. E’ il giorno 15 Nizan per Matteo, il giorno 14 per Giovanni. Per Matteo è il giorno stesso della Pasqua ebraica, per Giovanni è il gior­no prima. In questo secondo caso l'ultima cena di Gesù non è la stessa che gli ebrei considerano rituale, ovvero Gesù (se ha ragione Giovanni) ha anticipato di un giorno la cena dell'agnello. A cena i discepoli discutono su chi ha maggiore au­torità e quindi ha diritto di essere più vicino al maestro. I divani sono disposti in semicerchio attorno al tavolo sul quale si trovano quattro coppe di vino, il pane azimo, l'ar­rosto, le erbe di rito. I commensali mangiano distesi con le teste verso l'interno e i piedi all'esterno. Gesù è sulla panca al centro del semicerchio; alla sua sinistra è Pietro, alla sua destra Giovanni. Subito dopo Giovanni è sdraiato Giuda. Gesù decide di lavare i piedi ai suoi uomini. Pietro protesta: « Signore, tu mi lavi i piedi? ». Gesù risponde: « Adesso non capisci, lo capirai». « Ma non mi laverai i piedi in eterno. » « Se non ti lavo, non potrai stare con me. » « Allora, signore, lavami anche le mani e la testa. » Gesù parla a tutti: « Chi si è lavato è già puro. Ha solo bisogno di lavarsi i piedi. Anche voi siete puri, ma non tutti». Che cosa vuol dire? Finita la lavanda si rimette al suo posto e spiega che anch'essi, i discepoli, dovranno fare come lui, cioè diventare servi gli uni degli altri. Poi de­nuncia un traditore. Giovanni in quel momento è il più vicino a Gesù, anzi è appoggiato a lui. Pietro interroga Giovanni: «Di chi parla? ». E Giovanni si rivolge al mae­stro. Questi risponde accennando a Giuda, ma senza no­minarlo. Gli offre del pane. Nel chiacchiericcio, Giovanni è l'unico ad accorgersene. Giuda domanda: « Sono io? ». Gesù risponde di si. Gli altri probabilmente non sen­tono né le domande né la risposta. Giuda esce di casa e si allontana nella notte. Gesù prende un pane, lo spezza e dice: « Prendete e mangiate, questo è il mio corpo». Poi prende un calice, ringrazia il Signore e distribuisce il vino. « Bevetene tutti, » dice « perché questo è il mio sangue della nuova alleanza, che sarà sparso per molti in perdono dei peccati. Vi dichiaro che non berrò più fino al giorno in cui berrò vino nuovo con voi nel regno di mio padre. » Le discussioni si fanno animate. Gesù parla con Pie­tro, con Giovanni, con Tommaso. Dopo che Giuda si èallontanato, torna su un vecchio discorso fatto ai giudei: « Come ho detto, presto andrò dove voi non potete vemre. Vi do un nuovo ordine: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. Così gli altri capiranno che siete i miei discepoli ». Aggiunge: « Non vi lascerò orfani: voi mi vedrete e io vi vedrò. Quando morirò saprete che io sono nel padre mio, e voi in me, e io in voi. Chi ha i miei coman­damenti e li custodisce, questi è colui che mi ama. Chi mi ama sarà amato da mio padre, e iò l'amerò e manife­sterò me stesso in lui». Interviene Taddeo. Poi Gesù riprende il suo discor­so pacifista, che suonerebbe male all'orecchio dei parti­giani zeloti. Non si ha notizia di interventi né di Simone Cananeo che è uno che viene dalle loro file, né di Pietro che qualcuno indica come terrorista. Sappiamo con suffi­ciente certezza che Pietro non viaggia disarmato. E’ pro­babile che i discepoli, dopo tanti sospetti, tante fughe, tanti scontri verbali e i rischi di finire nelle prigioni del Sinedrio o nella fortezza di Macheronte, non abbiano ca­pito del tutto quello che sembra un cambiamento d'indi­rizzo del loro maestro. Gesù dice: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace, ma non come il mondo ve la dà. Nel mondo avrete dolori, tuttavia fatevi coraggio: io ho vinto il mon­do. E ora andiamo». Se il maestro esorta al coraggio, vuol dire che c'è qualcosa di cui aver paura. In genere, la cena pasquale degli ebrei cominciava al tramonto e si concludeva a mez­zanotte. a quest'ora, quindi, che Pietro e gli altri di­scepoli accompagnano Gesù fuori dì casa. Il gruppo si avvia nel buio verso il monte degli Ulivi.

 

17

Il monte degli Ulivi si trova oltre le mura, dietro il tempio, e guarda la valletta del torrente Cedron. All'ini­zio del monte c'è il Gethsemani che significa « strettoia dell'olio » o « frantoio», è un uliveto. Il gruppo scende lungo un sentiero inframmezzato da scalini e dalla città alta si incammina verso il podere. Gesù avverte che quella sarà una notte di scandalo per tutti, ma che dopo morto egli li precederà in Galilea. Pietro si irrita: « Anche se si scandalizzassero tutti, io non mi scandalizzerò ». Gesù risponde: « Anche tu mi rinnegherai, stanotte stessa. Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte». Pietro e tutti gli altri protestano. C'è la luna piena. Per ogni evenienza, Pietro è armato. In un'altra parte della città, Giuda va ad avvertire i sacerdoti, che organiz­zano l'agguato. Arrivati al podere, Gesù vuole accanto a sé solo Pie­tro, Giacomo e Giovanni. Poi lascia anche costoro dicen­do: « La mia anima è triste fino alla morte: rimanete qui e state svegli con me», e si allontana per pregare. Quando torna, li scopre addormentati. Li sveglia e dice a Pietro: « Ma come, non siete ca­paci di stare svegli neanche un'ora con me! Pregate, per­ché lo spirito è pronto, ma la carne è debole». La giornata è stata pesante e carica di emozioni, è comprensibile che i pescatori di Bethsaida siano annebbiati e quindi non afferrino l'importanza del momento. Gesù si allontana di nuovo, ma al ritorno li trova ancora asso­piti. Stavolta non li disturba, e si inginocchia per la terza volta tra gli ulivi. Prega: « Padre mio, se non è possibile che questo calice sia allontanato da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». Torna definitivamente e i tre dormono ancora. Li sveglia. «E’ vicina l'ora e il figlio dell'uomo sarà dato in mano ai peccatori » dice. « Alzatevi e andiamo, chi mi tradisce è vicino. » Sta ancora parlando che arriva Giuda. E’ probabile che, essendo l'unico sveglio, Gesù sia pure l'unico che ha sentito il rumore del gruppo armato che si avvicinava. Giuda, seguito da uomini con spade e bastoni, mandati dagli anziani e dai sacerdoti, lo saluta e lo bacia. « Perché sei qui? » domanda Gesù. « Con un bacio mi tradisci? » E’ il segnale e Gesù lo sa. Si fa avanti tra gli uomini che si intravedono nel buio, tra gli alberi: « Chi cercate? ». « Gesù di Nazareth » è la risposta. « Sono io. Gli altri non c'entrano. » Mentre i discepoli sono colti di sorpresa, gli armati circondano Gesù. Pietro è il primo a riprendersi dallo stu­pore. Estrae la sua spada o il suo pugnale e si butta con­tro uno di essi. E’ Malco, un servo del sommo sacerdote. Con un colpo gli stacca l'orecchio destro. Gesù interviene nel tafferuglio. « Rimetti la spada nel fodero, » ordina « perché tutti queffi che impugneranno la spada periranno di spada. Non credi che se prego Imo padre egli mi manderà in aiuto più di dodici legioni di angeli? » Pietro, che ha assistito a numerosi prodigi, si ferma. Si può supporre che ci siano grida e confusionè, che qualcuno fugga, che Malco sia sotto choc. « Così invece dicono le Scritture, e così deve essere» dice Gesù prendendo l'orecchio del servo e riattaccando­glielo nel punto in cui è stato tagliato. Poi si rivolge ai sacerdoti e ai capi che stanno dietro gli armati: « Siete venuti con spade e bastoni, come se cercaste un ladro. Eppure di giorno sono sempre stato davanti a tutti nel tempio. La vostra ora è quella delle tenebre». Gesù viene legato e portato via. Pare che oltre ai discepoli assista alla scena finale anche un certo Giovanni detto Marco, figlio del padrone della casa dell'ultima cena. Mentre i dodici, rimasti undici, si disperdono furtivamen­te per varie strade, Marco, che ha indosso solo un len­zuolo, una sindone, segue i soldati: questi cercano di ac­ciuffarlo. Nel divincolarsi Marco perde il lenzuolo e scappa nudo nel buio. Le ore sono trascorse, la notte sta passando. Gesù viene condotto davanti ad Anna e poi a Caifa, che lo in­via al Sinedrio, di cui è presidente. Se la cronaca che ci è stata tramandata è corretta, si noti che Gesù viene portato prima da Anna, uomo potentissimo anche se non più som­mo sacerdote in carica. Sembra lui il più astuto e il più deciso: è quello che, politicamente, ha capito la necessità perentoria di eliminare il predicatore. I giudici del Sine­drio cercano testimoni che accusino l'imputato allo scopo di istruire il processo. Pietro, il quale ha seguito da lontano e nell'oscurità i movimenti del gruppo che ha catturato il rabbi, si na­sconde tra la folla. Può darsi benissimo che non ci sia una vera folla, che ci siano solo gruppetti di persone sveglie prima dell'alba. Bisogna sempre ricordare che siamo nella città santa nel pieno delle feste pasquali, e che siamo al tempio, dove di solito è maggiore la concentrazione di pel­legrini e di mercanti. Pietro si muove in silenzio. E’ legit­timo che abbia paura di essere riconosciuto da qualcuno. Sedutosi sotto l'atrio si scalda con alcuni soldati accanto a un braciere, ma viene riconosciuto da una donna che lo interpella: « Tu eri con Gesù il galileo». Risponde e la sua voce> con l'inflessione settentrio­nale, è già una denuncia. Per salvarsi, deve negare perfino l'evidenza: « Non so che cosa vuoi dire». Si alza e se ne va. Poco dopo, un'altra donna, anch'essa serva come la precedente, lo riconosce vedendolo accanto al Sinedrio, e lo addita ai giudici. « Anche questo qui » dice « è uno di quern che stavano con Gesù di Nazareth. » Pietro nega per la seconda volta: «No, non lo co­nosco nemmeno». Non riesce ad eclissarsi. La gente intorno è sospet­tosa, e ne ha del resto tutti i motivi. I curiosi lo circon­dano, lo scrutano, gli si stringono vicino. Si difende, ri­pete che non sa nulla. Potrebbe forse scappare facendosi largo con il pugnale, ma sappiamo che resta chiuso in trappola. « Parla come uno della Galilea, » insistono « è uno della banda.» Pietro impreca e spergiura che non conosce l'impu­tato. Si sente il canto di un gallo. Si può immaginare che tra le bestie in vendita sotto gli atrii esterni del tempio e tra la polvere delle strade razzolino animali da cortile; oppure il grido viene dagli orti oltre le mura. Pietro ram­menta che Gesù lo aveva avvertito. Riesce a liberarsi dalla folla, ad allontanarsi precipitosamente dal tempio e va a piangere lontano. Arriva intanto l'ora dell'apertura dei processi. Se i sacerdoti, gli anziani, gli scribi, i capi farisei e sadducei cercano testimoni per l'accusa, è evidente che Giuda Isca­nota non basta. Anzi, Giuda per qualche ora preferisce stare nascosto. Ha ricevuto il denaro stabilito per la de­nuncia e, a differenza di Pietro, non ha problemi di inflessione di voce. Tra tanta confusa e maleodorante uma­nità è praticamente irriconoscibile. Si fanno avanti due testimoni: « Costui ha detto che può distruggere il tempio di Jahvè e riedificarlo in tre giorni». «E’ vero? » domanda Caifa all'imputato. Gesù non risponde. Caifa insiste: « Ti ordino per il Dio vivo di dirci se sei il messia, il figlio di Dio». Gesù risponde: « Si. Anzi, io vi dico che d'ora in­nanzi vedrete il figlio dell'uomo seduto alla destra del­l'Onnipotente venire sulle nuvole del cielo». Caifa mostra di stracciarsi le vesti, come di fronte a un sacrilegio. Per lui, infatti, è sacrilegio. « Ha bestem­miato » dice ai giudici e al popolo: « che bisogno abbiamo di altri testimoni? Avete sentito la sua bestemmia: che cosa dite?» I giudici rispondono: « reo di morte». L'unico che dissente, e la legge infatti non permet­terebbe una condanna all'unanimità, è Giuseppe d'Ari­matea, membro del Sinedrio, ma simpatizzante di Gesù. Per i sacerdoti, la sentenza è definitiva. Praticamente lasciato in balia degli avversari, Gesù viene malmenato e schernito. Le guardie gli fanno scherzi da caserma: lo picchiano alle spalle e gli domandano di indovinare chi è stato. Non si ha notizia di interventi umanitari da parte dei sacerdoti. E’ probabile che temano, intervenendo, di apparire incerti nell'amministrazione della giustizia oppure che non intervengano di proposito: Gesù è un istigatore, uno zelota, un sicario, un capobanda, un terrorista, un nemico della religione dei padri, un creatore di disordini, un uomo che può rendere difficili i rapporti tra giudei e romani, tra occupati e occupanti, tra le classi che hanno trovato cospicui vantaggi collaborando con l'invasore e l'invasore stesso. Se così stanno le cose, non ha senso mostrare clemenza. Non si sa quanti dei dodici assistano alla scena. Pie­tro si è allontanato per paura di fare la stessa fine. Giuda scompare subito dopo la sentenza. Mentre Gesù viene condotto dal procuratore Ponzio Pilato, che trattandosi di sentenza capitale deve dire la sua parola, Giuda torna dai capi del Sinedrio dai quali aveva ricevuto il denaro. Appare confuso: «Ho denunciato un innocente» spiega. Ma è tardi. Butta via il denaro e scappa. I giudici fanno raccogliere la borsa e decidono che quei soldi non possono restare nel tempio: serviranno ad acquistare il campo del vasaio per farne un cimitero per i forestieri. Quel campo verrà poi chiamato Haceldama, che significa « campo dì sangue». Liberatosi del denaro, Giuda di Qerijjoth, l'ammini­stratore della banda Gesù, lascia la città e si impicca a un albero fuori delle mura. Per i farisei e i romani, che non avevano certo smesso di vedere in lui uno zelota, è un estremista di meno. Ma, probabilmente, questi episodi non giungono neanche all'orecchio dei romani, e se vi giungono, giustamente dal loro punto di vista, li ritengono secondari.

 

18

Ponzio Pilato si trova in quei giorni a Gerusalemme. Vi abita sempre in occasione delle feste, per controllare di persona la situazione. Vive tra i suoi soldati nella for­tezza Antonia. Il procuratore romano della Giudea è co­mandante militare, capo amministrativo e giudice senza appello per i non romani, anche se dipende dal legato di Siria, Lucio Vitellio, che a sua volta riferisce all'imperatore, a Roma. Ponzio Pilato non può soffrire gli ebrei: forse pro­prio per questo l'imperatore Tiberio lo ha scelto per l'in­carico in Giudea. Viene descritto come uomo scontroso, ostinato, violento, ma non ha grande abilità politica. E’ noto che, dopo aver fatto innalzare a Gerusalemme i ves­silli romani, li aveva fatti togliere perché i giudei si erano detti disposti a farsi tagliare la testa piuttosto che vedere la città santa profanata da insegne pagane. Più volte Pilato si scontra con i capi giudei, altrettante volte scoppiano tu­multi e si levano minacciose proteste. In conclusione, il sommo sacerdote ha bisogno del procuratore romano, ma anche il procuratore ha bisogno del sommo sacerdote. Per­fino le leggi sono state modificate in questo senso: ecco perché, dopo la pronuncia della condanna a morte nel tempio, Gesù viene indirizzato al procuratore romano per la ratifica della sentenza. Lo circondano soldati e folla e quasi tutti i membri del Sinedrio che l'ha giudicato. Agli occhi dei romani, Gesù viene presentato come terrorista, ideologo della ri­volta contro l'autorità, agitatore politico oltre che reli­gioso. Non viene descritto come ladro né assassino, perché non c e motivo. Né, tantomeno, come uno dei vari profeti che circolano liberamente in Palestina: non si compren­derebbe una condanna a morte. Ha invece una precisa lo­gica presentarlo come sovvertitore e come minaccia per gli stessi romani: dice che può distruggere il tempio, che ha l'autorità del figlio di Dio, che a Cesare va dato solo quello che è di Cesare e nient'altro. Nella parte opposta della città sorge il palazzo del tetrarca: anche Erode Antipa si trova a Gerusalemme. Cer­tamente, viene avvertito di quanto accade nel tempio, sulla piazza e nella fortezza Antonia. Gli informatori sono un'i­stituzione antica. Pilato apre il tribunale nel cortile della fortezza, la­stricato alla maniera romana. Ma, prima, domanda: « Che accuse ci sono contro quest'uomo? ». La risposta è debole e arrogante: « Se non fosse un malfattore non te lo avremmo portato. Turba la nostra nazione, impedisce di dare tributi a Cesare, dice di essere messia e re». Pilato fa condurre Gesù nel pretorio, fuori della portata dei giudei, e lo interroga di persona: « Tu sei il re dei giudei? ». Se è posta così, come ci è stata tramandata, la do­manda è infantile. Denuncia l'ignoranza di Ponzio Pilato: non conosce il popolo ebreo, non ha la minima conoscenza della sua storia, della sua religione, dei suoi costumi. « Sei tu che lo vuoi sapere o te l'hanno domandato altri? » domanda a sua volta Gesù. Io non sono giudeo, risponde Pilato. Sono affari vo­stri: sei o non sei il re? Voglio la verità. Senti quante sono le accuse? Non rispondi? Gesù non risponde. Di fronte a questo comportamento e alle insistenze dei sa­cerdoti, Pilato decide di lasciar giudicare il caso a Ero­de Antipa. Gesù però non parla nemmeno con Antipa, che alla fine lo fa coprire con una veste scarlatta, a scopo di scher­no, e lo rinvia a Pilato. A questo punto si dice che la mo­glie di Pilato faccia sapere al marito di star lontano da questa vicenda perché ha fatto cattivi sogni. Pilato an­nuncia alla folla che castigherà Gesù, ma poi lo lascerà libero, modificando così la sentenza del Sinedrio. La folla si oppone e Pilato, che per la Pasqua sa di dover liberare un carcerato scelto dal popolo, fa ancora una volta marcia indietro e offre il mercanteamento: Gesù o Barabba? Barabba è un tagliaborse, un rapinatore. Dopo un'esita­zione, la folla chiede che sia liberato Barabba e sia cro­cifisso Gesù. Da uomo che vuol essere al di sopra delle parti e da marito che teme i presentimenti funesti della moglie, Pon­zio Pilato si fa portare un recipiente d'acqua e si lava pubblicamente le mani, con un gesto liberatorio. Dice che, per lui, l'imputato è innocente, ma lascia il caso alla com­petenza dei giudei. « Noi abbiamo una legge » ribattono costoro « e se­condo la legge Gesù deve morire perché bestemmia di­chiarandosi figlio di Dio. » Ponzio Pilato viene minac­ciato, e non troppo velatamente: se lascia andare Gesù vuol dire che egli è anche nemico di Cesare. Gesù, flagel­lato e sanguinante, viene presentato alla folla. E’ quasi mezzogiorno. Può essere un pietoso tentativo di commuo­vere i piu agitati. Non serve. Gesù viene avviato al sup­plizio con una croce romana sulle spalle. La crocifissione è una pena crudele, che un tempo i romani destinavano agli schiavi. Questo estremo ludi­brio viene scelto per la morte di Gesù. Per le bestemmie, la pena capitale in uso in Palestina è, infatti, la lapida­zione. Su una tavoletta Pilato fa incidere il motivo per cui Gesù viene condannato: « Gesù re dei giudei», poi in corteo, con la scorta di soldati della guarnigione, Gesù e due ladri, che subiscono la sua stessa fine, vengono incam­minati fuori della città, su un'altura chiamata Gulgoleth o Golgota cioè Teschio. I romani lo traducevano in Calvario: assomiglia al cranio di una persona calva. E Pietro dov'è? Dov'è la Roccia? In queste ore non sappiamo dove sia. Si possono solo fare delle congetture. Sappiamo che Giuda va ad uccidersi, che Giovanni segue il penoso corteo con le donne, ma non conosciamo le mosse degli altri discepoli, anche se le possiamo immaginare con una certa verosimiglianza. I discepoli non sono lontani, ma stanno nascosti. Ad aiutare Gesù nell'ultimo viaggio si sono aggiunte alcune donne. Testimoni affermano che vi è anche sua madre, Maria, donna già oltre la cinquan­tina. Viene obbligato anche un tale Simone, pellegrino di Cirene. Sulla croce, Gesù agonizza. I soldati al servizio dei romani giocano ai dadi le sue vesti: la tunica e il man­tello, gli abiti usuali degli ebrei. Molti odono l'approssi­marsi di un temporale con lampi e rumori di tuono. Qual­cuno pensa a un terremoto. Gesù si lamenta: « Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». Muore verso le 3 del po­meriggio di venerdì. Da lontano assistono alla tragedia Giovanni e alcune donne: la madre, Maria Maddalena, Salome moglie di Zebedeo e madre di Giacomo e Giovanni, Maria di Cleofa madre di Giacomo il minore e zia di Gesù. Per legge la salma va seppellita prima del tramonto e gli esponenti del Sinedrio chiedono a Ponzio Pilato di mandare alcune guardie a custodire il sepolcro per timore che venga trafugata dai discepoli. Giuseppe d'Arimatea chiede a sua volta di poter avere il corpo per la sepoltura. Entrambe le istanze sono accolte dal procuratore. Di na­scosto arriva anche Nicodemo, il quale porta balsami per il cadavere. Alle 6 del pomeriggio, Gesù è già stato schio­dato dalla croce e deposto nella grotta-sepolcro. Maria Maddalena e Maria di Cleof a preparano gli aromi, perché il giorno successivo, sabbato, nessuno può fare nulla. Gio­vanni accompagna a casa la madre di Gesù, con la quale vivrà d'ora in poi. Nessun altro discepolo è presente. Do­menica, dicono i testimoni, Gesù risorge. Non si sa dove sia acquattato Pietro. E’ nascosto in città o appena fuori le mura, ma certamente è in contatto con gli amici più fidati. Ora che il tradimento ha colpito il vertice, lo smarrimento iniziale è inevitabile. Per ven­tiquattro ore non sappiamo niente di lui. E’ stato o non è stato al sepolcro dopo che Gesù vi era stato seppellito? Sapeva dove si era recato Giovanni? Sapeva che le guardie romane davanti alla grotta erano state mandate su richie­sta dei sacerdoti? Riteneva di potersi fidare di figure come Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea o nutriva dubbi? Che cosa aveva fatto e con chi era stato la notte prima che le donne scoprissero che il sepolcro di Gesù era vuoto? Si sa che le donne scoprono il sepolcro vuoto> e un uomo le avverte che Gesu se ne e andato. E’ risorto: que­sta è la voce che si divulga immediatamente. Corrono ad avvertire i discepoli, e così ha la notizia della scomparsa del corpo del figlio anche Maria, la madre. Pietro si reca alla grotta insieme con Giovanni. Si rende o non si rende conto di essere il sostituto del maestro? Morto Gesù, da tutto quanto è accaduto negli ultimi due anni e mezzo, egli appare come il personaggio cui il gruppo deve fare riferimento. Arriva al sepolcro e vede che il masso che fungeva da porta è spostato. Nemmeno il centurione che coman­dava le guardie sa che cosa è accaduto. Giovanni si affaccia all'ingresso, ma Pietro è il primo ad entrare. Vede le bende a terra, il sudano che proteggeva il cadavere è arrotolato in un angolo. Giovanni gli va dietro: la grotta è effetti­vamente vuota. Per prudenza, i due si allontanano in fretta e tornano a confondersi con gli abitanti di Gerusalemme.

 

A questo punto del racconto, Matteo sentì in pieno il peso della stanchezza. Parlare tanto a lungo lo affaticava; gli ascoltatori non perdevano una parola. Così egli con­cluse: «Mentre le donne correvano, alcune delle guardie si recarono a Gerusalemme ad annunciare ai sacerdoti ciò che era accaduto. Costoro riunirono gli anziani e, dopo aver tenuto consiglio, pagarono i soldati affinché dicessero che la salma di Gesù era stata trafugata nottetempo dai discepoli. I soldati accettarono. Quanto ai discepoli, anda­rono in Galilea, sul monte indicato loro da Gesù. Veden­dolo, l'adorarono. Ma qualcuno dubitava. Gesù, avvici­cinandosi, parlò loro così: «Ogni potere è stato dato a me in cielo e in terra. Andate, dunque, ammaestrate tutte le genti battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare quanto vi ho comandato. Ecco, io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo»».

 

 

II.

DA GERUSALEMME A ROMA

Dalla crocifissione di Gesù alla crocifissione di Pietro

(circa30-65 dopo Cristo)

 

Matteo considerò concluso il suo racconto e non volle aggiungere altro. Più o meno nello stesso periodo lo pub­blicò quel Giovanni, detto Marco, che aveva assistito al duello di Pietro e alla cattura di Gesù. Marco, infatti, era stato battezzato da Pietro ed era divenuto suo allievo; scris­se il racconto in greco. Tra il 60 e il 63 lo scrisse Luca. Da trent'anni i seguaci di Gesù andavano moltiplicandosi lun­go tutte le coste del Mediterraneo. La parola ebraica «messia» era stata tradotta col greco «cristo», e «cri­stiani» erano stati chiamati i seguaci della nuova religione. Luca nacque ad Antiochia, in Siria, e studiò a Tarso. Era esperto in medicina e guarigioni. Conobbe l'apostolo Paolo, fu battezzato e divenne suo allievo. Conobbe an­che Pietro. Dopo il primo racconto pensò di scriverne il seguito e, nel 64, lo indirizzò al suo amico Teofilo comin­ciando così: «Caro Teofilo, ti ho già raccontato la vita di Gesù e tutto quello che egli ha insegnato e fatto con i suoi discepoli, ora ti narrerò dell'altro: quello che hanno fatto i discepoli dopo la crocifissione di Gesù». Scelse accuratamente le testimonianze e scartò quel­le che gli parevano improbabili, mostrandosi cronista ec­cellente. Seguì fin dove possibile l'ordine cronologico, ma pare non sia riuscito a completare il lavoro. Se vi riuscì, molte pagine sono andate perdute. Si conoscono solo gli atti principali di alcuni personaggi come Pietro, Paolo, Stefano, Filippo, Barnaba, Giacomo e altri minori. Di Teo­filo, oltre al nome, la storia non ha mai saputo nient'altro. Di Paolo sono rimaste lunghe lettere. Di Pietro due lettere d'incerta paternità. Di alcuni apostoli solo poche righe o leggende. Verso la fine del primo secolo, scrisse le sue memorie Giovanni, il più giovane dei pescatori di Bethsaida, colui al quale Gesù aveva affidato sua madre. Ormai novan­tenne, Giovanni si trovava a Efeso, centinaia di chilome­tri a nord della sua terra natale. Carico d'anni e d'espe­rienza, vedeva il suo passato giovanile con occhio distac­cato. Anche lui aveva alcune cose da dire su Pietro.

 

1

Dopo la morte di Gesù e la scomparsa del suo cada­vere, Pietro si trova alla guida di un gruppo di sbandati, i quali hanno bisogno di raccogliersi per decidere la loro sorte. Anzi, sulle prime, Pietro resta come punto di rife­rimento unicamente perché è il capobarca. Infatti, se ne torna a casa, a Cafarnao, per riprendere il suo lavoro. Vi torna con il fratello Andrea, alcuni amici e, presumibil­mente, la moglie, la figlia e altre donne del seguito di Gesù. Maria va ad abitare con i pescatori Giovanni e Gia­como. Di suo marito Giuseppe si sono perdute notizie da tempo: può anche darsi che sia già morto. Pietro deve lavorare per vivere. Siamo nell'anno 30. L'esperienza nomade dei galilei è stata importante: quasi tre anni in cammino per la Palestina, a volte in re­gioni ostili, a cercare amicizie, parlare a pastori e conta­dini, diffondere tra l'ignorante « popolo della terra » le nuove idee di Gesù, difenderlo dai capi farisei e dai sad­ducei, evitare gli scontri con gli erodiani e i romani e nascondersi in montagna nei giorni di pericolo, non si possono dimenticare tanto facilmente. La vita di Pietro èstata rivoluzionata, come quella dei suoi amici e delle loro famiglie. E non solo la loro, anche quella di Caifa e di Ponzio Pilato, per esempio. Gesù è stato condannato dai giudei come nemico re­ligioso, ma sotto sotto i capi del Sinedrio temevano che un'eventuale rivolta provocasse l'intervento romano limi­tando di fatto il loro potere. Caifa aveva detto apertamente che era meglio sacrificare un uomo invece che tutto il popolo. Dai romani la condanna è stata pronunciata come atto politico contro il « re dei giudei». Per Roma, Gesù è un nemico politico. Per Roma e per Gerusalemme, è un fomentatore di disordini. E’ logico che Pietro preferisca stare lontano dalla ca­pitale della Giudea dove più rapido sarebbe l'intervento del Sinedrio e dell'esercito. Se prelati e ricchi possidenti e mercanti, farisei, sadducei, scribi, si sono serviti del potere militare degli occupanti per far fuori Gesù, niente impedirebbe loro di farvi ricorso per arrestare, proces­sare ed eliminare anche fisicamente il suo stato maggiore. La prima testa a cadere sarebbe quella di Pietro. Al suo paese, invece, Pietro è sicuro: galileo tra i galilei, gli è facile mimetizzarsi, trovare rifugio in case compiacen­ti, attraversare il confine fuggendo in barca sul lago di Genezareth. Gli eventi precipitano. Dopo la morte di Erode I, che aveva costruito il paese e l'aveva tenuto con mano salda, dispensando denaro e terrore, i suoi eredi si sono dimo­strati quasi del tutto inefficienti, anche come sovrani dì aree molto limitate. Vuoi per motivi religiosi, vuoi per motivi economici, il popolo palestinese si aspetta qualco­s'altro. La magnificenza delle nuove città e cittadine, rin­novate o parzialmente ricostruite soprattutto in onore de­gli imperatori romani, ma sempre con l'occhio alla cultura ellenistica, come Gerusalemme, le due Cesarea, Tiberiade al posto di Genezareth, Sebaste al posto di Samaria, stuz­zica i desideri, aumenta gli appetiti, sveglia gli interessi, e apre gli occhi verso un nuovo mondo. I pescatori di Bethsaida che, accanto ai tuguri simili ai loro, vedono i palazzi di Antipa, dei sommi sacerdoti, del procuratore romano a Gerusalemme, non possono re­stare insensibili. Le parole di Gesù sono state parole di pace, raramente essi hanno usato coltelli e pugnali, pre­ferendo colpire con la parola ed eclissarsi, secondo una tecnica che ha dato frutti notevolissimi, ma ricordano bene che egli parlava di giustizia sia nel regno dei cieli sia sulla terra. Altrimenti perché avrebbe guarito i ciechi, i sordi, gli storpi e dato vita ai morti e predicato tra i contadini della Galilea: solo perché continuassero ad essere servi? Il fermento c'è.

 

2

Sono giorni e settimane obiettivamente difficili. Pie­tro se ne rende conto. Molte sono le voci. Si dice in giro che il cadavere di Gesù è stato trafugato e nascosto per far credere ad un uso strumentale da parte dei suoi disce­poli. D'altra parte, c'è chi afferma di avere visto il mae­stro a oriente e chi a occidente. Ecco perché è norma prudenziale per i galilei restare in contatto tra loro, ma mostrarsi poco all'estE’ erno. Ad uscire sono soprattutto le donne, esse tengono i collegamenti e portano le informa­zioni. Dal racconto dei testimoni tutto ciò appare con grande chiarezza. Gesù è spirato venerdì ed è risorto domenica, giorno della Pasqua ebraica, 16 oppure 17 del mese di Nizan, a seconda delle date prospettate da Giovanni o da Matteo. Col calendario attuale saremmo nella prima decade di aprile. Gli avvenimenti che seguono la crocifissione si svol­gono a Gerusalemme e in Galilea in piena primavera. Il lunedì, le donne che per prime hanno scoperto il sepolcro vuoto sostengono d'essere state avvertite da un angelo e che Gesù aspetta i compagni in Galilea, là dove ha costituito il suo primo gruppo. Le donne parlano di un angelo, così dicono i testimoni. La storia non entra nel merito. C'è un solo fatto certo: che il corpo del crocifisso è scomparso. L'ha fatto spa­rire il Sinedrio per incolpare i discepoli? L'hanno fatto sparire i discepoli per affermare la sua risurrezione e ac­creditare la divinità del loro maestro? E’ difficile che siano stati i romani i quali non credevano molto al personaggio, tanto che non si volevano nemmeno scomodare a condan­narlo; ma se sono stati loro possono averlo fatto per evi­tare assembramenti incontrollabili davanti alla grotta. Maria Maddalena sostiene di aver rivisto Gesù e, an­zi, di avergli parlato. Prima lo ha scambiato, afferma, per un uomo che lavorava l'orto intorno alla grotta di Giu­seppe d'Arimatea, poi si è sentita chiamare per nome e m quel momento l'ha riconosciuto. I discepoli maschi sono scettici, non ci credono, sebbene ormai molti di loro si siano recati nel giardino sul Golgota e abbiano costatato con i loro occhi che il sepolcro è vuoto e non c’è traccia del defunto. Pietro e Giovanni, dopo aver preso atto della realtà, si allontanano dalla grotta che per loro non ha più nes­suna importanza. Ma dove vanno? Non certo a mettersi nelle mani dei capi farisei, rivelatisi nemici mortali. Ci sono due versioni: che si rechino presso amici a Gerusa­lemme, e in questo caso si incontrerebbero con loro nella casa dell'ultima cena con Gesù, oppure che lascino la città ostile e prendano la strada di Emmaus. Emmaus, oggi chiamata El Qubeibeh, si trova a circa undici chilometri dalla capitale. Due pellegrini raccontano d'aver incontrato Gesù su questa strada. Come è avvenuto a Maria Maddalena, da principio essi non lo riconoscono. Lungo la strada espri­mono la loro tristezza per la morte del maestro che, so­stengono, avrebbe dovuto ripresentarsi per guidarli alla liberazione della Palestina. Se i due non riconoscono Gesù, anche se ne conoscono le idee, sembra chiaro che non possano essere Pietro e Giovanni: sono probabilinente simpatizzanti, ne hanno sentito parlare, sanno chi era, ma non l'hanno mai visto in faccia. Raccontano ciò che sanno del processo e quanto è avvenuto quella mattina. « O tardi di cuore, » li investe lo sconosciuto « scioc­chi che non credete a quello che hanno previsto i profeti. Ma il messia non doveva patire appunto tutte le cose che voi avete appena descritto e così entrare nella gloria?» Poi interpreta i passi degli antichi a partire da Mosè per dimostrare di aver ragione. Arrivati al villaggio, i tre si recano insieme a man­giare e lo sconosciuto ripete a tavola i gesti dell'ultima cena: prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo divide con loro. A questo punto gli altri due capiscono di non essere di fronte a un pellegrino qualsiasi, ma lo sconosciu­to se ne va. Essi pensano che sia Gesù. E’ il tramonto. Luca dice che « spari ai loro sguardi. Senza metter tempo in mezzo, i due si alzarono da tavola, tornarono a Gerusalem­me e trovarono gli undici discepoli e gli altri che erano con loro, i quali dissero che Gesù era veramente risorto: lo aveva visto anche Simone. Ed essi pure raccontarono ciò che era avvenuto per la via, e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane». Pietro, poiché si parla di undici discepoli, è dunque nel cenacolo. Ma qui non si dice con chiarezza se il Simone che ha visto Gesù è lui o un altro. Simone lo zelota, per esempio. Abbiamo tuttavia la conferma che Pietro non era sulla strada di Emmaus e che i due pellegrini non fanno parte degli intimi di Gesù, nonostante resti il dub­bio: come fanno a conoscere l'eucaristia se non hanno as­sistito alla cena del giovedì sera? Forse l'episodio è stato raccontato dai discepoli e si è divulgato rapidamente tra i simpatizzanti. Molti si dichiaravano discepoli di Gesù quand'era in vita e lo seguivano nei suoi spostamenti o correvano ad ascoltarlo. Ora che è morto, nonostante la paura, si allarga il numero di coloro che sostengono d'averlo conosciuto. un fenomeno psicologico naturale: dopo le ore della tragedia, tutti vogliono averne conosciuto il protagonista per diventare protagonisti essi stessi. Pare comunque che i testimoni facciano almeno un errore di calcolo. I disce­poli intimi di Gesù presenti nel cenacolo nelle ore suc­cessive all'esecuzione non possono essere più di dieci: oltre a Giuda Iscariota, già morto, manca infatti Tommaso. Avremo più tardi la conferma della sua assenza. Mentre il gruppo discute sui casi Emmaus-Simone, a quanto dicono ancora i testimoni, arriva Gesù. C'è chi si spaventa: è un uomo vivo o che altro? Il nuovo arrivato li invita a toccarlo, domanda se hanno da mangiare. C'è un po' di pesce arrostito. Si mette a mangiare e conversa con i presenti citando Mosè e i profeti. In questo periodo Mosè e i profeti vengono ricordati parecchie volte. « Così era scritto, » dice « che il messia dovesse sof­frire e il terzo giorno risuscitare dai morti, e nel suo nome si dovessero predicare la penitenza e la remissione dei pec­cati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Ora voi siete testimoni di queste cose. Ed ecco io invio a voi ciò che è stato promesso da mio padre, voi quindi rima­nete in città finché non sarete investiti dall'alto. » Escono tutti insieme e si dirigono verso Bethania, il paese di Lazzaro. A un certo punto, l'individuo ritenuto Gesù si ferma, li benedice e li lascia. Come li lasci non è detto. In questi casi i testimoni sostengono sempre che scompare. Pietro torna in città con i suoi compagni. Nel suo racconto, Luca spiega che tutti erano felici e, una volta a Gerusalemme, « stavano di continuo nel tempio a lodare e benedire Dio». invece altamente improbabile che Pietro si rechi subito nel tempio a pregare e benedire Dio pubblicamente. Il suo Dio, infatti, non è più quello dei giudei. C'è stata una svolta fondamentale. Altrimenti, perché Gesù sarebbe stato crocifisso? La nozione temporale di Luca, che in po­che righe riassume avvenimenti di mesi e di anni, è cer­tamente diversa da quella del lettore moderno. Dopo la crocifissione e la scomparsa del corpo di Gesù sarebbe troppo rischioso per i discepoli presentarsi tra i loro ne­mici. I sacerdoti e gli scribi avrebbero buon gioco a consi­derarli sacrileghi e a farli arrestare dalle guardie del tempio. I seguaci di Gesù sono ancora troppo pochi e isolati per poter affrontare una simile sfida temeraria. Fino a pochi giorni addietro essi hanno avuto contro anche una parte del popolo di Gerusalemme: davanti a Pilato è stato salvato il bandito Barabba, non Gesù. E Pietro, quan­do è stato individuato come galileo e sospettato di con­nivenza con il condannato, ha preferito negare tutto ed eclissarsi. Significa che temeva per la propria incolumità. Il capo pescatore è in una situazione difficile e, al momento, la sua figura risulta appannata. Se si esclude quell'esclamazione nel cenacolo: « Gesù è apparso a Si­mone », egli è confuso tra la folla di uomini e donne chia­ramente senza direttive. Non si sa con esattezza quando sia avvenuta l'apparizione nel cenacolo e la successiva scomparsa dell'uomo chiamato Gesù sulla strada per Be­thania: se nelle ventiquattro ore successive alla scoperta del sepolcro vuoto oppure, poco o tanto, più tardi. Ciò non importa. Di là dall'apparenza, però, in quei giorni di ag­guati e di tradimenti, di dolore e di morti, di scontri a sangue e sentenze capitali, Pietro ha modo di farsi notare nel bene e nel male. Si comporta con virtù e difetti umani: è presso Gesù a pregare, lo difende al momento della cat­tura, gli protesta la sua fedeltà, ma anche si addormenta più volte nell'ora del pericolo, è violento e, per paura, ne tradisce tre volte l'esempio. Si ricorderà tuttavia che all'inizio della loro avven­tura palestinese, prima ancora che imparassero a predicare, Gesù aveva dato alcune norme di condotta ai suoi uomini, sollecitandoli a pensare anzitutto alla salvezza immediata, in caso di pericolo, poiché la giustizia sarebbe venuta in un secondo momento. Pietro quindi non tradisce Gesù, secondo il concetto comune di tradimento, ma segue in concreto le regole prudenziali di chi è ricercato. Che poi pianga la perdita dell'amico e maestro è naturale, ma l'e­pisodio non ci obbliga a considerare le lacrime dell'addio come conferma di un tradimento ideale. Dopo la crocifis­sione, Pietro torna ad essere uno fra i tanti e la sua para­bola sembra esaurita con la morte del maestro.

 

3

Nel suo racconto, l'evangelista Giovanni dà un taglio diverso al finale. Egli scrive che Gesù, una volta apparso nel cenacolo, oltre a salutare i presenti, dice: « Come il padre ha inviato me, così io mando voi», e poi, soffiando su di loro, aggiunge: « Ricevete lo Spirito santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi li riterrete sa­ranno ritenuti». All'incontro manca Tommaso, il quale non crede a ciò che ripetono i suoi amici. Vuole anche lui toccare con mano. Otto giorni dopo, Gesù si ripresenta nel cenacolo e stavolta Tommaso vede e tocca. Successivamente, i disce­poli sosterranno di essere stati testimoni di altri prodigi di Gesù, dopo la crocifissione, ma non specificano quali. Non è rimasta traccia scritta. Pietro lascia Gerusalemme. Torna sul lago. Gesù, in­fatti, gli ha dato appuntamento in Galilea. Gliel'aveva detto quand'era ancora vivo, di tornare in Gafflea se egli fosse stato ucciso. Con Pietro e con le donne ci sono sicu­ramente Giovanni e Giacomo di Zebedeo, Tommaso, e Bartolomeo, l'ingenuo giovanotto di Cana. Secondo quan­to riferisce Giovanni, una sera Pietro li avverte che va a pescare. Che un pescatore peschi è logico, ma l'episo­dio è particolare. « Veniamo anche noi » dicono gli amici di Pietro. Montano sulle barche, ma la notte non è propizia. Giunti a riva all'alba, si presenta loro un uomo. « Avete qualcosa da mangiare, ragazzi? » domanda. «No» rispondono. « Buttate la rete sulla destra della barca » dice l'uo­mo « e prenderete del pesce. » Dev'essere una giornata afosa. Pietro è completamen­te nudo, e può darsi che lo siano anche gli altri. Accetta il suggerimento, si allontana di un centinaio di metri dalla riva, getta le reti e, con i compagni, le ritira pesantissime. Alla vista del risultato, Giovanni si volta verso la sponda ed esclama: « Dev'essere il maestro». Pietro si copre con la tunica e salta dalla barca per arrivare più rapidamente a terra. L'acqua è evidentemente molto bassa. Lo sconosciuto, intanto, ha acceso il fuoco. « Portate qualcuno dei pesci che avete preso » dice. Pietro risale sulla barca, prende la rete e la trasporta a riva. Si contano 153 pesci di grosse dimensioni. Lo sco­nosciuto ne mette alcuni sul fuoco. « Venite e mangiate » dice. Nessuno ha il coraggio di domandargli: «Ma tu chi sei? ». Si sono gia convinti che è Gesù. L'uomo distribui­sce pani e pesci e tutti mangiano. Nel riferire la sua testimonianza, Giovanni, che era tra quei pescatori, calcola che quella è la terza volta che Gesù si è presentato ai discepoli dopo morto. Le prime due volte sono evidentemente quelle nel cenacolo, con e senza Tommaso. Tralascia l'apparizione sulla strada di Em­maus, per cui è probabile, se non l'ha dimenticata, che la ritenga inattendibile o faccia una distinzione tra discepoli intimi e meno intimi, e sembra cancellare le apparizioni alle donne e al non meglio identificato Simone. Sono tutte ipotesi: duemila anni hanno messo molta polvere sui ri­cordi di un uomo di novant'anni. Si possono aggiungere alcune parole. Se i resoconti sono fedeli, la dimenticanza delle donne è comprensibile, tanto scarsa è la considerazione di cui godono le donne nella società palestinese. Nel gruppo dei galilei hanno incarichi utili, ma modesti. Se si eccettua Maria, la madre di Gesù, nessun a è in primo piano. Nessuna partecipa atti­vamente alla predicazione. E anche nei riguardi di Maria c’è materia per discutere: si sposa che è già incinta, pare non preoccuparsi molto del marito, viene abbandonata dal figlio e, quando lei lo segue ugualmente, egli la tratta come una sconosciuta fino al momento che precede l'ago-ma. Delle donne della famiglia di Pietro viene ricordata appena la suocera, e in pratica soltanto per far risaltare l'azione guaritrice del maestro nel villaggio di Cafarnao. Sulla riva del lago di Genezareth, una mattina pri­maverile dell'anno 30, forse ancora nel mese di Nizan, forse nel successivo mese di Ijjar, Otto uomini barbuti e sudati mangiano pane e pesci arrostiti. Uno di essi è rite­nuto Gesù redivivo. Rompendo il silenzio, costui sottopone Pietro a una stretta serie di domande. E’ da questo punto, non prima, che il capobarca recupera il posto eminente che gli era stato assegnato presso Cesarea di Filippo, quan­do era stato definito una roccia. L'aver rinnegato il mae­stro o, se si preferisce, l'essere scappato mentre questi veniva avviato al patibolo gli è costato caro. « Simone, mi ami più degli altri? » domanda l'uomo ritenuto Gesù. « Si, signore, tu sai che ti amo » risponde Pietro. La risposta implica un tacito, ma definitivo, riconoscimento del maestro nella figura dello sconosciuto. « Pascola i miei agnelli » conclude l'altro. Non è finita. Lo sconosciuto insiste, come se si trat­tasse di un interrogatorio. «Simone, mi ami?» « Si, signore, lo sai che ti amo. » « Pascola le mie pecore. » «Simone, mi ami?» « Signore, » risponde il pescatore « tu conosci ogni cosa, tu sai che io ti amo. » « Pascola le mie pecore, Simone. In verità, ti dico, quando tu eri più giovane ti vestivi da te e camminavi dove volevi, ma quando sarai vecchio, stenderai le mani e un altro ti vestirà e ti condurrà dove non vorresti. » Rammentando quello strano colloquio, Giovanni pen­sa che Gesù prefiguri la morte che condurrà Pietro alla gloria di Dio. L'ospite invita Pietro: « Seguimi». Pietro si alza. Si alza anche Giovanni, e gli si pone alle spalle per seguirlo. Allora Pietro domanda allo sco­nosciuto: « E di Giovanni che sarà? ». « Se io voglio che questi rimanga fino al mio ritorno che t'importa? Tu seguimi! » replica Gesù. Qualcuno dei presenti ritiene che questa frase in­dichi l'immortalità di Giovanni. Ma lo stesso Giovanni mette in rilievo il dubitativo e la spiega così: « Gesù non ha detto a Pietro: costui non muore. Gli ha detto: se io voglio che rimanga fin che io tornerò, che cosa t'importa? ». Giovanni perfeziona il suo racconto della vita, della morte e delle successive apparizioni di Gesù affermando di avere scritto la verità, e conclude con questa frase: « Vi sono poi tante altre cose che Gesù ha fatto, le quali, se fossero scritte a una a una, credo che il mondo intero non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere».

 

4

E’ possibile non credere che si tratti di Gesù redivivo. Si può infatti pensare che i suoi seguaci ne abbiano fatto scomparire il cadavere, come dice il Sinedrio, oppure lo abbiano sottratto altri per motivi che a venti secoli di distanza ci sfuggono. Se sono stati i discepoli, le appari­zioni sono inventate in tutto o in parte allo scopo di pro­vocare attesa e confusione. Se non tutte le apparizioni sono inventate (sempre tenendo per fermo che il cadavere è stato trafugato e cioè che Gesù non è Dio), dobbiamo ritenere che vi siano state allucinazioni individuali e col­lettive; oppure c’è stata una messinscena di singolare am­piezza e potenza suggestiva. Di ciò avrebbero approfittato Pietro e i suoi amici per nascondersi e poi disperdersi senza dare nell'occhio, seminando fermenti antisinedriti e anti­romani proprio nella capitale della Giudea. Sette o Otto di loro aVrebbero potuto allontanarsi e ritirarsi a Cafarnao, che è il luogo in cui più facilmente si può, complici parenti e amici, entrare nella clandestinità. Oltre tutto, l'unità del dialetto, che altrove rischia di tra­dirli, in Galilea costituisce un importante elemento di protezione. Qui possono studiare con più calma le azioni future e Pietro, mancando Gesù, assumerebbe l'autorità di guida organizzativa, se non proprio politica. A parte due dei quali Giovanni non ricorda il nome, gli altri discepoli che si rifugiano sul lago sono tutti gali­lei: Pietro, Giacomo e Giovanni originari di Bethsaida, Bartolomeo e Tommaso di Cana. Uno dei due ignoti po­trebbe essere Andrea, fratello di Pietro. Quindi il trasfe­rimento non avviene a caso. Si voglia o no credere alla divinità di Gesù, stando ai resoconti degli evangelisti si deve ammettere che le mosse dei suoi continuatori hanno una logica precisa e Pietro risulta indiscutibilmente l'uomo cui essi fanno riferimento come nuovo capo. Nel memoriale in cui Luca illustra ciò che hanno fat­to i seguaci di Gesù dopo la sua morte e in cui spiega come essi siano diventati apostoli ovvero missionari e diffusori del suo insegnamento, non si parla del viaggio di Pietro a Cafarnao. Luca è stato discepolo e allievo molto stretto di Pietro, e se non descrive questo particolare avrà le sue ragioni, che noi non conosciamo. O Pietro non glielo ha rivelato e non gliel'hanno detto nemmeno gli altri oppure gli ha ordinato di non divulgarlo o ha spontaneamente deciso di tacerlo per motivi di opportunità. Ognuna di queste ipotesi lascia ampi varchi per altri interrogativi. Trent'anni dopo di lui, invece, Giovanni lo renderà pubblico. Perché? Egli ha pure le sue ragioni, ma anche nel suo caso noi non le conosciamo. Al limite, potrebbe anche averlo inventato. La storia, oggi, non può che ri­portare i fatti come i due evangelisti li hanno raccontati. Secondo Luca, Gesù risorto ordina ai suoi amici di non lasciare Gerusalemme, ma di aspettare che si concreti la promessa fatta da suo padre: « Di questa promessa avete già sentito parlare, perché Giovanni Battista vi bat­tezzava con l'acqua, mentre fra qualche giorno voi sarete battezzati con lo Spirito santo». I discepoli lo interrogano: « Allora, stai per ricosti­tuire il regno di Israele? ». « Non tocca a voi conoscere i tempi e il momento che il padre ha stabilito. Riceverete la forza dallo Spirito santo, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in Giudea, in Samaria, fino agli estremi del mondo. » La domanda è naturale. La società della Palestina è in fermento, un'agitazione sotterranea che però a volte sfocia in tumulti ben palesi, la percorre da anni. Molti ebrei, quelli delle categorie più povere come i contadini, i lavoratori a giornata, i pescatori, e coloro che apparten­gono per così dire ai ceti medi, sognano di ricostruire il loro regno, anche se gli animi sono divisi e le fazioni ri­velano queste spaccature. Zeloti e sicari rappresentano bene questi fermenti antiromani e antiellenistici, sebbene provengano da matrici diverse e quindi non sia facile con­cludere che costituiscono un movimento unitario per la liberazione della Palestina. E’ solo da dire che si muovono in maniera differente, ma per molti aspetti l'intento èil medesimo. Gesù aveva circa 12 anni quando Giuda di Gamala detto anche Giuda il Galileo si oppose al censimento, ca­pitanando i contadini che non volevano pagare, oltre alla tassa per il tempio, anche un tributo ai romani, per non riconoscere la loro dominazione. Il « popolo della terra», nella sua semplicità intellettuale e nella sua assoluta man­canza di studi, riconosceva come signore solo Jahvè. I romani soffocarono la rivolta, ma non poterono cancellare i sentimenti di ostilità dei galilei nonostante i fiumi di sangue. Mentre la Palestina si ellenizzava, mentre i som­mi sacerdoti diventavano sempre più strumento del potere civile, scisso da quello religioso, e collaboravano aperta­mente con l'invasore; mentre aumentavano le ricchezze dei proprietari terrieri e diminuivano le risorse dei con­tadini, si allargava il malcontento, che poggiava così su fondamenta religiose, sociali e politiche. Il popolo d'Israele vuol sapere quando riavrà il suo regno, quando riavrà la sua identità. Sotto Ponzio Pilato scoppiano altre sommosse, subito sedate, ma si sente nel­l'aria che la situazione è tesa. E, al contrario di quanto essi pensano, la crocifissione di Gesù è, in definitiva, un ele­mento destabilizzatore per il Sinedrio, per Erode Antipa, per i romani. Gli zeloti appartengono al movimento di protesta re­ligiosa che si ricollega ai fratelli Maccabei e passa attra­verso i farisei. Provengono da famiglie benestanti e dal­l'aristocrazia sacerdotale. I farisei vedono molto male l'ellenizzazione strisciante sotto Erode e i suoi eredi, i cui consiglieri principali sono non ebrei: ad essi sta a cuore la purezza del culto e del tempio. Per questo motivo sono anche nemici di Gesù: la sua rivoluzione spirituale impone un ben diverso concetto della purezza mettendo l'uomo, anche l'impuro, il miserabile popolo della terra, al di so­pra del sabbato. I farisei combattono quindi su due fron­ti: contro Gesù, per liberarsi da un nemico interno alla loro religione (alcuni di essi hanno deciso di eliminarlo fin dai tempi della guarigione avvenuta di sabbato nella sina­goga di Cafarnao); e contro l'influsso ellenistico, per libe­rarsi da un nemico esterno che porta i suoi dèi e i suoi culti tra il popolo di Israele. I sicari, a differenza degli zeloti, sono nemici dei ro­mani soprattutto per motivi sociali: essi rappresentano i poveri. Sono a volte veri terroristi, uccidono il nemico per spargere il terrore. Si battono per la liberazione del loro popolo dagli invasori. Oltre al nome di Giuda il Ga­lileo, il loro fondatore, appare nelle loro file quello di un certo Simone bar-Jona o bar-Jora. I richiami di questi no­mi e appellativi hanno un forte potere evocativo. Le schie­re dei sicari si ingrandiscono col malcontento dei conta­dini. La Galilea è una spina nel fianco dei romani. Gruppi e bande non guardano tanto per il sottile. Lo storico Flavio Giuseppe, descrivendo la loro guerra contro i romani, utilizza anche il termine « briganti». Ba­rabba, infatti, diventa « brigante». Ma Giuseppe è un ebreo diventato romano assumendo addirittura il nome della famiglia Flavia. Del resto, nonostante la sua atten­zione a uomini e fatti, non dispone di adeguati strumenti per una corretta indagine politica e sociale. Di Gesù e del suo movimento, ad esempio, egli tratta in poche righe. Non si può fargliene una colpa. Ma tutto ciò serve a illu­minarci sulle difficoltà in cui si trovano gli ebrei al tem­po di Pietro. Coloro che hanno seguito Gesù nella sua predicazio­ne e, prima di lui, hanno ascoltato Giovanni il Battezza­tore, non possono pensare che il regno del quale egli parla sia diverso da quello che essi sognano di avere. Essi vo­gliono un cambiamento radicale del loro stato: un cam­biamento concreto, che li riporti, indipendenti, alla società dei loro avi. Il breve dibattito sul regno, tra Gesù redivivo e i suoi seguaci, avviene presumibilmente tra Gerusalem­me e Bethania, dove, secondo l'evangelista Luca, Gesù li ha condotti dopo l'ultima apparizione nel cenacolo. Finito di parlare, sotto i loro occhi « Gesù si levò in alto, e una nuvola lo nascose ai loro occhi». Pietro sta ancora guardando in alto, quando si avvi­cinano due sconosciuti, che li interpellano: « Che cosa guar­date? Quel Gesù che è stato chiamato in cielo tornerà nello stesso modo in cui l'avete visto partire». Non risulta che i discepoli rispondano. Si sa che rien­trano a Gerusalemme passando dal monte degli Ulivi, di­stante un chilometro dalla città. Pietro, suo fratello Andrea, che in questi frangenti è rimasto un po' in disparte, Giovan­m, Giacomo, Filippo, Tommaso, Bartolomeo, Matteo, Simo­ne lo zelota, Giacomo di Alfeo e Taddeo hanno il loro rifugio nel cenacolo. Escluso il traditore, il gruppo è al completo. Sono con loro la madre di Gesù, donne e parenti.

 

5

Al cenacolo c'è un notevole fermento. Molti vanno e vengono per dare e avere notizie e indicazioni. Un gior­no, Pietro prende la parola e riassume gli avvenimenti. Ci sono circa centoventi persone. E’ la prima volta che parla a tanta gente insieme. Se si pensa che è solo un pescatore, questo non è un semplice episodio, ma un evento conside­revole all'interno del gruppo. « Fratelli miei, » dice « era necessario che quello che avevano detto le Scritture per bocca di re Davide diven­tasse realtà. Giuda Iscariota ha guidato i soldati all'arre­sto di Gesù: Giuda era dei nostri, ma era previsto che ci tradisse. Abbiamo saputo che con i soldi del suo tradi­mento è stato comperato un campo e che le viscere del traditore morto lo hanno insanguinato. Nella loro lingua, gli abitanti di questa città adesso chiamano Haceldama il campo insanguinato. Si parla del traditore nel libro dei Salmi. La loro abitazione, dice il salmo, deve diventare un deserto, nessuno di noi deve andarci ad abitare, e l'in­carico che essi avevano deve passare ad altri. » Pietro prende in mano la situazione. E’ evidente che nelle discussioni dei giorni precedenti è stato tracciato un metodo da seguire. Poiché il gruppo, oltre al maestro, era composto da dodici persone, esso deve essere ripri­stinato: « Bisogna dunque che tra coloro che hanno se­guito Gesù dai tempi del Battezzatore fino alla sua risur­rezione e alla sua assunzione al cielo, noi scegliamo adesso un uomo che occupi il posto vuoto». I presenti propongono due nomi di persone che han­no le caratteristiche richieste: sono Giuseppe, detto Bar­saba, soprannominato il Giusto; e Mattia, che significa « dono di Dio». Visto da fuori, questo modo di procedere sembra un affidarsi al caso. Ma per chi crede in Dio nulla avviene a caso. Tutti pregano, e Pietro invoca: « Signore, tu che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due hai scelto per occupare il posto di ministero e di aposto­lato che Giuda ha lasciato vacante per andare incontro al suo destino». Tirano a sorte. Esce il nome di Mattia, che entra di diritto a far parte del gruppo dirigente. I giorni di Gerusalemme per i galilei sono giorni di ricostruzione morale e materiale. Si tratta di ricordare ciò che ha detto Gesù, ripeterlo nelle contrade visitate quan­do lui era vivo e farlo conoscere dove non è mai passato. Le precauzioni sono sempre le stesse, anzi forse maggiori vista la fine del capo. Pietro parla l'aramaico, ma tra gli ascoltatori vi sono giudei e samaritani, che hanno qualche difficoltà a capirlo. Il vocabolario comune è piuttosto limitato. Lo si ca­pisce subito: Pietro usa riferimenti topografici a tutti noti, recita un salmo, cita Giuda e Davide, nomina il Signore e, con varie ripetizioni, sviluppa in pratica due soli con­cetti: il tradimento e la necessità di s6stituire il traditore. La maggior parte delle sue parole sono dunque uguali o simili e conosciute da tutti gli ebrei, anche se analfabeti. Non dice di più. Probabilmente egli stesso non sa dire di più e, d'altra parte, gli ascoltatori non comprendereb­bero molto di più. A Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua e nove dopo la definitiva scomparsa di Gesù, i discepoli si tro­vano a Gerusalemme. Altri amici e parenti arrivano da fuori. Conosciamo già questa festa. Nella città santa con­vengono anche stranieri, ebrei e non ebrei che parlano altre lingue. Oltre ai giudei ci sono parti, medi, elamiti, egi­ziani, libici, romani, asiatici, abitanti del Ponto, della Cap­padocia, della Frigia, della Panfilia, della Siria. C'è chi, come questi ultimi, capisce l'aramaico, c'è chi parla il la­tino, chi il greco, chi è di lingua zendica e chi semitica come arabi, giudei e abitanti della Mesopotamia. I disce­poli sono nel cenacolo. Sono parecchie decine e sono, sembra, tutti galilei, quasi una tribù zingaresca, un intrico di legami familiari e sodali. Testimoni affermano di udire un boato proveniente dalla loro casa o da sopra il tetto. Forse un tuono, seguito da una raffica di vento. Sul capo dei discepoli paiono muo­versi lingue di fuoco e, d'improvviso, essi si sentono più forti. Hanno ripreso coraggio: « E lo Spirito santo » dico­no. Chi li ascolta sostiene che cominciano a parlare di Dio in diverse lingue. Molti si domandano: « Ma questi che parlano di Jahvè e si fanno sentire dagli asiatici, dai greci, dagli arabi, non sono tutti galilei? ». « Che cosa sta succedendo? » Alcuni ridono. Altri rispondono: « Sono tutti ubria­chi». All'udire quest'ultimo commento Pietro si alza in pie­di, seguito dagli undici. Si rivolge agli sconosciuti e li apo­strofa: « Uomini di Giudea e voi tutti che abitate a Geru­salemme, badate bene a quello che vi dico e tenetelo a mente. La gente che vedete qui non è ubriaca già alle 9 del mattino, come voi pensate. L'ha detto il profeta Gioele che Dio aveva avvertito: "Negli ultimi giorni spanderò il mio spirito su ogni carne, i vostri figli maschi e femmine diventeranno profeti, i giovani avranno visioni e i vecchi racconteranno i loro sogni premonitori. In quei giorni, ripeto, spanderò il mio spirito sui miei servi ed essi di­venteranno profeti. Farò prodigi in cielo, manderò segni in terra; sangue, fuoco e nuvole di fumo. Il sole si tra­sformerà in tenebra, la luna in sangue, prima che arrivi il grande e glorioso giorno del Signore. Allora chiunque avrà invocato il suo nome sarà salvo » Partendo da una costatazione di fatto cioè che prima delle 10 gli ebrei non possono bere, Pietro affronta un discorso impegnativo. Con il primo intervento si era ri­volto a chi gli era familiare: qui, invece, lo ascoltano estra­nei e certamente anche nemici e spie. Ad ogni passo cita i profeti: « Uomini d'Israele, ascoltate queste parole. Gesù di Nazareth era stato mandato da Dio, voi l'avete visto, con opere, prodigi e potenti segni della sua divinità. Do­vevate credergli. Invece, l'avete trafitto per mano di empi. E l'avete ucciso dopo che era stato tradito. Dio l'aveva previsto, era la sua volontà. Dio ha però infranto i legami con la morte e lo ha risuscitato, facendo una cosa che tutti ritenevano impossibile». Passando a queste accuse violente con il confronto tra la parola di Dio e l'azione degli empi ovvero sinedriti e romani insieme, Pietro fa un enorme passo avanti come leader. E’ presumibile che la curiosità abbia fatto aumen­tare la folla. Il pescatore galileo utilizza tutte le sue ener­gie e riversa sul pubblico tutto ciò che sa, come lo sa. Non è nemmeno improbabile che più che un vero discorso si tratti di un dibattito, di uno scontro verbale con i suoi avversari, ai quali Pietro replica attaccando e difenden­dosi dietro le parole degli antenati. « L'aveva detto anche re Davide » dice a un certo punto: « "Ho avuto sempre il signore con me, perché io non vacilli. Perciò il mio cuore si rallegra e la mia lingua giu­bila. Perfino il mio corpo si acquieterà nella speranza, per­ché tu non lascerai la mia anima all'inferno, né permetterai che il tuo santo sia toccato dalla corruzione. Mi hai mostrato le vie della vita e con la tua presenza mi riem­pirai di gioia». » Pietro conclude: « Fratelli, noi sappiamo bene che il patriarca Davide è morto ed è sepolto. Ma egli era un pro­feta e sapeva che Dio gli aveva giurato che avrebbe fatto sedere sul suo trono uno della sua stirpe. Parlando della risurrezione del messia disse che non l'avrebbe lasciato nella morte e che la sua carne non si sarebbe corrotta. Dio ha risuscitato Gesù e tutti noi ne siamo testimoni. Gesù, innalzato dunque alla destra di Dio e ricevuta dal padre la promessa dello Spirito santo, ha fatto quello che voi avete visto e sentito. Certamente, Davide non sali al cielo, ma disse: "Ha detto il signore al mio signore: siedi alla mia destra fino a che non avrò fatto dei miei nemici uno sgabello per i tuoi piedi». Ecco, la famiglia di Israele deve sapere senza alcun dubbio che Dio ha costituito si­gnore e messia proprio quel Gesù di Nazareth che voi avete crocifisso». Il finale è durissimo. I presenti, attoniti dopo la di­chiarazione che non ammette repliche, non gridano né ridono. Domandano: « Che cosa dobbiamo fare? ». Pietro dice: « Pentitevi, e ognuno venga battezzato nel nome di Gesù, il messia, l'unto del signore, per otte­nere la remissione dei vostri peccati. Ricevete pure il dono dello Spirito santo. La promessa è per voi, per i vostri figli, e per tutti i lontani che il signore nostro Dio vor­rà chiamare». L'ex pescatore continua a lungo su questi argomenti e termina con un invito che è anche un ammonimento: « Salvatevi da questa generazione perversa ». Molti ascoltatori si fanno battezzare. In pochi giorni se ne contano tremila. Si sviluppa anche il concetto del­l'eucaristia. Da quel momento, tutti coloro che, battezzati, seguono la dottrina dei primi discepoli non solo la dif­fondono, ma spezzano il pane con gli amici, come aveva fatto Gesù poche ore prima di essere arrestato. Nei giorni successivi si sparge pure la voce che i discepoli facciano prodigi. Il cenacolo diventa un centro di incontri. Chi vi abita vive in comunità. Numerosi nuovi fedeli vendono i loro beni. Spesso, essendo contadini, cedono i loro campi e portano agli altri il ricavato affinché venga distribuito.

 

6

Ogni giorno, tutti d'accordo, si recano al tempio a pregare. Sono tenuti d'occhio dai maggiorenti, dalle fazioni farisee e sadducee, dagli scribi e dai sacerdoti. Le testi­monianze non ci parlano più di Nicodemo né di Giuseppe d'Arimatea, che negli evangeli avevano avuto la loro parte ed erano stati sulla scena soprattutto alla vigilia della risurrezione. Se è vero che in poco tempo i seguaci di Gesù si sono moltiplicati e sono diventati migliaia, essi non sono più soltanto una banda di galilei e di sradicati, ma costitui­scono una piccola forza. I fedeli vanno di casa in casa a spezzare il pane. Invitati a tavola, mangiano e raccontano gli avvenimenti della vita e della morte di Gesù, ripetono le sue parabole, descrivono le guarigioni, illustrano gli eventi del carpentiere risorto. C'è sicuramente un po' di confusione: i dodici avevano fatto un severo tirocinio e non era bastato, queste migliaia di postulanti vengono battezzati a schiere, dopo una preparazione molto som­maria. Più tardi, infatti, Pietro prenderà dei provvedimenti per razionalizzare l'impianto organizzativo. E’ probabile che i nuovi venuti ingigantiscano alcuni episodi e ne sottovalutino altri. I battezzati aumentano, e Pietro pone loro le mani sul capo perché vengano fortifi­cati dallo Spirito santo. Rinnova così in maniera visibile ciò che a lui e ai suoi amici era accaduto misteriosamente il giorno di Pentecoste. Alle 3 di un pomeriggio, mentre con Giovanni sale al tempio per la seconda preghiera, Pietro viene fermato davanti alla porta Bella da un uomo storpio di nascita, che i parenti hanno condotto lì per chiedere l'elemosina. Pietro lo osserva e poi gli ordina: « Guardaci ». Lo storpio fissa i due sperando di ricavarci qualcosa. Ma Pietro gli mostra le mani vuote: « Non ho né oro né argento, ma quel che ho te lo do. In nome di Gesù di Nazareth, alzati e cammina». Gli si avvicina, lo prende per una mano e lo alza. « E in un attimo » racconta Luca nel suo memoriale « gli si consolidarono le piante dei piedi e le caviglie. Con un balzo si mise a camminare ed entrò con essi nel tempio, camminando, saltando e ringraziando Dio. E tutto il po­polo lo vide. E mentre lui teneva stretti Pietro e Giovanni, tutto il popolo corse verso di loro nel portico di Salomone. » Fermatosi sotto il portico, Pietro discute con la gente che li attornia. Il portico detto di Salomone è stato co­struito sotto Erode il Grande; corre lungo un lato del tempio dalla parte dell'altura che si affaccia sulla valle del Cedron e ha dirimpetto il monte degli Ulivi. Vi si accede direttamente dalla porta Dorata. Qui si fermava spesso Gesù; qui ebbe un battibecco con i giudei che volevano sapere da lui se, insomma, era proprio il messia oppure no, ed egli aveva risposto affermando di essere un pastore che dava la vita eterna alle sue pecore. Gli apostoli, quin­di, non scelgono a caso il luogo dei loro incontri con il popolo: si trattengono dove la gente era abituata ad assi­stere agli scontri verbali del maestro di Nazareth con i dottori della legge e i capi farisei. Pietro si rivolge a coloro che lo circondano: « Israeliti, perché vi meravigliate? E perché state a guardare come se fossimo stati noi a far camminare quest'uomo? ». Nessuno risponde e Pietro prosegue con il suo baga­glio di citazioni e di esperienze personali, affrontando perico­losamente il cuore del problema politico: « Il Dio di Abra­mo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri, ha glorificato suo figlio Gesù, che voi avete tradito e rinne­gato davanti al procuratore romano, sebbene proprio il procuratore avesse intenzione di lasciarlo libero. Ma voi, israeliti, avete insistito e rinnegato il santo e il giusto e avete chiesto la sua morte in cambio della libertà di un assassino. Voi avete ucciso l'autore della vita. Dio lo ha risuscitato, gli ha dato nuova vita e noi ne siamo testimoni». Tra la gente che si accalca intorno a Pietro sotto il vasto portico in quel giorno di calura estiva, ci sono anche sacerdoti e sadducei. Non c'è alcun dubbio. I sinedriti non possono lasciar circolare liberamente i galilei, soprattutto dopo che si sono divulgati a macchia d'olio i racconti del nuovo modo di battezzare, di fare proseliti, di comunicare con il Signore e soprattutto i racconti che vedono Gesù, ucciso per ordine del Sinedrio, assurto al ruolo di dio. Quel morto, per i seguaci di Pietro è risuscitato: non c'è nulla di più pericoloso per i potenti di Gerusalemme. Il morto, scomparso, è oggetto di un culto travolgente. « con la fede nel suo nome » continua Pietro indi­cando lo storpio « che è stato guarito quest'uomo che ve­dete e che conoscete. E la fede che viene da Gesù di Nazareth gli ha dato la salute. Voi lo vedete bene. Fra­telli, io so che voi e i vostri capi avete condannato Gesù per ignoranza, ma so anche che Dio ha così compiuto quello che aveva già fatto dire ai profeti, e cioè che il suo messia doveva soffrire. Dunque, pentitevi, e convertitevi, in modo che i vostri peccati siano cancellati quando arriverà il tempo della gioia, nel quale vedrete il signore. » Pietro passa dall'esame di un fatto all'accusa, dall'ac­cusa al perdono, dal perdono all'apertura verso nuovi pro­seliti. Ha imparato molto bene la lezione della vita. Per evitare che le sue parole suonino come bestemmie, egli le appoggia sempre a quelle dei profeti, i più famosi tra il popolo. E ripete incessantemente gli stessi concetti e gli stessi episodi con una tecnica retorica efficacissima. Li ri­pete non perché sia un dotto intellettuale, ma perché non sa niente più di quel che dice. Non dimentichiamo mai che il suo mestiere è quello del pescatore, che gli è praticamente ignoto perfino l'uso delle calzature, che se si leva la tunica e la veste rimane nudo come tutti i palestinesi poveri del suo tempo. Non ha mai studiato. L'unica robusta preparazione religiosa e civile l'ha avuta frequentando Gesù, e anche con lui non si è seduto in scuole o biblioteche. Ha mangiato dove gli davano da mangiare e dormito dove gli davano da dormire, senza curarsi del galateo né dei mille precetti degli scribi. La sua scuola sono stati i paesi, la sponda del lago, il de­serto, le montagne. Per il solo fatto di mettersi a par­lare, arringando la folla, un uomo come lui ha già vinto una difficilissima battaglia. Dimostra, inoltre, di avere un ragguardevole coraggio fisico. Egli dice che glielo ha dato lo Spirito santo. Pietro sviluppa rapidamente le sue doti di capo. E un personaggio in crescendo, che attira l'attenzione sia dei leader dei movimenti di liberazione, sia dei loro nemici, le classi alte e medioalte, l'aristocrazia laica e religiosa, che mantengono il loro potere appoggiandosi agli invasori romani. Ne è cosciente? Si possono solo fare ipotesi, ma è realistico pensare che se ne renda conto, così come èrealistico pensare che la maggior parte dei nuovi discepoli, pur spezzando il pane della nuova alleanza di Dio con gli uomini, viaggi ancora per le strade della Palestina tenendo il coltello nascosto sotto la tunica. « Ma adesso, » aveva detto Gesù « chi non ha la spada venda la tunica e ne comperi una. » Lo aveva detto in un altro senso, certo, ma non tutti l'hanno capito. La frase è ammonitrice e non c e da meravigliarsi se viene adattata a seconda delle occasioni. Pietro è dunque tenuto d'occhio. Continuando la sua spiegazione del miracolo dello storpio, evoca ancora una volta la figura di Gesù come messia mandato da Dio a liberare i popoli e, per precauzione, cita il Deuteronomio e il libro dei Leviti: quattro discorsi di Mosè e il libro che regola le norme del culto e che i rabbini chiamano « legge dei sacerdoti». Collega Gesù con l'annuncio di Mosè: « "Il signore Dio vostro farà apparire tra i vostri fratelli un profeta come me. Ascoltatelo in tutto quel che vi dirà. Perché chiunque non darà orecchio a quel profeta sarà individuato tra il popolo e spazzato via": E non solo Mosè, ma tutti i profeti, da Samuele in poi, hanno previsto questi giorni. E voi che mi ascoltate siete i figli di quei profeti e gli eredi di quell'alleanza che Dio strinse con Abramo quando gli disse: «Nella tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra". Israeliti, Dio ha risuscitato suo figlio e l'ha mandato a benedire voi prima che gli altri e per convertirvi dalle vostre iniquità».

 

7

Pietro ha appena finito il suo discorso o forse inten­de confutare alcune accuse, che il pubblico ondeggia, si divide, si allarga per lasciar passare il sacerdote che pre­siede al buon ordine del tempio e viene appunto chiamato comandante o capitano del tempio. Costui ha al suo ser­vizio un gruppo di leviti con funzione di guardie. Bisogna ritenere che la folla appaia esaltata oltre il consentito. Le parole del neo apostolo risultano molto pesanti all'orec­chio di farisei e sadducei, i quali vedono radicarsi proprio nel luogo materialmente e idealmente centrale del loro potere una fazione popolare formata da individui che cre­dono nella risurrezione dei morti e, soprattutto, pensano che un redivivo, quindi immortale, sia venuto per gui­darli alla conquista del regno. Ciò è grave per i farisei, gravissimo per i sadducei, che non credono nemmeno al­l'immortalità dell'anima. Giovanni, Pietro e anche il mendicante vengono ar­restati e, poiché è pomeriggio avanzato e non è possibile tenere il processo, sono rinchiusi in un sotterraneo. Nel tafferuglio, il pubblico viene disperso e allontanato. «Molti però di coloro che avevano udito la parola di Pietro, cre­dettero, e il numero delle persone crebbe a cinquemila. E’ L'indomani all'alba, il gran Sinedrio si riunisce sotto la presidenza di Caifa. Da spettatore che era stato poche settimane prima, Pietro adesso è protagonista e vittima. Tra i giudici c'è naturalmente Anna, con i suoi figli, cognati di Caifa; un certo Alessandro, del quale non sappiamo niente; Giovanni Ben Zachai, amministratore della grande sinagoga, e altri. Se tra i presenti ci sono le due serve che il giorno della cattura di Gesù lo avevano riconosciuto dalla faccia e dalla voce, esse hanno motivo di rallegrarsi della loro buona memoria. Ma non è necessario affannarsi per cercare testimoni: i due ex pescatori analfabeti so­no conosciuti da centinaia, anzi migliaia di abitanti di Gerusalemme. Anna e Caifa hanno parecchi motivi di malumore o quanto meno di grave perplessità: sanno in partenza di non poter condannare a morte i due seguaci di Gesù perché dovrebbero ripetere davanti a Ponzio Pilato la scena e le richieste fatte di recente per il loro maestro. Ricordano benissimo quanto fosse contrario il procuratore romano: Pilato non ama certo gli ebrei, ma non ha neppure bisogno di nuovi fastidi. E poi il vento popolare sta cambian­do direzione. Nessuno è in grado di escludere che qual­cuno non aspetti altro per spargere terrore. Tra occu­panti e collaborazionisti le relazioni si incrinerebbero immediatamente. « Chi vi ha permesso di parlare e in nome di chi siete entrati nel tempio a dire che fate i miracoli? » è la do­manda del Sinedrio ai due apostoli. Parla Pietro: « Capi del popolo e anziani, ascoltate. Visto che siamo interrogati sul beneficio che un uomo stor­pio ha ricevuto, visto che volete sapere come e perché èguarito, è bene che sappiate, e che sappia tutto il popolo di Israele, che egli è stato guarito ed ora cammina in nome di quel Gesù, il messia venuto dal paese di Nazareth, che voi avete ucciso sulla croce e che Dio ha risuscitato. Que­sta è la pietra che voi avete scartato, e invece è diventata pietra d'angolo. Non c'è salvezza in nessun altro nome di uomo, all'infuori di quello di Gesù: solo attraverso di lui noi ci possiamo salvare». Da settimane il capobarca stava denunciando la cro­cifissione come un delitto contro Dio. Affermava in so­stanza che il Sinedrio si era comportato in maniera crimi­nale: notabili, sommi sacerdoti, prelati, giudici laici ave­vano scientemente ucciso Gesù, sebbene egli affermasse e dimostrasse con vari segni di essere il figlio mandato da Dio. Pietro aveva cominciato davanti a poche persone nello spazio limitato del cenacolo, poi davanti ad alcune centi­naia, poi nel tempio e adesso porta l'accusa direttamente nella sede stessa del potere. Il Sinedrio si accorge subito d'aver a che fare con imputati incolti e di poco credito, i quali ammettono senza difficoltà d'essere stati al seguito del carpentiere sovver­titore della loro religione. I giudici osservano il mendi­cante storpio, il quale non parla. Come faranno a con­dannare quei tre secondo la Legge? Che cos'hanno fatto e detto di male? Sebbene sostanzialmente violentissime, le parole di Pietro appaiono infatti caute nella forma: egli racconta episodi realmente avvenuti e, quando ram­menta la condanna alla crocifissione, dice solo le cose come stanno. Quando poi mostra uno storpio guarito affermando che non è stato lui a guarirlo, come sòstiene l'accusa, ma che è guarito da solo nel nome di Gesù, come possono ribattere i giudici? Che non è vero e che il miracolo èproprio opera di Pietro? Si infilerebbero da soli in una via senza uscita. I giudici allontanano gli imputati e discutono sul da farsi. Quando li richiamano intimano al terzetto di lasciare il tempio e di non predicare più, né parlare con alcuno in nome di Gesù. Gli imputati non accettano. Pietro e Giovanni si ribellano. Dicono ai sinedriti: « Dite voi se è più giusto che noi obbediamo a voi invece che a Dio. Noi certamente non possiamo non parlare di quello che abbiamo visto e sentito». Si è radunata folla. I sacerdoti decidono di non pro­cedere oltre. Ordinano ancora ai tre di non parlare e li lasciano in libertà. Pietro e Giovanni rientrano al cenacolo e raccontano i particolari a chi ancora non li conosce. Tutti concordano che bisogna parlare e divulgare le notizie su Gesù contro il parere del Sinedrio, che vorrebbe ridicoliz­zare e sminuire la figura del maestro. Pregano e chiedono al Signore di difenderli dalle minacce e di consentire loro di annunciare la sua parola e di operare miracoli in no­me di Gesù, suo figlio. A poco a poco, dunque, il concetto di Gesù figlio di Dio si radica nelle masse più modeste della Palestina. Il binomio Jahvè-Gesù diventa indissolubile, il che è la cosa peggiore che possa accadere a scribi, farisei e sadducei. Gli stessi zeloti, sebbene antiromani per motivi religiosi, hanno di che riflettere: i seguaci di Gesù costituiscono un movimento diverso, autonomo e in eccezionale espansione.

 

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Tra i discepoli si diffonde la notizia che lo Spirito santo si è manifestato con un sordo rumore di tuono allo scopo di infondere nuovo coraggio e forza ai seguaci di Gesù. Ora, tra i discepoli dei discepoli non ci sono più soltanto galilei e giudei, ma anche greci, asiatici, africani, gente venuta da ogni dove. E tutti contribuiscono alla vita comunitaria vendendo i loro averi per consegnarne il ricavato agli apostoli che lo suddividono tra i fedeli. Si dis­solve l'interesse individuale, scompare la proprietà privata. Si citano casi precisi, come quello del predicatore Giusep­pe, detto Barnaba, uomo di grande fascino personale, che viene addirittura da Cipro: egli vende tutto per donare il ricavato alla comunità di cui ha abbracciato la fede. Ma c'è anche un caso tragico. C'è chi si fida e non si fida. Le cronache riportano l'episodio di Anania e di sua moglie Saffira, la bella, che, avendo venduto il loro campo, trattengono per i propri bisogni una parte del denaro. Pietro se ne accorge e, ad Anania che glielo con­segna in assenza della moglie, domanda: « Come mai Sa­tana ti ha spinto a mentire allo Spirito santo? Perché hai tenuto nascosta una parte dei soldi? Tanto valeva che te li tenessi tutti o non vendessi il campo. Era sempre roba tua. Portando questo denaro a me, hai mentito non agli uomini ma a Dio». Anania cade a terra fulminato. La tragedia assume toni fino a quel momento inconsueti nel cenacolo. Alcuni giovani sollevano il corpo del morto e lo vanno a seppellire. Un'ora dopo arriva Saffira, che domanda dove sia il marito. Invece di risponderle, mentre gli altri tacciono, Pietro la interroga. « Tuo marito mi ha portato questo denaro, dice che è il prezzo della vendita del vostro campo. E’ vero? » « Si » risponde Saffira. Pietro non esita ad accusarla: « Perché tu e tuo ma­rito vi siete messi d'accordo per imbrogliare il Signore? ». Saffira non sa che cosa replicare. Rientrano intanto i giovani che hanno seppellito Ananià. Sembra uno dei cupi e solenni episodi di cui abbonda il Vecchio Testa­mento, e Pietro non il discepolo di colui che perdona, ma un profeta sterminatore. La tragedia ha catturato gli animi. « Ecco, stanno arrivando gli uomini che hanno sca­vato la fossa a tuo marito » dice Pietro. La donna cade morta ai suoi piedi. I giovani appena entrati ne raccolgono il cadavere e vanno a seppellirlo ac­canto a quello di Anania. Luca completa così la descrizione dell'avvenimento: « Allora gran paura ne venne a tutta la chiesa e a tutti coloro che udirono tali cose». Nel suo resoconto, Luca traduce per la prima volta la parola adunanza, comunità, con la parola greca « chiesa», come poco prima aveva chiamato Cristo il messia, l'unto, perché il suo amico Teofilo al quale indirizza il libro capisce il greco come lui, non l'aramaico. Allo stesso modo, come abbiamo visto, era stato trasformato « roccia » nel maschile Pietro. A poco a poco nel mondo ellenista e in quello latino i nuovi vocaboli sostituiranno i vecchi, conosciuti soltanto nei pochi chilometri quadrati della Galilea, e ovunque le parole « Cristo » e « cristiano » avranno un sen­so preciso per tutti. Dopo il primo arresto, la prigione e il processo, Pie­tro decide di sfidare senza indugi l'autorità del Sinedrio. Ogni giorno si reca al tempio, mattina e pomeriggio, e si installa sotto il portico di Salomone dove predica, ripete parabole, rinnova accuse. In sostanza, spiega che la vera religione non è quella dei farisei, degli scribi e dei sad­ducei, ma quella dei seguaci di Gesù. Commette errori, fa qualche passo falso. Si dice che egli faccia miracoli. Il popolino crede in lui molto più che a un taumaturgo. Nei ceti più alti c'è perfino chi vorrebbe ingraziarselo, ma teme di mostrarglisi amico in pubblico: è lo stesso feno­meno che avveniva ai tempi di Gesù. Tutto sommato, il potere reale è ancora ben stretto nelle mani delle stesse caste e delle stesse famiglie. Il cenacolo è vicino al palazzo in cui vivono Anna e Caifa, ma lontano dal tempio. Quando va a pregare, Pie­tro attraversa buona parte della città. Entra di solito dal portico Regio, taglia l'atrio dei Gentili e va a sedersi sotto il portico di Salomone. Dalla torre Antonia, innalzata in modo da tenere d'occhio l'edificio e dintorni, i legionari al servizio dei romani lo vedono arrivare seguito da allievi, amici e curiosi. Lungo le strade e gli incroci si verifica un fenomeno già registrato con Gesù: la gente gli si fa intorno per vederlo e per toccarlo. Mettono barelle e stuoie con gli infermi. Accompagnano gli indemoniati. Sperano che siano almeno sfiorati dalla sua ombra per poter guarire. Volere o no, in pochi mesi Pietro è diventato un uo­mo potentissimo. Ha fatto strada. Di fronte a lui i vec­chi compagni della primitiva banda partita da Cafarnao risultano figure incolori, inesistenti. La storia, infatti, ci parla di lui, non di loro. Anche Giovanni, il prediletto, che sarà uno dei narratori della vita di Gesù, appare de­cisamente in secondo piano. Chi cerca la salvezza e la gua­rigione in Pietro viene anche dai villaggi e dalle città vicine a Gerusalemme. Si suppone che in questo lavorio organizzativo ab­biano parte le donne. Bethania non è lontana, per esem­pio, da Gerusalemme e si sa che li Gesù aveva una base efficiente. A Bethania ci sono Lazzaro e le sue sorelle. Ci sono altrove donne imparentate con la madre di Gesù e con la madre di Giovanni il Battezzatore, per non parlare delle donne di casa dei discepoli stessi. Delle donne non si parla o, come vedremo, si parla il minimo indispensabile, ma ciò non significa che non abbiano un importante ruolo di sostegno nelle attività dei primi cristiani.

 

9

Mentre Pietro si dibatte tra le difficoltà dei primi interventi pubblici, la necessità di fare apostolato, l'avver­sione dei sinedriti, la diffidenza dei giudei, il timore sempre incombente d'essere arrestato, che cosa accade a Roma da cui dipendono le sorti della Giudea e della Palestina? La gloria di Roma, che ha quasi Otto secoli di vita, è stata cantata pochi anni prima della nascita di Pietro da Vir­gilio e da Orazio. Essa continua, sembra una gloria senza fine. Dalla capitale dell'impero partono strade che arri­vano fino agli estremi confini: sono migliaia, decine di migliaia di chilometri. Le legioni romane, anche se sem­pre più massicciamente costituite da truppe a dir poco raccogliticce, contribuiscono a mantenere il potere e a ra­strellare immense quantità di denaro in tutta l'area me­diterranea. Eserciti di schiavi sono convogliati verso la penisola al servizio dei vincitori. Tra gli schiavi ci sono anche ebrei. Nell'anno 13 dopo Cristo, quando Pietro è presu­mibilmente sui vent'anni e fa il pescatore a tempo pieno, muore Augusto e gli succede Tiberio, grande e contro­verso imperatore. Buon soldato, ottimo amministratore, saggio governatore, Tiberio ha però difficili rapporti con il Senato e teme intrighi ovunque. Del resto, ne ha qual­che motivo. Seiano, il capo stesso dei suoi pretoriani, amico e protettore di Ponzio Pilato, cerca di ucciderlo. Che cosa può importargli, in questi frangenti e con que­ste preoccupazioni, della piccola Palestina? Eppure egli ha anche lii suoi informatori, primo fra tutti Erode An­tipa, il tetrarca della Galilea e della Perea. Nel 36, Antipa si scontra col sovrano arabo-nabateo Areta IV, al quale non sembra vero di sconfiggere l'ex genero, che aveva tradito la moglie per amore di Erodiade. Il 36 è un anno di grandi avvenimenti. Antipa, che già gode di pessima fama tra gli ebrei, chiede aiuto a Tiberio. Nello stesso tempo si trova nei guai anche il procuratore della Giudea, Pilato, che nel 35, temendo una rivolta in Samaria, aveva occupato il monte Garizim facendo una strage di samaritani convenuti al richiamo di un tale che sosteneva d'aver scoperto gli antichi tesori di Mosè. I samaritani hanno protestato ufficialmente con Lu­cio Vitellio, il legato di Siria, che ha piena potestà su quei territori. Ponzio Pilato, al quale è venuto a mancare l'ap­poggio di Seiano, viene prontamente sostituito con Mar­cello, amico di Vitellio. Questi, infatti, tiene più all'ami­cizia dei samaritani che all'onore militare del procuratore. A Gerusalemme, Caifa lascia il posto di sommo sacerdote al cognato Gionata, figlio di Anna. Pilato parte per Roma allo scopo di discolparsi. Arriva nel 37: l'imperatore Ti­berio è già morto, non ha potuto ascoltare Pilato né aiutare Antipa. L'anno stesso a Gionata succede il fratello Teofilo e, per ordine del nuovo imperatore, Caligola, il procura­tore Marcello è sostituito da Marullo. I protagonisti grandi e piccoli della politica palesti­nese stanno cambiando. Nel 39 anche Vitellio scomparirà dalla storia del paese. Antipa che, istigato da Ero­diade, pensa di poter diventare re, si reca a Roma per es­sere ricevuto da Caligola, ma il suo destino ha un corso del tutto contrario alle aspettative. Accusato di tradimento su istigazione del nipote Erode Agrippa, fratello di Erodiade, Antipa viene destituito da Caligola ed esiliato nelle Gal­lie. L'accusa è ingiusta, ma Agrippa non va tanto per il sottile: con questo colpo di mano si impossessa, attraverso la sorella, delle regioni che non aveva ottenuto dal nonno Erode il Grande. Agrippa è un lestofante, spia e truffatore; è stato an­che in prigione; nella sua vita nomade e dissipata è en­trato nelle grazie di Caligola ed ha potuto ordire l'inganno ai danni dei parenti. Caligola è, secondo Svetonio, un pazzo vizioso che si fa onorare come un dio. E’ lui che vuol far console un cavallo. Pessimo soldato e pessimo politico, contribuisce gravemente a dare scossoni alla sal­dezza dell'impero e all'autorità di Roma. Pietro e i primi cristiani vivono, in questi anni di tensioni, crimini e follie, la loro esaltante e drammatica avventura umana. Inevitabilmente, la dissolutezza di Ro­ma, unita ai vacillanti governi delle regioni che confinano con la Giudea, provoca uno sfaldamento del vecchio tes­suto sociale e politico, minato all'interno dalle lotte tra le fazioni religiose e dai malumori delle classi più modeste. I movimenti di liberazione della Palestina, infatti, non sono entità astratte, così come non lo è la povertà di molte categorie, in primo luogo i contadini. Lo scontento serpeggia per più di un motivo e in più di uno stra­to sociale. Si aggiunga che il Sinedrio, feudo di alcune famiglie ricchissime che non esitano a vendersi agli occupanti pur di mantenere i loro privilegi, ha grande autorità ma ha perso stima. Esso ha fatto della religione e della Legge un punto di sostegno per classi danarose, quindi è temu­to, non amato. Come vedremo, è in questi frangenti che Pietro comincia a lasciare Gerusalemme e poi ad allonta­narsi anche dalla Giudea per la sua opera di missionario. Nel 41, l'imperatore Caligola viene assassinato in una congiura di palazzo. Il procuratore Marullo lascia la Giu­dea. Erode Agrippa, diventato sovrano, prudentemente, ma anche con grande intuito politico, si stabilisce a Cesa­rea sul Mediterraneo dove, nella confusione dei tempi, sostituisce di fatto anche l'uomo di Roma. A Caligola succede lo zio Claudio, il quale riesce a mettere ordine nei rapporti con il senato e con il popolo romano così da risolvere una crisi che si presentava gravissima. Negli ul­timi anni, però, è succubo del terrore che avviluppa il suo trono come ha avviluppato quello dei suoi predecessori. Fa uccidere la terza moglie, Messalina. Manda a morte ventitré senatori e centinaia di appartenenti all'ordine equestre. La quarta moglie, Agrippina, che ha già un figlio, Nerone, riesce a farglielo adottare, e poi, pare, lo avvelena con un piatto di funghi. E’ l'anno 54. Nerone diventa imperatore.

 

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Sulla strada di Pietro i pazzi e i sanguinari sono più d'uno. Prima di arrivare a Nerone, ci sono altri che lo vor­rebbero uccidere. E’ probabile che, nel 30, i romani non facciano molto caso ai resti della banda Gesù dopo la morte del loro capo, ma il sommo sacerdote Caifa e suo suocero Anna sì: per essi non è soltanto una questione di ordine pubblico, è un doppio problema di egemonia religiosa e civile. La banda Gesù è formata da poveri e parla ai poveri: fin che i poveri restano poveri, i capi delle classi superiori possono esercitare il loro potere, che detengono soprat­tutto grazie alla religione e al monopolio del culto. Alcuni di questi capi godono di grande autorità e possiedono ric­chezze immense. Se i seguaci di Gesù aggrediscono questa struttura con la critica e il rigetto delle norme elaborate nei secoli intorno e sopra la legge di Mosè, se agitano i contadini, i braccianti e i diseredati delle grandi città, ecco che i maggiorenti di Israele debbono intervenire, pena la loro stessa rovina. Si hanno provocazioni dall'una e dall'altra parte. Scon­tri verbali, ma anche risse cruente, molte fomentate da zeloti o sicari. Un giorno, il Sinedrio prende una decisione drastica: Caifa e i capi sadducei arrestano tutti gli apostoli e li chiudono in prigione. Commettono uno sbaglio. Gli apostoli, infatti, vengono liberati. All'alba del giorno suc­cessivo alla cattura, su richiesta dei giudici che li vogliono interrogare, vengono mandate le guardie a prelevarli. Le prigioni risultano vuote. Le guardie riferiscono: « Abbia­mo trovato i sotterranei chiusi perfettamente, i nostri col­leghi erano in piedi davanti alla porta, ma quando abbia­mo aperto, dentro non c'era nessuno». La gente dice che è stato un angelo, mandato notte-tempo da Dio, con questa esortazione: « Andate, presen­tatevi nel tempio, annunciando al popolo tutte queste pa­role di vita». I giudici sono preoccupati. Stanno cercando una soluzione quando riappare una traccia degli evasi: sono tornati a predicare nel tempio. Il comandante del tempio non sa che cosa pensare. Non può avvenire quie­tamente che dodici uomini siano arrestati nel tempio, in­catenati nei sotterranei e liberati mentre il Sinedrio sta preparando il processo. Se una fazione parla di interventi divini, l'altra denuncia l'intervento di sicari. Sono angeli salvatori, ripetono gli uni per giustificare la liberazione degli apostoli. Tra noi ci sono spie e terro­risti, argomentano quelli che se li vedono sfuggire di mano. Dopo che i dodici apostoli sono scappati dalle pubbli­che prigioni e sono tornati a pregare e predicare in nome di Gesù sotto il portico di Salomone, il comandante ac­corre di nuovo con i suoi uomini per catturarli. Cerca, tuttavia, di sollevare il minor rumore possibile. Ha paura di essere malmenato dalla folla. Condotti davanti ai giudici, gli apostoli vengono am­moniti da Caifa, che dice a Pietro: « Noi vi abbiamo già proibito rigorosamente di insegnare nel nome di Gesù Na­zareno. Invece voi avete riempito Gerusalemme del vo­stro insegnamento. Il vostro obiettivo è di far ricadere su di noi il sangue di quell'uomo». Da un punto di vista strettamente legale, vuol dire Caifa, Gesù è stato ucciso per ordine del procuratore di Roma, non del Sinedrio di Gerusalemme. Vuol anche dire che è stato il popolo, non il Sinedrio, a scegliere di liberare Barabba al posto di Gesù. Vuol dire che la sentenza ori­ginale del Sinedrio è stata condotta sulla base della Legge mosaica interpretata secondo giustizia: Gesù è stato con­dannato perché bestemmiava, il processo è stato regolare, il verdetto approvato dal popolo e ratificato dal procu­ratore romano. Che hanno da dire i galilei? Non c'erano anche loro per le feste di Pasqua a Gerusalemme a seminare malcontento e disordini parlando di un nuovo re? « Ecco che cosa ho da dirvi » spiega Pietro. « Noi pen­siamo che si debba obbedire a Dio più che agli uomini. Il Dio dei nostri antenati ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha esaltato con la sua destra come principe e salvatore, per cancellare i peccati di Israele. Queste cose sono vere. Noi ne siamo testimoni. Noi, e lo Spirito santo che Jahvè ha dato a quelli che gli obbediscono. » Pietro non è in grado di andare tanto per il sottile: non ha astuzia retorica né senso politico. Gli è ignota l'arte del compromesso. Segue esattamente ciò che gli ha inse­gnato Gesù negli ultimi anni: di dire si se è si, no se è no. Un pescatore non può fare troppe discussioni con un in­tellettuale, ne risulterebbe sempre un imputato. I giudici non hanno difficoltà a considerare bestem­mie le affermazioni di Pietro. Anzi, pensano già di con­dannarlo alla pena capitale, insieme con tutti i suoi. Ma si alza una voce moderatrice. E’ Gamaliele, fariseo, dot­tore della legge, persona ritenuta di buon senso anche dal popolo, il quale dopo aver chiesto l'allontanamento mo­mentaneo degli accusati, rievoca un episodio increscioso e fa una proposta. « Recentemente » dice « abbiamo avuto a che fare con un certo Teuda, che voi ricorderete. Si dava molto da fare, ha raccolto quattrocento uomini armati. Teuda èstato ucciso, la rivolta domata, i suoi fedeli si sono sban­dati e dispersi. Ricorderete anche che al tempo del censi­mento abbiamo avuto Giuda il Galileo, che ha trascinato con sé parecchia gente. Anche lui è morto e i suoi seguaci non sappiamo più nemmeno dove siano. » Gamaliele vuol far capire che le ribellioni ci sono e poi si esauriscono. E’ evidente che hanno dei motivi per svilupparsi, ma alla fine risultano inconsistenti. Vale la pena scontrarsi con questi dodici galilei, pronunciare una condanna, chiedere il consenso al procuratore di cui è nota l'inimicizia per il Sinedrio? Lasciamoli andare, esorta Ga­maliele, e poi vedremo: «Non occupiamoci di questi uo­mini, lasciamoli stare per ora. Se quello che dicono è opera di un uomo, tutto cadrà da sé, se è opera di Dio, non solo noi non la possiamo distruggere, ma corriamo il pericolo di combattere contro Dio stesso». L'argomentazione raggiunge il suo scopo. Il Sinedrio accetta il suggerimento: niente morte, fustigazione. Gli apostoli vengono richiamati, denudati, bastonati. La fu­stigazione è una pena dura, ma meno pesante della flagel­lazione cui è stato sottoposto Gesù prima di morire. Prima d'essere lasciati in libertà ricevono una seconda ammo­nizione affinché smettano di predicare in nome di Gesù. Pesti e sanguinanti, ma felici, i dodici se ne vanno. Non smettono tuttavia di parlare: ogni giorno continuano sia nelle case private, sia sotto i portici del tempio. Forse non si sono accorti di aver rischiato la vita. L'azione missionaria continua, i discepoli aumentano e hanno inizio le prime recriminazioni all'interno del mo­vimento. E’ inevitabile: tutti hanno dei momenti di debo­lezza. Fra il 30 e il 40, Pilato firma il suo crollo politico in Samaria, Erode Antipa mette in gioco la sua esile re­putazione e la perde insieme col potere, Vitellio guarda con preoccupazione sia alla Giudea sia alla tetrarchia di Anti­pa, l'imperatore Tiberio, per salvare la pelle e la politica, abita nell'isoletta di Capri anziché a Roma. Anche Pietro ha i suoi fastidi. Non sappiamo con certezza quando avvengono gli episodi di cui è protagonista Pietro con i suoi compagni, ma sappiamo che nell'arco di un decennio gli ebrei che abbracciano la nuova dottrina diventano sempre più nu­merosi. Non si tratta più soltanto di contadini o pastori o miserabili abitanti della Palestina. Essi vengono da diversi paesi e appartengono a varie categorie, anche benestanti: sono gli ebrei della diaspora, i quali, separatisi in seguito alla schiavitù babilonese, hanno fondato comunità nelle regioni mediterranee dove vivono a contatto con la civiltà latina ed ellenistica. Ce ne sono anche in Africa e nella stessa Roma. Gli ebrei che, a Gerusalemme, si fanno battezzare e ricevono lo Spirito santo nel nome di Gesù, quando tor­nano ai luoghi di provenienza portano la loro nuova fede, accendendo ovunque focolai di interesse e fondando nuove comunità. Come si capirà più avanti, pur nell'unità di questa fede, le chiese cercheranno in seguito una loro autonomia da Gerusalemme e da Pietro, e ciò proéurerà al capo degli apostoli problemi non indifferenti e lo im­mergerà in liti di cui si parlerà nei secoli. Il processo di divulgazione è più rapido di quanto si pensi. Dieci anni dopo la morte di Gesù ovvero intorno al 40-43, il suo movimento costituisce un caso non sol­tanto per il Sinedrio e gli uomini ad esso legati, ma per molti popoli e per lo stesso senato romano. Tacito, negli Annali, parlando dei seguaci dell'operaio galileo, li descrive come una setta che si è propagata senza soste. Lo storico dice: « Cristo fu il fondatore di questa setta, messo a sup­plizio da Ponzio Pilato, durante il regno di Tiberio. Que­sta rovinosa superstizione fu per allora contenuta, ma poi nuovamente dilagò, non solo lungo la Giudea, terra d'ori­gine di questo flagello, ma anche in Roma, dove tutti gli orrori e le brutture confluiscono da ogni parte del mondo e vi mettono radici».

 

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Fra i primissimi cristiani la storia registra presto qual­che attrito. Il principale sembra causato dal trattamento delle donne sole: gli ebrei della diaspora accusano la co­munità di Gerusalemme di fare differenze tra le vedove che vengono da fuori e quelle che abitano in città o in Giudea. Poiché tutto è in comune e l'assistenza mutua èquotidiana, si capisce il disagio originato da questa accusa. Può darsi benissimo che le donne della diaspora, nella confusione di Gerusalemme, si sentano trascurate. Gli screzi fra le donne si tramutano in dibattiti e alterchi fra gruppi di varia estrazione sociale e culturale e possono scadere in una rissa ideologico-religiosa di proporzioni im­mani per il movimento ancora sul nascere. Pietro convoca gli amici e tutti insieme i dodici ten­gono un'adunanza generale. Spiegano che i discepoli sono ormai tanti che essi, da soli, non possono occuparsi di tutto e di tutti come Gesù aveva fatto con loro. Dicono: « A noi non conviene lasciare la parola di Dio per servire alle mense, non possiamo trascurare la predicazione per trat­tenerci in casa a risolvere i piccoli problemi di ogni giorno e ascoltare i casi di tutti. Perciò, fratelli, scegliete tra voi sette uomini di buona reputazione che sentano in sé la forza dello Spirito santo e che accettino questi incarichi. Noi glieli affideremo e potremo così continuare a dedicarci con libertà alla preghiera e alla predicazione». La proposta incontra l'assenso dell'assemblea. I pre­senti eleggono questi sette diaconi: Stefano, Filippo, Prò­coro, Nicànore, Timone, Parmena e Nicola. Li presentano agli apostoli, i quali impongono loro le mani. Significa che li accettano e li consacrano al nuovo ufficio. Così come ci sono stati tramandati, i nomi di sei dei sette sono gre­co-ellenistici. Può darsi che sotto la disputa apparente-mente donnesca vi sia dunque una più importante incri­natura tra gli ebrei palestinesi e gli ebrei della diaspora. I nuovi incarichi contribuirebbero così a un nuovo equi­librio ai vertici della comunità di Gerusalemme. Nella sua cronaca riguardo agli atti degli apostoli, Luca riassume: « E la parola di Dio si diffondeva sempre di più, e il nu­mero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Geru­salemme; e anche un gran numero di sacerdoti obbediva alla fede». I fatti nuovi sono sempre più frequenti. I seguaci di Pietro riescono a convincere perfino appartenenti alla clas­se sacerdotale: il Sinedrio trova nemici nelle sue stesse retrovie. La setta di cui parla Tacito con tanto sospetto si diffonde in maniera del tutto inattesa. Nemmeno Ga­maliele, il dottore della legge, lo avrebbe immaginato. Si diffonde e prolifica, perché fin dai tempi della diaspora gli ebrei hanno avuto un debole per il proselitismo: la nuova fede li induce a moltiplicare i loro sforzi. A Gerusalemme, oltre al tempio, insostituibile ed unico, si trovano altri luoghi di preghiera, le sinagoghe. Accanto a quelle dei giudei, vi sono sinagoghe tenute aper­te dalle varie comunità della diaspora, che, arrivando nella città di Davide, amano mantenere i contatti tra loro. La sinagoga costituisce un punto d'incontro per i pellegrini lontani da casa. Ci sono le sinagoghe degli ebrei di Cirene, degli ebrei di Cilicia, dell'Asia, di Alessandria e così via. Ce n'è perfino una degli ebrei liberti, ovvero una sinagoga pagata con il denaro degli ex schiavi di Roma che sono riusciti ad affrancarsi e che, pur abitando tra i gentili cioè tra le « genti » pagane, non hanno tradito la fede dei padri.

 

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I seguaci di Gesù vanno a discutere spesso nelle si­nagoghe di questi ebrei. Tra i più attivi nella predicazione è il diacono Stefano. Pare anzi che sia bravissimo. I risul­tati gli danno ragione: molti si fanno battezzare da lui nel nome di Gesù. Lo scompiglio provocato da questo nuovo modo di raccogliere discepoli suscita invidia e ira tra gli avversari dei galilei. Stefano, cbe parla come Pie­tro, viene accusato di bestemmiare Mosè e Dio. Un giorno, nel mezzo di una rissa, un gruppo di farisei e di scribi lo acciuffa e lo porta davanti al Sinedrio. I testimoni antigalilei affermano: « Abbiamo sentito dire che Gesù, quel Nazareno, distruggerà questa città e mo­dificherà i riti tramandati dal profeta Mosè». Sono testi falsi, ribattono gli amici di Stefano. I testimoni, però, dicono il vero: dall'esame del discorso difensivo del diacono risulta che egli ha detto pro­prio quello che gli viene imputato. Si tratta piuttosto di collocare le sue affermazioni in un diverso contesto: non sono tanto i fatti, ma la differenza di valutazione e le prospettive che ne scaturiscono, a provocare lo scontro tra ebrei fedeli alla Legge ed ebrei fedeli a Gesù. La ra­gnatela di norme creata dai primi tende a perpetuare uno status di cui profittano solo alcune caste. La predicazione dei secondi innalza invece il popolo più misero chie­dendo una partecipazione della base che, inevitabilmente, porta a sgretolare il potere enorme che esse detengono e non intendono cedere. Nella sua autodifesa, Stefano parte dalla visione di Abramo in Mesopotamia, rammenta la circoncisione di Isacco e di Giacobbe, passa attraverso le migrazioni ebrai­che in terra straniera, tocca il caso di Giuseppe in Egitto e rievoca l'apparizione di Dio a Mosè sotto forma di ro­veto ardente, per dimostrare che Jahvè ha sempre invitato i suoi fedeli a seguirlo perché un giorno lo dovranno ser­vire nel luogo da lui, Dio, indicato. « Dio dice: nel luogo mio » spiega Stefano al Sine­drio. E continuando la sua esposizione arriva all'epopea di Giosuè e poi di Davide e di Salomone e al tempio da questi innalzato come dimora di Dio: « Ma l'Altissimo non abita in templi costruiti dall'uomo » insiste Stefano. Qui tocca un tasto stonato per il Sinedrio, sebbene citi a rin­forzo il profeta Isaia: « Mio trono è il cielo: e la terra èsgabello ai miei piedi. Che cosa potete edificare voi, se sono stato io, Jahvè, a fare tutte le cose? ». Nella sua conclusione, Stefano passa ad una fase ac­cusatoria, che è già una sentenza di morte che egli pro­nuncia per se stesso. La sentenza egli la grida, però, contro i giudici: « Gente di cervello ottuso, incirconcisi di cuore e d'orecchi, voi resistete sempre allo Spirito santo. Vi op­ponete a Dio, esattamente come hanno fatto i vostri an­tenati. I vostri antenati hanno sempre perseguitato i pro­feti, e voi fate lo stesso. Hanno perfino ucciso quelli che preannunciavano la nascita di Gesù, il giusto. E voi, que­sto Gesù l'avete addirittura assassinato. Siete voi, non noi, che non osservate la Legge». Il Sinedrio decide di condannarlo, ma prima che si conosca il verdetto ufficiale un gruppo di persone prende in mezzo Stefano, lo trascina fuori della città e lo uccide a colpi di pietra. Alcuni sostengono, ma senza prove, che tra i lapidatori c'è un certo Saul, o Paolo in greco, che a Gerusalemme studia da Gamaliele. Se questo Gamaliele è lo stesso prudente dottore della legge che ha salvato i dodici nel precedente processo, non si può dire che Saul abbia imparato molto da lui. Almeno nel comportamento. Anche lui come gli altri si toglie le vesti per essere più libero nel tragico incarico. Il corpo di Stefano viene massacrato, senza che si riesca a sapere fin dove è arrivata l'istigazione dei sinedriti o la loro acquiescenza. Siamo infatti in un periodo oscuro. Siamo in quel periodo in cui il Sinedrio è in at­trito con Pilato, Pilato senza più il suo protettore è in attrito con Vitellio, Vitellio deve accorrere senza averne voglia in aiuto dello sconfitto Erode Antipa. I notabili temono rigurgiti nazionalistici provocati dalle fazioni più combattive, e ne hanno buoni motivi. E’ difficile, insom­ma, controllare le risse di piazza ed è facile scatenarle. Non sappiamo con esattezza quando sia stato pro­cessato Stefano, oggi considerato il primo martire nella storia del cristianesimo. L'incertezza di quei tempi è tale che, obiettivamente, si può solo supporre che sia avvenuta intorno all'anno 36. Il caso del diacono viene registrato come il più clamoroso della persecuzione scatenata in que­gli anni contro Pietro e i seguaci di Gesù. Sepolto e pianto Stefano, gli apostoli prendono l'unica decisione politica­mente sensata: fanno allontanare i discepoli e le loro fa­miglie da Gerusalemme. Questo si evince dal fatto che Saul si è messo a capo di un gruppo di provocatori, i quali rastrellano le case degli avversari mettendole a soq­quadro e arrestandone gli inquilini. Sono forse più sicuri i cristiani ellenisti, provenienti dalle file degli ebrei della diaspora, che, tornati alle loro città, ora sono lontani dalle pressioni del Sinedrio. La per­secuzione ha l'effetto di saldare molti vincoli, che forse si sarebbero allentati, e di spingere migliaia di discepoli a portare la nuova fede in nuove città e in nuove regioni. Si ha notizia del diacono Filippo che, recatosi in Samaria, attira la gente curando malati, indemoniati, epilettici. Co­me sempre accade, si diffonde la voce che egli compia miracoli e guarisca zoppi e storpi. Si può anche immaginare come molti dei battezzati abbiano un'idea piuttosto su­perficiale di quel che ha fatto e voluto dire Gesù durante la sua vita. Non c'è da meravigliarsi, date le contingenze. Il capo degli apostoli, Pietro, è all'origine analfabeta, e degli altri, a quanto sappiamo, l'unico che sa scrivere sembra sia l'ex gabelliere Matteo. Si può supporre, con piena ragione, che sapesse scrivere e far di conto anche Giuda Iscariota, l'am­ministratore della 'prima comunità nomade, ma è morto. Forse sa scrivere anche Simone Cananeo che, ritenuto ze­lota, dovrebbe provenire da una famiglia di farisei istruiti. Sul livello di istruzione degli altri c'è motivo di avere forti dubbi. Date le loro capacità, gli apostoli martellano soprat­tutto su alcune idee centrali, e la divulgazione dei fatti e detti di Gesù è esclusivamente orale. A ciò si aggiunge la loro fede incrollabile nello Spirito santo. La fede au­menta il coraggio, ma non la cultura. Pietro stesso ha modo di accorgersene: in una società in cui proliferano maghi, ciarlatani, profeti di vario genere, venditori di far­maci e d'erbe mirabolanti, è inevitabile che fede e super­stizioni si intreccino fortemente.

 

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In Samaria vive un mago di nome Simone, al quale molti fanno credito di essere un uomo del Signore. Ha un suo seguito e si dice che egli abbia « la potenza grande di Jahvè ». L'arrivo di Filippo, che a sua volta si procura la fama di taumaturgo, suscita due fazioni. Nella lotta per la concorrenza, Filippo ha la meglio: non solo raccoglie neo­fiti, ma lo stesso mago Simone chiede e ottiene il batte­simo da lui. Avuta notizia dei successi del diacono, gli apostoli decidono di andare a vedere. E’ una doverosa azio­ne di controllo, perché è la prima volta che si hanno noti­zie di battesimi fuori di Gerusalemme e della Giudea. Anzi, addirittura in una regione dove giudei e galilei non sono mai stati ben visti. Pietro vi si reca accompagnato da Giovanni. Pare che Filippo abbia, si, battezzato numerosi ebrei, ma non im­posto loro le mani sul capo per rafforzarli con la discesa dello Spirito santo. Manca insomma la conferma più au­torevole, quella degli apostoli. La struttura è embrionale, ma gia si delinea l'organizzazione che, per necessità pra­tiche e convinzione religiosa, stanno dandosi i seguaci di Gesù. Per forza di cose si tratta di un'istituzione verticale, segue l'antico modello patriarcale. La base è costituita dal popolo tra il quale vanno i discepoli a predicare, sui discepoli emergono i diaconi, su tutti i dodici apostoli. Gli apostoli possono infondere lo Spirito santo, i diaconi battezzare, i discepoli pregare e predicare. In caso di discussioni, la decisione ultima spetta ai dodici, i quali però ascoltano sempre il parere vinco­lante dell'assemblea e accettano i suoi eletti. Questo è molto importante in quel microcosmo che è il movimento di Gesù dopo la crocifissione. Più tardi, infatti, sotto la spinta dei tempi e degli uomini, le regole verranno nuo­vamente modificate, le assemblee risulteranno meno omo­genee, il loro parere perderà forza di vincolo, e il vertice, più agile nel muoversi perché più ristretto, acquisterà maggiore autorità. Pietro e Giovanni impongono dunque le mani sulla testa dei discepoli battezzati da Filippo, secondo il rito ormai accettato dalla comunità, e il mago Simone li avvi­cina con una proposta: vuole comprare il loro potere, offre in cambio denaro. Richiesta e offerta hanno una precisa logica. Il mago capisce benissimo che il gesto degli apo­stoli conferisce un grande ascendente a chi lo compie. Egli non ne fa una questione religiosa, ma pratica. Per Pietro l'imposizione delle mani è l'invocazione divina attraverso la quale il fedele prende coraggio e si conferma nella fede, per il mago è un segno di sottomissione. Chi si sottomette, paga. Ecco perché il mago Simone vuole acquistare il po­tere di procurarsi docili dipendenti. Pietro lo respinge. Ma, secondo i testimoni, non nella maniera violenta riconosciutagli fino a quel momento. Tut­to sommato, qui ha di fronte un personaggio rozzo, non pulito e istruito come i dottori del Sinedrio. Lo apostrofa duramente, ma gli lascia uno spiraglio. In fondo, il mago è stato battezzato nel nome di Gesù. Non è tutta colpa sua se non gli sono state chiarite le idee. « Che il denaro ti porti! » lo investe Pietro. « Ma tu credi che i doni di Jahvè si possano comperare con i sol­di? Tu non hai niente da spartire con noi, perché sei di cuore disonesto davanti a Dio. Cerca di capire quale cat­tiveria hai fatto, e prega Dio che ti perdoni. Per me, io ti vedo pieno di fiele e prigioniero della malvagità. » Il mago risponde: « Pregate voi il Signore per me, affinché non mi accada niente di ciò che voi pensate». Pietro e Giovanni si trattengono qualche tempo in Samaria. Visitano alcuni villaggi, fanno nuovi proseliti e poi rientrano a Gerusalemme. Di Simone il mago si per­dono le tracce. Restano le leggende. E resta un ricordo nella storia solo attraverso il suo nome: si chiama simonia il baratto di cose sacre, cioè la impossibile compravendita dei favori di Dio. Filippo non finisce di stupire. Un giorno, mentre per­corre la strada che da Gerusalemme conduce a Gaza, in­contra il sovrintendente ai tesori della regina Candace degli etiopi. Si tratta di un eunuco, uomo di grande in­fluenza nel suo paese, che si è recato nella città santa a pregare. Gli eunuchi non sono una novità: in genere sono schiavi utilizzati come guardie del corpo. Si sa che a mo­tivo dell'incapacità dei loro padroni, per lo più nobili e principi, assumono a volte grande autorità facendo car­riera nell'esercito e perfino nel governo. I due stringono amicizia. Il ministro etiope viaggia sul suo carro e per passare il tempo legge brani di Isaia. Si impunta sull'epi­sodio in cui si parla di un agnello sgozzato dopo che gli era stata negata giustizia. « Lo capisci? » domanda Filippo. « No, » ammette l'etiope « sarebbe meglio se qualcu­no me lo spiegasse. » Lungo la strada, Filippo spiega la vicenda di Gesù e, arrivati a una fonte, l'africano chiede d'essere battezzato. Filippo acconsente. I due si lasciano. Ricordando questo episodio all'amico Teofilo, l'evangelista Luca dirà poi che Filippo scompare misteriosamente alla vista dell'eunuco. La storia ci racconta che Filippo predicherà più tardi nelle città di Azoto e di Cesarea.

 

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A Gerusalemme, la persecuzione continua, ma non si ha notizia di nuovi processi agli apostoli. Saul-Paolo chie­de al sommo sacerdote commendatizie per le sinagoghe di Damasco: vorrebbe recarsi in Siria e catturare uomini, donne, bambini battezzati nella nuova fede per portarli in catene a Gerusalemme. Se la notizia è vera, dati i tempi, è una follia. E’ probabile che sia piuttosto una voce diffusa per meglio spiegare la ferocia dei conflitti in quegli anni. Paolo è di Tarso, fiorente capitale della Cilicia, città splen­dida e famosa. La Cilicia si affaccia sul Mediterraneo, nella parte meridionale di quella che oggi è la Turchia; ha di fronte l'isola di Cipro. Paolo è sui 28 anni; di religione ebraica, di cittadinanza romana, perché la Cilicia, ellenista, è una provincia di Roma. Sa leggere, scrivere, lavorare alla tessitura delle tende, che è il mestiere di famiglia. E’ un ebreo della diaspora, della stirpe d'Israele, discendente di Abramo, della tribù di Beniamino, come dice egli stesso. Circonciso, porta orgogliosamente il nome del primo re, Saul. Ha approfondito gli studi religiosi: studia a Gerusa­lemme dall'età di 15 anni. Mentre si reca a Damasco modifica radicalmente le sue posizioni nei confronti di Gesù. Luca nel suo raccon­to di questi avvenimenti è un po' frettoloso e le vicende, viste successivamente con l'occhio degli storici, appaiono a volte spostate nel tempo; comunque non concordano. Si dice che Stefano è stato ucciso intorno al 36 o poco prima, poniamo nel 35, l'anno stesso della strage di samaritani sul monte Garizim. All'uccisione avrebbe partecipato Pao­lo. Pare che Paolo si rechi a Damasco dopo la morte di Stefano; tuttavia si indica come data del viaggio l'anno 32. C'è un'evidente contraddizione. Si può pensare questo: che, come dicono alcuni, Paolo non abbia contribuito al­l'assassinio di Stefano. Se le date sono sommamente msi­cure, i fatti almeno sono certi: il diacono è stato lapidato, Paolo si è recato a Damasco. Può darsi che Paolo corregga il suo pensiero nei con­fronti della nuova fede, perché da tempo medita sul suo significato, sulla predicazione di Pietro e su ciò che ha fat­to e detto Gesù. Paolo è un talento eccezionale: è un in­dividuo violento, possessivo, arrogante, ma la sua straor­dinaria vitalità è sostenuta da un'intelligenza e da una logica concrete, che hanno avuto modo di svilupparsi con studi di livello adeguato alla classe sociale della sua fami­glia. Si dice dunque che, durante il viaggio, sia vittima di una caduta da cavallo, che lo costringe in coma per tre giorni: per tre giorni non apre gli occhi e non mangia. Ricoverato a Damasco dai suoi amici, riceve la visita di un cristiano, un certo Anania, il quale per la verità è ri­luttante, non vorrebbe affatto occuparsi di lui. Se ne oc­cupa solo perché, afferma, ha avuto in sogno l'incari­co da Dio. Può essere una mossa della comunità cristiana, che, rischiando sulla pelle di Anania, cerca di ingraziarsi il te­mibile avversario mandandogli un medico, ma non c'è da stupirsi che si parli anche di un sogno premonitore. Ana­nia cura Paolo e l'aiuta a recuperare la vista e la salute. Paolo lascia il letto. Decide di farsi battezzare nella nuova religione. Il cambiamento di parte lo marchia però come traditore. I suoi ex compagni lo vorrebbero uccidere. Gli tendono imboscate. Una notte, Paolo viene calato con un cesto giù dalle mura della città e fugge. Più tardi, scrivendo ai cristiani della Galazia, egli spiegherà di essersi recato in Arabia, regione desertica, ma in cui crescono città importanti come Petra, residenza del re Areta, Gerasa e Filadelfia, la quale oggi si chiama Amman e si trova in Giordania. Tra gli arabi, Paolo ri­mane tre anni, poi si reca a Gerusalemme. E’ la prima volta che ritorna nella capitale della Giudea dopo la conversio­ne, e per qualche tempo ha la vita difficile. Da un lato èun traditore, dall'altro molti non dimenticano che è un loro ex persecutore. Tutti ricordano l'orrore delle spedi­zioni punitive. Tra i primi discepoli a concedergli fiducia è Barnaba, oriundo di Cipro. Potrebbe essere quel Giuseppe, levita, soprannominato Barnaba, che è entrato nella comunità di Gerusalemme dopo aver venduto tutti i suoi averi. Se ècosì è uno dei discepoli di maggiore anzianità: è uno di quelli che hanno conosciuto Gesù o uno di quelli che hanno seguito Pietro subito dopo la crocifissione del suo maestro. Gode della fiducia dei dodici. Comunque sia, Barnaba procura a Paolo un incon­tro con Pietro, e questi gli permette di predicare a Geru­salemme. Ma la città è una trappola mortale per lui: il Sinedrio lo cerca per arrestarlo. C'è chi tenta di assassi­narlo. Paolo non può lasciare il suo rifugio. Il prolungarsi della situazione danneggia anche gli apostoli, i quali deci­dono di aiutarlo a scappare di nuovo. Paolo riprende la strada del settentrione, ripara prima a Cesarea di Filippo e poi torna nella città natale. Non si tratta propriamente di un viaggio, ma di una serie di spostamenti con soste lunghe e frequenti. Lasciata Gerusalemme, infatti, Paolo si spinge ancora in Arabia. Non si sa che cosa faccia, anche se si presume che preghi e predichi, perché poi egli risul­terà molto conosciuto. Il ritorno a Tarso avviene dopo circa quattordici anni di questa nomade esistenza. Venendo a mancare questo singolare personaggio, ele­mento di disturbo, prima in funzione anticristiana e poi antigiudaica, ed essendosi allontanati dai villaggi intorno a Gerusalemme la maggior parte dei nuovi discepoli, si allenta la tensione non soltanto in Giudea, ma anche in Samaria e in Galilea. Nella città santa, i sommi sacerdoti si tramandano il potere di fratello in fratello, tenendo sem­pre stretti i legami con l'invasore romano. Legami stretti ha pure Erode Agrippa I che ora è padrone sia della te­trarchia appartenuta allo zio Erode Filippo, sia della tetrarchia dello zio Erode Antipa. Due zii inetti e un ni­pote cinico e astuto. C'è un particolare: l'imperatore pazzo Caligola vuole che l'amico si impegni a fargli erigere una statua nel tempio di Gerusalemme. Erode Agrippa è un mascalzone e forse lo farebbe se ne avesse le forze, ma non le ha: conosce le possibili reazioni dei giudei, per i quali è un reato perfino far circolare il ritratto dell'impe­ratore pagano sulle monete. Ricorda bene che accolsero come un sacrilegio le insegne militari degli occupanti al tempo di Ponzio Pilato. D'altra parte ha trovato un modus vivendi con il sommo sacerdote Teofilo e non intende rompere questi fragili legami. Il sovrano non è uno stupido, temporeggia e nello stesso tempo trama per in­grandire il regno fino ai confini raggiunti dal famoso e ter­ribile nonno.

 

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Pietro ha tra i 45 e i 50 anni. Gli avvenimenti nella capitale dell'impero sembrano molto lontani, anche se con sostituzioni, destituzioni e guerre gli echi arrivano fino in Palestina. Non li sente il popolo, si smorzano nelle classi alte. Le fazioni farisee e sadducee, i dottori della legge, i sacerdoti, il popolo ebreo rimasto nella tradizione, si adattano intanto a sentir parlare della setta cristiana, an­che se non a convivere con essa pacificamente. Pietro lascia Gerusalemme e comincia a viaggiare per tastare il polso alle comunità di cui ha notizia. Sono press'a poco dieci anni che il suo maestro è morto e la sua supremazia si è consolidata, nessuno è in grado di metterla in discussione. Morto Gesù, che cosa ha fatto Pietro? Ha guidato il suo piccolo gruppo alla conquista della' città santa come pochi altri avrebbero saputo. E’ un capopopolo di tutto rispetto: ha imparato a tenere discorsi, ha un'eccellente forza fisica, all'occorrenza saprebbe difendersi con le armi, ha un elo­quio didascalico, ha imparato ad accettare il compromesso, ma anche a usare toni apocalittici, aiuta gli ammalati e le donne bisognose, ma è impietoso con gli ipocriti. E’ un uomo con poche sfumature. E’ amato, pregato, stimato, temuto. Pietro è stato imprigionato più volte come bestem­miatore della Legge, profanatore'del tempio, capo di un'as­sociazione a delinquere. E’ stato ammonito e bastonato. Una volta è stato rilasciato, qualche volta è fuggito, sem­pre è tornato a predicare con un 'ostinazione e un coraggio che gli procurano rispetto e devozione. E’ sfuggito a una condanna a morte. Nonostante questo, durante le violenze anticristiane, non ha mai abbandonato la città. A lui si deve la decisione di sostituire Giuda Iscariota, lui ha pre­sieduto all'elezione di Mattia dando così continuità, con le parole e con i fatti, alla organizzazione originaria di Gesù. Egli esegue, secondo i testimoni, ciò per cui il mae­stro l'aveva chiamato. stato il primo discepolo ad affrontare il pubblico e il primo a subire le accuse degli erodiani e dei sinedriti. I tempi della vita nomade lungo il Giordano, sui monti e nei deserti dell'interno, quando echeggiavano le profezie di Giovanni il Battezzatore e Gesù raccoglieva le prime piccole folle intorno alle sue preghiere e alle sue guari­gioni, appaiono molto lontani. Pietro e i suoi amici anda­vano scalzi, o con sandali poverissimi, vivevano alla mac­chia, erano sporchi, non possedevano nulla più di quan­to indossavano. Più volte sono stati considerati terroristi e costretti a fuggire. Quando non sapevano dove andare, cercavano rifugio sul loro lago, nel loro villaggio. Ora di Genezareth, di Bethsaida, di Cafarnao non si trova più cenno. Gene­zareth è diventata Tiberiade in onore di Tiberio: anche il nome rischia di essere dimenticato. Bethsaida, ricostruita, sarà chiamata Giulia in onore della stirpe romana. Tutto parla degli invasori, ma Pietro non se ne oc­cupa; o, almeno, non risulta che se ne occupi e, così stando le informazioni su quegli anni, si nota che egli procede come se pensasse esclusivamente al suo apostolato. Si sen­te, attraverso Gesù, l'inviato di Dio a testimoniare l'avvento di un nuovo regno. Sarebbe arduo affermare il con­trario. Coloro dei discepoli che parlano dopo di lui, seguono la traccia del suo modo di ragionare. Lo vediamo dai discorsi di Stefano e di Filippo: la stessa tecnica, lo stesso scopo. E’ Pietro il primo a sostenere pubblicamente che bi­sogna obbedire a Dio prima che agli uomini, cancellando così decine di norme stabilite dai dottori della legge. E’ lui il primo giudice, tremendo e inappellabile: lo ha visto chi ha assistito alle accuse contro i coniugi Anania e Saffira. con lui che vengono istituiti i diaconi. Da lui si reca Paolo dopo la conversione: il suo assenso di capo è il ri­conoscimento fondamentale, il lasciapassare per la pre­dicazione. E’ lui il primo che impone le mani per invocare sui nuovi discepoli l'intervento dello Spirito santo. Ades­so sta per prendere una decisione cardine per la chiesa futura: il battesimo dei pagani oltre che degli ebrei; e sta per sostenere una battaglia per la libertà religiosa nel con­cilio di Gerusalemme, il primo del cristianesimo nascente.

 

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Due eventi inspiegabili e la conversione di un pagano accrescono la fama di Pietro all'esterno del movimento cristiano e la sua autorità all'interno. A Lidda, oggi Lod, nella pianura di Sharon, l'apostolo guarisce un certo Enea, paralitico da otto anni, che gli viene presentato su un lettino: « Il signore Gesù ti risana, Enea. Alzati e ag­giustati il letto » dice Pietro. Enea si alza e cammina. A Joppe, oggi Jaffa-Tel Aviv, porto che serve Ge­rusalemme, non lontano da Lidda, Pietro, dicono, risuscita una donna, una discepola di nome Tabitha, che significa gazzella, nota per la sua generosità. Il corpo è già stato lavato e sistemato al piano superiore della casa, e le donne piangono e si lamentano. Pietro fa allontanare i curiosi. E’ lo stesso procedimento adottato da Gesù. Si inginocchia e prega. Poi chiama: « Alzati, Tabitha ». La donna apre gli occhi e si mette a sedere. Pietro l'aiuta a scendere dal cataletto. In genere, i testimoni non dicono se Pietro, prima della guarigione fisica, pensi alla guarigione spirituale, come invece faceva sempre il suo maestro. t tuttavia un fatto che la diffusione di simili notizie provoca nuova attenzione nei confronti dei cristiani ed aumenta il numero dei convertiti. Pietro viaggia molto in questi anni. Fa proseliti e fonda nuove comunità. Mentre si trova a Joppe, ospite di un cònciapelli di nome, come lui, Simone, a Cesarea il centurione Cornelio della coorte Italica, ritenuto uomo buono, profondamente religioso, generoso anche verso i giudei, riceve la visita di una persona. Qualcuno dice che si tratta di un angelo. Siamo abituati a queste congetture. I testimoni precisano che l'incontro avviene alle 3 del pomeriggio, mentre Cornelio sta pregando. Lo sconosciuto avverte il centurione della presenza di Pietro a Joppe. Cornelio, che evidentemente prova un vivo interesse per le religioni orientali, manda un soldato e due servi a cercarlo. L'indomani, i tre inviati percorrono l'ultimo tratto della strada che congiunge le due città e si snoda per una cinquantina di chilometri lungo la riva del mare Mediterraneo. L'apostolo decide di salire a pregare sul terrazzo della casa di cui è ospite. A mezzogiorno, dicono le cronache del tempo, si appresta a mangiare, ma cade in estasi. Vede scendere dal cielo un grande telo, tenuto per le cocche così da formare un fardello. Dentro si trovano animali d'ogni specie, mammiferi, rettili e uccelli. Si tratta di bestie che nessun ebreo fedele alla Legge può mangiare. E’ cibo ritenuto impuro. Una voce invita, invece, Pietro a uccidere queste bestie e a cibarsene. L'apostolo rifiuta: «Non ho mai mangiato niente di profano e di impuro». Per tre volte la voce lo rassicura: « Non chiamare profano ciò che è stato purificato dal signore». Riavutosi dallo stordimento, Pietro sta meditando sul significato della visione quando arrivano alla porta i tre inviati di Cornelio e domandano di lui. Li sente dalla terrazza. « Tre uomini cercano di te » gli dice una voce che egli interpreta per quella del signore. « Alzati e va' con loro senza incertezze, perché li ho mandati io. » Pietro allora risponde ai tre: « Sono io Pietro. Per quale motivo mi cercate? ». « Il nostro centurione, Cornelio, che è uomo religioso e amico dei giudei, ha saputo che tu eri qui e ti vuole conoscere. Vuole che tu vada a casa sua per parlarti. » Prudentemente accompagnato da un gruppetto di sei amici, Pietro si reca a Cesarea, dove Cornelio lo riceve assieme ai familiari e a persone di sua fiducia, prostrandosi ai suoi piedi per adorarlo. Pietro si stupisce molto, e in­fatti non si capisce perché un centurione romano, un'auto­rità militare di rilievo, convochi un nomade galileo per adorarlo anziché arrestarlo. Cesarea, sede del procuratore romano, sede principale della guarnigione romana in Giu­dea, con un nome che ricorda gli imperatori d'oltremare, con un porto che serve alle navi romane da guerra e da commercio, con palazzi che ricordano la civiltà greco­romana e non quella giudaica, addirittura con un tempio sacro a Roma e ad Augusto, è per Pietro una città perico­losa sotto tutti gli aspetti. Non c'è da meravigliarsi se il suo gruppetto viaggia armato. Oltre tutto Pietro ha pure un motivo di imbarazzo, come accade a tutti coloro che, ritenuti nemici, vengono inaspettatamente salutati e accolti come amici: rischia di essere sospettato di collusione con gli occupanti. Rischia di apparire un possibile traditore. Infine, pregare un uomo come dio è per un ebreo peccato gravissimo. Questo avvenimento è molto importante nella storia di Pietro: in pochi giorni egli si è trovato coinvolto in episodi inconsue­ti e inattesi. Pietro fa alzare Cornelio: « Lèvati, sono un uomo, non un dio. Ma per quale motivo mi hai mandato a chiamare? Sai che per un ebreo è sconveniente frequen­tare un pagano. Dio, però, mi ha insegnato a non fare differenze tra gli uomini. Spiegami insomma che cosa vuoi». Il centurione racconta della strana visita e dell'ancor più strano avvertimento, ricevuto quattro giorni prima: « Adesso sei tu che mi devi parlare » conclude. «E’ proprio vero che Dio non fa distinzione di per­sone,» risponde Pietro « ma che gli è caro chiunque lo preghi e pratichi la giustizia. Voi tutti sapete che ha mandato Gesù a parlare di pace tra il popolo di Israele, e che la sua predicazione, dopo il battesimo praticato da Giovanni, si è diffusa a partire dalla Galilea. Sapete anche che Dio ha unto Gesù di Spirito santo e di potenza. Che faceva Gesù? E’ vissuto facendo del bene, guarendo chi era oppresso dal diavolo, perché Dio era con lui. Io e i miei amici siamo testimoni di quello che egli ha fatto in Giudea e a Gerusalemme. I giudei l'hanno crocifisso, ma Dio lo ha risuscitato tre giorni dopo e alcuni di noi, come Dio aveva deciso, lo hanno visto, gli hanno parlato, hanno mangiato e bevuto con lui. Lui ci ha ordinato di predicare al popolo e attestare che egli è stato costituito da Dio quale giudice dei vivi e dei morti. Ne sono pure testimonianza le parole dei profeti, i quali dicono che chi crede in lui verrà assolto, in suo nome, da tutti i peccati. » Nella narrazione di questo episodio, Luca afferma che dopo l'intervento di Pietro, anzi quando ancora Pietro non ha finito di parlare, lo Spirito santo scende sulle per­sone riunite in casa di Cornelio. I romani lodano Dio nella loro lingua, e i cristiani presenti si meravigliano. Pietro comanda che sia dato anche ad essi il battesimo dicendo ai suoi compagni: « Possiamo proibire l'acqua a questi che hanno già ricevuto lo Spirito santo? ». Ogni avvenimento, piccolo o grande, della maturità di Pietro indica una svolta nel comportamento dei cristiani rispetto alla religione ebraica nella quale si sono formati. A poco a poco egli fa cadere molte norme del Talmud: parte vengono modificate, altre si perdono del tutto. Nuove regole si sostituiscono alle vecchie: il modo di pregare, il modo di battezzare, di stare insieme, di eleggere i capi; adesso perfino di mangiare e frequentare il prossimo. E una rivoluzione. Cadono tabu antichi e ritenuti incrolla­bili. Dopo l'entusiasmo dei primi tempi, però, ogni volta che si decide un cambiamento è necessario discuterne. Non tutti, infatti, sono disposti ad accettare senza spie­gazione lo smantellamento delle leggi dei loro padri.

 

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Su invito del centurione, Pietro si trattiene un altro giorno a Cesarea. Più tardi lo troviamo di nuovo a Geru­salemme, dove si è già diffusa la notizia del suo incontro con i pagani e del battesimo che egli ha loro impartito. C'è una evidente inquietudine. Si vuol sapere il motivo di quel gesto inaspettato. Si ricordi che Gesù è stato ucciso perché la condanna è stata ratificata da un procu­ratore romano, secondo la legge imposta dai romani; ed è stato appeso alla croce secondo un supplizio tipico dei romani nei confronti dei malfattori di infimo rango. Non solo, i romani hanno schiavizzato e portato a Roma mi­gliaia di ebrei: uomini, donne, bambini. « Come mai sei entrato in casa di non circoncisi, e hai anche mangiato con loro? » L'interrogativo sospettoso è pertinente. Per gli ebrei di stretta osservanza siamo al limite del sacrilegio, ma anche per i giudeo-cristiani, che non conoscono i retrosce­na e sono tuttora legati ai riti degli avi, la perplessità è motivata. Non è escluso che qualcuno tema un tradimento. Non ci sarebbe niente di straordinario. Altri tradimenti ci sono già stati. Potrebbe trattarsi di un patto ai vertici, sopra le teste del popolo. Pur essendo il capo riconosciuto del movimento, Pietro si deve discolpare o almeno deve dare una spiegazione. Lo fa davanti a tutti, omettendo solo qualche parti­colare puramente cronistico. Descrive la visione di Joppe, ripete le frasi con cui è stato invitato a mangiare ogni sorta di cibo animale, racconta come è stato avvicinato dagli emissari di Cornelio e spiega quello che ha fatto a casa sua, a Cesarea. L'insistenza sull'episodio del battesi­mo a un pagano, un « gentile», un non ebreo, conferma l'importanza del gesto di Pietro: è una svolta fondamen­tale, secondo l'insegnamento di Gesù. Pietro poteva aver dimenticato le parole del suo maestro riguardo alla purezza degli « impuri», ma la meditazione a Joppe gliele ha ricordate. Pietro ha spesso occasione di attaccare, ma anche necessità di difendersi. Il caso Cornelio gli servirà più tardi per ricucire il dissidio con Paolo, vanificare alcune pesanti accuse di doppiezza e, presiedendo di fatto la prima assemblea legislativa nella storia dei cristiani, dare precise indicazioni di comportamento nei confronti dei non cristiani di qualsiasi provenienza, ebraica o pagana che sia. Lo scontro con Paolo sarà durissimo. « Io ero nella città di Joppe » dice Pietro per chiarire l'accaduto « e stavo pregando, allorché, rapito in estasi, ebbi una visione: un oggetto simile a un gran lenzuolo tenuto per le quattro estremità scendeva dal cielo verso di me. Lo guardai attentamente e vidi che conteneva quadrupedi, animali feroci, rettili e uccelli. Nello stesso tempo sentii una voce che mi ordinava di ucciderli e di mangiarli. Risposi: no, mai. Nulla di profano o di immondo è mai entrato nella mia bocca. E per tre volte quella voce mi ammonì a non chiamare profano quello che Dio aveva purificato. Proprio in quel momento, si presentarono alla porta di casa tre uomini venuti da Cesarea e lo spirito mi disse di seguirli senza esitare. Voi vedete questi sei fra­telli che sono con me. Ebbene, andammo a Cesarea tutti insieme e così arrivammo a casa di Cornelio. Questi mi spiegò d'aver visto un angelo, che gli disse di mandarmi a chiamare mentre ero a Joppe, perché io dovevo dirgli delle cose per la salvezza sua e della sua famiglia. Stavo appunto parlando con loro quando su di essi scese lo Spirito santo, così come era già sceso su di noi. » Questa affermazione dovrebbe proteggere le spalle di Pietro. I discepoli vecchi e nuovi l'ascoltano, ma non si sentono tranquilli lo stesso. Lo si capisce perché Pietro deve aggiungere un'argomentazione più convincente. Dice: « Ho pensato che Dio ci aveva detto che Giovanni battez­zava con l'acqua, ma lui ci avrebbe battezzati con lo Spirito santo. Che cosa dovevo fare? Chi ero io per op­pormi alla sua volontà, dopo che lui aveva battezzato i gentili con lo Spirito santo? ». I discepoli si acquietano: « Dunque, Dio ha concesso anche a loro di seguire la strada per la vita eterna » dicono, e pregano in segno di ringraziamento.

 

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Dopo la persecuzione fomentata da Paolo e il linciag­gio di Stefano, migliaia di nuovi discepoli avevano lasciato Gerusalemme e dintorni per sfuggire alle torture e alla morte. Si erano dispersi arrivando a sud fino a Cirene, a nord fino alla Fenicia e fino all'isola di Cipro. Ovunque avevano fondato piccole comunità, facendo opera di mis­sionari secondo il loro temperamento e secondo quello che ritenevano ormai un ordine della loro nuova fede. Un gruppo di seguaci di Gesù era arrivato anche ad Antiochia, la capitale della Siria, metropoli in apparenza lontanissima dai loro ideali di vita. Più Babilonia che Gerusalemme. Sono soprattutto gli ebrei cristiani provenienti dal­l'Africa settentrionale e da Cipro che penetrano in alcuni strati sociali di Antiochia, presumibilmente i più modesti, e comunque di cultura ellenistica se non addirittura di origine greca. E’ tra il popolino che si muovono i nuovi arrivati. Cirenei e ciprioti non si accontentano di parlare di Gesù, di Pietro e degli altri apostoli agli ebrei della diaspora, ma cercano di convertire anche i non ebrei, i gentili, i pagani. Hanno successo. « La mano del signore » dicono i testimoni « era con loro e gran numero di per­sone, avendo creduto, si convertirono. » La notizia di questo fatto nuovo rimbalza a Gerusa­lemme, così come era rimbalzata quella del battesimo del centurione romano, e torna a far discutere: i pagani pos­sono essere battezzati? E che sarà delle altre leggi? Il dubbio, sicuramente, si insinua e si moltiplica. Pietro prende una decisione insieme con gli apostoli e gli anziani: manda Barnaba, ritenuto incapace di cedimenti, ad Antiochia per vedere e riferire ciò che accade. Barnaba, non solo si accerta che tutto risulta regolare, ma vede che i nuovi battezzati ex pagani sono numerosi e hanno una fede sincera. Parla con loro e li esorta a continuare. Grazie al suo interessamento se ne aggiungono altri. E qui che, per tradurre la parola messia agli antiocheni che parlano il greco, viene usata, pare per la prima volta, la parola Cristo. O, almeno, è da questo punto che i testimoni cominciano a parlare di Gesù Cristo per la prima volta e a usare di conseguenza l'aggettivo « cristiano » per i suoi seguaci. Nello stesso periodo in cui Barnaba si trova ad An­tiochia, Paolo abita a Tarso, dove è tornato dopo essere stato, si dice, altri quattordici anni in Arabia. La distanza tra Tarso e Antiochia non è eccessiva, e Barnaba pensa di recarsi da lui. L'incontro è fortunato. Barnaba convince Paolo a tornare con lui nella capitale. E l'inizio di una grande amicizia. I due si trattengono in città per un anno e fanno una notevole opera di proselitismo. C'è ad An­tiochia un andirivieni di personaggi interessati alla nuova religione. Da Gerusalemme arriva, per esempio, un certo profeta Agabo, che predice la carestia che, infatti, scoppia sotto l'imperatore Claudio, per cui i cristiani, secondo le loro possibilità, mandano consistenti aiuti ai più poveri che vivono in Giudea. Gli aiuti vengono portati dagli stessi Barnaba e Paolo agli apostoli, i quali si incaricano di distribuirli. Qualcuno, a questo punto, basandosi non sul rac­conto di Luca, ma sugli scritti di Paolo, dà una diversa versione cronologica: Paolo si ritira in Arabia, tre anni più tardi incontra Pietro a Gerusalemme, ma senza la mediazione di Barnaba, poi riparte pèr l'Arabia dove si trattiene a predicare ai pagani una sua versione delle parole di Gesù; egli incontrerà poi Barnaba, ma non si recherà mai più a Gerusalemme, né con lui né da solo. Comunque si siano svolti i fatti, a Gerusalemme o altrove, Paolo ricompare sulla scena della storia intorno all'anno 40.

 

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La ricomparsa ha un effetto traumatico all'interno del movimento giudeo-cristiano. Paolo, infatti, comincia a di­chiararsi apostolo degli incirconcisi, ritenendo Pietro apo­stolo dei soli circoncisi, quasi a creare un dualismo tra i seguaci di Gesù, una differenza tra Pietro e Paolo, il giovane e il meno giovane, la comunità cresciuta tra gli ebrei di Palestina e quella che sta per dilagare nel resto del mondo. Confrontandosi direttamente con Pietro, Paolo assume la sua importanza e torna di nuovo in primo piano. Rimanendo in periferia il suo nome si confonderebbe con quello degli altri. Paolo è colto ed ha una forte personalità, che si aggiunge a una conoscenza dell'Asia ellenistica estranea ad altri cristiani del suo tempo. Pietro, invece, viene dal basso popolo, la sua prima scuola è stata il lavoro, la seconda il nomadismo al seguito di Gesù. Da analfabeta si è costruito prima un linguaggio, poi una lingua e una scrittura. Del popolo ha le debolezze, ma anche la resi­stenza; ne ha la durezza e l'astuzia. Paolo non sa perdere. Pietro sa subire. Paolo insegna con la veemenza, Pietro con la ripetizione paziente di concetti chiari, concreti, universali. I suoi discorsi si basano quasi completamente su fatti realmente accaduti, che tutti possono aver visto o quanto meno sentito da altri che li hanno visti. Pietro non è uomo di teoria, e nemmeno di azioni di grande spettacolarità. Paolo sa mettere il malumore anche tra i suoi. E duro: non segue, vuole essere seguito. Anzi, nelle amicizie è esclusivo, ma sono gli altri che devono sottomettersi a lui. Se ne accorgerà lo stesso Barnaba, sebbene sia l'uomo che, in fondo, lo ha strap­pato all'oscurità politica di Tarso. Pietro è quasi total­mente diverso: è amoroso con gli amici e durissimo sol­tanto con chi ritiene non contro di lui, ma contro il suo maestro. Ogni suo attacco è un'accusa precisa, ed egli attacca solo gli avversari. All'interno del movimento, in caso di controversia non fondamentale, alla denuncia pre­ferisce l'accordo e la pacificazione. Sebbene le persecuzioni in Giudea si siano alquanto attenuate, non sono finite del tutto. I cristiani si muovono sempre tra mille insidie. Erode Agrippa sceglie di mettersi contro di loro: per la verità, ne ha più ragioni. Le classi egemoni, per esempio, ne sono una. Un'altra sta nell'ami­cizia di Roma. La stabilità del suo trono dipende da queste forze. Erode Agrippa si comporta come si compor­terebbe il cinico nonno, Erode il Grande. Per ingraziarsi i maggiorenti giudei, cioè i capi di una religione che dovrebbe essere la sua, ma alla quale sostanzialmente non crede affatto, decide di arrestare i capi della sedizione cristiana. Pietro e Giacomo sono catturati durante le feste degli Azimi ovvero subito dopo la Pasqua ebraica di un anno che sta tra il 42 e il 44. A quel tempo è imperatore Claudio, legato in Siria è un certo Caio Vibio Marso che non si intromette nelle questioni giudaiche, perché Erode Agrippa è diventato re e non è più solo un tetrarca sotto tutela romana. Sommo sacerdote è Mattia, ennesimo figlio del vecchio Anna. Da quando è morto Gesù, Pietro è stato spesso rinchiuso nelle prigioni di Gerusalemme. Ero­de Agrippa va per le spicce. Fa tagliare la testa a Giacomo, fratello di Giovanni, pescatore di Bethsaida, noto anche come il maggiore, il più anziano dei due Giacomo che facevano parte del primissimo nucleo di Gesù in Galilea. E figlio di Zebedeo e di Salome. Tanti anni prima, sua madre aveva domandato a Gesù che posto avrebbero avuto i suoi ragazzi accanto a lui nel regno futuro, a destra o a sinistra? Gesù aveva risposto che una sola cosa era certa: avrebbero bevuto il suo stesso calice. Giacomo è l'uomo di fiducia che, con Pietro e Giovanni, è stato sul monte dove è avvenuta la trasfigurazione, testimone della risurrezione della figlia di Giairo, ed era accanto a Gesù la notte dell'arresto sul Gethsemani. Dopo la crocifissione del maestro, pare che abbia predicato nei villaggi e tra le popolazioni a lui ben note della Giudea e della Galilea. Alcuni dicono che ha fatto anche un viaggio in Spagna, ma, benché sia possibile, la testimonianza è controversa. Giacomo ucciso con un colpo di spada, Pietro inca­tenato a Gerusalemme. Il re, conoscendo le precedenti fughe del galileo e ben sapendo, per averlo costatato di persona a Roma sotto Tiberio, come si custodiscono i prigionieri pericolosi, ordina che sia guardato a vista, in cella, da due guardie, mentre altre due restano di senti­nella fuori della porta. Stabilisce pure quattro turni, di quattro soldati ciascuno. Pensa di farlo sottoporre a giu­dizio in quegli stessi giorni. La notte prima del processo, Pietro viene liberato. E in catene e dorme tra due soldati quando sente un colpo al fianco. Apre gli occhi e gli sembra di vedere una luce. I suoi discepoli diranno poi che ha visto un angelo. Ad essere realistici, limitiamoci a dire che vede una figura d'aspetto umano davanti a sé. Fuori della porta ci sono altre due sentinelle. « Presto, alzati, » ordina lo sconosciuto liberandogli i polsi dalle catene « e stringiti la cintura, metti i sandali, il mantello e vieni via. » Più tardi, agli amici, Pietro racconterà che gli sem­brava un sogno. Noi seguiamo la narrazione degli Atti degli apostoli, lasciando ai cronisti del tempo la respon­sabilità di quanto affermano. Sul piano delle ipotesi si può infatti pensare che tra le guardie vi fosse qualcuno segretamente convertito oppure qualcuno disposto ad apri­re la cella dietro pagamento. Non c'è da meravigliarsi. I due escono, sfuggono alle guardie e si trovano di fronte all'ultima porta, quella della libertà. Pietro ha perfino l'impressione che si apra da sola. Balzano fuori, imbocca­no una strada nella notte e, a un tratto, lo sconosciuto liberatore lo lascia. Se costui è un giudeo o un giudeo-cristiano o un pagano-cristiano, uno zelota, un sicario, non lo sapremo mai. Pietro non ne fa il nome: o non lo conosce o preferisce non rivelarne l'identità. Ne ha i più seri motivi. Appena avuta notizia della sua fuga, ap­parentemente inspiegabile, Erode Agrippa lo fa cercare per tutta la città e, non trovandolo, interroga le sentinelle e le fa uccidere. Scappato dalla prigione, Pietro si rifugia in casa di Maria, la madre di Marco. Forse è nel cenacolo stesso, dove si trovano di solito i cristiani. E un punto di rife­rimento. Bussa alla porta e lo sente Rode, una donna di servizio, la quale lo riconosce dalla voce. Il suo tono èinconfondibile. E così contenta di sentirlo che non gli apre nemmeno la porta, ma corre ad avvertire gli altri. « Sei matta? » la investono i familiari sorpresi nel sonno. Pietro continua a picchiare. Corrono ad aprirgli, stu­piti. Pare che lui non perda tempo in chiacchiere. Li fa tacere e con un gesto racconta rapidamente come è stato liberato. Poi dice: « Fate sapere queste cose a Giacomo e agli altri amici». Giacomo è il minore, quello che viene anche chiamato il fratello di Gesù. In realtà pare che sia un suo cugino, figlio cioè di Alfeo e di Maria, cugina di Maria di Nazareth. E di famiglia contadina. E fratello di Taddeo e gode di grande considerazione tra gli apostoli e i discepoli. Incaricando gli amici di avvertirlo, Pietro rivela che in quel momento a Gerusalemme è Giacomo la persona più importante dopo di lui. Infine, Pietro « uscì da quella casa e se ne andò altrove». Se fosse rimasto, alle prime ore del mattino le guardie di Erode Agrippa e del Sinedrio lo avrebbero trovato e catturato. Deve quindi vivere alla macchia o scappare lon­tano, fuori della Giudea. Non si sa, però, dove vada e, dopo aver detto che egli se ne andò da un'altra parte, i testimoni, a volte così scrupolosamente precisi, non ag­giungono parola. Qualcuno presume che a questo punto Pietro lasci non solo Gerusalemme, ma la Palestina e si imbarchi nascostamente per la penisola italica. C'è, infatti, chi sostiene che egli si trovi per un certo periodo a Roma all'inizio degli anni Quaranta: potrebbe essere in occasione di questa sua fuga, ma mancano le prove. Si sa con sicurezza che il re Erode Agrippa, come abbiamo visto, in quegli anni lascia Gerusalemme e si stabilisce a Cesarea, sul mare: è nel periodo del trapasso dell'impero dalle mani di Caligola a quelle di Claudio. Adorato come un dio, Agrippa litiga con le popolazioni di Tiro e Sidone, sue confinanti, e muore malamente. Scrivendo di lui, il medico Luca afferma che « mori roso dai vermi», forse un avvelenamento, forse una malattia infettiva. Cio avviene nel 44 dopo Cristo, quando suo figlio Erode Agrippa Il ha solo 17 anni. Roma istituisce allora per la seconda volta una re­gione procuratoria imperiale, come era ai tempi di Gesù, ma più grande perché formata da Giudea, Samaria e Galilea. Viene nominato procuratore Cuspio Fado, uomo che non guarda al sottile e serve bene gli interessi degli occupanti. Più tardi, sia Agrippa Il, che convive con la sorella Berenice, sia Cuspio Fado avranno una parte nella cattura e nel processo di Paolo, in seguito al quale l'apostolo verrà condotto a Roma prigioniero per finire vittima delle persecuzioni neroniane.

 

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Mentre di Pietro, in Palestina, si perdono tempora­neamente le tracce, ricompaiono a far parlare di sé Barnaba e Paolo. La storia di Pietro non è nuova a queste scom­parse: ci sono lacune, veri e propri vuoti, proprio quan­do si pensa che, arrivato ai vertici, l'attenzione non si debba più staccare da lui. Lui stesso è responsabile di queste cadute, a volte anche morali. Gesù l'ha appena chiamato « roccia » e lui, incautamente, trova il modo di farsi rimproverare; Gesù gli chiede di stargli vicino nella preghiera fra gli ulivi e lui si addormenta; Gesù ha bisogno di un aiuto al processo e lui scappa; dovrebbe restare a Gerusalemme come sostituto di Gesù crocifisso e invece torna a pescare a Cafarnao, e così via. Ora che è al centro della comunità di Gerusalemme e tutti si rivolgono a lui in caso di bisogno, si allontana. In alcuni momenti cruciali, Pietro non c'è. Barnaba e Paolo, il quale va sempre più crescendo di statura, tengono in mano la situazione. Sono loro i per­sonaggi di cui più si occupa adesso la storia dei primi cristiani. Dopo la fortunosa vicenda di Pietro e l'esecuzione di Giacomo di Zebedeo, lasciano Gerusalemme. Qui erano arrivati, secondo il racconto di Luca, per portare gli aiuti dei convertiti di Antiochia ai poveri della Giudea durante un periodo di gravi difficoltà. Tornano al nord, ad Antio­chia. Li segue Marco. Si trattengono in Siria qualche tem­po, finché decidono di ripartire: vanno in Seleucia e a Cipro. Poi sbarcano in Panfilia, dove Marco, con irritazione di Paolo, decide di fare da sé e rientrare a Gerusalemme. I due raggiungono Antiochia di Pisidia (le città in onore di Antioco in queste regioni sono numerose) e hanno varie avventure, fanno prodigi; sfuggono alla cat­tura e alla morte, raccolgono numerose adesioni. E qui in Pisidia che Paolo tiene un grande discorso nel quale sostiene senza mezzi termini che il Signore gli ha ordinato, anzi ha ordinato a lui e a Barnaba: « Io ti ho posto per essere luce delle genti, affinché tu porti salvezza fino agli estremi confini della terra». Si pone cioè sul piedistallo di salvatore dei gentili. Non può essere primo tra gli ebrei cristianizzati, sarà il primo tra i gentili cristianizzati. I pagani che prestano orecchio alla nuova fede si rallegrano; i vecchi ebrei niente affatto. Attaccati alle antiche leggi, essi provocano reazioni violente contro i due che, costretti a fuggire, riparano ad Iconio, sulla strada che da Antiochia di Pisidia conduce a Tarso, dove evidentemente Paolo si sente più al sicuro. I due hanno grandi capacità: ciò appare evidente dai successi che in­contrano e, se da un lato sollevano ostilità, dall'altro molti li osannano come dèi. Un fatto del genere avviene a Listra, dove la folla dei nuovi credenti è talmente entusiasta e agitata che vuole offrir loro sacrifici. Paolo si infuria, grida al sacrilegio: non è questo per cui ha predicato, ma la povera gente alla quale egli parla non è in grado di andare tanto per il sottile. Il linguaggio di Paolo, rispetto ai precedenti, èun linguaggio di liberazione e il suo ascendente oratorio gli conferisce presto l'aureola del capo. Speranza e superstizione si confondono: infatti, men­tre gli ebrei che si accostano al battesimo, sia quelto nel nome di Gesù sia quello della tradizione mosaica, hanno una lunga consuetudine religiosa alle spalle, i pagani ne hanno una diversa o non ne hanno affatto. Sono proseliti sui generis. E comprensibile che vedano in Barnaba e Paolo due salvatori o due figure leggendarie, tali da es­sere venerate come Giove il primo e Mercurio il secondo. Gli ebrei di stretta osservanza ne approfittano per farli cacciare. Anzi, Paolo viene lapidato e buttato fuori delle mura della città, come se fosse già morto. Così, per lungo tempo, i due non hanno pace e si spostano da una città all'altra. Non è escluso che questi avvenimenti risentano degli echi di quanto avviene in Palestina dove, dopo le perse­cuzioni anticristiane del 42, i tumulti non mancano. Il procuratore Cuspio Fado non è personaggio di polso de­bole: cerca di frenare le contese di confine con la Perea e arginare le incursioni dei predoni. Quando un certo Teuda raduna alcune migliaia di diseredati nella valle del Gior­dano per portarli verso Gerusalemme egli interviene tem­pestivamente e non esita a massacrarli, temendo, con ra­gione, che il movimento sia in sostanza diretto contro i romani. E un bagno di sangue. La testa di Teuda viene esposta al pubblico a Gerusalemme. La Palestina è, in questo scorcio di secolo, un focolaio di ribellioni. A Roma, l'imperatore Claudio pubblica un editto per cac­ciare gli ebrei dalla città.

 

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Questi anni farraginosi e rivoluzionari sono testimoni dei successi, ma anche delle liti e degli scontri tra i seguaci di Gesù. Le comunità ellenistiche cristiane, cresciute in­torno ai missionari e ai predicatori provenienti dalla Giu­dea, fanno un po' vita a sé. Anche per questo gli apostoli viaggiano tanto. Nascono le prime dispute su che cosa è bene e su che cosa è male fare, quali le antiche norme da rispettare e quali da lasciar perdere. Paolo, per parte sua, ha ormai completamente aperto ai gentili: li istruisce sulla predicazione di Gesù e li battezza in suo nome. Si può pensare che gli sia bastato l'esempio del centurione battezzato da Pietro, invece no. Tra lui e Pietro si apre una controversia a distanza. All'inizio, Pietro è sicuramente all'oscuro di essere il polo antagonista proprio del discepolo al quale aveva spalancato le braccia a Gerusalemme, perdonandogli tutte le persecuzioni. Ma nonostante ciò molti fedeli sono divisi. Nascono addirittura i partigiani dell'uno e i partigiani del­l'altro. Il movimento sembra avere due ali disarticolate. « Io sono di Kefa » dicono a Corinto. E altri, ritenendo forse d'assumere maggiore autorità: « E io sono del Cri­sto». Scrivendo più tardi ai corinzi, Paolo dovrà spiegare: « Tutte le cose sono vostre, sia Paolo, sia Apollo, sia Kefa, sia il mondo, la vita, la morte, le cose presenti e future, tutto è vostro. Voi però siete del Cristo, e il Cristo è di Dio». Nella lettera mette volutamente il nome di Kefa in second'ordine. In questo periodo si ha notizia della fama di Pietro in Grecia e nella Galazia, regione molto più a nord della Cilicia. La Galazia è la parte settentrionale dell'odierna Turchia: è bagnata dal mar Nero, allora chiamato Ponto Eusino. Può darsi che Pietro sia stato in entrambe le regioni, ma non si hanno particolari sui suoi spostamenti. Può darsi che il suo nome di primo fra gli apostoli, almeno nell'accezione intesa dagli evangelisti, sia stato diffuso dai giudeo-cristiani in visita missionaria o da ebrei della dia­spora di passaggio a Gerusalemme. Quando Pietro manderà un messaggio scritto ai fe­deli del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell'Asia e della Bitinia, affermerà di avere il compito di esortare e di istruire con la sua testimonianza. Non solleverà mai questioni personali. E del resto, pur con i suoi difetti, l'ex capobarca di Bethsaida ha un calore umano che manca al più giovane, istruito e intelligente Paolo. Ven­gono da due classi sociali diverse e si capisce. Lo capiscono anche gli ascoltatori: li ammirano entrambi, ma Pietro, in più, lo amano. Le discussioni vertono soprattutto sul problema dell'evangelizzazione dei pagani. Non è un piccolo problema, è enorme. I nodi da sciogliere sono molti. Il discorso di Gesù è un discorso liberatorio, cancella dèi e leggi, sostituisce la libertà allo schiavismo, la coscienza personale alle regole imposte dall'alto. E una rivoluzione per gli stessi ebrei, figuriamoci per i pagani che i rabbi farisei chiamano addirittura « cani dannati». Il cristianesimo si innesta sulla pianta giudaica: gli ebrei che accettano di seguire gli insegnamenti di Gesù vengono dal suo stesso ceppo. Sono i figli di Abramo. Hanno alle spalle da millenni la medesima cultura e i medesimi sacrifici: l'unità religiosa è nello stesso tempo nazionale e familiare, e dura dai tempi delle loro prime tribù. Ma i pagani? Essi sono per forza di cose eterogenei, vengono dalle più lontane esperienze e tradizioni; in reli­gione sono di solito politeisti, non sanno nulla dei patriar­chi e dei profeti. Che cosa significano per essi i nomi di Giuda e di Israele? Che ne sanno di deportazioni e schiavitù? Come suonano al loro orecchio i comandamenti ricevuti da Mo­sè? E che dicono del sacrificio dei Maccabei? Sono dalla parte degli zeloti contro gli oppressori romani o sono ami­ci degli oppressori o addirittura oppressori essi stessi? Migliaia di schiavi ebrei sono stati portati a Roma e in altre province dell'impero: come possono essere uguali gli schiavi e gli schiavisti senza che questi ultimi si sottopongano almeno ai riti piu importanti della religione dei primi? Quasi tutto quello che i pagani fanno e adorano è condannato sia dalla religione mosaica, sia da quella predicata da Gesù. Allora, per gli intransigenti, si pone l'imperativo: i gentili devono accettare con il cristiaanesimo anche le norme principali già seguite dagli ebrei prima di conver­tirsi. E, per cominciare, prima di essere battezzati nel nome di Gesù, i gentili devono essere circoncisi. Il tema della circoncisione si spalanca come un baratro tra i due gruppi. Si aggiungano il sospetto che serpeggia tra i fedeli di varia etnia e provenienza geografica, l'istintiva emargi­nazione del diverso, la diffidenza che avvelena i rapporti tra i battezzati provenienti dall'ebraismo e i battezzati provenienti da altre religioni. Paolo entra nel dibattito con irruenza, Pietro è più prudente, ma più abile: si comporta come se cercasse di non scontentare né gli uni né gli altri, riuscendo però a emergere ancora una volta come ago della bilancia. Di fronte all'aggravarsi della questione, gli apostoli decidono di incontrarsi per ascoltare il parere delle diverse comunità. L'incontro avviene a Gerusalemme.

 

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Siamo alla fine degli anni Quaranta. Sono dunque passati vent'anni dalla crocifissione di Gesù. Luca rac­conta che alcuni discepoli arrivati ad Antiochia da Geru­salemme insegnano che chi non si fa circoncidere secondo la legge di Mosè non può essere salvato, cioè non può essere battezzato nel nome di Gesù. Sembra una questione che si possa risolvere su un piano eminentemente pratico, invece diventa un problema teologico: il rapporto tra la fede e le leggi umane. E’ probabile che questi personaggi facciano parte del gruppo di Giacomo « fratello del Si­gnore », il quale governa la comunità di Gerusalemme con l'aiuto degli anziani dopo la precipitosa e improvvisa par­tenza di Pietro. Più che gli altri i quali hanno viaggiato in lungo e in largo a contatto con i pagani, essi sono legati ai riti tradizionali. Ciò fa parte, del resto, anche del com­promesso religioso che la situazione esige a Gerusalemme. Non sappiamo se Pietro abbia chiesto al centurione Cornelio di circoncidersi prima di farsi battezzare, ma la narrazione dell'episodio tende ad escluderlo. Oltre tutto esso si colloca dopo la visione secondo cui Pietro ha avuto dal Signore la libertà di cibarsi di carni che egli riteneva fino a quel momento impure. In un caso e nell'altro c'è una rottura violenta con la tradizione. Non si può tornare indietro. Pietro lo aveva già spiegato agli amici sospettosi, ma con tutta evidenza li aveva convinti soltanto a metà. Per questo dalla comunità di Gerusalemme, sia pure in via non ufficiale, escono ancora indicazioni di comportamento che, non soltanto Pietro, ma anche Paolo, Barnaba e altri ritengono indiscutibilmente superate. La situazione è grave, tale da minacciare una diaspora cristiana. I pagano-cristiani, infatti, non intendono sottoporsi alla circoncisione ebraica. Paolo e Barnaba non li vogliono obbligare, anzi. Non si sono forse dichiarati essi stessi gli « apostoli degli incirconcisi »? Essi sono i leader di un esercito in espansione in tutto il mondo conosciuto. Inoltre, i pagani cristianizzati di Antiochia sono certa­mente più numerosi degli ebrei cristianizzati. In caso di scontro, sia pure assembleare, questi ultimi avrebbero la peggio. Questo è un dato da non sottovalutare. « Essendo sorta opposizione e una controversia assai animata contro i nuovi venuti, la comunità antiochena stabili che Paolo e Barnaba, con alcuni altri di loro, si recassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per risolvere questa controversia. Essi dunque, inviati dalla chiesa, attraversarono la Fenicia e la Samaria nar­rando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. Giunti a Gerusalemme, furono accolti dalla chiesa, dagli apostoli e dagli anziani, e raccontarono quanto Dio aveva fatto per mezzo di loro. Si alzarono al­lora alcuni della setta dei farisei convertiti e sostennero E che bisognava circonciderli e imporre loro di osservare la Legge di Mosè.» Pietro riappare drammaticamente sulla scena in que­sta occasione. Siamo tra l'anno 48 e il 49, probabilinente nel 49. Egli deve essere verso la sessantina, più o meno co­me alcuni altri apostoli della prima ora, i pescatori inurbati diventati capi spirituali di un movimento che nel giro di pochi decenni metterà in allarme l'onnipotente impero ro­mano. La riunione plenaria, quella che viene chiamata concilio apostolico, si tiene a Gerusalemme: la chiesa lo­cale è rappresentata da Giacomo, quella di Antiochia da Barnaba e Paolo. Certamente viene seguita con attenzione, sia pure dall'esterno, dal Sinedrio. Sorge una « grande discussione». Può darsi che non si esaurisca in poche ore, ma duri più giorni. Barnaba e Paolo hanno avuto l'accortezza, durante il viaggio, di suscitare simpatie nei confronti delle loro opinioni e non è escluso che il gruppo antiocheno si sia quindi ingrossato e rumoreggi in loro favore. Non sono certo aristocratici i presenti all'assemblea. Anche se ci sono dottori della legge, persone che hanno studiato, uomini che hanno dimestichezza con la religione e pro­vengono da categorie benestanti, la maggioranza è costi­tuita da rappresentanti delle classi subalterne; sono i con­tadini; i pastori, gli artigiani, i piccoli trafficanti e i nullatenenti incontrati fin dai tempi delle prime predica­zioni sul Giordano. Gli apostoli, quando sono in viaggio per le loro missioni, lavorano ancora come aveva ordinato loro Gesù per sdebitarsi con quelli che li ospitano. Al contrario del sommo sacerdote del Sinedrio, che è un latifondista, Pie­tro, che guida il concilio apostolico, non possiede altro che le sue mani. La sua autorità gli deriva da quello che ha fatto e che sa fare. Nella « grande discussione», Pietro decide di pren­dere la parola. E mentre sembra voler esprimere soltanto un parere al di sopra delle parti, in realtà impartisce or­dini secchi. Se è vero il racconto dei testimoni che rias­sumono il suo intervento, egli si comporta con misura, ma anche con straordinaria abilità e forza di persuasione. Pare che domandi e invece afferma. Indica una strada da seguire, che è quella stessa da lui aperta con il centurione Cornelio, e nello stesso tempo esalta il proprio primato anche in questa innovazione. Dice: io sono stato il primo per scelta divina, Dio non fa nessuna differenza tra gli uomini, voi dovete comportarvi come mi sono comportato io. « Fratelli, » dice Pietro all'assemblea « voi sapete che fin dai primi giorni Dio scelse me fra voi, affinché dalla mia bocca i pagani ascoltassero la parola del Vangelo e credessero. E Dio, che scruta i cuori, ha reso loro testimo­nianza dando ad essi lo Spirito santo proprio come a noi, e non ha fatto nessuna differenza tra noi e loro, avendo purificato con la fede i loro cuori. E allora, perché mai tentate Dio a porre sul collo dei discepoli un giogo che né i padri nostri né noi abbiamo potuto portare? E per grazia del signore Gesù che noi crediamo di essere salvati allo stes­so modo di loro. » Quando si rimette a sedere, Pietro ha dato un'im­pronta netta all'assemblea. Le sue affermazioni risultano inattaccabili, basate come sono sulla citazione degli ordini ricevuti da Dio e dalla grazia ottenuta dal signore Gesù. Chi oserà contraddirlo? Non lo farà nessuno, nemmeno gli ex farisei che hanno preso la parola in apertura di seduta. Dopo di lui tornano a parlare Barnaba e Paolo, i quali difendono con gli esempi il loro apostolato tra i gentili: anch'essi si fanno forti dell'autorità di Dio. Nella battaglia fra tradizionalisti e innovatori, Gia­como, d'accordo o no, inclina al compromesso. Ha ca­pito la lezione di Pietro, non gli può disobbedire. Non può rinnegare i suoi, ma nemmeno mettersi contro gli altri, visto che il primo degli apostoli è scopertamente favore­vole ad un allargamento dell'evangelizzazione senza forche caudine rituali anacronistiche. « Fratelli, ascoltatemi » esordisce Giacomo, interve­nendo dopo Paolo e Barnaba: « Simone ha raccontato come dall'inizio Dio ha avuto cura di scegliere tra le genti un popolo che innalzasse il suo nome. E in ciò concordano le parole dei profeti. » Cita un passo di Amos, un pastore profeta che Otto secoli prima aveva annunciato la restaura­zione del regno di Davide: « Dopo queste cose io ritornerò e ricostruirò la tenda di Davide che era caduta, e riparerò le sue rovine e la rimetterò in piedi, affinché cerchino il Signore il resto degli uomini e tutte le genti sulle quali èstato invocato il mio nome, dice il Signore che fa queste cose». Giacomo spiega: « Perché queste cose il Signore le vuole fin dall'antichità. Perciò io ntengo che non bisogna inquietare coloro che dalle genti si sono convertiti a Dio, ma si prescriva loro di astenersi dalla contaminazione degli idoli, dalla fornicazione, dalla carne di animali morti sof­focati e dal sangue. Poichè Mosè fin dalle antiche genera­zioni ha chi lo prega nelle sinagoghe di ciascuna città, dove viene letto ogni sabbato ». L'intervento moderato e moderatore di Giacomo è un successo di Pietro. L'amico di tante vicissitudini, non solo prende praticamente le distanze dai gerosolimitani che si sono recati ad Antiochia, ma gli riconosce davanti a tutti il primato anche nell'evangelizzazione, relegando in secondo piano le personalità di Barnaba e Paolo. L'assem­blea si accorda su alcuni punti. Pietro, con gli apostoli, gli anziani e la base, prepara una lettera, una specie di ordine del giorno o decreto apostolico che riceve l'approvazione generale e rappresenta la risoluzione del concilio. Il docu­mento viene affidato a Giuda detto Barsaba e a Sila, della comunità di Gerusalemme, che con altri accompagneranno Paolo e Barnaba ad Antiochia. E’ il primo documento uf­ficiale collettivo scritto di cui si abbia notizia tra i cristiani delle origini. La lettera che deve ricucire la frattura è lineare, ma dà disposizioni precise: « I fratelli apostoli e anziani salutano i fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che provengono dalle genti » comincia; e già sancisce una differenza: di qua i fratelli apostoli e anziani senza nemmeno l'indica­zione di luogo, di là i fratelli di Antiochia; per sottolineare che sono gli apostoli e gli anziani, ovunque si trovino, coloro che possono dare ordini alle comunità costituite presso città o villaggi. Chi detiene l'effettivo potere a Ge­rusalemme, dunque, comanda su tutti. « Poiché abbiamo saputo che alcuni di noi, » prosegue il decreto « senza che li avessimo incaricati, sono venuti da voi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi, ci èsembrato opportuno, riunitici in assemblea, scegliere alcu­ni uomini e mandarli a voi con i nostri carissimi Barnaba e Paolo, che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore il messia Gesù. Abbiamo dunque inviato Giuda e Sila, ed essi vi riferiranno a voce queste cose. parso bene infatti allo Spirito santo e a noi di non imporvi alcun peso eccetto questi necessari: astenersi dalle vivande sacrificate agli idoli, dal sangue, dalla carne di animali soffocati e dalla fornicazione, cose queste da cui farete bene a stare lontani. » La conferma che la comunità di Gerusalemme non vuole avere niente a che fare con coloro che si sono recati ad Antiochia a sostenere l'obbligatorietà della circonci­sione, è chiarissima. La frase « senza che li avessimo in­caricati » ne è la prova. Gerusalemme ribadisce la libertà delle genti di fronte al battesimo nel nome di Gesù. Le disposizioni cui si riferisce il decreto apostolico sono tratte dalle leggi sull'uccisione degli animali e sulla purezza dei rapporti tra congiunti e amici, che Mosè aveva imposto al suo popolo dopo la meditazione sul monte Sinai. Sono una parte minima del Wajjqra, il Levitico, libro che costituisce il rituale dell'antico ebraismo e contiene centinaia di nor­me per i sacerdoti e per il popolo. E’ probabile che, par­lando di fornicazione, si intenda sopràttutto vietare l'in­cesto e il matrimonio fra consanguinei, a quel tempo tutt'altro che infrequenti. Né è fuori luogo ricordare che, tenendo presente il livello di vita di pastori e contadini di duemila anni or sono, il Levitico fa anche espresso riferimento ai contatti carnali tra uomini e bestie, segno che questa devianza, dovuta alle condizioni sociali ed ambientali, costituiva un fenomeno diffuso e preoccupante. Nel decreto apostolico del 49, dunque, nessuna parola, per quanto sembri mo­desta, può essere ritenuta superflua o fuori luogo. In ogni caso, con questa lettera, che peraltro verrà c'a molti disattesa, il concilio di Gerusalemme dichiara ufficialmente decaduto l'ostacolo della circoncisione e met­te le mani avanti sgombrando subito il campo da equivoci se qualcuno vorrà sollevarne altri.

 

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Giuda, Sila, Paolo e Barnaba con i loro amici lasciano Gerusalemme e raggiungono Antiochia, dove riuniscono la comunità, consegnano la lettera e la discutono. Gli ex pagani si tranquillizzano: è una loro vittoria, basta la fede in Gesù a salvarli. Dal canto loro, gli ebreo-cristiani sanno che, se vogliono, possono ancora pregare Mosè nelle sina­goghe: non è proibito. Giuda e Sila si trattengono qualche tempo tra gli amici che essi prima non conoscevano, e si rendono conto dell'importanza della comunità di Antiochia, che per con­sistenza, vivacità e innovazioni è seconda solo a Gerusa­lemme. Quando è il momento del ritorno, Sila ci ripensa. Soltanto Giuda, quindi, rientra a Gerusalemme per rendere conto dei risultati del messaggio. La comunità antiochena rivela, in questo periodo, di essere in fermento. Nella storia dei cristiani delle origini i personaggi importanti che si incontrano ad Antiochia sono numerosi. Tra gli altri ritroviamo Marco, il quale dopo essere stato con Pietro a Gerusalemme in seguito alla separazione da Paolo, è probabilmente tornato in Siria con altri amici. C'è senza dubbio anche Luca, il quale è nato proprio in questa città e prende nota degli avvenimenti. Qualche tempo dopo, Barnaba e Paolo decidono di ripartire per uno dei loro viaggi: intendono forse control­lare ciò che è accaduto nei paesi in cui avevano predicato in precedenza. Barnaba suggerisce che Marco li accompa­ma ha dimenticato il carattere di Paolo: questi non si rimetterà mai in cammino con uno che già li aveva abban­donati. Barnaba insiste, Paolo non vuol sentire ragioni. I due amici si separano. Barnaba parte con Marco e si reca a Cipro, mentre Paolo percorre con Sila la Siria e la Cilicia. Più tardi, Paolo prenderà con sé Timoteo, figlio di una giudea e di un greco, e una volta tanto si rivelerà prudente. La parentela di Timoteo non è tale da calmare i giudeo-cristiani, così, per evitare diatribe e sospetti e fors'anche per dimostrare che non è importante essere circoncisi o incirconcisi, Paolo obbliga Timoteo a farsi circoncidere. Lo circoncide lui stesso. Successivamente, anche Luca entra a far parte del gruppo di Paolo e può quindi raccogliere nuove testimonianze dal vivo.

 

24

Pietro ha molti motivi per essere soddisfatto, ma Pietro è ancora vivo? La domanda si pone perché c'è chi afferma che egli è morto insieme con Giacomo di Zebedeo durante la persecuzione del 42, cioè dieci o dodici anni prima degli avvenimenti appena descritti. Tutto è possi­bile, ma in questo caso è difficile dimostrare che il Simone, il Kefa e il Pietro di cui parlano Luca nella sua cronaca e Paolo nelle sue lettere siano personaggi diversi dal primo degli apostoli. Considerando le testimonianze storiche, an­che se assai scarse, cronologicamente imprecise e a volte contrastanti, Pietro è vivo e dimostra la sua vitalità. Ma Pietro che cos'è? E’ ormai soltanto un missionario che ha lasciato a Giacomo il peso della comunità di Geru­salemme mettendosi sulle orme di Paolo, sia pure su strade diverse, oppure anche se si dedica all'attività missionaria resta sempre il capo, l'organizzatore generale, colui al quale si rivolgono tutti, anziani e discepoli, l'uomo al di sopra delle parti, il sostituto di Gesù con pieni poteri? Nelle sue lettere e nei suoi discorsi, Paolo utilizza ogni strumento per apparire sempre in primo piano. Oltre tutto dà versioni discordanti da quelle di Luca riguardo ai suoi rapporti con Pietro e ai suoi viaggi a Gerusalemme. A voler considerare solo le spiegazioni di Paolo, la figura di Pietro appare piuttosto in ombra, senza molto potere e con non eccelse virtù. Forse non era questa l'intenzione di Paolo, ma da quanto ci è rimasto di testimonianza storica non sembra che egli tenga Pietro in altissima con­siderazione. Soprattutto, non lo considera il vertice del cristianesimo primitivo. Stando a Luca, invece, Pietro non è solo un missio­nario come Paolo, e tanto meno dipende dalla comunità di Gerusalemme ovvero da Giacomo che ne è il vescovo. E’ di più, è la guida, è proprio l'uomo al di sopra delle parti. L'ex pescatore, abituato a essere il primo tra i do­dici seguaci di Gesù, abituato a comandare la barca sul lago di Genezareth, abituato a lavorare di braccia e di col­tello, il primo che ha affrontato a viso aperto il Sinedrio, il primo al quale vengono attribuiti miracoli tanto che basta la sua ombra per far felici le folle dei mendicanti, il primo che ha osato condannare chi tradiva la comunità, ha certo molti difetti, ma non è uomo da lasciarsi accantonare. Non si può ritenere provato né tutto quello che scrive Luca, né tutto quello che scrive Paolo, né quello che viene attribuito a Giacomo stesso: lo stato delle ricerche storiche lascia ampio spazio alle supposizioni. Non si è nemmeno certi se l'assemblea di Gerusalemme ha consegnato a Paolo e a Barnaba un decreto da leggere alla comunità di Antio­chia, cioè se ci sia stato un documento scritto di quanto è stato deciso nella riunione alla presenza di apostoli e anziani. Paolo, infatti, non ne parla. Perché? Perché davvero non c'è stata alcuna presa di posi­zione? Oppure c'è stata ma non è stata messa per iscritto, oppure ancora l'assemblea apostolica si è svolta in due tempi molto distanti fra loro così che non si può nemmeno qualificare come assemblea decisionale? Paolo o non ne vuole parlare o non la ritiene così importante come, invece, la si ritiene oggi. La ricerca della verità si muove tra mille pericoli e incertezze: chi ha una fede interpreta gli indizi in un modo diverso da chi non ce l'ha. Non solo, c'è diffe­renza di interpretazione anche tra coloro che, pur avendo fede in Gesù, appartengono tuttavia a rami diversi dello stesso cristianesimo. Qualche tempo dopo il concilio apostolico, il vecchio Pietro lascia Gerusalemme e si reca ad Antiochia. C'è un'evidente conflittualità tra le due chiese, anche se la seconda paga una colletta per i bisogni della prima e non viceversa. Qui incontra Paolo. Hanno press'a poco le stesse idee in fatto di evangelizzazione, ma a sentire la testimo­nianza di Paolo accade un episodio inatteso che mette in luce le divergenze di carattere. Pietro si comporta nella comunità antiochena come in quella gerosolimitana: frequenta e ascolta tutti, ebrei cristiani e gentili cristiani. Sta a mensa indifferentemente con gli uni e con gli altri. Anzi, più con gli ex gentili che con gli ebrei, per rafforzare con l'esempio le indicazioni uscite dall'assemblea di Gerusalemme. Un giorno compaio­no ad Antiochia alcuni discepoli della cerchia di Giacomo ovvero appartenenti all'ala, per così dire, revisionista del cristianesimo delle origini: sono coloro i quali hanno più subito che accettato le decisioni del concilio in favore dei pagani. Proprio in concomitanza con il loro arrivo, Pietro smette di frequentare la tavola degli ex gentili. Forse seguendo l'esempio del capo, forse in via del tutto auto­noma, Barnaba fa la stessa cosa. A mettere il focoso Paolo in agitazione basterebbe molto meno. E’ probabile che Pietro voglia semplicemente cambiare temi di conversazione ed avere perciò altri com­mensali con cui discutere o che voglia comportarsi con cautela per non inasprire i rapporti tra antiocheni e gerc­solimitani ostentando un'amicizia che questi ultimi, nonc­stante la loro buona volontà e le ingiunzioni del decreto conciliare, farebbero fatica a digerire. Abituati a convivere a Gerusalemme con gli ebrei di stretta osservanza ed essi stessi non alieni dal seguire molte pratiche del giudaismo, i rappresentanti del vescovo Giacomo sarebbero quanto meno imbarazzati a scontrarsi con la nuova realtà. Se i giudeo-cristiani di Antiochia, anzi addirittura Pietro e Barnaba, continuassero deliberatamente a frequen­tare la mensa dei pagano-cristiani, potrebbe accadere che a restare isolati sarebbero proprio i giudeo-cristiani ospiti. Oltre tutto, sarebbe una villania. E anche questa separa­zione darebbe il via a riserve e discussioni. Pietro, quindi, può non avere tutti i torti a spostare momentaneamente i suoi interessi dagli ex gentili ai nuovi venuti. Ma è un me­todo di prudenza politica che Paolo non apprezza. Paolo affronta Pietro: in pratica lo accusa di essere un ipocrita. Il primo è sui cinquant'anni, il secondo intorno ai sessanta o poco più. Entrambi hanno una tale personalità ed esperienza di vita che non c'è timore reverenziale da parte del più giovane né protervia o autoritarismo da parte del piu anziano. Paolo è convinto che con il loro com­portamento Pietro e Barnaba « non seguano rettamente la via dell'evangelo». Di fronte a tutti, l'ex persecutore apostrofa l'ex braccio destro di Gesù: « Se tu che sei giudeo vivi da gentile, non da giudeo, perché costringi i gentili a fare come i giudei? ». Se Pietro ha sbagliato, l'interrogativo ha una logica precisa. Paolo vuol dire che un giudeo che vive da pec­catore non può chiedere a un peccatore di vivere da giudeo. I gentili, infatti, prima di convertirsi erano considerati peccatori sia dai giudei sia dai giudeo-cristiani. Non si conosce la risposta di Pietro: non la riporta Paolo, né la si trova in nessun'altra parte. Può darsi che Paolo abbia divulgato questo episodio per mettere l'accento una volta di più sul suo concetto di fede come liberazione indipen­dente dai legami della legge mosaica e delle sue sovra­strutture. Ma anche per far sapere a tutti che se egli ha potuto elevare la sua protesta contro Pietro e addirittura rimproverarlo in pubblico, tanto più può recriminare con chiunque altro voglia contrastarlo e che certamente è, sul piano gerarchico, inferiore a Kefa. L'incontro-scontro fra Pietro e Paolo è l'ultima te­stimonianza diretta su un'epopea, la storia traumatizzante di un uomo che a trent'anni faceva il pescatore e a ses­santa si trova alla guida di un movimento religioso e socia­le che, tra violenza, dispute, fatiche e tragedie, si espande inarrestabile in tutto il mondo conosciuto. Il cristianesimo delle origini, come sappiamo, appartiene soprattutto alle classi emarginate, ma in esso confluiscono anche elementi delle classi intellettualmente ed economicamente superiori purché cedano i loro beni e li consegnino agli anziani, i quali provvedono a ridistribuirli. I primi seguaci di Gesù non discutono sulla differenza di nazionalità o di stirpe, tanto meno sul colore della pelle. E’ un elemento che non va mai dimenticato; la predicazione di Gesù e dei suoi apo­stoli è motivo di unità tra i ceti più poveri. E tutto si compie alla luce del sole, senza segreti. Le modificazioni ai vertici avvengono con la consultazione popolare, il che ribalta tutte le consuetudini. Nel Sinedrio comandano i ricchi, nel cenacolo i poveri: la differenza è totale. L'episodio di Antiochia si verifica tra il 50 e il 55. C'è tuttavia chi afferma che in questo periodo Pietro si trova a Roma. Addirittura si sostiene che egli è stato uc­ciso nel 55. Le date della morte di Pietro sono molte a causa di leggende, ricostruzioni forzatamente frammentarie e altre avventate. Allo stesso modo variano le informazioni sulla sua permanenza nella capitale dell'impero. Scrittori antichi affermano che egli è il capo riconosciuto della co­munità cristiana di Roma, cioè il vescovo, per venticinque anni ovvero dal 42 al 67. Riassumiamo quanto scrivono gli studiosi. Il 42 è l'anno presumibile della sua improvvisa fuga da Gerusalemme, inseguito dalle guardie di Erode Agrippa II, e il 67 è uno degli anni ritenuti più probabili come data della sua morte. Se è così, Pietro sarebbe stato una specie di vescovo itinerante, un vescovo missionario, cosa niente affatto impossibile per lui che aveva faticato e cam­minato tutta la vita: avrebbe trascorso quindi parte a Ro­ma e parte nel Vicino Oriente gli ultimi decenni della sua esistenza. Molti storici, però, ritengono più plausibile la fonda­zione della Chiesa cristiana da parte di ebrei della diaspora convertiti e la presenza di Pietro fra loro sol­tanto tra il 55 e il 65, ovvero un anno dopo l'ascesa al trono del giovanissimo Nerone e tre anni prima della sua scomparsa: un decennio di atrocità. Nerone, infatti, rac­coglie l'eredità dello zio Claudio nel 54 e, costretto al suicidio dopo una vita a dir poco scellerata, muore nel 68 a soli trentadue anni. E’ dunque sotto il suo impero nefasto e sanguinoso che Pietro arriva a Roma e vi viene assassinato.

 

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Nel 54, quando prende il potere, Nerone ha 17 anm. Svetonio scrive che sotto di lui sono erogate condanne rigorose e prese misure repressive, ma anche introdotti nuovi regolamenti per imporre un freno al lusso, trasfor­mare i banchetti pubblici in distribuzione di viveri e impedire alle osterie di vendere cibi cotti ad eccezione di legumi ed erbe commestibili. «Vengono avviati al sup­plizio i cristiani, genere di uomini dediti a una nuova e malefica superstizione», sono proibiti i divertimenti dei conduttori di quadrighe che per consuetudine possono vagabondare e derubare i cittadini, si mettono a tacere i pantomimi e i loro fastidiosi sostenitori. Così lo storico, vissuto nei deceuni successivi, enumera con semplicità alcuni decreti di Nerone mettendo insieme cibi cotti, divertimenti e carneficine. Che cosa avviene nel frattempo in Palestina? Nel 46, al procuratore Cuspio Fado succede Tiberio Giulio Alessandro, ebreo che ha ripudiato la sua religione. Non si può scegliere di peggio per rinfocolare l'odio a tutti i livelli. Uomo duro, sa di avete tutti contro e non esita a far crocifiggere i rivoltosi che riesce a catturare: non li considera combattenti per la libertà d'Israele, li condanna alla morte degli schiavi. Nel 48, Alessandro viene sostitui­to da Ventido Curano, il quale si rivela quanto meno uno sprovveduto. In un conflitto tra samaritani e galilei, ne­mici da sempre, favorisce i primi, accusati d'aver assassi­nato alcuni pellegrini che si recavano a Gerusalemme. L'insensato comportamento dei procuratori romani alimenta agitazioni e sommosse. Le fazioni nazionaliste si rafforzano e i grandi proprietari terrieri, i possessori di grandi capitali, che militano tra farisei e sadducei, vedono minacciata la loro fruttuosa posizione di collaborazionisti e intermediari tra occupanti e occupati. E’ ignoto, ma si può intuire, l'atteggiamento dei seguaci di Pietro. Non vanno infatti dimenticate le indicazioni date da Gesù, né deve passare in secondo piano il fatto che la sua morte è avve­nuta sulla croce ovvero con il mezzo più spregevole della giustizia romana. E’ logico pensare che almeno una parte dei nuovi discepoli appoggi i movimenti insurrezionali e sia al fianco degli oppressi contro gli oppressori. Nel 52, il legato romano in Siria revoca l'incarico al­l'incapace Curano, che viene spedito in esilio. Al suo posto, l'imperatore Claudio nomina un suo protetto, An­tonio Felice. Per aumentare la propria influenza nel paese, Felice sposa in terze nozze Drusilla, sorella di re Erode Agrippa Il. In forza di ciò, anche dopo la morte di Claudio e l'ascesa di Nerone, egli si sente autorizzato a governare con mano eccezionalmente pesante. E’, tuttavia, anche un uomo pauroso. Di lui si dice che esercita il potere con l'animo di uno schiavo. Fa uccidere il sommo sacerdote Gionata. Disperde sul monte degli Ulivi alcune migliaia di sicari guidati da un ebreo egiziano. In seguito a contrasti fra ebrei e siriani a Cesarea a causa della disuguaglianza dei diritti civili, disperde gli ebrei che protestano e abban­dona le loro case al saccheggio dei suoi soldati. Nerone lo fa richiamare. Nel 58, di ritorno dal suo terzo viaggio di missione, Paolo arriva a Gerusalemme, dove spiega a Giacomo e agli anziani il lavoro da lui svolto tra i gentili. Viene però accusato di predicare l'apostasia dalla Legge tra gli ebrei della diaspora: il problema della circoncisione e delle mense promiscue non è dunque ancora risolto. Per dimo­strare che anch'egli si è « fatto tutto a tutti, per salvare in tutti i modi qualcuno», Paolo non esita a sottostare a una nuova purificazione nel tempio insieme con quattro giudeo­cristiani poveri dei quali sostiene le spese.

 

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Il 59 è l'anno in cui Nerone fa uccidere la madre Agrippina con l'avallo politico del filosofo Seneca, suo maestro e consigliere. La carica di procuratore in Palestina viene affidata a Porzio Festo, il quale è un uomo di buon senso e riesce a ristabilire un certo ordine, ma muore troppo presto. Di questa repentina scomparsa e del con­seguente vuoto di potere approfitta il sommo sacerdote Anna, nipote di quell'Anna che era stato tra i protagonisti nel processo a Gesù. Il giovane Anna è duro come il vecchio, ma meno astuto. E’ un sadduceo, « dispotico e di straordinaria arroganza», dice Flavio Giuseppe. Fa arre­stare Giacomo e lo accusa davanti al Sinedrio di aver trasgredito la Legge. Il Sinedrio non può che essere dalla sua parte e Giacomo è condannato e ucciso a colpi di pietra. C'è anche un'altra versione di questa fine. Dopo il processo, Giacomo viene portato sul pinnacolo del tempio e, poiché rifiuta di invitare i discepoli all'abiura, viene buttato di sotto, nella valle del Cedron, dove si sfracella dopo un salto di quasi duecento metri. Sebbene riferito come storico, questo episodio è generalmente ritenuto leggendario. Quando nel 62 arriva il nuovo procuratore, Lucceo Albino, la situazione precipita. Albino è più interessato a rimpinguare le proprie casse personali che a ristabilire la dignità dell'impero. I detenuti che pagano possono uscire dal carcere. Così ne approfittano delinquenti comuni e detenuti politici. Giudea, Samaria e Galilea non hanno certamente bisogno di procuratori di tale infimo livello. Tanto meno ne ha bisogno Roma, ora che i movimenti di liberazione, pur considerando le difficoltà dei tempi, hanno raggiunto una notevole consistenza e maturato le loro ca­pacità organizzative. Molti ritengono non a torto vicino il giorno della rivolta definitiva. La morte del vescovo Giacomo e la persecuzione con­tro gli anziani e gli apostoli creano una situazione difficile ai cristiani, essi stessi divisi tra chi 'vuole imporre le antiche norme della Legge ai neofiti, chi è più possibilista e chi è dell'opinione che si debbano rompere definitiva­mente i legami col passato. Dove sia Pietro in questi anni non si sa con certezza. Se fosse a Gerusalemme, ne avrem­mo notizia, come abbiamo avuto notizia della presenza di Paolo. E’ in viaggio con qualche amico in luoghi lontani dalla città di Davide o forse abita già a Roma. A Roma non è un personaggio in vista. Nessun cro­nista o storico del tempo ne parla. Ormai settantenne, il capo degli apostoli è più che mai in mezzo al pericolo. Non frequenta le famiglie patrizie, i cortigiani dell'impe­ratore, i senatori e i cavalieri, ma la Suburra e la periferia più miserabile. Nerone, che all'inizio pareva un giovanetto modello di cultura e di virtù, si rivela un autentico pazzo criminale. Divorzia dalla cugina Ottavia e la man­da in esilio, dove verrà uccisa. Sposa Poppea Sabina, si fa consigliare da Ofonio Tigellino, che è il suo peggiore uomo di fiducia, e abbandona Seneca al suo destino. Basta un esempio delle turpitudini dell'imperatore: durante una festa organizzata da Tigellino, Nerone si veste da sposa e si congiunge carnalmente con un maschio davanti a centinaia di invitati ubriachi e festanti. In Giudea, intanto, i legionari di Lucceo Albino ar­restano zeloti e sicari e li lasciano liberi in cambio di denaro. I romani sono sempre meno all'altezza della loro antica gloria. Gruppi di partigiani ebrei riescono addirit­tura a catturare degli ostaggi e a ottenere lo scambio dei prigionieri. E’ uno stato di guerriglia. Nel 64, ad Albino succede Gessio Floro, uomo che scende a bassezze tali da oscurare il suo predecessore. I disordini aumentano, le città sono in preda al caos. Né i romani, né il Sinedrio riescono più a controllare la situazione.

 

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L'avvenimento cruciale, negli ultimi anni della vita di Pietro, è l'incendio di Roma. Nerone ha da tempo in animo di ricostruire la sua città e la voce popolare lo incolpa immediatamente del disastro. L'incendio scoppia nell'estate del 64. Le fiamme si sviluppano in un quartiere di bottegai presso il Circo, tra i colli Celio e Palatino, e in sei giorni distruggono quasi tutta la città. Bande cri­minali corrono per le strade ad alimentarle, minacciando chi tenta di spegnerle, non si sa se per rapina o per ordine di qualcuno. Quando sembra finito, il fuoco quindi si riprende così che, alla fine, dieci quartieri su quattordici non esistono più: solo macerie, ceneri, muri anneriti, colonne pericolanti. I rioni più popolosi sono scomparsi. L'imperatore provvede a un nuovo piano regolatore, strade più larghe, portici per proteggere le facciate delle case, piazze, travi in pietra o marmo al posto di travi in legno. Ciò serve, in effetti, a migliorare la città, ma non a calmare i romani, i quali più che il futuro hanno davanti agli occhi l'angoscia del presente. Nonostante pubbliche cerimonie sacre e abbondanti largizioni in denaro, le di­cene sul conto di Nerone aumentano e si fanno più tenaci. Corre voce che durante l'incendio l'imperatore si trovasse su un terrazzo di casa e cantasse strofe sull'in­cendio di Troia. Il filosofo Seneca si toglie la vita perché accusato di essere un cospiratore. Nerone uccide a calci la seconda moglie, Poppea, che è incinta. Due ribellioni vengono soppresse nel sangue e nel terrore. Infine, per liberarsi dal sospetto di aver bruciato la capitale per divertirsi, l'imperatore « inventa dei colpevoli e punisce con i più raffinati tormenti coloro che, odiati per le loro nefande azioni, il popolino chiama cristiani». Lo scrive Tacito, che in quegli anni era un ragazzo, e quindi testimone degli avvenimenti. Le azioni dei cristiani appaiono nefande perché essi pregano un dio che non appartiene alla religione romana, non sacrificano agli dèi, né tengono in considerazione le loro feste e i sacrifici propiziatori. Se il cristianesimo è delittuoso a Gerusalem­me, è a maggior ragione sacrilego a Roma. E’ nota, poi, l'ostilità degli ebrei per i romani in Palestina. Quindi non è difficile indirizzare l'odio della città contro i giudeo-cristiani. Le informazioni di Tacito e Svetonio sono scar­ne, ma eloquenti: i cristiani sono bollati come terroristi. A causa dell'incendio, la plebe vive tumultuosamente baraccata nel Campo di Marte, alle Terme, al Pantheon, sotto il portico degli Argonauti, negli stessi giardini di Nerone sul colle Vaticano. La moltitudine si muove e lavora tra le macerie, migliaia di persone hanno perso tutto, non si contano i cadaveri, né gli episodi di sciacallaggio e delinquenza. Molti nuclei familiari sono costretti a trasfe­rirsi nei paesi vicini. E’ una catastrofe che nei primi mesi sembra addirittura avviarsi a peggiorare. Pietro, gli ebrei schiavi, gli ebrei liberti e i giudeo-cristiani abitanti nella capitale vivono questa tragedia. Ma sul loro capo pende già una tragedia maggiore. Tacito non ha per i cristiani alcuna simpatia, anzi: dice che la loro èuna superstizione rovinosa, confluita a Roma con altre atrocità e vergogne. E’ il parere di un intellettuale con­temporaneo di Pietro. Niente di più facile, dunque, che scaricare su questi emarginati venuti da lontano la ten­sione degli emarginati romani, che piangono i morti in famiglia, sono rimasti senza casa, senza lavoro, senza vi­veri, dormono accampati tra cumuli di pietre. In fondo, che cos'è la Palestina per Roma? Una microscopica e turbolenta colonia di gente cenciosa, una terra di passaggio per parassiti idolatri, di predoni e di ladri, di terroristi sanguinari, di nazionalisti sempre in lite tra loro e sempre pronti alla rivolta, di visionari sovversivi, di pastori, artigiani e contadini senza avvenire. Nerone, 29 anni, scatena la caccia ai cristiani. Prima vengono arrestati quelli che confessano la loro fede. Può darsi che vi siano anche romani. Poi, dietro le loro indi­cazioni, « una grande moltitudine di gente viene ritenuta colpevole non tanto del delitto di incendio, quanto di odio contro l'umanità». Si ingigantisce il reato per dare parvenza di giustizia anche alla peggiore ingiustizia. Le espressioni usate da Tacito rivelano, comunque, che gli arrestati sono molti ovvero che la comunità cristiana èimportante, sia per la consistenza numerica, sia per l'ef­ficacia della predicazione. Ma farli morire non basta, alla morte viene aggiunto lo scherno. Lo stesso Tacito, al quale peraltro non importa nulla della strage, tanta è la freddezza della sua descrizione, sembra infatti colto da un dubbio. Egli scrive: « Coperti con pelli di bestie feroci, muoiono straziati vivi dai morsi dei cani o vengono crocifissi o vengono bruciati, perché, dopo il tramonto, illuminino la notte come torce. Per questo spettacolo, Nerone offre i suoi giardini, mentre si svolge uno spettacolo circense. L'imperatore si mescola al popolino e partecipa a una corsa ritto sul suo carro. Per questo, sebbene essi siano colpevoli e meritino le punizioni più gravi, sorge verso di loro un moto di compassione, poiché sembra che, in definitiva, vengano sacrificati non nell'interesse di tutti, ma perché abbia sfogo la crudeltà di uno solo». Così finisce presumibilmente Pietro ovvero Simone di Bethsaida ovvero Kefa la « roccia», il capobarca della Galilea, il più importante dei discepoli al tempo di Gesù, il più importante degli apostoli dopo la sua morte, il primo papa nella storia del cristianesimo: divorato vivo dai cani, crocifisso oppure impalato e poi bruciato come una torcia a muminare la notte sul colle Vaticano.

 

Luca non scrisse mai all'amico Teofilo la storia di queste ultime vicende; gli Atti degli apostoli da lui cono­sciuti abbandonano Pietro dopo il conflitto di Antiochia, per seguire le tracce di Paolo. Paolo fu arrestato su de­nuncia del Sinedrio, in seguito a tumulti nel tempio, quando era procuratore il malvagio ma pauroso Antonio Felice. Poi, al tempo di Porzio Festo, Paolo chiese e otten­ne, come cittadino romano, di appellarsi all'imperatore. Fu mandato a Roma via mare. Luca, che l'accompagnava, prese nota delle avventure di viaggio. I due arrivarono quasi certamente intorno al 62, l'anno in cui a Geru­salemme veniva linciato il vescovo Giacomo. Non si sa che fine abbia fatto Paolo: incontrò Pietro, morì prima, mori con lui? Così Luca concluse la sua lettera a Teofilo: «Paolo dimorò due anni interi in una casa presa in affitto, dove riceveva tutti coloro che l'andavano a trovare, predicava il regno di Dio e insegnava senza ostacoli, in tutta fran­chezza, le cose riguardanti il signore Gesù Cristo».

 

 

III.

DOCUMENTI

 

COME SONO FINITI GLI ALTRI

Pietro conclude la sua vita in maniera oscura, così come l'ha cominciata. Si pensa che sia stato sepolto sul colle Vaticano, non lontano quindi dal punto in cui sareb­be stato ucciso: lo lasciano credere reperti archeologici, sui quali però alcuni studiosi avanzano dubbi. Il luogo in cui si trovano o si trovavano le spoglie del pescatore di Bethsaida è importante per la fede, meno per la storia: per essa è fondamentale che egli abbia davvero fatto ciò che gli viene attribuito e nel momento in cui gli viene attribuito. Scrittori dei secoli successivi, come Tertulliano vis­suto tra il 150 e il 220 dopo Cristo, Lattanzio vissuto tra il 250 e il 325, Eusebio di Cesarea vissuto tra il 265 e il 340, e Giovauni Crisostomo vissuto tra il 344 e il 407, affermano che Pietro è stato crocifisso. Date le condanne in uso a Roma è probabile che sia così, ma il fatto che questi apologeti siano vissuti secoli dopo Pietro, con tutto quel che comporta, rende le loro affermazioni tutt'altro che attendibili. San Girolamo e altri sostengono addirittura che Pietro chiese di essere crocifisso a testa in giù. San Giro­lamo, vissuto tra il 347 e il 420, ha certamente molti meriti, ma quasi mai egli cita la fonte delle sue informa­zioni. Può darsi che Pietro sia stato crocifisso a testa in giù: anche questa era una pena che i romani usavano nei confronti degli schiavi; ma come si vede tutto è possibile e niente è sicuro. Tra il 66 e il 67, in Palestina esplode l'insurrezione antiromana a lungo covata. I movimenti di liberazione, sia pure confusamente (pensiamo a come potevano essere a quel tempo), danno inizio a quella che sarà una vera e propria guerra giudaica. Il procuratore Gessio Floro, per ordine di Nerone, sottrae del denaro al tesoro del tempio. Gli ebrei protestano, Floro saccheggia una parte della città. Il sacerdote Eleazar, amministratore del tempio, gui­da l'occupazione della fortezza Antonia e il massacro della guarnigione romana. Verrà poi ucciso anche il sommo sacerdote Anna, il giovane. Incapace di reprimere la rivolta, il legato in Siria, Cestio Gallo, avverte Nerone, che manda sul posto il generale Vespasiano. La rivolta dilaga in tutto il paese. Rammentando le parole di Gesù, riferite da Matteo, sulla vicina distruzione del tempio, molti giudeo-cristiani, ri­masti senza capo dopo l'esecuzione di Giacomo, lasciano la città sotto la guida di un gruppo di anziani e si rifu­giano a Pella, oltre il Giordano, nei territori della Decapoli. Vespasiano occupa a poco a poco tutta la Palestina; viene distrutto anche il villaggio di Qumran, ma membri della famosa comunità riescono a salvare la loro biblioteca. Si hanno defezioni tra gli stessi ebrei. L'aristocratico ebreo Giuseppe, notissimo tra i capi sinedriti, passa al nemico: poi diventerà lo storico Flavio Giuseppe e assumerà la cittadinanza romana. In Gerusalemme assediata si forma­no due partiti: gli aristocratici sono moderati, gli zeloti decisi alla resistenza a oltranza. Questi ultimi sono divisi a loro volta in due ali militariste, capeggiate da Giovanni di Giscala e Simone Bar Jora che si combattono tra di loro per le strade della città. Muore Nerone e in pochi mesi gli succedono Galba, Ottone e Vitellio: non si sa se ci sia più terrore a Roma o a Gerusalemme. Alla fine viene acclamato imperatore Vespasiano, il quale affida al figlio Tito il compito di schiacciare la rivolta in Palestina. Nell'estate del 70 Geru­salemme viene distrutta, il tempio, profanato dagli inva­sori, è dato alle fiamme. I capi giudei sono portati a Roma per illustrare il trionfo del vincitore. Sulle macerie e nel sangue comincia per gli ebrei una nuova e definitiva dispersione. E gli altri apostoli e i personaggi di spicco entrati nella vita di Pietro, come finiscono? Di Maria si sa che, dopo la morte del figlio, va a vivere con i pescatori in attesa della Pentecoste. Nient'altro. Maria è una grande figura di donna, e l'evangelista Luca non poteva che il­lustrarla poeticamente attraverso lo splendido Magnificat, ma la storia è quella che è: non ci sono notizie degne di attenzione che riguardino gli ultimi auni della sua vita né la sua morte, così come nulla si sa del suo sposo, Giu­seppe. Per i cattolici è dogma che essa, terminato il corso della sua vita terrena, sia stata « assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Di Tommaso si dice che egli si rechi missionario tra i Parti e in India: qui, nella città di Malajpur, verrebbe ucciso. Secondo altri, invece, egli verrebbe ucciso a Edessa, in Mesopotamia. Più fonti affermano che è autore di un suo evangelo; un testo, variamente manipolato, è giunto fino a noi. La Chiesa cattolica ricorda Tommaso il 3 luglio. Taddeo, cugino della madre di Gesù e fratello del vescovo Giacomo, avrebbe predicato in Giudea e in Sa-maria; poi si sarebbe spinto in Idumea, in Siria e in Mesopotamia; sarebbe stato ucciso a Edessa, tra il 62 e il 66. Gli viene attribuita una breve lettera ai cristiani dell'Asia Minore, che assomiglia molto alla seconda lettera attribuita a Pietro. La Chiesa lo ricorda il 28 ottobre, in­sieme con Simone lo Zelota o il Cananeo, il quale pare vada in Africa e raggiunga addirittura la Mauritania. Tra le tante voci si registrano quelle che lo vogliono in Britan­nia e altre in Persia. Si dice che muoia crocifisso, ma anche per lui, come per gli altri, il mito offusca gravemente la realtà della storia. Di Giacomo il minore, « fratello di Gesù » e vescovo di Gerusalemme, abbiamo già detto; la Chiesa lo ricorda il 1~ maggio insieme con Filippo, il quale si sarebbe recato nella Scizia e in Frigia e sarebbe stato lapidato e poi appeso a una croce a testa in giù a Gerapoli, in Frigia, sotto l'imperatore Domiziano, tra l'81 e il 96 dopo Cristo. Ab­biamo pure parlato di Giacomo il maggiore, ucciso sotto Erode Agrippa I nel 42. Di lui si hanno notizie palese­mente leggendarie nella Storia apostolica di Abdia: il suo corpo sarebbe stato trasportato a Compostella, in Spagna. La Chiesa lo ricorda il 25 luglio. Giovanni, fratello di Giacomo maggiore, prediletto da Gesù, ha una vita molto lunga. Nel 66 si reca a Efeso, poi viene relegato nell'isoletta di Patmos, infine torna a Efeso. Scrive il suo evangelo in tarda età, per combattere coloro che non credono nella divinità di Gesù. Successi­vamente, intorno al 95, scrive l'Apocalisse. Gli sono pure attribuite tre lettere. Muore vecchissimo, a Efeso, nel 104, al tempo dell'imperatore Traiano. Bartolomeo, l'ingenuo di Cana, è tradizionalmente ritenuto missionario nell'Asia Minore fino al Ponto Eusino oppure in Arabia e in India oppure ancora in Etiopia. Anche a lui viene attribuito un evangelo; è ricordato dalla Chiesa il 24 agosto. La vita di Andrea, fratello di Pietro, è ugualmente avvolta dalla polvere: testimonianze, che gli storici con­siderano assai poco attendibili, lo vogliono predicatore in Asia Minore, nella Russia meridionale e nei Balcani. An­ch'egli sarebbe stato crocifisso, ma su una croce decussata ovvero a X. L'esecuzione sarebbe avvenuta a Patrasso, in Grecia. La Chiesa lo ricorda il 30 novembre. E gli evangelisti Matteo, Marco e Luca? Anche per il fedele Matteo la fine è oscura: secondo alcuni avrebbe predicato in Palestina, secondo altri in Etiopia, per altri ancora sarebbe salito verso il Ponto e la Macedonia oppu­re si sarebbe recato a est in Siria oppure a nord-ovest fino in Irlanda. Si capisce bene che sui suoi spostamenti manca qualsiasi certezza. La Chiesa lo ricorda il 21 settembre. Marco, allievo di Pietro e compagno di viaggio di Paolo, apostolo della generazione di mezzo, è l'uomo che, tra il 60 e il 70, scrive il racconto di Gesù tenendo pre­senti l'insegnamento e i ricordi di Pietro. Non è un let­terato come Luca, ma conosce alcune lingue e si rivela personaggio assai indipendente. Si ricorderà il suo screzio con Paolo, eppure è Paolo che, da Roma dove è semi-prigioniero, scrive all'ex allievo Timoteo, divenuto capo della comunità di Efeso, affinchè glielo mandi. ~ Paolo che ha bisogno di Marco: dice che gli è « molto utile nel ministero». La fine di Marco è ignota. Eusebio scrive che diventa vescovo e muore ad Alessandria d'Egitto, al tempo di Traiano. Si vuole addirittura che i suoi resti siano ri­trovati Otto secoli dopo. Non credibili monaci greci avreb­bero ceduto le sue spoglie a viaggiatori che le hanno por­tate a Venezia nel 829. La Chiesa lo ricorda il 25 aprile. Luca, discepolo della seconda generazione, ex gen­tile, è l'unico che resta vicino a Paolo in cattività a Roma. Lo testimonia Paolo stesso scrivendone a Timoteo, nella lettera in cui parla di Marco. Di Luca non si hanno notizie, né leggende. E’ ricordato dalla Chiesa il 18 ottobre. Un cenno conclusivo merita, infine, Mattia, l'uomo che ha sostituito il traditore Giuda nella cerchia degli apo­stoli, in seguito all'assemblea riunita da Pietro dopo la crocifissione del maestro. Si racconta che egli sia stato prima missionario tra i giudei, poi in Macedonia, infine di nuovo a Gerusalemme dove sarebbe stato ucciso dagli ebrei stessi. La Chiesa lo ricorda il 24 febbraio. Come si vede è molto arduo o addirittura impossibile sapere che cosa è accaduto a questi personaggi vissuti due­mila anni fa: quasi tutti sono scomparsi senza lasciare tracce consistenti; quel poco che è rimasto è inadeguato a soddisfare anche il più piccolo desiderio di verità storica. Ma ci sono altre due figure, stavolta « laiche», il procuratore Ponzio Pilato e il legato Lucio Vitellio, che hanno visto la nascita del movimento di Gesù e la presa di potere di Pietro. Sono personaggi tutt'altro che secon­dari nel cristianesimo delle origini, ma per motivi com­prensibili non hanno mai avuto gli strumenti necessari per intuire in quale momento storico stavano vivendo. Pilato, esautorato in seguito alla strage del Garizim, si reca a Roma nel 36 per discolparsi; arriva nel 37 quando l'imperatore Tiberio è già morto. Di lui si parla in certi Acta Pilati, la cui stesura originaria è attribuita niente meno che a Nicodemo, il dottore della legge amico di Gesù. Testi apocrifi affermano che si sarebbe convertito al cristianesimo, altri che fu ucciso sotto Nerone. Eusebio di Cesarea lo dà suicida. Di Vitellio si sa ugualmente poco: era figlio di Publio, tesoriere di Augusto; suo figlio Aulo fu acclamato impera­tore dai suoi soldati nel 69, nel periodo delle lotte di successione a Nerone, ma fu ucciso il 20 dicembre di quell'anno, mentre intorno a Gerusalemme le legioni ro­mane di Vespasiano e Tito si apprestavano a sferrare gli ultimi attacchi agli ebrei che si battevano per la libertà.

 

PRIMA LETTERA DI S. PIETRO

Tra gli anni 63 e 64 d.C. Da Roma.

 

Capitolo 1

Indirizzo e saluto. 1 - Pietro apostolo di Gesù Cristo, agli eletti stranieri dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell'Asia e nella Bitinia [eletti] 2 secondo la prescienza di Dio Padre, alla santificazione dello Spirito, a ubbidire a Gesù Cristo e ad essere aspersi dal sangue di Lui. La grazia e la pace vi sia moltiplicata. La nuova speranza. 3 Benedetto [sia] Dio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale secondo la sua grande misericordia ci ha rigenerati ad una speranza più viva, mediante la risurrezione di Gesù Cristo da morte, 4 ad un'eredità incorruttibile, purissima, inalterata, riservata nei cieli per voi, 5 i quali per virtù di Dio siete custoditi dalla fede per la salvezza, che è preparata per essere manifestata nell'ultimo tempo. 6 Di ciò voi esulterete, anche se ora sia necessario trovarsi per un poco afflitti da diverse prove: 7 affinchè la prova della vostra fede molto più preziosa dell'oro (che si prova col fuoco), sia trovata [degna di ] lode, di gloria e di onore nella manifestazione di Gesù Cristo, 8 che voi amate senza averlo mai veduto; nel quale anche ora credete, anche senza vederlo; e credendo esulterete di una letizia ineffabile e beata; 9 riportando il premio della vostra fede, la salvezza delle anime. La salvezza delle anime. 10 E di questa salvezza hanno fatto oggetto delle loro ricerche e delle loro indagini i profeti, i quali hanno predetto la grazia che doveva essere in voi. 11 Essi hanno investigato a qual tempo e a qual segno mirasse lo Spirito di Cristo ch'era in loro, quando preannunziava le sofferenze [riserbate] a Cristo e la gloria che sarebbe seguita. 12 E fu loro rivelato che essi non per sè, ma per voi dispensavan quelle cose, che ora vi sono state annunziate da coloro che vi hanno predicato il Vangelo, per lo Spirito Santo mandato dal cielo; cose nelle quali gli stessi angeli bramano penetrare con lo sguardo. Esortazioni ardentissime. 13 Perciò tenete cinti i lombi della vostra mente, siate sobrii e abbiate perfetta speranza nella grazia, che vi è offerta nella manifestazione di Gesù Cristo. 14 Come figli di ubbidienza, non conformatevi ai desiderii del passato, quando eravate nell'ignoranza; 15 ma, sull'esempio del Santo che v'ha chiamati, anche voi siate santi in tutto il vostro operare; 16 poichè sta scritto: Siate santi, perchè io son santo . 17 E se invocate come padre Colui che senza riguardi personali giudica ciascuno secondo le opere sue, vivete con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio; 18 ben sapendo che non a prezzo di cose corruttibili, quali l'oro e l'argento, siete stati riscattati dal vano vostro modo di vivere tramandatovi dai padri, 19 ma col prezioso sangue di Cristo, dell'Agnello immacolato e incontaminato, 20 preordinato già prima della creazione del mondo, e manifestato in questi ultimi tempi per amore di voi, 21 che per mezzo di Lui credete in Dio, che lo ha risuscitato da morte e l'ha glorificato, affinchè voi avete a credere e sperare in Dio. L'amore nuovo. 22 Purificando le anime vostre con l'obbedienza alla carità, con lo schietto amore dei fratelli, amatevi l'un l'altro con tutto il cuore, intensamente; 23 rigenerati come siete non da seme corruttibile, ma incorruttibile mediante la parola di Dio vivo e che dura in eterno. 24 Perchè ogni carne è come erba e ogni suo splendore è come il fiore dell'erba; l'erba seccò e il fiore dell'erba cadde; 25 ma la parola del Signore dura in eterno. E questa è la parola che è stata annunziata a voi. Capitolo 2

Il nuovo tempio. 1 - Adunque, rigettate da voi ogni malizia, ogni frode, ogni specie d'ipocrisia, d'invidia e di maldicenza. 2 Come bambini di fresco nati, siate bramosi del latte spirituale purissimo, affinchè con esso possiate crescere a salute; 3 se pure avete gustato che è dolce il Signore. 4 Accostatevi a Lui, alla pietra viva, rifiutata, è vero, dagli uomini, ma scelta e onorata da Dio; 5 e voi pure come pietre vive siete edificati sopra di Lui, [per essere] una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire vittime spirituali, gradite a Dio per mezzo di Gesù Cristo. 6 Perciò è detto nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra principale, angolare, scelta, preziosa: e chi in lei crederà non rimarrà confuso. 7 Per voi dunque, che credete, essa è di onore; mentre per quelli che non credono, la pietra rigettata dai costruttori è divenuta la pietra angolare, 8 e pietra d'inciampo e pietra di scandalo per coloro che urtano nella parola e non credono, mentre a questo erano pure destinati. 9 Ma voi [siete] stirpe eletta, sacerdozio regale, gente santa, popolo d'acquisto, affinchè proclamiate le virtù di Colui, che dalle tenebre vi ha chiamati alla sua meravigliosa luce; 10 voi, che un tempo non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che [prima] non foste partecipi della misericordia, ora invece partecipate della misericordia. L'onesta condotta. 11 Carissimi, io vi scongiuro che, come forestieri e pellegrini, vi asteniate dai desiderii carnali, che fan guerra all'anima. 12 Tenete tra i Gentili una condotta onesta, affinchè se sparlan di voi come di malfattori, essi, considerando le vostre opere buone, diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà. Soggezione doverosa. 13 Siate dunque soggetti, per amor del Signore, ad ogni istituzione umana: tanto al re, come [colui che è] sopra tutti, 14 quanto ai governatori, come spediti da lui per far vendetta dei malfattori e per onorare i buoni. 15 Tale infatti è la volontà di Dio, che facendo il bene chiudete la bocca all'ignoranza degli uomini stolti; 16 come liberi senza farvi della libertà un manto per coprire la malizia, ma quali servi di Dio. 17 Rispettate tutti; amate i fratelli; temete Iddio; rendete onore al re. 18 Servi, siate soggetti con ogni timore ai vostri padroni, non solo ai buoni e modesti, ma anche a quelli che son difficili. 19 Poichè è una grazia, se per riguardo a Dio uno sopporta molestie, soffrendo ingiustamente. 20 Infatti quale gloria c'è quando si soffre, perchè si è peccato e si è puniti? Ma se vi tocca patire quando fate del bene, e voi lo sopportate pazientemente, codesta è grazia presso Dio. L'esempio di Cristo. 21 A questo infatti siete stati chiamati, perchè anche Cristo ha sofferto per noi, lasciando a voi l'esempio, affinchè seguiate le sue orme. 22 Egli non fece mai peccato e mai sul labbro di lui fu trovato inganno. 23 Maledetto, non malediceva; soffrendo, non minacciava; anzi si rimetteva nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava. 24 Egli stesso ha portato i nostri peccati sul suo corpo, sul legno [della croce], affinchè, morti al peccato viviamo per la giustizia, risanati dalle sue piaghe. 25 Infatti eravate come pecore erranti, ma ora siete ritornati al pastore e vescovo delle anime vostre.

Capitolo 3

Soggezione e riverenza d'amore. 1 - Similmente anche le donne sian soggette ai loro mariti, affinchè, anche se alcuni non credono alla parola siano guadagnati, senza la parola, dalla condotta esemplare delle loro mogli, 2 poichè considereranno la vostra condotta casta e rispettosa. 3 L'ornamento delle mogli non sia all'esterno, come l'acconciatura dei capelli, la moltitudine dei gioielli o lo sfoggio di vesti diverse; 4 sia invece l'interiore, il cuore, [l'ornamento] incorruttibile d'uno spirito tranquillo e modesto, che è tanto prezioso agli occhi di Dio. 5 Così, di fatto, una volta si adornavano le sante donne che speravano in Dio, stando soggette ai loro mariti, 6 come Sara, che ubbidiva ad Abramo, chiamandolo «signore»; [quella Sara] della quale voi siete figliuole se fate il bene senza lasciarvi sbigottire da qualsiasi spavento. 7 E anche voi, o mariti, convivete con saggezza con le mogli e rendete loro onore come a vaso più fragile, essendo anche le donne coeredi della grazia della vita; affinchè le vostre orazioni non abbiano da essere impedite. Invito alla concordia e alla costanza. 8 Insomma [siate] tutti concordi, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili; 9 non rendete male per male, nè maledizione per maledizione; ma invece benedite, perchè a questo siete stati chiamati: a possedere in eredità la benedizione. 10 Poichè chi vuol amare la vita e vedere giorni beati, raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra non parlino inganno. 11 Schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e le vada dietro; 12 perchè gli occhi del Signore sono sopra i giusti e le sue orecchie [attente] alle loro orazioni; ma la faccia del Signore sta contro coloro che fanno il male. 13 E chi potrà farvi del male, se sarete zelanti del bene? 14 Ma anche se aveste a soffrire qualcosa per la giustizia, beati voi! Nessuna loro minaccia vi sgomenti e vi conturbi. 15 Ma benedite nei vostri cuori Cristo Signore, pronti sempre a dar soddisfazione a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi; 16 ma [ciò farete] con modestia e rispetto, forti della vostra buona coscienza, in guisa che quando sparlano di voi, rimangano confusi quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo. Ancora l'esempio di Cristo. 17 Poichè è meglio che soffriate (se tale è la volontà di Dio) facendo il bene, che facendo il male; 18 perchè anche Cristo è morto una volta per i nostri peccati, - Egli giusto per gli ingiusti, - per offrire voi a Dio; messo a morte quanto alla carne, ma vivificato per lo Spirito. 19 Nel quale [Spirito] andò a predicare anche a quelli spiriti che erano in carcere, 20 i quali eran stati una volta increduli, allorchè la pazienza di Dio stava aspettando ai giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale pochi, cioè otto anime, scamparono dall'acqua. 21 Figura codesta di quel battesimo che ora vi salva, - non ripulimento delle sozzure della carne, ma contratto di buona coscienza fatto con Dio, - per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo, 22 il quale sta alla destra di Dio Padre, dopo aver ingoiata la morte perchè noi diventassimo eredi della vita eterna. Egli, andato in cielo, si è assoggettati gli angeli, le Potestà e le Virtù.

Capitolo 4

Vivere da cristiani. 1 - Poichè dunque Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero; perchè chi ha sofferto nella carne, ha finito di peccare; 2 e per il tempo che gli resta di vita terrena deve vivere non secondo le passioni degli uomini, ma secondo il volere di Dio. 3 Basti infatti l'aver nel tempo passato soddisfatta la volontà dei Gentili per coloro i quali sono vissuti nella lussuria, nelle cupidigie, negli eccessi del mangiare e del bere e nell'illecito culto degli idoli.

 

4 Ora essi stupiscono e bestemmiano, perchè voi non vi abbandonate più alle loro dissolutezze. 5 Essi però dovranno rendere conto a Colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti. 6 Appunto per questo il Vangelo è stato annunziato anche ai morti, affinchè essi siano giudicati secondo gli uomini quanto alla carne, ma vivano secondo Dio quanto allo Spirito. Soffrire da cristiani. 7 Ora la fine di tutte le cose è vicina; siate dunque prudenti e vegliate nelle preghiere. 8 Soprattutto abbiate perseverante l'un verso l'altro la mutua carità, perchè la carità copre una moltitudine di peccati. 9 Esercitate l'ospitalità gli uni verso gli altri senza mormorare. 10 Da buoni amministratori della multiforme grazia di Dio, ognuno di voi ponga al servizio degli altri il dono ricevuto. 11 Se uno parla, [parli] come parole di Dio; chi esercita un ministero, [lo faccia] come per una forza che vien da Dio, affinchè in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, a cui è gloria ed impero nei secoli dei secoli. Amen. 12 Carissimi, non vi stupite del gran fuoco accesovi contro per provarvi, come se vi avvenisse una cosa nuova. 13 Ma dovete rallegrarvi di partecipare ai patimenti di Cristo, affinchè vi rallegriate ed esultiate quando si manifesterà la sua gloria. 14 Se siete trattati ignominiosamente per il nome di Cristo, sarete beati, poichè l'onore, la gloria e la virtù di Dio e lo Spirito di lui riposa su di voi. 15 Nessuno di voi soffra come omicida, o ladro, o maldicente, o insidiatore del bene altrui. 16 Se poi [soffre] come cristiano, non se ne vergogni; ma dia gloria a Dio per tal nome. 17 Perchè oramai è tempo che cominci il giudizio dalla casa di Dio. E se [comincia] prima da noi: quale sarà la fine di coloro che non ubbidiscono al Vangelo di Dio? 18 E se il giusto a stento sarà salvato, dove compariranno l'empio e il peccatore? 19 Perciò anche quelli che soffrono secondo la volontà di Dio, raccomandino le loro anime al Creatore fedele, praticando il bene.

Capitolo 5

Esorta i pastori di anime. 1 - I presbiteri adunque, che sono tra voi, li esorto, io parimente presbitero e testimone dei patimenti di Cristo, e chiamato a parte di quella gloria, che sarà un giorno manifestata; 2 pascete il gregge di Dio, che da voi dipende, governandolo non forzatamente, ma di buona voglia, come vuole Iddio; non per amore di vil guadagno, ma con animo volonteroso; 3 e non come dominatori dell'eredità [del Signore], ma divenuti sinceramente modelli del gregge. 4 E quando il principe dei pastori apparirà, riceverete la incorruttibile corona di gloria. Esorta i giovani all'umiltà. 5 Parimenti voi, o giovani, siate soggetti ai presbiteri. Nelle vostre vicendevoli relazioni, mostratevi tutti adorni di umiltà, perchè Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili. 6 Umiliatevi dunque, sotto la potente mano di Dio, affinchè egli vi esalti nel tempo della visita. 7 Ogni vostra sollecitudine gettate in lui, perchè egli ha cura di voi. 8 Siate sobrii, e vegliate, perchè il vostro avversario, il diavolo, vi gira attorno come un leone ruggente, cercando chi divorare. 9 Resistetegli, forti nella fede, sapendo che i vostri fratelli, che son nel mondo, patiscono le stesse cose. 10 Ma il Dio di ogni grazia, che ci ha chiamati all'eterna sua gloria in Cristo Gesù, con un po' di patire vi perfezionerà, vi conforterà e vi darà vigore. 11 A Lui gloria e impero nei secoli. Così sia. Conclusione. 12 Per mezzo di Silvano, fratello fedele, vi ho scritto, parmi, brevemente, per esortarvi e per attestarvi che la vera grazia di Dio è questa nella quale state.

13 Vi saluta la Chiesa che è in Babilonia, con voi eletta, e Marco, il mio figliuolo.

14 Salutatevi gli uni gli altri con un bacio santo. La grazia a voi tutti, che siete in Cristo. Così sia.

 

 

 

SECONDA LETTERA DI S. PIETRO

Tra gli anni 66 e 67 d.C.

Capitolo 1

Il saluto augurale. 1 - Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo, a coloro che nella giustizia del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo hanno ottenuto una fede pari alla nostra: 2 grazia e pace vi siano accresciute mediante la cognizione di Dio e di Gesù Cristo Signor nostro. Le virtù cristiane. 3 Poichè la divina potenza di Lui ci ha donato tutto quello che riguarda la vita e la pietà, facendoci conoscere Colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù, 4 donando a noi grandissime e preziose promesse, affinchè per mezzo di queste diventiate partecipi della natura divina; fuggendo la corruzione, che è nel mondo [e che proviene] dalla concupiscenza. 5 Ora voi, adoperandovi con ogni sforzo, unite alla fede vostra la virtù, alla virtù la scienza, 6 alla scienza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, 7 alla pietà l'amor fraterno e all'amor fraterno la carità. Come assicurarsi l'eterno regno. 8 Poichè se queste [virtù] si trovano in voi e aumentano, esse non vi lasceranno vuoti e sterili nella conoscenza del Signor nostro Gesù Cristo. 9 Invece chi non ha tali [virtù] è cieco e va a tastoni, e si dimentica di essere stato mondato dai suoi antichi peccati. 10 Perciò, fratelli miei, studiatevi sempre più di rendere certa la vostra vocazione ed elezione per mezzo delle buone opere; perchè così facendo, non peccherete giammai. 11 Così infatti vi sarà largamente assicurato l'ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Il ricordo della Trasfigurazione. 12 Per la qual cosa io avrò cura di ricordarvi sempre queste cose: benchè le conosciate e siate confermati nella presente verità. 13 Ora io ritengo giusto che, fin che vivo in questo tabernacolo, vi debba risvegliare con le ammonizioni; 14 certo come sono che ben presto deporrò il mio tabernacolo, secondo quello che mi ha dato a conoscere il Signor nostro Gesù Cristo. 15 Ma io farò in modo che ancor dopo la mia morte voi abbiate a far sovente commemorazione di queste cose. 16 Poichè non col dar retta ad argute favole, vi abbiamo esposta la virtù e la venuta del Signor nostro Gesù Cristo; ma per essere stati spettatori della grandezza di Lui. 17 Egli infatti ebbe da Dio Padre onore e gloria, quando dalla maestosa gloria discese su di Lui quella voce: «Questo è il Figliuol mio diletto, nel qual mi sono compiaciuto: ascoltatelo!». 18 E questa voce che veniva dal cielo, l'udimmo noi, mentre eravamo con Lui sul monte santo. La Scrittura ispirata. 19 Inoltre abbiamo la parola più ferma profetica, alla quale fate bene a prestare attenzione come ad una lucerna che risplenda in luogo oscuro, fino a che non spunti il giorno e la stella del mattino non sorga nei vostri cuori. 20 E bisogna por mente prima di tutto a questo, che nessuna profezia della Scrittura si fa per privata interpretazione. 21 Perchè la profezia non venne pronunciata una volta per umano volere; ma ispirati dallo Spirito Santo hanno parlato i santi uomini di Dio.

Capitolo 2

I maestri d'errore e d'iniquità. 1 - Vi furono però tra il popolo dei falsi profeti, come pure tra voi ci saranno dei maestri bugiardi, i quali introdurranno sètte di perdizione e rinnegheranno quel Signore che li ha riscattati, tirandosi addosso una pronta perdizione. 2 Molti li seguiranno nelle loro dissolutezze e per causa loro la via della verità sarà bestemmiata; 3 essi per avarizia faranno traffico di voi con parole bugiarde; ma la loro condanna già da tempo non langue, e la loro perdizione non dorme. Come Dio punisce. 4 Poichè se Dio non perdonò agli angeli che peccarono, ma li precipitò nell'abisso e li consegnò alle catene d'inferno per essere tormentati e riservati al giudizio; 5 se non perdonò all'antico mondo, ma salvò con sette altri Noè predicatore della giustizia, mandando il diluvio sul mondo degli empi; 6 se condannò alla distruzione le città di Sodoma e di Gomorra, riducendole in cenere, facendole esempio a coloro che vogliono vivere empiamente; 7 e se liberò il giusto Lot vessato dalle ingiurie e dall'impuro vivere di uomini infami; - 8 poichè [Lot] era giusto di vista e di udito, mentre dimorava con gente, che ogni giorno metteva alla tortura quell'anima giusta con opere inique - 9 vuol dire che il Signore sa liberare i giusti dalla tentazione, e riservare gli empi per il giorno del giudizio; 10 specialmente quelli che vanno dietro alla carne nell'immonda concupiscenza e disprezzano l'autorità. Audaci, arroganti, non temono d'ingiuriare le maestà; 11 mentre gli angeli, benchè siano superiori in forza e in potenza, non riportano giudizio ingiurioso contro quelli. 12 Costoro invece come bestie irragionevoli, naturalmente fatte per esser prese e perire, bestemmiano le cose che ignorano; periranno così nella loro corruzione, 13 ricevendo la mercede della loro iniquità, essi che fanno loro piacere delle delizie del giorno; macchie e vituperi, pieni di mollezza, dissoluti nei conviti che fanno con voi. 14 Essi, che han gli occhi pieni di adulterio e d'incessante delitto, adescano le anime vacillanti; hanno il cuore esercitato nell'avarizia, figli di maledizione. 15 Abbandonata la retta via si sono sviati, seguendo la via di Balaam [figliuolo] di Bosor, il quale amò la mercede dell'iniquità; 16 ma ebbe a scontare la sua pazzia: una muta bestia da soma, parlando voce umana frenò la stoltezza del profeta. 17 Questi son fontane senz'acqua e nebbie sbattute dai turbini e ad essi è riserbata la caligine tenebrosa. 18 Mentre fanno discorsi di vanità superba, adescano per mezzo delle impure passioni della carne coloro che poco prima fuggivano da chi viveva nell'errore; 19 e promettono loro la libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione; poichè da chi uno è stato vinto, di lui è anche schiavo. Cristiani senza Cristo. 20 Se infatti dopo aver fuggite le sozzure del mondo per mezzo della conoscenza del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, si lasciano ancora impigliare e vincere da esse, la loro condizione ultima diventa peggiore della prima. 21 Meglio infatti sarebbe stato per loro non conoscere la via della giustizia, anzichè, dopo averla conosciuta, rivolgersi indietro dal comandamento santo, che ad essi è stato dato. 22 Si è perciò avverato in loro quel vero proverbio: Il cane tornò al suo vomito e la scrofa lavata [è tornata] a rivoltarsi nel fango .

Capitolo 3

Schernitori beffardi. 1 - Ecco, o carissimi, vi scrivo questa seconda lettera per risvegliare, coll'ammonirvi, il sincero animo vostro; 2 affinchè vi ricordiate delle parole dei santi profeti, delle quali ho già parlato, e dei precetti del Signore e Salvatore [trasmessi a voi] dai vostri apostoli. 3 E sappiate prima di tutto che verranno negli ultimi giorni degli schernitori beffardi, viventi secondo le proprie concupiscenze, 4 i quali diranno: «Dov'è la promessa o la venuta di Lui? Mentre da quando i padri si addormentarono, tutto continua com'era al principio della creazione». I fedeli sanno intendere e aspettare. 5 Costoro infatti ignorano, perchè lo vogliono, che da prima per la parola di Dio furono i cieli e la terra [uscita] dall'acqua e formata per mezzo dell'acqua; 6 e che per queste stesse cose il mondo d'allora perì inondato dall'acqua. 7 Ma i cieli e la terra che sono adesso, sono custoditi dalla stessa parola e riserbati al fuoco il giorno del giudizio e della perdizione degli uomini empi. 8 Questo solo però non vi sia ignoto, o carissimi, che dinanzi a Dio un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno. 9 Non ritarda il Signore la sua promessa come certuni pensano; ma Egli usa pazienza per riguardo a voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti ritornino a penitenza. Verrà il giorno del Signore. 10 Ma il giorno del Signore verrà come un ladro. Allora i cieli passeranno con gran fracasso, e gli elementi saranno sciolti dal calore e la terra e le cose che sono in essa saranno bruciate. 11 Poichè dunque tutte queste cose devono essere disciolte, [riflettete] quali conviene che siate nel santo vivere e nella pietà, 12 aspettando e correndo incontro alla venuta del giorno del Signore, nel quale i cieli ardenti si scioglieranno e gli elementi si liquefaranno per l'ardore del fuoco? I cieli nuovi e la terra nuova. 13 Ma noi aspettiamo, secondo la sua promessa, nuovi cieli e nuova terra, nei quali abita la giustizia. 14 Perciò, o carissimi, aspettando tali cose, fate di tutto per essere trovati da lui immacolati e puri nella pace; 15 ritenendo che la longanimità del Signor nostro è la salute, come ve n'ha scritto anche il nostro carissimo fratello Paolo secondo la sapienza a lui data, 16 come [fa] in tutte le lettere, dove parla di queste cose, nelle quali vi sono alcuni punti difficili a intendersi e che gli ignoranti e i poco stabili stravolgono - come anche le altre Scritture - per loro perdizione. Conclusione. 17 Voi dunque, o fratelli, istruiti per tempo, siate in guardia, affinchè trascinati dall'errore degli stolti non abbiate a vacillare nella vostra fermezza. 18 Anzi crescete nella grazia e nella conoscenza del Signor nostro e Salvatore Gesù Cristo. A Lui gloria, adesso e nel giorno dell'eternità. Amen.