SAN PIETRO DA VERONA

 

LA VITA

Nato a Verona verso la fine del XII secolo da una famiglia cadu­ta nella rete dell'eresia catara, fin da bambino ha saputo resistere alle insidie dell'errore dimostrando una viva percezione della verità della fede. Inviato a Bologna per frequentare l'Università, ha incontrato San Domenico di Guzman e, attirato dal suo cari­sma, è entrato nell'Ordine dei Frati predicatori da lui fondato (1216) per combattere l'eresia e predicare la verità del Vangelo. Le prime notizie storiche sull'attività apostolica di fr. Pietro lo vedono presente come fervente predicatore a Milano e a Venezia fra il 1232 e il 1234. Fr. Pietro ha avuto parte nella fondazione della Società della Fede e delle Confraternite mariane sorte anche a Firenze e a Perugia.

Eletto Priore a Como nel 1236, fr. Pietro svolge una prodigiosa attività di predicatore: lo troviamo a Vercelli (1238), a Roma (1244), a Firenze (1245) dove dà i suoi consigli nella fondazione dell'Ordine dei Servi di Maria. Combatte con vigore dal pulpito l'eresia, ma si occupa anche della direzione spirituale delle mona­che. Il suo fervore apostolico lo spinge ad estendere il campo della predicazione a Mantova, Pavia, Cesena. Nel 1249 dà il suo contributo alla pacificazione delle città della Romagna e della Marca Anconitana. Priore ad Asti (1248-1249) e a Piacenza (1249-1250), Pietro ritorna a Milano, suo principale centro di apostolato. Il calore della sua parola, la forza manifestata nelle pubbliche dispute con gli avversari, la conferma dei miracoli, hanno conquistato il cuore del popolo milanese e ricondotto molti eretici alla verità della fede.

In quel tempo l'eresia albigese (sorta nel sud della Francia, già

incontrata e combattuta dal Santo Padre Domenico in Linguado­ca) si era diffusa anche nel nord Italia. Nel 1251 il Papa Innocen­zo IV di ritorno da Lione, fermatosi per alcuni mesi in Lom­bardia, si era reso conto della gravità della situazione e della necessità di un intervento più drastico per combattere l'eresia. A tal fine ha istituito alcuni inquisitori per le città lombarde. L'8 giugno 1251 Papa Innocenzo IV ha affidato a Fr. Pietro tale mandato a Cremona e subito dopo lo ha nominato inquisitore a Milano, Como e nei rispettivi territori. Pietro da Verona è stato in passato accusato di avere infierito contro gli eretici. È doveroso ribadire l'infondatezza di tali accuse: infatti fu inquisitore solo per alcuni mesi (autunno 1251- 6 aprile 1252); dai documenti tro­vati non emerge alcun elemento che possa suffragare questa accu­sa. Al contrario, la venerazione goduta durante la sua vita. l'e­norme impressione provocata dal suo martirio, il culto diffuso rapidamente non solo in Italia, ma anche all'estero, la conversio­ne del sicario Carino che lo ha colpito a morte e del vescovo ere­tico Daniele da Giussano, che aveva fatto parte del complotto, sono la prova della virtù eroica di Pietro da Verona riconosciuta appena undici mesi dalla sua morte da Papa Innocenzo IV a Peru­gia (9 marzo 1253).

 

IL MARTIRIO

Il successo della sua predicazione e la fermezza con la quale si è dedicato alla nuova missione hanno provocato la reazione di potenti avversari che hanno formato un complotto contro di lui per eliminarlo. Fr. Pietro ne ha avuto sentore e ne ha dato pubbli­camente l'annuncio: "So con certezza che. la mia morte è stata

decretata dagli eretici e hanno preparato il denaro... Facciano come credono; li combatterò più da morto, di quanto abbia fatto da vivo" (Milano, domenica delle Palme, 24 marzo 1252). Sono stati assoldati due sicari: Pietro da Balsamo, detto Carino, e Albertino Porro di Lentate che hanno studiato accuratamente il piano dell'imboscata. La vigilia della domenica in Albis (6 aprile 1252), fr. Pietro ha lasciato il convento di Como -, del quale era priore, per tornare a Milano assieme a fr. Domenico percorrendo la via Canturina. Il sicario Albertino Porro, preso dal rimorso, si è ritirato lungo la via. Ma il Carino, deciso a compiere l'efferato delitto, ha raggiunto i due frati presso la località chiamata Farga, li ha assaliti alle spalle colpendo con un falcastro più volte al capo fr. Pietro e, dopo aver ferito con più colpi fr. Domenico, è ritor­nato su fr. Pietro finendolo con una pugnalata al petto. Fr. Pietro ha esalato l'ultimo respiro dicendo: "Nelle tue mani raccomando il mio spirito" e iniziando la recita del Credo. Un robusto giova­ne che, pur lontano, aveva assistito alla terribile scena, giunto di corsa sul posto ha lanciato l'allarme ed è riuscito ad immobiliz­zare il sicario. Fr. Domenico, portato in un monastero di Meda, è morto dopo sei giorni, lasciando la sua preziosa testimonianza sulla fine di fr. Pietro. La notizia si è divulgata fulmineamente suscitando enorme impressione. Il corpo del martire, composto in fretta, è stato portato la sera stessa a Milano e deposto nella chie­sa di San Simpliciano. L'indomani la salma, accompagnata da una folla enorme e da uno stuolo di religiosi e sacerdoti guidati dall'Arcivescovo di Milano, è stata trasportata in S. Eustorgio per le solenni esequie e sepolta provvisoriamente nel cimitero dei martiri adiacente alla chiesa. Le autorità milanesi, vista la gene­rale

venerazione nei confronti del martire domenicano, hanno inviato al Papa una delegazione ufficiale per chiedere gli onori degli altari del nostro martire. Il Papa Innocenzo IV con la bolla Magnis et crebris (24 marzo 1253) iscriveva Pietro da Verona nel catalogo dei santi e fissava la data della festa al 29 aprile.

Nello stesso anno, in occasione del Capitolo provinciale dei domenicani a Milano, l'Arcivescovo Leone da Perego, dopo aver staccato il Capo del Santo da porre in un reliquiario e venire incontro alla venerazione dei fedeli, deponeva il corpo del marti­re in un primo modesto sarcofago in marmo collocato nella nava­ta sinsitra di S. Eustorgio all'altezza della quinta cappella.

 

IL CULTO E L'ARTE

Lo zelo dei Domenicani, la devozione dei milanesi attirati anche dai miracoli da lui compiuti, le iniziative delle numerose Confra­ternite o Compagnie di San Pietro, hanno contribuito notevol­mente a diffondere il culto curando la costruzione di chiese (la più grandiosa è quella di S. Anastasia a Verona, patria del Martire, iniziata nel 1290), l'erezione di cappelle nelle chiese già esisten­ti (la più celebre è la Cappella Portinari in S. Eustorgio, 1462-1468) e di moltissimi altari dedicati a San Pietro da Verona. Molte città, beneficate dalla sua predicazione, lo hanno eletto a patrono (Verona, Como, Vicenza, Cremona, Piacenza, Cesena, Spoleto, Recanati,  Rieti). In modo tutto speciale i Domenicani di S. Eustorgio si sono prodigati per costruire una tomba degna della santità del Protomartire. Vennero raccolte elemosine da tutto il mondo e nel 1336 dato l'incarico allo scultore pisano Giovanni di Balduccio di costruire un'arca in marmo. L'opera di Balduccio

costituisce uno dei capolavori della scultura gotica italiana. Ter­minata l'opera nel 1339 le spoglie del Santo vennero rinchiuse solennemente in occasione del Capitolo generale svoltosi a Mila­no nel 1340.

Ma si sentiva la necessità di dare una degna cornice al Reliquiario che conteneva il Capo del Martire. L'agente fiorentino Pigel­lo Portinari con grande generosità ha provveduto alla costruzione della Cappella del Capo (1462-1467) per custodire il Reliquiario con il Capo. Il pittore Vincenzo Foppa, incaricato di affrescare la nuova Cappella (1462-1468), ha mirabilmente descritto gli episo­di principali della vita del Santo Domenicano. Soltanto nel 1736 è stata decisa la traslazione dell'Arca, rimasta nella navata sini­stra, e collocata definitivamente nel centro della Cappella nella quale sono state riunite le preziose Reliquie di San Pietro Marti­re. Il recente restauro (1989-1999) ha ridato tutto lo splendore a questo autentico gioiello, sublime omaggio dell'arte alla fede.

A cominciare dalla seconda metà del XIII secolo un grande numero di artisti è stato ispirato a celebrare il martirio di Pietro da Verona: dai polittici dallo sfondo dorato, ai mosaici, agli affre­schi, alle mirabili tele. Da Duccio di Boninsegna a Cimabue, da Lippo Vanni a Giovanni Bellini, da Gentile da Fabriano al Beato Angelico, da Lorenzo Lotto al sommo Tiziano.

 

IL SANTUARIO DI SEVESO

La chiesa di S. Eustorgio a Milano, donata dall'Arcivescovo di

Milano Settala ai Domenicani fin dal 1227, accanto ad altri teso­ri, ha il privilegio di custodire il Corpo del nostro Protomartire.

Ma non si può dimenticare il Santuario, che è stato eretto sul

luogo del martirio. Quando fr. Pietro cadde sotto i violenti colpi di un sicario, si trattava di un piccolo paese, che deve il suo svi­luppo alla testimonianza di un martire che ha fecondato con il suo sangue quella terra. Molto presto gli Umiliati edificarono una pic­cola chiesa e una casa modesta. Ma nel 1371 i Domenicani, che nel 1288 a Monza avevano già costruito un convento e una chie­sa (oggi perfettamente restaurata) edificarono nel 1638, grazie alla generosità del conte Giulio Arese e del figlio Bartolomeo, un magnifico Santuario e un grande convento nel quale hanno eser­citato il loro ministero fino alla soppressione del 1798. Il Santua­rio è interamente affrescato con episodi della vita di San Pietro Martire, di San Domenico, di altri santi e sante domenicane. In una cripta scavata nel 1900 sotto l'altare maggiore è custodito lo strumento con il quale il sicario Carino ha ucciso fr. Pietro. Nel 1818 per iniziativa del Card. Gaetano Gaisruck il grande com­plesso veniva acquistato dalla diocesi per diventare sede del Seminario minore.

Recentemente ristrutturato e restaurato il convento è stato adibito a Seminario ed ufficialmente inaugurato dal Card. Martini il 19 settembre 1998. Grandi solennità sono previste per celebrare il 750° anniversario del martirio di San Pietro da Verona, al quale è dedicata anche la chiesa parrocchiale.

 

Guarda anche Pietro vergine e martire che con il suo sangue portò luce fra le tenebre di tante eresie: egli odiò l'eresia tanto da essere pronto a lasciarvi la vita. E mentre visse, sua cura continua fu quella di pregare, predicare, disputare con gli eretici e confessare, annunziando la verità e propagando la fede senza alcun timore. E non solo durante la sua vita, ma anche in punto di morte; onde, mentre stava per morire, venendogli meno la voce e mancandogli l'inchiostro, intinse il dito nel proprio sangue: ma non ha carta, questo glorioso martire, e perciò si china e scrive in terra confessando la sua fede, cioè il 'Credo in Deum' il suo cuore ardeva nella fornace della mia carità, e perciò non rallentò il passo voltando il capo indietro quando capì che doveva morire - prima che morisse, infatti, Io gli rivelai la sua fine - ma, come vero cavaliere privo d'ogni timor servile, uscì allo scoperto, sul campo di battaglia.

dal Dialogo di S. Caterina da Siena, c. 158.