S. Pier Giuliano Eymard

Il Santo dell'Eucaristia,

P. LUIGI PONZONI s.s.s.

VISTO, nulla osta alla stampa. Torino, 11 marzo 1986

IMPRIMATUR Torino, 13 marzo 1986

Sac. Francesco Peradotto, vicario generale

Introduzione

S. Pier Giuliano Eymard nasce a La Mure d'Isère in Francia il 4 febbraio 1811; diventa sacerdote il 20 luglio 1834 ed esercita il ministero pastorale come vice-parroco a Chatte e come parroco a Monteynard.

Nell'agosto 1839 entra fra i religiosi Maristi. Svolge un'intensa attività come predicatore, educatore della gio­ventù, come organizzatore e direttore del « Terz'Ordine di Maria » e successivamente come superiore locale, pro­vinciale e assistente generale.

Il 13 maggio 1856 a Parigi fonda la Congregazione dei Sacerdoti del SS.mo Sacramento, per obbedire ad una divina vocazione lungamente provata e dopo averne avuto l'incoraggiamento del Papa Pio IX.

Il 6 gennaio 1857 - festa dell'Epifania - con la prima solenne esposizione di Gesù Eucaristico inaugura il culto solenne di adorazione, che sarà una caratteristica della nuova Congregazione.

Nel luglio 1858 ad Angers dà vita alla Congrega­zione delle Suore Ancelle del SS.mo Sacramento, con la collaborazione della Madre Margherita Guillot.

L'8 maggio 1863 il Papa Pio IX approva e benedice la Congregazione del SS.mo Sacramento.

Il santo Fondatore svolge con zelo instancabile il suo ministero sacerdotale predicando, istruendo, pro­muovendo l'amore e il culto all'Eucaristia. Organizza e dirige la catechesi per le Prime Comunioni dei gio­vani e degli adulti. Accoglie ed aiuta i sacerdoti in dif­ficoltà. Fonda e segue con particolare cura il primo se­minario e il noviziato della Congregazione.

Ha la gioia di creare in Francia e in Belgio, per i sacerdoti e per le suore, altri « Cenacoli » che, seguendo il suo spirito, diventano centri di culto e di apostolato eucaristico.

Il primo agosto 1868 nella sua casa natale, consu­mato dallo zelo per l'Eucaristia, logorato da lunghe sof­ferenze fisiche e morali, il padre Eymard termina la sua preziosa vita terrena.

Il 12 luglio 1925, durante le celebrazioni dell'anno santo il Sommo Pontefice Pio XI lo dichiara « Beato ». Il 9 dicembre 1962 al termine della prima sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Giovanni XXIII proclama « Santo » l'Apostolo dell'Eucaristia.

Il primo agosto 1984 la Santa Sede approva e con­ferma la Regola di Vita dei Padri Sacramentini rin­novata secondo le norme del Concilio Vaticano II e aggiornata secondo le prescrizioni del nuovo Codice di Diritto Canonico con l'augurio che « i Religiosi del SS. Sacramento... siano autentici testimoni della forza di rinnovamento dell'Eucaristia per la Chiesa e per la so­cietà ».

Attualmente le Congregazioni dei Sacerdoti e delle Suore Ancelle del SS.mo Sacramento sono ampiamente diffuse in Italia, in Europa, nelle Americhe, in Austra­lia, in Asia ed in Africa; numerosi sono i « Cenacoli » nei paesi del « Terzo Mondo ».

 

Pier Giuliano Eymard fanciullo, nel ricordo della sorella

Signorina Marianna, com'era composta la sua fami­glia quando nacque Pier Giuliano?

Eravamo in quattro: il papà, Giuliano Eymard, la mia matrigna Maria Maddalena e il fratello Antonio. Già da qualche tempo mio padre si era trasferito qui a La Mure sull'altipiano della Matesine (m. 900). Allora abitavamo in Rue du Breuil al numero 69; più tardi ci siamo trasferiti qui, nella stessa via, in una casetta mo­desta, ma un po' più ampia dell'altra. 

Allora la signora Maria Maddalena non era la sua vera madre?

No, mia mamma si chiamava Giovanna Maria Caix e morì abbastanza giovane a Freney, dove mio padre si era stabilito dopo che aveva lasciato Auris, un paesetto della valle dell'Oisans. Ebbe sei figli: quattro morirono molto giovani; con me restava solo Antonio che aveva diciassette anni quando fece da padrino al Battesimo di Pier Giuliano; mori sul campo di battaglia qualche anno dopo. Mio padre, rimasto vedovo ancor giovane, sposò la signorina Maria Maddalena Pélorse, figlia di un agricoltore di Freney, dalla quale ebbe quattro figli, tre

dei quali, purtroppo, morirono in tenerissima età. Più tardi mio padre adottò come figlia una mia cuginetta ri­masta orfana, si chiamava Annetta, visse sempre con noi. 

Quanti anni aveva lei quando nacque Pier Giuliano?

Avevo dodici anni e ho potuto dedicarmi con tutto l'affetto ad aiutare la mamma adottiva per salvare alme­no quest'ultimo fratellino. Pier Giuliano era un po' gra­cile e delicato di salute - lo sarà sempre - ma grazie a Dio, siamo riuscite a salvarlo; la mamma mori quan­do mio fratello aveva diciassette anni. 

Maria Maddalena, la sua seconda mamma, le voleva bene?

Sì, molto; del resto era buona e caritatevole con tutti; con il suo carattere dolce e gentile riuscì a tem­perare un po' quello di mio padre che era piuttosto forte e rude. Posso dire che ella era un'ottíma madre di fami­glia e anche fervente cristiana. Fu la sua grande fede in Gesù Eucaristico e la sua tenera devozione alla Madon­na che la sostennero quando nello spazio di circa tre anni, uno dopo l'altro, le morirono tre suoi bambini. 

Qual’é il primo ricordo che ha di Pier Giuliano?

Il primo ricordo risale al 5 febbraio 1811, il giorno dopo la nascita di Pier Giuliano, quando lo portai sulle mie braccia come madrina al fonte battesimale. Mio fra­tello mi fu sempre riconoscente per quel gesto e mi chia­mò sempre "Madrina" fino a quando entrò in Seminario a Grenoble. Nel 1841, trent'anni dopo, Pier Giu­liano mi scrisse questa lettera: « Oggi, cara sorella, è un bel giorno per me; oggi siete divenuta mia madrina. Voi sapete quanti milioni di volte vi ho chiamata con questo dolce nome. Entrando nello stato ecclesiastico vi ho dato quello di sorella, ma i sentimenti di figlioccio ri­marranno fino nel Cielo, perché vi devo molto, soprat­tutto di avermi tenuto lontano dalle occasioni del male nella giovinezza ». Ricordo anche che molte volte, ancor prima della nascita di Pier Giuliano, accompagnavo la mia seconda mamma in chiesa, specialmente quando il suono delle campane invitava alla Benedizione Eucari­stica, perché diceva che si sentiva ispirata a consacrare al Signore la creatura che ancora portava in seno. 

È vero che Pier Giuliano ha imparato a fare i primi passi sulla strada che porta alla chiesa?

Beh! i primi passi li ha mossi in casa certamente, ma poi sovente mia madre o io sorreggendolo in brac­cio, o tenendolo per mano per guidare i suoi passi, lo accompagnavamo in chiesa per la santa Messa o per le altre funzioni. 

Come ricorda Pier Giuliano fanciullo?

Quando si parla di santi si crede che siano persone un po' strane, diverse da noi: senza difetti... Non è vero: Pier Giuliano era un bambino docile, affettuoso, aveva una viva intelligenza, un carattere buono; era vi­vace, attentissimo a quanto succedeva in casa; era anche molto curioso. 

Essendo l'ultimo e per di più l'unico bambino rima­sto, Pier Giuliano non sarà stato trattato un po' come « cocco di mamma »?

No, assolutamente, sua madre era molto buona, come ho detto, ma era anche profondamente cristiana e aveva un altissimo concetto della sua missione di mamma e di educatrice; non si sarebbe mai permessa una debolezza nei riguardi del figlio, che pur amava con tanto affetto; quando era necessario sapeva essere forte e severa, senza però mai esagerare; con l'esempio e con invito prudente ci abituava alla mortificazione e alle piccole penitenze. Ricordo, per esempio, che il venerdì sera metteva anche Pier Giuliano a dormire sulla paglia anziché nel suo let­tino, per abituarlo al sacrificio. 

Ci ha detto che Pier Giuliano non è nato “santo”, ricorda qualcuno dei suoi difetti?

Ho già detto che uno dei difetti di mio fratello, forse il più grande, nella sua fanciullezza, era la curiosità. Ri­cordo che frugando in tutti gli angoli della casa aveva scoperto un oggetto che gli piaceva moltissimo; appena poteva andava a vederlo e non finiva mai di toccarlo, di ammirarlo. La mamma lo sapeva e un giorno, per correg­gerlo gli disse che avrebbe nascosto quell'oggetto e gli proibì di cercarlo. Fu una prova molto dura per il picci­no. Per qualche giorno riuscì a frenare il desiderio di tro­varlo, ma poi non potendone più, approfittando dell'as­senza della mamma, cercò, frugò dappertutto finché ben nascosto sotto un mucchio di grano, ritrovò il suo tesoro!

Pieno di gioia lo strinse fra le mani, lo guardò, lo acca­rezzò e poi svelto svelto lo rimise al suo posto senza lasciare traccia. Passò pochissimo tempo e la mamma rientrò in casa. Pier Giuliano tutto confuso e già pen­tito le corse incontro, le raccontò la sua disobbedienza e promise di non farlo più; e mantenne la parola. 

Suo fratello quando ba imparato a pregare?

Si può dire che ha imparato a pregare quando ha in­cominciato a pronunciare le prime parole, poi crescendo non ha fatto fatica a pregare, in casa si pregava tutti e almeno due volte al giorno andavamo in chiesa. A que­sto proposito ricordo che un giorno Pier Giuliano, avrà avuto sì e no cinque anni, scomparve da casa; pur aven­dolo cercato dappertutto, anche presso i vicini, non ero riuscita a trovarlo. A un certo momento mi venne l'idea di andare a cercarlo in chiesa: entrai, ma nella semi­oscurità non riuscii a vederlo, mi avvicinai di più all'al­tare e lo scorsi inginocchiato in cima alla scaletta che il parroco usava per esporre il SS. Sacramento: era là con la testina appoggiata al tabernacolo. Gli ho chiesto che cosa facesse lassù e lui con tutta semplicità mi rispose: «Faccio la mia preghiera! Qui sono più vicino a Gesù e lo ascolto». 

Pier Giuliano le voleva bene?

Certo e anch'io lo amavo tanto, lui lo sapeva. Una volta mio padre mi aveva sgridata per un fatto, e anche la matrigna aveva aggiunto il suo rimprovero; Pier Giu­liano che era lì e mi vedeva piangere, si avvicinò al Padre, piangendo lui pure e gli disse di non sgridarmi così perché io ero buona, lavoravo filando la lana e davo a lui tutti i soldi... 

Suo padre come si comportava con Pier Giuliano?

Penso che sia necessario conoscere un po' di più mio padre, allora si capirebbe meglio anche la sua costante opposizione alla vocazione sacerdotale di Pier Giuliano. Mio padre soffri molto nella sua vita: durante la grande rivoluzione fu perseguitato per le sue idee reli­giose e fu ridotto quasi alla miseria; ancor giovane perse la prima moglie che gli lasciò sei figli. Si risposò e in meno di cinque anni gli morirono ben sette figli. Per ridare un po' di benessere alla famiglia dovette lavorare molto, prima come arrotino ambulante, poi, qui a La Mure, riuscì ad avviare una piccola bottega di coltelli e ferramenti, più tardi vi aggiunse anche un torchio per estrarre l'olio dalle noci; aveva anche un campicello. Il dolore, i disagi e le difficoltà finanziarie uniti ad un ca­rattere forte ed energico lo avevano reso piuttosto se­vero e intransigente. Amava molto Pier Giuliano, lo vedeva crescere intelligente e bravo, capace di aiutarlo in tanti piccoli servizi; per questo contava molto su di lui e aveva già fatto i suoi progetti ben precisi sull'av­venire di quell'unico figlio maschio che gli era rimasto. Come cristiano, mio padre, era esemplare nelle sue pra­tiche religiose, era tra i più attivi membri della Confra­ternita dei Penitenti del SS. Sacramento, molto stimato dai sacerdoti della parrocchia, e per la sua onestà e abilità nel lavoro era apprezzato anche da tutti gli abitanti di La Mure. 

Per concludere vuole raccontarci un ultimo episodio dell'infanzia di suo fratello?

Sì, ricordo un fatto che riguarda proprio Pier Giu­liano e nostro padre. Eravamo in inverno, su tutto l'al­tipiano della Matésine era caduta la prima neve e faceva tanto freddo. Molti ragazzi erano nella strada a giocare con la neve. La mamma aveva proibito a Pier Giuliano di uscire a giocare perché si era appena ristabilito dopo un piccolo incidente; quella volta lo aveva anche mi­nacciato di una correzione paterna qualora avesse disob­bedito. Il piccino si era messo alla finestra, col nasino schiacciato contro il vetro a guardare i suoi amici che si divertivano un mondo. L'ordine della mamma era pre­ciso, ma la tentazione di uscire doveva essere forte, tanto forte, perché, dopo aver resistito per un po', in­cominciò ad avvicinarsi all'uscio, ad aprirlo un pochetto per vedere meglio, poi scivolò svelto fuori dalla porta e fu in mezzo alla neve con i suoi amici. Il gioco durò pochissimo, la voce della coscienza gli fece presto capire lo sbaglio che aveva fatto e rientrato in casa andò subito dal padre a confessare la sua colpa: « Papà sono stato cattivo: dammi il castigo » disse, e accettò la severa pu­nizione senza un lamento. Pier Giuliano aveva sì dei difetti, ma si impegnava a correggerli con tutta la sua forza di volontà.

 

Pier Giuliano ricorda la sua Prima Comunione

D. - Senti, Pier Giuliano: a quale età hai fatto la tua Prima Comunione?

R. - Tardi, purtroppo avevo già dodici anni com­piuti! 

D. - E come ti sei preparato a questo giorno?

R. - È stata una preparazione lunga, durata diversi anni. Ricordo che la vigilia di Natale del 1822 sentivo il bisogno di essere puro, molto puro per celebrare de­gnamente questa festa, poiché il vice-parroco di La Mure non voleva confessarmi, andai in cerca del mio amico Baret e gli dissi: « Quanto saremmo contenti, se per questa festa ci purificassimo bene delle nostre colpe, e fossimo ben preparati, in stato di grazia! Per avere que­sta gioia andiamo ai Villars (un paesetto a otto Km. da La Mure); là pregheremo, staremo buoni buoni e ci con­fesseremo ». Era tanto buono quel parroco! sapevo che ci avrebbe accolti. 

D. - E la preparazione immediata?

R. - Quante volte andai al Calvario, che è sopra La Mure a piedi nudi, nella neve d'inverno a pregare. Avevo deciso di fare anch'io "digiuno come gli adulti durante tutta la Quaresima, perciò al mattino nascondevo la mia colazione e la davo ai poveri. Certe mattine avevo pro­prio fame... e allora andavo in Chiesa a pregare. A volte invitavo anche i miei compagni a pregare; con dei ramo­scelli costruivamo quattordici croci, le piantavamo nel campo e poi assieme facevamo la Via Crucis. 

D. - I tuoi genitori che dicevano?

R. - Io cercavo di essere più impegnato nel lavoro e obbediente del solito, così loro mi lasciavano fare; qualche volta mia sorella si accorgeva che davo la mia colazione ai poveri e mi rimproverava... Alla vigilia della mia Prima Comunione ho invitato i miei genitori ad an­dare al paese vicino a confessarsi affinché anche loro po­tessero accostarsi alla S. Comunione e pregare per me; essi lo hanno fatto volentieri. 

D. - Hai dormito la notte della tua Prima Comu­nione?

R. - È un segreto, ma ormai lo posso dire: ho insi­stito presso i miei genitori perché mi lasciassero passare quella notte in preghiera. Me lo hanno permesso e così ho passato la notte in Chiesa, vicino al Tabernacolo. 

D. - Quando hai ricevuto Gesù Eucaristico che cosa gli hai detto per prima cosa?

R. - Quando strinsi Gesù nel mio cuore gli dissi su­bito: « diventerò sacerdote un giorno, te lo prometto! ». 

D. - Quali altre impressioni ricordi di quel giorno?

R. - Non ho mai dimenticato quella data. Quale grazia mi ha fatto il Signore nella mia Prima Comu­nione! Sì, io lo credo, la mia conversione allora fu per­fetta. 

D. - Dopo la Prima Comunione ti comunicavi di frequente?

R. - A partire dalla mia Prima Comunione comin­ciai a comunicarmi una volta al mese. Più tardi P. Tou­che, il Missionario del Laus, mí diede il permesso di comunicarmi ogni otto giorni. Io mi comunicavo alla Messa solenne per avere più tempo di prepararmi e di ringraziare il Signore. In quegli anni il demonio mi ten­tò e tormentò orribilmente per farmi perdere la purez­za; se non avessi avuto la S. Comunione per sostenermi, non sarei riuscito vittorioso.

 

Ragazzo e adolescente nel ricordo dei suoi coetanei

Reverendo don Baret, quando ha conosciuto Pier Giuliano Eymard?

Posso dire di averlo conosciuto dall'infanzia perché avevamo quasi la stessa età, abbiamo frequentato insie­me le scuole elementari, molte volte ci siamo visti anche al di fuori della scuola; più tardi ci siamo ritrovati su­gli stessi banchi del Seminario Maggiore di Grenoble. Divenuti sacerdoti, siamo sempre rimasti molto amici, anche se ci siamo incontrati raramente. 

Come ricorda Pier Giuliano scolaro?

Pier Giuliano era intelligente e bravo; riusciva bene negli studi ed era molto diligente. Sia quando frequen­tava le scuole elementari che quando era nel collegio di La Mure la sua bontà, la sua dolcezza e il suo carattere aperto gli attirarono la stima e la benevolenza degli in­segnanti e anche l'amicizia dei compagni. 

Quando Pier Giuliano le ha confidato che voleva di­ventare sacerdote?

Non ricordo con precisione il giorno, ma già al tem­po della Prima Comunione, ne parlava con semplicità

fra noi amici; anche gli altri compagni lo sapevano e ri­spettavano la sua decisione perché vedevano che faceva sul serio, cioè si comportava bene in tutto, era di buon esempio e poi pregava molto. 

Alcuni hanno detto che Pier Giuliano non amava il gioco, ma preferiva pregare, è vero?

Aveva certamente una forte inclinazione alla pre­ghiera, organizzava la « Via Crucis » con noi compagni, ci insegnava a servire la Messa, quando ci trovavamo nei campi a custodire le mucche recitavamo il Rosario e can­tavamo le litanie della Madonna, a volte Pier Giuliano ci raccontava qualche episodio della vita dei santi o della Bibbia; è vero, non era un gioco, ma a noi piaceva ed eravamo contenti. Certe volte giocavamo a biglie con l'amico Bouthoux; d'inverno Pier Giuliano costruiva nel suo cortile delle chiesine con la neve, sul campanile vi metteva il campanello del « Sanctus » e al mattino e a mezzogiorno suonava « l'Angelus », come in chiesa. Del resto avevamo così poco tempo per divertirci, tutt'al più cercavamo di rendere divertente il lavoro! 

E con i compagni di scuola come si comportava?

Ho già detto che Pier Giuliano era buono e gentile con tutti, non offendeva nessuno, per questo aveva su tutti noi un grande ascendente e lui se ne serviva per invitarci a fare il bene e per impedire che offendessimo Dio. Se qualche compagno della sua età faceva un di­scorso poco bello, Pier Giuliano lo interrompeva subito dicendo: « Taci, questo è male e offende il buon Dio ».

Se invece il compagno era più grande di lui, gli scriveva un biglietto: « Se parli ancora così male, come hai fatto quest'oggi davanti a me, non sarò più tuo amico ». Quan­do vedeva dei ragazzi litigare, non esitava ad andare a dividerli e con buone maniere li disponeva al perdono vicendevole.

A volte quando sorgeva qualche litigio fra noi com­pagni, sceglievamo lui come « giudice di pace »... e tutti accettavamo la sua decisione.

Pier Giuliano aveva un cuore tenero e buono, quan­do gli era possibile aiutava i poveri e, specialmente du­rante la Quaresima, portava loro anche la sua colazione. 

Senta, reverendo, com'è di preciso la faccenda del campanello della Messa che spariva dalla sagrestia?

Sì: è un episodio interessante, ma bisognerebbe far­lo raccontare all'amico don Faure, parroco di Lavaldens, che era riuscito a scoprire il trucco. Dunque, Pier Giu­liano aveva incominciato a fare il chierichetto quando aveva sette, otto anni; gli piaceva molto servire la santa Messa e le altre funzioni. Era veramente di buon esem­pio per tutti noi che, anche all'altare, eravamo un po' sbadati e piuttosto chiacchierini. Quando fu un po' più grande, il parroco lo nominò capo del gruppo chierichetti e cerimoniere; Pier Giuliano assunse l'incarico con mol­ta serietà e ci riuniva per fare le prove del servizio alle sacre funzioni; prima di uscire di chiesa ci invitava a pre­gare davanti al Tabernacolo e quando c'era un po' più di tempo ci suggeriva le preghiere della « Via Crucis ». 

E il campanello?

Ah! dunque, in paese era rimasta un'usanza che ri­saliva ai tempi della rivoluzione, quando erano state portate via le campane: per avvertire i fedeli che la Messa stava per incominciare, un chierichetto, che poi aveva il diritto di servire all'altare passava per le stra­de suonando un campanello. Pier Giuliano certe volte, per assicurarsi il privilegio di servire la Messa, si por­tava a casa alla sera il campanello e al mattino passava lui per le strade a suonare... Certo, pensandoci oggi, era una concorrenza poco leale, ma tutti volevamo bene a Pier Giuliano e gli perdonavamo volentieri quella sua furbizia... 

Mi pare che lei ha qualche ricordo particolare circa le prime Confessioni di Pier Giuliano, è vero?

Sì, è vero, Pier Giuliano aveva molta confidenza con me e ancor prima che il parroco ci ammettesse alla Co­munione, Pier Giuliano mi invitava a confessarmi, ma il vice parroco non voleva ascoltarci, ci mandava via per­ché diceva che eravamo troppo piccoli, allora abbiamo pensato di andare a confessarci dal parroco di Villars, paesino distante dal nostro quattro o cinque chilometri. Una volta abbiamo perso la strada e siamo arrivati a casa a mezzogiorno ancora digiuni... Ricordo che sulla via del ritorno Pier Giuliano mi esprimeva la sua gioia di essere puro, di godere della grazia di Dio e mi invitava a con­servarmi buono e a raccogliermi in preghiera. 

Pier Giuliano si sentiva chiamato al sacerdozio, ma sappiamo che suo padre non gli permetteva di studiare, come faceva allora?

Per prima cosa devo dire che Pier Giuliano aveva un grande affetto per suo padre, gli obbediva docilmente e lo aiutava in tutti quei servizi che poteva fare in base all'età; però devo anche dire che Pier Giuliano sape­va che la sua vocazione al sacerdozio veniva da Dio e perciò si sentiva obbligato a seguirla anche se suo padre non voleva... 

Come faceva Pier Giuliano ad esser così sicuro che la sua vocazione veniva da Dio?

Noi ragazzi in queste cose abbiamo buon fiuto, e fra di noi dicevamo sovente che fra i diversi seminaristi di La Mure, Pier Giuliano era certamente il migliore, era­vamo sicuri che quella era la sua vocazione. Parecchie volte mi ha confidato che voleva diventare sacerdote per salvare le anime e convertire i peccatori. Per essere più sicuro della sua vocazione Pier Giuliano andò in pelle­grinaggio al Santuario della Madonna del Laus e là si confessò da un santo sacerdote, il P. Touche, che dopo averlo ascoltato gli disse chiaramente che quella era la volontà di Dio e che doveva subito incominciare a stu­diare il latino anche contro la volontà di suo padre. Quando ricevette la Prima Comunione fece questa pro­messa: « Voglio diventare sacerdote, Te lo prometto » e da quel giorno si impegnò ancor di più. 

Come riusciva a studiare il latino?

Pier Giuliano era un ragazzo in gamba e qui dimo­strò di essere anche eroico. Una volta mentre andava a portare dell'olio di noci ad un cliente vide davanti alla porta della scuola un ragazzo che stava ripassando la le­zione di latino, Pier Giuliano gli domandò qualche spie­gazione... e poi con i suoi risparmi si comperò una gram­matica di latino e incominciò a studiare, di nascosto na­turalmente... sfruttando tutti i ritagli di tempo; si rite­neva fortunato quando poteva andare al pascolo con le mucche perché sorvegliando il bestiame poteva studiare. Il problema però era trovare chi gli correggesse i com­piti. Provò a chiedere ai seminaristi di La Mure, quando venivano in vacanza, ma essi non sempre lo ascoltavano perché i suoi vestiti « puzzavano di olio! ». Riuscì a farsi accettare gratuitamente come esterno nel collegio di La Mure, e sebbene negli studi fosse rimasto più indietro di noi, riuscì a raggiungere il nostro livello e anche a sorpassarci, tanta era la sua buona volontà; ma quanto dovette soffrire in quell'anno il povero Pier Giu­liano! Niente ricreazioni, niente vacanze: doveva sco­pare le aule, accendere il fuoco, spolverare, mettere ordine e fare tante altre cose che dicevano troppo bene che lui era uno dei tre « ragazzi poveri » del collegio! Eppure era sempre sereno, contento, anzi quando aveva un po' di tempo libero correva a casa ad aiutare suo padre per non fargli sentire troppo il peso della sua as­senza. Per questo noi gli volevamo bene e anche i pro­fessori lo stimavano, poi aveva un carattere così bello!

Questa vita però durò solo un anno perché suo pa­dre intervenne e Pier Giuliano dovette lasciare il colle­gio. Si adattò anche a lavorare come domestico presso un prete che abitava in una specie di manicomio a S. Ro­bert, vicino a Grenoble, ma questa esperienza fu un di­sastro! Non riceveva nessuna lezione di latino, doveva solo lavorare, e per di più viveva in mezzo a persone ammalate psichicamente. Fu là che ricevette a brucia­pelo la notizia che la mamma era morta. Pier Giuliano a quella notizia che gli aveva straziato il cuore corse in cappella davanti alla Madonna e pregò: « Da questo momento siate voi la mia madre in modo speciale, ma vi chiedo fate che io diventi sacerdote! ». 

Pier Giuliano trascorse anche qualche mese a Mar­siglia fra i Padri Oblati di Maria, perché poi lasciò que­st'Ordine?

Dopo la morte della mamma Pier Giuliano ritornò in famiglia e, durante la predicazione delle « Missioni » in parrocchia, con l'aiuto del superiore dei missionari, riuscì a strappare a suo padre il permesso di entrare nel noviziato degli Oblati di Maria. Pier Giuliano andò im­mediatamente a Marsiglia e si impegnò a fondo nei suoi doveri di novizio e di studente. Ricordo che in quel pe­riodo io gli scrissi una lettera e lui mi rispose dicendo che era contentissimo e che sfruttava anche il tempo di ricreazione per studiare e raggiungere il livello dei suoi compagni: aveva già diciotto anni. 

Fu per eccesso di applicazione allo studio ed ai suoi impegni di novizio che Pier Giuliano si ammalò?

Infatti lui stesso più tardi lo riconobbe: « Fui im­prudente e pagai questa mia imprudenza. Nel giro di sei mesi mi ammalai così gravemente che i medici decisero di rinviarmi in famiglia ». La salute continuò a peggio­rare tanto che Pier Giuliano si ridusse in fin di vita; già suonavano le campane per la Benedizione agli agoniz­zanti, ma a lui premeva una sola cosa: diventare sacer­dote e rivolse a Gesù Eucaristico questa preghiera: « Si­gnore fatemi celebrare anche una Messa sola, poi morirò contento ».

La fede di Pier Giuliano ottenne la guarigione. Oc­corse più di un anno affinché si rimettesse bene in sa­lute; in quel periodo mori suo padre, e così Pier Giu­liano, rimasto libero nella sua scelta, poté entrare nel Seminario Maggiore di Grenoble con la piccola eredità che il papà gli aveva lasciato.

 

Seminarista, vice parroco e parroco nel ricordo di amici e conoscenti

Reverendo don Faur parroco di Lavaldens, lei è quasi coetaneo di Pier Giuliano; compagno di giochi, chierichetto con lui nella chiesa parrocchiale, si è ritro­vato ancora insieme sui banchi di scuola del seminario: ci può dire quando il suo amico entrò nel seminario mag­giore di Grenoble?

Pier Giuliano aveva vent'anni, quando, dopo la mor­te di suo padre, che sempre aveva ostacolato la sua voca­zione, poté entrare in seminario nell'ottobre del 1831. Superò felicemente l'esame sulle materie scolastiche rite­nute necessarie e fu ammesso allo studio della teologia.  

Pier Giuliano come trascorreva le vacanze a La Mure?

Molte volte riuniva i ragazzi del paese e i chieri­chetti, insegnava loro a servire la Messa e le altre fun­zioni sacre, insegnava loro a pregare, li istruiva nella dottrina cristiana.

A volte noi seminaristi ci riunivamo in casa di que­sto o quel compagno per passare insieme qualche ora del pomeriggio; Pier Giuliano partecipava a questi incontri, giocava con noi a bocce, sapeva tener viva e lieta la con­versazione, certe volte si ritirava a leggere. 

Don Faur, come riassume in poche parole il suo giu­dizio su Pier Giuliano seminarista?

Durante i tre anni di seminario fu un seminarista modello, edificante sia per la disciplina che per lo studio e specialmente per la sua pietà. 

Signor canonico don Michele Magnin, compagno di Pier Giuliano nei tre anni di seminario, come lo ricorda?

L'aver vissuto accanto a Pier Giuliano nel periodo della sua preparazione al sacerdozio è stata per me una bellissima esperienza, una grazia. Pier Giuliano mostra­va segni evidenti di buona e solida vocazione: una pietà angelica, una notevole precisione nella pratica del rego­lamento, una grande affabilità e dolcezza di carattere. Noi condiscepoli lo stimavamo molto, così pure i nostri superiori lo consideravano un seminarista modello. Il suo aspetto era sempre modesto, il viso sorridente, tutto il suo atteggiamento amabile. Gli fu affidato l'ufficio di infermiere e si prodigava volentieri e con grande carità al servizio dei compagni ammalati, quantunque lui stes­so avesse una salute mediocre. 

Rev. don Baret, coetaneo e amico di Pier Giuliano dalla fanciullezza e suo compagno di seminario, può dirci come si comportava il suo amico quand'era seminarista?

In quegli anni di seminario, Pier Giuliano eccelleva nella pratica dell'umiltà; sebbene avesse una buona in­telligenza e fosse ben dotato di altre virtù, evitava di farsi notare e si comportava con molta semplicità. Abbiamo condiviso per un anno la medesima camera: ho potuto osservare che lui non perdeva un minuto di tempo.

Lo si riconosceva per la sua figura magra e per la sua modestia; aveva un qualcosa di affascinante, di mi­stico. In chiesa, soprattutto, gli sguardi si posavano fa­cilmente su di lui! Anche senza dir nulla la sola sua pre­senza era un invito alla virtù. La sua devozione a Gesù Eucaristico aumentava di giorno in giorno: lo andava a visitare sovente. 

Don Baret, ci dica: Pier Giuliano era già proprio così santo, non aveva nessun difetto?

Santi non si nasce, ma si diventa! Anche Pier Giu­liano da seminarista ha continuato seriamente il suo cam­mino verso la santità. Se proprio vuole, ricorderò un epi­sodio che ci procurò un solenne rimprovero dal rettore. Un giorno mentre scendevo dalle scale per andare in cortile ho incontrato Pier Giuliano che saliva: mi ha sa­lutato con un sorriso, poi con un gesto rapidissimo mi ha tolto il berretto che avevo in testa ed è scappato di corsa. Io l'ho inseguito su per le scale e lungo i corridoi, finché da una porta è sbucato il rettore che ha posto fine alla nostra corsa... Le assicuro però che questa e stata l'unica volta in cui ho visto Pier Giuliano mancare al regolamento. 

Suor Maria Giuseppina, lei è vissuta con la madre Margherita Guillot che ha conosciuto personalmente san Pier Giuliano; come ha sentito parlare della Prima Mes­sa del fondatore?

La nostra prima Superiora Generale, la madre Mar­gherita ci raccontava che il santo fondatore fu sempre fra i primi ad essere ammesso agli ordini sacri non solo per la sua pietà, ma anche per la seria preparazione negli studi e per la bontà della sua condotta. Fu ordinato sa­cerdote nel duomo di Grenoble il 20 luglio 1834. La sera stessa dell'ordinazione si ritirò presso il santuario della Madonna dell'Osier; voleva essere tutto del suo Divin Maestro in quel giorno tanto atteso e desiderato.

Non avvisò nemmeno la sua buona sorella! Il suo cuore ardente di amore e di riconoscenza verso Dio ave­va bisogno di quella solitudine. Trascorse ancora un'in­tera giornata di preghiera e di raccoglimento e il giorno 22 all'altare della Madonna celebrò la sua Prima Messa. Fino al termine della sua vita il nostro santo fonda­tore celebrò l'Eucaristia ogni giorno con una fede, una pietà, una devozione e un rispetto delle norme liturgi­che così grandi che coloro che vi assistevano ne resta­vano fortemente impressionati. Anche i chierichetti più vivaci quando servivano la Messa di P. Eymard ne su­bivano il fascino ed erano rispettosi e attenti. 

Rev. P. Tesnière, discepolo prediletto del santo, è vero che Pier Giuliano già da novello sacerdote deside­rava farsi religioso?

Anzitutto bisogna ricordare che già nella sua adole­scenza Pier Giuliano era riuscito a strappare a suo pa­dre il permesso di entrare nel noviziato dei Padri Oblati di Maria. Vi rimase pochi mesi, dovette infatti tornare in famiglia perché gravemente ammalato. Dopo l'ordi­nazione sacerdotale, sperava di poter restare qualche tempo presso il santuario della Madonna dell'Osier con l'intenzione di ottenere dal suo vescovo il permesso di entrare nuovamente nella Congregazione degli Oblati di Maria che avevano la direzione del santuario. Fu sua so­rella che, messa in sospetto dalla lunga permanenza del fratello all'Osier, ne parlò al rev. don Faur, amico di famiglia, e lo convinse a scrivere al vescovo di Grenoble, il quale, temendo lui pure di perdere un sacerdote così prezioso per la sua diocesi, lo nominò vice parroco di Chatte. La lettera del vescovo diceva tra l'altro: « Il Signore vi vuole là per lavorare la sua vigna, sotto gli ordini di un eccellente parroco e in un campo che non è sterile di virtù. Là voi sarete una lampada ardente e luminosa... ». I numerosi testimoni che ho interrogato mi hanno assicurato che il loro vice parroco fu vera­mente una lampada che ardeva vicino al Tabernacolo in adorazione, nell'esercizio della più squisita carità e nella predicazione della Parola di Dio. 

Nel suo viaggio a Chatte dopo oltre trentacinque anni dal passaggio di don Pier Giuliano quali testimo­nianze ha raccolto?

Ho potuto parlare con parecchie persone che aveva­no conosciuto il giovane vice parroco: lo ricordavano come il loro « San Luigi Gonzaga », lo chiamavano così per la grande stima e venerazione che ne avevano. Molti apprezzavano il suo modo semplice di predicare e di fare catechismo con tanta pazienza e bontà. Unanime la te­stimonianza circa il suo zelo per il ministero delle con­fessioni e la direzione spirituale: guidò verso la vita re­ligiosa parecchie buone vocazioni. Molto seguita e parte­cipata era la sua predicazione della « Via Crucis » alla domenica pomeriggio; a volte lui stesso nella meditazio­ne che faceva ad alta voce si commuoveva e non riusciva a trattenere le lacrime. Visitava frequentemente gli am­malati: « Bastava vederlo per sentirci guariti! », affer­mano ancora oggi. Fu sempre molto rispettoso verso il parroco, aveva per lui l'affetto di un figlio verso il padre: i fedeli ne erano edificati. Per far piacere al parroco im­parò a giocare a carte e anche a lasciarlo vincere! ... La domestica fu costretta a nascondere alcuni suoi denari per potergli comperare il necessario, perché lui dava tut­to ai poveri. 

Quanto tempo don Pier Giuliano rimase a Chatte?

Vi giunse nell'ottobre del 1834 e vi rimase fino al­l'agosto del 1837, quando cioè fu nominato parroco di Monteynard. Dovette fare un debito per comperarsi una veste nuova; fece l'ingresso in parrocchia con un capitale di 40 centesimi!

 

Signor canonico don Antonio Collet, parroco a Chatte parecchi anni dopo la permanenza di don Pier Giuliano, quali ricordi ha potuto raccogliere?

Io ho incontrato personalmente don Pier Giuliano due volte, ma ho raccolto molte notizie da persone de­gne di fede. Suscitava molta impressione il fatto che il giovane vice parroco trascorreva molte ore in chiesa: pre­gava a lungo davanti al santo Tabernacolo, poi si met­teva a leggere o a studiare nel suo banco. Non aveva mai un soldo perché dava tutto ai poveri: a quei tempi il compenso per il vice parroco era molto precario. Per la sua grande carità venne soprannominato: « Paniere bucato! ». Gli anziani affermano che don Pier Giuliano fu un vice parroco molto esemplare nell'esercizio del suo ministero, specialmente nella predicazione e nelle confessioni. 

Signor canonico don Lodovico Morel, come ricorda­no don Pier Giuliano i suoi parrocchiani?

Io sono stato per oltre trent'anni arciprete parroco di La Mure, ho conosciuto molti testimoni oculari e tutti concordano nell'affermare che anche da giovane sacerdo­te, Pier Giuliano cercava sempre e ovunque la gloria di Dio e il bene delle anime, mai gli interessi personali: gloria di Dio e bene delle anime furono la passione della sua vita intera. Mi fu riferito che un giorno, recatosi col suo parroco a S. Romans, si ritirò a pregare presso il « calvario » del luogo e li dovette avere la grazia di una profonda esperienza di Dio, « della sua tenerezza e del suo amore personale ». Più volte in diverse occasioni fu udito esclamare: « O calvario di S. Romans, non ti di­menticherò mai più », ma nella sua umiltà non volle aggiungere altro. 

Don Baret, parroco di La Motte d'Aveillan confi­nante con Monteynard, come ritrovò il suo amico com­pagno di seminario divenuto parroco?

Fui contento quando l'arciprete di La Mure - quel­lo stesso che aveva scritto per il rettore del seminario maggiore un giudizio poco favorevole a Pier Giuliano - ottenne dal vescovo la nomina del mio amico a parroco di Monteynard, che fa parte del decanato di La Mure. Non vi fu nessun cambiamento in lui, se non in meglio, lo vidi ogni giorno migliorare sulla via della virtù. Il Si­gnore ha benedetto e coronato con pieno successo il suo ministero pastorale. Il nuovo parroco seppe subito con­quistarsi la fiducia dei suoi parrocchiani: fu amato come un padre e stimato come un santo. 

Don Augusto Chuzel, quarto successore di don Pier Giuliano, come parroco di Monteynard quali ricordi ha trovato fra i suoi parrochiani?

Sì, io fui nominato parroco di Monteynard nel 1872 ed erano già trascorsi trentatrè anni da quando il mio santo predecessore aveva lasciato la parrocchia. Il giudi­zio dei parrocchiani che lo hanno conosciuto si può rias­sumere con una parola: era un santo. Fu buono e cor­diale con tutti, amava tutti i parrocchiani come un pa­dre ama i suoi figli; se aveva una preferenza questa era per i poveri e gli ammalati. Non accettava nessun dono: suo motto era « donare senza nulla ricevere ». La sera usciva di casa e mentre si recava presso una piccola cap­pella che era nel centro del paese, avvicinava le persone che incontrava, specialmente gli uomini, li invitava a re­citare con lui la preghiera della sera e poi si intratteneva con loro a parlare familiarmente, approfittando per por­tare il discorso su problemi di vita cristiana. 

Signora Maria Ravet, quali sono i suoi ricordi più belli circa il suo parroco don Pier Giuliano?

Ricordo bene tante cose, anche perché io ero una delle sagrestane della parrocchia. Dovrei dire che inco­minciò il suo ministero trasformando completamente la chiesa parrocchiale perché quando arrivò era proprio brutta e anche pericolante. Egli si mise subito a cercare i mezzi necessari e la rese molto decorosa; procurò an­che bellissimi arredi e paramenti sacri. Amava preparare bene le sacre funzioni e le feste. Per sé non accettava nessun regalo, ma per la sua chiesa sì, era contento quando qualcuno gli offriva qualcosa per il culto del Si­gnore. Stava molto tempo in chiesa a pregare. Predicava in modo semplice, ma con molto cuore. Amava molto fare il catechismo, istruiva con grande pazienza anche i più ignoranti. Era un confessore pieno di comprensione e sapeva dare dei buoni consigli. Si usciva dal suo con­fessionale rasserenati e incoraggiati nella pratica dei pro­pri doveri. Tutti lo ritenevano un santo prete e diceva­no: « Non avremo mai più un parroco come lui ». 

Signorina Marianna Eymard, quando suo fratello fu nominato parroco a Monteynard, lei andò a vivere con lui; ricorda qualche particolare di quei due anni?

I ricordi sono moltissimi e non finirei più di richia­marli alla memoria. Ancor prima che mi trasferissi con la sorella adottiva Annetta, mi scrisse raccomandando­mi di conservare anche là la semplicità e la modestia di sempre, di arredare la sua camera con decoro, ma senza alcuna tappezzeria. Ai poveri dava tutto: anche i miei vestiti, perfino l'ultimo pezzetto di burro che avevo con­servato per condire la cena!

Ritornando a Monteynard dopo oltre trent'anni tra­scorsi con padre Tesnière, incontrai all'ingresso del pae­se un povero spaccapietre sordomuto, che mi accolse con segni di immensa gioia. Mio fratello con grande bontà e pazienza era riuscito a istruirlo nel catechismo e a pre­pararlo ai sacramenti e dopo tanti anni ci ricordava an­cora con riconoscenza. Quando mio fratello fu nominato parroco di Monteynard, la parrocchia era priva di sacer­dote da molti anni, una desolazione! Il canonico Magnin disse che « ci voleva tutta la sua virtù e la sua obbe­dienza per accettare una parrocchia in quello stato così deplorevole e così diversa da quella che lasciava! ».

Nei soli due anni che vi rimase la rinnovò spiritual­mente e riuscì a far accostare tutti, anche gli uomini,­alla Comunione Pasquale. 

L'ingresso del p. Eymard nella Società di Maria nel ricordo dei suoi contemporanei

Rev. padre Touche, lei fu il sacerdote inviato dal Signore nei momenti più decisivi della vocazione di san Pier Giuliano: come gli fece conoscere la « Società di Maria »?

Nell'autunno del 1838 terminata la predicazione del­le « Missioni » in una parrocchia non molto lontana da Monteynard, avendo qualche giorno libero, volli appro­fittarne per andare a visitare il mio carissimo amico. Mi accolse con tanta cordialità; parlando delle mie « Mis­sioni » che andavo predicando nelle parrocchie della re­gione, il discorso cadde su di una piccola comunità di sacerdoti-religiosi che avevo conosciuto a Lione, essi mi avevano profondamente colpito per il loro stile di vita così semplice, povero, animato da un grande spirito di abnegazione e di servizio ai poveri, ai fanciulli, alle mis­sioni, sostenuto da solida devozione alla Madonna: era­no i Padri Maristi, da poco fondati dal p. Colin. 

Perché don Pier Giuliano decise di farsi Marista?

Già conoscevo il desiderio che il mio buon amico nu­triva da tempo, egli voleva diventare religioso e possibilmente missionario; quel giorno ne riparlammo a lun­go, mi apri tutta la sua bell'anima, pregammo insieme e mi convinsi che quella era per lui la strada giusta, perciò lo incoraggiai vivamente io stesso a seguire quella vocazione. Anzi mi offrii a sostituirlo in parrocchia per permettergli di andare a Lione a conoscere personal­mente l'Opera e il suo fondatore. 

Quale impressione riportò don Pier Giuliano da quel suo primo incontro con i Maristi?

Rimase anche lui profondamente edificato dalla vita di quei buoni religiosi e dalla loro spiritualità che trovò pienamente conforme alle sue aspirazioni. Mi disse che in quei giorni aveva avuto l'impressione di trovarsi ve­ramente a casa sua. D'altra parte il padre Colin, un vero uomo di Dio, intuì subito quale prezioso sacerdote gli offriva in dono la Vergine Santa per la sua giovane Con­gregazione, e lo accettò più che volentieri, così che quan­do don Pier Giuliano tornò raggiante di gioia a Mon­teynard era già « Marista » nel cuore! 

Sappiamo che san Pier Giuliano dovette superare grandissime difficoltà per diventare sacerdote, e poi re­ligioso Marista. Perché?

Eh sì, è vero: la vocazione sacerdotale è un dono, la vocazione religiosa è un dono, ... e ogni dono del Si­gnore, quantunque « gratuito », bisogna però in certo modo « conquistarlo »; perciò nessuna meraviglia se anche per questa vocazione fu necessario lottare con­tro grossi ostacoli. Il suo vescovo per quasi un anno impedì a Pier Giuliano di diventare religioso Marista e fece di tutto per non privare la sua diocesi di un sacer­dote dalle doti così eccezionali. Egli era trattenuto anche dall'affetto e dalle preoccupazioni per la sorella che sa­rebbe rimasta sola, e poi da tutti i buoni parrocchiani che amavano moltissimo il loro « Paniere bucato! » e non volevano certo perderlo.

Don Pier Giuliano intensificò le preghiere e le peni­tenze e con il suo coraggio veramente eroico riuscì a realizzare anche questa sua vocazione. 

Signorina Marianna, come ha saputo che suo fratello voleva diventare religioso Marista?

Da tempo conoscevo la sua aspirazione alla vita reli­giosa e missionaria, ma non mi aspettavo che sarebbe partito così presto. Fu dopo la visita di p. Touche che incominciai a sospettare che stava maturando qualcosa di più concreto. Qualche volta mi aveva detto che pen­sava di diventare missionario; poco prima della festa dell'Assunta mi disse che presto avrebbe dovuto partire, io pensavo che volesse diventare missionario-diocesano, per questo andai a Grenoble dal vescovo a pregarlo affin­ché non mi privasse del fratello. Mons. De Bruillard mi accolse con benevolenza e mi disse: « Non sono io che vi sottopongo a questa separazione, ma è il Signore che lo chiama alla vita religiosa. Io ho agito con vostro fra­tello come un padre con il proprio figlio... ». 

Vorrebbe descriverci come avvenne la partenza da Monteynard?

Mio fratello lasciò la parrocchia di nascosto la mat­tina del 18 agosto, una domenica. Mentre Annetta, la sorella adottiva, ed io eravamo a Grenoble dal vescovo, lui aveva preparato tutte le sue cose.

La sera precedente il vetturino era stato da lui a riti­rare le valigie; al mattino, dopo la Messa delle ore 10, usci dalla parte posteriore della canonica e passando die­tro la chiesa si allontanò rapidamente a piedi come per fare una breve passeggiata, mentre i parrocchiani usciti dalla chiesa si erano fermati sulla piazza ad ascoltare un giovane suonatore al quale mio fratello aveva dato qual­che soldo perché si fermasse a suonare più a lungo! 

Ma allora suo fratello è partito senza nemmeno sa­lutarla?

Ho fatto appena in tempo ad incontrarlo prima che salisse sulla vettura che lo attendeva lontano da Mon­teynard, io tornavo appunto dal vescovo e ho capito subito che era giunto il momento dell'addio; lo supplicai piangendo perché si fermasse ancora un poco con me, almeno un giorno, ma lui fu irremovibile. Anche lui era profondamente commosso e mi lasciò con queste parole: « Sorella mia, se vi concedo ancora un giorno, la mia vocazione è perduta per l'eternità. Dio mi chiama oggi; domani sarebbe troppo tardi! ». Confesso che non seppi reggere all'emozione di quel momento e caddi svenuta fra le braccia della buona Annetta, mentre mio fratello con uno sforzo eroico proseguiva rapidamente il suo cammino. 

Lei pensa che a suo fratello sia costato molto rea­lizzare la sua vocazione religiosa?

Ogni vocazione è un dono privilegiato dell'amore di Dio e richiede una risposta che esprima tutto il nostro amore; Pier Giuliano amava tanto Dio e la Vergine San­ta e quindi offri loro anche il sacrificio dell'affetto fra­terno, che fu veramente grande per il suo cuore così delicato e sensibile. Egli stesso confidò all'amica don Baret, che quel mattino lo accompagnò per un tratto di strada: « Se mi fossi fermato ancora un giorno, non sa­rei più ripartito, tanto fu grande l'emozione che pro­vai... ».

Il giorno dopo mi scrisse questa lettera da Gre­noble: « ... Conoscete la mia sensibilità. Io ve l'ho na­scosta... ma se tornassi a Monteynard, o mi ammalerei, o mi esporrei a perdere la vocazione. Sia fatta la volontà di Dio! E se vado alla morte, avremo, voi e io, lo stesso merito. Bisognava che partecipaste al mio sacrificio, co­me Maria a quello di Gesù. Dio ne sia glorificato. Ces­sate di piangere: mi perdete un istante per trovarmi più conforme a Gesù Cristo; e voi, voi sarete più conforme alla Vergine Addolorata ». 

Suo fratello aveva pensato al vostro avvenire?

Sì, certamente, scrisse anche a don Brun, parroco di Saint Marcellin, suo carissimo amico e confessore, per­ché si prendesse cura di noi, specialmente in quei primi giorni così dolorosi dopo la sua partenza. Il buon parroco ci invitò a trascorrere qualche giorno nella sua casa. Ci andammo, Annetta ed io, potemmo anche fermarci a pre­gare presso il santuario della Madonna dell'Osier, dove mio fratello aveva celebrato la Prima Messa; questo ci fu di grande conforto. Visitammo anche Chatte e fum­mo accolte con grande affetto dai buoni parrocchiani che vollero dimostrare, con la loro cordialità, la riconoscenza che nutrivano verso mio fratello. 

È vero che ha fatto ricorso anche alla « congiura del silenzio » per far ritornare suo fratello?

La sua espressione è certamente esagerata! Però è anche vero che Annetta ed io abbiamo sofferto moltis­simo per la sua partenza; soprattutto quando siamo tor­nate alla nostra casa di La Mure ci siamo accorte che la nostra solitudine era ancor più grande e ci siamo chiuse un po' nel nostro dolore.

Mio fratello però mi scriveva parole di conforto, di incoraggiamento, mi dava consigli molto saggi e cercava con ogni mezzo di farmi capire che il suo affetto e la sua riconoscenza verso di me non erano affatto dimi­nuiti, anzi erano più forti che mai perché purificati dalla sofferenza. 

Conserva qualche lettera di suo fratello che risale a quel periodo?

Sì, ecco qualche riga presa così a caso: « Vedete, io non sono molto buono; però prego più per voi che per me. Ogni mattina avete la metà della mia Messa, e quando faccio la "Via Crucis ", di tutto ciò che domando, ne avete la metà... Ve l'assicuro: mai ho pregato tanto per voi come da quando sono religioso. ... Il Signore sa bene quanto vi sia affezionato e che nessun motivo umano mi ha condotto qua... ».

Posso dire che le preghiere del mio santo fratello hanno ottenuto l'effetto desiderato... Il Signore ci ha fatto dono di tanta pace e serenità, ci ha fatto conoscere tutta la grandezza della sua vocazione e noi, Annetta ed io, abbiamo anche collaborato parecchio a realizzare qui a La Mure le opere di bene che mio fratello dirigeva come Marista e poi come Sacramentino: il terz'Ordine di Maria e l'Aggregazione del SS. Sacramento.

Il Signore premiò generosamente il nostro sacrificio, permettendo che mio fratello venisse a morire qui a La Mure nella nostra casa paterna. 

Quale fu la reazione dei parrocchiani di Monteynard?

La partenza improvvisa e del tutto inaspettata la­sciò tutti sgomenti e in preda al più vivo rincrescimen­to, quale solo si prova per la perdita di una persona della propria famiglia. Mai come in quei giorni ho potuto co­statare quanto grande fosse la stima e la venerazione sincera che tutti avevano verso di lui.

Una delegazione di parrocchiani andò anche a sup­plicare il vescovo perché facesse tornare il loro buon parroco. Il vescovo rispose che aveva già concesso e fir­mato tutti i permessi e che ormai non poteva più riti­rarli; aggiunse che se fossero riusciti a fare tornare don Pier Giuliano in parrocchia, egli stesso sarebbe stato ben contento di recarsi a Monteynard a congratularsi con loro!

Mio fratello rimase fedele alla sua vocazione ed ora anch'io ne sono felicissima. 

Signor Antonio Caral, medico di La Mure, com'è stata accolta in paese la notizia che don Pier Giuliano era diventato Marista?

A La Mure la notizia che don Pier Giuliano aveva lasciato la parrocchia per farsi religioso suscitò un certo scalpore. Molti disapprovarono quella che chiamavano una specie di fuga, specialmente nei riguardi di sua so­rella. Tutti però furono d'accordo nel dire che la sua decisione non era da attribuirsi a un « colpo di testa », bensì ad una riflessione profonda e maturata nel tempo, ritenevano la sua vocazione un mezzo per tendere ad una perfezione maggiore mediante i sacrifici della vita religiosa. 

Monsignore De Bruillard, vescovo di Grenoble, co­me ha giudicato la richiesta di don Pier Giuliano di la­sciare la parrocchia per farsi religioso?

Conoscevo don Pier Giuliano da quando era semina­rista e ancor meglio ho potuto apprezzarlo dopo averlo visto al lavoro sia nella parrocchia di Chatte che in quel­la di Monteynard. 1 suoi cinque anni di ministero in dio­cesi hanno lasciato nelle due parrocchie un'impronta in­delebile e dei risultati che solo un sacerdote veramente santo poteva ottenere in così breve tempo. Conoscevo anche la sua aspirazione alla vita religiosa. Prima di la­sciarlo partire ho voluto metterlo alla prova in diversi modi, gli ho anche offerto posti più vantaggiosi, più ono­rifici, ma non è servito a nulla; speravo accettasse al­meno di entrare nell'Ordine degli oblati-missionari che avevo fondato per la mia diocesi, ma lui si sentiva chia­mato in una vera Congregazione religiosa e la Società di Maria era proprio ciò che faceva per lui. Conoscevo i Ma­risti e il loro santo fondatore; per questo, lasciando par­tire don Pier Giuliano, ho dimostrato in modo concreto la mia stima verso la giovane Congregazione. L'ottima riuscita di tutte le opere che il mio sacerdote ha realizza­to e diretto nella Società di Maria, lo sta a dimostrare in modo più che evidente. Devo aggiungere che don Pier Giuliano ha dimostrato anche in questa occasione una profonda docilità e obbedienza.

Con la più grande confidenza e sincerità mi aveva parlato di questa sua vocazione alla vita religiosa, di tutto quello che aveva fatto per assicurarsi che fosse veramente la voce di Dio a chiamarlo e mi confidò che attendeva la mia decisione come conferma dalla volontà di Dio. Ho lasciato che don Pier Giuliano maturasse il suo progetto per quasi un anno, nel frattempo anch'io ho meditato e pregato, alla fine gli ho scritto così: « La prova e durata abbastanza, mio caro amico, entrate nella via per la quale Iddio vi chiama, lavorate in essa per la vostra e altrui santificazione ». 

Sacerdote Marista, apostolo della gioventù, nel ricordo dei confratelli e degli ex alunni

Reverendo padre Colin, superiore generale dei Padri Maristi, quale attività ha svolto il p. Eymard nei dicias­sette anni che visse nella Congregazione da lei fondata?

Innanzi tutto devo ringraziare la Madonna per aver­mi donato nel p. Eymard un sacerdote di grande valore, ricco di eccellenti doti per le attività pastorali organiz­zative e di direzione, soprattutto già molto bene incam­minato sul sentiero della santità.

Solo da un paio d'anni la santa Sede aveva appro­vato canonicamente la mia Congregazione e in quel pe­ríodo avevamo ricevuto parecchie richieste per la fonda­zione di nuove case, specialmente per l'educazione della gioventù e per le Missioni d'Australia. Eravamo però ancora relativamente pochi e quindi l'arrivo del p. Ey­mard, giovane di età e con alle spalle un buon « rodag­gio » nel ministero parrocchiale, fu per me veramente provvidenziale.

Non ci volle molto tempo per conoscere a fondo la ricchezza delle sue doti e la bontà del suo cuore, perciò non gli lasciai nemmeno terminare l'anno di noviziato: dopo cinque o sei mesi lo nominai direttore spirituale del piccolo seminario e collegio di Belley. 

Sappiamo che il p. Eymard non si sentiva portato verso il ministero di educatore, avrebbe preferito dedi­carsi alla predicazione e più ancora partire per le Mis­sioni: come accettò quell'incarico?

Sapevo di chiedere al p. Eymard un grosso sacrificio, conoscevo anche il suo desiderio di prolungare almeno fino al termine dell'anno quel periodo di raccoglimento e di preghiera per dedicarsi più intensamente alla sua for­mazíone spirituale. Accettò l'incarico con tanta docilità e umiltà e quel suo sacrificio fu veramente benedetto e premiato dal Signore perché nei quattro anni che il p. Eymard rimase a Belley ottenne dei successi che neppur io speravo, data la difficile e penosa situazione in cui si trovava il collegio da diversi anni. 

Come organizzò il suo lavoro il p. Eymard per otte­nere in breve tempo così splendidi risultati?

Fu molto prudente, per alcuni mesi si limitò a stu­diare la situazione generale in tutti i suoi aspetti per scoprire le cause principali del malessere che vi regnava nella disciplina, nella formazione e nell'insegnamento. Quindi poggiò la sua opera di educazione su fondamen­ta molto solide: sacrificio e donazione senza riserve di se al proprio dovere, formazione degli alunni a una de­vozione fiduciosa e seria alla Madonna e a Gesù Euca­ristico, insistenza sulla frequenza ai sacramenti e massima diligenza nella Confessione e nella direzione spi­rituale. 

Come mai nominò « Provinciale » il p. Eymard an­cora così giovane?

L'ottima prova e gli insperati risultati ottenuti dal p. Eymard a Belley, non solo presso gli alunni, ma anche presso gli insegnanti esterni e gli stessi confratelli, ave­vano attirato verso il buon padre la stima, la fiducia e la simpatia di tutti noi della Congregazione e questo mi convinse ancor più a chiamarlo vicino a me per collabo­rare a vantaggio di tutta la Società di Maria. Nel set­tembre del 1844 chiamai il p. Eymard a Lione nella casa generalizia e lo nominai « Provinciale ». In quei primi anni la Congregazione non era ancora divisa in « Pro­vince » religiose e tutte le case dipendevano diretta­mente dal superiore generale; il padre provinciale era la seconda autorità e il mio principale collaboratore.

E’ vero, il p. Eymard non aveva che trentatré anni, ma la sua prudenza, la saggezza, la rettitudine e la bontà del suo cuore supplivano di molto la sua giovane età. Gli anni che seguirono dimostrarono in modo superla­tivo la bontà della mia scelta. E quando, nell'autunno del 1846 decisi di ritirarmi a Roma per dare un assetto definitivo alle « Costituzioni » della Congregazione, non potei fare a meno di nominare il p. Eymard assistente e visitatore generale. 

P. Eymard fu anche direttore del « Terz'ordine di Maria »: in quali circostanze?

Dal 1845, un anno dopo la sua venuta a Lione, gli affidai la direzione del nostro Terz'ordine. Si trattava di un'istituzione molto fiorente un tempo presso tutte le categorie di laici, ma essendo passata in mezzo a gravis­sime difficoltà, era ormai ridotta ad uno stato di agonia... contava forse una decina di persone. Devo riconoscere che il p. Eymard fu veramente l'apostolo provvidenziale del Terz'ordine, vi si dedicò con tutte le sue migliori energie senza risparmiare fatiche, tempo e salute. Il nu­mero degli iscritti si moltiplicò rapidamente anche fuori Lione ed i frutti apparvero abbondanti. Confesso che, anche per colpa mia, il buon p. Eymard dovette soffrire molto per quest'opera, ma infine essa si rivelò un capo­lavoro. Le « regole » che il padre preparò a prezzo di innumerevoli sacrifici e dopo lunghi anni di esperienze sono un vero gioiello e un mezzo validissimo per la for­mazione e il progresso spirituale delle anime. 

Come avvenne che p. Eymard da assistente e visi­tatore generale divenne semplice superiore di un col­legio?

Fu nel 1851, si trattava di salvare il collegio di La Seyne-sur-Mer che da tempo ci dava fortissime preoccu­pazioni, non avevamo altra scelta, e del resto sapevamo di poter contare sul forte spirito di sacrificio del p. Ey­mard, oltre che sulla sua grande abilità.

P. Eymard come visitatore aveva soggiornato al­cuni mesi nel collegio, aveva individuato le cause delle gravi difficoltà in cui si trovava e già con la sua presenza e la saggezza dei suoi provvedimenti aveva spinto tutto il collegio sulla via del miglioramento. Per questo mi decisi ad affidare al p. Eymard l'intera responsabilità immediata del collegio e ben presto si verificò il rinno­vamento desiderato. 

Ma cosa aveva di speciale il p. Eymard per riuscire bene anche in imprese così difficili?

Potrebbe sembrare ingenuità l'affermarlo, ma biso­gna dire che il p. Eymard era veramente un uomo di Dio, un santo sacerdote, innamorato « pazzo » della Ma­donna e dell'Eucaristia. Questo fuoco di carità che gli ardeva in cuore scioglieva gli ostacoli e le difficoltà più refrattarie.

Ad esempio, a proposito del collegio di La Seyne il p. Eymard nella sua umiltà diceva: « Su questo collegio c'è una protezione speciale della Madonna. Tutto va a meraviglia. La casa cammina da sé. Ah! perché in questa casa tutti pregano molto: maestri, suore, domestici. E’ una casa di preghiera... io non c'entro per nulla ». I suoi confratelli e gli stessi insegnanti laici non esitavano ad affermare: « Si sente che a capo di questo collegio c'è un santo: ecco perché va così bene! Mai si è vista l'auto­rità di un superiore così potente e così bene accetta. E’ dalla cappella che il p. Eymard governa il suo collegio... Come potrebbe non andar bene il collegio, dal momento che il superiore sta così spesso in preghiera davanti al SS. Sacramento?... ».

Per concludere posso affermare che i diciassette anni che il p. Eymard visse come Marista furono uno splen­dido noviziato, una preparazione validissima alla sua futura missione di fondatore, e noi Maristi, pur nel dispia­cere di aver « perso » un collaboratore così prezioso, siamo orgogliosi di aver dato alla Chiesa il santo fonda­tore di due importantissime Congregazioni: i Sacerdoti e le Suore del SS. Sacramento. 

Rev. p. Mayet, Marista insegnante nel piccolo semi­nario-collegio di Belley, amico e confidente del p. Ey­mard, ci parli del suo amico come educatore della gio­ventù.

Io ho avuto la fortuna di conoscere il p. Eymard fin dai primi giorni del suo ingresso nella nostra Congrega­zione, rimasi con lui per tutto il tempo che fu a Belley, strinsi con lui una fraterna amicizia che durò fino alla sua morte. Avrei tante cose da dire, ma per non lasciarmi trascinare dall'entusiasmo preferisco riportare le testi­monianze di altri confratelli e di alcuni ex-alunni, sia del collegio di Belley dove il p. Eymard fu direttore spiri­tuale dal 1840 al 1844, sia del collegio di La Seyne-sur­Mer, dove il padre fu superiore dal 1851 al 1855. 

P. Gay, Marista.

A Belley il nuovo anno scolastico incominciò con un profondo ritiro spirituale, i cui frutti si fecero sentire immediatamente. L'ordine, la disciplina, la pietà ricom­parvero come non accadeva più da un pezzo. Allora il p. Eymard si rivelò come poi lo abbiamo conosciuto, ammirato, amato, nei quattro anni in cui rimase a Belley.

Senza alcuno studio, senza sforzo, senza ricerca della popolarità, acquistò su tutti fin dai primi giorni uno straordinario potere. Bambini, adolescenti, giovani, anda­rono da lui e gli aprirono l'animo con la più grande fiducia... Aveva tutti i nostri cuori in mano. Da tali re­lazioni che si proponevano sempre per fine essenziale il bene delle anime, derivò un rinnovamento di fede e di fervore, che cambiò del tutto lo spirito della comu­nità e lo stesso suo aspetto esteriore. 

Canonico Bachet, ex-alunno a Belley.

Gli indisciplinati, gli indomabili, che erano la croce dei professori e un gran motivo di preoccupazione per i superiori, erano quelli sui quali il p. Eymard trionfava più agevolmente. Comprendendo senza dubbio che là c'erano delle energie e un ardore da utilizzare, piuttosto che da sopprimere, li dirigeva innanzitutto verso Dio, e da Dio al dovere. Parecchi divennero ferventi sacerdoti, religiosi e laici esemplari. 

Canonico Juvanon, ex-alunno.

Per noi ragazzi il p. Eymard era il « padre » per ec­cellenza, il suo nome era sinonimo di confidente, amico, protettore; ciascuno lo poteva avvicinare senza timore, non si aveva nessun imbarazzo a rivelare a lui le nostre cose più delicate e i nostri problemi più intimi; eravamo persuasi di trovare sempre in lui una grande benevo­lenza. Noi lo chiamavamo il padre « amabile » non solo per la quasi uguaglianza della pronuncia francese del suo nome (Eymard = Emar; Aimable = Emabl), ma per­ché lo era realmente. Il suo volto aperto e franco, aveva un'espressione di dolcezza e di bontà tutta soprannaturale. La sua fede non aveva nulla di austero, di rigido, di scostante. Con la sua comprensione e umanità non scoraggiava mai i principianti, con la sua santità li edi­ficava e li conduceva a Dio. 

Don Monnet, ex-alunno.

Se il. buon padre sapeva farci pregare, non era meno capace di farci divertire, convinto che un giovane il qua­le sappia ricrearsi, sa anche lavorare. Ricordo con quanto entusiasmo ci dava la notizia d'una lunga vacanza. Con un tamburo a tracolla percorreva i corridoi e il cortile del collegio, traendo da quello strumento suoni così in­tensi che neppure un bravo capo-tamburo avrebbe sa­puto ottenere e noi tutti a gridare: « Viva il buon padre Eymard! ». 

Canonico Louvet, ex-alunno.

Per favorire una più solida formazione spirituale de­gli alunni più ben disposti, organizzò due « Congrega­zioni », una per i più piccoli dedicata agli Angeli cu­stodi e l'altra per i grandi dedicata alla Madonna. L'edu­cazione alla pietà e alle migliori virtù che il padre dava ai giovani iscritti fu per molti l'inizio della vocazione sacerdotale. Penso che molti sacerdoti possano dire: « Io devo la mia vocazione al p. Eymard ». 

P. Mayet, com'era la situazione del collegio di La Seyne quando giunse il p. Eymard come superiore?

Il collegio di La Seyne-sur-Mer, una bella cittadina nelle vicinanze del porto marittimo di Tolone, quando vi giunse il p. Eymard, prima come visitatore generale e poi come superiore, si dibatteva fra gravi difficoltà di ordine finanziario e morale: « Un malessere indefinibile serpeggiava tra gli insegnanti e le persone che da vicino o da lontano si occupavano del collegio. Le contrarietà interne, ingrandite forse oltre misura dalla malignità di malintenzionati, mettevano in apprensione le famiglie degli alunni e turbavano anche l'opinione dei buoni ». Tutto ciò esponeva a serio pericolo l'avvenire del colle­gio e il buon nome dei padri Maristi.

La presenza del p. Eymard e soprattutto la sua no­mina a superiore del collegio di La Seyne produsse « l'effetto dell'aurora, dopo la notte, dell'arcobaleno do­po il temporale. Nell'interno le teste si calmarono, il fervore un po' raffreddato dalle afflizioni si rianimò e le volontà si raggrupparono attorno alla sua, in un comune intento di carità e di dedizione. Fuori dal collegio si vide come per incanto rinascere la fiducia... Le domande di ammissione aumentarono e il collegio divenne ricco di vitalità e di speranze ».

Can. Carlo Daniel, ex-alunno a La Seyne.

Il p. Eymard a La Seyne-sur-Mer non era mosso nel suo agire da motivi personali, ma appariva molto umile, vigilante e diligente nel suo ufficio; riscuoteva l'affetto e la fiducia di tutti gli alunni e delle loro famiglie, tutti lo elogiavano ed ognuno desiderava di poterlo avvicina­re, non soltanto gli alunni, ma anche gli adulti, gente di ogni condizione sociale; anche i marinai, gli ufficiali, i comandanti del vicino porto di Tolone non nascondevano la loro stima e la loro amicizia verso il p. Eymard; magistrati e personalità di La Seyne e di Tolone veni­vano frequentemente a consultarlo. Il p. Eymard sapeva valersi di tali amicizie per entrare nelle caserme, salire sulle navi e anche penetrare nelle prigioni per avvicinare i soldati e i carcerati, per istruirli, per ben disporli ai sacramenti; riuscì anche a predicare un corso di esercizi spirituali ad alcuni soldati carcerati e ne ottenne risul­tati insperati. Il padre ci diceva: « Anche sotto le ca­tene ci sono delle anime belle! ». 

P. Mayet, come si comportava il p. Eymard con i suoi confratelli e con gli insegnanti esterni del collegio?

Il p. Eymard era persuaso che chi non si occupa in primo luogo della propria perfezione, non può pro­muovere la santificazione altrui, né compiere bene i do­veri del proprio ufficio. Egli si sforzò innanzitutto di nutrire e suscitare nei suoi confratelli la pietà, il fer­vore, la fedeltà ai regolamenti; non meno premuroso si mostrava verso i professori esterni e il personale non insegnante del collegio.

Sapeva rimproverare e richiamare al dovere quando era necessario, ma lo faceva con tatto e delicatezza tali che non solo non offendeva ne umiliava, ma anzi rin­cuorava ed incoraggiava. 

Verso la fondazione delle Congregazioni dei Sacerdoti e delle Suore Ancelle del SS. Sacramento

Rev. p. Touche, anche in questo terzo momento de­cisivo della vita del p. Eymard lei è presente con il suo consiglio, ci racconti qualche particolare di questa vi­cenda.

Verso la fine di maggio del 1855 trovandomi nei dintorni di La Seyne-sur-Mer, volli passare a salutare il mio carissimo amico. Ripensandoci ora, devo riconoscere che fu il Signore a guidare i miei passi verso quell'in­contro con il p. Eymard! Il buon padre mi parlò subito di ciò che sentiva nel suo cuore in quel periodo: la voce del Signore che lo chiamava insistentemente e con forza a fondare una Congregazione di sacerdoti interamente dedicati al servizio di Gesù Eucaristico. Di fronte ad una cosa così importante non potei rispondere subito; lo feci per lettera qualche tempo dopo e dissi: « Quel pensiero viene da Dio, ma siccome si tratta di un'Opera eminen­temente cattolica, bisogna informare il Papa ».

Poiché sapeva che mi sarei recato a Roma di lì a poco, il p. Eymard mi pregò di trattare anche il suo « affare ».

Il 27 agosto fui ricevuto da Pio IX e gli lessi i punti più importanti della lettera del p. Eymard. Il Santo Padre ascoltò con molta attenzione, alla fine mi rispose: « L'Opera viene da Dio, ne sono convinto; la Chiesa ha bisogno che si seguano tutte le vie per far conoscere la Divina Eucaristia... Questa e l'Opera di Dio, io la de­sidero, non posso ancora approvarla, ma lo farò presto ». 

Lei parlò al Papa anche delle suore Ancelle del SS. Sacramento?

Confortato dalla paterna bontà del Santo Padre, co­noscendo bene il pensiero del p. Eymard, osai andare oltre quello che il padre aveva scritto nella sua lettera e chiesi al Papa quale fosse il suo pensiero circa la fon­dazione di una Congregazione di suore per il culto del­l'Eucaristia, e il Papa mi rispose semplicemente: « Quel­lo che desidero per gli uomini, lo desidero anche per le donne ».

Uscito da quella memorabile udienza scrissi subito al p. Eymard per informarlo sull'esito del colloquio.  

Quali effetti produsse nel p. Eymard la sua lettera?

Il mio scritto ebbe un duplice effetto: prima di tutto recò una grande gioia al padre, perché certamente ve­deva nella risposta del Papa una conferma della volontà di Dio, ma poi gli procurò anche una grande pena, per l'atteggiamento di rifiuto che i superiori maggiori ave­vano assunto verso la sua Opera.

Anche in questa occasione la virtù del p. Eymard rifulse in tutto il suo splendore. Il 21 settembre, quan­do già gli era stato proibito di continuare ad interessarsi

dell'Opera Eucaristica, mi scrisse: « Eccomi, non dico sul Calvario, perché non ne sono degno, ma certamente in uno stato di prova, in una condizione tutta di abban­dono in Dio solo » e mi chiedeva di pregare per lui, perché, aggiungeva: « devo dare almeno una prova di obbedienza, non avendo altre virtù! ». 

Rev. p. Stafford, lei fu tra i primi sei ad entrare nella Congregazione ed è vissuto così a lungo da poter deporre le sue testimonianze ai processi canonici per la beatificazione del Fondatore; quali sono state le date principali della « vocazione » del p. Eymard da Marista a « Sacramentino »?

Nella vita del p. Eymard ci sono delle date molto importanti che segnano come pietre miliari le tappe del suo cammino verso la realizzazione della sua vocazione eucaristica.

Per esempio già il 16 maggio 1841 scrive nel suo diario: « ... Il mio pensiero dominante sarà il mio Gesù nel SS. Sacramento ». E il 25 maggio 1845 a Lione men­tre porta il SS. Sacramento durante la processione del « Corpus Domini » riceve una conoscenza più precisa della sua vocazione: « Ho promesso a Dio, con tutto il cuore e con tutta l'anima, di consacrarmi interamente a portare tutti alla conoscenza e all'amore di Nostro Si­gnore e di non predicare che Gesù Eucaristico. È una risoluzione ben ferma. Sarà ormai questo l'oggetto di tutte le mie preghiere... ».

Il p. Eymard fu sempre fedele a quell'impegno, tanto che il suo programma poté essere racchiuso in questa frase: « Gesù è là nell'Eucaristia: dunque tutti a Lui! ».

Lo stesso padre Eymard il 1° febbraio 1865 scrisse nel suo diario spirituale: « Quanto il Buon Dio mi ha amato! Mi ha condotto per mano fino alla Congregazio­ne del SS. Sacramento! Tutte le mie grazie sono state grazie di preparazione; tutti i periodi della mia vita un noviziato! Sempre ha dominato in me il SS. Sacramento. $ la Vergine Santissima che mi ha condotto a Nostro Signore, alla Comunione frequente, dalla Società di Ma­ria a quella del SS. Sacramento ».

La vocazione sacerdotale del p. Eymard è legata al Santuario della Madonna del Laus, e la sua vocazione a « Fondatore » è legata al Santuario della Madonna di Fourvière: in che modo?

Fu al Laus che Pier Giuliano si recò verso i tredici anni per ottenere dalla Madonna una risposta sicura circa la sua vocazione sacerdotale così fortemente osta­colata dal padre; la Madonna si servi del p. Touche per dargli una risposta affermativa e incoraggiarlo ad ini­ziare subito gli studi. Al Santuario della Madonna di Fourviere, sulla collina di Lione, il p. Eymard da Mari­sta si recava con frequenza perché il santuario era sulla strada che portava alla sua residenza.

Il 21 gennaio 1851, mentre pregava la Madonna di Fourvière, fu attratto da alcuni pensieri: « La poca de­vozione che i cristiani dimostrano verso l'Eucaristia; i numerosi sacrilegi che si commettono verso il SS. Sacra­mento; la necessità di istituire una comunità di uomini consacrati all'adorazione... ».

Pochi giorni dopo, il 2 febbraio, il p. Eymard entrò nel Santuario di Fourvière e, come raccontò lui stesso: « Stavo pregando, quando fui preso da un pensiero così forte, che mi assorbì al punto da farmi perdere ogni al­tro sentimento: "Gesù Eucaristico non aveva, per glo­rificare il suo mistero d'amore, una Congregazione reli­giosa che facesse di questa glorificazione il suo fine e vi dedicasse tutte le sue cure. Ce ne voleva una!...". Io provai allora un sentimento così forte e così persuasivo da non dubitare che la Buona Madre voleva che io la­vorassi per far conoscere il SS. Sacramento e per farlo adorare ». 

« L'ordine decisivo », se così si può dire, il p. Ey­mard lo ricevette a La Seyne-sur-Mer, in che modo?

Sì, fu il 18 aprile del 1853, il p. Eymard era allora superiore in quel collegio e quella mattina durante il rin­graziamento alla s. Messa: « Io domandavo a Nostro Signore - è il p. Eymard che racconta - che cosa avrei potuto fare per la sua gloria, ed Egli si degnò di susci­tare in me un forte sentimento di conferma della vali­dità della mia vocazione, la sua volontà mi fu mostrata in tal modo, che non c'era più possibilità d'ingannarsi. Nostro Signore mi domandò il sacrificio della mia voca­zione. Dissi di sì a tutto e feci voto di dedicarmi fino alla morte a fondare una Congregazione di adoratori. Promisi a Dio che nulla mi avrebbe trattenuto, quand'anche avessi dovuto mangiar pietre e morire all'ospe­dale! ».

Pochi mesi prima della morte ricordando quel 18 aprile 1853, il p. Eymard scrisse: « ... Con che gioia ho detto di sì a tutto, dopo quella beata Messa! E Dio ha gradito tutto, tutto ha condotto a buon fine. La dolcezza così grande, durata tanti anni e sempre crescente per l'Eucaristia, mi conferma il si di Dio. La forza che ne usciva, come il frutto dal fiore, mi assicura il cuore di Dio... In quel giorno fu posta la prima pietra della Con­gregazione del SS. Sacramento! ». 

Rev. p. Tesniere, lei f u tra i primi seminaristi ad entrare nella nuova Congregazione ed ebbe una confi­denza filiale con il santo Fondatore; quali furono le rea­zioni dei Padri Maristi alla nuova vocazione del p. Ey­mard?

Nei dieci anni circa che vissi con lui, il p. Eymard mi parlò di quel periodo così importante, delicato e dif­ficile della sua vita. Vi sono anche dei documenti scritti, delle lettere conservate in archivio.

Il fondatore dei Padri Maristi, il p. Colin, che cono­sceva profondamente la santità del p. Eymard, si dimo­strò favorevole alla nuova Opera Eucaristica e forse per qualche tempo pensò di poterla considerare come un « ramo » particolare della Società di Maria. 

Nel maggio del 1854 il p. Colin rinunciò al suo u flí­cio di superiore generale, gli succedette il p. Favre; qual e stato il suo atteggiamento verso il p. Eymard?

Il p. Eymard conosceva e stimava molto il nuovo superiore generale, con lui aveva collaborato al governo generale della Congregazione dal 1844 al 1851, a lui ri­volse l'omaggio di augurio a nome del Capitolo Gene­rale ad elezione avvenuta. Il p. Eymard non tardò molto a parlare al p. Favre del suo progetto di fondazione; forse anche per riguardo al p. Colin, il nuovo superiore generale rispose: « Se Dio vuole la realizzazione di que­sto pensiero, io sarei ben infelice se non lo volessi con tutto il cuore! ». Il p. Favre continuò ad usare la mas­sima benevolenza verso il p. Eymard, anzi, cedendo alle sue pressioni, a causa delle preoccupanti condizioni di salute, lo sollevò dall'incarico di superiore del collegio di La Seyne e lo rimise alla direzione del Terz'Ordine di Maria nella quiete del noviziato di Chaintré. Natural­mente il p. Eymard nell'attesa dell'ora di Dio continuò a pensare alla fondazione della sua Opera e per guada­gnare tempo propose a colui che doveva essere il suo primo compagno, il capitano di marina conte Raimondo De Cuers, di completare gli studi in preparazione alla ordinazione sacerdotale che ricevette il 24 giugno 1855. 

In questo periodo va inserito l'intervento del padre Touche presso il Papa Pio IX in favore del p. Eymard; quale f u la reazione del p. Favre?

Il superiore generale scrisse al p. De Cuers: « So­no compreso del più profondo rispetto per tutte le de­cisioni del Papa, e spero, con la grazia di Dio, di non oppormi mai alla volontà del Santo Padre, quando l'avrò sufficientemente conosciuta... La prudenza mi suggerisce di aspettare da Roma qualche cosa di più ufficiale, prima di fare il sacrificio che mi chiedete...».

Poco più tardi, costretto anche dalle pressioni del consiglio generale, il p. Favre proibì al p. Eymard di continuare a interessarsi dell'Opera Eucaristica e pro­spettò l'urgenza di una scelta: « O rinunciare, o uscire dalla Congregazione ». Il p. Eymard dovette soffrire moltissimo per quell'atteggiamento dei suoi superiori; affezionatissimo alla Società di Maria sperava ancora di poter fondare la Congregazione del SS. Sacramento come un'opera legata ai Padri Maristi.

Scrisse in quel periodo: « Non ho mai tanto pregato e sofferto per scongiurare Dio di manifestare la sua san­ta volontà... sono come un naufrago cui non resta più che una piccola tavola di salvezza, e che si abbandona al capriccio dei venti e delle tempeste, sempre pieno di fiducia nella bontà di Dio ».

Il 13 febbraio 1856 il p. Eymard incontrò il suo su­periore generale e con semplicità e fermezza gli espose tutto il suo pensiero circa la progettata fondazione e tutti i passi fatti per realizzarla.

Il p. Favre, dovendo recarsi a Roma, rispose: « Par­lerò del vostro affare al Papa e spero che vi sottomet­terete a ciò che il Papa dirà! ». Con piena fiducia nel suo superiore il p. Eymard esclamò: « Con tutto il cuore e assolutamente! ».

Quale fu la risposta del Papa?

Trattandosi di « un'Opera di Dio », bisogna pro­prio ricordare in questa vicenda quel proverbio che

dice: « L'uomo propone e Dio dispone... ». Il p. Ey­mard passò quei giorni di attesa raccolto in preghiera e fiduciosamente abbandonato alla volontà di Dio; scrisse: « Intuisco che il parere del presente superiore generale sarà tenuto in gran conto e che egli forse tornerà da Roma trionfante... ma se Dio vuole che quest'Opera non sia soffocata, manderà un Angelo per guidarla dal de­serto alla terra promessa...! ».

A Roma capitò appunto l'imprevedibile; così il p. Eymard raccontò la vicenda: « La mattina del 22 aprile il p. Favre venne a Chaintre e mi invitò in giardino... mi disse: " Quando mi trovai davanti al Santo Padre ero tal­mente commosso che dimenticai completamente il vostro affare. Dio lo permise, senza dubbio! ". "Ebbene, risposi io, allora non si è fatto nulla. Per me, Roma è il Pa­pa! "... ».

Messo nuovamente di fronte al dilemma, « o rinun­ciare, o uscire », il p. Eymard disse al superiore generale: « Ebbene, vedo che Dio mi chiede il sacrificio assoluto, ch'io bruci anche la navicella che volevo conservarmi. Mi abbandono interamente alla grazia sua; e fatto, sono deciso ad uscire dalla Società di Maria... ».

Più tardi il p. Eymard scrisse in una lettera: '« Nes­suno sa quanto mi sia costato fare quel passo e dire a Dio: "Eccomi; avevo lasciato la mia famiglia temporale, il mio paese: ebbene! Lascerò anche la mia famiglia spi­rituale, per venire a servirvi nel vostro stato sacramen­tale di Ostia e di Vittima" ».

 

Due nuove Famiglie Religiose al servizio dell'Eucaristia e del Popolo di Dio

1. I PADRI SACRAMENTINI

Rev. p. Audibert, già vicario della cattedrale di To­lone, amico del p. Eymard e quinto superiore generale dei Padri Sacramentini, come ha conosciuto la nuova Congregazione?

Ho visto le prime volte il p. Eymard quand'era an­cora Marista, superiore al collegio di La Seyne nel 1852, ebbi occasione di incontrarlo sovente anche per motivi di ministero. Una volta venne da me e mi disse: « No­stro Signore mi domanda un grande sacrificio: quello di lasciare la Società di Maria, in seno alla quale ho vissuto per lunghi anni e alla quale mi sono profondamente affe­zionato, per fondare un'Opera consacrata all'adorazione del SS. Sacramento mediante l'esposizione solenne e per­manente, e (Nostro Signore) mi ha fatto chiaramente in­tendere che io avrei dovuto contare su di voi come col­laboratore ».

Queste parole del p. Eymard, che io già stimavo come un santo, portarono dentro di me una grande pace, perché da un po' di tempo stavo ricercando la mia giusta vocazione e mi sentivo fortemente attirato dall'amore a Gesù Eucaristico; perciò promisi al p. Eymard ogni mio aiuto per la sua opera. Purtroppo dopo un primo tenta­tivo nel 1857, non potei entrare fra i Sacramentini che nel 1863. 

Ricorda qualcosa circa gli avvenimenti immediata­mente precedenti alla fondazione?

Si, ricordo molto bene quel periodo perché il p. Ey­mard mi teneva costantemente informato di tutto. Otte­nute dal superiore generale le necessarie autorizzazioni per lasciare la Congregazione dei Padri Maristi, il p. Ey­mard, quantunque fosse intimamente convinto di segui­re la volontà di Dio, volle avere dal Signore ancora una ultima prova: sottomettere ogni suo progetto al giudizio di un sacerdote prudente e saggio, completamente estra­neo alla Società di Maria e a lui personalmente, libero cioè da ogni influenza e interesse di parte. Fu così che, senza che il padre lo volesse esplicitamente, la cosa giun­se all'arcivescovo di Parigi e ai suoi consiglieri privati.

Il p. Eymard anche in quella occasione così decisiva per il suo avvenire, abbandonandosi totalmente come un fanciullo nelle mani della Divina Provvidenza, disse: « ... Ciò che mi rassicura e che ho raccontato semplice­mente tutto quello che e contro di me... Ho detto trop­po per poter avere adesso una fiducia, naturale: la vo­lontà di Dio si manifesterà per mezzo di questo suo mi­nistro... ». 

Quale fu la risposta di questo « uomo di Dio colto, esperto, severo, che non conoscevo », come lo descrive il p. Eymard?

Per un momento sembrò che tutto fosse irreparabil­mente perduto quando l'arcivescovo di Parigi, non per­fettamente informato, si dichiarò contrario ad un'opera puramente contemplativa. Ma quando il p. Eymard poté illustrare il suo programma dicendo: « Noi adoreremo, certo; ma vogliamo anche far adorare, poi dobbiamo oc­cuparci delle Prime Comunioni Tardive. Noi vogliamo accendere il fuoco dell'amore a Gesù Eucaristico in tutte le zone di Parigi... », l'arcivescovo riesaminò tutto il pensiero, il programma, la situazione personale del p. Eymard, e i tre vescovi riuniti in consiglio pronuncia­rono la sentenza definitiva: « La volontà di Dio si è ma­nifestata troppo chiaramente in favore dell'Opera Euca­ristica. Dio stesso ha sciolto ogni difficoltà. Bisogna che vi consacriate a quest'Opera; non c'e più da esitare, bi­sogna andare avanti ». Era il 13 maggio 1856.

Tutto questo sta a dimostrare quanto fosse retto e prudente il modo di agire del p. Eymard in una situa­zione così importante. L'intervento soprannaturale della grazia che Dio riserva a coloro che chiama personalmen­te per realizzare una missione speciale a bene di tutta la Chiesa, appare qui più che evidente e l'eroicità della vir­tù del santo fondatore rifulge in tutto il suo splendore. 

Rev. p. Tesnière, ci può descrivere i primi passi della Congregazione fondata dal p. Eymard?

Io ho appreso queste notizie personalmente dal p. Eymard, o leggendo il diario e le note da lui lasciate, o da persone che furono vicinissime al fondatore in quei primissimi tempi.

Il primo passo del p. Eymard e del suo compagno il p. De Cuers fu quello di recarsi subito alla vicina chiesa di S. Sulpizio per lasciare libero sfogo alla loro ricono­scenza a Gesù Eucaristico e alla Madonna e per rinno­vare l'impegno di consacrare tutte le loro energie alla realizzazione della nuova Congregazione.

Siccome la piccola comunità di sacerdoti di Rue de Enfer 114 che aveva dato ospitalità al p. Eymard du­rante il suo ritiro spirituale dal 1° al 13 maggio, si scio­glieva proprio in quei giorni, il santo fondatore poté ot­tenere in affitto la casa da loro abitata che era di pro­prietà della Curia Arcivescovile. Era una sistemazione provvisoria e molto precaria, ma per quel momento non v'era nessun'altra possibilità. Il p. Eymard iniziò la sua opera di fondatore con un capitale di 65 franchi!

Scrisse il p. Eymard: « Abbiamo cominciato come si comincia in un deserto: un paio di lenzuola, una sedia, un cucchiaio, e non due...! ».

Con il suo primo compagno incominciò subito a re­staurare e ad adattare alla meglio la casa che era mal ridotta. Il primo pensiero e le migliori cure furono per il locale che doveva diventare la cappella della esposi­zione del SS. Sacramento: la vera culla della Casa-Madre della nuova Congregazione. « Cominciamo col rendere decorosa la nostra cappella, a questo scopo spendiamo tutto quello che abbiamo, Gesù Eucaristico nostro Re lo merita pienamente. Ma che altare! purtroppo solo di legno bianco, senza nulla per rivestirlo. Che tabernacolo! Quattro tavole: né più né meno. Il mio cuore gode e piange alla vista di questa Betlem... ». 

Quando fu l'inizio « ufficiale » della nuova Congre­gazione?

Forse è meglio parlare di inizio pubblico, fu certa­mente il primo giugno, quando il p. Eymard partendo dalla casa dei Padri Maristi accompagnato in piccolo corteo da alcuni ex-confratelli e recando con sé il SS. Sacramento, proprio in quel pomeriggio della festa litur­gica del « Corpus Domini », con una piccola processione introdusse in modo stabile Gesù Eucaristico nella prima casa della Congregazione. L'Opera nasceva nella povertà estrema, ma già tutta protesa nel realizzare il suo fine principale: il culto e la glorificazione della SS. Euca­ristia.

Pur vivendo quei giorni in grande povertà e fatica, il p. Eymard era raggiante di gioia: « Non posso dirvi la pace e la gioia dell'anima mia nel vedermi chiamato al divino Cenacolo. Nulla mi sembra vile e umiliante per prepararlo. Abbiamo fatto i manovali, i lucidatori di pa­vimenti, i portinai: credo che mi farei anche cuoco. Tutto è divino nel servizio di un Dio! ». 

Quali furono le più gravi difficoltà di quei primi anni?

La nuova Opera fu veramente come il granello di senape seminato in terra arida e sassosa: dovette soffrire lungamente per gettare radici profonde, ma poi crebbe rigogliosamente. Le difficoltà più gravi e persistenti fu­rono senza dubbio la povertà, la salute sempre precaria del santo fondatore, ma soprattutto la mancanza di buo­ne vocazioni. Anche in mezzo a queste difficoltà il p. Ey­mard non ebbe mai alcun dubbio sul valore e la validità della sua opera. Si era consacrato totalmente al servizio di Gesù Eucaristico e nessun ostacolo poteva ormai fer­mare il suo cammino.

Per mancanza di buone vocazioni, adatte alla vita di adorazione e di apostolato eucaristico, dovette attendere fino al 6 gennaio 1857 - circa sei mesi dalla fondazio­ne - per fare la prima esposizione solenne di Gesù Eu­caristico. 

A quali categorie di persone era aperta la nuova fon­dazione?

Già dai primi mesi il p. Eymard accolse, anche solo per un periodo di prova, due categorie di persone: sa­cerdoti, o giovani aspiranti al sacerdozio, e « fratelli », cioè giovani o uomini desiderosi di consacrarsi al servi­zio di Gesù Eucaristico come semplici religiosi. Sacerdoti e « fratelli » quindi erano riuniti in comunità per rea­lizzare un medesimo ideale: amare, adorare personal­mente Gesù Eucaristico, farlo conoscere, amare e ado­rare da tutti gli uomini. Tutti vivevano comunitaria­mente sotto la guida di una medesima « Regola » senza privilegi personali.

I sacerdoti, seguendo l'esempio del p. Eymard, si de­dicarono fin dall'inizio al servizio personale e comuni­tario dell'Eucaristia e al ministero sacerdotale con par­ticolare preferenza per le opere eucaristiche, prima fra tutte le Prime Comunioni Tardive dei ragazzi e dei gio­vani operai dei quartieri più poveri di Parigi.

I « fratelli » dividevano la giornata fra il servizio di preghiera e adorazione a Gesù Eucaristico e i vari lavori richiesti per il buon funzionamento della vita di una co­munità che diventava sempre più numerosa. Coloro che avevano buone doti e capacità potevano collaborare di­rettamente con i sacerdoti nella catechesi ai ragazzi e ai giovani. 

Quando il p. Eymard diede inizio alla fondazione vera e propria del « ramo femminile » dell'Opera Euca­ristica?

L'idea del « ramo femminile » sorse molto presto nella mente del fondatore, tanto che il p. Touche, come si ricorderà, ne aveva parlato a Papa Pio IX già dal 1855. Da quel tempo il p. Eymard non tralasciò occasione per trovare e formare delle anime che riteneva adatte alla vita religiosa e adoratrice affinché al momento stabilito dalla volontà di Dio potessero rispondere generosamente alla « vocazione » del Signore. Questo primo gruppo di future « Ancelle del SS. Sacramento » si radunò provvi­soriamente a Parigi in una casa vicina a quella del p. Ey­mard per completare la propria formazione, nell'anno 1858. 

2. LE SUORE ANCELLE DEL SS. SACRAMENTO

Quale fu l'idea-forza che spinse S. Pier Giuliano Ey­mard a fondare anche il « ramo femminile » della Con­gregazione del SS. Sacramento?

Ciò che maggiormente indusse il p. Eymard a matu­rare l'idea di una Congregazione di Suore dedicate inte­ramente al culto e alla glorificazione dell'Eucaristia, fu certamente la sua grande fede e il suo ardente amore per Gesù realmente presente in quello che la Chiesa chiama ancor oggi « Mistero della fede ». Il fine della Congre­gazione è amare, adorare, annunciare al mondo Gesù Sal­vatore vivente nel SS. Sacramento dell'Eucaristia, se­guendo l'esempio della Vergine Santa che il p. Eymard volle onorata col titolo di Madonna del SS. Sacramento. Il santo fondatore desiderò anche che questo « ramo femminile » collaborasse con i Padri Sacramentini nella loro missione apostolica a servizio della SS. Eucaristia. 

Quando avvenne la fondazione delle Suore Ancelle del SS. Sacramento e dove?

Il primo vero gruppo di donne che si preparavano a diventare « Ancelle » si riunì a Parigi sotto la guida del p. Eymard verso il febbraio del 1858, e nell'anno suc­cessivo l'arcivescovo di Parigi diede all'Opera una prima approvazione. Appena fu possibile, con l'arrivo di nuove vocazioni, il p. Eymard realizzò la Casa-Madre ad An­gers. Qui la nuova Congregazione ebbe modo di conso­lidarsi con la Professione Religiosa delle prime suore e con l'approvazione canonica del vescovo diocesano.

Il p. Eymard provvide anche alla fondazione di una seconda casa di « Ancelle » a Namours, casa che procurò al buon padre fondatore qualche conforto, ma anche tan­te sofferenze e umiliazioni. Era il prezzo necessario per­ché fosse assicurato all'Opera ancora nascente un avve­nire fecondo di santità e di gloria per Gesù Eucaristico. Il p. Eymard seguiva personalmente la formazione spi­rituale delle « Ancelle » che però aveva posto sotto la guida della cofondatrice e prima superiora generale, la Madre Margherita Guillot.

Attualmente quante sono le case delle Ancelle e in quali nazioni le suore esercitano il loro apostolato? Le case e le chiese centri di adorazione e di aposto­lato eucaristico sono ventisette, sparse un po' in tutto il mondo; ve ne sono in Francia, Canadà, Stati Uniti, Brasile, Australia, Filippine, Olanda e Italia. 

Come viene realizzato oggi in Italia l'ideale del san­to fondatore?

Noi cerchiamo di realizzare il suo ideale facendo - secondo il suo insegnamento - dell'Eucaristia il vero centro di tutta la nostra vita personale e comunitaria. Prima di tutto valorizziamo la Santa Messa e tutta la Liturgia, sia per noi personalmente sia aiutando i fedeli che frequentano le nostre chiese a partecipare attiva­mente mediante una appropriata animazione. Poi conti­nuiamo a valorizzare l'Eucaristia nella nostra preghiera personale e comunitaria, nella contemplazione di questo grande « Mistero della fede ». Infine cerchiamo di tradurre in « vita pratica » la presenza di Gesù in mezzo a noi, rispondendo alle necessità della Chiesa locale, della parrocchia, associazioni, gruppi giovanili o di preghiera, in cui siamo inserite svolgendo un'attività apostolica in armonia con l'Eucaristia: catechesi, servizio del culto e della liturgia, formazione dei catechisti, accoglienza per un'esperienza di preghiera o di vita più impegnata spi­ritualmente. 

Quale posto occupa la preghiera davanti a Gesù Eu­caristico nella vostra giornata?

La preghiera davanti a Gesù Eucaristico o più sem­plicemente l'adorazione, occupa per noi Ancelle un po­sto di primaria importanza. Ogni suora è tenuta ad un minimo di un'ora di « adorazione » ogni giorno, ma na­turalmente tutte godono della massima libertà per pro­lungare in altri momenti il proprio colloquio con Gesù Eucaristico, anche nelle ore notturne. Inoltre periodica­mente ci riuniamo per l'adorazione comunitaria e cia­scuna può liberamente e con semplicità mettere in co­mune le proprie riflessioni, le proprie esperienze, tutte ascoltano la Parola di Dio, partecipano al canto e alla preghiera. La Regola di Vita ci esorta anche all'adora­zione notturna. 

Quali sono le attività caratteristiche delle quattro Comunità di Ancelle, in Italia?

Prima di tutto bisogna dire che una di queste Comu­nità e quella della « Casa Generalizia », che è sede della madre generale e del suo consiglio. Questa casa, che da qualche anno si trova a Roma ha il compito di animare la vita di tutta la Congregazione e di assicurare il neces­sario legame con tutte le comunità sparse nel mondo. Le altre tre case hanno caratteristiche un po' diverse: Sampierdarena svolge un'attività in prevalenza a servizio della Comunità Parrocchiale, Carpineto Romano è cen­tro di preghiera, di culto e apostolato eucaristico, come pure la comunità di Vighignolo di Settimo Milanese. Uni­co e identico per tutte è lo spirito e l'ideale eucaristico, che, sull'esempio di quello di S. Pier Giuliano Eymard, è la vera anima delle varie attività. Perciò la caratteri­stica vera di tutte le nostre case resta sempre l'Eucari­stia, la quale non è soltanto « un momento determinato nella vita di comunità », come può esserlo anche in altri Istituti religiosi, ma è il fine specifico della nostra vita. 

La vostra vocazione è ancora attuale e in che modo oggi risponde alle esigenze del Popolo di Dio?

Noi crediamo alla validità della nostra vocazione e siamo convinte che l'ideale di S. Pier Giuliano sia at­tuale oggi come lo era ieri, poiché l'Eucaristia è l'essen­ziale della vita cristiana oggi come in passato. E pen­siamo che risponda veramente anche alle esigenze attuali del Popolo di Dio. Per questo noi ci sforziamo di essere sempre più aperte e disponibili per captare i veri biso­gni dell'uomo di oggi in modo da offrirgli tempestiva­mente un aiuto concreto che lo stimoli a crescere nella fede.

Per questo valorizziamo molto gli incontri personali e le visite nelle famiglie perché ci consentono momenti particolari di catechesi viva, di comunicazione e testimo­nianza della nostra fede. Siamo anche convinte che l'Eu­caristia sia il fondamento indispensabile per costruire un mondo migliore, ove regnino la giustizia e l'amore, di cui l'Eucaristia è « segno ».

Quale testimonianza offre la vostra comunità a co­loro che vengono per una o più giornate di « espe­rienza »?

A coloro che vengono nelle nostre case per un'espe­rienza religiosa, noi offriamo la testimonianza concreta di persone che credono nell'Eucaristia, che la amano e la celebrano con fede viva, di persone che, dopo aver lun­gamente pregato davanti all'Eucaristia, si sforzano di ca­larla nella propria vita personale e comunitaria, per te­stimoniare la reale presenza di Gesù Eucaristico in mezzo alla nostra comunità e agli uomini di oggi.

 

Noi vogliamo amare, adorare, annunciare al mondo Gesù Eucaristico

Questo  dialogo  fra il padre Eymard e il vescovo di Angers è stato realizzato riportando le precise parole che il Santo Fon­datore scrisse il 12 luglio 1862 - sei anni dopo la fondazione della Congregazione - a monsignor Angebault per chiedere ufficialmente il permesso di aprire una casa religiosa nella sua diocesi. (Da: Recueil des écrits - Tome V. p. 310) Monsignor Angebault: Mio carissimo padre, sono molto lieto di rivedervi e credo anche di indovinare il motivo della vostra visita! Padre Eymard: Grazie monsignore della vostra bon­tà; sono venuto appunto per esprimere con tutta sem­plicità e confidenza il desiderio che noi abbiamo di fon­dare nella vostra fervente città di Angers una casa di adorazione. 

Monsignore: Conosco i vostri desideri e i vostri pro­getti, vorrei sapere però quali motivi vi hanno spinto a scegliere Angers per aprire la terza casa della vostra gio­vane Congregazione.

P. Eymard: Il motivo che ci fa preferire Angers ad altre località che ci sono state offerte e il pensiero di elevare un trono d'onore e d'amore nel medesimo luogo - se e possibile - dove un povero sacerdote osò ne­gare il dogma dell'adorabile Eucaristia. Per questo mo­tivo a noi sembra che sarà una fondazione di riparazione gradita a Dio e utile ai sacerdoti e ai fedeli.

Monsignore: Da quanti anni e sorta la vostra Con­gregazione?

P. Eymard: La Congregazione del SS.mo Sacramen­to e stata fondata a Parigi il 13 maggio 1856, ed è stata onorata da un primo « Breve » (di approvazione) di Sua Santità Papa Pio IX, il 5 gennaio 1859. In quello stesso anno, 24 aprile 1859, abbiamo aperto una casa a Mar­siglia. 

Monsignore: Ora che diventeremo più amici, vorrei conoscervi un po' di più: qual è lo scopo principale della vostra Congregazione?

P. Eymard: Questa piccola famiglia della Santa Ma­dre Chiesa ha per scopo principale l'esposizione solenne e perpetua del SS.mo Sacramento onorato con culto pub­

blico di Adorazione perpetua dai suoi membri, secondo i quattro fini del sacrificio (S. Messa), cioè: l'adorazione, l'azione di grazie, la riparazione e l'apostolato perpetuo della preghiera eucaristica.

L'Ufficio divino, salmodiato in coro secondo le ore canoniche, viene recitato in forma di adorazione davanti al SS.mo Sacramento esposto. 

Monsignore: Ma allora la vostra Congregazione è sol­tanto di vita contemplativa...

P. Eymard: Oh no! eccellenza: lo scopo secondario della Congregazione, è quello di consacrarsi alla gloria di Nostro Signore presente nel SS,mo Sacramento per mez­zo dell'apostolato eucaristico, cioè far conoscere, amare e servire Gesù Eucaristico con tutti i mezzi che uno zelo puro e prudente può ispirare, secondo lo spirito e l'idea­le della Congregazione.

Monsignore: E’ l'Opera che desidero e che mi auguro possa fare un gran bene alle anime e rinnovare il fervore di una solida devozione a Gesù Eucaristico. In concre­to: per realizzare questa nuova fondazione e per il man­tenimento della comunità, avete i mezzi necessari?

P. Eymard: La Congregazione provvede essa stessa per quanto riguarda la fondazione della casa e il man­tenimento dei suoi membri; di conseguenza essa non do­manda né sottoscrizioni, né questue annuali; essa non vuole che una cosa per consacrarsi al servizio eucaristico di Nostro Signore: il benevolo consenso di vostra ec­cellenza. 

Monsignore: Quando non vi sono grossi problemi finanziari le cose si risolvono più facilmente, tuttavia non mancheranno certamente di f colta e prove di altro genere: è la prova del fuoco che purifica le grandi Opere di Dio. Con quali mezzi spirituali realizzate il vostro ideale?

P. Eymard: i nostri mezzi spirituali sono questi:

1. La Congregazione nel rendere culto a Gesù Eucari­stico segue scrupolosamente la santa Liturgia romana.

2. Ciascuno dei suoi membri, dopo la prova canonica (il noviziato), emette i tre voti religiosi e il voto euca­ristico.

3. Le opere principali di zelo sono le confessioni, le pre­dicazioni, i ritiri eucaristici, l'Opera delle Prime Co­munioni degli adulti e le altre opere di ministero che hanno per fine diretto il SS,mo Sacramento.

Monsignore: Qual è lo « spirito » che anima la vo­stra Congregazione?

P. Eymard: Lo spirito della Congregazione del SS. Sacramento si compendia in queste quattro virtù:

1. Il servizio del divin Maestro, regola suprema e fine ultimo di tutti gli atti della Congregazione e di cia­scuno dei suoi membri.

2. Rispetto e sottomissione al principio di ogni autorità che procede da Dio, cioè stabilita secondo l'ordine divino.

3. Verità, regola invariabile e inflessibile di ogni com­portamento della Congregazione e dei suoi membri. 4. Vivere senza privilegi, né civili, né ecclesiastici, ne religiosi, ma seguire in tutto la legge comune, secon­do l'esempio di Nostro Signore.

Questi sono, Monsignore, i primi principi sui quali è fondata la nostra piccola Congregazione.  

Monsignore: Bene, mio carissimo padre, mi auguro che possiate lavorare con tutto il vostro zelo perché il Regno di Gesù Eucaristico si estenda sempre più e rag­giunga tutte le anime di questa mia diletta diocesi. Pre­sto vi darò per iscritto la mia autorizzazione, intanto vi benedico nel nome del Signore.