Santo Padre ALFEO EMALDI

 

Aveva sei anni, quando una domenica mattina, ritor­nato da Messa, disse alla mamma: «Il parroco è andato sul tetto e ha cominciato a urlare contro tutti!». «Come? E’ andato sul tetto?». «Sì, ha preso a salire la scala e poi non l'ho più visto». In realtà, il parroco era salito sul pulpito a fare la predica. La mam­ma capì che il figlio era molto miope e lo portò subito dall'ocu­lista. Ma difficoltà gravi alla vi­sta ne avrebbe avute sempre. Si chiamava Alfeo Emaldi, il bambino che portava occhiali spessi come fondi di bottiglia. Era nato a Lugo di Romagna (Ra­venna) il 15 marzo 1902, ed era minuto e fragile come uno scric­ciolo. Dai genitori riceve una fe­de forte come la roccia e una gran voglia di lavorare. Appena finite le elementari, dice: «Vo­glio farmi prete».

 

Guarito dalla Madonna

Entra in seminario a Ravenna e frequenta con profitto il ginna­sio. E’ però inquieto come se un fuoco acceso lo bruci dentro. Ve­de, davanti a sé, orizzonti vasti co­me il mondo. Gesù lo trafigge con una parola: «Andate e predicate il mio Vangelo a tutte le genti» (Mc 29,19). Il rettore lo accontenta: «Ti manderò da Mons. Conforti, lui ha bisogno di missionari». Mons. Guido Conforti (1865-1931), allora vescovo di Parma e recentemente proclamato beato, aveva fondato a Parma i Missio­nari Saveriani, tra i quali, il 19 a­gosto 1919, Alfeo è ammesso a studiare. Ma è debole e malatic­cio, e quando dilaga la "spagno­la", una grave epidemia influen­zale, si preoccupa solo di curare i compagni malati, perché lui, stranamente sta bene. Ma presto si trova a letto con un'incipien­te tubercolosi. Piange amara­mente per il timore di non poter più diventare missionario. Lo mandano a curarsi in una località salubre presso Vicenza. Alfeo sa­le al santuario di Monte Berico e lassù prega la Madonna con la fiducia di un bambino. Rapida­mente guarisce e da allora, ripe­terà sempre: «Più che le medici­ne, fu la Madonna a guarirmi». A Parma, intraprende il novi­ziato cui seguono gli studi teo­logici. E buono, allegro, un gran burlone e amico di tutti. Il 2 feb­braio 1926, è ordinato sacerdote. Pochi giorni dopo, il suo vesco­vo e fondatore, lo destina per la Cina. A lui e ai missionari in par­tenza, Mons. Conforti ricorda: «Cristo ve l'ha detto: vi mando come agnelli in mezzo ai lupi... ma non abbiate paura, perché io ho vinto il mondo. Anche voi, appena vinti, sarete vincitori». Il 26 febbraio 1926, don Alfeo parte da Venezia e il 19 maggio, arriva a Cheng-chow, sulle spon­de del fiume Giallo, dove già la­vora un gruppo di Saveriani. Co­mincia subito, deciso, a studiare la lingua, una delle più difficili del mondo, ancor più difficile per lui che ci vede poco. Ascolta più che può, gioca con i bambini. Così un mese dopo il suo arrivo, tiene la prima predica in cinese, fa catechismo e si accorge che la gente lo capisce.

 

Migliaia di conversioni

È mandato a Loyang, come collaboratore del superiore Padre Armellini. Nel 1928, è ret­tore della cattedrale di Cheng-­chow, nel 1932, di quella di Loyang. Questi sono i suoi tito­li ufficiali, ma padre Alfeo è so­lo un missionario che ama dire: «Sono venuto qui per annuncia­re Cristo e convertire i cinesi a Lui». Si fa subito amare, da cre­denti e non, per la sua dedizio­ne e per la gioia che diffonde at­torno a sé, così che lo chiamano presto: «Padre Gen Manté», il Padre della bontà. Inforca la bici e si butta a vi­sitare tutte le piccole comunità cristiane disseminate, come goc­ce, tra i templi buddisti, percor­rendo strade e valli interminabi­li, raggiungendo i luoghi più sper­duti, passando incolume tra squa­dre di banditi e non temendo i ri­voluzionari di un certo Mao-tse­tung, che già fa parlare di sé. Ri­torna alla base, dopo settimane di lavoro, affamato e coperto di pidocchi, canterellando tra i den­ti una canzone in dialetto roma­gnolo. «Alfeo, gli domandano i confratelli, non hai incontrato i banditi?». «E’ impossibile, per­ché io cammino sulle vie di Dio e loro su quelle del diavolo!», op­pure: «Forse, ma son così miope che non li ho visti!». Ormai non solo parla cinese, ma mangia come loro e condivi­de le loro abitudini, anche se gli costa terribilmente, pur di gua­dagnarli a Cristo. Non aspetta mai che lo cerchino, va lui a cercare la gente: nelle abitazioni, nei cam­pi, per le strade, al tramonto del sole, quando quelli ritornano dal­le risaie. Conversa per ore e ore con loro e, forte della grazia di Dio, li convince che solo Gesù è la Verità, l'unico Salvatore dell'uomo. Occupa le sere e le notti con il catechi­smo, che spiega per­sonalmente alla gente semplice, mentre pre­para catechisti capaci e appas­sionati. Apre ovunque scuole di catechismo. Per vivere gli basta­no una tazza di riso e tre pezzi di patate con una cipolla. Quanti ci­nesi abbia condotto a Cristo e bat­tezzato, è difficile dire: sicura­mente un numero grandissimo. Un colonnello dell'esercito cine­se, che lui ha convertito dal bud­dismo, un giorno dichiarò ai suoi soldati: «Io credo tutto ciò che insegna la Chiesa Cattolica e lo credo perché lo insegna il padre Alfeo, che non può ingannare nes­suno, perché è più santo di Bud­da. Soprattutto ciò che insegna, lo pratica, lo vive ogni ora, ogni mo­mento della sua vita». E’ così sti­mato anche dai non cristiani che essi sovente lo accolgono in ca­sa. Nella valle del fiume Giallo, tutti lo conoscono. Per loro, so­prattutto nelle ore del dolore, ha una carità incomparabile: nessu­no si allontana da lui senza esse­re stato aiutato. Padre Alfeo con­traccambia con il dono più gran­de che si possa dare: Gesù.

 

Notte di martirio

Dal luglio 1938 al novembre 1944, è a Tient-sin come cap­pellano dell'ospedale, dove se­gue i malati come un padre e u­na madre insieme. Ritorna a Loyang, come rettore della cat­tedrale e superiore religioso del­la zona. Nel maggio 1947, è ri­chiamato in Italia, ma viene fer­mato a Shangai e destinato alla nuova missione saveriana dello Shantung, dove rimane fino al giugno del 1949, quando rientra a Tient-sin. Dovunque ha colla­boratori, catechisti, suore, gio­vani ferventi, che lo aiutano a se­minare il Vangelo. Organizza l'A­zione Cattolica e la Legio Maria. In un anno solo, a Tient-sin, fa 1.700 cristiani. I comunisti di Mao, che già perseguitano mor­talmente i credenti e stanno per prendere il potere con la violen­za, per lungo tempo, non riesco­no a bloccarlo. Ma, una sera d'i­nizio novembre 1951, 20 poli­ziotti comunisti lo arrestano con i fucili spianati, urlandogli: «Tu sei un delinquente». Lo chiudo­no in una cella, guardato a vista. Tutte le notti, vengono a inter­rogarlo e lo accusano di ogni sor­ta di intrighi. Padre Alfeo ribat­te lucido e stringato, demolendo le loro accuse. Il 16 novembre 1951 gli chiedono i nomi dei col­laboratori e cosa dica e senta in confessionale. Padre Alfeo tace. I comunisti gli dicono: «Doma­ni torneremo e sapremo noi co­me farti parlare». Durante la not­te passeggia su e giù per la cel­la, invocando la Madonna, fino a quando scorge una lametta da barba sul tavolo. Egli stesso rac­conterà più tardi: «In quel mo­mento ho pensato, se fossi mu­to, non potrei parlare. Domani, invece, chissà che mezzi useran­no quelli perché io tradisca la mia coscienza e i miei fedeli! Al­lora, presi coraggio, tirai fuori la lingua e con la lametta, l'ampu­tai il più possibile. Il sangue zam­pillò fino sulla parete di fronte. Non so perché improvvisamen­te la sentinella apri la porta e vi­de tutto quel sangue. Spaventa­to, diede un grido di orrore ed uscì dando l'allarme. Mi porta­rono in gran fretta all'ospedale, dove un medico mi ristagnò il sangue». I comunisti mi rimproveraro­no di aver fatto un atto ostile al governo, e poi emisero la sen­tenza: espulsione dalla Cina, per tutta la vita. Il 3 dicembre 1951 ero già arrivato in Italia. Piuttosto di tradire il segreto inviolabile del confessionale, Pa­dre Alfeo aveva preferito restare muto. Ma muto non lo sarà mai, anzi, riprese subito a parlare. Ce­lebrò la Messa nella casa gene­ralizia a Roma e ricordò la sua stupenda avventura cinese, vis­suta per Cristo. La sua storia u­sci su tutti i giornali. L' 8 dicem­bre tornò a Lugo di Romagna dai suoi genitori. All'arrivo, intonò u­na canzone che la mamma gli a­veva insegnato da bambino. La mamma gli rispose cantando la seconda strofa.

 

Avanti gioventù

Proprio quando la sua mis­sione sembrava esser terminata, decise di percorrere tutta l'Italia a parlare dell'urgenza di annun­ciare il Vangelo a coloro che an­cora non lo conoscono e non lo amano. Una sera del maggio 1954 parlò al teatro di Vicenza, pieno di giovani. Iniziò ricor­dando, quando molto malato, e­ra salito al Monte Berico a chie­dere la guarigione alla Madonna, e continuò: «Non mi pentii mai dei miei 25 anni passati in mis­sione. Non si pente mai chi fa del bene ai fratelli. C'è un pen­timento che diventa terribile, quando uno arriva alla fine del­la vita e deve riconoscere: ho sentito la chiamata di Dio e non ho risposto». I giovani si alzarono in piedi ad applaudirlo. Alfeo proseguì, implacabile: «Avanti gioventù! Ci sono nelle terre lontane mi­lioni e milioni di anime che aspettano Cristo e Lui attende de­gli apostoli che lo portino loro. Questa folla sconfinata tende le mani a voi. Chi vive pacifico, go­dendosi ciò che ha, è un me­schino egoista che non merita di essere chiamato giovane. Gio­ventù significa allegria, amore a Cristo e ai fratelli più soli!». E dovunque terminava i suoi in­contri dicendo: «I comunisti in Cina passeranno e allora, noi mis­sionari ritorneremo in quella ter­ra, piena di anime che aspettano la Redenzione!». Dal 1955 al 1962, fu direttore spirituale nelle case saveriane di Nizza Monferrato e di Parma; poi, dal 1962 al 1974, confesso­re al noviziato di Pozelo in Spa­gna. Anche lì, nessuno riuscì mai a fermarlo. Percorse le province di Barcellona, Valenza, Pamplo­na e Navarra con lo stesso ardo­re con cui aveva lavorato in Ci­na. Al primo posto, come sempre, la Santa Messa, la preghiera pro­lungata davanti al Tabernacolo, il Rosario intero alla Madonna, per la salvezza del mondo. Sempre allegro e spiritoso, ancor più gio­vane nel cuore e nello stile. Con la sua lingua mozzata tenne 570 conferenze in tutte le regioni del­la Spagna. A chi si stupiva, ri­spondeva, serio: «La lingua mi è di nuovo cresciuta!». Nel 1974, per consiglio del medico, padre Alfeo ritornò a Parma, ma non si arrese: diventò il padre spirituale di tutti i con­fratelli, degli studenti di teolo­gia e di molti giovani che veni­vano a cercarlo. A tutti sapeva regalare ottimismo e gioia. Ricoverato all'ospedale di Co­mo, per il cuore che cedeva, il 14 agosto 1976, vigilia dell'Assun­zione di Maria, passerà la festa accanto alla sua mamma celeste. Un attacco cardiaco lo portò a contemplare in eterno quel Ge­sù per il quale aveva consumato la sua vita. Chi scrive non dimenticherà mai padre Alfeo Emaldi, incon­trato nella propria parrocchia, una domenica d'ottobre del 1956, in una stupenda giornata mis­sionaria, quando davanti a tutti disse: «Mi sono tagliato la lin­gua per non tradire Cristo. Do­vevo essere muto, invece sono qui a predicare Lui. Il mondo non può andare avanti senza di Lui. Per questo nessuno potrà mai farci tacere. Anche senza lingua, parleremo ancora di Ge­sù, di Gesù solo!».