SAN GIUSTINO
(1° giugno –
Filosofo e martire)
Giustino
nacque all'inizio del Il secolo nella Samaria, non lontano dall'antica Sichem.
Era, sembra, di famiglia romana, sicuramente agiata. La prova viene dai suoi
viaggi e dagli studi o scuole di filosofie frequentate. Quella di Giustino,
filosofo cristiano e martire, è una figura complessa e difficile da definirsi,
anche perché vissuto in un'epoca caratterizzata dal primo vero impatto
culturale del cristianesimo col mondo circostante, greco e romano (oggi si
direbbe il primo tentativo di vera inculturazione). Giustino è un giovane
filosofo impegnato nella ricerca ardente della verità, dotato di una
intelligenza pronta, acuta e sufficientemente critica da percepire i punti
deboli dei sistemi filosofici allora per la maggiore. Ce li descrive lui
stesso nella sua opera Dialogo con l'ebreo Trifone: "Dopo aver frequentato
abbastanza a lungo un maestro stoico senza arricchire le mie conoscenze su Dio -
egli stesso non lo conosceva e non riteneva necessario conoscerlo - mi
allontanai da lui e mi recai presso un altro uomo, un cosiddetto peripatetico
(cioè un seguace di Aristotele) che si considerava ricco d'ingegno. Costui
fu paziente con me solo un giorno, poi pretese che fissassi il pagamento,
perché il nostro rapporto non fosse privo di utilità. Fu questo il
motivo per cui abbandonai anche lui, che a mio parere non era affatto un filosofo".
Già due delusioni. Ma la sua ricerca continuò. Avvicinò un famoso filosofo
pitagorico "un uomo che si vantava molto della sua sapienza". E
puntuale arrivò la terza delusione. Prima di fare filosofia, costui
pretendeva da Giustino che studiasse musica, astronomia, geometria (e certamente
anche la "tabella pitagorica"). Lo abbandonò perché ciò che lo
assillava era il problema teologico, cioè la verità su Dio, non le altre
scienze interessanti ma periferiche a questo, per lui, il problema dei
problemi. Quarto tentativo con i platonici: "Nella mia sconsideratezza
decisi di ascoltare anche i platonici; anch'essi infatti avevano una buona
fama. Dato che nella nostra città dimorava un dotto che godeva di grande considerazione
tra i platonici, lo frequentai più che potei. Feci progressi e mi andai
perfezionando giorno per giorno. Mi interessava molto la spiritualità
dell'incorporeo e la visione delle idee diede ali al mio pensiero. In breve
tempo credetti di essere sapiente e nella mia limitatezza nutrivo la speranza
di vedere direttamente Dio. Questo infatti è il fine della filosofia di
Platone". La sua ricerca sembrava terminata, la sua navicella
sembrava essere in vista del porto della tranquillità e della verità
definitiva. Proprio perché non fosse disturbato da niente, si ritirò in un
luogo solitario presso Efeso, in riva al mare. E qui gli capitò un incontro
casuale: un vecchio saggio gli aprì gli occhi sulla verità cristiana. Dopo averlo
ascoltato a lungo il vecchio saggio gli disse: "Ma tu sei un amante del bel
parlare, non certo un amico di chi vuol agire secondo verità". Parole
profonde e fulminanti. Seguì il consiglio del vecchio e cominciò a leggere
i profeti che preparavano la venuta del salvatore Gesù Cristo. Scrive
ancora nel Dialogo che seguendo questo consiglio e ammirando la coerenza dei
cristiani che sapevano affrontare persino il martirio per testimoniare la
verità, ben presto si convinse che il cristianesimo era "la sola vera e
utile filosofia". Ecco la sua conversione culturale ed esistenziale:
avrebbe difeso con le armi della ragione e dello studio quella fede che spesso
era calunniata e disprezzata dalle persone colte. La parabola di questa vita
fatta di ricerca della verità gli ha fatto guadagnare una citazione
nell'Enciclica "Fides et Ratio" di Giovanni Paolo Il (1998). Ha
scritto il Papa: "Quale pioniere di un incontro positivo col pensiero
filosofico, anche se nel segno di un cauto discernimento, va ricordato San
Giustino: questi pur conservando anche dopo la conversione grande stima per la
filosofia greca, asseriva con forza e chiarezza di aver trovato nel
Cristianesimo «l'unica sicura e proficua filosofia»" (n. 38).
Dopo
la ricerca, la difesa della verità fino al martirio
Arrivato
alla verità trovata nel Cristianesimo e in particolare in Gesù Cristo, il
Logos supremo, Giustino ha vissuto il resto dei suoi giorni di questa Verità e
per questa Verità. Non gli bastava averla trovata, sentiva la missione ed
il compito di farla conoscere agli altri. Da qui la sua opera di apologeta e
di insegnante in una scuola che egli stesso fondò a Roma. In questo egli si
atteneva alle norme della legge. Lo stesso Marco Aurelio non seguiva una
filosofia, quella di Epicuro? Perché ai cristiani doveva essere impedito di
seguire e di predicare il Cristo? Proprio per rivendicare questo diritto egli aveva
diretto agli ultimi due imperatori e alle persone più ragguardevoli di Roma
due Apologie in favore del Cristianesimo. La dottrina di Giustino si concentra
sul progetto unitario di Dio (l'economia di Dio): articolato storicamente nei
due testamenti dell'unica Rivelazione, ma compresente a tutta la storia degli
uomini. Perno centrale di tutta questa economia divina è la figura di Gesù
Cristo, Verbo incarnato e Redentore. Cristo è per Giustino il Logos eterno
(ricordiamo il famoso prologo del Vangelo di Giovanni), la ragione prima
ed ultima di tutto l'esistente, la Luce dalla quale deriva ogni piccola luce
presente nei filosofi e anche nei semplici uomini di ogni tempo. Non c'è
verità se non fondata su questa Verità del Logos, non c'è il più piccolo gesto
di bontà in questo mondo che non abbia in lui il suo oggetto e finalità e
spiegazione totali. La storia dell'umanità si può descrivere come "la
storia di Cristo", schierata pro o contro Cristo, cioè secondo ragione o
contro ragione. La presenza di Cristo nella storia non è quindi incominciata in
una data storica, per cui si può dire che il Cristianesimo non è un sistema
recente. C'erano cristiani già prima di Cristo ("Semina Verbi") e
sono quelli che sono vissuti istruiti per vie misteriose a Cristo, e sono
vissuti seguendolo. Giustino affermò con forza che solo in Cristo l'Antico
Testamento ha il suo senso compiuto, perché in esso sono adombrate tutte
le tappe del suo evento storico-salvifico. In questa grande prospettiva
dell'Incarnazione, egli ha dato anche grande rilievo a Maria di Nazaret. Essa è
vista come protagonista nel momento centrale della storia salvifica:
l'incarnazione del Logos eterno, il Cristo. Tra le profezie si concentrò
particolarmente su quella di Isaia (7,14). La Vergine che partorisce il
Figlio. Giustino, attraverso Maria, la
"donna-vergine-che-partorisce", enunciò il principio della
riconciliazione dell'umanità con Dio: da una donna era arrivata la
disobbedienza e la morte (Eva) attraverso un'altra donna era arrivata la vita,
Maria. L'Annunciazione quindi diventava così l'inizio della salvezza,
antitetico alle scene della caduta dell'Eden della Genesi. È
il famoso
parallelo antitetico Eva-Maria, che appare per la prima volta nei suoi
scritti, e che avrà tanta fortuna negli altri Padri della Chiesa. Si intuisce
da questi piccoli cenni l'influsso sulla mariologia futura da parte di questo
filosofo convertito. Ma si sa che la verità ha avuto sempre dei nemici. Non
dimentichiamo che il Diavolo è definito nella Bibbia il "padre di ogni
menzogna". Anche l'apostolato della verità, attraverso la sua scuola,
incontrava delle difficoltà e anche ostilità aperte. I nemici c’erano e si
fecero ben presto sentire. E in maniera decisiva. Giustino fu denunciato
ufficialmente come cristiano. Dovette presentarsi davanti al giudice. E fu
condannato. Gli atti del suo martirio si sono conservati e hanno grande valore
storico. Quella Verità che Giustino aveva cercato con tanta insistenza e
coraggio gran parte della vita, chiedeva da lui la suprema testimonianza,
quella del proprio sangue. Per Giustino quella verità trovata era la Verità,
era Cristo, per cui valeva la pena vivere e anche morire. Correva l'anno 166.