UN SANTO IN CAMICE BIANCO

AGOSTINO POMA

IL PROF. GIUSEPPE MOSCATI dell'Università dì Napoli - EDIZIONI PAOLINE 1955

PREFAZIONE

Direi che il Signore è solito porre nel mio cuore, in epoca re­mota, il seme di ciò che sarà oggetto, nel tempo avvenire, delle mie cure e dei miei pensieri. E' un incontro, è una lettura, è una conver­sazione tenuta con amici: e in queste cose han parte l'occhio o l'orec­chio o la bocca, e l'animo non par impegnato più di quel tanto che richieda incombenza di poco momento, breve interesse nell'immenso interesse della vita.

Ma poi arriva l'ora in cui il fatto nuovo, l'ispirazione della coscienza, l'offerta fortuita del caso, l'invito della Provvidenza, mi richiamano col pensiero alla seminagione del piccolo seme remoto, ed allora io dico: « Ah, ecco il perchè! Ora m'è chiaro! »

E m'è chiaro davvero e sento che quanto avviene, avviene per una stabilita volontà della Provvidenza, la quale prepara le fila della tela di cui sono intessute le giornate della nostra vita.

Anche a proposito della presente biografia del professor Giuseppe Moscati, avvenne qualcosa del genere.

Dirò dunque che parecchi anni fa mi trovai a passare qualche giornata in un paese della terra di Lomellina, terra pavese ricca di risaie, di salici, di acque. Il paese in cui mi trovavo, non ha nulla di speciale, ma il suo nome è rivestito di una certa grazia e di una certa bellezza, perchè deriva dal nome di rosa.

Si passeggiava, adunque, un giorno per una strada del paese: e ricordo che da un lato la strada aveva case e dall'altro era lambita da un gran fosso. Una persona amica stava con me e il suo parlare era inteso ad illustrarmi cose e persone del luogo, in cui io prima di quel giorno mai ero stato; quando, improvvisamente, dal fondo della strada sbucò una persona, la quale venne per alquanto cammino in­contro a noi, poi imboccò una via trasversale e sparve tra le umili case.

Io non potei fissar bene su di essa il mio sguardo, e me ne dolsi quando là persona amica m'ebbe detto: « E' il medico del paese! » ed alle prime parole, aventi tino scopo puramente indicativo, n'ebbe ag­giunte di ben altre, che suscitarono in me un grande e spiegatissimo stupore.

Seppi così che il paese che si chiama con il nome che deriva dalle rose, aveva la fortuna, l'immensa fortuna, di poter ricorrere, per i suoi ammalati, alle prestazioni di un medico che ogni mattina si ac­costava ai Santi Sacramenti, piegava il capo in lunghe, raccoltissime meditazioni, viveva di raccoglimento ed esercitava la carità con un entusiasmo che è difficile tradurre in parole.

- Quando gli ammalati son gente proprio povera - soggiun­geva la persona amica, mentre il mio occhio si posava dolcemente in­cantato sullo scorrere verde dell'acqua del canale - il nostro medico non fa neppure questione di compenso! Non è poi raro che giunga al punto di provvedere perfino di medicinali i suoi pazienti! Dalla sua bocca escono parole di consolazione e il nome del Signore illumina tutte le sue espressioni, siano esse ispirate al tenore della professione o al calore della fede da cui la professione stessa trae motivo di ele­vazione.

Io passavo di meraviglia in meraviglia. Perchè, anche se allora i miei anni erano proprio giovanili ancora, non m'era mai data oc­casione d'imbattermi in un medico simile: e sì che, per mia disgrazia, la mia fanciullezza era passata per assai più d'uno studio medico! Medici buoni, sì, ne conoscevo e ne conoscevano i miei: medici paterni, affabili, di quelli che non fanno venire la febbre a quaranta solo a guardarli in viso, di quelli che non vendono la loro scienza amman­tandola di maniere ermetiche, di superbia, di superiorità irragiungibile.

Ma medici che non volessero sentirsi parlar di paga, proprio non ne conosco; e, data la mia giovanissima età, ammesso che di tali ne conoscessero padre e madre miei, escludevo che anch'essi sapessero di medici usi a sollevare la pesante freddezza dei loro termini clinici e chirurgici con la soavità dei nomi alla Carità ispirati: Dio, Gesù, Madonna.

- Il vostro medico é dunque un angelo - dissi, pieno di vivo stupore. - Siete fortunati voi!

La persona amica diceva di sì, ma soggiungeva parole che non mi piacevano: ed erano voci di male lingue del paese, le quali parla­vano di fanatismo e di manie.

- Ecco dunque - dicevo tra me - che il bene non deve mai essere immune dagli attacchi dell'invidia, della maldicenza, della calunnia.

E pensavo che ad avere in mano una penna malleabile sarebbe stata gran consolazione scrivere di un medico così fatto, di un medico in cui le prerogative del cristiano prendevano un aspetto ben marcato: carità, disinteresse, amore e desiderio di giovare al corpo non meno che all'anima.

Per la verità, il tempo e gli eventi mi hanno messo sulle tracce di medici in cui non so se meglio sia da ammirare la perizia tecnica o l'ossequio alla verità divina: ma essi sono ancor troppo, troppo rari, mentre immenso é il campo di apostolato che é loro aperto. Il sacer­dote e il medico: ecco le persone nelle cui mani e nei cui cuori s'ac­centra un inestimabile potere di bene. Direi anzi che il medico ha una ragione di più sul prete nella possibilità dell'esercizio del bene: in quanto che, nonostante tutte le dimostrazioni probatorie intese a mettere in evidenza la superiorità dello spirito sulla materia, l'uomo é mosso quasi sempre in primo luogo dall'istinto della conservazione fisica e lascia in secondo piano i suoi interessi spirituali. Il medico quindi potrebbe svolgere una missione di bene di incalcolabile portata: ma occorrerebbe che egli preparasse dapprima in sé lo strumento idoneo ispirando la propria vita all'alta concezione della morale cat­tolica, secondo la quale scienza e fede non contrastano, masi fondo­no invece ed armonizzano in una sintesi mirabile.

Fu quindi con una specie di entusiastico trasporto che, tra­scorsi molti anni, nel quieto studiolo ricco di libri di un Sacerdote amico d'infanzia e parroco d'un paesello della mia terra, m'imbattei in Giuseppe Moscati: voglio dire della biografia del professore Giu­seppe Moscati, docente nella R. Università di Napoli, scritta dall'Ar­civescovo di Ama f, monsignor Ercolano Maini ed edita dalla tipo­grafia napoletana di Giuseppe Giannini.

Avere tra le mani la predetta biografia, leggerla con avidità, sentirsi invaso di santa ammirazione e spinto a scriverne un più fa­cile e semplice itinerario, fu tutt'uno.

- Questa è una figura da farsi conoscere - mi son detto. - E' necessario per i medici e per i non medici. E' un tesoro che tutti devono ammirare per rimanerne affascinati, è una fonte a cui tutti devono attingere perchè da essa sgorga l'acqua che disseta.

E.' un Grande, un animo che riassume in sè la vera, l'eterna nobiltà, quella nobiltà i cui segni, al dire del Tommaseo, sono: la mente ed il cuore.

Nella personalità di Giuseppe Moscati, mente e cuore acqui­stano uno specialissimo risalto: la mente, esercitata nello studio e nelle pazienti ed amorose ricerche, ha fatto di Lui un maestro, un centro di dottrina, l'anima di una scuola; il cuore, orientato in Gesù e compreso dell'ideale cristiano della vita, costituisce il capolavoro, tanto più degno di stima e d'ammirazione quanto più raro è l'esempio di simile concezione di vita in tanta celebrità. Mente e cuore si fon­dono poi per creare, come s'è detto, quell'armonica fusione di forze e per dimostrare come il binomio - scienza e fede - regga non solo a tutte le critiche demolitrici, ma costituisca altresì una vittoria ed una certezza che è semplicemente assurdo non voler considerare nel loro giusto valore.

L'invito era più che mai allettante: in esso vedevo l'appaga­mento di quel mio lontano desiderio e la possibilità di. compiere, così modestamente, con le povere forze che il Signore mi ha dato, un po' di bene. L'ho accolto con entusiasmo e mi son messo a stende­re questa biografia.

C'è un prete nella mia Pavia, un illustre prelato, che del Mo­scati fu intimo e che quindi fu testimonio oculare della sua incom­parabile virtù. Egli ricorda i convegni ai quali partecipò e che fu­rono nobili di elevate conversazioni: di questi convegni era anima il professor Giuseppe Moscati, e vi partecipava spesso quell'altro gran cuore compreso di bene ch'era il commendator Bartolo Longo, l'apostolo delle opere mariane di Pompei.

Il sacerdote di cui dico è Monsignor Luigi Sacchi, ed io volli avvicinarlo, mentre ero intento al presente lavoro, per il bisogno di sentire la parola di uno che avesse conosciuto il Moscati e per un altro più intimo bisogno, che manifesto persino con un po' di pudore, di sentirmi cioè dire: - Fa' scrivi! Ben mette conto che tu incomba in tanto spiritualmente utile occupazione!

Non diverso fu il pensiero di Mons. Luigi Sacchi da quello che mi aspettavo. A sentir parlare di Giuseppe Moscati, del « suo » Professore, sul viso gli si stese una grande dolcezza; e andava ri­petendomi: - Un Santo! Un Santo!

Poi volle che io mi rendessi ben conto di un dato di fatto importan­tissimo: che cioè tutte le azioni della vita di Giuseppe Moscati, rispondono ad un impulso incoercibile della Carità. Esse non si susseguivano così come il caso voleva: il caso, o meglio la Provvi­denza, s'incaricava di porgere, diremo così, il canovaccio: ma quan­do Giuseppe Moscati interveniva a mettere le mani nel canovaccio per trarne un'opera, aveva già chiara coscienza della parte che a lui in essa aspettava. La Carità l'aveva chiamato ad elargire quei doni di scienza e di fede che, per essere troppo belli e preziosi, non c'è soldi che valgano a compensarli.

Egli era dunque il Servo della Carità, e gioia grande era per lui mettersi pel cammino su cui essa lo chiamava. Che davvero egli amasse considerarsi Servo della Carità, lo dimostra un episodio narratomi da Mons. Luigi Sacchi. Questo sacerdote ebbe una volta occasione di richiedere l'intervento del medico presso una ammalata a cui prodigava la sua assistenza. L'ammalata era così povera che in nessun caso avrebbe potuto compensare un medico per le presta­zioni che le avrebbe dedicate. Allora il sacerdote pensò a Giuseppe Moscati e, per un senso di nobile ritrosia, anzichè far cenno a lui direttamente dell'ammalata bisognosa, scrisse un biglietto alla so­rella del Professore, una degnissima signorina consacrata alla cura del fratello e all'apostolato e all'organizzazione catechistica del­la città di Napoli. Diceva Mons. Sacchi: - La malata è assai misera: dica a suo fratello se, nonostante la sicurezza che fin d'ora può avere di non essere retribuito, si sente... ecc. - L'am­basciata fu fatta e il professore fu sollecitamente presso la poveretta. Ma la prima volta che gli avvenne di trovarsi con Mons. Sacchi, gli disse: - Reverendo, perché mai ha scritto a mia sorella e non ha chiesto direttamente a me? Ricordi bene: quand'ha bisogno per dei poveri, lei non deve far altro che comandarmi!

Comandare in nome della Carità, perché a lui rimanesse la gioia di obbedire. Ed obbedire, in questi casi, voleva dire sfacchi­nare giornate intere, entrare in tutti gli abituri, avvicinare gente dall'eccelsa posizione e dall'infima condizione sociale, passare dalla scuola alla corsia, dall'ospedale al suo studio privato, dal dolorante capezzale al treno che l'avrebbe portato lontano, ancora presso un letto doloroso dove un essere in preda al travaglio aveva invocato il suo nome.

E tutto per amore di Carità. La sera lo raggiungeva stanco all'ultimo segno, ma negli occhi gli splendeva una soddisfazione divina.

- Il lavoro, che é l'applicazione dell'anima - dice il Du­panloup - é anche la sua forza e la sua gloria. Senza il lavoro, senza applicazione, nessuno può essere nulla, né in questo né nel­l'altro mondo.

La massima, che é già bella considerata da un punto di vista puramente umano, acquista ben più alto valore alla luce di una su­periore considerazione: e come tale deve sempre essere stata presente a quella tempra fervida di lavoratore - apostolo che fu Giuseppe Moscati.

- Agendo - tiene a chiarirmi Monsignor Luigi Sacchi - egli sapeva ciò che faceva e perchè lo faceva: sapeva, in quanto che le sue intuizioni avevano addirittura dello straordinario; perchè, in quanto che ogni sua azione era diretta ad un alto fine ed ispirata unicamente dalla Carità.

Eppure, nonostante la sua perizia inattaccabile e la superio­rità' che lo elevava al disopra di tutti gli interessi materiali, ci fu chi osò spendere al suo riguardo una parola di derisione. Di costui non diciamo il nome, che fu nome che risuonò aureolato di gloria terrena e detto leggi ai sapienti della terra: ma fu nome che dovette offuscarsi accanto a quello del Moscati per la vittoria schiacciante che una diagnosi di quest'ultimo, smentita da altra del secondo, ebbe poi fulgidamente.

Il profèssor Moscati, del resto, non s'accorgeva di queste amare punture, inteso com'era a costruire il capolavoro della sua vita e a spargere a piene mani il bene a chi ne abbisognava.

Io dunque mi sono accostato a lui con riverenza, e questo pri­miero sentimento ha subito fatto posto all'altro più intimo dell'af­fetto; perché conoscere un'anima così fatta e non sentirsi spinto ad amarla, è impossibile.

Ecco qui dunque la mia offerta: ai medici e a tutti gli altri. Si impari da un Grande come sia possibile e nobile elevare la propria vita ed adornarla di eccelsi meriti.

Si faccia in modo che di noi tutti, quelli che verranno possano dire, come ora si dice di Giuseppe Moscati:

« Diletto a Dio e agli uomini, la sua memoria é in benedi­zione » (Eccles., XLV, 2).

 

UNA FAMIGLIA AMMIREVOLE

Il fiore che il giorno 25 luglio 1880 sbocciava, settimo della serie, nella casa del Presidente di tribunale Francesco Moscati in Benevento, era, non foss'altro che per la gene­rosità delle nascite in quella nobile famiglia, destinato ad una aulente quanto preziosa fioritura.

Cristianissima famiglia, quella dei Moscati, famiglia da additare a modello, se è vero che tanto più suggestiva e affascinante e trascinante è la pratica di una vita ispirata ai più rigidi dettami di religione, se vissuta da una famiglia che, ai fasti di questa accoppia quelli dell'elevato grado sociale. I Moscati, oriundi di Serino, in quel di Avellino, of­frivano appunto l'esempio di quanto bene possa disposarsi l'alta condizione sociale allo spirito cristiano votato alla più austera e convinta sommissione alle verità della reli­gione: ed è difficile stabilire se più in considerazione della prima che della seconda condizione, i conoscenti circondas­sero d'alta stima i componenti dell'integerrima famiglia. Testimoniano l'elevata posizione sociale di questo il­lustre ceppo un Salvatore Moscati, Castellano di Rodi nel 1110 e cavaliere dell'Ordine di S. Giovanni di Gerusalem­me, oltre ad un dotto Benedettino e ad un insigne Teatino. La famiglia era stata feudataria delle baronie di Albanella, di Olevano sul Tusciano, di Poppano e Parolise. I vari discendenti del glorioso ramo si tramandavano, di padre in figlio, un ammirevole spirito di rettitudine: e non è dunque oggetto di meraviglia l'apparizione di personalità di spiccata virtù unita a viva scienza venute ad illustrare, qua e là nello scorrere degli anni e delle vite, la considera­zione in cui da tutti la chiara famiglia era tenuta.

Il padre dell'insigne medico, di cui ci accingiamo a stendere la biografia, ebbe vita tale da convalidare appieno le convinzioni che dei Moscati si avevano. Nato a Serino trasse dalla calda terra meridionale lo spirito portato alle più ferme adesioni alla fede: quello spirito che, specie nelle persone del Mezzogiorno, eleva in posizioni così invidiabili se saputo ben indirizzare ed educare.

Ottimi esempi non potevano che venirgli dalla illi­batezza di vita del padre, Gennaro, e della madre, la gen­tildonna Anna Bianco della chiarissima famiglia di Merco­gliano.

Di lui, giovane, non s'ha a pensare se non a una vita spesa nello studio e nel raccoglimento, lontano dalle distra­zioni e dalle dissipazioni che vanno tanto facilmente con­giunte ai giorni solari delle giovinezze. Vita di raccoglimen­to e di studio: due vìrtù che ebbero, del pari, un aureo co­ronamento: il dono di una serena bontà la prima, la laurea in legge la seconda.

Che in gioventù pensasse di abbracciare la vita reli­giosa è testimoniato dal fatto che, per aver lume in una cosa di così alta importanza, si rivolse una volta ad un santo frate. Ma il frate lesse sulla fronte del giovane postulante il disegno della Provvidenza che lo destinava ad altro genere di vita: e pronto fu il Moscati ad aderire al consiglio ispi­rato del religioso, il quale gli diceva che non un santo pre­te egli sarebbe stato, ma un ottimo magistrato. Francesco Moscati seguiva dunque la via più comune del matrimo­nio, a cui si preparava nel consumo illibato e santo dei suoi giorni, in attesa che la Provvidenza gli indicasse l'anima che con lui avrebbe percorso il cammino della vita.

In quanto alla « profezia» del religioso su quella che sarebbe stata l'ottima carriera del magistrato, cento fatti della vita di Francesco Moscati possono ricordarsi a titolo di suffragio.

La sua carriera inizia al Tribunale di Cassino; e, se si vuole concedersi un po' di compiacimento nell'osserva­re in quale ordine e con qual forma si svolgano i disegni di Dio, non pare senza ragione che proprio dall'insigne citta­dina, nota al mondo per lo spirito che le aleggia in cuore dal monte che Benedetto illustrò pei secoli, abbia preso l'avvio quella sua attività di Magistrato e di fervente cri­stiano che tanti consensi avrebbe mietuto.

Proprio a Cassino egli trovò la compagna della sua vita nella signorina Rosa de Luca, cresciuta in clima di austerità, quale la sua famiglia, nobile e stimatissima, cre­deva adatto all'educazione di una giovinezza a cui il Si­gnore avrebbe commesso l'alto incarico di trasmettere la vita.

Il matrimonio fu benedetto da Padre Luigi Tosti e segnò l'attimo d'inizio di un'unione su cui il Signore si compiacque di elargire poi effuse benedizioni.

Fu a Benevento, dove dal tribunale di Cassino ove ricopriva la carica di Giudice era stato trasferito con la promozione a Presidente del Tribunale, che venne alla luce il « Santo in camice bianco », il bimbo a cui venne imposto il nome di Giuseppe insieme a quelli di Maria, Carlo, Alfonso.

Il battesimo ebbe luogo nella chiesa di S. Marco, si­tuata presso la casa del Marchese Andreotti, in cui aveva dimora la famiglia del Presidente.

Già sei figli avevano preceduta questa nascita, alla quale altre ancora sarebbero seguite, per dimostrare come in casa Moscati si santificasse l'amore alla luce della reli­gione, e il senso della giustizia e della dignità anche pura­mente umana, avesse profondissime radici.

In tutto, nove nascite, nove fiori di cielo, nove bene­dizioni. Saranno, per i retti genitori, motivo di somma consolazione, ragione di pianto, causa di ansie mortali o di divine soddisfazioni. La vita porta, nel suo svolgimento, un bagaglio di gioie e di dolori che è facilmente intuibile, ma che non deve per nulla pesare in senso negativo, alla base dei concepimenti. In sè, la vita è il più alto dono di Dio, il più prezioso, di gran lunga il più nobile: essa confe­risce ai genitori l'ufficio dell'educare, che è la mansione nella quale l'uomo più s'avvicina al Creatore e che dà rí­salto, colore e ragione ad un'esistenza; e doni di Dio i co­niugi Moscati vedono nella numerosa figliuolanza venuta a coronare i loro giorni e di essa gioiscono e si beano.

Di Giuseppe Moscati bambino, non si narrano mera­viglie, se pur tali si intendono fatti che escono dalla nor­malità delle consuetudini per suscitare lo stupore. Ma una meraviglia era pur stata predetta di questa fanciullezza da un santo religioso, al quale, presentato il bambino, sfuggi una frase che così suona: - Questo fanciullo farà stupire - Ed infatti Giuseppe Moscati incominciò ad imporsi alla considerazione di genitori, maestri e conoscenti fin dai pri­mi anni della sua vita.

Nel 1881 la famiglia Moscati si era frattanto trasfe­rita ad Ancona, in seguito alla promozione a Consigliere della Corte d'Appello del Cav. Francesco. Lo spirito che animava allora la cittadinanza nei suoi strati più numerosi, non era il più adatto ed il più consentaneo allo svolgimento delle pratiche di pietà che la fede viva ispira ed impone. Erano di quei tempi episodi tutt'altro che edificanti verifi­catisi in varie città d'Italia, e perfino in Roma stessa, a contumelia ed a dileggio della religione. Aver rispetto di essa e, peggio, u abbandonarsi » alla pratica della vita re­ligiosa, era un farsi segnare a dito da una moltitudine nu­trita. di anticlericalismo; anticlericalismo in cui soffiava a tutto ardire la massoneria con le sue occulte mire. Essere anticlericale voleva dire quasi vivere alla moda del giorno; e, in siffatto clima di animosità contro la religione non era raro il caso che, dove non potevano l'odio e il disprezzo, entrasse il rispetto umano a compiere l'opera deleteria della disgregazione della coscienza religiosa.

Ancona, come s'è detto, spiccava per questo spirito accentuato di antireligiosità : ma non fu certo il timore di strali avvelenati di dileggio a trattenere Francesco Moscati dal frequentare la chiesa con la libertà e la tranquilla con­fidenza che avevano sempre contrassegnata la sua adesione alla religione. Persona in vista quale egli era nella città capitale delle Marche, quali punte non avrebbero potuto scagliare contro di lui la maldicenza degli invidiosi, l'odio degli avversari? Avvenne invece il contrario: che la fermezza con cui il Consigliere della Corte d'Appello e la sua famiglia seguivano le proprie convinzioni, valse a procurar loro larga messe di simpatie e di consensi.

Era facilissimo trovare il Moscati a Messa nella chiesa dei santi Cosma e Damiano, e, circondato dalla numerosa corona dei suoi figliuoli, vederlo avvicinarsi alla balaustra per ricevere la Santa Comunione. Era, il suo, un alto esem­pio offerto a tutti: agli umili, perchè meditassero quanto poco importi ad un carattere veramente virile l'essere più o meno osteggiato e criticato dal mondo; ai potenti, perchè vedessero come la fede non trovi ostacolo di sorta ad accop­piarsi con l'elevata coltura.

Il grande figlio di Francesco, Giuseppe Moscati, farà della sua vita preziosa testimonianza di questo anelito che era stato già così vivo nel cuore del padre.

Mentre la famiglia Moscati abitava ad Ancona ed il Consigliere Francesco divideva le sue fatiche tra le cure della Corte e l'educazione dei figli essendo nel contempo esempio di apostolato meritevolissimo, una grande sventura s'abbattè su di essa. Il 28 luglio 1883 il terremoto sconvolse l'isola d'I­schia, in cui, a Casamicciola, travolti sotto le macerie, ri­masero due fratelli di Francesco, Domenico ed Alfonso. L'asprezza del lutto fu temperata dal conforto della fede; e fu comunque questa un'occasione che al Moscati rivelò come il tenore della sua vita anzichè allontanargli l'animo del prossimo, glielo avesse avvicinato, tanta fu la partecipazione altrui al suo dolore.

Qualche tempo appresso, contando il piccolo Giuseppe poco più di tre anni, la famiglia Moscati si portò in pelle­grinaggio al Santuario di Loreto e dalla visita alla santa Casa di Nazareth trasse incitamento a perseverare nel cam­mino della vita virtuosa, incurante di quello che sarebbe po­tuto essere l'atteggiamento giudicatorio del prossimo mal disposto. Del pellegrinaggio, ancorchè si trovasse in teneris­sima età, Giuseppe Moscati serbò un dolce ricordo. Esso fu il primo della lunghissima serie che l'avrebbe visto nei più celebri santuari nostri e stranieri, ai piedi della sua cara Mam­ma celeste, di cui si sentiva debole e inerme figlio.

 

LA FANCIULLEZZA

In seguito ad una nuova promozione di Francesco, l'an­no 1884 la famiglia Moscati si trasferì da Ancona a Napoli e trovò nella grande città partenopea il vagheggiato largo respiro così adatto ad una solida formazione delle coscienze. Napoli diveniva così la seconda patria dei Moscati, la diletta patria adottiva di Giuseppe, che avrebbe sì bene illustrato coll'esempio della sua alta scienza e della vividissima pietà.

La vispa nidiata della casa cresceva intanto baldamente, fortificandosi nel corpo e nello spirito, sotto l'illuminata gui­da della madre e del padre, i quali non trascuravano occa­sione alcuna per informare l'educazione che perseguivano ad un criterio di verità e di saggezza che resistesse a tutte le prove.

E, invero, la soddisfazione che traevano da questa loro cura non era cosa. di piccolo momento. I bimbi erano gai e pieni di vivacità e se pur diversi nella loro natura, assai simili nel dimostrarsi orientati saldamente verso il Signore, che padre e madre facevan loro conoscere attraverso le bel­lezze della natura, la bontà delle cose create, la tempestivi­tà della divina Provvidenza.

Avvicinandosi agli otto anni d'età, il piccolo Giuseppe si preparò per ricevere degnamente la prima Comunione. Al grande avvenimento l'accostò, con sommo zelo, Mons. Enrico Marano, sacerdote assai stimato.

Fu scelta, per la Comunione, la data dell'8 dicembre 1888, il giorno della SS. Immacolata.

L'incontro tra il piccolo e Gesù riuscì soavissimo. Esso fu il primo della interminabile serie che avrebbe visto poi quotidianamente il Moscati ai piedi dell'altare per ricevere da Gesù la forza di mantenere candida fino alla morte la bianca stola battesimale; il primo della lunghissima serie che Giuseppe Moscati interrompeva assai raramente e per motivi di assoluta forza maggiore, avendo pur tuttavia in quei casi l'animo ripieno di amarezza, così che glì avveniva di escla­mare: - O Signore, oggi sono rimasto lontano da Te! An­che oggi, o mio dolce Gesù, non sei entrato nel mio cuore!

L'avere poi ricevuto per la prima volta Gesù nel giorno dedicato alla sua Immacolata Mamma, è quasi di presagio per la divozione che di essa avrebbe avuto durante tutta la vita: Gesù e l'Immacolata, i due suoi grandi Amori, le fonti da cui avrebbe attinto con effusione l'aroma verginale delle sue solari giornate.

Il fancìullo di otto anni che s'accosta alla sacra Mensa con tanto raccoglimento e che, ricevendo Gesù, si mostra quasi trasfigurato, non deve però indurci a credere che una sana gaiezza e una buona dose di vivacità non entrasse nelle sue azioni quotidiane. Di natura intimamente buona, tanto da farlo ritenere da babbo e mamma come il migliore dei loro figli, era amante del gioco e del divertimento; ma pre­feriva il gioco tranquillo, calmo, non rumoroso, e amava appassionatamente di passeggiare col babbo, per godere dei meravigliosi panorami che il golfo di Napoli dispiega agli occhi degli uomini e che vanno dal molle digradare delle colline sul mare, al tremolar argenteo della marina su cui le vele depongono gemme di colore e il sole baci incantevoli. Il babbo era una guida preziosa in queste desiderate passeg­giate: la sua voce si alzava spesso per additare una recondita bellezza, per mettere in più chiaro risalto una nota di splen­dore, ma soprattutto per far bene ammirare la preziosità dei doni di Dio, così prodigo di bontà e di tenerezze verso i suoi figli terreni.

Non era affatto raro che nel corso della passeggiata si passasse davanti a una chiesa: allora babbo e figliuoli en­travano e si prostravano per la visita al SS. Sacramento. Si deve anzi dire che il padre era così provvido da fare in modo che la visita al Santissimo non mancasse mai ogni qual­volta egli usciva coi propri figliuoli per una gita di diverti­mento.

Altre volte usciva con loro diretto ad ascoltare la Mes­sa e a ricevere la Comunione: e non si dice quanto fosse dolce lo spettacolo di tutti quei figli che, col padre e la madre, s'inginocchiavano ad un tempo alla Sacra Mensa.

Tanta cura e delicatezza osservate dai genitori nell'im­partire l'educazione ai figli, non potevano che essere coronate dai più lusinghieri successi.

In Giuseppe si veniva formando una coscienza sensibilis­sima, assai delicata, che giungeva al punto di trattenerlo dall'accostarsi alla Comunione se, in una parvenza di litigio con un fratello, gli aveva gettato davanti, a tavola, la for­chetta.

Coscienza sensibilissima, che rendeva il piccolo Giuseppe assai disposto allo studio. L'istruzione del corso elementare gli veniva impartita in casa: a questa determinazione erano giunti i genitori per il fatto che non troppo sicuro era in quegli anni l'ambiente della scuola, dove il libero arbitrio di un insegnante imbevuto di teorie antireligiose avrebbe potuto seminare lo squallore nell'animo di un fanciullo. I genitori del piccolo Giuseppe avevano anche assai caro che i loro figli non entrassero in dimestichezza con fanciulli estranei, nè che coltivassero amicizie particolari: e questo, non per ingiustificati e disprezzabili pregiudizi, ma per il santo desiderio di tener lontano da loro anche le minime occasioni di turbamento della coscienza. Non era quindi il loro un atteggiamento in cui si potessero ricercare le sfu­mature dell'ancor che minimo sentimento di superbia: ma una misura precauzionale in cui si doveva leggere il più grande amore per i figliuoli, unito all'ansia di preservarli da ogni contagio di male.

Del resto, la vita di una nidiata di nove fanciulli comporta una tale pienezza di occupazioni da non lasciare troppo adito al desiderio di estranee amicizie.

Lo studio procurava al piccolo Giuseppe ore di serena occupazione: i maestri erano assai contenti del loro discepolo, di cui ammiravano i progressi nell'acquisto del sapere e l'entusiasmo nell'applicazione. Il piccolo Moscati non ebbe mai bisogno di sentirsi incitato o rimproverato. Quieto ed attento alle lezioni, sapeva da sè, dopo di esse, applicarsi al ripasso e compilare le esercitazioni scolastiche: il senso del dovere gli era stato trasmesso nel sangue col dono della virtù.

Assistito con tanta amorevolezza dai genitori, egli venne circondandoli di un'affezione sempre più tenera, da cui non si disgiungeva mai il più grande rispetto. Due lettere del tempo, certo due delle prime lettere scritte dal fanciullo, dimostrano di quale natura fosse la riverenza verso i genitori e la squisita sensibilità dell'animo. Scritte, la prima in occa­sione della Pasqua del 1889, la seconda per il Natale dello stesso anno, esse suonano così

« Amatissimi genitori,

Oh! finalmente è giunta la Pasqua! Io, per dire il vero, amo moltissimo la S. Pasqua, e principalmente per le tre seguenti ragioni

Ragione I. - Il mio pensiero idealizza e vola là nel cielo.

Ragione II. - Ho - non vi spaventate - la bellezza di sette giorni di festa, giorni desiderati assai da me e poco da voi.

Ragione III. - Voi mi darete un caratello dolce, giallo, gonfio, profumato, con sopra quattro uova di gallina e due di papere.

Per queste ragioni io ho tanto cara la Pasqua e per queste stesse ragioni ho l'onore di farvi i più felici auguri e di dirmi di voi, genitori diletti, figliuolo aff.mo e dev.mo per tutta la vita

Peppino ».

 

Ed ecco l'altra lettera

« Genitori diletti,

questo certamente il più bello, il più puro, il più santo giorno del calendario; giacchè esso ricorda la nasci­ta del divin Redentore. Ora in questo giorno di giubilo, di pace e di amore, in questo giorno luminoso benedetto dagli Angeli nel Cielo e dagli uomini sulla terra, io mi sento nel dovere di rivolgermi a voi, genitori carissimi, a voi che siete stati, siete e sarete sempre per me i due esseri più cari e più sacri di questa terra, ed augurarvi ogni sorta di felicità.

Oh, se io sapessi esprimere tutto ciò che per voi sento, quante belle cose potrei dirvi; ma, piccino qual sono, non so dirvi che una cosa soltanto: «babbo mio carissimo, dolcissi­ma mamma mia, vi amo tanto tanto!...» Del resto questa espressione, così breve e così semplice, è piena di sublime eloquenza, giacchè vi viene detta dal vostro piccolo Peppino, il di cui rispettoso e fervido affetto vi è troppo noto.

Ora non mi resta altro a dire, fuorchè farvi una promessa e rivolgervi una preghiera. La promessa è la seguente voglio essere un giovanetto studioso, educato, virtuoso. La preghiera poi, eccola: beneditemi e (oh, la preghiera su­perflua!) e... vogliatemi sempre bene.

Bacio ad entrambi la mano e mi dico Vostro aff.mo e rispett.mo figlio

Peppino ».

 

Di quale profumo olezzino le due letterine, meglio di ogni altro può giudicare chi ha esperienza diretta di fanciulli e di essi conosce le vivide e sincere espressioni. La prima di queste due missive pare vergata in termini scelti per sinte­tizzare l'essenza di una fanciullezza modello, in cui si acco­stino virtù e sbarazzineria ; un certo senso di precoce co­scienza di sè e, nel contempo, la spensieratezza propria dell'età. A chi non piace questo caro fanciullo che pensa alla Pasqua come ad una festa che suggerisce pensieri di san­tificazione, di purificazione, di elevazione verso il Cielo? Ma a chi piace meno il subito irrompere, così bambinesca­mente fresco, del contento per i sette giorni di vacanza (che bazza!) e per il casatello dolce, giallo, gonfio con quel­l'ornatura di quattro uova di gallina e due di papere?

Nella seconda lettera, invece, l'espressione fervida dell'amore che il fanciullo nutre per i genitori.

1889: nove anni di età: una vita già impostata su fon­damenta solidissime: una promessa a cui non può mancare il fiore della più fulgida certezza.

(c Istruisci il tuo figliuolo ed egli ti recherà consolazione e sarà la delizia dell'anima tua» (Proverbi, XXIX, 17). Della verità di questa massima, i fortunati coniugi Moscati avevano riprova fin da questo tempo di preludio alla vita del loro amabile Peppino.

 

L'ADOLESCENZA

L'anno 1889 Peppino inizia i suoi studi ginnasiali al ginnasio «Vittorio Emanuele » di Napoli. E' ormai finito il tempo della riservatezza imposta dalla prudenza del padre alla vita del fanciullo: d'ora innanzi la frequenza della scuo­la pubblica lo porterà a comunione di pensiero con coetanei, forse imbevuti d'idee contrastanti con quelle di cui è nutrita la sua anima. Pericolo per la sua spirituale incolumità? No. Lo salvaguardano dagli attacchi pericolosi, un grande amore allo studio (che gli lascia pochissimo tempo da dedicare al­l'ozio) e una salda coscienza degli ideali verso cui deve ten­dere l'anima dell'uomo con tutte le sue energie. La novità dello studio e il più ampio orizzonte che esso dischiude alle sue conoscenze, non attentano alla purità d'intenzioni del­l'angelico fanciullo.

Dire come il piccolo Peppino si guadagnasse le lodi dei professori e la stima dei compagni, par quasi cosa superflua, quando si conoscano le basi su cui era posto e veniva a mano a mano sviluppandosi il retto e saldo carattere del ragazzo. Chi conosce le prerogative dell'adolescente che passa per le aule dei ginnasi esperimentando i primi moti di auto­nomia personale e dando spesso esempio della veemenza con cui la raffica di certe passioni può infierire sulle giovinezze al loro primo sbocciare, si meraviglierà anche più altamente apprendendo come l'ideale cristiano dell'amore accarez­zasse già l'animo del Nostro, bene guidato e sorretto dalla saggezza illuminata del Padre.

« Da ragazzo - lascierà scritto più tardi il Moscati - guardavo con interesse l'ospedale degli Incurabili, che mio padre mi additava lontano, dalla terrazza di casa, ispiran­domi sentimenti di pietà per il dolore senza nome, lenito in quelle mura. Un salutare smarrimento mi prendeva e co­minciavo a pensare alla caducità di tutte le cose e le illu­sioni passavano, come cadevano i fiori degli aranceti che mi circondavano ».

Illusioni che cadevano agli occhi di un adolescente, quando il velo dell'errore è più che mai facile e il passo er­rato semplice ad essere mosso.

Questa chiara coscienza della verità influì assai sul tran­quillo decorrere della giovinezza del Nostro, giovinezza arrisa da tutte le soddisfazioni che da essa si possono atten­dere. Passando di anno in anno tra successi e lodi e riportan­do in ogni classe la promozione con le massime votazioni, nel 1894 Peppino chiudeva il ciclo degli studi ginnasiali.

Al Liceo, quantunque i programmi di studio e l'ambien­te stesso rendano più difficile ad un giovanetto il mante­nersi lontano dalle occasioni che possono condurre in errore, Peppino non smentisce il suo carattere, che ormai si tempra in modo tale da non temere più alterazioni. Egli è sempre l'adolescente studioso, attento, compito. Di lui un suo pro­fessore poteva dire, additandolo in esempio agli studenti « Cerchino di imitare il mio discepolo Moscati. Quello, sì, è la perla dei giovani, non solo per lo studio, ma anche per il contegno e la serietà ».

La sua virtù andava infatti assodandosi e non si dice la gioia che alla famiglia derivava da questa constatazione. Quell'anima esuberante di energie giovanili si orientava ogni giorno più verso Dio, meta di tutti i suoi respiri.

Il nome di Giuseppe Moscati si circondava già, in quei lontani anni della gioventù, della stima e della riverenza che usano circonfulgere le persone giuste. Il giovane studente sembrava aver fisso l'occhio e l'animo al saggio invito della Scrittura: « Tien conto del buon nome: perocchè questo sarà tuo più stabilmente che mille tesori preziosi e grandi. I gior­ni della buona vita si contano, ma il buon nome dura eter­namente » (Eccles., XLI, 15, 16).

Dirà qualcuno: « Ma questo modello di. giovane, così pio, così equilibrato, così schivo e riservato, rispondeva dunque allo schema dei giovani immusoniti, dal viso color candela, dal labbro eternamente mosso in mormorar preci, dalla schiena ricurva in perpetua riverenza? »

Quanto è erronea l'idea che il mondo si fa di certa gio­ventù saggiamente indirizzata sul cammino della rettitudine! Il giovane liceale era tutt'altro che una smilza siluetta di ba­ciapile: e basta vederlo in vacanza, pien di brio e di allegria, nella bella villeggiatura di Serino, in Irpinia, dove la fami­glia Moscati trascorreva abitualmente l'estate. Nel clima sereno dell'ambiente e all'aria sana della montagna, i fi­gliuoli Moscati ritempravano le loro forze misurandosi in lun­ghe passeggiate, durante le quali si ammiravano i paesaggi così armoniosi e s'elevava il cuore nell'esaltarsi davanti alle bellezze della natura.

Il soggiorno in campagna era protratto fino al primo autunno, con grande diletto ed utilità dei ragazzi. In cam­pagna la famiglia, con a capo il padre, si guardava bene dal tralasciare le pratiche di pietà use ad essere fatte durante la permanenza in Napoli. Nelle due chiese di Serino, di cui una annessa al convento delle Clarisse, i Moscati apparivano con grande frequenza per ascoltare la Messa e ricevere la Co­munione; e ben spesso, come si ricorda, tutti stavano a lun­go ginocchioni come statue. Non era neppure raro che il padre sollecitasse l'ambìto incarico di servir Messa o che por­tasse l'ombrello al SS. Sacramento nel mese d'ottobre dedi­cato all'adorazione.

Nel 1894 ecco intanto che Peppino compie le prime esperienze dolorose in occasione di una lunga malattia sop­portata dal fratello Alberto. Era questi di dieci anni più anziano di lui, e, compiuti felicemente gli studi e vinto un concorso d'ammissione all'Accademia militare di Torino, vi aveva seguito i corsi celeri ed era poi passato alla scuola di applicazione, riuscendo tenente di artiglieria a soli di­ciannove anni.

Cavalcando a Ciriè, in una missione d'onore, una focosa cavallina, gli avvenne d'essere buttato di sella. Dall'incidente non riuscì più a riaversi e, dopo un anno di spasimosa ma­lattia, dovette rientrare in famiglia a Napoli, in uno stato tale da porre in costernazione la famiglia.

Accanto all'ammalato, Peppino divenne un ammirabile infermiere. Di felicissimo tatto, egli circondava il dolorante fratello delle più assidue cure: ed erano cure di natura quasi eroica se si pensa che il povero malato subiva crisi doloro­sissime, rimanendo talvolta in preda alle convulsioni per ven­tiquattro ore continue!

Il nuovo pietoso ufficio, cui si applicò con squisita carità, non gli impedì peraltro di attendere con tutta lena allo stu­dio; così che alla fine dell'anno scolastico 1896-97, Peppino

aveva la consolazione di ottenere con grande onore la licenza liceale.

Giovanissimo, a soli 17 anni di età, gli si presentava il problema della scelta della via per cui mettersi: e su questo importante problema, ancor ch'egli fosse di giovanissimi anni, i genitori non vollero per nulla influire, lasciando alla coscienza dello studente ed alla considerazione sulle sue di­sposizioni di natura e di animo, di decidere in merito alla scelta.

Aveva deciso il Signore ch'egli divenisse medico perchè fosse il Medico dei corpi e delle anime; e, rispondendo alla chiamata divina, Peppino si iscrisse alla facoltà di medicina dell'università di Napoli. I genitori ratificarono di buon a­nimo la decisione del figliuolo.

Purtroppo a Peppino doveva assai presto mancare il conforto dell'assistenza paterna. Il 19 dicembre 1897 l'illustre magistrato fu incolto da malessere mentre partecipava ad un'adunanza dell'Arciconfraternita della SS. Trinità. Due giorni appresso decedeva, dopo aver benedetto la famiglia e raccomandato al primogenito di occuparsi vivamente della madre e dei fratelli.

Quanto penoso riuscisse a Peppino l'estremo distacco dal padre, è facile comprendere, se, analizzando l'amore e la venerazione di cui lo circondava, si pensa che praticamen­te egli doveva aver adattata a sè l'espressione dell'Ecclesia­stico: « Chi teme il Signore, onora i genitori e come ai suoi signori serve a quelli che lo han generato. In fatti e in parole e con tutta la pazienza, onora il padre tuo, affinchè la benedi­zione di lui venga sopra di te e la benedizione di lui ti ac­compagni al fine » (Eccles., III, 8, 9, io).

Il dolore del figliuolo fu mitigato e spiritualizzato dalla certezza che « il Signore sta dappresso a coloro che hanno il cuore afflitto » (Salmo XXXIII, 18),; pur tuttavia esso trasse dal cuore del Moscati ormai nella pienezza della sua maturità, accenti come quelli che si riscontrano nella seguente lettera, scritta ad un collega il 2 aprile 1925: « Ho con vivissimo cor­doglio appresa la scomparsa del vostro amatissimo padre. Comprendo lo strazio di famiglia! Anch'io l'ho provato e ragazzo; e mio padre era integro magistrato, come il caro vostro scomparso; e sembrava che avesse lasciata derelitta la sua famiglia! Ma Iddio si sostituisce a colui che vuole con sè. E voi e i vostri sentirete l'arcana protezione che vi prodi­gherà - sempre presso di voi, ma invisibile, - l'anima del genitore ».

 

LA GIOVINEZZA

Con l'anno scolastico 1897-98 il Moscati incomincia a frequentare l'università. Basta dire «università» perchè, senza che si voglia, il pensiero corra ad immaginare un tenore di vita piuttosto libero, favorito da ideologie e costumanze che trovano appunto nelle aule degli atenei la loro consacra­zione. Università e caserma per un certo senso si assomiglia­no: l'agglomerato di gioventù, ormai nel pieno possesso delle sue energie fisiche ed intellettive, se può essere motivo di elevazione, è assai più frequentemente, causa di disordini morali in fondo ai quali si devono ricercare le ragioni di tante mancate fioriture. È insomma, quello della «goliardia », un tempo di pronunciata difficoltà, in cui il giovane può tro­vare gli adescamenti più pericolosi.

Alla nuova prova peraltro Peppino si presentava assai ben preparato. Egli aveva innanzi tutto meditato assai lun­gamente sulla scelta della via che avrebbe dovuto seguire, ed aveva deciso per la facoltà medica per vari motivi. La professione del medico sembrava infatti accordarsi assai bene con l'intima natura del suo carattere, portato a partecipare vivamente delle sofferenze del prossimo e ad escogitare i mezzi più idonei per lenirle; egli intravvedeva inoltre nella via scelta la possibilità di un gran bene da svolgere, un bene che sconfinasse generosamente dai confini dell'opera materiale e rivestisse carattere di alta spiritualità: un apostolo laico, quindi, che avrebbe avuto molti punti di contatto con la missione del sacerdote. Gli balenava già poi alla luce del­l'anima l'alto miraggio consistente nel poter dimostrare a tutti, e specialmente alle personalità della scienza, come fosse tutt'altro che impossibile un armonico accordo tra scienza e fede, e come anzi la prima potesse tanto più facilmente elevarsi e perseguire consolanti successi se sostenuta ed illu­minata da una sincera adesione allo spirito della rivela­zione.

È chiaro e logico quindi come il Moscati, fissi gli occhi e l'animo a questo mirabile programma, non fosse disposto a permettere che nel suo cuore avvenisse anche la benchè minima inquinatura ad opera delle ideologie e delle costu­manze di cui già s'è fatta menzione.

Egli iniziava così a cuor sgombro la vita dello studente universitario; ed il suo animo era in quegli anni nello stato di cui l'Ecclesiastico così parla: «La giocondità del cuore è la vita dell'uomo e tesoro inesausto di santità; e la letizia allunga i giorni dell'uomo » (Eccles., XX, 23) ­Mantenersi giocondi e liberi era pur già allora cosa difficilissima, essendo venute ad aggiungersi alle condizioni interne del clima universitario, fatti che non potevano aver riflessi sull'animo della gioventù studiosa.

Sono del 1898 insurrezioni verificatesi qua e là nelle regioni d'Italia e specialmente in quelle città il cui tono era regolato dallo spirito uscente dagli atenei. Le insurrezioni non mancavano mai di avere in essenza un movente di irreli­giosità e di apostasia che, sostenuto dai partiti politici più spinti, era motivo di attentato all'ordine ed alla tranquillità della Nazione.

Così erano successe nel maggio del 1898 insurrezioni a Faenza, a Milano, a Firenze, a Napoli, in Lombardia, in Emilia ed altrove.

L'aggravamento del fisco era stato un fatto su cui i par­titi interessati avevano fatto leva per attirare nell'orbita delle agitazioni le classi più provate dal sistema tributario.

Una commemorazione dello studente Mussi, ucciso in una via di Pavia mentre tentava di ridurre a calma la po­polazione inferocita, determinò a Napoli il 9 maggio 1898 un moto politico. Gli studenti universitari vi parteciparono attivamente, sbandierando il loro programma nel motto di: « Viva la rivoluzione sociale! Viva la Repubblica! »

Alla insurrezione, nè ad altri disordini mai, diede la benchè minima adesione lo studente Giuseppe Moscati. La serietà del suo carattere, l'intima sua dignità gl'impe­divano di venir meno alla linea di condotta che s'era saggia­mente imposta; il senso del dovere lo impegnava ad atten­dere scrupolosamente agli interessi de' suoi studi e a non tradire il rispetto e l'ossequio che il buon cittadino deve all'Autorità costituita.

Mentre dunque per le vie e per le piazze influiva la gazzarra, egli attendeva serenamente a formarsi: come fu­turo medico, come uomo, come cittadino del regno di Dio.

Non c'era fatto che riuscisse ad incrinare il raccogli­mento che contrassegnava la sua metodica giornaliera at­tività; non potevano a tal scopo le urla prorompenti dalle ubbriacature politiche e non poterono neppure (con gran meraviglia degli operai che vi attendevano) i rumorosi lavori che per un po' di tempo misero a soqquadro casa Moscati per certe riparazioni che muri e soffitti esigevano. Tra picchiar di martelli e polveroni di calcinacci smossi, Peppino studiava le dispense, indisturbato come se avvolto in silenziosa protettiva ovatta.

I frutti di questa ben intesa e ben praticata applica­zione erano evidentissimi all'Università, dove era facilmente vittorioso nel duplice campo, della scienza e della fede.

I più ampi consensi dei professori sottolineavano il suo merito di studente; mentre, formato ed inattaccabile come era nel campo della fede religiosa, non ebbe mai a subire lotte e fu, anzi, faro di luce che attrasse a sè anime a schiere. La S. Cresima, ricevuta con molta pietà il 2 marzo 1898 nella cappella privata dalle mani di Mons. De Siena, Vescovo Ausiliare del Cardinale di Napoli, giunse a rinsal­darlo più validamente nelle sue profonde convinzioni. Non per nulla la Provvidenza divina aveva disposto le cose in modo che solamente a diciotto anni di età, questo giovane, che sarebbe stato un luminoso campione della fede, rice­vesse il sigillo di « perfetto cristiano e soldato di Gesù Cristo ». Il Crisma giungeva a corazza del suo cuore nell'epoca più delicata e bisognevole di tutta la vita.

Testimonianze di brillanti successi negli studi univer­sitari di Giuseppe Moscati, a Mons. Ercolano Maini, Arci­vescovo di Amalfi e primo biografo del Nostro, giunsero in generosa copia e tutte concordi nel riconoscimento e nella lode. Erano suoi docenti i professori Albini, Corrado, Ca­stellino, Pane, Iappelli e Reale; e dai loro certificati risulta in quale considerazione tenessero l'Allievo di non comune intelligenza e bontà. Il prof. Paladino ebbe spesso a lodarlo ed a proporlo in esempio agli altri studenti. Studenti più anziani di lui riferiscono tratti bellissimi riguardanti la sua intelligenza e, nel contempo, la delicatezza dell'animo. Sul finire del 1800 il Moscati frequentava la Scuola di Clinica degli Incurabili dei professori Tedeschi e Sorgente. Era agli inizi degli studi di clinica e di semiotica, ma quando il professore, dopo aver spiegato interrogava, non c'era do­manda a cui non sapesse rispondere. Il bello sta (e qui è la riprova della delicata nobiltà del suo carattere) che mai una volta si alzò a dir forte la risposta che tutti i compagni vicini avevano udito formulare da lui con assoluta preci­sione a bassissima voce: forse per non umiliare, con un atteg­giamento che si sarebbe magari interpretato come di superba provocazione, i camerati che lo sopravvanzavano nello studio ma non lo raggiungevano nel profitto.

La vita tranquilla e raccolta del solerte universitario, è turbata, nel 1903, da ansie profonde a causa di una ma­lattia della mamma, la quale, deperendo a vista d'occhio dalla morte del marito in poi, getta nella costernazione l'in­tera famiglia. Fortunatamente non è detto ancora che Pep­pino resti privato del conforto soave della madre, ed è con la viva gioia che egli ne vede rifiorire la salute, così che con maggior lena può dedicarsi agli studi diletti, motivo di ogni sua allegrezza.

La linea di condotta da lui tenuta mentre frequentava l'università, può essere assai bene riassunta dalle parole del card. Riboldi: «La nobiltà di condotta in società esige che si abbia da essere di un pezzo solo, sempre coerenti ai buoni principi, che si rispettino tutti, una non si diventi schiavi di nessuno ».

In effetto Giuseppe Moscati poteva in ogni momento dire: « Ecce ego: quia vocasti me! - Eccomi, o Signore, che mi hai chiamato! » (I. Reg, III, 6).

Era giunto così all'ultimo anno d'università, anno che l'aveva visto anche più raccolto e studioso del solito. Il 4 agosto 1903, giorno in cui la Chiesa eleggeva al supremo fastigio della tiara il card. Sarto di Venezia che assumeva il nome di Pio X, egli discuteva brillantemente la tesi di laurea sull'« Ureogenesi epatica ».

La trattazione appariva tanto compiuta agli esami­natori, da essere giudicata degna di pubblicazione.

 

PARTE SECONDA

MEDICO

Medico a 22 anni. La professione, che esige in chi la pratica una delicatezza di coscienza non inferiore a quella che deve possedere il Sacerdote, trova in Giuseppe Mo­scati un fervido, entusiasta cultore.

Due forze stanno in lui pronte ad esserle totalmente dedicate: la conoscenza esatta della scienza, illuminata dal­l'apporto della fede, l'ardenza d'una giovinezza in pieno effluvio d'energia.

Vastissimo è il campo che il giovane medico s'accinge a lavorare, ma vastissime sono anche le sue possibilità e urgente è il desiderio che egli ha d'offrirsi per il bene del prossimo che vuol beneficare, che vuol conquistare con la forza trascinatrice dell'esempio, che vuol sollevare col dop­pio conforto della cura al corpo e all'anima.

Lo spirito d'un nuovo sacerdozio. Ma - e sia detto qui all'inizio di questa seconda parte di trattazione e una volta per sempre - questo giovane dall'animo librato in una sfera di così alta spiritualità, quale ideale perseguiva in ordine alla sua vita? La famiglia? Il sacerdozio? Parendo da scartarsi addirittura il primo, il secondo sembrava al­l'osservatore superficiale lo sbocco naturale a cui sarebbe sfociata l'alta spiritualità del Moscati. Fu appunto un suo collega che una volta gli chiese se non si sentisse orientato verso la vita religiosa; ma il Moscati si schermì adducendo il pretesto che per divenire Religioso ci sarebbe voluto ben altro che ciò che egli possedeva. In realtà, attraverso l'ana­lisi dei fatti della sua vita, appare in lui tale un tesoro di grazia, da far invidia ad un santo sacerdote; e se sacerdote egli non si fece, si fu perchè Dio gli parlava un linguaggio diverso e lo voleva sacerdote laico, sacerdote d'un nuovo sacerdozio, più ascoso ed umile del regolare, ma non meno di esso prezioso e meritorio.

Dunque medico, e medico a 22 anni.

La prima sua battaglia, in ordine alla carriera, è coro­nata da una smagliante vittoria. Un concorso bandito per posti di Coadiutore degli Ospedali Riuniti di Napoli, è dal giovane medico clamorosamente vinto con una prova che fece addirittura sbalordire esaminatori e compagni. S'apre così al Moscati l'inizio della carriera clinica, - la vita piena di soddisfazioni del medico ospedaliero di cui traccerà ben luminosa figura, di cui lascerà ben fulgido esempio.

La gioia per la prova superata è grande, ma è scritto che ancora ad essa si disposino l'ansia, l'apprensione, il dolore, questa volta, l'ora del fratello Alberto, il brillante tenente d'artiglieria caduto da cavallo a Ciriè e, d'allora, in preda a spasimi inenarrabili. Tornato in famiglia nel 1896, un grande cambiamento era andato verificandosi in lui che, abbandonato per sempre il proposito di seguitare nella carriera militare, aveva rivolto l'animo a cose più elevate, dedicandosi tutto alla preghiera e alla pratica della vita spirituale. Anzi, per meglio perseguire il suo ideale, aveva voluto raccogliersi presso i Fatebenefratelli di Bene­vento cullandosi tra gli assalti del male galoppante, nella dolce illusione d'essere membro della religiosa famiglia. Il 2 giugno 1904, giorno del Corpus Domini, dopo essere sceso in cappella per ricevere la Comunione, la morte lo colse dolcemente a letto. Chi ebbe il doloroso stupore di sco­prire il trapasso a cui nessuno aveva potuto assistere, trovò il morto col Crocifisso posto sul petto e la corona del rosario stretta tra le mani.

Felice trapasso, certamente, ma quanto è duro il sof­fio gelido della morte per coloro che essa ferisce negli af­fetti più cari! Aspramente sentì il Moscati la forza del nuovo dolore: ma con umile rassegnazione vi si sottomise inco­minciando, sebbene ancora nei giorni rosei della vita, quella meditazione sulla morte che, in piena maturità, avrebbe dovuto rendergliela fin desiderabile giacchè egli avrebbe sempre potuto cantare col salmista: « Pronto è il mio cuore o Dio, il mio cuore è pronto: canterò e salmeggerò Te, mia gloria » (Salmo, CVII, 2).

Assai più tardi, scrivendo a persona che piangeva la morte di una figliuola, fiore di soavità e di grazia, egli si esprime in questi elevati termini: « Bellezza, ogni incanto della vita, passa. Resta solo eterno l'amore, causa d'ogni opera buona, l'amore che sopravvive a noi, che è speranza e religione, perchè l'amore è Dio. Anche l'amore terreno Satana cercò d'inquinare; ma Dio lo purificò attraverso la morte. Grandiosa morte, che non è fine, ma è principio del sublime e del divino, al cui cospetto questi fiori e la bellezza son nulla ».

Una seconda vittoria tocca al dottor Moscati all'inizio della sua carriera, vincendo, nello stesso anno della laurea e al 2° dei ventun posti messi in palio, quello di assistente ordinario negli ospedali uniti.

È ben logico quindi che da questo punto molti occhi debbono star fissi su di lui, tanto più che queste vittorie possono considerarsi frutto di una preparazione che già era stata oggetto di meraviglia e di ammirazione.

La sua carriera è presto contrassegnata dal fiorire di aulenti opere, giusto il detto di S. Gregorio Magno: « Nes­suna opera è buona se manca in chi la compie la purezza del cuore ». Il Moscati, che della purezza di cuore aveva fatto l'abito della sua vista, (come si avrà meglio occasione di dire più avanti), vede sbocciarsi d'attorno e tra le mani magnifiche opere a giovamento del prossimo e a maggior gloria di Dio.

Eccolo dedito ad organizzare la ospedalizzazione dei colpiti da rabbia e, due anni appresso, eccolo occupato nell'assistenza degli infermi nella succursale degli Ospedali di Torre del Greco, durante l'eruzione del Vesuvio.

Nell'aprile del 1906 il Vesuvio infatti aveva seminato distruzioni e morte con una di quelle eruzioni che fan epoca nella storia dei fatti tellurici. Grande era il coro di ambascia suscitato dall'improvvisa calamità e commoventissimo lo spettacolo di miserie da essa causato. Dappertutto squallore, terrore, pianto. I lutti non si contano e non si contano le ferite da cui sgorga copioso il sangue. La minaccia è costante nell'aria e incombente nella nuvola densa di vapore e di cenere che copre il cielo, nel gran pino oscuro che si spri­giona dalla bocca della montagna fatale, rotto da guizzi e lampeggiamenti e reso anche più pauroso dal rombar dei tuoni che scuotono le intime fibre del monte.

C'è a Torre del Greco una succursale degli Ospedali Riuniti di Napoli a cui la viva carità indirizza tosto il vigile pensiero del dottor Moscati. Vi accorre prontamente e si prodiga nel prendere misure di prudenza per l'incolumità dei degenti. Egli dà ordine che l'ospedale venga subito eva­cuato e, dirigendo i lavori di sgombero, vi prende parte attiva. In breve il trasporto degli ammalati può dirsi un fatto compiuto e, allorchè nell'ospedale non resta più una persona, il tetto dell'edificio crolla fragorosamente. Ben può dirsi che la carità è illuminata: senza l'intervento del dot­tor Moscati, quel giorno, ai lutti seminati dall'azione diretta dell'eruzione, si sarebbe aggiunto un nuovo tremendo di­sastro.

La gioia che egli provò in quell'occasione fu davvero vivissima ma, come sempre, essa ebbe la veste protettiva dell'umiltà che non permise nessuna chiosa.

Nel 1911, quando a Napoli scoppiò il colera che fece strage di vite umane, il Moscati ebbe ancora parte attivis­sima nell'opera intesa ad alleviare specialmente le sofferenze degli umili, che gli stavano tanto a cuore quali immagini vive e toccanti di Colui che aveva proclamato l'umiltà e povertà di spirito, chiavi che aprono l'accesso al Regno del Cielo.

 

LA GRAN VIA

Il Moscati attendeva intanto a perfezionare le mera­vigliose possibilità da Dio concessegli in ordine alla pro­fessione scelta. Questo suo lavorio indefesso, inteso a com­pletare e ad elevare sempre più il campo già mirabilmente vasto delle sue conoscenze, veniva continuamente ad essere oggetto di riconoscimenti e di vittorie a cui l'ancor giovane clinico mirava esclusivamente con occhio illuminato di luce d'altruismo.

Era stato eletto così, in riconoscimento de' suoi meriti e per votazione plenaria, Socio aggregato della Regia Ac­cademia Medico-chirurgica con diritto di partecipazione alle discussioni e, sempre nello stesso anno, aveva ottenuto la libera docenza in clinica fisiologica.

Ha dunque inizio dal 1911 il suo insegnamento che sol dalla morte sarebbe stato interrotto, insegnamento di indagini di laboratorio applicate alla chirurgia, e di chimica applicate alla medicina: insegnamento che gli avrebbe tratto d'attorno schiere di studenti entusiasti ed ammirazione di colleghi insigni.

Ancora nel 1911 il prof. Moscati fu a Vienna col prof. Quagliarello, per partecipare ad un Congresso internazio­nale di fisiologia, e da Vienna egli si portò a Budapest per studiarvi l'organizzazione degli ospedali e delle cliniche. Sempre l'anno 1911 doveva serbargli una vivissima soddi­sfazione: una clamorosa vittoria, nel concorso pubblico a posti di Aiuto Ordinario, per prove e per titoli, negli Ospe­dali Uniti. Erano sei posti soltanto e la speranza di ottenerne uno doveva quasi sembrare utopia, dato il rilevante numero dei concorrenti e il grado della loro preparazione. Pure il Moscati riuscì a suscitare lo stupore della Commissione tanto nella prova scritta come nelle successive: e la Commissione risuonava di nomi insigni quali erano quelli di Antonio Cardarelli, di Enrico De Renzi, di Rodolfo Stanriale, di Modestino De Ritis di Gabriele Tedeschi. E tale fu l'ammi­razione dei severi giudici per il giovane concorrente, che anche chi credeva di aver motivi di animosità contro di lui, dovette cedere al fascino che emanava da quella ful­gida giovinezza, già così bene avviata a percorrere fulmi­neamente il cammino della celebrità.

Durante le prove del concorso il Moscati ebbe certezza di un atteggiamento ostile della Commissione nei riguardi di un suo collega che sì presentava all'agone senza l'appog­gio di utili raccomandazioni. L'essere a conoscenza del fatto e il rivolgersi con accenti di aspro risentimento al di­rettore della Commissione, fu una sol cosa. Per questo atto egli dovette temere la rappresaglia; ma alla lettura del suo lavoro, il successo si delineò così clamoroso da convertirsi in una vera apoteosi, a cui si unì, con cuore aperto di am­mirazione, lo stesso presidente della Commissione. Va da sè che il Moscati aveva ottenuto il suo intento: che cioè la Commissione rettificasse alquanto il suo giudizio nei confronti del collega sfortunato.

I giornali medici parteciparono alla gioia del giovane clinico con espressioni di incondizionata ammirazione.

La sua valentia era ormai riconosciuta e tenuta in som­ma considerazione dai più illustri uomini della medicina. Ci si conceda di riportare qui un largo squarcio della relazione che il prof. Castronuovo stese riguardo al Con­corso del 1911. Egli dice, dopo aver ricordato la brillante vittoria del Moscati: Tutti lo ritenevano come il figlio del Reggimento, che rivelatosi atto al comando, andasse esplo­rando man mano le posizioni più pericolose, i punti stra­tegici più decisivi e vi sapesse ammirare le armi e le opere più pronte e sicure. Avvenne che come gli altri e più de­gli altri, io ne seguissi con paterno amore le varie attività ospedaliere, prima da lontano e poi più da presso, quando ebbi la somma ventura di averlo compagno nella stessa sala, dove i maggiori anni miei mi portarono prima di lui al po­sto di direttore. In quella dolce comunanza spirituale di tre lustri circa..., ebbi la netta visione della gemina che si schiudeva al bacio della fede ed al soffio dell'Eternità e lo volli partecipe, prima come aiuto e poi come condirettore, a tutto il movimento della nostra zona, la più oscura del­l'ospedale, ch'egli seppe rendere la più radiosa. E quando mi chiese, prima ancora che conseguisse la libera docenza in clinica medica, di dividere meco le fatiche del mio Corso pareggiato di Patologia, Clinica e Semiotica, fui felice di aprirgli le braccia, presagendo l'effetto del suo lucido pen­siero, che se pur mi metteva in una quotidiana inferiorità nel confronto, inondava di tanta luce la nostra Scuola, da sommergere nel supremo interesse degli studi e dell'eleva­zione spirituale, ogni altro sentimento.

Spianata così la via alle maggiori risonanze della sua mente intuitiva ed ispirata, sorse come d'incanto l'oasi nel deserto, e quella terza sala umida ed oscura accolse a schiere i giovani studenti, in mezzo ai quali apparve, prima isolata e poi più fitta, la falange dei medici, onde spesso crini canuti ed occhi pensosi lo seguivano entusiasti di letto in letto, per apprendere in una frase concettosa e sicura, la genesi e le tappe degli umani dolori, come le vie fisiche e morali del sollievo. Di fronte all'osservazione semiologica e clinica, egli offrì in aggiunta agli studenti e medici, larga maniera di addestrarsi nelle pratiche terapiche ed in quelle di laboratorio.

Maggiore fu poi il suo merito nel togliere dall'oblio e dall'incuria quel glorioso Istituto di Anatomia patologica, se­menzaio in altri tempi di sperimentatori sagaci, sotto la gui­da del Maestro dei Maestri, di Luciano Armanni, cui l'I­stituto è intitolato.

Giuseppe Moscati trovò deturpato e cadente questo Istituto; ma in poco tempo ebbe la forza, come per mi­racolo quatriduano, di farlo risorgere a nuova vita, in ciò validamente coadiuvato dalla forte fibra di Arnaldo Cantani. E non solo vi ripristinò tutte le vecchie ramificazioni, ma im­provvisandosi settore, divenne subito perfetto anche in questa importantissima branca delle chiare verità e dei controlli supremi e nel contempo arricchiva di nuovi apparecchi e nuovi impianti la parte biologica e batteriologica dell'Isti­tuto medesimo.

Segretario del IV Congresso della Società per il pro­gresso delle Scienze, Socio aggregato della R. Accademia medico-chirurgica di Napoli, per votazione plenaria; Socio fondatore della Società di Cultura della Scuola Ospedaliera Incurabilistica, di cui faceva parte come insegnante e come membro del Consiglio Direttivo, nonchè della Società dei Medici e naturalisti di Napoli, portò dovunque uno spirito di serena e di vasta discussione, un profondo ossequio alla verità ed ai sommi del nostro Ateneo, coi quali visse in co­munione di studi, di lavoro e di didattica, specie con quella forte tempra di scienziato, Direttore dell'Istituto di Fisio­logia e Rettore Magnifico del nostro Ateneo, il Bottazzi, che ben prepose Giuseppe Moscati, insieme con l'amicis­simo ed eletto emulo, il Quagliarello, alle ricerche scienti­fiche ed agli esperimenti e dimostrazioni agli allievi interni dell'Istituto.

E mentre più tardi il Quagliarello, vinta la cattedra, passava da Catania alla Direzione dell'Istituto di Clinica Fisiologica, a G. Moscati, che già temporaneamente aveva avuto il modo di supplire sulla cattedra ufficiale così il Ma­lerba, come nelle rare sue assenze, lo stesso F. Bottazzi, la Facoltà medica di Napoli, su proposta, che torna ad onore di A. Cardarelli, P. Castellino, G. Boeri e F. Bottazzi, gli designò l'incarico di chimica clinica; ma a G. Moscati più sorridevano i vasti orizzonti dell'insegnamento clinico ospedaliero, onde questi egli prescelse. Ed, è proprio in questo insegnamento, così adatto al suo spirito superiore, che più rifulse la genialità e prodigalità didattica sua, tanto che con sincera ammirazio­ne tutti lo seguivano nella rapida ascesa.

Volle essere e fu un grande Clinico pur nella veste gio­vanile e nulla gli faceva difetto; anzitutto aveva dovizioso la simpatia, la lena, l'intuito, la cultura, l'arte; ma su tutte queste qualità prevaleva una sorgente di continue ispirazioni, ch'egli traeva dal profondo bisogno della sua anima eletta di recare comunque e dovunque aiuto ai sofferenti, ai miseri, ai diseredati dalla fortuna.

La relazione del prof. Castronuovo, così soffusa di affet­tuosa venerazione per il Moscati, pur nell'esauriente descri­zione dell'attività di quel Grande, può, da un certo punto di vista, considerarsi non completa. Essa indica le mete lumi­nose a cui il prof. Moscati era giunto per effetto di ascensioni la cui intima bellezza resta pudicamente ascesa. Eppure è proprio a questo instancabile lavorio, a questa linea preziosa che mai non posa, che noi affissiamo l'occhio con maggior simpatia che non ai punti di arrivo, in cui è la solennità del riconoscimento mondano, riconoscimento dal quale non va mai disgiunto un che di estraneo e di freddo che non incide l'animo. Del resto anche il Moscati dichiarava esplicitamente di non gioire dei suoi successi altro che per quel tanto di or­goglio che di essi avrebbe avuto la mamma adorata. Egli mirava piuttosto alle vittorie delle quali non ha cognizione che il nostro animo: alle vittorie su se stesso e nel campo della scienza, quando queste vittorie allargavano i suoi orizzonti di carità, di apostolato, di bene.

Il « curriculum vitae » esposto dal prof. Castronuovo nella sua relazione, è di tale natura e di tale elevatezza e ricchezza di successi, da meravigliare.

Si aggiunga che al concorso del 1911 dal quale prende le mosse di svolgimento la relazione Castronuovo, erano pre­cedute altre vittorie del Moscati: quali una idoneità, per concorso di prove, al servizio di laboratorio dell'ospedale di malattie infettive «Domenico Cotugno » e un concorso vinto per posti di medico condotto nel Comune di Napoli vittorie di cui egli non potè godere il frutto per l'impossibilità di attendere a tante occupazioni in una e per la disposizione all'insegnamento al quale si sentiva particolarmente chiamato.

Chiunque al suo posto avrebbe avuto motivo di an­dare altamente superbo di tutta questa opima ghirlanda di successi. Eppure neppur l'ombra della superbia sfiorò l'a­nimo di Giuseppe Moscati. Egli poteva piuttosto dire col sal­mista: « Ascensiones in corde suo disposuit » (Salmo, LXXVII, 6) ; ma queste ascensioni, spiritualizzate alla base del loro essere, non turbarono giammai la quiete della sua umiltà. Veramente « omnis gloria eius ab intus », tutte le sue glorie dal cuore (Salmo, XLIV, 41) ; ed a lui si possono egregiamen­te applicare le parole dell'Apostolo: «Non sfuggiva superiorità di dominio, non aveva basse gelosie di ministero, nè altro primato si arrogava che quello della fatica, della beneficenza e dell'amore » (I Petr., V, 3).

Ma di questa insigne virtù del prof. Moscati si avrà occa­sione di dire ancora in appresso.

Giova piuttosto aggiungere (e anche su questo argo­mento si dovrà tornare) per meglio comprendere di quale levatura fosse la valentia del Moscati, che, giovanissimo an­cora, medico appena laureato, si distinse per la pratica della sua difficile professione, pratica che gli dava la possibilità di diagnosticare con una esattezza che aveva persino del mi­racoloso.

A lui capitò, quand'era laureato solo da qualche anno, di condurre a rettifica la diagnosi di un illustre maestro della clinica relativa ad un male assai complicato di una paziente e non si dice lo stupore dell'illustre Maestro quando conobbe quanto breve era il cammino pratico compiuto dal giovane medico nell'esercizio della professione.

Gli è che non c'era ricerca a cui egli non si interessasse grandemente: ciò contribuiva assai a renderlo padrone di ogni argomento di medicina. Egli seguiva sulle riviste mediche di tutti i paesi le novità che i vari maestri venivano via via discoprendo nel progresso della scienza, ed applicava i metodi nuovi, esperimentando per primo, e con giustificata soddisfa­zione, la bontà dei risultati. Non stupisce quindi se, dopo aver tesorizzato le esperienze dei numerosi anni trascorsi in corsie di ospedali accanto ai malati, che studiava come pagine di un libro chiaramente scritto, i giovani s'affollassero attorno a lui. Essi udivano dalla sua bocca formulare diagnosi che di primo acchito parevano impossibili: eppure il Moscati non aveva un attimo di esitazione nel formularle con cri­stallina chiarezza: pareva che le sue labbra si muovessero, in questa bisogna, più per estranea forza che per volontà di interna intelligenza. Pareva che la luce di Dio guidasse la mente del grande clinico.

Il 18 novembre 1914, ancora una volta il dolore bussa all'animo di Giuseppe Moscati: ed è per il più aspro dei di­stacchi, quello della mamma diletta.

Un attacco del male di cui la forte mamma soffriva da tanto tempo, fa prevedere che la sua ultima ora è giunta. Essa ben se ne accorge, ma il suo cuore non trema. Alla morte si avvicina tranquilla, serena, nella coscienza di aver compiuta per intero la sua missione in terra. Muore conten­ta; e come ella ha sempre cercato d'istillare nell'animo dei figli l'orrore del peccato, del peccato intende anche ora parlare, esortandoli a fuggirlo con tutte le forze. Della ma­dre è questo l'ultimo monito che la memoria del Moscati detiene. Il trapasso, avvenuto il 25 novembre 1914, alle 17, fu dolce e sereno; ma quale strazio rappresentò per l'animo del figlio che, votato al sacerdozio laico e rifiutate per un fine altissimo le consolazioni di una famiglia propria, perde nella madre la confidente più sicura, la confortatrice più ricer­cata, l'aiuto più certo ed amoroso!

Eppure lo strazio del Moscati è contenuto e pieno di ras­segnazione. « Il 25 novembre, alle ore 17 - egli scrisse nel suo diario - la mamma mia vola al cielo con una morte di santa, quale era stata sempre in vita. Signore, sia fatta la tua volontà! Signore, abbi nella tua gloria l'anima di mam­ma! »

Più tardi, scrivendo a persone che si trovavano a dover sostenere la prova da lui già sostenuta, aveva espressioni pie­ne di dolce e struggente nostalgia per la mamma morta, espressioni da cui si può capire quale fosse la parte della madre nella vita del figlio, anche dopo il suo trapasso ed il premio dell'eternità.

Particolarmente ispirata a questo concetto è una lettera scritta ad una signorina che piangeva la scomparsa della mamma, lettera che ci par utile riportare per intiero:

« Ed ora che sono passati alcuni giorni dalla scomparsa della sua mamma ed io, siccome le promisi, mi dispongo a restituirle lo scritto, che lei stessa tracciò per annunciare la sua grande sventura, lasci pure che le rivolga una parola amica. Le dico subito con convinzione che la sua mamma non ha lasciato lei e le sue sorelle; vigila invisibile sulle sue crea­ture, ella che ha sperimentato, in un mondo migliore, la misericordia di Dio e che prega e domanda conforto e rasse­gnazione per quelli che la piangono sulla terra.

Anch'io perdetti, ragazzo, mio padre e poi, adulto, mia mamma. E mio padre e mia madre mi sono al fianco, ne sento la dolce compagnia; e se cerco di imitar loro che furono giusti, io ne ho incoraggiamento, e se pare che devii, ne ho ispirazione al bene, come una volta i consigli col vivo della voce.

Io comprendo il suo strazio e quello delle sorelle; è il primo vero dolore; è la prima volta che i suoi sogni sono spezzati; è il primo richiamo del suo pensiero di giovinetta alla realtà del mondo.

Ma la vita fu definita un lampo nell'eterno. E la nostra umanità, per merito del dolore, di cui è pervasa e di cui si saziò Colui che vestì la nostra carne, trascende dalla materia e ci porta ad aspirare una felicità oltre il mondo. Beati quelli che seguono questa tendenza della coscienza e guardano al­l'al di là, dove saranno ricongiunti gli affetti terreni che sem­brano precocemente infranti.

Le ricordo dunque lo scritto, che lei stessa tracciò la sera fatale della dipartita della sua cara mamma, esternando un pensiero meditato nelle lunghe notti di veglia al capezzale dolentissimo: le ricordo un dovere di figlia: di onora­re la memoria della cara scomparsa, non solo con le parole e l'elogio sgorgante dall'anima educata alla visione del bello, ma anche in una maniera più profondamente umana, in quanto appaga il sentimento, in una maniera che sarà il balsamo ed il conforto del suo cuore: con la preghiera a Dio, con la comunione con Dio, sublime unione, che valga per quella che nei supremi momenti la sua mamma non avrebbe sdegnata.

Anch'io non ho creduto che i più bei fiori deposti sulla bara, soddisfacessero l'obbligo della devozione per l'estinta; non ho creduto che le povere lacrime potessero testimoniare la mia gratitudine per la benevolenza che l'ottima signora mi dimostrava in vita. A lei estinta ho voluto dare la prova del­la sincerità del mio sentimento e dell'anima. E, nella matti­nata dei funerali, sono andato per lei a comunicarmi col Dio che l'aveva giudicata ed accolta; ho pregato per lei, per la sua pace eterna, solo, solo. E mia sorella aveva fatto lo stesso. Era un umile tributo di suffragio; ma quanto più accetto a Dio, se gli fosse reso dai cuori legati dal vincolo filiale in vita, ripieni dal desiderio limpido e puro, come lo sguardo dei bambini, della salute eterna della loro madre... ».

E ad un professore scriveva in simile circostanza: «La vostra mamma, che rappresentava per voi la ra­gione e la gioia di vivere, il simbolo vivente di tutti gli af­fetti del vostro cuore e che era come la fiamma nel focolare domestico, la tradizione viva della casa, non è più. So per esperienza quale sia il vostro strazio. Ma ella è sempre a lato dei suoi figli, invisibile ma più vicina, loro protettrice presso Dio con le sue sante preghiere ».

Espressioni tutte da cui balza evidente il suo modo di considerare nella morte la vita e la certezza della prote­zione dei suoi cari trapassati, angeli d'intercessione presso il Signore, per il figlio rimasto quaggiù a continuare il loro buon nome con la parola e l'esempio.

Costante è la volontà del Moscati di essere testimonio vivente e, come tale, prova irrefutabile, della possibilità di un armonico accordo tra scienza e fede. La sua vita è, al proposito, di una eloquenza sorprendente. Al Moscati erano certamente ben note le asserzioni di molti i quali, per interesse, sostengono non potere la vera scienza sussistere e progredire in pace con la fede: come se i Grandi che la storia fin qui annovera e che furono ottimi figli di Dio come pure ottimi strumenti del progresso scientifico, non rappresentas­sero alle asserzioni in parola la più recisa smentita. Al Mo­scati poi non doveva sfuggire che se un contrasto in tal sen­so era facile per altri rami della scienza, era ritenuto quasi di prammatica per la medicina, siccome parte della scienza più proclive a inquinamenti agnostici e materialistici. Con la sua vita egli voleva invece dimostrare che l'accordo tra scienza e fede non solo è possibilissimo, ma altresì utilissimo anche da un punto di vista puramente utilitario agli interessi della scienza stessa; e, superando il paradosso da noi enun­ciato solo a titolo di considerazione umana, egli indicò che la fede dona il fuoco dell'ispirazione e dell'intuito là dove la scienza non potrebbe arrivare: e l'armonia che ne risulta è di un'efficacia che mente umana può difficilmente valutare.

 

IL CRISTIANO

La vita del prof. Moscati, analizzata come vita di medico e (si vedrà anche più oltre) come vita di scienziato, è mira­bile, tale sempre da suscitare fiamme di amoroso consenso e di fervida ammirazione.

Ma non meno fulgida è la sua vita di cristiano ed è ap­punto sotto questo aspetto che si intende ora di lumeggiarla un poco, per attingere dal suo esempio, anelito a salire, ad emulare, ad essere meno indegni di tutte le grazie che il Si­gnore ha elargito all'uomo e che l'uomo non sa usare per spiritualizzare la sua umanità e sollevarla alle sfere in cui si gode la beatitudine di Dio.

Del prof. Moscati, visto sotto l'aspetto di cristiano per­fetto, io ammiro principalmente la pietà vera e fondamentale, frutto di una convinzione e di una adesione che abbraccia fin l'intime fibre dell'anima; il culto centrale della SS. Eu­caristia; la purezza incontaminata dei costumi, frutto dell'ac­centramento in Gesù Eucaristico di tutte le mosse dell'animo, pensieri, affetti, azioni, desideri; il culto secondario, ma soler­tissimo e vivissimo all'Immacolata: virtù tutte che concor­rono alla formazione del Cristiano integro, completo, robusto nella sua credenza e prudente e cauto e saggio nel correre alle fonti da cui si attinge la forza per sostenere a cuor saldo la propria fede. Noto nel Moscati, e proprio grazie alla con­comitanza della presenza di tutte queste insigni virtù, l'as­senza assoluta di ogni esteriorità di forme; per cui, se tra una visita e l'altra nel suo studio in casa, il celebre professore procombe in profonde genuflessioni e, chinato il capo, s'e­leva in atto di adorazione intrisa della più completa umiltà, di lui si abbia la massima riverenza e nel suo gesto si scorga l'adesione perfetta dello spirito al credo dell'intelletto, ade­sione scevra di veste esteriore, fatta tutta di verità.

L'abbondanza di tanti cristiani che oggi fan profes­sione di cristianità e che, purtroppo per loro e per gl'interessi superiori della religione, mostrano il lato ad una serie in­finita di lacune, non induca in errori di valutazione.

Il prof. Moscati pratica innanzi tutto la vera pietà, quella che si designa coll'aggettivo di «fondamentale » e che non è altro se non la devozione che la creatura deve al suo Creatore.

Il pensiero scritto dal Nostro nella prima pagina del Diario per l'inizio dell'anno 1915, 1.0 di Gennaio - Il Nome di Gesù: - Con questo comincio « il primo anno dopo la dipartita della mamma », è pensiero che egli metteva al­l'inizio di ogni sua azione. Tutte le sue intraprese incomin­ciano e si compiono nel nome santo di Gesù: le visite ai ma­lati, le lezioni agli studenti, le lunghe ore di esperienza e d'esercitazione, il tempo di studio e finanche i viaggi e le passeggiate di piacere.

Gesù è al vertice di ogni suo pensiero: tutte le azioni della sua vita prendono luce e valore da Lui.

Per Lui è la principale devozione del Moscati. Ed è devozione che non ha mai raggiunto una stasi di appli­cazione, ma che è suscettibile di continui progressi, perchè continua è la scoperta dei beni che il Signore accorda al­l'uomo e per i quali sempre più fervida deve essere la sua gratitudine.

Fan parte della divozíone fondamentale le preghiere quotidiane che il Moscati recita il mattino e la sera, a prelu­dio e a conclusione della laboriosa giornata. Se è giorno di domenica, il Professore si reca ad assolvere il precetto della Messa festiva; e la sua divozione gli suggerisce qualche cosa di più ampio: ed eccolo quindi ascoltare non una, ma diverse sante Messe e prendere poi parte attiva al Sacrificio comuni­candosi.

La Comunione: ecco la vera forza del cristiano, ecco il sole per cui il prof. Moscati sfavilla ai nostri sguardi di tanta luce.

« Se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo non avrete la vita in voi » (Giov. VI, 54.) dice il Vangelo; e Mat­teo: «Venite a me tutti, che siete affaticati ed onerati: ed io vi ristorerò »(XI, z8).

Sono verità che pulsano con la veemente forza del­l'Amore al cuore del prof. Moscati.

Celebre professionista su cui sta fisso l'occhio di legioni d'uomini, egli continua nell'età virile la comunione col Dio del quale già nella prima fanciullezza conobbe la dolcezza dell'amplesso.

Egli vuole in ogni istante della sua giornata poter escla­mare: « Vivo io e non già io: vive invero in me Cristo » (Gal. II, 20); e la conformazione Cristocentrica della sua vita è tale ch'egli avverte continuamente il bisogno di orientare anche gli altri verso Cristo, ricevendolo nella Comunione. Così non tralascia occasione per esortare, con paternità di tratto, i suoi assistenti a soddisfare il precetto pasquale (fervidi accenti si notano a questo riguardo in certe lettere a colleghi dalla fede piuttosto tiepida), come pure non tra­lascia mai di consigliare gli ammalati a cercare forza e con­forto nel cuore Eucaristico di Gesù. A volte poi (e il fatto ha veramente dello straordinario) presentandosi a lui ammalati per essere visitati, avviene che guardandoli bene in viso, con fermo accento li inviti ad accostarsi ai Sacramenti, accusando la propria impotenza a sanare, quando il male s'ha a ricer­care in cause che trascendono le fisiche.

La Comunione è dunque per il Nostro un bisogno quo­tidiano: e non diceva il grande Agostino: - Accipe quotidie quod quotidie tibi prosit? - Prendi ogni giorno ciò che ogni giorno ti possa far bene?

Senza un alimento sufficiente il corpo deperisce, così come l'anima isterilisce e la vita morale decade se l'uomo non cerca di ristorarsi attingendo le forze alla Fonte di ogni sa­lute.

Del resto la vita Eucaristica del prof. Moscati non si esaurisce nella Comunione. Se gli avviene di passare davanti ad una chiesa, non c'è dubbio che egli resista al desiderio di entrarvi per visitare Gesù e riceverlo in ispirito nel proprio cuore. Partecipa attivamente alle SS. Quarantore ed è così spiccato il fascino che su lui esercita l'Eucarestia, che in ca­sa egli si sceglie una camera dalla quale può fissare l'oc­chio sulla cappella della vicina chiesa in cui si custodiscono le Sacre Specie.

C'è in questa attrazione dell'uomo verso il Dio Euca­ristico, un senso di ingenua confidenza che lo fa somigliare ad un fanciullo. Davanti alla bianca Ostia il prof. Moscati si concentra in un raccoglimento che commuove. Più che genuflesso, egli sta prostrato a terra, il capo raccolto tra le mani, infinitamente lontano da tutte le distrazioni del mondo.

Lo scienziato scompare: al cospetto del Dio di tutte le potenze, sta un fanciullo, umile come la più umile di tutte le creature, amante come il più infiammato Serafino d'Amore.

Ha un dolore da lenire? « Si accosti ai SS. Sacramen­ti! » Una persona gli sta particolarmente a cuore? « Acco­stati ai Santi Sacramenti! »

È dunque un medico che parla o un sacerdote?

È soprattutto, un'anima a cui risuona profondamente nel cuore la verità dell'invito: « Surge et comede: grandis enim tibi restat via! - Sorgi e rinforzati: lungo è infatti il viaggio che ti rimane da compiere! » (III Reg., XIX, 7). E la verità dell'invito è tale da non lasciarlo riposare se prima non abbia convinto tutti quelli che hanno comunione di vi­ta con lui della necessità di trarre dal cuore eucaristico di Gesù la forza necessaria al viaggiatore terreno per giungere alle sublimi mete del cielo.

Amava seguire la S. Messa liturgicamente ed aveva una tale conoscenza delle funzioni sacre, da avvertire anche il minimo sbaglio in cui un sacerdote potesse eventualmen­te incorrere.

Mons. Ercolano Maini nella già citata biografia rife­risce un episodio assai delicato di cui il prof. Filippo Bot­tazzi fu testimonio, e che attesta quanto fortemente legato fosse il Moscati al Signore ogni giorno scendente nel suo animo per infiammarlo d'amore.

« Dopo mie ripetute preghiere, una volta che ebbe oc­casione di andare in provincia di Lecce, si piegò a soddi­sfare il mio vivo desiderio di averlo ospite graditissimo per qualche giorno nella mia casa di campagna, presso Diso, mio paese natio. Venne e rimase due giorni non interi. Conoscendo le sue abitudini, provvidi, che fin dalla prima mattina il parroco di Diso, don Raffaele De Luca, celebrasse la Messa nella cappellina annessa alla mia casetta di cam­pagna, dedicata a S. Maria ad Nives. Alla Messa, servita da Peppino e durante la quale egli si comunicò, come di re­gola, assistemmo tutti noi di famiglia, sembrandoci che la presenza di Peppino non solo costituisse un avvenimento per noi memorabile, ma conferisse anche alla Messa un non so che di solenne, pur nell'agreste semplicità della campagna estiva e della cappellina, nuda, ma antica (rimonta al 1630), in cui era celebrata. Io non badai a dire al parroco che tor­nasse anche la mattina seguente. Nè Peppino, nella sua profonda umiltà, si ardì di chiederlo. Ma egli rimediò in un modo assai semplice. La mattina seguente, all'insaputa di tutti, si levò di buon mattino e andò solo, a Diso, ad ascol­tare la prima Messa, che un sacerdote del paese celebra per tempo per i contadini che si recano in campagna. Tutti ne rimanemmo stupiti ».

Non sarebbe certo mai avvenuto che il prof. Moscati non si accostasse alla Comunione per motivo della propria pigrizia. Gli avvenne bensì rare volte di dover rinunciare al quotidiano conforto dell'amplesso di Gesù, essendo in viaggio; ed allora quali sospiri! « Oggi, mio Dio, sono ri­masto senza di Te! » annotava nel Diario: e l'annotazione è velata di profonda nostalgia. Ma se appena appena po­teva!...

Se deve iniziare un viaggio ad ora presta, la prima chiesa che si apra in Napoli lo accoglie e il Sacerdote più mattiniero lo comunica. Combina gli itinerari dei suoi viaggi in modo che sia rispettata questa sua quotidiana necessità; e se da un viaggio torna ad ora tarda, non è che si metta a tavola prima d'essere corso in una chiesa a ricevere il suo Gesù.

A chi poi si meravigliava della instancabile sua opero­sità e gli domandava come mai potesse attendere a tante cose senza che le forze l'abbandonassero, il Moscati poteva candidamente rispondere: « Io posso tutto in Colui che mi conforta - Vivo ego et iam non ego: vivit vero in me Chri­stus ».

Il bisogno di comunicarsi quotidianamente con Gesù era divenuto così pressante ed urgente in lui, che nei giorni in cui non gli era possibile soddisfarlo, giungeva al punto di non far visite agli ammalati, parendogli che per il mancato incontro coll'Amico divino, dovessero fargli difetto anche i lumi della sua scienza: e quelli eran giorni di tristez­za.

Vivida, ben intesa e ottimamente praticata dal Mo­scati era dunque la divozione fondamentale, che costituisce il fulcro attorno al quale si stendono le parti della vita cri­stiana. Divozione nutrita di preghiere, ma non soffocata da pie pratiche in copia dannosa.

Segue bensì il prof. Moscati alcune pratiche di pietà che diremo «secondarie »; ma esse, men che impedire al­l'animo il giusto modo di intendere, lo aiutano ad elevarsi, sviluppando attorno ad esso un'atmosfera consentanea e ge­neratrice di mistici rapimenti.

Particolare cura l'illustre clinico persegue nell'evitare che la distrazione s'insinui nelle sue preghiere e distolga l'anima da quella perfetta fusione col Dio che prega, da cui sono da attendersi gli esaudimenti alle nostre domande. Appunto per evitare la distrazione, ricorre a mezzi in­gegnosi. Eccone uno descritto da lui stesso nel suo Diario. - Per evitare distrazioni - scrive - e per recitare con maggior trasporto e fervore l'Ave Maria, soglio ripor­tarmi col pensiero ad una immagine della Beatissima Ver­gine, mentre pronuncia i vari versetti della preghiera con­tenuta nell'Evangelo di S. Luca.

E prega in questo modo:

Ave Maria, gratia plena. - Il mio pensiero corre alla Madonna sotto il nome delle Grazie, così come è rappresen­tata nella chiesa di S. Chiara;

Dominus tecuni. - Mi si presenta alla mente la SS. Ver­gine sotto il titolo del Rosario di Pompei;

Benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, jesus. - Ho uno slancio di tenerezza per la Madonna sotto il titolo del Buon Consiglio, che mi sorride, così come è ef­figiata nella chiesa delle Sacramentine. Dinanzi a questa immagine di Lei ed in questa chiesa, io feci abiura degli af­fetti impuri terreni;

Benedicta tu in mulieribus. - E se sto innanzi alla sacra Custodia, mi rivolgo al SS. Sacramento; benedictus fructus ventris tui, jesus;

Sancta Maria Mater Dei... - Volo coll'affetto alla Ma­donna sotto il privilegio della Porziuncola di S. Francesco d'Assisi. Ella implorò da Gesù Cristo il perdono dei pecca­tori; e Gesù Cristo le rispose non poterle alcuna cosa negare, perchè sua Madre!

Ora pro nobis peccatoribus. - Ho lo sguardo alla Madonna quando apparve a Lourdes, dicendo che bisognava pregare per i peccatori...

Nunc et in hora mortis nostrae. - Penso alla Madonna, che consente sia venerata sotto il nome del Carmine, pro­tettrice di mia famiglia; confido nella Vergine che sotto il titolo del Carmine arricchisce di doni spirituali i moribondi e libera le anime dei Morti nel Signore! Io domando: è superstizioso riferirsi a tante immagini, o meglio a tanti ti­toli della Vergine durante un'unica preghiera, durante l'Ave Maria? »

Alla domanda che il Moscati si pone, pare di poter rispondere negativamente. Infatti, il mezzo da lui pensato per ravvivare la sua pietà e rendere la preghiera vitale, non è altro che una intensa applicazione del metodo usato dalla Chiesa, la quale permette ed anzi favorisce la divozione alle immagini (statue, quadri, ecc.) appunto perchè dal fatto sensibile scaturisca più spontanea adesione dello spirito alla preghiera formulata dal labbro.

Grande è dunque l'amore che il Moscati ha della pre­ghiera e profondo è in lui il senso dell'adorazione.

Spesso chi gli è vicino lo sorprende in atteggiamento di perfetto distaccamento: il capo basso, le palpebre quasi chiuse, egli non avverte il mondo che lo lambisce perchè il suo animo adora.

Un giorno, su un tram affollato, un Reverendo Padre lo scorge nell'atteggiamento che abbiamo testè descritto. Giunto al punto dove doveva scendere, il Padre lo scuote. Il professore si ridesta, sorride, mormora che stava pensando alla grandezza di Dio.

Uguale raccoglimento usava in ogni ora della giornata perchè la lotta alle nocive distrazioni era stata da lui ingag­giata fin dalla prima giovinezza.

Egli era gentile e cordiale con tutti e, per l'umiltà che lo contraddistingueva, non avrebbe sdegnato di mettersi a confabulare lungamente con un bambino. Ma non permet­teva che lo disturbassero quando, in chiesa, era assorto nella preghiera: ìn questo era dì una fermezza inesorabile.

Coltivava, come abbiamo detto, divozioní secondarie. Sulla prima di esse ci intratterremo fra poco per dire di quale amore egli si sentisse infiammato verso la Madonna Immacolata. Aveva poi un affettuoso culto per S. Giuseppe, il suo santo protettore che egli tanto onorava coll'imitare le peculiari virtù (così bene « saepe conveniunt nomina re­bus! »); venerava San Ciro come protettore della profes­sione del medico, S. Francesco d'Assisi ed altri santi che a Napoli venivano onorati. Somma confidenza riponeva nel­l'aiuto di S. Michele Arcangelo e nell'assistenza dell'Angelo Custode.

« Bella sei tu, o amica mia, soave e splendida come Geru­salemme, terribile come un esercito messo in battaglia». Una è la mia colomba, la mia perfetta; la videro le don­zelle e beatissima la chiamarono; le regine, e la lodarono. Chi è costei che esce fuori come aurora sorgente, bella come la luna, eletta come il sole, terribile come un esercito messo in battaglia? » (Cant., VI, 3, 8, 9, 10).

Sotto questa luce, nella completezza di tutti gli attri­buti qui elencati; Giuseppe Moscati vede Maria Immaco­lata e di lei si considera povero indegno figlio. Ogni suo pen­siero, ogni suo desiderio, ogni sua offerta salgono a Dio per l'intercessione di Maria: le mani di Lei travasano sull'in­fervorato richiedente le generose benedizioni del Signore.

Per questo il culto che il Moscati rende alla Vergine è culto sincero e costante e non conosce esitazioni.

L'anno 1926, nella prima domenica d'ottobre, il pro­fessore è ospite della Clinica Lettieri in Vallo di Lucania. A mezzogiorno, nella cappelletta della Clinica, si recita la supplica alla Madonna di Pompei e la Superiora desidere­rebbe che alla cerimonia assistesse tutto il personale della clinica, ma non osa far parola di ciò al celebre professore. Non fa d'uopo, del resto, perchè il Moscati indovinando l'intenzione della Suora, la previene e, a mezzogiorno pre­ciso, circondato dal personale al completo, è in cappella, motivo di ammirazione ed esempio di tempra cristiana in­flessibile.

Il 6, 7 agosto 1923 è a Lourdes. Non si descrive ciò che passa tra il cuore del figlio e quello della Madre nelle fortunate giornate trascorse sulla riva del Gave.

Torna a Napoli mentre nella chiesa di S. Nicola da To­lentino si festeggia, con grande solennità, il cinquantenario dell'incoronazione della Madonna di Lourdes. Conoscendo quanto egli sia devoto della Vergine, c'è persona che si cura di fargli sapere il programma della festa e che si meraviglia constatandone l'assenza.

Ma l'ultima sera, mentre il predicatore sta facendo il panegirico, ecco il Moscati entrare in chiesa, dirigersi di­filato alla grotta, inginocchiarsi davanti alla sacra effigie e rimanere assorto in preghiera per una mezz'ora. Egli era tornato allora allora dal Congresso di Edimburgo e, trovato in casa l'invito alla festa in S. Nicola da Tolentino, prima ancora di toccar cibo e anche se stanco dal viaggio, era corso al tempio per far, atto d'omaggio alla Madre Celeste.

Rapidi, fugaci accenni; ma non occorre di più per ca­pire come il cuore di Giuseppe Moscati fosse accentrato nel cuor di Maria.

Stella dei terreni naviganti canta al suo indirizzo l’Ecclesiste:

« Io madre del bell'amore, e del timore e della scienza e della santa speranza.

«In me ogni grazia della vita e della verità; in me ogni speranza di vita e di virtù. »

Venite a me, voi tutti, voi che siete presi dall’amore di me, e saziatevi dei miei frutti.

« Perocchè dolce è il mio spirito più del miele e la mia eredità più del favo del miele.

« Memoria di me sarà per tutta la serie dei secoli » (Ec­cles., XXIV, 24, 25, 26, 27, 28).

Ed il canto suscitava aurei echi nel cuore del Santo in camice bianco.

 

COME UN GIGLIO

Una delle virtù su cui si erige la personalità del cristiano è la purezza: è forse, questa, la più bella delle virtù, in quanto può essere considerata mezzo di conquista di tutte le altre.

Giuseppe Moscati la possedette per intiero. La praticò durante tutta la vita fino all'eroismo dominando le passioni e volgendole a prezzo di mortificazione e di digiuno, a mo­tivo di perfezionamento spirituale. I suoi compagni, i suoi colleghi, unanimemente sollevano un coro di laudi all'in­dirizzo della sua bella virtù, così preziosa, così ben custodita, da far pensare che mai ombra di peccato abbia potuto of­fuscarla.

- Beati mundo corde guoniam ipsi Deum videbunt (Matteo V, 8), dice il Vangelo; e certo il Moscati deve aver tenuto assai il cuore fisso a questa beatitudine se riuscì a farne ragione di stupore in tutti coloro che lo conobbero.

- O divina castità, beato chi ti conquista e ti conserva costantemente - proclama S. Atanasio. - Faticherà un poco ed avrà in te motivo di immenso gaudio!

Frutto di arduo combattimento, frutto di mortificazione, frutto di rinuncia.

Giovane, nel pieno dell'esuberanza vitale, Giuseppe Mo­scati era rimasto in dubbio sulla via da seguire nella vita. Una forte simpatia per una bellissima giovinetta, gli aveva posto il quesito: matrimonio o sacerdozio. La decisione era stata per un sacerdozio di carattere laico; e da quel punto la lotta senza quartiere per la custodia della bella virtù, non aveva conosciuto attimi di sosta.

Anche in ciò, come in altro, il Moscati aveva sdegnato le mezze misure; e sua intima ansia era stata quella di salire sempre maggiormente nell'acquisto della purezza.

Non è a dirsi come fosse vigilante nell'allontanare da sè anche le più piccole cose che potessero sembrare tentazioni alla virtù angelica: così praticava con scrupolo astinenze e digiuni, disprezzava agi e ricchezze, non ricercava la co­modità ed era frugale quanto è possibile esserlo. Modestis­simo era nel concedersi il divertimento e giungeva al punto di proibirsi l'uso degli strumenti musicali per tema che ne rimanessero troppo solleticati i sensi.

La professione del medico, peraltro, par fatta apposta per attentare all'integrità del tesoro liliale: ma quanta non era la cura del professor Moscati nell'evitare che dall'eser­cizio di quella che egli considerava missione, potesse deri­vargli incentivo a pensieri irriverenti! Esigeva che gli amma­lati fossero di una serietà assoluta nel discoprire le parti del corpo che egli doveva visitare; ed era capacissimo di apo­strofare con parole forti chi, nei confronti del medico, non si diportasse con la massima discrezione. Torceva allora energi­camente il viso qualora la paziente. non mutasse atteggia­mento, le negava in modo reciso la propria assistenza. Do­vendo procedere a palpazioni, le sue dita si posavano sulla carne con delicatezza tale come se non volessero che sfio­rare: gli occhi erano rivolti verso l'alto, come se di là doves­sero venirgli i lumi necessari al suo compito. Soffriva nel vedere come tanta gioventù si perda nell'inseguire i facili amori e nel profanare la virtù angelica; e soleva spesso dire che noi siamo in mezzo al fuoco; e alludeva in modo speciale alla professione del medico, più degli altri esposta al pericolo della tentazione.

Medico, egli era giunto a possedere questa virtù nella sua rutilante interezza. Ecco, al proposito, cosa si trova scritto nel suo Diario:

«Oh se i giovani nella loro esuberanza, sapessero che le illusioni d'amore, per lo più frutto di una viva esaltazione dei sensi, sono passeggere! E se un angelo avvertisse loro che giurano così facilmente eterna fedeltà a illegittimi affetti, nel delirio da cui sono presi, che tutto quello che è impuro amore deve morire, perchè è un male, soffrirebbero meno e sarebbero più buoni.

» Ce ne accorgiamo in età più avanzata, quando ci avvi­ciniamo per le umane vicende, per caso, al fuoco che ci aveva infiammato e non ci riscalda più.

» Ho dovuto osservare le carni fidiache di una signora che nei primi anni miei giovanili aveva riempito i miei sogni, ed essa non lo sapeva.

» Chi avrebbe mai pensato che un giorno costei sarebbe ricorsa a me?

»Sempre impressionante quella bellezza! Ed io ho com­piuto il mio dovere umanitario tranquillamente, nobilmente, senza che vibrasse al cuore corda dentro di me.

» Mi ha domandato, perchè io potessi paragonare il suo stato attuale con l'antica floridezza, se l'avessi mai vista prima. Ho risposto di no.

» E non era una bugia. Era un'altra quella dei miei primi anni, scomparsa senza rammarico e senza rimpianto, puri­ficato il cuore ».

Per mettere alla prova la sua virtù, una volta certi suoi colleghi (e non è un atto che torni a loro onore) gli gio­carono un brutto tiro. L'avviarono presso una donna che dicevano povera e bisognosa di una visita di un medico il­luminato, perchè la vedesse. Mosso dalla carità che mai lo faceva ristare davanti all'invito degli umili, egli vi andò.

Non si trattava nè di un'ammalata nè di una povera si trattava di una donna in cui il senso dell'umana dignità era scomparso e che, pagata, tentava di tendere impudiche reti all'integro uomo. Il Moscati spese un solo sguardo, nè gli occorse di più per capire il tiro. Ebbe una brusca voltata di spalle e tornò sulla via.

Nel 1914, fatto ormai saldo nella pratica della vita arrisa dalla purezza, egli emise il voto di castità. Accennammo in­dietro come egli usasse pregare, ravvivando i versetti del­1'Ave, ad esempio, col richiamare alla mente le diverse im­magini sotto le quali è raffigurata la Madonna: e riportammo un tratto del suo diario che finiva con queste espressioni « Ho uno slancio di tenerezza per la Madonna sotto il titolo del Buon Consiglio, che mi sorride così come è effigiata nella chiesa delle Sacramentine. Innanzi a questa Immagine di Lei ed in questa chiesa io feci abiura degli impuri affetti terreni ».

Non nomina esplicitamente il voto di castità, ma parla di un'abiura degli impuri affetti terreni: che è la stessa cosa. Era dunque un addio definitivo agli allettamenti di una famiglia terrena e l'abbraccio della santa castità, sorgente di opere eccelse.

«La castità - dice il Monsabrè - purifica l'amore, dilata il cuore e gli infonde quella viva fame di sacrificio e di immolazione donde nascono le grandi opere di carità spirituale e corporale ».

Paiono parole vergate apposta per illustrare la vita e l'opera di Giuseppe Moscati, acceso d'amore puro, asse­tato di sacrificio, votato alla più ardente carità.

Egli aveva rinunciato alla famiglia del sangue per poter meglio attendere alla vasta famiglia spirituale che s'era venuta formando attorno a sè. Così sciolto dai vincoli ma­teriali, egli sentiva di poter meglio dedicarsi, anima e corpo, agli interessi superiori degli innumeri che a lui guardavano come ad esempio vivente; e questi innumeri che attingevano al suo detto e al suo fatto, vedevano in lui « l'anima pura, che possiede la scienza intima e profonda di Dio supremo intelligibile » (Monsabrè).

Il professor Moscati considerava il celibato virtuoso, a cui s'era spontaneamente votato, come uno stato di grazia concesso a pochi privilegiati; per questo si rallegrava assai alla notizia di matrimoni che suoi conoscenti stavano per contrarre, e, trovando il modo di far entrare insegnamenti morali nel tessuto delle sue lezioni professionali, egli ribadiva, sovente la convinzione della necessità che i giovani abbiano a vedere nel matrimonio lo sfocio più naturale e semplice della loro vita di uomini.

Alla castità e alla continenza egli annetteva un carat­tere di alte virtù, oltrechè religiose, eziandio sociali: dipen­dendo la sanità fisica e morale di una razza dal grado se­condo il quale esse furono praticate.

Ecco cosa egli scrisse in proposito: « Tutti i giovani dovrebbero comprendere che nella pratica della continenza è il modo migliore per tenersi lontani dalla massima malattia trasmissibile, che è il simbolo del peccato originale, la sifi­lide, mantenendo il loro spirito e il loro cuore lontani dalla turpitudine, in un esercizio di rinuncia e di sacrificio; do­vrebbero giurare di concedere la loro maturità e sanità sessuale solamente all'essere unicamente amato. Nell'Italia Meridionale, nei contadini, vediamo ancora, e non in altri paesi, famiglie dense di bellissimi figli... figli generati da due esseri forti, che si amarono semplicemente, come gli uccelli delle loro montagne e non ruppero mai la loro fede ».

 

APOSTOLO

Nel 1914 l'Europa, è sconvolta dallo scoppio di una immensa conflagrazione che, come poderoso incendio, trae nel turbine, grande numero di popoli. L'atmosfera si arro­venta e i dolori e i lutti prendono ad alterare la tranquilla vita delle famiglie. Cede il tempo del raccoglimento e del proficuo lavoro, al tempo delle crudeli ansie e dei tormenti. Gli uomini sono strappati alle loro case, infranti gli affetti, rivoluzionate le usanze. Solo chi ha ferma virtù riesce a mantenere inalterata la calma interiore ed attendere con serena fiducia lo svolgersi degli avvenimenti.

L'Italia assiste per lo spazio di quasi un anno alla evo­luzione della conflagrazione; poi, quando i suoi stessi inte­ressi sono in gioco, entra decisamente nell'agone.

E' di tutti l'ansia, l'incertezza, la paura della sorpresa che può intervenire, improvvisa, a modificare il corso di tutta una vita, a decidere facilmente della vita stessa.

Ma chi vive librato nelle sfere superiori dell'abbandono in Dio, non teme il mutare degli avvenimenti e Giuseppe Moscati scrive nel suo Diario il giorno 1 gennaio 1916: - Nel nome di Dio! -

Nel nome di Dio! In questo santo nome egli era pron­to a tutto: alla vita precaria del fronte, come a quella del­l'ufficiale medico o del medico direttore di ospedale.

Piacque alla Provvidenza che il Moscati esplicasse la sua attività per la Patria in guerra, proprio nella veste di medico Capo del Reparto Militare.

Aveva allora trentacinque anni: le sue forze erano nel pieno rigoglio, la volontà di dedicarsi al bene del prossimo con l'opera medica e l'apostolica carità era fermissima.

Venne equiparato al grado di Maggiore dell'Esercito ed incominciò il suo lavoro. Era un lavoro arduo perchè su di lui pesava la responsabilità del funzionamento di re­parti in cui feriti arrivavano assai numerosi e perchè questo lavoro era tutt'altro che finito quando erano state espletate le funzioni mediche. L'assistenza morale e religiosa che il prof. Moscati intendeva di esercitare a bene dei poveri de­genti, lo impegnava oltre misura; di modo che non si con­tavano le ore che egli trascorreva in clinica presso i letti delle più svariate sofferenze. Se ci fu periodo di tempo in cui egli ebbe modo di accoppiare meglio che per l'addietro il conforto della scienza con quello della fede a beneficio di anime e corpi tormentati e straziati, esso fu proprio quello in cui tenne la direzione del Reparto Militare.

Medico ed apostolo.

Tornavano i poveri ed umili soldati, dalle trincee dove l'odio scatenato dagli uomini aveva dilaniato, col ferro e con l'ideologia di riprovevoli teorie, carni e spirito. Essi esigevano l'intervento della scienza e il conforto della fede. Il prof. Moscati ebbe agio allora di sviluppare magnifica­mente le doti di apostolo di cui era ricco il suo animo. Infaticabile.

Dalle trincee giungevano numerosi all'ospedale i feriti. Un giorno del dicembre 1915 ne giunsero cinquanta: e il professore li volle tutti personalmente vedere, tutti visitare, di ognuno rilevare i segni clinici e segnare le diagnosi prov­visorie; li volle poi tutti osservare sistemati nei letti e dotati dei medicinali necessari, prima di abbandonare le corsie per portarsi a continuare la sua missione laddove si invocava come grazia il suo intervento.

Dalle statistiche redatte e dai documenti dell'Ospedale Incurabili, risulta che il prof. Moscati curò nel 1915 duecento sessantuno militari; essi salirono a 532 nel 1916, a 1361 nel 1917 ed a 370 nel 1918. Se si pensa che egli era uno di quei me­dici che profondono nell'opera loro il meglio della coscienza e di ogni malato si curano come se fosse il solo a reclamare l'intervento loro, si può ben capire quale fosse la mole del lavoro che pesava sulle spalle dell'illustre Professore. Si ag­giunga che le Autorità militari di Napoli, venute a cono­scenza della valentia e della scrupolosità del prof. Moscati, gli inviavano gli ammalati più ardui, quelli di più difficile diagnosticazione, affidando altresì all'illibata coscienza del­l'illustre uomo il compito di terminare i provvedimenti medico-legali.

Non era del resto la mole del lavoro a spaventare il Moscati, il quale doveva essere abituato a vedere e a consi­derare le cose in una luce molto rosea. Tanti corpi affranti, altrettante anime da curare; perchè, in definitiva, l'ulte­riore aggravamento di attività si risolveva sempre per lui nella possibilità di un più ampio raggio di apostolato: e si contano a schiere i soldati che egli confortò, che riuscì ad avvicinare ai Sacramenti, con la parola soffusa di persua­sione e l'esempio di una vita che per gli stessi soldati era og­getto di alta meraviglia. « Da mihi animas, ceetera tol­le » (Genesi, XIV, 24), dammi anime e toglimi tutto il resto, poteva ben egli dire con la Scrittura: egli che non appetiva onori, nè ricchezze, nè agi, nè considerazione di ordine umano.

Conforto più grande i soldati non gli davano che ac­costandosi ai Sacramenti: se li vedeva ricevere la Comu­nione era addirittura raggiante. Così gli piaceva di sco­prire, sulle carni dei feriti, medagliette e segni di devozione. Un giorno il Direttore Generale degli Incurabili, se­guito da un assistente, visitava i degenti militari, essendo assente il prof. Moscati, per rendersi personalmente conto dell'efficienza di tutti i servizi, e, passando da letto a letto, gli avvenne di riscontrare appunto come molti soldati te­nessero con sè medagliette, abitini della Madonna e rosari. Montò per questo sulle furie e, credendo che il fatto fosse da attribuirsi alla compiacenza dell'assistente che lo accom­pagnava, fu sul punto di fargli una paternale. Ma quando seppe dalla voce dei soldati ch'era stato il prof. Moscati a procedere alla distribuzione di quegli oggetti sacri, l'ira­scibile uomo trasse le pive nel sacco e in un battito ritornò calmo come un agnello.

Che avrebbe infatti mai potuto dire di un medico capo­reparto, che il Direttore dell'Ospedale Militare Principale di Napoli, con accenti pervasi di grande sincerità ebbe a designare come « il Santo prof. Moscati? »

E santo poteva benissimo, in quelle contingenze, ap­parire a chi lo circondava, per il costante esercizio di una virtù che tanto lo sollevava sulle miserie umane.

Osservantissimo della disciplina militare, egli era som­mamente rispettoso dei superiori e oltremodo paterno coi vecchi soldati della sanità, dei quali sapeva interpretare le angustie dovute al fatto d'essere lontani dalle famiglie, bisognose del loro aiuto e della loro assistenza. Uguale ama­bilità riserbava anche alle suore che con lui collaboravano nella cura ai feriti. Senza adunque violare le norme di una intransigente disciplina, egli, nei limiti del possibile, cercava di accontentare tutti, di entrare nel cuore di tutti, di conqui­stare le simpatie di tutti per farne leva da manovrare se­condo un alto fine spirituale.

Se avveniva che qualcuno dei suoi assistenti fosse ri­chiamato alle armi, egli si teneva in stretta relazione epi­stolare con lui e, attraverso un fitto carteggio continuava efficacemente quel ministero che dava consistenza e sapore a tutta la sua vita.

Appare qui quanto siano giuste le espressioni del La­grange tendenti a dimostrare come le anime pure riescano a dimenticare se stesse per dedicarsi al bene del prossimo; e, segnatamente, a quale altezza di altruismo, di cari­tà e di sacrifizio si elevano le anime dei celibi virtuosi di cui è mirabile esempio il prof. Giuseppe Moscati. La purità - dice il Lagrange - diviene in essi sor­gente di tenerezza e d'immolazione, poichè scacciando dal cuore l'egoismo e levando ogni impaccio, lascia loro ad un tempo la potenza ed i mezzi per dedicarsi agli altri. Chi non appartiene a nessuno, e nemmeno a sè, è più libero di darsi a tutti; perciò l'anima vergine è più pronta d'ogni altra all'eroismo della carità; ragione per cui, a tacere delle altre, la Chiesa istituì la castità sacerdotale, affinchè il prete trovasse in un cuore libero e puro la facilità di sacrificarsi per tutti.

Direi che, in un certo senso, il celibato virtuoso è un sacerdozio più meritorio del regolare, in quanto che con questo ha in comune tutte le ansie e i dolori ma non le sod­disfazioni che coronano esternamente e riconoscono pub­blicamente l'operato del sacerdote.

Molte, moltissime sono le voci che si alzano a benedire gli interventi del Professore Santo: ma quale dev'essere la copia del bene da lui compiuto che è rimasto nell'ombra, che forse fu misconosciuto. Perchè è proprio questo un altro degli aspetti che rende meritorio l'apostolato sacerdotale laico : il dispregio, quando non sia lo scherno, che circonda l'opera dell'apostolo.

Ma il Moscati era troppo alto per accorgersi di queste eventuali bassezze, o, comunque, per riceverne motivo di amarezza.

La guerra intanto, con le sue esigenze, faceva vuoti anche fra i sanitari, chiamati a spendere le proprie energie nei luoghi martoriati dalla pioggia del ferro e del fuoco.

Quantunque già vistosamente onerato d'impegni, il prof. Moscati si offrì di sostituire i colleghi che dovevano abbandonare i propri posti. Nell'insegnamento universita­rio di chimica fisiologica e di fisiologia sperimentale, sostituì il prof. Bottazzi, e più tardi, nel 1918, prese anche il posto del collega prof. Primavera. Chiamato alle armi, costui doveva partire per la zona d'operazioni; da solo un anno aveva vinto un concorso per cui era divenuto coa­diutore ordinario dell'Istituto Armanni, posto al quale aveva aspirato con desiderio. Affinchè fosse sicuro di ritrovarlo ritornando dalla guerra, il Moscati si offerse di sostituire il collega in esso. A guerra ultimata, tornato alle sue man­sioni, il prof. Primavera volle che il Moscati, che per lui aveva lavorato sei mesi, si tenesse le poche migliaia di lire ch'erano ricompensa alle sue fatiche. Ma questi le ricusò e, piuttosto di farsi pagare un'attività che aveva esplicato per vivo senso di fratellanza cristiana, elargì il compenso devolutogli alla Amministrazione dell'Ospedale degli In­curabili.

Nell'ottobre del 1917 dovette presentarsi alla Commis­sione di Mobilitazione dei Medici a Firenze; ma il cuore gli diceva che la Provvidenza gli aveva ormai fissato un posto di responsabilità per tutta la durata della guerra lon­tano dai fronti, così che scrisse sul suo Diario: « Credo pe­raltro che io seguiti a godere della dispensa dal servizio Militare, perchè ceduto alla Assistenza Ospedaliera Civile. La Sanità Militare non mi accolse all'epoca della mobili­tazione come volontario: ora i miei malati di ospedale forse mi impediscono di cingere di speroni i calcagni ».

La guerra infatti non lo rapì nel suo turbine e il 4 no­vembre 1918, giorno della vittoria delle armi italiane, trovò il Moscati intento alla sua opera di alta umanità.

Tante benemerenze e tanti suoi meriti, la sua scienza unita all'amore ed allo scrupolo con cui se ne serviva a bene dei bisognosi, concorsero insieme a far sì che fosse nominato Direttore di Sala all'Ospedale degli Incurabili.

La nomina all'importante posto deve averlo acceso di santo entusiasmo a profondersi maggiormente per lenire le pene dei sofferenti. Simile spirito trapela dalle espressioni della lettera che nell'occasione scrisse al Presidente degli Ospedali Riuniti in data 26 luglio 1919 e che suona preci­samente così: «Ringrazio vivamente Vostra Signoria Illustrissima e il Consiglio di Amministrazione della promozione conces­sami al grado di Direttore di Sala. Da ragazzo guardavo con interesse all'Ospedale In­curabili, che mio padre mi additava lontano, dalla terrazza di casa, ispirandomi sentimenti di pietà per il dolore senza nome, lenito in quelle mura. Un salutare smarrimento mi prendeva e cominciavo a pensare alla caducità di tutte le cose, e le illusioni passavano, come cadevano i fiori degli aranceti, che mi circondavano. Allora compreso tutto negli iniziati studi letterari, non sospettavo e non sognavo, che un giorno in quell'edificio bianco, alle cui vetrate si di­stinguevano appena, come bianchi fantasmi, gli infermi ospitati, io avrei coperto il supremo grado clinico. Una folla di ricordi, i più cari che mi gonfiano il cuore, mi trascina alle labbra parole di ringraziamento, di doverosa ricono­scenza, così poco burocratiche.

Procurerò, con l'aiuto di Dio, con le mie minime forze, di corrispondere alla fiducia in me riposta e di collaborare alla ricostituzione anche economica dei vecchi ospedali na­poletani, tanto benemeriti della carità e della cultura, oggi tanto miseri ».

Nel corso delle pagine fin qui scritte, s'è avuto già tante volte occasione di alludere allo spirito d'apostolato del prof. Moscati, apostolato che è uno degli aspetti più attraenti dell'integra figura del Cristiano.

A noi piacciono immensamente i ricchi generosi, i ricchi che danno comprendendo i bisogni del prossimo, i ricchi che fanno della loro ricchezza motivo di meriti per piacere al Signore. I doviziosi che s'attaccano grettamente ai loro tesori perdendo così a poco a poco la possibilità di un'esatta visione del mondo che li circonda e dei bisogni che lo assillano, sono degli egoisti che dimostrano; verso Dio la più nera ingratitudine, ma coll'ingratitudine si pu­niscono da sè, giacchè essa è, al dire di S. Bernardo, «un vento ardente che inaridisce la rugiada della misericordia e i torrenti della grazia ».

La constatazione che è di una fredda realtà nell'ordine materiale delle cose, riveste aspetti di verità anche nell'or­dine spirituale di esse. Chi ha talenti da trafficare, li traf­fichi: il Vangelo insegna. Chi possiede tesori di grazia, ne faccia parte anche agli altri. Ne consegue che l'apostolato è un dovere per il Cristiano uso a spendere la propria vita al cospetto diuturno di Dio, e che quasi non si riesca a con­cepire la pienezza della vita cristiana laddove manchi l'ane­lito a comunicare agli. altri lo spirito del Mandato: anelito che fa del laico un nuovo sacerdote e il collaboratore del sacerdote.

Vedremo ora come il prof. Moscati sia stato veramente l'apostolo, cioè il portatore di Cristo alle anime, il vero amico e il prezioso aiuto del Sacerdote. Egli era veramente il se­minatore di bene del quale S. Paolo diceva: (« Chi semina per la carne, dalla carne mieterà la corruzione: chi semina per lo spirito, dallo spirito mieterà la vita eterna. Non ci stanchiamo di fare il bene: poichè non istancandoci mieteremo a suo tempo... » (Galati, VI, 8, g).

Egli era il lievito che fermenta, che attrae a sè, che disgrega, che ricompone e dà morte e genera vita; perchè nel cuore dell'Apostolo, dice Mons. Bignamini, e c'è un qualche cosa che rassomiglia alla forza espansiva e alla potenza trasformatrice del lievito, ed è questa forza che santamente lo agita, gli mette indosso l'argento vivo; lo divora, lo porta a consumarsi per comunicare il sapore di Cristo alle anime dei propri fratelli. Oh! che grande mis­sione quella dell'Apostolo! Preparare il pane di frumento per la vita materiale degli uomini è una bella cosa, ma è assai più bella, immensamente più bella il lavorare perchè questi uomini vivano la vita dello spirito, la vita della Gra­zia, ed abbiano la vita eterna ».

Ora Giuseppe Moscati aveva proprio scelto la pro­fessione del medico perchè essa più d'ogni altra gli offriva la possibilità di svolgere largo apostolato di bene.

Nell'esercizio di questo apostolato, ben gli compete l'appellativo di « cavaliere della fede », ch'egli diffondeva e difendeva in tempi difficili, imbevuti d'agnosticismo e di materialismo, tempi in cui era già atto di coraggio pronun­ciare in pubblico la parola « Cristo ».

Esercitava questo suo ministero con tatto e con grande amabilità. L'apostolato inoltre non era relegato a una bran­chia sola della sua attività, ma tutte le investiva e tutte vol­geva al fine superiore della conoscenza, dell'amor di Dio e, quindi, della vita vissuta di conseguenza. Non c'era affet­tazione alcuna nel suo atteggiamento, che era invece sempre naturale e sereno. Egli non compiva sforzo alcuno nel per­seguire il suo ideale di apostolato, perchè il bisogno di apo­stolato era connaturato nella sua anima.

Gli episodi che svelano la sua carità sono innumerevoli e basterebbero, da soli, a riempire un libro che potrebbe intitolarsi « Fioretti della Carità ». Ne riferiamo alcuni, che hanno tutti i requisiti per giustificare ed illustrare probati­vamente le parole dell'Apostolo: «La Carità non cerca mai l'utile suo proprio; la Carità non è ambiziosa; è paziente; non pensa il male; non si irrita; è amabile » (I Corinti, XIII, 4, 5, 6).

Il suo apostolato si rivolge, innanzi tutto, agli amma­lati. Essi rappresentano il campo primo delle sue fatiche, gli oggetti che primi devono godere le attenzioni della sua scienza e del suo cuore.

Scrive di essi: « Gli ammalati sono le figure di Gesù Cristo. Molti sciagurati, delinquenti, bestemmiatori vengo­no a capitare in ospedale per disposizione ultima della mise­ricordia di Dio che li vuole salvi. Negli ospedali, la missione delle suore, dei medici, degli infermieri, è di collaborare a questa misericordia, aiutando, perdonando, sacrificandosi ».

Ecco, all'Ospedale degli Incurabili, un vecchio, da tem­po ricoverato, morirsene a poco a poco, consunto da un can­cro allo stomaco. Il passo che lo separa dalla vita eterna non è lontano, eppure egli rifiuta di accostarsi ai Ss. Sacramenti e non vuol sentir parlare di Comunione. Invano la suora assi­stente cerca di convincerlo, di indurlo a riflettere sul gran male che si procurerà se persisterà nella sua ostinazione e del gran bene che invece godrà se aprirà l'animo all'avvento del Signore. Invano. Allora la suora accorre dal Professore e questi non frappone indugi. S'accosta al letto del morente e gli parla dolcemente e a lungo. E' certo che lo spettacolo dell'illustre uomo di scienza che gli parla ora come se fosse un sacerdote, deve impressionare e convertire l'animo in­durito, più di qualsiasi altro intervento: tanto può l'esem­pio che viene dalla vita e dalla parola di un laico. Alla fine, tra la generale meraviglia, il vecchio chiede di confessarsi e poi devotamente riceve la Santa Comunione.

Dal momento che la scienza deve tanto spesso dichiarare la sua impotenza davanti al progresso del male, pensa il Moscati, perchè noi medici non dovremo soccorrere l'animo, se il corpo perisce, richiamando all'adempimento dei cri­stiani doveri? «Beati noi medici- afferma in una lettera - tanto spesso incapaci ad allontanare una malattia; beati noi se ricordiamo che, oltre i corpi, abbiamo di fronte delle ani­me immortali, per le quali ci urge il precetto evangelico di amarle come noi stessi; lì è la soddisfazione e non nel sentirci proclamare risanatori di un male fisico (quando per lo più la coscienza ci ammonisce... che il male guarì da sè!) ».

Per avere questa soddisfazione e per contribuire al primo risanamento, quello che gli stava maggiormente a cuore, ricevendo un ammalato in ospedale, per solito gli chie­deva se fosse in pace con Dio e da quanto tempo non si fosse accostato ai Sacramenti; ma, dotato in ciò di un intuito che ha dello straordinario, ben conosceva, al primo colpo d'oc­chio, quali fossero le persone a cui la domanda non si dovesse rivolgere, e che fossero invece da trattarsi con somma discre­zione e con un garbo particolarmente fine.

Uguale condotta egli usava per gli ammalati esterni che ricorrevano alle sue prestazioni: se le malattie non erano gravi ed allarmanti, allora egli seguiva una propedeutica consistente nel dar tempo al tempo e nel seminare nel tempo i semi di futuri raccolti; ma se le malattie erano gravi, allora, senza falsi rispetti per l'eventuale suscettibilità dei familiari, consigliava di accostarsi ai Sacramenti.

La sua perspicacia è grande nel suggerir loro l'indole dell'atteggiamento da seguire coi diversi soggetti che gli capitano tra le mani. Un giorno viene a lui un illustre pazien­te ed il Professore capisce subito che dovrà prodigargli una duplice cura: per lo spirito e per il corpo. L'illustre paziente però appartiene a quella categoria di persone che vanno trat­tate con un certo tatto. Il Moscati comunque non ha fretta, perchè la natura del male non è tale da suscitare apprensio­ni. Agisce con prudenza e trova il modo di lasciar cadere qua. e là, senza averne l'aria, i semi da cui sboccerà il buon frutto. All'animo del paziente, intanto, si impone come og­getto di meditazione l'esempio adamantino della vita di que­sto singolare Clinico, dalle mani affondate nelle miserie della carne e dagli occhi rapiti nelle estasi del Cielo. Il malato inol­tre si meraviglia che il Professore dimostri di conoscerlo così bene, nonostante la fugacità e la rarità degli incontri. Il fatto si è che decide di ritornare ai Sacramenti e, sapendo quanta allegrezza avrebbe prodotto la conoscenza della cosa al Moscati, decide di dargliene notizia. La lettera che il Professore gli rimanda è traboccante di intima soddi­sfazione: « Non ho avuto mai preoccupazione per la vostra salute corporale; vi ho ritenuto, malgrado piccole e riparabili avarie, sempre robusto... ma avevo trepidazione per la vostra salute spirituale! Non potrete quindi mai compenetrarvi della mia gioia alla notizia che avete dato a me, con la vostra cara lettera, della vostra ricuperata salvezza. Ho avuto sem­pre molta tenerezza per la Vergine SS. Immacolata; Ella vi ha richiamato! Lo meritavate, perchè la vostra vita è sempre stata ispirata a opere buone. Vedo anche il grande influsso della vostra Signora: Ella ha adempiuto al suo dovere datole da Dio! Come in ogni evento è stata la consorte pre­murosa del vostro corpo, così è stata del vostro spirito. "La moglie buona è premio del marito buono": dice il Deute­ronomio ».

Allegrezza più grande non poteva scaturire da un cuore di Sacerdote.

Spesso è in pensiero per qualche ammalato grave restio ad accogliere il conforto dei Sacramenti. Allora li visita spes­so e sua massima cura è quella di disporli a cercar riposo in Dio, ricevendolo sotto le specie del Pane consacrato.

Per i giovani, aveva palpiti di tenerezza paterna. Una volta gliene capita da curare uno per il quale non son tante le speranze di salvezza. Egli si prodiga al suo ca­pezzale e mette in opera tutte le risorse della scienza, desi­deroso di strapparlo alla morte. Lo visita ogni giorno qualche volta arriva al capezzale solo a sera, e sul suo viso si leggono i segni della stanchezza. Eppure egli si mantiene calmo, sereno, e trova spunti per conversazioni morali e diviene angelo di consolazione per l'infermo che desidera le sue visite e ascolta, visibilmente commosso e confortato, le sue parole. Presta la sua opera disinteressatamente, a­vendo in modo reciso, fin dalla prima visita, rifiutato alcun compenso, essendo la pratica della carità connaturata alla sua professione, e considerando egli il compenso come fattore che cancella l'aroma sgorgante dall'atto essenzialmente cri­stiano della cura del prossimo. Quando, nonostante le so­lerti prestazioni e i più disperati tentativi, la morte si avvici­na per l'infelice giovane, egli si preoccupa affinchè non gli manchi il supremo conforto dei Sacramenti, e prega il Sa­cerdote che l'assiste di iniziare prontamente le preghiere dei moribondi, partecipandovi egli stesso stando ginocchioni come un bimbo. Vuole quindi, dopo il trapasso, chiamare egli stesso un infermiere che vegli la salma del povero giovane; e, giunto dalla campagna l'infelice padre del morto, egli ne diviene l'angelo consolatore, proprio come lo era stato del defunto figliuolo.

La carità moltiplicava le sue forze fino a trarne prodigi d'attività. Il Moscati, impegnato dalla mattina alla sera, se non giunge ad espletare le occupazioni in programma, pro­lunga il suo lavoro fino alle ore della notte. Una cosa gli rie­sce sommamente dolorosa: quella di sentirsi dire, riguardo a prestazioni ch'egli dichiara di non poter dare: Non volete!

Un giorno giunge all'ospedale, a chiedere di lui, una giovane. E' nipote di una povera ammalata di cuore, moglie di un operaio, che abita in via Arenaccia.

La giovane invita il professore a passare dalla zia per una visita, ma quel giorno egli è impegnato da non dirsi, essendo richiesto anche fuori di Napoli.

- In giornata non posso - dice il professore - ma verrò certamente domani.

- Dite piuttosto che non volete - soggiunge irritata la giovane.

Il professore vuole farle notare che non può per oggi, ma potrà certamente domani.

- Non volete! - ribatte seccamente la giovane; e, in preda a visibile agitazione, getta in terra un pezzo di carta su cui è scritto l'indirizzo della malata e parte in fretta.

La giornata del professore è laboriosissima: ci deve stare, tra l'altro, un viaggio a Cassino; eppure, quando torna di là, ed è notte fatta, egli sale per la via Arenaccia e bussa alla porta della casa dell'ammalata, riempiendo di stupore tutti i casigliani già in braccio al sonno. Erano le ore 23. Nel corso delle sue visite, egli entrava nelle più umili dimore, che erano, del resto, quelle da lui preferite.

Se in ogni ammalato infatti era uso a vedere la figura di Cristo, più facile gli era di scoprirlo nell'ammalato po­vero. Per gli ammalati poveri erano dunque tutte le sue pre­ferenze. Gli capitavano diverse visite? Prima ai poveri, poi ai ricchi. - I ricchi - soleva dire - hanno la possibilità di chiamare al capezzale tutti i medici che vogliono e di retribuirli nella misura che essi esigono. Ma chi è disposto ad occuparsi dei miei poveri, se io li abbandono?

Diceva così perchè era solito non permettere neppure che i poveri pensassero in qualche modo a retribuirlo e per­chè sapeva che non sono molti i medici propensi a seguire questa linea di condotta.

Congiungeva l'esercizio della professione al più alto di­sinteresse. La questione dell'onorario era per lui sempre l'ul­tima. Se era chiamato per visite o consulti fuori di Napoli (e lo era spesso, essendo ormai il suo nome divenuto celebre in tutto il Mezzogiorno), s'occupava di tutto: mezzi di tra­sporto, orari ecc.; ma che non gli facessero l'affronto di par­largli dell'onorario avanti le altre questioni.

Una volta gli capita di doversi occupare di un amma­lato facoltoso. E' un ammalato grave e non c'è speranza di poterlo salvare. Sa il Moscati che parallela alla malattia del corpo cova in lui altra malattia, più grave e pericolosa quella dello spirito. E a sanare quest'ultima egli si dedica con tutto amore, visto che è impossibile vincere la prima. Ci riesce: l'ammalato si rappacifica con Dio ed il prof. Moscati ha il sommo conforto di assistere ad un trapasso illuminato dal conforto divino.

Egli riveste qui il carattere del missionario ed è tanto naturale che abbia a rispondere a chi gli domanda il perchè del rifiuto del compenso: - Salvare un'anima è il maggior compenso che io possa ambire alla mia modesta opera di medico.

Ugual spirito missionario dimostra in altra occasione. Un operaio, dato per tisico da diversi medici, decide di ri­correre anche al prof. Moscati e gli si presenta. Il professore l'osserva e gli basta l'osservazione per entrare nello spirito del paziente.

- Ti hanno detto che sei tisico? - gli chiede. L'ammalato fa segno di sì.

- Mettiti quieto - lo conforta il Moscati - non è esatto ciò che ti è stato detto. Il tuo male consiste in un asces­so al polmone, causato da una malattia che avesti in gioventù tu non sei ancora tisico. Piuttosto, sii devoto della Vergine e frequenta i Sacramenti.

L'operaio lo vuole pagare; ma, rifiutando l'onorario, il professore dice: - Se vuoi pagarmi, confessati, perchè è Dio che ti ha salvato.

Dopo una specifica cura, l'ammalato era perfetta­mente guarito.

Condotta simile egli segue curando un giovane affetto da tumore allo stomaco. Per quest'ammalato non può es­servi speranza di guarigione; ed ecco allora il Moscati consi­gliargli di accostarsi ai Sacramenti in cambio del compenso che egli vuol consegnargli per le prestazioni. Il giovane, che da tempo ha lasciato le pratiche di pietà, accoglie dapprima assai scetticamente il consiglio dell'illustre clinico; ma poi si rav­vede dei suoi errori e ritrova la pace nel cuore di Gesù.

Di questo soprannaturale compenso il Moscati gioisce. Tutto il suo ministero è adunque librato in atmosfera di soprannaturale, e ad esso la Provvidenza dà spesso la sod­disfazione di operare vere e proprie conversioni. Una di esse riguarda il prof. Leonardo Bianchi, Vicepresidente della Camera dei Deputati.

Nel febbraio del 1927 si teneva in Napoli un convegno accademico universitario, e grande era il concorso di perso­nalità e studiosi.

Il Moscati, che da tempo si teneva un po' in disparte, non avrebbe voluto parteciparvi; ma, attesa la presenza dell'On. Bianchi, figura nota per la dottrina e anche per le sue idee non certo favorevoli alla religione, vi andò. Il prof. Bianchi vi tenne, applauditissimo, una conferenza, ed aveva appena finito di parlare, quando, tra l'ovazione calorosa dei presenti, fu colto da malore e si accasciò. Subito sostenuto dai colleghi che tentavano di prodigargli i rimedi opportuni alle condizioni che apparivano gravissime, egli cercò con lo sguardo accorato il prof. Moscati, il quale fu lesto ad avvi­cinarglisi e a procedere a quell'opera che in simile frangente avrebbe compiuto il sacerdote. Stringendogli forte la ma­no, mostrando agli occhi del morente un crocifisso ed invi­tandolo a pentirsi dei suoi peccati, il Moscati andava ripe­tendogli la giaculatoria: (« Gesù mio, misericordia », che l'am­malato non poteva più recitare, ma allo spirito della quale visibilmente aderiva. Giunto il parroco richiesto d'urgenza, non fece in tempo a fare altro che ad amministrare con for­mula breve l'Estrema Unzione all'illustre morente, il quale passava così all'altra vita riconfortato e rappacificato con Dio.

Di questa impressionante morte ebbe il Moscati a scri­vere in questi termini alla nipote dell'On. Bianchi: « Si è avverato di vostro zio ciò che dice la parabola del Vangelo, che i chiamati dell'undecima ora avranno la stessa ricompensa di quelli chiamati alla prima ora del giorno. Sento anche ora l'impressione di quello sguardo che cercava me fra i convenuti... E Leonardo Bianchi sapeva bene i miei sentimenti religiosi, conoscendomi fin da quando io ero studente. Gli corsi vicino, gli suggerii parole di pentimento e di fiducia, mentre egli forte mi stringeva la mano non poten­do parlare... In formula breve, fu anche amministrata l'E­strema Unzione... ».

Soggiungeva quindi il Moscati che se il giorno della morte dell'On. Bianchi egli si trovava vicino a lui, ciò che si doveva unicamente alla disposizione della Provvidenza, in quanto che all'Università egli si era portato come spinto da una forza sovrumana contro cui non aveva potuto opporre resistenza.

Del resto l'assillo d'essere il Portatore di Cristo alle anime di Lui bisognose, muove i suoi passi ogni ora e lo indirizza nei luoghi più impensati e difficili.

Nel febbraio del 1927 egli è dappresso un notaio di 78 anni, che s'era nutrito di ateismo fin dalla prima gioventù. Poteva sembrare un caso difficile? Ma il Professore non cono­sceva ostacoli alla sua missione d'apostolo e bastò che invitasse il vegliardo a ricevere i conforti religiosi, che subito questi si offerse di ricevere un sacerdote: e il sacerdote ebbe modo di guadagnare completamente a Dio l'anima che il Moscati aveva trovato da Lui lontana.

Un'altra volta si tratta di un capitano di marina in pen­sione, affetto di cancro allo stomaco. Il medico non ha più nulla da fare: a lui subentra il sacerdote. Il Professore s'in­carica di condurlo presso l'infermo, chiede a questi se non abbia mai conosciuto un prete e, indicandogli il paziente il nome di un Padre di S. Chiara, il Moscati stesso passa dal convento ed avvisa il Padre di visitare l'ammalato. L'opera è coronata da roseo successo.

Il desiderio di condurre anime a Dio, mette ali alla vo­lontà del celebre Professore. Di questo anelito fa fede ogni sua opera, ogni suo scritto.

Ogni volta che può registrare una vittoria di tale natura, il suo animo trabocca di gioia.

- Vi do una buona notizia - scrive il 19 marzo 1926 all'avv. Bartolo Longo, il noto Apostolo del santuario di Pompei e delle opere annesse. - Quella signora di Roma che era stata Dama Infermiera a Lourdes e che s'era allontanata da Dio, ha voluto, prima di subire l'intervento chirurgico confessarsi e comunicarsi, ed ha preteso che anche la figlio­letta facesse altrettanto e perfino il marito ».

In ordine alla conformazione della sua vita, erano queste le notizie più belle che egli si gloriava di dare.

Sempre, egli era dispensatore sovrano di bontà. La simpatia di cui si vedeva così universalmente circondato, traeva proprio di qui la ragione d'essere.

Capitava a volte che le sue anticamere fossero fitte di ammalati che attendevano da ore il loro turno di visita. Ecco che la porta dello studio si apriva e nel vano si incorni­ciava la figura tranquilla e serena del Professore. Sul volto gli si stendeva un'aria di angelica bontà.

- Signori - prendeva a dire bonariamente guardan­do l’orologio - io avrei un appuntamento con un ammalato grave. Sono le ore tali e il treno parte tra breve. Vi pare che possiate compiere opera di bene a lasciarmi libero di atten­dere a persona assai più bisognosa di voi?

L'esito di questi discorsetti era senz'altro conforme al­l'aspettativa. Non capitava mai che alcuno si alzasse a pro­testare, tanto bene entravano tutti nello spirito della sua bontà. Anche chi aveva atteso lunghe ore ed era vicino ad essere chiamato per la visita, offriva il piccolo sacrificio e l'incomodo di un ritorno, al successo della missione che il Professore stava per iniziare.

Era di una solerzia sorprendente ed era assai lungi dal guardare alla professione del medico con intenti commerciali, bisognoso come egli era di cercare, col favorire e con l'aiu­tare il prossimo, sollievo e conforto al suo nobile spirito. - Che cosa possono fare gli uomini? - esclamò un giorno. - Che cosa possono opporre alle leggi eterne della vita? Ecco la necessità del rifugio in Dio.

 

LA « SANTA FOLLIA »

Qualcuno potrà obbiettare che questo indirizzo im­presso a tutta una vita così densa di applicazioni sconfina in una specie di mania religiosa.

L'accusa torna del tutto ingiustificata se mossa a Giusep­pe Moscati; e mons. Maini, arcivescovo di Amalfi, nella già citata sua biografia, ne confuta punto per punto la sostanza.

Anzitutto, egli dice, « la pietà cristiana del prof. Moscati ha uno sviluppo progressivo, normale, logico: è lo sviluppo delle virtù teologali che il Battesimo infonde ».

Nel Moscati non appare il minimo segno di squilibrio; anzi, i vari atti della sua quotidiana fatica portano il sigillo d'una pacatezza, d'una serietà e d'una logicità tali che costi­tuiscono, assieme considerate, l'equilibrio regolatore più perfetto. Esse non lasciano adito alle manifestazioni che sono proprie della mania religiosa, in cui entrano disordine, scom­posti atteggiamenti, sfasature e false od errate interpretazio­ni morali.

E' propria della mania religiosa l'autoincensazione, il molto e compiaciuto parlare di sè e del proprio operato, mentre il Moscati sembra ispirarsi appieno alle sagge espres­sioni del Didon, laddove è detto che « la parola umana è spesso vuota e non esprime che una verità trita e imperfetta, che l'ignoranza rimpiccinisce ancora, l'errore spesso travisa e la passione esagera; e siccome raramente s'anima del fuoco dello spirito, da ciò nasce la sua impotenza e sterilità; on­de quel po' di vita ch'essa contiene si esaurisce presto come il pensiero arrembato e la virtù timida a cui si ispira; e anche le parole più piene e potenti non trapassano mai i limiti d'un popolo o di un secolo, e vanno a finire come quei grani delicati che germinano in certi solchi soltanto ».

La parola del Moscati è sobria e contenuta: raramente essa si espande e, quando lo fa, non è per parlare in prima persona. Del resto essa cede il campo all'opera ogni qualvolta ve ne sia la possibilità.

La pietà del Moscati investe tutta la sua vita: essa è rispondente alla natura di quella di cui parla S. Paolo: « La pietà è indispensabile in tutto: essa sola ha le benedizioni della vita presente e della vita futura»: e non mi pare esista frase di valore probatorio più assoluto nei confronti dell'o­pera del Nostro.

L'atteggiamento del Moscati, inoltre, sfugge e rifugge da tutte quelle pose dalle quali non va disgiunta la mania religiosa: esso è improntato a grande naturalezza, a profonda sincerità. In casa, in chiesa, in iscuola, in clinica, non è mai possibile sorprendere il Professore in posa che contrasti con le sue intime convinzioni e che accusi sforzo od insincerità.

Una mania religiosa si svelerebbe inoltre nell'intempe­stività dell'apostolato: mentre non c'è esempio di apostolato più prudente e saggio di quello svolto dal Moscati. Egli intui­sce come e quando, in che senso e in che misura, va condotta l'opera: sa quali siano le parole che vanno usate: e coi lenti è energico, cogli energici dolce e convincente, cristianamente romantico con le anime adescabili per vie di sentimento, logico con quelle use al raziocinio; sa per impulso con chi debba entrare nel vivo dell'apostolato e con chi invece sia meglio agire con precauzione, senza averne l'apparenza.

Tutti potevano vedere come egli vivesse in intima co­munione col Signore: e di questa comunione erano testimo­nianze solari il quotidiano alimento ricevuto al Banchetto dei forti, le Messe ascoltate, le visite al SS.mo fatte, le pie pratiche disseminate lungo il corso delle giornate.

Ma da tutto ciò esula la benchè minima traccia di fari­saismo: tutto è velato del più pudico silenzio e non è certo dalla sua parola che si apprende la conformazione eminen­temente cristocentrica di lui. Anzi, si nota nel Moscati una costante preoccupazione di nascondersi, di distruggere i suoi scritti perchè fosse evitata una eventuale accusa di esteriorità, di rendersi umile, di confondersi possibilmente nella folla, di non farsi in alcun modo notare. Tutto questo contrasta naturalmente coi requisiti della così detta «mania religiosa ».

Ma c'è un punto in cui l'eventuale accusa cade frantu­mata: ed è quello che denota l'assenza assoluta in lui di quel­l'umore ipocondrico, frutto specifico di una male intesa pietà.

Si può anzi osservare come, nella serietà che contras­segna la sua condotta, non siano rari i momenti d'arguzia. A lui piace ridere coi propri allievi, con gli assistenti, con chi comunemente lo pratica.

Parlando nel freddo linguaggio medico, affermano i suoi colleghi, amava temperare di mano in mano la monoto­nia delle espressioni tecniche con l'intrusione di qualche pa­rola che aerasse un po' l'atmosfera.

Nel diagnosticare era spesso faceto. « Si tratta di esostosi. Nulla di grave », diceva una volta di una bambina. E tra parentesi, alludendo alla salute di essa, che non sarebbe stata gran che sottoposta all'azione del male, « Sarà una rosa con qualche spina ».

Un mattino si reca a visitare un Padre ammalato nel convento di S. Chiara. Dopo la visita scende com'è abitu­dine sua, a pregare in chiesa; e subito una devota gli si acco­sta per chiedergli quale malattia abbia riscontrato nel Padre. Lì per lì, il medico trova una risposta faceta, e, senza voltarsi, dice: « Peste bubbonica », non riuscendo quindi a frenare il riso che gli sgorga spontaneamente su dal cuore.

Eccolo ancora a visitare una signorina. Passando dalla biblioteca di lei s'accorge che la paziente deve essere infatua­ta di filosofia, tanti sono gli autori filosofici che s'allineano sui panchetti. La signorina vuole anzi aprire con lui una di­scussione filosofica; ma il Professore, che ha ben altro a cui pensare, la interrompe argutamente per dire: « A lei, signo­rina, manca un ottimo libro, che io avrò l'onore e il piacere di farle avere perchè entri nella sua biblioteca ». La signorina è lusingata dalla proposta del professore, al quale chiede di che autore si tratti. « Il re dei cuochi! », risponde il Moscati, e ride gustosamente della disillusione della paziente sua filosofessa.

Quando poi gli si prestava l'estro, disegnava in un batti­to certi schizzetti tutto brio, buon umore e spirito di acutis­sima osservazione.

Su un foglietto disegna il campo visivo di una signorina moderna (e fà notare: «il lettore è libero di sostituire al "moderno" il nome che vuole ») : questo campo visivo com­prende due zone: una centrale, la zona luminosa, l'altra periferica, la zona cieca. Nella centrale il Moscati abbozza una congerie di soggettini che vanno dal blasone, alla crona­ca pettegola, allo «chef de restaurant», al cinema, all'auto­mobile, al tenore di grido, al tailleur, à la ville de Paris, ecc.; nella zona periferica, oh, cose di secondarissima importanza per una ragazza di buona famiglia (e pare di vedere il sorriso ironico del prof. Moscati), quali sarebbero: la cucina, la scuola centro di studio, la virtù e l'esperienza, la massaia, il santuario della casa, l'altro mondo, ecc.

Lo spirito suo arguto ha una fisionomia ben definita ed esclude che si possa parlare di mania religiosa in chi lo possiede.

D'altra parte, se questa mania religiosa davvero fosse esistita, possibile che di essa non si sarebbero accorti tanti medici, parecchi di gran fama, che guardavano al Moscati con sentimento di alta venerazione, ascoltavano ammirati la sua parola, traevano dall'esempio di illibatezza che egli offriva, motivo di conforto e di elevazione?

L'avvocato Bartolo Longo ebbe a scrivere sulla busta di una lettera a lui scritta dal Moscati: « Il prof. Moscati Suo apostolato divino è di concorrere con Cristo alla salvez­za delle anime. Come S. Cosma, egli è medico dei corpi e delle anime ».

Frutto di una convinzione che è di pochissimi, sostenuto da una fede che muove le montagne, l'apostolato del Nostro è cristallino e la mania religiosa non lo sfiora neppure da lontano.

 

CHI ACCOGLIERA’ UN POVERELLO...

Un altro aspetto della personalità di questo illustre Medico che ci preme di mettere in risalto, consiste nel su­premo disinteresse che non si disgiunge mai dalle azioni. Il suo disinteresse diventa, tra i colleghi di professione, persino leggendario: e stupisce quando si pensi che la ricchezza, il desiderio degli agi, l'anelito al benessere materiale agiscono più o meno violentemente sull'umana natura.

In verità, non fan legione i medici (come del resto i professionisti d'altro genere) che sappiano dare esempio di disprezzo della materia e mostrino di sganciarsi dal valore venale delle cose e delle opere per sollevarsi nel clima di un puro ideale. Il prof. Moscati è invece proprio di questi privi­legiati che, se uno sguardo dànno al denaro è perchè da esso attendono l'aiuto e la possibilità di compiere opere buone.

Anche questo aspetto del carattere di Giuseppe Moscati può essere illustrato da un'ampia raccolta di « fioretti », testimoniati da persone credibilissime, e di cui riportiamo in appresso una scelta.

Nell'estate del 1920, un giorno gli si presenta un gio­vane, piuttosto dimessamente vestito, che parla uno stentato italiano infarcito di abbondanti francesismi. Gli dice che ap­partiene ad una famiglia di italiani trapiantati a Marsiglia a Marsiglia si lavorava quando la mamma ammalò e, dopo lunghe cure, i medici consigliarono di trasportarla a Napoli per continuare la cura in un clima più confacente alla malattia dell'inferma. Ora risiedono in una locanda di Na­poli, ed il giovane vorrebbe che il professore visitasse la mamma; ma sa che si tratta di una celebrità, per cui pensa a compensi molto elevati e vuole quindi, in anticipo, sapere se i suoi saranno in grado di fronteggiare la spesa.

- Se verrete, quanto vi dovremo, professore? - chie­de angustiato il giovane.

La risposta viene formulata in questi termini

- Dite alla vostra mamma che alle diciotto e trenta sarò da lei.

Il giovane pensa che il professore non abbia capito e torna a fare la sua domanda.

- Dite che alle diciotto e trenta sarò da lei - ribadisce il professore; e questa volta il giovane ha capito e, presegli le mani, gliele bacia in un impeto di riconoscenza.

« Parlan sempre d'onorari », dice spesso il Moscati. Ci pensano tutti con tante preoccupazioni, quando io lo considero proprio l'ultima delle cose meritevoli di qualche considerazione ».

Una volta giunge a Vico, dove il suo nome è noto e più nota la sua carità; visita l'ammalato a cui è diretto e poi uno stuolo d'altri ammalati, e da tutti non percepisce un cente­simo.

Altra volta gli si fanno incontro, in treno, diversi ferro­vieri che lo pregano di visitare a Castellamare un loro col­lega, ammalato e povero. Egli non si fa pregare e, sceso nel­l'umile casa dell'infermo, vi trova i compagni di lui. L'in­fermo è grave, ed egli deve convincere i parenti che il meglio che si possa fare, è di correre per il parroco affinchè gli presti i conforti religiosi. Prescrive però anche energici rimedi e, staccandosi dal capezzale, attraggono la sua curiosità i ferrovieri che, in gruppo in un canto della povera stanza, confabulano tra loro. Stanno procedendo ad una colletta con il ricavato della quale pagare la visita del Professore. Ma quando questi ha saputa la loro intenzione, sfavilla di gioia e, anzichè riscuotere l'onorario, vuole aggiungere alla colletta dei poveri lavoratori la sua stessa quota, affinchè col devoluto di essa l'infermo possa procurarsi i rimedi coi quali combattere la violenza del male. Si può ben pensare la meraviglia che s'impossessa di quell'umile gente non avvez­za a delicatezze del genere: tutti insieme gli operai vorrebbe­ro gettarsi ai piedi del Moscati per baciarglieli in segno di gratitudine; ma egli è lesto ad uscire dalla povera casa, la­sciando dietro di sè il profumo della sua ispirata carità.

E' noto che egli aveva un modo particolare di giudicare la vita dei lavoratori. In essi vedeva gente che si applica, ma­nualmente, per soddisfare necessità che sono di tutti, anche degli uomini di talento e di scienza; i quali uomini, appunto per questo, non debbono trar profitto eccessivo dall'uso di quei talenti che la Provvidenza ha loro concesso.

Un giorno il prof. Moscati viene chiamato a Portici per visitare un giovanetto ammalato di appendicite. Il caso sembra tale da non esservi altra via d'uscita che un inter­vento chirurgico. Quando già tutto è stato preparato in tal senso, ecco arrivare il Moscati, il quale, dopo la visita, esclu­de energicamente l'atto operatorio ed ordina applicazioni di ghiaccio all'addome.

Il decorso della malattia sottoposta a simile trattamento esige una oculata assistenza del clinico, e per questo in solo quindici giorni il Professore torna a Portici ben quattro volte. Finalmente la completa guarigione del giovanetto corona i suo sforzi. Più che il medico, i familiari del guarito vedono in Moscati il salvatore e, per dimostrargli la loro gratitudine, a prestazioni ultimate, gli mettono tra le mani la busta col compenso, busta che il Professore intasca senza pensarci più che tanto. A metà però della strada di ritorno, gli viene curiosità di vedere in quale misura l'abbiano ricompensato. Apre la busta e si trova tra le mani un biglietto da mille! Simile scoperta lo riempi di ansia. Mille lire per un conforto alla base del quale egli vuole che aliti anzitutto lo spirito di carità? Rifà ben tosto la via e torna nella famiglia dei trop­po generosi oblatori; e, chiedendo se si tratti di uno sbaglio o di uno scherzo, restituisce la busta. Il padre del giovinetto, nel dubbio d'aver ricompensato in misura manchevole un tanto insigne medico, prende un altro biglietto da mille e lo porge al professore; ma questi lo rifiuta energicamente, estrae il proprio portafoglio, ne cava ottocento lire e le resti­tuisce al padre. Il compenso per quattro visite veniva ritenu­to da lui giusto e sufficiente nella misura di duecento lire.

Un giorno un medico gli invia una donna ammalata di tubercolosi, affinchè egli pure la veda. Il prof. Moscati la visita, le prescrive la cura, non vuol sentire parlare di compenso e le consegna un foglietto su cui è scritta la dia­gnosi. La donna se ne parte commossa, ma la sua commo­zione ha motivo di aumentare quando, spiegato il foglietto, vi trova unito un biglietto da cinquanta lire. Era l'ascosa, tacita carità del professore!

Un mattino come è sua abitudine, si porta in S. Chiara per ascoltare la Messa e comunicarsi. Ecco che uno dei vec­chi che assistono alla celebrazione del sacrificio, sviene e cade riverso. Immediatamente il prof. Moscati interviene e s'adopera in ogni modo perchè il malcapitato torni in sè. Lo invita quindi a passare all'ospedale degli Incurabili per farsi visitare; e, trovatosi l'ammalato a tu per tu col profes­sore e confessatogli che il malore era dovuto ad un digiuno che si protraeva da tre giorni, subito questi gli consegnò una notevole somma di danaro, accompagnando l'offerta con la preghiera di non far cenno della cosa con alcuno.

Non era nemmeno raro il caso che egli versasse la som­ma di danaro occorrente per l'accettazione in nosocomio di certe categorie d'ammalati, come fece una volta in cui versò lire quattrocento per un paziente che non aveva pos­sibilità finanziarie.

Che le sue preferenze fossero, come già s'è detto, ri­volte in modo tutto speciale ai poveri, lo dimostra l'episo­dio che qui appresso riferiamo. Un distinto aristocratico di Napoli viene un giorno a lui nel suo studio e lo prega di voler visitare la mamma inferma.

Ad un reciso « no » del professore, rimane alquanto mortificato, e, fattosi coraggio, gli chiede la ragione del rifiuto. Risponde il professore dicendo che deve recarsi a visitare un povero prete a S. Giovanni a Teduccio. Allora il signore si offre di condurlo a destinazione con la propria macchina, ed il Moscati è ben lieto di poter così compiere non solo la visita al prete, ma anche quella alla mamma del signore, dimostrando così che quando egli dice un « no » il suo rifiuto può dipendere da tirannia di tempo o dà im­posizioni di forza maggiore, non mai da pigrizia o defezione di volontà.

Pronto e cordiale quanto e meglio del conforto mate­riale, sgorga dal cuore del prof. Moscati il limpido zampillo del conforto morale, elemosina che sorpassa nell'intensa sua bontà il valore di tutte le elemosine materiali.

Gli portano una volta da visitare una povera amma­lata, creduta affetta di una di quelle malattie che s'incon­trano nella perversione di una vita. Il Moscati le compie un'accurata visita ed è tale la sua gioia nel constatare che si tratta d'altro, di peritonite, che l'ammalata stessa ne ha il cuore pieno di commozione. Alla cura scrupolosa segue una duplice guarigione: del pericoloso male del corpo e del più pericoloso male dell'anima.

Quando si trattasse di portare un conforto ai poveri, lo si vedeva incamminato per tutte le vie, anche per le più luride. L'esercizio di questa finissima carità l'aveva reso praticissimo della topografia, la più intricata e minuta di Napoli. Entrava in certi vicoli pei quali pareva azzardato inoltrarsi, specie in certe ore, senza temere per la propria incolumità. Ma chi lo può far ristare davanti all'esercizio del bene? Continuamente gli suona all'orecchio la divina parola ammonitrice del Vangelo: « Vedete me nel povero in cui vi imbattete; tutto ciò che farete a questi umili nel mio nome, sarà come l'aveste fatto a me stesso »: e la carità gli dona le forze e le forze egli spende nell'esercizio del bene fino al completo esaurimento di esse.

Nel febbraio del 1923 lo invitano a Castellamare di Stabia per visitarvi un collegiale ammalato. Vanno a pre­levarlo alla stazione nell'ora da lui fissata per l'arrivo e subito s'accorgono che è accasciato e sofferente: nel suo viso si legge grande abbattimento e il suo incedere procede faticoso d'estrema stanchezza.

Richiesto con premura del visibile malessere, risponde che in treno è stato assalito da tale crisi di stanchezza da averne completamente oscurata la vista e da essere stato sul punto di scendere, per tornare a Napoli col primo treno che fosse di ritorno.

Ma la fiamma della carità ha il sopravvento sulla de­bolezza del corpo ed accende il Moscati di desiderio intenso di offrirsi per il bene degli altri, di tutti gli infelici che gli stendono la mano e a lui dirigono la speranza. Cosicchè visitato il collegiale ammalato di Castellamare, subito ac­coglie l'invito di certi ferrovieri e va a Vico a visitare il loro collega infermo; e non valgono a raffrenare il suo im­peto di carità gli accorati inviti degli amici intesi a convin­cerlo ad aver cura della propria salute. Le forze materiali di un uomo sono sempre insufficienti a sostenere gli impulsi di un animo in cui Dio s'è compiaciuto di stampare l'orma della santità.

 

PER CHI HA DATO UN ADDIO AL MONDO

Il suo apostolato s'affina e s'eleva sensibilmente quando assume un'altra fisionomia: quella di aiuto e sostegno al sacerdote nello svolgimento della sua missione.

« Temi il Signore con tutta l'anima tua, e onora i suoi Sacerdoti. Con tutte le tue forze ama Colui che ti ha creato e non abbandonare i suoi ministri. Onora il Signore con tutta l'anima tua e rispetta i Sacerdoti » (Eccles. VII, 31 - 32 - 33)

Dell'amore e del rispetto che la Sacra Scrittura inculca verso di essi, è pieno il cuore di Giuseppe Moscati, il quale, in questo senso può considerarsi un campione di quella Azione Cattolica che fu ed è tanto cara agli ultimi Pontefici. Il prof. Moscati collabora attivamente col Sacerdote con la parola, con l'esempio, con la grazia. E siccome la sua è la parola del saggio, quella di cui dicono i Proverbi (XVIII, 4) che « le parole che scorrono dalla bocca del saggio sono un'acqua profonda e la fontana della sapienza è un torrente che inonda »; così consegue un frutto di gra­zia sempre consolantissimo.

La sua collaborazione all'opera del Sacerdote è frutto della venerazione di cui egli lo circonda. Il Moscati sa bene che il prete rappresenta l'anello di congiunzione tra la terra e il cielo; e anche quando il Sacerdote è umile, di oscura origine, e la sua parola esce disadorna dal labbro, e la mente non è ornata di vistosi attributi: egli scorge pur sempre in lui una dignità tanto superiore all'umana di quanto la luce del sole supera in splendore tutte le luci terrene. E' il sigillo della sacra unzione che di un uomo, dalla Provvidenza chiamato al sacrificio di sè per il bene degli altri, fa un altro Cristo in terra, dispensatore sovrano di consolazioni tali al cui confronto svaniscono le consolazioni che sgorgano da fonti puramente umane.

Le manchevolezze che nel prete possono svelarsi per effetto di debole natura umana, non intaccano, agli occhi del Moscati, la dignità divina di cui il prete è rivestito: egli è, nonostante la sacra dignità, pur sempre uomo fatto di carne, e della carne può avere i difetti, le deviazioni, le errate interpretazioni. Ma, nonostante possibili attimi di smarrimento, il Sacerdote è pur sempre l'uomo del cielo, l'uomo privilegiato a cui, tra migliaia di simili, è giunta la voce di Dio che lo chiamava per eleggerlo a dispensatore di bene ed a maestro di verità. Egli è colui che ogni giorno rinnovella incruentemente il Sacrificio della Croce ed ha tra le mani le carni dell'Agnello immolatosi per amore degli uomini; egli è il consolatore dei momenti in cui il male tenta i suoi assalti per debellare l'opera del bene; è l'edu­catore per eccellenza, perchè `'le basi del suo insegnamento sono quelle additate da Gesù' nel suo magistero terreno; è l'amico dei ricchi e dei poveri, il padre di tutti, perchè privo di propria famiglia; la sua spirituale paternità su tutti si estende; il poeta della Provvidenza, il cantore mi­stico della bontà, il disinteressato distributore di tutti i beni.

Solo chi ha la mente ingombra di pregiudizi ed inte­resse a vedere il contrario, osa levar la voce contro il Sa­cerdote, che tesse una tela fatta di fede, di amore, di altrui­smo, di bontà. E, nella mente del prof. Moscati, tale era l'idea del Sacerdote.

Può pensare qualcuno: se il prof. Moscati era mosso da tali sentimenti di venerazione e di stima per il Sacerdote, e dato che egli non pensava a seguire la via comune del matrimonio, perchè non diede veste ufficiale al suo aposto­lato entrando in religione? E' cosa già stata accennata in altra parte del presente libro, ma che giova qui ribadire per mettere bene in risalto quale fosse il concetto ch'egli aveva dell'opera sacerdotale. A chi infatti gli formulava questa domanda, egli dopo aver dichiarato che avrebbe per sempre mantenuto inalterati i suoi illibati costumi, rispon­deva che per essere sacerdote ci voleva ben altro!... Certo, vagheggiava la privilegiata vocazione e non sarebbe stato men degno prete di quanto fu celebre professionista; ma il concetto elevato ch'egli aveva dell'altissima dignità sa­cerdotale non gli concesse di abbracciare tale stato, facendo­gli eleggere per sè un sacerdozio laico od un laicato sacer­dotale, che del sacerdozio vero aveva tutta l'essenza man­candogli solo il carattere ufficiale. Del resto Dio opera su ogni anima in conformità dei propri imperscrutabili disegni ed è giusto per ognuna il cammino che Egli le ri­serba.

Dei Sacerdoti egli è dunque l'amico; e per dimostrare tale amicizia coi fatti e non solo con le parole, incomincia col rifiutare da essi qualsiasi compenso alle prestazioni me­diche. Il suo intuito clinico, già così perspicace e sicuro se diretto ad indagini compiute su ammalati laici, si direbbe che si affini e diventi anche più penetrante se applicato nella scoperta di mali che tormentino la persona del Sacerdote.

C'è un episodio, al riguardo, che riesce di sommo in­teresse.

Un Sacerdote ammalato, che conosce di fama il prof. Moscati, dopo aver consultato altri medici ed aver speri­mentato senza successo varie cure, decide di recarsi da lui per una nuova visita.

Entra nello studio del Moscati e questi lo riceve con la massima cordialità. Lo vede allora per la prima volta e gli è quindi completamente sconosciuto. Pure, dopo averlo ben guardato per un istante, esclama: «Voi, reverendo, dovete soffrire di ascite cirrosa capsulare e siete ammalato da più di un anno; però da soli tre mesi la malattia è pro­gredita in modo da ridurvi nello stato in cui siete ».

Il Sacerdote rimane letteralmente sbalordito: possibile che un medico abbia tale occhio clinico da poter stabilire, a un colpo, non solo la natura di una malattia, ma anche i suoi progressi misurati nel tempo?

Si sottopone alla visita, minuziosa e coscienziosa: ma nessun fattore nuovo essa porta alla diagnosi primieramente formulata. Il professore prescrisse la cura e visitò poi nu­merose volte il paziente anche recandosi alla sua casa e trovando il modo di confortarlo con parole piene di bontà. La guarigione fu perfetta e il guarito, quantunque fosse desiderosissimo di dimostrare al medico la propria ri­conoscenza versandogli un onorario, dovette ben presto desistere dal proposito e lasciargli la consolazione d'aver prestato i suoi aiuti ad un Ministro del Signore.

Quale ricompensa migliore avrebbe infatti potuto at­tendersi per la propria opera, che di restituire alla salute un Sacerdote, che di ogni ora della vita avrebbe quindi fatto tesoro da offrire a Dio? Nulla di meglio, adunque, dell'ansia di ricercare Sacerdoti ammalati e di mettere in esecuzione tutti gli apporti della scienza per ridonarli alla salute. Un compenso materiale a questa ansia sarebbe parso al prof. Moscati una specie di profanazione di proposito.

Un giorno lo chiamano ad Amalfi per visitare un prete malato. Egli vi accorre ben tosto e, fatta la visita, si trova dinanzi la sorella del paziente che gli mette tra le mani una busta. L'apre: contiene cinquecento lire. Il professore torna subito dal prete e gli rimette l'intera somma pregandolo di celebrare, non appena ne sarà in grado, una messa secondo la propria intenzione.

Altre volte non si tratta di visitare direttamente un Sacer­dote, ma di aderire ad una richiesta, ad una intercessione di lui: anche in questi casi il Moscati si fa in quattro, perchè se il Sacerdote chiama, è Dio stesso che chiama e il non ri­spondere può essere colpa grave.

Ecco, sugli ultimi giorni del settembre 1925, che il parroco di un paese del Napoletano, trovandosi alla sta­zione di Napoli per far ritorno alla propria sede, viene ivi raggiunto da un parrocchiano, il quale gli narra piangendo che un suo fratello è ammalatissimo, che tutto è stato ten­tato per scongiurare la catastrofe e che un'ultima speranza rimane in una visita del prof. Moscati: ma che fosse per il giorno in corso, altrimenti sarebbe stato troppo tardi. La malattia era un tifo aggravato da fatti pleurici e la morte del giovane si sarebbe risolta in un disastro per quella po­vera famiglia, di cui egli era il sostegno.

Prete e laico si precipitano dal prof. Moscati e il primo lo prega per l'amor di Dio e dei sofferenti che non ricusi di visitare l'infermo.

Il professore è letteralmente impossibilitato: quattro infermi gravi da visitare appena libero dalle presenti oc­cupazioni.

Il Sacerdote insiste... e il medico cede. Sarà per lui, la richiesta visita, un aggravio di fatiche e un peso di stan­chezza in più: ma ad un Sacerdote non si rifiuta. Quel giorno Giuseppe Moscati visita in Napoli, poi a S. Giovanni, a Teduccio, quindi a Cercola, paese del povero tifoso. I fa­miliari di costui vogliono consegnargli una busta conte­nente trecento lire, ma il Moscati rifiuta recisamente. « So­no venuto - dice - perchè mi ha chiamato il parroco », e non c'è verso di fargli accettare un soldo.

Seguendo la cura prescrittagli, il giovane gradatamente migliora e poi perfettamente guarisce. Cercola è un paese in più che canta le glorie del prof. Moscati e narra della sua venerazione per il Sacerdote.

Certo il suo amore e la venerazione per i Sacerdoti è vivificata dal pensiero di vedere in essi i poveri, a propo­sito dei quali dicono i Proverbi (XIX, 17): « Chi ha mise­ricordia del povero, dà ad interesse al Signore, ed Egli ne renderà il contraccambio ».

La Provvidenza lo conduce una volta sulla strada di un Sacerdote che svolge la sua missione all'estero. Tor­mentato da un ingrato male di stomaco, questo Sacerdote pensa che forse un ritorno in patria lo ristabilirebbe nel pieno possesso della salute. Prima però di risolversi al passo, che può essere pregiudizievole per gli interessi spirituali svolti fuori di patria, vuol consigliarsi con persona. auto­revole; e, conoscendo il prof. Moscati come medico insigne e cristiano di integra tempra, gli espone il proprio caso. Il professore non lo lascia neppure finire e, con accenti. re­cisi che non ammettono replica, lo convince sulla necessità di non mutare tenore di vita. Il Sacerdote si meraviglia non tanto della profondità delle argomentazioni mediche che entrano nel discorso, quanto, piuttosto, del calore apostolico che il Moscati ripone nei consigli che dà: così che ha l'im­pressione di trovarsi al cospetto di un saggissimo direttore di spirito più che di un medico.

Si comprende facilmente come un laico dal cuore puro e infiammato di vera pietà possa essere apostolo presso altri laici, nei quali è raro che una preparazione di carattere mo­rale sia tanto perfetta da cozzare, eventualmente, contro l'arma ben usata dell'apostolato. Ma che un laico sia mo­tivo di elevazione e di stupore per gli stessi ecclesiastici, è cosa che esula dal comune e che torna a motivo di lode e di merito suoi.

Giuseppe Moscati è suscitatore di simili elevazioni e stupori, e si deduce da ciò quanto alta fosse la sua intrinseca nobiltà, quanto possente il suo potere d'attrarre anime a Dio e d'infiammarle dell'amore di Lui.

Compreso di venerazione, d'affetto e di stima per i Sacerdoti, egli si adopera in ogni circostanza e con ogni mezzo perchè i suoi sentimenti diventino abituali in tutti. Vuole, prima d'ogni altra cosa, che sia dissipato quell'alone di triste presagio che usa circondare talvolta il Sacerdote, specie nelle ore della sofferenza che si avvia alla fatale con­clusione. Si fa, in questi casi, assertore della necessità che incombe su chi assiste infermi, di procurare ad essi i conforti religiosi quando sono nel pieno possesso delle facoltà men­tali. Solo coloro che nutrono a questo proposito dei pre­giudizi, usano considerare nel Sacerdote che s'avvicina al letto d'un infermo, il liquidatore ultimo, l'uomo che viene a porre il sigillo ad una partita che si chiude sulla terra quando invece si dovrebbe vedere in lui l'angelo provvido che al viandante terreno, con l'amministrazione dei Sa­cramenti, addita i gaudi del Cielo. Per non dire che risiede nei Sacramenti, e tante volte se ne ha piena conferma, il potere di sanare, non solo nell'ordine spirituale delle cose per cui soleva spesso dire il Moscati: « Il primo medico è Dio! » e non intendeva di alludere unicamente al suo potere taumaturgico spirituale.

Una volta accorre da lui un giovane e lo prega di voler seguirlo a casa per visitare il babbo. Dalla descrizione che ascolta, il professore capisce che si tratta di un caso grave, ed esclama: « Cercate anzitutto un Sacerdote; egli fa al caso molto meglio di me! » Il giovane insiste, spiegando che una visita del Sacerdote può spaventare l'ammalato; ma il professore non vuole udir ragioni e, promettendo di vi­sitare l'infermo solo nel caso in cui si sia ricorso prima al Sacerdote, costringe il giovane a passar sopra i propri pre­giudizi ed a procurare all'ammalato i conforti della reli­gione.

Quando poi s'accorge che un Sacerdote o persona vicina a divenirlo, dia a vedere di nutrire un certo attaccamento alla vita, allora non esiterebbe ad assumere nei loro riguardi un tono di sostenutezza da cui non si può considerare di­sgiunto un senso di chiaro rimprovero. E la cosa è, eviden­temente, giusta. Se infatti c'è persona che deve abituarsi a guardare la vita senza passione che non sia di desiderio di santificarla e d'elevarla in vista del premio ultraterreno, quella è proprio la persona del Sacerdote. Egli s'è infatti offerto per il bene degli altri: donata fu la sua vita e rinun­ciati tutti gli affetti. La conservazione della stessa vita, il Sacerdote osservi solo in ordine al bene che da essa può derivare. Ogni diversa interpretazione è fallace e non con­sentanea al modo di vedere del Ministro di Dio, che alla Provvidenza deve lasciare la regolazione e la conservazione della vita materiale.

Per questo, una volta che un seminarista si presenta al prof. Moscati e gli svela le sue preoccupazioni per certe febbri che l'hanno travagliato cinque giorni di seguito, il professore esclama: « Ma lei non ha niente! » E, insistendo l'altro sul fatto delle febbri aggiunge: «Ma come mai cre­scono così attaccati alla vita? »

Il seminarista capisce ben tosto lo spirito della domanda, si sente le guance calde di vergogna e comprende che chi gli ha parlato in questi termini gli è sinceramente amico, perchè lo ha messo in guardia contro una tentazione che spetterebbe proprio al Sacerdote di svelare agli altri perchè se ne guardino.

Non ammetteva che alcuno formulasse critiche, in sua presenza, dirette ai Sacerdoti, nè che si peccasse di indiscre­zione alludendo all'opera del Papa.

Confortando persone colpite dalla sventura, non tro­vava migliori argomenti da addurre alle sue parole confor­tatrici, che di poter dichiarare essere entrato il Sacerdote nella sventura stessa per alleviarla secondo lo spirito di Dio.

In questo senso scrive ad un Presidente di Tribunale, addolorato per la scomparsa di un fratello: « Vostro fratello fu eroico, santo nelle sofferenze. Sop­portò con un'esemplare serenità tutti gli strazi della ma­lattia e accettò - come mandato da Dio - il padre fran­cescano, che confortò il suo transito di tutta l'infinita forza di N. S. Religione. E fu un sollievo per me rilevare che un accento solo esternato, perchè non mancassero all'infermo gli aiuti del primo Medico, fu accolto subito, senza reti­cenze, senza dubbiezza, dai figliuoli, che porteranno dinanzi a Dio il merito di aver contribuito a prodigare al padre loro il premio dei giusti ».

L'amore e il profondo rispetto che Giuseppe Moscati nutriva per il Sacerdote, era frutto della considerazione che in esso vive per l'uomo un « alter Christus », pronto, come il Cristo del Calvario, a tutte 1e sofferenze in vista del trionfo del bene.

Il carattere sacerdotale meglio si affina e raggiunge alte vette di perfezione se praticato e custodito nella vita mona­stica, vita che importa rinunce totali e totalitari supera­menti, ma che per ciò stesso offre maggiori possibilità di elevazione.

Chi ha saputo distaccarsi completamente dal mondo accogliendo l'invito del Signore, è più del Sacerdote secolare in grado di ricevere nel cuore la voce del Maestro e di con­formarsi allo spirito del divino programma; e i solitari abitatori delle celle e le falangi di regolari lanciate per il mondo a seminare il seme di Dio, testimoniano con l'u­miltà e la tenacia, con la povertà e l'offerta di sè, l'adesione totale al richiamo divino. Se voi potete parlare di battaglieri tra le file dei religiosi, dovete alludere a battaglieri di spi­rito: ed in essi lo spirito affinato nella speculazione, ha pre­parato le armi per le più consolanti vittorie.

Il Moscati riconoscendo che la vita del religioso è più perfetta di quella del Sacerdote secolare, si sente portato a tributarle un'alta stima; e questa stima esténde anche alle schiere delle mistiche spose di Gesù, che con le preghiere, con la vita ritirata, con le penitenze, con l'esercizio dell'apo­stolato religioso, con l'esempio di quanto la natura umana possa su di sè se ispirata dall'Amore, collaborano più diret­tamente coi Sacerdoti al trionfo del Vero e del Bene.

Scrivendo al dott. Antonio Nastri in data i 1 febbraio 1926, il prof. Moscati indica le linee che determinano la sua stima per i religiosi; egli dice: «Ammiro i vostri propositi di consigliarvi con un dotto padre spirituale. Io voglio presentarvi al mio confessore, il Padre Pio, che risiede nel convento di Santa Chiara a Napoli, Egli è un toscano, e viene dalla serafica provincia della Verna, dai monti ove il Padre S. Francesco ebbe "l'ultimo sigillo". Ogni notte anche quando nevica, i Padri di quel convento si levano e si recano in processione, salmodiando, al posto ove il Patriarca ebbe impresse le Sacre Stimmate; si è osservato da secoli che anche i tiepidi si infervorano in quella sede. Nel Convento di S. Chiara a Napoli, che dipende diretta­mente dalla S. Sede, è un'accolta dei più distinti Padri francescani. Ho parlato di voi al Padre Pio. Comandatemi sempre e ritenete pure che sono orgoglioso di vostra fiducia. Non mi risparmiate soprattutto nei casi pietosi ».

« E' vero - scrive ancora allo stesso amico - che in ogni stato, in ogni condizione sociale si può fare del bene. Ma è indubitato che la vera perfezione non può trovarsi se non estraniandosi dalle cose del mondo, servendo Iddio con continuo amore, e servendo le anime dei propri fratelli con la preghiera, con l'esempio, per un grande scopo, per "l'u­nico scopo" che è la salvezza eterna ».

A lui era ben presente il monito che Gesù stesso volle dare e che il Vangelo illustra nell'episodio di Marta e Maria in cui risiede esplicito giudizio di più alta nobiltà della vita contemplativa in confronto della vita attiva: e la speculazio­ne ha gran parte anche in quelle famiglie regolari che, per programma, sono dedite alle attività pratiche.

Scrive su questo argomento il prof. Moscati al dott. Nastri in data 8 marzo 1925: «Mi sono ricordato, a proposito, del Vangelo di S. Lu­ca. Marta si affanna tra le molte faccende di casa; Maria, assisa ai piedi del Signore, ascolta le sue parole. Marta si volge al Signore e gli dice: "A te non cale che mia sorella mi abbia lasciata sola nelle faccende di casa ? Dille adunque che mi dia una mano". Ma il Signore le rispose e disse "Marta, tu ti affanni e ti inquieti per un gran numero di cose. Eppure una sola è necessaria. Maria ha eletta la miglior parte, che non le sarà levata" ».

E commenta il Martini: « Il pensiero della propria salute! Marta cercava lo stesso che Maria; ma lo cercava tra le occupazioni e le inquietudini delle cose esteriori e perciò non senza pericoli; Maria, intenta a una sola cosa, stava ai piedi del suo Signore, a fin di non perderlo giammai di vista ». E sentite quel mirabile S. Agostino come commenta: e Ma­ria si è eletto quello che sempre sarà, onde non le sarà tolto giammai... Una sola cosa è necessaria, questa la elesse per sè Maria. Passa l'amore delle molte cose e rimane l'amore dell'Unità; quindi quel che ella si elesse non le sarà tolto; ma sarà tolto a te quel che eleggesti, e per tuo bene ti sarà tolto, per darti qualcosa di meglio. Ti sarà tolta la fatica per darti il riposo. Tu adesso navighi: ella è già in porto ». Come sono incisive le ultime frasi!

Conseguenza logica della stima che nitriva per i reli­giosi e per la vita religiosa in genere, era in lui il desiderio di giovare in ogni modo a che le vocazioni per questa vita di particolare perfezione non fossero ostacolate. C'è una sua lettera, scritta ad un padre che tentava di distogliere il fi­glio dall'idea d'abbandonare il mondo per ritirarsi in conven­to, che è una meraviglia e merita di essere riprodotta per in­tero, anche se lunga, perchè in essa si svela proprio tutto l'ar­dore del Moscati in questo genere di meritorio apostolato. La lettera porta la data del 31 gennaio 1924 ed era diretta ad un magistrato che nella decisione « strana » del figlio, vedeva il crollo di tante rosee speranze terrene. Essa dice:

« Illustre Signore,

Ho ignorato fino a poco tempo fa che il vostro angelico figliuolo vi avesse svelato e domandato la permissione d'ap­partarsi dal mondo. Ho sempre con infinita tenerezza guar­dato a quel caro giovane... Quante volte ho silenziosamente anelato a tenerlo a Cresima! Ho perfino poco lodevolmente desiderato che egli non fosse ancora cresimato, per esibirmi io a fargli da compare... Perdonatemi questa ingenuità ma è per spiegarvi perchè io mi intrattengo di lui con voi. Certo quel ragazzo non è di questo mondo! Ha tutte le virtù e le doti che consentirebbero di affermarsi in una professione liberale o in una carriera, perchè studioso, colto, promosso sempre senza esame, tra i primi della scuola; ha il coraggio delle proprie idee, pur tra giovani esuberanti dei piaceri della vita a cui s'affacciano; ha robusto cuore e dirittura di carattere, perchè, sebbene timido in apparenza, non è servo del rispetto umano, e questo, in un giovanetto, è indizio di forza, e non comune; ha la fermezza dei propositi, congiunta con una dolcezza che innamora. Sono doti queste che permettono di ben presagire anche per colui che voglia navigare nel mare burrascoso del mondo e conquistare il suo posto e in punto più elevato.

Ma in quell'anima angelica albergano poi le virtù più elette della intimità dello spirito, e che sono solo dei Santi un'obbedienza cieca, e soprattutto ai genitori, anche nelle cose che la sua mentalità potrebbe ritenere irragionevoli; una letizia del cuore, che è dono di Dio; una purezza liliale, che non si ritrova più nei giovani della sua età; un sentimento di distacco eroico da tutte le attrattive del secolo, e un ardore, una veemenza di fede che il mondo non comprende e che scambia per frigidità, per timidezza... quella veemenza che nei grandi momenti ha trasformato, in apparenza fragili creature, in leoni.

Queste virtù Iddio le coltiva per sè; non sono neces­sarie al mondo; anzi, potrebbero nel mondo traviarsi, perchè invece che indirizzarsi a Dio, potrebbero piegarsi verso le creature, come grandi, sublimi alberi, schiantati dalla folgore, caduti sulla terra.

E quella veemenza di cuore e di amore, diretta alle creature, forma tanti infelici: diretta a Dio, è la vocazio­ne religiosa, che dona la beatitudine.

Grande responsabilità, quindi, deviare queste virtù, non proteggerle, non accoglierle; si fa, contrastandole, l'uffi­cio della folgore.

Comprendo il desiderio di veder conquistare, prima di ogni rinuncia, dal proprio unico, dilettissimo figliuolo, il lau­ro accademico; ma bisogna pur abbandonare questo desi­derio ad ogni minimo impalpabile indizio di funesta influen­za del clima in questo basso mondo su tante angeliche virtù!

Io medico, a voi, padre, debbo pur ricordare che è fatale e fisiologico il tentativo di imperio, nel primo sboccio della vita, dei sensi sull'intelletto, e che tanti adolescenti sono travolti ai primi aliti di sensualità.. Iddio dona la grazia sufficiente a resistere alle ansiose battaglie della giovinezza, ma vuole pure che la volontà ferma dei giovani sappia tra­sformare il proprio cuore come in « orto concluso » o in « torre eburnea » tra le fiamme; e molti giovanetti in momenti di debolezza cedono anche alle esortazioni dei genitori, di ab­beverarsi un po' all'acqua che scorre loro d'attorno, e la­sciano uno spiraglio aperto nel cuore, attraverso cui si insi­nuano tutte le angosce dei sensi: i genitori sono responsabili di tanto!

Ancora una volta perdonatemi se io scrivo a lungo. Che cosa potrebbe determinare il pentimento, nelle notti silenti, nel giovinetto rinchiuso lontano dal padre suo, dalla mamma sua? Solo un'immagine lasciata entrare nel cuore, solo una ribellione dell'uomo inferiore contro il su­periore, della sensualità contro il cervello! E se questo fosse, il giovane non griderebbe per spezzare le catene che lo av­vincono! Ma è romanzesco tutto questo, e mi fa pensare a quel perfido racconto di Anatole France, Thais (il novizio eremita, coronato dalle ribellioni della carne e dalla imma­gine di Thais, eppure silenzioso!)

No, assolutamente no! Quel giovane non potrà mai pen­tirsi, perchè ha Iddio nel cuore, Iddio nella mente, Iddio nei sensi, Iddio nella volontà; e Iddio non lo può abbandonare, perchè, se gli ha donati tanti riflessi di sè, perchè se appare a chi lo guarda compreso in un'aureola luminosa, è segno che dovrà servire l'Ideale divino e non quello umano.

Vi ossequio devotamente

Giuseppe Moscati ».

E' facile comprendere quale sia stata l'impressione su­scitata da questa lettera in chi l'ebbe a leggere. Un missio­nario, un intrepido difensore della libertà degli animi, un ardente innamorato delle giovinezze che si risolvono nell'a­nelito alla vita religiosa, non avrebbero trovato accenti più toccanti per vincere la riluttanza di un cuore. Giuseppe Mo­scati svela qui un aspetto delicatissimo della sua personalità, dando a divedere quale fosse, oltre il suo zelo apostolico, la sua conoscenza della psiche umana e particolarmente gio­vanile; la quale, se è forte e tenace nel perseguire il proprio ideale di vita, può, con eguale forza e tenacia, piegare a pervertimenti se cozza incessantemente contro un ostacolo che ne impedisce il raggiungimento e 1'acquietamento pieno in esso.

La lettera del prof. Moscati raggiunse comunque lo scopo ed ebbe risposta cortese, perchè egli ne fece seguire una seconda che diceva così:

« Illustre Signore,

Vi ringrazio cordialmente di non aver respinto la mia lettera, che scrissi in un momento di viva ammirazione per quel fiore di giovinezza che voi avete saputo allevare nella vostra casa. E quest'ammirazione non verrà mai meno!

Ricordo quello che il giovinetto della Chiesa, che fu poi Benedetto XV, disse al padre, dopo conseguita la laurea « Vi richiamo a quello che mi diceste: "Aspetta a laurearti per seguire la carriera ecclesiastica" ». E penso che il caro fi­gliuolo non potrà avere consigli migliori che dai suoi genitori, che sono ispirati da Dio. E son sicuro che se il padre gli dirà "aspetta", egli aspetterà e se il padre suo gli dirà: "non a­spettare", egli non aspetterà.

Appunto per questo anche i genitori (parlo in generale, non del caso attuale) debbono ben consultare il loro cuore; perchè l'affetto grande che li conquide, spesso può deviarne il giudizio.

Ma è veramente come dite voi: quel ragazzo che sembra timido, e invece è fortissimo (quanti della sua età hanno pau­ra di manifestare il loro sentimento religioso, perfino di farsi vedere dai compagni mentre entrano in chiesa) saprà con­servare la sua vocazione, se così vuole Iddio, malgrado le proroghe che gli si domandano.

Abbiatevi, illustrissimo signore, l'espressione del mio più vivo attaccamento e credetemi dev.mo Giuseppe Moscati ».

Pervaso così di ammirazione per la nobiltà e la morale efficacia della vita monastica, eccolo dedicarsi con uno spi­rito particolare alla cura dei religiosi ammalati. Di molti conventi egli diviene l'angelo tutelare e solleva e conforta in ogni modo l'animo di coloro che vi trascorrono, appartati dal mondo, la giornata terrena.

Un giorno dell'aprile del 1922, la superiora del monastero di Casoria gli manda una suora bisognosa di cure e nel con­tempo gli fa chiedere un rimedio per un leggero male che l'affligge. La suora compie l'incombenza, ma si sente rispon­dere dal professore che lui stesso passerà in monastero. Data la leggerezza del male per cui il rimedio è stato chiesto, non pare giusto che egli abbia a scomodarsi tanto ma il professore è irremovibile. Chi sa dire quali fila sta or­dendo la divina Provvidenza?

La domenica seguente il professore è dunque a Casoria e trova che realmente non è di gran conto il male che tra­vaglia la superiora del monastero; ma l'occasione lo porta al capezzale di un'altra suora, questa ammalata molto grave­mente e di un male che si cela alle più fini indagini. La trova affetta da tumore addominale, del resto già da lui prean­nunciato due anni avanti, quando le diagnosi di altri primari napoletani concordavano per peritonite tubercolare.

Trovato il male, egli si dà, con parole soffuse di squisita carità cristiana a persuadere l'ammalata a sottoporsi all'in­tervento chirurgico, promettendole la sua assistenza nel gior­no dell'operazione.

Il Moscati è infatti accanto al tavolo operatorio quan­do il chirurgo affonda i suoi ferri nella carne per il difficilis­simo intervento, e in un attimo in cui il chirurgo stesso, data la complicatissima natura del male, si sente assalito dallo sconforto e dispera di poter giungere a salvare la paziente, la sua parola subito si alza per incuorare l'operatore a pro­cedere, nel nome di Dio, in un intervento che restituirà alla vita una persona a Lui consacrata.

L'operazione fu condotta felicemente a termine e la guarigione della suora parve a tutti di natura miracolosa. Ed il professore andava dicendo poi alla religiosa di usare bene di quella vita che solo il Signore, solo Lui, le aveva ri­donata.

Si trattasse di porgere le sue cure ad un religioso infer­mo, sapeva vincere anche le esigenze fondamentali dell'u­mana natura.

Lo chiamano al capezzale di un Francescano ammalato in Afragola, e la chiamata è pressante dato il decorso della malattia che desta giustificato allarme. E' una giornata in cui

il Moscati non ha avuto attimo di requie e numerose sono le incombenze che ancora reclamano di essere espletate. Il professore dice che proprio non sa se potrà rispondere al­l'invito; ma, quando già le speranze dei religiosi sono cadute, a sera inoltrata, eccolo entrare nel convento e dirigersi di­rettamente alla cella dell'infermo. Compie la visita, come il solito scrupolosa, e rifiutando il compenso che il Padre guar­diano vorrebbe mettergli nelle mani, dice: « Starò qui fino a domani, ma non parliamo di compenso ».

Questi suoi interventi presso religiosi ammalati, hanno spesso carattere di miracoloso.

Un giorno dell'anno 1921, viene chiamato presso un frate per il quale non è stato possibile al medico curante di formulare una diagnosi ben precisa. Giunge al capezzale verso sera, dopo finita la sua laboriosissima giornata, e, entrato in cella, gli astanti lo vedono girare lo sguardo at­torno, per le pareti, come se stesse cercando qualche cosa. Ecco che l'occhio suo si posa su un quadro raffigurante San Francesco di Sales e subito si sente il professore esclamare: « Tu es sal ! Sì, sal tu es ! » Quindi si rivolge al frate ammalato e gli dice con la più grande sicurezza di star tranquillo, chè in capo a non molto tempo sarebbe perfettamente guarito. La sua parola è profetica: non passano molti giorni ed ecco che il religioso è libero dal male e si sente restituito alla vita.

Un'altra volta è chiamato a visitare una suora grave­mente inferma d'appendicite. Dapprima dichiara d'essere impedito ad aderire all'invito, stante l'addensarsi delle occu­pazioni; ma il mattino del giorno appresso, a prestissima ora, prima di iniziare un viaggio che l'avrebbe condotto a prodi­gare l'opera sua nella Puglia, eccolo al monastero. Alla suora, che dopo la prestazione, vuole consegnargli l'onorario « Non sono venuto per questo - dice. - Ogni qualvolta ve ne sia necessità, chiamatemi, ma non parlatemi di soldi ».

Per questo suo disinteresse e per la preferenza che egli accordava loro su tutti gli altri ammalati, il prof. Moscati aveva acquistato una chiara fama tra gli abitatori dei con­venti e dei monasteri, dove si guardava a lui non solo come si guarda al medico uso a scoprire il male nelle sue latenti ma­nifestazioni, ma come si guarda al confidente, al consolatore, all'uomo che, per essere avvezzo a meditare sull'effimera vita della carne, sa trovare i consigli adatti alle tristezze ed ai mali dell'anima. Dei religiosi e delle religiose egli diviene quindi ben spesso il consigliere e, qualche volta, anche il rim­proveratore.

C'è un giorno davanti a lui una suora che si lamenta per­chè, affetta da tosse convulsiva, teme di morire soffocata. Al Moscati non piace questo sia pur blando erigersi davanti agli statuti della Provvidenza; e la sua voce suona rimprovero « Suora, così non dovrebbe neppur parlare un semplice cri­stiano: come dunque potete voi che avete fatto abiura del mondo?»

Ben più «strana » è la medicina che egli prescrive ad un religioso, statogli inviato da un amico. Il religioso attra­versava un periodo di crisi e, facendo dipendere certi disturbi fisici di cui soffriva dalle esigenze della vita monastica, dava a capire che si sarebbe assai meglio riavuto se esonerato dagli obblighi imposti dalla emissione di alcuni voti. Al professor Moscati, disposto verso di lui con bontà e cortesia, espone il suo stato fisico ed enumera le sofferenze che deve sopportare. Ascolta pazientemente, il professore, e poi s'accinge a pre­scrivere la ricetta. Ma, strano a dirsi, a questo malato d'ecce­zione egli non ordina uno dei comuni mezzi terapeutici. Estrae da un cassetto un libricino e si mette a leggere con voce alta e chiara: e il religioso lo sta ad ascoltare stupito.

« In cella invenies quod sxpius deforis amittes. Cella continuata dulcescit, et male custodita txdium generat ». Ecco il rimedio che fa al caso: «Nella cella tu troverai ciò che più spesso nel inondo perderai. La solitudine continuata addolcisce, e mal custodita genera il tedio ».

Ognuno è libero di indovinare il frutto che quel religioso possa aver tratto da questa così poco comune prescrizione medica.

Nemmeno gli piaceva che un religioso desse a vedere d'essere troppo attaccato alla vita. Egli soleva dire che bi­sogna rimettersi in tutto e per tutto alla volontà di Dio, di­pendendo l'esaudimento delle nostre preghiere specialmente in ordine alla conservazione della salute, dal bene che ne ricaveremmo o meno. Se quindi il Signore guarisce, è segno che la guarigione torna a vantaggio di chi l'ha ottenuta; se non guarisce, vuol dire che ciò torna egualmente a nostro vantaggio.

E' comunque constatato che una gioia grande entrava nel cuore del professore quando riusciva a ridonare la salute ai religiosi, specialmente se giovani, perchè, diceva, « con la vostra vita dedicata al Signore potrete grandemente contri­buire a diffondere il suo regno tra le genti ».

Del resto, cristianamente vivendo e desideroso di istil­lare in tutti la concezione cristiana della vita, egli ispira amore alla sofferenza, perchè chi soffre si accaparra meriti per la vita futura e, se soffre rassegnatamente, aderisce al disegno della Provvidenza le cui mire non sono sempre di­scoperte al cuore dell'uomo.

« Che cosa è che suscita nell'umana mente i pensieri più grandi e profondi? Non è la dottrina; non è il maneggio degli affari; e neppure l'impulso degli affetti. E' il patire; e perciò probabilmente al mondo si patisce tanto ». E' pensiero dello Smiles, ed è chiaro che il prof. Moscati, pur anelando a gua­rire, consigliasse di accettare volentieri la sofferenza e il do­lore, specialmente ai religiosi, quando, fallite le cure mediche o prima ancora che fossero sperimentate, gli pareva che il disegno della Provvidenza fosse contrario alle sue aspirazioni di medico.

Nel febbraio del 1925 è davanti a lui una fanciulla malata che vorrebbe guarire per poter entrare tra le suore missio­narie. La malattia osta infatti al suo accoglimento nell'ordine, ed ella desidera fortemente di consacrarsi a questo nobile ideale. Il prof. Moscati la visita, riscontra un male cronico, ed ecco il suo dire improntato ad amore per la sofferenza «Tu non potrai essere suora missionaria, perchè sei malata cronica; ma se lo vorrai, lo potrai essere con lo spirito all'om­bra del santuario ».

Non è una parola rude, la sua: è parola però decisa, ma da essa non va disgiunto un fine conforto, secondo lo spirito dell'Ecclesiastico: «Non mancare di porgere consolazioni a chi piange: tieni compagnia agli afflitti ».

Una volta si presenta al Moscati una suora per essere visitata e, mentre il professore procede alla visita, gli narra di un'altra suora consorella, rimasta a casa ed ammalata di diabete, la quale è spesso in angustia per il male che la tra­vaglia. La indispongono poi tanto le restrizioni dietetiche che, a cagione del leale stesso, devono venirle imposte. Ciò sembra meravigliare alquanto il professore, il quale non fatica certo a trovare il consiglio da mandarle. Che la suora preghi e preghi molto se vuol guarire, e se guarirà consideri la guarigione ottenuta, un miracolo di primissima e non di prima classe. Se poi non dovesse guarire, pensi che Iddio ci fa soffrire quaggiù per prepararci meriti in vista dell'eternità: non sia dunque neutralizzata la sua sofferenza da lamenti e impa­zienza, ma sia offerta al Signore con animo rassegnato.

Paiono i sentimenti che il saggio Cantù esprimeva in questi termini: « Il dolore ha una forza emendatrice; ci fa più buoni, più compassionevoli; ci richiama in noi stessi, ci per­suade che la nostra vita non è un divertimento, ma un do­vere ».

A un religioso si trova a rivolgere parole intese a dissua­derlo dal sottoporsi ad un'operazione che avrebbe avuto cattivo esito. Il religioso soffriva di acuti dolori alla parete addominale, e, sentito il parere di diversi medici, era pro­penso ad un atto operatorio. Ma il Moscati ne vedeva l'inu­tilità e andava ripetendo al paziente: « Non creda di guarire con l'operazione. Il Signore le ha dato un cilicio e beato lei se lo saprà portare con animo rassegnato! »

Al religioso comunque non era svanita la speranza di guarire in seguito ad atto operatorio; ed ecco che, dopo buon numero d'anni, si sottopone alla prova. L'operazione, che a tutta prima sembrava ben riuscita, volse poi a male e, dopo tre giorni, il povero religioso era passato a miglior vita. Non è da dirsi l'impressione suscitata dal fatto: al Mo­scati si vollero attribuire facoltà di veggente o poteri di divi­nazione: ma egli non voleva far altro che convertite una fonte di sofferenza e di dolore in fonte di rassegnato patire. E quando si dice rassegnato, non si vuol nemmeno dichiarare che l'uomo debba gioire del dolore che gli sopravviene lamentarsi è umano, e diremmo anzi che chi non si lamenta è un insensibile, a meno che non sia santo: ma dal lamento all'aperta ribellione ed all'imprecazione, corre un cammino immenso; ed è in questo senso che il Guerrazzi può affer­mare: « Il dolore è la musa suprema dell'uomo: i migliori canti dell'uomo sono i lamenti ».

A Napoli le Suore Sacramentine avevano il Moscati assiduo curatore dei loro mali e sempre, s'intende, gratuita­mente. Questa sua disinteressata assistenza durò non meno di un ventennio. Aveva poi un modo tutto speciale per proce­dere... ad incasso di onorari. Finite le visite per cui era stato richiesto passava nella chiesina del monastero, di cui era fre­quentatore abituale; e, dopo le preghiere dette lì nel racco­glimento della bella cappella, s'avvicinava alla cassetta delle elemosine e lasciava cadere, in questa ed in quella, la propria offerta. Pareva voler ringraziare con essa il Signore, la Ma­donna e i Santi, d'averlo messo sulla via di fare del bene. Ed erano offerte rilevanti: biglietti da 25, da 50 e da 100: che allora valevano qualcosa. Le suore Sacramentine dicono che dopo la morte del Moscati, le cassette delle elemosine della loro chiesetta cessarono quasi assolutamente di ricevere of­ferte di quell'entità. Il denaro! Ma cos'era mai il denaro per il Moscati ? Una sequenza dell'Ecclesiastico certamente dove­va essergli nota a questo proposito: « Beato l'uomo che è stato trovato senza macchia, che non è corso dietro l'oro e non ha messo la sua speranza nel denaro e nei tesori. Dov'è costui? Noi lo loderemo, perchè ha fatto cose meravigliose durante la sua vita ».

« Soffrite, soffrite volentieri - diceva alle suore - solo così sarete simili al vostro Sposo ».

Nel 1918, in un'epoca travagliata da un'epidemia, una suora Clarissa ammalò e, nonostante le cure, si avvi­cinava a gran passi all'attimo del trapasso. Il prof. Mo­scati diceva: « Lei beata, che va a cingere la corona di qui meritata con le opere buone della propria vita. Ri­manendo ancora nel mondo, qual mai gioia avrebbe po­tuto attingere da esso ?

- Soffrite, soffrite adunque per Gesù!

E al cuore gli risuonava la divina musica della cele­ste promessa: « Quei che seminano tra le lacrime, miete­ranno con giubilo ».

Se gli avveniva poi di partecipare a qualche gioia dei religiosi o delle religiose, egli era addirittura trasformato. Il 23 maggio 1926 ebbe luogo la beatificazione di Antida Thouret, fondatrice delle Suore di Carità, la cui vita era stata pasciuta d'eroici dolori.

A Napoli la celebrazione fu tenuta nella casa madre del­le suore, dove erano stati spesi gli ultimi giorni della Beata e dove ella era morta. La celebrazione fu, com'è naturale, improntata alla massima solennità: un coro di fanciulle che cantava l'inno della nuova Beata aggiungeva delicatez­za di suggestione alla grandiosa manifestazione, e la presenza del Cardinale Arcivescovo vi accresceva splendore.

Il prof. Moscati era tra l'eletta folla dei convenuti e seguiva le parole vestite di dolce musica, come trasognato. Sul suo viso appariva una gioia profonda e quasi infantile. A celebrazione ultimata, scrisse alla superiora delle Suore questa lettera: «Napoli, il giorno della Festa del Corpus Domini del 1926.

Rev.ma Madre,

Ho con il cuore più che con la presenza, partecipato al giubilo per l'elevazione agli altari della Beata Giovanna Antida Thouret, legata alla storia degli Ospedali di Napoli, a cui detti la mia giovinezza e quel poco che ho potuto. Il giubilo delle Figlie della Thouret è perciò un tantino an­che mio.

Quanto si apprende dalla conoscenza delle virtù dei Santi! E' uno stimolo alla perfezione, alla perseveranza. "Soffrire con merito" è uno degli insegnamenti della Thou­ret, che dovremmo tutti adottare, noi che negli ospedali siamo presso il soffrire, noi che forse vorremmo riconoscenza, ma che dobbiamo aspettarla solo da Dio, consci per altro che se anche Iddio ci darà il compenso, lo farà sempre per sua infinita misericordia, non per i nostri meriti, che sono sorpassati enormemente dai nostri peccati.

Mi accorgo che perdo di vista la ragione principale della mia lettera, che è quella di congratularmi con lei, Rev.ma Madre, e con tutte le suore per la riuscita dei festeggiamenti ultimi, e specie per la dimostrazione data a un gran pub­blico del modo perfetto con cui vengono educati la mente e il cuore di tante giovinette, nobili nel portamento, disin­volte, colte, lontane da inopportune timidità, ammirevoli esecutrici di arte: senza dire che il fuoco perenne della Ca­rità di Cristo, a cui riscaldano tutto l'anno il loro cuore, le rende degne future propagatrici della Fede dei Padri e depositarie della santità dei costumi delle fàmiglie cristiane italiane.

Le bacio le mani.

Suo dev.mo Giuseppe Moscati ».

Da tempo erano passate le feste per la beatificazione di Antida Thouret, quando una delle signorine che avevano fatto parte del coro incaricato di cantare l'inno della Beata, si trovò a passare nello studio del professore. Egli la rico­nobbe e subito fu invaso di profonda nostalgia della festa a cui tanto intimamente aveva preso parte. Ricordò l'aria dell'inno e le parole su cui era modulata, e mentre la signo­rina gli esprimeva il proprio stupore per averlo visto così compreso ed assorto durante l'esecuzione dell'inno stesso, il Moscati prese a cantare, come in un soffio che non fosse terreno, Antida in ciel risuona, Antida fra i beati, Con immortal corona Da Dio glorificata; e volle che al proprio sommesso canto s'unisse la voce della signorina, la quale, lasciato ogni senso di errata sogge­zione, s'unì al professore in un impeto di entusiasmo da sen­tirsi intenerita fino nel profondo del cuore.

Così il Moscati onorava il Sacerdozio e la vita consa­crata al servizio di Dio; così godeva dei trionfi che coronano le esistenze spese per la diffusione del bene nel mondo.

 

PARTE TERZA

IL MAESTRO

Ci pare d'aver parlato in termini abbastanza vasti di Giuseppe Moscati considerato sotto il duplice aspetto di medico e di cristiano: ma ancor poco s'è detto di lui quale Maestro e quale specialista in diagnostica, specialità que­st'ultima in cui veramente eccelleva.

Professore: e son legione i medici che riguardano alla sua scuola, compresi di profonda nostalgia. In lui rivedono il Maestro che con l'indefesso studio, le esercitazioni di la­boratorio, le analisi, i viaggi a scopo di istruzione, speci­fica s'era elevato nel rango dei sommi dispensatori di una dottrina. In lui rivedono il padre, così elevato e così umile, quasi il compagno, che torceva la bocca davanti alla parola « gerarchia » e a cui piaceva mettere in pratica l'evange­lica fraternità. In lui rivedono il consolatore e l'incitatore, l'uomo che sosteneva con una parola, incoraggiava con un sorriso, approvava e spronava con un soave mirar di sguardo.

In questa sede, quando si usa la parola « Maestro » si vuole accordarle il suo significato più pieno: non si dice « Maestro », alludendo ad un determinato ramo di sapere, ma maestro di dottrina e di virtù, maestro di vita, maestro da cui tutto si impara ciò che forma e rende migliori.

In tal senso, la parola era di piena spettanza del professor Moscati.

I discepoli ricordano, come già s'è detto, la sua dottrina, ma non hanno dimenticato la bellezza della sua bontà. « La bontà - dice Victor Hugo - contiene tutte le altre cose ».

E da essa e da tutte le altre cose gli allievi si sentivano trascinati.

« Egli apparve in mezzo a noi - dice il prof. Capasso - come un'impensata rivelazione, e la sua sorridente fi­gura di adolescente desideroso di molto cammino, incor­niciato di bontà, non suscitò le consuete gelosie, che appe­stano sovente i paraventi e gli ambulacri degli ambienti di studio e di lavoro... Dopo alcuni anni, egli era già dive­nuto nucleo di attrazione per gli studiosi. Nucleoli attoniti ed attratti si andavano disponendo attorno a lui, come pic­cole farfalle abbagliate, al nitore della lampada sfolgorante studenti, giovani laureati, colleghi... In un primo momento quelle processioni di giovani da lui guidate di letto in letto, processioni di camici bianchi peregrinanti dovunque v'era un enigma diagnostico da decifrare, suscitarono qualche sorriso... Poi il sorriso degli scettici scomparve, e le novelle processioni, rinnovatrici del vecchio mito, passarono con­siderate e rispettate. In breve, questo singolare affetto di scolari divenne trasporto spirituale, devozione, fedeltà. Nel­l'ultimo lustro, questa bianca falange non fu più un'accolta di discepoli: essa si assomigliò ad una turba di fedeli, inten­ta ad ascoltare le sobrie e gravi parole, ad aspirare il sapere ed adorare il Maestro...

«Dalle sue labbra fluivano l'austerità, la bontà, la grazia; e pareva quasi che tutte quelle giovinezze, che lo attorniavano, perdessero innanzi a lui, per un mirabile fenomeno di mimetismo, tutte le balde escandescenze, tutte le gioviali audacie, tutti gli improvvisi straripamenti che turbinano nei giovani cuori ed accompagnano lietamente la più bella stagione della vita. V'era dunque alcunchè di mistico in questa scuola, dove la rigida scienza era perse­guita senza interferenze in linea di severa austerità e illeg­giadrita in un'atmosfera di alta morale, illuminata dal pe­renne esempio. In quell'ampia e robusta sala, così viva del­l'opera di Giuseppe Moscati, non si formavano soltanto saldi intelletti clinici, si plasmavano anche le anime. Mi­rabile sintesi di un cenacolo spirituale, dove l'etica ed il sapere si confondevano per la elevazione dell'uomo e del medico sulle soglie dell'apostolato».

Ecco così definito il profilo del Professore Maestro, ar­mato di dottrina, circonfuso di bontà, proteso a formare intelletti e coscienze rette, al fine di predisporre ausili per i corpi non meno che per le anime.

Questo Insigne che, in tempi di dichiarato materia­lismo e di banali negazioni dello spirito, parla da una il­lustre cattedra, di Dio, di Provvidenza, di Religione Cri­stiana, e conforma tutti gli atti della vita al verbo della pro­pria credenza, non può non essere ascoltato ed entusiasti­camente seguito. A far passare ad una ad una le testimo­nianze e le deposizioni dei discepoli sul loro amato e vene­rato Maestro, c'è da intenerirsi profondamente.

Egli affina le menti per addestrarle alla lotta contro il male che si cela ed occorre scovare, ma affina vieppiù i cuori, operando con bontà illuminata, con tatto, con pa­zienza esemplare. Va bene che medicina e chirurgia offrano all'uomo rimedi efficaci: ma, si viva o si muoia, si riesca vincitori del male o ad esso si soccomba, il problema non è soluto: c'è qualcosa che trascende, che continua, che s'inciela; e il medico, che mette le mani sui corpi, deve tener conto di questa incontrastata verità, che del resto è la più consolante e bella.

Il prof. Giuseppe Moscati tien l'occhio fisso ad un ideale meraviglioso: formare giovani medici intimamente cristiani ed attivamente buoni. Chi esce dalla sua scuola, deve poi dire: « Debbo tutto a lui ciò che io sono. Debbo alla sua rettitudine, se ho imparato a considerare la vita dal punto di vista che l'onestà impone; debbo alla sua squi­sita bontà d'animo se ho imparato a mettere la bontà alla base di ogni pensiero e azione; devo al suo modo di conce­pire la missione del medico, se sono un medico a cui si può ricorrere con confidenza, certi di trarne suggerimenti di bene materiale e spirituale ».

Ah! quell'arma potente della bontà!

« L'uomo buono - dice il Mantegazza - non solo gode egli stesso delle sue azioni, ma diffonde attorno a sè un'atmosfera di felicità, che respirano tutti quelli che lo circondano ».

Inutile dire poi che questa speciale atmosfera è la più idonea al processo educativo: e se la verità è assoluta nel campo della educazione « minore », tanto più essa eserci­terà un influsso determinando in quello dei definitivi orien­tamenti verso la vita.

La vampa che ardeva nel cuore del prof. Moscati, era da lui trasmessa per forza d'amore ai propri discepoli, che ne rimanevano elettrizzati. L'esempio che egli offriva loro, era degno della più alta stima e poteva bene scrivergli un suo discepolo nell'occasione dell'onomastico: « Anche quando il nostro capo sarà bianco come la neve, noi verremo a visitarla in questo giorno di S. Giuseppe, di cui ha copiata la vita, e verremo a confermarci alunni, a compiacerci con lei, a dirle ancora: "Ti vogliamo bene": e porremo nel pas­saggio d'oltretomba ancora l'orgoglio di avere appreso da lei quella pratica dell'apostolato di beneficenza, che ci rende cari tra gli uomini, desiderati dai sofferenti, bene­detti dai poveri».

Di questa chiara lode avrebbe potuto umanamente inorgoglire il prof. Moscati se, come vedremo, egli non avesse posseduto la modestia più bella e il cuore umile di un bam­bino.

 

MAGO DELLA DIAGNOSI

Se si segue il prof. Moscati e si ascoltano le diagnosi che egli formula al capezzale di ammalati affetti dei mali più subdoli, c'è di che provare le più alte meraviglie. Nel campo della diagnostica non c'è nessuno che possa ugua­gliarlo: pare che in questa sua spiccatissima facoltà di in­dicare con somma esattezza l'itinerario dei mali e i luoghi in cui si nascondono, entri un alcunchè di soprannaturale. Certo, la natura gli aveva fatto un dono specialissimo, e tutti, colleghi e malati, sono concordi nel riconoscerglielo. Il talento elargitogli dal Signore non era rimasto per tanto inoperoso nelle mani del servo buono: il Moscati l'aveva trafficato con ogni mezzo, in tutti i modi, per trarne il mas­simo rendimento. Così che, nell'ora del bisogno, egli s'era trovato a disporre di un'arma che seminava in tutti il più giustificato stupore. Pareva - affermano suoi colleghi che degli angeli gli illuminassero la mente, tanto le sue diagnosi avevano del miracoloso. Con un semplice sguardo, con una leggera palpazione effettuata tenendo l'occhio ri­volto al cielo come per esserne ispirato, con una ausculta­zione, egli entrava in possesso degli elementi necessari per formulare le più strane, difficili ed astruse diagnosi: talvolta esse contrastavano in modo stridente con altre già formulate da colleghi: tuttavia il Moscati aveva la certezza di cogliere nel giusto e il decorso del male dava sempre ragione a quelle che ci piace chiamare le sue e divinazioni ».

La facoltà di penetrare i misteri più intricati dei mali che travagliano la carne, gli derivava forse dalla semplicità di cui si dirà più avanti, e dalla rettitudine, ch'erano suoi abiti costanti: dice il Vangelo che l'umile è presso Dio e il giusto vede il cielo; e i Proverbi affermano (Prov., III, 32) che è prerogativa degli umili vedere nella segreta intimità divina.

Giuseppe Moscati era dunque il sovrano delle diagnosi, che furono, sono e saranno sempre il punto cruciale della scienza clinica. Non è esagerazione pensare che i muscoli e le ossa si facevano trasparenti al suo occhio indagatore manifestazioni morbose soggette a interpretazioni diagno­stiche dubbie o controverse non lo traevano in fallo: a lui, insomma, si ricorreva come all'infallibile definitore dei ma­li, e una sua parola in fatto di diagnosi, non temeva smentite di sorta.

I casi più strani stanno a dimostrare questa particolare virtù del Moscati; per cui, in aggiunta ai vari episodi che già s'è avuto occasione di narrare nel corso di queste pagine, altri se ne riportano, dei quali si potrà ben dire: «Vera­mente quest'uomo singolare non vedeva con occhi terreni». Gli si presenta un giorno una ragazza, la quale ha già subito diverse emottisi. Il suo stato è piuttosto grave, la malattia ben definita: cosicchè ai medici che l'hanno vista non rimane che prendere una cattiva e non lontana conclu­sione del male.

« Guarirai perfettamente », le dice invece il prof. Mo­scati.

La diagnosi, che contrasta così stridentemente con la prognosi dei medici che precedentemente hanno visitato l'ammalata, non resta dal suscitare meraviglia. Ci sono, in famiglia della paziente, tare ereditarie; il male è aperta­mente conclamato. Su quali elementi può basarsi l'afferma­zione del professore sfugge a tutti: il fatto si è che egli dice con la più grande sicurezza: « Guarirai », e la ragazza gua­risce, si sposa ed ha figli.

Altra volta è chiamato a consulto presso il capezzale di un illustre professionista, l'avvocato Parlato, il quale è affetto da uno di quei mali di cui i medici non son mai d’accordo nel formulare la diagnosi. Al capezzale del Par­lato ci sono clinici di chiarissima fama, ex-maestri o col­leghi del Moscati. Alcuni di essi si pronunciano apertamente per un intervento chirurgico, che solo può debellare il male. Altri sono incerti. Il Nostro non ha un attimo d'esitazione. Gli spiace, per la cortesia e l'avversione a contraddire che gli sono abituali, dover opporsi al consiglio dei colleghi; ma deve pur dire all'ammalto: « Lei non si faccia assoluta­mente operare: tra un mese sarà guarito ».

Lo guardano con sguardi ironici, increduli. C'è chi insiste per l'intervento chirurgico: ma il prof. Moscati non può avere certezza più assoluta, ed è questa certezza che lo fa avvicinare al capezzale del malato e gli fa compiere opera di convinzione aflinchè non si sottoponga ad atti operatori. Il malato è conquistato, obbedisce al consiglio del profes­sore: in un mese il male è vinto ed egli ha raggiunto la guarigione.

Agli altri medici, il meditare sulle strabilianti facoltà diagnostiche del collega: in effetto il Signore premiava così il suo servo buono, il servo che volgeva tutte le proprie azioni a maggior gloria di Dio.

Un altro caso in cui eccelle il potere quasi soprannatu­rale del Moscati nello stabilire la natura delle malattie, è segnalato dallo stesso avvocato Parlato. Egli aveva due figli lontani da sè, in provincia di Foggia, presso dei parenti. S'ammalano entrambi e le forti febbri da cui sono assaliti fanno pensare a due casi spiegati di tifo. Anzi, per questa malattia concordano le diagnosi di diversi medici. Il povero padre è disperato e, fiducioso com'è nell'opera del Moscati, si precipita da lui e lo invita a visitare i suoi figliuoli. Ma il professore non può: è impedito.

- Non dovete del resto preoccuparvi - soggiunge per consolare il padre - perchè i vostri figli non sono am­malati di tifo: essi hanno febbri malariche! Andate quindi presso di loro e ordinate che siano curati con iniezioni di chinino. Date loro da mangiare tutto quello che desiderano fossero anche maccheroni. Quando, tra qualche giorno la febbre sarà cessata, allora potrete ricondurli senza difficoltà a Napoli.

Davanti ad un simile discorso, al padre non rimane che di sgranare gli occhi per il più grande stupore. Inie­zioni di chinino? Maccheroni? Tutto ciò servirà a farlo giudicare come matto dai medici curanti.

Il professore capisce la situazione e pensa di dichiarare per iscritto, sotto la propria responsabilità, quanto verbal­mente ha detto. Verga perciò un biglietto e lo consegna al padre dei due malati. Su di esso si legge: « Sotto la più stretta responsabilità affermo che i figli di Michele Parlato sono affetti da febbre malarica. Prescrivo le solite iniezioni di chinino. Si dia loro da mangiare tutto quello che vogliono anche maccheroni con salsa ».

Ora il padre è contento; il professore gli stringe la mano, gli sorride benevolmente, lo fa partire col cuore sollevato. L'episodio, che ha già a questo punto dello straordi­nario, ha una postilla che accentua appunto questo carat­tere di straordinarietà.

Seguendo le cure del Moscati, e contrariamente alla disposizione dei medici curanti, i ragazzi in due giorni sfebbrano, così che il padre può ricondurli a Napoli e pre­sentarli al professore come guariti.

- Eh, non ancora! - egli dice - Tra quindici giorni circa essi saranno assaliti da un'altra violentissima febbre, della quale però non c'è nulla da temere. Scomparsa que­sta, potranno dirsi veramente guariti.

Il fatto si verifica appuntino: i due ragazzi sono in preda ad altissima febbre, la febbre alfine scompare e la guarigione appare ormai evidentissima.

Che ha da pensare il consolatissimo padre, del mira­bile prof. Moscati?

Simili diagnosi d'altronde sono tutt'altro che rare per il Moscati.

Gli si presenta un giorno il caso di un giovane affetto da paralisi isterica, almeno secondo il parere dei numerosi medici e specialisti che l'hanno visitato. La paralisi si estende agli arti inferiori, di modo che il paziente è costretto alla più completa immobilità. Nessuna cura, nessun espediente rie­scono un qualsiasi miglioramento. Alla fine l'ammalato, che conosce di nome il prof. Moscati, lo fa chiamare e si sottopone ad una sua visita. La mano del professore non ha un attimo di esitazione: corre alla colonna vertebrale del povero giovane e palpa un attimo, mentre gli occhi sono rivolti al cielo.

- Non si tratta di paralisi isterica - dice subito il professore. - Tu hai un tumore alla spina dorsale, ma puoi guarirne. Ti farò operare dal professor Rizzo e io stesso as­sisterò all'operazione addossandomene la responsabilità del­l'esito.

Il malato nutre somma fiducia nelle parole del profes­sore, ma, disgraziatamente, il Moscati muore prima che si possa procedere all'operazione. Comunque, giacchè il ma­lato lo vuole, l'intervento chirurgico ha luogo: ed è un intervento pieno di emozioni, di imprevisti e di sconforti. Ad un certo punto anzi, l'operatore prof. Rizzo è assalito da ansietà: egli non riesce ad individuare la fibrilla in cui il tumore si nasconde e dubita quasi della sua consistenza. Ma improvvisamente avviene il fatto che ha del miracoloso dopo di aver chiesto mentalmente all'anima di Giuseppe Moscati luce e conforto in un caso tanto difficile, il tumore si stacca da sè e cade nella mano del chirurgo, grosso quanto una noce. Dire della commozione degli astanti è superfluo. Allora si levò la voce del prof. Rizzo: « Oggi - disse - abbiamo fatto la commemorazione vera del Moscati ». Se una vena di tenerezza profonda gli tremava nella voce, essa era più che giustificata.

Un altro caso di diagnosi meravigliosa si ha nell'epi­sodio seguente, in cui s'ammira anche la tempestività del­l'intervento del Moscati, tempestività che pare regolata da una volontà superiore.

C'è un magistrato che ha una sorella gravemente am­malata ed in cura presso un valente medico. Un giorno l'ammalata, che col passar del tempo non avverte sintomi di miglioramento, esprime il desiderio d'essere visitata dal prof. Moscati: ed un'altra sorella s'incarica d'andare ad invitarlo. Il professore l'accoglie con modi piuttosto bur­beri, esclamando: e E' proprio necessario che la visiti io? Non è già in cura da un medico di vostra fiducia? »

La signora rimane alquanto mortificata e torna a casa a riferire intorno al brusco rifiuto del Moscati. L'am­malata in modo speciale se ne mostra addolorata. Lì per lì, data la natura ed il decorso del male, si ricorre alle pre­stazioni di un altro primario di Napoli, il quale accoglie l'invito, visita l'ammalata e conferma la diagnosi del me­dico curante.

Passano tre o quattro giorni e una sera, mentre un ri­gido ventoso gennaio sferza le facciate dei palazzi di Napoli i familiari del magistrato e dell'ammalata sentono bussare alla porta. Chi può essere? Sono esattamente le ventidue. Vanno ad aprire ed ecco lì davanti a loro il prof. Giuseppe Moscati. Moto di sorpresa.

« Siete stati giorni fa a chiamarmi per un'ammalata allora non c'era necessità che intervenissi e non intervenni oggi fa d'uopo che io proceda alla visita perchè è successo qualche fatto nuovo. Eccomi dunque qui a compiere il mio dovere ».

Si avvicina alla malata, la visita e scopre accanto al punto principale d'infezione, due nuovi focolai. Allora or­dina di avvertire il medico curante che egli s'è permessa di modificare la cura stabilita in dipendenza dei fatti nuovi verificatisi.

I familiari non hanno parole per esprimere il loro stu­pore e l'ammirazione e vogliono fargli accettare l'onorario.

Ma egli si schermisce prestamente dicendo d'essere venuto a compiere il suo dovere. E le circostanze, il tempo gelido, la notte, la risposta ad una chiamata di quattro giorni prima, dimostrano che egli si è mosso per il bisogno ispi­rato di compiere un dovere.

Da questi episodi appare chiaramente che egli si spin­geva al di là dei confini segnati all'umana esperienza ed all'umana genialità: ed attingeva nel soprannaturale.

Ancora ed un ultimo episodio. Qualche giorno prima di morire, il prof. Moscati fu chiamato al letto della suocera di un celebre professore napoletano.

La visitò, fece appuntino il disegno dell'affermazione che le aveva riscontrata, consegnò il foglietto all'avvocato e gli disse: « Tenetelo: badate che nessun altro medico farà una diagnosi simile. Sappiate ancora che vostra suo­cera morrà tra un anno ».

L'avvocato ripone gelosamente il foglietto, e il Mo­scati, dopo qualche tempo, viene a morte.

Allora al capezzale dell'ammalata sono chiamati i più illustri medici, i quali formulano le diagnosi più disparate. Giusta quanto predetto dal Nostro, esattamente dopo un anno, l'ammalata muore. Allora l'avvocato mosso da spe­ciali ragioni, prega un chiarissimo anatomo-patologo di procedere all'anatomia della salma: ed ecco che dalla se­zione appare il male della natura e nell'ubicazione perfet­tamente descritta e disegnata dal prof. Moscati un anno prima.

Sono cose che, se non si vogliono sempre designare con gli aggettivi di « miracoloso » e «soprannaturale », si devono contraddistinguere con l'altro, più roboante ed umano ma non meno significativo, di «sbalorditivo ».

Ma l'acutissimo potere diagnostico di Giuseppe Mo­scati non s'arresta qui: trovare i mali dei corpi, anche i più astrusi, anche i meglio nascosti, è certamente cosa dif­ficile, cosa sommamente ardua, ma alla quale lo studio in­defesso, l'esperienza, l'intuizione, possono prestare valido ausilio. Ma chi si sentirebbe di poter diagnosticare un male d'anima, una malattia di quest'imponderabile che sfugge a tutte le umane analisi, su cui il bisturi e l'auscultazione nulla può, e che dai più è messa in un canto, come se non fossero di sommo momento anche per l'organismo fisico i mali che la travagliano?

Ebbene: il prof. Moscati esercita anche in questo cam­po una missione che non può non suscitare il più elevato stupore. Trovarsi al cospetto di una persona e «vedere » talvolta quale sia la situazione spirituale di essa, è tutt'uno. Un giorno sta visitando un avvocato, quando, alzan­dosi improvvisamente, gli dice: « Confessatevi, e comu­nicatevi: vedrete che starete meglio ».

Parecchi mesi dopo, lo stesso avvocato è nuovamente nel suo studio.

« Voi non state meglio - torna a ripetergli il pro­fessore - perchè non vi siete confessato nè comunicato. Ricordatevi adunque di farlo, perchè Iddio ve lo comanda ».

Ecco un giorno nel suo studio privato un parroco del­1'Archidiocesi di Amalfi, che gli conduce due nipoti da visitare.

Subito il professore chiede se abbiano fatta la S. Pasqua. Il sacerdote è incerto.

« Mi pare di sì » dice.

« Eh, non precisamente tutti e due - precisa il pro­fessore. - Uno ha ricevuto la Comunione pasquale, l'al­tro no! »

Ed era proprio come egli diceva.

Un giorno si trova davanti nel suo studio privato, una signorina di 24 o 25 anni ed una signora.

La sua mente è attraversata da un'improvvisa intui­zione.

« Signorina, lei non ha ancora ricevuto la prima Co­munione, e lei, signora, convive con un sacerdote apo­stata ».

Era perfettamente così come diceva. Il fatto non restò dal commuoverlo e dallo scuoterlo profondamente, talché nel giorno stesso lo riferì alla sorella, e solo quando ebbe sentito da lei che son cose che capitano a questo mondo, ritrovò la serenità di spirito e disse: « Ah si? bene: allora posso andare a coricarmi”.

 

ALL'ESTERO

L'aura di celebrità che, subito dopo il trentennio in­cominciò ad aleggiare intorno alla persona di Giuseppe Mo­scati, fu un doveroso atto di ossequio alla sua instancabile operosità, alla costanza con cui perseguiva il suo ideale di completezza, eliminando in sè con lo studio e l'esercitazione pratica ogni lacuna.

Guardando a lui l'eminente Antonio Gardarelli, che s'era ritirato dall'insegnamento, poteva dire con chiara coscienza di non fallire: « Tu sarai il continuatore delle glo­riose tradizioni ».

Piacque pertanto a chi era preposto alla direzione del progresso medico in Napoli, che il Moscati andasse un'altra volta all'estero, onde trovandosi a contatto con gli scienziati stranieri, le sue esperienze avessero occasione di ulteriori perfezionamenti.

Ma al professore l'idea di un viaggio all'estero con sog­giorno abbastanza prolungato, non piaceva troppo; anzi, si può sicuramente affermare che gli dispiaceva. Se, da una parte, poteva tentarlo il fatto dell'apprendimento di nuove cognizioni di cui si sarebbe avvantaggiata la sua professione di medico e arricchito il suo insegnamento, rimaneva purtrop­po l'altro fatto, quello cioè di dover abbandonare per lunghi giorni i propri ammalati e di dover riformare le proprie a­bitudini sacrificando, forse, quella parte di esse che più gli stava a cuore.

Sul dubbio che ebbe circa l'effettuazione o meno del viaggio che l'avrebbe condotto in Inghilterra, a Edimburgo prima, a Londra poi e seguentemente attraverso la Francia, scrive egli stesso: « Fino all'ultimo sono stato in dubbio, se partire o no. Assillato dalle cose ospedaliere, dalle richieste di infermi, di consultazioni e massimamente trattenuto dai miei disturbi visivi, sono rimasto esitante.

Ma le insistenze di mia sorella mi hanno parlato come una voce angelica. Avrei voluto rimandare il viaggio e in­dirizzarlo a Lourdes e a Paray-le-Monial, ma questa ispira­zione non mi venne subito, quando acconsentii che i miei buoni amici e futuri compagni di viaggio, i proff. Bottazzi e Quagliarello, si mettessero attorno per farmi ottenere il passaporto e per acquistare i biglietti ferroviari. Ai piedi della Madonna del Carmine, nel suo nome a S. Teresa al Museo (chiesa tanto ricca di ricordanze mie infantilí) ebbi l'ispirazione di partire. E la sera del giorno innanzi di quello destinato alla partenza mi gettai ai piedi del confessore, il Padre Perillo, barnabita (essendo assente il P. Pio, mio abi­tuale confessore) e, avendo solo fatto cenno al Padre che mi accingevo a partire per la Scozia, egli mi disse: "Questo viag­gio lo compirete come un dovere e vi sarà fecondo di merito". Non avevo ancora esposto a lui i miei dubbi, che mi veniva la sua approvazione ».

Due cose ci piace particolarmente qui rilevare: che, co­me egli dice, ebbe l'ispirazione di partire ai piedi della Ma­donna, e che considerava il viaggio come un dovere. La prima delle due cose si riallaccia a quel «sensus Charitatis » che lumeggia tutta la vita del Nostro; la seconda esprime l'im­perativo categorico di agire a scopo di utilità: il dovere.

Di questo viaggio il Moscati ha lasciato scritto un diario abbastanza particolareggiato; e da Edimburgo, come da Londra e poi da Lourdes, parecchie sono le lettere scritte, per cui ricostruire l'itinerario è facile ed interessante. Tanto più interessante in quanto che da tutte queste testimonianze esce la figura di un prof. Moscati quasi in veste di pellegrino mentre, quando egli parla di lunch, quando è costretto ad indossare frack o smoking, quando appare nelle eleganti elite dei dinner e delle riunioni mondane, pur essendo di maniere compitissime e cortesissime, un certo sapore ironico emana da lui, uso piuttosto alle opere dell'umana carità che a quelle delle formali vacuità. Il lungo viaggio del resto ha in­fluito benevolmente sul professore in diversi sensi: in primo luogo l'ha messo a contatto con scienziati di una Nazione la quale, se la scienza esige mezzi per progredire, può spin­gerla all'estremo limite dell'umana conquista; gli ha offerto la possibilità di passai e in celebri Santuari a ravvivare la sua già profondissima fede; ha contribuito ad ornare la sua educa­zione umanistica, già così versatile ed ammirevole nel campo della letteratura quanto in quello dell'arte, delle lingue estere e, pare, persino della filosofia; gli ha elargito un respiro alle pressanti occupazioni delle sue giornate dense di carita­tiva operosità; lo ha messo in condizione di raffrontare le bellezze della nostra Patria, che non temono concorrenza, con quelle di altri paesi, dimostrandogli come il sapore della romanità sia sparso in ogni più remota plaga; ed infine è stato incentivo al suo bisogno di offrirsi per gli altri, in quanto che la lontananza dai suoi ammalati, dagli studenti, dai labo­ratori e dai suoi poveri, gli ha posto nel cuore il bel seme della nostalgia che può essere incentivo a più salde e più complete donazioni di sè per il trionfo del vagheggiato bene.

Ma non è fuori luogo, ed è anzi interessante, seguire il Moscati nello svolgimento di questo straordinario viaggio. Dopo aver ricevuto la Comunione in S. Chiara, parte da Napoli, alla volta di Roma, il 18 luglio 1923. Gli sono com­pagni il prof. Bottazzi con la signora e le due figliole, il prof. Gaetano Quagliarello e il prof. De Blasi.

Iniziando il lungo viaggio il suo cuore è nella calma tanto che egli può scrivere: « Iddio da un certo tempo aveva, sedato le tempeste del mio cuore... ».

Arrivati a Roma, primo suo pensiero è quello di condurre i compagni in una chiesa, la chiesa di S. Maria delle Vittorie dove si visiterebbe una S. Teresa del Bernini. Ma il tempio è chiuso.

Nel pomeriggio dello stesso giorno ecco il Moscati alla volta di S. Pietro in Vaticano, dove vuol visitare il mo­numento innalzato alla santa memoria del Papa Pio X.

Roma con le sue bellezze, con la grandiosità che spira da tutto l'insieme delle sue chiese, dei palazzi, dei monu­menti, lo esalta.

«Nessuna delle metropoli straniere - egli afferma - può gareggiare con la grande Roma. Roma è dei secoli, e i suoi monumenti sono stati la scuola dell'arte; le città stra­niere, grandiose, enormi, sono di ieri... ».

Girando per le sue vie, ecco che si trova a passare da­vanti ad un'altra chiesa, quella del Gesù. Dal portone pende l'insegna delle Quarant'ore: il richiamo è più che mai affa­scinante. Altrove è l'arte che attende di essere ammirata, qui è Gesù solennemente esposto che aspetta d'essere adorato. E il Moscati è felice che la Provvidenza gli offra la possibilità di poter attendere a quello che è un incoercibile bisogno della sua anima. Entra e tutto si perde nell'adorazione dell'A­mico Gesù.

Sulla sera viene ripreso il viaggio verso Torino e, non lontano da Civitavecchia, mentre l'oscurità s'è già posata sulla terra e il treno la taglia veloce con la corsa, i suoi occhi si posano su una Croce fatta di lampade elettriche perpetua­mente accese sulla cupola di un Camposanto posto vicino alla spiaggia.

- Qui vorrei riposare quando sarò morto - dice allora. Ma chi lo sente? Il treno sferraglia nella notte ed i compagni di scompartimento sono tutti, chi più chi meno, in braccio a Morfeo.

La visione del cimitero illuminato dalla sfavillante croce, gli richiama al pensiero l'immensa falange di gioventù mietuta dalla guerra. O povera, balda gioventù arrisa di chissà quali rosee speranze, sacrificata a sogni di ambizione, quando l'incontro in Dio potrebbe evitare i flagelli che deci­mano l'umanità!

Passaggio per Pisa, poi, dopo alquanto altro percorso, lo spettacolo impareggiabile della riviera ligure. Avremo in appresso occasione di parlare del suo amore per la natura ed ecco che davanti al fulgore della riviera che non ha eguali al mondo, il suo spirito si commuove.

- Il delizioso spettacolo della riviera ligure - nota nel diario.

Poi la pianura padana, Alessandria, Asti e, finalmente, Torino.

Torino è città che offre al visitatore cento attrazioni mondane: arte, natura, bellezza e squisitezza di maniere, moda, e anche familiarità che conquide. Ma il richiamo che agisce sul Moscati è quello che per la massa è il meno appari­scente: il Duomo! In Duomo egli s'inginocchia davanti alla cappella della S. Sindone e prega nel raccoglimento più profondo. Una breve passeggiata di natura un po' mondana, poi eccolo alla chiesa di S. Carlo dei Serviti, dove vuol vene­rare una miracolosa statua dell'Addolorata.

Cosa manca al viaggio di quest'uomo celebre perchè possa considerarsi alla stregua di un vero e proprio pellegri­naggio?

E' talmente profonda la religiosità del suo sentire, che egli ritrae gioia dall'osservare una « Cena » di Leonardo nella casa di una famiglia ebrea.

Prima di riprendere il viaggio, di nuovo si porta alla chiesa di S. Carlo dei Serviti, ascolta due SS. Messe, riceve la Comunione e prega per il fratello Alberto che in Torino aveva contratto il male del quale doveva morire.

Una riflessione meravigliosa nota il Moscati a questo punto del diario di viaggio.

« Vergine Maria » dice « sapete che mi sono arreso a questo viaggio, pur avendo perduto la gioia del vivere. La vita per me è ormai un dovere: Voi radunate le mie scarse forze per convertirle in un apostolato. Troppo la vanità delle cose, l'ambizione forse, mi hanno deviato, mi hanno fatto apparire più forte d'intelletto e di scienza di quello che sono! I ricordi poi delle passate delizie e dei dolori della mia famiglia mi rafforzano in questa preghiera, in questo abban­dono in Dio ».

Il viaggio continua: le ultime corse del treno in terra italiana, poi la Francia.

Per la grande metropoli di Parigi, il suo interesse non regge minimamente al paragone che per la città di Roma e non solo per questione di nazionalità.

- (Parigi)... è una città vastissima - annota nel diario - con quartieri eleganti e popolari; è un campionario di vari tipi di città: mentre la Vienna, visitata prima della guerra era tutta elegante, curata nei minimi particolari, nelle insegne dei negozi tutte di cristallo, nelle decorazioni florealí, ecc. Impressione migliore non riceverà visitando Londra. - Londra - scrive da quella città ai familiari - è una sconfinata metropoli, ma uniforme, nerastra. Basta vedere un pezzo di Londra perchè tutti gli altri pezzi sono uguali.

Al finire del rapido passaggio per Parigi, un sospiro doloroso dell'animo: « Anche oggi senza di Te, mio Dio! » Dei fastidi, delle noie, delle scomodità e della stanchezza di un lungo viaggio, non un cenno: ma che anelito, che nostalgia in quelle parole: « Anche oggi senza di Te, mio Dio! »

Il 22 luglio arriva finalmente a destinazione. Lo ospita­no in una meravigliosa casa ove si avrà tutto il rispetto e tutta la cura possibili per la sua celebrità. L'ambiente è bello, tutto porta le impronte di un ordine, di un gusto e di una signorilità che nel Moscati producono un'ottima im­pressione. Ed egli non lascia di lodare l'ospitalità squisita, di cui ha a godere, ospitalità prodiga, quale si conviene al costume dì gente non usa a parlamentare troppo in fatto di sterline.

Il soggiorno edimburghese del prof. Moscati (giacchè è proprio Edimburgo la prima meta del viaggio ed in Edim­burgo si tiene il Congresso internazionale di fisiologia) è contrassegnato da una sua instancabile attività che lo porta ovunque la scienza sia per offrirgli un insegnamento o la fede un rapimento, che lo mette in comunicazione con per­sonalità di primissimo piano, che gli offre l'estro di prodursi in «conversazioni inglesi a tutto spiano » facendosi ammirare per la padronanza della lingua.

La prima lettera che di là scrive è per la sorella; ed invano v'aspettereste che egli incominci con un'esclamazio­ne per una bellezza ammirata, con un appunto di viaggio, con la notizia che il viaggio è andato bene e tutto è a posto. - Chi sa se questa mia ti giungerà in tempo, il giorno del tuo nome, per dirti che tutto desidero per te. Nei miei voti - e so che in questo momento sono lo scopo delle tue preghiere - è di vivere bene e a lungo per compiere un apo­stolato. Ma sono pronto a sobbarcarmi ai disegni di Dio.

Questo è il suo primo pensiero da Edimburgo. Parlando poi della città, trova il modo di comunicare la propria gioia alla sorella per essere stato alla Casa dei Gesuiti, annessa alla quale sta una chiesa in cui aveva trovato esposta un'ef­figie di S. Teresa del Bambin Gesù.

E' naturale che egli senta acuto il desiderio di tornare a casa, ma assicura i suoi: « state senza pensiero per me ho obbedito, ecco tutto ».

Trova poi un padre maltese che era entrato nell'ordine dei Gesuiti dopo essersi laureato in medicina, ed è grande il suo trasporto nel potersi riconciliare con Dio parlando la bella lingua italiana. Si interessa quindi dei cattolici di E­dimburgo, raccolti in 5 - 6 parrocchie e gode nel sentire che grande è il lavoro dei sacerdoti, giacchè le conversioni s'aggi­rano sulla settantina all'anno. Entra frattanto negli ospedali e vi studia la particolare attrezzatura e assiste a varie opera­zioni chirurgiche.

Osservando le bellezze del luogo, gli vengono spontanei raffronti con quelle italiche: « Custoditi sono oggetti d'arte in splendidi monumenti; ma come l'Italia è le mille miglia su­periore! »

E del cielo e del clima edimburghese?

« Ieri fu una bella giornata: almeno così dissero i pa­droni di casa; così dicevano i commessi di negozio ad ogni cliente che entrava; pure non c'era che uno scialbo sole che faceva di tratto in tratto capolino tra le nubi! »

Va da sè che pur essendo lontano da casa e presso gente straniera, il Moscati tiene à non mutare d'un filo la sua con­dotta di vita cristiana, che gli impone il rispetto dei Coman­damenti e dei precetti fino alla più scrupolosa esattezza. Così è, ad esempio, del magro in giorno di venerdì.

« ...dopo il pranzo, che fu tutto di pesce, niente carne (il P. Agius mi aveva consigliato di dire ai miei ospiti, che, se loro non era di incomodo, ci tenevo a osservare il venerdì, perchè qua si tiene a che ognuno pratichi il suo culto, e non fa buona impressione chi se ne infischia)...».

Parrebbe impossibile, ma vedete come il virtuoso si fa presto conoscere e ricercare anche tra gente che l'ha appena conosciuto!

« Stamane ho incontrato per via un reverendo: credevo fosse un pastore; ma quello m'ha fermato (ha visto forse il distintivo del Congresso).

- Conosce il dottor Moscati? - Sono io! Era un padre gesuita che poi mi condusse a casa ». Il 28 luglio lascia la città di Edimburgo e si spinge nella capitale inglese, la grande Londra, in cui troverà tante cose dallo spiccato sapore italico.

Anche qui studia anzitutto gli ordinamenti ospedalieri giacchè dal viaggio egli deve trarre particolarmente un ri­cavato pratico di cui beneficeranno poi gli stuoli di ammalati commessi alle sue cure. Passa quindi alla visita della città. Londra lo disillude tranne in ciò che ha e custodisce ed a cui è connessa l'idea della lontana Italia.

« I musei di Londra racchiudono tesori infiniti: il Bri­tish ha un'infinità di mummie e di cose greche, romane, ita­liche. Mi ostinai contro il parere dei miei compagni, di pe­scarvi la famosa pietra della Rosetta, e ve la trovai, fra l'en­tusiasmo di tutti. Volevo scoprirvi anche gli oggetti di bronzo che furono trovati nel nostro fondo di Mirabella, ma per quan­to avessi girato, non mi è stato dato rintracciarli. La National Gallerie racchiude la Vergine delle Rocce (Leonardo), molti Rubens, Van Dich: i fiamminghi e gli italiani sono sem­pre la gioia e la gloria delle pinacoteche di tutto il mondo! »

« Io sto bene - terminava la lettera da Londra ai fami­liari - tranne che con gli occhi. Ma vi assicuro che non ci dà importanza. Invece è necessario che mi senta la forza fi­sica per lavorare (e quanto è più possibile) nella vigna del Signore, e io questa forza me la sento ».

Perchè poi questa forza, già grande per se stessa, subisse un aumento di vigoria, Giuseppe Moscati volle, tornando alla sua Napoli, seguire, attraverso la Francia, un itinerario ché gli permettesse di fermarsi a Lourdes: Lourdes la terra privilegiata della fede e dei miracoli; il luogo scelto dalla Madonna per spiegare dinanzi agli occhi degli uomini le meraviglie della sua potenza presso il Signore.

Devoto com'era dell'Immacolata, Giuseppe Moscati, in vista del godimento spirituale che avrebbe provato, accettò volentieri di separarsi dai compagni che, nel ritorno, avreb­bero seguito diverso itinerario. Ai piedi della bianca Vergine dei Pirenei egli sarebbe stato solo col suo amore di fervente figlio, lontano dalle distrazioni che il dovere dell'amicizia tal­volta impone: solo con la propria anima, libera di effondersi nei moti più ardenti del filiale affetto.

Era, quello verso la Madonna, il suo più grande amo­re dopo quello per Gesù. Figurarsi se ora voleva non appro­fittare dell'occasione che tanto favorevolmente gli si presen­tava di passare per Lourdes. Ed a Lourdes l'incontro tra la bianca Mamma del cielo ed il candido figlio terreno fu quale a noi non è difficile immaginare. Una lunghissima lettera entusiastica, scritta ai familiari e che riportiamo per intero, descrive il suo soggiorno nella terra dei miracoli e le soavi impressioni riportatene.

t+ Sono arrivato alle 8,30 a Lourdes. Partii alle 7,10 dalla orribile Gare d'Orsay dì Parigi sotterraneo, con un caldo enorme. Tutto il treno era in gran parte prenotato; ma riuscii a trovare un posto e fortunatamente durante il percorso il mio dirimpettaio passò in un altro scompartimento lasciando opportunità alle mie gambe di stendersi deliziosamente. Ho viaggiato con una coppia di inglesi che pure andavano a Lourdes; ed ho dovuto riprendere l'aspro linguaggio poco prima deposto. Tutti gli inglesi che ho incontrato mi hanno fatto il complimento di dirmi che pronunziavo benissimo il loro idioma. I francesi mi hanno preso per uno del nord ed alcuni mi collocavano ancora più su perchè mi facevano at­traversare la Manica e mi prendevano per inglese. Un altro francese dalla barbetta quadrata, come doveva essere di mo­da a Parigi fino a qualche tempo fa, e che trovai in quell'in­decentissimo treno di Versailles, che porta anche delle im­periali rompicollo, mi prese per Polacco. Ho dovuto sempre gridare a tutti che sono italiano, che appartenevo al più bel paese del mondo.

» Il treno si è fermato un poco a Poitiers e a Tours, prima di Bordeaux, e poi a Lourdes. Treni veloci questi francesi, nel senso che camminano sempre senza fermarsi mai: cosa impossibile in Italia.

» Ho trovato un bell'albergo (S. Louis de France, tenuto da una vecchia, Mademoiselle Icob), ma Lourdes sovrabbonda di Hotéls, è piena di omnibus d'hotéls, cosa non vista nè a Londra nè a Parigi.

» Mi sono recato subito alla chiesa del Rosario, ove era una infinità di Messe: ne ho servita una io, perchè ho visto che l'abbé affannava a trovare chi gli servisse la Messa. ''

» Lourdes è una graziosa cittadina sui primi contraf­forti dei Pirenei: è attraversata da un fiume rapido (il Gave). Dove sono accentrate le case mi è sembrato di vedere Atri­palda; così come il lato verso la basilica con il suo ampio orizzonte e la cintura di montagne e il bel suono delle cam­pane, mi ha fatto ricordare Serino. Montagne di rocce bru­no-nere, contengono preziosi minerali (agate, onici, quarzo) e gli abitanti tagliano preziosi oggetti in queste pietre. Tutto è carissimo qui!

» Mi sono dedicato al Santuario. Da principio non ne ho avuto una grande impressione. Una grande spianata in un parco, chiuso in fondo da due rampe a tenaglie; ove que­ste si congiungono è la chiesa del Rosario, ellittica, bizantina, con numerosi altari alla periferia della ellissi; al di sopra della chiesa del Rosario è la Basilica, fatta d'una cripta, destinata soprattutto ai confessionali e una chiesa gotica in cui si ripete quel sistema visto in Francia e in Inghilterra; poche immagini, a preferenza statue e bassorilievi che sono come armonizzati con tutta l'architettura del tempio. Gli altari non sono alla parete in fondo alla cappella, ma su quella laterale, verso l'altar maggiore.

»Doppiando la rampa a destra, si costeggia la roccia sulla quale è la basilica, e si trovano subito le piscine, poi i rubinetti dell'acqua e finalmente la Grotta dell'Apparizione, più grande, ma simile a quella di S. Nicola da Tolentino. La roccia è tutta affumicata, come la volta di un forno, per l'ardere di numerose candele. Nella nicchia dell'apparizio­ne v'è una non bella statua della Vergine, e al disotto un'i­scrizione in dialetto basco: " Que son immaculade conce­ption ". Sulle pareti pendono stampelle e tutto un arma­mentario ortopedico. Ma tutta questa plaga del Santuario si anima come per incanto nei momenti solenni.

» La mattina, Messa alla Grotta. Innanzi, in un re­cinto separato da catene tese, sono gli ammalati nelle ba­relle e nelle carrozzelle. Una lunga teoria di devoti, fitta ed interminabile, passa rasente il cancello della Grotta, dove due sacerdoti in continuazione somministrano la Santa Comunione. Terminato il primo rango del banchetto di­vino, la lunga teoria riprende il cammino interrotto: altre Comunioni, e così di seguito. E frattanto le Messe si susse­guono all'altare. Tutt'intorno al gran piazzale una popola­zione cosmopolita, raccolta, segue le Messe, segue le preci che un abbé da un pulpito di pietra ai piedi della Madonna recita ad alta voce. Nessun chiasso, nessuna distrazione. Non si sente che la voce del sacerdote pregante e il rumore del prossimo Gave, impetuoso, rumore come d'una foresta al vento, e il cinguettio di numerosi uccellini che si inse­guono per i cespugli della roccia. Ogni tanto il rumore del treno, sull'altra sponda del. Gave, in alto.

» Ma attorno alla Grotta non manca mai gente anche dopo la Messa, perfino la notte. Durante queste funzioni l'immagine della Vergine, al punto stesso dove apparve, diviene supremamente bella.

» Le piscine. Vi sono addetti numerosi brancardiers, giovani fortissimi, belli, e uomini maturi dalle spalle quadre. Al Bureau de Constatations medicales ottenni una carta verde d'autorizzazione a visitare da vicino tutte le opere di Lourdes, non escluse le piscine. I brancardiers sono infer­mieri volontari: di questi uno che mi fornì spiegazioni ieri, era per esempio, un avvocato belga. Mirabile è che non mancano mai i brancardiers a iscriversi per il nobile loro apostolato.

» Essi provvedono agli ammalati che vengono qui con treni-ospedali e sono alloggiati in ospizi ed ospedali. Li ac­compagnano alle piscine che non son altro che dei camerini da bagno con la vasca. L'ammalato entra con i piedi suoi nell'acqua, se lo può, sorretto da due brancardiers che re­citano preghiere. Se l'ammalato è un paralitico è disposto su di una tavola, sollevato poi dagli infermieri e immerso nell'acqua.

» All'esterno, frattanto, si accalcano i pellegrini; i Sacerdoti li invitano a pregare. L'acqua non è ricambiata, è freddissima. Il soggetto che ne esce non viene asciugato. Eppure tutte queste strane cose non hanno prodotto mai inconvenienti. Il giorno prima del mio arrivo c'era stata una strepitosa guarigione (une cure): un tale, paralitico per frattura della colonna vertebrale da quindici anni, balzò fuori dalla piscina con i piedi suoi. Il giornale " La Croix de Lourdes " ha fatto edizioni straordinarie per l'avveni­mento.

»Al Bureau il dottor Marchand che è succeduto al Boissairie, che fu molto benemerito di Lourdes, mi avvertì che alla processione io avevo il diritto come medico di se­guire d'appresso il Santissimo e osservare gli ammalati. Un altro momento solenne in cui avvengono i miracoli è quello della processione del Santissimo. Alle cinque pomeridiane si parte dalla Grotta: è un indefinito numero di fanciulle con bianchi veli che precede, e poi abbati, vescovi, pelle­grini e finalmente il Santissimo. Ad un cenno del dottor Marchand, si ferma il corteo e cinque o sei medici, fra cui io, si insinuano nelle fila, subito dopo il pallio. La procès­sione arriva nel gran piazzale, presso la chiesa del Rosario; intorno intorno in un grandissimo circolo sono disposti tutti gli ammalati. Il Sacerdote seguito da pochi reverendi e dai medici fa il giro degli ammalati e li benedice uno per uno con l'ostensorio. E' tutta un'enorme clinica che si apre dinanzi. Tutti quei poveri esseri, supini sulle barelle deposte per terra, hanno sul viso una mal dissimulata spe­ranza e insieme una grande rassegnazione; alcuni sono pal­lidissimi per un'angoscia mortale, una fiducia divorante. La malattia li ha tutti sformati, ma il gran momento li trasumana. In mezzo al piazzale i sacerdoti gridano: - Signore, che io creda! - e il coro degli infermi grida: « Signore, che io creda! » - « Signore che io veda » - e il coro: « Signore, che io veda! », e così di seguito. Un ragazzo dalla sua carrozzella piange e grida: « Seigneur, que ye guérie ».

» Un bel bambino paralitico sta con le sue manine giunte e gli occhi dolcissimi rivolti all'Ostia bianca; i ciechi volgono i loro occhi spenti, incerti, dove sentono ma non vedono la luce esterna; un prete disteso sulla sua barella fa sforzi estremi per sollevare la testa; una lunga serie di scarne, emaciate, doloranti donne, scheletrite come le mum­mie, stringono il rosario. E l'Ostia passa silenziosa. Nessuna guarigione. Iddio che può in un istante ridare la vita, che è Onnipotente, si volge ai cuori, alle anime, le inonda di sempre maggiore rassegnazione.

» Non rimase la Bernardetta, quella a cui prima apparve la SS. Vergine, asmatica e per gli ultimi mesi di sua esistenza paralitica su di una sedia? Terminato il giro degli amma­lati, la processione riprende e dalle scale della chiesa del Rosario il sacerdote alza la Teca ai tre angoli del mondo e benedice.

» Processione dei flambeaux. Alle 8,30 si compie que­sta fiaccolata. E' uno spettacolo fantastico. Migliaia di per­sone partono dalla Grotta con una candela contenuta in un flambeau (un cartoccio). Cantano un inno alla Vergine: ad ogni strofa si termina con l'Ave Maria e tutte le fiaccole si levano in alto. Si sale per una rampa e si discende per l'altra e quando si è nel piazzale lo si percorre a ziz-zag, per cui si vedono alternativamente file lumìnose in un senso e file luminose in un altro.

» La Basilica si illumina: i suoi contorni sono tante lampadine elettriche. Un riflettore della Chateau riverbera la sua luce sulla Basilica. La Croce sul Pie - du - jer (alta montagna) si accende. Quando tutti sono raccolti sotto la chiesa del Rosario, si canta il Credo e la processione è ter­minata.

» Stamattina sono stato al Pie - du - jer funicolare. Dì li si gode lo spettacolo meraviglioso della vallata di Lourdes e degli alti Pirenei, nevosi. Vi è una fragranza di fiori e di erbe che è una delizia.

» Alle 6,20 parto per Tolouse – Marseille - Nice - Ventimiglia. Se il viaggio sarà strapazzoso mi arrenderò a Nice, se no, proseguirò fino a Genova ».

Lunga lettera, densa di minute descrizioni, in cui il lettore può cercare, se vuole, un'esclamazione, un accento di stupore, un'esaltazione. Niente di tutto ciò. Eppure è troppo evidente che al cospetto della bruna rupe che vide i ripetuti prodigi delle apparizioni, il cuore del Moscati deve aver esultato di sommo gaudio. Un senso di religioso pu­dore vela comunque quest'ora di letizia sovrana in cui al Mo­scati deve essere sembrato di vivere in quel cielo di cui era tan­to degno. Accanto alla Mamma celeste che amava di vivissimo amore, dalla partecipazione attiva a tutti i divini servizi che sono propri della Lourdes dei Miracoli, egli attinse fuoco di maggior entusiasmo nel donarsi agli altri, quell'en­tusiasmo d'operosità tanto indefessa che l'avrebbe tratto innanzi tempo alla tomba.

Dell'amore che egli nutrì sempre tenerissimo per la Mamma celeste, testimonia una lapide che fece apporre nella chiesa di S. Nicola da Tolentino e su cui si legge la seguente iscrizione

Veni, columba, in foraminibus petrx in caverna macerix ostende faciem tuam sonet vox tua

monstra te esse matrem A. D. 1926 - Giuseppe Moscati.

(Vieni, Colomba - nelle fessure della rupe - nel nascon­diglio delle macerie - mostra il tuo viso - risuoni la tua voce - mostra che sei madre).

 

SOTTO IL VELO DELL'UMILTA'

Se le doti del Cristiano (vera e soda pietà fondamentale, sensus Christi costante di tutta la vita, accentramento in Gesù Eucaristico, carità spinta fino all'eroismo) sono in grado eminente nel Moscati, non meno spontanee e marcate sono in lui quelle doti che, con lieve sfumatura differenziale, diremo dell'uomo: e si vuole alludere ad una profonda umiltà e disprezzo di sè unita ad una rara elevatezza di sentire; ad una paternità che, esercitata fuori dalla cerchia degli affetti naturali, acquista un sapore tutto spirituale; ad una viva ammirazione per le bellezze della natura (am­mirazione vivificata e vieppiù affinata dalla purezza del cuore); al potere dell'animo di giungere con la parola di consola­zione là dove il conforto è suscitatore di nuove speranze e di generose azioni; ad una semplicità di carattere che è quasi da attribuirsi ad un fanciullo.

E' proprio di quest'ultima qualità che intendiamo prendere le mosse per illustrare questo particolare aspetto della sua persona.

« Il giorno comincia fra l'oscurità e le tenebre - dice lo Stillingfleet - fino a che con movimenti rapidi e silenziosi, la luce sormonta le nebbie ed i vapori della notte; essa non solo spande i suoi raggi sulle cime dei monti, ma li lancia pure nelle valli più profonde ed ombrose. Così la semplicità e l'integrità possono, nell'apparire, sembrare tenebrose e sospette, ma a poco a poco forano le nubi dell'invidia ed allora brillano d'una gloria tanto più grande quanto è stata più oscurata ».

Invero la semplicità del Moscati non ebbe a soffrire d'eccessivi attacchi, quantunque non sia stata risparmiata qualche volta, come s'è già detto e come ancora s'avrà a dire, da certe punte d'invidia.

- Siate semplici come le colombe - invitava il Maestro dei maestri. E l'invito divino suscitava meravigliosi echi nel cuore del Nostro. La sua semplicità supera di gran lunga la portata comune di questa virtù, in quanto che essa va congiunta con una elevatezza d'ingegno, di cultura, di sen­timento e di vita mirabili.

Si veda, ad esempio, quale sia la sua parola ogni volta che si trovi a trattare con gente di bassa condizione so­ciale: e i suoi ammalati di predilezione appartengono in rilevante misura a questo ceto; si osservi il suo atteggiamento quando entra negli abituri dei diseredati; quando passeggia in cerca di bene pei viottoli dimenticati: lo si direbbe un fanciullo.

Semplice con gli altri e semplice con se stesso: ad esem­pio, per tutto quanto riguardava il vestiario. I familiari ricordano che forse in tutta la vita non si scelse una sola cravatta: in queste cose non sapeva cosa fosse l'ambizione umana. Così era anche per i vestiti. Quando era tempo di riformare il guardaroba, ci pensava la sorella: egli non si curava nè del colore, nè del taglio, nè della fattura degli abiti. Il sarto era chiamato in casa e gli prendeva le misure ma non è a dire che il professore ponesse mente al disegno o al colore della stoffa o a chicchessia.

Tra i colleghi, tra i quali si sapeva di questo assoluto distacco del Nostro da ogni ombra di velleità mondana, si rideva amabilmente.

- Professore - gli chiedevano magari - sappiamo che state facendovi un vestito: di che colore è la stoffa? Com'è il disegno?

Il professore sembrava proprio allora por mente alla bisogna e, com'è naturale, non sapeva dire alcunchè: da cui le rispettose bonomie di chi gli stava attorno.

Ammiravano tutti la sua semplicità, ma più rimanevano edificati dalla profonda umiltà che permeava tutti i suoi pensieri e le azioni della vita.

- Sii tanto più umile quanto più vuoi giungere in alto - ammonisce l'antico adagio. E la Scrittura: «Dio resiste ai superbi e dà la sua grazia agli umili » (Iac., IV, G). E il Monsabré, quasi a commento: « L'umile, coprendo d'un modesto velo le proprie virtù non se ne erige mai ad im­portuno maestro ma, precisamente perchè egli le nasconde, gli altri vanno a cercarle, per respirarne il salutare pro­fumo ».

Di quale evidenza siano illuminate queste parole, tutta la condotta del Moscati è una lampante dimostrazione. Un giorno egli si rivolse ad un'orfanella e, conficcan­dosi a lei disse: «Io avrei voluto farmi religioso ma mi è stato consigliato di rimanere nel mondo, perchè in questa posizione posso fare maggior copia di bene: prega affinchè non vadano deluse le speranze che molti in me ripongono ». Non chiedeva preghiere ad un grande e neppure ad un adulto: il professore celebre si rivolgeva ad una umile orfanella e a lei faceva una delicatissima confidenza.

Del resto egli era troppo uso a rivolgere a se stesso uno spiccato atteggiamento di disprezzo in cui sono tutti gli elementi di una sana potenza imprenditrice. Sprezzare se stesso per elevarsi: non fare alcun conto delle proprie forze per chiedere ausilio al Signore: e nella massima evangelica è già espresso il premio riservato a coloro che rifuggono dall'esaltarsi ed eleggono per sè lo stato d'umiliazione.

E poi, esaltarsi di che? - sembra chiedere il professor Moscati. Dei doni che provengono direttamente da Dio ? Nulla è il nostro merito: il merito è di Uno solo, e appro­priarci di ciò che a Lui compete è già un allontanarsi dalla sua vigile bontà, dalla sua paterna assistenza.

Spirito d'umiltà assai profondo egli dimostrava anche nei rapporti con gli studenti, amando d'essere considerato da loro più un padre che un capo e di stabilire una fami­liarità di sentimenti che tornasse il meglio possibile consen­taneo al fine di bene che perseguiva.

Non voleva anzi espressamente che lo chiamassero capo. Qui non c'è nessun capo - soleva dire - siamo tutti uguali: tutto al più v'è un primus inter pares.

Un giorno chiese la ragione per cui un giovane medico non si vedeva più in sala.

- Dice che è stanco di fare per anni ed anni il semplice assistente - gli fu risposto.

Il professore ebbe uno scatto.

- Ed io non ho fatto l'assistente per tutta la mia vita? Poi quasi se ne pentì, assunse un aspetto raccolto e compunto e con profonda umiltà disse: - Del resto, che sono io? Non sono forse l'umile tra gli umili?

Se gli avveniva di comunicare agli amici un successo, un trionfo, prima parlava di tutto l'altro che aveva a dire e infine metteva lì, come cosa di pochissimo conto, la no­tizia che lo riguardava.

«L'umiltà crea nell'anima un vuoto misterioso che la divina bontà si affretta a riempire ». Il pensiero è dell'il­lustre Monsabré e il vuoto di cui in esso si dice fu fatto mira­bilmente nell'anima del Moscati: ognuno conosce poi i tesori che lo riempirono.

«Dio resiste ai superbi!» Come continuamente gli ri­suonava all'orecchio la verità scritturale!

Così continuamente che un giorno, essendo caduto in­ un attimo di sconforto, subito lo ritrasse il pensiero dell'ec­cellenza dell'umiltà, virtù che tanto dispone ad essere da Dio esauditi.

« Leggevo pochi giorni innanzi, nell'autobiografia della Beata Teresa del Bambin Gesù, una frase fatta per me; anche lo scoraggiamento, mio Dio, è peccato. Si, è peccato di superbia, perchè mi fa credere che io possa avere accet­tato un l’autoopinione di aver fatto grandi cose, quando in­vece sono sempre stato un servo inutile... ».

(Queste ultime parole specialmente dovevano piacere a Giuseppe Moscati: « servo inutile ».

«Servo inutile » anche quando la sua vita era dedi­cata a lenire i dolori di falangi di miseri, altrimenti lasciati forse in balia del loro male.

«Servo inutile» quando la sua parola pacata scendeva venerata dal labbro come il verbo che scende dal pulpito! « Servo inutile» quando insegnava la fede e la scienza, quando instillava principi di morale strettamente congiunti alla vita, quando consolava, quando guariva.

Forse che il Signore - sembra egli dire - abbia pro­prio bisogno di me? Infiniti sono gli strumenti sui quali la Provvidenza può riporre le sue predilezioni: e in questo senso nessuno è necessario; tutti possono essere inutili, ba­stando la bontà divina ad operare generosamente, in misura. tale da far scomparire tutto l'operato degli uomini.

A me pare che l'umiltà del prof. Moscati abbia un contenuto ed un senso di questa natura.

Era questa profondissima umiltà che lo faceva giudi­care angelico da chi lo attorniava. Umiltà gli si leggeva negli occhi, nel sorriso, nei motti di spirito con cui soleva ben spesso incoraggiare.

Era questa umiltà che gli faceva ricercare la compagnia dei piccoli, che gli faceva accarezzare le tenere loro guance, che lo faceva tutto gioire udendo il semplice linguaggio dei virgulti degli uomini. Io per me ritengo come prova asso­luta d'umiltà il fascino che la fanciullezza esercita sulla persona celebre e mi sento profondamente commosso sino a piangerne di gioia nel cuore, ogni qualvolta vedo la ce­lebrità china sull'innocenza, sorridente e benevola, per assa­porarne la divina dolcezza. Il grande che passa via disde­gnando la fanciullezza in cui è l'immagine più vicina alla realtà di Dio; la celebrità pettoruta e fredda, che non degna d'uno sguardo i piccoli, lascia dietro di sè una scia che non genera nessun bene.

Si vuole una, dimostrazione dell'omaggio che egli de­dicava alla semplicità fanciullesca e dell'umiltà che gli derivava ?

« Creatura angelica - scrive agli angosciati genitori che piangevano la morte di una fanciulla quindicenne - leggiadrissima, parve sollevarsi in una sublime estasi, dopo l'ultima Comunione con Dio, compendiando così i tre lustri di vita terrena, tutta raccolta nell'amore a Dio, in tenerezza per i suoi cari, in virtù, in soavità infinita.

» E gli occhi belli, da cui traspariva il vergine cuore, e che avevano solo e sempre ammirato e invocato la mamma, si rivolsero al Cielo, nel supremo abbandono, imploranti e beati ».

Ad un signore scriveva: «Proprio non volevo che mi aveste manifestato in modo così clamoroso la vostra grati­tudine per un'opera di pura amicizia che mi dette agio di avvicinare dappresso un purissimo giglio, la vostra Gio­vanna, nei suoi ultimi momenti di vita terrena. Mio com­penso fu, ed è il migliore, l'insegnamento inconscio che mi venne da quella fanciulla che rinunciava senza rammarico al mondo, con una soave semplicità ».

Si studiava nel migliore dei modi di non far pesare sugli altri la propria superiorità. Se era chiamato per consulti, egli faceva in modo di mettere in chiara evidenza l'operato del medico curante; e quando gli avveniva (e non raramente) di dover modificare diagnosi e, conseguentemente, di pre­scrivere cure diverse, sapeva farlo con tatto finissimo, senza offendere o ferire l'amor proprio del medico curante o del professore che aveva formulato la diagnosi.

Nel 1925 lo chiamano al capezzale di una signora affetta da nefrite e da disturbi cardiaci. L'ammalata aveva accusato ultimamente dolori acuti al fegato, per cui i fa­miliari credono bene di richiedere la visita di una celebrità. Il responso è quanto mai agghiacciante: tumore al fegato.

Inutile parlare di atti operatori non consentiti dall'alterata situazione cardiaca. Conclusione: morte imminente tra spa­simi atroci. I familiari non sono persuasi del tremendo re­sponso tanto più che il medico curante esclude si possa trat­tare di un tumore al fegato. Viene chiamato il prof. Mo­scati il quale, entrato nella camera dell'ammalata, subito si rallegra ed esulta nel sentire che essa è solita, nonostante il male che la travaglia, ricevere sovente la Comunione.

Sul comodino c'era un'effigie del Sacro Cuore di Gesù, onorata di lumi e fiori. Ad essa s'indirizzò lo sguardo mite e dolce del Moscati, mentre le sue labbra dicevano chia­ramente: - O Cuore di Gesù, date lume ai medici!

Uscì dalla camera dopo la visita e la sua fu parola che vivifica.

- Nessun tumore! Solo un poco d'albumina e di di­sturbo cardiaco, male cronico dell'ammalata.

Un medico che non fosse stato in possesso di un controllo severissimo di sè e, religiosamente parlando, rigidissimo, avrebbe umanamente gioito della vittoria sul facile collega, dell'errore di quello; invece, neppure il più piccolo cenno; glielo vietava l'amore alla bella virtù dell'umiltà. E per questo amore fu visto baciare la mano di un poverello che mendicava appena fuori della chiesa di Caravaggio: ma il gesto non genera troppa meraviglia se si pensa che, abi­tuato com'era a vedere l'immagine di Cristo negli amma­lati, la stessa immagine doveva vedere in ogni mendico, per cui non gli ripugnava di abbassarsi a baciargli la mano.

Tratti d'umiltà infiorano ogni giorno la sua vita e se si insiste su questa virtù, si è perchè oggi essa va quasi scom­parendo e s'è invece appreso ad ostentare effimere grandezze.

Umiltà è sinonimo di sincerità, così come la superbia è sinonimo di doppiezza.

Quale lezione dagli umili!

C'era ricoverato nella III sala degli uomini un giovane sofferente di emofilia, che spesso andava soggetto a forti emorragie; per cui pìù volte gli assistenti dovevano prov­vedere a medicarlo e bendarlo e malvolentieri si occupa­vano della faccenda per il fetore che emanava dalle sue numerose ferite.

Un giorno i parenti di lui si lamentarono per un certo ritardo dimostrato dai medici nel prodigare le loro cure al­l'ammalato; e, essendo la cosa venuta ad orecchio del Mo­scati, egli stesso accorse presso il paziente e, con semplicità commovente, fece il lavoro che un semplice infermiere avreb­be potuto compiere; nè ci fu assistente che potè farlo de­sistere dall'umile incombenza.

Abituato così a vivere nella vera umiltà, egli non con­cepiva che altri male agisse o male pensasse del prossimo. Anche quando gli riferivano dati di un certo valore d'at­tendibilità, egli non voleva credervi ed era maestro nello scusare le umane debolezze.

Le punte dell'invidia altrui giunsero anche al suo ani­mo, ma non vi aprirono breccia. Assai, assai meglio, più meritorio, il perdonare, che il nutrire sentimenti di ani­mosità o d'invidia verso il prossimo. Eppoi, quante nubi si dissipano con un tratto di sincera umiltà! Quanto male si neutralizza con un atteggiamento o una parola ispirati ad un concetto di bontà!

Così si rivolgeva a persona che gli aveva scritto cose non certo laudabili, nè per contenuto d'amicizia, nè per veste di cortesia, udite sul conto di lui: «Non ho mai du­bitato del vostro affetto e so bene che voi vi gettereste nel fuoco per me. Io vi scongiuro di non far niente.

» Ignoro tutto quello che mi avete scritto e preferisco ignorare.

» Appartengo, dopo tante traversie, alla categoria di quelli che amano non sapere, per non farsi il sangue acido.» Facciano, dicano quello che vogliono purchè mi la­scino l'usbergo del sentirmi puro.

» E vi prego di non dirmi niente, quando ci vedremo perchè - torno a dire - non voglio identificar nessuno, per­chè nessun rancore possa germogliare nel mio cuore ».

Ad un altro dice: «La sua lettera non ha scosso affatto la mia serenità: sono tanto più vecchio di Lei, comprendo certi stati d'animo, sono un cristiano e ricordo la massima della Carità. Le garantisco che non mi offendo per quello che mi scrive: conservo per Lei l'affetto che la sua lettera non vale a cancellare; evidentemente Ella è male informata, è in preda ad equivoci... Del resto a questo mondo non si raccolgono che ingratitudini, e non bisogna meravigliarsi di nulla ».

E forse gli sonava all'orecchio la massima del Guerrazzi « L'ingratitudine è la moneta ordinaria con cui pagano gli uomini »; ma egli dagli uomini non attendeva proprio paga alcuna.

Un'ultima cosa vogliamo notare a proposito dell'umiltà da cui era animato: che per nessuna ragione egli avrebbe traversato la via ai colleghi. Lo diceva espressamente, scri­vendo a persona amica. « Io non attraverso mai la via di atti­vità pratica dei colleghi. Non ho mai, da che un orientamento cristiano mi domina, ossia da lunghi anni, non ho mai detto male dei colleghi, della loro opera, dei loro giudizi ».

D'altra parte egli non aveva tempo da spendere in pet­tegolezzi ed amava dedicare tutto quello che aveva alle opere di bene. Se nulla gl'importava che altri dicesse male di lui, aveva invece in orrore che si spargesse calunnia nell'o­perato del prossimo; e una volta che qualcuno ardì accam­pare qualche accusa all'indirizzo del prof. Bottazzi (accuse basse, tendenti a dimostrare come egli si fosse impossessato di certi onorari spettanti ai propri assistenti, e quindi vil­mente lesive dell'onore della persona), il Moscati si eresse a protettore magnifico della verità.

L'umiltà non è debolezza, non è supineria; anzi sa trovare al momento del bisogno, la forza d'erigersi contro il male per debellarlo dalle fondamenta.

In Giuseppe Moscati è vivissima la virtù della povertà, di quella povertà di carattere Francescano che avverte « Se attacchi il cuore alle cose di questo mondo, prepari con le tue stesse mani un ostacolo insormontabile al cammino nella rettitudine ». Ben conoscendo come il denaro sia il primo degli ostacoli all'esercizio della virtù, egli lo disprezza e, se ne fa qualche conto, ciò è solo perchè deve contribuire all'appagamento dei suoi desideri di alta filantropia. Per tut­to il resto, egli pensa col Pananti, che « è meglio essere uo­mo senza denari, che l'aver denari senza esser uomo ». Con sè porta solo quel tanto che gli deve servire per le necessità del momento; non fa nessun conto degli onorasi, che sono la parte più secondaria ed ultima del suo lavoro; non è ambi­zioso della carriera appunto perchè non la considera in vista del benessere economico che essa potrebbe procacciargli. Ci sono medici che stettero intiere mattinate nel suo gabinetto e l'assistettero durante chissà quante visite, senza peraltro averlo visto mai ricevere un soldo da chicchessia.

Quando poi accettava, sapeva già in quale direzione avrebbe restituito: o lui o il danaro. Si direbbe che temesse di insudiciarsi mani e coscienza lasciandosi circolare nelle proprie tanto di quel danaro a cui gli uomini, attaccando il loro cuore, debbono la cagione di molte rovine: e sì che se avesse esercitato la professione con minor disinteresse, avreb­be potuto diventare milionario in pochi anni.

 

IL PADRE BUONO

Chi gli fu vicino per lunga pratica dì lavoro o chi fu alla sua alta scuola, concorda nell'affermare che egli ebbe tutte le qualità di un padre. Rinunciando alle consolazioni e sod­disfazioni della paternità naturale, Dio gli concesse il privile­gio di esercitare una paternità d'altra natura, la paternità spirituale. Specialmente con gli assistenti e con gli studenti era un padre. Del padre sentiva per essi l'amore rivolto a preservarli dai comuni pericoli in cui il mondo suole avvilup­pare gli uomini. Se la troppo lunga applicazione l'aveva stancato, bastava che egli si trovasse tra i suoi studenti perchè come d'incanto ritrovasse nuove energie da spendere, nuovo affetto da elargire.

Docente d'una scienza che salva i corpi e ne lenisce i dolori, egli non era meno preoccupato di formare ì medici che i cristiani, di infondere amore e riverenza alla scienza che alla fede; e superava mirabilmente in ciò la comune paternità, quasi sempre più sollecita degli interessi materiali che di quel­li spirituali.

E non era raro il caso che schiere di studenti, dopo aver guardato a lui come al professore, mirassero a lui come al Padre, all'Educatore, e lo seguissero a Messa, come in lieta processione, accompagnando per le vie e, nelle chiese di Na­poli quel loro maestro nel quale ravvisavano il santo.

La sua paternità lo portava anzitutto ad estendere la concezione religiosa della vita in ogni ramo dell'umana o­perosità e ad instillare poi questa concezione nell'anima dei giovani studenti, suoi figliuoli di spirito.

Così, nell'aula delle autopsie le cui pareti erano sempre state nude accrescendo squallore al luogo dedicato al più tipico degli squallori, quello della morte analizzata dalla scienza, egli fece mettere un grande Crocifisso con sotto la scritta: «Ero mors tua, o mors! » E gli piaceva che gli stu­denti meditassero cristianamente sul significato della mas­sima.

Quali argomenti di cristiano insegnamento sapeva trovare la sua paternità! Come un padre insegna al figlio a prediligere non ciò che piace solamente, ma ciò che è bello e soave per intrinseco valore, così il Moscati additava all'ammirazione dei suoi figliuoli spirituali la vera bellezza, il tesoro vero, anche se nascosto sotto spregevoli apparenze.

Con gli studenti egli visita un giorno una donna malata di rachitismo e cifoscoliosi della colonna vertebrale. Sono mali che deformano e da tali deformità l'occhio, colpito dalla loro bruttezza, si ritrae naturalmente.

- Vedete? - dice il prof. Moscati. - E' molto meglio e molto più salutare ammirare una donna così deforme che un'altra bella ed aggraziata all'esterno, ma viziosa e corrotta!

Insegnamento più salutare non saprebbe escogitare l'a­more di un padre.

Avveniva talvolta che, procedendo ad autopsie, si scorgessero le tracce di affezioni luetiche. Com'era vivo in quei casi il suo desiderio di mettere in guardia, di far aborrire certe colpe, sorgenti di mali inesorabili, tare di intiere gene­razioni!

- Figliuoli - pareva dire allora - non macchiatevi di queste colpe che sono le più gravi, che minano doppia­mente la vostra salute: corporale e spirituale.

Davanti al caso di una degenerata morale, egli dava un'insegnamento di questo tenore: « Solo il cristianesimo pre­viene certe miserie e vi pone rimedio ».

Era poi sollecito oltre ogni dire nel consigliare i suoi gio­vani di star sempre preparati alla morte che può ghermire repentinamente.

Visitavano un giorno un ammalato al quale si era deciso di fare certe cure. L'ammalato, invece, morì, per cui, fatta l'autopsia al cadavere, il professore disse agli studenti: «Ave­vamo deciso di studiare insieme l'interessante caso: ecco qui invece solo alcuni organi del soggetto che volevo presentarvi: la morte ha fatto ciò che noi non si sospettava. Ah, veramente io vi dico che se voi tutti vi abituaste a fare sovente di queste meditazioni, l'anima vostra ne ritrarrebbe un vantaggio immenso! »

L'amore paterno ch'egli sentiva abbracciava una ben vasta cerchia, era un desiderio grande di paternità a cui mi pare si possano bene applicare le parole del Wegener

« Solo un'anima coerente è capace di un grande amore... ».

Non solo egli diceva agli studenti, additando loro i ca­daveri disposti con ieratica rigidità sul tavolo delle autopsie: Ecco che cosa siamo noi! Ecco dove finisce la superbia del­l'uomo! ma voleva che i suoi paterni consigli non si fermas­sero alla lettera teorica. Una volta, invitando un collega ad andare a Pompei per la cura del comm. Bartolo Longo (e si vede qui che le sue paterne preoccupazioni erano già uscite dalla cerchia degli studenti) gli mandò un biglietto in cui gli esprimeva il desiderio di poter dividere con lui il con­forto dì rìcevere la Comunione nella magnifica chiesa di Pompei. La stessa preghiera rivolse altra volta ad un altro medico e, avendo questi aderito all'invito, non è a dirsi qual fosse la sua gioia.

Sono finezze queste che discovrono un animo veramente angelico e compenetrato di paternità tutta rivolta al bene della figliolanza d'adozione.

Nell'imminenza di feste religiose importanti, quale sarebbe ad esempio la Pasqua, il suo ricordo corre a quei co­noscenti dai quali forse non è da attendere con tranquillità l'adempimento dei santi precetti. Allora il senso della pa­ternità si fa anche più vivo.

- Ricordatevi - scrive - che domenica 15 giugno sca­de il precetto. Ricordatevi di osservarlo: è il vostro compare che ve lo ricorda.

L'invito è dolce, è rivestito di espressione bonaria un papà non potrebbe richiamare al dovere con maggior delicatezza e, insieme, con più vivo interessamento.

Nè si esaurisce qui la missione di padre del prof. Moscati gioie e dolori di chi gli sta attorno lo trovano ugualmente partecipe. Uno dei suoi medici si fidanza?

- Le vostre virtù - gli scrive - sono sicuro, ottengono il premio nell'amore di una sposa, che sentirà sempre il do­vere di sorreggere il marito, guidarlo al bene, educare i figli (che vi auguro numerosi) cristianamente secondo la fede dei padri e le tradizioni di vostra distinta famiglia.

C'è da sostenere un assistente che intraprende la sua carriera ?

- Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini sono passati alla storia per la scienza: ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell'eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicas­sero al bene!

Quali consigli! Dov'è quel padre che saprebbe dimostra­re un amore così nobile, così svestito d'umanità?

Se poi sa di qualcuno che si fa onore nel campo medico o comunque, ne esulta addirittura.

Ogni tentato sfregio verso coloro ai quali egli fa dono della sua paternità, equivale ad offesa fatta a lui stesso con la differenza che, mentre non si erigerebbe a difensore della propria persona, trova forza e gagliardia ammirevoli per difendere dagli attacchi i suoi figliuoli d'adozione. Accompagnarli a passo a passo verso la conquista della vita, era per lui missione. E quando, nonostante le sue pre­mure, la Provvidenza s'incarica di disporre altrimenti dei giovani che ama e che vorrebbe vedere degnamente siste­mati, quale dolore per lui!

« Ho gioie, sì, dai miei allievi - scrive - ma pure dolori, involontari dolori! Avevo tanto desiderato che uno dei miei, e tra i migliori, ottenesse una borsa di studio Rockefeller egli l'aveva guadagnata, s'era messo in viaggio.

» Dovette precipitosamente ritornare nel suo paese, nelle Puglie. Vado a visitarlo: lo trovo affetto da tisí galop­pante! La vita è una sequela di dolori e d'illusioni! »

Poteva ben dire, parlando di chi amava ed a cui dedi­cava il suo cuore: «Io vivo di ansie e di aneliti ».

Simile modo di concepire la propria vita in funzione del bene altrui, non rimaneva, com'è naturale, priva di consensi, d'ammirazione e di generosa corrispondenza d'a­more. Chi testimonia della sua nobile paternità, lo fa con termini ampi, in cui è contenuta tutta la gratitudine che cuore d'uomo può.

« Ci era padre; da lui imparavamo a vivere; egli ci conduceva per la via maestra del bene con un amore ispirato; i nostri successi erano le sue gioie e i nostri dolori le sue spine; egli era di tutti noi, sommamente sollecito del bene d'o­gnuno »: sono frasi che ricorrono con la massima frequenza sulle labbra dei suoi beneficati.

Capace di tutte le rinunzie, abituato alle più sublimi abnegazioni, consacrato alla pratica del più duro sacrificio; egli era un padre la cui condotta è già di per sè esempio ful­gido, la cui parola attrae per forza d'amore.

Gli sia dunque reso anche questo omaggio e si guardi alla spirituale paternità ch'egli esercitò coi sensi di una stima incondizionata.

Egli fu veramente il Padre Buono che profuse attorno a sè tesori di bene.

 

IL BURBERO BENEFICO

Profonda umiltà, semplicità sublime, disprezzo di sè come, dunque s'intende che alle volte il prof. Moscati dimo­strava una certa burbanza? Succedeva talora che chi gli si rivolgeva per chiedergli alcunchè, si vedesse trattato, contro il previsto, con modi bruschi e recisi, con parole aspre che non ammettono replica. Perchè ?

Si afferma anzitutto che quando nel suo atteggiamento si notava uno di questi tratti, si doveva pensare a null'altro che a una causa di ansietà. Egli aveva, come si suol dire, il piede in cento scarpe: da ogni lato la carità gli tirava uno strappone, da ogni parte gli giungevano richieste d'inter­vento. Accadeva magari che gli capitasse lì per lì una persona importuna: come frenare uno scatto di ribellione, di impa­zienza? La questione principale per lui si risolveva nello spendere il più oculatamente possibile il proprio tempo perciò quando si trovava a dover trattare con persone con le quali non mettesse conto di disperdere troppo tempo, ecco che inconsciamente quasi, provava attimi di impazienza o usciva in qualche burbero scatto.

Altra ragione di questa sua condotta poteva essere la stanchezza fisica eccessiva, la costante tensione nervosa. A volte era un ammalato che tardava a svestirsi, a volte uno che si compiaceva di inutili chiacchiere: il prof. Moscati mal tollerava questi indugi fuor di luogo e non era fuor di caso che li riprovasse con parole forti.

Ma più che tutto lo esasperava lo zelo della verità, della sincerità e guai se si trovava davanti ad ammalati che per vergogna tentassero di tenergli nascosto qualche particolare che stava all'origine del loro male! Allora le sue risposte erano veramente secche, ma io direi che questa apparente sgarbatezza di modi non sia poi che un aspetto della vera umiltà.

Entravano nel suo studio signore o signorine immode­stamente vestite? Con simile professore c'era poco da scher­zare; egli non le degnava d'uno sguardo e perentoriamente e sdegnosamente, tra l'approvazione di tutti coloro che atten­devano il loro turno nella sala d'aspetto, le invitava ad uscire. La mancanza di garbo da parte di lui era inoltre giusti­ficata dai falsi pudori, dalle sciocche reticenze con cui taluni usano inoltrarsi in quello che dovrebbe essere la totale con­fidenza del medico, il quale ha diritto di sapere senza veli la storia del corpo, come il confessore quella dell'anima, per essere in grado di apportarvi gli opportuni rimedi. Mezzo voluto di terapia, quindi, questa sua burbanza, più utile in certi casi di una visita o di una prescrizione medica.

Ma si vuol vedere come essa in fondo si risolva? Ecco un episodio che lo dimostra.

Un giorno si presenta all'ospedale un pover'uomo, gra­vemente ammalato di nefrite. Dall'aspetto egli dimostra che è allo stremo di forze. Il professore lo visita e poi esce in questo consiglio: Voi dovete venire all'ospedale e rimanervi per il tempo necessario alla cura del vostro male.

- Ma io non posso! - risponde l'ammalato.

- Non potete? - chiede il professore con uno scatto. - Ed allora vi dirò che se continuate così non vi restano che pochi giorni di vita. Fate voi il vostro conto.

L'infelice non vacilla; con voce ferma esclama: - Va bene: vuol dire che per qualche giorno ancora po­trò guadagnare il pane ai miei figliuoli.

Impossibile dire come rimanesse il professore a quell'u­scita. Chinò il capo e un'ombra dolorosa gli si stese sul volto.

Anche quando l'ammalato se ne fu partito, e per tutto il giorno ancora, rimase muto e mesto, certamente pensando al commovente caso, uno dei tanti di cui era testimonio e che procuravano sempre nuovi zampilli alla sua inesauri­bile carità.

Altra volta entra in camera di un'ammalata e la trova con un libretto sul letto.

- Fareste meglio a leggere un buon libro di preghiere - l'apostrofa. Poi, burbanzoso, la visita, scrive la diagnosi e gliela porge a leggere: asma bronchiale (curi il naso); e frattanto le dice: - Tu hai un polipo nasale: fatti curare dal prof. Capaldi.

A lei non vuol dare maggior soddisfazione ma, uscito dalla camera, dice ai familiari: - Fatele curare il naso; sono sicuro che migliorerà: ma a lei non ho voluto dirlo!

Era dunque, il burbero benefico e tutti s'accorgevano che la sua era una ruvidezza apparente, cosicchè fosse anche aspra la parola che gli usciva di bocca, nessuno ne provava il minimo rancore; anzi non erano pochi quelli che ne trae­vano un riposto piacere immaginando, e ben spesso compren­dendo appieno, che così egli agiva per nascondere la propria virtù.

Ma i momenti in cui il prof. Moscati si mostrava sotto questo aspetto erano rari in confronto di quelli in cui dal suo labbro uscivano parole soavi e sul volto non gli passava om­bra alcuna di corruccio. Il suo carattere, apparentemente chiuso e riservato, era, in fondo, della più schietta affabilità; la gaia conversazione lo attraeva e il riso gli fioriva spesso sulla bocca usa a seminare tante parole di consolazione.

 

CONSOLARE CHI PIANGE

Consolazione: ecco additata una delle spirituali mete verso la quale tendeva perpetuamente il cuore del Nostro. Consolare con l'opera materiale, sanando e facendo elemo­sine; consolare con l'intervento spirituale, incitando al bene, indirizzando a Gesù, additando il male da cui rifuggire; consolare tutti con l'esempio, che è il più silenzioso ma il più suadente dei mezzi per i quali le anime arrivano al possesso della quiete; consolare specialmente con la bontà.

Le famiglie che richiedono le sue prestazioni mediche, sanno che ad esse è congiunto il tesoro dei cristiani conforti. Per molti ammalati è già un sollievo fissare i propri occhi nei suoi occhi. E quando, nonostante i tentativi operati dalla scienza, la natura deve soccombere ai decreti della Provvi­denza, quanta saviezza nelle sue parole!

Ad un collega che piange la morte della mamma: « La grande sventura temuta, più forte degli sforzi umani, ineso­rabile più dello sviscerato affetto filiale, s'è realizzata. Iddio ha voluto così! Ha voluto concedere il premio a quella eletta donna, santificata dalla sua semplicità, perchè madre vera, dedita all'amore anzi alla venerazione dei suoi figli e alle opere buone. E l'anima di lei sarà ancora presso i suoi cari, invisibile, guidandoli con le preghiere innanzi a Dio ».

Ad una mamma che piange la morte del figlio: «Ho pensato che minimo conforto potesse venire a lei e alle sue figliole nel sapere quanto rammarico ha lasciato la di lui perdita in tutti quelli che lo conobbero. L'avevo ammirato per la premura infinita e la tenerezza che mostrava alla salute della mamma e delle sorelle; l'ho ammirato intensa­mente nella sua ultima malattia per la fortezza e grandezza d'animo di fronte alla morte.

» Iddio voleva con sè quello spirito, maturo per la gloria. » Il dolore immenso è nei superstiti, ma egli è beato ». Quando si tratti di consolare chi pianga la scomparsa di qualche caro, egli è insuperabile.

Parole di vita a mamme che hanno il cuore straziato per la morte dei loro figli, a figli perduti nel mondo per l'abban­dono del babbo o della mamma.

- Oh! so anch'io per esperienza - usa dire. - E vuol far comprendere che la sua fu una esperienza doloro­sissima sì, chè non si rompono i legami del sangue senza che abbiano a lacerarsene le viscere, ma sollevate dalla Fede e dalla certezza di una esistenza ultraterrena in cui ognuno godrà il premio delle buone azioni compiute.

- Perchè, perchè mio marito è morto? - gli grida come pazza di dolore una farmacista. - Mi dica, professore, per­chè ?

- Lo saprai il giorno del giudizio! - le risponde. E poi aggiunge paternamente: - Devi credermi se ti affer­mo che, al confronto della Onnipotenza divina, io sono solo una formica. Ma tu piuttosto, se veramente vuoi bene a tuo marito, uniformati alla volontà del Signore, prendi in rassegnazione quanto Egli ti ha mandato e accostati ai Santi Sacramenti. Sapessi quanto è grande la miseria umana!

Dal suo modo di confortare si sprigionava una forza comunicativa di cui grandemente godevano quelli a cui il conforto era diretto.

- Non temete! State su con il cuore e con lo spirito! - scriveva a persona cara.

E l'incitamento, questa volta formulato a parole, era costantemente in ogni suo gesto. Che pena poi, quando nono­stante il desiderio di lenire i dolori del prossimo, si vedeva costretto ad arrendersi ai progressi inesorabili del male! C'era degente, nel suo ospedale; un giovane di cui era stato molto difficile stabilire la diagnosi: alla fine s'era sco­perto che si trattava di un tumore maligno alla pleura, male che non ammette scampo. Il povero giovane aveva capito di trovarsi in condizioni disperate e, una volta che il professore passava accanto al suo letto col codazzo dei medici assistenti, gli allungò le mani singhiozzando e gridando

« Professore, professore! »

Il Moscati rimase profondamente tocco dal grido ango­scioso, s'avvicinò al letto del misero giovane che stava per essere dimesso dall'ospedale, gli prese le smunte guance tra le mani e lo baciò teneramente.

L'ammalato gli prendeva le mani e, baciandogliele, gli andava ripetendo il suo grazie senza fine.

- Sta bene, figliuolo, e confida in Dio.

Nella scia della bontà di questo illustre professore, si­mili scene si ripetevano con commovente frequenza.

Il suo conforto ha più del celeste che dell'umano e quan­do la scienza e l'intuito gli suggeriscono, ad esempio, che certe guarigioni dei suoi ammalati si verificheranno, oh allora come bene si amalgamano i due elementi della sua opera confortatrice!

« Voglio ancora una volta animare le vostre, speranze - scriveva ad un discepolo infermo - trasformarle in sicurezza guarirete! ma pazienza ci vuole e tempo!

» Non dimenticate di alimentare l'anima col ricevere nostro Signore nella santa Comunione, così come alimentate - ed è vostro imprescindibile dovere - il corpo ».

La preziosità dei conforti che il Moscati dispensa con generosità, non è che un aspetto dell'apostolato secondo il quale egli concepiva la vita, apostolato suscitato dalla viva Carità e alimentato dalla fine e vasta bontà della quale era adorna la sua anima.

 

INNAMORATO DELLA NATURA

Il prof. Moscati ritrae dalla contemplazione delle bellez­ze naturali un intimo godimento, che solo sanno avvertire ed apprezzare le persone dal cuore puro. Si può anzi affer­mare che tanto più la vita è illibata e semplice, e tanto meglio il godimento del bello che la natura presenta viene sentito. «Nulla di meglio - è pensiero del Nievo - addita la nascosta presenza di un Dio, che questa immensità azzurra di cielo e di mare che pare tutt'una e innalza la mente alla comprensione dell'eterno ».

Ancora bambino il Moscati era stato abituato dal padre, nelle passeggiate ricreative che erano uno degli spassi più ricercati dai figliuoli, a veder Dio nelle bellezze del creato nei monti che si adergono possentemente verso il cielo, nelle vallate che parlano di dolcezza con le linee dolci dei loro de­clivi, nei fiumi che con la limpidezza delle acque sembrano additare il potere rigeneratore e rinfrescante della grazia, nel mare che parla di infinito.

La natura è tale libro aperto davanti agli occhi degli uomini che tutti, anche illetterati e corti d'ingegno, possono trarne adatta lezione: figuriamoci chi fu ben orientato a considerare la vita! Diceva Pietro Thouar: «Ammiriamo que­sta infinita varietà di meraviglie, che attesta la sapienza e la ricchezza della creazione. Possiamo asserire che prima si stancherà la nostra curiosità insaziabile, di quello che la na­tura cessi di mostrarci le novità più sorprendenti ».

Il Moscati amava moltissimo i fiori e fiori non manca­vano mai nel suo studio e nel salotto: la sorella s'incaricava di fargliene trovare sempre freschi ed egli pur non dando a vederne clamorosamente, ne gioìva. Certo, la vista di una corolla profumata e disposta con tale arte che l'uomo tenta invano di raggiungere, lo richiamava alla perfezione di Dio, che è Bellezza increata. In un fiore, un occhio ben disposto può trovare il motivo di un'elevazione sublime. Chiami pure - se gli piace - per un attimo questo motivo col nome di natura; ma poi veda in che cosa consiste l'essenza della na­tura e sarà sollevato a Dio per via di ragione oltre che di bel­lezza.

- Un bel panorama - dice lo Stoppani - immenso o indefinito per contemplazione, solleva lo spirito e fa pensare cose sovrasensibili. - Ma può sollevare a Dio anche la crea­tura più piccola e più ornata di bellezza, e parrebbe che ai fiori sia riserbata in modo particolare questa missione.

Nei suoi brevi svaghi il prof. Moscati accarezza spesso i colombi, va a vederne i piccoli nei nìdì, lì osserva compiaciuto nella loro bella veste di piume trascorrere il tempo tubando e nutrendo i pulcini. Per chi ha occhi da vedere ed orecchi da udire, una lezione può venire da qualsiasi oggetto; e certo a Lui i colombi parlano di mitezza e ritiratezza, virtù che sono così mìsconosciute e calpestate nel mondo.

Ma se parla della sua tersa irpinia, oh allora egli vera­mente si esalta.

- Oh, la mia Irpinía! - esclama spesso - Oh, la bellezza incomparabile del paese in cui ebbi i natali! Trovandosi a contemplare bellezze naturali che lo com­movessero profondamente, era uso alla fine esclamare: «Non ho visto mai niente di più bello della mia valle spoletina ». E basta che ripensi al paese tranquillo dei suoi anni gio­vanili, perchè subito si senta intenerito e glì occhi gli dìvengano luccicanti.

C'è chi ricorda (è il prof. Mario Mazzeo) un ritorno da Procida in compagnia di Giuseppe Moscati, nel maggio del 1920. Dopo il tratto di mare percorso in barca, il Professore volle che si continuasse a piedi; e il suo compagno ebbe l'impressione che si stesse cantando il cantico dei tre fanciulli. Certo la soavità del vespero, lo spettacolo dei campi in fiore e delle siepi nivee, la purezza del cielo, devono aver ispirato il Moscati. E parlarono della perennità della virtù e della caducità delle cose umane: Dio era invisibilmente con loro e li accompagnava con l'armonia da cui si sentivano fasciati.

Di Napoli il Moscati non era che figlio di adozione, eppure non è a dirsi quale fosse il suo amore per la grande città partenopea. Vorrebbe che il volto della regina del Tir­reno rimanesse di quel particolare aspetto che di essa fa città originalissima. Quando invece l'inopportunità di certi piani regolatori fa presupporre che non si voglia tenere in alcun conto l'esigenza artistica di Napoli e della sua incomparabile cornice, ecco il Moscati scrivere un «pezzo » che, per diversi motivi, merita di essere riprodotto per intero.

Nei giorni della eruzione vesuviana - scrive egli - e della catastrofe di Messina, intesi ripetere dai vecchi e dal popolo che su Napoli gravava una triste profezia: un tempo si sarebbe detto: « qui fu Napoli ». Anche oggi di tratto in tratto delle sgomente Cassandre sussurrano un si­mile infausto presagio. Ho sorriso sempre, incredulo. Dun­que della dolce Partenope non dovrebbero rimanere che i bagliori di fuoco, intravisti da Ulisse, navigando a largo del golfo delle sirene?

» Ma ora ho mutato opinione. Non il terremoto, non il Vesuvio, nè il cataclisma distruggeranno mai Napoli... ma i napoletani. Quel poco residuato intatto delle incan­tevoli pendici e dei colli alla fobia costruttrice dei mercanti, scomparirà tra breve. E quel tanto di storico, e le più belle ville e palazzi sono minacciati dal piccone di piani rego­latori; gli edili, chiamiamoli così, destinati a proteggere l'estetica della città e il paesaggio, somigliano a cani addor­mentati che lasciano rubare!

» Il momento è propizio: difettano le abitazioni, bi­sogna edificare. Tutto è giustificato: sopraelevare grattacieli, innalzarne sui culmini delle colline, demolire i parchi annosi per annidarvi delle caserme!... E Napoli bella muore, sof­focata da macerie di case. Il dittatore Garíbaldi decretò che le delizie di Napoli appartenessero a tutti e non ad una piccola minoranza di arricchiti, autorizzati dal loro danaro a occultare con tanti sipari i più luminosi panorami.

» Roma trattenne, forse un po' tardi, il braccio dei demolitori delle sue ville e strenuamente protegge ancora il verde di Monte Mario. A Napoli, odorante dei suoi aran­ceti d'aprile, e canora di uccelli, non ci sarà più posto per l'erba.

» Dove più le infinite tinte delle colline del Vomero e di Posillipo, mutevoli col sole, al primo alito di primavera ammantata di mandorli fioriti?

» Lunghe pennellate verdi dei declivi, sospesi tra il celeste del mare e il celeste del cielo, formeranno il tratto di un mosaico di pietre.

» La sommità del Vomero, sopraffatta da casoni geo­metrici, ha un profilo ormai cubistico, simile alla greca di un berretto di maggior generale. I pini e i cipressi di villa Patrizi, ombreggianti il classico panorama di Napoli col Vesuvio, di tutte le fotografie e delle cartoline illustrate, forse aspettano tremebondi la loro fine.

» Le oscure conifere di villa Salve, prima libere al vento, si ergono a sporgersi sulle casermacce, allampanate, coronanti il culmine di via Tasso. E Villa Clorinda, sul promontorio di S. Antonio, cincischiato di fogliame cupo con mille spi­ragli aperti al cielo, come dischi azzurri, e poi infocati al tramonto, sembra precipitare sottominata da sterri per nuove costruzioni. E sul giardino di piazza Amedeo, quanti occhi grifagni: è un condannato a morte, a cui fanno la guardia gli edifizi intorno.

» E scorrendo la collezione dei piani regolatori, si sco­vre che uno prevede un pervertimento della Riviera di Chiaia, di via Caracciolo, già oltraggiata da scogliere non troppo rasenti il suo margine marino, nè troppo largo e foriere di arenamenti; un altro piano scava trincee, demo­lisce il palazzo e il parco di Cellamare, una piccola Ver­saglia nel centro di Napoli, e le pendici di Mondragone; altri artefici pretendono cambiare la fisionomia della città... Nessun dubbio sulla valentia degli ideatori di questi piani, che pure hanno dei lati buoni, ma hanno il torto di ispirarsi solo a criteri pratici, utilitaristici, e trascurano tutte le tra­dizioni artistiche e sentimentali del nostro popolo. Più fortuna ebbero i piani purtroppo stranieri, che non si pro­posero altro scopo che di valorizzare le meraviglie di Napoli. E le opere di via Posillipo, di via Capodimonte e di via Caracciolo furono degne della città sublime e furono anche larghe di risultati pratici. Preoccuparsi prima della bellezza del paese e della tutela del patrimonio civico artistico, e poi del bisogno di abitazioni: ecco il principio informatore d'un piano edilizio degno di un architetto di genio. Oggi non si infrena il privilegio dei ricchi di situarsi una casa e un belvedere in un punto ameno, deturpandolo. Pure nel bosco di Capodimonte andrebbero a costruire, uno dopo l'altro, i pescicani, protetti dagli edili curuli!

» Il delirio collettivo della necessità di case, fa rasse­gnare la cittadinanza a tutti gli sconci. E tra breve anche la solitudine beata dei Camaldoli sarà violata, e fin sotto il cenobio lo stornire placido dei cerri e dei castagni sarà sostituito dal rumore dell'ascensore e dalla orchestrina di caffè e cinematografi. Addio la poesia della "casarella pittata" rosa solitaria!

» Non più i pergolati delle osterie di campagna, con i cespugli di tecoma, schizzati dal rosso dei fiori sanguigni e con i grappoli d'uva con un ronzio di api intorno come

un sommesso canto alla natura provvida di frutta! Li sosti­tuiranno le pensiline con i vetri arte nuova. Più arguti i nostri padri circondarono di implacabile sarcasmo le prime costruzioni sulla purezza delle colline, perchè le sospettarono all'avanguardia di innumerevoli altre; la "Santarella" la definirono "un comò con i piedi all'aria" e un villino pros­simo cubico, con una torretta quadrata centrale, "la boc­cetta del profumo" ecc. Poveri architetti di simili mostri­ciattoli, come siete stati vendicati! Nei villini moderni è lecita tutta una psicosi architettonica. Qui sguaiate case, panciute, obese; 11 funerei mausolei, e poi tetre bastiglie chiuse al sole, provviste di saettiere al posto di finestre, come se fosse prossimo uno sbarco di Saraceni, o a Napoli mancasse la luce.

Sono necessarie, sì, le abitazioni, ed è perfino preferi­bile che Napoli nei punti incantevoli si arrícchisca di ville, perchè deliziose, invece di caseggiati, per quanto queste ville serviranno esclusivamente a far godere il panorama a quegli stessi arricchiti che trascorrono l'inverno in città. Ma è necessario un senso di misura e soprattutto un senso estetico. Spalanchiamo al sole porte e balconi ed all'afflato del mare; costruiamo verande, perchè spezzino con le loro glicinie e i drappi damascati di boungainvillie e di ampelo­gi rosseggianti d'autunno, la triste uniforme monotona linea di finestre simmetriche come occhi sbarrati. Il problema edilizio è connesso con quello dei trasporti. Urgono rapi­dissime comunicazioni con i villaggi, perchè Napoli ha qual­che cosa di Londra e deve custodire il suo cuore, il suo centro - quanto più interessante della vecchia City e di Picca­dilly! - e rendere facilissimo agli abitanti di tornare la sera a casa, lontano lontano. Una serie di tunnels può far raggiungere aree vaste di costruzione, oltre Fuorigrotta, al di là dei Ponti Rossi del poggio di Miradois! Basterebbe cominciare a migliorare le comunicazioni con i paesi vicini e creare le vie alle nuove aree, rispettando la vecchia Napoli. Più che innalzare monumenti agli uomini illustri, devol­verne le spese a queste nuove vie, intitolabili con il loro nome; e le abitazioni sorgeranno in quei posti con opportuni incoraggiamenti ed esenzioni di balzelli municipali. Ma se si continuano ad addensare, nella già densa Napoli, le co­struzioni, addio bellezza del panorama!

» E l'emigrato che farà ritorno a Napoli di qui a trenta anni, non colpito più dal divino aspetto di Partenope verde e fiorita, assisa sul mare, e non distinguendo più colline ma solo un casermone in anfiteatro con mille finestre, esterre­fatto ripeterà le parole della profezia: "Qui fu Napoli" ». Non ci si domandi dove mai è andato a finire il medico la personalità del Moscati è così complessa che noi potrem­mo pensare, dopo la lettura della lunga citazione, al lette­rato, al tecnico delle architetture, all'innamorato della na­tura. Questo, anzi, è l'aspetto principale che si vuol detrarre dal lungo brano riportato: e l'attaccamento alle bellezze del proprio luogo è una prova di nobiltà d'animo che non è di tutti, specie nella misura di quella dimostrata da Giu­seppe Moscati.

 

PARTE QUARTA

L'OFFERTA

« Quanti non hanno attinto dal suo sorriso tranquillo e consapevole, in un momento di sconforto o di depressione, la fiducia? Quanti non hanno aspettato da lui, quasi come da un sacerdote, il consiglio sereno e disinteressato? Quanti, anche professori e studenti, non hanno sentito nella sua pra­tica medica, l'aiuto d'un fratello amoroso e di un padre? Nessuno forse saprà mai e potrà mai ridire quanto bene abbia fatto e dalla cattedra e nella vita questo medico dotto e caritatevole, modesto e silenzioso, vero medico del corpo e dell'anima! E' un segreto che in gran parte reca con sè innanzi al giudizio di Dio, ma è anche un mirabile segreto per il quale noi oggi ci sentiamo più umili dinanzi alla sua umiltà, più tristi dinanzi al suo distacco, più certi però della sua vita nuova ».

Queste parole pronunziate dal prof. Aristide Calde­rini nell'aula magna dell'Università cattolica di Milano dinanzi alla lagrimata salma del dottor Vico Necchi, un altro di quei professionisti passati sulla terra per tener alto il prestigio della religione e il nome santo di Dio, conven­gono anche mirabilmente al prof. Giuseppe Moscati, che con Vico Necchi s'accordò nell'ansia di guarire coi corpi anche gli animi degli ammalati dalla Provvidenza affidati alle loro cure.

- Nessuno potrà, mai e saprà mai ridire quanto bene abbia fatto e dalla cattedra e nella vita questo medico dotto e caritatevole, modesto e silenzioso, vero medico del corpo e dell'anima.

Chi ci ha seguito nello svolgimento di questa biogra­fia ed è rimasto meravigliato dinanzi alla somma enorme di bene del quale fu possibile raccogliere le testimonianze, intuisce che un'altra somma incalcolabile di bene deve essere dal Nostro stata compiuta, della quale nessuno renderà mai testimonianza. E' il bene fatto all'oscuro degli occhi degli uomini, il bene che fruttifica come il chicco di grano delle germinazioni evangeliche.

Chi ci ha seguito nella nostra esposizione ha anche com­preso un'altra cosa: che cioè il Moscati è venuto preparando in sè, durante tutta la vita, lo strumento agile da cui scatu­risce in copia quanto più generosa il bene. Sia coltivando la scienza, sia affinando la bontà congenita del suo animo, sia colla comprensione di tutte le miserie che ai suoi occhi si discóvrissero, sia attingendo direttamente dal cuore del Signore la forza di moltiplicarsi nell'esercizio della carità, egli aveva sempre di mira un altissimo ideale: rendersi idoneo ad operare il bene, farsi strumento di conforto ai mi­seri, operare tenendo di vista l'interesse spirituale del pros­simo.

La sua vita fu un'offerta profumata. Come alcuni santi egli poteva dire: Mi riposerò nell'al di là, qui mi resta troppo da fare.

Per i suoi figli Gesù era giunto al sacrificio della Croce; il Moscati, che quotidianamente assisteva alla celebrazione del Sacrificio e così intimamente vi partecipava, doveva pur comprendere la preziosità di esso sacrificio, che è il dono più grande, l'offerta di sè in vista di un premio ultraterreno. Di qui, nessun sgomento per l'immane quantità di la­voro che ogni giorno l'attendeva: la salute doveva pur­troppo risentirne, ma lo spirito trionfava sulla materia e metteva ali al suo bisogno di offrirsi in donazione totale. Rispondendo a chiamate che lo portavano lontano da Napoli, fu visto talvolta arrivare barcollando, così che era costretto ad appoggiarsi al braccio di qualcuno per potersi sostenere. Si consumava servendo gli altri, ma al male non si sarebbe arreso se non quando l'avesse afferrato energi­camente, troncandogli di colpo la filantropica attività.

« Gesù mio amore - nota una volta nel suo diario - il vostro amore mi rende sublime! Il vostro amore mi santifica e mi volge non verso una sola creatura, ma verso tutte le creature, all'infinita bellezza di tutti gli esseri creati a vostra immagine e somiglianza! »

Per effetto di questo amore egli si sente spinto a seguire la verità, ad accettare tutti i sacrifici, fosse anche la perse­cuzione.

- Ama la verità - scriveva - mostrati qual sei senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, tu accettala; e se il tormento, tu sopportalo; e se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, tu sii forte nel sacrificio.

Invero, nessuno era forte come lui nel sacrificio. L'ap­plicazione diuturna l'andava sfibrando, ma non per questo egli si arrendeva alla stanchezza. Pur non soffrendo di una specifica malattia, si capiva come per lui fosse giunto il tempo in cui prudenza consiglia che si abbino ad usare certi riguardi. Per numero d'anni la sua età poteva dirsi giovanile ancora; ma ciò che mancava in estensione egli possedeva in intensità, per cui portava il peso di una vita vissuta con suprema alacrità.

Ogni tanto egli assiste al trapasso di qualche persona cara, a cui è legato un ricordo della lontana giovinezza, un episodio che lo rianima, un tratto che lo consola.

Scrive ad un medico il 19 gennaio 1926: « La fine di zio Carmelo è il crollo di tanti ricordi legati alla sua per­sona. Oh, le dolci memorie d'infanzia, dei monti di Se­rino! Cose e persone del paese di mio padre mi son fitte nel cuore indelebili; e la dipartita di ogni testimone della mia passata spensieratezza è una disillusione di più: precipita la parte romantica della mia personalità. E più mi sento solo, solo e vicino a Dio! »

Solo e vicino a Dio. Ma non è un lamento. A questa solitudine e alla vicinanza a Dio egli aveva anelato distac­candosi completamente da tutto ciò che comunemente ren­de cara la vita all'uomo: onori, ricchezze, consensi.

Un solo desiderio gli era rimasto: quello di immolarsi e nel modo che può meglio piacere a Dio.

Da simile stato spirituale non poteva che scaturire un amore di superiore natura per il patimento, non già considerato solo quale mezzo di personale elevazione, ma anche inteso in senso assai più vasto e tale che i frutti di esso tornassero a vantaggio del prossimo più bisognoso, quello dei peccatori.

- Bisogna soffrire. Soffriamo. - Così era solito escla­mare.

A persona alla quale confidava i suoi più intimi pen­sieri spirituali, disse una volta: - Ricordatevi che sof­friamo insieme per la stessa causa, si, soffriamo per i pec­catori; quanta dolcezza non si prova!

Anima di privilegio, egli aveva dal Signore il dono di comprendere l'immenso valore del patire non solo con ras­segnazione, ma con gioia, ben sapendo di quali frutti esso sia motivo e di quale ambita ricompensa sia coronato.

 

O MORS, ERO MORS TUA!

Si comprende facilmente come essendo così portato a consumarsi per gli altri, egli fosse giunto al punto non solo di non paventare la morte, ma di attenderla con ansia, considerandola come la buona messaggera della vita eterna. Interrogato se temesse la morte, rispose: « Io fin'ora non ho questa paura e mi auguro con l'aiuto di Dio di non averla mai ». E non l'ebbe mai.

Come medico, l'aveva contemplata mille volte e mille volte aveva combattuto per debellarla: e quando essa era stata più forte della scienza, egli aveva pur sempre escla­mato: « O mors, ero mors tua! » E il Crocifisso su cui pog­giava gli occhi stava lì a dargli ragione.

Non temeva la morte perchè era preparato a riceverla ogni momento. Se gli avessero rivolto la domanda che, al proposito, rese celebre la frase di S. Luigi Gonzaga (Se mi dicessero cosa vorrei fare sapendo di essere per morire, continuerei a giuocare), avrebbe potuto rispondere con pa­role dello stesso tenore: e siccome per lui esisteva non il gioco, non la ricreazione, ma il dovere, così avrebbe potuto dire: «Continuerei a compiere il mio dovere ». Ciò che real­mente fece.

Era preparato a morire e l'assaliva il pensiero che anche gli altri si tenessero sempre pronti a ricevere l'improvvisa messaggera. - Estote parati! - soleva dire agli allievi; e non mancava mai di offrire loro lo spunto di un'utile meditazione sulla morte, sempre che se ne presentasse l'oc­casione.

- Metti ordine alle cose di tua casa: perocchè tu morrai - (IV Re, XX, 1): è questo un invito che il Mo­scati accolse prima di tutto per sè e tradusse poi in fervido apostolato.

Pensando alla morte egli poteva ben esclamare con Dante: E spesse fiate pensando alla morte Me ne viene un desìo tanto soave Che mi tramuta lo color del viso.

Davvero « che mi tramuta lo color del viso ».

Un giorno un ammalato si reca a consultare il Nostro e gli fa un'esposizione particolareggiata dei mali di cui soffre. Conclude con questa frase: « Se non mi libero di tutti questi malanni, sarò certa­mente condotto a morte ».

Il professore che fino a questo punto ha ascoltato senza nulla dire, balza dalla sedia ed esclama con voce gioiosa « E che di meglio? Forse questa è la vita? Ma la vita terrena è morte; la morte soltanto ci può dischiudere i tesori della vera vita! »

Si capisce che non tutti come lui, possono attribuirsi le parole di Clemente XIV: «La morte, per cui si ha tanta avversione, è senza dubbio il momento più felice e più glo­rioso per un uomo che abbia fedelmente eseguiti i suoi ­doveri, giusta le leggi prescritte dalla religione ».

- Grandiosa morte - scrisse nel suo diario - che non è fine ma principio del sublime e del divino!

Col passar del tempo, logorandosi la sua forte fibra per l'estrema tensione a cui la sottoponeva, gli si veniva formando quasi la convinzione che la sua fine non sarebbe stata lontana.

Quanto più poi si avvicinava ad essa, tanto meglio le parole di lui acquistano un significato profetico.

Nel 1927 egli partecipò con la, devozione solita, alla quindicina che si celebrava in una chiesa di Napoli in onore della Madonna di Lourdes. E' anzi inesatto dire « con la devozione solita » perchè in quell'occasione parve volere anche meglio che nell'addietro provvedere ai bisogni della propria anima. Uno di quei giorni vi prese parte avendo la febbre, e persona che lo consigliò ad aver riguardo della salute, con meraviglia udì rispondersi: « Non posso: il do­vere va compiuto, e bene, fino all'ultimo: e poi non so se potrò partecipare ad un'altra quindicina ».

Egli ben sapeva che il Signore coglie per sè anzi tempo, nel giardino dei puri gli spiriti eletti, i fiori più profumati, a meno che non sia suo disegno lasciarli in terra per lo svol­gimento di qualche speciale missione.

Un giorno la sua valentia di medico è impegnata per strappare alla morte la preziosa vita di un giovane di rara bontà.

- Stiamo strappando a centellini - scrisse - la vita di Saverio: riusciremo? Mi fa paura una cosa sola: è un giovane veramente santo. E Iddio questi giovani se li pi­glia!!! A meno che non voglia loro affidare una grande mis­sione sulla terra!

Chi gli è d'attorno ed ascolta le sue parole, sente il cuore stretto pel timore che esse siano prossime ad avve­rarsi.

Eccolo, come sempre, immerso nella preghiera, ingi­nocchiato sui gradini della chiesa di S. Chiara. Tossisce un che di stanco e depresso emana dal suo fisico che pare in preda a sofferenza. Il padre Pio, suo confessore, vigile della salute preziosa di lui, lo consiglia: « Professore, non stia così inginocchiato su questi freddi gradini. Può farle male ».

Egli solleva sul Padre il suo sguardo buono e mormora: « Non fa nulla, è cosa di poco conto... Debbo morir presto! »

Curava da qualche tempo, una suora Clarissa inferma; e, per la perizia di cui era maestro e per la bontà di cui essa andava accompagnata, la suora gli esprimeva il desiderio di essere sempre curata da lui.

- Sappiate che la mia vita è breve - le andava dicendo.

Tempo prima, e precisamente in data 15 marzo 1926. scriveva a persona che aveva curato per congratularsi della sua guarigione e concludeva con una triste frase: - Vi faccio una profezia: voi verrete ai miei funerali.

Triste frase! Triste per noi, triste per tutti coloro che non sanno dissociare dall'idea della morte un che di pau­roso che risiede anche nel timore di un ignoto, frutto di fredda e scarsa fede. Ma per Giuseppe Moscati! Parlava della morte come di una festa, e s'era talmente abituato al pensiero di doverla presto ricevere, che l'attendeva con ansia, desideroso di assurgere quanto più presto all'armo­nia dei cieli.

Così manifesta altrove la sua convinzione allo stesso riguardo: « Al letto di quell'angelica creatura, io rimanevo nella penombra, in muta ammirazione, perchè ella veramente sopportava tutto, perchè anche nei momenti di incoscienza, ella pronunziava solo parole di fede, di affetto filiale e fraterno, parole rivolte a Dio santissimo; perchè durante i periodi di confusione di idee, traboccavano dalla sua bocca tante edificanti aspirazioni e ricordi del padre estinto, del legame alla sua famiglia, della devozione alla Madonna ella rivelava la verità del suo cuore. Rimanevo anche pen­soso perchè Iddio riserva per sè questi purissimi gigli e li tronca presto da questo basso mondo ».

L'impressione che la morte gli è vicina, che sta per mieterlo, si fa sempre più decisa in lui. Gli si fa chiaro, anzi, quasi il pensiero che debba morire di morte improvvisa.

Un giorno si trova con un medico e con lui parla delle varie specie di morte a cui può andar soggetto l'uomo. Ad un certo punto gli domanda quale specie sia da preferirsi e, siccome il medico resta titubante, egli s'affretta a dire che la miglior morte è quella che coglie l'uomo a bruciapelo e, dalla breccia, lo trasporta d'un balzo ai gaudi del cielo.

Il colloquio si svolgeva il 9 aprile 1927, tre giorni prima che avvenisse il suo sereno transito.

Ma tutta, tutta la condotta degli ultimi tempi di sua vita è informata alla certezza dell'imminente conclusione. Certo sentiva il logorio a cui erano state sottoposte le sue forze e l'immensa stanchezza gli gravava sull'aníma come sintomo della imminente dipartita.

Questi sono pensieri che albergano in cuori di santi e da cui la povera comune umanità è lungi quanto non si può esprimere.

E chi riesce a vincere in modo tale la carne così da po­ter affermare che non solo lo spirito è pronto, ma la carne stessa non si ribella al pensiero del passo estremo, cammina sulla via della santità e facilmente il Cielo gli riserba la gloria dei beati.

Proprio negli ultimi tempi di sua vita il prof. Moscati è richiesto ai Ponti Rossi per visitare un Padre Passionista. - Da molto non celebrate la Messa?

- Da circa due mesi - fu la risposta del Padre. - Ebbene, state tranquillo: celebrerete presto e, se vorrete farmi un favore, applicherete per me il frutto della Messa che direte dopo la malattia.

Il tono della preghiera era fermo e deciso: non un'in­crinatura nella voce. Il Padre Passionista non pensò neppure alla lontana quale potesse essere il significato di quell'«ap­plicherete per me »: ma pochi giorni dopo doveva doloro­samente meditare sul senso profetico delle parole del so­lerte Operaio di Dio.

 

IL SILENZIOSO TRAPASSO

Il giorno di martedì 12 aprile 1927 sorse per il Moscati con l'usata tranquillità. Nessun segno faceva prevedere la fine imminente: null'altro che la solita stanchezza di cui erano permeate le sue ossa e che formava ormai il quoti­diano. bagaglio del Professore.

S'alzò e, come di solito, fece la lettura spirituale. Aveva tra le mani, in quei giorni, gli opuscoli di S. Alfonso Maria de' Liguori sullo stato religioso. Il libro fu poi trovato aperto alla pagina in cui è detto: « La pace che Iddio fa provare ai fedeli suoi servi è nascosta, nè s'intende dagli uomini del secolo... ».

S'avviò quindi alla chiesa di S. Chiara, si comunicò e servì una santa Messa. Dalla chiesa tornò a casa e da casa si mosse dritto all'ospedale. Ne sbrigò le mansioni di tutti i giorni e tornò a casa, dove nuove visite l'attendevano. In via Roma s'incontrò con la signorina Maddalena Aloi, che conosceva perchè aveva curato la sua mamma.

- Signorina - le disse - venite a casa mia oggi: consolerete un po' mia sorella, perchè oggi io morirò. - Voi dite sempre che morite e non morite mai - le rispose essa in tono scherzevole.

- Sappiate, signorina, che io vi parlo con tutta se­rietà e se non verrete, ve ne pentirete!

A casa eccolo intento alle visite. Alle ore quindici im­provvisamente si sente male. Si ritira dallo studio, si ac­cascia su una poltrona, suona il campanello ed alla persona di servizio che accorre, mormora: - Mi sento male, sospendo le visite. Datemi qualche goccia di laudano.

Null'altro. I fratelli accorrono in tempo da camere vi­cine a raccogliere l'ultimo respiro del Professore che, in­crociate le braccia al petto, china il capo e s'irrigidisce nella morte.

Così, fulmineamente.

Quando, giorni prima, chiedeva al medico amico qua­le morte ritenesse migliore e gli affermava che la morte più bella è quella repentina, aveva forse un lampo d'intuizione riguardo alla sua.

Fulmineamente: così come per sè nulla aveva chiesto in vita, nessun disturbo arrecò in morte, passando d'un balzo dalla breccia alla gloria eterna.

Ma non si dice il doloroso stupore, lo sgomento che s'impossessò di tutti al propagarsi della dolorosa notizia. Subito dopo la sua morte, ci furono poverelli che sali­vano da lui per essere visitati, ignari della catastrofe avve­nuta.

- Dove andate? - chiedevano coloro che scende­vano dalle scale lagrimando.

- Dal Professore!

- Il Professore è morto!

- E' morto? O Gesù! E allora, come si fa?

« Come si fa? » - Ecco una mirabile uscita che sin­tetizza l'importanza della vita del prof. Moscati e ne indica la preziosità.

« Come si fa? » Oh, non sono certamente troppo reperi­bili medici, e di chiarissima fama per di più, che, come il Moscati, sappiano rinunziare in modo assoluto agli agi della vita, alle umane soddisfazioni, agli onori, per dedi­carsi ad un'opera di bene, magari nascosta e oscura, ma ricca di frutti spirituali! Non si contano in gran numero i gabi­netti medici nei quali passano i diseredati a raccontar mi­serie ed a ricevere cure e parole di conforto ed in cui si chiedono onorari che consistono in Comunioni da riceversi, conversioni da effettuarsi...

« Come si fa? »

Eppure Gesù s'era colto un aulente fiore di cui d'ora in poi gli uomini non avrebbero più potuto aspirare che l'aroma della santità.

Quel giorno la signorina Aloi non andò, come da in­vito del professore, in casa di lui: chi avrebbe potuto cre­dere ad una profezia così triste? Ma quel « Vi pentirete » - ripetutole tre volte dal Moscati nel momento del distacco, non cessò dal turbarle profondamente l'animo e non poco ci volle perchè potesse ritrovare la tranquillità.

Il giorno dopo, il Padre Passionista dei Ponti Rossi, accingendosi a celebrare la Messa dopo il lungo periodo della sospensione causato dalla malattia, apprende la ferale notizia. Allora d'un subito capisce l'invito contenuto in quell'« applicherete la prima messa che celebrerete per me »; e, salito all'altare, celebra in suffragio dell'illustre suo be­nefattore.

Così con la repentina morte, la vita dell'Uomo celebre, consacrato all'attività filantropica, dimentico affatto di sè, assorto in Dio ed animato costantemente dal pensiero di essere strumento del suo trionfo, si conclude, e si conclude nel modo più degno e, ci si perdoni l'espressione che sa troppo di umano, nel modo più romantico. Quest'uomo che non pone limite di tempo alla propria attività, che prolunga nella notte il lavoro non potuto fare alla luce della giornata, che sente in sè il progressivo peso della stanchezza e si spe­gne, lavorando, a quarantasette anni, offre spunti di me­ditazione della più alta utilità.

Non è da dirsi, intanto, quale sia il plebiscito di cor­doglio suscitato in Napoli da questa morte gloriosa. Composto sul letto di morte, alla luce palpitante dei ceri funebri, davanti al cadavere incomincia a snodarsi un interminabile pellegrinaggio di popolazione in cui tutti gli strati sociali sono rappresentati. Alti magistrati, clinici e chirurghi, gli esponenti dell'Ateneo partenopèo, uno stuolo senza fine di studenti e di medici, sacerdoti e religiosi e religiose; e poi il popolo dei poveri, dei poverelli che ven­gono a piangere ai piedi dell'Amico che hanno perduto, dell'Amico che sorrideva alla loro miseria e tendeva pater­namente le mani ed il cuore ai loro bisogni.

Primo fra tutti, l'Em.mo Cardinale Ascalesi si porta a rendere omaggio alla lacrimata salma; e le parole che ri­volge ai familiari nella mesta circostanza sono il sigillo più autorevole della preziosità della missione svolta nella vita dal prof. Moscati.

- Il professore non apparteneva a voi - egli dice - ma alla Chiesa. Non quelli di cui ha sanato i corpi, ma quelli che ha salvato nell'anima, gli sono andati incontro quando è salito lassù!

Salvatore di anime, consolatore di cuori afflitti. Non si spiega col solo ricorso di pensiero al bene materiale da lui fatto, l'unanime compianto suscitato dalla sua morte. Lo giustifica invece qualche cosa che trascende gli interessi terreni e raggiunge le mete, dello spirito.

« Il Giorno » quotidiano di Napoli, nel suo numero del 15 aprile 1927, così parla dei funerali svoltisi il 14 preceden­te: « A memoria dei più vecchi cronisti napoletani, non si ricorda una così commovente manifestazione di pubblico cordoglio, come quella di ieri per le esequie del prof. Giu­seppe Moscati. Gli è che la sua scomparsa repentina, se è stata un lutto per la scienza medica, ha addolorato non meno la legione di malati d'ogni genere, specie i poveri, che da lui ebbero la salute e qualche benefizio, giacchè l'estin­to era grande quanto buono e d'un disinteresse più unico che raro...

» Fin dalle 9, via Cisterna dell'Olio era gremita di mi­gliaia di cittadini d'ogni ceto: uomini politici, cattedratici, magistrati, medici, studenti e soprattutto popolani piangenti. Alle 10 la bara, portata a spalle dai dottori Ponsiglione, Te­sauro, Ninni, Tramontano, Piccinini, Resigno e De Maio, fu deposta nel carro.

» Nessun fiore, in omaggio alla vita semplice ed austera del grande estinto, che rifuggiva da ogni vana pompa e da inutili esteriorità.

» Porsero il saluto alla salma, con commosse parole, il senatore Alberto Marghieri, il prof. Pietro Castellino, il sub­commissario comm. De Zerbi, il prof. Pace e il prof. Castro­nuovo.

»Alle 11,10 finiti i discorsi mosse l’imponentissimo ali di popolo che compiangeva corteo, fra due fittissime l'illustre e benefico clinico, strappato così immaturamente alla vita ».

- Absolve, Domine, animam famuli tui Josephi.

La preghiera accorata del Sacerdote trae lagrime da tutti gli occhi, nelle cui pupille è viva l'immagine del profes­sore sempre in moto sulle vie del bene: ragione di più pro­fonda angoscia ora che egli non è più e la sua salma chiusa nelle assi di una bara non tornerà più a spargere colla gene­rosità delle anime elette, il conforto, la speranza, la rasse­gnazione.

 

L'OMAGGIO DEI CUORI

Alla famiglia, nella luttuosa circostanza, giunge l'e­spressione di una partecipazione al dolore che non trova ter­mini di confronto.

Impronte d'anime umili che vergano, sul registro delle firme posto nell'atrio del palazzo, pensieri come questo: «Non ha voluto fiori e nemmeno lagrime. Ma noi lo piangiamo, chè il mondo ha perduto un Santo, Napoli un esemplare di tutte le virtù, i malati poveri hanno perduto tutto! »

Della dipartita di questo campione della fede e della carità, soffrono le numerose famiglie religiose che hanno sede in Napoli ed hanno esperimentato la bontà del suo cuore.

Benedettini, Francescani, Carmelitani, Signori della Missione, Salesiani, Passionisti, Barnabiti, Agostiniani, Ca­maldolesi, hanno avuto presso di sè il Professore santo e a­vendone constatata l'eroica virtù ne piangono accoratamente la scomparsa.

Semplici Sacerdoti e Vescovi tessono di lui gli elogi più belli; di lui, ora che la morte gli impedisce di esercitare at­torno a sè il silenzio ed il nascondimento che la profonda umiltà gli ispiravano.

- Voi avete perduto un fratello - scrive un Sacerdote ai familiari - noi un apostolo!

Altri piangono la scomparsa del Moscati come quella di un « confratello in sacerdozio » e dichiarano di avvertire in sè come un vuoto che non sarà più colmato da una parola soave qual era la sua.

E ben a ragione lo apprezzavano i Sacerdoti perchè egli li precedeva al capezzale degli infermi e, se necessario, subito preparava la via al loro intervento.

Un Padre della Compagnia di Gesù così definisce, in termini brevi ma singolarmente rispondenti al vero, la scom­parsa del prof. Moscati: «La famiglia ha perduto in lui, che è così fulmineamente scomparso, il suo più prezioso orna­mento; la classe medica napoletana un membro illustre ed esemplare; la Compagnia di Gesù un amico disinteressato, la Chiesa un grande Cristiano ».

Non meno sentito è il lutto che colpisce la classe medica. « Com'è triste - esclama il prof. Giovanni Castronuovo porgendo l'estremo saluto alla salma - quest'ora per noi, o prof. Moscati, che abbiamo così inopinatamente perduto la luce del tuo consiglio, la pace del tuo conforto, la piena delle tue ispirazioni quasi profetiche, l'esempio della tua carità inesauribile!

» E come questa stessa ora è lieta per te che ricongiunto ti sei al divin raggio, guida della tua vita! »

Dice altri: - La tua perdita ci annichilisce - e con­tinua il coro poderoso delle testimonianze sull'eroicità delle virtù del Moscati, coro tanto più degno di apprezzamento in quanto si eleva proprio da quella categoria di professio­nistí nella quale meglio opera il materialismo con tutte le sue conseguenti negazioni.

« Gentile cavaliere della Fede; novello missionario laico; incontaminato d'ogni peccato; grande benefattore, radiosa guida »: di questo genere è l'omaggio, soffocato dall'angoscia e intenerito dall'asprezza del troppo violento distacco, che i suoi colleghi gli tributano nell'ora in cui egli discende sere­namente all'agognata meta.

Non c'è cuore che non soffra per questa morte attesa senza timore alcuno, considerata come inizio di una vita al raggiungimento della quale tutto fu subordinato quaggiù l'instancabile travaglio di una esistenza preziosa.

E i poveri? Oh, essi non sanno scrivere: essi piangono e pregano. Il loro dolore non trova sfogo in espressioni comu­nicative: sta tutto lì, racchiuso nel pugnetto di un cuore che sente lo strazio di un incolmabile vuoto.

Del generale pianto che negli ormai lontani giorni del 1927 echeggiò nell'intiera Napoli, si fece interprete il prof. Mario Mazzeo, in un lamento nel quale si sente il battere dì un cuore pervaso d'intimo cordoglio.

«... Prostrati nella cenere della nostra miseria, non chie­diamo conforto: chinati nella polvere della nostra abbiezione, non bramiamo sollievo.

» Iddìo volle nel suo servo fedele dare a noi la guida, il maestro, l'aiuto.

» Nelle prove e negli agguati ci sorresse il nostro timore con la dolce letizia del suo nobile spirito ci elevò di continuo a pensar del Signore.

» Nelle insidie delle false dottrine, entro il turbine del­l'errore e del dubbio, ci difese con cuore di padre, ci diresse con mente di maestro.

» Ci tormenta la nostra pochezza: col santo si è santi e con l'innocente, innocenti.

» Nel lutto profondo leviamo gli occhi a te, o Signore; da l'abisso dell'angoscia a Te solleviamo la voce del nostro cordoglio.

» Le nostre preghiere non son degne che tu le ascolti, o Signore: la benignità della Croce trasse a Te il tuo servo fedele. » Pace noi Vi chiediamo, mentre egli ascende alla glo­ria: refrigerio invochiamo nelle ustioni del sole: luce bra­miamo che ci tragga dal male e al bene c'innalzi ».

Nel « salmo » dal classico sapore è espressa, in sintesi, la lode più alta che al Professore santo conviene.

Al senso di sgomento che ha accompagnato la notizia della santa morte, subentra, gradatamente, un sentimento di sollievo, di cristiana rassegnazione da cui non si riesce neppure a disgiungere un raggio di gaudio che pacifica i cuori e li dispone a meravigliose attese.

L'aggettivo di « santo » attribuito al prof. Moscati corre su tutte le bocche: la sorella di lui a malapena esce sulla via ed ecco che già si sente additata come la sorella del santo.

E dopo due soli giorni dalla morte, la famiglia viene consigliata dal confessore ordinario dello Scomparso, di con­servare tutto quanto era di lui: abiti, biancheria e oggetti vari; il tutto potendo servire come reliquia, a sua glorifica­zione, se e quando al Signore sarebbe piaciuto di incastonare una nuova gemma nella splendida corona dei suoi santi e beati.

La tomba del Professore diviene meta di pellegrinaggi in certi giorni fan stuolo coloro che vi si portano per pre­gargli pace dal Signore e per chiedergli intercessione per qualche speciale grazia. E in tutti si va man mano radicando la speranza che il Signore glorificherà il suo Servo fedele. Non pare dunque esagerata l'asserzione di un prelato, che cioè « tutti gli riconoscono a buon diritto l'aureola dello scienziato e del santo ».

E questa un'aureola che diffonde luce possente, luce che illumina anche regioni lontane e tocca cuori sconosciuti. Così la fama di santità del prof. Moscati, varca prestissimo i confini della grande Napoli, si espande nel Mezzogiorno d'I­talia e poi nelle regioni settentrionali e perfino all'estero: e da ogni parte giungono alla famiglia richieste di reliquie e di immagini, ed il plebiscito di amore e di venerazione si estende sempre più, cosicchè il nome del prof. Moscati, del santo in camice bianco, diviene familiare a moltissimi, ed innumeri sono gli occhi che si posano sulla dolce effigie di Lui, per cogliere i segni rivelatori di una bontà superiore nei tratti di un volto paterno e sereno, disteso nella calma che è solo degli spiriti abbandonati in Dio.

La stampa cattolica contribuisce validamente a diffon­dere col nome del Moscati, l'effluvio della sua eroica virtù. L'« Ordine » di Lecce - il Don Basilio di Avellino - il Bollettino Ecclesiastico dell'Archidiocesi di Napoli - l'Osservatore Romano - la rivista milanese « Vita e Pen­siero » - Roma - la squilla di Lourdes - il Corriere di Napoli - la Rivista medica per il clero - il Popolo d'Italia - l'Italia - l'Avvenire d'Italia - La Cultura e numerosi altri giornali e riviste pubblicano, con disparità di date e sporadicamente o ripetutamente, scritti su Giuseppe Mo­scati. La sua figura viene presentata sotto diversi aspetti sacerdoti, medici, scrittori, s'incaricano di mettere in miglior luce ciascuno una delle sue doti, ma le conclusioni sono con­cordi e terminano tutte con la parola: «Santo ».

Padre Agostino Gemelli, rettore dell'Università Catto­lica di Milano, alludendo alla scienza, alla pietà ed all'atti­vità benefica del Nostro, scriveva: «E' questo un trinomio di cui nessun elemento può star avulso dagli altri, perchè ne verrebbe disintegrata così e rimpicciolite la figura del Moscati; essa non corrisponderebbe più alla realtà. E la realtà è di una grandezza che oltrepassa di molto la comune figura fino a collocare l'uomo tra i più rari modelli ai quali la generazione presente possa guardare ».

Ed al Cardinal Salotti piacque di dire: «... siamo dinanzi ad un nuovo Contardo Ferrini. Due uomini dello stesso sen­tire; due scienziati di grande valore; due caratteri adamanti­ni; due cultori di pietà fervida e sincera; due anime purissi­me, che non conobbero il fango del tempo, nè le lascivie del senso; due professori di Università laiche, che hanno puri­ficato la cattedra con la santità del Magistero; due apostoli che hanno lasciato traccia di bene alla loro generazione. For­se Dio li vuole glorificati entrambi, perchè siano di esempio al secolo nostro e stiano a giustificare quello che valgano la scienza e la bontà del laicato cattolico, quando siano poste a servigio di una nobile causa e realizzino l'ideale evan­gelico ».

La memoria del prof. Moscati, anzichè affievolirsi per passar del tempo, acquistava un risalto sempre più spiccato; e non solo era particolarmente viva negli strati del popolo, ma si manteneva anzi più vivida negli ambienti dell'alta scienza medica, cosicchè non cessarono di elevarsi consensi ed ambiti apprezzamenti all'indirizzo dello Scomparso che era veramente « passato benefacendo ».

Così stando le cose, eminenti personaggi di Napoli firmarono un'istanza indirizzata al Cardinale Arcivescovo perchè le spoglie del professore passassero in deposito cano­nico dal cimitero alla chiesa del Gesù Nuovo.

Il 6 luglio 1931 furono quindi iniziate le pratiche per i processi informativi presso la Curia di Napoli, mentre il 16 novembre dell'anno precedente, avendo la predetta istanza ottenuta l'adesione del Cardinale, le spoglie del « santo » venivano solennemente traslate a quella chiesa, con un'im­ponenza di riti a cui la partecipazione entusiastica di una folla strabocchevole conferì il carattere di un plebiscito.

Non c'era più l'interminabile corteo di piangenti che aveva preso parte al primo funerale, quando la vicinanza del distacco. rendeva più aspro il dolore; era già un corteo di glorificazione, un'apoteosi: e se elemento di commozione toccante esso offriva, era dato dall'affettuosissima parteci­pazione di tutto un popolo al rito che iniziava l'ascesa di un'anima meravìgliosa di virtù. Le vie di Napoli rividero, nell'occasione, le schiere di personalità ecclesiastiche e lai­che già presenti ai funeri primi; e quando il corteo fu giunto al Gesù Nuovo e, dopo il canto del « libera me, Domine ! », il feretro fu tumulato nel muro della chiesa, il popolo ebbe impressione d'aver un nuovo santo da venerare. Non era ancora il raggiungimento della vetta; era, anzi, solo l'inizio, ma l'anima popolare ha intuizione che raramente i fatti smentiscono.

La lapide apposta porta il seguente epitaffio:Iosephus Moscati Doctrina clarus religione clarior qui in medicina exercenda cum corporibus animos curabat magis in dies percrebescente fama sanctitatis E. mi S:R:E Card. Alexii Ascalesi interveniente decreto A IV ab obitu R S MCMXXX hic cineres conditus habet XVI Kal. dec. MCMXXX.

La tomba del prof. Moscati è divenuta un altare, e non sono pochi quelli che affermano d'aver ricevuto grazie per intercessione di Lui, siccome si ha modo di dire qui ap­presso.

 

LA VITA CHE CONTINUA

- O vita troppo lunga! O morte troppo tarda! Quanto è prolungato il mio esilio! - esclamava S. Teresa del Bam­bin Gesù nell'anelito di potersi unire in cielo al suo Dio. E S. Gregorio Nazianzeno: « Quando considero la gran feli­cità che si guadagna morendo ed il poco che si perde nel la­sciare la vita, io non posso contenere l'ardore dei miei desideri e dico a Dio: Quando sarà, o Signore, che voi mi ritrarrete di quaggiù, per introdurmi nella mia patria? »

Nella sua grande umiltà, il Moscati aveva accarezzato lo stesso desiderio, dinanzi al quale noi uomini comuni ri­maniamo profondamente stupiti. Non son pochi quelli che possono affermare d'avere spirito pronto, ma si contano ra­ramente coloro che discovrono eguale prontezza anche nella carne: e, per la massa dei più, la morte non cessa dall'esse­re il terribile spauracchio riguardato con ribrezzo e terrore. È delle anime veramente privilegiate il saperla desiderare ed il considerarne non solo con serenità, ma con gioia, la venuta.

Per queste anime si verifica poi il fatto mirabile della vita che continua oltre la morte; mentre per le anime comu­ni, la morte segna un termine dal quale decorre, in misura sempre più rilevante, l'oblio.

Giuseppe Moscati continua, dopo il fulmineo transito una vita rigogliosa di bene, prosperosa di conversioni, ricca di grazie.

Già abbiamo accennato alle dimostrazioni di ossequio e di riverenza spontaneamente tributate dalla popolazione partenopea alla memoria del Nostro, e al bisogno quasi istintivo di chiamarlo «santo », di accordargli un omaggio che risponde a un impulso del cuore.

Riferiremo ora, scegliendolo dai numerosi che P. Ce­lestino Testore S. J. narra nella sua biografia, qualche epi­sodio da cui appare l'intercessione del Moscati in fatti dai quali non si può considerare estraneo il soprannaturale.

Riguarda, uno di questi episodi, la vita dolorosa di una signora di Torre del Greco, Margherita Sallustro. Colpita verso i vent'anni da diverse malattie, questa signora ha una storia clinica complicatissima che, appunto per la frequente ricorrenza di termini medici di cui manca ai profani la tecni­ca e per l'esattezza della descrizione da cui balza in maggior evidenza la gravità e la complessità del male, riportiamo così come fu stesa dal medico curante, Cav. Uff. Dottor Giuseppe Dolce.

«Aveva appena vent'anni - scrive egli - quando si verificò un lieve catarro bronchiale a sinistra, con poco escrea­to mucoschiumoso e contemporaneamente incominciarono a manifestarsi i disturbi gastro-enterici; ma più accentuato il fatto gastrico, accompagnato da febbre continua remittente e qualche volta da vomito, in fase ricorrente.

» Nel 1921 fu affetta dalla infezione pandemica influen­zale che fece accentuare i fatti catarrali bronchiali con emot­tisi ripetute.

» In questo periodo visitai per la prima volta la signo­rina. Rilevai all'esame minuzioso del torace, tanto a sinistra che a destra, regione anteriore sopra e sotto clavicolare, ran­toli diffusi a medie e piccole bolle, impegnando tutto l'apice del polmone di sinistra. A destra, pochi rantoli sparsi a gros­se e medie bolle. La nota patologica che più impressionava, era la emissione di sangue dalla bocca. Con opportuni ri­medi terapici, 1'emottisi si arrestò.

» È da rilevarsi che prima della comparsa della bron­coalveolite a sinistra e bronchite a destra, erano già in atto i sintomi flogisti gastro-enterici con febbre ostinata. In que­ste condizioni furono interpellati diversi colleghi e profes­sori di Napoli, ma ci fu una certa discordanza diagnostica. Di fatto alcuni ritennero che la febbre fosse di genere tora­cica, mentre altri, di genere intestinale, nel quadrante in­feriore destro dell'addome, dove il dottor Guglielmo Scala notò una tumefazione, su cui non si pronunziò, dicendo solo che bisognava tenerla d'occhio, potendo essere l'inizio di qualche ulteriore morbo e ritenendo la gastropatia di ori­gine riflessiva. In seguito alla sagace osservazione di detta tumefazione, il dubbio col tempo si diradò, dando il chiaro quadro sintomatico dell'appendicite con formazione di a­scesso non banale, ma specifico peri-appendicolare, che spon­taneamente ed in modo davvero fortuito, si apriva nel cieco, fuoriuscendo dal retto, quasi in modo continuo, avendo solo tre o quattro giorni di riposo per ogni mese, fino a che l'a­scesso non si fosse di bel nuovo formato.

» Negli anni 1921-22 il defunto prof. Cardarelli ebbe a visitare per parecchie volte la Sallustro e fin dalla prima osservazione rimase impressionato delle lesioni toraciche riscontratele e della emissione di sangue dalla bocca.

» Ma nelle ulteriori osservazioni, con quel suo speciale senso clinico, notò la lesione appendicolare, ritenendola di natura tubercolare, con ascesso che spontaneamente, a periodi, si apriva nel cieco.

» Fu il dotto professore convinto della natura bacillare dell'appendicite, data la lesione toracica in atto anche spe­cifica.

» Sono dolente di non poter allegare tutte le diagnosi, perchè alcune andarono disperse. Ricordo benissimo però che il Cardarelli, nell'ultima osservazione, diede il saggio parere del non intervento chirurgico, contro quello espresso dal defunto prof. Moscati, il quale ebbe anche occasione di visitare la paziente, ritenendo che il solo intervento chirur­gico, senza tener conto della natura del male, poteva gua­rirla. Poichè la famiglia dell'inferma, seguendo il giudizio del Moscati, voleva che la paziente fosse sottoposta ad inter­vento operativo, dietro mio modesto suggerimento, essendo anch'io contrario a qualsiasi operazione, consigliai di pren­dere il parere dell'illustre clinico prof. Cacciopoli.

» Questi, in verità, dopo un'accurata osservazione, ri­tenne che non si doveva toccare l'addome, se non si voleva che la signorina morisse sotto l'atto operativo e scrisse il suo pregiato giudizio con una lettera a me diretta, che allego, spiegando il perchè si manifestasse contrario al coltello chi­rurgico.

» Dello stesso convincimento fu anche il defunto professor Rizzo, il quale disse le testuali parole: "La madre Natura fa mantenere in vita la paziente miracolosamente, perchè la si vuol ammazzare?"

» La detta Sallustro è stata visitata da me di continuo dall'anno 1921 fino ad oggi. Ad ogni crisi di dolore alla pan­cia, essendo chiamato d'urgenza rivelavo sempre l'identica sintomatologia, cioè febbre alta, accensione del processo toracico tanto a sinistra che a destra con accentuato dispnea e spurghi sanguigni ma più di tutto una marcata tumefazio­ne della metà destra dell'addome, senza poterla palpare per la grande dolentia subiettiva ed obbiettiva, della regio­ne appendicolare e senza poterla delineare, data la grande difesa muscolare.

» Nello stesso tempo la paziente avvertiva anche sensi­bile dolentia nella regione epigastrica, specialmente prepi­lorica. Delle volte la febbre si elevava fino a 40 gradi ed. i vomiti, in alcuni momenti, erano striati di sangue.

» Tutto questo quadro sintomatico spaventevole spari­va appena vedevasi comparire il pus dal retto e la paziente incominciava a vedersi migliorare, potendo lo stomaco ap­pena tollerare poca quantità di latte e qualche cucchiaio di pastina glutinata.

» In queste crisi ripetute il punto culminante del dolore era sempre quello di Mc. Burnei.

» Il diagnostico, che ripeteva sempre alla famiglia, era appendicite acuta bacillare con sensibile risentimento peri­toneale per appendicite con ascesso, che si apriva nel cieco.

» Da parte dello stomaco, tanto il prof. Gabriele Te­deschi che io, ritenevamo esserci nella regione prepilorica di natura anche specifica, una ulcerazione, sia per la dolora­bilità obbiettiva, sia per la sensazione del bruciore che ave­va nella località, ogni qualvolta ingeriva qualche cosa li­quida.

» L'inferma, dopo l'uscita del pus dal retto, migliorava e, cessata la febbre di natura piemica, poteva lasciare il letto per qualche tempo, salvo a ripetersi le dette crisi, non appena si fosse minimamente strapazzata. Questo lungo ripetersi degli attacchi appendicolari con la persistenza di disturbi gastrici, faceva sì che molto diffficoltosa fosse l'alimentazione, qualitativamente e quantitativamente, rendendo la paziente denutrita, quasi scheletrica ed anemica.

» Si noti pure che nella penultima crisi, che osservai verso il mese di novembre dello scorso anno, si accentuarono i sintomi patologici ripetuti, cioè del torace, dello stomaco

e dell'addome, e misero la paziente quasi in pericolo di vita. » Fortunatamente detta crisi, che durò molto più a lungo del solito, sparì anche questa volta; però il migliora­mento fu più lento, tanto da farla rimanere per molto tem­po a letto nel riposo assoluto.

» L'ultima crisi avvenne il 20 dello scorso mese, dando quasi l'identica sintomologia con l'aggiunta però di accen­tuata amatemasi col vomito e melena col pus, che fuoriu­sciva dal retto; sicchè questa volta si ebbe triplicata perdita di sangue: dal torace, dallo stomaco e dall'intestino. E nep­pure questa volta lo stomaco si prestava a prendere qualche goccia di latte.

» E' da rilevare ancora che appena fuoriuscito il pus, misto a sangue, le sofferenze tanto dello stomaco e dell'ad­dome, quanto quelle della spalla sinistra e destra, si anda­vano mitigando gradatamente.

» Finalmente, verso il 30 dello scorso mese, dopo aver dato alla detta inferma le opportune e ripetute istruzioni secondo il modo di curarsi, essendo la Sallustro divenuta quasi maestra dopo tanti anni di sofferenze, le dissi che sarei tornato a visitarla fra due giorni; ma, invece, verso il due del corrente mese, chiamato di nuovo con più urgenza, corsi da lei credendo che si fosse verificato qualche nuovo fatto grave, e con mia somma sorpresa, la porta viene ad aprirla l'ammalata, dicendomi, con viso allegro, che stava completamente bene, tanto che aveva lasciato presto il letto ed aveva già mangiato un uovo e fatta una zuppa di latte e caffè con pane, senza avvertire il minimo disturbo, e che poteva strapazzarsi senza avere il più ben che minimo do­lore alla pancia.

» Fui sorpreso non poco di tale istantaneo mutamento avvenuto e facendole le più sentite congratulazioni, andai via, assicurandole che sarei ritornato dopo quindici giorni per la riosservazione e conferma della durata della prodi­giosa avvenuta guarigione ».

Fin qui, il referito medico, da cui è facile capire quanto complicato fosse il male e restio ad ogni cura. L'intercessione del servo di Dio, prof. Moscati, acquista perciò un risalto speciale.

Ecco dunque che verso le due del mattino del 26 aprile 1931, l'ammalata - è lei stessa che narra - vede in sogno entrare dal balcone il prof. Moscati. Ella se ne maraviglia, giacchè non s'era mai raccomandata alla sua intercessione ed aveva pregato invece il Venerabile Vincenzo Romano. Ha perciò un moto di sorpresa, e, vedendoselo avvicinare al letto, esclama: - Voi, professore? E' la Madonna che vi manda?

Egli sorride e risponde di sì, nel mentre che l'ammalata lo prega di volerla visitare.

- Non fa più bisogno di visite - esclama il pro­fessore. - Io e la mia Mamma Celeste preghiamo Gesù fino dal dicembre perchè vi accordi la grazia di ristabilirvi in salute! Gesù ci sorride e certamente esaudirà la nostra richiesta se voi pure vi unirete alle nostre preghiere!

A sentirlo dire così, la Sallustro prova rimorso per non averlo mai voluto ascoltare quando, vivo, le consigliava l'operazione; ma ora il professore la rincuora dicendole di non pensare più a tale cosa.

Passano sei giorni. Nella notte sul 2 maggio ecco che ancora l'ammalata vede in sogno il Moscati entrare per il balcone, con viso tutto giulivo.

« Ho una consolante notizia da darvi: il Signore vi ha guarita completamente e miracolosamente. Non tenete nascosto il fatto: ditelo a tutti perchè da tutti si sappia. Date a vedere, col cibarvi dei cibi comuni e coll'applicarvi alle incombenze d'ognuno, che la guarigione è un fatto av­venuto. Passate poi a ringraziare la Madonna di Pompei ».

Non era ancor sparita bene la visione, che la Sallustro balza dal letto e si sente per tutto il corpo un diffuso senso di ringiovanimento. La prende il desiderio di porsi a pas­seggiare per la camera, e, con indicibile consolazione, av­verte di sentirsi proprio bene. Il mattino presto si alza ed ha voglia di mangiare. Prende un uovo sodo, un quarto di latte, una fetta di pane. Digerisce ottimamente e l'intestino funziona come se mai fosse stato ammalato. Durante il giorno si nutre di cibi che da venti anni non erano più pas­sati per la sua bocca: e nessun disturbo interviene a modi­ficare lo stato di benessere da cui è tutta presa.

Il medico la sottopone ad un'accurata visita di con­trollo ed è indotto a dichiarare che «.in ambo gli apici pol­monari i processi bronco alveolitici sono stati sostituiti, in un modo sempre prodigioso, da cicatrici ».

Non più dolori alla regione epigastrica, nè bruciore in conseguenza del passaggio di sostanze solide o liquide. Nella zona dell'addome più nessun segno di tumefazione nè dolore conseguente a forti pressioni. Spariti il pus ed il sangue dal retto e regolarizzato il funzionamento intestinale. Tutta la spaventosa sintomatologia mutata d'improvviso, così che al medico non rimane che di concludere in tal modo la sua relazione: « Può essere avvenuto nella Sallustro un fatto auto­suggestivo, che abbia influito sul suo organismo deperito e quindi abbia fatto sparire quella sindrome mortale?

» Fermamente dico di no, perchè le lesioni già descritte non erano affatto a base nevropatica, bensì organica, e più di tutto di genere tubercolare, al punto che neppure il coltello chirurgico aveva potuto tentare qualsiasi atto ope­rativo, perchè nocivo.

» Allego anche la recentissima radiografia dell'illustre radiologo prof.. Guarini, per maggior conferma dell'avve­nuta guarigione ».

Un caso dal quale non si può escludere l'intervento del soprannaturale, capitò anche, nel febbraio del 1932 ad un fanciullo di 13 anni, abitante a Casacalenda, Giovannino Ramaglia di Domenicantonio. Questo fanciullo ammala di ileo-tifo e, all'inizio del secondo settenario, la malattia s'ag­grava per una sopraggiunta meningite secondaria. In breve il paziente è ridotto ai limiti estremi della sopportazione perde completamente la coscienza e perde la vista, subisce frequenti attacchi convulsivi ed ha gli arti quasi completa­mente paralizzati.

Il medico curante escogita tutte le cure, mette in ese­cuzione tutti i suggerimenti della scienza: ma a nulla essi riescono. L'ammalato è ridotto allo stato preagonico ed il medico non può altro che suggerire ai desolati genitori di raccomandarlo alla intercessione del prof. Moscati, morto in concetto di santità.

Una immaginetta del pio Professore è collocata sul capo dell'adolescente morente, e la sorella recita, per due ore, le preci annesse. Il terzo giorno il medico curante trova l'ammalato in stato comatoso, madido di sudor freddo, coi segni evidenti della morte imminente. Partendo da quel letto in cui una fanciullezza si spegne, egli pensa di ritornarvi solo per constatare l'avvenuta catastrofe. Invece qualche ora dopo viene chiamato alla casa del giovane malato, vi ac­corre premurosamente e lo trova completamente guarito. Così bene guarito che pochi giorni di poi poteva riprendere, come se nulla fosse stato, le sue occupazioni.

Il medico che dichiarava quanto qui sopra è detto, è il dottor Francesco Nardacchione.

Sulla fine del 1932, la signorina Addolorata Cretry incomincia a soffrire di calcolosi renale ed entra in cura dal dottor Anselmo Antonio Castro, ufficiale sanitario di Casarano. La diagnosi di calcolosi renale viene conclamata dalla radiografia e dal giudizio di vari medici. I calcoli sono due, della grossezza di una nocciola, e procurano alla paziente dapprima dolori a lunghi intervalli, poi più frequenti e da ultimo continui. La Cretry è costretta a letto e può godere qualche attimo di sollievo solo stando in posizione di accovacciamento e applicando caldo umido in sito. Col passare del tempo il male si aggrava, sopravvengono com­plicazioni ed il medico pensa che si debba intervenire chi­rurgicamente. La signorina Cretry, dal canto suo, non perde le speranze di poter guarire altrimenti, e, nel corso della malattia, sempre si affida all'intercessione del prof. Moscati, di cui tiene continuamente una immaginetta sotto il cuscino.

L'operazione è fissata per il giorno 4 marzo 1934. Il primo marzo l'ammalata sogna, verso l'alba, che un dottore le sta osservando il rene. Ella lo guarda e riconosce in lui il prof. Moscati.

« Stia tranquilla - egli l'assicura - guarirà senza ope­razione ».

Al colmo dello stupore e della commozione, la paziente si sveglia e si sente guarita: le è scomparsa la febbre, non avverte più il dolore e perfino la gamba ha cessato di essere rattrappita.

Ella non sta più in sè per la gioia, ma, temendo d'essere in preda ad un inganno, nulla dice ad alcuno e rimane a letto. Ed ecco che il sabato mattina ancora le appare il prof. Moscati. Il suo viso sembra corrucciato. « Perché - le dice - se ne sta a letto, quando io le dico che è guarita? Io l'ho seguita passo a passo, ed ho ritenuto che il momento del mio intervento fosse questo, prima che met­tesse mano il chirurgo ».

La signorina allora si alza, va in chiesa e lo stupore di quanti sono al corrente dei suoi mali è grande.

Il medico curante, che aveva visitato la Cretry un paio di giorni prima dello stabilito intervento chirurgico, la ri­vede due giorni dopo e la dichiara in condizioni letteral­mente opposte, condizioni improvvise di benessere e sanità. Le citazioni potrebbero essere numerose. Pare che l'in­tercessione del prof. Moscati si faccia sempre più frequente e molte sono le voci che si levano ad additare in Lui il Tau­maturgo, il valido protettore, l'avvocato di tante difficili cause. E' la vita che continua: è quella fiorita di sopran­naturale che deve verificarsi nei riguardi di un'Anima che può ascendere alla gloria dell'altare.

Il tempo dirà, per bocca della Chiesa, fino a qual punto fu eroica la virtù del prof. Moscati, cristiano dall'ampio orizzonte moderno, carattere adamantino, campione d'apo­stolato e di pietà, esemplare di una categoria di professioni­sti che da Lui tutto possono apprendere: la scienza unita alla profonda umiltà, il desiderio del donarsi disposato allo sprezzo più integrale di ogni umana ricompensa, la bellez­za di una Fede non offuscata dalla più tenue nebbia di rispetto umano.

Per intanto gli uomini guardano a Lui con un senti­mento che supera l'ammirazione ed il rispetto ed è già senso di venerazione: ed a noi pare che simile sentire del mondo non dispiaccia al Signore, che nel Moscati ha avuto un entusiasta missionario del suo amabilissimo regno.

 

CONCLUSIONE

Dalla personalità di Giuseppe Moscati che abbiamo illustrata così come ci ha permesso il cuore di intenderla ed interpretarla, scaturisce una forza di esempio da cui tutti dovrebbero sentirsi trascinati.

Dice l'Alfani: «V'è del solenne e del terribile nell'idea che ogni atto umano porta seco una serie di conseguenze che fino ad un certo punto determinano la direzione della nostra vita e insensibilmente operano su coloro che ci stanno dintorno. Un buon esempio, una buona parola, non mancano mai di produrre il loro frutto...».

E s'è visto quali correnti di consensi abbia suscitato l'esempio offerto dal Moscati, ancora quand'era in vita. Questa forza trascinatrice, costituita dall'esempio è con­seguenza di un carattere ben distinto e definito: carattere dritto e leale, saldamente orientato verso una meta che non ammette deviazioni, non tollera tentennamenti. Carattere energico fatto per suscitare energia in altri.

« L'energia di carattere - dice il Guerrazzi - desta l'energia in altri. L'esempio dell'uomo energico è contagioso e costringe all'imitazione. Per una specie di elettricismo, egli scuote ogni fibra, investe quanti lo circondano e fa loro mandar scintille ».

Carattere unito e stabile nel mantenere l'identico at­teggiamento di fronte al dovere e di fronte alla fede.

Di questo carattere s'è già avuto, di volta in volta occasione di mettere in evidenza le doti speciali ma sia concesso qui ora, a mo' di conclusione, ricordare in sintesi atto d'omaggio al Professore Santo e scuola e monito per tutti quelli che vogliono procedere a una riforma o perfe­zionare una già avanzata costruzione.

Brilla nel Moscati, il sentimento della Carità. E' un sentimento inteso nella sua più generosa estensione, un sen­timento che abbraccia lo spirito e la materia ed è intima­mente permeato di fragranza evangelica.

- Sii tu di animo generoso verso il meschino e non fare a lui allungare il collo aspettando la Carità. Assisti il povero e non rimandarlo con le mani vuote nel momento del bi­sogno. (Eccles. XXIX, 11, I2).

Giuseppe Moscati è il vero operaio della Carità, di­spensatore insuperabile di bene, perchè egli sa che «la Ca­rità è il solo tesoro che si aumenta col dividerlo » (Cantù).

L'umiltà. I poveri spiriti, i piccoletti delle contrade del mondo, che si atteggiano a superbia, imparino da lui come l'uomo debba sentire di sè.

« Figliuolo, fa le cose tue con mansuetudine e oltre la gloria, avrai l'amore degli uomini.

» Quanto più tu sei grande, umiliati in tutte le cose e troverai grazia dinanzi a Dio.

» Perocchè solo. Iddio è grande ed è onorato dagli umili (Eccles. III, 19, 2o, 21).

- So chi sono - ripete più di un Santo - e so chi è Dio.

La condotta del Moscati è tutta una conseguenza ama­bile del modo con cui impara a considerare se stesso, stru­mento di nessun conto nelle mani del Signore.

Giuseppe Moscati, faro di scienza e modello d'umiltà. Poi, la giustizia. Ogni cosa che non sia compiuta ri­gidamente secondo lo spirito di giustizia, lo irrita fino al profondo.

- Verrà meno l'empio come turbine che passa: ma il giusto è come un fondamento eterno - dice la Scrit­tura: motivo di gaudio per noi che nel Nostro vediamo esaltata una delle virtù dagli uomini maggiormente mi­sconosciuta.

Se poi c'è spirito che con più giocondità ha accettato il sacrificio come mezzo di elevazione, quello è lo spirito del prof. Moscati. Egli temeva continuamente di non aver com­piuto tutto quello che era in suo potere di fare: e non im­porta se il corpo ne soffriva fino all'esaurimento.

- Non comparire dinanzi al Signore con le mani vuote - ammonisce l'Ecclesiastico (XXXV, 6, 8, 9). L'oblazione del giusto impingua l'altare ed è un odore soave nel cospetto dell'Altissimo. Il sacrificio del giusto è gradito e non se ne dimenticherà il Signore.

Vorremmo poi dire che il carattere del Moscati s'è costantemente mantenuto giocondo nella letizia di Dio servire in letizia, fu il comandamento che sempre guidò ed ispirò le azioni del Nostro, per il quale canta l'Eccle­siastico (XIV, 12): « Felice colui che non ha nell'animo suo tristezza e non ha perduto la sua speranza »; e dice il La­cordaire: « La felicità è cosa spirituale e non corporale nasce dal sacrificio e non dal godimento, dall'amore e non dalla voluttà ».

Tutta la vita del Nostro è poi, in ultima sintesi, un vee­mente anelito a Dio: uno di quegli aneliti che rendono l'u­mana natura superiore agli attacchi delle prove terrene, siano esse pur gravi e dolorose, e la librano tutta nel cielo della beatitudine divina.

Col salmista, il prof. Giuseppe Moscati, di cui vorrem­mo diffondere la soave conoscenza tra gli uomini, potè esclamare: - Come il cervo desidera le fontane d'acqua, così ti desidera, o Dio, l'anima mia! Iddio che abbevera chi ha sete di Lui, conceda al suo Servo solerte l'aureola dei Beati!

 

Preghiera a San Giuseppe Moscati

"O San Giuseppe Moscati, medico e scienziato insigne, che nell'esercizio della professione curavi il corpo e lo spirito dei tuoi pazienti, guarda anche noi che ora ricorriamo con fede alla tua intercessione.

Donaci sanità fisica e spirituale, intercedendo per noi presso il Signore.

Allevia le pene di chi soffre, dai conforto ai malati, consolazione agli afflitti, speranza agli sfiduciati.

I giovani trovino in te un modello, i lavoratori un esempio, gli anziani un conforto, i moribondi la speranza del premio eterno.

Sii per tutti noi guida sicura di laboriosità, onestà e carità, affinché adempiamo cristianamente i nostri doveri, e diamo gloria a Dio nostro Padre. Amen."